I – giugno 2012 Lettera e Spirito
Lettera e Spirito
No I – giugno 2012
Indice
Editoriale
Albano Martín De La Scala
Alcune considerazioni sull’aspirazione
René Guénon
Il Re del Mondo
René Guénon
Il Centro del Mondo nelle dottrine estremo-orientali
Ferdinand Ossendowski
Il Mistero dei Misteri - Il Re del Mondo
Editoriale
Dedichiamo questo numero all’Aspirazione
iniziatica e il suo rapporto con il Centro del Mondo, aprendo con un articolo
del nostro collaboratore Albano Martín de la Scala, seguito da due articoli
di René Guénon e chiudendo con la riproduzione di un frammento dell’opera di
Ferdinand Ossendowski.
Affrontando la questione da un punto di vista eminentemente
pratico e in applicazione della dottrina del “qui e ora”, riteniamo preziose le
riflessioni contenute nell’articolo Alcune
considerazioni sull’aspirazione.
I testi di René Guénon a proposito del Centro
del Mondo, costituiscono forse uno dei contributi più necessari e rilevanti della
sua opera, giacché nessuno prima di lui in Occidente aveva descritto con tale precisione e coerenza la
dottrina che fa riferimento alla figura del Re del Mondo, vertice della
gerarchia iniziatica regolare; ciò dà sufficientemente un’idea dell’elevatezza
della funzione di René Guénon, come pure dei tempi che viviamo. Vogliamo qui ringraziare
la Fondazione che porta il suo nome per l’autorizzazione a pubblicare i due
articoli che appaiono in questo numero, dei quali il primo, apparso
originariamente in italiano, costituì la base del libro con lo stesso titolo.
Alcune considerazioni sull’aspirazione
Albano Martín De La Scala
René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[1],
scrive: «Il periodo attuale è dunque un
periodo d’oscuramento e di confusione[2]; le sue condizioni sono tali che, finché
persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere
nascosta, donde il carattere dei
“Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli:
organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste
ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra
quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non
ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse
ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito
coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della
tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro
secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro
supremo.
Si
deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente perduto,
poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e,
se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino
come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal
guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge
delle “azioni e reazioni concordanti”[3], essa possa metterli in
effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[4]. Questa direzione
dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua
rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa,
infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque
esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[5]».
Può essere che tra i lettori di
queste righe ve ne siano che sono entrati in contatto con la magistrale opera
di R. Guénon. Forse qualcuno di loro, leggendo tali scritti, ha sentito che
questa esposizione in realtà non gli era veramente estranea ma che anzi non
faceva altro che esprimere in modo chiaro ciò che in realtà egli già sentiva,
magari in modo ancora un po’ confuso, nel proprio foro interiore. E ci
riferiamo in particolare alla dottrina metafisica quivi esposta, laddove
vengono trattati argomenti come: la non dualità, la Possibilità infinita,
l’Identità suprema, gli stati molteplici dell’essere e la loro gerarchia.
Principi questi che, per essere intuiti con evidente chiarezza, implicano un
orizzonte intellettuale certamente non comune al giorno d’oggi.
Altri magari hanno sentito il bisogno impellente e profondo di
consacrare la loro vita a qualcosa che la rendesse degna di essere vissuta.
Essi possono aver riconosciuto che solo ciò che trascende l’esistenza può
realmente darle un senso e aver quindi sentito la necessità di prendere contatto cosciente ed effettivo con questo grado
superiore di realtà.
Ci può essere chi, eventualmente anche solo una volta nella vita, abbia
sentito che nella parte più intima e profonda del proprio essere v’è un
qualcosa che nulla ha a che fare con la vita ordinaria, caratterizzata dai suoi
condizionamenti e limitazioni, e che chiede con potenza di ricongiungersi a ciò
che è della sua stessa natura. Egli può aver avuto la sensazione che questa
presenza fosse troppo grande per essere contenuta in un essere individuale e
forse questa fortissima percezione lo ha spinto a cadere in un pianto dirotto[6].
Qualcuno forse ha avvertito, con grande sofferenza, la necessità di
gridare la gloria del proprio Signore ma in un modo che la sua condizione
individuale non permetteva di esprimere. In tutto ciò che precede v’è come la
presenza di una “nostalgia” verso ciò che è spirituale ed eterno. Queste e
molte altre possono essere le modalità con le quali si manifesta l’aspirazione
intellettuale.
Il termine aspirare ha origine latina ed è composto dalla particella “ad”, verso e “spirare”, soffiare, tirare il fiato e anche mandarlo fuori. Il
significato che questa parola ha preso nel linguaggio comune è anche quello di:
inspirare, trarre a sé, tirare, risucchiare o pompare. In senso figurato
l’accezione è quella di desiderare vivamente una cosa cercando di ottenerla,
bramare, tendere verso. Tutti questi concetti, in apparenza anche contrastanti
possono concorrere ad aiutarci a comprendere quale valenza debba essere data
all’aspirazione intesa in senso intellettuale. Riteniamo che fare chiarezza su
tale punto sia essenziale per poter vivificare e sviluppare questa attitudine
fondamentale.
Il senso più immediato che si può dare al termine in questione è quello
del desiderio ardente per la vera conoscenza[7], desiderio che coincide con una tendenza dell’essere verso
l’universale. Da qui la vicinanza con il termine sospirare che richiama la
nostalgia verso ciò che si ama e da cui si è separati. L’ardente attitudine di
cui parliamo, infatti, non è altro che il vero amore. A questo proposito
facciamo notare come nella lingua italiana i termini “amore” e “aspirare” siano quasi sinonimi. Entrambi infatti sono composti
dalla particella “a”, che può
avere valenza negativa e rispettivamente da “more” o morte e “spirare”
o morire. Nei due casi il senso può essere quindi quello di senza morte,
richiamando l’affinità dei termini citati con ciò che è eterno e immortale.
Se consideriamo la parola aspirare nel senso della respirazione, cioè
immettere nei polmoni inspirando attraverso la bocca o il naso, possiamo far
notare come per compiere questa operazione, prima bisogna almeno in parte aver
espirato, vale a dire, aver fatto uscire l’aria che vi si trovava in precedenza[8]. Volendo applicare questo principio alla condizione individuale si può
intuire come il percorso che porta allo sviluppo dell’aspirazione debba andare
di pari passo con un processo di svuotamento interiore che corrisponde
all’indispensabile abbandono degli attaccamenti mondani. Solo operando in tal modo si potrà permettere all’alito del respiro divino di penetrare
nell’essere vivificandolo così come accadde simbolicamente ad Adamo nella
Genesi[9].
Da un punto di vista principiale, viceversa, quest’aspirazione può
essere simbolicamente immaginata come un vortice che si sviluppa dal Centro,
Principio e origine di ogni cosa, e attrae a sé tutti coloro che sono
rettamente orientati verso di Lui. I numerosi riti di circumambulazione che si
ritrovano nelle più diverse forme tradizionali richiamano proprio questo
simbolismo.
Così come indicato in modo sintetico nella citazione introduttiva,
l’orientare in modo coerente e corretto la propria intenzione, atto
apparentemente solo propedeutico a un vero lavoro iniziatico, in realtà
coincide con il mettersi in comunicazione spirituale effettiva con il centro
supremo e contiene quindi già in se stesso una portata operativa portentosa. Il
retto orientamento permette infatti all’azione divina di agire nella sua pienezza
eliminando gli ostacoli e i limiti individuali. In esso v’è quindi il segreto
per progredire nella Via.
La forza della Verità che proviene dal Centro può far superare tutti
gli ostacoli, anche i più ardui, purché la si riconosca effettivamente e se ne
traggano le dovute conseguenze, perché tutti gli squilibri parziali rientrano
in essa. E questa non è una semplice frase a effetto ma una realtà tecnica e
operativa. Infatti: «anche la minima cosa
operata in conformità armonica con l’ordine dei principi porta virtualmente in
sé delle possibilità la cui espansione può determinare le conseguenze più
prodigiose, e ciò in tutti i campi, e a mano a mano che le sue ripercussioni vi
si estendono secondo la loro ripartizione gerarchica e in progressione
indefinita»[10]. Qualora ciò avvenga, chi ne è coinvolto potrà prendere atto di
come gli eventi si sviluppino in modo del tutto naturale, ma con una potenza
straordinaria, e lo portino via via con velocità e forza sempre crescente verso
il Centro. Anche un orientamento ancora solo parziale potrà condurre a dei
risultati tangibili. Alcuni potranno magari constatare a conferma di ciò, che
in varie fasi della loro vita sono stati come trasportati da una condizione periferica
a una più centrale, e magari si renderanno conto di non essere stati i veri
agenti di questo passaggio.
Tutta la manifestazione trae la sua reale ragione di vita dal legame
con ciò che è trascendente e questo avviene anche per gli esseri umani in ogni
istante della loro esistenza. Il fatto che in genere non ne siano coscienti
non cambia questo stato di fatto. Il vincolo di cui parliamo è sempre reale ma
può essere vivificato e potenziato. In molti casi il cuore è come un camino la
cui canna fumaria non è stata pulita da lungo tempo. Il soffio dell’aspirazione
libera questo canale, mette l’essere in relazione diretta con il Centro del
mondo e può creare delle conseguenze straordinarie riattizzando il fuoco
dell’amore per il divino. Qualora quest’attitudine sia pura produce nuovi
rapporti con le influenze spirituali dal cui intervento dipende qualsiasi
realizzazione effettiva. Quando un essere manifesta una vera aspirazione
intellettuale, ciò implica un cambiamento profondo della sua situazione. Il
modificarsi dei rapporti con il trascendente crea delle condizioni nuove che
vanno nella direzione del progresso spirituale e questo sovente anche in
maniera inaspettata.
In tutti gli esseri viventi, nella loro parte
più intima e profonda, nel luogo più nascosto e protetto, simbolizzato dal più
piccolo ventricolo del cuore[11], v’è la presenza di una cosa che è allo stesso tempo la più piccola e
la più grande di tutte. La più piccola poiché è la meno visibile dall’esterno e
la più grande perché in realtà è il Principio infinito e illimitato che
contiene tutto e di cui ogni cosa non è che una manifestazione limitata. Come
noto esiste identità fra il Sé interiore e il Principio. La relazione fra macro
e microcosmo sarà essenziale per il processo spirituale di cui parliamo. Questa
presenza trascendente che è viva nel cuore, se svelata, anche solo parcialmente
provocherà una crescita dell’aspirazione con conseguente avvicinamento al
Centro e creerà un circolo virtuoso che porterà verso la luce della conoscenza.
Per l’essere che sia stato attratto si
svilupperanno inevitabilmente degli eventi obbligati quali l’adesione a una
forma tradizionale e successivamente il ricollegamento a una catena iniziatica
regolare e ininterrotta che lo unirà in modo attivo con il Centro del mondo,
offrendogli anche i mezzi “tecnici” per ritornarci[12].
L’incontro con un’autorità tradizionale
legittima e l’esecuzione di riti di incantazione andranno esattamente in questa
direzione permettendo all’aspirazione proveniente dal centro di agire su di lui
attirandolo verso le realtà spirituali che lungo il cammino gli si sveleranno.
L’incantazione, infatti, è proprio un’aspirazione dell’essere verso l’Universale,
attraverso la quale egli tende a elevarsi allo spirituale. Riti quali i mantra della tradizione indù, o il dhikr di quella islamica, permettono di
determinare delle vibrazioni ritmiche con ripercussioni su tutti i piani di
esistenza e in tal modo risvegliare il “ricordo” del trascendente che è
presente nel cuore di ogni essere[13]. Ritornando all’analogia del camino, possiamo dire che queste tecniche
e queste vibrazioni ritmiche possono sicuramente concorrere a ripulire la
simbolica canna fumaria di cui parlavamo. Aggiungiamo che non è certo un caso
se la corretta respirazione è essenziale per l’efficacia di questi riti. Esiste
un respiro universale con il quale è possibile entrare in sintonia profittando
dei benefici influssi in esso contenuti.
In realtà, oltre alla tensione verso l’alto o
verso il centro di cui abbiamo sinora parlato, ve ne sono purtroppo altre che
spingono verso la dispersione e verso il basso, o semplicemente ancorano
l’essere alla sua attuale realtà, con le quali bisogna inevitabilmente
confrontarsi.
Possono esserci tendenze distruttive che sono
come delle caricature del vortice di cui parlavamo e che portano l’essere verso
la sua disgregazione. Basti pensare alle droghe, all’alcool, alle perversioni
sessuali, al gioco d’azzardo e alle varie dipendenze da internet solo per
citare alcuni casi di attaccamenti negativi e disgreganti. Un capitolo a parte
meriterebbero a questo proposito le realtà pseudo o contro iniziatiche, parodie
per antonomasia di tutto ciò che è esoterico, che in questo studio ci
limiteremo a citare.
Come detto vi sono poi altri attaccamenti che
si limitano a impedire all’essere di superare i limiti impliciti nella sua
attuale condizione di coscienza. Alcuni di essi non fanno altro che gonfiare
l’individualità ancorando l’essere sempre più a tale condizione limitativa,
impedendogli così di prendere coscienza di quanto in lui supera questo stato.
Il caso tipico è quello dell’orgoglio, il quale può magari nutrirsi di aspetti
tradizionali esteriori. C’è chi, dopo essere stato inizialmente attratto dal
centro, si gonfia per le tante letture fatte, per la sua capacità espositiva e
dialettica o anche per la copiosa attività rituale da lui svolta. In questo
caso, nella migliore delle ipotesi, non potrà fare altro che gravitare a
grande distanza dal Principio trascendente al quale a parole dice di voler
tendere. Di fatto, questo legame “a distanza” è simile a quello nel quale si
trovano anche tutti gli exoteristi.
Un caso particolare è poi quello di coloro
che, dopo essere stati attratti da questo vortice virtuoso e aver ottenuto un
ricollegamento iniziatico, vengono meno al patto, cambiando così il proprio
orientamento. In questa circostanza la forza attrattiva iniziale, partendo per
la tangente, scaglierà l’essere in questione tanto più lontano dal Centro
quanto maggiore sarà stata l’intensità che la caratterizzava.
Altri limiti che prima o poi dovranno essere
affrontati se si vuole proseguire nel cammino iniziatico e non restare in una
situazione semplicemente gravitazionale, sono quelli imposti dal mentale, dallo
schematismo o dal letteralismo tradizionale. Aspetti questi che possono anche
avere una funzione protettiva e stabilizzante e, in alcune fasi della Via,
impedire un allontanamento dal Principio. Tuttavia, a un certo punto, se ci si
vuole ulteriormente elevare spiritualmente, diventeranno un limite dal quale
bisognerà trovare la forza di staccarsi.
Colui che senta manifestarsi nel suo cuore
l’aspirazione iniziatica, visto il mondo fondamentalmente antitradizionale in
cui viviamo, incontrerà facilmente dei problemi. Egli potrà sentirsi estraneo
all’ambiente in cui si trova a vivere, magari percepirà una sensazione di
solitudine e sentirà l’incomprensione di coloro che gli stanno attorno. È
possibile che lo stesso ambiente sembrerà rivoltarsi contro di lui. Egli non
dovrà però farsi prendere dallo scoraggiamento e dallo sconforto. Sappia che in
realtà non è solo. È importante prenda coscienza del fatto che orientarsi verso
il centro, mentre da una parte crea un distacco, a volte anche traumatico, da
tutto ciò che tiene lontano da Lui, dall’altra produce un legame reale e
potente con tutti coloro che hanno la sua stessa attitudine. Quando li
incontrerà riconoscerà in loro, in modo spontaneo, l’affinità intellettuale e
l’assonanza interiore che li accomuna. In essi potrà trovare un valido supporto
e sostegno per il suo cammino. È questo uno dei sensi della fraternità
tradizionale[14].
Il passaggio da un’aspirazione semplicemente
teorica a una autentica avverrà attraverso prove concrete della vita, prove
che ben poco hanno a che vedere con concezioni astratte. Esse andranno a
toccare aspetti apparentemente secondari ma estremamente sensibili
dell’esistenza di tutti i giorni. Problemi relativi alla famiglia o sentimentali,
alla professione o alle proprie abitudini giornaliere[15] potranno sorgere e impedire ogni successivo sviluppo fino a quando
non saranno rimossi. La rinuncia agli attaccamenti mondani, indispensabile per
permettere all’aspirazione di agire, andrà dimostrata con i fatti e con la
perseveranza, in un modo che in certi casi non esiteremmo a definire eroico.
L’argomento degli ostacoli e delle trappole che si possono trovare concretamente
lungo un cammino spirituale è estremamente vasto e ci porterebbe lontano dal
tema del presente studio, in questa occasione ci limiteremo quindi a questi
brevi cenni.
In linea generale si può comunque dire che il
problema di fondo, per chi aspiri allo spirituale, è quello di rimuovere gli
ostacoli che impediscono l’azione della Misericordia divina. L’iniziato deve
cercare di essere come una piuma portata dal vento: senza opporre alcuna
resistenza a ciò che è trascendente, va là dove lo spirare del vento spirituale
la conduce.
Così come il sole può rispecchiarsi nell’acqua
solo quando questa è calma, allo stesso modo, unicamente un cuore pacificato e
non più condizionato dall’agitazione del mondo potrà essere ricettivo allo
spirituale.
Non è un caso che la realtà antitradizionale
in cui viviamo spinga costantemente verso la dispersione mentale e lo stress.
Perché le pratiche tradizionali possano dare dei risultati veramente positivi
è necessario che tutti gli aspetti profani che impregnano l’essere siano,
almeno temporaneamente, rigettati e il cuore svuotato dall’inquietudine che li
caratterizza. Come affermava giustamente Abdul-Hâdi nelle sue Pagine dedicate a Mercurio[16]: «…
la condizione indispensabile perché si verifichino i primi bagliori d’“Illuminazione esoterica” (El-Ishrâq) è che nel proprio foro interiore si faccia un posto esclusivamente
riservato a Dio. È indifferente che questo posto sia ricco o povero:
l’importante è che sia assolutamente puro. È molto difficile, vivendo
nell’attuale disordine, realizzare la sincerità e la Solitudine divina
assoluta, anche solo per la durata di un minuto».
Per far meglio comprendere il nostro pensiero
può forse essere utile appoggiarsi a un’analogia. Che senso avrebbe spiegare le
vele della propria nave senza prima levare le ancore? E che logica ci sarebbe
nel remare con tutte le proprie energie senza preoccuparsi di verificare la
rotta?
Anche un’attività rituale regolare rischierà
di essere quindi inutile, se non addirittura dannosa, fintanto che “i metalli
non saranno stati lasciati fuori dalla porta del tempio” interiore e
l’orientamento sia stato fissato.
La volontà di rimuovere le barriere e
l’assentimento al trascendente sono condizioni indispensabili per compiere un
lavoro operativo, il quale, attraverso le vicissitudini individuali e con il
concatenamento di mezzi appropriati, può realizzare l’eliminazione dell’illusione.
Il discorso che fino a qui abbiamo fatto sui
singoli esseri può applicarsi, fatti i debiti adattamenti, anche alle
differenti realtà iniziatiche oggi esistenti. Alcune di esse, e vista la fase
ciclica che stiamo attraversando sono le più nascoste[17], si volgono verso il Principio, divenendone gli strumenti per
eccellenza e sviluppano la conoscenza metafisica integrale. Altre si limitano a
dare a chi ne fa parte una base di purificazione e di preparazione a un vero
avvicinamento al Centro. Altre ancora, pur nella loro regolarità formale,
anziché concentrarsi nel vivificare il loro legame con il Centro del mondo e
trarre da Esso la loro forza e la loro direzione, si disperdono in attività di
proselitismo, di sviluppo exoterico o cosmologico o peggio si perdono in
dispute e gelosie interne ed esterne o in preoccupazioni profane. In questo
modo rischiano di far affievolire e neutralizzare l’aspirazione e le
potenzialità magari presenti nei propri membri. Solo le prime di queste realtà
portano chi ne sia qualificato all’effettiva morte dell’illusione separativa
dell’essere, quella che crea l’intimo vincolo illusorio che fa identificare
l’uomo alla propria individualità fisica e psichica. Così, egli, ritornato al
proprio Centro, potrà rinascere nell’Universale e bere la bevanda
d’immortalità.
Il Re del Mondo *
René Guénon
Dopo la morte di Saint-Yves d’Alveydre, venne
pubblicato un libro intitolato La Mission de l’Inde, di cui si era
trovato il manoscritto tra le sue carte, e il quale conteneva la descrizione di
un centro iniziatico misterioso designato sotto il nome di Agarttha.
Saint-Yves aveva senza dubbio avuto delle buone ragioni per non fare apparire
quest’opera, scritta da oltre trent’anni, e che non era stata veramente
approntata e limata definitivamente; sotto certi aspetti la sua pubblicazione
poté anche essere considerata come un cattivo servizio reso alla memoria
dell’autore da quelli che si dicevano suoi “amici”. Difatti, parecchi lettori
dovettero supporre che non era che un racconto puramente immaginario, una
specie di finzione che non poggiava su nulla di reale; e, a vero dire, si
trovano in quest’opera, se si vuol prendere tutto alla lettera, delle
inverosimiglianze che potrebbero, almeno per chi se ne sta alle apparenze
esteriori, giustificare un tale apprezzamento. Anche per coloro che erano d’un
altro parere, la miglior cosa era forse, in assenza di ogni altra
testimonianza, astenersi dal parlarne; è quello, in ogni caso, che abbiamo
sempre pensato per conto nostro. Ma ecco che è accaduto un fatto nuovo e un
pochino inatteso: ci si occupa molto attualmente di un libro in cui Ferdinando
Ossendowski racconta le peripezie del viaggio movimentato che egli fece nel
1920 e 1921 attraverso l’Asia centrale; e questo libro, intitolato Bêtes,
Hommes et Dieux, contiene, soprattutto nella sua ultima parte, dei racconti
quasi identici a quelli di Saint-Yves. Questa parte, d’altronde, non sembra
abbia particolarmente attirato l’attenzione generale; e noi non sappiamo di
troppo se lo stesso autore, ben più preoccupato di politica che di idee e di
dottrine, ne ha veduto nettamente tutto l’interesse: ignorando tutto quanto
tocca l’esoterismo, egli non ha avuto, a quanto pare, altra pretesa che di dire
quel che ha veduto e inteso; ma la sua testimonianza, in queste condizioni, non
avrà forse agli occhi di alcuni che maggiore importanza.
Eppure, sappiamo bene che degli spiriti
scettici e malvolenti non mancheranno di dire che Ossendowski non ha fatto che
plagiare Saint-Yves, e di rilevare, a sostegno di questa allegazione, tutti i
passaggi concordanti delle due opere: ed è vero che ve ne è un numero assai
grande che presentano, sin nei particolari, una similitudine assai sorprendente.
Innanzi tutto vi è quel che poteva sembrare nello stesso libro di Saint-Yves la
cosa più inverosimile, vogliamo dire l’affermazione dell’esistenza di un mondo
sotterraneo estendente le sue ramificazioni dovunque, sotto i continenti e
anche sotto gli Oceani, e pel cui mezzo si stabiliscono delle comunicazioni
invisibili fra tutte le regioni della terra; Ossendowski, del resto, non prende
sopra di sé questa affermazione, anzi dichiara che non sa cosa pensarne, ma
l’attribuisce a diversi personaggi che ha incontrato nel corso del suo
viaggio. Vi è pure, sopra dei punti più particolari, il passaggio dove il “Re
del Mondo” è rappresentato dinanzi alla tomba del suo predecessore, quello dove è questione
dell’origine degli zingari, che avrebbero un tempo vissuto nell’Agarttha, e ben altro ancora. Saint-Yves dice che vi sono dei momenti, durante
la celebrazione sotterranea dei “Misteri cosmici”, in cui i viaggiatori che si
trovano nel deserto si fermano, in cui gli stessi animali rimangono silenziosi;
Ossendowski assicura che ha assistito egli stesso a uno di questi momenti di
generale raccoglimento, vi è soprattutto, come strana coincidenza, la storia di
un’isola, oggi scomparsa, dove vivevano degli uomini e degli animali
straordinari: in proposito, Saint-Yves cita il riassunto del periplo di Jambulo
di Diodoro Siculo, mentre Ossendowski parla del viaggio di un antico buddhista
del Nepal, eppure le loro descrizioni non differiscono quasi affatto; se
veramente esistono di questa storia due versioni provenienti da fonti così
lontane l’una dall’altra, potrebbe essere interessante di rintracciarle e di
confrontarle con cura.
Abbiamo tenuto a segnalare tutti questi
avvicinamenti, affinché coloro che li avessero parimente notati non possano
credere che ci sono sfuggiti, né accusarci
di dissimulare certe difficoltà; si potrebbe ora discutere evidentemente sulla
portata che conviene attribuir loro. In ogni caso, Ossendowski ci ha
affermato personalmente che non aveva mai letto Saint-Yves, e che anche il nome
gliene era ignoto prima della pubblicazione della traduzione francese del suo
libro; e, quanto a noi, non abbiamo alcuna ragione di dubitare della sua
sincerità. Del resto, se egli avesse copiato in parte La Mission de l’Inde,
non vediamo troppo per quale ragione avrebbe cambiato la forma di certe parole,
scrivendo per esempio Agharti invece di Agarttha (il che si
spiega al contrario benissimo se egli ha avuto da fonte mongola le informazioni
che Saint-Yves aveva ottenute da fonte hindu), né per quale ragione avrebbe
impiegato, per designare il capo della gerarchia iniziatica, il titolo di “Re
del Mondo” che non figura in nessun posto in Saint-Yves. Ma, anche se si
ammettessero certi imprestiti, resterebbe pur sempre il fatto che Ossendowski
dice talora delle cose che non hanno il loro equivalente nella Mission de
l’Inde, e che sono tali che egli non ha certamente potuto inventarsele di
sana pianta: tale è, per esempio, la storia di una “pietra nera” inviata un
tempo dal “Re del Mondo” al Dalaï-Lama, poi trasportata a Ourga in
Mongolia, e che disparve circa cento anni fa[18];
bisogna dunque che egli abbia realmente inteso parlare di queste cose durante
il suo soggiorno in Oriente, o che egli le abbia scritte sotto l’influenza di
una suggestione delle più straordinarie[19].
Questo ci basta per crederci autorizzati a rompere finalmente il silenzio sopra
questa questione dell’Agarttha, tanto più che la nostra intenzione non è
affatto di abbandonarci a questo proposito ad una “critica dei testi”, ma
sibbene di apportare alcune indicazioni che non sono ancora state date in
nessun posto, e che possono aiutare in una certa misura a chiarire ciò che
Ossendowski chiama il “mistero dei misteri”.
***
Il titolo di “Re del Mondo”, preso nella sua
accezione più elevata, la più completa e nel medesimo tempo la più rigorosa, si
applica propriamente a Manu, il Legislatore primordiale e universale, di
cui si ritrova il nome, sotto forme diverse, presso un gran numero di popoli
antichi. Questo nome, d’altronde, designa in realtà un principio, e non un
personaggio storico; ma questo principio può essere manifestato da un centro
spirituale stabilito nel mondo terrestre, da una organizzazione incaricata di
mantenere integralmente il deposito della tradizione sacra; e il capo di una
tale organizzazione, rappresentando il qualche modo lo stesso Manu,
potrà legittimamente portarne il titolo e gli attributi. Tale è ben il caso per
l’Agarttha, se questo centro ha raccolto, come lo indica Saint-Yves,
l’eredità dell’antica “dinastia solare” (Sûryavansha) che risiedeva un
tempo ad Ayodhyâ, e che faceva risalire la sua origine a Vaivaswata, il Manu
del ciclo attuale[20].
Saint-Yves
pertanto, come lo abbiamo già detto, non considera il capo supremo dell’Agarttha come “Re del Mondo”: egli lo presenta come “Sovrano pontefice”, e,
inoltre, lo pone alla testa di una “Chiesa brâhmanica”, designazione che
procede da una concezione un po’ troppo occidentalizzata[21].
A parte quest’ultima riserva, quello che egli dice, completa, sotto questo
rispetto, quel che dice da parte sua Ossendowski; sembra che ciascuno di essi
non abbia veduto che l’aspetto che sembrava rispondere più direttamente alle
sue tendenze e alle sue preoccupazioni dominanti, perché, a vero dire, qui si
tratta di un doppio potere, a un tempo sacerdotale e regale.
Nel medio evo esisteva un’espressione nella
quale questi due aspetti complementari si trovavano riuniti in una maniera che
è ben degna di nota: si parlava spesso, in quel tempo, d’una contrada
misteriosa che si chiamava il “regno del prete Giovanni”. Era il tempo in cui
quel che si potrebbe designare come la “copertura esteriore” del centro in
questione si trovava formata per una buona parte dai Nestoriani e dai Sabezii[22];
e, precisamente, questi ultimi davano a se stessi il nome di mendayyeh de
Yahia, vale a dire “discepoli di Giovanni”. A questo proposito, possiamo
fare subito un’altra osservazione: è per lo meno curioso che parecchi fra i
gruppi orientali di un carattere molto chiuso, dagli Hashishin del
“Vecchio della Montagna” ai Drusi del Libano, abbiano preso uniformemente, tale
e quale come gli Ordini di cavalleria occidentali, il titolo di “guardiani
della Terra Santa”. Il seguito farà senza dubbio comprendere meglio ciò che
questo può significare; pare che Saint-Yves abbia trovato una parola molto
giusta, forse ancor più ch’egli stesso non pensasse, quando parla dei “Templari
dell’Agarttha”.
Comunque, l’idea di un personaggio che è prete e re simultaneamente non
è un’idea molto corrente in Occidente; anche nel medio evo difatti il potere
supremo vi era diviso fra il Papato e l’Impero[23].
In Oriente, al contrario, una tale separazione proprio al vertice della
gerarchia non si trova che in certe concezioni buddhiste[24];
vogliamo alludere alla incompatibilità affermata tra la funzione di Buddha
e quella di Chakravartî o “monarca universale”, allorché è detto che
Shâkya-Muni, allorché progettò la sua rivolta contro il Brâhmanesimo, avrebbe
veduto le porte di Agarttha chiuderglisi dinanzi. Conviene aggiungere che il termine Chakravartî
non ha, in se stesso, nulla di propriamente buddhico, e
che può benissimo, in una concezione strettamente ortodossa, applicarsi alla
funzione del Manu o dei suoi rappresentanti: è, letteralmente, “colui
che fa girare la ruota”, vale a dire colui che, collocato al centro di tutte le
cose, ne dirige il movimento senza parteciparvi egli stesso, o che ne è,
secondo l’espressione di Aristotele, il “motore immobile”[25].
È il punto fisso che tutte le tradizioni concordano nel designare
simbolicamente come il “Polo”, poiché è intorno a esso che si effettua la
rotazione del mondo; e tale è il vero significato dello swastika, questo
segno che si trova sparso dovunque, dall’estremo Oriente all’estremo occidente,
e che gli scienziati europei dei nostri giorni hanno vanamente cercato di
spiegare con le più fantasiose teorie.
Mediante ciò che abbiamo or detto per ultimo, si può comprendere che il
“Re del Mondo” deve avere una funzione essenzialmente ordinatrice e
regolatrice, che si può riassumere in una parola come quella di “equilibrio” o
di “armonia”: quel che intendiamo con ciò, è il riflesso, nel mondo
manifestato, dell’immutabilità del principio supremo. Si può così comprendere
anche, con le medesime considerazioni, perché egli ha per attributi la
“Giustizia” e la “Pace”, che non sono che le forme rivestite più specialmente
da quest’equilibrio e da quest’armonia nel “mondo dell’uomo”; e noi richiamiamo
su questo punto l’attenzione di coloro che si lasciano andare a certe paure
chimeriche, di cui il libro stesso di Ossendowski contiene come una eco nelle
sue ultime righe.
***
Secondo Saint-Yves, il capo supremo dell’Agarttha
porta il titolo di Brahâtmâ (sarebbe forse più corretto scrivere Brahmâtmâ),
“sostegno delle anime nello Spirito di Dio”; i suoi due assessori sono
il Mahâtmâ, “che rappresenta l’Anima universale”, e il Mahânga, “simbolo di tutta l’organizzazione materiale del Cosmo”[26].
Importa notare che questi termini, in sanscrito, designano propriamente dei
principi, e che essi non possono venire applicati a degli esseri umani che in
quanto questi rappresentano questi stessi principi di modo che, anche in questo
caso, sono legati essenzialmente a delle funzioni, e non a delle individualità.
Secondo Ossendowski, il Mahâtmâ “dirige le cause di questi avvenimenti”;
quanto al Brahâtmâ, egli può parlare a Dio faccia a faccia, ed è facile
comprendere che cosa ciò vuol dire, se ci si ricorda che egli occupa il punto
centrale dove si stabilisce la comunicazione diretta del mondo terrestre con
gli stati superiori, e, attraverso questi, con il Principio Supremo.
D’altronde, l’espressione di “Re del Mondo”, se si volesse intenderla in un
senso ristretto, e unicamente per rapporto al mondo terrestre, sarebbe assai
inadeguata; sarebbe più esatto, sotto certi aspetti, di applicare al Brahâtmâ
quella di “Maestro dei Tre Mondi”[27].
“Quando egli esce dal tempio, dice ancora Ossendowski, il Re del Mondo irradia
una luce divina”; la Bibbia ebraica dice esattamente la stessa cosa di Mosè
quando egli discendeva dal Sinai, ed è da osservare, a proposito di questo
ravvicinamento, che la tradizione musulmana vede in Mosè quegli che fu il
“polo” (El-Qutb) della sua epoca; ancora bisognerebbe qui distinguere
tra il centro principale e i centri secondari che possono essergli stati
subordinati, e che lo rappresentano solamente per rapporto e delle tradizioni
particolari[28].
“Il Re del Mondo, disse una lama a
Ossendowski, è in rapporto con i pensieri di tutti coloro che dirigono il
destino dell’umanità … Egli conosce le loro intenzioni e le loro idee. Se
esse piacciono a Dio, il Re del Mondo le favorirà col suo aiuto invisibile; ma
se spiacciono a Dio, il Re ne provocherà lo scacco. Questo potere è dato ad Agarthi
dalla scienza misteriosa di Om, parola con la quale cominciano tutte le
nostre preghiere”. Immediatamente dopo viene questa frase, che, per tutti
quelli che hanno soltanto una vaga idea del significato del monosillabo sacro Om,
deve essere una causa di stupore: “Om è il nome di un antico santo, il
primo dei Goros (Ossendowski scrive goro per guru), che
visse trecentomila anni fa”. Questa frase, difatti, è assolutamente inintelligibile
se non si pensa a questo: l’epoca di cui si tratta, e che d’altronde non ci
sembra indicata che in un modo assai vago, è molto anteriore all’era del Manu
attuale; d’altra parte, l’Adi-Manu o primo Manu del nostro Kalpa
(Vaivaswata essendo il settimo) è chiamato Swâyambhuva, cioè
derivato da Swayambhû, “colui che sussiste per se stesso”, o il Logos
eterno; ora il Logos, o colui che lo rappresenta direttamente, può in
verità essere designato come il primo dei Guru o “Maestri spirituali”;
e, effettivamente, Om è in realtà un nome del Logos[29].
D’altra parte, la parola Om dà
immediatamente la chiave della ripartizione gerarchica delle funzioni tra il Brahâtmâ
e i suoi due assessori. Difatti, secondo la
tradizione hindu, i tre elementi di questo monosillabo sacro
simboleggiano rispettivamente i “tre mondi”; la Terra, l’Atmosfera, il Cielo,
vale a dire, in altri termini, il mondo della manifestazione corporea, il mondo
della manifestazione sottile o psichica, il mondo dei principi non manifestato[30].
Son questi, andando dal basso all’alto, i
domini propri del Mahânga, del Mahâtmâ e del Brahâtmâ,
come si può vedere facilmente riportandosi all’interpretazione dei loro titoli
che è stata data più sopra; e i rapporti di subordinazione che esistono tra
questi diversi domini giustificano bene per il Brahâtmâ, l’appellativo
di “Maestro dei tre mondi” che abbiamo impiegato precedentemente[31].
Il Mahânga rappresenta la base del triangolo iniziatico e il Brahâtmâ
il suo vertice; tra i due, il Mahâtmâ incarna in un certo modo un
principio mediatore, la cui azione si dispiega nello “spazio intermediario”; e
tutto questo è chiarissimamente raffigurato dai corrispondenti caratteri
dell’alfabeto sacro che Saint-Yves chiama vattan e Ossendowski vatannan.
Se Ossendowski avesse compreso certe cose più
profondamente che non abbia fatto, avrebbe potuto osservare la rigorosa
analogia che esiste tra il ternario supremo dell’Agarttha e quello del
lamaismo: il Dalaï-Lama, “che realizza la santità (o la pura spiritualità)
di Buddha”, il Tashi-Lama, “che realizza la sua scienza” (non
“magica” come egli sembra credere, ma piuttosto “teurgica”), e il Bogdo-Khan,
“che rappresenta la sua forza materiale e guerriera”; è esattamente la medesima
ripartizione secondo i “tre mondi”. Egli avrebbe anche potuto fare questa
osservazione tanto più facilmente in quanto gli era stato indicato che la
“capitale di Agarthi ricorda Lassa dove il palazzo del Dalaï-Lama,
il Potala, si trova in cima a una montagna ricoperta di templi e di
monasteri”; questo modo di esprimere le cose è d’altronde erroneo in quanto
rovescia i rapporti, perché, in realtà, è dell’immagine che si può dire che
essa ricorda il suo prototipo, e non il contrario. Vi è ancora un’altra
concordanza: Saint-Yves, descrivendo i vari gradi o cerchi della gerarchia
iniziatica, che sono in relazione con certi numeri simbolici, che si
riferiscono specialmente alle divisioni del tempo, termina dicendo che “il
cerchio più elevato e più approssimato al centro misterioso si compone di
dodici membri, che rappresentano l’iniziazione suprema, e corrispondono, tra
le altre cose alla zona zodiacale”. Ora questa costituzione si trova riprodotta
in quel che si chiama il “consiglio circolare” del Dalaï-Lama, formato
dai dodici grandi Namshan (o Nomekhan); e la si trova anche,
d’altronde, fino in certe tradizioni occidentali, da notarsi quelle che
concernono i “Cavalieri della Tavola Rotonda”. Aggiungeremo ancora che i
dodici membri del circolo interiore dell’Agarttha, dal punto di vista
dell’ordine cosmico, non rappresentano semplicemente i dodici segni dello
Zodiaco, ma anche (saremmo persino tentati di dire “piuttosto”, benché le due
interpretazioni non si escludano) i dodici Adityas, che sono altrettante
forme del Sole, in rapporto con i medesimi segni zodiacali; e naturalmente,
come Manu Vaivaswata è chiamato “figlio del Sole”, il “Re del Mondo” ha
pure il Sole tra i suoi emblemi[32].
Vi sono veramente dei legami ben stretti tra tutte le descrizioni che, in tutti
i paesi, si riferiscono a dei centri spirituali più o meno nascosti, o per lo
meno difficilmente accessibili; la sola spiegazione plausibile che possa
esserne data, è che, se queste descrizioni si riferiscono a dei centri diversi,
questi non sono per così dire che delle emanazioni di un unico e supremo
centro.
L’Agarttha, dicesi, non fu sempre
sotterranea, e non lo rimarrà sempre; verrà un tempo in cui, secondo le parole
riportate da Ossendowski, “i popoli di Agharti usciranno dalle loro
caverne e appariranno sopra la superficie della terra”[33].
Prima della sua disparizione dal mondo visibile, questo centro portava un altro
nome, perché quello di Agarttha, che significa “inafferrabile” o
“inaccessibile”, non sarebbe allora stato adatto; Ossendowski precisa che è
divenuto sotterraneo “più di seimila anni fa” e accade che questa data
corrisponde, con una approssimazione abbastanza sufficiente, all’inizio del Kali-Yuga
o “età nera”, l’“età del ferro” degli antichi occidentali[34];
la sua riapparizione deve coincidere con la fine del medesimo periodo. Vi sono
in realtà, in Asia centrale come in America e forse anche altrove, delle
caverne e dei sotterranei dove certi centri iniziatici hanno potuto mantenersi
da molti secoli; ma, al di fuori di questo fatto, vi è in quello che abbiamo
ora ricordato una parte di simbolismo che non è molto difficile districare.
Saint-Yves avrebbe senza dubbio potuto spiegare questo simbolismo, ma non lo ha
fatto, ed è quello che dà a certe parti del suo libro un’apparenza di
fantasmagoria[35]; quanto a Ossendowski,
egli era certamente incapace di andare al di là della lettera e di vedere in
quello che gli si diceva altra cosa che il senso più immediato.
In tutte le tradizioni, è fatto allusione a
qualche cosa che, a una certa epoca, sarebbe stato perduto o nascosto; è, per
esempio, il soma degli Hindu o l’Haoma dei Persiani, che non
manca di un certo rapporto col Graal delle leggende occidentali; presso
gli Ebrei è la vera pronuncia del gran nome divino[36].
Il periodo attuale è dunque un periodo di oscuramento e di confusione[37];
le sue condizioni sono tali che, sin tanto che persisteranno, la conoscenza
iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei
“Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al principio
di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli:
organizzazioni che danno una iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una
vera dottrina tradizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo
spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli i quali non ne
sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni,
ogni legame col centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto. Si
deve dunque parlare di qualche cosa che è nascosto piuttosto che perduto,
poiché non è perduto per tutti e taluni lo posseggono ancora integralmente; e,
se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino
come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal
guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge
delle “azioni e reazioni concordanti”[38],
essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[39].
In Europa ogni legame stabilito con il centro
per mezzo di organizzazioni regolari è attualmente rotto, ed è così già da
parecchi secoli; d’altronde questa rottura non si è compiuta d’un tratto solo,
ma in parecchie fasi successive. La prima di queste fasi rimonta all’inizio del
XIV secolo; d’altronde quel che abbiamo già detto degli Ordini di Cavalleria
può far comprendere che una delle principali loro funzioni era quella di
assicurare una comunicazione tra l’Oriente e l’Occidente, comunicazione di cui
è possibile afferrare la vera portata se si osserva che il centro di cui qui
parliamo è sempre stato descritto come situato dalla parte di Oriente.
Ciononostante, dopo la distruzione dell’Ordine del Tempio, il Rosacrucianismo,
o ciò cui dovevasi in seguito dare tal nome, continuò ad assicurare il medesimo
legame, benché in maniera più dissimulata[40].
La Rinascenza e la Riforma segnarono una nuova fase critica, e infine, secondo
quanto sembra indicare Saint-Yves, la rottura completa avrebbe coinciso con i
trattati di Westfalia, che nel 1648, terminarono la guerra dei Trent’anni. Ora
è notevole che parecchi autori abbiano affermato precisamente che, poco dopo la
guerra dei Trent’anni, i veri Rosa Croce abbiano lasciato l’Europa per
ritirarsi in Asia; e ricorderemo, a questo proposito, che gli Adepti
rosacruciani erano in numero di dodici, come i Membri del cerchio più
interiore dell’Agarttha. A partire da questa ultima epoca, il deposito
della conoscenza iniziatica non è più custodito realmente da alcuna
organizzazione occidentale; così Swedenborg dichiara che è oramai tra i Savie
del Thibet e della Tartaria che bisogna cercare la “Parola perduta”; e, dal
suo lato, Anna-Caterina Emmerich ha la visione di un luogo misterioso che essa
chiama la “Montagna dei Profeti”, e che essa situa nelle medesime regioni.
Aggiungiamo che è dalle informazioni frammentarie che M.me Blavatsky
poté raccogliere su questo argomento, senza d’altronde comprenderne veramente
il significato, che nacque in essa l’idea della “Gran Loggia Bianca”, che
potremmo chiamare una caricatura o una parodia immaginaria dell’Agarttha.
In base a quanto riporta Ossendowski, il “Re
del Mondo” apparve un tempo parecchie volte, nell’India e nel Siam,
“benedicendo il popolo con un pomo di oro sormontato da un agnello”; e questo
particolare prende tutta la sua importanza quando lo si riaccosta a quel che
Saint-Yves dice del “Ciclo dell’Agnello e dell’Ariete”[41].
Da un altro lato, e questo è ancora più degno di nota, nella simbolica
cristiana esistono innumerevoli rappresentazioni dell’Agnello sopra una
montagna da cui discendono quattro fiumi, che sono evidentemente identici ai
quattro fiumi del Paradiso terrestre[42].
Ora noi abbiamo detto che l’Agarttha, anteriormente all’inizio del Kali-Yuga,
portava un altro nome, e questo nome era quello di Paradesha, che, in
sanscrito, significa “contrada suprema”, il che si applica bene al centro
spirituale per eccellenza, designato anche come il “Cuore del Mondo”; è da
questa parola che i Caldei hanno fatto Pardes e gli occidentali Paradiso.
Non è ancor tutto; se ci si riporta a quel che
è stato detto più sopra sul simbolismo del “Polo”, si potrà comprendere adesso
quel che significa la “montagna polare” di cui è questione, sotto nomi diversi,
in quasi tutte le tradizioni: il Mêru presso gli Hindu, l’Alborj
presso i Persiani, la montagna di Kaf presso gli arabi e anche il Monsalvato
della leggenda occidentale del Graal. Anche qui, si tratta di una
regione che, come il Paradiso terrestre, è divenuta inaccessibile, e questa
regione è veramente la “contrada suprema”; del resto secondo certi testi vedici
e avestici, la sua situazione sarebbe stata primitivamente polare, anche nel
senso letterale di questa parola. D’altra parte, sembra che vi sia luogo di
considerare parecchie localizzazioni successive, corrispondenti a diversi
cicli, suddivisioni di un altro ciclo più esteso; ma, senza insistere su questa
questione molto complessa, diremo che possono anche esservi simultaneamente,
oltre il centro principale parecchi centri secondari che vi si ricollegano e
che ne sono come altrettante immagini. Abbiamo già notato l’analogia di Lassa,
centro del Lamaismo, con l’Agarttha; aggiungeremo che, anche in
Occidente, si conoscono ancora almeno due città la cui stessa disposizione
topografica presenta delle particolarità che, all’origine, hanno avuto una
simile ragione di essere: Roma e Gerusalemme[43].
Vi era difatti, nell’antichità, quel che si potrebbe chiamare una geografia
sacra, o sacerdotale, e la posizione delle città e dei templi non era
arbitraria, ma determinata secondo delle leggi molto precise[44];
d’altronde, vi era tra la fondazione di una città e la costituzione di una
dottrina (o di una nuova forma tradizionale, per adattamento a delle condizioni
definite di tempo e di luogo) un rapporto tale che la prima era spesso presa
per simboleggiare la seconda[45].
Naturalmente, bisognava prendere delle precauzioni affatto speciali, quando si
trattava di fissare la positura di una città che era destinata a divenire,
sotto un rapporto o sotto un altro, la metropoli di tutta una parte del mondo;
e i nomi delle città, come pure quel che viene riferito delle circostanze della
loro fondazione, meriterebbero di essere esaminati accuratamente da questo
punto di vista; ma son queste delle considerazioni che non si collegano che
indirettamente al nostro soggetto.
Potremmo citare ancora, in quel che concerne
la “contrada suprema”, molte altre tradizioni concordanti[46],
ma dobbiamo limitarci; la conclusione che si ricava molto nettamente da tutto
questo, è l’affermazione che esiste una “Terra Santa” per eccellenza, prototipo
di tutte le altre “Terre Sante”, centro spirituale a cui tutti gli altri centri
sono subordinati[47]. Nel periodo attuale,
questa “Terra Santa”, difesa dai “guardiani” che la nascondono agli sguardi
profani pur assicurando per altro certe relazioni esteriori, è invisibile,
inaccessibile, ma solamente per coloro che non posseggono le qualifiche richieste
per penetrarvi. Ora, la sua localizzazione in una regione determinata deve
essere riguardata come letteralmente effettiva, o soltanto come simbolica,
oppure è simultaneamente l’una e l’altra? A questa questione, risponderemo
semplicemente che, per noi, gli stessi fatti storici e geografici hanno, come
tutti gli altri, un valore simbolico, che d’altronde, evidentemente, non toglie
loro nulla della loro realtà propria, ma conferisce loro un significato
superiore[48]. Ne abbiamo già detto
assai più di quanto non era stato fatto sinora, ma non pensiamo che sia troppo;
nelle circostanze in mezzo a cui viviamo presentemente, gli avvenimenti si
svolgono con una tale rapidità che molte cose di cui le ragioni non appaiono
ancora immediatamente potrebbero ben trovare, e più presto di quello che non si
sarebbe tentati di crederlo, delle applicazioni assai impreviste[49].
Il Centro del Mondo nelle
dottrine estremo-orientali *
René Guénon
Nel corso dei nostri studi precedenti,
abbiamo già avuto l’occasione di alludere, a proposito dei simboli del Centro,
alle dottrine tradizionali dell’Estremo-Oriente, e più specialmente al Taoismo,
che ne è la parte propriamente metafisica, mentre il Confucianesimo, molto più
comunemente conosciuto, concerne unicamente le applicazioni d’ordine sociale[50].
Questa divisione della dottrina in due rami nettamente separati, l’uno
interiore, riservato a un’élite abbastanza ristretta, e l’altro esteriore,
comune a tutti senza distinzione, è uno dei tratti caratteristici della civiltà
cinese, almeno a partire dal VI secolo prima dell’era cristiana, epoca in cui,
da un riadattamento della tradizione anteriore a nuove condizioni, nacquero al
tempo stesso queste due forme dottrinali che sono solitamente designate con i
nomi di Taoismo e Confucianesimo.
Anche nel Confucianesimo, l’idea di Centro
gioca un ruolo tutt’altro che trascurabile: frequentemente, infatti, vi si
parla dell’“invariabile mezzo” (tchoung-young),
che è il luogo dell’equilibrio perfetto, e, allo stesso tempo, il punto dove si
riflette direttamente l’“Attività del Cielo”. Occorre notare, d’altra parte,
che in tal caso non si tratta precisamente del Centro universale, essendo il
punto di vista del Confucianesimo limitato a un ordine contingente; questo
“invariabile mezzo” è propriamente il punto d’incontro dell’“Asse del Mondo”
(secondo la direzione da cui si esercita l’“Attività del Cielo”) con il dominio
delle possibilità umane; in altri termini, è solamente il centro dello stato
umano, che non è che un’immagine riflessa del Centro universale. Questo centro
del dominio umano, insomma, non è altra cosa che il Paradiso terrestre, o lo
stato che vi corrisponde, quello che si può chiamare lo “stato edenico”; e la
tradizione estremo-orientale attribuisce appunto un’importanza considerevole
allo “stato primordiale”, altra designazione equivalente a quella. D’altra
parte, questo stesso centro può, sotto un certo rapporto, essere considerato
come identificantesi, virtualmente o effettivamente secondo i casi, al vero
“Centro del Mondo”, inteso in senso universale; ma questo esige una
trasposizione che oltrepassa il punto di vista speciale del Confucianesimo. Per
il Taoismo, al contrario, in ragione del suo carattere puramente metafisico, è
del Centro universale che si tratta costantemente; pertanto è a questa dottrina
che ci riferiremo da ora in modo quasi esclusivo.
Uno dei simboli più frequentemente
impiegati dal Taoismo, così come da molte altre dottrine tradizionali, è quello
della “ruota cosmica”, il cui movimento è la figura del cambiamento continuo al
quale sono sottomesse tutte le cose manifestate[51].
La circonferenza gira attorno al suo centro, che solo non partecipa a questa
rotazione, ma resta fisso e immutabile, simbolo dell’immutabilità assoluta del
Principio, di cui l’equilibrio, così come lo considera il Confucianesimo, non è
che il riflesso nell’ordine della manifestazione. Questo centro è
l’equivalente del “motore immobile” di Aristotele; dirige ogni cosa con la sua
“attività non agente” (wei wou-wei),
che, sebbene non manifestata, o piuttosto perché non manifestata, è in realtà
la pienezza dell’attività, poiché è quella del Principio dalla quale sono
derivate tutte le attività particolari. È ciò che Lao-tseu esprime in questi
termini: “Il Principio è sempre non-agente, e tuttavia tutto è fatto da lui”[52].
Il saggio
perfetto, secondo la dottrina taoista, è colui che è pervenuto al punto
centrale e che vi dimora in unione indissolubile con il Principio, partecipando
della sua immutabilità e imitando la sua “attività
non-agente”: “Colui che è arrivato al massimo del vuoto, dice Lao-tseu, questi sarà fissato solidamente
nel riposo … Ritornare alla propria radice (ossia al Principio, al tempo
stesso origine prima e fine ultima di tutti gli esseri)[53],
è entrare nello stato di riposo”[54].
Il “vuoto” di cui si tratta qui, è il distacco completo riguardo a tutte le
cose manifestate, transitorie e contingenti, distacco grazie al quale l’essere
sfugge alle vicissitudini della “corrente delle forme”, all’alternanza degli
stati di “vita” e di “morte”, di “condensazione” e di “dissipazione”
(Aristotele, in un senso simile, dice “generazione” e
“corruzione”), passando dalla circonferenza della “ruota cosmica” al suo centro, che è designato esso stesso come
“il vuoto” (il non-manifestato) che unisce i raggi e ne fa una ruota”[55].
“La pace nel vuoto, dice Lie-tseu, è uno stato indefinibile; non la si prende e
non la si dà; si arriva a stabilircisi”[56].
“A colui che dimora nel non-manifestato, tutti gli esseri si
manifestano … Unito al Principio, tramite lui è in armonia con tutti gli
esseri. Unito al Principio, conosce tutto attraverso le ragioni generali
superiori, e non usa più, di conseguenza, i suoi diversi sensi, per conoscere
in particolare e in dettaglio. La vera ragione delle cose è invisibile,
inafferrabile, indefinibile, indeterminabile. Solo
lo spirito ristabilito nello stato di semplicità perfetta, può raggiungerla
nella contemplazione profonda”[57].
Si vede qui la differenza che separa la conoscenza trascendente del saggio dal sapere ordinario o
“profano”; e l’ultima frase deve in modo del tutto naturale ricordare queste
parole del Vangelo: “Chiunque non riceverà il Regno di Dio come un fanciullo,
non vi entrerà”[58]. Del resto, le allusioni
a questa “semplicità”, vista come caratteristica dello “stato primordiale”,
non sono rare nel Taoismo; e parimenti, nelle dottrine indù, lo stato di
“infanzia” (in sanscrito bâlya),
inteso nel senso spirituale, è considerato come una condizione preliminare all’acquisizione
della conoscenza per eccellenza.
Posto al centro della “ruota cosmica”, il
saggio perfetto la muove invisibilmente[59],
con la sua sola presenza, e senza doversi preoccupare di esercitare una
qualunque azione; il suo distacco assoluto lo rende maestro di ogni cosa,
giacché non può più essere influenzato da niente. “Ha raggiunto
l’impassibilità perfetta; la vita e la morte essendogli ugualmente
indifferenti, lo sprofondamento dell’universo non gli causerebbe alcuna
emozione. A forza di scrutare, è arrivato alla verità immutabile, la conoscenza
del Principio universale unico. Lascia evolvere gli esseri secondo i loro
destini, e si tiene, egli, nel centro immobile di tutti i destini[60] …
Il segno esteriore di questo stato interiore è l’imperturbabilità; non quella
del prode che si avventa solo, per l’amore della gloria, su un’armata schierata
in battaglia; ma quella dello spirito che, superiore al cielo, alla terra, a
tutti gli esseri[61], abita in un corpo al
quale non tiene, non bada alle immagini che i suoi sensi gli forniscono,
conosce tutto per conoscenza globale nella sua unità immobile. Quello spirito,
assolutamente indipendente, è maestro degli uomini; se gli piacesse di convocarli
in massa, nel giorno fissato tutti accorrerebbero; ma non vuole farsi servire”[62].
L’indipendenza di colui che, liberato da tutte le cose contingenti, è pervenuto
alla conoscenza della verità immutabile, è parimenti affermata nel Vangelo.
“Voi conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi”[63];
e si potrebbe anche, d’altra parte, fare un accostamento tra ciò che precede e
queste altre parole evangeliche: “Cercate per prima cosa il Regno di Dio e la
sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù”[64].
Nel punto
centrale, tutte le distinzioni inerenti ai punti di vista esteriori sono
superati; tutte le opposizioni sono scomparse e sono risolte in un perfetto
equilibrio. “Nello stato primordiale, queste opposizioni non esistevano. Tutte
sono derivate dalla diversificazione degli esseri (inerente alla
manifestazione e come essa contingente), e dai loro contatti causati dalla
girazione universale. Esse cesserebbero, se la diversità e il movimento cessassero.
Esse cessano di colpo d’influenzare l’essere che ha ridotto il suo io distinto
e il suo movimento particolare a pressoché niente[65].
Questo essere non entra più in conflitto con alcun essere, poiché è
insediato nell’infinito, cancellato nell’indefinito. È pervenuto e si tiene nel
punto di partenza delle trasformazioni, punto neutro dove non ci sono
conflitti. Mediante la concentrazione della sua natura, l’alimentazione del suo
spirito vitale, la raccolta
di tutte le sue potenze, si è unito al principio di tutte le genesi. La sua natura
essendo intera, il suo spirito vitale intatto, nessun essere saprebbe
scalfirlo”[66]. Il punto neutro dove
tutti i contrasti e tutte le antinomie si risolvono nell’unità prima, è il
luogo centrale che certe scuole dell’esoterismo mussulmano chiamano “stazione
divina” (maqâmul-ilahi), e che
rappresentano come l’intersezione dei bracci della croce, secondo un simbolismo
al quale abbiamo già fatto qualche allusione[67].
Questo punto centrale e primordiale è
ugualmente identico al “Santo Palazzo” o “Palazzo interiore” della Kabala
ebraica, che è al centro delle sei direzioni dello spazio, le quali, d’altra
parte, formano anche una croce a tre dimensioni[68].
In se stesso, questo punto non è situato, giacché è assolutamente indipendente
dallo spazio, che non è che il risultato della sua espansione o del suo
sviluppo indefinito in tutti i sensi, e che, di conseguenza, procede
interamente da lui: “Trasportiamoci in spirito, al di fuori di questo mondo di
dimensioni e di localizzazioni, e non ci sarà più motivo di voler situare il
Principio”[69]. Ma, una volta realizzato
lo spazio, il punto primordiale, pur restando sempre essenzialmente “non
localizzato”, si fa il centro di questo spazio (ossia, trasponendo questo
simbolismo, il centro di tutta la manifestazione universale); è da lui che
partono le sei direzioni (che, opponendosi due a due, rappresentano tutti i
contrari), ed è ancora a lui che ritornano, attraverso il movimento alterno
d’espansione e di concentrazione che costituisce le due fasi complementari di
ogni manifestazione[70].
È la seconda di queste fasi, il movimento di ritorno verso l’origine, che segna
la via seguita dal saggio per pervenire all’unione con il Principio: la
“concentrazione della sua natura”, la “raccolta di tutte le sue potenze”, nel
testo che poco sopra citavamo, lo indicano nel modo più netto possibile; e la
“semplicità”, di cui si è già trattato, corrisponde all’unità “senza dimensione”
del punto primordiale. “L’uomo assolutamente semplice flette con questa semplicità
tutti gli esseri, … così che niente gli si oppone nelle sei regioni dello
spazio, che niente gli è ostile, che il fuoco e l’acqua non lo feriscono”[71].
Infatti, si tiene al centro, dal quale le sei direzioni sono uscite per
irraggiamento, e dove esse vengono, nel movimento di ritorno, a neutralizzarsi
due a due, di modo che, in questo punto unico, la loro triplice opposizione
cessa interamente, e che nulla di quel che ne risulta o vi si localizza può
colpire l’essere che dimora nell’unità immutabile. Non opponendosi a niente,
parimenti niente saprebbe opporsi a lui, giacché l’opposizione è
necessariamente una relazione reciproca, che esige la presenza di due termini,
e che, di conseguenza, è incompatibile con l’unità principiale; e l’ostilità,
che non è che una conseguenza o una manifestazione esteriore dell’opposizione,
non può esistere nei confronti di un essere che è al di fuori e al di là di
tutte le opposizioni. Il fuoco e l’acqua, che sono il tipo dei contrari nel
“mondo elementare”, non possono ferirlo, giacché, a dire il vero, non esistono neppure
più per lui in quanto contrari, essendo rientrati, equilibrandosi e
neutralizzandosi l’un l’altro nella riunione delle loro qualità complementari,
nell’indifferenziazione dell’etere primordiale.
Per colui che si tiene al centro, tutto è
unificato, giacché vede tutte le cose nell’unità del Principio; tutti i punti
di vista particolari (o, se si vuole, “particolaristi”) e analitici, che non
sono fondati che sulle distinzioni contingenti, e da cui nascono tutte le divergenze
delle opinioni individuali, sono scomparsi per lui, riassorbiti nella sintesi
totale della conoscenza trascendente, adeguata alla verità una e immutabile.
“Il suo proprio punto di vista, è un punto dal quale questo e quello, sì e no,
appaiono ancora non-distinti. Questo punto è il perno della norma; è il centro
immobile di una circonferenza sul contorno della quale rotolano tutte le
contingenze, le distinzioni e le individualità; da dove non si vede che un
infinito, che non è né questo né quello, né sì né no. Vedere ogni cosa
nell’unità primordiale non ancora differenziata, o da una distanza tale che
tutto si fonda in uno, ecco la vera intelligenza”[72].
Il “perno della norma”, è quel che quasi tutte le tradizioni chiamano il “Polo”[73],
ossia il punto fisso attorno al quale si compiono le rivoluzioni del mondo,
secondo la norma o la legge che regge ogni manifestazione, e che non è essa
stessa che l’emanazione diretta del centro, l’espressione della “Volontà del
Cielo nell’ordine cosmico[74].
Si noterà che vi è, formulata in un modo
particolarmente esplicito nell’ultimo testo che abbiamo appena citato,
un’immagine molto più corretta di quella di cui si è servito Pascal quando ha
parlato di “una sfera il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun
luogo”. A prima vista, si potrebbe quasi credere che le due immagini siano
paragonabili, se non identiche; ma, in realtà, esse sono esattamente l’inverso
una dell’altra; Pascal, infatti, si è qui lasciato trascinare dalla sua
immaginazione di geometra, che l’ha portato a rovesciare i reali rapporti,
quali devono essere considerati dal punto di vista metafisico. È il centro che
non è propriamente in nessun luogo, poiché, come dicevamo sopra, è
“non-localizzato”; non può essere trovato in nessun luogo della manifestazione,
essendo assolutamente trascendente in rapporto a essa, pur essendo interiore a
tutte le cose. È al di là di tutto quello che può essere raggiunto dai sensi e
dalle facoltà che procedono dall’ordine sensibile: “Il Principio non può
essere raggiunto né con la vista, né con l’udito … Il Principio non può
essere udito; ciò che si sente non è lui. Il Principio non può essere visto;
ciò che si vede non è lui. Il Principio non può essere enunciato; ciò che si
enuncia non è lui … Il Principio, non potendo essere immaginato, non può
parimenti essere descritto”[75].
Tutto ciò che può essere visto, udito, immaginato, enunciato o descritto,
appartiene necessariamente alla manifestazione; è dunque la circonferenza che,
in realtà, è ovunque, poiché tutti i luoghi dello spazio, o, più generalmente,
tutte le cose manifestate (lo spazio non essendo qui che un simbolo della
manifestazione universale), “tutte le contingenze, le distinzioni e le
individualità”, non sono che degli elementi della “corrente delle forme”, dei
punti della circonferenza della “ruota cosmica”.
Ci siamo limitati
a riprodurre e spiegare alcuni testi scelti tra molti altri dello stesso
genere, e presi a prestito soprattutto ai grandi commentatori taoisti del IV
secolo prima della nostra era, Lie-tseu e Tchoang-tseu. L’orientalista G.
Pauthier, che, senza essere penetrato fino al senso profondo delle dottrine
tradizionali, aveva almeno intravisto più cose di molti di coloro che sono
venuti dopo di lui, chiamava il Taoismo “un Cristianesimo primitivo”; non era
senza ragione, e le considerazioni che abbiamo esposto aiuteranno forse a
comprenderlo. Si potrà, segnatamente, riconoscere che esiste una concordanza
delle più sorprendenti tra l’idea del saggio che, tenendosi al “Centro del
Mondo”, unito al Principio, vi dimora nella pace, sottratto a tutte le
vicissitudini del mondo esteriore, e l’idea dell’“ambiente spirituale” nel
Cuore del Cristo, di cui si è già parlato qui a più riprese[76].
È questa ancora una prova
dell’armonia delle tradizioni antiche con il Cristianesimo, armonia che, per
noi, trova precisamente la sua sorgente e la sua spiegazione nel “Centro del
Mondo”, vogliamo dire nel Paradiso terrestre: come i quattro fiumi sono usciti
dalla fontana unica che è ai piedi dell’“Albero della Vita”, così tutte le
grandi correnti tradizionali sono derivate dalla Rivelazione primitiva.
Il Mistero dei Misteri - Il Re del Mondo *
Ferdinand Ossendowski
R. Guénon nel primo capitolo della sua
opera Il Re del Mondo fa riferimento
a due libri rispettivamente di A. Saint-Yves
d’Alveydre (Mission de l’Inde en Europe. Mission de l’Europe en Asie, Librairie Dorbon Ainé, Paris, 1910) e di F. Ossendowski (Beasts, Men and Gods, E.P. Dutton &
Co., New York, 1922) nei quali si parla del misterioso regno sotterraneo di Agarttha. Per
motivi fondamentalmente di carattere storico e documentale riteniamo possa
essere interessante la pubblicazione di alcuni estratti almeno dell’ultima. I testi, che trattano il tema con la
mentalità propria dell’epoca (a cavallo tra la fine del secolo XIX e l’inizio
del XX), insieme a elementi obiettivi di indubbio interesse non mancano d’ingenuità
in alcune descrizioni, riflesso delle correnti di pensiero occultiste molto
presenti nelle pubblicazioni dell’epoca.
Capitolo XLVI. Il Regno sotterraneo
«Fermo!» mormorò la mia
vecchia guida mongola un giorno che attraversavamo la pianura presso Tzagan
Luk. «Fermo!».
Si lasciò scivolare giù
dal cammello, che s’inginocchiò spontaneamente. Il Mongolo levò le sue mani
innanzi al volto in atto di preghiera e cominciò a ripetere la frase sacra: «Om! Mani padme Hung!»[77]. Gli altri Mongoli
fermarono immediatamente i loro cammelli e cominciarono a pregare.
«Cos’è successo?»
pensai, mentre guardavo la tenera erba verde attorno a me, il cielo senza nubi
e i raggi del sole della sera dolci come in un sogno.
I Mongoli pregarono per
un po’ di tempo, si scambiarono qualche parola sottovoce, strinsero le cinghie
dei bagagli ai cammelli e si ripartì.
«Hai visto», chiese il
Mongolo, «come i nostri cammelli muovevano le orecchie per la paura? Come la
mandria di cavalli nella pianura si è fermata improvvisamente attenta e come le
greggi di pecore e di armenti si sono acquattate al suolo? Hai notato come gli
uccelli non volassero, le marmotte non corressero e i cani non latrassero?
L’aria vibrava sommessamente e portava da lontano il suono di un canto che
penetrava i cuori degli uomini, come quelli degli animali e degli uccelli. La
terra e il cielo avevano cessato di respirare. Il vento non soffiava e il sole
si era fermato. In un momento come quello, il lupo che si avvicina furtivo alla
pecora si arresta dove si trova; il branco delle antilopi spaventate
improvvisamente ferma la sua selvaggia corsa; al pastore che sta sgozzando un
montone cade il coltello di mano; il feroce ermellino smette di far la posta all’ignara
salga[78]. Tutte le creature
viventi in preda alla paura sono spinte involontariamente a pregare e attendono
il proprio fato. Ecco cos’è appena accaduto. Così accade ogni qual volta il Re
del Mondo nel suo palazzo sotterraneo prega e scruta i destini di tutti i
popoli della terra»[79].
Così mi parlò il
vecchio Mongolo, un semplice e rozzo pastore e cacciatore.
La Mongolia, con le sue
nude e terribili montagne, le sue sconfinate pianure disseminate di ossa
disperse degli antenati, ha dato i natali al Mistero. La sua gente, spaventata
dalle passioni tempestose della Natura o cullata dalle sue paci che somigliano
alla morte, avverte il suo mistero. I suoi Lama “Rossi” e “Gialli” preservano e
rendono poetico il suo mistero. I Pontefici di Lhasa e di Urga[80] lo conoscono e lo
posseggono.
Conobbi il “Mistero dei
Misteri” per la prima volta viaggiando per l’Asia centrale, e non saprei dargli
altro nome. In un primo momento non gli concessi molta attenzione e non gli
diedi l’importanza che successivamente realizzai meritasse, me ne resi conto
soltanto dopo che ebbi analizzati e confrontati fra loro molti indizi
sporadici, vaghi e non di rado contradditori.
Gli anziani sulla riva del fiume Amyl mi
raccontarono un’antica leggenda secondo
la quale una certa tribù mongola
nella propria fuga dalle pretese di Gengis Khan si era nascosta in un paese sotterraneo. In seguito un Soyot[81] che veniva dai pressi del lago di Nogan
Kul mi mostrò la porta
fumante che funge
da ingresso al “Regno di Agharti”.
Attraverso questa porta un cacciatore in passato era entrato nel Regno e, dopo il suo ritorno,
cominciò a raccontare quello che vi aveva visto. I Lama gli tagliarono la lingua per impedirgli di raccontare il Mistero dei Misteri. Raggiunta la vecchiaia, tornò all’ingresso
di questa grotta e scomparve nel regno sotterraneo, il cui ricordo aveva ornato e illuminato il suo cuore nomade.
Ricevetti informazioni più realistiche riguardo a ciò dal Hutuktu[82] Jelyb Djamsrap a
Narabanchi Kure. Egli
mi raccontò la storia dell’arrivo
semi-realistico del potente Re del Mondo
dal regno sotterraneo, del suo aspetto, dei suoi miracoli e delle sue profezie; e solo allora
cominciai a comprendere che in
quella leggenda, ipnosi o visione di massa,
qualunque cosa essa fosse, si cela
non solo del mistero ma una realistica e potente
forza capace d’influenzare il corso
della vita politica dell’Asia.
Da quel momento ho cominciato a svolgere alcune indagini.
Il Gelong Lama[83] favorito del principe Chultun Beyli e il principe
stesso mi diedero un resoconto del regno
sotterraneo.
«Ogni cosa nel mondo», disse il Gelong,
«si trova costantemente in uno stato di cambiamento e di transizione: popoli,
scienza, religioni, leggi e costumi. Quanti grandi imperi e splendide culture
sono periti! Ciò che rimane invariato è soltanto il Male, lo strumento degli Spiriti
Maligni. Più di 60 mila anni fa, un Santo scomparve con tutta una tribù di
persone nel sottosuolo e non è mai riapparso nuovamente sulla superficie della
terra. Molte persone, tuttavia, da allora hanno visitato questo regno, Sakkia
Mouni, Undur Gheghen, Paspa, Khan Baber e altri. Nessuno sa dove si trovi
questo luogo. Qualcuno dice in Afghanistan, altri in India. Tutte le persone
laggiù sono protette contro il Male e i crimini non allignano entro i suoi
confini. La scienza in quel luogo è stata sviluppata con tranquillità e nulla è
minacciato dalla distruzione. Il popolo sotterraneo ha raggiunto le vette della
conoscenza. Oggi è un grande regno, con milioni di persone con il re del Mondo
come loro sovrano. Egli conosce tutte le forze del mondo e legge tutte le anime
del genere umano e il grande libro del loro destino. Invisibilmente egli
governa ottocento milioni di uomini sulla superficie della terra ed essi
compiranno ogni suo ordine».
Il Principe
Chultun Beyli aggiunse: «Questo regno è Agharti. Si sviluppa attraverso una
rete planetaria di gallerie sotterranee. Ho udito un Lama della Cina istruito
in materia riferire a Bogdo Khan che tutte le caverne sotterranee dell’America
sono abitate da antiche persone scomparse nel sottosuolo. Tracce di loro si
trovano ancora sulla superficie della terra. Queste genti e regioni sotterranee
sono governate da sovrani obbedienti al Re del Mondo. In tutto ciò non vi è
nulla di stupefacente. Voi sapete che nei due più grandi oceani dell’Est e
dell’Ovest vi erano in precedenza due continenti[84]. Scomparvero sotto le
acque ma le loro genti si trasferirono nel regno sotterraneo. Nelle grotte del
sottosuolo esiste una luce particolare che permette la crescita di cereali e
verdure e una lunga vita senza malattia per le persone. Vi sono molti popoli
diversi e molte differenti tribù. Un vecchio Brahman buddhista in Nepal stava
eseguendo la volontà degli Dei nel far visita all’antico reame di Gengis Khan –
il Siam[85] - dove incontrò un
pescatore che gli ordinò di prendere posto nella sua barca e di far vela con
lui sul mare. Il terzo giorno raggiunsero un’isola dove incontrarono un popolo con
due lingue che poteva parlare separatamente in differenti idiomi. Essi gli
mostrarono animali sconosciuti e peculiari, tartarughe con sedici zampe e un
occhio, enormi serpenti con una carne molto gustosa e uccelli muniti di denti
che catturavano pesce per i loro padroni nel mare. Questa gente gli disse che proveniva
dal regno sotterraneo e gli descrisse certe parti del mondo nel sottosuolo».
Lama Turgut viaggiando con me da Urga a Pechino mi fornì ulteriori
dettagli.
«La capitale di Agharti è circondata da
città di sommi sacerdoti e scienziati. Ricorda Lhasa, dove il palazzo del Dalai
Lama, il Potala, è la cima di una montagna ricoperta di monasteri e templi. Il
trono del Re del Mondo è circondato da milioni di Dei incarnati: sono i sacri Pandita[86]. Il palazzo stesso è attorniato dai
palazzi del Goro[87], che possiede tutte le forze visibili e
invisibili della terra, dell’inferno e del cielo e che può compiere ogni cosa
per la vita e la morte dell’uomo. Se la nostra folle umanità dovesse intraprendere
una guerra contro di loro, essi sarebbero in grado di far esplodere tutta la
superficie del nostro pianeta e di trasformarla in deserto. Essi possono
prosciugare i mari, trasformare le terre in oceani e ridurre le montagne nella
sabbia dei deserti. Per ordine loro alberi, erbe e cespugli possono essere
fatti crescere; uomini vecchi e deboli possono divenire giovani e coraggiosi; e
il morto può essere resuscitato. In strane macchine a noi sconosciute essi
corrono attraverso le strette fenditure all’interno del nostro pianeta. Alcuni
Brahmani indiani e Dalai Lama tibetani, durante le loro faticose scalate alle
cime di montagne che nessun altro piede umano aveva mai calcato, trovarono lì
iscrizioni incise sulle rocce, impronte nella neve e tracce di ruote. Il beato
Sakkia Mouni rinvenne sulla cima di una montagna delle tavole di pietra con
iscritte parole che comprese solo nella propria vecchiaia e in seguito penetrò
nel Regno di Agharti, da cui riportò briciole del sacro insegnamento conservato
nella sua memoria. Là in palazzi di cristallo meraviglioso vivono gli
invisibili governanti di tutte le persone pie, il Re del Mondo o Brahytma, che può parlare con Dio come io
parlo con voi, e i suoi due assistenti, Mahytma, che conosce le finalità degli
eventi futuri, e Mahynga, che governa le cause di questi eventi».
«I santi Pandita studiano il mondo e tutte
le sue forze. A volte i più sapienti fra loro si riuniscono e mandano inviati
in quel luogo dove gli occhi umani non sono mai penetrati. Questo è descritto
dal Tashi Lama vissuto 850 anni fa. I più elevati Pandita pongono le loro mani
sugli occhi e alla base del cervello dei più giovani e li costringono in un
sonno profondo, lavano i loro corpi con un infuso di erbe e li rendono immuni
al dolore e più duri delle pietre, li avvolgono in panni magici, li legano e
poi pregano il Grande Dio. I giovani pietrificati giacciono con gli occhi e le
orecchie aperte e vigili, vedono, sentono e ricordano ogni cosa. In seguito un
Goro si avvicina e mantiene a lungo lo sguardo fisso su di loro. Molto
lentamente i corpi stessi si sollevano da terra e scompaiono. Il Goro si siede
e scruta con gli occhi immobili verso il luogo dove li ha inviati. Fili invisibili
li uniscono alla sua volontà. Alcuni di essi girano tra le stelle, osservano le
loro manifestazioni, i loro popoli sconosciuti, la loro vita e le loro leggi;
ascoltano i loro discorsi, leggono i loro libri, capiscono le loro fortune e
sventure, la loro santità e i peccati, la loro pietà e il male. Alcuni si
mescolano con
la fiamma e vedono
la creatura di fuoco, rapida e feroce, eternamente in lotta, fondendo e martellando i metalli nelle profondità
dei pianeti, bollendo
l’acqua per
i geyser
e le sorgenti, fondendo le rocce ed eruttando lava fusa sulla
superficie della terra
attraverso le aperture nelle montagne. Altri corrono insieme alle sempre sfuggenti, infinitamente piccole, trasparenti creature dell’aria e penetrano nei misteri della loro esistenza e nelle finalità della loro vita. Altri scivolano nelle profondità dei mari e osservano il regno delle sagge creature dell’acqua, che trasportano e diffondono il giusto calore su tutta la terra,
governando i venti, le onde e le tempeste … In Erdeni Dzu viveva un tempo
un Pandita Hutuktu, che era venuto da Agharti. In punto di morte, raccontò del momento in cui viveva secondo la volontà del Goro su una stella rossa a Oriente, fluttuava nell’oceano ricoperto di ghiaccio e volava tra i fuochi tempestosi nelle profondità della terra».
Questi sono i racconti che udii nelle yurte[88] dei
principi mongoli e nei
monasteri lamaiti. Queste storie
erano tutte
raccontate in
un tono solenne che vietava ogni
discussione e
dubbio.
Mistero …
Capitolo XLVII.
Il Re del Mondo al cospetto di Dio
Durante il mio soggiorno a Urga cercai di trovare una
spiegazione a questa leggenda sul Re del Mondo. Naturalmente, il Buddha
Vivente avrebbe potuto dirmi più di chiunque altro e così mi sforzai
di conoscere la storia da lui. In una
conversazione con lui menzionai il nome del Re del Mondo. Il vecchio Pontefice bruscamente voltò la testa verso di me fissandomi
con i suoi immobili occhi ciechi. A malincuore dovetti tacermi. Il nostro silenzio fu lungo e dopo il
Pontefice continuò la conversazione facendomi
capire che non gradiva accogliere il suggerimento del mio riferimento. Sui volti dei presenti notai espressioni
di stupore e paura provocate dalle mie parole, e questo
valeva specialmente per il custode della biblioteca
del Bogdo Khan. Si può facilmente capire come tutto
questo mi avesse solo reso più ansioso
di approfondire la ricerca.
Mentre stavo lasciando lo studio
del Bogdo Hutuktu, incontrai il bibliotecario che si era avviato avanti a me e gli
chiesi se mi poteva mostrare la
biblioteca del Buddha Vivente, utilizzando con lui un
semplicissimo ma scaltro
stratagemma.
«Sapete, mio caro Lama», dissi «una volta ho cavalcato nella pianura nell’ora in
cui il Re del Mondo parlava con Dio ed ho avvertito la solenne maestosità di quel
momento».
Con mio grande stupore, il
vecchio Lama mi rispose senza turbarsi: «Non è giusto che i Buddhisti e la
nostra Fede Gialla lo tengano nascosto. Il riconoscimento dell’esistenza
dell’uomo più santo e più potente, del regno benedetto, del grande tempio della
scienza sacra è una tale consolazione per i nostri cuori peccaminosi e le
nostre esistenze corrotte che nasconderlo al genere umano è un vero
peccato … Beh, ascoltate», proseguì, «per l’intero corso dell’anno il Re
del Mondo guida il lavoro dei Pandita e dei Goro di Agharti. Solo a volte egli
si reca alla cripta del tempio dove il corpo del suo predecessore giace
imbalsamato in un sarcofago di pietra nera. Questa grotta è sempre buia, ma
quando il Re del Mondo vi entra le pareti si rigano col fuoco e dal coperchio
della bara appaiono lingue di fiamma. Il Goro più anziano gli sta di fronte col
capo e il viso coperti e con le mani incrociate sul petto. Questo Goro non si leva mai il cappuccio, ché la sua testa è un cranio nudo con gli
occhi vividi e una lingua che parla. Egli è in comunione con le anime di tutti
coloro che ci hanno preceduto».
«Il Re del Mondo prega per un lungo
periodo di tempo e successivamente si avvicina
al sarcofago e stende la mano. Le fiamme guizzano più ardenti; le strisce di fuoco sulle pareti svaniscono e riappaiono, e intrecciandosi formano misteriosi
segni dell’alfabeto vatannan[89]. Dalla bara fasci diafani di luce appena percettibile cominciano a emanare:
sono i pensieri del suo predecessore. Repentinamente il Re del Mondo si
ritrova avvolto in un’aura di questa luce e lettere di fuoco scrivono e scrivono sui muri i desideri e gli
ordini di Dio. In questo momento il Re del
Mondo è in comunione con i pensieri
di tutti gli uomini che influenzano la sorte e la vita di tutta
l’umanità: con Re, Zar, Khan, capi guerrieri, Sommi Sacerdoti, scienziati e altri uomini forti. Si rende
conto di tutti i loro pensieri e progetti. Se questi sono
graditi a Dio, il Re del Mondo li asseconderà in modo
invisibile, se sono sgraditi al cospetto di Dio, il Re li porterà verso il
fallimento. Questo potere è conferito ad Agharti dalla
misteriosa scienza dell’“Om”, con cui iniziamo tutte le
nostre preghiere. “Om” è il nome di un antico Sant’uomo, il primo Goro, che visse 330 mila anni fa. Egli fu il primo uomo
a conoscere Dio e che insegnò agli uomini a credere, sperare e lottare contro il
Male. Allora Dio gli diede potere su tutte le forze che
governano il mondo visibile».
«Dopo la sua conversazione con il proprio predecessore, il Re del
Mondo riunisce il “Gran Consiglio di Dio”, giudica le azioni e
i pensieri dei grandi uomini, li asseconda o li distrugge. Mahytma e Mahynga trovano il
posto per queste azioni e pensieri nella
catena causale che governa il mondo. Successivamente
il Re del Mondo accede al grande tempio e prega in
solitudine. Il fuoco appare sull’altare, e gradualmente
si diffonde a tutti gli altari vicini, e attraverso
la fiamma che brucia appare gradualmente il volto di
Dio. Il Re del Mondo con reverenza annuncia a Dio le decisioni e le
determinazioni del “Consiglio di Dio” e riceve a sua volta agli ordini Divini dell’Onnipotente. Quando esce dal tempio, il Re del
Mondo irradia la Luce Divina».
Capitolo XLVIII.
Realtà o fantasia religiosa?
«Ma qualcuno ha visto il Re del Mondo?» chiesi.
«Oh, sì!» rispose il Lama. «Durante le feste solenni dell’antico Buddhismo in Siam e in India il Re del Mondo apparve cinque volte. Montava uno
splendido carro trainato da elefanti bianchi e ornati d’oro, pietre
preziose e tessuti pregiati; era vestito di un manto bianco e una tiara rossa con pendagli di diamanti che gli
celavano il volto. Egli benedisse il popolo con una mela
d’oro sormontata dalla figura di un Agnello. Il cieco riacquistava la vista, il muto
parlava, il sordo udiva, lo
storpio si muoveva liberamente e il morto risorgeva, laddove gli occhi
del Re del Mondo si posavano. È apparso anche 540 anni fa, nel Erdeni Dzu, è stato in
un antico monastero di Sakkai e a Narabanchi Kure.
Uno dei nostri Buddha
Viventi e uno dei Tashi Lama ricevette un suo
messaggio, scritto con segni sconosciuti su tavolette d’oro. Nessuno poteva leggere questi
caratteri. Il Tashi Lama entrò nel
tempio, pose la
tavoletta d’oro sulla sua testa e cominciò
a pregare. Grazie a ciò i pensieri del Re del
Mondo penetrarono la sua mente e, senza aver letto gli enigmatici segni, egli comprese e realizzò il
messaggio del Re».
«Quante persone sono state ad Agharti?» lo
interrogai.
«Moltissime», rispose il Lama, «ma tutte
queste persone hanno mantenuto segreto ciò che videro
laggiù. Quando gli Oleti[90] distrussero Lhasa, uno dei
loro distaccamenti nelle
montagne del Sud-Ovest penetrò fino alle
propaggini di Agharti. Qui appresero alcune fra le scienze misteriose minori e le
portarono sulla superficie della nostra
terra. Ecco perché gli Oleti e i Calmucchi sono stregoni abili e profeti. Anche dai paesi orientali alcune
tribù di gente nera penetrarono ad Agharti e lì vissero molti
secoli. Successivamente essi furono
scacciati dal regno e restituiti alla terra, portando con sé il mistero delle
predizioni attraverso le carte, le erbe e le linee del palmo della mano. Sono i Gitani[91] … Da qualche parte nel Nord dell’Asia esiste una tribù che ora si sta estinguendo e che è venuta dalle
grotte di Agharti, abile nel richiamare gli spiriti dei morti che
fluttuano nell’aria».
Il Lama rimase in silenzio e poi, come se stesse rispondendo ai miei pensieri, continuò:
«Ad Agharti i dotti Pandita scrivono su tavole di
pietra tutta la scienza del nostro
pianeta e degli altri mondi. I sapienti Buddhisti cinesi lo sanno bene. La loro
scienza è la più alta e pura. Ogni secolo un
centinaio di saggi della Cina si riuniscono in un luogo
segreto sulle rive del mare, dalle cui
profondità emergono un centinaio di tartarughe immortali. Sui loro gusci i cinesi scrivono tutti gli
sviluppi della scienza divina prodottisi durante il
secolo».
Mentre scrivo sto involontariamente rimembrando il racconto di un
vecchio bonzo cinese nel Tempio del Cielo a Pechino. Mi disse che le tartarughe vivono più
di 3000 anni senza cibo né aria e che questo è il motivo
per cui tutte le colonne del Tempio del Cielo azzurro furono
poste su tartarughe vive per
preservare il legno dal degrado.
«Più volte i Pontefici di
Lhasa e Urga hanno inviato emissari al Re del Mondo», disse il Lama
bibliotecario, «ma non lo trovarono. Solo un certo leader tibetano dopo una battaglia
con gli Oleti trovò la grotta con l’iscrizione: “Questo è l’ingresso per
Agharti”. Dalla grotta uscì un uomo di bell’aspetto, gli donò una tavoletta
d’oro con i segni misteriosi e disse: “Il Re del Mondo apparirà di fronte a
tutti i popoli quando il tempo sarà giunto per lui di condurre tutte le buone
persone del mondo contro tutte le malvagie; ma non è ancora venuto questo
tempo. Il più malvagio tra gli uomini non è ancora nato”. Il Chiang Chün barone
Ungern inviò il giovane principe Pounzig in cerca del Re del Mondo, ma questi
tornò con una lettera del Dalai Lama da Lhasa. Quando il barone lo mandò una
seconda volta, egli non ritornò più indietro».
Capitolo XLIX. La profezia del Re del Mondo nel 1890
L’Hutuktu di Narabanchi mi riferì quanto
segue, quando lo visitai nel suo monastero agli inizi
del 1921:
«Quando il Re del Mondo apparve davanti ai Lama, favoriti di
Dio, in questo monastero trent’anni
fa fece una profezia per il seguente mezzo
secolo. Essa era la seguente:
“Sempre più la gente si dimenticherà la propria
anima e si curerà del proprio corpo. Il più
grande peccato e la corruzione regneranno sulla terra. Gli uomini
diventeranno come belve feroci, assetati del sangue e della morte dei loro fratelli. La ‘Mezzaluna’ si offuscherà e i suoi seguaci sprofonderanno nella miseria e nella
guerra incessante. I suoi conquistatori saranno colpiti dal Sole, ma non si
eleveranno e due volte saranno visitati dalla sventura più grave, che
culminerà nell’insulto dinnanzi agli occhi degli altri
popoli. Le corone dei re, grandi e piccoli, cadranno … uno, due, tre,
quattro, cinque, sei, sette, otto … Ci sarà una battaglia terribile fra tutti i
popoli. I mari diverranno rossi … la terra e il fondo dei
mari saranno disseminati di ossa … regni saranno
dispersi … interi popoli moriranno … fame,
malattie, crimini sconosciuti alla stessa legge, mai visti
prima nel mondo. I nemici di Dio e dello
Spirito Divino nell’uomo verranno. Anche coloro i quali tenderanno la mano al
prossimo periranno. I dimenticati e i
perseguitati insorgeranno e cattureranno l’attenzione del mondo
intero. Ci saranno nebbie e tempeste. Montagne spoglie saranno improvvisamente ricoperte
da foreste. Si scateneranno terremoti … Milioni di uomini cambieranno le catene
della schiavitù e dell’umiliazione con la fame, la malattia e la morte. Le antiche strade saranno
coperte con folle erranti da un luogo all’altro. Le città più grandi e più belle periranno nel fuoco … una, due, tre … Il padre insorgerà
contro il figlio, il fratello contro il fratello e
la madre contro la figlia … Il vizio, il crimine e la distruzione del corpo e
dell’anima seguiranno … Le famiglie saranno disperse … Scompariranno la verità e
l’amore … Di diecimila uomini uno solo sopravvivrà; egli sarà nudo e folle, senza la forza e la conoscenza per
costruirsi una casa e trovare il proprio cibo … Egli ululerà come il lupo rabbioso, divorerà i cadaveri, morderà la sua
propria carne e sfiderà Dio a combattere … Tutta la
terra sarà svuotata. Dio stesso le volterà le spalle e su di
essa non vi sarà che la notte e la morte. Allora io manderò un popolo, ancora sconosciuto, che estirperà la gramigna della pazzia e del vizio con mano forte e condurrà coloro che
ancora rimangono fedeli allo spirito dell’uomo nella lotta contro il
Male. Essi ritroveranno una nuova vita sulla terra purificata dalla morte delle
nazioni. Nel cinquantesimo anno appariranno solo tre grandi
regni, che esisteranno felicemente
per 71 anni. In seguito ci saranno diciotto anni di guerra e
distruzione. Allora i popoli di Agharti saliranno dalle loro caverne sotterranee alla superficie
della terra”».
In seguito, mentre
viaggiavo oltre attraverso la Mongolia orientale e verso Pechino, ho pensato
spesso:
«E se … ? Che cosa
succederebbe se interi popoli di diversi
colori, fedi e tribù dovessero iniziare la loro
migrazione verso l’Occidente?».
E adesso, mentre
vergo queste ultime righe, i miei
occhi involontariamente si rivolgono
a questo sconfinato Cuore dell’Asia su cui i sentieri del mio peregrinare s’intrecciano. Fra tormente di neve e vortici di sabbia
del Gobi la memoria mi riporta al cospetto del Hutuktu di Narabanchi che, con voce pacata mentre
indicava l’orizzonte con la sua esile mano, mi dischiuse le porte dei suoi più intimi pensieri:
«Presso Karakorum e sulle rive
del Ubsa Nor vedo gli immensi accampamenti multicolori, le mandrie di cavalli e
bovini e le yurte azzurre dei capi. Sopra di loro vedo le antiche bandiere di Gengis Khan, dei re del Tibet, del Siam, dell’Afghanistan
e dei Principi indiani; i sacri
emblemi di tutti i Pontefici lamaiti; gli stemmi dei Khan degli Oleti e i semplici stendardi delle tribù mongole del Nord. Non odo il rumore della folla animata. I cantori non
intonano le lamentevoli canzoni della montagna, della pianura e del deserto. I giovani
cavalieri non si dilettano con le corse sui loro rapidi destrieri … Vi sono
innumerevoli schiere di vecchi, donne e bambini e più
oltre, a Nord e a Ovest, fin dove l’occhio si
può spingere, il cielo è rosso come una fiamma, c’è il rombo e il crepitio
del fuoco e il suono feroce della battaglia. Chi sta
conducendo questi guerrieri che là sotto il cielo arrossato spargono il loro
proprio sangue e quello degli altri? Chi sta
guidando queste turbe di vecchi inermi e di donne? Vedo ordine severo, comprensione
religiosa profonda di scopi, pazienza e tenacia … una nuova grande
migrazione di popoli, l’ultima marcia dei
Mongoli …».
Il Karma[92] potrebbe
aver aperto una nuova pagina di
Storia!
E se il Re del
Mondo fosse con loro?
Ma questo grande Mistero dei
Misteri serba il suo profondo silenzio.
[1]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950,
cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.
[2] L’inizio di quest’età è
rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e
dalla “confusione delle lingue”. […]
[3] Quest’espressione è mutuata
dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione”
in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme
all’etimologia latina (da in-tendere,
tendere verso).
[4] Quanto abbiamo appena detto
permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo:
«Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si
dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a
proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così
completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra
hominibus bonæ voluntatis.
[5] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si
può dire, dell’intenzione (niyah).
L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si
riferisce essenzialmente alla stessa idea.
[6] A questo proposito vedasi la citazione
profetica: «quando non c’è la piangente nel cuore,
esso è in rovina come è in rovina la casa disabitata» citata dallo Scheikh Tadili nella sua
opera La vita tradizionale è la sincerità.
[7] Dante nella Divina Commedia, Purgatorio, XXXI, 24 la definisce come il
desiderio che spinge ad amare il bene.
[8] Analogamente in
meccanica si parla di pompe a vuoto a proposito di appositi strumenti che
attirano a sé dei fluidi.
[9] «Allora
il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un
alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente» (Genesi,
2, 7). Questo
simbolismo del farsi contenitore si ritrova, ad esempio, anche nel buddismo,
dove il Buddha è grasso proprio perché si è svuotato di ciò che è individuale
per accogliere in se l’Universale.
[10] R. Guénon, Orient et Occident,
Véga, Paris, 1948, parte II, cap. III, dove è aggiunto in nota: «Facciamo allusione a una teoria metafisica
estremamente importante, cui diamo il nome di “teoria del gesto”, e che
esporremo forse un giorno in uno studio particolare. La parola “progressione”
è qui presa in un’accezione che è una trasposizione analogica del suo senso
matematico, trasposizione che la rende applicabile nell’universale, e non più
nel solo dominio della quantità. – A
questo proposito, si veda anche quel che abbiamo detto altrove dell’apûrva e delle “azioni e reazioni concordanti”: Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, parte 3a, cap. XIII».
[11] Hridaya, che è identico al
“Sé” (Âtmâ) secondo la terminologia
indù, corrispondente all’occhio del cuore: Aynul-Qalb
nell’islam e Chante Ishta nella
tradizione dei Sioux e si potrebbe proseguire con molti altri esempi.
[12] L’argomento del ricollegamento iniziatico è di fondamentale importanza
e ci riserviamo eventualmente di svilupparlo in un lavoro successivo. Ci
teniamo però a precisare brevemente che questo passo andrebbe affrontato con
particolare attenzione e cautela. C’è chi, magari a seguito dell’incontro con
un’esposizione dottrinale come quella proposta da Guénon, ritiene che, per
essere coerenti con la propria aspirazione, l’iniziazione debba essere
perseguita “a prescindere” e prima possibile. Inutile dire che non siamo di
questo avviso. Senza voler tener conto del rischio, molto diffuso al giorno
d’oggi, di imbattersi in realtà non autentiche, c’è da considerare, oltre al
legame spirituale, anche quello fortissimo a livello psichico e spesso anche
materiale che si viene a creare fra l’iniziato e l’organizzazione che gli ha
trasmesso il “patto”. Qualora l’organizzazione in questione non sviluppi una
dottrina corrispondente a quanto effettivamente “cercato” e non sia in grado
di fornire un metodo realmente adatto all’iniziato, egli rischierà di trovarsi
bloccato dai condizionamenti che questa situazione ha creato. Considerando le
cose in quest’ottica è chiaro che, volendo procedere in un effettivo cammino
spirituale, la sua situazione sarà più complicata rispetto a colui che invece
non avrà ancora intrapreso questo passo. La fretta è spesso una cattiva
consigliera. Deve essere chiaro che prima di un ricollegamento iniziatico si
può già compiere un lavoro effettivo molto importante e questo dovrebbe aiutare
a non farsi prendere dalla frenesia.
[13] Ricordiamo, a scanso di equivoci, che queste attività rituali possono
avere un effetto benefico solo qualora siano state trasmesse in modo regolare
da un’autorità effettivamente autorizzata a farlo, trasmissione che permette
allo stesso tempo di vivificarne l’efficacia.
[14] A conferma di questa affermazione riportiamo quanto dice lo Sheikh
Tadili nella già citata La vita
tradizionale è la sincerità: «La
conseguenza del dhikr (cioè del ricordo orientato verso il Centro) tutto intero è dunque inseparabile dall’estrema e perfetta fraternità
fra gli iniziati …» e ancora la citazione del detto
profetico: «Due credenti sono come un
edificio solido: l’uno consolida l’altro».
[15] In quest’ottica segnaliamo di sfuggita l’importanza operativa insita
nel rompere le proprie abitudini, atteggiamento questo che può evitare il
solidificarsi di situazioni poi difficili da superare.
[16] Cf. Abdul-Hâdi, Pages dediées à
Mercure, in La Gnose, nn. II.1-2,
gennaio-febbraio 1911.
[17] Come noto e come ben
evidenziato nella citazione introduttiva, con l’avanzare della discesa ciclica,
il Centro del mondo si ritrae progressivamente divenendo sempre meno visibile
all’esteriore. Analogamente fanno i centri iniziatici che in qualche modo lo
rappresentano. Tutto questo dovrebbe far riflettere sulla reale profondità di
tante organizzazioni che oggigiorno vanno per la maggiore e che fanno vere e
proprie campagne di marketing per pubblicizzarsi.
* Pubblicato in Atanòr, n. 12, dicembre 1924, nella traduzione di
A. Reghini, poi ripreso nel cap. VIII dell’opera Le Roi
du Monde, Librairie Charles Bosse, Paris, 1927 (3a ed., Éditions
Traditionnelles, Paris, 1950).
[18] In numerose tradizioni, le “pietre nere”, rappresentano una parte
importante, da quella che era il simbolo di Cibele sino a quella che è
incassata nella Kaaba della Mecca. – Ossendowski, che non sa che si
tratta di un aerolito, cerca di spiegare certi fenomeni, come la comparsa di
caratteri alla sua superficie, supponendo che essa era una specie di ardesia.
[19] Altro esempio: il Bogdo-Khan o “Buddha vivente”, che risiede a
Ourga, conserva, tra le altre cose preziose, l’anello di Gengis-Khan, sopra il
quale è inciso uno swastika, e una placca di rame che porta il sigillo
del “Re del Mondo”. Sembra che Ossendowski non abbia potuto vedere che il primo
di questi due oggetti; ma gli sarebbe stato assai difficile di immaginare
l’esistenza del secondo. Noi abbiamo ben la nostra opinione sopra le ragioni
per le quali certe porte si aprirono dinanzi ad Ossendowski, ma, fino a nuovo
ordine, preferiamo di non esporle pubblicamente.
[20] È evidente che il “Re del Mondo”, inteso come noi abbiamo ora detto,
non ha nulla assolutamente di comune con il Principes Hujus mundi di
cui si tratta nell’Evangelo. Noi non avremmo neppure pensato a fare questa
osservazione se non sapessimo che una tale assimilazione è venuta alla mente di
alcune persone la cui comprensione si trova stranamente limitata da certe idee
preconcette.
[21] Questa denominazione di “Chiesa brâhmanica”, infatti, non è mai stata
impiegata nell’India che dalla setta eterodossa e tutta moderna del
Brahma-Samâj, nata sotto influenze europee e specialmente protestanti, ben
tosto divisa in multipli rami rivali, e oggi completamente estinta.
[22] Si sono trovate nell’Asia centrale, e particolarmente nella regione
del Turkestan, delle croci nestoriane che sono esattamente simili alle croci di
cavalleria, e di cui alcune, inoltre, portano nel loro centro la figura dello swastika.
D’altra parte, è da notare che i Nestoriani ebbero un’azione importante, benché
assai enigmatica negli inizi dell’Islam.
[23] Nell’antica Roma, per contro, l’Imperator era nel medesimo
tempo Pontifex Maximus. La teoria musulmana del Khaliffato unisce pure i due poteri, almeno in una certa misura.
[24] Parliamo qui del buddhismo propriamente detto, e non delle
trasformazioni che esso ha subite, fuori dell’India, sotto l’azione di certe
influenze procedenti da dottrine tradizionali ortodosse, e che permisero di
ristabilire, in più di un caso, i legami che erano stati rotti dalla rivolta di
Shâkya Muni.
[25] La tradizione cinese impiega, in un
senso del tutto paragonabile, l’espressione di “invariabile mezzo”. È da
osservare che secondo il simbolismo massonico, i Maestri si riuniscono nella
“Camera di Mezzo”.
[26] Ossendowski scrive Brahytma, Mahytma e Mahynga.
[27] A coloro che si meravigliassero d’una tale espressione, potremmo
chiedere se hanno mai riflettuto al triregnum, la tiara a tre corone,
che è, con le chiavi, una delle principali insegne del Papato.
[28] Senza dilungarci su questo punto, faremo osservare che la funzione di
“legislatore” (in arabo rasul), che è quella di Mosè, suppone
necessariamente una delegazione del potere che designa il nome di Manu.
D’altra parte, uno dei significati contenuti in questo nome di Manu
indica precisamente il riflesso della luce divina.
[29] Questo nome si ritrova anche, in un modo assai stupefacente,
nell’antico simbolismo cristiano, dove, tra i segni che servirono a
rappresentare il Cristo, se ne trova uno che è stato considerato più tardi come
un’abbreviazione di Ave Maria; questo segno si decompone in A V M,
vale a dire nelle tre lettere latine che equivalgono esattamente ai tre
elementi costitutivi del monosillabo Om (la vocale o, in
sanscrito, essendo formata dall’unione di a e di u).
[30] Per più ampie spiegazioni sopra questa concezione dei “tre mondi”,
rimanderemo al nostro studio sull’esoterismo di Dante. Il simbolismo di cui qui
si tratta è esposto intieramente nella Mândûkya Upanishad; in un’opera
che abbiamo l’intenzione di fare apparire prossimamente, daremo la spiegazione
completa di questo testo dal punto di vista puramente metafisico; ciò che abbiamo
presentemente in vista ne è una applicazione particolare.
[31] Nell’ordine dei principi universali la funzione del Brahâtmâ si
riferisce a Îshwara, quella del Mahâtmâ a Hiranyagarbha, e
quella del Mahânga a Vìrâj.
[32] Il simbolo a cui facciamo allusione è esattamente quello che la
liturgia cattolica attribuisce al Cristo quando essa gli applica il titolo di Sol
justitiæ. Segnaleremo ancora che, tra gli antichi simboli del Cristo che si
riferiscono al medesimo ordine di idee, si incontra lo swastika (segno
polare, d’altronde, come abbiamo indicato più sopra, e non solare come molti
credono a torto) e la “mano benedicente” (che è nel medesimo tempo la “mano di
giustizia”). Non pensiamo opportuno per il momento, di menzionare il nome sotto
il quale la funzione di “Re del mondo” si trova espressamente designata nella
tradizione giudaico-cristiana; mediante tutto quello che qui diciamo, taluni
potranno probabilmente scoprirlo senza grande difficoltà. D’altro lato, avrebbe
potuto essere interessante, dal punto di vista in cui ci mettiamo, e se non ci
avesse dovuto trascinare troppo lontano, esaminare certi attributi
caratteristici della regalità, e particolarmente il senso geroglifico della
parola ebraica e araba Haq; questa parola ha per valore numerico 108,
che è uno dei numeri ciclici fondamentali. Nell’India, il cappelletto shivaïta
è composto di 108 grani; e il significato primo del cappelletto simboleggia la
“catena dei mondi”, vale a dire l’incatenamento dei cicli o degli stati
dell’esistenza.
[33] Queste parole sono quelle con le quali termina una profezia che il “Re
del Mondo” avrebbe fatta nel 1890, quando apparve al monastero di Narabanchi.
[34] Il Manvantara o era di un Manu, chiamato anche Mahâ-Yuga,
si divide in quattro periodi: Krita-Yuga, Treta-Yuga, Dwâparâ-Yuga e Kali-Yuga, che si
identificano rispettivamente con l’“età dell’oro”, l’“età dell’argento”,
l’“età del bronzo” e l’“età del ferro”.
[35] Citeremo come esempio il passaggio dove è questione della “discesa
agli Inferni”; coloro che ne avranno l’occasione potranno paragonarlo con ciò
che, sopra il medesimo soggetto, ne abbiano detto qui stesso a proposito di
Dante.
[36] Ricorderemo anche, a questo rispetto, la “Parola perduta” della
Massoneria, che simboleggia parimente i segreti della vera iniziazione.
[37] L’inizio di questa età è rappresentato, nel simbolismo biblico, dalla
Torre di Babele e dalla “confusione delle lingue”.
[38] Questa espressione è tratta dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi
qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello
dell’arabo niyya, che abitualmente si traduce così, e questo senso è
d’altronde conforme all’etimologia latina.
[39] Quel che abbiamo or detto permette di interpretare in un senso molto
preciso queste parole dell’Evangelo: “Cercate e troverete; chiedete e
riceverete; picchiate e vi sarà aperto”. Si può anche, dal punto di vista
della tradizione cristiana intesa nel suo senso superiore, trarne una spiegazione
di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ
voluntatis.
[40] Anche su questo punto, siamo obbligati a rimandare al nostro studio su
Dante, dove abbiamo dato tutte le indicazioni che permettono di giustificare
questa asserzione.
[41] Ricorderemo qui l’allusione che abbiamo già fatto altrove al rapporto
che esiste tra l’Agni vedico e il simbolo dell’Agnello; l’ariete
rappresenta, in India, il veicolo di Agni. D’altra parte, Ossendowski
indica a parecchie riprese che il culto di Râma esiste sempre in
Mongolia; vi è dunque là altra cosa che del Buddhismo, contrariamente a quel
che pretendono gli orientalisti.
[42] Segnaliamo pure le rappresentazioni dell’Agnello sopra il libro
sigillato coi sette sigilli di cui è parlato nell’Apocalisse; il
Lamaismo tibetano possiede egualmente sette sigilli misteriosi, e noi non
pensiamo che questo avvicinamento sia puramente accidentale. Per comprendere
intieramente quel che segue, sarà bene di riportarsi alla parte del nostro
studio sopra Dante dove sono spiegati i rapporti del Paradiso terrestre e della
Gerusalemme celeste (preraffigurata dalla stessa città di Gerusalemme).
[43] Vi fu un centro di questo genere anche in Creta nell’epoca
preellenica; pare che l’Egitto ne abbia contati parecchi, probabilmente fondati
in epoche successive.
[44] Il Timeo di Platone sembra contenere certe allusioni alla
scienza di cui si tratta.
[45] Ricordiamo qui il simbolo di Amfione che costruiva le mura di Tebe col
suono della sua lira.
[46] Vi è specialmente un altro nome, probabilmente più antico ancora di
quello di Paradesha, e che aveva la medesima accezione: è quello di Tula,
di cui i Greci fecero Thulè; forse avremo occasione di ritornarvi in un
altro studio poiché questo si ricollega a tutto un insieme di questioni di un
interesse assai grande.
[47] Notiamo ancora, che tra le scuole buddhiche che esistono al Giappone,
ve n’e una il cui nome si traduce con “Terra pura”, espressione equivalente a
quella di “Terra Santa”, e che, d’altra parte ricorda la denominazione persiana
dei “Fratelli della Purezza”, senza parlare dei Catari del medio evo
occidentale.
[48] Questo può essere paragonato alla pluralità dei sensi secondo i quali
si interpretano i testi sacri, e che, lungi dall’opporsi o dal distruggersi, si
completano e si armonizzano al contrario nella conoscenza sintetica integrale.
[49] Aggiungeremo qui, per tutta risposta a certi attacchi, come pure per
prevenire delle nuove malevole insinuazioni, che coloro che afferreranno tutta
la portata di quello che abbiamo ora detto comprenderanno in tal modo i motivi
della nostra attitudine verso tutte le organizzazioni pseudo-iniziatiche che
hanno veduto il giorno nell’Occidente contemporaneo: non ve n’è alcuna che,
sottomessa ad un esame serio, possa fornire la menoma prova di “regolarità”.
* Cf. R. Guénon, Le Centre du Monde dans les doctrines extrême-orientales, in
Regnabit, n. VI.12, maggio 1927, pp. 173-180.
[50] Vedere L’Omphalos,
symbole du Centre [L’Omphalos,
simbolo del Centro], Regnabit,
giugno 1926.
[51] Vedere L’idée du Centre dans les traditions
antiques [L’idea del Centro nelle
tradizioni antiche], Regnabit,
maggio 1926. – La figura ottagonale degli otto koua o “trigrammi” di Fo-hi, che è uno dei simboli fondamentali
della tradizione estremo-orientale, equivale sotto certi aspetti alla ruota a
otto raggi, come pure al loto a otto petali.
[52] Tao-te-king, cap. XXXVII.
[53] Il termine Tao, letteralmente “Via”, che designa il
Principio (e ci si ricorderà qui che il Cristo ha detto: “Io sono la Via”), è
rappresentato da un carattere ideografico che riunisce i segni della testa e
dei piedi, ciò che equivale al simbolo dell’alpha
e dell’omega.
[54] Tao-te-king, cap. XVI.
[55] Tao-te-king, cap. XI. – Cf. L’Omphalos, symbole du Centre, Regnabit, giugno 1926, pp. 45-46.
[56] Lie-tseu, cap. I. – Citiamo i testi di Lie-tseu e di Tchoang-tseu nella traduzione
del R. P. Léon Wieger, S. J.
[57] Lie-tseu, cap. IV.
[58] Luca, XVIII, 17. – Cf. anche
Matteo, XI, 25, e Luca, X, 21: “Mentre avete nascosto
queste cose ai sapienti e ai prudenti, le avete rivelate ai semplici e ai
piccoli”.
[59] È la stessa idea che
è espressa d’altra parte, nella tradizione indù, con il termine Chakravartî, letteralmente “colui che fa
girare la ruota”. – Vedere anche, a questo proposito, ciò che abbiamo detto in
precedenza sullo swastika come “segno
del Polo” (L’idée du Centre dans les
traditions antiques, Regnabit,
maggio 1926, pp. 482-485).
[60] Secondo il commentario tradizionale di Tcheng-tseu sull’Yi-king, la parola “destino” “designa la
vera ragion d’essere delle cose”; il “centro di tutti i destini”, è dunque il
Principio in quanto tutti gli esseri hanno in lui la loro ragione sufficiente.
[61] Il Principio o il
Centro, in effetti, è prima di ogni distinzione, compresa quella del cielo e
della terra, che rappresenta la prima dualità.
[62] Tchoang-tseu, cap. V.
[63] Giovanni, VIII, 32.
[64] Matteo, VI, 33; Luca, XII, 31. –
Occorre ricordarsi qui dello stretto rapporto che esiste tra l’idea di
giustizia e quella di equilibrio e armonia (vedere L’idée du Centre dans les traditions antiques, Regnabit, maggio 1926, p. 481).
[65] Questa riduzione
dell’“io distinto” è la stessa cosa che il “vuoto” di cui si è trattato più
sopra; d’altra parte, è manifesto, secondo il simbolismo della ruota, che il
“movimento” di un essere è tanto più ridotto quanto più questo essere è
prossimo al centro.
[66] Tchoang-tseu, cap. XIX. – L’ultima frase si riferisce ancora
alle condizioni dello “stato primordiale”: è l’immortalità dell’uomo prima
della caduta, recuperata da colui che, ritornato al “Centro del Mondo”, si
alimenta all’“Albero della Vita”.
[67] L’idée du Centre dans les
traditions antiques, Regnabit, maggio 1926, p. 481; Cœur et Cerveau [Cuore e
Cervello], Regnabit, gennaio
1927, p. 157.
[68] Vedere Le Cœur du Monde dans la Kabbale hébraïque [Il Cuore
del Mondo nella Kabala ebraica], Regnabit,
luglio-agosto 1926.
[69] Tchoang-tseu, cap. XXII.
[70] Vedere ancora L’idée du Centre dans les traditions antiques, Regnabit, maggio 1926, p. 485.
[71] Lie-tseu, cap. II.
[72] Tchoang-tseu, cap. II.
[73] La “Grande Unità” (Tai-i) è rappresentata come residente nella stella polare, che è chiamata Tien-ki, ossia letteralmente “apice del
cielo”.
[74] La “Rettitudine” (Te), il
cui nome evoca l’idea dell’“Asse del Mondo”, è, nella dottrina di Lao-tseu, quel
che si potrebbe chiamare una “specificazione” della “Via” (Tao) in rapporto a un essere o a uno stato di esistenza
determinato: è la direzione che questo essere deve seguire perché la sua
esistenza sia secondo la “Via”, o, in altri termini, in conformità con il
Principio (direzione presa in senso ascendente, mentre, in senso discendente,
questa stessa direzione è quella dell’“Attività del Cielo”). – Questo può
essere accostato a ciò che abbiamo indicato precedentemente a proposito del
significato simbolico dell’orientazione rituale (L’idée du Centre dans les
traditions antiques, Regnabit, maggio
1926, p. 485).
[75] Tchoang-tseu, cap. XXII. – Vedere il “post-scriptum” del
nostro articolo di Regnabit, marzo 1927,
pp. 350-351.
[76] A proposito di
questa questione, abbiamo rilevato ancora ultimamente un riferimento interessante:
nelle Révélations de l’Amour divin à
Julienne de Norwich, recluse du XIVe siècle [Rivelazioni dell’Amore divino a Julienne di
Norwich, reclusa del XIV secolo], di cui è appena stata pubblicata una
traduzione francese da Dom G. Meunier, la decima rivelazione mostra tutta la
porzione del genere umano che sarà salvata, posta nel “divino Cuore trafitto
dalla lancia”.
* Estratti della Parte V del
libro di F. Ossendowski, Beasts, Men and
Gods, E.P. Dutton & Co., New York, 1922.
[77] «Salve! Grande Lama nel Fiore
di Loto!». R. Guénon ricordava che a Ossendowski era stato rimproverato dai suoi critici di scrivere Om invece di Aum, «ma, se Aum è la
rappresentazione del monosillabo sacro scomposto nei suoi elementi
costitutivi, è pur sempre Om la
trascrizione corretta che corrisponde alla pronuncia reale in uso sia in India
sia in Tibet e in Mongolia» (R. Guénon, Le
Roi
du Monde, Librairie Charles Bosse, Paris, 1927; trad. it. Il Re del Mondo, Milano, Adelphi, 1977, p. 14, nota 5) [N.d.T.].
[78] Pernice grigia della prateria [N.d.T.].
[79] R.
Guénon faceva notare in proposito come l’accostamento di un simile evento con
il timor panicus degli antichi,
suggeritogli da A. Reghini, fosse da considerarsi un’ipotesi “estremamente verosimile”
(R. Guénon, Il Re del Mondo, cit., p. 13, nota 4) [N.d.T.].
[80]
Capitale della Mongolia [N.d.T.].
[81]
Gruppo etnico originario della Siberia occidentale [N.d.T.].
[82] Il
grado più elevato nella gerarchia monastica lamaista [N.d.T.].
[83] Sacerdote autorizzato a compiere i
sacrifici [N.d.T.].
[84] Atlantide e Mu [N.d.T.].
[85] Nome che aveva, fino al 24 Giugno 1939,
l’attuale Thailandia [N.d.T.].
[86] Monaci buddhisti d’alto rango. Titolo
conferito a coloro i quali sono stati istruiti nelle cinque scienze
tradizionali: la scienza del linguaggio (śabdavidyā), la scienza della
logica (hetuvidyā), la scienza della
medicina (cikitsāvidyā), la scienza
delle belle arti e mestieri (śilakarmasthānavidyā) e la
scienza della spiritualità (adhyātmavidyā) [N.d.T.].
[87] Sommo sacerdote del Re del Mondo [N.d.T.].
[88] Tende mongole fatte di feltro [N.d.T.].
[89] La lingua sacra parlata nel Regno
sotterraneo, da cui deriverebbe la primitiva lingua indo-europea [N.d.T.].
[90] Oleti o Oirati era il nome con cui era
conosciuta originariamente la tribù mongola dei Calmucchi, prima che migrasse
all’epoca di Gengis Khan per stabilirsi sui monti Urali e sulle rive del Volga
in Russia. Il loro etnonimo, ojrad, sarebbe derivato dal mongolo Dôrvôn
Ojrd, “I quattro alleati”, in quanto storicamente gli Oirati erano composti
da quattro tribù maggiori. I Calmucchi sono gli unici abitanti dell’Europa la
cui religione nazionale è il Buddhismo. Essi abbracciarono il Buddhismo
Vajrayana nella prima parte del XVII secolo, e seguono tuttora gli insegnamenti
del lignaggio Gelugpa (Via Virtuosa).
Il Buddhismo Vajrayana divenne noto in ambienti anglosassoni nel XIX secolo con
il termine dispregiativo di Lamaismo, dal termine tibetano lama, traduzione del sanscrito guru
[N.d.T.].
[91] Zingari, Zingani, Zigani o Gitani sono
termini generici per indicare un insieme di diverse etnie, originariamente ritenute nomadi, provenienti dalle regioni situate nel
Nord-Ovest dell’India. R. Guénon precisava che «quando si parla di Zingari, è indispensabile fare una
distinzione, che troppo spesso si dimentica: in realtà, vi sono due tipi di
Zingari, i quali sembrano del tutto estranei tra di loro
e che si trattano perfino da nemici; essi non hanno gli stessi caratteri
etnici, né parlano la stessa
lingua, né esercitano gli stessi mestieri. Vi sono gli Zingari orientali, o Zingari, che sono soprattutto
domatori di orsi e calderai; e vi sono gli Zingari meridionali, o Gitani,
chiamati anche, in Linguadoca e in Provenza,
“Carachi”, che sono quasi esclusivamente mercanti di cavalli» (R. Guénon, Le
Compagnonnage et les Bohémiens, in Le
Voile d’Isis, n. 106, ottobre 1928, in Studi
sulla Massoneria e il Compagnonaggio, Vol. I Articoli, A. C. Pardes, Milano, 2015, cap. V. Guénon continuava
ponendo in evidenza i numerosi tratti di comunanza fra i Gitani e i Pellerossa
d’America e considerava come degna di nota l’ipotesi di una comune origine
atlantidea [N.d.T.].
[92] Secondo l’accezione comunemente diffusa
in Occidente, che qui sembra essere accolta dall’Autore, con tale termine si
suole intendere una sorta di personificazione dell’idea di destino,
assimilabile alla nozione greco-romana di Nemesi
(Giustizia). È bene rammentare, d’altra parte, come in realtà «la parola karma
ha un duplice significato: in generale è l’azione in tutte le sue forme,
spesso opposta a jnâna, o la conoscenza, ciò che corrisponde nuovamente
alla distinzione dei due ultimi darshana;
in senso specifico e tecnico è l’azione rituale quale è prescritta nel Vêda» (R. Guénon, Introduction générale à l’étude des
Doctrines Hindoues,
Marcel Rivière, Paris, 1921, cap. XIII: Le
Mîmânsâ, trad. it. Introduzione generale allo studio delle dottrine
indù, Milano, Adelphi Edizioni,
1989, cap. 13, p. 192) [N.d.T.].
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