1 - INTRODUZIONE GENERALE ALLO STUDIO DELLE DOTTRINE INDÙ - René Guénon
René Guénon
Introduzione generale
allo studio delle dottrine indù
Premessa
Molte sono le difficoltà che in Occidente si
oppongono a uno studio serio e approfondito delle dottrine orientali in genere,
e in particolare delle dottrine indù; e gli ostacoli maggiori non sono forse
quelli ascrivibili agli stessi orientali. Infatti uno studio di questo genere
richiede evidentemente, come prima e più essenziale condizione, che si possegga
la mentalità adatta per comprendere, veramente e profondamente, le dottrine in
questione; ora, questa è un’attitudine che, escluse rarissime eccezioni, fa
totalmente difetto agli occidentali. In sé necessaria, tale condizione potrebbe
d’altra parte essere considerata sufficiente, perché, quando venga soddisfatta,
gli orientali non provano la minima riluttanza a comunicare il loro pensiero
nel modo più completo possibile.
Se dunque non esiste altro ostacolo reale
oltre quello indicato, come si spiega il fatto che gli «orientalisti», vale a
dire gli occidentali che si occupano delle cose d’Oriente, non l’abbiano mai
superato? E non corriamo il rischio di essere accusati di esagerazione
affermando che in effetti non lo hanno mai superato; basta constatare come essi
non siano mai riusciti a produrre altro che semplici lavori di erudizione,
pregevoli forse da un punto di vista specifico, ma privi di ogni interesse per
la comprensione della sia pur minima idea vera. Il fatto è che non basta
conoscere grammaticalmente una lingua, né essere capaci di tradurre parola per
parola, anche correttamente, per penetrare lo spirito di una lingua e
assimilare il pensiero di coloro che la parlano e la scrivono. Si potrebbe anzi
andare oltre e dire che quanto più una traduzione è scrupolosamente letterale,
tanto più rischia di essere in realtà inesatta e di deformare il pensiero,
giacché non esiste, fra i termini di due lingue diverse, vera equivalenza,
soprattutto se le due lingue sono molto lontane l’una dall’altra non soltanto
filologicamente, ma anche per la diversità delle concezioni dei popoli che se
ne servono; ed è proprio questo elemento che nessuna erudizione permetterà mai
di penetrare. Occorre, a questo fine, ben altro che una vana «critica testuale»
che si dilunga all’infinito
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Premessa
su questioni di dettaglio, o metodi da
grammatici e «letterati», o quel sedicente «metodo storico» che viene applicato
a tutto indistintamente. È fuori di dubbio che dizionari e compilazioni hanno
una loro utilità relativa, che nessuno pensa a contestare, e nemmeno si può
dire che tutto questo lavoro sia completamente inutile, soprattutto se si tiene
conto che coloro che lo forniscono sarebbero per lo più incapaci di produrre
altro; ma purtroppo, non appena l’erudizione diventa una «specializzazione», si
tende a considerarla fine a se stessa, invece che un semplice strumento, come
normalmente dovrebbe essere. Questo sconfinamento dell’erudizione e dei suoi
metodi particolari costituisce il vero pericolo, perché rischia di assorbire
coloro che forse potrebbero dedicarsi a un altro genere di lavori, e perché
l’abitudine a questi metodi rimpicciolisce l’orizzonte intellettuale di coloro
che vi si sottopongono, imponendo un’irrimediabile deformazione.
Ma ancora non è tutto e nemmeno abbiamo
considerato l’aspetto più grave del problema: i lavori di pura erudizione sono
certamente, nella produzione degli orientalisti, la parte più ingombrante, ma
non la più nefasta; e dicendo che non contengono niente oltre a questo,
intendiamo niente che abbia un qualche valore, sia pure di portata limitata.
Certuni, particolarmente in Germania, hanno voluto spingersi oltre, e, sempre
valendosi degli stessi metodi, che in questo campo non possono più dare
risultato alcuno, fare opera di interpretazione, aggiungendoci per di più tutto
l’insieme d’idee preconcette che forma la loro mentalità propria, e col
manifesto intento di far rientrare negli schemi abituali del pensiero europeo
le concezioni con le quali venivano a contatto. Insomma l’errore capitale di
questi orientalisti, prescindendo dalla questione di metodo, è di vedere tutto
nella prospettiva occidentale e attraverso la propria mentalità, mentre la
prima condizione per poter interpretare correttamente qualsiasi dottrina è,
naturalmente, di fare uno sforzo per assimilarla e porsi, nei limiti del
possibile, nella prospettiva di coloro che l’hanno concepita. Diciamo nei
limiti del possibile perché, se non tutti possono riuscirci in modo uguale,
tutti possono per lo meno tentare; ora, lungi da ciò, l’esclusivismo degli
orientalisti di cui stiamo parlando e il loro schematismo sono invece tali da
spingerli, per un’incredibile aberrazione, a ritenersi capaci di comprendere
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Premessa
le dottrine orientali meglio degli orientali
stessi; pretesa che in fondo sarebbe soltanto ridicola se non si accompagnasse
a una ben ferma volontà di «monopolizzare» in qualche modo questo genere di
studi. E di fatto in Europa, tranne questi «specialisti», se ne occupa quasi
solo una certa categoria di sognatori stravaganti e di intrepidi ciarlatani che
potremmo considerare un’entità trascurabile, se non esercitassero a loro volta
un’influenza deplorevole sotto diversi aspetti, come del resto spiegheremo a
suo luogo in modo più preciso.
Per tenerci qui a quel che riguarda gli
orientalisti che possiamo dire «ufficiali», segnaleremo ancora, a titolo di
osservazione preliminare, un abuso a cui dà luogo più frequentemente l’impiego
del «metodo storico», al quale abbiamo già accennato: è l’errore che consiste
nello studiare le civiltà orientali come fossero civiltà scomparse da molto
tempo. In quest’ultimo caso è evidente che in mancanza di meglio ci si deve per
forza accontentare di ricostruzioni approssimative, senza mai essere sicuri di una
perfetta concordanza con quanto è realmente esistito in passato, non essendoci
modo di procedere a verifiche dirette. Ma si dimentica che le civiltà
orientali, almeno quelle che ci interessano attualmente, si sono perpetuate
fino a noi senza interruzione e hanno ancora dei rappresentanti autorizzati, il
cui parere vale, per comprenderle, ben più di ogni possibile erudizione;
sennonché, perché si pensi a consultarli, non bisognerebbe partire dal
singolare principio che ci si orienta meglio di loro sul vero senso delle loro
stesse concezioni.
D’altronde bisogna anche dire che gli
orientali, i quali hanno, e a ragion veduta, un’opinione nient’affatto alta
dell’intellettualità europea, si preoccupano ben poco di quel che gli
occidentali possono, in modo generale, pensare o non pensare di loro; e neppure
cercano di farli ricredere, anzi, attenendosi a una cortesia un po’ sdegnosa,
si chiudono in un silenzio che la vanità occidentale scambia facilmente per
approvazione. Il fatto è che il «proselitismo» è totalmente sconosciuto in
Oriente, dove sarebbe d’altronde senza scopo e verrebbe considerato una pura e
semplice prova di ignoranza e incomprensione; quanto diremo più oltre varrà a
mostrarne le ragioni. Le eccezioni a questo silenzio, che viene da taluno
rimproverato agli orientali e che pure è così legittimo, non possono essere che
rare, a favore di qualche individuo isolato che presenti le qualifiche
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Premessa
richieste e le attitudini intellettuali
necessarie. Quanto a coloro che escono dal riserbo, fuori di questo caso ben
preciso, se ne può dire una sola cosa: in generale rappresentano elementi di
scarso interesse, e per una ragione o per l’altra espongono quasi solo dottrine
deformate, col pretesto di adattarle all’Occidente; anche di questi avremo
occasione di dire qualche parola. Quel che per il momento vogliamo far
comprendere, e che già all’inizio abbiamo indicato, è che la mentalità
occidentale è la sola responsabile di questa situazione che rende assai
difficile anche il compito di chi, trovatosi in condizioni eccezionali ed
essendo riuscito ad assimilare certe idee, voglia esprimerle nel modo più
intelligibile, senza con ciò deformarle: egli deve limitarsi a esporre quanto
ha compreso, nella misura in cui ciò può esser fatto, astenendosi accuratamente
da ogni intento di «volgarizzazione» e senza la minima velleità di convincere
chicchessia.
Ci pare di avere detto abbastanza per definire
nettamente le nostre intenzioni: noi non vogliamo fare qui opera di erudizione,
e il punto di vista da cui intendiamo porci è molto più profondo. Siccome la
verità non è per noi un fatto storico, ci importerebbe in fondo poco
determinare esattamente la provenienza di questa o quell’idea, la quale in
definitiva ci interessa solo perché, avendola compresa, la sappiamo vera; ma
certe indicazioni sul pensiero orientale possono offrire materia di riflessione
a qualcuno, e questo semplice risultato avrebbe di per sé un’importanza
insospettata. Del resto, anche se questo scopo non potesse essere raggiunto, ci
sarebbe ancora una ragione valida per intraprendere uno studio di questo
genere: significherebbe riconoscere in qualche modo tutto quanto dobbiamo
intellettualmente agli orientali, e di cui gli occidentali non ci hanno mai
offerto il minimo equivalente, anche parziale o incompleto.
Per cominciare, indicheremo dunque il più
chiaramente possibile, e dopo qualche considerazione preliminare
indispensabile, le differenze essenziali e fondamentali che esistono fra i modi
generali del pensiero orientale e quelli del pensiero occidentale. Insisteremo
poi più specificamente sulle dottrine indù, in quanto presentano
caratteristiche particolari che le distinguono dalle altre dottrine orientali,
benché tutte possiedano caratteristiche comuni sufficienti a giustificare,
nell’insieme,
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Premessa
l’opposizione generale di Oriente e Occidente.
Infine, a proposito di queste dottrine indù, segnaleremo l’insufficienza delle
interpretazioni che hanno corso in Occidente; dovremmo anzi, per talune di
esse, parlare di vera e propria assurdità. A conclusione di questo studio
indicheremo, con tutte le cautele necessarie, le condizioni per un
avvicinamento intellettuale tra l’Oriente e l’Occidente, condizioni che, come
facilmente si può prevedere, sono ben lungi dall’essere attualmente soddisfatte
da parte occidentale; è quindi solo una possibilità quella che vogliamo
indicare, senza crederla in alcun modo suscettibile di realizzazione immediata
o anche semplicemente prossima.
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I. Considerazioni preliminari
1. Oriente e Occidente
Nello studio che intraprendiamo il nostro
primo compito è di determinare la natura esatta dell’opposizione esistente tra
l’Oriente e l’Occidente, e quindi dobbiamo innanzitutto precisare il
significato che intendiamo attribuire ai due termini di questa opposizione.
Potremmo dire, in prima approssimazione, forse un po’ sommaria, che per noi
l’Oriente è essenzialmente l’Asia e l’Occidente è essenzialmente l’Europa; ma
anche questo richiede un certo numero di chiarimenti.
Quando ad esempio parliamo della mentalità
occidentale o europea, usando indifferentemente l’una o l’altra delle due
parole, intendiamo la mentalità propria della razza europea considerata nel suo
insieme. Chiameremo dunque europeo tutto ciò che si riferisce a questa razza, e
applicheremo tale comune denominazione a tutti gli individui che da essa hanno
avuto origine, in qualsiasi parte del mondo si possano trovare; di conseguenza
gli Americani e gli Australiani, per fare un esempio, saranno per noi degli europei,
esattamente come gli uomini della stessa razza che abbiano continuato ad
abitare l’Europa. È evidente infatti che la semplice circostanza di essersi
trasferiti in un’altra regione, o anche di esservi nati, non può da sola
modificare la razza, né di conseguenza la mentalità che è ad essa inerente, e
anche se il cambiamento di ambiente è in grado di determinare prima o poi delle
modificazioni, esse non saranno mai così fondamentali da far variare i
caratteri veramente essenziali della razza; anzi, faranno a volte emergere più
nettamente qualcuno di essi. Così si può facilmente constatare come presso gli
Americani abbiano avuto uno sviluppo estremo alcune tendenze che sono
costitutive della mentalità europea moderna.
Tuttavia qui si pone un problema che non
possiamo esimerci dall’indicare brevemente: abbiamo parlato della razza europea
e della sua mentalità propria; ma esiste veramente una razza europea? Se con
ciò si intende una razza primitiva, che ha un’unità originaria e una perfetta
omogeneità, è necessario rispondere negativamente, nessuno infatti può
contestare che
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Considerazioni preliminari
la popolazione attuale dell’Europa si è venuta
formando da una mescolanza di elementi appartenenti a razze molto diverse, e
che esistono differenze etniche abbastanza accentuate, non soltanto tra un
paese e l’altro, ma addirittura all’interno di ciascun gruppo nazionale. Non è
meno vero, tuttavia, che i popoli europei presentano abbastanza caratteri
comuni da potersi distinguere nettamente da tutti gli altri; la loro unità, pur
essendo piuttosto acquisita che primitiva, è sufficiente perché si possa parlare,
come noi facciamo, di una razza europea. Soltanto che questa razza è
naturalmente meno fissa e meno stabile di una razza pura; gli elementi europei,
mescolandosi ad altre razze, saranno più facilmente assorbiti, e i loro
caratteri etnici scompariranno rapidamente; ma questo vale nel caso in cui ci
sia mescolanza, mentre quando c’è soltanto accostamento accade che i caratteri
mentali, i quali ci interessano qui e più di tutti gli altri, spicchino in
qualche modo con risalto maggiore. D’altra parte è proprio grazie a questi
caratteri che l’unità europea è più netta: quali che siano state le differenze
originarie su questo come su altri aspetti, a poco a poco si è venuta formando,
nel corso della storia, una mentalità comune a tutti i popoli d’Europa. Non che
non esista una mentalità peculiare a ciascuno di essi; ma le particolarità che
li distinguono sono solo secondarie rispetto a un fondo comune a cui esse
sembrano sovrapporsi: sono in definitiva come specie diverse di un medesimo
genere. Nessuno, neanche tra quanti dubitano che si possa parlare di razza
europea, esiterà ad ammettere l’esistenza di una civiltà europea; e una civiltà
non è altro che il prodotto e l’espressione di una certa mentalità.
Non tenteremo di precisare subito i tratti
distintivi della mentalità europea, poiché emergeranno con sufficiente nettezza
dal seguito di questo studio; accenneremo solamente al fatto che diverse
influenze hanno contribuito alla sua formazione: quella che ha avuto un ruolo
preponderante è incontestabilmente l’influenza greca o, se si vuole,
greco-romana. Dai punti di vista filosofico e scientifico l’influenza greca è
stata pressoché esclusiva, nonostante la presenza di certe tendenze specifiche
propriamente moderne, di cui parleremo più oltre. Quanto all’influsso romano,
esso è più sociale che intellettuale, e si afferma soprattutto nelle concezioni
dello Stato, del
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Oriente e Occidente
diritto e delle istituzioni: d’altra parte,
intellettualmente, i Romani avevano desunto quasi tutto dai Greci, sicché, per
loro tramite, è unicamente l’influsso di questi ultimi che si esercitò, benché
indirettamente. Un’altra influenza, la cui importanza è pure da segnalare
specialmente dal punto di vista religioso, è quella ebraica, che d’altronde
ritroveremo anche in una certa parte dell’Oriente; benché si tratti di un
elemento extraeuropeo nella sua origine, essa entra in parte nella costituzione
dell’attuale mentalità occidentale.
Se prendiamo ora in considerazione l’Oriente,
vediamo come non sia possibile parlare di una razza orientale o di una razza
asiatica, pur con tutte le restrizioni che abbiamo introdotte trattando di una
razza europea. Si tratta in questo caso di un insieme ben più esteso, che
comprende popolazioni assai più numerose e con differenze etniche assai più
grandi; in questo insieme si possono distinguere diverse razze più o meno pure,
ma che presentano caratteristiche nettissime, e delle quali ognuna possiede una
civiltà propria, molto diversa dalle altre; non esiste una civiltà orientale
come ne esiste una occidentale: vi sono in realtà diverse civiltà orientali.
Dovremo, quindi, dire cose specifiche per ognuna di queste civiltà e in seguito
indicheremo quali sono le grandi divisioni generali che a questo riguardo si
possono stabilire; ma, nonostante tutto, in esse si potranno trovare, sempre
che ci si attenga più al contenuto che alla forma, un numero sufficiente di
elementi, o meglio di principi comuni, perché sia possibile parlare di una
mentalità orientale, in opposizione alla mentalità occidentale.
Quando diciamo che ognuna delle razze
dell’Oriente ha una civiltà propria, ciò non è del tutto esatto; a rigore, lo è
solo per la razza cinese, la cui civiltà ha precisamente la sua base essenziale
nell’unità etnica. Quanto alle altre civiltà asiatiche, i principi di unità sui
quali esse riposano sono di natura completamente diversa, come spiegheremo poi,
ed è questo che permette loro di abbracciare in tale unità elementi
appartenenti a razze profondamente diverse. Diciamo civiltà asiatiche perché
quelle a cui intendiamo riferirci lo sono tutte per origine anche quando si
sono estese ad altre contrade, come ha fatto soprattutto la civiltà musulmana.
Del resto è ovvio che, a parte gli elementi musulmani, noi non consideriamo
orientali i popoli che abitano l’Est europeo e anche certe regioni vicine
all’Europa:
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Considerazioni preliminari
un orientale non è da confondere con un
levantino, il quale è anzi l’opposto, e, per lo meno quanto a mentalità,
possiede i caratteri essenziali di un vero occidentale.
A prima vista non si può che restare stupiti
davanti alla sproporzione che presentano questi due insiemi da noi chiamati
rispettivamente Oriente e Occidente; se tra essi vi è opposizione,
un’equivalenza o anche soltanto una simmetria fra i due termini di questa
opposizione è veramente impossibile. A questo riguardo vi è una differenza
paragonabile a quella che esiste geograficamente tra l’Asia e l’Europa,
quest’ultima apparendo come un semplice prolungamento della prima; allo stesso
modo la vera situazione dell’Occidente nei confronti dell’Oriente in fondo
altro non è che quella di un ramo staccato dal tronco, ed è ciò che ora
richiede una spiegazione più completa.
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2. La divergenza
Se si considera quella che si è convenuto
chiamare l’antichità classica e la si paragona alle civiltà orientali, è facile
constatare come essa ne sia meno lontana, almeno sotto certi aspetti, di quanto
lo è l’Europa moderna. La differenza tra l’Oriente e l’Occidente sembra sia
venuta aumentando sempre più, ma questa divergenza è in qualche modo
unilaterale, nel senso che soltanto l’Occidente cambiava mentre l’Oriente,
generalmente parlando, rimaneva pressappoco quale era all’epoca che si suole
considerare antica, e che tuttavia è ancora relativamente recente. La
stabilità, si potrebbe addirittura dire l’immutabilità, è un carattere che si
riconosce abbastanza concordemente alle civiltà orientali, specialmente a
quella cinese, ma sull’interpretazione del quale è forse più difficile
intendersi: gli europei, da quando si sono messi a credere nel «progresso» e
nell’«evoluzione», vale a dire da poco più di un secolo, vogliono vedere in ciò
un segno di inferiorità, mentre noi, al contrario, vediamo uno stato di equilibrio,
che la civiltà occidentale ha dimostrato di essere incapace di raggiungere.
Questa stabilità, peraltro, si rivela nelle piccole cose come nelle grandi;
prova ne sia, ad esempio, che la «moda», con le sue continue variazioni, non
esiste che nei paesi occidentali. In definitiva l’occidentale, soprattutto
l’occidentale moderno, si presenta come un essere essenzialmente mutevole e
incostante, che tende soltanto al movimento e all’agitazione, mentre
l’orientale presenta il carattere esattamente opposto.
Se si volesse rappresentare figurativamente,
con uno schema, la divergenza di cui parliamo, non si dovranno tracciare due
linee che si allontanano dalle due parti di un asse; bensì l’Oriente dovrà
essere rappresentato dall’asse stesso, e l’Occidente da una linea che, partendo
da questo asse, se ne allontana allo stesso modo di un ramo che si separi dal
tronco, così come poc’anzi abbiamo detto. Questo simbolo sarebbe tanto più
giusto in quanto, almeno a partire dai tempi definiti storici, l’Occidente è sempre
vissuto intellettualmente, nella misura in cui ha avuto un’intellettualità, di
quello che ha
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Considerazioni preliminari
desunto dall’Oriente in modo diretto o
indiretto. La stessa civiltà greca non ha affatto avuto quell’originalità che
si compiacciono di proclamare coloro che sono incapaci di vedere più lontano, e
che sarebbero perfino disposti ad affermare che i Greci si sono calunniati
quando riconobbero ciò che dovevano all’Egitto, alla Fenicia, alla Caldea, alla
Persia, e addirittura all’India. Che tutte queste civiltà siano
incomparabilmente più antiche di quella dei Greci non ha la minima importanza
per coloro che, accecati da quello che possiamo chiamare il «pregiudizio
classico», sono pronti a sostenere contro ogni evidenza che tali civiltà sono
debitrici di quella greca e ne hanno subito l’influsso; con costoro è difficile
discutere, precisamente perché la loro opinione riposa soltanto su pregiudizi;
ma su questo torneremo più diffusamente. Se è pur vero che i Greci hanno avuto
una certa originalità, tuttavia non è affatto quella che di solito si crede, e
in quasi null’altro consiste se non nella forma con cui hanno presentato ed
esposto le cose che prendevano in prestito dagli altri, modificandole in modo
più o meno felice per adattarle alla propria mentalità, così dissimile da
quella degli orientali, ed anzi già opposta sotto più di un riguardo.
Prima di proseguire, preciseremo che non
intendiamo contestare l’originalità della civiltà ellenica da un punto di vista
a nostro giudizio più o meno secondario, per esempio il punto di vista
dell’arte, ma soltanto da quello propriamente intellettuale, che nella civiltà
ellenica è d’altronde molto più ristretto di quanto non lo sia presso gli
orientali. Questo impoverimento dell’intellettualità, questo suo
rimpicciolirsi, per così dire, possiamo affermarlo nettamente in un confronto
con le civiltà orientali ancora viventi e di cui abbiamo una conoscenza
diretta; e verosimilmente possiamo affermarlo anche in un confronto con quelle
ormai scomparse, basandoci su tutto quanto possiamo saperne, e soprattutto
sulle analogie che manifestamente esistettero tra queste ultime e le prime. Di
fatto, lo studio dell’Oriente quale è ancor oggi, quando fosse intrapreso in
modo veramente diretto, sarebbe di grande aiuto per la comprensione
dell’antichità, appunto a causa di questo carattere di fissità e stabilità a
cui abbiamo accennato; aiuterebbe pure a capire la civiltà greca, per la quale
non possiamo confidare su una testimonianza immediata, perché anche qui si
tratta di una civiltà senza alcun dubbio morta, e i
24
La divergenza
Greci attuali non possono a nessun titolo
essere considerati i legittimi continuatori degli antichi, dei quali
probabilmente non sono nemmeno gli autentici discendenti.
Bisogna però tenere ben presente che
nonostante tutto il pensiero greco è essenzialmente un pensiero occidentale, e
che in esso, insieme ad altre tendenze, si trovano già l’origine e come il
germe di quasi tutte quelle tendenze che si sono sviluppate molto tempo dopo
negli occidentali moderni. Sarebbe quindi prudente non spingere troppo lontano
l’uso dell’analogia che abbiamo or ora segnalato; ma essa, mantenuta nei giusti
limiti, può ancora rendere considerevoli servigi a coloro che vogliono capire
veramente l’antichità e interpretarla nel modo meno ipotetico, e d’altronde si
eviterà ogni pericolo badando a tenere conto di tutto quello che sappiamo di
perfettamente sicuro sui caratteri specifici della mentalità ellenica. In
fondo, le tendenze nuove che si riscontrano nel mondo greco-romano sono
soprattutto tendenze alla restrizione e alla limitazione, sicché le riserve che
è opportuno fare in un raffronto con l’Oriente devono procedere quasi solo dal
timore di attribuire agli antichi d’Occidente più di quanto non abbiano
veramente pensato: quando si constata che essi hanno preso qualcosa
dall’Oriente, non bisognerebbe credere che lo abbiano assimilato completamente,
né affrettarsi a concludere che vi è identità di pensiero. Vi sono raffronti
numerosi ed interessanti da stabilire, che non hanno equivalente per quel che
riguarda l’Occidente moderno; ma non è meno vero che i modi essenziali del
pensiero orientale sono affatto diversi e che se non si esce dagli schemi della
mentalità occidentale, anche di quella antica, ci si condanna fatalmente a
disconoscere e trascurare quegli aspetti del pensiero orientale che sono
precisamente i più importanti e caratteristici. Siccome è evidente che il «più»
non può scaturire dal «meno», questa sola differenza dovrebbe essere
sufficiente, in mancanza di ogni altra considerazione, a indicare da che parte
si trova la civiltà a cui le altre sono debitrici.
Per tornare allo schema che abbiamo introdotto
sopra, dobbiamo dire che il suo difetto principale, d’altronde inevitabile in
ogni schema, è di semplificare un po’ troppo le cose, perché rappresenta la
divergenza come se fosse aumentata in modo continuo dall’antichità ai giorni
nostri. In realtà in questa divergenza si sono verificate delle
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Considerazioni preliminari
battute d’arresto e anzi in epoche meno
lontane l’Occidente ha nuovamente ricevuto l’influenza diretta dell’Oriente:
alludiamo soprattutto al periodo alessandrino, e anche a ciò che gli Arabi
diedero all’Europa nel Medioevo, e di cui una parte apparteneva loro in
proprio, mentre il resto giungeva dall’India; la loro influenza è ben nota per
quanto riguarda lo sviluppo delle matematiche, ma non si limitò affatto a
questo campo particolare. La divergenza tornò ad accentuarsi nel Rinascimento,
dove si produsse una rottura nettissima con l’epoca precedente, e invero questo
preteso Rinascimento fu una morte per molte cose, anche dal punto di vista
delle arti, ma soprattutto da quello intellettuale; è difficile per un moderno
cogliere tutta l’importanza e l’estensione di quel che si perdette a
quell’epoca. Il ritorno all’antichità classica si risolse in un impoverimento
dell’intellettualità, fenomeno paragonabile a quello già avvenuto
precedentemente presso i Greci, ma con la capitale differenza che esso si manifestava
ora nel corso dell’esistenza di una stessa razza e non più nel passaggio di
certe idee da un popolo all’altro; è come se i Greci, proprio quando stavano
per scomparire del tutto, si fossero vendicati della loro stessa incomprensione
imponendo a tutta una parte dell’umanità i limiti del loro orizzonte mentale.
Quando a tale influenza venne ad aggiungersi quella della Riforma, che d’altra
parte non ne fu forse del tutto indipendente, le tendenze fondamentali del
mondo moderno furono nettamente stabilite; la Rivoluzione, con tutto ciò che
rappresenta in differenti campi, e che equivale alla negazione di ogni
tradizione, doveva essere la conseguenza logica del loro sviluppo. Ma non
intendiamo, qui, addentrarci in tutte queste considerazioni, che rischierebbero
di condurci molto lontano; il nostro scopo non è di illustrare nei dettagli la
storia della mentalità occidentale, ma solo di dirne quanto basta per far
comprendere quel che la differenzia profondamente dall’intellettualità
orientale. Prima di esaurire, al riguardo, le nostre considerazioni sui
moderni, dobbiamo ancora tornare ai Greci, per precisare quanto finora abbiamo
solo accennato in modo insufficiente e per sgombrare in qualche modo il
terreno, spiegandoci abbastanza nettamente da troncare certe obiezioni che sono
sin troppo facili da prevedere.
Per ora aggiungeremo soltanto qualche parola
sulla divergenza dell’Occidente in rapporto all’Oriente: continuerà questa
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La divergenza
divergenza ad aumentare indefinitamente? Le
apparenze potrebbero lasciarlo credere, e allo stato attuale delle cose la
domanda è certo una di quelle su cui si può discutere; quanto a noi, tuttavia,
non pensiamo che ciò sia possibile; ne esporremo le ragioni nella Conclusione.
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3. Il pregiudizio classico
Abbiamo già indicato quel che intendiamo per
«pregiudizio classico»: è propriamente il partito preso di attribuire ai Greci
e ai Romani l’origine di ogni civiltà. In fondo non è possibile trovare ad esso
molte altre ragioni che questa: gli occidentali, poiché la loro civiltà non
risale di fatto oltre l’epoca greco-romana, e da questa deriva quasi
interamente, sono portati a immaginare che la stessa cosa si sia verificata
dappertutto, e stentano a concepire l’esistenza di civiltà completamente
diverse e di origine molto più antica; si potrebbe dire che, intellettualmente,
essi sono incapaci di andare oltre il Mediterraneo. D’altronde l’abitudine di
parlare «della civiltà», in modo assoluto, contribuisce in larga misura a
mantenere questo pregiudizio: la «civiltà», così intesa e supposta unica, è
qualcosa che non è mai esistito; in realtà ci sono sempre state e ci sono
ancora «delle civiltà». La civiltà occidentale, con le sue caratteristiche
specifiche, è semplicemente una civiltà tra le altre, e ciò che pomposamente
viene chiamato «l’evoluzione della civiltà» è solo lo sviluppo di questa
civiltà particolare a partire dalle sue origini relativamente recenti, sviluppo
che è d’altronde ben lontano dall’esser stato sempre «progressivo», in modo
regolare e sotto tutti gli aspetti: quel che abbiamo detto in precedenza sul
preteso Rinascimento e sulle sue conseguenze potrebbe servire qui come esempio
nettissimo di una regressione intellettuale che per di più non ha fatto che
aggravarsi fino ai nostri giorni.
Per chiunque voglia esaminare imparzialmente
le cose, è manifesto che i Greci hanno adottato quasi tutto degli orientali,
almeno dal punto di vista intellettuale, come essi stessi hanno ammesso
abbastanza sovente; per quanto falsi siano potuti essere, su questo almeno non
hanno mentito, e del resto non ne avrebbero avuto alcun interesse. La loro
unica originalità, dicevamo prima, risiede nella maniera in cui hanno esposto
le cose, secondo una capacità di adattamento che non può essere loro
contestata, ma che trova necessariamente un limite nella misura della loro
comprensione; si tratta perciò di una originalità
28
Il pregiudizio classico
di ordine puramente dialettico. Infatti i modi
di ragionamento, che derivano dai modi generali del pensiero e servono a
formularli, sono diversi nei Greci e negli orientali; bisogna sempre tenerlo
presente quando si segnalano certe analogie, pur reali, come ad esempio quella
del sillogismo greco con ciò che è stato definito più o meno esattamente il
sillogismo indù. E nemmeno si può dire che il ragionamento greco si distingua
per un rigore particolare; più rigoroso degli altri può sembrare soltanto a coloro
che hanno nei suoi confronti una familiarità esclusiva, e tale apparenza
proviene unicamente dal fatto che esso si confina sempre in un campo più
ristretto, più limitato e per ciò stesso meglio definito. Ciò che invece è
realmente caratteristico dei Greci, ma non depone molto a loro favore, è una
certa sottigliezza dialettica di cui i dialoghi di Platone offrono numerosi
esempi, e dove si vede il bisogno di esaminare indefinitamente una stessa
questione sotto tutti gli aspetti, considerandola nei più minuti particolari,
fino a giungere a una conclusione più o meno insignificante; c’è motivo di
credere che i moderni, in Occidente, non siano i primi a soffrire di «miopia
intellettuale».
Dopotutto non è forse il caso di rimproverare
oltre misura i Greci per avere ristretto, così come hanno fatto, il campo del
pensiero umano; da un lato questa era una conseguenza inevitabile della loro
costituzione mentale, della quale non possono essere considerati responsabili,
e dall’altro essi resero comunque accessibili a una parte dell’umanità delle
conoscenze che altrimenti rischiavano di rimanerle completamente estranee. È
facile rendersene conto osservando i risultati a cui giungono gli occidentali quando
affrontano direttamente certe concezioni orientali e quando cercano di
interpretarle conformemente alla loro mentalità: tutto quel che non possono
ricondurre a forme «classiche», sfugge loro totalmente, e tutto quel che ad
esse bene o male riconducono è per ciò stesso deformato, al punto da diventare
irriconoscibile.
Il cosiddetto «miracolo greco», come viene
chiamato dai suoi ammiratori entusiastici, si riduce insomma a ben poca cosa, o
per lo meno, là dove implica un cambiamento profondo, tale cambiamento è un
decadimento: esso si riduce all’individualizzazione delle concezioni, alla
sostituzione del razionale al puro intellettuale, del
29
Considerazioni preliminari
punto di vista scientifico e filosofico al
punto di vista metafisico. D’altra parte poco importa che i Greci abbiano
saputo. dare meglio di altri un carattere pratico a certe conoscenze, o che ne
abbiano tratto conseguenze a carattere pratico, mentre i loro predecessori non
lo avevano fatto; è anzi lecito dire che in tal modo essi hanno attribuito alla
conoscenza un fine meno puro e disinteressato, poiché per la loro forma
mentis non riuscivano a mantenersi nella sfera dei principi se non con
difficoltà e in via eccezionale. Questa tendenza «pratica», nel senso più
ordinario del termine, è una di quelle che si sarebbero poi accentuate nello
sviluppo della civiltà occidentale, ed è visibilmente predominante nell’epoca
moderna; a questo riguardo fa eccezione solo il Medioevo, assai più rivolto
alla speculazione pura.
Generalmente parlando, gli occidentali sono
per natura ben poco metafisici, il confronto tra le loro lingue e quelle degli
orientali basterebbe a fornirne una prova, se solo i filologi fossero capaci di
cogliere veramente lo spirito delle lingue che studiano. Gli orientali invece
hanno una tendenza spiccatissima a disinteressarsi delle applicazioni, e ciò è
facilmente comprensibile, perché chiunque si dedichi essenzialmente alla
conoscenza dei principi universali non può avere che un interesse mediocre per le
scienze specifiche, e può tutt’al più accordare loro una curiosità passeggera,
in ogni caso insufficiente a provocare numerose scoperte in tale ordine d’idee.
Quando si sa, con certezza in qualche modo matematica e perfino più che
matematica, che le cose non possono essere diverse da quel che sono, non si può
non disdegnare l’esperienza, giacché la constatazione di un fatto particolare,
qualunque esso sia, non prova mai nulla di più né di diverso che l’esistenza
pura e semplice del fatto stesso; al massimo una constatazione simile può
qualche volta servire a illustrare una teoria, a mo’ di esempio, ma niente
affatto a provarla, e credere il contrario è un’illusione grave. In queste
condizioni non è proprio il caso di studiare le scienze sperimentali per se
stesse, e dal punto di vista metafisico esse hanno, al pari dell’oggetto a cui
si applicano, solo un valore puramente accidentale e contingente; molto spesso
dunque si tralascia anche di isolare le leggi particolari, che tuttavia si
potrebbero trarre dai principi come applicazione specifica a questo o quel
campo definito, se si giudicasse che ne vale la pena. Si può allora capire
tutto quello che allontana
30
Il pregiudizio classico
il «sapere» orientale dalla «ricerca»
occidentale; ma ci si può ancora stupire che la ricerca sia arrivata a
costituire un fine in sé per gli occidentali moderni, indipendentemente dai
suoi possibili risultati.
C’è un altro fatto che è essenziale notare a
questo punto, e che si presenta d’altronde come un corollario di quanto
precede: nessuno, senza eccezione, è mai stato più lontano degli orientali
dall’avere, come l’antichità greco-romana, il culto della natura, poiché la
natura non è mai stata per essi che il mondo delle apparenze; senza dubbio
anche tali apparenze hanno una realtà, ma è una realtà transitoria e non
permanente, contingente e non universale. Così il «naturalismo», in tutte le
sue forme, costituisce, per uomini che potremmo dire metafisici per
temperamento, solo una deviazione, se non addirittura una vera e propria
mostruosità intellettuale.
Bisogna pur dire che i Greci, nonostante la
loro tendenza al «naturalismo», non si sono mai spinti fino a dare alla
sperimentazione l’importanza eccessiva che le attribuiscono i moderni; in tutta
l’antichità, anche occidentale, si ritrova un certo disprezzo per l’esperienza,
che sarebbe forse difficile spiegare se non vedendovi una traccia
dell’influenza orientale, perché esso aveva parzialmente perduto la sua ragion
d’essere per i Greci, le cui preoccupazioni non erano granché metafisiche e per
i quali le considerazioni di carattere estetico soppiantavano molto spesso le
ragioni più profonde che sfuggivano loro. Le considerazioni che precedono sono
quelle che più abitualmente vengono formulate per spiegare il fatto in
questione; ma noi pensiamo che si tratti, per lo meno all’origine, di
qualcos’altro. Ciò non toglie, in ogni caso, che presso i Greci si trovi già in
un certo senso il punto di partenza delle scienze sperimentali quali sono
intese dai moderni, scienze nelle quali la tendenza «pratica» si unisce alla
tendenza «naturalistica», dal momento che entrambe possono raggiungere il loro
pieno sviluppo solo a detrimento del pensiero puro e della conoscenza
disinteressata. Così, il fatto che gli orientali non si siano mai dedicati a
certe scienze particolari non è in alcun modo un segno di inferiorità, ed anzi
intellettualmente è l’esatto contrario; si tratta insomma di una normale
conseguenza del fatto che la loro attività si è sempre sviluppata in tutt’altra
direzione e verso un fine completamente diverso. Le molteplici
31
Considerazioni preliminari
direzioni nelle quali può esercitarsi
l’attività mentale dell’uomo imprimono a ogni civiltà il suo carattere proprio,
determinando la linea fondamentale del suo sviluppo; e nello stesso tempo
questo dà l’illusione del progresso a chi, conoscendo una sola civiltà, vede
esclusivamente la linea in cui essa si sviluppa, credendola la sola possibile,
e non si rende conto che lo sviluppo in un aspetto può essere largamente
compensato da un regresso in altri.
Se consideriamo l’ordine intellettuale, il
solo essenziale per le civiltà orientali, ci sono almeno due ragioni perché i
Greci abbiano, a questo proposito, adottato tutto da esse, ossia tutto quel che
c’è di realmente valido nelle loro concezioni; una delle ragioni, quella su cui
abbiamo finora insistito di più, deriva dalla relativa inettitudine della
mentalità greca al riguardo; l’altra è che la civiltà ellenica è molto più
recente delle principali civiltà orientali. Ciò è particolarmente vero per l’India,
anche se, là dove esiste qualche rapporto tra le due civiltà, taluni spingono
il «pregiudizio classico» fino ad affermare a priori che questa è una prova di
un’influenza greca. Eppure, se una tale influenza ha davvero agito nella
civiltà indù, non ha potuto essere che molto tardiva, e ha dovuto
necessariamente rimanere del tutto superficiale. Potremmo ammettere per esempio
che ci sia stata una influenza di ordine artistico, benché anche da questo
punto di vista particolare le concezioni degli Indù siano sempre rimaste in
tutte le epoche estremamente diverse da quelle dei Greci; d’altronde non si
ritrovano tracce sicure di un’influenza di questo genere se non in una certa
parte, molto ristretta sia nello spazio sia nel tempo, della civiltà buddhista,
che non può essere confusa con la civiltà indù propriamente detta. Ma questo ci
obbliga a spendere almeno qualche parola su ciò che potevano essere
nell’antichità le relazioni tra popoli diversi e più o meno lontani, poi sulle
difficoltà che sollevano in linea generale le questioni di cronologia, così
importanti per i fautori intransigenti del troppo famoso «metodo storico».
32
4. Le relazioni tra i popoli antichi
Si crede abbastanza generalmente che le
relazioni tra la Grecia e l’India siano incominciate, o almeno abbiano assunto
un’importanza apprezzabile, solo all’epoca delle conquiste di Alessandro; per
tutto ciò che è sicuramente anteriore a questa data, quindi, si parla
semplicemente di somiglianze fortuite tra le due civiltà, e per tutto ciò che è
posteriore, o supposto tale, si parla naturalmente di influenza greca, come
vuole la logica particolare insita nel «pregiudizio classico». Ecco di nuovo
un’opinione che come molte altre è priva di ogni serio fondamento, dal momento
che le relazioni tra i popoli, seppur lontani, erano nell’antichità assai più
frequenti di quanto non si immagini abitualmente. Insomma, le comunicazioni non
erano molto più difficili in quei tempi di quanto non lo fossero ancora uno o
due secoli fa, e più precisamente fino all’invenzione delle ferrovie e dei
piroscafi a vapore; certo si viaggiava meno che ai nostri giorni, meno spesso e
soprattutto meno velocemente, ma si viaggiava in modo più proficuo perché si
aveva tempo di studiare i paesi che si attraversavano, e talvolta anzi il
viaggio era giustificato solo da questo studio e dai vantaggi intellettuali che
se ne traevano. Non vi è pertanto ragione plausibile per definire «leggenda» quanto
sappiamo sui viaggi dei filosofi greci, tanto più che questi viaggi spiegano
molte cose altrimenti incomprensibili. La verità è che, ben prima degli albori
della filosofia greca, i mezzi di comunicazione dovevano avere uno sviluppo di
cui i moderni si fanno un’idea tutt’altro che esatta, e ciò aveva un carattere
normale e permanente, senza alcun rapporto con le migrazioni dei popoli, le
quali sono avvenute sempre e solo in modo discontinuo e alquanto eccezionale.
Fra le altre prove che potremmo citare in
appoggio a quanto detto, ne indicheremo una sola, che riguarda specialmente i
rapporti dei popoli mediterranei, e questo perché si tratta di un fatto poco
conosciuto o per lo meno negletto, a cui nessuno sembra aver prestato
l’attenzione che merita e di cui in ogni caso sono state fornite
interpretazioni molto inesatte. Vogliamo
33
Considerazioni preliminari
alludere all’adozione, tutt’intorno al bacino
del Mediterraneo, di uno stesso tipo fondamentale di moneta, con variazioni
secondarie che fungono da segni distintivi locali; e questa adozione, benché
non si riesca a fissarne con esattezza la data, risale certamente a un’età
antichissima, almeno in rapporto a quel periodo dell’antichità che per lo più
si esamina. In questo fatto non si è voluto vedere niente di più che
un’imitazione delle monete greche, le quali sarebbero pervenute accidentalmente
in regioni lontane; anche questo è un esempio dell’influenza esagerata che si
suole attribuire ai Greci, nonché della deplorevole tendenza a far intervenire
il caso in tutto quello che non si sa spiegare, come se il caso fosse
qualcos’altro che un nome dato, per dissimularla, alla nostra ignoranza delle
cause reali. Quel che ci sembra certo è che questo modello comune di moneta,
che comporta essenzialmente una testa umana da un lato e un cavallo o un carro
dall’altro, non è più specificamente greco di quanto non sia italico o
cartaginese, o persino gallico o iberico; la sua adozione ha sicuramente
richiesto un accordo più o meno esplicito tra i differenti popoli mediterranei,
anche se le modalità di questo accordo necessariamente ci sfuggono. La stessa
cosa succede per certi simboli o certe tradizioni che si ritrovano uguali in
aree ancor più estese; e d’altronde, se nessuno contesta le regolari relazioni
mantenute dai coloni greci con la metropoli, per quale ragione si
contesterebbero maggiormente quelle che hanno potuto stabilirsi fra i Greci e
altri popoli? D’altra parte, anche là dove una convenzione del tipo di quella
affermata non sia mai intervenuta, per ragioni che possono essere di ordini
diversi, che non è nostro compito indagare qui e che del resto sarebbero
difficilmente determinabili, non è per nulla provato che ciò abbia impedito lo
stabilirsi di scambi più o meno regolari; altri, semplicemente, saranno stati i
mezzi, perché dovevano adattarsi a circostanze diverse.
Per precisare la portata che è opportuno
riconoscere al fatto da noi indicato, anche se si tratta soltanto di un
esempio, c’è da aggiungere che gli scambi commerciali non dovettero mai
avvenire con continuità senza prima o poi indurre scambi di un genere del tutto
diverso, e in particolare scambi intellettuali; e può anche darsi che in certi
casi le relazioni economiche, lungi dall’avere quella priorità che hanno presso
i popoli
34
Le relazioni tra i popoli antichi
moderni, siano state di un’importanza più o
meno secondaria. La tendenza a ricondurre tutto al punto di vista economico,
sia nella vita interna di un paese sia nelle relazioni internazionali, è
infatti una tendenza propriamente moderna; gli antichi, anche occidentali, ad
eccezione forse dei soli Fenici, non vedevano le cose a questo modo, e neppure
gli orientali, anche al giorno d’oggi, le vedono così. Ecco un’altra occasione
per ribadire come sia sempre pericoloso voler formulare un giudizio dal proprio
punto di vista su questioni relative a uomini che, trovandosi in altre
circostanze, possedendo un’altra mentalità, collocandosi diversamente nel tempo
o nello spazio, certo non si sono mai posti da quel punto di vista, né avevano
alcuna ragione per concepirlo; proprio questo è invece l’errore che troppo
spesso commettono coloro che studiano l’antichità, ed è anche lo stesso che,
come dicevamo fin dall’inizio, commettono immancabilmente gli orientalisti.
Per ritornare al nostro punto di partenza, il
fatto che i più antichi filosofi greci abbiano preceduto di diversi secoli
l’epoca di Alessandro non autorizza affatto a concludere che non abbiano
conosciuto nulla delle dottrine indù. Per citare un esempio, l’atomismo, molto
tempo prima della sua comparsa in Grecia, era stato sostenuto in India dalla
scuola di Kanâda, in seguito dai jaina e dai buddhisti; può darsi che sia stato
importato in Occidente dai Fenici, come fanno supporre certe tradizioni, ma del
resto diversi autori affermano che Democrito, il quale fu uno dei primi Greci
ad adottare questa dottrina, o almeno a formularla chiaramente, aveva viaggiato
in Egitto, in Persia e in India. I primi filosofi greci possono anzi avere
conosciuto, non soltanto le dottrine indù, ma anche le dottrine buddhiste,
perché certo non precedettero il buddhismo, e per di più quest’ultimo si estese
per tempo fuori dell’India, in regioni dell’Asia più vicine alla Grecia e
quindi relativamente più accessibili. Tale circostanza rafforzerebbe la tesi,
plausibilissima, di prestiti ricevuti, certo non esclusivamente ma
principalmente, dalla civiltà buddhista. In ogni caso è interessante notare
come gli accostamenti che possono farsi con le dottrine dell’India siano assai
più numerosi ed evidenti durante il periodo presocratico che nei periodi
successivi; quale parte avrebbero dunque le conquiste di Alessandro nelle
relazioni intellettuali tra i due popoli? In fatto d’influenza indù, tutto
35
Considerazioni preliminari
sommato, non sembrano avere introdotto se non
quella che si può trovare nella logica di Aristotele, e a cui alludevamo in
precedenza parlando del sillogismo, così come nella parte metafisica dell’opera
dello stesso filosofo, per la quale si potrebbero anzi segnalare certe
somiglianze un po’ troppo precise per essere puramente accidentali.
Se, per preservare a tutti i costi
l’originalità dei filosofi greci, si obiettasse che esiste un fondo
intellettuale comune a tutta l’umanità, resta nondimeno il fatto che questo
fondo è qualcosa di troppo generico e vago per spiegare in modo soddisfacente
somiglianze precise e nettamente determinate. D’altronde il divario delle
mentalità in molti casi si spinge assai più lontano di quanto non pensino
coloro che hanno sempre e soltanto conosciuto un unico tipo di umanità; in
particolare, tra i Greci e gli Indù questa differenza era delle più
considerevoli. Una spiegazione simile può bastare solo nel caso di due civiltà
tra loro comparabili, che si siano sviluppate nella stessa direzione benché
indipendentemente l’una dall’altra e abbiano prodotto concezioni identiche
nella sostanza quantunque diversissime nella forma: è il caso delle dottrine
metafisiche della Cina e dell’India. Inoltre, anche entro questi limiti,
sarebbe forse più plausibile vedere in tutto ciò, come si è obbligati a fare
per esempio quando si constata una comunanza di simboli, il risultato di una
identità delle tradizioni primordiali, le quali presuppongono relazioni che
possono risalire a epoche ben più remote dell’inizio del periodo definito
«storico»; ma questo ci condurrebbe troppo lontano.
Dopo Aristotele le tracce di un’influenza indù
nella filosofia greca diventano sempre più rare, se non addirittura nulle,
perché questa filosofia si chiude in un ambito sempre più ristretto e
contingente, sempre più lontano da ogni vera intellettualità, e perché tale
ambito è per lo più quello della morale, connesso a preoccupazioni che sono
sempre state completamente estranee agli orientali. Solo nei neoplatonici si
vedranno ricomparire influenze orientali, ed è anzi proprio con loro che si
incontreranno per la prima volta nei Greci certe idee metafisiche come quella
dell’Infinito. Fino allora i Greci non avevano avuto infatti che la nozione
dell’indefinito, e, tratto eminentemente caratteristico della loro mentalità,
finito e perfetto erano per loro sinonimi; per gli orientali, al contrario, è
36
Le relazioni tra i popoli antichi
l’Infinito che si identifica con la
Perfezione. Questa è la differenza profonda che esiste tra un pensiero
filosofico, nel senso europeo del termine, e un pensiero metafisico; ma al
riguardo avremo occasione di ritornare più ampiamente in seguito, e queste
poche indicazioni sono per il momento sufficienti, poiché la nostra intenzione
non è di istituire qui un raffronto dettagliato fra le rispettive concezioni
dell’India e della Grecia, raffronto che peraltro incontrerebbe molte
difficoltà di cui poco si curano quanti lo considerano in modo troppo
superficiale.
37
5. Problemi di cronologia
I problemi che riguardano la cronologia sono
tra quelli che imbarazzano maggiormente gli orientalisti, e tale imbarazzo è in
genere abbastanza giustificato; ma essi sbagliano, da una parte attribuendo a
questi problemi un’importanza eccessiva, e dall’altra credendo di poter
ottenere, con i loro metodi ordinari, soluzioni definitive, quando di fatto
giungono solo a ipotesi più o meno fantasiose, sulle quali sono d’altronde ben
lontani dal trovare un accordo. Tuttavia vi sono casi che non presentano alcuna
difficoltà reale, purché si accetti di non complicarli, come per capriccio, con
le sottigliezze e i cavilli di una «critica» e un’«ipercritica» assurde. È il
caso dei documenti che, come gli antichi annali cinesi, contengono una precisa
descrizione dello stato del cielo nell’epoca a cui si riferiscono; il calcolo
della loro data esatta, poggiando su dati astronomici sicuri, non si presta ad
alcuna ambiguità. Purtroppo questo non è un caso generale, anzi è quasi
eccezionale, e gli altri documenti, quelli indù in particolare, non offrono per
la maggior parte niente di analogo per guidare le ricerche; la qual cosa, in
fondo, prova semplicemente che i loro autori non si sono affatto preoccupati di
«fissare una data» in vista di una qualsiasi rivendicazione di priorità. La
pretesa all’originalità intellettuale, che contribuisce in buona parte alla
nascita dei sistemi filosofici, è, presso gli stessi occidentali, una cosa
tipicamente moderna, ancora ignota nel Medioevo; le idee pure e le dottrine
tradizionali non sono mai state proprietà di questo o quell’individuo, e le
peculiarità biografiche di coloro che le hanno esposte e interpretate hanno
un’importanza quanto mai secondaria. D’altronde, anche per la Cina,
l’osservazione precedente si applica quasi solo agli scritti storici; ma
dopotutto questi sono gli unici per cui la determinazione cronologica presenti
un reale interesse, poiché essa ha un senso e una portata esclusivamente dal
punto di vista della storia. D’altra parte si deve segnalare che, ad accrescere
la difficoltà, esiste in India, ed esistette senza dubbio anche in civiltà
ormai scomparse, una cronologia, o più esattamente qualcosa che le assomiglia,
basata
38
Problemi di cronologia
su numeri simbolici che bisogna guardarsi dal
prendere letteralmente per numeri di anni; qualcosa di analogo si trova del
resto persino nella cronologia biblica. In realtà questa pretesa cronologia si
applica esclusivamente a periodi cosmici, e non a periodi storici; tra gli uni
e gli altri non vi è confusione possibile, se non per effetto di un’ignoranza
piuttosto grossolana, e tuttavia non si può fare a meno di riconoscere che gli
orientalisti hanno dato fin troppi esempi di simili abbagli.
Una tendenza molto diffusa tra questi stessi
orientalisti è di ridurre al massimo, e anzi sovente oltre ogni limite
ragionevole, l’antichità delle civiltà di cui si interessano, quasi provassero
disagio per il fatto che poterono esistere e prosperare in epoche tanto
lontane, anteriori alle origini più remote che si possono attribuire
all’attuale civiltà occidentale, o meglio a quelle da cui essa procede
direttamente; il loro partito preso in materia non sembra avere altra scusa, e
questo è veramente troppo poco. Lo stesso partito preso si è peraltro
esercitato anche su cose sotto ogni aspetto molto più vicine all’Occidente di
quanto non siano le civiltà della Cina e dell’India, e persino quelle
dell’Egitto, della Persia e della Caldea; si è così tentato, per esempio, di
«ringiovanire» la Cabala ebraica, in modo da potervi supporre un’influenza
alessandrina e neoplatonica, mentre in realtà è avvenuto indubbiamente il
contrario; e ciò sempre per la stessa ragione, ossia perché si è convenuto a
priori che tutto deve provenire dai Greci, che essi hanno avuto nell’antichità
il monopolio di ogni conoscenza, come gli europei immaginano di averlo ora, e
che sono stati, sempre come questi stessi europei pretendono di essere
attualmente, gli educatori e gli ispiratori del genere umano. Eppure Platone,
la cui testimonianza in questo caso non dovrebbe prestarsi al sospetto, non ha
avuto paura di riferire nel Timeo che gli Egiziani consideravano i Greci dei
«bambini»; gli orientali, ancor oggi, avrebbero molte ragioni di dire la stessa
cosa degli occidentali, se non si facessero scrupoli di una cortesia forse
eccessiva. Ricordiamo tuttavia che proprio questo apprezzamento fu giustamente
formulato da un indù, il quale, sentendo per la prima volta esporre le
concezioni di certi filosofi europei, fu così poco meravigliato da dichiarare
che erano idee adeguate tutt’al più a un bambino di otto anni!
39
Considerazioni preliminari
Chi penserà che noi riduciamo eccessivamente
il ruolo dei Greci, riconducendolo quasi solo a un’opera di «adattamento»,
potrebbe obiettare che non tutte le loro idee ci sono note, che molte cose non
sono pervenute fino a noi. Ciò è senz’altro vero in qualche caso, e
specialmente nell’insegnamento orale dei filosofi; ma quel che conosciamo non
ci consente già ampiamente di giudicare il resto? L’analogia, che è la sola a
poterci fornire i mezzi per passare, in una certa misura, dal noto all’ignoto,
ci dà qui completa ragione; e d’altronde, basandoci sull’insegnamento scritto
che possediamo, possiamo ragionevolmente presumere che l’insegnamento orale
corrispondente, in quel che conteneva precisamente di specifico e di
«esoterico», vale a dire di «più interiore», fosse, come quello dei «misteri»
con il quale doveva avere più di un rapporto, ancor più fortemente
caratterizzato da un’ispirazione orientale. Del resto, l’«interiorità» stessa
di questo insegnamento può solo garantirci che era meno lontano dalla sua fonte
e meno deformato di ogni altro, perché meno adattato alla mentalità generale
del popolo greco; in caso contrario la sua comprensione non avrebbe
evidentemente richiesto una preparazione speciale, soprattutto una preparazione
così lunga e difficile come era per esempio quella in uso nelle scuole
pitagoriche.
Del resto gli archeologi e gli orientalisti
invocherebbero a sproposito contro di noi un insegnamento orale, o addirittura
opere andate perdute, visto che il «metodo storico», al quale tengono tanto, ha
come carattere essenziale di considerare solo i monumenti che si trovano sotto
i loro occhi e i documenti scritti che hanno tra le mani; e appunto qui si
mostra tutta l’insufficienza di questo metodo. In effetti ora si impone una
considerazione che troppo sovente viene persa di vista: se di una certa opera si
trova un manoscritto di cui si può determinare la data con un mezzo qualunque,
ciò prova che l’opera in questione non è certamente posteriore a tale data, ma
niente di più, mentre non prova affatto che non possa esserle di molto
anteriore. Può benissimo succedere che in seguito vengano scoperti altri
manoscritti più antichi della stessa opera, e comunque, anche se non se ne
scoprono altri, non si è autorizzati a concludere che non ne esistano, né, a
maggior ragione, che non ne siano mai esistiti. Se ne esistono ancora, nel caso
di una civiltà che è durata fino ai giorni
40
Problemi di cronologia
nostri, è per lo meno verosimile che non siano
lasciati al caso di una scoperta archeologica, come quelle che sono possibili
per una civiltà scomparsa; né d’altra parte vi è ragione di supporre che coloro
che li conservano si credano un giorno tenuti a disfarsene a profitto degli
eruditi occidentali, tanto più che la loro conservazione può avere un interesse
sul quale non insisteremo, ma a paragone del quale la curiosità, sia pur
fregiata dell’epiteto di «scientifica», è di scarsissimo valore. D’altro canto,
riguardo alle civiltà scomparse, non si può fare a meno di constatare che,
nonostante tutte le ricerche e le scoperte, una quantità di documenti non verrà
mai più ritrovata, per la semplice ragione che è andata distrutta
accidentalmente; siccome gli incidenti di questo genere sono stati, in molti
casi, contemporanei alle civiltà stesse di cui si tratta, e non necessariamente
posteriori alla loro estinzione, e siccome noi stessi possiamo constatarne
abbastanza frequentemente di simili attorno a noi, è estremamente probabile che
la stessa cosa si sia più o meno prodotta anche nelle altre civiltà che si sono
mantenute fino alla nostra epoca; e anzi le probabilità che le cose stiano
realmente così sono tanto maggiori quanto più lunga è la successione di secoli
che le separa dalla loro origine. Ma c’è di più: anche senza incidenti, i
manoscritti antichi possono scomparire del tutto naturalmente, normalmente per
così dire, per pura e semplice usura; allora vengono sostituiti da altri che
portano necessariamente una data più recente, e che sono i soli di cui in
seguito si potrà constatare l’esistenza. Per farsi un’idea di ciò, basta
osservare quel che avviene nel mondo musulmano: un manoscritto circola ed è
trasportato, secondo i bisogni, da un centro d’insegnamento all’altro e
talvolta in regioni molto distanti, fino a che non sia così usurato da essere
pressoché inutilizzabile; se ne fa allora una copia il più esatta possibile,
che da quel momento si sostituirà al vecchio manoscritto, verrà utilizzata
nello stesso modo, e sarà a sua volta sostituita da un’altra quando anch’essa
si deteriorerà, e così via. Sicuramente queste sostituzioni successive possono
intralciare molto le ricerche degli orientalisti; ma coloro che vi si dedicano
non si preoccupano granché di questo inconveniente, e anche se ne venissero a
conoscenza non acconsentirebbero per così poco a modificare le loro abitudini.
Tutte queste considerazioni sono in se stesse così evidenti che forse non
41
Considerazioni preliminari
varrebbe nemmeno la pena di formularle, se gli
orientalisti non fossero a tal punto accecati da quel partito preso che
indicavamo, da non vedere questa evidenza.
C’è poi un altro fatto, che i partigiani del
«metodo storico» non possono tenere presente senza trovarsi in disaccordo:
l’insegnamento orale ha quasi dappertutto preceduto l’insegnamento scritto, ed
è stato il solo in uso per periodi probabilmente lunghissimi, anche se la loro
durata esatta è difficilmente determinabile. In via generale, uno scritto
tradizionale è per lo più la fissazione relativamente recente di un
insegnamento che agli inizi era stato trasmesso oralmente, e a cui
rarissimamente è possibile assegnare un autore; ne consegue che quand’anche si
fosse certi di essere in possesso del manoscritto primitivo, della qual cosa
forse non esistono esempi, rimarrebbe ancora da sapere quanto tempo è durata la
trasmissione orale anteriore, e questa è una domanda che il più delle volte
rischia di restare senza risposta. Tale esclusività dell’insegnamento orale ha
potuto avere ragioni molteplici, e non presuppone necessariamente l’assenza
della scrittura, la cui origine è certo remotissima, almeno sotto forma
ideografica, di cui la forma fonetica è soltanto una degenerazione originata da
un bisogno di semplificazione. Si sa, per esempio, che l’insegnamento dei
Druidi rimase sempre esclusivamente orale, anche in un’epoca in cui i Galli
conoscevano senz’ombra di dubbio la scrittura, poiché si servivano
correntemente di un alfabeto greco nelle loro relazioni commerciali; perciò
l’insegnamento druidico non ha lasciato alcuna traccia autentica, ed è già
molto se se ne può ricostruire più o meno esattamente qualche frammento molto
ristretto. Sarebbe un errore credere peraltro che la trasmissione orale dovette
col tempo alterare l’insegnamento; dato l’interesse che la sua conservazione
integrale presentava, vi sono al contrario forti ragioni per pensare che
fossero adottate le necessarie precauzioni, affinché si mantenesse sempre
identico, non soltanto nella sostanza ma anche nella forma; e si può constatare
che questo mantenimento è perfettamente realizzabile, se solo si osserva ciò
che accade ancora oggi presso tutti i popoli orientali, per i quali la
fissazione a mezzo della scrittura non ha mai comportato la soppressione della
tradizione orale né è mai stata considerata capace di sostituirvisi
completamente. È curioso come comunemente si
42
Problemi di cronologia
ammetta che certe opere in origine non fossero
scritte; in particolare lo si afferma per i poemi omerici dell’antichità
classica, per le chansons de geste del Medioevo; perché allora non si
dovrebbe ammettere la stessa cosa per opere che hanno attinenza, non più con
l’ordine semplicemente letterario, ma con quello dell’intellettualità pura,
dove la trasmissione orale ha ragioni ben più profonde? Non vale veramente la
pena di insistere ulteriormente, e quanto alle ragioni profonde alle quali
abbiamo or ora alluso, non è questo il luogo per svilupparle; avremo del resto
occasione di dirne qualcosa in seguito.
C’è ancora un punto che vorremmo indicare nel
presente capitolo: se è spesso così difficile situare esattamente nel tempo un
certo periodo dell’esistenza di un popolo antico, talvolta non lo è meno, per
quanto strano possa sembrare, situarlo nello spazio. Intendiamo dire che certi
popoli hanno potuto, in epoche diverse, emigrare da una regione all’altra, e
niente ci dimostra che le opere lasciate dagli antichi Indù o dagli antichi
Persiani, per esempio, siano state tutte composte nei paesi dove vivono attualmente
i loro discendenti. Anzi, niente ce lo dimostra nemmeno quando queste opere
contengano la designazione di luoghi determinati, i nomi di fiumi o di monti
che ancora conosciamo, perché è possibile che questi stessi nomi siano stati
successivamente applicati nelle diverse regioni dove il popolo in questione si
è fermato nel corso delle sue migrazioni. Vi è qui qualcosa di abbastanza
naturale: gli attuali europei non hanno spesso l’abitudine di dare alle città
che fondano nelle colonie, e alle varietà geografiche che vi incontrano,
denominazioni prese dal loro paese d’origine? Si è discussa talvolta la
questione se l’Ellade dei tempi omerici corrispondesse effettivamente alla
Grecia delle epoche più recenti, o se la Palestina biblica fosse veramente la regione
che chiamiamo ancora con questo nome: discussioni simili non sono forse così
vane come di solito si pensa, e almeno è sensato porre la questione anche se,
negli esempi da noi citati, è abbastanza probabile che debba essere risolta in
modo affermativo. Al contrario, per ciò che riguarda l’India vedica, a una
domanda di questo tipo ci sono ragioni per rispondere negativamente; gli
antenati degli Indù devono aver abitato, in un’epoca peraltro indeterminata,
una regione molto a settentrione, poiché, secondo alcuni testi, vi accadeva che
il sole
43
Considerazioni preliminari
facesse il giro dell’orizzonte senza
tramontare; ma quando abbandonarono questa dimora primitiva, e dopo quante
tappe giunsero nell’India attuale? Da un certo punto di vista sono questioni
interessanti, che però noi ci accontentiamo di segnalare senza pretendere di
esaminare qui, perché non rientrano nell’argomento che stiamo trattando. Le
considerazioni finora esposte sono semplici preliminari che ci sono sembrati
necessari prima di affrontare le questioni propriamente attinenti
all’interpretazione delle dottrine orientali; e per queste ultime questioni,
che costituiscono il nostro argomento principale, dobbiamo ancora segnalare un
altro genere di difficoltà.
44
6. Difficoltà linguistiche
La difficoltà che maggiormente si oppone
all’interpretazione corretta delle dottrine orientali è quella che deriva, come
già abbiamo indicato e come intendiamo esporre soprattutto nelle pagine
seguenti, dalla differenza essenziale esistente tra i modi del pensiero
orientale e quelli del pensiero occidentale. Questa differenza si traduce
naturalmente in una differenza corrispondente nelle lingue che sono destinate
ad esprimere tali modi, da cui una seconda difficoltà, connessa alla prima,
quando si tratta di rendere determinate idee nelle lingue dell’Occidente, le
quali mancano di termini adatti e, soprattutto, sono assai poco metafisiche.
D’altronde è solo un aggravarsi delle difficoltà che sono insite in ogni
traduzione, e che si incontrano anche, in misura minore, quando si passa da una
lingua a un’altra che pure è vicinissima filologicamente non meno che
geograficamente; inoltre i termini che vengono considerati corrispondenti, e
che sovente hanno la stessa origine o derivazione, talvolta non offrono affatto,
malgrado ciò, un’equivalenza esatta nel significato. Questo non stupisce,
perché è evidente che ogni lingua deve adattarsi in modo particolare alla
mentalità del popolo che se ne serve, e ciascun popolo ha la propria mentalità,
più o meno ampiamente diversa da quella degli altri; tale differenza delle
mentalità etniche è assai minore solo quando si considerano popoli che
appartengono a una stessa razza o si ricollegano alla stessa civiltà. In tal
caso, i caratteri mentali comuni sono senz’altro i più essenziali, ma i
caratteri secondari che vi si sovrappongono possono dare luogo a variazioni che
rimangono notevolissime; e ci si potrebbe persino domandare se tra gli
individui che parlano una stessa lingua, entro i confini di una nazione che
comprenda elementi etnici diversi, il senso delle parole non abbia sfumature
più o meno significative da una regione all’altra, tanto più che l’unificazione
nazionale e linguistica è spesso recente e abbastanza artificiosa: non sarebbe
affatto strano, ad esempio, se la lingua comune ereditasse in ogni provincia,
sia nella sostanza sia nella forma, qualche particolarità dell’antico dialetto
al quale
45
Considerazioni preliminari
si è sovrapposta e che ha sostituito più o
meno completamente. Comunque sia, le differenze di cui parliamo sono
naturalmente molto più sensibili da un popolo all’altro: se possono esserci
diversi modi di parlare una stessa lingua, vale a dire, in fondo, di pensare
servendosi di essa, c’è sicuramente un modo specifico di pensare che si esprime
normalmente in ogni lingua distinta; e la differenza raggiunge in qualche modo
il suo massimo in lingue molto differenti le une dalle altre sotto ogni
aspetto, o persino in lingue filologicamente affini ma adattate a mentalità e
civiltà molto differenti, poiché i raffronti filologici permettono assai meno
facilmente dei raffronti mentali di stabilire equivalenze autentiche. È per
queste ragioni che, come dicevamo fin dall’inizio, la traduzione più letterale
non sempre è la più esatta per quanto riguarda le idee, anzi tutt’altro, così
come la conoscenza puramente grammaticale di una lingua è del tutto
insufficiente a fornircene.
Quando parliamo della lontananza dei popoli, e
quindi delle loro lingue, bisogna tener presente che può essere una lontananza
nel tempo come nello spazio, sicché quanto abbiamo detto si applica parimenti
alla comprensione delle lingue antiche. Anzi, parlando di uno stesso popolo,
qualora la sua mentalità subisca nel corso dell’esistenza modificazioni
notevoli, non soltanto termini nuovi si sostituiscono nella lingua a termini
antichi, ma lo stesso significato di quelli che si mantengono varia in relazione
con i cambiamenti mentali, al punto che, in una lingua che sia rimasta quasi
inalterata nella forma esteriore, le stesse parole finiscono in realtà per non
corrispondere più agli stessi concetti, e sarebbe allora necessaria, per
ristabilirne il senso, una vera e propria traduzione che sostituisca, con altre
del tutto diverse, quelle parole che pur tuttavia sono ancora in uso; il
raffronto tra la lingua francese del secolo XVII e quella di oggi fornirebbe
numerosi esempi in merito. Dobbiamo aggiungere che ciò è soprattutto vero per i
popoli occidentali, la cui mentalità, come già abbiamo indicato, è estremamente
instabile e mutevole; e del resto c’è ancora una ragione decisiva perché in
Oriente un tale svantaggio non si verifichi, o per lo meno sia ridotto al
minimo, ed è che una demarcazione nettissima vi è stabilita tra le lingue
volgari, le quali variano necessariamente in una certa misura per rispondere
alle necessità dell’uso corrente, e le lingue che servono
46
Difficoltà linguistiche
all’esposizione delle dottrine, lingue fissate
immutabilmente, e il cui fine preserva da tutte le variazioni contingenti; ciò
che, peraltro, diminuisce ancora l’importanza delle considerazioni
cronologiche. In Europa si sarebbe potuto trovare qualcosa di parzialmente
analogo all’epoca in cui il latino era abitualmente impiegato nell’insegnamento
e negli scambi intellettuali; una lingua che abbia un tale uso non può essere
definita propriamente una lingua morta, ma piuttosto una lingua fissata, e in
ciò appunto consiste il suo grande vantaggio, per tacere della sua comodità
nelle relazioni internazionali, dove le «lingue ausiliarie» artificiali,
preconizzate dai moderni, sono inesorabilmente destinate a fallire. Se possiamo
parlare di una fissità immutabile, soprattutto in Oriente e per l’esposizione
di dottrine la cui essenza è puramente metafisica, è perché di fatto queste
dottrine non «si evolvono» nel senso occidentale della parola, rendendo
perfettamente inapplicabile ad esse l’uso di qualsivoglia «metodo storico»; per
strano e anzi incomprensibile che ciò possa sembrare a degli occidentali
moderni, che vorrebbero ad ogni costo credere nel «progresso» in tutti i campi,
le cose stanno così, e non riconoscendolo ci si condanna a non capire mai nulla
dell’Oriente. Le dottrine metafisiche non sono soggette a nessun cambiamento di
fondo, e neppure a perfezionamenti; possono soltanto svilupparsi sotto certi
aspetti, accogliendo espressioni più particolarmente appropriate a ognuno di
tali aspetti, ma che si mantengono sempre in uno spirito rigorosamente
tradizionale. Se in via eccezionale accade diversamente e una deviazione
intellettuale si verifica in un ambiente più o meno ristretto, questa
deviazione, se è davvero grave, comporterà in tempi abbastanza brevi l’abbandono
della lingua tradizionale nell’ambiente dato, dove essa verrà sostituita da un
idioma di origine volgare, ma che a sua volta acquisterà una certa fissità
relativa, perché la dottrina dissenziente tende in modo spontaneo a porsi come
tradizione indipendente benché priva, è ovvio, di ogni autorità regolare.
L’orientale, anche quando abbandona le vie normali della sua intellettualità,
non può vivere senza una tradizione o qualcosa che ne tenga il posto, e in
seguito cercheremo di far capire che cosa sia per lui la tradizione sotto i
suoi diversi aspetti; è questa, d’altronde, una delle cause profonde del suo
disprezzo per l’occidentale,
47
Considerazioni preliminari
il quale troppo sovente gli si presenta come
un essere privo di ogni legame tradizionale.
Per considerare sotto un altro angolo visuale,
e quasi nel loro stesso principio, le difficoltà che volevamo segnalare
particolarmente in questo capitolo, possiamo dire che ogni espressione di un
qualsiasi pensiero è di per sé necessariamente imperfetta, dal momento che
circoscrive e restringe i concetti per chiuderli in una forma definita che non
può mai essere del tutto adeguata, il concetto contenendo sempre qualcosa di
più della sua espressione, e addirittura immensamente di più quando si tratti
di concetti metafisici che devono sempre tener conto dell’inesprimibile, in
quanto fa parte della loro stessa essenza aprirsi su possibilità illimitate. Il
passaggio da una lingua a un’altra, per forza di cose meno adatta della prima,
non può insomma che aggravare questa imperfezione originaria e inevitabile; ma
quando si è giunti a cogliere in qualche modo il concetto stesso attraverso la
sua espressione primitiva, identificandosi per quanto è possibile alla
mentalità di colui o coloro che lo hanno pensato, è chiaro che si può sempre
rimediare in larga misura a questo inconveniente, fornendo una interpretazione
che, per risultare intelligibile, dovrà essere un commento assai più che una
pura e semplice traduzione letterale. Tutta la difficoltà reale quindi risiede,
in fondo, nell’identificazione mentale necessaria per giungere a questo
risultato; è certo che al riguardo esistono persone del tutto inadatte, ed è
facile capire quanto ciò trascenda i limiti dei lavori di semplice erudizione.
È questa l’unica maniera davvero proficua di studiare le dottrine; per capirle
bisogna, per così dire, studiarle «dal di dentro», mentre gli orientalisti si
sono sempre limitati a considerarle «dal di fuori».
Questo genere di lavoro, per le dottrine che
si sono regolarmente trasmesse fino alla nostra epoca e che hanno ancora degli
interpreti autorizzati, è relativamente più facile che per quelle di cui ci è
pervenuta la sola espressione scritta o figurata, non accompagnata dalla
tradizione orale estinta da lungo tempo. È quindi tanto più deplorevole che gli
orientalisti abbiano sempre ostinatamente trascurato, con un partito preso
forse parzialmente involontario ma per ciò stesso più invincibile, questo vantaggio
che era loro offerto in quanto studiosi di civiltà che ancora sopravvivono,
vantaggio che
48
Difficoltà linguistiche
invece è negato a quanti svolgono ricerche su
civiltà scomparse. Ciò nonostante, come abbiamo già detto, anche questi ultimi,
gli egittologi e gli assiriologi, per esempio, potrebbero sicuramente
risparmiarsi molti errori se avessero una conoscenza più estesa della mentalità
umana e delle diverse modalità che può assumere; ma una conoscenza del genere
non è appunto raggiungibile se non attraverso lo studio vero delle dottrine
orientali, il quale renderebbe in tal modo, per lo meno indirettamente, immensi
servigi a tutti i rami dello studio dell’antichità. Sennonché, anche solo per
questo fine che non ci sembra affatto il più importante, non bisognerebbe
chiudersi in un’erudizione che di per sé ha un mediocrissimo interesse, ma che
probabilmente è il solo ambito in cui possa esercitarsi senza eccessivi
inconvenienti l’attività di coloro che non vogliono o non possono uscire dagli
angusti confini della mentalità occidentale moderna. È questa, lo ripetiamo
ancora una volta, la ragione essenziale per cui i lavori degli orientalisti
sono del tutto insufficienti a permettere la comprensione di una qualsiasi
idea, e al tempo stesso completamente inutili, se non addirittura nocivi in
certi casi, al fine di un avvicinamento intellettuale fra l’Oriente e
l’Occidente.
49
II. I modi generali del pensiero orientale
1. Le grandi divisioni dell’Oriente
Abbiamo già detto che, sebbene si possa
opporre la mentalità orientale nel suo insieme alla mentalità occidentale,
tuttavia non si può parlare di una civiltà orientale come si parla di una
civiltà occidentale. Esistono più civiltà orientali nettamente distinte, e
ognuna di esse possiede, come in seguito vedremo, un principio di unità che le
è proprio e che differisce in modo essenziale da quello delle altre; ma per
quanto differenti, tutte hanno nondimeno dei tratti in comune, principalmente
per quanto riguarda i modi di pensiero, ed è appunto ciò che permette di
affermare che esiste, in linea generale, una mentalità specificamente
orientale.
Quando si intraprende uno studio, quale che
sia, è sempre opportuno, per mettervi ordine, cominciare con lo stabilire una
classificazione basata sulle divisioni naturali dell’oggetto che ci si propone
di studiare. È perciò necessario che, prima di ogni altra considerazione,
situiamo le differenti civiltà orientali le une in rapporto alle altre,
limitandoci però alle grandi linee e alle divisioni più generali, sufficienti
almeno a una prima approssimazione, poiché non intendiamo addentrarci qui in un
esame separato e particolareggiato di ognuna di queste civiltà.
Possiamo così dividere l’Oriente in tre grandi
regioni che denomineremo, secondo la loro posizione geografica rispetto
all’Europa, il Vicino Oriente, il Medio Oriente e l’Estremo Oriente. Il Vicino
Oriente comprende per noi tutto l’insieme del mondo musulmano; il Medio Oriente
è essenzialmente costituito dall’India; quanto all’Estremo Oriente, è quello
che abitualmente viene designato con questo nome, cioè la Cina e l’Indocina. È
facile constatare, fin da subito, che queste tre divisioni generali corrispondono
effettivamente a tre grandi civiltà completamente distinte e indipendenti, le
quali sono, se non le sole esistenti in tutto l’Oriente, almeno le più
importanti, e la cui area è di gran lunga la più estesa. All’interno di ognuna
di queste civiltà si potrebbero poi definire delle suddivisioni che presentano
variazioni pressappoco dello stesso
53
I modi generali del pensiero orientale
ordine di quelle che, nella civiltà europea,
esistono tra paesi diversi; soltanto che in questo caso non si possono
assegnare a tali suddivisioni limiti che sono quelli delle nazionalità, la cui
nozione stessa corrisponde a un concetto in generale estraneo all’Oriente.
Il Vicino Oriente, che comincia ai confini
dell’Europa, si estende non soltanto alla parte dell’Asia ad essa più vicina,
ma anche a tutta l’Africa del Nord; esso comprende dunque, a dire il vero,
paesi che geograficamente sono altrettanto occidentali dell’Europa stessa. Ma
la civiltà musulmana, in tutte le direzioni in cui si è espansa, ha nondimeno
conservato i caratteri essenziali che le derivano dal suo punto di partenza
orientale; e ha impresso tali caratteri a popoli estremamente diversi,
conferendo loro una mentalità comune pur senza privarli di ogni originalità. Le
popolazioni berbere dell’Africa del Nord non si sono mai confuse con gli Arabi
che vivono sullo stesso suolo, e da questi è facile distinguerle non soltanto
per i costumi speciali che hanno conservato, o per il loro tipo fisico, ma
anche per una specie di fisionomia mentale che è loro propria; per esempio, non
c’è ombra di dubbio che i Cabili sono per certi aspetti molto più vicini agli
europei che non gli Arabi. È nondimeno vero che la civiltà dell’Africa del
Nord, in quanto possiede un’unità, è non soltanto musulmana, ma anche araba
nella sua essenza; d’altronde, quello che si può chiamare il gruppo arabo ha
nel mondo islamico un’importanza veramente primordiale, poiché è in esso che
l’Islam ha avuto origine, e la sua lingua è la lingua tradizionale di tutti i
popoli musulmani, quali che siano la loro origine e la loro razza. Accanto al
gruppo arabo, ne distingueremo altri due principali, che possiamo chiamare il
gruppo turco e il gruppo persiano, benché queste denominazioni non siano forse
di un’esattezza rigorosa. Il primo di questi gruppi comprende soprattutto
popoli di razza mongola, come i Turchi e i Tartari; le sue caratteristiche
mentali, come pure i suoi tratti fisici, lo differenziano moltissimo dagli
Arabi, ma, avendo poca originalità intellettuale, dipende sostanzialmente
dall’intellettualità araba; e d’altronde, dallo stesso punto di vista
religioso, i due gruppi, arabo e turco, nonostante alcune differenze rituali e
legali, formano un insieme unico che si oppone al gruppo persiano. Giungiamo
così alla separazione più profonda che esista nel mondo musulmano,
54
Le grandi divisioni dell’Oriente
separazione che abitualmente si esprime
dicendo che gli Arabi e i Turchi sono «sunniti», mentre i Persiani sono
«sciiti»; tali denominazioni richiederebbero qualche riserva, ma non ci compete
qui di entrare in queste considerazioni.
Da quanto abbiamo detto, si può vedere che le
divisioni geografiche non coincidono sempre esattamente col campo di espansione
delle civiltà corrispondenti, ma soltanto col punto di partenza e il centro
principale di queste civiltà. Elementi musulmani si trovano un po’ dappertutto
in India, e ve ne sono anche in Cina; ma noi non dobbiamo preoccuparcene quando
parliamo delle civiltà di questi due paesi, perché la civiltà islamica non vi è
autoctona. D’altra parte, la Persia dovrebbe ricollegarsi etnicamente e anche
geograficamente a quello che abbiamo chiamato il Medio Oriente; se non ve la
includiamo, è perché la sua popolazione attuale è interamente musulmana. In
realtà, nel Medio Oriente bisognerebbe considerare due civiltà distinte
quantunque abbiano manifestamente un ceppo comune: quella dell’India e quella
degli antichi Persiani; ma quest’ultima non ha più oggi altri rappresentanti
che i Parsi, che formano raggruppamenti poco numerosi e dispersi, alcuni in
India, principalmente a Bombay, altri nel Caucaso; ci basti qui segnalarne
l’esistenza. Nella seconda delle nostre grandi divisioni non ci resta più da
considerare che la civiltà propriamente indiana, o più precisamente indù, che
abbraccia nella sua unità popoli di razze diversissime: fra le innumerevoli
regioni dell’India, e soprattutto tra il Nord e il Sud, vi sono differenze
etniche almeno tanto grandi quanto quelle che si possono trovare in tutta
l’estensione dell’Europa; ciò nonostante tutti questi popoli hanno una civiltà
comune e una lingua tradizionale comune, il sanscrito. La civiltà dell’India si
è in certe epoche estesa più ad est, e ha lasciato tracce evidenti in
determinate regioni dell’Indocina, come la Birmania, il Siam e la Cambogia, e
anche in qualche isola dell’Oceania, particolarmente a Giava. Da questa stessa
civiltà indù, d’altra parte, è nata la civiltà buddhista, che si è diffusa
sotto forme diverse in una gran parte dell’Asia centrale e orientale; la
questione del buddhismo richiede però qualche spiegazione, che daremo in
seguito.
Quanto poi alla civiltà dell’Estremo Oriente,
che è la sola i cui rappresentanti appartengano veramente a un’unica razza,
55
I modi generali del pensiero orientale
essa è propriamente la civiltà cinese; come
abbiamo detto, si estende all’Indocina, e più in particolare al Tonchino e
all’Annam, ma gli abitanti di queste regioni sono di razza cinese pura o
mescolata con elementi di origine malese, che però non sono preponderanti. È
opportuno insistere sul fatto che la lingua tradizionale di questa civiltà è
essenzialmente la lingua cinese scritta, la quale non soggiace alle variazioni
della lingua parlata, si tratti di variazioni nel tempo o nello spazio; un
cinese del Nord, un cinese del Sud e un abitante dell’Annam possono non capirsi
quando parlano, ma l’uso degli stessi caratteri ideografici, con tutto quel che
esso implica di fatto, stabilisce comunque fra di loro un legame che ha una
forza totalmente sconosciuta agli europei.
Quanto al Giappone, che non abbiamo compreso
nella nostra divisione generale, esso si ricollega all’Estremo Oriente in
quanto ha subito l’influenza cinese, benché d’altronde possieda, con lo
scintoismo, una tradizione propria di carattere molto diverso. Sarebbe
opportuno chiedersi fino a che punto questi diversi elementi abbiano potuto
mantenersi nonostante la modernizzazione, cioè in definitiva
l’occidentalizzazione, che è stata imposta a questo popolo dalla sua classe
dirigente; ma è una domanda troppo particolare perché ci si possa soffermare
qui.
D’altro canto, finora, abbiamo
intenzionalmente omesso di parlare della civiltà tibetana, che pure è
tutt’altro che trascurabile, specie dal punto di vista che ci interessa più
particolarmente. Tale civiltà partecipa, per certi aspetti, di quella indiana
come della cinese, ma presenta altresì caratteri che le sono del tutto
peculiari; siccome però essa è ancor più completamente ignorata dagli europei
di ogni altra civiltà orientale, non sarebbe possibile parlarne utilmente senza
trattare argomenti del tutto estranei al nostro.
Ci limiteremo quindi, tenendo conto delle
restrizioni indicate, alle tre grandi civiltà orientali che corrispondono
rispettivamente alle tre divisioni geografiche definite all’inizio, vale a dire
alle civiltà musulmana, indù e cinese. Per far comprendere i caratteri che più
essenzialmente differenziano queste tre civiltà l’una dall’altra, senza con ciò
addentrarci troppo nei particolari, la cosa migliore che possiamo fare è di
esporre il più nettamente possibile i principi sui quali riposa l’unità fondamentale
di ognuna di esse.
56
2. Principi di unità delle civiltà orientali
È estremamente difficile, oggi, individuare un
principio di unità per la civiltà occidentale; si potrebbe dire addirittura che
la sua unità, la quale si fonda sempre in modo naturale su un insieme di
tendenze che costituiscono una certa conformità mentale, non è più che una
semplice unità di fatto, la quale è priva di principio, così come lo è questa
stessa civiltà da quando, all’epoca del Rinascimento e della Riforma, si ruppe
il legame tradizionale di ordine religioso che per essa era precisamente il principio
essenziale e di essa faceva nel Medioevo quella che si chiamava la
«Cristianità». L’intellettualità occidentale non poteva avere a propria
disposizione, nei limiti entro cui si esercitava la sua attività tipicamente
ristretta, alcun elemento tradizionale di ordine diverso che potesse
sostituirsi a quello religioso; intendiamo dire che un elemento di questo
genere non poteva, escludendo eccezioni non atte a generalizzarsi in
quell’ambiente, essere concepito altrimenti che in modo religioso. Per quel che
riguarda l’unità della razza europea in quanto razza, essa è, come abbiamo già
detto, troppo relativa e debole per poter servire di base all’unità di una
civiltà. Il rischio era dunque che si venissero a formare da quel momento
molteplici civiltà europee senza nessun legame effettivo e consapevole; e
infatti proprio a partire dal momento in cui fu spezzata l’unità fondamentale
della «Cristianità» si videro costituirsi in suo luogo, attraverso molte
vicissitudini e incerti tentativi, le unità secondarie, frammentarie e
impoverite delle «nazionalità». L’Europa conservava nondimeno, anche nella sua
deviazione mentale, e come suo malgrado, l’impronta della formazione unica che
aveva ricevuto nei secoli precedenti; le stesse influenze che avevano provocato
la deviazione si erano esercitate dovunque in modo simile, sebbene con gradi
diversi; il risultato fu ancora una mentalità comune, e conseguentemente una
civiltà che permaneva comune nonostante tutte le divisioni, ma che, invece di
dipendere legittimamente da un principio, qualunque esso fosse, sarebbe ormai
passata, se così si può dire, al servizio di una «assenza di principio»,
57
I modi generali del pensiero orientale
che la condannava a un irrimediabile
decadimento intellettuale. Si può sicuramente sostenere che quello era il
prezzo del progresso materiale verso il quale, da allora, il mondo occidentale
si è diretto in modo esclusivo, poiché esistono vie di sviluppo inconciliabili;
ma, comunque sia, ha significato veramente, a nostro avviso, pagare per quel
progresso troppo magnificato un prezzo altissimo.
Questa considerazione molto sommaria permette
innanzitutto di capire come in Oriente non possa esistere nulla di simile alle
nazioni occidentali: la nascita delle nazionalità è tutto sommato il segno di
una dissoluzione parziale, in una civiltà, che risulta dalla perdita di ciò che
ne costituiva l’unità profonda. Nello stesso Occidente, lo ripetiamo, il
concetto della nazionalità è essenzialmente moderno; non si riuscirebbe a
trovare niente di analogo in tutto ciò che era esistito prima, né le città greche,
né l’Impero romano (nato d’altra parte dalle estensioni successive della città
originaria) o i suoi prolungamenti medioevali più o meno indiretti, né le
confederazioni o le leghe di popoli come quelle dei Celti, e neppure gli Stati
organizzati gerarchicamente secondo il modello feudale.
D’altra parte, quanto abbiamo detto
dell’antica unità della «Cristianità», unità di natura essenzialmente
tradizionale, e peraltro concepita secondo un modo specifico che è il modo
religioso, può applicarsi quasi esattamente alla concezione dell’unità del
mondo musulmano. La civiltà islamica è infatti, fra le civiltà orientali,
quella che più si avvicina all’Occidente, e anzi si potrebbe dire che per le
caratteristiche come per la posizione geografica essa è l’intermediaria, sotto
diversi aspetti, fra l’Oriente e l’Occidente; ci sembra, quindi, che la
tradizione possa essere esaminata in due modi profondamente distinti, dei quali
uno è puramente orientale, mentre l’altro, che è il modo propriamente
religioso, è condiviso con la civiltà occidentale. Del resto ebraismo,
cristianesimo e islamismo si presentano come i tre elementi di uno stesso
insieme, fuori del quale, è bene dirlo fin da ora, è per lo più difficile
applicare propriamente il termine stesso di «religione», per poco che gli si
voglia conservare un senso preciso e nettamente definito; ma nell’islamismo
l’aspetto strettamente religioso è in realtà quello più esteriore; su questi
punti dovremo tornare in seguito. Ad ogni modo, considerando per il momento
solo l’aspetto
58
Principi di unità delle civiltà orientali
esteriore, è su una tradizione che si può
definire religiosa che si fonda tutta l’organizzazione del mondo musulmano: non
avviene qui, come nell’Europa attuale, che la religione sia un elemento
dell’ordine sociale, ma al contrario è tutto l’ordine sociale che si integra
nella religione, dalla quale la legislazione è inseparabile perché in essa
trova il suo principio e la sua ragione d’essere. È ciò che, sfortunatamente
per loro, non hanno mai capito bene gli europei che si sono occupati delle
popolazioni musulmane, e che per tale incomprensione hanno commesso errori
politici dei più grossolani e inestricabili; non vogliamo però soffermarci ora
su considerazioni del genere, che indichiamo incidentalmente. Al riguardo
aggiungeremo solo due osservazioni che non sono prive di interesse: la prima è
che la concezione del «califfato», unico fondamento possibile per qualsiasi
«panislamismo» veramente serio, non è in alcun modo assimilabile a quella di
una qualunque forma di governo nazionale, e che peraltro possiede tutte le
caratteristiche per disorientare gli europei, abituati a vedere una separazione
assoluta, se non addirittura una opposizione, tra il «potere spirituale» e il
«potere temporale»; la seconda è che per pretendere di instaurare nell’Islam
dei «nazionalismi», occorre tutta l’ignorante presunzione di pochi «giovani»
musulmani, che tali si autodefiniscono per ostentare il loro «modernismo» e nei
quali l’insegnamento delle università occidentali ha completamente obliterato
il senso tradizionale.
A proposito dell’Islam dobbiamo ancora
insistere su un altro punto, vale a dire l’unità della sua lingua tradizionale:
abbiamo già detto che tale lingua è l’arabo, ma bisogna precisare che si tratta
dell’arabo letterario, distinto in una certa misura dall’arabo volgare che ne
costituisce un’alterazione e, grammaticalmente, una semplificazione. Vi è qui
più o meno la stessa differenza che abbiamo indicato, per la Cina, fra la
lingua scritta e la lingua parlata: solo l’arabo letterario può avere tutta la fissità
indispensabile per sostenere la funzione di lingua tradizionale, mentre l’arabo
volgare, come ogni altra lingua che serve all’uso comune, subisce naturalmente
delle variazioni secondo le epoche e le regioni. Tuttavia queste variazioni non
sono così considerevoli come di solito si crede in Europa: esse riguardano
soprattutto la pronuncia e l’uso di alcuni termini più o meno specifici e non
sono tali da costituire
59
I modi generali del pensiero orientale
una pluralità di dialetti, giacché tutti
coloro che parlano arabo sono perfettamente in grado di capirsi; insomma, anche
per quanto riguarda l’arabo volgare, esiste un’unica lingua che è parlata dal
Marocco al Golfo Persico, e i cosiddetti dialetti arabi, più o meno dissimili,
sono un’invenzione pura e semplice degli orientalisti. Quanto poi alla lingua
persiana, benché non sia fondamentale dal punto di vista della tradizione
musulmana, il suo impiego in numerosi scritti relativi al «sufismo» le conferisce
comunque, per la parte più orientale dell’Islam, un’incontestabile importanza
intellettuale.
Passando ora alla civiltà indù, la sua unità è
ancora di ordine puramente ed esclusivamente tradizionale: essa comprende
elementi appartenenti a razze o gruppi etnici diversissimi, e che possono tutti
definirsi a ugual titolo «indù» nel senso stretto della parola, ad esclusione
di altri elementi appartenenti a queste stesse razze o almeno ad alcune di
esse. Certuni vorrebbero che all’origine le cose non stessero in questo modo,
ma la loro opinione si fonda soltanto sull’ipotesi di una pretesa «razza ariana»,
che è dovuta semplicemente all’immaginazione troppo fertile degli orientalisti;
il termine sanscrito ârya, dal quale è stato tratto il nome di questa
razza ipotetica, è sempre stato in realtà un epiteto distintivo che si applica
ai soli uomini delle prime tre caste, e indipendentemente dall’appartenenza a
questa o quella razza, la cui considerazione qui non interviene affatto. Vero è
che il principio dell’istituzione delle caste è rimasto, come molte altre cose,
così incompreso in Occidente che non c’è da stupirsi se tutto ciò che vi si
riferisce, direttamente o indirettamente, abbia occasionato ogni sorta di
confusioni; ma su questo argomento ritorneremo in un’altra parte del nostro
lavoro. Quel che, bisogna ricordare per il momento è che l’unità indù riposa
interamente sul riconoscimento di una certa tradizione, la quale, anche qui,
ingloba tutto l’ordine sociale, ma solo a titolo di semplice applicazione a
determinate contingenze; quest’ultima riserva è dovuta al fatto che la
tradizione suddetta non è più religiosa, come lo era nell’Islam, ma di un
ordine più puramente intellettuale ed essenzialmente metafisico. Quella specie
di duplice polarizzazione, esteriore e interiore, a cui abbiamo accennato a
proposito della tradizione musulmana, non esiste nell’India, dove perciò non si
60
Principi di unità delle civiltà orientali
possono fare gli accostamenti con l’Occidente
che erano ancora possibili almeno per l’aspetto esteriore dell’Islam; qui nulla
esiste più di simile alle religioni occidentali, e a sostenere il contrario
possono esserci solo degli osservatori superficiali, i quali dimostrano così la
loro perfetta ignoranza dei modi del pensiero orientale. Siccome ci
ripromettiamo di trattare specialmente delle civiltà dell’India, è inutile per
il momento dilungarci in merito.
La civiltà cinese, come abbiamo già detto, è
la sola la cui unità sia essenzialmente, nella sua natura profonda, un’unità di
razza; il suo elemento caratteristico, al riguardo, è ciò che i Cinesi chiamano
gen, concetto che si può rendere, senza eccessiva inesattezza, con
«solidarietà di razza». Tale solidarietà, che implica a un tempo la perpetuità
e la comunione dell’esistenza, si identifica del resto con l’«idea di vita»,
applicazione all’umanità esistente del principio metafisico della «causa
iniziale»; e dal passaggio di tale nozione nel campo sociale, con l’attuazione
continua di tutte le sue conseguenze pratiche, discende l’eccezionale stabilità
delle istituzioni cinesi. Questa stessa concezione permette di comprendere come
l’intera organizzazione sociale riposi qui sulla famiglia, prototipo essenziale
della razza; in Occidente si sarebbe potuto trovare qualcosa di parzialmente
analogo nella città antica, dove pure la famiglia formava il nucleo iniziale e
lo stesso «culto degli avi», con tutto ciò che implicava di fatto, aveva
un’importanza della quale i moderni stentano a rendersi conto. Non crediamo
tuttavia che, da nessun’altra parte se non in Cina, ci si sia mai spinti così
oltre nel senso di una concezione dell’unità familiare che si oppone a qualsiasi
individualismo, che sopprime per esempio la proprietà individuale e quindi
l’eredità, e che rende in qualche modo impossibile la vita di chi,
volontariamente o no, si trovi escluso dalla comunità della famiglia.
Quest’ultima esercita nella società cinese una funzione almeno tanto importante
quanto quella della casta nella società indù, e che in qualche modo le è
comparabile; ma il principio resta completamente diverso. D’altronde la parte
propriamente metafisica della tradizione è, in Cina più che altrove, nettamente
separata da tutto il resto, vale a dire insomma dalle sue applicazioni a
differenti ordini di relatività; va da sé però che tale separazione, per
profonda che sia, non può giungere fino a una discontinuità assoluta, che in
61
I modi generali del pensiero orientale
quanto tale priverebbe le forme esteriori
della civiltà di ogni principio reale. Lo si vede fin troppo nell’Occidente
moderno dove le istituzioni civili, spogliate di ogni valore tradizionale, ma
conservanti qualche vestigio del passato ormai incompreso, hanno talvolta
l’apparenza di una vera parodia rituale senza la minima ragione d’essere, e la
cui osservanza è più propriamente una «superstizione», con tutta la forza che
dà a questa parola la sua rigorosa accezione etimologica.
Quanto abbiamo detto è sufficiente a mostrare
come l’unità di ognuna delle grandi civiltà orientali sia di natura
completamente diversa da quella della civiltà occidentale attuale, come si
appoggi su principi che, ben più profondi e indipendenti dalle contingenze
storiche, sono eminentemente atti ad assicurarne la durata e la continuità. Le
considerazioni che precedono, d’altronde, troveranno un loro naturale
complemento in quel che seguirà, quando avremo occasione di trarre dall’una o
dall’altra delle civiltà in questione gli esempi che saranno necessari per
comprendere la nostra trattazione.
62
3. Che cosa si deve intendere per tradizione
In quel che precede, ci è capitato di parlare
ad ogni istante di tradizione, di dottrine o concezioni tradizionali e anche di
lingue tradizionali, ed è del resto impossibile fare altrimenti se si vuole
dare un nome a ciò che costituisce realmente tutta l’essenza del pensiero
orientale nei suoi differenti modi; ma che cos’è più precisamente la
tradizione? Diremo subito, per evitare una possibile confusione, che non
intendiamo questa parola nel senso ristretto in cui il pensiero religioso
dell’Occidente oppone talvolta «tradizione» e «scrittura», intendendo con il
primo dei due termini, in modo esclusivo, ciò che è stato l’oggetto di una
trasmissione orale. Per noi al contrario, in un’accezione molto più generale,
la tradizione può essere sia scritta sia orale, benché di solito, se non
sempre, dovette essere principalmente orale all’origine, come abbiamo spiegato;
ma, allo stato attuale delle cose, la parte scritta e la parte orale
costituiscono dappertutto due rami complementari di una stessa tradizione, sia
essa religiosa o altro, e noi non esitiamo a parlare di «scritture
tradizionali», ciò che evidentemente sarebbe contraddittorio se attribuissimo
alla parola «tradizione» soltanto il suo significato più specifico; d’altronde,
secondo l’etimologia, la tradizione è semplicemente «ciò che si trasmette» in
un modo o in un altro. Inoltre bisogna ancora comprendere nella tradizione,
quali elementi secondari e derivati ma nondimeno importanti per averne una
nozione completa, tutto l’insieme delle istituzioni di ordini diversi che hanno
il loro principio nella dottrina tradizionale stessa.
Considerata in tal modo, la tradizione può
sembrare confondersi con la civiltà medesima, che secondo certi sociologi è
«l’insieme delle tecniche, delle istituzioni e delle credenze comuni a un
gruppo di uomini per una certa durata di tempo»1; ma che valore ha,
precisamente, quest’ultima definizione? Noi non crediamo, a dire il vero, che
la civiltà possa generalmente
1. E. Doutté, Magie
et religion dans l’Afrique du Nord, Introduzione, p. 5.
63
I modi generali del pensiero orientale
caratterizzarsi in una formula di questo
genere, la quale sarà sempre o troppo ampia o troppo stretta per certi versi,
rischiando di escludere elementi comuni a ogni civiltà e di comprenderne invece
altri che appartengono propriamente solo a qualche civiltà particolare. Così,
la definizione precedente non tiene alcun conto di quel che in ogni civiltà
esiste di essenzialmente intellettuale, trattandosi di qualcosa che non si può
includere nelle cosiddette «tecniche», le quali sono, così ci viene detto, «degli
insiemi di pratiche specialmente destinate a modificare l’ambiente fisico»;
d’altra parte, quando si parla di «credenze», aggiungendo peraltro che tale
parola dev’essere «intesa nel suo significato abituale», ci si riferisce a
qualcosa che evidentemente suppone la presenza dell’elemento religioso, che in
realtà è specifico di certe civiltà e non si trova nelle altre. È appunto per
evitare ogni inconveniente di questo tipo che noi ci siamo limitati,
all’inizio, a dire semplicemente che una civiltà è il prodotto e l’espressione
di una certa mentalità comune a un gruppo più o meno esteso di uomini,
riservando per ciascun caso particolare la determinazione precisa dei suoi
elementi costitutivi.
Comunque sia, è altrettanto vero che, per
quanto riguarda l’Oriente, identificare la tradizione con l’intera civiltà è in
fondo giustificato: ogni civiltà orientale, considerata nel suo insieme, ci
appare essenzialmente tradizionale, e questo risulta immediatamente dalle
spiegazioni che abbiamo dato nel capitolo precedente. Quanto alla civiltà
occidentale, abbiamo detto che al contrario è priva di ogni carattere
tradizionale, ad eccezione del suo elemento religioso, il quale è il solo ad
averlo conservato. Il fatto è che le istituzioni sociali, per potersi dire
tradizionali, devono essere collegate effettivamente, come al loro principio, a
una dottrina che è a sua volta tradizionale, sia essa metafisica o religiosa o
di un altro genere adeguato. In altre parole, le istituzioni tradizionali che
comunicano questo carattere a tutto l’insieme di una civiltà sono quelle che
hanno la propria ragione d’essere profonda in una dipendenza, più o meno
diretta ma sempre voluta e consapevole, da una dottrina la cui natura
fondamentale è sempre e comunque di ordine intellettuale; ma l’intellettualità
può esservi presente allo stato puro, e allora siamo in presenza di una
dottrina propriamente metafisica, oppure vi si trova mescolata a diversi
elementi eterogenei,
64
Che cosa si deve intendere per tradizione
originando così il modo religioso e gli altri
modi di cui può essere suscettibile una dottrina tradizionale.
Nell’Islam, abbiamo detto, la tradizione
presenta due aspetti distinti, di cui uno è religioso, e a questo si ricollega
direttamente l’insieme delle istituzioni sociali, mentre l’altro, puramente
orientale, è davvero metafisico. In una certa misura qualcosa del genere è
esistito, nell’Europa medioevale, con la dottrina scolastica, sulla quale
d’altronde si esercitò notevolmente l’influenza araba; ma bisogna aggiungere,
per non eccedere con le analogie, che la metafisica non vi fu mai così
nettamente svincolata, come dovrebbe, dalla teologia, vale a dire insomma dalla
sua applicazione specifica al pensiero religioso, e altresì che quanto vi si
trova di propriamente metafisico non è completo, soggiacendo a talune
limitazioni che sembrano inerenti a tutta l’intellettualità occidentale; è
fuori di dubbio che in queste imperfezioni bisogna vedere una conseguenza del
duplice retaggio della mentalità ebraica e della mentalità greca.
Quanto all’India, si è in presenza di una
tradizione che è puramente metafisica nella sua essenza, alla quale si
aggiungono, come tanti annessi e prolungamenti, applicazioni diverse, sia in
certi rami secondari della dottrina stessa, come quella ad esempio che si
ricollega alla cosmologia, sia nell’ordine sociale, che è peraltro strettamente
determinato dalla corrispondenza analogica che si stabilisce tra le rispettive
forme dell’esistenza cosmica e dell’esistenza umana. Appare qui molto più
chiaramente che nella tradizione islamica, soprattutto perché mancano il punto
di vista religioso e i suoi impliciti elementi extraintellettuali, la totale
subordinazione dei differenti ordini particolari alla metafisica, vale a dire
al dominio dei principi universali.
In Cina la nettissima separazione di cui
abbiamo detto rivela da un lato una tradizione metafisica e dall’altro una
tradizione sociale, le quali possono apparire a prima vista non soltanto
distinte, come in effetti sono, ma addirittura relativamente indipendenti l’una
dall’altra, tanto più che la tradizione metafisica è sempre rimasta
l’appannaggio quasi esclusivo di una élite intellettuale, mentre la tradizione
sociale, per sua natura, s’impone a tutti ugualmente ed esige allo stesso grado
la loro partecipazione effettiva. Sennonché, bisogna porre mente al
65
I modi generali del pensiero orientale
fatto che la tradizione metafisica, quale è
costituita nella forma del «taoismo», è lo sviluppo dei principi di una
tradizione più primordiale contenuta specialmente nell’Yi-King, e che
anzi da questa stessa tradizione primordiale discende interamente, quantunque
in una maniera meno immediata e solo come applicazione a un ordine contingente,
tutto l’insieme di istituzioni sociali che è abitualmente conosciuto con il
nome di «confucianesimo». Si trova così ristabilita, con l’ordine dei loro
rapporti reali, la continuità essenziale dei due principali aspetti della
civiltà estremo-orientale, continuità che si rischierebbe di disconoscere quasi
inevitabilmente se non si sapesse risalire alla loro fonte comune, vale a dire
fino a questa tradizione primordiale la cui espressione ideografica, fissata
sin dall’epoca di Fo-hi, si è mantenuta intatta per una durata di circa
cinquanta secoli.
Dobbiamo ora, dopo questo sguardo d’assieme,
caratterizzare in modo più preciso ciò che costituisce propriamente questa
specifica forma tradizionale che noi chiamiamo la forma religiosa, quindi ciò
che distingue il pensiero metafisico puro dal pensiero teologico, ossia dalle
concezioni a carattere religioso, e anche, d’altra parte, ciò che lo distingue
dal pensiero filosofico nel senso occidentale della parola. In queste
distinzioni profonde troveremo veramente, in contrasto con i più importanti
tipi di concezioni intellettuali, o piuttosto semi-intellettuali, consueti nel
mondo occidentale, i caratteri precipui dei modi generali ed essenziali
dell’intellettualità orientale.
66
4. Tradizione e religione
Sembra piuttosto difficile intendersi su una
definizione esatta e rigorosa della religione e dei suoi elementi essenziali, e
l’etimologia, spesso preziosa in simili congiunture, ci aiuta assai
scarsamente, poiché l’indicazione che ci fornisce è quanto mai vaga. La
religione, secondo la derivazione della parola, è «ciò che lega insieme»; ma è
da intendere con ciò quel che lega l’uomo a un principio superiore, o
semplicemente ciò che lega gli uomini tra di loro? Se consideriamo l’antichità
greco-romana, dalla quale ci è giunto il termine se non proprio la cosa che
designa oggi, è quasi certo che l’idea di religione partecipava di questa
duplice accezione e che anzi la seconda era per lo più preminente. In effetti
la religione, o almeno ciò che allora veniva inteso con questa parola, faceva
corpo, in modo indissolubile, con l’insieme delle istituzioni sociali, per le
quali il riconoscimento degli «dei della città» e l’osservanza delle forme
cultuali legalmente stabilite costituivano le condizioni fondamentali garantendone
la stabilità; era d’altronde questo che conferiva alle istituzioni un carattere
veramente tradizionale. Ma già da allora, o per lo meno dall’epoca classica, vi
era qualcosa d’incompreso nel principio stesso su cui tale tradizione avrebbe
dovuto fondarsi intellettualmente; si può vedere in ciò una prima
manifestazione dell’incapacità metafisica comune agli occidentali, incapacità
che implica, quale conseguenza fatale e costante, una strana confusione nelle
modalità del pensiero. Presso i Greci particolarmente, i riti ed i simboli,
retaggio di tradizioni più antiche e già dimenticate, avevano per tempo perso
il loro preciso significato originario; l’immaginazione di questo popolo
eminentemente artista, che si esprimeva secondo la fantasia individuale dei
suoi poeti, li aveva coperti con un velo quasi impenetrabile, ed è per questo
che filosofi come Platone dichiaravano espressamente di non sapere che cosa
pensare dei loro scritti più antichi sulla natura degli dei1. I
simboli
1. Leggi, Libro X.
67
I modi generali del pensiero orientale
erano così degenerati in semplici allegorie e,
per una invincibile tendenza alle personificazioni antropomorfiche, si erano
trasformati in «miti», vale a dire in favole di cui ciascuno poteva pensare
quel che più gli piacesse, a patto di conservare nella pratica l’atteggiamento
convenzionale imposto dalle prescrizioni legali. In queste condizioni poteva
sussistere quasi solo un formalismo tanto più schiettamente esteriore, in
quanto era diventato incomprensibile persino a coloro che dovevano assicurarne
la persistenza secondo regole invariabili, e la religione, persa la sua ragione
d’essere più profonda, diventava per forza di cose una questione esclusivamente
sociale. Così si spiega perché l’uomo che cambiava città dovesse insieme
cambiare religione, e poteva farlo senza il minimo scrupolo: egli era costretto
ad adottare gli usi di coloro fra i quali veniva a stabilirsi, doveva ormai
obbedienza alle loro leggi diventate le sue, e di queste leggi la religione
costituita faceva parte integrante, esattamente come le istituzioni di governo,
giuridiche, militari o d’altro genere. Questa idea della religione come «legame
sociale» tra gli abitanti di una stessa città, a cui d’altronde si
sovrapponeva, al di sopra delle varietà locali, un’altra religione più generale
comune a tutti i popoli ellenici e costituente il solo legame veramente
effettivo e permanente tra di loro, tale idea, dicevamo, non era quella della
«religione di Stato» nel senso in cui si doveva intenderla molto più tardi, ma
aveva già con quest’ultima evidenti rassomiglianze, e dovette contribuire in
modo sensibile alla sua formazione ulteriore.
Per i Romani avvenne pressappoco la stessa
cosa che per i Greci, con questa differenza, tuttavia, che la loro
incomprensione delle forme simboliche, prese in prestito dalle tradizioni degli
Etruschi e di diversi altri popoli, non derivava da una tendenza estetica che
invadeva tutti i campi del pensiero, anche quelli che avrebbero dovuto esserle
più inaccessibili, bensì da una assoluta incapacità per tutto quel che attiene
propriamente all’ordine intellettuale. Tale radicale insufficienza della
mentalità dei Romani, quasi esclusivamente diretta verso le cose pratiche, è
troppo visibile e d’altronde troppo generalmente riconosciuta perché sia
necessario insistervi; l’influenza greca, che si esercitò in seguito, non
doveva rimediarvi che in piccolissima misura. Ad ogni modo, gli «dei della
città» ebbero anche qui un’importanza preponderante nel culto
68
Tradizione e religione
pubblico, sovrapposto ai culti familiari che
con esso sopravvissero sempre, ma forse senza essere meglio compresi nella loro
ragione profonda; e gli «dei della città», in conseguenza di successive
estensioni del loro ambito, diventarono infine gli «dei dell’Impero». È
evidente che un culto come quello degli imperatori, per esempio, non poteva
avere che una portata esclusivamente sociale; ed è noto che se il cristianesimo
fu perseguitato mentre tanti elementi eterogenei si incorporavano senza rischi
di sorta nella religione romana, è perché esso solo comportava, sia
praticamente che teoricamente, un disconoscimento formale degli «dei
dell’Impero», essenzialmente sovversivo delle istituzioni vigenti. Questo
disconoscimento non sarebbe stato peraltro necessario se l’importanza reale dei
riti meramente sociali fosse stata definita e delimitata con precisione; se
invece lo fu, è proprio per le molteplici confusioni che erano avvenute nei
campi più differenti e che, nate dagli elementi incompresi contenuti in questi
riti e dei quali taluni giungevano da molto lontano, conferivano loro un
carattere «superstizioso» nel senso rigoroso in cui ci è già occorso di usare
questa parola.
Con quanto detto finora non ci siamo proposti
soltanto di mostrare quale fosse l’idea della religione nella civiltà
greco-romana, la qual cosa potrebbe sembrare un po’ fuori argomento; abbiamo
voluto soprattutto far capire quanto profondamente tale idea differisca da
quella della religione nell’attuale civiltà occidentale, nonostante l’identità
del termine che serve a designare entrambe. Si potrebbe dire che il
cristianesimo, o se si preferisce la tradizione giudaico-cristiana, adottando
con la lingua latina la parola «religione» che ad essa appartiene, le abbia
conferito un significato quasi del tutto nuovo; ci sono del resto altri esempi
in merito, e uno dei più notevoli è offerto dalla parola «creazione», di cui
parleremo più tardi. Quella che da un certo momento in poi dominerà, è l’idea
di legame con un principio superiore, e non più di legame sociale, il quale
sussiste ancora fino a un certo punto, ma sminuito e declassato a elemento
secondario. E ancora si tratta, a dire il vero, di una prima approssimazione;
per determinare più esattamente il significato della religione nella sua
concezione attuale, che è la sola a cui ora ci riferiremo con questo nome,
sarebbe evidentemente inutile ricorrere
69
I modi generali del pensiero orientale
ancora all’etimologia, dalla quale l’uso è
ormai troppo lontano, e solo con l’esame diretto di quel che esiste
effettivamente possiamo ottenere un’informazione precisa.
Dobbiamo dire subito, per quel che riguarda la
religione, che quasi tutte le definizioni, o piuttosto i tentativi di
definirla, hanno il difetto comune di potersi applicare a cose estremamente
diverse, e di cui alcune non hanno in realtà assolutamente niente di religioso.
Così, alcuni sociologi sostengono che «ciò che caratterizza i fenomeni
religiosi è la loro forza obbligatoria»1. Sarebbe opportuno notare
che tale carattere obbligatorio non appartiene in misura uguale a tutto ciò che
è allo stesso titolo religioso, che può variare d’intensità, sia per pratiche e
credenze diverse all’interno di una stessa religione, sia, in modo generale, da
una religione all’altra; ma anche ammettendo che esso sia più o meno comune a
tutti i fatti religiosi, non è in alcun modo specifico, e la logica più
elementare insegna che una definizione deve convenire non soltanto «a tutto il
definito», ma anche «al solo definito». Infatti l’obbligo, imposto più o meno
strettamente da un’autorità o un potere di qualsivoglia natura, è un elemento
che si ritrova in modo pressoché costante in tutto quel che è istituzione
sociale propriamente detta; in particolare, c’è forse qualcosa che si ponga in
modo più rigorosamente obbligatorio della legalità? D’altronde, che la
legislazione si ricolleghi direttamente alla religione come nell’Islam, o che
ne sia al contrario completamente separata e indipendente come negli Stati
europei attuali, essa mantiene il suo carattere di obbligo nell’un caso come
nell’altro, e lo mantiene sempre di necessità, per il semplicissimo motivo che
si tratta di una condizione di possibilità per una qualsiasi forma di
organizzazione sociale; chi dunque oserebbe sostenere seriamente che le
istituzioni giuridiche dell’Europa moderna sono investite di un carattere religioso?
Una supposizione simile è manifestamente ridicola, e se ci dilunghiamo un po’
più di quanto forse sarebbe opportuno è perché queste teorie hanno esercitato
in certi ambienti un’influenza tanto considerevole quanto poco giustificata.
Per concludere su questo punto, non è soltanto nelle società che si è convenuto
chiamare «primitive», secondo noi a torto, che «tutti i
1. E. Durkheim, De
la définition des phénomènes religieux.
70
Tradizione e religione
fenomeni sociali hanno lo stesso carattere
coercitivo», in misura più o meno variabile, constatazione che obbliga i nostri
sociologi, quando parlano delle società cosiddette «primitive», delle quali
tanto più inclinano a invocare la testimonianza quanto più è difficile
verificarla, a confessare che «la religione è tutto, a meno che non si
preferisca dire che non è niente»1! Vero è che subito dopo
aggiungono, per questa seconda alternativa che ci sembra quella giusta, la
seguente restrizione: «quando si voglia considerarla una funzione specifica»;
ma, precisamente, se non fosse una «funzione specifica», non sarebbe
nient’affatto la religione.
Ma ancora non abbiamo esaurito le bizzarrie
dei sociologi: un’altra teoria a loro cara consiste nel dire che la religione è
essenzialmente caratterizzata dalla presenza di un elemento rituale; detto
altrimenti, dovunque si constati l’esistenza di qualsiasi rito, se ne deve
concludere senza ulteriore esame che ci si trova per ciò stesso in presenza di
fenomeni religiosi. Certo si incontra un elemento rituale in ogni religione, ma
da solo non è sufficiente a caratterizzare la religione in quanto tale; qui, come
prima, la definizione proposta è di gran lunga troppo ampia, perché esistono
riti che non sono affatto religiosi, e anzi ne esistono di parecchie specie.
Esistono in primo luogo riti che hanno un carattere puramente ed esclusivamente
sociale, o, se si vuole, civile: se ne sarebbero dovuti incontrare nella
civiltà greco-romana se non si fossero verificate allora tutte le confusioni di
cui abbiamo parlato; attualmente esistono nella civiltà cinese, dove non c’è
alcuna confusione del genere, e dove le cerimonie del confucianesimo sono
effettivamente dei riti sociali, privi affatto di carattere religioso: solo in
quanto tali esse sono l’oggetto di un riconoscimento ufficiale il quale, in
Cina, sarebbe inconcepibile a qualunque altra condizione. È ciò che avevano
molto ben compreso i gesuiti stabilitisi in Cina nel secolo XVII, i quali
trovavano del tutto naturale partecipare a tali cerimonie non vedendovi niente
di incompatibile col cristianesimo; e avevano del tutto ragione perché il
confucianesimo, ponendosi interamente al di fuori del dominio religioso e
implicando solo quanto può e deve normalmente essere
1. E. Doutté, Magie
et religion dans l’Afrique du Nord, Introduzione, p. 7.
71
I modi generali del pensiero orientale
ammesso da tutti i membri del corpo sociale
senza distinzione, è quindi perfettamente conciliabile con una qualsiasi
religione, come pure con l’assenza di ogni religione. I sociologi contemporanei
commettono esattamente lo stesso errore che commisero un tempo gli avversari
dei gesuiti, quando li accusarono di essersi sottomessi alle pratiche di una
religione estranea al cristianesimo: constatata la presenza dei riti, avevano
pensato del tutto naturalmente che dovessero essere, come quelli che erano soliti
vedere nell’ambiente europeo, di natura religiosa. La civiltà estremo-orientale
ci servirà ancora da esempio per un genere del tutto differente di riti non
religiosi; infatti anche il taoismo, che è, come abbiamo detto, una dottrina
puramente metafisica, possiede riti che gli sono propri; esistono dunque, per
quanto ciò possa sembrare strano e anzi incomprensibile a degli occidentali,
riti aventi un carattere e una portata essenzialmente metafisici. Non volendo
insistere oltre, per il momento, aggiungeremo soltanto che, senza neppure
guardare alla Cina o all’India, riti del genere si potrebbero trovare in certe
diramazioni dell’Islam, se quest’ultimo non rimanesse per gli europei, e molto
per colpa loro, quasi altrettanto inaccessibile di tutto il resto dell’Oriente.
Dopotutto i sociologi sono ancora scusabili quando si sbagliano su cose a loro
completamente estranee, e potrebbero anche immaginare con qualche parvenza di
ragione che ogni rito sia di natura religiosa, se almeno il mondo occidentale,
riguardo al quale dovrebbero essere meglio informati, non gliene presentasse
veramente che di tal fatta; ma ci prenderemmo volentieri la libertà di chieder
loro se, per esempio, i riti massonici, dei quali non intendiamo del resto
indagare qui la vera natura, possiedono, per il fatto stesso di essere
effettivamente dei riti, un carattere religioso in qualsivoglia grado.
Poiché siamo in argomento, approfittiamo
ancora per segnalare che la totale assenza del punto di vista religioso presso
i Cinesi ha dato luogo a un altro errore, che è però contrario al precedente, e
questa volta dovuto a una reciproca incomprensione. Il cinese, per cui è in
qualche modo naturale avere il massimo rispetto per tutto quel che è
tradizionale, adotterà volentieri, quando si troverà in un altro ambiente, ciò
che gli parrà costituirne la tradizione; ora, poiché in Occidente la sola
religione presenta tale carattere, egli potrà dunque
72
Tradizione e religione
adottarla, ma in modo del tutto superficiale e
transitorio. Ritornato al proprio paese di origine, che d’altronde non ha mai
abbandonato definitivamente dato che la «solidarietà di razza» è troppo forte
per permetterglielo, questo stesso cinese trascurerà del tutto la religione di
cui aveva temporaneamente seguito gli usi; il fatto è che questa religione è
tale per gli altri, mentre lui non l’ha mai concepita in modo religioso poiché
questo modo è estraneo alla sua mentalità, e siccome del resto non ha incontrato
nulla in Occidente che avesse un carattere appena un po’ metafisico, in essa
poteva vedere soltanto l’equivalente più o meno esatto di una tradizione di
ordine puramente sociale, sul tipo del confucianesimo. Gli europei avrebbero
dunque torto ad accusare d’ipocrisia un atteggiamento simile, come talvolta
fanno; per il cinese esso non è che una semplice questione di cortesia, dal
momento che la cortesia, secondo l’idea che se ne fa, prescrive che ci si
conformi il più possibile ai costumi del paese in cui si vive, e i gesuiti del
secolo XVII vi si attenevano strettamente quando, vivendo in Cina, entravano
nella gerarchia ufficiale dei letterati e rendevano agli antenati e ai savi gli
onori rituali a loro dovuti.
Nello stesso ordine d’idee, un altro fatto
interessante da notare è che in Giappone lo scintoismo ha in una certa misura
lo stesso carattere e funzione del confucianesimo in Cina; pur avendo anche
altri aspetti meno nettamente definiti, esso è prima di tutto un’istituzione
cerimoniale dello Stato, e i suoi funzionari, i quali non sono «preti»,
rimangono completamente liberi di scegliersi una propria religione o di non
abbracciarne alcuna. Ricordiamo, a questo proposito, di avere letto in un
manuale di storia delle religioni la singolare riflessione che «in Giappone,
come del resto in Cina, la fede nelle dottrine di una religione non esclude
affatto la fede nelle dottrine di un’altra religione»1; in realtà,
dottrine differenti possono essere compatibili solo a condizione che non si
pongano sullo stesso terreno, ciò di cui in effetti si tratta, e questo
dovrebbe essere sufficiente a dimostrare che qui non è affatto implicata la
religione. Di fatto, escludendo il caso di importazioni straniere, che non
possono aver avuto un’influenza davvero
1. Christus, cap. V, p. 198.
73
I modi generali del pensiero orientale
profonda né molto estesa, il punto di vista
religioso è sconosciuto così ai Giapponesi come ai Cinesi; è anzi uno dei rari
tratti comuni che si possono osservare nella mentalità dei due popoli.
Finora, in definitiva, abbiamo esaminato solo
in negativo il problema che avevamo posto, perché abbiamo principalmente messo
in luce l’insufficienza di certe definizioni, insufficienza che giunge a essere
falsità; dobbiamo ora suggerire, se non una definizione in senso stretto,
almeno una concezione positiva di quel che costituisce veramente la religione.
Diremo allora che la religione comporta essenzialmente l’unione di tre elementi
di ordine diverso: un dogma, una morale, un culto; dovunque venga a mancare uno
qualunque di questi elementi, non avremo più a che fare con una religione nel
senso proprio della parola. Aggiungeremo subito che il primo elemento
costituisce la parte intellettuale della religione, il secondo ne costituisce
la parte sociale, ed il terzo, che è l’elemento rituale, partecipa al tempo
stesso dell’una e dell’altra; ma ciò esige qualche spiegazione. Il nome di
dogma si applica propriamente a una dottrina religiosa; senza indagare oltre,
per il momento, sulle caratteristiche specifiche di una tale dottrina, possiamo
dire che, benché evidentemente intellettuale in quel che ha di più profondo,
essa non è tuttavia di ordine puramente intellettuale; e d’altronde, se lo
fosse, sarebbe metafisica e non più religiosa. È dunque necessario che la
dottrina, perché assuma la forma particolare che conviene al suo punto di
vista, subisca l’influenza di elementi extraintellettuali, che sono per lo più
di ordine sentimentale; la stessa parola «credenze», che serve comunemente a
designare le concezioni religiose, sottolinea bene questo carattere, poiché
infatti è una constatazione psicologica elementare che la credenza, intesa
nella sua accezione più precisa e in quanto opposta alla certezza che è tutta
intellettuale, è un fenomeno dove la sentimentalità ha una parte essenziale,
una specie di inclinazione o simpatia per un’idea, ciò che d’altronde
presuppone necessariamente che l’idea stessa sia concepita con una sfumatura
sentimentale più o meno pronunciata. Lo stesso fattore sentimentale, secondario
nella dottrina, diventa preponderante e anzi pressoché esclusivo nella morale,
la cui dipendenza di principio nei confronti del dogma è un’affermazione
soprattutto teorica: questa morale,
74
Tradizione e religione
di cui la ragion d’essere è per forza di cose
puramente sociale, potrebbe considerarsi una specie di legislazione, la sola
che sia ancora di competenza della religione, là dove le istituzioni civili ne
sono indipendenti. Infine i riti, l’insieme dei quali costituisce il culto,
hanno un carattere intellettuale in quanto espressione simbolica e sensibile
della dottrina, e un carattere sociale in quanto «pratiche» richiedenti, in un
modo che può essere più o meno obbligatorio, la partecipazione di tutti i membri
della comunità religiosa. Il nome di culto dovrebbe a rigore essere riservato
ai riti religiosi; ma di fatto esso è usato anche abitualmente e in modo un po’
abusivo per designare altri riti, per esempio riti puramente sociali, come
quando si parla del «culto degli avi» in Cina. Bisogna tener presente che in
una religione dove l’elemento sociale e sentimentale abbia il sopravvento
sull’elemento intellettuale, sia la parte del dogma sia quella del culto vanno
riducendosi sempre più, di modo che una religione simile tende a degenerare in
un puro e semplice «moralismo», e questo è il caso, per esempio, del
protestantesimo; al limite estremo, che un certo «protestantesimo liberale» ha
attualmente raggiunto, ciò che rimane non è più affatto una religione, avendo
conservato solo una delle sue parti essenziali ma semplicemente una specie di
pensiero filosofico particolare. È infatti importante precisare che la morale
può essere concepita in due modi molto differenti: religioso, quando venga
ricollegata in linea di principio a un dogma a cui si subordina, o filosofico,
se ne viene considerata indipendente; ritorneremo più tardi su questa sua
seconda forma.
Si può ora capire perché prima dicevamo che il
termine religione è difficile da applicare rigorosamente al di fuori
dell’insieme costituito da ebraismo, cristianesimo e islamismo, ciò che
conferma la provenienza specificamente ebraica della concezione che attualmente
questa parola esprime. Il fatto è che i tre elementi da noi caratterizzati non
si trovano da nessun’altra parte riuniti in una stessa concezione tradizionale;
infatti in Cina troviamo il punto di vista intellettuale e quello sociale,
rappresentati peraltro da due distinti corpi di tradizione, ma manca
totalmente, persino dalla tradizione sociale, il punto di vista morale. Allo
stesso modo in India è questo stesso punto di vista morale che è assente: se la
legislazione non è religiosa
75
I modi generali del pensiero orientale
come nell’Islam, è proprio perché è
completamente priva dell’elemento sentimentale che solo può conferirle il
carattere specifico di moralità; quanto alla dottrina, essa è puramente
intellettuale, cioè metafisica, e non porta tracce neppure di quella forma
sentimentale che sarebbe necessaria per conferirle il carattere di un dogma
religioso, e senza la quale è d’altronde inconcepibile il collegamento di una
morale a un principio dottrinale. Si può dire che il punto di vista morale e lo
stesso punto di vista religioso implichino essenzialmente una certa
sentimentalità, la quale infatti è soprattutto sviluppata negli occidentali, a
scapito dell’intellettualità. Vi è dunque qui qualcosa di veramente tipico
degli occidentali, ai quali bisognerebbe accomunare in questo caso i musulmani,
ma ancora – tralasciando l’aspetto extrareligioso della loro dottrina – con
questa grande differenza: la morale, mantenuta nella sua posizione secondaria,
non è mai stata intesa da loro come esistente di per sé; la mentalità musulmana
non può ammettere l’idea di una «morale indipendente», vale a dire filosofica,
idea riscontrabile in altre epoche presso i Greci e i Romani, e che torna a
essere molto diffusa nell’Occidente dei nostri giorni.
È ora indispensabile un’ultima osservazione:
noi, al contrario dei sociologi di cui dicevamo poc’anzi, non ammettiamo che la
religione sia puramente e semplicemente un fatto sociale; diciamo soltanto che
uno degli elementi costitutivi è di ordine sociale, il che, evidentemente, non
è affatto la stessa cosa, poiché questo elemento è normalmente secondario in
rapporto alla dottrina, che è di tutt’altro ordine, cosicché la religione, pur
essendo sociale per un certo verso, è nello stesso tempo qualcosa di più.
Esistono casi, peraltro, nei quali tutto quanto è di ordine sociale si trova
legato e come sospeso alla religione: è il caso dell’islamismo, come già ci è
occorso di dire, e anche dell’ebraismo, dove la legislazione non è meno
religiosa nella sua essenza, ma con la particolare caratteristica di essere
applicabile solo a un determinato popolo; ed è anche il caso di una concezione
di quel cristianesimo che potremmo chiamare «integrale» e che ebbe un tempo una
realizzazione effettiva. L’opinione sociologica corrisponde soltanto
all’attuale stato dell’Europa e inoltre bisognerebbe ignorare le considerazioni
dottrinali, che tuttavia hanno realmente perduto la loro primordiale importanza
solo presso i popoli
76
Tradizione e religione
protestanti; fatto piuttosto curioso, essa
potrebbe servire a giustificare la concezione di una «religione di Stato», vale
a dire, in fondo, di una religione che è, più o meno completamente, cosa dello
Stato, e che come tale rischia di vedersi ridotta a strumento politico;
concezione che, per certi aspetti, ci riconduce a quella della religione
greco-romana, come già dicemmo. Questa idea si presenta come diametralmente
opposta all’idea di «cristianità»: quest’ultima, anteriore alle nazionalità,
potrebbe sussistere o ricostituirsi dopo la loro formazione solo a patto di
essere essenzialmente «sovranazionale»; al contrario, la «religione di Stato» è
sempre considerata di fatto, se non di diritto, nazionale, sia essa del tutto
indipendente o ammetta un collegamento con altre istituzioni similari
attraverso una specie di legame federativo, che in ogni caso lascia
all’autorità superiore e centrale un potere notevolmente sminuito. La prima
delle due concezioni, quella della «cristianità», è eminentemente la concezione
di un «cattolicesimo» nel senso etimologico della parola; la seconda, quella di
una «religione di Stato», trova la sua espressione logica, a seconda dei casi,
sia in un gallicanesimo alla maniera di Luigi XIV, sia nell’anglicanesimo o in
certe forme della religione protestante, alla quale, in genere, questo
abbassamento non sembra affatto ripugnare. Aggiungeremo, a conclusione, che di
queste due maniere occidentali di considerare la religione la prima è la sola
che sia in grado di presentare, con le particolarità proprie al modo religioso,
i caratteri di una autentica tradizione, così come è concepita, senza eccezione
alcuna, dalla mentalità orientale.
77
5. Caratteri essenziali della metafisica
Mentre il punto di vista religioso implica
essenzialmente l’intervento di un elemento di ordine sentimentale, il punto di
vista metafisico è esclusivamente intellettuale; ma questo, quantunque abbia
per noi un significato nettissimo, a molti potrebbe sembrare che non
caratterizzi sufficientemente il punto di vista in questione, poco familiare
agli occidentali, se non ci dessimo la pena di precisarlo ulteriormente. Anche
la scienza e la filosofia, infatti, quali esistono nel mondo occidentale, hanno
pretese di intellettualità; se neghiamo che queste pretese siano fondate e
affermiamo che esiste una differenza delle più profonde tra tutte le
speculazioni di questo genere e la metafisica, è perché l’intellettualità pura,
nel senso in cui noi la consideriamo, è tutt’altra cosa da quel che di solito
s’intende, in modo più o meno vago, con tale parola.
Dobbiamo dire subito che quando usiamo il
termine «metafisica», come facciamo, poco ci importa la sua origine storica,
che è alquanto dubbia e che sarebbe puramente fortuita se si dovesse ammettere
l’opinione, peraltro poco verosimile ai nostri occhi, secondo la quale avrebbe
designato, in principio, semplicemente ciò che veniva «dopo la fisica» nella
raccolta delle opere di Aristotele. Né dobbiamo curarci delle accezioni diverse
e più o meno abusive che taluni hanno creduto bene di attribuire alla parola nel
corso del tempo; questi non sono motivi sufficienti a indurci ad abbandonarla
perché, così com’è, essa è troppo adatta a quel che normalmente deve designare,
almeno per quanto può esserlo un termine desunto dalle lingue occidentali. In
effetti, il suo significato più naturale, anche etimologicamente, è quello
secondo cui designa ciò che è «al di là della fisica», intendendo per «fisica»,
come sempre facevano gli antichi, l’insieme di tutte le scienze della natura,
considerato in una maniera del tutto generale, e non semplicemente una di
queste scienze in particolare, secondo l’accezione ristretta che è propria dei
moderni. Questa è dunque la nostra interpretazione del termine «metafisica», e
sia detto una volta per tutte che se ci teniamo è unicamente per la ragione or
ora
78
Caratteri essenziali della metafisica
indicata e perché pensiamo che è sempre
disdicevole ricorrere a neologismi se non in casi di assoluta necessità.
Diremo ora che la metafisica, così intesa, è
essenzialmente la conoscenza dell’universale, o, se si vuole, dei principi di
ordine universale, che del resto sono gli unici a cui convenga propriamente il
nome di principi; ma non vogliamo dare con ciò una vera e propria definizione
della metafisica, cosa che, a rigore, è impossibile proprio a causa di questa
stessa universalità che consideriamo il primo dei suoi caratteri, quello da cui
tutti gli altri discendono. In realtà non è definibile se non ciò che è limitato,
e la metafisica è al contrario, nella sua essenza stessa, assolutamente
illimitata, ciò che non permette evidentemente di racchiuderne la nozione in
una formula più o meno stretta; in questo caso una definizione sarebbe tanto
più inesatta quanto più ci si sforzasse di renderla precisa.
È importante osservare che abbiamo detto
conoscenza e non scienza; vogliamo con ciò sottolineare la distinzione profonda
che bisogna necessariamente stabilire tra la metafisica da un lato e,
dall’altro, le differenti scienze nel senso proprio della parola, vale a dire
tutte le scienze particolari e specializzate che hanno come oggetto di indagine
un certo aspetto delle cose individuali. Questa è dunque, in fondo, la
distinzione stessa tra l’universale e l’individuale, distinzione che non deve
essere intesa come un’opposizione, perché tra i suoi due termini non esiste
misura comune né alcuna relazione di simmetria o di possibile coordinazione.
D’altronde, tra la metafisica e le scienze non può sussistere opposizione o
conflitto di sorta, precisamente perché i loro ambiti rispettivi sono
profondamente separati; ed esattamente lo stesso avviene, del resto, in
rapporto alla religione. Tuttavia è opportuno capire bene che detta separazione
non si riferisce tanto alle cose in sé quanto ai punti di vista da cui noi consideriamo
le cose; e ciò è particolarmente importante per quanto diremo più
specificamente sul modo in cui devono essere concepiti i reciproci rapporti dei
diversi rami della dottrina indù. È facile rendersi conto che uno stesso
oggetto può essere studiato da differenti scienze sotto aspetti diversi; allo
stesso modo, tutto quanto consideriamo da certi punti di vista individuali e
specifici può essere, per mezzo di una trasposizione adeguata, considerato
anche dal punto di vista universale – che non è d’altronde un punto di
79
I modi generali del pensiero orientale
vista specifico – allo stesso modo in cui può
esserlo quanto non è suscettibile di essere inteso in modo individuale. Così si
può dire che il dominio della metafisica comprende tutto, il che è necessario
perché essa sia veramente universale, come deve esserlo essenzialmente; e i
domini propri alle differenti scienze non restano per ciò meno distinti da
quello della metafisica, dal momento che quest’ultima, non ponendosi sullo
stesso terreno delle scienze particolari, in nessun modo può essere un loro analogo,
sicché non potrà mai darsi che si stabilisca alcuna comparazione tra i
risultati dell’una e quelli delle altre. Del resto il dominio della metafisica
non è per nulla, come pensano alcuni filosofi che al riguardo sono piuttosto
ottusi, quello che le diverse scienze lasciano da parte perché il loro sviluppo
attuale è più o meno incompleto, ma piuttosto quello che, per sua stessa
natura, sfugge a queste scienze e supera di gran lunga la portata a cui possono
legittimamente pretendere. Il dominio di ogni scienza è sempre circoscritto
dall’esperienza, in una qualunque delle sue diverse modalità, mentre il dominio
della metafisica è costituito essenzialmente da ciò per cui non può esserci
esperienza possibile: essendo «al di là della fisica», siamo anche, e proprio
per questa ragione, al di là dell’esperienza. Di conseguenza l’ambito di ogni
scienza particolare può estendersi indefinitamente, se ne è suscettibile, senza
mai giungere ad avere il sia pur minimo punto di contatto con quello della
metafisica.
Consegue immediatamente da quanto precede che
parlando dell’oggetto della metafisica non si deve pensare a qualcosa di più o
meno analogo all’oggetto particolare di una certa scienza. Consegue anche che
tale oggetto deve essere sempre assolutamente lo stesso, che non può in alcun
modo essere qualcosa di mutevole e soggiacente alle influenze di tempo e di
luogo; il contingente, l’accidentale, il variabile appartengono in proprio
all’ambito dell’individuale; sono anzi dei caratteri che condizionano necessariamente
le cose individuali in quanto tali, o, per esprimersi con più rigore, l’aspetto
individuale delle cose nelle sue molteplici modalità. Quindi, quando si tratta
di metafisica, con il tempo e il luogo possono cambiare solo i modi di
esposizione, vale a dire le forme più o meno esteriori che la metafisica può
assumere e che sono suscettibili di adattamenti diversi, e anche,
evidentemente, lo stato di
80
Caratteri essenziali della metafisica
conoscenza o d’ignoranza degli uomini, o per
lo meno della maggioranza di loro nei confronti della vera metafisica; ma essa
resta sempre, in fondo, perfettamente identica a se stessa, il suo oggetto
essendo essenzialmente uno, o più esattamente «senza dualità» come dicono gli
Indù, e questo oggetto, sempre per il suo essere «al di là della natura», è
anche al di là del cambiamento: è quel che gli Arabi esprimono dicendo che «la
dottrina dell’Unità è unica». Inoltrandoci nell’ordine delle conseguenze, possiamo
aggiungere che in metafisica non è assolutamente possibile fare scoperte,
perché, trattandosi di un modo di conoscenza che non ricorre all’uso di mezzi
speciali ed esteriori di investigazione, tutto ciò che è suscettibile di essere
conosciuto può esserlo stato in ugual modo da uomini diversi in tutte le
epoche; ed è ciò che risulta effettivamente da un esame approfondito delle
dottrine metafisiche tradizionali. D’altronde, quand’anche si ammettesse che le
idee di evoluzione e di progresso possano avere un qualche valore relativo in
biologia e in sociologia, la qual cosa è lungi dall’esser provata, non sarebbe
meno certo che esse non hanno alcuna applicazione possibile alla metafisica; è
così che queste idee sono del tutto estranee agli orientali, come del resto lo
furono, fin verso la fine del secolo XVIII, agli stessi occidentali che oggi le
reputano elementi essenziali dello spirito umano. Ciò implica, lo si noti bene,
la condanna formale di ogni tentativo di applicare il «metodo storico» a quanto
sia di ordine metafisico: lo stesso punto di vista metafisico si oppone in modo
radicale al punto di vista storico, o sedicente tale, e in questa opposizione
bisogna vedere non soltanto una questione di metodo, ma anche e soprattutto, il
che è molto più grave, una vera questione di principio, poiché il punto di
vista metafisico, nella sua immutabilità essenziale, è la negazione stessa
delle idee di evoluzione e di progresso; si potrebbe perciò dire che la
metafisica non si può studiare che metafisicamente. Non bisogna qui tenere
conto di contingenze quali possono essere le influenze individuali, che, a
rigore, non esistono in questo ambito e non possono esercitarsi sulla dottrina
perché essa, essendo di ordine universale, dunque essenzialmente
sovraindividuale, sfugge per forza di cose alla loro azione; anche le
circostanze di tempo e luogo, lo ribadiamo, possono influire soltanto
sull’espressione esteriore, e niente affatto sull’essenza stessa della
dottrina; e infine, in
81
I modi generali del pensiero orientale
metafisica, non si tratta per nulla, come
invece nell’ordine del relativo e del contingente, di «credenze» o di
«opinioni» più o meno variabili e mutevoli in quanto più o meno dubbie, ma
esclusivamente di certezza permanente e immutabile.
In effetti, per il fatto stesso che la
metafisica non partecipa minimamente della relatività delle scienze, deve
implicare, quale carattere intrinseco, la certezza assoluta, e ciò vale
anzitutto per il suo oggetto, ma anche per il suo metodo, se tale parola può
applicarsi qui, perché altrimenti tale metodo, o comunque si voglia chiamarlo,
non sarebbe adeguato all’oggetto. La metafisica esclude quindi necessariamente
qualsiasi concezione di carattere ipotetico, donde risulta che le verità
metafisiche, in se stesse, hanno un’assoluta incontestabilità; di conseguenza,
se talvolta può esserci discussione e controversia, sarà sempre e soltanto per
effetto di una esposizione difettosa o di una comprensione imperfetta di tali
verità. D’altra parte, ogni possibile esposizione è qui necessariamente
difettosa, perché le concezioni metafisiche, per la loro natura universale, non
sono mai del tutto esprimibili, e neppure immaginabili, non potendo essere
raggiunte nella loro essenza che dall’intelligenza pura e «informale»; esse
oltrepassano immensamente tutte le forme possibili e in particolare le formule
in cui il linguaggio vorrebbe chiuderle, formule sempre inadeguate che tendono
a restringerle e perciò a snaturarle. Queste formule, come tutti i simboli,
possono servire solo come punto di partenza, come «supporto» per così dire, per
aiutare a concepire ciò che in sé rimane inesprimibile, ed è compito di
ciascuno sforzarsi di concepirlo effettivamente a misura della propria capacità
intellettuale, supplendo in tal modo, in questa stessa misura, alle fatali
imperfezioni dell’espressione formale e limitata; è del resto evidente che tali
imperfezioni raggiungeranno il loro massimo quando l’espressione dovrà avvenire
in lingue che, come quelle europee, soprattutto moderne, sembrano quanto mai
refrattarie all’esposizione delle verità metafisiche. Come appunto dicevamo più
sopra a proposito delle difficoltà di traduzione e adattamento, la metafisica,
in quanto si apre su possibilità illimitate, deve sempre riservarsi la parte dell’inesprimibile,
che in fondo è anche per lei del tutto essenziale.
Questa conoscenza di ordine universale deve
porsi al di là di tutte le
82
Caratteri essenziali della metafisica
distinzioni che condizionano la conoscenza
delle cose individuali, e delle quali il tipo generale e fondamentale è la
distinzione fra soggetto e oggetto; ciò mostra una volta di più che l’oggetto
della metafisica non è assolutamente paragonabile all’oggetto specifico di
qualsiasi altro genere di conoscenza, e che non può neppure essere chiamato
oggetto se non in un senso puramente analogico, perché per poterne parlare
bisogna pur attribuirgli una qualche denominazione. Allo stesso modo, se si
vuol parlare del mezzo della conoscenza metafisica, esso non potrà che
costituire un tutt’uno con la conoscenza stessa, dove soggetto e oggetto sono
unificati in modo essenziale; come dire che tale mezzo, seppure è lecito
chiamarlo così, non può esser nulla di simile all’esercizio di una facoltà
discorsiva quale è la ragione umana individuale. Si tratta, come dicevamo,
dell’ordine sovraindividuale e, di conseguenza, sovrarazionale, che non
significa affatto irrazionale: la metafisica non può opporsi alla ragione, piuttosto
è al di sopra della ragione, che lì può intervenire solo in modo del tutto
secondario per la formulazione e l’espressione esteriore di quelle verità che
vanno di là dalla sua sfera e dalla sua portata. Le verità metafisiche possono
essere concepite unicamente da una facoltà che non è più dell’ordine
individuale e che si può definire intuitiva per il carattere immediato della
sua operazione, purché, beninteso, si aggiunga che non ha assolutamente niente
in comune con ciò che certi filosofi contemporanei chiamano intuizione, facoltà
soltanto sensitiva e vitale, che è propriamente al di sotto, e non più al di
sopra, della ragione. Occorre dunque dire, per maggior precisione, che la
facoltà di cui stiamo parlando è l’intuizione intellettuale, di cui la filosofia
moderna ha negato l’esistenza perché non la capiva, quando non preferì
ignorarla puramente e semplicemente; si può ancora designarla col nome di
intelletto puro, seguendo l’esempio di Aristotele e dei suoi continuatori
scolastici, per i quali infatti l’intelletto è ciò che possiede immediatamente
la conoscenza dei principi. Aristotele dichiara espressamente1 che
«l’intelletto è più vero della scienza», vale a dire, in definitiva, della
ragione che costruisce la scienza, ma che «nulla è più vero dell’intelletto»,
il quale è necessariamente infallibile proprio
1. Analitici secondi, II.
83
I modi generali del pensiero orientale
perché la sua operazione è immediata e perché,
non essendo realmente distinto dal proprio oggetto, si confonde con la verità
stessa. Tale è il fondamento essenziale della certezza metafisica; e da questo
si vede che l’errore può introdursi soltanto con l’uso della ragione, vale a
dire nella formulazione delle verità concepite dall’intelletto, e ciò perché la
ragione è evidentemente fallibile a causa del suo carattere discorsivo e
mediato. D’altronde, ogni espressione essendo necessariamente imperfetta e limitata,
l’errore, nella forma se non nella sostanza, vi è inevitabile: per quanto
rigorosa si voglia rendere l’espressione, quel che essa esclude è sempre molto
più di quel che può includere; ma un errore del genere può non avere nulla di
positivo in quanto tale, e tutto sommato essere solo una verità minore che
risiede unicamente in una formulazione parziale e incompleta della verità
totale.
Ci si può ora rendere conto di quale sia, nel
suo significato più profondo, la distinzione tra conoscenza metafisica e
conoscenza scientifica: la prima dipende dall’intelletto puro, il cui dominio è
l’universale; la seconda dipende dalla ragione, il cui dominio è il generale,
in quanto, come ha detto Aristotele, «non vi è scienza se non del generale».
Non bisogna dunque confondere l’universale e il generale come troppe volte
fanno i logici occidentali, i quali non si innalzano mai realmente al di sopra del
generale neppure quando gli attribuiscono indebitamente il nome di universale.
Abbiamo detto che il punto di vista delle scienze è di ordine individuale;
infatti il generale non si oppone all’individuale, ma soltanto al particolare,
ed anzi altro non è che un’estensione dell’individuale; ma l’individuale può
estendersi anche indefinitamente senza perciò perdere la sua natura e
travalicare le proprie condizioni restrittive e limitative; e per questo
affermiamo che la scienza potrebbe estendersi indefinitamente senza mai
raggiungere la metafisica, dalla quale rimarrà sempre separata nel modo più
profondo, perché solo la metafisica è la conoscenza dell’universale.
Pensiamo di aver caratterizzato a sufficienza
la metafisica; molto di più non potremmo dire senza entrare nell’esposizione
della dottrina vera e propria, che qui sarebbe fuori luogo; d’altronde questi
dati saranno completati nei capitoli che seguiranno, e in particolare quando
parleremo della distinzione tra la metafisica e ciò che
84
Caratteri essenziali della metafisica
nell’Occidente moderno viene generalmente
chiamato col nome di filosofia. Tutto quanto abbiamo detto si applica, senza
alcuna restrizione, a una qualunque delle dottrine tradizionali dell’Oriente,
nonostante le grandi differenze di forma che possono nascondere l’identità di
fondo a un osservatore superficiale: tale concezione della metafisica è vera
per il taoismo, per la dottrina indù e anche per l’aspetto profondo ed
extrareligioso dell’islamismo. Esiste qualcosa di simile nel mondo occidentale?
Se si esamina solo ciò che esiste attualmente, si potrebbe sicuramente dare a
questa domanda una risposta negativa, perché ciò che il pensiero filosofico
moderno si compiace talvolta di abbellire col nome di metafisica non
corrisponde in alcun modo alla concezione che abbiamo esposto; ritorneremo
comunque su questo punto. Tuttavia quanto abbiamo detto su Aristotele e sulla
dottrina scolastica mostra che vi fu, se non la metafisica totale, almeno della
metafisica in una certa misura; e nonostante questa riserva necessaria, si
trattò di qualcosa di cui la mentalità moderna non offre più il minimo
equivalente, e la cui comprensione le sembra preclusa. D’altra parte, se la
riserva che abbiamo or ora fatto si impone, è perché esistono, come dicevamo in
precedenza, delle limitazioni che sembrano davvero inerenti a tutta
l’intellettualità occidentale, almeno a partire dall’antichità classica; e a
questo proposito abbiamo notato come i Greci non avessero punto l’idea di
Infinito. Del resto, perché mai gli occidentali moderni, quando credono di
pensare all’Infinito, si rappresentano quasi sempre uno spazio, il quale non
può essere che indefinito, e perché confondono immancabilmente l’eternità, che
risiede essenzialmente nel «non tempo», se così possiamo esprimerci, con la perpetuità,
che non è se non un’estensione indefinita del tempo, mentre in simili
confusioni non incorrono mai gli orientali? Il fatto è che la mentalità
occidentale, volta quasi esclusivamente alle cose sensibili, fa costante
confusione tra concepire e immaginare, al punto che ciò che non è suscettibile
di rappresentazione sensibile le pare veramente impensabile; e già presso i
Greci le facoltà immaginative erano soverchianti. Le quali, evidentemente, sono
l’esatto opposto del pensiero puro; così stando le cose, non può esserci
intellettualità nel vero senso della parola, né, di conseguenza, metafisica. Se
a queste considerazioni si aggiunge poi l’altra confusione abituale tra
85
I modi generali del pensiero orientale
razionale e intellettuale, non si tarderà ad
accorgersi che la pretesa intellettualità occidentale non è in realtà,
soprattutto nei moderni, che l’esercizio di quelle facoltà meramente
individuali e formali che sono la ragione e l’immaginazione; e si capirà allora
tutto ciò che la separa dall’intellettualità orientale, per la quale non c’è
conoscenza vera e valida se non quella che ha le proprie radici profonde
nell’universale e nell’informale.
86
6. Rapporti fra la metafisica e la teologia
La questione che ora vogliamo esaminare non si
pone in Oriente, dal momento che manca il punto di vista propriamente
religioso, a cui è naturalmente intrinseco il pensiero teologico; o almeno
potrebbe porsi quasi solo per quel che concerne l’Islam, dove si tratterebbe
piuttosto di chiarire i rapporti che devono intercorrere fra i suoi due aspetti
essenziali, religioso ed extrareligioso, che si potrebbero appunto definire
teologico e metafisico. In Occidente, invece, è l’assenza del punto di vista
metafisico a far sì che tale questione non abbia generalmente a porsi; essa
ebbe di fatto ragione di sussistere soltanto con la dottrina scolastica che,
appunto, fu contemporaneamente teologica e metafisica, benché la sua portata
fosse, quanto all’aspetto metafisico, ristretta, come già abbiamo detto; non
sembra però che una soluzione veramente precisa sia mai stata data. Tanto più
interessante sarà trattare la questione in un modo affatto generale, e quel che
essa implica è, in fondo, un confronto tra due differenti modi di pensiero, il
pensiero metafisico puro e il pensiero specificamente religioso.
Il punto di vista metafisico, abbiamo detto, è
il solo veramente universale, dunque illimitato; di conseguenza ogni altro
punto di vista è più o meno specializzato e soggetto per sua natura a talune
limitazioni. Abbiamo già mostrato che questo è il caso, in particolare, del
punto di vista scientifico, e mostreremo inoltre che la stessa cosa vale per
quegli altri che di solito si riuniscono sotto la denominazione comune e
abbastanza vaga di filosofici e che peraltro non differiscono troppo
profondamente da quello scientifico propriamente detto, quantunque sì
presentino con pretese maggiori e del tutto ingiustificate. Ora, questa
limitazione di fondo, la quale evidentemente può essere più o meno accentuata,
è presente anche per il punto di vista teologico; detto in altri termini, è
anch’esso specifico, sebbene, ovviamente, non al modo delle scienze, né entro
confini che gli attribuiscono una portata così ristretta; ma proprio perché la
teologia è in un certo senso più vicina alla metafisica di quanto non lo siano
le scienze, diventa più arduo isolarla
87
I modi generali del pensiero orientale
con nettezza ed è ancor più facile introdurre
confusioni. Infatti, queste confusioni si sono immancabilmente verificate e
fino a giungere a sovvertire i normali rapporti fra la metafisica e la
teologia, giacché persino nel Medioevo, ovvero nell’unica epoca in cui la
civiltà dell’Occidente ebbe uno sviluppo davvero intellettuale, accadde che la
metafisica, del resto insufficientemente svincolata da diverse considerazioni
di ordine soltanto filosofico, fosse concepita come dipendente dalla teologia;
e se così poté essere, fu soltanto perché la metafisica, quale era intesa dalla
dottrina scolastica, era rimasta incompleta; così, non si riuscì a capire
pienamente il suo carattere di universalità – il quale implica l’assenza di
qualsiasi limitazione –, poiché la si concepiva effettivamente solo entro certi
confini, senza neppur sospettare che al di là di essi ci fosse una possibilità
di concezione. Questo giustifica in parte l’errore che fu allora commesso, ed è
certo che i Greci, in quanto fecero della vera metafisica, avrebbero potuto
sbagliarsi esattamente nello stesso modo, se avessero posseduto qualcosa di
corrispondente a quel che è la teologia nelle religioni giudaico-cristiane;
questo si ricollega, in definitiva, alle precedenti osservazioni, cioè che gli
occidentali, compresi quegli stessi che fino a un certo punto furono realmente
metafisici, non conobbero mai la metafisica totale. Forse vi furono eccezioni
individuali, dal momento che, come abbiamo già notato, niente si oppone in
linea di principio a che vi siano, in tutti i tempi e in tutti i paesi, uomini
che possano giungere alla conoscenza metafisica completa; e anzi ciò sarebbe
ancora possibile persino nel mondo occidentale attuale, benché certo più
difficile, a causa delle tendenze generali della mentalità che determinano, al
riguardo, un ambiente quanto mai sfavorevole. Ad ogni modo è il caso di
aggiungere che, se pure tali eccezioni sono esistite, non lasciarono
testimonianze scritte, né tracce in ciò che è generalmente conosciuto, la qual
cosa peraltro non prova nulla in senso negativo e non è neppure sorprendente,
giacché, se casi del genere si sono effettivamente prodotti, fu soltanto in
virtù di circostanze particolarissime, sulla natura delle quali non possiamo
insistere qui.
Per tornare alla nostra questione, ricorderemo
di avere già indicato la differenza più essenziale fra una dottrina metafisica
e un dogma religioso: mentre il punto di vista metafisico è
88
Rapporti fra la metafisica e la teologia
puramente intellettuale, il punto di vista
religioso comporta, quale caratteristica di fondo, la presenza di un elemento
sentimentale che influisce sulla dottrina stessa non consentendole di mantenere
l’atteggiamento di una speculazione puramente disinteressata; così avviene,
effettivamente, per la teologia, anche se in modo più o meno accentuato secondo
che si consideri questa o quella delle diverse branche in cui essa si può
scindere. In nessun’altra parte il carattere sentimentale è più accentuato che
nella forma propriamente «mistica» del pensiero religioso; e in proposito
diremo che, contrariamente a un’opinione perfino troppo diffusa, il misticismo,
proprio perché inconcepibile al di fuori della prospettiva religiosa, è affatto
sconosciuto in Oriente. Non scenderemo, in merito, in più ampi particolari
perché ci porterebbero a trattazioni troppo estese; nella confusione così
comune che abbiamo segnalato, e che consiste nel dare una interpretazione
mistica a idee che non lo sono per nulla, si può vedere un ulteriore esempio
della tendenza propria degli occidentali a voler trovare dovunque l’equivalente
puro e semplice dei modi di pensiero che sono esclusivamente i loro.
Evidentemente l’influenza dell’elemento
sentimentale intacca la purezza intellettuale della dottrina e tutto sommato
segna, occorre dirlo, un decadimento rispetto al pensiero metafisico,
decadimento che d’altronde, dove si è principalmente e generalmente prodotto,
vale a dire nel mondo occidentale, era in qualche modo inevitabile e perfino
necessario in un certo senso, se la dottrina doveva adattarsi alla mentalità
degli uomini a cui si rivolgeva in modo specifico e in cui la sentimentalità
predominava sull’intelligenza, predominio che ha raggiunto il suo culmine nei
tempi moderni. Comunque sia, non è men vero che il sentimento è relatività e
contingenza, e che una dottrina che ad esso si rivolga e sulla quale esso si
rifletta non può essere a sua volta che relativa e contingente; e ciò può
osservarsi in modo particolare nel bisogno di «consolazioni» al quale risponde,
in larga misura, il punto di vista religioso. La verità in sé non ha da essere
consolante; se tale qualcuno la trova, tanto meglio per lui, ma la consolazione
che prova non viene dalla dottrina bensì da lui stesso e dalle particolari
disposizioni della sua sentimentalità. Al contrario, una dottrina che si adatti
alle esigenze dell’essere sentimentale, e che debba
89
I modi generali del pensiero orientale
quindi assumere a sua volta una forma
sentimentale, non può più identificarsi con la verità assoluta e totale; la
profonda alterazione che in essa produce l’introduzione di un principio
consolatore è correlativa a un indebolimento intellettuale della collettività
umana a cui si rivolge. D’altra parte proprio da qui nasce la diversità
fondamentale dei dogmi religiosi, la quale comporta la loro incompatibilità,
perché mentre l’intelligenza è una, e la verità, nella misura in cui viene
compresa, può esserlo in un solo modo, la sentimentalità è composita, e la
religione che tende a soddisfarla dovrà cercare di adattarsi formalmente il
meglio possibile ai suoi molteplici modi, che sono dissimili e variabili a
seconda delle razze e delle epoche. Ciò non significa, del resto, che tutte le
forme religiose subiscano in ugual misura, nella loro parte dottrinale,
l’azione dissolvente del sentimentalismo, né la necessità di mutamento che ne
consegue; il confronto tra cattolicesimo e protestantesimo, ad esempio, sarà particolarmente
istruttivo in proposito.
Possiamo ora vedere come il punto di vista
teologico non sia altro che una particolarizzazione del punto di vista
metafisico, nella quale è implicita un’alterazione proporzionale; esso è, se si
vuole, una sua applicazione a circostanze contingenti, un adattamento il cui
modo è determinato dalla natura delle esigenze a cui deve rispondere, dal
momento che queste esigenze specifiche sono, dopotutto, la sua unica ragion
d’essere. Se ne deduce che ogni verità teologica potrà, mediante una
trasposizione che la liberi della sua forma specifica, essere ricondotta alla
verità metafisica corrispondente, della quale non è che una sorta di
traduzione, senza che perciò vi sia equivalenza effettiva fra i due ordini di
concezioni: è necessario ricordare qui quanto dicevamo più sopra, e cioè che
tutto quel che può esser considerato da una prospettiva individuale, può
esserlo parimenti da una prospettiva universale, senza che le due prospettive
siano meno profondamente separate. Esaminando poi le cose in senso inverso, occorrerà
dire che certe verità metafisiche, ma non tutte, possono essere tradotte in
linguaggio teologico, giacché allora bisognerà tenere conto di tutto quello
che, non potendo essere considerato da alcun punto di vista individuale, è di
esclusiva competenza della metafisica: l’universale non può rientrare
interamente in una prospettiva specifica, non più che in una qualsiasi forma,
il che del
90
Rapporti fra la metafisica e la teologia
resto è sostanzialmente la stessa cosa. Anche
per quelle verità che tollerano la traduzione di cui si è detto, tale
traduzione, al pari di ogni altra formulazione, sarà sempre per forza di cose
incompleta e parziale, e quanto essa esclude dà precisamente la misura della
distanza fra il punto di vista della teologia e quello della metafisica pura.
Quanto diciamo potrebbe essere corredato da numerosi esempi, che tuttavia, per
essere compresi, richiederebbero sviluppi dottrinali che è impensabile
affrontare in questa sede: tale sarebbe, per limitarci a un caso tipico fra
molti altri, un confronto tra la concezione metafisica della «liberazione»
nella dottrina indù e la concezione teologica della «salvezza» nelle religioni
occidentali, concezioni essenzialmente differenti, che solo l’incomprensione di
taluni orientalisti ha tentato di rendere simili, in un modo del resto
meramente verbale. Notiamo di sfuggita, poiché l’occasione se ne presenta, che
i casi di questo genere devono servire anche a mettere in guardia contro un
altro pericolo ben reale; se si dice a un indù, peraltro estraneo alle
concezioni occidentali, che gli europei intendono per «salvezza» esattamente
ciò che lui intende per moksha, egli non avrà certamente alcun motivo di
contestare simile asserzione o di sospettarne l’inesattezza, e potrà accadergli
in seguito, per lo meno finché non avrà migliori informazioni, di usare egli
stesso la parola «salvezza» per designare una concezione che non ha nulla di
teologico; vi sarà allora incomprensione reciproca, e la confusione diverrà
ancor più inestricabile. Lo stesso si può dire delle confusioni che hanno luogo
quando si assimila, non meno erroneamente, il punto di vista metafisico con i
punti di vista filosofici occidentali: rammentiamo l’esempio di un musulmano il
quale accettava senza opporsi, e con la massima naturalezza, la denominazione
di «panteismo islamico» per la dottrina metafisica dell’«Identità suprema», ma
che, quando gli fu spiegato che cosa fosse veramente il panteismo nel senso
proprio della parola, particolarmente in Spinoza, respinse orripilato un
appellativo simile.
Quanto al modo in cui può intendersi ciò che
abbiamo chiamato traduzione delle verità metafisiche in linguaggio teologico,
sceglieremo un solo esempio molto semplice ed elementare: la verità metafisica
immediata, «l’Essere è», se si vuole esprimerla in modo religioso o teologico,
darà origine a quest’altra
91
I modi generali del pensiero orientale
proposizione: «Dio esiste», che le equivarrà
strettamente solo alla duplice condizione di concepire Dio come l’Essere
universale (il che è lungi dall’avvenire sempre effettivamente) e
d’identificare l’esistenza con l’essere puro (il che è metafisicamente
inesatto). Indubbiamente questo esempio, per la eccessiva semplicità, non
corrisponde del tutto a ciò che vi può essere di più profondo nelle concezioni
teologiche; così com’è tuttavia non ha minore interesse, perché è precisamente
dalla confusione tra ciò che le due formule suddette implicano rispettivamente,
confusione che procede da quella dei due punti di vista corrispondenti, è da
qui, dicevamo, che discesero le controversie interminabili sul famoso
«argomento ontologico», il quale è già esso stesso un prodotto di tale
confusione. Un altro punto importante a cui possiamo subito accennare a
proposito di questo stesso esempio è che le concezioni teologiche, non essendo
al riparo dalle influenze individuali come invece lo sono le concezioni
metafisiche pure, possono variare da un individuo all’altro e in funzione di
come varia la più fondamentale di esse, cioè la concezione stessa della
Divinità: coloro che discutono su argomenti quali le «prove dell’esistenza di
Dio» dovrebbero prima, per potersi capire, assicurarsi che con la medesima
parola «Dio» vogliono esprimere un’identica concezione; si accorgerebbero
allora che le cose non stanno affatto così, talché non hanno più probabilità di
trovarsi d’accordo di quante ne avrebbero se parlassero lingue differenti.
Soprattutto qui, nell’ambito delle variazioni individuali di cui la teologia
ufficiale e dotta non può in alcun modo essere tenuta responsabile, si
manifesta una tendenza eminentemente antimetafisica che è pressoché generale
fra gli occidentali e che costituisce propriamente l’antropomorfismo; ma ciò
richiede spiegazioni complementari, le quali ci permetteranno di esaminare un
altro aspetto della questione.
92
7. Simbolismo e antropomorfismo
Il termine «simbolo», nella sua accezione più
generale, può essere applicato a ogni espressione formale di una dottrina, sia
essa verbale o figurata: la parola non può avere altra funzione né ragione
d’essere se non quella di simboleggiare l’idea, vale a dire insomma di darne,
nella misura del possibile, una rappresentazione sensibile, del resto puramente
analogica. Concepito in tal modo, il simbolismo, il quale non è che l’uso di
forme o immagini assunte come segni di idee o cose soprasensibili, e il cui linguaggio
è un semplice caso particolare, è evidentemente connaturato alla mente umana,
quindi necessario e spontaneo. Esiste inoltre, in un senso più ristretto, un
simbolismo voluto, meditato, che in qualche modo cristallizza in
rappresentazioni figurative gli insegnamenti della dottrina; e del resto tra
l’uno e l’altro non ci sono, a dire il vero, confini ben definiti, poiché è
cosa certissima che la scrittura in origine fu dovunque ideografica, vale a
dire, di nuovo, essenzialmente simbolica, benché quasi solo in Cina lo sia
sempre rimasta in modo esclusivo. Comunque sia, il simbolismo, quale è inteso
più generalmente, è usato più nell’espressione del pensiero orientale che in
quella del pensiero occidentale; e non è difficile capirlo se si pensa che è un
mezzo di espressione meno strettamente limitato del linguaggio usuale; esso
suggerisce più che esprimere, ed è quindi il supporto più indicato per
possibilità di concezioni che le parole non permetterebbero di raggiungere.
Questo simbolismo, la cui indefinità concettuale non esclude un rigore
prettamente matematico, e che in tal modo concilia esigenze in apparenza
contrarie, è dunque, se così si può dire, la lingua metafisica per eccellenza;
e del resto simboli originariamente metafisici sono potuti diventare in
seguito, con un processo di adattamento secondario parallelo a quello della
dottrina stessa, simboli religiosi. I riti, in particolare, hanno un carattere
eminentemente simbolico, quale che sia l’ambito a cui si riferiscono, e per il
significato dei riti religiosi, così come per la dottrina teologica alla quale
sono collegati, la trasposizione metafisica è sempre possibile; anche per i
riti semplicemente sociali,
93
I modi generali del pensiero orientale
qualora si voglia ricercarne la ragione
profonda, occorre risalire dall’ordine delle applicazioni, dove risiedono le
loro condizioni immediate, all’ordine dei principi, vale a dire alla fonte
tradizionale, metafisica nella sua essenza. Con ciò non vogliamo dire che i
riti siano esclusivamente puri simboli; lo sono senz’altro e non possono non
esserlo, senza di che perderebbero totalmente significato, ma allo stesso tempo
devono essere intesi come aventi in sé un’efficacia propria, in quanto mezzi di
realizzazione che agiscono in vista del fine cui sono adattati e subordinati.
Sul piano religioso, è questa evidentemente la concezione cattolica della virtù
del «sacramento»; è anche, metafisicamente, il principio di talune vie di
realizzazione su cui diremo qualcosa più avanti, ed è ciò che ci ha permesso di
parlare di riti propriamente metafisici. Inoltre, si potrebbe dire che ogni
simbolo, dovendo servire essenzialmente come supporto di una concezione, ha
pure un’efficacia molto reale; e lo stesso sacramento religioso, in quanto
segno sensibile, ha appunto la stessa funzione di supporto per l’«influenza
spirituale», che ne farà lo strumento di una rigenerazione psichica immediata o
differita, analogamente a quella in cui le potenzialità intellettuali incluse nel
simbolo possono suscitare, in ragione della capacità ricettiva di ciascuno, una
concezione effettiva o soltanto virtuale. A questo riguardo il rito è ancora un
caso particolare di simbolo: si potrebbe dire un simbolo «agito», ma purché si
veda nel simbolo tutto ciò che esso è realmente e non solo la sua esteriorità
contingente: qui come nello studio dei testi, occorre saper andare al di là
della «lettera» per isolare lo «spirito». Ora, è proprio questo che gli
occidentali generalmente non fanno: gli errori di interpretazione degli
orientalisti sono qui un esempio caratteristico, dato che di solito consistono
nello snaturare i simboli studiati, allo stesso modo in cui la mentalità
occidentale snatura per lo più spontaneamente quelli che trova alla sua portata.
La prevalenza delle facoltà sensibili e
immaginative è la causa determinante dell’errore: prendere il simbolo stesso
per ciò che esso rappresenta, per incapacità ad elevarsi al suo significato
puramente intellettuale, è questa in fondo la confusione in cui risiede la
causa di ogni «idolatria» nel senso proprio del termine, quello che l’islamismo
gli attribuisce in modo particolarmente netto. Quando del simbolo non si vede
più che la
94
Simbolismo e antropomorfismo
forma esteriore, la sua ragion e d’essere e la
sua efficacia attuale sono entrambe scomparse; il simbolo non è più che un
«idolo», cioè un’immagine vana, e il suo mantenimento è pura «superstizione»,
fintantoché non si trovi qualcuno che sia capace, con la sua comprensione, di
restituirgli parzialmente o integralmente quel che esso ha perduto o, per lo
meno, quel che ormai contiene solo allo stato di possibilità latente. È il caso
delle vestigia che lascia dietro di sé ogni tradizione il cui vero significato
sia caduto nell’oblio, e in particolare quello di ogni religione quando sia
ridotta a un semplice formalismo esteriore dalla generale incomprensione dei
suoi seguaci; già abbiamo citato l’esempio forse più netto di simile
degenerazione, quello della religione greca. Sempre presso i Greci si ritrova
al massimo grado una tendenza che si rivela inseparabile dall’«idolatria» e
dalla materializzazione dei simboli, la tendenza all’antropomorfismo: essi non
concepivano i loro dei come rappresentazioni di certi principi, bensì se li
raffiguravano veramente come esseri dall’aspetto umano, dotati di sentimenti
umani e che agivano come gli uomini; e questi dei, che per loro non avevano più
nulla che li distinguesse dalla forma che avevano loro attribuito la poesia e
l’arte, non erano letteralmente nient’altro che questa forma stessa. Soltanto
un’antropomorfizzazione così completa permise ciò che è stato chiamato, dal
nome del suo inventore, l’«evemerismo», la teoria cioè secondo cui gli dei
sarebbero stati in origine uomini illustri; non si potrebbe invero eccedere
maggiormente in una incomprensione così grossolana, ancor più grossolana di
quella di certi moderni che nei simboli antichi vogliono vedere la semplice
rappresentazione, o un tentativo di spiegazione, di alcuni fenomeni naturali,
interpretazione di cui il modello più conosciuto è la fin troppo famosa teoria
del «mito solare». Il «mito», come l’«idolo», è sempre stato un simbolo
incompreso: l’uno è nell’ordine verbale ciò che l’altro è nell’ordine figurativo;
la poesia originò presso i Greci il primo, così come l’arte originò il secondo;
ma presso i popoli a cui, come agli orientali, il naturalismo e
l’antropomorfismo sono parimenti estranei, né l’uno né l’altro potevano
nascere, e infatti esistettero solo nell’immaginazione di alcuni occidentali
che vollero farsi gli interpreti di quel che non capivano. L’interpretazione
naturalistica rovescia propriamente i rapporti: un fenomeno naturale
95
I modi generali del pensiero orientale
può, come qualsiasi altra cosa nell’ordine
sensibile, essere assunto a simboleggiare un’idea o un principio, e il simbolo
ha un significato o una ragione d’essere solo in quanto è di un ordine
inferiore a ciò che viene simboleggiato. Allo stesso modo l’uomo tende in modo
generale e naturale a servirsi della forma umana nel simbolismo; ma questo, che
in sé non si presta a maggiori obiezioni di quante ne susciti l’uso di uno
schema geometrico o di qualunque altro mezzo di rappresentazione, non è affatto
antropomorfismo, finché l’uomo non venga tratto in inganno dalla raffigurazione
che ha adottato. Né in Cina né in India vi fu mai qualcosa di analogo a ciò che
avvenne in Grecia, e i simboli con figura umana, benché di uso corrente, non
diventarono mai degli «idoli»; e si può ancora notare a questo riguardo come il
simbolismo si opponga alla concezione occidentale dell’arte: niente è meno
simbolico dell’arte greca, e niente lo è di più delle arti orientali; ma là
dove l’arte non è, tutto sommato, che un mezzo di espressione e come il veicolo
di certe concezioni intellettuali, è evidentemente impossibile che sia
considerata fine a se stessa, la qual cosa può accadere solo presso i popoli
con una sentimentalità predominante. Soltanto per questi popoli è naturale l’antropomorfismo,
e bisogna notare che, per la stessa ragione, sono proprio i popoli presso cui
ha potuto formarsi il punto di vista propriamente religioso; ma d’altra parte
la religione ha sempre cercato di reagire contro la tendenza antropomorfica, e di
combatterla in linea di principio, anche quando capitava che la sua concezione,
più o meno distorta dalla mentalità popolare, contribuisse di fatto a
svilupparla. Per questo aspetto, i popoli definiti semitici, come gli Ebrei e
gli Arabi, si avvicinano ai popoli occidentali: non si spiegherebbe altrimenti
l’interdizione dei simboli con figura umana comune all’ebraismo e
all’islamismo, ma con la restrizione che nell’islamismo non venne mai applicata
rigorosamente presso i Persiani, per i quali l’uso di tali simboli era meno
pericoloso in quanto, più orientali degli Arabi e peraltro di una razza del
tutto diversa, erano assai meno inclini all’antropomorfismo.
Queste ultime considerazioni ci conducono
direttamente a chiarire l’idea di «creazione»: tale concezione così estranea
agli orientali, musulmani esclusi, quanto lo fu all’antichità greco-romana, si
presenta specificamente ebraica alla sua origine; il
96
Simbolismo e antropomorfismo
termine che la designa è sì latino nella
forma, ma non nell’accezione che ha ricevuto con il cristianesimo, giacché creare
voleva dire in principio soltanto «fare», significato che è sempre stato, in
sanscrito, quello della radice verbale kri, che è identica a questo
termine; si trattò di un cambiamento profondo di significato, e simile è il
caso, come già dicemmo, del termine «religione». Evidentemente l’idea è passata
dall’ebraismo nel cristianesimo e nell’islamismo; e quanto alla sua ragione
d’essere essenziale, è in fondo la medesima della proibizione dei simboli
antropomorfici. Infatti la tendenza a concepire Dio quale «un essere» più o
meno analogo agli esseri individuali, e particolarmente agli esseri umani, deve
avere come corollario naturale, dovunque essa esista, la tendenza ad
attribuirgli una funzione semplicemente «demiurgica», intendendo con ciò
un’azione che si esplica su una «materia» supposta a lui esteriore, quale è il
modo di azione proprio degli esseri individuali. Stando così le cose, era
necessario per difendere la nozione dell’unità e dell’infinità divine,
affermare espressamente che Dio ha «fatto il mondo dal nulla», vale a dire,
insomma, da nulla che gli fosse esteriore e la cui presupposizione avrebbe come
effetto di limitarlo dando origine a un dualismo radicale. L’eresia teologica
non è dunque qui che l’espressione di un nonsenso metafisico, come d’altronde
avviene di solito; ma il pericolo, inesistente per la metafisica pura,
diventava ben reale per il punto di vista religioso, perché l’assurdità, sotto
tal forma derivata, non appariva più immediatamente. La concezione teologica
della «creazione» è una traduzione appropriata della concezione metafisica
della «manifestazione universale», e quella che meglio si adatta alla mentalità
dei popoli occidentali; ma del resto non si deve stabilire un’equivalenza tra
queste due concezioni, perché tra di esse intercorre necessariamente tutta la
differenza dei rispettivi punti di vista a cui si riferiscono: ecco un nuovo
esempio a sostegno di quanto abbiamo esposto nel capitolo precedente.
97
8. Pensiero metafisico e pensiero filosofico
Abbiamo detto che la metafisica, che è
profondamente separata dalla scienza, non lo è meno da tutto ciò che gli
occidentali, e soprattutto i moderni, designano col nome di filosofia, sotto il
quale si trovano del resto riuniti elementi molto eterogenei se non addirittura
discordi. Poco importa qui l’intenzione prima che i Greci possono aver voluto
racchiudere nella parola filosofia, la quale agli inizi sembra avere compreso
per loro, in un modo abbastanza indistinto, ogni conoscenza umana, nei limiti
in cui erano in grado di concepirla; noi intendiamo occuparci esclusivamente di
ciò che sotto questa denominazione esiste attualmente di fatto. Tuttavia è
utile far notare prima di tutto che quando vi fu in Occidente una metafisica
vera, si cercò sempre di associarla a considerazioni che dipendevano da punti
di vista specifici e contingenti, affinché confluisse con queste in un insieme
designato col nome di filosofia; ciò dimostra che i caratteri essenziali della
metafisica, con le distinzioni profonde che essi implicano, non furono mai
isolati con sufficiente chiarezza. Diremo di più: il fatto di considerare la
metafisica un ramo della filosofia, sia ponendola sullo stesso piano di altre
relatività, sia anzi definendola, come faceva Aristotele, «filosofia prima»,
rivela un disconoscimento della sua vera portata e del suo carattere di
universalità: il tutto assoluto non può essere una parte di qualcosa, e
l’universale non può essere racchiuso o compreso in checchessia. Già solo
questo fatto è dunque un segno evidente del carattere incompleto della
metafisica occidentale, la quale in fondo si riduce alla sola dottrina di
Aristotele e degli scolastici, giacché, escluse le poche considerazioni
frammentarie che si possono trovare sparse qua e là, o cose che non sono conosciute
in modo sufficientemente sicuro, non si incontra in Occidente, per lo meno a
partire dall’antichità classica, nessun’altra dottrina veramente metafisica,
sia pure con le restrizioni imposte dalla mescolanza di elementi contingenti,
scientifici, teologici o di altra natura; non parleremo degli alessandrini su
cui agirono direttamente influenze orientali.
98
Pensiero metafisico e pensiero filosofico
Se consideriamo la filosofia moderna nel suo
insieme possiamo dire, in linea generale, che il suo punto di vista non
presenta alcuna differenza davvero essenziale rispetto a quello della scienza:
è sempre un punto di vista razionale, o almeno che si vuole tale, e ogni
conoscenza che si mantiene nell’ambito della ragione, la si definisca
filosofica o meno, è una conoscenza di ordine propriamente scientifico; se mira
ad essere qualcos’altro, essa perde di conseguenza ogni valore sia pure
relativo, attribuendosi una portata che non può legittimamente avere: è quel
che noi chiameremo pseudo-metafisica. D’altronde la distinzione tra sfera
filosofica e sfera scientifica è ancor meno giustificata, in quanto la prima
comprende tra i suoi molteplici elementi certe scienze che sono specifiche e
ristrette quanto le altre, senza alcun carattere che possa differenziarle tanto
da accordare loro una posizione privilegiata; scienze simili, come la
psicologia o la sociologia per esempio, vengono chiamate filosofiche esclusivamente
per effetto di un’abitudine che non si fonda su alcuna ragione logica; e la
filosofia ha, tutto sommato, un’unità prettamente fittizia, storica se si
vuole, senza che si possa troppo spiegare come mai non si è presa o conservata
l’abitudine di includervi allo stesso titolo qualsiasi altra scienza. Del resto
scienze che in una certa epoca erano considerate filosofiche, oggi non lo sono
più e per uscire da questo insieme mal definito è bastato che si sviluppassero
maggiormente, senza tuttavia che la loro natura intrinseca fosse cambiata in
nulla; nel fatto che alcune vi permangano ancora si deve vedere solo un
vestigio dell’estensione che i Greci operarono originariamente della filosofia,
che in effetti comprendeva tutte le scienze.
Ciò detto, risulta evidente che la vera
metafisica non può avere maggiori rapporti, né rapporti di natura diversa, per
esempio con la psicologia, di quanti ne abbia con la fisica o la fisiologia:
queste sono, esattamente allo stesso titolo, scienze della natura, ossia
scienze fisiche nel senso originario e generale della parola. A maggior ragione
la metafisica non può dipendere in alcun modo da una scienza specifica:
pretendere di darle un fondamento psicologico, come vorrebbero certi filosofi
che non hanno altra attenuante se non quella di ignorare completamente che cosa
essa sia in realtà, significa volere far dipendere l’universale
dall’individuale, il principio dalle
99
I modi generali del pensiero orientale
sue più o meno indirette e lontane
conseguenze, e sotto un altro riguardo significa anche approdare fatalmente a
una concezione antropomorfica, dunque propriamente antimetafisica. La
metafisica deve necessariamente bastare a se stessa, poiché è la sola conoscenza
veramente immediata, e non può fondarsi su nessun’altra cosa per il fatto
stesso di essere la conoscenza dei principi universali dai quali tutto il resto
discende, compresi gli oggetti delle diverse scienze, oggetti che queste
isolano da tali principi per considerarli secondo le loro prospettive
particolari; e ciò è d’altronde perfettamente legittimo da parte di queste
scienze, giacché esse non potrebbero agire in modo diverso e collegare i loro
oggetti a principi universali senza uscire dai confini delle proprie sfere.
Quest’ultima osservazione prova che nemmeno si deve pensare a fondare
direttamente le scienze sulla metafisica: la relatività stessa dei punti di
vista costitutivi assicura loro, sotto questo riguardo, una certa autonomia, il
cui disconoscimento non può avere altro risultato che di provocare urti proprio
dove normalmente non possono verificarsi; un simile errore, che grava su tutta
la filosofia moderna, fu inizialmente commesso da Cartesio, che d’altronde fece
solo della pseudo-metafisica e che si interessò ad essa solo come introduzione
alla propria fisica, a cui credeva così di dare fondamenti più solidi.
Se ora consideriamo la logica, il caso è un
po’ diverso da quello delle scienze che abbiamo finora esaminato e che possono
tutte definirsi sperimentali, avendo come fondamento i dati dell’osservazione.
La logica è di nuovo una scienza specifica, perché consiste essenzialmente
nello studio delle condizioni proprie all’intelletto umano; ma ha un legame più
diretto con la metafisica perché quelli che si definiscono i principi logici
non sono che l’applicazione e la specificazione, in un dato ambito, dei veri principi,
che sono di ordine universale; nei loro confronti può dunque essere effettuata
una trasposizione simile a quella che abbiamo indicato per la teologia. La
stessa osservazione vale del resto allo stesso modo per le matematiche: queste,
anche se di una portata ristretta in quanto confinate esclusivamente
nell’ambito della quantità, applicano al loro oggetto specifico dei principi
relativi che si possono considerare una determinazione immediata in rapporto a
certi principi universali. Così la logica e le matematiche sono in tutta
100
Pensiero metafisico e pensiero filosofico
la sfera delle scienze quelle che maggiormente
presentano rapporti reali con la metafisica; ma, ovviamente, per il fatto
stesso che rientrano nella definizione generale della conoscenza scientifica,
vale a dire nei confini della ragione e nell’ordine delle concezioni
individuali, sono ancora profondissimamente separate dalla metafisica pura.
Tale separazione non consente di accordare un valore effettivo a punti di vista
che si situano, più o meno, tra la logica e la metafisica, quali le «teorie
della conoscenza» che tanta importanza hanno assunto nella filosofia moderna;
ridotte a quanto possono contenere di legittimo, queste teorie non sono che
pura e semplice logica, e là dove pretendono di andare oltre la logica non sono
più che bizzarrie pseudo-metafisiche, destituite della minima consistenza. In
una dottrina tradizionale la logica può essere solo un ramo secondario e
subordinato della conoscenza, e infatti proprio questo accade sia in Cina che
in India; come la cosmologia, studiata anche dal Medioevo occidentale, ma
ignorata dalla filosofia moderna, essa non è, tutto sommato, che
un’applicazione dei principi metafisici a un punto di vista specifico e in un
ambito dato; avremo d’altronde occasione dì riparlarne a proposito delle
dottrine indù.
Quello che abbiamo detto sui rapporti tra
metafisica e logica potrà alquanto stupire coloro che sono soliti pensare che
la logica domini in un certo senso ogni possibile conoscenza, giacché una
speculazione di un ordine qualsiasi può essere valida solo a condizione di
conformarsi rigorosamente alle sue leggi; tuttavia è evidente che la
metafisica, sempre a causa della sua universalità, non può dipendere dalla
logica più che da qualsiasi altra scienza, e si potrebbe aggiungere che simile
errore deriva dal fatto di non concepire la conoscenza se non nella sfera della
ragione. Sennonché occorre distinguere qui tra la metafisica stessa, quale
concezione intellettuale pura, e la sua esposizione ridotta in formula: mentre
la prima sfugge nel modo più totale alle limitazioni individuali, dunque alla
ragione, la seconda, nella misura in cui è formulabile, non può consistere che
in una sorta di traduzione delle verità metafisiche in modo discorsivo e
razionale, dato che la costituzione stessa di ogni linguaggio umano non
permette che sia altrimenti. La logica, come peraltro le matematiche, è
esclusivamente una scienza del ragionamento; l’enunciazione metafisica può
assumere
101
I modi generali del pensiero orientale
un carattere analogo nella forma, ma nella
forma soltanto, e se deve allora conformarsi alle leggi della logica, è perché
queste stesse leggi hanno un fondamento metafisico essenziale, in mancanza del
quale sarebbero prive di valore; ma allo stesso tempo occorre che questa
enunciazione, per avere una portata metafisica vera, sia sempre formulata in
modo tale da lasciare aperte, come già abbiamo indicato, possibilità di
concezione illimitate, allo stesso modo in cui è illimitato il dominio stesso
della metafisica.
Quanto alla morale, parlando del punto di
vista religioso abbiamo già detto di che cosa si tratti, ma tralasciando quello
che si riferisce alla sua concezione propriamente filosofica, in quanto
nettamente diversa dalla sua concezione religiosa. In tutta la sfera della
filosofia non c’è nulla che sia più relativo e contingente della morale; a dire
il vero non è nemmeno più una conoscenza di un ordine più o meno ristretto,
bensì semplicemente un insieme di considerazioni più o meno coerenti, il cui
scopo e portata possono essere soltanto pratici, sebbene troppo spesso ci si
illuda al riguardo. Di fatto si tratta esclusivamente di formulare regole che
siano applicabili all’azione umana, e la cui ragione d’essere risiede tutta
quanta nell’ordine sociale, perché queste regole non avrebbero senso se gli
uomini non vivessero in società formando collettività più o meno organizzate; e
per di più le si formula ponendosi da un punto di vista specifico, che invece
di essere solo sociale come avviene presso gli orientali, è specificamente
morale ed estraneo alla maggior parte dell’umanità. Abbiamo visto come questo
punto di vista possa introdursi nelle concezioni religiose tramite il
collegamento dell’ordine sociale a una dottrina che abbia subito l’influenza di
elementi sentimentali; ma, a parte questo caso, non è troppo chiaro che cosa
possa fornirgli una giustificazione. Fuori del punto di vista religioso che dà
un senso alla morale, tutto ciò che a quest’ordine si riferisce dovrebbe
logicamente ridursi a un insieme di pure e semplici convenzioni, stabilite e
osservate all’unico scopo di rendere la vita in società possibile e
sopportabile; ma se, riconosciuto francamente questo carattere convenzionale,
lo si accettasse, non esisterebbe più morale filosofica. È ancora la
sentimentalità che interviene qui e che, al fine di soddisfare le sue esigenze
particolari, si sforza di prendere e di far prendere queste convenzioni per
102
Pensiero metafisico e pensiero filosofico
quel che non sono: ne consegue uno spiegamento
di considerazioni diverse, che ora restano dichiaratamente sentimentali sia
nella forma sia nel contenuto, ora si camuffano sotto apparenze più o meno
razionali. D’altronde se la morale, come tutto ciò che concerne le contingenze
sociali, varia moltissimo secondo i tempi e i paesi, le teorie morali che
compaiono in un dato ambiente, per quanto opposte possano apparire, tendono
tutte a giustificare le stesse regole pratiche, che sono sempre quelle che
comunemente si osservano in quel medesimo ambiente; ciò dovrebbe bastare a
provare che simili teorie sono prive di ogni reale valore, perché costruite da
ogni filosofo all’unico scopo di accordare, a cose fatte, la propria condotta e
quella dei suoi simili, o almeno di quelli che sono a lui più vicini, alle
proprie idee e soprattutto ai propri sentimenti. Si noti che il rifiorire di
queste teorie morali si verifica soprattutto in epoche di decadenza
intellettuale, indubbiamente perché tale decadenza è correlativa o consecutiva
all’espansione del sentimentalismo, e anche perché, dedicandosi così a
speculazioni illusorie, si conserva per lo meno l’apparenza del pensiero che
manca; questo fenomeno si produsse in modo particolare presso i Greci quando la
loro intellettualità ebbe dato, con Aristotele, tutto quel che poteva dare: per
le scuole filosofiche posteriori, come gli epicurei e gli stoici, tutto fu
subordinato al punto di vista morale, e per questo ebbero successo presso i
Romani, per i quali ogni speculazione più elevata sarebbe stata troppo
difficilmente accessibile. Lo stesso carattere si riscontra nell’epoca attuale,
dove il «moralismo» diventa singolarmente invadente, ma questa volta
soprattutto per un declino del pensiero religioso, come ben dimostra il caso
del protestantesimo; è del resto naturale che popoli con una mentalità pratica,
la cui civiltà è soltanto materiale, tentino di soddisfare le loro aspirazioni
sentimentali con questo falso misticismo, che nella morale filosofica trova una
delle sue espressioni.
Abbiamo passato in rassegna tutti i rami della
filosofia che abbiano un carattere ben definito; ma nel pensiero filosofico vi
sono inoltre ogni sorta di elementi piuttosto mal definiti che a rigore non si
possono includere in alcuno di questi rami e il cui legame non è costituito da
nessuna caratteristica della loro natura, ma soltanto dal fatto di essere
raggruppati in una stessa
103
I modi generali del pensiero orientale
concezione sistematica. Per questo motivo,
dopo avere separato in tutto e per tutto la metafisica dalle differenti scienze
chiamate filosofiche, bisogna ancora distinguerla, non meno profondamente, dai
sistemi filosofici, dei quali una delle ragioni più comuni è, come abbiamo già
detto, la pretesa all’originalità intellettuale; l’individualismo che si
afferma in tale pretesa è evidentemente contrario allo spirito tradizionale e
altrettanto incompatibile con qualsiasi concezione che abbia un’autentica portata
metafisica. La metafisica pura esclude il sistema, perché qualsiasi sistema si
presenta come una concezione chiusa e angusta, come un insieme più o meno
strettamente definito e limitato, ciò che è assolutamente incompatibile con
l’universalità della metafisica; e d’altronde un sistema filosofico è sempre il
sistema di qualcuno, ossia una costruzione il cui valore non può essere che
prettamente individuale. Per di più ogni sistema è necessariamente fondato su
premesse specifiche e relative, e si può dire che in definitiva è soltanto lo
sviluppo di un’ipotesi, mentre la metafisica, la quale ha un carattere di
certezza assoluta, non può ammettere nulla di ipotetico. Non vogliamo con ciò
dire che tutti i sistemi non possono contenere una certa parte di verità in
questo o quel punto determinato; ma in quanto sistemi essi sono illegittimi, e
alla stessa forma sistematica è inerente la radicale falsità di una simile
concezione presa nel suo insieme. A ragione Leibniz diceva che «ogni sistema è
vero in quel che afferma e falso in ciò che nega», vale a dire in fondo che è
tanto più falso quanto più è strettamente limitato o, il che è lo stesso, più
sistematico, giacché una concezione di questo genere approda inevitabilmente
alla negazione di tutto quanto è incapace di contenere; sennonché, ad esser
giusti, questo dovrebbe applicarsi a Leibniz stesso non meno che agli altri
filosofi, dato che anche la sua concezione si presenta come un sistema; tutto
ciò che vi si trova di vera metafisica è tratto, del resto, dalla scolastica, e
sovente snaturato perché mal compreso. Quanto alla verità di ciò che un sistema
afferma, non bisognerebbe vedervi l’espressione di un «eclettismo»
qualsivoglia; sarebbe come dire che un sistema è vero in quanto resta aperto su
possibilità meno limitate, il che è d’altronde evidente, ma implica per
l’appunto la condanna del sistema in quanto tale. La metafisica, proprio perché
è al di fuori e al di là delle relatività, le
104
Pensiero metafisico e pensiero filosofico
quali appartengono tutte all’ordine
individuale, sfugge a ogni sistematizzazione, allo stesso modo e per la stessa
ragione per cui non si lascia comprendere in nessuna formula.
Si può ora capire che cosa intendiamo
esattamente per pseudo-metafisica: è tutto ciò che, nei sistemi filosofici, si
presenta con pretese metafisiche, completamente ingiustificate a causa della
stessa forma sistematica, la quale basta da sola a privare considerazioni
simili di ogni valore reale. Alcuni dei problemi che il pensiero filosofico si
pone abitualmente appaiono anzi privi, non soltanto di ogni importanza, ma di
ogni significato; c’è tutta una congerie di questioni che si regge solo su un
equivoco, su una confusione di punti di vista, questioni che in fondo esistono
unicamente perché sono mal poste e che non avrebbero alcun motivo di porsi
veramente; in molti casi basterebbe dunque metterne a fuoco l’enunciato perché
scompaiano senz’altro, se la filosofia non avesse al contrario il massimo
interesse a conservarle, perché è soprattutto di equivoci che essa vive.
Esistono poi altre questioni, appartenenti del resto ai più diversi ordini di
idee, che possono aver ragione di porsi, ma il cui enunciato preciso ed esatto
comporterebbe una soluzione pressoché immediata, essendo la loro difficoltà
assai più verbale che reale; ma se fra tali questioni ve ne sono alcune a cui
la loro stessa natura potrebbe conferire un certo valore metafisico, esse lo
perdono interamente quando siano incluse in un sistema, giacché non è
sufficiente che una questione sia di natura metafisica, bisogna ancora che,
riconosciuta tale, sia esaminata e trattata metafisicamente. È infatti evidente
che una stessa questione può esser trattata sia da un punto di vista
metafisico, sia da qualunque altro punto di vista; così le considerazioni a cui
la maggior parte dei filosofi ha creduto bene di dedicarsi su ogni sorta di
cose, possono essere più o meno interessanti in sé, ma non hanno comunque
niente di metafisico. È quanto meno deplorevole che la mancanza di precisione,
così caratteristica del pensiero occidentale e visibile tanto nelle concezioni
come nella loro espressione, mentre consente di discutere all’infinito e a
vanvera senza risolvere mai niente, lascia libero il campo a una pletora di
ipotesi, che è sicuramente legittimo definire filosofiche, ma che non hanno
niente a che spartire con la vera metafisica.
105
I modi generali del pensiero orientale
In linea generale, possiamo ancora far notare,
a questo proposito, come le questioni che si pongono per così dire
incidentalmente, che presentano solo un interesse particolare e momentaneo,
quali se ne troverebbero molte nella storia della filosofia moderna, sono per
ciò stesso palesemente prive di ogni carattere metafisico, tale carattere non
essendo altro che l’universalità; d’altronde questioni simili appartengono di
solito alla categoria dei problemi la cui esistenza è del tutto artificiale.
Può essere davvero metafisico, torniamo a ripeterlo, soltanto ciò che è
assolutamente stabile, permanente, indipendente da tutte le contingenze e in
particolare dalle contingenze storiche; è metafisico ciò che non muta, ed è
ancora l’universalità della metafisica a costituire la sua unità essenziale –
incompatibile sia con la molteplicità dei sistemi filosofici sia con quella dei
dogmi religiosi – e quindi la sua immutabilità profonda.
Da ciò che precede discende inoltre che la
metafisica non ha alcun rapporto con tutte quelle concezioni che, come
l’idealismo, il panteismo, lo spiritualismo, il materialismo, portano appunto
il carattere sistematico del pensiero filosofico occidentale; e questa
osservazione è tanto più opportuna qui in quanto una delle manie condivise
dagli orientalisti è di volere ad ogni costo far rientrare il pensiero
orientale in questi schemi ristretti, che non gli si addicono affatto; in
seguito dovremo segnalare in modo speciale l’abuso che si fa di queste vane
etichette, o per lo meno di qualcuna di esse. Su un solo punto vogliamo
insistere per il momento: la disputa fra lo spiritualismo e il materialismo,
attorno alla quale ruota quasi tutto il pensiero filosofico da Cartesio in poi,
non tocca per nulla la metafisica pura; si tratta del resto di un esempio di
quelle questioni transitorie a cui abbiamo appena accennato. Effettivamente la
dualità «spirito-materia» non si era mai posta come assoluta e irriducibile prima
della concezione cartesiana; gli antichi, in particolare i Greci, non
possedevano nemmeno la nozione di «materia» nel senso moderno della parola,
così come non la possiede tuttora la maggior parte degli orientali: in
sanscrito non esiste una parola che corrisponda sia pure remotamente a questa
nozione. L’idea di una dualità di questo genere ha l’unico merito di
rappresentare abbastanza bene l’apparenza esteriore delle cose; ma appunto
perché si ferma
106
Pensiero metafisico e pensiero filosofico
alle apparenze è del tutto superficiale, e,
ponendosi da un punto di vista specifico, meramente individuale, diventa
negatrice di ogni metafisica, non appena si voglia attribuirle un valore
assoluto affermando l’irriducibilità dei suoi due termini, affermazione in cui
risiede il dualismo propriamente detto. D’altra parte, in questa opposizione di
spirito e materia, non si deve vedere altro che un caso particolarissimo di
dualismo, poiché i due termini dell’opposizione potrebbero essere del tutto
diversi da questi due principi relativi, e sarebbe possibile esaminare nello
stesso modo, secondo altre determinazioni più o meno specifiche, una indefinità
di coppie di termini correlativi differenti da quella che abbiamo esaminato. In
via del tutto generale, il carattere distintivo del dualismo è di arrestarsi a
un’opposizione tra due termini più o meno particolari, opposizione che
senz’altro esiste realmente da un certo punto di vista e costituisce la parte
di verità contenuta nel dualismo; ma dichiarando questa opposizione
irriducibile e assoluta, mentre invece è del tutto relativa e contingente, esso
si impedisce di andare oltre i due termini che ha posto uno di fronte
all’altro, e così si ritrova limitato da ciò che costituisce il suo carattere
di sistema. Se non si accetta questa limitazione e si vuole risolvere
l’opposizione su cui il dualismo si arrocca ostinatamente, potranno presentarsi
soluzioni diverse; e in effetti ne troviamo anzitutto due nei sistemi
filosofici che possiamo classificare sotto la denominazione comune di monismo.
Si può dire che il monismo è caratterizzato essenzialmente dal fatto che, non
ammettendo l’irriducibilità assoluta e volendo superare l’opposizione
apparente, crede di riuscirci riducendo uno dei due termini all’altro; se, in
particolare, si tratta dell’opposizione di spirito e materia, si avrà da una
parte il monismo spiritualista, il quale pretende di ridurre la materia a
spirito, e dall’altra il monismo materialista, che pretende al contrario di
ridurre lo spirito a materia. Il monismo, qualunque esso sia, ha ragione di
ammettere che non vi è opposizione assoluta, perché così facendo risulta meno
strettamente limitato del dualismo, e almeno costituisce uno sforzo per
penetrare maggiormente il fondo delle cose; ma gli accade quasi fatalmente di
cadere in un altro difetto, e di trascurare completamente, se non di negare,
l’opposizione che, pur essendo solo un’apparenza, merita nondimeno di essere
considerata come tale;
107
I modi generali del pensiero orientale
anche qui è l’esclusività del sistema a
costituire il suo primo difetto. D’altronde, volendo ridurre direttamente uno
dei due termini all’altro non si esce mai completamente dall’alternativa posta
dal dualismo, poiché non si considera niente che esuli dai due termini che esso
ha posto come suoi principi fondamentali; anzi sarebbe opportuno chiedersi se,
questi due termini essendo correlativi, l’uno abbia ancora la propria ragione
d’essere senza l’altro, se è logico conservare l’uno dato che si sopprime l’altro.
Inoltre, ci si trova così di fronte a due soluzioni che in fondo sono assai più
equivalenti di quanto non appaiano in superficie: che il monismo spiritualista
affermi che tutto è spirito, e il monismo materialista che tutto è materia, ha
insomma ben poca importanza, tanto più che ciascuno si trova costretto ad
attribuire al principio che mantiene le proprietà più essenziali del principio
che sopprime. Si comprenderà come, su simile terreno, la discussione tra
spiritualisti e materialisti debba degenerare molto rapidamente in un semplice
conflitto di parole; in realtà le due opposte soluzioni moniste sono solo le
due facce di una duplice soluzione, peraltro del tutto insufficiente. È a
questo punto che un’altra soluzione deve intervenire; ma, mentre col dualismo e
il monismo avevamo a che fare solo con due tipi di concezioni sistematiche e di
ordine semplicemente filosofico, ora si tratterà di una dottrina che al
contrario si pone da un punto di vista metafisico e quindi non ha ricevuto
alcuna denominazione nella filosofia occidentale, che non può che ignorarla.
Designeremo questa dottrina come il «non-dualismo», o meglio ancora come la
«dottrina della non-dualità», volendo tradurre nel modo più esatto possibile il
termine sanscrito adwaita-vâda, il quale non ha equivalente usuale in
alcuna lingua europea; la prima di queste due espressioni ha il vantaggio di
essere più breve della seconda, e per questo la adotteremo volentieri, ma
tuttavia ha l’inconveniente della terminazione «ismo» la quale, nel linguaggio
filosofico, è di solito connessa con la denominazione dei sistemi; si potrebbe
dire, è vero, che bisogna far gravare la negazione sull’intera parola
«dualismo», terminazione inclusa, con ciò intendendo che la negazione deve
appunto applicarsi al dualismo in quanto concezione sistematica. Pur non
ammettendo, come il monismo, alcuna irriducibilità assoluta, il «non-dualismo»
ne differisce profondamente perché non pretende
108
Pensiero metafisico e pensiero filosofico
affatto che uno dei due termini sia puramente
e semplicemente riducibile all’altro; esso li considera entrambi
simultaneamente nell’unità di un principio comune, di ordine più universale, e
in cui sono ugualmente contenuti, non più come opposti, propriamente parlando,
ma come complementari, tramite una sorta di polarizzazione che non modifica in
nulla l’unità essenziale del principio comune. In tal modo l’intervento del
punto di vista metafisico ha come effetto di risolvere in modo immediato
l’opposizione apparente, ed esso solo consente del resto di farlo davvero, là
dove il punto di vista filosofico mostrava la sua impotenza; e quel che è vero
per la distinzione spirito-materia lo è ugualmente per qualsiasi altra
distinzione tra tutte quelle che in modo analogo si potrebbero stabilire fra
aspetti più o meno specifici dell’essere, e che sono una moltitudine
indefinita. Se d’altronde è possibile considerare simultaneamente tutta questa
indefinità delle distinzioni che sono così possibili, e che sono tutte ugualmente
vere e legittime dai loro punti di vista rispettivi, è perché non si è più
prigionieri di una sistematizzazione limitata a una di queste distinzioni,
escludendo tutte le altre; e così il «non-dualismo» è l’unico tipo di dottrina
che sia consono all’universalità della metafisica. I diversi sistemi filosofici
possono in generale richiamarsi, per l’uno o l’altro aspetto, sia al dualismo
sia al monismo; ma il solo «non-dualismo», di cui abbiamo indicato il
principio, è in grado di oltrepassare immensamente la portata di ogni
filosofia, perché esso solo è propriamente e puramente metafisico nella sua
essenza, o, in altri termini, è espressione del carattere più essenziale e
fondamentale della metafisica stessa.
Se abbiamo creduto necessario soffermarci così
a lungo su queste considerazioni, è in ragione dell’ignoranza che di solito
predomina in Occidente su tutto ciò che riguarda la vera metafisica, e anche
perché esse hanno un rapporto affatto diretto con il nostro argomento,
qualunque cosa possa sembrare a certuni, poiché il centro unico di tutte le
dottrine dell’Oriente è la metafisica, al punto che nulla si può comprendere di
esse se prima non si sia acquisita, su ciò che è la metafisica, una nozione che
ci permetta almeno di evitare ogni possibile confusione. Mettendo in rilievo
tutta la differenza che separa un pensiero metafisico da un pensiero
filosofico, abbiamo
109
I modi generali del pensiero orientale
mostrato come i problemi classici della
filosofia, anche quelli da essa considerati i più generali, non occupino
rigorosamente alcun posto rispetto alla metafisica pura: la trasposizione, il
cui effetto è d’altronde di mettere in luce il senso profondo di talune verità,
fa svanire questi pretesi problemi, ciò che precisamente mostra come essi non
abbiano alcun significato profondo. D’altra parte questa disamina ci ha fornito
il pretesto per accennare al significato della «non-dualità», la cui comprensione,
essenziale per ogni metafisica, non lo è meno per l’interpretazione più
particolare delle dottrine indù; ciò è del resto ovvio, dal momento che queste
dottrine sono di essenza puramente metafisica.
Aggiungeremo ancora un’osservazione la cui
importanza è capitale: non soltanto la metafisica non può essere limitata dalla
considerazione di una qualunque dualità di aspetti complementari dell’essere,
si tratti di aspetti molto specifici come lo spirito e la materia, o al
contrario di aspetti quanto mai universali, come quelli che si possono
designare con i termini «essenza» e «sostanza», ma nemmeno può essere limitata
dalla concezione dell’essere puro in tutta la sua universalità, perché non deve
esserlo assolutamente da nulla. Non si può, come fece Aristotele, definire in
modo esclusivo la metafisica come «conoscenza dell’essere»: tale è propriamente
l’ontologia, che è indubbiamente di competenza della metafisica, ma non per
questo costituisce tutta la metafisica; e questa è la ragione per cui ciò che
vi fu di metafisico in Occidente è sempre rimasto incompleto e insufficiente,
così come del resto per un altro aspetto che indicheremo più avanti. L’essere
non è veramente il più universale di tutti i principi, cosa che invece sarebbe
necessaria perché la metafisica si riducesse all’ontologia, e questo perché,
pur essendo la più primordiale di tutte le determinazioni possibili, nondimeno
esso resta una determinazione, e ogni determinazione è una limitazione, alla
quale il punto di vista metafisico non può arrestarsi. D’altronde un principio
è evidentemente tanto meno universale quanto più è determinato, e quindi più
relativo; in un modo per così dire matematico, si può affermare che un «più»
determinativo equivale a un «meno» metafisico. Questa indeterminazione assoluta
dei principi più universali, quindi di quelli che devono essere considerati
prima di tutti gli altri, è causa di
110
Pensiero metafisico e pensiero filosofico
difficoltà abbastanza serie, non nella
concezione, salvo forse per coloro che non ci sono abituati, ma almeno
nell’esposizione delle dottrine metafisiche, e spesso obbliga a servirsi
esclusivamente di espressioni che nella loro forma esteriore sono puramente
negative. Così, per esempio, l’idea dell’Infinito, che è in realtà la più
positiva di tutte, poiché l’Infinito non può essere che il tutto assoluto, ciò
che non essendo limitato da nulla nulla lascia fuori di sé, quest’idea,
dicevamo, può essere espressa solo da un termine di forma negativa, perché nel
linguaggio ogni affermazione diretta è necessariamente l’affermazione di
qualcosa, ovvero un’affermazione particolare e determinata; ma la negazione di
una determinazione o di una limitazione è propriamente la negazione di una
negazione, dunque un’affermazione reale, così che la negazione di ogni
determinazione equivale in fondo all’affermazione assoluta e totale. Quel che
diciamo dell’idea dell’Infinito potrebbe applicarsi parimenti a molte altre
nozioni metafisiche di estrema importanza, ma questo esempio è sufficiente per
quanto ci proponiamo di far capire qui; e del resto non bisogna mai dimenticare
che la metafisica pura è di per sé assolutamente indipendente da tutte le
terminologie più o meno imperfette con cui cerchiamo di rivestirla per renderla
più accessibile alla nostra comprensione.
111
9. Esoterismo ed exoterismo
Abbiamo incidentalmente accennato, nel corso
delle considerazioni preliminari, alla distinzione, del resto abbastanza
generalmente nota, che esistette in alcune, se non in tutte le scuole
filosofiche dell’antica Grecia; la distinzione cioè tra due aspetti di una
stessa dottrina, uno più interno e l’altro più esterno: è questo tutto il
significato letterale dei due termini. L’exoterismo, che comprendeva ciò che
era più elementare, più facilmente comprensibile, e di conseguenza tale da
poter essere reso più accessibile a tutti, era il solo che si esprimesse
nell’insegnamento scritto, quale ci è pervenuto più o meno completamente;
l’esoterismo, più approfondito e di un ordine più elevato, e come tale diretto
ai soli discepoli regolari della scuola, preparati in modo specifico per
capirlo, era oggetto di un insegnamento esclusivamente orale, sulla cui natura,
evidentemente, non si sono potuti conservare dati molto precisi. D’altronde
deve essere ben chiaro che, trattandosi di una stessa dottrina sotto due aspetti
differenti, e come a due livelli di insegnamento, tali aspetti non potevano in
alcun modo essere opposti o contraddittori, ma dovevano piuttosto essere
complementari: l’esoterismo sviluppava e completava, dandogli un senso più
profondo (che nell’exoterismo era contenuto per così dire solo virtualmente),
quanto l’exoterismo esponeva in forma troppo vaga, troppo semplificata e
talvolta più o meno simbolica, quantunque il simbolo assunse troppo spesso per
i Greci quell’aspetto prettamente letterario e poetico che lo fece degenerare
in semplice allegoria. Naturalmente l’esoterismo poteva, nella stessa scuola,
suddividersi a sua volta in parecchi gradi di insegnamento più o meno profondi,
dato che i discepoli passavano successivamente dall’uno all’altro secondo la
loro preparazione e potevano arrivare più o meno lontano a misura delle loro
attitudini intellettuali; ma finisce pressappoco qui tutto ciò che in proposito
possiamo dire con sicurezza.
Questa distinzione tra esoterismo ed
exoterismo non si è punto mantenuta nella filosofia moderna, la quale in fondo
non è davvero niente di più di ciò che esteriormente è, e per le
112
Esoterismo ed exoterismo
cose che ha da insegnare non le occorre certo
alcun esoterismo, giacché tutto quanto è veramente profondo sfugge
completamente alla sua angusta prospettiva. Ci si deve ora chiedere se tale
concezione di due aspetti complementari di una dottrina fosse peculiare della
Grecia; a dire il vero, ci sarebbe da stupirsi se una divisione, che può
sembrare abbastanza naturale nel suo principio, fosse rimasta tanto
eccezionale, e infatti così non è. Innanzitutto, si potrebbero trovare in
Occidente, fin dall’antichità, delle scuole generalmente molto chiuse, quindi
abbastanza mal conosciute e del resto non filosofiche; le loro dottrine si
esprimevano all’esterno soltanto sotto il velo di certi simboli che dovevano
sembrare oscurissimi a quanti non ne possedessero la chiave; e questa chiave
veniva data soltanto agli aderenti che avevano preso determinati impegni e la
cui discrezione, insieme con la loro capacità intellettuale, era stata
sufficientemente provata. Questo caso, il quale implica manifestamente che
doveva trattarsi di dottrine abbastanza profonde da essere del tutto estranee
alla mentalità comune, sembra essere stato frequente soprattutto nel Medioevo,
ed è una delle ragioni per cui bisogna sempre fare delle riserve, parlando
dell’intellettualità di questa epoca, su quanto poté esistere oltre a ciò che
conosciamo in modo sicuro; è evidente infatti che, qui come nell’esoterismo
greco, molte cose si sono dovute perdere perché non sono mai state insegnate se
non oralmente, il che spiega anche, come già indicammo, la perdita pressoché
totale della dottrina druidica. Tra le scuole sunnominate possiamo ricordare a
mo’ d’esempio gli alchimisti, la dottrina dei quali era di ordine soprattutto
cosmologico; ma del resto la cosmologia deve sempre avere come fondamento un certo
insieme più o meno esteso di concezioni metafisiche. Si potrebbe dire che i
simboli contenuti negli scritti alchimistici formino in questo caso
l’exoterismo, mentre la loro interpretazione riservata costituiva l’esoterismo;
ma la parte dell’exoterismo è allora ridottissima, e addirittura, giacché esso
non ha altra ragione d’essere che in rapporto e in vista dell’esoterismo, ci si
può chiedere se convenga ancora applicare questi due termini. Esoterismo ed
exoterismo sono infatti essenzialmente correlativi, come indica la forma
comparativa delle due parole, cosicché dove non vi è exoterismo non è nemmeno
più opportuno parlare di esoterismo;
113
I modi generali del pensiero orientale
quest’ultima designazione, se si vuole
conservarle il senso proprio, non può dunque servire a designare
indistintamente ogni dottrina chiusa, ad uso esclusivo di una élite
intellettuale.
Si potrebbe indubbiamente individuare, ma in
un’accezione molto più vasta, un esoterismo e un exoterismo in una qualunque
dottrina, in quanto vi si distingue la concezione e l’espressione, la prima
essendo tutta interna, mentre la seconda non è che la sua esteriorizzazione;
così, a rigore, ma allontanandosi dal senso abituale, si può dire che la
concezione rappresenta l’esoterismo e l’espressione l’exoterismo, e ciò in un
modo necessario, che risulta dalla natura stessa delle cose. Se così la
intendiamo, in ogni dottrina metafisica c’è qualcosa che sarà sempre esoterico,
ed è la parte di inesprimibile che comporta essenzialmente, come abbiamo
spiegato, ogni concezione realmente metafisica; è qualcosa che ognuno può
concepire solo da se stesso, con l’aiuto delle parole e dei simboli che alla
sua concezione servono semplicemente da punto di appoggio, e la sua
comprensione della dottrina sarà più o meno completa e profonda a seconda di
quanto avrà effettivamente concepito quella parte di inesprimibile. Anche in dottrine
di un altro ordine, la cui portata non si spinge fino a ciò che è veramente e
assolutamente inesprimibile, e che è il «mistero» nel senso etimologico della
parola, è altrettanto certo che l’espressione non è mai del tutto adeguata alla
concezione, sicché vi si produce comunque, sebbene in misura minore, qualcosa
di analogo: chi capisce veramente è sempre chi sa vedere oltre le parole, e si
potrebbe dire che lo «spirito» di una qualsiasi dottrina è di natura esoterica,
mentre la sua «lettera» è di natura exoterica. Ciò si applicherebbe in special
modo a tutti i testi tradizionali, i quali molto spesso, del resto, hanno una
pluralità di significati più o meno profondi che corrispondono ad altrettante
prospettive differenti; ma invece di cercare di penetrare questi significati,
si preferisce di solito dedicarsi a futili ricerche d’esegesi e di «critica dei
testi», secondo i metodi laboriosamente istituiti dalla più moderna erudizione,
e questo lavoro, per quanto fastidioso sia e per quanta pazienza richieda, è
molto più facile dell’altro, perché almeno è alla portata di tutte le
intelligenze.
Un notevole esempio della pluralità dei
significati ci è offerto dall’interpretazione dei caratteri ideografici che
costituiscono
114
Esoterismo ed exoterismo
la scrittura cinese: tutti i significati di
cui tali caratteri sono suscettibili possono raggrupparsi intorno a tre
principali, che corrispondono ai tre gradi fondamentali della conoscenza, e di
cui il primo è di ordine sensibile, il secondo di ordine razionale, il terzo di
ordine intellettuale puro o metafisico; così, per limitarci a un caso
semplicissimo, uno stesso carattere potrà essere usato analogicamente per
designare al tempo stesso il sole, la luce, e la verità, mentre soltanto la
natura del contesto permetterà di riconoscere, per ogni applicazione, quale
delle tre accezioni converrà adottare; da qui i molteplici errori dei
traduttori occidentali. Si deve quindi capire come lo studio degli ideogrammi,
la cui portata sfugge completamente agli europei, possa servire di base a un
vero insegnamento integrale, permettendo di sviluppare e coordinare tutte le
possibili concezioni in tutti gli ordini; questo studio potrà dunque essere
adottato, da punti di vista diversi, a tutti i gradi di insegnamento, dal più
elementare al più elevato, dando luogo ogni volta a nuove possibilità di
concezione, ed è questo uno strumento che si addice straordinariamente
all’esposizione di una dottrina tradizionale.
Torniamo ora al problema se la distinzione tra
esoterismo ed exoterismo, intesa stavolta nel suo senso proprio, possa
applicarsi alle dottrine orientali. Innanzitutto, nell’islamismo, la tradizione
è di duplice essenza, religiosa e metafisica, come abbiamo già detto; si può
definire esattamente exoterico l’aspetto religioso della dottrina, che infatti
è il più esterno e alla portata di tutti, ed esoterico il suo aspetto
metafisico, che ne forma il senso profondo ed è d’altronde considerato la
dottrina dell’élite; tale distinzione conserva davvero il suo significato
proprio, perché queste sono le due facce di una sola e stessa dottrina. Bisogna
osservare in proposito che qualcosa di analogo si ha nell’ebraismo, dove
l’esoterismo è costituito da ciò che porta il nome di Cabala, termine il cui
significato primitivo non è nient’altro che quello di «tradizione» e che si
applica allo studio dei significati più profondi dei testi sacri, mentre la
dottrina exoterica o volgare si ferma al loro significato più esterno e
letterale; sennonché la Cabala è in generale meno puramente metafisica
dell’esoterismo musulmano, e subisce ancora in qualche misura l’influenza del
punto di vista propriamente religioso, in ciò comparabile alla parte
115
I modi generali del pensiero orientale
metafisica della dottrina scolastica,
insufficientemente svincolata dalle considerazioni teologiche. Nell’islamismo,
invece, la distinzione delle due prospettive è quasi sempre nettissima; qui
meglio che altrove, tale distinzione permette di osservare, attraverso i
rapporti tra exoterismo ed esoterismo, come le concezioni teologiche ricevano,
con la trasposizione metafisica, un senso profondo.
Quanto alle dottrine più orientali, la
distinzione tra esoterismo ed exoterismo non può più applicarsi allo stesso
modo, e addirittura, in certi casi, non può applicarsi del tutto.
Indubbiamente, per ciò che riguarda la Cina, si potrebbe dire che la tradizione
sociale, comune a tutti, si presenta come exoterica mentre la tradizione
metafisica, dottrina dell’élite, è, come tale, esoterica. Tuttavia, ciò sarebbe
rigorosamente esatto solo a condizione di considerare queste due dottrine in
rapporto alla tradizione primordiale, dalla quale entrambe derivano; ma,
nonostante questa fonte comune, esse sono invero troppo nettamente separate
perché si possa considerarle soltanto le due facce di una stessa dottrina, cosa
che è necessaria perché si possa propriamente parlare di esoterismo ed
exoterismo. Tale separazione si spiega in parte con l’assenza di quella specie
di ambito misto a cui dà origine il punto di vista religioso, in cui si
uniscono, nella misura in cui ne sono suscettibili, il punto di vista intellettuale
e il punto di vista sociale, a detrimento della purezza del primo; ma non
sempre questa assenza ha conseguenze così marcate, come mostra l’esempio
dell’India, dove, pur non esistendo niente di propriamente religioso, le
branche della tradizione formano tuttavia un insieme unico e indivisibile.
Precisamente dell’India ci rimane ora da
parlare, e proprio qui è meno possibile trovare una distinzione come quella tra
esoterismo ed exoterismo, perché la tradizione ha di fatto troppa unità per
presentarsi, non soltanto in due corpi di dottrina separati, ma anche sotto due
aspetti complementari di questo genere. Tutto ciò che si può effettivamente
distinguere sono la dottrina essenziale, la quale è puramente metafisica, e le
sue applicazioni di ordini diversi, che costituiscono altrettanti rami secondari
rispetto ad essa; ma è evidente che non si tratta affatto della distinzione di
cui parliamo. La stessa dottrina metafisica non offre altro esoterismo se non
quello che può
116
Esoterismo ed exoterismo
trovarvisi nel senso più ampio che abbiamo
menzionato e che è naturale e inevitabile in ogni dottrina di questo ordine:
tutti possono essere ammessi a ricevere l’insegnamento in tutti i suoi gradi,
purché siano intellettualmente qualificati per trarne un beneficio effettivo;
parliamo, beninteso, soltanto dell’ammissione a tutti i gradi
dell’insegnamento, ma non a tutte le funzioni, per le quali altre qualifiche
possono essere richieste; ma, necessariamente, fra tutti coloro che ricevono lo
stesso insegnamento dottrinale, così come fra coloro che leggono un medesimo
testo, ciascuno lo capisce e lo assimila più o meno completamente, più o meno
profondamente, a seconda dell’estensione delle proprie possibilità
intellettuali. Per conseguenza è del tutto improprio parlare di «brâhmanesimo
esoterico», come taluno ha voluto fare, applicando questa denominazione
specialmente all’insegnamento contenuto nelle Upanishad; vero è che
altri, parlando a loro volta di «buddhismo esoterico», hanno fatto ancor
peggio, presentando sotto tale etichetta solo concezioni eminentemente
fantasiose, che non appartengono né al buddhismo autentico né ad alcun vero
esoterismo.
In un manuale di storia delle religioni che
abbiamo già menzionato e dove del resto, pur distinguendosi per lo spirito con
cui è stato scritto, si ritrovano molte delle confusioni correnti in opere
simili, principalmente quella che consiste nel trattare come religiose cose che
in realtà non lo sono affatto, abbiamo trovato in proposito l’osservazione
seguente: «Un pensiero indiano trova di rado l’equivalente esatto fuori
dell’India; o, per parlare con minor pretesa, modi di vedere le cose che
altrove sono esoterici, individuali, straordinari, nel brâhmanesimo e in India
sono comuni, generali, normali»1. In fondo ciò è vero, ma con
qualche riserva, perché non si possono dire individuali, né in India né
altrove, concezioni che, essendo di ordine metafisico, sono al contrario
essenzialmente sovraindividuali; d’altra parte queste concezioni trovano il loro
equivalente, benché sotto forme diverse, ovunque esista una dottrina davvero
metafisica, ossia in tutto l’Oriente, e soltanto in Occidente non esiste di
fatto nulla che, nemmeno lontanamente, corrisponda loro. È vero che concezioni
di questo ordine da
1. Christus, cap. VII, p. 359, nota.
117
I modi generali del pensiero orientale
nessuna parte sono così generalmente diffuse
quanto in India, perché altrove non si trovano popoli che abbiano così
generalmente allo stesso grado le attitudini richieste, benché esse siano
frequenti presso tutti gli orientali e particolarmente i Cinesi, presso i quali
la tradizione metafisica ha conservato ciò nonostante un carattere molto più
chiuso. Quel che in India ha dovuto maggiormente contribuire allo sviluppo di
una simile mentalità, è il carattere puramente tradizionale dell’unità indù: a
tale unità non si può partecipare realmente se non in quanto si assimila la
tradizione, e poiché tale tradizione è di essenza metafisica, si potrebbe dire
che, se ogni indù è per natura metafisico, è perché deve esserlo in qualche
modo per definizione.
118
10. La realizzazione metafisica
Indicando i caratteri essenziali della
metafisica abbiamo detto che essa è una conoscenza intuitiva, vale a dire
immediata, che quindi si oppone alla conoscenza discorsiva e mediata
dell’ordine razionale. L’intuizione intellettuale è anzi ancor più immediata
dell’intuizione sensibile, perché è al di là della distinzione di soggetto e
oggetto che quest’ultima conserva; essa è il veicolo della conoscenza e insieme
la conoscenza stessa, e in essa il soggetto e l’oggetto, si unificano e si
identificano. D’altra parte ogni conoscenza merita veramente questo nome solo
in quanto produce una identificazione simile, che, però, in tutti gli altri
casi rimane incompleta e imperfetta; in altri termini, non è vera conoscenza se
non quella che partecipa in misura più o meno completa della natura della
conoscenza intellettuale pura, che è la conoscenza per antonomasia. Ogni altra
conoscenza, essendo più o meno indiretta, non ha insomma che un valore
simbolico o rappresentativo; non è vera ed effettiva conoscenza se non quella
che ci permette di penetrare la natura stessa delle cose, e se questo può già
parzialmente avvenire nei gradi inferiori della conoscenza, solo nella
conoscenza metafisica essa è pienamente e interamente realizzabile.
La conseguenza immediata di ciò è che
conoscere ed essere sono in fondo un’unica e stessa cosa; si può dire che
rappresentano due aspetti inseparabili di un’unica realtà, aspetti che non si
possono neppure più distinguere realmente là dove tutto è «senza dualità». È
quanto basta a rendere completamente inani tutte le «teorie della conoscenza»
con pretese pseudo-metafisiche, che occupano un posto così importante nella
filosofia occidentale moderna e anzi talvolta tendono, come ad esempio in Kant,
ad assorbire tutto il resto o almeno a subordinarlo a sé; l’unica ragione
d’essere di teorie siffatte risiede in un atteggiamento comune a quasi tutti i
filosofi moderni, e del resto originato dal dualismo cartesiano, atteggiamento
che consiste nell’opporre artificialmente il conoscere all’essere, con ciò
negando ogni vera metafisica. Questa
119
I modi generali del pensiero orientale
filosofia giunge così a sostituire la «teoria
della conoscenza» alla conoscenza stessa, e vi è qui, per parte sua, una vera
confessione di impotenza; in proposito, niente è più tipico della seguente
affermazione di Kant: «La maggiore e forse l’unica utilità di ogni filosofia
della ragion pura è, dopo tutto, esclusivamente negativa, poiché essa è, non
già uno strumento per ampliare la conoscenza, bensì una disciplina per
limitarla»1. Forse che simili parole non si riducono semplicemente
ad affermare che l’unica pretesa dei filosofi deve essere quella di imporre a
tutti gli angusti confini del loro intelletto? D’altronde è questo
l’inevitabile risultato dello schematismo che è, lo ribadiamo, antimetafisico
al massimo grado.
La metafisica afferma l’identità fondamentale
del conoscere e dell’essere, che solo coloro che ignorano i suoi principi più
elementari possono mettere in dubbio; e poiché tale identità è per sua essenza
inerente alla natura stessa dell’intuizione intellettuale, essa non soltanto
l’afferma, ma la realizza. Questo è vero almeno per la metafisica integrale; ma
bisogna aggiungere che tutto ciò che di metafisico si è avuto in Occidente,
sotto questo riguardo, sembra essere rimasto sempre incompleto. Eppure Aristotele
formulò nettamente in linea di principio l’identificazione per mezzo della
conoscenza, dichiarando espressamente che «l’anima è tutto ciò che conosce»2;
ma sembra che né lui né i suoi continuatori abbiano mai attribuito a tale
affermazione il suo reale valore, traendone tutte le conseguenze che essa
comporta, sicché per loro rimase un che di puramente teorico. È certo meglio di
niente, ma ancora non basta, e questa metafisica occidentale ci sembra due
volte incompleta: lo è già teoricamente, in quanto non si spinge oltre
l’essere, come abbiamo spiegato prima, e d’altra parte considera le cose, nella
misura in cui le considera, in modo soltanto teorico; la teoria, vi si afferma,
basta a se stessa e costituisce il proprio fine, mentre invece, normalmente,
dovrebbe essere solo una preparazione, del resto indispensabile, in vista di
una corrispondente realizzazione.
Occorre fare qui un’osservazione sul modo in
cui usiamo il termine «teoria»: etimologicamente il suo significato primo è
1. Kritik der
reinen Vernunft, ed. Hartenstein, p. 256.
2. De anima.
120
La realizzazione metafisica
quello di «contemplazione», e se così fosse
inteso si potrebbe dire che l’intera metafisica, con la realizzazione che
implica, è la «teoria» per eccellenza; sennonché l’uso ha attribuito alla
parola un’accezione alquanto diversa, e soprattutto assai più ristretta.
Innanzitutto è invalsa l’abitudine di opporre «teoria» a «pratica», e nel suo
significato primitivo tale opposizione, essendo propria della contemplazione e
dell’azione, sarebbe ancora giustificata, poiché la metafisica è essenzialmente
oltre il campo dell’azione, che è proprio delle contingenze individuali; ma la
mente occidentale, volta quasi solo all’azione e incapace di concepire una
realizzazione all’infuori di essa, è giunta a opporre genericamente teoria a
realizzazione. Di fatto, dunque, accettiamo quest’ultima opposizione per non
allontanarci dall’uso acquisito e per evitare le confusioni che potrebbero
insorgere quando si separano le parole dal senso che, a torto o a ragione, si è
abituati ad attribuire loro; tuttavia non giungeremo al punto di definire
«pratica» la realizzazione metafisica, perché questa parola è rimasta
inseparabile, nel linguaggio corrente, dall’idea d’azione che esprimeva in
origine e che non può in alcun modo applicarsi qui.
In ogni dottrina che sia metafisicamente
completa, come lo sono le dottrine orientali, la teoria è sempre accompagnata o
seguita da una realizzazione effettiva, della quale essa non è che la base
necessaria: nessuna realizzazione può essere affrontata senza una sufficiente
preparazione teorica, ma l’intera teoria è ordinata in vista della
realizzazione, come il mezzo in vista del fine, e questa prospettiva è
supposta, almeno implicitamente, persino nell’espressione esteriore della
dottrina. D’altra parte la realizzazione effettiva può avere, oltre che la
preparazione teorica e dopo di essa, altri mezzi di un ordine molto diverso, ma
che a loro volta sono destinati a fornirle esclusivamente un supporto o un
punto di partenza, mezzi che insomma hanno una semplice funzione di
«coadiuvanti», qualunque sia peraltro la loro importanza di fatto: è questa, in
modo particolare, la ragione d’essere dei riti che hanno un carattere e una
portata propriamente metafisici, di cui abbiamo segnalato l’esistenza.
Tuttavia, a differenza della preparazione teorica, tali riti non vengono mai
considerati mezzi indispensabili; sono accessori e non essenziali, e la
tradizione indù, dove comunque hanno un posto importante, è
121
I modi generali del pensiero orientale
affatto esplicita al riguardo; ma nondimeno,
per la loro efficacia propria, possono facilitare molto la realizzazione
metafisica, vale a dire la trasformazione di quella conoscenza virtuale, che è
la semplice teoria, in conoscenza effettiva.
Certo queste considerazioni possono sembrare
quanto mai strane a degli occidentali, che non hanno mai neppure considerato la
possibilità di qualcosa del genere; eppure, a dire il vero, in Occidente si
potrebbe trovare in ciò che chiameremo la realizzazione mistica un’analogia
parziale, sebbene abbastanza lontana, con la realizzazione metafisica.
Intendiamo dire che negli stati mistici, nel senso teologico della parola, c’è
alcunché di effettivo, che fa di essi qualcosa di più di una conoscenza
puramente teorica, benché una realizzazione di questo ordine sia sempre
forzatamente limitata. Non uscendo dal modo propriamente religioso non si esce
neppure dall’ambito individuale; gli stati mistici non hanno nulla di
sovraindividuale, non implicano che un’estensione più o meno indefinita delle
sole possibilità individuali, le quali del resto vanno incomparabilmente più
lontano di quanto generalmente non si pensi e soprattutto di quanto gli
psicologi non siano in grado di concepire, pur con tutto quel che si sforzano
di includere nel loro «subcosciente». Questa realizzazione non può avere una
portata universale o metafisica, e resta sempre soggetta all’influenza di
elementi individuali, principalmente di ordine sentimentale; è questo il
carattere stesso del punto di vista religioso, ma qui ancor più accentuato che
altrove, come abbiamo già fatto notare, ed è anche al tempo stesso quel che
conferisce agli stati mistici l’aspetto di «passività» abbastanza generalmente
riconosciuto, senza contare che la confusione dei due ordini intellettuale e
sentimentale genera spesso illusioni. Infine è necessario notare che questa
realizzazione, sempre frammentaria e raramente ordinata, non suppone una
preparazione teorica: i riti religiosi vi hanno quella funzione di
«coadiuvanti» che altrove hanno i riti metafisici, ma essa è di per sé
indipendente dalla teoria religiosa rappresentata dalla teologia; ciò non
impedisce che i mistici in possesso di qualche nozione teologica si risparmino,
a differenza di quelli che ne sono privi, molti errori e siano più capaci di
controllare in una certa misura la propria immaginazione e sentimentalità. Così
com’è, la realizzazione mistica, o realizzazione
122
La realizzazione metafisica
in modo religioso, pur con le sue limitazioni
fondamentali, è la sola che sia conosciuta nel mondo occidentale; e possiamo
ancora dire, come poco fa, che è senz’altro meglio di niente, quantunque sia
ancora lontanissima dalla vera realizzazione metafisica.
Abbiamo voluto precisare questo punto di vista
della realizzazione metafisica perché è essenziale al pensiero orientale, e
peraltro comune alle tre grandi civiltà di cui abbiamo parlato. Non vogliamo
però dilungarci troppo in questa trattazione, la quale deve necessariamente
rimanere piuttosto elementare; lo esamineremo dunque, per quanto concerne
specialmente l’India, solo in quanto sarà strettamente indispensabile, perché
questo punto di vista è probabilmente il più difficile da capire per la
maggioranza degli occidentali. Inoltre bisogna dire che, se la teoria si può
sempre esporre senza riserve, o almeno con la sola riserva di quanto è
veramente inesprimibile, non così avviene per quel che riguarda la
realizzazione.
123
III. Le dottrine indù
1. Significato esatto della parola «indù»
Tutto quanto è stato detto finora potrebbe
servire d’introduzione generale allo studio di tutte le dottrine orientali;
quanto diremo ora riguarderà più in particolare le dottrine indù, adeguate
specialmente a modi di pensiero che, pur possedendo le caratteristiche comuni
al pensiero orientale nel suo insieme, presentano inoltre dei tratti
distintivi, a cui corrispondono differenze formali, anche là dove la sostanza è
rigorosamente identica a quella delle altre tradizioni, come sempre avviene,
per le ragioni che abbiamo indicato, quando si tratta di metafisica pura. In
questa parte della nostra esposizione è importante prima di tutto precisare il
significato esatto della parola «indù», il cui impiego più o meno vago dà
origine in Occidente a frequenti errori.
Per determinare nettamente ciò che è indù e
ciò che non lo è non possiamo esimerci dal ricordare brevemente qualcuna delle
considerazioni che abbiamo già sviluppato: questa parola non può designare una
razza, dato che si applica ugualmente a elementi appartenenti a razze diverse,
né tanto meno una nazionalità, dato che niente di simile esiste in Oriente.
Volendola considerare nella sua totalità, l’India sarebbe paragonabile
all’insieme dell’Europa piuttosto che a questo o quell’altro Stato europeo, e
ciò non soltanto per la sua estensione o per l’importanza numerica della sua
popolazione, ma anche per le varietà etniche che quest’ultima presenta; al
riguardo le differenze fra il Nord e il Sud dell’India sono almeno altrettanto
grandi di quelle che esistono fra un’estremità e l’altra dell’Europa.
D’altronde, fra le diverse regioni non vi è alcun legame governativo o
amministrativo, se si esclude quello che gli europei vi hanno stabilito
recentemente in modo del tutto artificiale; è vero che questa unità amministrativa
era già stata realizzata prima di loro dagli imperatori mongoli, e forse prima
ancora da altri, ma essa non ebbe mai se non un’esistenza passeggera in
rapporto alla permanenza della civiltà indù, e bisogna notare che fu quasi
sempre dovuta alla dominazione di elementi stranieri, o comunque non indù;
inoltre non arrivò
127
Le dottrine indù
mai a sopprimere completamente l’autonomia
degli Stati particolari, ma si sforzò piuttosto di convogliarli in
un’organizzazione federativa. D’altra parte non si trova affatto in India
qualcosa che possa essere paragonato al genere di unità che altrove si realizza
con il riconoscimento di un’autorità religiosa comune, sia essa rappresentata
da un unico individuo come nel cattolicesimo, o da una pluralità di funzioni
distinte come nell’islamismo; la tradizione indù, pur non essendo in alcun modo
di natura religiosa, potrebbe tuttavia implicare un’organizzazione più o meno
analoga, ma così non è, a dispetto delle supposizioni gratuite che certuni
hanno potuto fare al riguardo perché non comprendevano come potesse
effettivamente realizzarsi l’unità attraverso la sola forza inerente alla
dottrina tradizionale stessa. Ciò è ben diverso in effetti da tutto quanto
esiste in Occidente, eppure è così: l’unità indù, lo abbiamo ripetuto più
volte, è un’unità di ordine puramente ed esclusivamente tradizionale, che per
mantenersi non ha bisogno di alcuna forma di organizzazione più o meno esterna,
né dell’appoggio di alcuna autorità che non sia quella della dottrina stessa.
La conclusione di tutto ciò può essere
formulata nel modo seguente: sono indù tutti coloro che aderiscono a una stessa
tradizione, purché, beninteso, siano debitamente qualificati per potervi
aderire realmente ed effettivamente, e non in un modo solo esteriore e
illusorio; al contrario, non sono indù coloro che per qualsiasi ragione non
partecipano a questa stessa tradizione. In particolare è il caso dei jaina e
dei buddhisti, come pure, nei tempi moderni, dei sikh, sui quali d’altronde si
esercitarono influenze musulmane che sono ben visibili nella loro speciale
dottrina. Tale è la vera distinzione, e non possono esservene altre, benché sia
difficilmente comprensibile, bisogna riconoscerlo, per la mentalità
occidentale, abituata ad appoggiarsi su tutt’altri elementi di giudizio, che
qui fanno totalmente difetto. Così stando le cose, è un vero e proprio nonsenso
parlare, per esempio, di «buddhismo indù», come pure si fa troppo sovente in
Europa e in particolare in Francia; quando si vuole designare il buddhismo
quale esistette in India in altri tempi, non c’è altro appellativo che possa
convenirgli se non quello di «buddhismo indiano» allo stesso modo in cui si può
correttamente parlare di «musulmani indiani», cioè musulmani dell’India, che
non sono
128
Significato esatto della parola «indù»
affatto indù. Si vede allora in che cosa
consista la gravità reale di un errore come quello che segnaliamo e perché sia
ai nostri occhi assai più di una semplice inesattezza di dettaglio: esso
testimonia una profonda incomprensione del carattere più essenziale della
civiltà indù; e la cosa più stupefacente non è che questa ignoranza sia diffusa
in Occidente, ma che sia condivisa da certi orientalisti di professione.
La tradizione di cui parliamo fu portata nella
contrada che è l’India attuale in un’epoca più o meno remota (e che sarebbe
piuttosto difficile precisare) da uomini venuti dal Nord, secondo certe
indicazioni che abbiamo già riferito; peraltro non è provato che questi
migratori, che dovettero successivamente fermarsi in regioni diverse, abbiano
costituito, almeno in origine, un popolo vero e proprio, e nemmeno che siano
appartenuti primitivamente a una razza unica. In ogni caso la tradizione indù,
o almeno quella che attualmente ha tale denominazione, e che allora poteva
averne un’altra o addirittura non averne alcuna, questa tradizione, dicevamo,
quando si stabilì in India, fu adottata presto o tardi da quasi tutti i
discendenti delle popolazioni indigene; costoro, i Dravida per esempio,
divennero dunque indù in qualche modo «per adozione», ma allora lo furono
effettivamente allo stesso modo di coloro che lo erano sempre stati, dal
momento che li si era ammessi nella grande unità della civiltà tradizionale, e anche
se dovettero mantenere tracce della loro origine, sotto forma di modalità
particolari di pensare e agire, purché compatibili con lo spirito della
tradizione.
Prima di stabilirsi in India questa stessa
tradizione apparteneva a una civiltà che noi non chiameremo «arianesimo»,
avendo già spiegato perché è una parola priva di senso, ma per la quale
possiamo accettare, in mancanza di altro, la denominazione di «indoiranica»,
benché il luogo dove si sviluppò non sia stato verosimilmente né l’India né
l’Iran, e semplicemente per sottolineare che doveva in seguito dare origine
alle due civiltà indù e persiana, distinte e anzi sotto certi aspetti opposte.
In una data epoca dovette dunque prodursi una scissione abbastanza simile a
quella che più tardi in India diede origine al buddhismo; e il ramo separato,
deviato rispetto alla tradizione primordiale, fu il cosiddetto «iranismo», che
doveva poi diventare la tradizione persiana chiamata anche «mazdeismo».
129
Le dottrine indù
Abbiamo già segnalato la tendenza, generale in
Oriente, per cui dottrine che furono dapprima antitradizionali si impongono poi
come tradizioni indipendenti; questa di cui parliamo aveva senza dubbio assunto
tale carattere già molto tempo prima di essere codificata nell’Avesta
sotto il nome di Zarathustra o Zoroastro, nel quale d’altronde bisogna vedere
non la designazione di un uomo, ma piuttosto di una collettività, come spesso
succede in casi simili: gli esempi di Fo-hi per la Cina, Vyâsa per l’India, Thoth
o Ermete per l’Egitto sono abbastanza indicativi. D’altro canto una traccia
molto netta della deviazione è rimasta nella stessa lingua dei Persiani, dove
certe parole assunsero un significato completamente opposto a quello che
primitivamente avevano e che conservarono in sanscrito; il caso della parola dêva
è al proposito il più noto, ma se ne potrebbero citare altri, come il nome di Indra
per esempio, e non può essere un caso accidentale. Anche il carattere
dualistico abitualmente attribuito alla tradizione persiana, se fosse reale,
sarebbe una prova manifesta di alterazione della dottrina; ma bisogna tuttavia
dire che esso sembra essere solo il prodotto di una interpretazione falsa o
incompleta, mentre c’è un’altra prova più seria, costituita dalla presenza di
certi elementi sentimentali; non è peraltro necessario insistere oltre su ciò.
A partire dal momento in cui si produce la
separazione di cui abbiamo parlato, la tradizione regolare può essere chiamata
propriamente «indù», qualunque sia la regione in cui si conservò inizialmente,
e a prescindere dal fatto che abbia o no ricevuto da quel momento tale
designazione, il cui uso non deve d’altronde far pensare in alcun modo che vi
sia stato qualche cambiamento profondo ed essenziale nella tradizione; allora
come in seguito, non poté esserci altro che uno sviluppo naturale e normale di
quella che era stata la tradizione primordiale. Giungiamo così direttamente a
segnalare un altro errore degli orientalisti, i quali, non comprendendo nulla
dell’immutabilità essenziale della dottrina, hanno creduto di poter
considerare, posteriormente all’epoca «indoiranica», tre successive dottrine
immaginate differenti, alle quali hanno dato i nomi rispettivi di «vêdismo»,
«brâhmanesimo» e «induismo». Se con ciò si volessero intendere soltanto tre
periodi della storia della civiltà indù, sarebbe senza dubbio accettabile,
quantunque
130
Significato esatto della parola «indù»
le denominazioni siano molto improprie e sia
estremamente difficile delimitare e situare cronologicamente tali periodi. Se
anzi si volesse dire che la dottrina tradizionale, pur rimanendo in fondo la
stessa, ha potuto ricevere successivamente parecchie espressioni più o meno
diverse per adattarsi alle condizioni particolari, mentali e sociali, di tale o
di tal altra epoca, ciò potrebbe ancora essere ammesso con riserve analoghe
alle precedenti. Ma non è semplicemente questo che sostengono gli orientalisti:
con una pluralità di denominazioni, essi suppongono espressamente che si tratti
di un succedersi di deviazioni o alterazioni che sono incompatibili con la
regolarità tradizionale e mai sono esistite se non nella loro immaginazione. In
realtà, l’intera tradizione indù è essenzialmente fondata sul Vêda, lo è
sempre stata e non ha mai cessato di esserlo; si potrebbe dunque chiamarla
«vêdismo», così come, in qualsiasi epoca, potrebbe convenirle anche il nome di
«brâhmanesimo»; in fondo poco importa la designazione che si preferirà darle,
purché ci si renda ben conto che, sotto uno o più nomi, si tratta sempre della
stessa cosa; nient’altro, cioè, che dello sviluppo della dottrina contenuta in
principio nel Vêda, parola che d’altronde significa propriamente la
conoscenza tradizionale per eccellenza. Non vi è dunque «induismo» nel senso di
una deviazione dal pensiero tradizionale, perché è veramente e puramente indù
solo quello che per definizione non ammette deviazioni di sorta; e se ciò
nonostante certe anomalie più o meno gravi hanno potuto talvolta prodursi, il
senso della tradizione le ha sempre mantenute entro determinati limiti, oppure
le ha espulse interamente dall’unità indù, e comunque ha sempre fatto in modo
che mai acquisissero un’autorità reale; ma perché ciò possa essere ben
compreso, occorrono ancora altre considerazioni.
131
2. La perpetuità del «Vêda»
Il nome Vêda, di cui abbiamo indicato
il significato proprio, si applica in genere a tutti gli scritti fondamentali
della tradizione indù; è noto peraltro che questi scritti sono divisi in
quattro raccolte che portano rispettivamente i nomi di Rig-Vêda, Yajur-Vêda,
Sâma-Vêda, e Atharva-Vêda. La datazione di queste raccolte è una
delle questioni che maggiormente preoccupano gli orientalisti e neppure
limitandosi ad una stima molto approssimativa della loro antichità essi sono
mai riusciti a trovare un accordo. Si può constatare, come abbiamo già detto,
che, qui come altrove, la tendenza è di riferire tutto a un’epoca la meno
remota possibile e addirittura di contestare l’autenticità di questa o quella
parte degli scritti tradizionali, il tutto basandosi su analisi minuziose dei
testi, accompagnate da dissertazioni tanto interminabili quanto inani sull’uso
di una parola o di una forma grammaticale. Sono queste in effetti le attività
più diffuse fra gli orientalisti, e la loro finalità, nell’intenzione di quanti
vi si dedicano, è di mostrare che il testo studiato non è poi così antico come
si pensava, che non deve essere dell’autore a cui era sempre stato attribuito,
seppure ve ne fu uno, o almeno che è stato «interpolato» o ha subito una
qualche alterazione in un’epoca relativamente recente; chi sia anche solo un
po’ al corrente dei lavori di «esegesi biblica» può farsi un’idea di che cosa
sia l’applicazione di questi procedimenti. Non stupisce se le ricerche
intraprese con questo spirito si risolvono solo in un cumulo di volumi zeppi di
discussioni oziose, né che i meschini risultati di questa «critica»
disgregatrice, quando siano noti agli orientali, contribuiscono grandemente a
suscitare in loro il disprezzo per l’Occidente. In definitiva, ciò che sfugge
completamente agli orientalisti sono sempre le questioni di principio, e dal
momento che senza di esse non si può capire nulla, poiché tutto il resto ne
deriva e dovrebbe logicamente dedursene, essi trascurano tutto l’essenziale,
perché sono incapaci di vederlo e si perdono irrimediabilmente nei particolari
più insignificanti o nelle stranezze più arbitrarie.
132
La perpetuità del «Vêda»
Il problema della datazione delle diverse
parti che costituiscono il Vêda pare veramente insolubile, e d’altronde
non ha alcuna importanza reale perché, prima dell’epoca più o meno lontana in
cui il testo è stato scritto per la prima volta, bisogna considerare, come già
abbiamo indicato, un periodo di trasmissione orale di una durata indeterminata.
È probabile che l’origine della scrittura in India sia molto più antica di
quanto comunemente si creda, e che d’altra parte i caratteri sanscriti non
siano affatto derivati da un alfabeto fenicio, a cui non assomigliano né per la
forma né per la disposizione. Comunque sia, è certo che non bisogna vedere
niente di più che una sistemazione, e una fissazione definitiva di testi
tradizionali preesistenti, nel lavoro attribuito a Vyâsa, nome che in realtà
non designa né un personaggio storico né tanto meno un «mito», bensì, come
abbiamo già detto, una collettività intellettuale. Determinare quindi l’epoca
di Vyâsa, ammesso che sia possibile, avrebbe solo l’interesse di un semplice
fatto storico senza alcuna importanza dottrinale; ed è evidente d’altra parte
che quest’epoca può comprendere un periodo di un certo numero di secoli; anzi
potrebbe non essere mai finita, di modo che l’unica questione che si dovrebbe
porre in realtà è quella del suo punto di partenza, il che non vuole dire che
sia possibile risolverla, soprattutto coi procedimenti specifici
dell’erudizione occidentale.
In un testo, la trasmissione orale antecedente
è spesso indicata, ma senza alcun dato cronologico, da quel che viene chiamato vansha,
o filiazione tradizionale; è ciò che si verifica in particolare per la maggior
parte delle Upanishad. Solo che, all’origine, bisogna sempre ricorrere a
una ispirazione diretta, d’altronde ugualmente indicata nel vansha, dato
che non si tratta di un’opera individuale; poco importa che la tradizione sia
stata espressa o formulata da un certo individuo, egli non ne è comunque l’autore,
dal momento che tale tradizione è essenzialmente di ordine sovraindividuale.
Per questo l’origine del Vêda è detta apaurushêya cioè «non
umana»: le circostanze storiche, al pari di altre contingenze, non influiscono
in alcun modo sull’essenza della dottrina, che ha un carattere immutabile e
puramente atemporale, ed è d’altronde evidente che l’ispirazione di cui stiamo
parlando può prodursi in qualsiasi epoca. La sola difficoltà, qui, è forse di
fare accettare agli occidentali
133
Le dottrine indù
una teoria dell’ispirazione, e soprattutto di
far loro capire che questa teoria non deve essere né mistica né psicologica, ma
puramente metafisica; tutto ciò supporrebbe del resto sviluppi che non
rientrano ora nel nostro intento. Queste poche indicazioni devono bastare a
darci almeno un’idea di che cosa gli Indù intendano quando parlano della
perpetuità del Vêda, che, d’altra parte, è anche in correlazione con la
teoria cosmologica della primordialità del suono fra le qualità sensibili, che
è impensabile esporre qui; quest’ultimo punto può spiegare come, anche dopo
l’uso della scrittura, l’insegnamento orale della dottrina ha sempre conservato
in India un ruolo preponderante.
Il Vêda, essendo la conoscenza
tradizionale per eccellenza, è il principio e il fondamento comune di tutti i
rami più o meno secondari e derivati della dottrina, e anche per questi ha ben
poca importanza il problema dello sviluppo cronologico. La tradizione va considerata
nella sua integralità, e non c’è motivo di chiedersi che cosa in essa sia
primitivo o no, trattandosi di un insieme perfettamente coerente, il che non
vuol dire sistematico; tutti i punti di vista che comporta possono essere
considerati simultaneamente come successivamente, e quindi è poco interessante
conoscere l’ordine storico in cui sono stati di fatto sviluppati. Anzi, lo è
ancor meno, in quanto non si tratterebbe mai in realtà che dello sviluppo di
questi punti di vista, quale è stato formulato per iscritto nelle opere che
possiamo conoscere; quando infatti si sa vedere oltre i testi e si penetrano
sempre più a fondo le cose, si deve riconoscere che essi sono sempre stati
concepiti simultaneamente nel loro principio stesso; un testo tradizionale,
quindi, può essere suscettibile di una pluralità di interpretazioni o
applicazioni in corrispondenza con tali diversi punti di vista. Non si può
ascrivere questa o quella parte della dottrina a un autore determinato, così
come non si può farlo per gli stessi testi vedici in cui l’intera dottrina è
sinteticamente contenuta, almeno per quel tanto che è esprimibile; e se qualche
autore o commentatore noto ha esposto un punto più o meno particolare, ciò non
vuol dire evidentemente che nessuno l’abbia fatto prima di lui, e ancor meno
che nessuno ci avesse pensato fino a quel momento, anche se nessuno l’aveva
ancora formulato in un testo definito. L’enunciazione può senza dubbio
modificarsi nella forma esterna per adattarsi alle
134
La perpetuità del «Vêda»
circostanze; ma la sostanza, non vi
insisteremo mai troppo, resta sempre rigorosamente la stessa, e le
modificazioni esterne non raggiungono né intaccano in nulla l’essenza della
dottrina. Queste considerazioni, portando la questione sul terreno dei principi,
spiegano le principali ragioni dell’imbarazzo dei cronologisti, come pure
l’inanità delle loro ricerche; poiché queste ragioni, di cui purtroppo non si
rendono conto, sono inerenti alla natura stessa delle cose, meglio sarebbe di
certo rassegnarsi, rinunciando a sollevare questioni insolubili, e del resto ci
si rassegnerebbe senza sforzo se soltanto ci si accorgesse che le questioni
suddette sono prive di valore: questo soprattutto abbiamo voluto spiegare nel
presente capitolo, il cui tema non era possibile trattare completamente nei
suoi aspetti più profondi.
135
3. Ortodossia ed eterodossia
L’ortodossia e l’eterodossia possono essere
considerate non soltanto dal punto di vista religioso, benché questo sia il
caso più frequente in Occidente, ma anche dal punto di vista molto più generale
della tradizione in tutti i suoi aspetti; per quanto riguarda l’India è il solo
modo di concepirle, poiché lì non esiste niente di propriamente religioso,
mentre in Occidente non c’è niente di veramente tradizionale al di fuori della
religione. Quanto alla metafisica e a tutto ciò che più o meno direttamente ne
deriva, l’eterodossia di una concezione non è altro in fondo che la sua
falsità, risultante dal disaccordo con i principi fondamentali; e questa
falsità è anche per lo più un’assurdità manifesta, per poco che si voglia
ricondurre la questione alla semplicità dei suoi dati essenziali: non può
essere altrimenti, dal momento che la metafisica, come abbiamo detto, esclude
tutto ciò che presenta un carattere ipotetico per ammettere solo ciò di cui la
comprensione implica immediatamente la vera certezza. Così stando le cose,
l’ortodossia fa tutt’uno con la conoscenza vera, poiché risiede in un accordo
costante con i principi; e dato che nella tradizione indù tali principi sono
essenzialmente contenuti nel Vêda, è evidentemente l’accordo con il Vêda
che stabilisce, qui, il criterio dell’ortodossia. Bisogna però capire bene che
qui si tratta assai meno di ricorrere all’autorità dei testi scritti quanto di
osservare la perfetta coerenza dell’insegnamento tradizionale nel suo insieme;
l’accordo o il disaccordo con i testi vedici non è insomma che un segno
esteriore della verità o falsità intrinseca di una concezione, ed è questo che
costituisce realmente la sua ortodossia o eterodossia. Se così è, si potrà
obiettare, perché dunque non parlare semplicemente di verità o di falsità?
Perché l’unità della dottrina tradizionale, con la sua forza intrinseca, è la
guida più sicura per impedire alle divagazioni individuali di espandersi
liberamente; questa forza, che la tradizione ha in se stessa, è d’altronde
sufficiente a tal fine, senza che sia necessaria la costrizione esercitata da
un’autorità più o meno somigliante a una autorità religiosa: ciò risulta da
quanto abbiamo detto sulla
136
Ortodossia ed eterodossia
vera natura dell’unità indù. Là dove manca la
forza della tradizione, e nemmeno vi è un’autorità esteriore che possa in
qualche modo supplirvi, si vede fin troppo bene, dall’esempio della filosofia
occidentale moderna, a quale confusione conducano lo sviluppo e l’espandersi
sfrenato delle opinioni più azzardate e contraddittorie; se le false concezioni
nascono dunque così facilmente, e anzi giungono a imporsi alla mentalità
comune, è perché non è più possibile riferirsi a un accordo coi principi,
perché non esistono più principi nel vero senso della parola. Al contrario, in
una civiltà essenzialmente tradizionale, i principi non vengono mai persi di
vista ed è sufficiente applicarli, direttamente o indirettamente, in un ordine
o nell’altro; le concezioni che se ne discostano saranno dunque molto più rare,
se non addirittura eccezionali, e se talora nasceranno, il loro credito non
sarà mai molto grande: queste deviazioni resteranno sempre delle anomalie, come
lo erano all’origine, e se poi per la loro gravità diventano incompatibili coi
principi più essenziali della tradizione, saranno per ciò stesso espulse dalla
civiltà dove erano nate.
Per chiarire con un esempio ciò che abbiamo
detto, esamineremo il caso dell’atomismo, su cui in seguito dovremo ritornare:
questa concezione è nettamente eterodossa perché in disaccordo formale con il Vêda,
e d’altronde la sua falsità può facilmente essere dimostrata, poiché implica di
per sé elementi contraddittori; eterodossia e assurdità sono dunque in fondo
sinonimi veri e propri. Nell’India l’atomismo apparve per la prima volta nella
scuola cosmologica di Kanâda; del resto è da notare che, in scuole dedite alla
speculazione puramente metafisica, concezioni eterodosse non potevano formarsi
con facilità, perché sul terreno dei principi l’assurdità è di un’evidenza
assai più immediata che nelle applicazioni secondarie. La teoria atomista non
fu mai presso gli Indù che una semplice anomalia senza grande importanza,
almeno finché ad essa non venne ad aggiungersi qualcosa di più grave: ebbe
dunque un’estensione molto limitata, soprattutto in paragone a quella che
doveva acquistare più tardi in Grecia, dove, già venendo meno i principi
tradizionali, fu correntemente accolta da diverse scuole di «filosofia fisica»,
e dove l’epicureismo soprattutto le diede una diffusione considerevole, la cui
influenza si esercita ancora sugli occidentali moderni. Per tornare
137
Le dottrine indù
all’India, l’atomismo in un primo momento si
presentò solo come una teoria cosmologica specifica, la cui portata, come tale,
era alquanto limitata; ma, per coloro che ammettevano questa teoria,
l’eterodossia su questo punto particolare doveva logicamente tradursi in
eterodossia su molti altri punti, giacché nella dottrina tradizionale tutto è
strettamente connesso. Così la concezione degli atomi quali elementi
costitutivi delle cose ha come corollario la concezione del vuoto in cui tali
atomi devono muoversi; da qui doveva prima o poi discendere una teoria del
«vuoto universale», inteso non già in un senso metafisico concernente il
«non-manifestato», ma al contrario in senso fisico o cosmologico, e in effetti
così accadde in certe scuole buddhiste che, identificando questo vuoto con l’âkâsha
o etere, giunsero naturalmente a negare l’esistenza di quest’ultimo come
elemento corporeo e ad ammettere soltanto quattro elementi invece di cinque. In
proposito bisogna ancora notare che anche la maggior parte dei filosofi greci
ha ammesso solo quattro elementi, come le scuole buddhiste di cui sopra, e che
se pure qualcuno di essi ha parlato di etere, lo ha fatto in modo alquanto
ristretto, conferendogli un’accezione assai più specifica, e d’altronde molto
meno netta, che non gli Indù. Abbiamo già detto abbastanza da dove devono
venire i prestiti quando si constatano concordanze di questo genere, e
soprattutto quando tali prestiti sono avvenuti in modo incompleto, che è forse
la loro caratteristica più evidente; e non si obietti che gli Indù avrebbero
«inventato» l’etere in un secondo tempo, per ragioni più o meno plausibili,
analoghe a quelle per cui lo accettano abbastanza generalmente i fisici
moderni; le loro ragioni sono di tutt’altro ordine, e non dipendono affatto
dall’esperienza; come abbiamo già spiegato, non vi è alcuna «evoluzione» delle
concezioni tradizionali, e d’altronde la testimonianza dei testi vedici è
formale tanto per l’etere quanto per gli altri quattro elementi corporei.
Sembra pertanto che in moltissimi casi i Greci, quando sono venuti a contatto
con il pensiero indù, lo abbiano ereditato in modo deformato e mutilato, e che
inoltre non lo abbiano sempre esposto fedelmente come lo avevano ereditato;
d’altronde è possibile, come abbiamo già detto, che nel corso della loro storia
essi abbiano avuto rapporti più diretti e costanti con i buddhisti, o almeno
con certi buddhisti, che non con gli Indù. Comunque sia, per quanto riguarda
138
Ortodossia ed eterodossia
l’atomismo, diremo ancora che è pericoloso in
quanto le sue caratteristiche lo predispongono a servire di fondamento a quel
«naturalismo» che in genere è tanto contrario al pensiero orientale quanto
frequente, in forme più o meno accentuate, nelle concezioni occidentali; si può
dire infatti che se ogni «naturalismo» non è necessariamente atomista,
l’atomismo è sempre più o meno naturalista, almeno come tendenza; quando si
incorpora in un sistema filosofico, come avvenne in Grecia, esso diventa anche
«meccanicista», il che non sempre vuole dire «materialista», poiché il
materialismo è cosa tutta moderna. Questo ha però poca importanza qui, dal
momento che in India non si ha a che fare con sistemi filosofici né con dogmi
religiosi; le stesse deviazioni del pensiero indù non sono mai state né
religiose né filosofiche, e ciò è vero anche per il buddhismo, che peraltro è
quel che in tutto l’Oriente sembra avvicinarsi di più, sotto certi aspetti, ai
punti di vista occidentali, ed è quindi quel che più facilmente si presta alle
false assimilazioni che gli orientalisti sono soliti fare; a questo riguardo, e
benché lo studio del buddhismo non sia pertinente al nostro argomento, dobbiamo
tuttavia dire qualche parola, non fosse che per dissipare certe confusioni
correnti in Occidente.
139
4. Sul buddhismo1
Abbiamo appena detto che il buddhismo sembra
più vicino alle concezioni occidentali, o piuttosto meno lontano, di quanto non
lo siano le altre dottrine orientali, e quindi più facile da studiare per gli
occidentali; ed è senz’altro il motivo per cui gli orientalisti gli
testimoniano un’accentuata predilezione. Costoro infatti pensano di trovarvi
qualcosa che rientri negli schemi della loro mentalità, o che almeno non ne
esuli completamente; comunque non si sentono imbarazzati, come nelle altre
dottrine, dalla totale impossibilità di comprensione che, senza confessarselo,
devono avvertire più o meno confusamente. Tale è almeno l’impressione che
provano di fronte a certe forme del buddhismo, dal momento che, come diremo fra
breve, occorre fare molte distinzioni al riguardo; e naturalmente vogliono
vedere nelle forme a loro più accessibili il buddhismo autentico e in qualche
modo primitivo, mentre le altre non sarebbero,
1. Per i lettori che conoscessero la prima edizione
di questo libro, riteniamo opportuno indicare brevemente le ragioni che ci
hanno indotto a modificare il presente capitolo: quando apparve la prima
edizione non avevamo motivo di mettere in dubbio che, come abitualmente si
pensa, le forme più ristrette e più nettamente antimetafisiche dello Hînayâna
rappresentassero l’insegnamento stesso di Shâkya-Muni; non avevamo il tempo di
intraprendere le lunghe ricerche che sarebbero state necessarie per
approfondire di più questo problema e d’altronde quel che allora conoscevamo
del buddhismo non era tale da impegnarci a farlo. Sennonché da allora le cose
sono molto cambiate dopo i lavori di A. K. Coomaraswamy (il suo essere indù, e
non buddhista, garantisce sufficientemente della sua imparzialità) e la sua
reinterpretazione del buddhismo originario, il cui vero significato è
estremamente difficile da isolare da tutte le eresie che in seguito sono venute
a sovrapporvisi, e che noi avevamo soprattutto in mente al momento della prima
stesura; è sottinteso che, per quanto riguarda tali forme deviate, ciò che
avevamo scritto allora resta pienamente valido. Approfittiamo dell’occasione
per aggiungere che siamo sempre disposti a riconoscere il valore tradizionale
di ogni dottrina, dovunque essa si trovi, qualora ne avessimo prove
sufficienti; ma, sfortunatamente, se le nuove informazioni che abbiamo ottenuto
sono interamente favorevoli alla dottrina di Shâkya-Muni (il che non vuol dire
di tutte indistintamente le scuole buddhiste), ben diversamente accade per
tutte le cose di cui abbiamo denunciato il carattere anti-tradizionale.
140
Sul buddhismo
a loro dire, che alterazioni più o meno
tardive. Ma il buddhismo, qualunque esso sia e anche negli aspetti più
«semplicistici» che ha potuto assumere in qualcuna delle sue diramazioni,
rimane malgrado tutto ugualmente orientale; pertanto gli orientalisti eccedono
davvero troppo nell’assimilarli ai punti di vista occidentali quando, per
esempio, vogliono farne l’equivalente di una religione nel senso europeo della
parola, ciò che del resto li mette talvolta in un singolare imbarazzo: non ha
forse dichiarato qualcuno, senza arretrare davanti a una contraddizione in
termini, che si tratta di una «religione atea»? In realtà il buddhismo non è
più «ateo» di quanto sia «teista» o «panteista»; semplicemente bisogna dire che
non si pone dal punto di vista rispetto al quale questi termini diversi hanno
un senso; ma se così non si pone, è precisamente perché non è una religione. In
questo modo gli orientalisti riescono a snaturare con le loro interpretazioni
anche ciò che potrebbe sembrare meno estraneo alla loro mentalità, e per di più
in diverse maniere, perché quando vogliono vedervi una filosofia non lo
snaturano molto meno di quando vogliono farne una religione: parlando per
esempio di «pessimismo», come spesso si fa, non è certo il buddhismo che si
caratterizza, o per lo meno è soltanto il buddhismo visto attraverso la
filosofia di Schopenhauer; il buddhismo autentico non è né «pessimista» né
«ottimista», poiché per esso le questioni non si pongono esattamente in questo
modo; ma si deve pensare che per taluni sia davvero arduo non potere applicare
a una dottrina le etichette occidentali.
La verità è che il buddhismo non è né una
religione né una filosofia, benché alcune delle sue forme, a cui vanno le
preferenze degli orientalisti, siano sotto certi aspetti più vicine all’una e
all’altra di quanto non lo siano le dottrine tradizionali indù. Di fatto si
tratta di scuole che, essendosi poste fuori della tradizione regolare e avendo
quindi dimenticato la vera metafisica, tendevano inevitabilmente a sostituire a
quest’ultima qualcosa che in una certa misura assomiglia al punto di vista filosofico,
ma solo in una certa misura. Talvolta vi si trovano addirittura delle
speculazioni che, quando siano osservate in superficie, possono far pensare
alla psicologia, ma è evidente che non si tratta propriamente di psicologia,
cosa prettamente occidentale e, anche in Occidente, recentissima, giacché
risale di fatto soltanto a
141
Le dottrine indù
Locke; non bisognerebbe attribuire ai
buddhisti una mentalità che procede in modo specialissimo dal moderno empirismo
anglosassone. Per essere legittimo, l’accostamento non deve giungere
all’assimilazione, e analogamente, parlando della religione, il buddhismo può
esserle paragonato solo su un punto, importante senza dubbio, ma insufficiente
a far concludere per un’identità di pensiero: si tratta dell’introduzione di un
elemento sentimentale, che del resto può spiegarsi in tutti i casi come un
adattamento alle condizioni particolari del periodo in cui nacquero le dottrine
che ne sono portatrici e che di conseguenza non implicano necessariamente che
queste ultime siano tutte di una stessa specie. La differenza reale dei punti
di vista può essere di gran lunga più essenziale di una somiglianza che, tutto
sommato, si regge principalmente sulla forma di espressione delle dottrine;
ecco quanto sfugge in particolare a coloro che parlano di «morale buddhista»:
ciò che scambiano per morale, tanto più facilmente in quanto il suo aspetto
sentimentale può in effetti prestarsi a una tale confusione, è di fatto inteso
in tutt’altro modo, e ha una ragione d’essere molto diversa, la quale non è
neppure di un ordine equivalente. Basterà un esempio per rendersene conto: la notissima
formula, «Che gli esseri siano felici», riguarda l’universalità degli esseri
senza alcuna restrizione, e non i soli esseri umani; è questa una estensione di
cui il punto di vista morale, per definizione stessa, non è in alcun modo
suscettibile. La «compassione» buddhista non è la «pietà» di Schopenahuer;
sarebbe piuttosto comparabile alla «carità cosmica» dei musulmani, che è del
resto perfettamente trasferibile fuori da ogni sentimentalismo. Ciò non toglie
che il buddhismo abbia incontestabilmente una forma sentimentale che, senza
spingersi fino al «moralismo», costituisce tuttavia un elemento caratteristico
di cui bisogna tenere conto, tanto più che è proprio uno di quelli che lo
differenziano in modo nettissimo dalle dottrine indù, facendolo sembrare certo
più lontano dalla «primordialità» tradizionale di quanto non lo siano queste
ultime.
Un altro punto che è importante mettere in
rilievo a questo proposito è che esiste un legame abbastanza stretto tra la
forma sentimentale di una dottrina e la sua tendenza alla diffusione, tendenza
che è presente tanto nel buddhismo quanto nelle religioni, com’è provato dalla
sua
142
Sul buddhismo
espansione nella maggior parte dell’Asia; ma
di nuovo non si deve esagerare la rassomiglianza, e forse non è così giusto
parlare dei «missionari» buddhisti che si spinsero fuori dall’India in
determinate epoche, perché, a parte che si trattò di fatto soltanto di qualche
figura isolata, è inevitabile che la parola ricordi troppo i metodi di
propaganda e proselitismo propri degli occidentali. D’altra parte è davvero
notevole che, col progredire di questa diffusione, il buddhismo declinasse
nella stessa India, finendo con lo spegnersi del tutto, dopo aver dato origine
a scuole degenerate e nettamente eterodosse, contro le quali sono dirette le
opere indù contemporanee a questa ultima fase del buddhismo indiano, in
particolare quelle di Shankarâchârya, che se ne occupano soltanto per confutare
le teorie di tali scuole in nome della dottrina tradizionale, senza del resto
imputarle minimamente al fondatore del buddhismo, ciò che dimostra come si
trattasse di una degenerazione; e la cosa più curiosa è che sono proprio queste
forme impoverite e deviate a rappresentare con la massima approssimazione
possibile, agli occhi della maggior parte degli orientalisti, il vero buddhismo
originario. Su questo ritorneremo fra poco; ma prima è importante precisare che
in realtà l’India non fu mai buddhista, contrariamente a quanto affermano in
genere gli orientalisti, i quali vogliono in qualche modo fare del buddhismo il
centro stesso di tutto ciò che riguarda l’India e la sua storia: l’India prima
del buddhismo, l’India dopo il buddhismo, è questa la frattura più netta che
immaginano di poter stabilire, intendendo del resto che il buddhismo lasciò,
anche dopo la sua totale scomparsa, una profonda impronta nel suo paese
d’origine, il che è completamente falso, per la ragione da noi indicata. Vero è
che questi orientalisti. come immaginano che gli Indù siano debitori verso la
filosofia greca, così potrebbero ugualmente sostenere, senza maggior offesa per
la verosimiglianza, che lo furono altrettanto verso il buddhismo; e non siamo
certissimi che la sostanza del pensiero di alcuni fra loro non si riduca a
questo. Si deve riconoscere che al riguardo esistono stimabili eccezioni, e
così Barth ha affermato che «il buddhismo ebbe solamente l’importanza di un
episodio», e almeno per l’India è la rigorosa verità; ma ciò nonostante
l’opinione opposta non ha mai cessato di avere la preminenza, per non parlare
naturalmente della grossolana ignoranza dell’uomo comune che in Europa è
incline a
143
Le dottrine indù
credere che il buddhismo sia tuttora dominante
in India! Quel che si dovrebbe dire è soltanto che pressappoco all’epoca del re
Ashoka, vale a dire verso il secolo III prima dell’era cristiana il buddhismo
ebbe in India un periodo di grande affermazione, contemporaneo all’inizio della
sua espansione fuori dell’India, e che esso fu del resto rapidamente seguito
dal declino; ma anche qui, qualora si volesse trovare un’analogia col mondo
occidentale, si dovrebbe dire che tale affermazione fu piuttosto simile a quella
di un ordine monastico che a quella di una religione che si rivolga a tutto
l’insieme della popolazione; questo paragone, senza essere perfetto, sarebbe
certamente il meno inesatto.
Ma non si esauriscono qui le bizzarrie degli
orientalisti: taluni, come Max Müller, tentano di scoprire «i germi del
buddhismo», cioè, stando al loro modo di concepirlo, i germi dell’eterodossia,
persino nelle Upanishad1, le quali, facendo parte integrante
del Vêda, sono uno dei fondamenti essenziali dell’ortodossia indù;
sarebbe certo difficile spingere oltre l’assurdità e dare prova di
un’incomprensione più completa. Qualunque idea si abbia del buddhismo, è
tuttavia facile capire che, nato in ambiente indù e originato in qualche modo
dall’induismo, esso doveva sempre, pur allontanandosene, conservare qualcosa di
comune, e quanto di simile si trova da una parte e dall’altra non si spiega
altrimenti; Roussel ha senza dubbio esagerato in senso contrario, insistendo
sull’assoluta mancanza di originalità di questa dottrina, ma la sua opinione è
almeno più plausibile di quella di Max Müller, e in ogni caso non implica
alcuna contraddizione; e aggiungeremo per parte nostra che essa esprimerebbe un
elogio piuttosto che una critica per quanti, come noi, si attengono al punto di
vista tradizionale, dato che le differenze tra le dottrine, per essere
legittime, non possono risolversi che in una semplice questione di adattamento,
basandosi soltanto su forme di espressione più o meno esterne e non
interessando in alcun modo i principi stessi; l’introduzione della stessa forma
sentimentale rientra in questo caso, almeno finché lasci sussistere intatta la
metafisica al centro della dottrina.
Ciò detto, bisognerebbe ora chiedersi fino a
qual punto si possa
1. The Upanishads, tomo II, Introduzione,
pag. XXVI-XXVII, L-LIII.
144
Sul buddhismo
parlare di buddhismo in generale, come si è
soliti fare, senza esporsi a molteplici confusioni; per evitarle bisognerebbe
invece aver cura di precisare sempre di quale buddhismo si tratta, giacché di
fatto il buddhismo ha compreso e ancora comprende un gran numero di
ramificazioni o di scuole diverse, e non si può attribuire a tutte
indistintamente quanto appartiene in proprio soltanto all’una o all’altra. Nel
loro insieme queste scuole possono raggrupparsi in due grandi divisioni che
portano i nomi di Mahâyâna e Hînayâna, di solito tradotti con
«Grande veicolo» e «Piccolo veicolo», ma che sarebbe più esatto e insieme più
chiaro rendere con «Grande Via» e «Piccola Via»; è molto meglio conservare
questi nomi, che autenticamente le designano, piuttosto di sostituirli con denominazioni
quali «buddhismo del Nord» e «buddhismo del Sud» che hanno un valore
esclusivamente geografico, per di più abbastanza vago, e non caratterizzano in
alcun modo le dottrine in questione. Si può dire che solo il Mahâyâna
rappresenta davvero una dottrina completa, incluso l’aspetto propriamente
metafisico che ne costituisce la parte superiore e centrale; lo Hînayâna
invece sembra una dottrina in qualche modo ridotta al suo aspetto più esterno e
che non va oltre quanto è comprensibile alla maggioranza degli uomini, ciò che
giustifica la sua denominazione, ed è naturalmente in questo ramo impoverito
del buddhismo, di cui il buddhismo di Ceylon è attualmente il più tipico
rappresentante, che si sono prodotte le deviazioni alle quali abbiamo prima
accennato. Proprio qui gli orientalisti sovvertono i rapporti normali,
affermando che le scuole più deviate, quelle che portano all’estremo
l’eterodossia, sono l’espressione più autentica dello Hînayâna e che lo
stesso Hînayâna è propriamente il buddhismo primitivo o almeno la sua
continuazione regolare, ad esclusione del Mahâyâna che, per loro,
sarebbe solo il prodotto di una serie di alterazioni e aggiunte più o meno
tardive. Tutto sommato, essi non fanno che seguire le tendenze antitradizionali
della loro mentalità, che li inducono naturalmente a simpatizzare con tutto ciò
che è eterodosso, e si conformano anche più particolarmente a quel falso
concetto, pressoché generale negli occidentali moderni, secondo cui quanto è
più semplice, diremmo volentieri più rudimentale, dev’essere di conseguenza il
più antico; con pregiudizi simili, non li sfiora neanche l’idea che è vero
l’esatto
145
Le dottrine indù
contrario. Così stando le cose, è lecito
chiedersi quale strana caricatura abbia potuto venir presentata agli
occidentali come il vero buddhismo, quale lo avrebbe formulato il suo
fondatore, e non si può non sorridere pensando che proprio questa caricatura è
diventata oggetto di ammirazione per tanti di loro, seducendoli al punto che
alcuni non hanno esitato a proclamare la loro adesione, peraltro teorica e
«ideale», a tale buddhismo così straordinariamente conforme alla loro forma
mentis «razionalista» e «positivista».
Ovviamente, quando dicevamo che il Mahâyâna
doveva essere incluso nel buddhismo fin dall’origine, ci riferivamo a ciò che
potremmo chiamare la sua essenza, indipendentemente dalle forme più o meno
specifiche che sono proprie delle sue diverse scuole; queste forme sono solo
secondarie, nondimeno sono tutto ciò che il «metodo storico» consente di
scorgere e proprio questo dà una parvenza di giustificazione alle affermazioni
degli orientalisti quando dicono che il Mahâyâna è «tardivo» o
nient’altro che un buddhismo «alterato». A complicare ulteriormente le cose si
aggiunge il fatto che il buddhismo, uscendo dall’India, si modificò in una
certa misura e in modi diversi, e che così doveva necessariamente modificarsi
per adattarsi ad ambienti molto dissimili; ma l’intero problema si ridurrebbe a
sapere fin dove giunsero queste modificazioni, problema che tuttavia non sembra
di facilissima soluzione, specie per coloro che conoscono pochissimo le
dottrine tradizionali con cui esso venne a contatto. Così è in particolare per
l’Estremo Oriente, dove il taoismo ha manifestamente influenzato, almeno nelle
loro modalità di espressione, certe branche del Mahâyâna; la scuola Zen,
specialmente, ha adottato metodi di cui è evidentissima l’ispirazione taoista.
Tale fatto può spiegarsi col particolare carattere della tradizione
estremo-orientale e con la profonda separazione che esiste fra le sue due
parti, interna ed esterna, vale a dire fra il taoismo e il confucianesimo; il
buddhismo, così, poteva in qualche modo insediarsi in una zona intermedia fra
l’uno e l’altro, e si può anzi dire che in certi casi sia servito di «copertura
esterna» al taoismo, consentendogli di mantenersi sempre estremamente chiuso,
cosa che, altrimenti, sarebbe stata assai più difficile. Ciò spiega anche
perché il buddhismo estremo-orientale assimilò certi simboli di origine
taoista, e perché ad esempio identificò talvolta Kuan Yin a un Bodhisattwa,
o
146
Sul buddhismo
più precisamente ad un aspetto femminile di Avalokiteshvara
in virtù della funzione «provvidenziale» che è loro comune; e di sfuggita
faremo notare che da qui nasce un altro errore degli orientalisti che per lo
più conoscono il taoismo quasi soltanto di nome; essi hanno pensato che Kuan
Yin appartenga propriamente al buddhismo e sembrano ignorare del tutto la
sua provenienza essenzialmente taoista. D’altronde, quando affrontano qualcosa
di cui non sanno determinare esattamente il carattere o l’origine, si traggono
d’impaccio abbastanza comunemente applicandogli l’etichetta di «buddhista»; è
un espediente alquanto comodo per nascondere un imbarazzo più o meno
consapevole, e vi ricorrono tanto più volentieri in quanto, grazie al monopolio
di fatto che sono riusciti a costituire in proprio favore, sono pressoché
sicuri che nessuno verrà a contraddirli; che cosa infatti può temere, al
riguardo, chi abbia posto come principio che non c’è competenza vera, in quel
dato campo di studi, se non quella che si acquista alla sua scuola? Non occorre
dire peraltro che tutto quanto è così, secondo il loro estro, dichiarato
«buddhista», come pure ciò che effettivamente lo è, viene definito comunque
«buddhismo alterato»; in un manuale di storia delle religioni già da noi ricordato,
e dove il capitolo sulla Cina testimonia, nel suo insieme, una incomprensione
oltremodo incresciosa, si afferma che «in Cina non restano più tracce del
buddhismo primitivo», e le dottrine che vi permangono attualmente di «buddhista
non hanno che il nome»1; se si intende per «buddhismo primitivo»
quel che gli orientalisti presentano come tale, l’affermazione è del tutto
esatta, ma bisognerebbe prima sapere se si debba accettare l’idea che essi se
ne fanno o se non sia piuttosto quest’ultima che, al contrario, rappresenta
effettivamente un buddhismo degenerato.
La questione dei rapporti fra buddhismo e
taoismo è ancora relativamente facile da chiarire, purché, beninteso, si sappia
che cos’è il taoismo; ma bisogna riconoscere che ve ne sono di più complesse;
ed è soprattutto quando si considerano non più elementi appartenenti a
tradizioni estranee all’India, ma elementi indù, riguardo ai quali può essere
difficile dire se siano sempre stati più o meno strettamente
1. Christus,
cap. IV, p. 187.
147
Le dottrine indù
connessi al buddhismo a causa dell’origine
indiana di quest’ultimo o se, piuttosto, non si siano integrati in un secondo
tempo a qualcuna delle sue forme. Così è per esempio degli elementi shivaiti
che tanta importanza hanno nel buddhismo tibetano, detto comunemente, in modo
abbastanza poco corretto, «lamaismo»; questo, del resto, non è proprio del solo
Tibet, giacché anche a Giava si ritrova uno Shiva-Buddha che testimonia
un’associazione dello stesso genere portata al suo estremo. Di fatto la
soluzione di questo problema potrebbe trovarsi nello studio dei rapporti del
buddhismo, sia pure originario, col tantrismo; ma quest’ultimo è conosciuto
così male in occidente, che sarebbe quasi inutile parlarne senza addentrarsi in
considerazioni troppo lunghe che non possono trovar posto qui; ci limiteremo
quindi a questa semplice indicazione per lo stesso motivo che ci ha spinti a
ricordare solo incidentalmente la civiltà tibetana, nonostante la sua
importanza, quando abbiamo elencato le grandi divisioni dell’Oriente.
Ci resta ora da trattare, almeno
sommariamente, un ultimo punto: come mai il buddhismo si è così espanso fuori
del suo paese di origine con grande floridezza, mentre nel suo stesso paese è
degenerato abbastanza rapidamente finendo con l’estinguersi? e non risiede
precisamente in questa diffusione esterna la vera ragione d’essere del
buddhismo stesso? Intendiamo dire che il buddhismo sembra davvero destinato a
popoli non indiani; tuttavia fu necessario che avesse origine dall’induismo
stesso per riceverne gli elementi da trasmettere altrove dopo un necessario
adattamento; ma una volta assolto questo compito, era tutto sommato normale che
scomparisse dall’India, dove non aveva un suo vero posto. In proposito si
potrebbe fare a ragion veduta un paragone fra la situazione del buddhismo in
rapporto all’induismo e quella del cristianesimo in rapporto all’ebraismo,
purché ovviamente si tenga sempre conto delle differenze dei punti di vista su
cui abbiamo insistito. In ogni caso questa considerazione è la sola che permetta
di riconoscere al buddhismo, senza rischiare di essere illogici, il carattere
di dottrina tradizionale che è impossibile rifiutare per lo meno al Mahâyâna,
così come l’eterodossia non meno evidente delle forme ultime e deviate dello Hînayâna;
ed è anche quella che spiega che cosa ha potuto essere in realtà la missione
del Buddha. Se egli avesse
148
Sul buddhismo
insegnato la dottrina eterodossa che gli
attribuiscono gli orientalisti, sarebbe del tutto inconcepibile che numerosi
indù ortodossi non esitano a considerarlo un Avatâra, vale a dire una
«manifestazione divina», di cui presenta in effetti tutti i caratteri ciò che
di lui si riferisce; vero è che gli orientalisti, i quali per partito preso
intendono eliminare tutto ciò che ha carattere «non umano», affermano che si
tratta solo di «leggenda», qualcosa quindi che non ha valore storico, e inoltre
è estraneo al «buddhismo primitivo», ma se si eliminano questi fatti
«leggendari», che cosa rimane del fondatore del buddhismo come individualità
puramente umana? Certo sarebbe difficilissimo dirlo, ma la «critica»
occidentale non si sconcerta per così poco, e per scrivere una vita del Buddha
adattata alle sue opinioni, arriva al punto di porre in linea di principio, con
Oldenberg, che gli «indo-germani non ammettevano il miracolo»; come restare
seri davanti ad affermazioni simili? Questa sedicente «ricostruzione storica»
della vita del Buddha ha lo stesso valore di quella della sua dottrina
«primitiva», e discende interamente dagli stessi pregiudizi; sia nell’una che
nell’altra si tratta principalmente di sopprimere tutto quel che dispiace alla
mentalità moderna, ed è con tale procedimento eminentemente «semplicista» che
costoro immaginano di giungere alla verità.
Di più non diremo al riguardo, perché non è il
buddhismo che ci prefiggiamo qui di studiare e perché ci bastava «situarlo», da
un lato, in rapporto alle dottrine indù e dall’altro in rapporto ai punti di
vista occidentali ai quali si tenta di identificarlo più o meno indebitamente.
Dopo questa digressione possiamo quindi ritornare alle concezioni propriamente
indù, ma non prima di aver formulato un’ultima riflessione che potrà servire in
qualche modo da conclusione a tutto quanto abbiamo testé detto: se gli
orientalisti, che si sono per così dire «specializzati» in buddhismo,
commettono al riguardo tanti errori gravi, che valore potrà avere quel che
dicono delle altre dottrine, le quali per essi sono state sempre e soltanto
oggetto di studi secondari, oggetto che in confronto al primo è quasi
«accidentale»?
149
5. La legge di «Manu»
Fra le nozioni che, non avendo equivalente,
mettono in grande difficoltà gli occidentali, possiamo citare quella che in
sanscrito è espressa dalla parola dharma; certamente non mancano
traduzioni proposte dagli orientalisti, ma la maggior parte è grossolanamente
approssimativa o addirittura completamente erronea, sempre per la confusione
dei punti di vista che abbiamo segnalato. Così, si vuole talvolta tradurre dharma
con «religione», quando il punto di vista religioso non è applicabile; ma al
tempo stesso si deve riconoscere che questa parola non designa propriamente la
concezione della dottrina, a torto supposta religiosa. D’altra parte, se si
tratta del compimento dei riti, che comunque non hanno carattere religioso,
essi sono designati nel loro insieme da un’altra parola, karma, che
viene allora usata in un’accezione specifica, tecnica in qualche modo, il suo
significato generale essendo «azione». Per coloro che a tutti i costi vogliono
vedere nella tradizione indù una religione, rimarrebbe ancora la morale, e
proprio quest’ultima sarebbe chiamata più specificamente dharma; da qui
discendono, secondo i casi, interpretazioni diverse e più o meno secondarie,
come quelle di «virtù», «giustizia», «merito», «dovere», tutte nozioni in
effetti esclusivamente morali, ma che proprio per questo sono ben lontane dal
rendere la concezione di cui parliamo. Il punto di vista morale, in mancanza
del quale le nozioni suddette sono prive di senso, in India non esiste; vi
abbiamo già sufficientemente insistito, sottolineando come il buddhismo,
l’unico che potrebbe sembrare adatto a introdurlo, non si spinse così oltre
sulla via del sentimentalismo. D’altronde, sia detto di sfuggita, queste stesse
nozioni non sono tutte ugualmente essenziali al punto di vista morale; intendiamo
dire che alcune di esse non sono comuni a ogni concezione morale: così, l’idea
di dovere o di obbligo manca nella maggior parte delle morali antiche, in
particolare in quella degli stoici; è solo con i moderni, e soprattutto dopo
Kant, che essa ha acquistato un’importanza preponderante. È importante notare
qui, essendo una delle più frequenti fonti d’errore, che idee o punti
150
La legge di «Manu»
di vista diventati abituali tendono per ciò
stesso a sembrare essenziali; è il motivo per cui ci si sforza di trasferirli
nell’interpretazione di tutte le concezioni, anche le più remote nel tempo o
nello spazio, eppure spesso non occorrerebbe risalire molto indietro per
scoprirne l’origine e il punto di partenza.
Ciò detto per eliminare false interpretazioni,
le più correnti, cercheremo di indicare il più nettamente possibile che cosa
bisogna realmente intendere per dharma. Come indica il senso della
radice verbale dhri, da cui è derivata, questa parola nel suo
significato più generale non designa altro che una «maniera di essere»; è, se
si vuole, la natura essenziale di un essere, che comprende tutto l’insieme
delle sue qualità o proprietà caratteristiche, e determina, attraverso le
tendenze o le disposizioni che implica, il modo in cui questo essere si
comporta, tanto nella sua totalità quanto in rapporto a ogni circostanza
particolare. La stessa nozione può essere applicata non soltanto a un essere
unico, ma a una collettività organizzata, a una specie, a tutto l’insieme degli
esseri di un ciclo cosmico o di uno stato di esistenza, o anche all’ordine
totale dell’Universo; è allora la conformità, in un grado o in un altro, alla
natura essenziale degli esseri, realizzata nella costituzione gerarchicamente
ordinata del loro insieme; è anche, per conseguenza, l’equilibrio fondamentale,
l’armonia integrale che risulta da tale gerarchizzazione, a cui d’altronde si
riduce la nozione stessa di «giustizia» quando sia spogliata del suo carattere
specificamente morale. Considerato, così, principio di ordine, quindi
organizzazione e disposizione interiore, per un essere o un insieme di esseri, dharma
può in un certo senso opporsi a karma, che è solo l’azione mediante cui
tale disposizione verrà manifestata esteriormente, purché l’azione sia normale,
cioè conforme alla natura degli esseri e dei loro stati, e ai rapporti che ne
derivano. Allora, dunque, ciò che è adharma non è affatto il «peccato»
in senso teologico, né il «male» in senso morale, nozioni entrambe estranee
allo spirito indù; è semplicemente la «non-conformità» con la natura degli
esseri, lo squilibrio, la rottura dell’armonia, la distruzione o il sovvertimento
dei rapporti gerarchici. Indubbiamente, nell’ordine universale la somma di
tutti gli squilibri particolari concorre sempre all’equilibrio totale che nulla
può rompere; ma, in ogni punto considerato a parte e in se stesso, lo
151
Le dottrine indù
squilibrio è possibile e concepibile, e, si
tratti di applicazione sociale o di altro, non è necessario attribuirgli il sia
pur minimo carattere morale per definirlo contrario, secondo la sua portata
specifica, alla «legge dì armonia» che regge sia l’ordine cosmico sia l’ordine
umano. Precisato in tal modo il senso della «legge» e liberatolo da tutte le
applicazioni particolari e derivate alle quali può dare luogo, possiamo
accettare la parola «legge» per tradurre dharma, in modo certo ancora
imperfetto, ma meno inesatto degli altri termini desunti dalle lingue
occidentali; ancora una volta, però, non è affatto di legge morale che si
tratta, e le stesse nozioni di legge scientifica e legge sociale o giuridica si
riferiscono qui solo a casi particolari.
In linea di principio, la «legge» può essere
considerata un «volere universale», per una trasposizione analogica che, del
resto, in una simile concezione non lascia sussistere niente di personale né, a
maggior ragione, di antropomorfico. L’espressione di questo volere in ogni
stato dell’esistenza manifestata è designata come Prajâpati o il
«Signore degli esseri prodotti»; e in ogni ciclo cosmico particolare questo
stesso volere si manifesta come il Manu che dà a tale ciclo la legge che
gli è propria. Manu non deve quindi essere inteso come il nome di un
personaggio mitico, leggendario o storico; esso designa propriamente un
principio che si potrebbe definire, secondo il significato della radice verbale
man, come «intelligenza cosmica» o «pensiero riflesso dell’ordine
universale». Questo principio è d’altra parte visto come il prototipo
dell’uomo, il quale è chiamato mânava in quanto è considerato
essenzialmente un «essere pensante», caratterizzato dal possesso del manas,
elemento mentale o razionale; la concezione del Manu è dunque
equivalente, almeno per certi aspetti, a quella che altre tradizioni, in
particolare la Cabala ebraica e l’esoterismo musulmano, designano come L’«Uomo
universale», e che il taoismo chiama il «Re». Abbiamo visto in precedenza che
il nome Vyâsa designa non un uomo, ma una funzione; tuttavia è una funzione in
qualche modo storica, mentre qui si tratta di una funzione cosmica che potrà
diventare storica solo nella sua applicazione specifica all’ordine sociale e
senza d’altronde implicare alcuna «personificazione». Insomma, la legge di Manu,
per un ciclo o una collettività qualsivoglia, non è altro che l’osservanza dei
rapporti gerarchici naturali che esistono
152
La legge di «Manu»
fra gli esseri sottoposti alle condizioni
specifiche di quel ciclo o collettività, con l’insieme delle prescrizioni che
normalmente ne risultano. Non insisteremo qui sulla concezione dei cicli
cosmici, tanto più che per renderla facilmente intelligibile occorrerebbe
addentrarsi in disamine abbastanza lunghe; ci limiteremo a dire che fra essi
non vi è successione cronologica, bensì concatenazione logica e causale, perché
ogni ciclo è determinato nel suo insieme dall’antecedente e determina a sua
volta il conseguente con una produzione continua, sottomessa alla «legge di
armonia» che stabilisce l’analogia costitutiva di tutti i modi della
manifestazione universale.
Quando si giunge all’applicazione sociale, la
«legge», assumendo la sua accezione specificamente giuridica, potrà essere
formulata in uno shâstra o codice, il quale, in quanto espressione del
«volere cosmico» al suo grado particolare, sarà riferito a Manu o più
precisamente al Manu del ciclo attuale; ma evidentemente questa
attribuzione non fa del Manu l’autore dello shâstra, almeno nel
senso ordinario in cui si dice che un’opera puramente umana è di un certo
autore. Anche qui, come per i testi vedici, non c’è dunque origine storica
rigorosamente assegnabile, e d’altronde, come abbiamo spiegato, il problema di
tale origine è di importanza nulla dal punto di vista dottrinale; ma fra i due
casi vi è da segnalare una grande differenza: mentre i testi vedici sono
designati col termine shruti, essendo il frutto di una ispirazione
diretta, il dharma-shâstra appartiene solamente alla categoria di
scritti tradizionali chiamata smriti, la cui autorità è meno
fondamentale, e che comprende sia i Purâna sia gli Itihâsa, che
l’erudizione occidentale considera solo poemi «mitici» ed «epici», dato che non
è capace di cogliere il profondo significato simbolico che ne fa una cosa
totalmente diversa dalla «letteratura». La distinzione fra shruti e smriti
corrisponde in fondo a quella fra l’intuizione intellettuale pura e immediata,
che si applica esclusivamente al dominio dei principi metafisici, e la
coscienza riflessa, di natura razionale, che si esercita sugli oggetti di
conoscenza appartenenti all’ordine individuale, com’è appunto il caso quando si
tratta di applicazioni sociali o altre. Ciò nonostante l’autorità tradizionale
del dharma-shâstra non deriva da quegli autori umani che hanno potuto
formularla, certo oralmente all’inizio, per
153
Le dottrine indù
iscritto in seguito, ed è la ragione per cui
tali autori sono rimasti sconosciuti e indeterminati; essa deriva
esclusivamente da ciò che ne fa davvero l’espressione della legge di Manu,
cioè dalla sua conformità all’ordine naturale delle esistenze che è destinato a
governare.
154
6. Principio dell’istituzione delle caste
A sostegno di quanto abbiamo esposto nel
capitolo precedente, aggiungeremo qualche precisazione in merito
all’istituzione delle caste, di importanza primordiale nella legge di Manu
e così profondamente incompresa dalla quasi totalità degli europei. Enunceremo
in primo luogo la seguente definizione: la casta, designata indifferentemente
dagli Indù con l’una o l’altra delle due parole jâti e varna, è
una funzione sociale determinata dalla natura propria di ogni essere umano. La
parola varna nel suo senso primitivo significa «colore», ragione per cui
qualcuno ha voluto trovarvi una prova, o per lo meno un indizio dell’ipotesi
che la distinzione delle caste si sarebbe fondata in principio su differenze di
razza; ma così non è, perché la stessa parola ha, per estensione, il
significato di «qualità» in generale, da cui discende il suo impiego analogico
per designare la natura particolare di un essere, quel che si può chiamare la
sua «essenza individuale», e proprio questo determina la casta, ma la
considerazione della razza interviene esclusivamente come uno degli elementi
che possono influire sulla costituzione della natura individuale. Quanto alla
parola jâti, il suo significato proprio è «nascita», da cui si vuole
concludere che la casta è essenzialmente ereditaria, ed è un altro errore: se
di fatto essa è per lo più ereditaria, non lo è strettamente in linea di
principio, dal momento che nella formazione della natura individuale il peso
dell’eredità, pur essendo preponderante nella maggioranza dei casi, è invero tutt’altro
che esclusivo; ma ciò richiede spiegazioni ulteriori.
L’essere individuale è nel suo insieme
composto di due elementi chiamati rispettivamente nâma, il nome, e rûpa,
la forma; essi sono insomma l’«essenza» e la «sostanza» dell’individualità,
ovvero ciò che la scuola aristotelica chiama «forma» e «materia», termini che
hanno però un senso tecnico ben diverso dalla loro accezione corrente; occorre
anzi notare che il termine di «forma», invece di designare l’elemento da noi
chiamato in tal modo per tradurre il sanscrito rûpa, designa al
contrario l’altro elemento, quello che è propriamente l’«essenza
155
Le dottrine indù
individuale». Dobbiamo aggiungere che la
distinzione da noi indicata, benché analoga a quella di anima e corpo secondo
gli occidentali, è lungi dall’equivalerle rigorosamente: la forma non è solo la
forma corporea, ancorché non ci sia qui possibile insistere su questo punto;
quanto al nome, esso rappresenta l’insieme di tutte le qualità o attributi
caratteristici dell’essere considerato. Occorre poi fare un’altra distinzione
all’interno dell’«essenza individuale»: nâmika, quel che si riferisce al
nome in un senso più ristretto, o quel che il nome particolare di ogni
individuo deve esprimere, è l’insieme delle qualità che appartengono in proprio
a detto individuo, le quali gli derivano da null’altro che da se stesso; gotrika,
quel che appartiene alla razza o alla famiglia, è l’insieme delle qualità che
derivano all’essere dall’eredità. Questa seconda distinzione potrebbe trovare
una rappresentazione analogica nel fatto che a un individuo si attribuiscono un
«nome», che gli è specifico, e un «cognome»; ci sarebbero d’altronde molte cose
da dire sul significato originario dei nomi e su ciò che normalmente dovrebbero
essere destinati a esprimere, ma siccome queste considerazioni non rientrano
nel nostro intento attuale, ci limiteremo a indicare che la determinazione del
nome vero si confonde, in linea di principio, con quella della stessa natura
individuale. La «nascita», nel senso del sanscrito jâti, è propriamente
la risultante dei due elementi nâmika e gotrika: bisogna dunque
tenere conto dell’eredità, e il suo peso può essere notevole, ma anche di ciò
per cui l’individuo si distingue dai genitori e dagli altri membri della
famiglia. È infatti evidente che non esistono due esseri con lo stesso
complesso di qualità, sia fisiche sia psichiche: accanto a ciò che li accomuna
vi è anche ciò che li differenzia; coloro stessi che vogliono spiegare tutto
nell’individuo con l’influenza dell’eredità, si troverebbero indubbiamente in
grande imbarazzo se dovessero applicare la loro teoria a un qualunque caso
particolare; tale influenza è innegabile, ma bisogna considerare altri
elementi, come precisamente fa la teoria che abbiamo esposto.
La natura propria di ogni individuo implica
necessariamente, fin dall’origine, tutto il complesso delle tendenze e
disposizioni che si svilupperanno e manifesteranno nel corso della sua
esistenza, e che determineranno in particolare, giacché è di questo che stiamo
trattando, la sua attitudine per una certa
156
Principio dell’istituzione delle caste
funzione sociale. La conoscenza della natura
individuale, quindi, deve permettere di assegnare a ogni essere umano la
funzione che gli conviene in virtù di questa stessa natura, ovvero, in altri
termini, il posto che egli deve normalmente occupare nell’organizzazione
sociale. È facile capire che questo è il fondamento di un’organizzazione
veramente gerarchica, vale a dire strettamente conforme alla natura degli
esseri, secondo l’interpretazione da noi data della nozione di dharma;
gli errori di applicazione, certo sempre possibili e soprattutto nei periodi di
oscuramento della tradizione, non diminuiscono in nulla il valore del
principio, e si può affermare che la sua negazione implica almeno in teoria, se
non sempre in pratica, la distruzione di ogni legittima gerarchia. Si vede al
tempo stesso quanto sia assurdo l’atteggiamento degli europei, i quali si
indignano che un uomo non possa passare dalla propria casta a una superiore:
ciò implicherebbe, in realtà, né più né meno che un cambiamento della natura individuale,
ossia un certo uomo dovrebbe cessare di essere se stesso per diventare un altro
uomo, la qual cosa è un’impossibilità manifesta; ciò che un essere è
potenzialmente alla nascita, lo sarà per l’intera esistenza individuale.
D’altronde, perché un essere sia ciò che è e non un altro essere, è una di
quelle questioni che non hanno ragione di porsi; la verità è che ognuno,
secondo la propria natura, è un elemento necessario dell’armonia totale e
universale. Sennonché è fuori di dubbio che considerazioni simili sono
perfettamente estranee a quanti vivono in società la cui costituzione manca di
principio e non poggia su alcuna gerarchia, come le società occidentali
moderne, dove ogni uomo può ricoprire quasi indifferentemente le più diverse
funzioni, comprese quelle per cui è il meno adatto e dove, per di più, la
ricchezza materiale tiene luogo pressoché esclusivo di ogni superiorità
effettiva.
Da quanto detto sul significato del dharma
consegue che la gerarchia sociale deve riprodurre analogicamente, secondo le
proprie condizioni, la costituzione dell’«Uomo universale»; con ciò intendiamo
che c’è corrispondenza tra l’ordine cosmico e l’ordine umano, e tale
corrispondenza, che si ritrova naturalmente nell’organizzazione dell’individuo,
sia egli visto nella sua integralità o anche semplicemente nella sua parte
corporea, deve del pari realizzarsi, nel modo che più le conviene,
nell’organizzazione
157
Le dottrine indù
della società. L’idea del «corpo sociale», con
organi e funzioni comparabili a quelli di un essere vivente, è del resto
familiare ai sociologi moderni; ma costoro hanno davvero ecceduto al riguardo,
dimenticando che corrispondenza e analogia non significano assimilazione e
identità, e che il legittimo confronto fra i due casi deve lasciare sussistere
una necessaria diversità nelle rispettive modalità di applicazione; per di più,
ignorando le ragioni profonde dell’analogia, non hanno mai potuto trarne conclusioni
valide per la costituzione di una vera gerarchia. Dopo queste riserve è
evidente che le espressioni che potrebbero suggerire un’assimilazione dovranno
essere intese in un senso puramente simbolico, come pure le designazioni
desunte dalle diverse parti dell’individuo umano quando siano applicate
analogicamente all’«Uomo universale». Queste osservazioni bastano a rendere
comprensibile la descrizione simbolica dell’origine delle caste, quale si
incontra in numerosi testi e in primo luogo nel Purusha-sûkta del Rig-Vêda:
«Di Purusha il Brâhmana fu la bocca, lo Kshatriya le
braccia, il Vaishya le anche; lo Shûdra nacque sotto i suoi
piedi»1. Si trova qui l’enumerazione delle quattro caste la cui
distinzione è la base dell’ordinamento sociale, e che peraltro sono
suscettibili di suddivisioni secondarie più o meno numerose: i Brâhmana
rappresentano essenzialmente l’autorità spirituale e intellettuale; gli Kshatriya
il potere amministrativo, che comporta insieme le attribuzioni giudiziarie e
militari, e la cui funzione regale non è che il grado più elevato; i Vaishya
l’insieme delle differenti funzioni economiche, nel senso più esteso della
parola, che comprende le funzioni agricole, industriali, commerciali e
finanziarie; quanto agli Shûdra, essi eseguono tutti i lavori necessari
ad assicurare la sussistenza meramente materiale della collettività. È
importante aggiungere che i Brâhmana non sono affatto dei «preti» nel
senso occidentale e religioso della parola: certo le loro funzioni comportano
l’esecuzione dei riti di differenti ordini, perché devono possedere le
conoscenze necessarie a conferire a tali riti tutta la loro efficacia; ma esse
comportano anche, e innanzitutto, la conservazione e la trasmissione regolare
della dottrina tradizionale; d’altronde presso la maggior parte dei popoli
antichi la funzione
1. Rig-Vêda, X, 90.
158
Principio dell’istituzione delle caste
dell’insegnamento, raffigurata dalla bocca nel
simbolismo precedente, era parimenti considerata la funzione sacerdotale per
eccellenza, per il fatto stesso che l’intera civiltà si fondava su un principio
dottrinale. Per la stessa ragione le deviazioni della dottrina appaiono in
genere legate a un sovvertimento della gerarchia sociale, come si potrebbe
osservare in particolare nel caso dei tentativi fatti a diverse riprese dagli Kshatriya
per rovesciare la supremazia dei Brâhmana, supremazia la cui ragione d’essere
appare evidente da tutto quanto abbiamo detto sulla vera natura della civiltà
indù. D’altra parte per completare le considerazioni che qui abbiamo esposto
sommariamente, sarebbe opportuno segnalare le tracce che queste concezioni
tradizionali e primordiali poterono lasciare nelle antiche istituzioni europee,
in particolare per ciò che riguarda l’investitura di «diritto divino» conferita
ai re, la cui funzione era considerata alle origini, come indica la radice
stessa della parola rex, essenzialmente regolatrice dell’ordine sociale;
ma possiamo solo menzionare queste cose di sfuggita, senza insistervi come
forse sarebbe utile per farne risaltare tutto l’interesse.
La partecipazione alla tradizione è pienamente
effettiva soltanto per i membri delle prime tre caste; ciò è espresso dalle
diverse designazioni che sono loro esclusivamente riservate, come quella di ârya,
che abbiamo già citato, e dwija, o «nato due volte»; la concezione della
«seconda nascita», intesa in un senso puramente spirituale, è d’altronde comune
a tutte le dottrine tradizionali, e il cristianesimo stesso, nel rito del
battesimo, ne presenta l’equivalente in modo religioso. Per gli Shûdra,
la partecipazione è soprattutto indiretta e per così dire virtuale, in quanto
deriva generalmente dai loro rapporti con le caste superiori; d’altra parte,
per riprendere l’analogia con il «corpo sociale», il loro ruolo non costituisce
propriamente una funzione vitale, bensì un’attività in certo qual modo
meccanica, ed è la ragione per cui essi vengono raffigurati come nascenti non
da una parte del corpo di Purusha, o dell’«Uomo universale», ma dalla
terra che sta sotto i suoi piedi, e che è l’elemento in cui si elabora il
nutrimento corporeo. Esiste però un’altra versione, secondo la quale lo Shûdra
è nato dai piedi stessi del Purusha1; ma la contraddizione è
solo apparente, e in fondo non
1. Mânava-Dharma-Shâstra
(Legge di Manu), 1° adhyâya, shloka 31; Vishnu-Purâna (I,
6).
159
Le dottrine indù
si tratta che di due punti di vista diversi,
di cui il primo mette in evidenza l’importante diversità che esiste fra le
prime tre caste e gli Shûdra, mentre il secondo si riferisce al fatto
che nonostante questa diversità anche gli Shûdra partecipano alla
tradizione. Sempre a proposito di questa rappresentazione, dobbiamo far notare
ancora che la distinzione delle caste viene talvolta applicata, per
trasposizione analogica, non soltanto all’insieme degli esseri umani, ma anche
a quello di tutti gli esseri animati e inanimati compresi da tutta la natura,
così come è detto che questi esseri nacquero tutti da Purusha: è così
che il Brâhmana è considerato il modello degli esseri immutabili, ossia
superiori al cambiamento, e lo Kshatriya il modello degli esseri mobili,
o sottomessi al cambiamento, poiché le loro funzioni si riferiscono
rispettivamente all’ordine della contemplazione e a quello dell’azione. Si vede
quindi abbastanza bene quali siano le questioni di principio implicite in tutto
ciò e la cui portata del resto supera di gran lunga i confini della sfera
sociale, la loro applicazione alla quale è stata qui considerata più in
particolare; avendo così mostrato che cosa sia tale applicazione
nell’organizzazione tradizionale della civiltà indù, non ci soffermeremo
ulteriormente sullo studio delle istituzioni sociali, che non costituisce
l’argomento principale del presente lavoro.
160
7. Shivaismo e vishnuismo
Il Principio supremo, totale e universale, che
le dottrine religiose dell’Occidente chiamano «Dio», deve essere concepito come
impersonale o come personale? Questa domanda può dare origine a interminabili
discussioni, e del resto prive di scopo, perché essa deriva solo da concezioni
parziali e incomplete che sarebbe vano tentare di conciliare senza elevarsi
oltre l’ambito specifico, teologico o filosofico, che è loro proprio. Dal punto
di vista metafisico occorre dire che tale Principio è allo stesso tempo impersonale
e personale, a seconda dell’aspetto sotto cui sia considerato: impersonale o,
se si vuole, «sovrapersonale» in sé; personale in rapporto alla manifestazione
universale, ma, beninteso, senza che tale «personalità divina» presenti il
minimo carattere antropomorfico, non dovendosi confondere la «personalità» con
l’«individualità». La distinzione fondamentale che abbiamo formulato e in virtù
della quale le apparenti contraddizioni dei punti di vista secondari e
molteplici si risolvono nell’unità di una sintesi superiore, è espressa dalla
metafisica estremo-orientale come la distinzione tra il «Non-essere» e
l’«Essere»; essa è non meno netta nella dottrina indù, come d’altronde è
richiesto dall’identità essenziale della metafisica pura nella diversità delle
forme che può assumere. Il Principio impersonale, quindi assolutamente
universale, è designato come Brahma; la «personalità divina», che ne è
una determinazione o una specificazione, implicante un grado minore di
universalità, ha come appellativo più generale quello di Îshwara. Brahma,
nella sua Infinità, non può essere caratterizzato da alcun attributo positivo,
ciò che si esprime dicendo che è nirguna o «al di là di ogni
qualificazione», e anche nirvishêsha o «al di là di ogni distinzione»; Îshwara
invece è detto saguna o «qualificato», e savishêsha, o
«direttamente concepito», in quanto può ricevere tali attribuzioni le quali si
ottengono con una trasposizione analogica, nell’universale, delle diverse
qualità o proprietà degli esseri di cui è il principio. È evidente che si può
così concepire un’indefinità di «attributi divini», e del resto si potrebbe
trasporre una qualsiasi
161
Le dottrine indù
qualità che abbia un’esistenza positiva,
considerandola nel suo principio; d’altra parte, ognuno di questi attributi
dev’essere in realtà considerato solo una base o un supporto per la meditazione
di un certo aspetto dell’Essere universale. Quanto abbiamo detto sul simbolismo
spiega come l’incomprensione che origina l’antropomorfismo possa infine
trasformare gli «attributi divini» in altrettanti «dei», ossia entità concepite
sul modello degli esseri individuali, e a cui è attribuita un’esistenza propria
e indipendente. È uno dei casi più evidenti di «idolatria», che confonde il
simbolo con quel che è simboleggiato e che qui assume la forma del
«politeismo»; è chiaro però che nessuna dottrina fu mai politeista in se stessa
e nella sua essenza, dato che poteva diventarlo solo in seguito a una profonda
deformazione, che peraltro si generalizza molto meno spesso di quanto si pensi
comunemente; a dire il vero, anzi, di una simile generalizzazione conosciamo un
solo esempio certo, quello della civiltà greco-romana, e per di più vi fu
almeno qualche eccezione nella sua élite intellettuale. In Oriente, ove non
esiste la tendenza all’antropomorfismo, se si escludono aberrazioni individuali
sempre possibili ma comunque rare e anormali, niente di simile ha mai potuto accadere;
molti occidentali, che conoscendo solo l’antichità classica tendono a scoprire
dovunque «miti» e «paganesimo», rimarranno certo stupiti, ma così stanno le
cose. In India, in particolare, un’immagine simbolica che rappresenti l’uno o
l’altro degli «attributi divini», e che si chiama pratîka, non è un
«idolo», perché non è mai stata intesa se non per quello che realmente è, un
supporto di meditazione e un mezzo ausiliario di realizzazione; tanto più che
ognuno può dedicarsi di preferenza ai simboli che sono più conformi alle sue
disposizioni personali.
Îshwara è visto
sotto tre aspetti principali, che costituiscono la Trimûrti o «triplice
manifestazione», e dai quali derivano altri aspetti più particolari, secondari
in rapporto ai precedenti. Brahmâ è Îshwara in quanto principio
produttore degli esseri manifestati; è così definito perché considerato il
riflesso diretto, nella sfera della manifestazione, di Brahma, il
Principio supremo. Per evitare possibili confusioni è necessario ricordare che
il termine Brahma è neutro, mentre Brahmâ è maschile; l’uso, abituale
negli orientalisti, della forma Brahman, che è comune ai due generi, ha
l’inconveniente
162
Shivaismo e vishnuismo
grave di nascondere questa distinzione
essenziale, la quale è talvolta indicata da espressioni come Para-Brahma
o il «Brahma supremo» e Apara-Brahma o il «Brahma non
supremo». Gli altri due aspetti costitutivi della Trimûrti,
complementari l’uno dell’altro, sono Vishnu, che è Îshwara in
quanto principio animatore e conservatore degli esseri, e Shiva, che è Îshwara
in quanto principio, non già distruttore come si dice di solito, ma più
esattamente trasformatore; queste sono dunque «funzioni universali» e non
entità separate e più o meno individualizzate. Come abbiamo accennato, ognuno,
per porsi dal punto di vista che meglio si adatta alle sue possibilità, potrà
naturalmente accordare la preminenza all’una o all’altra di queste funzioni e,
prima di tutto, a causa della loro simmetria almeno apparente, delle due
funzioni complementari di Vishnu e di Shiva: da qui la
distinzione tra «vishnuismo» e «shivaismo», che non sono «sette» come gli
occidentali pensano, ma soltanto differenti vie di realizzazione, ugualmente
legittime e ortodosse. È tuttavia necessario aggiungere che lo shivaismo, che è
meno diffuso del vishnuismo e dà meno importanza ai riti esterni, è in certo
qual modo più elevato, e porta più direttamente alla realizzazione metafisica
pura: ciò è facilmente comprensibile quando si pensi alla natura stessa del
principio al quale dà la preminenza, perché la «trasformazione», che deve
essere qui intesa nel senso rigorosamente etimologico, è il passaggio «di là
dalla forma», che si presenta come una distruzione solo dal punto di vista
particolare e contingente della manifestazione; è il passaggio dal manifestato
al non-manifestato, per il cui tramite si opera il ritorno all’immutabilità
eterna del Principio supremo, fuori dalla quale nulla può esistere se non in
modo illusorio.
A ognuno degli «aspetti divini» è attribuita
una forza o energia propria, chiamata shakti, e rappresentata
simbolicamente in una forma femminile: la shakti di Brahmâ è Saraswatî,
quella di Vishnu è Lakshmî, quella di Shiva è Pârvatî.
Fra gli Shaiva come fra i Vaishnava alcuni si dedicano più in
particolare alla considerazione delle shakti, ed è la ragione per cui
sono chiamati shâkta. Inoltre, ciascuno dei principi che abbiamo
illustrato può ancora essere considerato in una pluralità di aspetti più
caratterizzati e da ognuno di questi derivano anche altri aspetti secondari,
derivazione che è per lo più descritta come una filiazione simbolica. Non
possiamo
163
Le dottrine indù
evidentemente trattare qui tutte queste
concezioni, tanto più che non ci proponiamo di esporre le dottrine stesse ma
solo di indicare con quale spirito si debba studiarle se si vuole giungere a
comprenderle.
Tanto gli Shaiva come i Vaishnava
hanno, nell’insieme degli scritti tradizionali designato collettivamente col
nome di smriti, i loro testi propri, i Purâna e i Tantra,
che più particolarmente corrispondono alle loro rispettive tendenze. Le quali
tendenze si affermano in special modo nell’interpretazione della dottrina degli
Avatâra o «manifestazioni divine»; questa dottrina, strettamente
connessa alla concezione dei cicli cosmici, meriterebbe uno studio specifico
che non possiamo pensare di affrontare ora. Aggiungeremo soltanto, per
concludere sulla questione dello shivaismo e del vishnuismo, che qualunque sia
la via scelta da ognuno come la più adatta alla propria natura, lo scopo finale
a cui essa tende, purché sia strettamente ortodossa, è sempre lo stesso: è una
realizzazione effettiva di ordine metafisico, la quale potrà soltanto essere
più o meno immediata, e anche più o meno completa, a seconda delle condizioni
particolari e dell’estensione delle possibilità intellettuali di ogni essere
umano.
164
8. I punti di vista della dottrina
Le osservazioni precedenti permettono di
capire come nell’unità essenziale di una stessa dottrina tradizionale coesista
una molteplicità di punti di vista che non modifica in nulla tale unità.
D’altronde, è evidente che nella comprensione di qualsiasi cosa ognuno porta
una sorta di prospettiva che gli è propria, e quindi si potrebbe dire che ci
sono tanti modi, più o meno differenti, di comprendere quanti sono gli
individui, ma ciò vale soltanto per il punto di partenza, perché non appena si
travalichi l’ambito individuale, tutte queste differenze, che non comportano
alcuna incompatibilità, scompaiono inevitabilmente. Oltre alla differenza che è
così inerente alla natura particolare dei diversi esseri umani, ognuno può
ancora, d’altra parte, porsi da parecchi punti di vista per studiare la
dottrina sotto questo o quell’aspetto più o meno nettamente definito, e che
peraltro potrà esserlo tanto più nettamente quanto più sarà caratterizzato,
vale a dire più lontano, nell’ordine discendente delle applicazioni, dall’universalità
principale. La totalità dei possibili e legittimi punti di vista è sempre
contenuta, in principio e sinteticamente, nella dottrina stessa, e quel che
abbiamo già detto sulla pluralità dei significati che un testo tradizionale
presenta, è sufficiente a mostrare come tale pluralità possa esservi contenuta;
non resterà dunque che sviluppare rigorosamente, secondo questi diversi punti
di vista, l’interpretazione della dottrina fondamentale.
È esattamente ciò che accade in India ed è
espresso dal termine sanscrito darshana, il quale null’altro significa
se non «veduta» o «punto di vista», poiché la radice verbale drish, da
cui deriva, ha come significato principale quello di «vedere». I darshana
sono dunque i punti di vista della dottrina, e null’affatto, come la maggior
parte degli orientalisti pensa, dei «sistemi filosofici» in concorrenza e
opposizione reciproca; poiché tutte queste «vedute» sono rigorosamente
ortodosse, non possono entrare in conflitto o in contraddizione. Abbiamo
mostrato come ogni concezione sistematica, frutto dell’individualismo
intellettuale così caro agli occidentali moderni, sia la
165
Le dottrine indù
negazione della metafisica, la quale forma
l’essenza stessa della dottrina; abbiamo anche detto quale sia la distinzione
profonda fra il pensiero metafisico e il pensiero filosofico, quest’ultimo
essendo solo un modo speciale, peculiare dell’Occidente, e che non può
applicarsi validamente alla conoscenza di una dottrina tradizionale che si sia
mantenuta nella sua purezza e integralità. Non esiste quindi una «filosofia
indù», come non esiste una «filosofia cinese», sempre che si voglia conservare
alla parola «filosofia» un significato un po’ preciso, significato che è
definito dalla linea di pensiero che discende dai Greci; e d’altra parte, se si
tiene conto soprattutto di che cosa è diventata la filosofia nei tempi moderni,
bisogna ammettere che l’assenza, in una civiltà, di questo modo di pensiero non
ha niente di particolarmente deplorevole. Ma gli orientalisti non vogliono
vedere nei darshana altro che filosofia e sistemi, a cui peraltro
pretendono di imporre etichette occidentali; e tutto ciò perché non sono capaci
di uscire dagli schemi «classici» e perché ignorano compiutamente le differenze
più tipiche fra la mentalità orientale e quella occidentale. Il loro
atteggiamento al riguardo è perfettamente paragonabile a quello di un uomo che,
non sapendo nulla dell’attuale civiltà europea, e capitandogli per caso tra le
mani i programmi di insegnamento di una università, ne traesse la bizzarra
conclusione che gli studiosi europei si dividono in parecchie scuole rivali,
che hanno ognuna il proprio sistema filosofico, e fra cui le più importanti
sono quelle dei matematici, dei fisici, dei chimici, dei biologi, dei logici e
degli psicologi; un abbaglio simile sarebbe quanto mai grottesco, ma non molto
di più della concezione corrente degli orientalisti, e costoro non dovrebbero
neanche avere la scusa dell’ignoranza, o, per dir meglio, proprio la loro
ignoranza non è scusabile. Per quanto sembri inverosimile, è fin troppo certo
che le questioni di principio, che essi sembrano eludere per partito preso, non
si sono mai affacciate alla loro mente, d’altronde troppo strettamente
specializzata perché possa ancora comprenderle e valutarne la portata; si
tratta di uno strano caso di «miopia intellettuale» all’ultimo stadio, ed è
certissimo che, con simili disposizioni, non arriveranno mai a penetrare il
vero significato del minimo frammento di una qualunque di quelle dottrine
orientali
166
I punti di vista della dottrina
che si sono dati come missione di interpretare
a modo loro, in conformità coi propri punti di vista prettamente occidentali.
Per ritornare alla comprensione vera delle
cose, i punti di vista da cui è possibile considerare la dottrina possono
essere, evidentemente, più o meno molteplici; ma d’altra parte non tutti sono
ugualmente irriducibili, e ad alcuni, i più fondamentali in qualche modo,
possono essere subordinati gli altri. Sarà perciò sempre possibile raggruppare
i punti di vista secondari intorno ai principali, e soltanto questi ultimi
allora verranno considerati separatamente, come tante ramificazioni dello
studio della dottrina, perché gli altri danno luogo solo a semplici
suddivisioni che nella maggior parte dei casi non sarà nemmeno necessario
precisare. Le grandi divisioni, i rami principali, ricevono propriamente il
nome di darshana, nel senso assunto abitualmente dalla parola, e in base
alla classificazione ammessa generalmente in India se ne distinguono sei, che è
importante, essendo in numero uguale, non confondere con quelli che vengono
chiamati i sei Vêdânga.
Il significato letterale del termine Vêdânga
è «membro del Vêda»; questa denominazione si applica a talune scienze
ausiliarie del Vêda, assumendo come paragone le membra corporee tramite
le quali un essere agisce all’esterno; i trattati fondamentali che si
riferiscono a queste scienze, di cui daremo l’elenco, fanno parte della smriti,
e anzi, per il loro diretto rapporto col Vêda, vi occupano il primo
posto. La shiksâ è la scienza dell’articolazione corretta e della
pronuncia esatta, che comporta, insieme alle leggi dell’eufonia che sono in
sanscrito più importanti e sviluppate che in qualsiasi altra lingua, la
conoscenza del valore simbolico delle lettere; nelle lingue tradizionali
infatti l’uso della scrittura fonetica non esclude il permanere di un significato
ideografico, di cui l’ebraico e l’arabo offrono ugualmente l’esempio. Il chandas
è la scienza della prosodia, la quale determina l’applicazione dei diversi
metri in corrispondenza con le modalità vibratorie dell’ordine cosmico che essi
debbono esprimere, e che fa di essi qualcosa di ben diverso dalle forme
«poetiche» nel senso meramente letterario della parola; del resto la conoscenza
profonda del ritmo e delle sue relazioni cosmiche, da cui deriva il suo uso per
certi modi preparatori della realizzazione metafisica, è comune a tutte le
civiltà orientali, mentre è
167
Le dottrine indù
completamente estranea agli occidentali. Il vyâkarana
è la grammatica, ma che, invece di presentarsi come un semplice insieme di
regole che sembrano più o meno arbitrarie perché se ne ignorano le ragioni,
come avviene di solito nelle lingue occidentali, si fonda al contrario su
concezioni e classificazioni che sono sempre in strettissimo rapporto con il
significato logico del linguaggio. Il nirukta è la spiegazione dei
termini importanti o difficili che si incontrano nei testi vedici; la
spiegazione non si basa soltanto sull’etimologia, ma per lo più anche sul
valore simbolico delle lettere e delle sillabe che intervengono nella
composizione delle parole; di qui gli innumerevoli errori degli orientalisti,
che non possono capire, e neppure concepire, quest’ultimo tipo di spiegazione,
in tutto e per tutto proprio delle lingue tradizionali e molto simile a quello
che si ritrova nella Cabala ebraica, e che di conseguenza non vogliono, né
possono, vedere che etimologie strampalate o addirittura banali «giochi di parole»
in ciò che, in realtà, è naturalmente tutt’altra cosa. Lo jivotisha è
l’astronomia, ovvero, più esattamente, l’astronomia e l’astrologia insieme, che
in India non sono mai separate, non più di quanto lo furono presso tutti i
popoli antichi, Greci compresi, i quali si servivano indifferentemente di
queste due parole per indicare una stessa e unica cosa; la distinzione fra
astronomia e astrologia è tipicamente moderna, e del resto occorre aggiungere
che la vera astrologia tradizionale, quale si è mantenuta in Oriente, non ha
quasi nulla in comune con le speculazioni «divinatorie» che alcuni tentano di
costituire con lo stesso nome nell’Europa contemporanea. In ultimo, il kalpa,
termine che d’altronde ha altri significati, è qui l’insieme delle prescrizioni
relative all’esecuzione dei riti, e la cui conoscenza è indispensabile perché
questi abbiano piena efficacia; nei sûtra che le esprimono, tali
prescrizioni sono condensate, con una notazione simbolica particolare, in
formule che sembrano abbastanza simili a formule algebriche.
Oltre i Vêdânga occorre ricordare gli Upavêda,
parola che indica conoscenze di ordine inferiore ma che tuttavia si fondano su
basi rigorosamente tradizionali; l’ordine a cui queste conoscenze si
riferiscono è quello delle applicazioni pratiche. Ci sono quattro Upavêda,
che sono collegati ai quattro Vêda in quanto vi trovano i loro
rispettivi principi: Ayur-Vêda è la medicina, riferita così al
168
I punti di vista della dottrina
Rig-Vêda; Dhanur-Vêda,
la scienza militare riferita al Yajur-Vêda; Gândharva-Vêda, la
musica, riferita al Sâma-Vêda; Sthâpatya-Vêda, la meccanica e
l’architettura, riferite all’Atharva-Vêda. Secondo le concezioni
occidentali, queste sono arti più che scienze nel senso proprio della parola;
ma il principio tradizionale che viene loro attribuito le investe di un
carattere un po’ diverso. Naturalmente questa enumerazione dei Vêdânga e
degli Upavêda non esclude le altre scienze che non vi sono comprese, ma
di cui alcune furono ugualmente coltivate in India fin dai tempi antichi; si sa
che le matematiche soprattutto, che comprendono, col nome generale di «ganita»,
pâtî-ganita o vyakta-ganita, l’aritmetica, bîja-ganita,
l’algebra, e rêktâ-ganita, la geometria, vi subirono, in particolare le
prime due, un notevole sviluppo di cui l’Europa attraverso gli Arabi avrebbe
più tardi beneficiato.
Data in questo modo un’idea succinta
dell’insieme delle conoscenze tradizionali dell’India, le quali del resto sono
altrettanti aspetti secondari della dottrina, ritorneremo ora ai darshana,
che a loro volta devono essere considerati parte integrante di questo insieme,
senza di che si rischierebbe di non comprenderne mai nulla. Infatti non bisogna
dimenticare che tanto in India come in Cina una delle offese più gravi che si
possano rivolgere a un pensatore è vantare la novità e l’originalità delle sue
concezioni, caratteristica che, in civiltà essenzialmente tradizionali,
basterebbe a privarle di ogni portata effettiva. Tra coloro che si dedicarono
in modo speciale allo studio di questo o quel darshana hanno certo
potuto formarsi delle scuole che si distinguono per qualche interpretazione
particolare, ma tali divergenze non sono mai arrivate al punto di travalicare i
confini dell’ortodossia; basandosi su punti secondari nella maggior parte dei
casi, sono in fondo più apparenti che reali, e costituiscono piuttosto delle
differenze di espressione, del resto utili per adattarsi a comprensioni
diverse. Inoltre è evidente che un «punto di vista» non è mai stato la
proprietà esclusiva di qualche scuola, anche se, quando ci si accontenti di
esaminarlo in superficie invece di cercare di afferrarne l’essenza, può
talvolta sembrare che si identifichi con la concezione della scuola che lo
sviluppò in modo particolare; questa confusione è anch’essa tipica degli
occidentali, abituati ad assegnare agli individui tutte le concezioni che sono
loro familiari, come
169
Le dottrine indù
fossero vere e proprie invenzioni: è questo
uno dei postulati per lo meno impliciti del loro «metodo storico», e ai nostri
giorni neanche il punto di vista religioso sfugge alle conseguenze di questa forma
mentis particolare, che sciorina al riguardo tutte le risorse di questa
esegesi antitradizionale da noi già ricordata.
I sei darshana sono il Nyâya e
il Vaishêshika, il Sânkya e lo Yoga, la Mîmânsâ e
il Vêdânta; di solito li si elenca in questo ordine e a coppie, allo
scopo di sottolineare le loro affinità; quanto a voler assegnare un ordine di
successione cronologica al loro sviluppo, è questo un problema inutile e senza
vero interesse, per le ragioni che abbiamo già esposto, dal momento che si
tratta di punti di vista che fin dall’origine erano implicitamente contenuti in
perfetta simultaneità nella dottrina primordiale. Per caratterizzare
sommariamente questi punti di vista, si può dire che i primi due sono
analitici, mentre gli altri quattro sono sintetici; ma gli ultimi due si
distinguono dagli altri in quanto sono, in modo diretto e immediato,
interpretazioni dello stesso Vêda, dal quale tutto il resto deriva più
da lontano; di conseguenza le opinioni eterodosse qui non attecchiscono neppure
parzialmente, mentre qualcuna ha potuto formarsi nelle scuole consacrate allo
studio dei primi quattro darshana. Siccome definizioni troppo concise
sarebbero per forza di cose incomplete, poco intelligibili, e quindi poco
utili, abbiamo pensato che fosse meglio riservare un capitolo particolare alle
indicazioni generali che riguardano ogni darshana, tanto più che
l’argomento è abbastanza importante, rispetto al fine che ci siamo qui
prefissi, da meritare di essere trattato con una certa diffusione.
170
9. Il «Nyâya»
La parola nyâya ha come significato
proprio quello di «logica» e anche di «metodo»; dire, come fanno certuni, che
ha cominciato col designare una scuola e in seguito è diventata sinonimo di
logica, significa sovvertire ogni ordine naturale, poiché, seppure si ammette che
una scuola debba caratterizzarsi con un nome che abbia un significato
preliminare, è esattamente il contrario che sarebbe potuto avvenire, ammesso
che un darshana possa essere monopolio di una qualsiasi scuola. In
effetti, di logica si tratta e sempre si è trattato per quel che riguarda il darshana
in questione, il cui sviluppo viene attribuito a Gautama, ma questo nome,
comune a molti personaggi oltre che a famiglie dell’antica India, e che del
resto non si accompagna qui ad alcuna indicazione biografica per quanto vaga,
non deve essere riferito a un individuo preciso. Si è qui verificato ciò che si
verifica spesso in simili occasioni in Oriente: rispetto alla dottrina gli
individui non contano; è possibilissimo che in un’epoca lontana e indeterminata
sia esistito un uomo chiamato Gautama che si consacrò allo studio e
all’insegnamento di quel ramo della conoscenza che è la logica; ma questo fatto
molto verosimile è di per sé privo di interesse, e il nome di quest’uomo si è
conservato solo con un valore puramente simbolico, per designare in qualche
modo «l’aggregato intellettuale» formato da tutti coloro che, per un periodo la
cui durata non è meno indeterminata dell’origine, si dedicarono allo stesso
studio. Questo tipo di «entità collettiva», di cui abbiamo già visto un esempio
in Vyâsa, non è d’altronde una scuola, almeno nel senso ordinario della parola,
bensì un’autentica funzione intellettuale; altrettanto si potrebbe dire dei
nomi propri che si trovano similmente legati a ciascuno degli altri darshana;
tali considerazioni, espresse una volta per tutte, ci dispenseranno dal
ribadire in seguito il punto.
Abbiamo detto che il Nyâya è
essenzialmente la logica; ma dobbiamo aggiungere che il termine ha qui in
un’accezione meno ristretta che in Occidente, e questo perché ciò che esso
designa invece di essere concepito come una parte della filosofia
171
Le dottrine indù
lo è come un punto di vista della dottrina
totale. Sottraendosi alla stretta specializzazione che è inevitabile quando si
considera la logica in modo filosofico, e non dovendo inoltre integrarsi in
nessun sistema, la logica indù ha una portata assai più grande; e per ben
capirlo si rammenti quanto abbiamo detto a proposito dei caratteri della
metafisica: l’oggetto proprio di una speculazione non sono precisamente le cose
che essa studia, bensì il punto di vista da cui le studia. Precedentemente
avevamo detto che la logica concerne le condizioni dell’intelletto umano; ciò
che può essere considerato logicamente è dunque tutto quel che è oggetto
dell’intelletto umano, in quanto lo si consideri effettivamente sotto questo
aspetto. Per conseguenza la logica comprende nel suo punto di vista le cose
considerate come «oggetti di prova», ossia di conoscenza ragionata o
discorsiva: nel Nyâya è il senso del termine padârtha e,
nonostante certe differenze, è anche nell’antica logica occidentale il vero
significato delle «categorie» o «predicamenti». Se le divisioni e le
classificazioni stabilite dalla logica hanno al tempo stesso un valore
ontologico reale, è perché vi è necessariamente corrispondenza tra i due punti
di vista, dal momento che non si stabilisce, come fa la filosofia moderna,
un’opposizione radicale e artificiosa fra soggetto e oggetto. D’altronde il
punto di vista logico è analitico, perché individuale e razionale; è solo a
titolo di semplice applicazione all’ordine individuale che i principi logici,
anche i più generali, sono derivati dai principi metafisici o universali.
Il Nyâya distingue sedici padârtha,
il primo dei quali viene chiamato pramâna, parola che abitualmente ha il
senso di «prova», e che spesso si traduce anche con «evidenza»; ma quest’ultima
traduzione è impropria in molti casi, e inoltre ha l’inconveniente di ricordare
il concetto cartesiano dell’evidenza, che è veramente valido solo in campo
matematico. Per definire esattamente la parola pramâna bisogna
considerare che il suo primo significato è quello di «misura»; ciò che qui
designa sono i mezzi legittimi di conoscenza nell’ordine razionale, ciascuno
dei quali non è applicabile che in una certa misura e a certe condizioni, o in
altri termini entro i confini di un ambito particolare, la cui estensione
definisce la sua portata; e l’enumerazione di tali mezzi di conoscenza o di
prova fornisce le suddivisioni del primo padârtha. Il secondo è pramêya
o «ciò che
172
Il «Nyâya»
deve essere provato», vale a dire ciò che può
essere conosciuto da uno qualunque dei mezzi di cui sopra; esso comprende, come
suddivisioni, una classificazione di tutte le cose che l’intelletto umano può
raggiungere nella sua condizione individuale. Gli altri padârtha sono
meno importanti e si riferiscono soprattutto alle diverse modalità del
ragionamento o della dimostrazione; non intendiamo darne qui l’elenco completo,
ma ci limiteremo a segnalare in particolare quello che è costituito dai membri
di un’argomentazione regolare.
Detta argomentazione, che viene chiamata nyâya
in un’accezione secondaria e ristretta del termine, e che in definitiva è il
modello della dimostrazione metodica, comprende, nella sua forma interamente
svolta, cinque avayava, membri o parti costitutive: pratijnâ, la
proposizione o l’asserzione che si tratta di dimostrare; hêtu, la
ragione giustificativa di tale asserzione; udâharana, l’esempio che
viene a sostegno di tale ragione, e che in qualche modo la illustra, ricordando
un caso generalmente noto; upanaya, l’applicazione al caso specifico in
questione, quello della proposizione enunciata all’inizio; infine nigamana,
il risultato o la conclusione, che è l’affermazione definitiva di questa stessa
proposizione così come è stata dimostrata. Questa è la forma completa
dell’argomentazione dimostrativa, ma talvolta le si dà anche forme semplificate
e abbreviate che comportano soltanto i primi tre elementi, oppure gli ultimi
tre; in quest’ultima forma, in particolare, essa presenta una somiglianza
nettissima col sillogismo com’è stato teorizzato da Aristotele. D’altronde si
ritrova l’equivalente del termine maggiore e del termine minore, designati
rispettivamente con i nomi di vyâpaka o contenente, e vyâpya o
contenuto, che si riferiscono allo stesso punto di vista dell’estensione
logica; quanto al termine medio, la sua funzione è sostenuta dalla ragione, hêtu,
chiamata anche linga, o segno che permette di riconoscere la vyâpti,
ossia il legame invariabile che esiste fra contenente e contenuto. Queste
incontestabili analogie, tuttavia, le quali fanno supporre come ipotesi per lo
meno verosimile che Aristotele possa avere avuto qualche conoscenza del Nyâya,
non devono far dimenticare, come abbiamo già detto, che sussistono differenze
essenziali fra i due punti di vista: mentre il sillogismo
173
Le dottrine indù
greco non verte insomma che sui concetti o
sulle nozioni delle cose, l’argomentazione indù verte più direttamente sulle
cose stesse.
Quest’ultima osservazione esige un
chiarimento; e prima di tutto è evidente che essa riguarda non la forma esterna
del ragionamento, che può essere quasi identica nei due casi, ma il contenuto
stesso di ciò che è implicato. Abbiamo detto che la separazione e l’opposizione
di soggetto e oggetto sono affatto tipiche della filosofia moderna; ma presso i
Greci la distinzione fra la cosa e la sua nozione andava già un po’ troppo
lontano, nel senso che la logica considerava soltanto i rapporti fra le
nozioni, come se le cose potessero essere conosciute solo attraverso di esse.
Senza dubbio la conoscenza razionale è propriamente una conoscenza indiretta,
ed è perciò che è suscettibile di errore; tuttavia, se non giungesse alle cose
stesse in una certa misura, diventerebbe completamente illusoria, e non sarebbe
davvero una conoscenza sotto nessun aspetto; se dunque si può dire che noi
conosciamo un oggetto in modo razionale per mezzo della sua nozione, è perché
tale nozione è ancora qualcosa dell’oggetto, partecipa della sua natura
esprimendola in rapporto a noi. La logica indù, quindi, considera non soltanto
il modo nel quale concepiamo le cose, ma anche le cose in quanto sono da noi
concepite, la nostra concezione essendo in verità inseparabile dal suo oggetto,
senza di che non sarebbe niente di reale; e al riguardo la definizione
scolastica della verità come adaequatio rei et intellectus, a tutti i
gradi della conoscenza, è ciò che in Occidente si avvicina di più alla
posizione delle dottrine tradizionali dell’Oriente, perché è quanto di più
conforme ai dati della metafisica pura. D’altronde la dottrina scolastica, pur
continuando quella di Aristotele nelle sue linee generali, l’ha in molti punti
corretta e completata; ma purtroppo non è riuscita ad affrancarsi del tutto
dalle limitazioni ereditate dalla mentalità ellenica, e neppure sembra avere
penetrato le conseguenze profonde del principio, già posto da Aristotele,
dell’identificazione tramite la conoscenza. È precisamente in virtù di tale
principio che, quando il soggetto conosce un oggetto, per quanto parziale e
anzi superficiale sia questa conoscenza, qualcosa dell’oggetto è nel soggetto
ed è diventato parte del suo essere; qualunque sia l’aspetto sotto cui
consideriamo le cose, sono queste cose stesse che noi afferriamo, almeno sotto
un certo rispetto, che comunque forma uno
174
Il «Nyâya»
dei loro attributi, vale a dire uno degli
elementi costitutivi della loro essenza. Ammettiamo, se proprio si vuole, che
si tratti qui di «realismo»; la verità è che le cose stanno in questo modo, e
la parola non cambia niente; ma in tutto rigore i punti di vista particolari
del «realismo» e dell’«idealismo», con l’opposizione sistematica che denota la
loro correlazione, non si applicano qui, perché siamo ben oltre l’angusto
ambito del pensiero filosofico. Inoltre occorre non dimenticare che l’atto
della conoscenza presenta due facce inseparabili: se c’è identificazione del
soggetto con l’oggetto c’è anche, e perciò stesso, assimilazione dell’oggetto
da parte del soggetto: afferrando le cose nella loro essenza noi le
«realizziamo», in tutta la forza del termine, come stati o modalità del nostro
proprio essere; e se l’idea, in quanto è vera e adeguata, partecipa della
natura della cosa, è perché, inversamente, la cosa stessa partecipa a sua volta
della natura dell’idea. In fondo non esistono due mondi separati e radicalmente
eterogenei, quali li suppone la filosofia moderna definendoli «soggettivo» e
«oggettivo», o addirittura sovrapposti alla maniera del «mondo intelligibile» e
del «mondo sensibile» di Platone; ma, come dicono gli Arabi, «l’esistenza è
unica», e tutto ciò che essa contiene non è che la manifestazione, sotto
molteplici modi, di un unico e medesimo principio, che è l’Essere universale.
175
10. Il «Vaishêshika»
La denominazione del Vaishêshika è
tratta dalla parola vishêsha, che significa «carattere distintivo» e di
conseguenza «cosa individuale»; questo darshana è perciò costituito
dalla conoscenza delle cose individuali in quanto tali, esaminate in modo
distintivo nella loro esistenza contingente. Mentre il Nyâya prende in
considerazione le cose nel loro rapporto con l’intelletto umano, il Vaishêshika
le considera più direttamente in ciò che esse sono in sé; si vede subito la
differenza dei due punti di vista, ma anche la loro relazione, giacché quel che
le cose sono nella conoscenza è in fondo identico a quel che esse sono di per
sé; ma la differenza dei due punti di vista scompare quando entrambi siano
superati, sicché la loro distinzione deve sempre mantenersi entro i confini
della sfera a cui propriamente si applicano. La loro sfera è, evidentemente,
quella della natura manifestata, fuori della quale lo stesso punto di vista
individuale, di cui i due darshana in questione rappresentano delle
modalità, perde ogni senso; ma la manifestazione universale può essere
considerata in due diverse maniere: sia sinteticamente, a partire dai principi
da cui procede e che la determinano in tutti i suoi modi, ed è quel che fa il Sânkhya,
come vedremo in seguito; sia analiticamente, nella distinzione dei suoi
molteplici elementi costitutivi, ed è quel che fa il Vaishêshika. Questo
secondo punto di vista può addirittura limitarsi a considerare specialmente uno
dei modi della manifestazione universale, come quello che costituisce l’insieme
del mondo sensibile; anzi, di fatto, deve quasi esclusivamente limitarsi a
questo, dato che le condizioni degli altri modi sfuggono di necessità alle
facoltà individuali dell’essere umano: ci si può arrivare solo dall’alto, per
così dire, ossia con ciò che nell’uomo va oltre le limitazioni e le relatività
inerenti all’individuo. Questo eccede evidentemente il punto di vista
distintivo e analitico che ora dobbiamo definire; ma non si può comprendere in
tutto e per tutto un punto di vista specifico se non a condizione di superarlo,
dal momento che tale punto di vista si presenta non come indipendente e
comprendente in sé tutta la sua ragione d’essere, ma come collegato a certi
principi da cui deriva,
176
Il «Vaishêshika»
come un’applicazione a un ordine contingente
di qualcosa che appartiene a un ordine diverso e superiore.
Abbiamo visto che il collegamento ai principi,
assicurando l’unità essenziale della dottrina nei suoi molteplici rami, è un
carattere comune a tutto l’insieme delle conoscenze tradizionali dell’India;
esso segna la differenza profonda esistente fra il Vaishêshika e il
punto di vista scientifico com’è inteso dagli occidentali, punto di vista di
cui il Vaishêshika è tuttavia, nell’insieme suddetto, ciò che di meno
distante esista. In realtà il Vaishêshika è notevolmente più vicino a
quel punto di vista che presso i Greci formava la «filosofia fisica»; pur
essendo analitico, lo è meno della scienza moderna e quindi non è soggetto alla
stretta specializzazione che obbliga quest’ultima a perdersi nel dettaglio
indefinito dei fatti sperimentali. Si tratta qui di qualcosa che, in fondo, è
più razionale e anzi, in una certa misura, più intellettuale, nel senso stretto
della parola: più razionale in quanto, pur mantenendosi nella sfera
dell’individuale, è libero da ogni empirismo; più intellettuale, in quanto non dimentica
mai che l’intero ordine individuale è collegato ai principi universali, da cui
trae tutta la realtà di cui è suscettibile. Abbiamo detto che per «fisica» gli
antichi intendevano la scienza della natura nella sua interezza; il termine
dunque sarebbe adatto, ma bisogna tener conto della riduzione che il suo
significato originario ha subito nei moderni, e che è d’altronde del tutto
consona al mutamento di prospettiva che gli corrisponde. Se, quindi, si deve
applicare una denominazione occidentale a un punto di vista indù, preferiremmo
per il Vaishêshika quella di «cosmologia»; e d’altra parte, la
«cosmologia» del Medioevo, presentandosi nettamente come un’applicazione della
metafisica alle contingenze dell’ordine sensibile, ne è ancora più vicina di
quanto non lo fosse la «filosofia fisica», dei Greci, che quasi sempre traeva i
suoi principi dall’ordine contingente o, tutt’al più, entro i confini del punto
di vista immediatamente superiore, e ancora particolare, a cui si riferisce il Sânkhya.
Ciò nonostante, l’oggetto stesso del Vaishêshika
ha potuto determinare, in una parte di coloro che si dedicarono specificamente
al suo studio, una qualche tendenza «naturalistica», che tuttavia, essendo in
generale aliena allo spirito orientale, non poté mai assumere in India lo
sviluppo che ebbe in Grecia presso i «filosofi
177
Le dottrine indù
fisici»; o almeno solo alcune scuole,
appartenenti alle forme più degenerate del buddhismo, la spinsero alle
conseguenze a cui logicamente giungeva, e ciò fu possibile soltanto perché esse
erano dichiaratamente esterne all’unità tradizionale indù. Non è tuttavia meno
vero che la tendenza affermatasi nella concezione atomistica era già presente
nell’esposizione abituale del Vaishêshika, giacché l’origine
dell’atomismo, nonostante quel che ha di eterodosso, è fatta risalire a Kanâda,
insieme con lo sviluppo stesso del Vaishêshika, al quale tuttavia non è
necessariamente solidale. Il nome Kanâda sembra del resto alludere a questa
concezione, e se originariamente esso fu attribuito a un individuo, dovette
trattarsi di un semplice soprannome; il fatto che fu il solo a conservarsi dimostra
una volta di più la scarsa importanza che gli Indù attribuiscono alle
personalità individuali. In ogni caso, nella designazione attuale del nome, si
può vedere qualcosa che, a causa della deviazione che in esso si esprime,
assomiglia alle «scuole» dell’antichità occidentale più di quanto assomiglia
ciò che di analogo si trova negli altri darshana.
Come il Nyâya, il Vaishêshika
distingue un certo numero di padârtha, ma ovviamente determinandoli
secondo un differente punto di vista; questi padârtha non coincidono
perciò con quelli del Nyâya, e anzi possono rientrare tutti nelle
suddivisioni del secondo di questi ultimi, pramêya, o «ciò che è oggetto
di prova». Il Vaishêshika considera sei padârtha, il primo dei
quali è chiamato dravya; generalmente lo si traduce con «sostanza», ed
effettivamente è possibile farlo, purché lo si intenda non in senso metafisico
o universale, ma esclusivamente nel senso relativo in cui designa la funzione
del soggetto logico, e che è lo stesso anche nella concezione aristotelica
delle categorie. Il secondo padârtha è la qualità, chiamata guna,
termine che ritroveremo trattando del Sânkhya, ma applicato
diversamente; le qualità di cui qui si tratta sono gli attributi degli esseri
manifestati, quelli che la dottrina scolastica chiama «accidenti»,
considerandoli in rapporto alla sostanza, ovvero al soggetto che ne è il
supporto, nell’ordine della manifestazione in modo individuale. Se si
trasferissero le medesime qualità al di là di questo modo particolare per
considerarle nel principio stesso della loro manifestazione, si dovrebbero
vedere come costitutive dell’essenza, nel senso in cui tale termine designa un
principio
178
Il «Vaishêshika»
correlativo e complementare della sostanza,
tanto nell’ordine universale quanto, relativamente e per corrispondenza
analogica, nell’ordine individuale; ma l’essenza stessa, anche individuale, in
cui gli attributi risiedono «eminentemente» e non «formalmente», sfugge alla
prospettiva del Vaishêshika, che si pone dalla parte dell’esistenza
intesa nel suo senso più stretto, e perciò gli attributi non sono per esso
veramente altro che «accidenti». Abbiamo volontariamente esposto queste ultime
concezioni in un linguaggio che deve renderle più facilmente comprensibili a
quanti hanno consuetudine con la dottrina aristotelica e scolastica; tale
linguaggio è del resto, nella fattispecie, il meno inadatto fra quanti ci offre
l’Occidente. La sostanza, nei due significati di cui è suscettibile la parola,
è la radice della manifestazione, ma non è manifestata in sé; essa lo è solo
nei e tramite i suoi attributi che sono le sue modalità e che, inversamente,
non hanno esistenza reale, secondo quest’ordine contingente della manifestazione,
se non nella e tramite la sostanza; è in quest’ultima che sussistono le qualità
ed è tramite essa che l’azione si produce. Il terzo padârtha è infatti karma,
o l’azione; e l’azione, quale che sia la sua differenza rispetto alla qualità,
rientra con essa nella nozione generale degli attributi, perché altro non è se
non una «maniera di essere» della sostanza; è questo che indica, nella
costituzione del linguaggio, l’espressione della qualità e dell’azione nella
forma comune dei verbi attributivi. L’azione consiste essenzialmente nel
movimento, o per meglio dire nel cambiamento, perché questa nozione molto più
estesa, in cui il movimento è solo una specie, si applica più esattamente qui e
anche a ciò che la fisica greca presentava di analogo. Si potrebbe quindi dire
che l’azione è per l’essere un modo transitorio e momentaneo, mentre la qualità
è un modo relativamente permanente e in qualche misura stabile; ma se
considerassimo l’azione nella totalità delle sue conseguenze temporali e anche
intemporali la stessa distinzione si cancellerebbe, come è prevedibile del
resto quando si pensi che tutti gli attributi, quali che siano, procedono del
pari da uno stesso principio, e questo sia rispetto alla sostanza, sia rispetto
all’essenza. Non sarà necessario dilungarsi sui tre padârtha che
seguono, e che tutto sommato rappresentano categorie di rapporti, vale a dire,
nuovamente, certi attributi delle sostanze individuali e dei principi relativi
che sono le
179
Le dottrine indù
condizioni determinanti immediate della loro
manifestazione. Il quarto padârtha è sâmânya, ossia la comunanza
di qualità, che nei differenti gradi di cui è capace forma la sovrapposizione
dei generi; il quinto è la particolarità o la differenza, chiamata più
specificamente vishêsha, ed è ciò che appartiene in proprio a una
determinata sostanza, ciò per cui tale sostanza si differenzia da tutte le
altre; il sesto è, infine, samavâya, l’aggregazione, cioè l’intima
relazione di inerenza che unisce la sostanza e i suoi attributi, e del resto è
essa stessa un attributo della sostanza. L’insieme dei sei padârtha, che
in tal modo comprende le sostanze e tutti i loro attributi, costituisce bhâva,
o l’esistenza; in opposizione correlativa è abhâva, ovvero la
non-esistenza, di cui talvolta si fa un settimo padârtha, ma la cui
concezione è esclusivamente negativa: è propriamente la «privazione» in senso
aristotelico.
In merito alle suddivisioni di tali categorie,
insisteremo soltanto su quelle della prima: esse sono le modalità e le
condizioni generali delle sostanze individuali. In primo luogo vengono i cinque
bhûta, o elementi costitutivi delle cose corporee, enumerati a partire
dall’elemento che corrisponde all’ultimo grado di questo modo di
manifestazione, vale a dire secondo il senso che propriamente corrisponde alla
prospettiva analitica del Vaishêshika: prithwi, o la terra; ap,
o l’acqua; têjas, o il fuoco; vâyu, o l’aria; âkâsha, o
l’etere; il Sânkhya invece considera gli elementi nell’ordine inverso,
quello cioè della loro produzione o derivazione. I cinque elementi si
manifestano rispettivamente mediante le cinque qualità sensibili che
corrispondono a essi e sono loro inerenti, e che appartengono alle suddivisioni
della seconda categoria; essi sono determinazioni sostanziali, costitutive di
tutto ciò che appartiene al mondo sensibile; sarebbe dunque un errore grave
considerarli più o meno analoghi ai «corpi semplici», d’altra parte ipotetici,
della chimica moderna, o anche assimilarli a «stati fisici», secondo
un’interpretazione, piuttosto comune ma insufficiente, delle concezioni
cosmologiche dei Greci. Dopo gli elementi, la categoria dravya comprende
kâla, il tempo, e dish, lo spazio; sono condizioni fondamentali
dell’esistenza corporea, e aggiungeremo, senza poterci soffermare, che esse
rappresentano rispettivamente, in quel modo specifico che costituisce il mondo
sensibile, l’attività dei due principi che, nell’ordine della
180
Il «Vaishêshika»
manifestazione universale, sono designati come
Shiva e Vishnu. Queste sette suddivisioni si riferiscono
esclusivamente all’esistenza corporea; ma se si considera nella sua totalità un
essere individuale come l’essere umano, egli comprende, oltre alla sua modalità
corporea, elementi costitutivi di un altro ordine, e che sono qui rappresentati
dalle due ultime suddivisioni della stessa categoria, âtmâ e manas.
Il manas, ovvero, per tradurre la parola con un’altra di radice
identica, il «mentale», è l’insieme delle facoltà psichiche di ordine
individuale, vale a dire facoltà che appartengono all’individuo in quanto tale
e fra cui nell’uomo la ragione è l’elemento caratteristico; quanto ad âtmâ,
che si renderebbe pessimamente con «anima», esso è, a rigore, il principio
trascendente a cui si collega l’individualità e che le è superiore, principio a
cui deve essere qui riferito l’intelletto puro e che si distingue dal manas,
o meglio dall’insieme composto dal manas e dall’organismo corporeo, così
come la personalità, in senso metafisico, si distingue dall’individualità.
È specialmente nella teoria degli elementi
corporei che appare la concezione atomistica: un atomo, o anu, ha almeno
potenzialmente la natura dell’uno o dell’altro degli elementi, ed è tramite
l’unione di atomi di queste differenti specie, sotto l’azione di una forza
«non-percepibile» o adrishta, che tutti i corpi si sono formati. Abbiamo
già detto che tale concezione è apertamente in contrasto col Vêda, il
quale afferma invece l’esistenza dei cinque elementi; tra questa e quella non
esiste di conseguenza alcuna connessione reale. Del resto nulla è più facile
che evidenziare le contraddizioni implicite nell’atomismo, il cui errore di
fondo consiste nel presupporre elementi semplici nell’ordine corporeo, mentre
tutto ciò che è corpo è per necessità composto, essendo sempre divisibile per
il fatto stesso di essere esteso, vale a dire sottoposto alla condizione
spaziale; nulla si può trovare di semplice o indivisibile se non uscendo
dall’estensione, dunque da quella modalità particolare di manifestazione che è
l’esistenza corporea. Se si prende la parola «atomo» nel suo significato
proprio, quello di «indivisibile», cosa che non fanno più i fisici moderni ma
che è necessario fare qui, si può dire che un atomo, dovendo essere senza
parti, deve anche essere senza estensione; ora, una somma di elementi senza
estensione non
181
Le dottrine indù
formerà mai un’estensione; se gli atomi sono
quel che devono essere per definizione, allora sarà impossibile che giungano a
formare i corpi. A questo ragionamento ben noto e del resto decisivo, ne
aggiungeremo un altro, di cui Shankarâchârya si serve per confutare l’atomismo1:
due cose possono venire a contatto con una parte di sé o con la loro totalità;
per gli atomi, i quali non hanno parti, la prima ipotesi è impossibile; resta
la seconda, vale a dire che il contatto o l’aggregazione di due atomi può soltanto
essere realizzato dalla loro pura e semplice coincidenza, da cui risulta
chiaramente come due atomi riuniti non sono più, quanto all’estensione, che un
solo atomo, e così via indefinitamente; come prima, dunque, degli atomi in un
numero qualsivoglia non formeranno mai un corpo. Così l’atomismo è davvero una
impossibilità, come dicevamo precisando il significato secondo cui occorre
intendere l’eterodossia; ma lasciando perdere l’atomismo, il punto di vista del
Vaishêshika, ridotto a quel che ha di essenziale, è perfettamente
legittimo, e l’esposizione che precede ne definisce a sufficienza la portata e
il significato.
1. Commento ai Brahma-sûtra; 2°
Adhyâya, 1° Pâda, sûtra 29.
182
11. Il «Sânkhya»
Il Sânkhya si riferisce ancora
all’ambito della natura, ossia della manifestazione universale, ma questa volta
considerato, come abbiamo già detto, in modo sintetico, partendo dai principi
che determinano la sua produzione e dai quali trae tutta la sua realtà. Lo sviluppo
di questo punto di vista della dottrina, in qualche modo intermedio fra la
cosmologia del Vaishêshika e la metafisica, viene attribuito all’antico
savio Kapila; ma il nome, invero, non designa un personaggio e tutto ciò che si
dice di lui ha un carattere puramente simbolico. Quanto poi alla denominazione
del Sânkhya, essa ha ricevuto diverse interpretazioni; deriva da sankhyâ,
che significa «enumerazione» o «calcolo», e talvolta anche «ragionamento»;
designa propriamente una dottrina che procede secondo l’enumerazione regolare
dei differenti gradi dell’essere manifestato, e proprio questo in effetti
caratterizza il Sânkhya, il quale si può riassumere tutto nella
distinzione e considerazione dei venticinque tattwa o principi ed
elementi veri, corrispondenti a tali gradi della gerarchia.
Ponendosi dal punto di vista della
manifestazione, il Sânkhya inizia da Prakriti o Pradhâna,
che è la sostanza universale, indifferenziata e non-manifesta in sé, ma dalla
quale procedono per modificazione tutte le cose; questo primo tattwa è
la radice, o mûla, della manifestazione, e i tattwa che lo
seguono rappresentano sue modificazioni in gradi differenti. Al primo grado è Buddhi,
che è chiamata altresì Mahat, o «il grande principio», e che è
l’intelletto puro, trascendente in rapporto agli individui; qui siamo già nella
manifestazione, ma ancora nell’ordine universale. Al grado successivo troviamo
invece la coscienza individuale, ahankara, che procede dal principio
intellettuale attraverso una determinazione «particolaristica», se così
possiamo esprimerci, e che produce a sua volta gli elementi successivi. Questi
sono prima di tutto i tanmâtra, determinazioni elementari incorporee e
non percepibili, che saranno i principi rispettivi dei cinque bhûta o
elementi corporei; il Vaishêshika doveva considerare soltanto gli
ultimi, e non
183
Le dottrine indù
i tanmâtra, la cui concezione è
necessaria solo quando si voglia riferire la nozione degli elementi o delle
condizioni della modalità corporea ai principi dell’esistenza universale.
Vengono poi le facoltà individuali, prodotte per differenziazione della
coscienza, della quale sono come altrettante funzioni, e che sono considerate
in numero di undici, dieci esterne e una interna: le dieci facoltà esterne
comprendono cinque facoltà di conoscenza, che nell’ambito corporeo sono facoltà
di sensazione, e cinque facoltà di azione; la facoltà interna è il manas,
facoltà di conoscenza e insieme di azione, che è direttamente unito alla
coscienza individuale. Infine ritroviamo i cinque elementi corporei, ora
enumerati nell’ordine della loro produzione o manifestazione: l’etere, l’aria,
il fuoco, l’acqua e la terra; si hanno così ventiquattro tattwa che
comprendono Prakriti e tutte le sue modificazioni.
Fin qui il Sânkhya vede le cose
esclusivamente in rapporto alla sostanza intesa in senso universale; sennonché,
come dicevamo in precedenza, occorre considerare correlativamente, come l’altro
polo della manifestazione, un principio complementare e che si può chiamare
l’essenza. È il principio a cui il Sânkhya attribuisce il nome di Purusha
o Pumas, e lo considera il venticinquesimo tattwa, del tutto
indipendente dai precedenti; tutte le cose manifestate sono prodotte da Prakriti,
ma senza la presenza di Purusha tali produzioni avrebbero un’esistenza
puramente illusoria. Contrariamente a quanto certuni pensano, ammettere i due
principi non implica il minimo carattere dualista: essi non derivano l’uno
dall’altro e non sono riducibili l’uno all’altro, ma procedono entrambi
dall’Essere universale, nel quale costituiscono la prima di tutte le
distinzioni. Del resto il Sânkhya non deve andare oltre questa stessa
distinzione, e la considerazione dell’Essere puro non rientra nel suo punto di
vista; tuttavia, non essendo sistematico, ammette la possibilità di tutto quel
che è al di là di esso, e proprio perciò non è in alcun modo dualista. Per
ricollegarci alle nostre precedenti osservazioni sul dualismo, aggiungeremo che
la concezione occidentale dello spirito e della materia corrisponde alla
distinzione dell’essenza e della sostanza solo in un ambito molto specifico e
come semplice applicazione particolare fra un’indefinità di altre analoghe e
ugualmente possibili; si potrà quindi
184
Il «Sânkhya»
apprezzare, senza essere ancora sul terreno
della metafisica pura, quanto siamo già lontani dalle limitazioni del pensiero
filosofico.
Ma è necessario che ritorniamo brevemente alla
concezione di Prakriti: essa possiede tre guna o qualità
costitutive, che sono in perfetto equilibrio nella sua indifferenziazione
primordiale; ogni manifestazione o modificazione della sostanza costituisce una
rottura di tale equilibrio, e gli esseri, nei loro differenti stati di
manifestazione, partecipano dei tre guna in gradi diversi e, per così
dire, secondo proporzioni indefinitamente variate. I guna non sono
perciò degli stati, ma condizioni dell’esistenza universale alle quali sono
soggetti tutti gli esseri manifestati, e che bisogna aver cura di distinguere
dalle condizioni specifiche che determinano questo o quello stato, o modo della
manifestazione, come lo spazio o il tempo, che condizionano lo stato corporeo
ad esclusione degli altri. I tre guna sono: sattwa, la conformità
all’essenza pura dell’Essere o Sat, che è identificata con la luce
intelligibile o la conoscenza, e rappresentata quale una tendenza ascendente; rajas,
l’impulso espansivo, secondo il quale l’essere si sviluppa in un certo stato e,
in qualche modo, a un determinato livello dell’esistenza; infine, tamas,
l’oscurità, assimilata all’ignoranza e rappresentata quale una tendenza
discendente. Si può vedere quanto siano insufficienti e persino false le usuali
interpretazioni degli orientalisti, soprattutto per i primi due guna, le
cui denominazioni rispettive vengono tradotte con «bontà» e «passione», quando
non contengono invece niente di morale né di psicologico. Non possiamo qui
esporre più completamente questa importantissima concezione, né trattare delle
applicazioni diverse a cui dà luogo, specie per ciò che riguarda la teoria
degli elementi; ci accontenteremo di segnalarne l’esistenza.
D’altra parte sul Sânkhya in generale
non abbiamo bisogno di dilungarci, come invece avremmo dovuto se non avessimo
già sottolineato, in larga parte, le caratteristiche essenziali di questo punto
di vista insieme a quelle del Vaishêshika e in paragone ad esso; ma ci
rimane ancora da fugare qualche equivoco. Gli orientalisti che confondono il Sânkhya
con un sistema filosofico lo definiscono volentieri una dottrina
«materialistica» e «atea»; è ovvio che identificano la concezione di Prakriti
con la nozione di materia, ciò che è totalmente falso, e d’altronde nella
185
Le dottrine indù
loro interpretazione deformata essi trascurano
completamente Purusha. La sostanza universale è tutt’altra cosa che la
materia, la quale al massimo ne è una determinazione restrittiva e
specializzata; e già abbiamo avuto occasione di dire che la nozione stessa di
materia, così come si è costituita presso gli occidentali moderni, non esiste
presso gli Indù, non più di quanto esistesse persino presso i Greci. Non si
vede bene che cosa potrebbe essere un «materialismo» senza la materia; nello
stesso Occidente se l’atomismo degli antichi fu «meccanicistico», non per
questo fu «materialistico», e conviene lasciare alla filosofia moderna quelle
«etichette» che, inventate per il suo uso esclusivo, non possono davvero
applicarsi altrove. Il Sânkhya del resto, pur riferendosi alla natura,
non rischia nemmeno, per il modo in cui la considera, di far nascere una
tendenza al «naturalismo» come quella da noi constatata a proposito della forma
atomistica del Vaishêshika; a maggior ragione non può essere in alcun
modo «evoluzionistico», come hanno immaginato altri, quand’anche
l’«evoluzionismo» fosse inteso nella sua più generale concezione e senza farne
il sinonimo di un grossolano «trasformismo»; una siffatta confusione di punti
di vista è troppo insensata perché sia il caso di insistervi ulteriormente.
Quanto all’addebito di «ateismo», ecco in
quale conto bisogna tenerlo: il Sânkhya è nirîshwara, non fa cioè
intervenire la concezione di Îshwara, ovvero della personalità divina;
ma se essa non vi è contenuta, è perché non deve esserlo, dato il suo punto di
vista, così come non la si ritrova nel Nyâya e nel Vaishêshika.
La non comprensione in un punto di vista più o meno particolare diventa
negazione soltanto quando questo punto di vista abbia la pretesa di porsi come
esclusivo, vale a dire quando si eriga a sistema, ciò che qui non avviene
affatto; e agli orientalisti potremmo chiedere se la scienza europea, nella sua
forma attuale, sia da dichiararsi essenzialmente «atea» in quanto non fa
intervenire nel suo ambito l’idea di Dio, ciò che a sua volta non è tenuta a
fare, perché si tratta di qualcosa che è fuori della sua portata. D’altronde, a
fianco del Sânkhya, di cui abbiamo parlato, esiste un altro darshana
che viene talvolta considerato un secondo ramo del Sânkhya,
complementare al precedente, e che, per distinguerlo da questo, viene allora
detto
186
Il «Sânkhya»
sêshwara perché
invece considera la concezione di Îshwara; tale darshana, di cui
tratteremo ora, si definisce più comunemente Yoga, identificando così la
dottrina col fine che espressamente dichiara.
187
12. Lo «Yoga»
La parola yoga ha propriamente il
significato di «unione»; incidentalmente diremo, benché la cosa abbia in
definitiva poca importanza, che non sappiamo perché un buon numero di autori
europei usi questo termine al femminile, quando è maschile in sanscrito. Questo
termine designa principalmente l’unione effettiva dell’essere umano con
l’Universale; applicato a un darshana, la cui formulazione in sûtra
è attribuita a Patanjali, esso indica che il darshana ha come fine la
realizzazione di questa unione e include i mezzi per pervenire a essa. Mentre
il Sânkhya è solo un punto di vista teorico, qui si tratta
essenzialmente di realizzazione, nel senso metafisico da noi indicato, checché
ne pensino coloro che vogliono vedervi sia una «filosofia», come gli
orientalisti ufficiali, sia anche, come certi pretesi «esoteristi» che si
sforzano di sostituire con fantasticherie la dottrina di cui sono privi, «un
metodo che sviluppa i poteri latenti dell’organismo umano». Il punto di vista
in questione si riferisce a tutt’altro ordine, incomparabilmente superiore a
tutto quel che implicano interpretazioni di tal genere, e che sfugge ugualmente
alla comprensione degli uni e degli altri; e non c’è da stupirsi, se si tiene
conto che in Occidente non esiste nulla di analogo.
Dal punto di vista teorico lo Yoga
completa il Sânkhya introducendo la concezione di Îshwara che,
identico all’Essere universale, permette prima di tutto l’unificazione di Purusha,
principio multiplo se considerato esclusivamente nelle esistenze particolari, e
poi di Purusha e di Prakriti, perché l’Essere universale, essendo
il loro principio comune, è al di là della loro distinzione. Lo Yoga
peraltro ammette lo sviluppo della natura o della manifestazione così come è
descritto dal Sânkhya; ma, assumendola come base di una realizzazione
che deve condurre al di là di questa natura contingente, la vede per così dire
in un ordine inverso all’ordine di tale sviluppo, e come sulla via di ritorno
verso il suo fine ultimo, il quale è identico al suo principio iniziale. In
rapporto alla manifestazione il principio primo è Îshwara, o l’Essere
universale; ciò non
188
Lo «Yoga»
vuole dire che tale principio sia primo
assolutamente nell’ordine universale, poiché abbiamo sottolineato la
distinzione fondamentale che bisogna fare tra Îshwara, che è l’Essere, e
Brahma, che è al di là dell’Essere; ma per gli esseri manifestati
l’unione con l’Essere universale può considerarsi come qualcosa che costituisce
uno stadio necessario in vista dell’unione con il supremo Brahma. Del
resto la possibilità di andare oltre l’Essere, sia teoricamente sia come
realizzazione, presuppone la metafisica totale, che lo Yoga-shâstra di
Patanjali non ha la pretesa di rappresentare da solo.
Poiché la realizzazione metafisica consiste
essenzialmente nell’identificazione tramite la conoscenza, tutto ciò che non è
la conoscenza stessa ha solo un valore di mezzi accessori; così lo Yoga
assume come punto di partenza e mezzo fondamentale quella che è chiamata êkâgrya,
o la «concentrazione». Tale concentrazione è, come Max Müller ammette1,
qualcosa di completamente estraneo allo spirito occidentale, uso a portare
tutta la propria attenzione sulle cose esteriori e a disperdersi nella loro
molteplicità indefinitamente mutevole; gli è anzi diventata pressoché
impossibile, eppure essa è la prima e la più importante di tutte le condizioni
di una realizzazione effettiva. La concentrazione può assumere come supporto,
soprattutto agli inizi, un pensiero qualunque, un simbolo come una parola o
un’immagine; ma in seguito questi mezzi ausiliari diventano inutili, così come
i riti e altri «coadiuvanti» che possono essere impiegati congiuntamente in
vista dello stesso fine. È d’altronde evidente che il fine non può essere
ottenuto coi soli mezzi accessori, estrinseci alla conoscenza, che abbiamo da
ultimo menzionato; ma è altrettanto vero che tali mezzi, senza avere nulla di
essenziale, non sono affatto da trascurare, dato che possono essere di una
grandissima efficacia nel facilitare la realizzazione e portare, se non al suo
termine, almeno a suoi stadi preparatori. È questa la vera ragione d’essere di
tutto ciò che è designato col termine di hatha-yoga e che è destinato da
un lato a distruggere, o piuttosto a «trasformare», quanto nell’essere umano è
di ostacolo alla sua unione con l’Universale, e dall’altro a preparare l’unione
attraverso l’assimilazione di
1. Preface to
the Sacred Books of the East, pp. XXXIII-XXIV.
189
Le dottrine indù
determinati ritmi legati principalmente alla
disciplina della respirazione; ma per i motivi addotti in precedenza, non
insisteremo sulle modalità della realizzazione. Comunque bisogna sempre
rammentare che di tutti i mezzi preliminari la conoscenza teorica è l’unico
veramente indispensabile, e che in seguito, nella realizzazione stessa, è la
concentrazione che importerà di più e nel modo più immediato, perché è in
rapporto diretto con la conoscenza, e mentre un’azione qualsiasi è sempre
separata dalle sue conseguenze, la meditazione o contemplazione intellettuale,
chiamata in sanscrito dhyâna, porta in sé il suo frutto; infine l’azione
non può avere come effetto di farci uscire dalla sfera dell’azione, ciò che
invece implica, nel suo fine autentico, una realizzazione metafisica. Solo che
si può andare più o meno lontano in questa realizzazione, o anche fermarsi dopo
avere ottenuto stati superiori ma non definitivi; ai gradi secondari si
riferiscono soprattutto le speciali regole prescritte dallo Yoga-shâstra;
ma invece di superarli in successione, si può anche, benché certo più
difficilmente, oltrepassarli d’acchito per raggiungere direttamente lo scopo
finale, e quest’ultima via è spesso designata col termine di rajâ-yoga.
Tuttavia l’espressione deve riferirsi anche, più rigorosamente, al fine stesso
della realizzazione, quali ne siano i mezzi o i modi particolari che devono
evidentemente adattarsi il meglio possibile alle condizioni mentali e anche
fisiologiche di ciascuno; in questo senso lo hatha-yoga, in tutti i suoi
stadi, ha come ragione d’essere essenziale di condurre al rajâ-yoga.
Lo Yogî, nel senso proprio della
parola, è colui che ha realizzato l’unione perfetta e definitiva; è quindi
indebito attribuire il termine a colui che semplicemente si dedica allo studio
dello Yoga in quanto darshana, e anche a colui che segue
effettivamente la via di realizzazione che vi è indicata senza essere ancora
pervenuto al fine supremo a cui essa tende. Lo stato dell’autentico Yogî
è quello dell’essere che ha raggiunto e possiede nel loro pieno sviluppo le
possibilità più alte; anche tutti gli stadi secondari che abbiamo citato gli
appartengono al tempo stesso e perciò stesso ma, si potrebbe dire, in
sovrappiù, e senza maggiore importanza di quanta ne abbiano, ognuno al proprio
livello, nella gerarchia dell’esistenza totale di cui sono gli elementi
costitutivi. Altrettanto si può dire del possesso di taluni poteri particolari
e più o meno straordinari, come quelli
190
Lo «Yoga»
chiamati siddhi o vibhûti: lungi
dal dover essere ricercati per se stessi, tali poteri sono semplici accidenti
che rientrano nell’ambito della «grande illusione», al pari di tutto ciò che
appartiene all’ordine fenomenico, e lo Yogî se ne serve solo in
circostanze del tutto eccezionali; considerati diversamente, non possono essere
che altrettanti ostacoli alla realizzazione completa. Si vede quanto sia priva
di fondamento l’opinione corrente secondo cui lo Yogî sarebbe una sorta
di mago o addirittura di stregone; di fatto coloro che ostentano certe facoltà
eccezionali, le quali corrispondono allo sviluppo di qualche possibilità che
non è del resto unicamente di ordine «organico» o fisiologico, non sono affatto
degli Yogî, ma uomini che, per una ragione o per l’altra, e generalmente
per mediocrità intellettuale, si sono fermati a una realizzazione parziale e
inferiore, non superando l’estensione di cui è capace l’individualità umana, e
si può essere certi che non andranno mai più lontano. Grazie alla vera realizzazione
metafisica, libera da tutte le contingenze, dunque essenzialmente
sovraindividuale, lo Yogî è diventato identico a quell’«Uomo universale»
di cui abbiamo detto qualche parola in precedenza; ma per trarre tutte le
conseguenze che ciò comporta, dovremmo uscire dai confini che intendiamo
attualmente imporci. D’altra parte è principalmente allo hatha-yoga,
vale a dire alla preparazione, che si riferisce il darshana in merito al
quale abbiamo presentato queste poche note destinate soprattutto, nelle nostre
intenzioni, a sgombrare il campo dagli errori più diffusi su questo argomento;
il resto, vale a dire ciò che riguarda il fine ultimo della realizzazione, deve
essere rinviato di preferenza alla parte puramente metafisica della dottrina,
che è il Vêdânta.
191
13. La «Mîmânsâ»
La parola mîmânsâ significa
letteralmente «riflessione profonda»; essa si applica in linea generale allo
studio riflessivo del Vêda che ha lo scopo di determinare il senso
esatto della shruti e di trarne le conseguenze implicite sia nell’ordine
pratico che in quello intellettuale. Così intesa, la Mîmânsâ comprende i
due ultimi dei sei darshana, i quali vengono allora chiamati Pûrva-Mîmânsâ
e Uttra-Mîmânsâ, vale a dire la prima e la seconda Mîmânsâ, e che
si riferiscono rispettivamente ai due ordini suddetti. Quindi la prima Mîmânsâ
è anche chiamata Karma-Mîmânsâ, in quanto riguarda il campo dell’azione,
mentre la seconda è chiamata Brahma-Mîmânsâ, in quanto riguarda
essenzialmente la conoscenza di Brahma; bisogna notare che è il Brahma
supremo, e non più Îshwara, a esser preso qui in considerazione, perché
il punto di vista in questione è quello della metafisica pura. La seconda Mîmânsâ
è propriamente il Vêdânta; e quando si parla di Mîmânsâ senz’altra
specificazione, come si fa nel presente capitolo, ci riferiremo sempre alla
prima Mîmânsâ.
L’esposizione di questo darshana è
attribuita a Jaimini, e il metodo in esso seguito è il seguente: le opinioni
errate su una questione sono prima sviluppate, poi confutate, e la soluzione
vera è infine data al termine di tutta la discussione; questo metodo espositivo
presenta una notevole analogia con quello della dottrina scolastica nel
Medioevo occidentale. Quanto alla natura degli argomenti trattati, essa è
definita, al principio stesso dei sûtra di Jaimini, come uno studio che
deve stabilire le prove e le ragioni d’essere del dharma, nella sua
connessione con kârya o «ciò che deve essere compiuto». Abbiamo già
insistito a sufficienza sulla nozione di dharma e su ciò che si deve
intendere per conformità dell’azione al dharma, di cui si tratta qui in
particolare; ricorderemo che la parola karma ha un duplice significato:
in generale è l’azione in tutte le sue forme, spesso opposta a jnâna, o
la conoscenza, ciò che corrisponde nuovamente alla distinzione dei due ultimi darshana;
in senso specifico e tecnico è l’azione rituale quale è prescritta nel Vêda,
192
La «Mîmânsâ»
e naturalmente questo ultimo senso è frequente
nella Mîmânsâ che si prefigge di spiegare tali prescrizioni e di
precisarne la portata.
La Mîmânsâ considera all’inizio i
differenti pramâna o mezzi di prova, che sono quelli indicati dai
logici, e inoltre altre fonti di conoscenza che erano escluse dall’ambito
particolare di costoro; è del resto facile conciliare le differenti
classificazioni dei pramâna considerandole, semplicemente, più o meno
sviluppate e complete, poiché esse non hanno nulla di contraddittorio. Seguono
poi le distinzioni fra i diversi tipi di prescrizioni o ingiunzioni, fra le
quali la più generale è quella dell’ingiunzione diretta e dell’ingiunzione
indiretta; la parte del Vêda che contiene i precetti è chiamata brâhmana,
in opposizione al mantra o formula rituale, e tutto ciò che è contenuto
nei testi vedici è mantra o brâhmana. Del resto il brâhmana
non contiene esclusivamente precetti, giacché le Upanishad, le quali
sono puramente dottrinali e costituiscono il fondamento del Vêdânta,
rientrano in questa categoria; ma il brâhmana pratico, a cui si
riferisce in particolare la Mîmânsâ, indica il modo di eseguire i riti,
le condizioni della loro esecuzione, le modalità che si riferiscono alle
differenti circostanze, e spiega il significato degli elementi simbolici che
intervengono in tali riti e dei mantra che bisogna usare in ciascun caso
determinato. Sulla natura ed efficacia del mantra, così come, in modo
più generale, sull’autorità tradizionale del Vêda e la sua origine «non
umana», la Mîmânsâ sviluppa la teoria della perpetuità del suono a cui
abbiamo già accennato, e, più precisamente, la teoria dell’associazione originaria
e perpetua del suono articolato con il senso dell’udito, che fa del linguaggio
una cosa completamente diversa da una convenzione più o meno arbitraria. Vi si
trova ugualmente una teoria dell’infallibilità della dottrina tradizionale,
infallibilità che deve essere intesa come inerente alla dottrina stessa e che
di conseguenza non appartiene in alcun modo agli uomini; essi ne partecipano
solo in quanto conoscono effettivamente la dottrina e la interpretano con
esattezza, e anche così l’infallibilità non deve essere riferita agli individui
come tali, ma sempre alla dottrina che si esprime per loro tramite. Perciò
soltanto coloro che conoscono il Vêda integrale sono qualificati per
comporre autentici scritti tradizionali, l’autorità dei quali partecipa
dell’autorità della tradizione primordiale, da cui
193
Le dottrine indù
discende e in cui trova il suo esclusivo
fondamento, senza che l’individualità dell’autore umano vi intervenga
minimamente: questa distinzione fra l’autorità fondamentale e l’autorità
derivata nell’ordine tradizionale è quella tra la shruti e la smriti,
che abbiamo già indicato trattando della «legge di Manu». La concezione della
infallibilità come inerente alla sola dottrina è del resto comune agli Indù e
ai Musulmani; è anche, in fondo, quella che il cattolicesimo applica in
particolare al punto di vista religioso, dato che l’«infallibilità
pontificale», se ben compresa nel suo principio, appare essenzialmente legata a
una funzione, che è l’interpretazione autorizzata della dottrina, e non a un
individuo, che non è mai infallibile fuori dell’esercizio di tale funzione, le
cui condizioni sono rigorosamente determinate.
A causa della natura della Mîmânsâ, a
questo darshana si ricollegano più direttamente i Vêdânga,
scienze ausiliarie del Vêda, da noi definite in precedenza; basta
ritornare a queste definizioni per cogliere lo stretto legame che esse
presentano con l’argomento che stiamo ora trattando. La Mîmânsâ insiste
perciò sull’importanza che hanno, per la comprensione dei testi, l’ortografia
esatta e la corretta pronuncia insegnate dalla shikshâ, e distingue le
differenti classi dei mantra secondo i ritmi che sono loro propri, ciò
che discende dal chandas. Inoltre vi si trovano considerazioni relative
al vyâkarana, vale a dire grammaticali, quali la distinzione fra
l’accezione regolare delle parole e le loro accezioni dialettali o barbare,
osservazioni su talune forme particolari usate nel Vêda e sui termini
che lì hanno un significato diverso da quello abituale; restano da aggiungere,
in molte occasioni, le interpretazioni etimologiche e simboliche che
costituiscono l’argomento del nirukta. Infine, la conoscenza dello jyotisha
è necessaria per determinare il tempo in cui i riti devono essere eseguiti e,
quanto al kalpa, abbiamo già visto che esso riassume le prescrizioni
concernenti l’esecuzione stessa. Inoltre la Mîmânsâ tratta di un gran
numero di questioni di giurisprudenza, e non deve stupire, perché nella civiltà
indù tutta la legislazione è essenzialmente tradizionale; si può notare del
resto una certa analogia tra il modo in cui sono condotti, da una parte, i dibattimenti
giuridici, e, dall’altra, le discussioni della Mîmânsâ, e vi è persino
identità nei termini che servono a designare le fasi successive degli uni e
delle
194
La «Mîmânsâ»
altre. Tale rassomiglianza non è certo
fortuita, ma non bisognerebbe vedervi se non quello che è in realtà, un segno
dell’applicazione di uno stesso spirito a due attività connesse, benché
distinte; ciò sia detto per ridurre al loro giusto valore le pretese dei
sociologi che, avendo il difetto piuttosto comune di ricondurre tutto alla
propria specialità, approfittano di tutte le affinità di vocabolario che
possono rilevare, specie nel campo della logica, per concludere che si tratta
di prestiti dalle istituzioni sociali, quasi che le idee e i modi del
ragionamento non potessero esistere indipendentemente da queste istituzioni,
che invece non sono altro, in verità, se non un’applicazione di certe idee
necessariamente preesistenti. Certuni hanno creduto di uscire da questa
alternativa e mantenere la primordialità del punto di vista sociale, inventando
ciò che hanno chiamato la «mentalità prelogica»; ma tale bizzarra supposizione,
come pure le loro congetture generiche sui «primitivi», non si fonda su nulla di
serio, anzi è contraddetta da tutto ciò che di sicuro sappiamo sull’antichità,
e meglio sarebbe relegarla nel campo della pura fantasia, insieme con tutti i
«miti» che i suoi inventori attribuiscono immotivatamente ai popoli di cui
ignorano la vera mentalità. Esistono già abbastanza differenze reali e profonde
tra i modi di pensare tipici di ogni razza e di ogni epoca senza immaginare
modalità inesistenti che complicano le cose più di quanto non le spieghino, e
senza andare a cercare il cosiddetto modello primordiale dell’umanità in
qualche popolazione imbastardita che non sa più bene neanche lei che cosa
pensa, ma che certamente non ha mai pensato quel che le si attribuisce;
sennonché i veri modi del pensiero umano, diversi da quelli dell’Occidente
moderno, sfuggono del tutto sia ai sociologi sia agli orientalisti.
Per tornare alla Mîmânsâ dopo questa
digressione, segnaleremo ancora una nozione che ha qui un ruolo importante:
tale nozione, indicata con la parola apûrva, è di quelle che sono
difficilmente spiegabili nelle lingue occidentali; ciò nonostante cercheremo di
far capire in che cosa essa consista e quel che comporta. Nel capitolo
precedente abbiamo detto che l’azione, in ciò come in tutto il resto ben
diversa dalla conoscenza, non porta in sé le proprie conseguenze; l’opposizione
è qui, in fondo, quella tra successione e simultaneità, e sono le condizioni
stesse di ogni azione a far sì che essa possa
195
Le dottrine indù
produrre i suoi effetti solo in modo
successivo. Tuttavia, perché una cosa possa essere causa, occorre che esista
attualmente, e quindi il vero rapporto causale non può essere concepito se non
come un rapporto di simultaneità; se lo si concepisse come un rapporto di
successione, ci sarebbe un istante in cui qualcosa che non esiste più produce
qualcosa che non esiste ancora, supposizione che è manifestamente assurda.
Dunque, perché una azione, che in sé è soltanto una modificazione momentanea,
possa avere dei risultati futuri e più o meno lontani, occorre che abbia, nello
stesso istante in cui si compie, un effetto non percepibile al momento, ma che,
sussistendo, almeno relativamente, in modo permanente, produrrà, a sua volta,
in un secondo tempo il risultato percepibile. Questo effetto non percepibile,
in qualche modo potenziale, è chiamato apûrva, in quanto è aggiunto e
non anteriore all’azione; può essere inteso sia come uno stato posteriore
dell’azione stessa, sia come antecedente del risultato, poiché l’effetto deve
sempre essere contenuto virtualmente nella sua causa, dalla quale non potrebbe
altrimenti discendere. D’altronde, anche quando un certo risultato sembra
seguire immediatamente l’azione nel tempo, l’esistenza intermedia di un apûrva
non è meno necessaria, in quanto c’è ancora successione e non simultaneità
perfetta, e l’azione, in sé, è sempre separata dal suo risultato. Così l’azione
sfugge all’istantaneità e anche, in una certa misura, alle limitazioni della
condizione temporale; l’apûrva infatti, germe di tutte le sue
conseguenze future, non risiedendo nel campo della manifestazione corporea e
sensibile, è fuori del tempo ordinario, ma non fuori di ogni durata, in quanto
appartiene ancora all’ordine delle contingenze. Ora, l’apûrva può, da un
canto, aderire all’essere che ha compiuto l’azione, come un elemento ormai
costitutivo della sua individualità considerata nella sua parte incorporea,
nella quale risiederà finché essa durerà, e, dall’altro canto, uscire dai
confini di questa individualità per entrare nella sfera delle energie
potenziali dell’ordine cosmico; in questa sua seconda parte, se ce lo
rappresentiamo, ricorrendo a un’immagine senza dubbio imperfetta, come una
vibrazione emessa in un certo punto, tale vibrazione, dopo essersi propagata
fino ai confini della sfera ad essa accessibile, ritornerà in senso contrario
al suo punto di partenza, e tutto questo, come esige la causalità, sotto forma
di una reazione
196
La «Mîmânsâ»
che ha la stessa natura dell’azione iniziale.
Si tratta, molto precisamente, di quelle che il taoismo designa, per parte sua,
come le «azioni e reazioni concordanti»; poiché ogni azione, e più
genericamente ogni manifestazione, è una rottura di equilibrio, come dicevamo a
proposito dei tre guna, è necessario che vi sia la reazione
corrispondente perché l’equilibrio sia ristabilito, dal momento che la somma di
tutte le differenziazioni deve equivalere sempre, alla fine,
all’indifferenziazione totale. Questo equilibrio, dove si congiungono l’ordine
umano e l’ordine cosmico, completa l’idea che ci si può fare dei rapporti tra karma
e dharma; e occorre aggiungere subito che la reazione, essendo una
conseguenza del tutto naturale dell’azione, non è in alcun modo una «sanzione»
in senso morale: qui non vi è nulla su cui il punto di vista morale possa avere
presa, e anzi, a dire il vero, è ben possibile che esso sia nato solo
dall’incomprensione di queste cose e dalla loro deformazione sentimentale.
Comunque sia, la reazione, nel suo influsso di ritorno sull’essere che produsse
l’azione iniziale, torna ad assumere il carattere individuale e anche temporale
che non aveva più l’apûrva intermedio; se allora questo essere non si
trova più nello stato in cui era prima, e che era solo un modo transitorio
della sua manifestazione, la stessa reazione, ma priva delle condizioni
caratteristiche dell’individualità originaria, potrà ancora raggiungerlo in un
altro stato di manifestazione, attraverso gli elementi che assicurano la
continuità del nuovo stato con lo stato antecedente: qui si afferma il
concatenamento causale dei diversi cicli di esistenza, e quel che è vero per un
determinato essere lo è pure, in virtù dell’analogia più rigorosa, per
l’insieme della manifestazione universale. Se ci siamo soffermati su questa
spiegazione non è semplicemente perché essa offre un interessante esempio di un
certo genere di teorie orientali, né perché avremo in seguito l’occasione di
segnalare una falsa interpretazione che ne è stata data in Occidente; è anche,
e soprattutto, perché ciò che è in discussione ha una portata effettiva tra le
più notevoli, anche dal punto di vista pratico, benché su quest’ultimo punto
convenga mantenere un certo riserbo e sia meglio limitarsi a dare indicazioni
molto generali, come stiamo facendo, lasciando a ciascuno di trarne sviluppi e
conclusioni in conformità con le proprie facoltà e tendenze personali.
197
14. Il «Vêdânta»
Con il Vêdânta ci troviamo, come
abbiamo detto, nella sfera della metafisica pura; è dunque superfluo ripetere
che non si tratta né di una filosofia né di una religione, quantunque gli
orientalisti vogliano necessariamente vedervi l’una o l’altra, o anche, come
Schopenhauer, l’una e l’altra a un tempo. Il nome di quest’ultimo darshana
significa etimologicamente «fine del Vêda», e la parola «fine»
dev’essere qui intesa nel suo duplice significato di conclusione e di scopo; le
Upanishad, infatti, sulle quali esso essenzialmente si fonda,
costituiscono l’ultima parte dei testi vedici, e quel che vi è insegnato, nella
misura in cui può esserlo, è il fine ultimo e supremo dell’intera conoscenza
tradizionale, libera da tutte le applicazioni più o meno particolari e
contingenti alle quali può dare origine in ordini diversi. La denominazione
stessa di Upanishad sta ad indicare che esse sono destinate a
distruggere l’ignoranza, radice dell’illusione che relega l’essere entro i
confini dell’esistenza condizionata, e che operano tale effetto fornendo i
mezzi per accostarsi alla conoscenza di Brahma; se a tale conoscenza si
può solo accostarsi è perché, essendo assolutamente incomunicabile nella sua
essenza, non può essere effettivamente raggiunta se non con un lavoro
rigorosamente personale, a cui nessun insegnamento esterno, per quanto elevato
e profondo, ha il potere di sostituirsi. Sull’interpretazione che abbiamo dato
concordano tutti gli indù competenti; sarebbe dunque ridicolo preferirle
l’opinione senza autorità di alcuni autori europei, secondo i quali l’Upanishad
sarebbe la conoscenza ottenuta sedendo ai piedi di un precettore; d’altronde
Max Müller1, pur accettando quest’ultimo significato, deve
riconoscere che non indica niente di veramente caratteristico, e che
altrettanto bene converrebbe a qualsiasi sezione del Vêda, poiché
l’insegnamento orale è il loro modo comune di trasmissione regolare.
Il carattere incomunicabile della conoscenza
totale e definitiva deriva da quel che vi è di necessariamente inesprimibile
1. Introduction
to the Upanishads, pp. LXXIX-LXXXI.
198
Il «Vêdânta»
nell’ordine metafisico, e anche dal fatto che
tale conoscenza, per essere veramente tutto ciò che deve essere, non si limita
alla semplice teoria, ma comporta in sé la corrispondente realizzazione; perciò
diciamo che può essere insegnata solo in una certa misura, ed è evidente che
questa restrizione si applica sia alla teoria sia alla realizzazione, benché
l’ostacolo più assolutamente insormontabile riguardi quest’ultima. Infatti un
qualunque simbolismo può sempre suggerire almeno delle possibilità di concezione,
anche se non possono essere espresse interamente, e questo senza parlare di
taluni modi di trasmissione che si effettuano fuori e di là da ogni
rappresentazione formale, modi la cui sola idea deve sembrare troppo
inverosimile a un occidentale perché sia utile o semplicemente possibile
insisterci. D’altronde è pur vero che la comprensione, anche teorica, e a
partire dai gradi più elementari, presuppone un indispensabile sforzo
personale, ed è condizionata dalle specifiche attitudini ricettive di colui a
cui l’insegnamento è comunicato; è di tutta evidenza che un maestro, per quanto
eccelso, non può capire per il proprio allievo, e che soltanto quest’ultimo può
assimilare quel che è messo alla sua portata. Se così è, la ragione va cercata
nel fatto che ogni conoscenza vera e veramente assimilata è già di per se
stessa, se non certo una realizzazione effettiva, almeno una realizzazione
virtuale, se si possono unire queste due parole che qui si contraddicono
soltanto in apparenza; in caso contrario, non sarebbe possibile dire, con
Aristotele, che un essere «è tutto ciò che conosce». Quanto al carattere
puramente personale di ogni realizzazione, si spiega molto semplicemente con
questa osservazione, che forse ha una forma singolare, ma è senz’altro assiomatica:
ciò che un essere è, solo lui può esserlo ad esclusione di ogni altro; se è
necessario formulare verità così immediate, è perché proprio queste sono per lo
più dimenticate, e del resto comportano conseguenze ben diverse da quelle che
possono credere le menti superficiali o analitiche. Insegnabili, sebbene
incompletamente, sono soltanto i mezzi più o meno indiretti e mediati della
realizzazione metafisica, come abbiamo accennato trattando dello Yoga, e
il primo di tutti questi mezzi, il più indispensabile, e anzi l’unico
assolutamente indispensabile, è la stessa conoscenza teorica. È però necessario
aggiungere che nella metafisica totale la teoria e la realizzazione non
199
Le dottrine indù
si separano mai completamente; si può
constatarlo a ogni istante nelle Upanishad, dove è spesso ben difficile
distinguere quel che si riferisca all’una o all’altra rispettivamente, e dove,
invero, le stesse cose, secondo il modo in cui sono viste, si riferiscono a
entrambe. In una dottrina metafisicamente completa, il punto di vista della
realizzazione si riflette sull’esposizione stessa della teoria, la quale,
almeno implicitamente, lo presuppone e non può mai esserne indipendente, poiché
la teoria, avendo in sé solo un valore di preparazione, deve essere subordinata
alla realizzazione, come il mezzo lo è al fine in vista del quale è istituito.
Tutte queste considerazioni sono necessarie
per capire il punto di vista del Vêdânta, o, meglio ancora, il suo
spirito, perché il punto di vista metafisico non essendo alcun punto di vista
specifico, non può essere così chiamato se non in un senso del tutto analogico;
del resto, sono considerazioni ugualmente valide per qualsiasi altra forma
possa assumere, in altre civiltà, la metafisica tradizionale, perché essa, per
le ragioni già dette, è essenzialmente una e non può non esserlo. Non avremo
mai insistito abbastanza sul fatto che le Upanishad, facendo parte
integrante del Vêda, rappresentano qui la tradizione primordiale e
fondamentale; il Vêdânta, così come ne deriva espressamente, è stato
coordinato sinteticamente, il che non vuol dire sistematizzato, nei Brahmasûtra,
la cui composizione è attribuita a Bâdarâyana; quest’ultimo è anche assimilato
a Vyâsa, ciò che è particolarmente significativo per chi conosca la funzione
intellettuale indicata da tale nome. I Brahmasûtra, il cui testo è di
una estrema concisione, hanno dato origine a numerosi commenti, tra i quali
quelli di Shankarâchârya e Râmânuja sono di gran lunga i più importanti;
entrambi i commenti sono rigorosamente ortodossi, nonostante le loro divergenze
apparenti, che sono solo differenze di adattamento: quello di Shankarâchârya
rappresenta più particolarmente la tendenza shaiva, e quello di Râmânuja
la tendenza vaishnava; le indicazioni generali che abbiamo fornito in
merito ci dispenseranno dallo sviluppare ora questa distinzione, che si basa solo
su vie diverse che tendono a un identico fine.
Essendo puramente metafisico, il Vêdânta
si presenta essenzialmente come adwaita-vâda, ovvero la «dottrina della
non-dualità»;
200
Il «Vêdânta»
abbiamo spiegato il senso di questa
espressione distinguendo il pensiero metafisico dal pensiero filosofico. Per
precisarne, per quanto possibile, la portata, diremo ora che, mentre l’Essere è
«uno», il Principio supremo, nominato Brahma, può solo essere detto
«senza dualità» perché, essendo al di là di ogni determinazione, anche
dell’Essere, che è la prima di tutte, non può essere caratterizzato da alcun
termine positivo: così esige la sua infinitezza, che è necessariamente la
totalità assoluta, comprendente in sé tutte le possibilità. Non c’è dunque
nulla che sia realmente fuori di Brahma, poiché questa supposizione
equivarrebbe a limitarlo; come conseguenza immediata, il mondo, intendendo con
questa parola, nel suo significato più ampio, l’insieme della manifestazione
universale, non è affatto distinto da Brahma, o almeno se ne distingue
solo in modo illusorio. D’altra parte, tuttavia, Brahma è assolutamente
distinto dal mondo, non convenendogli nessuno degli attributi determinativi che
si possono applicare al mondo, dato che l’intera manifestazione universale è
rigorosamente nulla rispetto alla sua infinitezza; si noterà che questa
irreciprocità di relazione implica la condanna formale del «panteismo», come
pure di ogni «immanentismo». Del resto, il «panteismo», se si vuole conservare
a questa denominazione un senso sufficientemente preciso e ragionevole, è
inseparabile dal «naturalismo», il che equivale a dire che è nettamente
antimetafisico; è perciò assurdo vedere del «panteismo» nel Vêdânta,
eppure è proprio questa l’idea, per quanto assurda, che se ne fanno di solito
gli occidentali, anche gli specialisti: ecco di che dare, a quegli orientali
che conoscono realmente il «panteismo», un’alta idea della scienza europea e
della perspicacia dei suoi rappresentanti!
È evidente che non possiamo esporre neppure
succintamente la dottrina nel suo insieme; alcune delle questioni che vi sono
trattate, ad esempio quella della costituzione, metafisicamente considerata,
dell’essere umano, potranno fornire l’argomento di studi particolari. Ci
soffermeremo solo su un punto, riguardante il fine supremo, che è chiamato moksha
o mukti, vale a dire la «liberazione», in quanto l’essere che vi
perviene è sciolto dai vincoli dell’esistenza condizionata, in qualunque stato
e sotto qualsiasi modalità, tramite l’identificazione perfetta con
l’Universale: è la realizzazione di
201
Le dottrine indù
quello che l’esoterismo musulmano chiama
l’«Identità suprema», ed è per il suo ed esclusivo tramite che un uomo diventa
uno Yogî nel vero significato della parola. Lo stato dello Yogî
non è dunque analogo a un qualsiasi stato particolare, ma contiene tutti gli
stati possibili, così come il principio contiene tutte le sue conseguenze;
colui che vi sia giunto è chiamato jîvan-mukta, o «liberato in vita», in
opposizione a vidêha-mukta, o «liberato fuori della forma», espressione
che designa l’essere per il quale la realizzazione avviene o piuttosto, da
virtuale che era, diventa effettiva solo dopo la morte o la dissoluzione del
composto umano. D’altronde, sia nell’uno che nell’altro caso, l’essere è
definitivamente affrancato dalle condizioni individuali, ovvero da tutto quel
che nel suo insieme è chiamato nâma e rûpa, il nome e la forma, e
anche dalle condizioni di ogni manifestazione; egli sfugge al concatenamento
causale indefinito delle azioni e reazioni, ciò che non accade nel semplice
passaggio a un altro stato individuale, quand’anche occupi un rango superiore
allo stato umano nella gerarchia dei gradi dell’esistenza. È d’altronde
evidente che l’azione può avere conseguenze solo nell’ambito dell’azione, e che
la sua efficacia si arresta appunto dove cessa il suo influsso; l’azione dunque
non può avere come effetto di liberare dall’azione e di fare ottenere la
«liberazione»; così un’azione, quale che sia, potrà tutt’al più portare a
realizzazioni parziali, corrispondenti a certi stati superiori, ma ancora determinati
e condizionati. Shankarâchârya dice espressamente che «non v’è altro mezzo per
ottenere la “liberazione” completa e finale se non la conoscenza; l’azione, che
non si oppone all’ignoranza, non può respingerla, mentre la conoscenza dissipa
l’ignoranza come la luce dissipa le tenebre»1; e quando l’ignoranza,
che è la radice e la causa di ogni limitazione, scompare, l’individualità, che
dalle sue limitazioni è caratterizzata, scompare a sua volta. Questa
«trasformazione», del resto, nel senso etimologico di «passaggio di là dalla
forma», non cambia nulla alle apparenze; nel caso del jivan-mukta,
l’apparenza individuale persiste naturalmente senza cambiamento esterno, ma non
tocca più l’essere che l’ha assunta, dato che quest’ultimo sa effettivamente
che è solo illusoria;
1. Âtmâ-Bodha.
202
Il «Vêdânta»
ma, beninteso, saperlo effettivamente è
tutt’altra cosa che averne una concezione puramente teorica. Dopo il passo che
abbiamo citato, Shankarâchârya descrive lo stato dello Yogî sia pur
nella misura ristretta in cui le parole possono esprimerlo o, meglio,
suggerirlo; queste considerazioni formano la vera conclusione dello studio
della natura dell’essere umano alla quale abbiamo accennato, mostrando, quale
fine supremo e ultimo della conoscenza metafisica, le possibilità più alte a
cui questo essere è in grado di giungere.
203
15. Considerazioni complementari sull’insieme
della dottrina
In questa trattazione, che abbiamo voluto il
più sintetica possibile, ci siamo costantemente prefissi di mostrare,
unitamente ai caratteri distintivi dei sei darshana, come ognuno di essi
si ricolleghi alla metafisica, che è il centro comune a partire dal quale si
sviluppano, in direzioni diverse, tutti i rami della dottrina; così facendo,
del resto, ci si offriva l’occasione di precisare un certo numero di punti importanti
quanto alla concezione d’assieme della dottrina. A tal proposito occorre avere
ben chiaro che, se il Vêdânta è considerato l’ultimo dei darshana
perché rappresenta il compimento di ogni conoscenza, esso resta nondimeno,
nella sua essenza, il principio da cui tutto il resto discende e non è che la
specificazione o l’applicazione. Una conoscenza che non discendesse così dalla
metafisica mancherebbe letteralmente di principio, e di conseguenza non avrebbe
più alcun carattere tradizionale; in ciò consiste la differenza capitale fra la
conoscenza scientifica, nel senso dato alla parola in Occidente, e quel che in
India vi corrisponde in modo assai meno inesatto. È chiaro che il punto di
vista della cosmologia non corrisponde per nulla a quello della fisica moderna,
e anche che il punto di vista della logica tradizionale non corrisponde a quello
della logica filosofica considerata, per esempio, alla maniera di Stuart Mill;
abbiamo già sottolineato queste distinzioni. La cosmologia, anche entro i
confini del Vaishêshika, non è una scienza sperimentale come la fisica
attuale; grazie al suo riallacciarsi ai principi essa è, come gli altri rami
dottrinali, molto più deduttiva che induttiva; la fisica cartesiana, invero,
era del pari deduttiva, ma aveva il torto di fondarsi, quanto ai principi, su
una semplice ipotesi filosofica, e questo determinò il suo fallimento.
La differenza di metodo che abbiamo testé
segnalato, e che traduce una differenza profonda di concezione, esiste anche
per scienze che sono veramente sperimentali ma che, essendo ciò nonostante
assai più deduttive di quanto non lo siano in Occidente, sfuggono a ogni
empirismo; solo così queste scienze possono ambire a essere considerate
conoscenze tradizionali,
204
Considerazioni complementari sull’insieme della
dottrina
pur di importanza secondaria e di un ordine
inferiore. Stiamo pensando soprattutto alla medicina intesa come un Upavêda;
e quanto diciamo vale ugualmente per la medicina tradizionale dell’Estremo
Oriente. Senza perdere nulla del suo carattere pratico, tale medicina è
qualcosa di ben più esteso di quanto si è abituati a designare con questo nome;
oltre alla patologia e alla terapeutica essa comprende in particolare molte
considerazioni che in Occidente si includerebbero nella fisiologia o persino
nella psicologia, ma che naturalmente sono trattate in modo del tutto
differente. I risultati che una scienza siffatta ottiene nell’applicazione
possono in molti casi sembrare straordinari a coloro che se ne fanno un’idea
oltremodo inesatta; d’altronde è nostra opinione che sia estremamente difficile
per un occidentale giungere a una conoscenza sufficiente in questo genere di
studi, dove sono impiegati mezzi di investigazione totalmente diversi da quelli
con cui ha familiarità.
Abbiamo appena detto che le conoscenze
pratiche, anche quando si ricolleghino alla tradizione e in essa abbiano la
loro origine, restano tuttavia conoscenze inferiori; la loro derivazione ne
determina la subordinazione, ciò che è rigorosamente logico, e gli orientali
del resto, i quali per temperamento e convinzione profonda trascurano le
applicazioni immediate, non hanno mai pensato di trasferire nella sfera della
conoscenza pura alcuna preoccupazione di interesse materiale o sentimentale,
unico elemento che può alterare la gerarchizzazione naturale e normale delle
conoscenze. È proprio questa causa di confusione intellettuale che,
generalizzandosi nella mentalità di una razza o di un’epoca, conduce
principalmente all’oblio della metafisica pura, a cui sostituisce
illegittimamente punti di vista più o meno specifici, mentre dà origine a
scienze che non si richiamano ad alcun principio tradizionale. Queste scienze
sono legittime finché si mantengono entro confini giusti, ma non vanno prese
per qualcosa di diverso da ciò che sono, vale a dire conoscenze analitiche,
frammentarie e relative; e così la scienza occidentale, separandosi
radicalmente dalla metafisica, con cui in effetti il suo punto di vista non
permette alcun rapporto, perse necessariamente in portata quanto guadagnava in
indipendenza, e il suo sviluppo verso applicazioni pratiche fu compensato da un
inevitabile impoverimento speculativo.
205
Le dottrine indù
Queste poche osservazioni completano quel che
già abbiamo detto circa la profonda separazione fra i rispettivi punti di vista
dell’Oriente e dell’Occidente: in Oriente la tradizione è davvero tutta la
civiltà, poiché con le sue conseguenze abbraccia l’intero ciclo delle
conoscenze vere, a qualunque ordine si riferiscano, e tutto l’insieme delle
istituzioni sociali; tutto vi è incluso in germe fin dall’origine per il fatto
stesso che essa stabilisce i principi universali dai quali ogni cosa deriva con
le sue leggi e condizioni, e l’adattamento necessario a una qualunque epoca può
consistere solo in un adeguato sviluppo, secondo uno spirito rigorosamente
deduttivo e analogico, delle soluzioni e chiarimenti che più specificamente
convengono alla mentalità di detta epoca. È chiaro, dunque, che l’influsso
della tradizione ha una forza cui non si può sottrarsi, e ogni scisma, qualora
abbia luogo, porta immediatamente alla costituzione di una pseudo-tradizione;
quanto a rompere apertamente e definitivamente ogni legame tradizionale,
nessuno ne ha il desiderio, non più che la possibilità. Ciò permette inoltre di
capire la natura e i caratteri dell’insegnamento attraverso il quale si
trasmette, congiuntamente ai principi, l’insieme delle discipline adatte ad
assimilare e integrare ogni cosa nell’intellettualità di una civiltà.
206
16. L’insegnamento tradizionale
Abbiamo detto che la casta superiore, quella
dei Brâhmana ha come funzione essenziale di conservare e trasmettere la
dottrina tradizionale; è la sua vera ragione d’essere, perché sulla dottrina
riposa l’intero ordinamento sociale, che non può trovare altrove i principi,
senza i quali non vi è niente di stabile né di duraturo. Là dove la tradizione
è tutto, coloro che ne sono i depositari debbono logicamente essere tutto; o
almeno, poiché la diversità delle funzioni necessarie all’organismo sociale
implica un’incompatibilità reciproca e richiede che esse siano adempiute da
individui diversi, tali individui dipendono tutti essenzialmente dai detentori
della tradizione, giacché se essi non partecipassero effettivamente a
quest’ultima non potrebbero neppure partecipare efficacemente alla vita
collettiva: è questo il senso vero e completo dell’autorità spirituale e
intellettuale che appartiene ai Brâhmana. È anche, al tempo stesso, la
spiegazione del profondo e indefettibile legame che, non soltanto in India ma
in tutto l’Oriente, unisce il discepolo al maestro, e di cui invano si
cercherebbe l’equivalente nell’Occidente moderno; infatti, la funzione
dell’istruttore è davvero una «paternità spirituale», ragione per cui l’atto
rituale e simbolico che segna il suo inizio è una «seconda nascita» per chi è
ammesso a ricevere l’insegnamento con una trasmissione regolare. L’idea di
«paternità spirituale» è espressa molto esattamente dalla parola guru,
che presso gli Indù designa l’istruttore, e ha anche il significato di «avo»;
alla stessa idea allude, presso gli Arabi, la parola sheikh, che col
significato proprio di «vecchio» ha un identico impiego. In Cina la concezione
dominante di «solidarietà della razza» conferisce al pensiero corrispondente
una sfumatura diversa, e fa assimilare la funzione dell’istruttore a quella di
un «fratello maggiore», guida e appoggio naturale per coloro che lo seguono
nella via tradizionale, e che diventerà «avo» solamente dopo la morte; ma anche
qui, come dovunque, l’espressione «nascere alla conoscenza» è di uso corrente.
207
Le dottrine indù
L’insegnamento tradizionale viene trasmesso in
condizioni che sono determinate strettamente dalla sua natura; per produrre il
suo pieno effetto, esso deve sempre adattarsi alle possibilità intellettuali di
ognuno di coloro a cui si rivolge, e graduarsi secondo i risultati già
ottenuti, cosa che esige, da parte di chi lo riceve e vuole procedere oltre,
uno sforzo costante di assimilazione personale ed effettiva. Ciò consegue
immediatamente al modo in cui l’intera dottrina è concepita e indica la
necessità di un insegnamento orale e diretto, che nulla può sostituire e senza
il quale, del resto, il ricollegamento a una «filiazione spirituale» regolare e
continua verrebbe inevitabilmente a mancare, se si eccettuano casi del tutto
eccezionali dove la continuità può essere assicurata in altro modo, ma che è
troppo difficilmente spiegabile con un linguaggio occidentale perché sia
possibile soffermarcisi qui. In ogni caso l’orientale è immune dall’illusione,
troppo comune in Occidente, secondo cui tutto si può imparare dai libri e che
porta a sostituire la memoria all’intelligenza; per lui i testi hanno un mero
valore di «supporto», nel senso in cui il termine è già stato da noi più volte
impiegato, e il loro studio può essere soltanto il fondamento di uno sviluppo intellettuale,
senza mai confondersi con lo sviluppo stesso: l’erudizione è così ricondotta al
suo giusto valore, perché è posta al rango inferiore che solo le si addice
normalmente, quello di mezzo subordinato e accessorio della vera conoscenza.
Vi è ancora un altro aspetto per cui la via
orientale è in antitesi assoluta coi metodi occidentali: i modi
dell’insegnamento tradizionale, che lo rendono non precisamente «esoterico», ma
piuttosto «iniziatico», si oppongono evidentemente a qualsiasi diffusione
sconsiderata, diffusione più nociva che utile agli occhi di chiunque non si
lasci ingannare da certe apparenze. Innanzitutto è lecito dubitare del valore e
della portata di un insegnamento impartito indistintamente, e in una forma
identica, agli individui più variamente dotati, dalle più diverse attitudini e
temperamento, come avviene oggi presso tutti i popoli europei: questo tipo di
istruzione, certo il più imperfetto fra quanti ne esistono, è imposto dalla
mania egualitaria che ha distrutto, non soltanto la vera nozione, ma perfino il
senso più o meno vago della gerarchia; eppure per individui, secondo i quali i
«fatti» devono soppiantare ogni criterio, come prescrive lo spirito della
moderna scienza sperimentale, esisterebbe
208
L’insegnamento tradizionale
forse un fatto più evidente, se non fossero
così totalmente accecati dai loro pregiudizi sentimentali, di quello delle
ineguaglianze naturali, sia in campo intellettuale sia in campo fisico? Per
un’altra ragione, poi, l’orientale, che è alieno dal minimo spirito
propagandistico, non trovando alcun interesse nel volere diffondere a tutti i
costi le sue concezioni, è risolutamente ostile a ogni «volgarizzazione»: gli è
che la «volgarizzazione» inevitabilmente deforma e snatura la dottrina volendo
porla al livello della mentalità comune, col pretesto di rendergliela
accessibile; non la dottrina deve abbassarsi e ridursi alla misura
dell’intelletto angusto dell’uomo comune; ma gli individui devono elevarsi, se
ne sono capaci, alla comprensione della dottrina nella sua purezza integrale.
Sono queste le uniche condizioni in cui può formarsi una élite intellettuale,
attraverso una selezione adeguata, dove ciascuno si ferma necessariamente al
grado che corrisponde all’estensione del proprio «orizzonte mentale»; ed è anche
l’unica remora a tutti i disordini che suscita, quando si generalizza, una
scienza che è tale solo per metà, ben altrimenti nefasta della pura e semplice
ignoranza; così gli orientali saranno sempre molto più convinti dei
concretissimi inconvenienti dell’«istruzione obbligatoria» che non dei suoi
supposti benefici, e a nostro avviso hanno perfettamente ragione.
Ben altro ci sarebbe da dire sulla natura
dell’insegnamento tradizionale, che è possibile considerare sotto aspetti ancor
più profondi; ma poiché non è nostra pretesa esaurire l’argomento, ci
limiteremo a queste note, che hanno più diretta attinenza col punto di vista da
cui ci poniamo qui; le osservazioni che precedono, lo ribadiamo, non hanno
valore soltanto per l’India, ma per tutto l’Oriente; pare dunque che esse
avrebbero dovuto trovare un loro posto più naturale nella seconda parte del
nostro studio, ma abbiamo preferito differirle, pensando che avrebbero potuto
esser meglio comprese dopo quanto avevamo da dire in particolare sulle dottrine
indù, le quali costituiscono un esempio estremamente rappresentativo delle
dottrine tradizionali in generale. Prima di concludere ci rimane ancora da
precisare, il più brevemente possibile, in quale conto si debbano tenere le
interpretazioni occidentali delle stesse dottrine indù; per talune, peraltro,
lo abbiamo già fatto in modo pressoché esauriente, quando se ne presentava
l’occasione, nel corso della nostra analisi.
209
IV. Le interpretazioni occidentali
1. L’orientalismo ufficiale
Sull’orientalismo ufficiale diremo qui ben
poco, dato che abbiamo già più volte segnalato l’insufficienza dei suoi metodi
e l’erroneità delle sue conclusioni: se dunque lo abbiamo quasi costantemente
tenuto presente, mentre non ci preoccupavamo molto delle altre interpretazioni
occidentali, la ragione è che esso si presenta almeno con una parvenza di
serietà che le ultime non hanno, obbligandoci così a un distinguo che torna a
suo vantaggio. Non intendiamo in alcun modo contestare la buona fede degli orientalisti,
che in genere è indubbia, né la realtà della loro erudizione specifica;
contestiamo la loro competenza su tutto quanto ecceda la semplice erudizione. È
tuttavia opportuno riconoscere l’encomiabile modestia con cui alcuni di loro,
consapevoli dei limiti della propria competenza reale, si astengono dal
dedicarsi all’interpretazione delle dottrine; ma purtroppo si tratta di una
minoranza, e il maggior numero è costituito da coloro che, facendo
dell’erudizione un fine a sé, come affermavamo al principio, credono in tutta
sincerità che i loro studi linguistici e storici li autorizzino a trattare ogni
sorta di cose. Verso costoro pensiamo non si possa essere troppo severi, quanto
ai metodi usati e ai risultati ottenuti, pur nel rispetto, ovviamente, delle
persone che possono meritarlo sotto ogni riguardo, essendo assai poco
responsabili dei loro pregiudizi e delle loro illusioni. L’esclusivismo è una
conseguenza naturale della ristrettezza di vedute, di ciò che abbiamo chiamato
«miopia intellettuale», difetto mentale che non sembra più guaribile della
miopia fisica e che del resto, al pari di quest’ultima, è una deformazione
provocata da certe abitudini che la inducono a poco a poco e senza che sia
possibile accorgersene, benché occorra esservi predisposti. Stando così le
cose, non c’è motivo di stupirsi dell’ostilità che la maggioranza degli
orientalisti manifesta nei confronti di quanti non si piegano ai loro metodi e
non fanno proprie le loro conclusioni; è solo un caso particolare delle
conseguenze che provoca di solito l’abuso della specializzazione, nonché una
delle innumerevoli manifestazioni di quello spirito «scientista» che troppo
facilmente si
213
Le interpretazioni occidentali
confonde con il vero spirito scientifico. Ma
nonostante le scuse che si possono addurre per l’atteggiamento degli
orientalisti, resta nondimeno che i pochi risultati validi a cui i loro studi
sono potuti giungere, naturalmente dal loro punto di vista specifico
dell’erudizione, sono quanto mai lungi dal compensare il danno che possono
arrecare all’intellettualità in genere. ostruendo tutte le altre vie che
potrebbero condurre ben più lontano quanti fossero in grado di seguirle: dati i
pregiudizi dell’Occidente moderno, per stornare da queste vie quasi tutti
coloro che fossero tentati di imboccarle, basta dichiarare solennemente che
«non sono scientifiche», perché non conformi ai metodi e alle teorie ammesse e
insegnate ufficialmente nelle università. Quando bisogna difendersi da un
pericolo, qualunque esso sia, in genere non si perde tempo a cercare delle
responsabilità; se dunque certe opinioni sono intellettualmente pericolose, e
pensiamo che questo sia il caso, ci si dovrà sforzare di demolirle senza preoccuparsi
di chi le ha emesse o le difende, e la cui onorabilità non è affatto in causa.
Le considerazioni personali, che rispetto alle idee sono ben poca cosa, non
possono legittimamente impedire di combattere le teorie che si oppongono a
certe realizzazioni; del resto, poiché tali realizzazioni, su cui ritorneremo
nella conclusione, non sono immediatamente possibili e poiché ogni zelo
propagandistico ci è precluso, il mezzo più efficace di combattere le teorie in
questione non è di discutere indefinitamente ponendosi sul loro terreno, bensì
di mostrare le ragioni della loro falsità, ristabilendo la verità pura e
semplice che sola importa essenzialmente a quanti possono comprenderla.
È questa la grande differenza, su cui non
esiste accordo possibile con gli specialisti dell’erudizione: quando parliamo
di verità non intendiamo soltanto una verità di fatto, che senz’altro ha la sua
importanza, ma secondaria e contingente; quel che in una dottrina ci interessa
è la verità, nel senso assoluto della parola, di quanto vi è espresso. Al
contrario, coloro che si pongono dal punto di vista dell’erudizione, non si
danno minimamente pensiero della verità delle idee; in fondo non sanno che cosa
sia, né se esista, e non se lo domandano; per loro la verità non è nulla, se
non nel caso specialissimo in cui si tratti esclusivamente di verità storica.
La stessa tendenza si afferma negli storici della filosofia: a loro non
interessa
214
L’orientalismo ufficiale
sapere se un’idea è vera o falsa, o in qual
misura lo è; ma sapere esclusivamente chi ha avuto questa idea, in quali
termini l’ha formulata, quando e in quali circostanze accessorie lo ha fatto; e
siffatta storia della filosofia, che non vede niente all’infuori dei testi e
dei particolari biografici, ha la pretesa di sostituirsi alla filosofia stessa,
che perde così definitivamente quel po’ di valore intellettuale che poteva
esserle rimasto nei tempi moderni. Del resto è ovvio che un atteggiamento simile
è oltremodo nocivo per capire una qualsivoglia dottrina: dedicandosi solo alla
lettera, esso non può penetrare lo spirito, e in tal modo fatalmente gli sfugge
il fine stesso che si prefigge; l’incomprensione può soltanto generare
interpretazioni balzane e arbitrarie, ovvero autentici errori, anche quando si
tratti solo dell’esattezza storica. Così è, in misura più ampia che altrove,
per l’orientalismo, il quale si trova alle prese con concezioni completamente
estranee alla mentalità di chi se ne occupa; è il fallimento del sedicente
«metodo storico», persino rispetto alla semplice verità storica, la cui
ricerca, come dice la denominazione che gli è stata data, costituisce la sua
stessa ragione d’essere. Coloro che ricorrono a tale metodo hanno il duplice
torto, da un lato, di non vedere le ipotesi più o meno azzardate che esso
implica, e che possono ricondursi principalmente all’ipotesi «evoluzionistica»,
e dall’altro, di illudersi sulla sua portata, credendolo applicabile a tutto;
abbiamo detto perché non può assolutamente applicarsi al dominio della
metafisica, dal quale ogni idea di evoluzione è bandita. Per i fautori di tale
metodo la prima condizione per poter studiare le dottrine metafisiche è
evidentemente di non essere metafisici; analogamente, coloro che lo applicano
alla «scienza delle religioni», sostengono più o meno apertamente che non si
hanno titoli per questo studio se solo si appartiene a qualche religione: tanto
varrebbe proclamare l’esclusiva competenza, in qualsiasi ramo del sapere, di
chi ne ha solo una conoscenza esterna e superficiale, quella stessa che
l’erudizione basta a procurare, e ciò spiega indubbiamente perché, quanto a
dottrine orientali, il parere degli stessi orientali sia tenuto per nullo e
insussistente. Vi è qui in primo luogo un timore istintivo per tutto ciò che
travalica l’erudizione e rischia di mostrare quanto essa sia mediocre e, tutto
sommato, puerile; ma questo timore si rafforza alleandosi con
215
Le interpretazioni occidentali
l’interesse, molto più consapevole, che
risiede nel mantenere quel monopolio di fatto che in tutti i campi hanno
costituito a loro vantaggio i rappresentanti della scienza ufficiale, e gli
orientalisti forse in modo ancor più completo degli altri. D’altronde la ferma
volontà di non tollerare ciò che potrebbe essere pericoloso per le opinioni
condivise e di fare il possibile per screditarlo, trova la propria
giustificazione negli stessi pregiudizi che accecano queste persone dalle
vedute ristrette e che le inducono a negare ogni valore a quanto non viene
dalla loro scuola; anche qui dunque non incriminiamo la loro buona fede, ma
semplicemente constatiamo l’effetto di una tendenza prettamente umana, per cui
si è tanto più persuasi di una cosa, quanto più vi si ha un qualche interesse.
Crediamo di avere precisato abbastanza la
nostra posizione nei riguardi dell’orientalismo ufficiale, tanto almeno da
fugare equivoci e da non permettere che ci vengano attribuite intenzioni
diverse da quelle che realmente abbiamo. Tuttavia, per concludere con tale
questione dell’orientalismo, dobbiamo ancora trattare un punto a cui i recenti
avvenimenti1 danno una sorta di attualità tutta speciale: intendiamo
l’influsso tedesco, di cui esso porta l’impronta nettissima sotto il duplice
rispetto dei metodi usati e dello spirito stesso nel quale pretende di
interpretare le dottrine, soprattutto quando si tratta delle dottrine indù.
1. Il riferimento è alla prima guerra mondiale
[N.d.T.].
216
2. L’influsso tedesco
È singolare come i primi indianisti, che erano
soprattutto inglesi, senza dare prova di una comprensione molto profonda,
abbiano spesso detto cose più giuste dei loro successori; indubbiamente hanno
anch’essi commesso degli errori, ma che per lo meno non portavano un carattere
sistematico e non nascevano da preconcetti, seppure inconsapevoli. La mentalità
inglese non ha certamente alcuna attitudine per le concezioni metafisiche, ma
neppure accampa pretese ad averne, mentre la mentalità tedesca, che tutto sommato
non è meglio dotata, si fa le illusioni più infondate; per rendersene conto,
basta confrontare quel che i due popoli hanno prodotto in fatto di filosofia.
Lo spirito inglese abbandona raramente la sfera pratica, costituita dalla
morale e dalla sociologia, e la scienza sperimentale, costituita dalla
psicologia di cui fu l’inventore; quando si occupa di logica è soprattutto
l’induzione che persegue e che privilegia rispetto alla deduzione. Al
contrario, se consideriamo la filosofia tedesca troviamo solo ipotesi e sistemi
con pretese metafisiche, deduzioni da punti di partenza fantasiosi, idee che
vorrebbero essere profonde mentre sono semplicemente nebulose; e questa
pseudo-metafisica, che non potrebbe essere più lontana dalla metafisica vera, i
Tedeschi vogliono ritrovarla negli altri, le cui concezioni interpretano sempre
in funzione delle proprie: difetto che in nessuno è così incorreggibile come in
loro, perché nessun altro popolo ha una forma mentis così rigorosamente
sistematica. Del resto i Tedeschi non fanno qui che portare alle estreme
conseguenze i limiti comuni a tutta la razza europea: il loro orgoglio
nazionale li induce a comportarsi in Europa come in genere gli europei,
infatuati della loro immaginaria superiorità, si comportano nel mondo intero;
l’assurdità è la stessa nei due casi, con una semplice differenza di grado. Non
stupisce perciò se i Tedeschi immaginano che i loro filosofi abbiano pensato
tutto quanto l’uomo poteva concepire, e indubbiamente credono di fare onore
agli altri popoli quando ne assimilano le concezioni a questa filosofia di cui
sono così orgogliosi. Ciò nonostante
217
Le interpretazioni occidentali
Schopenhauer ha ridicolmente distorto il
buddhismo, riducendolo a una specie di moralismo «pessimista», e cercando
«consolazioni» nel Vêdânta ha dato la giusta misura del suo livello
intellettuale; e d’altra parte vediamo degli orientalisti contemporanei, tra
cui Deussen, pretendere di insegnare agli Indù la vera dottrina di
Shankarâchârya, al quale attribuiscono semplicemente le idee di Schopenhauer!
Il fatto è che la mentalità tedesca, essendo una forma esasperata della
mentalità occidentale, è agli antipodi dall’Oriente, di cui non può capire
nulla; ma siccome ha la pretesa di comprenderlo, è fatale che lo snaturi; da
qui derivano quelle assimilazioni errate contro cui in ogni occasione ci
leviamo, e in particolare l’applicazione alle dottrine orientali delle
«etichette» che appartengono alla filosofia occidentale moderna.
Quando non si è capaci di fare della
metafisica, meglio sarebbe non occuparsene, e il positivismo, nonostante tutte
le angustie e le incompletezze, ci sembra di gran lunga preferibile alle
elucubrazioni della pseudo-metafisica. Il torto più grande degli orientalisti
tedeschi è dunque di non rendersi conto della propria incapacità a capire, e di
dedicarsi a lavori di interpretazione che non hanno alcun valore, ma che si
impongono in tutta l’Europa e facilmente riescono a dettare legge, dato che gli
altri popoli nulla hanno da opporvi o da mettere a confronto e anche perché
tali lavori si ammantano di un apparato di erudizione che impressiona al
massimo grado coloro che per certi metodi hanno un rispetto che sconfina nella
superstizione. Anche questi metodi sono del resto di origine germanica, e
sarebbe sommamente ingiusto non riconoscere ai Tedeschi le qualità ben reali
che possiedono riguardo all’erudizione: la verità è che essi eccellono nella
stesura di dizionari, di grammatiche, e di quelle voluminose opere di
compilazione e bibliografiche che non richiedono altro se non memoria e
pazienza; è estremamente deplorevole che non si siano interamente specializzati
in questo genere di lavori, utilissimi all’occasione e che, cosa apprezzabile,
fanno risparmiare tempo a chi sia in grado di fare dell’altro. Non meno
deplorevole è che questi stessi metodi, invece di rimanere appannaggio dei
Tedeschi, al cui temperamento sono così adatti, si siano diffusi in tutte le
università europee, e soprattutto in Francia, dove sono ritenuti i soli
«scientifici», quasi che la scienza e l’erudizione fossero
218
L’influsso tedesco
la sola e medesima cosa; cosicché, conseguenza
di simile deplorevole mentalità, l’erudizione giunge a usurpare il posto della
scienza vera. L’abuso dell’erudizione coltivata per se stessa, la falsa
supposizione che essa possa bastare a far comprendere le idee, tutto ciò può
essere ancora comprensibile e fino a un certo punto scusabile nei Tedeschi; ma
presso popoli che non hanno le stesse specifiche attitudini non si può vedervi
altro che l’effetto di una servile tendenza all’imitazione, segno di una decadenza
intellettuale a cui sarebbe tempo di porre rimedio prima di vederla
trasformarsi in decadenza definitiva.
I Tedeschi hanno agito con molta abilità per
preparare la supremazia intellettuale che vagheggiavano, imponendo tanto la
loro filosofia quanto i loro metodi di erudizione; il loro orientalismo, come
abbiamo appena detto, è un prodotto della combinazione di questi due elementi.
È particolarmente notevole come queste cose siano diventate strumenti al
servizio di una ambizione nazionale; alquanto istruttivo sarebbe, in proposito,
studiare come i Tedeschi abbiano saputo trarre partito dalla stravagante teoria
dell’«arianesimo», che non erano stati loro a inventare. Per conto nostro, non
crediamo affatto all’esistenza di una razza «indo-europea», quand’anche si
smetta di chiamarla «ariana», il che non ha nessun senso; ma è significativo
che gli eruditi tedeschi abbiano dato a questa razza immaginaria la
denominazione di «indo-germanica», e si siano industriati a rendere l’ipotesi
verosimile sostenendola con molteplici argomenti etnologici e soprattutto
filologici. Non vogliamo addentrarci qui in tale discussione; faremo solo
notare che la reale rassomiglianza tra le lingue dell’India e della Persia e
quelle d’Europa non è affatto la prova di una comunanza di razza; per darne
ragione è sufficiente ammettere che le civiltà antiche da noi conosciute siano
state primitivamente introdotte in Europa da elementi che si ricollegavano alla
fonte da cui procedettero direttamente le civiltà indù e persiana. È noto
infatti quanto sia facile per un’infima minoranza, in circostanze particolari,
imporre la propria lingua insieme con le proprie istituzioni, alla massa di un
popolo straniero, quand’anche ne sia poi assorbita etnicamente in breve tempo:
un esempio stupefacente è quello dell’adozione della lingua latina in Gallia,
dove i Romani, se si eccettuano alcune regioni del meridione, non si
stabilirono mai se non in numero trascurabile;
219
Le interpretazioni occidentali
la lingua francese è incontestabilmente di
origine latina quasi pura, e tuttavia gli elementi latini sono entrati in
misura debolissima nella formazione etnica della nazione francese; la stessa
cosa peraltro si può dire della Spagna. D’altro canto l’ipotesi
dell’«indo-germanesimo» è tanto meno sostenibile in quanto le lingue germaniche
non hanno maggiore affinità con il sanscrito di quanta ne abbiano le altre
lingue europee; sennonché può servire a giustificare l’assimilazione delle
dottrine indù alla filosofia tedesca; ma purtroppo questa supposizione di una
immaginaria parentela non resiste alla prova dei fatti, e in realtà niente è
più dissimile da un indù che un tedesco, tanto dal punto di vista intellettuale
quanto da quello fisico, anzi, forse ancor più dal primo che dal secondo.
Di tutto ciò la conclusione è che per ottenere
dei risultati interessanti sarebbe necessario, prima di tutto, sbarazzarsi di
questo influsso che da troppo tempo grava così pesantemente sull’orientalismo;
e quantunque sappiamo che non è facile per certi individui affrancarsi da
metodi che per essi sono diventati abitudini mentali inveterate, vogliamo
sperare che, in linea generale, i recenti avvenimenti saranno un’occasione
favorevole per una liberazione del genere. Si cerchi di comprendere bene il
nostro pensiero: se ci auguriamo la scomparsa dell’influenza tedesca nel campo
intellettuale, è perché la riteniamo di per sé nefasta, indipendentemente da
certe contingenze storiche che in tutto ciò non intervengono; non sono dunque
queste contingenze a farci augurare che l’influsso in questione scompaia, ma
occorre approfittare dello stato d’animo da esse determinato. Nell’ordine
intellettuale, l’unico di cui qui ci occupiamo, le preoccupazioni sentimentali
non devono intervenire; le concezioni tedesche non hanno più valore oggi di
quanto ne avessero qualche anno fa, ed è ridicolo vedere uomini che avevano
sempre professato un’ammirazione sconfinata per la filosofia tedesca mettersi
bruscamente a denigrarla col pretesto di un patriottismo che con queste cose
non ha niente a che vedere; ciò equivale in fondo ad alterare più o meno
consapevolmente la verità scientifica o storica per motivi di interesse
nazionale, proprio come i Tedeschi sono accusati di fare. Quanto a noi, non
dovendo niente all’intellettualità germanica, non avendo mai avuto la minima
stima per la pseudo-metafisica di cui essa si compiace, e non avendo mai
accordato
220
L’influsso tedesco
all’erudizione e ai suoi procedimenti
specifici se non un valore e un’importanza dei più relativi, siamo
completamente a nostro agio nel dire quel che ne pensiamo; e avremmo detto
esattamente le stesse cose anche se le circostanze fossero state del tutto
diverse, ma forse con meno probabilità di trovarci in ciò d’accordo con una
tendenza così generalmente diffusa. Aggiungeremo soltanto che, per quanto
riguarda la Francia, quel che si deve temere di più è che si sfugga
all’influsso tedesco solo per cadere sotto altri influssi non meno funesti; che
si reagisca contro lo spirito di imitazione ci sembra dunque una delle prime
condizioni di una vera ripresa intellettuale: senza dubbio non è una condizione
sufficiente, ma è almeno una condizione necessaria, e anzi indispensabile.
221
3. La scienza delle religioni
Un notevole esempio dell’influenza tedesca è
offerto da quella che viene chiamata «scienza delle religioni», su cui vale la
pena dire qualche parola, poiché la sua origine è precisamente dovuta agli
studi di indologia; ciò mostra subito che la parola «religione» non è qui
intesa nel significato esatto che noi le abbiamo riconosciuto. In effetti
Burnouf, che per primo, a quanto pare, attribuì a questa scienza, o sedicente
tale, la sua denominazione, non include la morale negli elementi costitutivi
della religione, riducendoli così a due: la dottrina e il rito; egli, quindi,
può comprendervi cose che non si ricollegano minimamente al punto di vista
religioso, perché almeno riconosce, giustamente, che nel Vêda non c’è
morale. È questa la confusione di fondo che sta all’origine della «scienza
delle religioni» che vuole riunire sotto questo stesso nome tutte le dottrine
tradizionali, qualunque sia, in realtà, la loro natura; ma ben altre confusioni
sono venute ad aggiungersi, soprattutto dopo che l’erudizione tedesca ha
introdotto in questo campo il suo temibile apparato d’esegesi, di «critica dei
testi» e di «ipercritica», più adatto a far colpo sugli ingenui che a portare a
conclusioni serie.
La pretesa «scienza delle religioni» riposa
tutta su pochi postulati che sono altrettante idee preconcette: così si ammette
che ogni dottrina dovette iniziare con il «naturalismo», che noi invece
riteniamo solo una deviazione, la quale, dovunque si produsse, si oppose sempre
alle tradizioni primordiali e regolari; e a furia di torturare dei testi che
non si capiscono, si finisce poi sempre col cavarne qualche interpretazione
conforme a tale spirito «naturalistico». Così fu elaborata tutta la teoria «dei
miti», e in particolare quella del «mito solare», di cui il più famoso di
tutti, il principale propagatore, fu Max Müller, che abbiamo già ripetutamente
citato perché è molto rappresentativo della mentalità degli orientalisti,
specie di quelli tedeschi, anche se visse in Inghilterra e scrisse i suoi libri
in inglese. D’altronde, in questo come in molti altri casi, in particolare
quello dell’«arianesimo», elucubrato da Pictet e caldeggiato tra
222
La scienza delle religioni
gli altri da Burnouf, i Tedeschi non
inventarono nulla, ma semplicemente si appropriarono di concezioni che
pensavano di volgere a loro vantaggio: la teoria del «mito solare» altro non è
infatti se non la teoria astromitologica formulata e sostenuta in Francia verso
la fine del secolo XVIII da Dupuis e Volney1. È nota la sua
applicazione al cristianesimo, come a tutte le altre dottrine, e già abbiamo
segnalato la confusione che essenzialmente implica: non appena si nota nel
simbolismo una corrispondenza con certi fenomeni astronomici, ci si affretta a
concludere che è solo una rappresentazione di tali fenomeni, mentre questi
stessi sono in realtà simboli di qualcosa di tutt’altro ordine, e la
corrispondenza constatata è una semplice applicazione dell’analogia che lega
armoniosamente tutti i gradi dell’essere. Stando così le cose non è difficile
trovare dovunque del «naturalismo», e anzi sarebbe perfino un po’ strano se non
lo si trovasse, poiché il simbolo. il quale appartiene necessariamente
all’ordine naturale, viene confuso con ciò che rappresenta; in fondo l’errore è
il medesimo di quello dei «nominalisti», che confondono l’idea con la parola
che serve a esprimerla; e così gli eruditi moderni, incoraggiati peraltro dal
pregiudizio che li induce a immaginare che ogni civiltà sia costruita sul
modello greco-romano, fabbricano loro stessi i «miti» perché non capiscono i
simboli, che è poi l’unico modo in cui essi possono nascere.
Si riuscirà ora a capire perché uno studio
siffatto sia da noi qualificato come «presunta scienza», e come ci sia
assolutamente impossibile prenderlo sul serio; e occorre ancora aggiungere che,
pur fingendo un’imparzialità disinteressata e anzi ostentando la sciocca
pretesa di «dominare tutte le dottrine»2, ciò che è effettivamente
un po’ troppo, tale «scienza delle religioni» è il più delle volte un
grossolano strumento di polemica nelle mani di quanti vogliono davvero
servirsene contro la religione, intesa stavolta nel suo senso proprio e
abituale. Questo uso dell’erudizione in uno spirito negatore e disgregatore è
naturale per i fanatici del «metodo storico»; è anzi lo spirito stesso di tale
metodo, essenzialmente antitradizionale,
1. Dupuis, Origine
de tous les cultes; VoIney; Les Ruines.
2. E. Burnouf, La
science des Religions, p. 6.
223
Le interpretazioni occidentali
almeno quando lo si applichi fuori del suo
ambito legittimo; ed è la ragione per cui tutti coloro che attribuiscono un
valore reale al punto di vista religioso vengono respinti quali incompetenti.
Ma tra gli specialisti della «scienza delle religioni» ve ne sono tuttavia
alcuni che, almeno in apparenza, non giungono a questo estremo: sono coloro che
appartengono alla tendenza, anch’essa tipicamente tedesca, del «protestantesimo
liberale»; ma costoro, pur conservando di nome il punto di vista religioso, vogliono
ridurlo a un semplice «moralismo», il che equivale, di fatto, a distruggerlo
attraverso la duplice soppressione del dogma e del culto, in nome di un
«razionalismo» che non è se non un sentimentalismo mascherato. Così l’esito
finale è identico a quello che perseguono i puri e semplici non credenti,
appassionati della «morale indipendente», benché l’intenzione sia forse meglio
dissimulata; in definitiva, è soltanto il risultato logico delle tendenze che
lo spirito protestante, il quale si confonde con la mentalità tedesca moderna,
portava in sé fin dall’inizio. Recentemente c’è stato un tentativo, per fortuna
sventato, di far penetrare questo spirito nello stesso cattolicesimo, sotto la
denominazione di «modernismo», ed anche stavolta il movimento è partito dalla
Germania; esso si proponeva di sostituire la religione con una vaga
«religiosità», vale a dire con un’aspirazione sentimentale che la «vita morale»
basta a soddisfare, e a tal fine si dovevano demolire i dogmi sottoponendoli
alla «critica» e fondando una teoria della loro «evoluzione», ossia servendosi
sempre di quella stessa arma da guerra che è la «scienza delle religioni», la
quale forse non ha mai avuto altra ragione d’essere.
Abbiamo già detto che lo spirito
«evoluzionistico» è intrinseco al «metodo storico», e si può vederne
un’applicazione, fra molte altre. in quella singolare teoria secondo cui le
concezioni religiose, o supposte tali, avrebbero necessariamente dovuto passare
attraverso una serie di fasi successive, di cui le principali portano
comunemente i nomi di feticismo, politeismo e monoteismo. Tale ipotesi è
paragonabile a quella che è stata avanzata nel campo della linguistica e
secondo cui le lingue, nel corso del loro sviluppo, passerebbero
successivamente attraverso le forme monosillabica, agglutinante e flessiva: è
una supposizione del tutto gratuita, non suffragata da alcun fatto e a cui i
fatti sono anzi nettamente contrari, dato che non si è
224
La scienza delle religioni
mai riusciti a trovare il minimo indizio del
passaggio reale dall’una all’altra di queste forme; le tre fasi successive sono
state semplicemente sostituite, grazie a un’idea preconcetta, ai tre tipi
differenti ai quali si ricollegano rispettivamente i diversi gruppi
linguistici, ognuno dei quali resta sempre nel tipo cui appartiene. Lo stesso
si può dire di un’altra ipotesi di carattere più generale, quella che Auguste
Comte formulò col nome di «legge dei tre stati» e dove trasforma in stati
successivi ambiti differenti del pensiero, che possono sempre esistere
simultaneamente ma tra i quali egli volle vedere una incompatibilità, perché
immaginò che ogni possibile conoscenza avesse per oggetto la spiegazione dei
fenomeni naturali, ciò che in realtà si applica soltanto alla conoscenza
scientifica. Si vede come la fantasiosa concezione di Comte, che senza essere
propriamente «evoluzionistica» aveva qualcosa dello stesso spirito, sia affine
all’ipotesi del «naturalismo» primitivo, dove le religioni non possono essere
che tentativi prematuri e provvisori e allo stesso tempo una preparazione
indispensabile di ciò che più tardi sarà la spiegazione scientifica; e nello
sviluppo stesso della fase religiosa, Comte pensò inoltre di poter riconoscere,
quali altrettante divisioni, i tre gradi del feticismo, politeismo e
monoteismo. Non insisteremo ulteriormente a esporre tale concezione, d’altronde
abbastanza generalmente nota, ma abbiamo creduto opportuno sottolineare la
correlazione, troppo spesso trascurata, tra punti di vista differenti che
procedono tutti dalle stesse tendenze generali dello spirito occidentale
moderno.
In conclusione, per mostrare in quale conto si
debbano tenere le tre presunte fasi delle concezioni religiose, ricorderemo
prima di tutto quanto abbiamo già detto, che mai esistette alcuna dottrina
essenzialmente politeista, e che il politeismo, come i miti che a esso si
ricollegano abbastanza strettamente, non è che una grossolana deformazione,
risultato di una incomprensione profonda; d’altronde politeismo e
antropomorfismo si generalizzarono veramente solo presso i Greci e i Romani,
mentre altrove rimasero nell’ambito degli errori individuali. Ogni dottrina
davvero tradizionale è dunque effettivamente monoteista, o, più esattamente, è
una «dottrina dell’unità» o anche della «non-dualità», che diventa monoteista
quando sia tradotta in modo religioso; quanto alle religioni
225
Le interpretazioni occidentali
propriamente dette, ebraismo, cristianesimo e
islamismo, è fin troppo manifesto che sono puramente monoteiste. Ora, per
quanto riguarda il feticismo, la parola, di origine portoghese, significa
letteralmente «stregoneria»; non designa dunque la religione o qualcosa di più
o meno analogo, bensì la magia, e anche di infima specie. La magia non è in
alcun modo una forma di religione, peraltro ritenuta primitiva e deviata, e
nemmeno è, come altri hanno sostenuto, qualcosa che si oppone per sua natura
alla religione, una specie di contro-religione, se ci è concesso usare
un’espressione del genere; per finire, essa non è nemmeno qualcosa da cui
avrebbero preso origine la religione e insieme la scienza, secondo una terza
opinione che non è meglio fondata delle precedenti; tutte queste confusioni
mostrano che quanti ne parlano non sanno troppo di che cosa si tratti. La magia
appartiene in realtà al dominio della scienza, e più precisamente della scienza
sperimentale; essa si occupa della manipolazione di certe forze che in Estremo
Oriente sono dette «influenze erranti», e i cui effetti, per quanto strani
possano apparire, sono nondimeno fenomeni naturali che hanno, come tutti gli
altri, le loro leggi. Certo questa scienza può avere una base tradizionale, ma
anche così ha solo e sempre il valore di una applicazione contingente e
secondaria; e ancora bisogna aggiungere, perché si abbia la giusta misura della
sua importanza, che in genere è disdegnata dai veri detentori della tradizione,
i quali, tranne in certi casi specifici e determinati, la lasciano ai
prestigiatori girovaghi, che ne traggono profitto divertendo il popolino.
Questi maghi, come se ne incontrano spesso in India dove ricevono comunemente
la denominazione araba di faqîr, ovvero «poveri» o «mendicanti», sono
uomini che per incapacità intellettuale si sono fermati sulla via di una
«realizzazione» metafisica, come abbiamo già detto; essi attraggono soprattutto
gli stranieri e di fatto non meritano più considerazione di quanta gliene
accordano i loro compatrioti. Non intendiamo affatto contestare la realtà dei
fenomeni così prodotti, anche se talvolta sono solo imitati o simulati, in
condizioni che del resto presuppongono una forza di suggestione poco comune, in
confronto alla quale i risultati ottenuti dagli occidentali che tentano di
dedicarsi allo stesso tipo di sperimentazione sembrano affatto trascurabili e
insignificanti; contestiamo invece l’interesse di questi fenomeni, dai
226
La scienza delle religioni
quali sono assolutamente indipendenti la
dottrina pura e la realizzazione metafisica che essa comporta. Conviene qui
ricordare che tutto ciò che appartiene all’ambito sperimentale non prova mai
nulla, se non negativamente, e può tutt’al più servire a illustrare una teoria;
un esempio non è né un argomento né una spiegazione, e nulla è più illogico che
far dipendere un principio, sia pure relativo, da una sua applicazione
particolare.
Se proprio qui abbiamo voluto precisare la
vera natura della magia, è perché le si attribuisce un ruolo considerevole in
una certa concezione della «scienza delle religioni», che è quella della
cosiddetta «scuola sociologica»; dopo avere lungamente cercato di dare una
spiegazione soprattutto psicologica dei «fenomeni religiosi», ora, in effetti,
si cerca piuttosto di darne una spiegazione sociologica, e già ne abbiamo
parlato a proposito della definizione della religione; a nostro parere questi
due punti di vista sono entrambi falsi, e ugualmente inadatti a rendere conto
di che cosa sia veramente la religione e a maggior ragione la tradizione in
genere. Auguste Comte voleva paragonare la mentalità degli antichi con quella
dei bambini, il che era piuttosto ridicolo; ma non lo è meno il fatto che i
sociologi attuali vogliono assimilarla a quella dei selvaggi, che loro chiamano
«primitivi», mentre noi al contrario li consideriamo degradati. Se i selvaggi
fossero sempre vissuti nello stato inferiore in cui li vediamo, non si
potrebbero spiegare le molteplici usanze che esistono presso di loro, usanze
che essi stessi non capiscono più e che, essendo diversissime da quel che si
incontra altrove – così venendo meno l’ipotesi di un’importazione straniera –,
si devono considerare le vestigia di civiltà scomparse, civiltà che dovettero
appartenere in un’antichità assai remota, se non preistorica, ai popoli di cui
i selvaggi attuali sono i discendenti e gli ultimi residui; diamo questa
spiegazione per restare sul terreno dei fatti, e senza pregiudizio di altre
ragioni più profonde che sono ancor più decisive ai nostri occhi, ma che
sarebbero assai poco accessibili ai sociologi e agli altri «osservatori»
analitici. Aggiungeremo solamente che l’unità essenziale e fondamentale delle
tradizioni permette spesso di interpretare, grazie a un uso sensato
dell’analogia e tenendo sempre conto della diversità degli adattamenti,
condizionata da quella delle mentalità umane, le concezioni a cui si
ricollegavano
227
Le interpretazioni occidentali
originariamente le usanze di cui abbiamo
parlato, prima di essere ridotte allo stato di «superstizioni»; parimenti, la
stessa unità permette anche di capire in larga misura le civiltà che ci hanno
tramandato solo monumenti scritti o figurati: è quanto indicavamo all’inizio,
parlando dei servigi che la vera conoscenza dell’Oriente potrebbe rendere a
tutti coloro che intendono studiare seriamente l’antichità e cercano di trarne
insegnamenti validi, non accontentandosi del punto di vista del tutto esteriore
e superficiale della semplice erudizione.
228
4. Il teosofismo
Se, pur deplorando la cecità degli
orientalisti ufficiali, si deve almeno rispettarne la buona fede, le cose
cambiano quando si considerano gli autori e i propagatori di certe teorie di
cui dobbiamo ora occuparci, e che possono solo gettare il discredito sugli
studi orientali e allontanarne le intelligenze serie, seppure male informate,
presentando loro, come espressione autentica delle dottrine dell’India, una
serqua di farneticazioni e assurdità sicuramente indegne di attenzione.
D’altronde la diffusione di queste fantasticherie non ha solo l’inconveniente,
per quanto grave, che abbiamo appena detto; essa è inoltre, come quella di
molte altre cose analoghe, eminentemente atta a squilibrare le menti più deboli
e gli intelletti meno solidi che le prendono sul serio, e costituisce perciò un
vero e proprio pericolo per la mentalità generale, pericolo la cui realtà è
comprovata da fin troppi esempi deplorevoli. Queste iniziative sono tanto meno
inoffensive in quanto gli occidentali attuali hanno una tendenza spiccatissima
a lasciarsi catturare da tutto quel che abbia apparenze straordinarie e
prodigiose; lo sviluppo della loro civiltà in un senso esclusivamente pratico,
privandoli di ogni effettiva direzione intellettuale, apre le porte a tutte le
stravaganze pseudo-scientifiche e pseudo-metafisiche, per poco che sembrino
adatte a soddisfare quel sentimentalismo che, per l’assenza stessa
dell’intellettualità vera, ha per loro una così grande funzione. Inoltre,
l’abitudine di privilegiare la sperimentazione in campo scientifico, di
attenersi quasi esclusivamente ai fatti attribuendo loro più valore che alle
idee, viene ancora a rafforzare la posizione di tutti coloro che, per costruire
le teorie più inverosimili, hanno la pretesa di fondarsi su fenomeni di ogni genere,
veri o supposti, spesso mal controllati e in ogni caso mal interpretati, e che
proprio per questo hanno molte più probabilità di riuscire presso il grosso
pubblico di quanti, volendo insegnare soltanto dottrine serie e certe, si
rivolgeranno unicamente alla pura intelligenza. Così si spiega del tutto
naturalmente la concordanza, a prima vista sconcertante, che esiste in
Inghilterra e specialmente in
229
Le interpretazioni occidentali
America tra lo sviluppo esagerato dello
spirito pratico e lo spiegamento pressoché indefinito di ogni sorta di follie
similreligiose, dove lo sperimentalismo e lo pseudo-misticismo dei popoli
anglosassoni trovano entrambi soddisfazione; ciò prova che, nonostante le
apparenze, la mentalità più pratica non è la meglio equilibrata.
Anche in Francia il pericolo che segnaliamo,
pur essendo meno visibile, non è affatto trascurabile; anzi, lo è tanto meno in
quanto lo spirito di imitazione dell’estero, l’influenza della moda e la
stupidità mondana si alleano per favorire l’espansione di simili teorie in
certi ambienti, dove far loro trovare i mezzi materiali di una diffusione
sempre maggiore, grazie a una propaganda che per raggiungere le persone più
diverse assume astutamente le forme più svariate. La natura di questo pericolo
e la sua gravità non consentono di avere il minimo riguardo verso coloro che ne
sono la causa; qui siamo nel campo della ciarlataneria e della fantasmagoria, e
se sono da compiangere sinceramente gli ingenui che formano la maggioranza di
quanti vi si compiacciono, quelli che consapevolmente conducono tale clientela
di illusi, mettendola al servizio dei propri interessi, in qualunque campo,
devono solo ispirare disprezzo. D’altra parte vi è in questo genere di cose più
di un modo di farsi illudere, e l’adesione alle teorie suddette è solo uno dei
tanti; tra coloro stessi che le combattono per ragioni diverse, la maggior
parte non è abbastanza agguerrita, e commette l’errore involontario, ma
tuttavia capitale, di scambiare per idee genuinamente orientali ciò che è solo
il prodotto di una aberrazione squisitamente occidentale; i loro attacchi,
sovente portati con le più lodevoli intenzioni, perdono con ciò quasi tutta
l’efficacia reale. D’altronde certi orientalisti ufficiali prendono addirittura
sul serio queste teorie; non che le considerino in se stesse vere, giacché,
dato il punto di vista specifico da cui essi si pongono, non si interrogano
neppure sulla loro verità o falsità; tuttavia le ritengono a torto
rappresentative di una certa parte o aspetto della mentalità orientale, ma qui
si ingannano, non conoscendo questa mentalità, e tanto più facilmente perché
non vedono in esse una concorrenza per loro minacciosa. Talvolta, anzi, si
assiste ai più singolari connubi, in particolare sul terreno della «scienza
delle religioni», dove Burnouf ne diede l’esempio; forse il fatto si spiega
230
Il teosofismo
nel modo più semplice con la tendenza
antireligiosa e antitradizionale di tale pretesa scienza, tendenza che la mette
naturalmente in rapporti di simpatia e anche di affinità con tutti gli elementi
disgregatori che con altri mezzi perseguono un’opera parallela e concorde. Per
chi non voglia fermarsi alle apparenze vi sarebbero da fare osservazioni molto
interessanti e istruttive, qui come in altri campi, sui vantaggi che è talvolta
possibile trarre dal disordine e dall’incoerenza, o da ciò che sembra tale, in
vista dell’attuazione di un disegno ben definito e all’insaputa di tutti coloro
che ne sono solo gli strumenti più o meno inconsapevoli; si tratta in qualche
modo di mezzi politici, ma di una politica un po’ particolare, e d’altronde,
contrariamente a quanto alcuni potrebbero credere, la politica, anche nel senso
più stretto in cui è abitualmente intesa, non è mai del tutto estranea alle
cose che stiamo ora esaminando.
Tra le pseudo-dottrine che esercitano un
influsso nefasto su settori più o meno estesi della mentalità occidentale, e
che, di origine recentissima, possono per la maggior parte essere raggruppate
sotto la comune denominazione di «neo-spiritualismo», ve ne sono alcune che
tralasceremo, come per esempio l’occultismo e lo spiritismo, perché non hanno
punti di contatto con gli studi orientali; quella che tratteremo ora più in
particolare, e che del resto non ha di orientale se non la forma esteriore
sotto cui si presenta, la definiamo il «teosofismo». L’uso di questo termine,
nonostante ciò che ha di inusitato, si giustifica con l’intento di evitare
confusioni; non è infatti possibile servirsi in questo caso della parola
«teosofia», che da molto tempo esiste per designare, tra le speculazioni
occidentali, qualcosa di completamente diverso e di molto più degno, la cui
origine deve essere fatta risalire al Medioevo; qui si tratta soltanto di
concezioni appartenenti all’organizzazione contemporanea che ha preso il nome
di «Società Teosofica», i membri della quale sono «teosofisti»,, espressione
che del resto è di uso corrente in inglese, e nient’affatto «teosofi». Non
possiamo né vogliamo fare qui, fosse pur sommariamente, la cronistoria, sotto
certi riguardi perfino interessante, della «Società Teosofica», la cui
fondatrice, grazie al singolare ascendente che esercitava sulla sua cerchia,
seppe mettere in pratica le conoscenze abbastanza varie che possedeva, e che
invece mancano totalmente ai suoi successori; la sua presunta dottrina,
231
Le interpretazioni occidentali
formata di elementi tratti dalle più svariate
fonti, spesso di dubbio valore, e riuniti in un sincretismo confuso e poco
coerente, si presentò agli inizi nella forma di un «buddhismo esoterico» che,
come abbiamo già indicato, è puramente immaginario; essa approdò poi a un
sedicente «cristianesimo esoterico» che non è meno fantasioso. Nata in America,
questa organizzazione, pur presentandosi come internazionale, è diventata,
nella sua direzione, esclusivamente inglese, escluso qualche ramo dissidente di
una importanza piuttosto ridotta; ad onta di tutti i suoi sforzi, sostenuti da
protezioni che le assicurano considerazioni politiche che non preciseremo, non
è mai riuscita a reclutare se non un numero estremamente esiguo di indù
rinnegati, che ispirano il più profondo disprezzo nei loro compatrioti, ma i
cui nomi possono fare un certo effetto sull’ignoranza europea; del resto in
India si crede abbastanza generalmente che sia una setta protestante di un tipo
un po’ speciale, assimilazione che sembrano giustificare sia i suoi aderenti,
sia i metodi di propaganda, sia le tendenze «moralistiche», per non dire
dell’ostilità, ora mascherata ora violenta, contro tutte le istituzioni
tradizionali. Quanto alle produzioni intellettuali, si è vista comparire
principalmente, dopo le indigeste compilazioni dei primi tempi, una quantità di
racconti fantastici, frutto della particolare «chiaroveggenza» che si ottiene,
a quanto pare, con lo «sviluppo dei poteri latenti dell’organismo umano»; ci
sono state anche traduzioni piuttosto ridicole di testi sanscriti, corredate di
commenti e interpretazioni più ridicoli ancora, e che non osano esporre troppo
pubblicamente in India, dove si preferiscono divulgare i lavori che distorcono
la dottrina cristiana col pretesto di esporne il supposto senso nascosto: un
segreto del genere, se veramente esistesse nel cristianesimo, non si
spiegherebbe molto né avrebbe alcuna ragion d’essere valida, giacché è ovvio
che cercare misteri profondi in tutte queste elucubrazioni «teosofiste»
significa perdere il proprio tempo.
Quel che a prima vista caratterizza il
«teosofismo» è l’uso di una terminologia sanscrita piuttosto complicata, le cui
parole sono spesso assunte in un senso diversissimo da quello che hanno in
realtà, ciò che non stupisce affatto quando si pensi che servono soltanto a
mascherare concezioni tipicamente occidentali e quanto mai lontane dalle idee
indù. Per fare un esempio,
232
Il teosofismo
il termine karma, il quale come abbiamo
già ricordato significa «azione», è costantemente usato nel senso di
«causalità», il che è più di un’inesattezza; ma, fatto ancor più grave, la
causalità è intesa in modo del tutto particolare e, per una falsa
interpretazione della teoria dell’apûrva da noi esposta trattando della Mîmânsâ,
si arriva a camuffarla da sanzione morale. Ci siamo spiegati abbastanza su
questo argomento perché ci si renda conto della gran confusione di punti di
vista che tale deformazione presuppone, quand’anche, riducendola
all’essenziale, tralasciassimo tutte le assurdità accessorie che le fanno da
contorno; comunque sia, essa dimostra come il «teosofismo» sia compenetrato
della sentimentalità tipica degli occidentali, e d’altronde per vedere fino a
qual punto spinga il «moralismo» e lo pseudo-misticismo basta aprire uno
qualunque dei libri in cui sono esposte le sue concezioni; e anzi, esaminando
le opere via via più recenti, si constata come queste tendenze vadano ancor più
accentuandosi, forse perché i capi dell’organizzazione hanno una mentalità
sempre più mediocre, ma forse anche perché tale orientamento è effettivamente
il più adatto al fine che si propongono. L’unica ragione d’essere della
terminologia sanscrita, nel «teosofismo», è di dare a ciò che tiene luogo di
dottrina (perché è per noi inammissibile chiamare tutto questo dottrina),
un’apparenza tale da gettar fumo negli occhi degli occidentali e da sedurne
alcuni, i quali, se prediligono l’esotismo nella forma, sono poi ben contenti
di ritrovare nella sostanza concezioni e aspirazioni conformi alle loro, e
sarebbero del tutto incapaci di afferrare una qualunque cosa delle dottrine
autenticamente orientali; questo modo di pensare. frequente fra la cosiddetta
«gente di mondo», è notevolmente vicino a quello dei filosofi che sentono il
bisogno di usare parole fuori del comune e pretenziose per esprimere idee che,
tutto sommato, non sono molto differenti dalle idee dell’uomo comune.
Il «teosofismo» attribuisce un’importanza
considerevole all’idea di «evoluzione», che è molto occidentale e moderna; e,
in ciò simile a quasi tutte le derivazioni dello spiritismo, a cui è in parte
legato per le sue origini, associa tale idea a quella di «reincarnazione».
Sembra che quest’ultima concezione abbia avuto origine da alcuni sognatori
socialisti della prima metà del secolo XIX, secondo i quali essa era destinata
a spiegare l’ineguaglianza
233
Le interpretazioni occidentali
delle condizioni sociali, sommamente offensiva
ai loro occhi, benché invece sia del tutto naturale in fondo e nient’affatto
problematica per chi comprenda il principio dell’istituzione delle caste,
istituzione che si fonda sulla differenza delle nature individuali; del resto
le teorie del genere, quelle dell’«evoluzionismo», non spiegano niente, anzi,
pur spostando indietro la difficoltà, anche indefinitamente se si vuole, alla
fine la lasciano intatta, sempre che difficoltà ci sia; e, se non c’è, esse sono
perfettamente inutili. Quanto alla pretesa di far risalire l’idea
«reincarnazionista» all’antichità, essa non si fonda su niente, se non sul
fatto che si sono travisate alcune espressioni simboliche, da cui è nata una
grossolana interpretazione della «metempsicosi» pitagorica nel senso di una
specie di «trasformismo» psichico; allo stesso modo è stato inteso come vite
terrestri successive quel che, non soltanto nelle dottrine indù, ma pure nel
buddhismo, è una serie indefinita di mutamenti di stati di un essere: ogni
stato, che ha condizioni caratteristiche proprie, differenti da quelle degli
altri, costituisce per l’essere un ciclo di esistenza che egli può percorrere
una sola volta, e l’esistenza terrestre, o anche corporea in senso più
generale, rappresenta solo uno stato particolare tra un’indefinità di altri. La
vera teoria degli stati molteplici dell’essere ha la massima importanza dal
punto di vista metafisico; non ci è possibile svilupparla qui, ma per forza di
cose dovevamo accennarvi, in particolare a proposito dell’apûrva e delle
«azioni e reazioni concordanti». Quanto al «reincarnazionismo», che di tale
teoria è un’insulsa caricatura, tutti gli orientali, salvo forse qualche
ignorante più o meno occidentalizzato la cui opinione ha un valore nullo, lo
avversano in modo unanime; d’altronde la sua assurdità metafisica è facilmente
dimostrabile, poiché ammettere che un essere possa passare più volte attraverso
il medesimo stato equivale a supporre una limitazione della Possibilità
universale, ovvero a negare l’Infinito, e una simile negazione è in se stessa
supremamente contraddittoria. Bisogna dedicare ogni sforzo a combattere l’idea
di «reincarnazione», prima di tutto perché è assolutamente contraria alla
verità, come risulta dal poco che ne abbiamo detto, e in secondo luogo per una
ragione di carattere più contingente, cioè che tale idea, resa soprattutto
popolare dallo spiritismo, la più inintelligente di tutte le scuole
«neo-spiritualistiche» e al contempo
234
Il teosofismo
la più diffusa, è di quelle che più
efficacemente contribuiscono allo squilibrio mentale che segnalavamo all’inizio
del capitolo, e le cui vittime sono purtroppo assai più numerose di quanto
possano pensare coloro che non conoscono queste cose. Non ci è evidentemente
possibile dilungarci in merito; ma d’altro canto bisogna aggiungere che mentre
gli spiritisti si sforzano di dimostrare la presunta «reincarnazione», come
pure l’immortalità dell’anima, «scientificamente», vale a dire per via
sperimentale, la quale è assolutamente incapace di dare il minimo risultato al
riguardo, la maggior parte dei «teosofisti» sembra vedere in essa una sorta di
dogma o di articolo di fede, che bisogna ammettere per motivi di carattere
sentimentale, ma che non occorre dimostrare con una prova razionale o
sensibile. Ciò mostra in modo lampante come ci si prefigga in realtà di dar
vita a una pseudo-religione, in concorrenza con le vere religioni
dell’Occidente e principalmente con il cattolicesimo, perché invece il
protestantesimo, per parte sua, si adatta benissimo alla molteplicità delle
sette, che anzi genera spontaneamente in conseguenza della sua mancanza di
principi dottrinali; questa pseudo-religione «teosofista» ha tentato di darsi
una forma definita assumendo come punto centrale l’annuncio dell’imminente
venuta di un «grande istruttore», presentato dai suoi profeti come il futuro
Messia e una «reincarnazione» del Cristo: fra tutte le trasformazioni del
«teosofismo», questa, che getta una luce particolarmente rivelatrice sulla sua
concezione del «cristianesimo esoterico», è l’ultima in ordine di tempo, almeno
fino ad ora, ma non certo la meno significativa.
235
5. Il «Vêdânta» occidentalizzato
Dobbiamo ancora menzionare, in un ordine di
idee più o meno connesso con quello del «teosofismo», alcuni «movimenti» che,
quantunque nati nell’India, hanno nondimeno un’ispirazione occidentale, e dove
intervengono in modo prioritario quelle influenze politiche a cui accennavamo
nel capitolo precedente.
La loro origine risale alla prima metà del
secolo XIX, quando Râm Mohun Roy fondò il Brahma-Samâj o «Chiesa indù
riformata», la cui idea gli era stata suggerita da missionari anglicani e dove
fu istituito un «culto» esattamente ricalcato sullo schema dei servizi
protestanti. Fino a quel momento non era mai esistito nulla a cui fosse
possibile applicare denominazioni come «Chiesa indù» o «Chiesa brâhmanica»,
poiché a tale assimilazione si opponeva tanto il punto di vista essenziale
della tradizione indù quanto il modo di organizzazione che gli corrisponde; di
fatto, si trattò del primo tentativo di trasformare il brâhmanesimo in una
religione nel senso occidentale della parola, e al tempo stesso in una
religione animata da tendenze identiche a quelle che caratterizzano il
protestantesimo. Tale movimento di «riforma» fu, com’era naturale, fortemente
incoraggiato e sostenuto dal governo britannico e dalle società missionarie
anglo-indiane; ma era troppo apertamente antitradizionale e contrario allo
spirito indù per poter avere successo, e infatti fu inteso per quel che era in
realtà, uno strumento della dominazione straniera. D’altronde, per effetto
inevitabile dell’introduzione del «libero esame», il Brahma-Samâj ben
presto si suddivise in molteplici «Chiese», come il protestantesimo cui si
veniva avvicinando sempre più, tanto da meritare l’appellativo di «pietismo»;
finché, dopo vicissitudini che è inutile illustrare, finì con lo scomparire
pressoché completamente. Tuttavia, lo spirito che aveva presieduto alla sua
nascita non doveva limitarsi a una sola manifestazione, e altri tentativi
analoghi furono portati a effetto a seconda delle circostanze e in generale
senza migliore esito; ricorderemo soltanto l’Arya-Samâj, associazione
fondata cinquant’anni fa da Dayânanda Saraswati,
236
Il «Vêdânta» occidentalizzato
che alcuni chiamarono «il Lutero indiano», e
che fu in contatto con i fondatori della «Società Teosofica». Si deve notare
che qui, come nel Brahma-Samâj, la tendenza antitradizionale accampava
il pretesto di un ritorno alla semplicità primitiva e alla dottrina pura del Vêda;
è sufficiente, per giudicare tale pretesa, sapere quanto il «moralismo»,
preoccupazione dominante di tutte queste organizzazioni, sia estraneo al Vêda;
ma il protestantesimo ha anche la pretesa di restaurare il cristianesimo
primitivo in tutta la sua purezza, e in questa analogia si deve vedere ben
altro che una semplice coincidenza. Un simile atteggiamento non manca di una
certa abilità per far accettare le innovazioni, soprattutto in un ambiente che
ha forti legami con la tradizione, con la quale non sarebbe prudente rompere in
modo troppo aperto; ma se i principi fondamentali di questa tradizione fossero
accettati veramente e in piena sincerità, si dovrebbero ammettere anche tutti
gli sviluppi e le conseguenze che regolarmente ne derivano; è proprio quel che
non fanno i sedicenti «riformatori», ed è la ragione per cui tutti coloro che
possiedono il senso della tradizione vedono bene che la deviazione reale non è
affatto dove costoro affermano che sia.
Râm Mohun Roy si era particolarmente dedicato
all’interpretazione del Vêdânta secondo le proprie idee; pur insistendo,
giustamente, sulla concezione dell’«unità divina», che nessun uomo competente
aveva d’altronde mai contestato, ma che egli esprimeva in termini assai più
teologici che metafisici, snaturava sotto più di un aspetto la dottrina
adattandola ai punti di vista occidentali che aveva fatto propri, e la riduceva
a qualcosa che finiva col rassomigliare a una semplice filosofia tinta di
religiosità, una sorta di «deismo» ammantato di una fraseologia orientale. Una
interpretazione simile è perciò, nel suo spirito stesso, quanto mai lontana
dalla tradizione e dalla metafisica pura; essa non rappresenta più che una
semplice teoria individuale senza autorità, e ignora totalmente la
realizzazione, unico vero scopo dell’intera dottrina. Questo fu il prototipo
delle deformazioni del Vêdânta, poiché in seguito se ne produssero
altre, e sempre nel senso di un avvicinamento all’Occidente, avvicinamento di
cui l’Oriente avrebbe fatto le spese, con grande detrimento della verità
dottrinale: impresa davvero insensata, e diametralmente contraria agli
interessi intellettuali
237
Le interpretazioni occidentali
delle due civiltà, ma da cui la mentalità
orientale è in genere assai poco tentata perché cose simili le appaiono in
tutto e per tutto trascurabili. A rigor di logica non l’Oriente deve
avvicinarsi all’Occidente, per seguirlo nelle sue deviazioni mentali, come
insidiosamente lo inducono a fare, ma invano, i propagandisti di ogni stampo
inviatigli dall’Europa; al contrario, l’Occidente deve ritornare, quando lo
vorrà e potrà, alle fonti pure di ogni vera intellettualità, dalle quali per
parte sua l’Oriente non si è mai allontanato; e in quel giorno l’intesa si
effettuerà da sola, quasi per sovrappiù, su tutti i punti secondari che
appartengono solo alla sfera delle contingenze.
Ritornando alle deformazioni del Vêdânta,
se quasi nessuno in India vi annette importanza, come dicevamo prima, tuttavia
è necessario fare eccezione per alcuni individui i quali vi portano un
interesse particolare, che con l’intellettualità non ha assolutamente niente a
che vedere; infatti alcune di queste deformazioni hanno motivi esclusivamente
politici. Non ci avventureremo qui a raccontare per quale seguito di
circostanze il tale Mahârâja usurpatore, della casta dei Shûdra
come Chandragupta e Ashoka, fu indotto, per ottenere il simulacro di
un’impossibile investitura tradizionale, a espropriare dei suoi beni la scuola
autentica di Shankarâchârya, sostituendola con un’altra scuola che abusivamente
si fregia del nome e dell’autorità dello stesso Shankarâchârya e attribuisce al
suo capo il titolo di Jagad-guru o «istruttore del mondo», che
legittimamente appartiene al solo vero successore spirituale di quest’ultimo.
Tale scuola, naturalmente, insegna una dottrina immiserita e parzialmente
eterodossa; per adattare l’esposizione del Vêdânta alle condizioni
attuali essa pretende di poggiarla sulle concezioni della scienza occidentale
moderna, che in questo ambito non hanno voce in capitolo; e di fatto essa si
rivolge soprattutto agli occidentali, a molti dei quali ha persino attribuito
il titolo onorifico di Vêdântabhûshana, ovvero «ornamento del Vêdânta»,
ciò che non è privo di una certa ironia.
Un altro ramo ancor più deviato, e più
generalmente conosciuto in Occidente, è quello fondato da Vivêkânanda,
discepolo dell’illustre Râmakrishna ma infedele ai suoi insegnamenti e che ha
reclutato seguaci soprattutto in America e in Australia, dove mantiene
«missioni» e «templi». Il Vêdânta è qui diventato ciò che Schopenhauer
aveva creduto di vedervi, una religione
238
Il «Vêdânta» occidentalizzato
sentimentale e «consolatoria», con una forte
dose di «moralismo» protestante; e in tale forma decaduta esso si avvicina
singolarmente al «teosofismo», per il quale è piuttosto un alleato naturale che
non un concorrente o un rivale. Le parvenze «evangeliche» di questa
pseudo-religione le garantiscono un certo successo nei paesi anglosassoni e,
ciò che mostra bene il suo carattere sentimentale, la maggioranza della sua
clientela è costituita da elementi femminili, nei quali essa trova anzi gli
agenti più entusiasti per la sua propaganda; infatti la tendenza tutta
occidentale al proselitismo imperversa in queste organizzazioni, che di
orientale hanno solo il nome e qualche tratto meramente esteriore, quanto basta
ad attirare i curiosi e gli appassionati di un esotismo della più bassa lega.
Prodotto di quella singolare invenzione americana, anch’essa di ispirazione
protestante, che si chiamò «Parlamento delle religioni», e tanto più adatto
all’Occidente in quanto più profondamente snaturato, tale sedicente Vêdânta,
che per così dire non ha più nulla in comune con la dottrina metafisica per la
quale cerca di farsi passare, non merita certamente ulteriore attenzione; ma ci
premeva almeno segnalarne l’esistenza, insieme con quella di altre istituzioni
simili, per mettere in guardia contro le assimilazioni errate che potrebbero
essere tentati di fare coloro che le conoscono e anche perché è nell’interesse
di quanti non le conoscono essere informati su queste cose, le quali sono assai
meno inoffensive di quanto a prima vista potrebbero sembrare.
239
6. Osservazioni finali
Trattando delle interpretazioni occidentali ci
siamo volontariamente tenuti, per quanto possibile, sulle generali, per non
sollevare questioni personali, spesso fastidiose e del resto inutili quando si
tratta unicamente, come in questo caso, di un punto di vista dottrinale. È
molto interessante vedere come gli occidentali stentino per lo più a capire che
le considerazioni di tale ordine non provano assolutamente nulla in favore o
contro il valore di una concezione; ciò mostra a quale eccesso essi spingano l’individualismo
intellettuale, insieme col sentimentalismo dal quale è inseparabile. È noto
infatti quanto spazio tengano i particolari biografici più insignificanti in
quella che dovrebbe essere la storia delle idee, e quanto diffusa sia
l’illusione nel credere che se si conosce un nome proprio o una data si
possiede con ciò stesso una conoscenza reale; e come potrebbe essere altrimenti
quando si pregiano di più i fatti delle idee? Per quel che riguarda le idee in
sé, una volta che si è giunti a considerarle semplicemente l’invenzione e la
proprietà di un certo individuo, e inoltre si è influenzati e anzi dominati da
ogni sorta di preoccupazioni morali e sentimentali, è del tutto naturale che la
valutazione di dette idee, non più esaminate in sé e per sé, sia condizionata
da quel che si sa sul carattere e le azioni dell’uomo a cui si attribuiscono;
in altre parole, si farà riverberare sulle idee la simpatia o l’antipatia
provata per chi le ha concepite, quasi che la loro verità o falsità possa
dipendere da contingenze di tal fatta. Così stando le cose, forse si ammetterà
ancora, benché a malincuore, che un individuo in tutto rispettabile abbia
potuto formulare o sostenere idee più o meno assurde; mai però ci si arrenderà
al fatto che un altro individuo, giudicato spregevole, abbia nondimeno avuto un
valore intellettuale o perfino artistico, nonché della genialità o solo del
talento sotto qualche rispetto; e tuttavia casi del genere sono lungi
dall’essere rari. Se mai ci fu un pregiudizio infondato, è proprio quello, caro
ai fautori dell’«istruzione obbligatoria», secondo cui il sapere reale sarebbe
inscindibile da ciò che si è convenuto chiamare la moralità. Non si vede
infatti, secondo
240
Osservazioni finali
logica, perché un criminale debba essere
necessariamente uno stolto o un ignorante, o perché sia impossibile che un uomo
usi la propria intelligenza e la propria scienza per nuocere ai suoi simili,
cosa che invece accade piuttosto di frequente; allo stesso modo non si vede
perché la verità di una concezione debba dipendere dal fatto che è stata
espressa da questo o quell’individuo; ma niente è meno logico del sentimento,
anche se certi psicologi hanno creduto di potere parlare di una «logica dei
sentimenti». I pretesi argomenti dove si fanno intervenire le questioni
personali sono dunque senza portata alcuna; che di essi ci si serva in
politica, campo dove il sentimento ha una grande parte, è cosa fino a un certo
punto comprensibile, per quanto spesso se ne abusi e si testimoni ben poca
stima per le persone rivolgendosi soltanto alla loro sentimentalità; ma che gli
stessi metodi di discussione si introducano nell’ambito intellettuale, è
davvero inammissibile. Ci è parso opportuno insistere in proposito perché
questa tendenza è troppo comune in Occidente, e se non avessimo spiegato le
nostre intenzioni qualcuno avrebbe anche potuto rimproverarci, come una
mancanza di precisione o di «riferimenti», un atteggiamento che invece è da
parte nostra perfettamente voluto e meditato.
Pensiamo del resto di avere sufficientemente
prevenuto la maggior parte delle obiezioni e delle critiche che potrebbero
esserci rivolte; ciò non toglie, naturalmente, che esse ci siano mosse,
malgrado tutto, ma chi le farà proverà soprattutto la sua incomprensione. Così
saremo forse accusati di non piegarci a certi metodi ritenuti «scientifici»,
che pure sarebbe l’estrema incongruenza, dato che proprio di tali metodi, in
verità esclusivamente «letterari», ci siamo prefissi di mostrare
l’insufficienza, e la cui applicazione agli argomenti discussi, per le ragioni
di principio da noi esposte, riteniamo impossibile e illegittima. Ma la mania
dei testi, delle «fonti» e della bibliografia è ai nostri giorni così diffusa,
ha assunto talmente le parvenze di un sistema, che molti, in particolare tra
gli «specialisti», si sentiranno a disagio non trovando niente di simile, come
sempre accade in casi analoghi a coloro che subiscono la tirannia di
un’abitudine; e al tempo stesso capiranno con estrema difficoltà, se pure
giungeranno a capirla e se vogliono sobbarcarsi a questa fatica, la possibilità
di porsi, come noi facciamo, da un
241
Le interpretazioni occidentali
punto di vista completamente diverso da quello
dell’erudizione, l’unico che abbiano mai considerato. Non è dunque a questi
«specialisti» che intendiamo rivolgerci in particolare, ma piuttosto alle menti
meno limitate, meno schiave dei pregiudizi, e che non portino il segno di
quella deformazione mentale inevitabilmente indotta dall’uso esclusivo di certi
metodi, deformazione che è una vera e propria infermità, e che noi abbiamo
definito «miopia intellettuale». Ci fraintenderebbe chi scambiasse tutto questo
per un richiamo al «gran pubblico», nella competenza del quale non abbiamo la
minima fiducia, e del resto noi aborriamo tutto ciò che assomiglia alla
«volgarizzazione», per motivi che abbiamo già esposto; ma non commettiamo
l’errore di confondere la vera élite intellettuale con gli eruditi di
professione, e ai nostri occhi un’ampia facoltà di comprendere vale
incomparabilmente di più dell’erudizione, la quale, non appena diventa una
«specializzazione», le è solo di ostacolo invece di diventare, come sarebbe
normale, un semplice strumento al suo servizio, ovvero al servizio della
conoscenza pura e dell’autentica intellettualità.
E visto che parliamo di possibili critiche, ci
resta da rilevare, nonostante il suo scarso interesse, un punto secondario che
potrebbe incorrervi: non abbiamo creduto necessario obbligarci a seguire, per i
termini in sanscrito, la trascrizione bizzarra e complicata che di solito
seguono gli orientalisti. Poiché l’alfabeto sanscrito ha molti più caratteri
degli alfabeti europei, è evidente la necessità di rappresentare più lettere
distinte con una sola e medesima lettera, il suono della quale s’avvicini tanto
alle une quanto alle altre, benché con differenze molto apprezzabili ma che
sfuggono alle risorse di pronuncia estremamente limitate delle lingue
occidentali. Nessuna trascrizione può dunque essere veramente esatta, e meglio
sarebbe astenersene; ma, a parte che è quasi impossibile ottenere per una
pubblicazione stampata in Europa caratteri sanscriti di forma corretta, la
lettura di tali caratteri sarebbe una difficoltà affatto inutile per coloro che
non li conoscono, e che non per questo sono meno atti di altri a capire le
dottrine indù; d’altronde ci sono anche degli «specialisti» che, per quanto
inverosimile possa sembrare, sanno servirsi quasi solo di trascrizioni per
leggere i testi sanscriti, ed esistono edizioni pubblicate appositamente in
questa forma. È senza
242
Osservazioni finali
dubbio possibile, ricorrendo a qualche
artificio, rimediare in una certa misura all’ambiguità ortografica che risulta
dal numero esiguo di lettere di cui è formato l’alfabeto latino; è precisamente
quanto hanno voluto fare gli orientalisti, ma il tipo di trascrizione a cui si
sono fermati non è il migliore possibile, perché implica convenzioni di gran
lunga troppo arbitrarie, e se la cosa avesse presentato qui una qualche
importanza non sarebbe stato così difficile trovarne un’altra più adatta, che
deformasse meno le parole e si avvicinasse maggiormente alla loro reale
pronuncia. Siccome però coloro che conoscono il sanscrito non devono avere
difficoltà a ristabilire l’ortografia esatta, e poiché gli altri non ne hanno
affatto bisogno per la comprensione delle idee, la quale è in fondo la sola che
veramente conta, abbiamo pensato che non c’erano seri inconvenienti a
dispensarci da qualsiasi artificio di scrittura e da ogni complicazione
tipografica, e che potevamo limitarci alla trascrizione che ci sembrava più
semplice e insieme più conforme alla pronuncia, rimandando alle opere
specializzate coloro che fossero interessati più specificamente ai relativi
dettagli. Comunque sia dovevamo almeno questa spiegazione alle menti
analitiche, sempre inclini ai cavilli, come una delle poche concessioni che
potevamo fare alle loro abitudini mentali, concessione imposta dalla cortesia
che sempre bisogna usare con le persone in buona fede, non meno che dal nostro
desiderio di fugare tutti quei malintesi che vertono solo su punti secondari e
questioni accessorie e non derivano strettamente dall’irriducibile differenza
tra i nostri punti di vista e quelli degli eventuali contraddittori; sui
malintesi di quest’ultimo genere noi non abbiamo alcun potere, perché purtroppo
non possiamo in alcun modo fornire agli altri le possibilità di comprensione di
cui sono privi. Ciò detto, possiamo ora trarre dal nostro studio le poche
conclusioni che si impongono, per precisarne la portata meglio di quanto
abbiamo fatto finora, conclusioni dove non troveranno posto, com’è facile
prevedere, i problemi di semplice erudizione, ma dove indicheremo, senza
rinunciare a un certo riserbo indispensabile sotto più di un riguardo, il
beneficio effettivo che deve risultare essenzialmente da una conoscenza vera e
profonda delle dottrine orientali.
243
Conclusione
Se alcuni occidentali potessero, attraverso la
lettura di quanto siamo andati esponendo, prendere coscienza di ciò che fa loro
difetto intellettualmente, se potessero, non diremo capirlo ma solo
intravederlo e presentirlo, questo lavoro non sarebbe stato fatto invano. Non
intendiamo parlare unicamente dei vantaggi inestimabili che potrebbero ottenere
direttamente, per se stessi, coloro che fossero così condotti a studiare le
dottrine orientali, dove troverebbero, per poco che possiedano le attitudini indispensabili,
conoscenze che non hanno l’uguale in Occidente e accanto a cui le filosofie che
passano per geniali e sublimi non sono che passatempi infantili; non vi è
misura comune tra la verità assentita nella sua pienezza, attraverso una
concezione dalle possibilità illimitate e in una realizzazione ad essa
adeguata, e le ipotesi, di qualunque natura siano, immaginate da fantasie
individuali a misura della loro capacità essenzialmente limitata. Vi sono
ancora altri risultati di un interesse più generale, e che del resto si
ricollegano ai precedenti come fossero conseguenze più o meno lontane;
intendiamo alludere alla preparazione, non certo imminente, ma nondimeno
effettiva, di un avvicinamento intellettuale tra l’Oriente e l’Occidente.
Parlando della divergenza dell’Occidente nei
confronti dell’Oriente, la quale è andata più che mai accentuandosi nell’epoca
moderna, abbiamo detto che, ad onta delle apparenze, non pensavamo che essa
potesse continuare così indefinitamente. In altri termini, ci sembra difficile
che l’Occidente, per la sua mentalità e l’insieme delle sue tendenze, continui
ad allontanarsi sempre più dall’Oriente, come fa ora, senza che prima o poi si
produca una reazione che potrebbe avere, a certe condizioni, i più benefici
effetti; ci sembra anzi tanto più difficile in quanto la sfera in cui si
sviluppa la civiltà occidentale moderna è, per sua natura, la più circoscritta
di tutte. Inoltre il carattere mutevole e instabile, che caratterizza la
mentalità dell’Occidente, permette di non disperare di vedergli prendere,
all’occorrenza, una direzione affatto diversa o
245
Conclusione
addirittura opposta, così che il rimedio si
troverebbe allora in quel che ai nostri occhi è il segno stesso della sua
inferiorità; ma sarebbe un vero rimedio, lo ripetiamo, solo a date condizioni,
in assenza delle quali potrebbe essere invece un male ancor maggiore rispetto
allo stato attuale. Ciò può sembrare oltremodo oscuro, e in effetti
riconosciamo che esiste una certa difficoltà a renderlo del tutto intelligibile
come sarebbe auspicabile, anche ponendoci dal punto di vista dell’Occidente e
sforzandoci di parlare il suo linguaggio; tuttavia lo tenteremo, ma avvertendo
che le spiegazioni offerte non possono corrispondere al nostro pensiero nella
sua totalità.
Innanzitutto la mentalità particolare di certi
occidentali ci costringe a dichiarare formalmente che non intendiamo formulare
qui nulla che assomigli da vicino o da lontano a una «profezia»; forse non è
difficilissimo darne l’illusione esponendo in una forma adeguata i risultati di
certe deduzioni, ma questo non è esente da una qualche ciarlataneria, a meno di
non essere in uno stato d’animo che induce a una sorta di autosuggestione: dei
due termini di tale alternativa il primo ci ispira una ripugnanza invincibile,
e il secondo caratterizza un caso che fortunatamente non è il nostro. Eviteremo
perciò le precisazioni che per un motivo qualsiasi non potremmo giustificare, e
che del resto, se non fossero azzardate, sarebbero per lo meno inutili; non
apparteniamo alla schiera di coloro che ritengono vantaggiosa per l’uomo la
conoscenza particolareggiata dell’avvenire, e reputiamo del tutto legittimo il
discredito di cui è circondata in Oriente la pratica delle arti divinatorie.
Sarebbe già un motivo sufficiente per condannare l’occultismo e le altre
speculazioni analoghe, che tanta importanza attribuiscono a questa specie di
cose, anche se non esistessero nell’ordine dottrinale considerazioni ancor più
gravi e decisive per far respingere assolutamente concezioni che sono
chimeriche e insieme pericolose.
Ammetteremo dunque che non è possibile
prevedere attualmente le circostanze che potranno determinare un mutamento di
direzione nello sviluppo dell’Occidente; ma la possibilità di un tale
cambiamento può esser contestata solo da quanti credono che questo sviluppo,
nel suo senso attuale, costituisca un «progresso» assoluto. Per noi tale idea
di «progresso» assoluto è priva di senso, e già abbiamo segnalato
l’incompatibilità di
246
Conclusione
certi sviluppi dove un progresso relativo in
un dato campo comporta una regressione corrispondente in un altro; non diciamo
«equivalente», giacché non si può parlare di equivalenza tra cose che non sono
della stessa natura né dello stesso ordine. È quanto è avvenuto nella civiltà
occidentale: le ricerche condotte esclusivamente in vista delle applicazioni
pratiche e del progresso materiale hanno provocato, come necessariamente
dovevano, una regressione nell’ordine puramente speculativo e intellettuale; e
siccome non esiste comune misura tra le due sfere, ciò che si perdeva così da
una parte aveva un valore incommensurabilmente più grande di quello che si
acquisiva dall’altra; solo tutta la deformazione mentale della stragrande
maggioranza degli occidentali moderni può giudicare le cose in modo diverso.
Comunque sia, se consideriamo solo che uno sviluppo unilineare soggiace
ineluttabilmente a certe condizioni limitative, che diventano più rigorose
quando tale sviluppo si compia nell’ordine materiale, si può ben dire che il
mutamento di direzione di cui parliamo dovrà quasi sicuramente prodursi in un
momento dato. Quanto alla natura degli avvenimenti che vi contribuiranno, è
possibile che infine ci si accorga di come le cose cui si annette attualmente
una esclusiva importanza non sono in grado di produrre i risultati che da esse
si attendono; ma anche questo supporrebbe già un certo mutamento della
mentalità comune, benché la delusione possa essere soprattutto sentimentale e
vertere, per esempio, sul riconoscimento che non esiste un «progresso morale»
parallelo al progresso definito scientifico. Di fatto, i mezzi della
trasformazione, se non giungono da qualche altra parte, dovranno avere una
mediocrità proporzionata a quella della mentalità su cui si troveranno ad
agire; ma allora tale mediocrità sarebbe piuttosto di malaugurio per ciò che ne
risulterà. Si può ancora supporre che le invenzioni meccaniche, spinte sempre
più lontano, giungano a un punto in cui appariranno talmente pericolose che ci
si vedrà costretti a rinunciarvi, sia per il terrore che a poco a poco certi
loro effetti produrranno, sia addirittura in seguito a un cataclisma che
lasceremo alla fantasia di ciascuno immaginare. Anche in questo caso il movente
del cambiamento sarebbe di ordine sentimentale, ma di quella sentimentalità che
è molto vicina al fisiologico; e faremo notare, senza addentrarci in
particolari, che sintomi di
247
Conclusione
entrambe queste possibilità si sono già
verificati, benché debolmente, in seguito ai recenti avvenimenti che hanno
funestato l’Europa, ma che non sono ancora, checché se ne possa pensare, così
consistenti da determinare al riguardo risultati profondi e duraturi. Del resto
cambiamenti come quelli che stiamo considerando possono avvenire in modo lento
e graduato e richiedere dei secoli per compiersi, così come possono nascere
all’improvviso da sconvolgimenti rapidi e imprevisti; tuttavia anche nel primo
caso è verosimile che debba giungere un momento in cui si produce una rottura
più o meno brusca, una vera e propria soluzione di continuità nei confronti
dello stato anteriore. In tutti i modi, ammetteremo che non è possibile fissare
in anticipo, anche approssimativamente, la data di un mutamento simile; e
tuttavia la verità ci impone di dire che chi ha qualche conoscenza delle leggi
cicliche e della loro applicazione ai periodi storici potrebbe per lo meno
permettersi qualche previsione e determinare delle epoche comprese entro certi
limiti; ma qui noi ci asterremo completamente da considerazioni siffatte, tanto
più che sono state talvolta simulate da gente che non aveva nessuna reale
conoscenza delle leggi che abbiamo appena accennato e per la quale era tanto
più facile parlare di tali cose quanto più completamente le ignorava: se
quest’ultima affermazione può suonare paradossale, ciò che esprime è
rigorosamente esatto.
La questione che ora si pone è la seguente:
ammesso che in un’epoca indeterminata, e in seguito ad avvenimenti non meglio
precisati venga a prodursi in Occidente una reazione, ed essa provochi
l’abbandono di ciò che costituisce tutta la civiltà europea attuale, che cosa
poi ne risulterà? Parecchi sono i casi possibili, ed è opportuno esaminare le
differenti ipotesi che vi corrispondono: la più sfavorevole è che nulla venga a
sostituirsi a questa civiltà, e che, una volta scomparsa, l’Occidente abbandonato
a se stesso si trovi precipitato nella peggiore barbarie. Per comprendere tale
possibilità basta riflettere che, senza neppure risalire ai tempi definiti
storici, si trovano molti esempi di civiltà completamente scomparse; erano
talvolta civiltà di popoli che anch’essi si estinsero, ma questa supposizione
si realizza quasi solo per civiltà localizzate in modo piuttosto ristretto,
mentre per quelle che hanno una maggiore estensione è più verosimile che i loro
popoli sopravvivano,
248
Conclusione
ridotti a uno stato di degradazione più o meno
simile a quello, come abbiamo detto in precedenza, degli attuali selvaggi; non
è necessario insistere ulteriormente per rendersi conto di tutto quel che c’è
di inquietante nella prima ipotesi. Nel secondo caso, i rappresentanti di altre
civiltà, vale a dire i popoli orientali, per salvare il mondo occidentale da
tale irrimediabile decadimento, lo assimilano di buon grado o con la forza,
ammesso che la cosa sia possibile e che l’Oriente vi consenta, nella sua totalità
o in qualcuna delle sue parti costitutive. Speriamo che nessuno sia così
accecato dai pregiudizi occidentali da non riconoscere che sarebbe preferibile
questa ipotesi alla precedente: in circostanze simili ci sarebbe senz’altro un
periodo transitorio di rivoluzioni etniche estremamente dolorose, quali è
difficile rappresentarsi, ma il risultato finale sarebbe tale da compensare i
danni fatalmente causati da simile catastrofe; solo che l’Occidente dovrebbe
rinunciare alle proprie caratteristiche e si troverebbe assorbito puramente e
semplicemente. Conviene perciò esaminare un altro caso come ben più favorevole
dal punto di vista occidentale, benché a dire il vero equivalente dal punto di
vista dell’umanità terrestre nel suo insieme, perché se dovesse realizzarsi,
l’effetto sarebbe di far scomparire l’anomalia occidentale, non per
soppressione come nella prima ipotesi, ma, come nella seconda, per un ritorno
all’intellettualità vera e normale; ma tale ritorno, invece di essere imposto e
forzato, o al massimo accettato e subito, si effettuerebbe allora
volontariamente e come spontaneamente. Appare ora più chiaro che cosa implica,
per essere attuabile, quest’ultima possibilità: occorrerebbe che l’Occidente,
proprio quando il suo sviluppo nel senso attuale giungesse alla fine, trovasse
in se stesso i principi di uno sviluppo in un altro senso, che potrebbe allora
compiere in modo del tutto naturale; e questo nuovo sviluppo, rendendo la sua
civiltà comparabile a quelle dell’Oriente, gli permetterebbe di conservare nel
mondo, non già una preminenza che non gli spetta a nessun titolo e che deve
esclusivamente all’uso della forza bruta, ma almeno il posto che può
legittimamente occupare come rappresentante di una civiltà tra le altre, e una
civiltà che, nelle mutate condizioni, non sarebbe più un elemento di squilibrio
e oppressione per il resto degli uomini. Non si deve credere infatti che il
dominio occidentale possa essere giudicato diversamente dai
249
Conclusione
popoli delle altre civiltà, su cui ora si
esercita; non parliamo naturalmente di certe popolazioni imbastardite per le
quali d’altronde questo dominio è forse più nocivo che utile, giacché dei loro
conquistatori esse assimilano solo la parte peggiore. Quanto agli orientali,
abbiamo già indicato più volte come ci pare giustificato il loro disprezzo per
l’Occidente, tanto più che la razza europea afferma con accresciuta insistenza
la sua pretesa odiosa e ridicola a un’inesistente superiorità mentale, volendo imporre
a tutti gli uomini un’assimilazione che essa, per i suoi caratteri instabili e
mal definiti, è fortunatamente incapace di realizzare. Sono necessarie tutta
l’illusione e la cecità generate dal più assurdo partito preso per credere che
la mentalità occidentale conquisterà mai l’Oriente, e che uomini per i quali
non esiste vera superiorità se non quella dell’intellettualità finiranno col
lasciarsi sedurre dalle invenzioni meccaniche che suscitano la loro estrema
ripugnanza e non la più pallida ammirazione. Indubbiamente può accadere che gli
orientali accettino o meglio subiscano certe necessità dell’epoca attuale, ma
considerandole transitorie e più dannose che utili, e aspirando in fondo a
sbarazzarsi di tutto questo «progresso» materiale a cui non si interesseranno
mai veramente; ma, a parte il caso specialissimo del Giappone, sul quale ci
siamo già spiegati, sotto questo aspetto non si potranno ottenere che delle
modifiche del tutto superficiali, nonostante gli sforzi del più acceso e
intempestivo proselitismo occidentale. Gli orientali non hanno oggi,
intellettualmente, maggior interesse a cambiare di quanto ne ebbero nei secoli
trascorsi; tutto quanto abbiamo detto qui sta a dimostrarlo, ed è una delle
ragioni per cui un avvicinamento vero e profondo può derivare solo, com’è
logico e normale, da un compiuto mutamento da parte dell’Occidente.
Dobbiamo ancora tornare alle tre ipotesi da
noi descritte, per caratterizzare con più esattezza le condizioni che
determinerebbero il realizzarsi dell’una o dell’altra di esse; a questo
riguardo tutto dipende evidentemente dallo stato mentale in cui si troverà il
mondo occidentale quando giungesse al punto di arresto della sua civiltà
attuale. Se allora tale stato mentale fosse quale è oggi, si verificherebbe
necessariamente la prima ipotesi, giacché non esisterebbe nulla da sostituire a
ciò cui si dovrebbe rinunciare e
250
Conclusione
inoltre l’assimilazione da parte di altre
civiltà sarebbe impossibile, dato che la differenza delle mentalità si traduce
in opposizione. Tale assimilazione, che corrisponde alla nostra seconda
ipotesi, presupporrebbe, come condizione minima, l’esistenza in Occidente di un
nucleo intellettuale, che, sia pur formato da una élite ristretta, fosse così
saldo da diventare l’indispensabile mediatore per riportare la mentalità
generale verso le fonti della vera intellettualità, imprimendole una direzione
di cui non occorrerebbe, del resto, che la massa fosse consapevole. Non appena
si ammetta un arresto di civiltà, solo la costituzione preventiva di un’élite
simile appare dunque in grado di salvare l’Occidente, nel momento dato, dal
caos e dalla dissoluzione; e d’altronde, perché i detentori delle tradizioni
orientali si interessassero alla sorte dell’Occidente, sarebbe essenziale
mostrare loro che, se l’intellettualità occidentale considerata nel suo insieme
merita i loro giudizi più severi, possono tuttavia esistere onorevoli
eccezioni, che indicano come il decadimento di tale intellettualità non sia del
tutto irrimediabile. Abbiamo detto che il verificarsi della seconda ipotesi non
sarebbe privo, almeno transitoriamente, di certi aspetti penosi, dato che
l’élite, in un’azione dove l’Occidente non avrebbe l’iniziativa, fungerebbe
solo da punto d’appoggio; ma il suo ruolo sarebbe tutt’altro se gli avvenimenti
le dessero il tempo di esercitare questa azione direttamente e da se stessa,
ciò che corrisponderebbe alla possibilità della terza ipotesi. Si può infatti
pensare che l’élite intellettuale, una volta costituita, agirebbe in qualche
modo come un «fermento» nel mondo occidentale, per preparare quella
trasformazione che, diventando effettiva, le permetterebbe di trattare, se non
da pari a pari, almeno come forza autonoma con i rappresentanti autorizzati
delle civiltà orientali. In tal caso la trasformazione apparirebbe spontanea,
tanto più che potrebbe avvenire senza urti, per poco che l’élite avesse
acquistato in tempo un’influenza tale da dirigere realmente la mentalità
generale; e del resto l’appoggio degli orientali in questo compito non le
verrebbe a mancare, poiché essi saranno sempre favorevoli, com’è naturale, a un
avvicinamento che si operi su basi simili, tanto più che vi avrebbero
ugualmente un interesse che, pur essendo di tutt’altro ordine rispetto a quello
degli occidentali, non sarebbe in alcun modo trascurabile, ma che è alquanto
difficile e del
251
Conclusione
resto inutile definire qui. Ad ogni modo,
vogliamo ribadire come non sia affatto necessario, per preparare il mutamento
di cui si parla, che la massa occidentale, pur limitandola alla sola massa
sedicente intellettuale, vi prenda parte agli inizi; anche se ciò non fosse del
tutto impossibile, sarebbe sotto certi aspetti piuttosto nocivo; per cominciare
è dunque sufficiente che pochi individui capiscano la necessità di un mutamento
simile, purché, beninteso, la capiscano realmente e profondamente.
Abbiamo messo in evidenza il carattere
essenzialmente tradizionale di tutte le civiltà orientali; la mancanza di un
effettivo collegamento a una tradizione è, in fondo, la radice stessa della
deviazione occidentale. Il ritorno a una civiltà tradizionale, nei suoi
principi e in tutto l’insieme delle sue istituzioni, sembra essere quindi la
condizione fondamentale per la trasformazione di cui abbiamo parlato, o
piuttosto tale ritorno si identifica con la trasformazione stessa, che si
compirebbe quando esso fosse pienamente effettuato, e in condizioni che
permetterebbero perfino di conservare quel che l’attuale civiltà occidentale
può contenere di veramente utile sotto qualche rispetto, purché, s’intende, le
cose non siano precipitate fino al punto in cui si imponga una totale rinuncia.
Il ritorno alla tradizione si presenta dunque come il più essenziale degli
scopi che l’élite intellettuale dovrà prefiggersi; la difficoltà consiste nel
realizzare integralmente tutto ciò che esso implica in ordini diversi, e anche
nel determinarne esattamente le modalità. Diremo soltanto che il Medioevo ci
offre l’esempio di uno sviluppo tradizionale propriamente occidentale; si
tratterebbe, in definitiva, non di copiare o di ricostruire pedissequamente
quanto esistette a quell’epoca, ma di trarne ispirazione per l’adattamento reso
necessario dalle circostanze. Se una «tradizione occidentale» esiste, è nel
Medioevo che bisogna cercarla e non nelle fantasie degli occultisti e degli
pseudo-esoteristi; questa tradizione era allora concepita in modo religioso, e
noi non pensiamo che l’Occidente sia atto a concepirla in modo diverso, oggi
meno che mai; basterebbe che alcune intelligenze avessero coscienza dell’unità
essenziale di tutte le dottrine tradizionali nel loro principio, come ciò
dovette avvenire anche in quell’epoca; molti infatti sono gli indizi che
consentono di affermarlo, anche se mancano prove tangibili e scritte, la cui
assenza è affatto naturale checché ne pensi il «metodo storico», a cui queste
cose non competono in alcun modo. Nel corso del nostro studio
252
Conclusione
abbiamo accennato, quando l’occasione se ne
presentava, ai principali caratteri della civiltà del Medioevo, in quanto
presenta analogie, molto reali anche se incomplete, con le civiltà orientali, e
non è il caso di ritornare su questo; ora vogliamo soltanto dire che
l’Occidente, trovandosi in possesso della tradizione che più si adatta alle sue
particolari condizioni, e peraltro sufficiente per la maggioranza degli
individui, sarebbe con ciò dispensato dall’adattarsi più o meno faticosamente
ad altre forme tradizionali che non sono state fatte per questa parte
dell’umanità; è abbastanza facile vedere quanto tale vantaggio sarebbe
apprezzabile.
Il lavoro da compiere dovrebbe limitarsi, agli
inizi, al punto di vista puramente intellettuale, che è il più essenziale di
tutti, dato che è quello dei principi da cui tutto il resto dipende; è chiaro
che le conseguenze si estenderebbero in seguito, più o meno rapidamente, a
tutti gli altri campi, per una ripercussione affatto naturale; modificare la
mentalità di un ambiente è l’unico mezzo per produrvi, anche socialmente, un
cambiamento profondo e duraturo, e volere iniziare dalle conseguenze è un metodo
eminentemente illogico, degno soltanto dell’agitazione impaziente e sterile
degli occidentali attuali. Del resto il punto di vista intellettuale è il solo
ad essere immediatamente accessibile, perché i principi, essendo universali,
sono assimilabili da ogni uomo, a qualunque razza appartenga, purché abbia una
capacità di comprensione sufficiente; può apparire strano che quanto vi è di
più facilmente accessibile in una tradizione sia precisamente quel che ha di
più elevato, tuttavia si capisce facilmente perché è quel che è libero da tutte
le contingenze. Così si spiega anche come le scienze tradizionali secondarie,
le quali sono soltanto applicazioni contingenti, non siano completamente
assimilabili dagli occidentali nella loro forma orientale; quanto a costituirne
o restituirne l’equivalente in un modo che convenga alla mentalità occidentale,
è questa una impresa la cui realizzazione può apparire solo come una
possibilità estremamente lontana, e la cui importanza del resto, pure ancora
grandissima, è tutto sommato accessoria.
Se ci limitiamo a considerare il punto di vista
intellettuale, è perché comunque è il primo che di fatto occorre considerare;
ma rammentiamo che bisogna intenderlo in modo tale che le possibilità in esso
contenute siano veramente illimitate, come
253
Conclusione
già abbiamo spiegato caratterizzando il
pensiero metafisico. È di metafisica che essenzialmente si tratta, giacché
null’altro può esser detto propriamente e puramente intellettuale; e questo ci
porta a precisare che per l’élite di cui sopra, la tradizione, nella sua
essenza profonda, non dev’essere concepita nel modo specificamente religioso,
che dopo tutto è soltanto un adattamento alle condizioni della mentalità
generale e media. D’altra parte tale élite, ancor prima di aver realizzato una
modificazione sensibile nell’orientamento del pensiero comune, potrebbe già
ottenere con la sua influenza alcuni risultati abbastanza importanti
nell’ordine delle contingenze, come sgombrare il campo da difficoltà e
malintesi che sono altrimenti inevitabili nelle relazioni con i popoli
orientali; ma, ripetiamo, si tratta solo di conseguenze secondarie dell’unica
realizzazione primordialmente indispensabile, e quest’ultima, che condiziona
tutto il resto e da null’altro è condizionata, è di un ordine totalmente
interiore. Prioritaria dunque è la comprensione delle questioni dei principi,
di cui abbiamo qui cercato di indicare la vera natura, ed essa comporta in
definitiva l’assimilazione dei modi essenziali del pensiero orientale; del
resto, fintantoché si penserà in modi differenti, e soprattutto senza che da
una parte si abbia coscienza della diversità, nessuna intesa è evidentemente
possibile, non più di quanto lo sarebbe se si parlassero due lingue diverse e
uno degli interlocutori ignorasse la lingua dell’altro. Per questo i lavori
degli orientalisti non possono essere qui di alcun aiuto, quando non siano
invece, per le ragioni già da noi indicate, addirittura un ostacolo; per questo
ancora, avendo ritenuto utile scrivere tali cose, ci proponiamo inoltre di
precisare e sviluppare certi punti in una serie di studi metafisici, sia
esponendo direttamente taluni aspetti delle dottrine orientali, in particolare
quelle dell’India, sia adattando queste stesse dottrine nel modo che più ci
parrà intelligibile, quando giudicheremo preferibile un simile adattamento alla
pura e semplice esposizione; in tutti i casi, quanto così presenteremo sarà
sempre, nello spirito se non nella lettera, l’interpretazione la più
scrupolosamente esatta e fedele delle dottrine tradizionali, e ciò che di
nostro vi aggiungeremo saranno soprattutto le imperfezioni fatali
dell’esposizione.
Nel tentativo di far capire la necessità di un
accostamento all’Oriente ci siamo attenuti, a parte la questione del beneficio
254
Conclusione
intellettuale che ne risulterebbe
immediatamente, a un punto di vista che è ancora affatto contingente, o che
tale può apparire qualora non sia collegato ad altre considerazioni che ci era
impossibile esaminare, e che riguardano soprattutto il senso profondo di quelle
leggi cicliche di cui ci siamo limitati a segnalare l’esistenza; ciò non toglie
che tale punto di vista, pur come lo abbiamo esposto, ci sembri adattissimo a
trattenere l’attenzione delle intelligenze serie e a farle riflettere, con
l’unica condizione che non siano irreparabilmente accecate dai pregiudizi
comuni dell’Occidente moderno. Questi pregiudizi sono esasperati al massimo
grado nei popoli germanici e anglosassoni, i quali sono perciò, mentalmente
ancor più che fisicamente, i più lontani dagli orientali; considerato che
l’intellettualità è negli Slavi in qualche modo ridotta al minimo e che il
celtismo esiste quasi solo allo stato di ricordo storico, solo presso i popoli
definiti latini (e che di fatto lo sono per le lingue che parlano e le modalità
specifiche della loro civiltà se non per le origini etniche) potrebbe iniziare
ad attuarsi, con qualche speranza di successo, un disegno come quello che
abbiamo indicato. Tale piano comporta, in definitiva, due fasi principali, che
sono la costituzione dell’élite intellettuale e la sua azione sull’ambiente
occidentale; ma sui mezzi relativi a entrambe attualmente non si può dire
nulla, perché sarebbe, sotto ogni rispetto, prematuro; con ciò abbiamo voluto
soltanto considerare, lo ripetiamo, delle possibilità, senz’altro lontane ma
pur sempre tali, il che è sufficiente per prenderle in considerazione. Fra le
cose che precedono ve ne sono alcune che forse avremmo esitato a scrivere prima
degli ultimi avvenimenti, che sembrano avere avvicinato un poco queste
possibilità o che almeno consentono di comprenderle meglio; senza annettere
un’importanza eccessiva alle contingenze storiche, che non modificano in nulla
la verità, non bisogna dimenticare che esiste una questione di opportunità, che
sovente interviene nella formulazione esteriore di tale verità.
Molte cose mancano a questa conclusione perché
sia completa, e sono proprio quelle che riguardano gli aspetti più profondi,
dunque i più veramente essenziali, delle dottrine orientali e dei risultati che
dal loro studio si possono attendere quanti siano in grado di condurlo
sufficientemente innanzi; ciò di cui si tratta può essere presentito in certa
misura da quel poco che
255
Conclusione
abbiamo detto a proposito della realizzazione
metafisica, ma al tempo stesso abbiamo indicato le ragioni per cui non ci era
possibile insistervi ulteriormente, specie in un’esposizione preliminare come
questa; forse su ciò ritorneremo in altra sede, ma è opportuno tenere sempre
presente una formula estremo-orientale secondo cui «chi sa dieci, insegni
soltanto nove». Comunque sia, tutto quel che può essere sviluppato senza
riserve, vale a dire tutto quel che di esprimibile c’è nell’aspetto puramente
teorico della metafisica, è più che sufficiente a far capire, a coloro che ne
sono in grado, anche se poi non vanno oltre, come le speculazioni analitiche e
frammentarie dell’Occidente moderno appaiano quali in realtà esse sono: una
ricerca vana e illusoria, senza principio né fine ultimo, e i cui mediocri
risultati non valgono né il tempo né gli sforzi di chiunque abbia un orizzonte
intellettuale sufficientemente esteso da non circoscrivervi la propria
attività.
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Indice
Premessa 11
I. CONSIDERAZIONI PRELIMINARI
1. Oriente e Occidente 19
2. La divergenza 23
3. il pregiudizio classico 28
4. Le relazioni tra i popoli antichi 33
5. Problemi di cronologia 38
6. Difficoltà linguistiche 45
II. I MODI GENERALI DEL PENSIERO ORIENTALE
1. Le grandi divisioni dell’Oriente 53
2. Principi di unità delle civiltà orientali 57
3. Che cosa si deve intendere per tradizione 63
4. Tradizione e religione 67
5. Caratteri essenziali della metafisica 78
6. Rapporti fra la metafisica e la teologia 87
7. Simbolismo e antropomorfismo 93
8. Pensiero metafisico e pensiero filosofico 98
9. Esoterismo ed exoterismo 112
10. La realizzazione metafisica 119
III. LE DOTTRINE INDÙ
1. Significato esatto della parola «indù» 127
2. La perpetuità del Vêda 132
3. Ortodossia ed eterodossia 136
4. Sul buddhismo 140
5. La legge di Manu 150
6. Principio dell’istituzione delle caste 155
7. Shivaismo e Vishnuismo 161
8. I punti di vista della dottrina 165
9. Il Nyâya 171
10. Il Vaishêshika 176
11. Il Sânkhya 183
12. Lo Yoga 188
13. La Mîmânsâ 192
14. Il Vêdânta 198
15. Considerazioni complementari sull’insieme della dottrina 204
16. L’insegnamento tradizionale 207
IV. LE INTERPRETAZIONI OCCIDENTALI
1. L’orientalismo ufficiale 213
2. L’influsso tedesco 217
3. La scienza delle religioni 222
4. Il teosofismo 229
5. Il Vêdânta occidentalizzato 236
6. Osservazioni finali 240
Conclusione 245
1989 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO
Stampato nell’agosto 1989
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