II. La crisi del mondo moderno - L'opposizione di Oriente e Occidente
Uno dei caratteri particolari del mondo
moderno è costituito dalla scissione che si nota fra l’Oriente, nei suoi
aspetti ancora tradizionali, e l’Occidente. Benché noi abbiamo già trattato
altrove questo problema in modo speciale[1], qui è necessario tornarvi
per precisarne certi aspetti e dissipare alcuni malintesi.
La verità è che vi sono sempre state civiltà
distinte e molteplici, le quali si sono sviluppate ciascuna in modo proprio e
in un senso conforme alle attitudini di un dato popolo o di una data razza.
Distinzione non vuol però dire opposizione e può ben esistere una specie di
equivalenza fra civiltà di forma molto diversa, dato che esse partano tutte
dagli stessi principi fondamentali, di cui rappresentano solo delle
applicazioni condizionate da circostanze varie. Questo è il caso di tutte le
civiltà che noi possiamo chiamare normali, od anche tradizionali. Fra di esse
non esistono delle opposizioni fondamentali, le loro divergenze, se ve ne sono,
hanno un carattere soltanto esteriore e superficiale. Invece una civiltà che
non riconosce alcun principio superiore, che anzi si fonda sulla negazione dei
principi, per ciò stesso è priva di ogni mezzo per intendersi con le altre,
un’intesa, per esser veramente profonda e efficace, potendosi attuare solo
dall’alto, cioè precisamente attraverso quel che manca ad una tale civiltà
anormale e deviata. Allo stato presente del mondo noi abbiamo dunque da un lato
tutte le civiltà che conservano ancora l’impronta dello spirito tradizionale, e
tali sono le civiltà orientali, e, dall’altro, una civiltà propriamente
antitradizionale, che è la civiltà occidentale moderna[2].
Alcuni sono giunti fino a negare che la stessa
divisione dell’umanità in Oriente e Occidente corrisponda ad una realtà, mentre
ciò, almeno per l’epoca attuale, non può esser messo seriamente in dubbio.
Anzitutto, che esista una civiltà occidentale, comune all’Europa e all’America,
è un fatto su cui tutti saranno d’accordo, quale sia poi il giudizio che si
formulerà circa il valore di questa civiltà. Per l’Oriente, la questione è meno
semplice, perché, effettivamente, di civiltà orientali ne esistono parecchie,
non una soltanto. Ma basta che esse posseggano alcuni tratti comuni, quelli
caratterizzanti ciò che noi abbiamo chiamato civiltà tradizionale, e basta che
nella civiltà occidentale tali caratteri siano assenti, perché la distinzione e
perfino l’opposizione fra Oriente e Occidente resti pienamente giustificata.
Ora, appunto così stando le cose, un carattere tradizionale è in realtà ancora
comune a tutte le parti non-europeizzate o disgregate della civiltà orientale,
circa la quale, per fissar meglio le idee, ricorderemo una divisione generale
forse un po’ troppo semplificata volendo entrare nei dettagli, ma purtuttavia
esatta nelle sue grandi linee: l’Estremo Oriente, rappresentato essenzialmente
dalla civiltà cinese; il Medio Oriente, con la civiltà indù; il Vicino Oriente,
con la civiltà musulmana. Occorre aggiungere che sotto molti riguardi
quest’ultima civiltà dovrebbe venir propriamente considerata come intermediaria
fra Oriente e Occidente e che molti dei suoi caratteri la mostrano anzi vicina
soprattutto a quel che fu la civiltà occidentale nel Medioevo. Ma,
considerandola rispetto all’Occidente moderno, si deve riconoscere che essa vi
si oppone quanto le civiltà propriamente orientali; alle quali, da questo punto
di vista, va dunque associata.
Il punto fondamentale su cui si deve insistere
è appunto questo: l’opposizione fra Oriente e Occidente non aveva alcuna ragion
d’essere quando anche in Occidente esistevano delle civiltà tradizionali; essa
non acquista senso che quando si tratta specificamente dell’Occidente moderno,
poiché una tale opposizione è più fra due spiriti che non fra due entità
geografiche più o meno nettamente definite. In alcune epoche, la più prossima
delle quali è il Medioevo, lo spirito occidentale nei suoi aspetti più importanti
rassomigliava assai a ciò che ancor oggi, nei suoi rappresentanti autentici, è
lo spirito orientale: era assai più vicino a questo che non a ciò che
l’Occidente è divenuto nei tempi moderni. La civiltà occidentale poteva allora
considerarsi simile alle civiltà orientali, quanto queste lo sono fra di loro.
Nel corso degli ultimi secoli si è effettuato un mutamento rilevante, assai più
grave di tutte le deviazioni che avevano potuto manifestarsi precedentemente in
epoche di decadenza, poiché esso ha avuto la virtù di capovolgere la direzione
complessiva seguita dall’attività umana: ed è esclusivamente nel mondo
occidentale che questo mutamento è avvenuto. Quando noi diciamo spirito
occidentale con riferimento a quanto esiste presentemente, in ciò non si deve
dunque intendere altro che spirito moderno. E poiché l’altro spirito è solo in
Oriente che si è mantenuto fin nei tempi più recenti, così noi, sempre
considerando le condizioni attuali, possiamo anche chiamarlo spirito orientale.
Questi due termini altro non esprimono, insomma, se non uno stato di fatto. È
ben chiaro che uno dei due spiriti in questione è effettivamente occidentale;
dato però che esso ha fatto apparizione solo nella storia più recente, ciò non
deve pregiudicare nulla quanto alla provenienza dell’altro spirito, già comune
ad Oriente e Occidente, cioè dello spirito tradizionale, l’origine del quale si
confonde invero con quella della stessa umanità, poiché esso è lo spirito che
potrebbe definirsi normale, se non altro per aver ispirato tutte le civiltà da
noi più e meno completamente conosciute, eccetto la civiltà occidentale
moderna.
Varie persone, che senza dubbio non si son
prese la pena di leggere le nostre opere, hanno creduto di poterci rimproverare
l’aver detto, che tutte le dottrine tradizionali ebbero una origine orientale,
che la stessa antichità occidentale, in ogni età, trasse sempre dall’Oriente le
sue tradizioni. Noi non abbiamo mai scritto nulla di simile, anzi nemmeno
qualcosa che possa suggerire una simile opinione, per la semplice ragione che
noi sappiamo benissimo che tutto questo è falso. Infatti. proprio i dati tradizionali
contrastano nettamente con una tale asserzione: dappertutto si trova
l’affermazione formale che la tradizione primordiale del ciclo attuale è venuta
dalle regioni iperboree. In seguito, vi furono varie correnti secondarie,
corrispondenti a periodi diversi, fra le quali una delle più importanti ‑ fra
quelle, almeno, le cui vestigia sono ancora riconoscibili ‑ volse
incontestabilmente da Occidente verso Oriente. Ma tutto questo risale ad epoche
lontanissime, comunemente dette «preistoriche» e noi non abbiamo in vista
siffatti orizzonti. Quel che diciamo, è anzitutto che già da tempo il deposito
della tradizione primordiale si è trasferito in Oriente e che là si possono
ancora trovare le forme dottrinali derivate più direttamente da essa; in
secondo luogo che, allo stato attuale delle cose, volendo ancora trovare dei
rappresentanti autentici del vero spirito tradizionale con tutto quel che esso
implica, è in Oriente che, malgrado tutto, bisogna cercarli.
Per completare questa precisazione, dobbiamo
esaminare certe idee di restaurazione di una «tradizione occidentale»
affacciatesi in diversi ambienti contemporanei. Il solo interesse che esse
presentano è, in fondo, di mostrare che alcuni spiriti non sono più soddisfatti
della negazione moderna, che essi sentono il bisogno di qualcosa di diverso da
quanto viene loro offerto dalla nostra epoca, che essi in un possibile ritorno
alla tradizione, sotto l’una o l’altra forma, presentono l’unica via d’uscita
dalla crisi attuale. Disgraziatamente il «tradizionalismo» è cosa ben diversa
dal vero spirito tradizionale: come tanti casi ce lo mostrano di fatto, esso
può ridursi ad una mera tendenza, ad una aspirazione più o meno vaga non
presupponente nessuna conoscenza reale: e ‑ bisogna pur dirlo ‑ nello
scompiglio mentale dei nostri tempi questa aspirazione genera soprattutto
concezioni fantastiche e chimeriche, prive di ogni serio fondamento. Specie nel
campo spirituale, molti, non trovando alcuna tradizione autentica a cui
appoggiarsi, finiscono con l’immaginare delle pseudo-tradizioni mai esistite e
tanto prive di principi, quanto ciò a cui esse vorrebbero sostituirsi. Tutto il
disordine moderno si riflette in queste costruzioni, e, quali possano pur
essere le intenzioni dei loro autori, il solo risultato è un nuovo contributo
allo squilibrio generale. Qui accenneremo solo alla pretesa «tradizione
occidentale» fabbricata da certi occultisti con l’aiuto degli elementi più
disparati e destinata soprattutto a far la concorrenza ad una «tradizione
orientale» non meno immaginaria, messa in circolazione dai teosofisti. Noi
abbiamo trattato sufficientemente di queste cose altrove e preferiamo dunque
esaminare qualche altra teoria che può sembrare più degna di attenzione, perché
almeno vi traspare il desiderio di richiamarsi a tradizioni, che hanno avuto
una esistenza effettiva.
Alludevamo poco fa alla corrente tradizionale
venuta dalle regioni occidentali. I racconti degli antichi relativi
all’Atlantide ne indicano l’origine. Dopo la scomparsa di questo continente,
che è l’ultimo dei grandi cataclismi verificatisi nel passato, sembra non
esservi dubbio che resti della sua tradizione passarono in varie regioni, ove
si mescolarono con residui di altre tradizioni preesistenti e principalmente
con ramificazioni della grande tradizione iperborea: ed è assai possibile che,
in particolare, le dottrine dei Celti siano state uno dei prodotti di tale
fusione. Se noi siamo lontani dal contestare tutto ciò, si deve tuttavia tener
presente quanto segue: la forma propriamente «atlantidea» della tradizione è
scomparsa da migliaia di anni insieme alla civiltà cui apparteneva, la
distruzione della quale deve essersi effettuata in seguito ad una deviazione
forse paragonabile, per un certo riguardo, a quella che oggi constatiamo,
benché con una notevole differenza dipendente dal fatto che a quel tempo
l’umanità non era ancora entrata nel kali-yuga. In secondo luogo, questa
tradizione corrispondeva solo ad un periodo secondario del nostro ciclo e
sarebbe un grave errore identificarla a quella tradizione primordiale, da cui
tutte le altre hanno preso origine e che sola permane dal principio alla fine.
Qui sarebbe fuor di luogo esporre tutti i dati che giustificano queste
affermazioni: ci limitiamo alla conclusione, che è l’impossibilità di far
rivivere presentemente una tradizione «atlantidea», o anche di connettervisi
più o meno direttamente: d’altronde, ogni tentativo del genere si è palesato
fin troppo fantastico. Può presentare sempre dell’interesse ricercare l’origine
dei vari elementi che si incontrano nelle tradizioni successive, sempreché lo
si faccia con tutte le precauzioni necessarie onde prevenire certe illusioni:
queste ricerche non possono, però, condurre alla resurrezione di una tradizione
adatta ad una qualunque delle condizioni attuali del nostro mondo.
Altri vogliono riconnettersi al «celtismo» e,
poiché fanno appello a qualcosa di meno lontano da noi, può sembrare che quel
che essi propongono sia più realizzabile. Tuttavia, dove è che essi
troverebbero oggi il «celtismo» allo stato puro e dotato ancora di una vitalità
sufficiente a che sia possibile avere in esso un reale punto d’appoggio? Noi
infatti non parliamo di ricostruzioni archeologiche, o semplicemente
«letterarie» come spesso se ne vedono. Si tratta di tutt’altra cosa. Che degli
elementi celtici ben riconoscibili siano giunti fino a noi attraverso
intermediari vari, è vero; ma tali elementi sono lontanissimi dal rappresentare
una tradizione integrale e, cosa sorprendente, questa oggi nei paesi ove già
visse è ancor più ignorata che non elementi di altre civiltà restate sempre
estranee a detti paesi. Non vi è in ciò qualcosa che dovrebbe almeno far
riflettere coloro che non sono del tutto dominati da una idea preconcetta?
Diremo di più. In ogni analogo caso di
vestigia lasciate da civiltà scomparse, non è possibile comprendere realmente
tali vestigia che comparandole con quanto di simile vi è in civiltà
tradizionali ancora viventi. Lo stesso può dirsi perfino del Medioevo, nel
quale si incontrano tante cose il cui significato per gli Occidentali moderni è
andato perduto. Questa presa di contatto con tradizioni il cui spirito ancora
sussiste è anzi il solo modo per rivivificare quel che è ancora suscettibile
d’esserlo: e ciò costituisce uno dei più grandi servigi che l’Oriente possa
rendere all’Occidente. Non neghiamo che la sopravvivenza di un certo «spirito
celtico» possa manifestarsi ancora sotto varie forme, come già in altre epoche
è accaduto: ma quando ci si viene ad assicurare che esistono sempre dei centri
spirituali conservanti integralmente per esempio la tradizione druidica, noi
aspettiamo che ci si fornisca la prova di ciò, senza dire che la cosa ci appare
assai dubbia, se non addirittura inverosimile.
Per quel che riguarda gli elementi celtici, la
verità è che essi sono stati in gran parte assimilati dal Cristianesimo nel
Medioevo. La leggenda del «San Graal», con quanto vi si connette, è a tal
proposito un esempio particolarmente convincente e significativo. Noi
d’altronde pensiamo che una tradizione occidentale, se pervenisse a
ricostruirsi, prenderebbe necessariamente una forma esteriore religiosa, nel
senso più stretto del termine, e che una forma del genere potrebbe esser solo
cristiana, poiché, da una parte, le altre forme possibili sono divenute già da
troppo tempo estranee alla mentalità occidentale e, dall’altra parte, perché è
solo nel Cristianesimo ‑ diciamo più precisamente, nel Cattolicesimo ‑ che in
Occidente sopravvivono resti di uno «spirito tradizionale». Ogni tentativo
«tradizionalista» che non tenga conto di questo fatto è inevitabilmente
condannato all’insuccesso, perché le mancherebbe ogni base. È troppo evidente
che ci si può appoggiare solo su quel che davvero esiste e che là dove una
continuità manchi possono aversi solo delle ricostruzioni artificiali
insuscettibili ad essere seguite. Se si obietta che nella nostra epoca il
Cristianesimo stesso non lo si comprende più veramente e nel suo senso
profondo, noi risponderemo che esso ha almeno conservato, nella sua stessa
forma, tutto quel che è necessario per fornire la base di cui qui si tratta. Il
tentativo meno chimerico, il solo che non urti contro impossibilità dirette,
sarebbe dunque cercar di restaurare qualcosa di paragonabile a quel che
esistette nel Medioevo, anche se con tutte le differenze richieste dalle mutate
circostanze. Per utilizzare ciò che in Occidente è andato interamente perduto,
bisognerebbe rifarsi a tradizioni conservatesi integralmente, come or ora
abbiamo indicato, e procedere poi ad un lavoro di adattamento che potrebbe
esser solo l’opera di una élite intellettuale fortemente costituita.
Abbiamo già detto tutto questo: ma è bene insistervi, poiché attualmente
circolano troppe fantasticherie inconsistenti ed anche perché bisogna
comprender bene che se le tradizioni orientali, nelle loro forme proprie,
possono certamente esser assimilate da una élite la quale, quasi per
definizione, dovrà tenersi di là da ogni forma particolare, pure esse non
potranno mai esserlo dalla generalità degli Occidentali, ai quali dette
tradizioni non erano destinate: ciò, a meno di trasformazioni impreviste. Se
una élite occidentale riuscirà a costituirsi, la conoscenza vera delle
dottrine orientali, per la ragione ora indicata, le sarà indispensabile per
compiere la sua funzione. Coloro che dovranno solo raccogliere i benefici del
suo lavoro, e che saranno i più, potranno però anche non aver coscienza alcuna
di tutto questo: l’influenza che essi riceveranno, per dir così senza
accorgersene e in ogni caso per vie che sfuggiranno loro interamente, non sarà
per questo meno reale e efficace. Importa mettere bene in chiaro questo punto,
giacché se dobbiamo aspettarci di non venir sempre perfettamente compresi da
tutti, teniamo almeno che non ci vengano attribuite intenzioni che non sono per
nulla le nostre.
Ma lasciamo per ora da parte ogni
anticipazione, dato che noi dobbiamo soprattutto occuparci dello stato attuale
delle cose, e torniamo ancora un momento alle idee circa la restaurazione di
una «tradizione occidentale», quali possiamo osservarle intorno a noi. Una sola
osservazione basterà a mostrare che tali idee ‑ se così ci si può esprimere ‑
«non sono nell’ordine»: è il fatto che esse quasi sempre vengono affermate
presso ad una più o meno dichiarata ostilità verso l’Oriente. Occorre dirlo:
coloro che vorrebbero appoggiarsi al Cristianesimo talvolta sono animati
proprio da questa ostilità; si direbbe che essi anzitutto vogliano scoprire
delle opposizioni che, in realtà, sono affatto inesistenti. Ed è così che noi
abbiamo udito formulare l’opinione assurda, che se le stesse cose si trovano
simultaneamente nel Cristianesimo e nelle dottrine orientali, espresse dall’una
parte e dall’altra in forma quasi identica, esse nei due casi non hanno però lo
stesso significato, ma anzi un significato opposto! Coloro che si danno a
siffatte affermazioni provano con ciò stesso di non essersi spinti troppo oltre
nella comprensione delle dottrine tradizionali, giacché essi non hanno
presentita l’identità fondamentale dissimulantesi sotto tutte le differenze
esteriori di forma e, perfino là dove questa identità si rende del tutto
visibile, continuano pur sempre a disconoscerla. Costoro non considerano dunque
lo stesso Cristianesimo che in un modo assolutamente esteriore, modo che non
può corrispondere all’idea di una vera dottrina tradizionale, offrente su tutti
i piani una sintesi completa. È il principio che fa loro difetto, per cui essi
appaiono contagiati assai più di quanto possano supporre da quello spirito
moderno, contro il quale essi tuttavia vorrebbero reagire: e quando accade loro
di usare la parola «tradizione», essi non la prendono certo nello stesso senso
che noi ad essa diamo.
Nella confusione mentale caratterizzante
l’epoca nostra si è infatti giunti ad applicare indistintamente questa parola
«tradizione» ad ogni sorta di cose, a cose spesso insignificanti, a semplici
costumi privi d’ogni portata, e spesso di origine affatto recente. Noi abbiamo
altrove segnalato un abuso analogo per ciò che concerne la parola «religione».
Bisogna diffidare da queste deviazioni del linguaggio, che indicano una specie
di degenerazione delle idee corrispondenti. Non certo per il fatto che qualcuno
si proclami «tradizionalista» si può star sicuri che egli sappia, sia pure
imperfettamente, ciò che è la tradizione nel senso vero della parola. Da parte
nostra, ci rifiutiamo recisamente di dare questo nome a tutto quel che è
d’ordine puramente umano. Non è superfluo dichiararlo apertamente considerato
che ad ogni momento si incontrano espressioni come, per esempio, «filosofia
tradizionale». Anche quando è davvero tutto quel che può essere, una filosofia
non ha diritto alcuno a questo titolo, poiché essa, quand’anche non neghi
quanto trascende l’ordine razionale, rientra per intero in quest’ordine,
rappresenta solo una costruzione ad opera di individui umani, senza rivelazioni
o ispirazioni di sorta, o, per dirla con una parola, qualcosa di essenzialmente
«profano».
D’altronde, malgrado tutte le illusioni di cui
alcuni sembrano compiacersi, non è certo una scienza tutta «libresca» che può
bastare per rettificare la mentalità di una razza e di un’epoca. A ciò, occorre
ben altro che una speculazione filosofica, la quale, perfino nel caso più
favorevole, è per la sua stessa natura condannata a restare qualcosa di
esteriore e di assai più verbale che non reale. Per restaurare la tradizione
perduta, per rivivificarla veramente, occorre il contatto con lo spirito
tradizionale vivente e, lo abbiamo già detto, per tutto quel che a noi è dato
di sapere, è solo nelle parti dell’Oriente rimaste sane, cioè negli elementi
sani e non occidentalizzati in esso presenti, che tale spirito vive ancora
appieno. Se è vero che ciò presuppone anzitutto una aspirazione occidentale al
ritorno a questo spirito tradizionale, altrettanto certo è che la semplice
aspirazione non può bastare. Tutto ciò che finora si è prodotto come movimenti
di una reazione «antimoderna» ‑ reazione presentantesi del resto assai
incompleta ‑ può solo rafforzare questa nostra convinzione, giacché se tali
movimenti sono senza dubbio eccellenti nella loro parte negativa e critica,
essi sono tuttavia assai lontani da una restaurazione della spiritualità vera e
non si sviluppano che nei limiti di un orizzonte mentale assai ristretto. Ma
ciò è già qualcosa, nel senso che qui si ha l’indice di uno stato d’animo di
cui fino a pochi anni fa difficilmente si trovava traccia. Se gli Occidentali
non sono più tutti concordi nell’accontentarsi dello sviluppo esclusivamente
materiale della civiltà moderna, questo può forse essere un segno che per essi
ogni speranza di salvezza non è ancora del tutto perduta.
In ogni caso, supponendo che l’Occidente, in
una qualunque forma, ritorni alla sua tradizione, la sua opposizione con
l’Oriente sarebbe per ciò stesso risolta, essa cesserebbe di esistere, poiché
essa è stata determinata solo dalla deviazione occidentale e, in realtà, altro
non è, se non l’opposizione fra spirito tradizionale e spirito
antitradizionale. Così, contrariamente a quanto suppongono coloro cui facemmo
allusione poco fa, il ritorno alla tradizione avrebbe fra i suoi primi
risultati quello di rendere immediatamente possibile un’intesa con l’Oriente
tradizionale: possibilità, questa, propria a tutte le civiltà che presentano
elementi simili o equivalenti, e ad esse soltanto, giacché questi elementi
costituiscono l’unico campo in cui siffatta intesa può realizzarsi in modo
valido. Il vero spirito tradizionale, quale sia la forma da esso rivestita, è
in fondo sempre ed ovunque lo stesso; le forme diverse, specificamente adatte a
queste o quelle condizioni mentali, a queste o quelle circostanze di tempo e di
luogo, sono solo le espressioni di una unica e sola verità. Ma bisogna porsi
sul piano dell’intellettualità pura per scoprire questa unità fondamentale
sotto l’apparente molteplicità delle varie forme. D’altronde, è in quest’ordine
intellettuale o spirituale che si trovano i principi, da cui tutto il resto
normalmente dipende al titolo di conseguenze o applicazioni più o meno remote.
Se si mira ad una intesa davvero profonda, bisogna dunque intendersi anzitutto
su questi principi, poiché in essi sta l’essenziale: una volta che essi siano
veramente compresi, l’accordo ne seguirà spontaneamente. Va infatti notato che
la conoscenza dei principi ‑ che è la conoscenza per eccellenza, la conoscenza
metafisica nel vero senso della parola ‑ è universale come questi stessi
principi, dunque interamente libera da tutte quelle contingenze individuali,
che intervengono necessariamente non appena si passi alle applicazioni: per cui
questo dominio puramente intellettuale è il solo che non esiga uno sforzo di
adattamento delle varie mentalità. Inoltre, una volta compiuto un lavoro del
genere, resterebbe solo da svilupparne i risultati per realizzare l’accordo
anche in tutti gli altri domini, giacché, come si è detto or ora, è da esso che
direttamente o indirettamente tutto il resto dipende. Invece l’accordo ottenuto
in un dominio particolare, prescindendo dai principi, sarà sempre quanto mai
instabile e precario e simile più ad una combinazione diplomatica che non ad
una intesa vera. Insistiamo dunque nel dire che un’intesa effettiva può
realizzarsi solo dall’alto, non dal basso, il che va inteso in doppio senso:
occorre partire da quel che vi è di più alto, cioè dai principi per scendere
gradatamente alle applicazioni di vario ordine, curando sempre la dipendenza
gerarchica esistente fra tali applicazioni; e una tale opera, per il suo stesso
carattere, può esser solo quella di una élite, nell’accezione più vera e
completa di tale termine: noi pensiamo esclusivamente ad una élite
intellettuale, anzi per noi al di fuori di una élite del genere non ve
ne sono altre, tutte le distinzioni sociali esterne essendo prive d’importanza
dal punto di vista in cui noi ci poniamo.
Queste considerazioni possono già far
comprendere tutto quel che manca alla civiltà occidentale moderna, non solo in
ordine alle possibilità di un ravvicinamento effettivo con le civiltà
orientali, ma anche nei propri riguardi, cioè per essere una civiltà normale e
completa. D’altronde le due questioni sono così strettamente connesse, che si
fondono in una unica, del che abbiamo indicata or ora la ragione. Passeremo a
mostrare più da vicino in che consiste lo spirito antitradizionale, che è
proprio lo spirito moderno, e quali sono le conseguenze che esso implica,
conseguenze che noi vediamo realizzarsi con una logica inesorabile negli
avvenimenti attuali. Ma, prima, sarà necessaria un’ultima riflessione.
Essere risolutamente «antimoderni» non vuol
dire per nulla essere «antioccidentali», ma è, invece, l’unica attitudine che
deve prendere chi cerchi di salvare l’Occidente superando il suo disordine.
D’altra parte, nessun Orientale fedele alla sua tradizione può considerare le
cose in modo diverso. Vi sono assai meno avversari dell’Occidente in quanto
tale (questa avversione essendo affatto priva di senso), che non dell’Occidente
in quanto identico alla civiltà moderna. Alcuni oggi parlano di «difesa
dell’Occidente», cosa invero singolare, poiché, come vedremo a suo tempo, è
invece l’Occidente che minaccia di tutto sommergere e di trasportare l’intera
umanità nel turbine della sua attività caotica; cosa singolare ‑ diciamo ‑ e
affatto ingiustificata, se costoro credono, come essi, a parte qualche
restrizione, lo mostrano, che questa difesa debba essere contro l’Oriente,
poiché il vero Oriente, quello tradizionale, non quello già contagiato dal male
occidentale, non pensa né ad attaccare né a dominare nessuno, esso chiede solo
la sua indipendenza e la sua tranquillità, il che, bisogna convenirlo, è
abbastanza legittimo. Se l’Occidente ha effettivamente un gran bisogno di esser
difeso, lo è solo contro sé stesso, contro le sue stesse tendenze che, se
condotte fino in fondo, lo spingeranno inevitabilmente verso la rovina e la
distruzione. È di una «riforma dell’Occidente» che dunque si dovrebbe parlare,
e una tale riforma, se fosse quel che dovrebbe essere, cioè una vera
restaurazione tradizionale, avrebbe per conseguenza naturalissima un
ravvicinamento con l’Oriente ancora sano. Da parte nostra, altro non
chiederemmo che di contribuire, nella misura delle nostre possibilità, a questa
riforma e a questo ravvicinamento, se a tanto si è ancora in tempo, se si può
venire ad un tale risultato prima del tracollo finale, verso il quale la
civiltà moderna sembra incamminarsi a grandi passi. Ma quand’anche fosse già
troppo tardi per evitare un simile tracollo, il lavoro compiuto con questa
intenzione non sarebbe inutile, esso servirebbe in ogni caso a preparare,
seppure da lontano, la «discriminazione» di cui parlavamo al principio epperò
ad assicurare la conservazione degli elementi destinati a sfuggire dal
naufragio del mondo attuale e a divenire i germi del mondo futuro.
Fonte: La
crisi del mondo moderno, Edizioni Mediterranee, Roma, 1985, da noi revisionata
e emendata da espressioni e termini non più attuali e da piccole
imperfezioni.
[1] Orient et Occident, Paris, 1924.
[2] Ricordiamo che questo testo è stato pubblicato
nel 1927 [N.d.r.].
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