Articoli - Albano Martín De La Scala

 

Albano Martín De La Scala

Articoli pubblicati su Lettera e Spirito dal 2012 al 2022

 

Indice

Alcune considerazioni sull’aspirazione – LeS giugno 2012

La Vocazione – LeS giugno 2013

Riflessioni sulla Volontà – LeS dicembre 2013

Provvidenza, Volontà, Destino – LeS dicembre 2014

Sulla preparazione teorica – LeS giugno 2015

Sull’orizzonte intellettuale – LeS dicembre 2015

Una Scienza utile o erudizione? – LeS dicembre 2016

Alcune questioni fondamentali – LeS dicembre 2017

Cercare che cosa? – LeS dicembre 2018

Alcune riflessioni sulla scrittura – LeS dicembre 2019

Alcune considerazioni sul nome segreto presso i “Fedeli d’Amore” – LeS giugno 2022


 

Alcune considerazioni sull’aspirazione

 

 

René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[1], scrive: «Il periodo attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione[2]; le sue condizioni sono tali che, finché per­sisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al prin­cipio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tra­dizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.

Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente per­duto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge delle “azioni e reazioni con­cordanti”[3], essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[4]. Questa direzione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[5]».

 

Può essere che tra i lettori di queste righe ve ne siano che sono entrati in contatto con la magistrale opera di R. Guénon. Forse qualcuno di loro, leggendo tali scritti, ha sentito che questa esposizione in realtà non gli era veramente estranea ma che anzi non faceva altro che esprimere in modo chiaro ciò che in realtà egli già sentiva, magari in modo ancora un po’ confuso, nel proprio foro interiore. E ci riferiamo in particolare alla dottri­na metafisica quivi esposta, laddove vengono trattati argomenti come: la non dualità, la Possibilità infinita, l’Identità suprema, gli stati molteplici dell’essere e la loro gerarchia. Principi questi che, per essere intuiti con evidente chiarezza, implicano un orizzonte intellettuale certamente non comune al giorno d’oggi.

Altri magari hanno sentito il bisogno impellente e profondo di consacrare la loro vita a qualcosa che la rendesse degna di essere vissuta. Essi possono aver riconosciuto che solo ciò che trascende l’esistenza può realmente darle un senso e aver quindi sentito la necessità di prendere contatto cosciente ed effettivo con questo grado superiore di realtà.

Ci può essere chi, eventualmente anche solo una volta nella vita, abbia sentito che nel­la parte più intima e profonda del proprio essere v’è un qualcosa che nulla ha a che fare con la vita ordinaria, caratterizzata dai suoi condizionamenti e limitazioni, e che chiede con potenza di ricongiungersi a ciò che è della sua stessa natura. Egli può aver avuto la sensazione che questa presenza fosse troppo grande per essere contenuta in un essere in­dividuale e forse questa fortissima percezione lo ha spinto a cadere in un pianto dirotto[6].

Qualcuno forse ha avvertito, con grande sofferenza, la necessità di gridare la gloria del proprio Signore ma in un modo che la sua condizione individuale non permetteva di esprimere. In tutto ciò che precede v’è come la presenza di una “nostalgia” verso ciò che è spirituale ed eterno. Queste e molte altre possono essere le modalità con le quali si manifesta l’aspirazione intellettuale.

Il termine aspirare ha origine latina ed è composto dalla particella “ad”, verso e “spirare”, soffiare, tirare il fiato e anche mandarlo fuori. Il significato che questa parola ha preso nel linguaggio comune è anche quello di: inspirare, trarre a sé, tirare, risucchia­re o pompare. In senso figurato l’accezione è quella di desiderare vivamente una cosa cercando di ottenerla, bramare, tendere verso. Tutti questi concetti, in apparenza anche contrastanti possono concorrere ad aiutarci a comprendere quale valenza debba essere data all’aspirazione intesa in senso intellettuale. Riteniamo che fare chiarezza su tale punto sia essenziale per poter vivificare e sviluppare questa attitudine fondamentale.

Il senso più immediato che si può dare al termine in questione è quello del desiderio ardente per la vera conoscenza[7], desiderio che coincide con una tendenza dell’essere verso l’universale. Da qui la vicinanza con il termine sospirare che richiama la nostalgia verso ciò che si ama e da cui si è separati. L’ardente attitudine di cui parliamo, infatti, non è altro che il vero amore. A questo proposito facciamo notare come nella lingua ita­liana i termini “amore” e “aspirare” siano quasi sinonimi. Entrambi infatti sono compo­sti dalla particella “a”, che può avere valenza negativa e rispettivamente da “more” o morte e “spirare” o morire. Nei due casi il senso può essere quindi quello di senza mor­te, richiamando l’affinità dei termini citati con ciò che è eterno e immortale.

Se consideriamo la parola aspirare nel senso della respirazione, cioè immettere nei polmoni inspirando attraverso la bocca o il naso, possiamo far notare come per compiere questa operazione, prima bisogna almeno in parte aver espirato, vale a dire, aver fatto uscire l’aria che vi si trovava in precedenza[8]. Volendo applicare questo principio alla condizione individuale si può intuire come il percorso che porta allo sviluppo dell’aspi­razione debba andare di pari passo con un processo di svuotamento interiore che corri­sponde all’indispensabile abbandono degli attaccamenti mondani. Solo operando in tal modo si potrà permettere all’alito del respiro divino di penetrare nell’essere vivifican­dolo così come accadde simbolicamente ad Adamo nella Genesi[9].

Da un punto di vista principiale, viceversa, quest’aspirazione può essere simbolica­mente immaginata come un vortice che si sviluppa dal Centro, Principio e origine di ogni cosa, e attrae a sé tutti coloro che sono rettamente orientati verso di Lui. I numerosi riti di circumambulazione che si ritrovano nelle più diverse forme tradizionali richiama­no proprio questo simbolismo.

Così come indicato in modo sintetico nella citazione introduttiva, l’orientare in modo coerente e corretto la propria intenzione, atto apparentemente solo propedeutico a un vero lavoro iniziatico, in realtà coincide con il mettersi in comunicazione spirituale effettiva con il centro supremo e contiene quindi già in se stesso una portata operativa portentosa. Il retto orientamento permette infatti all’azione divina di agire nella sua pie­nezza eliminando gli ostacoli e i limiti individuali. In esso v’è quindi il segreto per pro­gredire nella Via.

La forza della Verità che proviene dal Centro può far superare tutti gli ostacoli, anche i più ardui, purché la si riconosca effettivamente e se ne traggano le dovute conseguen­ze, perché tutti gli squilibri parziali rientrano in essa. E questa non è una semplice frase a effetto ma una realtà tecnica e operativa. Infatti: «anche la minima cosa operata in conformità armonica con l’ordine dei principi porta virtualmente in sé delle possibilità la cui espansione può determinare le conseguenze più prodigiose, e ciò in tutti i campi, e a mano a mano che le sue ripercussioni vi si estendono secondo la loro ripartizione gerarchica e in progressione indefinita»[10]. Qualora ciò avvenga, chi ne è coinvolto potrà prendere atto di come gli eventi si sviluppino in modo del tutto naturale, ma con una potenza straordinaria, e lo portino via via con velocità e forza sempre crescente verso il Centro. Anche un orientamento ancora solo parziale potrà condurre a dei risultati tangi­bili. Alcuni potranno magari constatare a conferma di ciò, che in varie fasi della loro vita sono stati come trasportati da una condizione periferica a una più centrale, e magari si renderanno conto di non essere stati i veri agenti di questo passaggio.

Tutta la manifestazione trae la sua reale ragione di vita dal legame con ciò che è tra­scendente e questo avviene anche per gli esseri umani in ogni istante della loro esisten­za. Il fatto che in genere non ne siano coscienti non cambia questo stato di fatto. Il vincolo di cui parliamo è sempre reale ma può essere vivificato e potenziato. In molti casi il cuore è come un camino la cui canna fumaria non è stata pulita da lungo tempo. Il soffio dell’aspirazione libera questo canale, mette l’essere in relazione diretta con il Centro del mondo e può creare delle conseguenze straordinarie riattizzando il fuoco dell’amore per il divino. Qualora quest’attitudine sia pura produce nuovi rapporti con le influenze spirituali dal cui intervento dipende qualsiasi realizzazione effettiva. Quando un essere manifesta una vera aspirazione intellettuale, ciò implica un cambiamento profondo della sua situazione. Il modificarsi dei rapporti con il trascendente crea delle condizioni nuove che vanno nella direzione del progresso spirituale e questo sovente anche in maniera inaspettata.

In tutti gli esseri viventi, nella loro parte più intima e profonda, nel luogo più nascosto e protetto, simbolizzato dal più piccolo ventricolo del cuore[11], v’è la presenza di una cosa che è allo stesso tempo la più piccola e la più grande di tutte. La più piccola poiché è la meno visibile dall’esterno e la più grande perché in realtà è il Principio infinito e illimitato che contiene tutto e di cui ogni cosa non è che una manifestazione limitata. Come noto esiste identità fra il Sé interiore e il Principio. La relazione fra macro e microcosmo sarà essenziale per il processo spirituale di cui parliamo. Questa presenza trascendente che è viva nel cuore, se svelata, anche solo parzialmente provocherà una crescita dell’aspirazione con conseguente avvicinamento al Centro e creerà un circolo virtuoso che porterà verso la luce della conoscenza.

Per l’essere che sia stato attratto si svilupperanno inevitabilmente degli eventi obbliga­ti quali l’adesione a una forma tradizionale e successivamente il ricollegamento a una catena iniziatica regolare e ininterrotta che lo unirà in modo attivo con il Centro del mondo, offrendogli anche i mezzi “tecnici” per ritornarci[12].

L’incontro con un’autorità tradizionale legittima e l’esecuzione di riti di incantazione andranno esattamente in questa direzione permettendo all’aspirazione proveniente dal centro di agire su di lui attirandolo verso le realtà spirituali che lungo il cammino gli si sveleranno. L’incantazione, infatti, è proprio un’aspirazione dell’essere verso l’Univer­sale, attraverso la quale egli tende a elevarsi allo spirituale. Riti quali i mantra della tradizione indù, o il dhikr di quella islamica, permettono di determinare delle vibrazioni ritmiche con ripercussioni su tutti i piani di esistenza e in tal modo risvegliare il “ricor­do” del trascendente che è presente nel cuore di ogni essere[13]. Ritornando all’analogia del camino, possiamo dire che queste tecniche e queste vibrazioni ritmiche possono si­curamente concorrere a ripulire la simbolica canna fumaria di cui parlavamo. Aggiun­giamo che non è certo un caso se la corretta respirazione è essenziale per l’efficacia di questi riti. Esiste un respiro universale con il quale è possibile entrare in sintonia pro­fittando dei benefici influssi in esso contenuti.

In realtà, oltre alla tensione verso l’alto o verso il centro di cui abbiamo sinora parlato, ve ne sono purtroppo altre che spingono verso la dispersione e verso il basso, o sempli­cemente ancorano l’essere alla sua attuale realtà, con le quali bisogna inevitabilmente confrontarsi.

Possono esserci tendenze distruttive che sono come delle caricature del vortice di cui parlavamo e che portano l’essere verso la sua disgregazione. Basti pensare alle droghe, all’alcool, alle perversioni sessuali, al gioco d’azzardo e alle varie dipendenze da inter­net solo per citare alcuni casi di attaccamenti negativi e disgreganti. Un capitolo a parte meriterebbero a questo proposito le realtà pseudo o contro iniziatiche, parodie per anto­nomasia di tutto ciò che è esoterico, che in questo studio ci limiteremo a citare.

Come detto vi sono poi altri attaccamenti che si limitano a impedire all’essere di supe­rare i limiti impliciti nella sua attuale condizione di coscienza. Alcuni di essi non fanno altro che gonfiare l’individualità ancorando l’essere sempre più a tale condizione limita­tiva, impedendogli così di prendere coscienza di quanto in lui supera questo stato. Il caso tipico è quello dell’orgoglio, il quale può magari nutrirsi di aspetti tradizionali este­riori. C’è chi, dopo essere stato inizialmente attratto dal centro, si gonfia per le tante let­ture fatte, per la sua capacità espositiva e dialettica o anche per la copiosa attività rituale da lui svolta. In questo caso, nella migliore delle ipotesi, non potrà fare altro che gravi­tare a grande distanza dal Principio trascendente al quale a parole dice di voler tendere. Di fatto, questo legame “a distanza” è simile a quello nel quale si trovano anche tutti gli exoteristi.

Un caso particolare è poi quello di coloro che, dopo essere stati attratti da questo vor­tice virtuoso e aver ottenuto un ricollegamento iniziatico, vengono meno al patto, cam­biando così il proprio orientamento. In questa circostanza la forza attrattiva iniziale, par­tendo per la tangente, scaglierà l’essere in questione tanto più lontano dal Centro quanto maggiore sarà stata l’intensità che la caratterizzava.

Altri limiti che prima o poi dovranno essere affrontati se si vuole proseguire nel cam­mino iniziatico e non restare in una situazione semplicemente gravitazionale, sono quelli imposti dal mentale, dallo schematismo o dal letteralismo tradizionale. Aspetti questi che possono anche avere una funzione protettiva e stabilizzante e, in alcune fasi della Via, impedire un allontanamento dal Principio. Tuttavia, a un certo punto, se ci si vuole ulteriormente elevare spiritualmente, diventeranno un limite dal quale bisognerà trovare la forza di staccarsi.

Colui che senta manifestarsi nel suo cuore l’aspirazione iniziatica, visto il mondo fondamentalmente antitradizionale in cui viviamo, incontrerà facilmente dei problemi. Egli potrà sentirsi estraneo all’ambiente in cui si trova a vivere, magari percepirà una sensazione di solitudine e sentirà l’incomprensione di coloro che gli stanno attorno. È possibile che lo stesso ambiente sembrerà rivoltarsi contro di lui. Egli non dovrà però farsi prendere dallo scoraggiamento e dallo sconforto. Sappia che in realtà non è solo. È importante prenda coscienza del fatto che orientarsi verso il centro, mentre da una parte crea un distacco, a volte anche traumatico, da tutto ciò che tiene lontano da Lui, dall’al­tra produce un legame reale e potente con tutti coloro che hanno la sua stessa attitudine. Quando li incontrerà riconoscerà in loro, in modo spontaneo, l’affinità intellettuale e l’assonanza interiore che li accomuna. In essi potrà trovare un valido supporto e soste­gno per il suo cammino. È questo uno dei sensi della fraternità tradizionale[14].

Il passaggio da un’aspirazione semplicemente teorica a una autentica avverrà attraver­so prove concrete della vita, prove che ben poco hanno a che vedere con concezioni astratte. Esse andranno a toccare aspetti apparentemente secondari ma estremamente sensibili dell’esistenza di tutti i giorni. Problemi relativi alla famiglia o sentimentali, alla professione o alle proprie abitudini giornaliere[15] potranno sorgere e impedire ogni suc­cessivo sviluppo fino a quando non saranno rimossi. La rinuncia agli attaccamenti mon­dani, indispensabile per permettere all’aspirazione di agire, andrà dimostrata con i fatti e con la perseveranza, in un modo che in certi casi non esiteremmo a definire eroico. L’argomento degli ostacoli e delle trappole che si possono trovare concretamente lungo un cammino spirituale è estremamente vasto e ci porterebbe lontano dal tema del pre­sente studio, in questa occasione ci limiteremo quindi a questi brevi cenni.

In linea generale si può comunque dire che il problema di fondo, per chi aspiri allo spirituale, è quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’azione della Misericordia divina. L’iniziato deve cercare di essere come una piuma portata dal vento: senza oppor­re alcuna resistenza a ciò che è trascendente, va là dove lo spirare del vento spirituale la conduce.

Così come il sole può rispecchiarsi nell’acqua solo quando questa è calma, allo stesso modo, unicamente un cuore pacificato e non più condizionato dall’agitazione del mondo potrà essere ricettivo allo spirituale.

Non è un caso che la realtà antitradizionale in cui viviamo spinga costantemente verso la dispersione mentale e lo stress. Perché le pratiche tradizionali possano dare dei risul­tati veramente positivi è necessario che tutti gli aspetti profani che impregnano l’essere siano, almeno temporaneamente, rigettati e il cuore svuotato dall’inquietudine che li ca­ratterizza. Come affermava giustamente Abdul-Hâdi nelle sue Pagine dedicate a Mercu­rio[16]: «… la condizione indispensabile perché si verifichino i primi bagliori d’“Illumina­zione esoterica” (El-Ishrâq) è che nel proprio foro interiore si faccia un posto esclusiva­mente riservato a Dio. È indifferente che questo posto sia ricco o povero: l’importante è che sia assolutamente puro. È molto difficile, vivendo nell’attuale disordine, realizzare la sincerità e la Solitudine divina assoluta, anche solo per la durata di un minuto».

Per far meglio comprendere il nostro pensiero può forse essere utile appoggiarsi a un’analogia. Che senso avrebbe spiegare le vele della propria nave senza prima levare le ancore? E che logica ci sarebbe nel remare con tutte le proprie energie senza preoccu­parsi di verificare la rotta?

Anche un’attività rituale regolare rischierà di essere quindi inutile, se non addirittura dannosa, fintanto che “i metalli non saranno stati lasciati fuori dalla porta del tempio” interiore e l’orientamento sia stato fissato.

La volontà di rimuovere le barriere e l’assentimento al trascendente sono condizioni indispensabili per compiere un lavoro operativo, il quale, attraverso le vicissitudini indi­viduali e con il concatenamento di mezzi appropriati, può realizzare l’eliminazione del­l’illusione.

Il discorso che fino a qui abbiamo fatto sui singoli esseri può applicarsi, fatti i debiti adattamenti, anche alle differenti realtà iniziatiche oggi esistenti. Alcune di esse, e vista la fase ciclica che stiamo attraversando sono le più nascoste[17], si volgono verso il Princi­pio, divenendone gli strumenti per eccellenza e sviluppano la conoscenza metafisica integrale. Altre si limitano a dare a chi ne fa parte una base di purificazione e di prepara­zione a un vero avvicinamento al Centro. Altre ancora, pur nella loro regolarità formale, anziché concentrarsi nel vivificare il loro legame con il Centro del mondo e trarre da Esso la loro forza e la loro direzione, si disperdono in attività di proselitismo, di svilup­po exoterico o cosmologico o peggio si perdono in dispute e gelosie interne ed esterne o in preoccupazioni profane. In questo modo rischiano di far affievolire e neutralizzare l’aspirazione e le potenzialità magari presenti nei propri membri. Solo le prime di queste realtà portano chi ne sia qualificato all’effettiva morte dell’illusione separativa dell’esse­re, quella che crea l’intimo vincolo illusorio che fa identificare l’uomo alla propria individualità fisica e psichica. Così, egli, ritornato al proprio Centro, potrà rinascere nell’Universale e bere la bevanda d’immortalità.


 

La Vocazione

 

 

René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[18], scrive: «Il periodo attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione[19]; le sue condizioni sono tali che, finché per­sisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al prin­cipio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tra­dizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.

Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente per­duto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge delle “azioni e reazioni con­cordanti”[20], essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[21]. Questa direzione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[22]».

 

La parola “vocazione” deriva dal vocabolo latino “vocatus” e ha radice comune con il termine “vox”: voce; il significato etimologico è quello di “chiamata”. Chiamata che, se intesa in senso superiore, procede direttamente dal centro supremo di cui parla Guénon nella citazione introduttiva, centro che, a livello microcosmico, corrisponde simbolica­mente al cuore. Tale chiamata parte dal centro di ogni essere ed è rivolta a ciascuno di essi con il nome essenziale e profondo che lo caratterizza, il quale è diverso da quello di tutti gli altri ed è propriamente unico. Tale nome essenziale però, combinandosi con l’ambiente che incontra nel suo percorso che dal centro si diffonde simbolicamente nello spazio, si vela e si rivela allo stesso tempo con modalità via via più esteriori[23]. La gradua­le alterazione e come mascheramento del nome, hanno fra gli altri effetti quello di per­mettere, anche a chi abbia un orizzonte intellettuale più limitato, di poter comunque per­cepire, al suo livello, questa chiamata centrale.

Questa pluralità di nomi può aiutare a comprendere come la stessa parola “vocazione” possa essere intesa con significati e a gradi molto diversi. Può, ad esempio, riferirsi al dominio della spiritualità pura, oppure a quello psichico, inteso come origine relativa dell’individualità. Ne consegue che, anche quando si parla di vocazione, si può legitti­mamente intendere la chiamata dell’uomo allo spirituale, oppure quella predisposizione dell’essere a esercitare un mestiere o una funzione particolare piuttosto che altre. È chiaro che i punti di vista di cui si tratta, riferendosi a piani diversi di realtà, non sono affatto in opposizione, anzi, è nell’espletazione delle attività più esteriori che l’essere può trovare un supporto adeguato per aprirsi a quelle più profonde.

Nel nostro precedente lavoro[24] indicammo come nella parte più profonda e intima del­l’essere umano vi sia una presenza che non è di natura individuale ma universale. Questa presenza è sempre viva, ed è questa la ragione per cui gli esseri esistono, ma, al giorno d’oggi, i sensi interni che permettono all’individuo di percepirla, spesso sono come ad­dormentati o narcotizzati. Nonostante questo, la sua vitalità, a volte, si può manifestare attraverso delle vibrazioni interne che risuonano come un richiamo interiore al trascen­dente. Ciò è dovuto al fatto che i simili si attraggono, tendendo naturalmente verso la riunificazione di ciò che è stato sparso[25].

Come abbiamo avuto modo di indicare, da un punto di vista iniziatico, l’unione che bisogna ricercare è quella del soffio divino, presente nel foro interiore di ogni essere umano, con l’origine spirituale da cui nasce. È in ciò che è contenuto il senso profondo dell’amore[26].

Così come un uccello in gabbia non potrà non aspirare a volare libero nel cielo, poiché questa è la sua vera natura, allo stesso modo, la parte più profonda dell’essere non accetterà di rimanere rinchiusa nei limiti individuali e chiederà con forza di tornare là dove si situa la sua vera origine. È questa la ragione per cui, chi percepisca questa presenza vitale all’interno del proprio cuore, fino a quando non avrà percorso un cam­mino di conoscenza, non potrà che essere a disagio, in sofferenza e sentirà come una mancanza, forse non ancora ben definita, nella sua vita. Egli è spiritualmente vivo ed è a persone così che intendiamo rivolgerci con i nostri scritti.

L’appello che nasce nel centro si diffonde nello spazio attraverso vibrazioni caratteriz­zate da cerchi concentrici, si può quindi intuire come il seguire questa chiamata corri­sponda a un cammino che, procedendo in senso inverso, trovi il suo punto di partenza nel cerchio esteriore, che corrisponde all’attuale stato di percezione della realtà nella quale si trova l’essere e lo porti, attraverso tappe successive[27] corrispondenti al raggiun­gimento di cerchi via via più piccoli, a ritornare alla propria essenza profonda[28].

Il passaggio da un cerchio esteriore a uno più interiore implica l’attualizzazione di tut­te le possibilità comprese nello spazio esistente fra i due e, di conseguenza, il raggiun­gimento del centro, nel caso specifico dello stato umano, comporta lo sviluppo armonico e totale delle potenzialità in esso contenute[29].

Ogni cerchio qui rappresentato corrisponde a una determinata realtà ambientale, realtà alla quale l’essere è per sua natura strettamente e saldamente legato. Il passaggio da un cerchio più esterno a uno più interiore implica quindi la completa rinuncia agli attacca­menti che a esso si riferiscono e, di conseguenza, il raggiungimento del centro presup­pone necessariamente il totale sacrificio dello stato di manifestazione corrispondente. Il segreto è contenuto negli opposti ed è solo rinunciando che l’essere può veramente ottenere, cioè, in definitiva, pienamente attualizzare le proprie possibilità[30].

Questa rinuncia però non sarà né semplice né indolore. Attaccamenti, fisici e soprat­tutto psichici, potranno manifestarsi ad esempio attraverso legami familiari, professio­nali, le proprie abitudini o il proprio mentale e tratterranno, anche nei modi più impen­sati, l’essere che voglia liberarsene.

Non solo, vi sono pure condizionamenti ereditari e ancestrali che a un certo punto, se si vuole avanzare nella Via dovranno essere superati[31]. La parte essenziale dell’essere non potrà ritornare armonicamente[32] alla sua origine fintanto che non si sarà liberata dalle zavorre che la appesantiscono; da qui la necessità di alleggerirla tramite un pro­fondo lavoro di purificazione.

Per farci meglio comprendere porteremo ora un esempio. Un essere che viva nella pie­na profanità e che si trovi quindi in una condizione estremamente esteriore e voglia pas­sare a una più interiore, si troverà nella necessità di abbracciare una forma tradizionale, accettando tutte le prescrizioni exoteriche da essa imposte e rinunciando a tutto ciò che è interdetto. Il campo di azione della sua individualità verrà in questo caso ridotto, vi saranno poi possibili passaggi successivi come quello del legame iniziatico che potrà svilupparsi in modo graduale portando l’essere via via ad abbandonare le proprie incli­nazioni individuali per seguire la sua vocazione[33].

Chi avrà realmente assimilato questo piano di realtà, compirà gli atti prescritti e si asterrà da quelli vietati con gioia e naturalezza e sentirà ogni azione contraria alla legge come opporsi alla propria natura. A quel punto egli, avendo realizzato quest’aspetto della sua vocazione, nell’agire in quest’ambito sarà realmente libero[34]. Questi concetti di gioia, naturalezza e libertà, che nella concezione corrente accompagnano l’idea di voca­zione, sono quindi un risultato molto più che un punto di partenza e, evidentemente, possono essere trasposti a realtà progressivamente più profonde.

Dicevamo di come i sensi interni che permettono all’individuo di avvertire la presenza trascendente nel proprio foro interiore, spesso siano come addormentati o narcotizzati. Una conseguenza di questo stato di cose può portare l’essere a ignorarne totalmente l’esistenza ed è questa la drammatica situazione nella quale si trova la stragrande mag­gioranza dei nostri contemporanei. Può esserci però anche il caso in cui qualcuno, ma­gari attraversando un momento particolare della propria vita, percepisca in un qualche modo questa esistenza vitale all’interno del proprio cuore senza poi trovare il modo per renderla attiva nella sua esistenza. La vocazione si manifesta come una chiamata, chi la ha in qualche modo udita, a causa del caos generale che lo circonda, non sempre è però in grado di identificarne la reale origine e può essere quindi in difficoltà a seguirla[35].

In definitiva seguire la vocazione, significa trovare un centro alla propria vita, a esso tendere e a esso attenersi. Con questa affermazione stiamo parlando di cose estremamen­te concrete. L’essere deve quindi poter trovare al livello del suo attuale stato di percezio­ne della realtà dei supporti tangibili che gli permettano di interagire con lo spirituale[36].

In un mondo tradizionale questi supporti, siano essi esseri umani, organizzazioni o altro, sono facilmente identificabili. In questo contesto sta quindi a ciascuno di decidere se impegnarsi o meno nell’avanzare nel suo cammino.

Purtroppo, al giorno d’oggi, così come anche indicato nella nota introduttiva, le realtà autenticamente spirituali si stanno sempre più ritirando. La conseguenza di questo fatto è che lo spazio esteriore che hanno lasciato libero è stato occupato da ogni sorta di realtà, realtà spesso inquietanti, le quali compongono un panorama particolarmente intricato e lastricato di trappole di ogni genere.

Questa considerazione non deve però far cadere nello sconforto e nella rassegnazione. Vi è un fatto estremamente importante del quale bisogna tenere conto: ogni atto, sia interiore sia esteriore, non passerà mai realmente inosservato. Dio osserva tutto[37] e qua­lora l’attitudine dell’essere sia sincera, pura, volonterosa e disinteressata[38], le porte che permettono di raggiungere il centro finiranno per aprirsi una dopo l’altra davanti a lui[39] ed egli sarà tenuto lontano dagli inganni[40]. Ogni essere dispone di mezzi e realtà tradi­zionali alle quali si può appoggiare ed è nell’esercizio dei propri compiti, fossero anche apparentemente banali e di poca importanza, nel modo migliore possibile, che risiede il segreto per avanzare nella via[41]. È utilizzando al meglio gli strumenti di cui si dispone che se ne otterranno di più perfezionati. Solo così facendo si potrà lasciare la propria condizione periferica per passare a una più interiore, essendo in qualche modo cooptati; bisogna ricordarsi che si è sempre alla presenza del Principio che, a seconda dei compor­tamenti adottati, può, utilizzando come supporto della sua azione anche degli esseri umani, fare avanzare o meno nel cammino che conduce a Lui. Osservando le cose sotto quest’ottica, ad esempio, non è quindi per nulla da sottovalutare l’importanza di una coscienziosa pratica exoterica o di una seria attività iniziatica anche all’interno di organizzazioni eventualmente ormai gravemente degenerate. Ma andremo anche oltre, riprendendo ciò che affermavamo all’inizio di questo lavoro, quando abbiamo detto che l’essere che oda la propria chiamata non potrà esimersi dall’affrontare questioni che implichino un completo rivolgimento della propria vita. In realtà ogni atto, a cominciare dai più normali e basilari come quello di trovarsi un mestiere, farsi una famiglia e procreare, se vissuto in funzione di un riavvicinamento al centro, viene come sublimato e sacralizzato e può contribuire a riportare l’essere “all’ordine” e all’equilibrio. Questa considerazione finale ci porta a toccare il fondamentale argomento del cambiamento di mentalità, tema che merita uno studio a parte e che ci riserviamo di affrontare even­tualmente in futuro.


 

Riflessioni sulla Volontà

 

 

René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[42], scrive: «Il periodo attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione[43]; le sue condizioni sono tali che, finché per­sisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al prin­cipio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tra­dizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.

Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente per­duto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge delle “azioni e reazioni con­cordanti”[44], essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[45]. Questa direzione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[46]».

 

La creazione è un atto di volontà del Principio che, irraggiandosi dal “Centro dell’U­niverso”, raggiunge il centro di ogni singolo mondo, essere o cosa, e fa sì che essa sia esattamente ciò che Egli vuole. Questo atto, essendo atemporale, dal punto di vista della manifestazione si rinnova in ogni istante. La Volontà universale così intesa corrisponde perciò alla presenza divina esistente al centro di ogni cosa o, ponendoci da un altro angolo visuale, a ciò che avevamo chiamato vocazione[47].

Tale presenza, rispecchiandosi nella realtà individuale umana origina la volontà del­l’uomo, la sola cosa che gli appartiene in proprio, ed è questa stessa realtà che lo fa esistere in quanto individuo: egli può utilizzarla, entro i ristretti limiti imposti dalla sua condizione, per scegliere fra il bene e il male. Il dono di cui parliamo corrisponde al libero arbitrio[48], mediante il quale l’uomo ha la facoltà di orientare la propria volontà ver­so quella universale oppure verso il mondo. È facendo uso di questa facoltà che Adamo ed Eva mangiarono simbolicamente dall’albero del bene e del male e furono cacciati dal paradiso terrestre; allo stesso modo l’essere, in ogni istante, con un atto della sua vo­lontà, si imprigiona da solo nella propria condizione individuale[49].

Le differenti fasi della discesa ciclica, che progressivamente allontanano l’umanità dal­la percezione delle realtà spirituali, corrispondono a questo processo di autolimitazione dell’essere. In quella che simbolicamente è stata chiamata “Età dell’oro” l’essere umano riconosceva naturalmente la propria volontà, ancora unificata, come riflesso di quella universale e, con un semplice sforzo di concentrazione, era in grado di reintegrarvela.

In una seconda fase, attratto dalle realtà relative del mondo, pur non perdendo di vista la volontà universale, l’uomo cominciò a frammentare la propria. Successivamente avrebbe rivolto verso il mondo un numero crescente dei suoi atti di volontà, arrivando inesorabilmente a dimenticare l’esistenza della Volontà universale e a credere di posse­derne una autonoma, capace di determinare il proprio futuro. L’umanità aveva purtutta­via ancora degli ideali e questa volontà individuale, pur tesa verso obiettivi mondani, era caratterizzata da una fede profonda in qualcosa che agiva come agente unificante dandole quindi forza[50].

La discesa di cui parliamo però non si è arrestata a quel punto e sta portando l’umanità a non avere più fede in nulla. Sovente, senza rendersene conto, l’uomo ha oggi le idee piuttosto confuse, manca di chiari obiettivi, finendo così per essere in balia delle sensa­zioni del momento, delle psicosi e degli influssi dell’ambiente. In queste condizioni l’individuo pensa spesso di volere ciò che in realtà è l’ambiente a suggerire[51]. Questi influssi, proprio come strati geologici nel terreno, si sono sovrapposti nel corso dei se­coli e hanno caratterizzato la discesa ciclica dell’umanità, divenendo sempre più avvol­genti. Limitato in tal modo l’essere che ne è vittima perde il controllo della propria volontà che è fagocitata dal mondo, e quindi non è più nelle condizioni di sviluppare in modo armonico e completo le proprie possibilità.

Purtroppo, pur con tutti i suoi limiti, la volontà individuale ha un marcato istinto di sopravvivenza, sa bene che può continuare a esistere solo finché ha la possibilità di nutrirsi della volontà separativa dell’ambiente e fa di tutto per attaccarvisi finendo per restarne invischiata[52].

La condizione profana che abbiamo descritta è drammatica, ed è ancora più terrifican­te se si pensa che dopo la morte fisica, a causa della sua tendenza verso la disgregazione, non potrà concludersi che con una “precipitazione” dell’essere in una condizione infra­umana e infernale.

Per gli uomini e le donne di buona volontà esiste però ancora la possibilità, facendo leva sul corretto utilizzo del libero arbitrio, di compiere un percorso “a ritroso” e riportare la volontà individuale alla propria origine.

Il desiderio di intraprendere questo “viaggio” può nascere in modi apparentemente molto diversi, anche come reazione a qualche evento drammatico occorso nella propria vita; in ogni caso tale risveglio implicherà un “ricordo” più o meno conscio del Princi­pio. Utilizzando il concetto simbolico sin qui espresso, si può dire che la volontà umana, orientandosi correttamente anche se solo per un attimo, magari nel sincero e contrito atto di richiesta di aiuto, si sia come rispecchiata, in modo ancora sfuggevole e velato, nella sua origine, e questo fatto ha portato alla nascita, ancora “embrionale”, del desiderio ardente[53] di tornare là dove è la propria vera patria.

Il primo passo per compiere questo percorso dovrà essere inevitabilmente quello di orientarsi, ancorché in modo parziale e insicuro, verso il centro. Questo atto richiederà già un minimo di discernimento e un orizzonte intellettuale ampio almeno quanto basta per concepire in qualche modo il divino. Si può quindi dire che il primo lavoro da compiere, per chi intende liberarsi dalla drammatica condizione descritta, debba essere quello di procedere a una chiarificazione intellettuale basata sull’enunciazione dei prin­cipi universali e delle loro applicazioni[54]. Questo lavoro, se compiuto con la giusta attitudine, porterà all’acquisizione di certezze e punti fermi che faranno da bussola e permetteranno di discernere il vero dal falso[55]. L’opera di cui parliamo, in quanto utile al discernimento, dovrà essere costantemente portata avanti da tutti coloro che intendono fare buon uso del libero arbitrio, anche nelle successive fasi del proprio cammino.

Come avevamo avuto occasione di vedere nel nostro studio sull’aspirazione[56], l’orien­tarsi, anche se in modo ancora necessariamente imperfetto, verso il centro porrà l’essere, eventualmente in modo incosciente, sotto il benefico influsso della Volontà divina[57].

Il lavoro d’approfondimento dottrinale ben presto porterà l’essere a cercare sul proprio piano di esistenza qualcosa che attualizzi e vivifichi il proprio legame con il sopra-individuale, e così egli non potrà far altro che rendersi conto che la “tradizione”, intesa nel suo senso reale, ha esattamente questo scopo. Tale presa di coscienza lo porterà a integrarsi in una delle sue forme ortodosse, la quale gli fornirà gli strumenti e l’appoggio necessario per proseguire nel suo cammino. In questo nuovo contesto la volontà indi­viduale verrà particolarmente sollecitata: vi sarà una Legge da seguire con tutto il suo carico[58] di obblighi, precetti e indicazioni. La fede potrà giungere in aiuto permettendo di unificare la propria volontà moltiplicandone la forza così consentendo all’individuo di riottenerne almeno in parte il dominio, liberandola dalla tirannia dell’ambiente[59]. Inoltre questa stessa fede farà orientare l’essere verso il Principio, permettendo alla propria vo­lontà di tornare a riflettere, anche se in modo ancora parziale e volubile[60] quella univer­sale; egli prenderà in tal modo sempre maggior coscienza della sua esistenza accettan­dola e riconoscendo in essa il suo bene. I segni del suo intervento, a volte propriamente miracolosi, saranno via via più presenti nella vita di chi avrà compiuto questo percorso. Questo fatto creerà un circolo virtuoso che farà crescere la fede e la fiducia dell’essere verso il divino, che, in tal modo, potrà ancor più sviluppare la sua benefica azione.

Il libero arbitrio così come la volontà individuale troveranno la loro legittima colloca­zione e l’essere, in buona parte riunificato e correttamente orientato, e per ciò stesso attivamente legato al Principio, resterà anche al momento della morte fisica[61] nella pro­pria caratterizzazione umana in modo definitivo; tale caratterizzazione è privilegiata poi­ché “centrale” nel suo grado di esistenza e quindi tale da permettere, almeno virtualmen­te, di ritornare coscientemente al “Centro del Mondo”, ottenendo, in una condizione “pa­radisiaca” ancora separativa e individuale, la propria “salvezza”[62].

Quando la fede è pura, supportata da un orizzonte intellettuale sufficientemente ampio e appoggiata da una conoscenza teorica abbastanza estesa, può condurre l’essere a com­prendere che ogni suo atto deve essere fatto per compiere la volontà di Dio. Questa pre­sa di coscienza può portarlo a riscontrare che nella sua esistenza, nonostante la Legge e le regole che segue, sovente si trova in situazioni nelle quali non riesce a comprendere con chiarezza quale sia la volontà divina. Egli potrà pure rendersi conto che questa vo­lontà è presente nel suo cuore ma che non è in grado di decifrarla. In queste condizioni la domanda che si porrà sarà: come fare a comprendere cosa Dio vuole realmente da me[63]? La risposta a questo quesito è che esistono organizzazioni iniziatiche che hanno come fine proprio quello di aiutare gli esseri che ne entrano a far parte a prendere coscienza di questa volontà divina presente nel loro cuore; esistono esseri che questo percorso hanno compiuto almeno in parte e che sono in grado di indicare la via da seguire. La volontà richiede un discernimento e una comprensione reale che la guidino. Solo subordinandola alla vera conoscenza si potrà dirigerla rettamente. Tale conoscenza proviene dalla propria verità interna più profonda, ma, all’inizio del cammino, si manife­sterà necessariamente e provvisoriamente come un’autorità tradizionale apparentemente esterna all’essere. I veri centri spirituali sono i rappresentanti della Volontà divina in questo mondo, e coloro che camminano nella Via sono i collaboratori coscienti al piano divino[64].

Il patto iniziatico implica almeno virtualmente la rinuncia al proprio libero arbitrio, questo atto è quindi propriamente il sacrificio dell’unica cosa che appartiene veramente all’uomo: la sua volontà. In questo senso esso è considerato, a ragione, come la morte della propria individualità, morte che in realtà corrisponde al riassorbimento e quindi superamento dei limiti individuali nella loro origine trascendente.

Ogni organizzazione iniziatica ha le proprie metodologie di lavoro specifiche, spesso molto diverse fra loro proprio per potersi meglio adattare alle differenti tipologie e fasi umane e ai diversi gradi di purificazione dei loro membri[65]; tuttavia vi sono alcune caratteristiche di fondo che le accomunano tutte.

In particolare, volendo mettere in risalto l’aspetto relativo alla volontà individuale, si può notare come, con un utilizzo corretto della stessa, sia particolarmente importante “vegliare sui propri istanti”, essere costantemente[66] presenti e attenti a che essa, proprio perché agisce nel presente, aiuti a orientare l’essere verso il centro e a distoglierlo, nel contempo, dalle continue attrazioni mondane, unificandolo[67].

La chiave per adempiere in ogni occasione ai doveri del proprio stato, e quindi uni­formarsi alla volontà divina, sta nel seguire esteriormente e interiormente le indicazioni che provengono dall’autorità cui ci si riferisce che è simbolo della volontà universale, della conoscenza e del proprio centro. È verso di essa che l’iniziato deve essere costan­temente vigile e ricettivo.

In tal modo egli, sempre meno condizionato dall’ambiente, potrà più facilmente e pro­fondamente accettare gli eventi che gli occorrono, riconoscendo in modo via via più chia­ro l’azione della volontà divina della quale diviene sempre più strumento cosciente[68].

Se l’attitudine è pura e disinteressata, i provvidenziali segni non tarderanno a manife­starsi, accrescendo la fiducia del discepolo verso la propria autorità, fiducia che avrà un’azione catalizzante e unificante nei confronti della sua volontà che così potrà orien­tarsi in modo sempre più completo verso il Principio, svuotando nel contempo l’essere dai propri attaccamenti individuali[69].

Quando l’iniziato, utilizzando in modo totale la propria volontà, è occupato in ogni singolo istante a tendere verso il centro, egli finisce per dimenticare se stesso, allora e solo allora questa stessa volontà individuale è totalmente riunificata e ben orientata e può quindi integralmente rispecchiare quella universale. Solo in questo momento, trami­te un totale cambiamento di prospettiva, potrà avvenire la reintegrazione dell’individua­lità nel suo Principio rendendo finalmente l’essere libero[70].


 

Provvidenza, Volontà, Destino:

un’interpretazione simbolica del teorema di Pitagora

 

 

René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[71], scrive: «Il periodo attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione[72]; le sue condizioni sono tali che, finché per­sisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al prin­cipio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tra­dizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.

Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente per­duto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge delle “azioni e reazioni con­cordanti”[73], essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[74]. Questa direzione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[75]».

 

Tra le virtù richieste allo sviluppo spirituale, non ve n’è una più importante e attual­mente meno reputata della “Fede”. L’espressione “fede cieca” pare assimilare questa qualificazione a una credenza piena dell’individuo, ma incapace d’orientare l’aspirazio­ne alla Conoscenza effettiva. Tenteremo, al contrario, di mostrare che la Fede si trova in stretta relazione con l’intellettualità più elevata, essendo un elemento centrale per la cor­retta orientazione dell’intenzione e, secondo la citazione che apre il nostro articolo, sta­bilire una “comunicazione spirituale effettiva con il centro supremo”.

Riferendosi alla dottrina pitagorica, illustrata da Fabre d’Olivet[76], René Guénon fa no­tare come «la Volontà “rafforzata”[77] dalla fede (e perciostesso associata alla Provvidenza) poteva soggiogare la stessa Necessità, comandare alla Natura e operare dei miracoli»[78]. Questa frase è carica di significati. Innanzi tutto, mette in evidenza lo stretto vincolo tra Fede e Provvidenza, ossia la Volontà del Cielo. Di fatto, le prime due sarebbero come le due facce della seconda; la Fede sarebbe la Volontà del Cielo secondo una prospettiva ascendente, la Provvidenza secondo una prospettiva discendente, sempre in relazione alla percezione umana. La Fede potrebbe dunque essere considerata come il punto d’unione tra la Volontà del Cielo e quella dell’uomo, attraverso il quale la prima agisce sulla seconda o, più esattamente, come la virtù che permette la loro identificazione (distruggendo l’illusione separativa).

Nella Fede abbiamo quindi la chiave per la vittoria dell’uomo sul Destino. Nella mi­sura in cui cede alla sua Volontà umana (o Libero Arbitrio), sarà preda della fatalità; nella misura in cui ha Fede, potrà rendersi “trasparente” alla Volontà del Cielo affinché governi i suoi passi e così “soggiogare la stessa Necessità, comandare alla Natura e ope­rare dei miracoli”, vale a dire, liberarsi dalle pastoie del suo Destino di uomo mortale.

L’espressione di questa relazione nella vita dell’uomo è data da un simbolo al quale il Pitagorismo accorda una grande importanza, ereditato in Occidente e tuttora tenuto in gran considerazione dalla Massoneria. Si tratta del triangolo rettangolo di proporzioni 3-4-5, le cui proprietà sono presentate nella proposizione 47 del Libro I degli Elementi di Euclide, ben noto come Teorema di Pitagora. Non per nulla, questa figura costituisce il “gioiello” o insegna propria del Past Master[79] e, privo dell’ipotenusa, del Venerabile Maestro di una Loggia.

La dottrina tradizionale indica in questo triangolo l’equilibrio tra la Provvidenza (lato 3), la Volontà umana (lato 4) e il Destino (lato 5), essendo questa relazione d’equilibrio a per­mettere d’avanzare armoniosamente nel cammino spirituale[80] (cf. Fig. 1).

Infatti, la Tradizione attraverso i testi sacri c’insegna che l’uomo, “creato a immagine e somiglianza di Dio”, è di diritto situato nel Centro del nostro mondo o, secondo un vo­cabolario più tecnico, del nostro stato di manifestazione[81]. Da questa posizione privile­giata egli è chiamato a esercitare la funzione d’intermediario tra tutti gli altri esseri, dei quali è responsabile, e il Principio Universale dal quale tutto trae origine. Questa condi­zione, propriamente paradisiaca, è propria all’Uomo Vero o Primordiale[82] e si riferisce a quella che la tradizione greco-romana denominava Età dell’Oro. Tuttavia, un cattivo uso del maggior dono che Dio abbia concesso all’uomo (la Volontà o Libero Arbitrio) provocò quel che in termini biblici è nota come “Caduta”, ossia la perdita effettiva della centralità di cui stiamo parlando. Da quel momento, l’uomo, allontanato dal suo luogo naturale, spinto alla propria volontà d’affermazione individuale, imbocca una discesa che lo trascina sempre più in basso, lontano dalla divina Provvidenza, soggetto conse­guentemente alle vicissitudini del Destino e alla sofferenza.

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Figura 1

Il vertice superiore del triangolo rappresenta il Centro dello Stato umano, ossia la po­sizione spettante di diritto all’Uomo Vero, culmine della restaurazione umana. Il cateto verticale uscente dal vertice, il lato 3 del triangolo, rappresenta la Provvidenza, e il cate­to orizzontale la Volontà umana. Si vede chiaramente come la rottura di quest’equilibrio 3-4-5 a causa del cattivo uso del Libero Arbitrio e dello sviluppo della Volontà aumenti corrispondentemente il peso del Destino con l’allontanamento dell’individuo dalla dire­zione assiale, cioè dalla Provvidenza e in definitiva dallo Stato centrale. La mentalità moderna, ignorando l’esistenza di un Ordine risultante dall’espressione nella manifesta­zione di un Principio Universale di carattere sovrumano, impegna la Volontà umana in un processo d’affermazione dell’individualità, unica realtà esistente secondo la sua per­cezione, alimentando l’ego in un processo propriamente indefinito. Ora, questa forza di Volontà può applicarsi ugualmente in senso contrario, quantunque per questo sia neces­sario riconoscere l’azione della Provvidenza. Quando ciò avviene, quando l’individuo si rende conto dell’esistenza di una “Volontà del Cielo”, della quale la propria non è che un semplice riflesso, e prende la determinazione innanzi tutto di riconoscerla e in segui­to di sottomettersi a essa, il senso della Volontà sul cateto orizzontale s’inverte: invece di lanciarsi verso l’esteriore in una corsa senza fine, si dirige verso il centro del proprio essere, la Volontà[83] si riduce e così anche l’influenza del Destino, avvicinandolo alla Provvidenza. Questo cambio d’orientamento, per divenire effettivo e non cadere in un semplice esercizio mentale, non può prescindere dall’Iniziazione, che stabilirà il vincolo fra la Provvidenza e l’individuo[84].

L’“equilibrio” del triangolo pitagorico si trova nella perfetta armonia delle proporzioni dei suoi tre elementi. La tensione e il progresso della Volontà verso quest’equilibrio consentono all’iniziato di avvicinarsi alla Provvidenza riducendo gradualmente l’in­fluenza del Destino[85]. Portare l’iniziato a raggiungere dapprima, e poi stabilizzare questa proporzione, è precisamente il lavoro proprio di un’organizzazione iniziatica. A ogni individuo corrisponde una propria figura triangolare che ne riflette la condizione (non esistono due esseri uguali), in un lavoro iniziatico operativo le indicazioni che riceverà saranno specifiche alla sua natura propria, la situazione personale che attraversa e l’am­biente vitale nel quale si dispiega. Anche se può sembrare contraddittorio con quanto os­servato sopra, è possibile che tali indicazioni vadano nel senso di un lavoro di raffo­rzamento della Volontà, evidentemente quando questa si trovi al di sotto della condizio­ne d’equilibrio perché troppo debole.

In ogni modo, è importante rimarcare che l’inizio di questo processo di “ritorno” alla Provvidenza, segnato dal cambio d’orientazione nell’applicazione della Volontà, è determinato dalla capacità di riconoscere un Principio trascendente e di sottomettersi a esso, capacità che non è altro che la Fede, e questo dà il giusto peso al suo grado d’importanza come elemento di realizzazione.

Non era nostra l’intenzione condurre uno studio esaustivo di tutte le possibilità simbo­liche racchiuse nel triangolo pitagorico 3-4-5, cosa peraltro impossibile stante la natura del simbolo, con indefinite interpretazioni possibili, ma solo porre in evidenza la profon­dità di uno dei significati che gli sono propri. Forse non sarebbe privo d’interesse studia­re la relazione tra questo e la rappresentazione simbolica della manifestazione, magi­stralmente descritta ne Le Symbolisme de la Croix[86]. Speriamo che queste brevi note possano contribuire a ridare alla Fede il posto che riteniamo le spetti, così come gettare un po’ di luce sull’importanza che ha l’eredità del Pitagorismo, secondo René Guénon, nell’unica iniziazione dal carattere propriamente occidentale che è sopravvissuta fino a oggi[87]. Lasciamo al lettore interessato l’approfondimento delle questioni toccate dal presente studio, limitandoci solo a notare ancora come il “gioiello” del Past Master in una Loggia massonica non possa essere che il triangolo pitagorico stesso[88].


 

Sulla preparazione teorica

 

 

René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[89], scrive: «Il periodo attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione[90]; le sue condizioni sono tali che, finché per­sisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al prin­cipio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tra­dizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.

Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente per­duto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge delle “azioni e reazioni con­cordanti”[91], essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[92]. Questa direzione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[93]».

 

La conoscenza effettiva della dottrina tradizionale o metafisica, che tratta delle realtà universali, espressione della Verità dalla quale scaturisce, è riconosciuta in tutte le tradizioni come superiore a qualunque altra acquisizione umana[94], identificandosi con la “realizzazione”[95]. Tuttavia, da Platone a Dante, dalla tradizione ebraica a quella musul­mana, dal taoismo alle tradizioni popolari depositate nel folklore, la consapevolezza che la vera conoscenza implica l’identificazione tra conoscente e conosciuto[96] va di pari passo con l’insistenza sull’importanza della preliminare preparazione teorica della dot­trina attraverso lo studio e la discriminazione[97].

L’essere umano può compiere il lavoro di approfondimento teorico unicamente “riflet­tendo” o “speculando” attraverso l’organo che gli è specificatamente proprio, cioè il mentale[98]. La conoscenza attraverso il mentale non è che una conoscenza “per rifles­so”[99], che tuttavia rappresenta il punto di partenza per arrivare alla conoscenza effet­tiva[100]. Naturalmente non stiamo parlando di cultura ed erudizione, concetti cari all’uomo d’oggi, ma che non hanno alcun punto in comune con la conoscenza iniziatica: l’iper­trofia mentale è piuttosto una degenerazione intellettuale che un mezzo per arrivare alla vera conoscenza[101].

Il lavoro di studio e approfondimento teorico della dottrina metafisica è lungo e fati­coso, non a caso le varie tradizioni sentono il bisogno d’insistere sulla necessità di con­durlo sotto la guida di un insegnante autorizzato, con metodo[102] e perseveranza[103]. La pre­tesa, anche questa tipicamente moderna, di “fare da sé”, senza una guida e un metodo, ampiamente favorita oggigiorno dall’enorme diffusione di testi di carattere autentica­mente tradizionale, porta solo, nella più rosea delle ipotesi, ad alimentare l’ipertrofia mentale di cui si è detto sopra, per non parlare delle inevitabili incomprensioni legate all’assenza di un’interpretazione vivente e autentica della dottrina. Non per niente l’inse­gnamento tradizionale è sempre accompagnato (si badi non solo preceduto) da un lavoro di purificazione, di fatto un’attività rituale possibile solo quando l’individuo è integrato in una regolare organizzazione tradizionale, sia essa iniziatica o exoterica. Uno specchio riflette le immagini solo se è pulito, stabile e correttamente orientato; il mentale dell’essere umano deve quindi, in tanto che piano di riflessione, essere continuamente lucidato dai riti di purificazione e mantenuto sotto l’asse verticale della conoscenza intellettuale (buddhi) con uno sforzo teso alla concentrazione[104].

Come dice Platone, il sensibile non è che un riflesso dell’intelligibile, dunque ogni scienza e arte può, con un’opportuna trasposizione, rappresentare un modo d’espressio­ne simbolica delle verità superiori[105], ciò che fa dell’insegnamento tradizionale la lettura del libro dell’universo.


 

Sull’orizzonte intellettuale

 

René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[106], scrive: «Il periodo attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione[107]; le sue condizioni sono tali che, finché per­sisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al prin­cipio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tra­dizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.

Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente per­duto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge delle “azioni e reazioni con­cordanti”[108], essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[109]. Questa direzione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[110]».

 

Il termine orizzonte, dal latino horizon -ontis e greco ὁρίζων -οντος, participio pre­sente di ὁρίζω “limitare” (sottintendente κύκλος “circolo”), indica la linea apparente, a forma circolare, lungo la quale, in un luogo aperto e pianeggiante, il cielo e la terra sembrano toccarsi, tanto più ampia quanto maggiore è l’altitudine del luogo dal quale si osserva, la parte più lontana dello spazio libero cui si può spingere lo sguardo. Diversi elementi possono impedire la visione dell’orizzonte fisico di un luogo, posto che lo spa­zio dev’essere libero da ostacoli: oscurità o nebbia, difetti alla vista dell’osservatore, una postura scorretta (chi dovesse guardare troppo in alto vedrebbe solo cielo, chi troppo in basso, solo terra). Escludendo incorreggibili difetti alla vista, tutti gli altri impedimenti possono essere rimossi, scegliendo il momento[111] e il punto[112] più propizi all’osservazione, adottando una postura eretta e ben orientata orizzontalmente[113], tuttavia ciascun individuo possiede una propria percezione di orizzonte. Solo l’ampiezza massima di quel circolo apparente, il cosiddetto orizzonte astronomico terrestre, è caratteristico dell’altezza dell’os­servatore, la sua distanza potendo essere facilmente calcolata con il teorema di Pitagora.

Il termine orizzonte, dal piano fisico, può essere utilizzato a rappresentare le realtà del piano psichico[114] e, ancor meglio, spirituale[115]. Così, all’uscita dell’oscuro baratro dell’In­ferno, all’arrivo nell’isoletta del Purgatorio, il «secondo regno | dove l’umano spirito si purga | e di salire al ciel diventa degno», Dante menziona l’orizzonte in quel “primo giro” [116]. Ma sarà solamente in cima al Purgatorio, dove si colloca il Paradiso Terrestre e dove Dante s’incontra con Beatrice, nel punto più elevato in cui la razionalità sublima nell’intelletto, che fa tutt’uno con la spiritualità[117], che l’orizzonte raggiungerà la sua massima estensione[118], la percezione individuale non avendo più ostacolo sottile alcuno alla “visione” dell’intero emisfero.

La risalita al monte Purgatorio equivale alla rigenerazione psichica dell’uomo, con il razionale che viene spinto ai suoi limiti superiori, a incontrare il puro intelletto. Tale risalita si compie attraverso la purificazione dai peccati[119] vale a dire, in un linguaggio meno exoterico, la rimozione di altrettanti ostacoli alla visione interiore dell’orizzonte che compete a quella posizione. Ogni passo di questo cammino iniziatico muove dall’e­sercizio della discriminazione, “strumento” indispensabile perché l’individuo conosca la propria condizione relativa, e richiede specifiche qualificazioni. «Va da sé che la qualifi­cazione essenziale, quella che domina tutte le altre, è una questione d’“orizzonte intel­lettuale” più o meno esteso»[120]. Arrivato in cima al Purgatorio, Dante si trova ad avere dato risposta all’ingiunzione “Conosci te stesso”, di fatto alla domanda “Chi sei tu?”[121].

La rigenerazione psichica dell’uomo, il riassorbimento delle facoltà individuali nel proprio centro, equivale al passaggio “dal cervello al cuore”[122], dalla sede della razio­nalità a quella dell’Intelligenza, attraverso la “concentrazione” dell’essere[123].

Si faccia bene attenzione tuttavia, «non v’è niente come l’abuso d’erudizione per limi­tare strettamente l’“orizzonte intellettualedi un uomo e impedirgli di vedere chiara­mente in certe cose»[124]. L’intelligenza intuitiva e l’intelligenza discorsiva o razionale non si collocano sullo stesso piano[125], «la ragione, infatti, che è solo una facoltà di conoscen­za mediata, è il modo propriamente umano dell’intelligenza; l’intuizione intellettuale può essere detta sopra-umana, poiché è una partecipazione diretta all’Intelligenza uni­versale»[126], quindi la sola capace di cogliere, in modo immediato, le realtà d’ordine me­tafisico, attraverso il linguaggio dei simboli.

«Ogni vero simbolo porta in sé i suoi molteplici sensi, e questo fin dall’origine, giac­ché esso non è costituito come tale in virtù di una convenzione umana, ma in virtù della “legge di corrispondenza” che collega tutti i mondi tra di loro; il fatto che, mentre cer­tuni vedono questi sensi, altri non li vedano o non ne vedano che una parte, non toglie che essi vi siano realmente contenuti, e l’“orizzonte intellettuale” di ciascuno fa tutta la differenza; il simbolismo è una scienza esatta e non una fantasticheria in cui le fantasie individuali possano aver libero corso»[127]. «Pretendere di mettere questa [la verità] “alla portata di tutti”, renderla accessibile a tutti indistintamente, significa necessariamente sminuirla e deformarla, giacché è impossibile ammettere che tutti gli uomini siano ugualmente capaci di comprendere qualsiasi cosa; non è una questione d’istruzione più o meno estesa, è una questione d’“orizzonte intellettuale”, e ciò è qualcosa che non si può modificare, che è inerente alla stessa natura di ogni individuo umano»[128].

I vizi, che Dante definisce «cose che lo ’ntelletto nostro vincono, sì che non può ve­dere quello che sono»[129], sono come detto altrettanti ostacoli alla visione dell’orizzonte, ossia della Verità. Il Sommo Poeta li suddivide in due categorie: innati e consuetudinari. I secondi possono essere eliminati con il comportamento virtuoso[130], mentre i primi, con­naturali all’essere, possono solo essere ridotti dal buon comportamento; solo l’intervento divino[131], nella sua onnipotenza e in modo “miracoloso”, può vincerli e incidere sulla natura degli esseri modificandone l’orizzonte intellettuale[132]. Resta inteso che ogni essere non potrà in ogni caso che sviluppare le possibilità che già conteneva in se stesso e questo perché la realizzazione metafisica «non è la produzione di qualcosa che non esiste ancora, ma la presa di coscienza di ciò che è, in modo permanente e immutabile, al di fuori di ogni successione di tempo o d’altro genere, giacché tutti gli stati dell’esse­re, considerati nel loro principio, sono in perfetta simultaneità nell’eterno presente»[133].

Ma ch’è il “punto” d’incontro del Cielo e della terra, quell’orizzonte che Dante collo­ca in cima al Purgatorio, dove culmina la rigenerazione psichica dell’essere e porta d’ac­cesso alla risalita spirituale, se non l’incontro dell’individuo con un’organizzazione ini­ziatica in cui «sussiste ancora una vera dottrina tradizionale», in grado di «vivificare i simboli i quali non ne sono che la rappresentazione esteriore», e che quindi può condur­re all’iniziazione effettiva? Quanto più cosciente sarà tale riconoscimento, quanto più riservato, poiché «la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta[134]», tanto più efficace sarà l’adesione agli “strumenti” di cui l’organizzazione dispone per consentire la piena attuazione delle possibilità insite nell’orizzonte intellettuale del­l’essere[135].


 

Una Scienza utile o erudizione?

 

 

René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[136], scrive: «Il periodo attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione[137]; le sue condizioni sono tali che, finché per­sisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al prin­cipio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tra­dizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.

Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente per­duto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge delle “azioni e reazioni con­cordanti”[138], essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[139]. Questa direzione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[140]».

 

Coloro per i quali le parole che precedono non sono lettera morta ma, al contrario, risvegliano nei cuori l’aspirazione[141] al ritorno al Principio dovrebbero porsi il problema di come trovare un centro, non soggetto alle vicissitudini e alla caducità del mondo, che possa dare un senso reale e stabile alla propria esistenza. L’assenza di questa presenza ordinatrice, rinchiudendo l’essere nel ristretto ciclo dell’esistenza soggetto a inclinazio­ni, sensazioni e opinioni individuali, non potrà che lasciare una percezione d’insoddisfa­zione e manchevolezza. Vorremmo che tale comune aspirazione e le certezze che solo una partecipazione diretta agli influssi di un centro spirituale può dare fossero il punto d’incontro con i lettori di questa rivista e, per quanto possibile, che gli articoli pubblicati fossero d’aiuto nella ricerca della propria via[142].

Il fine ambizioso che Lettera e Spirito si propone è quello di presentare articoli chiari che, seguendo un percorso ben visibile in filigrana ai lettori più attenti, siano utili nel senso appena indicato. Scritti che, al di là del rigoroso contenuto tradizionale, siano in armonia con la nostra natura e quella dei lettori. A questo proposito pensiamo sia oppor­tuno valorizzare quel “filone spirituale” che nel corso dei secoli si è sviluppato nell’area mediterranea, e come tale maggiormente atto a toccare il cuore di chi ci legge: tale realtà spirituale rimonta a quella che René Guénon ha denominato “tradizione primordiale”; direttamente a essa si rifaceva una delle più antiche tradizioni dell’umanità, legata al culto dell’Apollo Iperboreo a Delfi, poi riadattato dalla scuola pitagorica, via l’orfismo[143], e continuato nella tradizione romana e irradiato tramite essa fino ai confini dell’Impero.

In Italia ricordiamo la figura di Virgilio e le realtà iniziatiche che si appoggiarono alla chiesa cattolica romana e la cui esistenza dovrebbe apparire evidente a chi conosca le opere di Dante Alighieri e dei Fedeli d’Amore[144].

In Spagna, convivendo in armonia a partire dall’VIII secolo, le tre tradizioni abrami­che furono validi supporti e tramite di quest’influenza spirituale. Basti pensare a perso­naggi quali Ibn Gabirol, Mohyiddîn ibn ‘Arabî, Averroè, Maimonide e Alfonso X “il Saggio”, re di Castiglia e di Leon, noto come il “re delle tre religioni”[145].

È ben noto che durante il medioevo «la scienza e la filosofia greche sono state tra­smesse agli Europei da intermediari musulmani. In altri termini, il patrimonio intellet­tuale degli Elleni non è pervenuto all’Occidente che dopo essere stato seriamente stu­diato dal Vicino Oriente e non fosse stato per i sapienti dell’Islam e i suoi filosofi, gli Europei sarebbero restati per molto tempo nell’ignoranza totale di tali conoscenze, se mai fossero arrivati a possederle»[146]. Inoltre «le traduzioni latine di Platone e di Aristo­tele, allora utilizzate, non erano state fatte direttamente sugli originali greci, bensì su traduzioni arabe anteriori, alle quali erano acclusi i commentari dei filosofi musulmani contemporanei, quali Averroè, Avicenna, ecc. La filosofia d’allora, nota con il nome di Scolastica, è generalmente distinta in musulmana, ebraica e cristiana. Ma è la musul­mana all’origine delle altre due e più particolarmente della filosofia ebraica, che è fiorita in Spagna e il cui veicolo era la lingua araba, come si può constatare attraverso opere di grande importanza come quelle di Mûsâ ibn Maymûn [Maimonide] che per parecchi secoli ha ispirato la filosofia ebraica posteriore»[147].

Ciò che resta oggi di tutto questo non è che lettera e noi non intendiamo fare pubbli­cità per alcuna forma tradizionale. Non possiamo però fare a meno d’attirare l’attenzione sul fatto che, in tale disegno, l’istituzione massonica, a partire dagli antichi costruttori fino a quella odierna, ha sempre giocato, e malgrado la degenerazione che l’ha colpita continua a giocare, un ruolo importantissimo nella conservazione e trasmissione di se­greti[148], conoscenze[149] e influenze spirituali che attendono solo la venuta di ricercatori sin­ceri, pronti a superare la propria mentalità profana, assumere pienamente l’impegno ini­ziatico e trovare così le chiavi per attingerne e profittarne nella misura delle proprie possibilità.


 

Alcune questioni fondamentali

 

René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[150], scrive: «Il perio­do attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione[151]; le sue condizioni sono tali che, finché persisteranno, la conoscenza ini­ziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha ces­sato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni, ogni legame co­sciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro seconda­rio, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.

Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente perduto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la leg­ge delle “azioni e reazioni concordanti”[152], essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[153]. Questa di­rezione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orienta­zione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[154]».

 

In ogni campo, un’errata concezione iniziale[155] porta inevitabilmente a comportamenti sbagliati, che persisteranno e si amplificheranno fino a quando non sia rettificata. Per chi aspiri alla conoscenza, questa pur elementare considerazione suona tanto più d’avvertenza quanto mag­giore è il livello d’impegno dedicato a tale ricerca la quale, come evi­denziato in numerosi scritti apparsi su questa rivista, non può che inglobare l’esistenza dell’iniziato nella sua totalità. Un’errata aspetta­tiva su questo punto può quindi comportare una vita piena di sforzi che non conducono ad alcun reale avanzamento verso il centro del proprio essere.

Osservando casi concreti in cui questa situazione si manifesta ab­biamo identificato due questioni che, se correttamente risolte, credia­mo possano evitare l’insorgere di molte di quelle concezioni errate cui accennavamo. Tali questioni fondamentali, cui cercheremo di rispon­dere brevemente appoggiandoci agli scritti di Maestri del passato e senza pretesa d’esaurire l’argomento, vertono sulla natura del patto iniziatico e dell’attività iniziatica.

 

In che consiste il patto iniziatico?

Nel mondo occidentale non v’è niente di più adatto della Divina Commedia per entrare nell’argomento, giacché in essa il processo iniziatico è descritto in ogni sua fase. La natura del patto iniziatico è mirabilmente illustrata nelle terzine seguenti del canto V del Paradiso:

“Lo maggior don che Dio per sua larghezza
fesse creando, e a la sua bontate
più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,

fu de la volontà la libertate;
di che le creature intelligenti,
e tutte e sole, fuoro e son dotate.

Or ti parrà, se tu quinci argomenti,
l'alto valor del voto, s'è sì fatto
che Dio consenta quando tu consenti;

ché, nel fermar tra Dio e l'uomo il patto,
vittima fassi di questo tesoro,
tal quale io dico; e fassi col suo atto.

Dunque che render puossi per ristoro?
Se credi bene usar quel c’hai offerto,
di maltolletto vuo’ far buon lavoro.
[156]

Nelle parole di Beatrice, Dante spiega che il libero arbitrio, attributo specifico delle creature intelligenti, è il più grande dono che Dio, nella sua sconfinata generosità, fa all’essere umano e la cosa che maggior­mente apprezza in lui. Il patto iniziatico è l’atto con cui l’uomo rinun­cia a questo tesoro rimettendolo volontariamente nelle mani del suo Signore e facendone sacrificio. Comprendere l’alto valore di quest’im­pegno è fondamentale perché esso sia accettato e chi lo stringe do­vrebbe essere cosciente che in tal modo si vincola a non far più uso del proprio libero arbitrio (riappropriandosi di qualcosa dopo averla dona­ta si comporterebbe altrimenti come un ladro).

Se dal punto di vista principiale il patto è stipulato tra l’iniziato e Dio, in concreto si estrinseca al cospetto dell’organizzazione iniziatica, aderendo alla quale si è guidati in un percorso d’armonizzazione in­tegrale della propria esistenza[157].

Tale cammino è evocato dalla discesa agli Inferi e dalla risalita del Purgatorio nel corso della quale Dante è mondato dai sette peccati ca­pitali. Nel canto XXVII del Purgatorio, giunti sul gradino più elevato della scala, Virgilio si accommiata da Dante dopo avergli restituito il suo libero arbitrio:

Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su ‘l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,

e disse: “Il temporal foco e l’etterno
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
dov’io per me più oltre non discerno.

Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.

Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.

Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.

Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:

per ch’io te sovra te corono e mitrio”.[158]

Virgilio, fissando intensamente Dante, gli dice che dopo averlo ac­compagnato con ingegno e arte nella visione del fuoco eterno e nella risalita del Purgatorio sono giunti laddove la sua ragione non può spin­gersi oltre. Dante si trova finalmente al sicuro, fuori da ogni difficoltà, e Virgilio lo invita a prendere come guida la sua spontanea volontà, non attendendo più le sue indicazioni né i suoi cenni: il suo arbitrio è libero, retto e giusto, e sarebbe errato non assecondarlo, cosicché Vir­gilio lo incorona e lo consacra signore e pastore di se stesso.

Dal raffronto di questi passi emerge come il sacrificio del libero arbitrio sia richiesto all’uomo che ha smarrito la propria condizione centrale nel suo stato d’esistenza, simbolicamente rappresentata dalla cacciata dal Paradiso Terrestre, in quanto “strumento” difettoso e condizionato dalle tendenze dell’ambiente, dalle miopi tendenze individuali e dai vizi. Purché tale rinuncia sia effettiva può iniziare il processo di purificazione sopra evocato, allora, verso la fine dello stesso, lo strumento del libero arbitrio gli verrà restituito essendo dive­nuto per lui una bussola infallibile atta ad indicargli in ogni occasione la corretta strada da imboccare.

 

In che consiste l’attività iniziatica?

Le finalità dell’organizzazione iniziatica per quanto concerne l’evoluzione spirituale dei suoi affiliati sono magistralmente conden­sate nella terzina seguente del canto XXVI dell’Inferno:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza"
[159]

In ambito iniziatico il lavoro personale comporta l’attualizzazione dei proponimenti espressi nel patto; incentrati su un dono, quello del libero arbitrio, si arguisce come tali intenti trovino la loro sublima­zione nella maturazione di un’attitudine di profonda generosità, che costituisce la radice e la cornice a tutto il lavoro ulteriore, sia esso attinente alla vita attiva sia a quella contemplativa.

Nella sua opera La vita tradizionale è la sincerità, lo Sheikh Tâdilî afferma: «La nobiltà del carattere (makârim al-akhlâq) è tutto il tasawwuf» e, poco oltre: «L’uomo nobile marcia verso il successo!»[160]. Il termine makârim, qui reso con nobiltà, ha la stessa radice del nome divino al-Karîm, il Generoso, il che lascia intuire come la generosità sia la parte interiore e la radice della vera nobiltà[161].

L’importanza di questa virtù è ribadita pure da Abdul-Hâdî che, rifacendosi agli insegnamenti dello Sheikh Elîsh el-Kebîr, scrive: «l’arte di dare è il principale Arcano della Grande Opera»[162]. Nel suo articolo egli presenta la prospettiva dell’iniziato ormai liberato da ogni sentimentalismo, che ha colto l’identità tra l’io e il non-io. Quest’uo­mo è cosciente dell’Unità universale e ha penetrato i segreti dell’arte di donare «nel disinteresse assoluto, nella perfetta purezza dell’anima al compiere l’atto, cioè dell’intenzione, nella completa assenza d’ogni speranza in un ritorno, in una qualunque ricompensa, foss’anche nel­l’altro mondo». Abdul-Hâdî sostiene che «Oggi è impossibile fare del bene all’umanità senza alcun retropensiero utilitario» e quindi che «La vera carità comincia con l’animale; continua con la pianta, ma allora essa esige le scienze dell’iniziato. Queste scienze conducono all’Alchi­mia, che è la carità umana verso le pietre e i metalli, cioè verso la natura inorganica. L’apogeo di questa carità è il dono di Sé ai numeri primitivi, giacché allora si sostiene l’Universo con il suo soffio ritmato»[163].

Da tutto ciò si arguisce come sia importante non confondere il lavoro iniziatico con un attivismo esagerato in ambito rituale o con lo studio libresco, giacché si tratta di una questione di gusto e d’imparare a leggere il libro della propria coscienza.

Non possiamo a questo proposito fare a meno di riportare due passi dello Sheikh ad-Darqâwî: «Se desideri che il tuo cammino s’accorci perché tu arrivi rapidamente alla realizzazione, praticherai le opere di carattere “necessario” e quelle “surerogatorie fermamente raccoman­date”; apprendi dalla scienza esteriore ciò che è indispensabile per servire Dio, ma non attardartici, giacché non ti è richiesto d’approfon­dirla; è la scienza interiore che devi approfondire; e combatti la bramosia; allora vedrai meraviglie»[164] e «Proprio nella misura in cui l’anima abbandona le passioni, si rafforza l’effusione dello Spirito da parte del suo Signore, in guisa che le nozze dello Spirito e dell’anima si moltiplicano, al pari dei loro frutti, ossia le scienze infuse e le azioni che ne derivano. Il godimento di ciò non può che indurre l’uomo a contrastare l’anima [passionale] e a domarla, malgrado le sue repulse, sgarberie ed esecrazioni, giacché un comportamento simile gli è facilitato da tutto quel che vi vede di “luci”, di “segreti”, di “profitti” spirituali»[165].

Il lavoro personale rivolto all’esercizio delle virtù crea nell’essere i presupposti per il lavoro interiore focalizzato sul fine immutabile, ossia la Conoscenza, secondo le parole dantesche: «impossibile è essere savio chi non è buono»[166]. Esso si compie attraverso successivi e continui cambiamenti; in un susseguirsi di soluzioni e coagulazioni che portano l’iniziato a insediarsi in stati via via più elevati, che dev’essere pronto ad abbandonare se vuole elevarsi ulteriormente. Egli deve comprendere i doveri del proprio stato e adempierli nel modo migliore e più completo possibile, solo a quel punto potrà passare a uno stato successivo superiore. Se non v’è cambiamento non può esservi avanzamento e ogni organizzazione iniziatica degna di questo nome interviene per favorirlo attraverso consigli, allusioni, interdi­zioni, ordini, preghiere e invocazioni[167], che sono come i catalizzatori di questo processo alchemico. In tale contesto i riti sono dei supporti, che possono consentire risultati miracolosi, solo quando scaturiscano e siano accompagnati da un desiderio ardente, ma che diventano addi­rittura dannosi se praticati altrimenti; lo Sheikh Tâdilî è esplicito al riguardo: «Sappiate (ancora), fratelli miei, che quando il faqîr che fa il dhikr non ha in lui la volontà (irâdah), il nome di Sufi è una metafora per quanto lo concerne e il suo dhikr è pericoloso»[168].

Qual è dunque l’attitudine corretta nel lavoro interiore? Molti po­tranno essere sorpresi nello scoprire che la “ricettività” è «un costante sforzo d’assimilazione, che è proprio qualcosa d’essenzialmente attivo, e anche al grado più alto che si possa concepire»[169]. Essa presuppone uno stato di “pace interiore”, d’“attenzione” e di “presenza”.

A proposito del lavoro interiore, R. Guénon afferma che l’azione è solo la parte più esteriore dell’attività, quella «dipendente propria­mente solo dal dominio corporeo», inoltre «ciò che è più attivo è anche, e con ciò stesso, ciò che è più vicino all’ordine puramente spirituale, mentre l’ordine corporeo è quello in cui predomina la passi­vità; ne deriva la conseguenza, paradossale solo in apparenza, che l’at­tività è tanto più grande e più reale quanto più si esercita in un do­minio lontano da quello dell’azione»[170].

Abdul-Hâdî afferma: «Ora, la condizione indispensabile addirittura per il primo bagliore dell’“Illuminazione esoterica” (El-Ishrâq), è proprio un posto esclusivamente riservato a Dio nel proprio foro interiore. È indifferente che questo posto sia grande o piccolo, ricco o povero, ma è di capitale importanza che sia assolutamente puro e senz’alcuna mescolanza. È molto difficile, nell’attuale disordine della vita, realizzare la sincerità e la Solitudine divina assoluta, anche solo per la durata di un minuto di sessanta secondi»[171].

***

Nelle pagine che precedono abbiamo messo in luce due questioni importanti da risolvere per chi intenda intraprendere un cammino di conoscenza; ve ne sono altre. Ad esempio, a seguito di quanto indicato nell’incipit di quest’articolo, dov’è citato il passo evangelico «Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto»[172] ci si può chiedere: cercare che cosa? chiedere a chi? bussare a quale porta?

Qui emerge la necessità di una prima chiarificazione mentale attra­verso un processo di discriminazione. A questo proposito non v’è nulla da inventare, poiché tutto quanto c’era da scrivere è già stato scritto, ci riferiamo in particolare al testo di R. Guénon[173] Aperçus sur l’Initia­tion[174] e, più in generale, a tutta la sua opera, in cui si possono trovare gli elementi utili a compiere tale lavoro.


 

Cercare che cosa?

 

 

René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[175], scrive: «Il perio­do attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione[176]; le sue condizioni sono tali che, finché persisteranno, la conoscenza ini­ziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha ces­sato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni, ogni legame co­sciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro seconda­rio, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.

Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente perduto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la leg­ge delle “azioni e reazioni concordanti”[177], essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[178]. Questa di­rezione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orienta­zione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[179]»

 

Nel nostro precedente articolo abbiamo identificato varie questioni fondamentali per chi intenda intraprendere un cammino di conoscenza, prima mettendo in luce in che consistono il patto e l’attività iniziatica, poi ponendo nella conclusione tre domande che emergono a gran voce dal noto passo evangelico citato nell’incipit di R. Guénon, la prima della quali è: cercare che cosa?

Questa semplice domanda, la cui risposta non è per nulla scontata, è davvero fondamentale, giacché più chiaro sarà ciò che si sta cercando e maggiori saranno le probabilità di trovarlo, senza farsi traviare o distrarre da falsi obiettivi, scenari attrattivi o qualcuna delle luccicanti trappole che potrebbero presentarsi.

L’identificazione che tutte le forme tradizionali stabiliscono tra Iniziazione effettiva e Conoscenza[180] è una prima risposta a tale quesito capitale, tuttavia proprio perché la Conoscenza implica identificazione tra conoscente e conosciuto, essa è molto differente da ciò che si è abituati a immaginare e non è in alcun modo ottenibile attraverso lo studio libresco[181]; altrimenti per raggiungerla basterebbero un buon quoziente intellettivo e una grande determinazione e applicazione, ma le cose non stanno affatto così.

Nell’incipit, R. Guénon afferma senza mezzi termini che la conoscenza iniziatica, viste le condizioni di oscuramento e di confusione che caratterizzano la nostra epoca, deve necessariamente rimanere nascosta, un chiaro avvertimento ai ricercatori a non fermarsi a quanto di esteriore possono incontrare, a maggior ragione se è di pubblico dominio. Non solo, la stretta relazione evidenziata fra tale conoscenza e il legame cosciente con il centro spirituale del mondo, suggerisce che questa presa di coscienza sia presupposto per aspirarvi e, di converso, la sua assenza privi di fondamento ogni pretesa a essa.

La conoscenza è per sua natura inesprimibile, vi si può solo alludere attraverso espressioni e rappresentazioni simboliche. Ne è un esempio il seguente catechismo massonico[182]:

D. Che è la Mass\?

R. Un Segreto tra noi, ben custodito, da tempo immemorabile.

D. Dove custodite questo Segreto?

R. In uno scrigno d’osso che non si apre e non si chiude se non con una Chiave.

D. Avete questa Chiave?

R. Sì, ma questa Chiave non è in metallo; essa è una lingua sincera e di buona reputazione, sia davanti a un F\ sia alle sue spalle.

Il riferimento alla cassa toracica e al segreto custodito nei petti è evidente e molti segni lasciano presumere che in Massoneria la trasmissione di questo segreto avvenga, in modo virtuale, all’atto della comunicazione dei “cinque punti della maestria”. In altre vie iniziatiche, conoscenze, stati spirituali e in alcuni casi funzione, possono anche essere trasmesse da maestro a discepolo attraverso l’“investitura del mantello”. Modalità molto diversa da quella che contraddistingue l’acquisizione del sapere esteriore e profano.

L’uomo è portato, per sua natura, a scartare a priori ciò che non corrisponde alle sue aspettative; false idee preconcette in merito all’insegnamento iniziatico possono facilmente indurlo a voltare le spalle a opportunità che potrebbero aprirgli la strada a un proficuo e luminoso lavoro.

Per aiutare nell’opera di discriminazione ricordiamo il motto “per aspera ad astra[183], che sintetizza il processo iniziatico e indica come la via sia anche irta di difficoltà, privazioni e rinunce.

«Una volpe affamata, come vide dei grappoli d’uva che pendevano da una vite, desiderò afferrarli ma non ne fu in grado. Allontanandosi però disse fra sé: “Sono acerbi”. Così anche alcuni tra gli uomini, che per incapacità non riescono a superare le difficoltà, accusano le circostanze».

(Esopo)

 


 

Alcune riflessioni sulla scrittura

 

René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[184], scrive: «Il perio­do attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione[185]; le sue condizioni sono tali che, finché persisteranno, la conoscenza ini­ziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha ces­sato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni, ogni legame co­sciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro seconda­rio, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.

Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente perduto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la leg­ge delle “azioni e reazioni concordanti”[186], essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[187]. Questa di­rezione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orienta­zione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[188]».

 

Nel presente numero della rivista, così come in quello precedente, viene messa in risalto l’importanza insita nel verbo, la sua origine atemporale nel Logos e la sua forza creatrice. La radice della parola è elevata e il linguaggio può essere una scala che innalza fino a questa radice. Vanno proprio in questa direzione le enunciazioni e le formule tradizionali, nelle quali la parola divina viene ripetuta, spesso in maniera ritmata. Quanto diciamo si applica non soltanto alle lingue sacre, ma alle lingue tutte, che mantengono comunque una certa qual primordialità e potenza originaria[189]. La lingua dà forma ai pensieri e i pensieri determinano le azioni; ne consegue che chi non sa parlare non sa neanche ragionare e chi parla impropriamente, o peggio si lascia andare a maldicenza, calunnia e falsa testimonianza, finisce inesorabil­mente per innescare comportamenti deplorevoli[190].

Ogni atto porta con sé delle conseguenze, e l’atto della parola può avere ripercussioni inimmaginabili sia positive sia negative, data la grande potenza che lo caratterizza. Quanto stiamo affermando della parola pronunciata può essere esteso a maggior ragione alla parola scritta[191]. Chi scrive è come se testimoniasse, e il peso di quest’azione è ancora maggiore rispetto a quello di chi si esprime solo verbalmente, a causa della fissità e del prolungarsi nel tempo di tale azione[192].

Tutto ciò dovrebbe far riflettere sulla potenza della parola e sull’e­norme responsabilità che grava chi la pronuncia, segnatamente se con­cerne argomenti tradizionali. In quest’ambito ciò che è scritto può tra­sformarsi, qualora dia indicazioni corrette, in pietra miliare che aiuta nel cammino verso la verità, o in pietra d’inciampo nel caso sia erro­neo. Questa responsabilità aumenta proporzionalmente con il credito goduto da colui che scrive, così chi ha scritto o detto tante cose giuste potrà facilmente indurre molte persone in gravi errori con una sola affer­mazione falsa o una formulazione scorretta. Non a caso i peggiori danni alla tradizione sono stati causati da teologi non illuminati dall’intelletto.

Che dire allora di un mondo come il nostro, dove tutti sono spinti sin dall’infanzia a esprimersi e manifestare la propria opinione, e dove la diffusione della rete e del digitale ha portato la divulgazione dei testi scritti a livelli mai visti prima. In questo contesto, la tendenza diffusa è inevitabilmente quella di dare a tutti i libri più o meno lo stesso valore, appiattito verso il basso, senza considerazione per il diverso livello degli scritti, ciascuno dei quali richiede una giusta attitudine per trarne profitto. Occorre distinguere se un libro è stato scritto in una lingua sacra o profana, se è d’origine divina o umana, se si tratta di libro rive­lato o di un suo commento[193], se è stato scritto da un santo e quindi di­scendeva dal cuore o da un sapiente e proveniva dal cervello, oggigior­no se è un manoscritto o un libro a stampa o un testo digitale[194].

Come indicato nella lettera scritta da Dante Alighieri a Cangrande[195], per trarre beneficio da una lettura occorre avere una disposizione at­tenta, docile, umile e ricettiva. Chi intende ricevere un insegnamento tradizionale dovrebbe avere un’attitudine di venerazione e profondo rispetto verso colui che trasmette quest’insegnamento e del pari verso i testi dai quali desidera apprendere. Le migliori condizioni per evitare un appiattimento verso il basso e migliorare l’approfondimento della lettura si trovano in una biblioteca essenziale, non certo sovradimensio­nata. In ogni caso la lettura di testi tradizionali andrebbe compiuta con l’aiuto di chi sia in grado di contestualizzarli, pena il grosso rischio di voler applicare quanto letto a situazioni che ben poco hanno a che ve­dere con quelle in cui vive colui che legge. Ad esempio, nell’affrontare testi con racconti sulla vita dei santi delle diverse forme tradizionali il rischio suddetto consiste nell’immedesimarsi in queste figure di altissi­mo livello spirituale, dimenticando che la propria condizione è assai differente. Una volta messi di fronte alla dura realtà dei fatti e aver scoperto che la Via è ben diversa rispetto a quanto ci si era immaginati sarà inevitabile cadere nello sconforto. In quest’ottica anche la lettura di testi autenticamente tradizionali rischia di aumentare la confusione e, per certuni, sarebbe molto meglio se non fosse mai stata fatta[196].

Quel rischio è presente in misura ancor maggiore quando i testi che trattano argomenti tradizionali esprimono opinioni e interpretazioni in­dividuali di chi, senza aver ricevuto alcun mandato o autorizzazione in tal senso, si sente di esprimere, magari in modo stilisticamente inap­puntabile, concetti e costruzioni dialettiche che trovano la loro origine nel mentale e non in ciò che lo trascende. Costoro, o si illudono d’aver ricevuto un mandato, forzando con la loro fantasia quanto avvenuto nella loro vita[197] (in alcuni casi estendendo un’autorizzazione ben oltre i limiti che la contraddistinguono), oppure ignorano totalmente le leggi tradizionali che regolano l’“autorizzazione” in ambito iniziatico e imma­ginano magari di poter emulare autorità autentiche quali René Guénon. In realtà anche chi semplicemente traduce testi iniziatici senza aver ricevuto un “mandato” in tal senso, li profana e alimenta il caos. Solo in presenza di un’“autorizzazione” lo spirito potrà essere veicolato, in caso contrario non resterà che lettera morta, indipendentemente dalle capacità tecniche del traduttore.

La funzione regale è quella che porta a ordinare il regno attraverso l’e­manazione di editti e leggi per mandato divino, la necessità di un’“auto­rizzazione” per poter esercitare una qualunque arte o mestiere del pas­sato è un fatto acclarato, e analogamente il vate, così come il rishi[198] indù è interprete degli dei e riporta, con un linguaggio poetico che è quasi un canto, ciò che proviene dallo spirito che ha ascoltato e dal quale ha ricevuto il mandato di trasmettere quanto ricevuto, dandogli la propria colorazione, ma senza aggiungerci null’altro. L’ispirazione delle Muse è ben altro rispetto a una semplice apertura psicologica[199].

Siamo consapevoli che per un lettore alla ricerca della verità non è sempre facile saper distinguere le due tipologie di scritti di cui parlia­mo, tuttavia certi aspetti di profondità, vitalità, assentimento interiore, chiarezza e coerenza possono aiutare a percepire il profumo dei testi scritti da chi agisce non di propria iniziativa individuale bensì chiama­tovi dall’“autorizzazione” ricevuta.

 


 

Alcune considerazioni sul nome segreto presso i Fedeli d’Amore

 

Albano Martín De La Scala

 

René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[1], scrive: «Il perio­do attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione[2]; le sue condizioni sono tali che, finché persisteranno, la conoscenza ini­ziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha ces­sato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni, ogni legame co­sciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro seconda­rio, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.

Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente perduto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la leg­ge delle “azioni e reazioni concordanti”[3], essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[4]. Questa di­rezione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orienta­zione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[5]».

 

S. Isidoro di Siviglia[6] nella sua opera Etimologie[7] scrive:

«Il primo nome di Dio presso gli Ebrei è ’Êl, interpretato da alcuni come Dio, da altri invece, che ne esplicitano l’etimologia, come ἰσχυϱός, che significa forte: Dio, infatti, non è soggetto ad infermità alcuna, ma è forte ed in grado di compiere ogni cosa.

 

In continuità con questa affermazione Dante Alighieri nel De Vulgari Eloquentia[8] dice:

«Quanto poi alla prima parola che ha fatto risuonare la voce del primo parlante, non ho la minima incertezza: a chiunque abbia la testa che funziona salta agli occhi che è stata precisamente la parola che significa "Dio", vale a dire El, pronunciata in forma di domanda o di risposta. Appare assurdo e ripugna alla ragione pensare che l'uomo possa aver nominato qualcosa prima di Dio, dato che da Lui e in funzione di Lui l'uomo è stato creato. E infatti, come dopo la prevaricazione del genere umano l'uso del linguaggio incomincia per tutti con un "heu", così è ragionevole che colui che visse prima di essa abbia incominciato a parlare con un'espressione di gioia; e poiché non vi è gioia alcuna fuori di Dio, ma tutta sta in Dio, e Dio stesso è tutto gioia, ne consegue che il primo parlante per prima cosa e innanzi tutto abbia detto "Dio"».

 

Per quanto riguarda la primordialità del nome divino, lo stesso Sommo Poeta fa d’altra parte dire ad Adamo:

Opera naturale è ch'uom favella;

ma così o così, natura lascia

poi fare a voi secondo che v'abbella.

 

Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,

 I s’appellava in terra il sommo bene

onde vien la letizia che mi fascia;

 

e El si chiamò poi: e ciò convene,

 ché l’uso d’i mortali è come fronda

in ramo, che sen va e altra vene.[9]

 

Lo stesso R. Guénon ha fatto a più riprese riferimento ai nomi I e EL, ad esempio ne La grande Triade dove scrive:

«La lettera iod, prima del Tetragramma, rappresenta il Principio, di modo che è considerata come costituente da sola un nome divino; essa è d’altronde in se stessa, per la sua forma, l’elemento principiale da cui sono derivate tutte le altre lettere dell’alfabeto ebraico. Occorre aggiungere che la corrispondente lettera I dell’alfabeto latino è anche, tanto per la sua forma rettilinea che per il suo valore nelle cifre romane, un simbolo dell’Unità[10]; e ciò che è almeno curioso, è che il suono di questa lettera sia il medesimo di quello della parola cinese i, che, come abbiamo visto, significa ugualmente l’unità, o nel suo senso aritmetico, o nella sua trasposizione metafisica[11]. Ciò che forse è più curioso ancora, è che Dante, nella sua Divina Commedia, faccia dire ad Adamo che il primo nome di Dio fu I (il che corrisponde ancora, secondo quanto abbiamo appena spiegato, alla “primordialità” del simbolismo “polare”), essendo El il nome che venne poi, e che Francesco da Barberino, nel suo Tractatus Amoris, si sia fatto rappresentare egli stesso in un atteggiamento d’adorazione di fronte alla lettera I[12]. È ora facile comprendere che cosa questo significhi: che si tratti dello iod ebraico o dell’i cinese, questo “primo nome di Dio”, che era anche, verosimilmente, il suo nome segreto presso i Fedeli d’Amore, non è altro, in definitiva, che l’espressione stessa dell’Unità principiale».

 

L’importanza della lettera I per i Fedeli d’Amore è ribadita da questo epigramma attribuito a Dante a cui Guénon fa riferimento in nota:

Tu che disprezzi la nona figura

e sei da men della sua precedente

va e raddoppia la sua conseguente

ad altro non t’ha fatto la natura.

 

I versi di Dante hanno molteplici significati che sovente si nascondono manifestandosi, ognuno può coglierne qualcosa secondo il proprio orizzonte intellettuale[13].

Questo epigramma può essere interpretato secondo due alfabeti: quello corrente dell’epoca, e quello della nuova lingua italiana creata da Dante, alfabeto da lui utilizzato quando scrive in volgare illustre; nel primo caso la lettera che segue la I e che deve essere raddoppiata è una K e nel secondo una L.

Secondo il primo alfabeto è quindi detto che colui che disprezza la lettera I (che è la nona dell’alfabeto) vale meno di un H ed è stato creato per fare la KK, secondo il secondo, invece, la lettera K viene sostituita dalla L e restano quindi significativamente le lettere ILLH.

 

Per quanto riguarda le lettere I e L facciamo notare la vicinanza, se non addirittura, l’identificazione sotto l’aspetto grafico, delle stesse con la Regola e la Squadra massoniche e questa considerazione ci riporta a un altro passaggio in cui R. Guénon afferma:

 

«… vi è un’interpretazione simbolica delle lettere che formano il nome di “Allah”, che è assai massonica e potrebbe forse essere venuta dalle suddette Gilde: la “alif”, il regolo; le due “lâm” la squadra e il compasso; la “he”, il triangolo (o il cerchio in un’altra spiegazione, la differenza tra le due corrispondendo in qualche maniera a quella tra la Massoneria della Squadra e dell’Arco); l’intero nome essendo così rappresentativo dello Spirito di Costruzione Universale[14]. Queste sono alcune delle cose che in linea generale si riferiscono all’argomento, che ci sono note per esperienza diretta e tradizione orale».[15]

 

Non ci troviamo in presenza di “imprestiti” fra una forma tradizionale e un’altra, che non intendiamo minimamente suggerire, ma semplicemente di uno stesso Spirito che si manifesta attraverso supporti diversi; chi Lo riconosce pienamente possiede, come gli antichi templari, il “Grande segreto di riconciliazione”[16].

 

Le considerazioni che precedono potrebbero essere un punto di partenza per la ricerca della Parola perduta (che altro non è che il Nome divino) cui è chiamato il Maestro Massone. Ma questa è tutta un’altra storia…

 

 

 

 


[17]



[1] R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[2] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[3] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[4] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceve­rete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[5] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’intenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[6] Per una presentazione di S. Isidoro vedasi Lettera e Spirito n. 6 del dicembre 2019.

[7] Cf. Isidoro di Siviglia, Etimologie o origini, Libro VII - Di Dio, degli angeli e dei santi, a cura di A. Valastro Canale, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 2013.

[8] Libro IV-4. Vedi Lettera e Spirito n. 5 del giugno 2019.

[9] D. Alighieri, Commedia, Paradiso 130-138.

[10] «Forse un giorno avremo l’occasione di studiare il simbolismo geometrico di certe lettere dell’alfabeto latino e l’uso che ne è stato fatto nelle iniziazioni occidentali».

[11] «Il carattere i è anch’esso un tratto rettilineo; differisce dalla lettera latina I soltanto in quanto è posto orizzontalmente invece d’esserlo verticalmente. – Nell’alfabeto arabo, è la prima lettera alif, che vale numericamente uno, ad avere la forma di un tratto rettilineo verticale».

[12] A fine articolo pubblichiamo l’immagine citata.

[13] Significative a questo proposito alcune chiavi di lettura proposte nel testo di N. De Falco, Arabum Est, Emmeeffe Edizioni, Varese, 2015, di cui proponiamo un estratto nel presente numero di Lettera e Spirito.

[14] Da quanto precede si può forse intuire come la strada per un ritorno all’operatività massonica passi attraverso la ricerca della conoscenza del nome di questo “Spirito di Costruzione Universale”.

[15] R. Guénon, Studi sulla Massoneria e il Compagnonaggio, tomo I, A.C. Pardes, Milano, 2015 (Cf. anche Speculative Mason, luglio 1935, p. 119).

[16] «Pare indubbio, come dice l’autore [André Lebey in La Vérité sur la Franc-Maçonnerie par des documents, avec le Secret du Temple, Éditions Eugène Figuière, Paris, 1935], e benché abbia potuto esserci ancora altro di cui ciò stesso non era che una conseguenza, che i Templari abbiano posseduto un «grande segreto di riconciliazione» tra l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islamismo; come abbiamo già detto noi stessi in un’altra occasione, non bevevano forse lo stesso “vino” dei Cabbalisti e dei Sufi, e Boccaccio, loro erede in quanto “Fedele d’Amore”, non fa affermare da Melchisedek che la verità delle tre religioni è indiscernibile … poiché esse non sono che una nella loro essenza profonda?» [R. Guénon, Studi sulla Massoneria e il Compagnonaggio, tomo II, A.C. Pardes, Milano, 2016].

[17] Nella parte superiore dell’immagine [di cui disponiamo solo di questa versione non eccelsa tratta da L. Valli, Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore, Luni editore, 1994] si dovrebbe leggere il nome Franciscus, che identifica nello stesso Da Barberino l’uomo inginocchiato in adorazione della lettera I. Ecco cosa ne scrive il Valli: «Francesco da Barberino nel suo Tractatus amoris disegnato sotto la sua direzione, ha trovato una maniera graziosa e ingegnosissima per raffigurarsi come adoratore della nona figura, ma in modo che la cosa sfuggisse ai profani e fosse chiara agl’iniziati. Si consideri questa figurina che adorna l’iniziale della canzone programmatica «Io non descrivo in altra guisa amore» e che spiega tutta la sua famosa figurazione d’Amore (I Documenti d’Amore, vol. III, p. 409)».

 

 

 

 

 



[1]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[2] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Ba­bele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[3] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si tra­duce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[4] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta inten­zione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[5] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’in­tenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[6] A questo proposito vedasi la citazione profetica: «quando non c’è la piangente nel cuore, esso è in rovina come è in rovina la casa disabitata» citata dallo Scheikh Tadili nella sua opera La vita tradizionale è la sincerità.

[7] Dante nella Divina Commedia, Purgatorio, XXXI, 24 la definisce come il desiderio che spinge ad amare il bene.

[8] Analogamente in meccanica si parla di pompe a vuoto a proposito di appositi strumenti che attirano a sé dei fluidi.

[9] «Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente» (Genesi, 2, 7). Questo simbolismo del farsi contenitore si ritrova, ad esempio, anche nel buddismo, dove il Buddha è grasso proprio perché si è svuotato di ciò che è individuale per accogliere in se l’Universale.

[10] R. Guénon, Orient et Occident, Véga, Paris, 1948, parte II, cap. III, dove è aggiunto in nota: «Facciamo allusione a una teoria metafisica estremamente importante, cui diamo il nome di “teo­ria del gesto”, e che esporremo forse un giorno in uno studio particolare. La parola “progressio­ne” è qui presa in un’accezione che è una trasposizione analogica del suo senso matematico, trasposizione che la rende applicabile nell’universale, e non più nel solo dominio della quantità. – A questo proposito, si veda anche quel che abbiamo detto altrove dell’apûrva e delle “azioni e rea­zioni concordanti”: Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, parte 3a, cap. XIII».

[11] Hridaya, che è identico al “Sé” (Âtmâ) secondo la terminologia indù, corrispondente all’occhio del cuore: Aynul-Qalb nell’islam e Chante Ishta nella tradizione dei Sioux e si potrebbe prose­guire con molti altri esempi.

[12] L’argomento del ricollegamento iniziatico è di fondamentale importanza e ci riserviamo even­tualmente di svilupparlo in un lavoro successivo. Ci teniamo però a precisare brevemente che que­sto passo andrebbe affrontato con particolare attenzione e cautela. C’è chi, magari a seguito del­l’incontro con un’esposizione dottrinale come quella proposta da Guénon, ritiene che, per essere coerenti con la propria aspirazione, l’iniziazione debba essere perseguita “a prescindere” e prima possibile. Inutile dire che non siamo di questo avviso. Senza voler tener conto del rischio, molto diffuso al giorno d’oggi, di imbattersi in realtà non autentiche, c’è da considerare, oltre al legame spirituale, anche quello fortissimo a livello psichico e spesso anche materiale che si viene a creare fra l’iniziato e l’organizzazione che gli ha trasmesso il “patto”. Qualora l’organizzazione in que­stione non sviluppi una dottrina corrispondente a quanto effettivamente “cercato” e non sia in gra­do di fornire un metodo realmente adatto all’iniziato, egli rischierà di trovarsi bloccato dai condi­zionamenti che questa situazione ha creato. Considerando le cose in quest’ottica è chiaro che, volendo procedere in un effettivo cammino spirituale, la sua situazione sarà più complicata rispetto a colui che invece non avrà ancora intrapreso questo passo. La fretta è spesso una cattiva consigliera. Deve essere chiaro che prima di un ricollegamento iniziatico si può già compiere un lavoro effettivo molto importante e questo dovrebbe aiutare a non farsi prendere dalla frenesia.

[13] Ricordiamo, a scanso di equivoci, che queste attività rituali possono avere un effetto benefico solo qualora siano state trasmesse in modo regolare da un’autorità effettivamente autorizzata a far­lo, trasmissione che permette allo stesso tempo di vivificarne l’efficacia.

[14] A conferma di questa affermazione riportiamo quanto dice lo Sheikh Tadili nella già citata La vita tradizionale è la sincerità: «La conseguenza del dhikr (cioè del ricordo orientato verso il Centro) tutto intero è dunque inseparabile dall’estrema e perfetta fraternità fra gli iniziati …» e ancora la citazione del detto profetico: «Due credenti sono come un edificio solido: l’uno conso­lida l’altro».

[15] In quest’ottica segnaliamo di sfuggita l’importanza operativa insita nel rompere le proprie abi­tudini, atteggiamento questo che può evitare il solidificarsi di situazioni poi difficili da superare.

[16] Cf. Abdul-Hâdi, Pages dediées à Mercure, in La Gnose, nn. II.1-2, gennaio-febbraio 1911.

[17] Come noto e come ben evidenziato nella citazione introduttiva, con l’avanzare della discesa ciclica, il Centro del mondo si ritrae progressivamente divenendo sempre meno visibile all’esterio­re. Analogamente fanno i centri iniziatici che in qualche modo lo rappresentano. Tutto questo do­vrebbe far riflettere sulla reale profondità di tante organizzazioni che oggigiorno vanno per la maggiore e che fanno vere e proprie campagne di marketing per pubblicizzarsi.

[18]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[19] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Ba­bele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[20] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si tra­duce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[21] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta inten­zione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[22] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’in­tenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[23] Per più ampi sviluppi sul tema rimandiamo i lettori a quanto scrive R. Guénon in Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XXVII, Nomi profani e nomi iniziatici, arti­colo pubblicato a seguire nella presente rivista.

[24] Alcune considerazioni sull’Aspirazione, nel n. I di questa rivista.

[25] Dio creò «l’uomo a sua immagine e somiglianza» (Genesi, 1, 26) ed è in base a quest’affinità che l’essere umano è chiamato al trascendente. Non solo, egli è portato, per “vocazione”, a imitare l’operato divino. Considerando questa imitazione del divino, possiamo far notare come, alla voca­zione, “chiamata” che irraggiandosi dal Principio raggiunge tutti gli esseri umani, quando vi sia una rispondenza attiva dell’essere chiamato, corrisponda, come in un eco, l’attività di invocazione che, partendo da ogni singolo invocatore, ritorna al centro; da cui la preposizione “in”, ovvero interiore, che precede la parola vocazione. In questo, l’invocazione, nella sua accezione più eleva­ta, si identifica con l’attività d’incantazione di cui abbiamo parlato nel nostro precedente lavoro. Attività che deve essere considerata come comprendere qualunque atto che manifesti l’aspirazione dell’essere verso l’unione con lo spirituale. Possono quindi essere legittimamente incluse, all’in­terno di questa definizione, tutte le azioni, comprese quelle artistiche o artigianali, che si svilup­pano nell’ambito di un quadro autenticamente iniziatico. Le vibrazioni armoniche che in tal modo vengono provocate, possono, secondo la legge delle “azioni e reazioni concordanti”, portare alla presa di coscienza del contatto con il Centro supremo.

[26] L’amore fra un uomo e una donna e il desiderio ardente di stare insieme che essi sentono può essere presa come rappresentazione simbolica di questa realtà. Fra gli innumerevoli casi dove que­sto simbolismo è utilizzato, basti pensare a quello dei “Fedeli d’amore”. A questo proposito se­gnaliamo che la capacità di innamorarsi di un partner di sesso opposto, in certi ambiti, è conside­rata un’importante qualificazione iniziatica.

[27] Tappe che, in casi particolari, possono anche essere simultanee.

[28] Il legame con il significato simbolico del tiro al bersaglio è qui evidente.

[29] In questo caso ci stiamo limitando al piano bidimensionale il cui centro corrisponde a quello del nostro mondo, fine dei piccoli misteri. Evidentemente, con i dovuti adattamenti, si potrà tra­sporre questo discorso alla realtà universale e ai grandi misteri.

[30] Precisiamo che con quanto precede non intendiamo affermare che il passaggio da un cerchio all’altro implichi un esaurimento delle possibilità fra i due contenute, al contrario; questo processo comporta la completa messa in ordine di queste potenzialità che, da quel punto in avanti, saranno correttamente orientate e quindi vissute solo in funzione di un riavvicinamento e di una partecipa­zione al centro. Segnaliamo inoltre che la descrizione schematica che abbiamo dato è utile per comprendere il funzionamento di questo processo di avvicinamento al centro, tuttavia la realtà può essere molto più complessa. Può ad esempio accadere che un essere si trovi ad effettuare questo lavoro di distacco contemporaneamente su più cerchi di grandezze diverse, oppure che debba, co­me in un gioco dell’oca, ritornare ad affrontare legami dai quali pensava di essersi già liberato. In ogni caso il concetto della necessità di distaccarsi per ottenere e attualizzare resta sempre valida.

[31] Si pensi all’esempio simbolico del peccato originale.

[32] Esistono situazioni in cui questo ritorno avviene in modo disarmonico: è questo il caso di colui che nella tradizione islamica è chiamato majdhûb, essere su cui si è esercitata «… dal lato spiri­tuale, un’“attrazione” (jadhb, da cui il nome majdhûb) che, in mancanza di una preparazione ade­guata e di un’attitudine sufficientemente “attiva”, ha provocato uno squilibrio e come una “scis­sione”, si potrebbe dire, fra i diversi elementi del suo essere. La parte superiore, invece di trasci­nare con sé la parte inferiore e di farla partecipare nella misura del possibile al proprio sviluppo, al contrario se ne distacca e la lascia per così dire indietro; da ciò non può che risultare una realiz­zazione frammentaria e più o meno disordinata. Infatti, dal punto di vista di una realizzazione completa e normale, nessuno degli elementi dell’essere è veramente trascurabile …» (R. Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, cap. XXVII, Follia ap­parente e saggezza nascosta).

[33] Nella Massoneria questa crescita di responsabilità e obblighi è caratterizzata, anche formal­mente, da giuramenti successivi.

[34] A questo proposito ricordiamo la nota frase di Dante Alighieri: «A maggior forza e a miglior natura liberi soggiacete» (Divina Commedia, Purgatorio, XVI), concetto evidentemente applica­bile anche a livelli più profondi di quello exoterico.

[35] In particolare, oggi più che nel passato, viviamo in un mondo pieno di rumori, frastuoni e ri­chiami che si sovrappongono e a volte si mischiano in modo inestricabile e questo è vero per la condizione fisica, ma ancora di più per quella psichica. Il tendere verso il silenzio interiore è quin­di un passo indispensabile per poter udire in modo sempre più chiaro la propria chiamata. Non a caso la disciplina del silenzio, anche esteriore, trova ampio spazio nelle più diverse forme tradizio­nali. Basti pensare al silenzio dell’apprendista in Massoneria o a quello praticato in diversi ordini monastici.

[36] E questa è esattamente la funzione della tradizione.

[37] Citeremo a questo proposito l’occhio che vede tutto massonico o il concetto islamico di Ihsan che “consiste nel servire Allâh come se tu Lo vedessi; perché se tu non Lo vedi, Lui ti vede”.

[38] Si noti che non stiamo parlando affatto di capacità mentali o psichiche straordinarie, capacità che anzi, spesso, possono trasformarsi in ostacoli sulla propria via.

[39] Anche se questo non è detto che avvenga con la tempistica che l’individuo si aspetta; da qui uno dei motivi che portano tutte le tradizioni ad attribuire una grandissima importanza alla pazienza.

[40] Precisiamo, a scanso di equivoci, che questa affermazione non deve in alcun modo indurre a sentirsi dispensati da uno sforzo di approfondimento dottrinale e di discernimento, diciamo invece che è proprio sulla base di un’attitudine corretta che questo sforzo potrà dare i suoi frutti.

[41] Questo è anche il modo che permette all’essere di concorrere attivamente all’attualizzazione del disegno divino, modo che trova la sua applicazione simbolica nel teatro; in quest’ambito l’at­tore è chiamato a interpretare la “sua” parte, parte che esiste già ben prima della rappresentazione. Egli deve svolgere il ruolo che gli è stato attribuito, non già lasciandosi andare alla propria iniziativa individuale, ma seguendo il più possibile le indicazioni del “Regista", anche se magari, a causa della sua ignoranza del copione, gli possono apparire strane. L’attore deve cercare un lega­me costante e cosciente con colui che lo dirige e diventare in tal modo come un suo prolungamen­to. Quanto precede deve far comprendere come l’espletazione della propria funzione, in definitiva, non sia altro che la partecipazione attiva al piano di colui che nella tradizione muratoria è indicato come il Grande Architetto dell’Universo.

[42]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[43] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Ba­bele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[44] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si tra­duce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[45] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta inten­zione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[46] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’in­tenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[47] In questo senso la volontà creatrice è identica al Verbo o alla “chiamata”. Vedasi il nostro articolo La Vocazione nel n. III di questa rivista.

[48] Dante Alighieri parla dell’argomento quando dice (Divina Commedia, Paradiso, V, vv. 19 e segg.):

Lo maggior don che Dio per sua larghezza

fesse creando ed alla sua bontate

piú conformato e quel ch'e' piú apprezza,

fu della volontà la libertate;

di che le creature intelligenti,

e tutte e sole, fuoro e son dotate.

[49] Questa prigione non è altro che il regno del Demiurgo: «… in realtà il Demiurgo non è affatto una potenza esteriore all’uomo; non è in principio che la volontà dell’uomo in quanto essa realizza la distinzione del Bene e del Male. Ma in seguito l’uomo, limitato come essere individuale da que­sta volontà che è la sua propria, la considera come qualcosa a lui esteriore, e così essa diviene di­stinta da lui; non solo, siccome essa si oppone agli sforzi ch’egli fa per uscire dal dominio dove egli stesso si è rinchiuso, la considera come una potenza ostile, e la chiama Shathan o l’Avversa­rio. Osserviamo peraltro che questo Avversario, che noi stessi abbiamo creato e che creiamo a ogni istante, giacché ciò non deve essere considerato come accaduto in un tempo determinato, che questo Avversario, dicevamo, non è malvagio in se stesso, ma è soltanto l’insieme di tutto ciò che ci è contrario» (R. Guénon, Mélanges, Gallimard, Paris, 1976, cap. I).

[50] La forza di volontà è tanto maggiore quanto più grande è la determinazione, la convinzione, la perseveranza o la fede con cui è messa in atto. Basti pensare a un esempio esteriore come quello sportivo per rendersene conto. Quando una squadra è coesa e motivata può ottenere dei risultati molto migliori rispetto a una che ha delle frizioni al suo interno. Allo stesso modo, se un essere unifica tutte le proprie energie per raggiungere un fine stabilito, potrà veramente superare limiti che apparivano come insormontabili. Quello che andiamo dicendo è insito nella caratteristica della fiducia quale elemento in grado di unificare le potenze dell’essere, e questo a prescindere dal fatto che sia più o meno ben riposta (ricordiamo il detto profetico riportato dallo Scheik Tadili nella sua opera La vita tradizionale è la sincerità, hadîth che dice: «Se aveste fiducia in delle pietre, ne trarreste beneficio»), cieca o illuminata dalla dottrina, anche se è chiaro che, qualora entrino in gioco le forze spirituali, i risultati potranno essere, a maggior ragione, amplificati e divenire vera­mente miracolosi.

[51] Questa condizione generale è ideale per chi possegga determinate “chiavi” e abbia l’intenzione di manipolare i popoli favorendo, attraverso la più grande instabilità e mutabilità, lo sviluppo del mondo in un senso antitradizionale.

[52] L’individualità ha una grandissima capacità di adattarsi alle situazioni. A ogni modificarsi del­le condizioni è pronta a trovare i propri spazi, anche negli interstizi più impensati, pur di gonfiarsi e sopravvivere. Più queste situazioni si cristallizzeranno e più sarà difficile e doloroso liberarsene. Non a caso, un’autentica autorità iniziatica spesso rompe gli equilibri nei quali si trova il discepo­lo per permettergli di raggiungerne di più profondi e reali.

[53] Dante accosta la Volontà allo Zolfo che brucia le scorze e quindi permette di purificarsi e raggiungere il centro. Analogamente lo Scheik Tadili nella già citata La vita tradizionale è la sin­cerità si esprime in questi termini: «… con “la volontà del faqîr” (irâdah), intendiamo un’ardente aspirazione che provoca tutte le illuminazioni; essa è chiamata “la piangente” (nâihah) ed è a essa che fanno allusione questa parole dell’Inviato d’Allah – su di lui il saluto e la pace! – “quando non c’è la piangente nel cuore, esso è in rovina come è in rovina la casa disabitata”».

[54] L’argomento della preparazione teorica è estremamente importante e meriterebbe uno studio a parte, in questa occasione ci limiteremo a precisare che non intendiamo riferirci a un solo lavoro libresco e di erudizione.

[55] Questo saper discernere, e avere chiaro il proprio “fine”, diviene ancora più importante in un mondo come quello attuale che è pieno di realtà ambigue, parodie, contraffazioni e trappole di ogni genere.

[56] Alcune considerazioni sull’Aspirazione, nel n. I di questa rivista.

[57] Il problema è che quest’atto di volontà dovrà essere costantemente e attivamente ribadito, poi­ché l’ambiente ha una grandissima forza attrattiva nei confronti dell’essere umano e la sua volontà tende ad attaccarsi, in modo quasi morboso, alle caratterizzazioni da esso proposte.

[58] Carico particolarmente pesante specialmente all’inizio del proprio percorso, quando non si è ancora preso il “gusto” all’esecuzione dell’attività rituale.

[59] Alla luce di quanto detto la qualifica iniziatica massonica: “libero e di buoni costumi” può essere interpretata come “possessore della propria volontà all’interno della Legge”.

[60] Questa “volubilità” è un aspetto che in genere accompagna ogni percorso spirituale, anche ne­gli stadi più avanzati e permette eventualmente a chi lo percorre di raggiungere temporaneamente degli stati e delle percezioni che poi svaniscono, lasciando però un “ricordo” che infonde forza e sicurezza.

[61] Morte corporea che, a differenza di quanto molti pensano, non può minimamente modificare il livello spirituale di chi la subisce.

[62] Sull’argomento, che in questo scritto ci limitiamo a toccare di sfuggita, vedasi R. Guénon, Initia­tion et Réalisation spirituelle, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, cap. VIII: Salvezza e liberazione.

[63] Un caso molto più frequente è quello in cui l’individuo, magari senza rendersene conto e con la pretesa di riconoscere unicamente Dio come autorità, prenda dalla tradizione solo gli elementi, interpretati a modo proprio, che più s’adattano alle sue inclinazioni individuali (o alle inclinazioni di chi condiziona la sua vita), tralasciando o dando poca importanza a tutto il resto. In questo mo­do egli si crea un “mondo” nel quale appaga la sua necessità di sentirsi “a posto con la propria co­scienza” e si rinchiude in una caratterizzazione nella quale la sua individualità può gonfiarsi a pia­cimento e dalla quale ben difficilmente riuscirà a liberarsi.

[64] Certo la situazione di diffusa degenerazione nella quale spesso versano le organizzazioni ini­ziatiche potrebbe indurre certuni ad affidarsi a una illusoria autonomia piuttosto che ad appoggiar­si ad esse. Inutile dire che questa non può certo essere la soluzione del problema. A coloro che cercano con sincerità, consigliamo la pazienza e la tenacia e ricordiamo il detto indù: “dove c’è un cela c’è un guru”, dove c’è un discepolo con la giusta attitudine, là si manifesta il Maestro.

[65] Cf. R. Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle, cit., cap. XVIII: Le tre vie e le forme ini­ziatiche, pubblicato nel n. II di questa rivista.

[66] La regola massonica da 24 pollici ricorda proprio questa necessità di non arrestare mai il pro­prio lavoro.

[67] Emerge qui in modo chiaro il carattere eminentemente attivo del lavoro iniziatico, che quindi non può essere in alcun modo confuso con il misticismo.

[68] Ricordiamo il seguente hadith qudsi, nel quale il Profeta Maometto riporta in prima persona la parola di Allah: «Il mio servitore non cessa di avvicinarsi a me, attraverso degli atti di devozione surrogatori, fino a quando lo amo, e quando lo amo sono l’Orecchio con il quale sente, la Vista con la quale vede, la Mano con la quale combatte e il Piede con il quale marcia» (Bukhâri, Riqâq, 37). Precisiamo che questo processo, in cui l’essere diviene strumento nelle mani del Principio, può attuarsi per gradi.

[69] Facciamo presente che questi attaccamenti possono essere anche del tutto legittimi da un punto di vista umano. Ad esempio l’amore per i propri cari, se vissuto in contrasto con l’accettazione del volere divino, ponendosi da un ottica iniziatica, è una forma di idolatria nascosta che fa orientare la propria volontà verso l’esteriore. In questo modo l’essere che aspiri a ritornare al proprio centro sarà distolto dal suo obiettivo e limitato. A questo proposito ricordiamo il passaggio coranico: «O voi che credete, nelle vostre spose e nei vostri figli c'é un nemico per voi» (Corano, LXIV, 14). A scanso di equivoci precisiamo in ogni caso che con queste affermazioni non intendiamo suggerire di non occuparsi delle proprie famiglie, ma solo che questa attività deve essere svolta, così come tutte le altre, in funzione del raggiungimento del proprio fine superiore. La volontà divina è pre­sente in ogni cosa o essere e questo orientarsi verso il Centro non implica quindi necessariamente l’allontanarsi dal mondo, ma solo il guardarlo senza arrestarsi al suo aspetto superficiale. In questo senso anche l’amore per i propri cari potrà svilupparsi in modo ancor più armonioso e profondo.

[70] Precisiamo che il risultato di cui parliamo corrisponde al raggiungimento del Centro dello stato umano, là dove la Volontà divina incontra il nostro piano di esistenza, che è il fine dei “piccoli misteri” e dove l’essere è liberato dai limiti individuali. Nel nostro scritto non abbiamo quindi considerato il percorso superiore, quello dei “grandi misteri” che porta a reintegrare questo stesso centro nel vero Centro dell’Universo, cioè porta l’essere a realizzare gli stati superiori dell’essere e a giungere in fine allo stato incondizionato: la “Liberazione finale”. Vedere R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XXXIX: Grandi misteri e piccoli misteri.

[71]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[72] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Ba­bele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[73] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si tra­duce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[74] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta inten­zione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[75] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’in­tenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[76] A. Fabre d’Olivet, Les Vers Dorés de Pythagore expliqués, Treuttel & Würtz, Paris, 1813.

[77] Il termine utilizzato da Fabre d’Olivet, “évertuée”, richiama l’idea di “dotare di virtù”.

[78] R. Guénon, La Grande Triade, Revue de la Table Ronde, Paris/Nancy, 1946, cap. XXI. Cf. anche A. Fabre d’Olivet, ibid., Examens des Vers Dorés (Verso 12).

[79] Maestro che ha completato il venerabilato, massima responsabilità in un’Officina.

[80] «L’equilibrio tra la Volontà e la Provvidenza da una parte e il Destino dall’altra era simbo­leggiato geometricamente dal triangolo rettangolo i cui lati sono proporzionali rispettivamente ai numeri 3, 4 e 5, triangolo al quale il Pitagorismo attribuiva una grande importanza, e che, per una coincidenza pure assai degna di nota, ne ha altrettanta nella tradizione estremo-orientale. Se la Provvidenza è rappresentata dal 3, la Volontà umana dal 4 e il Destino dal 5, in questo triangolo si ha: 32+42=52; l’elevazione al quadrato dei numeri indica che ciò si riferisce al dominio delle forze universali, ossia propriamente al dominio animico, quello che corrisponde all’Uomo nel “macrocosmo”, e al centro del quale, in quanto termine mediano, si situa la volontà nel “micro­cosmo”» (cf. R. Guénon, La Grande Triade, ibid., cap. XXI).

[81] Per una piena comprensione della dottrina degli stati molteplici dell’essere, cf. R. Guénon, Le Symbolisme de la Croix, Véga, Paris, 1950.

[82] Dunque anche all’Uomo Universale, indistinguibile dall’Uomo Vero per gli esseri individuali (cf. R. Guénon, La Grande Triade, ibid., cap. XVIII «[…] colui che ha superato lo stato umano, innalzandosi lungo l’asse agli stati superiori, è perciostesso “perduto di vista”, se possiamo espri­merci così, per tutti coloro che sono in questo stato e non sono ancora pervenuti al suo centro, compresi coloro che possiedono dei gradi iniziatici effettivi, ma inferiori a quello di “uomo vero”. Costoro non hanno perciò alcun mezzo per distinguere l’“uomo trascendente” dall’“uomo vero”, giacché, dallo stato umano, l’“uomo trascendente” non può essere scorto che attraverso la sua “traccia”, e questa “traccia” è identica alla figura dell’“uomo vero”; da tale punto di vista, l’uno è dunque realmente indiscernibile dall’altro»).

[83] È importante chiarire che, quando parliamo di Volontà ci riferiamo qui al Libero Arbitrio e non a ciò che conosciamo come “forza di volontà”, quest’ultima imprescindibile per ogni iniziato e che, al contrario, si rafforza e unifica con lo sviluppo spirituale.

[84] Per più ampi approfondimenti sull’iniziazione e le sue condizioni vedasi il n. I di questa rivista dedicato all’Aspirazione iniziatica e il suo rapporto con il Centro del Mondo.

[85] «La Volontà umana, unendosi alla Provvidenza e collaborando coscentemente con essa 1, può far equilibrio al Destino e arrivare a neutralizzarlo1 Collaborare così con la Provvidenza, è quel che, nella terminologia massonica, si chiama propriamente lavorare alla realizzazione del “piano del Grande Architetto dell’Universo” (cf. Aperçus sur l’Initiation, cap. XXXI)» (cf. R. Guénon, La Grande Triade, ibid., cap. XXI).

[86] R. Guénon, Le Symbolisme de la Croix, ibid.

[87] Cf. R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XIV.

[88] «[…] la possibilità di smarrimento sussiste fintantoché l’essere non è ancora reintegrato nello “stato primordiale”, ma cessa d’esistere dal momento in cui esso abbia raggiunto il centro dell’in­dividualità umana; ed è per questo che si può dire che colui che è pervenuto a questo punto, vale a dire alla conclusione dei “piccoli misteri”, è già virtualmente “liberato”, sebbene non possa esserlo effettivamente che quando abbia percorso la via dei “grandi misteri” e realizzato finalmente l’“Identità Suprema”» (cf. R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, ibid., cap. XXXIX).

[89]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[90] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Ba­bele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[91] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si tra­duce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[92] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta inten­zione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[93] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’in­tenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[94] «La Torah è superiore al sacerdozio e alla regalità» recita l’incipit della Mishnah 6 nel cap. VI del Pirqé Avot. «Madonna, s’ello v’è a grato, io parlerò di voi in ciascun lato» rima Dante in fine alla Canzone del Trattato III del Convivio.

[95] «La Conoscenza effettiva è la conseguenza immediata della “realizzazione”» (R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XXIX: “Opératif” et “spéculatif”).

[96] «L’essere è tutto ciò che conosce» secondo Aristotile. «Egli vede che “colui che vede” è iden­tico a “ciò che è visto”» scrive Ibn ‘Arabî ne Il Libro dei Castoni della Saggezza (Saggezza di Elia, in fine).

[97] «Sappi che sarebbe molto pericoloso cominciare con questa scienza, voglio dire con la meta­fisica» scrive Maimònide nell’incipit del cap. 33, parte I, della Guida dei Perplessi. «Non v’è che una sola preparazione veramente indispensabile [alla realizzazione metafisica], ed è la conoscenza teorica» (R. Guénon, La Méthaphysique orientale, Éditions Traditionnelles, Paris, 1951). Ricordia­mo che il termine teoria viene dal greco θεωρία, osservazione, contemplazione, da θεωρός, spetta­tore, e θεωρώ, osservo, contemplo. In questo ambito la teoria non va quindi intesa come una co­struzione mentale sistematica limitante la realtà con delle opinioni individuali, ma piuttosto come la contemplazione di questa stessa realtà.

[98] L’uomo, come “essere pensante”, è caratterizzato dal possesso del manas, elemento mentale o razionale (cf. R. Guénon, Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, Véga, Paris, 1952, cap. V: La Loi de Manu; Les états multiples de l’être, Véga, Paris, 1947, cap. VIII: Le men­tal, élément caractéristique de l’individualité humaine).

[99] Come quella delle ombre che vedono i prigionieri della Caverna di Platone.

[100] «Questa è la ragione per la quale “la Scrittura s’è espressa nel linguaggio degli uomini”» (cf. Maimònide, ibid.).

[101] Cf. R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, ibid., cap. XXXIII: Connaissance initiatique et “cul­ture” profane.

[102] Il Trattato III del Convivio di Dante è esemplare nel presentare un “metodo” di studio della dottrina.

[103] «Chi studia ma non rivede il suo studio assomiglia a un uomo che semina ma non raccoglie» scrive Padre Maharal di Praga nel suo Commentario alla Mishnah 6 nel capitolo VI del Pirqé Avot.

[104] «Si sa quale importanza è data effettivamente alla concentrazione, da tutte le dottrine tradizio­nali senz’eccezione, in quanto mezzo e condizione indispensabile di ogni realizzazione» (R. Guénon, Mélanges, Gallimard, Paris, 1976, cap. V: Silence et solitude.

[105] Cf. R. Guénon, L’Ésotérisme de Dante, Gallimard, Paris, 1957, cap. II: La “Fede Santa”; Mé­langes, ibid., cap. III: Les arts et leur conception traditionnelle.

[106]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[107] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Ba­bele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[108] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si tra­duce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[109] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta inten­zione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[110] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’in­tenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[111] «L’ubicazione di un avvenimento nel tempo è strettamente determinata e propriamente “unica”, cosicché la natura essenziale degli avvenimenti appare molto più legata al tempo di quanto quella dei corpi non lo sia allo spazio, il che conferma ancora che il tempo deve avere in se stesso un carattere più largamente qualitativo» (R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, Gallimard, Paris, 1945, cap. V: Les déterminations qualitatives du temps).

[112] «V’era infatti nell’antichità quel che si potrebbe chiamare una geografia sacra, o sacerdotale, e la posizione delle città e dei templi non era arbitraria, ma determinata secondo leggi molto precise» (R. Guénon, Le Roi du Monde, Gallimard, Paris, 1958, cap. XI: Localisation des centres spiri­tuels); «L’ubicazione stessa dei luoghi di pellegrinaggio, come quella dei santuari dell’antichità, ha un valore esoterico …; ciò è in diretta relazione con quel che abbiamo chiamato “geografia sacra”» (R. Guénon, Aperçus sur l’Ésotérisme chrétien, Éditions Traditionnelles, Paris, 1954, cap. IV: Le langage secret de Dante et des “Fidèles d’Amour” I).

[113] Le espressioni “allineato”, “a squadra”, “a livello”, “perpendicolare” sono ricorrenti nell’inizia­zione massonica.

[114] “Fare un giro d’orizzonte” è un’espressione figurata per: esaminare la situazione nel suo aspetto complessivo. Nell’esercizio della discriminazione, l’iniziato è chiamato continuamente a fare un giro d’orizzonte.

[115] «Non bisogna d’altronde sorprendersi che sia il corpo a corrispondere così al riflesso del non manifestato nell’essere umano, giacché, qui ancora, la considerazione del senso inverso dell’ana­logia permette di risolvere immediatamente tutte le apparenti difficoltà: il punto più alto, come ab­biamo già detto, ha necessariamente il suo riflesso nel punto più basso; ed è così che, per esempio, l’immutabilità principiale ha, nel nostro mondo, la sua immagine invertita nell’immobilità del minerale» (R. Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, cap. XXXI: Les deux nuits).

[116] Dante, Commedia, Purgatorio, I, 4-6; indi I, 13-15: «Dolce color d’oriental zaffiro, | che s’ac­coglieva nel sereno aspetto | del mezzo, puro infino al primo giro».

[117] «La pura intellettualità e la spiritualità sono in fondo sinonimi» (R. Guénon, Mélanges, Galli­mard, Paris, 1976, cap. III: Esprit et intellect).

[118] Il viaggio di Dante si svolge, nell’Inferno, nell’emisfero di Gerusalemme e, nel Purgatorio, in quello opposto: ora questi due emisferi hanno per circolo separatorio l’orizzonte comune dell’Eden e del Golgota, che sono agli antipodi; Virgilio a Dante: «dentro raccolto, imagina Sïòn | con questo monte in su la terra stare | sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn | e diversi emisperi» (Dante, Commedia, Purgatorio, IV, 68-71).

[119] La Superbia, il cui cerchio ha per custode l’Angelo dell’Umiltà, l’Invidia con l’Angelo della Misericordia, l’Iracondia con l’Angelo della Pace, l’Accidia con l’Angelo della Sollecitudine, l’A­varizia e la Prodigalità con l’Angelo della Giustizia, la Golosità con l’Angelo dell’Astinenza, la Lussuria con l’Angelo della Castità.

[120] R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XIV: Des qua­lifications initiatiques, che prosegue: «ma può accadere che le possibilità d’ordine intellettuale, pur esistendo virtualmente in un’individualità, siano, a causa degli elementi inferiori di questa (elementi al contempo d’ordine psichico e d’ordine corporeo), impedite a svilupparsi, sia tempora­neamente, sia anche definitivamente. Questa è la prima ragione di quelle che potremmo chiamare le qualificazioni secondarie; e v’è ancora una seconda ragione che risulta immediatamente da quanto abbiamo appena detto: si è che, in questi elementi, che sono i più accessibili all’osserva­zione, si possono trovare dei marchi di certe limitazioni intellettuali; in quest’ultimo caso, le qualificazioni secondarie diventano in qualche modo degli equivalenti simbolici della stessa qualificazione fondamentale».

[121] Cf. A. K. Coomaraswamy, The “E” at Delphi, in Review of Religion, VI (1941), 18-19, pubblicato nel seguito della presente rivista.

[122] Cf. R. Guénon, Symboles fondamentaux de la Science sacrée, Gallimard, Paris, 1962, cap. LXX: Cœur et cerveau.

[123] «E questa concentrazione è d’altronde la realizzazione della pienezza delle possibilità umane» (R. Guénon, La Grande Triade, Gallimard, Paris, 1957, cap. XIV: Le médiateur).

[124] R. Guénon, L’erreur spirite, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, Conclusion.

[125] «La grande maggioranza delle persone “colte” dev’essere annoverata tra coloro il cui stato mentale è maggiormente sfavorevole al ricevimento della vera conoscenza» (R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, ibid., cap. XXXIII: Connaissance initiatique et culture profane).

[126] R. Guénon, Symboles fondamentaux de la Science sacrée, ibid., cap. LXX: Cœur et cerveau.

[127] R. Guénon, Aperçus sur l’Ésotérisme chrétien, ibid., cap. VIII; Symboles fondamentaux de la Science sacrée, ibid., cap. III: Le Saint Graal.

[128] R. Guénon, Orient et Occident, Véga, Paris, 1948, cap. II: La superstition de la science.

[129] Dante, Convivio, Trattato III, cap. VIII.

[130] Dante, Convivio. ibid.: «si vincono per buona consuetudine, e fassi l’uomo per essa virtuoso, sanza fatica avere ne la sua moderazione».

[131] Dante, Convivio, ibid.: «queste fiammelle che piovono da la sua biltade».

[132] Dante, Convivio, ibid.: «la sua bellezza ha podestade in rinnovare natura in coloro che la mira­no; ch’è miracolosa cosa».

[133] René Guénon, La Métaphysique orientale, Éditions Traditionnelles, Paris, 1951.

[134] La forma più antica della parola Cielo, latino cœlum, greco koilon, cavo (in rapporto con il simbolo della caverna), sembra essere caelum, che ricorda da vicino la parola caelare, nascondere («dunque “ciò che copre”, “ciò che nasconde”, ma anche “ciò che è nascosto”, e quest’ultimo sen­so è duplice: è ciò che è nascosto ai sensi, il dominio sovrasensibile; ed è anche, nei periodi d’occul­tazione e d’oscuramento, la tradizione che cessa d’essere manifestata esteriormente e apertamente, il “mondo celeste” divenendo allora il “mondo sotterraneo”», R. Guénon, Le Roi du Monde, ibid., cap. VII: “Luz” ou le séjour d’immortalité).

[135] Nell’iniziazione massonica, il punto d’incontro del cielo e della terra è rappresentato dalla so­vrapposizione di compasso e squadra. Sarà interessante sviluppare in un prossimo articolo i diver­si aspetti di tale simbolismo con il cambio di prospettiva che comporta nei tre gradi, con partico­lare riferimento allo spostamento delle luci, che figura tra i misteri della Camera di Mezzo.

[136]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[137] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Ba­bele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[138] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si tra­duce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[139] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta inten­zione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[140] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’in­tenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[141] Per più ampi cenni su come vada intesa quest’aspirazione vedasi l’articolo Alcune considera­zioni sull’aspirazione nel n. I di questa rivista.

[142] Non ci interessano le dissertazioni filosofiche, gli sfoggi d’erudizione o il compiacimento cultu­rale, cerchiamo una scienza utile.

[143] Sulla relazione fra la tradizione pitagorica e quella delfica, cf. l’articolo di R. Guénon Conosci te stesso pubblicato nel n. VIII di questa rivista.

[144] R. Guénon ha espressamente voluto sottolineare come «da Pitagora a Virgilio, e da Virgilio a Dante, la “catena della tradizione” non fu senza dubbio spezzata sulla terra d’Italia» (cf. L’Ésoté­risme de Dante, Gallimard, Paris, 1957, cap. II, in fine).

[145] Quanto precede esclude il riferimento sistematico a forme tradizionali, come quella indù, auten­tiche e ortodosse ma la cui forma espressiva è rivolta a popoli con una costituzione psichica molto diversa da quella degli occidentali. I testi taoisti invece, a causa della loro immediatezza ed essenzialità, riteniamo possano essere recepiti anche da un lettore occidentale.

[146] R. Guénon, Influence de la civilisation islamique en Occident, in Études Traditionnelles, n. 288, dicembre 1950 (tradotto dall’arabo dalla rivista El Maarifah; cf. Aperçus sur l’Ésotérisme islami­que et le Taoïsme, cap. VIII, Gallimard, Paris, 1973).

[147] R. Guénon, ibid.

[148] Tra questi segreti ne ricorderemo uno appartenuto ai Templari di cui R. Guénon, nella recen­sione di un libro di A. Lebey, La Vérité sur la Franc-Maçonnerie par des documents, avec le Se­cret du Temple, E. Figuière, Paris, 1935, in Études Traditionnelles, n. 199, luglio 1936, parla in questi termini: «L’ultimo capitolo, Le Secret du Temple, richiama all’attenzione dei Massoni, oggigiorno troppo dimentichi di queste cose, i legami, certamente più che “ideali” checché certuni possano dirne, che li ricollegano ai Templari […]. Pare indubbio, come dice l’autore, e benché abbia potuto esserci ancora altro di cui ciò stesso non era che una conseguenza, che i Templari abbiano posseduto un “grande segreto di riconciliazione” tra l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Isla­mismo; come abbiamo già detto noi stessi in un’altra occasione, non bevevano forse lo stesso “vino” dei Cabbalisti e dei Sufi, e Boccaccio, loro erede in quanto “Fedele d’Amore”, non fa affermare da Melchisedek che la verità delle tre religioni è indiscernibile  poiché esse non sono che una nella loro essenza profonda?» (Studi Sulla Massoneria e il Compagnonaggio, vol. II: Recen­sioni, A. C. Pardes, Milano, 2016, p. 23; cf. anche la terza novella del primo giorno del Decameron pubblicata a seguire nella presente rivista).

[149] Si ricorderà ad esempio la leggenda massonica delle due colonne, che si trovano all’entrata del tempio, e sulle quali furono incise le sette scienze liberali per salvarle dal diluvio universale (cf. Catechismi Massonici, Il manoscritto Dumfries n° 4, A. C. Pardes, Milano, 2017).

[150]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[151] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[152] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[153] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceve­rete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[154] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’intenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[155] Alcune delle concezioni erronee riguardanti l’iniziazione sono mirabilmente descritte nell’articolo di J. C., Alcune osservazioni a proposito dell’opera di René Guénon, pubblicato a seguire nella presente rivista, lavoro che troviamo sotto molti aspetti complementare al passo di R. Guénon che fa da incipit ai nostri articoli.

[156] Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, V, 19-33.

[157] In cambio del libero arbitrio l’organizzazione iniziatica garantisce ai propri membri una “copertura” che ingloba tutti gli aspetti della vita. Anche le ma­lattie, manifestazione di un disequilibrio psichico, rientrano in quest’ambito (cf. R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XIV, Des qualifications initiatiques: «nello stato attuale dell’umanità, nessun individuo è perfettamente equilibrato sotto tutti gli aspetti; […] se vi sono degli individui che sono qualificati per l’iniziazione, lo sono malgrado un certo stato di disequilibrio relativo che è inevitabile, ma che precisamente l’iniziazione potrà e dovrà attenuare se essa produce un risultato effettivo, e addirittura far scomparire»).

[158] Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, XXVII, 124-142.

[159] Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XXVI, 118-120.

[160] Sheikh Tâdilî, La Vie Traditionnelle c’est la sincérité, Éditions Tradition­nelles, Paris, 1971.

[161] Ricordiamo l’hadîth del Profeta dell’Islâm: «Sono stato inviato per com­pletare la nobiltà del carattere (o i caratteri nobili)».

[162] Abdul-Hâdî, L’univeralité en Islam, La Gnose, n. 4, aprile 1911.

[163] Abdul-Hâdî, ibid. Interessante l’osservazione di R. Guénon riferita al viag­gio di Dante: «occorre aver percorso i tre regni, che rappresentano le diverse modalità dell’esistenza nel nostro mondo, prima di poter passare ad altri stati, le cui condizioni sono del tutto diverse» (cf. R. Guénon, L’Ésotérisme de Dante, Gallimard, Paris, 1957, cap. VIII, Les cycles cosmiques, dove in nota: «Faremo osservare che i tre gradi della Massoneria simbolica hanno, in certi riti, parole di passo che rappresentano anche rispettivamente i tre regni, mine­rale, vegetale e animale; inoltre, la prima di queste parole è a volte interpretata in un senso che è in stretto rapporto con il simbolismo del “globo del mondo”»).

[164] Al-‘Arabî Ad-Darqâwî, Lettres d’un maître soufi, Arché, Milano 1978, Lettera V.

[165] Al-‘Arabî ad-Darqâwî, ibid., Lettera XXV, pubblicata integralmente in Lettera e Spirito n. 1.

[166] Dante, Convivio, IV - xxvii.

[167] Si pensi ai “Segni, Parole e Toccamenti” attribuiti a ogni Grado massonico.

[168] Sheikh Tâdilî, ibid.

[169] R. Guénon, Iniziazione e passività, pubblicato nella presente rivista.

[170] R. Guénon, Contro il quietismo, pubblicato nella presente rivista.

[171] Abdul-Hâdi, Pages dediées à Mercure, in La Gnose, nn. II.1-2, gennaio-febbraio 1911.

[172] Luca, 11, 9.

[173] Sulla funzione di R. Guénon rimandiamo all’articolo di J.C., Alcune osser­vazioni a proposito dell’opera di René Guénon, che segue.

[174] R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, cit.

[175]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[176] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[177] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[178] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceve­rete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[179] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’intenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[180] «Aristotele non dice nettamente che un essere è tutto ciò che conosce? Quest’affermazione dell’identificazione attraverso la conoscenza, è il principio stesso della realizzazione metafisica» (cf. R. Guénon, La Métaphysique orientale, Éditions Traditionnelles, Paris, 1951)

[181] Fermo restando quanto affermato nell’articolo precedente circa la necessità di una preventiva chiarificazione attraverso la lettura dell’opera di R. Guénon, facciamo presente che chi si ferma all’erudizione non aspira a questa conoscenza e le organizzazioni che presentano lo studio libresco come se fosse un metodo iniziatico dimostrano con ciò stesso di aver perso di vista lo spirito e l’essenziale. «Si deve capire bene, fin d’ora, che coloro che sono stati stabiliti come depositari della conoscenza iniziatica non possono comunicarla in un modo più o meno paragonabile a quello con cui un professore, nell’insegnamento profano, comunica ai suoi allievi delle formule libresche che essi dovranno soltanto immagazzinare nella loro memoria; si tratta qui di qualcosa che, nella sua stessa essenza, è propriamente “incomunicabile”, poiché sono degli stati da realizzare interiormente» (cf. R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. IV: Des conditions de l’initiation).

[182] Cf. Rituale Lapis Reprobatus Secretum Custoditum, Catechismo di Apprendista. Cf. anche Masonry Dissected, in Catechismi Massonici (1696-1750), Pardes, Milano, 2017: «D. Dove conservate quei Segreti? R. Sotto il mio seno sinistro. – D. Avete una Chiave per tali Segreti? R. . – D. Dove la conservate? R. In una scatola d’osso che si apre e si chiude solo con chiavi d’avorio. – D. È appesa o appoggiata? R. È appesa. – D. A che cosa è appesa? R. A un cavo di nove pollici o a una spanna. – D. Di quale metallo è fatta? R. Non è affatto di metallo, ma è una Lingua di buona reputazione, buona tanto alle spalle di un Fratello che davanti alla sua faccia. La Chiave è la Lingua, la scatola d’osso i denti, il cavo il palato».

[183] Latino: «attraverso le asperità [si giunge] alle stelle», motto che va accostato alla finalità del lavoro massonico «elevare luminosi Templi alla Virtù, scavare oscure prigioni al vizio e lavorare al Bene dell’Umanità».

[184] R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[185] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[186] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[187] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceve­rete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[188] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’intenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[189] La portata fondante attribuita nell’antichità al “trivio” per l’acquisizione di tutte le altre scienze dimostra il valore intrinseco della parola; in esso v’è inoltre la chiave che permette a chi ne abbia la funzione di esporre nel modo migliore la dottrina.

[190] L’utilizzo scorretto della parola è una delle cause più frequenti che portano alla perdita di doni e aperture spirituali a favore di chi questo biasimo o disprezzo ha subito. Le leggi che governano questo tipo di eventi sono uno dei motivi “tecnici” che porta i Mâlamatî a ricercare la riprovazione della gente.

[191] Sull’importanza della parola e della scrittura in ambito massonico è interes­sante riportare quanto scriveve R. Guénon in una nota del suo articolo La Science des Lettres, in Le Voile d’Isis, n. 134, febbraio 1931 (cf. Symboles fon­damentaux de la Science sacrée, Gallimard, Paris, 1962, cap. VI): «È almeno curioso notare che il simbolismo massonico stesso, nel quale la “Parola perdu­ta” e la sua ricerca giocano d’altronde un importante ruolo, caratterizza i gradi iniziatici con espressioni manifestamente tratte dalla “scienza delle lettere”: compitare, leggere, scrivere. Il “Maestro”, che ha tra i suoi attributi la “tavola da disegno”, se fosse veramente quello che dev’essere, sarebbe capace, non soltanto di leggere, ma anche di scrivere nel “Libro della Vita”, ossia di coope­rare coscientemente alla realizzazione del piano del “Grande Architetto del­l’Universo”; si può giudicare con ciò la distanza che separa il possesso nomi­nale di questo grado dal suo possesso effettivo!».

[192] Secondo una diversa prospettiva, proprio questa fissità toglie vitalità e limi­ta l’efficacia dell’insegnamento tradizionale scritto rispetto alle possibilità of­ferte dall’esposizione orale.

[193] Cf. quanto scrive R. Guénon a proposito della Shruti e della Smriti indù, ad esempio nel primo capitolo de L’Homme et son devenir selon le Vêdânta.

[194] Prima della diffusione della tipografia i libri, scritti o copiati a mano, ave­vano un grande valore anche economico ed era quindi normale che li si trattas­se con una cura e un rispetto ben differenti rispetto a quelli odierni. Nell’anti­chità, ad esempio, era abituale dare i libri in dote alle figlie e si narra di perso­ne che, per acquistare libri, vendettero addirittura il proprio podere (emblema­tico il caso del poeta quattrocentesco Antonio Beccadelli detto il Panoromita).

[195] Cf. Lettera e Spirito n. 4.

[196] Altri casi in cui la lettura di testi tradizionali può creare confusione ed essere controproducente riguardano lettere con contenti personali o scritti che racchiudono suggerimenti rituali e metodologici appropriati solo a un certo contesto; qui è evidente il pericolo insito nell’appropriarsi di tali indicazioni o suggerimenti da parte di esseri che si trovano in condizioni diverse.

[197] Per una succosa parodia di situazioni in cui la realtà viene modificata in tal senso rimandiamo il lettore all’episodio della presunta iniziazione cavalleresca di Don Chisciotte (cf. Lettera e Spirito n. 4).

[198] «… la parola sanscrita rishi, che significa propriamente “veggente”, e che ha il suo esatto equivalente nell’ebraico roèh, antica designazione dei profeti, sostituita ulteriormente dalla parola nabi (ossia “colui che parla per ispirazio­ne”)» (R. Guénon, Kundalinî-Yoga, in Le Voile d’Isis, nn. 167 e 168, novem­bre e dicembre 1933, cf. Études sur l’Hindouisme, Éditions Traditionnelles, Paris, 1968, cap. III).

[199] Esiodo, uno dei più grandi poeti dell’antica Grecia, nel proemio della sua opera Teogonia narra di come ricevette dalle Muse l’investitura poetica e il compito privilegiato di dire la verità, in questi termini (Prologo, 40-65):

A Esiodo un giorno le Muse divine

insegnarono il canto, ero un pastore,

e pascolavo il gregge sotto il monte

santissimo Elicona: le fanciulle,

che di pelle caprina portano il manto,

d’un tratto mi parlarono così:

“Pastori di campagna, brutta razza,

che non sa altro che empirsi la pancia,

noi si sanno cantare storie finte

che risuonano uguali a quelle vere,

e si sanno contare storie vere,

quando si vuole”. Così parlando

le fanciulle di lingua molto sciolta,

nate da Zeus grandissimo signore,

d’alloro rigoglioso un bel bastone

mi diedero, mirabilmente còlto,

e mi ispirarono un canto divino,

perché narrassi le cose future.

Mi invitarono al canto della stirpe

dei beati immortali sempiterni

levando un inno alle Muse divine

in principio del canto, in fine e sempre.

[200] R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[201] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[202] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[203] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceve­rete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[204] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’intenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[205] Per una presentazione di S. Isidoro vedasi Lettera e Spirito n. 6 del dicembre 2019.

[206] Cf. Isidoro di Siviglia, Etimologie o origini, Libro VII: Di Dio, degli angeli e dei santi, a cura di A. Valastro Canale, Utet, Torino, 2013.

[207] Libro primo, IV (vedi Lettera e Spirito n. 5 del giugno 2019).

[208] Dante Alighieri, Commedia, Paradiso, XXVI, 130-138.

[209] Forse un giorno avremo l’occasione di studiare il simbolismo geometrico di certe lettere dell’alfabeto latino e l’uso che ne è stato fatto nelle iniziazioni occidentali.

[210] Il carattere i è anch’esso un tratto rettilineo; differisce dalla lettera latina I soltanto in quanto è posto orizzontalmente invece d’esserlo verticalmente. – Nell’alfabeto arabo, è la prima lettera alif, che vale numericamente uno, ad avere la forma di un tratto rettilineo verticale.

[211] A fine articolo pubblichiamo l’immagine citata.

[212] L’importanza della lettera I (la nona figura, la nona lettera dell’alfabeto) per i Fedeli d’Amore è ribadita da Guénon in una nota nella quale fa riferimento a questo enigmatico epigramma ricco di significati attribuito a Dante:

Tu che disprezzi la nona figura

e sei da men della sua precedente

va e raddoppia la sua conseguente

ad altro non t’ha fatto la natura.

 

[213] «Francesco da Barberino nel suo Tractatus amoris disegnato sotto la sua direzione, ha trovato una maniera graziosa e ingegnosissima per raffigurarsi come adoratore della nona figura, ma in modo che la cosa sfuggisse ai profani e fosse chiara agl’iniziati. Si consideri questa figurina che adorna l’iniziale della canzone programmatica «Io non descrivo in altra guisa amore» e che spiega tutta la sua famosa figurazione d’Amore (I Documenti d’Amore, vol. III, p. 409)» (cf. L. Valli, Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore, Luni, Milano, 1994; nella parte superiore dell’immagine si legge il nome Franciscus, che identifica nello stesso Da Barberino l’uomo inginocchiato in adorazione della lettera I).

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