15 - I PRINCIPI DEL CALCOLO INFINITESIMALE - René Guénon
René Guénon
I PRINCIPI DEL CALCOLO INFINITESIMALE
INDICE
Premessa 11
I. Infinito e indefinito 20
II. La contraddizione del «numero infinito» 32
III. La moltitudine innumerabile 38
IV. La misura del continuo 47
V. Questioni
sollevate dal metodo infinitesimale 55
VI. Le «finzioni ben fondate» 61
VII. I «gradi di infinità» 69
VIII. «Divisione all’infinito» o divisibilità indefinita 78
IX. Indefinitamente crescente e indefinitamente decrescente 88
X. Infinito e continuo 97
XI. La «legge di continuità» 102
XII. La nozione di limite 109
XIII. Continuità e passaggio al limite 115
XIV. Le «quantità evanescenti» 120
XV. Zero non è un numero 127
XVI. La notazione dei numeri negativi 136
XVII. Rappresentazione dell’equilibrio delle forze 146
XVIII. Quantità variabili e quantità fisse 153
XIX. Le differenziazioni successive 158
XX. Ordini differenti di indefinitezza 162
XXI. L’indefinito è inesauribile analiticamente 170
XXII. Carattere sintetico dell’integrazione 175
XXIII. Gli argomenti di Zenone d’Elea 182
XXIV. Vera concezione del passaggio al limite 187
XXV. Conclusione 192
I PRINCIPI DEL CALCOLO
INFINITESIMALE
Premessa
Benché il
presente studio possa sembrare, almeno a prima vista, di un carattere un po’
«speciale», ci è parso utile intraprenderlo al fine di precisare e spiegare più
completamente certe nozioni alle quali ci è accaduto di fare riferimento nelle
diverse occasioni in cui ci siamo serviti del simbolismo matematico, e questa
ragione basterebbe insomma a giustificarlo senza dovervi insistere oltre.
Dobbiamo dire tuttavia che ad essa si aggiungono altre ragioni secondarie,
concernenti soprattutto quel che si potrebbe chiamare l’aspetto «storico» della
questione; quest’ultimo, in effetti, non è del tutto privo d’interesse dal
nostro punto di vista, nel senso che tutte le discussioni sollevate riguardo
alla natura ed al valore del calcolo infinitesimale offrono un esempio
stupefacente dell’assenza di principio che caratterizza le scienze profane,
ossia le sole scienze che i moderni conoscano e persino concepiscano come
possibili. Abbiamo spesso fatto notare come la maggior parte di tali scienze,
anche nella misura in cui corrispondono ancora a qualche realtà, non
rappresentino altro che residui snaturati di alcune delle antiche scienze
tradizionali: è la parte inferiore di queste che, avendo cessato di essere
posta in relazione coi principi, ed avendo perduto perciò il suo vero
significato originario, ha finito
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per assumere uno
sviluppo indipendente e per essere considerata una conoscenza sufficiente a se
stessa, benché in verità il suo valore come conoscenza si trovi per ciò stesso
ridotto quasi a nulla. Questo è evidente soprattutto nel caso delle scienze fisiche,
ma, come abbiamo spiegato altrove1, la stessa matematica moderna
sotto tale aspetto non fa eccezione, se la si raffronta a quel che erano per
gli antichi la scienza dei numeri e la geometria; e, quando parliamo qui degli
antichi, occorre comprendervi anche l’antichità «classica», come il minimo
studio delle teorie pitagoriche e platoniche basterebbe a mostrare, o almeno lo
dovrebbe, se non si dovesse tener conto della straordinaria incomprensione di
quanti pretendono attualmente di interpretarle; se tale incomprensione non
fosse così completa, come si potrebbe sostenere, ad esempio, l’opinione di
un’origine «empirica» delle scienze in questione, quando in realtà esse
appaiono al contrario tanto più lontane da ogni «empirismo» quanto più si
risale indietro nel tempo, come d’altronde avviene per ogni altra branca della
conoscenza scientifica?
I matematici,
nell’epoca moderna e più particolarmente ancora nell’epoca contemporanea,
sembrano ormai giunti ad ignorare cosa sia veramente il numero; e con ciò non
intendiamo parlare solamente del numero nel senso analogico e simbolico in cui
l’intendevano i Pitagorici ed i Cabalisti, cosa fin
1. Si veda Le Règne de la Quantité et les Signes
des Temps, Gallimard, Paris, 1945; [trad. it.: Il Regno della Quantità e
i Segni dei Tempi, Adelphi, Milano, 1982].
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troppo evidente,
ma anche, per quanto possa apparire strano e quasi paradossale, del numero
nella sua accezione semplicemente e propriamente quantitativa. Essi riducono,
infatti, tutta la loro scienza al calcolo, secondo la concezione più ristretta
possibile, intesa cioè come un insieme di procedimenti più o meno artificiali,
valevoli unicamente per le applicazioni pratiche cui danno luogo: ciò significa
in fondo che essi sostituiscono il numero con la cifra, e, del resto, questa
confusione del numero con la cifra è così diffusa ai giorni nostri che la si
potrebbe facilmente ritrovare ad ogni istante fin nelle espressioni del
linguaggio corrente2. Ora la cifra, a rigore, non è che l’abito del
numero; non diciamo il suo corpo, poiché è piuttosto la forma geometrica che,
sotto certi aspetti, può essere legittimamente considerata il vero corpo del
numero, come mostrano le teorie degli antichi sui poligoni ed i poliedri, posti
in diretto rapporto col simbolismo dei numeri; e ciò si accorda d’altronde col
fatto che ogni «incorporazione» implica necessariamente una «spazializzazione».
Non vogliamo dire tuttavia che le cifre stesse siano segni interamente
arbitrari, la cui forma sarebbe stata determinata dalla fantasia di uno o più
individui; deve valere per i caratteri numerici quel che vale per i caratteri
alfabetici, dai quali d’altronde non si distinguono in certe
2. Lo stesso accade agli «pseudo-esoteristi», i quali conoscono così poco ciò di cui
vogliono parlare che non mancano mai di commettere questa stessa confusione
nelle elucubrazioni di fantasia che hanno la pretesa di sostituire alla scienza
tradizionale dei numeri!
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lingue3,
potendosi applicare sia agli uni sia agli altri la nozione di un’origine
geroglifica, cioè ideografica o simbolica, comune a tutte le scritture senza
eccezione, per quanto dissimulata possa essere tale origine in certi casi per
deformazioni o alterazioni più o meno recenti.
Quel che è
certo, è che i matematici impiegano nelle loro notazioni simboli di cui non
conoscono più il significato, e che sono come vestigia di tradizioni
dimenticate; la cosa più grave è che non solo non si chiedono più quale possa
essere questo significato, ma sembrano persino non volere che ve ne sia uno. In
effetti, essi tendono sempre più a reputare ogni notazione una semplice
«convenzione», intendendo con ciò un qualcosa che sia posto in maniera del
tutto arbitraria, il che costituisce in fondo una vera impossibilità, poiché
non si fa mai una convenzione qualsiasi senza avere qualche ragione di farla, e
di fare precisamente quella anziché un’altra; solo a coloro che ignorano tale
ragione la convenzione può apparire arbitraria, come
3 L’ebraico ed il
greco rientrano in questo caso, come pure l’arabo prima che fosse introdotto
l’uso delle cifre d’origine indiana, le quali in seguito, modificandosi in
misura maggiore o minore, di là passarono nell’Europa del medioevo; si può
notare a tale proposito che lo stesso vocabolo «cifra» non è altro che l’arabo çifr,
benché quest’ultimo non sia in realtà che la designazione dello zero. È vero
d’altra parte che in ebraico saphar significa «contare» o «numerare»
quanto «scrivere», da cui sepher, «scrittura» o «libro» (in arabo sifr,
che designa particolarmente un libro sacro), e sephar «numerazione»
o «calcolo»; da quest’ultima parola proviene altresì la designazione delle Sephiroth
della Cabala, che sono le «numerazioni» principiali assimilate agli attributi
divini.
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a coloro che
ignorano le cause di un avvenimento questo può apparire «fortuito»; è appunto
quanto si verifica in tal caso, e si può vedere in ciò una delle estreme
conseguenze dell’assenza di ogni principio, al punto da far perdere alla
scienza ‑ o sedicente tale, poiché allora essa non merita veramente più questo
nome sotto alcun aspetto ‑ ogni significato plausibile. D’altronde, proprio a
causa della concezione attuale di una scienza esclusivamente quantitativa,
detto «convenzionalismo» si estende poco a poco dalla matematica alle scienze
fisiche, nelle loro teorie più recenti, le quali si allontanano così sempre più
dalla realtà che pretendono spiegare; abbiamo sufficientemente insistito al
riguardo in un’altra opera per poterci dispensare dal dirne ancora, tanto più
che dobbiamo ora occuparci in modo particolare della sola matematica. Da questo
punto di vista aggiungeremo soltanto che, quando si perde così completamente di
vista il significato di una notazione, è fin troppo facile passare dall’uso legittimo
e valido di essa ad un uso illegittimo, che non corrisponde più effettivamente
a nulla e può persino risultare talvolta del tutto illogico; ciò può sembrare
assai straordinario trattandosi di una scienza come la matematica, la quale
dovrebbe avere con la logica legami particolarmente stretti, eppure è fin
troppo vero che si possono rilevare molteplici illogicità nelle nozioni
matematiche come sono considerate comunemente nella nostra epoca.
Uno degli esempi
più notevoli di tali nozioni illogiche, e che dovremo esaminare qui in primo
luogo,
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benché non sia
il solo che incontreremo nel corso della nostra esposizione, è il preteso
infinito matematico o quantitativo, fonte di quasi tutte le difficoltà
sollevate nei confronti del calcolo infinitesimale – o, forse più esattamente,
del metodo infinitesimale, essendovi in ciò qualcosa che, comunque la pensino i
«convenzionalisti», oltrepassa la portata di un semplice «calcolo» nel senso
ordinario del termine ‑; non vi sono eccezioni se non per le difficoltà
derivanti da una concezione erronea o insufficiente della nozione di «limite»,
indispensabile per giustificare il rigore del metodo infinitesimale e fame
altra cosa da un semplice metodo di approssimazione. D’altronde, come vedremo,
occorre distinguere tra i casi in cui il cosiddetto infinito non esprime che
una pura e semplice assurdità ‑ ossia un’idea contraddittoria in sé, come
quella del «numero infinito» ‑, ed i casi in cui è impiegato solamente in
maniera abusiva nel senso di indefinito; non si dovrebbe però credere che la
confusione tra infinito e indefinito si riduca per questo ad una semplice
questione di parole, poiché riguarda in verità le idee stesse. È singolare come
questa confusione, che sarebbe stato sufficiente dissipare per tagliar corto a
tante discussioni, sia stata commessa dallo stesso Leibnitz, generalmente
considerato l’inventore del calcolo infinitesimale, ma che noi chiameremmo
piuttosto il suo «formulatore», poiché questo metodo corrisponde a certe realtà
che, in quanto tali, hanno un’esistenza indipendente da colui che le concepisce
e le esprime più o meno perfettamente; le realtà di ordine matematico, al
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pari di tutte le
altre, non possono che essere scoperte, non inventate, mentre invece ‑ come
accade fin troppo spesso in questo ambito – è proprio d’«invenzione» che si
tratta, allorché ci si lascia condurre, tramite un «gioco» di notazione, nella
pura fantasia; ma sarebbe sicuramente ben difficile far comprendere questa
differenza a dei matematici i quali s’immaginano volentieri che tutta la loro
scienza non sia e non debba essere altro che una «costruzione dello spirito
umano», il che, se si dovesse dar loro credito, la ridurrebbe a ben poca cosa
in verità! Comunque sia, Leibnitz non seppe mai spiegarsi chiaramente sui
principi del suo calcolo, il che mostra come vi fosse in ciò qualcosa che lo
oltrepassava e gli si imponeva in qualche modo senza che ne avesse coscienza;
se egli se ne fosse reso conto, non avrebbe sicuramente ingaggiato al riguardo
una disputa di «priorità» con Newton; del resto, dispute simili sono sempre del
tutto vane, poiché le idee, nella misura in cui sono vere, non possono essere
proprietà di nessuno, a dispetto dell’«individualismo» moderno, e non vi è che
l’errore che possa essere attribuito propriamente agli individui umani. Non ci
dilungheremo oltre su tale questione, che potrebbe condurci assai lontano
dall’oggetto del nostro studio, per quanto non sia forse inutile, sotto certi
aspetti, far comprendere come il ruolo dei cosiddetti «grandi uomini» sia
spesso, in buona parte, un ruolo di «ricettori», benché essi stessi siano
generalmente i primi ad illudersi circa la loro «originalità».
Per il momento,
quel che ci riguarda più direttamente
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è questo: se
dobbiamo constatare simili insufficienze in Leibnitz, insufficienze tanto più
gravi in quanto vertono soprattutto sulle questioni di principio, che ne sarà
degli altri filosofi e matematici moderni, ai quali è sicuramente molto
superiore nonostante tutto? Tale superiorità gli deriva, da un lato, dallo
studio delle dottrine scolastiche del medioevo, benché non le abbia sempre
interamente comprese, e, dall’altro, da certi dati esoterici d’origine o
d’ispirazione principalmente rosacrociana4, dati evidentemente molto
incompleti e anche frammentari, e che d’altronde gli accadde talvolta di
applicare assai male, come vedremo da qualche esempio anche qui; è a queste due
«fonti», per parlare come gli storici, che conviene riferire in definitiva
pressoché tutto ciò che di realmente valido presentano le sue teorie, e che gli
permise di reagire, sia pure imperfettamente, contro il cartesianesimo, il
quale rappresentava allora, nel duplice dominio filosofico e scientifico,
l’insieme delle tendenze e delle concezioni più specificamente moderne. Tale
osservazione è sufficiente insomma a spiegare, in poche parole, tutto quel che
fu Leibnitz,
4. Il marchio
innegabile di tale origine si trova nella figura ermetica posta da Leibnitz
all’inizio del suo trattato De Arte combinatoria: è una rappresentazione
della Rota Mundi nella quale, al centro della doppia croce degli
elementi (fuoco e acqua, aia e terra) e delle qualità (caldo e freddo, secco e
umido), la quinta essentia è simboleggiata da una rosa a cinque petali
(corrispondenti all’etere considerato in sé e come principio degli altri
quattro elementi); naturalmente questa «firma» è passata completamente
inosservata a tutti i commentatori universitari!
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e, se lo si
vuole comprendere, non si dovrebbero mai perdere di vista queste indicazioni
generali, che, per tale ragione, abbiamo ritenuto opportuno formulare sin
dall’inizio; ma è ora di abbandonare queste considerazioni preliminari per
addentrarci nell’esame delle questioni che ci permetteranno di determinare il
vero significato del calcolo infinitesimale.
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I
Infinito e
indefinito
Procedendo in
qualche modo in senso inverso rispetto alla scienza profana, dobbiamo ‑ secondo
il punto di vista costante di ogni scienza
tradizionale ‑ porre innanzitutto il principio che ci permetterà in seguito di
risolvere, in maniera pressoché immediata, le difficoltà cui ha dato luogo il
metodo infinitesimale, senza perderci in discussioni che rischierebbero
altrimenti di essere interminabili, come lo sono in effetti per i filosofi ed i matematici moderni, i quali,
mancando di questo principio, non sono mai riusciti ad apportare a tali
difficoltà una soluzione soddisfacente e definitiva. Il principio in questione
è l’idea dell’Infinito inteso nel suo solo vero significato, ossia il
significato puramente metafisico; in proposito non dobbiamo d’altronde che
richiamare sommariamente quanto abbiamo già esposto in modo più completo
altrove1: l’Infinito è propriamente ciò che non ha limiti, poiché
finito è evidentemente sinonimo di limitato; non si può dunque, se non
abusivamente, applicare tale termine ad altro che a ciò che non ha
assolutamente alcun limite, vale a dire al Tutto universale, il quale include
in sé tutte le possibilità, e, pertanto,
1. Les États
multiples de l’être, Éditions Véga Paris, 1931, cap. I;
[trad. it.: Gli stati molteplici dell’essere, Adelphi, Milano, 1996].
20
non può essere
limitato da alcunché; così inteso l’Infinito è metafisicamente e logicamente
necessario, poiché non solo non può implicare alcuna contraddizione, non
racchiudendo in sé nulla di negativo, ma è al contrario la sua negazione che
sarebbe contraddittoria. Inoltre, non può evidentemente esservi che un
Infinito, poiché due infiniti supposti distinti si limiterebbero a vicenda,
dunque si escluderebbero forzatamente; di conseguenza, ogni qual volta il
termine «infinito» sia impiegato in un senso diverso da quello che abbiamo
appena indicato, potremo essere certi a priori che tale impiego è
necessariamente abusivo, poiché comporta, in definitiva, o l’ignorare in modo
puro e semplice l’infinito metafisico, o il supporre accanto ad esso un altro
infinito.
È vero che gli
scolastici ammettevano quel che chiamavano un infinitum secundum quid da
essi accuratamente distinto dall’infinitum absolutum, il solo infinito metafisico; ma possiamo vedere in
ciò un’imperfezione della loro terminologia, poiché, se tale distinzione
consentiva loro di sfuggire alla contraddizione di una pluralità di infiniti
intesi in senso proprio, è non meno certo che il duplice impiego del termine infinitum
rischiava di causare molteplici confusioni; d’altronde, dei due significati
che in tal maniera ad esso attribuivano, uno era del tutto improprio, perché
affermare che qualcosa è infinito soltanto sotto un certo aspetto ‑ significato
esatto dell’espressione infinitum secundum quid
21
‑ significa in
realtà che non è affatto infinito2. Infatti, non perché una cosa non
è limitata in un certo senso o sotto un certo aspetto è legittimo concluderne
che non sia in alcun modo limitata, come sarebbe invece necessario affinché
fosse veramente infinita; non solo può essere al contempo limitata sotto altri
aspetti, ma possiamo affermare che lo è necessariamente, per il fatto di essere
una certa cosa determinata, e, a causa della sua stessa determinazione, di non
includere tutte le possibilità, il che significa che è limitata da ciò che
lascia al di fuori di essa; se al contrario il Tutto universale è infinito, è
proprio perché non lascia alcunché al di fuori di esso3. Ogni
determinazione, per quanto generale la si supponga e qualunque estensione possa
ricevere, esclude dunque necessariamente la vera nozione di infinito4;
una determinazione qualsiasi è sempre una limitazione, avendo come
caratteristica essenziale quella di definire un certo dominio di possibilità in
rapporto a tutto il resto, escludendo per ciò stesso il resto. Così, è
veramente un nonsenso applicare l’idea di infinito a qualsivoglia
2. In un senso assai
vicino a questo Spinoza impiegherà più tardi l’espressione «infinito nel suo
genere», che dà luogo naturalmente alle stesse obiezioni.
3. Si può anche dire
che lascia al di fuori di esso solo l’impossibilità, la quale, essendo un puro
nulla, non può limitarlo in alcun modo.
4. Ciò è ugualmente
vero per le determinazioni di ordine universale ‑ e non più semplicemente
generale ‑, compreso l’Essere stesso che è la prima di tutte le determinazioni; va da sé tuttavia
che tale considerazione non deve intervenire nelle applicazioni unicamente
cosmologiche con cui abbiamo a che fare nel presente studio.
22
determinazione ‑
ad esempio, nel caso che dobbiamo qui esaminare più in particolare, alla
quantità o all’uno o all’altro dei suoi modi; l’idea di un «infinito
determinato» è troppo manifestamente contraddittoria perché sia il caso di
insistervi, sebbene tale contraddizione sia il più delle volte sfuggita al
pensiero profano dei moderni, e persino coloro che si potrebbero chiamare
«semi-profani» come Leibnitz non abbiano saputo coglierla chiaramente5.
Per evidenziare ancor meglio tale contraddizione potremmo dire, in termini
tutto sommato equivalenti, che è evidentemente assurdo voler definire
l’Infinito: una definizione, infatti, non è altro che l’espressione di una
determinazione, e le parole stesse dicono assai chiaramente che quanto è
suscettibile di definizione non può che essere finito o limitato; tentare di
far entrare l’Infinito in una formula, o, se si preferisce, rivestirlo di una
forma qualsiasi, significa, consapevolmente o inconsapevolmente, sforzarsi di
far entrare il Tutto universale in uno degli elementi infimi in esso compresi,
il che costituisce sicuramente la più manifesta delle impossibilità.
Quel che abbiamo
detto è sufficiente per stabilire, senza lasciar spazio al minimo dubbio e
senza che occorra addentrarsi in altre considerazioni, che non
5. Se ci si stupisse
dell’espressione «semi-profani» che impieghiamo qui, diremmo che essa può
giustificarsi, in maniera molto precisa, mediante la distinzione tra
l’iniziazione effettiva e l’iniziazione semplicemente virtuale, sulla quale
dovremo spiegarci in un’altra occasione. [Si veda in proposito René Guénon, Considerazioni
sull’iniziazione, Luni, Milano, 1996, cap. XXX. N.d.T.].
23
può esservi
infinito matematico o quantitativo, che tale espressione non ha anzi alcun
senso, poiché la quantità stessa è una determinazione; il numero, lo spazio, il
tempo, ai quali si vuole applicare la nozione di questo preteso infinito, sono
condizioni determinate, e, come tali, non possono che essere finite; si tratta
di certe possibilità, o di certi insiemi di possibilità, accanto e al di fuori
delle quali ne esistono altre, il che implica evidentemente la loro
limitazione. In questo caso vi è però qualcosa di più: concepire l’Infinito
quantitativamente non significa soltanto limitarlo, ma concepirlo altresì come
suscettibile di aumento o diminuzione, il che non è meno assurdo; con simili
considerazioni si giunge rapidamente a immaginare non solo più infiniti che
coesistono senza confondersi né escludersi, ma anche infiniti maggiori o minori
di altri, e persino, essendo divenuto in tali condizioni l’infinito così
relativo da non bastare più, si inventa il «transfinito», ossia il dominio
delle quantità maggiori di infinito; è propriamente d’«invenzione» che si
tratta allora, simili concezioni non potendo corrispondere ad alcunché di
reale: tante parole, altrettante assurdità, anche riguardo alla semplice logica
elementare, la qual cosa non impedisce che, tra quanti se ne fanno sostenitori,
vi siano pretesi «specialisti» di logica, talmente grande è la confusione
intellettuale nella nostra epoca!
Facciamo notare
che abbiamo appena detto non solo «concepire un infinito quantitativo», ma
anche «concepire l’infinito quantitativamente», e ciò richiede qualche
spiegazione: abbiamo voluto, con
24
questo, alludere
più in particolare a coloro i quali, nel gergo filosofico contemporaneo, sono
chiamati «infinitisti»; tutte le discussioni tra «finitisti» ed «infinitisti»,
in effetti, mostrano chiaramente come tanto gli uni quanto gli altri abbiano
per lo meno in comune l’idea, totalmente falsa, che l’Infinito metafisico sia
solidale con l’infinito matematico, quando non vi si identifichi in modo puro e
semplice6. Tutti costoro dunque ignorano parimenti i principi più
elementari della metafisica, poiché al contrario è la concezione stessa del
vero infinito metafisico ‑ ed essa sola ‑ che consente di respingere in maniera
assoluta ogni «infinito particolare», se è permesso esprimersi in questo modo,
quale il preteso infinito quantitativo, e di essere inoltre certi in anticipo
che, ovunque lo si incontrerà, non potrà trattarsi che di un’illusione, circa
la quale ci sarà soltanto da chiedersi cosa abbia potuto generarla, onde
potervi sostituire una nozione più conforme alla verità. Insomma, ogni qual
volta si tratti di una cosa particolare, di una possibilità determinata, saremo
proprio per questo certi a priori che essa è limitata, e, possiamo dire,
limitata dalla sua stessa natura, e ciò resta ugualmente vero nel caso in cui,
per una ragione qualsiasi, non possiamo attualmente raggiungerne i limiti; ma è
proprio
6. Citeremo
solamente, come esempio caratteristico, il caso di L. Coutourat il quale,
concludendo la sua tesi De l’infini mathématique, in cui si è sforzato
di provare l’esistenza di un infinito in numero e in grandezza, dichiarava che
era stata sua intenzione mostrare con ciò che, «nonostante il neo-criticismo
(ossia le teorie di Renouvier e della sua scuola), una metafisica infinitista è
probabile»!
25
l’impossibilità
di raggiungere i limiti di certe cose, e talvolta persino di concepirli
chiaramente, a causare, almeno in coloro cui i principi metafisici fanno
difetto, l’illusione che tali cose non abbiano limiti, e, ripetiamolo, è questa
illusione, e null’altro, ad essere formulata nell’affermazione contraddittoria
di un «infinito determinato».
È qui che
interviene, per rettificare questa falsa nozione, o piuttosto per sostituirla
con una concezione vera delle cose7, l’idea di indefinito, ossia
appunto l’idea di uno sviluppo di possibilità di cui non possiamo raggiungere
attualmente i limiti; consideriamo pertanto fondamentale, in tutte le questioni
in cui compare il preteso infinito matematico, la distinzione tra l’infinito e
l’indefinito. Rispondeva senza dubbio a ciò, nell’intenzione dei suoi autori,
la distinzione scolastica tra l’infinitum absolutum e l’infinitum
secundum quid; ed è certamente increscioso che Leibnitz, che pure ha preso
a prestito per altri versi molte cose dalla scolastica abbia trascurato o
ignorato tale distinzione, poiché, per quanto imperfetta fosse la forma in cui
era
7. A rigor di logica,
è il caso di distinguere tra «falsa nozione» (o, se si vuole, «pseudo-nozione»)
e «nozione falsa»: una «nozione falsa» non corrisponde adeguatamente alla
realtà, benché vi corrisponda tuttavia in mia certa misura; una «falsa nozione»
al contrario implica contraddizione, come nel caso presente, così da non essere
davvero una nozione, sia pure falsa ‑ benché ne abbia l’apparenza per coloro
che non avvertono la contraddizione ‑, poiché, non esprimendo che
l’impossibile, ossia la stessa cosa che il niente, non corrisponde
assolutamente a nulla; una «nozione falsa» è suscettibile di rettificazione, ma
una «falsa nozione» non può che essere respinta in modo puro e semplice.
26
espressa, gli
sarebbe potuta servire per rispondere assai facilmente ad alcune delle
obiezioni sollevate contro il suo metodo. Per converso, sembra proprio che
Cartesio abbia tentato di stabilire la distinzione di cui si tratta, tuttavia è
ben lungi dall’averla espressa e persino concepita con sufficiente precisione,
poiché, secondo lui, l’indefinito è ciò di cui non vediamo i limiti e che
potrebbe in realtà essere infinito, benché non si possa affermare che lo sia,
mentre la verità è che possiamo affermare, al contrario, che non lo è affatto,
non essendo per nulla necessario vederne i limiti per essere certi che
esistano; si vede dunque come tutto ciò sia vago e confuso, e sempre a causa
dello stesso difetto di principio. Cartesio dice infatti: «E quanto a noi,
vedendo cose nelle quali, secondo certi sensi8, non rileviamo
affatto limiti, non asseriremo per questo che siano infinite, ma le reputeremo
solo indefinite»9. Ne fornisce come esempio l’estensione e la
divisibilità dei corpi; non asserisce che tali cose siano infinite, tuttavia
non sembra neppure volerlo negare formalmente, tanto più che ha appena
dichiarato di non volere «ingarbugliarsi nelle dispute dell’infinito», maniera
un po’ troppo semplice per sbarazzarsi delle difficoltà, e benché dica poco
oltre che «ancorché vi rilevassimo proprietà che ci
8. Queste parole
sembrano proprio voler richiamare il secundum quid scolastico, così
potrebbe darsi che l’intenzione principale della frase che citiamo sia stata
quella di criticare indirettamente l’espressione infinitum secundum quid.
9. Principes de la
Philosophie, Paris, 1647, I, 26; [trad. it.: I principi della filosofia,
Opere filosofiche, vol. 3, Laterza, Roma-Bari, 2000].
27
sembrano non
avere limiti, non disconosciamo che ciò procede dal difetto del nostro
intendimento, e non già dalla loro natura»10. Egli vuole insomma,
con giusta ragione, riservare il nome di infinito a ciò che non può avere alcun
limite; da un lato sembra però non sapere, con la certezza assoluta che implica
ogni conoscenza metafisica che ciò che non ha alcun limite non può essere altro
che il Tutto universale, e, dall’altro, che la nozione stessa di indefinito va
precisata molto più di quanto egli non faccia; se lo fosse stata, un gran
numero di confusioni ulteriori non si sarebbe senza dubbio prodotto tanto
facilmente11.
Affermiamo che
l’indefinito non può essere infinito, perché il suo concetto comporta sempre
una certa determinazione, si tratti dell’estensione, della durata, della
divisibilità o di qualsiasi altra possibilità; l’indefinito, in una parola,
qualunque sia e sotto qualunque aspetto lo si consideri, è ancora finito e non
può che essere finito. Senza dubbio i limiti ne sono retrocessi sino a trovarsi
fuori dalla nostra portata, almeno finché tentassimo di raggiungerli in una
maniera che potremmo chiamare «analitica», come spiegheremo più completamente
in seguito; ma non sono affatto soppressi per questo, e,
10. Ibid., I,
27.
11. Così Varignon,
nella sua corrispondenza con Leibnitz a proposito del calcolo infinitesimale,
impiega indistintamente i termini «infinito» e «indefinito» come fossero
pressoché sinonimi, o come se per lo meno fosse in qualche modo indifferente
prendere l’uno per l’altro, quando al contrario la loro differenza di
significato, in tutte queste discussioni, avrebbe dovuto essere ritenuta il
punto essenziale.
28
in ogni caso, se
le limitazioni di un certo ordine possono essere soppresse, ne sussistono altre
ancora, inerenti alla natura stessa di ciò che si considera, poiché è in virtù
della propria natura, e non semplicemente di qualche circostanza più o meno esteriore
ed accidentale, che ogni cosa particolare è finita, a qualunque grado possa
essere spinta effettivamente l’estensione di cui è suscettibile. Si può notare
in proposito che il segno ∞, col quale i matematici rappresentano il loro
preteso infinito, è esso stesso una figura chiusa, dunque visibilmente finita,
tanto quanto il cerchio di cui certuni hanno voluto fare un simbolo
dell’eternità, mentre non può che essere una raffigurazione di un ciclo
temporale, soltanto indefinito nel suo ordine, ossia di quella che è chiamata
propriamente la perpetuità12; è facile vedere come questa confusione
tra l’eternità e la perpetuità, tanto comune tra gli Occidentali moderni, sia
strettamente apparentata a quella tra l’infinito e l’indefinito.
Per far meglio
comprendere l’idea dell’indefinito ed il modo in cui questo si forma a partire
dal finito inteso nella sua accezione ordinaria, si può considerare un esempio
quale la serie dei numeri: in essa non è mai possibile, evidentemente,
arrestarsi ad un punto determinato, poiché dopo ogni numero
12. È opportuno far
notare, come abbiamo spiegato altrove, che un tale ciclo non è mai davvero
chiuso, ma sembra solamente esserlo finché ci si pone in una prospettiva che
non permetta di cogliere la reale distanza esistente tra le sue estremità, così
come una spira d’elica ad asse verticale sembra un cerchio quando sia
proiettata su un piano orizzontale.
29
ve n è sempre un
altro, ottenuto aggiungendo ad esso l’unità; è necessario di conseguenza che la
limitazione di questa serie indefinita sia di un altro ordine rispetto a quella
applicabile ad un insieme definito di numeri, compreso tra due numeri determinati
qualsiasi; è necessario cioè che riguardi non già proprietà particolari di
certi numeri, bensì la natura stessa del numero in tutta la sua generalità,
ossia la determinazione che, costituendo essenzialmente tale natura, fa sì al
contempo che il numero sia ciò che è e non qualsiasi altra cosa. Si potrebbe
ripetere esattamente la medesima osservazione se si trattasse non più del
numero, ma dello spazio o del tempo, considerati parimenti in tutta
l’estensione di cui sono suscettibili13; tale estensione, per quanto
indefinita la si concepisca e lo sia effettivamente, non potrà mai in alcun
modo farci uscire dal finito. Il fatto è che, mentre il finito presuppone
necessariamente l’infinito ‑ poiché quest’ultimo comprende e avviluppa tutte le
possibilità ‑, l’indefinito procede al contrario dal finito, di cui non è in
realtà che uno sviluppo ed al quale è di conseguenza sempre riducibile, essendo
evidente che non si può trarre dal finito, mediante qualsivoglia procedimento,
né altro né più di ciò che vi era già contenuto potenzialmente. Per riprendere
l’esempio della
13. Non servirebbe quindi a nulla affermare
che lo spazio, ad esempio, non possa essere limitato se non da qualcosa che sia
ancora spazio cosicché lo spazio in generale non possa più essere limitato da
alcunché; al contrario, esso è limitato dalla determinazione che costituisce la
sua natura in quanto spazio e che lascia posto, al di fuori di esso, a tutte le
possibilità non spaziali.
30
serie dei
numeri, possiamo dire che tale serie, con tutta l’indefinitezza che comporta,
ci è data tramite la sua legge di formazione, dalla quale risulta
immediatamente la sua indefinitezza; ora, questa legge consiste in ciò: dato un
numero qualsiasi, si formerà il successivo aggiungendo ad esso l’unità. La
serie dei numeri si forma quindi per addizioni successive dell’unità
indefinitamente ripetuta a se stessa, il che in fondo costituisce l’estensione
indefinita del procedimento di formazione di una somma aritmetica qualsiasi; e
si vede qui molto chiaramente come l’indefinito si formi a partire dal finito.
Tale esempio deve d’altronde la sua particolare chiarezza al carattere
discontinuo della quantità numerica; ma, per considerare le cose in maniera più
generale e applicabile a tutti i casi, sarebbe sufficiente insistere al
riguardo sull’idea di «divenire» implicita nel termine «indefinito», e che
abbiamo espresso poc’anzi parlando di sviluppo di possibilità, sviluppo che in
sé e in tutto il suo corso comporta sempre qualcosa di incompiuto14;
l’importanza della considerazione delle «variabili», per quanto concerne il
calcolo infinitesimale, conferirà a quest’ultimo punto tutto il suo
significato.
14. Cfr. la nota di
A.K. Coomaraswamy sul concetto platonico di «misura» [tr. it.: Chiose
sulla Katha Upanishad, in «Rivista di Studi Tradizionali» n. 77, pp.
290-292, nota 29], che abbiamo citato altrove (Le .Règne de la Quantité et
les Signes des Temps, cit., cap. III): il «non-misurato» è ciò che ancora
non è stato definito, cioè insomma l’indefinito, ed è, al tempo stesso e per
ciò stesso, ciò che è solo incompletamente realizzato nella manifestazione.
31
II
La contraddizione
del «numero infinito»
Vi sono casi in
cui è sufficiente, come vedremo meglio in seguito, sostituire l’idea del
preteso infinito con quella di indefinito per eliminare immediatamente ogni
difficoltà; ve ne sono altri, invece, in cui ciò non è possibile, poiché si ha
a che fare con qualcosa di nettamente determinato, di «concluso» in qualche
modo per ipotesi, e che come tale, secondo la nostra ultima osservazione, non
può dirsi indefinito: così, ad esempio, se si può dire che la serie dei numeri
è indefinita, non si può dire che un certo numero sia indefinito, per quanto
grande lo si supponga e qualunque posto occupi in tale serie. L’idea del
«numero infinito», inteso come il «più grande di tutti i numeri» o il «numero
di tutti i numeri», o ancora il «numero di tutte le unità», è un’idea veramente
contraddittoria in sé, la cui impossibilità sussisterebbe anche qualora si
rinunciasse all’impiego ingiustificabile del termine «infinito»: non può
esistere un numero più grande di tutti gli altri, poiché, per quanto grande
sia, se ne può sempre formare uno ancora più grande aggiungendo ad esso
l’unità, conformemente alla legge di formazione da noi enunciata sopra. Ciò
significa che la serie dei numeri non può avere un ultimo termine, e, proprio
perché non «terminata», essa è veramente indefinita; siccome il numero di tutti
i
32
suoi termini non
potrebbe che essere l’ultimo tra essi, si può anche dire che tale serie non è
«numerabile», idea sulla quale dovremo tornare più ampiamente in seguito.
L’impossibilità
del «numero infinito» può essere stabilita anche con diversi altri argomenti;
Leibnitz, che almeno la riconosceva molto chiaramente1, impiegava
quello consistente nel raffrontare la serie dei numeri pari con quella di tutti
i numeri interi: a ciascun numero ne corrisponde un altro uguale al suo doppio,
cosicché si possono far corrispondere le due serie a termine a termine, da cui
risulta che il numero dei termini dev’essere il medesimo nell’una come
nell’altra serie; d’altra parte, i numeri interi sono evidentemente due volte i
numeri pari, questi ultimi collocandosi di due in due nella serie dei numeri
interi; si giunge dunque in tal modo ad una manifesta contraddizione. Si può
generalizzare questo argomento considerando, anziché la serie dei numeri pari,
ossia dei multipli di due, quella dei multipli di un numero qualsiasi, ed il
ragionamento è identico; si può, ancora, considerare allo stesso modo la serie
dei quadrati dei numeri interi2, o, più in generale, quella delle
loro potenze di esponente qualsiasi. In ogni caso, la conclusione cui si giunge
è sempre la stessa: una serie
1. «A dispetto del
mio calcolo infinitesimale ‑ scriveva in particolare ‑ non ammetto un vero
numero infinito, sebbene confessi che la moltitudine delle cose oltrepassi ogni
numero finito, o piuttosto ogni numero».
2. Come faceva
Cauchy, il quale attribuiva del resto tale argomento a Galileo (Sept leçons
de Physique générale, 3a lezione).
33
comprendente
solo una parte dei numeri interi dovrebbe avere un numero di termini uguale a
quella che li comprende tutti, il che significa che il tutto non sarebbe più
grande della sua parte; e, giacché si ammette che vi sia un numero di tutti i
numeri, è impossibile sfuggire a questa contraddizione. Eppure certuni hanno
creduto di potervi sfuggire, ammettendo al contempo che vi siano numeri a
partire dai quali la moltiplicazione per un certo numero o l’elevazione ad una
certa potenza non sarebbe più possibile, perché darebbe luogo ad un risultato
che oltrepasserebbe il preteso «numero infinito»; in effetti, vi è persino chi
è giunto a immaginare numeri «maggiori di infinito», da cui teorie come quella
del «transfinito» di Cantor, che possono essere molto ingegnose, ma che per
questo non sono logicamente più valide3: è mai concepibile che si
possa chiamare «infinito» un numero il quale, al contrario, è talmente «finito»
da non essere neppure il più grande di tutti? D’altronde, secondo simili
teorie, vi sarebbero numeri ai quali alcune regole del calcolo ordinario non si
applicherebbero più, ossia, in definitiva, numeri che non sarebbero veramente
3. Già all’epoca di
Leibnitz, Wallis considerava «spatia plus quam infinita»; questa
opinione, denunciata da Varignon come implicante contraddizione, fu parimenti
sostenuta da Guido Grandi nel suo libro De infinitis infinitorum.
D’altra parte Jean Bernoulli, nel corso delle sue discussioni con Leibnitz,
scriveva: «Si dantur termini infiniti, dabitur etiam terminus infinitesimus
(non dico utimus) et qui eum sequuntur», il che, sebbene egli non si sia
spiegato più chiaramente in proposito sembri indicare che egli ammettesse che
vi potessero essere in una serie numerica termini «al di là dell’infinito».
34
tali, chiamati
così solo per convenzione4;è quanto accade necessariamente allorché,
cercando di concepire il «numero infinito» altrimenti che come il più grande
dei numeri, si considerano diversi «numeri infiniti» supposti disuguali tra
loro, cui si attribuiscono proprietà non aventi più nulla in comune con quelle
dei numeri ordinari; si sfugge così ad una contraddizione solo per cadere in
un’altra, e, in fondo, tutto ciò non è che il prodotto del «convenzionalismo»
più privo di senso che si possa immaginare.
Così, l’idea del
preteso «numero infinito», in qualunque maniera si presenti e con qualunque
nome la si voglia designare, contiene sempre elementi contraddittori; del
resto, non si ha alcun bisogno di questa supposizione assurda qualora ci si
formi una giusta concezione di cosa sia realmente l’indefinitezza del numero, e
si riconosca inoltre che esso, nonostante la sua indefinitezza, non è affatto
applicabile a tutto ciò che esiste. Non insistiamo su quest’ultimo punto,
avendolo già sufficientemente spiegato altrove: il numero non è che un modo
della quantità, e la quantità stessa è solo una categoria o un modo speciale
dell’essere, non coestensivo a quest’ultimo, o, più precisamente ancora, essa è
solo una condizione propria ad un determinato stato di esistenza nell’insieme
dell’esistenza
4. Non si può in
alcun modo affermare che si tratti qui di un impiego analogico dell’idea di
numero, poiché ciò presupporrebbe una trasposizione in un dominio altro da
quello della quantità, mentre al contrario è proprio alla quantità, intesa nel
suo senso più letterale, che tutte le considerazioni di questo tipo si
riferiscono sempre ed esclusivamente.
35
universale: ma è
appunto questo che i più tra i moderni faticano a comprendere, abituati come
sono a voler tutto ridurre alla quantità ed a valutare tutto numericamente5.
Tuttavia, nel dominio stesso della quantità, vi sono cose che sfuggono al
numero, come vedremo a proposito del continuo; e, persino senza uscire
dall’ambito della quantità discontinua, si è già costretti ad ammettere, almeno
implicitamente, che il numero non è applicabile a tutto qualora si riconosca
che la moltitudine di tutti i numeri non può costituire un numero, il che del
resto non è insomma che un’applicazione della verità incontestabile secondo cui
ciò che limita un certo ordine di possibilità è necessariamente al di fuori ed
al di là di esso6. Sennonché, dev’essere ben chiaro che una simile
moltitudine ‑ considerata sia nel discontinuo, come nel caso della serie dei
numeri, sia nel continuo, sul quale dovremo tornare più avanti ‑
5. Così Renouvier
pensava che il numero è applicabile a tutto, almeno idealmente ossia che tutto
sia «numerabile» in sé, quand’anche fossimo incapaci di «numerarlo»
effettivamente; si è pure completamente confuso sul senso che Leibnitz
attribuisce alla nozione di «moltitudine», non ha mai potuto comprendere come
la distinzione tra questa ed il numero permetta di sfuggire alla contraddizione
del «numero infinito».
6. Abbiamo detto
tuttavia che una cosa particolare o determinata, quale che sia, è limitata per
sua stessa natura, ma in ciò non vi è assolutamente contraddizione: è per il
lato negativo di tale natura, infatti, che è limitata (poiché, come ha detto
Spinoza, «omnis determinatio negatio est»), ossia in quanto esclude le
altre cose e le lascia al di fuori di essa, cosicché, in definitiva, è proprio
la coesistenza di queste altre cose a limitare la cosa in questione; d’altronde
è per questo che il Tutto universale, ed esso solo, non può essere limitato da
alcunché.
36
non può dirsi
affatto infinita, non trattandosi d’altro che di indefinito; è questa nozione
di moltitudine che ci accingiamo ora ad esaminare più da vicino.
37
III
La moltitudine
innumerabile
Leibnitz, come
abbiamo visto, non ammette in alcun modo il «numero infinito», poiché al
contrario dichiara espressamente che quest’ultimo, comunque lo si voglia
intendere, implica contraddizione; ammette invece quella che chiama una
«moltitudine infinita», senza però precisare, come per lo meno avrebbero fatto
gli scolastici, che può trattarsi in ogni caso solo di un infinitum secundum
quid; e la serie dei numeri è per lui un esempio di una simile moltitudine.
Tuttavia, per un altro verso, nel dominio quantitativo, e persino in ciò che
concerne le grandezze continue, l’idea di infinito gli sembrava sempre sospetta
di contraddizione almeno possibile, poiché, lungi dall’essere un’idea adeguata,
comporta inevitabilmente una certa dose di confusione, e possiamo essere certi
che un’idea non implichi alcuna contraddizione solo quando ne concepiamo
distintamente tutti gli elementi1; ciò permette
1. Cartesio parlava
solamente di idee «chiare e distinte» Leibnitz precisa che un’idea può essere
chiara senza essere distinta, nel senso che permette soltanto di riconoscere il
suo oggetto e di distinguerlo da tutte le altre cose, mentre un’idea distinta è
quella non solo «distintiva» in questo senso, ma anche «distinta» nei suoi
elementi; un’idea può essere d’altronde più o meno distinta, e l’idea adeguata
lo è completamente in tutti i suoi elementi, ma, mentre Cartesio credeva che si
potessero
38
di accordare a
tale idea solo un carattere «simbolico», diremmo piuttosto «rappresentativo», e
per questo, come vedremo più avanti, non ha mai osato pronunciarsi nettamente
sulla realtà degli «infinitamente piccoli»; sennonché, tale imbarazzo e tale
atteggiamento dubitativo evidenziano ancor più il difetto di principio che gli
faceva ammettere che si possa parlare di una «moltitudine infinita». Ci si
potrebbe anche chiedere, in base a ciò, se non pensasse che una simile
moltitudine, per essere «infinita» come egli dice, dovesse non solo non essere
«numerabile», cosa evidente, ma anche niente affatto quantitativa, considerando
la quantità in tutta la sua estensione ed in tutti i suoi modi; ciò potrebbe
essere vero in certi casi, ma non in tutti; comunque sia, è un altro punto sul
quale non si è mai spiegato chiaramente.
L’idea di una
moltitudine che oltrepassa ogni numero, e che di conseguenza non è un numero,
sembra aver stupito la maggior parte di coloro che hanno discusso le concezioni
di Leibnitz, fossero d’altronde «finitisti» o «infinitisti»; eppure essa è ben
lungi dall’appartenere in proprio a Leibnitz, come costoro sembrano aver
generalmente creduto, essendo anche questa, al contrario, un’idea del tutto
avere idee «chiare e
distinte» di ogni cosa, Leibnitz ritiene al contrario che solo le idee
matematiche possano essere adeguate, essendo i loro elementi in qualche modo in
numero definito, mentre tutte le altre idee racchiudono una moltitudine di
elementi la cui analisi non può mai essere completata, cosicché rimangono
sempre parzialmente confuse.
39
corrente presso
gli scolastici2. Tale idea si riferiva propriamente a tutto ciò che
non è né numero né «numerabile» ‑ ossia a tutto ciò che non riguarda la
quantità discontinua ‑, che si tratti di cose appartenenti ad altri modi della
quantità o interamente al di fuori del dominio quantitativo, essendo un’idea
concernente l’ordine dei «trascendentali», cioè modi generali dell’essere che,
contrariamente ai suoi modi speciali come la quantità, sono ad esso coestensivi3. È quel che permette di parlare, ad esempio, della
moltitudine degli attributi divini, o della moltitudine degli angeli, ossia di
esseri appartenenti a stati non sottomessi alla quantità, ove, di conseguenza,
non può essere questione di numero; è anche quel che ci permette di considerare
gli stati dell’essere o i gradi dell’esistenza in molteplicità o in moltitudine
indefinita, mentre la quantità è una condizione speciale di uno solo tra essi.
D’altra parte, essendo l’idea di moltitudine, contrariamente a quella di
numero, applicabile a tutto ciò che esiste, devono esservi necessariamente
moltitudini di
2. Citeremo soltanto
un testo tra molti altri, particolarmente chiaro al riguardo: «Qui diceret
aliquam multitudinem esse infinitam, non diceret eam esse numerum, vel numerum
habere; addit etiam numerus super multitudinem rationem mensurationis. Est
enim, numerus multitudo mensurata per unum,… et propter hoc numerus ponitur
species quantitatis discretae, non autem multitudo, sed est de trascendentibus»
(S Tommaso d’Aquino, In Phys., III, 1. 8).
3. Si sa che gli
scolastici, anche nella parte propriamente metafisica delle loro dottrine, non
sono mai andati oltre la considerazione dell’Essere, cosicché, in realtà, la
metafisica si riduce per essi alla sola ontologia.
40
ordine
quantitativo, segnatamente in ciò che concerne la quantità continua, e per
questo dicevamo poc’anzi che non sarebbe vero in tutti i casi considerare la
cosiddetta «moltitudine infinita» ‑ quella cioè che oltrepassa ogni numero –
come interamente svincolata dal dominio della quantità. Non solo, il numero
stesso può essere visto anche come una specie di moltitudine, ma a condizione
di aggiungere che si tratta, secondo l’espressione di san Tommaso d’Aquino, di
una «moltitudine misurata dall’unità»; ogni altra specie di moltitudine, non
essendo «numerabile», è «non-misurata», ossia non affatto infinita, ma
propriamente indefinita.
Va osservato a
questo proposito un fatto piuttosto singolare: per Leibnitz tale moltitudine,
che non costituisce un numero, è tuttavia un «risultato delle unità»4;
cosa si deve intendere con ciò, e di quali unità può trattarsi? Il termine
unità può essere assunto in due significati del tutto differenti: da un lato vi
è l’unità aritmetica o quantitativa, elemento primo e punto di partenza del
numero, e, dall’altro, quella designata analogicamente come l’Unità metafisica,
la quale si identifica all’Essere puro stesso; non vediamo altre accezioni
possibili oltre a queste; d’altronde, quando si parla delle «unità» impiegando
questo termine al plurale, può evidentemente trattarsi soltanto del significato
quantitativo.
4. Sistème nouveau
de la nature et de la communication des substances, in «Journal des
Sçavans», Paris, 1695; [trad. it.: «Nuovo sistema della natura e della
comunicazione tra le sostanze, nonché dell’unione che si ha tra anima e corpo»,
Scritti filosofici, vol. I, UTET, Torino, 2000].
41
Ma, se è così,
la somma delle unità non può costituire altro che un numero, e non può in alcun
modo oltrepassarlo; è vero che Leibnitz dice «risultato» e non «somma», ma
questa distinzione, anche se voluta, lascia nondimeno sussistere un’incresciosa
oscurità. Egli dichiara peraltro che la moltitudine, pur non essendo un numero,
è tuttavia concepita per analogia col numero: «Quando vi sono più cose – egli
dice – che non possono essere comprese da alcun numero, ciononostante
attribuiamo ad esse analogicamente un numero, che chiamiamo infinito», benché
non sia che un «modo di dire», un «modus loquendi»5,
ed anzi, in questa forma, un modo di dire fortemente scorretto, poiché in
realtà non si tratta affatto di un numero; ma, quali che siano le imperfezioni
d’espressione e le conclusioni cui possono dar luogo, dobbiamo ammettere in
ogni caso che un’identificazione della moltitudine col numero non era
sicuramente al fondo del suo pensiero.
Un altro punto
al quale Leibnitz sembra attribuire una grande importanza è quello secondo cui
l’«infinito», come egli lo concepisce, non costituisce un tutto6;
quest’ultima è una condizione che reputa
5. Observatio quod
rationes sive proportiones non habeant locum circa quantitate nihilo minores,
et de veru sensu Methodi infinitesimalis, in «Acta Eruditotum», Leipzig,
1712.
6. Cfr. specialmente ibid.:
«Infinitum continuum vel discretum proprie nec unum, nec totum, nec quantum
est», ove l’espressione «nec quantum» sembra proprio voler
dire che per lui, come indicavamo sopra, la «moltitudine infinita» non deve
essere concepita quantitativamente, a meno che per quantum non
42
necessaria
affinché quest’idea sfugga a contraddizione, ma è un altro punto che non manca
di essere piuttosto oscuro. È il caso di chiedersi di che genere sia il «tutto»
in questione, e occorre subito scartare interamente l’idea del Tutto
universale, il quale, al contrario, come abbiamo detto sin dall’inizio, è
l’Infinito metafisico stesso, ossia il solo vero Infinito, che non può essere
minimamente in causa; infatti, si tratti del continuo o del discontinuo, la
«moltitudine infinita» considerata da Leibnitz riguarda in ogni caso un dominio
ristretto e contingente, di ordine cosmologico e non metafisico. D’altronde, si
tratta evidentemente di un tutto concepito come composto di parti, mentre il
Tutto universale, come abbiamo spiegato altrove, è propriamente «senza parti»
in ragione appunto della sua infinità, poiché, dovendo queste parti essere
necessariamente relative e finite, non potrebbero avere con esso alcun rapporto
reale, il che significa che non esistono per esso. Dobbiamo dunque limitarci,
circa l’interrogativo da noi posto, a considerare un tutto particolare; anche
qui però, e precisamente per quanto concerne il modo di composizione di un
simile tutto e la sua relazione con le sue parti, vi sono due casi da
esaminare, corrispondenti a due accezioni molto differenti del termine «tutto».
Intanto, se si tratta di un tutto che non sia
abbia qui inteso
soltanto una quantità definita, come lo sarebbe stato il preteso «numero
infinito» di cui ha dimostrato la contraddizione.
7. Su questo punto si
veda di nuovo Les États multiples de l’être, cit., cap. I.
43
altro e più che
la semplice somma delle sue parti, di cui è composto al modo di una somma
aritmetica, quel che Leibnitz dice è in fondo evidente, poiché tale modo di
formazione è precisamente quello proprio al numero e non ci permette di
oltrepassarlo; ma questa nozione, a dire il vero, lungi dal rappresentare la
sola maniera in cui un tutto possa essere concepito, non è neppure quella di un
vero tutto nel senso più rigoroso del termine. Infatti, un tutto che sia
soltanto la somma o il risultato delle sue parti – e che di conseguenza sia
logicamente posteriore ad esse – non è altro, in quanto tutto, che un ens
rationis, essendo «uno» e «tutto» nella misura in cui lo concepiamo come
tale; a parlare propriamente, in sé non è che una «collezione», e siamo noi a
conferire ad esso in un senso relativo, per il modo in cui lo consideriamo, le
caratteristiche di unità e di totalità. Un vero tutto, al contrario, possedendo
tali caratteristiche per sua stessa natura, dev’essere logicamente anteriore
alle sue parti ed esserne indipendente: è il caso di un insieme continuo, che
possiamo dividere in parti arbitrarie, vale a dire di qualunque grandezza, ma
che non presuppone affatto l’esistenza attuale di queste parti; siamo noi ad
attribuire alle parti come tali una realtà, tramite una divisione ideale o
effettiva, cosicché questo caso è esattamente l’inverso del precedente.
Ora, tutta la
questione consiste insomma nel sapere se, quando Leibnitz dice che «l’infinito
non è un tutto», egli escluda tanto il primo quanto il secondo significato;
così sembra, ed anzi è probabile che lo
44
sia, essendo
quest’ultimo il solo caso in cui un tutto è veramente «uno», mentre l’infinito,
secondo lui, non è «nec unum, nec totum». Un’ulteriore conferma è data
dal fatto che questo caso, e non il primo, si applica ad un essere vivente o ad
un organismo quando lo si consideri dal punto di vista della totalità; ora,
Leibnitz dice: «Anche l’Universo non è un tutto, e non deve essere concepito
come un animale la cui anima è Dio, come facevano gli antichi»8.
Tuttavia, se è così, non si vede bene come le idee dell’infinito e del continuo
possano risultare connesse – come lo sono per lui il più delle volte –, poiché
l’idea del continuo si ricollega, almeno in un certo senso, proprio a questa
seconda concezione della totalità; ma quest’ultimo punto potrà essere meglio
compreso in seguito. È certo, in ogni caso, che se Leibnitz avesse concepito il
terzo significato del termine «tutto», significato puramente metafisico e
superiore agli altri due, ossia l’idea del Tutto universale quale è stata da
noi posta in primo luogo, non avrebbe potuto affermare che l’idea di infinito
esclude la totalità, poiché dichiara d’altra parte: «L’infinito reale è
8. Lettera a Jean
Bernoulli. – Leibnitz attribuisce qui assai gratuitamente agli antichi in
generale un’opinione che, in realtà, è appartenuta soltanto a qualcuno di essi;
egli ha chiaramente in vista la teoria degli Stoici, i quali concepivano Dio
come unicamente immanente e lo identificavano all’Anima Mundi.
D’altronde, va da sé che qui si tratta solo dell’Universo manifestato, ossia
del «cosmo», e non del Tutto universale che comprende tutte le possibilità,
tanto non-manifestate quanto manifestate.
45
forse l’assoluto
stesso, il quale non è composto di parti ma, avendo delle parti, le comprende
in ragione eminente e come al grado di perfezione»9. Vi è qui almeno
un «barlume», si potrebbe dire, perché stavolta, come per eccezione, assume il
termine «infinito» nel suo vero significato, benché sia erroneo affermare che
tale infinito «ha delle parti», comunque ciò si voglia intendere; è strano però
che esprima ancora il suo pensiero in forma dubitativa ed imbarazzata, come se
non si fosse soffermato attentamente sul significato di questa idea; e forse
non lo ha mai fatto, in realtà, altrimenti non si spiegherebbe come abbia
potuto così spesso sviarla dal significato che le è proprio, e come sia
talvolta così difficile, quando parla di infinito, sapere se sia stata sua
intenzione assumere questo termine «a rigore», seppure a torto, o se non vi
abbia visto altro che un semplice «modo di dire».
9. Lettera a Jean
Bernoulli, 7giugno 1698.
46
IV
La misura del
continuo
Parlando del
numero abbiamo avuto sinora in vista esclusivamente il numero intero, e così
doveva essere logicamente, dal momento che consideravamo la quantità numerica
come propriamente discontinua: nella serie dei numeri interi vi è sempre, tra
due termini consecutivi, un intervallo perfettamente definito, caratterizzato
dalla differenza di un’unità tra questi due numeri, che, se ci si attiene alla
considerazione dei numeri interi, non può essere ridotto in alcun modo.
D’altronde, il numero intero è in realtà il solo vero numero, quel che si
potrebbe chiamare il numero puro; e la serie dei numeri interi, partendo
dall’unità, cresce indefinitamente senza mai giungere ad un ultimo termine, la
cui supposizione, come abbiamo visto, è contraddittoria; va da sé che essa si
sviluppa interamente in una sola direzione, cosicché la direzione opposta,
ossia quella dell’indefinitamente decrescente, non può trovarvi la sua
rappresentazione – benché vi sia da un altro punto di vista, come mostreremo
più avanti, una certa correlazione ed una sorta di simmetria tra la
considerazione delle quantità indefinitamente crescenti e quella delle quantità
indefinitamente decrescenti –. Tuttavia non ci si è attenuti a ciò, e si è
stati indotti a considerare specie diverse di numeri, altre rispetto ai numeri
interi; si
47
dice
abitualmente che si tratti di estensioni o generalizzazioni dell’idea di
numero, ed in un certo senso è vero; ma tali estensioni ne costituiscono al
contempo anche delle alterazioni, ed è quanto i matematici moderni sembrano
dimenticare troppo facilmente, poiché il loro «convenzionalismo» li porta a
disconoscerne l’origine e la ragion d’essere. I numeri diversi dai numeri
interi, infatti, si presentano sempre e innanzitutto come la raffigurazione del
risultato di operazioni impossibili finché ci si attenga al punto di vista
dell’aritmetica pura, essendo quest’ultima, a rigore, l’aritmetica dei numeri
interi: così, ad esempio, un numero frazionario non è altro che la
rappresentazione del risultato di una divisione non effettuabile in maniera
esatta, cioè in realtà di una divisione che deve dirsi aritmeticamente
impossibile, il che del resto si riconosce implicitamente dicendo, secondo
l’ordinaria terminologia matematica, che uno dei due numeri considerati non è
divisibile per l’altro. È il caso di far notare sin d’ora che la comune
definizione dei numeri frazionari è assurda: le frazioni non possono affatto
essere «parti dell’unità», come si usa dire, la vera unità aritmetica essendo
necessariamente indivisibile e senza parti; da ciò d’altronde deriva la
discontinuità essenziale del numero che si forma a partire da essa; ma vediamo
da dove proviene tale assurdità.
In effetti, non
si giunge arbitrariamente a considerare in tal modo il risultato delle
operazioni di cui abbiamo appena parlato, anziché limitarsi a reputarle
puramente e semplicemente impossibili; si
48
tratta, in
generale, di una conseguenza risultante dall’applicazione del numero, quantità
discontinua, alla misura di grandezze appartenenti all’ordine della quantità
continua, come ad esempio le grandezze spaziali. Tra questi modi della quantità
vi è una differenza di natura tale per cui la corrispondenza tra l’una e
l’altra non può stabilirsi alla perfezione; per porvi rimedio fino ad un certo
punto, almeno nella misura del possibile, si cerca di ridurre in qualche modo
gli intervalli del discontinuo costituito dalla serie dei numeri interi,
introducendo tra i suoi termini altri numeri, in primo luogo i numeri
frazionari, i quali non avrebbero alcun senso al di fuori di tale
considerazione. È allora facile capire che l’assurdità da noi segnalata
poc’anzi per quanto concerne la definizione delle frazioni, deriva
semplicemente da una confusione tra l’unità aritmetica e quelle denominate
«unità di misura», unità soltanto convenzionali, in realtà grandezze d’altro
genere rispetto al numero, e segnatamente grandezze geometriche. L’unità di
lunghezza, ad esempio, non è che una certa lunghezza scelta per ragioni
estranee all’aritmetica ed alla quale si fa corrispondere il numero 1 per poter
misurare in rapporto ad essa tutte le altre lunghezze; sennonché, proprio a
causa della sua natura di grandezza continua, ogni lunghezza, per quanto
rappresentata numericamente dall’unità, è nondimeno sempre ed indefinitamente
divisibile; si potranno dunque, raffrontandola ad altre lunghezze che non ne
costituiranno multipli esatti, considerare parti di tale unità di misura, le
quali però non saranno affatto, per
49
questo, parti
dell’unità aritmetica; soltanto così si introduce in realtà la considerazione
dei numeri frazionari, come rappresentazione di rapporti tra grandezze non
esattamente divisibili le une per le altre. La misura di una grandezza,
infatti, non è altro che l’espressione numerica del suo rapporto con un’altra
grandezza della stessa specie assunta come unità di misura, cioè in fondo come
termine di paragone; ed è per questo che il metodo ordinario di misura delle
grandezze geometriche è fondato essenzialmente sulla divisione.
Bisogna dire
d’altra parte che, nonostante ciò, sussiste sempre inevitabilmente qualcosa
della natura discontinua del numero, tale da non permettere che si ottenga così
un equivalente perfetto del continuo; si possono ridurre gli intervalli quanto
si vuole, cioè insomma ridurli indefinitamente, rendendoli minori di
qualsivoglia quantità data, ma non si giungerà mai a sopprimerli interamente.
Per far meglio comprendere tale questione, prendiamo l’esempio più semplice di
un continuo geometrico, ossia una linea retta: consideriamo una semiretta
estendentesi indefinitamente in una certa direzione1, e assumiamo di
far corrispondere a ciascuno dei suoi punti il numero che esprime la distanza
di tale punto dall’origine; questa sarà rappresentata dallo zero, essendo
evidentemente nulla
1. Si vedrà in
seguito, a proposito della rappresentazione geometrica dei numeri negativi,
perché dobbiamo prendere qui in esame solo una semiretta; del resto, il fatto
che la serie dei numeri si sviluppi in un’unica direzione, come dicevamo sopra,
è già sufficiente ad indicarne la ragione.
50
la distanza
rispetto a se stessa; a partire dall’origine, i numeri interi corrisponderanno
alle estremità successive di segmenti tutti uguali tra loro ed uguali all’unità
di lunghezza; i punti compresi tra queste estremità non potranno che essere
rappresentati da numeri frazionari, le loro distanze dall’origine non essendo
multipli esatti dell’unità di lunghezza. Va da sé che a mano a mano che si
assumeranno numeri frazionari il cui denominatore diverrà via via più grande, e
la cui differenza diverrà dunque via via più piccola, gli intervalli tra i
punti ai quali corrisponderanno questi numeri risulteranno ridotti della stessa
proporzione; si possono così far decrescere gli intervalli indefinitamente,
almeno in teoria, poiché i denominatori dei numeri frazionari possibili sono
tutti i numeri interi, la cui serie cresce indefinitamente2. Diciamo
in teoria perché, di fatto, essendo indefinita la moltitudine dei numeri
frazionari, non si potrà mai giungere ad utilizzarla interamente; ma supponiamo
comunque che si facciano corrispondere idealmente tutti i numeri frazionari
possibili a dei punti sulla semiretta in questione: nonostante la diminuzione
indefinita degli intervalli, su tale linea rimarrà ancora una moltitudine di
punti ai quali non corrisponderà alcun numero. Ciò può sembrare singolare e
persino paradossale a prima vista, eppure è facile rendersene conto, poiché un
simile punto può essere ottenuto mediante una costruzione geometrica molto
semplice: costruiamo il quadrato
2. Ciò sarà meglio
precisato quando parleremo dei numeri inversi.
51
avente per lato
il segmento di retta le cui estremità siano i punti zero e 1, e tracciamo,
delle diagonali di questo quadrato, quella che parte dall’origine, e tracciamo
quindi la circonferenza avente per centro l’origine e questa diagonale per
raggio; il punto in cui la circonferenza taglia la semiretta non potrà essere
rappresentato da alcun numero intero o frazionario, poiché la sua distanza
dall’origine è uguale alla diagonale del quadrato e quest’ultima è
incommensurabile col suo lato, ossia in questo caso con l’unità di lunghezza.
Pertanto, la moltitudine dei numeri frazionari, nonostante la diminuzione
indefinita della loro differenza, non basta ancora a colmare, se così si può
dire, gli intervalli tra i punti contenuti nella linea3, il che
significa che questa moltitudine non è un equivalente reale ed adeguato del
continuo lineare; si è dunque costretti, per esprimere la misura di certe
lunghezze, ad introdurre ulteriori specie di numeri, chiamati numeri
incommensurabili, non aventi cioè comune misura con l’unità. Tali sono i numeri
irrazionali, ossia quelli che rappresentano il risultato di un’estrazione di
radice aritmeticamente impossibile, ad esempio la radice quadrata di un numero
che non è un quadrato perfetto; così, nell’esempio precedente, il rapporto tra
la diagonale del quadrato ed il suo lato, e di conseguenza il punto la cui
distanza dall’origine è uguale a questa diagonale, non possono
3. È importante
sottolineare che non diciamo i punti che compongono o che costituiscono la
linea, poiché ciò corrisponderebbe ad una concezione falsa del continuo, come
mostreranno le considerazioni che esporremo in seguito.
52
che essere
rappresentati dal numero irrazionale
il quale è veramente incommensurabile, poiché
non esiste alcun numero, intero o frazionario, il cui quadrato sia uguale a 2;
oltre a questi numeri irrazionali vi sono altri numeri incommensurabili la cui
origine geometrica è evidente, come ad esempio il numero π che rappresenta il rapporto
tra la circonferenza ed il suo diametro.
Senza
addentrarci per il momento nella questione concernente la «composizione del
continuo», si vede dunque che il numero, qualunque estensione si voglia
attribuire alla sua nozione, non è mai ad esso perfettamente applicabile: tale
applicazione riconduce insomma, in ogni caso, a sostituire il continuo con un
discontinuo i cui intervalli possono risultare piccolissimi, e anche divenirlo
sempre più con una serie indefinita di divisioni successive, ma senza poter mai
essere soppressi, non essendovi in realtà «ultimi elementi» ai quali queste
divisioni possano giungere, poiché una quantità continua, per piccola che sia,
permane sempre indefinitamente divisibile. È a queste divisioni del continuo
che risponde propriamente la notazione dei numeri frazionari; ma, ed è questo
che importa particolarmente rilevare, una frazione, per piccola che sia, è
sempre una quantità determinata, e tra due frazioni, per quanto poco differenti
l’una dall’altra le si supponga, vi è sempre un intervallo parimenti
determinato. Ora, la proprietà di divisibilità indefinita che caratterizza le
grandezze continue esige evidentemente che si possano sempre assumere elementi
piccoli quanto si vuole, e che gli intervalli
53
esistenti tra
questi elementi possano essere resi minori di ogni quantità data; ma inoltre –
ed èqui che appare l’insufficienza dei numeri frazionari, e anzi possiamo dire
di qualsiasi numero –, questi elementi e questi intervalli, affinché vi sia
realmente continuità, non devono essere concepiti come qualcosa di determinato.
Di conseguenza, la rappresentazione più adeguata della quantità continua sarà
ottenuta mediante grandezze non più fisse e determinate come quelle di cui
abbiamo appena parlato, ma al contrario variabili, perché la loro stessa
variazione potrà allora essere vista come effettuantesi in maniera continua;
tali quantità dovranno essere suscettibili di decrescere indefinitamente,
tramite la loro variazione, senza mai annullarsi né pervenire ad un «minimum»,
il quale non sarebbe meno contraddittorio degli «ultimi elementi» del continuo:
è proprio questa, come vedremo, la vera nozione delle quantità infinitesimali.
54
V
Questioni
sollevate dal metodo infinitesimale
Quando Leibnitz
fornì la prima esposizione del metodo infinitesimale1, e poi ancora
in molti altri lavori che seguirono2, insistette soprattutto sugli
utilizzi e sulle applicazioni del nuovo calcolo, cosa assai conforme alla
tendenza moderna di attribuire maggiore importanza alle applicazioni pratiche
della scienza piuttosto che alla scienza stessa come tale; del resto, sarebbe
difficile dire se questa tendenza gli fosse veramente propria o se non vi fosse
invece, in questo modo di presentare il suo metodo, solo una sorta di
concessione da parte sua. Comunque sia non è certo sufficiente, per
giustificare un metodo, mostrare i vantaggi che può presentare rispetto agli
altri metodi ammessi in precedenza e le comodità che può offrire in pratica per
il calcolo, e neppure i risultati che ha potuto produrre di fatto; è quanto gli
avversari del metodo infinitesimale non mancarono di far valere, e furono
solamente le loro obiezioni ad indurre Leibnitz a spiegarsi sui principi, e
persino sulle origini del suo
1. Nova
Methodus pro maximis et minimis, itemque tangentibus, quæ nec fractas nec
irrationales quantitates moratur, et singulare pro illis calculi genus, in
«Acta Eruditorum», Leipzig, l684.
2. De Geometria
recondita et Analysi indivisibilium atque infinitorum, in «Acta
Eroditorum», Leipzig, 1686. – I lavori successivi riguardano tutti la soluzione
di problemi particolari.
55
metodo. Circa quest’ultimo punto è d’altronde
possibilissimo che egli non abbia mai detto tutto, ma in fondo poco importa,
poiché le cause occasionali di una scoperta costituiscono molto spesso
circostanze in sé piuttosto insignificanti; in ogni caso, ciò che per noi è
interessante rilevare nelle indicazioni che fornisce in proposito3,
è come egli sia partito col considerare le differenze «assegnabili» esistenti
tra i numeri, per passare quindi alle differenze «inassegnabili» che possono
essere concepite tra le grandezze geometriche in ragione della loro continuità,
e che proprio a quest’ordine attribuisse una grande importanza, come se fosse
in qualche modo «imposto dalla natura delle cose». Ne discende che per lui le
quantità infinitesimali non ci si presentano in modo naturale e immediato, ma
solo come un risultato del passaggio dalla variazione della quantità
discontinua a quello della quantità continua, e dell’applicazione della prima
alla misura della seconda.
Ora, qual è esattamente il significato di
queste quantità infinitesimali, che si è rimproverato a Leibnitz di impiegare
senza aver definito preliminarmente cosa intendesse con esse, e inoltre tale
significato gli permetteva di considerare il suo calcolo come assolutamente
rigoroso, o, al contrario, soltanto come un semplice metodo d’approssimazione?
Rispondere a queste due domande significherebbe per ciò stesso risolvere le
obiezioni più importanti che gli erano state mosse; malauguratamente,
3. Dapprima nella sua corrispondenza, e in
seguito in Historia et origo Calculi differentialis, 1714.
56
egli non lo ha mai fatto in modo molto chiaro,
e anzi le sue diverse risposte non sembrano sempre perfettamente conciliabili
tra loro. A questo proposito è bene sottolineare come Leibnitz avesse del
resto, in generale, l’abitudine di spiegare in maniera differente le medesime
cose secondo le persone cui si rivolgeva; non saremo certo noi a rimproverargli
un tale modo di agire, irritante solamente per gli animi sistematici, poiché,
in linea di principio, in questo non faceva altro che conformarsi ad un precetto
iniziatico e più particolarmente rosacrociano, secondo il quale conviene
parlare a ciascuno nel suo proprio linguaggio; solo che gli capitava talvolta
di applicarlo assai male. In effetti, se è evidentemente possibile rivestire
una stessa verità con espressioni differenti, questo va fatto, beninteso, senza
mai deformarla né sminuirla, astenendosi sempre accuratamente da ogni modo di
esprimersi che possa dar luogo a false concezioni; ciò che Leibnitz in molti
casi non ha saputo fare4. Così, egli spinge l’«adattamento» fino a
sembrare talora dar ragione a quanti hanno voluto vedere nel suo calcolo solo
un metodo di approssimazione, poiché gli accade di presentarlo come se non
fosse altro che una sorta di compendio del «metodo di esaustione» degli antichi,
atto a facilitare le scoperte ma i cui risultati, se si vuol darne una
dimostrazione
4. In linguaggio rosacrociano si direbbe che
questo, come e più del fallimento dei suoi progetti di «characteristica
universalis», provi che, pur avendo qualche idea teorica circa il «dono
delle lingue», egli fosse tuttavia lungi dall’averlo ricevuto in maniera
effettiva. [Si veda in proposito René Guénon, Considerazioni
sull’iniziazione, cit., cap. XXXVII. N.d.T.].
57
rigorosa, devono essere in seguito verificati
con quest’ultimo metodo; eppure è ben certo che non fosse questo in fondo il
suo pensiero, e che in realtà egli vi vedesse ben più di un semplice espediente
destinato ad abbreviare i calcoli.
Leibnitz dichiara frequentemente che le
quantità infinitesimali non sono che degli «incomparabili», ma, riguardo al
senso preciso in cui va inteso questo termine, gli accade di darne una
spiegazione non solo poco soddisfacente, ma altresì assai deplorevole, poiché
questa non poteva che fornire armi ai suoi avversari, i quali d’altronde non
mancarono di servirsene; anche in questo caso egli non ha certamente espresso
il suo vero pensiero, e possiamo vedervi un altro esempio, ancor più grave del
precedente, di quell’«adattamento» eccessivo che fa sostituire con vedute
erronee un’espressione «adattata» della verità. Leibnitz scrisse infatti: «Non
v’è bisogno di assumere qui l’infinito a rigore, ma solo come quando in ottica
si dice che i raggi del sole provengono da un punto infinitamente lontano
cosicché sono reputati paralleli. E quando vi sono molteplici gradi d’infinito
o d’infinitamente piccolo, è come il globo della terra che è reputato un punto
rispetto alla distanza del firmamento, ed una palla che maneggiamo è ancora un
punto in confronto al semidiametro del globo della terra, cosicché la distanza
del firmamento è come un infinito dell’infinito rispetto al diametro della
palla. Poiché, in luogo dell’infinito o dell’infinitamente piccolo, si prendono
quantità tanto grandi e tanto piccole quanto occorre affinché l’errore sia
minore
58
dell’errore dato, cosicché non si differisca
dallo stile di Archimede se non nelle espressioni, più dirette nel nostro
metodo, e più conformi all’arte di inventare»5. Non si mancò di far
notare a Leibnitz che, per piccolo che sia il globo della terra in rapporto al
firmamento, o un granello di sabbia in rapporto al globo della terra, queste
sono nondimeno quantità fisse e determinate, e, se una di tali quantità può essere
ritenuta praticamente trascurabile in confronto all’altra, non si tratta
tuttavia che di una semplice approssimazione; egli rispose che aveva voluto
soltanto «evitare le sottigliezze» e «rendere il ragionamento evidente a tutti»6,
il che conferma appunto la nostra interpretazione, e costituisce inoltre già
come una manifestazione della tendenza «volgarizzatrice» propria agli
scienziati moderni. Quel che è assai straordinario è che in seguito abbia
potuto scrivere: «Almeno non vi era la minima cosa che dovesse far giudicare
che intendessi una quantità invero molto piccola, ma pur sempre fissa e
determinata», al che aggiunge: «Del resto, avevo scritto già qualche anno fa a
Bernoulli di Groningen che gli infiniti e gli infinitamente piccoli potrebbero
essere presi per delle finzioni, simili alle radici immaginarie7,
senza che ciò dovesse
5. Mémoire de
M.G.G. Leibnitz touchant son sentiment sur le Calcul différentiel, in
«Journal de Trévoux», 1701.
6. Lettera a Varignon 2 febbraio 1702; [trad. it.:
«Lettera a Pierre Varignon», Scritti filosofici, voI. I, UTET, Torino,
2000].
7. Le radici immaginarie sono le radici dei numeri
negativi; parleremo più avanti della questione dei numeri negativi e delle
difficoltà logiche cui dà luogo.
59
far torto al nostro calcolo, essendo tali
finzioni utili e fondate nella realtà»8. D’altronde, sembra proprio
che egli non abbia mai visto esattamente in cosa il paragone di cui si era
servito fosse errato, dato che lo riprese ancora negli stessi termini una
decina d’anni più tardi9; ma, poiché per lo meno dichiara
espressamente che non è stata sua intenzione presentare le quantità
infinitesimali come determinate, dobbiamo concluderne che per lui il senso di
tale paragone si riduce a questo: un granello di sabbia, pur non essendo
infinitamente piccolo, può tuttavia senza inconvenienti apprezzabili essere
ritenuto tale in rapporto alla terra, cosicché non occorre considerare degli
infinitamente piccoli «a rigore», e si può anzi, se si vuole, reputarli solamente
finzioni; una simile argomentazione però, comunque la si voglia intendere, non
è meno manifestamente impropria a offrire del calcolo infinitesimale un’idea
diversa da quella – certo insufficiente agli occhi dello stesso Leibnitz – di
un semplice calcolo d’approssimazione.
8. Lettera a Varignon, 14 aprile 1702.
9. Memoria già citata sopra [Cap. III, nota 5], in
«Acta Eruditorum», Leipzig, 1712.
60
VI
Le «finzioni ben fondate»
Il pensiero che Lebnitz esprime in maniera più
costante – benché non lo affermi sempre con la stessa forza, ed anzi talvolta,
sia pure eccezionalmente, sembri non volersi pronunciare categoricamente al
riguardo –, è che in fondo le quantità infinite ed infinitamente piccole non
sono che finzioni; ma, aggiunge, sono «finzioni ben fondate», e con ciò non
intende soltanto che siano utili per il calcolo1, o anche per far
«trovare verità reali», sebbene gli accada ugualmente di insistere su tale
utilità; ripete Invece costantemente che queste finzioni sono «fondate nella
realtà», che esse hanno «fundamentum in re», il che implica
evidentemente qualcosa di più di un valore puramente utilitario; e, in
definitiva, questo stesso valore deve spiegarsi, secondo lui, mediante il
fondamento che tali finzioni hanno nella realtà. In ogni caso egli reputa
sufficiente, affinché il metodo sia sicuro, considerare non quantità infinite
ed infinitamente piccole nel senso rigoroso di queste espressioni – dato che
tale senso rigoroso non corrisponde ad alcuna realtà –, ma quantità tanto
grandi o tanto piccole quanto si voglia,
1. In queste considerazioni di utilità pratica
Carnot ha creduto di trovare una giustificazione sufficiente; è evidente che,
da Leibnitz a lui, la tendenza «pragmatista» della scienza moderna si era già
fortemente accentuata.
61
o quanto sia necessario affinché l’errore sia
reso minore di qualsiasi quantità data; occorrerebbe anche esaminare se sia
vero, come egli dichiara, che tale errore sia per ciò stesso nullo, ossia se un
simile modo di intendere il calcolo infinitesimale gli conferisca un fondamento
perfettamente rigoroso, ma dovremo tornare in seguito su tale questione.
Comunque stiano le cose circa quest’ultimo punto, gli enunciati in cui figurano
le quantità infinite ed infinitamente piccole rientrano per lui nella categoria
di asserzioni, egli dice, solo «toleranter verae», o, come si direbbe in
italiano, «passabili», che hanno bisogno di essere «rettificate» mediante la
spiegazione che se ne offre, come quando le quantità negative sono considerate
«minori di zero», e come in molti altri casi in cui il linguaggio dei geometri
implica «una certa maniera di esprimersi figurata e criptica»2;
quest’ultimo vocabolo sembrerebbe alludere al senso simbolico e profondo della
geometria, ma esso è tutt’altra cosa rispetto a quel che Leibnitz ha in vista,
e, come gli accade assai di frequente, forse in ciò non vi è che il ricordo di
qualche dato esoterico più o meno mal compreso.
Quanto al senso in cui si debba intendere che
le quantità infinitesimali sono «finzioni ben fondate», Leibnitz dichiara che
«gli infiniti ed infinitamente piccoli sono talmente fondati che tutto si fa in
geometria, e persino in natura, come se fossero perfette realtà»3;
per lui, infatti, tutto ciò che esiste in
2. Memoria già citata, in «Acta Eruditorum»,
Leipzig, 1712.
3. Lettera a Varignon, 2 febbraio 1702, cit.
62
natura implica in qualche modo la
considerazione dell’infinito, o almeno di quel che crede di poter chiamare
così: «La perfezione dell’analisi dei trascendenti o della geometria ove entri
la considerazione di un qualche infinito ‑ egli dice – sarebbe senza dubbio la
più importante a causa della sua possibile applicazione alle operazioni della
natura, che introduce l’infinito in tutto ciò che fa»4; ma questo
forse soltanto perché, in verità, non possiamo averne idee adeguate, e perché
intervengono sempre elementi che non percepiamo tutti distintamente. Se così
fosse, non si dovrebbero prendere troppo alla lettera asserzioni come questa,
ad esempio: «Essendo propriamente il nostro metodo quella parte della
matematica generale che tratta dell’infinito, ciò fa sì che se ne abbia gran
bisogno applicando la matematica alla fisica, poiché il carattere dell’Autore
infinito entra ordinariamente nelle operazioni della natura»5. Ma,
anche se con ciò Leibnitz intendesse soltanto che la complessità delle cose
naturali oltrepassa incomparabilmente i limiti della nostra percezione
distinta, resterebbe nondimeno il fatto che le quantità infinite ed
infinitamente piccole devono avere il loro «fundamentum in re»; tale
fondamento presente nella natura delle cose, almeno nella maniera in cui la
concepisce, non è altro che quella che egli chiama «legge di continuità», che
dovremo esaminare più avanti e
4. Lettera al
marchese de l’Hospital, 1693.
5. Considération
sur la différence qu’il y a entre l’Analyse ordinaire et le nouveau Calcul des
transcendantes, in «Journal des Sçavans», 1694.
63
che da lui è ritenuta, a torto o a ragione, un
caso particolare di una certa «legge di giustizia» – essa stessa ricollegata in
definitiva alla considerazione dell’ordine e dell’armonia –, che trova
parimenti la sua applicazione ogni qual volta una certa simmetria debba essere
osservata, come accade ad esempio nelle combinazioni e nelle permutazioni.
Ora, se le quantità infinite ed infinitamente
piccole non sono che finzioni, e pur ammettendo che siano realmente «ben
fondate», ci si può chiedere: perché impiegare siffatte espressioni le quali,
per quanto possano essere reputate «toleranter verae», sono nondimeno
scorrette? Vi è in ciò qualcosa che già presagisce, si potrebbe dire, il
«convenzionalismo» della scienza attuale, ma con la notevole differenza che
quest’ultimo non si preoccupa più in alcun modo di sapere se le finzioni cui è
ricorso siano o no fondate, o, secondo un’altra espressione di Leibnitz, se
possano essere interpretate «sano sensu», e neppure se abbiano un
significato qualsiasi. D’altra parte, poiché si può fare a meno di tali
quantità fittizie e accontentarsi di considerare, al loro posto, quantità che
si possono semplicemente rendere tanto grandi e tanto piccole quanto si vuole ‑
e che, per tale ragione, possono dirsi indefinitamente grandi e indefinitamente
piccole ‑, sarebbe stato meglio senza dubbio cominciare da qui, ed evitare così
di introdurre finzioni le quali, qualunque possa essere del resto il loro «fundamentum
in re», non sono insomma di alcuna utilità effettiva non solo per il
calcolo, ma per lo stesso metodo infinitesimale. Le espressioni
«indefinitamente
64
grande» e «indefinitamente piccolo», o, il che
è lo stesso ma è forse ancora più preciso, «indefinitamente crescente» e
«indefinitamente decrescente», non hanno soltanto il vantaggio di essere le
sole rigorosamente esatte; hanno inoltre quello di mostrare chiaramente che le
quantità cui si applicano non possono che essere variabili e non determinate.
Come ha detto con ragione un matematico, «l’infinitamente piccolo non è una
quantità molto piccola, avente un valore attuale, suscettibile di determinazione;
il suo carattere è di essere eminentemente variabile e di poter assumere un
valore minore di tutti quelli che si vorrebbero precisare; sarebbe molto meglio
chiamarlo indefinitamente piccolo»6.
L’impiego di questi termini avrebbe evitato
tante difficoltà e tante discussioni, ed in ciò non vi è nulla di stupefacente,
non trattandosi di una semplice questione di parole, ma della sostituzione di
un’idea falsa con un’idea giusta, di una finzione con una realtà; non avrebbe
consentito, in particolare, di scambiare le quantità infinitesimali per
quantità fisse e determinate, il termine «indefinito» comportando
6. Charles de
Freycinet, De l’Analyse infinitésimale, Mallet-Bachelier. Paris, 1860, pp. 21-22. ‑ L’autore aggiunge: «Ma la prima denominazione
(quella di infinitamente piccolo) avendo prevalso nel linguaggio, abbiamo
ritenuto doverla conservare». È questo uno scrupolo sicuramente eccessivo,
poiché l’uso non può bastare a giustificare le scorrettezze e le improprietà di
linguaggio, e, se non si osasse mai ergersi contro abusi di questo genere, non
si potrebbe neppur cercare di introdurre nei termini maggiore esattezza e
precisione di quella che comporta il loro impiego coerente.
65
sempre di per sé un’idea di «divenire», come
dicevamo sopra, e di conseguenza di cambiamento, o, quando si tratta di
quantità, di variazione; se Leibnitz se ne fosse servito abitualmente, non si
sarebbe senza dubbio lasciato indurre così facilmente al deplorevole paragone
del granello di sabbia, Inoltre, ridurre «infinite parva ad indefinite parva»
sarebbe stato in ogni caso più chiaro che ridurli «ad incomparabiliter parva»;
ne avrebbe guadagnato la precisione senza che ne risentisse l’esattezza, ben al
contrario. Le quantità infinitesimali sono senza dubbio «incomparabili» con le
quantità ordinarie, ma ciò potrebbe intendersi in più di un modo, e lo si è
effettivamente inteso assai spesso in sensi differenti da quello in cui si
sarebbe dovuto; è meglio dire, secondo un’altra espressione di Leibnitz, che
esse sono «inassegnabili», poiché quest’ultimo termine sembrerebbe proprio
potersi intendere in senso rigoroso solo per quantità suscettibili di divenire
piccole quanto si vuole, ossia più piccole di ogni quantità data, ed alle quali
non si può di conseguenza «assegnare» alcun valore determinato, per piccolo che
sia; è ben questo in effetti il senso degli «indefinite parva».
Malauguratamente, è pressoché impossibile sapere se, nel pensiero di Leibnitz,
«incomparabile» e «inassegnabile» siano veramente e completamente sinonimi; ma,
in ogni caso, è certo perlomeno che una quantità propriamente «inassegnabile»,
in ragione della possibilità di diminuzione indefinita che comporta, sia per
ciò stesso «incomparabile» con ogni quantità data, ed anche, per estendere tale
idea ai
66
differenti ordini infinitesimali, con ogni
quantità in rapporto alla quale possa decrescere indefinitamente, mentre
quest’ultima è vista come dotata di una fissità almeno relativa.
Se c’è un punto sul quale tutti possono
insomma mettersi facilmente d’accordo, persino senza approfondire maggiormente
le questioni di principio, è che la nozione di indefinitamente piccolo, almeno
dal punto di vista puramente matematico, è pienamente sufficiente all’analisi
infinitesimale, e gli stessi «infinitisti» lo riconoscono senza troppa
difficoltà7. A tale proposito ci si può dunque attenere ad una
definizione come quella di Carnot: «Cos’è una quantità infinitamente piccola in
matematica? Null’altro che una quantità che si può rendere piccola quanto si
vuole, senza che si sia obbligati per questo a far variare quelle di cui si
cerca la relazione»8. Circa il vero significato delle quantità
infinitesimali, però, tutta la questione non si riduce a ciò: poco importa per
il calcolo che gli infinitamente piccoli siano solo finzioni, poiché ci si può
accontentare della considerazione degli indefinitamente
7. Si veda in particolare Louis Couturat, De
l’infini mathématique, Alcan, Paris, 1896. p. 265, nota: «Si può costituire
logicamente il calcolo infinitesimale sulla sola nozione di indefinito…». ‑ È
vero che l’impiego del termine «logicamente» implica qui una riserva poiché,
per l’autore, esso si oppone a «razionalmente», il che costituisce del resto
una terminologia assai strana; l’ammissione è da ritenere nondimeno
interessante.
8. Réflexions sur la Métaphysique du Calcul
infinitésimal, Duprat, Paris, 1797, p. 7, nota; cfr. ibid., p. 20. –
Il titolo di quest’opera è ben poco giustificato poiché, in realtà, non vi si
trova la minima idea di ordine metafisico.
67
piccoli, il che non solleva alcuna difficoltà
logica; d’altronde, giacché non possiamo ammettere, per le ragioni metafisiche
esposte all’inizio, un infinito quantitativo ‑ sia esso un infinito di
grandezza o di piccolezza ‑9, né alcun infinito di un qualunque
ordine determinato e relativo, è ben certo che queste non possano che essere
finzioni e null’altro; ma, se tali finzioni sono state introdotte a torto o a
ragione all’origine del calcolo infinitesimale, il fatto è che, nelle
intenzioni di Leibnitz, dovevano tuttavia corrispondere a qualcosa per quanto
difettosa fosse la maniera in cui l’esprimevano. Poiché è di principi che ci
occupiamo qui, e non di un procedimento di calcolo ridotto in qualche modo a se
stesso, il che sarebbe per noi privo di interesse, dobbiamo dunque chiederci
quale sia esattamente il valore di tali finzioni, non solo dal punto di vista
logico, ma anche dal punto di vista ontologico, se esse siano così «ben
fondate» come credeva Leibnitz, e se davvero possiamo dire con lui che siano «toleranter
verae» ed accettarle almeno come tali, «modo sano sensu intelligantur»;
per rispondere a queste domande dovremo esaminare più da vicino la sua
concezione della «legge di continuità», poiché in essa egli pensava di trovare
il «fundamentum in re» degli infinitamente piccoli.
9. La fin troppo celebre concezione dei «due
infiniti» di Pascal è metafisicamente assurda, e non è, ancora una volta, che
il risultato di una confusione tra infinito e indefinito, assumendo
quest’ultimo nei due sensi opposti delle grandezze crescenti e decrescenti.
68
VII
I «gradi di infinità»
Non abbiamo ancora avuto occasione di vedere,
in quel che precede, tutte le confusioni che si introducono inevitabilmente
qualora si ammettano accezioni dell’idea di infinito differenti dal suo solo
significato vero e propriamente metafisico; se ne troverebbe più di un esempio,
in particolare, nella lunga discussione che Leibnitz ebbe con Jean Bernoulli
circa la realtà delle quantità infinite ed infinitamente piccole, discussione
che d’altronde non condusse ad alcuna conclusione definitiva, né lo avrebbe potuto,
dato che tali confusioni erano commesse ad ogni istante dall’uno come
dall’altro, e data la mancanza di principi da cui derivavano; del resto, in
qualunque ordine di idee ci si ponga, è sempre e solo la mancanza di principi a
rendere le questioni insolubili. Ci si può stupire, tra le altre cose, che
Leibnitz abbia posto una differenza tra «infinito» e «interminato», e non abbia
così respinto in modo assoluto l’idea ‑ nondimeno manifestamente
contraddittoria ‑ di un «infinito terminato», tanto che giunge sino al punto di
chiedersi «se è possibile che esista ad esempio una linea retta infinita, e
tuttavia terminata da una parte e dall’altra»1. Senza dubbio gli
ripugna ammettere una simile possibilità, «in quanto mi è parso ‑ dice
l. Lettera a Jean Bernoulli, 18 novembre 1698.
69
altrove – che l’infinito inteso a rigore debba
avere la propria origine nell’interminato, senza di che non vedo modo di
trovare un fondamento atto a distinguerlo dal finito»2. Tuttavia,
anche se si dice, in maniera più affermativa di quanto egli faccia, che
«l’infinito ha la propria origine nell’interminato», ancora non lo si considera
ad esso assolutamente identico, ma lo si distingue in una certa misura; e,
finché è così, si rischia di trovarsi intrappolati in una folla di idee strane
e contraddittorie. È vero che queste idee, Leibnitz lo dichiara, non le
ammetterebbe volentieri, e occorrerebbe che vi fosse «costretto da
dimostrazioni indubitabili»; ma è già assai grave attribuirvi una certa
importanza, e reputarle altrimenti che pure impossibilità; per quanto concerne,
ad esempio, l’idea di una sorta di «eternità terminata», che è tra quelle da
lui enunciate in proposito, non possiamo scorgervi se non il prodotto di una
confusione tra la nozione di eternità e quella di durata, assolutamente
ingiustificabile nei riguardi della metafisica. Ammettiamo senza alcuna
difficoltà che il tempo nel quale scorre la nostra vita corporea sia realmente
indefinito, ma ciò non esclude affatto che sia «terminato da una parte e
dall’altra», che abbia cioè sia un’origine sia una fine, conformemente alla
concezione ciclica tradizionale; ammettiamo altresì l’esistenza di altri modi
della durata, come quello che gli scolastici chiamavano aevum, la cui
indefinitezza è, per così dire, indefinitamente più grande di quella del tempo;
ma tutti questi modi, in tutta la loro estensione
2. Lettera a Varignon, 2 febbraio 1702, cit.
70
possibile, sono tuttavia soltanto indefiniti,
trattandosi in ogni caso di condizioni particolari di esistenza proprie a tale
o talaltro stato; nessuno di essi, per il fatto stesso di essere una durata, e
di implicare quindi una successione, può essere identificato o assimilato
all’eternità, con la quale non ha in realtà più rapporti di quanti il finito,
in qualunque suo modo, ne abbia con il vero Infinito, la concezione di
un’eternità relativa non avendo più senso di quanto ne abbia un’infinità
relativa. In tutto ciò vi sono da considerare soltanto ordini differenti di
indefinitezza, come vedremo ancor meglio in seguito; ma Leibnitz, avendo
mancato di operare le distinzioni necessarie ed essenziali – e soprattutto di
porre in primo luogo il principio che, solo, gli avrebbe permesso di non
smarrirsi mai –, si trova in forte imbarazzo nel rifiutare le opinioni di
Bernoulli, il quale lo crede anzi, tanto le sue risposte sono equivoche ed
esitanti, meno lontano di quanto sia in realtà dalle proprie idee sulla «infinità
dei mondi» ed i differenti «gradi di infinità».
Tale concezione dei pretesi «gradi di
infinità» presuppone insomma che possano esistere mondi incomparabilmente più
grandi e più piccoli del nostro, le parti corrispondenti di ciascuno di essi
mantenendo proporzioni equivalenti, cosicché gli abitanti di uno qualunque di
questi mondi potrebbero reputarlo infinito con altrettanta ragione di quanto
noi facciamo nei confronti del nostro; diremmo piuttosto, da parte nostra, con
altrettanta poca ragione. Un simile modo di considerare le cose non avrebbe a
priori nulla di assurdo senza l’introduzione
71
dell’idea di infinito, la quale certamente non
ha nulla a che vedervi: ciascuno di questi mondi, per quanto grande lo si
supponga, è nondimeno limitato, come si può allora chiamarlo infinito? La
verità è che nessuno di essi può esserlo realmente, non foss’altro perché sono
concepiti come molteplici, e siamo perciò di nuovo ricondotti alla
contraddizione di una pluralità di infiniti; d’altronde, se a certuni e persino
a molti accade di considerare in tal modo il nostro mondo, non è men vero che
tale asserzione non può presentare alcun senso accettabile. Del resto, ci si
può chiedere se si tratti proprio di mondi differenti o non piuttosto, molto
semplicemente, di parti più o meno estese di uno stesso mondo, poiché, per
ipotesi, debbono essere tutti sottomessi alle medesime condizioni di esistenza,
ed in particolare alla condizione spaziale, sviluppandosi ad una scala
semplicemente ingrandita o rimpicciolita. È in tutt’altro senso che si può
davvero parlare non affatto dell’infinità, ma dell’indefinitezza dei mondi, e
ciò soltanto perché, al di fuori di condizioni di esistenza quali lo spazio ed
il tempo, proprie al nostro mondo considerato in tutta l’estensione di cui è
suscettibile, ve ne sono un’indefinitezza d’altre ugualmente possibili; un
mondo, cioè insomma uno stato di esistenza, si definirà così tramite l’insieme
delle condizioni cui è sottomesso; ma, appunto perché sarà sempre condizionato,
ossia determinato e limitato, e non comprenderà dunque tutte le possibilità,
non lo si potrà mai reputare infinito, ma solamente indefinito3.
3. Si veda in
proposito Les États multiples de l’être, cit.
72
In fondo, la concezione di «mondi»
incomparabilmente più grandi e più piccoli gli uni rispetto agli altri, nel
senso in cui l’intende Bernoulli, non è molto diversa da quella cui Leibnitz
ricorre quando considera «il firmamento in rapporto alla terra, e la terra in
rapporto ad un granello di sabbia», e quest’ultimo in rapporto ad «una
particella di materia magnetica che passa attraverso il vetro». Sennonché,
Leibnitz non pretende di parlare qui di «gradus infinitatis» in senso
proprio; al contrario, intende mostrare che «non v’è bisogno di assumere qui
l’infinito a rigore», e si limita a considerare degli «incomparabili», cosa
contro la quale nulla gli si può obiettare logicamente. Il difetto del suo
paragone è di tutt’altro ordine, e consiste, come abbiamo già detto, nel fatto
che esso non poteva che fornire un’idea inesatta, e persino del tutto falsa,
delle quantità infinitesimali quali si introducono nel calcolo. Avremo in
seguito occasione di sostituire a tale concezione quella dei veri gradi
molteplici di indefinitezza, tanto nell’ordine crescente quanto nell’ordine
decrescente; dunque per il momento non vi insisteremo oltre.
La differenza tra Bernoulli e Leibnitz,
insomma, consiste nel fatto che, per il primo, si tratta veramente di «gradi di
infinità», benché li presenti solo come una congettura probabile, mentre il
secondo, dubitando della loro probabilità e persino della loro possibilità, si
limita a sostituirli con quelli che si potrebbero chiamare «gradi di
incomparabilità». A parte questa differenza, del resto sicuramente molto
importante, la concezione di una sede di mondi
73
simili ma a scale differenti è loro comune;
detta concezione non è priva di un certo rapporto, almeno occasionale, con le
scoperte, alla stessa epoca, dovute all’impiego del microscopio, e con certe
vedute che allora suggerirono – che non furono però in alcun modo giustificate
dalle osservazioni successive –, come la teoria dell’«incastonamento4
dei germi»: non è vero che, nel germe, l’essere vivente sia attualmente e
corporalmente «preformato» in tutte le sue parti, e l’organizzazione di una
cellula non ha alcuna somiglianza con quella dell’insieme del corpo di cui è un
elemento. Almeno per quanto riguarda Bernoulli non pare dubbio che risieda in
ciò, di fatto, l’origine della sua concezione; egli dice in effetti, tra le
altre cose molto significative al riguardo, che le particelle di un corpo
coesistono nel tutto «come, secondo Harvey ed altri, ma non secondo Leuwenhœck,
vi sono in un animale innumerevoli ovuli, in ciascun ovulo uno o più
animalculi, in ciascun animalculo a sua volta innumerevoli ovuli, e così
all’infinito»5. Quanto a Leibnitz, nel suo caso vi è verosimilmente
tutt’altra cosa al punto di partenza: così, l’idea che tutti gli astri che
vediamo potrebbero non costituire altro che elementi del corpo di un essere
incomparabilmente più grande di noi, ricorda la concezione del «Grande Uomo»
della Cabala, ma singolarmente
4. Nell’originale francese «embôitement». Il
termine esprime l’idea di mia successione di incastri sovrapposti, nel senso in
cui sono «incastrate» o «incastonate» l’una nell’altra le scatole cinesi [NdT].
5. Lettera del 23 luglio 1698.
74
materializzata e «spazializzata», per una
sorta di ignoranza del vero valore analogico del simbolismo tradizionale;
parimenti, l’idea dell’«animale», ossia dell’essere vivente, sussistente
corporalmente dopo la morte ma «ridotto in piccolo», è manifestamente ispirata
alla concezione del luz o «nocciolo d’immortalità» secondo la tradizione
giudaica6, concezione che Leibnitz ugualmente deforma ponendola in
rapporto con quella di mondi incomparabilmente più piccoli del nostro, poiché,
egli dice, «nulla impedisce che gli animali morendo siano trasferiti in tali
mondi; penso, infatti, che la morte non sia altro che una contrazione
dell’animale, come la generazione non è altro che un’evoluzione»7,
quest’ultimo termine essendo qui inteso semplicemente nel suo significato
etimologico di «sviluppo». In fondo, tutto ciò non è che un esempio del
pericolo insito nel voler accordare le nozioni tradizionali con le vedute della
scienza profana, cosa che si può fare solo a detrimento delle prime; queste
erano sicuramente del tutto indipendenti dalle teorie suscitate con le
osservazioni microscopiche, e Leibnitz, accostando e frammischiando le une alle
altre, agiva già come dovevano fare più tardi gli occultisti, i quali si
dilettano in modo tutto speciale con simili accostamenti ingiustificati.
D’altra parte, la sovrapposizione di «incomparabili» di ordini differenti gli
sembrava conforme alla sua concezione del «migliore dei mondi», come in grado
cioè di
6. Si veda Le Roi
du Monde, Ch. Bosse, Paris, 1927, pp. 87-89; [trad.
it.: Il Re del Mondo, Adelphi, Milano, 1977].
7. Lettera a Jean Bernoulli, 18 novembre 1698, cit.
75
offrire un mezzo per porvi, secondo la sua
definizione, «tutto quanto l’essere o la realtà possibile»; quest’idea del
«migliore dei mondi» proviene anch’essa da un altro dato tradizionale mal
applicato, preso a prestito dalla geometria simbolica dei Pitagorici, come
abbiamo già indicato altrove8: la circonferenza, tra tutte le linee
di uguale lunghezza, è quella che avviluppa la superficie massima, e parimenti
la sfera, tra tutti i corpi di uguale superficie, è quello che contiene il
volume massimo, ed è questa una della ragioni per cui tali figure erano
considerate le più perfette; tuttavia, se vi è a tale riguardo un massimo, non
vi è però un minimo, non esistendo figure che racchiudano una superficie o un
volume minore di ogni altro; per questo Leibnitz è stato indotto a pensare che,
se vi è un «migliore dei mondi», non vi è però un «peggiore dei mondi», ossia
un mondo contenente meno essere di un qualunque altro mondo possibile. Si sa
d’altronde che a questa concezione del «migliore dei mondi», come a quella
degli «incomparabili», si ricollegano i suoi ben noti paragoni del «giardino
pieno di piante» e dello «stagno pieno di pesci», ove «ciascun ramo della
pianta, ciascun membro dell’animale ciascuna goccia dei suoi umori è a sua
volta un tale giardino o un tale
8. Le Symbolisme de la Croix, Éditions Véga, Paris,
1931, p. 58; [trad. it.: Il simbolismo della Croce, Luni, Milano, 1998]. –
Sulla distinzione tra «possibili» e «compossibili», dalla quale dipende
d’altronde la concezione del «migliore dei mondi», cfr. Les États multiples de
l’être, cit., cap. II.
76
stagno»9; questo ci conduce
naturalmente ad affrontare un’altra questione connessa, quella della «divisione
della materia all’infinito».
9. Monadologie, 1714, 67; [trad. it.: Monadologia,
Bompiani, Milano, 2001]; cfr. ibid., 74.
77
VIII
«Divisione all’infinito» o divisibilità
indefinita
Per Leibnitz la materia è non solo divisibile,
ma «suddivisa attualmente senza fine» in tutte le sue parti, «ciascuna parte in
altre parti, ognuna delle quali ha un qualche moto proprio»1; è
soprattutto su questo che insiste per sostenere teoricamente la concezione da
noi esposta per ultima: «Consegue dalla divisione attuale che, in una qualunque
parte della materia, per piccola che sia, vi è come un mondo costituito da
creature innumerevoli»2. Anche Bernoulli ammette questa divisione
attuale della materia «in partes numero infinitas», ma ne trae
conseguenze che Leibnitz non ammette: «Se un corpo finito – dice – ha un numero
infinito di parti, ho sempre creduto e credo ancora che la più piccola di
queste parti debba avere col tutto un rapporto inassegnabile o infinitamente
piccolo»3; al che Leibnitz risponde: «Pur se si concorda che non vi
sia alcuna porzione della materia attualmente non divisa, non si giunge
tuttavia ad elementi indivisibili, o a parti più piccole di tutte le altre o
infinitamente piccole, ma solo a parti sempre più piccole, le quali sono
tuttavia quantità ordinarie, così come, aumentando, si giunge a quantità sempre
più
1. Monadologie, cit. 65.
2. Lettera a Jean Bernoulli, 12-22 luglio 1698.
3. Lettera del 23 luglio 1698, cit.
78
grandi»4. Leibnitz contesta dunque
l’esistenza delle «minimae portiones» o degli «ultimi elementi»; per
Bernoulli, al contrario, sembra chiaro che la divisione attuale implichi
l’esistenza simultanea di tutti gli elementi, così come, data una serie
«infinita», tutti i termini che la costituiscono debbano essere dati simultaneamente,
il che implicherebbe l’esistenza del «terminus infinitesimus». Ma, per
Leibnitz, l’esistenza di questo termine non è meno contraddittoria di quella di
un «numero infinito», e la nozione del più piccolo dei numeri, o della «fractio
omnium infima», non lo è meno di quella del più grande dei numeri; quel che
egli considera l’«infinità» di una serie si caratterizza per l’impossibilità di
pervenire ad un ultimo termine, così come la materia non sarebbe divisa
«all’infinito» se questa divisione potesse compiersi e giungere a degli «ultimi
elementi»; e non solo non possiamo pervenire di fatto a questi ultimi elementi,
come concede Bernoulli, ma essi non devono neppure esistere in natura. Non vi
sono elementi corporei indivisibili, o «atomi» nel senso proprio del termine,
più di quanto vi siano, nell’ordine numerico, frazioni indivisibili che non
possano generare frazioni sempre più piccole, o più di quanto vi siano,
nell’ordine geometrico, elementi lineari che non possano suddividersi in
elementi ancora più piccoli.
In fondo, il significato in cui Leibnitz, in
tutto ciò, assume il temine «infinito», è esattamente quello secondo il quale
parla, come abbiamo visto, di una «moltitudine infinita»: dire che una serie
qualunque,
4. Lettera del 29 luglio 1698.
79
compresa la serie dei numeri interi, è
infinita, significa per lui non che essa debba giungere ad un «terminus
infinitesimus» o ad un «numero infinito», ma al contrario che non deve
avere un ultimo termine, poiché i termini che essa comprende sono «plus quam
numero designari possint», costituiscono cioè una moltitudine che
oltrepassa ogni numero. Parimenti, se si può dire che la materia è divisa
all’infinito, è perché una qualunque delle sue porzioni, per piccola che sia,
avviluppa sempre una tale moltitudine; in altri termini, la materia non ha «partes
minimae» o elementi semplici, essa è essenzialmente un composto: «È vero
che le sostanze semplici, che non sono cioè esseri per aggregazione, sono
veramente indivisibili, ma esse sono immateriali, e non sono che principi
d’azione»5. È nel senso di una moltitudine innumerabile, d’altronde
il più abituale in Leibnitz, che l’idea del cosiddetto infinito può applicarsi
alla materia, all’estensione geometrica ed in generale al continuo, considerato
in rapporto alla sua composizione; del resto, tale senso non riguarda
esclusivamente l’«infinitum continuum», ma si estende pure all’«infinitum
discretum», come abbiamo visto nell’esempio della moltitudine di tutti i
numeri ed in quello delle «serie infinite». Per questo Leibnitz poteva
affermare che una grandezza è infinita in ciò che ha di «inesauribile», di modo
«che si può sempre assumere una grandezza piccola quanto si vuole»; e «rimane
vero ad esempio che 2 è tanto quanto
5. Lettera a Varignon, 20giugno 1702.
80
ecc., ossia una serie
infinita in cui tutte le frazioni – aventi per numeratore 1 e denominatori in
progressione geometrica doppia – sono comprese ad un tempo, benché si
impieghino solo numeri ordinari e non vi si introduca alcuna frazione
infinitamente piccola, o il cui denominatore sia un numero infinito»6.
Inoltre, quanto appena detto permette di comprendere come Leibnitz, pur
affermando che l’infinito, nel senso in cui lo intende, non è un tutto, possa
ciononostante applicare tale idea al continuo: un insieme continuo, come un
corpo qualunque, costituisce certamente un tutto, ed anche quel che abbiamo
chiamato in precedenza un vero tutto, logicamente anteriore alle sue parti ed
indipendente da esse, ma è evidentemente sempre finito come tale; non è dunque
in rapporto al tutto che Leibnitz può chiamarlo infinito, ma soltanto in
rapporto alle parti in cui è o può essere diviso, ed in quanto la moltitudine
di tali parti oltrepassa effettivamente ogni numero assegnabile: è quella che
si potrebbe chiamare una concezione analitica dell’infinito, dovuta al fatto
che la moltitudine in questione è inesauribile solo analiticamente, come
spiegheremo più avanti.
Se ora ci chiediamo quale valore abbia l’idea
della «divisione all’infinito», bisogna riconoscere che essa, come quella della
«moltitudine infinita», contiene una certa parte di verità, benché espressa in
6. Lettera a Varignon, 2 febbraio 1702, cit.
81
un modo che è lungi dall’essere esente da
critiche: intanto va da sé che, secondo quanto abbiamo esposto sinora, non può
affatto trattarsi di divisione all’infinito, ma soltanto di divisione
indefinita; d’altra parte, occorre applicare tale idea non alla materia in
generale, ciò che non ha forse alcun senso, ma solamente ai corpi, o alla
materia corporea, se proprio si vuole parlare di «materia» nonostante l’estrema
oscurità di tale nozione ed i molteplici equivoci cui dà luogo7. È
all’estensione infatti, e non alla materia, in qualunque accezione la si
intenda, che appartiene propriamente la divisibilità, e non si potrebbe
confondere qui l’una con l’altra se non a condizione di adottare la concezione
cartesiana, la quale fa consistere essenzialmente e unicamente la natura dei
corpi nell’estensione, concezione d’altronde non ammessa neppure da Leibnitz;
quindi, se ogni corpo è necessariamente divisibile, è perché esteso, non perché
materiale. Ora, ricordiamolo nuovamente, essendo l’estensione qualcosa di determinato,
non può essere infinita, e, pertanto, non può evidentemente implicare alcuna
possibilità che sia infinita più di quanto lo è essa stessa; ma, siccome la
divisibilità è una qualità inerente alla natura dell’estensione, la sua
limitazione non può che provenire da questa stessa natura: finché vi è
estensione, questa è sempre divisibile, cosicché si può considerare la
divisibilità realmente indefinita, la sua indefinitezza essendo d’altronde
condizionata da quella dell’estensione. Di conseguenza,
7. Su tale argomento si veda Le Règne de la
Quantité et les Signes des Temps, cit.
82
l’estensione come tale non può essere composta
da elementi indivisibili, perché questi elementi, per essere veramente
indivisibili, dovrebbero essere inestesi, ed una somma di elementi inestesi non
potrà mai costituire un’estensione, non più di quanto una somma di zeri possa
costituire un numero; perciò, come abbiamo spiegato8 i punti non
sono elementi o parti di una linea, ed i veri elementi lineari sono sempre
distanze tra punti, i quali ne costituiscono solamente le estremità. Del resto
è così che lo stesso Leibnitz vedeva le cose al riguardo, e secondo lui la
differenza fondamentale tra il suo metodo infinitesimale ed il «metodo degli
indivisibili» di Cavalieri, sta proprio nel fatto che il primo non considera
una linea come composta di punti, né una superficie come composta di linee, né
un volume come composto di superfici: punti, linee e superfici sono limiti o
estremità, non elementi costitutivi. È evidente infatti che dei punti, per
qualunque quantità siano moltiplicati, non potrebbero mai produrre una
lunghezza, essendo rigorosamente nulli sotto l’aspetto della lunghezza; i veri
elementi di una grandezza devono sempre essere della stessa natura di tale
grandezza, sebbene incomparabilmente minori: è ciò che non accade con gli
«indivisibili», e, d’altra parte, è ciò che permette di osservare nel calcolo
infinitesimale una certa legge di omogeneità, la quale presuppone che le
quantità ordinarie e le quantità infinitesimali dei diversi ordini, benché
incomparabili tra loro, siano tuttavia grandezze della stessa specie.
8. Le Symbolisme de
la Croix, cit., cap. XVI.
83
Da questo punto di vista si può ancora
aggiungere che la parte, quale che sia, deve sempre conservare una certa
«omogeneità» o conformità di natura col tutto, almeno in quanto si consideri
questo tutto come ricostituibile mediante le sue parti, tramite un procedimento
paragonabile a quello occorrente alla formazione di una somma aritmetica.
D’altronde ciò non significa che non vi sia alcunché di semplice nella realtà,
poiché il composto può essere formato, a partire dagli elementi, in tutt’altra
maniera rispetto a questa; ma allora, a dire il vero, tali elementi non sono
più propriamente «parti», e, come riconosceva Leibnitz, non possono essere in
alcun modo di ordine corporeo. È certo infatti che non si può giungere ad
elementi semplici, ossia indivisibili, senza uscire da quella condizione
speciale costituita dall’estensione, cosicché quest’ultima non può risolversi
in tali elementi senza cessare di essere in quanto estensione. Da ciò consegue
immediatamente che non possono esistere elementi corporei indivisibili, tale
nozione implicando contraddizione; simili elementi, infatti, dovrebbero essere
inestesi, e allora non sarebbero più corporei, poiché, per definizione, chi
dice corporeo dice necessariamente esteso, benché la natura dei corpi non
consista solo in questo; così, nonostante tutte le riserve che dobbiamo
avanzare su altri punti, Leibnitz ha per lo meno interamente ragione contro
l’atomismo.
Sinora abbiamo parlato però solo di
divisibilità, cioè di possibilità di divisione; occorre andare oltre ed
ammettere con Leibnitz una «divisione attuale»?
84
Neppure questa idea è esente da
contraddizione, perché equivale a supporre un indefinito interamente
realizzato, ed è perciò contraria alla natura stessa dell’indefinito, che, come
abbiamo detto, è quella di essere una possibilità sempre in via di sviluppo, e
di implicare dunque essenzialmente qualcosa d’incompiuto, di non ancora
completamente realizzato. D’altronde, non vi è alcuna ragione per fare una
simile supposizione, poiché, quando siamo in presenza di un insieme continuo,
il tutto ci è dato, ma non le parti in cui può essere diviso, e sappiamo
soltanto che ci è possibile dividerlo in parti che potranno essere rese via via
più piccole, in modo da divenire minori di qualsivoglia grandezza data, purché
la divisione sia spinta sufficientemente lontano; saremo noi dunque, di fatto,
a realizzare 1e parti a mano a mano che effettueremo tale divisione. Così, la
distinzione da noi stabilita in precedenza circa i differenti modi in cui un
tutto possa essere inteso, ci dispensa dal supporre la «divisione attuale»: un
insieme continuo non è il risultato delle parti in cui è divisibile, ma ne è al
contrario indipendente, e, di conseguenza, il fatto che ci sia dato come tutto
non implica per nulla l’esistenza attuale di tali parti.
Parimenti possiamo dire, da un altro punto di
vista e passando ad esaminare il discontinuo, che se una serie numerica
indefinita ci è data, questo non implica in alcun modo che ci siano dati
distintamente tutti i termini che essa comprende, ciò che costituisce
un’impossibilità per il fatto stesso di essere indefinita; dare una tale serie,
in realtà, significa
85
semplicemente dare la legge che permette di
calcolare il termine che occupa un posto determinato e qualsiasi nella serie9.
Se Leibnitz avesse dato questa risposta a Bernoulli, la loro discussione
sull’esistenza del «terminus infinitesimus» sarebbe per ciò stesso
immediatamente cessata; ma non avrebbe potuto rispondere in tal maniera senza
giungere logicamente a rinunciare alla sua idea della «divisione attuale», a
meno di negare ogni correlazione tra il modo continuo ed il modo discontinuo
della quantità.
Comunque sia, almeno per quanto concerne il
continuo, è proprio nella «indistinzione» delle parti che possiamo vedere la
radice dell’idea di infinito quale Leibnitz la concepisce, poiché, come abbiamo
detto sopra, questa idea comporta per lui sempre una certa dose di confusione;
tale «indistinzione» però, lungi dal presupporre una divisione
9. Cfr. L. Couturat, De l’infini mathématique,
cit., p. 467: «La serie naturale dei numeri è data per intero tramite la sua
legge di formazione, come del resto ogni altra successione e serie infinita,
che una formula d’induzione è in generale sufficiente a definire interamente,
in maniera tale che il loro limite o la loro somma (quando esiste) si trova
perciò completamente determinato... Grazie alla legge di formazione della serie
naturale abbiamo l’idea di tutti i numeri interi, nel senso che essi sono dati
tutti insieme in questa legge.» – Si può dire, infatti, che la formula generale
esprimente l’n° termine di una serie contiene potenzialmente ed
implicitamente, ma non attualmente e distintamente, tutti termini di essa,
poiché se ne può estrarre uno qualunque attribuendo a n il valore
corrispondente al posto che questo termine deve occupare nella serie; ma,
contrariamente a quanto pensava L. Couturat, non è certamente questo che
Leibnitz intendeva «quando sosteneva l’infinità attuale della serie dei numeri
naturali».
86
realizzata, tenderebbe al contrario ad
escluderla, persino in mancanza delle ragioni del tutto decisive che abbiamo
appena indicato. Quindi, se la teoria di Leibnitz è giusta in quanto si oppone
all’atomismo, occorre d’altra parte, affinché corrisponda a verità,
rettificarla sostituendo la «divisione della materia all’infinito» con la
«divisibilità indefinita dell’estensione»; è questo, nella sua espressione più
breve e più precisa, il risultato cui conducono in definitiva tutte le
considerazioni che siamo andati esponendo.
87
IX
Indefinitamente
crescente
e indefinitamente
decrescente
Prima di continuare l’esame delle questioni
che si riferiscono propriamente al continuo, dobbiamo tornare su quanto detto
sopra circa l’inesistenza di una «fractio omnium infima», il che ci
permetterà di vedere come la correlazione o la simmetria esistente, sotto certi
aspetti, tra le quantità indefinitamente crescenti e le quantità
indefinitamente decrescenti sia suscettibile di essere rappresentata
numericamente. Abbiamo visto che nel dominio della quantità discontinua, finché
si considera solo la serie dei numeri interi, questi devono essere visti come
indefinitamente crescenti a partire dall’unità, mentre non si può evidentemente
parlare di un decremento indefinito, essendo l’unità essenzialmente
indivisibile; se si assumessero i numeri in senso decrescente ci si dovrebbe
necessariamente arrestare all’unità, cosicché la rappresentazione
dell’indefinito tramite i numeri interi è limitata ad un solo senso, quello
dell’indefinitamente crescente. Nel caso della quantità continua, invece, si
possono prendere in esame sia quantità indefinitamente decrescenti, sia
quantità indefinitamente crescenti; la stessa cosa si produce nella quantità
discontinua allorché si introducono, per tradurre tale possibilità, i numeri
frazionari. Si può, infatti, considerare una serie di frazioni indefinitamente
decrescenti – vale
88
a dire che, per quanto piccola sia una
frazione, se ne può sempre formare una ancora più piccola –, e tale decremento
non potrà mai giungere ad una «fractio minima», non più di quanto la
crescita dei numeri interi possa giungere ad un «numerus maximus».
Per rendere evidente, mediante la
rappresentazione numerica, la correlazione tra l’indefinitamente crescente e
l’indefinitamente decrescente, basta considerare, assieme alla serie dei numeri
interi, quella dei loro inversi: un numero si dice inverso di un altro quando
il suo prodotto per quest’ultimo è uguale all’unità, e, per tale ragione,
l’inverso del numero n è rappresentato dalla notazione
. Mentre la serie dei numeri interi cresce indefinitamente a
partire dall’unità, la serie dei loro inversi decresce indefinitamente a
partire da questa medesima unità, la quale è l’inverso di se stessa ed è così
il punto di partenza comune alle due serie; a ciascun numero di una serie
corrisponde un numero dell’altra e viceversa, cosicché queste due serie sono
ugualmente indefinite, e lo sono esattamente allo stesso modo, benché in senso
contrario. L’inverso di un numero è evidentemente tanto più piccolo quanto più
grande è tale numero, poiché il loro prodotto rimane costante; per quanto
grande sia un numero N, il numero N+1 lo sarà ancora di più, in
virtù della legge di formazione della serie indefinita dei numeri interi, e
parimenti, per quanto piccolo sia un numero
, il numero
lo sarà
89
ancora di più; ciò prova chiaramente
l’impossibilità del «più piccolo dei numeri», la cui nozione non è meno
contraddittoria di quella del «più grande dei numeri», poiché, se non è
possibile arrestarsi ad un determinato numero in senso crescente, non lo sarà
neppure in senso decrescente. Del resto, poiché la correlazione rilevabile nel
discontinuo numerico si presenta innanzitutto come una conseguenza
dell’applicazione di tale discontinuo al continuo – come abbiamo detto a
proposito dei numeri frazionari dei quali presuppone naturalmente
l’introduzione –, essa non può che tradurre a suo modo, condizionata
necessariamente dalla natura del numero, la correlazione esistente nel continuo
stesso tra l’indefinitamente crescente e l’indefinitamente decrescente. È
dunque il caso, quando si considerino le quantità continue come suscettibili di
divenire tanto grandi e tanto piccole quanto si vuole – ossia più grandi e più
piccole di ogni quantità determinata –, di rispettare sempre la simmetria, e,
si potrebbe dire in certo qual modo, il parallelismo che mostrano queste due
variazioni inverse; tale osservazione ci aiuterà in seguito a comprendere
meglio la possibilità dei differenti ordini di quantità infinitesimali.
È bene sottolineare che, per quanto il simbolo
evochi l’idea dei
numeri frazionari, e ne tragga di fatto incontestabilmente origine, non è
necessario che gli inversi dei numeri interi siano qui definiti in tal maniera,
e ciò al fine di evitare l’inconveniente che presenta la notazione ordinaria
dei numeri
90
frazionari dal punto di vista propriamente
aritmetico, ossia la concezione delle frazioni come «parti dell’unità». È
sufficiente, infatti, considerare le due serie come costituite da numeri
rispettivamente maggiori e minori dell’unità, cioè come due ordini di grandezza
che hanno in essa il loro limite comune, e che al contempo possono essere visti
come usciti entrambi da tale unità, la quale è veramente la fonte prima di
tutti i numeri; inoltre, se si volessero vedere questi due insiemi indefiniti
come una serie unica, si potrebbe dire che l’unità occupa esattamente il mezzo
in questa serie di numeri, poiché, come abbiamo visto, vi sono esattamente
altrettanti numeri nell’uno quanto nell’altro di tali insiemi. D’altra parte
se, per generalizzare ulteriormente, anziché considerare soltanto la serie dei
numeri interi e dei loro inversi, si volessero introdurre i numeri frazionari
propriamente detti, nulla cambierebbe riguardo alla simmetria tra le quantità
crescenti e le quantità decrescenti: si avrebbero da un lato tutti i numeri
maggiori dell’unità, e, dall’altro, tutti i numeri minori di essa; anche in
questo caso, ad ogni numero
, corrisponderebbe nell’altro gruppo un numero
, e reciprocamente, in maniera tale che
, come si aveva poco fa
, cosicché vi sarebbero sempre altrettanti numeri nell’uno
quanto nell’altro
91
di questi due gruppi indefiniti separati
dall’unità; dev’essere d’altronde ben chiaro che, quando diciamo «altrettanti
numeri», significa che vi sono due moltitudini corrispondentesi termine a
termine, senza che, per questo, tali moltitudini possano in alcun modo essere
ritenute «numerabili». In ogni caso, l’insieme di due numeri inversi
moltiplicantesi l’uno per l’altro riproduce sempre l’unità da cui sono usciti;
si può dire inoltre che l’unità, occupando il mezzo tra i due gruppi ed essendo
il solo numero che possa essere considerato appartenere sia all’uno sia
all’altro1 – tanto che in realtà sarebbe più esatto dire che essa li
unisca piuttosto che non li separi –, corrisponde allo stato di equilibrio
perfetto e contiene in sé tutti i numeri, i quali sono da essa usciti a coppie
di numeri inversi o complementari, ciascuna di queste coppie costituendo, a
causa di tale complementarità, un’unità relativa nella sua indivisibile dualità2;
ma torneremo tra poco su quest’ultima osservazione e sulle conseguenze che
comporta.
Anziché dire che la serie dei numeri interi è
1. Secondo la definizione dei numeri inversi,
l’unità si presenta da un lato nella forma 1 e, dall’altro, nella forma
, in modo tale che
; d’altra parte, siccome
, è la stessa unità ad essere così rappresentata sotto due
forme differenti, e di conseguenza, come dicevamo sopra, essa è l’inverso di se
stessa.
2 Diciamo indivisibile perché, dal momento che
esiste uno dei due numeri formanti una tale coppia, esiste per ciò stesso
necessariamente anche l’altro.
92
indefinitamente crescente e quella dei loro
inversi indefinitamente decrescente, si potrebbe anche dire, nel medesimo
senso, che i numeri tendono da un lato verso l’indefinitamente grande e
dall’altro verso l’indefinitamente piccolo, a condizione d’intendere con ciò i
limiti stessi del dominio in cui si considerano questi numeri, poiché una
quantità variabile non può che tendere verso un limite. Il dominio di cui si
tratta è insomma quello della quantità numerica assunta in tutta l’estensione
di cui è suscettibile3; ciò significa nuovamente che i limiti non ne
sono affatto determinati da questo o quel numero particolare, per quanto grande
o per quanto piccolo lo si supponga, ma dalla natura stessa del numero come
tale. Proprio per questo il numero, come ogni altra cosa di natura determinata,
esclude tutto ciò che esso non è, cosicché qui non può trattarsi affatto di
infinito; d’altronde, abbiamo appena detto che l’indefinitamente grande deve
necessariamente essere concepito come un limite, benché non sia in alcun modo
un «terminus ultimus» della serie dei numeri; si può notare a questo
proposito che l’espressione «tendere a infinito», impiegata frequentemente dai
matematici nel senso di «crescere indefinitamente», è anch’essa un’assurdità,
poiché l’infinito implica evidentemente l’assenza di ogni
3. Va da sé che i numeri incommensurabili,
sotto l’aspetto della grandezza, sono necessariamente intercalati ai numeri
ordinari. interi o frazionari secondo che siano maggiori o minori dell’unità;
ciò che mostra d’altronde la corrispondenza geometrica da noi indicata in
precedenza, ed anche la possibilità di definire un tale numero mediante due
insiemi convergenti di numeri commensurabili di cui costituisce il limite
comune.
93
limite, e di conseguenza non vi è nulla verso
cui sia possibile tendere. È inoltre assai singolare che certuni, pur
riconoscendo la scorrettezza ed il carattere abusivo dell’espressione «tendere
a infinito», non abbiano d’altra parte alcuno scrupolo ad adottare
l’espressione «tendere a zero» nel senso di «decrescere indefinitamente»;
sennonché zero, o la «quantità nulla», è esattamente simmetrico, rispetto alle
quantità decrescenti, a ciò che è la pretesa «quantità infinita» rispetto alle
quantità crescenti; ma dovremo tornare in seguito sulle questioni che si
pongono più in particolare riguardo allo zero ed ai suoi differenti
significati.
Poiché la serie dei numeri, nel suo insieme,
non è«terminata» da un certo numero, ne consegue che non esiste numero, per
quanto grande, che possa essere identificato con l’indefinitamente grande nel
senso che abbiamo appena indicato; naturalmente la stessa cosa è vera altresì
per quel che riguarda l’indefinitamente piccolo. Un numero può soltanto essere
visto come praticamente indefinito, se è permesso esprimersi in questo modo,
allorché non può più essere espresso tramite il linguaggio né rappresentato tramite
la scrittura, il che, di fatto, accade inevitabilmente a un dato momento quando
si considerano numeri che crescono o decrescono sempre più; questa, se si
vuole, è una semplice questione di «prospettiva», in accordo però col carattere
dell’indefinito, poiché quest’ultimo, in definitiva, non è altro che ciò i cui
limiti possono essere non diciamo soppressi, il che sarebbe contrario alla
natura stessa delle cose, ma semplicemente retrocessi
94
sino ad essere interamente persi di vista. A
tale proposito, sarebbe il caso di porsi alcune domande assai curiose: così, ci
si potrebbe chiedere perché la lingua cinese rappresenti simbolicamente
l’indefinito mediante il numero diecimila; l’espressione «i diecimila esseri»,
ad esempio, significa tutti gli esseri, i quali sono realmente in moltitudine
indefinita ed «innumerabile». È notevolissimo che precisamente la stessa cosa
si produca anche in greco, ove un unico vocabolo ‑ con una semplice differenza
d’accentazione che costituisce evidentemente un dettaglio del tutto accessorio,
dovuto senza dubbio al bisogno di distinguere nell’uso i due significati ‑
serve parimenti ad esprimere sia l’una sia l’altra idea: μύριοι,
diecimila, μυρίοι, una indefinitezza. La vera ragione di ciò è la
seguente: il numero diecimila è la quarta potenza del dieci; ora, secondo la
formula del Tao-te-ching, «uno ha prodotto due, due ha prodotto tre, tre
ha prodotto tutti i numeri», il che implica che quattro, prodotto
immediatamente da tre, equivale in certo qual modo a tutto l’insieme dei
numeri, e questo perché, dal momento che si ha il quaternario, si ha pure,
mediante l’addizione dei primi quattro numeri, il denario, il quale rappresenta
un ciclo numerico completo: 1+2+3+4=10, che, come abbiamo già detto in altre
occasioni, è la formula numerica della Tetraktys pitagorica Si può
ancora aggiungere che tale rappresentazione dell’indefinitezza numerica ha la
sua corrispondenza nell’ordine spaziale: si sa che l’elevazione ad una potenza
di un grado superiore rappresenta in quest’ordine l’aggiunta di una
95
dimensione; ora, avendo la nostra estensione
solo tre dimensioni, i suoi limiti sono superati allorché si va oltre la terza
potenza, il che significa in altre parole che l’elevazione alla quarta potenza
segna il termine stesso della sua indefinitezza, poiché, dal momento in cui è
effettuata, si è per ciò stesso usciti da questa estensione e passati ad un
altro ordine di possibilità.
96
X
Infinito e continuo
L’idea di infinito qual è più frequentemente
intesa da Leibnitz – e che è soltanto, non bisogna mai dimenticarlo, quella di
una moltitudine che oltrepassa ogni numero – si presenta talvolta sotto
l’aspetto di un «infinito discontinuo», come nel caso delle serie numeriche
dette infinite; ma il suo aspetto più abituale, nonché il più importante per
quanto concerne il significato del calcolo infinitesimale, è quello
dell’«infinito continuo». In proposito conviene ricordare che quando Leibnitz –
all’inizio delle ricerche che dovevano condurlo, almeno secondo quanto dice
egli stesso, alla scoperta del suo metodo ‑ operava su delle serie di numeri,
non doveva considerare che differenze finite nel senso ordinario del termine;
le differenze infinitesimali gli si presentarono solo allorché si trattò di
applicare il discontinuo numerico al continuo spaziale. L’introduzione dei
differenziali si giustificava così tramite l’osservazione di una certa analogia
tra le variazioni rispettive di questi due modi della quantità; ma il loro
carattere infinitesimale proveniva dalla continuità delle grandezze cui essi
dovevano applicarsi, cosicché la considerazione degli «infinitamente piccoli»
si trovava, per Leibnitz, strettamente connessa alla questione della
«composizione del continuo».
97
Intesi «a rigore» gli «infinitamente piccoli»
sarebbero, come pensava Bernoulli, «partes minimae» del continuo; ma
quest’ultimo, finché esiste come tale, è sempre divisibile, e di conseguenza
non può avere «partes minimae». Gli «indivisibili» non costituiscono
neppure parti di ciò rispetto al quale sono indivisibili, ed il «minimum»
si può qui concepire solo come limite o estremità, non come elemento: «La linea
non è soltanto minore di qualsivoglia superficie – dice Leibnitz – essa non è
neppure una parte della superficie, ma solamente un minimum o una
estremità»1; l’assimilazione tra extremum e minimum, è
qui giustificabile, dal suo punto di vista, mediante la «legge di continuità»,
in quanto quest’ultima consentirebbe secondo lui, come vedremo più avanti, il
«passaggio al limite». Lo stesso vale, come già abbiamo detto, per quel che
riguarda il punto in rapporto alla linea, nonché per la superficie in rapporto
al volume; gli elementi infinitesimali, invece, devono essere parti del
continuo, altrimenti non sarebbero neppure quantità; ma possono esserlo solo a
condizione di non costituire davvero degli «infinitamente piccoli», poiché
questi ultimi non sarebbero altro che quelle «partes minimae» o quegli
«elementi ultimi» la cui esistenza rispetto al continuo implica contraddizione.
Così, la composizione del continuo non permette che gli infinitamente piccoli
siano più che semplici finzioni;
1. Meditatio nova de natura anguli contactus et
osculi, horumque usu in practica Mathesi ad figuras faciliores succedaneas
difficillioribus substituendas, in «Acta Eruditorum», Leipzig, 1686.
98
d’altra parte, è proprio l’esistenza di tale
continuo a far sì che esse siano, almeno agli occhi di Leibnitz, «finzioni ben
fondate»: se «tutto si fa in geometria come se fossero perfette realtà» è
perché l’estensione, oggetto della geometria, è continua; se lo stesso accade
in natura, è perché i corpi sono anch’essi continui, e perché vi è pure
continuità in tutti i fenomeni quali il moto, di cui i corpi sono la sede, e
che costituiscono l’oggetto della meccanica e della fisica. D’altronde, se i
corpi sono continui è perché sono estesi, e partecipano dunque della natura
dell’estensione; parimenti, la continuità del moto e dei diversi fenomeni ad
esso più o meno direttamente riconducibili proviene essenzialmente dal loro
carattere spaziale. È insomma la continuità dell’estensione il vero fondamento
di tutte le altre continuità rilevabili nella natura corporea; ed è d’altronde
per questo che, introducendo al riguardo una distinzione essenziale non operata
da Leibnitz, abbiamo precisato come la proprietà di «divisibilità indefinita»
debba essere attribuita in realtà non alla «materia» in quanto tale, bensì
all’estensione.
Non è necessario esaminare qui la questione
delle altre forme possibili di continuità, indipendenti da quella spaziale;
occorre sempre ricondursi a quest’ultima, infatti, quando si considerano delle
grandezze, essa è quindi sufficiente per tutto ciò che si riferisce alle
quantità infinitesimali. Dobbiamo tuttavia aggiungervi la continuità del tempo,
poiché, contrariamente alla strana opinione di Cartesio in proposito, il tempo
è realmente continuo in sé, e non solo nella rappresentazione spaziale tramite
il
99
moto che serve a misurarlo2. A tale
riguardo si potrebbe dire che il moto è in qualche modo doppiamente continuo,
sia per la sua condizione spaziale, sia per la sua condizione temporale; questa
sorta di combinazione tra il tempo e lo spazio, da cui risulta il moto, non
sarebbe possibile se l’uno fosse discontinuo e l’altro continuo. Questa
osservazione permette inoltre di introdurre la continuità in certe categorie di
fenomeni naturali che si rapportano più direttamente al tempo che allo spazio,
sebbene si compiano sia nell’uno sia nell’altro, come ad esempio il processo di
un qualunque sviluppo organico. Sulla composizione del continuo temporale si
potrebbe d’altronde ripetere ciò che abbiamo detto circa il continuo spaziale,
e, in virtù di quella sorta di simmetria esistente sotto certi aspetti tra lo
spazio ed il tempo, come abbiamo spiegato altrove, si giungerebbe a conclusioni
del tutto analoghe: gli istanti, concepiti come indivisibili, non sono parti
della durata, non più di quanto lo siano i punti rispetto all’estensione, come
lo stesso Leibnitz riconosceva, e del resto anche questa era una tesi del tutto
corrente presso gli scolastici; tale è insomma il carattere generale di ogni
continuo, la cui natura non comporta l’esistenza di «elementi ultimi».
Quanto abbiamo detto sinora mostra a
sufficienza in che senso si possa intendere che, dal punto di vista in cui si
pone Leibnitz, il continuo avviluppa necessariamente l’infinito; non possiamo
però ammettere, beninteso, né che si tratti di una «infinità
2. Cfr. Le Règne de
la Quantité et les Signes des Temps, cit., cap. V.
100
attuale», come se tutte le parti possibili
fossero date effettivamente allorché il tutto è dato, né che si tratti
d’altronde di un vero infinito, il quale è escluso da qualsiasi determinazione
e non può di conseguenza essere implicato in alcuna cosa particolare.
Sennonché, qui come in tutti i casi in cui si presenti l’idea di un preteso
infinito, differente dal vero Infinito metafisico – casi che tuttavia in se
stessi rappresentano qualcosa di più che pure e semplici assurdità –, scompare
ogni contraddizione e con essa ogni difficoltà logica qualora si sostituisca il
cosiddetto infinito con l’indefinito, e si dica semplicemente che ogni continuo
avviluppa una certa indefinitezza quando lo si consideri in rapporto ai suoi
elementi. Certuni invece, avendo mancato di operare la distinzione fondamentale
tra l’infinito e l’indefinito, hanno creduto a torto che non fosse possibile
sfuggire alla contraddizione di un infinito determinato, se non respingendo in
modo assoluto il continuo e sostituendolo col discontinuo; così in particolare
Renouvier, il quale nega con ragione l’infinito matematico, ma al quale l’idea
dell’infinito metafisico è totalmente estranea, si è sentito in obbligo, per la
logica del suo «finitismo», di giungere sino ad ammettere l’atomismo, cadendo
così in un’altra concezione che, come abbiamo visto in precedenza, non è meno
contraddittoria di quella che voleva evitare.
101
XI
La «legge di continuità»
Dal momento che il continuo esiste possiamo
dire con Leibnitz che vi è continuità in natura o, se si vuole, che dev’esserci
una certa «legge di continuità» applicabile a tutto quel che presenta i
caratteri del continuo; questo è insomma evidente, ma non ne consegue affatto
che una simile legge debba potersi applicare a tutto come egli pretende,
poiché, se vi è del continuo, vi è pure del discontinuo, e ciò nel dominio
stesso della quantità1: il numero, infatti, è essenzialmente
discontinuo, ed è appunto la quantità discontinua, non la quantità continua, a
costituire realmente, come abbiamo detto altrove, il modo primo e fondamentale
della quantità, o quel che si potrebbe chiamare propriamente la quantità
1. Cfr. L. Couturat, De l’infini
mathématique, cit., p. 140: «In generale, il principio di continuità non
trova posto in algebra, e non può essere invocato per giustificare la
generalizzazione algebrica del numero. Non solo la continuità non è affatto
necessaria alle speculazioni dell’aritmetica generale, ma inoltre essa ripugna
allo spirito di tale scienza ed alla natura stessa del numero. Il numero è
infatti essenzialmente discontinuo, come pressoché tutte le sue proprietà
aritmetiche… Non si può quindi imporre la continuità alle funzioni algebriche
per complicate che siano, poiché il numero intero, il quale ne fornisce tutti
gli elementi, è discontinuo e “salta” in qualche modo da un valore all’altro
senza transizione possibile.»
102
pura2. D’altra parte, nulla
permette di supporre a priori che, al di fuori della quantità, possa
essere considerata dovunque una continuità qualsiasi, ed anzi, a dire il vero,
sarebbe stupefacente che solo il numero, tra tutte le cose possibili, avesse la
proprietà di essere essenzialmente discontinuo; ma non è nostra intenzione
ricercare qui entro quali limiti una «legge di continuità» sia realmente
applicabile, e quali restrizioni converrebbe apportarvi per tutto ciò che
oltrepassa il dominio della quantità intesa nel senso più generale. Ci
limiteremo a fornire, per quanto concerne i fenomeni naturali, un esempio
semplicissimo di discontinuità: se per rompere una corda è necessaria una certa
forza, applicando a tale corda una forza la cui intensità sia minore di quella
richiesta non si otterrà una rottura parziale, ossia la rottura di una parte
dei fili di cui è composta, ma solamente una tensione, cosa del tutto diversa;
se si aumenta la forza in maniera continua, anche la tensione crescerà
all’inizio in maniera continua, ma giungerà un momento in cui si produrrà la
rottura, e si avrà allora in modo improvviso e pressoché istantaneo, un effetto
di tutt’altra natura rispetto al precedente, il che implica chiaramente una
discontinuità; così, non è vero il dire – in termini del tutto generali e senza
restrizioni di sorta – che «natura non facit saltus».
Comunque sia, è in ogni caso sufficiente che
le grandezze geometriche siano continue, come infatti
2. Si veda Le Règne
de la Quantité et les Signes des Temps, cit., cap. II.
103
sono, perché vi si possano sempre assumere
elementi piccoli quanto si vuole, in grado dunque di divenire più piccoli di
ogni grandezza assegnabile; e, come dice Leibnitz, «consiste senza dubbio in
ciò la dimostrazione rigorosa del calcolo infinitesimale», che si applica
precisamente a tali grandezze geometriche. La «legge di continuità» può dunque
costituire il «fundamentum in re» di finzioni quali le quantità
infinitesimali – come d’altronde di altre finzioni quali le radici immaginarie,
dato che Leibnitz opera un accostamento tra le une e le altre sotto tale
aspetto –, senza che si debba per questo vedere in essa, come forse avrebbe
voluto, «la pietra di paragone di ogni verità»3. D’altra pane, se si
ammette una «legge di continuità», pur introducendo certe restrizioni circa la
sua portata, e pur riconoscendo che questa legge possa servire a giustificare
le basi del calcolo infinitesimale, «modo sano sensu intelligantur», non
ne consegue affatto che si debba concepirla esattamente alla maniera di
Leibnitz, né accettarne tutte le conseguenze che egli stesso aveva la pretesa
di trarne; è tale concezione e tali conseguenze che dobbiamo ora esaminare un
po’ più da vicino.
Nella sua forma più generale questa legge,
enunciata da Leibnitz a più riprese in termini differenti ma il cui senso è in
fondo sempre lo stesso, significa insomma questo: dal momento che vi è un certo
ordine nei principi, qui intesi nel senso relativo di dati assunti come punto
di partenza, deve sempre esservi un ordine corrispondente nelle conseguenze
3. L. Couturat, De
l’infini mathématique, cit., p. 266.
104
che se ne trarranno. Si tratta allora, come
abbiano già indicato, di un caso particolare della «legge di giustizia»,
ovverosia d’ordine, la quale postula l’«intelligibilità universale»; in fondo
ciò costituisce, per Leibnitz, una conseguenza o un’applicazione del «principio
di ragion sufficiente», se non questo principio stesso in quanto si applichi
più specialmente alle combinazioni ed alle variazioni della quantità: «la
continuità è una cosa ideale», egli dice, il che d’altronde è lungi dall’essere
chiaro come sarebbe auspicabile, ma «il reale non cessa di governarsi mediante
l’ideale e l’astratto,… perché tutto si governa secondo ragione»4.
Vi è sicuramente un certo ordine nelle cose, e questo non è in discussione, ma
si può concepire tale ordine in tutt’altro modo rispetto a Leibnitz, le cui
idee al riguardo erano sempre influenzate più o meno direttamente dal suo
preteso «principio del migliore», il quale perde ogni significato non appena si
sia compresa l’identità metafisica tra possibile e reale5; inoltre,
benché egli fosse un avversario dichiarato dell’angusto razionalismo
cartesiano, si potrebbe rimproverargli, quanto alla sua concezione della
«intelligibilità universale», di aver confuso troppo facilmente «intelligibile»
con «razionale»; ma non insisteremo oltre su queste considerazioni di ordine
generale, perché ci allontanerebbero troppo dal nostro argomento. Aggiungeremo
soltanto, a tale proposito, che è permesso di stupirsi se, dopo aver affermato
che «non occorre far dipendere l’analisi
4. Lettera a Varignon, 2 febbraio 1702, cit.
5. Si veda Les
États multiples de l’être, cit., cap. II.
105
matematica dalle controversie metafisiche» –
cosa del tutto contestabile, poiché significa farne, secondo il punto di vista
puramente profano, una scienza totalmente ignorante dei propri principi, e del
resto solo l’incomprensione può far nascere controversie nel dominio metafisico
–, Leibnitz giunga infine ad invocare, a sostegno della sua «legge di
causalità» cui ricollega la stessa analisi matematica, un argomento in effetti
non più metafisico, bensì teologico, il quale potrebbe prestarsi a ben altre
controversie: «È perché tutto si governa secondo ragione – egli dice – e perché
altrimenti non vi sarebbe né scienza né regola, ciò che non sarebbe conforme
alla natura del sovrano principio»6; al che si potrebbe rispondere
che la ragione è in realtà solo una facoltà puramente umana e di ordine
individuale, e che, pur senza risalire sino al «sovrano principio»,
l’intelligenza intesa in senso universale – ossia l’intelletto puro e
trascendente – è tutt’altra cosa dalla ragione e non può esserle assimilata in
alcun modo, cosicché, se è vero che non vi è nulla di «irrazionale», è
altrettanto vero che vi sono molte cose «sovra-razionali», d’altronde non per
questo meno «intelligibili».
Passiamo ora ad un’altro enunciato più preciso
della
6. Lettera a Varignon, cit. – La prima esposizione
della «legge di continuità» comparve in «Nouvelles de la République des
Lettres», nel giugno del l687, sotto questo titolo assai significativo dallo
stesso punto di vista: Principium quoddam generale non in Mathematicis
tantum sed ed Physicis utile, cujus ope ex consideratione Sapientiæ Divinæ
examinantur Naturæ Leges, qua occasione nata cum R.P. Mallebranchio
controversia explicatur, et quidam Cartesianorum errores notantur.
106
la «legge di continuità», enunciato che si
riferisce in modo più diretto del precedente ai principi del calcolo
infinitesimale: «Se, nei dati, un caso si avvicina in maniera continua ad un
altro e svanisce infine in esso, occorre necessariamente che anche i risultati
di tali casi si avvicinino in maniera continua nelle soluzioni cercate, e
terminino infine reciprocamente l’uno nell’altro»7. Vi sono qui due
cose che è importante distinguere: intanto, se la differenza tra due casi
diminuisce sino a divenire minore di qualunque grandezza assegnabile «in
datis», lo stesso deve accadere «in quaesitis»; non si tratta
insomma che dell’applicazione dell’enunciato più generale, e non è questa parte
della legge che è suscettibile di sollevare obiezioni, giacché si ammette
l’esistenza delle variazioni continue, ed è appunto al dominio in cui si
effettuano tali variazioni, ossia al dominio geometrico, che si riferisce
propriamente il calcolo infinitesimale; ma si deve inoltre ammettere che «casus
in casum tandem evanescat», e di conseguenza «eventus casuum tandem in
se invicem desinant»? In altri termini, la differenza tra i due casi, in
seguito alla sua diminuzione continua e indefinita, diverrà mai rigorosamente
nulla, o, se si preferisce, tale diminuzione, sebbene indefinita, raggiungerà
il suo termine? La questione in fondo consiste nel sapere se, in una variazione
continua, il limite possa essere raggiunto; su questo punto facciamo innanzi
tutto notare
7. Specimen Dynamicum pro admirandis Naturæ
Legibus circa corporum vires et mutuas actiones detegendis et ad suas causas
revocandis, 1695, parte II.
107
che, siccome l’indefinito, qual è implicato
nel continuo, comporta sempre in un certo senso qualcosa di «inesauribile», e
siccome Leibnitz non ammette d’altra parte che la divisione del continuo possa
giungere ad un termine finale – e neppure che tale termine esista veramente –,
è forse perfettamente logico e coerente da parte sua ammettere al contempo che
una variazione continua, la quale si effettua «per infinitos gradus
intermedios»8, possa raggiungere il suo limite? Questo
sicuramente non significa che il limite non possa essere raggiunto in alcun
modo, ciò che ridurrebbe il calcolo infinitesimale a non poter essere altro che
un semplice metodo d’approssimazione; ma, se esso è effettivamente raggiunto,
non può esserlo nella variazione continua, né come ultimo termine della serie
indefinita dei «gradus mutationis». Eppure è mediante la «legge di
continuità» che Leibnitz pretende di giustificare il «passaggio al limite», il
che non costituisce la minore tra le difficoltà cui il suo metodo dà luogo dal
punto di vista logico, ed è proprio qui che le sue conclusioni divengono del
tutto inaccettabili; ma, affinché tale aspetto della questione possa essere
interamente compreso, dobbiamo cominciare col precisare la stessa nozione
matematica di limite.
8. Lettera a Schulenburg, 29 marzo 1698.
108
XII
La nozione di limite
La nozione di limite è tra le più importanti
che dovremo esaminare, perché da essa dipende tutto il valore del calcolo
infinitesimale quanto a rigore; si è persino giunti ad affermare che, in
definitiva, «tutto l’algoritmo infinitesimale poggia sulla sola nozione di
limite, poiché proprio tale nozione rigorosa serve a definire ed a giustificare
tutti i simboli e tutte le formule del calcolo infinitesimale»1.
L’oggetto di questo calcolo, infatti, «si riduce a calcolare i limiti di
rapporti ed i limiti di somme, ossia a trovare i valori fissi verso cui
convergono rapporti o somme di quantità variabili via via che queste ultime
decrescono indefinitamente secondo una legge data»2. Con maggior
precisione diremo che, delle due branche in cui si divide il calcolo
infinitesimale, il calcolo differenziale consiste nel calcolare i limiti di
rapporti i cui due termini decrescono simultaneamente ed indefinitamente
secondo una certa legge, in maniera tale che il rapporto stesso mantenga sempre
un valore finito e determinato; il calcolo integrale consiste invece nel
calcolare i limiti di somme di elementi la cui moltitudine cresce
indefinitamente mentre il valore di ciascuno di essi decresce indefinitamente,
essendo
1. L. Couturat, De
l’infini mathématique, cit., p. xxiii.
2. Ch. de Freycinet, De
L’Analyse infinitésimale, cit., p. viii.
109
necessario che queste due condizioni siano
riunite affinché la somma stessa permanga sempre una quantità finita e
determinata. Ciò posto si può dire, in generale, che il limite di una quantità
variabile è un’altra quantità considerata fissa ed a cui la quantità variabile
si suppone avvicinarsi – mediante i valori assunti successivamente nel corso
della sua variazione – sino a differirne poco quanto si voglia, o, in altri
termini, finché la differenza tra queste due quantità divenga minore di ogni
quantità assegnabile. Il punto su cui dobbiamo insistere in modo particolare,
per ragioni che saranno meglio comprese in seguito, è che il limite è concepito
essenzialmente come una quantità fissa e determinata; quand’anche non fosse
dato dalle condizioni del problema, si dovrà in ogni caso cominciare col
supporlo di un valore determinato e continuare a considerarlo fisso sino alla
fine del calcolo.
Una cosa è però la concezione del limite in
sé, un’altra la giustificazione logica del «passaggio al limite»; Leibnitz
riteneva che «quanto giustifica in generale tale “passaggio al limite”, è che
la medesima relazione che esiste tra più grandezze variabili sussiste tra i
loro limiti fissi, quando le loro variazioni sono continue, perché allora esse
raggiungono in effetti i loro limiti rispettivi; è questo un altro enunciato
del principio di continuità»3. Sennonché, tutta la questione
consiste appunto nel sapere se la quantità variabile, nell’avvicinarsi
indefinitamente
3. L. Couturat, De l’infini mathématique,
cit., p. 268, nota. – Tale punto di vista è esposto segnatamente in Justification
du Calcul des infinitésimales par celui de l’Algèbre ordinaire.
110
al suo limite fisso ‑ e di conseguenza,
secondo la definizione di limite, differendone poco quanto si voglia ‑, possa
raggiungere effettivamente il limite in ragione della sua stessa variazione,
vale a dire se il limite possa essere concepito come l’ultimo termine di una
variazione continua. Vedremo come in realtà questa soluzione sia inaccettabile;
per ora diremo soltanto, salvo tornarvi più avanti, che la vera nozione di
continuità non permette di ritenere le quantità infinitesimali in grado di
divenire uguali a zero, perché allora cesserebbero di essere quantità; ora, per
lo stesso Leibnitz, esse devono sempre conservare il carattere di vere
quantità, e ciò anche qualora le si consideri «evanescenti». Una differenza
infinitesimale, quindi, non potrà mai essere rigorosamente nulla; di
conseguenza una variabile, finché sarà vista come tale, in realtà differirà
sempre dal suo limite, e non potrà raggiungerlo senza perdere per ciò stesso il
suo carattere di variabile.
Su questo punto possiamo dunque accettare
interamente, salvo una leggera riserva, le considerazioni che un matematico da
noi già citato espone in questi termini: «Ciò che caratterizza il limite quale
l’abbiamo definito, è sia che la variabile possa avvicinarsene quanto si vuole,
sia che non possa mai raggiungerlo rigorosamente; occorrerebbe infatti,
affinché lo raggiungesse effettivamente, la realizzazione di una certa
infinità, che ci è necessariamente preclusa… Ci si deve pertanto attenere
all’idea di un’approssimazione indefinita, ossia
111
sempre maggiore»4. Anziché parlare
della «realizzazione di una certa infinità», cosa per noi priva di senso,
diremo semplicemente che occorrerebbe che una certa indefinitezza fosse
esaurita in ciò che ha appunto di inesauribile, mentre le possibilità di
sviluppo che tale indefinitezza comporta permettono di ottenere
un’approssimazione grande quanto si vuole, «ut error fiat minor dato»,
secondo l’espressione di Leibnitz, per il quale «il metodo è sicuro» dal
momento che tale risultato è raggiunto. «Ciò che è proprio del limite e fa sì
che la variabile non lo raggiunga mai esattamente, è di avere una definizione
diversa rispetto a quella di variabile; e la variabile, da parte sua, pur
avvicinandosi sempre di più al limite, non lo raggiunge mai, poiché essa non
deve mai cessare di soddisfare la sua definizione originaria la quale, diciamo,
è differente. La distinzione necessaria tra le due definizioni di limite e di
variabile si ritrova dappertutto... Il fatto che le due definizioni siano
logicamente distinte e tali tuttavia che gli oggetti definiti possano
avvicinarsi sempre più l’uno all’altro5, dà conto di quanto sembrava
esservi di strano di primo acchito ossia l’impossibilità di far coincidere due
quantità
4. Ch. de
Freycinet, De l’Analyse infinitésimale, cit., p. 18.
5. Sarebbe più esatto dire che uno di essi può
avvicinarsi sempre più all’altro, in quanto uno solo di tali oggetti è
variabile, mentre l’altro è essenzialmente fisso, cosicché, in ragione della
definizione stessa di limite, il loro avvicinamento non può affatto costituire
una relazione reciproca i cui due termini sarebbero in qualche modo
intercambiabili; tale irreciprocità implica d’altronde che la loro differenza è
di ordine propriamente qualitativo.
112
di cui d’altronde si è padroni di far
diminuire la differenza al di là di ogni espressione»6.
È appena il caso di osservare che, in virtù
della tendenza moderna a ridurre tutto esclusivamente al quantitativo, non si è
mancato di rimproverare a questa concezione del limite di introdurre una
differenza qualitativa nella scienza stessa della quantità; ma, se la si
dovesse scartare per tale ragione, occorrerebbe pure che la geometria si
interdisse completamente, tra le altre cose, la considerazione della
similitudine, anch’essa puramente qualitativa, come abbiamo già spiegato
altrove, poiché concerne solo la forma delle figure facendo astrazione dalla
loro grandezza, quindi da ogni elemento propriamente quantitativo. D’altronde è
bene sottolineare, a tale proposito, che uno dei principali impieghi del
calcolo differenziale consiste nel determinare la direzione delle tangenti in
ciascun punto di una curva, direzioni il cui insieme definisce la forma stessa
della curva, direzione e forma essendo appunto, nell’ordine spaziale, elementi
il cui carattere è essenzialmente qualitativo7. Inoltre, non è una
soluzione pretendere di sopprimere puramente e semplicemente il «passaggio al
limite» col pretesto che il matematico può esimersi dal passarvi
effettivamente, e che questo non gli impedirà di condurre il suo calcolo fino
in fondo; ciò può essere vero, ma quel che importa è: in tali condizioni, fino
a che punto si avrà il diritto di ritenere il calcolo
6. Ibid., p 19.
7. Si veda Le Règne
de la Quantité les Signes des Temps, cit., cap. IV.
113
fondato su un ragionamento rigoroso, e, anche
se così il «metodo è sicuro», non lo sarà solamente in quanto metodo
d’approssimazione? Si potrebbe obiettare come la concezione da noi esposta
renda allora impossibile il «passaggio al limite», tale limite avendo per
carattere precisamente quello di non poter essere raggiunto; in un certo senso
questo è vero, ma soltanto finché si considerano le quantità variabili come
tali, poiché non abbiamo detto che il limite non potesse essere raggiunto in
alcun modo, ma – ed è essenziale precisarlo bene – che non poteva esserlo nella
variazione e come termine di essa. Di veramente impossibile vi è solo la
concezione del «passaggio al limite» come compimento di una variazione
continua; ad essa dobbiamo quindi sostituire un’altra concezione, ed è ciò che
faremo più esplicitamente in seguito.
114
XIII
Continuità e passaggio al limite
Possiamo ora tornare all’esame della «legge di
continuità», o, più esattamente, dell’aspetto di questa legge che abbiamo
momentaneamente tralasciato, quello cioè tramite il quale Leibnitz crede di
poter giustificare il «passaggio al limite», poiché, secondo lui, da esso
consegue «che, nelle quantità continue, il caso estremo esclusivo può essere
trattato come inclusivo, cosicché quest’ultimo caso, benché di natura del tutto
differente, è come contenuto allo stato latente nella legge generale degli
altri casi»1. Benché egli non sembri accorgersene, proprio in ciò
risiede il principale difetto logico della sua concezione della continuità,
com’è facile rendersi conto dalle conseguenze che ne trae e dalle applicazioni
che ne fa; eccone infatti qualche esempio: «in virtù della mia legge di
continuità è permesso considerare la quiete un moto infinitamente piccolo, vale
a dire equivalente ad una specie del suo contraddittorio, e la coincidenza una
distanza infinitamente piccola, e l’uguaglianza l’ultima delle disuguaglianze,
ecc.»2. E ancora: «In accordo con questa legge di continuità, che
esclude
1. Epistola ad V. Cl. Christianum Wolfium,
Professorem Matheseos Halensem, circa Scientia infiniti, in «Acta
Eruditorum», Leipzig, 1713.
2. Lettera a Varignon, 2 febbraio 1702, cit.
115
ogni salto nel cambiamento, il caso della
quiete può essere visto come un caso speciale di moto, ovvero come un moto
evanescente o minimo, e il caso dell’uguaglianza come un caso di disuguaglianza
evanescente. Ne consegue che le leggi del moto devono essere stabilite in
maniera tale che non vi sia bisogno di regole particolari per i corpi in
equilibrio ed in quiete, ma che queste ultime nascano di per sé dalle regole
concernenti i corpi in squilibrio ed in moto; o, se si vogliono enunciare
regole particolari per la quiete e l’equilibrio, occorre prestare attenzione
che non siano tali da non potersi accordare con l’ipotesi che considera la
quiete un moto nascente o l’uguaglianza l’ultima disuguaglianza»3.
Su tale argomento aggiungiamo ancora quest’ultima citazione, in cui troviamo un
nuovo esempio di un genere un po’ diverso dai precedenti, ma non meno
contestabile dal punto di vista logico: «Quantunque non sia affatto vero a
rigore che la quiete sia una specie di moto, o che l’uguaglianza sia una specie
di disuguaglianza, come non è affatto vero che il cerchio sia una specie di
poligono regolare, nondimeno si può dire che la quiete, l’uguaglianza ed il
cerchio concludano i moti, le disuguaglianze ed i poligoni regolari, che
tramite un cambiamento continuativo vi giungono svanendo. E quantunque tali
conclusioni siano esclusive, ossia non comprese a rigore nelle varietà che esse
limitano, nondimeno ne possiedono le proprietà, come se vi fossero comprese,
secondo il linguaggio degli infiniti o infinitesimali, che considera
3. Specimen Dynamicum, cit.
116
il cerchio, ad esempio, un poligono regolare
il cui numero di lati è infinito, Altrimenti la legge di continuità sarebbe
violata, ovverosia, poiché si passa dai poligoni al cerchio tramite un
cambiamento continuativo e senza fare salti, occorre pure che non si faccia
alcun salto nel passaggio dalle affezioni dei poligoni a quelle del cerchio»4.
Va detto che Leibnitz, come indicato del resto
all’inizio dell’ultimo passo appena citato, considera tali asserzioni del
genere di quelle solo «toleranter verae», che, dice d’altra parte,
«servono soprattutto all’arte d’inventare, benché, a mio giudizio, racchiudano
qualcosa di fittizio e di immaginario, che può tuttavia essere facilmente
rettificato mediante la riduzione alle espressioni ordinarie, affinché l’errore
non possa prodursi»5; ma è davvero così, o in realtà esse non
racchiudono piuttosto che pure e semplici contraddizioni? Senza dubbio Leibnitz
riconosce che il caso estremo, o «ultimus casus», è «esclusivus»,
il che presuppone manifestamente che si trovi al di fuori della serie dei casi
che rientrano naturalmente nella legge generale; ma allora con quale diritto lo
si può far rientrare ciononostante in questa legge e trattarlo «ut
inclusivum», come se fosse cioè un semplice caso particolare compreso in
tale serie? È vero che il cerchio è il
4. Justification da Calcul des infinitésimales
par celui de l’Algèbre ordinaire, cit., nota annessa alla lettera di
Varignon a Leibnitz del 23 maggio 1702, nella quale essa è menzionata come
inviata da Leibnitz per essere inserita nel «Journal de Trévoux». – Leibnitz
assume il termine «continuativo» nel senso di «continuo».
5. Epistola ad V. Cl. Christianum Wolfium, cit.
117
limite di un poligono regolare il cui numero
di lati cresce indefinitamente, ma la sua definizione è essenzialmente diversa
da quella dei poligoni; e si vede molto chiaramente, da un esempio come questo,
la differenza qualitativa che esiste, come abbiamo detto, tra il limite stesso
e ciò di cui costituisce il limite. La quiete non è affatto un caso particolare
di moto, né l’uguaglianza un caso particolare di disuguaglianza, né la
coincidenza un caso particolare di distanza, né il parallelismo un caso particolare
di convergenza; Leibnitz d’altronde non ammette che lo siano in senso rigoroso,
ma sostiene nondimeno che possano essere in qualche maniera ritenuti tali,
cosicché «il genere si conclude nella quasi-specie opposta»6, ed un
qualcosa possa essere «equivalente ad una specie del suo contraddittorio». Ciò
appartiene del resto, notiamolo di sfuggita, allo stesso ordine di idee che
parrebbe ricollegarsi alla nozione di «virtualità», concepita da Leibnitz, nel
senso speciale che ad essa attribuisce, come una potenza che sarebbe un atto
che comincia7, il che non è meno contraddittorio degli altri esempi
da noi citati.
Da qualunque punto di vista si esaminino le
cose,
6. Initia Rerum Mathematicarum Metaphysica,
1714 [trad. it. «Gli inizi metafisici della matematica», Scritti filosofici,
vol. III, UTET, Torino 2000] ‑ Leibnitz dice testualmente: «genus in
quasi-speciem oppositam desinit», e l’impiego di questa singolare
espressione «quasi-species», per dare un’apparenza di plausibilità ad un
simile enunciato, sembra indicare per lo meno un certo imbarazzo.
7. I termini atto» e «potenza», beninteso, sono qui
assunti nel loro significato aristotelico e scolastico.
118
non si vede minimamente come una certa specie
possa essere un «caso limite» della specie o del genere opposto, non essendo
questo il senso in cui gli opposti si limitano reciprocamente, ma, ben al
contrario, quello in cui si escludono, ed è impossibile che dei contrari siano
riducibili l’uno all’altro; e d’altronde la disuguaglianza, ad esempio, può
mantenere un significato se non in quanto si oppone all’uguaglianza e ne
costituisce la negazione? Non possiamo neppure dire che tali asserzioni siano «toleranter
verae»; persino se non si ammettesse l’esistenza di generi assolutamente
separati, non sarebbe men vero che un genere qualunque, definito come tale, non
può mai divenire parte integrante di un altro genere ugualmente definito e la
cui definizione non includa la propria, quando non la escluda formalmente come
nel caso dei contrari; inoltre, se una comunicazione può stabilirsi tra generi
differenti, essa non può avvenire tramite ciò per cui differiscono
effettivamente, ma solo mediante un genere superiore nel quale rientrino
entrambi. Una siffatta concezione della continuità, che giunge a sopprimere non
solo ogni separazione ma persino ogni distinzione effettiva, permettendo il
passaggio diretto da un genere ad un altro senza riduzione ad un genere superiore
o più generale, è propriamente la negazione stessa di ogni principio veramente
logico; da qui all’affermazione hegeliana della «identità degli opposti» non vi
è che un passo, poco difficile da compiere.
119
XIV
Le «quantità evanescenti»
La giustificazione del «passaggio al limite»
consiste insomma, per Leibnitz, nel fatto che il caso particolare delle
«quantità evanescenti», come egli dice, in virtù della continuità deve
rientrare in un certo senso nella regola generale; d’altronde tali quantità
evanescenti non possono essere viste come «nulla assoluti» o come puri zeri,
poiché, sempre in ragione della continuità, mantengono tra loro un rapporto
determinato, e generalmente diverso dall’unità, nell’istante stesso in cui
svaniscono, il che presuppone che siano ancora vere quantità, sebbene
«inassegnabili» rispetto alle quantità ordinarie1. Tuttavia, se le
quantità evanescenti, o, il che è lo stesso, le quantità infinitesimali, non
sono «nulla assoluti» – e ciò anche nel caso dei differenziali di ordini
superiori al primo –, devono essere considerate «nulla relativi», vale a dire
che, pur conservando il carattere di vere quantità, possono ed anzi
1. Secondo Leibnitz
, poiché, egli dice, «un nulla vale l’altro»; d’altra parte,
siccome si ha
, qualunque sia n, è evidente che si può anche
scrivere
, ed è per questo che l’espressione
è generalmente
considerata rappresentare quel che si dice una «forma indeterminata».
120
devono essere trascurate rispetto alle
quantità ordinarie, con le quali sono «incomparabili»2; ma,
moltiplicate per quantità «infinite» o incomparabilmente più grandi delle
quantità ordinarie, esse producono di nuovo quantità ordinarie, il che non
potrebbe accadere se fossero assolutamente nulle. Si può notare, in base alle
definizioni da noi date in precedenza, che lo studio del rapporto tra le
quantità evanescenti, che permane determinato, si riferisce al calcolo
differenziale, mentre quello della moltiplicazione di queste medesime quantità
evanescenti per quantità «infinite», che produce quantità ordinarie, si
riferisce al calcolo integrale. La difficoltà, in tutto questo, consiste
nell’ammettere che quantità non affatto nulle debbano tuttavia essere trattate
come tali nel calcolo, il che rischia di dare l’impressione che in ciò non vi
sia che una semplice approssimazione; anche a questo proposito, Leibnitz sembra
talvolta invocare, come unico postulato richiesto dal suo metodo, la «legge di
continuità», secondo la quale il «caso limite» si trova ricondotto alla regola
generale; tale argomento è però ben poco chiaro, e occorre tornare piuttosto
alla nozione di «incomparabili», come del resto egli fa più frequentemente, per
giustificare l’eliminazione delle quantità infinitesimali dai risultati del
calcolo.
2. La differenza tra questo ed il paragone del
granello di sabbia sta nel fatto che, giacché si parla di «quantità
evanescenti», ciò presuppone necessariamente che si tratti di quantità
variabili e non più di quantità fisse e determinate, per piccole che le si
supponga.
121
Leibnitz considera in effetti uguali non solo
le quantità la cui differenza sia nulla, ma anche quelle la cui differenza sia
incomparabile con queste stesse quantità; è su tale nozione di «incomparabili»
che si fonda secondo lui non solo l’eliminazione delle quantità infinitesimali
– che scompaiono così rispetto alle quantità ordinarie –. ma anche la
distinzione tra i differenti ordini di quantità infinitesimali o di
differenziali, le quantità di ciascuno di tali ordini essendo incomparabili con
quelle del precedente, come quelle del primo ordine lo sono con le quantità
ordinarie, ma senza che si giunga mai a «nulla assoluti». «Chiamo grandezze
incomparabili – dice Leibnitz – quelle di cui l’una, moltiplicata per qualsiasi
numero finito, non può superare l’altra, allo stesso modo assunto da Euclide
nella sua quinta definizione del quinto libro»3. Non vi è qui
d’altronde nulla che indichi se tale definizione si riferisca a quantità fisse
e determinate o a quantità variabili; ma si può ammettere, in tutta la sua
generalità, che debba potersi applicare indistintamente ad entrambi i casi:
tutta la questione consisterebbe allora nel sapere se due quantità fisse, per
quanto differenti siano nella scala delle grandezze, possano essere ritenute
realmente «incomparabili», o se lo siano solo in relazione ai mezzi di misura
di cui disponiamo. Non è però necessario insistere su tale punto, poiché
Leibnitz stesso ha dichiarato d’altra parte che questo non è il caso dei
differenziali4, dal che si deve concludere
3. Lettera al marchese de l’Hospital, 14-24 giugno
1695.
4. Lettera a Varignon, 2 febbraio 1702, cit.
122
non solo che il paragone del granello di
sabbia era manifestamente scorretto in sé, ma inoltre che esso in fondo non
rispondeva, nel suo pensiero, alla vera nozione di «incomparabili» almeno in
quanto tale nozione debba applicarsi alle quantità infinitesimali.
Certuni hanno creduto, tuttavia, che il
calcolo infinitesimale non potrebbe essere reso perfettamente rigoroso se non a
condizione di poter considerare nulle le quantità infinitesimali. e, al
contempo, hanno pensato a torto che un errore potesse supporsi nullo giacché lo
si poteva supporre piccolo quanto si vuole; a torto, diciamo, perché ciò
equivale ad ammettere che una variabile, come tale, possa raggiungere il suo
limite. Ecco del resto cosa dice in proposito Carnot: «Alcuni credono di aver
sufficientemente stabilito il principio dell’analisi infinitesimale avendo
fatto questo ragionamento: è evidente, essi dicono, e riconosciuto da tutti,
che gli errori cui darebbero luogo i procedimenti dell’analisi infinitesimale,
se ve ne fossero, potrebbero sempre essere supposti piccoli quanto si vuole; è
altresì evidente come ogni errore che si è padroni di supporre piccolo quanto
si vuole sia nullo, poiché, potendolo supporre così, lo si può supporre pari a
zero; quindi, i risultati dell’analisi infinitesimale sono rigorosamente
esatti. Questo ragionamento, a prima vista plausibile, è però tutt’altro che
giusto, perché è falso affermare che, essendo padroni di rendere un errore
piccolo quanto si vuole, si possa per questo renderlo assolutamente nullo... Ci
si trova costretti nell’alternativa o di
123
commettere un errore, per quanto piccolo lo si
voglia supporre, o di cadere in una formula che non insegna nulla, ed è
precisamente questo il nodo delle difficoltà nell’analisi infinitesimale»5.
Certamente una formula nella quale rientra un
rapporto che si presenta nella forma
«non insegna nulla»,
ed anzi si può dire che non ha in sé alcun senso; è solo in virtù di una
convenzione, del resto giustificata, che si può attribuire un senso alla forma
, considerandola un simbolo di indeterminazione6;
ma questa stessa indeterminazione fa sì che il rapporto, assunto in questa
forma, potrebbe essere uguale a checchessia, mentre esso deve al contrario
conservare un valore determinato in ciascun caso particolare: è l’esistenza di
questo valore determinato che Leibnitz7 adduce, e tale argomento è
in sé perfettamente inattaccabile8. Sennonché, occorre
5. Réflexions sur
la Métaphysique du Calcul infinitésimal, cit., p. 36.
6. Si veda la nota precedente su tale argomento.
7. Con la differenza che, per lui, il rapporto
non è indeterminato
ma, come abbiamo detto sopra, sempre uguale a 1, mentre invece il valore di cui
si tratta differisce in ciascun caso.
8. Cfr. Ch. de Freycinet, De l’Analyse
infinitésimale, cit., pp. 45-46: «Se gli incrementi sono ricondotti allo
stato di puri zeri non hanno più alcun significato. La loro proprietà è di
essere non rigorosamente nulli, bensì indefinitamente decrescenti, senza
potersi mai confondere con zero, in virtù del principio
124
riconoscere chiaramente che la nozione di
«quantità evanescenti» ha, secondo l’espressione di Lagrange, «il grosso
inconveniente di considerare le quantità nello stato in cui cessano, per così
dire, di essere quantità»; ma, contrariamente a quel che pensava Leibnitz, non
vi è alcun bisogno di considerarle proprio nell’istante in cui svaniscono, e
neppure di ammettere che possano davvero svanire, poiché in tal caso
cesserebbero di essere effettivamente quantità. D’altronde ciò presuppone
essenzialmente che non vi sia un «infinitamente piccolo» inteso «a rigore»,
poiché tale «infinitamente piccolo» o almeno ciò che si chiamerebbe così
adottando il linguaggio di Leibnitz – non potrebbe che essere zero, così come
un «infinitamente grande», inteso allo stesso modo, non potrebbe che essere il
«numero infinito»; ma in realtà zero non è un numero, e non vi è «quantità
nulla» più di quanto vi sia «quantità infinita». Lo zero matematico, nella sua
accezione stretta e rigorosa, non è che una negazione, almeno sotto l’aspetto
quantitativo, e non si può dire che l’assenza di quantità costituisca ancora
una quantità; questo è un punto sul quale dovremo tornare tra poco per
sviluppare più completamente le diverse conseguenze che comporta.
L’espressione «quantità evanescenti», insomma,
ha soprattutto il torto di prestarsi ad equivoco, e di far credere che si
considerino le quantità infinitesimali come se si annullassero effettivamente,
poiché, a
generale secondo cui una variabile non può mai
coincidere col suo limite.»
125
meno di non cambiare il senso alle parole, è
difficile ritenere che «svanire», quando si tratta di quantità, possa voler
dire altro che annullarsi. In realtà le quantità infinitesimali, intese nel
loro vero significato di quantità indefinitamente decrescenti, non possono mai
dirsi «evanescenti» nel senso proprio del termine, e sarebbe stato sicuramente
preferibile non introdurre una simile nozione, la quale appartiene in fondo
alla concezione che Leibnitz si formava della continuità, cosicché, come tale,
comporta inevitabilmente l’elemento di contraddizione inerente all’illogicità
di questa stessa concezione. Ora, se un errore, pur potendo essere reso piccolo
quanto si vuole, non può mai divenire assolutamente nullo, come potrà il
calcolo infinitesimale essere veramente rigoroso, e, se di fatto l’errore è
praticamente trascurabile, si dovrà per questo concludere che tale calcolo si
riduca ad un semplice metodo di approssimazione, o per lo meno, come ha detto
Carnot di «compensazione»? Dovremo risolvere in seguito tale questione;
tuttavia, poiché siamo stati condotti a parlare qui dello zero e della pretesa
«quantità nulla», è meglio trattare subito quest’altro argomento, la cui
importanza, come si vedrà, è ben lungi dall’essere trascurabile.
126
XV
Zero non è un numero
Il decremento indefinito dei numeri non può
giungere ad un «numero nullo», non più di quanto il loro incremento indefinito
possa giungere ad un «numero infinito», e ciò per la stessa ragione, giacché
uno dei due numeri dovrebbe essere l’inverso dell’altro; infatti, in base a
quanto abbiamo detto in precedenza a proposito dei numeri inversi, i quali sono
altrettanto distanti dall’unità nelle due serie, l’una crescente e l’altra
decrescente, aventi come punto di partenza comune tale unità, e siccome vi sono
necessariamente tanti termini nell’una quanto nell’altra serie, gli ultimi
termini – cioè il «numero infinito» ed il «numero nullo» – dovrebbero
risultare, se esistessero, altrettanto distanti dall’unità, ed essere quindi
l’inverso l’uno dell’altro1. In tali
1. Ciò sarebbe rappresentato, secondo la
notazione ordinaria, dalla formula
; di fatto però la forma
è anch’essa, come
, una «forma indeterminata», e si può scrivere
, designando con n un numero qualunque, il che
d’altronde già mostra come in realtà 0 e
non possano
rappresentare numeri determinati; ma torneremo su questo punto. Va sottolineato
d’altra parte che
corrisponde, rispetto
ai «limiti di somme» del calcolo integrale, a quel che
rappresenta rispetto
ai «limiti di rapporti» del calcolo differenziale.
127
condizioni, se il segno ∞ è in realtà il
simbolo delle quantità indefinitamente crescenti, il segno 0 dovrebbe
logicamente poter essere assunto come simbolo delle quantità indefinitamente
decrescenti, al fine di esprimere nella notazione la simmetria esistente, come
abbiamo detto, tra le une e le altre; malauguratamente, il segno 0 possiede già
tutt’altro significato, designando originariamente l’assenza di ogni quantità,
mentre il segno ∞ non possiede alcun significato reale che vi corrisponda. È
questa una nuova fonte di confusione, come quelle che si producono a proposito
delle «quantità evanescenti», e occorrerebbe, onde evitarle, creare per le
quantità indefinitamente decrescenti un simbolo diverso dallo zero, poiché tali
quantità hanno la caratteristica di non potersi mai annullare nella loro
variazione; in ogni caso, con la notazione attualmente impiegata dai
matematici, sembra pressoché impossibile che simili confusioni non si
producano.
Se insistiamo nell’osservare che zero, in
quanto rappresenta l’assenza di ogni quantità, non è un numero e non può essere
ritenuto tale – benché ciò possa sembrare tutto sommato assai evidente a coloro
che non hanno mai avuto occasione di venire a conoscenza di certe discussioni
–, è perché, dal momento in cui si ammette l’esistenza di un «numero nullo»,
inteso come il «più piccolo dei numeri», si è costretti a supporre
correlativamente come suo inverso un «numero infinito», nel senso del «più
grande dei numeri». Se dunque si accetta il postulato secondo il quale zero è
un numero, l’argomentazione
128
a favore del «numero infinito» può risultare
di conseguenza perfettamente logica2; ma è proprio questo postulato
che dobbiamo respingere, poiché, se le conseguenze che se ne deducono sono
contraddittorie – e abbiamo visto che l’esistenza del «numero infinito» lo è
effettivamente –, è perché già esso implica contraddizione. La negazione della
quantità, infatti, non può in alcun modo essere assimilata ad una quantità; la
negazione del numero o della grandezza non può in alcun senso né ad alcun grado
costituire una specie di numero o di grandezza; pretendere il contrario
significa sostenere che qualcosa possa essere, secondo l’espressione di
Leibnitz, «equivalente ad una specie del suo contraddittorio»; tanto varrebbe
dire fin da subito che la negazione della logica è la logica stessa.
È dunque contraddittorio parlare di zero come
di un numero, o supporre uno «zero di grandezza» che sarebbe ancora una
grandezza, da cui risulterebbero necessariamente tanti zeri distinti quante
sono le specie differenti di grandezza; in realtà non può esservi che lo zero
puro e semplice, il quale non è altro che la negazione della quantità, in
qualunque suo modo sia del resto considerata quest’ultima3. Essendo
questo il vero significato dello zero
2. È su questo postulato, infatti, che si fonda in
gran parte l’argomentazione di L. Couturat contenuta nella sua tesi De
l’infini mathématique, cit.
3. Da ciò consegue inoltre che zero non può essere
inteso come un limite nel senso matematico del termine, poiché un vero limite è
sempre, per definizione, una quantità; è peraltro evidente che una quantità
indefinitamente decrescente non ha
129
aritmetico inteso «a rigore», è evidente che
tale significato non ha nulla in comune con la nozione delle quantità
indefinitamente decrescenti – le quali sono sempre quantità e non un’assenza di
quantità –, e neppure con qualcosa che sarebbe in qualche modo intermedio tra
lo zero e la quantità, il che costituirebbe di nuovo una concezione del tutto
inintelligibile, e, nel suo ordine, ricorderebbe del resto assai da vicino
quella della «virtualità» leibnitziana, di cui abbiamo detto qualche parola
precedentemente.
Possiamo ora tornare all’altro significato che
lo zero possiede di fatto nella notazione abituale, al fine di vedere come le
confusioni di cui abbiamo parlato si siano potute introdurre: abbiamo detto in
precedenza che un numero, dal momento in cui non ci è più possibile esprimerlo
o rappresentarlo distintamente in una maniera qualsiasi, può essere visto in
qualche modo come praticamente indefinito; nell’ordine crescente un tale
numero, qualunque esso sia, potrà soltanto essere simbolizzato dal segno ∞, in
quanto quest’ultimo rappresenta l’indefinitamente grande; non si tratta quindi
di un numero
maggiori limiti di quanti ne abbia una quantità
indefinitamente crescente, o per lo meno l’una e altra non possono avere altri
limiti se non quelli che risultano necessariamente dalla natura stessa della
quantità come tale – il che costituisce un’accezione assai differente del
termine «limite» benché vi sia d’altronde fra questi due significati un certo
rapporto, che indicheremo più avanti ‑; matematicamente si può parlare solo del
limite del rapporto tra due quantità indefinitamente crescenti o tra due
quantità indefinitamente decrescenti, e non del limite di queste quantità
stesse.
130
determinato, bensì di tutto un dominio, il che
è d’altronde necessario affinché si possano considerare, nell’indefinito, sia
disuguaglianze, sia ordini differenti di grandezza. Manca, nella notazione
matematica, un simbolo col quale rappresentare il dominio corrispondente
nell’ordine decrescente, ossia quel che si può chiamare il dominio
dell’indefinitamente piccolo; tuttavia, siccome un numero appartenente a tale
dominio è di fatto trascurabile nei calcoli, si è presa l’abitudine di
reputarlo praticamente nullo, benché non si tratti che di una semplice
approssimazione risultante dall’imperfezione inevitabile dei nostri mezzi
d’espressione e di misura; è senza dubbio per questa ragione che si è giunti a
simbolizzarlo mediante il medesimo segno 0, il quale rappresenta d’altra parte
l’assenza rigorosa di ogni quantità. Solo in questo senso il segno 0 diviene in
qualche modo simmetrico del segno ∞, cosicché possono essere posti
rispettivamente alle due estremità della serie dei numeri che abbiamo esaminato
in precedenza come estendentesi indefinitamente, tramite i numeri interi ed i
loro inversi, nelle due direzioni crescente e decrescente. Questa serie si
presenta allora nella forma seguente:
![]()
occorre però far bene attenzione al fatto che
0 e ∞ non rappresentano in alcun modo due numeri determinati, che
concluderebbero la serie nelle due direzioni, bensì due domini indefiniti, in
cui non possono al contrario esservi ultimi termini in ragione
131
della loro stessa indefinitezza; è d’altronde
evidente come lo zero non possa qui rappresentare né un numero nullo, che
costituirebbe un ultimo termine in senso decrescente, né una negazione o
un’assenza di ogni quantità, che non può trovare alcun posto in questa serie di
quantità numeriche.
In tale serie, come abbiamo spiegato
precedentemente, due numeri equidistanti dall’unità centrale sono inversi o
complementari l’uno dell’altro, quindi riproducono l’unità tramite la loro
moltiplicazione:
, cosicché, per le due estremità della serie, si sarebbe
portati a scrivere anche
; ma, poiché i segni 0 e ∞, fattori di quest’ultimo prodotto,
non rappresentano numeri determinati, ne discende che la stessa espressione
costituisce un simbolo
di indeterminazione, o quel che si dice una «forma indeterminata», e si deve
allora scrivere
, essendo n un numero qualunque4; non è men
vero, ad ogni modo, che si è così ricondotti al finito ordinario, le due
indefinitezze opposte neutralizzandosi per così dire a vicenda. Anche in questo
caso si vede molto chiaramente, una volta di più, che il simbolo ∞ non
rappresenta affatto l’Infinito, poiché l’Infinito, nel suo vero significato non
può avere né opposto né complementare, e non può entrare in correlazione con
checchessia – non più con lo zero, in qualunque maniera lo si intenda, che con
l’unità o con un numero qualunque, né d’altronde con una cosa
4. Si veda in proposito la nota precedente.
132
particolare, a qualsiasi ordine appartenga,
quantitativo o meno; essendo il Tutto universale ed assoluto, contiene tanto il
Non-Essere quanto l’Essere, cosicché lo zero stesso, qualora non sia inteso
come un puro nulla, dev’essere necessariamente considerato come compreso
nell’Infinito.
Nel fare qui allusione al Non-Essere,
tocchiamo un altro significato dello zero, totalmente diverso da quelli che
abbiamo esaminato, e del resto il più importante dal punto di vista del suo
simbolismo metafisico; a tale riguardo è però necessario, onde evitare ogni
confusione tra il simbolo e ciò che esso rappresenta, precisare bene che lo
Zero metafisico – ossia il Non-Essere – non è lo zero di quantità, così come
l’Unità metafisica – ossia l’Essere – non è l’unità aritmetica; ciò che è così
designato mediante tali termini può esserlo soltanto per trasposizione
analogica, poiché, dal momento in cui ci si pone nell’Universale, si è
evidentemente al di là di qualsiasi dominio speciale come quello della
quantità. D’altronde non è in quanto rappresenta l’indefinitamente piccolo che
lo zero, mediante una simile trasposizione, può essere assunto come simbolo del
Non-Essere, ma in quanto rappresenta, secondo la sua accezione matematica più
rigorosa, l’assenza di quantità, la quale in effetti simboleggia nel suo ordine
la possibilità di non-manifestazione – allo stesso modo in cui l’unità
simboleggia la possibilità di manifestazione, essendo il punto di partenza
della molteplicità indefinita dei numeri, così come l’Essere è il principio di
ogni manifestazione5.
5. Su tale argomento si veda Les États
multiples de l’être, cit.,
133
Questo ci conduce ancora ad osservare che, in
qualunque maniera si consideri lo zero, non lo si possa in ogni caso scambiare
per un puro nulla, il quale non corrisponde metafisicamente che
all’impossibilità e d’altronde non può logicamente essere rappresentato da
alcunché. Ciò è fin troppo evidente quando si tratti dell’indefinitamente
piccolo; è vero che quest’ultimo, se si vuole, è solo un senso derivato,
dovuto, come dicevamo poc’anzi, ad una sorta di assimilazione approssimativa
tra una quantità per noi trascurabile e l’assenza di ogni quantità; ma,
riguardo all’assenza stessa di quantità, ciò che è nullo sotto tale aspetto può
non esserlo affatto sotto altri aspetti, come si vede chiaramente da un esempio
come quello del punto che, essendo indivisibile, è per ciò stesso inesteso,
ossia spazialmente nullo6, ma è nondimeno, come abbiamo esposto
altrove, il principio stesso di tutta l’estensione7. È d’altronde
veramente strano che i matematici abbiano generalmente l’abitudine di
considerare lo zero un puro nulla, e sia tuttavia loro impossibile non
ritenerlo al contempo dotato di una potenza indefinita, poiché, posto a destra
di un’altra cifra detta «significativa», contribuisce a formare la
rappresentazione di un numero il quale, tramite la ripetizione dello zero, può
crescere indefinitamente, come accade ad esempio nel caso del
cap. III.
6. Per questo, come abbiamo detto sopra, il punto
non può in alcun modo essere reputato un elemento o una parte dell’estensione
7. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cit., cap. XVI.
134
numero dieci e delle sue potenze successive.
Se realmente lo zero fosse un puro nulla, ciò non potrebbe accadere, ed anzi, a
dire il vero, esso non sarebbe allora che un segno inutile, del tutto privo di
ogni valore effettivo; vi è dunque, nelle concezioni matematiche moderne,
un’altra inconseguenza da aggiungere a tutte quelle che abbiamo avuto occasione
di segnalare sinora.
135
XVI
La notazione dei numeri negativi
Se, dei due significati matematici dello zero,
torniamo ora al secondo, ossia allo zero inteso come rappresentazione
dell’indefinitamente piccolo, è importante innanzitutto sottolineare che il
dominio di quest’ultimo comprende, nella serie doppiamente indefinita dei
numeri, tutto quanto si trova al di là dei nostri mezzi di valutazione in una
direzione, così come il dominio dell’indefinitamente grande comprende, in
questa medesima serie, tutto quanto si trova al di là di tali mezzi di
valutazione nell’altra direzione. Stando così le cose, è evidentemente fuori
luogo parlare di numeri «minori di zero», non meno che di numeri «maggiori di
infinito»1; e ciò è ancora più inaccettabile, se possibile, allorché
lo zero, nell’altro suo significato, rappresenta in modo puro e semplice
l’assenza di ogni quantità, poiché una quantità che fosse minore di niente
sarebbe propriamente inconcepibile. Eppure è proprio ciò che si è voluto fare,
in un certo senso, introducendo in matematica la considerazione dei numeri
negativi, e dimenticando, per effetto del «convenzionalismo»
1. L’originale francese riporta «plus grands que
l’indéfini», ma riteniamo si tratti di un errore di stampa, e si debba leggere
«maggiori di infinito», espressione già impiegata dall’Autore (Cap. I, p. 24;
Cap. II, p. 34) [NdT.].
136
moderno, che in origine tali numeri non
rappresentano altro che l’indicazione del risultato di una sottrazione
realmente impossibile, mediante la quale un numero più grande dovrebbe essere
sottratto ad un numero più piccolo; abbiamo già fatto notare, del resto, che
tutte le generalizzazioni o estensioni dell’idea di numero provengono in realtà
dalla considerazione di operazioni impossibili dal punto di vista
dell’aritmetica pura; questa concezione dei numeri negativi e le conseguenze
che essa comporta richiedono però qualche altra spiegazione.
Abbiamo detto in precedenza che la serie dei
numeri interi si forma a partire non dallo zero, bensì dall’unità; essendo
posta l’unità, infatti, se ne deduce tutta la serie dei numeri, cosicché si può
affermare che quest’ultima è già implicita e contenuta in principio nell’unità
iniziale2, mentre dallo zero non si può trarre evidentemente alcun
numero. Il passaggio dallo zero all’unità non può effettuarsi allo stesso modo
del passaggio dall’unità agli altri numeri, o da un qualunque numero al
successivo, e, in fondo, supporre possibile tale passaggio equivale ad aver già
posto implicitamente l’unità3. Insomma, porre zero all’inizio della
serie dei numeri come se fosse il primo di essa può avere solo due
2. Parimenti, per trasposizione analogica, tutta la
molteplicità indefinita delle possibilità di manifestazione è contenuta in
principio ed «eminentemente» nell’Essere puro, o Unità metafisica.
3. Ciò risulta del tutto evidente se, in conformità
alla legge generale di formazione della serie dei numeri, si rappresenta tale
passaggio mediante la formula
.
137
significati: o si ammette realmente, al
contrario di quanto abbiamo stabilito, che zero è un numero, e che, di
conseguenza, può avere con gli altri numeri rapporti dello stesso ordine di
quelli che tali numeri hanno tra loro – il che non è, poiché zero moltiplicato
o diviso per un numero qualsiasi dà comunque zero; oppure si tratta di un
semplice artificio di notazione, che può comportare soltanto confusioni più o
meno inestricabili. L’impiego di tale artificio, in effetti, non si giustifica
se non per consentire l’introduzione della notazione dei numeri negativi, e, se
l’utilizzo di tale notazione offre senza dubbio certi vantaggi per la comodità
dei calcoli – considerazione tutta «pragmatica» non qui in causa e priva di
vera importanza dal nostro punto di vista –, è facile rendersi conto che ciò
non manca d’altra parte di presentare gravi inconvenienti logici. A tale
riguardo la prima difficoltà cui dà luogo è proprio la concezione delle
quantità negative come «minori di zero», da Leibnitz annoverata tra le
affermazioni solo «toleranter verae», ma in realtà, come dicevamo
poc’anzi, totalmente priva di senso. «Sostenere che una quantità negativa
isolata è minore di zero – ha detto Carnot – significa coprire la scienza
matematica, che dev’essere quella dell’evidenza, di una nube impenetrabile e
perdersi in un labirinto di paradossi l’uno più bizzarro dell’altro»4.
Su questo punto possiamo attenerci a tale giudizio, non sospetto e certamente
per nulla esagerato; non si dovrebbe d’altronde mai dimenticare,
4. «Nota sulle quantità negative», posto alla fine
di Réflexions sur la Métaphysique du Calcul infinitésimal, cit., p 173.
138
nell’uso che si fa della notazione dei numeri
negativi, che non si tratta di nulla più che una semplice convenzione.
La ragione di tale convenzione è la seguente:
quando una sottrazione è aritmeticamente impossibile, il suo risultato è
tuttavia suscettibile di interpretazione nel caso in cui tale sottrazione si
riferisca a grandezze che possono essere contate in due direzioni opposte, come
ad esempio le distanze misurate su una linea, o gli angoli di rotazione attorno
ad un punto fisso, o ancora i tempi calcolati, a partire da un certo istante,
procedendo verso il futuro o verso il passato. Da qui la rappresentazione geometrica
abituale dei numeri negativi: se si considera una retta intera, indefinita
nelle due direzioni, e non più solamente una semiretta come abbiamo fatto in
precedenza, si calcolano su tale retta le distanze come positive o come
negative secondo che siano percorse in un senso o nell’altro, e si fissa un
punto, assunto come origine, a partire dal quale le distanze sono dette
positive da un lato e negative dall’altro. A ciascun punto della retta
corrisponderà un numero che sarà la misura della sua distanza dall’origine, e
che possiamo chiamare, per semplificare il linguaggio, il suo coefficiente;
anche in questo caso l’origine avrà naturalmente per coefficiente zero, mentre
il coefficiente di ogni altro punto della retta sarà un numero provvisto del
segno + o –, segno che, in realtà, indicherà semplicemente da quale lato è
situato tale punto rispetto all’origine. Su una circonferenza si potrà
parimenti distinguere un senso di rotazione positivo ed uno
139
negativo, e calcolare, a partire da una
posizione iniziale del raggio, gli angoli come positivi o come negativi secondo
che descrivano l’uno o l’altro senso, il che darebbe luogo ad osservazioni
analoghe. Per limitarci all’esame della retta, due punti equidistanti
dall’origine, da una parte e dall’altra di essa, avranno per coefficiente lo
stesso numero ma con segni contrari, mentre un punto più lontano di un altro
dall’origine avrà naturalmente per coefficiente un numero in ogni caso più
grande; si vede pertanto che, se un numero n è maggiore di un numero m,
è assurdo affermare come si fa ordinariamente che
è minore di
, poiché esso rappresenta al contrario una distanza più
grande. D’altronde, il segno così posto dinanzi a un numero non può realmente
modificarlo in alcun modo dal punto di vista della quantità, poiché non
rappresenta nulla che si riferisca alla misura delle distanze, ma solamente la
direzione secondo cui tali distanze sono percorse, direzione che è un elemento
d’ordine propriamente qualitativo e non quantitativo5.
D’altra parte, essendo la retta indefinita
nelle due direzioni, si è portati a considerare un indefinito positivo ed un
indefinito negativo, rappresentati rispettivamente
5. Si veda Le Règne
de la Quantité et les Signes des Temps, cit., cap. IV.
– Ci si potrebbe chiedere se non vi sia come una sorta di ricordo inconsapevole
di tale carattere qualitativo nel fatto che i matematici designano ancora
talvolta i numeri assunti «col loro segno» ossia considerati come positivi o
negativi, col nome di «numeri qualificati», sebbene d’altronde essi non
sembrino attribuire alcun senso ben definito a tale espressione.
140
dai segni
e
, e comunemente designati con le assurde espressioni di «più
infinito» e «meno infinito»; c’è da chiedersi cosa mai potrebbe essere un
infinito negativo, o cosa potrebbe sussistere se da qualcosa o persino da nulla
– giacché i matematici reputano lo zero un nulla – si sottraesse l’infinito; si
tratta di cose che è sufficiente enunciare in un linguaggio chiaro perché si
veda immediatamente come siano del tutto prive di senso. Occorre ancora
aggiungere che si è stati in seguito indotti, in particolare nello studio della
variazione delle funzioni, a considerare l’indefinito negativo come
confondentesi con l’indefinito positivo, cosicché un mobile partito
dall’origine, e allontanantesi costantemente nella direzione positiva,
tornerebbe verso di essa dal lato negativo, o inversamente, qualora il suo moto
si protraesse per un tempo indefinito, da cui risulta che la retta, o ciò che
tale è considerata, dev’essere in realtà una linea chiusa, benché indefinita.
Si potrebbe d’altronde dimostrare che le proprietà della retta nel piano sono
del tutto analoghe a quelle di un grande cerchio o cerchio diametrale sulla
superficie di una sfera, cosicché il piano e la retta possono essere assimilati
ad una sfera e ad un grande cerchio di raggio indefinitamente grande, e di conseguenza
di curvatura indefinitamente piccola, i cerchi ordinari del piano essendo
allora assimilabili ai piccoli cerchi di questa medesima sfera; tale
assimilazione per divenire rigorosa presuppone d’altronde un «passaggio al
limite», poiché è evidente che, per quanto grande divenga il raggio nella sua
crescita
141
indefinita, si ha pur sempre una sfera, non un
piano; questa sfera tende soltanto a confondersi col piano, ed i suoi grandi
cerchi con delle rette, cosicché il piano e la retta costituiscono qui dei
limiti, allo stesso modo in cui il cerchio è il limite di un poligono regolare
il cui numero di lati cresca indefinitamente. Faremo soltanto osservare, senza
insistervi oltre, che tramite considerazioni di questo genere si colgono in
qualche modo direttamente i limiti stessi dell’indefinitezza spaziale; come si può
dunque, in tutto ciò, se si vuole mantenere qualche parvenza di logica, parlare
ancora di infinito?
Considerando i numeri positivi e negativi nel
modo che abbiamo appena indicato, la serie dei numeri assume la forma seguente:
,
l’ordine di tali numeri essendo il medesimo di
quello dei punti corrispondenti sulla retta, ossia dei punti aventi questi
stessi numeri come coefficienti rispettivi, il che costituisce d’altronde il
marchio dell’origine reale della serie così formata. Tale serie, benché
ugualmente indefinita nelle due direzioni, è del tutto differente da quella che
abbiamo esaminato in precedenza e che comprendeva i numeri interi ed i loro
inversi: essa è simmetrica non più rispetto all’unità, ma rispetto allo zero,
il quale corrisponde all’origine delle distanze; così, se due numeri
equidistanti da questo termine centrale lo riproducono ancora, non è più per
moltiplicazione come nel caso dei numeri inversi, ma per addizione «algebrica»,
effettuata cioè tenendo conto dei loro
142
segni rispettivi, il che costituisce
aritmeticamente una sottrazione. D’altra parte questa nuova serie non è affatto
– come lo era invece la precedente –indefinitamente crescente in una direzione
e indefinitamente decrescente nell’altra, o per lo meno, se si ha la pretesa di
intenderla così, non può esserlo che per un «modo di dire» tra i più scorretti,
lo stesso secondo il quale si considerano numeri «minori di zero»; in realtà
questa serie è indefinitamente crescente nelle due direzioni in ugual modo, poiché
presenta da una parte e dall’altra dello zero centrale la medesima serie dei
numeri interi; quel che si chiama «valore assoluto» – espressione anch’essa
assai singolare – dev’essere preso in considerazione soltanto sotto l’aspetto
puramente quantitativo, e, a tale riguardo, i segni positivi e negativi non
cambiano alcunché, non esprimendo altro che le relazioni di «situazione» da noi
spiegate poc’anzi. L’indefinito negativo dunque non è per nulla assimilabile
all’indefinitamente piccolo; esso lo è invece, come l’indefinito positivo,
all’indefinitamente grande; la sola differenza, non di ordine quantitativo, è
che si sviluppa in un’altra direzione, il che è perfettamente concepibile
quando si tratti di grandezze spaziali o temporali, ma totalmente privo di
senso nel caso delle grandezze aritmetiche, per le quali un simile sviluppo è
necessariamente unico, non potendo costituire altro che la serie stessa dei
numeri interi.
Tra le altre conseguenze bizzarre o illogiche
della notazione dei numeri negativi, segnaleremo ancora la considerazione,
introdotta per la risoluzione delle
143
equazioni algebriche, delle quantità
«immaginarie», annoverate da Leibnitz, come abbiamo visto, al pari delle
quantità infinitesimali, tra quelle che chiamava «finzioni ben fondate»; simili
quantità, o cosiddette tali, si presentano come radici di numeri negativi, il
che in realtà corrisponde di nuovo ad un’impossibilità pura e semplice, poiché,
che un numero sia positivo o negativo, il suo quadrato è sempre necessariamente
positivo in virtù delle regole stesse della moltiplicazione algebrica. Anche se
si potesse, attribuendo a queste quantità «immaginarie» un senso differente,
riuscire a farle corrispondere a qualcosa di reale, questione che non
prenderemo qui in esame, è ben certo in ogni caso che la loro teoria e la sua
applicazione alla geometria analitica, quali sono esposte dai matematici
attuali, appaiono soltanto come un vero e proprio coacervo di confusioni e di
assurdità, e come il prodotto di un bisogno di generalizzazioni eccessive e del
tutto artificiali, che non arretra neppure di fronte a enunciati di
proposizioni manifestamente contraddittorie; certi teoremi sugli «asintoti del
cerchio», ad esempio, basterebbero ampiamente a provare che non esageriamo
affatto. Certo, si potrà dire che non si tratta della geometria propriamente
detta, ma solamente – come la considerazione della «quarta dimensione» dello
spazio – dell’algebra tradotta in linguaggio geometrico6; ma la cosa
grave è appunto che, essendo una simile traduzione quanto il suo inverso
possibile e legittima in una
6. Cfr. Le Règne de
la Quantité et les Signes des Temps, cit., capp. XVIII
e XXIII.
144
certa misura, si voglia estenderla anche ai
casi in cui essa non può più significare nulla, ed è ben questo che costituisce
il sintomo di una straordinaria confusione di idee, ed al tempo stesso
l’estrema conseguenza di un «convenzionalismo» che giunge sino a far perdere il
senso di ogni realtà.
145
XVII
Rappresentazione dell’equilibrio delle forze
A proposito dei numeri negativi – e benché ciò
non costituisca che una digressione rispetto all’argomento principale del
nostro studio –, parleremo ancora delle contestabilissime conseguenze che
l’impiego di tali numeri comporta dal punto di vista della meccanica;
d’altronde quest’ultima è in realtà, per il suo oggetto, una scienza fisica, ed
il fatto stesso di trattarla come parte integrante della matematica,
conseguenza del punto di vista esclusivamente quantitativo della scienza
attuale, non manca di introdurvi deformazioni assai singolari. A tale riguardo
diciamo solamente che i pretesi «principi» – così chiamati in maniera del tutto
abusiva – sui quali i matematici moderni basano questa scienza quale essi la
concepiscono, non sono propriamente che ipotesi più o meno fondate, o, nel caso
più favorevole, semplici leggi più o meno generali, forse più generali di
altre, se si vuole, ma che non hanno in ogni caso nulla in comune con i veri
principi universali, e, in una scienza costituita secondo il punto di vista
tradizionale, costituirebbero al più applicazioni di tali principi ad un
dominio ancora molto particolare. Senza addentrarci in sviluppi troppo lunghi,
citeremo, come esempio del primo caso, il cosiddetto «principio d’inerzia», che
nulla potrebbe giustificare, né l’esperienza, la quale
146
mostra al contrario come non vi sia da nessuna
parte inerzia in natura, né l’intendimento, il quale non può concepire questa
pretesa inerzia, essa non potendo consistere che nell’assenza completa di ogni
proprietà; si potrebbe applicare legittimamente un termine simile solo alla
potenzialità pura della sostanza universale, o della materia prima degli
scolastici, la quale è d’altronde, per questa stessa ragione, propriamente
«inintelligibile»; tale materia prima è però sicuramente tutt’altra cosa
rispetto alla «materia» dei fisici1. Un esempio del secondo caso è
quello chiamato «principio d’uguaglianza di azione e reazione», il quale è così
poco un principio che si deduce immediatamente dalla legge generale
dell’equilibrio delle forze naturali: ogni qual volta un tale equilibrio sia
rotto in un modo qualunque, esso tende subito a ristabilirsi, donde una
reazione la cui intensità è equivalente a quella dell’azione che l’ha
provocata; si tratta dunque di un semplice caso particolare di quel che la
tradizione estremo-orientale chiama le «azioni e reazioni concordanti», le
quali non concernono affatto il solo mondo corporeo come le leggi della
meccanica, bensì l’insieme della manifestazione in tutti i suoi modi ed in
tutti i suoi stati; è proprio sulla questione dell’equilibrio e della sua
rappresentazione matematica che ci proponiamo ora di insistere un poco, poiché
è in sé abbastanza importante da meritare che ci si soffermi un istante.
1. Cfr. Le Règne de
la Quantité et les Signes des Temps, cit., cap. II.
147
Si rappresentano abitualmente due forze in
equilibrio tra loro mediante due «vettori» opposti, ossia mediante due segmenti
di retta di uguale lunghezza ma diretti in senso contrario: se due forze
applicate in uno stesso punto hanno pari intensità e pari direzione, ma senso
contrario, esse sono in equilibrio; dato che risultano così prive di azione sul
loro punto di applicazione, si dice anche comunemente che si annullano, non
badando che, se si sopprime una di tali forze, l’altra agirà immediatamente, il
che prova come in realtà non fosse affatto annullata. Si caratterizzano le
forze mediante coefficienti numerici proporzionali alle loro rispettive
intensità, e due forze di senso contrario presentano coefficienti di segno
differente, uno positivo e l’altro negativo: l’uno essendo f l’altro
sarà
. Nel caso che abbiamo appena esaminato, avendo le due forze
pari intensità, i coefficienti che le caratterizzano devono essere uguali «in
valore assoluto», si ha cioè
, da cui si deduce come condizione dell’equilibrio
, vale a dire che la somma algebrica delle due forze o dei
due «vettori» che le rappresentano è nulla, cosicché l’equilibrio è definito
mediante lo zero. Avendo d’altronde i matematici, come abbiamo detto sopra, il
torto di reputare lo zero una sorta di simbolo del nulla, come se il nulla
potesse essere simboleggiato da checchessia, sembra discenderne che
l’equilibrio sia lo stato di non-esistenza, il che costituisce una conseguenza
assai singolare; senza dubbio anche per questa ragione, anziché dire che due
forze in equilibrio tra loro si neutralizzano,
148
come sarebbe esatto, si dice che si annullano,
il che è contrario alla realtà, come abbiamo appena mostrato mediante
un’osservazione tra le più semplici. La vera nozione dell’equilibrio è ben
diversa: per comprenderla è sufficiente osservare che tutte le forze naturali –
e non solo le forze meccaniche, le quali, ripetiamolo ancora, non ne
costituiscono che un caso molto particolare, ma anche le forze dell’ordine
sottile quanto quelle dell’ordine corporeo – sono o attrattive o repulsive; le
prime possono essere considerate forze compressive o di contrazione, le seconde
forze espansive o di dilatazione2; ciò in fondo non costituisce
altro che un’espressione, in questo dominio, della stessa dualità cosmica
fondamentale. È facile capire che, in un ambiente originariamente omogeneo, ad
ogni compressione producentesi in un punto corrisponderà necessariamente
un’espansione equivalente in un altro punto, ed inversamente, cosicché si
dovranno sempre considerare correlativamente due centri di
2. Se si esamina la nozione ordinaria delle forze
centripete e centrifughe, ci si può rendere conto senza difficoltà che le prime
sono riconducibili alle forze compressive e le seconde alle forze espansive,
parimenti, una forza di trazione è assimilabile ad una forza espansiva, poiché
si esercita a partire dal suo punto d’applicazione, e una forza impulsiva o di
choc è assimilabile ad una forza compressiva, poiché si esercita al contrario
verso il punto d’applicazione stesso; ma, se le si esaminasse in rapporto al
loro punto d’emissione, sarebbe vero l’inverso, il che è d’altronde richiesto
dalla legge di polarità. – In un altro dominio, la «coagulazione» e la
«soluzione» ermetiche corrispondono altresì rispettivamente alla compressione e
all’espansione.
149
forza, ciascuno dei quali non può esistere
senza l’altro; è quella che si può chiamare legge di polarità, applicabile,
sotto forme diverse, a tutti i fenomeni naturali, derivando anch’essa dalla
dualità dei principi stessi che presiedono ad ogni manifestazione; questa
legge, nello speciale dominio di cui si occupano i fisici, è evidente
soprattutto nei fenomeni elettrici e magnetici, ma non è affatto limitata ad
essi. Ora, se due forze, l’una compressiva e l’altra espansiva, agiscono su uno
stesso punto, la condizione affinché si equilibrino o si neutralizzino, ossia
affinché in tale punto non si produca né contrazione né dilatazione, è che le
intensità di queste due forze siano equivalenti; non diciamo uguali, poiché
tali forze sono di specie differenti, e d’altronde si tratta proprio di una
differenza realmente qualitativa e non semplicemente quantitativa. Si possono
caratterizzare le forze mediante coefficienti proporzionali alla contrazione o
alla dilatazione da esse prodotta, in maniera tale che, se si considerano una
forza compressiva ed una forza espansiva, la prima sarà provvista di un
coefficiente
e la seconda di un
coefficiente
; ciascuno di tali coefficienti può rappresentare il rapporto
tra la densità che assume l’ambiente nel punto in esame, sotto l’azione della
forza corrispondente, e la densità originaria di questo stesso ambiente,
supposto al riguardo omogeneo se non subisce l’azione di alcuna forza, in virtù
di una semplice
150
applicazione del principio di ragion
sufficiente3. Se non si produce né compressione né dilatazione il
rapporto è necessariamente uguale all’unità, la densità dell’ambiente non
essendo modificata; affinché due forze agenti in un punto si facciano
equilibrio occorre dunque che la loro risultante abbia per coefficiente
l’unità. È facile vedere che il coefficiente di tale risultante è il prodotto
dei coefficienti delle due forze in questione, e non più la somma come nella
concezione ordinaria; i due coefficienti
e
dovranno quindi essere
due numeri inversi l’uno dell’altro:
, e si avrà, come condizione dell’equilibrio,
; così, l’equilibrio sarà definito non più mediante lo zero,
ma mediante l’unità4.
Si vede come questa definizione
dell’equilibrio mediante l’unità, la sola reale, corrisponda al fatto che
l’unità occupa il mezzo nella serie doppiamente indefinita dei numeri interi e
dei loro inversi, mentre tale posizione centrale è in qualche modo usurpata
dallo zero nella serie artificiale dei numeri positivi e negativi. Ben lungi
dal costituire lo stato di non-esistenza, l’equilibrio è al contrario
l’esistenza
3. Beninteso, quando parliamo così del principio di
ragion sufficiente, lo consideriamo unicamente in sé, al di fuori di tutte le
forme specializzate e più o meno contestabili che Leibnitz o altri hanno voluto
attribuirgli.
4. Tale formula corrisponde esattamente alla
concezione dell’equilibrio dei due principi complementari yang e yin
nella cosmologia estremo-orientale.
151
considerata in sé, indipendentemente dalle sue
manifestazioni secondarie e molteplici; è chiaro d’altronde che ciò non è
affatto il Non-Essere, nel senso metafisico del termine, poiché l’esistenza,
anche in questo stato primordiale ed indifferenziato, è solo il punto di
partenza di tutte le manifestazioni differenziate, come l’unità è il punto di
partenza di tutta la molteplicità dei numeri. Detta unità, quale l’abbiamo
considerata e nella quale risiede l’equilibrio, è ciò che la tradizione
estremo-orientale chiama l’«invariabile Mezzo»; e, secondo questa stessa
tradizione, tale equilibrio o tale armonia costituisce, al centro di ciascuno
stato e di ciascuna modalità dell’essere, il riflesso dell’«Attività del
Cielo».
152
XVIII
Quantità variabili e quantità fisse
Torniamo ora alla questione riguardante la
giustificazione del rigore del calcolo infinitesimale: abbiamo visto come
Leibnitz consideri uguali le quantità la cui differenza, pur non essendo nulla,
è tuttavia incomparabile con queste stesse quantità; in altri termini, le
quantità infinitesimali, sebbene non siano «nihila absoluta», sono
nondimeno «nihila respectiva», e devono come tali essere trascurate
rispetto alle quantità ordinarie. Malauguratamente, la nozione di
«incomparabili» permane troppo imprecisa perché un ragionamento fondato solo su
di essa sia pienamente sufficiente a stabilire il carattere rigoroso del
calcolo infinitesimale; quest’ultimo si presenta insomma, sotto tale aspetto,
solo come un metodo d’approssimazione indefinita, e non possiamo dire con
Leibnitz che, «ciò posto, ne consegue non solo che l’errore è infinitamente
piccolo, ma che è assolutamente nullo»1; non vi sarebbe tuttavia un
mezzo più rigoroso di pervenire a tale conclusione? Dobbiamo ammettere, in ogni
caso, che l’errore introdotto nel calcolo può essere reso piccolo quanto si
vuole, il che è già molto; ma non appunto il carattere infinitesimale
dell’errore a
1. Frammento datato 26 marzo 1676.
153
sopprimerlo del tutto allorché si consideri
non più il corso stesso del calcolo, bensì i risultati che permette alla fine
di raggiungere?
Una differenza infinitesimale, ossia
indefinitamente decrescente, non può che essere la differenza tra due quantità
variabili, poiché è evidente che la differenza tra due quantità fisse non può
che costituire una quantità fissa essa stessa; considerare una differenza
infinitesimale tra due quantità fisse non può dunque avere alcun senso.
Possiamo allora affermare che due quantità fisse «sono rigorosamente uguali dal
momento che la loro pretesa differenza si può supporre piccola quanto si vuole»2;
ora, «il calcolo infinitesimale, come il calcolo ordinario, si riferisce in
realtà a quantità fisse e determinate»3; le quantità variabili,
insomma, sono introdotte solo a titolo ausiliario, con un carattere meramente
transitorio, e devono scomparire dai risultati, i quali non possono che
esprimere relazioni tra quantità fisse. È dunque necessario, per ottenere tali risultati,
passare dalla considerazione delle quantità variabili a quella delle quantità
fisse; e tale passaggio ha precisamente l’effetto di eliminare le quantità
infinitesimali, che sono essenzialmente variabili e possono presentarsi solo
come differenze tra quantità variabili.
È ora facile capire perché Carnot, nella
definizione
2. Carnot, Réflexions
sur la Métaphysique du Calcul infinitésimal, cit., p 29.
3. Ch. de Freycinet, De
l’Analyse infinitésimale, cit., Prefazione, p. viii.
154
da noi citata in precedenza, insista sulla
proprietà delle quantità infinitesimali quali sono impiegate nel calcolo, di
poter essere rese piccole quanto si vuole «senza che si sia per questo
obbligati a far variare le quantità di cui si cerca la relazione». Il fatto è
che queste ultime devono essere in realtà quantità fisse; è vero che nel
calcolo sono viste come limiti di quantità variabili, ma queste svolgono
soltanto il ruolo di semplici ausiliari, al pari delle quantità infinitesimali
che introducono con esse. Il punto essenziale, per giustificare il rigore del
calcolo infinitesimale, è che, nei risultati, devono figurare solo quantità
fisse; al termine del calcolo occorre dunque, in definitiva, passare dalle
quantità variabili alle quantità fisse, ed è ben questo un «passaggio al
limite», concepito però in tutt’altro modo rispetto a Leibnitz, non costituendo
affatto una conseguenza o un «ultimo termine» della variazione stessa; ora, ed
è questo che importa, le quantità infinitesimali in tale passaggio si eliminano
da sé, e ciò semplicemente in ragione della sostituzione delle quantità fisse
alle quantità variabili4.
4. Cfr. Ch. de Freycinet, ibid., p. 220: «Le
equazioni chiamate “imperfette” da Carnot sono, a parlar propriamente,
equazioni di attesa o di transizione, rigorose nella misura in cui serviranno
al calcolo dei limiti ma, al contrario, assolutamente inesatte qualora i limiti
non fossero raggiunti effettivamente. È sufficiente tener presente la
destinazione effettiva dei calcoli per non provare alcuna incertezza circa il
valore delle relazioni attraverso cui si passa. In ciascuna di esse si deve
vedere non ciò che sembra esprimere attualmente, bensì ciò
155
Si deve allora vedere in tale eliminazione,
come vorrebbe Carnot, solo l’effetto di una semplice «compensazione di errori»?
Non lo pensiamo, anzi sembra che si possa vedervi in realtà qualcosa di più,
giacché si fa distinzione tra quantità variabili e quantità fisse come
costituenti in qualche modo due domini separati, tra i quali esiste senza
dubbio una correlazione ed un’analogia – cosa d’altronde necessaria affinché si
possa passare effettivamente dall’una all’altra, in qualunque maniera si
effettui tale passaggio –, ma senza che i loro rapporti reali possano mai
stabilire una compenetrazione o anche una continuità qualunque tra esse; ciò
implica d’altronde, tra queste due specie di quantità, una differenza d’ordine
essenzialmente qualitativo, in conformità a quanto abbiamo detto più sopra a
proposito della nozione di limite. È questa distinzione che Leibnitz non ha mai
posto nettamente, essendone stato senza dubbio impedito, anche in questo caso,
dalla sua concezione di una continuità applicabile universalmente; egli non
poteva accorgersi che il «passaggio al limite» implica essenzialmente una
discontinuità, poiché, per lui, non vi è discontinuità da nessuna parte. Eppure
è unicamente detta distinzione a permetterci di formulare la seguente
proposizione: se la differenza tra due quantità variabili può essere resa
piccola quanto si vuole, le quantità fisse corrispondenti a queste variabili, e
viste come i loro limiti rispettivi, sono rigorosamente
che esprimerà più tardi, allorché i limiti saranno
raggiunti.»
156
uguali. Così, una differenza infinitesimale
non può mai divenire nulla, ma può esistere solo tra variabili, mentre tra le
quantità fisse corrispondenti la differenza deve essere nulla; da ciò consegue
immediatamente che, ad un errore suscettibile di essere reso piccolo quanto si
vuole nel dominio delle quantità variabili – ove, in ragione del carattere
stesso di tali quantità, non può effettivamente trattarsi di nulla più che
un’approssimazione indefinita –, corrisponde necessariamente un errore rigorosamente
nullo nel dominio delle quantità fisse; unicamente in ciò, e non in altre
considerazioni che, quali esse siano, risultano sempre più o meno esterne o
marginali rispetto alla questione, risiede essenzialmente la vera
giustificazione del rigore del calcolo infinitesimale.
157
XIX
Le differenziazioni successive
Quel che precede lascia ancora sussistere una
difficoltà circa i differenti ordini di quantità infinitesimali: come si
possono concepire quantità che siano infinitesimali non solo in rapporto alle
quantità ordinarie, ma anche in rapporto ad altre quantità pure infinitesimali?
Anche in questo caso Leibnitz è ricorso alla nozione di «incomparabili», essa è
però troppo vaga perché possiamo contentarcene, e non spiega a sufficienza la
possibilità delle differenziazioni successive. Tale possibilità può essere senza
dubbio meglio compresa tramite un paragone o un esempio tratto dalla meccanica:
«Quanto ai ddx, essi stanno ai dx come i conatus della
pesantezza o le sollecitazioni centrifughe stanno alla velocità»1.
Leibnitz sviluppa quest’idea nella sua risposta alle obiezioni del matematico
olandese Nieuwentijt, il quale, pur ammettendo i differenziali del primo
ordine, sosteneva che quelli degli ordini superiori non potessero che essere
nulli: «La quantità ordinaria, la quantità infinitesimale prima o differenziale,
e la quantità differenzio-differenziale o infinitesimale seconda, stanno tra
esse come il moto, la velocità e la sollecitazione, che è un elemento
1. Lettera a Huygens, 1-2 ottobre 1691.
158
della velocità2. Il moto descrive
una linea, la velocità un elemento di linea e la sollecitazione un elemento di
elemento»3. Si tratta però solo di un esempio o di un caso
particolare, che può servire insomma come semplice «illustrazione», non come
argomento, ed è necessario fornire una giustificazione di ordine generale, che
tale esempio del resto, in un certo senso, contiene implicitamente.
In effetti, i differenziali del primo ordine
rappresentano gli incrementi – o meglio le variazioni, queste potendo prodursi,
secondo i casi, sia in senso decrescente sia in senso crescente – che subiscono
ad ogni istante le quantità ordinarie: tale è la velocità in rapporto allo
spazio percorso in un moto qualsiasi. Parimenti, i differenziali di un certo
ordine rappresentano le variazioni istantanee di quelli dell’ordine precedente,
assunti a loro volta come grandezze esistenti in un certo intervallo: tale è
l’accelerazione in rapporto alla velocità. È dunque sulla considerazione di
gradi differenti di variazione, ben più che di grandezze incomparabili tra
loro, che si fonda in verità la distinzione tra i differenti ordini di quantità
infinitesimali.
Per precisare come ciò vada inteso, faremo
semplicemente questa osservazione: si possono stabilire, tra le variabili
stesse, distinzioni analoghe a quelle che abbiamo stabilito in precedenza tra
le quantità
2. Tale «sollecitazione» è ciò che si designa
abitualmente col nome di «accelerazione».
3. Responsio ad nonnullas difficultates a Dn.
Bernardo Nieuwentijt circa Methodum differentialem seu unfinitesimalem motas,
in «Acta Eroditorum», Leipzig, 1695.
159
fisse e le variabili; in tali condizioni, per
riprendere la definizione di Carnot, una quantità sarà detta infinitesimale in
rapporto ad altre quando si potrà renderla piccola quanto si vuole «senza che
si sia per questo obbligati a far variare queste altre quantità», Il fatto è
che una quantità non assolutamente fissa – o anche essenzialmente variabile
come nel caso delle quantità infinitesimali, di qualunque ordine siano – può
tuttavia essere considerata relativamente fissa e determinata, ossia suscettibile
di svolgere il ruolo di quantità fissa in rapporto a certe altre variabili. È
soltanto in queste condizioni che una quantità variabile può essere vista come
il limite di un’altra variabile, il che presuppone, secondo la definizione
stessa di limite, che sia considerata fissa, almeno sotto un certo rapporto,
ossia in relazione a quella di cui essa è il limite; inversamente, una quantità
potrà essere variabile non solo in sé, o, il che è lo stesso, in rapporto a
quantità assolutamente fisse, ma anche in rapporto ad altre variabili, in
quanto queste ultime possono essere viste come relativamente fisse.
A tale riguardo, anziché parlare di gradi di
variazione come abbiamo fatto sinora, si potrebbe altresì parlare di gradi di
indeterminazione, il che in fondo sarebbe esattamente la stessa cosa, esaminata
soltanto da un punto di vista un po’ differente: una quantità, benché
indeterminata per sua natura, può tuttavia essere determinata in un senso
relativo mediante l’introduzione di certe ipotesi, che lascino al contempo
sussistere l’indeterminazione di altre quantità; queste ultime saranno quindi
più indeterminate
160
delle altre, se così si può dire, o
indeterminate ad un grado superiore, cosicché potranno avere con esse un
rapporto paragonabile a quello che le quantità indeterminate hanno con le
quantità veramente determinate. Ci limiteremo in proposito a queste poche
indicazioni, poiché, per quanto sommarie, pensiamo siano almeno sufficienti per
far comprendere la possibilità dell’esistenza dei differenziali di differenti
ordini successivi; tuttavia ci resta ancora, in connessione a tale questione,
da mostrare più esplicitamente come non vi sia realmente alcuna difficoltà
logica nel considerare gradi molteplici di indefinitezza, sia nell’ordine delle
quantità decrescenti, al quale appartengono gli infinitesimali o i
differenziali, sia in quello delle quantità crescenti, nel quale si possono
parimenti considerare integrali di differenti ordini, simmetrici in qualche
modo ai differenziali successivi – il che è d’altronde conforme alla
correlazione esistente, come abbiamo spiegato, tra l’indefinitamente crescente
e l’indefinitamente decrescente. In ciò, beninteso, è di gradi di indefinitezza
che si tratta, e non affatto di «gradi di infinità» come li intendeva Jean
Bernoulli, del quale Leibnitz, al riguardo, non osava né ammettere né
respingere in maniera assoluta la concezione; e questo è di nuovo uno dei casi
in cui le difficoltà si trovano immediatamente risolte mediante la sostituzione
della nozione di indefinito a quella del preteso infinito.
161
XX
Ordini differenti di indefinitezza
Le difficoltà logiche e persino le
contraddizioni con cui si scontrano i matematici, quando considerano quantità
«infinitamente grandi» o «infinitamente piccole» diverse tra loro ed
appartenenti pure ad ordini differenti, derivano unicamente dal fatto che
costoro reputano infinito ciò che è semplicemente indefinito; è vero che, in
generale, essi sembrano preoccuparsi assai poco di queste difficoltà, le quali
nondimeno esistono e non sono per questo meno gravi, e fanno apparire la loro
scienza colma di una folla di illogicità, o, se si preferisce, di
«paralogismi», che la privano di ogni valore e di ogni portata seria agli occhi
di coloro che non si lasciano illudere dalle parole. Ecco alcuni esempi delle
contraddizioni introdotte da quanti ammettono l’esistenza di grandezze
infinite, quando si tratti di applicare tale nozione alle grandezze
geometriche: se si considera una linea, una retta ad esempio, come infinita,
tale infinito dev’essere minore, ed anzi infinitamente minore, di quello
costituito da una superficie, quale un piano, in cui tale linea è contenuta con
un’infinità di altre, e questo secondo infinito sarà a sua volta infinitamente
minore di quello dell’estensione a tre dimensioni. La possibilità stessa della
coesistenza di tutti questi pretesi infiniti – alcuni dei quali lo sono al
medesimo
162
grado, altri a gradi differenti – dovrebbe
bastare a provare che nessuno di essi può essere davvero infinito, persino in
mancanza di ogni altra considerazione di ordine più propriamente metafisico;
infatti, lo ripetiamo ancora poiché si tratta di verità sulle quali non si
insisterà mai abbastanza, è evidente che, se si suppone una pluralità di
infiniti distinti, ciascuno di essi si trova limitato dagli altri, il che
significa che si escludono gli uni con gli altri. A dire il vero, del resto,
gli «infinitisti» – sui quali questa accumulazione puramente verbale di una
«infinità di infiniti» sembra produrre una sorta di «intossicazione mentale»,
se è permesso esprimersi così – non arretrano per nulla di fronte a simili
contraddizioni, poiché, come abbiamo già detto, non hanno alcuna difficoltà ad
ammettere che vi siano differenti numeri infiniti, e che, di conseguenza, un
infinito possa essere maggiore o minore di un altro infinito; l’assurdità di
tali enunciati è però fin troppo evidente, ed il fatto che siano di uso assai
corrente nella matematica attuale non cambia nulla, ma mostra solamente fino a
che punto il senso della più elementare logica sia perduto nella nostra epoca.
Un’altra contraddizione, non meno manifesta delle precedenti, è quella che si
presenta nel caso di una superficie chiusa, dunque evidentemente e visibilmente
finita, che dovrebbe tuttavia contenere un’infinità di linee, come ad esempio
una sfera contenente un’infinità di cerchi; si avrebbe qui un contenente finito
il cui contenuto sarebbe infinito, il che d’altronde accade parimenti quando si
sostiene, come fa Leibnitz,
163
l’«infinità attuale» degli elementi di un
insieme continuo.
Non vi è al contrario alcuna contraddizione
nell’ammettere la coesistenza di indefinitezze molteplici e di ordini
differenti: così la linea, indefinita secondo una sola dimensione, può al
riguardo essere considerata una indefinitezza semplice o del primo ordine; la
superficie, indefinita secondo due dimensioni, e comprendente un’indefinitezza
di linee indefinite, costituirà allora una indefinitezza del secondo ordine,
mentre l’estensione a tre dimensioni, comprendente un’indefinitezza di
superfici indefinite, costituirà una indefinitezza del terzo ordine. È
essenziale sottolineare ancora una volta che diciamo che la superficie
comprende un’indefinitezza di linee, ma non che essa è costituita da
un’indefinitezza di linee, così come la linea non è composta di punti, ma ne
comprende una moltitudine indefinita; lo stesso accade per il volume in
rapporto alle superfici, l’estensione a tre dimensioni non essendo altro che un
volume indefinito. D’altronde è questo, in fondo, ciò che abbiamo detto sopra
riguardo agli «indivisibili» ed alla «composizione del continuo»; simili
questioni, a causa della loro stessa complessità, sono tra quelle che rendono
più evidente la necessità di un linguaggio rigoroso. In proposito aggiungeremo
ancora che, se si può legittimamente considerare, da un certo punto di vista,
la linea come generata da un punto, la superficie da una linea ed il volume da
una superficie, ciò presuppone essenzialmente che tale punto, tale linea o tale
superficie si spostino
164
mediante un moto continuo, comprendente
un’indefinitezza di posizioni successive; e ciò costituisce tutt’altra cosa dal
considerare queste posizioni isolatamente le une dalle altre, ossia intendere i
punti, le linee e le superfici come fissi e determinati, come costituenti
rispettivamente parti o elementi della linea, della superficie e del volume,
Parimenti, quando si considera, in senso inverso, una superficie come
l’intersezione di due volumi, una linea come l’intersezione di due superfici ed
un punto come l’intersezione di due linee, è chiaro che tali intersezioni non
devono affatto essere concepite come parti comuni a questi volumi, a queste
superfici o a queste linee; esse ne costituiscono solamente, come diceva
Leibnitz, dei limiti o delle estremità.
Secondo quanto abbiamo appena detto, ciascuna
dimensione introduce in qualche modo un nuovo grado di indeterminazione
nell’estensione, ossia nel continuo spaziale visto come suscettibile di
crescere indefinitamente in ampiezza, ottenendo così quelle che si potrebbero
chiamare potenze successive dell’indefinito1; si può anche dire che
un’indefinitezza di un certo ordine o di una certa potenza contiene una
moltitudine indefinita di indefiniti di un ordine inferiore o di una potenza
minore. Trattandosi soltanto, in tutto ciò, di indefinito, tutte queste
considerazioni e quelle dello stesso genere sono dunque perfettamente
accettabili; non vi è infatti alcuna incompatibilità logica tra indefinitezze
molteplici e distinte, le quali, seppure
1. Cfr Le
Symbolisme de la Croix, cit., cap. XII.
165
indefinite, sono nondimeno di natura
essenzialmente finita, quindi perfettamente suscettibili di coesistere, come
altrettante possibilità particolari e determinate all’interno della Possibilità
totale, che, sola, è infinita, perché identica al Tutto universale2.
Tali considerazioni assumono una forma impossibile e assurda solo a causa della
confusione tra indefinito e infinito; così, come accade per la «moltitudine
infinita», anche questo è uno dei casi in cui la contraddizione inerente ad un
preteso infinito determinato nasconde, deformandola fino a renderla
irriconoscibile, un’altra idea che in sé non ha nulla di contraddittorio.
Abbiamo parlato di gradi differenti di
indeterminazione delle quantità in senso crescente; mediante questa stessa
nozione, intesa in senso decrescente, abbiamo già in precedenza giustificato la
considerazione dei diversi ordini di quantità infinitesimali, la cui
possibilità si comprende così ancor più facilmente osservando la correlazione
da noi segnalata tra l’indefinitamente crescente e l’indefinitamente
decrescente. Tra le quantità indefinite di ordini differenti, quelle di ordine
diverso dal primo sono indefinite sia in rapporto a quelle degli ordini
precedenti, sia in rapporto alle quantità ordinarie; è altrettanto legittimo
considerare parimenti, in senso inverso, quantità infinitesimali di ordini
differenti, quelle di ciascun ordine essendo infinitesimali non solo in
rapporto alle quantità ordinarie, ma anche in rapporto alle quantità
infinitesimali degli ordini
2. Cfr. Les États
multiples de l’être, cit., cap. I.
166
precedenti3. Non vi è eterogeneità
assoluta tra le quantità indefinite e le quantità ordinarie, e non ve n’è
neppure tra queste ultime e le quantità infinitesimali; vi sono insomma solo
differenze di grado, non di natura, poiché in realtà l’indefinito, di qualunque
ordine ed a qualunque potenza esso sia, non ci farà mai uscire dal finito; è
ancora la falsa concezione dell’infinito ad introdurre in apparenza, tra questi
differenti ordini di quantità, un’eterogeneità radicale in fondo del tutto
incomprensibile. Sopprimendo tale eterogeneità, si stabilisce qui una sorta di
continuità, ben diversa però da quella che Leibnitz immaginava tra le variabili
ed i loro limiti, e molto meglio fondata nella realtà, poiché la distinzione
tra quantità variabili e quantità fisse implica invece essenzialmente una vera
e propria differenza di natura.
3. Riserviamo, come si fa d’altronde abitualmente,
la denominazione di «infinitesimali», alle quantità indefinitamente
decrescenti, escludendo le quantità indefinitamente crescenti, che, per
brevità, possiamo chiamare semplicemente «indefinite»; è assai singolare che
Carnot abbia riunito le une e le altre sotto lo stesso nome di
«infinitesimali», il che è contrario non solo all’uso, ma al senso stesso che
tale termine trae dalla sua formazione. Pur conservando il vocabolo
«infinitesimale» dopo averne definito, come abbiamo fatto, il significato, non
possiamo d’altronde dispensarci dal far notare che esso ha il grave difetto di
derivare visibilmente dal vocabolo «infinito», il che lo rende ben poco
adeguato all’idea che esprime realmente; per poterlo impiegare in tal senso
senza inconvenienti, occorre in qualche modo dimenticare la sua origine, o per
lo meno attribuire ad essa un carattere unicamente «storico», come di fatto
proveniente dalla concezione che Leibnitz si formava delle sue «finzioni ben
fondate».
167
In tali condizioni le stesse quantità
ordinarie, almeno quando si tratti di variabili, possono essere viste in
qualche modo come infinitesimali rispetto a quantità indefinitamente crescenti,
poiché, se una quantità può essere resa grande quanto si vuole rispetto ad
un’altra, quest’ultima diviene inversamente, per ciò stesso, piccola quanto si
vuole rispetto alla prima. Introduciamo la restrizione che debba trattarsi qui
di variabili, perché una quantità infinitesimale deve sempre essere concepita
come essenzialmente variabile, essendovi in ciò qualcosa che è veramente
inerente alla sua natura; d’altronde, quantità che appartengano a due ordini
differenti di indefinitezza sono necessariamente variabili l’una in rapporto
all’altra, e questa proprietà di variabilità relativa e reciproca è
perfettamente simmetrica, poiché, secondo quanto abbiamo appena detto, è lo
stesso considerare una quantità come crescente indefinitamente rispetto ad
un’altra, o quest’ultima come decrescente indefinitamente rispetto alla prima;
senza questa variabilità relativa non vi sarebbero né incremento né decremento
indefinito, ma solo rapporti definiti e determinati tra le due quantità.
Parimenti, allorché vi è un cambiamento di
posizione tra due corpi A e B, è lo stesso dire, almeno finché non si consideri
nient’altro che il cambiamento in sé, che il corpo A è in moto rispetto al
corpo B, o, inversamente, che il corpo B è in moto rispetto al corpo A; a tale
riguardo, la nozione di moto relativo non è meno simmetrica di quella di
variabilità relativa che abbiamo qui esaminato. È
168
per questo, secondo Leibnitz – il quale
mostrava così l’insufficienza del meccanicismo cartesiano come teoria fisica
avente la pretesa di fornire una spiegazione dei fenomeni naturali –, che non
si può stabilire una distinzione tra uno stato di moto ed uno stato di quiete
se ci si limita a considerare soltanto i cambiamenti di posizione; occorre
perciò far intervenire qualcosa di un altro ordine, e cioè la nozione di forza,
che costituisce la causa prossima di tali cambiamenti, la sola che possa essere
attribuita ad un corpo anziché ad un altro, e che permetta di trovare in tale
corpo ed in esso soltanto la vera ragione del cambiamento4.
4. Si veda Leibnitz, Discours
de Métaphysique, 1686, cap. XVIII; [trad. it.:
«Discorso di metafisica», Scritti filosofici. vol. I, UTET. Torino, 2000]; cfr. Le Règne de la
Quantité et les Signes des Temps, cit., cap. XIV.
169
XXI
L’indefinito è inesauribile analiticamente
Nei due casi che abbiamo esaminato, quello
dell’indefinitamente crescente e quello dell’indefinitamente decrescente, una
quantità di un certo ordine può essere vista come la somma di un’indefinitezza
di elementi, ciascuno dei quali costituisce una quantità infinitesimale in
rapporto a detta somma. Affinché si possa parlare di quantità infinitesimali è
d’altronde necessario che si tratti di elementi non determinati in rapporto
alla loro somma, e così dev’essere, giacché tale somma è indefinita in rapporto
agli elementi in questione; ciò risulta in maniera immediata dal carattere
essenziale dell’indefinito, quest’ultimo implicando necessariamente, come
abbiamo detto, l’idea di un «divenire», e di conseguenza una certa
indeterminazione. È chiaro d’altronde che tale indeterminazione può essere
relativa ed esistere solo da un certo punto di vista o rispetto ad una certa
cosa: è il caso ad esempio di una somma la quale, essendo una quantità
ordinaria non è indefinita in sé, ma solo in rapporto ai propri elementi infinitesimali;
ma in ogni caso, se fosse altrimenti e non si facesse intervenire la nozione di
indeterminazione, si sarebbe ricondotti semplicemente alla concezione degli
«incomparabili», interpretata nel senso grossolano del granello di sabbia
rispetto alla terra e
170
della terra rispetto al firmamento.
La somma di cui parliamo non può assolutamente
essere effettuata al modo di una somma aritmetica, poiché sarebbe necessario a
tal fine che una serie indefinita di addizioni successive fosse portata a
termine, il che è contraddittorio; nel caso in cui la somma sia una quantità
ordinaria e determinata come tale, occorre evidentemente, come già abbiamo
detto formulando la definizione di calcolo integrale, che il numero o piuttosto
la moltitudine degli elementi cresca indefinitamente mentre la grandezza di ciascuno
di essi decresce indefinitamente, e, in questo senso, l’indefinitezza di tali
elementi è veramente inesauribile. Tuttavia, se la somma in questione non può
essere effettuata in tal modo – come risultato finale di una moltitudine di
operazioni distinte e successive –, può esserlo invece d’un sol colpo e
mediante un’operazione unica, l’integrazione1; quest’ultima è
l’operazione inversa alla differenziazione, poiché ricostituisce la somma a
partire dai suoi elementi infinitesimali, mentre la differenziazione procede al
contrario dalla somma agli elementi, fornendo il mezzo per formulare la legge
delle variazioni istantanee di una quantità la cui espressione è data.
1. I termini «integrale» ed «integrazione», il cui
uso è prevalso, non sono di Leibnitz, ma di Jean Bernoulli; Leibnitz si serviva
in tal senso dei termini «somma» e «sommazione», i quali hanno l’inconveniente
di sembrare indicare un’assimilazione tra l’operazione di cui si tratta e la
formazione di una somma aritmetica; diciamo soltanto sembrare, del resto,
poiché è ben certo che la differenza essenziale tra queste due operazioni non è
realmente potuta sfuggire a Leibnitz.
171
Così, nel caso dell’indefinito, la nozione di
somma aritmetica non è più applicabile, e si deve ricorrere a quella di
integrazione per supplire all’impossibilità di «numerare» gli elementi
infinitesimali, impossibilità che, beninteso, deriva dalla loro stessa natura,
e non da un’imperfezione qualsiasi da parte nostra. Possiamo notare di sfuggita
come vi sia in ciò, per quanto concerne l’applicazione alle grandezze
geometriche – che costituisce in fondo la vera ragion d’essere di tutto il
calcolo infinitesimale –, un metodo di misura totalmente diverso rispetto a
quello abituale basato sulla divisione di una grandezza in porzioni definite,
di cui abbiamo parlato in precedenza a proposito delle «unità di misura».
Quest’ultimo riconduce sempre, in definitiva, a sostituire in qualche modo il
discontinuo al continuo, mediante il «ritaglio» in porzioni uguali alla
grandezza della stessa specie assunta come unità2, onde poter
applicare direttamente il numero alla misura delle grandezze continue, ciò che
non si può fare effettivamente se non alterandone in tal modo la natura al fine
di renderla, per così dire, assimilabile a quella del numero. L’altro metodo
rispetta invece, per quanto possibile, il carattere proprio del continuo,
considerandolo come una somma di elementi non più fissi e determinati, ma
essenzialmente variabili, ed in grado di decrescere,
2. O ad una frazione di tale grandezza, ma poco
importa, tale frazione costituendo allora un’unità secondaria più piccola, che
si sostituisce alla prima nel caso in cui la divisione per quest’ultima non si
effettui esattamente, al fine di ottenere un risultato esatto o almeno più
approssimato.
172
nella loro variazione, al di sotto di ogni
grandezza assegnabile, permettendo perciò di far variare la quantità spaziale
tra limiti tanto ravvicinati quanto si voglia; ciò costituisce, tenuto conto
della natura del numero che nonostante tutto non può essere cambiata, la
rappresentazione meno imperfetta che si possa fornire di una variazione
continua.
Queste osservazioni permettono di capire in
maniera più precisa in che senso si possa dire, come abbiamo fatto all’inizio,
che i limiti dell’indefinito non possono mai essere raggiunti mediante un
procedimento analitico, o, in altri termini, che l’indefinito non è
inesauribile assolutamente ed in qualsiasi modo, ma per lo meno inesauribile
analiticamente. Dobbiamo naturalmente considerare analitico, a questo
proposito, il procedimento che consisterebbe, per ricostituire un tutto, nel
prendere i suoi elementi distintamente e successivamente: tale è il
procedimento di formazione di una somma aritmetica, ed è proprio in questo che
l’integrazione ne differisce essenzialmente. Ciò è particolarmente interessante
dal nostro punto di vista, poiché, tramite un esempio chiarissimo, si vede
quali siano i veri rapporti tra l’analisi e la sintesi: contrariamente
all’opinione corrente secondo cui l’analisi sarebbe in qualche modo
preparatoria alla sintesi e ad essa condurrebbe – tanto che occorrerebbe sempre
cominciare dall’analisi anche quando non si intenda limitarvisi –, la verità è
che non si può mai pervenire effettivamente alla sintesi partendo dall’analisi;
ogni sintesi, nel senso vero della parola, è per così dire qualcosa
d’immediato, non preceduto
173
da alcuna analisi e da essa del tutto
indipendente, così come l’integrazione è un’operazione che si effettua d’un sol
colpo e non presuppone affatto l’esame di elementi paragonabili a quelli di una
somma aritmetica; e, come quest’ultima non può fornire il mezzo per raggiungere
ed esaurire l’indefinito, così vi sono, in tutti i domini, cose che resistono
per loro stessa natura ad ogni analisi e la cui conoscenza non è possibile se
non mediante la sola sintesi3.
3. Qui ed in ciò che seguirà dev’essere ben chiaro
che assumiamo i termini «analisi» e «sintesi» nella loro accezione vera ed
originaria, che occorre distinguere accuratamente da quella, del tutto diversa
ed assai impropria, in cui si parla correntemente di «analisi matematica», e
secondo cui la stessa integrazione, a dispetto del suo carattere essenzialmente
sintetico, è vista come facente parte di quella che è chiamata «analisi
infinitesimale»; è d’altronde per tale ragione che preferiamo evitare l’impiego
di quest’ultima espressione, e servirci solamente di quelle di «calcolo
infinitesimale» e di «metodo infinitesimale», le quali per lo meno non si
prestano ad equivoci di questo genere.
174
XXII
Carattere sintetico dell’integrazione
Al contrario della formazione di una somma
aritmetica – che, come dicevamo poc’anzi, possiede un carattere propriamente
analitico –, l’integrazione dev’essere considerata un’operazione essenzialmente
sintetica, in quanto avviluppa simultaneamente tutti gli elementi della somma
da calcolare, conservando tra essi l’«indistinzione» che conviene alle parti
del continuo, giacché queste ultime, a causa della natura stessa del continuo,
non possono costituire qualcosa di fisso e determinato. D’altronde, la stessa «indistinzione»
dev’essere parimenti mantenuta, sebbene per una ragione un po’ differente,
riguardo agli elementi discontinui che formano una serie indefinita qualora si
voglia calcolarne la somma, poiché, se la grandezza di ciascun elemento è
allora concepita come determinata, il loro numero non lo è, e possiamo anzi
dire più esattamente che la loro moltitudine oltrepassa ogni numero; vi sono
tuttavia casi in cui la somma degli elementi di una tale serie tende ad un
certo limite definito quando la loro moltitudine cresca indefinitamente. Si
potrebbe dire, benché tale maniera di esprimersi appaia forse a prima vista un
po’ strana, che una simile serie discontinua sia indefinita per
«estrapolazione», mentre un insieme continuo lo sia per «interpolazione»; con
questo
175
intendiamo dire che, se si prende in una serie
discontinua una porzione compresa tra due termini qualunque, non vi è in essa
nulla di indefinito, essendo tale porzione determinata sia nel suo insieme sia
nei suoi elementi, ed è invece estendendosi al di là di tale porzione senza mai
arrivare ad un ultimo termine che questa serie è indefinita; al contrario, in
un insieme continuo, determinato come tale, l’indefinito si trova compreso
all’interno stesso di questo insieme, poiché gli elementi non sono determinati,
ed essendo il continuo sempre divisibile non vi sono in esso ultimi elementi;
così, sotto tale aspetto, questi due casi costituiscono in qualche modo
l’inverso l’uno dell’altro. La sommazione di una serie numerica indefinita non
avrebbe mai fine se tutti i termini dovessero essere presi ad uno ad uno, non
essendovi ultimo termine al quale si possa giungere; quindi, nel caso in cui
una tale sommazione sia possibile, potrà esserlo soltanto mediante un
procedimento sintetico, il quale ci fa in qualche modo afferrare d’un sol colpo
tutta un’indefinitezza considerata nel suo insieme, senza che ciò presupponga
affatto l’esame distinto dei suoi elementi, del resto impossibile per il fatto
stesso di essere in moltitudine indefinita. Parimenti, allorché una serie
indefinita ci è data implicitamente tramite la sua legge di formazione – di cui
abbiamo visto un esempio nel caso della serie dei numeri interi –, possiamo
dire che essa ci è data così tutta intera sinteticamente, e non può esserlo
altrimenti; dare una tale serie analiticamente, infatti, significherebbe darne
distintamente tutti i
176
termini, il che costituisce un’impossibilità.
Pertanto, qualora si debba considerare un’indefinitezza qualunque, sia quella
di un insieme continuo, sia quella di una serie discontinua, si dovrà in ogni
caso ricorrere ad un’operazione sintetica per poterne raggiungere i limiti; una
progressione per gradi sarebbe qui priva di effetto e non potrebbe mai
consentirci di pervenirvi, poiché una simile progressione non può giungere ad
un termine finale se non alla duplice condizione che questo termine ed il numero
dei gradi da percorrere per raggiungerlo siano entrambi determinati. Per questo
non abbiamo detto che i limiti dell’indefinito non si possano raggiungere in
alcun modo – impossibilità d’altronde ingiustificabile dal momento che tali
limiti esistono –, ma soltanto che non possono esserlo analiticamente: una
indefinitezza non può essere esaurita per gradi, ma può essere compresa nel suo
insieme mediante una di quelle operazioni trascendenti di cui l’integrazione ci
fornisce il tipo nell’ordine matematico. Si può notare che la progressione per
gradi corrisponderebbe qui alla variazione stessa della quantità, in modo
diretto nel caso delle serie discontinue, e, per quanto concerne una variazione
continua, seguendola per così dire nella misura permessa dalla natura
discontinua del numero; mediante un’operazione sintetica, invece, ci si pone
immediatamente al di fuori ed al di là della variazione, e così dev’essere
necessariamente, secondo quanto abbiamo detto sopra, affinché il «passaggio al
limite» possa essere realizzato effettivamente; in altri termini, l’analisi non
raggiunge
177
che le variabili, colte nel corso stesso della
loro variazione, mentre soltanto la sintesi ne raggiunge i limiti, il che
costituisce qui l’unico risultato definitivo e realmente valido, in quanto
occorre necessariamente, perché si possa parlare di un risultato, giungere a
qualcosa che si riferisca esclusivamente a quantità fisse e determinate.
Si potrebbe d’altronde trovare, beninteso,
l’analogo di tali operazioni sintetiche in domini diversi da quello della
quantità, poiché è chiaro che l’idea di uno sviluppo indefinito di possibilità
è parimenti applicabile a tutt’altra cosa che alla quantità, ad esempio a uno
stato qualunque di esistenza manifestata, e alle condizioni, quali che siano,
cui questo stato è sottomesso, che si consideri l’insieme cosmico in generale o
un essere particolare, ponendosi cioè dal punto di vista «macrocosmico» o dal
punto di vista «microcosmico»1. Si potrebbe dire che il «passaggio
al limite» corrisponde qui alla fissazione definitiva dei risultati della
manifestazione nell’ordine principiale; solo così, infatti, l’essere sfugge
finalmente al cambiamento o al «divenire», necessariamente inerente ad ogni
manifestazione in quanto tale; si vede allora come questa fissazione non
costituisca in alcun modo un «ultimo termine» dello sviluppo della
manifestazione, ma si situi essenzialmente al di fuori e al di là di tale
sviluppo, poiché appartiene ad un altro ordine di realtà, trascendente rispetto
alla manifestazione e al «divenire»; la distinzione tra l’ordine
1. Su tale applicazione analogica della nozione di
integrazione, cfr. Le Symbolisme de la Croix, cit., capp. XVIII e XX.
178
manifestato e l’ordine principiale corrisponde
dunque analogicamente, a questo proposito, a quello da noi stabilito tra il
dominio delle quantità variabili e quello delle quantità fisse. Inoltre,
trattandosi di quantità fisse, è evidente che nessuna modificazione può esservi
introdotta mediante una qualsivoglia operazione, e di conseguenza il «passaggio
al limite» non ha come effetto quello di produrre qualcosa in tale dominio, ma
solamente di fornircene la conoscenza; parimenti, essendo l’ordine principiale
immutabile, per pervenirvi non si tratta di «effettuare» qualcosa che non
esisterebbe ancora, bensì di prendere effettivamente coscienza di ciò che è, in
modo permanente ed assoluto. Abbiamo dovuto naturalmente, dato l’argomento di
questo studio, esaminare in modo particolare ed in primo luogo ciò che si
riferisce propriamente al dominio quantitativo, nel quale l’idea di sviluppo
delle possibilità si traduce, come abbiamo visto, in una nozione di variazione,
sia nel senso dell’indefinitamente crescente, sia in quello
dell’indefinitamente decrescente; queste poche indicazioni mostreranno però che
tutte queste cose sono suscettibili di ricevere, mediante una trasposizione
analogica appropriata, una portata incomparabilmente maggiore di quella che
sembrano avere in se stesse, poiché, in virtù di una simile trasposizione,
l’integrazione e le altre operazioni dello stesso genere appaiono veramente
come un simbolo della «realizzazione» metafisica stessa.
Si vede così tutta la differenza che
intercorre tra la scienza tradizionale, che permette simili considerazioni,
179
e la scienza profana dei moderni; a tale
proposito aggiungeremo ancora un’altra osservazione, che si riferisce
direttamente alla distinzione tra conoscenza analitica e conoscenza sintetica.
La scienza profana, in effetti, è essenzialmente ed esclusivamente analitica;
non considera mai i principi, e si perde nel dettaglio dei fenomeni, la cui
moltitudine indefinita ed indefinitamente cangiante è per essa veramente
inesauribile, cosicché non può mai pervenire, in quanto conoscenza, ad alcun
risultato reale e definitivo; essa si limita esclusivamente ai fenomeni, ossia
alle apparenze esteriori, ed è incapace di afferrare il fondo delle cose, come
Leibnitz già rimproverava al meccanicismo cartesiano. In ciò risiede del resto
una delle ragioni per cui si spiega l’«agnosticismo» moderno, poiché, essendovi
cose che non possono essere conosciute se non sinteticamente, chiunque proceda
soltanto mediante l’analisi è indotto per ciò stesso a dichiararle
«inconoscibili» – e lo sono infatti in tale maniera –, al pari di colui che,
limitandosi ad una visione analitica dell’indefinito, può crederlo
assolutamente inesauribile, mentre in realtà lo è solo analiticamente. È vero
che la conoscenza sintetica è essenzialmente quel che si può chiamare una
conoscenza «globale», come lo è quella di un insieme continuo o di una serie
indefinita i cui elementi non sono e non possono essere dati distintamente; ma,
oltre al fatto che è questo in fondo ciò che importa veramente, si può sempre –
giacché tutto vi è contenuto in principio – ridiscendere a considerare le cose
particolari che si vorrà, così come, se ad
180
esempio una serie indefinita è data
sinteticamente mediante la conoscenza della sua legge di formazione, quando si
presenti il caso si può sempre calcolare in particolare uno qualsiasi dei suoi
termini; al contrario, partendo da queste stesse cose particolari viste in se
stesse e nel loro dettaglio indefinito, non si può mai elevarsi ai principi; in
questo, come dicevamo all’inizio, il punto di vista ed il marchio della scienza
tradizionale sono in qualche modo l’inverso di quelli della scienza profana,
come la sintesi stessa è l’inverso dell’analisi. Ciò costituisce d’altronde
un’applicazione della verità evidente secondo la quale, se si può trarre il
«meno» dal «più», non si può mai, al contrario, far uscire il «più» dal «meno»;
eppure è questo che pretende di fare la scienza moderna, con le sue concezioni
meccaniciste e materialiste ed il suo punto di vista esclusivamente
quantitativo ma, proprio perché si tratta di un’impossibilità, essa è in realtà
incapace di fornire la vera spiegazione di alcunché2.
2. Su quest’ultimo punto ci si potrà riferire
ancora alle considerazioni da noi esposte in Le Règne de la Quantité et les
Signes des Ternps, cit.
181
XXIII
Gli argomenti di Zenone d’Elea
Le precedenti considerazioni contengono
implicitamente la soluzione a tutte le difficoltà del genere di quelle che
Zenone d’Elea, tramite i suoi celebri argomenti. opponeva alla possibilità del
moto, almeno in apparenza e a giudicare soltanto dalla forma in cui tali
argomenti sono presentati abitualmente, poiché è possibile dubitare che fosse
questo in fondo il loro vero significato. È poco verosimile, infatti, che
Zenone abbia avuto realmente intenzione di negare il moto; sembra più probabile
che abbia voluto solo provarne l’incompatibilità con la supposizione, ammessa
specialmente dagli atomisti, di una molteplicità reale ed irriducibile
esistente nella natura delle cose. È dunque contro una molteplicità così
concepita che tali argomenti dovettero in realtà essere diretti in origine; non
diciamo contro ogni molteplicità, poiché va da sé che anche la molteplicità
esiste nel proprio ordine, al pari del moto, il quale del resto, come ogni
cambiamento, di qualunque genere sia, la presuppone necessariamente; ma, così
come il moto, in ragione del suo carattere di modificazione transitoria e
momentanea, non può essere sufficiente a se stesso – e non sarebbe che una pura
illusione se non si ricollegasse ad un principio superiore, trascendente
rispetto ad esso, quale il «motore immobile» di
182
Aristotele –, così la molteplicità sarebbe
veramente inesistente se fosse ridotta a se stessa e non procedesse dall’unità,
ciò di cui si ha un’immagine matematica, come abbiamo visto, nella formazione
della serie dei numeri. Inoltre, la supposizione di una molteplicità
irriducibile esclude necessariamente ogni legame reale tra gli elementi delle
cose, e di conseguenza ogni continuità, questa non essendo altro che un caso
particolare o una forma speciale di un tale legame; e l’atomismo appunto, come
abbiamo già detto in precedenza, implica necessariamente la discontinuità di
ogni cosa; è con questa discontinuità, in definitiva, che il moto è realmente
incompatibile, e vedremo che proprio questo mostrano in effetti gli argomenti
di Zenone.
Si fa, ad esempio, un ragionamento come il
seguente: un mobile non potrà mai passare da una posizione ad un’altra, perché
tra queste due posizioni, per quanto vicine, ve ne saranno sempre, si dice,
un’infinità di altre che dovranno essere percorse successivamente nel corso del
moto, cosicché, qualunque sia il tempo impiegato a percorrerle, questa infinità
non potrà mai essere esaurita. Sicuramente non può qui trattarsi, come si dice,
di un’infinità, cosa in realtà priva di senso; è vero nondimeno che si può
considerare, in ogni intervallo, una reale indefinitezza di posizioni del
mobile, indefinitezza non esauribile in effetti nella maniera analitica
consistente nell’occuparle distintamente ad una ad una, al modo in cui si
prenderebbero ad uno ad uno i termini di una serie discontinua. Sennonché, è
proprio questa concezione
183
del moto ad essere erronea, perché equivale
insomma a ritenere il continuo composto di punti, o di ultimi elementi
indivisibili, come nella concezione dei corpi composti di atomi; ciò significa
in realtà che non vi è del continuo, poiché, si tratti di punti o di atomi,
questi ultimi elementi non possono che essere discontinui; d’altra parte, è
vero che senza continuità non vi sarebbe moto possibile, e questo è tutto ciò
che tale argomento prova effettivamente. Lo stesso dicasi per l’argomento della
freccia che vola ed è tuttavia immobile, perché ad ogni istante non la si vede
che in una sola posizione, il che significa supporre che ciascuna posizione
possa essere considerata in se stessa fissa e determinata, cosicché le
posizioni successive formerebbero una sorta di serie discontinua. Occorre
d’altronde osservare che non è vero, in realtà, che un mobile sia mai visto
come se occupasse una posizione fissa, ed anzi, al contrario, quando il moto è
abbastanza rapido, si giunge a non vedere più distintamente il mobile stesso,
ma soltanto una sorta di traccia del suo spostamento continuo: così, ad
esempio, se si fa ruotare rapidamente un tizzone infuocato, non si vede più la
forma del tizzone, ma soltanto un cerchio di fuoco; che si spieghi questo fatto
con la persistenza delle immagini retiniche, come fanno i fisiologi, o in
qualsiasi altro modo poco importa, non essendo meno manifesto che, in simili
casi, si coglie in qualche modo direttamente ed in maniera sensibile la
continuità stessa del moto. Inoltre, quando si dice, nel formulare un tale
argomento, «ad ogni istante», si suppone che il
184
tempo sia formato da una serie di istanti
indivisibili, a ciascuno dei quali corrisponderebbe una posizione determinata
del mobile; ma, in realtà, il continuo temporale non è composto di istanti più
di quanto il continuo spaziale sia composto di punti, e, come abbiamo già
indicato, occorre la riunione o piuttosto la combinazione delle due continuità
del tempo e dello spazio per dar conto della possibilità del moto.
Si dirà ancora che, per percorrere una certa
distanza, occorre percorrerne prima la metà, poi la metà dell’altra metà, poi
la metà di ciò che rimane, e così di seguito indefinitamente1,
cosicché ci si troverà sempre in presenza di un’indefinitezza la quale, intesa
in tal modo, sarà in effetti inesauribile. Un altro argomento pressoché
equivalente è il seguente: se si suppongono due mobili separati da una certa
distanza, uno dei due, per quanto più veloce dell’altro, non potrà mai
raggiungerlo, poiché, quando giungerà al punto in cui si trovava quest’ultimo,
l’altro sarà in una seconda posizione, separata dalla prima da una distanza
minore della distanza iniziale; quando arriverà a questa seconda posizione,
l’altro sarà in una terza, separato dalla seconda da una distanza ancora
minore, e così di seguito indefinitamente, tanto che la distanza tra questi due
mobili, sebbene continuamente decrescente, non diverrà mai nulla. Il difetto
essenziale
1. Ciò corrisponde ai termini successivi della
serie indefinita
, fornita come esempio da Leibnitz in un passaggio da noi
citato sopra.
185
sia di questi argomenti sia del precedente
consiste nella supposizione che, per raggiungere un certo termine, debbano
essere percorsi distintamente e successivamente tutti i gradi intermedi. Ora,
delle due l’una: o il moto in questione è davvero continuo, e allora non può
essere scomposto in tal maniera, non avendo il continuo ultimi elementi; oppure
esso è composto da una successione discontinua di intervalli – o che può per lo
meno essere considerata tale –, ciascuno dei quali ha una grandezza determinata,
come il passo di un uomo in marcia2, e allora la considerazione di
questi intervalli sopprime evidentemente quella di tutte le posizioni
intermedie possibili, le quali non devono essere percorse effettivamente come
altrettante tappe distinte. Inoltre, nel primo caso, che è propriamente quello
di una variazione continua, il termine di tale variazione, supposto fisso per
definizione, non può essere raggiunto nella variazione stessa, ed il fatto di
raggiungerlo effettivamente esige l’introduzione di un’eterogeneità
qualitativa, che costituisce stavolta una vera discontinuità, e si traduce qui
nel passaggio dallo stato di moto allo stato di quiete; questo ci riconduce
alla questione del «passaggio al limite», di cui dobbiamo ancora precisare
compiutamente la vera nozione.
2. In realtà i movimenti di cui si compone la
marcia sono continui quanto ogni altro moto, ma i punti in cui l’uomo tocca il
suolo formano una serie discontinua, in maniera tale che ogni passo segna un
intervallo determinato, cosicché la distanza percorsa può essere scomposta in
tali intervalli, il suolo non essendo d’altronde toccato in alcun punto
intermedio.
186
XXIV
Vera concezione del passaggio al limite
La considerazione del «passaggio al limite» è
necessaria, come abbiamo detto, se non per le applicazioni pratiche del metodo
infinitesimale, almeno per la sua giustificazione teorica, e tale
giustificazione è la sola cosa che qui ci importi, poiché semplici regole
pratiche per il calcolo, efficaci in maniera in qualche modo «empirica» e senza
che si sappia bene per quale ragione, sono evidentemente del tutto prive
d’interesse dal nostro punto di vista. Senza dubbio non si ha alcun bisogno,
per effettuare i calcoli ed anche per condurli a termine, di chiedersi se la
variabile raggiunga il suo limite e come possa raggiungerlo; tuttavia, se essa
non lo raggiunge, tali calcoli non avranno altro valore che quello di semplici
calcoli d’approssimazione. È vero che si tratta in questo caso di
un’approssimazione indefinita, poiché la natura stessa delle quantità
infinitesimali permette di rendere l’errore piccolo quanto si vuole, senza però
che sia possibile per questo sopprimerlo interamente, dato che queste stesse quantità
infinitesimali, nel loro decremento indefinito, non divengono mai nulle. Si
dirà forse che ciò costituisce in pratica l’equivalente di un calcolo del tutto
rigoroso; ma, a parte il fatto che non è di questo che si tratta per noi, tale
approssimazione indefinita può conservare un
187
senso se, nei risultati cui si deve giungere,
non si devono più considerare variabili, ma unicamente quantità fisse e
determinate? In tali condizioni non si può, dal punto di vista dei risultati,
sfuggire a questa alternativa: o il limite non è raggiunto, e allora il calcolo
infinitesimale è soltanto il meno rozzo dei metodi di approssimazione; o il
limite è raggiunto, e allora si ha a che fare con un metodo veramente rigoroso.
Abbiamo visto però che il limite, per definizione, non può mai essere raggiunto
esattamente dalla variabile; come potremo allora affermare che ciononostante
possa essere raggiunto? Può esserlo, per l’appunto, non nel corso del calcolo,
ma nei risultati, dovendo figurare in questi ultimi non più variabili, ma
solamente quantità fisse e determinate come il limite stesso; quindi, è proprio
la distinzione tra quantità variabili e quantità fisse, distinzione d’altronde
propriamente qualitativa, a costituire, come abbiamo già detto, la sola vera
giustificazione del rigore del calcolo infinitesimale.
Così, lo ripetiamo ancora, il limite non può
essere raggiunto nella variazione e come termine di questa; esso non
costituisce l’ultimo valore che deve assumere la variabile, e la concezione di
una variazione continua che raggiunga un «ultimo valore» o un «ultimo stato»
sarebbe incomprensibile e contraddittoria quanto quella di una serie indefinita
che raggiungesse un «ultimo termine», o quella della divisione di un insieme
continuo che raggiungesse «ultimi elementi». Il limite non appartiene dunque
alla serie dei valori successivi della variabile;
188
esso è al di fuori di tale sede, e per questo
abbiamo affermato che il «passaggio al limite» implica essenzialmente una
discontinuità. Se fosse altrimenti saremmo in presenza di un’indefinitezza
esauribile analiticamente, il che non può aver luogo; ma è qui che la
distinzione da noi stabilita al riguardo assume tutta la sua importanza, perché
ci troviamo in uno dei casi in cui si tratta di raggiungere, secondo
l’espressione che abbiamo già impiegato, i limiti di una certa indefinitezza;
non è dunque senza motivo che lo stesso termine «limite» si ritrova, con
un’accezione più speciale, nel caso particolare che stiamo esaminando. Il
limite di una variabile deve veramente limitare, nel senso generale del
termine, l’indefinitezza degli stati o delle modificazioni possibili che la
definizione di detta variabile comporta; proprio per questo occorre
necessariamente che si trovi al di fuori di ciò che esso deve in tal modo
limitare. Non può affatto trattarsi di esaurire tale indefinitezza nel corso
stesso della variazione che la costituisce; si tratta invece, in realtà, di
passare al di là del dominio della variazione, nel quale il limite non si trova
compreso, e questo risultato è ottenuto non analiticamente e per gradi, ma
sinteticamente e d’un sol colpo, in maniera in qualche modo «improvvisa»,
mediante la quale si traduce la discontinuità che si produce allora col
passaggio dalle quantità variabili alle quantità fisse1.
1. Si potrà qui ricordare, a proposito di questo
carattere «improvviso» o «istantaneo» e a titolo di paragone con l’ordine dei
fenomeni naturali, l’esempio della rottura di una corda che
189
Il limite appartiene essenzialmente al dominio
delle quantità fisse: perciò il «passaggio al limite» esige logicamente la
considerazione simultanea, nella quantità, di due modalità differenti e in
qualche modo sovrapposte; esso allora non costituisce altro che il passaggio
alla modalità superiore, nella quale è pienamente realizzato ciò che nella
modalità inferiore esiste solo allo stato di semplice tendenza, vero e proprio
passaggio dalla potenza all’atto, per impiegare la terminologia aristotelica,
il che non ha sicuramente nulla in comune con la semplice «compensazione di
errori» concepita da Carnot. La nozione matematica di limite implica, per
definizione, un carattere di stabilità e di equilibrio, carattere proprio a
qualcosa di permanente e definitivo, non realizzabile evidentemente mediante
quantità considerate, nella loro modalità inferiore, come essenzialmente
variabili; il limite dunque non può mai essere raggiunto gradualmente, ma lo è
immediatamente tramite il passaggio da una modalità all’altra, il che permette
di sopprimere tutti gli stadi intermedi di cui comprende ed avviluppa
sinteticamente tutta l’indefinitezza, e mediante il quale ciò che era e non
poteva essere che una tendenza nelle variabili si afferma e si fissa in un
risultato reale e definito. Diversamente il «passaggio al limite» costituirebbe
un’illogicità pura e semplice, essendo evidente che, finché si rimane nel
dominio delle variabili, non si
abbiamo dato in precedenza: anche tale rottura è il
limite della tensione, ma non è in alcun modo assimilabile ad una tensione di
un qualsiasi grado.
190
può ottenere quella fissità propria del
limite, ove le quantità che erano considerate in precedenza come variabili
hanno appunto perduto tale carattere transitorio e contingente. Lo stato delle
quantità variabili è, infatti, uno stato eminentemente transitorio ed in
qualche modo imperfetto, non costituendo che l’espressione di un «divenire», di
cui abbiamo parimenti ritrovato l’idea alla base della nozione stessa di
indefinitezza, strettamente connessa a tale stato di variazione. Così il
calcolo non può essere perfetto, nel senso di veramente compiuto, se non quando
sia pervenuto a risultati nei quali non vi sia più nulla né di variabile né di
indefinito, ma solamente quantità fisse e definite; e abbiamo già visto come
ciò sia suscettibile di applicarsi, per trasposizione analogica, al di là
dell’ordine quantitativo, il quale non ha più allora che un valore di simbolo,
e finanche in ciò che concerne direttamente la «realizzazione» metafisica
dell’essere.
191
XXV
Conclusione
Non è necessario insistere sull’importanza che
le considerazioni da noi esposte nel corso di questo studio presentano dal
punto di vista propriamente matematico, in quanto apportano la soluzione a
tutte le difficoltà sollevate a proposito del metodo infinitesimale, sia
riguardo al suo vero significato, sia riguardo al suo rigore. La condizione
necessaria e sufficiente affinché tale soluzione possa essere data non è altro
che la stretta applicazione dei veri principi; ma sono appunto i principi che i
matematici moderni, come gli altri scienziati profani, ignorano interamente, e
questa ignoranza è in fondo la sola ragione di tante discussioni che, in tali
condizioni, possono proseguire indefinitamente senza mai giungere ad alcuna
conclusione valida, non facendo al contrario che ingarbugliare ulteriormente le
questioni e moltiplicare le confusioni, come la disputa tra «finitisti» ed
«infinitisti» mostra fin troppo bene; eppure sarebbe stato molto facile tagliar
corto se si fosse saputo porre nettamente, innanzitutto, la vera nozione
dell’infinito metafisico e la distinzione fondamentale tra l’infinito e
l’indefinito. Lo stesso Leibnitz, se ha avuto almeno il merito di abbordare
francamente certe questioni – ciò che quanti sono venuti dopo di lui non hanno
fatto –, ha detto troppo spesso su tale argomento
192
cose ben poco metafisiche, ed anzi talvolta
quasi nettamente antimetafisiche quanto le speculazioni ordinarie della
generalità dei filosofi moderni; è dunque già la medesima mancanza di principi
ad avergli impedito di rispondere ai suoi contraddittori in maniera
soddisfacente e in qualche modo definitiva, aprendo così le porte a tutte le
discussioni ulteriori. Senza dubbio si può dire con Carnot che, «se Leibnitz si
è sbagliato, è unicamente nell’esprimere dubbi sull’esattezza della sua
analisi, ammesso che abbia realmente avuto questi dubbi»1; tuttavia,
anche se in fondo non li aveva, non poteva in ogni caso dimostrare
rigorosamente tale esattezza, poiché la sua concezione della continuità,
sicuramente né metafisica e neppure logica, gli impediva di operare al riguardo
le distinzioni necessarie, e di conseguenza di formulare la nozione precisa di
limite, che, come abbiamo mostrato, è di capitale importanza per il fondamento
del metodo infinitesimale.
Si vede dunque da tutto ciò quale interesse
possa avere la considerazione dei principi, persino per una scienza speciale
intesa in sé, e senza che ci si proponga di andare, appoggiandosi ad essa, più
in là del dominio relativo e contingente cui si applica in maniera immediata;
questo, beninteso, è ciò che disconoscono totalmente i moderni, i quali si
vantano volentieri di avere, con la loro concezione profana della scienza, reso
quest’ultima indipendente
1. Réflexions sur
la Métaphysique du Calcul infinitésimal, cit., p. 33.
193
dente dalla metafisica e persino dalla
teologia2, mentre la verità è che in tal modo non hanno fatto altro
che privarla di ogni valore reale in quanto conoscenza. Inoltre, se si
comprendesse la necessità di ricollegare la scienza ai principi, va da sé che
non vi sarebbe più alcuna ragione di limitarsi ad essa, e si sarebbe del tutto
naturalmente ricondotti alla concezione tradizionale secondo cui una scienza
particolare, quale che sia, vale meno per ciò che costituisce in sé che per la
possibilità di servirsene come di un «supporto» per elevarsi ad una conoscenza
di ordine superiore3. Abbiamo voluto appunto fornire qui, tramite un
esempio caratteristico, un’idea di ciò che sarebbe possibile fare, almeno in
certi casi, per restituire ad una scienza mutilata e deformata dalle concezioni
profane il suo valore e la sua portata reali, sia dal punto di vista della
conoscenza relativa che rappresenta direttamente, sia da quello della
conoscenza superiore cui è suscettibile di condurre per trasposizione
analogica; si è potuto vedere in particolare ciò che è possibile trarre, sotto
quest’ultimo aspetto, da nozioni quali quella di integrazione e di «passaggio
al limite».
2. Ricordiamo di aver visto da qualche parte uno
«scientista» contemporaneo indignarsi che si sia potuto ad esempio, nel
medioevo, trovare il modo di parlare della Trinità a proposito della geometria
del triangolo; d’altronde, egli probabilmente non sospettava che sia ancora
così attualmente nel simbolismo del Compagnonaggio.
3. In proposito si veda ad esempio, sull’aspetto
esoterico ed iniziatico delle «arti liberali» del medioevo, L’ésotérisme de
Dante, Ch. Bosse, Paris, 1925, pp. 10-15; [trad. it.: L’esoterismo di
Dante, Adelphi, Milano, 2001].
194
Occorre d’altronde osservare che la
matematica, più di ogni altra scienza, fornisce così un simbolismo
particolarmente atto all’espressione delle verità metafisiche, nella misura in
cui sono esprimibili, come possono rendersene conto coloro che hanno letto
alcune delle nostre precedenti opere; è per questo che il simbolismo matematico
è di uso così frequente, sia dal punto di vista tradizionale in generale, sia
dal punto di vista iniziatico in particolare4. È chiaro però che,
affinché possa essere così, occorre innanzitutto che tali scienze siano
sbarazzate dagli errori e dalle confusioni molteplici introdotte dalle vedute
false dei moderni, e noi saremmo felici se il presente lavoro potesse almeno
contribuire in qualche modo a questo risultato.
4. Sulle ragioni di questo valore tutto speciale
che possiede in proposito il simbolismo matematico, tanto numerico quanto
geometrico, si potranno vedere in particolare le spiegazioni da noi fornite nel
volume Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, cit.
195
René Guénon
I principi del calcolo infinitesimale
Contrariamente alla tendenza moderna che vuole
che una scienza particolare sia indipendente – ciò che la priva di ogni
solidità e di ogni vera portata intellettuale –, in quest’ultimo libro René
Guénon si è preoccupato innanzitutto di ricollegare il calcolo infinitesimale
ai principi universali. Ne consegue immediatamente la soluzione alle numerose
difficoltà sollevate, sin dalla sua esposizione da parte di Leibnitz, circa il
reale significato ed il rigore del metodo infinitesimale. Al tempo stesso, la corrispondenza
così stabilita tra le realtà matematiche e quelle di un ordine superiore
conferisce alle prime un senso più profondo, grazie al quale esse possono
servire da «supporto» per giungere analogicamente alla conoscenza delle verità
metafisiche.
[«Études
Traditionnelles», n. 251, maggio 1946]
ADELPHI EDIZIONI
TITOLO ORIGINALE:
Les Principes du Calcul infinitésimal
Traduzione di Ezio Miele
© 1946 LIBRAIRIE GALLIMARD PARIS
© 2003 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO
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