7 - LA CRISI DEL MONDO MODERNO - René Guénon
Che si possa parlare di una crisi del mondo moderno,
prendendo la parola “crisi” nel suo significato più comune, è cosa che i più
ormai non mettono in dubbio; e, almeno a questo riguardo, si è prodotto un
mutamento abbastanza sensibile rispetto al periodo che immediatamente ci
precede: per la forza stessa degli avvenimenti, certe illusioni cominciano a
dissiparsi e noi, da parte nostra, non possiamo che rallegrarcene, poiché,
malgrado tutto, in ciò si ha un sintomo già buono, l’indizio di una possibilità
di rettificazione della mentalità contemporanea, qualcosa che appare come una
debole luce in mezzo al caos attuale. È così che la fede in un “progresso”
indefinito, prima considerata come una specie di dogma intangibile e
indiscutibile, non è più ammessa così generalmente; alcuni intravedono più o
meno vagamente, più o meno confusamente, che la civiltà occidentale, invece di
continuare sempre a svilupparsi nello stesso senso, potrebbe pur subire un
giorno un arresto o perfino crollar del tutto per via di qualche cataclisma.
Forse costoro non vedono chiaramente ove risiede il pericolo, e le paure
chimeriche o puerili che essi talvolta manifestano provano a sufficienza il
persistere di non pochi errori nella loro mente. Tuttavia, è già qualcosa che
essi sospettino un pericolo, anche se ne hanno il presentimento, più che non lo
comprendano per davvero, e, giungano a concepire che questa civiltà, di cui i
moderni sono così infatuati, non occupa un posto privilegiato nella storia del
mondo: essa può aver la stessa sorte di tante altre già scomparse in epoche più
o meno lontane, alcune delle quali non hanno lasciato che tracce minime,
vestigia appena percettibili o difficilmente riconoscibili.
Se dunque si dice che il mondo moderno subisce una crisi,
ciò che così si vuole abitualmente esprimere è che esso è giunto ad un punto
critico, o, in altri termini, che a breve scadenza, volendolo o no, in un modo
più o meno brusco, con o senza una catastrofe, dovrà inevitabilmente
sopravvivere un mutamento di orientazione. Questo significato dato al termine
“crisi” è del tutto legittimo e corrisponde in parte a quel che noi stessi
pensiamo: ma solo in parte, poiché, ponendoci da un punto di vista più generale,
noi crediamo che tutta l’epoca moderna nel suo insieme rappresenti per il mondo
un periodo di crisi. Sembra d’altronde che ci si avvicini alla soluzione, il
che rende oggi più particolarmente sensibile che in qualsiasi altro periodo il
carattere anormale di uno stato di cose il quale dura già da qualche secolo, ma
le cui conseguenze mai furono così visibili quanto ora. Questa è anche la
ragione per cui gli avvenimenti oggi si svolgono con una velocità accelerata
alla quale facevamo allusione in precedenza. Ciò, senza dubbio, può continuare
ancora per qualche tempo, ma non indefinitamente. Ed anche se non si è in grado
di fissare un limite preciso, pure si ha l’impressione che un simile stato di
cose non può durare ancora per molto.
Nella parola “crisi” sono però contenuti anche altri
significati che la rendono ancor più atta ad esprimere quanto vogliamo dire.
Infatti la sua etimologia, che spesso nell’uso comune si perde di vista, ma
alla quale bisogna riportarsi così come si deve sempre fare quando si vuol
restituire ad una espressione la pienezza del suo senso proprio e del suo
valore originario ‑ la sua etimologia, dicevamo, la fa in parte apparire come
un sinonimo di “giudizio” e di “discriminazione”. La fase che può dirsi propriamente
critica in un qualunque ordine di cose è quella che conduce a breve scadenza ad
una soluzione favorevole o sfavorevole, è quella in cui interviene una
decisione, in un senso o nell’altro. Di conseguenza, è allora che è possibile
formulare un giudizio circa i risultati acquisiti, soppesare il “pro” e il
“contro”, operando una specie di discriminazione dei risultati, positivi gli
uni, negativi gli altri, e veder così da che parte la bilancia s’inclina
definitivamente. Beninteso, non abbiamo affatto la pretesa di fare in modo
completo un tale bilancio, cosa che d’altronde sarebbe prematura, poiché la
crisi non si è ancora risolta, né è possibile dire quando e come lo sarà. Del
resto, è sempre preferibile astenersi da previsioni che non possono essere
confortate da ragioni chiaramente comprensibili per tutti e quindi corrono il
rischio di esser male interpretate, tanto da aumentare la confusione, anziché
eliminarla. Noi possiamo solo proporci di contribuire ‑ fino ad un certo punto
e nella misura che i mezzi di cui disponiamo ce lo permetteranno ‑ a dare a
coloro che ne son capaci la coscienza di qualcuno dei risultati che sembrano
già ben definiti, e a preparare così, sia pure in modo assai parziale e
indiretto, gli elementi che dovranno servire per il futuro “giudizio”; dopo il
quale s’inizierà un nuovo periodo della storia dell’umanità terrestre.
Nella mente di certe persone, qualcuna delle espressioni ora
usate evocherà senza dubbio l’idea del cosiddetto “giudizio universale” o
“giudizio ultimo”, e, invero, non a torto; che questa idea venga intesa
letteralmente o simbolicamente, ovvero in entrambi i modi ‑ giacché essi invero
non si escludono per nulla ‑ ciò qui poco importa, e non è questo né il luogo
né il momento per chiarire interamente un tale punto. In ogni caso, quel
mettere il “pro” e il “contro” sulla bilancia, quel separare i risultati positivi
e negativi, di cui abbiamo detto or ora, può certamente far pensare alla
ripartizione degli “eletti” e dei “dannati” in due gruppi immutabili ormai
definiti. Anche se si tratta solo di un’analogia, si deve ben riconoscere che è
almeno una analogia legittima e ben fondata, conforme alla natura, stessa delle
cose. Il che esige qualche spiegazione ulteriore.
Non è certo a caso che tante menti siano oggi ossessionate
dall’idea della “fine del mondo”. È cosa, in parte, da deplorare, poiché le
stravaganze alle quali questa idea mal compresa dà luogo, le divagazioni
“messianiche” che ne seguono in vari ambienti, tutte queste manifestazioni
procedenti dallo squilibrio mentale dell’epoca nostra, non fanno che aggravare
questo stesso squilibrio, e in una misura non del tutto indifferente. Ma, in
fondo, è pur certo che qui si ha un fatto, di cui non possiamo esimerci di
tener conto. Allorché si constatano cose del genere, l’attitudine più comoda è
certo quella che consiste nello scartarle senz’altro, nel considerarle errori o
fantasticherie senza importanza. Noi tuttavia pensiamo che, per quanto si
tratti effettivamente di errori, sia opportuno, sì denunciarli come tali, ma
cercare anche le cause che possono averli provocati e la parte di verità più o
meno deformata che, malgrado tutto, può trovarvisi contenuta, poiché l’errore,
non avendo in fondo che una forma negativa di esistenza, non può presentarsi
mai come errore assoluto e come tale è una parola vuota di senso. Considerando
le cose in questo modo, ci si accorge facilmente che l’anzidetta preoccupazione
della “fine del mondo” è strettamente legata allo stato di malessere generale
nel quale noi presentemente viviamo: il presentimento oscuro di qualcosa che
sta per finire, agendo incontrollatamente su certe immaginazioni, vi produce in
modo del tutto spontaneo immagini disordinate e spesso grossolanamente
materializzate, che a loro volta si traducono esteriormente nelle stravaganze,
cui abbiamo or ora alluso. Una tale spiegazione non è però una scusa per
quest’ultime: o, almeno, se si possono scusare coloro che cadono
involontariamente nell’errore, perché a ciò predisposti da uno stato mentale di
cui non sono responsabili, ciò non potrebbe mai essere una ragione per scusare
l’errore stesso. Del resto, per quel che ci riguarda, non ci si potrà certo
rimproverare una indulgenza eccessiva per le manifestazioni “pseudoreligiose”
del mondo contemporaneo, non meno che per tutti gli errori moderni in genere.
Noi sappiamo perfino che alcuni sarebbero piuttosto tentati di rimproverarci il
contrario, e forse ciò che noi qui diciamo farà loro meglio comprendere come è
che noi consideriamo quest’ordine di cose, sforzandoci di porci sempre dal solo
punto di vista che importi, quello della verità imparziale e disinteressata.
Non è tutto: una spiegazione puramente “psicologica”
dell’idea della “fine del mondo” e delle sue attuali manifestazioni, per
legittima ch’essa sia sul suo piano, ai nostri occhi non potrebbe apparire del
tutto sufficiente. Fermarsi ad essa, significherebbe lasciarsi influenzare da
una di quelle illusioni moderne, contro cui noi insorgiamo dovunque se ne
presenti l’occasione. Noi dicevamo che certe persone sentono confusamente la
fine imminente di qualcosa di cui esse non possono definire con esattezza la natura
e la portata; bisogna ammettere che di ciò esse hanno una percezione
effettivamente reale, benché vaga e soggetta a false interpretazioni o a
deformazioni immaginative, giacché, quale si sia questa fine, la crisi che in
essa deve necessariamente portarvi è visibilissima e una quantità di segni non
dubbi e facilmente riconoscibili conducono tutti in modo concordante alla
stessa conclusione. Questa fine non è certo la “fine del mondo”, nel senso
totale in cui molti vogliono intenderla, ma è almeno la fine di un mondo: e se
quel che deve finire è la civiltà occidentale nella sua forma attuale, è
comprensibile che coloro che si sono abituati a non veder più nulla fuor di
essa, a considerarla come “la civiltà” per eccellenza, credano facilmente che
tutto finirà con essa e che, se essa scomparirà, sarà veramente “la fine del
mondo”.
Diremo dunque, per ricondurre le cose alle loro giuste
proporzioni, che sembra proprio che ci avviciniamo alla fine di un mondo, cioè
alla fine di un’epoca o di un ciclo storico, il quale può d’altra parte essere
in corrispondenza con un ciclo cosmico, secondo quel che al riguardo viene
insegnato da tutte le dottrine tradizionali. Già nel passato vi sono stati
molti avvenimenti di questo genere e senza dubbio ve ne saranno ancora molti
nell’avvenire; avvenimenti d’importanza varia, a seconda che con essi si
terminano dei periodi più o meno vasti e che essi concernono l’insieme
dell’umanità terrestre, ovvero l’una o l’altra delle sue parti, una razza o un
popolo determinato. Vi è da supporre che allo stato presente del mondo il
cambiamento che interverrà avrà una portata assai generale e che, quale che sia
la forma da esso rivestita e che noi non cercheremo affatto di definire,
investirà più o meno l’intera terra. In ogni caso, le leggi che reggono
siffatti avvenimenti possono essere applicate analogicamente a tutti i gradi; così
quel che si può dire sulla “fine del mondo” nel senso più completo possibile,
ma tuttavia di solito riferito al solo mondo terrestre, resta vero, nelle
dovute proporzioni, anche per il caso della semplice fine di un qualunque
mondo, intesa in un senso assai più ristretto.
Queste osservazioni preliminari aiuteranno molto a far
capire le considerazioni che seguiranno. In altre opere, noi abbiamo già avuto
l’occasione di far assai spesso cenno alle “leggi cicliche”. Riuscirebbe forse
arduo esporre completamente tali leggi in una forma facilmente accessibile alle
menti occidentali; tuttavia è necessario aver qualche nozione sull’argomento,
dato se ci si voglia formare un’idea vera di quel che è l’epoca attuale e di
ciò che essa propriamente rappresenta nella storia del mondo. Per cui
cominceremo col mostrare che i caratteri di siffatta epoca son proprio quelli
che le dottrine tradizionali hanno indicato in ogni tempo per il periodo
ciclico a cui essa corrisponde; il che equivarrà anche a mostrare che quanto da
un certo punto di vista è anomalia e disordine è tuttavia l’elemento necessario
di un ordine più vasto, la conseguenza inevitabile delle leggi che reggono lo
sviluppo di ogni manifestazione. Del resto ‑ diciamolo subito ‑ ciò non
costituisce una ragione per limitarsi a subire passivamente il turbamento e
l’oscurità che sembrano momentaneamente trionfare, poiché, se così fosse, non
avremmo che da starcene in silenzio. Ragione invece vi è di lavorare, finché
sia possibile, per preparare l’uscita da questa “età oscura”, la cui fine più o
meno prossima, benché non del tutto imminente, è già preannunciata da molti
indizi. Anche questo rientra in un’idea superiore di ordine, poiché ogni
equilibrio è il risultato della azione simultanea di due tendenze opposte; se
l’una o l’altra di esse potesse interamente cessar di agire, l’equilibrio
sarebbe perduto per sempre e il mondo stesso svanirebbe. Ma una tale
supposizione sta fuor della realtà, i due termini di una opposizione non
traendo senso che l’un dall’altro. Quali possano pur essere le apparenze, si
può esser sicuri che tutti gli squilibri parziali e transitori concorreranno,
alla fine, a realizzare l’equilibrio totale.
1.
L’ETÀ OSCURA
La
dottrina indù insegna che la durata di un ciclo dell’umanità terrestre, al
quale essa dà il nome di manvantara, si divide in quattro età, che
segnano altrettante fasi di un oscuramento progressivo della spiritualità
primordiale. Si tratta degli stessi periodi che, da parte loro, le tradizioni
dell’antichità occidentale designarono come le età dell’oro, dell’argento, del
bronzo e del ferro. Noi ci troviamo presentemente nella quarta età, nel kali-yuga
o «età oscura», e noi vi siamo, si dice, già da più di seimila anni, cioè da
una data decisamente anteriore a tutte quelle conosciute dalla storia
«classica». A partire da allora, verità già accessibili a tutti sono divenute
sempre più nascoste e difficili da raggiungere. Coloro che le posseggono sono
sempre meno numerosi e se il tesoro della saggezza «non-umana», anteriore ad
ogni età, non può mai perdersi, esso si ammanta tuttavia di veli sempre più
impenetrabili, che lo nascondono agli sguardi, e sotto i quali è estremamente
difficile scoprirlo. È per questo che, sotto simboli diversi, dappertutto si è
parlato di qualcosa che si è perduto, almeno in apparenza e per il mondo
esteriore, e che va ritrovato da coloro che aspirano alla conoscenza vera; ma è
stato anche detto che quel che è divenuto così nascosto ridiverrà visibile alla
fine di questo ciclo: fine che, in virtù della continuità che collega insieme
tutte le cose, sarà in pari tempo il principio di un ciclo nuovo.
Tuttavia
ci si domanderà probabilmente perché lo sviluppo ciclico deve compiersi in un
tale senso discendente, dal superiore verso l’inferiore, cosa che, come lo si
rileverà senza fatica, è la negazione stessa dell’idea di «progresso» quale i
moderni la intendono. Il fatto è che lo sviluppo di ogni manifestazione implica
necessariamente un allontanamento sempre maggiore dal principio da cui essa
procede. Partendo dal punto più alto, essa tende per forza al basso e, come i
corpi pesanti, vi tende con una velocità sempre crescente, finché essa trova un
punto d’arresto. Questa caduta potrebbe esser caratterizzata come una
materializzazione progressiva, il principio avendo la sua espressione in una
pura spiritualità; diciamo la sua espressione, e non il principio stesso, per
il fatto che quest’ultimo sta di là da ogni antitesi e così non può esser
designato con nessun termine implicante qualsiasi opposizione. D’altronde,
parole come «spirito» e «materia», che qui per comodità prendiamo in prestito
dalla lingua occidentale, per noi hanno solo un valore simbolico. Esse
potrebbero corrispondere davvero a ciò di cui si tratta solo a condizione di
scartare le interpretazioni speciali che ne dà la filosofia moderna, nella
quale «spiritualismo» e «materialismo», ai nostri occhi, non sono che due forme
complementari implicantisi a vicenda e parimenti trascurabili per chiunque
voglia andar di là da tali punti di vista contingenti. D’altronde, qui noi non
ci proponiamo di trattare di metafisica pura, per cui, senza mai perder di
vista i principi essenziali, e prendendo le precauzioni necessarie per
prevenire ogni equivoco, noi possiamo permetterci l’uso di termini che, per
quanto inadeguati, sembrano atti a far comprendere più facilmente le cose,
nella misura in cui ciò sia possibile senza snaturarle.
Quel
che abbiamo detto or ora sullo sviluppo della manifestazione ci presenta una
veduta che, pur essendo esatta nell’insieme, è tuttavia troppo semplificata e
schematica là dove essa può far credere che tale sviluppo si attui in linea
retta, in un senso unico e senza oscillazioni di sorta. La realtà è assai più
complessa. Come già dicemmo, bisogna infatti considerare in tutte le cose due
tendenze opposte, discendente l’una, e l’altra ascendente, o, se ci si vuol
servire di una diversa immagine, l’una centrifuga e l’altra centripeta. Dal
predominare dell’una tendenza o dell’altra procedono due fasi complementari
della manifestazione, una fase di allontanamento dal principio e un’altra di
ritorno verso il principio, fasi spesso paragonate simbolicamente ai movimenti
del cuore o alle due fasi della respirazione. Benché abitualmente queste due
fasi vengano descritte come successive, bisogna pensare che, in realtà, le due
tendenze ad esse corrispondenti agiscono sempre simultaneamente, seppure in
diversa proporzione; e accade talvolta che in certi momenti critici, nei quali
la tendenza discendente sembra esser sul punto di predominare definitivamente
nel moto generale del mondo, interviene un’azione speciale per rinforzare la
tendenza contraria, tanto da ristabilire un certo equilibrio, sia pure relativo
e quale possono permetterlo le condizioni del momento. Il risultato è allora
una rettificazione parziale, per via della quale il movimento di caduta può
sembrare momentaneamente arrestato o neutralizzato[1].
È
facile capire che questi dati tradizionali, che qui abbiamo potuto indicare
solo in sintesi, danno luogo a prospettive assai diverse dai vari saggi di
«filosofia della storia», cui si danno i moderni, e di ben altra vastità e
profondità. Ma noi non intendiamo risalire alle origini del presente ciclo,
anzi nemmeno agli inizi dello stesso kali-yuga. Le nostre considerazioni
si restringono, almeno nel loro lato diretto, ad un dominio assai più limitato,
alle ultime fasi del kali-yuga. All’interno di ciascuno dei grandi
periodi di cui abbiamo parlato si possono infatti distinguere diverse fasi
secondarie, costituenti altrettante suddivisioni; e ciascuna parte essendo in
qualche modo analoga al tutto, tali suddivisioni riproducono ‑ per così
dire, ad una scala più ridotta ‑ lo sviluppo generale del ciclo
maggiore, nel quale si integrano. Ma anche una ricerca completa delle modalità
d’applicazione di questa legge ai diversi casi particolari ci porterebbe ben
oltre i limiti propri al presente studio. Per concludere queste osservazioni
preliminari ricorderemo solo qualcuna delle ultime epoche particolarmente
critiche attraversate dall’umanità, quelle rientranti nel periodo che ci si è
abituati a chiamare «storico», perché è effettivamente il solo ad esser
veramente accessibile alla storia ordinaria o «profana»; e ciò ci condurrà in
via del tutto naturale a quel che costituirà l’oggetto del nostro studio,
l’ultima di tali epoche critiche altro non essendo che quella costituente i
cosiddetti tempi moderni.
Vi
è un fatto abbastanza strano, che sembra non aver mai avuto l’attenzione che si
merita: cioè, che il periodo propriamente «storico», nel senso ora indicato,
risale esattamente al VI secolo prima dell’era cristiana: quasi come se, là,
nel tempo si incontrasse una barriera insuscettibile ad essere sormontata con i
mezzi d’osservazione di cui dispongono i comuni ricercatori. A partir da tale
epoca si ha infatti dovunque una cronologia abbastanza precisa e ben accertata;
per tutto quel che è invece anteriore non si hanno, in genere, che
approssimazioni assai vaghe, e le date proposte per stessi avvenimenti
differiscono spesso di diversi secoli. È assai caratteristico che ciò valga
perfino per quelle regioni, ove si hanno ben più che sparse vestigia, come per
esempio l’Egitto; e ancor più sorprendente è che anche di fronte ad un caso
eccezionale e privilegiato, come quello della Cina, la quale possiede, per
epoche ben più lontane, annali datati mediante osservazioni astronomiche che
dovrebbero escludere ogni dubbio, i moderni non per questo cessano di
qualificare come «leggendarie» tali epoche, quasi come se si trattasse di un
dominio ove essi non credono legittima alcuna certezza e ove essi stessi
s’interdicono di ottenerne una. La cosiddetta antichità «classica» non è
dunque, a dir vero, che una antichità affatto recente e perfino assai più
vicina ai tempi moderni che non all’antichità vera, poiché essa non risale
nemmeno fino alla metà del kali-yuga, la cui durata, secondo la dottrina
indù, non è essa stessa che la decima parte di quella del ciclo complessivo o manvantara.
Dal che si può sufficientemente giudicare fino a che punto i moderni hanno
motivo di esser fieri delle loro conoscenze storiche!
Per
giustificarsi, essi risponderanno senza dubbio che il resto non è che periodo
«leggendario», onde ritengono di non doverne rendere conto. Ma una tale
risposta è solo la confessione della loro ignoranza e di una incomprensione,
che essa sola può spiegare il loro disprezzo per la tradizione. Lo spirito
specificamente moderno non è, infatti, come mostreremo più in là, nient’altro
che lo spirito antitradizionale.
Quale
ne sia pur stata la causa, nel VI secolo prima dell’era cristiana, si
produssero dei mutamenti considerevoli in quasi tutti i popoli. Questi
mutamenti presentano caratteri diversi a seconda dei paesi. In alcuni casi, si
tratta di un nuovo adattamento della tradizione a condizioni diverse da quelle
esistenti precedentemente, adattamento che si realizzò in un senso
rigorosamente ortodosso. È quel che ebbe luogo in Cina, ove la dottrina
costituita originariamente in un tutto unico fu allora divisa in due parti
nettamente distinte: il Taoismo, riservato ad una élite, e comprendente
la metafisica pura e le scienze tradizionali d’ordine propriamente speculativo;
il Confucianesimo, comune a tutti indistintamente e avente per dominio proprio
le applicazioni pratiche, soprattutto sociali. Fra i Persiani sembra che vi sia
stata parimenti un riadattamento del Mazdeismo, poiché una tale epoca fu quella
dell’ultimo Zoroastro[2].
In India si vide invece nascere il Buddhismo che, qualunque sia stato il suo
carattere originario[3],
doveva portare, al contrario, perlomeno in alcune delle sue branche, a una
rivolta contro lo spirito tradizionale spingentesi fino alla denegazione di
ogni autorità, fino ad una vera anarchia, nel senso etimologico di «mancanza di
principio», nell’ordine intellettuale e in quello sociale. Alquanto curioso è,
nel riguardo, il fatto che in India non si possa trovare alcun monumento più
antico di tale epoca, e gli orientalisti, che vogliono far cominciar tutto dal
Buddhismo, di cui essi esagerano singolarmente la portata, hanno cercato di
trar partito da questa constatazione in pro della loro tesi. La spiegazione di
tale fatto è assai semplice. È che tutte le costruzioni più antiche erano in
legno e quindi sono naturalmente scomparse senza lasciar traccia[4];
resta tuttavia vero, che simili mutamenti nel modo di costruire corrispondono
necessariamente ad una modificazione profonda delle condizioni generali
dell’esistenza del popolo, nel quale essi si verificano.
Avvicinandoci
all’Occidente, vediamo che la stessa epoca fu per gli Ebrei quella della
schiavitù babilonese. Ed uno dei fatti più sorprendenti da constatare è che il
breve periodo di settant’anni fu sufficiente per far perdere loro perfino la
scrittura, poiché essi in seguito dovettero ricostruire i libri sacri con
lettere affatto diverse da quelle precedentemente usate. Si potrebbero citare
molti altri avvenimenti connettentisi pressappoco alla stessa data: ricorderemo
soltanto che, per Roma, essa segnò l’inizio del periodo propriamente «storico»,
che succede all’epoca «leggendaria» dei re, e che è anche noto, benché in forma
un po’ vaga, come allora si produssero importanti movimenti fra i popoli
celtici. Ma, senza insistere oltre su ciò, riferiamoci a quanto concerne la
Grecia. Anche per essa il VI secolo fu il punto di partenza della cosiddetta
civiltà «classica», la sola alla quale i moderni riconoscano il carattere
«storico», tutto quel che esistette prima essendo tanto poco conosciuto da
poter venir considerato come «leggendario», anche se le più recenti scoperte
archeologiche non permettono più di dubitare che, almeno, a tale fase
pre-classica corrispose una civiltà assai reale. Noi abbiamo anzi motivi per
credere che spiritualmente questa prima civiltà ellenica fu assai più
interessante di quella che la seguì e che i suoi rapporti con tale successiva
civiltà non son privi di analogia con quelli esistenti fra l’Europa del
Medioevo e l’Europa moderna. Tuttavia bisogna rilevare che la scissione allora
non fu così radicale come nel secondo caso, giacché, almeno in parte, si ebbe un
riadattamento effettuata nell’ordine tradizionale, soprattutto nel dominio dei
«Misteri»; al che va ricondotto il pitagorismo, il quale fu essenzialmente una
restaurazione in forma nuova del precedente orfismo e che, per i suoi legami
evidenti col culto delfico dell’Apollo iperboreo, può perfino venir considerato
come una filiazione continua e regolare di una delle più antiche tradizioni
dell’umanità. Ma d’altra parte apparve presto qualcosa di mai prima visto, che
doveva esercitare in seguito una influenza nefasta su tutto il mondo
occidentale: vogliamo dire di quel modo speciale di pensare, che prese e
conservò il nome di «filosofia». E questo punto è tale, da meritare che noi vi
ci soffermiamo brevemente.
La
parola «filosofia», in sé stessa, può essere presa in un senso assai legittimo,
che fu certamente il suo senso primitivo, specie se è vero che, come si dice,
Pitagora lo usò per primo. Etimologicamente, essa non significa altro che
«amore per la saggezza»; essa dunque designa anzitutto una disposizione
preliminare richiesta per pervenire alla saggezza, ma può anche designare, in
una estensione naturalissima del significato, la ricerca che, nascendo da
questa stessa disposizione, deve condurre alla conoscenza. Perciò si tratta
solo di uno stadio preliminare e preparatorio, di un avviamento alla saggezza,
corrispondente ad un grado inferiore di quest’ultima[5].
La deviazione prodottasi in seguito consiste nello scambiare un tale grado
transitorio con lo scopo stesso, nel pretendere di sostituire la «filosofia»
alla saggezza, il che implica l’oblio o il disconoscimento della natura vera
della seconda. È così che prese nascita quel che noi possiamo chiamare la
filosofia «profana», cioè una pretesa sapienza puramente umana, quindi d’ordine
semplicemente razionale, che prese il posto della vera sapienza tradizionale,
soprarazionale e «non-umana». Tuttavia qualcosa di quest’ultima sussistette
ancora durante tutta l’antichità. A provarlo, sta anzitutto il persistere dei
«Misteri», il carattere essenzialmente «iniziatico» dei quali non può essere
contestato, ed altresì il fatto, che l’insegnamento degli stessi filosofi il
più delle volte presentò simultaneamente un lato «exoterico», cioè esteriore, e
un lato «esoterico», cioè interno; quest’ultimo permetteva di riconnettersi ad
un punto di vista superiore, che peraltro ebbe a manifestarsi qualche secolo
dopo in modo assai netto, benché, forse, sotto certi aspetti, incompleto, con
gli Alessandrini. Affinché la filosofia «profana» si costituisse
definitivamente come tale, occorreva che il solo «exoterismo» restasse e che ci
si portasse fino alla negazione pura e semplice di ogni «esoterismo». È il
punto al quale, nei tempi moderni, doveva condurre il movimento iniziato dai
Greci; le tendenze già affermate da questi poterono allora esser portate fino
alle loro estreme conseguenze e l’importanza eccessiva accordata dai Greci al pensiero
razionale doveva accentuarsi fino a giungere al «razionalismo», attitudine
specificamente moderna che consiste non più nel solo ignorare tutto ciò che è
d’ordine soprarazionale, ma nel negarlo espressamente. Non procederemo oltre in
queste anticipazioni, giacché avremo da tornare su simili conseguenze e da
seguirne lo sviluppo in una altra parte della nostra esposizione.
Dal
punto di vista che qui importa, in quanto è stato or ora detto, va sottolineato
un punto, e cioè che alcune delle fonti del mondo moderno vanno ricercate
nell’antichità «classica». Il mondo moderno non ha dunque del tutto torto
quando si rifà alla civiltà greco-latina e pretende di esserne la
continuazione. Vi è tuttavia da dire che si tratta solo di una continuazione
lontana e alquanto infedele, poiché in quegli antichi tempi nell’ordine
intellettuale e spirituale vi furono, malgrado tutto, molte cose, di cui non si
può trovare nessun equivalente fra i moderni: e, in ogni caso, si tratta di due
gradi assai diversi nell’oscuramento progressivo della conoscenza vera. Si
potrebbe credere che la decadenza della civiltà antica abbia condotto in modo
graduale e senza soluzione di continuità ad uno stato più o meno simile a
quello che oggi vediamo: ma in realtà le cose non sono andate così, nel periodo
intermedio essendovi stata per l’Occidente un’altra epoca critica, la quale fu
simultaneamente una di quelle epoche di rettificazione, cui più su abbiamo
accennato.
È
l’epoca dell’inizio e dell’espandersi del Cristianesimo, coincidente da un lato
con la dispersione del popolo giudaico e, dall’altro, con l’ultima fase della
civiltà greco-latina. Noi possiamo sorvolare questi avvenimenti, malgrado la
loro importanza, perché sono più noti di quelli di cui finora si è detto, e
perché il loro sincronismo è stato maggiormente rilevato, perfino dagli storici
più superficiali. Sono stati anche indicati abbastanza spesso gli aspetti che
la decadenza antica e l’epoca attuale hanno in comune e, senza voler spingere
troppo oltre il parallelismo, si deve pur riconoscere la presenza effettiva di
rassomiglianze assai spiccate. La filosofia puramente «profana» in quei tempi
aveva guadagnato terreno; l’apparire dello scetticismo da un lato, il successo
del «moralismo» stoico e epicureo dall’altro, mostrano abbastanza fino a che
livello l’intellettualità fosse scesa. In pari tempo le antiche dottrine sacre,
che quasi nessuno comprendeva più, erano degenerate, per via di questa stessa incomprensione,
in un «paganesimo» nel senso vero del termine, esse cioè non eran più che
«superstizioni», cose che, avendo perduto il loro significato profondo,
sopravvivevano a sé stesse in manifestazioni del tutto esteriori. Vi furono
anche dei tentativi di reazione contro questa decadenza: lo stesso ellenismo
tentò di rivivificarsi con l’aiuto di elementi tratti da quelle dottrine
orientali, con le quali esso poté venire in contatto: ma ciò non era più
sufficiente, la civiltà greco-latina doveva finire e la rettificazione doveva
venire da un’altra parte, compiersi in un’altra forma. Il Cristianesimo
realizzò questa trasformazione; e, notiamolo di sfuggita, l’analogia che si può
constatare sotto un certo riguardo fra quei tempi e i nostri è forse uno degli elementi
determinanti il «messianismo» disordinato che attualmente si fa largo. Dopo il
periodo torbido delle invasioni barbariche, necessario per compiere la
distruzione dell’antico stato di cose, un ordine normale fu restaurato per una
durata di qualche secolo. Fu il Medioevo, così disconosciuto dai moderni, i
quali sono incapaci di comprenderne il contenuto spirituale, tanto che
quest’epoca appare loro certamente assai più estranea e lontana che non
l’antichità «classica».
Il
vero Medioevo per noi si svolge fra il regno di Carlo Magno e il principio del
XIV secolo. Con quest’ultima data s’inizia una nuova decadenza che, attraverso
diverse tappe, andrà sempre più accentuandosi fino ad oggi. Il vero punto di
partenza della crisi moderna è questo; è l’inizio della disgregazione della
«Cristianità», essenzialmente identica alla civiltà occidentale del Medioevo; è
l’origine del costituirsi delle «nazionalità» materializzate e centralistiche,
parallelo alla fine del regime feudale, che a questa stessa «Cristianità» era
strettamente connesso. Bisogna riportare dunque l’età moderna almeno a circa
due secoli prima di quanto non si faccia di solito; il Rinascimento e la
Riforma sono soprattutto delle risultanti, resesi possibili solo in virtù di
una preliminare decadenza. Ben lungi dall’essere una rettificazione, esse
segnarono peraltro una caduta assai più profonda, poiché esse realizzarono un
distacco definitivo dallo spirito tradizionale, l’una nel dominio delle scienze
e delle arti, l’altra nello stesso dominio religioso, che era quello in cui un
tale distacco poteva sembrare più inconcepibile.
Come
abbiamo già detto in altre occasioni, ciò che si chiama il Rinascimento fu in
realtà la morte di molte cose. Col pretesto di tornare alla civiltà
greco-romana, non si prese di essa che quel che vi era di più esteriore, poiché
questo soltanto aveva potuto venir chiaramente espresso nei testi scritti; e
siffatta restituzione incompleta presentò d’altronde, necessariamente, un
carattere quanto mai artificiale, poiché si trattava di forme che da secoli
avevano cessato di vivere la loro vera vita. Quanto alle scienze tradizionali
del Medioevo, esse, dopo aver avuto in quest’epoca qualche ultima
manifestazione, disparvero in blocco, quasi come quelle di civiltà lontane
distrutte da qualche cataclisma; e, questa volta, nulla doveva sostituirle. Non
restò più che la filosofia e la scienza «profana», cioè la negazione della
intellettualità vera, la limitazione della conoscenza al piano più inferiore,
lo studio empirico e analitico di fatti non più ricondotti ad alcun principio,
la dispersione in una moltitudine indefinita di dettagli insignificanti,
l’accumulo di ipotesi infondate distruggentisi incessantemente a vicenda, e
vedute frammentarie che a nulla possono condurre, salvo che a quelle
applicazioni pratiche, che costituiscono la sola effettiva superiorità della
civiltà moderna: superiorità, invero, poco invidiabile e che nello svilupparsi
fino a soffocarne ogni altra preoccupazione ha conferito a tale civiltà quel
carattere puramente materiale, che fa di essa una vera mostruosità.
Del
tutto straordinaria è la rapidità con cui la civiltà del Medioevo cadde
nell’oblio più completo. Già gli uomini del XVII secolo non ne avevano più la
minima idea e i monumenti sussistenti non rappresentarono più nulla ai loro
occhi, sia nell’ordine intellettuale che nello stesso ordine estetico. Dal che
si può giudicare quanto la mentalità si fosse mutata nell’intervallo. Noi non
ci daremo, qui, ad una ricerca dei fattori, senza dubbio assai complessi, che
concorsero a produrre un tale mutamento; mutamento così radicale, che sembra
difficile ammettere che esso poté compiersi spontaneamente, senza l’intervento
di una volontà direttrice, la cui natura esatta resta necessariamente alquanto
enigmatica. A tale riguardo, vi sono delle circostanze stranissime, quali la
volgarizzazione in un dato momento, e la presentazione come scoperte nuove, di
cose in realtà già da lungo tempo note, ma la cui conoscenza, per via di certi
inconvenienti che rischiavano di non compensare i vantaggi, fino a quel tempo
non era stata diffusa nel dominio pubblico[6].
È assai inverosimile che la leggenda facente del Medioevo un’epoca «oscura»
d’ignoranza e di barbarie sia nata e si sia accreditata da sé stessa e che
quella effettiva falsificazione della storia, a cui i moderni si son dati, sia
stata intrapresa senza nessuna idea preconcetta. Ma noi non procederemo oltre
nell’esame di questa questione, poiché, quale sia il modo in cui una tale opera
si sia realizzata, quel che, per il momento, più ci importa, è constatarne il
risultato.
Una
parola messa in onore dal Rinascimento e che riassume, anticipandolo, l’intero
programma della civiltà moderna: «umanismo». Si trattò infatti di tutto ridurre
a proporzioni puramente umane, di prescindere da ogni principio d’ordine
superiore e, si potrebbe dire simbolicamente, di distogliersi dal cielo col
pretesto di conquistare la terra. I Greci, di cui si pretese seguire l’esempio,
non si erano mai spinti così lontano in tal senso, nemmeno nel tempo della loro
massima decadenza intellettuale, e, almeno, le preoccupazioni utilitaristiche
in essi non erano venute al primo piano, così come presto doveva accadere fra i
moderni. L’«umanismo» è già una prima forma di quel che sarà il «laicismo»
contemporaneo. Volendo ricondurre tutto alla misura dell’uomo, preso come fine
a sé stesso, si è finiti con lo scendere, gradino per gradino, fino al livello
di quel che vi è di più inferiore, e col cercar soltanto la soddisfazione dei
bisogni inerenti al lato materiale della natura umana; ricerca, del resto, davvero
illusoria, poiché essa crea sempre più bisogni artificiali, di quanti ne possa
soddisfare.
Il
mondo moderno giungerà fino al fondo di questa china fatale, oppure, come è
accaduto nella decadenza del mondo greco-latino, si produrrà ancora una
rettificazione prima che esso finisca nell’abisso verso cui si trova
trascinato? Sembrerebbe invero che un arresto a metà strada non sia più
possibile e che, secondo tutte le indicazioni fornite dalle dottrine
tradizionali, si sia veramente entrati nella fase finale del kali-yuga,
nel periodo più oscuro di questa «età oscura», in uno stato di dissoluzione da cui
non è possibile uscire se non con un cataclisma, poiché una semplice
rettificazione non è più sufficiente e un totale rinnovamento appare
necessario. Il disordine e la confusione regnano in tutti i domini, sono giunti
ad un grado che sorpassa di molto quanto si era già visto in precedenza e,
partendo dall’Occidente, essi minacciano ora d’invadere l’intero mondo. Noi
sappiamo bene che il loro trionfo non potrà mai essere che apparente e
passeggero, ma ciò nondimeno esso resta il segno della più grave fra tutte le
crisi attraversate dall’umanità nel corso del suo ciclo attuale. Non siamo
forse quasi giunti a quell’epoca temibile annunciata dai libri sacri indù, «nei
quali le caste saranno mescolate e la stessa famiglia non esisterà più»? Basta guardarsi intorno per convincersi che questo stato è proprio realmente quello dell’attuale mondo,
e per constatare dappertutto quella profonda decadenza che il Vangelo chiama «l’abominio della desolazione». Non bisogna dissimulare la gravità
della situazione; è d’uopo considerarla quale è, senza alcun «ottimismo» ma
anche senza nessun «pessimismo», poiché, come si è detto precedentemente, la
fine del mondo antico sarà anche l’inizio di un mondo nuovo.
Vi
è un problema che, intanto, si impone: quale è la ragion d’essere di un
periodo, come quello che viviamo? Infatti, per anormali che siano le condizioni
presenti se considerate in sé stesse, esse debbono pur rientrare nell’ordine
generale delle cose, in quell’ordine che, secondo una formula
estremo-orientale, è fatto della somma di tutti i disordini. Quest’epoca, per
penosa e torbida che sia, deve avere, al pari di tutte le altre, un suo posto
nell’insieme dello sviluppo umano, e d’altronde il fatto stesso di essere stata
prevista dalle dottrine tradizionali è, al riguardo, una indicazione
sufficiente. Quel che abbiamo detto sullo svolgimento generale di un ciclo di
manifestazione, procedente nel senso di una materializzazione progressiva, dà
immediatamente la spiegazione di un tale stato e mostra chiaramente che quel
che è anormale e disordinato da un certo particolare punto di vista, tuttavia è
solo la conseguenza di una legge percepibile da un punto di vista più alto e
vasto. Senza insistervi, rileveremo che il passaggio da un ciclo ad un altro,
come ogni cambiamento di stato, non può compiersi che nell’oscurità. È questa
un’altra legge importantissima, le cui applicazioni sono molteplici: una
esposizione alquanto dettagliata di essa, per ciò stesso, ci condurrebbe troppo
lontano[7].
Non
è tutto: l’epoca moderna deve corrispondere necessariamente allo sviluppo di
certe possibilità che erano incluse fin dal principio nella potenzialità del
ciclo attuale. Per inferiore che sia il rango di tali possibilità nella
gerarchia complessiva, pure esse dovevano ben esser chiamate a manifestarsi
come le altre, secondo l’ordine ad esse assegnato. Sotto questo riguardo, ciò
che secondo la tradizione caratterizza l’ultima fase del ciclo è, per così
dire, lo sfruttamento di quanto era stato trascurato o respinto nel corso delle
fasi precedenti. Infatti proprio ciò traspare dalla civiltà moderna, la quale
in un certo modo vive solo di quel che le civiltà precedenti non vollero per sé
stesse. Per rendersene conto, basta vedere in qual conto i veri rappresentanti
delle civiltà mantenutesi finora in Oriente in fedeltà ad un tipo tradizionale
tengono le scienze occidentali e le loro applicazioni industriali. Siffatte
conoscenze inferiori, così vane per chi possiede una conoscenza di un altro
ordine, dovevano tuttavia venire «realizzate» ed esse non potevano esserlo che
in uno stadio in cui l’intellettualità vera era scomparsa. Tali ricerche di una
portata soltanto pratica, nel senso più stretto del termine, dovevano esser
compiute, ma esse non lo potevano che all’estremità opposta della spiritualità
primordiale, mediante uomini sprofondati nella materia fino al punto di non
concepire più null’altro e divenienti tanto più schiavi di questa materia, per
quanto più essi vollero servirsene, cosa che li ha condotti ad una agitazione
crescente, senza regola e senza scopo, alla dispersione nella molteplicità
pura, fino alla dissoluzione finale.
Nelle
sue grandi linee e ridotta all’essenziale, tale è la vera spiegazione del mondo
moderno. Ma, dichiariamolo recisamente, questa spiegazione non va per nulla
scambiata con una giustificazione. Un male inevitabile non cessa per questo di
essere un male. Ed anche se dal male deve venire un bene, ciò non toglie nulla
al suo carattere. Noi qui usiamo naturalmente i termini «bene» e «male» solo
per farci meglio intendere e al di fuori di ogni intenzione propriamente
«morale». I disordini parziali non possono essere evitati, poiché essi sono
elementi necessari all’ordine totale. Ciò malgrado, un’epoca di disordine è in
sé stessa qualcosa di simile ad una mostruosità che, pur essendo la conseguenza
di certe leggi naturali, non per questo cessa di rappresentare una deviazione e
una specie di errore; o qualcosa di simile ad un cataclisma che, pur risultando
dal corso normale delle cose, in sé considerato, appare pur sempre come uno
sconvolgimento e una anomalia.
La
civiltà moderna, come ogni cosa, ha necessariamente una sua ragion d’essere e,
se con essa ha da chiudersi un ciclo, può dirsi che essa è proprio quel che
doveva essere, che essa ha trovato il suo tempo e il suo luogo. Non per questo
ad essa deve applicarsi con minore severità un detto evangelico troppo spesso
mal compreso: «Occorre che lo scandalo vi sia: ma guai a colui per il quale
succede lo scandalo!».
1.
L’ETÀ
OSCURA
La
dottrina indù insegna che la durata di un ciclo dell’umanità terrestre, al
quale essa dà il nome di manvantara, si divide in quattro età, che
segnano altrettante fasi di un oscuramento progressivo della spiritualità
primordiale. Si tratta degli stessi periodi che, da parte loro, le tradizioni
dell’antichità occidentale designarono come le età dell’oro, dell’argento, del
bronzo e del ferro. Noi ci troviamo presentemente nella quarta età, nel kali-yuga
o «età oscura», e noi vi siamo, si dice, già da più di seimila anni, cioè da
una data decisamente anteriore a tutte quelle conosciute dalla storia
«classica». A partire da allora, verità già accessibili a tutti sono divenute
sempre più nascoste e difficili da raggiungere. Coloro che le posseggono sono
sempre meno numerosi e se il tesoro della saggezza «non-umana», anteriore ad
ogni età, non può mai perdersi, esso si ammanta tuttavia di veli sempre più
impenetrabili, che lo nascondono agli sguardi, e sotto i quali è estremamente
difficile scoprirlo. È per questo che, sotto simboli diversi, dappertutto si è
parlato di qualcosa che si è perduto, almeno in apparenza e per il mondo
esteriore, e che va ritrovato da coloro che aspirano alla conoscenza vera; ma è
stato anche detto che quel che è divenuto così nascosto ridiverrà visibile alla
fine di questo ciclo: fine che, in virtù della continuità che collega insieme
tutte le cose, sarà in pari tempo il principio di un ciclo nuovo.
Tuttavia
ci si domanderà probabilmente perché lo sviluppo ciclico deve compiersi in un
tale senso discendente, dal superiore verso l’inferiore, cosa che, come lo si
rileverà senza fatica, è la negazione stessa dell’idea di «progresso» quale i
moderni la intendono. Il fatto è che lo sviluppo di ogni manifestazione implica
necessariamente un allontanamento sempre maggiore dal principio da cui essa
procede. Partendo dal punto più alto, essa tende per forza al basso e, come i
corpi pesanti, vi tende con una velocità sempre crescente, finché essa trova un
punto d’arresto. Questa caduta potrebbe esser caratterizzata come una
materializzazione progressiva, il principio avendo la sua espressione in una
pura spiritualità; diciamo la sua espressione, e non il principio stesso, per
il fatto che quest’ultimo sta di là da ogni antitesi e così non può esser
designato con nessun termine implicante qualsiasi opposizione. D’altronde,
parole come «spirito» e «materia», che qui per comodità prendiamo in prestito
dalla lingua occidentale, per noi hanno solo un valore simbolico. Esse
potrebbero corrispondere davvero a ciò di cui si tratta solo a condizione di
scartare le interpretazioni speciali che ne dà la filosofia moderna, nella
quale «spiritualismo» e «materialismo», ai nostri occhi, non sono che due forme
complementari implicantisi a vicenda e parimenti trascurabili per chiunque
voglia andar di là da tali punti di vista contingenti. D’altronde, qui noi non
ci proponiamo di trattare di metafisica pura, per cui, senza mai perder di
vista i principi essenziali, e prendendo le precauzioni necessarie per
prevenire ogni equivoco, noi possiamo permetterci l’uso di termini che, per
quanto inadeguati, sembrano atti a far comprendere più facilmente le cose,
nella misura in cui ciò sia possibile senza snaturarle.
Quel
che abbiamo detto or ora sullo sviluppo della manifestazione ci presenta una
veduta che, pur essendo esatta nell’insieme, è tuttavia troppo semplificata e
schematica là dove essa può far credere che tale sviluppo si attui in linea
retta, in un senso unico e senza oscillazioni di sorta. La realtà è assai più
complessa. Come già dicemmo, bisogna infatti considerare in tutte le cose due
tendenze opposte, discendente l’una, e l’altra ascendente, o, se ci si vuol
servire di una diversa immagine, l’una centrifuga e l’altra centripeta. Dal
predominare dell’una tendenza o dell’altra procedono due fasi complementari
della manifestazione, una fase di allontanamento dal principio e un’altra di
ritorno verso il principio, fasi spesso paragonate simbolicamente ai movimenti
del cuore o alle due fasi della respirazione. Benché abitualmente queste due
fasi vengano descritte come successive, bisogna pensare che, in realtà, le due
tendenze ad esse corrispondenti agiscono sempre simultaneamente, seppure in
diversa proporzione; e accade talvolta che in certi momenti critici, nei quali
la tendenza discendente sembra esser sul punto di predominare definitivamente
nel moto generale del mondo, interviene un’azione speciale per rinforzare la
tendenza contraria, tanto da ristabilire un certo equilibrio, sia pure relativo
e quale possono permetterlo le condizioni del momento. Il risultato è allora
una rettificazione parziale, per via della quale il movimento di caduta può
sembrare momentaneamente arrestato o neutralizzato[8].
È
facile capire che questi dati tradizionali, che qui abbiamo potuto indicare
solo in sintesi, danno luogo a prospettive assai diverse dai vari saggi di
«filosofia della storia», cui si danno i moderni, e di ben altra vastità e
profondità. Ma noi non intendiamo risalire alle origini del presente ciclo,
anzi nemmeno agli inizi dello stesso kali-yuga. Le nostre considerazioni
si restringono, almeno nel loro lato diretto, ad un dominio assai più limitato,
alle ultime fasi del kali-yuga. All’interno di ciascuno dei grandi
periodi di cui abbiamo parlato si possono infatti distinguere diverse fasi
secondarie, costituenti altrettante suddivisioni; e ciascuna parte essendo in
qualche modo analoga al tutto, tali suddivisioni riproducono ‑ per così
dire, ad una scala più ridotta ‑ lo sviluppo generale del ciclo
maggiore, nel quale si integrano. Ma anche una ricerca completa delle modalità
d’applicazione di questa legge ai diversi casi particolari ci porterebbe ben
oltre i limiti propri al presente studio. Per concludere queste osservazioni
preliminari ricorderemo solo qualcuna delle ultime epoche particolarmente
critiche attraversate dall’umanità, quelle rientranti nel periodo che ci si è
abituati a chiamare «storico», perché è effettivamente il solo ad esser
veramente accessibile alla storia ordinaria o «profana»; e ciò ci condurrà in
via del tutto naturale a quel che costituirà l’oggetto del nostro studio,
l’ultima di tali epoche critiche altro non essendo che quella costituente i
cosiddetti tempi moderni.
Vi
è un fatto abbastanza strano, che sembra non aver mai avuto l’attenzione che si
merita: cioè, che il periodo propriamente «storico», nel senso ora indicato,
risale esattamente al VI secolo prima dell’era cristiana: quasi come se, là,
nel tempo si incontrasse una barriera insuscettibile ad essere sormontata con i
mezzi d’osservazione di cui dispongono i comuni ricercatori. A partir da tale
epoca si ha infatti dovunque una cronologia abbastanza precisa e ben accertata;
per tutto quel che è invece anteriore non si hanno, in genere, che
approssimazioni assai vaghe, e le date proposte per stessi avvenimenti
differiscono spesso di diversi secoli. È assai caratteristico che ciò valga
perfino per quelle regioni, ove si hanno ben più che sparse vestigia, come per
esempio l’Egitto; e ancor più sorprendente è che anche di fronte ad un caso
eccezionale e privilegiato, come quello della Cina, la quale possiede, per
epoche ben più lontane, annali datati mediante osservazioni astronomiche che
dovrebbero escludere ogni dubbio, i moderni non per questo cessano di
qualificare come «leggendarie» tali epoche, quasi come se si trattasse di un
dominio ove essi non credono legittima alcuna certezza e ove essi stessi
s’interdicono di ottenerne una. La cosiddetta antichità «classica» non è
dunque, a dir vero, che una antichità affatto recente e perfino assai più
vicina ai tempi moderni che non all’antichità vera, poiché essa non risale
nemmeno fino alla metà del kali-yuga, la cui durata, secondo la dottrina
indù, non è essa stessa che la decima parte di quella del ciclo complessivo o manvantara.
Dal che si può sufficientemente giudicare fino a che punto i moderni hanno
motivo di esser fieri delle loro conoscenze storiche!
Per
giustificarsi, essi risponderanno senza dubbio che il resto non è che periodo
«leggendario», onde ritengono di non doverne rendere conto. Ma una tale
risposta è solo la confessione della loro ignoranza e di una incomprensione,
che essa sola può spiegare il loro disprezzo per la tradizione. Lo spirito
specificamente moderno non è, infatti, come mostreremo più in là, nient’altro
che lo spirito antitradizionale.
Quale
ne sia pur stata la causa, nel VI secolo prima dell’era cristiana, si
produssero dei mutamenti considerevoli in quasi tutti i popoli. Questi
mutamenti presentano caratteri diversi a seconda dei paesi. In alcuni casi, si
tratta di un nuovo adattamento della tradizione a condizioni diverse da quelle
esistenti precedentemente, adattamento che si realizzò in un senso
rigorosamente ortodosso. È quel che ebbe luogo in Cina, ove la dottrina
costituita originariamente in un tutto unico fu allora divisa in due parti
nettamente distinte: il Taoismo, riservato ad una élite, e comprendente
la metafisica pura e le scienze tradizionali d’ordine propriamente speculativo;
il Confucianesimo, comune a tutti indistintamente e avente per dominio proprio
le applicazioni pratiche, soprattutto sociali. Fra i Persiani sembra che vi sia
stata parimenti un riadattamento del Mazdeismo, poiché una tale epoca fu quella
dell’ultimo Zoroastro[9].
In India si vide invece nascere il Buddhismo che, qualunque sia stato il suo
carattere originario[10],
doveva portare, al contrario, perlomeno in alcune delle sue branche, a una
rivolta contro lo spirito tradizionale spingentesi fino alla denegazione di
ogni autorità, fino ad una vera anarchia, nel senso etimologico di «mancanza di
principio», nell’ordine intellettuale e in quello sociale. Alquanto curioso è,
nel riguardo, il fatto che in India non si possa trovare alcun monumento più
antico di tale epoca, e gli orientalisti, che vogliono far cominciar tutto dal
Buddhismo, di cui essi esagerano singolarmente la portata, hanno cercato di
trar partito da questa constatazione in pro della loro tesi. La spiegazione di
tale fatto è assai semplice. È che tutte le costruzioni più antiche erano in
legno e quindi sono naturalmente scomparse senza lasciar traccia[11];
resta tuttavia vero, che simili mutamenti nel modo di costruire corrispondono
necessariamente ad una modificazione profonda delle condizioni generali
dell’esistenza del popolo, nel quale essi si verificano.
Avvicinandoci
all’Occidente, vediamo che la stessa epoca fu per gli Ebrei quella della
schiavitù babilonese. Ed uno dei fatti più sorprendenti da constatare è che il
breve periodo di settant’anni fu sufficiente per far perdere loro perfino la
scrittura, poiché essi in seguito dovettero ricostruire i libri sacri con
lettere affatto diverse da quelle precedentemente usate. Si potrebbero citare
molti altri avvenimenti connettentisi pressappoco alla stessa data: ricorderemo
soltanto che, per Roma, essa segnò l’inizio del periodo propriamente «storico»,
che succede all’epoca «leggendaria» dei re, e che è anche noto, benché in forma
un po’ vaga, come allora si produssero importanti movimenti fra i popoli
celtici. Ma, senza insistere oltre su ciò, riferiamoci a quanto concerne la
Grecia. Anche per essa il VI secolo fu il punto di partenza della cosiddetta
civiltà «classica», la sola alla quale i moderni riconoscano il carattere
«storico», tutto quel che esistette prima essendo tanto poco conosciuto da
poter venir considerato come «leggendario», anche se le più recenti scoperte
archeologiche non permettono più di dubitare che, almeno, a tale fase
pre-classica corrispose una civiltà assai reale. Noi abbiamo anzi motivi per
credere che spiritualmente questa prima civiltà ellenica fu assai più
interessante di quella che la seguì e che i suoi rapporti con tale successiva
civiltà non son privi di analogia con quelli esistenti fra l’Europa del
Medioevo e l’Europa moderna. Tuttavia bisogna rilevare che la scissione allora
non fu così radicale come nel secondo caso, giacché, almeno in parte, si ebbe un
riadattamento effettuata nell’ordine tradizionale, soprattutto nel dominio dei
«Misteri»; al che va ricondotto il pitagorismo, il quale fu essenzialmente una
restaurazione in forma nuova del precedente orfismo e che, per i suoi legami
evidenti col culto delfico dell’Apollo iperboreo, può perfino venir considerato
come una filiazione continua e regolare di una delle più antiche tradizioni
dell’umanità. Ma d’altra parte apparve presto qualcosa di mai prima visto, che
doveva esercitare in seguito una influenza nefasta su tutto il mondo
occidentale: vogliamo dire di quel modo speciale di pensare, che prese e
conservò il nome di «filosofia». E questo punto è tale, da meritare che noi vi
ci soffermiamo brevemente.
La
parola «filosofia», in sé stessa, può essere presa in un senso assai legittimo,
che fu certamente il suo senso primitivo, specie se è vero che, come si dice,
Pitagora lo usò per primo. Etimologicamente, essa non significa altro che
«amore per la saggezza»; essa dunque designa anzitutto una disposizione
preliminare richiesta per pervenire alla saggezza, ma può anche designare, in
una estensione naturalissima del significato, la ricerca che, nascendo da
questa stessa disposizione, deve condurre alla conoscenza. Perciò si tratta
solo di uno stadio preliminare e preparatorio, di un avviamento alla saggezza,
corrispondente ad un grado inferiore di quest’ultima[12].
La deviazione prodottasi in seguito consiste nello scambiare un tale grado
transitorio con lo scopo stesso, nel pretendere di sostituire la «filosofia»
alla saggezza, il che implica l’oblio o il disconoscimento della natura vera
della seconda. È così che prese nascita quel che noi possiamo chiamare la
filosofia «profana», cioè una pretesa sapienza puramente umana, quindi d’ordine
semplicemente razionale, che prese il posto della vera sapienza tradizionale, soprarazionale
e «non-umana». Tuttavia qualcosa di quest’ultima sussistette ancora durante
tutta l’antichità. A provarlo, sta anzitutto il persistere dei «Misteri», il
carattere essenzialmente «iniziatico» dei quali non può essere contestato, ed
altresì il fatto, che l’insegnamento degli stessi filosofi il più delle volte
presentò simultaneamente un lato «exoterico», cioè esteriore, e un lato
«esoterico», cioè interno; quest’ultimo permetteva di riconnettersi ad un punto
di vista superiore, che peraltro ebbe a manifestarsi qualche secolo dopo in
modo assai netto, benché, forse, sotto certi aspetti, incompleto, con gli
Alessandrini. Affinché la filosofia «profana» si costituisse definitivamente
come tale, occorreva che il solo «exoterismo» restasse e che ci si portasse
fino alla negazione pura e semplice di ogni «esoterismo». È il punto al quale,
nei tempi moderni, doveva condurre il movimento iniziato dai Greci; le tendenze
già affermate da questi poterono allora esser portate fino alle loro estreme
conseguenze e l’importanza eccessiva accordata dai Greci al pensiero razionale
doveva accentuarsi fino a giungere al «razionalismo», attitudine specificamente
moderna che consiste non più nel solo ignorare tutto ciò che è d’ordine soprarazionale,
ma nel negarlo espressamente. Non procederemo oltre in queste anticipazioni,
giacché avremo da tornare su simili conseguenze e da seguirne lo sviluppo in
una altra parte della nostra esposizione.
Dal
punto di vista che qui importa, in quanto è stato or ora detto, va sottolineato
un punto, e cioè che alcune delle fonti del mondo moderno vanno ricercate
nell’antichità «classica». Il mondo moderno non ha dunque del tutto torto
quando si rifà alla civiltà greco-latina e pretende di esserne la
continuazione. Vi è tuttavia da dire che si tratta solo di una continuazione
lontana e alquanto infedele, poiché in quegli antichi tempi nell’ordine
intellettuale e spirituale vi furono, malgrado tutto, molte cose, di cui non si
può trovare nessun equivalente fra i moderni: e, in ogni caso, si tratta di due
gradi assai diversi nell’oscuramento progressivo della conoscenza vera. Si
potrebbe credere che la decadenza della civiltà antica abbia condotto in modo
graduale e senza soluzione di continuità ad uno stato più o meno simile a
quello che oggi vediamo: ma in realtà le cose non sono andate così, nel periodo
intermedio essendovi stata per l’Occidente un’altra epoca critica, la quale fu
simultaneamente una di quelle epoche di rettificazione, cui più su abbiamo
accennato.
È
l’epoca dell’inizio e dell’espandersi del Cristianesimo, coincidente da un lato
con la dispersione del popolo giudaico e, dall’altro, con l’ultima fase della
civiltà greco-latina. Noi possiamo sorvolare questi avvenimenti, malgrado la
loro importanza, perché sono più noti di quelli di cui finora si è detto, e
perché il loro sincronismo è stato maggiormente rilevato, perfino dagli storici
più superficiali. Sono stati anche indicati abbastanza spesso gli aspetti che
la decadenza antica e l’epoca attuale hanno in comune e, senza voler spingere
troppo oltre il parallelismo, si deve pur riconoscere la presenza effettiva di
rassomiglianze assai spiccate. La filosofia puramente «profana» in quei tempi
aveva guadagnato terreno; l’apparire dello scetticismo da un lato, il successo
del «moralismo» stoico e epicureo dall’altro, mostrano abbastanza fino a che
livello l’intellettualità fosse scesa. In pari tempo le antiche dottrine sacre,
che quasi nessuno comprendeva più, erano degenerate, per via di questa stessa
incomprensione, in un «paganesimo» nel senso vero del termine, esse cioè non
eran più che «superstizioni», cose che, avendo perduto il loro significato
profondo, sopravvivevano a sé stesse in manifestazioni del tutto esteriori. Vi
furono anche dei tentativi di reazione contro questa decadenza: lo stesso
ellenismo tentò di rivivificarsi con l’aiuto di elementi tratti da quelle
dottrine orientali, con le quali esso poté venire in contatto: ma ciò non era
più sufficiente, la civiltà greco-latina doveva finire e la rettificazione
doveva venire da un’altra parte, compiersi in un’altra forma. Il Cristianesimo
realizzò questa trasformazione; e, notiamolo di sfuggita, l’analogia che si può
constatare sotto un certo riguardo fra quei tempi e i nostri è forse uno degli
elementi determinanti il «messianismo» disordinato che attualmente si fa largo.
Dopo il periodo torbido delle invasioni barbariche, necessario per compiere la
distruzione dell’antico stato di cose, un ordine normale fu restaurato per una
durata di qualche secolo. Fu il Medioevo, così disconosciuto dai moderni, i
quali sono incapaci di comprenderne il contenuto spirituale, tanto che
quest’epoca appare loro certamente assai più estranea e lontana che non
l’antichità «classica».
Il
vero Medioevo per noi si svolge fra il regno di Carlo Magno e il principio del
XIV secolo. Con quest’ultima data s’inizia una nuova decadenza che, attraverso
diverse tappe, andrà sempre più accentuandosi fino ad oggi. Il vero punto di
partenza della crisi moderna è questo; è l’inizio della disgregazione della
«Cristianità», essenzialmente identica alla civiltà occidentale del Medioevo; è
l’origine del costituirsi delle «nazionalità» materializzate e centralistiche,
parallelo alla fine del regime feudale, che a questa stessa «Cristianità» era
strettamente connesso. Bisogna riportare dunque l’età moderna almeno a circa
due secoli prima di quanto non si faccia di solito; il Rinascimento e la
Riforma sono soprattutto delle risultanti, resesi possibili solo in virtù di
una preliminare decadenza. Ben lungi dall’essere una rettificazione, esse
segnarono peraltro una caduta assai più profonda, poiché esse realizzarono un
distacco definitivo dallo spirito tradizionale, l’una nel dominio delle scienze
e delle arti, l’altra nello stesso dominio religioso, che era quello in cui un
tale distacco poteva sembrare più inconcepibile.
Come
abbiamo già detto in altre occasioni, ciò che si chiama il Rinascimento fu in
realtà la morte di molte cose. Col pretesto di tornare alla civiltà
greco-romana, non si prese di essa che quel che vi era di più esteriore, poiché
questo soltanto aveva potuto venir chiaramente espresso nei testi scritti; e
siffatta restituzione incompleta presentò d’altronde, necessariamente, un
carattere quanto mai artificiale, poiché si trattava di forme che da secoli
avevano cessato di vivere la loro vera vita. Quanto alle scienze tradizionali
del Medioevo, esse, dopo aver avuto in quest’epoca qualche ultima
manifestazione, disparvero in blocco, quasi come quelle di civiltà lontane
distrutte da qualche cataclisma; e, questa volta, nulla doveva sostituirle. Non
restò più che la filosofia e la scienza «profana», cioè la negazione della
intellettualità vera, la limitazione della conoscenza al piano più inferiore,
lo studio empirico e analitico di fatti non più ricondotti ad alcun principio,
la dispersione in una moltitudine indefinita di dettagli insignificanti,
l’accumulo di ipotesi infondate distruggentisi incessantemente a vicenda, e
vedute frammentarie che a nulla possono condurre, salvo che a quelle
applicazioni pratiche, che costituiscono la sola effettiva superiorità della
civiltà moderna: superiorità, invero, poco invidiabile e che nello svilupparsi
fino a soffocarne ogni altra preoccupazione ha conferito a tale civiltà quel
carattere puramente materiale, che fa di essa una vera mostruosità.
Del
tutto straordinaria è la rapidità con cui la civiltà del Medioevo cadde
nell’oblio più completo. Già gli uomini del XVII secolo non ne avevano più la minima
idea e i monumenti sussistenti non rappresentarono più nulla ai loro occhi, sia
nell’ordine intellettuale che nello stesso ordine estetico. Dal che si può
giudicare quanto la mentalità si fosse mutata nell’intervallo. Noi non ci
daremo, qui, ad una ricerca dei fattori, senza dubbio assai complessi, che
concorsero a produrre un tale mutamento; mutamento così radicale, che sembra
difficile ammettere che esso poté compiersi spontaneamente, senza l’intervento
di una volontà direttrice, la cui natura esatta resta necessariamente alquanto
enigmatica. A tale riguardo, vi sono delle circostanze stranissime, quali la
volgarizzazione in un dato momento, e la presentazione come scoperte nuove, di
cose in realtà già da lungo tempo note, ma la cui conoscenza, per via di certi
inconvenienti che rischiavano di non compensare i vantaggi, fino a quel tempo
non era stata diffusa nel dominio pubblico[13].
È assai inverosimile che la leggenda facente del Medioevo un’epoca «oscura»
d’ignoranza e di barbarie sia nata e si sia accreditata da sé stessa e che
quella effettiva falsificazione della storia, a cui i moderni si son dati, sia
stata intrapresa senza nessuna idea preconcetta. Ma noi non procederemo oltre
nell’esame di questa questione, poiché, quale sia il modo in cui una tale opera
si sia realizzata, quel che, per il momento, più ci importa, è constatarne il
risultato.
Una
parola messa in onore dal Rinascimento e che riassume, anticipandolo, l’intero
programma della civiltà moderna: «umanismo». Si trattò infatti di tutto ridurre
a proporzioni puramente umane, di prescindere da ogni principio d’ordine
superiore e, si potrebbe dire simbolicamente, di distogliersi dal cielo col
pretesto di conquistare la terra. I Greci, di cui si pretese seguire l’esempio,
non si erano mai spinti così lontano in tal senso, nemmeno nel tempo della loro
massima decadenza intellettuale, e, almeno, le preoccupazioni utilitaristiche
in essi non erano venute al primo piano, così come presto doveva accadere fra i
moderni. L’«umanismo» è già una prima forma di quel che sarà il «laicismo»
contemporaneo. Volendo ricondurre tutto alla misura dell’uomo, preso come fine
a sé stesso, si è finiti con lo scendere, gradino per gradino, fino al livello
di quel che vi è di più inferiore, e col cercar soltanto la soddisfazione dei
bisogni inerenti al lato materiale della natura umana; ricerca, del resto,
davvero illusoria, poiché essa crea sempre più bisogni artificiali, di quanti
ne possa soddisfare.
Il
mondo moderno giungerà fino al fondo di questa china fatale, oppure, come è
accaduto nella decadenza del mondo greco-latino, si produrrà ancora una
rettificazione prima che esso finisca nell’abisso verso cui si trova
trascinato? Sembrerebbe invero che un arresto a metà strada non sia più
possibile e che, secondo tutte le indicazioni fornite dalle dottrine
tradizionali, si sia veramente entrati nella fase finale del kali-yuga,
nel periodo più oscuro di questa «età oscura», in uno stato di dissoluzione da cui
non è possibile uscire se non con un cataclisma, poiché una semplice
rettificazione non è più sufficiente e un totale rinnovamento appare
necessario. Il disordine e la confusione regnano in tutti i domini, sono giunti
ad un grado che sorpassa di molto quanto si era già visto in precedenza e,
partendo dall’Occidente, essi minacciano ora d’invadere l’intero mondo. Noi
sappiamo bene che il loro trionfo non potrà mai essere che apparente e
passeggero, ma ciò nondimeno esso resta il segno della più grave fra tutte le
crisi attraversate dall’umanità nel corso del suo ciclo attuale. Non siamo
forse quasi giunti a quell’epoca temibile annunciata dai libri sacri indù, «nei
quali le caste saranno mescolate e la stessa famiglia non esisterà più»? Basta guardarsi intorno per convincersi che questo stato è proprio realmente quello dell’attuale mondo,
e per constatare dappertutto quella profonda decadenza che il Vangelo chiama «l’abominio della desolazione». Non bisogna dissimulare la gravità
della situazione; è d’uopo considerarla quale è, senza alcun «ottimismo» ma
anche senza nessun «pessimismo», poiché, come si è detto precedentemente, la
fine del mondo antico sarà anche l’inizio di un mondo nuovo.
Vi
è un problema che, intanto, si impone: quale è la ragion d’essere di un
periodo, come quello che viviamo? Infatti, per anormali che siano le condizioni
presenti se considerate in sé stesse, esse debbono pur rientrare nell’ordine
generale delle cose, in quell’ordine che, secondo una formula
estremo-orientale, è fatto della somma di tutti i disordini. Quest’epoca, per
penosa e torbida che sia, deve avere, al pari di tutte le altre, un suo posto
nell’insieme dello sviluppo umano, e d’altronde il fatto stesso di essere stata
prevista dalle dottrine tradizionali è, al riguardo, una indicazione
sufficiente. Quel che abbiamo detto sullo svolgimento generale di un ciclo di
manifestazione, procedente nel senso di una materializzazione progressiva, dà
immediatamente la spiegazione di un tale stato e mostra chiaramente che quel
che è anormale e disordinato da un certo particolare punto di vista, tuttavia è
solo la conseguenza di una legge percepibile da un punto di vista più alto e
vasto. Senza insistervi, rileveremo che il passaggio da un ciclo ad un altro,
come ogni cambiamento di stato, non può compiersi che nell’oscurità. È questa
un’altra legge importantissima, le cui applicazioni sono molteplici: una
esposizione alquanto dettagliata di essa, per ciò stesso, ci condurrebbe troppo
lontano[14].
Non
è tutto: l’epoca moderna deve corrispondere necessariamente allo sviluppo di
certe possibilità che erano incluse fin dal principio nella potenzialità del
ciclo attuale. Per inferiore che sia il rango di tali possibilità nella
gerarchia complessiva, pure esse dovevano ben esser chiamate a manifestarsi
come le altre, secondo l’ordine ad esse assegnato. Sotto questo riguardo, ciò
che secondo la tradizione caratterizza l’ultima fase del ciclo è, per così
dire, lo sfruttamento di quanto era stato trascurato o respinto nel corso delle
fasi precedenti. Infatti proprio ciò traspare dalla civiltà moderna, la quale
in un certo modo vive solo di quel che le civiltà precedenti non vollero per sé
stesse. Per rendersene conto, basta vedere in qual conto i veri rappresentanti
delle civiltà mantenutesi finora in Oriente in fedeltà ad un tipo tradizionale
tengono le scienze occidentali e le loro applicazioni industriali. Siffatte
conoscenze inferiori, così vane per chi possiede una conoscenza di un altro
ordine, dovevano tuttavia venire «realizzate» ed esse non potevano esserlo che
in uno stadio in cui l’intellettualità vera era scomparsa. Tali ricerche di una
portata soltanto pratica, nel senso più stretto del termine, dovevano esser
compiute, ma esse non lo potevano che all’estremità opposta della spiritualità
primordiale, mediante uomini sprofondati nella materia fino al punto di non
concepire più null’altro e divenienti tanto più schiavi di questa materia, per
quanto più essi vollero servirsene, cosa che li ha condotti ad una agitazione
crescente, senza regola e senza scopo, alla dispersione nella molteplicità
pura, fino alla dissoluzione finale.
Nelle
sue grandi linee e ridotta all’essenziale, tale è la vera spiegazione del mondo
moderno. Ma, dichiariamolo recisamente, questa spiegazione non va per nulla
scambiata con una giustificazione. Un male inevitabile non cessa per questo di
essere un male. Ed anche se dal male deve venire un bene, ciò non toglie nulla
al suo carattere. Noi qui usiamo naturalmente i termini «bene» e «male» solo
per farci meglio intendere e al di fuori di ogni intenzione propriamente
«morale». I disordini parziali non possono essere evitati, poiché essi sono
elementi necessari all’ordine totale. Ciò malgrado, un’epoca di disordine è in
sé stessa qualcosa di simile ad una mostruosità che, pur essendo la conseguenza
di certe leggi naturali, non per questo cessa di rappresentare una deviazione e
una specie di errore; o qualcosa di simile ad un cataclisma che, pur risultando
dal corso normale delle cose, in sé considerato, appare pur sempre come uno
sconvolgimento e una anomalia.
La
civiltà moderna, come ogni cosa, ha necessariamente una sua ragion d’essere e,
se con essa ha da chiudersi un ciclo, può dirsi che essa è proprio quel che
doveva essere, che essa ha trovato il suo tempo e il suo luogo. Non per questo
ad essa deve applicarsi con minore severità un detto evangelico troppo spesso
mal compreso: «Occorre che lo scandalo vi sia: ma guai a colui per il quale
succede lo scandalo!».
3.
CONOSCENZA E AZIONE
Noi
adesso considereremo in via particolare uno dei principali aspetti
dell’opposizione oggi esistente fra lo spirito orientale e lo spirito
occidentale: opposizione che, come è stato spiegato, nel suo aspetto più generale,
è quella fra spirito tradizionale e spirito antitradizionale. Da un certo punto
di vista, che è poi uno dei più essenziali, siffatta opposizione si presenta
come quella fra contemplazione e azione o, per parlar più preciso, come quella
riferentesi alla funzione da assegnare rispettivamente all’uno e all’altro dei
due termini. Contemplazione e azione possono venire considerate secondo un
vario rapporto: sono opposte l’una all’altra, come si pensa comunemente? o
sarebbero piuttosto complementari? o, infine, non esisterebbe forse fra di loro
una relazione non di coordinazione, bensì di subordinazione? Questi sono i
diversi aspetti del problema, aspetti che si riferiscono ad altrettanti punti
di vista, d’importanza tutt’altro che uguale, ma tali che ciascuno di essi può
esser giustificato sotto un certo riguardo e in corrispondenza ad un certo
ordine di realtà.
Anzitutto
il punto di vista più superficiale e esteriore è quello consistente
nell’opporre in modo puro e semplice contemplazione e azione, al titolo di due
contrari nel senso proprio del termine. Che apparentemente una opposizione
esista, ciò è invero incontestabile. Tuttavia, se essa fosse assolutamente
irriducibile, fra contemplazione e azione esisterebbe una incompatibilità
completa ed esse non potrebbero mai ritrovarsi riunite. Ora sta di fatto che le
cose non si presentano così. Almeno nei casi normali, nessun popolo, e forse
nemmeno nessun individuo, può essere esclusivamente contemplativo o
esclusivamente attivo. La verità è che si tratta di due tendenze, l’una delle
quali domina quasi necessariamente l’altra, di modo che lo sviluppo dell’una
sembra effettuarsi a detrimento dell’altra, per la semplice ragione che
l’attività umana, nel suo senso più generale, non può esercitarsi egualmente e
simultaneamente in tutti i domini e in tutte le direzioni. Ciò crea l’apparenza
di una opposizione. Ma una conciliazione fra questi contrari o pseudo-contrari
deve esser possibile. Del resto, ciò vale per tutti i contrari in genere, che
cessano di esser tali non appena chi li considera si porta di là da un certo
piano, al quale si restringe la realtà della loro opposizione. Chi dice
opposizione o contrasto dice con ciò stesso disarmonia o squilibrio, cioè
qualcosa che ‑ come già abbiamo sufficientemente chiarito ‑ può esistere solo
da un punto di vista relativo, particolare e limitato.
Chi
invece considera la contemplazione e l’azione come complementari, si pone da un
punto di vista già più profondo e più vero del precedente, giacché
l’opposizione vi si trova conciliata e risolta, i due termini equilibrandosi,
in un certo qual modo, a vicenda. Sembrerebbe dunque trattarsi di due elementi
egualmente necessari, completantisi e fondantisi mutualmente, costituenti la
doppia attività, interna e esterna, di un unico essere, sia esso il singolo
ovvero l’umanità collettivamente considerata. Questa concezione è sicuramente
più armonica e soddisfacente della prima. Chi si tenesse solo ad essa, sarebbe
però tentato, per via della correlazione così stabilita, di porre la
contemplazione e l’azione sullo stesso piano, così che tutto si ridurrebbe a garantire
il loro equilibrio, senza mai porsi il problema di una qualunque superiorità
dell’una di fronte all’altra. Quel che mostra chiara l’insufficienza di un
simile punto di vista, è il fatto che questo problema della superiorità invece
si pone e sempre si è posto, quale si sia poi la soluzione che ad esso si è
voluta dare.
Il
punto che, del resto, nel riguardo, importa, non è quel predominio di fatto
che, tutto sommato, si ridurrebbe ad una faccenda di temperamento o di razza,
ma ciò che si potrebbe chiamare il predominio di diritto; e i due aspetti non
sono solidali che fino ad un certo punto. Non v’è dubbio che il riconoscimento
della superiorità dell’una tendenza sull’altra inciterà a sviluppare il più
possibile quella ritenuta superiore; ma, nelle applicazioni, non è men vero che
la parte della contemplazione e dell’azione nel complesso della vita di un uomo
o di un popolo dipenderà sempre e essenzialmente dalla natura propria di esso,
poiché qui entrano in gioco le speciali possibilità di ciascuno. È chiaro che
l’attitudine alla contemplazione è più diffusa e più generalmente sviluppata
fra gli Orientali. Non vi è forse nessun paese in cui questo sviluppo abbia
raggiunto l’altezza dell’India, ed è per questo che tale popolo può venir
considerato come l’esponente per eccellenza di quel che abbiamo chiamato lo
spirito orientale. Per contro, è incontestabile che, in via generale,
l’attitudine all’azione, o la tendenza risultante da tale attitudine, è quella
che predomina fra i popoli occidentali nella grande maggioranza dei singoli e
che, quando anche siffatta tendenza non fosse esagerata e deviata come oggi lo
è, essa sussisterebbe egualmente, sì che la contemplazione non potrà mai
essere, in Occidente, che la prerogativa di una élite assai più esigua.
Per questo in India si ama dire che, se l’Occidente ritornasse ad uno stato
normale e possedesse una organizzazione sociale regolare, vi si troverebbero
indubbiamente molti kshatriya, ma pochi brâhmani[15].
Tuttavia ciò basterebbe già per un ritorno all’ordine, se l’élite
intellettuale davvero si costituisse e se la sua supremazia fosse riconosciuta,
la potenza, spirituale non dipendendo per nulla dal numero, la legge del quale
è solo quella della materia. Va d’altronde rilevato che nell’antichità e
soprattutto nel Medioevo la disposizione naturale all’azione degli Occidentali
non impedì loro di riconoscere la superiorità della contemplazione, cioè
dell’intelligenza pura. Perché nel mondo moderno le cose vanno altrimenti?
Perché gli Occidentali, sviluppando esageratamente le loro facoltà di azione,
hanno finito col perdere la loro intellettualità, e per consolarsi hanno
inventato delle teorie ponenti l’azione al disopra di tutto, giungendo perfino ‑
col «pragmatismo» ‑ a negare l’esistenza di alcunché di valido al di fuori di
essa? O è questo modo di vedere che, avendo preso a prevalere inizialmente, ha
condotto all’atrofia intellettuale che oggi constatiamo? Nelle due ipotesi, e
anche nel caso molto probabile, che la verità corrispondesse ad una
combinazione dell’una e dell’altra, i risultati sono esattamente gli stessi. Al
punto in cui le cose sono giunte, urge reagire, ed è qui, diciamolo ancora una,
volta, che l’Oriente potrebbe soccorrere l’Occidente, sempreché questo lo
voglia: non per imporre ad esso concezioni estranee, come alcuni sembrano
temere, bensì per aiutarlo a ritrovare quella sua tradizione, di cui ha perduto
il senso.
Si
potrebbe dire che allo stato attuale delle cose l’antitesi fra Oriente e
Occidente consiste nel fatto che l’Oriente ha tutelato la superiorità della
contemplazione sull’azione, mentre l’Occidente moderno ha affermato la
superiorità dell’azione sulla contemplazione. Con che non si tratta più, come
prima, di semplici rapporti di opposizione o di complementarismo, e quindi di
una coordinazione fra i due termini; non si tratta più di punti di vista aventi
ciascuno la propria ragion d’essere e accettabili almeno come espressione di
una certa verità relativa. Ogni rapporto di subordinazione è, per via della sua
stessa natura, irreversibile, onde le due concezioni sono realmente
antitetiche, tali da escludersi a vicenda. Se si dovesse ammettere che si
tratta davvero di subordinazione, ne risulterebbe dunque di necessità che l’una
concezione è vera, l’altra falsa. Prima di andare in fondo alla questione,
notiamo ancor questo: mentre lo spirito mantenutosi in Oriente è invero, come
dicevamo poco fa, quello di ogni tempo, l’altro spirito ha fatto apparizione
solo in un’epoca assai recente, cosa che, a prescindere da ogni altra
considerazione, può già far pensare che esso corrisponde ad alcunché
d’anormale. Questa impressione è confermata dall’eccesso stesso nel quale,
seguendo la tendenza che gli è propria, cade lo spirito occidentale moderno, il
quale, non pago di proclamare in ogni occasione la superiorità dell’azione, è
giunto a far di essa la sua preoccupazione esclusiva e a negare alla
contemplazione ogni valore, di essa ignorando o disconoscendo la vera natura.
Invece le dottrine orientali, pur affermando nel modo più netto la superiorità
e perfino la trascendenza della contemplazione rispetto all’azione, non per
questo hanno contestato ad essa il suo posto legittime ma ne hanno riconosciuto
volentieri tutta l’importanza nell’ordine delle contingenze umane[16].
Al
pari delle antiche dottrine occidentali, le dottrine orientali sono unanimi
nell’affermare che la contemplazione è superiore all’azione, allo stesso modo
che l’immutabile è superiore al mutamento[17].
L’azione, non essendo che una modificazione transitoria e momentanea
dell’essere, non può avere in sé il proprio principio e la propria ragione
sufficiente. Se non si riconnette ad un principio che vada di là dal suo
dominio contingente, essa non è che illusione pura; e il principio donde essa
può trarre tutta la realtà di cui è suscettibile, la sua esistenza e la sua
stessa possibilità, è da trovarsi solo nella contemplazione o, se lo si
preferisce, nella conoscenza, i due termini essendo sinonimi o almeno
coincidenti, dato che la conoscenza stessa e l’operazione con cui la si
raggiunge non possono in alcun modo venir separate[18].
Del pari, il mutamento, nel suo senso più generale, è inintelligibile e
contradittorio, cioè impossibile, senza un principio da cui proceda e che, per
il fatto stesso di essere il suo principio, non può soggiacere al mutamento, e
quindi è di necessità immutabile. Per questo nell’antichità occidentale
Aristotele ha affermato la necessità di un «motore immobile» di tutte le cose.
La conoscenza ha, di fronte all’azione, appunto questa funzione di «motore
immobile». È evidente che l’azione appartiene tutta al mondo del mutamento, del
«divenire»: solo la conoscenza permette di uscire da questo mondo e dalle
limitazioni ad esso inerenti, e quando raggiunga l’immutabile ‑ come accade nel
caso della conoscenza per principi o conoscenza metafisica, la quale è il
conoscere per eccellenza ‑ possiede essa stessa l’immutabilità, ogni conoscenza
vera essendo essenzialmente identificazione al suo oggetto. È proprio quel che
ignorano gli Occidentali moderni, i quali, in fatto di conoscenza, non sanno
più che di una conoscenza razionale e discorsiva, quindi indiretta e
imperfetta, tale che si potrebbe chiamare conoscenza per riflesso: non solo, ma
essi apprezzano questa stessa conoscenza inferiore nella sola misura in cui
essa serva immediatamente a fini pratici: presi nell’azione tanto da negare
tutto quel che la trascende, essi non si accorgono che questa stessa azione,
per tal via, mancando di principi, degenera in una agitazione tanto vana quanto
sterile.
Proprio
questo è difatti il carattere più visibile dell’epoca moderna: il bisogno di
un’agitazione incessante, di un mutamento continuo, di una velocità sempre
crescente che così riflette quella stessa secondo la quale oggi si svolgono gli
avvenimenti. È la dispersione nel molteplice, in un molteplice non più
unificato dalla coscienza di un qualche superiore principio. Nella vita comune
così come nelle concezioni scientifiche, è l’analisi spinta all’estremo, il
frazionamento indefinito, una vera disgregazione dell’attività umana in tutti i
campi in cui essa può ancora esercitarsi. Donde quell’incapacità di sintesi,
quell’impossibilità di ogni concentrazione che colpisce agli occhi degli
Orientali. Sono, queste, le conseguenze naturali e inevitabili di una
materializzazione sempre più accentuata, perché la materia è essenzialmente
molteplicità e divisione ‑ ed è anche per questo, diciamolo di sfuggita, che
quanto procede da un simile stato di cose può solo condurre a lotte e conflitti
d’ogni genere, fra i popoli così come fra gli individui. Più ci si sprofonda
nella materia, più i fattori di divisione e di opposizione si accentuano e si
estendono. Inversamente, più ci si innalza verso la spiritualità pura, più ci
si avvicina all’unità, la quale può realizzarsi pienamente solo mediante la
coscienza dei principi universali.
Il
più strano è che oggi il movimento e il mutamento sono invero cercati in sé
stessi, e non per uno scopo qualsiasi cui possano condurre. Ciò deriva
direttamente dal fatto che tutte le facoltà umane sono assorbite in
quell’azione esteriore, di cui abbiamo segnalato or ora il carattere momentaneo.
Si tratta sempre della dispersione, considerata sotto un altro aspetto e in uno
stadio più spinto: è, potrebbe dirsi, una specie di tendenza all’istantaneità,
avente per limite uno stato di squilibrio puro che, qualora potesse venir
davvero raggiunto, coinciderebbe con una dissoluzione definitiva. Questa è una
delle caratteristiche più nette dell’ultimo periodo del kali-yuga.
Lo
stesso si verifica nell’ordine scientifico: è la ricerca per la ricerca, assai
più che non per i risultati parziali e frammentari a cui conduce; è il
succedersi sempre più rapido di teorie e di ipotesi infondate che crollano non
appena costruite, per dar luogo ad altre, la cui durata sarà ancor più breve:
vero caos, nel quale sarebbe vano cercare degli elementi definitivamente
acquisiti, nel quale tutto si riduce ad una mostruosa accumulazione di fatti
che non possono né provare né significare nulla. Ciò, naturalmente, per quel
che si riferisce al punto di vista speculativo, nella misura in cui esso ancora
sussiste. Circa le applicazioni pratiche, sono stati invece ottenuti risultati
incontestabili, cosa che non stupisce, dato che queste applicazioni si
riferiscono direttamente al campo materiale, che è invero il solo nel quale
l’uomo moderno può vantare una reale superiorità. Bisogna dunque aspettarsi che
le scoperte o, meglio, le invenzioni meccaniche e industriali si sviluppino e
si moltiplichino ancora, con un ritmo anch’esso sempre più veloce, sino alla
fine dell’era attuale. E chi sa se, con i pericoli di distruzione che vi si
connettono, non saranno proprio esse uno dei principali fattori dell’ultimo
crollo, ove le cose giungano ad un punto tale, che esso non possa pi
ù
venire evitato?
In
ogni caso, si ha l’impressione assai generale che allo stato attuale non esista
più alcuna stabilità. Ma mentre alcuni sentono il pericolo e cercano di
reagire, la gran parte dei nostri contemporanei si compiacciono di questo
disordine ove vedono una specie di immagine esteriorizzata della loro stessa
mentalità. Vi è infatti una corrispondenza esatta fra un mondo in cui tutto
sembra essere in puro «divenire», ove non vi è più alcun posto per l’immutabile
e il permanente, e lo stato d’animo di uomini che riducono a questo stesso
divenire ogni realtà, il che implica una negazione sia della conoscenza vera,
sia dell’oggetto di essa, cioè dei principi trascendenti e universali. Ma si
può andare più oltre ancora: noi ci troviamo dinanzi alla negazione di ogni
reale conoscenza, di qualunque ordine essa sia, perfino del dominio del
relativo, giacché, come l’abbiamo indicato poco fa, il relativo è inintelligibile
e impossibile senza l’assoluto, il contingente senza l’immutabile, la
molteplicità senza l’unità. Il «relativismo» porta in sé stesso la propria
contradizione, e a voler ridurre tutto al mutamento, si dovrebbe finire
logicamente col negare l’esistenza stessa di esso. I famosi argomenti di Zenone
d’Elea, non avevano, in fondo, un senso diverso. Infatti, non essendovi ragione
di esagerare, si può ben dire che teorie del genere non sono proprie
esclusivamente ai tempi moderni. Qualche esempio possiamo trovarlo nella
filosofia greca, e il caso di Eraclito col suo «fluire universale» è, nel
riguardo, il più noto. È quel che indusse gli Eleati a combattere tali
concezioni, insieme a quelle atomistiche, mediante una specie di riduzione
all’assurdo. Nella stessa India ebbe a verificarsi qualcosa di simile, ma,
naturalmente, da un punto di vista diverso da quello filosofico. Il Buddhismo
presentò infatti lo stesso carattere, una delle sue tesi essenziali essendo
quella della «dissolubilità di tutte le cose»[19].
Solo che siffatte teorie allora non erano che eccezioni, e tali rivolte contro
lo spirito tradizionale, che potettero verificarsi lungo tutto il kali-yuga,
non ebbero insomma che una portata, assai limitata. L’elemento nuovo è la
generalizzazione di simili concezioni, quale la constatiamo nell’Occidente
contemporaneo.
Si
deve notare che le «filosofie del divenire», sotto l’influsso dell’idea
recentissima del «progresso», fra i moderni hanno assunto una forma speciale,
mai presentata dalle teorie antiche dello stesso genere. Questa forma,
suscettibile del resto di molte varietà. è quel che in genere si può designare
con la parola «evoluzionismo». Senza tornare su quel che già abbiamo detto
altrove, ricorderemo solo che ogni concezione non ammettente nulla fuor dal
«divenire», per ciò stesso è una concezione «naturalista», implicante, come
tale, una formale negazione di tutto quel che sta di là dalla natura, cioè del
dominio metafisico, che è il dominio dei principi immutabili e eterni. A
proposito delle teorie antimetafisiche, rileveremo anche che l’idea bergsoniana
della «durata pura» corrisponde esattamente a quella dispersione
nell’istantaneo, di cui parlavamo poco fa. La pretesa intuizione, che si
modella sul flusso incessante delle cose sensibili, lungi dall’esser il mezzo
di una conoscenza vera, rappresenta in realtà la dissoluzione di ogni
possibilità di conoscenza.
Ciò
ci conduce a fissare una volta per tutte un punto essenziale, sul quale non
deve sorgere alcun equivoco: l’intuizione intellettuale, mediante la quale si
ottiene la vera conoscenza metafisica, non ha assolutamente nulla da spartire
con quell’intuizione di cui parlano certi filosofi contemporanei,
«irrazionalisti» e «vitalisti». Questa è di ordine sensibile, anzi addirittura
sub-razionale, mentre la prima, procedente dall’intelletto puro, è
super-razionale. Ma i moderni, che nel dominio dell’intelligenza non conoscono
nulla di superiore alla ragione, non concepiscono nemmeno cosa possa essere
l’intuizione intellettuale, mentre le dottrine dell’antichità e del Medioevo,
anche quando avevano soltanto un carattere filosofico e quindi non potevano
riferirsi di fatto a questa intuizione, non per questo ne disconoscevano
l’esistenza e la supremazia di fronte a tutte le altre facoltà. Per tale motivo
prima di Descartes non esistette un «razionalismo»: il quale, di nuovo, è
qualcosa di specificamente moderno, d’altronde strettamente solidale con
l’«individualismo», poiché esso altro non è se non la negazione di ogni facoltà
di ordine superindividuale. Finché gli Occidentali si ostineranno a
disconoscere o a negare l’intuizione intellettuale, essi non potranno avere
nessuna tradizione nel senso vero del termine ed essi non potranno intendersi
con gli autentici rappresentanti delle civiltà orientali, nelle quali tutto
gravita su tale intuizione, in sé immutabile e infallibile, unico punto di
partenza per ogni sviluppo conforme alle norme tradizionali.
4.
SCIENZA SACRA E
SCIENZA PROFANA
Abbiamo
detto or ora che nelle civiltà di tipo tradizionale l’intuizione intellettuale
è il principio di tutto. In altri termini, la pura dottrina metafisica
costituisce l’essenziale e il resto vi si connette a titolo di conseguenza o di
applicazione ai diversi ordini delle realtà contingenti.
Così
stanno visibilmente le cose in fatto di istituzioni sociali e lo stesso vale
per le scienze, cioè per le conoscenze riferentisi al dominio del relativo, le
quali, in tali civiltà, appaiono essere semplici dipendenze, quasi
prolungamenti o riflessi della conoscenza assoluta concernente i principi. Così
tutto segue un vero criterio gerarchico: il relativo non vien concepito come
inesistente, cosa che sarebbe assurda; esso vien preso in considerazione nella
misura in cui lo merita e vien messo nel suo giusto posto, che può essere solo
secondario e subordinato. E sul piano del relativo esistono anche gradi molto
diversi, secondo che si tratti di cose più o meno lontane dal dominio dei
principi.
Per
quel che riguarda le scienze, esistono dunque due concezioni radicalmente
diverse e anzi incompatibili, che noi possiamo chiamare la concezione
tradizionale e la concezione moderna. Noi abbiamo spesso avuto occasione di
alludere a «scienze tradizionali» che esistettero nell’antichità e nel
Medioevo, che esistono tuttora in varie parti dell’Oriente, ma di cui perfino
il concetto si è reso totalmente estraneo agli Occidentali dei nostri giorni.
Vale aggiungere che ogni civiltà ha avuto le sue «scienze tradizionali», poiché
qui non siamo più nell’ordine dei principi universali, cui si riferisce solo la
metafisica pura, ma nell’ordine degli adattamenti ove, appunto perché si tratta
di un dominio contingente, bisogna tener conto dell’insieme delle condizioni,
mentali o di altro genere, proprie ad un dato popolo ed anzi perfino ad un dato
periodo di questo popolo, noi avendo già detto che esistono epoche in cui dei
«riadattamenti» si rendono necessari. Questi «riadattamenti» son solo
cambiamenti di forma, non toccanti nulla dell’essenza stessa della tradizione.
Circa la dottrina metafisica, in essa solo l’espressione può venir modificata,
in un modo che può paragonarsi alla traduzione di una stessa idea da una lingua
in un’altra. Quali che siano le forme che essa riveste per esprimersi, e nella
misura in cui esprimersi è possibile, esiste assolutamente una metafisica
unica, allo stesso modo che esiste un’unica verità. Quando invece si passa alle
applicazioni, le cose stanno in modo diverso. Con le scienze, e così pure con
le istituzioni sociali, si è già nel mondo della forma e della molteplicità,
tanto che può dirsi che forme diverse costituiscono effettivamente scienze
diverse, diverse anche quando esse, almeno in parte, hanno lo stesso oggetto. I
logici sono abituati a considerare una scienza come interamente definita dal
suo oggetto, il che, nel suo semplicismo eccessivo, è inesatto: nella
definizione di una scienza deve esser anche compreso il punto di vista secondo
il quale il suo oggetto viene considerato. Vi è una molteplicità indefinita di
scienze possibili: può accadere che varie scienze studino le stesse cose, ma in
aspetti così diversi, e quindi con metodi e intenzioni anch’essi così diversi,
da presentarsi effettivamente come scienze distinte. Questo può essere
particolarmente il caso per le «scienze tradizionali» di civiltà diverse,
scienze che, pur essendo comparabili fra loro, non sono tuttavia sempre
assimilabili e, spesso, solo abusivamente potrebbero esser designate con gli
stessi nomi. È poi chiaro che la differenza è assai più grande se invece di
paragonare fra loro le «scienze tradizionali», le quali più o meno hanno tutte
lo stesso carattere fondamentale, si confrontano queste scienze in genere con
le scienze proprie ai moderni. A tutta prima, può sembrare talvolta che
l’oggetto nelle une e nelle altre sia lo stesso, eppure la conoscenza che
queste due specie di scienze danno, rispettivamente, di tale oggetto è talmente
diversa che, ad un esame ulteriore, si deve esitare ad affermare ancora una identità
sia pure limitata ad un certo riguardo.
Qualche
esempio non sarà inutile per far meglio comprendere ciò di cui si tratta.
Prendiamo anzitutto un esempio di portata assai vasta, quello della «fisica»
quale fu compresa dagli antichi e quale lo è dai moderni. Per vedere la
differenza profonda intercorrente fra le due concezioni non vi è affatto
bisogno, in questo caso, di uscire dal mondo occidentale. Il termine «fisica»,
nel suo significato originario e etimologico, non significa altro che «scienza
della natura», senza restrizione alcuna. È dunque la scienza che tratta delle
leggi più generali del «divenire», giacché «natura» e «divenire» sono in fondo
sinonimi, e proprio questa era l’idea dei Greci e soprattutto di Aristotele. Se
esistono scienze più particolari di quest’ordine, esse non sono che
«specificazioni» della fisica in relazione a un qualche dominio più
strettamente delimitato. È quindi già significativa la deviazione che i moderni
han fatto subire alla parola «fisica» con l’usarla per designare una scienza
particolare fra varie altre, che pur son tutte scienze della natura. Ciò si
riferisce al frazionamento già da noi indicato come uno dei caratteri della
scienza moderna, a quella «specializzazione» generata dallo spirito analitico e
spinta fino al punto di rendere veramente inconcepibile, in coloro che
soggiacciono alla sua influenza, una scienza riferentesi alla natura
considerata nel suo insieme. Non è mancato chi ha rilevato alcuni degli
inconvenienti di questa «specializzazione» e soprattutto la ristrettezza di
vedute che ne è la conseguenza inevitabile: ma sembra che anche coloro che più
si son resi conto di ciò, si siano poi rassegnati a considerare la cosa come un
male necessario, data la quantità delle conoscenze particolari, tale da non
poter esser compresa nel suo insieme da nessun essere umano. Essi, da una
parte, non hanno capito che queste conoscenze particolari o di dettaglio sono
in sé stesse insignificanti, né meritano che ad esse si sacrifichi una
conoscenza sintetica la quale, pur limitandosi sempre al relativo, è d’ordine assai
più alto; d’altra parte, essi non hanno compreso che l’impossibilità di
abbracciare quella molteplicità deriva dal solo fatto che ci si ricusa di
riconnetterla ad un principio superiore, che ci si ostina a procedere partendo
dal basso e dall’esterno, mentre bisognerebbe fare proprio il contrario se si
vuole avere una scienza avente un valore speculativo reale.
Volendo
comparare la fisica antica non con quel che dai moderni vien designato con lo
stesso nome, ma con l’insieme delle scienze della natura quali si sono
costituite attualmente, perché proprio a ciò essa dovrebbe corrispondere, come
prima differenza vi è dunque da rilevare la divisione in «specialità» multiple,
estranee, per così dire, le une alle altre. Tuttavia ciò riguarda solo il lato
più esterno della questione e non si deve pensare che, qualora si riunissero
tutte queste scienze speciali, si otterrebbe qualcosa di equivalente alla
fisica antica. La verità è che il punto di vista è del tutto diverso e che qui
entra in giuoco quella differenza essenziale fra le due concezioni, di cui
abbiamo parlato poco fa; la concezione tradizionale, come dicevamo, riconduce
tutte le scienze ai principi, al titolo di altrettante applicazioni particolari
di essi, mentre la concezione moderna esclude ogni riferimento del genere.
Secondo Aristotele, la fisica era solo «seconda» rispetto alla metafisica, essa
ne era cioè dipendente, non era in fondo che una applicazione al dominio della
natura di principi superiori alla natura e riflettentisi nelle leggi di questa:
e lo stesso può dirsi della «cosmologia» medioevale. Invece la concezione
moderna pretende di assicurare alle scienze l’indipendenza negando tutto quanto
le trascende, o, almeno, dichiarandolo «inconoscibile», e rifiutandosi di
tenerne conto, cosa che praticamente è poi lo stesso che negarlo. Una tale
negazione esisteva effettivamente assai prima che si pensasse a costituirla in
una teoria sistematica sotto nomi come «positivismo» o «agnosticismo», poiché
può dirsi che essa sta proprio all’inizio di tutta la scienza moderna. Tuttavia
è solo nel XIX secolo che si son viste persone in atto di gloriarsi della loro
ignoranza, poiché il loro proclamarsi «agnostiche» altro non è che questo, e
pretendere di interdire a tutti la conoscenza di quel che esse ignorano: il che
ha segnato una tappa ulteriore nella decadenza intellettuale dell’Occidente.
Separando
radicalmente le scienze da ogni principio superiore col pretesto di assicurar
loro l’indipendenza, la concezione moderna le ha private di ogni significato
profondo e perfino di ogni interesse vero dal punto di vista della conoscenza:
ed esse son condannate a finire in un vicolo cieco, poiché questa concezione le
chiude in un dominio irrimediabilmente limitato[20].
Ogni sviluppo all’interno di questo dominio non è poi per nulla un
approfondimento, come alcuni se l’immaginano: esso resta invece affatto
superficiale e conduce solo alla già accennata dispersione nel dettaglio, ad
una analisi sterile quanto fastidiosa, la quale può svilupparsi indefinitamente
senza che così si proceda di un solo passo sulla via della vera conoscenza.
Bisogna del resto dire, che in genere gli Occidentali non coltivano affatto per
sé stessa la scienza così concepita: non è un sapere, sia pure inferiore, che
essi hanno soprattutto in vista, ma sono le applicazioni pratiche, e per
convincersene v’è solo da pensare alla facilità con cui la gran parte dei
nostri contemporanei confonde la scienza con l’industria e come siano numerosi
coloro per i quali l’ingegnere o l’inventore rappresentano il tipo stesso dello
scienziato. Ma ciò rimanda ad una questione che avremo da trattar più
estesamente in seguito.
La
scienza, costituendosi nella forma moderna, ha perduto non solo in profondità
ma potrebbe dirsi anche in solidità, poiché la riconnessione ai principi la
faceva partecipe della immutabilità di questi ultimi, in tutta l’estensione
concessa dal suo stesso oggetto; mentre, nel chiudersi esclusivamente nel mondo
del mutamento, essa non vi trova più nulla di stabile, nessun punto fermo a cui
possa appoggiarsi. Non partendo più da nessuna certezza assoluta, essa si è
ridotta a formulare probabilità e approssimazioni, o a costruzioni puramente
ipotetiche che son solo l’opera della fantasia individuale. E quand’anche alla
scienza moderna capiti di pervenire accidentalmente e per vie traverse a certi
risultati che sembrano collimare con alcuni dati delle antiche «scienze
tradizionali», sarebbe un grosso errore vedere in ciò una conferma, di cui
questi dati non hanno per niente bisogno. È perder tempo voler conciliare dei
punti di vista totalmente differenti o stabilire una concordanza con teorie
ipotetiche che forse fra qualche anno saranno del tutto discreditate[21].
Tutto quanto è di pertinenza della scienza attuale può solo appartenere al
campo delle ipotesi, mentre, per le «scienze tradizionali», si trattava di ben
altro, cioè di conseguenze indubitabili tratte da verità conosciute
intuitivamente e superrazionalmente, quindi in modo infallibile, nell’ordine
metafisico[22]. D’altronde una illusione
singolare propria allo «sperimentalismo» moderno è quella di credere che una
teoria possa esser provata dai fatti, mentre in realtà stessi fatti possono
sempre venire spiegati in funzione di molte e diverse teorie, sì che perfino
alcuni promotori del metodo sperimentale, come Claude Bernard, hanno
riconosciuto la necessità di una interpretazione aiutata da «idee preconcette»,
senza le quali questi fatti resterebbero «fatti bruti», privi di ogni
significato e di ogni valore scientifico.
Essendoci
venuto di parlar dello «sperimentalismo» profittiamone per rispondere ad una
domanda che, nel riguardo, potrebbe farsi, cioè: perché le scienze propriamente
sperimentali hanno avuto nella civiltà moderna uno sviluppo mai verificatosi in
altre civiltà? È perché tali scienze son quelle del mondo sensibile, della
materia, e altresì quelle che danno luogo alle applicazioni pratiche più
immediate. Il loro sviluppo, accompagnandosi a quel che noi chiameremmo
volentieri la «superstizione del fatto», corrisponde dunque a meraviglia alle
tendenze specificamente moderne, mentre le epoche tradizionali non avevano
potuto trovarvi un interesse sufficiente per attaccarvisi fino al punto di
trascurare ogni conoscenza d’ordine superiore. Si comprenda bene che non è
nostra intenzione dichiarare illegittima, in sé stessa, una qualche conoscenza,
per inferiore che essa sia: illegittimo è solo l’abuso che si verifica allorché
cose del genere assorbono tutta l’attività umana, appunto come oggi accade. Si
può anche concepire che in una civiltà normale delle scienze obbedienti al
metodo sperimentale si riconnettano, insieme a molte altre, a dei principi
tanto da acquistare un valore speculativo reale. Se nulla di simile sembra
essersi già verificato, ciò lo si deve al fatto che l’attenzione fu di
preferenza rivolta ad altro e anche perché quando si trattò di studiare il
mondo sensibile nella misura in cui poteva sembrare interessante farlo, i dati
tradizionali permettevano di intraprendere più proficuamente questo studio con
altri metodi e da un altro punto di vista.
Noi
dicevamo poco fa che uno dei caratteri dell’epoca attuale è l’uso di quanto era
stato precedentemente trascurato perché presentava una importanza troppo
secondaria agli occhi di coloro che avrebbero dovuto consacrarvi la loro
attività, ma che doveva tuttavia venire sviluppato prima della fine del
presente ciclo, anche tali possibilità avendo il loro posto fra quelle chiamate
a manifestarsi: in particolare, altro non è il caso delle scienze sperimentali
nate in questi ultimi secoli. Vi son perfino scienze moderne che rappresentano
davvero, e nel senso più letterale, dei «residui» di scienze antiche, oggi non
più comprese: è la parte più inferiore di quest’ultime che, isolandosi e
staccandosi da tutto il resto in un periodo di decadenza, si è materializzata
grossolanamente ed ha servito poi di base ad uno sviluppo affatto diverso, in
un senso conforme alle tendenze moderne, tanto da condurre alla costituzione di
scienze non aventi realmente più nulla in comune con quelle che le hanno
precedute. Così è falso dire, come comunemente si fa, che, per esempio,
l’astrologia e l’alchimia sono divenute rispettivamente l’astronomia e la
chimica moderna, anche se in una opinione siffatta dal punto di vista soltanto
storico vi sia una certa parte di verità, che però è proprio quella or ora
indicata: quest’ultime scienze procedono sì dalle prime in un certo senso, ma
ad esse non si è giunti con una «evoluzione» o un «progresso», come si
pretende, bensì con una degenerazione. Ciò richiede qualche altra spiegazione.
Bisogna
anzitutto rilevare che l’attribuzione di significati distinti all’«astrologia»
e all’«astronomia» è relativamente recente. I Greci usavano indifferentemente i
due termini per designare l’insieme di ciò a cui l’uno e l’altro ora si
applicano. A prima vista, sembrerebbe dunque che si tratti di ancora un caso di
quelle divisioni secondo «specializzazione» stabilitesi fra cose che
originariamente erano solo parti di un’unica scienza: ma qui l’elemento
caratteristico è che mentre una di tali parti, quella rappresentante il lato
più materiale della scienza in questione, assunse uno sviluppo indipendente,
l’altra finì invece con lo scomparire del tutto. Ciò è così vero, che oggi non
si ha più alcuna idea di quel che l’astrologia antica poteva essere, e perfino
coloro che hanno cercato di ricostruirla sono giunti solo a vere
contraffazioni, sia per voler far di essa l’equivalente di una scienza
sperimentale moderna, poggiante sulla statistica e sul calcolo delle
probabilità, e quindi informata da un punto di vista che in nessun modo può
essere stato quello dell’antichità e del Medioevo; sia per darsi esclusivamente
a tentativi di ripristino di un’«arte divinatoria», la quale fu solo la
deviazione di una astrologia già prossima a scomparire, da considerarsi al
massimo come una sua applicazione assai inferiore e ben poco degna di
considerazione, come si può ancora constatare nelle civiltà orientali.
Il
caso della chimica è forse ancor più chiaro e caratteristico: e l’ignoranza dei
moderni nei riguardi dell’alchimia è almeno così grande, quanto quella relativa
all’astrologia. La vera alchimia era essenzialmente una scienza d’ordine
cosmologico e, simultaneamente, essa si applicava all’ordine umano per via
dell’analogia esistente fra «macrocosmo» e «microcosmo». Essa era inoltre
formulata in modo da permettere una trasposizione nel dominio puramente
spirituale, che, conferendo ai suoi insegnamenti un valore simbolico e un
significato superiore, faceva di essa uno dei tipi più completi di «scienza
tradizionale». A far nascere la chimica moderna non è stata questa alchimia,
con la quale tale scienza non ha insomma alcun rapporto: è stata una
deformazione e deviazione di essa nel senso più rigoroso del termine, a cui
dette luogo, forse a partire dal Medioevo, l’incomprensione di alcune persone,
le quali, incapaci di penetrare il senso vero dei simboli, presero tutto alla
lettera e credendo trattarsi solo di operazioni materiali si dettero ad un più
o meno disordinato sperimentare. Proprio queste persone, chiamate ironicamente
«soffiatori» e «bruciatori di carbone» dagli alchimisti veri, furono gli
autentici precursori dei chimici attuali: ed è così che la scienza moderna si è
costruita per mezzo di residui di scienze antiche, con materiali respinti da
quest’ultime e abbandonati agli ignoranti e ai «profani». Aggiungiamo che i
sedicenti rinnovatori dell’alchimia, che si incontrano qua e là fra i nostri
contemporanei, da parte loro, riescono solo a prolungare questa stessa
deviazione, e le loro ricerche sono lontane dall’alchimia tradizionale quanto
quelle degli astrologi, cui facevamo allusione poco fa, lo sono dall’astrologia
antica. Per cui abbiamo il diritto di affermare che le «scienze tradizionali»
dell’Occidente sono veramente andate perdute per i moderni.
Noi
ci limiteremo a questi pochi esempi: sarebbe peraltro facile addurne altri
ancora, da prendersi in domini un po’ diversi, ma accusanti tutti la stessa degenerazione.
Così si potrebbe mostrare che la psicologia, quale oggi viene intesa, cioè lo
studio dei fenomeni mentali come tali, è un prodotto naturale dell’empirismo
anglosassone e dello spirito del XVIII secolo, e che il punto di vista cui essa
corrisponde appariva agli Antichi così trascurabile, che se ad essi venne
fatto, talvolta, di considerarlo incidentalmente, mai venne loro in mente di
crearvi su una scienza speciale corrispondente: quanto in esso poteva esservi
di valido, per essi si trovava trasformato e assimilato in punti di vista più
alti. In un dominio affatto diverso, si potrebbe anche mostrare che la
matematica moderna rappresenta, per dir così, solo la scorza della matematica
pitagorica, il suo lato puramente «exoterico»; perfino il concetto antico del
numero è divenuto assolutamente inintelligibile per i moderni, poiché anche qui
la parte superiore della scienza, quella che le conferiva, col suo carattere
tradizionale, un valore propriamente intellettuale, è totalmente scomparsa:
caso assai simile a quello dell’astrologia.
Ma
noi non possiamo passare in rassegna partitamente tutte le scienze, cosa che
riuscirebbe alquanto fastidiosa. Crediamo di aver detto abbastanza per far
capire la natura del mutamento a cui le scienze moderne debbono la loro origine
e che costituisce proprio l’opposto di un «progresso», rappresentando una vera
regressione dell’intelligenza. E torniamo ora alle considerazioni generali
circa la funzione rispettiva delle «scienze tradizionali» e di quelle moderne e
circa la differenza profonda fra la vera finalità delle une e delle altre.
Secondo
la concezione tradizionale, una qualunque scienza interessa meno in sé stessa
che per il suo essere il prolungamento o il ramo secondario di una dottrina
avente il suo nucleo essenziale nella metafisica pura[23].
Se infatti ogni scienza è certamente legittima quando occupa il posto esatto
che corrisponde alla sua natura propria, è facile capire che per chiunque
possegga una conoscenza d’ordine superiore, le conoscenze inferiori debbono per
forza perdere buona parte del loro interesse e, alla fine, valere solo in
funzione della conoscenza dei principi, cioè nella sola misura in cui, da una
parte, riflettano questi ultimi nell’uno o nell’altro dominio contingente e,
dall’altra, siano atte ad avviare verso questa stessa conoscenza dei principi
che, nel caso qui considerato, non può mai essere perduta di vista né
sacrificata per considerazioni più o meno accidentali. Si tratta di due
funzioni complementari proprie alle «scienze tradizionali»: da un lato, nella
loro qualità di applicazioni della dottrina esse permettono di collegare i vari
ordini della realtà, di integrarli nell’unità della sintesi totale; dall’altro
esse, almeno per alcuni e in conformità alle relative attitudini, sono
preparazione ad una più alta conoscenza, una specie di avviamento verso di
essa: e allora quelle scienze, nella ripartizione gerarchica conforme ai gradi
di esistenza cui si riferiscono, costituiscono quasi altrettanti gradini
mediante i quali ci si può elevare fino all’intellettualità pura, cioè alla
pura intellettualità[24].
È fin troppo evidente che le scienze moderne non possono minimamente adempiere
né all’una né all’altra di queste due funzioni: per questo esse non sono e non
possono essere che «scienza profana» mentre le «scienze tradizionali», per il
loro riconnettersi ai principi metafisici, apparivano incorporate in modo
effettivo nella «scienza sacra».
La
coesistenza ora indicata delle due funzioni non implica né contradizione né
circolo vizioso, contrariamente a quanto possono credere coloro che considerano
le cose solo superficialmente: ed anche questo è un punto su cui è bene
soffermarci. Si tratta, per così dire, di due punti di vista, discendente
l’uno, ascendente l’altro, il primo corrispondente ad uno sviluppo della
conoscenza partendo dai principi e finendo in applicazioni più o meno lontane,
il secondo corrispondente ad una acquisizione progressiva di questa stessa
conoscenza procedendo dall’inferiore al superiore, o, se lo si preferisce,
dall’esterno all’interno. Il problema non è dunque di sapere se le scienze
debbano venire costituite dal basso in alto o viceversa; di sapere se, a
renderle possibili, debba prendersi come punto di partenza la conoscenza dei
principi ovvero quella del mondo sensibile. Un tale problema può porsi dal
punto di vista della filosofia «profana» e sembra infatti essere stato posto
più o meno esplicitamente in questo dominio dall’antichità greca: ma esso non
ha ragion d’essere per la «scienza sacra», la quale può solo partire da
principi universali. E ciò che qui lo destituisce di ogni fondamento è il ruolo
primario dell’intuizione intellettuale, la quale, come è la più immediata fra
le conoscenze, così pure è la più alta, ed è assolutamente indipendente
dall’esercizio di ogni facoltà d’ordine sensibile e perfino razionale. Le
scienze possono esser costituite validamente quali «scienze sacre» solo da
coloro che per prima cosa posseggono pienamente la conoscenza dei principi e
che quindi sono i soli qualificati per realizzare, in conformità alla più
rigorosa ortodossia tradizionale, tutte le adattazioni richieste dalle
circostanze di tempo e di luogo. Solo che, una volta che le scienze vengano
così costituite, l’insegnamento può seguire l’ordine inverso; esse sono in un
qualche modo delle «illustrazioni» della dottrina pura, le quali possono
renderla più facilmente accessibile a certe menti: e per il fatto stesso che
esse si riferiscono al mondo della molteplicità, la diversità pressoché
indefinita dei loro punti di vista può andare incontro alla non meno grande
diversità delle attitudini individuali di tali menti, l’orizzonte delle quali è
ancora ristretto a questo stesso mondo della molteplicità. Le vie possibili per
raggiungere la conoscenza possono essere estremamente diverse nei gradi più
bassi, e vanno unificandosi sempre di più via via che si raggiungono stadi più
alti. Nessuno dei gradi preparatori è però di una necessità assoluta, poiché
essi costituiscono solo dei mezzi contingenti e privi di comune misura rispetto
allo scopo da raggiungere: può perfino accadere che alcuni di coloro, nei quali
predomina la tendenza contemplativa, s’innalzino di colpo alla vera intuizione
intellettuale senza bisogno di tali mezzi[25].
Ma questo è un caso alquanto eccezionale, sì che di solito sussiste
l’opportunità di procedere invece nel senso ascendente. Per far capir ciò, si
può far anche uso dell’immagine tradizionale della «ruota cosmica»: la
circonferenza, in realtà, esiste solo in funzione del centro; ma gli esseri che
sono sulla circonferenza debbono partir per forza da questa, o più precisamente
dal punto di questa in cui si trovano, e seguire il raggio per arrivare al
centro. D’altronde, per via della corrispondenza esistente fra tutti gli ordini
della realtà, le verità di un ordine inferiore possono essere considerate come
simboli di quelle d’ordine superiore e servir quindi di «base» o sostegno per
giungere analogicamente alla conoscenza di queste ultime[26].
Ciò conferisce ad ogni scienza un senso superiore o «anagogico», più profondo
di quello che essa possiede in sé, senso che può darle il carattere di una vera
«scienza sacra».
Noi
dicevamo che ogni scienza può assumere questo carattere, quale che sia il suo
oggetto, con la sola condizione di esser formata e considerata seguendo lo
spirito tradizionale. V’è solo da tener conto dei vari gradi d’importanza di
tali scienze, secondo la dignità gerarchica delle diverse realtà cui esse si
riferiscono: ma, in un grado o nell’altro, il loro carattere e la loro funzione
restano essenzialmente identici nella concezione tradizionale. E ciò è vero non
solo per ogni scienza, ma anche per ogni arte, in quanto ogni arte può avere un
valore propriamente simbolico che la rende atta a fornire dei «supporti» per la
meditazione; in più le sue regole, al pari delle leggi che costituiscono
l’oggetto della conoscenza scientifica, sono riflessi e applicazioni dei
principi fondamentali. Così in ogni civiltà normale si trovano sempre delle
«arti tradizionali», ignote agli Occidentali moderni non meno delle «scienze
tradizionali»[27]. La verità è che, in
realtà, non esiste un «dominio profano» in un certo modo contrapposto al
«dominio sacro»: esiste solo un «punto di vista profano», il quale propriamente
non è altro se non il punto di vista dell’ignoranza[28].
Per questo la «scienza profana» potrebbe esser giustamente considerata come un
«sapere ignorante»: sapere d’ordine inferiore, tenentesi tutto al livello della
realtà più bassa, e sapere che ignora tutto quel che lo trascende, che ignora
ogni finalità più alta, come pure ogni principio che potrebbe assicurargli un
posto legittimo, anche se umile, in un dato ordine della conoscenza integrale.
Noi abbiamo dunque a che fare con una scienza che, essendo irrimediabilmente
chiusa nel dominio relativo e limitato in cui ha voluto proclamarsi
indipendente, e avendo con ciò troncato ogni comunicazione con la verità
trascendente e la conoscenza suprema, non è più che una conoscenza vana e
illusoria la quale, invero, non parte da nulla e non conduce a nulla.
Questa
esposizione permetterà di comprendere tutto quel che manca al mondo moderno nei
riguardi della scienza e come quella scienza, di cui esso è tanto fiero,
rappresenti solo una semplice deviazione e quasi un rifiuto della scienza vera,
la quale, per noi, si identifica interamente a ciò che noi abbiamo chiamato
«scienza sacra» o «scienza tradizionale». La scienza moderna, procedendo da una
limitazione arbitraria della conoscenza ad un certo piano particolare, che è il
più basso di tutti, al piano cioè della realtà materiale o sensibile, ha
perduto con una tale limitazione e con le conseguenze immediate di essa ogni
valore intellettuale, almeno se si dà all’intellettualità la pienezza del suo
vero senso e ci si rifiuta di aderire all’errore «razionalista», per cui si
identifica l’intelligenza pura alla ragione, o, il che è lo stesso, di negare
l’intuizione intellettuale. Alla base di questo errore, come pure di una gran
parte degli altri errori moderni, e alla radice stessa dell’intera deviazione
della scienza ora considerata, sta quel che si può chiamare l’«individualismo».
L’«individualismo» si identifica allo stesso spirito antitradizionale e le sue
manifestazioni multiple, in tutti i vari domini, costituiscono uno dei fattori
più importanti del disordine dell’epoca nostra. È questo «individualismo» che
noi ora dobbiamo esaminare più da vicino.
5.
CRITICA DELL’INDIVIDUALISMO
Ciò che noi
intendiamo per «individualismo» è la negazione di ogni principio superiore
all’individualità e quindi la riduzione della civiltà, in ogni suo dominio, ai
suoi soli elementi puramente umani. In fondo, si tratta della stessa attitudine
che, come si è visto, all’epoca della Rinascenza fu designata col nome di
«umanesimo» e che sta a caratterizzare quel che poco fa abbiamo chiamato il
«punto di vista profano»: tutto ciò rappresentando in fondo una sola e medesima
cosa sotto designazioni diverse. Ed abbiamo anche detto che cotesto spirito
«profano» si confonde con lo spirito antitradizionale, il quale riprende in sé
tutte le tendenze specificamente moderne. Certo, un tale spirito non può dirsi
nuovo: già in altre epoche vi furono manifestazioni più o meno accentuate di
esso, ma esse furono sempre limitate e sempre vennero considerate come
aberranti, e mai si estesero tanto da pervadere tutta una civiltà, come è
accaduto per l’Occidente negli ultimi secoli. Quel che finora mai si era visto,
è una civiltà poggiante tutta su qualcosa di affatto negativo, su ciò che si
potrebbe dire una assenza di principio. Proprio questo dà al mondo moderno il
suo carattere anormale, facendone una specie di mostruosità spiegabile solo se
la si considera come corrispondente alla fine di un periodo ciclico, secondo
quanto abbiamo esposto all’inizio. Proprio l’individualismo, come ora l’abbiamo
definito, è la causa determinante della decadenza attuale dell’Occidente, per
il fatto stesso che in un certo qual modo esso è stato il motore dello sviluppo
esclusivo delle possibilità più inferiori dell’umanità, di quelle il cui
dispiegamento non richiede l’intervento di nessun elemento superumano e che
pertanto possono svolgersi completamente solo quando un tale elemento manca,
giacché esse sono l’opposto di ogni spiritualità e di ogni vera
intellettualità.
L’individualismo
implica anzitutto la negazione dell’intuizione intellettuale ‑ inquantoché
questa è essenzialmente una facoltà superindividuale ‑ e dell’ordine della
conoscenza che costituisce il dominio proprio a tale intuizione, cioè della
metafisica intesa nel suo vero senso di sapere superfilosofico e
superrazionale. A tale riguardo teniamo fermo che tutto quel che i filosofi
moderni designano con questo stesso nome di metafisica, quand’anche essi
ammettano qualcosa che abbia un tal nome, non ha assolutamente nulla in comune
con la metafisica vera: si tratta solo di costruzioni razionali o di ipotesi immaginative,
epperò di concezioni affatto individuali, la gran parte delle quali,
d’altronde, riporta semplicemente al dominio «fisico», cioè al dominio della
natura. Perfino quando in tali costruzioni si incontra qualche quistione che
potrebbe effettivamente riconnettersi all’ordine metafisico, il modo con cui
essa viene considerata e trattata la riduce ancora una volta ad essere solo una
«pseudo-metafisica» e ne rende pertanto impossibile ogni soluzione reale e
valida. Sembra perfino che ai filosofi importi assai più porre dei «problemi»,
siano pur essi artificiali e illusori, che non risolverli: il che costituisce
un aspetto del bisogno disordinato della ricerca per la ricerca, cioè
dell’agitazione più vana, nell’ordine mentale non meno che nell’ordine
corporeo. A questi stessi filosofi interessa altresì legare il loro nome ad un
«sistema», cioè ad un insieme di teorie strettamente delimitato, che sia il
loro e non significhi altro che l’opera loro. Donde il desiderio di esser
originali ad ogni costo, perfino se la verità dovesse venir sacrificata a
siffatta originalità. Per la reputazione di un filosofo vale assai più
inventare un errore nuovo che ripetere una verità già espressa da altri. Questa
forma di individualismo, cui si devono tanti «sistemi» contradittori fra loro,
se non pure in sé stessi, si ritrova peraltro in egual misura fra gli
scienziati e gli artisti moderni. Ma è forse fra i filosofi che l’anarchia
intellettuale, che ne è la conseguenza inevitabile, spicca più nettamente.
In una civiltà
tradizionale è quasi inconcepibile che un uomo pretenda di rivendicare la
proprietà di una idea e, in ogni caso, in essa chi così facesse, con ciò stesso
si priverebbe di ogni credito e di ogni autorità, poiché condannerebbe l’idea a
non esser più che una specie di fantasia senza alcuna reale portata. Se una
idea è vera, essa appartiene in egual modo a tutti coloro che sono capaci di
comprenderla; se è falsa, non c’è da gloriarsi di averla inventata. Una idea
vera non può essere «nuova», poiché la verità non è un prodotto dello spirito
umano, essa esiste indipendentemente da noi, e noi abbiamo solo da conoscerla.
Fuor da tale
conoscenza, non può esservi che l’errore. Ma, in fondo, forse che i moderni si
preoccupano ancora della verità e sanno ancora ciò che essa significa? Anche a
tale riguardo le parole hanno perduto il loro senso, giacché alcuni, come i
«pragmatisti» contemporanei, giungono a dare abusivamente il nome di «verità» a
quel che è semplicemente l’utilità pratica, cioè qualcosa di interamente
estraneo all’ordine intellettuale: conclusione logica della deviazione moderna,
ciò rappresenta la negazione della verità stessa, come pure dell’intelligenza,
di cui essa è l’oggetto proprio. Ma per non anticipare, nel riguardo
limitiamoci a rilevar di nuovo che l’individualismo di questo genere è la
sorgente delle illusioni concernenti la parte relativa ai «grandi uomini», o
presunti «grandi uomini»: il «genio», inteso in senso «profano» e «umanistico»,
è in realtà ben poca cosa e in nessun modo può supplire alla mancanza di una
conoscenza vera.
Avendo parlato della
filosofia, notiamo ancora, senza entrare nei dettagli, qualcuna delle
conseguenze dell’individualismo in questo dominio. Una volta negata
l’intuizione intellettuale, la prima conseguenza è stata un porre la ragione al
disopra di tutto, un far di questa facoltà puramente umana e relativa la parte
superiore dell’intelligenza, se non pure un ridurre ad essa l’intera
intelligenza. È il «razionalismo», il vero fondatore del quale è stato
Descartes. Questa limitazione dell’intelligenza non fu che una prima tappa. La
ragione stessa non doveva tardare ad esser sempre più abbassata ad una funzione
soprattutto pratica, via via che le applicazioni andarono scavalcando le
scienze ancora suscettibili d’avere un certo carattere speculativo: e già Descartes,
in fondo, si era preoccupato assai più di queste applicazioni pratiche che non
della scienza pura. Ma non è tutto: l’individualismo porta inevitabilmente con
sé il «naturalismo», giacché tutto quel che trascende la natura per ciò stesso
si sottrae alla presa dell’individuo, come tale: «naturalismo» o negazione
della metafisica, è una sola e medesima cosa, e una volta disconosciuta
l’intuizione intellettuale nessuna metafisica resta più possibile.
Ma mentre alcuni si
ostinano malgrado tutto a costruire una qualunque «pseudometafisica», altri
riconoscono più francamente questa impossibilità. Donde il «relativismo» in
tutte le sue forme, dal «criticismo» di Kant al «positivismo» di Auguste Comte.
E la ragione essendo affatto relativa e non potendo applicarsi in modo valido
che ad un dominio parimenti relativo, sta invero di fatto che il «relativismo»
è la sola logica conseguenza del «razionalismo». Quest’ultimo, del resto,
doveva finire con l’autodistruggersi: «natura» e «divenire», come è stato
notato poco fa, sono in realtà sinonimi: un «naturalismo» coerente non può
dunque essere che una di quelle «filosofie del divenire» di cui abbiamo già
parlato e il cui tipo specificamente moderno è l’«evoluzionismo». Ma proprio
quest’ultimo doveva alla fine ritorcersi contro il «razionalismo» rimproverando
alla ragione di non sapersi applicare adeguatamente a tutto quel che è solo
mutamento e pura molteplicità, né contenere nei suoi concetti l’indefinita complessità
delle cose sensibili e l’irrazionalità delle potenze vitali. Tale è infatti la
posizione assunta sia da quella forma di «evoluzionismo» che è
l’«intuizionismo» bergsoniano, sia dalle varietà del nuovo irrazionalismo che,
naturalmente, non sono meno antimetafisiche del «razionalismo» e, se esse
criticano giustamente quest’ultimo, cadono ancor più in basso facendo appello a
facoltà propriamente sub-razionali e ad una intuizione sensibile d’altronde
assai male definita e più o meno impregnata d’imaginazione, d’istinto e di
sentimento.
Assai significativo è
che qui non si tratta ormai più nemmeno di «verità», ma solo di «vita» o di una
realtà riportata al solo ordine sensibile e concepita come qualcosa di
essenzialmente mobile e instabile. L’intelligenza, con simili teorie, è davvero
ridotta alla sua parte più bassa e la stessa ragione viene ammessa solo in
quanto essa volge a forgiare la materia per usi pratici. Dopo di che, restava
un solo passo da fare: negare definitivamente l’intelligenza e la conoscenza,
sostituire l’«utilità» alla «verità». Ecco il «pragmatismo», cui abbiamo alluso
poco fa: e qui noi non ci troviamo più nemmeno nell’umano puro e semplice come
nel caso del «razionalismo», noi siamo veramente nel sub-umano con l’appello al
«subcosciente» che segna il capovolgimento completo di ogni gerarchia normale.
Tale è, nelle grandi linee, la marcia che la filosofia «profana» lasciata a sé
stessa e intesa a ridurre ogni conoscenza al suo orizzonte, doveva fatalmente
compiere e che essa ha infatti compiuta. Finché esisteva una conoscenza
superiore, non poteva accadere nulla di simile, poiché la filosofia era almeno
costretta a non negare e a rispettare quel che essa ignorava. Ma nel punto
dello scomparire della conoscenza superiore, la sua negazione, che
corrispondeva allo stato di fatto, fu presto eretta in sistema, ed è da ciò che
tutta la filosofia moderna ha preso le mosse.
Ma basta circa la
filosofia, alla quale non bisogna attribuire un’importanza eccessiva, quale si
sia il posto che essa sembra avere nel mondo moderno. Dal punto di vista in cui
noi ci poniamo, essa interessa soprattutto per il suo esprimere nella forma più
precisa le tendenze dell’uno o dell’altro momento, e non perché essa crei
veramente tali tendenze: se si può dire che essa le dirige fino ad un certo
punto, ciò accade solo in modo secondario e in un secondo tempo. Così è sì
certo che tutta la filosofia moderna prende origine da Descartes: ma
l’influenza che questi ha esercitato anzitutto sulla sua epoca, e poi sulle
successive, e che non si è ristretta ai soli filosofi, non sarebbe stata
possibile se le sue concezioni non avessero corrisposto a tendenze
preesistenti, le quali erano insomma quelle della generalità dei suoi
contemporanei. Lo spirito moderno ha ritrovato sé stesso nel cartesianismo e,
attraverso di esso, ha preso una coscienza di sé più chiara di quella di ogni
precedente era. D’altronde in qualunque campo ogni movimento avente una
importanza analoga a quella che nel dominio filosofico ebbe il cartesianismo, è
sempre assai più una risultante che non un vero punto di partenza: non è
qualcosa di spontaneo, ma il prodotto di tutto un lavorio latente e diffuso. Se
un uomo come Descartes rappresenta in modo particolare la deviazione moderna ‑
e può ben dirsi che egli in un certo modo e da un certo punto di vista l’abbia
incarnata ‑, egli non ne è certo né il solo né il primo responsabile, e
bisognerebbe risalire assai più lontano per trovare le radici di questa
deviazione. Del pari, la Rinascenza e la Riforma, le quali vengono spesso
considerate come le prime grandi manifestazioni dello spirito moderno, più che
provocare il distacco dalla tradizione, lo hanno condotto a termine: per noi,
l’inizio di questo distacco risale al XIV secolo ed è da là, e non uno o due
secoli dopo, che in realtà bisogna far cominciare i tempi moderni.
Su tale distacco
dalla tradizione dobbiamo ancora insistere, poiché da esso è nato il mondo
moderno, le cui caratteristiche potrebbero esser ricondotte ad una sola, alla
opposizione contro lo spirito tradizionale; e la negazione della tradizione è,
di nuovo, l’individualismo. Ciò, del resto, concorda perfettamente con quanto
precede, avendo noi spiegato come l’intuizione intellettuale e la dottrina
metafisica pura siano alla base e al principio di ogni civiltà tradizionale.
Non appena si nega il principio, anche le conseguenze, almeno implicitamente,
restano negate e così tutto l’insieme di quel che merita per davvero il nome di
tradizione si trova distrutto. Si è già visto che cosa è accaduto, nel
riguardo, per la scienza: non torneremo dunque su ciò, e considereremo un altro
lato della quistione, in cui le manifestazioni dello spirito antitradizionale
sono forse visibili ancor più chiaramente, trattandosi di mutamenti che han
toccato direttamente la stessa massa occidentale. Infatti le «scienze tradizionali»
del Medioevo erano riservate ad una élite più o meno ristretta e alcune
di esse erano perfino la prerogativa esclusiva di scuole assai chiuse,
costituendo un «esoterismo» nel senso più stretto del termine. Ma in altra
parte della tradizione vi era qualcosa di comune a tutti indistintamente e noi
ora vogliamo parlare appunto di tale parte più esteriore. Esteriormente, la
tradizione occidentale in quel tempo era una tradizione di forma specificamente
religiosa, rappresentata dal Cattolicesimo: è dunque nel campo religioso che
noi dobbiamo esaminare la rivolta contro lo spirito tradizionale, rivolta che,
nel punto del suo assumere una forma definita, si chiamò Protestantesimo. È
facile rendersi conto che qui si tratta di una manifestazione dell’individualismo,
tanto che la Riforma la si potrebbe dire l’individualismo stesso applicato alla
religione. A costituire il Protestantesimo, come pure il mondo moderno in
genere, è solo una negazione, quella negazione dei principi che è l’essenza
stessa dell’individualismo: e qui si ha ancora un esempio fra i più tipici
dello stato di anarchia e di dissoluzione che sempre ne consegue.
Chi dice
individualismo dice necessariamente rifiuto di ammettere ogni autorità
superiore all’individuo come pure ogni facoltà conoscitiva superiore alla
ragione individuale: le due cose essendo inseparabili. Di conseguenza, lo
spirito moderno doveva rigettare ogni autorità spirituale nel senso vero della
parola, cioè ogni autorità traente la sua origine dall’ordine superumano, e
così pure ogni organizzazione tradizionale: perché una organizzazione del
genere sempre si basa su tale autorità, quale si sia poi la forma ‑
naturalmente diversa a seconda delle varie civiltà ‑ da essa rivestita. È
proprio quel che è accaduto: all’autorità dell’organizzazione qualificata per
interpretare legittimamente la tradizione religiosa dell’Occidente il
Protestantesimo pretese di sostituire quel che esso chiamò il «libero esame»,
cioè la interpretazione abbandonata all’arbitrio di ciascuno, perfino degli
ignoranti e degli incompetenti, e fondata unicamente sull’uso della ragione
umana. Fu dunque l’equivalente religioso di quel che, in filosofia, doveva
essere il «razionalismo»: fu la porta dischiusa ad ogni discussione, ad ogni
divergenza, ad ogni deviazione. E il risultato fu quel che doveva essere: la
dispersione in una molteplicità sempre maggiore di sette, ciascuna delle quali
rappresenta solo la particolare opinione di un dato gruppo di individui. In
tali condizioni essendo impossibile intendersi sul campo della dottrina, questa
passò presto in second’ordine, e a prendere il primo posto fu il lato
secondario della religione, cioè la morale. Donde la degenerescenza della
religione in «moralismo», così visibile nel Protestantesimo attuale. È un
fenomeno parallelo a quello già da noi indicato nella filosofia: la
dissoluzione dottrinale, la scomparsa degli elementi intellettuali della
religione ha portato con sé questa inevitabile conseguenza; partendo dal
«razionalismo», si doveva cadere nel «sentimentalismo» ed è nei paesi
anglosassoni che, nel riguardo, si possono trovare gli esempi più tipici. Con
il che non si tratta più di religione ‑ di una religione sia pure menomata e
deformata ‑ bensì solo di «religiosità», ossia di vaghe aspirazioni
sentimentali non giustificate da alcuna conoscenza reale. A quest’ultimo stadio
corrispondono teorie, come quelle dell’«esperienza religiosa» di William James,
il quale giunge fino a vedere nel «subcosciente» il mezzo con cui l’uomo può
entrare in comunicazione col divino. Qui gli ultimi prodotti della decadenza
religiosa si fondono con quelli della decadenza filosofica: l’«esperienza
religiosa» si aggrega al «pragmatismo», in nome del quale si afferma che l’idea
di un Dio limitato è più «vantaggiosa» di quella del Dio infinito, perché per
un tale Dio si possono provare sentimenti simili a quelli che si nutrono per un
uomo superiore. In pari tempo il riferimento al «subcosciente» permette di
riconnettersi con lo spiritismo e con tutte quelle altre «pseudo-religioni»
caratteristiche dell’epoca nostra, che abbiamo esaminate e smascherate in altre
nostre opere[29]. Dall’altro lato, la morale protestante,
eliminando sempre più ogni base dottrinale, finisce col degenerare in quel che
si chiama la «morale laica», la quale conta fra i suoi partigiani tutte le
varietà del «Protestantismo liberale», come pure gli aperti avversari di ogni
idea religiosa. In fondo, negli uni e negli altri predominano le stesse
tendenze, la sola differenza essendo che non tutti si spingono egualmente oltre
nello sviluppo logico di quel che esse implicano.
La religione essendo
propriamente una forma di tradizione, lo spirito antitradizionale non può
infatti essere che antireligioso: esso comincia con lo snaturare la religione
e, se lo può, finisce col negarla interamente. Il Protestantesimo è illogico
inquantoché, pur sforzandosi di «umanizzare» la religione, lascia malgrado
tutto sussistere, almeno in teoria, un elemento superumano, che è la
rivelazione. Esso non osa spingere fino in fondo la negazione, ma, abbandonando
questa rivelazione a tutte le discussioni che sono conseguenza di
interpretazioni puramente umane, la riduce effettivamente a non esser quasi
nulla. E nel vedere persone che, pur persistendo nel dirsi «cristiane», non
ammettono più nemmeno la divinità del Cristo, è lecito pensare che costoro,
forse senza sospettarlo, sono assai più vicine alla negazione completa che non
al vero Cristianesimo. Simili contradizioni non debbono tuttavia stupir troppo,
ciò essendo, su tutti i piani, uno dei sintomi della nostra epoca di disordine
e di confusione, allo stesso modo che la divisione incessante del
Protestantesimo è solo una delle numerose manifestazioni di quella dispersione
nel molteplice che, come si è detto, si ritrova dappertutto nella vita e nella
scienza moderna. D’altra parte, è naturale che il Protestantesimo, con lo
spirito di negazione che lo anima. abbia dato luogo a quella «critica»
dissolutrice che, nelle mani di pretesi «storici della religione», è divenuta
un cavallo di battaglia contro ogni religione; onde, pur pretendendo di non riconoscere
altra autorità fuor dei Libri sacri, il Protestantesimo ha contribuito in larga
misura alla distruzione di questa stessa autorità, cioè del minimo di
tradizione che esso ancora conservava. La rivolta contro lo spirito
tradizionale, una volta cominciata, non poteva fermarsi a metà strada.
Qui si potrebbe fare
una obiezione: Non sarebbe stato possibile che, pur separandosi
dall’organizzazione cattolica, il Protestantesimo, nel suo ammettere i Libri
sacri, conservasse la dottrina tradizionale in essi contenuta? Proprio la
premessa del «libero esame», ipotesi che permette ogni fantasia individuale, lo
esclude del tutto. Il deposito della dottrina presuppone, del resto, un
insegnamento tradizionale organizzato, mediante il quale si conservi
l’interpretazione ortodossa e infatti nel mondo occidentale un tale
insegnamento si identificava al Cattolicesimo. In altre civiltà organizzazioni
di forma assai diversa possono adempiere alla stessa funzione: ma qui noi
trattiamo della civiltà occidentale, con le sue speciali condizioni. Non si può
dunque obiettare che per esempio in India non esiste alcuna istituzione
paragonabile al Papato: il caso è affatto diverso, anzitutto perché in India la
forma della tradizione non è religiosa nel senso occidentale del termine, per
cui il modo con cui la dottrina si conserva e si trasmette non è lo stesso; in
secondo luogo, perché lo spirito indù essendo ben diverso dallo spirito
europeo, nel primo caso la tradizione può avere da per sé stessa una potenza
che nel secondo caso non le sarebbe possibile senza l’appoggio di una
organizzazione definita assai più strettamente nella sua costituzione esterna.
Noi abbiamo già detto che dopo l’avvento del Cristianesimo la tradizione
occidentale doveva necessariamente rivestire una forma religiosa; qui sarebbe
lungo spiegarne tutte le ragioni, poiché esse possono esser pienamente comprese
solo riferendosi a considerazioni alquanto complesse. È uno stato di fatto, di
cui non si può non tener conto[30], per cui dobbiamo anche accettare tutte le
conseguenze che ne derivano circa l’organizzazione adatta per una simile forma
tradizionale.
D’altra parte, come
dicevamo più su, non v’è dubbio che solo nel Cattolicesimo si è mantenuto quel
tanto di spirito tradizionale che, malgrado tutto, sussiste ancora in
Occidente. Si può dunque dire che almeno nel Cattolicesimo la tradizione si è
conservata integralmente, fuor da ogni presa dello spirito moderno? Non sembra,
purtroppo, che proprio così stiano le cose: o, per parlare più esattamente, se
il deposito della tradizione è restato intatto, il che è già molto. è però
assai problematico che il suo senso profondo sia ancora compreso veramente, sia
pure da una esigua élite, l’esistenza della quale si manifesterebbe
senza dubbio attraverso un’azione o, meglio, attraverso una influenza, che a
noi però non è dato affatto di constatare. È dunque probabile che si tratti di
quel che noi vorremmo chiamare una conservazione allo stato latente,
permettente sempre, a coloro che ne sono capaci, di ritrovare il senso della
tradizione perfino nel caso in cui nessuno ne fosse più cosciente. D’altronde,
fuor dal dominio religioso, nel mondo occidentale si trovano qua e là segni o
simboli provenienti da antiche dottrine tradizionali, segni e simboli che non
sono compresi ma che purtuttavia si sono conservati. Pertanto un contatto con
lo spirito tradizionale pienamente vivente è necessario per ridestare ciò che
esiste in un simile stato di sonno, per restaurare la comprensione perduta: e,
diciamolo ancora una volta, è soprattutto in ciò che l’Occidente avrà bisogno
dell’aiuto dell’Oriente, dato che voglia riconquistare la coscienza della sua
propria tradizione.
Quel che abbiamo ora
detto si riferisce propriamente alle possibilità che il Cattolicesimo, in virtù
del suo principio, contiene in sé in modo costante e inalterabile: e a tale
riguardo l’influenza dello spirito moderno si ridurrà a impedire, per un periodo
più o meno lungo, che certe cose vengano effettivamente comprese. Se invece ci
si dovesse riferire allo stato attuale del Cattolicesimo, ossia al modo con cui
esso viene concepito dalla grande maggioranza dei suoi stessi seguaci, si
sarebbe costretti a constatare un’azione più positiva dello spirito moderno, se
è lecito esprimersi così nei riguardi di qualcosa che, in realtà, è
essenzialmente negativo.
Qui noi non abbiamo
solo in vista movimenti già sufficientemente definiti, come quello a cui si è
dato proprio il nome di «modernismo» e che è stato un semplice tentativo,
fortunatamente abortito, d’infiltrazione dello spirito protestantico
all’interno della stessa Chiesa cattolica: è soprattutto uno stato d’animo
assai più generale, più diffuso e più difficilmente afferrabile, quindi ancor
più pericoloso, e anzi tanto più pericoloso, per quanto più coloro che vi
soggiacciono non se ne rendono affatto conto: poiché ci si può credere
sinceramente religiosi e non esserlo, in fondo, per nulla, e ci si può dire
«tradizionalisti» senza avere la menoma idea del vero spirito tradizionale ‑
altri sintomi, questi, del disordine mentale della nostra epoca. Lo stato
d’animo cui alludiamo è anzitutto quello che consiste nel «minimizzare» ‑ se
così si può dire ‑ la religione, nel farne qualcosa di laterale, cui si assegna
un posto ben delimitato e ristretto il più possibile; nel ridurla a qualcosa di
privo d’ogni influenza reale sul resto dell’esistenza e da esso isolato come da
una specie di compartimento stagno. Oggi son forse molti i cattolici che nella
loro vita corrente abbiano modi di pensare e di agire sensibilmente diversi da
quelli dei loro contemporanei più «a-religiosi»? Ma non basta: si tratta anche
dell’ignoranza quasi completa del punto di vista dottrinale e
dell’indifferentismo rispetto a tutto quel che ad esso si riferisce. La
religione per molti è semplicemente una faccenda di «pratica», di abitudine, per
non dire di routine, e ci si astiene accuratamente dal cercare di
comprendervi alcunché, si giunge perfino a pensare che è inutile comprendere, o
forse che non c’è nulla da comprendere. Del resto, se si capisse davvero la
religione, sarebbe possibile accordarle un posto così meschino nell’insieme dei
propri interessi? La dottrina viene effettivamente negata o ridotta a quasi
nulla, il che ricorda singolarmente la concezione protestante, trattandosi di
un effetto delle stesse tendenze moderne, opposte ad ogni intellettualità. La
cosa più deplorevole è che l’insegnamento comunemente impartito, invece di
reagire contro questo stato d’animo, lo favorisce adattandovisi fin troppo
volentieri: si parla sempre di morale, non si parla quasi mai di dottrina col
pretesto di non esser compresi: la religione attualmente sta confondendosi col
«moralismo»; sembra che nessuno voglia più capire quel che essa è realmente,
ossia che essa è tutt’altro di un moralismo. Se talvolta viene ancor fatto di
parlare di dottrina, troppo spesso è solo per abbassarla discutendo con
avversari sul loro stesso terreno «profano», cosa che conduce inevitabilmente
alle concessioni più ingiustificate. Per cui, ad esempio, ci si crede obbligati
di tener conto, in misura più o meno ampia, dei pretesi risultati della
«critica» moderna, mentre, ponendosi da un diverso punto di vista, sarebbe fin
troppo facile mostrare tutta l’inanità di questa stessa critica. Così stando o
così perdurando le cose, che cosa può realmente restare del vero spirito tradizionale?
Questa digressione, a
cui siamo stati condotti dall’esame delle manifestazioni dell’individualismo
nel campo religioso, non ci sembra inutile, poiché essa mostra che, nel
riguardo, il male è anche più grave e esteso di quanto si potrebbe credere a
prima vista. D’altra parte, essa non ci allontana affatto dal problema che
consideravamo e a cui anzi la nostra ultima osservazione va direttamente a
connettersi, giacché è stato lo stesso individualismo a introdurre dappertutto
lo spirito di discussione. È difficilissimo far capire ai nostri contemporanei
che vi son cose le quali, per la loro stessa natura, non sono da discutersi.
Invece di cercare di innalzarsi fino alla verità, l’uomo moderno pretende di
farla scendere fino al proprio livello: ed è senza dubbio per questo che molti,
non appena sentono parlare di «scienze tradizionali» o di metafisica pura,
credono trattarsi solo di «scienza profana» e di «filosofia». Nel campo delle
opinioni individuali si può sempre discutere, poiché si resta sempre nell’ordine
razionale e, dato che non ci si rifà ad alcun principio superiore, si possono
facilmente trovare argomenti più o meno validi per sostenere il pro ed il
contro di ogni tesi. In molti casi si può perfino sviluppare indefinitamente la
discussione senza giungere a nessuna soluzione, ed è per tal via che quasi
tutta la filosofia moderna si riduce ad equivoci e a problemi mal posti. Lungi
dal chiarire le quistioni, come di solito si crede, la discussione spesso vale
solo a spostarle, quand’anche non a imbrogliarle ulteriormente. E il risultato
più comune è che ognuno, sforzandosi di convincere il proprio avversario, si
attacca più che mai alla propria opinione e vi si chiude in modo ancor più
esclusivista. Qui, in fondo, non si mira alla conoscenza della verità, ma si
cerca di aver ragione ad ogni costo o almeno di autopersuadersi di aver avuto
ragione nel caso che non si sia riusciti a persuadere gli altri: caso che
peraltro dispiacerà ancor più, per il fatto che qui sempre si manifesta quel
bisogno di «proselitismo» che è ancora uno degli elementi più caratteristici
dello spirito occidentale. Talvolta l’individualismo, nel senso più comune e
volgare del termine, si palesa in modo ancor più evidente: così non si vedono
forse continuamente persone intese a giudicare l’opera di un uomo sulla base di
quel che esse sanno della sua vita privata, quasi come se fra le due cose
potesse esistere un qualche rapporto? Di passata, notiamo che la stessa
tendenza, unita alla mania per il dettaglio, dà luogo all’interesse per le minime
particolarità della vita dei «grandi uomini» e all’illusione di spiegare tutto
quel che essi han fatto mediante una specie di analisi «psico-fisiologica» e,
nelle ultime teorie in voga, «psicanalitica». Tutto questo è assai
significativo per chi vuol rendersi conto di quel che è veramente la mentalità
contemporanea.
Ma torniamo ancora un
momento sul vezzo di discutere introdotto in campi in cui esso è fuor di luogo,
e diciamo chiaramente questo: l’attitudine «apologetica» è, in sé stessa, una
attitudine quanto mai debole, perché puramente «difensiva» nel senso giuridico
del termine. Non per nulla essa viene designata con una espressione derivata da
«apologia», il cui significato proprio è la difesa fatta da un avvocato, tanto
che in lingue, come l’inglese, ha potuto perfino prendere il senso corrente di
«scusa». L’importanza preponderante accordata dal Cattolicesimo
all’«apologetica» è dunque segno incontestabile di una regressione dello
spirito religioso. È una debolezza che si fa ancor più grande quando
l’«apologetica» degenera ‑ come accennavamo poco fa ‑ in discussioni affatto
«profane» nel metodo e nel punto di vista, con le quali la religione vien
portata sullo stesso piano delle teorie filosofiche, scientifiche o
pseudo-scientifiche più contingenti e ipotetiche e nelle quali, per voler
apparire «concilianti», si finisce con l’ammettere in una certa misura
concezioni inventate solo per rovinare ogni religione. Chi agisce così, prova
di esser del tutto ignaro del vero carattere della dottrina di cui crede di
essere il rappresentante più o meno autorizzato. Chi è qualificato per parlare
in nome di una dottrina tradizionale non deve discutere con i «profani» e non
deve indulgere in una qualsiasi «polemica». Egli deve solo esporre la dottrina
così come è a coloro che possono comprenderla, denunciando in pari tempo l’errore
dovunque esso si trovi, facendolo risultare tale col proiettare su di esso la
luce della conoscenza vera. La sua funzione non è di suscitare una lotta e di
compromettere con essa la dottrina, ma di formulare quel giudizio di cui egli
ha la facoltà se davvero possiede i principi che debbono ispirarlo
infallibilmente Il dominio della lotta è quello dell’azione, è cioè il dominio
individuale e temporale; il «motore immobile» desta e dirige il movimento senza
esser da questo trasportato. La conoscenza illumina l’azione senza partecipare
alle vicissitudini di essa. Così ogni cosa resta sul suo piano, nel grado che
le corrisponde nella gerarchia universale.
Ma nel mondo della
decadenza moderna dove si potrebbe ancora trovare il concetto di una vera
gerarchia? Non vi e cosa, o persona che sia nel posto in cui dovrebbe trovarsi
normalmente. Gli uomini non riconoscono più alcuna autorità effettiva
nell’ordine spirituale, alcun potere legittimo in senso superiore e sacro
nell’ordine temporale. I «profani» si permettono di discutere su cose sacre, di
esse disconoscendo il carattere se non pure l’esistenza. È l’inferiore che
giudica il superiore, è l’ignoranza che impone limiti alla sapienza, è l’errore
che scalza la verità, è l’umano che si sostituisce al divino, è la terra che va
a predominare sul cielo, l’individuo facendosi la misura di tutte le cose e
pretendendo di dettare all’universo leggi tratte tutte dalla sua ragione
relativa e defettibile. «Guai a voi, guide cieche!» è detto nel Vangelo. Oggi
si vedono infatti dappertutto ciechi che [conducono altri ciechi e che li
porteranno fatalmente all’abisso, in una comune fine, se non verranno fermati
in tempo.
6.
IL CAOS SOCIALE – CRITICA DEL DEMOCRATISMO
In questo studio non
intendiamo trattare in modo speciale il punto di vista sociale, punto di vista
che ci interessa solo assai indirettamente, non rappresentando che una
applicazione alquanto lontana dei principi fondamentali. Così, non è nel
dominio sociale che in ogni caso potrebbe prendere inizio una essenziale
rettificazione del mondo moderno. Se questa rettificazione venisse infatti
attuata a rovescio, partendo dalle conseguenze anziché dai principi, essa
mancherebbe per forza di una base seria e sarebbe affatto illusoria. Nulla di
stabile potrebbe mai risultarne e bisognerebbe cominciar sempre di nuovo per
aver trascurato d’intendersi anzitutto circa le verità essenziali. Per cui, non
ci è possibile concedere alle contingenze politiche, anche dando a questa
parola il suo senso più ampio, altro valore se non quello di semplici segni
esteriori della mentalità di un’epoca. Ma per ciò stesso non possiamo nemmeno
passar del tutto sotto silenzio le manifestazioni del disordine moderno nel
dominio sociale propriamente detto, nelle loro forme più caratteristiche, che
giungono fino al periodo dell’immediato dopoguerra[31]: i fenomeni politico-sociali più recenti, in
parte di «reazione» o «controrivoluzione», per ora li lasceremo fuori di
considerazione, anche perché finora essi non hanno sviluppato tutte le loro
possibilità fino a dar materia ad un giudizio definitivo dal punto di vista in
cui noi qui ci poniamo esclusivamente, cioè da un punto di vista universale e
superpolitico.
Come si è detto poco
fa, allo stato attuale del mondo occidentale quasi nessuno si trova nel posto
che normalmente gli spetterebbe in base alla sua natura propria. Ciò si vuole
esprimere dicendo che le caste non esistono più, poiché la casta, intesa nel suo
senso vero e tradizionale, altro non è che la stessa natura individuale con
l’insieme delle attitudini speciali che essa implica e che predispongono ogni
uomo all’adempimento di una data funzione e non di un’altra. Quando l’accesso a
qualsiasi funzione non è più controllato da alcuna regola legittima, il
risultato inevitabile è che ognuno sarà portato a fare qualunque cosa e spesso
ciò per cui egli è meno dotato. La funzione che egli avrà nella società sarà
determinata, se non dal caso, giacché il caso in realtà non esiste, da qualcosa
che può sembrare il caso, cioè da un intreccio di circostanze accidentali di
ogni specie. L’ultimo a intervenire, sarà proprio il solo fattore che dovrebbe
contare in un simile caso, cioè la differenza di natura esistente fra gli
uomini. La causa di siffatto disordine è la denegazione di una tale differenza,
denegazione che implica quella di ogni gerarchia sociale. E una tale negazione,
che forse a tutta prima può essere stata appena cosciente e più pratica che
teorica, perché la confusione delle caste ha preceduto la loro completa
soppressione, o, in altre parole, perché si è disconosciuta la natura dei
singoli prima di finire col non tener alcun conto di essa ‑ una tale negazione,
diciamo, è stata costituita dai moderni in uno pseudo-principio sotto il nome
di «eguaglianza».
Ora, sarebbe troppo
facile mostrare che l’eguaglianza non può esistere in nessun caso, per la
semplice ragione che è impossibile che due esseri siano realmente distinti
eppure simili sotto ogni riguardo. Non meno facile sarebbe mettere in rilievo
tutte le conseguenze assurde che derivano da questa idea chimerica, in nome
della quale si è preteso di imporre dappertutto un completo uniformismo, ad
esempio impartendo a tutti un identico insegnamento, come se tutti fossero
egualmente capaci di capire le stesse cose e come se, per farle comprendere,
gli stessi metodi fossero adatti per tutti indistintamente. D’altronde, ci si
può chiedere se non si tratti più di «apprendere» che non di veramente
«comprendere», cioè se non si sia sostituita la memoria all’intelligenza nella
concezione affatto verbale e «libresca» del moderno insegnamento, il quale mira
solo ad accumulare nozioni elementari e eteroclite e nel quale la qualità resta
interamente sacrificata alla quantità, come accade dappertutto nel mondo
moderno per ragioni che chiariremo in seguito: si tratta sempre di una
dispersione nel molteplice. Nel riguardo, vi sarebbe molto da dire sui misfatti
democratici dell’«istruzione obbligatoria»: ma non è questo il luogo di
insistervi e, per non uscire dallo schema che ci siamo proposto, dobbiamo
limitarci a segnalare di passata questa conseguenza speciale delle teorie
«egualitarie» come uno di quegli elementi di disordine, che son divenuti troppo
numerosi per poterli enumerare tutti senza omissioni.
Naturalmente, quando
noi ci troviamo di fronte ad una idea, come quella dell’«eguaglianza», o del
«progresso», o di fronte agli altri «dogmi laici» che quasi tutti i nostri
contemporanei hanno accettato ciecamente e la maggior parte dei quali han
cominciato già a formularsi nettamente durante il XVIII secolo, non ci è
possibile ammettere che tali idee siano nate spontaneamente. Si tratta, in
fondo, di autentiche «suggestioni», nel senso più stretto della parola, che
peraltro poterono produrre un effetto solo in un ambiente già preparato a
riceverle. Se dunque esse non hanno creato lo stato d’animo complessivo che
caratterizza l’epoca moderna, hanno tuttavia contribuito ad alimentarlo e a
svilupparlo fino ad un punto, che altrimenti non sarebbe stato di certo
raggiunto. Se queste suggestioni venissero meno, la mentalità generale sarebbe
assai vicina a cambiar d’orientamento: per questo esse vengono così
accuratamente favorite da tutti coloro che hanno un qualche interesse a
protrarre il disordine, se non pure ad aggravarlo ‑ e tale è anche la ragione
per cui in tempi, nei quali si pretende di tutto sottoporre alla discussione,
queste suggestioni sono le sole cose che non si debbono mai discutere. Del
resto è difficile determinare esattamente il grado di sincerità di coloro che
si fanno i propagandisti di simili idee, e sapere in che misura certe persone
finiscono con l’essere prese dalle loro stesse menzogne e col suggestionarsi
all’atto di voler suggestionare gli altri. Spesso in una propaganda del genere
gli ingenui sono anzi gli strumenti migliori, perché vi portano una convinzione
che agli altri sarebbe alquanto difficile fingere, e che è facilmente
contagiosa. Ma dietro a tutto questo, almeno inizialmente, occorre che vi sia
stata una azione assai più cosciente, una direzione che può venir soltanto da
uomini sapienti perfettamente il fatto loro in ordine alle idee fatte circolare
in tal guisa. Noi abbiamo parlato di «idee», ma una tale parola qui calza assai
poco, essendo evidente che nella fattispecie non si tratta per nulla di idee
pure e nemmeno di alcunché che appartenga come che sia all’ordine
intellettuale. Si tratta, se si vuole, di idee false, ma sarebbe ancor meglio
chiamarle «pseudoidee», destinate soprattutto a provocare reazioni
sentimentali, questo essendo il mezzo più efficace e più facile per agire sulle
masse. Del resto, in questo ambito, le parole hanno una importanza maggiore dei
concetti che esse dovrebbero esprimere e la gran parte degli «idoli» moderni
non sono, invero, che parole, e noi ci troviamo dinanzi al curioso fenomeno
noto sotto il nome di «verbalismo»: la sonorità delle parole basta a dare una
illusione di pensiero.
L’influenza che gli
oratori demagogici esercitano sulle folle è, a tale riguardo, assai
caratteristica e non occorre studiarla da presso per rendersi conto che si
tratta di un procedimento di suggestione paragonabile in tutto e per tutto a
quello degli ipnotizzatori.
Ma senza soffermarci
ulteriormente su queste considerazioni, torniamo alle conseguenze della
negazione di ogni vera gerarchia e notiamo che allo stato attuale delle cose
non solo ogni uomo adempie alla sua funzione propria solo eccezionalmente e
quasi accidentalmente, mentre è proprio l’opposto che in via normale dovrebbe
essere l’eccezione; ma accade altresì che uno stesso individuo sia chiamato a
esercitare successivamente funzioni affatto diverse, quasi come se le sue
attitudini potessero venir cambiate a volontà. In un’epoca di
«specializzazione» ad oltranza, ciò può sembrare paradossale, ma pure così è,
specie nel mondo politico obbediente alle ideologie democratiche e liberali.
Se la competenza
degli «specialisti» è spesso illusoria e in ogni caso ristretta ad un dominio
limitatissimo, la fede in una tale competenza è tuttavia un fatto, per cui ci
si può chiedere come è che questa fede non abbia più parte alcuna quando si
tratta della carriera degli uomini politici, ove, in regime parlamentare,
l’incompetenza più completa ben di rado ha costituito un ostacolo. Tuttavia,
pensandoci sopra, ci si accorge facilmente che non v’è da stupirsi, che si
tratta insomma di un risultato naturalissimo della concezione «democratica», in
virtù della quale il potere viene dal basso e poggia essenzialmente sulla
maggioranza, cosa che ha per necessario corollario l’esclusione di ogni vera
competenza, dato che la competenza è sempre una superiorità, anche se relativa,
e può esser solo di pertinenza di una minoranza.
Qui qualche
spiegazione non sarà inutile per mettere in rilievo, da un lato, i sofismi
nascondentisi dietro l’idea «democratica», dall’altro, i legami che connettono
tale idea con tutto l’insieme della mentalità moderna. Dato il punto di vista
in cui ci poniamo, è quasi superfluo far rilevare che queste osservazioni
saranno formulate fuor da ogni quistione di partito e da ogni disputa politica.
Noi consideriamo queste cose in modo assolutamente disinteressato, come si
farebbe per qualsiasi altro oggetto di studio, cercando solo di renderci conto
il più chiaramente possibile di quel che vi è al fondo di tutto ciò; il che è
del resto la condizione necessaria e sufficiente per dissipare tutte le
illusioni che i moderni si sono fatte nel riguardo. Se, come è stato detto poco
fa circa le idee un po’ diverse, si tratta proprio di «suggestione», basterà
accorgersene e comprendere come la suggestione agisca, per impedire senz’altro
a quelle illusioni di svilupparsi e di attecchire. Contro cose del genere un
esame un po’ approfondito e puramente «oggettivo» ‑ come oggi si dice nel gergo
speciale preso in prestito dai filosofi tedeschi ‑ è assai più efficace che non
tutte le dichiarazioni sentimentali e le polemiche partigiane, che non provano
nulla e sono l’espressione di mere preferenze individuali.
L’argomento più
decisivo contro la «democrazia» si riduce a due parole: il superiore non può
promanare dall’inferiore, perché il più non può trarsi dal meno. Ciò è di un
rigore matematico assoluto, contro cui non v’è cosa che possa. Importa notare
che proprio lo stesso argomento, applicato ad un altro ordine, vale anche
contro il «materialismo»: concordanza per nulla fortuita, giacché le due
attitudini sono assai più connesse di quanto possa sembrare a prima vista. È
fin troppo evidente che il popolo non può conferire un potere che esso non
possiede. Il vero potere può solo venire dall’alto, ed è per questo, diciamolo
di passata, che esso può divenire legittimo solo attraverso la sanzione di
qualcosa di superiore all’ordine sociale, cioè di una autorità spirituale:
altrimenti è solo una contraffazione di potere, uno stato di fatto
ingiustificato perché mancante di un principio, e tale da dar luogo solo a
disordine e confusione. Questo capovolgimento di ogni gerarchia comincia non
appena il potere temporale vuole rendersi indipendente dall’autorità
spirituale, e poi subordinarla a sé, pretendendo di asservirla a finalità
materialisticamente politiche. Questa è la prima usurpazione che apre la via a
tutte le altre, e si potrebbe mostrare ad esempio che la regalità francese, a
partire dal XIV secolo, ha lavorato inconsciamente a preparare la Rivoluzione
che poi doveva rovesciarla. È un punto che noi abbiamo sviluppato in un altro
lavoro, per cui qui ci limitiamo a questo accenno sommario.
Definita come
l’autogoverno del popolo, la «democrazia» è una vera impossibilità, qualcosa
che non può nemmeno esistere come un fatto bruto, né nell’epoca nostra, né in
un’altra qualsiasi. Non bisogna farsi giocare dalle parole: è contradittorio
ammettere che stessi uomini possano essere ad un tempo governati e governanti
perché, usando il linguaggio aristotelico, uno stesso essere non può essere in
«atto» e in «potenza» simultaneamente e sotto lo stesso riguardo. La relazione
suppone necessariamente la presenza di due termini: non possono esservi dei
governati se non vi sono anche dei governanti, siano pur essi illegittimi e non
aventi altro diritto al potere oltre quello che essi stessi si sono arrogato.
Ma la grande abilità dei dirigenti democratici del mondo moderno sta nel far
credere al popolo che esso si governi da sé. E il popolo si lascia persuadere
volentieri, tanto più che così esso si sente adulato, mentre è incapace di
riflettere quanto occorre per accorgersi di una simile impossibilità. Per creare
questa illusione, si è inventato il «suffragio universale»: è l’opinione della
maggioranza come presunto principio della legge. Ciò di cui non ci si accorge,
è che l’opinione pubblica è qualcosa che si può facilissimamente dirigere e
modificare.
Per mezzo di adeguate
suggestioni in essa si possono sempre provocare delle correnti nell’uno o
nell’altro senso. Non ricordiamo più chi ha parlato di «fabbricare l’opinione»:
espressione giustissima, benché bisogna dire, da un altro lato, che i dirigenti
apparenti non sono sempre coloro che dispongono dei mezzi necessari per venire
a tanto. Quest’ultima osservazione spiega anche perché l’incompetenza degli
uomini politici più in vista sembra non aver avuto che un peso assai relativo
nel periodo demo-liberale cui alludiamo e là dove concezioni del genere ancor
oggi persistono. Ma poiché qui non ci siamo proposti di analizzare
l’ingranaggio di ciò che si potrebbe chiamare la «macchina per governare», ci
limiteremo a segnalare che questa stessa incompetenza offre il vantaggio di
alimentare la illusione in discorso: effettivamente solo in tali condizioni gli
uomini politici in quistione possono sembrare l’emanazione della maggioranza,
apparendo quasi come un’immagine di essa, giacché la maggioranza, quale si sia
la materia su cui è chiamata a pronunciarsi, sarà sempre costituita dagli
incompetenti, il cui numero è incomparabilmente più grande di quello degli
uomini capaci di decidere con piena cognizione di causa.
Ciò permette
senz’altro di dire che il principio, secondo cui la maggioranza dovrebbe dettar
legge, è essenzialmente sbagliato. Anche se un tale principio, per la forza
stessa delle cose, è solo teorico e non può corrispondere a nessuna realtà
effettiva, resta tuttavia da spiegare come è che esso abbia potuto far presa
sullo spirito moderno, resta da vedere quali sono le tendenze di quest’ultimo
alle quali esso corrisponde e che esso, almeno in apparenza, soddisfa. L’errore
più visibile è proprio quello or ora indicato: il parere della maggioranza non
può essere che la espressione dell’incompetenza, la quale poi risulta dalla
mancanza d’intelletto o dall’ignoranza pura e semplice. Qui si potrebbero fare
intervenire alcune osservazioni in fatto di «psicologia collettiva» ricordando
soprattutto il fatto ben noto, che in una folla l’insieme delle reazioni
mentali producentisi negli individui che ne fanno parte forma una risultante
che non corrisponde nemmeno al livello medio, bensì a quello degli elementi più
bassi. D’altra parte, vi sarebbe anche da rilevare che certi filosofi moderni
hanno voluto trasportare nell’ordine intellettuale la teoria «democratica» che
fa prevalere il parere della maggioranza, facendo di quel che essi chiamano il
«consenso universale» un preteso «criterio di verità». Anche supponendo che vi
siano effettivamente cose su cui tutti gli uomini siano d’accordo, questo
accordo, in sé stesso, non proverebbe proprio nulla. Inoltre anche se questa
unanimità esistesse ‑ cosa dubbia già per il fatto che vi saranno sempre uomini
che non hanno opinioni di sorta circa una data quistione e che tale quistione
non se la son mai posta ‑ sarebbe impossibile verificarla praticamente, per cui
quel che si invoca in favore di una opinione come segno della sua verità si
riduce ad esser soltanto l’assenso del maggior numero, riferentesi, per di più,
ad un ambiente necessariamente limitato nello spazio e nel tempo. In questo
dominio appare in modo ancor più chiaro che la teoria in quistione è priva di
base, perché qui è più facile isolarla dall’influenza del sentimento, che
invece ha quasi inevitabilmente una parte non appena si entri nel campo
politico. Proprio questa influenza è uno dei principali ostacoli per la
comprensione di certe cose, perfino in coloro la cui capacità intellettuale
sarebbe già più che sufficiente per pervenire senza fatica a tale comprensione.
Gli impulsi emotivi inibiscono la riflessione e una delle abilità più volgari
della politica demagogica moderna è quella che consiste nel trar partito da
tale incompatibilità.
Ma andiamo più in
fondo alla quistione: che cosa è propriamente cotesta legge del maggior numero
invocata dai governi moderni più o meno democratici come unica loro
giustificazione? È semplicemente la legge della materia e della forza bruta, la
legge stessa in virtù della quale una massa trasportata dal proprio peso
schiaccia tutto quel che incontra sulla sua via. Proprio qui si ha il punto
d’interferenza fra la concezione «democratica» e il «materialismo» e ciò che fa
si che quella concezione sia intimamente legata alla mentalità attuale. È il
completo capovolgimento dell’ordine normale, giacché è la proclamazione della
supremazia della molteplicità come tale, supremazia che effettivamente esiste
soltanto nel mondo materiale[32]. Invece nel mondo spirituale, e ancor più
semplicemente nell’ordine universale, l’unità sta al sommo della gerarchia,
essendo il principio donde procede ogni molteplicità[33]; ma quando il principio viene negato o viene
perduto di vista, non resta più che la molteplicità pura, identificantesi alla
stessa materia.
D’altra parte,
l’accenno ora fatto al peso è più di un semplice paragone, perché il peso, nel
dominio delle forze fisiche nel senso più comune del termine, rappresenta
effettivamente la tendenza discendente e compressiva, che crea nell’essere una
limitazione sempre più grande e che in pari tempo procede nella direzione della
molteplicità, figurata qui da una densità sempre maggiore[34]; ed è questa tendenza che indica il senso
secondo cui l’attività umana si è sviluppata a partir dall’epoca moderna. V’è
inoltre da notare che la materia, per via del suo potere di divisione e in pari
tempo di limitazione, è quel che la dottrina scolastica chiama «principio
d’individuazione», il che riallaccia le considerazioni ora esposte a quanto
abbiamo detto precedentemente circa l’individualismo. Proprio la tendenza ora
in quistione potrebbe dirsi la tendenza «individualizzante», quella secondo cui
si attua ciò che la tradizione giudeo-cristiana designa come la «caduta» degli
esseri separatisi dall’unità originaria[35]. La molteplicità considerata fuor dal suo
principio e come tale insuscettibile ad essere ricondotta all’unità,
nell’ordine sociale è la collettività concepita come la mera somma aritmetica
degli individui che la compongono, e che effettivamente è solo questa somma dal
momento che essa non è più connessa a nessun principio superiore agli
individui. Da tale punto di vista la legge della collettività è proprio la
legge del maggior numero su cui si basano le varietà dell’idea «democratica».
Su ciò, bisogna
fermarsi un istante per prevenire una possibile confusione. Parlando
dell’individualismo moderno abbiamo considerato quasi esclusivamente le sue
manifestazioni nell’ordine intellettuale. Si potrebbe credere che nell’ordine
sociale il caso sia ben diverso. Se infatti si prendesse il termine
«individualismo» nella sua accezione più ristretta si potrebbe esser tentati di
contrapporre la collettività all’individuo e di pensare che fenomeni, come la
parte sempre più invadente degli Stati collettivistici antiliberali e la
complessità crescente delle relative istituzioni sociali centralizzate, siano
il segno di una tendenza opposta all’individualismo. In realtà, non si tratta
di nulla di simile: la collettività altro non è che la somma degli individui e
come tale non è l’opposto di questi, come non lo è lo stesso Stato concepito
alla moderna, cioè come una semplice espressione della massa, in cui non si
riflette alcun principio superiore (caso-limite: lo Stato-massa autoritario del
sovietismo materialista). Ora, proprio la negazione di ogni principio
super-individuale costituisce l’individualismo quale noi lo abbiamo definito.
Se dunque nel campo sociale si verificano dei conflitti fra varie tendenze
derivanti tutte e in egual modo dallo spirito moderno, tali conflitti non sono
fra l’individualismo e qualcosa d’altro, ma solo fra le varietà multiple o le
multiple conseguenze cui lo stesso individualismo dà luogo; ed è facile
rendersi conto che, finché mancherà ogni principio capace di unificare realmente
dall’alto la molteplicità, tali conflitti saranno sempre più numerosi e più
gravi nella nostra epoca che non in un qualsiasi tempo passato, giacché chi
dice individualismo dice necessariamente divisione ‑ e questa divisione, con lo
stato di caos che essa ingenera, è la conseguenza fatale di ogni civiltà
soltanto materiale, la radice della divisione e della molteplicità essendo
propriamente la stessa materia.
Ciò detto, bisogna
insistere ancora su di una conseguenza immediata dell’idea «democratica» in
generale, e in particolare di quella «collettivista»: è la negazione dell’élite
intesa nella sua sola accezione legittima. Non per nulla «democrazia» si oppone
ad «aristocrazia», questa seconda parola, almeno quando è intesa nel suo senso
etimologico, designando precisamente il potere dell’élite. La quale,
quasi per definizione, non può essere che una minoranza, e la sua potenza o,
per dir meglio, la sua autorità, procedente dalla sua superiorità
intellettuale, non può avere nulla in comune con la forza numerica su cui
poggia la «democrazia», il carattere essenziale della quale è di sacrificare la
minoranza alla maggioranza epperò, come dicevamo poco fa, la qualità alla
quantità e l’élite alla massa. La funzione dirigente di una vera élite
e la sua stessa esistenza (poiché per essa esistere e avere una tale funzione
fa tutt’uno), sono radicalmente incompatibili con la «democrazia», che è
intimamente connessa alla concezione «egualitaria», cioè alla negazione di ogni
gerarchia: al fondo dell’idea «democratica» sta la pretesa che un qualunque
individuo equivalga all’altro per il fatto del loro essere uguali
numericamente, benché non possono esserlo che numericamente. Una élite
vera, l’abbiamo già detto, può essere soltanto intellettuale nel senso
superrazionalistico da noi sempre dato a questo termine: per cui la
«democrazia», e con essa ogni individualismo liberale e ogni collettivismo,
possono farsi largo solo là dove l’intellettualità pura non esiste più, come ne
è appunto il caso del mondo moderno. Solo che l’eguaglianza essendo impossibile
di fatto, e essendo praticamente impossibile sopprimere ogni differenza fra gli
uomini, ad onta di ogni opera di livellamento si finisce, con un curioso
illogismo, con l’inventare delle false élites, élites multiple,
che pretendono sostituirsi alla sola élite reale. E queste false élites
si basano sulla considerazione di superiorità varie, eminentemente relative e
contingenti, e sempre d’ordine materiale. Ci si può accorgere facilmente di ciò
notando come quasi dappertutto la distinzione sociale che oggi più conta è
quella basantesi sulla fortuna, sui beni, cioè su di una superiorità affatto
esteriore e d’ordine esclusivamente quantitativo; la sola, insomma, che sia
conciliabile con la «democrazia» perché procedente dal suo stesso punto di
vista. Vi è però da dire che anche coloro che attualmente si atteggiano ad
avversari di un simile stato di cose, nella misura in cui non facciano intervenire
alcun principio d’ordine superiore, restano incapaci di rimediare efficacemente
ad un tale disordine, quand’anche non rischiano di aggravarlo nel portarsi
ancor più oltre nello stesso senso.
Queste brevi
riflessioni riteniamo che basteranno per caratterizzare quel che nel mondo
sociale contemporaneo ha agito in modo più distruttivo e, in pari tempo, per
mostrare che in questo campo, come in ogni altro, vi è un solo mezzo per uscire
decisamente dal caos: restaurare l’intellettualità e ricostituire quindi una élite
che, nell’accezione superpolitica e nettamente metafisica da noi data a tale
termine, attualmente in Occidente deve considerarsi inesistente, non potendosi
dare quel nome a degli elementi isolati e senza coesione, i quali possono
soltanto rappresentare delle possibilità non ancora sviluppate. Infatti in tali
elementi si possono in genere trovare solo tendenze o aspirazioni, che li
portano indubbiamente a reagire contro lo spirito moderno, senza però che una
corrispondente influenza abbia modo di esercitarsi in modo effettivo. Quel che
loro manca è la vera conoscenza, sono i dati tradizionali, dati che non si
improvvisano e ai quali, specie in circostanze così sfavorevoli sotto ogni riguardo,
una intelligenza abbandonata a sé stessa può supplire solo assai
imperfettamente e debolmente. Non esistono dunque che sforzi dispersi, spesso
deviati causa la mancanza di principi e di orientamento dottrinale. Si potrebbe
dire che il mondo moderno si difende per mezzo della sua stessa dispersione, a
cui perfino i suoi avversari non sanno sottrarsi. E così andranno le cose
finché costoro si terranno sul terreno «profano», dove lo spirito moderno ha un
vantaggio evidente, essendo il suo terreno proprio e esclusivo: d’altronde, se
essi restano in questo campo, ciò non prova forse che un tale spirito, malgrado
tutto, conserva su di essi un notevole potere? Per questo tante persone, benché
animate di una buona volontà incontestabile, sono incapaci di comprendere che
occorre necessariamente cominciare dai principi e si ostinano a dissipare le
loro energie in questo o quel dominio relativo, sociale o simile, in cui in
tali condizioni nulla di durevole e di reale può esser compiuto. La vera élite
non dovrà invece intervenire direttamente in questi domini e nemmeno
mescolarsi all’azione esterna. Essa dirigerà tutto per mezzo di una influenza
impercettibile per l’uomo comune, tanto più profonda per quanto meno sarà
visibile. Se si pensa al potere di quelle suggestioni, di cui parlavamo poco
fa, le quali tuttavia non presuppongono nessuna vera intellettualità, si potrà
anche sospettare ciò che, a maggior ragione, sarebbe il potere di una influenza
come questa, esercitantesi in modo ancor più nascosto per via della sua stessa
natura, e traente la sua origine dall’intellettualità pura: potere che,
peraltro, invece di esser menomato dalla divisione inerente al molteplice e
dalla debolezza insita in tutto quel che è menzogna o illusione, sarebbe invece
intensificato dalla concentrazione nell’unità del principio e si
identificherebbe alla forza stessa della verità.
7.
UNA CIVILTÀ MATERIALE
Da quanto precede ci
sembra risultare già chiaro che gli Orientali e, con essi, tutti coloro che, in
genere, assumono un punto di vista tradizionale, hanno ogni ragione nel
rimproverare alla civiltà occidentale moderna di non essere che una civiltà
affatto materiale: è in questo senso che essa si è sviluppata esclusivamente e,
quale si sia il punto di vista dal quale la si consideri, ci si trova sempre di
fronte a conseguenze più o meno dirette di tale materializzazione. Tuttavia
occorre che noi completiamo quanto abbiamo detto nel riguardo, e anzitutto che
spieghiamo i diversi sensi secondo i quali una parola, come «materialismo», può
esser compresa. Avendo noi usata questa parola per caratterizzare il mondo
contemporaneo, alcuni, che non si credono affatto «materialisti» pur avendo la
pretesa di essere assai «moderni», non mancheranno infatti di protestare e di
persuadersi che si tratta di una vera calunnia. Una chiarificazione dunque
s’impone per prevenire tutti gli equivoci che, circa questo punto, potrebbero
sorgere.
È abbastanza
significativo che la parola stessa «materialismo» risalga appena al XVIII
secolo. Fu inventata dal filosofo Berkeley, che l’usò per designare ogni teoria
che ammette l’esistenza reale della materia: vi è appena bisogno di dire che
non si tratta di questo e che qui non ci poniamo per nulla il problema di una
tale esistenza. Un po’ più tardi la parola prese un senso più ristretto, che
poi sempre conservò: essa andò a caratterizzare la concezione secondo cui non
esiste altro che la materia e quel che da essa deriva. E vi è da notare la
novità di una simile concezione, il fatto che essa è essenzialmente un prodotto
dello spirito moderno e che quindi corrisponde ad una parte almeno delle tendenze
a questo proprie[36]. Ma è soprattutto in un altro senso, assai
più vasto e tuttavia ben preciso, che noi qui parliamo di «materialismo»: ciò
che con una tale parola vogliamo designare, è tutto uno stato d’animo
indipendente da qualsiasi teoria filosofica, del quale la concezione ora
indicata non è che una delle tante manifestazioni. Un tale stato d’animo è
quello di chi dà più o meno coscientemente la preponderanza alle cose d’ordine
materiale e alle preoccupazioni che vi si riferiscono, sia che queste
preoccupazioni conservino ancora una apparenza speculativa, sia che esse siano
puramente pratiche. Non si può seriamente contestare che proprio questa sia la
mentalità dell’immensa maggioranza dei nostri contemporanei.
Tutta la scienza
«profana» sviluppatasi negli ultimi secoli non è che uno studio del mondo
sensibile, essa resta chiusa in esso e i suoi metodi sono applicabili solo a
questo campo. Ma proprio tali metodi vengono proclamati «scientifici» di contro
ad ogni altro, cosa che equivale a negare ogni scienza non riferentesi alla
realtà materiale. Fra coloro che così pensano e perfino fra coloro che si sono
specialmente consacrati alle scienze in quistione, molti però rifiuterebbero di
dichiararsi «materialisti» e di aderire alla teoria filosofica che ha questo
nome: ve ne sono anzi di quelli che fanno volentieri una professione di fede
religiosa di non dubbia sincerità; ma la loro attitudine «scientifica» non per
questo differisce in modo sensibile da quella dei materialisti dichiarati. Dal
punto di vista religioso si è molto discusso, se la scienza moderna debba esser
denunciata come atea o materialista e, quasi sempre, questo problema è stato
posto male.
È certo che la
scienza moderna non fa direttamente professione di ateismo o di materialismo,
che essa si limita ad ignorare per partito preso alcune cose senza
pronunciarsi, nei loro riguardi, con una formale negazione, così come invece fa
questo o quel filosofo. Per quel che concerne la scienza, si può dunque parlar
solo di un materialismo di fatto, di ciò che noi vorremmo chiamare un
materialismo pratico: ma per tal via il male risulta forse ancor più grave,
perché è più profondo e più esteso. Una attitudine filosofica può esser
qualcosa di assai superficiale, anche fra i filosofi «di professione». Vi sono
inoltre menti che, mentre indietreggerebbero di fronte alla negazione, si
accomodano rispetto ad una completa indifferenza: la quale è ancor più da temere,
giacché, per negare una cosa, occorre almeno pensarvici, per poco che sia,
mentre nell’altro caso si finisce col non pensarvici più per nulla. Quando si
vede una scienza esclusivamente materiale presentarsi come la sola scienza
possibile; quando gli uomini si abituano a considerare come una verità
indiscutibile che, al di fuori di quella, non può esserci altra conoscenza
valida; quando tutta l’educazione ad essi impartita tende ad inculcare la
superstizione di questa scienza, il che costituisce propriamente lo
«scientismo» ‑ in che modo questi uomini potrebbero non esser praticamente
materialisti, cioè non aver tutte le loro preoccupazioni rivolte verso il solo
lato della materia?
Fuor da ciò che si
può vedere e toccare, per i moderni sembra non esistere più nulla o, almeno,
anche se essi teoricamente ammettono l’esistenza di altro, ci si affretta a
dichiararlo non solo sconosciuto, ma altresì «inconoscibile», cosa che esime
dall’occuparsene. Se vi è chi, tuttavia, cerca di formarsi una idea di un
«altro mondo», poiché ricorre semplicemente all’imaginazione, se lo rappresenta
sul tipo del mondo terrestre, trasponendovi tutte le condizioni d’esistenza a
questo proprie, spazio e tempo compresi, e quindi secondo una specie di
«corporeità». Altrove abbiamo mostrato come le concezioni spiritiste ci
forniscano esempi particolarmente istruttivi di siffatte rappresentazioni
crassamente materializzate: ma se questi sono casi-limite, in cui tale
caratteristica viene esagerata fino alla caricatura, sarebbe errato credere che
lo spiritismo e le sette con questo più o meno apparentate abbiano il monopolio
di stravaganze del genere. Del resto, e in genere, l’intervento
dell’imaginazione in campi in cui essa non può dar nulla e che normalmente
dovrebbero esserle interdetti, è un fatto che mostra assai chiaramente
l’incapacità degli Occidentali moderni ad elevarsi di là dal sensibile. Molti
non sanno vedere differenza alcuna fra «concepire» e «immaginare» e certi
filosofi, come Kant, giungono a dichiarare «inconcepibile» o «impensabile»
tutto quel che è insuscettibile di rappresentazione. Così nella gran parte dei
casi l’insieme di quel che si chiama «spiritualismo» o «idealismo», non è che
una specie di materialismo trasposto. Ciò non vale solo per quel che noi
abbiamo designato col termine di «neo-spiritualismo» (teosofismo, antroposofia,
«occultismo», neo-misticismo, ecc.), ma anche per lo stesso spiritualismo
filosofico, che tuttavia viene concepito come l’opposto del materialismo. A
dire il vero, intesi nel senso filosofico, spiritualismo e materialismo non
possono intendersi l’uno senza l’altro: sono semplicemente le due metà del
dualismo cartesiano, in quanto dalla separazione radicale a questo propria si è
passati ad una specie di antagonismo. Da allora in poi ogni filosofia oscilla
fra questi due termini senza saperli sorpassare. Ad onta del suo nome, lo
spiritualismo non ha nulla in comune con la spiritualità, la sua polemica
contro il materialismo non può che lasciare perfettamente indifferenti coloro
che si pongono da un punto di vista superiore e che vedono come questi
contrari, in fondo, finiscono quasi con l’equivalere, tanto che la pretesa
opposizione, in molti punti, si riduce ad una volgare disputa per delle parole.
Quanto, poi, al preteso spiritualismo delle filosofie «diveniriste»,
«vitaliste» e irrazionaliste, su di esse ci siamo già sufficientemente
espressi, a che qui sia necessario tornarvi: si tratta di forme che,
quand’anche sia possibile, appartengono ad una civiltà ancor più bassa, agli
ultimi gradi di una disgregazione spirituale.
I moderni in genere
non sanno concepire una scienza fuor che quella relativa alle cose atte ad
esser misurate, contate e pesate, cioè, di nuovo e insomma, fuor che quella
delle cose materiali, poiché solo a tali cose può applicarsi il punto di vista
quantitativo: e la pretesa di ridurre la qualità alla quantità è assai
caratteristica nella scienza moderna. Per tal via si è giunti a credere che non
possa esistere una scienza propriamente detta là dove non sia possibile
introdurre la misura e che non vi siano altre leggi scientifiche al di fuori di
quelle esprimentisi in relazioni quantitative. Il «meccanicismo» di Descartes
ha segnato l’inizio di tale tendenza, che poi si è sempre più accentuata
malgrado il fallimento della fisica cartesiana; ciò, poiché essa non è legata
ad una teoria definita, ma ad una concezione generale del conoscere
scientifico. Oggi si vuole applicare la misura perfino al campo psicologico,
che tuttavia per la sua stessa natura le sfugge. Si finisce col non capire più
che la possibilità di misurare poggia unicamente su di una proprietà inerente
alla materia, sulla, divisibilità indefinita di questa; a meno che non si pensi
che siffatta qualità si estenda a tutto quel che esiste, cosa di nuovo
equivalente a tutto materializzare. Noi abbiamo già detto che la materia è il
principio della divisione e della pura molteplicità. Il predominio attribuito
al punto di vista della quantità che, come si è mostrato precedentemente, vien
riaffermato perfino nel dominio sociale, è dunque un materialismo nel senso
poco fa indicato, benché non sia necessariamente connesso al materialismo
filosofico, che da esso è stato preceduto nello sviluppo delle tendenze dello
spirito moderno. Non insisteremo su tutta l’illegittimità del voler ricondurre
la qualità alla quantità, né sull’insufficienza di ogni tentativo di
spiegazione che si riconnetta più o meno al tipo «meccanicistico». Non è questo
ciò che noi ci proponiamo e, nel riguardo, noteremo soltanto che perfino
nell’ordine sensibile una scienza del genere va a corrispondere ben poco alla
realtà e che la parte più considerevole di questa le sfuggirà sempre e
necessariamente.
A proposito di
«realtà», ci vediamo condotti a indicare un altro fatto, che corre il rischio
di passare inosservato per molti, ma che è tuttavia degno di esser rilevato
come segno dello stato d’animo di cui parliamo: è che il termine «realtà»,
nell’uso corrente, vien riservato esclusivamente alla sola realtà sensibile.
Poiché il linguaggio è l’espressione della mentalità di un’epoca e di un
popolo, si deve concludere che per tutti coloro che parlano in tal guisa quel
che non cade sotto i sensi è «irreale», cioè illusorio, o addirittura
inesistente. Può darsi che le persone in discorso non se ne rendano esattamente
conto, ma non per questo una tale convinzione negativa cessa di esser presente
nel loro profondo e, se esse affermano il contrario, si può esser certi che
cotesta affermazione, anche se non se ne accorgono, corrisponde in esse a
qualcosa di assai esteriore quand’anche non si riduca a semplici parole. Chi
fosse tentato a credere che noi esageriamo. basterà, per esempio, che veda a
che si riducono le pretese convinzioni religiose di tanti: a poche nozioni
imparate a memoria, in modo affatto scolastico e meccanico, nozioni che essi
non hanno per nulla assimilato, sulle quali anzi essi non hanno mai pensato di
riflettere come che sia, che essi tengono in mente e ripetono in date occasioni
inquantoché fanno parte di un certo formalismo, di una attitudine
convenzionale, cui in fondo si riduce tutto quel che essi possono comprendere
sotto il nome di religione. Noi abbiamo già parlato di questa «minimizzazione»
della religione, della quale il «verbalismo» in quistione rappresenta uno degli
ultimi stadi. Essa spiega il fatto che, in tema di materialismo pratico, dei
sedicenti «credenti» non la cedano per nulla ai «miscredenti». Torneremo su
ciò; ma prima bisogna completare le nostre considerazioni circa il carattere
materialista della scienza moderna, essendo, questo, un problema da considerare
sotto vari aspetti.
Ricorderemo quindi
quanto abbiamo già accennato, dicendo che le scienze moderne non hanno un
carattere di conoscenza disinteressata e che perfino per coloro che credono nel
loro valore speculativo un tale valore è solo una maschera nascondente
preoccupazioni affatto pratiche, usata per permetter loro di conservare
l’apparenza di una falsa intellettualità. Lo stesso Descartes, costituendo la
sua fisica, pensava soprattutto a trarne una meccanica, una medicina e una
morale: e col diffondersi dell’empirismo anglosassone si giunse a ben altro
ancora. Del resto, quel che agli occhi del gran pubblico costituisce il
prestigio della scienza sono più o meno i soli risultati pratici che essa
permette di realizzare, giacché anche in tal campo si tratta di cose che possono
esser viste e toccate. Noi dicevamo che il «pragmatismo» rappresenta la
conclusione dell’intera filosofia moderna e la sua ultima degradazione. Ma fuor
dalla filosofia esiste anche, e da assai maggior tempo, un «pragmatismo»
diffuso e a-sistematico, il quale sta al primo come il materialismo pratico sta
al materialismo teorico e che si confonde con quel che l’uomo comune chiama
«buon senso». Questo utilitarismo quasi istintivo è d’altronde inseparabile
dalla tendenza materialista: il «buon senso» consiste nel non oltrepassare
l’orizzonte terrestre, come pure nel non occuparsi di tutto quel che non ha un
interesse pratico immediato. Soprattutto per esso soltanto il mondo sensibile è
«reale» e non vi è conoscenza che non venga dai sensi; e per esso questa conoscenza
ridotta ha inoltre valore nella sola misura in cui permette di soddisfare certi
bisogni materiali e talvolta un certo sentimentalismo, giacché ‑ diciamolo
nettamente anche a costo di urtare il «moralismo» contemporaneo ‑ il
sentimento, in realtà, è quanto mai vicino alla materia. In tutto ciò, nessun
posto per l’intelletto, a meno che esso non consenta ad asservirsi alla
realizzazione di fini pratici, a non esser più che un semplice strumento
subordinato alle esigenze della parte inferiore e corporale dell’individuo
umano, cioè dei singoli e delle collettività, o, secondo una singolare
espressione del Bergson, «uno strumento per fare strumenti». In ogni sua forma,
il «pragmatismo» è l’indifferenza totale di fronte alla verità.
Così stando le cose,
l’industria non è più soltanto una applicazione da cui la scienza, in sé, possa
restare affatto indipendente; essa ne diviene la ragion d’essere e la
giustificazione, per cui, ancora una volta, i rapporti normali risultano
invertiti. Il campo in cui il mondo moderno ha impegnato tutte le sue forze,
perfino quando ha preteso di fare a modo suo della scienza, in realtà non è
altro che lo sviluppo dell’industria e del «macchinismo». Volendo dominare per
tal via la materia e piegarla ai loro fini, gli uomini, come abbiamo già detto,
sono riusciti solo a farsene gli schiavi: non solo essi hanno limitato le loro
ambizioni intellettuali, quand’anche qui fosse lecito usare questa parola, a un
inventare e un costruire macchine, ma han finito col divenire essi stessi delle
macchine. Infatti la «specializzazione» così vantata da certi sociologi sotto
il nome di «divisione del lavoro» si impone non solo agli scienziati, ma
altresì ai tecnici e agli stessi operai, onde, per questi ultimi, ogni lavoro intelligente
si è reso impossibile. Ben diversi dagli artigiani di un tempo, essi non son
più che i servitori delle macchine e, per dir così, fanno tutt’uno con esse.
Debbono ripetere ininterrottamente, in modo affatto meccanico, certi
determinati movimenti, sempre gli stessi, ad evitare la minima perdita di
tempo. Ciò è almeno quel che vien desiderato da certi metodi americani,
considerati come l’ultima parola del «progresso», e entusiasticamente adottati
dalla Russia bolscevica. Si tratta infatti di produrre il più possibile. Ci si
cura poco della qualità, è solo la quantità che importa. Ancora una volta,
giungiamo alla stessa constatazione: la civiltà moderna è veramente una civiltà
quantitativa, il che è solo un modo diverso di dire che essa è una civiltà
materiale.
Volendo convincersi
ulteriormente di questa verità, basta rilevare la parte immensa che
nell’esistenza sia dei popoli che dei singoli hanno oggi gli elementi d’ordine
economico: industria, commercio, finanza, sembra che solo ciò conti, il che
conferma il fatto già rilevato, ossia che la sola differenza sociale
sopravvissuta è quella che si basa sulla ricchezza materiale. In molti casi
sembra che la potenza della finanza domini ogni politica, che la concorrenza
commerciale eserciti una influenza preponderante sulle relazioni fra i popoli.
Può darsi che ciò sia talvolta un’apparenza e che queste forze siano meno le
vere cause che non semplici mezzi d’azione: ma la scelta di tali mezzi indica a
meraviglia il carattere dell’epoca a cui essi convengono. Del resto, molti
nostri contemporanei sono persuasi che le condizioni economiche sono più o meno
i soli fattori degli avvenimenti storici, supponendo perfino che le cose siano
andate sempre così: si è giunti ad inventare una teoria che vuol spiegar tutto
sulla base di siffatta premessa, teoria che ha ricevuto il nome significativo
di «materialismo storico». E qui si ha l’effetto di una delle suggestioni cui
alludevamo poco fa, suggestioni la cui azione è resa ancor più efficace dal
fatto del loro corrispondere alle tendenze della mentalità generale; per via di
tale suggestione i mezzi economici finiscono davvero col determinar quasi tutto
quanto accade nel dominio sociale. Certo, la massa, in un modo o nell’altro, è
stata sempre condotta ove altri ha voluto, e si potrebbe ben dire che la sua
funzione storica consiste soprattutto nel lasciarsi condurre, essa non
rappresentando che un elemento passivo, una «materia» nel senso aristotelico.
Ma oggi per trasportare la massa basta disporre di mezzi puramente materiali, ora
nel senso corrente della parola; il che mostra chiaramente il grado di
abbassamento dell’epoca nostra. In pari tempo, si fa credere a questa massa che
essa non è «agita», che essa si muove spontaneamente e si governa da sé, e il
fatto che essa ci creda permette di intravvedere fino a che punto può giungere
la sua mancanza di intelligenza e da quale losco clima traggono la loro vita
contingente le varie forme di democrazia, di socialismo demagogico e, in
genere, di collettivismo.
Avendo parlato di
fattori economici, approfitteremo dell’occasione per segnalare una illusione
assai diffusa in questo campo, che consiste nel supporre che relazioni
stabilite in sede di scambi commerciali possano servire per un ravvicinamento e
una intesa fra i popoli, mentre in realtà esse producono proprio l’effetto
opposto. La materia ‑ come si è ripetuto a sazietà ‑ è essenzialmente
molteplicità e divisione, quindi fonte di lotte e conflitti. Che si tratti
dunque di popoli ovvero di individui, il campo economico è, e non può non
essere, quello di una rivalità di interessi. In particolare, l’Occidente non
deve contare sull’industria, e tanto meno sulla scienza moderna da cui essa è
inseparabile, se vuol trovare una base d’intesa con l’Oriente. Ogni Orientale
fedele alla sua civiltà tradizionale può anche accettare questa industria, ma
come una necessità fastidiosa e in fondo passeggera, poiché null’altro essa
saprebbe significare agli Orientali: un’arma che permetta loro di resistere
all’invasione occidentale e di salvaguardare la propria esistenza. Bisogna
mettere ben in rilievo questo punto, separandolo da ciò che può solo riferirsi
a quel che l’Oriente ha di già degenerescente e di alterato dalla adozione di
ideologie occidentali: gli Orientali che si rassegnano ad entrare in una
competizione economica con l’Occidente malgrado la ripugnanza che essi provano
per un simile genere di attività, lo fanno con un’unica intenzione, quella di
sbarazzarsi da una dominazione straniera che si basa solo sulla forza bruta,
sulla potenza materiale conferita proprio dall’industria. La violenza chiama la
violenza e se a tanto si giungerà, bisogna riconoscere che non son certo gli
Orientali quelli che han cercato una lotta su tale piano.
Del resto, a parte la
quistione dei rapporti fra Oriente e Occidente, è banale constatare che una
delle più importanti conseguenze dello sviluppo industriale è il
perfezionamento sempre crescente degli strumenti di guerra e l’aumento, in
proporzioni formidabili, del loro potere distruttivo. Già questo dovrebbe
bastare per annullare definitivamente i sogni «pacifisti» di certi ammiratori
del «progresso» moderno: ma i sognatori e gli «idealisti» sono incorreggibili e
la loro ingenuità sembra non conoscer limiti. L’«umanitarismo», che in certi
ambienti è ancora così alla moda, non merita certo di esser preso sul serio; ma
è strano che si parli tanto della fine delle guerre in un’epoca in cui esse
hanno avuto un’azione devastatrice senza precedenti, non solo per via del
moltiplicarsi dei mezzi di distruzione, ma anche perché, invece di svolgersi
fra eserciti relativamente poco numerosi e composti unicamente di soldati di
mestiere, cioè di guerrieri più che di soldati, esse lanciano gli uni contro
gli altri tutti gli individui senza distinzione, compresi quelli meno
qualificati per una simile funzione. Quel che, come tentativo di rettificare
una tale deviazione, era stato tentato da nuove correnti
«contro-rivoluzionarie» e antidemocratiche, qui non entra in considerazione,
perché, come noi abbiamo premesso, tali correnti non riguardano l’oggetto del
presente studio.
Aggiungiamo ancora
che queste guerre generalizzate sono state rese possibili solo dallo sviluppo
democratico di un altro fenomeno specificamente moderno, che è il costituirsi
delle «nazionalità», conseguenza, da un lato, della distruzione del regime feudale,
e dall’altro della frattura che simultaneamente avvenne nell’unità superiore
della «Cristianità» medioevale. Senza entrare in considerazioni che ci
condurrebbero troppo lontano, notiamo anche, come circostanza aggravante, il
disconoscimento di una autorità spirituale che per la sua stessa natura ‑ per
trovarsi cioè di là da ogni conflitto d’ordine politico ‑ sarebbe essa sola in
grado di esercitare normalmente un’azione efficace di arbitrato. La negazione
dell’autorità spirituale è, di nuovo, un materialismo pratico; e anche coloro
che in via di principio dicono di riconoscere una tale autorità, di fatto le
negano ogni reale influenza, e ogni potere d’intervento nel dominio sociale,
proprio così come essi stabiliscono un compartimento stagno fra la religione e
le occupazioni ordinarie della loro esistenza. Che si tratti della vita
pubblica oppure di quella privata, in entrambi i casi si conferma sempre lo
stesso stato d’animo.
Anche ammettendo che
lo sviluppo materiale da un punto di vista molto relativo offra dei vantaggi,
quando si considerano conseguenze, come quelle ora rilevate, ci si può
domandare se siffatti vantaggi non siano sorpassati di molto dagli
inconvenienti. Noi non parliamo nemmeno di tutto quel che è stato sacrificato
in nome di un tale sviluppo unilaterale e che valeva senza confronto assai di
più; non parliamo delle conoscenze superiori dimenticate, dell’intellettualità
distrutta, della spiritualità scomparsa: noi prendiamo semplicemente la civiltà
moderna in sé stessa e diciamo che, pesando i vantaggi e gli inconvenienti
inerenti a quanto essa ha creato, il bilancio rischierebbe assai di esser
negativo. Le invenzioni che attualmente vanno moltiplicandosi con una rapidità
incessantemente crescente, sono ancor più pericolose per il fatto che esse
mettono in azione forze, la vera natura delle quali è interamente sconosciuta a
quelli stessi che le utilizzano; e tale ignoranza è la migliore prova della
nullità della scienza moderna per quanto riguarda il suo valore, esplicativo,
cioè in quanto conoscenza, sia pure conoscenza ristretta al solo campo fisico.
In pari tempo, il fatto che le applicazioni pratiche non risultano affatto
ostacolate da tale circostanza, cioè da tale ignoranza, mostra che questa
scienza è effettivamente orientata verso uno scopo interessato, verso
l’industria, la quale è il solo fine reale di tutte le sue ricerche. E siccome
il pericolo delle invenzioni, anche di quelle non destinate ad avere direttamente
effetti funesti per l’umanità, ma che ciò nondimeno causano tante catastrofi,
senza parlare dei turbamenti insospettati da esse provocati nell’ambiente
terrestre ‑ siccome, dicevamo, un simile pericolo continuerà indubbiamente ad
aumentare in proporzioni difficilmente determinabili, come si è già accennato,
è lecito pensare senza troppa inverosimiglianza, che forse il mondo moderno
finirà col distruggersi da sé stesso, se non sarà capace di arrestarsi lungo
questa china finché si sia ancora in tempo.
Ma per quel che
riguarda le invenzioni moderne non basta fare le riserve relative al loro lato
pericoloso, ma bisogna andar più oltre: i pretesi «benefici» di quel che si è
convenuto chiamare il «progresso» e che effettivamente così si potrebbe
denominare una volta specificato che si tratta solo di un progresso materiale,
questi «benefici» tanto vantati non son forse in gran parte illusori?
Gli uomini del tempo
nostro pretendono di accrescere per tal via il loro «benessere»; da parte
nostra, noi pensiamo che il fine che essi così si propongono, quand’anche
potesse venire effettivamente raggiunto, non merita che vi si consacrino tanti
sforzi; ma d’altra parte ci sembra assai problematico che esso possa venir
realizzato. Anzitutto bisognerebbe tener conto del fatto che non tutti gli
uomini hanno gli stessi gusti e gli stessi bisogni e che, malgrado tutto, ve ne
sono ancora di quelli, che vorrebbero sottrarsi all’agitazione moderna, alla
pazzia della velocità, e più non lo possono. Si oserà sostenere che, nei loro
riguardi, imporre quanto vi è di più contrario alla loro natura sia un
«beneficio»? Si dirà che siffatti uomini oggi sono pochi, e così ci si riterrà
autorizzati a considerarli come una quantità trascurabile: qui, come nel campo
politico, la maggioranza si presume il diritto di schiacciare le minoranze, le
quali, ai suoi occhi, hanno evidentemente torto di esistere, questa esistenza contrastando
con la mania «egualitaria» dell’uniformità. Ma considerando l’insieme
dell’umanità invece di limitarsi al mondo occidentale, il problema cambia
aspetto: la maggioranza ora accennata non finisce con l’apparire una minoranza?
Quindi non è più lo stesso argomento che in questo caso si fa valere, ma, con
una singolare contradizione, è in nome della propria «superiorità» che questi
«egualitari» vogliono imporre la loro civiltà al resto del mondo e turbare la
vita di genti che ad essi nulla chiedono. E siffatta «superiorità» esistendo,
in casi come quello dell’Oriente tradizionale, dal solo punto di vista
materiale, è del tutto naturale che essa si imponga attraverso i mezzi più
brutali. Non ci si illuda: anche se il gran pubblico ammette in buona fede questi
pretesti di «civilizzazione», vi sono persone per le quali ciò è una semplice
ipocrisia «moralista», una maschera dello spirito di conquista e di interessi
economici. Epoca ben singolare, questa, in cui tanti si lasciano persuadere che
la felicità di un popolo si fa asservendolo, togliendogli quel che ha di più
prezioso, cioè la propria civiltà, obbligandolo ad adattarsi a costumi e
istituzioni fatti per un’altra razza e costringendolo ai lavori più penosi per
fargli acquistare cose che per lui sono completamente inutili! È così:
l’Occidente moderno non può tollerare che degli uomini preferiscano lavorare
meno e contentarsi di poco per vivere. Siccome solo la quantità conta, e
siccome quel che non cade sotto i sensi è considerato come inesistente, si ritiene
che colui che non si agita e che non produce materialmente può essere soltanto
un «poltrone»: senza parlare nemmeno degli apprezzamenti che nel riguardo
vengon fatti sui popoli orientali, soprattutto da razze che, come quelle
anglosassoni, sono le più materiali e degenerescenti in fatto di vera civiltà
spirituale, vi è solo da vedere in che conto son tenuti gli stessi Ordini
contemplativi occidentali, perfino in ambienti che si dicono religiosi. In un
tale mondo, per l’intelligenza non vi è alcun posto, e così nemmeno per tutto
quel che è veramente interiore, perché queste non son cose che si vedono e si
toccano, che si possono pesare e misurare. Posto vi è solo per l’azione esterna
in ogni sua forma, comprese quelle più prive di senso. Così non bisogna
stupirsi del fatto che la mania anglosassone dello «sport» guadagni ogni giorno
terreno: l’ideale di un tale mondo è l’«animale umano» che ha sviluppato al
massimo la sua forza muscolare; i suoi eroi sono gli atleti, anche quando essi
si riducono a dei bruti. Sono essi a suscitare l’entusiasmo popolare, é delle
loro imprese che le folle si appassionano. Un mondo in cui si vedono simili
cose, affatto eccedenti ogni giusta e normale esigenza di salute, disciplina e
sviluppo corporeo, è invero caduto assai in basso e sembra vicino alla sua
fine.
Poniamoci tuttavia un
momento dal punto di vista di coloro che ripongono il loro ideale nel
«benessere» materiale e che, per tal via, si compiacciono di tutti i
miglioramenti che il «progresso» moderno ha apportato all’esistenza. Sono essi
ben sicuri di non essere degli illusi? Forse che gli uomini sono felici oggi
più di prima per il fatto di disporre di mezzi di comunicazione più rapidi o di
altre cose del genere, e per avere una vita più agitata e complicata? Proprio
il contrario ci sembra vero: lo squilibrio non può esser la base di una vera
felicità. D’altronde, più un uomo ha bisogni, più rischia di mancare di qualche
cosa e quindi di essere infelice. La civiltà moderna mira a moltiplicare i
bisogni artificiali e, come dicevamo poco fa, essa creerà molto più bisogni di
quanto possa soddisfarne, perché, una volta presa questa via, è difficile
arrestarvisi, e nemmeno vi è una ragione per arrestarsi ad un dato punto. Gli
uomini non potevano soffrire per non avere cose alle quali essi mai avevano
pensato; essi invece soffrono di necessità se queste cose vengono a mancare
dopo che essi le hanno conosciute, dato che si sono abituati a considerarle
come necessarie e che esse son divenute loro veramente necessarie. Onde cercano
con ogni mezzo di ottenere quel che può procurar loro tutte le soddisfazioni
materiali, le sole che essi siano capaci di apprezzare. Si tratta soltanto di
«guadagnar danaro», essendo il danaro quel che permette di ottenere tali cose,
e più se ne ha, più se ne desidera, perché si scoprono ininterrottamente
bisogni nuovi; e questa passione diviene l’unico scopo della vita. Donde la
concorrenza feroce, che certi «evoluzionisti» hanno innalzata alla dignità di
legge scientifica col nome di «lotta per la vita» e la cui conseguenza logica è
che i più forti, nel senso più ristrettamente materiale del termine, sono i
soli ad aver diritto all’esistenza. Donde anche l’invidia e perfino l’odio di
cui sono l’oggetto coloro che posseggono la ricchezza da parte di coloro che ne
sono sprovvisti. Come è possibile che uomini, ai quali sono state predicate le
teorie «egualitarie», non si rivoltino constatando d’intorno l’ineguaglianza
nella forma per essi più sensibile, perché dell’ordine più grossolano? Se la
civiltà moderna un giorno dovesse crollare sotto la spinta degli appetiti
disordinati che essa ha inoculati nella massa, bisognerebbe esser ciechi per
non vedere, in ciò, il giusto castigo del suo vizio d’origine o, per esprimersi
senza fraseologie morali, il «rimbalzo» della sua stessa azione proprio nel
dominio in cui essa si è esercitata. È detto nel Vangelo: «Chi di spada
ferisce, di spada perisce»; chi ha scatenato le forze brute della materia
perirà schiacciato da queste stesse forze, di cui ha cessato di essere davvero
il signore dal momento in cui le ha messe imprudentemente in moto e di cui egli
non può nemmeno presumere di frenare indefinitamente la marcia fatale. Forze
della natura o forze delle masse umane, o le une e le altre insieme, poco
importa; son sempre le leggi della materia che qui agiscono e esse travolgono
inesorabilmente chi ha creduto di dominarle senza essersi elevato di là dalla
materia. L’Evangelo dice in più: «Ogni casa divisa in sé stessa crollerà».
Questo detto si applica a perfezione al mondo moderno, con la sua civilizzazione
materiale che, per la sua stessa natura, non può che suscitar dovunque lotte e
divisioni. La conclusione è fin troppo facile a trarsi e non occorre passare ad
altre considerazioni per predire, senza tema di errore, che questo mondo va
incontro ad una fine tragica, a meno che un cambiamento radicale, sviluppantesi
fino ad una vera e propria revulsione, non si produca a breve scadenza.
Sappiamo benissimo
che alcuni ci rimprovereranno di aver parlato del materialismo della civiltà
moderna trascurando certi elementi che sembrano costituire almeno una
attenuazione di questo materialismo. Ma se non ve ne fossero è probabilissimo
che questa civiltà sarebbe già miserevolmente perita. Noi dunque non
contestiamo l’esistenza di elementi del genere; solo che non bisogna farsi
illusioni. Da una parte, noi non dobbiamo riferirci a tutto quel che, nel campo
filosofico, si presenta, mettiamo, sotto l’etichetta dello «spiritualismo» e
dell’«idealismo», e tanto meno a tutto quanto nelle tendenze contemporanee è
solo «moralismo» e «sentimentalismo». Al riguardo, ci siamo già spiegati a
sufficienza, per cui ricorderemo soltanto che siffatti punti di vista sono
«profani» quanto quelli del materialismo teorico o pratico, dal quale essi non
divergono che apparentemente. D’altra parte, se esistono ancora resti di vera
spiritualità, essi non son riusciti a conservarsi fino ad oggi che malgrado e
contro lo spirito moderno. Per tutto quel che è specificamente occidentale,
tali resti di spiritualità si possono trovare solo nel campo religioso; ma noi
abbiamo già visto fino a che punto oggi la religione si è indebolita, come i
suoi stessi fedeli se ne facciano una concezione ristretta e mediocre e fino a
che punto da essa è stata eliminata l’intellettualità, la quale fa tutt’uno con
la vera spiritualità. In tali condizioni, se certe possibilità sussistono
ancora, non sussistono che allo stato latente e, attualmente, la loro funzione
reale si riduce a ben poco. Non per questo si deve meno ammirare la vitalità di
una tradizione religiosa che perfino in questo suo esser passata ad una specie
di virtualità persiste ad onta di tutti gli sforzi intrapresi da tanti secoli
per soffocarla e annientarla. Se si fosse capaci di riflettere, in una tale
resistenza si dovrebbe vedere qualcosa che implica una potenza «non-umana». Ma,
diciamolo ancora una volta, questa tradizione non appartiene al mondo moderno,
essa non è uno dei suoi elementi costitutivi, essa è anzi il contrario delle
tendenze e delle aspirazioni della modernità. Bisogna dichiararlo francamente,
senza cercar vane conciliazioni: fra lo spirito religioso nel senso vero della
parola e lo spirito moderno può solo esservi antagonismo. Ogni compromesso
riuscirà solo ad indebolire il primo e tornerà di vantaggio al secondo, la cui
ostilità non per questo risulterà disarmata, poiché esso può solo tendere a
distruggere completamente tutto quel che, nell’umano, riflette una realtà
superiore all’umano.
Si dice che
l’Occidente moderno è cristiano, ma è un errore: lo spirito moderno è
anticristiano, perché esso è essenzialmente antireligioso; ed è antireligioso,
perché, più in generale, esso è antitradizionale. Ciò costituisce il suo
carattere proprio, ciò lo fa essere quel che è. Certo, alcunché del
Cristianesimo penetra fin nella civiltà anticristiana della nostra epoca; i
rappresentanti più «spinti» della quale ‑ come essi dicono nel loro gergo ‑ non
hanno potuto fare a meno di esimersi dal subire, e dal continuare a subire,
involontariamente e forse incoscientemente, una certa influenza cristiana,
almeno indiretta. Ciò, perché una rottura col passato, per radicale che sia,
non può esser mai assoluta e tale da sopprimere ogni continuità. Noi andiamo
perfino più oltre e diremo che tutto quel che può esservi di valido nel mondo
moderno è venuto ad esso dal Cristianesimo, o almeno attraverso il
Cristianesimo, il quale ha raccolto l’eredità delle tradizioni precedenti, l’ha
conservata in modo vivente nella misura in cui le condizioni dell’Occidente
glielo hanno permesso, e di tali tradizioni contiene sempre in sé le
possibilità latenti.
Ma perfino fra quanti
si dicono cristiani, vi è oggi chi ha ancora la coscienza effettiva di tali
possibilità? Dove sono, nello stesso Cattolicesimo, le persone che conoscono il
senso profondo della dottrina da esse professata esteriormente, le persone che
non si limitano a «credere» in modo più o meno superficiale, e più col
sentimento che non con l’intelligenza, ma che «conoscono» realmente la verità
della tradizione religiosa che esse considerano di loro pertinenza? Noi
vorremmo aver la prova che, malgrado tutto, di tali persone qualcuna ne esista,
perché ciò significherebbe per l’Occidente la più grande e forse la sola
speranza di salvezza; ma noi dobbiamo confessare che, finora, noi non ne
abbiamo potuto incontrare. Si deve supporre che esse, come certi sapienti
orientali, si tengono nascoste in qualche ritiro quasi inaccessibile, ovvero
bisogna abbandonare anche quest’ultima speranza?
L’Occidente è stato
cristiano nel Medioevo, ma non lo è più. Può divenirlo di nuovo? Nessuno lo
spera più di noi, come nessuno più di noi potrà augurarsi che ciò accada assai
prima di quel che non faccia pensare quanto vediamo d’intorno. Ma non ci si illuda:
un tale momento sarà anche quello in cui il mondo moderno come tale avrà
cessato d’esistere.
8.
L’INVASIONE OCCIDENTALE
Noi abbiamo detto che
il disordine moderno ha preso nascita in Occidente e, fino a ieri, esso vi è
rimasto strettamente localizzato. Ma oggi sta producendosi un fatto la cui
gravità non deve essere dissimulata: questo disordine si estende dappertutto e
sembra penetrare nello stesso Oriente. Certo, l’invasione occidentale non è una
cosa recentissima; ma finora essa fu tale che i suoi effetti erano ristretti al
campo politico e economico. Malgrado tutti gli sforzi di una propaganda
rivestente forme multiple, lo spirito orientale era restato impenetrabile a
tutte le deviazioni; le antiche civiltà tradizionali sussistevano intatte. Oggi
vi sono invece degli Orientali che si sono più o meno interamente
«occidentalizzati», che hanno abbandonato la loro tradizione per sposare tutte
le aberrazioni dello spirito moderno, e questi elementi fuorviati a cura di
università europee e americane, nei loro paesi si trasformano in altrettante
cause di perturbamento e di agitazione. Per conto nostro, crediamo che non sia
ancora giunto il momento di esagerare l’importanza di questi elementi. In
Occidente si crede volentieri che siffatte individualità rumorose, ma poco
numerose, rappresentino l’Oriente attuale, mentre la loro azione in realtà non
è ancora né molto estesa, né molto profonda. Qui ci si illude anche perché non
si conoscono i veri Orientali, i quali del resto non cercano per nulla di farsi
conoscere: sì che i «modernisti», se è possibile chiamarli così, sono i soli ad
apparire esternamente, a parlare, a scrivere, ad agitarsi in ogni modo. Ciò non
toglie che il movimento antitradizionale sembra guadagnare terreno e bisogna
considerare tutte le eventualità, anche le più sfavorevoli. Lo spirito
tradizionale si sta già ripiegando su se stesso, i centri in cui esso si
conserva integralmente divengono sempre più chiusi e inaccessibili; e questo
generalizzarsi del disordine corrisponde proprio a quanto deve accadere nella
fase finale del kali-yuga.
Dichiariamolo
nettamente: lo spirito moderno essendo cosa affatto occidentale, coloro che ne
sono affetti, quand’anche siano Orientali di nascita, debbono esser
considerati, quanto a mentalità, come degli Occidentali, poiché ad essi ogni
idea orientale è del tutto estranea e la loro ignoranza delle dottrine
tradizionali è la sola scusa della loro ostilità. Assai singolare e perfino
contradittorio può sembrare il fatto, che proprio le persone che in Oriente dal
punto di vista intellettuale sono divenute degli accoliti dell’«occidentalismo»
e che per ciò stesso si sono schierate contro ogni vera intellettualità, sono
quelle che dal punto di vista politico si presentano come gli avversari
dell’occidentalismo stesso. Ciò, in fondo, non deve stupire. Si tratta di
coloro che in Oriente cercano di istituire dei «nazionalismi», ogni
«nazionalismo» essendo necessariamente opposto allo spirito tradizionale e non
avendo nulla a che fare con l’organizzazione sociale vivente, gerarchica,
spirituale, quale il mondo antico e anche il Medioevo la conobbe. Costoro nel
combattere la dominazione straniera lo fanno proprio con gli stessi metodi
dell’Occidente, cioè così come i popoli occidentali lottano fra di loro, nel
che può darsi che stia la loro ragion d’essere. Infatti se le cose son giunte
ad un punto tale che l’uso di tali mezzi si è reso indispensabile, per il loro
impiego sono richiesti elementi che abbiano perduto ogni connessione con la
tradizione. Può dunque darsi che tali elementi vengano utilizzati
transitoriamente e poi vengano eliminati: d’altronde, è logico che le idee
pervertitrici diffuse dagli Occidentali finiscano col rimbalzare proprio contro
di essi, non potendo quelle produrre che divisione e rovina. Anche per tal via
la civiltà moderna potrà avviarsi verso la sua fine: o per causa dei dissensi
fra gli Occidentali, dissensi fra nazioni o classi sociali, o, come alcuni
pretendono, per un contrattacco degli Orientali «occidentalizzati», o, infine,
per un qualche cataclisma provocato dai «progressi della scienza» ‑ nell’un
caso come nell’altro il mondo occidentale non corre pericolo che per colpa sua
e solo per via di quello di cui esso è stato causa.
Il solo problema che
si pone è: Attraverso lo spirito moderno l’Oriente subirà soltanto una crisi
passeggera e superficiale, ovvero l’Occidente trascinerà nella sua caduta
l’intera umanità? Attualmente sarebbe difficile rispondere a ciò sulla base di
dati certi: due spiriti opposti esistono ormai in Oriente, e la forza
spirituale inerente alla tradizione e disconosciuta dai suoi avversari potrebbe
trionfare sulla forza materiale dopo che questa avrà esaurita la sua funzione,
facendola allora svanire come la luce scioglie le tenebre. Noi pensiamo anzi
che la forza della tradizione prima o poi trionferà, ma può darsi che prima si
abbia un periodo di oscuramento completo. Lo spirito tradizionale non può
morire, perché nella sua essenza è superiore alla morte e al mutamento; esso
può però ritirarsi interamente dal mondo esterno e allora sarà veramente la
«fine di un mondo». Dopo tutto quel che si è detto, il realizzarsi di questa
eventualità in un avvenire relativamente poco lontano non ha nulla di
inverosimile. Nella confusione che, partendo dall’Occidente, invade attualmente
l’Oriente, potremmo vedere il «principio della fine», il segno precursore del
momento in cui secondo la tradizione indù la dottrina sacra dovrà esser chiusa
tutta in una conca, per riapparire intatta all’alba del nuovo mondo.
Ma mettiamo da parte
ancora una volta le anticipazioni e esaminiamo solo gli avvenimenti attuali.
Che l’Occidente invada tutto, è incontestabile. La sua azione si è manifestata
dapprima nel campo materiale, direttamente alla sua portata, come conquista violenta,
come commercio e accaparramento delle risorse di tutti i popoli: ma ora le cose
si spingono più oltre ancora. Gli Occidentali, sempre animati dal bisogno di
proselitismo che in loro è così caratteristico, sono riusciti a inoculare in
una certa misura negli altri il loro spirito antitradizionale e materialista. E
mentre la prima forma d’invasione in ultima analisi raggiungeva soltanto il
corpo, l’altra avvelena l’intelligenza e uccide la spiritualità. Del resto,
l’una ha preparato e reso possibile l’altra, di modo che in fondo l’Occidente
solo mercé la sua forza bruta è riuscito ad imporsi dappertutto. Né poteva
essere altrimenti: solo su tale linea risiedendo la sola reale superiorità
della sua civiltà, così inferiore da qualunque altro punto di vista.
L’invasione occidentale è l’invasione del materialismo in tutte le sue forme e
può esser soltanto questo. Tutti i travestimenti più o meno ipocriti, tutti i
pretesti «moralistici», tutte le dichiarazioni «umanitarie», tutte le arti di
una propaganda che nel caso opportuno sa farsi insinuante per meglio
raggiungere i suoi scopi di distruzione, non possono nulla contro questa
verità, che può esser contestata solo dagli ingenui o da coloro che hanno un
qualche interesse in siffatta opera invero «satanica», nel senso più rigoroso
del termine[37].
Cosa straordinaria,
un tale momento, in cui l’Occidente invade tutto, è anche quello che certe
persone hanno scelto per denunciare, come un pericolo che li riempie di
spavento. una pretesa penetrazione delle idee orientali in Occidente. Che è
questa nuova aberrazione? Malgrado il nostro desiderio di tenerci a
considerazioni d’ordine generale, qui non possiamo fare a meno di dire almeno
qualche parola su una «Difesa dell’Occidente» pubblicata non da molto
dal signor Henri Massis, libro che costituisce una delle manifestazioni più
caratteristiche di un tale stato di animo. Questa pubblicazione è piena di
confusioni e perfino di contradizioni, e mostra una volta ancora come la gran
parte di coloro che vorrebbero reagire contro il mondo moderno sono incapaci di
farlo in modo veramente efficace, essi non sapendo con precisione nemmeno quel
che debbono combattere. L’autore talvolta dice di non voler attaccare il vero
Oriente; e se egli si fosse effettivamente limitato ad una critica delle
fantasie «pseudo-orientali», cioè di quelle certe teorie puramente occidentali
che sono state diffuse sotto etichette ingannatrici e che sono uno dei numerosi
prodotti dello squilibrio attuale, noi saremmo stati pienamente d’accordo con
lui, tanto più che noi stessi abbiamo segnalato, assai prima di lui, il
pericolo reale di quest’ordine di cose non meno della loro inconsistenza dal
punto di vista intellettuale. Il male è però che il Massis sente poi il bisogno
di attribuire all’Oriente delle concezioni non molto diverse dalle accennate
contraffazioni; a tal fine, egli si appoggia a citazioni tratte da qualche
orientalista più o meno «ufficiale», nelle quali le dottrine orientali
risultano, come al solito, deformate fino alla caricatura. Che cosa direbbe il
Massis se qualcuno usasse lo stesso modo di procedere rispetto al Cristianesimo
e pretendesse di giudicarlo in base ai lavori degli «ipercritici» universitari?
Ora, proprio questo
atteggiamento egli assume di fronte alle dottrine dell’India e della Cina, con
l’aggravante che gli Occidentali di cui egli invoca la testimonianza non hanno
la menoma conoscenza diretta di tali dottrine, mentre quei loro colleghi che
s’occupano del Cristianesimo debbono almeno conoscerlo in un qualche modo,
anche se la loro ostilità verso tutto quel che è religioso impedisce loro di
comprenderlo veramente. D’altronde, in questa occasione dobbiamo dire che
talvolta abbiamo faticato non poco per persuadere degli Orientali, che le
esposizioni di questo o quell’orientalista derivavano da una incomprensione
pura e semplice e non da un partito preso voluto e cosciente, tanto è
sensibile, in tali esposizioni, questa stessa ostilità inerente allo spirito
antitradizionale, e noi vorremmo domandare al Massis se l’attaccare la
tradizione degli altri è il meglio che può fare colui che vorrebbe restaurarla
nel suo proprio paese. È una quistione d’opportunità, per lo meno, che qui
s’impone, dato che la discussione, dal Massis, è portata tutta sul piano
politico. Per noi, che ci poniamo da un altro punto di vista, da quello
dell’intellettualità pura, il solo problema che si pone è un problema di
verità; ma un tale punto di vista è indubbiamente troppo elevato e troppo
sereno perché dei polemisti possano esserne soddisfatti. Nelle considerazioni
di un polemista la preoccupazione per la verità non potrà mai tenere un gran
posto[38].
Il signor Massis se
la prende contro coloro che egli chiama i «propagandisti orientali»,
espressione che racchiude in sé una contradizione, poiché lo spirito di
propaganda ‑ come abbiamo detto ripetutamente ‑ è cosa affatto occidentale: il
che indica già chiaramente l’equivoco. I propagandisti presi di mira dal Massis
si possono distinguere in due gruppi. Il primo è costituito da puri
Occidentali: se non fosse segno della ignoranza più deplorevole, sarebbe comico
che fra i rappresentanti dello spirito orientale si facciano figurare dei
Tedeschi e dei Russi; nel riguardo di questi ultimi l’autore fa osservazioni
talvolta giustissime, ma perché mai egli non li dà senz’altro per quel che essi
effettivamente sono? A questo primo gruppo noi aggiungiamo i «teosofisti»
anglosassoni e tutti gli inventori di altre sette del genere, la cui
terminologia orientale non è che una maschera, destinata a imporsi agli ingenui
e alle persone male informate, maschera che nasconde idee tanto estranee
all’Oriente, quanto care all’Occidente moderno. Questa gente è d’altronde anche
più pericolosa dei semplici filosofi, per via delle pretese ad un «esoterismo»
che essa non possiede menomamente, ma che viene fraudolentemente simulato per
attrarre tutti coloro che cercano qualcosa di più che non «speculazioni
profane» e che, in mezzo al caos attuale, non sanno dove rivolgersi: noi ci
stupiamo alquanto che il Massis su ciò non dica quasi nulla. Quanto al secondo
gruppo, in esso troviamo qualcuno di quegli Orientali occidentalizzati, di cui
parlavamo poco fa e che, per una ignoranza altrettanto grande delle vere idee
orientali, sono gli ultimi che potrebbero diffonderle in Occidente, anche
supponendo che questa sia la loro intenzione. Ma, di fatto, il vero scopo che
costoro si propongono è proprio l’opposto, essi mirano a distruggere nello
stesso Oriente tali idee, presentando in pari tempo agli Occidentali un Oriente
modernizzato, intonato alle teorie che sono state loro insegnate in Europa o in
America. Veri agenti della più nefasta fra tutte le propagande occidentali, di
quella che attacca direttamente l’intelligenza, è per 144 La crisi del mondo
moderno
l’Oriente che essi
sono un pericolo, non per l’Occidente, del quale costoro non sono che il
riflesso. Per quel che riguarda gli Orientali veri, il Massis non ne nomina
nemmeno uno, e ciò, del resto, gli sarebbe stato assai difficile, giacché egli
non ne conosce certamente nemmeno uno. L’impossibilità, in cui egli si trova,
di citare il nome di un solo Orientale che non sia occidentalizzato, avrebbe
dovuto farlo riflettere e fargli comprendere che i suoi presunti «propagandisti
orientali» non sono mai esistiti.
D’altronde,
benché ciò ci costringa a parlare di noi stessi, il che rientra assai poco
nelle nostre abitudini, noi dobbiamo dichiarare formalmente questo: non
sappiamo di persona che in Occidente abbia esposto delle idee orientali
autentiche, se eccettuiamo noi stessi: e noi abbiamo fatto una esposizione del
genere come avrebbe potuto farla un qualsiasi Orientale che vi fosse stato
portato dalle circostanze, cioè senza la minima intenzione di «propaganda» o di
«volgarizzazione», e solo per quanti siano capaci di comprendere le dottrine
quali sono, senza denaturarle col pretesto di metterle alla portata di
chiunque. Aggiungeremo che, malgrado la decadenza della intellettualità
occidentale, coloro che capiscono, pur rimanendo una piccola minoranza, sono
forse meno rari di quel che avremmo supposto. E l’opera nostra non è certo di
quelle che il signor Massis si immagina ‑ staremmo per dire ‑ ai fini delle sue
tesi, dato che il carattere politico del suo libro è fin troppo visibile. Per
essere benevoli il più possibile, diremo che il Massis suppone dappertutto
azioni antioccidentali solo perché la sua mente è turbata dall’angoscia in lui
suscitata dal presentimento di un crollo più o meno prossimo della civiltà
moderna. Deploriamo solo che egli non abbia saputo riconoscere più chiaramente
il luogo delle cause vere di questo possibile crollo, benché gli accada
talvolta di dimostrare una giusta severità di fronte a certi aspetti del mondo
moderno. Proprio questo fa sì che le sue tesi siano continuamente oscillanti: da
un lato, egli non sa L’invasione occidentale 145
esattamente quali
siano i suoi avversari, dall’altro il suo «tradizionalismo» non lo illumina per
nulla circa l’essenza stessa della tradizione, che egli confonde visibilmente
con una specie di «conservatorismo» politico-religioso nel dominio più esteriore.
Dicevamo che la mente
del Massis è turbata dalla paura. Di ciò, la prova migliore è forse
l’attitudine straordinaria e perfino inconcepibile da lui supposta nei
«propagandisti orientali»: costoro sarebbero animati da un odio feroce per
l’Occidente, ed è per rovinarlo che essi si sforzerebbero di comunicargli le
loro dottrine, cioè di fargli il dono di quel che essi stessi hanno di più
prezioso e che in un certo modo costituisce la sostanza del loro spirito!
Dinanzi a tutto quel che di contradittorio vi è in una simile ipotesi, non si
può fare a meno di provare un vero stupore: la tesi faticosamente costruita si
sfascia in un attimo, e l’Autore sembra non essersene nemmeno accorto, poiché
noi non possiamo supporre che egli si sia reso conto di una simile inverosimiglianza
e abbia solo contato sul poco discernimento dei suoi lettori. Non occorre
riflettere né molto né profondamente per accorgersi che, se vi fossero
Orientali che odiano davvero l’Occidente, la prima cosa che essi dovrebbero
fare è riservare gelosamente per essi le loro dottrine e cercare con ogni mezzo
di impedirne l’accesso agli Occidentali. Se questo è un rimprovero che talvolta
è stato rivolto agli Orientali con maggiore apparenza di ragione, la verità
tuttavia è alquanto diversa: gli autentici rappresentanti delle dottrine
tradizionali non nutrono odio per nessuno e il loro riserbo ha un solo motivo:
è che essi ritengono perfettamente inutile esporre certe verità a coloro che
sono incapaci di comprenderle; ma essi non hanno mai rifiutato di parteciparle
a chiunque possegga le «qualificazioni» richieste, quale si sia la sua origine:
è forse colpa loro se fra questi ultimi si trovano ben pochi Occidentali?
D’altra parte, se la massa orientale finisce con l’essere davvero ostile agli
Occidentali dopo averli, per un lungo periodo, considerati con indifferenza,
chi ne è responsabile? Forse quella élite che, presa tutta dalla
contemplazione intellettuale, si tiene risolutamente fuori da ogni agitazione
esterna, o non sono proprio piuttosto gli Occidentali che han compiuto tutto
quel che occorreva per rendere odiosa e intollerabile la loro presenza? Basta
che il problema sia posto come deve esserlo a che chiunque possa senz’altro
risolverlo; ammettendo che gli Orientali, i quali fino ad oggi han dimostrato
una pazienza a tutta prova, vogliano essere alla fine padroni in casa loro, chi
potrebbe pensare sinceramente a biasimarli? È vero che quando certe passioni si
mescolano alla cosa, identici rivolgimenti, secondo le circostanze, vengono
apprezzati in modo diversissimo e perfino opposto. Così quando la resistenza di
fronte ad una invasione straniera riguarda un popolo occidentale, essa si
chiama «patriottismo» ed è degna di tutti gli elogi; quando essa riguarda un
popolo orientale perfino di millenarie tradizioni, essa si chiama «fanatismo» e
«xenofobia» e non merita più che odio e disprezzo. D’altronde, non è in nome
del «Diritto», della «Libertà», della «Giustizia» e della «Civiltà» che gli
Europei han preteso di imporre dappertutto la loro dominazione e di interdire
ad ognuno di vivere e pensare in modo diverso dal loro? Si converrà che il
«moralismo» è davvero una cosa mirabile, a meno che non si preferisca
concludere semplicemente con noi che, salvo rare eccezioni, tanto più degne di
lode per quanto più esse sono rare, in Occidente vi sono solo due specie di
persone, ben poco interessanti le une quanto le altre: gli ingenui che si
lasciano ubriacare dalle parole grosse e che credono nella loro «missione
civilizzatrice», incoscienti come sono della barbarie materialista in cui sono
immersi; e gli abili, che sfruttano questo stato d’animo per il soddisfacimento
dei loro istinti di violenza e di cupidigia. In ogni caso, certo è che gli
Orientali veri non minacciano nessuno e per il momento hanno fin troppo da fare
per difendersi contro l’oppressione europea e il disgregamento interno a che
pensino di invadere l’Occidente nell’uno o nell’altro modo.
Questa precisazione
era necessaria, poiché certe cose vanno dette. Ma noi ci guarderemo
dall’insistervi, la tesi dei «difensori dell’Occidente» essendo invero fin
troppo fragile e inconsistente. Del resto, se noi citando il signor Henri
Massis ci siamo allontanati per un momento dal riserbo che ci è abituale di
fronte alle individualità, ciò è per il fatto che egli, nel riguardo, è
l’esponente di una certa parte della mentalità contemporanea, della quale noi
dobbiamo anche tener conto nel presente studio sullo stato del mondo moderno.
Questo «tradizionalismo» d’ordine inferiore, limitatissimo, privo di
comprensione e superficiale, come potrebbe opporsi veramente e efficacemente ad
uno spirito col quale ha in comune tanti pregiudizi? Dall’una parte come dall’altra
è più o meno la stessa cosa, v’è la stessa ignoranza dei principi veri, lo
stesso partito preso nel negare tutto quanto trascende un certo orizzonte, la
stessa incapacità a comprendere l’esistenza di altre civiltà, oltreché, nel
caso specifico, un culto superstizioso per elementi affatto esteriori e
contingenti del «classicismo» greco-latino. È una reazione impotente, che a noi
interessa solo perché indica una certa insoddisfazione di alcuni nostri
contemporanei per lo stato attuale delle cose. Di tale insoddisfazione esistono
pertanto altre manifestazioni atte a condurre assai più oltre qualora esse
siano ben dirette. Se per il momento è assai difficile dire che cosa ne verrà
fuori, qualche previsione, nel riguardo, non sarà forse del tutto inutile: riferendosi
strettamente alla sorte del mondo attuale, queste previsioni potranno servire
simultaneamente di conclusione al nostro studio, nella misura in cui sia
permesso trarre delle conclusioni senza offrire all’ignoranza «profana»
l’occasione di attacchi troppo facili, con l’esporre imprudentemente
considerazioni insuscettibili ad esser giustificate con i metodi ordinari. Noi
non siamo di quelli che credono che tutto può esser detto indifferentemente,
almeno quando si abbandona il dominio della dottrina pura per passare a quello
delle applicazioni. In questo secondo dominio alcune riserve si impongono
inevitabilmente; ma queste riserve legittime e perfino indispensabili non hanno
nulla in comune con certe paure puerili, procedenti da una ignoranza simile a
quella di chi, secondo il proverbio indù, «prende una corda per una serpe». Lo
si voglia o no, quel che deve esser detto lo sarà, nella misura in cui le
circostanze lo richiederanno. Né gli sforzi interessati degli uni, né
l’ostilità incosciente degli altri potranno impedire che le cose così vadano;
allo stesso modo che, d’altra parte, l’impazienza di coloro che, presi dalla
fretta morbosa del mondo moderno, vorrebbero saper tutto immediatamente, non
potrà far si che certe cose vengano conosciute all’esterno prima del
necessario. Questi ultimi potranno però almeno consolarsi pensando che il ritmo
accelerato degli avvenimenti soddisfarà indubbiamente senza troppo ritardo la
loro curiosità: resta solo da sperare che essi in tale momento non abbiano a
rimproverarsi per non essersi sufficientemente preparati ad accogliere una
conoscenza, da essi cercata troppo spesso con molto più entusiasmo che non con
vero discernimento.
9.
QUALCHE CONCLUSIONE
Nel presente libro
abbiamo voluto essenzialmente mostrare come l’applicazione dei dati
tradizionali permetta di risolvere i problemi che attualmente si impongono nel
modo più immediato, di spiegare lo stato presente dell’umanità terrestre e, in
pari tempo, di giudicare non secondo idee convenzionali o preferenze
sentimentali, ma secondo verità, tutto quel che costituisce propriamente la
civiltà moderna. Non pretendiamo di aver esaurito il soggetto, né di averne
sviluppato completamente tutti gli aspetti; del resto, i principi ai quali noi
costantemente ci ispiriamo ci obbligano a presentare delle vedute
essenzialmente sintetiche, e non analitiche come quelle del sapere «profano»;
senonché tali vedute, appunto perché sintetiche, vanno assai più lontano nel
senso di una vera spiegazione che non una qualunque analisi, ogni analisi non
potendo avere, in realtà, che un mero valore descrittivo. In ogni caso, noi
pensiamo di aver detto abbastanza per permettere a coloro che son capaci di
comprendere di trarre da quanto si è esposto almeno una parte delle conseguenze
contenutevi; ed essi debbono persuadersi che un tale lavoro è di ben altro
profitto che non una lettura che non lascia alcun posto alla riflessione e alla
meditazione. A tali facoltà abbiamo voluto invece fornire un punto di partenza
adatto, un appoggio sufficiente per elevarsi di là dalla vana moltitudine delle
opinioni individuali.
Ci resta da dire
qualcosa su ciò che si potrebbe chiamare la portata pratica di un tale studio;
questa portata, potremmo trascurarla, ovvero potremmo disinteressarcene se ci
fossimo mantenuti nel dominio della dottrina metafisica pura, in relazione alla
quale ogni applicazione è solo contingente e accidentale: ma qui, è proprio
delle applicazioni che si tratta. Le quali, a parte ogni punto di vista
pratico, hanno peraltro una doppia ragion d’essere: esse sono le conseguenze
legittime dei principi, lo sviluppo normale di una dottrina che, essendo una e
universale, deve abbracciare senza eccezione tutti gli ordini della realtà; in
pari tempo, per alcuni almeno, esse sono un mezzo preparatorio per innalzarsi
ad una conoscenza superiore, secondo quel che si è spiegato a proposito della
«scienza sacra».
Quando si è nel campo
delle applicazioni, è lecito inoltre considerarle anche in sé stesse e nel loro
valore intrinseco, sempreché non si sia da ciò condotti a perdere di vista la
loro connessione ai principi; un pericolo del genere è reale ‑ appunto da ciò
essendo derivata la degenerescenza che ha dato luogo alla «scienza profana» ‑
ma esso cessa di esistere per coloro che sanno che tutto deriva e dipende dalla
intellettualità pura e che quanto non procede coscientemente da essa può solo
essere illusorio. Come l’abbiamo spesso ripetuto, tutto deve cominciare dalla
conoscenza; e quel che sembra essere più remoto dall’ordine pratico proprio in
quest’ordine si dimostra maggiormente efficace essendo l’elemento senza il
quale è impossibile conseguire qualcosa di realmente valido e di diverso da una
vana e superficiale agitazione. Per cui, tornando più specialmente al problema
che qui ci interessa, possiamo dire che se tutti capissero che cosa veramente
sia il mondo moderno, questo stesso mondo cesserebbe subito di esistere, la sua
esistenza, come quella dell’ignoranza e di tutto quel che è limitazione,
Qualche conclusione 151
essendo puramente
negativa; essa deriva solo dalla negazione della verità tradizionale e
super-umana.
Un mutamento si
produrrebbe allora senza catastrofi, mutamento impossibile per altra via.
Abbiamo dunque torto nell’affermare che una tale conoscenza è suscettibile di
conseguenze pratiche veramente incalcolabili? Ma, da un altro lato, è purtroppo
assai difficile ammettere che ognuno possa arrivare a questa conoscenza, da cui
la gran parte degli uomini sono oggi certamente assai più lontani di quanto mai
lo siano stati. È vero che ciò non è per nulla necessario, bastando una élite
poco numerosa, ma costituita in modo abbastanza saldo, per dare la direzione
alla massa, la quale obbedirebbe alle sue suggestioni senza nemmeno sospettare
l’esistenza e i mezzi di azione di tale élite. La costituzione effettiva
di una élite del genere è però ancora possibile in Occidente?
Noi non abbiamo
l’intenzione di tornare su quanto abbiamo già avuto occasione di esporre
altrove circa la funzione dell’élite intellettuale nelle diverse
circostanze che si possono considerare possibili in un avvenire più o meno
imminente. Ci limiteremo dunque a dire quanto segue: quale si sia il modo in
cui dovrà compiersi il mutamento costituente quel che si può dire il passaggio
da un mondo all’altro, e che si tratti inoltre di cicli più o meno vasti,
questo stesso mutamento, anche se avrà l’apparenza di una brusca frattura, non
comporterà mai una discontinuità assoluta, essendovi una concatenazione di
cause che collega insieme tutti i cicli. L’élite di cui parliamo, se
riuscisse a costituirsi finché si è ancora in tempo, potrebbe preparare il
mutamento in modo che esso si svolga nelle condizioni più favorevoli e che il
perturbamento da cui esso sarà inevitabilmente accompagnato sia in un certo
modo ridotto ad un minimo. Ma quand’anche così non fosse, le rimarrebbe sempre
un altro compito, ancor più importante: contribuire a conservare quel che deve
sopravvivere al mondo presente e servire all’organizzazione del mondo futuro. È
evidente che non bisogna aspettare che la discesa sia finita per preparare la
risalita, risalita che avrà luogo necessariamente, perfino se non si potrà
evitare che intanto la discesa dia luogo a qualche cataclisma. Così, in ogni
caso, il lavoro fatto non sarà perduto: non può esserlo nei riguardi dei
benefici che l’élite ne trarrà per sé stessa, ma non lo sarà nemmeno nei
riguardi dei suoi ulteriori risultati per l’insieme dell’umanità.
Ora, le cose vanno
considerate nel modo seguente: l’élite esiste ancora nelle civiltà
orientali e, anche ammettendo che vi si riduca sempre di più di fronte
all’invasione spirituale europea, non per questo essa cesserà di esistere fino
all’ultimo, perché è necessario che così sia per custodire il deposito di una
tradizione imperitura e per assicurare la trasmissione di tutto quel che deve
essere conservato. Invece in Occidente l’élite non esiste più. Ci si può
dunque chiedere se qui essa si ricostituirà prima della fine dell’epoca nostra,
cioè se, malgrado la sua deviazione, il mondo occidentale prenderà parte a
questa conservazione e trasmissione. Se ciò non accadrà, la conseguenza sarebbe
che la sua civiltà finirà interamente, in essa non essendovi più nessun
elemento utilizzabile per l’avvenire e ogni traccia dello spirito tradizionale
essendovi scomparso.
Così posto, il
problema non può avere che una importanza secondaria rispetto al risultato
finale; esso presenta tuttavia un certo interesse da un punto di vista
relativo, che noi dobbiamo pur considerare, se vogliamo tener conto delle
condizioni particolari del periodo in cui viviamo. In via di principio,
basterebbe far rilevare che questo mondo occidentale, malgrado tutto, è la
parte di un insieme dal quale esso sembra essersi staccato dopo l’inizio dei
tempi moderni, e che nell’integrazione ultima di un ciclo tutte le parti
debbono in un qualche modo potersi ritrovare. Ma ciò non implica
necessariamente una restaurazione preliminare della tradizione occidentale,
poiché questa può essersi conservata soltanto allo stato di possibilità
permanente nella sua stessa scaturigine, al di fuori della forma speciale da
essa rivestita ad un dato momento. Ciò, solo a titolo di accenno, poiché, per
far capire interamente ciò di cui si tratta, bisognerebbe trattare dei rapporti
esistenti fra la tradizione primordiale e le tradizioni subordinate, cosa che
qui noi non possiamo pensare di fare. Questo sarebbe il caso più sfavorevole
per il mondo occidentale preso in sé stesso, e il suo stato attuale fa temere
che proprio tale caso dovrà realizzarsi. Noi abbiamo però detto che vi sono dei
segni che ci permettono di pensare che ogni speranza in una migliore soluzione
non è ancora del tutto perduta.
In Occidente esiste
oggi un numero di persone, più grande di quel che si creda, le quali cominciano
a prender conoscenza di quel che manca alla loro civiltà: se esse restano in
vaghe aspirazioni e in ricerche troppo spesso sterili, se accade perfino che esse
smarriscano definitivamente la via, ciò avviene per il loro mancare di dati
reali, che nulla potrebbe sostituire, e per l’inesistenza di una organizzazione
che possa dar loro il necessario orientamento dottrinale. Beninteso, qui non
parliamo di coloro che han potuto trovare questo orientamento nelle tradizioni
orientali tanto da trovarsi, intellettualmente, fuori dal mondo occidentale:
costoro, d’altronde, non rappresentano che un caso d’eccezione e non potrebbero
esser considerati come parti integranti di una élite occidentale. Essi
sono in realtà un prolungamento delle élites orientali, il quale
potrebbe esercitare una funzione di collegamento dopo che l’élite
occidentale sia giunta a costituirsi. Quanto alla élite occidentale, essa quasi
per definizione potrebbe solo costituirsi attraverso una iniziativa
propriamente occidentale, nel che sta tutta la difficoltà. Una tale iniziativa
sarà possibile in due soli modi: o l’Occidente ne troverà in sé stesso i mezzi,
con un ritorno diretto alla sua propria tradizione, ritorno che sarebbe come lo
spontaneo svegliarsi di possibilità latenti; ovvero alcuni elementi occidentali
compiranno quest’opera di restaurazione con l’aiuto di una certa conoscenza
delle dottrine orientali, conoscenza che, pur non potendo essere assolutamente
diretta, poiché essi debbono restare occidentali, potrebbe tuttavia conseguirsi
grazie ad una specie d’influenza di secondo grado, esercitantesi attraverso
intermediari come quelli cui or ora abbiamo alluso. La prima di queste due
ipotesi è poco probabile, giacché essa implica l’esistere, in Occidente, di
almeno un centro in cui lo spirito tradizionale si sia conservato
integralmente: e noi abbiamo detto che, malgrado certe affermazioni,
l’esistenza di un centro del genere appare assai dubbia. È la seconda ipotesi
che bisogna dunque esaminare più da vicino.
In questo caso, anche
se non è necessario assolutamente, pure sarebbe bene che l’élite in
formazione assumesse come punto d’appoggio una organizzazione occidentale
avente già una sua esistenza effettiva; ora, sembra che in Occidente non vi sia
più che un’unica organizzazione possedente un carattere tradizionale e
conservante una dottrina tale da fornire al lavoro di cui si tratta una base
appropriata: è la Chiesa Cattolica. Senza nulla cambiare nella forma religiosa
sotto la quale essa si presenta all’esterno, basterebbe restituire alla
dottrina di questa il senso profondo che essa ha realmente, ma del quale i suoi
rappresentanti attuali sembrano non aver più coscienza: tanto poco, quanto
dell’unità essenziale di questa dottrina con le altre forme tradizionali, le
due cose essendo d’altronde inseparabili. Sarebbe la realizzazione del
Cattolicesimo nel vero senso della parola, poiché questo termine,
etimologicamente, esprime l’idea della universalità, cosa troppo dimenticata da
coloro che vorrebbero farne la denominazione esclusiva di una forma speciale e
puramente occidentale, priva di ogni legame effettivo con le altre tradizioni;
e si può dire che se allo stato presente delle cose il Cattolicesimo ha solo
una esistenza virtuale, ciò accade per il fatto che in esso non troviamo
realmente la coscienza dell’universalità. Ma non è men vero che l’esistenza di
una organizzazione avente un tale nome indica una base possibile per la
restaurazione dello spirito tradizionale nella sua accezione più completa,
tanto più che, nel Medioevo, essa già servì di sostegno a questo spirito nel
mondo occidentale. Non si tratterebbe insomma che di un ripristino di quel che
già esistette prima della deviazione moderna con gli adattamenti necessari alle
condizioni di un’altra epoca. E se alcuni si stupiranno o protesteranno contro
una idea del genere, ciò vorrà solo dire che essi stessi, a loro insaputa e
forse loro malgrado, sono imbevuti di spirito moderno fino al punto di aver
perduto interamente il senso di una tradizione, della quale essi conservano
soltanto la scorza. Interesserebbe sapere se il formalismo della «lettera», che
è ancora una delle varietà del «materialismo» quale da noi è stato
precedentemente spiegato, ha soffocato definitivamente la spiritualità, ovvero
se quest’ultima ne è stata solo oscurata in modo passeggero e può svegliarsi
ancora nel seno stesso dell’organizzazione esistente; ma solo lo sviluppo
futuro degli avvenimenti permetterà di rispondere a ciò.
D’altronde può darsi
che questi stessi avvenimenti prima o poi imporranno ai dirigenti della Chiesa
Cattolica come una necessità ineluttabile ciò di cui essi non sanno comprendere
l’importanza diretta in funzione di intellettualità pura. Sarà certo deplorevole
se, per indurli a riflettere, occorreranno circostanze così contingenti, come
quelle relative al dominio politico, considerato fuori da ogni principio
superiore; ma bisogna pur ammettere che l’occasione per lo sviluppo di
possibilità latenti può essere offerta a ciascuno dai mezzi più alla portata
della sua facoltà attuale di comprensione. Per cui, diremo quanto segue: di
fronte all’aggravarsi di un disordine che sempre più si generalizza, bisogna
far appello all’unità di tutte le forze spirituali esercitanti ancora un’azione
nel mondo esterno, in Oriente così come in Occidente; e, da parte
dell’Occidente, non ci è dato di vedere che quelle della Chiesa Cattolica. Se
quest’ultima, per tale via, potesse venire in contatto con i rappresentanti
delle vere tradizioni orientali, dovremmo rallegrarci di questo primo
risultato, che potrebbe precisamente costituire il punto di partenza per quel
che abbiamo in vista, perché senza dubbio presto ci si accorgerà che un’intesa
semplicemente esteriore e «diplomatica» sarebbe illusoria e non potrebbe avere
le conseguenze desiderate; per cui bisognerebbe pur venire a ciò da cui
normalmente si avrebbe dovuto cominciare, ossia a considerare un accordo in
funzione dei principi, accordo la cui condizione necessaria e sufficiente è che
i rappresentanti dell’Occidente ritornino ad essere veramente coscienti di
questi principi, così come lo sono quelli dell’Oriente. La vera intesa,
diciamolo ancora una volta, può compiersi solo dall’alto e dall’interno, quindi
nel dominio che può venire chiamato indifferentemente intellettuale o
spirituale, per noi i due termini avendo in fondo esattamente lo stesso senso.
In seguito, l’intesa partendo da questo punto si svilupperebbe necessariamente
anche in tutti gli altri domini, allo stesso modo che, una volta che un
principio sia posto, v’è solo da dedurne o «esplicitarne» tutte le conseguenze
compresevi. Per tutto ciò, vi è un solo ostacolo: il proselitismo occidentale,
che non può decidersi ad ammettere che talvolta si ha bisogno di «alleati» che
non siano dei «sudditi»; o, per parlare più esattamente, è il difetto di
comprensione di cui il proselitismo non è che uno degli effetti.
Quest’ostacolo potrà
venire sormontato? Se non lo potrà, l’élite, per costituirsi, non dovrà
più contare che sugli sforzi di coloro che saranno qualificati a tanto per la
loro capacità intellettuale, al di fuori di ogni ambiente definito, e
naturalmente bisognerà anche contare sull’aiuto dell’Oriente. L’opera dell’élite
sarebbe allora più difficile e la sua azione non potrebbe esercitarsi che a più
lunga scadenza, poiché essa dovrebbe crearsi da sé tutti gli strumenti
necessari, invece di trovarseli pronti come nell’altro caso. Ma noi non
crediamo che per gravi che tali difficoltà siano, esse possano impedire quel
che, in un modo o nell’altro, dovrà esser compiuto.
Onde è opportuno
dichiarare ancora questo: già ora nel mondo occidentale sono visibili indici
certi di un movimento ancora indeterminato, ma che potrà, anzi in via normale
dovrà, condurre alla ricostituzione di una élite intellettuale, a meno
che una soluzione violenta della crisi non intervenga troppo rapidamente, ad
impedirgli di svilupparsi sino in fondo. Occorre appena dire che la Chiesa, in
vista della sua futura funzione, avrebbe tutto l’interesse di portarsi in un
qualche modo oltre questo movimento anziché lasciare che esso si compia senza
di essa ed esser poi costretta a seguirlo onde conservare una influenza che
minaccerebbe di sottrarlesi. Non è necessario porsi da un punto di vista molto
alto e arduo per comprendere che, insomma, è la Chiesa che avrebbe i maggiori
vantaggi nell’assumere un’attitudine che, d’altronde, lungi dall’esigere da
parte sua il menomo compromesso d’ordine dottrinale, avrebbe anzi per risultato
lo sbarazzarla da ogni infiltrazione dello spirito moderno e per via della quale
nulla verrebbe a modificarsi esternamente. Sarebbe piuttosto paradossale vedere
un Cattolicesimo integrale realizzarsi senza il concorso della Chiesa
Cattolica, che allora si troverebbe forse nella singolare posizione di dover
accettare di esser difesa, contro i più terribili attacchi da essa mai subiti,
da persone che i suoi dirigenti, o almeno coloro che essa lascia parlare in
loro nome, in un primo tempo avrebbero cercato di squalificare facendoli
oggetto delle accuse più infondate. Da parte nostra, ci dispiacerebbe se
qualcosa di simile dovesse accadere: ma se si vuole che le cose non giungano
fino a tale punto è tempo che coloro che, per la loro posizione, hanno le
maggiori responsabilità, agiscano con piena conoscenza di causa e non
permettano che tentativi, i quali possono avere conseguenze della massima
importanza, rischino di esser frustrati dall’incomprensione o dalla malevolenza
di qualche individualità più o meno subalterna, cosa che già si è verificata e
che mostra ancora una volta fino a qual punto oggi il disordine regni
dappertutto. Noi prevediamo che non ci si sarà affatto grati di tali
avvertimenti, da noi dati in piena indipendenza e in un modo del tutto
disinteressato; poco importa, e noi non per questo cesseremo di dire quel che
deve esser detto, quando occorrerà e nella forma che riterremo più adeguata
alle circostanze. Ciò che qui diciamo, è solo la sintesi delle conclusioni da
noi tratte da certe «esperienze» assai recenti, fatte, naturalmente, su di un
piano puramente intellettuale. Almeno per il momento, non è il caso di entrare,
nel riguardo, in dettagli che del resto in sé stessi risulterebbero poco
interessanti: ma possiamo affermare che, in quanto precede, non vi è una sola
parola scritta senza avervi prima ben riflettuto. A ciò sarebbe perfettamente
inutile opporre sottigliezze filosofiche che noi vogliamo ignorare; noi
parliamo seriamente di cose serie e non abbiamo tempo da perdere in discussioni
verbali che per noi non hanno alcun interesse; e intendiamo tenerci
assolutamente fuori da ogni polemica, da ogni disputa di scuola o di partito,
allo stesso modo che respingiamo recisamente ogni tentativo di applicare a noi
una qualunque etichetta occidentale, non essendovene nessuna che sia al caso.
Che ciò piaccia o meno a certuni, così stanno le cose e nulla, nel riguardo,
può farci cambiare attitudine.
Ed ora dobbiamo fare
un avvertimento anche a coloro che, per la loro capacità di una comprensione
più alta, anche se non per il grado di conoscenza da essi effettivamente
raggiunto, sembrano destinati a divenire gli elementi di una possibile élite.
È certo che lo spirito moderno, il quale è veramente «diabolico» in ogni senso
della parola, cerca con tutti i mezzi d’impedire che questi elementi, oggi
isolati e dispersi, giungano alla coesione necessaria per esercitare un’azione
reale sulla mentalità generale. Spetta dunque a quelli che più o meno
completamente hanno già preso coscienza dello scopo verso il quale debbono
tendere i loro sforzi, di non lasciarsi sviare dalle difficoltà che
incontreranno, quali esse siano. Per coloro che non sono ancora giunti al punto
a partir dal quale un orientamento infallibile non permette più di scostarsi
dalla retta via, son sempre da temersi le deviazioni più gravi: la massima
prudenza è dunque necessaria, e noi vorremmo anzi dire che essa deve spingersi
fino alla diffidenza, poiché l’«avversario», che fino a quel punto non sarà
ancora definitivamente vinto, sa assumere le forme più varie e talvolta più
inattese. Accade spesso che quelli che credono di essere sfuggiti al
«materialismo» moderno siano captati da cose che, pur sembrando opporsi ad
esso, in realtà sono dello stesso ordine. Data la loro conformazione mentale, a
tale riguardo occorre mettere specialmente in guardia gli Occidentali contro la
suggestione che su di essi possono esercitare «fenomeni» più o meno straordinari.
Da ciò derivano in massima parte gli errori «neo-spiritualisti» e si può
prevedere che questo pericolo si accentuerà, le forze oscure che alimentano il
disordine attuale trovando qui uno dei loro più potenti mezzi d’azione.
È perfino probabile
che noi non si sia più tanto lontani dall’epoca cui si riferisce questa
predizione evangelica, già da noi altrove ricordata: «Sorgeranno dei falsi
Cristi e dei falsi profeti, che faranno grandi prodigi e cose stupefacenti,
fino a sedurre, se fosse possibile, gli stessi eletti».
Gli «eletti» sono,
come la parola lo indica, coloro che fan parte dell’élite intesa nella
pienezza del suo vero senso: per questo ‑ diciamolo in tale occasione ‑ noi
abbiamo usato il termine malgrado l’abuso che di esso fa il mondo «profano». Se
costoro, per via della «realizzazione» interiore a cui sono giunti, non possono
più venir sedotti, le cose vanno diversamente per quelli che, non avendo ancora
che alcune possibilità di conoscenza, sono propriamente soltanto i «chiamati»;
onde l’Evangelo dice che «molti saranno i chiamati, ma pochi gli eletti». Noi
entriamo in un’epoca in cui sarà particolarmente difficile «distinguere il
grano dalla mala erba», effettuare realmente quel che i teologi chiamano «la
discriminazione degli spiriti»; ciò, per via di manifestazioni disordinate che
s’intensificheranno e moltiplicheranno, e altresì per via del difetto di vera
conoscenza in coloro, la funzione normale dei quali dovrebbe essere di guidare
gli altri, mentre oggi troppo spesso non sono che delle «guide cieche». Si
vedrà allora se, in tali condizioni, le sottigliezze dialettiche saranno di una
qualche utilità, e se una «filosofia», sia anche la migliore possibile, basterà
per arrestare lo scatenamento delle «potenze infernali». Questa è un’altra
ancora delle illusioni da cui alcuni debbono guardarsi; poiché vi sono troppe
persone le quali, ignorando che cosa sia l’intellettualità pura, si immaginano
che una conoscenza semplicemente filosofica, la quale, perfino nel migliore dei
casi, è appena un’ombra della vera conoscenza, sia capace di rimediare a tutto
e di attuare la rettificazione della mentalità contemporanea; allo stesso modo
che vi sono altri che credono di trovare nella stessa scienza moderna un mezzo
per innalzarsi a delle verità superiori, laddove questa scienza si fonda
proprio sulla negazione di tali verità. Tutte queste illusioni sono altrettante
cause di sviamento; una quantità di sforzi ne resta dissipata in pura perdita;
ed è così che molti fra quelli che oggi vorrebbero sinceramente reagire contro
lo spirito moderno sono ridotti all’impotenza, perché, non avendo saputo
trovare i principi fondamentali senza di cui ogni azione è assolutamente vana,
essi si lasciano trascinare in vicoli ciechi, dai quali non possono più uscire.
Coloro che
riusciranno a vincere tutti questi ostacoli e a trionfare dell’ostilità di un
ambiente opposto ad ogni spiritualità, saranno senza dubbio pochi; ma, ancora
una volta, non è il numero che qui importa, poiché qui siamo in un campo le cui
leggi sono affatto diverse da quelle della materia. Non vi è dunque ragione di
disperare; e quand’anche non si potesse sperare di raggiungere un risultato
sensibile prima che il mondo moderno precipiti, questo non sarebbe un motivo
per non cominciare un’opera la cui portata reale va ben oltre l’epoca attuale.
Coloro che fossero tentati di cedere allo scoraggiamento debbono pensare che
nulla di quanto viene compiuto in quest’ordine può mai andar perduto; che il
disordine, l’errore e l’oscurità possono trionfare solo in apparenza e in modo
affatto momentaneo; che tutti gli squilibri parziali e transitori debbono
necessariamente concorrere alla costituzione del grande equilibrio totale e che
nulla potrà mai prevalere in modo definitivo contro la potenza della verità: la
loro divisa sia quella adottata in altri tempi da certe organizzazioni
iniziatiche dell’Occidente: Vincit omnia Veritas.
Fonte: La crisi
del mondo moderno, Edizioni Mediterranee, Roma, 1985.
[1] Ciò riconduce alla funzione di
«conservazione divina» che, nella tradizione indù, è rappresentata da Vishnu,
e più particolarmente alla dottrina degli avatâra o «discese» del
principio divino del mondo manifestato: sono accenni, cui naturalmente qui non
possiamo dare nessuno sviluppo.
[2] Va notato che il nome Zoroastro
designa in realtà non un personaggio particolare, ma una funzione profetica e
legislatrice ad un tempo. Vi furono parecchi «Zoroastri», che vissero in epoche
differentissime. È perfino probabile che questa funzione abbia avuto un
carattere collettivo, così come quella di Vyâsa in India: allo stesso
modo che quel che in Egitto fu attribuito a Thoth o Ermete ha rappresentato
l’opera di tutta la casta sacerdotale.
[3] La
questione del Buddhismo è, in realtà, lungi dall’essere così semplice come
potrebbe farlo pensare questo breve cenno; ed è interessante annotare che, se
gli Indù, dal punto di vista della loro tradizione propria, hanno sempre
condannato i Buddhisti, molti tra loro professano nondimeno un grande rispetto
per il Buddha stesso, e alcuni giungono persino a vedere in lui il nono Avatâra,
mentre altri identificano quest’ultimo con Cristo. D’altra parte, per quanto
concerne il Buddhismo com’è conosciuto oggi, occorre distinguere molto
accuratamente tra le sue due forme del Mahâyâna e del Hinayâna, o
del “Grande Veicolo” e del “Piccolo Veicolo”; in modo generale, si può dire
che il Buddhismo fuori dall’India differisce notevolmente dalla sua forma
indiana originaria, che cominciò a perdere rapidamente terreno dopo la morte di
Ashoka e scomparve completamente alcuni secoli più tardi.
[4] È un caso che non si restringe
all’India ma si riscontra anche in Occidente. È proprio per la stessa ragione
che non si trova alcuna vestigia delle città galliche, la cui esistenza è
tuttavia incontestabile, essendo affermata dalle testimonianze di contemporanei.
Anche in questo caso gli storici moderni hanno approfittato dell’assenza dei
monumenti per descrivere i Galli come dei selvaggi viventi nelle foreste.
[5] Il rapporto qui è più o meno lo
stesso di quello esistente, secondo la dottrina taoista, fra lo stato
dell’«uomo dotato» e quello dell’«uomo trascendente».
[6] Citeremo solo due esempi di
fatti del genere destinati ad avere le più gravi conseguenze: la pretesa
invenzione della stampa, già conosciuta dai Cinesi prima dell’era cristiana, e
la scoperta «ufficiale» dell’America, con la quale durante tutto il Medioevo
esistettero comunicazioni molto più frequenti di quel che non si sospetti.
[7] Nei Misteri di Eleusi questa legge
veniva rappresentata col simbolismo del chicco di grano. Gli alchimisti la
figuravano con la «putrefazione» e il «color nero» che segna l’inizio della
«Grande Opera». Ciò che i mistici cristiani chiamano la «notte oscura
dell’anima» non ne è che l’applicazione allo sviluppo spirituale dell’essere
elevantesi agli stati superiori: e facile sarebbe indicare molte altre
concordanze.
[8] Ciò riconduce alla funzione di
«conservazione divina» che, nella tradizione indù, è rappresentata da Vishnu,
e più particolarmente alla dottrina degli avatâra o «discese» del
principio divino del mondo manifestato: sono accenni, cui naturalmente qui non
possiamo dare nessuno sviluppo.
[9] Va notato che il nome Zoroastro
designa in realtà non un personaggio particolare, ma una funzione profetica e
legislatrice ad un tempo. Vi furono parecchi «Zoroastri», che vissero in epoche
differentissime. È perfino probabile che questa funzione abbia avuto un
carattere collettivo, così come quella di Vyâsa in India: allo stesso
modo che quel che in Egitto fu attribuito a Thoth o Ermete ha rappresentato
l’opera di tutta la casta sacerdotale.
[10] La
questione del Buddhismo è, in realtà, lungi dall’essere così semplice come
potrebbe farlo pensare questo breve cenno; ed è interessante annotare che, se
gli Indù, dal punto di vista della loro tradizione propria, hanno sempre
condannato i Buddhisti, molti tra loro professano nondimeno un grande rispetto
per il Buddha stesso, e alcuni giungono persino a vedere in lui il nono Avatâra,
mentre altri identificano quest’ultimo con Cristo. D’altra parte, per quanto
concerne il Buddhismo com’è conosciuto oggi, occorre distinguere molto
accuratamente tra le sue due forme del Mahâyâna e del Hinayâna, o
del “Grande Veicolo” e del “Piccolo Veicolo”; in modo generale, si può dire
che il Buddhismo fuori dall’India differisce notevolmente dalla sua forma
indiana originaria, che cominciò a perdere rapidamente terreno dopo la morte di
Ashoka e scomparve completamente alcuni secoli più tardi.
[11] È un caso che non si restringe
all’India ma si riscontra anche in Occidente. È proprio per la stessa ragione
che non si trova alcuna vestigia delle città galliche, la cui esistenza è
tuttavia incontestabile, essendo affermata dalle testimonianze di contemporanei.
Anche in questo caso gli storici moderni hanno approfittato dell’assenza dei
monumenti per descrivere i Galli come dei selvaggi viventi nelle foreste.
[12] Il rapporto qui è più o meno lo
stesso di quello esistente, secondo la dottrina taoista, fra lo stato
dell’«uomo dotato» e quello dell’«uomo trascendente».
[13] Citeremo solo due esempi di fatti del
genere destinati ad avere le più gravi conseguenze: la pretesa invenzione della
stampa, già conosciuta dai Cinesi prima dell’era cristiana, e la scoperta
«ufficiale» dell’America, con la quale durante tutto il Medioevo esistettero
comunicazioni molto più frequenti di quel che non si sospetti.
[14] Nei Misteri di Eleusi questa legge
veniva rappresentata col simbolismo del chicco di grano. Gli alchimisti la
figuravano con la «putrefazione» e il «color nero» che segna l’inizio della
«Grande Opera». Ciò che i mistici cristiani chiamano la «notte oscura
dell’anima» non ne è che l’applicazione allo sviluppo spirituale dell’essere
elevantesi agli stati superiori: e facile sarebbe indicare molte altre
concordanze.
[15] La
contemplazione e l’azione sono infatti rispettivamente le funzioni proprie alle
due prime caste della gerarchia indù, quella dei brâhmani e quella dei kshatriya.
Anche i loro rapporti sono simultaneamente quelli fra autorità spirituale e
potere temporale. Ma per un tale lato della questione rimandiamo alle
esposizioni contenute nel nostro libro Autorité spirituelle et pouvoir
temporel (Parigi, 1929).
[16] Chi dubitasse di questa
importanza reale, benché relativa, accordata all’azione dalle dottrine
tradizionali d’Oriente, e soprattutto dell’India, per convincersene, non
avrebbe che da riferirsi alla Bhagavad-gîtâ, che è d’altronde ‑ non si
deve dimenticarlo, se se ne vuole intendere bene il senso ‑ un libro
specialmente destinato ai kshatriya.
superiore al mutamento
[17] È in virtù
del rapporto così stabilito che vien detto che il brâhmano rappresenta
il tipo degli esseri stabili e il kshatriya quello degli esseri mobili o
mutevoli. Così tutti gli esseri del mondo, seguendo la loro natura, sono
principalmente in relazione con l’uno o con l’altro tipo, essendovi una
perfetta corrispondenza fra ordine cosmico e ordine umano.
[18] Bisogna
infatti notare, come conseguenza di questo carattere momentaneo dell’azione,
che nel dominio di essa i risultati son sempre separati da chi li produce,
mentre la conoscenza possiede in sé stessa il proprio frutto.
[19] Poco dopo le
sue origini, il Buddhismo si associò ad una delle principali manifestazioni
della rivolta dei kshatriya contro l’autorità dei brâhmani. Ora,
in via generale, è facile comprendere dalle indicazioni precedenti che esiste
una connessione assai diretta fra la negazione di ogni principio immutabile e
quella dell’autorità spirituale, fra la riduzione di ogni realtà al «divenire»
e l’affermazione della supremazia del potere temporale, il cui dominio proprio
è il mondo dell’azione. E si potrebbe constatare che la comparsa delle dottrine
«naturaliste» o antimetafisiche avviene sempre nel punto in cui l’elemento che
rappresenta il potere temporale prende, in una civiltà, il sopravvento su
quello che rappresenta l’autorità spirituale.
[20] Si
può notare che qualcosa di analogo si è verificato nell’ordine sociale, ove i
moderni hanno preteso di separare il temporale dallo spirituale. Non si tratta
di contestare la distinzione esistente fra i due principi, i quali
effettivamente si riferiscono a domini differenti, come nel caso della
metafisica e delle scienze. Ma per via di un errore inerente allo spirito
analitico ci si dimentica che distinzione non vuol dire affatto separazione.
Costituitosi a sé, il potere temporale perde la sua legittimità e lo stesso
potrebbe esser detto, nell’ordine intellettuale, per quel che riguarda le
scienze.
[21] La
stessa osservazione vale, nel campo religioso, per una certa «apologetica» che
pretende di mettersi d’accordo con i risultati della scienza moderna: lavoro
del tutto inutile e sempre da rifare, che presenta d’altronde il grave pericolo
di dar l’illusione di una solidarietà fra la religione e queste concezioni
mutevoli e effimere, da cui essa deve restare del tutto indipendente.
[22]
Sarebbe facile indicare esempi. Ne citeremo solo uno dei più caratteristici: la
differenza fra il carattere delle concezioni relative all’etere nella
cosmologia indù e nella fisica moderna.
[23] Ciò
viene espresso, p. es., da denominazioni come quella di upavêda,
applicata in India a certe «scienze tradizionali» e indicante la subordinazione
di esse rispetto ai Vêda, cioè alla conoscenza sacra per eccellenza.
[24] Nel
nostro studio L’ésotérisme de Dante (Paris, 1925), abbiamo indicato il
simbolismo della scala, i vari gradini della quale, secondo diverse tradizioni,
corrispondono sia a certe scienze che a stati dell’essere: cosa che
presupponeva necessariamente che tali scienze non venissero considerate in modo
affatto «profano» come fra i moderni, ma fossero suscettibili di una
trasposizione conferente loro una portata realmente «iniziatica».
[25] Per
questo, secondo la dottrina indù i brâhmana debbono indirizzare
costantemente il loro spirito alla conoscenza suprema, mentre i kshatriya
debbono piuttosto applicarsi allo studio successivo delle varie tappe
attraverso le quali si perviene progressivamente ad essa.
[26]
Questa è la parte che ha p. es. il simbolismo astronomico, usato così spesso
dalle varie dottrine tradizionali: e quel che ora diciamo può lasciar
intravvedere la vera natura di una scienza quale l’antica astrologia.
[27]
L’arte dei costruttori nel Medioevo può esser menzionata come un esempio
particolarmente notevole di queste «arti tradizionali», la cui pratica
implicava d’altronde la conoscenza reale delle scienze corrispondenti.
[28] Per
convincersene, basta considerare fatti come questo: una delle scienze più
«sacre», la cosmologia, che come tale ha un suo posto in tutti i Libri
ispirati, compresa la Bibbia ebraica, per i moderni è divenuta l’oggetto delle
ipotesi più «profane»: il dominio della scienza è pur lo stesso nei due casi,
ma il punto di vista è totalmente differente.
[29] Théosophisme e Erreur Spirite (cit.).
[30]
Questo stato, secondo la parola evangelica, dovrebbe peraltro durare fino alla
«consumazione del secolo», cioè fino al termine del ciclo attuale.
[31] Qui
si allude al primo dopoguerra 1918-1939. La frase che segue è di quelle che
l’A. aveva creduto opportuno aggiungere alla prima edizione italiana del
presente libro, uscita nel 1937 (N.d.T.).
[32] Basta
leggere S. Tomaso d’Aquino per vedere che numerus stat ex parte materiae.
[33] Dall’un ordine di realtà passando all’altro, l’analogia, qui, come in
ogni caso consimile, si applica strettamente in senso inverso.
[34] Una tale tendenza è quella che la dottrina indù chiama tamas e
che essa assimila all’ignoranza e all’oscurità. Si noterà che, secondo quanto
dicevamo poco fa circa l’applicazione dell’analogia, la compressione o
condensazione di cui si tratta è l’opposto della concentrazione considerata
nell’ordine spirituale o intellettuale; per cui, benché ciò possa apparire
singolare a tutta prima, essa in realtà corrisponde alla divisione e alla
dispersione nel molteplice. Lo stesso si verifica per l’uniformità realizzata
partendo dal basso, dal livello del più inferiore, che costituisce l’estremo
opposto dell’unità superiore e principale.
[35] Per
questo Dante pone la sede simbolica di Lucifero al centro della terra, cioè nel
punto in cui convergono da ogni parte le forze del peso. Da questo punto di
vista, esso è l’inverso del centro dell’attrazione spirituale o «celeste»,
simbolizzato dal sole nella gran parte delle dottrine tradizionali.
[36]
Prima del XVIII secolo vi furono delle teorie «meccanicistiche» dall’atomismo
greco fino alla fisica cartesiana; ma non bisogna confondere «meccanicismo» con
«materialismo», malgrado certe affinità che han potuto creare una specie di
solidarietà di fatto fra l’uno e l’altro a partire dall’avvento del
«materialismo» propriamente detto.
[37] Satan,
nella lingua ebraica, vuol dire l’«avversario», ossia colui che capovolge le
cose e le assume in un certo qual modo all’inverso; è lo spirito di negazione e
di sovvertimento, che si identifica alla tendenza discendente o
«inferiorizzante», «infernale» nel senso etimologico: quella stessa seguita
dagli esseri nel processo di materializzazione secondo cui si è effettuato
tutto lo sviluppo della civiltà moderna.
[38] Noi
sappiamo che il Massis, pur non ignorando le nostre opere, si è astenuto
accuratamente dal fare il minimo accenno ad esse, poiché ciò sarebbe andato a
danno della sua tesi: il che indica almeno una mancanza di franchezza. Noi del
resto abbiamo solo da rallegrarci di questo silenzio, che ci evita di veder
mescolare a polemiche spiacevoli cose che, per la loro natura, debbono restare
al disopra di ogni discussione. Vi è sempre qualcosa di penoso nello spettacolo
dell’incomprensione «profana», benché la verità della «dottrina sacra» sia, in
sé stessa, indubbiamente troppo alta per poter venire da essa pregiudicata.
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