La Storia della Massoneria di A. C. Ambesi - Recensione di G. Ponte

Giovanni Ponte, Rivista di studi tradizionali, n. 35, Luglio – Dicembre 1971

 

L’autore di questo libro * avverte, nella sua prefazione, che si tratta di «un volume completo e obiettivo», ed anzi tale «da permettere al lettore di avere un quadro il più ampio e il più completo possibile dei movimenti esoterici, fin dalle origini».

Leggendo il seguito, ci si può accorgere presto di ciò che ha reso possibile un’auto-presentazione così inconsueta. L’autore ha pensato di padroneggiare un argomento di tale difficoltà ed ampiezza soprattutto a motivo delle nozioni apprese dall’opera di René Guénon, alla quale si richiama più volte; e, in effetti, non è la prima volta che un contatto con la potenza intellettuale di quell’opera suscita una rispondenza che viene poi utilizzata per dar forza a sviluppi altrimenti impensabili, peraltro condizionati da un punto di vista ancora troppo discosto dallo spirito tradizionale, a cui sarebbe invece indispensabile riferirsi costantemente per trattare argomenti del genere.

A questo proposito, non basta neppure che certi punti dottrinali importanti siano riferiti correttamente, come talora avviene in questo volume. Essi dovrebbero servire di base per tener assieme ed interpretare una grande quantità di informazioni, molto eterogenee, che spaziano dall’antichità caldaica alla situazione odierna nelle logge massoniche italiane. Ma purtroppo l’autore si è cimentato in un compito che appare attualmente di gran lunga troppo arduo per lui, talché gli equivoci e le contraddizioni, rispetto alla presunta base dottrinale tradizionale di tutta l’esposizione, sono tali da rischiare di produrre non poche confusioni.

In questo quadro, l’inconveniente di gran lunga più innocuo è rappresentato dai vari errori di storia o di terminologia (così, l’Imperatore Carlo V che a pagina 99 protegge un personaggio del XIV secolo; Paracelso che a pagina 114 riceve insegnamenti «dalla bocca» di una alchimista del secolo XII; i Landmarks che a pagina 135 parrebbero essere «nuovi regolamenti» inventati da Desaguliers e Anderson; le Sephirot della tradizione ebraica che diventano «i Sephirot» e poi «i 10 Sephirot»). È senza dubbio peggio allorché l’autore fa delle precisazioni arbitrarie sulle dottrine e scienze tradizionali, come quando assicura che il kali yuga della dottrina indù è iniziato nel 144 dopo Cristo e dovrebbe terminare soltanto verso il 3390, che segnerebbe dunque la fine dell’attuale umanità 1. E ancora peggio è quando egli presenta l’esoterismo tradizionale in modo da darne un’idea inestricabilmente legata a tante manifestazioni periferiche o deviate o estranee e del tutto insignificanti, tanto da rendere poi più difficile, per il lettore sprovveduto, giungere a una concezione corretta, “ripulita” e rivolta veramente all’essenziale (cosa più che mai indispensabile in un mondo sovrabbondante di illusioni e di trabocchetti come il nostro).

Così, ad esempio, c’è da chiedersi perché nel panorama dei «movimenti esoterici» si parli tante volte di magia: la magia dei forgiatori che avrebbe fornito una forma di resistenza dell’esoterismo contro la «Fede cristiana» 2, le «esperienze magiche alessandrine» 3, l’«atto magico di sintonizzazione con i grandi fenomeni di rinnovamento della natura» 4, il «magico soccorso» a Horus nella tradizione egizia 5, il «completo sistema del mondo a base magica» di Cornelio Agrippa che «si direbbe anzi... anticipi il pampsichismo» 6, «l’opera del mago John Dee» 7, posta in relazione con la presenza della «Fratellanza della Rosa-Croce» in Gran Bretagna, dove essa «finì col trasferire larga parte delle sue idealità nella Libera Muratoria».

Sarà bene ricordare, a questo proposito, che l’autentico significato tradizionale di Rosa-Croce 8 si riferisce a una realizzazione iniziatica che corrisponde al Centro dello stato umano, ben al di là della magia e svincolato da qualsiasi “idealità”. Aggiungiamo inoltre che, secondo René Guénon, gli ultimi veri Rosacroce si ritirarono dall’Europa oltre tre secoli or sono 9: ma il nostro autore ci assicura invece che i Rosacroce non solo hanno avuto un’influenza sulla formazione della Massoneria moderna, ma che sarebbe sbagliato pensare che «la saggezza dei discepoli di Rosenkreuz» si sia trasferita solo in parte nella Libera Muratoria, in quanto «noi abbiamo visto (?) che avvenne una identificazione piena e completa» 10 (tra la saggezza dei Rosacroce e quella presente nella Massoneria): con il che molte difficoltà sarebbero certo ben superate! Inoltre, sempre secondo il nostro autore, pure in connessione a un’influenza dei Rosacroce, «nell’arte musicale il filone esoterico si può dire che non si sia mai estinto», fino «ai rosacrociani Satie e Debussy» e al «teosofizzante A. Schönberg, passando attraverso Mendelssohn e Wagner, ambedue affiliati alla Libera Muratoria» 11. Si direbbe dunque basti interessarsi all’utilizzazione di qualche elemento o simbolo che appartenga all’esoterismo per formare un «filone esoterico». E che cosa pensare quando due libri del 1758 e del 1786 (il Dictìonnaire mytho-hermétique e le Fables Egyptiennes et Grecques dévoilées) sono definiti addirittura «indispensabili per quanti intendono incamminarsi sulla via dell’iniziazione» 12?

Assai sintomatici del punto di vista dell’autore sono poi le descrizioni di diversi personaggi. Ad esempio, a proposito di Fabre d’Olivet, l’autore afferma la «validità esoterica» dell’istituzione da lui costruita per «far rivivere la sapienza degli antichi santuari egizi»; tale validità esoterica sarebbe confermata dal «posto di rilievo riservato all’arte musicale, in accordo ai più antichi precetti iniziatici»: e tutto questo nonostante la «compiacenza per le pratiche medianiche» e la «manomissione dei simboli» 13.

Quanto poi alla signora Blavatsky, il «valore da attribuirsi alle sue rivelazioni» sarebbe «incerto»: non è che l’Ambesi sia un fautore della “Società Teosofica”, nei riguardi della quale avanza anzi parecchie riserve; ma ciò non toglie che egli parli di «maestri della Fratellanza bianca incontrati dalla Blavatsky sull’Himalaya» 14; mentre, secondo l’esposizione dell’autore, potrebbe sembrare che «retroscena poco edificanti» del teosofismo «cominciarono» ad apparire solo ai tempi di Annie Besant, dopo la morte della Blavatsky: il che è assolutamente falso, poiché i caratteri tutt’altro che edificanti di suggestione e di ciarlataneria si ritrovano fin dalle origini e dalla stessa “preistoria” della “Società Teosofica” 15. Con tutto ciò, è incontestabile che sia «perfettamente legittimo che dei Liberi Muratori si siano occupati della Società Teosofica»: ma altro è “occuparsene”, altro è il caso citato ad esempio dell’«alto grado della Massoneria di Piazza del Gesù» che ebbe... l’onore di essere «presidente della Società Teosofica (sezione italiana)» 16.

Leggiamo poi che Rudolf Steiner «aveva molte buone ragioni per affrontare il viscido campo dell’occultismo», dovendo «dirigere e coordinare le sue esperienze parapsichiche»: bel modo davvero per essere sicuramente ben diretto! E, benché l’autore non condivida «tutti i punti di vista» dello Steiner, crede di dover attribuire una «pregnanza iniziatica» ai risultati talora ottenuti dalla Società Antroposofica da lui fondata 17, mentre in realtà la Società Antroposofica non ha assolutamente nulla di autenticamente iniziatico.

Venendo a argomenti più propriamente massonici, l’autore dimostra una specie di compiacimento nel parlare di cose che non vediamo perché debbano essere esposte in un libro destinato al pubblico (ad esempio, spiegazioni di particolarità grafiche in uso nell’interno della Massoneria, citazioni di discorsi tenuti in loggia e di temi di studio stabiliti per gli “alti gradi”, illustrazioni, del resto senza possibilità per il lettore di discernere, in tutto ciò, l’accidentale dall’essenziale). Tuttavia viene affermata la validità del segreto nell’iniziazione massonica, peraltro ancora con un’argomentazione grottesca e confusionaria che stranamente fa riferimento al «Bahaismo» 18. Non sappiamo, poi, che cosa intende l’autore definendo la Massoneria «ultima porta iniziatica del mondo moderno» 19, come se non sussistessero oggi altre forme di iniziazione ben più complete, anche se ben più difficilmente accessibili per gli europei. E che dire dell’enormità dell’affermazione secondo cui «in Cina, le pochissime Logge istituite dalle comunità occidentali, andavano raccogliendo l’élite del Paese» 20?! Appare qui evidente la superficialità della concezione che l’autore ha dell’élite, la quale gli permette di parlare della situazione dell’iniziazione in Cina ignorando il Taoismo. D’altra parte, che cosa intende poi parlando, con riferimento alla vita dei Massoni moderni, di «vita esoterica rispettosa delle più antiche Leggi tradizionali» o di «vita che si svolga in modo tradizionale» 21? Proprio non comprendiamo il significato di un simile accenno “en passant”, fatto come se fosse sottintesa la soluzione (invero estremamente ardua!) dell’esigenza di un’adesione vissuta a una Legge tradizionale, per i Massoni d’oggi.

Quanto alla proposta di usare l’ebraico nelle «tornate rituali», in quanto lingua sacra 22, c’è da temere che l’autore si faccia un’idea ben semplicistica (per non dire profanatrice) dell’uso rituale di una lingua sacra, e dell’autorità che dovrebbe essere in grado di stabilirne correttamente le modalità.

* * *

Gli aspetti contrastanti e gli equivoci di questo autore sono messi in maggior evidenza dal fatto che egli esprime anche critiche assai pertinenti a proposito di tante forme di deviazione, di contraffazione e di confusione (in alcune delle quali cade egli stesso), nei riguardi dell’esoterismo autentico. Egli riassume anche, senza deformazioni, vari chiarimenti apparsi nella nostra rivista, in particolare a proposito delle posizioni pseudotradizionali di Evola 23 e di certe critiche peregrine di parte cattolica 24 contro René Guénon e l’esoterismo in generale. Presenta poi la stessa figura di Guénon (benché con varie imprecisioni 25) attribuendogli una grande importanza. Peraltro, egli esprime anche su di lui qualche giudizio negativo, secondario nelle sue intenzioni, ma in realtà assai significativo. René Guénon sarebbe stato troppo severo con l’arte astrattista 26, con la psicanalisi ed anche con la scienza moderna. Il fatto è che anche negli sviluppi scientifici degli ultimi secoli l’autore vede una manifestazione dell’esoterismo, in quanto «le più rivoluzionarie scoperte scientifiche scaturirono da un atteggiamento neoplatonico in senso lato»: «la moderna astronomia, ad esempio, si affermò grazie a uomini... il cui orientamento spirituale fu idealistico o addirittura esoterico (significativo accostamento!) nell’accezione più piena del termine»; e, secondo l’affermazione di uno scienziato atomico, «Newton aveva speciali poteri di profezia e di visione». Tutto ciò, osserva l’Ambesi, mentre sta a indicare che la scienza moderna non è affatto il semplice risultato «Della Dea Ragione», dovrebbe valere «a correzione delle troppo severe prese di posizione dei tradizionalisti di oggi contro la scienza moderna» 27.

Se per tradizionalisti si intendono qui coloro che sono animati da uno spirito tradizionale, dobbiamo rispondere che essi sanno benissimo che dietro allo sviluppo prodigioso riguardante le «scoperte e le invenzioni», in connessione con un mutamento radicale dello stesso ambiente terrestre, sta una potenza che è ben al di là della banalità superficiale del positivismo razionalista o materialista; qualcosa che si avvale di un’“inflazione psichica” animata dai residui di elementi della tradizione e dell’esoterismo, fino a poter far parlare di «poteri di profezia e di visione»: ma non è forse proprio questa una caratteristica della “controiniziazione” destinata, con la sua pseudo-spiritualità, a prendere l’apparente temporaneo sopravvento nel mondo moderno? E, per chi intenda questa situazione di fondo, non è dunque ridicolo che l’autore rimproveri René Guénon di mancare di generosità per non aver «sorretto» e «incanalato» gli psicanalisti, e per non aver costituito «una sorta di fronte comune contro il materialismo» 28?

In realtà, appare qui una delle fondamentali ragioni d’inganno e di deviazione da cui bisognerebbe sapersi guardare, e cioè la confusione tra ciò che è di ordine psichico e ciò che è di ordine spirituale. Da notare che lo stesso Ambesi, a un certo punto, ripetendo Guénon, accenna al pericolo di rimanere «prigionieri della sfera psichica senza accedere all’autentica spiritualità»; «distinzione che a volte non è chiara neppure ai Massoni di orientamento esoterico» 29. Ed egli, per l’appunto, mette in guardia contro varie manifestazioni di influenze psichiche, dalla medianità al «superuomismo». Ma poi, come tanti, evidentemente non è insensibile ad altri contenuti psichici più adatti a far presa su di lui e ad offrirgli soddisfazioni, tanto che egli pare considerarli come il frutto dell’aver reso «operative» le nozioni tratte dalle dottrine tradizionali.

L’equivoco tra contenuti psichici e spiritualità appare anche dalla denominazione ambigua «l’Invisibile», usata talvolta dall’autore con tanto di lettera maiuscola, per designare qualcosa da cui egli assicura di aver ricevuto anche dei suggerimenti giunti subitamente alla sua mente per guidare la stesura del suo libro e poi confermati dalle sue ricerche, si è già visto con quali risultati.

Per una coincidenza, l’Ambesi è anche collaboratore dell’edizione italiana di Planète, e nel corso del suo libro gli capita di citare più di una volta il Pauwels 30 come se fosse una fonte degna di fiducia (ed anzi, ora, anche un elemento attivo per l’espansione della Massoneria 31). E, sotto un certo aspetto, si potrebbe notare che il suo libro è anche un veicolo di un’influenza confusionaria analoga a quella che caratterizzava il famigerato numero di Planète-Plus dedicato a René Guénon 32.

Aggiungiamo però subito che ci sono insieme notevoli differenze. Vi sono pure senza dubbio, nel libro di Ambesi, indicazioni tratte da nozioni tradizionali mosse anche, pensiamo, da lodevoli intenzioni, e non ci sono le falsificazioni più grossolane. È poi positivo il fatto che lo stesso Ambesi non pretenda di conformarsi alle posizioni di Guénon, e questa esplicita differenziazione, quantunque sia fatta talvolta per mostrare di “saperne di più”, dà al lettore qualche possibilità di fare poi le dovute distinzioni, risalendo alle fonti onestamente citate (benché la stessa promiscuità della sua presentazione possa anche compromettere a tal punto le impressioni del lettore da impedirgli di scorgere l’importanza di un più serio approfondimento).

Nello stesso tempo, al di là del caso particolare, questo libro, che la Rivista Massonica ha apprezzato soprattutto per la «profondità della preparazione» e l’eccezionale «abbondante formazione dottrinaria», può essere un indice (anche se non dei peggiori) di quella sapienza apparente non priva di superficialità e di quel discernimento inadeguato (tale da lasciare indifesi di fronte alle influenze più pericolose) che caratterizzano gran parte della multiforme tendenza in cui qualcuno crede di vedere oggi una «Massoneria esoterica» in crescente progresso. In queste condizioni, per chi aspiri veramente a una realizzazione iniziatica, dovrebbe essere chiaro quanto sia preliminarmente importante un rifiuto delle tante occasioni di divagazione e di deviazione, e anzitutto il coraggioso rifiuto di farsi illudere da se stessi, dalla propria anima e dalle proprie parole.

 



* Storia della Massoneria, di Alberto Cesare Ambesi, De Vecchi, Editore, 1971 (164 pagine).

1 Cfr. pag. 75. Proprio nella stessa pagina. l’Ambesi parla di René Guénon come di un «Maestro dell’intellettualità», e certo in casi come questo non sarà facile per i lettori rendersi conto che le affermazioni dell’autore non sono affatto solidali, come qui può sembrare, con l’esposizione fatta da Guénon delle dottrine tradizionali.

2 Cfr. p. 34.

3 Cfr. p. 37.

4 Cfr. p. 42.

5 Cfr. p. 53.

6 Cfr. p. 112: si vedrà in seguito che cosa dice l’autore del pericolo di restare imprigionati nella sfera psichica, in piena contraddizione con qualsiasi valutazione positiva del «pampsichismo».

7 Cfr. p. 123.

8 Cfr. René Guénon, Aperçus sur l’Initiation (Considerazioni sulla via iniziatica), cap. XXXVIII.

9 Cfr. René Guénon. Il Re del Mondo, cap. VIII.

10 Cfr., nel libro di Ambesi, a p. 165. È curioso notare che, in questo caso, a p. 163, lo stesso Ambesi avverte: «noi dissentiamo in parte dalle più ortodosse posizioni guénoniane»; e per l’appunto, letteralmente, che cos’è il dissenso dall’ortodossia se non l’eterodossia?

11 Cfr. p. 36.

12 Cfr. p. 223.

13 Cfr. pp. 218-220.

14 Cfr. p. 183.

15 Vedi la sovrabbondante documentazione in René Guénon, Le Théosophisme, Histoire d’une pseudo-religion, 3a edizione, 1965 (opera del resto ricordata poi dallo stesso Ambesi).

16 Cfr. p. 184 del libro dell’Ambesi.

17 Cfr. pp. 185-189.

18 Come non definire grottesca un’argomentazione che vorrebbe provare la validità del segreto iniziatico massonico con la considerazione che «la maggior parte delle cerimonie è riservata ai fedeli» anche in una pseudotradizione come il Bahaismo? Quest’ultimo, che è un prodotto di suggestioni dotate di una notevole potenza d’illusione, non merita comunque il nome piuttosto contraddittorio di «religione moderna» né l’attribuzione di «spiritualità», contrariamente a quanto pensa il nostro autore.

19 Cfr. p. 257.

20 Cfr. p. 236.

21 Cfr. pp. 252-253.

22 Cfr. pp. 258-259.

23 Cfr. pp. 237-239. A proposito di Evola, osserviamo di sfuggita che chi conosca quale fu il suo comportamento nei riguardi di Arturo Reghini troverà quanto meno eufemistico che si parli di «buoni rapporti» tra i due.

24 Cfr. pp. 257-258.

25 In particolare, il nome arabo di René Guénon è Abdel-Wahed Yahyâ (Giovanni), e non Yahiz; il suo viaggio al Cairo non aveva certo per oggetto, come potrebbe sembrare dal testo, ricerche sugli antichi egizi od altre forme tradizionali del passato («antiche iniziazioni»); né ha senso dire che egli divenne «membro di una Tasawwuf», termine che designa in arabo l’iniziazione in generale. Soprattutto, non è ammissibile che si parli di Guénon come di un «convertito» all’Islàm, dopo i nettissimi chiarimenti dati da lui o questo riguardo nell’articolo A proposito di conversioni (capitolo XII di Iniziazione e Realizzazione spirituale), al quale rimandiamo i nostri lettori.

26 Cfr. p. 246.

27 Cfr. pp. 126-128.

28 Cfr. pp. 244-246. A proposito di psicanalisi, consiglieremmo l’autore di rileggere quanto scrisse René Guénon in Il regno della quantità e i segni dei tempi e nell’articolo La Tradizione e l’inconscio, pubblicato nel N. 26-27 di questa rivista, ed anche di leggere lo studio di Andre Préau, La Fleur d’Or et le Taoïsme sans Tao, in Le Voile d’Isis (1931). Si dovrebbe capire che le teorie di Jung sono assai più insidiose di quelle di Freud; e ad esempio, se ci si vuoi riferire a Psicologia e Alchimia (citato da Ambesi), come non trovare mostruosa la continua confusione tra il dominio dell’intellettualità tradizionale da cui derivano i simboli alchemici, e un inconscio collettivo in cui quei simboli si ritrovano riflessi in un modo disordinato, mostrante spesso il sinistro marchio del grottesco? Che cosa pensare della conclusione di Jung secondo cui «il processo alchimistico era in sé un’indagine chimica nella quale, per via della proiezione (psicologica), si mescolava materiale psichico inconscio», mentre con l’epoca moderna «Faust trasporta la coniunctio dalla proiezione... nella coscienza»? Si tratterebbe di un «passo decisivo» che «significa nientemeno che la risoluzione dell’enigma alchimistico, e quindi la liberazione di una parte della personalità che era rimasta inconscia», ma lo stesso Jung deve riconoscere poi il carattere squilibrante o addirittura catastrofico di questa pretesa risoluzione. No, la risoluzione dell’«enigma alchimistico» è ben altra cosa, e sta nella sua fonte tradizionale fatta precisamente di Conoscenza, e non di «inconscio»; ma, se l’alchimia quale via iniziatica non è più accessibile, è ad altre vie e insegnamenti tradizionali viventi che occorrerà rivolgersi. Con questo non neghiamo affatto che anche il contatto con un’opera come quella di Jung possa essere l’occasione per rompere determinate chiusure mentali e per prendere poi coscienza di esigenze di un ordine superiore; ma appunto per essere «incanalati» verso la loro realizzazione (per riprendere un’espressione del nostro autore) bisogna sapersi svincolare dall’occasione psicanalitica, analogamente a quanto varrebbe per altri accidentali punti di partenza profani che possono aver segnato le tappe della “preistoria” di un aspirante all’iniziazione.

29 Cfr. p. 249.

30 Cfr. pp. 147, 156, 230, dove Il Mattino dei Maghi (a proposito del nazismo) viene definito «sempre illuminante». Notiamo di sfuggita, benché ciò abbia un’importanza molto secondaria, che non è vero che i bracci della svastica (o piuttosto dello svastica) siano stati invertiti nello stemma nazista rispetto al simbolo tradizionale, che esiste con ambedue le direzioni dei bracci stessi.

31 A questo proposito, l’Ambesi fa riferimento all’ammissione piuttosto recente del Pauwels in un’Obbedienza massonica francese (p. 156), che del resto, a quanto ci risulta, seguì all’insuccesso del suo tentativo di entrare in un’altra Obbedienza.

32 Cfr. l’articolo di Giorgio Manara, Sempre più confusione: Planète-Plus e i pretesi discepoli di René Guénon, nel N. 33 di questa rivista.


Commenti

Post popolari in questo blog

Omnia munda mundis

Articoli - Albano Martín De La Scala

L’invocazione del nome divino in Massoneria