II – dicembre 2012 Lettera e Spirito
Indice
Editoriale
René Guénon
Le tre vie e le forme iniziatiche
Lie-Tzeu
Semplicità naturale
Platone
La Repubblica (Libro II)
Dante Alighieri
Monarchia (Libro I)
Editoriale
Apriamo questo
nuovo numero con l’articolo di René Guénon Le
tre vie e le forme iniziatiche, capitolo XVIII di Initiation et Réalisation spirituelle, che descrive le tre vie
iniziatiche corrispondenti alle tre categorie di nature iniziabili.
Segue un testo di
Lie-tzu, semplice e pragmatico, sulla corretta attitudine nell’uomo per
facilitare lo svolgimento della sua funzione nella vita.
Abbiamo lasciato
alla fine, in un’ottica collettiva, due testi che trattano dell’organizzazione
sociale ideale per le attività umane e che, apparentemente in contraddizione
con il loro titolo, sottolineano entrambi come la società terrena sia riflesso
dell’ordine celeste: La Repubblica di
Platone e De Monarchia di Dante. Il
primo, esponente della tradizione greco-latina, delinea le caratteristiche
della città perfetta; nel secondo, il “Sommo Poeta”, usando la logica,
dimostra la necessità della monarchia come miglior forma di governo umano.
Le tre vie e le forme iniziatiche *
René Guénon
È noto che la
tradizione indù distingue tre “vie” (mârga)
che sono rispettivamente quelle di Karma,
di Bhakti e di Jnâna; non ritorneremo sulla definizione di questi termini, che
dobbiamo supporre sufficientemente conosciuta dai nostri lettori; ma preciseremo
anzitutto che, dal momento che vi corrispondono tre forme di Yoga, ciò implica essenzialmente che
tutti hanno o sono suscettibili d’avere un significato d’ordine propiamente
iniziatico[1].
D’altra parte, occorre comprendere bene che qualsiasi distinzione di questo
genere ha sempre forzatamente un certo carattere “schematico” e un po’ teorico,
giacché, in realtà, le “vie” variano indefinitamente per accordarsi alla
diversità delle nature individuali, e, anche in una classificazione molto
generale come quella, può soltanto essere questione di predominanza di uno
degli elementi di cui si tratta rispetto agli altri, senza che questi possano
mai essere interamente esclusi. Questo caso è simile a quello dei tre guna: si classificano gli esseri secondo
il guna che predomina in essi, ma va
da sé che la natura d’ogni essere manifestato comporta nondimeno
contemporaneamente tutti i guna,
benché in diverse proporzioni, giacché è impossibile sia diversamente in tutto
ciò che procede da Prakriti.
L’accostamento che facciamo tra questi due casi è d’altronde più di un semplice
paragone, ed è tanto più giustificato in quanto esiste realmente una certa correlazione tra l’uno e l’altro: infatti,
lo Jnâna-mârga è evidentemente
quello che si addice agli esseri di natura “sattwica”, mentre il Bhakti-mârga e il Karma-mârga si addicono a quelli la cui natura è prevalentemente
“rajasica”, d’altronde con differenti sfumature; si potrebbe forse dire, in un
certo senso, che v’è nell’ultimo qualcosa che è più prossimo a tamas che nell’altro, a condizione di
non spingere questa considerazione troppo a
fondo, giacché è chiarissimo che gli esseri di natura “tamasica” non
sono in nessun modo qualificati per seguire qualsivoglia via iniziatica.
Sia quel che sia di quest’ultima riserva, nondimeno existe un rapporto tra i
rispettivi caratteri dei tre mârga e
gli elementi costitutivi dell’essere ripartiti secondo il ternario “spirito, anima, corpo”[2]:
la pura Conoscenza è, in se stessa, d’ordine essenzialmente sovraindividuale,
ossia in definitiva spirituale, come
l’intelletto trascendente da cui dipende; il carattere nettamente
psichico di Bhakti è evidente, mentre
Karma, in tutte le sue modalità,
comporta forzatamente una certa attività d’ordine corporale, e, quali che siano
le trasposizioni di cui questi termini sono suscettibili, qualcosa di questa
natura originaria deve sempre inevitabilmente ritrovarvisi. Ciò conferma
pienamente quanto dicevamo della corrispondenza con i guna: la via “jnânica”, in queste condizioni, può evidentemente
convenire soltanto agli esseri nei quali predomina la tendenza ascendente di sattwa, e che, con ciò stesso, sono
predisposti a mirare direttamente alla realizzazione degli stati superiori
piuttosto che attardarsi a un dettagliato sviluppo delle possibilità
individuali; le altre due vie, per contro, fanno innanzitutto appello a degli
elementi propriamente individuali, foss’anche per trasformarli alla fine in
qualcosa che appartiene a un
ordine superiore, e ciò è ben conforme alla
natura di rajas, che è la
tendenza che produce
l’espansione dell’essere al livello stesso dell’individualità, la quale, non va
dimenticato, è costituita dall’insieme dei due elementi psichico e corporale.
D’altra parte, risulta immediatamente da ciò che la via “jnânica” si riferisce
più particolarmente ai “grandi misteri”, e le vie “bhaktica” e “karmica” ai
“piccoli misteri”; in altri termini, si vede ancora con ciò che solamente
mediante Jnâna è possibile pervenire
allo scopo finale, mentre Bhakti e Karma hanno piuttosto un ruolo
“preparatorio”, dato che le corrispondenti vie conducono soltanto sino a un
certo punto, ma che rendono possibile il conseguimento della Conoscenza per
coloro la cui natura non ne sarebbe idonea direttamente e senza tale preparazione.
È d’altronde beninteso che non può esservi
iniziazione effettiva, sia pure ai primi stadi, senza una parte più o meno
grande di reale conoscenza, quand’anche, nei mezzi ch’essa mette in
opera, l’“accento” sia posto soprattutto sopra l’uno o l’altro dei due elementi
“bhaktico” e “karmico”; ma ciò che
vogliamo dire, è che in ogni caso, oltre i limiti dello stato individuale, non può più esservi che una sola e
unica via, che è necessariamente quella della pura Conoscenza. Un’altra
conseguenza che dobbiamo annotare ancora, è
che, in ragione della connessione delle due vie “bhaktica” e “karmica”
con l’ordine delle possibilità individuali e con il dominio dei “piccoli
misteri”, la distinzione tra esse è molto meno nettamente spiccata che con la
via “jnânica”, il che dovrà naturalmente riflettersi in un certo modo nei
rapporti tra le corrispondenti forme iniziatiche; dovremo del resto ritornare
un po’ su questo punto nel seguito della nostra esposizione.
Queste
considerazioni ci inducono a esaminare ancora un’altra relazione, quella che
esiste, in modo generale, tra i tre mârga
e le tre caste “due volte nate”; è d’altronde facile da comprendere come debba
esservi tale relazione, poiché la distinzione delle caste non è altro in linea
di principio che una classificazione degli esseri umani secondo le loro nature
individuali, ed è precisamente per convenire alla diversità di queste nature
che esiste una pluralità di vie. I Brâhmani, essendo di natura “sattwica”, sono
particularmente qualificati per lo Jnâna-mârga,
ed è detto espressamente ch’essi devono tendere il più direttamente possibile
al possesso degli stati superiori dell’essere; d’altronde, la loro stessa
funzione nella società tradizionale è essenzialmente e anzitutto una funzione
di conoscenza. Le altre due caste, la cui natura è principalmente “rajasica”,
esercitano delle funzioni che, in se stesse,
non oltrepassano il livello individuale e sono orientate verso
l’attività esteriore[3]:
quelle degli Kshatriya corrispondono a quel che si può chiamare lo “psichismo”
della collettività, e quelle dei Vaishya hanno per oggetto le diverse necessità
dell’ordine corporale; ne risulta, secondo quanto abbiamo detto
precedentemente, che gli Kshatriya devono essere soprattutto qualificati per il
Bhakti-mârga e i Vaishya per il Karma-mârga, e, in realtà, è proprio
quel che si può constatare generalmente nelle forme iniziatiche che sono loro
rispettivamente destinate. Tuttavia, v’è un’importante osservazione da fare a
questo proposito: si è che, se si intende il Karma-mârga nel suo senso più esteso, esso si definisce con lo swadharma, ossia con l’adempimento da
parte di ciascun essere della funzione che è conforme alla sua natura propria; si potrebbe allora considerarne
un’applicazione a tutte le caste, salvo
che allora questo termine sarebbe manifestamente improprio per quanto
concerne i Brâhmani, essendo la funzione di costoro in realtà oltre il dominio dell’azione; ma si potrebbe almeno applicarlo
al tempo stesso, benché con differenti modalità, al caso degli Kshatriya e a
quello dei Vaishya, il che è un esempio della difficoltà che v’è, come dicevamo
sopra, nel separare in modo assolutamente netto quel che si addice agli uni e
agli altri, ed è noto del resto che la Bhagavad-Gîtâ
espone un Karma-yoga che è più
specialmente a uso degli Kshatriya. Malgrado ciò, rimane nondimeno vero che, se
si prendono le parole nel loro senso più stretto, le iniziazioni degli
Kshatriya presentano nel loro insieme un carattere soprattutto “bhaktico” e
quelle dei Vaishya un carattere soprattutto “karmico”; e questo si chiarirà
inoltre tra poco con un esempio tratto dalle forme iniziatiche del mondo
occidentale stesso.
Va da sé, infatti, che, quando parliamo
delle caste come facciamo qui, riferendoci in primo luogo alla tradizione indù
per comodità della nostra esposizione e perché essa ci fornisce a tale riguardo
la terminologia più adeguata, quel che ne diciamo si estende ugualmente a tutto
ciò che altrove corrisponde a queste caste, in una forma o nell’altra, giacché
le grandi categorie entro le quali si ripartiscono le nature individuali degli
esseri umani sono sempre e dovunque le medesime, per il fatto stesso che, ricondotte
al loro principio, esse non sono che una risultante della rispettiva
predominanza dei diversi guna, il che
è evidentemente applicabile all’intera umanità, in quanto caso particolare di
una legge valida per tutto l’insieme della manifestazione universale. L’unica
differenza notevole è nella proporzione più o meno grande, secondo le
condizioni di tempo e di luogo, di uomini appartenenti a ciascuna di queste
categorie, e che di conseguenza, se sono qualificati a ricevere un’iniziazione,
saranno suscettibili di seguire l’una o l’altra delle corrispondenti vie[4];
e, nei casi più estremi, può capitare che qualcuna di queste vie cessi praticamente d’esistere in un
dato ambiente, quando il numero di coloro che sarebbero idonei a seguirla sia
divenuto insufficiente per permettere il mantenimento di una forma iniziatica
distinta[5].
È quanto è successo segnatamente in Occidente, dove, perlomeno da moltissimo
tempo, le attitudini alla conoscenza sono state costantemente molto più rare e
meno sviluppate della tendenza all’azione, il che equivale a dire che, nell’insieme
del mondo occidentale, e persino in quel che ne costituisce l’“élite” almeno relativa, rajas prevale di molto su sattwa; così, persino già nel medioevo,
non si trovano tracce ben chiare dell’esistenza di forme iniziatiche
propriamente “jnâniche”, che avrebbero dovuto normalmente corrispondere a
un’iniziazione sacerdotale; ciò a tal punto che anche le organizzazioni
iniziatiche che erano allora in più speciale collegamento con certi Ordini
religiosi avevano nondimeno un carattere “bhaktico” fortemente accentuato, per
quanto sia possibile giudicare dal modo d’espressione impiegato più
abitualmente da quei loro membri che lasciarono opere scritte. Per contro, si
trova in quell’epoca, da una parte, l’iniziazione cavalleresca, il cui
carattere dominante è evidentemente “bhaktico”[6],
e, dall’altra, le iniziazioni artigianali, che erano “karmiche” nel senso più
stretto, poiché erano basate essenzialmente sull’esercizio effettivo di un
mestiere. Va da sé che la prima era un’iniziazione di Kshatriya e che le
seconde erano delle iniziazioni di Vaishya, prendendo la designazione delle
caste secondo il significato generale che abbiamo spiegato poco fa; e
aggiungeremo che i legami che esistettero quasi sempre in realtà tra queste due
categorie, come abbiamo avuto abbastanza spesso l’occasione di segnalare
altrove, sono una conferma di quanto abbiamo detto sopra dell’impossibilità di
separarle completamente. Più tardi, le forme “bhaktiche” stesse scomparvero, e
le sole iniziazioni che ancora sussistono attualmente in Occidente sono delle
iniziazioni di mestiere o che lo sono state in origine; anche là dove, in
seguito a certe particolari circostanze, la pratica del mestiere non è più
richiesta come condizione necessaria, il che non può del resto essere
considerato che come un impoverimento, se non come una vera degenerazione, ciò
non cambia evidentemente niente quanto al loro carattere essenziale.
Ora, se l’esistenza esclusiva di forme
iniziatiche che possono essere qualificate come “karmiche” nell’odierno
Occidente è un fatto incontestabile, occorre proprio dire che le
interpretazioni alle quali tale fatto ha dato luogo non sono sempre esenti da equivoci
e confusioni, e ciò sotto vari punti di vista; questo è ciò che ci resta ancora
da esaminare per mettere le cose a punto il più completamente possibile.
Innanzitutto, certuni si sono immaginati che, per il loro carattere “karmico”, le iniziazioni
occidentali si oppongano in certo qual modo alle iniziazioni orientali, che, a
loro modo di vedere,
sarebbero tutte propriamente “jnâniche”[7];
ciò è del tutto inesatto,
giacché la verità è che, in Oriente, coesistono tutte le categorie di forme
iniziatiche, come dimostra d’altronde sufficientemente l’insegnamento della
tradizione indù riguardo ai tre mârga; se al contrario non ne esiste più
che una in Occidente, si è che le possibilità di quest’ordine vi si trovano
ridotte al minimo. Che la predominanza
sempre più esclusiva della tendenza all’azione esteriore sia una delle
principali cause di questo stato di fatto, ciò è fuor di dubbio; ciò nondimeno
è a dispetto dell’aggravarsi di questa tendenza che sussiste ancor oggi una
qualsivoglia iniziazione, e sostenere il contrario implica un grave equivoco
circa il reale significato della via “karmica”, come vedremo più precisamente
tra poco. Inoltre, è inammissibile voler fare in certo qual modo una questione
di principio di qualcosa che è soltanto l’effetto di una semplice situazione
contingente, e considerare le cose come se ogni forma iniziatica occidentale
dovesse necessariamente essere di tipo “karmico” per il fatto stesso d’essere
occidentale; non crediamo che vi sia bisogno d’insistervi oltre, giacché, dopo
tutto quel che abbiamo già detto, dev’essere abbastanza chiaro che tale visione
non può corrispondere alla realtà, che è d’altronde evidentemente molto più
complessa di quel ch’essa paia supporre.
Un altro punto
importantissimo è questo: il termine Karma,
quando si applica a una via o a una forma iniziatica, dev’essere inteso
anzitutto nel suo senso tecnico d’“azione rituale”; a tale riguardo, è facile
vedere che v’è in ogni iniziazione un certo lato “karmico”, poiché essa implica
sempre essenzialmente l’adempimento di
particolari riti; ciò corrisponde d’altronde ancora a quanto abbiamo
detto dell’impossibilità che sussiste a che l’una o l’altra delle
tre vie esista allo stato puro. Inoltre, e fuori dai riti propriamente
detti, ogni azione, per essere realmente “normale”, ossia conforme all’“ordine”, dev’essere
“ritualizzata”, e, come abbiamo sovente spiegato, essa lo è effettivamente in
una civiltà integralmente tradizionale; anche nei casi che si potrebbero
definire “misti”, ossia quelli in cui una certa degenerazione ha portato
l’introduzione del punto di vista profano e gli ha fatto un posto più o meno
ampio nell’attività umana, ciò rimane ancora vero perlomeno per qualsiasi
azione che è in rapporto con l’iniziazione, ed è segnatamente così per tutto
quanto concerne la pratica del mestiere nel caso delle iniziazioni artigianali[8].
Si vede che questo è il più lungi possibile dall’idea che di una via “karmica”
si fanno coloro che pensano che un’organizzazione iniziatica, perché presenta
tale carattere, debba immischiarsi più o meno direttamente in un’azione
esteriore e tutta profana, come lo sono inevitabilmente in particolare, nelle
condizioni del mondo moderno, le attività “sociali” d’ogni genere. La ragione
che costoro invocano a sostegno della loro concezione è generalmente che tale
organizzazione ha il dovere di contribuire al benessere e al miglioramento
dell’umanità nel suo insieme; l’intenzione può essere lodevolissima in se
stessa, ma il modo in cui essi ne considerano la realizzazione, anche se la si
spoglia delle illusioni “progressiste” alle quali è troppo spesso associata, è
nondimeno completamente erronea. Non è certo detto che un’organizzazione
iniziatica non possa proporsi secondariamente uno scopo come quello cui essi
mirano, “per sovrappiù” in certo qual modo, e alla condizione di non
confonderlo mai con quello che costituisce il suo scopo proprio ed essenziale;
ma allora, per esercitare un’influenza sull’ambiente esterno senza cessare
d’essere quel che dev’essere veramente, occorrerà ch’essa metta in opera dei
mezzi del tutto diversi da quelli ch’essi probabilmente ritengono i soli possibili,
e di un ordine molto più “sottile”, ma che d’altronde per questo sono ancor più
efficaci. Sostenere il contrario significa, in fondo, misconoscere totalmente
il valore di quella che abbiamo talvolta chiamato un’“azione di presenza”; e
questa misconoscenza è, nell’ordine iniziatico, paragonabile a ciò che è,
nell’ordine exoterico e religioso, quella, così diffusa anche nella nostra
epoca, del ruolo degli Ordini contemplativi; è insomma, in entrambi i casi,
una conseguenza della medesima mentalità specificamente moderna, per la quale
tutto ciò che non appare esteriormente e non cade sotto i sensi è come non
esistesse.
Mentre siamo su
quest’argomento, aggiungeremo ancora che vi sono anche molti equivoci sulla
natura delle altre due vie, e soprattutto della via “bhaktica”, giacché, per
quanto riguarda la via “jnânica”, è tuttavia
troppo difficile confondere la pura Conoscenza, o persino le scienze
tradizionali che ne dipendono e che attengono più propiamente al dominio dei
“piccoli misteri”, con le
speculazioni della filosofia e della scienza profane. In ragione del suo carattere più strettamente
trascendente, si può molto più facilmente ignorare interamente questa via che
non snaturarla con false concezioni; e anche i travestimenti da “filosofia”, da
parte di certi orientalisti, che non lasciano sussistere assolutamente niente
dell’essenziale e riducono tutto alla vana ombra delle “astrazioni”, equivalgono in realtà all’ignoranza pura e semplice
e sono troppo lontani dalla verità per poter impressionare chiunque
abbia la minima nozione delle cose iniziatiche. Per quanto concerne Bhakti, il caso è abbastanza differente,
e qui gli errori provengono soprattutto da una confusione tra il senso
iniziatico di questo termine e il suo senso exoterico, che d’altronde, agli
occhi degli Occidentali, assume quasi per forza un aspetto specificamente
religioso e più o meno “mistico” che non può avere nelle tradizioni orientali:
ciò non ha sicuramente niente in comune con l’iniziazione, e, se non si trattasse
realmente di nient’altro, è evidente che non potrebbe esservi un Bhakti-Yoga;
ma questo ci ricondurrebbe in definitiva alla questione del misticismo e delle
sue differenze essenziali con l’iniziazione, che abbiamo già sufficientemente
trattato in altre occasioni perché non sia necessario ritornarvi ancora una
volta di più.
Semplicità naturale *
Lie-Tzeu
A. Hoang-ti regnava da quindici
anni, godendo della sua popolarità, preoccupandosi della sua salute, concedendo
piacere ai suoi sensi, al punto d’esserne patito e stravolto. Regnato che ebbe
trent’anni, facendo continui sforzi intellettuali e fisici per organizzare
l’impero e migliorare le condizioni del popolo, si ritrovò ancora più magro e
affaticato. Allora disse a se stesso sospirando: «Devo aver esagerato. Se non
sono in grado di far del bene a me stesso, come potrei essere in grado di farne
a tutti gli esseri?». Su questa riflessione, Hoang-ti abbandonò le preoccupazioni del governo, lasciò il
palazzo, sciolse il suo seguito, si privò della musica, si costrinse a una
dieta frugale, si ritirò in un appartamento appartato, dove per tre mesi si
dedicò unicamente a regolare i propri pensieri e imbrigliare il suo corpo.
Durante questa reclusione, un giorno, mentre riposava, sognò che passeggiava
nel paese di Hoa-su-cheu. – Questo
paese è a ovest di Yen-tcheu, a nord
di T’ai-tcheu, non so a quante
miriadi di stadi dal paese di Ts’i.
Non si saprebbe arrivarci, né in barca, né in carrozza; solo il volo
dell’anima lo raggiunge. In questo paese, non c’è nessun capo; tutto vi procede
spontaneamente. Il popolo non ha né desideri né brame, soltanto il proprio
istinto naturale. Nessuno vi ama la vita, né vi teme la morte; ciascuno vive
fino al suo termine. Né amicizie né odi. Né guadagni né perdite. Né interessi
né timori. L’acqua non li annega, il fuoco non li brucia. Nessun’arma può
ferirli, nessuna mano può arrecar loro danno. S’innalzano nell’aria come se
salissero dei gradini, e si sdraiano nel vuoto come su un letto. Nubi e nebbie
non ostacolano il loro sguardo, il fragore del tuono non disturba il loro
udito, nessuna bellezza o bruttezza commuove i loro cuori, nessuna altezza o
profondità infastidisce i loro percorsi. Il volo dell’anima li conduce
dappertutto. – Al suo risveglio, una luce pacifica si fece nello spirito
dell’imperatore. Chiamò i suoi ministri principali, T’ienlao, Li-mu, T’ai-chan-ki, e disse loro: «Durante tre
mesi di ritiro, ho regolato il mio spirito e domato il mio corpo, pensando a
come dovrei fare per governare senza affaticarmi. Nello stato di veglia, non ho
trovato la soluzione; essa mi si è presentata, mentre dormivo. Ora so che il
Principio supremo non si coglie con sforzi positivi (ma per astrazione e
inazione). La luce è fatta nel mio spirito, ma non posso spiegarvi di più». –
Dopo questo sogno, Hoang-ti regnò
ancora ventotto anni (applicando i1 metodo di lasciare andare tutte le cose).
Così l’impero divenne molto prospero, quasi quanto il paese di Hoa-su-cheu. Poi l’imperatore salì verso
le regioni elevate, dalle quali, due secoli dopo, il popolo (che lo
rimpiangeva) ancora lo ricordava.
B. Il monte Lie-ku-ie si trova
nell’isola Ho-tcheu. È abitato da
uomini trascendenti, che non si nutrono di alimenti, ma aspirano l’aria e
bevono rugiada. Il loro spirito è limpido come l’acqua d’una sorgente, il loro
colorito è fresco come quello d’una fanciulla. Gli uni dotati di facoltà
straordinarie, gli altri solamente molto saggi, senza amore, senza paura,
vivono pacifici, semplicemente, modestamente, provvisti di ciò che è loro necessario
senza aver bisogno di procurarselo. In loro, lo yinn e lo yang sono
costantemente in armonia, il sole e la luna illuminano senza interruzione, le
quattro stagioni sono regolari, il vento e la pioggia vengono a piacimento, la
riproduzione degli animali e la maturazione dei raccolti vanno a buon fine.
Non ci sono miasmi micidiali, bestie ostili, fantasmi che provochino la
malattia o la morte, apparizioni o fragori straordinari (fenomeni che denotano
sempre un difetto nell’equilibrio cosmico).
C. Dal suo maestro Lao-chang-cheu,
e dal suo amico Paikao-tzeu, Lie-tzeu apprese l’arte di cavalcare il
vento (viaggi estatici). Venutolo a sapere, Yinn-cheng
andò ad abitare con lui, nell’intento d’imparare da lui quest’arte, e
assistette alle sue estasi che lo privavano di coscienza per tempi
ragguardevoli. Più volte gliene chiese la tecnica, ma fu respinto ogni volta.
Scontento, chiese congedo. Lie-tzeu
non gli rispose. Yinn-cheng se ne
andò. Ma, sempre roso dallo stesso desiderio, nel giro di qualche mese ritornò
da Lie-tzeu. Questi gli domandò:
«Perché sei partito? Perché sei ritornato?». – Yinn-cheng rispose: «Avete respinto tutte le mie richieste; vi ho
preso in antipatia e sono partito; ora che il mio risentimento è spento, sono
ritornato». Lie-tzeu disse: «Ti
credevo di animo migliore; possibile l’abbia così vile? Ti racconterò come sono
stato formato dal mio maestro. Entrai presso di lui con un amico. Passai tre
anni interi nella sua casa, impegnato a imbrigliare il mio cuore e la mia
bocca, senza che mi degnasse d’un solo sguardo. Poiché progredivo, dopo cinque
anni mi sorrise per la prima volta. Continuando a progredire, dopo sette anni
mi fece sedere sulla sua stuoia. Dopo nove anni di sforzi, perdetti alfine ogni
nozione del sì e del no, del vantaggio e dello svantaggio, della superiorità
del mio maestro e dell’amicizia del mio condiscepolo. Allora l’uso specifico
dei miei diversi sensi fu sostituito da un senso generale; il mio spirito si
condensò, mentre il corpo si rarefaceva; le ossa e le carni si liquefecero (si
eterizzarono); perdetti la sensazione di pesare sul sedile, di sostenermi sui
piedi (levitazione); infine partii, al piacere del vento, verso est, verso
ovest, in tutte le direzioni, come una foglia morta portata [dal vento], senza
rendermi conto se era il vento che mi sollevava, o se ero io che cavalcavo il
vento. – Ecco attraverso quale lungo esercizio di spoliazione, di ritorno alla
natura, ho dovuto passare, per giungere all’estasi. – E tu che sei appena
entrato da un maestro, che sei ancora tanto imperfetto da spazientirti e
corrucciarti; tu, che l’aria respinge e di cui la terra deve ancora sopportare
il corpo grossolano e pesante, tu pretendi innalzarti sul vento nel vuoto?». Yinn-cheng si ritirò confuso, senza
osare rispondere.
D. Lie-tzeu domandò a Koan-yinn-tzeu: «L’uomo superiore passa
là dove non ci sono aperture, attraversa il fuoco senza bruciarsi, s’innalza
altissimo senza provare vertigine; ditemi, ve ne prego, come fa ad arrivare a
tanto?». – «Conservando, rispose Koan-yinn-tzeu,
la sua natura perfettamente pura; non attraverso un procedimento sapiente o
ingegnoso. Te lo voglio spiegare. Tutto quel che ha forma, figura, suono e
colore, tutto ciò sono gli esseri. Perché questi esseri dovrebbero opporsi gli
uni agli altri? Perché dovrebbe esistere tra di loro un altro ordine, se non
la priorità nel tempo? Perché la loro evoluzione dovrebbe interrompersi,
all’abbandono della loro forma attuale? Comprendere ciò a fondo, ecco la vera
scienza. Chi l’ha compresa, possedendo una base solida, abbraccerà l’intera
catena degli esseri, unificherà le sue potenze, fortificherà il suo corpo,
tratterrà le sue energie, comunicherà con l’evoluzione universale. Poiché la
sua natura conserverà la sua perfetta integrità, il suo spirito la sua intera
libertà, nulla d’esteriore avrà presa su di lui. Se quest’uomo, in stato
d’ebbrezza, cadesse da un carro, non si ferirebbe mortalmente. Sebbene le sue
ossa e le sue articolazioni siano come quelle degli altri uomini, lo stesso
trauma non avrà su di lui lo stesso effetto; perché il suo spirito, essendo
unificato, protegge il suo corpo. L’incoscienza agisce come un involucro
protettivo. Nulla ha presa sul corpo, quando lo spirito non è in preda alle
emozioni. Nessun essere può nuocere al Saggio, avvolto nell’integrità della sua
natura, protetto dalla libertà del suo spirito».
E. Lie-uk’eu (Lie-tzeu) tirava con l’arco in presenza di Pai-hunnu-jenn, con una tazza piena d’acqua sospesa al gomito
sinistro. Tendeva l’arco, con la mano destra, al suo massimo, scoccava,
incoccava un’altra freccia, scoccava di nuovo; e così via, con l’impassibilità
di una statua, senza che l’acqua della tazza vacillasse. – Pai-hunnu-jenn gli disse: «Il vostro tiro è quello di un arciere
tutto assorbito dal suo tiro (tiro artificiale), non il tiro di un arciere
indifferente al suo tiro (tiro naturale). Seguitemi su qualche alta montagna,
sul bordo di un precipizio, e vedremo se conserverete ancora questa presenza di
spirito». – I due uomini così fecero. Pai-hunnu-jenn
si piazzò sul bordo del precipizio, con le spalle all’abisso, i talloni
sporgenti nel vuoto (e l’arciere deve piegarsi all’indietro per tendere!), poi
salutò Lie-uk’eu secondo il rito,
prima di apprestarsi al tiro. Ma Lie-uk’eu,
colto dalla vertigine, giaceva già a terra, con il sudore che gli scorreva sul
corpo. – Pai-hunnu-jenn gli disse:
«L’uomo superiore immerge il suo sguardo nelle profondità del cielo, negli
abissi della terra, nel lontano orizzonte, senza che il suo spirito ne sia
turbato. Mi sembra che i vostri occhi siano stravolti, e che, se tiraste, non
colpireste il bersaglio».
F. Un membro della famiglia Fan, di
nome Tzeu-hoa, avidissimo di
popolarità, aveva attirato a sé tutta la gente del principato di Tsinn. Il principe di Tsinn ne aveva fatto il suo favorito, e
l’ascoltava più volentieri dei suoi ministri, distribuendo su sua istigazione
le onorificenze e le pene. Ragion per cui i postulanti facevano la coda alla
porta di Tzeu-hoa, che si divertiva a
farli scontrare verbalmente davanti a sé, addirittura a farli battere tra di
loro, insensibile agli incidenti che avvenivano nel corso di questi scontri. I
costumi pubblici del principato di Tsinn
soffrirono di questi eccessi. – Un giorno Ho-cheng
e Tzeu-pai, che tornavano da una
visita alla famiglia Fan, passarono
la notte, a una tappa dalla città, in una locanda tenuta da un tale Chang-K’iu-k’ai (taoista). Parlarono tra
di loro di quel che avevano visto. «Questo Tzeu-hoa,
si dissero, è onnipotente; salva e perde chi vuole; arricchisce o rovina a
proprio capriccio». Chang-K’iu-k’ai,
che non riusciva a prender sonno per la fame e il freddo, udì la conversazione
attraverso lo sportello. L’indomani, portando qualche provvista, andò in città,
e si presentò alla porta di Tzeu-hoa.
Ora, coloro che si accalcavano a questa porta, erano tutte persone di
condizione elevata, vestiti riccamente ed equipaggiati, pretenziosi e
arroganti. Quando videro questo vecchietto decrepito, dal viso bruciato,
malvestito e spettinato, tutti lo guardarono dall’alto in basso, poi lo
trattarono sprezzantemente, infine si
presero gioco di lui in ogni modo. Qualunque cosa facessero, Chang-K’iu-k’ai restava
impassibile, prestandosi al loro gioco sorridendo. – Nel frattempo, Tzeu-hoa, che aveva condotto tutta la
banda su un alto terrazzo, disse: «Prometto cento once d’oro a chi salterà di
sotto!». I beffeggiatori di poco prima ebbero paura. Chang-K’iu-k’ai saltò immediatamente, scese dolcemente come un
uccello che plana, e toccò terra senza rompersi un osso. «È un caso», disse la
banda. – Poi Tzeu-hoa li condusse
tutti alla riva del fiume, presso un’ansa che formava un profondo gorgo. «In
questo punto, disse, proprio sul fondo, c’è una perla; chi riuscirà a
prenderla, potrà tenerla!». Chang-K’iu-k’ai
si tuffò subito, e riportò la rara perla dal fondo dell’abisso. Allora la banda
incominciò a sospettare di avere di fronte un essere straordinario. – Tzeu-hoa lo fece rivestire, e ci si mise
a tavola. Improvvisamente scoppiò un incendio in un deposito della famiglia Fan. «A colui che entrerà in quel rogo,
disse Tzeu-hoa, darò tutto quel ne
avrà salvato!». Senza un moto del volto, Chang-K’iu-k’ai
entrò subito nel fuoco, e ne uscì, senza esserne né bruciato né arrossato. –
Finalmente convinti che quest’uomo possedeva dei doni trascendenti, la banda
gli porse le scuse. «Non sapevamo, dissero; ecco perché vi abbiamo mancato di
riguardo. Voi non vi avete fatto caso, come foste sordo o cieco, confermando
con questo stoicismo la vostra trascendenza. Vogliate confidarci la vostra
formula!». – «Non ho formule, disse Chang-K’iu-k’ai.
Seguo il mio istinto naturale, senza sapere né perché né come. Sono venuto qui
per vedere, perché due dei miei ospiti hanno parlato di voi, la distanza non
era grande. Ho prestato piena fede a tutto quel che mi avete detto, e ho
voluto farlo, senza secondi fini relativi alla mia persona. Ho perciò agito
sotto l’impulso del mio istinto naturale completo e indiviso. A chi agisce in
questo modo, nessun essere s’oppone (tale azione essendo nel senso del
movimento cosmico). Se non me lo aveste detto, non avrei mai sospettato che vi
siete presi gioco di me. Ora che lo so, sono un po’ agitato. In questo stato,
non oserei più, come prima, affrontare l’acqua e il fuoco, giacché non lo farei
impunemente». – Dopo questa lezione, i clienti della famiglia Fan non insultarono più nessuno.
Scendevano dai loro carri, per salutare lungo la strada, anche i mendicanti e i
veterinari. – Tsai-no riferì questa
storia a Confucio. «Indubbiamente, disse questi. Non sapevi che l’uomo
assolutamente semplice, piega con questa semplicità tutti gli esseri, partecipa
del cielo e della terra, propizia i mani,
cosicché assolutamente nulla gli si oppone nelle sei regioni dello spazio,
nulla gli è ostile, il fuoco e l’acqua non gli nuocciono? Che se la sua
semplicità incosciente ha protetto Chang-K’iu-k’ai,
quanto più la mia dirittura sagace potrà proteggere me! Ricordatelo!»
(Allusione indiretta del caposcuola).
G. L’intendente ai pascoli dell’imperatore Suan-wang della dinastia Tcheu,
aveva al suo servizio un sottoposto, Leangying,
dotato di un potere straordinario sugli animali selvaggi. Quando entrava nel
loro recinto per nutrirli, i più riottosi, tigri, lupi, aquile pescatrici, si
sottomettevano docilmente alla sua voce. Poteva affrontarli impunemente, nelle
situazioni più critiche, epoche del calore o dell’allattamento, o in presenza
di specie antagoniste. Venuto l’imperatore a sapere della cosa, pensò all’uso
di qualche incantesimo, e ordinò al funzionario Mao-k’iuyuan di prendere informazioni. Leang-ying disse: «Io modesto sottoposto, come potrei possedere un
incantesimo? Se ne possedessi uno, come oserei nasconderlo all’imperatore? In
poche parole, ecco tutto il mio segreto: Tutti gli esseri che hanno sangue
nelle vene, provano attrazioni e repulsioni. Queste passioni non si accendono
spontaneamente, ma solo in presenza del loro oggetto. Io mi baso su questo
principio, nei miei rapporti con le bestie feroci. Non do mai alle mie tigri
una preda viva, per non risvegliare la loro passione d’uccidere; né una preda
intera, per non eccitare il loro desiderio di squartare. Giudico delle loro
disposizioni, vedendo a che grado sono affamate o sazie. La tigre ha questo in
comune con l’uomo, che s’affeziona a chi la nutre e l’accarezza, e non uccide
se non chi la provoca. Io evito perciò sempre di irritare le mie tigri, e mi
sforzo al contrario di piacere loro. Ciò è difficile agli uomini d’umore
instabile. Il mio umore è sempre lo stesso. Contente di me, le mie bestie mi
considerano come dei loro. Nel mio serraglio, dimenticano le loro profonde
foreste, le loro vaste paludi, le loro montagne e le loro valli». Semplice
effetto di un trattamento razionale.
H. Yen-Hoei disse a Confucio: «Un
giorno mentre attraversavo le rapide di Chang,
ammiravo la destrezza straordinaria del traghettatore, e gli domandai:
“S’impara quest’arte?” – “Sì, mi rispose. Chiunque sappia nuotare, può
apprenderla. Un buon nuotatore l’impara subito. Un buon tuffatore la conosce
senza averla appresa”. Non osai dire al traghettatore che non capivo la sua
risposta. Vogliate spiegarmela voi, per favore». – «Ah! disse Confucio, t’ho
detto questo spesso in altri termini, e non l’hai ancora capito! Ascolta e
ricorda, questa volta! Chiunque sappia nuotare può apprenderla, perché non ha
paura dell’acqua. Un buon nuotatore l’impara subito, perché non pensa neanche
più all’acqua. Un buon tuffatore la conosce senza averla appresa, perché
siccome l’acqua è diventata come il suo elemento, non gli provoca il minimo
turbamento. Nulla disturba l’esercizio delle facoltà di colui al cui interno
non penetra nessun turbamento. Quando la posta è un pezzo di coccio, i
giocatori sono tranquilli. Quando la posta sono dei soldi, diventano nervosi.
Quando è dell’oro, perdono la testa. L’abilità acquisita è sempre la stessa, ma
sono più o meno incapaci di utilizzarla, più o meno distratti dall’attrazione
per un oggetto esterno. Qualsiasi attenzione prestata a una cosa esteriore,
disturba o altera l’interiore».
I. Un giorno che Confucio ammirava la cascata di Luleang, salto di duecentoquaranta piedi, che produce un torrente
vorticoso per la lunghezza di trenta stadi, così rapido che né caimano né
tartaruga né pesce riesce a risalirlo, vide un uomo che nuotava tra i gorghi.
Credendo che fosse un disperato che cercava la morte, disse ai suoi discepoli
di costeggiare la riva, per tirarlo fuori se fosse passato a portata. Ora,
qualche centinaio di passi più a valle, l’uomo uscì da solo dall’acqua, si
sciolse i capelli per asciugarli, e si mise a seguire la riva, ai piedi della
diga, canterellando. Confucio, raggiuntolo, gli disse: «Quando vi ho scorto
nuotare in questa corrente, ho pensato che voleste farla finita. Poi, vedendo
la facilità con cui uscivate dall’acqua, vi ho preso per un essere
trascendente. E invece, mi accorgo che siete un uomo, in carne e ossa.
Spiegatemi, vi prego, la tecnica per nuotare in questo modo». – «Non conosco
questa tecnica, fece l’uomo. Quando cominciai, mi applicai; col tempo, la cosa
mi diventò facile; finalmente lo feci naturalmente, inconsapevolmente. Mi
lascio risucchiare dall’imbuto centrale del vortice, poi risputare dal gorgo
periferico. Seguo il movimento dell’acqua, senza fare io stesso alcun
movimento. Ecco tutto quel che ve ne posso dire».
J. Confucio era in viaggio nel reame di Tch’u.
In una radura, vide un gobbo che abbatteva le cicale al volo, come se le
prendesse con le mani. «Siete molto abile, gli disse; ditemi il vostro
segreto». – «Eccolo, disse il gobbo. Mi esercitai, per cinque o sei mesi, a far
restare alcune palle in equilibrio sulla mia canna. Quando riuscii a farne
restar ferme due, erano poche le cicale che mancavo. Quando arrivai a farne
restar ferme tre, ne mancavo soltanto una su dieci. Quando arrivai a farne
restar ferme cinque, presi le cicale al volo, con la mia canna, con tanta
sicurezza che con le mani. Il mio corpo, il mio braccio, non subiscono più
alcun fremito nervoso spontaneo. La mia attenzione non si lascia più distrarre
da nulla. In quest’universo immenso, così pieno di esseri, io vedo soltanto la
cicala che prendo di mira, e non la sbaglio più». – Confucio guardò i discepoli
e disse loro: «Concentrare la propria volontà su un oggetto unico, produce la
cooperazione perfetta del corpo con lo spirito». – Prendendo a sua volta la
parola, il gobbo domandò a Confucio: «Ma voi, letterato, con che fine mi avete
fatto questa domanda? Perché informarvi su ciò che non vi riguarda? Non avrete
per caso qualche intenzione malevola?».
Un giovane che
abitava in riva al mare, amava molto i gabbiani. Tutte le mattine, andava
sulla riva del mare per salutarli, e i gabbiani scendevano a centinaia, a
giocare con lui. Un giorno il padre del giovane gli disse: «Visto che i
gabbiani hanno così confidenza con te, prendine qualcuno e portamelo, perché
anch’io possa giocare con loro». L’indomani il giovane si recò alla spiaggia
come d’abitudine, ma con l’intenzione nascosta d’obbedire al padre. Il suo
esteriore tradì il suo interiore. I gabbiani si insospettirono. Giocarono
nell’aria sopra la sua testa, ma nessuno discese. – L’uso migliore che si può
fare della parola, è tacere. L’azione migliore, è non agire. Voler abbracciare
tutto il conoscibile, produce solo una scienza superficiale.
K. Portando con sé un seguito di centomila persone, Tchaosíang-tzeu andava a caccia sui monti Tchung-chan. Per snidare le bestie selvagge dalle loro tane, fece
incendiare la boscaglia. Il chiarore dell’incendio era visibile a cento stadi
di distanza. In mezzo al rogo, si vide un uomo uscire da una roccia,
volteggiare nelle fiamme, scherzare in mezzo al fumo. Gli spettatori pensarono
tutti che non poteva trattarsi che d’un essere trascendente. Estintosi
l’incendio, questi venne verso di loro, tranquillo, come se niente fosse.
Sorpreso, Tchao-siang-teu lo fermò e
l’esaminò attentamente. Era un uomo fatto come gli altri. Tchao-siang-teu gli domandò il suo segreto per penetrare le rocce e
soggiornare nel fuoco; l’uomo rispose: «Che cos’è una roccia? Che cos’è il
fuoco?». Tchao-siang-teu disse:
«Quella da cui siete uscito, è una roccia; quello che avete attraversato, è
fuoco». «Ah! fece l’uomo, non lo sapevo». – Il marchese Wenn di Wei, quando sentì
raccontare questo fatto, chiese a Tzeu-hia
cosa pensasse di un quest’uomo. «Ho sentito dire al mio maestro (Confucio),
disse Tzeu-hia, che chi abbia
raggiunto l’unione perfetta con il cosmo, nessun essere può più nuocergli; che
penetra a suo piacere il metallo e la pietra; che cammina a volontà sull’acqua
e nel fuoco». «Voi, domandò il marchese, possedete questo dono?». «No, disse Tzeu-hia, giacché non sono ancora riuscito a sbarazzarmi
della mia intelligenza e della mia volontà; sono ancora soltanto un
discepolo». «E il vostro maestro Confucio, possiede questo dono?» domandò il
marchese. «Sì, disse Tzeu-hia, ma non
ne fa sfoggio». Il marchese Wenn ne
fu edificato.
L. Un indovino tra i più trascendenti, di nome Ki-hien, originario del principato di Ts’i, si stabilì in quello di Tcheng.
Prediceva le disgrazie e la morte, giorno più giorno meno, infallibilmente. Per
questo la gente di Tcheng, che non ci
teneva a saperla così lunga, scappava il più lontano possibile quando lo vedeva
arrivare. – Lie-tzeu, recatosi a
vederlo, rimase meravigliato da quel che vide e udì. Di ritorno, disse al suo
maestro HuK’iu-tzeu: «Fino a oggi
ritenevo la vostra dottrina come la più perfetta, ma ecco che ne ho trovata una
superiore». – HuK’iu-tzeu disse: «Tu
non conosci tutta la mia dottrina, avendone da me ricevuto soltanto
l’insegnamento exoterico, e non quello esoterico. Il tuo sapere assomiglia alle
uova deposte dalle galline non fecondate; manca loro (il germe) l’essenziale. E
poi, quando si discute, occorre avere una fede ferma nella propria opinione,
pena, se si vacilla, d’essere intuiti dall’avversario. È quel che ti sarà
successo. Ti sarai tradito, e avrai poi preso il fiuto naturale di Ki-hien per divinazione trascendente.
Portami quest’uomo, perché veda come stanno le cose». – L’indomani, Lie-tzeu condusse l’indovino da HuK’iu-tzeu, con la scusa di una
consultazione medica. Uscito che fu, l’indovino disse a Lie-tzeu: «Ohimè! Il vostro maestro è un uomo morto. Ne ha solo per
pochi giorni. Esaminandolo, ne ho avuto una strana percezione, come di ceneri
umide, presagio di morte». – Congedato l’indovino, Lie-tzeu rientrò, in lacrime, e riferì a HuK’iu-tzeu quel che gli era stato detto. HuK’iu-tzeu disse: «Mi sono manifestato a lui sotto le apparenze
di una terra inerte e sterile, con tutte le mie energie immobili (aspetto che
la gente comune presenta solo in punto di morte, ma che il contemplativo
presenta a volontà). Lui ci è cascato. Portalo un’altra volta, e vedrai il
seguito dell’esperimento». – Il giorno dopo Lie-tzeu
ricondusse l’indovino. Quando uscì, disse a Lie-tzeu:
«È una fortuna che il
vostro maestro si sia rivolto a me; va già meglio; le ceneri si rianimano; ho
visto qualche segno di energia vitale». Lie-tzeu
riferì queste parole a HuK’iu-tzeu,
che disse: «Mi sono manifestato a lui sotto l’aspetto di una terra fecondata
dal cielo, con l’energia risalente dalle profondità sotto l’influsso
dell’alto. Ha visto bene, ma interpretato male (prendendo per naturale quel che
è contemplazione). Riportalo di nuovo, che continuiamo l’esperimento». –
L’indomani Lie-tzeu ricondusse
l’indovino. Dopo il suo esame, costui gli disse: «Oggi ho trovato al vostro
maestro un aspetto vago e indeterminato, dal quale non riesco a trarre alcuna
prognosi; quando il suo stato si sarà
definito meglio, potrò dirvi come va». Lie-tzeu
riferì queste parole a HuK’iu-tzeu,
che disse: «Mi sono manifestato a lui sotto l’aspetto del grande caos non
ancora differenziato, con tutte le mie potenze in stato d’equilibrio neutro.
Non poteva di fatto trarre nulla di preciso da questa immagine. Un gorgo
nell’acqua, può essere causato tanto dai trastulli d’un mostro marino, quanto
da uno scoglio, dalla violenza della corrente, da uno zampillo, da una cascata,
dalla confluenza di due corsi d’acqua, da uno sbarramento, da una derivazione,
dalla rottura d’una diga; effetto identico di nove cause distinte (quindi
impossibilità di dedurre direttamente dal gorgo la natura della sua causa;
occorre un ulteriore esame per definirla). Portalo ancora una volta, e vedrai
il seguito». – L’indomani, tornato, l’indovino non si fermò che un istante
davanti a HuK’iu-tzeu, non ne capì
nulla, perse il contegno e fuggì. «Corrigli dietro», disse HuK’iu-tzeu. Lie-tzeu
obbedì, ma non riuscì a raggiungerlo. «Non ritornerà, disse HuK’iu-tzeu, gli ho manifestato la mia
uscita dal principio primordiale prima dei tempi, un sommovimento nel vuoto
senza forma apparente, un ribollimento della potenza inerte. Era troppo forte
per lui, ecco perché si è dato alla fuga». – Constatando che di fatto non
capiva ancora nulla della dottrina esoterica del suo maestro, Lie-tzeu si ritirò in casa sua per tre
anni consecutivi. Cucinò per sua moglie, accudì i maiali come fossero uomini
(per distruggere in se stesso i pregiudizi umani). Si disinteressò di ogni
cosa. Ricondusse alla semplicità primitiva tutto quel che in lui era cultura
artificiale. Diventò
M. Mentre maestro Lie-tzeu stava
andando a Ts’i; improvvisamente
ritornò sui suoi passi. Incontrò Pai-hunn-u-jenn,
che gli chiese: «Perché tornate sui vostri passi in questo modo?». – «Perché ho
paura», disse Lie-tzeu. – «Paura di
che?», fece Pai-hunn-u-jenn. – «Sono
entrato in dieci trattorie, disse Lie-tzeu,
e per cinque volte sono stato servito per primo. Sarà che la mia perfezione interiore,
trasparendo, abbia dato nell’occhio a quella gente, se hanno servito dopo di me
clienti più ricchi o più anziani di me. Ho avuto quindi paura che, se fossi
andato fino alla capitale di Ts’i,
riconosciuto anch’egli il mio merito, il principe scaricasse sulle mie spalle
il governo che gli pesa». – «Ben pensato, disse Pai-hunn-u-jenn. Siete sfuggito a un padrone principesco; ma temo
avrete presto dei maestri a domicilio». – Qualche tempo dopo, Pai-hunn-u-jenn, recatosi a visitare Lie-tzeu, vide davanti alla sua porta
una quantità di scarpe (segnale della presenza di numerosi visitatori).
Fermatosi nel cortile, rifletté a lungo, il mento appoggiato al capo del
bastone, poi se ne andò senza dire parola. Tuttavia il portiere aveva avvertito
Lie-tzeu. Questi afferrò lestamente i
sandali, e senza neppure calzarli, corse dietro all’amico. Lo raggiunse alla
porta esterna, e gli disse: «Perché ve ne andate così, senza lasciarmi neppure
un messaggio?». – «A che servirebbe ormai? disse Pai-hunn-u-jenn, Non ve l’avevo detto? Adesso avete dei maestri.
Senza dubbio, non li avete attirati, ma neanche avete saputo respingerli. Quale
influenza potrete avere ormai su quella gente? Si influenza solo a condizione
di tenere la distanza. A coloro da cui si è conquistati, non si può più dire
niente. Coloro con cui si è legati, non li si può correggere. Le chiacchiere
della gente comune, sono veleno per l’uomo perfetto. A che scopo conversare con
esseri che non sentono e non capiscono?».
N. Mentre Yang-tchou stava andando
a P’ei e Lao-tzeu a Ts’inn, i due
s’incontrarono a Leang. Alla vista di
Yang-tchou, Lao-tzeu levò gli occhi al cielo, e disse con un sospiro: «Speravo
di potervi istruire, ma constato che non vi è modo». – Yang-tchou non rispose. Arrivati alla locanda dove dovevano passare
la notte, Yang-tchou portò prima di
persona il necessario per rinfrescarsi e lavarsi. Poi, quando Lao-tzeu si fu installato nella sua
camera, lasciati i calzari alla porta, Yang-tchou
entrò ginocchioni, e disse a Lao-tzeu:
«Non ho capito quel che avete detto di me, levando gli occhi al cielo e
sospirando. Non volendo ritardare la vostra marcia, non vi ho chiesto subito
spiegazioni. Ma ora che siete libero, vogliate spiegarmi il senso delle vostre
parole». – Voi avete, disse Lao-tzeu,
un’aria così altezzosa che ripugna; mentre il Saggio è come confuso per quanto
irreprensibile sia, e si giudica insufficiente qualunque sia la sua
perfezione». – «Approfitterò della vostra lezione, disse Yang-tchou, raggelato». – La notte stessa Yang-tchou s’umiliò a tal punto, che il personale dell’albergo che
l’aveva servito con rispetto la sera al suo arrivo, non ebbe più alcun riguardo
per lui il mattino alla sua partenza (il rispetto dei camerieri essendo, in
Cina, proporzionale alla tracotanza del viaggiatore).
O. Passando per il principato di Song,
Yang-tchu fu ospitato in una locanda.
L’albergatore aveva due mogli, una bella,
l’altra brutta. La brutta era amata, la bella detestata. «Perché succede?»
domandò Yang-tchu a un piccolo
domestico. «Perché, rispose il fanciullo, la bella fa la bella, e questo ce la
rende sgradevole; mentre la brutta sa di esser brutta, e questo ci fa
dimenticare la sua bruttezza». – «Ricordatevi di questo, discepoli! disse Yang-tchu. Se siete saggi, non
atteggiatevi a saggi; ecco il segreto per farsi benvolere dappertutto».
P. In questo mondo vi sono in qualche modo due vie; quella della
subordinazione, la deferenza; quella dell’insubordinazione, l’arroganza. I loro
sostenitori sono stati definiti dagli antichi in questo modo: «Gli arroganti
provano simpatia solo per quelli più piccoli di loro, i deferenti provano
affezione anche per coloro che gli sono superiori». L’arroganza è pericolosa,
poiché s’attira delle inimicizie; la deferenza è sicura, poiché non ha che
amici. Al deferente tutto riesce, tanto nella vita privata quanto in quella
pubblica; l’arrogante invece riscuote solo insuccessi. Per questo U-tzeu ha detto che la potenza deve
sempre essere temperata dalla condiscendenza; che è la condiscendenza a fare durevole
la potenza; che questa regola permette di prevedere a colpo sicuro, se tale
individuo, se tale stato, prospererà o deperirà. La forza non è solida, mentre
nulla uguaglia la solidità della dolcezza. E Lao-tan ha detto: «La potenza di uno stato gli attira la rovina,
come la grandezza di un albero chiama la scure. La debolezza fa vivere, la
forza fa morire».
Q. Il Saggio si allea con chi ha i suoi stessi sentimenti interiori, la gente
comune si lega con chi piace per il suo esteriore. Ora in un corpo umano può
nascondersi un cuore di bestia; un corpo di bestia può contenere un cuore
d’uomo. In entrambi i casi, giudicare secondo le apparenze, indurrà in errore.
– Fu-hi, Niu-wa, Chenn-nung, U il Grande,
possedevano, chi una
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Altro esempio
della stretta analogia tra gli animali e gli uomini. Ki-sing-tzeu allenava un gallo da combattimento, per l’imperatore Suan dei Tcheu. Dopo dieci giorni, siccome gliene chieseso notizie, disse:
«Non è ancora in condizione di battersi; è ancora vanitoso e testardo». – Dieci
giorni più tardi, nuovamente interrogato, rispose: «Non ancora; risponde ancora
al canto degli altri galli». – Dieci giorni più tardi, disse: «Non ancora; è
ancora nervoso e passionale». – Dieci giorni più tardi, disse: «Ora è pronto;
non bada più al canto dei suoi simili; non è turbato, alla loro vista, quasi
come se fosse di legno. Tutte le sue energie sono raccolte. Nessun altro gallo
ce la farà contro di lui».
R. Hoei-yang, parente di Hoei-cheu, e sofista come lui, era
andato a render visita al re K’ang di
Song; questi s’innervosì e tossicchiò
d’impazienza al vederlo, e gli disse loquacemente: «Quel che mi piace, è la
forza, il coraggio; la bontà e l’equità non mi dicono nulla; eccovi avvertito;
ditemi ora quel che avete da dirmi». – «Uno dei miei temi favoriti, disse Hoei-yang, è proprio quello di spiegare
perché i colpi dei prodi e dei forti restano a volte senza effetto; vi
piacerebbe ascoltare questo tipo di discorso?». – «Molto volentieri», disse il
re. – «Restano senza effetto, riprese il sofista, quand’essi non li portano. E
perché non li portano? Sia perché non osano, sia perché non vogliono. Questo è
ancora uno dei miei temi favoriti. Supponiamo sia perché non vogliono. Perché
non vogliono? Perché non ne avranno nessun vantaggio. Ancora uno dei miei temi
favoriti. Supponiamo adesso che vi sia un mezzo per ottenere tutti i vantaggi,
di accattivarsi il cuore di tutti gli uomini e di tutte le donne dell’impero,
di mettersi al riparo da tutte le noie, questo modo, non vi farebbe piacere
conoscerlo?». – «Certo che sì! sbottò il re. – «Ebbene, disse il sofista,
questo modo è la dottrina di Confucio e di Mei-ti,
di cui poco fa non volevate sentir parlare. Confucio e Mei-ti, questi due principi senza terra, questi nobili senza
titoli, sono la gioia e l’orgoglio degli uomini e delle donne di tutto
l’impero. Se voi, principe, che avete terre e titoli, abbracciate la dottrina
di questi due uomini, tutti si affideranno a voi, e voi diventereste più
celebre di loro, avendo avuto per di più il potere».[9]
– Il re di Song non fu in grado di
ribattere. – Hoei-yang uscì
trionfante. Era già lontano, quando il re di Song disse ai suoi cortigiani: «Ma parlate dunque! Quest’uomo m’ha
ridotto al silenzio!».
La Repubblica *
Platone
Presentiamo un estratto de “La
Repubblica”, opera nella quale Platone descrive la società perfetta, dove ogni
essere svolge la funzione che meglio corrisponde alla sua natura interiore. In
questa società lo Stato si divide in tre classi, vale a dire: i governanti,
che hanno acquisito la saggezza, i guerrieri, caratterizzati dal coraggio, e i
cittadini, che sono coloro che svolgono tutte le altre attività. Alla saggezza
e al coraggio si aggiunge la temperanza, che accomuna tutte le classi e
rappresenta un accordo tra governanti e governati su chi debba governare. La
Giustizia comprende tutte queste virtù e si realizza quando ognuno svolge il
suo compito. Con ciò si assicura l’unità dello Stato e l’efficienza
dell’individuo.
Analogamente a come fa per lo Stato,
Platone suddivide anche l’anima individuale in tre parti: la parte razionale,
che ragiona, che domina gli impulsi e da cui deriva la saggezza; la parte
irascibile, che determina il coraggio e lotta con la ragione per ciò che
ritiene giusto; la parte concupiscente, che è la fonte di tutti i desideri
corporei. Anche nell’individuo, la virtù che determina l’“accordo” tra le tre
parti e porta alla preminenza della ragione è la temperanza. Dunque la
giustizia si realizza parallelamente nell’individuo e nello Stato e
rappresenta l’accordo completo tra individuo e comunità.
L’appartenenza dell’individuo a una classe
piuttosto che a un’altra dipenderà dalla parte preponderante nell’anima. Gli
individui in cui prevale la ragione saranno naturalmente portati a governare,
quelli più impulsivi diverranno guerrieri e coloro maggiormente soggetti ai
desideri corporali si occuperanno dei lavori più manuali.
In contrapposizione a questo Stato ideale
Platone parla anche di quelli che appaiono conseguenza di un processo
degenerativo, in ordine crescente di “corruzione”:
1. Timocrazia: basata
sull’onore, governata da uomini ambiziosi e diffidenti verso i sapienti.
2. Oligarchia: fondata sul patrimonio, i suoi
dirigenti sono uomini avidi di ricchezze.
3. Democrazia: l’autorità risiede nella
decisione della maggioranza. Lo Stato è costituito da cittadini che operano
ognuno secondo il proprio volere, favorendo il caos. Gli uomini si abbandonano
alle proprie passioni.
4. Tirannia: la forma di Stato peggiore,
poiché i governanti devono circondarsi di persone esecrabili per difendersi
dall’odio dei cittadini. L’uomo tirannico è schiavo dei vizi.
Lasciamo al lettore ogni possibile
raffronto con la situazione attuale della nostra società.
Libro II
Il discorso di Socrate
sulla giustizia politica e sulla sua origine
Si deve partire dalla
giustizia politica, in quanto amplificazione di quella dell’anima
E io, che da
sempre nutrivo una particolare ammirazione per il temperamento di Glaucone e
di Adimanto, anche in quella occasione ebbi modo di rallegrarmi e dissi: «O
figli di tanto uomo, non sbagliava l’amante di Glaucone a incominciare l’elegia
a voi dedicata, per celebrare le vostre imprese nella battaglia di Megara con
queste parole: figli di Aristone,
discendenza divina di un inclito eroe».
«Cari amici, mi sembra che ciò sia proprio ben detto. Effettivamente, in
voi deve esserci un che di divino, se non vi siete lasciati persuadere che
l’ingiustizia è meglio della giustizia, pur essendo capaci di fare
dell’ingiustizia una tale difesa. E io sono sicuro che non vi siete lasciati
convincere, traendo questa mia certezza più che altro dal vostro comportamento,
perché se dovessi attenermi a quanto dite avrei poco da fidarmi di voi. E
tuttavia, quanto maggiore è la fiducia che ripongo in voi, tanto più sono in
dubbio sul da farsi. Infatti, da un lato non ho un mezzo per aiutarvi e non mi
sento all’altezza di questo compito – prova ne è che quello che ho detto contro
Trasimaco e che pur credevo bastasse a provare la superiorità della giustizia
sull’ingiustizia non vi ha soddisfatto –, dall’altro non mi è possibile
lasciarvi senza aiuto. Temo infatti che non sia lecito assistere alla
diffamazione della virtù e arrendersi senza portarle soccorso, finché si abbia
un filo di voce per parlare e un alito di vita. La soluzione migliore mi pare
dunque quella di venirle in aiuto coi mezzi di cui dispongo».
A questo punto Glaucone e tutti gli altri mi supplicarono in ogni modo di
non sottrarmi alla discussione, ma di indagare sia quel che giustizia e
ingiustizia effettivamente sono, sia da che parte sta la verità nel discorso
che riguarda la loro utilità.
Espressi pertanto il mio punto di vista in questi termini: «La ricerca che
intraprendiamo non è impresa da poco, e mi pare proprio che necessiti di una
vista penetrante. Ora – seguitai –, poiché noi non siamo all’altezza di tale
compito, mi pare che la ricerca debba essere impostata come se a persone deboli
di vista si volessero far leggere, a grande distanza, parole scritte in
caratteri minuti finché a un certo punto a qualcuno non venisse in mente che le
stesse parole comparivano anche in altro luogo in scrittura più grande e su uno
spazio maggiore. Direi proprio che costui riterrebbe un vero e proprio colpo di
fortuna poter leggere prima quelle parole e poi andare a controllare quelle più
piccole, per vedere se per caso non siano le stesse».
«Senz’altro – riconobbe Adimanto –. Ma, caro Socrate, nella ricerca sul
giusto qual è quella realtà analoga a cui tu potresti guardare?».
«Te lo dirò – risposi –. Non affermiamo forse che esiste una giustizia del
singolo uomo e una giustizia dello Stato intero?».
«Indubbiamente», disse.
«E lo Stato non è forse più grande del singolo uomo?».
«È più grande», ammise.
«È quindi verosimile che nella realtà più grande si trovi anche più
giustizia, e che sia più facile metterne a fuoco i caratteri. Pertanto, se non
avete nulla in contrario, per prima cosa cercheremo nello Stato che cosa essa
sia e poi, allo stesso modo la cercheremo anche in ogni singolo individuo per
vedere se nell’ordine delle cose più piccole c’è qualcosa che le rende simili a
quelle più grandi».
Il fatto che nessun uomo sia
autosufficiente ha determinato l’origine dello Stato
«Mi sembra che tu
dica bene», osservò.
«Allora – continuai –, se col ragionamento seguissimo lo Stato nel momento
in cui si forma, non assisteremmo forse
anche al sorgere della sua giustizia e della sua ingiustizia?».
«È probabile», rispose.
«E se ciò avvenisse non
potremmo anche sperare di cogliere con più facilità l’oggetto della nostra
ricerca?».
«Senz’altro».
«Credete, dunque, che sia
il caso di mettere mano a questa impresa, anche se a mio giudizio non si
prospetta affatto facile? Però vedete un po’ voi».
E Adimanto: «Si è già
visto. Fa’ quello che hai detto e nient’altro».
«Secondo me – incominciai
–, lo Stato si forma perché caso vuole che nessuno di noi basti a se stesso,
privo com’è di molte cose. O credi che ci sia qualche altro principio a
fondamento dello Stato?».
«Nessun altro», rispose.
«Cosi, prendendo l’uno dall’altro, ora per una necessità ora per
un’altra, dato appunto che i bisogni son più d’uno, in molti, accomunati da un
rapporto di mutuo soccorso, finimmo per radunarci in un solo luogo di
residenza, e a tale luogo abbiamo posto il nome di Stato. O non è vero?».
«Certo».
«E negli scambi non è forse
vero che l’uno fa partecipe l’altro del suo, oppure prende dall’altro,
ritenendo che ciò sia per quanto lo riguarda il comportamento migliore?».
«Esattamente».
«Orbene
– ripresi – progettiamo un modello teorico di una Città a partire dalle sue fondamenta;
e, come appare chiaro, a costruire questa Città saranno proprio i nostri
bisogni».
«Come no?».
La divisione del lavoro
garantisce la soddisfazione dei bisogni primari e il rispetto delle
inclinazioni naturali
«Ma il primo e fondamentale bisogno è
quello di procurarsi il cibo allo scopo di poter mantenersi in vita».
«Non c’è ombra di dubbio».
«Poi ci sarà necessità di
una casa, e poi ancora di vestiti e di altri beni analoghi».
«È così».
«Ebbene
– domandai – come può una Città sopperire a un tal complesso di bisogni? Non
sarà che uno dovrà esser contadino, uno muratore, e uno tessitore? E perché non
aggiungervi anche un calzolaio, o qualcun altro che soddisfi i rimanenti
bisogni del corpo?».
«Certamente».
«Pertanto la Città, come
minimo, dovrà contare almeno quattro o cinque cittadini».
«Sembra di sì».
«E allora, dovrà ciascuno
di questi mettere il proprio lavoro al servizio di tutti gli altri (ad esempio,
un solo cittadino che fa l’agricoltore dovrà produrre cibo per quattro e dedicare
il quadruplo del tempo e della fatica per la preparazione del cibo da
condividere con gli altri), oppure disinteressandosi di loro, produrre, in un
quarto del tempo, solo la quarta parte del cibo – quella necessaria al proprio
fabbisogno – e destinare gli altri tre quarti alla preparazione della casa, del
vestito, delle calzature, onde evitare gli obblighi del vivere in comune,
producendo da sé solo le cose che gli servono?».
E Adimanto rispose: «Forse,
Socrate, il primo sistema è più semplice del secondo».
«Per
Zeus! – esclamai –. Non c’è niente di strano. In effetti, mentre tu rispondevi,
consideravo tra me e me che
in primo luogo nessuno nasce identico all’altro, ma con la natura diversa che
si ritrova, ognuno assolve a un ruolo diverso dall’altro. Non sembra anche a
te?».
«Sì».
«E allora, un solo individuo farà meglio quando esercita molti mestieri, o
quando ne esercita soltanto uno?».
«Quando ne esercita uno solo», rispose lui.
«Però io ritengo anche evidente che se si lascia passare il tempo giusto
per una certa attività, questa risulta compromessa».
«È chiaro».
«Non penso, infatti, che l’opera sia disposta ad aspettare i comodi di chi
la compie, ma, all’opposto, che sia chi la compie a dover tener dietro a essa,
non come si trattasse di un semplice passatempo».
«Per forza».
«Ecco allora che ogni attività risulta più fruttuosa, più bella e anche più
agevole, se viene compiuta da sola e da un solo individuo, in conformità alla
sua natura, al momento opportuno, e in assenza di altri impegni».
«Certamente».
La classe degli
artigiani, contadini e mercanti
La formazione della
classe dei contadini, degli artigiani e dei mercanti
«E allora,
Adimanto, servono più di quattro cittadini per procurare le cose che dicevamo.
In effetti, a quanto pare, il contadino non può farsi da sé l’aratro, se si
vuol che sia un buon aratro, e neppure il bidente e neanche tutti gli altri
strumenti che sono necessari all’agricoltura. Lo stesso vale per il muratore,
dato che anche a lui servono parecchi strumenti; e altrettanto dicasi per il
tessitore e il calzolaio. Non è vero?».
«È vero».
«Pertanto, falegnami, fabbri e molti altri artigiani della stessa specie,
quando entrino a far parte del nostro piccolo Stato, costituiscono un primo
agglomerato».
«Certamente».
«E poi non sarebbe neppure esagerato se a questi aggiungessimo i guardiani
dei buoi e delle pecore, e tutti gli altri addetti alla pastorizia, per dar
modo ai contadini di disporre dei buoi per arare, ai muratori e agli
agricoltori degli animali da soma per il trasporto del materiale, ai tessitori
e ai calzolai rispettivamente delle lane e del cuoio».
«Sarebbe già di dimensioni ragguardevoli una Città che disponesse di tutto
questo», osservò.
«Ma non basta – aggiunsi io –; fondare una Città in un luogo in cui si
possa fare a meno di importazioni, è pressoché impossibile».
«Decisamente impossibile».
«Ci vorranno allora altri cittadini, che da Città diverse importino quel
che manca».
«Sono necessari».
«Ma se il nostro incaricato si presentasse a loro a mani vuote, non
portando nulla di ciò che serve a quelli dai quali intendiamo importare il
nostro fabbisogno, se ne tornerebbe ancora a mani vuote. O non è così?».
«Direi proprio di sì».
«Allora i prodotti dovranno essere non solo bastanti al fabbisogno dei
cittadini, ma anche di qualità e quantità sufficienti per soddisfare quelli di
cui i medesimi cittadini avranno bisogno».
«È necessario».
«Dunque alla nostra Città servirà un numero ancora
maggiore di agricoltori e di operai».
«Sì, un numero ancora maggiore».
«E pertanto, anche altre persone addette all’importazione e
all’esportazione, ossia di commercianti. Non è così?».
«Sì».
«Ci serviranno, dunque, anche i commercianti».
«Altro che!».
«E se gli scambi avvengono per mare, ci sarà pur bisogno di un gruppo
consistente di esperti nell’attività cantieristica».
«Si, di un bel gruppo».
«Ma, nei limiti della nostra Città come faranno i
singoli cittadini a scambiarsi le merci, tenuto conto che proprio per questo abbiamo dato
corpo a una società e fondato uno Stato?».
«È evidente – rispose Adimanto –, vendendo e comprando».
L’istituzione della classe dei
commercianti al minuto e dei salariati
«Ci vorrà allora una piazza per il mercato
e una moneta che certifichi lo scambio».
«Senza dubbio».
«E se poi un contadino, o
qualche altro artigiano non portasse al mercato un certo suo prodotto, nel
momento in cui ci sono i suoi acquirenti, dovrà forse disertare il lavoro,
standosene in piazza a far nulla?».
«Niente affatto – osservò
lui –, piuttosto ci saranno degli addetti – e di solito nelle Città meglio
organizzate sono gli individui più deboli di fisico e inabili a tutti gli altri
lavori – che, vedendo ciò,
assolveranno a tal compito: ossia, essendo tenuti a restare nei pressi del mercato, talora compreranno con moneta
sonante da quelli che hanno bisogno di vendere qualcosa, tal altra venderanno
sempre per denaro contante a chi deve acquistare».
«Ecco allora – notai – che
questo servizio darebbe luogo nella nostra Città alla professione dei
commercianti al minuto. O non è proprio questo il nome che diamo a coloro che
stanno fissi nella piazza del mercato a esercitare le operazioni di
compravendita, mentre chiamiamo mercanti quelli che si trasferiscono di città
in città?».
«Esattamente».
«Ma direi che ci sono anche
degli altri prestatori d’opera, i quali, pur non essendo del tutto idonei alla nostra comunità per quanto concerne le
doti intellettuali, hanno tuttavia un sufficiente vigore fisico per
reggere ai lavori pesanti. Costoro, dal momento che offrono una forza lavoro il
cui valore prende il nome di salario, sono chiamati, se non erro, salariati. O
non è vero?».
«Senza dubbio».
«Allora si direbbe che
questi salariati vengano a completare la Città».
«Sembra anche a me».
«E dunque, Adimanto, la
nostra Città si è già sviluppata al punto tale da essere perfetta?».
«Può darsi».
La frugalità dei cittadini in
una società dai sani costumi
«E allora che
posto vi occupano, a parer tuo, la giustizia e l’ingiustizia? E in quale delle
componenti da noi considerate si è manifestata?».
«Caro Socrate,
non saprei proprio – mi rispose –, a meno che non si sia sviluppata in un certo
uso di scambiarsi i prodotti».
«Forse – dissi –
hai ragione. In ogni caso si deve por mano alla ricerca e non darsi per vinti.
Per prima cosa, dunque, dobbiamo considerare come potrebbe vivere la gente così
organizzata. Quale altro impegno ha se non quello di produrre pane, vino, abiti
e calzature? Questi edificheranno le loro abitazioni, e svolgeranno i loro
mestieri, d’estate seminudi e senza scarpe, d’inverno vestiti e calzati quanto
occorre. Si alimenteranno preparando farina d’orzo e di frumento, in parte
cuocendola e in parte impastandola, facendo focacce deliziose e pani esposti su
canne e su foglie pulite. Loro stessi e i loro figli, sdraiati su letti fatti
da uno strato di mirto e smilace, banchetteranno, brindando a vino, mentre,
inghirlandati, leveranno inni agli dèi, in sintonia di cuore, non generando più
figli di quanto le risorse permettano e sforzandosi di evitare la povertà e la
guerra».
A tal punto
s’intromise Glaucone dicendo: «A quanto sembra i tuoi uomini li fai mangiare
senza companatico».
«Hai ragione! –
gli risposi –. Mi sono scordato che dovranno avere anche il companatico, vale a
dire sale, olive e formaggio; si cucineranno anche cipolle e ortaggi vari,
insomma tutte quelle verdure che si trovano in campagna. E per concludere il
pasto serviranno loro anche fichi, ceci e fave; e arrostiranno alla brace
bacche di mirto e ghiande, innaffiate dalla giusta dose di vino. Così
trascorreranno la loro esistenza in pace e in buona salute, e come è
prevedibile, moriranno avanti negli anni, comunicando ai loro eredi un’altra
vita analoga a questa».
Dalla ricerca del lusso si
origina una Città sproporzionata e malata
Ed egli: «Se tu allestissi una città di maiali, in quale modo li
ingrasseresti se non con questo?».
«Va bene,
Glaucone, ma allora di che cos’altro c’è bisogno?», gli domandai.
«Di quello che
oggi è di moda – rispose –. Vorrei dire di giacigli per sdraiarsi, se qualcuno
non vuol essere mal comodo, di tavoli per desinare, di quelle leccornie e
prelibatezze di cui ai nostri giorni si gode».
«Finalmente ho
capito – dissi –. A quanto pare, noi non vogliamo indagare sulla genesi di una
semplice Città, bensì sulla formazione di una Città di lusso. Ma forse non è
un’idea malvagia, perché, probabilmente, avendo questa come oggetto, non è
escluso che si possano individuare come nascono negli Stati giustizia e
ingiustizia. Comunque, a me pare che il vero Stato sia quello che abbiamo
descritto perché è in buone condizioni di salute; ma se voi volete, potremmo
esaminare anche una società che sia malata; nulla ce lo impedisce».
«Tutto quello che
si è descritto, a quanto sembra, per alcuni non è sufficiente e neppure li
accontenta il sistema di vita proposto. Costoro pretenderebbero in sovrappiù,
giacigli, mense, e altri mobili; e poi ancora piatti prelibati, essenze, aromi,
cortigiane, dolciumi, e ogni altra ricercatezza di tutti i tipi. E così il
fabbisogno necessario non sarà più limitato a quello che si è detto prima,
case, vestiti e sandali, ma bisognerà mobilitare anche l’arte della pittura e
della decorazione, il possesso d’oro e d’avorio, e tutto il resto. O non è
vero?».
«Sì», disse lui.
«Dunque, dovremo
costruire una Città ancora più vasta. Quella sana ormai non è più grande
abbastanza; la si dovrà riempire ancora di una quantità di cose e di persone
che son presenti nelle Città, ma non in virtù del fatto che son necessarie.
Intendo riferirmi a tutti i cacciatori, ai rappresentanti dell’arte imitativa –
sia quei numerosi che si servono del disegno e del colore, sia quelli che si servono della musica –, ai poeti e a
coloro che rappresentano le loro opere – rapsodi, attori, coreuti,
impresari –; agli artigiani che producono oggetti per tutti gli usi, ma
soprattutto per la cosmesi femminile. E così avremo un sempre maggior bisogno
di gente a servizio. O non vorrai, per caso, che manchino pedagoghi, balie,
nutrici, acconciatrici, barbieri, cuochi e macellai? Avremo anche una gran
richiesta di porcari. Tutto ciò non trovava posto nella Città di prima, perché
non ce n’era necessità; in questa, invece, non se ne potrebbe fare a meno. E
poi, dato che c’è chi se ne ciba, occorreranno pure altri animali di
allevamento, di tutte le razze. O non è vero?».
«Come no!».
«E di
conseguenza, dato che viviamo in un modo siffatto, rispetto a prima crescerà, e
di molto, il bisogno di medici».
«Certo, di
molto».
«E così pure il
territorio; quello che una volta bastava a nutrire i cittadini di prima, ora si
è fatto insufficiente e non basta più. O non è cosi?».
«È cosi», ammise
lui.
«Ecco quindi che
saremo costretti a strappare una parte del territorio dei vicini, se vorremo
avere abbastanza terreno da mettere a pascolo e a coltura? Ma, non è forse vero
che anche i confinanti avrebbero bisogno dei nostri territori, quando come noi
si abbandonassero a una smodata ricerca di ricchezze, andando oltre i limiti
dello stretto necessario?».
«Per forza di
cose, caro Socrate», disse.
«E a tal punto,
faremo guerra contro di loro, o Glaucone? O come andrà a finire?».
«Proprio cosi»,
convenne.
«E non diciamo –
seguitai – se la guerra abbia buone o cattive conseguenze, ma limitiamoci a
costatare che essa trae origine proprio da quelle condizioni che, quando si
verificano, sono altresì responsabili per le Città di mali pubblici privati».
«Sicuramente».
«Così, amico
caro, ci servirà una Città più vasta, molto più vasta. Avremo bisogno di un
intero esercito, che, difendendo le ricchezze di tutti, e i beni di cui si è
parlato, vada ad affrontare gli aggressori».
«Perché – domandò
– i suoi abitanti non sono sufficienti allo scopo?».
«E no – gli
risposi –, se vale ancora quello che tu e noi abbiamo concordato allorché
davamo forma alla Città. Se ben ti ricordi avevamo convenuto che non era
possibile che un unico individuo facesse bene più di una professione».
La classe dei Custodi e
i suoi modelli etici e religiosi
I Custodi devono avere caratteri in sé opposti: mitezza
con i concittadini, aggressività coi nemici
«Dici il vero»,
ammise.
«E che? – seguitai –. L’esercizio della guerra non ti pare una
professione?».
«E come!», disse.
«E si dovrebbe dar più importanza all’arte del calzolaio che a quella della
guerra?».
«Certamente no».
«Però, al calzolaio avevamo impedito di fare il contadino, il tessitore e
il muratore; solo l’arte del calzolaio poteva esercitare, così che il suo
lavoro riuscisse alla perfezione. Secondo lo stesso criterio anche agli altri
cittadini avevamo assegnato un mestiere per ognuno, quello per il quale ognuno
aveva una naturale predisposizione. In tal modo, dedicandosi a questo lavoro e
lasciando perdere tutti gli altri, e praticandolo per tutta la vita, ciascuno
non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di esercitarlo a regola d’arte».
«Ora il condurre le operazioni di guerra come si deve non è forse della
massima importanza? O è un impresa così alla portata di tutti che anche un
qualsiasi contadino potrebbe nel medesimo tempo fare il soldato? Oppure
potrebbe farlo un calzolaio, o chiunque pratichi una qualche arte, quando
perfino un giocatore di dama o di dadi non sarebbe mai esperto nel suo gioco
se non vi si applicasse fin da bambino e a tempo pieno? O diresti che basta
prendere in mano lo scudo o qualche altra arma o strumento bellico per essere
lì per lì un veterano degli scontri con armi pesanti o degli altri tipi di
guerra, quando nessun altro strumento ha il potere di rendere chi lo maneggia
per la prima volta abile artefice o esperto praticante, e anzi non sarebbe di
nessuna utilità se, caso per caso, non se ne fosse fatta esperienza,
dedicandovi un sufficiente impegno?».
«Preziosi davvero dovrebbero essere siffatti strumenti!», esclamò.
«E dunque – ripresi –, quanto più impegnativo è il compito dei Custodi,
tanto più disponibilità di tempo richiede rispetto alle altre opere e tanto
più ha bisogno di una particolare perizia e cura».
«Lo credo bene», disse.
«E non necessita anche d’una natura predisposta a questo genere
d’imprese?».
«Altro che!».
«A quanto pare il nostro compito, se mai ne saremo all’altezza, sarà di
selezionare quelle determinate nature che siano adatte alla difesa della
Città».
«Certo, sarà di nostra pertinenza».
«Per Zeus! – esclamai –. Non ci siamo certo addossati un’impresa da nulla!
In ogni caso non ci si deve scoraggiare, almeno finché le forze ce lo
concedono».
«No davvero», ribadì lui.
«Ebbene – seguitai –, credi che sia diverso un cucciolo di razza da un
giovane di buona famiglia, per quanto concerne la capacità di far la
guardia?».
«Che cosa intendi dire?».
«Che ambedue devono avere sensi acuti per avvertire la presenza del nemico,
agilità nel braccarlo una volta che l’abbiano scovato, e infine forza per
lottare quando lo si sia preso».
«Certo – ammise Glaucone –, questi sono tutti requisiti necessari».
«E poi dev’esser anche coraggioso, se ha da combattere come si deve».
«Come no?».
«E un cane, un cavallo, qualsiasi essere vivente potrà mai essere
coraggioso se non ha anche istinto aggressivo? Non hai notato come questo
istinto sia una forza irresistibile e invincibile, e come, grazie a esso, ogni
anima affronti senza paura qualsiasi pericolo e ne esca vittoriosa?».
«Sì l’ho notato».
«A tal punto, dunque, sono manifeste le
caratteristiche fisiche che un guardiano deve possedere».
«Sì».
«E anche, per quanto concerne l’anima, è chiaro che essa debba avere un
carattere irascibile».
«È vero anche questo».
«E allora, Glaucone – osservai –, come potranno uomini dotati di una tal
indole non avere fra loro e con gli altri cittadini comportamenti aggressivi».
«Per Zeus! – esclamò –. Non sarà facile evitarlo!».
«E tuttavia è necessario che essi siano affabili con loro e duri coi
nemici, altrimenti non dovranno neanche aspettare che altri si prendano la
briga di annientarli: faran prima loro ad autodistruggersi».
«È vero», ammise.
«E allora – domandai – che ci resta da fare? Dove troveremo un carattere
mite e a un tempo aggressivo, dato che la mansuetudine è l’esatto opposto
dell’aggressività?».
«Questo è certo».
«E tuttavia, non si avrebbe un buon guardiano se uno dei due caratteri
facesse difetto. Ora, siccome ciò, al limite, è impossibile, ne consegue che è
parimenti impossibile che esista un buon guardiano».
«È un rischio, in effetti», ammise lui.
E io dopo un primo momento di sbandamento, riflettendo su quello che s’era
detto prima, mi rivolsi a lui in questi termini: «Ce lo siamo proprio meritato,
caro mio, questo momento di sbandamento; abbiamo infatti perso di vista il
modello che ci eravamo proposti».
«E cioè?».
«Non ci ha neppur sfiorato l’idea che in realtà possano esistere delle
nature con caratteri fra lato opposti, e anzi lo ritenevamo impossibile».
«E dove sarebbero?».
«Per quanto siano visibili anche in altri animali, esse sono
particolarmente evidenti in quello che avevamo paragonato al guardiano. Saprai
certamente che questo è proprio il carattere innato dei cani di buona razza, i
quali verso i membri della famiglia e le persone conosciute sono di una
straordinaria socievolezza, invece, con gli sconosciuti sono tutto il
contrario».
«Lo so».
«Allora – conclusi io –, quel che diciamo è possibile e non è poi così
assurdo il porsi alla ricerca di un siffatto guardiano».
«Sembra di no».
L’attitudine filosofica dei
Custodi sta nel distinguere gli amici dai nemici solo sulla base della
conoscenza
«Sei convinto ora che chi vorrà essere
custode avrà bisogno anche di quest’altra dote, vale a dire dovrà aggiungere all’istinto aggressivo anche una certa
attitudine filosofica?».
«E come mai? – chiese lui
–. Non capisco».
«Anche questo – seguitai –
puoi notarlo nei cani, e, trattandosi di animali, è un fatto davvero
straordinario».
«Che cosa?».
«Che se avvista uno
sconosciuto gli si dimostra ostile, anche se da lui non ha ricevuto alcun male;
se invece scorge uno che conosce, gli fa festa, pur non avendo mai ricevuto da
lui alcun bene. O non ti ha mai colpito questa particolarità?».
«Finora – rispose – non ci
avevo mai badato molto, però il suo comportamento risulta essere proprio
questo».
«Per la verità, questa sua
predisposizione si direbbe davvero bella oltreché autenticamente filosofica».
«In che senso?».
«In tale senso – precisai
–: egli distingue un volto amico o nemico ricorrendo a nessun altro criterio se
non a quello del conoscere o del non conoscere. E a questo punto come non
potrebbe essere amante dello studio chi definisce gli amici e i nemici sulla
base della conoscenza e dell’ignoranza?».
«Non può essere che così»,
ammise.
«Ma l’amore per lo studio
non s’identifica forse con l’amore per il sapere, ossia con la filosofia?».
«È la stessa cosa», disse.
«E dunque non si abbiano
più remore a estendere queste conclusioni anche all’uomo: se egli vorrà essere
socievole con i conoscenti e i familiari, dovrà essere naturalmente predisposto
allo studio e amante del sapere, ‘cioè filosofo’».
«Estendiamole pure», disse.
«Allora il guardiano della
Città, per essere davvero irreprensibile dovrà, a nostro giudizio, essere per
natura filosofo, istintivamente aggressivo, e poi anche veloce e forte».
«Non c’è dubbio», ammise.
La presenza della musica e
della poesia nell’educazione dei Custodi
«Poniamo, dunque, che esista un individuo
siffatto. Ebbene, secondo quali criteri educheremo e alleveremo un tal tipo di
uomo? E forse questa particolare ricerca potrebbe tornarci utile anche in vista
dell’oggetto generale della nostra indagine, ossia la giustizia e l’ingiustizia
e il modo in cui si generano nello Stato. Così, da un lato non trascureremo un
argomento che è di rilievo, e dall’altro non lo tireremo troppo per le lunghe».
A questo punto intervenne
il fratello di Glaucone: «Non ho alcun dubbio sul fatto che questa ricerca ci
agevolerà nella nostra impresa».
«Per Zeus, caro Adimanto –
esclamai –, non lasciamocela scappare di mano neppure se dovesse essere
alquanto lunga!».
«No assolutamente».
«Dunque, facciamo come in
un mito narrato per immagini, prendiamoci il tempo necessario, e a forza di
ragionamenti diamo un’educazione a questi uomini».
«È proprio necessario».
«Già, ma quale educazione?
Non sarà forse tutt’altro che facile escogitarne una migliore di quella
scoperta ormai da tempo immemorabile? Mi riferisco alla ginnastica per il corpo
e alla musica per l’anima».
«È così, infatti».
«E, nella nostra
educazione, non prenderemo le mosse dalla musica, piuttosto che dalla
ginnastica?».
«E nella musica – seguitai
– includi anche il genere letterario, oppure no?».
«Io sì».
«E non diresti che questo
genere sia duplice: da un lato la letteratura che ha per oggetto la verità,
dall’altro quello che ha per oggetto la finzione?».
«Certamente».
«E si dovrà istruire sia
nell’una che nell’altra, o si dovrà partire con quella che ha per oggetto la
finzione?».
«Non capisco che cosa
intendi dire», obiettò.
«Non ti rendi conto – gli
spiegai – che ai bambini da principio noi raccontiamo favole? E queste, per
dirla giusta, non sono altro che ingannevoli finzioni, che però racchiudono in
sé una parte di vero. Così noi, rivolgendoci ai giovanetti ricorriamo alla favola
prima ancora che alla ginnastica».
«È giusto».
«Per questo sostenevo che
la musica va affrontata prima della ginnastica».
«Ed è esatto», ammise lui.
Necessità di un controllo sui
modelli fantastici proposti ai fanciulli, in ragione del loro valore educativo
«E poi non sai che in
ogni cosa, e specialmente quando si abbia a che fare con esseri ancora giovani
e immaturi, ciò che più conta è l’inizio, perché proprio questo è il momento ideale per plasmarli
e per foggiarli secondo l’impronta che a ciascuno di essi si vuol dare?».
«Esattamente».
«Allora concederemo, così,
a cuor leggero che i giovani ascoltino dal primo venuto favole inventate, non importa come, e che accolgano nell’anima principi
addirittura opposti rispetto a quelli che, a nostro giudizio, dovrebbero
condividere, una volta fattisi adulti?».
«Non lo permetteremo
assolutamente».
«Dunque, a quanto pare, la
prima cosa da fare è tener d’occhio gli ideatori delle favole: quando ne
inventassero una bella la approveremmo, in caso contrario la scarteremmo. E
poi ci toccherà far opera di convinzione presso le madri e le nutrici, perché
raccontino ai loro piccoli le favole ammesse, in modo da plasmare con esse le
loro anime, molto più che, con le mani, i loro corpi. Invece, delle favole che
oggi si raccontano, parecchie sarebbero da buttare».
«Di quali parli?», chiese.
«Nelle grandi favole –
dissi – noi potremo vedere incluse anche le piccole, perché, per forza di cose,
sia le une che le altre vengono dalla stessa matrice e causano i medesimi
effetti. O non sei di questo avviso?».
«Sarà – ammise lui –, però
non capisco che cosa intendi per favole maggiori».
Il carattere decettivo della
mitologia poetica e la necessità di emendarla secondo un criterio morale
«Quelle – risposi – che Esiodo, Omero e
gli altri poeti ci hanno raccontato. Sono loro gli inventori di questi miti
fantasiosi, e ancora loro li hanno propagati e tuttora li propagano alla
gente».
«E quali miti in
particolare hai di mira e per quali motivi?».
E io risposi: «Questa
accusa va loro addebitata, ed essa è la più grave e la più pesante, tanto più
se uno non sa inventare come dovrebbe».
«Di che si tratta?».
«Quando uno nel descrivere
la natura degli eroi e degli dèi, la raffigura in maniera errata, come se un pittore dipingesse immagini
per niente simili al modello che ha in mente».
«È giusto – ammise – il
rimprovero che muovi a tali azioni. Ma quali miti dovremmo raccontare e in che
modo?».
«In primo luogo –
incominciai a dire –, l’inganno più grave, perché rivolto a temi della massima
gravità, lo fece chi – fra l’altro mentendo malamente – ascrisse a Urano quel
comportamento che Esiodo gli aveva attribuito, e a Crono la responsabilità di
averlo punito. Ma, posto pure che quel che fece Crono e quello che ebbe a
subire dal figlio fosse vero, non direi proprio che sia materia da doversi
senza problemi raccontare a giovani ancora immaturi. Penserei, anzi, che
andrebbe, in linea di massima, tenuto segreto, e se proprio non si potesse fare
a meno di dirlo, che andrebbe riferito sotto il vincolo del silenzio a
pochissimi ascoltatori, dopo aver immolato non dico un maiale, ma un qualche
animale possente e raro, così da restringere ancor più il numero dei possibili
uditori».
«Effettivamente – riconobbe
– questi sono discorsi scabrosi».
«E nella nostra Città –
aggiunsi – non andranno fatti, caro Adimanto. E tanto meno andranno riferiti a
un giovane, perché in tal modo egli si sentirebbe ripetere che non c’è nessuno
scandalo a commettere iniquità, anche le più gravi, e che neppure ce ne sarebbe
a punire con qualsiasi mezzo il proprio padre quando le abbia commesse, perché
in tali casi non farebbe che seguire l’esempio dei primi e sommi dèi».
«No, per Zeus – esclamò –,
neppure a me sembrano discorsi da fare».
«E poi – ripresi – se
davvero vogliamo che i futuri Custodi della Città ritengano assolutamente
negativo l’azzuffarsi fra loro per futili motivi non bisogna neppur sostenere –
anche perché il fatto non corrisponde a verità – che gli dèi si combattono e
tramano l’uno contro l’altro, alimentando reciproche contese. E inoltre
facciamo di tutto per evitare a loro racconti o rappresentazioni di
gigantomachie, o di episodi in cui dèi o eroi si dimostrano ostili ai propri
congiunti o parenti; se invece in qualche misura volessimo inculcare l’idea che
mai nessun cittadino ha avuto motivi di attrito con un altro cittadino, perché
ciò sarebbe un’azione illecita, toccherebbe ai vecchi e alle vecchie il compito
di dire ciò fin dall’inizio ai bambini. E poi, quando i giovani si sian fatti
adulti, toccherebbe ai poeti creare racconti dello stesso tenore. E le catene
di Era impostele dal figlio, e l’episodio di Efesto precipitato dal padre,
mentre accorre in difesa della madre percossa, e anche le battaglie fra dèi
inventate da Omero, non devono avere posto nel nostro Stato, né se sian fatte
in senso allegorico, né se non lo siano. In effetti i giovani non sono in grado
di distinguere il significato allegorico da quello letterale, e d’altra parte
l’opinione che si fa a quella età, risulta poi immodificabile e difficile da
correggersi. Per questo motivo, sarebbe della massima importanza che i primi
racconti che recepiscono siano finalizzati alla virtù, quanto meglio è
possibile».
Monarchia *
Dante
Alighieri
Libro I
I. Gli uomini
tutti, cui la natura superiore[10] ha infuso
l’impulso ad amare la verità, sembrano dare il massimo valore al fatto di
lavorare per i posteri, onde questi ricavino un arricchimento dalle loro
fatiche, così come essi stessi sono stati arricchiti dal lavoro degli antichi.
Stia quindi pur certo di aver mancato al proprio dovere colui che, dopo aver
fruito di tanti insegnamenti forniti dalla società, non si cura poi a sua volta
di recare qualche contributo al bene comune: egli infatti non è un “albero che
lungo il corso delle acque porta frutti nella sua stagione”[11], ma piuttosto
è una voragine perniciosa che ingoia sempre senza mai restituire quanto ha
ingoiato. Perciò, ripensando spesso fra me queste cose e non volendo un giorno
essere tacciato di aver colpevolmente sotterrato il mio talento, desidero non
solo accrescere la mia cultura, ma anche portare frutti per il bene pubblico,
dimostrando delle verità che altri non hanno mai affrontato. Quale frutto infatti
arrecherebbe chi volesse dimostrare di nuovo un teorema di Euclide, oppure chi
cercasse di ridefinire la felicità, già chiarita da Aristotele, o riprendesse
a difendere la vecchiaia, già difesa da Cicerone? Decisamente nessuno, anzi
tali noiose e superflue ripetizioni non arrecherebbero che fastidio. Siccome
poi, tra le altre verità nascoste ma utili, quella relativa alla monarchia
terrena è la più utile e la più nascosta e non è stata affrontata da nessuno,
in quanto non offre la prospettiva di un guadagno immediato, mi sono proposto
di strappare tale verità dai suoi nascondigli, nell’intento sia di rendere le
mie laboriose veglie utili al mondo, e sia anche di riportare per primo, a mia
gloria, la palma di una così nobile impresa. Certamente affronto un’opera ardua
e superiore alle mie forze, ma confido non tanto nelle mie capacità, quanto
nella luce di quel Dispensatore “che dà a tutti copiosamente senza rinfacciare
mai”[12].
II. Innanzitutto
dobbiamo chiarire che cosa sia quell’istituto detto “Monarchia temporale”,
partendo da una sua definizione nominale e dal concetto comune. La Monarchia
temporale, detta anche Impero, è un unico principato che ha potere su tutti gli
uomini e si esercita nel tempo, cioè in quelle questioni e sopra quelle
istituzioni che hanno carattere temporale. A proposito di essa si fanno tre
questioni principali, in quanto si discute per sapere: primo, se essa sia
necessaria al benessere del mondo; secondo, se il popolo romano si sia
attribuita di diritto la funzione di monarca; terzo, se l’autorità del monarca
dipenda immediatamente da Dio o da qualche ministro o vicario di Dio. Siccome ogni verità, a
eccezione dei princìpi evidenti, si dimostra attraverso la verità di un qualche
principio, è necessario, in qualunque ricerca, conoscere il principio al quale
risalire analiticamente al fine di certificare tutte le proposizioni che
successivamente, vengono a esso connesse. Ora, essendo il presente trattato
una ricerca, ci pare necessario innanzitutto trovare un principio sul cui
valore [di verità] si possano fondare le proposizioni che successivamente
emetteremo. Occorre sapere che vi sono certe realtà, quali le realtà
matematiche, fisiche e divine, che, non essendo assolutamente soggette al
nostro potere, noi possiamo soltanto conoscere, ma non fare. Vi sono invece
altre realtà che, essendo soggette al nostro potere, noi possiamo non solo
conoscere, ma anche fare, e in questo caso il fare non è in funzione del
conoscere, ma questo è in funzione di quello, poiché in tali realtà il fine è
appunto la stessa operazione. Ora, siccome il nostro argomento riguarda
l’ordinamento civile, anzi la fonte e il principio di ogni giusto ordinamento
civile, e siccome ogni realtà riguardante la vita civile è soggetta al nostro
potere, è evidente che il presente argomento attiene primariamente non alla
teoria, ma alla pratica. Inoltre, poiché nell’attività pratica il principio e
la causa di tutte le azioni è il fine cui tende in ultimo l’operazione – questo
infatti costituisce il primo movente per il soggetto agente –, ne consegue che
la specifica modalità delle azioni ordinate a un fine va desunta esclusivamente
dal fine stesso. Infatti la modalità nel tagliare il legno per la costruzione
di una casa è diversa da quella per la costruzione di una nave. Pertanto se
esiste un fine della convivenza civile di tutto quanto il genere umano, questo
fine costituirà quel principio che chiarificherà sufficientemente tutte le
nostre tesi che dovremo in seguito dimostrare. Sarebbe stoltezza del resto
supporre che esista un fine di questa o di quella comunità civile e che non
esista invece un fine unico comune a tutte le società prese nel loro complesso.
III. Dobbiamo
dunque vedere quale sia il fine di tutta quanta la società umana: scoperto
questo, avremo compiuto più della metà della nostra fatica, come dice il
Filosofo nell’Etica a Nicomaco[13]. Per rendere
più immediatamente intuitivo l’oggetto della nostra indagine, occorre osservare
che, come c’è un fine per cui la natura produce il pollice e un altro, diverso
dal primo, per cui produce tutta la mano e un altro ancora, diverso dai primi
due, per cui produce il braccio, e infine un altro, diverso da tutti i
precedenti, per il quale produce tutto l’uomo, così vi è un fine al quale essa
ordina il singolo uomo, un altro al quale ordina la comunità famigliare, un
altro ancora a cui ordina il villaggio, un quarto a cui ordina la città, un
quinto a cui ordina il regno e per ultimo quel fine ottimo in vista del quale
Dio eterno, attraverso la sua arte, che è la natura, chiama all’esistenza tutto
il genere umano. Ed è appunto questo fine che noi qui cerchiamo di individuare
quale principio direttivo della nostra indagine. Per scoprirlo bisogna
innanzitutto tener presente che “Dio e la natura non fanno mai nulla di
inutile”, ma tutti gli esseri creati esistono in vista di una propria
operazione. Infatti l’ultimo fine presente nell’intenzione del creatore, in
quanto creatore, non è l’essenza creata, ma l’operazione propria di quell’essenza,
e di conseguenza non esiste l’operazione per l’essenza, ma l’essenza per l’operazione.
C’è dunque un’operazione specifica, propria di tutta la società umana, alla
quale è ordinata l’intera umanità in tutti i suoi innumerevoli componenti; a
tale operazione però non può giungere né un uomo singolo, né una sola
famiglia, né un solo villaggio, né una sola città e neppure un regno
particolare. Ora quale sia questa operazione risulterà chiaro se riusciremo a
evidenziare la più alta facoltà propria di tutti gli uomini. Intanto io affermo
che nessuna facoltà che sia condivisa da più individui di specie diversa può
essere la facoltà più alta di qualcuno di essi, poiché, essendo la facoltà più
alta il costitutivo della specie, ne seguirebbe che un’unica essenza specifica
apparterrebbe a più specie diverse, il che è impossibile. Quindi la facoltà
più alta dell’uomo non è quella semplicemente di esistere, perché tale facoltà
è condivisa anche dai quattro elementi; e neppure quella di essere dotato di
certe disposizioni qualitative, poiché questo si verifica anche nei minerali;
né quella di esistere in modo animato, poiché così esistono anche le piante; né
quella di conoscere semplicemente, poiché anche i bruti partecipano di tale
facoltà; ma quella di conoscere per mezzo dell’intelletto possibile, il che non
compete a nessun altro essere superiore o inferiore all’uomo. Infatti, sebbene
vi siano altri esseri forniti di intelletto, tuttavia il loro non è
l’intelletto possibile come quello dell’uomo, poiché tali esseri non sono altro
che specie intellettive, il cui essere non è altro che l’intuire le essenze
delle cose, il che avviene senza la mediazione empirica, altrimenti non
sarebbero eterne. È chiaro quindi che la più alta facoltà dell’umanità è la
facoltà o potenza intellettiva. E poiché tale potenza non può essere tutta
quanta simultaneamente tradotta in atto da parte di un solo uomo o di qualcuna
di quelle società particolari suaccennate, occorre necessariamente che nel
genere umano vi sia una moltitudine di uomini, a opera dei quali quella potenza
venga totalmente attuata, così come è necessaria una moltitudine di cose
generabili affinché tutta la potenza della materia prima sia sempre attuata,
altrimenti esisterebbe una potenza separata [dall’atto], il che è impossibile.
Con tale giudizio concorda Averroè nel commento al De anima[14]. Quella
potenza intellettiva di cui sto parlando non è orientata solo alle forme
universali o specie, ma, per una certa estensione, anche alle forme
particolari, per cui si usa dire che l’intelletto speculativo per estensione
diventa pratico e, come tale, ha per fine l’agire e il fare. Intendo riferirmi,
per esempio, alle azioni regolate dalla saggezza politica e alle produzioni di
oggetti che sono regolate dall’arte: sia le une che le altre sono subordinate
alla speculazione come al fine più alto, per raggiungere il quale la Bontà
Prima chiamò all’esistenza il genere umano. Già da questo si comprende
chiaramente l’affermazione della Politica
che “gli uomini dotati di vigoroso intelletto sono per natura dominatori degli
altri”[15].
IV. È stato così
chiarito sufficientemente che l’operazione specifica del genere umano preso
nella sua totalità è quella di attuare sempre tutta la potenza dell’intelletto
possibile, prima mediante l’attività speculativa e poi, in forza e per
estensione di questa, mediante l’attività pratica. Siccome nell’uomo singolo
avviene che, vivendo in condizioni di calma e di tranquillità, si perfezioni
in saggezza e in sapienza, è chiaro che – secondo il detto che ciò che vale
per la parte vale per il tutto – anche il genere umano, vivendo nella quiete,
cioè nella tranquillità della pace, può compiere, nel modo più libero e facile,
la sua attività specifica che è quasi divina, secondo il detto: “Lo facesti di
poco inferiore agli angeli”[16]. Di qui appare
evidente che la pace universale è il massimo dei beni che sono ordinati alla
nostra felicità. Ed è appunto per questo che la voce dall’alto non annunciò ai
pastori né ricchezze, né piaceri, né onori, né lunga vita, né salute, né forza,
né bellezza, ma pace. Infatti la milizia celeste cantò: “Gloria a Dio nell’alto
dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”[17]. Ed è ancora
per questo che il Salvatore degli uomini salutavi con le parole: “Pace a voi”[18]; si addiceva
infatti al Sommo Salvatore usare la massima forma di saluto, della quale poi i
suoi discepoli e Paolo vollero conservare l’uso nell’inviare i loro saluti,
come tutti possono constatare. Da queste chiarificazioni risulta quale sia la
condizione migliore, anzi ottima, attraverso la quale il genere umano può
pervenire alla sua operazione specifica, e di conseguenza si è potuto
individuare nella pace universale il mezzo più immediato per giungere a quella
felicità cui sono ordinate, come a fine ultimo, tutte le nostre attività; dobbiamo
quindi assumere questa pace come principio che sorregge tutti i ragionamenti
successivi, principio che era necessario stabilire, come si è detto, quale
punto di riferimento prefissato cui ricondurre, come a verità assiomatica,
tutte le altre verità che emergeranno dalle nostre dimostrazioni.
V. Riprendendo
quindi quanto si diceva all’inizio, tre sono gli interrogativi e le questioni
principali che si pongono a proposito della monarchia temporale, che più comunemente
viene detta Impero; su tali questioni è mio proposito fare un’indagine, come si
è detto, partendo dal principio sopra
stabilito e procedendo secondo l’ordine già indicato. Pertanto, la prima
questione è questa: se la Monarchia temporale sia necessaria al buon
ordinamento del mondo. La risposta affermativa si può dimostrare con argomenti
chiarissimi e validissimi che non sono contraddetti da nessuna istanza di
ragione o di autorità. Il primo di tali argomenti si può desumere dalla
sentenza del Filosofo il quale, nella sua Politica
afferma, con veneranda autorità, che quando più elementi sono ordinati a un
unico fine, occorre che uno guidi, cioè governi e gli altri siano guidati, cioè governati. Tale affermazione va
accettata non solo per il glorioso nome dell’Autore, ma anche in forza
di un ragionamento induttivo. Infatti, se prendiamo in considerazione un
singolo uomo, constatiamo che, pur essendo tutte le sue facoltà orientate a
conseguire la felicità, la facoltà intellettiva è quella che dirige e governa
tutte le altre, altrimenti quell’uomo non potrebbe raggiungere la felicità. Se
prendiamo in considerazione una famiglia, il cui fine è quello di preparare i
suoi componenti al ben vivere, è necessario che vi sia uno che la diriga e la
governi, il cosiddetto padre di famiglia oppure chi ne fa le veci, secondo
quanto dice il Filosofo: “Ogni casa è governata dal più anziano”[19]. Il suo
compito, come dice Omero, è quello di dirigere tutti e di imporre leggi agli
altri; per questo è passata in proverbio quell’imprecazione: “Che tu abbia in
casa uno pari a te”. Se consideriamo un villaggio, il cui fine è quello di un
più facile soccorso di persone e di cose, è necessario che vi sia un capo che
diriga gli altri, sia esso imposto da un’altra autorità, oppure eletto, per
comune consenso, quale persona più eminente fra tutti; altrimenti non solo non
si giunge a quel reciproco aiuto nel procurarsi il sufficiente per vivere, ma
talvolta, quando appunto più persone vogliono comandare, tutto il villaggio può
andare in rovina. Se poi consideriamo una città, il cui fine è il ben vivere e
il vivere con sufficienza di mezzi, è necessario che vi sia un unico governo, e
questo non soltanto nell’ordinamento politico giusto, ma anche in quello
corrotto; in caso contrario non solo non si raggiunge più il fine della vita
civile, ma anche la città cessa di essere quella di prima. Se infine
consideriamo un regno particolare, il cui fine è identico a quello della città,
ma con una maggior sicurezza per la conservazione della tranquillità, è
necessario che vi sia un solo re che regni e governi, altrimenti non solo i
sudditi non conseguono il loro fine, ma anche il regno va in rovina, secondo il
detto dell’infallibile Verità: “Ogni regno diviso in se stesso andrà in rovina”[20]. Se dunque ciò
si verifica in queste comunità e in quante sono ordinate a un fine, allora la
tesi ammessa sopra è vera; ora noi sappiamo che tutto il genere umano è
orientato a un fine, come si è già dimostrato precedentemente; quindi è
necessario che vi sia uno che lo guidi e lo governi, e questi va chiamato
Monarca o Imperatore. E così risulta dimostrato che la Monarchia, o Impero, è
necessaria al buon ordinamento del mondo.
VI. Inoltre come
la parte sta al tutto, così l’ordine della parte sta all’ordine del tutto; ora
la parte sta al tutto come al fine e alla perfezione; quindi anche l’ordine
della parte sta all’ordine del tutto come al fine e alla perfezione. Da ciò
consegue che la bontà dell’ordine parziale non supera la bontà dell’ordine
totale, ma è vero piuttosto il contrario. Pertanto, essendoci nelle cose un
duplice ordine, quello delle parti fra loro e quello delle parti rispetto a un
elemento che non è parte – come, per esempio, l’ordine delle parti di un
esercito fra di loro e l’ordine di queste parti rispetto al comandante –,
l’ordine delle parti rispetto a quell’elemento unitario è migliore, in quanto
tale ordine è il fine del primo ordine: questo infatti esiste in funzione di quello
e non viceversa. Perciò, se la forma di quell’ordinamento “ad unum” si trova
nei gruppi parziali della moltitudine umana, tanto più deve trovarsi nella
moltitudine come tale, ossia nella società umana globale, in forza del
precedente sillogismo, in quanto tale ordine è migliore, ossia è la forma
dell’ordine; ora quell’ordine si trova effettivamente in tutti i gruppi
parziali della moltitudine umana, come risulta in modo abbastanza chiaro da
quanto detto nel capitolo precedente; quindi si deve trovare anche nella
società umana globale. E così tutti i predetti raggruppamenti parziali
inferiori ai regni, e gli stessi regni, devono essere ordinati a un unico
principe, ovvero a un unico principato, cioè al Monarca, ovvero alla Monarchia.
VII. Inoltre, la
società umana è un tutto rispetto a certe parti e a sua volta è una parte
rispetto a un ulteriore tutto. Infatti è un tutto rispetto ai regni particolari
e ai popoli, come si è visto sopra, ed è una parte rispetto alla totalità
dell’universo, come risulta di per sé evidente. Pertanto, come i raggruppamenti
parziali della società umana si inquadrano ordinatamente in essa, così essa
deve inquadrarsi ordinatamente nel tutto di cui fa parte; ora i raggruppamenti
parziali si inquadrano ordinatamente nella società umana per il fatto che sono
retti da un unico capo, come si può facilmente rilevare da quanto detto sopra;
quindi anche la società umana si inquadra con perfetto ordine nell’universo e
in rapporto al suo principe, che è Dio e Monarca, in quanto anch’essa è guidata
da un unico capo, cioè dall’unico principe. Da ciò si deduce che la Monarchia è
necessaria al buon ordinamento del mondo.
VIII. Ancora, tutti
gli esseri sono bene, anzi perfettamente ordinati, se sono conformi
all’intenzione della causa prima che è Dio (il che è di per sé evidente, tranne
per chi nega che la bontà divina raggiunga il sommo grado di perfezione); ora
l’intenzione di Dio è che ogni creatura porti impressa in sé la somiglianza
divina nella misura in cui la sua natura è capace di riceverla (per questo fu
detto: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”[21], e benché la
espressione “ad immagine” non possa applicarsi agli esseri inferiori all’uomo,
tuttavia l’espressione “a somiglianza” si può riferire a ogni creatura, in
quanto tutto l’universo non è che un vestigio della bontà divina); quindi il
genere umano è bene, anzi ottimamente ordinato, quando esso presenta una somiglianza
con Dio secondo la possibilità della sua natura. Ma il genere umano è
massimamente somigliante a Dio quando è massimamente uno (solo in Dio infatti
si realizza veramente l’unità nella sua essenza formale, secondo quanto è
scritto: “Ascolta, Israele: il Signore Dio tuo è uno”[22]); ora il
genere umano è massimamente uno quando è totalmente unificato in un unico
organismo, il che non può verificarsi se non è totalmente soggetto a un unico
principe, come è evidente di per sé; quindi il genere umano, quando è soggetto
a un solo principe, assomiglia massimamente a Dio, e di conseguenza è
massimamente conforme all’intenzione divina, e quindi è bene, anzi ottimamente
ordinato, come si è dimostrato all’inizio di questo capitolo.
IX. Parimenti ogni
figlio raggiunge una buona, anzi una perfetta maturazione, quando, nei limiti
concessi dalla propria natura, imita le orme di un padre perfetto; ora il
genere umano è figlio del cielo, che è perfettissimo in ogni opera sua (infatti
l’uomo e il sole generano l’uomo, come è detto nel secondo libro della Fisica[23]); quindi il
genere umano raggiunge la sua perfezione quando, nei limiti consentiti della
sua natura, imita l’immagine del cielo. E siccome tutto il cielo in tutte le
sue parti, sia nei suoi moti che nei suoi motori, è regolato da un unico moto,
quello del primo mobile, e da un unico motore, che è Dio – come la ragione
umana, filosofando, arriva a conoscere in modo evidentissimo, se ha ragionato a
rigor di logica –, così il genere umano è ottimamente ordinato quando i suoi
motori [cioè i governanti] e i suoi movimenti sono regolati da un unico
principe, quale unico motore, e da un’unica legge, quale unico moto. Perciò,
per il buon ordinamento del mondo, sembra necessaria l’esistenza della
Monarchia, cioè di un unico principato chiamato “Impero”. Tale motivo era
sfiorato da Boezio in questa sospirante esclamazione:
O degli uomini
stirpe felice,
se gli animi
vostri reggesse
l’amor che il
ciel governa.[24]
X. Inoltre,
ovunque possa sorgere una lite, deve intervenire una sentenza dirimente,
altrimenti vi sarebbe uno stato di cose imperfetto, senza un rimedio che lo
risani, il che è impossibile, poiché Dio e la natura non vengono meno nelle
cose necessarie; ora tra due prìncipi qualsiasi, di cui l’uno non è
assolutamente soggetto all’altro, può sorgere una lite, sia per colpa loro
oppure per colpa dei sudditi, come è di per sé evidente; quindi è necessario
che tra essi intervenga un giudizio dirimente. E siccome uno non può inquisire
e giudicare l’altro per il fatto che uno non è soggetto all’altro – il pari
infatti non ha potere sul suo pari –, è necessario che vi sia una terza persona
investita di più ampia giurisdizione, la quale, nell’ambito della sua
competenza, abbia potere su entrambi. Costui sarà il Monarca, oppure no: se è
il Monarca, è raggiunto l’intento; se no, egli si troverà a sua volta di fronte
a un altro di pari grado, fuori dell’ambito della sua giurisdizione, e allora
sarà necessario ricorrere a un terzo giudice. E così, o si avrà un processo
all’infinito, che è impossibile, oppure bisognerà giungere a un primo e supremo
giudice, dal cui giudizio vengano definite, direttamente o indirettamente,
tutte le liti, e questi sarà il Monarca o Imperatore. La Monarchia dunque è
necessaria al mondo. Questa tesi era ben presente al Filosofo quando diceva: “Le cose non
sopportano di essere disposte male; ora la pluralità dei principati è un male;
quindi il principe deve essere uno solo”[25].
* R. Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle, Éditions Traditionnelles,
Paris, 1952, cap. XVIII: Les trois
voies et les formes initiatiques.
[1] Diciamo “sono suscettibili d’avere” perché possono avere anche un
senso exoterico, ma è evidente che questo non è in causa quando si tratta di Yoga; naturalmente, il senso iniziatico
ne è come una trasposizione in un ordine superiore.
[2] Anche qui, non bisognerebbe vedere niente d’esclusivo in tale
corrispondenza, giacché ogni via iniziatica,
per essere realmente valida, implica necessariamente una partecipazione
dell’intero essere.
[3] Diciamo “in se stesse” perché possono essere trasformate da
un’iniziazione che le prenda per supporto.
[4] Per non complicare inutilmente la nostra esposizione, non facciamo
intervenire qui la considerazione delle anomalie che, nell’epoca attuale e
soprattutto in Occidente, risultano dal “miscuglio delle caste”, dalla sempre
crescente difficoltà di determinare esattamente la vera natura d’ogni uomo, e
dal fatto che la maggior parte non adempie più la funzione che si addirebbe
realmente alla propria natura.
[5] Segnaliamo incidentalmente che ciò può obbligare coloro che sono
ancora qualificati per quella via a “rifugiarsi”, se è lecito esprimersi così,
in organizzazioni che praticano altre forme iniziatiche che originariamente
non erano fatte per essi, inconveniente che può d’altronde essere attenuato
mediante un certo “adattamento” effettuato all’interno di queste stesse
organizzazioni.
[6] Lo stesso si può dire delle iniziazioni quali quella dei Fedeli
d’Amore, come il nome stesso di questa indica espressamente, benché
l’elemento “jnânico” paia tuttavia avervi avuto uno sviluppo maggiore che non
nell’iniziazione cavalleresca, con la quale esse avevano d’altronde rapporti abbastanza
stretti.
[7] Va notato che, in tale concezione,
l’esistenza di iniziazioni “bhaktiche” è completamente ignorata o
trascurata.
[8] Si potrebbe dire che, in questo caso, “karmico” è quasi sinonimo
d’“operativo”, intendendo naturalmente quest’ultima parola nel suo vero senso
sul quale abbiamo avuto spesso l’occasione d’insistere.
* Estratti
da L. Wieger, Les pères du système
taoïste, Cathasia, Paris, 1950, II.
Lie-Tzeu, cap. II. Nella traduzione
rispettiamo la terminologia di P. Wieger, anche se talvolta impropria;
pure nella trascrizione dei nomi propri seguiamo la lettura francese dell’originale.
[9] Hoei-yang non era discepolo di Confucio. Ma il trionfo
dei sofisti consisteva nel ridurre il loro avversario al silenzio sulla sua
propria tesi. Il re di Song aveva
incominciato dichiarando che detestava il Confucianesimo, Hoei-yang gli prova, senza credervi, che si tratta della migliore
delle dottrine.
* Platone, La Repubblica; estratti dal libro II (cf. Platone, Tutti gli scritti, a cura di G. Reali,
Rusconi 1991).
* Dante Alighieri, De Monarchia,
estratti dal libro I, capitoli I-X (cf. Monarchia,
Opere minori di Dante Alighieri, vol.
II, a cura di P. Gaja, UTET, Torino, 1986).
[10] Questa natura superiore è la
natura dei cieli, la cui influenza sulla generazione umana, secondo la
concezione medioevale, della quale partecipa Dante, è fondamentale.
[11] Salmi, 1, 3.
[12] Giacomo, 1, 5.
[13] Aristotele, Etica Nicomachea,
I, 7.
[14] III foglio164 nell’edizione di Venezia del 1552. Cf. Purgatorio, XXV, 63.
[15] Aristotele, Politica I, 5, 6.
[16] Salmi 8, 6. Cf. Ebrei, 2, 7.
[17] Luca, 2, 14.
[18] Luca, 23, 36.
[19] Aristotele, Politica I, 2,
9.
[20] Luca, 11, 17.
[21] Genesi, 1, 26.
[22] Deuteronomio, 6, 4.
[23] Aristotele, Fisica II, 2,
11.
[24] Boezio, De consolatione
Philosophiæ, II,
8.
[25] Aristotele, Metafisica, XII,
10.
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