III – giugno 2013 Lettera e Spirito
Lettera e Spirito
No
III – giugno 2013
Editoriale
Albano Martín de la
Scala
La Vocazione
René Guénon
Nomi profani e nomi iniziatici
Pierre Delabaty
Mestieri d’Oriente e d’Occidente
René Guénon
Sulla “glorificazione del lavoro”
Ananda K.
Coomaraswamy
Perché esporre opere d’arte?
Dante Alighieri
Convivio (Trattato IV)
Tchoang-Tzeu
Il vecchio pescatore
Editoriale
In un nuovo
articolo, partendo dalla stessa citazione di René Guénon già richiamata in
precedenza, Albano Martín de
la Scala affronta la questione della vocazione come punto di partenza per
qualunque cammino di carattere iniziatico.
In Nomi profani e nomi iniziatici, René
Guénon mette a fuoco la stretta relazione che esiste tra la natura di ciascun
essere e il suo vero nome, così come il ruolo di quest’ultimo come mezzo di
realizzazione.
Pierre Delabaty, nell’ambito delle iniziazioni artigianali, in Mestieri d’Oriente e d’Occidente ci
offre una prospettiva generale che va oltre l’ambito di una particolare forma
tradizionale, evidenziando il substrato comune in particolare alle
confraternite di mestiere cristiane e musulmane.
A seguire, un
altro testo di René Guénon affronta l’autentica “glorificazione del lavoro”, nell’ambito della realizzazione del
piano divino e come sviluppo della funzione che ogni individuo porta con sé nel
venire al mondo.
In un approccio
complementare, proponiamo al lettore Perché
esporre le opere d’arte?, eccellente articolo di Ananda K. Coomaraswamy,
specialista eminente che non ha bisogno di presentazione, nel quale si
evidenziano le differenze essenziali tra il punto di vista profano e quello
sacro sul significato del lavoro nella vita umana.
Considerando la
questione da un’altra prospettiva, presentiamo un estratto del Convivio di Dante, in cui si esprime il
ruolo che corrisponde nell’uomo a ciascuna delle quattro età che attraversa in
una vita intera.
Da ultimo,
chiudiamo il presente numero, con Il
vecchio pescatore, testo taoista che mostra l’attitudine del Saggio nel
realizzare la sua vera natura.
La Vocazione
Albano Martín de la Scala
René Guénon,
nella sua opera Il Re del Mondo[1],
scrive: «Il periodo attuale è dunque un
periodo d’oscuramento e di confusione[2]; le sue condizioni sono tali che, finché
persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere
nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta
neppure al principio di questo periodo) e delle organizzazioni
segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione
effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tradizionale, ma che non
ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di
vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e
questo perché, per diverse ragioni, ogni legame cosciente con il centro
spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più
particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente
questo o quel centro secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed
effettiva con il centro supremo.
Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è
nascosto piuttosto che veramente perduto, poiché non è perduto per tutti e
certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la
possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire
purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni
armoniche che essa risveglia secondo la legge delle “azioni e reazioni concordanti”[3],
essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[4].
Questa direzione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali,
la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione
rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale
che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[5]».
La parola
“vocazione” deriva dal vocabolo latino “vocatus”
e ha radice comune con il termine “vox”:
voce; il significato etimologico è quello di “chiamata”. Chiamata che, se
intesa in senso superiore, procede direttamente dal centro supremo di cui parla
Guénon nella citazione introduttiva, centro che, a livello microcosmico,
corrisponde simbolicamente al cuore. Tale chiamata parte dal centro di ogni
essere ed è rivolta a ciascuno di essi con il nome essenziale e profondo che lo
caratterizza, il quale è diverso da quello di tutti gli altri ed è propriamente
unico. Tale nome essenziale però, combinandosi con l’ambiente che incontra nel
suo percorso che dal centro si diffonde simbolicamente nello spazio, si vela e
si rivela allo stesso tempo con modalità via via più esteriori[6].
La graduale alterazione e come mascheramento del nome, hanno fra gli altri
effetti quello di permettere, anche a chi abbia un orizzonte intellettuale più
limitato, di poter comunque percepire, al suo livello, questa chiamata
centrale.
Questa pluralità
di nomi può aiutare a comprendere come la stessa parola “vocazione” possa
essere intesa con significati e a gradi molto diversi. Può, ad esempio,
riferirsi al dominio della spiritualità pura, oppure a quello psichico, inteso
come origine relativa dell’individualità. Ne consegue che, anche quando si
parla di vocazione, si può legittimamente intendere la chiamata dell’uomo allo
spirituale, oppure quella predisposizione dell’essere a esercitare un mestiere
o una funzione particolare piuttosto che altre. È chiaro che i punti di vista
di cui si tratta, riferendosi a piani diversi di realtà, non sono affatto in
opposizione, anzi, è nell’espletazione delle attività più esteriori che
l’essere può trovare un supporto adeguato per aprirsi a quelle più profonde.
Nel nostro
precedente lavoro[7] indicammo come nella parte
più profonda e intima dell’essere umano vi sia una presenza che non è di
natura individuale ma universale. Questa presenza è sempre viva, ed è questa la
ragione per cui gli esseri esistono, ma, al giorno d’oggi, i sensi interni che
permettono all’individuo di percepirla, spesso sono come addormentati o
narcotizzati. Nonostante questo, la sua vitalità, a volte, si può manifestare
attraverso delle vibrazioni interne che risuonano come un richiamo interiore al
trascendente. Ciò è dovuto al fatto che i simili si attraggono, tendendo
naturalmente verso la riunificazione di ciò che è stato sparso[8].
Come abbiamo
avuto modo di indicare, da un punto di vista iniziatico, l’unione che bisogna
ricercare è quella del soffio divino, presente nel foro interiore di ogni
essere umano, con l’origine spirituale da cui nasce. È in ciò che è contenuto
il senso profondo dell’amore[9].
Così come un uccello in gabbia non potrà
non aspirare a volare libero nel cielo, poiché questa è la sua vera natura,
allo stesso modo, la parte più profonda dell’essere non accetterà di rimanere
rinchiusa nei limiti individuali e chiederà con forza di tornare là dove si
situa la sua vera origine. È questa la ragione per cui, chi percepisca questa
presenza vitale all’interno del proprio cuore, fino a quando non avrà percorso
un cammino di conoscenza, non potrà che essere a disagio, in sofferenza e
sentirà come una mancanza, forse non ancora ben definita, nella sua vita. Egli
è spiritualmente vivo ed è a persone così che intendiamo rivolgerci con i
nostri scritti.
L’appello che nasce nel centro si diffonde
nello spazio attraverso vibrazioni caratterizzate da cerchi concentrici, si
può quindi intuire come il seguire questa chiamata corrisponda a un cammino
che, procedendo in senso inverso, trovi il suo punto di partenza nel cerchio
esteriore, che corrisponde all’attuale stato di percezione della realtà nella
quale si trova l’essere e lo porti, attraverso tappe successive[10]
corrispondenti al raggiungimento di cerchi via via più piccoli, a ritornare
alla propria essenza profonda[11].
Il passaggio da un cerchio esteriore a uno
più interiore implica l’attualizzazione di tutte le possibilità comprese nello
spazio esistente fra i due e, di conseguenza, il raggiungimento del centro,
nel caso specifico dello stato umano, comporta lo sviluppo armonico e totale
delle potenzialità in esso contenute[12].
Ogni cerchio qui rappresentato corrisponde
a una determinata realtà ambientale, realtà alla quale l’essere è per sua
natura strettamente e saldamente legato. Il passaggio da un cerchio più esterno
a uno più interiore implica quindi la completa rinuncia agli attaccamenti che
a esso si riferiscono e, di conseguenza, il raggiungimento del centro presuppone
necessariamente il totale sacrificio dello stato di manifestazione
corrispondente. Il segreto è contenuto negli opposti ed è solo rinunciando che
l’essere può veramente ottenere, cioè, in definitiva, pienamente attualizzare
le proprie possibilità[13].
Questa rinuncia però non sarà né semplice
né indolore. Attaccamenti, fisici e soprattutto psichici, potranno
manifestarsi ad esempio attraverso legami familiari, professionali, le proprie
abitudini o il proprio mentale e tratterranno, anche nei modi più impensati,
l’essere che voglia liberarsene.
Non solo, vi sono pure condizionamenti ereditari e
ancestrali che a un certo punto, se si vuole avanzare nella Via dovranno essere superati[14].
La parte essenziale dell’essere non potrà ritornare armonicamente[15]
alla sua origine fintanto che non si sarà liberata dalle zavorre che la
appesantiscono; da qui la necessità di alleggerirla tramite un profondo lavoro
di purificazione.
Per farci meglio comprendere porteremo ora
un esempio. Un essere che viva nella piena profanità e che si trovi quindi in
una condizione estremamente esteriore e voglia passare a una più interiore, si
troverà nella necessità di abbracciare una forma tradizionale, accettando tutte
le prescrizioni exoteriche da essa imposte e rinunciando a tutto ciò che è
interdetto. Il campo di azione della sua individualità verrà in questo caso
ridotto, vi saranno poi possibili passaggi successivi come quello del legame
iniziatico che potrà svilupparsi in modo graduale portando l’essere via via ad
abbandonare le proprie inclinazioni individuali per seguire la sua vocazione[16].
Chi avrà realmente assimilato questo piano
di realtà, compirà gli atti prescritti e si asterrà da quelli vietati con gioia
e naturalezza e sentirà ogni azione contraria alla legge come opporsi alla
propria natura. A quel punto egli, avendo realizzato quest’aspetto della sua
vocazione, nell’agire in quest’ambito sarà realmente libero[17].
Questi concetti di gioia, naturalezza e libertà, che nella concezione corrente
accompagnano l’idea di vocazione, sono quindi un risultato molto più che un
punto di partenza e, evidentemente, possono essere trasposti a realtà
progressivamente più profonde.
Dicevamo di come i sensi interni che
permettono all’individuo di avvertire la presenza trascendente nel proprio foro
interiore, spesso siano come addormentati o narcotizzati. Una conseguenza di
questo stato di cose può portare l’essere a ignorarne totalmente l’esistenza ed
è questa la drammatica situazione nella quale si trova la stragrande maggioranza
dei nostri contemporanei. Può esserci però anche il caso in cui qualcuno, magari
attraversando un momento particolare della propria vita, percepisca in un
qualche modo questa esistenza vitale all’interno del proprio cuore senza poi
trovare il modo per renderla attiva nella sua esistenza. La vocazione si
manifesta come una chiamata, chi la ha in qualche modo udita, a causa del caos
generale che lo circonda, non sempre è però in grado di identificarne la reale
origine e può essere quindi in difficoltà a seguirla[18].
In definitiva
seguire la vocazione, significa trovare un centro alla propria vita, a esso
tendere e a esso attenersi. Con questa affermazione stiamo parlando di cose
estremamente concrete. L’essere deve quindi poter trovare al livello del suo
attuale stato di percezione della realtà dei supporti tangibili che gli
permettano di interagire con lo spirituale[19].
In un mondo
tradizionale questi supporti, siano essi esseri umani, organizzazioni o altro,
sono facilmente identificabili. In questo contesto sta quindi a ciascuno di
decidere se impegnarsi o meno nell’avanzare nel suo cammino.
Purtroppo, al
giorno d’oggi, così come anche indicato nella nota introduttiva, le realtà
autenticamente spirituali si stanno sempre più ritirando. La conseguenza di
questo fatto è che lo spazio esteriore che hanno lasciato libero è stato
occupato da ogni sorta di realtà, realtà spesso inquietanti, le quali
compongono un panorama particolarmente intricato e lastricato di trappole di
ogni genere.
Questa
considerazione non deve però far cadere nello sconforto e nella rassegnazione.
Vi è un fatto estremamente importante del quale bisogna tenere conto: ogni
atto, sia interiore sia esteriore, non passerà mai realmente inosservato. Dio
osserva tutto[20] e qualora l’attitudine
dell’essere sia sincera, pura, volonterosa e disinteressata[21],
le porte che permettono di raggiungere il centro finiranno per aprirsi una dopo
l’altra davanti a lui[22]
ed egli sarà tenuto lontano dagli inganni[23].
Ogni essere dispone di mezzi e realtà tradizionali alle quali si può
appoggiare ed è nell’esercizio dei propri compiti, fossero anche apparentemente
banali e di poca importanza, nel modo migliore possibile, che risiede il
segreto per avanzare nella via[24].
È utilizzando al meglio gli strumenti di cui si dispone che se ne otterranno di
più perfezionati. Solo così facendo si potrà lasciare la propria condizione
periferica per passare a una più interiore, essendo in qualche modo cooptati;
bisogna ricordarsi che si è sempre alla presenza del Principio che, a seconda
dei comportamenti adottati, può, utilizzando come supporto della sua azione
anche degli esseri umani, fare avanzare o meno nel cammino che conduce a Lui.
Osservando le cose sotto quest’ottica, ad esempio, non è quindi per nulla da
sottovalutare l’importanza di una coscienziosa pratica exoterica o di una seria
attività iniziatica anche all’interno di organizzazioni eventualmente ormai
gravemente degenerate. Ma andremo anche oltre, riprendendo ciò che affermavamo
all’inizio di questo lavoro, quando abbiamo detto che l’essere che oda la
propria chiamata non potrà esimersi dall’affrontare questioni che implichino un
completo rivolgimento della propria vita. In realtà ogni atto, a cominciare dai
più normali e basilari come quello di trovarsi un mestiere, farsi una famiglia
e procreare, se vissuto in funzione di un riavvicinamento al centro, viene come
sublimato e sacralizzato e può contribuire a riportare l’essere “all’ordine” e
all’equilibrio. Questa considerazione finale ci porta a toccare il fondamentale
argomento del cambiamento di mentalità, tema che merita uno studio a parte e
che ci riserviamo di affrontare eventualmente in futuro.
Nomi profani e nomi
iniziatici *
René Guénon
Parlando
precedentemente dei diversi generi di segreti d’ordine più o meno esteriore che
possono esistere in certe organizzazioni, iniziatiche o no, abbiamo menzionato
tra altri il segreto che verte sui nomi dei loro membri; e può ben sembrare, a
prima vista, che quello sia da annoverare tra le semplici misure di precauzione
destinate a proteggersi contro i pericoli che possono provenire da nemici
qualunque, senza che sia il caso di cercarvi una ragione più profonda. In
realtà, è sicuramente così in molti casi, e perlomeno in quelli in cui si ha a
che fare con organizzazioni segrete puramente profane; ma tuttavia, quando si
tratta di organizzazioni iniziatiche, è possibile vi sia in ciò altro, e che
questo segreto, come tutto il resto, rivesta un carattere veramente simbolico.
V’è tanto più interesse a soffermarsi un po’ su tale punto, in quanto la
curiosità dei nomi è una delle manifestazioni più ordinarie
dell’“individualismo” moderno, e in quanto, quando si pretenda d’applicarla
alle cose del dominio iniziatico, testimonia ancora una grave misconoscenza
delle realtà di quest’ordine, e una
spiacevole tendenza a volerle ricondurre al livello delle contingenze profane.
Lo “storicismo” dei nostri contemporanei non è soddisfatto che mettendo dei
nomi propri su tutte le cose, ossia attribuendole a determinate individualità
umane, secondo la concezione più limitata che ci si possa fare di esse, quella
che ha corso nella vita profana e che tiene conto soltanto della modalità
corporea, e solo di quella. Tuttavia, il fatto che l’origine delle
organizzazioni iniziatiche non possa mai essere riferita a tali individualità
dovrebbe già far riflettere a tale riguardo; e, quando si tratta di quelle
dell’ordine più profondo, i loro stessi membri non possono essere identificati,
non affatto perché si dissimulino, il che, per quanta cura vi pongano, non può
essere sempre efficace, ma perché, in tutto rigore, non sono dei “personaggi” nel senso in cui lo vorrebbero gli
storici, tanto che chiunque
crederà di poterli nominare cadrà, con ciò stesso, inevitabilmente in errore[25]. Prima di passare a spiegazioni più ampie
su questo, diremo che qualcosa d’analogo si
ritrova, fatte le debite proporzioni, in tutti i gradi della scala
iniziatica, anche nei più elementari, di modo che, se un’organizzazione
iniziatica è realmente quel che dev’essere, la designazione di uno qualunque
dei suoi membri con un nome profano, anche se è esatta “materialmente”, sarà
sempre inficiata di falsità, suppergiù come lo sarebbe la confusione tra un
attore e un personaggio di cui reciti la parte e del quale ci si ostinerebbe ad
attribuirgli il nome in tutte le circostanze della sua esistenza.
Abbiamo già insistito sul concetto
dell’iniziazione come una “seconda nascita”; è precisamente per un’immediata
conseguenza logica di questo concetto che, in numerose organizzazioni,
l’iniziato riceve un nuovo nome, differente dal suo nome profano; e non si
tratta di una semplice formalità, giacché tale nome deve corrispondere a una
modalità ugualmente differente del suo essere, quella la cui realizzazione è
resa possibile dall’azione dell’influenza spirituale trasmessa con
l’iniziazione; si può d’altronde notare che, anche dal punto di vista
exoterico, la medesima pratica esiste, con una ragione analoga, in taluni
ordini religiosi. Avremo dunque per il medesimo essere due modalità distinte,
l’una che si manifesta nel mondo profano, e l’altra all’interno dell’organizzazione iniziatica[26]; e, normalmente,
ciascuna di esse deve avere il suo nome proprio, quello dell’una non convenendo all’altra, poiché
si situano in due ordini realmente differenti. Si può andare oltre: a ogni
grado d’iniziazione effettiva corrisponde ancora un’altra modalità dell’essere;
questi dovrebbe dunque ricevere un nuovo nome per ciascuno di tali gradi, e,
anche se tale nome non gli è attribuito in realtà, nondimeno esiste, si può
dire, quale espressione caratteristica di quella modalità, giacché un nome non
è altro che questo in realtà. Ora, siccome queste modalità sono gerarchizzate nell’essere, lo stesso si
può dire dei nomi che le rappresentano rispettivamente; un nome sarà dunque tanto più vero
quanto più corrisponderà a una modalità d’ordine profondo, poiché, con ciò
stesso, esprimerà qualcosa che sarà più vicino alla vera
essenza dell’essere. È dunque, contrariamente all’opinione comune, il
nome profano che, essendo
legato alla modalità più esteriore e alla manifestazione più superficiale, è il
meno vero di tutti; ed è soprattutto così in una civiltà che ha perduto qualsiasi carattere tradizionale, e in cui tale nome non esprime
pressoché più niente della
natura dell’essere. Quanto a quello che si può chiamare il vero nome
dell’essere umano, il più vero di tutti, nome che è d’altronde propriamente un
“numero”, nel senso pitagorico e cabbalistico di questa parola, è quello che
corrisponde alla modalità centrale della sua individualità, ossia alla sua
restaurazione nello “stato primordiale”, giacché è quello che costituisce
l’espressione integrale della sua essenza individuale.
Risulta da queste considerazioni che
un nome iniziatico non ha da essere conosciuto nel mondo profano, poiché
rappresenta una modalità dell’essere che non può manifestarsi in quest’ultimo,
di modo che la sua conoscenza cadrebbe in certo qual modo nel vuoto, non
trovando niente a cui possa applicarsi realmente. Inversamente, il nome profano
rappresenta una modalità di cui l’essere deve spogliarsi quando entra nel dominio
iniziatico, e che non è più allora per lui se non una semplice parte che recita
all’esterno; questo nome non può dunque valere in tale dominio, rispetto al
quale quel ch’esprime è in certo qual modo inesistente. Va da sé, d’altronde,
che queste profonde ragioni della distinzione e per così dire della separazione
del nome iniziatico e del nome profano, come designanti delle “entità”
effettivamente differenti, possono non essere coscienti in tutti gli ambiti
dove il cambiamento di nome è praticato in realtà; può accadere che, in
seguito a una degenerazione di talune organizzazioni iniziatiche, si arrivi in
esse a tentare di spiegarlo con dei motivi del tutto esteriori, ad esempio
presentandolo come una semplice misura di prudenza, il che, insomma, ha più o
meno lo stesso valore delle interpretazioni del rituale e del simbolismo in un
senso morale o politico, e non impedisce affatto che vi sia stato tutt’altro in
origine. Per contro, se si tratta soltanto di organizzazioni profane, questi
medesimi motivi esteriori sono ben realmente validi, e non può esservi niente
di più, a meno tuttavia che non vi sia anche, in certi casi, come abbiamo già
detto a proposito dei riti, il desiderio d’imitare gli usi delle organizzazioni
iniziatiche, ma, naturalmente, senza che ciò possa allora corrispondere alla
minima realtà; e questo dimostra ancora una volta che apparenze similari
possono, in realtà, nascondere le cose più differenti.
Ora, tutto quel
che abbiamo detto sinora di questa molteplicità
di nomi, rappresentanti altrettante modalità dell’essere,
si riferisce unicamente a delle estensioni dell’individualità umana, comprese
nella sua realizzazione integrale, ossia, iniziaticamente, al dominio dei
“piccoli misteri”, come spiegheremo in seguito in modo più preciso. Quando
l’essere passa ai “grandi misteri”, ossia alla realizzazione di stati
sovraindividuali, passa con ciò stesso di là dal nome e dalla forma, poiché,
come insegna la dottrina indù, queste (nâma-rûpa) sono le rispettive
espressioni dell’essenza e della sostanza dell’individualità. Tale essere,
veramente, non ha dunque più nome, poiché quella è una limitazione di cui si è
ormai liberato; potrà, all’occorrenza, assumere qualsiasi nome per manifestarsi
nel dominio individuale, ma tale nome non l’intaccherà in alcun modo e sarà per
lui altrettanto “accidentale” quanto un semplice vestito che si può togliere o
cambiare a volontà. È questa la spiegazione di quanto dicevamo sopra: quando si
tratta di organizzazioni di quest’ordine, i loro membri non hanno nome, né
tanto meno d’altronde ne hanno uno esse stesse; in tali condizioni, cosa rimane
ancora che possa prestare il fianco alla curiosità profana? Quand’anche questa
arrivi a scoprire qualche nome, essi non avranno che un valore tutto
convenzionale; e questo può verificarsi già, assai spesso, per delle
organizzazioni d’ordine inferiore a quello, nelle quali saranno impiegate ad
esempio delle “firme collettive”, rappresentanti, sia queste stesse
organizzazioni nel loro insieme, sia delle funzioni intese indipendentemente
dalle individualità che le adempiono. Tutto ciò, lo ripetiamo, discende dalla
natura stessa delle cose d’ordine iniziatico, in cui le considerazioni
individuali non contano niente, e non ha affatto come scopo di sviare certe
ricerche, benché questo ne sia una conseguenza di fatto; ma come potrebbero i
profani supporre altro dalle intenzioni ch’essi stessi possono portarvi?
Da ciò deriva anche, in molti casi, la difficoltà o addirittura
l’impossibilità d’identificare gli autori di opere aventi un certo carattere
iniziatico[27]: o esse sono interamente anonime, o, il che è lo stesso, hanno per
firma soltanto un marchio simbolico o un nome convenzionale; non v’è d’altronde
alcuna ragione perché i loro autori abbiano svolto nel mondo profano
un ruolo apparente qualunque. Quando tali opere portano al contrario il nome di
un individuo conosciuto peraltro per avere vissuto effettivamente, non si è con
ciò molto più facilitati, giacché non è per questo che si saprà esattamente con
chi o con che cosa si ha a che fare: tale individuo può benissimo essere stato
soltanto un portaparola, se non una maschera; in un caso simile, la sua opera
presunta potrà implicare delle conoscenze ch’egli non avrà mai avuto realmente;
egli può essere soltanto un iniziato di grado inferiore, o anche un semplice
profano che sarà stato scelto per qualsivoglia ragione contingente[28]; e allora non è evidentemente l’autore che ha importanza, ma unicamente
l’organizzazione che l’ha ispirato.
Del resto, anche nell’ordine profano, ci si
può stupire dell’importanza attribuita ai nostri giorni all’individualità di un
autore e a tutto quel lo tocca da presso o da lungi; forse che il valore
dell’opera dipende in qualche modo da queste cose? D’altro canto, è facile
constatare che la preoccupazione di dare il proprio nome a qualunque opera si
incontra tanto meno in una civiltà quanto più questa è strettamente legata ai
principi tradizionali, di cui, infatti, l’“individualismo” sotto tutte le sue
forme è veramente la negazione stessa. Si può comprendere senza fatica come
tutte queste cose siano legate tra loro, e non vogliamo insistervi oltre, tanto
più che sono cose sulle quali ci siamo già sovente spiegati altrove; ma non era
inutile sottolineare ancora, in quest’occasione, il ruolo dello spirito
antitradizionale, caratteristico dell’epoca moderna, come causa principale
dell’incomprensione delle realtà iniziatiche e della tendenza a ridurle ai
punti di vista profani. È questo spirito che, sotto nomi quali “umanesimo” e “razionalismo”, si sforza costantemente,
da diversi secoli, di ricondurre tutto alle proporzioni della comune
individualità umana, intendiamo dire della ristretta porzione che ne conoscono
i profani, e di negare tutto quel che oltrepassa tale dominio strettamente
limitato, dunque in particolare tutto quel che attiene all’iniziazione, a
qualsivoglia grado. Occorre appena far notare che le considerazioni che abbiamo
appena esposto qui si basano essenzialmente sulla dottrina metafisica degli
stati molteplici dell’essere, di cui sono una diretta applicazione[29]; come potrebbe tale dottrina essere compresa da coloro che pretendono di
fare dell’uomo individuale, e persino solo della sua modalità corporea, un
tutto completo e chiuso, un essere sufficiente a se stesso, invece di vedervi
soltanto quel ch’esso è in realtà, la manifestazione contingente e transitoria
di un essere in un dominio molto particolare nell’indefinita moltitudine di
quelli il cui insieme costituisce l’Esistenza universale, e ai quali
corrispondono, per questo medesimo essere, altrettante modalità e stati
differenti, di cui gli sarà possibile prendere coscienza precisamente seguendo
la via che gli è aperta dall’iniziazione?
Mestieri d’Oriente e
d’Occidente *
Struttura comune dei testi orientali e occidentali che regolamentano i
mestieri
Pierre Delabaty
René Guénon,
quando ha evocato la deviazione dell’Occidente moderno che ha avuto l’effetto
di allontanarlo dalla norma tradizionale ancora rappresentata, nel suo tempo,
dall’Oriente[30], ha spesso fatto
osservare che questa lontananza non è sempre esistita, e che in «certe epoche,
di cui la più vicina a noi è il Medioevo, lo spirito occidentale era molto
simile, nei suoi aspetti più importanti, a quel che è ancora oggi lo spirito
orientale, molto più di quanto assomigli a quel che è divenuto nei tempi
moderni»[31]. In altre occasioni non
ha escluso, per quanto riguarda una rinnovazione delle scienze tradizionali
perdute in Occidente, che «quando avremo i dati indispensabili per comprendere,
vale a dire quando possiederemo la conoscenza dei principi, non si possa
ispirarsi in una certa misura da queste antiche scienze, così come dalle
scienze orientali, attingere nelle une e nelle altre certi elementi
utilizzabili, e soprattutto trovarvi l’esempio di quel che occorre fare per
dare ad altre scienze un carattere analogo; ma si tratterà sempre d’adattare, e
non di copiare puramente e semplicemente»[32].
Quel ch’è detto delle scienze tradizionali può esserlo anche dei mestieri[33],
dal momento che René Guénon ha costatato che è in questo
dominio che l’Occidente possiede ancora iniziazioni, ciò che dà loro un
vantaggio rispetto a certe scienze, e arti, quasi completamente perdute. Gli
accostamenti che possono essere fatti, alla luce dei testi che ci sono
pervenuti, tra le iniziazioni basate sui mestieri in Oriente e in Occidente,
sono quindi suscettibili di ispirare coloro che sinceramente cercano di
rivivificare questi mestieri in un senso conforme alla concezione tradizionale.
D’altra parte, è necessario precisare che l’interesse di Guénon verso i
mestieri non era d’ordine solamente “teorico”? Ci sembra infatti
particolarmente importante ricordare che, secondo una menzione fatta da Denys
Roman, «Guénon ha potuto essere iniziato Compagnone tipografo dal momento che
aveva redatto dei testi destinata alla stampa»[34].
Le scienze tradizionali,
«come le arti e mestieri, che tradizionalmente sono una sola e stessa cosa»[35],
possono assumere diversi aspetti, secondo i tempi e i luoghi, sposando la forma
d’espressione d’una particolare tradizione ma, siccome tutti derivano dai
principi metafisici della Tradizione, rivelano un’unità che può essere
facilmente costatata quando si facciano gli accostamenti appropriati. Queste
scienze, arti e mestieri, essendo così tutti iscritti nella natura profonda
dell’uomo – altrimenti gli sarebbe impossibile prenderne coscienza – e avendo
l’uomo incontestabilmente, nonostante le differenze storiche e geografiche
delle sue manifestazioni, una struttura fondamentale unica, è normale che, in
circostanze analoghe e con intenzioni analoghe, le scienze, arti e mestieri che
a lui si ispirano si somigliano, talvolta fin nei dettagli, essendo per di più,
come abbiamo ricordato, il principio d’ispirazione unico. Questo è ciò che si
percepisce immediatamente alla lettura dei testi occidentali e orientali che
codificano i mestieri.
Il seguente studio si
baserà principalmente, per il lato occidentale, sui documenti la cui origine è
nel Compagnonaggio e nella Massoneria[36],
dal momento che sono i più numerosi e i più completi tra quelli a nostra
disposizione e, per il lato orientale, sulle traduzioni delle cosiddette Risâlât dei mestieri che erano ancora in
vigore, in alcuni paesi dell’area islamica, poche decine d’anni fa. Questi documenti provengono da regioni
che si estendono dalla Turchia all’Afghanistan e al Pakistan attuali.
Essi comprendono quel che viene chiamato futuwwah
(termine che deriva da fatâ,
“giovane”, “eroe”), che potrebbe essere considerato una spiritualità legata
all’azione e alla parte “attiva” della vita d’un uomo[37].
Non ci proponiamo di
considerare gli aspetti storici, sociologici, politici, ecc., di questi testi;
li prenderemo quali sono, per trarne informazioni svincolate il più possibile
dalle contingenze di tempo e luogo[38].
Siamo affatto persuasi che tutti questi documenti possono essere stati scritti
dopo una lunga trasmissione orale, conformemente a una pratica abituale, e come
attestano senza ambiguità gli Statuti di
Ratisbona (1459) che si presentano come una rinnovazione e un chiarimento
delle “vecchie tradizioni”. Peraltro, gli esempi presi qui come riferimento
appartengono a due tradizioni specifiche, il Cristianesimo e l’Islam, ma è
evidente, per i ricercatori qualificati, che le modalità, assunte dai mestieri
sotto l’influenza di queste due tradizioni, non fanno che ricoprire un fondo
più antico che non dev’essere, in ogni caso, identificato con una tradizione
particolare: l’unità e la perennità pertengono ai principi che abbiamo evocato
sopra. È vero, tuttavia, che le fonti scritte di cui ci serviremo riflettono,
soprattutto per l’Occidente, lo stato dei mestieri nel Medioevo[39],
ed è per questo che abbiamo citato questo periodo fin dall’inizio del nostro
lavoro. Non si può dire lo stesso per i dati orientali poiché, come abbiamo
precisato, le norme enunciate in queste fonti erano ancora applicate fino a
poco tempo fa, nel quadro attivo dei mestieri.
Essendo i testi massonici e
compagnonici più accessibili e conosciuti in Occidente, li citeremo senza
presentazione. Per contro è necessario soffermarsi un po’ sulle “Risâlât dei mestieri” [40].
Le Risâlât dei mestieri
Il termine Risâlah, al singolare, può indicare la
missione d’un Rasûl (un Inviato, un
Messaggero di Dio), un trattato, un’epistola, una lettera, un messaggio. Nel
caso che ci interessa qui, si tratta di «piccoli quaderni manoscritti, facili
da mettere in tasca, poiché il suo proprietario deve sempre portarla con sé»
(Centlivres-Demont, p. 83), e che contengono quel che si potrebbe chiamare la
“carta” del mestiere. Il numero di pagine può variare da alcune a oltre un
centinaio. La lingua utilizzata è quella della regione o della popolazione
specifica che pratica il mestiere, ma le formule sacre e rituali sono in arabo,
rispettando il linguaggio formale del Corano. I maestri-artigiani dovevano
obbligatoriamente possedere una risâlah
e portarla su di sé perché la loro attività potesse essere considerata
legittima; era lo stesso, a fortiori,
del rispetto delle prescrizioni in essa contenute. Copie manoscritte di questi
piccoli trattati potevano assumere l’aspetto di talismani o amuleti indossati
al braccio o al collo (Mokri, p. 137). Queste carte sono considerate come
ispirate da Dio al santo Patrono della professione (Gavrilov, pp 217-218) al
fine di dirigere in tutti i suoi atti
l’artigiano tradizionale, ciò che ha valso loro, all’inizio del XX secolo,
attacchi da parte di modernisti e sapienti exoteristi (Ibid., p. 217). Esse esistono ogni volta che v’è un corpo di
mestiere organizzato (Ibid., pp
211-212)[41]; gli esperti in materia
sono riluttanti a usare il termine “corporazione”, con il significato tecnico
che noi gli attribuiamo per il Medioevo occidentale (Centlivres, p 164);
Gavrilov mantiene tuttavia l’espressione “corporazioni primitive” (p. 210).
La Risâlah doveva essere letta, normalmente, una volta al giorno dal
maestro-artigiano e, se non sapeva leggere,
doveva almeno tenerla su di sé o farsela recitare da qualcuno (Gavrilov, p.
222; Mokri, p 159); si vede con ciò che le risâlât più brevi possono essere considerate come memorandum. Osservare scrupolosamente il
contenuto di queste carte procura enormi vantaggi, poiché alcune dichiarano:
Sappiate e capite, che ogni maestro, che osserverà i regolamenti di questa
rissala, sarà felice in questo mondo e nell’aldilà, se Allâh l’Altissimo lo
vuole (Gavrilov, p. 222).
L’esistenza della risâla in ogni
negozio proteggerà questo negozio da tutte le calamità e dalla gelosia dei
gelosi (Centlivres-Demont, p. 87)[42].
Il contrario
attira la maledizione su chi contravviene:
Il suo mestiere sarà harâm (proibito dalla legge religiosa),
il suo cibo e i suoi vestiti saranno impuri, i pîrs
e i maestri saranno scontenti di lui, ed egli non trarrà nessun profitto dal
suo mestiere, sanzioni, maledizioni s’abbatteranno su di lui
nel Giorno del Giudizio: avrà il viso nero, sarà vergognoso di
fronte ai pîrs e ai maestri, e il
perdono non gli sarà concesso[43].
Il testo della risâlah
è trasmesso al nuovo maestro dopo la sua iniziazione. È difficile, come per i
testi occidentali che regolano i mestieri,
datare storicamente i modelli originali delle risâlât, e questo tanto più che esse sono forse le forme
islamizzate di codici che esistevano a volte nelle civiltà scomparse, senza
dimenticare la possibilità, come altrove, di trasmissioni orali precedenti la
redazione scritta. In Afghanistan, queste risâlât erano ancora in funzione,
nonostante gli attacchi dei modernisti e degli Ulema, fino agli anni settanta. È possibile che in zone remote
siano praticate ancora oggi.
Non faremo confronti tra un testo
occidentale[44] e uno specifico testo
orientale, ma mostreremo che l’insieme dei documenti studiati fa emergere una
struttura simile, pur se ogni singolo documento non contiene necessariamente
tutti gli elementi di questa struttura. Procedendo così, stabiliamo una sorta
di “schema-tipo” o di “matrice ideale”, che può servire come riferimento per lo
studio di tutti i documenti di tale specie. Dopo aver rapidamente identificato
gli elementi di questa “matrice”, li svilupperemo più dettagliatamente
richiamandoci ai testi.
La partecipazione
all’exoterismo
Una costatazione va fatta
fin dall’inizio: sia dal lato occidentale, soprattutto per i testi più antichi,
sia da quello orientale, le carte dei mestieri integrano elementi spirituali
innegabili. Il mestiere che, di per sé, come abbiamo detto sopra, non appartiene
a una particolare tradizione, è “rivestito” d’una forma islamica o cristiana
che “tinge” la sua sacralità. Sotto questa forma si ritiene rivelato da Dio[45].
Gli elementi spirituali più facilmente identificabili sono d’ordine exoterico,
ma la presenza di dati esoterici e iniziatici è indubitabile. È su questi
ultimi, “liberati” di qualsiasi connotazione “religiosa”, che s’afferma
peraltro una certa concezione della moderna Massoneria che, nel migliore dei
casi, consente d’accettare dei non cristiani ma anche, ciò che è più problematico
dal punto di vista della regolarità tradizionale completa definita da René
Guénon, d’integrare esseri che non partecipano ad alcun exoterismo[46].
Va da sé che i mestieri,
durante il Medioevo occidentale e molto dopo, erano impregnati della
tradizione ambiente. Il manoscritto Cooke
stabilisce senza ambiguità che Dio ispira le scienze necessarie all’attuazione
del mestiere: «Inoltre egli [Dio] ha dato all’uomo la comprensione e la
conoscenza di varie scienze e arti che ci permettono di lavorare in questo
mondo affinché si giunga, guadagnandoci da vivere, a realizzare diverse cose
che piacciono a Dio e contribuiscono al nostro conforto e al nostro bene»[47].
Per quanto riguarda la
necessità di una pratica exoterica, le cose sono chiare: il manoscritto Grand Lodge (1583) spiega che «Il primo
dovere è questo. Che dovete essere fedeli a Dio e alla santa Chiesa», e
sarebbe noioso rilevare tutti i passaggi in questo genere di documenti per
dimostrare che il mestiere deve collocarsi nel quadro tradizionale circostante[48].
Tuttavia, non si può non evocare in dettaglio il Regius (fine del XIV secolo, inizi del XV, secondo diverse
datazioni) che è il più esplicito in merito
al coinvolgimento dell’uomo di mestiere nella vita tradizionale cristiana
e soprattutto cattolica. Tutta la parte dedicata a questo soggetto comincia al
versetto 581 e la sua redazione, come
l’intero manoscritto, è chiaramente riconducibile all’ambiente clericale[49]:
Siate molto attenti, ora, vi prego:
Dovete infatti sapere tutto quel che
segue.
Seguono:
– l’affermazione della sacralità della chiesa in quanto Tempio della
presenza divina (v. 588-590):
La santa Chiesa è la casa di Dio,
Non è fatta per altri scopi
Che per pregarvi, come dice la Scrittura.
– la raccomandazione
dell’uso dell’acqua santa (v. 600-602):
Prenderai un po’ d’acqua santa,
Giacché ogni goccia che toccherà la tua
mano
Cancellerà un peccato veniale, siine
certo.
– l’ingiunzione
d’osservare i dieci comandamenti (v. 611-612);
– quella d’astenersi dai
sette peccati capitali (v. 614-616);
– la necessità di dire
certe preghiere (v. 622, 643-656):
E di’ il Pater Noster e l’Ave […]
“Signore Gesù, sii il benvenuto,
Tu che vedo sotto le apparenze del pane.
Ora, Gesù, per il tuo santo nome,
Proteggimi dal peccato e dalla vergogna;
Concedimi l’assoluzione e la comunione […]
Concedimi la beatitudine senza fine”;
– la
raccomandazione di scrutare il mistero della visione dell’ostia e approfittare
di tutte le grazie che vi sono collegate (v. 658-684);
– il consiglio di
presenza formale quotidiana alla messa, se possibile (v. 685-686):
Vieni quindi in chiesa, se puoi,
Ad ascoltare la messa ogni giorno
– e di pregare per l’intenzione quando non si possa
partecipare alla messa (v. 687-692).
Abbiamo
volutamente tralasciato un’ingiunzione molto forte, che viene dalla pratica
legata esclusivamente alla presenza in chiesa, e che recita (v. 595-598):
Quando sei in cammino verso la chiesa,
Abbi ben presente in ogni momento,
Che devi adorare il signore tuo Dio giorno
e notte
Con tutto il tuo spirito e con tutta la
tua forza.
Ci torneremo più
avanti.
Inoltre, a parte
l’obbligo di approfittare della grazia erogata secondo il canale della Chiesa,
è ipotizzabile che il Regius assegni un’efficacia spirituale alle scienze tradizionali in
sé (v. 551-576). Dopo aver affermato che Euclide è all’origine di una
«moltitudine di mestieri diversi», e che «istituì le sette scienze» che sono la
grammatica, la dialettica, la retorica, la musica, l’astronomia, l’aritmetica e
la geometria – quest’ultima permettendo «di discernere con certezza il vero dal
falso» – conclude:
Questi sono le sette scienze,
Chi se ne serve correttamente può
guadagnare il cielo[50].
Philippe Langlet
(pp. 66-81) e altri autori hanno fatto interessanti osservazioni sulle
straordinarie coincidenze, tanto di struttura che di sostanza, tra il testo del
Regius e le regole monastiche di S.
Benedetto, S. Agostino e la regola cistercense. Possiamo così stabilire un
parallelo tra i voti dei monaci e i giuramenti dei massoni: impegno generale nella vita cristiana, impegno
specifico nella vita della comunità monastica o massonica, impegno
nell’obbedienza al maestro, ecc.
Dal lato islamico «il tratto comune a
tutte queste risâla è il principio,
fondamentale nell’Islam, della subordinazione di ogni attività materiale a una
finalità spirituale. Ogni mestiere è d’origine divina ed è stato trasmesso agli
uomini tramite l’arcangelo Gabriele[51].
Ogni operazione legata al mestiere deve essere accompagnata da parole coraniche
o d’invocazioni a Dio o a Muhammad. Nessun mestiere è lecito senza ciò». «I
benefici (del suo mestiere) devono tornare a
lui (da Dio) tramite gli spiriti dei pîr
e dei maestri, dicono le risâla»
(Centlivres-Demont, p. 84). I “Catechismi” sono formali sull’orientazione
spirituale generale del mestiere che poggia sulla Legge sacra e, spesso, non
nascondono la sua relazione con gli ordini iniziatici (Ibid., p. 85).
Formalmente, queste carte iniziano
inevitabilmente con la Basmalah[52],
che è seguita da formule di glorificazione d’Allâh e da preghiere sul Profeta. Alcune risâlât contengono, nel corpo del testo o in appendice,
precisazioni riguardanti i riti exoterici obbligatori (come fare le abluzioni
rituali e la preghiera, ad esempio; Gavrilov, p 227).
Sopra abbiamo richiamato l’attenzione
sulle affinità di fondo e di forma tra la “Regola”
del Regius e le regole monastiche;
un’osservazione simile s’impone sulle corrispondenze osservate tra le risâlât e gli statuti delle
confraternite sufi: «Le risâla,
rituali delle corporazioni, evocano le confraternite sufi e ne sono
probabilmente un accesso» (Centlivres-Demont,
pag 88). Jean-Claude Vadet, nell’articolo citato alla nota 10, ha chiarito i
rapporti tra sufismo e la futuwwa,
l’etica che regge le leggi dei mestieri in una prospettiva spirituale.
La leggenda del
mestiere
La leggenda del mestiere è
presente nella maggior parte degli antichi testi massonici cristiani così come
nelle risâlât. Essa è di natura più
simbolica che storica; i personaggi scelti come elementi della
leggenda e gli eventi cui partecipano hanno ben pochi rapporti con la storia,
nel senso moderno della parola, e anche con una certa idea della storia tradizionale
stimata “ortodossa” nell’ambiente “religioso”. Tanto dal lato cristiano che da
quello islamico, i contenuti delle carte dei mestieri, le credenze e
comportamenti che deducono, sono stati a volte oggetto di condanne da parte
delle autorità exoteriche, in certe epoche. Tutto dipende da ciò che si valuta
“ortodosso”: è certo che nel Medioevo, molte delle tradizioni che erano
accettate furono, in seguito, considerate “apocrife”, e perfino sospette.
Occorre quindi essere molto prudenti nel giudicare questi elementi, e non
rifiutare a priori delle tradizioni di cui non conosciamo l’origine.
Inoltre, questi racconti mirano soprattutto a descrivere delle catene di
trasmissione d’influenze spirituali sulle quali la scienza “storica” moderna,
con i metodi che conosciamo, non ha di fatto alcuna presa.
Dal
lato cristiano, le leggende delle origini dei mestieri non mancano. I testi
massonici dicono che questa «scienza è antica quanto
l’umanità», come afferma il Cavalier Ramsay nel suo famoso discorso, e se la geometria e
l’architettura sono raramente collegate direttamente ad Adamo, questi è almeno
citato all’inizio della leggenda del mestiere che si basa sul Genesi. I dati tratti dal Libro sacro
pongono, dal punto di vista tradizionale, una serie di problemi che non è
possibile affrontare qui, e ci limiteremo a seguire formalmente quel che
descrivono i documenti.
Il manoscritto Cooke[53]
fa risalire l’invenzione della geometria e della Massoneria a Jabel, uno dei
figli di Lameth, perch’egli «fu l’antenato di coloro che vivono sotto la tenda». Questi è presentato come il maestro
massone di Caino che fece costruire la prima città chiamata “Enoch”, dal nome
di suo figlio[54]. Durante il diluvio, la
trasmissione delle scienze e tecniche viene fatta con le famose “colonne” o
“pilastri” che sono ritrovati uno «da un grande chierico di nome Pitagora» e l’altro da «Ermete il filosofo»[55].
Poi viene la costruzione della torre di Babilonia da parte di «Nembroth»[56].
A questo punto, il manoscritto attribuisce una particolare importanza alla
trasmissione delle scienze tradizionali da parte di Abramo ed Euclide che
sarebbe stato suo allievo[57].
È da quest’ultimo che la geometria avrebbe avuto il suo nome definitivo. La
critica “storica” è dubitativa – perfino beffarda – circa l’avvicinamento
anacronistico operato tra Abramo[58]
ed Euclide, quando è facile costatare che la tradizione vuole qui dimostrare
che due tipi di spiritualità possono integrare queste scienze: il tipo
rivelato rappresentato da Abramo e il tipo sapienziale rappresentato da
Euclide. Il fatto che quest’ultimo sia considerato come l’allievo del primo
indica un rapporto di subordinazione. L’Egitto svolge un ruolo importante
nella trasmissione dell’arte della costruzione prima dell’installazione nella
terra promessa: «Durante tutto il tempo in cui i figli d’Israele abitarono in
Egitto appresero l’arte della massoneria».
Poi vennero i regni di Davide e Salomone, e la costruzione del Tempio di
Gerusalemme. La trasmissione dell’arte passa poi in Occidente con Carlo II, «re
di Francia» (Carlo Martello) «che fu
massone prima d’essere re»,
Sant’Albano e il re d’Inghilterra Athelstan. Il manoscritto Dumfries no 4 assegna un
ruolo importante a un personaggio misterioso di nome «Minus Greenatus, alias
Green»[59] che
avrebbe stabilito il legame tra la Palestina e l’Occidente, e il manoscritto
Grand Lodge no 1 (1583)
cita il famoso Hiram e suo figlio “Aynone”. Un certo Hadrien, che potrebbe ben
essere l’Imperatore romano e grande costruttore, è pure talvolta presentato.
In ogni caso, la leggenda
del mestiere massonico riflette abbastanza bene le influenze che diedero, su
altri piani, forma alla tradizione cristiana occidentale, con riferimenti da un lato a nomi dell’Antichità (Grecia, Impero Romano), e dall’altro a
personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento[60].
Anche per il Compagnonaggio, le fonti leggendarie sono molto varie. Jean-François
Blondel, nell’Encyclopédie du
Compagnonnage (pp. 333-334) ne enumera le principali: l’Antico e il Nuovo Testamento, i loro apocrifi,
la tradizione cristiana, gli ordini cavallereschi, gli ordini monastici, le
fonti comuni alla Massoneria, la mitologia antica, le leggende legate a un
edificio religioso.
Dal lato islamico, per i
tessitori ad esempio, la leggenda fa risalire l’origine del mestiere a
Gabriele, Adamo ed Eva, attorno al tema della nudità da coprire dopo la disobbedienza,
seguita all’intervento di Satana (Gavrilov, pp. 222-225). Allâh esaudisce una
richiesta d’Adamo, e Gabriele offre a questi due foglie di fico del Paradiso
che, dopo essere state piantate, danno due alberi: un fico e una pianta del
cotone. Con questa Eva, nonostante i tentativi di Satana di far fallire il
progetto, utilizzando strumenti e tecniche provenienti dal Paradiso, fila e
tesse il cotone per farne il primo abito a celare la nudità. In seguito Seth,
figlio d’Adamo e Profeta d’Allâh, riceve dal padre l’arte della tessitura che
trasmette alle sue quaranta figlie che filano per quarant’anni abbastanza da
fare un indumento al giorno. Il trattato poi ci dice che i differenti tessuti,
che richiedono l’attuazione di specifiche tecniche, possono provenire da un
profeta (Daniele), da un saggio (Luqmân), da un santo (Najm ad-Din Kubrâ), ecc.
Peraltro (Ibid., p 227), è detto che
ci sono stati quattro profeti-maestri del mestiere: Adamo, Noè, Abramo,
Muhammad.
Come per i primi testi
massonici, la preoccupazione per la logica storica o cronologica è assente
nelle risâlât. Sembra che la cosa più
importante, in questo caso, sia di porsi sotto la barakah, l’influenza spirituale, di patroni spiritualmente
importanti. Se il legame organico con tali protettori non
emerge sempre chiaramente, non significa che non esista. A volte basta che il profeta o il santo abbia
aiutato un’anziana signora a portare il suo secchio d’acqua, o abbia dissetato
qualcuno, perché la professione dei portatori d’acqua sia autenticata e
sacralizzata; da questo semplice fatto, il mestiere acquisisce un patrono di
riferimento. Accade anche che gli elementi di un’attività siano sacralizzati
d’ufficio, quando la loro invenzione e la loro attuazione sono, evidentemente,
recenti: è il caso, nelle risâlât dei
soldati dell’uso dei fucili o moschetti che, storicamente parlando, non
potevano essere annoverati tra le armi del soldato all’origine (Kassim, pp.
264-270).
Il santo
patrocinio e il lignaggio dei maestri del mestiere
Questa questione è
strettamente legata al soggetto precedente. Tanto in Oriente che in Occidente,
i corpi di mestieri organizzati si costituiscono spesso come una sorta di
“confraternita” ponendosi sotto l’ispirazione e la protezione d’uno o più
santi, e di maestri conosciuti per il loro “coinvolgimento” nel mestiere.
Questi riferimenti hanno la loro origine nei testi sacri, in particolare
l’Antico e il Nuovo Testamento dal lato cristiano, il Corano e le Tradizioni
profetiche dal lato musulmano. Ma le fonti da cui è tratto sono a volte meno
evidenti; pensiamo a certi apocrifi o a leggende particolari che possono,
all’occasione, essere riesumate dai rappresentanti dell’exoterismo, e sembrano
sviare gli storici moderni. In questo dominio, il legame tra i santi patroni
scelti e il mestiere può apparire talvolta molto debole: spesso ciò accade
perché non abbiamo sempre una conoscenza dettagliata degli elementi che hanno
guidato la scelta che si fa a volte su un dettaglio leggendario[61]
o su una tradizione assodata, ma che non è significativa per coloro che sono al
di fuori del mestiere. Succede anche che certi mestieri “minori”, aderendo a un mestiere “maggiore”, adottano il santo patrono di
quest’ultimo; in questo caso, il legame diretto con il santo prediletto è meno
evidente. In tal caso ancora, è il metodo basato sul simbolismo che permette, nella maggior parte
dei casi, di risolvere le difficoltà.
I santi patroni ai quali
più spesso si fa riferimento in Massoneria sono i due san Giovanni,
Sant’Andrea di Scozia e i Quatuor
Coronati, i “Quattro Coronati”. San Giovanni Evangelista e san Giovanni
Battista sono legati alle feste dei solstizi d’inverno e d’estate che hanno
mantenuto la loro importanza nella Massoneria contemporanea. Tutti i corpi di
mestieri hanno uno o più santi patroni, e molti possono avere lo stesso; così
nel Medioevo san Giovanni Evangelista è il protettore di molti mestieri:
alchimisti, bottiglieri, cartai, scrittori, copisti, teologi,
pittori, scultori, vignaioli, incisori, stampatori, librai, ecc. Sarebbe noioso elencarli tutti, tanto più
che è un soggetto abbastanza conosciuto[62].
Questo non è il caso per
l’Islam, ove i documenti di cui disponiamo sono abbastanza rari[63].
Citeremo quindi il prezioso lavoro di Micheline Centlivres-Demont (p. 85) che
si riferisce ai Pîr, o santi patroni[64]:
I Pîr
riconosciuti dai mestieri di cui abbiamo le risâla
sono:
– barbieri: Salmân al-Fârisî/Salmân Pâk, compagno
del Profeta; liberto d’origine persiana; convertito all’Islam, sarebbe stato
il primo a radere la testa del Profeta e dei suoi compagni come segno della
loro iniziazione[65]. Uno dei fondatori del
Sufismo.
– macellai: Jawânmard-e qasâb, figlio del primo
macellaio di Multan convertito all’Islam, e che fu sacrificato da suo padre su
richiesta di ‘Alî per provare la sua fede, poi risuscitato.
– panettieri: l’arcangelo Gabriele, che avrebbe
portato agli uomini l’uso dei cereali.
– falegnami e carpentieri: Nûh, Noè della Bibbia,
che l’Islam riconosce come uno dei profeti. Ha protetto i carpentieri durante
la costruzione dell’arca[66].
– cordai: imâm Ja‘far, il sesto imâm.
– calzolai: il profeta coranico Sâlîh, uno dei
messaggeri divini.
– fabbricanti di halvâ: Sheikh Shakar Ganj, santo
indiano di Multan. Si racconta che a forza di digiunare, il suo corpo era
diventato così puro che tutto ciò che metteva in bocca subito si trasformava in
zucchero.
– orefici, fabbri, calderai: Dâwûd, il re Davide
della Bibbia. Patrono di tutti i mestieri in metallo.
– contadini: Bâbâ-e dehqân, letteralmente antenato
contadino.
– vasai: Seyyed Mîr kulâl, probabilmente Amîr
Kulâl, maestro del famoso Nakhshband al-Bukhârî a Karchî morto nel 772/1370.
– ciabattini: Bâbâ Pâradûz.
– conciatori: Akhî Abrân, conosciuto in Turchia
come Akhî Evrân; religioso musulmano, sufi semi-leggendario, il cui mausoleo è
a Kirshehir.
– venditori di tessuti: Imâm A‘zam, soprannome
d’Abû Hanîfa, fondatore della scuola hanefita. Viveva del commercio di tessuti,
pur consacrando tutta la sua vita alla scienza religiosa.
Pierre Centlivres
aggiunge a questa lista:
– tintori, tintori con l’indaco: ‘Îsâ (Gesù).
– sarti: Idrîs (Enoch), che sarebbe il primo ad avere cucito dei vestiti di
fibra.
– merciai, farmacisti: Luqmân (saggio nominato nel Corano).
– massoni: Abramo[67].
I mestieri “moderni”, dei
quali alcuni pensavano che, per loro natura, avrebbero desacralizzato alcune
professioni, sono stati, al contrario, presi a carico dalla tradizione, come è
accaduto in Occidente. In tal modo i macchinisti e i conduttori professionali
hanno preso il profeta Davide come patrono, ricollegandosi così ai fabbri e ai
mestieri di trasformazione dei metalli.
Accanto a questi santi
patroni, che rappresentano piuttosto i supporti umani dell’influenza
spirituale informale che collega gli uomini a Dio, la risâlah elenca i maestri da cui i Pîr hanno appreso il mestiere. Si tratta, come detto sopra, d’un
aspetto più direttamente in rapporto con la messa in opera “tecnica” del
mestiere, ma che è considerato anche come rientrante nel dominio iniziatico
(Centlivre-Demont, p. 85). Alcuni “catechismi” comprendono anche, sotto forma
di domande e risposte, elementi riguardanti
le tre componenti del cammino spirituale islamico e coloro che li
rappresentano: la Sharî‘ah, la Legge
sacra (Adamo, Noè, Mosè, Abramo, Muhammad); la tarîqah, la Via iniziatica (i primi quattro califfi: Abû Bakr,
‘Umar, Uthmân, ‘Alî, e gli angeli
Jibrâ’il (Gabriele), Mikâ’il (Michele), ‘Izrâ’il (Azraele) Isrâfîl (Serafiele)); la haqîqah, la Verità
essenziale: tre «dei quattro profeti che la tradizione islamica generale
riconosce come non essere stati raggiunti dalla morte corporale: Idrîs (Enoch), Ilyâs (Elia), Aïssâ (Gesù)»[68],
e Ya‘qûb (Giacobbe).
Le regole del
mestiere
Questa materia è quella che più interessa
gli storici e sociologi. Vi si trovano definite le regole di funzionamento del
mestiere, che devono rispettare tutti i suoi membri nelle loro relazioni con le
autorità e nelle loro reciproche relazioni. Queste carte, secondo le apparenze,
mirano a stabilire l’armonia interna del corpo di mestiere e a garantire a
questo il posto che gli spetta nella società. Si può distinguere, nella
normativa generale, una pluralità di aspetti: i rapporti con l’autorità
spirituale di cui abbiamo già trattato sopra; i rapporti con il potere
temporale regolare; i rapporti con gli accomandanti dell’opera da compiere;
quelli che regolano la condotta dei maestri tra di loro; quelli che riguardano
i doveri reciproci dei maestri e compagni, o apprendisti, e quelli che
riguardano particolarmente le relazioni tra questi subordinati tra di loro.
Tutti i manoscritti più antichi e più
completi rivendicati dalla Massoneria contengono il dettaglio di questi
obblighi. È possibile, secondo certi specialisti, che questi testi fossero
oggetto di recitazioni rituali frequenti, a giudicare dallo stato di alcuni
manoscritti (Cahier de l’Herne, p. 137), ciò che ricorda l’uso delle risâlât in ambiente islamico, come
abbiamo già indicato. Si può vedere
in questo solo semplici regole etiche o morali che permettono il funzionamento
di un’istituzione ma, se guardiamo più da vicino, il rispetto perfetto
di tali obblighi richiede da parte di chi
s’impegna un vero e proprio lavoro spirituale – e non solo “morale” – sulla
sua anima. Ogni atto del massone deve
essere misurato, valutato, e rettificato col metro di questi doveri che
s’integrano in una prospettiva tradizionale generale che, se
scomparisse, rimuoverebbe praticamente ogni sostanza spirituale a queste
leggi, riducendole a vaghe considerazioni moralistiche, esse stesse d’altronde
disprezzate nel nostro tempo, visto lo stato mentale dei nostri contemporanei
che faticherebbero, in mancanza di criteri, anche a definire una morale
qualsiasi. Basti dire che un massone tradizionale, lungi dal trascurare tali
obblighi, dovrebbe farne il necessario quadro generale
della sua attività esteriore e interiore. Data l’importanza che diamo a questi
testi, ci sembra indispensabile, come richiamo, riprodurre degli estratti
selezionati in alcuni di loro. Per il suo carattere sintetico, citeremo
di preferenza il manoscritto Grand Lodge
no 1 (Ibid., pp.
121-122).
Che ogni uomo che è massone presti
attenzione a questi doveri: se un uomo è colpevole su uno qualunque dei suoi doveri, se ne corregga
davanti a Dio; e voi in particolare, che state per prestare la vostra
obbligazione, fate attenzione a rispettare perfettamente questi
doveri, poiché è un grande pericolo per un uomo spergiurare su un Libro.
Il primo
dovere è questo. Siate uomini fedeli a Dio e alla santa Chiesa; il vostro intelletto
e giudizio non siano intaccati d’errore o eresia, ma siate uomini di buon giudizio
e uomini saggi in ogni cosa.
Inoltre,
siate uomini fedeli ligi al re d’Inghilterra, astenendovi dal tradimento e ogni
slealtà; e non capiti veniate a conoscenza di un tradimento o fellonia senza
che cerchiate discretamente d’impedirlo se lo potete o, se non lo potete,
senza che ne avvertiate il re e il suo consiglio […] E anche, siate leali gli
uni verso gli altri[69]
[…] E anche che manteniate fedelmente tutte le deliberazioni dei vostri
compagni, sia in loggia o in camera, e tutte le altre deliberazioni che è
opportuno mantenere in Massoneria[70]
[…] E anche, non dovete prendere criminalmente la moglie del vostro compagno
[…] né arrecargli alcun disonore […] E anche, non commetterete alcuna villania
dove alloggiate, che non si sparli del mestiere […] Nessun maestro o compagno
assumerà l’opera di un signore, o alcun lavoro, se non si
sa capace e sufficientemente istruito per completarlo[71] […] Anche nessun maestro prenda un’opera
che a un prezzo ragionevole […] Anche, nessun maestro o compagno estrometterà
un altro dal suo lavoro[72]
[…] E anche, nessun maestro o compagno prenda un apprendista che per un periodo
di sette anni; e l’apprendista sia di nascita competente, vale a dire nato
libero, e integro delle sue membra come dev’essere un uomo[73]
[…] E anche, nessun maestro o compagno prenda licenza di fare un massone senza
il consenso e l’avviso dei suoi compagni […] Anche, nessun massone prenda un
apprendista a meno d’avere abbastanza lavoro da dargli, o di poter mettere tre
dei suoi compagni, o almeno due, al lavoro con lui […] Anche, nessun massone
sparlerà alle spalle di un altro, così da fargli perdere la buona reputazione o
i suoi beni terreni […] E anche, nessun massone si darà ai giochi d’azzardo […]
non si consumerà nella lussuria, né si darà alla dissolutezza […] Anche ogni
maestro e compagno verrà all’assemblea se questa si tiene entro cinquanta
miglia intorno a lui, se ne è stato avvertito[74].
E se ha commesso un crimine contro il mestiere, allora (sarà) per sottoporsi al
giudizio dei maestri e compagni[75]
[…] Anche, nessun maestro o compagno faccia alcuna sagoma, squadra o regola per
un massone costruttore; né dia a un massone costruttore[76],
nella loggia o all’esterno delle pietre da tagliare o scolpire[77]
[…] E anche, ogni massone tratti con affetto i massoni di passaggio.
Diversi articoli
disciplinano i rapporti di denaro; il prezzo da chiedere all’accomandante
dell’opera, il salario del maestro, dei compagni e apprendisti: tutto questo
dev’essere nell’ordine del “ragionevole” e corrispondere alla prestazione di
ciascuno[78].
Nel contesto islamico, non
abbiamo accesso, al momento, a traduzioni di risâlât, lunghe e dettagliate. Alcune, come abbiamo detto, contano
un centinaio di pagine; purtroppo, sono le più brevi a essere state messe alla
nostra portata. Sarebbe auspicabile consultare i documenti che potrebbero
consentire un confronto più ricco, segnatamente sulle regole del mestiere, che
sono spesso ridotte a poche righe nei testi a cui ci riferiamo.
Nelle obbligazioni che
precedono, tratte d’antichi doveri massonici, un gran numero può essere
assimilato a regole generali che rientrano, di fatto, nel comportamento del
buon cristiano. Quel che si riferisce direttamente al mestiere può, anch’esso,
sembrare una semplice applicazione del diritto sacro a una particolare
attività, ciò che non deve sorprendente in una società tradizionale degna di
questo nome. Non dobbiamo mai perdere di vista che il primo articolo che
obbliga a «essere fedeli a Dio e alla Santa Chiesa» influenza tutto il resto.
Nell’Islam, questa
dipendenza del mestiere nei confronti del diritto sacro è ancora più marcata ed esplicita, come abbiamo già detto, e come vedremo ancora nel
seguito. Il dovere d’educazione religiosa
dell’apprendista viene prima dell’apprendistato del mestiere (Gavrilov, p.
213). Possiamo già rendercene conto con l’enunciazione dei doveri dei calderai:
Il maestro
dev’essere veridico nei confronti degli altri artigiani, onesto con i clienti e
giusto con i suoi apprendisti che deve avviare all’Islam. Ad esempio: “Sia
amabile con i vicini del suo laboratorio e si preoccupi della loro salute;
parli ai suoi apprendisti e ai suoi subalterni con gentilezza e dolcezza; sia
di buon umore con i clienti e si comporti con loro con gentilezza; sia veridico
quando acquista o vende nel laboratorio; non faccia false promesse e falsi
giuramenti; non disponga degli oggetti a lui confidati; non insulti né
maledica i padri e le madri dei suoi apprendisti e dei suoi subalterni; dia
almeno una volta alla settimana, se non può più spesso, delle elemosine ai
poveri, poiché la generosità è il fondamento dell’abbondanza; istruisca
incessantemente il suo allievo e/o il suo subalterno e
insegni loro le basi della Sharî‘at[79]
perché non restino senza istruzione e senza educazione; non desideri con sguardo concupiscente il suo allievo
e/o il suo subalterno e li consideri come suoi figli […] Non montare in
collera contro il tuo apprendista e il tuo subalterno. Non ridere con loro per
tema ti rispettino di meno e sii avaro di parole perché vi sono molti rifiuti
nella parola, e non scherzare né con il tuo apprendista né con il tuo
subalterno[80] per tema di leggerezza”.
Maestri e apprendisti hanno dei doveri reciproci. Da parte sua, l’apprendista
deve accettare l’insegnamento e acquisire la conoscenza, parlare dolcemente,
essere compassionevole e non sedersi più alto del maestro, vale a dire non
sentirsi superiore a lui. (Centlivres-Demont, p. 87).
La risâlah del mestiere di tessitore ha
dodici regole:
La prima
dice: occorre essere puliti; la seconda: occorre fare le abluzioni[81];
la terza: avere la coscienza tranquilla; la quarta: fare a tempo le cinque
preghiere; la quinta: occorre fare penitenza per le anime dei pirs; la sesta: implorare l’assistenza
dei pirs; la settima:
coltivare l’amicizia con i sapienti; l’ottava: insegnare agli allievi mattina e sera; la nona: essere educati;
la decima: dare un’elemosina generosa; l’undicesima: mantenere il laboratorio
nella pulizia, accordando rispetto e deferenza ai visitatori; la dodicesima:
pronunciare il “dhikr” e “tasbih”[82].
La professione di
portatori d’acqua beneficia di grande considerazione, per ragioni attinenti
l’importanza attribuita all’acqua nella tradizione islamica. Le obbligazioni
del portatore d’acqua sono le seguenti:
Pronunciare
le parole pure; professare la propria fede nell’Islam; osservare la preghiera
e il digiuno; offrire la mano al patto e rispettarlo; astenersi dall’illecito;
essere generosi; avere la sincerità pura (cfr. Mokri, p. 153).
Il portatore
d’acqua non dev’essere invidioso; tutto il suo guadagno, deve dispensarlo nel
cammino di Dio Altissimo? Non un solo giorno, non dev’essere avaro nelle sue
distribuzioni di cibo e acqua. Dio Altissimo arricchirà il suo pane quotidiano,
gli procurerà il rispetto del re e dei signori e gli darà la vittoria (Ibid.).
Gavrilov indica
che le genti del mestiere erano obbligate a riunirsi il giorno della commemorazione
(andjouman) del loro santo patrono o pîr (p. 212). In quest’occasione «sono sanzionate
le nuove destinazioni dei novizi nei ranghi degli artigiani-maestri» (p. 215).
I “catechismi”
Non esitiamo a usare questo
termine[83],
pur potendo ben convenire anche quello di “istruzioni”, dal momento che sia ben
chiaro il loro senso tecnico; useremo quindi entrambe le denominazioni
indifferentemente. Quanto alla forma, i catechismi si presentano come una
sequenza di domande che hanno bisogno di ottenere certe precise risposte.
Quanto al contenuto, offrono una conoscenza teorica basilare indispensabile per
porsi sotto le influenze spirituali vivificanti il mestiere, ad esempio
attraverso il rituale o il ricordo delle leggende.
Le più antiche istruzioni che ci sono pervenute,
precedenti la creazione della Gran Loggia di Londra (1717), sono dei documenti
datati dal 1696 a circa 1716. Come sempre in casi simili, è certo che documenti
dello stesso tipo esistessero prima, e che questi stessi sono stati preceduti
dalla tradizione orale. Non possiamo pensare di riprodurre integralmente qui
uno di questi catechismi, tanto più che la loro consultazione è facilmente
accessibile al lettore europeo; riprenderemo solo alcuni passaggi dal Manoscritto degli Archivi di Edimburgo,
che è il più antico documento di carattere rituale ad oggi conosciuto[84]:
Alcune
domande che i massoni usano porre a coloro che hanno la parola, prima di
riconoscerli.
Domanda 1: Siete un massone?
Risposta: Sì.
D.: Come posso riconoscerlo?
R.: Lo saprete a tempo e luogo opportuni.
D.: Qual è il primo punto?
R.: Ditemi il primo punto ed io vi dirò il secondo […]
D.: Dove siete stato ammesso?
R.: Nella loggia onorevole.
D.: Che cosa rende una loggia giusta e perfetta?
R.: Sette maestri, cinque apprendisti ammessi, una giornata di cammino da
un borgo, senza latrato di cane o canto di gallo […]
D.: Com’è posta la vostra loggia?
R.: Est e ovest, come il Tempio di Gerusalemme.
D.: Dove fu la prima loggia?
R.: Nel portico del Tempio di Salomone, ecc.
L’istruzione mediante
domande e risposte (su’âl/jawâb, in
arabo) occupa la maggior parte del testo delle risâlât; questo è quel che balza immediatamente agli occhi del lettore
che conosce i catechismi massonici occidentali. La somiglianza è evidente nella
forma e nella sostanza. Nei trattati orientali, la parte “catechismo” è ancora
più sviluppata: essa comprende la storia sacra del mestiere, includendo anche
l’origine degli utensili, delle materie prime, delle operazioni artigianali. Vi
si trovano domande e risposte riguardanti i maestri spirituali dei tre gradi
della sharî‘ah, della tarîqah e della haqîqah di cui abbiamo parlato sopra; serie di domande su ciascuno
dei gesti operativi dell’artigiano, dall’apertura del laboratorio fino alla
vendita del prodotto finito, tutti questi atti essendo sacralizzati da formule
specifiche recitate, il più delle volte tratte dal Corano. Una buona parte
delle istruzioni insiste sulla purificazione fisica e spirituale che rende
l’attività lecita e proficua[85].
Per dare al lettore un’idea di questi
catechismi, riproduciamo alcuni passaggi da un trattato relativo alla
professione dei portatori d’acqua, tradotto da Mohamed Mokri[86].
Se ti domandano: “Chi, per la prima volta è stato
portatore d’acqua?”, rispondi: “Il Maestro Gabriele – che la pace sia con lui!
–”.
Se ti domandano: “Chi, dopo di lui, ha esercitato
questa professione?”, rispondi: “Il santo Adamo – che la pace sia su di lui –”
(Seguono poi i nomi di tutti i profeti o santi che hanno esercitato il mestiere
di portatore d’acqua: Abele, Noè, Abramo, Mosè – quando ha dissetato il suo
popolo nel deserto facendo sgorgare l’acqua dalla roccia dopo averla colpita
con il bastone –, Davide, Gesù, Muhammad, ‘Alî – che sarà il coppiere della
sorgente paradisiaca al-Kawthar –. La
risâlah, peraltro cita i due figli di
‘Alî, Hasan e Husayn) […].
Se ti domandano: “Da dove viene l’acciaio?”,
rispondi: “Il ferro proviene dall’occhio destro e l’acciaio dall’occhio
sinistro”.
Se ti domandano: “Qual è la bevanda?”, rispondi:
“È l’acqua con cui si purifica il bambino appena nato”.
Se ti domandano: “Qual è il supporto su cui si
pone l’otre?”, rispondi: “Il luogo di passaggio dal mondo perituro al mondo
eterno” […].
Se ti domandano: “Che porti sulla testa?”,
rispondi: “La corona”.
Se ti domandano: “Che hai nell’occhio?”, rispondi:
“Il pudore e il ritegno” […].
Se
ti domandano: “Che senti nel tuo orecchio?”, rispondi: “La voce della
Risurrezione”.
Se ti domandano: “Che hai sulla lingua?”,
rispondi: “Le parole pure”[87].
Se ti domandano: “Che hai nella mano?”, rispondi:
“La generosità”.
Se ti domandano: «A che sei
pronto?”, rispondi: “A servire i Maestri, le guide e i santi”.
Se ti domandano: “A che servono le tue
ginocchia?”, rispondi: “A inchinarmi”.
Se ti domandano: “A che servono i tuoi piedi?”,
rispondi: “Per fare il pellegrinaggio alla Mecca, la nobile città”.
Altre domande e
risposte riguardano il mestiere, e torneremo sul soggetto più avanti.
Le assemblee
Abbiamo visto in precedenza
quanto i più antichi testi di costruttori (ad esempio: Regius, secondo articolo e dodicesimo punto) diano importanza alle
assemblee generali per la regolamentazione del mestiere e la risoluzione dei
conflitti. Queste riunioni periodiche, conosciute anche dal Compagnonaggio,
possono essere annuali, e si tengono spesso in occasione della festa del santo
patrono; ma possono essere molto più frequenti. Per scopi specifici, diventano
dei veri “congressi”, soprattutto nel periodo “moderno”.
Gavrilov ci dice che i
mestieri strutturati, nell’Oriente islamico, hanno anch’essi la loro unione o
consiglio che è tenuto riunirsi il giorno dell’andjûmân, momento della commemorazione del pîr. Quest’assemblea, ci dice «con
una certa forza morale tradizionale e il diritto di regolarizzazione e
sanzione su alcuni fenomeni della vita degli artigiani» (p. 212). C’era anche un capo per ogni mestiere che ricopriva
meglio delle funzioni amministrative, e assumeva il ruolo d’intermediario tra
il potere dello Stato e l’artigiano, e talvolta quella di “onesto mediatore”
nelle transazioni commerciali.
I riti iniziatici
e d’iniziazione
Nella prima parte
del nostro lavoro abbiamo mostrato che i mestieri, tanto dal lato occidentale
che da quello orientale, sono pienamente integrati nella prospettiva tradizionale
dominante di tempo e di luogo. Inoltre, le leggende delle origini tutte
indicano che il mestiere s’è conformato ai diversi adattamenti ciclici di
rinnovamento simboleggiati dalla successione dei patriarchi e dei profeti.
Abbiamo evidenziato le diverse ingiunzioni riguardanti la necessaria
partecipazione rituale all’exoterismo.
Ci resta d’affrontare ora la questione dei riti iniziatici. Ricordiamo che,
secondo René Guénon:
Quanto alla
distinzione tra riti iniziatici e riti exoterici […], i primi sono riservati e
riguardano solo un’élite in possesso
di qualificazioni particolari, mentre i secondi sono pubblici e indirizzati
indistintamente a tutti i membri d’un dato ambiente sociale, il che mostra bene
come, qualunque siano le somiglianze apparenti, lo scopo non potrebbe essere lo
stesso in realtà. Infatti, i riti exoterici non sono destinati, come i riti
iniziatici, ad aprire all’essere certe possibilità di conoscenza, cui non
saremmo tutti atti; e, d’altra parte, è essenziale notare che, sebbene
necessariamente facciano anche appello all’intervento d’un elemento d’ordine
sovra-individuale, la loro azione non è mai destinata a oltrepassare il dominio
dell’individualità[88].
Tranne i riti iniziatici
della Massoneria dopo il 1717, che sono stati rapidamente conosciuti nel mondo
profano a seguito delle prime divulgazioni, non vi sono documenti massonici che
descrivono le iniziazioni e i riti specifici dei massoni, fatta eccezione per
alcuni catechismi considerati come rituali che accompagnano l’iniziazione, come
abbiamo segnalato in precedenza. Dal lato del Compagnonaggio, conosciamo la
risoluzione della facoltà di teologia della Sorbona che condanna le “pratiche
empie” di molti mestieri, pubblicato nel 1655, a seguito di un’inchiesta
aperta nel 1635. Le accuse riguardano i “giuramenti” e “battesimi” – i rituali
di ammissione – dei nuovi ammessi, e i riti che sembrano “duplicare” quelli
della Chiesa cattolica, in particolare l’Eucaristia. In alcuni casi anche, gli
iniziati riproducono simbolicamente la passione del Cristo e degli episodi del
Vecchio Testamento, con elementi tratti dai loro specifici mestieri. Ci si
riconosce tra iniziati con una parola segreta, “la parola d’ordine”. Altra
particolarità: «Gli ugonotti sono
ricevuti * compagnoni dai cattolici, e i cattolici
sono ricevuti compagnoni dagli ugonotti»,
il che suggerisce che non si teneva conto di certe distinzioni confessionali.
La lettura completa dei
capi d’accusa mostra chiaramente che queste pratiche, fino a quel momento
segrete, sono diffuse in molti mestieri, e non possono essere confuse con dei
riti exoterici, ciò che ha ben colto del resto la facoltà di teologia della Sorbona.
La data del 1635, che segna l’inizio dell’inchiesta non è, si comprenderà, che
un termine ultimo, e non indica che il momento in cui questi riti sono stati
divulgati. È quindi ipotizzabile che queste usanze risalgano molto più in là
nel tempo, e sarebbe sorprendente che i mestieri della costruzione ne fossero
esclusi[89].
In ogni caso, non si deve
perdere di vista che, nel dominio iniziatico, la trasmissione dell’influenza
spirituale di per sé può essere ridotta ad alcuni atti: patto, benedizione per
contatto, con o senza formule sacre, trasmissione d’oggetti (copricapo, abito,
cintura, calzature, decorazioni), che sono o no accompagnati da riti
preliminari o complementari; quest’ultimi possono essere considerati necessari
alla perpetuazione dell’azione dell’influenza spirituale trasmessa
nell’iniziazione, o ancora come supporti simbolici a indicare il lavoro da
compiere[90]. Generalmente si ritiene
che le iniziazioni trasmesse nel Medioevo nei corpi di mestieri fossero
ridotte alla loro espressione più semplice, ciò che è abbastanza verosimile e
non toglie nulla alla qualità ed efficacia dell’influenza trasmessa[91].
Purtroppo non v’è traccia dei riti eseguiti allora. Per contro, gli attuali
rituali d’iniziazione massonica sono oggi di dominio pubblico e
sufficientemente conosciuti. La loro lettura dà l’impressione di una
trasmissione complessa, carica di simboli, quest’osservazione da parte nostra
non avendo alcun carattere peggiorativo. Quest’apparente complessità dei riti
d’iniziazione massonica porta alcuni ad affermare che c’è là la prova di una
discontinuità tra l’iniziazione antica e quella praticata attualmente. Eppure,
in tutti questi casi, non si dovrebbe confondere la pura trasmissione
dell’influenza spirituale con gli elementi, pur importanti, che l’accompagnano.
Nel Sufismo, la trasmissione iniziatica può ridursi a pochi gesti e poche
parole effettuati nello stato di purificazione rituale abituale; gli altri
elementi contornanti questo rito – digiuno preliminare, presenza di testimoni,
orientazione spaziale – sono importanti, certo, ma non essenziali[92].
Se si considera
l’iniziazione massonica del primo grado, sembra a molti che il rito centrale ed
essenziale è quello della “creazione” del massone con gesti e parole appropriate;
vi è là, in tutta evidenza, il riferimento a una nuova nascita. Un altro
elemento del rito è significativo, poiché simboleggia l’attuazione
dell’iniziazione ricevuta: è la consegna del grembiule e dei guanti. Ora,
questi elementi si ritrovano al cuore delle iniziazioni di mestiere in
Oriente. Pierre Centlivres è riuscito a ottenere alcune preziose informazioni
(pp. 167-168 della sua tesi) sul passaggio alla Maestria, il kamarbandî, letteralmente
“cinturamento”, che riassumiamo. Il rito si svolge durante un pasto in onore
del pîr, il patrono della professione[93].
Il candidato alla maestria[94]
offre al suo maestro un turbante, un abito e dei regali ai venerabili della
professione. Il maestro cinge l’apprendista
con un turbante; a volte pone un pane sotto ciascun braccio e uno in bocca;
segue un simulacro d’inseguimento; se uno dei pani cade, è un cattivo segno. Il
maestro poi dice: «il tuo pane sia
buono, mangia il pane, non tenere dei propositi orgogliosi». Colpisce
a quel punto il futuro maestro con il palmo della mano sulla schiena e dà la
sua benedizione[95];
un mullah legge la risâlah, e si mangia la halwâ, pasta dolce. La risâlah dei panettieri studiata da
Gavrilov riprende gli stessi temi:
Secondo
questa rissala, qualsiasi artigiano voglia entrare legalmente[96]
e secondo le tradizioni nella corporazione dei maestri autentici, deve
ricevere, dopo i corsi d’apprendistato, una benedizione patakha dal suo maestro-direttore; deve poi compiere un’usanza arvah-i-pîr, vale a dire organizzare una
festa in onore dei suoi confratelli, commemorandovi anche i
passati patroni protettori del suo mestiere, offrire dei regali ai maestri più anziani e infine
passare attraverso l’uso della consacrazione al rango di maestro,
lasciandosi “cingere le reni di una cintura”, compiendo così l’atto di kamarband.
Jean-Claude Vadet
ha posto in relazione (pp. 61-63) la benedizione del maestro e la consegna
della cintura con il patto iniziatico tra lo Shaykh e il discepolo, seguita
dalla trasmissione, a quest’ultimo, della khirqa,
l’abito rattoppato, in alcuni rami del Sufismo.
La sacralizzazione
d’ogni atto del mestiere
Si sarà compreso,
leggendo il nostro lavoro, che il mestiere era sacro e sacralizzato, tanto
nell’Occidente cristiano che nell’Oriente islamico. Si trova tuttavia in
quest’ultimo una precisione nei documenti che regolano il mestiere che non si
percepisce nel primo. In aggiunta al quadro generale islamico, dove la parola
sacralizzante occupa un posto centrale, le influenze reciproche, e talvolta
concorrenti, della futuwwah e del
sufismo hanno un grosso peso nell’accento che è posto sulla sacralizzazione di
ogni gesto attraverso la Parola rivelata. Doveva essere frequente che degli
artigiani facessero parte allo stesso tempo della futuwwah e del sufismo[97].
In questo caso, erano abituati alla pratica di un dhikr quasi perpetuo.
Per quanto
riguarda il mestiere propriamente detto, si è colpiti dalla precisione delle
invocazioni corrispondenti a ogni atto particolare. La risâlah dei portatori d’acqua ci insegna che delle formule
coraniche o tradizionali specifiche devono essere pronunciate quando il
portatore d’acqua arriva presso i pozzi, quando prende il secchio in mano, lo
cala nel pozzo, lo risolleva, quando afferra il collo del suo otre, riempie
questo, si mette in cammino, versa l’acqua dall’otre e se ne ritorna (Mokri,
pp. 149-150). La risâlah dei vasai,
similmente, elenca le diverse formule che il vasaio deve pronunciare durante
tutte le manipolazioni di preparazione dell’argilla, quando si siede, pone il
suo piede sulla ruota, l’argilla sul piatto, ecc. Quando vuole fabbricare
oggetti differenti, le formule cambiano: così la fabbricazione del vaso, della
giara, di un coperchio richiedono sacralizzazioni differenti.
È possibile che,
nei mestieri del Medioevo occidentale, esistessero formule da pronunciare per
alcuni atti del lavoro. Ma si può considerare la consapevolezza della presenza
di Dio negli atti in una maniera più generale, e per questo è il momento di
ricordare il passaggio del Regius su
cui avevamo previsto di ritornare:
Quando sei in cammino verso la chiesa,
Abbi ben presente in ogni momento,
Che devi adorare il signore tuo Dio giorno
e notte
Con tutto il tuo spirito e con tutta la
tua forza.
L’ingiunzione
contenuta nei due ultimi versi è, quando vi si presti attenzione, estremamente
forte. Essa implica almeno che tutto quel che deve essere fatto, deve esserlo
in modo d’adorazione e alla Presenza di Dio. Resta da sapere su quali mezzi
“tecnici” d’adorazione questa pratica possa riposare. Non può trattarsi di
riti eseguiti in chiesa, e la menzione: “giorno e notte” implica che si tratti
di un’attività spirituale interiore possibile in ogni momento e in ogni luogo.
Il termine tradotto qui con “spirito” è wits
che, al singolare, significa: “comprensione”, “finezza”, “abilità”, “lucidità”.
Va paragonato al suo equivalente tedesco witz
che ha esattamente gli stessi significati, e precisamente anche quelli di
“cima” e “arguzia”. Quest’ultimo termine è etimologicamente legato a wissen, “sapere”, “conoscenza”.
Quest’adorazione di Dio «con tutto il
tuo spirito e con tutta la tua forza»
suggerisce, per essere pienamente
realizzata, il ricorso a una sorta d’incantazione, di dhikr se si vuole? La domanda merita d’essere posta.
Conclusioni
Il nostro
presente lavoro è di carattere generale; ha toccato, di sfuggita, una serie di
problemi che abbiamo solo sfiorato; ne siamo consapevoli. È prevedibile che
alcuni “specialisti” non mancheranno di farci notare che non abbiamo preso in
considerazione le loro “conclusioni” – senza dubbio provvisorie d’altronde – su
soggetti storici, quali la continuità tra i costruttori del Medioevo e la
Massoneria attuale, ecc. A parte alcune note che indicano la nostra posizione
su queste questioni, abbiamo scarsa propensione a entrare in questi dibattiti;
altri lo faranno sicuramente meglio di noi, e in modo più efficace. Ci si
potrebbe anche obiettare che riguardo all’Oriente islamico, ciascun caso
(Turchia, Iran, Asia centrale, ecc.) dovrebbe essere trattato separatamente e
in base alle sue specificità. Risponderemo che la lettura delle risâlât risolve da sola la questione;
infatti, a parte il linguaggio di base utilizzato nelle diverse regioni, la
struttura di questi documenti rivela indubbiamente la loro unità d’ispirazione
nell’intero Oriente islamico. Su questo punto, del resto, gli “orientalisti”
stessi sembrano essere d’accordo.
Abbiamo mostrato
che, nella loro struttura generale, i testi d’Oriente e d’Occidente che
regolano i mestieri comprendono gli stessi elementi: obbligo di seguire la
legge exoterica; riferimento a una leggenda del mestiere, ai santi patroni, ai
maestri; esposizione delle regole del mestiere; presenza di catechismi;
obbligo di presenza alle assemblee periodiche; riti d’iniziazione;
sacralizzazione di tutta l’attività. Speriamo che questo contributo a un
aspetto importante della concezione tradizionale dei mestieri e alla sacralità
del lavoro darà alcune idee a coloro la cui ricerca ha orientato in questa via.
Sulla “glorificazione del
lavoro” *
René
Guénon
È di moda, nella nostra epoca, esaltare il
lavoro, quale che sia e in qualunque modo
sia compiuto, come se avesse un valore eminente di per se stesso e
indipendentemente da ogni considerazione d’altro ordine; è il soggetto d’innumerevoli declamazioni tanto vuote quanto
pompose, e ciò non solamente nel mondo profano, ma anche, il che è più grave,
nelle organizzazioni iniziatiche rimaste in Occidente[98]. È facile
comprendere che questo modo di considerare le cose si riallaccia direttamente
all’esagerato bisogno d’azione che è caratteristico dei moderni Occidentali;
infatti, il lavoro, almeno quand’è considerato così, non è evidentemente altro
che una forma dell’azione, e una forma alla quale, d’altra parte, il
pregiudizio “moralista” esorta ad attribuire ancor più importanza che a qualsiasi
altra, perché è quella che meglio si presta a essere presentata come
costituente un “dovere” per l’uomo e tale da contribuire ad assicurare la sua
“dignità”[99]. Il più delle volte
a ciò si aggiunge anche un’intenzione nettamente antitradizionale, quella di disprezzare la contemplazione, che si finge
d’assimilare all’“ozio”, mentre, proprio al contrario, essa è in realtà
l’attività più elevata che si possa concepire, e l’azione separata dalla
contemplazione può d’altronde soltanto essere cieca e disordinata[100]. Tutto ciò si spiega
d’altronde sin troppo facilmente da parte di uomini che dichiarano, e
probabilmente sinceramente, che “la loro felicità consiste proprio nell’azione”[101], noi diremmo
volentieri nell’agitazione, giacché, quando l’azione è presa così per un fine
in se stessa, e quali che siano i pretesti “moralisti” invocati per
giustificarla, essa non è veramente niente più di quello.
Contrariamente a ciò che pensano i moderni, qualsiasi
lavoro, compiuto indistintamente da chiunque, e unicamente per il piacere
d’agire o per la necessità di “guadagnarsi la vita”, non merita in nessun modo d’essere esaltato, e addirittura può soltanto
essere considerato come una cosa
anormale, opposta all’ordine che dovrebbe reggere le istituzioni umane, a tal
punto che, nelle condizioni della nostra epoca, giunge troppo spesso ad
assumere un carattere che si potrebbe, senza
nessuna esagerazione, qualificare come “infraumano”. Ciò che i nostri
contemporanei paiono ignorare completamente, è che un lavoro non è realmente valido
se non quand’è conforme alla natura stessa
dell’essere che lo compie, se ne risulta in un modo per così dire
spontaneo e necessario, tanto ch’esso è per questa natura soltanto il mezzo
per realizzarsi il più perfettamente possibile. Questa è, insomma, la nozione
stessa di swadharma, che è il
fondamento vero dell’istituzione delle caste, e sulla quale abbiamo
sufficientemente insistito in tante altre occasioni da poterci accontentare di ricordarla qui senza dilungarci oltre. Si può anche
pensare, a questo proposito, a quel che dice Aristotele dell’adempimento
da parte d’ogni essere del suo “atto proprio”, con la qual cosa occorre
intendere al tempo stesso l’esercizio di un’attività conforme alla sua natura e,
come immediata conseguenza di quest’attività, il passaggio dalla “potenza”
all’“atto” delle possibilità che sono comprese in tale natura. In altri
termini, perché un lavoro, di qualunque genere d’altronde possa essere, sia
quel che dev’essere, occorre anzitutto che corrisponda nell’uomo a una
“vocazione”, nel vero e proprio senso di questa parola[102]; e, quand’è così, il
tornaconto materiale che può legittimamente derivarne appare soltanto come un
fine del tutto secondario e contingente, per non dire addirittura trascurabile
nei confronti di un altro fine superiore, che è lo sviluppo e come la
compiutezza “in atto” della natura stessa dell’essere umano.
Va da sé che quanto
abbiamo appena detto costituisce una delle essenziali basi
d’ogni iniziazione di mestiere, dato che la corrispondente “vocazione” è una
delle qualificazioni richieste per tale iniziazione, e anzi, si potrebbe dire,
la prima e la più indispensabile di tutte[103]. Tuttavia, v’è
ancora dell’altro su cui è opportuno insistere, soprattutto dal punto di vista
iniziatico, giacché è ciò che dà al lavoro, considerato secondo la nozione tradizionale,
il suo significato più profondo e la sua portata più alta, superando la considerazione
solo della natura umana per ricollegarlo all’ordine cosmico stesso, e di là,
nel modo più diretto, ai principi universali. Per comprenderlo, si può partire
dalla definizione dell’arte come “l’imitazione della natura nel suo modo
d’operare”[104], ossia della natura come causa (Natura
naturans), e non come effetto (Natura
naturata); dal punto di vista tradizionale, infatti, non v’è alcuna
distinzione da fare tra arte e mestiere,
tanto meno tra artista e artigiano, e questo
è ancora un punto sul quale abbiamo già avuto spesso l’occasione di
spiegarci; tutto quel che è prodotto “conformemente all’ordine” merita con ciò
ugualmente, e allo stesso titolo, d’essere considerato come un’opera d’arte[105]. Tutte le tradizioni
insistono sull’analogia che esiste tra gli artigiani umani e l’Artigiano
divino, gli uni come l’altro operanti «mediante un verbo concepito
nell’intelletto», il che, annotiamolo
di sfuggita, dimostra nel modo più netto possibile il ruolo della contemplazione come condizione preliminare e necessaria
alla produzione d’ogni opera d’arte; e
questa è ancora una differenza essenziale con la concezione profana del
lavoro, che lo riduce a essere soltanto pura e semplice azione, come dicevamo
sopra, e che pretende addirittura d’opporlo
alla contemplazione. Secondo l’espressione dei Libri indù, «noi dobbiamo costruire come i Dêva lo fecero al principio»; questo, che si estende naturalmente
all’esercizio di tutti i mestieri degni di questo nome, implica che il lavoro abbia
un carattere propriamente rituale, come d’altronde devono averlo tutte le cose
in una civiltà integralmente tradizionale; e non solamente è questo carattere
rituale ad assicurare quella “conformità all’ordine” di cui parlavamo poco fa,
ma si può addirittura dire ch’esso è veramente tutt’uno con questa stessa
conformità[106].
Dal momento che l’artigiano umano imita così
nel suo particolare dominio l’operazione dell’Artigiano divino, egli partecipa
all’opera stessa di quest’ultimo in misura corrispondente, e in modo tanto più
effettivo quanto più è cosciente di questa cooperazione; e più egli realizza
attraverso il suo lavoro le virtualità della propria natura, più accresce nello
stesso tempo la sua somiglianza con l’Artigiano divino, e più le sue opere
s’integrano perfettamente nell’armonia del Cosmo. È evidente quanto ciò sia lungi
dalle banalità che i nostri contemporanei hanno l’abitudine d’enunciare
credendo con ciò di fare l’elogio del lavoro; questo, quand’è quel che
dev’essere tradizionalmente, ma solamente in questo caso, è in realtà ben al
di sopra di tutto quel ch’essi sono capaci di concepire. Possiamo pertanto
concludere queste poche indicazioni, che sarebbe facile sviluppare quasi
indefinitamente, dicendo questo: la “glorificazione del lavoro” risponde bene a
una verità, e anche a una verità d’ordine profondo; ma il modo in cui i moderni
l’intendono di solito non è che una deformazione caricaturale della nozione
tradizionale, che giunge in certo qual modo sino a invertirla. Infatti, non si
“glorifica” il lavoro con discorsi vani, il che non ha neppure alcun senso
plausibile; ma il lavoro stesso è “glorificato”, ossia “trasformato”, quando,
invece d’essere soltanto una semplice attività profana, costituisce una
collaborazione cosciente ed effettiva alla realizzazione del piano del “Grande
Architetto dell’Universo”.
Perché esporre opere
d’arte? *
Ananda K. Coomaraswamy
A che serve un
Museo d’Arte? Come indica la parola “curatore”, la prima e più essenziale
funzione d’un tale museo è la cura di opere d’arte antiche o uniche che non
sono più nelle loro sistemazioni originarie o non sono più utilizzate come
originariamente inteso, e rischiano quindi di andare distrutte per
trascuratezza o altro. Questa cura di opere d’arte non implica necessariamente
la loro esposizione.
Se chiedessimo,
perché le opere d’arte preservate debbano essere esposte e rese accessibili e
spiegate al pubblico, la risposta sarebbe che ciò viene fatto con un fine
educativo. Ma prima di esaminare tale scopo e di chiederci “educare a cosa e
perché?” occorre distinguere tra l’esposizione di opere di artisti viventi e
quella di opere d’arte antiche o relativamente antiche o esotiche. Non
è necessario che i musei
espongano le opere di artisti viventi, che non corrono un rischio imminente di
distruzione; o perlomeno, se tali opere sono esposte, dovrebbe essere chiaro
che il museo sta di fatto pubblicizzando l’artista e agendo in nome del
mercante d’arte o intermediario il cui scopo è quello di procurare un mercato
all’artista; l’unica differenza è che il museo, pur facendo lo stesso tipo di
lavoro del mercante, non ne trae profitto. D’altra parte, che un artista
vivente aspiri a essere “appeso” o “esposto” in un museo, può essere dovuto
solo al suo bisogno o alla sua vanità. Infatti, di norma le cose sono fatte per
certi scopi e certi luoghi appropriati, e non semplicemente “per esibizione”;
sicché qualunque cosa sia fatta su misura, cioè, fatta da un artista per un
consumatore, dovrà obbedire a determinati requisiti ed essere funzionante.
Invece, come ha di recente osservato il sig. Steinfels, «L’arte unicamente
destinata a essere appesa alle pareti d’un museo è un tipo d’arte che non deve
preoccuparsi della sua relazione con il suo ambiente ultimo. L’artista può
dipingere ciò che vuole, come vuole, e se piacerà abbastanza ai curatori e ai
responsabili lo allineeranno sul muro con tutte le altre curiosità».
Rimane il vero
problema, perché esporre?, che riguarda le opere d’arte relativamente antiche o
straniere che, a causa della loro fragilità e perché non corrispondono più ad
alcun nostro bisogno di cui siamo attivamente coscienti, sono conservate nei
nostri musei, dove costituiscono il grosso delle collezioni. Se vogliamo
esporre tali oggetti per un fine educativo, e non per mera curiosità, è
evidente che ci stiamo proponendo di farne tutto l’uso possibile senza
un’effettiva manipolazione. Sarà solo con l’immaginazione e non effettivamente
che dobbiamo usare il reliquiario medioevale, o distenderci sul letto egizio, o
fare la nostra offerta a qualche antica divinità. I fini educativi che
un’esposizione può assolvere richiedono, di conseguenza, non solo i servigi
d’un curatore, che prepari l’esposizione, ma anche d’una guida che spieghi le
esigenze del committente originario e i metodi originali degli artisti; perché
è in ragione di come committenti e artisti erano che le opere prima di noi sono
quelle che sono. Se l’esposizione dev’essere qualcosa di più d’una rassegna di
curiosità e d’uno spettacolo d’intrattenimento non basterà essere soddisfatti
delle nostre reazioni di fronte agli oggetti; per conoscere perché sono quel
che sono dobbiamo conoscere gli uomini che li fecero. Non sarà “educativo”
interpretare tali oggetti secondo i nostri gusti o avversioni, o supporre che
questi uomini concepissero l’arte a modo nostro, o che avessero motivazioni
estetiche, o che stessero “esprimendo se stessi”. Dobbiamo esaminare la loro teoria dell’arte, innanzitutto per
comprendere le cose che hanno fatto con arte, e poi per domandarci se la loro
concezione dell’arte, qualora la trovassimo diversa dalla nostra, non possa
essere stata più vera.
Supponiamo di
esaminare un’esposizione di oggetti greci, e di incaricare Platone di farci da
guida. Egli ignora la nostra distinzione tra belle arti e arti applicate. Per
lui la pittura e l’agricoltura, la musica e la carpenteria e la ceramica sono
tutti generi diversi di poesia o fattura. E, come ci dice Plotino, seguendo
Platone, le arti come la musica e la carpenteria non sono fondate sulla
saggezza umana bensì sul pensiero “là”.
Quando Platone parla con disprezzo delle
“vili arti meccaniche” e della mera “fatica” in opposizione al “raffinato
lavoro” della fattura delle cose, è con riferimento ai tipi di manifattura che
soddisfano i soli bisogni corporali. Il tipo d’arte ch’egli chiama sana e che
ammetterà nel suo stato ideale dev’essere non solo utile ma anche vera rispetto
ad appropriati modelli e quindi bella, e quest’arte, dice, gioverà allo stesso
tempo «alle anime e ai corpi dei vostri cittadini». La sua “musica” significa
tutto quel che noi intendiamo per “cultura”, e la sua “ginnastica” tutto quel
che noi intendiamo per esercizio fisico e benessere; egli insiste sul fatto che
questi fini di cultura e sviluppo fisico non devono mai essere perseguiti
disgiuntamente; l’artista delicato e l’atleta rozzo sono egualmente spregevoli.
Noi, d’altro canto, siamo abituati a considerare la musica, e la cultura in
generale, come inutili, ma pur
sempre di valore. Dimentichiamo che la musica, tradizionalmente, non è mai
qualcosa solo per l’orecchio, qualcosa solo da ascoltare, ma sempre
l’accompagnamento di qualche tipo d’azione. Le nostre proprie concezioni di
cultura sono tipicamente negative. Credo che il professor Dewey sia nel giusto
quando definisce snobistici i nostri valori culturali. Le lezioni del museo
devono essere applicate alla nostra vita.
Poiché non potremo utilizzare gli oggetti
esposti, dovremo dare per scontata la loro idoneità all’uso, cioè la loro
efficienza, e chiederci piuttosto in che senso siano anche veri o
significativi; poiché se questi oggetti non possono più soddisfare i nostri
bisogni corporali, forse possono ancora soddisfare quelli della nostra anima, o
se preferite la parola, della nostra ragione. Quel che Platone intende per
“vero” è “iconograficamente corretto”. Perché tutte le arti, senza eccezione,
sono rappresentazioni o ritratti d’un modello; che non significa che esse
siano tali da dirci quale sia l’aspetto del modello, ciò che sarebbe
impossibile dato che le forme dell’arte tradizionale sono tipicamente imitative
di cose invisibili, che non hanno espressioni, ma che sono le analogie più
adatte in grado di ricordarci, cioè, riportare ancora alla nostra mente, i loro
archetipi. Le opere d’arte sono dei promemoria, in altre parole, supporti di
contemplazione. Ora poiché la contemplazione e comprensione di queste opere
possa soddisfare i bisogni dell’anima, vale a dire con le parole stesse di
Platone, accordare le nostre distorte modalità di pensiero alle armonie
cosmiche, «in modo che attraverso un’assimilazione del conoscente con ciò che
dev’essere conosciuto, la natura archetipica, e arrivando a essere simili, possiamo
finalmente conseguire una parte in quel “meglio della vita” che gli Dei hanno
assegnato agli uomini per il presente e in futuro», o detto in termini
indiani, per realizzare la nostra reintegrazione metrica
attraverso l’imitazione delle forme divine; e poiché, come ci ricordano le Upanishad, «si diventa
esattamente della sostanza di quello su cui si fissa la mente», ne segue che
non è richiesto soltanto che le forme d’arte siano adeguati promemoria dei loro
paradigmi, ma che la natura di questi stessi paradigmi dev’essere della più
grande importanza, se pensiamo a un valore culturale dell’arte in qualunque
senso serio della parola “cultura”. Il che dell’arte è molto più
importante del come; e infatti, dovrebbe essere il che a determinare il come,
come la forma determina la figura.
Platone ha sempre
presente la rappresentazione delle forme invisibili e intelligibili.
L’imitazione di tutto e qualunque cosa è spregevole; sono le azioni degli Dei e
degli Eroi, non i sentimenti dell’artista o le nature degli uomini che sono
tutti troppo umani come lo è lui, a essere i temi legittimi dell’arte. Se un
poeta non è in grado d’imitare le realtà eterne, ma solo i capricci dell’umana
natura, non vi sarà posto per lui in una società ideale, per quanto vere o
intriganti possano essere le sue rappresentazioni. L’assirologo Andræ è in perfetto accordo con Platone quando
dice, a proposito dell’arte della ceramica, che «È compito dell’arte cogliere la verità
primordiale, rendere udibile l’inudibile, enunciare la parola primordiale,
riprodurre le immagini primordiali, altrimenti non è arte». In altre parole, la
vera arte è quella della rappresentazione simbolica ed espressiva; una
rappresentazione di cose che possono essere viste unicamente dall’intelletto.
In questo senso l’arte è l’antitesi di quello che intendiamo per educazione
visuale, la quale pretende di dirci a cosa rassomigliano le cose che non
possiamo, ma potremmo, vedere. È l’istinto naturale del bambino, che procede dall’interno verso l’esterno;
«Prima penso, e poi disegno il mio pensiero». Quanti sforzi sprecati facciamo
per insegnare al bambino a non pensare, e osservare soltanto! Invece
d’esercitare il bambino a pensare, e come pensare e a che, gli facciamo
“correggere” il suo disegno secondo quanto vede. È evidente che il museo al suo
meglio dev’essere il nemico giurato dei metodi d’istruzione che prevalgono
correntemente nelle nostre scuole d’arte.
Non era per nulla “il miracolo greco”
nell’arte che Platone ammirava; quella che elogiava era l’arte canonica
dell’Egitto in cui «questi modi (di rappresentazione) che sono corretti per
natura erano stati da sempre considerati sacri». Il punto di vista è identico a
quello dei filosofi Scolastici, per i quali «l’arte ha finalità fissate e mezzi
d’operazione assicurati». Nuovi canti, sì; ma mai nuovi generi di musica,
poiché questi possono distruggere la nostra intera civiltà. Sono gli impulsi
irrazionali a bramare le innovazioni. La nostra cultura sentimentale o estetica
– sentimentale, estetico, materialista sono virtualmente sinonimi – preferisce
l’espressione istintiva alla bellezza formale dell’arte razionale. Ma Platone
non avrebbe visto nessuna differenza tra il matematico eccitato da una “bella
equazione” e l’artista eccitato dalla sua visione formale. Perché ci chiedeva
di resistere da uomini alle nostre reazioni istintive davanti al piacevole o
allo spiacevole, e d’ammirare nelle opere d’arte, non il loro aspetto estetico
ma la logica o corretta ragione della loro composizione. E così fa rilevare
naturalmente che «La bellezza della linea retta e del cerchio, e delle figure
piane e solide che ne derivano … non è, come per altre cose, relativa, ma
sempre assolutamente bella». Tenendo presente quel che dice altrove a proposito
dell’arte umanistica che cominciava a imporsi al suo tempo e il suo giudizio
sull’arte egizia, questo equivale a un appoggio dell’arte greca arcaica e greca
geometrica – le arti che realmente corrispondono al contenuto di quei miti e
fiabe che così grandemente rispettò e così spesso citò. Tradotto in linguaggio
più familiare, ciò significa che secondo questo punto di vista intellettuale
l’arte dei dipinti di sabbia degli Indiani d’America è superiore in natura a
qualsiasi dipinto eseguito in Europa o nell’America bianca in questi ultimi
secoli. Come più volte fattomi osservare dal direttore d’uno dei cinque
maggiori musei nei nostri Stati Orientali, “Dall’Età della Pietra ai nostri
giorni, quale decadenza!”. Egli alludeva, evidentemente, a una decadenza
nell’intellettualità, non nell’agiatezza. Dovrebbe essere una delle funzioni di
un’esposizione museale ben organizzata quella di sgonfiare l’illusione del
progresso.
A questo punto
devo fare una digressione per correggere una confusione molto diffusa. Si
pensa generalmente che la moderna arte astratta assomigli e sia in qualche modo
apparentata, o addirittura “ispirata” dal formalismo dell’arte primitiva. La
rassomiglianza è del tutto superficiale. La
nostra astrazione non è nient’altro che un manierismo. L’arte neolitica è
astratta, o piuttosto algebrica, poiché solamente una forma algebrica
può essere l’unica forma di cose molto diverse. Le forme dei primi Greci sono
quelle che sono perché è solo in tali forme che può conservarsi l’equilibrio
polare di fisico e metafisico. Come diceva recentemente Bernheimer, «L’aver
dimenticato questo scopo prima del miraggio di modelli e disegni assoluti è
forse l’errore fondamentale del movimento artistico astratto». Il moderno
astrattista dimentica che il formalista neolitico non era un decoratore
d’interni, ma un uomo metafisico che vedeva la vita come un tutto e viveva del suo ingegno; un uomo che non
viveva, come cerchiamo noi, solo per il pane, poiché come gli antropologi ci
assicurano, le culture primitive provvedevano nello stesso tempo ai bisogni
dell’anima e del corpo. L’esposizione museale dovrebbe equivalere a
un’esortazione a ritornare a questi selvaggi livelli di cultura.
Una conseguenza naturale dell’esposizione
museale sarà di condurre il pubblico a domandarsi perché gli oggetti di
“qualità museale” si trovano solo nei musei e non sono d’uso quotidiano né di
facile acquisizione. Gli oggetti di un museo, nell’insieme, non furono
originariamente dei “tesori” da ammirare dentro una vetrina, ma piuttosto oggetti
comuni che chiunque avrebbe potuto acquistare al mercato e utilizzare. Che
sottintende il deterioramento nella qualità del nostro ambiente? Perché
dovremmo dipendere così tanto dall’“antico”? La sola risposta possibile rivelerà ancora l’opposizione essenziale
tra il museo e il mondo. Perché la risposta sarà che gli oggetti di un
museo erano fatti su misura e per essere usati, mentre le cose fatte nelle
nostre fabbriche sono fatte fondamentalmente per essere vendute. La parola
stessa “manufacturer”*, che significa un uomo che fa le cose a
mano, è arrivata a significare un venditore che tratta cose fatte a macchina.
Gli oggetti di un museo furono fatti umanamente da uomini responsabili, per i
quali i mezzi di sussistenza erano una vocazione e una professione. Gli oggetti
di un museo furono fatti da uomini liberi. Quelli messi in vendita nei nostri
grandi magazzini sono stati fatti da uomini liberi? Non diamo per scontata la
risposta.
Quando Platone spiega che le arti dovranno
«provvedere ai corpi e alle anime dei vostri cittadini», e che solo cose sane
e libere, e non cose vergognose indegne di uomini liberi, devono essere fatte,
intende dire che l’artista in qualunque materia dev’essere un uomo libero; non
intendendo con ciò un “artista emancipato” nel senso comune di chi non abbia
obblighi o incarichi di sorta, bensì un uomo emancipato dal dispotismo del
venditore. Se l’artista deve rappresentare le realtà eterne, deve averle
conosciute quali sono. In altre parole un atto d’immaginazione in cui l’idea da
rappresentare è dapprima rivestita d’una forma imitabile deve aver preceduto
l’operazione in cui questa forma viene incorporata nella materia reale. Il
primo di questi atti è chiamato “libero”, il secondo “servile”. Ma è solo se
il primo è omesso che la parola “servile” acquista una connotazione
disonorevole. Non è certo necessario dimostrare che i nostri metodi di fabbricazione sono, in
tale senso disonorevoli, servili, com’è innegabile che il sistema industriale,
per il quale questi metodi sono indispensabili, è inadatto a uomini liberi. Un
sistema di “fabbricazione”, o piuttosto di produzione quantitativa dominata da
interessi venali, presuppone l’esistenza di due specie di artefici, “artisti”
privilegiati che possono essere “ispirati”, e lavoratori sotto-privilegiati,
privi d’immaginazione per definizione, poiché si chiede loro solo di eseguire
ciò che altri uomini hanno immaginato. Come scrive Eric Gill, «Da un lato
abbiamo l’artista preoccupato unicamente di esprimere se stesso; dall’altro
l’operaio privato di ogni personalità cui dare espressione». È stato spesso
affermato che le produzioni dell’arte “bella” sono inutili; sarebbe derisorio
definire libera una società, in cui solo gli artefici di cose inutili, e non
gli artefici di cose utili, possano essere chiamati liberi, a meno d’intendere
che siamo tutti liberi di lavorare o di morire di fame.
È dunque attraverso il concetto di un fare
secondo vocazione, distinto dal guadagnarsi da vivere facendo un lavoro, non
importa quale, che può meglio essere spiegata la differenza tra gli oggetti di
un museo e quelli in vendita nei grandi magazzini. In queste condizioni, che
sono state quelle di tutte le società non industriali, ossia quando ogni uomo
fa un solo tipo di cosa, eseguendo solo quel genere di lavoro per cui è portato
secondo la sua natura e al quale è quindi destinato, Platone ci ricorda che «si
farà di più, e meglio che in qualsiasi altro modo». In queste condizioni, un
uomo al lavoro fa quel che più gli piace, e il piacere che trae dal suo lavoro
perfeziona l’opera. Cogliamo l’evidenza di questo piacere negli oggetti di un
museo, ma non nei prodotti usciti da una catena di montaggio, che sembrano più
quelli di galeotti in catene che di uomini che amano il proprio lavoro. Il
nostro ardente desiderio di svago o tempo libero è la prova del fatto che la
maggioranza di noi sta lavorando a una mansione cui solo un venditore avrebbe
potuto chiamarci, certamente non Dio o la nostra natura. Gli artigiani
tradizionali che ho conosciuto in Oriente non possono venir distratti dal loro
lavoro, e lavoreranno fuori orario anche rimettendoci.
Siamo arrivati al punto di dividere il
lavoro dalla cultura, e di ritenere la cultura come qualcosa da acquisire nelle
ore libere; ma tale può essere solo una cultura artificiale e illusoria che non
ha nel lavoro stesso il suo mezzo; se la cultura non si rivela in tutto ciò che
facciamo non siamo colti. Abbiamo perduto il modo di vivere secondo vocazione,
quello in cui Platone incarnava il suo modello di Giustizia; e la prova più
palese della gravità della nostra perdita è il fatto d’aver distrutto le culture
di tutti gli altri popoli raggiunti dal contatto inaridente della nostra
civiltà.
Per comprendere le opere d’arte esposte
alla nostra visione non dovremo spiegarle nei termini della nostra psicologia e
della nostra estetica; se lo facessimo commetteremmo un errore patetico. Non
avremo compreso queste arti fintantoché non potremo pensare a esse come fecero
i loro autori. La guida dovrà istruirci nei rudimenti di quello che sembrerà
uno strano linguaggio; benché ne conosciamo i termini, è con un’accezione molto
diversa che oggigiorno li impieghiamo. Il significato di tali termini come
arte, natura, ispirazione, forma, ornamento ed estetica dovrà essere spiegato
al nostro pubblico in modo elementare. Perché nessuno di questi termini è
impiegato nella filosofia tradizionale come li usiamo oggigiorno.
Dovremo
cominciare con lo scartare del tutto il termine estetico. Perché queste arti non erano prodotte per il diletto dei
sensi. L’originale greco di questa parola moderna non significa altro che
sensazione o reazione a stimoli esterni; la sensibilità implicata dalla parola aisthesis
è presente nelle piante, negli animali e nell’uomo; è ciò che i biologi
chiamano “irritabilità”. Queste sensazioni, che sono le passioni o emozioni
degli psicologi, sono le forze motrici dell’istinto. Platone ci esorta a
resistere da uomini contro le pulsioni del piacere e del dolore. Perché questi,
come suggerito dalla parola passione, sono esperienze piacevoli e spiacevoli
alle quali siamo soggetti; non sono atti compiuti da noi, ma cose che subiamo;
solo il giudizio e l’apprezzamento dell’arte sono un’attività. Costituisce
esperienza estetica il tocco di una pelle che ci attrae, o il gusto di un
frutto che ci piace. La “contemplazione estetica disinteressata” è una
contraddizione in termini e un puro nonsenso. L’arte è una virtù intellettuale,
non fisica; la bellezza ha a che fare con conoscenza e bontà, di cui
rappresenta precisamente l’aspetto attraente; e poiché è a motivo della sua
bellezza che un’opera ci attira, questa bellezza è evidentemente un mezzo per
un fine, e non il fine stesso dell’arte; lo scopo dell’arte è sempre quello di
comunicazione efficace. L’uomo d’azione, pertanto, non s’accontenterà di
sostituire la conoscenza di ciò che gli piace con un giudizio comprensivo; non
godrà meramente di quel che potrebbe usare (giustamente chiamiamo “esteti”
coloro che semplicemente traggono piacere); a interessarlo non sarà il lato
estetico delle opere d’arte ma la loro ragion d’essere o la logica della
composizione. Ora la composizione delle opere che stiamo esponendo non
obbedisce a ragioni estetiche ma espressive. Il giudizio fondamentale è sul
grado di riuscita da parte dell’artista nel dare una chiara espressione al tema
della sua opera. Per rispondere alla domanda “la cosa è stata ben detta?” sarà
evidentemente necessario che noi si conosca quel che si voleva dire. È per
questa ragione che in ogni discussione sulle opere d’arte dobbiamo anzitutto
considerare il soggetto.
Teniamo conto, in
altre parole, della forma dell’opera.
Nella filosofia tradizionale “forma” non significa la figura tangibile, ma è
sinonimo d’idea se non addirittura d’anima; l’anima, ad esempio, è chiamata la
forma del corpo[107].
Se vi è un’effettiva unità di forma e materia come ci aspettiamo in un’opera
d’arte, la figura del suo corpo ne esprimerà la forma, che è quella del
modello nella mente dell’artista, modello o immagine sul quale egli formerà la
figura materiale. Il grado del suo successo in quest’operazione imitativa è la
misura della perfezione dell’opera. Così Dio è detto aver chiamato buona la sua
creazione perché conforme al modello intelligibile secondo cui aveva operato; è
in questo stesso senso che l’artigiano umano parla di “validare” la sua opera.
L’elemento formale di un’opera è la sua bellezza, l’informalità la sua bruttezza.
Se è non formata sarà informe. Ogni cosa deve essere in una buona forma.
Parimenti, l’arte non è nulla di tangibile. Non
possiamo chiamare “arte” un dipinto. Come implicano le parole “artefatto” e
“artificiale”, l’oggetto eseguito è un’opera d’arte, fatto con arte,
ma non arte in sé; l’arte rimane nell’artista ed è la conoscenza con cui le
cose sono fatte. Ciò che è fatto secondo l’arte è corretto; quel che uno fa
come gli piace può facilmente essere maldestro. Non dobbiamo confondere il
gusto con il giudizio, o l’attraente con il bello, poiché certuni, come dice S.
Agostino, amano le deformità.
Le opere d’arte
sono in genere ornamentali o
variamente ornate. La guida potrà talvolta discutere la storia dell’ornamento.
Spiegherà allora che, nelle quattro lingue che più ci riguardano, e
probabilmente in tutte le lingue, tutte le parole che significano ornamento o
decorazione significavano in origine corredo; proprio come arredamento indicava
in origine tavoli e sedie per l’uso corrente e non una decorazione d’interni
intesa a farci ben figurare con i vicini o apparire degli intenditori. Non
dobbiamo considerare l’ornamento come qualcosa aggiunto a un oggetto in assenza
del quale sarebbe stato brutto. La bellezza di una cosa spoglia non è
accresciuta dall’ornamento, semmai posta in rilievo da esso. L’ornamento è una
caratterizzazione; gli ornamenti sono attributi. Non a torto sentiamo spesso
dire che l’ornamento primitivo aveva un valore magico; sarebbe più esatto dire
un valore metafisico, poiché è in genere mediante quel che ora chiamiamo la sua
decorazione che un oggetto è ritualmente trasformato e reso atto ad agire sia
spiritualmente sia fisicamente. Ad esempio, l’uso di simboli solari sui
finimenti assimila i destrieri al Sole; i modelli solari s’addicono ai bottoni
poiché il Sole stesso è il fissaggio primordiale al quale tutte le cose sono
attaccate mediante il filo dello Spirito; il modello dell’uovo e del dardo era
in origine quella che ancora perdura in India, una forma di petalo di loto
simbolo di un fondamento stabile. Solo quando i valori simbolici d’un ornamento
sono stati perduti, la decorazione diventa una sofisticheria, avulsa dal
contenuto dell’opera. Per Socrate, la distinzione tra bellezza e uso è logica,
ma non reale, né obiettiva; una cosa può essere bella solo nel contesto al
quale è destinata.
Oggigiorno i
critici parlano di un artista come ispirato
dagli oggetti esterni, o financo dal suo materiale. Si tratta di un uso errato
del linguaggio che rende impossibile allo studente la comprensione della
letteratura o dell’arte antiche. “Ispirazione” non può mai significare altro
che l’operazione di qualche forza spirituale in voi; la parola è propriamente
definita da Webster come un’“influenza divina sovrannaturale”. Può accadere che
la guida, se è razionalista, preferisca negare la possibilità dell’ispirazione;
ma non potrà tacere il fatto che da Omero in poi la parola è stata sempre usata
in un senso preciso, quello di Dante, quando dice che Amore, ossia lo Spirito
Santo, lo «spira», «e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando»[108].
La parola Natura, ad esempio nell’affermazione
“l’Arte imita la natura nel suo modo d’operare”, non si riferisce ad alcunché
visibile del nostro ambiente; e quando Platone dice “secondo natura”, non
intende “come le cose si comportano”, ma come dovrebbero comportarsi, senza
“peccare contro natura”. La Natura tradizionale è Madre Natura, quel principio
per cui le cose sono “naturate”, per cui, ad esempio, un cavallo è equino e un
uomo è umano. L’arte è un’imitazione della natura delle cose, non delle loro
apparenze.
In questo modo
prepareremo il nostro pubblico a comprendere la pertinenza delle opere d’arte
antiche. Se, invece, ignoriamo l’evidenza e riteniamo che l’apprezzamento
dell’arte sia meramente un’esperienza estetica, predisporremo evidentemente la
nostra esposizione per far leva sulla sensibilità del pubblico. Ciò implica che
il pubblico vada preparato a sentire. Ma l’idea che il pubblico sia un animale
insensibile contrasta però stranamente con la testimonianza offerta dal genere
d’arte che esso si sceglie da sé senza l’aiuto dei musei. Perché percepiamo che
il pubblico sappia già quel che gli piace. Ama i bei colori e i suoni e tutto
ciò che è spettacolare o personale o aneddotico o che lusinga la sua fiducia
nel progresso. Questo pubblico ama il proprio benessere. Se crediamo che l’apprezzamento dell’arte sia un’esperienza estetica daremo al pubblico
quel che desidera.
Ma non è compito
di un museo né di qualunque educatore compiacere e divertire il pubblico. Se
l’esposizione d’opere d’arte, come la lettura di libri, vuole avere un valore
culturale, cioè nutrire e far crescere il meglio di noi stessi, come le piante
traggono nutrimento e crescono nei terreni più adatti, è alla comprensione e
non ai bei sentimenti che bisogna appellarsi. Per un verso il pubblico ha
ragione; vuole sempre conoscere di che “tratta” un’opera d’arte. «Su quale
soggetto – come domandava Platone – il sofista ci rende tanto eloquenti?».
Diciamo loro di che trattano queste opere d’arte e non diciamo loro
semplicemente cose su queste opere d’arte. Diciamo loro la scomoda verità, che
la maggior parte di queste opere d’arte tratta di Dio, di quel Dio che ci
guardiamo dal menzionare nella buona società. Ammettiamo che se è nostro scopo proporre un’educazione che si accordi alla natura
più profonda e all’eloquenza delle stesse opere esposte, non sarà
un’educazione fondata sulla sensibilità, ma sulla filosofia, nel senso
attribuito a questa parola da Platone e Aristotele, per i quali significa
ontologia e teologia e guida di vita, e una saggezza da applicare alle
situazioni quotidiane. Riconosciamo che nulla sarà stato compiuto finché la
vita degli uomini non sarà influenzata e i loro valori cambiati da quel che
dobbiamo spiegare. Assumendo questo punto di vista, elimineremo la distinzione
sociale ed economica tra le belle arti e le arti applicate; non continueremo a
dividere l’antropologia dall’arte, ma riconosceremo che un approccio
antropologico all’arte è molto più accurato dell’estetico; non continueremo a
pretendere che il contenuto delle arti popolari sia tutto tranne che
metafisico. Insegneremo al nostro pubblico a esigere dalle opere d’arte
soprattutto la chiarezza.
Ad esempio,
porremo un coccio neolitico dipinto o una moneta forata indiana accanto a una
rappresentazione medioevale dei Sette doni dello Spirito, e chiariremo con
l’aiuto di didascalie o di Guide o entrambi che la ragione di tutte queste
composizioni è d’affermare la dottrina universale dei “Sette Raggi del Sole”.
Accosteremo una rappresentazione egizia della Porta del Sole custodita dal
Sole stesso e la figura del Pantokrator nell’oculo d’una cupola
bizantina, e spiegheremo che queste porte attraverso le quali si esce
dall’universo sono come il foro nel tetto attraverso il quale l’Indiano
d’America entra o esce dal suo hogan,
come il foro nel centro del pi
cinese, come l’apertura nella yurt dello sciamano siberiano, e come
l’apertura nel tetto sopra l’ara di Jupiter Terminus; spiegando che tutte
queste costruzioni sono ricordi del Dio-Porta, dell’Uno che poteva dire “Io
sono la Porta”. I nostri studi di storia dell’architettura chiariranno che
“armonia” fu all’origine un termine da carpentiere che significava “falegnameria”,
e che era inevitabile, sia nella tradizione greca sia in quella indiana, che il
Padre e il Figlio fossero dei “carpentieri”, e dimostreremo che deve trattarsi
d’una dottrina dell’antichità neolitica, o piuttosto “Ilica”. Sapremo
distinguere nettamente l’“educazione visuale” che solo ci parla dell’aspetto
delle cose (lasciandoci reagire come
dobbiamo) dall’iconografia delle cose che sono di per se stesse
invisibili (ma dalle quali possiamo essere guidati al modo d’agire).
Può essere che la
comprensione delle opere d’arte antiche e delle condizioni in cui furono
prodotte mini la nostra lealtà all’arte contemporanea e agli attuali metodi di fabbricazione.
Sarà questa la prova del nostro successo come educatori; non dobbiamo sottrarci
alla verità che ogni forma di educazione implica una rivalutazione. Tutto ciò
che è fatto solo per dare piacere è, secondo Platone, un trastullo, per il
diletto di quella parte di noi che soggiace passivamente alle tempeste emotive;
al contrario l’educazione tratta dalle opere d’arte dovrebbe essere
un’educazione ad amare quel che è ordinato e a disdegnare quel che è
disordinato. Abbiamo proposto di educare il pubblico a porsi anzitutto due
domande su un’opera d’arte, è vera? o bella? (qualunque parola preferiate) e a
quale buon uso serve? Spereremmo d’aver dimostrato con la nostra esposizione
che il valore umano di qualsiasi cosa fatta è determinato dalla coincidenza in
essa di bellezza e utilità, di significato e idoneità; che artefatti di tal
sorta possono essere fatti solo da lavoratori liberi e responsabili, liberi di
considerare solo il bene dell’opera da eseguire e responsabili individualmente
della sua qualità; e che la fabbricazione di “arte” negli studi abbinata a una
“fabbricazione” senz’arte nelle fabbriche rappresenta uno scadimento della
qualità di vita a un livello subumano.
Queste non sono
opinioni personali, ma solo le logiche deduzioni di una vita intera spesa a
maneggiare opere d’arte, a osservare uomini all’opera, e allo studio della filosofia
universale dell’arte di cui la nostra “estetica” non è che una fugace e
provinciale aberrazione. Coloro che operano seriamente nei musei si
allineeranno così con Platone nell’affermare che “non possiamo chiamare arte
ciò che è irrazionale”.
Convivio *
Dante
Alighieri
Presentiamo
un estratto del Convivio di Dante Alighieri, nel quale “il Sommo
Poeta” pone in evidenza come ogni età dell’uomo abbia virtù e qualità proprie da
perseguire. Questa specificità può riferirsi sia al percorso dell’essere umano
dalla nascita alla morte, sia, ed è questo l’aspetto che potrebbe interessare
maggiormente i nostri lettori, alle diverse tappe di un viaggio iniziatico che
comincia con il desiderio di conoscere, si sviluppa attraverso il rispetto
dapprima di se stessi e poi del prossimo, e termina col raggiungimento della
conoscenza di Dio.
Trattato Quarto
Canzone Terza,
versi 61-146
|
Né voglion che vil uom gentil divegna, né di vil padre scenda nazion che per gentil già mai s’intenda; questo è da lor confesso: onde lor ragion par che sé offenda in tanto quanto assegna che tempo a gentilezza si convegna, diffinendo con esso. Ancor, segue di ciò che innanzi ho
messo, che siam tutti gentili o ver villani, o che non fosse ad uom cominciamento; ma ciò io non consento, ned ellino altressì, se son cristiani! Per che a ’ntelletti sani è manifesto i lor diri esser vani, ed io così per falsi li riprovo, e da lor mi rimovo; e dicer voglio omai, sì com’io sento, che cosa è gentilezza, e da che vene, e dirò i segni che ’l gentile uom tene. Dico ch’ogni vertù principalmente vien da una radice: vertute, dico, che fa l’uom felice in sua operazione. Questo è, secondo che l’Etica dice, un abito eligente lo qual dimora in mezzo solamente, e tai parole pone. Dico che nobiltate in sua ragione importa sempre ben del suo subietto, come viltate importa sempre male; e vertute cotale dà sempre altrui di sé buono intelletto; per che in medesmo detto convegnono ambedue, ch’en d’uno effetto. Onde convien da l’altra vegna l’una, o d’un terzo ciascuna; ma se l’una val ciò che l’altra vale, e ancor più, da lei verrà più tosto. E ciò ch’io dett’ho qui sia per
supposto. È gentilezza dovunqu’è vertute, ma non vertute ov’ella; sì com’è ’l cielo dovunqu’è la stella, |
ma ciò non e converso. E noi in donna e in età novella vedem questa salute, in quanto vergognose son tenute, ch’è da vertù diverso. Dunque verrà, come dal nero il perso, ciascheduna vertute da costei, o vero il gener lor, ch’io misi avanti. Però nessun si vanti dicendo: ‘Per ischiatta io son con lei’, ch’elli son quasi dei quei c’han tal grazia fuor di tutti rei; ché solo Iddio a l’anima la dona che vede in sua persona perfettamente star: sì ch’ad alquanti che seme di felicità sia costa, messo da Dio ne l’anima ben posta. L’anima cui adorna esta bontate non la si tiene ascosa, ché dal principio ch’al corpo si sposa la mostra infin la morte. Ubidente, soave e vergognosa è ne la prima etate, e sua persona adorna di bieltate con le sue parti accorte; in giovinezza, temperata e forte, piena d’amore e di cortese lode, e solo in lealtà far si diletta; è ne la sua senetta prudente e giusta, e larghezza se n’ode, e ’n se medesma gode d’udire e ragionar de l’altrui prode; poi ne la quarta parte de la vita a Dio si rimarita, contemplando la fine che l’aspetta, e benedice li tempi passati. Vedete omai quanti son l’ingannati! Contra-li-erranti mia, tu te n’andrai; e quando tu sarai in parte dove sia la donna nostra, non le tenere il tuo mestier coverto tu le puoi dir per certo: «Io vo parlando de l’amica vostra». |
Capitolo XXIV
Ritornando
al proposito, dico che la umana vita si parte per quattro etadi. La prima si
chiama Adolescenzia, cioè ‘accrescimento di vita’; la seconda si chiama
Gioventute, cioè ‘etade che puote giovare’,
cioè perfezione dare, e così s’intende perfetta – ché nullo puote dare se non
quello ch’elli ha –; la terza si chiama Senettute; la quarta si chiama
Senio, sì come di sopra detto è.
De
la prima nullo dubita, ma ciascuno savio s’accorda ch’ella dura in fino al
venticinquesimo anno; e però che infino a quel tempo l’anima nostra intende a
lo crescere e a lo abbellire del corpo, onde molte e grandi transmutazioni sono
ne la persona, non puote perfettamente la razionale parte discernere. Per che
la Ragione vuole che dinanzi a quella etade l’uomo non possa certe cose fare
sanza curatore di perfetta etade.
De
la seconda, la quale veramente è colmo de la nostra vita, diversamente è preso
lo tempo da molti. Ma, lasciando ciò che ne scrivono li filosofi e li medici, e
tornando a la ragione propria, dico che ne li più, ne li quali prendere si
puote e dee ogni naturale giudicio, quella etade è venti anni. E la ragione che
ciò mi dà si è che, se ’l colmo del nostro arco è ne li trentacinque, tanto
quanto questa etade ha di salita tanto dee avere di scesa; e quella salita e
quella scesa è quasi lo tenere de l’arco, nel quale poco di flessione si
discerne. Avemo dunque che la gioventute nel quarantacinquesimo anno si compie.
E sì come l’adolescenzia è in venticinque anni che precede, montando, a la
gioventute, così lo discendere, cioè la senettute, è [in] altrettanto tempo
che succede a la gioventute; e così si termina la senettute nel settantesimo
anno. Ma però che l’adolescenza non comincia dal principio de la vita,
pigliandola per lo modo che detto è, ma presso a otto anni dopo quell[o]; e
però che la nostra natura si studia di salire, e a lo scendere raffrena, però
che lo caldo naturale è menomato, e puote poco, e l’umido è ingrossato (non
per[ò] in quantitade, ma p[ur] in qualitade, sì ch’è meno vaporabile e
consumabile), avviene che oltre la senettute rimane de la nostra vita forse in quantitade
di diece anni, o poco più o poco meno: e questo tempo si chiama senio. Onde
avemo di Platone, del quale ottimamente si può dire che fosse naturato e per
la sua perfezione e per la fisonomia che di lui prese Socrate quando prima lo
vide, che esso vivette ottantuno anno, secondo che testimonia Tullio in quello
De Senectute[109]. E io
credo che se Cristo fosse stato non crucifisso, e fosse vivuto lo spazio che la
sua vita poteva secondo natura trapassare, elli sarebbe a li ottantuno anno di
mortale corpo in etternale transmutato.
Veramente,
sì come di sopra detto è, queste etadi possono essere più lunghe e più corte
secondo la complessione nostra e la composizione; ma, come elle siano in questa
proporzione, come detto è, in tutti mi pare da servare, cioè di fare l’etadi in
quelli cotali e più lunghe e meno secondo la integritade di tutto lo tempo de
la naturale vita. Per queste tutte etadi questa nobilitade, di cui si parla,
diversamente mostra li suoi effetti ne l’anima nobilitata; e questo è quello
che questa parte, sopra la quale al presente si scrive, intende a dimostrare.
Dov’è da sapere che la nostra buona e diritta natura ragionevolmente procede
in noi, sì come vedemo procedere la natura de le piante in quelle; e però altri
costumi e altri portamenti sono ragionevoli ad una etade più che ad altra, ne
li quali l’anima nobilitata ordinatamente procede per una semplice via, usando
li suoi atti ne li loro tempi ed etadi sì come a l’ultimo suo frutto sono
ordinati. E Tullio in ciò s’accorda in quello De Senectute. E lasciando lo
figurato che di questo diverso processo de l’etadi tiene Virgilio ne lo Eneida[110],
e lasciando stare quello che Egidio eremita ne dice ne la prima parte de lo
Reggimento de’ Principi[111],
e lasciando stare quello che ne tocca Tullio in quello de li Offici[112],
e seguendo solo quello che la ragione per sé ne puote vedere, dico che questa
prima etade è porta e via per la quale s’entra ne la nostra buona vita. E
questa entrata conviene avere di necessitade certe cose, le quali la buona
natura, che non viene meno ne le cose necessarie, ne dà; sì come vedemo che dà
a la vite le foglie per difensione del frutto, e li vignuoli con li quali
difende e lega la sua imbecillitade, sì che sostiene lo peso del suo frutto.
Dà
adunque la buona natura a questa etade quattro cose, necessarie a lo entrare ne
la cittade del bene vivere. La prima si è obedienza; la seconda soavitade; la
terza vergogna; la quarta adornezza corporale, sì come dice lo testo ne la
prima particola. È dunque da sapere, che sì come quello che mai non fosse stato
in una cittade, non saprebbe tenere le vie sanza insegnamento di colui che
l’hae usata; così l’adolescente, che entra ne la selva erronea di questa vita,
non saprebbe tenere lo buono cammino, se da li suoi maggiori non li fosse
mostrato. Né lo mostrare varrebbe, se a li loro comandamenti non fosse
obediente; e però fu a questa etade necessaria la obedienza. Ben potrebbe
alcuno dire così: dunque potrà essere detto quelli obediente che crederà li malvagi
comandamenti, come quelli che crederà li buoni? Rispondo che non fia quella
obedienza, ma transgressione: ché se lo re comanda una via e lo servo ne
comanda un’altra, non è da obedire lo servo; ché sarebbe disobedire lo re e
così sarebbe transgressione. E però dice Salomone, quando intende correggere
suo figlio (e questo è lo primo suo comandamento): «Audi, figlio mio,
l’ammaestramento del tuo padre»[113].
E poi lo rimuove incontanente da l’altrui reo consiglio e ammaestramento,
dicendo: ‘Non ti possano quello fare di lusinghe né di diletto li peccatori,
che tu vadi con loro’[114].
Onde, sì come, nato, tosto lo figlio a la tetta de la madre s’apprende, così
tosto, come alcuno lume d’animo in esso appare, si dee volgere a la correzione
del padre, e lo padre lui ammaestrare. E guardisi che non li dea di sé essemplo
ne l’opera, che sia contrario a le parole de la correzione: ché naturalmente
vedemo ciascuno figlio più mirare a le vestigie de li paterni piedi che a l’altre.
E però dice e comanda la Legge[115],
che a ciò provede, che la persona del padre sempre santa e onesta dee apparere
a li suoi figli; e così appare che la obedienza fue necessaria in questa etade.
E però scrive Salomone ne li Proverbi, che quelli che umilemente e
obedientemente sostiene dal correttore le sue corrett[iv]e riprensioni, «sarà
glorioso»[116]; e dice
‘sarà’, a dare ad intendere che elli parla a lo adolescente, che non puote
essere, ne la presente etade. E se alcuno calunniasse: ‘Ciò che detto è, è pur
del padre e non d’altri’, dico che al padre si dee riducere ogni altra
obedienza. Onde dice l’Apostolo a li Colossensi: «Figliuoli, obedite a li
vostri padri per tutte cose, per ciò che questo vuole Iddio»[117].
E se non è in vita lo padre, riducere si dee a quelli che per lo padre è ne
l’ultima volontade in padre lasciato; e se lo padre muore intestato, riducere
si dee a colui cui la Ragione commette lo suo governo. E poi deono essere
obediti maestri e maggiori, c[ui] in alcuno modo pare dal padre, o da quelli
che loco paterno tiene, essere commesso. Ma però che lungo è stato lo capitolo
presente per le utili digressioni che contiene, per l’altro capitolo l’altre
cose sono da ragionare.
Capitolo
XXV
Non
solamente questa anima e natura buona in adolescenza è obediente, ma eziandio
soave; la quale cosa è l’altra ch’è necessaria in questa etade a bene intrare
ne la porta de la gioventute. Necessaria è, poi che noi non potemo perfetta
vita avere sanza amici, sì come ne l’ottavo de l’Etica vuole Aristotile; e la
maggiore parte de l’amistadi si paiono seminare in questa etade prima, però che
in essa comincia l’uomo ad essere grazioso, o vero lo contrario: la quale
grazia s’acquista per soavi reggimenti, che sono dolce e cortesemente parlare,
dolce e cortesemente servire e operare. E però dice Salomone a lo adolescente
figlio: «Li schernidori Dio li schernisce, e a li mansueti Dio darà grazia»[118].
E altrove dice: «Rimuovi da te la mala bocca, e li altri atti villani siano di
lungi da te»[119]. Per
che appare, che necessaria sia questa soavitade, come detto è.
Anche
è necessaria a questa etade la passione de la vergogna; e però la buona e
nobile natura in questa etade la mostra, sì come lo testo dice. E però che la
vergogna è apertissimo segno in adolescenza di nobilitade, perché quivi è
massimamente necessaria al buono fondamento de la nostra vita, a lo quale la
nobile natura intende, di quella è alquanto con diligenza da parlare. Dico che
per vergogna io intendo tre passioni necessarie al fondamento de la nostra
vita buona: l’una si è stupore; l’altra si è pudore; la terza si è verecundia;
avvegna che la volgare gente questa distinzione non discerna. E tutte e tre
queste sono necessarie a questa etade per questa ragione: a questa etade è
necessario d’essere reverente e disidiroso di sapere; a questa etade è
necessario d’essere rifrenato, sì che non transvada; a questa etade è
necessario d’essere penitente del fallo, sì che non s’ausi a fallare. E tutte
queste cose fanno le passioni sopra dette, che vergogna volgarmente sono
chiamate. Ché lo stupore è uno stordimento d’animo per grandi e maravigliose
cose vedere o udire o per alcuno modo sentire: che, in quanto paiono grandi,
fanno reverente a sé quelli che le sente; in quanto paiono mirabili, fanno
voglioso di sapere di quelle. E però li antichi regi ne le loro magioni faceano
magnifici lavorii d’oro e di pietre e d’artificio, acciò che quelli che le
vedessero divenissero stupidi, e però reverenti, e domandatori de le condizioni
onorevoli de lo rege. E però dice Stazio, lo dolce poeta, nel primo de la
Tebana Istoria[120],
che quando Adrasto, rege de li Argi, vide Polinice coverto d’un cuoio di leone,
e vide Tideo coverto d’un cuoio di porco selvatico, e ricordossi del risponso
che Apollo dato avea per le sue figlie, che esso divenne stupido; e però più
reverente e più disideroso di sapere.
Lo
pudore è uno ritraimento d’animo da laide cose, con paura di cadere in quelle;
sì come vedemo ne le vergini e ne le donne buone e ne li adolescenti, che tanto
sono pudici, che non solamente là dove richesti o tentati sono di fallare, ma
dove pure alcuna imaginazione di venereo compimento avere si puote, tutti si
dipingono ne la faccia di palido o di rosso colore. Onde dice lo sopra notato
poeta ne lo allegato libro primo di Tebe, che quando Aceste, nutrice d’Argia e
di Deifile, figlie d’Adrasto rege, le menò dinanzi da li occhi del santo padre
ne la presenza de li due peregrini, cioè Polinice e Tideo, le vergini palide e
rubicunde si fecero, e li loro occhi fuggiro da ogni altrui sguardo, e solo ne
la paterna faccia, quasi come sicuri, si tennero. Oh quanti falli rifrena esto
pudore! quante disoneste cose e dimande fa tacere! quante disoneste cupiditati
raffrena! quante male tentazioni non pur ne la pudica persona diffida, ma
eziandio in quello che la guarda! quante laide parole ritene! Ché, sì come dice
Tullio nel primo de li Offici[121]:
Nullo atto è laido, che non sia laido quello nominare; e però lo pudico e
nobile uomo mai non parla sì, che ad una donna non fossero oneste le sue
parole. Ahi quanto sta male a ciascuno nobile uomo che onore vada cercando,
menzionare cose che ne la bocca d’ogni donna stean male!
La
verecundia è una paura di disonoranza per fallo commesso; e di questa paura
nasce un pentimento del fallo, lo quale ha in sé una amaritudine che è
gastigamento a più non fallire. Onde dice questo medesimo poeta, in quella
medesima parte, che quando Polinice fu domandato da Adrasto rege del suo
essere, ch’elli dubitò prima di dicere, per vergogna del fallo che contra lo
padre fatto avea, e ancora per li falli d’Edippo suo padre, ché paiono rimanere
in vergogna del figlio; e non nominò suo padre, ma li antichi suoi e la terra e la madre. Per che bene appare, vergogna
essere necessaria in quella etade.
E
non pure obedienza, soavitade e vergogna la nobile natura in questa etade
dimostra, ma dimostra bellezza e snellezza nel corpo; sì come dice lo testo
quando dice: E sua persona adorna. E
questo ‘adorna’ è verbo e non nome: verbo, dico, indicativo del tempo presente
in terza persona. Ove è da sapere che anco è necessaria questa opera a la
nostra buona vita; ché la nostra anima conviene grande parte de le sue
operazioni operare con organo corporale, e allora opera bene che ’l corpo è
bene per le sue parti ordinato e disposto. E quando elli è bene ordinato e
disposto, allora è bello per tutto e per le parti; ché l’ordine debito de le
nostre membra rende uno piacere non so di che armonia mirabile, e la buona
disposizione, cioè la sanitade, getta sopra quelle uno colore dolce a
riguardare. E così dicere che la nobile natura lo suo corpo abbellisca e faccia
conto e accorto, non è altro a dire se non che l’acconcia a perfezione
d’ordine, e, co[sì questa come l’]altre cose che ragionate sono, appare essere
necessarie a l’adolescenza: le quali la nobile anima, cioè la nobile natura,
[dà, e] ad esse primamente intende, sì come cosa che, come detto è, da la
divina provedenza è seminata.
Capitolo
XXVI
Poi che sopra la prima
particola di questa parte, che mostra quello per che potemo conoscere l’uomo
nobile a li segni apparenti, è ragionato, da procedere è a la seconda parte, la
quale comincia: In giovinezza, temperata
e forte. Dice adunque che sì come la nobile natura in adolescenza ubidente, soave e vergognosa, e
adornatrice de la sua persona si mostra, così ne la gioventute si fa temperata, forte, amorosa, cortese e
leale: le quali cinque cose paiono, e sono, necessarie a la nostra perfezione,
in quanto avemo rispetto a noi medesimi. E intorno di ciò si vuole sapere che
tutto quanto la nobile natura prepara ne la prima etade, è apparecchiato e ordinato
per provedimento di Natura universale, che ordina la particulare a sua
perfezione. Questa perfezione nostra si può doppiamente considerare. Puotesi
considerare secondo che ha rispetto a noi medesimi: e questa ne la nostra
gioventute si dee avere, che è colmo de la nostra vita. Puotesi considerare
secondo che ha rispetto ad altri; e però che prima conviene essere perfetto, e
poi la sua perfezione comunicare ad altri, convienesi questa secondaria
perfezione avere appresso questa etade, cioè ne la senettute, sì come di sotto
si dicerà.
Qui adunque è da reducere
a mente quello che di sopra, nel ventiduesimo capitolo di questo trattato, si
ragiona de lo appetito che in noi dal nostro principio nasce. Questo appetito
mai altro non fa che cacciare e fuggire; e qualunque ora esso caccia quello che
e quanto si conviene, e fugge quello che e quanto si conviene, l’uomo è ne li
termini de la sua perfezione. Veramente questo appetito conviene essere
cavalcato da la ragione; ché sì come uno sciolto cavallo, quanto ch’ello sia di
natura nobile, per sé, sanza lo buono cavalcatore, bene non si conduce, così
questo appetito, che irascibile e concupiscibile si chiama, quanto ch’ello sia
nobile, a la ragione obedire conviene, la quale guida quello con freno e con
isproni, come buono cavaliere. Lo freno usa quando elli caccia, e chiamasi
quello freno temperanza, la quale mostra lo termine infino al quale è da
cacciare; lo sprone usa quando fugge, per lui tornare a lo loco onde fuggire
vuole, e questo sprone si chiama fortezza, o vero magnanimitate, la quale
vertute mostra lo loco dove è da fermarsi e da pugnare. E così infrenato mostra
Virgilio, lo maggiore nostro poeta, che fosse Enea, ne la parte de lo Eneida
ove questa etade si figura; la quale parte comprende lo quarto, lo quinto e lo
sesto libro de lo Eneida. E quanto raffrenare fu quello, quando, avendo
ricevuto da Dido tanto di piacere quanto di sotto nel settimo trattato si
dicerà, e usando con essa tanto di dilettazione, elli si partio, per seguire
onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel quarto de l’Eneida scritto è! Quanto
spronare fu quello, quando esso Enea sostenette solo con Sibilla a intrare ne
lo Inferno a cercare de l’anima di suo padre Anchise, contra tanti pericoli,
come nel sesto de la detta istoria si dimostra! Per che appare che, ne la
nostra gioventute, essere a nostra perfezione ne convegna ‘temperati e forti’.
E questo fa e dimostra la buona natura, sì come lo testo dice espressamente.
Ancora è a questa etade,
a sua perfezione, necessario d’essere amorosa; però che ad essa si conviene
guardare diretro e dinanzi, sì come cosa che è nel meridionale cerchio:
conviensi amare li suoi maggiori, da li quali ha ricevuto ed essere e
nutrimento e dottrina, sì che esso non paia ingrato; conviensi amare li suoi
minori, acciò che, amando quelli, dea loro de li suoi benefici, per li quali
poi ne la minore prosperitade esso sia da loro sostenuto e onorato. E questo
amore mostra che avesse Enea lo nomato poeta nel quinto libro sopra detto,
quando lasciò li vecchi Troiani in Cicilia raccomandati ad Aceste, e partilli
da le fatiche; e quando ammaestrò in questo luogo Ascanio, suo figliuolo, con
li altri adolescentuli armeggiando. Per che appare a questa etade necessario
essere amare, come lo testo dice.
Ancora
è necessario a questa etade essere cortese; ché, avvegna che a ciascuna etade
sia bello l’essere di cortesi costumi, a questa è massimamente necessario; però
che [lievemente merita perdono l’adolescenza, se di cortesia manchi, per
minoranza d’etade, e però che,] nel contrario, non la puote avere la senettute,
per la gravezza sua e per la severitade che a lei si richiede; e così lo senio
maggiormente. E questa cortesia mostra che avesse Enea questo altissimo poeta,
nel sesto sopra detto, quando dice che Enea rege, per onorare lo corpo di
Miseno morto, che era stato trombatore d’Ettore e poi s’era raccomandato a lui,
s’accinse e prese la scure ad aiutare tagliare le legne per lo fuoco che dovea
ardere lo corpo morto, come era di loro costume. Per che bene appare questa
essere necessaria a la gioventute, e però la nobile anima in quella la
dimostra, come detto è.
Ancora è necessario a questa etade
essere leale. Lealtade è seguire e mettere in opera quello che le leggi dicono,
e ciò massimamente si conviene a lo giovane: però che lo adolescente, come
detto è, per minoranza d’etade lievemente merita perdono; lo vecchio per più
esperienza dee essere giusto, e non essaminatore di legge, se non in quanto lo
suo diritto giudicio e la legge è tutto uno quasi e, quasi sanza legge alcuna,
dee giustamente
sé guidare: che non può fare lo giovane. E basti che esso seguiti la legge, e
in quella seguitare si diletti: sì come dice lo predetto poeta, nel predetto
quinto libro, che fece Enea, quando fece li giuochi in Cicilia ne
l’anniversario del padre; che ciò che promise per le vittorie, lealmente diede
poi a ciascuno vittorioso, sì come era di loro lunga usanza, che era loro
legge. Per che è manifesto che a questa etade lealtade, cortesia, amore,
fortezza e temperanza siano necessarie, sì come dice lo testo che al presente è
ragionato; e però la nobile anima tutte le dimostra.
Capitolo
XXVII
Veduto
e ragionato è assai sofficientemente sopra quella particola che ’l testo pone,
mostrando quelle probitadi che a la gioventute presta la nobile anima; per che
da intendere pare a la terza parte che comincia: è ne la sua senetta, ne la quale intende lo testo mostrare quelle
cose che la nobile natura mostra e dee avere ne la terza etade, cioè senettude.
E dice che l’anima nobile ne la senetta sì è prudente, sì è giusta, sì è larga,
e allegra di dir bene in prode d’altrui e d’udire quello, cioè che è affabile.
E veramente queste quattro vertudi a questa etade sono convenientissime. E a
ciò vedere, è da sapere che, sì come dice Tullio in quello De Senectute, «certo
corso ha la nostra buona etade, e una via semplice è quella de la nostra buona
natura; e a ciascuna parte de la nostra etade è data stagione a certe cose»[122].
Onde sì come a l’adolescenza dato è, com’è detto di sopra, quello per che a
perfezione e a maturitade venire possa, così a la gioventute è data la perfezione,
e [a la senettute] la maturitade acciò che la dolcezza del suo frutto e a sé e
ad altrui sia profittabile; ché sì come Aristotile dice, l’uomo è animale
civile, per che a lui si richiede non pur a sé ma altrui essere utile. Onde si
legge di Catone che non a sé, ma a la patria e a tutto lo mondo nato esser
credea[123]. Dunque
appresso la propria perfezione, la quale s’acquista ne la gioventute, conviene
venire quella che alluma non pur sé ma li altri; e conviensi aprire l’uomo
quasi com’una rosa che più chiusa stare non puote, e l’odore che dentro
generato è spandere: e questo conviene essere in questa terza etade, che per
mano corre. Conviensi adunque essere prudente, cioè savio: e a ciò essere si
richiede buona memoria de le vedute cose, buona conoscenza de le presenti e
buona provedenza de le future. E, sì come dice lo Filosofo nel sesto de
l’Etica, «impossibile è essere savio chi non è buono», e però non è da dire
savio chi con sottratti e con inganni procede, ma è da chiamare astuto; ché sì
come nullo dicerebbe savio quelli che si sapesse bene trarre de la punta d’uno
coltello ne la pupilla de l’occhio, così non è da dire savio quelli che ben sa
una malvagia cosa fare, la quale facendo, prima sé sempre che altrui offende.
Se
bene si mira, da la prudenza vegnono li buoni consigli, li quali conducono sé e
altri a buono fine ne le umane cose e operazioni; e questo è quello dono che
Salomone, veggendosi al governo del populo essere posto, chiese a Dio, sì come
nel terzo libro de li Regi è scritto[124].
Né questo cotale prudente non attende [chi] li domandi ‘Consigliami’, ma
proveggendo per lui, sanza richesta colui consiglia; sì come la rosa, che non
pur a quelli che va a lei per lo suo odore rende quello, ma eziandio a
qualunque appresso lei va. Potrebbe qui dire alcuno medico o legista: ‘Dunque
porterò io lo mio consiglio e darollo eziandio che non mi sia chesto, e de la
mia arte non averò frutto?’ Rispondo, sì come dice nostro Signore: «A grado
riceveste, a grado e date»[125].
Dico dunque, messer lo legista, che quelli consigli che non hanno rispetto a la
tua arte e che procedono solo da quel buono senno che Dio ti diede (che è
prudenza, de la quale si parla), tu non li dei vendere a li figli di Colui che
te l’ha dato: quelli che hanno rispetto a l’arte, la quale hai comperata,
vendere puoi; ma non sì che non si convegnano alcuna volta decimare e dare a
Dio, cioè a quelli miseri a cui solo lo grado divino è rimaso.
Conviensi
anche a questa etade essere giusto, acciò che li suoi giudicii e la sua autoritade
sia un lume e una legge a li altri. E perché questa singulare vertù, cioè
giustizia, fue veduta per li antichi filosofi apparire perfetta in questa
etade, lo reggimento de le cittadi commisero in quelli che in questa etade
erano; e però lo collegio de li rettori fu detto Senato. Oh misera, misera
patria mia! quanta pietà mi stringe per te, qual volta leggo, qual volta scrivo
cosa che a reggimento civile abbia rispetto! Ma però che di giustizia nel
penultimo trattato di questo volume si tratterà, basti qui al presente questo
poco avere toccato di quella.
Conviensi
anche a questa etade essere largo; però che allora si conviene la cosa quando
più satisface al debito de la sua natura, né mai a lo debito de la larghezza
non si può satisfacere così come in questa etade. Ché se volemo bene mirare al
processo d’Aristotile nel quarto de l’Etica, e a quello di Tullio in quello de
li Offici, la larghezza vuole essere a luogo e a tempo, tale che lo largo non
noccia a sé né ad altrui[126].
La quale cosa avere non si puote sanza prudenza e sanza giustizia; le quali
virtudi anzi a questa etade avere perfette per via naturale è impossibile. Ahi
malestrui e malnati, che disertate vedove e pupilli, che rapite a li men
possenti, che furate e occupate l’altrui ragioni; e di quelle corredate
conviti, donate cavalli e arme, robe e denari, portate le mirabili vestimenta,
edificate li mirabili edifici, e credetevi larghezza fare! E che è questo altro
a fare che levare lo drappo di su l’altare e coprire lo ladro la sua mensa? Non
altrimenti si dee ridere, tiranni, de le vostre messioni, che del ladro che
menasse a la sua casa li convitati, e la tovaglia furata di su l’altare, con li
segni ecclesiastici ancora, ponesse in su la mensa e non credesse che altri se
n’accorgesse. Udite, ostinati, che dice Tullio contro a voi nel libro de li
Offici: «Sono molti, certo desiderosi d’essere apparenti e gloriosi, che
tolgono a li altri per dare a li altri, credendosi buoni essere tenuti, [se li]
arricchiscono per qual ragione essere voglia. Ma ciò tanto è contrario a quello
che far si conviene, che nulla è più»[127].
Conviensi
anche a questa etade essere affabile, ragionare lo bene, e quello udire volontieri:
imperò che allora è buono ragionare lo bene, quando esso è ascoltato. E questa
etade pur ha seco un’ombra d’autoritade, per la quale più pare che lei l’uomo
ascolti che nulla più tostana etade, e più belle e buone novelle pare dover
savere per la lunga esperienza de la vita. Onde dice Tullio in quello De
Senectute, in persona di Catone vecchio: «A me è ricresciuto e volontà e
diletto di stare in colloquio più ch’io non solea»[128].
E
che tutte e quattro queste cose convegnono a questa etade, n’ammaestra Ovidio
nel settimo Metamorfoseos[129],
in quella favola dove scrive come Cefalo d’Atene venne ad Eaco re per soccorso,
ne la guerra che Atene ebbe con Creti. Mostra che Eaco vecchio fosse prudente,
quando, avendo per pestilenza di corrompimento d’aere quasi tutto lo popolo
perduto, esso saviamente ricorse a Dio e a lui domandò lo ristoro de la morta
gente; e per lo suo senno, che a pazienza lo tenne e a Dio tornare lo fece, lo
suo popolo ristorato li fu maggiore che prima. Mostra che esso fosse giusto,
quando dice che esso fu partitore a nuovo popolo e distributore de la terra
diserta sua. Mostra che fosse largo, quando disse a Cefalo dopo la dimanda de
lo aiuto: «O Atene, non domandate a me aiutorio, ma toglietevelo; e non dite a
voi dubitose le forze che ha questa isola. E tutto questo è [lo] stato de le
mie cose: forze non ci menomano, anzi ne sono a noi di soperchio; e lo
avversario è grande, e lo tempo da dare è, bene avventuroso e sanza escusa».
Ahi quante cose sono da notare in questa risposta! Ma a buono intenditore basti
essere posto qui come Ovidio lo pone. Mostra che fosse affabile, quando dice e
ritrae per lungo sermone a Cefalo la istoria de la pestilenza del suo popolo
diligentemente, e lo ristoramento di quello. Per che assai è manifesto a
questa etade essere quattro cose convenienti; per che la nobile natura in essa
le mostra, sì come lo testo dice. E perché più memorabile sia l’essemplo che
detto è, dice di Eaco re che questi fu padre di Telamon, [di Peleus] e di Foco,
del quale Telamon nacque Aiace, e di Peleus Achilles.
Capitolo
XXVIII
Appresso
de la ragionata particola è da procedere a l’ultima, cioè a quella che
comincia: Poi ne la quarta parte de la
vita; per la quale lo testo intende mostrare quello che fa la nobile anima
ne l’ultima etade, cioè nel senio. E dice ch’ella fa due cose: l’una, che ella
ritorna a Dio, sì come a quello porto onde ella si partio quando venne ad
intrare nel mare di questa vita; l’altra si è che ella benedice lo cammino che
ha fatto, però che è stato diritto e buono e sanza amaritudine di tempesta. E
qui è da sapere che, sì come dice Tullio in quello De Senectute, la naturale
morte è quasi a noi porto di lunga navigazione e riposo[130].
Ed è così: [ché], come lo buono marinaio, come esso appropinqua al porto, cala
le sue vele, e soavemente, con debile conducimento, entra in quello; così noi
dovemo calare le vele de le nostre mondane operazioni e tornare a Dio con
tutto nostro intendimento e cuore, sì che a quello porto si vegna con tutta
soavitade e con tutta pace. E in ciò avemo da la nostra propria natura grande
ammaestramento di soavitade, ché in essa cotale morte non è dolore né alcuna
acerbitate, ma sì come uno pomo maturo leggiermente e sanza violenza si
dispicca dal suo ramo, così la nostra anima sanza doglia si parte dal corpo
ov’ella è stata. Onde Aristotile in quello De Iuventute et Senectute dice che
«sanza tristizia è la morte ch’è ne la vecchiezza». E sì come a colui che viene
di lungo cammino, anzi ch’entri ne la porta de la sua cittade, li si fanno
incontro li cittadini di quella, così a la nobile anima si fanno incontro, e
deono fare, quelli cittadini de la etterna vita; e così fanno per le sue buone
operazioni e contemplazioni: ché, già essendo a Dio renduta e astrattasi da le
mondane cose e cogitazioni, vedere le pare coloro che appresso di Dio crede che
siano. Odi che dice Tullio, in persona di Catone vecchio: «A me pare già vedere
e levomi in grandissimo studio di vedere li vostri padri, che io amai, e non
pur quelli [che io stesso conobbi], ma eziandio quelli di cui udi’ parlare»[131].
Rendesi dunque a Dio la nobile anima in questa etade, e attende lo fine di
questa vita con molto desiderio e uscir le pare de l’albergo e ritornare ne la
propria mansione, uscir le pare di cammino e tornare in cittade, uscir le pare
di mare e tornare a porto. O miseri e vili che con le vele alte correte a
questo porto, e là ove dovereste riposare, per lo impeto del vento rompete, e
perdete voi medesimi là dove tanto camminato avete! Certo lo cavaliere
Lancelotto non volse entrare con le vele alte, né lo nobilissimo nostro latino
Guido montefeltrano[132].
Bene questi nobili calaro le vele de le mondane operazioni, che ne la loro
lunga etade a religione si rendero, ogni mondano diletto e opera disponendo. E
non si puote alcuno escusare per legame di matrimonio, che in lunga etade lo
tegna; ché non torna a religione pur quelli che a santo Benedetto, a santo
Augustino, a santo Francesco e a santo Domenico si fa d’abito e di vita simile,
ma eziandio a buona e vera religione si può tornare in matrimonio stando, ché
Dio non volse religioso di noi se non lo cuore. E però dice santo Paulo a li
Romani: «Non quelli ch’è manifestamente, è Giudeo, né quella ch’è manifesta in
carne è circuncisione; ma quelli ch’è in ascoso, è Giudeo, e la circuncisione
del cuore, in ispirito non in littera, è circuncisione; la loda de la quale è
non da li uomini, ma da Dio»[133].
E
benedice anco la nobile anima in questa etade li tempi passati; e bene li può
benedicere, però che, per quelli rivolvendo la sua memoria, essa si rimembra
de le sue diritte operazioni, sanza le quali al porto, ove s’appressa, venire
non si potea con tanta ricchezza né con tanto guadagno. E fa come lo buono
mercatante, che, quando viene presso al suo porto, essamina lo suo procaccio e
dice, ‘Se io non fosse per cotal cammino passato, questo tesoro non avre’ io, e
non avrei di ch’io godesse ne la mia cittade, a la quale io m’appresso’; e però
benedice la via che ha fatta. E che queste due cose convegnano a questa etade,
ne figura quello grande poeta Lucano nel secondo de la sua Farsalia[134],
quando dice che Marzia tornò a Catone e richiese lui e pregollo che la dovesse
riprendere [g]ua[s]ta: per la quale Marzia s’intende la nobile anima. E potemo
così ritrarre la figura a veritade. Marzia fu vergine, e in quello stato si
significa l’adolescenza; [poi si maritò] a Catone, e in quello stato si
significa la gioventute; fece allora figli, per li quali si significano le
vertudi che di sopra si dicono a li giovani convenire; e partissi da Catone, e
maritossi ad Ortensio, per che [si] significa che si partì la gioventute e
venne la senettute; fece figli di questo anche, per che si significano le
vertudi che di sopra si dicono convenire a la senettute. Morì Ortensio; per che
si significa lo termine de la senettute; e vedova fatta – per lo quale
vedovaggio si significa lo senio – tornò Marzia dal principio del suo
vedovaggio a Catone, per che si significa la nobile anima dal principio del
senio tornare a Dio. E quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio,
che Catone? Certo nullo.
E
che dice Marzia a Catone? «Mentre che in me fu lo sangue», cioè la gioventute,
«mentre che in me fu la maternale vertute», cioè la senettute, che bene è madre
de l’alte [vertu]di, sì come di sopra è mostrato, «io» dice Marzia «feci e
compiei li tuoi comandamenti», cioè a dire che l’anima stette ferma a le
civili operazioni. Dice: «E tolsi due mariti», cioè a due etadi fruttifera sono
stata. «Ora» dice Marzia «che ’l mio ventre è lasso, e che io sono per li parti
vota, a te mi ritorno, non essendo più da dare ad altro sposo»; cioè a dire che
la nobile anima, cognoscendosi non avere più ventre da frutto, cioè li suoi
membri sentendosi a debile stato venuti, torna a Dio, colui che non ha mestiere
de le membra corporali. E dice Marzia: «Dammi li patti de li antichi letti, dammi
lo nome solo del maritaggio»; che è a dire che la nobile anima dire a Dio:
‘Dammi, Signor mio, omai lo riposo di te; dammi, almeno, che io in questa tanta
vita sia chiamata tua’. E dice Marzia: «Due ragioni mi muovono a dire questo:
l’una si è che dopo di me si dica ch’io sia morta moglie di Catone; l’altra,
che dopo me si dica che tu non mi scacciasti, ma di buono animo mi maritasti».
Per queste due cagioni si muove la nobile anima; e vuole partire d’esta vita
sposa di Dio, e vuole mostrare che graziosa fosse a Dio la sua [oper]azione. Oh
sventurati e male nati, che innanzi volete partirvi d’esta vita sotto lo titolo
d’Ortensio che di Catone! Nel nome di cui è bello terminare ciò che de li segni
de la nobilitade ragionare si convenia, però che in lui essa nobilitade tutti
li dimostra per tutte etadi.
Il vecchio pescatore *
Tchoang-Tzeu
A. Confucio, mentre passeggiava nella foresta di Tzeu-wei, si sedette per riposare presso il poggio Hiang-t’an. I discepoli presero i loro libri. Il maestro suonò la sua cetra e si
mise a cantare. – Il canto attirò un vecchio pescatore. I capelli
brizzolati spettinati, le maniche rimboccate, il vecchio scese dalla sua barca,
salì l’argine, si avvicinò, mise la mano sinistra sul ginocchio, prese il mento
nella mano destra, e ascoltò attentamente. Quando il canto finì, chiamò con la
mano Tzeu-kung e Tzeu-lu. Quando furono vicini: «Chi è?» domandò il vecchio,
indicando Confucio. – «È il
Saggio di Lou», disse Tzeu-lu. – «Come si chiama?» domandò il
vecchio.
– «Si chiama K’oung», disse
Tzeu-lu. – «E che fa questo K’oung?» domandò il vecchio. – «Si
sforza, disse Tzeu-kung, di far rivivere
la sincerità, la lealtà, la bontà e l’equità, i riti e la musica, per il bene
del principato di Lou e
dell’impero». – «È il
principe?» domandò il vecchio. – «No», fece Tzeu-kung.
– «È il
ministro?» domandò il vecchio. – «No», fece ancora Tzeu-kung. – Il vecchio sorrise e si ritirò. Tzeu-kung lo sentì mormorare:
«Bontà! equità! senza dubbio è molto
bello, ma sarà fortunato se non si perde in questo gioco. In ogni caso, le
preoccupazioni e l’affanno che si dà, consumando il suo spirito e il suo
corpo, nuoceranno alla sua vera perfezione. Quanto è lontano dalla scienza del
Principio!». – Tzeu-kung riferì
queste parole a Confucio, che allontanò bruscamente la cetra sulle sue
ginocchia, si alzò dicendo: «Ecco un Saggio», e discese l’argine per chiedere un
colloquio al vecchio. Costui stava affondando la sua gaffa, per spingere la sua
barca. Vedendo Confucio, si fermò e si voltò verso di lui. Confucio avanzò
salutando. – «Che volete da me?» gli domandò il vecchio. – Confucio disse:
«Avete pronunciato poco fa delle parole, di cui non penetro il senso. Vi chiedo
rispettosamente di volermi istruire per il mio bene». – «Questo desiderio è
molto lodevole», disse il vecchio.
B. Confucio
s’inchinò, poi, risollevatosi, disse: «Dalla mia giovinezza, fino a quest’età
di sessantanove (penultimo anno della sua vita), io K’iu ho studiato incessantemente, senza essere istruito nella
scienza suprema (taoismo). Ora che l’occasione mi è data, considerate l’avidità
con cui vi ascolterò». – Il vecchio disse: «Non so se c’intenderemo; giacché la
legge comune è che soli s’intendono coloro i cui sentimenti si assomigliano.
Comunque, e in ogni caso, vi dirò i miei principi, e li applicherò alla vostra
condotta. Voi vi occupate esclusivamente degli affari degli uomini.
L’imperatore, i signori, gli ufficiali, la plebe, ecco i vostri temi; parliamone.
Pretendete morigerare queste quattro categorie, obbligarle a ben comportarsi,
il risultato finale sarebbe un ordine perfetto, nel quale tutti vivranno felici
e contenti. Arriverete davvero a creare un mondo senza mali e senza lamenti?
Per affliggere il plebeo, basta che il suo campo non produca, il suo tetto
goccioli, manchino cibo o vestiti, s’imponga una nuova tassa, le donne della
casa litighino, i giovani manchino di rispetto agli anziani. Contate davvero
d’arrivare a sopprimere tutte queste cose? Gli ufficiali si rattristano per le
difficoltà dei loro incarichi, i loro insuccessi, la negligenza dei loro
subordinati, il mancato riconoscimento dei loro meriti, lo stallo negli
avanzamenti. Potrete davvero cambiare tutto questo? I signori si lamentano per
la slealtà dei loro ufficiali, le ribellioni dei loro sudditi, la goffaggine
dei loro artigiani, la cattiva qualità dei benefici loro pagati in natura,
l’obbligo di recarsi spesso a corte a mani piene, lo scontento dell’imperatore
per i loro presenti. Davvero farete che tutto questo non sia più? L’imperatore
s’affligge per i disordini nello yinn
e lo yang, il freddo e il caldo, che
nuocciono all’agricoltura e fanno soffrire il popolo. S’affligge per le dispute
e le guerre dei suoi vassalli, che costano la vita di molti uomini. S’affligge
perché le sue regole sui riti e la musica sono poco rispettate, le sue finanze
sono esaurite, le relazioni sono poco rispettate, il popolo si comporta male.
Come farete per sopprimere tutti questi disordini? Avete la qualità, avete il
potere, per questo? Voi che non siete né imperatore, né signore, neppure
ministro; semplice individuo, pretendete riformare l’umanità. Non è che
vogliate più di quanto possiate? Prima di vedere la realizzazione del vostro
sogno, dovreste innanzitutto liberare gli uomini dalle otto manie che vi voglio
elencare: mania di impicciarsi degli affari non propri; mania di parlare senza
considerare prima; mania di mentire; mania di adulare; mania di denigrare; mania
di seminare discordia; mania di fare agli amici una falsa reputazione; mania
d’intrigare e d’insinuare. Siete uomo da far scomparire tutti questi vizi? E i
quattro abusi seguenti: smania d’innovare per diventare famosi; usurpazione
del merito altrui per avanzare se stessi; testardaggine nei propri errori a
dispetto delle rimostranze; ostinazione nelle proprie idee a dispetto degli
avvertimenti; cambierete tutto questo? Quando l’avrete fatto, allora potrete
cominciare a esporre agli uomini le vostre teorie sulla bontà e l’equità, con
qualche probabilità che vi capiscano qualcosa».
C. Il viso alterato e
sospirando per l’emozione, Confucio si inchinò per ringraziare della lezione,
si rialzò e disse: «Passi che sono un utopista, ma non sono un malfattore.
Allora perché dappertutto sono così odiato, perseguitato, espulso? Che cosa
m’attira tutti questi mali? Non capisco». – «Non capite, esclamò il vecchio
sorpreso; davvero, siete ben limitato. È la vostra mania di occuparvi di tutti e di tutto, di atteggiarvi a censore
e giudice universale, che vi attira queste tribolazioni. Ascoltate questa
storia: Un uomo aveva paura dell’ombra del suo corpo e delle impronte dei suoi
passi. Per sbarazzarsene, cominciò a fuggire. Ora, più passi faceva, più
impronte lasciava; per quanto veloce corresse, la sua ombra non lo lasciava.
Credendo comunque che alla fine l’avrebbe spuntata con la velocità, corse tanto
e a tal punto che ne morì. Lo stolto! Se si fosse seduto in un luogo riparato,
il suo corpo non avrebbe più proiettato ombra; se fosse rimasto tranquillo, i
suoi piedi non avrebbero più lasciato impronte; doveva solo restare in pace, e
tutti i suoi mali sarebbero scomparsi. E voi che, invece di restare in pace,
continuate a cavillare sulla bontà e l’equità, sulle somiglianze e le
dissomiglianze, su non so quali sottigliezze oziose, vi meravigliate delle conseguenze di questa mania, non capite che è
irritando tutti che vi siete attirato l’odio universale? Credetemi, il giorno
in cui non vi occuperete che di voi stesso, e vi applicherete a coltivare il
vostro fondo naturale; il giorno in cui, rendendo agli altri ciò che meritano,
li lascerete tranquilli; da questo giorno, non avrete più alcuna noia. È chiudendo gli occhi su voi stesso, e
aprendoli troppo sugli altri, che vi attirate tutte le vostre disgrazie».
D. Mortificato, Confucio domandò: «Che è il mio fondo naturale?». – «Il
fondo naturale, disse il vecchio, è la semplicità, la sincerità, la
rettitudine, che ciascuno porta dalla nascita. Questo solo influenza gli
uomini. Nessuno è toccato da una falsa verbosità; da lacrime, risate, un pathos da commediante. Mentre i veri
sentimenti si comunicano agli altri, senza artifici di parole o gesti. È che
provengono dal fondo naturale, dalla verità innata. Da questo fondo nascono
tutte le vere virtù, l’affetto dei genitori e pietà dei figli, la lealtà verso
il principe, la gioia contagiosa nelle feste, la sincera compassione ai funerali.
Questi sentimenti sono spontanei e non hanno nulla d’artificiale, mentre i riti
in cui voi pretendete imprigionare tutti gli atti della vita, sono una commedia
fittizia. Il fondo naturale, è la parte che ogni uomo ha ricevuto dalla natura
universale. Il suo verdetto è invariabile. È l’unica regola di condotta del Saggio, che
disprezza ogni influenza umana. Gli sciocchi fanno esattamente l’opposto. Non
traggono nulla dal proprio fondo, e sono alla mercede dell’influenza altrui.
Non sanno stimare la verità che è in loro, ma condividono gli affetti frivoli e
volubili della gente comune. È un peccato, maestro, che abbiate speso tutta la
vostra vita nella menzogna, e abbiate inteso esporre la verità solo così tardi».
E. Confucio si inchinò, si rialzò, salutò e disse: «Che fortuna avervi incontrato! Quale
favore celeste! Ah! maestro, non giudicatemi indegno di diventare vostro
servitore, in modo che servendovi abbia l’opportunità di imparare di più.
Ditemi, vi prego, dove dimorate. Starò con voi, per completare la mia
istruzione». – «No, disse il vecchio. L’adagio dice:
rivela i misteri solo a chi è in grado di seguirti; non rivelarli a chi è
incapace di comprenderli. I vostri pregiudizi sono troppo radicati per essere
curabili. Cercate altrove. Da parte mia vi lascio». E così dicendo, il vecchio diede un
colpo di gaffa, e scomparve con la sua barca tra le verdi canne.
F. Mentre Yen-yuan aveva preparato
il carro per il ritorno, Tzeu-lu
presentava il bracciale. Ma Confucio non poteva staccarsi dalla riva. Infine,
quando la scia della barca scomparve del tutto, quando alcun rumore di gaffa
arrivò più al suo orecchio, si decise, come a malincuore, a prendere posto sul
suo carro. Tzeu-lu che camminava
accanto, gli disse: «Maestro,
è molto tempo che vi servo. Mai vi ho visto mostrare tanto rispetto e
deferenza, a chicchessia. Ricevuto da principi e signori, trattato da loro da
pari a pari, siete sempre stato altezzoso e sprezzante. Ed ecco che oggi,
davanti a questo vecchio appoggiato sulla sua gaffa, vi siete flesso ad angolo
retto per ascoltarlo, vi siete prosternato prima di rispondergli. Queste
testimonianze di venerazione non avevano qualcosa d’eccessivo? Noi discepoli
ne siamo sorpresi. A quale titolo questo vecchio pescatore era degno di tali
manifestazioni?». –
Reclinato sulla barra d’appoggio, Confucio sospirò e disse: «You, sei decisamente incorreggibile; il mio
insegnamento scivola, senza effetto, sul tuo spirito troppo grossolano.
Avvicinati e ascolta! Non venerare un vecchio, significa mancare ai riti. Non
onorare un Saggio, significa mancare di giudizio. Non inchinarsi davanti alla
virtù che brilla in un altro, significa fare torto a se stessi. Ricorda questo,
zoticone! E se questo è vero per ogni virtù, quanto più è vero per la scienza
del Principio, mediante la quale tutto ciò che è sussiste, la cui conoscenza è
vita e l’ignoranza morte. Conformarsi al Principio dà il successo, opporsi a
lui è la rovina certa. È dovere
del Saggio onorare la scienza del Principio ovunque l’incontra. Ora quel
vecchio pescatore la possiede. Potevo non onorarlo come ho fatto?».
[1] R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions
Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII: Le
centre suprême
caché pendant le Kali-Yuga. Le note che si riferiscono
alla citazione sono dello stesso Guénon.
[2] L’inizio di quest’età è
rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Babele e
dalla “confusione delle lingue”. […]
[3] Quest’espressione è mutuata
dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione”
in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si traduce così, e questo senso è d’altronde conforme
all’etimologia latina (da in-tendere,
tendere verso).
[4] Quanto abbiamo appena detto
permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo:
«Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si
dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a
proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così
completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra
hominibus bonæ voluntatis.
[5] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si
può dire, dell’intenzione (niyah).
L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si
riferisce essenzialmente alla stessa idea.
[6] Per più ampi sviluppi sul tema rimandiamo i lettori a quanto scrive R.
Guénon in Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XXVII: Noms profanes et noms initiatiques, articolo pubblicato a seguire nella presente rivista.
[7] Alcune considerazioni sull’Aspirazione, nel n. I di questa rivista.
[8] Dio creò «l’uomo a sua immagine e somiglianza» (Genesi, 1, 26) ed è in base a quest’affinità che l’essere umano è
chiamato al trascendente. Non solo, egli è portato, per “vocazione”, a imitare
l’operato divino. Considerando questa imitazione del divino, possiamo far
notare come, alla vocazione, “chiamata” che irraggiandosi dal Principio
raggiunge tutti gli esseri umani, quando vi sia una rispondenza attiva
dell’essere chiamato, corrisponda, come in un eco, l’attività di invocazione
che, partendo da ogni singolo invocatore, ritorna al centro; da cui la
preposizione “in”, ovvero interiore, che precede la parola vocazione. In
questo, l’invocazione, nella sua accezione più elevata, si identifica con
l’attività d’incantazione di cui abbiamo parlato nel nostro precedente lavoro.
Attività che deve essere considerata come comprendere qualunque atto che
manifesti l’aspirazione dell’essere verso l’unione con lo spirituale. Possono
quindi essere legittimamente incluse, all’interno di questa definizione, tutte
le azioni, comprese quelle artistiche o artigianali, che si sviluppano
nell’ambito di un quadro autenticamente iniziatico. Le vibrazioni armoniche che in tal modo vengono provocate, possono, secondo
la legge delle “azioni e reazioni concordanti”, portare alla presa di
coscienza del contatto con il Centro supremo.
[9] L’amore fra un uomo e una donna e il desiderio ardente di stare
insieme che essi sentono può essere presa come rappresentazione simbolica di
questa realtà. Fra gli innumerevoli casi dove questo simbolismo è utilizzato,
basti pensare a quello dei “Fedeli d’amore”. A questo proposito segnaliamo che
la capacità di innamorarsi di un partner di sesso opposto, in certi ambiti, è
considerata un’importante qualificazione iniziatica.
[10] Tappe che, in casi particolari, possono anche essere simultanee.
[11] Il legame con il significato simbolico del tiro al bersaglio è qui
evidente.
[12] In questo caso ci stiamo limitando al piano bidimensionale il cui
centro corrisponde a quello del nostro mondo, fine dei piccoli misteri.
Evidentemente, con i dovuti adattamenti, si potrà trasporre questo discorso alla
realtà universale e ai grandi misteri.
[13] Precisiamo che con quanto precede non intendiamo affermare che il
passaggio da un cerchio all’altro implichi un esaurimento delle possibilità fra
i due contenute, al contrario; questo processo comporta la completa messa in
ordine di queste potenzialità che, da quel punto in avanti, saranno
correttamente orientate e quindi vissute solo in funzione di un riavvicinamento
e di una partecipazione al centro. Segnaliamo inoltre che la descrizione
schematica che abbiamo dato è utile per comprendere il funzionamento di questo
processo di avvicinamento al centro, tuttavia la realtà può essere molto più
complessa. Può ad esempio accadere che un essere si trovi ad effettuare questo
lavoro di distacco contemporaneamente su più cerchi di grandezze diverse,
oppure che debba, come in un gioco dell’oca, ritornare ad affrontare legami
dai quali pensava di essersi già liberato. In ogni caso il concetto della
necessità di distaccarsi per ottenere e attualizzare resta sempre valida.
[14] Si pensi all’esempio simbolico del peccato originale.
[15] Esistono situazioni in cui questo ritorno avviene in modo disarmonico:
è questo il caso di colui che nella tradizione islamica è chiamato majdhûb, essere su cui si è esercitata «…
dal lato spirituale, un’“attrazione” (jadhb, da cui il nome majdhûb) che, in mancanza di una
preparazione adeguata e di un’attitudine sufficientemente “attiva”, ha
provocato uno squilibrio e come una “scissione”, si potrebbe dire, fra i
diversi elementi del suo essere. La parte superiore, invece di trascinare con
sé la parte inferiore e di farla partecipare nella misura del possibile al
proprio sviluppo, al contrario se ne distacca e la lascia per così dire
indietro; da ciò non può che risultare una realizzazione frammentaria e più o
meno disordinata. Infatti, dal punto di vista di una realizzazione completa e
normale, nessuno degli elementi dell’essere è veramente trascurabile …»
(R. Guénon, Initiation et Réalisation
spirituelle, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, cap. XXVII: Folie apparente et sagesse cachée).
[16] Nella Massoneria questa crescita di responsabilità e obblighi è
caratterizzata, anche formalmente, da giuramenti successivi.
[17] A questo proposito ricordiamo la nota frase di Dante Alighieri: «A
maggior forza e a miglior natura liberi soggiacete» (Divina Commedia, Purgatorio, XVI), concetto evidentemente applicabile
anche a livelli più profondi di quello exoterico.
[18] In particolare, oggi più che nel passato, viviamo in un mondo pieno di
rumori, frastuoni e richiami che si sovrappongono e a volte si mischiano in
modo inestricabile e questo è vero per la condizione fisica, ma ancora di più
per quella psichica. Il tendere verso il silenzio interiore è quindi un passo
indispensabile per poter udire in modo sempre più chiaro la propria chiamata.
Non a caso la disciplina del silenzio, anche esteriore, trova ampio spazio
nelle più diverse forme tradizionali. Basti pensare al silenzio
dell’apprendista in Massoneria o a quello praticato in diversi ordini monastici.
[19] E questa è esattamente la funzione della tradizione.
[20] Citeremo a questo proposito l’occhio che vede tutto massonico o il
concetto islamico di Ihsan che
“consiste nel servire Allâh come se
tu Lo vedessi; perché se tu non Lo vedi, Lui ti vede”.
[21] Si noti che non stiamo parlando affatto di capacità mentali o
psichiche straordinarie, capacità che anzi, spesso, possono trasformarsi in
ostacoli sulla propria via.
[22] Anche se questo non è detto che avvenga con la tempistica
che l’individuo si aspetta; da qui uno dei motivi che
portano tutte le tradizioni ad attribuire una grandissima importanza alla
pazienza.
[23] Precisiamo, a scanso di equivoci, che questa affermazione non deve in
alcun modo indurre a sentirsi dispensati da uno sforzo di approfondimento
dottrinale e di discernimento, diciamo invece che è proprio sulla base di
un’attitudine corretta che questo sforzo potrà dare i suoi frutti.
[24] Questo è anche il modo che permette all’essere di concorrere
attivamente all’attualizzazione del disegno divino, modo che trova la sua
applicazione simbolica nel teatro; in quest’ambito l’attore è chiamato a
interpretare la “sua” parte, parte che esiste già ben prima della
rappresentazione. Egli deve svolgere il ruolo che gli è stato attribuito, non
già lasciandosi andare alla propria iniziativa individuale, ma seguendo il più
possibile le indicazioni del “Regista", anche se magari, a causa della sua
ignoranza del copione, gli possono apparire strane. L’attore deve cercare un
legame costante e cosciente con colui che lo dirige e diventare in tal modo
come un suo prolungamento. Quanto precede deve far comprendere come
l’espletazione della propria funzione, in definitiva, non sia altro che la
partecipazione attiva al piano di colui che nella tradizione muratoria è
indicato come il Grande Architetto dell’Universo.
* R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946,
cap. XXVII: Noms
profanes et noms initiatiques.
[25]
Questo caso è segnatamente, in Occidente, quello dei veri Rosa-Croce.
[26] La prima deve d’altronde essere
considerata come se avesse soltanto un’esistenza illusoria rispetto alla
seconda, non solamente in ragione della differenza dei gradi
di realtà ai quali esse si riferiscono rispettivamente, ma anche perché, come
abbiamo spiegato poco sopra, la “seconda
nascita” implica necessariamente la “morte” dell’individualità profana, che
così non può più sussistere se non a titolo di semplice apparenza esteriore.
[27] Ciò è d’altronde
suscettibile di un’applicazione molto generale in tutte le civiltà
tradizionali, per il fatto che il carattere iniziatico vi è inerente ai
mestieri stessi, di modo che ogni opera d’arte (o ciò che i moderni
chiamerebbero così), di qualunque genere essa sia, ne partecipa necessariamente
in una certa misura. Su tale questione, che è quella del senso superiore e
tradizionale dell’“anonimato”, vedere Le
Règne de la Quantité et les Signes des Temps, cap. IX.
[28] Ad esempio,
sembra proprio che questo sia stato il caso, almeno in parte, dei romanzi del
Santo Graal; è pure a una questione di questo genere che si riferiscono, in
fondo, tutte le discussioni alle quali ha dato luogo la “personalità” di
Shakespeare, benché, in realtà, coloro che vi si sono applicati non abbiano
mai saputo portare questa questione sul suo vero terreno, di modo che non hanno
quasi fatto che ingarbugliarla in un modo pressappoco inestricabile.
[29] Vedere, per
l’esposizione completa di ciò di cui si tratta, il nostro studio su Les États multiples de l’être.
* Cf. P. Delabaty, Métiers d’Orient et d’Occident, in La Règle d’Abraham, n. 29, giugno 2010.
Ringraziamo il sig. P. Geay, direttore de La
Règle d’Abraham, e l’autore dell’articolo per il permesso di pubblicare la
presente traduzione.
[30] La
situazione non è più la stessa oggi poiché l’Oriente, nonostante qualche
resistenza, ha seguito le orme dell’Occidente.
[31] R.
Guénon, La Crise du Monde moderne,
cap. II.
[32] R. Guénon, Orient
et Occident, 2a parte, cap. II. L’espressione: «conoscenza dei principi» dev’essere intesa in senso forte, giacché
non si limita a una prospettiva solamente teorica, ogni rivivificazione efficace
d’una scienza tradizionale essendo impensabile senza la presenza dello Spirito.
[33] Cf. R. Guénon, Mélanges, p.
71.
[34] “Per
il servizio della Verità”, Aurores,
aprile 1983, p. 3. Sappiamo che «i Massoni “operativi” erano
esclusivamente uomini di mestiere [che] “accettarono” tra di loro, a titolo
onorifico in certo qual modo, persone estranee all’arte di costruire».
È meno noto che il Compagnonaggio fece lo stesso, ed è avendone una conoscenza
“diretta” che Guénon scriverà che «gli stampatori (il cui rituale era
costituito, nella sua parte principale, dalla “leggenda” di Faust)
“accettarono” tutti coloro che avessero qualche rapporto con l’arte del libro,
ossia non solamente i librai, ma anche
gli autori stessi», Aperçus sur l’Initiation, cap. XXIX: “Opératif” et “spéculatif”; cf. anche R. Guénon, Le Chrisme et le Cœur dans
les anciennes Marques corporatives, Regnabit, T. IX, n. 6, novembre 1925, nota 1, p.
397; Études Traditionnelles, n. 289,
janvier-février 1951, nota 2, p. 12.
[35] R.
Guénon, Études sur l’Hindouisme,
p. 112.
[36]
Siamo indifferenti alle obiezioni di alcuni “storici” che credono che i
documenti antichi, risalenti a prima dell’istituzione della cosiddetta “Massoneria
speculativa”, sono stati “annessi” da quest’ultima e non avrebbero, di fatto, alcun
nesso organico con essa, poiché questo è ben lungi dall’essere dimostrato
secondo le regole stesse della “scienza storica”. Inoltre, nella misura in cui
la Massoneria attuale possiede effettivamente un’iniziazione trasmessa
regolarmente, e per la complessità degli elementi che integra, come confermato
da R. Guénon e dagli iniziati d’orientamento spirituale, il massone, secondo
la sua situazione e le sue tendenze, può appoggiarsi, per la sua meditazione e
la sua progressione iniziatica, su qualunque supporto che, in un modo o nell’altro,
ha affinità con questa iniziazione; questo supporto diviene, di fatto, un elemento massonico, da cui
l’idea che ci possa essere una Massoneria “ermetica”, una Massoneria “cavalleresca”,
una Massoneria “templare”, ecc. Non si può dire lo stesso di numerosi elementi
evidenziati in una certa Massoneria moderna che non è più “costruttrice”, ma
veramente “distruttrice”.
[37]
Essendo il concetto di futuwwah
complesso, non l’affronteremo nel contesto di questo lavoro. Faremo solo notare
che include la “cavalleria” e i mestieri manuali pur essendo aperto al Sufismo.
Ci si trova al cospetto di un insieme che ricorda curiosamente altre
convergenze, storiche o simboliche, tra alcuni mestieri e gli ordini monastici
militari, o la cavalleria in generale, nell’Occidente del Medioevo.
[38] Non
terremo quindi conto del punto di vista degli studi sedicenti “storici” sulla
Massoneria e sul Compagnonaggio, che mirano soprattutto a mostrare come non vi
sia alcuna radice comune tra queste iniziazioni, né continuità iniziatica tra
Medioevo e i nostri tempi; essi hanno, nei confronti delle due sole iniziazioni
occidentali ancora accessibili, esattamente la stessa funzione della critica biblica che mira
a desacralizzare la Bibbia. Si può osservare, d’altronde, che quando degli
storici specialisti, difensori del sacro, studiano seriamente gli stessi testi
o le stesse informazioni, ne traggono conclusioni completamente opposte a
quelle proposte dai sostenitori della desacralizzazione. Non bisogna quindi
farsi impressionare dall’ondata dei lavori profanatori, anche se provengono da
scrittori che possono, formalmente, rivendicare un ricollegamento “iniziatico”
e possiedono in aggiunta una formazione da storico: il dominio iniziatico è per
loro chiuso per mancanza di qualificazione.
[39] La maggior
parte degli autori riconosce che la datazione dei più antichi testi massonici non
è che un punto di riferimento storico approssimativo poiché, oltre alla
questione della trasmissione orale già evocata, sembra che questi documenti siano
spesso copie di testi più antichi distrutti o perduti, cosa del tutto normale
dal momento che questi documenti non erano allora conservati preziosamente in
musei o collezioni. Tuttavia, questi “storici”, che generalmente concordano sul
fatto che la tradizione orale ha preceduto e accompagnato la redazione scritta continuano,
con un ragionamento poco logico, a considerare che una cosa ha esistenza solo
quando se ne trovino tracce scritte, quand’anche in quest’ultime si affermi l’esistenza
di documenti precedenti!
[40] I
ragguagli seguenti riguardano piuttosto la parte orientale del mondo musulmano;
sono estratti principalmente dai seguenti
articoli: A.M. Kassim, Études sur les corporations musulmanes
indo-persanes, in Revue des Études
Islamiques, 1927, quaderno II; Michel Gavrilov, Les Corps de métiers en Asie centrale et leurs status (Rissala), in Revue des Études
Islamiques, Geuthner, Parigi, 1928; Pierre
Centlivres, Un Bazar d’Asie Centrale.
Forme et organisation du bazar de Tâshqurghân (Afghanistan), tesi di laurea presentata alla Facoltà di Lettere di
Neuchâtel, 1970; Micheline Centlivres-Demont, Un corpus de Risâla du Turkestan afghan, in Madrasa, la transmission du savoir dans le
monde musulman, pp. 82-89, Éd. Arguments,
Parigi, 1997; Mohamed Mokri, Un traité
persan relatif à la corporation
prolétaire des porteurs d’eau musulmans, in Revue des Études Islamiques, Geuthner, Parigi, 1977;
Jean-Claude Vadet, La Futuwwa, Morale professionnelle ou morale mystique,
Revue des Études
Islamiques, 46, 1, pp. 57-90; Thierry Zarcone, Secret
et sociétés secrètes en Islam, Arché, Milano, 2002; Owen S.
Rye, Kulâl-Nâma: The Potter’s Book, in Smithsonian contributions to Anthropology, 1977, vol. 21,
pp 189-193.
Nel seguito della nostra esposizione, citeremo solo il nome dell’autore
e la pagina del testo di riferimento. Le
trascrizioni di parole straniere possono variare da un autore all’altro, e li
riproduciamo quali sono. Per quanto riguarda l’arabo, la nostra personale
trascrizione può essere leggermente diversa da quella degli autori
citati. Alcune traduzioni dall’arabo, specialmente le più vecchie, sono molto approssimative.
[41] Gavrilov
fa un’osservazione interessante: in Europa come in Asia si troverebbero tradizioni
che affermano esservi 32 specie di mestieri necessari alla vita di una città.
Il numero 32 sarebbe in rapporto con le trentadue membra che costituiscono l’intero
corpo dell’uomo.
[42] Questo passaggio
è tratto da una carta dei calderai, ma ci sono questi avvertimenti nella
maggior parte delle risâlât; la
gelosia dei gelosi, fa allusione all’ultimo versetto della sura 113 e al
“malocchio”.
[43] Ibid. Il Pîr (il “vecchio”, equivalente dello Shaykh in arabo) è il santo patrono del mestiere; può essere un Profeta
o un santo che la tradizione associa in un modo o nell’altro al mestiere che avrebbe
insegnato, e ne rappresenta la dimensione spirituale o iniziatica; il maestro (ustâd o ustâdh), pur partecipando a questa dimensione,
rappresenta piuttosto il “savoir-faire” tecnico trasmesso di generazione in
generazione (cf. Centlivres, pp. 165-167, e Centlivres-Demont, p. 85).
[44] Nella
nostra presentazione, andremo dal noto al meno noto, vale a dire dai testi
occidentali ai testi orientali, senza che questa scelta suggerisca alcuna
superiorità di uno sull’altro.
[45] Questa “forma”, pur potendo modificarsi, resta adeguata all’essenza del mestiere.
[46] Cf. R.
Guénon, Nécessité de l’exotérisme
traditionnel, in Initiation et
Réalisation spirituelle, cap. VII. È inverosimile che vi sia chi riconosce
l’autorità di R. Guénon ma continua a ignorare i dati chiari, “tecnici” e imprescindibili
evidenziati in questo capitolo.
[47] Se
non diversamente indicato, trarremo le traduzioni da La Franc-Maçonnerie: documents fondateurs, Éd. de l’Herne,
2007, Parigi. Per semplicità citeremo solo le pagine del libro, nello specifico
per la presente citazione: p. 71. Si possono consultare con profitto altre
compilazioni sullo stesso soggetto: Ph.
Langlet, Les Textes fondateurs de la
Franc-Maçonnerie, Dervy, 2006, Parigi; e dello stesso autore Le Regius, op. cit.; P. Négrier, Textes
fondateurs de la Tradition maçonnique, Grasset, 1995, Parigi. La citazione
di questi autori su un argomento specifico non implica assolutamente, da parte
nostra, un’adesione alle loro concezioni sulla Massoneria o il Compagnonaggio.
[48] Numerose carte e regolamenti si pongono sotto la benedizione della
Trinità, della Vergine, di tutti i santi e della Chiesa.
[49] La Franc-Maçonnerie: documents fondateurs,
p. 61. Al versetto 629 l’autore dice infatti: «Quando leggerò il
Vangelo …». Il fatto che la redazione del Regius derivi probabilmente dall’ambiente clericale dimostra che non
vi può essere incompatibilità fondamentale tra le iniziazioni di mestiere e la
Chiesa Cattolica. Sull’autore di questo testo, vedere Ph. Langlet, Le Regius, p. 54-66
(Éd. La Hutte, 2009).
[50] L’avverbio
“correttamente” può essere interpretato in diversi modi: può significare, tra l’altro,
che queste scienze devono trovare il loro posto nel quadro generale
dell’exoterismo; ma non si può escludere che si tratti dell’uso d’influenze
spirituali pertinenti alle scienze stesse, indipendentemente dal loro collegamento
a un exoterismo, il che non significa che ci si debba privare di quest’ultimo.
[51] L’Angelo
della Rivelazione.
[52] Bismi-llâh
ar-Rahmân ar-Rahîm:
“In nome d’Allâh, il Compassionevole, il Misericordioso”.
[53] Citiamo il testo
dalla traduzione data nel Cahier de
l’Herne, rispettando l’ortografia dei nomi propri.
[54] Il
manoscritto William Watson, che si
presenta come una copia del 1687 d’un documento più antico, contiene un’osservazione
interessante, essendo la costruzione della prima città così descritta: «È
là che la scienza della Geometria e della Massoneria fu per la prima volta applicata, e precisata come scienza e mestiere» (il corsivo è nostro). V’è quindi una distinzione da fare tra la concezione
interiore di questa scienza e la sua applicazione esteriore; la prima può
essere considerata come primordiale, e la seconda dipendente da necessità
cicliche.
[55]
Esistono varianti sulla natura delle due colonne, e talvolta è affermato che
una sola fu ritrovata.
[56] Il Regius attribuisce la costruzione della
torre di Babele a Nabucodonosor.
[57] Cf.
D. Roman, René Guénon et les destins de
la Franc-Maçonnerie, cap. XII, Éd. de l’Œuvre, 1982, Parigi.
[58] Non dimentichiamo
che, secondo fonti islamiche, Abramo ricostruisce e adatta un nuovo tempio della
Ka‘bah sulle tracce del tempio
primordiale frequentato da Adamo.
[59] Questo nome varia
a seconda dei documenti; si trova così: Namus
Grecus, Mammongretus Manon Grecus, ecc. Il soprannome Green, “Verde”, che è il nome di Khidr
nell’Islam, potrebbe suggerire l’intervento d’influenze più “dirette” sulla
costituzione della Massoneria come organizzazione iniziatica. Questo enigma
ricorda la controversa questione dei Superiori incogniti, con la quale potrebbe avere
qualche rapporto. Su Khidr, cf. M. Giraud, Rencontre
avec Khidr, in La Règle d’Abraham, n. 24. Un avvicinamento è possibile anche con l’Uomo Verde (Green
Man), simbolo molto antico e universale che si ritrova nelle sculture e
raffigurazioni di chiese.
[60] Ci
limitiamo qui all’arte della costruzione in pietra, poiché è evidente che prima
di questa i popoli viventi in Occidente dovevano dominare le arti costruttive che
utilizzavano altri materiali come il legno o la terra.
[61] Gli
uomini tradizionali non avevano una visione razionalizzata e limitata del mondo:
ogni attività era aperta sulle influenze spirituali corrispondenti. Succede lo
stesso per le guerre, come si vede con quella di Toia, dove ciascuno contava
sul suo dio protettore. Si trova lo stesso tipo di comportamento nel Medioevo
occidentale dove, in certi conflitti, uno degli antagonisti si pone sotto la
protezione di San Michele, e l’altro sotto
quella di San Giorgio, suo rappresentante terreno, per cercare di “contrastare”
il primo.
[62] Su
questa questione, è possibile consultare le varie rubriche dei mestieri nell’Encyclopédie du Compagnonnage, Éd.
du Rocher, 2000.
[63] In
realtà sono certamente molto numerosi, ma non sfruttati.
[64] Questa
lista è solo un esempio; essa può variare con la scoperta e lo studio di altri
documenti.
[65] Riproduciamo
questa informazione dell’autore così come scritta nel suo testo ma, in realtà,
nella sua tesi Un Bazar d’Asie centrale,
P. Centlivres dice solamente che Salmân sarebbe stato il primo a radere la
testa del Profeta «un atto rituale» (p. 166).
[66] I carpentieri
sono a volte chiamati “Figli di Noè” nel compagnonaggio occidentale.
[67] Senza
dubbio per il suo ruolo nella costruzione della Ka‘bah, il tempio della Mecca, aiutato in questo da suo figlio
Ismaele.
[68] Michel
Vâlsan, Les derniers hauts grades de l’Écossisme et la réalisation descendante, in Études
Traditionnelles, giugno 1953.
[69] Il Regius (p. 35) precisa:
«Ci si deve poter
fidare del maestro massone
Come a un uomo
stabile, leale e veridico …
E presta
attenzione, per affetto o per paura,
A non farti
corrompere da una parte o dall’altra.
Da chicchessia,
signore o compagno,
Non toccare denaro
in alcun modo,
E come un giudice
mantieniti integro,
In modo da rendere
il diritto a ciascuno».
[70] Questo punto è considerato come molto serio e da applicarsi
rigorosamente.
[71] Secondo il Regius (p. 39),
il «maestro deve essere pieno di scienza
e d’autorità».
[72] Il Cooke (p. 86) insiste sull’idea
che il cambiamento malintenzionato di maestro nella direzione del cantiere può
essere nocivo per il fatto che il completamento dell’opera poggia sull’intenzione
originale di colui che l’inaugura:
«L’articolo IX è
che nessun
maestro debba
soppiantarne
un altro poiché si
dice ne
l’arte di
massoneria che nessuno
finirebbe così
bene un lavoro
avviato da un
altro
a beneficio del
suo signore
quanto chi lo
cominciò
nell’intenzione di
completarlo lui stesso».
Tuttavia questo cambiamento può rivelarsi necessario se appare che il
maestro inauguratore dell’opera conduce questa «alla rovina» (p. 41).
[73] Il Regius
vieta di prendere un apprendista «deforme», uno «zoppo», un «tarato», uno
«storpio» (p. 37).
Su questo punto cf. R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, cap. XIV: Des
qualifications initiatiques, segnatamente p. 104,
nota 1, sulla “regola della lettera B”.
[74] Tutti
i testi sono estremamente severi sulla necessità di recarsi a questa assemblea
che regola, controlla e unifica le modalità generali del mestiere e delibera anche
sui casi particolari.
[75] I
conflitti irrisolvibili possono essere portati davanti alla giurisdizione “civile”.
[76] Coloro
che innalzano semplicemente i muri, senza tagliare o scolpire le pietre.
[77] È
opportuno chiedersi se il divieto di trasmettere sagome o altri modelli atti a
facilitare la fabbricazione dell’opera a coloro ai quali non sono destinati,
deve essere inteso unicamente, come pensa la maggior parte dei commentatori di
questi testi, come una semplice precauzione che mira a nascondere e difendere
gelosamente i segreti del mestiere per un interesse pecuniario o anche “artistico”.
Si deve ricordare che, nelle organizzazioni iniziatiche degne di questo nome, certi
mezzi di avanzamento spirituale possono essere dati solo gradualmente e in rapporto
allo stato spirituale effettivo di colui che li riceve. La trasmissione di tali
mezzi a coloro che non vi sono preparati può provocare in essi risultati
negativi o derive dannose.
[78] Come
si può facilmente costatare, un certo numero di regole mirano ad arginare l’influenza
di tre fattori che sono spesso comunemente considerati le cause di liti e
divisioni: il potere, il denaro e le donne.
[79] Ciò
include le prescrizioni rituali e il comportamento esteriore generale; tutto
questo può essere trasposto e vissuto nell’ordine iniziatico.
[80] La
distinzione operata tra apprendista e subalterno sotto gli ordini del maestro rimanda
senza dubbio ai tre “gradi”: apprendista, compagno e maestro dei testi
occidentali. Le discussioni interminabili sulla realtà di questi tre gradi nella
Massoneria è un po’ ridicola, poiché l’esistenza di tre “gradi” è, secondo il perfezionamento
progressivo nel lavoro, nella natura
delle cose. Inoltre, gli “storici” che sostengono la teoria dei due “gradi”
ignorano sistematicamente gli antichi testi che li contraddicono. Del resto,
quando la Massoneria si diffuse nei paesi musulmani, segnatamente nell’Impero Ottomano,
ha ripreso naturalmente i nomi tecnici dati dall’antica Futuwwa ai tre gradi che esistevano in quest’ultima e che
corrispondevano esattamente a quelli d’apprendista, compagno e maestro (cf.
Thierry Zarcone, op. cit., p. 111).
[81] Si
tratta questa volta della pulizia rituale, tahârah.
[82] Gavrilov,
p. 227. Riproduciamo il testo nella sua forma originale. Il “tasbih”, tasbîh, consiste nel dire la formula Subhâna Allâh!, “Gloria ad Allâh”. Il dhikr, “invocazione”, “ricordo”, “richiamo”,
ecc, è un termine generico che può comprendere molte forme: nelle risâlât, il takbîr (la formula
Allâhu akbar!, Allâh è più
grande!), ha una importanza particolare.
[83] Cf.
Ph. Langlet, Les Textes fondateurs de la
Franc-Maçonnerie, pp. 14-15. L’autore, giustamente, non intende privarsi d’un
termine appropriato quanto al suo senso etimologico, con il pretesto che
questo termine avrebbe preso una connotazione esclusivamente religiosa.
Possiamo costatare la curiosa contraddizione che consiste, presso numerosi Massoni,
a vantarsi apertamente d’avere un’apertura di spirito e una curiosità
intellettuale autentiche, e il “nervosismo” che li coglie
quando certe verità sono loro avanzate sotto un forma “religiosa”. A questo
proposito ci sarebbe da fare, da parte degli uomini di mentalità tradizionale, un
lavoro in profondità per mostrare come il linguaggio iniziatico appoggiato su forme
religiose sia suscettibile d’essere compreso in modo universale, soprattutto nell’opera dei più grandi maestri spirituali che
rappresentano queste tradizioni.
[84] Cahier de l’Herne, p. 182-183.
[85] Su
tutti questi punti, cf. M. Centlivres-Demont, pp. 85-87.
[86] Pp.
150-156. Non riprendiamo i termini tecnici della traduzione dell’autore.
[87] Per
il sig. Mokri e altri autori, si tratta di “Lâ ilâha illâ Llâh”, “nessuna
divinità salvo Allâh”, che sembra giocare qui il ruolo d’invocazione perpetua.
[88] R.
Guénon, Aperçus sur l’Initiation,
cap. XV: Des rites initiatiques.
* N. del T.: “receus” in corsivo nell’articolo
originale.
[89] Su
questa questione, è possibile consultare la sintesi presentata nell’Encyclopédie du Compagnonnage, pp.
556-563. Numerosi autori indicano che gli scalpellini del Sant’Impero
praticavano riti iniziatici.
[90]
Considerare, nei riti massonici, i “viaggi” simbolici in rapporto con la
purificazione attraverso gli elementi, come purificazioni virtuali preparatorie
all’iniziazione, è senza dubbio vero. Ma sarebbe più interessante prenderli
per delle indicazioni di metodi di purificazione che consentono il passaggio da
un’iniziazione virtuale a una realizzazione effettiva. Inoltre occorrerebbe comprendere
le implicazioni di tali pratiche. Una soluzione potrebbe essere quella di cercare,
nei dati della tradizione cui partecipa ogni Massone, quel che corrisponde ritualmente
a queste purificazioni. Non sarebbe affatto sorprendente che esse coincidano
con i metodi generalmente utilizzati in tutte le tradizioni: concentrazione,
invocazione, silenzio, solitudine, fame, veglia, preghiera, pellegrinaggi,
ecc. Vediamo, ancora una volta, che la pratica di un exoterismo può servire
come base e riferimento per il percorso di una via iniziatica autentica.
[91] Tutte
le tesi che mirano a recidere la Massoneria attuale dalla sua base iniziatica antica
cadono se il minimo necessario alla trasmissione dell’influenza spirituale è
stato conservato nella sua continuità. È sufficiente, infatti, che il rito
essenziale sia stato trasmesso correttamente. R. Guénon ha confermato la
validità di tale trasmissione nella Massoneria e nel Compagnonaggio attuali e,
nel suo caso, non aveva bisogno di appoggiarsi su studi storici per avere
questa conferma. D’altra parte, si constata che alcuni studi storici arrivano
alle sue stesse conclusioni su questa questione.
[92] La trasmissione
iniziatica comprende, da un lato il ricollegamento a una catena costituita dalla
successione dei maestri, supporti d’una influenza spirituale che rimonta di
anello in anello al Profeta e alll’Angelo Gabriele per trovare la sua sorgente
nel Principio; e, d’altro lato l’aggregazione a una comunità, una “confraternita”.
La presenza di testimoni può riferirsi a quest’ultimo aspetto, senza tuttavia escludere
un valore simbolico d’altro ordine.
[93] P.
Centlivres osserva, p. 169, che il rito si svolge, in generale, all’indomani di
un’importante festa religiosa (‘îd).
[94] Secondo
certe fonti, il periodo d’apprendistato può durare cinque o sei anni prima di poter
considerare l’apertura di una bottega. È suscettibile d’essere esteso fino a ventanni
per professioni specifiche, come quella degli orafi (cf. J.-C. Vadet, p. 77).
Tre anni possono bastare a mestieri più facili da implementare.
[95] Su questa questione della discesa dell’influenza spirituale lungo la
schiena e soprattutto la colonna vertebrale cf. Ch.-A. Gilis, L’Esprit Universel de l’Islam, cap. XX, La
Maison des Livres, Algeri, 1988.
[96] In corsivo nel testo.
[97] Non bisogna dimenticare che la vera conversione all’Islam, in Asia
centrale, s’è prodotta con l’intercessione dei grandi santi sufi e delle confraternite.
* R. Guénon, Initiation et
Réalisation spirituelle, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, cap. X: Sur la “glorification du travail”.
[98] È noto che la “glorificazione del lavoro” è segnatamente, nella
Massoneria, il tema dell’ultima parte dell’iniziazione al grado di Compagno; e
disgraziatamente, ai nostri giorni, è in essa generalmente compresa in questo
modo del tutto profano, invece d’essere intesa, come dovrebbe, nel senso
legittimo e realmente tradizionale che ci proponiamo d’indicare in seguito.
[99] Diremo subito a questo proposito che, tra questa moderna concezione
del lavoro e la sua concezione tradizionale, v’è tutta la differenza che esiste
in modo generale, come abbiamo spiegato ultimamente, tra il punto di vista
morale e il punto di vista rituale.
[100] Ricorderemo qui una delle applicazioni dell’apologo del cieco e del
paralitico, nella quale essi rappresentano rispettivamente la vita attiva e la
vita contemplativa (cf. Autorité
spirituelle et pouvoir temporel, cap. V).
[101] Rileviamo questa frase in un commentario del rituale massonico che
tuttavia, per molti riguardi, non è nemmeno uno dei peggiori, vogliamo dire uno
dei più influenzati dalle infiltrazioni dello spirito profano.
[102] Su questo punto, e anche sulle altre considerazioni che seguiranno,
rinvieremo, per più ampi sviluppi, ai numerosi studi che A. K. Coomaraswamy ha
dedicato più specialmente a tali questioni.
[103] Certi mestieri moderni, e soprattutto i mestieri puramente meccanici,
per i quali non si può realmente parlare di “vocazione”, e che di conseguenza
hanno in se stessi un carattere anormale, non possono validamente dare luogo ad
alcuna iniziazione.
[104] E non nelle sue produzioni, come immaginano i sostenitori di un’arte
detta “realista”, e che sarebbe più esatto chiamare “naturalista”.
[105] Occorre appena ricordare che questa
nozione tradizionale dell’arte non ha assolutamente niente in comune con
le teorie “estetiche” dei moderni.
[106] Su tutto ciò,
vedere A. K. Coomaraswamy, Is Art a
Superstition or a Way of Life? nella raccolta intitolata Why exhibit Works of Art?
* A. K. Coomaraswamy, Why Exhibit
Works of Art?, in Journal of
Æsthetics and Art Criticism, 1 (1941), 27-41; Why Exhibit Works of Art?, Luzac & Co., London, 1943; Christian and Oriental Philosophy of Art,
Dover Publications Inc., New York, 1956.
* In italiano tradurremmo con
“manufattore”, seppure in disuso, che non ha però l’accezione di venditore;
la parola “fabbricante” non possiede invece la prima e più importante accezione
[N.d.T.].
[107] In conseguenza, l’affermazione seguente (presa da Journal of Æsthetics, I, p. 29), «Walter Pater sembra qui aver
ragione quando asserisce che è l’elemento sensuale dell’arte a essere essenzialmente
artistico, dal che scende la sua tesi che la musica, l’arte formale per
eccellenza, è pure la misura di tutte le altre» propone una sorprendente non sequitur [contraddizione] che può
solo confondere l’infelice studente.
[108] Purgatorio, XXIV, 53-54.
* Estratti dal Convivio di
Dante Alighieri, Trattato Quarto, cap. XXIV-XXVIII (cf. Dante, Tutte le opere, a cura di L. Blasucci, Sansoni, Firenze,
1965).
[109] Cicerone, De senectute, 513.
[110] Virgilio, Æneis IV-VI.
[111] Egidio Romano (1247-1316, cardinale, discepolo di S. Tommaso), De regimine principum.
[112] Cicerone, De officiis I, 34, 122 ss.
[113] Proverbi, 1, 8.
[114] Liberamente riassunto da Proverbi,
1, 10-15.
[115] Digesta, Liber XXXVIII, tit.
15, 9.
[116] Liberamente tratto da Proverbi,
2, 1-9; 15, 31.
[117] Colossesi, 3, 20.
[118] Proverbi, 3, 34.
[119] Proverbi, 4, 24.
[120] Stazio, Thebaide I, 395 ss., 495 ss.
[121] Cicerone, De officiis I, 35, 127.
[122] Cicerone, De senectute, 10.
[123] Cf. Lucano, Pharsalia II, 283.
[124] Cf. 3 Re, 3, 7 ss.
[125] Matteo, 10, 8.
[126] Cf. Cicerone, De officiis I, 3.
[127] Ibid.
[128] Cicerone, De senectute, 14.
[129] Ovidio, Metamorphoses VII, 506 ss.
[130] Cf. Cicerone, De senectute, 19.
[131] Cicerone, De senectute, 23.
[132] Guido da Montefeltro
(San Leo 1223-Assisi 1298), ghibellino, si distinse per le imprese militari in
Romagna. Nel 1283 inviato in esilio ad Asti, nel 1289 fu richiamato dai pisani
(cf. Inferno XXVII).
[133] Romani, 2, 28-29.
[134] Cf. Lucano, Pharsalia II, 326 ss.
* Estratti
da L. Wieger, Les pères du système
taoïste, Cathasia, Paris, 1950, III.
Tchoang-Tzeu, cap. 31. Nella traduzione
rispettiamo la terminologia di P. Wieger, anche se talvolta impropria; pure nella trascrizione dei nomi
propri seguiamo la lettura francese dell’originale.
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