VI. La crisi del mondo moderno - Il caos sociale
In questo studio non intendiamo trattare in
modo speciale il punto di vista sociale, punto di vista che ci interessa solo
assai indirettamente, non rappresentando che una applicazione alquanto lontana
dei principi fondamentali. Così, non è nel dominio sociale che in ogni caso
potrebbe prendere inizio una essenziale rettificazione del mondo moderno. Se
questa rettificazione venisse infatti attuata a rovescio, partendo dalle
conseguenze anziché dai principi, essa mancherebbe per forza di una base seria
e sarebbe affatto illusoria. Nulla di stabile potrebbe mai risultarne e
bisognerebbe cominciar sempre di nuovo per aver trascurato d’intendersi
anzitutto circa le verità essenziali. Per cui, non ci è possibile concedere
alle contingenze politiche, anche dando a questa parola il suo senso più ampio,
altro valore se non quello di semplici segni esteriori della mentalità di
un’epoca. Ma per ciò stesso non possiamo nemmeno passar del tutto sotto
silenzio le manifestazioni del disordine moderno nel dominio sociale propriamente
detto, nelle loro forme più caratteristiche, che giungono fino al periodo
dell’immediato dopoguerra[1]: i fenomeni
politico-sociali più recenti, in parte di «reazione» o «controrivoluzione», per
ora li lasceremo fuori di considerazione, anche perché finora essi non hanno
sviluppato tutte le loro possibilità fino a dar materia ad un giudizio
definitivo dal punto di vista in cui noi qui ci poniamo esclusivamente, cioè da
un punto di vista universale e superpolitico.
Come si è detto poco fa, allo stato attuale
del mondo occidentale quasi nessuno si trova nel posto che normalmente gli
spetterebbe in base alla sua natura propria. Ciò si vuole esprimere dicendo che
le caste non esistono più, poiché la casta, intesa nel suo senso vero e
tradizionale, altro non è che la stessa natura individuale con l’insieme delle
attitudini speciali che essa implica e che predispongono ogni uomo
all’adempimento di una data funzione e non di un’altra. Quando l’accesso a
qualsiasi funzione non è più controllato da alcuna regola legittima, il
risultato inevitabile è che ognuno sarà portato a fare qualunque cosa e spesso
ciò per cui egli è meno dotato. La funzione che egli avrà nella società sarà
determinata, se non dal caso, giacché il caso in realtà non esiste, da qualcosa
che può sembrare il caso, cioè da un intreccio di circostanze accidentali di
ogni specie. L’ultimo a intervenire, sarà proprio il solo fattore che dovrebbe
contare in un simile caso, cioè la differenza di natura esistente fra gli
uomini. La causa di siffatto disordine è la denegazione di una tale differenza,
denegazione che implica quella di ogni gerarchia sociale. E una tale negazione,
che forse a tutta prima può essere stata appena cosciente e più pratica che
teorica, perché la confusione delle caste ha preceduto la loro completa
soppressione, o, in altre parole, perché si è disconosciuta la natura dei
singoli prima di finire col non tener alcun conto di essa ‑ una tale negazione,
diciamo, è stata costituita dai moderni in uno pseudo-principio sotto il nome
di «eguaglianza».
Ora, sarebbe troppo facile mostrare che
l’eguaglianza non può esistere in nessun caso, per la semplice ragione che è
impossibile che due esseri siano realmente distinti eppure simili sotto ogni
riguardo. Non meno facile sarebbe mettere in rilievo tutte le conseguenze
assurde che derivano da questa idea chimerica, in nome della quale si è preteso
di imporre dappertutto un completo uniformismo, ad esempio impartendo a tutti
un identico insegnamento, come se tutti fossero egualmente capaci di capire le
stesse cose e come se, per farle comprendere, gli stessi metodi fossero adatti
per tutti indistintamente. D’altronde, ci si può chiedere se non si tratti più
di «apprendere» che non di veramente «comprendere», cioè se non si sia
sostituita la memoria all’intelligenza nella concezione affatto verbale e
«libresca» del moderno insegnamento, il quale mira solo ad accumulare nozioni
elementari e eteroclite e nel quale la qualità resta interamente sacrificata
alla quantità, come accade dappertutto nel mondo moderno per ragioni che
chiariremo in seguito: si tratta sempre di una dispersione nel molteplice. Nel
riguardo, vi sarebbe molto da dire sui misfatti democratici dell’«istruzione
obbligatoria»: ma non è questo il luogo di insistervi e, per non uscire dallo
schema che ci siamo proposto, dobbiamo limitarci a segnalare di passata questa
conseguenza speciale delle teorie «egualitarie» come uno di quegli elementi di
disordine, che son divenuti troppo numerosi per poterli enumerare tutti senza
omissioni.
Naturalmente, quando noi ci troviamo di fronte
ad una idea, come quella dell’«eguaglianza», o del «progresso», o di fronte
agli altri «dogmi laici» che quasi tutti i nostri contemporanei hanno accettato
ciecamente e la maggior parte dei quali han cominciato già a formularsi
nettamente durante il XVIII secolo, non ci è possibile ammettere che tali idee
siano nate spontaneamente. Si tratta, in fondo, di autentiche «suggestioni»,
nel senso più stretto della parola, che peraltro poterono produrre un effetto
solo in un ambiente già preparato a riceverle. Se dunque esse non hanno creato
lo stato d’animo complessivo che caratterizza l’epoca moderna, hanno tuttavia
contribuito ad alimentarlo e a svilupparlo fino ad un punto, che altrimenti non
sarebbe stato di certo raggiunto. Se queste suggestioni venissero meno, la
mentalità generale sarebbe assai vicina a cambiar d’orientamento: per questo
esse vengono così accuratamente favorite da tutti coloro che hanno un qualche
interesse a protrarre il disordine, se non pure ad aggravarlo ‑ e tale è anche
la ragione per cui in tempi, nei quali si pretende di tutto sottoporre alla
discussione, queste suggestioni sono le sole cose che non si debbono mai
discutere. Del resto è difficile determinare esattamente il grado di sincerità
di coloro che si fanno i propagandisti di simili idee, e sapere in che misura
certe persone finiscono con l’essere prese dalle loro stesse menzogne e col
suggestionarsi all’atto di voler suggestionare gli altri. Spesso in una
propaganda del genere gli ingenui sono anzi gli strumenti migliori, perché vi
portano una convinzione che agli altri sarebbe alquanto difficile fingere, e che
è facilmente contagiosa. Ma dietro a tutto questo, almeno inizialmente, occorre
che vi sia stata una azione assai più cosciente, una direzione che può venir
soltanto da uomini sapienti perfettamente il fatto loro in ordine alle idee
fatte circolare in tal guisa. Noi abbiamo parlato di «idee», ma una tale parola
qui calza assai poco, essendo evidente che nella fattispecie non si tratta per
nulla di idee pure e nemmeno di alcunché che appartenga come che sia all’ordine
intellettuale. Si tratta, se si vuole, di idee false, ma sarebbe ancor meglio
chiamarle «pseudoidee», destinate soprattutto a provocare reazioni
sentimentali, questo essendo il mezzo più efficace e più facile per agire sulle
masse. Del resto, in questo ambito, le parole hanno una importanza maggiore dei
concetti che esse dovrebbero esprimere e la gran parte degli «idoli» moderni
non sono, invero, che parole, e noi ci troviamo dinanzi al curioso fenomeno
noto sotto il nome di «verbalismo»: la sonorità delle parole basta a dare una
illusione di pensiero.
L’influenza che gli oratori demagogici
esercitano sulle folle è, a tale riguardo, assai caratteristica e non occorre
studiarla da presso per rendersi conto che si tratta di un procedimento di
suggestione paragonabile in tutto e per tutto a quello degli ipnotizzatori.
Ma senza soffermarci ulteriormente su queste
considerazioni, torniamo alle conseguenze della negazione di ogni vera
gerarchia e notiamo che allo stato attuale delle cose non solo ogni uomo
adempie alla sua funzione propria solo eccezionalmente e quasi accidentalmente,
mentre è proprio l’opposto che in via normale dovrebbe essere l’eccezione; ma
accade altresì che uno stesso individuo sia chiamato a esercitare
successivamente funzioni affatto diverse, quasi come se le sue attitudini
potessero venir cambiate a volontà. In un’epoca di «specializzazione» ad
oltranza, ciò può sembrare paradossale, ma pure così è, specie nel mondo
politico obbediente alle ideologie democratiche e liberali.
Se la competenza degli «specialisti» è spesso
illusoria e in ogni caso ristretta ad un dominio limitatissimo, la fede in una
tale competenza è tuttavia un fatto, per cui ci si può chiedere come è che
questa fede non abbia più parte alcuna quando si tratta della carriera degli
uomini politici, ove, in regime parlamentare, l’incompetenza più completa ben
di rado ha costituito un ostacolo. Tuttavia, pensandoci sopra, ci si accorge
facilmente che non v’è da stupirsi, che si tratta insomma di un risultato naturalissimo
della concezione «democratica», in virtù della quale il potere viene dal basso
e poggia essenzialmente sulla maggioranza, cosa che ha per necessario
corollario l’esclusione di ogni vera competenza, dato che la competenza è
sempre una superiorità, anche se relativa, e può esser solo di pertinenza di
una minoranza.
Qui qualche spiegazione non sarà inutile per
mettere in rilievo, da un lato, i sofismi nascondentisi dietro l’idea «democratica»,
dall’altro, i legami che connettono tale idea con tutto l’insieme della
mentalità moderna. Dato il punto di vista in cui ci poniamo, è quasi superfluo
far rilevare che queste osservazioni saranno formulate fuor da ogni quistione
di partito e da ogni disputa politica. Noi consideriamo queste cose in modo
assolutamente disinteressato, come si farebbe per qualsiasi altro oggetto di
studio, cercando solo di renderci conto il più chiaramente possibile di quel
che vi è al fondo di tutto ciò; il che è del resto la condizione necessaria e
sufficiente per dissipare tutte le illusioni che i moderni si sono fatte nel
riguardo. Se, come è stato detto poco fa circa le idee un po’ diverse, si
tratta proprio di «suggestione», basterà accorgersene e comprendere come la
suggestione agisca, per impedire senz’altro a quelle illusioni di svilupparsi e
di attecchire. Contro cose del genere un esame un po’ approfondito e puramente
«oggettivo» ‑ come oggi si dice nel gergo speciale preso in prestito dai
filosofi tedeschi ‑ è assai più efficace che non tutte le dichiarazioni
sentimentali e le polemiche partigiane, che non provano nulla e sono
l’espressione di mere preferenze individuali.
L’argomento più decisivo contro la
«democrazia» si riduce a due parole: il superiore non può promanare
dall’inferiore, perché il più non può trarsi dal meno. Ciò è di un rigore
matematico assoluto, contro cui non v’è cosa che possa. Importa notare che proprio
lo stesso argomento, applicato ad un altro ordine, vale anche contro il
«materialismo»: concordanza per nulla fortuita, giacché le due attitudini sono
assai più connesse di quanto possa sembrare a prima vista. È fin troppo
evidente che il popolo non può conferire un potere che esso non possiede. Il
vero potere può solo venire dall’alto, ed è per questo, diciamolo di passata,
che esso può divenire legittimo solo attraverso la sanzione di qualcosa di
superiore all’ordine sociale, cioè di una autorità spirituale: altrimenti è
solo una contraffazione di potere, uno stato di fatto ingiustificato perché
mancante di un principio, e tale da dar luogo solo a disordine e confusione.
Questo capovolgimento di ogni gerarchia comincia non appena il potere temporale
vuole rendersi indipendente dall’autorità spirituale, e poi subordinarla a sé,
pretendendo di asservirla a finalità materialisticamente politiche. Questa è la
prima usurpazione che apre la via a tutte le altre, e si potrebbe mostrare ad
esempio che la regalità francese, a partire dal XIV secolo, ha lavorato
inconsciamente a preparare la Rivoluzione che poi doveva rovesciarla. È un
punto che noi abbiamo sviluppato in un altro lavoro, per cui qui ci limitiamo a
questo accenno sommario.
Definita come l’autogoverno del popolo, la
«democrazia» è una vera impossibilità, qualcosa che non può nemmeno esistere
come un fatto bruto, né nell’epoca nostra, né in un’altra qualsiasi. Non
bisogna farsi giocare dalle parole: è contradittorio ammettere che stessi
uomini possano essere ad un tempo governati e governanti perché, usando il
linguaggio aristotelico, uno stesso essere non può essere in «atto» e in
«potenza» simultaneamente e sotto lo stesso riguardo. La relazione suppone
necessariamente la presenza di due termini: non possono esservi dei governati
se non vi sono anche dei governanti, siano pur essi illegittimi e non aventi
altro diritto al potere oltre quello che essi stessi si sono arrogato. Ma la
grande abilità dei dirigenti democratici del mondo moderno sta nel far credere
al popolo che esso si governi da sé. E il popolo si lascia persuadere
volentieri, tanto più che così esso si sente adulato, mentre è incapace di
riflettere quanto occorre per accorgersi di una simile impossibilità. Per creare
questa illusione, si è inventato il «suffragio universale»: è l’opinione della
maggioranza come presunto principio della legge. Ciò di cui non ci si accorge,
è che l’opinione pubblica è qualcosa che si può facilissimamente dirigere e
modificare.
Per mezzo di adeguate suggestioni in essa si
possono sempre provocare delle correnti nell’uno o nell’altro senso. Non
ricordiamo più chi ha parlato di «fabbricare l’opinione»: espressione
giustissima, benché bisogna dire, da un altro lato, che i dirigenti apparenti
non sono sempre coloro che dispongono dei mezzi necessari per venire a tanto.
Quest’ultima osservazione spiega anche perché l’incompetenza degli uomini
politici più in vista sembra non aver avuto che un peso assai relativo nel
periodo demo-liberale cui alludiamo e là dove concezioni del genere ancor oggi
persistono. Ma poiché qui non ci siamo proposti di analizzare l’ingranaggio di
ciò che si potrebbe chiamare la «macchina per governare», ci limiteremo a
segnalare che questa stessa incompetenza offre il vantaggio di alimentare la
illusione in discorso: effettivamente solo in tali condizioni gli uomini
politici in quistione possono sembrare l’emanazione della maggioranza,
apparendo quasi come un’immagine di essa, giacché la maggioranza, quale si sia
la materia su cui è chiamata a pronunciarsi, sarà sempre costituita dagli
incompetenti, il cui numero è incomparabilmente più grande di quello degli
uomini capaci di decidere con piena cognizione di causa.
Ciò permette senz’altro di dire che il
principio, secondo cui la maggioranza dovrebbe dettar legge, è essenzialmente
sbagliato. Anche se un tale principio, per la forza stessa delle cose, è solo
teorico e non può corrispondere a nessuna realtà effettiva, resta tuttavia da
spiegare come è che esso abbia potuto far presa sullo spirito moderno, resta da
vedere quali sono le tendenze di quest’ultimo alle quali esso corrisponde e che
esso, almeno in apparenza, soddisfa. L’errore più visibile è proprio quello or ora
indicato: il parere della maggioranza non può essere che la espressione
dell’incompetenza, la quale poi risulta dalla mancanza d’intelletto o
dall’ignoranza pura e semplice. Qui si potrebbero fare intervenire alcune
osservazioni in fatto di «psicologia collettiva» ricordando soprattutto il
fatto ben noto, che in una folla l’insieme delle reazioni mentali producentisi
negli individui che ne fanno parte forma una risultante che non corrisponde
nemmeno al livello medio, bensì a quello degli elementi più bassi. D’altra
parte, vi sarebbe anche da rilevare che certi filosofi moderni hanno voluto
trasportare nell’ordine intellettuale la teoria «democratica» che fa prevalere
il parere della maggioranza, facendo di quel che essi chiamano il «consenso
universale» un preteso «criterio di verità». Anche supponendo che vi siano
effettivamente cose su cui tutti gli uomini siano d’accordo, questo accordo, in
sé stesso, non proverebbe proprio nulla. Inoltre anche se questa unanimità
esistesse ‑ cosa dubbia già per il fatto che vi saranno sempre uomini che non
hanno opinioni di sorta circa una data quistione e che tale quistione non se la
son mai posta ‑ sarebbe impossibile verificarla praticamente, per cui quel che
si invoca in favore di una opinione come segno della sua verità si riduce ad
esser soltanto l’assenso del maggior numero, riferentesi, per di più, ad un
ambiente necessariamente limitato nello spazio e nel tempo. In questo dominio
appare in modo ancor più chiaro che la teoria in quistione è priva di base,
perché qui è più facile isolarla dall’influenza del sentimento, che invece ha
quasi inevitabilmente una parte non appena si entri nel campo politico. Proprio
questa influenza è uno dei principali ostacoli per la comprensione di certe
cose, perfino in coloro la cui capacità intellettuale sarebbe già più che
sufficiente per pervenire senza fatica a tale comprensione. Gli impulsi emotivi
inibiscono la riflessione e una delle abilità più volgari della politica
demagogica moderna è quella che consiste nel trar partito da tale
incompatibilità.
Ma andiamo più in fondo alla quistione: che
cosa è propriamente cotesta legge del maggior numero invocata dai governi
moderni più o meno democratici come unica loro giustificazione? È semplicemente
la legge della materia e della forza bruta, la legge stessa in virtù della
quale una massa trasportata dal proprio peso schiaccia tutto quel che incontra
sulla sua via. Proprio qui si ha il punto d’interferenza fra la concezione
«democratica» e il «materialismo» e ciò che fa si che quella concezione sia
intimamente legata alla mentalità attuale. È il completo capovolgimento
dell’ordine normale, giacché è la proclamazione della supremazia della
molteplicità come tale, supremazia che effettivamente esiste soltanto nel mondo
materiale[2]. Invece nel mondo
spirituale, e ancor più semplicemente nell’ordine universale, l’unità sta al
sommo della gerarchia, essendo il principio donde procede ogni molteplicità[3]; ma quando il principio
viene negato o viene perduto di vista, non resta più che la molteplicità pura,
identificantesi alla stessa materia.
D’altra parte, l’accenno ora fatto al peso è
più di un semplice paragone, perché il peso, nel dominio delle forze fisiche
nel senso più comune del termine, rappresenta effettivamente la tendenza
discendente e compressiva, che crea nell’essere una limitazione sempre più
grande e che in pari tempo procede nella direzione della molteplicità, figurata
qui da una densità sempre maggiore[4]; ed è questa tendenza che
indica il senso secondo cui l’attività umana si è sviluppata a partir
dall’epoca moderna. V’è inoltre da notare che la materia, per via del suo
potere di divisione e in pari tempo di limitazione, è quel che la dottrina
scolastica chiama «principio d’individuazione», il che riallaccia le
considerazioni ora esposte a quanto abbiamo detto precedentemente circa
l’individualismo. Proprio la tendenza ora in quistione potrebbe dirsi la
tendenza «individualizzante», quella secondo cui si attua ciò che la tradizione
giudeo-cristiana designa come la «caduta» degli esseri separatisi dall’unità
originaria[5]. La molteplicità
considerata fuor dal suo principio e come tale insuscettibile ad essere
ricondotta all’unità, nell’ordine sociale è la collettività concepita come la
mera somma aritmetica degli individui che la compongono, e che effettivamente è
solo questa somma dal momento che essa non è più connessa a nessun principio
superiore agli individui. Da tale punto di vista la legge della collettività è
proprio la legge del maggior numero su cui si basano le varietà dell’idea
«democratica».
Su ciò, bisogna fermarsi un istante per
prevenire una possibile confusione. Parlando dell’individualismo moderno
abbiamo considerato quasi esclusivamente le sue manifestazioni nell’ordine
intellettuale. Si potrebbe credere che nell’ordine sociale il caso sia ben
diverso. Se infatti si prendesse il termine «individualismo» nella sua
accezione più ristretta si potrebbe esser tentati di contrapporre la
collettività all’individuo e di pensare che fenomeni, come la parte sempre più
invadente degli Stati collettivistici antiliberali e la complessità crescente
delle relative istituzioni sociali centralizzate, siano il segno di una
tendenza opposta all’individualismo. In realtà, non si tratta di nulla di
simile: la collettività altro non è che la somma degli individui e come tale
non è l’opposto di questi, come non lo è lo stesso Stato concepito alla
moderna, cioè come una semplice espressione della massa, in cui non si riflette
alcun principio superiore (caso-limite: lo Stato-massa autoritario del
sovietismo materialista). Ora, proprio la negazione di ogni principio super-individuale
costituisce l’individualismo quale noi lo abbiamo definito. Se dunque nel campo
sociale si verificano dei conflitti fra varie tendenze derivanti tutte e in
egual modo dallo spirito moderno, tali conflitti non sono fra l’individualismo
e qualcosa d’altro, ma solo fra le varietà multiple o le multiple conseguenze
cui lo stesso individualismo dà luogo; ed è facile rendersi conto che, finché
mancherà ogni principio capace di unificare realmente dall’alto la
molteplicità, tali conflitti saranno sempre più numerosi e più gravi nella
nostra epoca che non in un qualsiasi tempo passato, giacché chi dice
individualismo dice necessariamente divisione ‑ e questa divisione, con lo
stato di caos che essa ingenera, è la conseguenza fatale di ogni civiltà soltanto
materiale, la radice della divisione e della molteplicità essendo propriamente
la stessa materia.
Ciò detto, bisogna insistere ancora su di una
conseguenza immediata dell’idea «democratica» in generale, e in particolare di
quella «collettivista»: è la negazione dell’élite intesa nella sua sola
accezione legittima. Non per nulla «democrazia» si oppone ad «aristocrazia»,
questa seconda parola, almeno quando è intesa nel suo senso etimologico,
designando precisamente il potere dell’élite. La quale, quasi per
definizione, non può essere che una minoranza, e la sua potenza o, per dir
meglio, la sua autorità, procedente dalla sua superiorità intellettuale, non
può avere nulla in comune con la forza numerica su cui poggia la «democrazia»,
il carattere essenziale della quale è di sacrificare la minoranza alla
maggioranza epperò, come dicevamo poco fa, la qualità alla quantità e l’élite
alla massa. La funzione dirigente di una vera élite e la sua stessa
esistenza (poiché per essa esistere e avere una tale funzione fa tutt’uno),
sono radicalmente incompatibili con la «democrazia», che è intimamente connessa
alla concezione «egualitaria», cioè alla negazione di ogni gerarchia: al fondo
dell’idea «democratica» sta la pretesa che un qualunque individuo equivalga
all’altro per il fatto del loro essere uguali numericamente, benché non possono
esserlo che numericamente. Una élite vera, l’abbiamo già detto, può
essere soltanto intellettuale nel senso superrazionalistico da noi sempre dato
a questo termine: per cui la «democrazia», e con essa ogni individualismo
liberale e ogni collettivismo, possono farsi largo solo là dove
l’intellettualità pura non esiste più, come ne è appunto il caso del mondo
moderno. Solo che l’eguaglianza essendo impossibile di fatto, e essendo praticamente
impossibile sopprimere ogni differenza fra gli uomini, ad onta di ogni opera di
livellamento si finisce, con un curioso illogismo, con l’inventare delle false élites,
élites multiple, che pretendono sostituirsi alla sola élite
reale. E queste false élites si basano sulla considerazione di
superiorità varie, eminentemente relative e contingenti, e sempre d’ordine
materiale. Ci si può accorgere facilmente di ciò notando come quasi dappertutto
la distinzione sociale che oggi più conta è quella basantesi sulla fortuna, sui
beni, cioè su di una superiorità affatto esteriore e d’ordine esclusivamente
quantitativo; la sola, insomma, che sia conciliabile con la «democrazia» perché
procedente dal suo stesso punto di vista. Vi è però da dire che anche coloro
che attualmente si atteggiano ad avversari di un simile stato di cose, nella
misura in cui non facciano intervenire alcun principio d’ordine superiore,
restano incapaci di rimediare efficacemente ad un tale disordine, quand’anche
non rischiano di aggravarlo nel portarsi ancor più oltre nello stesso senso.
Queste brevi riflessioni riteniamo che
basteranno per caratterizzare quel che nel mondo sociale contemporaneo ha agito
in modo più distruttivo e, in pari tempo, per mostrare che in questo campo,
come in ogni altro, vi è un solo mezzo per uscire decisamente dal caos:
restaurare l’intellettualità e ricostituire quindi una élite che,
nell’accezione superpolitica e nettamente metafisica da noi data a tale
termine, attualmente in Occidente deve considerarsi inesistente, non potendosi
dare quel nome a degli elementi isolati e senza coesione, i quali possono
soltanto rappresentare delle possibilità non ancora sviluppate. Infatti in tali
elementi si possono in genere trovare solo tendenze o aspirazioni, che li
portano indubbiamente a reagire contro lo spirito moderno, senza però che una
corrispondente influenza abbia modo di esercitarsi in modo effettivo. Quel che
loro manca è la vera conoscenza, sono i dati tradizionali, dati che non si
improvvisano e ai quali, specie in circostanze così sfavorevoli sotto ogni
riguardo, una intelligenza abbandonata a sé stessa può supplire solo assai
imperfettamente e debolmente. Non esistono dunque che sforzi dispersi, spesso
deviati causa la mancanza di principi e di orientamento dottrinale. Si potrebbe
dire che il mondo moderno si difende per mezzo della sua stessa dispersione, a
cui perfino i suoi avversari non sanno sottrarsi. E così andranno le cose
finché costoro si terranno sul terreno «profano», dove lo spirito moderno ha un
vantaggio evidente, essendo il suo terreno proprio e esclusivo: d’altronde, se
essi restano in questo campo, ciò non prova forse che un tale spirito, malgrado
tutto, conserva su di essi un notevole potere? Per questo tante persone, benché
animate di una buona volontà incontestabile, sono incapaci di comprendere che
occorre necessariamente cominciare dai principi e si ostinano a dissipare le
loro energie in questo o quel dominio relativo, sociale o simile, in cui in
tali condizioni nulla di durevole e di reale può esser compiuto. La vera élite
non dovrà invece intervenire direttamente in questi domini e nemmeno
mescolarsi all’azione esterna. Essa dirigerà tutto per mezzo di una influenza
impercettibile per l’uomo comune, tanto più profonda per quanto meno sarà
visibile. Se si pensa al potere di quelle suggestioni, di cui parlavamo poco
fa, le quali tuttavia non presuppongono nessuna vera intellettualità, si potrà
anche sospettare ciò che, a maggior ragione, sarebbe il potere di una influenza
come questa, esercitantesi in modo ancor più nascosto per via della sua stessa
natura, e traente la sua origine dall’intellettualità pura: potere che,
peraltro, invece di esser menomato dalla divisione inerente al molteplice e
dalla debolezza insita in tutto quel che è menzogna o illusione, sarebbe invece
intensificato dalla concentrazione nell’unità del principio e si
identificherebbe alla forza stessa della verità.
Fonte: La
crisi del mondo moderno, Edizioni Mediterranee, Roma, 1985.
[1] Qui si allude al primo dopoguerra 1918-1939. La frase che segue è di
quelle che l’A. aveva creduto opportuno aggiungere alla prima edizione italiana
del presente libro, uscita nel 1937 (N.d.T.).
[2] Basta
leggere S. Tomaso d’Aquino per vedere che numerus stat ex parte materiae.
[3] Dall’un ordine di realtà passando all’altro, l’analogia, qui, come in
ogni caso consimile, si applica strettamente in senso inverso.
[4] Una tale tendenza è quella che la dottrina indù chiama tamas e
che essa assimila all’ignoranza e all’oscurità. Si noterà che, secondo quanto
dicevamo poco fa circa l’applicazione dell’analogia, la compressione o
condensazione di cui si tratta è l’opposto della concentrazione considerata
nell’ordine spirituale o intellettuale; per cui, benché ciò possa apparire
singolare a tutta prima, essa in realtà corrisponde alla divisione e alla
dispersione nel molteplice. Lo stesso si verifica per l’uniformità realizzata
partendo dal basso, dal livello del più inferiore, che costituisce l’estremo
opposto dell’unità superiore e principale.
[5] Per questo Dante pone la sede simbolica di Lucifero al centro della
terra, cioè nel punto in cui convergono da ogni parte le forze del peso. Da
questo punto di vista, esso è l’inverso del centro dell’attrazione spirituale o
«celeste», simbolizzato dal sole nella gran parte delle dottrine tradizionali.
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