IV. La crisi del mondo moderno - Scienza sacra e scienza profana
Abbiamo detto or ora che nelle civiltà di tipo tradizionale l’intuizione intellettuale è il principio di tutto. In altri termini, la pura dottrina metafisica costituisce l’essenziale e il resto vi si connette a titolo di conseguenza o di applicazione ai diversi ordini delle realtà contingenti.
Così stanno visibilmente le cose in fatto di
istituzioni sociali e lo stesso vale per le scienze, cioè per le conoscenze
riferentisi al dominio del relativo, le quali, in tali civiltà, appaiono essere
semplici dipendenze, quasi prolungamenti o riflessi della conoscenza assoluta
concernente i principi. Così tutto segue un vero criterio gerarchico: il
relativo non vien concepito come inesistente, cosa che sarebbe assurda; esso
vien preso in considerazione nella misura in cui lo merita e vien messo nel suo
giusto posto, che può essere solo secondario e subordinato. E sul piano del
relativo esistono anche gradi molto diversi, secondo che si tratti di cose più
o meno lontane dal dominio dei principi.
Per quel che riguarda le scienze, esistono
dunque due concezioni radicalmente diverse e anzi incompatibili, che noi
possiamo chiamare la concezione tradizionale e la concezione moderna. Noi
abbiamo spesso avuto occasione di alludere a «scienze tradizionali» che
esistettero nell’antichità e nel Medioevo, che esistono tuttora in varie parti
dell’Oriente, ma di cui perfino il concetto si è reso totalmente estraneo agli
Occidentali dei nostri giorni. Vale aggiungere che ogni civiltà ha avuto le sue
«scienze tradizionali», poiché qui non siamo più nell’ordine dei principi
universali, cui si riferisce solo la metafisica pura, ma nell’ordine degli
adattamenti ove, appunto perché si tratta di un dominio contingente, bisogna
tener conto dell’insieme delle condizioni, mentali o di altro genere, proprie
ad un dato popolo ed anzi perfino ad un dato periodo di questo popolo, noi
avendo già detto che esistono epoche in cui dei «riadattamenti» si rendono
necessari. Questi «riadattamenti» son solo cambiamenti di forma, non toccanti
nulla dell’essenza stessa della tradizione. Circa la dottrina metafisica, in
essa solo l’espressione può venir modificata, in un modo che può paragonarsi
alla traduzione di una stessa idea da una lingua in un’altra. Quali che siano
le forme che essa riveste per esprimersi, e nella misura in cui esprimersi è
possibile, esiste assolutamente una metafisica unica, allo stesso modo che
esiste un’unica verità. Quando invece si passa alle applicazioni, le cose
stanno in modo diverso. Con le scienze, e così pure con le istituzioni sociali,
si è già nel mondo della forma e della molteplicità, tanto che può dirsi che
forme diverse costituiscono effettivamente scienze diverse, diverse anche
quando esse, almeno in parte, hanno lo stesso oggetto. I logici sono abituati a
considerare una scienza come interamente definita dal suo oggetto, il che, nel
suo semplicismo eccessivo, è inesatto: nella definizione di una scienza deve
esser anche compreso il punto di vista secondo il quale il suo oggetto viene
considerato. Vi è una molteplicità indefinita di scienze possibili: può
accadere che varie scienze studino le stesse cose, ma in aspetti così diversi,
e quindi con metodi e intenzioni anch’essi così diversi, da presentarsi
effettivamente come scienze distinte. Questo può essere particolarmente il caso
per le «scienze tradizionali» di civiltà diverse, scienze che, pur essendo
comparabili fra loro, non sono tuttavia sempre assimilabili e, spesso, solo
abusivamente potrebbero esser designate con gli stessi nomi. È poi chiaro che
la differenza è assai più grande se invece di paragonare fra loro le «scienze
tradizionali», le quali più o meno hanno tutte lo stesso carattere
fondamentale, si confrontano queste scienze in genere con le scienze proprie ai
moderni. A tutta prima, può sembrare talvolta che l’oggetto nelle une e nelle
altre sia lo stesso, eppure la conoscenza che queste due specie di scienze
danno, rispettivamente, di tale oggetto è talmente diversa che, ad un esame
ulteriore, si deve esitare ad affermare ancora una identità sia pure limitata
ad un certo riguardo.
Qualche esempio non sarà inutile per far
meglio comprendere ciò di cui si tratta. Prendiamo anzitutto un esempio di
portata assai vasta, quello della «fisica» quale fu compresa dagli antichi e
quale lo è dai moderni. Per vedere la differenza profonda intercorrente fra le
due concezioni non vi è affatto bisogno, in questo caso, di uscire dal mondo
occidentale. Il termine «fisica», nel suo significato originario e etimologico,
non significa altro che «scienza della natura», senza restrizione alcuna. È dunque
la scienza che tratta delle leggi più generali del «divenire», giacché «natura»
e «divenire» sono in fondo sinonimi, e proprio questa era l’idea dei Greci e
soprattutto di Aristotele. Se esistono scienze più particolari di quest’ordine,
esse non sono che «specificazioni» della fisica in relazione a un qualche
dominio più strettamente delimitato. È quindi già significativa la deviazione
che i moderni han fatto subire alla parola «fisica» con l’usarla per designare
una scienza particolare fra varie altre, che pur son tutte scienze della
natura. Ciò si riferisce al frazionamento già da noi indicato come uno dei
caratteri della scienza moderna, a quella «specializzazione» generata dallo
spirito analitico e spinta fino al punto di rendere veramente inconcepibile, in
coloro che soggiacciono alla sua influenza, una scienza riferentesi alla natura
considerata nel suo insieme. Non è mancato chi ha rilevato alcuni degli
inconvenienti di questa «specializzazione» e soprattutto la ristrettezza di
vedute che ne è la conseguenza inevitabile: ma sembra che anche coloro che più
si son resi conto di ciò, si siano poi rassegnati a considerare la cosa come un
male necessario, data la quantità delle conoscenze particolari, tale da non
poter esser compresa nel suo insieme da nessun essere umano. Essi, da una
parte, non hanno capito che queste conoscenze particolari o di dettaglio sono
in sé stesse insignificanti, né meritano che ad esse si sacrifichi una
conoscenza sintetica la quale, pur limitandosi sempre al relativo, è d’ordine assai
più alto; d’altra parte, essi non hanno compreso che l’impossibilità di
abbracciare quella molteplicità deriva dal solo fatto che ci si ricusa di
riconnetterla ad un principio superiore, che ci si ostina a procedere partendo
dal basso e dall’esterno, mentre bisognerebbe fare proprio il contrario se si
vuole avere una scienza avente un valore speculativo reale.
Volendo comparare la fisica antica non con
quel che dai moderni vien designato con lo stesso nome, ma con l’insieme delle
scienze della natura quali si sono costituite attualmente, perché proprio a ciò
essa dovrebbe corrispondere, come prima differenza vi è dunque da rilevare la
divisione in «specialità» multiple, estranee, per così dire, le une alle altre.
Tuttavia ciò riguarda solo il lato più esterno della questione e non si deve
pensare che, qualora si riunissero tutte queste scienze speciali, si otterrebbe
qualcosa di equivalente alla fisica antica. La verità è che il punto di vista è
del tutto diverso e che qui entra in giuoco quella differenza essenziale fra le
due concezioni, di cui abbiamo parlato poco fa; la concezione tradizionale,
come dicevamo, riconduce tutte le scienze ai principi, al titolo di altrettante
applicazioni particolari di essi, mentre la concezione moderna esclude ogni
riferimento del genere. Secondo Aristotele, la fisica era solo «seconda»
rispetto alla metafisica, essa ne era cioè dipendente, non era in fondo che una
applicazione al dominio della natura di principi superiori alla natura e
riflettentisi nelle leggi di questa: e lo stesso può dirsi della «cosmologia»
medioevale. Invece la concezione moderna pretende di assicurare alle scienze
l’indipendenza negando tutto quanto le trascende, o, almeno, dichiarandolo
«inconoscibile», e rifiutandosi di tenerne conto, cosa che praticamente è poi
lo stesso che negarlo. Una tale negazione esisteva effettivamente assai prima
che si pensasse a costituirla in una teoria sistematica sotto nomi come
«positivismo» o «agnosticismo», poiché può dirsi che essa sta proprio
all’inizio di tutta la scienza moderna. Tuttavia è solo nel XIX secolo che si
son viste persone in atto di gloriarsi della loro ignoranza, poiché il loro
proclamarsi «agnostiche» altro non è che questo, e pretendere di interdire a
tutti la conoscenza di quel che esse ignorano: il che ha segnato una tappa
ulteriore nella decadenza intellettuale dell’Occidente.
Separando radicalmente le scienze da ogni
principio superiore col pretesto di assicurar loro l’indipendenza, la
concezione moderna le ha private di ogni significato profondo e perfino di ogni
interesse vero dal punto di vista della conoscenza: ed esse son condannate a
finire in un vicolo cieco, poiché questa concezione le chiude in un dominio
irrimediabilmente limitato[1]. Ogni sviluppo all’interno
di questo dominio non è poi per nulla un approfondimento, come alcuni se l’immaginano:
esso resta invece affatto superficiale e conduce solo alla già accennata
dispersione nel dettaglio, ad una analisi sterile quanto fastidiosa, la quale
può svilupparsi indefinitamente senza che così si proceda di un solo passo
sulla via della vera conoscenza. Bisogna del resto dire, che in genere gli
Occidentali non coltivano affatto per sé stessa la scienza così concepita: non
è un sapere, sia pure inferiore, che essi hanno soprattutto in vista, ma sono
le applicazioni pratiche, e per convincersene v’è solo da pensare alla facilità
con cui la gran parte dei nostri contemporanei confonde la scienza con
l’industria e come siano numerosi coloro per i quali l’ingegnere o l’inventore
rappresentano il tipo stesso dello scienziato. Ma ciò rimanda ad una questione
che avremo da trattar più estesamente in seguito.
La scienza, costituendosi nella forma moderna,
ha perduto non solo in profondità ma potrebbe dirsi anche in solidità, poiché
la riconnessione ai principi la faceva partecipe della immutabilità di questi
ultimi, in tutta l’estensione concessa dal suo stesso oggetto; mentre, nel
chiudersi esclusivamente nel mondo del mutamento, essa non vi trova più nulla
di stabile, nessun punto fermo a cui possa appoggiarsi. Non partendo più da
nessuna certezza assoluta, essa si è ridotta a formulare probabilità e approssimazioni,
o a costruzioni puramente ipotetiche che son solo l’opera della fantasia
individuale. E quand’anche alla scienza moderna capiti di pervenire
accidentalmente e per vie traverse a certi risultati che sembrano collimare con
alcuni dati delle antiche «scienze tradizionali», sarebbe un grosso errore
vedere in ciò una conferma, di cui questi dati non hanno per niente bisogno. È
perder tempo voler conciliare dei punti di vista totalmente differenti o
stabilire una concordanza con teorie ipotetiche che forse fra qualche anno
saranno del tutto discreditate[2]. Tutto quanto è di
pertinenza della scienza attuale può solo appartenere al campo delle ipotesi,
mentre, per le «scienze tradizionali», si trattava di ben altro, cioè di
conseguenze indubitabili tratte da verità conosciute intuitivamente e
superrazionalmente, quindi in modo infallibile, nell’ordine metafisico[3]. D’altronde una illusione
singolare propria allo «sperimentalismo» moderno è quella di credere che una
teoria possa esser provata dai fatti, mentre in realtà stessi fatti possono
sempre venire spiegati in funzione di molte e diverse teorie, sì che perfino
alcuni promotori del metodo sperimentale, come Claude Bernard, hanno
riconosciuto la necessità di una interpretazione aiutata da «idee preconcette»,
senza le quali questi fatti resterebbero «fatti bruti», privi di ogni
significato e di ogni valore scientifico.
Essendoci venuto di parlar dello
«sperimentalismo» profittiamone per rispondere ad una domanda che, nel
riguardo, potrebbe farsi, cioè: perché le scienze propriamente sperimentali
hanno avuto nella civiltà moderna uno sviluppo mai verificatosi in altre
civiltà? È perché tali scienze son quelle del mondo sensibile, della materia, e
altresì quelle che danno luogo alle applicazioni pratiche più immediate. Il
loro sviluppo, accompagnandosi a quel che noi chiameremmo volentieri la
«superstizione del fatto», corrisponde dunque a meraviglia alle tendenze
specificamente moderne, mentre le epoche tradizionali non avevano potuto
trovarvi un interesse sufficiente per attaccarvisi fino al punto di trascurare
ogni conoscenza d’ordine superiore. Si comprenda bene che non è nostra
intenzione dichiarare illegittima, in sé stessa, una qualche conoscenza, per
inferiore che essa sia: illegittimo è solo l’abuso che si verifica allorché
cose del genere assorbono tutta l’attività umana, appunto come oggi accade. Si
può anche concepire che in una civiltà normale delle scienze obbedienti al
metodo sperimentale si riconnettano, insieme a molte altre, a dei principi
tanto da acquistare un valore speculativo reale. Se nulla di simile sembra
essersi già verificato, ciò lo si deve al fatto che l’attenzione fu di
preferenza rivolta ad altro e anche perché quando si trattò di studiare il
mondo sensibile nella misura in cui poteva sembrare interessante farlo, i dati
tradizionali permettevano di intraprendere più proficuamente questo studio con
altri metodi e da un altro punto di vista.
Noi dicevamo poco fa che uno dei caratteri
dell’epoca attuale è l’uso di quanto era stato precedentemente trascurato
perché presentava una importanza troppo secondaria agli occhi di coloro che
avrebbero dovuto consacrarvi la loro attività, ma che doveva tuttavia venire
sviluppato prima della fine del presente ciclo, anche tali possibilità avendo
il loro posto fra quelle chiamate a manifestarsi: in particolare, altro non è
il caso delle scienze sperimentali nate in questi ultimi secoli. Vi son perfino
scienze moderne che rappresentano davvero, e nel senso più letterale, dei
«residui» di scienze antiche, oggi non più comprese: è la parte più inferiore
di quest’ultime che, isolandosi e staccandosi da tutto il resto in un periodo
di decadenza, si è materializzata grossolanamente ed ha servito poi di base ad
uno sviluppo affatto diverso, in un senso conforme alle tendenze moderne, tanto
da condurre alla costituzione di scienze non aventi realmente più nulla in
comune con quelle che le hanno precedute. Così è falso dire, come comunemente
si fa, che, per esempio, l’astrologia e l’alchimia sono divenute
rispettivamente l’astronomia e la chimica moderna, anche se in una opinione
siffatta dal punto di vista soltanto storico vi sia una certa parte di verità,
che però è proprio quella or ora indicata: quest’ultime scienze procedono sì
dalle prime in un certo senso, ma ad esse non si è giunti con una «evoluzione»
o un «progresso», come si pretende, bensì con una degenerazione. Ciò richiede
qualche altra spiegazione.
Bisogna anzitutto rilevare che l’attribuzione
di significati distinti all’«astrologia» e all’«astronomia» è relativamente
recente. I Greci usavano indifferentemente i due termini per designare
l’insieme di ciò a cui l’uno e l’altro ora si applicano. A prima vista,
sembrerebbe dunque che si tratti di ancora un caso di quelle divisioni secondo
«specializzazione» stabilitesi fra cose che originariamente erano solo parti di
un’unica scienza: ma qui l’elemento caratteristico è che mentre una di tali
parti, quella rappresentante il lato più materiale della scienza in questione,
assunse uno sviluppo indipendente, l’altra finì invece con lo scomparire del
tutto. Ciò è così vero, che oggi non si ha più alcuna idea di quel che
l’astrologia antica poteva essere, e perfino coloro che hanno cercato di
ricostruirla sono giunti solo a vere contraffazioni, sia per voler far di essa
l’equivalente di una scienza sperimentale moderna, poggiante sulla statistica e
sul calcolo delle probabilità, e quindi informata da un punto di vista che in
nessun modo può essere stato quello dell’antichità e del Medioevo; sia per
darsi esclusivamente a tentativi di ripristino di un’«arte divinatoria», la
quale fu solo la deviazione di una astrologia già prossima a scomparire, da
considerarsi al massimo come una sua applicazione assai inferiore e ben poco
degna di considerazione, come si può ancora constatare nelle civiltà orientali.
Il caso della chimica è forse ancor più chiaro
e caratteristico: e l’ignoranza dei moderni nei riguardi dell’alchimia è almeno
così grande, quanto quella relativa all’astrologia. La vera alchimia era
essenzialmente una scienza d’ordine cosmologico e, simultaneamente, essa si
applicava all’ordine umano per via dell’analogia esistente fra «macrocosmo» e
«microcosmo». Essa era inoltre formulata in modo da permettere una
trasposizione nel dominio puramente spirituale, che, conferendo ai suoi
insegnamenti un valore simbolico e un significato superiore, faceva di essa uno
dei tipi più completi di «scienza tradizionale». A far nascere la chimica
moderna non è stata questa alchimia, con la quale tale scienza non ha insomma
alcun rapporto: è stata una deformazione e deviazione di essa nel senso più
rigoroso del termine, a cui dette luogo, forse a partire dal Medioevo,
l’incomprensione di alcune persone, le quali, incapaci di penetrare il senso
vero dei simboli, presero tutto alla lettera e credendo trattarsi solo di operazioni
materiali si dettero ad un più o meno disordinato sperimentare. Proprio queste
persone, chiamate ironicamente «soffiatori» e «bruciatori di carbone» dagli
alchimisti veri, furono gli autentici precursori dei chimici attuali: ed è così
che la scienza moderna si è costruita per mezzo di residui di scienze antiche,
con materiali respinti da quest’ultime e abbandonati agli ignoranti e ai
«profani». Aggiungiamo che i sedicenti rinnovatori dell’alchimia, che si
incontrano qua e là fra i nostri contemporanei, da parte loro, riescono solo a
prolungare questa stessa deviazione, e le loro ricerche sono lontane
dall’alchimia tradizionale quanto quelle degli astrologi, cui facevamo
allusione poco fa, lo sono dall’astrologia antica. Per cui abbiamo il diritto
di affermare che le «scienze tradizionali» dell’Occidente sono veramente andate
perdute per i moderni.
Noi ci limiteremo a questi pochi esempi:
sarebbe peraltro facile addurne altri ancora, da prendersi in domini un po’
diversi, ma accusanti tutti la stessa degenerazione. Così si potrebbe mostrare
che la psicologia, quale oggi viene intesa, cioè lo studio dei fenomeni mentali
come tali, è un prodotto naturale dell’empirismo anglosassone e dello spirito
del XVIII secolo, e che il punto di vista cui essa corrisponde appariva agli
Antichi così trascurabile, che se ad essi venne fatto, talvolta, di
considerarlo incidentalmente, mai venne loro in mente di crearvi su una scienza
speciale corrispondente: quanto in esso poteva esservi di valido, per essi si
trovava trasformato e assimilato in punti di vista più alti. In un dominio
affatto diverso, si potrebbe anche mostrare che la matematica moderna
rappresenta, per dir così, solo la scorza della matematica pitagorica, il suo
lato puramente «exoterico»; perfino il concetto antico del numero è divenuto
assolutamente inintelligibile per i moderni, poiché anche qui la parte
superiore della scienza, quella che le conferiva, col suo carattere
tradizionale, un valore propriamente intellettuale, è totalmente scomparsa:
caso assai simile a quello dell’astrologia.
Ma noi non possiamo passare in rassegna
partitamente tutte le scienze, cosa che riuscirebbe alquanto fastidiosa.
Crediamo di aver detto abbastanza per far capire la natura del mutamento a cui
le scienze moderne debbono la loro origine e che costituisce proprio l’opposto
di un «progresso», rappresentando una vera regressione dell’intelligenza. E
torniamo ora alle considerazioni generali circa la funzione rispettiva delle
«scienze tradizionali» e di quelle moderne e circa la differenza profonda fra
la vera finalità delle une e delle altre.
Secondo la concezione tradizionale, una
qualunque scienza interessa meno in sé stessa che per il suo essere il
prolungamento o il ramo secondario di una dottrina avente il suo nucleo
essenziale nella metafisica pura[4]. Se infatti ogni scienza è
certamente legittima quando occupa il posto esatto che corrisponde alla sua
natura propria, è facile capire che per chiunque possegga una conoscenza
d’ordine superiore, le conoscenze inferiori debbono per forza perdere buona parte
del loro interesse e, alla fine, valere solo in funzione della conoscenza dei
principi, cioè nella sola misura in cui, da una parte, riflettano questi ultimi
nell’uno o nell’altro dominio contingente e, dall’altra, siano atte ad avviare
verso questa stessa conoscenza dei principi che, nel caso qui considerato, non
può mai essere perduta di vista né sacrificata per considerazioni più o meno
accidentali. Si tratta di due funzioni complementari proprie alle «scienze
tradizionali»: da un lato, nella loro qualità di applicazioni della dottrina
esse permettono di collegare i vari ordini della realtà, di integrarli
nell’unità della sintesi totale; dall’altro esse, almeno per alcuni e in
conformità alle relative attitudini, sono preparazione ad una più alta
conoscenza, una specie di avviamento verso di essa: e allora quelle scienze,
nella ripartizione gerarchica conforme ai gradi di esistenza cui si
riferiscono, costituiscono quasi altrettanti gradini mediante i quali ci si può
elevare fino all’intellettualità pura, cioè alla pura intellettualità[5]. È fin troppo evidente che
le scienze moderne non possono minimamente adempiere né all’una né all’altra di
queste due funzioni: per questo esse non sono e non possono essere che «scienza
profana» mentre le «scienze tradizionali», per il loro riconnettersi ai
principi metafisici, apparivano incorporate in modo effettivo nella «scienza
sacra».
La coesistenza ora indicata delle due funzioni
non implica né contradizione né circolo vizioso, contrariamente a quanto
possono credere coloro che considerano le cose solo superficialmente: ed anche
questo è un punto su cui è bene soffermarci. Si tratta, per così dire, di due
punti di vista, discendente l’uno, ascendente l’altro, il primo corrispondente
ad uno sviluppo della conoscenza partendo dai principi e finendo in
applicazioni più o meno lontane, il secondo corrispondente ad una acquisizione
progressiva di questa stessa conoscenza procedendo dall’inferiore al superiore,
o, se lo si preferisce, dall’esterno all’interno. Il problema non è dunque di
sapere se le scienze debbano venire costituite dal basso in alto o viceversa;
di sapere se, a renderle possibili, debba prendersi come punto di partenza la
conoscenza dei principi ovvero quella del mondo sensibile. Un tale problema può
porsi dal punto di vista della filosofia «profana» e sembra infatti essere
stato posto più o meno esplicitamente in questo dominio dall’antichità greca:
ma esso non ha ragion d’essere per la «scienza sacra», la quale può solo
partire da principi universali. E ciò che qui lo destituisce di ogni fondamento
è il ruolo primario dell’intuizione intellettuale, la quale, come è la più
immediata fra le conoscenze, così pure è la più alta, ed è assolutamente
indipendente dall’esercizio di ogni facoltà d’ordine sensibile e perfino
razionale. Le scienze possono esser costituite validamente quali «scienze
sacre» solo da coloro che per prima cosa posseggono pienamente la conoscenza
dei principi e che quindi sono i soli qualificati per realizzare, in conformità
alla più rigorosa ortodossia tradizionale, tutte le adattazioni richieste dalle
circostanze di tempo e di luogo. Solo che, una volta che le scienze vengano
così costituite, l’insegnamento può seguire l’ordine inverso; esse sono in un
qualche modo delle «illustrazioni» della dottrina pura, le quali possono
renderla più facilmente accessibile a certe menti: e per il fatto stesso che
esse si riferiscono al mondo della molteplicità, la diversità pressoché
indefinita dei loro punti di vista può andare incontro alla non meno grande
diversità delle attitudini individuali di tali menti, l’orizzonte delle quali è
ancora ristretto a questo stesso mondo della molteplicità. Le vie possibili per
raggiungere la conoscenza possono essere estremamente diverse nei gradi più
bassi, e vanno unificandosi sempre di più via via che si raggiungono stadi più
alti. Nessuno dei gradi preparatori è però di una necessità assoluta, poiché
essi costituiscono solo dei mezzi contingenti e privi di comune misura rispetto
allo scopo da raggiungere: può perfino accadere che alcuni di coloro, nei quali
predomina la tendenza contemplativa, s’innalzino di colpo alla vera intuizione
intellettuale senza bisogno di tali mezzi[6]. Ma questo è un caso
alquanto eccezionale, sì che di solito sussiste l’opportunità di procedere
invece nel senso ascendente. Per far capir ciò, si può far anche uso dell’immagine
tradizionale della «ruota cosmica»: la circonferenza, in realtà, esiste solo in
funzione del centro; ma gli esseri che sono sulla circonferenza debbono partir
per forza da questa, o più precisamente dal punto di questa in cui si trovano,
e seguire il raggio per arrivare al centro. D’altronde, per via della
corrispondenza esistente fra tutti gli ordini della realtà, le verità di un
ordine inferiore possono essere considerate come simboli di quelle d’ordine
superiore e servir quindi di «base» o sostegno per giungere analogicamente alla
conoscenza di queste ultime[7]. Ciò conferisce ad ogni
scienza un senso superiore o «anagogico», più profondo di quello che essa
possiede in sé, senso che può darle il carattere di una vera «scienza sacra».
Noi dicevamo che ogni scienza può assumere
questo carattere, quale che sia il suo oggetto, con la sola condizione di esser
formata e considerata seguendo lo spirito tradizionale. V’è solo da tener conto
dei vari gradi d’importanza di tali scienze, secondo la dignità gerarchica
delle diverse realtà cui esse si riferiscono: ma, in un grado o nell’altro, il
loro carattere e la loro funzione restano essenzialmente identici nella
concezione tradizionale. E ciò è vero non solo per ogni scienza, ma anche per
ogni arte, in quanto ogni arte può avere un valore propriamente simbolico che
la rende atta a fornire dei «supporti» per la meditazione; in più le sue
regole, al pari delle leggi che costituiscono l’oggetto della conoscenza
scientifica, sono riflessi e applicazioni dei principi fondamentali. Così in
ogni civiltà normale si trovano sempre delle «arti tradizionali», ignote agli
Occidentali moderni non meno delle «scienze tradizionali»[8]. La verità è che, in
realtà, non esiste un «dominio profano» in un certo modo contrapposto al
«dominio sacro»: esiste solo un «punto di vista profano», il quale propriamente
non è altro se non il punto di vista dell’ignoranza[9]. Per questo la «scienza
profana» potrebbe esser giustamente considerata come un «sapere ignorante»:
sapere d’ordine inferiore, tenentesi tutto al livello della realtà più bassa, e
sapere che ignora tutto quel che lo trascende, che ignora ogni finalità più
alta, come pure ogni principio che potrebbe assicurargli un posto legittimo,
anche se umile, in un dato ordine della conoscenza integrale. Noi abbiamo
dunque a che fare con una scienza che, essendo irrimediabilmente chiusa nel
dominio relativo e limitato in cui ha voluto proclamarsi indipendente, e avendo
con ciò troncato ogni comunicazione con la verità trascendente e la conoscenza
suprema, non è più che una conoscenza vana e illusoria la quale, invero, non
parte da nulla e non conduce a nulla.
Questa esposizione permetterà di comprendere
tutto quel che manca al mondo moderno nei riguardi della scienza e come quella
scienza, di cui esso è tanto fiero, rappresenti solo una semplice deviazione e
quasi un rifiuto della scienza vera, la quale, per noi, si identifica
interamente a ciò che noi abbiamo chiamato «scienza sacra» o «scienza
tradizionale». La scienza moderna, procedendo da una limitazione arbitraria
della conoscenza ad un certo piano particolare, che è il più basso di tutti, al
piano cioè della realtà materiale o sensibile, ha perduto con una tale
limitazione e con le conseguenze immediate di essa ogni valore intellettuale,
almeno se si dà all’intellettualità la pienezza del suo vero senso e ci si
rifiuta di aderire all’errore «razionalista», per cui si identifica
l’intelligenza pura alla ragione, o, il che è lo stesso, di negare l’intuizione
intellettuale. Alla base di questo errore, come pure di una gran parte degli
altri errori moderni, e alla radice stessa dell’intera deviazione della scienza
ora considerata, sta quel che si può chiamare l’«individualismo».
L’«individualismo» si identifica allo stesso spirito antitradizionale e le sue
manifestazioni multiple, in tutti i vari domini, costituiscono uno dei fattori
più importanti del disordine dell’epoca nostra. È questo «individualismo» che
noi ora dobbiamo esaminare più da vicino.
[1] Si
può notare che qualcosa di analogo si è verificato nell’ordine sociale, ove i
moderni hanno preteso di separare il temporale dallo spirituale. Non si tratta
di contestare la distinzione esistente fra i due principi, i quali
effettivamente si riferiscono a domini differenti, come nel caso della
metafisica e delle scienze. Ma per via di un errore inerente allo spirito
analitico ci si dimentica che distinzione non vuol dire affatto separazione.
Costituitosi a sé, il potere temporale perde la sua legittimità e lo stesso
potrebbe esser detto, nell’ordine intellettuale, per quel che riguarda le
scienze.
[2] La
stessa osservazione vale, nel campo religioso, per una certa «apologetica» che
pretende di mettersi d’accordo con i risultati della scienza moderna: lavoro
del tutto inutile e sempre da rifare, che presenta d’altronde il grave pericolo
di dar l’illusione di una solidarietà fra la religione e queste concezioni
mutevoli e effimere, da cui essa deve restare del tutto indipendente.
[3]
Sarebbe facile indicare esempi. Ne citeremo solo uno dei più caratteristici: la
differenza fra il carattere delle concezioni relative all’etere nella
cosmologia indù e nella fisica moderna.
[4] Ciò
viene espresso, p. es., da denominazioni come quella di upavêda,
applicata in India a certe «scienze tradizionali» e indicante la subordinazione
di esse rispetto ai Vêda, cioè alla conoscenza sacra per eccellenza.
[5] Nel
nostro studio L’ésotérisme de Dante (Paris, 1925), abbiamo indicato il
simbolismo della scala, i vari gradini della quale, secondo diverse tradizioni,
corrispondono sia a certe scienze che a stati dell’essere: cosa che
presupponeva necessariamente che tali scienze non venissero considerate in modo
affatto «profano» come fra i moderni, ma fossero suscettibili di una
trasposizione conferente loro una portata realmente «iniziatica».
[6] Per
questo, secondo la dottrina indù i brâhmana debbono indirizzare
costantemente il loro spirito alla conoscenza suprema, mentre i kshatriya
debbono piuttosto applicarsi allo studio successivo delle varie tappe
attraverso le quali si perviene progressivamente ad essa.
[7]
Questa è la parte che ha p. es. il simbolismo astronomico, usato così spesso
dalle varie dottrine tradizionali: e quel che ora diciamo può lasciar
intravvedere la vera natura di una scienza quale l’antica astrologia.
[8]
L’arte dei costruttori nel Medioevo può esser menzionata come un esempio
particolarmente notevole di queste «arti tradizionali», la cui pratica
implicava d’altronde la conoscenza reale delle scienze corrispondenti.
[9] Per
convincersene, basta considerare fatti come questo: una delle scienze più
«sacre», la cosmologia, che come tale ha un suo posto in tutti i Libri
ispirati, compresa la Bibbia ebraica, per i moderni è divenuta l’oggetto delle
ipotesi più «profane»: il dominio della scienza è pur lo stesso nei due casi,
ma il punto di vista è totalmente differente.
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