Chi è Abramo?
Il nome Abramo significa “Padre di molti” egli è quindi il Patriarca per eccellenza[1].
«Non ti chiamerai più Abram ma ti chiamerai Abraham perché padre di una
moltitudine di popoli ti renderò»[2].
La sua storia è
caratterizzata dalla rinuncia a qualunque attaccamento per seguire con amore
tutti gli ordini che riceve da Dio. Abramo abbandona i suoi beni, la sua casa,
la sua patria, la sua famiglia, il suo popolo, il suo primogenito e sua madre,
lasciandoli soli nel deserto, ed è pronto ad immolare il suo proprio figlio.
Questo recidere gli attaccamenti che
legano al mondo di quaggiù è simbolicamente rappresentato dal rito della
circoncisione, istituito da Dio proprio tramite Abramo e trasmesso a tutta la sua
discendenza di sesso maschile.
«Questa è la mia alleanza che dovete osservare, alleanza tra me e voi e
la tua discendenza dopo di te: sia circonciso tra di voi ogni maschio. Vi
lascerete circoncidere la carne del vostro membro e ciò sarà il segno
dell’alleanza tra me e voi»[3].
È da questo distacco che
nasce il vero monoteismo e l’alleanza con Dio, che in cambio colma di doni lui
e la sua discendenza, come appare da questi versetti:
«Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra,
perché tu hai obbedito alla mia voce»[4].
«Renderò la tua discendenza numerosa come le stelle del cielo e
concederò alla tua discendenza tutti questi territori: tutte le nazioni della
terra saranno benedette per la tua discendenza»[5].
«La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a
occidente e ad oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E saranno benedette per
te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra»[6].
Da notare che Abramo ebbe numerosi figli:
il primo, Ismaele, figlio di Agar diede origine direttamente alle 12 tribù da
cui discende il popolo ismaelita[7], Isacco,
figlio di Sara, ebbe due figli Esaù e Giacobbe e quest’ultimo diede origine
alle 12 tribù d’Israele. Dopo la morte di Sara, Abramo si sposò con Ketura che
generò altri sei figli dai quali sarebbero nate le tribù arabe meridionali e
orientali.
Nel Corano è ribadita la totale
sottomissione di Abramo a Dio: «Chi mai
può scegliere una vita tradizionale (dîn) migliore di questa: sottomettere il
proprio volto a Dio facendo del bene ai propri simili (muhsin), e seguire la comunità di Abramo da monoteisti (hanîfan)? Dio si è scelto Abramo come amico intimo (Khalîl[8])»[9].
Egli è colui che rifiuta il politeismo dei
suoi padri e per questo abbandona la sua terra natale. Ecco come la sura dei
Profeti racconta la frattura tra Abramo e il suo popolo:
«Ricorda
quando egli disse a suo padre e al suo popolo: “Che cosa sono questi simulacri
ai quali siete devoti?”. Risposero: “Abbiamo trovato che anche i nostri padri
li adoravano”. “Ebbene – disse – voi e i vostri padri siete in manifesto
errore”.
Chiesero:
“Ci porti la verità o stai scherzando?”. Al contrario – rispose – il vostro
Signore è il Signore dei cieli e della terra, che Egli creò, e di questo io vi
porto testimonianza”. “Giuro per Dio che tramerò un’insidia contro i vostri
idoli quando ve ne sarete andati, quando avrete voltato le spalle”. E li
ridusse tutti in pezzi tranne il più grande perché poi, magari, lo accusassero.
“Chi ha fatto questo ai nostri dèi? – dissero. – È uno dei colpevoli”. Alcuni
risposero: “Abbiamo udito un giovane parlare male di loro; si chiama Abramo”.
Gridarono: “Portatelo qui, sotto gli occhi degli uomini, perché possano
testimoniare contro di lui”. Chiesero: “Sei stato tu, Abramo, che hai fatto
questo ai nostri dèi?”. Rispose: “No, è stato il più grande di loro.
Interrogate questi idoli, se possono parlare”. Allora tornarono in sé ed
esclamarono: “I colpevoli siete voi”. Ma poi ricaddero nell’antico errore e gli dissero:
“Sai bene che non parlano”. Allora Abramo disse: “Adorate chi non sa
giovarvi né recarvi danno, anziché Dio? Vergogna a voi e a quelli che adorate
anziché Dio. Non capite?”. Gridarono: “Bruciatelo, e soccorrete i vostri dèi,
se volete fare qualcosa”. Ma Noi dicemmo: “Fuoco, sii fresco e dolce per
Abramo”.
Volevano
fargli del male ma Noi li rendemmo i massimi perdenti, e salvammo lui e Lot
nella terra benedetta da Noi per i mondi; gli abbiamo donato Isacco e Giacobbe
e di tutti facemmo dei buoni, delle guide che indicassero agli uomini il Nostro
ordine. Abbiamo rivelato loro le buone azioni da fare, la preghiera da compiere
e l’elemosina da dispensare; essi adoravano soltanto Noi»[10].
Abramo, in quanto hanîf, è il vero
monoteista, il prototipo o l’archetipo del puro credente e come tale non
appartiene alle forme tradizionali che sono venute dopo di lui ma ne è
piuttosto l’origine comune.
«Alza
il viso alla vita tradizionale (dîn), da monoteista (hanîf), secondo la Natura Prima (fitra) che Dio ha dato agli uomini. Non c’è
cambiamento nella creazione di Dio, la vita tradizionale retta è quella, ma la
gran parte degli uomini non sa nulla»[11].
Abramo è passato alla storia anche come
costruttore, egli, infatti, è chiamato da Dio alla ricostruzione della Kaaba,
opera che compie assistito dal suo primogenito Ismaele. Abramo ignorava la
maniera con cui gli edifici dovevano essere costruiti e le loro dimensioni, fu
quindi istruito in tal senso da Dio e trasmise l’arte di tagliare e squadrare
le pietre – cosa che gli arabi facevano utilizzando strumenti di metallo, a differenza di quanto facevano gli ebrei
–, e di edificare a suo
figlio che gli faceva da apprendista. Il nome di quest’ultimo in ebraico
significa “Dio ascolta” (yishma e El)[12], mentre
in arabo è l’unione del termine Ism,
che significa “nome” e ‘îl, probabile corruzione del Nome divino El o Il,
oppure Al. Egli è quindi per
eccellenza colui che possiede e invoca il nome Il che curiosamente, sia in arabo ( ﻝ ﺍ ) sia in italiano (IL), può essere rappresentato da una regola e da una
squadra. Quanto precede può
indurre a pensare che qui possa forse essere nascosta una delle origini
dell’arte dei costruttori, giunta poi in occidente tramite le gilde islamiche;
questa ipotesi troverebbe conferma nel fatto che in arabo la parola “muratore”
si traduce con il termine maysun (مَيْسُون).
Non appare quindi priva di fondamento
la supposizione secondo la quale il nome El
non sia esclusivo del mondo ebraico e sia potuto giungere in Europa attraverso
le gilde di costruttori.
Presentiamo ora un estratto dell’opera dello
storico arabo Tabarî[13] nel quale è descritta la costruzione
della Kaaba a opera di Abramo e Ismaele.
«Ora Dio fece partire Abramo, dicendo: Vai,
recati alla Mecca da Ismaele, riunite i vostri sforzi ed erigete il tempio
della Mecca. Dio ha detto: «Ricorda quando demmo per abitazione
ad Abramo il luogo della Kaaba, ecc.»[14]. Queste parole significano: Ho fatto conoscere ad
Abramo l’ubicazione della
casa visitata. Dio ha parlato così, perché, in origine, quando la casa visitata
fu portata sulla terra e fu posta nel luogo occupato dal tempio della Mecca,
Adamo partiva ogni anno dalla montagna di Serândîb, si recava alla casa
visitata e ne faceva il giro in processione. Adamo continuò a visitare quel
luogo per tutta la sua vita. Più tardi, al tempo di Noè, quando sopraggiunse il
diluvio, la casa visitata fu portata in cielo, e il luogo che aveva occupato
era vuoto quando Dio disse ad Abramo: Parti, vai alla Mecca e costruisci una
casa sul luogo dove era la casa visitata, affinché tu abbia la gloria di aver
costruito questa casa, come hai la gloria di aver fatto molte altre cose.
Ora Ismaele era cresciuto, si era sposato e aveva
avuto dei figli. Ogni anno
Abramo partiva per andare a trovare Ismaele e rendergli visita. L’anno in cui
accaddero gli avvenimenti che riportiamo, Abramo andò a trovare Ismaele. Lo
trovò su una montagna, intento a tagliare delle frecce per la caccia, e gli
disse: Figlio mio, Dio mi ha ordinato di edificare una casa insieme a te.
Ismaele rispose: Sono pronto a obbedire, padre mio. Allora entrambi si
apprestarono a costruire questa casa; ma Abramo ignorava la maniera con cui gli
edifici dovevano essere costruiti e le loro dimensioni. Dio inviò una nuvola
della grandezza della Kaaba, affinché l’edificio fosse costruito nello spazio
coperto dall’ombra di quella nuvola, e fosse della grandezza di quella stessa
ombra. Alcuni dicono che un serpente venne e fece conoscere le proporzioni che doveva avere questa casa. Dopo di ciò, Abramo e
Ismaele iniziarono a scavare
le fosse per le fondamenta; diedero loro la profondità della statura di un uomo. Elevarono poi le fondamenta
sino al livello del suolo.
Dopo di che, tagliarono delle pietre dalle montagne vicine per costruire i
muri dell’edificio. Dio ha detto: «Quando Abramo e Ismaele stavano elevando
le fondamenta della casa, dicevano: Signore, accetta da noi questa casa,
giacché Tu sei colui che ascolta e che conosce. Signore, fai anche che noi ti
siamo consacrati, ecc.»[15].
Abramo si mise poi a costruire e Ismaele
gli dava le pietre; Ismaele faceva da manovale e Abramo da muratore.
Ora, quando il muro fu a una certa
altezza, Abramo mise una pietra sotto
i suoi piedi, per raggiungerne la parte superiore. Abramo premette con forza su questa pietra, e la forma
del suo piede vi rimase impressa. La pietra di cui parliamo è quella che oggi
si chiama Makam-Ibrahîm.
Quando ebbero terminato la Kaaba, dissero:
“Signore, ricevi da noi questa casa”».
Bruno Montolio
[1] Anche Dante nella Divina Commedia lo definisce “Abraàm patriarca”,
dove Virgilio spiega come l’anima di Abramo sia stata liberata dal Limbo e resa
beata in Paradiso dal passaggio di Cristo nel tempo intercorso fra la morte e
la resurrezione (Inferno, IV, 56).
[2] Genesi, 17, 5.
[3] Genesi, 17, 10-11.
[4] Genesi, 22, 18.
[5] Genesi, 26, 4.
[6] Genesi, 28, 14.
[7] Cf. Genesi,
25, 13-16.
[8] Il termine Khalîl contiene
il senso di interpenetrare, impregnare; l’amico intimo di Dio è quindi colui che è impregnato delle Sue Qualità. Cf. Ibn ‘Arabî, Le Livre des Chatons des Sagesses, Al-Bouraq, Beyrouth, 1998, Tomo I, cap. 5.
[9] Corano, 4, 125.
[10] Corano, 21, 52-74.
[11] Corano, 30, 30.
[12] In ricordo dell’accoglimento da parte di Dio della richiesta di Abramo
di avere una discendenza.
[13] Tabarî, La Chronique, Hisoire des prophètes et des rois,
Sindibad, Arles, 2001, Vol. I.
[14] Corano, 22, 26.
[15] Corano, 2, 127 e segg.
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