Articoli - Albano Martín De La Scala
Albano Martín De La Scala
Articoli pubblicati su Lettera e Spirito dal 2012 al 2022
Indice
Alcune considerazioni sull’aspirazione – LeS giugno
2012
La Vocazione – LeS giugno 2013
Riflessioni sulla Volontà – LeS dicembre 2013
Provvidenza, Volontà, Destino – LeS dicembre 2014
Sulla preparazione teorica – LeS giugno 2015
Sull’orizzonte intellettuale – LeS dicembre 2015
Una Scienza utile o erudizione? – LeS dicembre 2016
Alcune questioni fondamentali – LeS dicembre 2017
Cercare che cosa? – LeS dicembre 2018
Alcune riflessioni sulla scrittura – LeS dicembre
2019
Alcune considerazioni sul nome segreto presso i
“Fedeli d’Amore” – LeS giugno 2022
Alcune considerazioni sull’aspirazione
René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[1], scrive:
«Il periodo attuale è dunque un periodo
d’oscuramento e di confusione[2]; le sue condizioni sono tali che, finché
persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere
nascosta, donde il carattere dei
“Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli:
organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste
ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra
quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non
ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse
ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito
coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della
tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro
secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro
supremo.
Si
deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente perduto,
poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e,
se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino
come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal
guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge
delle “azioni e reazioni concordanti”[3], essa possa metterli in
effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[4]. Questa direzione
dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua
rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa,
infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque
esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[5]».
Può essere che tra i lettori di
queste righe ve ne siano che sono entrati in contatto con la magistrale opera
di R. Guénon. Forse qualcuno di loro, leggendo tali scritti, ha sentito che
questa esposizione in realtà non gli era veramente estranea ma che anzi non
faceva altro che esprimere in modo chiaro ciò che in realtà egli già sentiva,
magari in modo ancora un po’ confuso, nel proprio foro interiore. E ci
riferiamo in particolare alla dottrina metafisica quivi esposta, laddove
vengono trattati argomenti come: la non dualità, la Possibilità infinita,
l’Identità suprema, gli stati molteplici dell’essere e la loro gerarchia.
Principi questi che, per essere intuiti con evidente chiarezza, implicano un
orizzonte intellettuale certamente non comune al giorno d’oggi.
Altri magari hanno sentito il bisogno impellente e profondo di
consacrare la loro vita a qualcosa che la rendesse degna di essere vissuta.
Essi possono aver riconosciuto che solo ciò che trascende l’esistenza può
realmente darle un senso e aver quindi sentito la necessità di prendere contatto cosciente ed effettivo con questo grado
superiore di realtà.
Ci può essere chi, eventualmente anche solo una volta nella vita, abbia
sentito che nella parte più intima e profonda del proprio essere v’è un
qualcosa che nulla ha a che fare con la vita ordinaria, caratterizzata dai suoi
condizionamenti e limitazioni, e che chiede con potenza di ricongiungersi a ciò
che è della sua stessa natura. Egli può aver avuto la sensazione che questa
presenza fosse troppo grande per essere contenuta in un essere individuale e
forse questa fortissima percezione lo ha spinto a cadere in un pianto dirotto[6].
Qualcuno forse ha avvertito, con grande sofferenza, la necessità di
gridare la gloria del proprio Signore ma in un modo che la sua condizione
individuale non permetteva di esprimere. In tutto ciò che precede v’è come la
presenza di una “nostalgia” verso ciò che è spirituale ed eterno. Queste e
molte altre possono essere le modalità con le quali si manifesta l’aspirazione
intellettuale.
Il termine aspirare ha origine latina ed è composto dalla particella “ad”, verso e “spirare”, soffiare, tirare il fiato e anche mandarlo fuori. Il
significato che questa parola ha preso nel linguaggio comune è anche quello di:
inspirare, trarre a sé, tirare, risucchiare o pompare. In senso figurato
l’accezione è quella di desiderare vivamente una cosa cercando di ottenerla,
bramare, tendere verso. Tutti questi concetti, in apparenza anche contrastanti
possono concorrere ad aiutarci a comprendere quale valenza debba essere data
all’aspirazione intesa in senso intellettuale. Riteniamo che fare chiarezza su
tale punto sia essenziale per poter vivificare e sviluppare questa attitudine
fondamentale.
Il senso più immediato che si può dare al termine in questione è quello
del desiderio ardente per la vera conoscenza[7], desiderio che coincide con una tendenza dell’essere verso
l’universale. Da qui la vicinanza con il termine sospirare che richiama la
nostalgia verso ciò che si ama e da cui si è separati. L’ardente attitudine di
cui parliamo, infatti, non è altro che il vero amore. A questo proposito
facciamo notare come nella lingua italiana i termini “amore” e “aspirare” siano quasi sinonimi. Entrambi infatti sono composti
dalla particella “a”, che può
avere valenza negativa e rispettivamente da “more” o morte e “spirare”
o morire. Nei due casi il senso può essere quindi quello di senza morte,
richiamando l’affinità dei termini citati con ciò che è eterno e immortale.
Se consideriamo la parola aspirare nel senso della respirazione, cioè
immettere nei polmoni inspirando attraverso la bocca o il naso, possiamo far
notare come per compiere questa operazione, prima bisogna almeno in parte aver
espirato, vale a dire, aver fatto uscire l’aria che vi si trovava in precedenza[8]. Volendo applicare questo principio alla condizione individuale si può
intuire come il percorso che porta allo sviluppo dell’aspirazione debba andare
di pari passo con un processo di svuotamento interiore che corrisponde
all’indispensabile abbandono degli attaccamenti mondani. Solo operando in tal modo si potrà permettere all’alito del respiro divino di penetrare
nell’essere vivificandolo così come accadde simbolicamente ad Adamo nella
Genesi[9].
Da un punto di vista principiale, viceversa, quest’aspirazione può
essere simbolicamente immaginata come un vortice che si sviluppa dal Centro,
Principio e origine di ogni cosa, e attrae a sé tutti coloro che sono
rettamente orientati verso di Lui. I numerosi riti di circumambulazione che si
ritrovano nelle più diverse forme tradizionali richiamano proprio questo
simbolismo.
Così come indicato in modo sintetico nella citazione introduttiva,
l’orientare in modo coerente e corretto la propria intenzione, atto
apparentemente solo propedeutico a un vero lavoro iniziatico, in realtà
coincide con il mettersi in comunicazione spirituale effettiva con il centro
supremo e contiene quindi già in se stesso una portata operativa portentosa. Il
retto orientamento permette infatti all’azione divina di agire nella sua pienezza
eliminando gli ostacoli e i limiti individuali. In esso v’è quindi il segreto
per progredire nella Via.
La forza della Verità che proviene dal Centro può far superare tutti
gli ostacoli, anche i più ardui, purché la si riconosca effettivamente e se ne
traggano le dovute conseguenze, perché tutti gli squilibri parziali rientrano
in essa. E questa non è una semplice frase a effetto ma una realtà tecnica e
operativa. Infatti: «anche la minima cosa
operata in conformità armonica con l’ordine dei principi porta virtualmente in
sé delle possibilità la cui espansione può determinare le conseguenze più
prodigiose, e ciò in tutti i campi, e a mano a mano che le sue ripercussioni vi
si estendono secondo la loro ripartizione gerarchica e in progressione
indefinita»[10]. Qualora ciò avvenga, chi ne è
coinvolto potrà prendere atto di come gli eventi si sviluppino in modo del
tutto naturale, ma con una potenza straordinaria, e lo portino via via con
velocità e forza sempre crescente verso il Centro. Anche un orientamento ancora
solo parziale potrà condurre a dei risultati tangibili. Alcuni potranno magari
constatare a conferma di ciò, che in varie fasi della loro vita sono stati come
trasportati da una condizione periferica a una più centrale, e magari si
renderanno conto di non essere stati i veri agenti di questo passaggio.
Tutta la manifestazione trae la sua reale ragione di vita dal legame
con ciò che è trascendente e questo avviene anche per gli esseri umani in ogni
istante della loro esistenza. Il fatto che in genere non ne siano coscienti
non cambia questo stato di fatto. Il vincolo di cui parliamo è sempre reale ma
può essere vivificato e potenziato. In molti casi il cuore è come un camino la
cui canna fumaria non è stata pulita da lungo tempo. Il soffio dell’aspirazione
libera questo canale, mette l’essere in relazione diretta con il Centro del
mondo e può creare delle conseguenze straordinarie riattizzando il fuoco
dell’amore per il divino. Qualora quest’attitudine sia pura produce nuovi
rapporti con le influenze spirituali dal cui intervento dipende qualsiasi realizzazione
effettiva. Quando un essere manifesta una vera aspirazione intellettuale, ciò
implica un cambiamento profondo della sua situazione. Il modificarsi dei
rapporti con il trascendente crea delle condizioni nuove che vanno nella
direzione del progresso spirituale e questo sovente anche in maniera
inaspettata.
In tutti gli esseri viventi, nella loro parte
più intima e profonda, nel luogo più nascosto e protetto, simbolizzato dal più
piccolo ventricolo del cuore[11], v’è la presenza di una cosa che è allo stesso tempo la più piccola e
la più grande di tutte. La più piccola poiché è la meno visibile dall’esterno e
la più grande perché in realtà è il Principio infinito e illimitato che
contiene tutto e di cui ogni cosa non è che una manifestazione limitata. Come
noto esiste identità fra il Sé interiore e il Principio. La relazione fra macro
e microcosmo sarà essenziale per il processo spirituale di cui parliamo. Questa
presenza trascendente che è viva nel cuore, se svelata, anche solo parzialmente
provocherà una crescita dell’aspirazione con conseguente avvicinamento al
Centro e creerà un circolo virtuoso che porterà verso la luce della conoscenza.
Per l’essere che sia stato attratto si
svilupperanno inevitabilmente degli eventi obbligati quali l’adesione a una
forma tradizionale e successivamente il ricollegamento a una catena iniziatica
regolare e ininterrotta che lo unirà in modo attivo con il Centro del mondo,
offrendogli anche i mezzi “tecnici” per ritornarci[12].
L’incontro con un’autorità tradizionale
legittima e l’esecuzione di riti di incantazione andranno esattamente in questa
direzione permettendo all’aspirazione proveniente dal centro di agire su di lui
attirandolo verso le realtà spirituali che lungo il cammino gli si sveleranno.
L’incantazione, infatti, è proprio un’aspirazione dell’essere verso l’Universale,
attraverso la quale egli tende a elevarsi allo spirituale. Riti quali i mantra della tradizione indù, o il dhikr di quella islamica, permettono di
determinare delle vibrazioni ritmiche con ripercussioni su tutti i piani di
esistenza e in tal modo risvegliare il “ricordo” del trascendente che è
presente nel cuore di ogni essere[13]. Ritornando all’analogia del camino, possiamo dire che queste tecniche
e queste vibrazioni ritmiche possono sicuramente concorrere a ripulire la
simbolica canna fumaria di cui parlavamo. Aggiungiamo che non è certo un caso
se la corretta respirazione è essenziale per l’efficacia di questi riti. Esiste
un respiro universale con il quale è possibile entrare in sintonia profittando
dei benefici influssi in esso contenuti.
In realtà, oltre alla tensione verso l’alto o
verso il centro di cui abbiamo sinora parlato, ve ne sono purtroppo altre che
spingono verso la dispersione e verso il basso, o semplicemente ancorano
l’essere alla sua attuale realtà, con le quali bisogna inevitabilmente
confrontarsi.
Possono esserci tendenze distruttive che sono
come delle caricature del vortice di cui parlavamo e che portano l’essere verso
la sua disgregazione. Basti pensare alle droghe, all’alcool, alle perversioni
sessuali, al gioco d’azzardo e alle varie dipendenze da internet solo per
citare alcuni casi di attaccamenti negativi e disgreganti. Un capitolo a parte
meriterebbero a questo proposito le realtà pseudo o contro iniziatiche, parodie
per antonomasia di tutto ciò che è esoterico, che in questo studio ci limiteremo
a citare.
Come detto vi sono poi altri attaccamenti che
si limitano a impedire all’essere di superare i limiti impliciti nella sua
attuale condizione di coscienza. Alcuni di essi non fanno altro che gonfiare
l’individualità ancorando l’essere sempre più a tale condizione limitativa,
impedendogli così di prendere coscienza di quanto in lui supera questo stato.
Il caso tipico è quello dell’orgoglio, il quale può magari nutrirsi di aspetti
tradizionali esteriori. C’è chi, dopo essere stato inizialmente attratto dal centro,
si gonfia per le tante letture fatte, per la sua capacità espositiva e
dialettica o anche per la copiosa attività rituale da lui svolta. In questo
caso, nella migliore delle ipotesi, non potrà fare altro che gravitare a
grande distanza dal Principio trascendente al quale a parole dice di voler
tendere. Di fatto, questo legame “a distanza” è simile a quello nel quale si
trovano anche tutti gli exoteristi.
Un caso particolare è poi quello di coloro
che, dopo essere stati attratti da questo vortice virtuoso e aver ottenuto un
ricollegamento iniziatico, vengono meno al patto, cambiando così il proprio
orientamento. In questa circostanza la forza attrattiva iniziale, partendo per
la tangente, scaglierà l’essere in questione tanto più lontano dal Centro
quanto maggiore sarà stata l’intensità che la caratterizzava.
Altri limiti che prima o poi dovranno essere
affrontati se si vuole proseguire nel cammino iniziatico e non restare in una
situazione semplicemente gravitazionale, sono quelli imposti dal mentale, dallo
schematismo o dal letteralismo tradizionale. Aspetti questi che possono anche
avere una funzione protettiva e stabilizzante e, in alcune fasi della Via,
impedire un allontanamento dal Principio. Tuttavia, a un certo punto, se ci si
vuole ulteriormente elevare spiritualmente, diventeranno un limite dal quale
bisognerà trovare la forza di staccarsi.
Colui che senta manifestarsi nel suo cuore
l’aspirazione iniziatica, visto il mondo fondamentalmente antitradizionale in
cui viviamo, incontrerà facilmente dei problemi. Egli potrà sentirsi estraneo
all’ambiente in cui si trova a vivere, magari percepirà una sensazione di
solitudine e sentirà l’incomprensione di coloro che gli stanno attorno. È
possibile che lo stesso ambiente sembrerà rivoltarsi contro di lui. Egli non
dovrà però farsi prendere dallo scoraggiamento e dallo sconforto. Sappia che in
realtà non è solo. È importante prenda coscienza del fatto che orientarsi verso
il centro, mentre da una parte crea un distacco, a volte anche traumatico, da
tutto ciò che tiene lontano da Lui, dall’altra produce un legame reale e
potente con tutti coloro che hanno la sua stessa attitudine. Quando li
incontrerà riconoscerà in loro, in modo spontaneo, l’affinità intellettuale e
l’assonanza interiore che li accomuna. In essi potrà trovare un valido supporto
e sostegno per il suo cammino. È questo uno dei sensi della fraternità
tradizionale[14].
Il passaggio da un’aspirazione semplicemente
teorica a una autentica avverrà attraverso prove concrete della vita, prove
che ben poco hanno a che vedere con concezioni astratte. Esse andranno a
toccare aspetti apparentemente secondari ma estremamente sensibili
dell’esistenza di tutti i giorni. Problemi relativi alla famiglia o sentimentali,
alla professione o alle proprie abitudini giornaliere[15] potranno sorgere e impedire ogni successivo sviluppo fino a quando
non saranno rimossi. La rinuncia agli attaccamenti mondani, indispensabile per
permettere all’aspirazione di agire, andrà dimostrata con i fatti e con la
perseveranza, in un modo che in certi casi non esiteremmo a definire eroico.
L’argomento degli ostacoli e delle trappole che si possono trovare concretamente
lungo un cammino spirituale è estremamente vasto e ci porterebbe lontano dal
tema del presente studio, in questa occasione ci limiteremo quindi a questi
brevi cenni.
In linea generale si può comunque dire che il
problema di fondo, per chi aspiri allo spirituale, è quello di rimuovere gli
ostacoli che impediscono l’azione della Misericordia divina. L’iniziato deve
cercare di essere come una piuma portata dal vento: senza opporre alcuna
resistenza a ciò che è trascendente, va là dove lo spirare del vento spirituale
la conduce.
Così come il sole può rispecchiarsi nell’acqua
solo quando questa è calma, allo stesso modo, unicamente un cuore pacificato e
non più condizionato dall’agitazione del mondo potrà essere ricettivo allo
spirituale.
Non è un caso che la realtà antitradizionale
in cui viviamo spinga costantemente verso la dispersione mentale e lo stress.
Perché le pratiche tradizionali possano dare dei risultati veramente positivi
è necessario che tutti gli aspetti profani che impregnano l’essere siano,
almeno temporaneamente, rigettati e il cuore svuotato dall’inquietudine che li
caratterizza. Come affermava giustamente Abdul-Hâdi nelle sue Pagine dedicate a Mercurio[16]: «…
la condizione indispensabile perché si verifichino i primi bagliori d’“Illuminazione esoterica” (El-Ishrâq) è che nel proprio foro interiore si faccia un posto esclusivamente
riservato a Dio. È indifferente che questo posto sia ricco o povero:
l’importante è che sia assolutamente puro. È molto difficile, vivendo
nell’attuale disordine, realizzare la sincerità e la Solitudine divina
assoluta, anche solo per la durata di un minuto».
Per far meglio comprendere il nostro pensiero
può forse essere utile appoggiarsi a un’analogia. Che senso avrebbe spiegare le
vele della propria nave senza prima levare le ancore? E che logica ci sarebbe
nel remare con tutte le proprie energie senza preoccuparsi di verificare la
rotta?
Anche un’attività rituale regolare rischierà
di essere quindi inutile, se non addirittura dannosa, fintanto che “i metalli
non saranno stati lasciati fuori dalla porta del tempio” interiore e
l’orientamento sia stato fissato.
La volontà di rimuovere le barriere e
l’assentimento al trascendente sono condizioni indispensabili per compiere un
lavoro operativo, il quale, attraverso le vicissitudini individuali e con il
concatenamento di mezzi appropriati, può realizzare l’eliminazione dell’illusione.
Il discorso che fino a qui abbiamo fatto sui
singoli esseri può applicarsi, fatti i debiti adattamenti, anche alle differenti
realtà iniziatiche oggi esistenti. Alcune di esse, e vista la fase ciclica che
stiamo attraversando sono le più nascoste[17], si volgono verso il Principio, divenendone gli strumenti per
eccellenza e sviluppano la conoscenza metafisica integrale. Altre si limitano a
dare a chi ne fa parte una base di purificazione e di preparazione a un vero
avvicinamento al Centro. Altre ancora, pur nella loro regolarità formale,
anziché concentrarsi nel vivificare il loro legame con il Centro del mondo e
trarre da Esso la loro forza e la loro direzione, si disperdono in attività di
proselitismo, di sviluppo exoterico o cosmologico o peggio si perdono in
dispute e gelosie interne ed esterne o in preoccupazioni profane. In questo
modo rischiano di far affievolire e neutralizzare l’aspirazione e le
potenzialità magari presenti nei propri membri. Solo le prime di queste realtà
portano chi ne sia qualificato all’effettiva morte dell’illusione separativa
dell’essere, quella che crea l’intimo vincolo illusorio che fa identificare
l’uomo alla propria individualità fisica e psichica. Così, egli, ritornato al
proprio Centro, potrà rinascere nell’Universale e bere la bevanda
d’immortalità.
La Vocazione
René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[18], scrive:
«Il periodo attuale è dunque un periodo
d’oscuramento e di confusione[19]; le sue condizioni sono tali che, finché
persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere
nascosta, donde il carattere dei
“Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli:
organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste
ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra
quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non
ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse
ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito
coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della
tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro
secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro
supremo.
Si
deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente perduto,
poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e,
se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino
come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal
guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge
delle “azioni e reazioni concordanti”[20], essa possa metterli in
effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[21]. Questa direzione
dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua
rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa,
infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque
esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[22]».
La parola “vocazione” deriva dal vocabolo
latino “vocatus” e ha radice comune
con il termine “vox”: voce; il
significato etimologico è quello di “chiamata”. Chiamata che, se intesa in
senso superiore, procede direttamente dal centro supremo di cui parla Guénon
nella citazione introduttiva, centro che, a livello microcosmico, corrisponde
simbolicamente al cuore. Tale chiamata parte dal centro di ogni essere ed è
rivolta a ciascuno di essi con il nome essenziale e profondo che lo
caratterizza, il quale è diverso da quello di tutti gli altri ed è propriamente
unico. Tale nome essenziale però, combinandosi con l’ambiente che incontra nel
suo percorso che dal centro si diffonde simbolicamente nello spazio, si vela e
si rivela allo stesso tempo con modalità via via più esteriori[23]. La
graduale alterazione e come mascheramento del nome, hanno fra gli altri
effetti quello di permettere, anche a chi abbia un orizzonte intellettuale più
limitato, di poter comunque percepire, al suo livello, questa chiamata
centrale.
Questa pluralità di nomi può aiutare a
comprendere come la stessa parola “vocazione” possa essere intesa con
significati e a gradi molto diversi. Può, ad esempio, riferirsi al dominio
della spiritualità pura, oppure a quello psichico, inteso come origine relativa
dell’individualità. Ne consegue che, anche quando si parla di vocazione, si può
legittimamente intendere la chiamata dell’uomo allo spirituale, oppure quella
predisposizione dell’essere a esercitare un mestiere o una funzione particolare
piuttosto che altre. È chiaro che i punti di vista di cui si tratta,
riferendosi a piani diversi di realtà, non sono affatto in opposizione, anzi, è
nell’espletazione delle attività più esteriori che l’essere può trovare un
supporto adeguato per aprirsi a quelle più profonde.
Nel nostro precedente lavoro[24]
indicammo come nella parte più profonda e intima dell’essere umano vi sia una
presenza che non è di natura individuale ma universale. Questa presenza è
sempre viva, ed è questa la ragione per cui gli esseri esistono, ma, al giorno
d’oggi, i sensi interni che permettono all’individuo di percepirla, spesso sono
come addormentati o narcotizzati. Nonostante questo, la sua vitalità, a volte,
si può manifestare attraverso delle vibrazioni interne che risuonano come un
richiamo interiore al trascendente. Ciò è dovuto al fatto che i simili si
attraggono, tendendo naturalmente verso la riunificazione di ciò che è stato
sparso[25].
Come abbiamo avuto modo di indicare, da un
punto di vista iniziatico, l’unione che bisogna ricercare è quella del soffio
divino, presente nel foro interiore di ogni essere umano, con l’origine
spirituale da cui nasce. È in ciò che è contenuto il senso profondo dell’amore[26].
Così come un uccello in gabbia non potrà non aspirare a volare libero
nel cielo, poiché questa è la sua vera natura, allo stesso modo, la parte più
profonda dell’essere non accetterà di rimanere rinchiusa nei limiti individuali
e chiederà con forza di tornare là dove si situa la sua vera origine. È questa
la ragione per cui, chi percepisca questa presenza vitale all’interno del
proprio cuore, fino a quando non avrà percorso un cammino di conoscenza, non
potrà che essere a disagio, in sofferenza e sentirà come una mancanza, forse
non ancora ben definita, nella sua vita. Egli è spiritualmente vivo ed è a persone
così che intendiamo rivolgerci con i nostri scritti.
L’appello che nasce nel centro si diffonde nello spazio attraverso
vibrazioni caratterizzate da cerchi concentrici, si può quindi intuire come il
seguire questa chiamata corrisponda a un cammino che, procedendo in senso
inverso, trovi il suo punto di partenza nel cerchio esteriore, che corrisponde
all’attuale stato di percezione della realtà nella quale si trova l’essere e lo
porti, attraverso tappe successive[27]
corrispondenti al raggiungimento di cerchi via via più piccoli, a ritornare
alla propria essenza profonda[28].
Il passaggio da un cerchio esteriore a uno più interiore implica
l’attualizzazione di tutte le possibilità comprese nello spazio esistente fra
i due e, di conseguenza, il raggiungimento del centro, nel caso specifico
dello stato umano, comporta lo sviluppo armonico e totale delle potenzialità in
esso contenute[29].
Ogni cerchio qui rappresentato corrisponde a una determinata realtà
ambientale, realtà alla quale l’essere è per sua natura strettamente e
saldamente legato. Il passaggio da un cerchio più esterno a uno più interiore
implica quindi la completa rinuncia agli attaccamenti che a esso si
riferiscono e, di conseguenza, il raggiungimento del centro presuppone
necessariamente il totale sacrificio dello stato di manifestazione corrispondente.
Il segreto è contenuto negli opposti ed è solo rinunciando che l’essere può
veramente ottenere, cioè, in definitiva, pienamente attualizzare le proprie
possibilità[30].
Questa rinuncia però non sarà né semplice né indolore. Attaccamenti,
fisici e soprattutto psichici, potranno manifestarsi ad esempio attraverso
legami familiari, professionali, le proprie abitudini o il proprio mentale e
tratterranno, anche nei modi più impensati, l’essere che voglia liberarsene.
Non solo, vi sono pure condizionamenti ereditari e ancestrali che a un
certo punto, se si vuole avanzare nella Via dovranno essere superati[31]. La
parte essenziale dell’essere non potrà ritornare armonicamente[32] alla
sua origine fintanto che non si sarà liberata dalle zavorre che la
appesantiscono; da qui la necessità di alleggerirla tramite un profondo lavoro
di purificazione.
Per farci meglio comprendere porteremo ora un esempio. Un essere che
viva nella piena profanità e che si trovi quindi in una condizione
estremamente esteriore e voglia passare a una più interiore, si troverà nella
necessità di abbracciare una forma tradizionale, accettando tutte le prescrizioni
exoteriche da essa imposte e rinunciando a tutto ciò che è interdetto. Il campo
di azione della sua individualità verrà in questo caso ridotto, vi saranno poi
possibili passaggi successivi come quello del legame iniziatico che potrà
svilupparsi in modo graduale portando l’essere via via ad abbandonare le
proprie inclinazioni individuali per seguire la sua vocazione[33].
Chi avrà realmente assimilato questo piano di realtà, compirà gli atti
prescritti e si asterrà da quelli vietati con gioia e naturalezza e sentirà
ogni azione contraria alla legge come opporsi alla propria natura. A quel punto
egli, avendo realizzato quest’aspetto della sua vocazione, nell’agire in
quest’ambito sarà realmente libero[34]. Questi
concetti di gioia, naturalezza e libertà, che nella concezione corrente
accompagnano l’idea di vocazione, sono quindi un risultato molto più che un
punto di partenza e, evidentemente, possono essere trasposti a realtà
progressivamente più profonde.
Dicevamo di come i sensi interni che permettono all’individuo di
avvertire la presenza trascendente nel proprio foro interiore, spesso siano come
addormentati o narcotizzati. Una conseguenza di questo stato di cose può
portare l’essere a ignorarne totalmente l’esistenza ed è questa la drammatica
situazione nella quale si trova la stragrande maggioranza dei nostri
contemporanei. Può esserci però anche il caso in cui qualcuno, magari
attraversando un momento particolare della propria vita, percepisca in un qualche
modo questa esistenza vitale all’interno del proprio cuore senza poi trovare il
modo per renderla attiva nella sua esistenza. La vocazione si manifesta come
una chiamata, chi la ha in qualche modo udita, a causa del caos generale che lo
circonda, non sempre è però in grado di identificarne la reale origine e può
essere quindi in difficoltà a seguirla[35].
In definitiva seguire la vocazione, significa
trovare un centro alla propria vita, a esso tendere e a esso attenersi. Con
questa affermazione stiamo parlando di cose estremamente concrete. L’essere
deve quindi poter trovare al livello del suo attuale stato di percezione della
realtà dei supporti tangibili che gli permettano di interagire con lo
spirituale[36].
In un mondo tradizionale questi supporti,
siano essi esseri umani, organizzazioni o altro, sono facilmente
identificabili. In questo contesto sta quindi a ciascuno di decidere se
impegnarsi o meno nell’avanzare nel suo cammino.
Purtroppo, al giorno d’oggi, così come anche
indicato nella nota introduttiva, le realtà autenticamente spirituali si stanno
sempre più ritirando. La conseguenza di questo fatto è che lo spazio esteriore
che hanno lasciato libero è stato occupato da ogni sorta di realtà, realtà
spesso inquietanti, le quali compongono un panorama particolarmente intricato e
lastricato di trappole di ogni genere.
Questa considerazione non deve però far cadere
nello sconforto e nella rassegnazione. Vi è un fatto estremamente importante
del quale bisogna tenere conto: ogni atto, sia interiore sia esteriore, non
passerà mai realmente inosservato. Dio osserva tutto[37] e qualora
l’attitudine dell’essere sia sincera, pura, volonterosa e disinteressata[38], le
porte che permettono di raggiungere il centro finiranno per aprirsi una dopo
l’altra davanti a lui[39] ed egli
sarà tenuto lontano dagli inganni[40]. Ogni
essere dispone di mezzi e realtà tradizionali alle quali si può appoggiare ed
è nell’esercizio dei propri compiti, fossero anche apparentemente banali e di
poca importanza, nel modo migliore possibile, che risiede il segreto per
avanzare nella via[41]. È
utilizzando al meglio gli strumenti di cui si dispone che se ne otterranno di
più perfezionati. Solo così facendo si potrà lasciare la propria condizione
periferica per passare a una più interiore, essendo in qualche modo cooptati;
bisogna ricordarsi che si è sempre alla presenza del Principio che, a seconda
dei comportamenti adottati, può, utilizzando come supporto della sua azione
anche degli esseri umani, fare avanzare o meno nel cammino che conduce a Lui.
Osservando le cose sotto quest’ottica, ad esempio, non è quindi per nulla da
sottovalutare l’importanza di una coscienziosa pratica exoterica o di una seria
attività iniziatica anche all’interno di organizzazioni eventualmente ormai
gravemente degenerate. Ma andremo anche oltre, riprendendo ciò che affermavamo
all’inizio di questo lavoro, quando abbiamo detto che l’essere che oda la
propria chiamata non potrà esimersi dall’affrontare questioni che implichino un
completo rivolgimento della propria vita. In realtà ogni atto, a cominciare dai
più normali e basilari come quello di trovarsi un mestiere, farsi una famiglia
e procreare, se vissuto in funzione di un riavvicinamento al centro, viene come
sublimato e sacralizzato e può contribuire a riportare l’essere “all’ordine” e
all’equilibrio. Questa considerazione finale ci porta a toccare il fondamentale
argomento del cambiamento di mentalità, tema che merita uno studio a parte e
che ci riserviamo di affrontare eventualmente in futuro.
Riflessioni sulla Volontà
René Guénon, nella sua opera Il
Re del Mondo[42],
scrive: «Il periodo attuale è dunque un
periodo d’oscuramento e di confusione[43]; le sue condizioni sono tali che, finché
persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere
nascosta, donde il carattere dei
“Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli:
organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste
ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra
quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non
ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse
ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito
coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della
tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro
secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro
supremo.
Si deve dunque […] parlare di
qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente perduto, poiché non è perduto
per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri
hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene,
vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le
vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge delle “azioni e
reazioni concordanti”[44], essa possa metterli in
effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[45]. Questa direzione
dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua
rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa,
infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque
esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[46]».
La creazione è un atto di volontà del Principio che, irraggiandosi dal
“Centro dell’Universo”, raggiunge il centro di ogni singolo mondo, essere o
cosa, e fa sì che essa sia esattamente ciò che Egli vuole. Questo atto, essendo
atemporale, dal punto di vista della manifestazione si rinnova in ogni istante.
La Volontà universale così intesa corrisponde perciò alla presenza divina
esistente al centro di ogni cosa o, ponendoci da un altro angolo visuale, a ciò
che avevamo chiamato vocazione[47].
Tale presenza, rispecchiandosi nella realtà
individuale umana origina la volontà dell’uomo, la sola cosa che gli
appartiene in proprio, ed è questa stessa realtà che lo fa esistere in quanto
individuo: egli può utilizzarla, entro i ristretti limiti imposti dalla sua
condizione, per scegliere fra il bene e il male. Il dono di cui parliamo
corrisponde al libero arbitrio[48],
mediante il quale l’uomo ha la facoltà di orientare la propria volontà verso
quella universale oppure verso il mondo. È facendo uso di questa facoltà che
Adamo ed Eva mangiarono simbolicamente dall’albero del bene e del male e furono
cacciati dal paradiso terrestre; allo stesso modo l’essere, in ogni istante,
con un atto della sua volontà, si imprigiona da solo nella propria condizione
individuale[49].
Le differenti fasi della discesa ciclica, che
progressivamente allontanano l’umanità dalla percezione
delle realtà spirituali, corrispondono a questo processo di autolimitazione
dell’essere. In quella che simbolicamente è stata chiamata “Età dell’oro”
l’essere umano riconosceva naturalmente la propria volontà, ancora unificata,
come riflesso di quella universale e, con un semplice sforzo di concentrazione,
era in grado di reintegrarvela.
In una seconda fase, attratto dalle realtà
relative del mondo, pur non perdendo di vista la volontà universale, l’uomo
cominciò a frammentare la propria. Successivamente avrebbe rivolto verso il
mondo un numero crescente dei suoi atti di volontà, arrivando inesorabilmente a
dimenticare l’esistenza della Volontà universale e a credere di possederne una
autonoma, capace di determinare il proprio futuro. L’umanità aveva purtuttavia
ancora degli ideali e questa volontà individuale, pur tesa verso obiettivi mondani,
era caratterizzata da una fede profonda in qualcosa che agiva come agente
unificante dandole quindi forza[50].
La discesa di cui parliamo però non si è
arrestata a quel punto e sta portando l’umanità a non avere più fede in nulla.
Sovente, senza rendersene conto, l’uomo ha oggi le idee piuttosto confuse,
manca di chiari obiettivi, finendo così per essere in balia delle sensazioni
del momento, delle psicosi e degli influssi dell’ambiente. In queste condizioni
l’individuo pensa spesso di volere ciò che in realtà è l’ambiente a suggerire[51].
Questi influssi, proprio come strati geologici nel terreno, si sono sovrapposti
nel corso dei secoli e hanno caratterizzato la discesa ciclica dell’umanità,
divenendo sempre più avvolgenti. Limitato in tal modo l’essere che ne è
vittima perde il controllo della propria volontà che è fagocitata dal mondo, e
quindi non è più nelle condizioni di sviluppare in modo armonico e completo le
proprie possibilità.
Purtroppo, pur con tutti i suoi limiti, la
volontà individuale ha un marcato istinto di sopravvivenza, sa bene che può
continuare a esistere solo finché ha la possibilità di nutrirsi della volontà
separativa dell’ambiente e fa di tutto per attaccarvisi finendo per restarne
invischiata[52].
La condizione profana che abbiamo descritta è
drammatica, ed è ancora più terrificante se si pensa che dopo la morte fisica,
a causa della sua tendenza verso la disgregazione, non potrà concludersi che
con una “precipitazione” dell’essere in una condizione infraumana e infernale.
Per gli uomini e le donne di buona volontà
esiste però ancora la possibilità, facendo leva sul corretto utilizzo del
libero arbitrio, di compiere un percorso “a ritroso” e riportare la volontà
individuale alla propria origine.
Il desiderio di intraprendere questo “viaggio”
può nascere in modi apparentemente molto diversi, anche come reazione a qualche
evento drammatico occorso nella propria vita; in ogni caso tale risveglio
implicherà un “ricordo” più o meno conscio del Principio. Utilizzando il
concetto simbolico sin qui espresso, si può dire che la volontà umana,
orientandosi correttamente anche se solo per un attimo, magari nel sincero e
contrito atto di richiesta di aiuto, si sia come rispecchiata, in modo ancora
sfuggevole e velato, nella sua origine, e questo fatto ha portato alla nascita,
ancora “embrionale”, del desiderio ardente[53] di
tornare là dove è la propria vera patria.
Il primo passo per compiere questo percorso
dovrà essere inevitabilmente quello di orientarsi, ancorché in modo parziale e
insicuro, verso il centro. Questo atto richiederà già un minimo di
discernimento e un orizzonte intellettuale ampio almeno quanto basta per
concepire in qualche modo il divino. Si può quindi dire che il primo lavoro da
compiere, per chi intende liberarsi dalla drammatica condizione descritta,
debba essere quello di procedere a una chiarificazione intellettuale basata
sull’enunciazione dei principi universali e delle loro applicazioni[54].
Questo lavoro, se compiuto con la giusta attitudine, porterà all’acquisizione
di certezze e punti fermi che faranno da bussola e permetteranno di discernere
il vero dal falso[55].
L’opera di cui parliamo, in quanto utile al discernimento, dovrà essere
costantemente portata avanti da tutti coloro che intendono fare buon uso del
libero arbitrio, anche nelle successive fasi del proprio cammino.
Come avevamo avuto occasione di vedere nel
nostro studio sull’aspirazione[56],
l’orientarsi, anche se in modo ancora necessariamente imperfetto, verso il
centro porrà l’essere, eventualmente in modo incosciente, sotto il benefico
influsso della Volontà divina[57].
Il lavoro d’approfondimento dottrinale ben
presto porterà l’essere a cercare sul proprio piano di esistenza qualcosa che
attualizzi e vivifichi il proprio legame con il sopra-individuale, e così egli
non potrà far altro che rendersi conto che la “tradizione”, intesa nel suo
senso reale, ha esattamente questo scopo. Tale presa di coscienza lo porterà a
integrarsi in una delle sue forme ortodosse, la quale gli fornirà gli strumenti
e l’appoggio necessario per proseguire nel suo cammino. In questo nuovo
contesto la volontà individuale verrà particolarmente sollecitata: vi sarà una
Legge da seguire con tutto il suo carico[58] di
obblighi, precetti e indicazioni. La fede potrà giungere in aiuto permettendo
di unificare la propria volontà moltiplicandone la forza così consentendo
all’individuo di riottenerne almeno in parte il dominio, liberandola dalla
tirannia dell’ambiente[59].
Inoltre questa stessa fede farà orientare l’essere verso il Principio,
permettendo alla propria volontà di tornare a riflettere, anche se in modo
ancora parziale e volubile[60]
quella universale; egli prenderà in tal modo sempre maggior coscienza della
sua esistenza accettandola e riconoscendo in essa il suo bene. I segni del suo
intervento, a volte propriamente miracolosi, saranno via via più presenti nella
vita di chi avrà compiuto questo percorso. Questo fatto creerà un circolo
virtuoso che farà crescere la fede e la fiducia dell’essere verso il divino,
che, in tal modo, potrà ancor più sviluppare la sua benefica azione.
Il libero arbitrio così come la volontà
individuale troveranno la loro legittima collocazione e l’essere, in buona
parte riunificato e correttamente orientato, e per ciò stesso attivamente
legato al Principio, resterà anche al momento della morte fisica[61]
nella propria caratterizzazione umana in modo definitivo; tale
caratterizzazione è privilegiata poiché “centrale” nel suo grado di esistenza
e quindi tale da permettere, almeno virtualmente, di ritornare coscientemente
al “Centro del Mondo”, ottenendo, in una condizione “paradisiaca” ancora
separativa e individuale, la propria “salvezza”[62].
Quando la fede è pura, supportata da un
orizzonte intellettuale sufficientemente ampio e appoggiata da una conoscenza
teorica abbastanza estesa, può condurre l’essere a comprendere che ogni suo
atto deve essere fatto per compiere la volontà di Dio. Questa presa di
coscienza può portarlo a riscontrare che nella sua esistenza, nonostante la
Legge e le regole che segue, sovente si trova in situazioni nelle quali non
riesce a comprendere con chiarezza quale sia la volontà divina. Egli potrà pure
rendersi conto che questa volontà è presente nel suo cuore ma che non è in
grado di decifrarla. In queste condizioni la domanda che si porrà sarà: come
fare a comprendere cosa Dio vuole realmente da me[63]? La
risposta a questo quesito è che esistono organizzazioni iniziatiche che hanno
come fine proprio quello di aiutare gli esseri che ne entrano a far parte a
prendere coscienza di questa volontà divina presente nel loro cuore; esistono
esseri che questo percorso hanno compiuto almeno in parte e che sono in grado
di indicare la via da seguire. La volontà richiede un discernimento e una
comprensione reale che la guidino. Solo subordinandola alla vera conoscenza si
potrà dirigerla rettamente. Tale conoscenza proviene dalla propria verità
interna più profonda, ma, all’inizio del cammino, si manifesterà
necessariamente e provvisoriamente come un’autorità tradizionale apparentemente
esterna all’essere. I veri centri spirituali sono i rappresentanti della
Volontà divina in questo mondo, e coloro che camminano nella Via sono i
collaboratori coscienti al piano divino[64].
Il patto iniziatico implica almeno
virtualmente la rinuncia al proprio libero arbitrio, questo atto è quindi
propriamente il sacrificio dell’unica cosa che appartiene veramente all’uomo:
la sua volontà. In questo senso esso è considerato, a ragione, come la morte
della propria individualità, morte che in realtà corrisponde al riassorbimento
e quindi superamento dei limiti individuali nella loro origine trascendente.
Ogni organizzazione iniziatica ha le proprie
metodologie di lavoro specifiche, spesso molto diverse fra loro proprio per
potersi meglio adattare alle differenti tipologie e fasi umane e ai diversi
gradi di purificazione dei loro membri[65];
tuttavia vi sono alcune caratteristiche di fondo che le accomunano tutte.
In particolare, volendo mettere in risalto
l’aspetto relativo alla volontà individuale, si può notare come, con un
utilizzo corretto della stessa, sia particolarmente importante “vegliare sui
propri istanti”, essere costantemente[66]
presenti e attenti a che essa, proprio perché agisce nel presente, aiuti a
orientare l’essere verso il centro e a distoglierlo, nel contempo, dalle
continue attrazioni mondane, unificandolo[67].
La chiave per adempiere in ogni occasione ai
doveri del proprio stato, e quindi uniformarsi alla volontà divina, sta nel
seguire esteriormente e interiormente le indicazioni che provengono
dall’autorità cui ci si riferisce che è simbolo della volontà universale, della
conoscenza e del proprio centro. È verso di essa che l’iniziato deve essere
costantemente vigile e ricettivo.
In tal modo egli, sempre meno condizionato
dall’ambiente, potrà più facilmente e profondamente accettare gli eventi che
gli occorrono,
riconoscendo in modo via via più chiaro l’azione della
volontà divina della quale diviene sempre più strumento cosciente[68].
Se l’attitudine è pura e disinteressata, i
provvidenziali segni non tarderanno a manifestarsi, accrescendo la fiducia del
discepolo verso la propria autorità, fiducia che avrà un’azione catalizzante e
unificante nei confronti della sua volontà che così potrà orientarsi in modo
sempre più completo verso il Principio, svuotando nel contempo l’essere dai
propri attaccamenti individuali[69].
Quando l’iniziato, utilizzando in modo totale
la propria volontà, è occupato in ogni singolo istante a tendere verso il
centro, egli finisce per dimenticare se stesso, allora e solo allora questa
stessa volontà individuale è totalmente riunificata e ben orientata e può
quindi integralmente rispecchiare quella universale. Solo in questo momento,
tramite un totale cambiamento di prospettiva, potrà avvenire la reintegrazione
dell’individualità nel suo Principio rendendo finalmente l’essere libero[70].
Provvidenza, Volontà,
Destino:
un’interpretazione
simbolica del teorema di Pitagora
René Guénon, nella sua opera Il
Re del Mondo[71],
scrive: «Il periodo attuale è dunque un
periodo d’oscuramento e di confusione[72]; le sue condizioni sono tali che, finché
persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere
nascosta, donde il carattere dei
“Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli:
organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste
ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra
quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non
ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse
ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito
coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della
tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro
secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro
supremo.
Si deve dunque […] parlare di
qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente perduto, poiché non è perduto
per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri
hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene,
vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le
vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge delle “azioni e
reazioni concordanti”[73], essa possa metterli in
effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[74]. Questa direzione
dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua
rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa,
infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque
esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[75]».
Tra le virtù richieste allo sviluppo
spirituale, non ve n’è una più importante e attualmente meno reputata della
“Fede”. L’espressione “fede cieca” pare assimilare questa qualificazione a una
credenza piena dell’individuo, ma incapace d’orientare l’aspirazione alla
Conoscenza effettiva. Tenteremo, al contrario, di mostrare che la Fede si trova
in stretta relazione con l’intellettualità più elevata, essendo un elemento
centrale per la corretta orientazione dell’intenzione e, secondo la citazione
che apre il nostro articolo, stabilire una “comunicazione spirituale
effettiva con il centro supremo”.
Riferendosi alla dottrina pitagorica,
illustrata da Fabre d’Olivet[76], René
Guénon fa notare come «la
Volontà “rafforzata”[77] dalla fede (e perciostesso associata alla
Provvidenza)
poteva soggiogare la stessa Necessità, comandare alla Natura e operare dei
miracoli»[78]. Questa frase è carica di significati. Innanzi
tutto, mette in evidenza lo stretto vincolo tra Fede e Provvidenza, ossia la
Volontà del Cielo. Di fatto, le prime due sarebbero come le due facce della
seconda; la Fede sarebbe la Volontà del Cielo secondo una prospettiva
ascendente, la Provvidenza secondo una prospettiva discendente, sempre in
relazione alla percezione umana. La Fede potrebbe dunque essere considerata
come il punto d’unione tra la Volontà del Cielo e quella dell’uomo, attraverso il
quale la prima agisce sulla seconda o, più esattamente, come la virtù che
permette la loro identificazione (distruggendo l’illusione separativa).
Nella Fede abbiamo quindi la chiave per la
vittoria dell’uomo sul Destino. Nella misura in cui cede alla sua Volontà
umana (o Libero Arbitrio), sarà preda della fatalità; nella misura in cui ha Fede,
potrà rendersi “trasparente” alla Volontà del Cielo affinché governi i suoi passi e così “soggiogare
la stessa Necessità, comandare alla Natura e operare dei
miracoli”, vale a dire, liberarsi dalle pastoie del suo Destino di uomo mortale.
L’espressione di questa relazione nella
vita dell’uomo è data da un simbolo al quale il Pitagorismo accorda una grande
importanza, ereditato in Occidente e tuttora tenuto in gran considerazione dalla Massoneria. Si tratta del triangolo rettangolo
di proporzioni 3-4-5, le cui proprietà sono presentate nella
proposizione 47 del Libro I degli Elementi
di Euclide, ben noto come Teorema di Pitagora. Non per nulla, questa figura
costituisce il “gioiello” o insegna propria del Past Master[79] e, privo dell’ipotenusa, del Venerabile
Maestro di una Loggia.
La dottrina
tradizionale indica in questo triangolo l’equilibrio tra la Provvidenza (lato
3), la Volontà umana (lato 4)
e il Destino (lato 5), essendo questa relazione d’equilibrio a permettere
d’avanzare armoniosamente nel cammino spirituale[80]
(cf. Fig. 1).
Infatti, la Tradizione attraverso i testi
sacri c’insegna che l’uomo, “creato a immagine e somiglianza di Dio”, è di
diritto situato nel Centro del nostro mondo o, secondo un vocabolario più
tecnico, del nostro stato di manifestazione[81]. Da
questa posizione privilegiata egli è chiamato a esercitare la funzione d’intermediario
tra tutti gli altri esseri, dei quali è responsabile, e il Principio Universale
dal quale tutto trae origine. Questa condizione, propriamente paradisiaca, è
propria all’Uomo Vero o Primordiale[82] e si
riferisce a quella che la tradizione greco-romana denominava Età dell’Oro.
Tuttavia, un cattivo uso del maggior dono che Dio abbia concesso all’uomo (la
Volontà o Libero Arbitrio) provocò quel che in termini biblici è nota come
“Caduta”, ossia la perdita effettiva della centralità di cui stiamo parlando. Da
quel momento, l’uomo, allontanato dal suo luogo naturale, spinto alla propria
volontà d’affermazione individuale, imbocca una discesa che lo trascina sempre
più in basso, lontano dalla divina Provvidenza, soggetto conseguentemente alle
vicissitudini del Destino e alla sofferenza.
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Figura 1
Il vertice superiore del triangolo rappresenta
il Centro dello Stato umano, ossia la posizione spettante di diritto all’Uomo
Vero, culmine della restaurazione umana. Il cateto verticale uscente dal
vertice, il lato 3 del triangolo, rappresenta la Provvidenza, e il cateto
orizzontale la Volontà umana. Si vede chiaramente come la rottura di quest’equilibrio
3-4-5 a causa del cattivo uso del Libero Arbitrio e dello sviluppo della
Volontà aumenti corrispondentemente il peso del Destino con l’allontanamento
dell’individuo dalla direzione assiale, cioè dalla Provvidenza e in definitiva
dallo Stato centrale. La mentalità moderna, ignorando l’esistenza di un Ordine
risultante dall’espressione nella manifestazione di un Principio Universale di
carattere sovrumano, impegna la Volontà umana in un processo d’affermazione
dell’individualità, unica realtà esistente secondo la sua percezione, alimentando
l’ego in un processo propriamente indefinito. Ora, questa forza di Volontà può
applicarsi ugualmente in senso contrario, quantunque per questo sia necessario
riconoscere l’azione della Provvidenza. Quando ciò avviene, quando l’individuo
si rende conto dell’esistenza di una “Volontà del Cielo”, della quale la
propria non è che un semplice riflesso, e prende la determinazione innanzi
tutto di riconoscerla e in seguito di sottomettersi a essa, il senso della
Volontà sul cateto orizzontale s’inverte: invece di lanciarsi verso l’esteriore
in una corsa senza fine, si dirige verso il centro del proprio essere, la
Volontà[83]
si riduce e così anche l’influenza del Destino, avvicinandolo alla Provvidenza.
Questo cambio d’orientamento, per divenire effettivo e non cadere in un
semplice esercizio mentale, non può prescindere dall’Iniziazione, che stabilirà
il vincolo fra la Provvidenza e l’individuo[84].
L’“equilibrio” del triangolo pitagorico si
trova nella perfetta armonia delle proporzioni dei suoi tre elementi. La
tensione e il progresso della Volontà verso quest’equilibrio consentono
all’iniziato di avvicinarsi alla Provvidenza riducendo gradualmente l’influenza
del Destino[85].
Portare l’iniziato a raggiungere dapprima, e poi stabilizzare questa
proporzione, è precisamente il lavoro proprio di un’organizzazione iniziatica. A
ogni individuo corrisponde una propria figura triangolare che ne riflette la
condizione (non esistono due esseri uguali), in un lavoro iniziatico operativo
le indicazioni che riceverà saranno specifiche alla sua natura propria, la
situazione personale che attraversa e l’ambiente vitale nel quale si dispiega.
Anche se può sembrare contraddittorio con quanto osservato sopra, è possibile
che tali indicazioni vadano nel senso di un lavoro di rafforzamento della
Volontà, evidentemente quando questa si trovi al di sotto della condizione
d’equilibrio perché troppo debole.
In ogni modo, è importante rimarcare che
l’inizio di questo processo di “ritorno” alla Provvidenza, segnato dal cambio
d’orientazione nell’applicazione della Volontà, è determinato dalla capacità di
riconoscere un Principio trascendente e di sottomettersi a esso, capacità che
non è altro che la Fede, e questo dà il giusto peso al suo grado d’importanza
come elemento di realizzazione.
Non era nostra l’intenzione condurre uno
studio esaustivo di tutte le possibilità simboliche racchiuse nel triangolo
pitagorico 3-4-5, cosa peraltro impossibile stante la natura del simbolo, con
indefinite interpretazioni possibili, ma solo porre in evidenza la profondità
di uno dei significati che gli sono propri. Forse non sarebbe privo d’interesse
studiare la relazione tra questo e la rappresentazione simbolica della
manifestazione, magistralmente descritta ne Le Symbolisme de la Croix[86].
Speriamo che queste brevi note possano contribuire a ridare alla Fede il posto
che riteniamo le spetti, così come gettare un po’ di luce sull’importanza che
ha l’eredità del Pitagorismo, secondo René Guénon, nell’unica iniziazione dal
carattere propriamente occidentale che è sopravvissuta fino a oggi[87].
Lasciamo al lettore interessato l’approfondimento delle questioni toccate dal
presente studio, limitandoci solo a notare ancora come il “gioiello” del Past Master in una Loggia massonica non
possa essere che il triangolo pitagorico stesso[88].
Sulla preparazione teorica
René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[89], scrive:
«Il periodo attuale è dunque un periodo
d’oscuramento e di confusione[90]; le sue condizioni sono tali che, finché
persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere
nascosta, donde il carattere dei
“Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli:
organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste
ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra
quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non
ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse
ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito
coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della
tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro
secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro
supremo.
Si
deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente perduto,
poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e,
se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino
come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal
guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge
delle “azioni e reazioni concordanti”[91], essa possa metterli in
effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[92]. Questa direzione
dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua
rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa,
infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque
esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[93]».
La conoscenza
effettiva della dottrina tradizionale o metafisica, che tratta delle realtà
universali, espressione della Verità dalla quale scaturisce, è riconosciuta in
tutte le tradizioni come superiore a qualunque altra acquisizione umana[94],
identificandosi con la “realizzazione”[95].
Tuttavia, da Platone a Dante, dalla tradizione ebraica a
quella musulmana, dal taoismo alle tradizioni popolari depositate nel
folklore, la consapevolezza
che la vera conoscenza implica l’identificazione tra conoscente e conosciuto[96] va di
pari passo con l’insistenza sull’importanza della
preliminare preparazione teorica della dottrina attraverso lo studio e la
discriminazione[97].
L’essere umano può compiere il lavoro di approfondimento teorico unicamente
“riflettendo” o “speculando” attraverso l’organo che gli è specificatamente
proprio, cioè il mentale[98].
La conoscenza attraverso il mentale non è che una conoscenza “per riflesso”[99],
che tuttavia rappresenta il punto di partenza per arrivare alla conoscenza
effettiva[100].
Naturalmente non stiamo parlando di cultura ed erudizione, concetti cari
all’uomo d’oggi, ma che non hanno alcun punto in comune con la conoscenza
iniziatica: l’ipertrofia mentale è piuttosto una degenerazione intellettuale
che un mezzo per arrivare alla vera conoscenza[101].
Il lavoro di
studio e approfondimento teorico della dottrina metafisica è lungo e faticoso,
non a caso le varie tradizioni sentono il bisogno d’insistere sulla necessità
di condurlo sotto la guida di un insegnante autorizzato, con metodo[102] e
perseveranza[103].
La pretesa, anche questa tipicamente moderna, di “fare da sé”, senza una guida
e un metodo, ampiamente favorita oggigiorno dall’enorme diffusione di testi di
carattere autenticamente tradizionale, porta solo, nella più rosea delle
ipotesi, ad alimentare l’ipertrofia mentale di cui si è detto sopra, per non
parlare delle inevitabili incomprensioni legate all’assenza di
un’interpretazione vivente e autentica della dottrina. Non per niente l’insegnamento
tradizionale è sempre accompagnato (si badi non solo preceduto) da un lavoro di
purificazione, di fatto un’attività rituale possibile solo quando l’individuo è
integrato in una regolare organizzazione tradizionale, sia essa iniziatica o
exoterica. Uno specchio riflette le immagini solo se è pulito, stabile e
correttamente orientato; il mentale dell’essere umano deve quindi, in tanto che
piano di riflessione, essere continuamente lucidato dai riti di purificazione e
mantenuto sotto l’asse verticale della conoscenza intellettuale (buddhi) con uno sforzo teso alla
concentrazione[104].
Come dice
Platone, il sensibile non è che un riflesso dell’intelligibile, dunque ogni
scienza e arte può, con un’opportuna trasposizione, rappresentare un modo
d’espressione simbolica delle verità superiori[105], ciò
che fa dell’insegnamento tradizionale la lettura del libro dell’universo.
Sull’orizzonte intellettuale
René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[106], scrive:
«Il periodo attuale è dunque un periodo d’oscuramento
e di confusione[107]; le sue condizioni sono tali che, finché
persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere
nascosta, donde il carattere dei
“Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli:
organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste
ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra
quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non
ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse
ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito
coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della
tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro
secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro
supremo.
Si
deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente perduto,
poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e,
se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino
come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal
guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge
delle “azioni e reazioni concordanti”[108], essa possa metterli in
effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[109]. Questa direzione
dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua
rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa,
infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque
esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[110]».
Il termine orizzonte, dal latino horizon -ontis e
greco ὁρίζων -οντος, participio presente
di ὁρίζω “limitare” (sottintendente κύκλος “circolo”), indica la linea
apparente, a forma circolare, lungo la quale, in un luogo aperto e
pianeggiante, il cielo e la terra sembrano toccarsi, tanto più ampia quanto
maggiore è l’altitudine del luogo dal quale si osserva, la parte più lontana
dello spazio libero cui si può spingere lo sguardo. Diversi elementi possono
impedire la visione dell’orizzonte fisico di un luogo, posto che lo spazio
dev’essere libero da ostacoli: oscurità o nebbia, difetti alla vista
dell’osservatore, una postura scorretta (chi dovesse guardare troppo in alto
vedrebbe solo cielo, chi troppo in basso, solo terra). Escludendo
incorreggibili difetti alla vista, tutti gli altri impedimenti possono essere
rimossi, scegliendo il momento[111] e il
punto[112]
più propizi all’osservazione, adottando una postura eretta e ben orientata
orizzontalmente[113],
tuttavia ciascun individuo possiede una propria percezione di orizzonte. Solo l’ampiezza
massima di quel circolo apparente, il cosiddetto orizzonte astronomico terrestre,
è caratteristico dell’altezza dell’osservatore, la sua distanza potendo essere
facilmente calcolata con il teorema di Pitagora.
Il termine orizzonte, dal piano fisico, può
essere utilizzato a rappresentare le realtà del piano psichico[114] e,
ancor meglio, spirituale[115]. Così,
all’uscita dell’oscuro baratro dell’Inferno, all’arrivo nell’isoletta del
Purgatorio, il «secondo regno | dove l’umano spirito si
purga | e di salire al ciel diventa degno», Dante menziona l’orizzonte in
quel “primo giro” [116].
Ma sarà solamente in cima al Purgatorio, dove si colloca il Paradiso Terrestre
e dove Dante s’incontra con Beatrice, nel punto più elevato in cui la
razionalità sublima nell’intelletto, che fa tutt’uno con la spiritualità[117], che
l’orizzonte raggiungerà la sua massima estensione[118], la
percezione individuale non avendo più ostacolo sottile alcuno alla “visione”
dell’intero emisfero.
La risalita al monte Purgatorio equivale
alla rigenerazione psichica dell’uomo, con il razionale che viene spinto ai
suoi limiti superiori, a incontrare il puro intelletto. Tale risalita si compie
attraverso la purificazione dai peccati[119] vale a
dire, in un linguaggio meno exoterico, la rimozione di altrettanti ostacoli
alla visione interiore dell’orizzonte che compete a quella posizione. Ogni
passo di questo cammino iniziatico muove dall’esercizio della discriminazione,
“strumento” indispensabile perché l’individuo conosca la propria condizione
relativa, e richiede specifiche qualificazioni. «Va da sé
che la qualificazione essenziale, quella che domina tutte le altre, è una
questione d’“orizzonte intellettuale” più o meno esteso»[120].
Arrivato in cima al Purgatorio, Dante si trova ad avere dato risposta
all’ingiunzione “Conosci te stesso”, di fatto alla domanda “Chi sei tu?”[121].
La rigenerazione psichica dell’uomo, il
riassorbimento delle facoltà individuali nel proprio centro, equivale al
passaggio “dal cervello al cuore”[122], dalla
sede della razionalità a quella dell’Intelligenza, attraverso la
“concentrazione” dell’essere[123].
Si faccia bene attenzione tuttavia, «non v’è niente
come
l’abuso d’erudizione per limitare strettamente l’“orizzonte intellettuale” di un uomo e impedirgli di vedere chiaramente in
certe cose»[124]. L’intelligenza
intuitiva e l’intelligenza discorsiva o razionale non si collocano sullo stesso
piano[125],
«la
ragione, infatti, che è solo una facoltà di conoscenza mediata, è il modo
propriamente umano dell’intelligenza; l’intuizione intellettuale può essere
detta sopra-umana, poiché è una partecipazione diretta all’Intelligenza universale»[126], quindi la sola capace di cogliere, in modo immediato, le realtà
d’ordine metafisico, attraverso il linguaggio dei simboli.
«Ogni vero simbolo porta in sé i suoi
molteplici sensi, e questo fin dall’origine, giacché esso non è costituito
come tale in virtù di una convenzione umana, ma in virtù della “legge di
corrispondenza” che collega tutti i mondi tra di loro; il fatto che, mentre certuni
vedono questi sensi, altri non li vedano o non ne vedano che una parte, non
toglie che essi vi siano realmente contenuti, e l’“orizzonte intellettuale” di
ciascuno fa tutta la differenza; il simbolismo è una scienza esatta e non una
fantasticheria in cui le fantasie individuali possano aver libero corso»[127]. «Pretendere di mettere questa [la verità]
“alla portata di tutti”, renderla accessibile a tutti
indistintamente, significa necessariamente sminuirla e deformarla, giacché è
impossibile ammettere che tutti gli uomini siano ugualmente capaci di
comprendere qualsiasi cosa; non è una questione d’istruzione più o meno estesa,
è una questione d’“orizzonte intellettuale”, e ciò è qualcosa che non si può modificare, che è inerente alla stessa natura di
ogni individuo umano»[128].
I vizi, che Dante definisce «cose che lo
’ntelletto nostro vincono, sì che non può vedere quello che sono»[129], sono
come detto altrettanti ostacoli alla visione dell’orizzonte, ossia della
Verità. Il Sommo Poeta li suddivide in due categorie: innati e consuetudinari.
I secondi
possono essere eliminati con il comportamento virtuoso[130], mentre i primi, connaturali all’essere, possono solo essere ridotti
dal buon comportamento; solo l’intervento divino[131], nella sua
onnipotenza e in modo “miracoloso”, può vincerli e
incidere sulla natura
degli esseri modificandone l’orizzonte intellettuale[132]. Resta inteso che ogni essere non potrà in ogni caso che sviluppare le
possibilità che già conteneva in se stesso e questo perché la realizzazione
metafisica «non è la produzione di qualcosa che non esiste ancora, ma la presa
di coscienza di ciò che è, in modo permanente e immutabile, al di fuori di ogni
successione di tempo o d’altro genere, giacché tutti gli stati dell’essere,
considerati nel loro principio, sono in perfetta simultaneità nell’eterno
presente»[133].
Ma ch’è il
“punto” d’incontro del Cielo e della terra, quell’orizzonte che Dante colloca
in cima al Purgatorio, dove culmina la rigenerazione psichica dell’essere e
porta d’accesso alla risalita spirituale, se non l’incontro dell’individuo con
un’organizzazione iniziatica in cui «sussiste
ancora una vera dottrina tradizionale», in grado di «vivificare i simboli i quali non ne sono che la rappresentazione
esteriore», e che quindi può condurre all’iniziazione effettiva? Quanto più cosciente
sarà tale “riconoscimento”, quanto più riservato, poiché «la
conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta[134]»,
tanto più efficace sarà l’adesione agli “strumenti” di cui l’organizzazione
dispone per consentire la piena attuazione delle possibilità insite
nell’orizzonte intellettuale dell’essere[135].
Una Scienza utile o erudizione?
René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[136], scrive:
«Il periodo attuale è dunque un periodo
d’oscuramento e di confusione[137]; le sue condizioni sono tali che, finché
persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere
nascosta, donde il carattere dei
“Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli:
organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste
ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra
quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non
ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse
ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere
rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione,
quello che concerne particolarmente questo o quel centro secondario, che cessa
d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.
Si
deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente perduto,
poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e,
se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino
come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal
guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge
delle “azioni e reazioni concordanti”[138], essa possa metterli in
effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[139]. Questa direzione
dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua
rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa,
infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque
esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[140]».
Coloro per i quali le parole che precedono non
sono lettera morta ma, al contrario, risvegliano nei cuori l’aspirazione[141] al
ritorno al Principio dovrebbero porsi il problema di come trovare un centro,
non soggetto alle vicissitudini e alla caducità del mondo, che possa dare un
senso reale e stabile alla propria esistenza. L’assenza di questa presenza
ordinatrice, rinchiudendo l’essere nel ristretto ciclo dell’esistenza soggetto
a inclinazioni, sensazioni e opinioni individuali, non potrà che lasciare una
percezione d’insoddisfazione e manchevolezza. Vorremmo che tale comune
aspirazione e le certezze che solo una partecipazione diretta agli influssi di
un centro spirituale può dare fossero il punto d’incontro con i lettori di
questa rivista e, per quanto possibile, che gli articoli pubblicati fossero
d’aiuto nella ricerca della propria via[142].
Il fine ambizioso che Lettera e Spirito si propone è quello di presentare articoli chiari
che, seguendo un percorso ben visibile in filigrana ai lettori più attenti,
siano utili nel senso appena indicato. Scritti che, al di là del rigoroso
contenuto tradizionale, siano in armonia con la nostra natura e quella dei
lettori. A questo proposito pensiamo sia opportuno valorizzare quel “filone
spirituale” che nel corso dei secoli si è sviluppato nell’area mediterranea, e
come tale maggiormente atto a toccare il cuore di chi ci legge: tale realtà
spirituale rimonta a quella che René Guénon ha denominato “tradizione
primordiale”; direttamente a essa si rifaceva una delle più antiche tradizioni
dell’umanità, legata al culto dell’Apollo Iperboreo a Delfi, poi riadattato
dalla scuola pitagorica, via l’orfismo[143], e
continuato nella tradizione romana e irradiato tramite essa fino ai confini
dell’Impero.
In Italia ricordiamo la figura di Virgilio e
le realtà iniziatiche che si appoggiarono alla chiesa cattolica romana e la cui
esistenza dovrebbe apparire evidente a chi conosca le opere di Dante Alighieri
e dei Fedeli d’Amore[144].
In Spagna, convivendo in armonia a partire
dall’VIII secolo, le tre tradizioni abramiche furono validi supporti e tramite
di quest’influenza spirituale. Basti pensare a personaggi quali Ibn Gabirol,
Mohyiddîn ibn ‘Arabî, Averroè, Maimonide e Alfonso X “il Saggio”, re di Castiglia e di Leon, noto come il “re delle tre religioni”[145].
È ben noto
che durante il medioevo «la scienza e la filosofia greche sono state trasmesse agli Europei da
intermediari musulmani. In altri termini, il patrimonio intellettuale degli
Elleni non è pervenuto all’Occidente che dopo essere stato seriamente studiato
dal Vicino Oriente e non fosse stato per i sapienti dell’Islam e i suoi
filosofi, gli Europei sarebbero restati per molto tempo nell’ignoranza totale
di tali conoscenze, se mai fossero arrivati a possederle»[146]. Inoltre «le traduzioni latine di Platone e di Aristotele, allora utilizzate,
non erano state fatte direttamente sugli originali greci, bensì su traduzioni
arabe anteriori, alle quali erano acclusi i commentari dei filosofi musulmani
contemporanei, quali Averroè, Avicenna, ecc. La filosofia d’allora, nota con il
nome di Scolastica, è generalmente distinta in musulmana, ebraica e cristiana.
Ma è la musulmana all’origine delle altre due e più particolarmente della
filosofia ebraica, che è fiorita in Spagna e il cui veicolo era la lingua
araba, come si può constatare attraverso opere di grande importanza come quelle
di Mûsâ ibn Maymûn [Maimonide] che per parecchi secoli ha ispirato la filosofia
ebraica posteriore»[147].
Ciò che resta oggi di tutto questo non è che
lettera e noi non intendiamo fare pubblicità per alcuna forma tradizionale.
Non possiamo però fare a meno d’attirare l’attenzione sul fatto che, in tale
disegno, l’istituzione massonica, a partire dagli antichi costruttori fino a
quella odierna, ha sempre giocato, e malgrado la degenerazione che l’ha colpita
continua a giocare, un ruolo importantissimo nella conservazione e trasmissione
di segreti[148],
conoscenze[149]
e influenze spirituali che attendono solo la venuta di ricercatori sinceri,
pronti a superare la propria mentalità profana, assumere pienamente l’impegno
iniziatico e trovare così le chiavi per attingerne e profittarne nella misura
delle proprie possibilità.
Alcune questioni fondamentali
René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[150], scrive:
«Il periodo attuale è dunque un periodo
d’oscuramento e di confusione[151]; le sue condizioni sono tali che, finché
persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere
nascosta, donde il carattere dei
“Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli:
organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste
ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra
quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che
non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse
ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito
coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della
tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro secondario,
che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.
Si
deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente
perduto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora
integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo,
purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia
diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia
secondo la legge delle “azioni e reazioni concordanti”[152], essa possa metterli in
effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[153]. Questa direzione
dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua
rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale:
essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che,
qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[154]».
In ogni campo, un’errata concezione iniziale[155] porta
inevitabilmente a comportamenti sbagliati, che persisteranno e si
amplificheranno fino a quando non sia rettificata. Per chi aspiri alla
conoscenza, questa pur elementare considerazione suona tanto più d’avvertenza
quanto maggiore è il livello d’impegno dedicato a tale ricerca la quale, come evidenziato
in numerosi scritti apparsi su questa rivista, non può che inglobare
l’esistenza dell’iniziato nella sua totalità. Un’errata aspettativa su questo
punto può quindi comportare una vita piena di sforzi che non conducono ad alcun
reale avanzamento verso il centro del proprio essere.
Osservando casi concreti in cui questa
situazione si manifesta abbiamo identificato due questioni che, se
correttamente risolte, crediamo possano evitare l’insorgere di molte di quelle
concezioni errate cui accennavamo. Tali questioni fondamentali, cui cercheremo
di rispondere brevemente appoggiandoci agli scritti di Maestri del passato e
senza pretesa d’esaurire l’argomento, vertono sulla natura del patto iniziatico
e dell’attività iniziatica.
In che consiste il patto iniziatico?
Nel mondo occidentale non v’è niente di più
adatto della Divina Commedia per
entrare nell’argomento, giacché in essa il processo iniziatico è descritto in
ogni sua fase. La natura del patto iniziatico è mirabilmente illustrata nelle
terzine seguenti del canto V del Paradiso:
“Lo maggior don che Dio per sua larghezza
fesse creando, e a la sua bontate
più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,
fu de la volontà la libertate;
di che le creature intelligenti,
e tutte e sole, fuoro e son dotate.
Or ti parrà, se tu quinci argomenti,
l'alto valor del voto, s'è sì fatto
che Dio consenta quando tu consenti;
ché, nel fermar tra Dio e l'uomo il patto,
vittima fassi di questo tesoro,
tal quale io dico; e fassi col suo atto.
Dunque che render puossi per ristoro?
Se credi bene usar quel c’hai offerto,
di maltolletto vuo’ far buon lavoro.[156]
Nelle parole di Beatrice, Dante spiega che il
libero arbitrio, attributo specifico delle creature intelligenti, è il più
grande dono che Dio, nella sua sconfinata generosità, fa all’essere umano e la
cosa che maggiormente apprezza in lui. Il patto iniziatico è l’atto con cui
l’uomo rinuncia a questo tesoro rimettendolo volontariamente nelle mani del
suo Signore e facendone sacrificio. Comprendere l’alto valore di quest’impegno
è fondamentale perché esso sia accettato e chi lo stringe dovrebbe essere
cosciente che in tal modo si vincola a non far più uso del proprio libero
arbitrio (riappropriandosi di qualcosa dopo averla donata si comporterebbe
altrimenti come un ladro).
Se dal punto di vista principiale il patto è
stipulato tra l’iniziato e Dio, in concreto si estrinseca al cospetto
dell’organizzazione iniziatica, aderendo alla quale si è guidati in un percorso
d’armonizzazione integrale della propria esistenza[157].
Tale cammino è evocato dalla discesa agli
Inferi e dalla risalita del Purgatorio nel corso della quale Dante è mondato
dai sette peccati capitali. Nel canto XXVII
del Purgatorio, giunti sul gradino
più elevato della scala, Virgilio si accommiata da Dante dopo avergli
restituito il suo libero arbitrio:
Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su ‘l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
e disse: “Il temporal foco e
l’etterno
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
dov’io per me più oltre non discerno.
Tratto t’ho qui con ingegno e con
arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
Vedi lo sol che ’n fronte ti
riluce;
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.
Mentre che vegnan lieti li occhi
belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
Non aspettar mio dir più né mio
cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio”.[158]
Virgilio, fissando intensamente Dante, gli dice che dopo averlo accompagnato
con ingegno e arte nella visione del fuoco eterno e nella risalita del
Purgatorio sono giunti laddove la sua ragione non può spingersi oltre. Dante si
trova finalmente al sicuro, fuori da ogni difficoltà, e Virgilio lo invita a
prendere come guida la sua spontanea volontà, non attendendo più le sue
indicazioni né i suoi cenni: il suo arbitrio è libero, retto e giusto, e sarebbe errato non assecondarlo, cosicché
Virgilio lo incorona e lo consacra signore e pastore di se stesso.
Dal raffronto di questi
passi emerge come il sacrificio del libero arbitrio sia richiesto all’uomo che
ha smarrito la propria condizione centrale nel suo stato d’esistenza, simbolicamente
rappresentata dalla cacciata dal Paradiso Terrestre, in quanto “strumento”
difettoso e condizionato dalle tendenze dell’ambiente, dalle miopi tendenze
individuali e dai vizi. Purché tale rinuncia sia effettiva può iniziare il
processo di purificazione sopra evocato, allora, verso la fine dello stesso, lo
strumento del libero arbitrio gli verrà restituito essendo divenuto per lui
una bussola infallibile atta ad indicargli in ogni occasione la corretta strada
da imboccare.
In che consiste l’attività iniziatica?
Le finalità dell’organizzazione iniziatica per
quanto concerne l’evoluzione spirituale dei suoi affiliati sono magistralmente
condensate nella terzina seguente del canto XXVI dell’Inferno:
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza"[159]
In ambito iniziatico il lavoro personale comporta l’attualizzazione dei proponimenti espressi nel patto; incentrati su un dono, quello del
libero arbitrio, si arguisce come tali intenti trovino la loro sublimazione nella
maturazione di un’attitudine di profonda generosità, che
costituisce la radice e la cornice a tutto il lavoro ulteriore, sia esso
attinente alla vita attiva sia a quella contemplativa.
Nella sua opera La vita tradizionale è la sincerità, lo Sheikh Tâdilî afferma: «La nobiltà del carattere (makârim al-akhlâq) è tutto il tasawwuf» e, poco oltre: «L’uomo
nobile marcia verso il successo!»[160]. Il termine makârim,
qui reso con nobiltà, ha la stessa radice del nome divino al-Karîm, il Generoso, il che lascia intuire come la generosità sia
la parte interiore e la radice della vera nobiltà[161].
L’importanza di questa virtù è ribadita pure
da Abdul-Hâdî che, rifacendosi agli insegnamenti dello Sheikh Elîsh el-Kebîr, scrive:
«l’arte di dare è il principale
Arcano della Grande Opera»[162]. Nel suo articolo egli presenta la prospettiva
dell’iniziato ormai liberato da ogni sentimentalismo, che ha colto l’identità
tra l’io e il non-io. Quest’uomo è cosciente dell’Unità universale e ha
penetrato i segreti dell’arte di donare «nel disinteresse assoluto, nella
perfetta purezza dell’anima al compiere l’atto, cioè dell’intenzione, nella completa
assenza d’ogni speranza in un ritorno, in una qualunque ricompensa, foss’anche
nell’altro mondo». Abdul-Hâdî sostiene che «Oggi è impossibile fare del bene
all’umanità senza alcun retropensiero utilitario» e quindi che «La vera carità
comincia con l’animale; continua con la pianta, ma allora essa esige le scienze
dell’iniziato. Queste scienze conducono all’Alchimia, che è la carità umana
verso le pietre e i metalli, cioè verso la natura inorganica. L’apogeo di
questa carità è il dono di Sé ai numeri primitivi, giacché allora si sostiene
l’Universo con il suo soffio ritmato»[163].
Da tutto ciò si arguisce come sia importante
non confondere il lavoro iniziatico con un attivismo esagerato in ambito
rituale o con lo studio libresco, giacché si tratta di una questione di gusto e
d’imparare a leggere il libro della propria coscienza.
Non possiamo a questo proposito fare a meno di
riportare due passi dello Sheikh ad-Darqâwî: «Se desideri che il tuo cammino
s’accorci perché tu arrivi rapidamente alla realizzazione, praticherai le opere
di carattere “necessario” e quelle “surerogatorie fermamente raccomandate”;
apprendi dalla scienza esteriore ciò che è indispensabile per servire Dio, ma
non attardartici, giacché non ti è richiesto d’approfondirla; è la scienza
interiore che devi approfondire; e combatti la bramosia; allora vedrai meraviglie»[164] e «Proprio nella misura in cui
l’anima abbandona le passioni, si rafforza l’effusione dello Spirito da parte
del suo Signore, in guisa che le nozze dello Spirito e dell’anima si
moltiplicano, al pari dei loro frutti, ossia le scienze infuse e le azioni che
ne derivano. Il godimento di ciò non può che indurre l’uomo a contrastare
l’anima [passionale] e a domarla, malgrado le sue repulse, sgarberie ed
esecrazioni, giacché un comportamento simile gli è facilitato da tutto quel che
vi vede di “luci”, di “segreti”, di “profitti” spirituali»[165].
Il lavoro personale
rivolto all’esercizio delle virtù crea nell’essere i presupposti per il lavoro
interiore focalizzato sul fine immutabile, ossia la Conoscenza, secondo le parole dantesche:
«impossibile è essere savio chi non è buono»[166]. Esso si compie
attraverso successivi e continui cambiamenti; in un susseguirsi di soluzioni e
coagulazioni che portano l’iniziato a insediarsi in stati via via più elevati,
che dev’essere pronto ad abbandonare se vuole elevarsi ulteriormente. Egli deve
comprendere i doveri del proprio stato e adempierli nel modo migliore e più
completo possibile, solo a quel punto potrà passare a uno stato successivo
superiore. Se non v’è cambiamento non può esservi avanzamento e ogni
organizzazione iniziatica degna di questo nome interviene per favorirlo
attraverso consigli, allusioni, interdizioni, ordini, preghiere e invocazioni[167], che sono come
i catalizzatori di questo processo alchemico. In tale contesto i riti sono dei supporti, che possono
consentire risultati miracolosi, solo quando scaturiscano e siano accompagnati
da un desiderio ardente, ma che diventano addirittura dannosi se praticati
altrimenti; lo Sheikh Tâdilî è esplicito al riguardo:
«Sappiate (ancora), fratelli miei, che quando il faqîr che fa il dhikr non
ha in lui la volontà (irâdah), il
nome di Sufi è una metafora per quanto lo concerne e il suo dhikr è pericoloso»[168].
Qual è dunque l’attitudine corretta nel lavoro
interiore? Molti potranno essere sorpresi nello scoprire che la “ricettività”
è «un costante sforzo d’assimilazione, che è proprio qualcosa
d’essenzialmente attivo, e anche al grado più alto che si possa concepire»[169]. Essa presuppone uno stato di “pace interiore”, d’“attenzione” e di
“presenza”.
A
proposito del lavoro interiore, R. Guénon afferma che
l’azione è solo la parte più esteriore dell’attività, quella «dipendente propriamente solo dal dominio corporeo», inoltre «ciò che è più attivo è anche, e con ciò stesso, ciò che è più vicino
all’ordine puramente spirituale, mentre l’ordine corporeo è quello in cui
predomina la passività; ne deriva la conseguenza, paradossale solo in
apparenza, che l’attività è tanto più grande e più reale quanto più si
esercita in un dominio lontano da quello dell’azione»[170].
Abdul-Hâdî afferma: «Ora, la condizione indispensabile addirittura per
il primo bagliore dell’“Illuminazione esoterica” (El-Ishrâq), è proprio un posto
esclusivamente riservato a Dio nel proprio foro interiore. È indifferente che
questo posto sia grande o piccolo, ricco o povero, ma è di capitale importanza
che sia assolutamente puro e senz’alcuna mescolanza. È molto difficile,
nell’attuale disordine della vita, realizzare la sincerità e la Solitudine
divina assoluta, anche solo per la durata di un minuto di sessanta secondi»[171].
***
Nelle pagine che precedono abbiamo messo in
luce due questioni importanti da risolvere per chi intenda intraprendere un
cammino di conoscenza; ve ne sono altre. Ad esempio, a seguito di quanto
indicato nell’incipit di
quest’articolo, dov’è citato il passo evangelico «Cercate e troverete; chiedete
e riceverete; bussate e vi sarà aperto»[172] ci si può chiedere: cercare che cosa?
chiedere a chi? bussare a quale porta?
Qui emerge la necessità di una prima
chiarificazione mentale attraverso un processo di discriminazione. A questo
proposito non v’è nulla da inventare, poiché tutto quanto c’era da scrivere è
già stato scritto, ci riferiamo in particolare al testo di R. Guénon[173] Aperçus
sur l’Initiation[174]
e, più in generale, a tutta la sua opera, in cui si possono trovare gli
elementi utili a compiere tale lavoro.
Cercare che cosa?
René Guénon,
nella sua opera Il Re del Mondo[175],
scrive: «Il periodo attuale è dunque un
periodo d’oscuramento e di confusione[176]; le sue condizioni sono tali che, finché
persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere
nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta
neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni
segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione
effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne
offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di
vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e
questo perché, per diverse ragioni, ogni legame cosciente con il centro
spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più
particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente
questo o quel centro secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed
effettiva con il centro supremo.
Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è
nascosto piuttosto che veramente perduto, poiché non è perduto per tutti e
certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la
possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire
purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni
armoniche che essa risveglia secondo la legge delle “azioni e reazioni
concordanti”[177],
essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[178].
Questa direzione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme
tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare
dell’orientazione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un
centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero
“Centro del Mondo”[179]»
Nel nostro
precedente articolo abbiamo identificato varie questioni fondamentali per chi
intenda intraprendere un cammino di conoscenza, prima mettendo in luce in che
consistono il patto e l’attività iniziatica, poi ponendo nella conclusione tre
domande che emergono a gran voce dal noto passo evangelico citato nell’incipit di R. Guénon, la prima della
quali è: cercare che cosa?
Questa semplice
domanda, la cui risposta non è per nulla scontata, è davvero fondamentale,
giacché più chiaro sarà ciò che si sta cercando e maggiori saranno le probabilità
di trovarlo, senza farsi traviare o distrarre da falsi obiettivi, scenari
attrattivi o qualcuna delle luccicanti trappole che potrebbero presentarsi.
L’identificazione
che tutte le forme tradizionali stabiliscono tra Iniziazione effettiva e
Conoscenza[180]
è una prima risposta a tale quesito capitale, tuttavia proprio perché la
Conoscenza implica identificazione tra conoscente e conosciuto, essa è molto
differente da ciò che si è abituati a immaginare e non è in alcun modo
ottenibile attraverso lo studio libresco[181];
altrimenti per raggiungerla basterebbero un buon quoziente intellettivo e una
grande determinazione e applicazione, ma le cose non stanno affatto così.
Nell’incipit, R. Guénon afferma senza mezzi
termini che la conoscenza iniziatica, viste le condizioni di oscuramento e di
confusione che caratterizzano la nostra epoca, deve necessariamente rimanere
nascosta, un chiaro avvertimento ai ricercatori a non fermarsi a quanto di
esteriore possono incontrare, a maggior ragione se è di pubblico dominio. Non
solo, la stretta relazione evidenziata fra tale conoscenza e il legame
cosciente con il centro spirituale del mondo, suggerisce che questa presa di
coscienza sia presupposto per aspirarvi e, di converso, la sua assenza privi di
fondamento ogni pretesa a essa.
La conoscenza è
per sua natura inesprimibile, vi si può solo alludere attraverso espressioni e
rappresentazioni simboliche. Ne è un esempio il seguente catechismo massonico[182]:
D. Che è la Mass\?
R. Un Segreto tra noi, ben custodito,
da tempo immemorabile.
D. Dove custodite questo Segreto?
R. In uno scrigno d’osso che non si
apre e non si chiude se non con una Chiave.
D. Avete questa Chiave?
R. Sì, ma questa Chiave non è in
metallo; essa è una lingua sincera e di buona reputazione, sia davanti a un F\ sia alle sue spalle.
Il riferimento
alla cassa toracica e al segreto custodito nei petti è evidente e molti segni
lasciano presumere che in Massoneria la trasmissione di questo segreto avvenga,
in modo virtuale, all’atto della comunicazione dei “cinque punti della
maestria”. In altre vie iniziatiche, conoscenze, stati spirituali e in alcuni
casi funzione, possono anche essere trasmesse da maestro a discepolo attraverso
l’“investitura del mantello”. Modalità molto diversa da quella che
contraddistingue l’acquisizione del sapere esteriore e profano.
L’uomo è portato,
per sua natura, a scartare a priori ciò che non corrisponde alle sue
aspettative; false idee preconcette in merito all’insegnamento iniziatico
possono facilmente indurlo a voltare le spalle a opportunità che potrebbero
aprirgli la strada a un proficuo e luminoso lavoro.
Per aiutare
nell’opera di discriminazione ricordiamo il motto “per aspera ad astra”[183], che
sintetizza il processo iniziatico e indica come la via sia anche irta di difficoltà,
privazioni e rinunce.
«Una volpe affamata, come vide dei grappoli
d’uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado.
Allontanandosi però disse fra sé: “Sono acerbi”. Così anche alcuni tra gli
uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le
circostanze».
(Esopo)
Alcune riflessioni sulla
scrittura
René Guénon,
nella sua opera Il Re del Mondo[184],
scrive: «Il periodo attuale è dunque un
periodo d’oscuramento e di confusione[185]; le sue condizioni sono tali che, finché
persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere
nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta
neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni
segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione
effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne
offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di
vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e
questo perché, per diverse ragioni, ogni legame cosciente con il centro
spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più
particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente
questo o quel centro secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed
effettiva con il centro supremo.
Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è
nascosto piuttosto che veramente perduto, poiché non è perduto per tutti e
certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la
possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire
purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni
armoniche che essa risveglia secondo la legge delle “azioni e reazioni
concordanti”[186],
essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[187].
Questa direzione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme
tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare
dell’orientazione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un
centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero
“Centro del Mondo”[188]».
Nel presente
numero della rivista, così come in quello precedente, viene messa in risalto
l’importanza insita nel verbo, la sua origine atemporale nel Logos e la sua forza creatrice. La radice della parola è elevata e il
linguaggio può essere una scala che innalza fino a questa radice. Vanno proprio
in questa direzione le enunciazioni e le formule tradizionali, nelle quali la
parola divina viene ripetuta, spesso in maniera ritmata. Quanto diciamo si
applica non soltanto alle lingue sacre, ma alle lingue tutte, che mantengono
comunque una certa qual primordialità e potenza originaria[189]. La
lingua dà forma ai pensieri e i pensieri determinano le azioni; ne consegue che
chi non sa parlare non sa neanche ragionare e chi parla impropriamente, o
peggio si lascia andare a maldicenza, calunnia e falsa testimonianza, finisce
inesorabilmente per innescare comportamenti deplorevoli[190].
Ogni atto porta
con sé delle conseguenze, e l’atto della parola può avere ripercussioni
inimmaginabili sia positive sia negative, data la grande potenza che lo
caratterizza. Quanto stiamo affermando della parola pronunciata può essere
esteso a maggior ragione alla parola scritta[191]. Chi scrive è come se testimoniasse, e il peso di quest’azione è ancora
maggiore rispetto a quello di chi si esprime solo verbalmente, a causa della fissità e del
prolungarsi nel tempo di tale azione[192].
Tutto ciò dovrebbe
far riflettere sulla potenza della parola e sull’enorme responsabilità che
grava chi la pronuncia, segnatamente se concerne argomenti tradizionali. In quest’ambito ciò che è scritto può trasformarsi,
qualora dia indicazioni corrette, in pietra miliare che aiuta nel cammino verso
la verità, o in pietra d’inciampo nel caso sia erroneo. Questa responsabilità
aumenta proporzionalmente con il credito goduto da colui che scrive, così chi
ha scritto o detto tante cose giuste potrà
facilmente indurre molte persone in gravi errori con una sola affermazione
falsa o una formulazione scorretta. Non
a caso i peggiori danni alla tradizione sono stati causati da teologi non
illuminati dall’intelletto.
Che dire allora
di un mondo come il nostro, dove tutti sono spinti sin dall’infanzia a
esprimersi e manifestare la propria opinione, e dove la diffusione della rete e
del digitale ha portato la divulgazione dei testi scritti a livelli mai visti
prima. In questo contesto, la tendenza diffusa è inevitabilmente quella di dare
a tutti i libri più o meno lo stesso valore, appiattito verso il basso, senza
considerazione per il diverso livello degli scritti, ciascuno dei quali
richiede una giusta attitudine per trarne profitto. Occorre distinguere se un
libro è stato scritto in una lingua sacra o profana, se è d’origine divina o
umana, se si tratta di libro rivelato o di un suo commento[193], se è stato scritto da un santo e
quindi discendeva dal cuore o da un sapiente e proveniva dal cervello,
oggigiorno se è un manoscritto o un libro a stampa o un testo digitale[194].
Come indicato
nella lettera scritta da Dante Alighieri a Cangrande[195],
per trarre beneficio da una lettura occorre avere una disposizione attenta,
docile, umile e ricettiva. Chi intende ricevere un insegnamento tradizionale
dovrebbe avere un’attitudine di venerazione e profondo rispetto verso colui che
trasmette quest’insegnamento e del pari verso i testi dai quali desidera
apprendere. Le migliori condizioni per evitare un appiattimento verso il basso
e migliorare l’approfondimento della lettura
si trovano in una biblioteca essenziale, non certo sovradimensionata.
In ogni caso la lettura di testi tradizionali andrebbe compiuta con l’aiuto di
chi sia in grado di contestualizzarli, pena il grosso rischio di voler
applicare quanto letto a situazioni che ben poco hanno a che vedere con quelle
in cui vive colui che legge. Ad esempio, nell’affrontare testi con racconti
sulla vita dei santi delle diverse forme tradizionali il rischio suddetto
consiste nell’immedesimarsi in queste figure di altissimo livello spirituale,
dimenticando che la propria condizione è assai differente. Una volta messi di
fronte alla dura realtà dei fatti e aver scoperto che la Via è ben diversa
rispetto a quanto ci si era immaginati sarà inevitabile cadere nello sconforto.
In quest’ottica anche la lettura di testi autenticamente tradizionali rischia
di aumentare la confusione e, per certuni, sarebbe molto meglio se non fosse
mai stata fatta[196].
Quel rischio è presente in misura ancor maggiore quando i testi che
trattano argomenti tradizionali esprimono opinioni e interpretazioni individuali di chi, senza aver ricevuto alcun
mandato o autorizzazione in tal senso, si sente di esprimere, magari in modo stilisticamente inappuntabile,
concetti e costruzioni dialettiche che trovano la loro origine nel mentale e
non in ciò che lo trascende. Costoro, o si illudono d’aver ricevuto un mandato,
forzando con la loro fantasia quanto avvenuto nella loro vita[197]
(in alcuni casi estendendo un’autorizzazione ben oltre i limiti che la
contraddistinguono), oppure ignorano totalmente le leggi tradizionali che regolano l’“autorizzazione” in
ambito iniziatico e immaginano magari di poter emulare autorità
autentiche quali René Guénon. In realtà anche chi semplicemente
traduce testi iniziatici senza aver ricevuto un “mandato” in tal senso, li profana e alimenta il caos. Solo in
presenza di un’“autorizzazione” lo spirito potrà essere veicolato, in caso contrario non resterà che lettera morta, indipendentemente dalle capacità
tecniche del traduttore.
La funzione regale
è quella che porta a ordinare il regno attraverso l’emanazione di editti e
leggi per mandato divino, la necessità di un’“autorizzazione” per poter esercitare una qualunque arte o
mestiere del passato è un fatto acclarato, e analogamente il vate, così come
il rishi[198]
indù è interprete degli dei e riporta, con un linguaggio poetico che è quasi un
canto, ciò che proviene dallo spirito che ha ascoltato e dal quale ha ricevuto
il mandato di trasmettere quanto ricevuto, dandogli la propria colorazione, ma
senza aggiungerci null’altro. L’ispirazione delle Muse è ben altro rispetto a
una semplice apertura psicologica[199].
Siamo consapevoli che per un lettore
alla ricerca della verità non è sempre facile saper distinguere le due
tipologie di scritti di cui parliamo, tuttavia certi aspetti di profondità,
vitalità, assentimento interiore, chiarezza e coerenza possono aiutare a
percepire il profumo dei testi scritti da chi agisce non di propria iniziativa
individuale bensì chiamatovi dall’“autorizzazione” ricevuta.
Alcune considerazioni
sul nome segreto presso i Fedeli d’Amore
Albano Martín De La Scala
René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[1],
scrive: «Il periodo attuale è dunque un
periodo d’oscuramento e di confusione[2]; le sue condizioni sono tali che, finché
persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere
nascosta, donde il carattere dei “Misteri”
dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni
segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione
effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne
offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di
vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e
questo perché, per diverse ragioni, ogni legame cosciente con il centro
spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più
particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente
questo o quel centro secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed
effettiva con il centro supremo.
Si
deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente
perduto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora
integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo,
purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia
diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia
secondo la legge delle “azioni e reazioni concordanti”[3], essa possa metterli in effettiva
comunicazione spirituale con il centro supremo[4]. Questa direzione dell’intenzione ha
d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica;
intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa, infatti, è propriamente la
direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre
un’immagine del vero “Centro del Mondo”[5]».
S. Isidoro di Siviglia[6] nella sua opera Etimologie[7] scrive:
«Il primo nome di Dio presso gli Ebrei è
’Êl, interpretato
da alcuni come Dio, da altri invece, che ne esplicitano l’etimologia, come
ἰσχυϱός, che significa forte: Dio, infatti, non è soggetto ad infermità alcuna,
ma è forte ed in grado di compiere ogni cosa.
In continuità con questa affermazione Dante Alighieri nel
De Vulgari Eloquentia[8] dice:
«Quanto poi alla prima parola che ha
fatto risuonare la voce del primo parlante, non ho la minima incertezza: a
chiunque abbia la testa che funziona salta agli occhi che è stata precisamente
la parola che significa "Dio", vale a dire El, pronunciata in forma di domanda o di risposta. Appare assurdo e ripugna
alla ragione pensare che l'uomo possa aver nominato qualcosa prima di Dio, dato
che da Lui e in funzione di Lui l'uomo è stato creato. E infatti, come dopo la
prevaricazione del genere umano l'uso del linguaggio incomincia per tutti con
un "heu",
così è ragionevole che colui che visse prima di essa abbia incominciato a
parlare con un'espressione di gioia; e poiché non vi è gioia alcuna fuori di
Dio, ma tutta sta in Dio, e Dio stesso è tutto gioia, ne consegue che il primo
parlante per prima cosa e innanzi tutto abbia detto "Dio"».
Per quanto riguarda la primordialità del nome divino, lo
stesso Sommo Poeta fa d’altra parte dire ad Adamo:
Opera naturale è ch'uom favella;
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che v'abbella.
Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,
I s’appellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia;
e El si chiamò poi: e ciò convene,
ché l’uso d’i mortali è come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.[9]
Lo stesso R. Guénon ha fatto a più riprese riferimento ai
nomi I e EL, ad esempio ne La grande
Triade dove scrive:
«La lettera iod, prima del Tetragramma,
rappresenta il Principio, di modo che è considerata come costituente da sola un
nome divino; essa è d’altronde in se stessa, per la sua forma, l’elemento
principiale da cui sono derivate tutte le altre lettere dell’alfabeto ebraico.
Occorre aggiungere che la corrispondente lettera I dell’alfabeto latino è anche, tanto per la sua forma rettilinea che
per il suo valore nelle cifre romane, un simbolo dell’Unità[10]; e ciò che è almeno curioso, è che il
suono di questa lettera sia il medesimo di quello della parola cinese i, che, come abbiamo visto, significa
ugualmente l’unità, o nel suo senso aritmetico, o nella sua trasposizione
metafisica[11]. Ciò che forse è più curioso ancora, è
che Dante, nella sua Divina Commedia, faccia dire ad Adamo che il primo nome di
Dio fu I
(il che corrisponde ancora, secondo quanto abbiamo appena spiegato, alla
“primordialità” del simbolismo “polare”), essendo El il nome che venne poi, e che Francesco da Barberino, nel suo Tractatus
Amoris, si sia fatto rappresentare egli
stesso in un atteggiamento d’adorazione di fronte alla lettera I[12]. È ora facile comprendere che cosa
questo significhi: che si tratti dello iod ebraico o dell’i cinese, questo
“primo nome di Dio”, che era anche, verosimilmente, il suo nome segreto presso
i Fedeli d’Amore, non è altro, in definitiva, che l’espressione stessa
dell’Unità principiale».
L’importanza della lettera I per i Fedeli d’Amore è ribadita da questo epigramma attribuito a
Dante a cui Guénon fa riferimento in nota:
Tu che disprezzi la nona figura
e sei da men della sua precedente
va e raddoppia la sua conseguente
ad altro non t’ha fatto la natura.
I versi di Dante hanno molteplici significati che sovente
si nascondono manifestandosi, ognuno può coglierne qualcosa secondo il proprio
orizzonte intellettuale[13].
Questo epigramma può essere interpretato secondo due
alfabeti: quello corrente dell’epoca, e quello della nuova lingua italiana
creata da Dante, alfabeto da lui utilizzato quando scrive in volgare illustre;
nel primo caso la lettera che segue la I
e che deve essere raddoppiata è una K
e nel secondo una L.
Secondo il primo alfabeto è quindi detto che colui che
disprezza la lettera I (che è la nona
dell’alfabeto) vale meno di un H ed è
stato creato per fare la KK, secondo
il secondo, invece, la lettera K
viene sostituita dalla L e restano
quindi significativamente le lettere ILLH.
Per quanto riguarda le lettere I e L facciamo notare la
vicinanza, se non addirittura, l’identificazione sotto l’aspetto grafico, delle
stesse con la Regola e la Squadra massoniche e questa considerazione ci riporta
a un altro passaggio in cui R. Guénon afferma:
«… vi è un’interpretazione simbolica delle
lettere che formano il nome di “Allah”, che è assai massonica e potrebbe forse
essere venuta dalle suddette Gilde: la “alif”, il regolo; le due “lâm” la
squadra e il compasso; la “he”, il
triangolo (o il cerchio in un’altra spiegazione, la differenza tra le due
corrispondendo in qualche maniera a quella tra la Massoneria della Squadra e
dell’Arco); l’intero nome essendo così rappresentativo dello Spirito di
Costruzione Universale[14]. Queste sono alcune delle cose che in
linea generale si riferiscono all’argomento, che ci sono note per esperienza
diretta e tradizione orale».[15]
Non ci troviamo in presenza di “imprestiti” fra una forma
tradizionale e un’altra, che non intendiamo minimamente suggerire, ma
semplicemente di uno stesso Spirito che si manifesta attraverso supporti
diversi; chi Lo riconosce pienamente possiede, come gli antichi templari, il
“Grande segreto di riconciliazione”[16].
Le considerazioni che
precedono potrebbero essere un punto di partenza per la ricerca della Parola
perduta (che altro non è che il Nome divino) cui è chiamato il Maestro Massone.
Ma questa è tutta un’altra storia…

[1] R. Guénon, Le Roi du Monde,
Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono
dello stesso Guénon.
[2] L’inizio
di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre
di Babele e dalla “confusione delle lingue”. […]
[3] Quest’espressione
è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola
“intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è
d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).
[4] Quanto
abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste
parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi
sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che
abbiamo già dato a proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”;
e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax
in terra hominibus bonæ voluntatis.
[5] Nell’Islam,
quest’orientazione (qiblah) è come la
materializzazione, se così si può dire, dell’intenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è
un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.
[6] Per una
presentazione di S. Isidoro vedasi Lettera e Spirito n. 6 del dicembre 2019.
[7] Cf. Isidoro di
Siviglia, Etimologie o origini, Libro VII - Di Dio, degli angeli e dei santi, a
cura di A. Valastro Canale, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 2013.
[8] Libro IV-4. Vedi
Lettera e Spirito n. 5 del giugno 2019.
[9] D. Alighieri,
Commedia, Paradiso 130-138.
[10] «Forse un giorno avremo
l’occasione di studiare il simbolismo geometrico di certe lettere dell’alfabeto
latino e l’uso che ne è stato fatto nelle iniziazioni occidentali».
[11] «Il carattere i è anch’esso un tratto rettilineo;
differisce dalla lettera latina I
soltanto in quanto è posto orizzontalmente invece d’esserlo verticalmente. –
Nell’alfabeto arabo, è la prima lettera alif, che vale numericamente uno, ad avere la forma di un tratto rettilineo
verticale».
[12] A fine articolo
pubblichiamo l’immagine citata.
[13] Significative a
questo proposito alcune chiavi di lettura proposte nel testo di N. De Falco, Arabum Est, Emmeeffe Edizioni, Varese,
2015, di cui proponiamo un estratto nel presente numero di Lettera e Spirito.
[14] Da quanto precede si può forse intuire come la
strada per un ritorno all’operatività massonica passi attraverso la ricerca
della conoscenza del nome di questo “Spirito di Costruzione Universale”.
[15] R. Guénon, Studi sulla Massoneria e il
Compagnonaggio, tomo I, A.C. Pardes, Milano, 2015 (Cf. anche Speculative Mason,
luglio 1935, p. 119).
[16] «Pare indubbio, come dice l’autore [André Lebey in La Vérité sur la
Franc-Maçonnerie par des documents, avec le Secret du Temple, Éditions Eugène
Figuière, Paris, 1935], e benché abbia
potuto esserci ancora altro di cui ciò stesso non era che una conseguenza, che
i Templari abbiano posseduto un «grande segreto di riconciliazione» tra
l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islamismo; come abbiamo già detto noi stessi
in un’altra occasione, non bevevano forse lo stesso “vino” dei Cabbalisti e dei
Sufi, e Boccaccio, loro erede in quanto “Fedele d’Amore”, non fa affermare da
Melchisedek che la verità delle tre religioni è indiscernibile … poiché esse
non sono che una nella loro essenza profonda?» [R. Guénon, Studi sulla Massoneria e il
Compagnonaggio, tomo II, A.C. Pardes, Milano, 2016].
[17] Nella parte superiore dell’immagine
[di cui disponiamo solo di questa versione non eccelsa tratta da L. Valli, Il
linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore, Luni editore, 1994] si
dovrebbe leggere il nome Franciscus, che identifica nello stesso Da Barberino
l’uomo inginocchiato in adorazione della lettera I. Ecco cosa ne scrive il Valli: «Francesco da Barberino nel
suo Tractatus amoris disegnato sotto la sua direzione, ha trovato una
maniera graziosa e ingegnosissima per raffigurarsi come adoratore della nona
figura, ma in modo che la cosa sfuggisse ai profani e fosse chiara
agl’iniziati. Si consideri questa figurina che adorna l’iniziale della canzone
programmatica «Io non descrivo in altra guisa amore» e che spiega tutta
la sua famosa figurazione d’Amore (I Documenti
d’Amore, vol. III, p. 409)».
[1]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950,
cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.
[2] L’inizio di quest’età è
rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e
dalla “confusione delle lingue”. […]
[3] Quest’espressione è mutuata
dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione”
in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme
all’etimologia latina (da in-tendere,
tendere verso).
[4] Quanto abbiamo appena detto
permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo:
«Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si
dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a
proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così
completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra
hominibus bonæ voluntatis.
[5] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si
può dire, dell’intenzione (niyah).
L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si
riferisce essenzialmente alla stessa idea.
[6] A questo proposito vedasi la citazione
profetica: «quando non c’è la piangente nel cuore,
esso è in rovina come è in rovina la casa disabitata» citata dallo Scheikh Tadili nella sua
opera La vita tradizionale è la sincerità.
[7] Dante nella Divina Commedia, Purgatorio, XXXI, 24 la definisce come il
desiderio che spinge ad amare il bene.
[8] Analogamente in
meccanica si parla di pompe a vuoto a proposito di appositi strumenti che
attirano a sé dei fluidi.
[9] «Allora
il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un
alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente» (Genesi,
2, 7). Questo
simbolismo del farsi contenitore si ritrova, ad esempio, anche nel buddismo,
dove il Buddha è grasso proprio perché si è svuotato di ciò che è individuale
per accogliere in se l’Universale.
[10] R. Guénon, Orient et Occident,
Véga, Paris, 1948, parte II, cap. III, dove è aggiunto in nota: «Facciamo allusione a una teoria metafisica
estremamente importante, cui diamo il nome di “teoria del gesto”, e che
esporremo forse un giorno in uno studio particolare. La parola “progressione”
è qui presa in un’accezione che è una trasposizione analogica del suo senso
matematico, trasposizione che la rende applicabile nell’universale, e non più
nel solo dominio della quantità. – A
questo proposito, si veda anche quel che abbiamo detto altrove dell’apûrva e delle “azioni e reazioni concordanti”: Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, parte 3a, cap. XIII».
[11] Hridaya, che è identico al
“Sé” (Âtmâ) secondo la terminologia
indù, corrispondente all’occhio del cuore: Aynul-Qalb
nell’islam e Chante Ishta nella
tradizione dei Sioux e si potrebbe proseguire con molti altri esempi.
[12] L’argomento del ricollegamento iniziatico è di fondamentale importanza
e ci riserviamo eventualmente di svilupparlo in un lavoro successivo. Ci
teniamo però a precisare brevemente che questo passo andrebbe affrontato con
particolare attenzione e cautela. C’è chi, magari a seguito dell’incontro con
un’esposizione dottrinale come quella proposta da Guénon, ritiene che, per
essere coerenti con la propria aspirazione, l’iniziazione debba essere
perseguita “a prescindere” e prima possibile. Inutile dire che non siamo di
questo avviso. Senza voler tener conto del rischio, molto diffuso al giorno
d’oggi, di imbattersi in realtà non autentiche, c’è da considerare, oltre al
legame spirituale, anche quello fortissimo a livello psichico e spesso anche
materiale che si viene a creare fra l’iniziato e l’organizzazione che gli ha
trasmesso il “patto”. Qualora l’organizzazione in questione non sviluppi una
dottrina corrispondente a quanto effettivamente “cercato” e non sia in grado
di fornire un metodo realmente adatto all’iniziato, egli rischierà di trovarsi
bloccato dai condizionamenti che questa situazione ha creato. Considerando le
cose in quest’ottica è chiaro che, volendo procedere in un effettivo cammino
spirituale, la sua situazione sarà più complicata rispetto a colui che invece
non avrà ancora intrapreso questo passo. La fretta è spesso una cattiva
consigliera. Deve essere chiaro che prima di un ricollegamento iniziatico si
può già compiere un lavoro effettivo molto importante e questo dovrebbe aiutare
a non farsi prendere dalla frenesia.
[13] Ricordiamo, a scanso di equivoci, che queste attività rituali possono
avere un effetto benefico solo qualora siano state trasmesse in modo regolare
da un’autorità effettivamente autorizzata a farlo, trasmissione che permette
allo stesso tempo di vivificarne l’efficacia.
[14] A conferma di questa affermazione riportiamo quanto dice lo Sheikh
Tadili nella già citata La vita
tradizionale è la sincerità: «La
conseguenza del dhikr (cioè del ricordo orientato verso il Centro) tutto intero è dunque inseparabile dall’estrema e perfetta fraternità
fra gli iniziati …» e ancora la citazione del detto
profetico: «Due credenti sono come un
edificio solido: l’uno consolida l’altro».
[15] In quest’ottica segnaliamo di sfuggita l’importanza operativa insita
nel rompere le proprie abitudini, atteggiamento questo che può evitare il
solidificarsi di situazioni poi difficili da superare.
[16] Cf. Abdul-Hâdi, Pages dediées à
Mercure, in La Gnose, nn. II.1-2,
gennaio-febbraio 1911.
[17] Come noto e come ben
evidenziato nella citazione introduttiva, con l’avanzare della discesa ciclica,
il Centro del mondo si ritrae progressivamente divenendo sempre meno visibile
all’esteriore. Analogamente fanno i centri iniziatici che in qualche modo lo
rappresentano. Tutto questo dovrebbe far riflettere sulla reale profondità di
tante organizzazioni che oggigiorno vanno per la maggiore e che fanno vere e
proprie campagne di marketing per pubblicizzarsi.
[18]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950,
cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.
[19] L’inizio di quest’età è
rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e
dalla “confusione delle lingue”. […]
[20] Quest’espressione è mutuata
dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione”
in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme
all’etimologia latina (da in-tendere,
tendere verso).
[21] Quanto abbiamo appena detto
permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo:
«Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si
dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a
proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così
completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra
hominibus bonæ voluntatis.
[22] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si
può dire, dell’intenzione (niyah).
L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si
riferisce essenzialmente alla stessa idea.
[23] Per più ampi sviluppi sul tema rimandiamo i lettori a quanto scrive R.
Guénon in Aperçus sur l’Initiation,
Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XXVII, Nomi profani e nomi iniziatici, articolo pubblicato a seguire
nella presente rivista.
[24] Alcune considerazioni sull’Aspirazione, nel n. I di questa rivista.
[25] Dio creò «l’uomo a sua immagine
e somiglianza» (Genesi, 1, 26) ed
è in base a quest’affinità che l’essere umano è chiamato al trascendente. Non
solo, egli è portato, per “vocazione”, a imitare l’operato divino. Considerando
questa imitazione del divino, possiamo far notare come, alla vocazione,
“chiamata” che irraggiandosi dal Principio raggiunge tutti gli esseri umani,
quando vi sia una rispondenza attiva dell’essere chiamato, corrisponda, come in
un eco, l’attività di invocazione che, partendo da ogni singolo invocatore,
ritorna al centro; da cui la preposizione “in”, ovvero interiore, che precede
la parola vocazione. In questo, l’invocazione, nella sua accezione più elevata,
si identifica con l’attività d’incantazione di cui abbiamo parlato nel nostro
precedente lavoro. Attività che deve essere considerata come comprendere
qualunque atto che manifesti l’aspirazione dell’essere verso l’unione con lo
spirituale. Possono quindi essere legittimamente incluse, all’interno di
questa definizione, tutte le azioni, comprese quelle artistiche o artigianali,
che si sviluppano nell’ambito di un quadro autenticamente iniziatico. Le vibrazioni armoniche che in tal modo
vengono provocate, possono, secondo la legge delle “azioni e reazioni
concordanti”, portare alla presa di coscienza del contatto con il Centro
supremo.
[26] L’amore fra un uomo e una donna e il desiderio ardente di stare
insieme che essi sentono può essere presa come rappresentazione simbolica di
questa realtà. Fra gli innumerevoli casi dove questo simbolismo è utilizzato,
basti pensare a quello dei “Fedeli d’amore”. A questo proposito segnaliamo che
la capacità di innamorarsi di un partner di sesso opposto, in certi ambiti, è
considerata un’importante qualificazione iniziatica.
[27] Tappe che, in casi particolari, possono anche essere simultanee.
[28] Il legame con il significato simbolico del tiro al bersaglio è qui
evidente.
[29] In questo caso ci stiamo limitando al piano bidimensionale il cui
centro corrisponde a quello del nostro mondo, fine dei piccoli misteri.
Evidentemente, con i dovuti adattamenti, si potrà trasporre questo discorso alla
realtà universale e ai grandi misteri.
[30] Precisiamo che con quanto precede non intendiamo affermare che il
passaggio da un cerchio all’altro implichi un esaurimento delle possibilità fra
i due contenute, al contrario; questo processo comporta la completa messa in
ordine di queste potenzialità che, da quel punto in avanti, saranno
correttamente orientate e quindi vissute solo in funzione di un riavvicinamento
e di una partecipazione al centro. Segnaliamo inoltre che la descrizione
schematica che abbiamo dato è utile per comprendere il funzionamento di questo
processo di avvicinamento al centro, tuttavia la realtà può essere molto più
complessa. Può ad esempio accadere che un essere si trovi ad effettuare questo
lavoro di distacco contemporaneamente su più cerchi di grandezze diverse,
oppure che debba, come in un gioco dell’oca, ritornare ad affrontare legami
dai quali pensava di essersi già liberato. In ogni caso il concetto della
necessità di distaccarsi per ottenere e attualizzare resta sempre valida.
[31] Si pensi all’esempio simbolico del peccato originale.
[32] Esistono situazioni in cui questo ritorno avviene in modo disarmonico:
è questo il caso di colui che nella tradizione islamica è chiamato majdhûb, essere su cui si è esercitata «…
dal lato spirituale, un’“attrazione” (jadhb, da cui il nome majdhûb) che, in mancanza di una
preparazione adeguata e di un’attitudine sufficientemente “attiva”, ha
provocato uno squilibrio e come una “scissione”, si potrebbe dire, fra i
diversi elementi del suo essere. La parte superiore, invece di trascinare con
sé la parte inferiore e di farla partecipare nella misura del possibile al
proprio sviluppo, al contrario se ne distacca e la lascia per così dire
indietro; da ciò non può che risultare una realizzazione frammentaria e più o
meno disordinata. Infatti, dal punto di vista di una realizzazione completa e
normale, nessuno degli elementi dell’essere è veramente trascurabile …»
(R. Guénon, Initiation et Réalisation
spirituelle, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, cap. XXVII, Follia apparente e saggezza nascosta).
[33] Nella Massoneria questa crescita di responsabilità e obblighi è
caratterizzata, anche formalmente, da giuramenti successivi.
[34] A questo proposito ricordiamo la nota frase di Dante Alighieri: «A
maggior forza e a miglior natura liberi soggiacete» (Divina Commedia, Purgatorio, XVI), concetto evidentemente applicabile
anche a livelli più profondi di quello exoterico.
[35] In particolare, oggi più che nel passato, viviamo in un mondo pieno di
rumori, frastuoni e richiami che si sovrappongono e a volte si mischiano in
modo inestricabile e questo è vero per la condizione fisica, ma ancora di più
per quella psichica. Il tendere verso il silenzio interiore è quindi un passo
indispensabile per poter udire in modo sempre più chiaro la propria chiamata.
Non a caso la disciplina del silenzio, anche esteriore, trova ampio spazio
nelle più diverse forme tradizionali. Basti pensare al silenzio
dell’apprendista in Massoneria o a quello praticato in diversi ordini monastici.
[36] E questa è esattamente la funzione della tradizione.
[37] Citeremo a questo proposito l’occhio che vede tutto massonico o il
concetto islamico di Ihsan che
“consiste nel servire Allâh come se
tu Lo vedessi; perché se tu non Lo vedi, Lui ti vede”.
[38] Si noti che non stiamo parlando affatto di capacità mentali o
psichiche straordinarie, capacità che anzi, spesso, possono trasformarsi in
ostacoli sulla propria via.
[39] Anche se questo non è detto che avvenga con la tempistica
che l’individuo si aspetta; da qui uno dei motivi che
portano tutte le tradizioni ad attribuire una grandissima importanza alla
pazienza.
[40] Precisiamo, a scanso di equivoci, che questa affermazione non deve in
alcun modo indurre a sentirsi dispensati da uno sforzo di approfondimento
dottrinale e di discernimento, diciamo invece che è proprio sulla base di
un’attitudine corretta che questo sforzo potrà dare i suoi frutti.
[41] Questo è anche il modo che permette all’essere di concorrere
attivamente all’attualizzazione del disegno divino, modo che trova la sua
applicazione simbolica nel teatro; in quest’ambito l’attore è chiamato a
interpretare la “sua” parte, parte che esiste già ben prima della
rappresentazione. Egli deve svolgere il ruolo che gli è stato attribuito, non
già lasciandosi andare alla propria iniziativa individuale, ma seguendo il più
possibile le indicazioni del “Regista", anche se magari, a causa della sua
ignoranza del copione, gli possono apparire strane. L’attore deve cercare un
legame costante e cosciente con colui che lo dirige e diventare in tal modo
come un suo prolungamento. Quanto precede deve far comprendere come
l’espletazione della propria funzione, in definitiva, non sia altro che la
partecipazione attiva al piano di colui che nella tradizione muratoria è
indicato come il Grande Architetto dell’Universo.
[42]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950,
cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.
[43] L’inizio di quest’età è
rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e
dalla “confusione delle lingue”. […]
[44] Quest’espressione è mutuata
dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione”
in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme
all’etimologia latina (da in-tendere,
tendere verso).
[45] Quanto abbiamo appena detto
permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo:
«Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si
dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a
proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così
completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra
hominibus bonæ voluntatis.
[46] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si
può dire, dell’intenzione (niyah).
L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si
riferisce essenzialmente alla stessa idea.
[47] In questo senso la volontà creatrice è identica al Verbo o alla
“chiamata”. Vedasi il nostro articolo La Vocazione
nel n. III di questa rivista.
[48] Dante Alighieri parla dell’argomento quando dice (Divina Commedia, Paradiso, V, vv. 19 e
segg.):
Lo maggior don che Dio per sua larghezza
fesse creando ed
alla sua bontate
piú conformato e
quel ch'e' piú apprezza,
fu della volontà
la libertate;
di che le creature
intelligenti,
e tutte e sole,
fuoro e son dotate.
[49] Questa prigione non è altro
che il regno del Demiurgo: «… in realtà il
Demiurgo non è affatto una potenza esteriore all’uomo; non è in principio che
la volontà dell’uomo in quanto essa realizza la distinzione del Bene e del
Male. Ma in seguito l’uomo, limitato come essere individuale da questa volontà
che è la sua propria, la considera come qualcosa a lui esteriore, e così essa
diviene distinta da lui; non solo, siccome essa si oppone agli sforzi ch’egli
fa per uscire dal dominio dove egli stesso si è rinchiuso, la considera come
una potenza ostile, e la chiama Shathan o l’Avversario. Osserviamo peraltro
che questo Avversario, che noi stessi abbiamo creato e che creiamo a ogni
istante, giacché ciò non deve essere considerato come accaduto in un tempo
determinato, che questo Avversario, dicevamo, non è malvagio in se stesso, ma è
soltanto l’insieme di tutto ciò che ci è contrario» (R. Guénon, Mélanges,
Gallimard, Paris, 1976, cap. I).
[50] La forza di volontà è tanto maggiore quanto più grande è la
determinazione, la convinzione, la perseveranza o la fede con cui è messa in
atto. Basti pensare a un esempio esteriore come quello sportivo per rendersene
conto. Quando una squadra è coesa e motivata può ottenere dei risultati molto
migliori rispetto a una che ha delle frizioni al suo interno. Allo stesso modo,
se un essere unifica tutte le proprie energie per raggiungere un fine
stabilito, potrà veramente superare limiti che apparivano come insormontabili.
Quello che andiamo dicendo è insito nella caratteristica della fiducia quale elemento
in grado di unificare le potenze dell’essere, e questo a prescindere dal fatto
che sia più o meno ben riposta (ricordiamo il detto profetico riportato dallo Scheik
Tadili nella sua opera La vita
tradizionale è la sincerità, hadîth
che dice: «Se aveste fiducia in delle
pietre, ne trarreste beneficio»), cieca o illuminata dalla dottrina, anche
se è chiaro che, qualora entrino in gioco le forze spirituali, i risultati
potranno essere, a maggior ragione, amplificati e divenire veramente
miracolosi.
[51] Questa condizione generale è ideale per chi possegga determinate
“chiavi” e abbia l’intenzione di manipolare i popoli favorendo, attraverso la
più grande instabilità e mutabilità, lo sviluppo del mondo in un senso
antitradizionale.
[52] L’individualità ha una grandissima capacità di adattarsi alle
situazioni. A ogni modificarsi delle condizioni è pronta a trovare i propri
spazi, anche negli interstizi più impensati, pur di gonfiarsi e sopravvivere.
Più queste situazioni si cristallizzeranno e più sarà difficile e doloroso
liberarsene. Non a caso, un’autentica autorità iniziatica spesso rompe gli
equilibri nei quali si trova il discepolo per permettergli di raggiungerne di
più profondi e reali.
[53] Dante accosta la Volontà allo Zolfo che brucia le scorze e quindi
permette di purificarsi e raggiungere il centro. Analogamente lo Scheik Tadili nella
già citata La vita tradizionale è la sincerità
si esprime in questi termini: «… con “la volontà del faqîr” (irâdah), intendiamo un’ardente
aspirazione che provoca tutte le illuminazioni; essa è chiamata “la piangente”
(nâihah) ed è a essa che fanno
allusione questa parole dell’Inviato d’Allah – su di lui il saluto e la pace! –
“quando non c’è la piangente nel cuore, esso è in rovina come è in rovina la
casa disabitata”».
[54] L’argomento della preparazione teorica è estremamente importante e
meriterebbe uno studio a parte, in questa occasione ci limiteremo a precisare
che non intendiamo riferirci a un solo lavoro libresco e di erudizione.
[55] Questo saper
discernere, e avere chiaro il proprio “fine”, diviene ancora più importante in
un mondo come quello attuale che è pieno di realtà ambigue, parodie,
contraffazioni e trappole di ogni genere.
[56] Alcune considerazioni sull’Aspirazione, nel n. I di questa rivista.
[57] Il problema è che quest’atto di volontà dovrà
essere costantemente e attivamente ribadito, poiché l’ambiente ha una
grandissima forza attrattiva nei confronti dell’essere umano e la sua volontà
tende ad attaccarsi, in modo quasi morboso, alle caratterizzazioni da esso
proposte.
[58] Carico particolarmente
pesante specialmente all’inizio del proprio percorso, quando non si è ancora
preso il “gusto” all’esecuzione dell’attività rituale.
[59] Alla luce di quanto
detto la qualifica iniziatica massonica: “libero e di buoni costumi” può essere
interpretata come “possessore della propria volontà all’interno della Legge”.
[60] Questa “volubilità”
è un aspetto che in genere accompagna ogni percorso spirituale, anche negli
stadi più avanzati e permette eventualmente a chi lo percorre di raggiungere
temporaneamente degli stati e delle percezioni che poi svaniscono, lasciando
però un “ricordo” che infonde forza e sicurezza.
[61] Morte corporea che,
a differenza di quanto molti pensano, non può minimamente modificare il livello
spirituale di chi la subisce.
[62] Sull’argomento, che in questo
scritto ci limitiamo a toccare di sfuggita, vedasi R. Guénon, Initiation et
Réalisation spirituelle, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, cap. VIII: Salvezza
e liberazione.
[63] Un caso molto più
frequente è quello in cui l’individuo, magari senza rendersene conto e con la
pretesa di riconoscere unicamente Dio come autorità, prenda dalla tradizione
solo gli elementi, interpretati a modo proprio, che più s’adattano alle sue
inclinazioni individuali (o alle inclinazioni di chi condiziona la sua vita),
tralasciando o dando poca importanza a tutto il resto. In questo modo egli si
crea un “mondo” nel quale appaga la sua necessità di sentirsi “a posto con la
propria coscienza” e si rinchiude in una caratterizzazione nella quale la sua
individualità può gonfiarsi a piacimento e dalla quale ben difficilmente
riuscirà a liberarsi.
[64] Certo la situazione di diffusa degenerazione nella quale spesso versano le organizzazioni iniziatiche
potrebbe indurre certuni ad affidarsi a una illusoria autonomia piuttosto che
ad appoggiarsi ad esse. Inutile dire che questa non può certo essere la
soluzione del problema. A coloro che cercano con sincerità, consigliamo la
pazienza e la tenacia e ricordiamo il detto indù: “dove c’è un cela c’è un guru”, dove c’è un discepolo con la giusta attitudine, là si
manifesta il Maestro.
[65] Cf. R. Guénon, Initiation et
Réalisation spirituelle, cit.,
cap. XVIII: Le tre vie e le forme iniziatiche,
pubblicato nel n. II di questa rivista.
[66] La regola massonica da 24 pollici ricorda proprio questa necessità di
non arrestare mai il proprio lavoro.
[67] Emerge qui in modo chiaro il carattere eminentemente attivo del lavoro
iniziatico, che quindi non può essere in alcun modo confuso con il misticismo.
[68] Ricordiamo il seguente hadith
qudsi, nel quale il Profeta Maometto riporta in prima persona la parola di
Allah: «Il mio servitore non cessa di
avvicinarsi a me, attraverso degli atti di devozione surrogatori, fino a quando
lo amo, e quando lo amo sono l’Orecchio con il quale sente, la Vista con la
quale vede, la Mano con la quale combatte e il Piede con il quale marcia»
(Bukhâri, Riqâq, 37). Precisiamo che
questo processo, in cui l’essere diviene strumento nelle mani del Principio,
può attuarsi per gradi.
[69] Facciamo presente che questi attaccamenti possono essere anche del
tutto legittimi da un punto di vista umano. Ad esempio l’amore per i propri
cari, se vissuto in contrasto con l’accettazione del volere divino, ponendosi
da un ottica iniziatica, è una forma di idolatria nascosta che fa orientare la
propria volontà verso l’esteriore. In questo modo l’essere che aspiri a
ritornare al proprio centro sarà distolto dal suo obiettivo e limitato. A
questo proposito ricordiamo il passaggio coranico: «O voi che credete, nelle vostre spose e nei vostri figli c'é un nemico
per voi» (Corano,
LXIV, 14). A scanso di equivoci precisiamo in ogni caso che con queste
affermazioni non intendiamo suggerire di non occuparsi delle proprie famiglie,
ma solo che questa attività deve essere svolta, così come tutte le altre, in
funzione del raggiungimento del proprio fine superiore. La volontà divina è presente
in ogni cosa o essere e questo orientarsi verso il Centro non implica quindi
necessariamente l’allontanarsi dal mondo, ma solo il guardarlo senza arrestarsi
al suo aspetto superficiale. In questo senso anche l’amore per i propri cari
potrà svilupparsi in modo ancor più armonioso e profondo.
[70] Precisiamo che il risultato di cui parliamo corrisponde al
raggiungimento del Centro dello stato umano, là dove la Volontà divina incontra
il nostro piano di esistenza, che è il fine dei “piccoli misteri” e dove
l’essere è liberato dai limiti individuali. Nel nostro scritto non abbiamo
quindi considerato il percorso superiore, quello dei “grandi misteri” che porta
a reintegrare questo stesso centro nel vero Centro dell’Universo, cioè porta
l’essere a realizzare gli stati superiori dell’essere e a giungere in fine allo
stato incondizionato: la “Liberazione finale”. Vedere R. Guénon, Aperçus sur
l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XXXIX: Grandi misteri e piccoli misteri.
[71]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950,
cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.
[72] L’inizio di quest’età è
rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e
dalla “confusione delle lingue”. […]
[73] Quest’espressione è mutuata
dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione”
in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme
all’etimologia latina (da in-tendere,
tendere verso).
[74] Quanto abbiamo appena detto
permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo:
«Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si
dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a
proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così
completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra
hominibus bonæ voluntatis.
[75] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si
può dire, dell’intenzione (niyah).
L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si
riferisce essenzialmente alla stessa idea.
[76] A. Fabre d’Olivet, Les Vers
Dorés de Pythagore expliqués, Treuttel & Würtz, Paris, 1813.
[77] Il termine utilizzato da Fabre d’Olivet, “évertuée”, richiama l’idea di “dotare di virtù”.
[78] R. Guénon, La Grande Triade,
Revue de la Table Ronde, Paris/Nancy, 1946, cap. XXI. Cf. anche A. Fabre d’Olivet, ibid., Examens des Vers Dorés (Verso 12).
[79] Maestro che ha
completato il venerabilato, massima responsabilità in un’Officina.
[80] «L’equilibrio tra la Volontà e
la Provvidenza da una parte e il Destino dall’altra era simboleggiato
geometricamente dal triangolo rettangolo i cui lati sono proporzionali
rispettivamente ai numeri 3, 4 e 5, triangolo
al quale il Pitagorismo attribuiva una grande importanza, e che, per una
coincidenza pure assai degna di nota,
ne ha altrettanta nella tradizione estremo-orientale. Se la Provvidenza è
rappresentata dal 3, la Volontà umana dal 4 e il Destino dal 5, in
questo triangolo si ha: 32+42=52; l’elevazione
al quadrato dei numeri indica che ciò si riferisce al dominio delle forze
universali, ossia propriamente al dominio animico, quello che corrisponde
all’Uomo nel “macrocosmo”, e al centro del quale, in quanto termine mediano, si
situa la volontà nel “microcosmo”» (cf. R. Guénon, La Grande Triade, ibid.,
cap. XXI).
[81] Per una piena comprensione della dottrina
degli stati molteplici dell’essere, cf. R. Guénon, Le Symbolisme de la Croix, Véga, Paris, 1950.
[82] Dunque anche all’Uomo Universale, indistinguibile dall’Uomo Vero per
gli esseri individuali (cf. R. Guénon, La
Grande Triade, ibid., cap. XVIII
«[…] colui che ha superato lo stato umano, innalzandosi lungo l’asse agli stati
superiori, è perciostesso “perduto di vista”, se possiamo esprimerci così, per
tutti coloro che sono in questo stato e non sono ancora pervenuti al suo
centro, compresi coloro che possiedono dei gradi iniziatici effettivi, ma
inferiori a quello di “uomo vero”. Costoro non hanno perciò alcun mezzo per
distinguere l’“uomo trascendente” dall’“uomo vero”, giacché, dallo stato umano,
l’“uomo trascendente” non può essere scorto che attraverso la sua “traccia”, e
questa “traccia” è identica alla figura dell’“uomo vero”; da tale punto di vista,
l’uno è dunque realmente indiscernibile dall’altro»).
[83] È importante chiarire che, quando
parliamo di Volontà ci riferiamo qui al Libero Arbitrio e non a ciò che
conosciamo come “forza di volontà”, quest’ultima imprescindibile per ogni
iniziato e che, al contrario, si rafforza e unifica con lo sviluppo spirituale.
[84] Per più ampi approfondimenti sull’iniziazione
e le sue condizioni vedasi il n. I di questa rivista dedicato all’Aspirazione iniziatica e il suo rapporto con
il Centro del Mondo.
[85] «La Volontà umana, unendosi alla
Provvidenza e collaborando coscentemente con essa 1, può far
equilibrio al Destino e arrivare a neutralizzarlo – 1 Collaborare così con la Provvidenza, è quel
che, nella terminologia massonica, si chiama propriamente lavorare alla
realizzazione del “piano del Grande Architetto dell’Universo” (cf. Aperçus sur l’Initiation, cap. XXXI)»
(cf. R. Guénon, La Grande Triade, ibid., cap. XXI).
[86] R. Guénon, Le Symbolisme de la
Croix, ibid.
[87] Cf. R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation,
Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XIV.
[88] «[…] la possibilità di smarrimento sussiste fintantoché l’essere non è
ancora reintegrato nello “stato primordiale”, ma cessa d’esistere dal momento
in cui esso abbia raggiunto il centro dell’individualità umana; ed è per
questo che si può dire che colui che è pervenuto a questo punto, vale a dire
alla conclusione dei “piccoli misteri”, è già virtualmente “liberato”, sebbene
non possa esserlo effettivamente che quando abbia percorso la via dei “grandi
misteri” e realizzato finalmente l’“Identità Suprema”» (cf. R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, ibid., cap. XXXIX).
[89]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950,
cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.
[90] L’inizio di quest’età è
rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e
dalla “confusione delle lingue”. […]
[91] Quest’espressione è mutuata
dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione”
in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme
all’etimologia latina (da in-tendere,
tendere verso).
[92] Quanto abbiamo appena detto permette
d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e
troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà
naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito
della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare
agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ
voluntatis.
[93] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si
può dire, dell’intenzione (niyah).
L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si
riferisce essenzialmente alla stessa idea.
[94] «La Torah è superiore al
sacerdozio e alla regalità» recita l’incipit
della Mishnah 6 nel cap. VI del Pirqé Avot. «Madonna, s’ello v’è a grato, io parlerò di voi in ciascun lato»
rima Dante in fine alla Canzone del
Trattato III del Convivio.
[95] «La Conoscenza effettiva è la conseguenza immediata della
“realizzazione”» (R. Guénon, Aperçus sur
l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris,
1946, cap. XXIX: “Opératif” et
“spéculatif”).
[96] «L’essere è tutto ciò che conosce» secondo Aristotile. «Egli vede che
“colui che vede” è identico a “ciò che è visto”» scrive Ibn ‘Arabî ne Il Libro dei Castoni della Saggezza (Saggezza di Elia, in fine).
[97] «Sappi che sarebbe molto pericoloso cominciare con questa scienza,
voglio dire con la metafisica» scrive Maimònide nell’incipit del cap. 33, parte I, della Guida dei Perplessi. «Non v’è che una sola preparazione veramente
indispensabile [alla realizzazione metafisica], ed è la conoscenza teorica» (R.
Guénon, La
Méthaphysique orientale, Éditions
Traditionnelles, Paris, 1951). Ricordiamo che il termine teoria viene dal
greco θεωρία, osservazione,
contemplazione, da θεωρός, spettatore,
e θεωρώ, osservo, contemplo.
In questo ambito la teoria non va quindi intesa come una costruzione mentale
sistematica limitante la realtà con delle opinioni individuali, ma piuttosto
come la contemplazione di questa stessa realtà.
[98] L’uomo, come “essere
pensante”, è caratterizzato dal possesso del manas, elemento mentale o razionale (cf. R. Guénon, Introduction générale à l’étude des
doctrines hindoues, Véga,
Paris, 1952, cap. V: La Loi de Manu; Les états
multiples de l’être, Véga,
Paris, 1947, cap. VIII: Le mental, élément caractéristique de
l’individualité humaine).
[99] Come quella delle
ombre che vedono i prigionieri della Caverna di Platone.
[100] «Questa è la ragione per la quale “la Scrittura s’è espressa nel
linguaggio degli uomini”» (cf. Maimònide, ibid.).
[101] Cf. R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, ibid., cap. XXXIII: Connaissance initiatique et “culture” profane.
[102] Il Trattato III del Convivio di Dante è esemplare nel
presentare un “metodo” di studio della dottrina.
[103] «Chi studia ma non rivede il suo studio assomiglia a un uomo che
semina ma non raccoglie» scrive Padre Maharal di Praga nel suo Commentario alla Mishnah 6 nel capitolo VI del Pirqé Avot.
[104] «Si sa quale importanza è data effettivamente alla concentrazione, da
tutte le dottrine tradizionali senz’eccezione,
in quanto mezzo e condizione indispensabile di ogni realizzazione» (R. Guénon, Mélanges, Gallimard, Paris, 1976, cap. V: Silence
et solitude.
[105] Cf. R. Guénon, L’Ésotérisme de Dante, Gallimard, Paris, 1957, cap. II: La
“Fede Santa”; Mélanges, ibid., cap. III: Les arts et
leur conception traditionnelle.
[106]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950,
cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.
[107] L’inizio di quest’età è rappresentato
segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e dalla
“confusione delle lingue”. […]
[108] Quest’espressione è mutuata
dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione”
in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme
all’etimologia latina (da in-tendere,
tendere verso).
[109] Quanto abbiamo appena detto
permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo:
«Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si
dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a
proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così
completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra
hominibus bonæ voluntatis.
[110] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si
può dire, dell’intenzione (niyah).
L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si
riferisce essenzialmente alla stessa idea.
[111] «L’ubicazione di un avvenimento nel tempo è strettamente determinata e
propriamente “unica”, cosicché la natura essenziale degli avvenimenti appare
molto più legata al tempo di quanto quella dei corpi non lo sia allo spazio, il
che conferma ancora che il tempo deve avere in se stesso un carattere più
largamente qualitativo» (R. Guénon, Le
Règne de la Quantité et les Signes des Temps,
Gallimard, Paris, 1945, cap. V: Les
déterminations qualitatives du temps).
[112] «V’era infatti nell’antichità quel che si
potrebbe chiamare una geografia sacra, o sacerdotale, e la posizione delle città e dei templi non era arbitraria, ma determinata secondo
leggi molto precise» (R. Guénon, Le Roi
du Monde, Gallimard, Paris, 1958, cap. XI: Localisation des centres spirituels); «L’ubicazione stessa dei
luoghi di pellegrinaggio, come quella dei santuari dell’antichità, ha un valore
esoterico …; ciò è in diretta relazione con quel che abbiamo chiamato
“geografia sacra”» (R. Guénon, Aperçus
sur l’Ésotérisme chrétien, Éditions Traditionnelles, Paris, 1954, cap. IV: Le langage secret de Dante et des “Fidèles
d’Amour” I).
[113] Le espressioni “allineato”, “a squadra”, “a livello”, “perpendicolare”
sono ricorrenti nell’iniziazione massonica.
[114] “Fare un giro d’orizzonte” è un’espressione figurata per: esaminare la
situazione nel suo aspetto complessivo. Nell’esercizio della discriminazione,
l’iniziato è chiamato continuamente a fare un giro d’orizzonte.
[115] «Non bisogna d’altronde sorprendersi che sia il corpo a corrispondere
così al riflesso del non manifestato nell’essere umano, giacché, qui ancora, la
considerazione del senso inverso dell’analogia permette di risolvere immediatamente
tutte le apparenti difficoltà: il punto più alto, come abbiamo già detto, ha necessariamente
il suo riflesso nel punto più basso; ed è così che, per esempio, l’immutabilità
principiale ha, nel nostro mondo, la sua immagine invertita nell’immobilità del
minerale» (R. Guénon, Initiation et
Réalisation spirituelle, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, cap. XXXI: Les deux nuits).
[116] Dante, Commedia, Purgatorio, I, 4-6; indi I, 13-15: «Dolce color d’oriental zaffiro, | che s’accoglieva nel sereno aspetto
| del mezzo, puro infino al primo giro».
[117] «La pura intellettualità e la spiritualità sono in fondo sinonimi» (R.
Guénon, Mélanges, Gallimard, Paris,
1976, cap. III: Esprit et intellect).
[118] Il viaggio di Dante si svolge, nell’Inferno, nell’emisfero di
Gerusalemme e, nel Purgatorio, in quello opposto:
ora questi due emisferi hanno per circolo separatorio l’orizzonte comune
dell’Eden e del Golgota, che sono agli antipodi; Virgilio a Dante: «dentro raccolto, imagina Sïòn | con questo
monte in su la terra stare | sì, ch’amendue
hanno un solo orizzòn | e diversi
emisperi» (Dante, Commedia, Purgatorio, IV, 68-71).
[119] La Superbia, il cui
cerchio ha per custode l’Angelo dell’Umiltà, l’Invidia con l’Angelo della
Misericordia, l’Iracondia con l’Angelo della Pace, l’Accidia con l’Angelo della
Sollecitudine, l’Avarizia e la Prodigalità con l’Angelo della Giustizia, la
Golosità con l’Angelo dell’Astinenza, la Lussuria con l’Angelo della Castità.
[120] R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XIV: Des qualifications initiatiques, che prosegue: «ma può accadere che le possibilità
d’ordine intellettuale, pur esistendo virtualmente in un’individualità, siano,
a causa degli elementi inferiori di questa (elementi al contempo d’ordine
psichico e d’ordine corporeo), impedite a svilupparsi, sia temporaneamente,
sia anche definitivamente. Questa è la prima ragione di quelle che potremmo
chiamare le qualificazioni secondarie; e v’è ancora una seconda ragione che
risulta immediatamente da quanto abbiamo appena detto: si è che, in questi
elementi, che sono i più accessibili all’osservazione, si possono trovare dei
marchi di certe limitazioni intellettuali; in quest’ultimo caso, le
qualificazioni secondarie diventano in qualche modo degli equivalenti simbolici
della stessa qualificazione fondamentale».
[121] Cf. A. K. Coomaraswamy, The “E”
at Delphi, in Review of Religion,
VI (1941), 18-19, pubblicato nel seguito della presente rivista.
[122] Cf. R. Guénon, Symboles
fondamentaux de la Science sacrée, Gallimard, Paris, 1962, cap. LXX: Cœur et cerveau.
[123] «E questa concentrazione è d’altronde la realizzazione della pienezza
delle possibilità umane» (R.
Guénon, La Grande Triade, Gallimard, Paris, 1957, cap. XIV: Le
médiateur).
[124] R. Guénon, L’erreur spirite, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, Conclusion.
[125] «La grande maggioranza delle persone “colte” dev’essere annoverata tra
coloro il cui stato mentale è maggiormente sfavorevole al ricevimento della
vera conoscenza» (R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, ibid.,
cap. XXXIII: Connaissance initiatique et “culture” profane).
[126] R. Guénon, Symboles fondamentaux
de la Science sacrée, ibid., cap.
LXX: Cœur et cerveau.
[127] R. Guénon, Aperçus sur
l’Ésotérisme chrétien, ibid.,
cap. VIII; Symboles fondamentaux de la
Science sacrée, ibid., cap. III: Le Saint Graal.
[128] R. Guénon, Orient et Occident, Véga, Paris, 1948,
cap. II: La superstition de la science.
[129] Dante, Convivio, Trattato III, cap. VIII.
[130] Dante, Convivio. ibid.:
«si vincono per buona consuetudine, e fassi l’uomo per essa virtuoso, sanza
fatica avere ne la sua moderazione».
[131] Dante, Convivio, ibid.:
«queste fiammelle che piovono da la sua biltade».
[132] Dante, Convivio, ibid.:
«la sua bellezza ha podestade in rinnovare natura in coloro che la mirano;
ch’è miracolosa cosa».
[133] René
Guénon, La Métaphysique orientale, Éditions Traditionnelles, Paris,
1951.
[134] La forma più antica della parola Cielo,
latino cœlum, greco koilon, cavo
(in rapporto con il simbolo della caverna),
sembra essere caelum, che
ricorda da vicino la parola caelare, nascondere
(«dunque “ciò che copre”, “ciò che nasconde”, ma anche “ciò che è
nascosto”, e quest’ultimo senso è duplice: è ciò che è nascosto ai sensi, il dominio
sovrasensibile; ed è anche, nei periodi d’occultazione e d’oscuramento, la
tradizione che cessa d’essere
manifestata esteriormente e apertamente, il “mondo celeste” divenendo allora il
“mondo sotterraneo”», R. Guénon, Le Roi du Monde, ibid.,
cap. VII: “Luz” ou le séjour
d’immortalité).
[135] Nell’iniziazione
massonica, il punto d’incontro del cielo e della terra è rappresentato dalla sovrapposizione
di compasso e squadra. Sarà interessante sviluppare in un prossimo articolo i
diversi aspetti di tale simbolismo con il cambio di prospettiva che comporta
nei tre gradi, con particolare riferimento allo spostamento delle luci, che
figura tra i misteri della Camera di Mezzo.
[136]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950,
cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.
[137] L’inizio di quest’età è
rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e
dalla “confusione delle lingue”. […]
[138] Quest’espressione è mutuata
dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione”
in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme
all’etimologia latina (da in-tendere,
tendere verso).
[139] Quanto abbiamo appena detto
permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo:
«Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si
dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a
proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così
completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra
hominibus bonæ voluntatis.
[140] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si
può dire, dell’intenzione (niyah).
L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si
riferisce essenzialmente alla stessa idea.
[141] Per più ampi cenni
su come vada intesa quest’aspirazione vedasi l’articolo Alcune considerazioni sull’aspirazione nel n. I di questa rivista.
[142] Non ci interessano le dissertazioni filosofiche, gli sfoggi
d’erudizione o il compiacimento culturale, cerchiamo una scienza utile.
[143] Sulla relazione fra la tradizione
pitagorica e quella delfica, cf. l’articolo di R. Guénon Conosci te stesso pubblicato nel n. VIII di questa rivista.
[144] R. Guénon ha espressamente voluto sottolineare come «da Pitagora
a Virgilio, e da Virgilio a Dante, la “catena della tradizione” non fu senza
dubbio spezzata sulla terra d’Italia» (cf. L’Ésotérisme de
Dante, Gallimard, Paris, 1957, cap. II, in
fine).
[145] Quanto precede esclude il riferimento sistematico a forme
tradizionali, come quella indù, autentiche e ortodosse ma la cui forma
espressiva è rivolta a popoli con una costituzione psichica molto diversa da
quella degli occidentali. I testi taoisti invece, a causa della loro
immediatezza ed essenzialità, riteniamo possano essere recepiti anche da un
lettore occidentale.
[146] R. Guénon, Influence de la
civilisation islamique en Occident,
in Études Traditionnelles, n. 288, dicembre 1950 (tradotto
dall’arabo dalla rivista El Maarifah; cf. Aperçus sur l’Ésotérisme
islamique et le Taoïsme, cap. VIII, Gallimard, Paris, 1973).
[147] R. Guénon, ibid.
[148] Tra questi segreti
ne ricorderemo uno appartenuto ai Templari di cui R. Guénon, nella recensione
di un libro di A. Lebey, La Vérité sur la Franc-Maçonnerie par des
documents, avec le Secret du Temple, E. Figuière, Paris, 1935, in Études
Traditionnelles, n. 199, luglio 1936, parla in questi termini: «L’ultimo
capitolo, Le Secret du Temple, richiama all’attenzione dei Massoni,
oggigiorno troppo dimentichi di queste cose, i legami, certamente più che
“ideali” checché certuni possano dirne, che li ricollegano ai Templari […].
Pare indubbio, come dice l’autore, e benché abbia potuto esserci ancora altro
di cui ciò stesso non era che una conseguenza, che i Templari abbiano posseduto
un “grande segreto di riconciliazione” tra l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islamismo;
come abbiamo già detto noi stessi in un’altra occasione, non bevevano forse lo
stesso “vino” dei Cabbalisti e dei Sufi, e Boccaccio, loro erede in quanto
“Fedele d’Amore”, non fa affermare da Melchisedek che la verità delle tre
religioni è indiscernibile … poiché esse non sono che una nella loro essenza
profonda?» (Studi Sulla Massoneria e il
Compagnonaggio, vol. II: Recensioni, A. C.
Pardes, Milano, 2016, p. 23; cf. anche la terza novella del primo giorno del Decameron
pubblicata a seguire nella presente rivista).
[149] Si ricorderà ad esempio la leggenda massonica delle due colonne, che
si trovano all’entrata del tempio, e sulle quali furono incise le sette scienze
liberali per salvarle dal diluvio universale (cf. Catechismi Massonici, Il
manoscritto Dumfries n° 4, A. C. Pardes, Milano, 2017).
[150]. R. Guénon, Le
Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.
[151] L’inizio di quest’età è
rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e
dalla “confusione delle lingue”. […]
[152] Quest’espressione è mutuata
dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione”
in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme
all’etimologia latina (da in-tendere,
tendere verso).
[153] Quanto abbiamo appena detto
permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo:
«Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci
si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a
proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così
completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra
hominibus bonæ voluntatis.
[154] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si
può dire, dell’intenzione (niyah).
L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si
riferisce essenzialmente alla stessa idea.
[155] Alcune delle
concezioni erronee riguardanti l’iniziazione sono mirabilmente descritte
nell’articolo di J. C., Alcune osservazioni a proposito dell’opera di
René Guénon, pubblicato a seguire nella presente rivista, lavoro che
troviamo sotto molti aspetti complementare al passo di R. Guénon che fa da incipit
ai nostri articoli.
[156] Dante Alighieri, Divina Commedia,
Paradiso, V, 19-33.
[157] In cambio del libero arbitrio l’organizzazione iniziatica garantisce ai propri membri una
“copertura” che ingloba tutti gli aspetti della vita. Anche le malattie,
manifestazione di un disequilibrio psichico, rientrano in quest’ambito (cf. R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation,
Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XIV, Des qualifications initiatiques: «nello stato attuale
dell’umanità, nessun individuo è perfettamente equilibrato sotto tutti gli
aspetti; […] se vi sono degli individui che sono qualificati per l’iniziazione,
lo sono malgrado un certo stato di disequilibrio relativo che è inevitabile, ma
che precisamente l’iniziazione potrà e dovrà attenuare se essa produce un
risultato effettivo, e addirittura far scomparire»).
[158] Dante Alighieri, Divina Commedia,
Purgatorio, XXVII, 124-142.
[159] Dante Alighieri, Divina Commedia,
Inferno, XXVI,
118-120.
[160] Sheikh Tâdilî, La Vie Traditionnelle c’est la sincérité, Éditions Traditionnelles,
Paris, 1971.
[161] Ricordiamo l’hadîth del Profeta dell’Islâm: «Sono stato inviato per
completare la nobiltà del carattere (o i caratteri nobili)».
[162] Abdul-Hâdî, L’univeralité en Islam, La Gnose, n. 4, aprile 1911.
[163] Abdul-Hâdî, ibid.
Interessante l’osservazione di R. Guénon riferita al
viaggio di Dante: «occorre aver percorso i tre regni, che rappresentano le
diverse modalità dell’esistenza nel nostro mondo, prima di poter passare ad
altri stati, le cui condizioni sono del tutto diverse» (cf. R. Guénon, L’Ésotérisme de Dante, Gallimard, Paris, 1957,
cap. VIII, Les cycles cosmiques, dove
in nota: «Faremo osservare che i tre gradi della Massoneria simbolica hanno, in
certi riti, parole di passo che rappresentano anche rispettivamente i tre
regni, minerale, vegetale e animale; inoltre, la prima di queste parole è a
volte interpretata in un senso che è in stretto rapporto con il simbolismo del
“globo del mondo”»).
[164] Al-‘Arabî
Ad-Darqâwî, Lettres d’un maître soufi, Arché, Milano
1978, Lettera V.
[165] Al-‘Arabî ad-Darqâwî, ibid., Lettera XXV, pubblicata integralmente in Lettera e Spirito n. 1.
[166] Dante, Convivio, IV - xxvii.
[167] Si pensi ai “Segni, Parole e Toccamenti” attribuiti a ogni Grado
massonico.
[168] Sheikh Tâdilî, ibid.
[169] R. Guénon, Iniziazione e passività, pubblicato
nella presente rivista.
[170] R. Guénon, Contro il quietismo, pubblicato nella presente rivista.
[171] Abdul-Hâdi, Pages dediées à
Mercure, in La Gnose, nn. II.1-2,
gennaio-febbraio 1911.
[172] Luca, 11, 9.
[173] Sulla funzione di R.
Guénon rimandiamo all’articolo di J.C., Alcune
osservazioni a proposito dell’opera di René Guénon, che segue.
[174] R. Guénon, Aperçus
sur l’Initiation, cit.
[175]. R. Guénon, Le
Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.
[176] L’inizio di quest’età è
rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e
dalla “confusione delle lingue”. […]
[177] Quest’espressione è mutuata
dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione”
in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme
all’etimologia latina (da in-tendere,
tendere verso).
[178] Quanto abbiamo appena detto
permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo:
«Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci
si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a
proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così
completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra
hominibus bonæ voluntatis.
[179] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può
dire, dell’intenzione (niyah).
L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si
riferisce essenzialmente alla stessa idea.
[180] «Aristotele non dice nettamente che
un essere è tutto ciò che conosce? Quest’affermazione dell’identificazione
attraverso la conoscenza, è il principio stesso della realizzazione metafisica»
(cf. R. Guénon, La Métaphysique orientale, Éditions Traditionnelles, Paris, 1951)
[181] Fermo restando
quanto affermato nell’articolo precedente circa la necessità di una preventiva
chiarificazione attraverso la lettura dell’opera di R. Guénon, facciamo
presente che chi si ferma all’erudizione non aspira a questa conoscenza e le
organizzazioni che presentano lo studio libresco come se fosse un metodo
iniziatico dimostrano con ciò stesso di aver perso di vista lo spirito e
l’essenziale. «Si deve capire bene, fin d’ora, che
coloro che sono stati stabiliti come depositari della conoscenza iniziatica non
possono comunicarla in un modo più o meno paragonabile a quello con cui un
professore, nell’insegnamento profano, comunica ai suoi allievi delle formule
libresche che essi dovranno soltanto immagazzinare nella loro memoria; si
tratta qui di qualcosa che, nella sua stessa essenza, è propriamente
“incomunicabile”, poiché sono degli stati da realizzare interiormente»
(cf. R. Guénon, Aperçus
sur l’Initiation,
Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. IV: Des conditions de l’initiation).
[182] Cf. Rituale Lapis Reprobatus Secretum Custoditum, Catechismo di Apprendista.
Cf. anche Masonry Dissected, in Catechismi Massonici (1696-1750),
Pardes, Milano, 2017: «D. Dove conservate quei
Segreti? R. Sotto il mio seno sinistro. –
D. Avete una Chiave per tali Segreti? R. Sì. –
D. Dove la conservate? R. In una scatola d’osso che si
apre e si chiude solo con chiavi d’avorio. –
D. È appesa o appoggiata? R. È appesa. –
D. A che cosa è appesa? R. A un cavo di nove pollici o a
una spanna. – D. Di quale metallo è fatta? R. Non è affatto di metallo, ma è una Lingua di buona reputazione, buona
tanto alle spalle di un Fratello che davanti alla sua faccia. La Chiave è la Lingua, la scatola
d’osso i denti, il cavo il palato».
[183] Latino: «attraverso le asperità [si giunge] alle stelle», motto che va accostato alla finalità del lavoro massonico
«elevare luminosi Templi alla Virtù, scavare oscure prigioni al vizio e
lavorare al Bene dell’Umanità».
[184] R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris,
1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione
sono dello stesso Guénon.
[185] L’inizio di quest’età è
rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e
dalla “confusione delle lingue”. […]
[186] Quest’espressione è mutuata
dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione”
in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme
all’etimologia latina (da in-tendere,
tendere verso).
[187] Quanto abbiamo appena detto
permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo:
«Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci
si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a
proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così
completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra
hominibus bonæ voluntatis.
[188] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si
può dire, dell’intenzione (niyah). L’orientazione
delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce
essenzialmente alla stessa idea.
[189] La portata fondante attribuita
nell’antichità al “trivio” per l’acquisizione di tutte le altre scienze
dimostra il valore intrinseco della parola; in esso v’è inoltre la chiave che
permette a chi ne abbia la funzione di esporre nel modo migliore la dottrina.
[190] L’utilizzo scorretto
della parola è una delle cause più frequenti che portano alla perdita di doni e
aperture spirituali a favore di chi questo biasimo o disprezzo ha subito. Le
leggi che governano questo tipo di eventi sono
uno dei motivi “tecnici” che porta i Mâlamatî
a ricercare la riprovazione della gente.
[191] Sull’importanza della parola e della
scrittura in ambito massonico è interessante riportare quanto scriveve R.
Guénon in una nota del suo articolo La
Science des Lettres, in Le Voile
d’Isis, n. 134, febbraio 1931 (cf. Symboles
fondamentaux de la Science sacrée, Gallimard, Paris, 1962, cap. VI): «È almeno curioso
notare che il simbolismo massonico stesso, nel quale la “Parola perduta” e la
sua ricerca giocano d’altronde un importante ruolo, caratterizza i gradi
iniziatici con espressioni manifestamente tratte dalla “scienza delle lettere”:
compitare, leggere, scrivere. Il “Maestro”, che ha tra i suoi attributi la
“tavola da disegno”, se fosse veramente quello che dev’essere, sarebbe capace,
non soltanto di leggere, ma anche di scrivere nel “Libro della Vita”, ossia di
cooperare coscientemente alla realizzazione del piano del “Grande Architetto
dell’Universo”; si può giudicare con ciò la distanza che separa il possesso
nominale di questo grado dal suo possesso effettivo!».
[192] Secondo una diversa
prospettiva, proprio questa fissità toglie vitalità e limita l’efficacia
dell’insegnamento tradizionale scritto rispetto alle possibilità offerte
dall’esposizione orale.
[193] Cf. quanto scrive R. Guénon a proposito
della Shruti e della Smriti indù, ad esempio nel primo
capitolo de L’Homme et son devenir selon le Vêdânta.
[194] Prima della diffusione della tipografia i libri, scritti o copiati a mano,
avevano un grande valore anche economico ed era quindi normale che li si
trattasse con una cura e un rispetto ben differenti rispetto a quelli odierni.
Nell’antichità, ad esempio,
era abituale dare i libri in dote alle figlie e si narra di persone che, per
acquistare libri, vendettero addirittura il proprio podere (emblematico il
caso del poeta quattrocentesco Antonio Beccadelli detto il Panoromita).
[195] Cf. Lettera e Spirito n. 4.
[196] Altri casi in cui la
lettura di testi tradizionali può creare confusione ed essere controproducente
riguardano lettere con contenti personali o scritti che racchiudono
suggerimenti rituali e metodologici appropriati solo a un certo contesto; qui è
evidente il pericolo insito nell’appropriarsi di tali indicazioni o
suggerimenti da parte di esseri che si trovano in condizioni diverse.
[197] Per una succosa parodia di situazioni in cui la realtà viene
modificata in tal senso rimandiamo il lettore all’episodio della presunta
iniziazione cavalleresca di Don Chisciotte (cf. Lettera e Spirito n. 4).
[198] «… la parola sanscrita rishi, che significa propriamente “veggente”, e che ha il suo
esatto equivalente nell’ebraico roèh, antica
designazione dei profeti, sostituita ulteriormente dalla parola nabi (ossia “colui che parla per
ispirazione”)» (R. Guénon, Kundalinî-Yoga, in Le
Voile d’Isis, nn. 167 e 168, novembre e dicembre 1933,
cf. Études sur l’Hindouisme, Éditions Traditionnelles, Paris, 1968, cap. III).
[199] Esiodo, uno dei più grandi poeti
dell’antica Grecia, nel proemio della sua opera Teogonia narra di come ricevette dalle Muse l’investitura poetica e
il compito privilegiato di dire la verità, in questi termini (Prologo, 40-65):
A Esiodo un giorno le Muse
divine
insegnarono il canto, ero un
pastore,
e pascolavo il gregge sotto
il monte
santissimo Elicona: le
fanciulle,
che di pelle caprina portano
il manto,
d’un tratto mi parlarono
così:
“Pastori di campagna, brutta
razza,
che non sa altro che empirsi
la pancia,
noi si sanno cantare storie
finte
che risuonano uguali a
quelle vere,
e si sanno contare storie
vere,
quando si vuole”. Così
parlando
le fanciulle di lingua molto
sciolta,
nate da Zeus grandissimo
signore,
d’alloro rigoglioso un bel
bastone
mi diedero, mirabilmente
còlto,
e mi ispirarono un canto
divino,
perché narrassi le cose
future.
Mi invitarono al canto della
stirpe
dei beati immortali
sempiterni
levando un inno alle Muse
divine
in principio del canto, in
fine e sempre.
[200] R. Guénon, Le Roi du Monde,
Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono
alla citazione sono dello stesso Guénon.
[201] L’inizio
di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre
di Babele e dalla “confusione delle lingue”. […]
[202] Quest’espressione
è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione”
in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme
all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).
[203] Quanto
abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste
parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi
sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che
abbiamo già dato a proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”;
e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax
in terra hominibus bonæ voluntatis.
[204] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è
come la materializzazione, se così si può dire, dell’intenzione (niyah). L’orientazione
delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce
essenzialmente alla stessa idea.
[205] Per una
presentazione di S. Isidoro vedasi Lettera
e Spirito n. 6 del dicembre 2019.
[206] Cf. Isidoro di
Siviglia, Etimologie o origini,
Libro VII: Di Dio, degli angeli e dei
santi, a cura di A. Valastro Canale, Utet, Torino, 2013.
[207] Libro primo, IV
(vedi Lettera e Spirito n. 5
del giugno 2019).
[208] Dante Alighieri, Commedia, Paradiso,
XXVI, 130-138.
[209] Forse
un giorno avremo l’occasione di studiare il simbolismo geometrico di certe
lettere dell’alfabeto latino e l’uso che ne è stato fatto nelle iniziazioni
occidentali.
[210] Il
carattere i è anch’esso un tratto
rettilineo; differisce dalla lettera latina I soltanto in quanto è posto orizzontalmente invece d’esserlo
verticalmente. – Nell’alfabeto arabo, è la prima lettera alif, che vale numericamente uno, ad avere la
forma di un tratto rettilineo verticale.
[211] A fine articolo pubblichiamo l’immagine
citata.
[212] L’importanza della
lettera I (la nona figura, la nona
lettera dell’alfabeto) per i Fedeli d’Amore è ribadita da Guénon in una nota
nella quale fa riferimento a questo enigmatico epigramma ricco di significati
attribuito a Dante:
Tu che disprezzi la nona figura
e sei da men della sua precedente
va e raddoppia la sua conseguente
ad altro non t’ha fatto la natura.
[213] «Francesco da
Barberino nel suo Tractatus amoris disegnato sotto la sua direzione, ha
trovato una maniera graziosa e ingegnosissima per raffigurarsi come adoratore
della nona figura, ma in modo che la cosa sfuggisse ai profani e fosse
chiara agl’iniziati. Si consideri questa figurina che adorna l’iniziale della
canzone programmatica «Io non descrivo in altra guisa amore» e che
spiega tutta la sua famosa figurazione d’Amore (I Documenti d’Amore, vol. III, p. 409)» (cf. L. Valli, Il linguaggio segreto di Dante
e dei Fedeli d’Amore, Luni, Milano, 1994; nella parte superiore dell’immagine
si legge il nome Franciscus, che identifica nello stesso Da Barberino l’uomo
inginocchiato in adorazione della lettera I).
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