0. La crisi del mondo moderno - Prefazione
Che si possa parlare di una crisi del mondo moderno, prendendo la parola "crisi" nel suo significato più comune, è cosa che i più ormai non mettono in dubbio; e, almeno a questo riguardo, si è prodotto un mutamento abbastanza sensibile rispetto al periodo che immediatamente ci precede: per la forza stessa degli avvenimenti, certe illusioni cominciano a dissiparsi e noi, da parte nostra, non possiamo che rallegrarcene, poiché, malgrado tutto, in ciò si ha un sintomo già buono, l'indizio di una possibilità di rettificazione della mentalità contemporanea, qualcosa che appare come una debole luce in mezzo al caos attuale. È così che la fede in un "progresso" indefinito, prima considerata come una specie di dogma intangibile e indiscutibile, non è più ammessa così generalmente; alcuni intravedono più o meno vagamente, più o meno confusamente, che la civiltà occidentale, invece di continuare sempre a svilupparsi nello stesso senso, potrebbe pur subire un giorno un arresto o perfino crollar del tutto per via di qualche cataclisma. Forse costoro non vedono chiaramente ove risiede il pericolo, e le paure chimeriche o puerili che essi talvolta manifestano provano a sufficienza il persistere di non pochi errori nella loro mente. Tuttavia, è già qualcosa che essi sospettino un pericolo, anche se ne hanno il presentimento, più che non lo comprendano per davvero, e, giungano a concepire che questa civiltà, di cui i moderni sono così infatuati, non occupa un posto privilegiato nella storia del mondo: essa può aver la stessa sorte di tante altre già scomparse in epoche più o meno lontane, alcune delle quali non hanno lasciato che tracce minime, vestigia appena percettibili o difficilmente riconoscibili.
Se dunque si dice che
il mondo moderno subisce una crisi, ciò che così si vuole abitualmente
esprimere è che esso è giunto ad un punto critico, o, in altri termini, che a
breve scadenza, volendolo o no, in un modo più o meno brusco, con o senza una
catastrofe, dovrà inevitabilmente sopravvivere un mutamento di orientazione.
Questo significato dato al termine "crisi" è del tutto legittimo e corrisponde
in parte a quel che noi stessi pensiamo: ma solo in parte, poiché, ponendoci da
un punto di vista più generale, noi crediamo che tutta l'epoca moderna nel suo
insieme rappresenti per il mondo un periodo di crisi. Sembra d'altronde che ci
si avvicini alla soluzione, il che rende oggi più particolarmente sensibile che
in qualsiasi altro periodo il carattere anormale di uno stato di cose il quale
dura già da qualche secolo, ma le cui conseguenze mai furono così visibili
quanto ora. Questa è anche la ragione per cui gli avvenimenti oggi si svolgono
con una velocità accelerata alla quale facevamo allusione in precedenza. Ciò,
senza dubbio, può continuare ancora per qualche tempo, ma non indefinitamente.
Ed anche se non si è in grado di fissare un limite preciso, pure si ha
l'impressione che un simile stato di cose non può durare ancora per molto.
Nella parola "crisi"
sono però contenuti anche altri significati che la rendono ancor più atta ad
esprimere quanto vogliamo dire. Infatti la sua etimologia, che spesso nell'uso
comune si perde di vista, ma alla quale bisogna riportarsi così come si deve sempre
fare quando si vuol restituire ad una espressione la pienezza del suo senso
proprio e del suo valore originario - la sua etimologia, dicevamo, la fa in
parte apparire come un sinonimo di "giudizio" e di "discriminazione". La fase che
può dirsi propriamente critica in un qualunque ordine di cose è quella che
conduce a breve scadenza ad una soluzione favorevole o sfavorevole, è quella in
cui interviene una decisione, in un senso o nell'altro. Di conseguenza, è
allora che è possibile formulare un giudizio circa i risultati acquisiti,
soppesare il "pro" e il "contro", operando una specie di discriminazione dei
risultati, positivi gli uni, negativi gli altri, e veder così da che parte la
bilancia s'inclina definitivamente. Beninteso, non abbiamo affatto la pretesa
di fare in modo completo un tale bilancio, cosa che d'altronde sarebbe
prematura, poiché la crisi non si è ancora risolta, né è possibile dire quando
e come lo sarà. Del resto, è sempre preferibile astenersi da previsioni che non
possono essere confortate da ragioni chiaramente comprensibili per tutti e
quindi corrono il rischio di esser male interpretate, tanto da aumentare la
confusione, anziché eliminarla. Noi possiamo solo proporci di contribuire -
fino ad un certo punto e nella misura che i mezzi di cui disponiamo ce lo
permetteranno - a dare a coloro che ne son capaci la coscienza di qualcuno dei
risultati che sembrano già ben definiti, e a preparare così, sia pure in modo
assai parziale e indiretto, gli elementi che dovranno servire per il futuro
"giudizio"; dopo il quale s'inizierà un nuovo periodo della storia dell'umanità
terrestre.
Nella mente di certe
persone, qualcuna delle espressioni ora usate evocherà senza dubbio l’idea del
cosiddetto “giudizio universale” o “giudizio ultimo”, e, invero, non a torto;
che questa idea venga intesa letteralmente o simbolicamente, ovvero in entrambi
i modi ‑ giacché essi invero non si escludono per nulla ‑ ciò qui poco importa,
e non è questo né il luogo né il momento per chiarire interamente un tale
punto. In ogni caso, quel mettere il “pro” e il “contro” sulla bilancia, quel
separare i risultati positivi e negativi, di cui abbiamo detto or ora, può
certamente far pensare alla ripartizione degli “eletti” e dei “dannati” in due
gruppi immutabili ormai definiti. Anche se si tratta solo di un’analogia, si
deve ben riconoscere che è almeno una analogia legittima e ben fondata,
conforme alla natura, stessa delle cose. Il che esige qualche spiegazione
ulteriore.
Non è certo a caso
che tante menti siano oggi ossessionate dall’idea della “fine del mondo”. È
cosa, in parte, da deplorare, poiché le stravaganze alle quali questa idea mal
compresa dà luogo, le divagazioni “messianiche” che ne seguono in vari
ambienti, tutte queste manifestazioni procedenti dallo squilibrio mentale
dell’epoca nostra, non fanno che aggravare questo stesso squilibrio, e in una
misura non del tutto indifferente. Ma, in fondo, è pur certo che qui si ha un
fatto, di cui non possiamo esimerci di tener conto. Allorché si constatano cose
del genere, l’attitudine più comoda è certo quella che consiste nello scartarle
senz’altro, nel considerarle errori o fantasticherie senza importanza. Noi
tuttavia pensiamo che, per quanto si tratti effettivamente di errori, sia
opportuno, sì denunciarli come tali, ma cercare anche le cause che possono
averli provocati e la parte di verità più o meno deformata che, malgrado tutto,
può trovarvisi contenuta, poiché l’errore, non avendo in fondo che una forma
negativa di esistenza, non può presentarsi mai come errore assoluto e come tale
è una parola vuota di senso. Considerando le cose in questo modo, ci si accorge
facilmente che l’anzidetta preoccupazione della “fine del mondo” è strettamente
legata allo stato di malessere generale nel quale noi presentemente viviamo: il
presentimento oscuro di qualcosa che sta per finire, agendo incontrollatamente
su certe immaginazioni, vi produce in modo del tutto spontaneo immagini
disordinate e spesso grossolanamente materializzate, che a loro volta si
traducono esteriormente nelle stravaganze, cui abbiamo or ora alluso. Una tale
spiegazione non è però una scusa per quest’ultime: o, almeno, se si possono
scusare coloro che cadono involontariamente nell’errore, perché a ciò
predisposti da uno stato mentale di cui non sono responsabili, ciò non potrebbe
mai essere una ragione per scusare l’errore stesso. Del resto, per quel che ci
riguarda, non ci si potrà certo rimproverare una indulgenza eccessiva per le
manifestazioni “pseudoreligiose” del mondo contemporaneo, non meno che per
tutti gli errori moderni in genere. Noi sappiamo perfino che alcuni sarebbero
piuttosto tentati di rimproverarci il contrario, e forse ciò che noi qui
diciamo farà loro meglio comprendere come è che noi consideriamo quest’ordine
di cose, sforzandoci di porci sempre dal solo punto di vista che importi,
quello della verità imparziale e disinteressata.
Non è tutto: una
spiegazione puramente “psicologica” dell’idea della “fine del mondo” e delle
sue attuali manifestazioni, per legittima ch’essa sia sul suo piano, ai nostri
occhi non potrebbe apparire del tutto sufficiente. Fermarsi ad essa,
significherebbe lasciarsi influenzare da una di quelle illusioni moderne,
contro cui noi insorgiamo dovunque se ne presenti l’occasione. Noi dicevamo che
certe persone sentono confusamente la fine imminente di qualcosa di cui esse
non possono definire con esattezza la natura e la portata; bisogna ammettere
che di ciò esse hanno una percezione effettivamente reale, benché vaga e
soggetta a false interpretazioni o a deformazioni immaginative, giacché, quale
si sia questa fine, la crisi che in essa deve necessariamente portarvi è
visibilissima e una quantità di segni non dubbi e facilmente riconoscibili
conducono tutti in modo concordante alla stessa conclusione. Questa fine non è
certo la “fine del mondo”, nel senso totale in cui molti vogliono intenderla,
ma è almeno la fine di un mondo: e se quel che deve finire è la civiltà
occidentale nella sua forma attuale, è comprensibile che coloro che si sono
abituati a non veder più nulla fuor di essa, a considerarla come “la civiltà”
per eccellenza, credano facilmente che tutto finirà con essa e che, se essa
scomparirà, sarà veramente “la fine del mondo”.
Diremo dunque, per
ricondurre le cose alle loro giuste proporzioni, che sembra proprio che ci
avviciniamo alla fine di un mondo, cioè alla fine di un’epoca o di un ciclo
storico, il quale può d’altra parte essere in corrispondenza con un ciclo
cosmico, secondo quel che al riguardo viene insegnato da tutte le dottrine
tradizionali. Già nel passato vi sono stati molti avvenimenti di questo genere
e senza dubbio ve ne saranno ancora molti nell’avvenire; avvenimenti
d’importanza varia, a seconda che con essi si terminano dei periodi più o meno
vasti e che essi concernono l’insieme dell’umanità terrestre, ovvero l’una o
l’altra delle sue parti, una razza o un popolo determinato. Vi è da supporre
che allo stato presente del mondo il cambiamento che interverrà avrà una portata
assai generale e che, quale che sia la forma da esso rivestita e che noi non
cercheremo affatto di definire, investirà più o meno l’intera terra. In ogni
caso, le leggi che reggono siffatti avvenimenti possono essere applicate
analogicamente a tutti i gradi; così quel che si può dire sulla “fine del
mondo” nel senso più completo possibile, ma tuttavia di solito riferito al solo
mondo terrestre, resta vero, nelle dovute proporzioni, anche per il caso della
semplice fine di un qualunque mondo, intesa in un senso assai più ristretto.
Queste osservazioni
preliminari aiuteranno molto a far capire le considerazioni che seguiranno. In
altre opere, noi abbiamo già avuto l'occasione di far assai spesso cenno alle
"leggi cicliche". Riuscirebbe forse arduo esporre completamente tali leggi in
una forma facilmente accessibile alle menti occidentali; tuttavia è necessario
aver qualche nozione sull'argomento, dato se ci si voglia formare un'idea vera
di quel che è l'epoca attuale e di ciò che essa propriamente rappresenta nella
storia del mondo. Per cui cominceremo col mostrare che i caratteri di siffatta
epoca son proprio quelli che le dottrine tradizionali hanno indicato in ogni
tempo per il periodo ciclico a cui essa
corrispondenza; il che equivarrà anche a mostrare che quanto da un certo punto di
vista è anomalia e disordine è tuttavia l'elemento necessario di un ordine più
vasto, la conseguenza inevitabile delle leggi che reggono lo sviluppo di ogni
manifestazione. Del resto - diciamolo subito - ciò non costituisce una ragione
per limitarsi a subire passivamente il turbamento e l'oscurità che sembrano
momentaneamente trionfare, poiché, se così fosse, non avremmo che da starcene
in silenzio. Ragione invece vi è di lavorare, finché sia possibile, per
preparare l'uscita da questa "età oscura", la cui fine più o meno prossima,
benché non del tutto imminente, è già preannunciata da molti indizi. Anche
questo rientra in un'idea superiore di ordine, poiché ogni equilibrio è il
risultato della azione simultanea di due tendenze opposte; se l'una o l'altra
di esse potesse interamente cessar di agire, l'equilibrio sarebbe perduto per
sempre e il mondo stesso svanirebbe. Ma una tale supposizione sta fuor della
realtà, i due termini di una opposizione non traendo senso che l'un dall'altro.
Quali possano pur essere le apparenze, si può esser sicuri che tutti gli
squilibri parziali e transitori concorreranno, alla fine, a realizzare
l'equilibrio totale.
Fonte: La crisi del
mondo moderno, Edizioni Mediterranee, Roma, 1985, da noi revisionata e emendata
da espressioni e termini non più attuali e da piccole imperfezioni.
Un testo di cent'anni fa che sembra scritto stamattina: c'è di che riflettere.
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