10 - IL SIMBOLISMO DELLA CROCE - René Guénon
Il Simbolismo
della Croce
Alla venerata memoria
di Esh-Sheikh
Abder-Rahman Elish El-Kebir
El-Alim El-Malki El-Maghribi
al quale si deve
la prima idea di questo libro
Meçr El-Qâhirah, 1329-1349 H.
Prefazione
In apertura dell’Uomo e il suo divenire
secondo il Vêdânta questo lavoro veniva da noi presentato come se dovesse
costituire l’inizio di una serie di studi nei quali avremmo potuto. secondo i
casi, vuoi esporre direttamente taluni aspetti delle dottrine metafisiche
d’Oriente, vuoi adattare queste ultime nel modo che ci sarebbe parso più
intelligibile e più profittevole, rimanendo tuttavia sempre rigorosamente
fedeli al loro spirito. Riprendiamo qui questa serie di studi, dopo aver dovuto
interromperla temporaneamente per redigere altri lavori resi necessari da certe
considerazioni di opportunità, lavori nel quali ci siamo maggiormente calati
nel campo delle applicazioni contingenti; ma anche in questo caso non abbiamo
mai un solo istante perduto di vista i principi metafisici, i quali sono
l’unico fondamento di ogni vero insegnamento tradizionale.
Nell’Uomo e il suo divenire secondo il
Vêdânta abbiamo fatto vedere come un essere come l’uomo venga guardato da
una dottrina tradizionale e di tipo puramente metafisico, e ciò contenendoci –
nel modo più rigoroso possibile – all’esposizione esatta e alla conforme
interpretazione della dottrina, o, per lo meno, non esorbitandone se non per
segnalare, quando se ne presentasse l’occasione, le concordanze di questa
dottrina con altre forme tradizionali. In effetti, la nostra intenzione non è
mai stata quella di rinchiuderci in modo esclusivo in una forma determinata –
cosa che del resto sarebbe ben difficile quando si sia presa coscienza
dell’unità di essenza che si cela sotto la
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Prefazione
diversità delle forme più o meno esteriori,
forme che in definitiva altro non sono se non altrettanti rivestimenti di una
sola e identica verità. Se per ragioni che abbiamo già spiegato in altra sede1,
abbiamo in linea di massima assunto quale punto di vista centrale quello delle
dottrine indù, ciò non ha affatto la conseguenza di impedirci il ricorso, ogni
volta che l’argomento si presti, ai modi di esprimersi delle altre tradizioni,
a patto – beninteso – che si tratti sempre di tradizioni vere, tradizioni che
possiamo dire regolari e ortodosse, intendendo tali parole nel senso da noi
definito in altre occasioni2. È questo che faremo qui, in
particolare, più liberamente che non nel lavoro precedente, in quanto ci
dedicheremo non più all’esposizione di un determinato ramo di dottrina,
com’esso esiste in una certa civiltà, ma alla spiegazione di un simbolo che è precisamente
fra quelli che sono comuni a quasi tutte le tradizioni, caratteristica che ai
nostri occhi sta a indicare che si ricollegano direttamente alla grande
Tradizione primordiale.
A tal proposito, dobbiamo insistere un poco su
un punto che ha una particolare importanza al fine di dissipare molte
confusioni sfortunatamente troppo frequenti nella nostra epoca; intendiamo
parlare della differenza capitale esistente tra «sintesi» e «sincretismo». Il
sincretismo consiste nell’accozzare dal di fuori elementi più o meno
eterogenei, i quali, visti in tal modo, non possono mai essere veramente
unificati; in definitiva, si tratta di una sorta di eclettismo, con tutto quel
che quest’ultimo sempre comporta di frammentario e di incoerente. È dunque
qualcosa di puramente esteriore e superficiale; gli elementi che vengono così
raccolti da diverse parti e riuniti in tal modo artificialmente non hanno mai
altro carattere se non quello di imprestiti, non passibili di un’effettiva
integrazione in una dottrina degna di questo nome. Al contrario, la sintesi è
sempre effettuata dal di dentro; con ciò intendiamo dire che
1 Oriente e
Occidente, pp. 174-6.
2 Introduzione
generale allo studio delle Dottrine indù, 3a parte, cap. III; L’Uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. I
10
Prefazione
essa consiste in modo proprio nel prendere in
considerazione le cose nell’unità del loro stesso principio, nel vedere come
esse derivino e dipendano da questo principio, nell’unirle in tal maniera – o
meglio, nel prendere coscienza della loro unione reale, in virtù di un legame
del tutto interiore, inerente a ciò che di più profondo c’è nella loro natura.
Per applicare quanto stiamo dicendo all’argomento che ci occupa al presente, si
può dire che si avrà sincretismo tutte le volte che ci si limiterà a trarre
degli elementi da differenti forme tradizionali, per saldarli in certo qual
modo esteriormente gli uni agli altri, senza sapere che in fondo non c’è che
un’unica dottrina della quale tali forme sono semplicemente altrettante
espressioni diverse, altrettanti adattamenti a condizioni mentali particolari,
in relazione con circostanze determinate di tempo e di luogo. In un simile
caso, da questo raffazzonamento non potrà uscire nulla di valevole; per
adottare un paragone facilmente comprensibile, invece di un insieme
organizzato, non risulterà che una raccolta informe di detriti inutilizzabili,
in quanto ad essa mancherà quel che potrebbe dar loro un’unità analoga a quella
di un essere vivente o di un edificio armonioso; ed è tipico del sincretismo,
proprio a motivo della sua esteriorità, una simile unità il non poter
realizzarla. Per converso, si avrà sintesi quando si partirà dall’unità stessa,
e quando non la si perderà mai di vista attraverso la molteplicità delle sue
manifestazioni, il che implica che si abbia raggiunto, al di fuori e al di là
delle forme, la coscienza della verità principiale che di queste ultime si
riveste per esprimersi e comunicarsi nella misura del possibile. In conseguenza
di ciò, ci si potrà servire dell’una o dell’altra di tali forme secondo che si
reputi vantaggioso il farlo, esattamente nello stesso modo in cui si può, per
tradurre uno stesso pensiero, servirsi di lingue diverse col mutare delle
circostanze, alfine di farsi capire dagli interlocutori differenti ai quali ci
si rivolge; d’altro canto, è proprio questo a cui certe tradizioni danno
simbolicamente il nome di «dono delle lingue». Si potrebbe dire che le
concordanze tra tutte le forme tradizionali rappresentino reali «sinonimie»; è
in questa luce che noi le
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Prefazione
guardiamo e ce ne serviamo, e così come la
spiegazione di determinate cose può rivelarsi più facile in questa che non in
quella lingua, una di tali forme potrà meglio adattarsi delle altre
all’esposizione di certe verità e rendere queste ultime più facilmente
intelligibili. È perciò perfettamente legittimo, in ciascun caso, fare uso
della forma che appare più appropriata a quanto ci si propone; passare dall’una
all’altra non presenta nessun inconveniente, a condizione che se ne conosca
realmente l’equivalenza, cosa che non può avvenire se non partendo dal loro
principio comune. Di conseguenza, in questo caso non vi è sincretismo; del
resto, quest’ultimo non è che un punto di vista puramente «profano»,
incompatibile con la stessa nozione di «scienza sacra» a cui questi studi
esclusivamente si riferiscono.
Abbiamo detto che la croce è un simbolo che,
sotto forme diverse, si incontra quasi dappertutto, e a partire dalle epoche
più remote; essa è quindi ben lungi dall’appartenere in proprio ed in modo
esclusivo al Cristianesimo, come certuni potrebbero essere tentati di credere.
Bisogna inoltre dire che il Cristianesimo, per lo meno nel suo aspetto
esteriore e conosciuto generalmente, sembra aver un po’ perduto di vista il
carattere simbolico della croce per considerarla soltanto più il segno di un
fatto storico; in realtà, questi due punti di vista non si escludono affatto,
ed, anzi, il secondo non è in certo qual senso se non una conseguenza del
primo; sennonché questo modo di guardare alle cose è talmente estraneo alla
gran maggioranza dei nostri contemporanei che è giocoforza arrestarci su di
esso un istante, ad evitare qualche malinteso. Di fatto, troppo spesso si ha
tendenza a pensare che l’accettazione di un senso simbolico debba comportare il
rifiuto di un senso letterale o storico; un’opinione del genere non è che il
prodotto dell’ignoranza della legge di corrispondenza che è il fondamento
stesso di ogni simbolismo, e in virtù della quale qualsiasi cosa, poiché
discende essenzialmente da un principio metafisico dal quale ricava tutta la
sua realtà, traduce o esprime tale principio alla sua maniera e secondo il suo
ordine di esistenza,
12
Prefazione
per modo che da un ordine all’altro, tutte le
cose si concatenano e corrispondono per concorrere all’armonia universale e
totale, la quale è, nella molteplicità della manifestazione, in certo modo un
riflesso della stessa unità principiale. È questa la ragione per cui le leggi
di una sfera inferiore possono sempre essere assunte a simbolo delle realtà di
un ordine superiore, nelle quali esse hanno la loro ragione profonda, che è
insieme il loro principio e la loro fine; e possiamo ricordare – in questa occasione
–, tanto più che proprio qui ne troveremo degli esempi, l’errore delle moderne
interpretazioni «naturalistiche» delle antiche dottrine tradizionali,
interpretazioni che rovesciano semplicemente la gerarchia dei rapporti tra i
diversi ordini di realtà.
I simboli o i miti non hanno infatti mai avuto
la funzione – come vorrebbe una teoria anche troppo diffusa ai giorni nostri –
di rappresentare il movimento degli astri; la verità è che in essi si trovano
spesso figure che si ispirano a quest’ultimo e che sono destinate ad esprimere
analogicamente qualcosa di totalmente diverso, in quanto le leggi di tale
movimento traducono fisicamente i principi metafisici dai quali dipendono. Quel
che diciamo dei fenomeni astronomici si può dirlo del pari, e allo stesso titolo,
di ogni altro genere di fenomeni naturali: questi fenomeni, in quanto derivano
da principi superiori e trascendenti, sono veramente simboli di questi ultimi;
ed è evidente che questo non infirma affatto la realtà propria che simili
fenomeni posseggono, come tali, nel campo di esistenza al quale appartengono;
ben al contrario, è proprio questo che dà fondamento a tale realtà, poiché al
di fuori della loro dipendenza nei confronti dei principi, tutte le cose non
sarebbero se non puro nulla. Come per tutto il resto, la stessa cosa accade dei
fatti storici: essi pure si conformano necessariamente alla legge di
corrispondenza della quale abbiamo or ora parlato, e in conseguenza di ciò
traducono secondo il loro modo le realtà superiori, delle quali non sono in
certo qual modo se non un’espressione umana; aggiungeremo che è questo a
costituire ai nostri occhi tutto il loro interesse, da un punto di vista che –
la
13
Prefazione
cosa è evidente ‑ è totalmente diverso da
quello in cui si pongono gli storici «profani»1.
Tale carattere simbolico, quantunque comune a
tutti i fatti storici, deve essere particolarmente evidente per quelli fra essi
che costituiscono quella che può più propriamente esser detta la «storia
sacra»; ed è a motivo di ciò che lo si ritrova in particolare, in maniera
impressionante, in tutte le circostanze della vita di Cristo. Se si è ben
capito quanto abbiamo detto finora, si comprenderà immediatamente che non solo
questa non è una ragione per negare la realtà di tali avvenimenti e per
considerarli puri e semplici «miti», ma che – al contrario – simili avvenimenti
dovevano essere quelli che sono stati e non potevano essere diversi;
d’altronde, come si potrebbe attribuire un carattere sacro a qualcosa che sia
privo di ogni significato trascendente? In particolare, se Cristo è morto sulla
croce, si può dire che sia a motivo del valore simbolico che la croce possiede
di per sé e che le è sempre stato riconosciuto da tutte le tradizioni; ed è
questa la ragione per cui, senza che si sminuisca minimamente il suo
significato storico, si può considerare quest’ultimo come derivato dal suo
stesso valore simbolico.
Un’altra conseguenza della legge di
corrispondenza è la pluralità dei significati inclusi in ogni simbolo: si può
ritenere, infatti, che qualsiasi cosa rappresenti non soltanto i principi
metafisici, ma anche le realtà di ogni ordine che sono superiori al suo, realtà
che, pur se ancora contingenti e dalle quali essa dipende inoltre più o meno
direttamente, rivestono nei suoi confronti la parte di «cause seconde»; e
l’effetto può sempre venire assunto quale simbolo della causa, qualunque sia il
livello al quale ciò avviene, giacché tutto ciò che l’effetto è altro non è se
non l’espressione di qualcosa che è inerente alla natura della sua stessa
causa. Tali significati simbolici molteplici e gerarchicamente sovrapposti non
si escludono affatto reciprocamente, non più di quanto escludano il senso
letterale; sono
1 «La stessa verità
storica non è solida se non quando deriva dal Principio» (Tchoang-Tseu,
cap. XXV).
14
Prefazione
anzi perfettamente concordanti tra di loro,
perché in realtà esprimono le applicazioni di uno stesso principio a ordini
diversi; ed in tal modo si completano e si corroborano, integrandosi
nell’armonia della sintesi totale. È proprio questo, d’altra parte, che rende
il simbolismo un linguaggio molto meno limitato del linguaggio comune, e fa di
esso il solo linguaggio adatto per l’espressione e per la comunicazione di
certe verità; è in ragione di ciò che esso apre possibilità di concezione
veramente illimitate; è in ragione di ciò che esso costituisce il linguaggio
iniziatico per eccellenza, il veicolo indispensabile di ogni insegnamento
tradizionale.
La croce ha perciò, come tutti i simboli,
molteplici significati; ma questi significati non è nostra intenzione
svilupparli qui tutti in ugual maniera, e alcuni di essi li indicheremo in modo
appena occasionale. Quello che ci prefiggiamo essenzialmente di esprimere, in
effetti, è il significato metafisico, il quale è del resto il primo e il più
importante di tutti, dal momento che è il significato propriamente principiale;
tutti gli altri sono soltanto applicazioni contingenti e più o meno secondarie.
Se ci accadrà di prendere in esame talune di questa applicazioni, in fondo sarà
sempre e soltanto per ricollegarle alla sfera metafisica, giacché è questo che
– ai nostri occhi – le rende valide e legittime, secondo la concezione, così
completamente dimenticata dal mondo moderno, delle «scienze tradizionali».
15
I
La molteplicità degli stati dell’essere
Un essere qualsivoglia, sia esso l’essere
umano o qualunque altro essere, può evidentemente venir preso in esame sotto
svariati punti di vista differenti, possiamo anzi dire sotto un’indefinità di
punti di vista, di importanza molto diversa, ma tutti parimenti legittimi nel
loro ambiti rispettivi, a condizione che nessuno di essi abbia la pretesa di
esorbitare dai suoi limiti propri, e soprattutto di diventare esclusivo
conducendo alla negazione degli altri. Se è vero che le cose stanno in questo
modo, e se di conseguenza non può esser rifiutato a nessuno di tali punti di
vista – neppure al più secondario e più contingente di essi – il posto che gli
compete per il solo fatto che corrisponde a una qualche possibilità, non meno
evidente è – d’altra parte – che, dal punto di vista metafisico, il quale è il
solo che qui ci interessi, il riguardare un essere sotto il suo aspetto
individuale è cosa necessariamente insufficiente, giacché chi dice metafisico
dice con ciò universale. Nessuna dottrina che si confini entro la
considerazione degli esseri individuali ha perciò il diritto di dirsi
metafisica, quali possano essere per altri versi il suo interesse e il suo
valore sotto altri riguardi; una dottrina simile può sempre venire denominata
«fisica» in modo proprio, nel senso originario del termine, giacché si colloca
in modo esclusivo nell’ambito della «natura», ossia nell’ambito della
manifestazione, e per di più con la restrizione che essa non tiene conto se non
della manifestazione formale, o addirittura, più specificamente, di uno degli
stati che costituiscono quest’ultima.
17
Il Simbolismo della Croce
Molto lontano dall’essere in sé un’unità
assoluta e completa, come vorrebbero la maggioranza dei filosofi occidentali, e
in ogni caso i moderni senza nessuna eccezione, l’individuo in realtà non
costituisce che un’unità relativa e frammentaria. Esso non è un tutto chiuso e
sufficiente a se stesso, un «sistema chiuso» al modo della «monade» di
Leibnitz; e la nozione di «sostanza individuale», intesa in tal senso, e alla
quale i filosofi di cui parlavamo attribuiscono in generale un’importanza così
grande, non ha nessuna portata propriamente metafisica: in fondo non si tratta
d’altro che della nozione logica di «soggetto», e se essa può senza dubbio
essere utilizzata estensivamente sotto questo rapporto, non può però essere
legittimamente trasposta al di là dei limiti di questo specifico punto di
vista. L’individuo, quand’anche preso in considerazione in tutta l’estensione
di cui è suscettibile, non è un essere totale, ma soltanto uno stato
particolare di manifestazione di un essere, stato che è soggetto a condizioni
specifiche e determinate di esistenza, e che occupa un posto definito nella
serie indefinita degli stati dell’essere totale. Fra tali condizioni di
esistenza, la presenza della forma è ciò che caratterizza uno stato come
individuale; è però ovvio che questa forma non deve venire necessariamente
concepita in modo spaziale, poiché essa tale non è se non nel solo mondo
corporeo, giacché lo spazio è precisamente una delle condizioni che definiscono
in modo proprio quest’ultimo1.
Dobbiamo qui ricordare, almeno in modo
sommario, la distinzione fondamentale tra il «Sé» e l’«io», ossia tra la
«personalità» e l’«individualità», distinzione al cui proposito abbiamo già
fornito in altra sede tutte le spiegazioni necessarie2. Il «Sé»,
abbiamo detto, è il principio trascendente e permanente di cui l’essere
manifestato – ad esempio l’essere umano – non è che una modificazione
transitoria e contingente, modificazione che del resto non può assolutamente
influire sul principio.
1 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, capp. II e X.
2 Ibid., cap. II.
18
La molteplicità degli stati dell’essere
Immutabile nella sua natura propria, esso
sviluppa le sue possibilità in tutte le modalità di realizzazione, in
moltitudine indefinita, che sono per l’essere totale altrettanti stati
differenti, stati ognuno dei quali ha le sue condizioni di esistenza limitative
e determinanti, e uno solo dei quali costituisce quella porzione, o piuttosto
quella determinazione particolare di tale essere, che è l’«io» o individualità
umana. D’altra parte, simile sviluppo non è tale, per dire il vero, se non in
quanto sia visto dal lato della manifestazione, fuori della quale tutto deve
essere necessariamente in perfetta simultaneità nell’«eterno presente»; e
questa è la ragione per la quale la «permanente attualità» del «Sé» non è da
esso inficiata. Sicché il «Sé» è il principio in virtù del quale esistono,
ognuno nel suo proprio ambito, ambito che possiamo chiamare un grado di
esistenza, tutti gli stati dell’essere; e ciò deve essere inteso come riferito
non soltanto agli stati manifestati, individuali come lo stato umano o sovraindividuali,
vale a dire – in altri termini – formali o informali, ma anche, quantunque il
termine «esistere» diventi allora improprio, agli stati non-manifesti, i quali
comprendono tutte le possibilità che, a causa della loro natura, non sono
suscettibili di nessuna manifestazione, così come alle stesse possibilità di
manifestazione in modo principiale; ma il «Sé» in quanto tale ha in se stesso
la sua propria ragion d’essere, poiché non ha e non può avere, nell’unità
totale e indivisibile della sua natura intima, nessun principio che gli sia
esteriore.
Abbiamo detto or ora che il termine «esistere»
non può applicarsi in modo proprio al non-manifesto, ossia – in altre parole –
allo stato principiale; in effetti, intesa nel suo significato rigorosamente
etimologico (dal latino ex-stare), tale parola indica l’essere che è
dipendente nei confronti di un principio diverso da lui, ovvero, in altri
termini, quegli che non ha in sé la propria ragion sufficiente, vale a dire
l’essere contingente, che fa tutt’uno con l’essere manifestato1.
Quando parleremo
1 Da ciò discende,
parlando in tutto rigore, che l’espressione comune «esistenza di Dio» è una
illogicità, e questo sia che con la parola «Dio» si intenda
19
Il Simbolismo della Croce
dell’Esistenza, intenderemo perciò con questa
espressione la manifestazione universale, con tutti gli stati o gradi che essa
comporta, gradi ognuno dei quali può venir detto parimenti un «mondo», e che
sono in molteplicità indefinita; sennonché tale termine non si adatta più al
grado dell’Essere puro, principio di tutta la manifestazione ed esso stesso
non-manifesto, né, a maggior ragione, a ciò che è di là dall’Essere stesso.
Possiamo porre come principio, prima d’ogni
altra cosa, che l’Esistenza, presa in considerazione in maniera universale
secondo la definizione da noi datane poco fa, è unica nella sua natura
interiore, così come l’Essere è uno in sé e per sé, e precisamente a motivo di
tale unità, giacché l’Esistenza universale altro non è se non la manifestazione
integrale dell’Essere, o, parlando con più esattezza, la realizzazione, in modo
manifestato, di tutte le possibilità che l’Essere comporta e che contiene principialmente
nella sua unità propria. Per altri versi, in modo non difforme da ciò che
accade per l’unità dell’Essere sulla quale si fonda, tale «unicità»
dell’Esistenza – se ci è permesso usare qui un termine che può sembrare un
neologismo1 – non esclude la molteplicità dei modi della
manifestazione, né ne è inficiata, dal momento che comprende in modo simile
tutti questi modi in quanto tutti ugualmente possibili, tale possibilità
implicando che ognuno di essi debba essere realizzato secondo le condizioni che
gli sono proprie. Da ciò discende che l’Esistenza, nella sua «unicità»,
comporta – come già abbiamo indicato poco fa – un’indefinità di gradi, che
corrispondono a tutti i modi della manifestazione universale; e tale
molteplicità indefinita dei gradi dell’Esistenza implica correlativamente, per
un qualsiasi essere considerato nella sua totalità, una molteplicità
l’Essere, come si fa nella maggioranza dei casi,
sia – e a maggior ragione – che si intenda il Principio Supremo che è di là
dall’Essere.
1 Tale termine è
quello che ci permette di rendere nel modo più esatto l’espressione araba
equivalente wahdatul-wujûd. – A proposito della distinzione che occorre
fare tra l’«unicità» dell’Esistenza, l’«unità» dell’Essere e la «non-dualità»
del Principio Supremo, si confronti L’Uomo e il suo divenire secondo il
Vêdânta, cap. VI.
20
La molteplicità degli stati dell’essere
similmente indefinita di stati possibili,
ciascuno dei quali deve realizzarsi in un grado determinato dell’Esistenza.
Simile molteplicità degli stati dell’essere,
la quale è una verità metafisica fondamentale, è già vera quando ci limitiamo a
prendere in considerazione gli stati di manifestazione, come abbiamo fatto qui
or ora, e come dobbiamo fare quando si tratti soltanto dell’Esistenza; essa è
perciò vera a fortiori se si considerano tanto gli stati di
manifestazione quanto gli stati di non-manifestazione, tutto l’insieme dei
quali costituisce l’essere totale, inteso in tal modo non più nel solo ambito
dell’Esistenza, quand’anche assunta in tutta l’integralità della sua
estensione, ma nell’ambito illimitato della Possibilità universale. Deve essere
ben inteso – in effetti – che l’Esistenza non contiene se non le possibilità di
manifestazione, e ancora, con la restrizione che simili possibilità non sono
allora concepite se non in quanto si manifestano effettivamente, giacché, in
quanto non si manifestano, ossia in modo principiale, esse sono situate nel
grado dell’Essere. Di conseguenza, l’Esistenza è lungi dall’essere tutta la
Possibilità, intesa in quanto veramente universale e totale, al di fuori e al
di là di ogni limitazione, compresavi anche quella prima limitazione che
costituisce la determinazione più primordiale di tutte, intendiamo dire
l’affermazione dell’Essere puro1.
Quando a essere in questione siano gli stati
di non-manifestazione di un essere, occorre ancora distinguere tra il grado
dell’Essere e ciò che è di là da esso; è evidente che in quest’ultimo caso lo
stesso termine «essere» a rigore non può più venire applicato secondo il suo
significato proprio; tuttavia siamo obbligati, tenuto conto della stessa
costituzione del linguaggio,
1 È il caso di
osservare che i filosofi, per edificare i loro sistemi, pretendono sempre –
coscientemente o no – di imporre qualche limitazione alla Possibilità
universale, il che è contraddittorio, ma richiesto dalla costituzione stessa di
un sistema in quanto tale; varrebbe forse la pena di delineare una storia delle
differenti teorie filosofiche moderne, le quali sono quelle che risentono
maggiormente di questo carattere sistematico, ponendosi proprio dal punto di
vista delle presunte limitazioni della Possibilità universale.
21
Il Simbolismo della Croce
a conservarlo in mancanza di un termine più
adatto, però non gli assegneremo in tal caso che un valore esclusivamente
analogico e simbolico, perché se no ci troveremmo nell’impossibilità totale di
parlare in un qualsivoglia modo di ciò che è in questione. Così, invece,
potremo continuare a parlare dell’essere totale come in pari tempo manifestato
in certuni dei suoi stati e non-manifesto in altri stati, e senza che ciò
comporti affatto che, per questi ultimi, siamo tenuti ad arrestarci nel nostro
esame a ciò che corrisponde al grado che è quello vero e proprio dell’Essere1.
Gli stati di non-manifestazione sono
essenzialmente extra-individuali, e – alla stregua del «Sé» principiale dal
quale non possono venire separati – non possono in alcun modo essere
individualizzati; quanto agli stati di manifestazione, alcuni di essi sono
individuali, mentre altri sono non-individuali, e tale differenza corrisponde,
secondo quel che abbiamo indicato, alla distinzione tra la manifestazione
formale e la manifestazione informale. Se prendiamo – in particolare – in esame
il caso dell’uomo, la sua individualità attuale, che costituisce in modo
proprio lo stato umano, non è che uno stato di manifestazione fra una
indefinità di altri stati, i quali debbono tutti essere concepiti come
ugualmente possibili, e – per questa stessa ragione – come almeno virtualmente
esistenti, anche se non effettivamente realizzati, per l’essere che stiamo
esaminando, sotto un aspetto relativo e parziale, in questo stato individuale
umano.
1 Sullo stato che
corrisponde al grado dell’Essere e sullo stato incondizionato che è di là
dall’Essere, si veda L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, capp.
XIV e XV.
22
II
L’Uomo Universale
La realizzazione effettiva degli stati
molteplici dell’essere si riferisce alla concezione di quello che diverse
dottrine tradizionali, e in particolare l’esoterismo islamico, denominano «Uomo
Universale»1, concezione che, come abbiamo detto in altra sede,
fonda l’analogia costitutiva tra la manifestazione universale e la sua modalità
individuale umana, o, per servirci del linguaggio dell’ermetismo occidentale,
tra il «macrocosmo» e il «microcosmo»2. Tale nozione può del resto
venire intesa a gradi diversi e con differenti estensioni, poiché la stessa
analogia rimane in tutti questi casi valida3: per la qual ragione
essa può venir limitata alla stessa umanità, considerata tanto nella sua
1 L’«Uomo
Universale» (in arabo El-Insânul-kâmil) è l’Adam Qadmôn della Qabbalah
ebraica; esso è pure il «Re» (wang) della tradizione estremo-orientale (Tao-te-king,
XXV). – Nell’esoterismo islamico esistono su El-Insânul-kâmil un gran
numero di trattati di autori diversi; qui ricorderemo soltanto, in quanto più
specialmente importanti dal nostro punto di vista, quelli di Mohyiddin ibn
Arabi e di Abdul-Karîm El-Jîli.
2 In un’altra sede
ci siamo già spiegati circa l’uso che facciamo di questi termini, così come di
taluni altri del cui abuso – che ha potuto talvolta essere fatto – non
riteniamo di doverci preoccupare ulteriormente (L’Uomo e il suo divenire
secondo il Vêdânta, capp. II e IV). – Questi termini, di origine greca,
hanno pure in arabo i loro equivalenti esatti (El-Kawnul-kebir ed El-Kawnuç-çegbir),
i quali vengono assunti nella stessa accezione.
3 Un’osservazione
simile potrebbe esser fatta in merito alla teoria dei cicli, la quale in fondo
non è che un’altra espressione degli stati di esistenza: ogni ciclo secondario
riproduce in certo qual modo, su scala minore, fasi che corrispondono a quelle del
ciclo più ampio, al quale è subordinato.
23
Il Simbolismo della Croce
natura specifica, quanto persino nella sua
organizzazione sociale, giacché su simile analogia si fonda essenzialmente, fra
altre applicazioni, l’istituzione delle caste1. A un livello
diverso, già più ampio, la stessa nozione può abbracciare l’ambito esistenziale
che corrisponde a tutto l’insieme di un determinato stato d’essere, quale che
sia tale stato2; sennonché questo significato, soprattutto se si
tratta dello stato umano, quand’anche assunto nello sviluppo integrale di tutte
le sue modalità, oppure di un altro stato individuale, ancora non è se non
propriamente «cosmologico», e ciò che dobbiamo qui prendere in esame
essenzialmente è una trasposizione metafisica della nozione dell’uomo
individuale, trasposizione che deve essere effettuata nell’ambito
extra-individuale e sovraindividuale. In tal senso, e se ci si riferisce a
quanto ricordavamo poco fa, la concezione dell’«Uomo Universale» si applicherà
prima di tutto, e più comunemente, all’insieme degli stati di manifestazione;
si può però renderla ancor più universale, nella pienezza della vera accezione
di tale parola, estendendola anche agli stati di non-manifestazione, alla
realizzazione completa e perfetta – cioè – dell’essere totale, quest’ultimo
inteso, perciò, nel senso superiore da noi precedentemente indicato, e sempre
con la riserva che il termine «essere» non potrà più allora essere inteso se
non con un significato puramente analogico.
È essenziale far notare qui che qualsiasi
trasposizione metafisica del genere di quella di cui abbiamo detto or ora deve
venir considerata come espressione di un’analogia nel senso proprio del
termine; e ricorderemo, a precisare cosa occorra intendere con questo, che ogni
vera analogia dev’essere applicata in senso inverso: è quel che raffigura il
ben noto simbolo del «sigillo di Salomone», costituito dall’unione di due
triangoli opposti3. È così che, ad esempio, come l’immagine di un
oggetto
1 Cfr. il Purusha-Shûkta
del Rig-Vêda, X, 90.
2 Su questo
argomento, e con riferimento al Vaishwânara della tradizione indù, si
veda L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XII.
3 Cfr. ibidem,
capp. I e II.
24
L’Uomo Universale
in uno specchio è invertita nei confronti
dell’oggetto, quel che è primo o più grande nell’ordine principiale è, almeno
in apparenza, ultimo o più piccolo nell’ordine della manifestazione1.
Per servirci di termini di paragone presi dal campo della matematica, come già
abbiamo fatto a questo stesso proposito al fine di rendere più facilmente
comprensibile la cosa, è per questo che il punto geometrico è quantitativamente
nullo e non occupa spazio, anche se è (e questo verrà precisamente spiegato in
modo più completo più avanti) il principio in virtù del quale l’intero spazio è
prodotto, spazio che non è se non lo sviluppo o l’espansione delle virtualità
del punto. È pure per questo che l’unità aritmetica è il più piccolo dei numeri
se viene considerata in quanto situata nella loro molteplicità, ma è il più
grande di essi in linea di principio, in quanto il contiene tutti virtualmente
e produce tutta la loro serie in virtù della sola ripetizione indefinita di se
stessa.
Vi è perciò analogia – ma non similitudine –
tra l’uomo individuale, essere relativo e incompleto, che viene qui assunto
come tipo di un certo modo di esistenza, o addirittura di tutta l’esistenza
condizionata, e l’essere totale, incondizionato e trascendente nei confronti di
tutti i modi particolari e determinati di esistenza, e financo nei confronti
dell’Esistenza pura e semplice, essere totale che indichiamo simbolicamente
come «Uomo Universale». A motivo di questa analogia, e allo scopo di applicare
qui, sempre a titolo di esempio, quanto abbiamo indicato, si potrà dire che se
l’«Uomo Universale» è il principio di tutta la manifestazione, l’uomo
individuale dovrà in qualche modo esserne, nel suo ambito, la risultante e come
il prodotto, ed è questa la ragione per cui tutte le tradizioni si accordano
nel considerarlo, di fatto, formato dalla sintesi di tutti gli elementi e di
tutti i regni della natura2. Così occorre che sia perché l’analogia
1 Abbiamo fatto
vedere come ciò sia espresso con evidenza tanto in testi tratti dalle Upanishad
quanto in testi tratti dal Vangelo.
2 A tal proposito,
segnaliamo in particolare la tradizione islamica relativa alla creazione degli
angeli e a quella dell’uomo. ‑ È fuori discussione che il significato reale di
tali tradizioni non ha assolutamente nulla in comune con
25
Il Simbolismo della Croce
sia esatta, ed essa effettivamente lo è; ma
per giustificarla completamente, e con essa giustificare la denominazione
stessa di «Uomo Universale», occorrerebbe esporre, sul ruolo cosmogonico
proprio dell’essere umano, considerazioni che, se volessimo dar loro tutto lo
sviluppo che comportano, si allontanerebbero un po’ troppo dall’argomento che
ci proponiamo di trattare in modo più specifico, e che troveranno forse meglio
il loro posto in qualche altra occasione. Ci limiteremo perciò – per il momento
– a dire che l’essere umano ha, nell’ambito di esistenza individuale che è suo,
una funzione che si può veramente indicare come «centrale» nei confronti di
tutti gli altri esseri che similmente sono situati in quest’ambito; tale ruolo
fa dell’uomo l’espressione più completa dello stato individuale considerato,
tutte le possibilità del quale si integrano per così dire in lui, per lo meno
sotto un determinato riguardo, e alla condizione di intenderlo, non nella sola
modalità corporea, ma nell’insieme di tutte le sue modalità, con l’estensione
indefinita di cui esse sono capaci1. È in ciò che risiedono le
ragioni più profonde fra tutte quelle su cui può essere fondata l’analogia da
noi presa in esame; ed è questa situazione particolare che permette di
trasporre in maniera valevole la stessa nozione di uomo, piuttosto che non quella
di qualsiasi altro essere manifestato nello stesso stato, per trasformarla
nella concezione tradizionale di «Uomo Universale»2.
Aggiungeremo ancora un’osservazione fra le più
importanti: essa è che l’«Uomo Universale» esiste solo virtualmente e in
una qualche concezione «trasformistica», o anche
semplicemente «evoluzionistica», nel senso più generico del termine, né con
qualcuna delle fantasie moderne che si ispirano più o meno direttamente a tali
concezioni antitradizionali.
1 La realizzazione
dell’individualità umana integrale corrisponde allo «stato primordiale», del
quale abbiamo già spesso avuto da parlare, e che è chiamato «stato edenico»
nella tradizione giudaico-cristiana.
2 Ricordiamo, a
evitare possibili equivoci, che il termine «trasformazione» è da noi sempre
inteso nel suo significato rigorosamente etimologico, significato che è quello
di «passaggio di là dalla forma», di là – perciò – da tutto ciò che appartiene
all’ordine delle esistenze individuali.
26
L’Uomo Universale
certo qual modo negativamente, alla maniera di
un archetipo ideale, finché la realizzazione effettiva dell’essere totale non
gli abbia dato un’esistenza attuale e positiva; e ciò è vero per ogni essere –
qualunque esso sia – considerato in quanto stia effettuando o debba effettuare
tale realizzazione1. Diciamo inoltre, per evitare ogni malinteso,
che un simile modo di esprimersi che presenta come successivo ciò che in sé e
per sé è essenzialmente simultaneo, non è valevole se non in quanto ci si ponga
dal punto di vista specifico di uno stato di manifestazione dell’essere, quando
tale stato venga assunto come punto di partenza della realizzazione. D’altro
canto, è evidente che espressioni come «esistenza negativa» ed «esistenza
positiva» non devono essere prese alla lettera, là dove la stessa nozione di
«esistenza» si applica propriamente solo in una certa misura e fino a un certo
punto; sennonché le imperfezioni che sono connaturate con il linguaggio, a
motivo del fatto che esso è legato alle condizioni dello stato umano e, anzi,
più in particolare alle condizioni della sua modalità corporea e terrestre,
necessitano spesso dell’impiego – con alcune precauzioni – di «immagini
verbali» di questo genere, immagini senza le quali sarebbe totalmente
impossibile farsi capire, soprattutto in lingue che, come quelle occidentali.
sono così poco adeguate all’espressione delle verità metafisiche.
1 In certo qual
senso i due stati negativo e positivo dell’«Uomo Universale» corrispondono
rispettivamente, nel linguaggio della tradizione giudaico-cristiana, allo stato
precedente alla «caduta» e allo stato consecutivo alla «redenzione»; si tratta
perciò, secondo questo punto di vista, dei due Adamo di cui parla san Paolo (1a
Epistola ai Corinzi, XV), il che indica in pari tempo il rapporto tra
l’«Uomo Universale» e il Logos (Cfr. Autorità spirituale e potere
temporale, ed. it. 1995, p. 85; Luni Editrice, Milano).
27
III
Il simbolismo metafisico della croce
La maggior parte delle dottrine tradizionali
simboleggiano la realizzazione dell’«Uomo Universale» con un segno che è
dappertutto uguale, e questo perché esso è, come dicevamo all’inizio, uno di
quelli che si ricollegano direttamente alla Tradizione primordiale: si tratta
del segno della croce, segno che rappresenta in modo evidentissimo la maniera
in cui si giunge a tale realizzazione mediante la perfetta comunione della
totalità degli stati dell’essere, gerarchizzati in modo armonico e conforme,
nel loro sviluppo integrale secondo i due sensi dell’«ampiezza» e
dell’«esaltazione»1. In effetti, questo duplice svilupparsi
dell’essere può venir considerato in quanto effettuantesi, da un lato
orizzontalmente, ossia a un determinato livello o grado definito di esistenza,
e da un altro lato verticalmente, ossia nella sovrapposizione gerarchica di
tutti i gradi. Di conseguenza, il senso orizzontale rappresenta l’«ampiezza»,
ovvero l’estensione integrale dell’individualità assunta come base della
realizzazione, estensione che consiste nello sviluppo indefinito di un insieme
di possibilità soggette a determinate condizioni particolari di manifestazione;
e deve esser ben inteso che, nel caso dell’essere umano, tale estensione non si
confina
1 Questi termini
sono tratti dal linguaggio dell’esoterismo islamico, il quale su questo punto è
particolarmente preciso. – Il simbolo della «Rosa-Croce» ha avuto, nel mondo
occidentale, esattamente lo stesso significato, prima che l’incomprensione
moderna provocasse ogni sorta di interpretazioni strane o insignificanti; il
significato della rosa verrà spiegato più avanti.
29
Il Simbolismo della Croce
assolutamente nella parte corporea
dell’individualità, ma comprende tutte le modalità di quest’ultima, dovendosi
tener presente che lo stato corporeo è propriamente una soltanto di tali
modalità. Il senso verticale rappresenta la gerarchia, anch’essa indefinita – e
a maggior ragione –, degli stati molteplici, ognuno dei quali, anch’esso inteso
in tutta la sua integralità, è uno di questi insiemi di possibilità, che si
riferiscono ad altrettanti «mondi» o gradi, i quali sono compresi nella sintesi
totale dell’«Uomo Universale»1. In tale rappresentazione cruciale,
l’espansione orizzontale corrisponde perciò all’indefinità delle modalità
possibili di uno stesso stato d’essere assunto integralmente, e la
sovrapposizione verticale corrisponde alla serie indefinita degli stati dell’essere
totale.
È inoltre evidente che lo stato il cui
sviluppo è raffigurato dalla linea orizzontale può essere uno stato
qualsivoglia; di fatto, esso sarà lo stato nel quale si trova attualmente, in
quanto a manifestazione, l’essere che realizza l’«Uomo Universale», stato che è
per lui il punto di partenza e il supporto o la base di tale realizzazione.
Qualunque stato, quale esso possa essere, può fornire a un essere una simile
base, come si vedrà più chiaramente nel seguito; se noi prendiamo più in
particolare in esame, a tal proposito, lo stato umano, ciò è dovuto al fatto
che quest’ultimo, poiché è il nostro, ci riguarda in modo più diretto,
1 «Quando l’uomo,
nel “Grado universale”, si esalta verso il sublime, quando sorgono in lui gli
altri gradi (o stati non-umani) nel loro sviluppo perfetto, egli è l’“Uomo
Universale”. L’esaltazione, così come l’ampiezza, hanno raggiunto la loro
pienezza nel Profeta (il quale è perciò identico all’“Uomo Universale”)» (Dall’Epistola
sulla Manifestazione del Profeta, dello Sheikh Mohammad ibn
Fadlallâh el-Hindi). – Ciò permette di capire la seguente espressione,
formulata una ventina d’anni fa, da un personaggio che occupava allora
nell’Islàm, anche dallo stesso punto di vista exoterico, una posizione assai
elevata: «Se i Cristiani hanno il segno della croce, i Musulmani ne hanno la
dottrina». Noi aggiungeremo che, nell’ambito esoterico, il rapporto tra l’«Uomo
Universale» e il Verbo, da un lato, e il Profeta dall’altro, non permette che
permanga, quanto al fondo stesso della dottrina, nessuna divergenza reale tra
il Cristianesimo e l’Islàm, compresi l’uno e l’altro nel loro significato vero.
– Sembra che la concezione del Vohu-Mana degli antichi abitanti della
Persia corrispondesse anch’essa a quella dell’«Uomo Universale».
30
Il simbolismo metafisico della croce
per modo che il caso con cui abbiamo
soprattutto a che fare è quello degli esseri che partono da questo stato per
affrontare la realizzazione che è in questione; occorre però che sia ben chiaro
che, dal punto di vista metafisico puro, tale caso non costituisce in nessun
modo un caso privilegiato.
Deve comprendersi fin d’ora che la
totalizzazione effettiva dell’essere, essendo di là da qualsiasi condizione, è
la stessa cosa di quella che la dottrina indù denomina «Liberazione» (Moksha),
o che l’esoterismo islamico chiama «Identità Suprema»1. Si insegna
del resto, in quest’ultima forma tradizionale, che l’«Uomo Universale», in
quanto rappresentato dall’insieme «Adamo-Eva», ha il numero di Allâh, e
questo è di fatto un’espressione dell’«Identità Suprema»2.
A tal proposito occorre fare un’osservazione
piuttosto importante, giacché si potrebbe avanzare l’obiezione che
l’indicazione «Adamo-Eva», per quanto sicuramente capace di trasposizione,
tuttavia nel suo senso proprio non si applica se non allo stato umano
primordiale: ciò si spiega con il fatto che, quantunque l’«Identità Suprema»
venga effettivamente realizzata soltanto attraverso la totalizzazione degli
stati molteplici, si può però dire che essa sia in qualche modo già
virtualmente realizzata nello stadio «edenico», mediante l’integrazione dello
stato umano ricondotto al suo centro originario, centro che,
1 Si vedano, a
questo proposito, gli ultimi capitoli dell’Uomo e il suo divenire secondo il
Vêdânta.
2 Questo numero –
66 – è fornito dalla somma dei valori numerici delle lettere formanti i nomi Adam
wa Hawâ. Secondo la Genesi ebraica, «l’uomo, creato maschio e femmina»,
ossia in uno stato di androginia, è «a immagine di Dio»; e secondo la
tradizione islamica, Allâh ordinò agli angeli di adorare l’uomo (Qorân,
II, 34; XVII, 61; XVIII, 50). Lo stato androginico originario è lo stato umano
completo, nel quale i complementari, invece di opporsi, si equilibrano
perfettamente; su questo punto avremo da ritornare in seguito. Aggiungeremo qui
soltanto che, nella tradizione indù, si ritrova un’espressione di questo stato
contenuta simbolicamente nella parola Hamsa, nella quale i due poli
complementari dell’essere sono – inoltre – messi in corrispondenza con le due
fasi della respirazione, le quali rappresentano quelle della manifestazione
universale.
31
Il Simbolismo della Croce
come si vedrà, è d’altro canto il punto di
comunicazione diretta con gli altri stati1.
Si potrebbe del resto anche dire che
l’integrazione dello stato umano, o di qualsivoglia altro stato, rappresenti,
nel suo ordine e al suo livello, la stessa totalizzazione dell’essere; e questo
si tradurrà in modo estremamente evidente nel simbolismo geometrico che
esporremo. Se le cose si presentano in questo modo, la ragione ne è che in ogni
cosa si può ritrovare, ad esempio nell’uomo individuale, e più particolarmente
ancora nell’uomo corporeo, la corrispondenza e in certo qual senso la
raffigurazione dell’«Uomo Universale», giacché ognuna delle parti dell’Universo
– si tratti di un mondo o di un essere particolare – è sempre e dappertutto
analoga al tutto. Un filosofo come Leibnitz ha perciò avuto pienamente ragione
ad ammettere che qualsiasi «sostanza individuale» (con le riserve da noi già
avanzate sul valore dell’espressione) deve contenere in sé una rappresentazione
integrale dell’Universo, che è un’applicazione corretta dell’analogia tra il
«macrocosmo» e il «microcosmo»2; sennonché, limitandosi a prendere
in considerazione la «sostanza individuale» e volendo di essa fare l’essere in
sé e per sé, un essere – cioè – completo e addirittura chiuso in se stesso,
senza nessuna comunicazione reale con qualcosa che lo sorpassi, egli si è
privato della possibilità di passare dal senso dell’«ampiezza» a quello
dell’«esaltazione», e ha di conseguenza tarpato la sua teoria di ogni vera
portata metafisica3. Non è
1 I due stadi che
qui indichiamo, nella realizzazione dell’«Identità Suprema», corrispondono alla
distinzione, da noi già avanzata in altra sede, tra quelle che possiamo
chiamare l’«immortalità effettiva» e l’«immortalità virtuale» (Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XVIII).
2 Abbiamo già avuto
l’occasione di segnalare che Leibnitz, in questo diverso dagli altri filosofi
moderni, aveva ricevuto alcuni dati tradizionali, però piuttosto elementari e
incompleti, e che egli del resto – giudicando dall’uso che ne fa – sembra non aver
sempre capito perfettamente.
3 Un altro capitale
difetto della concezione di Leibnitz, difetto che del resto è forse più o meno
intimamente legato al precedente, è costituito dall’introduzione del punto di
vista morale in considerazioni d’ordine universale con le quali esso non ha nulla
a che vedere; questa introduzione egli la operò attraverso
32
Il simbolismo metafisico della croce
certo nostra intenzione addentrarci qui nello
studio di concezioni filosofiche, di qualunque genere esse siano, né di
qualsiasi altro argomento che appartenga similmente all’ambito «profano»;
sennonché tale considerazione ci si presentava in maniera naturale quale
un’applicazione pressoché immediata di quanto avevamo appena detto riguardo ai
due sensi secondo i quali si effettua lo sviluppo dell’essere totale.
Tornando al simbolismo della croce, dobbiamo
ancora rilevare come quest’ultima, oltre al significato metafisico e
principiale di cui abbiamo fin qui esclusivamente parlato, ne abbia altri più o
meno secondari e contingenti; e così dev’essere normalmente, secondo quanto
abbiamo detto, in maniera generale, sulla pluralità dei significati che sono
inclusi in qualsiasi simbolo. Prima di dar sviluppo alla rappresentazione
geometrica dell’essere e dei suoi stati molteplici, così com’essa è
sinteticamente contenuta nel segno della croce, e di penetrare nei particolari
di tale simbolismo, alquanto complesso quando si voglia farlo avanzare fino ai
limiti estremi delle sue possibilità, parleremo un po’ di tali altri sensi,
poiché, anche se le argomentazioni alle quali essi si riferiscono non
costituiscono l’argomento vero e proprio della presente esposizione, tutte
queste cose sono tuttavia in certo qual modo collegate, e talvolta collegate
anche più intimamente di quanto non si sarebbe tentati di credere, soprattutto a
motivo di quella legge di corrispondenza che fin dall’inizio abbiamo segnalato
come il fondamento di ogni simbolismo.
il «principio del migliore», del quale pretese fare
la «ragione sufficiente» di ogni esistenza. Aggiungiamo inoltre, a tal
proposito, che la distinzione tra il possibile e il reale, quale Leibnitz vuole
affermare, non può avere alcun valore metafisico, giacché tutto quel che è
possibile è con ciò stesso reale secondo il suo modo proprio.
33
IV
Le direzioni dello spazio
Alcuni scrittori occidentali, dalle pretese
più o meno iniziatiche, hanno voluto assegnare alla croce un significato
esclusivamente astronomico col dire che essa è «un simbolo della giunzione
cruciale formata dall’eclittica e dall’equatore», e, inoltre, che essa è
«un’immagine degli equinozi, quando il sole, nella sua corsa annuale, copre
successivamente questi due punti»1. A dire il vero, se essa è di
fatto questo la ragione ne è che, come dicevamo in precedenza, i fenomeni
astronomici possono anch’essi, secondo un modo di vedere più elevato, venir
considerati quali simboli, e che in tale prospettiva si può ritrovare in essi,
così come in qualsiasi altra cosa, quella raffigurazione dell’«Uomo Universale»
a cui ci riferivamo nel capitolo precedente; sennonché, se simili fenomeni sono
simboli, risulta da ciò evidente che essi non sono la cosa simboleggiata, e il
fatto di confonderli con quest’ultima costituisce un ribaltamento dei rapporti
normali tra i differenti ordini di realtà2.
1 Queste citazioni
sono estratte, a modo di esempio assai caratterizzato, da un autore massonico
molto conosciuto, J.-M. Ragon (Rituel du grade de Rose-Croix, pp. 25-8).
2 Vale forse la
pena di ricordare qui, anche, quantunque già l’abbiamo fatto in altre
occasioni, che questa interpretazione di tipo astronomico – sempre di per sé
insufficiente, e radicalmente falsa quando abbia la pretesa di essere esclusiva
– è quella che ha dato origine alla troppo rinomata teoria del «mito solare»,
inventata verso la fine del secolo XVIII da Dupuis e Volney, poi ripresa più
tardi da Müller, e ancora ai giorni nostri dai principali rappresentanti di una
sedicente «scienza delle religioni», «scienza» che per noi è totalmente
impossibile prendere sul serio.
35
Il Simbolismo della Croce
Quando nei fenomeni astronomici, o in altri
fenomeni, si trova la figura della croce, essa ha esattamente lo stesso valore
simbolico di quella che possiamo noi stessi tracciare1; ciò prova
soltanto che il vero simbolismo, lungi dall’essere inventato in modo
artificiale dall’uomo, si ritrova nella natura stessa, o per meglio dire, che
l’intera natura non è se non un simbolo delle realtà trascendenti.
Ma anche riconducendo in tal modo a
correttezza l’interpretazione della materia in questione, questo non toglie che
le due frasi da noi appena citate non contengano sia l’una sia l’altra un
errore: in effetti, da un lato, l’eclittica e l’equatore non formano la croce,
giacché i due piani non si intersecano ad angolo retto; e, dall’altro, i due
punti equinoziali sono di tutta evidenza congiunti da una sola retta, per modo
che, anche in questo caso, la croce ha ancora meno modo di comparire. Ciò che
in realtà si dovrebbe considerare sono, da una parte, il piano dell’equatore e
l’asse che, congiungendo i poli, è perpendicolare a tale piano; e, dall’altra,
le due rette che congiungono rispettivamente i due punti solstiziali e i due
punti equinoziali; si hanno così quelle che possono esser dette, nel primo caso
la croce verticale, e nel secondo caso la croce orizzontale. L’insieme delle
due croci, le quali hanno lo stesso centro, forma la croce a tre dimensioni,
croce i cui rami sono orientati secondo le sei direzioni dello spazio2;
queste ultime corrispondono ai sei punti cardinali, i quali, con il centro,
formano il settenario.
1 Facciamo notare,
comunque, che il simbolo mantiene sempre il suo valore proprio anche quando sia
tracciato senza nessuna intenzione cosciente, così come accade, ad esempio,
quando taluni simboli incompresi sono conservati semplicemente a titolo
ornamentale.
2 Occorre non
confondere le «direzioni» con le «dimensioni» dello spazio; le direzioni sono
sei, ma le dimensioni sono soltanto tre, ognuna delle quali comporta due
direzioni diametralmente opposte. È in conseguenza di ciò che la croce di cui
stiamo parlando ha sei rami, ma è formata soltanto da tre rette, ciascuna delle
quali è perpendicolare alle altre due; ognuno dei rami è, secondo il linguaggio
geometrico, una «semiretta» che si dirige in un certo senso a partire dal
centro.
36
Le direzioni dello spazio
In un’altra occasione ci si è offerta
l’opportunità di segnalare l’importanza che le dottrine orientali attribuiscono
a queste sette regioni dello spazio, e la loro corrispondenza con determinati
periodi ciclici1; pensiamo sia utile riportare qui un testo che
avevamo già allora citato, il quale fa vedere come la stessa cosa si ritrovi
anche nelle tradizioni occidentali. «Clemente d’Alessandria dice che da Dio,
“Cuore dell’Universo”, si dipartono le distese indefinite che sono dirette, una
verso l’alto, l’altra verso il basso, questa verso destra, quella verso
sinistra, l’una verso l’avanti e l’altra verso il dietro; dirigendo il suo
sguardo verso queste sei distese a guisa di un numero sempre uguale, egli porta
il mondo a compimento; egli è l’inizio e la fine (l’alpha e l’omega);
in lui hanno fine le sei fasi del tempo, e da lui ricevono la loro estensione
indefinita; questo è il segreto del numero 7»2.
Questo simbolismo è uguale a quello della Qabbalah
ebraica, la quale parla del «Palazzo Santo», o «Palazzo interiore», come se
fosse situato al centro delle sei direzioni dello spazio. Le tre lettere del
Nome divino Jehovah3, attraverso la loro sestupla
permutazione secondo queste sei direzioni, indicano l’immanenza di Dio
all’interno del Mondo, ovverosia la manifestazione del Logos al centro d’ogni
cosa, nel punto primordiale del quale le distese indefinite sono soltanto l’espansione
o lo sviluppo: «Egli formò del Thohu (vuoto) qualcosa e fece di ciò che
non era ciò che è. Egli ricavò grandi colonne dall’etere inafferrabile4.
Rifletté, e la Parola (Memra) produsse ogni
1 Il Re del
Mondo, cap. VII.
2 P. Vulliaud, La
Kabbale juive, tomo I, pp. 215-6.
3 Questo Nome è
formato da quattro lettere, iod, he, vau, e he, ma
solo tre di esse sono distinte, poiché la he è ripetuta due volte.
4 Sono le «colonne»
dell’albero sefirotico: colonna di mezzo, colonna di destra e colonna di
sinistra; ritorneremo più avanti su questo argomento. È però di importanza
essenziale far osservare che l’«etere» di cui qui si tratta non è da intendere
esclusivamente quale primo elemento del mondo corporeo, ma inoltre in un senso
superiore, ottenuto per trasposizione analogica, così come accade per l’Akâsha
della dottrina indù (cfr. L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta,
cap. III).
37
Il Simbolismo della Croce
oggetto e ogni cosa dal suo Nome Uno»1.
Il punto primordiale da dove è proferita la Parola divina non si sviluppa
soltanto nello spazio, come abbiamo detto or ora, ma pure nel tempo; esso è il
«Centro del Mondo» sotto ogni riguardo, ovverosia esso è – insieme – al centro
degli spazi e al centro dei tempi. Questo, beninteso, se lo si intende in senso
letterale, riguarda solo il nostro mondo, l’unico di cui le condizioni di
esistenza siano direttamente esprimibili in linguaggio umano; soltanto il mondo
sensibile è soggetto allo spazio e al tempo; ma poiché si tratta in realtà del
Centro di tutti i mondi, si può passare all’ordine sovrasensibile effettuando
una trasposizione analogica in cui lo spazio e il tempo conservino soltanto più
un significato puramente simbolico.
Abbiamo visto che Clemente d’Alessandria parla
delle sei fasi del tempo, rispettivamente corrispondenti alle sei direzioni
dello spazio: si tratta, come abbiamo detto, di sei periodi ciclici,
suddivisioni di un altro periodo più generale, e talvolta presentate al modo di
sei millenni. Lo Zohar, così come il Talmud, suddivide in effetti
la durata del mondo in periodi dalla durata millenaria. «Il mondo durerà per
seimila anni, [millenni] ai quali alludono le prime sei parole della Genesi»2;
e questi sei millenni sono analoghi ai sei «giorni» della creazione3.
Il settimo millennio, come il settimo «giorno», è il Sabbath, ossia la
fase di ritorno al Principio, la quale naturalmente corrisponde al centro,
considerato la settima regione dello spazio. Si tratta di una sorta di
cronologia simbolica, la quale non deve evidentemente essere intesa alla
lettera, così come alla lettera non devono essere intese quelle che si
incontrano in altre tradizioni; lo storico giudeo Giuseppe Flavio4
fa notare che seimila anni formano dieci «grandi anni», e che il «grande anno»
è di sei secoli (è il Naros dei Caldei); sennonché, da altre parti,
quello
1 Sepher Ietsirah, IV, 5.
2 Siphra di
Tseniutha: Zohar, II, 176 b.
3 Ricordiamo qui
l’espressione biblica: «Mille anni sono come un giorno agli occhi del Signore».
4 Antichità
giudaiche, I, 4.
38
Le direzioni dello spazio
che viene indicato con tale espressione è un
periodo molto più lungo, di dieci o dodicimila anni per i greci e gli antichi
persiani. Questo particolare, però, non ha rilevanza, poiché qui lo scopo non è
di calcolare la durata reale del nostro mondo, cosa che richiederebbe uno
studio approfondito della teoria indù dei Manvantara; poiché non si
tratta di qualcosa che ci proponiamo al presente, è sufficiente assumere queste
divisioni nel loro valore simbolico. Diremo perciò solamente che si può
trattare di sei fasi indefinite, quindi di durata indeterminata, più una
settima, la quale corrisponde alla conclusione di tutte le cose e al loro
ritorno nello stato primigenio1.
Ma ritorniamo alla dottrina cosmogonica della Qabbalah,
com’essa è esposta nello Sepher Ietsirah: «Si tratta – dice il Vulliaud
– dello sviluppo, a partire dal Pensiero fino alla modificazione del Suono (la
voce), dall’impenetrabile al comprensibile. Si osserverà che ci troviamo di
fronte a un’esposizione simbolica del mistero che ha come oggetto la genesi
universale e si riferisce al mistero dell’unità. In altri passi, è questione
del “punto” che si sviluppa per linee in tutti i sensi2 e diventa
comprensibile esclusivamente quando è riferito al “Palazzo interiore”. È il
mistero dell’etere inafferrabile (Avir) in cui si effettua la
concentrazione dalla quale emana la luce (Aor)»3. Il punto è
di fatto il simbolo dell’unità; esso è il principio dell’estensione, la quale
non esiste se non in virtù del suo irraggiamento (il «Vuoto» anteriore è pura
virtualità), ma non diventa comprensibile se non quando si situi in essa,
estensione di cui diventa allora il centro, come spiegheremo in modo più
completo più oltre. L’emanazione della luce, che conferisce la sua realtà
all’estensione, «facendo del vuoto qualcosa e di ciò che non era ciò che è», è
un’espansione che succede alla concentrazione; sono le due fasi di aspirazione
e di espirazione delle quali così
1 Quest’ultimo
millennio è da fare indubbiamente simile al «regno di mille anni» di cui si
parla nell’Apocalisse.
2 Nella tradizione
indù queste linee vengono rappresentate come i «capelli di Shiva».
3 La Kabbale
juive, tomo I, p. 217.
39
Il Simbolismo della Croce
spesso si parla nella dottrina indù, la
seconda delle quali corrisponde alla produzione del mondo manifestato; ed è
opportuno rilevare l’analogia che pure esiste, a tal proposito, con il
movimento del cuore e con la circolazione del sangue nell’essere vivente. Ma
continuiamo: «La luce (Aor) si attualizzò [provenendo] dal mistero
dell’etere (Avir). Il punto nascosto diventò manifesto, ossia la lettera
iod»1. Tale lettera rappresenta geroglificamente il
Principio, ed è detto che da essa sono formate tutte le altre lettere
dell’alfabeto ebraico, formazione che, secondo il Sepher Ietsirah,
simboleggia la formazione stessa del mondo manifestato2. È pure
detto che il punto primordiale incomprensibile, che è l’Uno non-manifesto,
forma tre punti, i quali rappresentano l’Inizio, il Mezzo e la Fine3,
e che questi tre punti riuniti costituiscono la lettera iod, la quale è
perciò l’Uno manifesto (o più esattamente affermato, in quanto principio della
manifestazione universale), ovvero, per servirsi di un linguaggio teologico,
Dio che si fa «Centro del Mondo» attraverso il suo Verbo. «Quando questo iod
fu prodotto – dice il Sepher Ietsirah – quel che rimase di tale mistero,
o Avir (l’etere) nascosto, fu Aor (la luce)»; e in effetti, se si
toglie lo iod dal termine Avir, ciò che resta è Aor.
A tal proposito, il Vulliaud cita il commento
di Mosé de Leon: «Dopo aver ricordato che il Santo inconoscibile, che sia
benedetto, non può essere concepito se non attraverso i suoi attributi (middoth),
mediante i quali Esso ha creato i mondi4,
1 Ibid., tomo 1, p. 217.
2 La «formazione» (Ietsirah)
deve venire intesa in modo proprio come produzione della manifestazione nello
stato sottile; la manifestazione nello stato grossolano è chiamata Asiah,
mentre la manifestazione informale è Beriah. In altra sede abbiamo già
segnalato tale esatta corrispondenza dei mondi come vengono considerati nella Qabbalah
con il Tribhuvana della dottrina indù (cfr. L’Uomo e il suo divenire
secondo il Vêdânta, cap. V).
3 Questi tre punti
possono, sotto questo riguardo, essere fatti simili ai tre elementi del
monosillabo Aum (Om) nel simbolismo indù, e – financo –
nell’antico simbolismo cristiano (cfr. L’Uomo e il suo divenire secondo il
Vêdânta, cap. XVI, e Il Re del Mondo, cap. IV).
4 Abbiamo qui
l’equivalente della distinzione che la dottrina indù opera tra Brahma
«non-qualificato» (nirguna) e Brahmâ «qualificato» (saguna),
40
Le direzioni dello spazio
incominciamo con l’esegesi della prima parola
della Thora: Bereshit1. Antichi autori ci hanno fatto
sapere, di questo mistero, che esso è nascosto nel grado supremo, l’etere puro
e impalpabile. Tale grado è la somma totale di tutti gli specchi susseguenti
(ovvero esteriori nei confronti di questo grado)2. Questi ultimi
derivano da esso attraverso il mistero del punto, che è in sé e per sé un grado
nascosto e procedente dal mistero dell’etere puro e misterioso3. Il
primo grado, assolutamente occulto (ossia non-manifesto), non può essere
percepito4. Tuttavia, il mistero del punto supremo, per quanto sia
profondamente nascosto5, può essere captato nel mistero del Palazzo
interiore. Il mistero della Corona suprema (Kether, la prima delle dieci
Sephiroth) corrisponde a quello dell’etere puro e non percepibile (Avir).
Esso è la causa di tutte le cause e l’origine di tutte le
ossia tra il «Supremo» e il «Non-Supremo»,
quest’ultimo dovendo essere inteso come Îshwara (cfr. L’Uomo e il suo
divenire secondo il Vêdânta, capp. I e X). Middah significa
letteralmente «misura» (cfr. il sanscrito mâtrâ).
1 È noto che questa
è la parola con cui incomincia la Genesi: «in Principio».
2 Si osservi che
questo grado corrisponde esattamente al «grado universale» dell’esoterismo
islamico, grado nel quale sono sinteticamente totalizzati tutti gli altri
gradi, ossia tutti gli stati dell’Esistenza. La stessa dottrina si serve essa
pure del paragone dello specchio e di altri paragoni simili: così, secondo
un’espressione da noi già citata in altra occasione (L’Uomo e il suo
divenire secondo il Vêdânta, cap. X), l’Unità, vista in quanto contenente
in sé tutti gli aspetti della Divinità (Asrâr rabbâniyah, o «misteri
dominicali»), vale a dire tutti gli attributi divini, espressi dai nomi çifâtiyah
(cfr. Il Re del Mondo, cap. III), «è dell’Assoluto (il “Santo”
inattingibile al di fuori dei Suoi attributi) la superficie riflettente dalle
innumerevoli sfaccettature che esalta ogni creatura che vi si specchi
direttamente»; e non è quasi necessario far rilevare che qui si tratta
precisamente di questi Asrâr rabbâniyah.
3 Il grado
rappresentato dal punto, che corrisponde all’Unità, è quello dell’Essere puro (Îshwara
nella dottrina indù).
4 A tal proposito
si potrà far riferimento a quel che la dottrina indù insegna a proposito di ciò
che è di là dall’Essere, ossia a proposito dello stato incondizionato di Âtmâ
(cfr. L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XV, nel quale
abbiamo indicato gli insegnamenti concordanti delle altre tradizioni).
5 L’Essere è ancora
non-manifestato, ma è il principio di tutta la manifestazione.
41
Il Simbolismo della Croce
origini. In tale mistero, origine invisibile
di tutte le cose, nasce il “punto” dal quale tutto procede. È questa la ragione
per cui nel Sepher Ietsirah è detto: “Prima dell’Uno, che cosa si può
contare?” Ossia: prima di questo punto, cosa può esser contato o capito?1.
Prima di questo punto non c’era nulla, se si esclude Ain, vale a dire il
mistero dell’etere puro e indiscernibile, così chiamato (con una semplice
negazione) a causa della sua incomprensibilità2. L’inizio
comprensibile dell’esistenza si trova nel mistero del “punto” supremo3.
E poiché tale punto è l’“Inizio” di ogni cosa, per questo è chiamato “Pensiero”
(Mahasheba)4. Il mistero del Pensiero creatore corrisponde al
“punto” nascosto, giacché l’etere puro e inaccessibile rimane sempre
misterioso. Il “punto” è l’etere reso palpabile (a motivo della
“concentrazione”, la quale è il punto di partenza di ogni differenziazione) nel
mistero del Palazzo interiore o Santo dei Santi5. Tutto, senza
alcuna eccezione, è stato prima concepito nel Pensiero6. E se
qualcuno dicesse: “Osservate! c’è del nuovo nel mondo”, fatelo tacere, perché
[anche] questo fu anteriormente concepito nel Pensiero7. Dal “punto”
nascosto procede
1 L’unità, in
effetti, è il primo di tutti i numeri; prima di essa non vi è perciò nulla che
possa essere contato; e qui la numerazione è assunta a simbolo della conoscenza
in modo distintivo.
2 Si tratta dello
Zero metafisico, ovvero del «Non-Essere» della tradizione estremo-orientale,
simboleggiato dal «vuoto» (cfr. Tao-te-king, XI); abbiamo già spiegato
in altra sede perché le espressioni di forma negativa siano le sole che possono
ancora essere usate al di là dell’Essere (L’Uomo e il suo divenire secondo
il Vêdânta, cap. XV).
3 Ossia
nell’Essere, che è il principio dell’Esistenza, la quale equivale alla
manifestazione universale, così come l’unità è il principio e l’inizio di tutti
i numeri.
4 In quanto tutte
le cose devono essere concepite dal pensiero prima di essere realizzate
esteriormente: ciò dev’essere inteso analogicamente in virtù di una
trasposizione dall’ordine umano a quello cosmico.
5 Il «Santo dei
Santi» era rappresentato dalla parte più interna del Tempio di Gerusalemme, la
quale era il Tabernacolo (mishkan) in cui si manifestava la Shekinah,
ossia la «presenza divina».
6 Si tratta del
Verbo in quanto Intelletto divino, il quale è, secondo un’espressione di cui si
serve la teologia cristiana, il «luogo dei possibili».
7 Si tratta della
«permanente attualità» d’ogni cosa nell’«eterno presente».
42
Le direzioni dello spazio
il Palazzo Santo interiore (secondo le linee
che si dipartono da tale punto seguendo le sei direzioni dello spazio). È il
Santo dei Santi, il cinquantesimo anno (questa è un’allusione al Giubileo,
che rappresenta il ritorno allo stato primordiale)1, chiamato anche
la Voce che emana dal Pensiero2. Tutti gli esseri e tutte le cause
emanano perciò dalla forza del “punto” che è in alto. Questo è ciò che si
riferisce ai misteri delle tre supreme Sephiroth»3. Abbiamo
voluto riferire per intero questo passo, nonostante la sua lunghezza, perché
esso – oltre all’interesse proprio che presenta – ha con l’argomento del
presente studio, un rapporto molto più diretto di quanto si potrebbe supporre a
un primo sguardo.
È proprio il simbolismo delle direzioni dello
spazio quello che dovremo applicare in tutto ciò che seguirà, e questo sia in
una prospettiva «macrocosmica», come quella adottata in ciò che è stato detto,
sia in una prospettiva «microcosmica». La croce a tre dimensioni costituisce,
secondo il linguaggio geometrico, un «sistema di coordinate» al quale può
essere riferito l’intero spazio; e lo spazio simboleggerà [in questa
rappresentazione] l’insieme di tutte le possibilità, siano esse quelle di un
essere particolare, o siano quelle dell’Esistenza universale. Tale sistema è
formato da tre assi, uno verticale e gli altri due orizzontali, assi che sono
tre diametri rettangolari di una sfera indefinita, e che, anche
indipendentemente da qualsiasi considerazione astronomica, possono venir
considerati orientati verso i sei punti cardinali: nel testo di Clemente
d’Alessandria da noi citato, l’alto e il basso corrispondono rispettivamente
allo zenit e al nadir, la destra e la sinistra al sud e al nord, l’avanti e
1 Cfr. Il Re del
Mondo, cap. III; si osserverà che 50 = 72 + 1. Il termine kol,
«tutto», ha come valore numerico 50, sia in ebraico sia in arabo. Si
confrontino anche le «cinquanta porte dell’Intelligenza».
2 Si tratta
nuovamente del Verbo, ma in quanto Parola divina; esso è prima Pensiero
all’interno (ossia in Se stesso), poi Parola all’esterno (vale a dire nei
confronti dell’Esistenza universale), in quanto la Parola è la manifestazione
del Pensiero; e la prima parola proferita è lo Iehi Aor (Fiat Lux)
della Genesi.
3 Citazione dalla Kabbale
juive, tomo I, pp. 405-6.
43
Il Simbolismo della Croce
il dietro all’est e all’ovest; questo
posizionamento potrebbe essere giustificato dalle indicazioni concordanti che
si ritrovano in quasi tutte le tradizioni. Si può dire anche che l’asse
verticale è l’asse polare, vale a dire la linea fissa che congiunge i due poli
e attorno alla quale tutte le cose compiono la loro rotazione; è perciò questo
l’asse principale, mentre i due assi orizzontali sono solo secondari e
relativi. Di tali assi orizzontali, uno – l’asse nord-sud – può venir chiamato
anche asse solstiziale, e l’altro – l’asse est-ovest – può esser detto asse
equinoziale, il che ci riconduce al punto di vista astronomico, in virtù di una
certa corrispondenza dei punti cardinali con le fasi del ciclo annuale,
corrispondenza che, a doverla esporre in modo completo, ci porterebbe troppo
lontano, e qui non ha del resto una grande importanza, ma che troverà senza
dubbio il suo posto in un altro studio1.
1 Si può inoltre
notare, a titolo di concordanza, l’allusione che San Paolo fa al simbolismo
delle direzioni o delle dimensioni dello spazio, quando parla della «larghezza,
lunghezza, altezza e profondità dell’amore di Gesù Cristo» (Epistola agli
Efesini, III, 18). I termini enunciati in modo distinto qui sono quattro
invece di sei: i primi due corrispondono rispettivamente ai due assi
orizzontali, ciascuno dei quali è considerato nella sua totalità; gli ultimi
due corrispondono alle due metà, superiore e inferiore, dell’asse verticale. La
ragione di tale distinzione – per quanto riguarda le due metà di quest’asse – è
che esse si riferiscono a due guna differenti, e financo in certo qual
senso opposti; invece, i due assi orizzontali nella loro totalità si
riferiscono a un solo guna, come si vedrà nel capitolo seguente.
44
V
Teoria indù dei tre guna
Prima di procedere oltre, dobbiamo, in
rapporto con quanto è stato detto poco fa, ricordare le indicazioni da noi già
date in altre occasioni sulla teoria indù dei tre guna1; non
è nostra intenzione trattare in modo completo di questa teoria con tutte le sue
applicazioni, ma soltanto presentarne una sommaria esposizione con riferimenti
all’argomento che stiamo trattando. Questi tre guna sono qualità o
attribuzioni essenziali, costitutive e primordiali degli esseri, considerati
nei loro diversi stati di manifestazione2; essi non sono stati, ma
condizioni generali alle quali gli esseri sono soggetti, dalle quali sono in
qualche modo legati3, e di cui partecipano secondo proporzioni
indefinitamente
1 Cfr. Introduzione
generale allo studio delle Dottrine indù, p. 185 e L’Uomo e il suo
divenire secondo il Vêdânta, cap. IV.
2 Di fatto i tre guna
appartengono alla stessa Prakriti, la quale è la «radice» (mûla)
della manifestazione universale; essi sono comunque in equilibrio perfetto
nella sua indifferenziazione primordiale, e ogni manifestazione rappresenta una
rottura di tale equilibrio.
3 La parola guna,
nella sua accezione comune e letterale, significa «corda»; in modo analogo, i
termini bandha e pâsha, i quali significano specificamente
«legame», si applicano a tutte le condizioni particolari e limitative di
esistenza (upâdhi) che più specialmente definiscono questo o quello
stato, o modo, della manifestazione. Si può però affermare che la denominazione
guna si applichi più in particolare alla corda di un arco; essa
esprimerebbe perciò, per lo meno sotto un certo profilo, l’idea di «tensione» a
gradi variabili, da cui, per analogia, quella di «qualificazione»; sennonché,
forse, è qui da vedere non tanto l’idea di «tensione», quanto quella di
«tendenza», idea che del resto si apparenta alla prima, come indicano i termini
stessi, ed è quella che più esattamente corrisponde alla definizione dei tre guna.
45
Il Simbolismo della Croce
varie, in virtù delle quali essi sono
ripartiti gerarchicamente nell’insieme dei «tre mondi» (Tribhuvana),
ossia di tutti i gradi dell’Esistenza universale.
I tre guna sono: sattwa, la
conformità alla pura essenza dell’Essere (Sat), che è identica alla luce
della Conoscenza (Jnâna), simboleggiata dalla luminosità delle sfere
celesti che rappresentano gli stati superiori dell’essere; rajas,
l’impulso che provoca l’espansione dell’essere in un determinato stato, vale a
dire lo sviluppo di quelle fra le sue possibilità che si situano a un
determinato livello dell’Esistenza; infine tamas, l’oscurità, fatta
simile all’ignoranza (avidyâ), radice tenebrosa dell’essere guardato nei
suoi stati inferiori. Ciò è vero di tutti gli stati manifestati dell’essere,
quali essi siano, ma naturalmente queste qualità o tendenze possono venir prese
in considerazione con riferimento più particolare all’essere umano: sattwa,
tendenza ascendente, si riferisce sempre agli stati superiori, in rapporto con
lo stato particolare assunto come base o punto di partenza di tale ripartizione
gerarchica, e tamas, tendenza discendente, si riferisce agli stati
inferiori in rapporto al medesimo stato; per quel che riguarda rajas,
esso si riferisce a quest’ultimo, visto in quanto occupante una posizione
intermedia tra gli stati superiori e gli stati inferiori, quindi in quanto
caratterizzato da una tendenza che non è né ascendente né discendente, ma
orizzontale; e, nel presente caso, tale stato è il «mondo dell’uomo» (mânava
loka), ovverosia il campo, o grado, occupato nell’Esistenza universale
dallo stato individuale umano. Si può adesso vedere senza difficoltà la
relazione che tutto ciò ha con il simbolismo della croce, sia che quest’ultimo
venga d’altra parte preso in esame sotto un riguardo puramente metafisico o
sotto un profilo cosmologico, e tanto se ne sia fatta l’applicazione all’ordine
«macrocosmico» quanto all’ordine «microcosmico». In tutti questi casi, possiamo
dire che rajas corrisponde a tutta la linea orizzontale, o meglio, se
consideriamo la croce a tre dimensioni, all’insieme delle due linee che
definiscono il piano orizzontale; tamas corrisponde alla parte inferiore
della linea verticale, vale a dire alla parte di essa che è situata al di
46
Teoria indù dei tre guna
sotto di tale piano, e sattwa alla
parte superiore di questa linea verticale, vale a dire alla parte di essa che è
situata al di sopra del piano in questione, il quale divide in tal modo in due
emisferi, il superiore e l’inferiore, la sfera indefinita della quale abbiamo
detto in precedenza.
In un testo dei Vêda, i tre guna
vengono presentati come se si tramutassero l’uno nell’altro, seguendo un ordine
ascendente: «Tutto era tamas (all’origine della manifestazione vista in
quanto uscente dall’indifferenziazione primordiale di Prakriti). Egli
(ossia il Brahma Supremo) comandò un mutamento, e tamas assunse
il colore (ossia la natura)1 di rajas (intermedio tra
oscurità e luminosità); e rajas, ricevuto un nuovo comando, assunse la
natura di sattwa». Se consideriamo la croce a tre dimensioni tracciata a
partire dal centro di una sfera, come già abbiamo fatto, e come avremo spesso
occasione di fare in seguito, la conversione di tamas in rajas
può rappresentarsi come descrivente la metà inferiore di tale sfera, da un polo
all’equatore, e quella di rajas in sattwa come descrivente la
metà superiore della stessa sfera, dall’equatore all’altro polo. Il piano
dell’equatore, supposto orizzontale, rappresenterà allora, come da noi detto,
il campo di espansione di rajas, mentre tamas e sattwa
tenderanno rispettivamente ai due poli, o estremità dell’asse verticale2.
Infine, il punto dal quale è comandata la conversione di tamas in rajas,
e poi quella di rajas in sattwa,
1 La parola varna,
che significa specificamente «colore», e per generalizzazione «qualità», viene
usata analogicamente per indicare la natura o l’essenza di un principio o di un
essere; è di qui che deriva anche il suo impiego nel senso di «casta», in
quanto l’istituzione delle caste, intesa nella sua ragione profonda, traduce
essenzialmente la diversità delle nature proprie a differenti individui umani
(cfr. Introduzione generale allo studio delle Dottrine indù, 3a
parte, cap. VI). D’altra parte, ritornando ai guna, essi vengono
effettivamente rappresentati da colori simbolici: tamas dal nero, rajas
dal rosso, e sattwa dal bianco (Chândogya Upanishad, 6°
Prapâthaka, 3° Khanda, shruti 1; cfr. Autorità spirituale e potere temporale,
p. 47).
2 Ci sembra che
questo simbolismo chiarisca e giustifichi a sufficienza l’immagine della «corda
d’arco» che – come abbiamo detto – è intimamente legata al significato del
termine guna.
47
Il Simbolismo della Croce
è il centro stesso della sfera, come ci si può
rendere immediatamente conto ricordando le considerazioni esposte nel capitolo
precedente1; d’altronde, ciò che seguirà ci fornirà l’occasione di
spiegare ancor meglio questo fatto2.
Quel che abbiamo esposto è altresì
applicabile, vuoi all’insieme dei gradi dell’Esistenza universale, vuoi a
quello degli stati di un qualsiasi essere; tra questi due casi vi è sempre
corrispondenza perfetta, poiché ogni stato di un essere si sviluppa, in tutta
l’estensione di cui è passibile (la quale è indefinita), in un grado
determinato dell’Esistenza. Inoltre, di ciò si possono fare talune applicazioni
più particolari, ad esempio in campo cosmologico, alla sfera degli elementi; ma
siccome la teoria degli elementi non rientra nel presente argomento, è
preferibile riservare tutto quel che la riguarda a un altro studio, studio in
cui ci proponiamo di trattare delle condizioni dell’esistenza corporea.
1 È a questa
funzione del Principio, nel mondo e in ogni essere, che si riferisce
l’espressione «ordinatore interno» (antar-yâmî): esso dirige ogni cosa
dal di dentro, poiché risiede nel punto più interno di tutti, il quale è il
centro (cfr. L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XIV).
2 Riguardo a questo
testo, e alla sua proprietà di fornire uno schema dell’organizzazione dei «tre
mondi», in corrispondenza con i tre guna, cfr. L’Ésoterisme de Dante,
cap. VI.
48
VI
L’unione dei complementari
Dobbiamo adesso prendere in esame, almeno in
modo sommario, un altro aspetto del simbolismo della croce che forse è quello
più generalmente noto, anche se sembra non presentare, per lo meno a prima
vista, un rapporto molto diretto con tutto quel che abbiamo visto finora:
intendiamo parlare della croce vista quale simbolo dell’unione dei
complementari. A tal proposito possiamo accontentarci di prendere in
considerazione la croce, come più spesso si fa, nella sua forma a due
dimensioni; del resto, per passare da tale forma a quella a tre dimensioni è
sufficiente osservare che la retta orizzontale unica può venire intesa come
proiezione dell’intero piano orizzontale sul piano, presupposto verticale, in
cui è tracciata la figura. Ciò posto, si considera la linea verticale come se
rappresentasse il principio attivo, e la linea orizzontale il principio
passivo; questi due principi vengono anche indicati, per analogia con l’ordine
umano, come rispettivamente maschile e femminile; quando siano intesi nel loro
senso più ampio, ossia nei confronti di tutto l’insieme della manifestazione
universale, essi sono quelli a cui la dottrina indù dà il nome di Purusha
e Prakriti1. Non è il caso di ripetere o di ampliare qui le
considerazioni alle quali possono prestarsi i rapporti tra questi due principi,
ma soltanto di far vedere come, nonostante le apparenze, esista un certo
1 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. IV.
49
Il Simbolismo della Croce
legame tra questo significato della croce e
quello che noi abbiamo denominato il suo significato metafisico.
Diremo subito, riservandoci però di ritornare
sull’argomento in modo più esplicito più tardi, che un tale legame deriva dalla
relazione esistente, nel simbolismo metafisico della croce, tra l’asse
verticale e il piano orizzontale. Si deve capir bene che termini come «attivo»
e «passivo», o a essi equivalenti, non hanno un senso se non in rapporto l’uno
con l’altro, giacché il complementarismo è essenzialmente una correlazione tra
due termini. Chiarito questo, è evidente che un complementarismo come quello dell’attivo
e del passivo può venire inteso a gradi diversi, cosicché lo stesso termine
potrà ricoprire un ruolo attivo o passivo secondo ciò rispetto a cui questo
ruolo lo svolgerà; sennonché, in tutti i casi, si potrà sempre dire che, in una
simile relazione, il termine attivo è – nel suo ordine – analogo a Purusha,
e il termine passivo analogo a Prakriti. Ora noi vedremo, in seguito,
che l’asse verticale, il quale ricollega tra loro tutti gli stati dell’essere
attraversandoli nei loro rispettivi centri, è il luogo di manifestazione di
quella che la tradizione estremo-orientale chiama l’«Attività del Cielo»,
attività che è precisamente quella, «non-agente», di Purusha, in grazia
della quale vengono determinate in Prakriti le produzioni che
corrispondono a tutte le possibilità di manifestazione. Per quel che riguarda
il piano orizzontale, vedremo che esso costituisce un «piano di riflessione»,
rappresentato simbolicamente come «superficie delle acque», ed è noto che in tutte
le tradizioni le «Acque» sono un simbolo di Prakriti, o della «passività
universale»1; veramente, poiché tale piano rappresenta un grado
determinato dell’Esistenza (e si potrebbe analogamente prendere in
considerazione uno qualsiasi dei piani orizzontali che corrispondono alla
molteplicità indefinita degli stati di manifestazione), esso non è identico a Prakriti,
ma soltanto a qualcosa che è già determinato da un certo insieme di condizioni
specifiche di esistenza (e sono quelle che definiscono un mondo), e
1 Cfr. ibidem, cap. V.
50
L’unione dei complementari
adempie alla funzione di Prakriti, in
senso relativo, a un certo livello nell’insieme della manifestazione
universale.
Dobbiamo inoltre precisare un altro punto, che
si riferisce in modo diretto all’argomento dell’«Uomo Universale»: abbiamo
detto in precedenza, di quest’ultimo, che esso è costituito dall’insieme
«Adamo-Eva», e in altra occasione abbiamo affermato che la coppia Puruska-Prakriti,
vuoi in rapporto con tutta la manifestazione, vuoi più in particolare con
riferimento a uno stato d’essere determinato, può venire considerata
equivalente all’«Uomo Universale»1. Secondo questo punto di vista,
l’unione dei complementari dovrà perciò essere vista come se costituisse
l’«Androgino» primordiale del quale tutte le tradizioni parlano; senza
dilungarci ulteriormente su tale questione, possiamo dire che ciò che occorre
intendere con questa affermazione è che, nella totalizzazione dell’essere, i
complementari devono in effetti trovarsi in equilibrio perfetto, senza alcuna
predominanza dell’uno sull’altro. C’è da notare, d’altra parte, che a questo
«Androgino» viene in generale attribuita simbolicamente la forma sferica2,
la quale è la meno differenziata di tutte, giacché si estende in egual modo in
tutte le direzioni, ed era dai Pitagorici considerata la forma perfetta per
eccellenza e in certo qual modo la raffigurazione della totalità universale3.
Perché dia in questo modo l’idea della totalità, la sfera deve
1 Cfr. ibidem, cap. IV.
2 A tale proposito
è noto il discorso che, nel Banchetto, Platone pone in bocca ad
Aristofane, del quale la maggior parte dei commentatori moderni hanno il torto
di disconoscere il valore simbolico, pur tuttavia evidente. Qualcosa di molto
simile si ritrova in un certo aspetto del simbolismo dello yin-yang
estremo-orientale di cui parleremo più oltre.
3 Fra tutte le
figure aventi perimetro uguale, la circonferenza è quella che racchiude la
superficie massima; analogamente, fra i corpi di superficie uguale, la sfera è
quella che contiene il volume massimo; è questa la ragione, da un punto di
vista matematico, per cui tali figure venivano considerate come le più
perfette. Leibnitz si ispirò a quest’idea per la sua concezione del «migliore
dei mondi», che definì, fra la molteplicità indefinita di tutti i mondi
possibili, quello che racchiude più essere, o realtà positiva; sennonché
l’applicazione che in questo modo egli ne fa, come già abbiamo indicato, è
priva di qualsiasi vera portata metafisica.
51
Il Simbolismo della Croce
però, come da noi già detto, essere
indefinita, come indefiniti sono gli assi che formano la croce, i quali sono
tre diametri ad angolo retto di tale sfera; in altre parole, la sfera, che è
costituita dall’irraggiamento del suo centro, non è mai chiusa, poiché tale
irraggiamento è indefinito e riempie l’intero spazio con una serie di onde
concentriche, ciascuna delle quali riproduce le due fasi di concentrazione ed
espansione della vibrazione iniziale1. Queste due fasi sono, d’altra
parte, una delle espressioni del complementarismo2; se, uscendo
dalle condizioni particolari che sono legate alla manifestazione (in modo
successivo), esse vengano osservate in simultaneità, si equilibrano l’una con
l’altra, cosicché la loro riunione equivale in realtà all’immutabilità
principiale, così come la somma degli squilibri parziali attraverso cui è
realizzata qualsiasi manifestazione costituisce sempre e invariabilmente
l’equilibrio totale.
Per finire, aggiungeremo un’osservazione che
ha anch’essa la sua importanza: abbiamo detto poco fa che i termini «attivo» e
«passivo», poiché esprimono soltanto un rapporto, possono essere applicati a
livelli diversi; da ciò discende che, se esaminiamo la croce a tre dimensioni,
nella quale l’asse verticale e il piano orizzontale sono in simile rapporto di
attivo a passivo, si potrà inoltre ancora tener conto della medesima relazione
tra i due assi orizzontali, o tra ciò che essi rappresentano rispettivamente.
In questo caso, al fine di mantenere la corrispondenza
1 Tale forma
sferica luminosa, indefinita e non chiusa, con le sue alternanze di
concentrazione e di espansione (successive dal punto di vista della
manifestazione, ma in realtà simultanee nell’«eterno presente»), è,
nell’esoterismo islamico, la forma della Rûh muhammadiyah; è tale forma
totale dell’«Uomo Universale» che Dio ordinò agli angeli di adorare, come è
stato detto in precedenza; e la percezione di questa forma è implicata in uno
dei gradi dell’iniziazione islamica.
2 Abbiamo indicato
in precedenza come ciò venga espresso, nella tradizione indù, dal simbolismo
della parola Hamsa. In certi testi tantrici si trova anche che la parola
aha simboleggia l’unione di Shiva e Shakti, rappresentati
dalla prima e dall’ultima lettera dell’alfabeto sanscrito (così come, nella
particella ebraica eth, la aleph e la thau rappresentano
l’«essenza» e la «sostanza» di un essere).
52
L’unione dei complementari
simbolica fondata all’inizio, si potrà,
quantunque tali assi siano in realtà entrambi orizzontali, dire che uno di essi
– quello che ricopre un ruolo attivo – è relativamente verticale nei confronti
dell’altro. In conseguenza di ciò, ad esempio, se poniamo che i due assi siano
rispettivamente l’asse solstiziale e l’asse equinoziale, come avevamo fatto
prima, in conformità con il simbolismo del ciclo annuale, potremo dire che
l’asse solstiziale è relativamente verticale rispetto all’asse equinoziale, sicché
nel piano orizzontale esso ricopre per analogia la funzione di asse polare
(asse nord-sud), mentre l’asse equinoziale riveste il ruolo di asse equatoriale
(asse est-ovest)1. La croce orizzontale riproduce in questa
prospettiva – nel proprio piano – rapporti analoghi a quelli espressi dalla
croce verticale; e, per ritornare al simbolismo metafisico, che è quello che
più essenzialmente ci preme esporre, possiamo anche dire che l’integrazione
dello stato umano, rappresentata dalla croce orizzontale, è, nell’ordine di
esistenza al quale si riferisce, in qualche modo un’immagine della
totalizzazione dell’essere, rappresentata dalla croce verticale.
Nota
Segnaleremo ancora, riguardo al
complementarismo, che nel simbolismo dell’alfabeto arabo le prime due lettere, alif
e be, vengono considerate rispettivamente attiva o maschile la prima e
passiva o femminile la seconda; poiché la forma della prima è verticale e
quella della seconda è orizzontale, la loro riunione forma la croce. Inoltre,
poiché i valori numerici di tali lettere sono rispettivamente 1 e 2, ciò si
accorda con il simbolismo aritmetico pitagorico, secondo il quale la «monade» è
maschile e la «diade» femminile; la stessa concordanza si ritrova altresì in
altre tradizioni, ad esempio nella tradizione estremo-orientale, nella quale,
nelle figure dei koua o «trigrammi» di Fo-hi, lo yang, o
principio maschile, è rappresentato da un tratto continuo, e lo yin, o
principio femminile, è rappresentato da un tratto scomposto (o, meglio,
interrotto nel suo centro); questi due simboli, chiamati le «due
determinazioni», evocano rispettivamente l’idea dell’unità e quella
1 Questa
osservazione trova ad esempio la sua applicazione nel simbolismo dello swastika,
di cui si tratterà più avanti.
53
Il Simbolismo della Croce
della dualità; è ovvio che ciò, come anche nel
caso del Pitagorismo, va capito in un senso del tutto diverso da quello di quel
semplice sistema di «numerazione» che Leibnitz aveva creduto di trovarvi (cfr. Oriente
e Occidente, pp. 57-62). In linea di massima, secondo lo Yi-king, i
numeri dispari corrispondono allo yang e i numeri pari allo yin;
sembra che l’idea pitagorica del pari e del dispari si ritrovi financo in
quelli che sono chiamati da Platone lo «stesso» e l’«altro», che corrispondono
rispettivamente all’unità e alla dualità, prese in considerazione, però,
esclusivamente nel mondo manifestato. – Nella numerazione cinese la croce
rappresenta il numero 10 (del resto la cifra romana X, anch’essa, altro non è
se non la croce disposta in modo diverso); si può vedere in ciò un’allusione al
rapporto che esiste tra il numero dieci e il numero quattro: 1+2+3+4=10,
rapporto che veniva rappresentato anche dalla Tetraktys dei Pitagorici.
In effetti, con riferimento alla corrispondenza delle figure geometriche con i
numeri, la croce rappresenta naturalmente il numero quattro; in modo più
preciso, essa lo rappresenta sotto un aspetto dinamico, mentre il quadrato lo
rappresenta sotto il suo aspetto statico; la relazione tra i due aspetti viene
espressa attraverso il problema ermetico della «quadratura del cerchio»,
oppure, secondo il simbolismo geometrico a tre dimensioni, attraverso quel
rapporto tra la sfera e il cubo al quale abbiamo avuto occasione di accennare
riferendoci alle figure del «Paradiso terrestre» e della «Gerusalemme celeste»
(cfr. Il Re del Mondo, cap. XI). Per finire, segnaleremo ancora – a
questo proposito – che nel numero 10 le due cifre 1 e 0 corrispondono anche,
rispettivamente, all’attivo e al passivo, rappresentati dal centro e dalla
circonferenza secondo un altro simbolismo, simbolismo che si può d’altra parte
ricollegare a quello della croce quando si osservi che il centro è la traccia
dell’asse verticale nel piano orizzontale in cui deve allora supporsi situata
la circonferenza, la quale rappresenterà l’espansione in questo stesso piano
attraverso una delle onde concentriche secondo le quali essa si attua; il
cerchio con il punto centrale, raffigurazione del numero 10, è nello stesso
tempo il simbolo della perfezione ciclica, ossia della realizzazione integrale
delle possibilità implicate in uno stato di esistenza.
54
VII
La risoluzione delle opposizioni
Nel capitolo precedente abbiamo trattato di
realtà complementari, non di opposti; è importante che queste due nozioni non
vengano confuse, come talvolta a torto si fa, e che il complementarismo non sia
fatto passare per un’opposizione. A tal proposito, quel che può generare certe
confusioni è il fatto che capita qualche volta che le stesse cose assumano
l’apparenza di contrari e qualche volta quella di complementari, in conseguenza
della prospettiva secondo la quale esse sono considerate; in un simile caso, si
può sempre dire che l’opposizione corrisponde al punto di vista inferiore o più
superficiale, mentre il complementarismo, nel quale l’opposizione si ritrova in
certo qual modo conciliata e già risolta, corrisponde per ciò stesso a un punto
di vista più elevato o più profondo, così come abbiamo spiegato in altra sede1.
L’unità principiale esige di fatto che non ci siano opposizioni irriducibili2;
perciò, se è vero che, secondo l’apparenza, l’opposizione tra due termini non
può fare a meno di esistere, e possiede una realtà relativa a un determinato
livello di esistenza, non meno vero è che tale opposizione deve scomparire in
quanto tale e risolversi armonicamente, per sintesi o integrazione, col
passaggio a un livello superiore. Avere
1 Cfr. La Crisi
del mondo moderno, pp. 40-1 cap. III.
2 Conseguentemente,
qualsiasi «dualismo», sia esso di tipo teologico come quello attribuito ai
Manichei, o di tipo filosofico come quello di Cartesio, è una concezione
radicalmente falsa.
55
Il Simbolismo della Croce
la pretesa che le cose non stiano in questo
modo, significherebbe voler introdurre lo squilibrio nello stesso ordine
principiale, mentre – come dicevamo in precedenza ‑ tutti gli squilibri che
costituiscono gli elementi della manifestazione visti «distintivamente»
concorrono necessariamente all’equilibrio totale, il quale non può essere
compromesso o distrutto. Lo stesso complementarismo, che è ancora dualità,
deve, a un certo grado, scomparire di fronte all’unità, in conseguenza
dell’equilibrarsi e in certo qual modo del neutralizzarsi dei suoi due termini,
i quali si uniranno fino a fondersi indissolubilmente nell’indifferenziazione
primordiale.
La figura della croce può aiutare a capire la
differenza esistente tra il complementarismo e l’opposizione: abbiamo visto che
la verticale e l’orizzontale potevano essere interpretate nel senso di
rappresentare due termini complementari; sennonché – evidentemente – non si può
dire che esista opposizione tra il senso verticale e il senso orizzontale.
Quelle che nella stessa figura rappresentano chiaramente l’opposizione sono le
direzioni contrarie, a partire dal centro, delle due semirette che sono le due
metà di uno stesso asse, quale che tale asse sia; si può perciò, in ugual modo,
prendere in considerazione l’opposizione tanto in senso verticale quanto in
senso orizzontale. Si avranno così, nella croce verticale a due dimensioni, due
coppie di termini opposti che formano un quaternario; lo stesso si verificherà
per la croce orizzontale, uno dei cui assi può d’altra parte venir considerato
relativamente verticale, ossia tale da ricoprire il ruolo di un asse verticale
nei confronti dell’altro, come abbiamo spiegato alla fine del capitolo
precedente. Se si riuniscono le due figure in quella della croce a tre
dimensioni, si avranno tre coppie di termini opposti, come abbiamo visto prima
trattando delle direzioni dello spazio e dei punti cardinali. Occorre osservare
che una delle opposizioni quaternarie più abitualmente note, quella degli
elementi e delle qualità sensibili che a essi corrispondono, deve essere
disposta secondo la croce orizzontale; in tal caso, in effetti, a essere
rappresentata è esclusivamente la costituzione del mondo corporeo, mondo che è
56
La risoluzione delle opposizioni
interamente situato in uno stesso grado
dell’Esistenza e, anzi, di quest’ultimo non costituisce se non una porzione
assai ridotta. La stessa cosa accade quando si esaminino soltanto quattro punti
cardinali, che sono allora quelli del mondo terrestre, simbolicamente
rappresentato dal piano orizzontale, mentre lo zenit e il nadir, che si
oppongono secondo l’asse verticale, corrispondono all’orientamento verso i
mondi rispettivamente superiori e inferiori se messi in relazione a tale mondo
terrestre. Abbiamo visto che la medesima cosa accade pure della duplice
opposizione dei solstizi e degli equinozi, e anche questo è facilmente
comprensibile, poiché l’asse verticale, il quale si mantiene fisso e immobile
mentre tutte le cose compiono la loro rotazione attorno a esso, è di tutta
evidenza indipendente dalle vicissitudini cicliche, vicissitudini che esso
governa, per così dire, proprio attraverso la sua immobilità, immagine
sensibile dell’immutabilità principiale1. Se si tiene conto soltanto
della croce orizzontale, l’asse verticale è in essa rappresentato dal punto
centrale, il quale è il punto in cui esso incontra il piano orizzontale;
cosicché, qualsiasi piano orizzontale, che simboleggia uno stato o un grado
qualsivoglia dell’Esistenza, ha in tale punto – che può esser detto il suo
centro (giacché è l’origine del sistema di coordinate al quale potrà essere
riferito ogni punto del piano) – questa immagine dell’immutabilità. Se, ad
esempio, si applica ciò che abbiamo detto alla teoria degli elementi del mondo
corporeo, il centro corrisponderà al quinto elemento, vale a dire all’etere2,
il quale in realtà è il primo di tutti secondo l’ordine di produzione, quello
da cui tutti gli altri derivano per differenziazioni successive, e che riunisce
in sé tutte le qualità opposte, caratteristiche degli altri elementi, in
1 Si tratta del
«motore immobile» di Aristotele, al quale abbiamo già avuto l’occasione, in
altre sedi, di fare allusioni piuttosto frequenti.
2 Si tratta della
«quintessenza» (quinta essentia) degli alchimisti, rappresentata
talvolta, al centro della croce degli elementi, da una figura come quella della
stella a cinque punte o del fiore a cinque petali. È pure detto che l’etere ha
una «quintupla natura»; ciò va inteso come riferentesi all’etere preso in se
stesso e in quanto principio degli altri quattro elementi.
57
Il Simbolismo della Croce
uno stato di indifferenziazione ed equilibrio
perfetto, corrispondendo nel suo ordine alla non-manifestazione principiale1.
Il centro della croce è quindi il punto nel
quale si conciliano e si risolvono tutte le opposizioni; in questo punto è
situata la sintesi di tutti i termini contrari, i quali, in realtà, sono
contrari soltanto se riguardati secondo le prospettive esteriori e particolari
della conoscenza in modo distintivo. Questo punto centrale corrisponde a quella
che nell’esoterismo islamico è indicata come la «stazione divina», che è
«quella che riunisce i contrasti e le antinomie» (El-maqâmul-ilahî, huwa
maqâm ijtimâ ed-diddaîn)2; essa è ciò che la tradizione
estremo-orientale, per parte sua, denomina l’«Invariabile Mezzo» (Tchoung-young),
il luogo – cioè – del perfetto equilibrio rappresentato quale centro della
«ruota cosmica»3, centro che è pure, in pari tempo, il punto in cui
si riflette direttamente l’«Attività del Cielo»4. Tale centro dirige
tutte le cose mediante la sua «attività non-agente» (wei wou-wei), la
quale, se pur non-manifesta, o meglio, proprio perché non-manifesta, in realtà
è la pienezza dell’attività, giacché è quella del Principio da cui discendono
tutte le attività particolari; Lao-tzu questo lo esprime nei seguenti termini:
«Il Principio è sempre non-agente, e tuttavia tutto è fatto da lui»5.
1 È questa la
ragione per cui, quando venga fatta intervenire la nozione di etere, ciò può
dar luogo alle trasposizioni analogiche da noi segnalate in precedenza; tale
nozione è in tal caso assunta come simbolo, in quanto indicazione dello stato
principiale stesso.
2 Questa
«stazione», o grado di realizzazione effettiva, è raggiunta attraverso El-fanâ,
ossia attraverso l’«estinzione» dell’«io» nel ritorno allo «stato primordiale»;
tale «estinzione» non va senza presentare analogie, financo quanto al senso
letterale del termine che la indica, con il Nirvâna della dottrina indù.
Di là da El-fanâ, vi è ancora Fanâ el-fanâi, l’«estinzione
dell’estinzione», la quale corrisponde, analogamente, al Paranirvâna
(cfr. L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XIII). In un
certo senso, il passaggio dal primo di questi gradi all’altro si riferisce
all’identificazione del centro di uno stato dell’essere con il centro
dell’essere totale, secondo quanto verrà spiegato in seguito.
3 Cfr. Il Re del
Mondo, capp. I e IV, e L’Ésotérisme de Dante, 3a ed., p.
62.
4 Il Confucianesimo
sviluppa l’applicazione dell’«Invariabile Mezzo» alla sfera sociale, mentre il
significato puramente metafisico è dato dal Taoismo.
5 Tao-te-king, XXXVII.
58
La risoluzione delle opposizioni
Secondo la dottrina taoista il saggio perfetto
è quello che è pervenuto nel punto centrale e che in esso risiede in
indissolubile unione con il Principio, partecipando della sua immutabilità e
imitando la sua «attività non-agente»: «Colui che è arrivato al massimo del
vuoto, dice ancora Lao-tzu, quegli si sarà solidamente stabilito nel riposo
[...] Ritornare alla propria radice (ossia al Principio, insieme origine prima
e fine ultima di tutti gli esseri)1, significa entrare nello stato
di riposo»2. Il «vuoto» di cui è qui questione, è il completo
distacco nei confronti di tutte le cose manifestate, transitorie e contingenti3,
distacco mediante il quale l’essere sfugge alle vicissitudini della «corrente
delle forme», all’alternarsi degli stati di «vita» e di «morte», di
«condensazione» e di «dissipazione»4, passando dalla circonferenza
della «ruota cosmica» al suo centro, il quale è esso pure indicato come «il
vuoto (il non-manifesto) che unisce i raggi e fa di essi una ruota»5.
«La pace nel vuoto», – dice Lieh-tzu –, «è uno stato che non si può definire;
non si prende e non si dà; si arriva a stabilirsi in essa»6.
1 La parola Tao,
letteralmente «Via», che denomina il Principio, è rappresentata da un carattere
ideografico che riunisce i segni del capo e dei piedi, ciò che equivale al
simbolo dell’alpha e dell’omega nelle tradizioni occidentali.
2 Tao-te-king, XVI.
3 Tale distacco è
identico a El-fanâ; ci si potrà riferire anche a quel che insegna la Bhagavad-Gîtâ
sull’indifferenza nei confronti dei frutti dell’azione, indifferenza mediante
la quale l’essere sfugge al concatenamento indefinito delle conseguenze di tale
azione: è l’«azione senza desiderio» (nishkâma karma), mentre l’«azione
con desiderio» (sakâma karma) è l’azione compiuta in vista dei suoi
frutti.
4 Con significato
simile, Aristotele dice «generazione» e «corruzione».
5 Tao-te-king,
XI. – La forma più semplice della ruota è il cerchio diviso in quattro parti
uguali dalla croce; oltre alla ruota a quattro raggi, le forme più diffuse nel
simbolismo di tutti i popoli sono le ruote a sei e otto raggi; naturalmente,
ognuno di questi numeri aggiunge al significato della ruota una sfumatura
particolare. La figura ottagonale degli otto koua, o «trigrammi» di Fo-hi,
che è uno dei simboli fondamentali della tradizione estremo-orientale,
equivale, sotto un certo riguardo, alla ruota a otto raggi, così come il loto a
otto petali. Nelle antiche tradizioni dell’America centrale il simbolo del
mondo è sempre costituito dal cerchio con una croce inscritta.
6 Lieh-tzu, cap. I. – I testi di Lieh-tzu e di Chuang-tzu li citiamo nella
traduzione del Rev. P. Léon Wieger.
59
Il Simbolismo della Croce
Tale «pace nel vuoto» è la «Grande Pace»
dell’esoterismo islamico1, detta in arabo Es-Sakînah,
denominazione che la fa identica alla Shekinah ebraica, vale a dire alla
«presenza divina» al centro dell’essere, rappresentato simbolicamente dal cuore
in tutte le tradizioni2, e tale «presenza divina» è in effetti
comportata dall’unione con il Principio, la quale non può di fatto operarsi se
non al centro stesso dell’essere. «A colui che risiede nel non-manifesto, tutti
gli esseri si manifestano […] Unito al Principio, egli è in armonia, attraverso
lui, con tutti gli esseri. Unito al Principio egli conosce tutto attraverso le
ragioni generali superiori, e non si serve più, di conseguenza, dei suoi
differenti sensi per conoscere in particolare e in dettaglio. La vera ragione
delle cose è invisibile, inafferrabile, indefinibile, indeterminabile. Solo [a
poterlo fare], lo spirito ristabilito nello stato di semplicità perfetta può
accostarlesi nella contemplazione profonda»3.
1 Si tratta anche
della Pax profunda della tradizione rosacrociana.
2 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XIII, e Il Re del Mondo,
cap. III. – È detto che Allâh «fa discendere la Pace nei cuori dei
fedeli» (Huwa elladhî anzala es-Sakînata fi qulûbil-mûminîn); e la Qabbalah
ebraica insegna esattamente la stessa cosa: «La Shekinah porta tal nome,
dice lo studioso della lingua ebraica Louis Cappel, perché risiede (shakan)
nel cuore dei fedeli, residenza che fu simboleggiata dal tabernacolo (mishkan),
nel quale Dio è detto risiedere» (Critica sacra, p. 311, edizione di
Amsterdam, 1689; brano citato da P. Vulliaud, La Kabbale juive, tomo I,
p. 493). Non c’è quasi bisogno di far notare come la «discesa» della «Pace» nel
cuore avvenga seguendo l’asse verticale: è la manifestazione dell’«Attività del
Cielo». – Si confronti, inoltre, l’insegnamento della dottrina indù riguardo
alla residenza di Brahma, simboleggiata dall’etere nel cuore, ossia nel
centro vitale dell’essere umano (Cfr. L’Uomo e il suo divenire secondo il
Vêdânta, cap. III).
3 Lieh-tzu, cap. IV. – Appare qui tutta la differenza che separa la conoscenza
trascendente del saggio dal sapere comune o «profano»; le allusioni alla
«semplicità», espressione dell’unificazione di tutte le potenzialità
dell’essere, e considerata una caratteristica dello «stato primordiale», nel
Taoismo sono frequenti. Analogamente, nella dottrina indù, lo stato di
«infanzia» (bâlya), inteso in senso spirituale, viene considerato una
condizione preventiva per l’acquisizione della conoscenza per eccellenza (cfr. L’Uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XXIII). – Si possono ricordare,
a questo proposito, le parole similari che si trovano nel Vangelo: «Chi non
accoglierà il Regno di Dio come un fanciullo, non entrerà in esso» (San Luca,
XVIII, 17); «Mentre hai nascosto queste cose agli
60
La risoluzione delle opposizioni
Situato al centro della «ruota cosmica», il
saggio perfetto invisibilmente la muove1, con la sua sola presenza,
senza che partecipi al suo movimento e senza che debba preoccuparsi di
esercitare una qualsiasi azione: «L’ideale è l’indifferenza (il distacco)
dell’uomo trascendente, il quale lascia che la ruota cosmica giri»2.
Questo assoluto distacco lo rende padrone di ogni cosa, poiché, essendo andato
di là da tutte le opposizioni che sono inerenti alla molteplicità, egli non può
più essere influenzato da nulla: «Egli ha ottenuto l’impassibilità perfetta; la
vita e la morte gli sono del pari indifferenti; lo sprofondarsi dell’universo
(manifestato) non provocherebbe in lui nessuna emozione3. A forza di
scrutare egli è giunto alla verità immutabile, alla conoscenza del Principio
universale unico. Egli lascia svilupparsi tutti gli esseri secondo i loro
destini, e, quanto a sé, si mantiene nel centro immobile di tutti i destini4
[...]
eruditi e ai prudenti, le hai rivelate al semplici
e al piccoli» (San Matteo, XI, 25; San Luca, X, 21). Il punto
centrale, nel quale si stabilisce la comunicazione con gli stati superiori o
«celesti», è la «porta stretta» del simbolismo evangelico; i «ricchi», che non
possono passare attraverso di essa, sono gli esseri legati alla molteplicità, i
quali, di conseguenza, sono incapaci di elevarsi alla conoscenza unificata
dalla conoscenza distintiva. La «povertà spirituale», che è il distacco nei
confronti della manifestazione, assume qui l’apparenza di un altro simbolo che
equivale a quello dell’«infanzia»: «Beati i poveri secondo lo spirito, perché è
a loro che appartiene il Regno dei Cieli» (San Matteo, V, 2). Tale
«povertà» (in arabo El-faqru) ha similmente una parte importante anche
nell’esoterismo islamico; oltre a ciò che già abbiamo detto, essa presuppone
altresì la dipendenza completa dell’essere, in tutto ciò che esso è, nei
confronti del Principio, «al di fuori del quale non c’è nulla, assolutamente nulla
che esista» (Mohyiddin ibn Arabi, Risâlatul-Ahadiyah).
1 La stessa idea è
espressa anche nella tradizione indù con il termine Chakravartî,
letteralmente «colui che fa girare la ruota» (cfr. Il Re del Mondo, cap.
II, e L’Ésotérisme de
Dante, p. 55).
2 Chuang-tzu,
cap. I. – Il Re del Mondo, cap. IX.
3 A onta
dell’apparente somiglianza di certe espressioni, questa «impassibilità» è
tutt’altra cosa da quella degli Stoici, la quale era di un tipo unicamente
«morale», e che del resto sembra non essere mai stata se non una semplice
concezione teorica.
4 Secondo il
commento tradizionale di Cheng-tzu sullo Yi-king, «la parola “destino”
indica la vera ragion d’essere delle cose»; il «centro di tutti i destini» è
perciò il Principio, in quanto tutti gli esseri hanno in esso la loro ragione
sufficiente.
61
Il Simbolismo della Croce
L’imperturbabilità è il segno esteriore di un
simile stato interiore; ma non l’imperturbabilità dell’audace che per amore di
gloria si slancia da solo contro un esercito schierato in battaglia; quella,
bensì, dello spirito, il quale – superiore al cielo e alla terra, a tutti gli
esseri1 – abita in un corpo al quale non tiene2, non bada
alle immagini che gli giungono dai sensi, tutto conosce per conoscenza globale
nella sua immobile unità3. Un tale spirito, assolutamente
indipendente, è signore degli uomini; se gradisse convocarli in massa, essi
tutti accorrerebbero nel giorno previsto; ma egli non vuol farsi servire»4.
Nel punto centrale sono superate tutte le
distinzioni che caratterizzano i punti di vista esteriori; tutte le opposizioni
sono scomparse e si sono risolte in un equilibrio perfetto. «Nello stato
primordiale queste opposizioni non esistevano. Esse tutte sono derivate dalla
diversificazione degli esseri (inerente alla manifestazione e come essa
contingente), e dai loro contatti provocati dalla girazione universale5.
Esse tutte cesserebbero se cessassero la diversità e il movimento. Esse cessano
di colpo di influenzare l’essere che abbia ridotto a quasi nulla il
1 Il Principio, o
«Centro», viene di fatto prima di ogni distinzione, compresa quella del «Cielo»
(Tien) e della «Terra» (Ti), che costituisce la prima dualità, i
suoi due termini essendo gli equivalenti rispettivi di Purusha e di Prakriti.
2 È questo lo stato
del jîvan-mukta (cfr. L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta,
cap. XXIII).
3 Si confronti la
condizione di Prajna, nella dottrina indù (ibidem, cap. XIV).
4 Chuang-tzu,
cap. V. – L’indipendenza di colui che, svincolato da tutte le cose contingenti,
ha raggiunto la conoscenza della verità immutabile, è in modo analogo affermata
nel Vangelo: «Conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi» (San
Giovanni, VIII, 32); e del resto, si potrebbe inoltre fare un accostamento
tra quanto precede e quest’altra parola evangelica: «Cercate innanzi tutto il
Regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù» (San
Matteo, VII, 33; San Luca, XII, 31). Occorre qui ricordare lo
stretto rapporto esistente tra l’idea di giustizia e quelle di equilibrio e di
armonia; in altre occasioni abbiamo indicato la relazione che unisce la
giustizia e la pace (Il Re del Mondo, cap. I e cap. VI; Autorità
spirituale e potere temporale, cap. VIII).
5 Ovverosia in
conseguenza della rotazione della «ruota cosmica» attorno al suo asse.
62
La risoluzione delle opposizioni
suo io distinto e il suo movimento particolare1.
Un tale essere non viene più in conflitto con nessun altro essere perché si è
collocato nell’infinito, si è cancellato nell’indefinito2. Egli è
giunto – e vi si mantiene – nel punto di partenza delle trasformazioni, punto
neutro nel quale non ci sono conflitti. Per concentrazione della sua natura,
per alimentazione del suo spirito vitale, per riunificazione di tutte le sue
potenzialità, egli si è unito al principio di tutte le genesi. Intera la sua
natura (totalizzata sinteticamente nell’unità principiale), intatto il suo
principio vitale, nessun essere sarà in grado di intaccarlo»3.
Tale punto centrale e primordiale è identico
al «Palazzo Santo» della Qabbalah ebraica; in sé e per sé, esso non è
localizzato, poiché è assolutamente indipendente dallo spazio, il quale altro
non è se non il risultato della sua espansione o del suo sviluppo indefinito in
tutti i sensi, e che di conseguenza deriva totalmente da lui: «Trasportiamoci
in ispirito, fuori da questo mondo di dimensioni e localizzazioni, e non ci
sarà più bisogno di voler situare il Principio»4. Sennonché,
realizzato che sia lo spazio, il punto primordiale, pur mantenendosi sempre
essenzialmente «non-localizzato» (giacché esso non può essere da ciò né
influenzato né modificato in alcun modo), dello spazio si fa centro (ossia,
trasponendo tale simbolismo, centro di tutta la manifestazione universale),
come già abbiamo indicato; è da esso che partono le sei direzioni, le quali,
opponendosi a due a due, rappresentano tutti i
1 Tale riduzione
dell’«io distinto», il quale alla fine sparisce riassorbendosi in un punto
unico, significa la stessa cosa del «vuoto» di cui era questione in precedenza;
essa è pure El-fanâ dell’esoterismo islamico. È del resto evidente,
secondo il simbolismo della ruota, che il «movimento» di un essere è tanto più
ridotto quanto più tale essere si trova vicino al centro.
2 La prima delle
due espressioni si riferisce alla «personalità», la seconda
all’«individualità».
3 Chuang-tzu,
cap. XIX. – L’ultima frase si riferisce nuovamente alle condizioni dello «stato
primordiale»: si tratta di quella che la tradizione giudaico-cristiana indica
come l’immortalità dell’uomo prima della «caduta», immortalità riacquistata da
quegli che, ritornato nel «Centro del Mondo», si alimenta all’«Albero della
Vita».
4 Ibidem,
cap. XXII.
63
Il Simbolismo della Croce
contrari, così com’è pure a esso che
ritornano, nel movimento alternato di espansione e di concentrazione che
costituisce, com’è stato detto in precedenza, le due fasi complementari di ogni
manifestazione. È la seconda di tali fasi, il movimento di ritorno verso
l’origine, che indica la via seguita dal saggio per giungere all’unione con il
Principio: la «concentrazione della sua natura», la «riunificazione di tutte le
sue potenzialità», nel testo da noi citato poco fa, designano questo fatto nel
modo più chiaro possibile; e la «semplicità» della quale già si è parlato
corrisponde all’unità «senza dimensioni» del punto primordiale. «L’uomo
assolutamente semplice piega, con la sua semplicità tutti gli esseri [...], per
modo che nulla gli si oppone nelle sei regioni dello spazio, nulla gli è
ostile, e il fuoco e l’acqua non gli nuocciono»1. In effetti egli si
mantiene nel centro, dal quale le sei direzioni sono uscite per irraggiamento e
nel quale esse vengono, nel movimento di ritorno, a neutralizzarsi a due a due,
per modo che, in tale punto unico, la loro triplice opposizione cessa
completamente, e nulla di ciò che ne promana o vi si localizza è in grado di
influire sull’essere che risiede nell’unità immutabile. Poiché quegli non si
oppone a nulla, nulla – neppure – può opporsi a lui, giacché l’opposizione è
per necessità una relazione di reciprocità, la quale esige la presenza di due
termini, ed è di conseguenza incompatibile con l’unità principiale; e
l’ostilità, che non è se non una conseguenza o una manifestazione esteriore
dell’opposizione, non può esistere nei confronti di un essere che è al di fuori
e al di là di qualsiasi opposizione. Il fuoco e l’acqua, i quali rappresentano
il tipo dei contrari nel «mondo elementare», non possono ferirlo in quanto, per
dire il vero, essi, in quanto contrari, per lui non esistono nemmeno più,
poiché sono rientrati, equilibrandosi e neutralizzandosi l’uno con l’altro in
virtù della riunione delle loro qualità in apparenza opposte, ma in realtà
complementari2, nell’indifferenziazione dell’etere primordiale.
1 Lieh-tzu, cap. II.
2 Il fuoco e
l’acqua, visti non più sotto l’aspetto dell’opposizione, ma sotto quello del
complementarismo, sono una delle espressioni dei due principi attivo e passivo
nella sfera della manifestazione corporea o sensibile; le considerazioni
64
La risoluzione delle opposizioni
Per colui che si mantiene nel centro tutto è
unificato, poiché egli tutto vede nell’unità del Principio; tutte le
prospettive particolari (o, se si preferisce, «particolaristiche») e
analitiche, le quali si fondano soltanto su distinzioni contingenti, e dalle
quali nascono tutte le divergenze delle opinioni individuali, per lui sono
scomparse, riassorbite nella sintesi totale della conoscenza trascendente,
adeguata alla verità una e immutabile. «Il suo punto di vista proprio è un
punto dal quale questo e quello, sì e no, appaiono ancora non distinti. Questo
punto è il perno della norma; esso è il centro immobile di una circonferenza
sul perimetro della quale ruotano tutte le contingenze, le distinzioni e le
individualità; un punto da cui si vede solo un infinito, il quale non è né
questo né quello, né sì né no. Vedere tutto nell’unità primordiale non ancora
differenziata, ovvero da una tal distanza che tutto si fonda in uno, questa è
l’intelligenza vera»1. Il «perno della norma» è quello che quasi
tutte le tradizioni chiamano il «Polo»2, cioè, come già abbiamo
spiegato, il punto fisso attorno al quale si compiono tutte le rotazioni del
mondo, secondo la norma o la legge che governa tutta la manifestazione e altro
non è, in sé, se non l’emanazione diretta del centro, ossia l’espressione della
«Volontà del Cielo» nell’ordine cosmico3.
che si riferiscono a questo punto di vista sono
state in modo particolare sviluppate dall’ermetismo.
1 Chuang-tzu, cap. II.
2 Abbiamo studiato
in particolare tale simbolismo nel Re del Mondo. – Nella tradizione
estremo-orientale, la sede della «Grande Unità» (Ta-i) è rappresentata
dalla stella polare, la quale è chiamata Tien-ki, ossia – letteralmente
– «sommità del cielo».
3 La «Rettitudine»
(Te), il cui nome evoca l’idea della linea retta e più in particolare
l’idea di «Asse del Mondo», è, nella dottrina di Lao-tzu, quella che si
potrebbe chiamare una «specificazione» della «Via» (Tao) con riferimento
a un essere o a uno stato d’esistenza determinato: si tratta della direzione
che tale essere deve seguire perché la sua esistenza sia secondo la «Via»,
ovvero, in altri termini, in conformità con il Principio (direzione assunta in
senso ascendente, mentre, in senso discendente, la stessa direzione è quella
secondo cui si esercita l’«Attività del Cielo»). – Ciò può essere accostato a
quanto da noi detto in altra sede (Il Re del Mondo, cap. VIII) in merito
all’orientamento rituale, argomento di cui parleremo nuovamente più avanti.
65
VIII
La guerra e la pace
Quel che è stato detto sulla «pace» che
risiede nel punto centrale, ci porta a parlare, sia pur se non esaustivamente e
anche se la cosa può avere l’apparenza di una digressione, di un altro
simbolismo, quello della guerra, argomento al quale del resto abbiamo già fatto
qualche accenno in altre occasioni1. Tale simbolismo si incontra, in
particolare, nella Bhagavad Gîtâ: la battaglia di cui si tratta in
questo libro rappresenta l’azione in maniera del tutto generale, ma in una
forma appropriata alla natura e alla funzione degli Kshatriya, ai quali
il libro è più in particolare destinato2. Il campo di battaglia (kshêtra)
è
1 Il Re del
Mondo, cap. X; Autorità spirituale e potere temporale, capp. III e
VIII.
2 Krishna e Arjuna,
i quali rappresentano il «Sé» e l’«io», ovvero la «personalità» e
l’«individualità», Âtmâ incondizionato e jivâtmâ, sono assisi a
bordo di uno stesso carro da guerra, il quale è il «veicolo» dell’essere visto
nel suo stato di manifestazione; e mentre Arjuna combatte, Krishna guida il
carro senza combattere, ossia senza essere personalmente implicato nell’azione.
In diversi testi delle Upanishad si ritrovano altri simboli che hanno lo
stesso significato: i «due uccelli che sono posati sullo stesso albero» (Mundaka
Upanishad, 3° Mundaka, 1° Khanda, shruti 1; Shwêtâshwatara Upanishad,
4° Adhyâya, shruti 6), e inoltre i «due che sono entrati nella caverna» (Katha
Upanishad, 1° Adhyâya, 3a Vallî, shruti 1); la «caverna» altro
non è se non la cavità del cuore, la quale rappresenta precisamente il luogo
dell’unione dell’individuale con l’Universale, ovvero dell’«io» con il «Sé»
(cfr. L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. III). – Nello
stesso senso, El-Hallaj dice: «Siamo due spiriti congiunti in uno stesso corpo»
(Nahnu ruhâni halalnâ badana).
67
Il Simbolismo della Croce
l’ambito dell’azione, nel quale l’individuo
sviluppa le sue possibilità, ed è raffigurato da un piano orizzontale nel
simbolismo geometrico; qui si tratta dello stato umano, ma la stessa
rappresentazione si potrebbe applicare a qualunque altro stato di manifestazione,
soggetto del pari, se non veramente all’azione in modo proprio, per lo meno al
cambiamento e alla molteplicità. Una concezione di questo genere non si ritrova
soltanto nella dottrina indù, ma anche nella dottrina islamica, poiché tale è
esattamente il reale significato della «guerra santa» (jihâd);
l’applicazione sociale ed esteriore è soltanto secondaria, e quel che lo fa
chiaramente vedere è il fatto che essa costituisce unicamente la «piccola
guerra santa» (El-jihâdul-açghar), mentre la «grande guerra santa» (El-jihâdul-akbar)
è di carattere puramente interiore e spirituale1.
Si può dire che la ragion d’essere essenziale
della guerra, da qualsiasi punto di vista e in qualunque ambito la si
consideri, è quella di far cessare un disordine e di ristabilire l’ordine; in
altri termini, si tratta dell’unificazione di una molteplicità attraverso
l’impiego di mezzi che appartengono al mondo stesso della molteplicità; è a
questo titolo, e a questo titolo soltanto, che la guerra può esser considerata
legittima. Sennonché, in certo qual senso, il disordine è connaturato con
qualsiasi manifestazione che sia intesa in sé e per sé, giacché la
manifestazione, al di fuori del suo principio, perciò in quanto molteplicità
non unificata, altro non è se non una serie indefinita di rotture d’equilibrio.
La guerra, concepita nel modo che abbiamo detto, e non limitata a un
significato esclusivamente umano, rappresenta quindi il processo cosmico di
reintegrazione del manifestato nell’unità principiale; ed è questa la ragione
per cui, dal punto di vista della manifestazione stessa, tale reintegrazione
appare quale una distruzione, come si vede assai chiaramente da taluni aspetti
del simbolismo di Shiva nella dottrina indù.
1 Ciò si fonda su
uno hadîth del Profeta che, di ritorno da una spedizione, pronunciò
queste parole: «Siamo tornati dalla piccola guerra santa alla grande guerra
santa» (rajanâ min el-jihâdil-açghar ilâ el-jihâdil-akbar).
68
La guerra e la pace
Se si osservasse che la guerra anch’essa è un
disordine, sotto un certo profilo la cosa sarebbe vera, e del resto le cose non
potrebbero essere diverse, dal momento che essa si svolge nel mondo della
manifestazione e della molteplicità; ma si tratta di un disordine che è
destinato a compensare un altro disordine e – secondo l’insegnamento della
tradizione estremo-orientale che in precedenza abbiamo già ricordato – è la
somma di tutti i disordini, o di tutti gli squilibri, a costituire l’ordine
totale. D’altro canto, l’ordine non lo si vede se non quando ci si sollevi al
di sopra della molteplicità, quando si smetta di vedere ogni cosa isolatamente
e «distintivamente», per guardare a tutte le cose nell’unità. La prospettiva
della realtà è quella, giacché la molteplicità, al di fuori del principio
unico, ha soltanto un’esistenza illusoria; ma tale illusione, con il disordine
che le è proprio. permane per qualsiasi essere fintantoché questi non sia
pervenuto, in modo pienamente effettivo (e, beninteso, non esclusivamente quale
semplice concezione teorica), alla realizzazione del punto di vista
dell’«unicità dell’Esistenza» (wahdatul-wujûd) in tutti i modi e in
tutti i gradi della manifestazione universale.
Secondo ciò che abbiamo esposto or ora, lo
scopo stesso della guerra è l’instaurazione della pace, giacché la pace, anche
nel suo senso più comune, è in fondo non altra cosa se non l’ordine,
l’equilibrio o l’armonia, inteso che questi tre termini sono pressoché sinonimi
e designano tutti e tre, sotto riguardi un po’ diversi, il riflesso dell’unità
nella molteplicità, quando quest’ultima sia ricondotta al suo principio. Di
fatto, la molteplicità non è allora veramente distrutta, ma «trasformata»; e
quando tutte le cose sono ricondotte all’unità, l’unità appare in ogni cosa, la
quale, lungi dal cessare di esistere, acquisisce al contrario – per ciò stesso
– la pienezza della realtà. Così si uniscono indivisibilmente i due punti di
vista complementari dell’«unità nella molteplicità e della molteplicità
nell’unità» (El-wahdatu fîl-kuthrati wal-kuthratu fîl-wahdati), nel
punto centrale d’ogni manifestazione, punto che è il «luogo divino» o la
«stazione divina» (El-maqâmul-ilahî) di cui si è parlato in precedenza.
69
Il Simbolismo della Croce
Per colui che è giunto in questo punto, come
da noi detto, non esistono più contrari, perciò non esiste più disordine; è
quello il luogo stesso dell’ordine, dell’equilibrio, dell’armonia o della pace,
mentre fuori da esso, e per chi a esso tenda soltanto senza esserci ancora
arrivato, permane lo stato di guerra quale è da noi stato definito, giacché le
opposizioni, in cui il disordine risiede, non sono ancora definitivamente
superate.
Sennonché, nel suo senso esteriore e sociale,
la guerra legittima, condotta contro coloro che turbano l’ordine, e avente lo
scopo di ricondurveli, costituisce una funzione di «giustizia», ossia – in
fondo – una funzione equilibrante1, quali che siano le sue apparenze
secondarie e transitorie; ma è questa soltanto la «piccola guerra santa», che è
esclusivamente un’immagine dell’altra, della «grande guerra santa». Si potrebbe
qui applicare ciò che abbiamo detto, numerose volte, e financo all’inizio di
questo studio, circa il valore simbolico dei fatti storici, i quali possono
venire interpretati come se rappresentassero, secondo il loro modo, realtà di
un ordine superiore.
La «grande guerra santa» è la lotta dell’uomo
contro i nemici che egli porta in sé, ovverosia contro tutti gli elementi che,
in lui, sono contrari all’ordine e all’unità. Né si tratta, tali elementi, di
annientarli, poiché essi pure hanno, come tutto ciò che esiste, la loro ragion
d’essere e la loro collocazione nell’insieme; ciò che si tratta invece di fare,
come dicevamo poco fa, è di «trasformarli» riconducendoli all’unità, in certo
qual modo riassorbendoli in essa. L’uomo deve, prima di ogni altra cosa e
costantemente, tendere a realizzare l’unità in se stesso, in tutto ciò che lo
costituisce, secondo tutte le modalità della sua manifestazione umana: unità
nel pensiero, unità nell’azione, e pure, che è forse la cosa più difficile,
unità tra il pensiero e l’azione. È però importante osservare che, per quanto
riguarda l’azione, ciò che conta essenzialmente è l’intenzione (niyyah),
giacché è questo il solo elemento che dipenda interamente dall’uomo, senza che
sia influenzato o modificato dalle contingenze esteriori,
1 Cfr. Il Re del
Mondo, cap. VI.
70
La guerra e la pace
come sempre sono i risultati dell’azione.
L’unità nell’intenzione e la costante tendenza verso il centro invariabile e
immutabile1 sono simbolicamente rappresentate dall’orientamento
rituale (qiblah), poiché i centri spirituali terrestri sono in qualche
modo le immagini visibili del vero e unico centro di tutta la manifestazione,
centro che d’altronde ha, come da noi spiegato, il suo riflesso diretto in
tutti i mondi, nel punto centrale di ciascuno di essi, e parimenti in tutti gli
esseri, nei quali tale punto centrale è figurativamente indicato come se fosse
il cuore, a motivo dell’effettiva corrispondenza che esso ha con quest’ultimo
nell’organismo corporeo.
Cessata, per colui che è giunto a realizzare
perfettamente l’unità in se stesso, qualsiasi opposizione, lo stato di guerra
cessa anch’esso di conseguenza, giacché non vi è più se non l’ordine assoluto,
secondo il punto di vista totale che è al di là di tutti i punti di vista
particolari. Come detto in precedenza, nulla può ormai più nuocere a un essere
simile, giacché per lui non esistono più nemici, né dentro né fuori di lui;
l’unità, realizzata al di dentro, è realizzata altresì, e simultaneamente, al
di fuori, o meglio, non c’è più né dentro né fuori, essendo questa soltanto una
di quelle opposizioni che si sono ormai cancellate alla sua vista2.
Situatosi definitivamente al centro d’ogni cosa, costui «è a se stesso la sua
legge»3, in quanto la sua volontà è una con il Volere universale (la
«Volontà del Cielo» della tradizione estremo-orientale, la quale si manifesta
di fatto nel punto in cui tale essere risiede); egli ha ottenuto la «Grande
Pace», la quale è veramente, come abbiamo detto, la «presenza
1 Si confronti quel
che è stato da noi detto in altra sede sulla «retta intenzione» e sulla «buona
volontà» (Il Re del Mondo, capp. III e IV).
2 Secondo la
tradizione indù, è la vista del terzo occhio di Shiva, la quale
rappresenta il «senso dell’eternità», e il cui effettivo possesso è
essenzialmente implicato nella restaurazione dello «stato primordiale» (cfr. L’Uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XX, e Il Re del Mondo,
capp. V e VII).
3 Questa
espressione è mutuata dall’esoterismo islamico: nello stesso senso, la dottrina
indù parla dell’essere che è giunto a questo stato come di uno «swêchchhâchârî»,
di qualcuno – cioè – che «compie la propria volontà».
71
Il Simbolismo della Croce
Divina» (Es-Sakînah, l’immanenza della
Divinità nel punto che è il «Centro del Mondo»); indentificatosi, in virtù
della sua unificazione, all’unità principiale stessa, egli vede l’unità in
tutte le cose e tutte le cose nell’unità, nell’assoluta simultaneità
dell’«eterno presente».
72
IX
L’Albero di Mezzo
Un altro aspetto del simbolismo della croce
che esiste è quello che la interpreta come ciò che le differenti tradizioni
denominano con l’espressione «Albero di Mezzo», o con qualche altra espressione
equivalente; in altre occasioni abbiamo visto che tale albero è uno dei
numerosi simboli dell’«Asse del Mondo»1. Va perciò considerata
principalmente, in questo caso, la retta verticale della croce, raffigurazione
di tale asse: essa costituisce il tronco dell’albero, mentre la retta
orizzontale (o le due rette orizzontali nella croce a tre dimensioni) ne forma
i rami. Tale albero s’innalza nel centro del mondo, o meglio nel centro di un
mondo, vale a dire nel centro dell’ambito nel quale si sviluppa uno stato di
esistenza come lo stato umano, il quale, in tal caso, è quello che viene più
generalmente preso in considerazione. Se esaminiamo in particolare il
simbolismo biblico, esso è l’«Albero della Vita», il quale è situato al centro
del «Paradiso terrestre», che rappresenta a sua volta il centro dei nostro mondo,
come in altre occasioni abbiamo spiegato2. Pur non avendo
l’intenzione di dilungarci, ora, su tutte le questioni che sono legate al
simbolismo dell’albero,
1 Cfr. Il Re del
Mondo, cap. II; sull’«Albero del Mondo» e sulle sue diverse forme, si veda
anche L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. VIII. –
Nell’esoterismo islamico esiste un trattato di Mohyiddin ibn Arabi dal titolo L’Albero
del Mondo (Shajaratul-Kawn).
2 Cfr. Il Re del
Mondo, capp. V e IX; Autorità spirituale e potere temporale, capp. V
e VIII.
73
Il Simbolismo della Croce
questioni che richiederebbero uno studio di
per se stesse, riteniamo tuttavia che non sia inutile spiegare alcuni punti che
a esso si riferiscono.
«L’Albero della Vita» non era l’unico albero
del Paradiso terrestre; in esso ce n’è un altro, il quale ha una funzione non
meno importante del primo e probabilmente anche più comunemente nota: è questo
l’«Albero della Scienza del bene e del male»1. I rapporti esistenti
tra i due alberi sono molto misteriosi: il racconto biblico, immediatamente
dopo aver parlato dell’«Albero della Vita» e averlo descritto come situato «al
centro del giardino», nomina l’«Albero della Scienza del bene e del male»2;
più tardi viene detto che quest’ultimo era anch’esso «al centro del giardino»3;
e, alla fine, si dice che Adamo, dopo aver mangiato il frutto dell’«Albero
della Scienza», non avrebbe avuto che da «stendere la mano» per afferrare
altresì il frutto dell’«Albero della Vita»4. Nel secondo dei tre
passi, la proibizione proveniente da Dio è addirittura riferita unicamente
all’«albero che è nel mezzo del giardino» e non è più di cosi specificato;
sennonché, se si esamina l’altro brano, nel quale la proibizione è già stata enunciata5,
ci si rende conto che in tal caso si tratta di tutta evidenza dell’«Albero
della Scienza del bene e del male». Non c’è dubbio che è a motivo del legame
instaurato tra i due alberi da tale prossimità, che essi sono uniti nel
simbolismo, e a un punto tale che certi alberi emblematici presentano
caratteristiche evocanti in pari tempo sia l’uno sia l’altro; resta però da
spiegare in cosa consista in realtà questo legame.
La natura dell’«Albero della Scienza del bene
e del male» può, com’è indicato dal suo stesso nome, venire caratterizzata
dalla dualità, giacché in tale denominazione troviamo due termini
1 Sul simbolismo
vegetale in relazione con il «Paradiso terrestre», cfr. L’Ésotérisme de
Dante, cap. IX.
2 Genesi,
II, 9.
3 Ibidem, III, 3.
4 Ibidem, III, 22.
5 Ibidem,
II, 17.
74
L’Albero di Mezzo
che non soltanto non sono complementari, ma
sono addirittura opposti, e di cui tutta la ragion d’essere si può dire che
consista proprio nella loro opposizione, poiché, quando quest’ultima sia
superata, non si potrà più parlare né di bene né di male; così non si può dire
dell’«Albero della Vita», la cui funzione di «Asse del Mondo» implica al
contrario – essenzialmente – l’unità. Per cui, quando in un albero emblematico
troviamo un’immagine della dualità, è cosa certa che occorre vedere in ciò
un’allusione all’«Albero della Scienza», quand’anche, sotto altri riguardi, il
simbolo considerato sia, senza possibilità di contestazione, una raffigurazione
dell’«Albero della Vita». La cosa vale, ad esempio, per l’«albero sefirotico»
della Qabbalah ebraica, il quale viene espressamente qualificato «Albero
della Vita», e in cui – tuttavia – la «colonna di destra» e la «colonna di
sinistra» presentano la raffigurazione della dualità; ma tra le due è situata
la «colonna di mezzo», nella quale le due tendenze opposte si equilibrano e in
cui così si ritrova la vera unità dell’«Albero della Vita»1.
La natura duale dell’«Albero della Scienza»
appare del resto ad Adamo soltanto nel momento vero e proprio della «caduta»,
giacché è in quel momento che egli diventa «conoscitore del bene e del male»2.
È pure in quel momento che egli viene allontanato dal centro, il quale è il
luogo della primitiva unità, alla quale corrisponde l’«Albero della Vita»; ed è
appunto «per sorvegliare l’accesso all’Albero della Vita» che i Kerubim
(i «tetramorfi» che sintetizzano in sé il quaternario delle potenze
elementari), armati di spada fiammeggiante, sono posti all’entrata
1 Sull’«Albero
sefirotico», cfr. Il Re del Mondo, cap. III. – In modo simile, l’«albero
dei vivi e dei morti» del simbolismo medievale, a motivo dei suoi due lati – i
cui frutti rappresentano rispettivamente le opere buone e cattive –, presenta
un chiaro accostamento con l’«Albero della Scienza del bene e del male»; nello
stesso tempo il suo tronco, che è Cristo stesso, lo fa esser simile all’«Albero
della Vita».
2 Genesi,
III, 22. – Adamo e Eva, quando «i loro occhi si aprirono», si coprirono con
foglie di fico (ibidem, III, 7); ciò è da accostare al fatto che, nella
tradizione indù, l’«Albero del Mondo» è rappresentato dal fico; la stessa cosa
si può dire del ruolo che quest’albero sostiene nel Vangelo.
75
Il Simbolismo della Croce
dell’Eden1. Tale centro è
diventato inaccessibile per l’uomo decaduto, il quale ha perduto il «senso
dell’eternità», che è anche il «senso dell’unità»2; ritornare al
centro, in virtù della restaurazione dello «stato primordiale», e raggiungere
l’«Albero della Vita», significa riacquisire tale «senso dell’eternità».
D’altro canto, è noto che la stessa croce di
Cristo viene simbolicamente fatta identica all’«Albero della Vita» (lignum
vitae), cosa che del resto non è così difficile capire; sennonché, secondo
una «leggenda della Croce» diffusa nel medioevo, essa sarebbe stata costruita
con il legno dell’«Albero della Scienza», per modo che questo, dopo esser stato
lo strumento della «caduta», sarebbe in tal guisa diventato strumento di
«redenzione». Si vede qui esprimersi la connessione tra le due idee di «caduta»
e di «redenzione», le quali sono in certo qual modo inverse l’una dell’altra, e
questo costituisce per così dire un’allusione al ristabilimento dell’ordine
primordiale3; in questo nuovo ruolo, l’«Albero della Scienza» si fa
in qualche maniera simile all’«Albero della Vita», e la dualità viene di fatto
reintegrata nell’unità4.
1 Ibidem,
III, 24.
2 Cfr. Il Re del
Mondo, cap. V.
3 Questo simbolismo
dev’essere accostato a quel che San Paolo dice dei due Adamo (1a
Epistola ai Corinzi, XV), e a cui abbiamo già fatto qualche riferimento in
precedenza. La raffigurazione del cranio di Adamo al piedi della croce,
connessa con la leggenda secondo la quale egli sarebbe stato seppellito proprio
sul Golgota (il cui nome significa «cranio»), è solo un’ulteriore espressione
simbolica dello stesso rapporto.
4 È opportuno
notare che la croce, nella sua forma abituale, si incontra nei geroglifici
egizi con il significato di «salvezza» (ad esempio nel nome di Tolomeo Soter).
Tale segno è nettamente distinto dalla «croce ansata» (ankh), la quale,
dal canto suo, esprime l’idea di «vita», e fu usata di frequente come simbolo
dai Cristiani dei primi secoli. Ci si potrebbe chiedere se il primo di questi
due geroglifici non abbia un certo rapporto con la raffigurazione dell’«Albero
della Vita», e se così fosse ciò collegherebbe l’una all’altra queste due
diverse forme della croce, poiché in tal caso il loro significato sarebbe in
parte identico; a ogni buon conto, tra le due idee di «vita» e di «salvezza»
esiste un’evidente connessione.
76
L’Albero di Mezzo
Ciò può far anche pensare al «serpente di
bronzo» eretto da Mosè nel deserto1, che si sa essere anch’esso un
simbolo di «redenzione», per modo che l’asta sul quale esso è posto equivale
sotto questo profilo alla croce e ricorda analogamente l’«Albero della Vita»2.
Tuttavia, il serpente viene più abitualmente associato all’«Albero della
Scienza»; sennonché, in questo secondo caso ciò avviene in quanto esso sia
visto sotto il suo aspetto malefico, e abbiamo noi stessi già fatto osservare
in altra occasione come alla stregua di molti altri simboli, esso abbia due
significazioni opposte3. Occorre non confondere il serpente che
rappresenta la vita con quello che rappresenta la morte, il serpente che è un
simbolo di Cristo con quello che è un simbolo di Satana (e ciò anche quando
essi si trovino uniti nel modo più stretto possibile, come nella curiosa
raffigurazione dell’«anfisbena», o serpente a due teste); e si potrebbe dire
che il rapporto di questi due aspetti contrari non va senza presentare una
certa somiglianza con quello dei due ruoli ricoperti dall’«Albero della Vita» e
dall’«Albero della Scienza» rispettivamente4.
Abbiamo visto poco fa come un albero che
presenti una forma ternaria, quale l’«Albero sefirotico», possa sintetizzare in
certo qual modo le nature dell’«Albero della Vita» e dell’«Albero della
Scienza», quasi che i due si trovassero riuniti in uno solo, il ternario
essendo in tal caso scomponibile nell’unità e nella dualità di cui esso è la
somma5. Invece di un unico albero si può anche avere, con lo stesso
significato, un insieme di tre alberi uniti attraverso le loro radici, e in
quest’altro caso
1 Numeri,
XXI.
2 Un significato
simile ha il bastone di Esculapio; il caduceo di Ermete porta i due serpenti in
opposizione, il che corrisponde al duplice significato del simbolo.
3 Il Re del
Mondo, cap. III.
4 Il serpente
attorcigliato attorno all’albero (o attorno al bastone, che è un equivalente di
quest’ultimo) è un simbolo che si incontra nella maggior parte delle
tradizioni; si vedrà più avanti qual è il suo significato dal punto di vista
della rappresentazione geometrica dell’essere e dei suoi stati.
5 In un brano dell’Astrée
di Honoré d’Urfé si parla di un albero dai tre germogli, secondo una tradizione
che sembrerebbe essere di origine druidica.
77
Il Simbolismo della Croce
quello di mezzo è l’«Albero della Vita»,
mentre gli altri due corrispondono alla dualità dell’«Albero della Scienza».
Qualcosa di comparabile si trova nella raffigurazione della croce di Cristo tra
altre due croci, la croce del buon ladrone e quella del cattivo ladrone:
costoro sono situati rispettivamente a destra e a sinistra del Cristo
crocefisso, così come gli eletti e i dannati saranno posti alla destra e alla
sinistra del Cristo trionfante al momento del «giudizio finale»; e al tempo
stesso in cui rappresentano di tutta evidenza il bene e il male, essi
corrispondono altresì, nei confronti di Cristo, alla «Misericordia» e al
«Rigore», che sono gli attributi specifici delle due colonne laterali
dell’«Albero sefirotico». La croce di Cristo occupa sempre la posizione
centrale che appartiene di fatto all’«Albero della Vita»; e quando sia situata
tra il sole e la luna, come si vede nella maggior parte delle raffigurazioni
antiche, è ancora la stessa cosa che essa rappresenta: essa è in tal caso
chiaramente l’«Asse del Mondo»1.
Nel simbolismo cinese esiste un albero i cui
rami sono anastomizzati, per modo che le loro estremità si ricongiungano a due
a due a raffigurare la sintesi dei contrari, ovvero la risoluzione della
dualità nell’unità; con ugual significato si può anche vedere un unico albero i
cui rami si separano e si ricongiungono, oppure due alberi che avendo una
stessa radice, si riuniscono di nuovo mediante i rami2. Si tratta di
una rappresentazione del processo della manifestazione universale: tutto parte
dall’unità e all’unità ritorna; nell’intervallo si produce la dualità,
divisione o differenziazione dalla quale deriva la fase dell’esistenza
manifestata; le idee dell’unità e della dualità sono perciò qui riunite come lo
sono nelle altre raffigurazioni delle quali già
1 Che la croce sia
fatta identica all’«Asse del Mondo» è qualcosa che si enuncia in modo esplicito
nel motto dei Certosini: «Stat crux dum volvitur orbis». Si confronti il
simbolo del «globo del Mondo», in cui la croce, posta in cima al polo, occupa
ugualmente il posto dell’asse (cfr. L’Ésotérisme de Dante, cap. VIII).
2 Queste due forme
si incontrano in particolare su certi bassorilievi dell’epoca Han.
78
L’Albero di Mezzo
abbiamo parlato1. Esistono altresì
rappresentazioni di due alberi distinti e ricongiunti da un solo ramo (è quello
che viene chiamato «albero legato»); in questo caso un rametto ha origine dal
ramo comune, il che indica chiaramente come si tratti allora di due principi complementari
e del prodotto della loro unione; e tale prodotto può ancora raffigurare la
manifestazione universale, originata dall’unione del «Cielo» e della «Terra», i
quali, nella tradizione estremo-orientale, sono gli equivalenti di Purusha
e di Prakriti, oppure anche dell’azione e reazione reciproche dello yang
e dello yin, elementi maschile e femminile dai quali derivano e dei
quali partecipano tutti gli esseri, e la cui riunione in perfetto equilibrio
costituisce (o ricostituisce) l’«Androgino» primordiale del quale è stato detto
in precedenza2.
Ritorniamo ora alla rappresentazione del
«Paradiso terrestre»: dal suo centro, ovverosia dal piede stesso dell’«Albero
della Vita», partono quattro fiumi che si dirigono verso i quattro punti
cardinali, tracciando quindi la croce orizzontale sulla superficie del mondo
terrestre, vale a dire nel piano che corrisponde all’ambito dello stato umano.
Questi quattro fiumi, che
1 L’albero di cui
parliamo presenta foglie trilobate attaccate a due rami contemporaneamente, e
lungo il contorno fiori in forma di calice; volano intorno degli uccelli, o
sono posati sull’albero. – Riguardo al rapporto tra il simbolismo degli uccelli
e quello dell’albero, in diverse tradizioni, si veda L’Uomo e il suo
divenire secondo il Vêdânta, cap. III, capitolo in cui abbiamo indicato, a
tal proposito, alcuni testi delle Upanishad e la parabola evangelica del
granello di senape; ai simboli contenuti in tali testi si possono aggiungere –
delle tradizioni scandinave – i due corvi messaggeri di Odino posati sul
frassino Ygdrasil, il quale è una delle forme dell’«Albero del Mondo».
Nel simbolismo medievale si ritrovano similmente degli uccelli sull’albero Peridexion,
al piede del quale è un drago; il nome di quest’albero è una corruzione di Paradision
e può sembrare piuttosto strano che tale parola sia stata deformata in modo
simile, quasi che a un certo momento ne sia venuta meno la comprensione.
2 Al posto
dell’«albero legato» si trovano talvolta due rocce collegate nello stesso modo;
d’altro canto, tra l’albero e la roccia – equivalente della montagna – quali
simboli dell’«Asse del Mondo», esiste uno stretto rapporto; e da un punto di
vista ancora più generale vi è, nella maggior parte delle tradizioni, un
collegamento costante tra la pietra e l’albero.
79
Il Simbolismo della Croce
possono essere riferiti al quaternario degli
elementi1, e sgorgano da un’unica sorgente che corrisponde all’etere
primordiale2, dividono in quattro parti ‑ le quali possono venir
fatte corrispondere alle quattro fasi di uno sviluppo ciclico3 ‑ la
cinta circolare del «Paradiso terrestre», cinta che altro non è se non la
1 Nella Qabbalah,
a questi quattro fiumi vengono fatte corrispondere le quattro lettere di cui è
costituita la parola PaRDeS.
2 Secondo la
tradizione dei «Fedeli d’Amore» questa sorgente è la «fontana della giovinezza»
(fons juventutis), la quale viene sempre rappresentata come situata al
piede di un albero; l’acqua che sgorga da essa è perciò assimilabile alla
«bevanda d’immortalità» (l’amrita della tradizione indù); sono del resto
evidenti i rapporti tra l’«Albero della Vita», il Soma vêdico e l’Haoma
mazdaico (cfr. Il Re del Mondo, capp. IV e VI). A tal proposito
ricordiamo inoltre la «rugiada di luce» che, secondo la Qabbalah ebraica,
emana dall’«Albero della Vita» e in virtù della quale dovrà operarsi la
resurrezione dei morti (cfr. ibidem, cap. III); la rugiada ha pure un
ruolo importante nel simbolismo ermetico. Nelle tradizioni estremo-orientali si
fa menzione dell’«albero della rugiada dolce», albero che è situato sul monte Kouenlun,
il quale è spesso assunto come un equivalente del Mêru e delle altre
«montagne sacre» (la «montagna polare», che come l’albero è un simbolo
dell’«Asse del Mondo», come abbiamo ricordato poco fa). ‑ Sempre secondo la
tradizione dei «Fedeli d’Amore» (cfr. Luigi Valli, Il linguaggio segreto di
Dante e dei «Fedeli d’Amore»), questa fonte è anche la «fonte
dell’insegnamento», allusione alla conservazione della Tradizione primordiale
nel centro spirituale del mondo; ritroviamo qui, perciò, tra lo «stato
primordiale» e la «Tradizione primordiale» il collegamento, da noi segnalato in
altra sede con riferimento al simbolismo del «Santo Graal», sotto il duplice
aspetto della coppa e del libro (Il Re del Mondo, cap. V). Ricordiamo
ancora la rappresentazione, nel simbolismo cristiano, dell’agnello sul libro
suggellato con sette sigilli posto sulla montagna dalla quale discendono i
quattro fiumi (cfr. ibidem, cap. X); vedremo più avanti il rapporto
esistente tra il simbolo dell’«Albero della Vita» e il simbolo del «Libro della
Vita». ‑ Un altro simbolismo che può dar luogo a interessanti accostamenti si
ritrova in certe popolazioni dell’America centrale, le quali «all’intersezione
di due diametri ortogonali tracciati in un cerchio, pongono il cactus sacro, peyotl
o hicuri, che simboleggia la “coppa dell’immortalità”, e che di
conseguenza si pensa trovarsi al centro di una sfera cava e al centro del
mondo» (A. Rouhier, La plante qui fait les yeux émerveillés. Le Peyotl,
Parigi, 1927, p. 154). Cfr. altresì, in corrispondenza con i quattro fiumi, le
quattro coppe sacrificali dei Rhibus nel Vêda.
3 Cfr. L’Ésotérisme de Dante, cap. VIII, nel quale, a proposito della figura del «Veglio di Creta», che
rappresenta le quattro età dell’umanità, abbiamo indicato l’esistenza di un
rapporto analogico tra i quattro fiumi degli Inferni e quelli del Paradiso
terrestre.
80
L’Albero di Mezzo
sezione orizzontale della forma sferica
universale di cui abbiamo trattato in precedenza1.
L’«Albero della Vita» è posto al centro della
«Gerusalemme celeste», cosa che si spiega con facilità quando si conoscano i
rapporti di quest’ultima con il «Paradiso terrestre»2: si tratta
della reintegrazione di tutte le cose nello «stato primordiale», in virtù della
corrispondenza della fine di un ciclo con il suo inizio, secondo quel che
spiegheremo nuovamente nel seguito. Di notevole, c’è che tale albero, stando al
simbolismo apocalittico, porta allora dodici frutti3, i quali sono,
come da noi detto in altra occasione4, da far simili ai dodici Aditya
della tradizione indù, questi ultimi essendo dodici forme del sole che dovranno
tutte simultaneamente comparire alla fine del ciclo, rientrando in quel momento
nell’unità essenziale della loro natura comune, poiché sono altrettante
manifestazioni di un’unica e indivisibile essenza, Aditi, la quale
corrisponde all’essenza una dell’«Albero della Vita» stesso, mentre Diti
corrisponde all’essenza duale dell’«Albero della Scienza del bene e del male»5.
D’altra parte, in diverse tradizioni, l’immagine del sole è spesso legata a
quella di un albero, quasi che il sole fosse il frutto dell’«Albero del Mondo»;
esso si stacca dal suo albero all’inizio del ciclo e torna a posarvisi alla
fine di quest’ultimo6.
1 Cfr. Il Re del
Mondo, cap. XI.
2 Cfr. anche ibidem,
cap. XI. ‑ La raffigurazione della «Gerusalemme celeste» non è più circolare,
ma quadrata, poiché ‑ per il ciclo in questione ‑ è allora raggiunto
l’equilibrio.
3 I frutti
dell’«Albero della Vita» sono le «mele d’oro» del giardino delle Esperidi; il
«vello d’oro» degli Argonauti, anch’esso posto su un albero e custodito da un
serpente o da un drago, è un altro simbolo dell’immortalità che dev’essere
riconquistata dall’uomo.
4 Cfr. Il Re del
Mondo, capp. IV e XI.
5 I Dêva,
analoghi agli Aditya, sono considerati come originati da Aditi
(«indivisibilità»); da Diti («divisione») sono invece originati i Daitya,
o Asura. ‑ Aditi è pure, in un certo senso, la «Natura
primordiale», chiamata in arabo El-Fitrah.
6 Ciò non manca di
avere un rapporto con quel che è da noi stato indicato in altra sede quanto al
trasferimento di talune denominazioni delle costellazioni polari alle
costellazioni zodiacali, o viceversa (Il Re del Mondo, cap. X). ‑ Il
81
Il Simbolismo della Croce
Negli ideogrammi cinesi il carattere che
rappresenta il tramonto del sole raffigura quest’ultimo riadagiato sul suo
albero alla fine del giorno (il quale è analogo alla fine del ciclo);
l’oscurità è raffigurata da un carattere che dipinge il sole caduto ai piedi
dell’albero. In India troviamo l’albero triplice che sostiene tre soli,
immagine della Trimûrti, insieme all’albero che ha come frutti dodici
soli, i quali sono, come abbiamo detto poco fa, i dodici Aditya; in Cina
si ritrova l’albero che ha per frutti i dodici soli, e allora questi ultimi
vengono messi in relazione con i dodici segni dello Zodiaco, o con i dodici
mesi dell’anno come gli Aditya; talvolta i soli possono anche essere
dieci, numero della perfezione ciclica come lo si ritrova nella dottrina
pitagorica1. Attenendosi alle generalità, i soli diversi
corrispondono alle differenti fasi di un ciclo2; essi escono
dall’unità all’inizio di quest’ultimo e in essa rientrano alla fine, fine che
coincide con il principio di un altro ciclo, a motivo della continuità di tutti
i modi dell’Esistenza universale.
sole può, in certo qual modo, venir chiamato
«figlio del Polo»; da qui l’anteriorità del simbolismo «polare» nei confronti
del simbolismo «solare».
1 Si confrontino,
nella dottrina indù, i dieci Avatâra che si manifestano nel corso di un Manvantara.
2 Presso le
popolazioni dell’America centrale si ritiene che le quattro età nelle quali si
suddivide il grande periodo ciclico siano rette da quattro differenti soli, le
cui denominazioni sono derivate dalla loro corrispondenza con i quattro
elementi.
82
X
Lo swastika
Di quella da noi chiamata croce orizzontale,
vale a dire della croce tracciata nel piano che rappresenta un certo stato di
esistenza, una delle forme di maggior rilievo è la figura dello swastika,
la quale non fa dubbio che si ricolleghi direttamente alla Tradizione
primordiale, poiché la si incontra nei paesi più diversi e più distanti gli uni
dagli altri, e ciò fin dai tempi più remoti; lungi dall’essere un simbolo
esclusivamente orientale come talvolta si crede, esso è invece uno di quelli
che sono più generalmente diffusi, dall’Estremo Oriente all’Estremo Occidente,
giacché è presente persino presso talune popolazioni indigene d’America1.
Vero è, però, che nell’epoca attuale lo swastika si è conservato
soprattutto in India e nell’Asia centrale e orientale, e che forse è soltanto
in tali regioni che si sappia ancora cosa esso significhi; tuttavia, anche in
Europa esso non è
1 Abbiamo di
recente raccolto un’informazione che sembrerebbe indicare come persino le
tradizioni dell’antica America non siano così totalmente scomparse come si
pensa, anche se l’autore dell’articolo in cui l’abbiamo reperita non si è
probabilmente accorto della sua portata; riproduciamo qui testualmente
l’informazione: «Nel 1926 gran parte degli Indiani Cuna si ribellarono,
uccisero le guardie panamensi abitanti nel loro territorio e fondarono la
Repubblica indipendente di Tule, la cui bandiera è costituita da uno swastika
su sfondo arancione con bordatura rossa. La repubblica esiste ancora al momento
attuale» (da Les Indiens de l’isthme de Panama, di G. Grandidier:
«Journal des Débats», 22 gennaio 1929). Da notare soprattutto l’associazione
dello swastika con il nome Tule, o Tula, nome che è una
delle più antiche denominazioni del centro spirituale supremo, applicata in
seguito ad alcuni dei centri subordinati (cfr. Il Re del Mondo, cap. X).
83
Il Simbolismo della Croce
totalmente scomparso1.
Nell’antichità troviamo questo segno in particolare presso i Celti e nella
Grecia preellenica2; e, sempre in Occidente, esso fu anticamente uno
degli emblemi di Cristo, e qui come tale il suo uso si mantenne fin verso la
fine del medioevo3.
1 In Lituania e in
Curlandia i contadini tracciano ancora questo segno nelle loro case;
indubbiamente non ne conoscono più il significato, e lo vedono solo più come
una sorta di talismano di protezione; ma ciò che forse è più singolare è che
gli danno il suo nome sanscrito di swastika. Sembra del resto che la
lingua lituana, di tutte le lingue europee sia quella che presenta maggiori
affinità con il sanscrito. ‑ Non vale neppure la pena di aggiungere che non
prendiamo minimamente in considerazione l’uso del tutto artificiale, e financo
antitradizionale, dello swastika da parte dei «razzisti» tedeschi, i
quali, decorandolo con il nome stravagante e un po’ ridicolo di hakenkreuz,
o «croce uncinata», fecero del tutto arbitrariamente di esso un segno di
antisemitismo con il pretesto che questo emblema sarebbe stato peculiare della
cosiddetta «razza ariana», mentre ‑ al contrario ‑ esso è, come abbiamo detto
or ora, un simbolo realmente universale. ‑ A tal proposito segnaliamo che la
denominazione «croce gammata», spesso attribuita allo swastika in
Occidente, a motivo della rassomiglianza della forma dei suoi rami con quella
della lettera greca gamma, è anch’essa errata; in realtà i segni anticamente
denominati gammadia erano completamente diversi, quand’anche si siano
talvolta, di fatto, più o meno strettamente associati allo swastika nei
primi secoli del Cristianesimo. Uno di tali segni, detto anche «croce del
Verbo», è formato da quattro gamma di cui gli angoli sono rivolti verso il
centro; la parte interna della figura, avente forma cruciale, rappresenta
Cristo, e i quattro gamma angolari rappresentano i quattro Evangelisti; tale
figura equivale pertanto alla ben nota rappresentazione di Cristo al centro dei
quattro animali. Esiste pure un’altra disposizione, nella quale una croce
centrale è attorniata da quattro gamma disposti in quadrato (con gli angoli
rivolti verso l’esterno invece che all’interno); il significato di questa
figura è lo stesso di quello della precedente. Aggiungeremo, senza dilungarci
ulteriormente, che tali segni pongono il simbolismo della squadra (la cui forma
è quella del gamma) in diretta relazione con quello della croce.
2 Esistono
differenti varianti dello swastika, in particolare una forma a rami
curvi (dall’apparenza di due S incrociate), e altre forme indicanti un
rapporto con diversi simboli dei quali non possiamo qui sviluppare il
significato; la più importante di queste forme è lo swastika detto
«clavigero», in quanto i suoi rami sono costituiti da chiavi (cfr. La Grande
Triade, cap. VI). Inoltre, talune raffigurazioni che hanno conservato un
carattere esclusivamente decorativo, come quella alla quale è attribuito il
nome di «greca», sono originariamente derivate dallo swastika.
3 Cfr. Il Re del
Mondo, cap. I.
84
Lo swastika
Abbiamo detto in altra occasione che lo swastika
è essenzialmente il «segno del Polo»1; se lo accostiamo alla
raffigurazione della croce inscritta nella circonferenza, ci possiamo senza
difficoltà render conto che in fondo si tratta di due simboli sotto certi
aspetti equivalenti; sennonché la rotazione attorno al centro fisso, invece di
venir rappresentata dalla tracciatura della circonferenza, nello swastika
è soltanto indicata dalle linee aggiunte alle estremità dei rami della croce e
formanti un angolo retto con questi ultimi; tali linee costituiscono
altrettante tangenti alla circonferenza, tangenti che segnano la direzione del
movimento nei punti corrispondenti. Poiché la circonferenza rappresenta il
mondo manifestato, il fatto che essa sia per così dire sottintesa indica di
tutta evidenza che lo swastika non è una raffigurazione del mondo, bensì
dell’azione del Principio nei confronti del mondo.
Quando lo swastika sia riferito alla
rotazione di una sfera quale la sfera celeste attorno al suo asse, occorre
presupporre che lo swastika venga tracciato nel piano equatoriale, e
allora il punto centrale, come da noi già spiegato, sarà la proiezione
dell’asse su questo piano, che gli è perpendicolare. Per quel che riguarda il
senso di rotazione suggerito dalla figura, la sua importanza è solo secondaria
e non influisce sul significato generale del simbolo; di fatto, si trovano sia
l’una sia l’altra delle due forme indicanti una rotazione da destra a sinistra
e da sinistra a destra2, e ciò senza che occorra sempre vedere in
esse
1 Ibidem,
cap. II. ‑ Poiché in quest’occasione abbiamo indicato le interpretazioni di
fantasia degli Occidentali moderni, non ritorneremo qui su questo argomento.
2 In sanscrito la
parola swastika è la sola che serva a indicare in tutti i casi il
simbolo in questione; il termine sauvastika, che qualcuno ha voluto
attribuire a una delle due forme per distinguerla dall’altra (la quale dovrebbe
allora essere il vero swastika), In realtà non è che un aggettivo
derivato da swastika, aggettivo che si applica a qualcosa che si
riferisca a questo simbolo o ai suoi significati. ‑ Quanto alla parola swastika
vera e propria, essa viene fatta risalire a su asti, formula di «benedizione»
in senso proprio, la quale ha il suo esatto equivalente nel ki-tôb
ebraico della Genesi. Per quel che concerne quest’ultimo, Il fatto che
esso si trovi ripetuto alla fine della narrazione di ognuno dei
85
Il Simbolismo della Croce
l’intenzione di stabilire tra di loro una
qualsiasi opposizione. È però vero che, in taluni paesi e in determinate
epoche, hanno potuto verificarsi, nei confronti della tradizione ortodossa,
scismi i cui partigiani hanno volutamente conferito alla figura un’orientazione
contraria a quella che era in uso nell’ambiente dal quale si separavano, per
affermare il loro antagonismo con una manifestazione esteriore; ma questo non
modifica in nulla il significato essenziale, il quale rimane il medesimo in
tutti questi casi. D’altro canto, le due forme si trovano talvolta associate;
si può in tal caso considerarle come se rappresentassero una stessa rotazione
guardata dall’uno e dall’altro dei due poli; ciò si ricollega al simbolismo
estremamente complesso dei due emisferi, simbolismo che non ci è possibile
affrontare in questa occasione1.
Né ci è possibile pensare di sviluppare tutte
le considerazioni alle quali può dar luogo il simbolismo dello swastika,
considerazioni che del resto non si riferiscono in modo diretto all’argomento
vero e proprio del presente studio; sennonché non potevamo ‑ a motivo della sua
notevole importanza dal punto di vista tradizionale ‑ passare totalmente sotto
silenzio questa speciale forma della croce; abbiamo perciò creduto che fosse
necessario riferire almeno, per ciò che la riguarda, le presenti indicazioni forse
un po’ sommarie; ma ci limiteremo a esse per non addentrarci in digressioni
troppo lunghe.
«giorni» della creazione è piuttosto degno di nota
quando si tenga conto del seguente accostamento: esso pare indicare che tali
«giorni» siano da assimilare ad altrettante rotazioni dello swastika, o,
in altri termini, ad altrettante rivoluzioni complete della «ruota del mondo»,
rivoluzioni dalle quali deriva la successione di «sera e mattina» enunciata in
seguito (cfr. inoltre La Grande Triade, cap. V).
1 A tale proposito
esiste un rapporto tra il simbolo dello swastika e quello della spirale
doppia, anch’esso assai importante, simbolo ‑ quest’ultimo ‑ che è d’altronde
piuttosto strettamente connesso con lo yin-yang estremo-orientale di cui
sarà detto più avanti.
86
XI
Rappresentazione geometrica dei gradi
dell’Esistenza
Non abbiamo fatto, finora, che esaminare i
diversi aspetti del simbolismo della croce, mostrando la loro connessione con
il significato metafisico da noi indicato all’inizio. Terminata l’esposizione
di queste considerazioni, le quali sono in certo qual modo soltanto
preliminari, dobbiamo ora dedicarci a esplicare tale significato metafisico, e
ciò faremo dando il massimo sviluppo possibile allo studio del simbolismo
geometrico mediante il quale vengono rappresentati, al tempo stesso, e i gradi
dell’Esistenza universale e gli stati di ciascun essere, secondo i due punti di
vista da noi rispettivamente denominati «macrocosmico» e «microcosmico».
Ricordiamo, per cominciare, che, quando si
prenda in esame l’essere nel suo stato individuale umano, occorre prestare la
massima attenzione a far notare che l’individualità corporea in realtà non è se
non una esigua porzione, una semplice modalità, di tale individualità umana, e
che quest’ultima, nella sua integralità, è suscettibile di uno sviluppo
indefinito, il quale si manifesta in modalità la cui molteplicità è parimenti
indefinita, l’insieme delle quali, però, non costituisce ancora se non uno stato
particolare dell’essere, stato situato nella sua interezza in un solo e
identico grado dell’Esistenza universale. Nel caso dello stato individuale
umano la modalità corporea corrisponde all’ambito della manifestazione
grossolana o sensibile, mentre le altre modalità appartengono alla sfera della
manifestazione sottile, come già abbiamo avuto modo di spiegare in altra
87
Il Simbolismo della Croce
occasione1. Ognuna di queste
modalità è determinata da un insieme di condizioni che ne delimitano le
possibilità, e di cui ciascuna, se presa isolatamente dalle altre, può però
estendersi al di là dell’ambito della modalità in questione, e combinarsi
allora con condizioni differenti a costituire le sfere proprie di altre
modalità, facenti parte della stessa individualità integrale2. Di
conseguenza, quella che delinea una certa modalità non è esattamente una
particolare condizione di esistenza, bensì una combinazione o un’associazione
di più condizioni; a voler spiegare in modo più esauriente questo punto,
occorrerebbe che esaminassimo un esempio come quello delle condizioni
dell’esistenza corporea, ma l’esposizione particolareggiata di queste ultime,
come dicevamo prima, richiederebbe uno studio a sé3.
Ognuna delle sfere, o ambiti, di cui abbiamo
parlato, e di cui abbiamo detto che contiene una modalità di un determinato
individuo, può inoltre, se vista in generale e soltanto con riferimento alle
condizioni da essa implicate, contenere modalità simili appartenenti a
un’indefinità di altri individui, ciascuno dei quali, dal canto suo, è uno
stato di manifestazione di uno degli esseri dell’Universo: in realtà, si tratta
di stati e di modalità che in tutti gli esseri si corrispondono. L’insieme
degli ambiti che contengono tutte le modalità di una stessa individualità,
ambiti i quali ‑ come abbiamo detto ‑ sono in molteplicità indefinita, e di cui
ognuno è a sua volta indefinito quanto a estensione, tale insieme, diciamo,
costituisce un grado
1 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. II, e anche i capp. XII e XIII. ‑
Occorre pure tener conto del fatto che quando si parla della manifestazione
sottile si è spesso obbligati a comprendere in tale espressione gli stati
individuali non umani, oltre alle modalità extra-corporee dello stato umano di
cui qui si tratta.
2 È il caso di
tener conto anche, e si potrebbe addirittura dire soprattutto, per lo meno per
quanto riguarda lo stato umano, delle modalità che in certo qual modo sono
estensioni risultanti dalla pura e semplice soppressione di una o più
condizioni limitative.
3 Su tali
condizioni, si veda L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap.
XXIV.
88
Rappresentazione geometrica dei gradi
dell’Esistenza
dell’Esistenza universale, grado che, nella
sua integralità, contiene una indefinità di individui. È sottinteso che, nel
corso di questa esposizione, noi presupponiamo un grado dell’Esistenza che
comporti uno stato individuale, dal momento che abbiamo assunto come tipologico
lo stato umano; sennonché tutto ciò che si riferisce alle modalità molteplici è
vero altresì per un qualsiasi stato, sia esso individuale o non individuale,
giacché la condizione individuale non può che esser causa di limitazioni restrittive,
senza però che le possibilità da essa incluse perdano per questo la loro
indefinità1.
Dopo quel che abbiamo detto, possiamo
rappresentare un grado dell’Esistenza con un piano orizzontale, piano che si
estenderà indefinitamente seguendo due dimensioni, le quali corrispondono alle
due indefinità che devono essere da noi qui considerate: da un lato, quella
degli individui, che può essere rappresentata dall’insieme delle rette del
piano che sono parallele a una delle dimensioni, definita quest’ultima ‑ se si
vuole ‑ dall’intersezione di tale piano orizzontale con un piano frontale2;
dall’altro, quella degli ambiti corrispondenti alle differenti modalità degli
individui, che sarà allora rappresentata dall’insieme delle rette del piano
orizzontale perpendicolari alla direzione precedente, vale a dire parallele
all’asse visuale o antero-posteriore,
1 Ricordiamo che
uno stato individuale è, come da noi detto in precedenza, uno stato che fra le
sue condizioni determinanti comprende la forma, per modo che manifestazione
individuale e manifestazione formale sono espressioni equivalenti.
2 Per capire in
modo adeguato i termini tratti dalla prospettiva occorre ricordare che un piano
frontale è un caso particolare di piano verticale, mentre un piano orizzontale
è un caso particolare di piano antero-posteriore. Inversamente, una retta
verticale è un caso particolare di retta frontale e una retta antero-posteriore
è un caso particolare di retta orizzontale. Occorre anche osservare che per
ogni punto passano una sola retta verticale e una moltitudine indefinita di
rette orizzontali; per contro, sempre per ogni punto, passano un solo piano
orizzontale (contenente tutte le rette orizzontali che passano per questo
stesso punto) e una moltitudine indefinita di piani verticali (tutti passanti
per la retta verticale, che è la loro comune intersezione, e ciascuno dei quali
è determinato da questa retta verticale e da una delle rette orizzontali che
passano per il punto considerato).
89
Il Simbolismo della Croce
la cui direzione definisce l’altra dimensione1.
Ciascuna di queste due categorie comprende un’indefinità di rette fra loro
parallele, e tutte di lunghezza indefinita; ogni punto del piano sarà
determinato dall’intersezione di due rette che appartengono rispettivamente a
queste due categorie, e di conseguenza rappresenterà una modalità particolare
di uno degli individui compreso nel grado in questione.
Ognuno dei gradi dell’Esistenza universale,
che di tali gradi ne comporta un’indefinità, potrà del pari venir
rappresentato, in uno spazio a tre dimensioni, da un piano orizzontale. Abbiamo
visto poco fa che l’intersezione di un tale piano con un piano frontale
rappresenta un individuo, o meglio, per servirci di un linguaggio più generico
e suscettibile di applicarsi indistintamente a tutti i gradi, un certo stato di
un essere, stato che può essere individuale o non individuale, secondo le
condizioni del grado di Esistenza al quale esso appartenga. Possiamo ora, di
conseguenza, considerare un piano frontale come se rappresentasse un essere
nella sua totalità; tale essere comprende una moltitudine indefinita di stati,
i quali sono allora raffigurati da tutte le rette orizzontali di questo piano,
le cui verticali, dal canto loro, sono formate dagli insiemi di modalità che si
corrispondono rispettivamente in tutti questi stati. Nello spazio a tre
dimensioni esiste, d’altra parte, un’indefinità di simili piani, i quali
rappresentano l’indefinità degli esseri contenuti nell’Universo totale.
1 Nel piano
orizzontale, la direzione della prima dimensione è quella delle rette frontali
(o trasversali), e la direzione della seconda dimensione è quella delle rette
antero-posteriori.
90
XII
Rappresentazione geometrica degli stati
dell’essere
Nella rappresentazione geometrica a tre
dimensioni da noi esposta poco fa, ogni modalità di un qualsiasi stato d’essere
è indicata da un solo punto; tuttavia simile modalità è anch’essa suscettibile
di svilupparsi lungo il percorso di un ciclo di manifestazione che comporta
un’indefinità di modificazioni secondarie. Assumendo come esempio la modalità
corporea dell’individualità umana, tali modificazioni saranno tutti i momenti
della sua esistenza (presa naturalmente in esame sotto l’aspetto della successione
temporale, la quale è una delle condizioni alle quali è soggetta questa
modalità), ovvero ‑ il che è la stessa cosa ‑ tutti gli atti e tutti i gesti,
qualunque essi siano, che essa compirà nel corso di tale esistenza1.
Per poter far rientrare tutte queste modificazioni nella nostra
rappresentazione, occorrerebbe raffigurare la modalità in questione non
soltanto più con un punto, ma con un’intera retta, ciascuno dei punti della
quale sarebbe allora una delle modificazioni secondarie di cui parliamo, e quando
ciò si facesse, si dovrebbe avere la maggior cura di osservare che tale retta,
per quanto indefinita, è tuttavia limitata, così come limitato è qualsiasi
indefinito, e limitata pure ‑
1 Ci serviamo qui
volutamente della parola «gesti», in quanto essa richiama una teoria metafisica
importantissima, la quale non rientra però nei limiti del presente studio.
Un’idea sommaria di tale teoria ce la si potrà fare richiamandosi a quanto da
noi detto in diversa sede riguardo alla nozione dell’apûrva nella
dottrina indù e a quella delle «azioni e reazioni concordanti» (cfr. Introduzione
generale allo studio delle Dottrine indù, pp. 195-7).
91
Il Simbolismo della Croce
se possiamo esprimerci in questo modo ‑
qualsiasi potenza dell’indefinito1. Quando si rappresenti
l’indefinità semplice mediante la linea retta, l’indefinità doppia, o
indefinito alla seconda potenza, sarà rappresentata dal piano, e l’indefinità
tripla, o indefinito alla terza potenza, dall’estensione spaziale a tre
dimensioni. Raffigurando quindi ciascuna modalità, intesa quale un’indefinità
semplice, mediante una retta, uno stato d’essere, che comporta un’indefinità di
queste modalità, ossia un’indefinità doppia, sarà ora raffigurabile, nella sua
integralità, con un piano orizzontale, e un essere, nella sua totalità, sarà
raffigurabile, nell’indefinità dei suoi stati, mediante un’estensione spaziale
a tre dimensioni. Questa nuova rappresentazione è conseguentemente più completa
della prima, ma risulta evidente che non si può, se non a condizione di uscire
dall’estensione a tre dimensioni, prendere in considerazione ‑ in quest’ultima ‑
se non un solo essere, e non più, come fatto in precedenza, l’insieme di tutti
gli esseri dell’Universo, giacché la presa in considerazione di tale insieme ci
obbligherebbe a introdurre un’ulteriore indefinità, la quale sarebbe allora del
quarto ordine, e non potrebbe venir raffigurata geometricamente se non
presupponendo una quarta dimensione, supplementare, aggiunta all’estensione
spaziale2.
Vediamo subito, in questa nuova
rappresentazione, che per ogni punto dell’estensione spaziale esaminata passano
tre rette
1 L’indefinito, il
quale deriva dal finito, è sempre riducibile a quest’ultimo, poiché esso non è
che uno sviluppo delle possibilità incluse o implicate nel finito. È una verità
elementare, quantunque troppo spesso ignorata, che il cosiddetto «infinito matematico»
(ossia l’indefinità quantitativa, tanto numerica quanto geometrica) non sia
affatto infinito, limitato com’è dalle determinazioni inerenti alla sua natura
propria; andremmo però fuori tema se ci dilungassimo su questo argomento nella
presente sede; più avanti avremo del resto un’ulteriore occasione di fare a
esso qualche accenno.
2 La questione
della «quarta dimensione» dello spazio, alla quale si fa qui un cenno, non
trova in questa sede occasione di trattazione; essa ha dato origine a molte
concezioni errate o prive di reale fondamento e il suo sviluppo troverebbe
piuttosto la sua collocazione naturale in uno studio sulle condizioni
dell’esistenza corporea.
92
Rappresentazione geometrica degli stati
dell’essere
rispettivamente parallele alle tre dimensioni
di tale estensione; ciascun punto potrebbe di conseguenza essere inteso come il
vertice di un triedro trirettangolo, costituente un sistema di coordinate a cui
verrebbe riferita tutta l’estensione e i cui tre assi formerebbero una croce a
tre dimensioni. Supponiamo che sia determinato l’asse verticale di un simile
sistema; quest’asse incontrerà ciascun piano orizzontale in un punto, che
risulterà essere l’origine delle coordinate rettangolari alle quali sarà riferito
il piano, coordinate i cui due assi formeranno una croce a due dimensioni. Si
può dire che questo punto è il centro del piano, e che l’asse verticale è il
luogo dei centri di tutti i piani orizzontali; qualsiasi verticale, vale a dire
ogni parallela a quest’asse, contiene ugualmente dei punti che si corrispondono
in questi piani stessi. Se, oltre all’asse verticale, si determina un piano
orizzontale particolare, a formare la base del sistema di coordinate, sarà con
ciò stesso interamente determinato anche il triedro trirettangolo al quale ci
riferivamo. Si avrà una croce a due dimensioni, tracciata da due dei tre assi,
in ognuno dei tre piani di coordinate, e di questi tre piani uno è il piano
orizzontale considerato, e gli altri due sono due piani ortogonali ciascuno dei
quali passa per l’asse verticale e per uno dei due assi orizzontali; queste tre
croci avranno come centro comune il vertice del triedro, che è il centro della
croce a tre dimensioni e può essere considerato altresì come il centro di tutta
l’estensione spaziale. Ognuno dei punti potrebbe essere centro, e in potenza si
può dire che lo sia; ma, di fatto, occorre che sia determinato un punto
particolare ‑ e diremo in seguito come ‑ acciocché si possa tracciare
effettivamente la croce, vale a dire misurare l’intera estensione spaziale,
ovvero, per analogia, realizzare la comprensione totale dell’essere.
93
XIII
Rapporti tra le due rappresentazioni precedenti
Nella seconda delle nostre rappresentazioni a
tre dimensioni, nella quale abbiamo preso in considerazione un solo essere
nella sua totalità. la direzione orizzontale secondo cui si sviluppano le
modalità di tutti gli stati di quest’essere implica, così come i piani
verticali che le sono paralleli, un’idea di successione logica, mentre i piani
che le sono perpendicolari corrispondono, in modo correlativo, all’idea di
simultaneità logica1. Se si proietta tutta l’estensione spaziale su
quello dei tre piani di coordinate che si trova in quest’ultimo caso, ogni
modalità di ciascun stato d’essere si proietterà in un punto di una retta
orizzontale, e l’insieme di questi punti sarà la proiezione dell’integralità di
un certo stato d’essere; in particolare, lo stato il cui centro coincide con
quello dell’essere totale, sarà raffigurato dall’asse orizzontale situato nel
piano sul quale si fa la proiezione. Siamo così ricondotti alla nostra
precedente rappresentazione, quella, cioè, nella quale l’essere è situato per
intero in un piano verticale; un piano orizzontale potrà allora nuovamente
essere un grado dell’Esistenza universale, e l’aver instaurato tale
corrispondenza tra le due rappresentazioni, poiché ci permette di passare con
facilità dall’una all’altra, ci dispensa dall’uscire dall’estensione spaziale a
tre dimensioni.
1 Le idee di
successione e di simultaneità, beninteso, devono essere qui intese soltanto
ponendosi da un punto di vista logico e non cronologico, giacché il tempo è
soltanto una condizione speciale, non diciamo neanche dell’intero stato umano,
ma di certune modalità di questo stato.
95
Il Simbolismo della Croce
Ogni piano orizzontale, quando rappresenta un
grado dell’Esistenza universale, comprende tutto lo sviluppo di una possibilità
particolare, la cui manifestazione costituisce ‑ nel suo insieme ‑ quello che
può esser detto un «macrocosmo», ovverosia un mondo, mentre nell’altra
rappresentazione, che si riferisce a un solo essere, esso è solo lo sviluppo
della stessa possibilità in tale essere, il che costituisce uno stato di
quest’ultimo, individualità integrale o stato non individuale, il quale ‑ in
tutti i casi ‑ può esser detto, per analogia, un «microcosmo». D’altronde, è
opportuno far rilevare che lo stesso «macrocosmo», come il «microcosmo», quando
lo si consideri isolatamente, non è se non uno degli elementi dell’Universo,
così come ciascuna possibilità particolare non è se non un elemento della
Possibilità totale.
Delle due rappresentazioni, quella che si
riferisce all’Universo può venir detta, per semplicità di linguaggio,
rappresentazione «macrocosmica», e quella che si riferisce a un essere,
rappresentazione «microcosmica». Abbiamo visto come, in quest’ultima, possa
essere tracciata la croce a tre dimensioni; la stessa cosa si potrà fare nella
rappresentazione «macrocosmica» qualora si determinino in essa gli elementi
corrispondenti, ossia un asse verticale, il quale sarà l’asse dell’Universo, e
un piano orizzontale, che ‑ per analogia ‑ potrà essere considerato come il suo
equatore; e ci resta ancora da far osservare come ogni «macrocosmo» abbia il
suo centro sull’asse verticale, così come sull’asse verticale ce l’aveva anche
ogni «microcosmo» nell’altra rappresentazione.
Da ciò che è stato esposto si può osservare
l’analogia esistente tra «macrocosmo» e «microcosmo» giacché ogni parte
dell’Universo è analoga alle altre parti, così come le sue proprie parti sono
analoghe a essa, e questo a causa del fatto che esse tutte sono analoghe
all’Universo totale, come da noi già detto in precedenza. Da ciò consegue che,
se prendiamo in esame il «macrocosmo», ognuna delle sfere definite che esso
contiene è a esso analoga; nello stesso modo, se esaminiamo il «microcosmo»,
ciascuna delle sue modalità gli è anch’essa analoga. È per
96
Rapporti tra le due rappresentazioni precedenti
questa ragione che ‑ in particolare ‑ la
modalità corporea dell’individualità umana può essere assunta a simboleggiare,
nelle sue diverse parti, l’individualità concepita nella sua integralità1;
questo punto, però, ci accontenteremo di segnalarlo di sfuggita, perché siamo
dell’avviso che non sarebbe di grande utilità se ci dilungassimo qui su
considerazioni di questo genere, considerazioni che dal nostro punto di vista
hanno un’importanza del tutto secondaria, e d’altra parte non corrispondono,
nella forma in cui sono quasi sempre presentate, se non a un modo alquanto
rudimentale e piuttosto superficiale di vedere la costituzione dell’essere
umano2. A ogni buon conto, qualora ci si volesse addentrare in
considerazioni del genere, e quand’anche ci si accontentasse di definire
nell’individualità divisioni molto generiche, non si dovrebbe mai dimenticare
che in realtà quest’ultima comporta una moltitudine indefinita di modalità
coesistenti, così come lo stesso organismo corporeo si compone di una
moltitudine indefinita di cellule, ciascuna delle quali ha una sua esistenza
propria.
1 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XII.
2 Quasi la stessa
cosa si può dire delle comparazioni tra la società umana e un organismo,
comparazioni che, come abbiamo fatto notare in altra sede con riferimento
all’istituzione delle caste, certamente contengono una parte di verità, ma di
cui molti sociologi hanno fatto un uso smodato, e talvolta anche assai poco
sensato (cfr. Introduzione generale allo studio delle Dottrine indù, p.
158).
97
XIV
Il simbolismo della tessitura
Anche se di esso viene talvolta fatta
un’applicazione che a prima vista sembra scostarsene un poco, esiste un
simbolismo che è direttamente in rapporto con quanto abbiamo esposto poco fa:
nelle dottrine orientali i libri tradizionali sono spesso indicati con termini
che, nel loro significato letterale, fanno riferimento alla tessitura. In
sanscrito, ad esempio, sûtra ‑ in senso proprio ‑ significa «filo»1:
un libro può essere formato di un insieme di sûtra, così come un tessuto
è formato da una raccolta ordinata di fili; anche tantra ha il senso di
«filo» e quello di «tessuto», e di un tessuto indica in modo più particolare
l’«ordito»2. In cinese, king è parimenti l’ordito di una
stoffa, e wei ne è la trama; la prima di queste due parole designa al
tempo stesso un libro fondamentale, e la seconda indica i suoi commentari3.
Tale distinzione tra «ordito» e «trama» nell’insieme
1 Questo termine è
identico al latino sutura, poiché la stessa radice, con il significato
di «cucire», si ritrova in entrambe le lingue. È per lo meno curioso constatare
come la parola araba sûrat, con la quale sono indicati i capitoli del Qorân,
sia composta esattamente dagli stessi elementi di cui è composto il sanscrito sûtra;
tale termine ha del resto il significato non molto dissimile di «fila» o
«rango», e la sua derivazione è sconosciuta.
2 La radice di
questa parola, tan, esprime in primo luogo l’idea di estensione.
3 Si ricollega al
simbolismo della tessitura anche l’uso delle cordicelle a nodi, che in Cina
avevano funzione di scrittura in epoca assai remota; tali cordicelle erano
dello stesso tipo di quelle usate anche dagli antichi Peruviani, alle quali
essi davano il nome di quipo. Nonostante le pretese di qualcuno, che
99
Il Simbolismo della Croce
delle scritture tradizionali corrisponde, per
servirsi della terminologia indù, alla distinzione tra la Shruti, che è
il frutto dell’ispirazione diretta, e la Smriti, che è il prodotto della
riflessione quando si esercita sui dati della Shruti.
Per comprendere in modo adeguato il
significato di questo simbolismo, occorre anzitutto rilevare che l’ordito,
formato da fili tesi sul telaio, rappresenta l’elemento immutabile e
principiale, mentre i fili della trama, che passano tra quelli dell’ordito in
virtù del movimento alternato della navetta, rappresentano l’elemento variabile
e contingente, vale a dire le applicazioni del principio a queste o quelle
condizioni particolari. D’altra parte, osservando un filo dell’ordito e un filo
della trama ci si rende immediatamente conto che la loro intersezione forma la
croce, della quale essi sono rispettivamente la linea verticale e la linea
orizzontale; e ogni punto del tessuto, essendo in tal modo il punto d’incontro
di due fili perpendicolari tra di loro, è per questo fatto stesso il centro di
tale croce. Ora, in conseguenza di quanto abbiamo visto riguardo al simbolismo
generale della croce, la linea verticale rappresenta quel che unisce fra loro
tutti gli stati di un essere o tutti i gradi dell’Esistenza, collegando i loro
punti corrispondenti, mentre la linea orizzontale rappresenta lo sviluppo di
uno di tali stati o di tali gradi. Se si accosta questo a quel che indicavamo
poco fa, si può dire, come da noi fatto in precedenza, che il senso orizzontale
raffigurerà ad esempio lo stato umano, e il senso verticale ciò che è
trascendente nei confronti di tale stato; questo carattere di trascendenza è di
fatto il carattere della Shruti, la quale è essenzialmente «non umana»,
mentre la Smriti comporta le applicazioni all’ordine
pensa che servissero soltanto a contare, sembra
certo che esse esprimessero anche idee molto più complesse, tanto più che si
dice costituissero gli «annali dell’impero», e ‑ inoltre ‑ che i Peruviani non
abbiano mai posseduto altro mezzo di scrittura, pur avendo una lingua
perfettissima e molto raffinata; questo tipo di ideografia era reso possibile
da molteplici combinazioni in cui l’uso dei fili di diversi colori rivestiva
un’importanza particolare.
1 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. I, e Autorità spirituale e
potere temporale, cap. VIII.
100
Il simbolismo della tessitura
umano ed è il prodotto dell’esercizio delle
facoltà specificamente umane.
Possiamo aggiungere a questo punto un’altra
osservazione, che metterà ancora più in risalto la concordanza dei diversi
simbolismi, tra di loro connessi in modo più stretto di quanto si potrebbe
supporre a un primo approccio: intendiamo riferirci all’aspetto secondo il
quale la croce simboleggia l’unione dei complementari. Abbiamo visto che, sotto
questo aspetto, la linea verticale rappresenta il principio attivo o maschile (Purusha),
e la linea orizzontale il principio passivo o femminile (Prakriti),
l’intera manifestazione essendo prodotta dall’influsso «non agente» del primo
sul secondo. Ora, secondo un’altra prospettiva, la Shruti è paragonata
alla luce diretta, raffigurata dal sole, mentre la Smriti è paragonata
alla luce riflessa1, raffigurata dalla luna; sennonché, al tempo
stesso, il sole e la luna, in quasi tutte le tradizioni, simboleggiano anche ‑
rispettivamente ‑ il principio maschile e il principio femminile della
manifestazione universale.
Il simbolismo della tessitura non è applicato
soltanto alle scritture tradizionali; esso viene anche usato per rappresentare
il mondo, o più esattamente l’insieme di tutti i mondi, ovverosia l’insieme
degli stati o dei gradi che, in moltitudine indefinita, costituiscono
l’Esistenza universale. È così che, nelle Upanishad, il Supremo Brahma
è indicato come «Ciò su cui sono tessuti i mondi, come ordito e trama», o
mediante altre formule simili2; anche in questo caso, naturalmente,
l’ordito e la trama hanno i significati rispettivi da noi definiti poco fa.
Secondo un’altra prospettiva, la dottrina taoista dice che tutti gli esseri
sono soggetti all’alternanza costante dei due stati di
1 Assai degno di
nota è ‑ a tal proposito ‑ il duplice significato della parola «riflessione».
2 Mundaka
Upanishad, 2° Mundaka, 2° Khanda, shruti 5; Brihad-Aranyaka Upanishad,
3° Adhyâya, 8° Brâhmana, shruti 7 e 8. ‑ Il monaco buddhista Kumârajiva
tradusse in cinese un testo sanscrito dal titolo La Rete di Brahma (Fan-wang-king),
secondo cui i mondi sono disposti in guisa di maglie di una rete.
101
Il Simbolismo della Croce
vita e di morte (condensazione e dissipazione,
successioni alterne dello yang e dello yin)1; e
quest’alternanza è dai commentatori chiamata «l’andirivieni della navetta sul
telaio cosmico»2.
Che in effetti ci sia, tra queste due
applicazioni di uno stesso simbolismo, un rapporto molto serrato, è confermato
dal fatto che l’Universo stesso è talvolta simboleggiato, in certe tradizioni,
da un libro: a tal proposito ricorderemo soltanto il Liber Mundi dei
Rosa-Croce e il noto simbolo del Liber Vitae apocalittico3.
Sempre in questa prospettiva, i fili dell’ordito, dai quali sono ricollegati i
punti che si corrispondono in tutti gli stati, costituiscono il Libro sacro per
eccellenza, libro che è il prototipo (o meglio l’archetipo) di tutte le
scritture tradizionali, del quale queste ultime sono soltanto espressioni in
linguaggio umano4; i fili della trama, ciascuno dei quali è lo
svolgersi degli avvenimenti in un determinato stato, ne costituiscono il
commento, nel senso di fornire le applicazioni riferentisi ai differenti
1 Tao-te-king, XVI.
2 Ciang-hung-yang
paragona altresì questa alternanza alla respirazione: l’inspirazione ‑ attiva ‑
corrisponde alla vita, l’espirazione ‑ passiva ‑ corrisponde alla morte; la
fine della prima è del resto l’inizio della seconda. Lo stesso commentatore si
serve anche, quale termine di paragone, della rivoluzione lunare: la luna piena
è la vita, la luna nuova è la morte, con due periodi intermedi di crescita e di
calo. Per quel che riguarda la respirazione, quanto viene qui detto deve essere
accostato alle fasi dell’esistenza di un essere, paragonato a colui che
respira; secondo un’altra prospettiva, nell’ordine universale l’espirazione
corrisponde allo sviluppo della manifestazione, e l’inspirazione al ritorno nel
non manifesto, com’è stato detto in precedenza; a seconda che si vedano le cose
con riferimento alla manifestazione o con riferimento al Principio, bisogna non
dimenticare di operare l’applicazione del «senso inverso» nell’analogia.
3 Abbiamo indicato
in precedenza che in talune raffigurazioni il libro suggellato con sette
sigilli, e sul quale è sdraiato l’agnello, è situato, così come l’«Albero della
Vita», presso la sorgente comune dei quattro fiumi del Paradiso, e abbiamo, in
tale occasione, accennato a un rapporto tra il simbolismo dell’albero e quello
del libro: le foglie dell’albero e i caratteri del libro rappresentano sia le
une che gli altri tutti gli esseri dell’Universo (sono i «diecimila esseri»
della tradizione estremo-orientale).
4 Questo è
espressamente affermato dal Vêda e dal Qorân; anche l’idea del
«Vangelo eterno» sta a indicare come questa concezione non sia totalmente
estranea al Cristianesimo.
102
Il simbolismo della tessitura
stati; tutti gli avvenimenti, visti nella
simultaneità dell’«intemporale», sono di conseguenza scritti in questo Libro, e
ciascuno di essi è per così dire un suo carattere, carattere che del resto fa
tutt’uno con un punto del tessuto. A proposito del simbolismo del libro,
citeremo qui una sintesi dell’insegnamento di Mohyiddin ibn Arabi: «L’Universo
è un immenso libro; di questo libro, tutti i caratteri sono archetipicamente
scritti con lo stesso inchiostro, e trascritti dalla penna divina sulla Tavola eterna;
essi tutti sono trascritti simultaneamente e sono indivisibili; è per questo
che ai fenomeni essenziali divini nascosti nel “segreto dei segreti” fu dato il
nome di “lettere trascendenti”. E queste lettere trascendenti ‑ ovverosia tutte
le creature ‑ dopo esser state condensate virtualmente nell’onniscienza divina,
sono, in grazia del soffio divino, discese nelle righe inferiori, e hanno
composto e formato l’Universo manifestato»1.
Un’altra forma del simbolismo della tessitura,
forma che si ritrova anch’essa nella tradizione indù, è l’immagine del ragno
che tesse la propria tela, ed è un’immagine tanto più esatta in quanto il ragno
tesse questa tela traendola dalla sostanza propria2. A motivo della
forma circolare della tela, forma che del resto è la sezione piana dello
sferoide cosmogonico, ossia della sfera non chiusa della quale abbiamo già
fatto cenno, l’ordito è in questo caso rappresentato dai fili che si irraggiano
a partire dal centro, e la trama è rappresentata dal fili disposti secondo
circonferenze concentriche3. Per passare da questa figura a quella
consueta della tessitura, basta supporre che il centro sia indefinitamente
lontano, in modo che i raggi diventino paralleli
1 El-Futûhâtul-Mekkiyah.
‑ Su questo punto si potrà fare un accostamento con il ruolo che le lettere
ricoprono, analogamente, nella dottrina cosmogonica del Sepher Ietsirah.
2 Commento di
Shankarâchârya sui Brahma-sûtra, 2° Adhyâya, lº Pâda, sûtra 25.
3 Il ragno che si
pone al centro della tela dà un’immagine del sole circondato dai suoi raggi;
tale immagine può anche essere interpretata come una raffigurazione del «Cuore
del Mondo».
103
Il Simbolismo della Croce
seguendo la direzione verticale, mentre le
circonferenze concentriche diventano rette perpendicolari al raggi, vale a dire
orizzontali.
Riassumendo, si può dire che l’ordito
raffiguri i principi che riallacciano tra loro tutti i mondi o tutti gli stati,
essendo ognuno dei suoi fili il legame tra i punti corrispondenti nei
differenti stati, e che la trama sia costituita dagli insiemi di avvenimenti
che in ciascun mondo si producono, per modo che ogni filo della trama è, come
già abbiamo detto, lo svilupparsi degli avvenimenti in un determinato mondo.
Sotto un altro profilo, si può aggiungere che la manifestazione di un essere in
un certo stato di esistenza è, così come il verificarsi di qualsivoglia
avvenimento, determinata dall’incontro di un filo dell’ordito con un filo della
trama. Ogni filo dell’ordito è quindi un essere considerato nella sua natura
essenziale, natura che ‑ in quanto proiezione diretta del «Sé» principiale ‑
costituisce il legame tra tutti i suoi stati e mantiene l’unità propria di
quest’essere attraverso la molteplicità indefinita dei suoi stati. In questo
caso, il filo della trama che il filo dell’ordito incontra in un determinato
punto, corrisponde a uno stato di esistenza definito, e l’intersezione dei due
fili determina le relazioni di tale essere, per quanto riguarda la sua
manifestazione in questo stato, con l’ambiente cosmico nel quale l’essere si
situa sotto simile aspetto. La natura individuale di un essere umano, ad
esempio, è la risultante dell’intersezione di questi due fili; in altri
termini, in essa si potranno sempre distinguere due categorie di elementi, i
quali dovranno essere riferiti rispettivamente al senso verticale e al senso
orizzontale: i primi esprimono quel che appartiene in proprio all’essere in
questione, mentre i secondi provengono dalle condizioni dell’ambiente.
Aggiungeremo ancora che i fili di cui è
formato il «tessuto del mondo» sono anche denominati, in un simbolismo diverso
ma equivalente, i «capelli di Shiva»1; si potrebbe dire che
essi
1 A questo
simbolismo abbiamo fatto cenno in precedenza, quando parlavamo delle direzioni
dello spazio.
104
Il simbolismo della tessitura
siano in certo qual modo le «linee di forza»
dell’Universo manifestato, e che le direzioni dello spazio siano la loro
rappresentazione nella sfera corporea. Si vede senza difficoltà a quante
applicazioni diverse possano prestarsi tutte queste considerazioni; ma qui
abbiamo soltanto voluto indicare il significato essenziale del simbolismo della
tessitura, simbolismo che ‑ a quanto pare ‑ è assai poco conosciuto in
Occidente1.
1Peraltro si
ritrovano tracce di un simbolismo di questo genere nell’antichità greco-latina,
in particolare nel mito delle Parche; sennonché quest’ultimo sembra riferirsi
più che altro ai soli fili della trama, e il suo carattere «fatale» si può in
effetti spiegare con l’assenza della nozione dell’ordito, vale a dire con il
fatto che l’essere è considerato esclusivamente nel suo stato individuale,
senza nessun intervento cosciente (per questo individuo) del suo principio
personale trascendente. Tale interpretazione è d’altronde giustificata dal modo
in cui Platone considera l’asse verticale nel mito dell’Armeno Er (Repubblica,
libro X): a suo dire, in effetti, l’asse luminoso del mondo è il «fuso della
Necessità»; si tratta di un asse di diamante avvolto da diverse guaine
concentriche, dalle dimensioni e colori svariati, che corrispondono alle
differenti sfere planetarie; la Parca Clotho lo fa ruotare su se stesso con la
mano destra, quindi da destra a sinistra, che è anche il senso più comune e più
normale di rotazione dello swastika. A proposito di tale «asse di
diamante», segnaliamo che il simbolo tibetano del vajra ‑ il cui nome
significa a un tempo «folgore» e «diamante» ‑ è anch’esso in relazione con
l’«Asse del Mondo».
105
XV
Rappresentazione della continuità delle
differenti modalità di uno stesso stato d’essere
Se esaminiamo uno stato d’essere, raffigurato
da un piano orizzontale nella rappresentazione «microcosmica» da noi descritta,
ci resta ora da dire in modo più preciso a cosa corrispondano il centro di tale
piano e l’asse verticale passante per questo centro. Sennonché, per fare ciò,
occorrerà ricorrere a un’altra rappresentazione geometrica, un po’ diversa
dalla precedente, e nella quale faremo intervenire non più soltanto il
parallelismo o la corrispondenza, come abbiamo fatto finora, ma ‑ inoltre ‑ la
continuità di tutte le modalità di ogni essere fra di loro, nonché quella di
tutti gli stati fra di loro, nella costituzione dell’essere totale.
A questo fine, saremo naturalmente indotti a
far subire alla nostra raffigurazione un mutamento che corrisponda a quello che
è, in geometria analitica, il passaggio da un sistema di coordinate rettilinee
a un sistema di coordinate polari. Invece di rappresentare le differenti
modalità di uno stesso stato mediante rette parallele, come fatto in
precedenza, possiamo in effetti rappresentarle a mezzo di circonferenze
concentriche tracciate nel medesimo piano orizzontale e aventi come centro
comune il centro di tale piano, vale a dire, secondo quanto da noi spiegato
prima, il suo punto d’incontro con l’asse verticale.
Procedendo in questa maniera, diventa evidente
che ogni modalità è finita, limitata, dal momento che essa è raffigurata da una
circonferenza, la quale è una curva chiusa, o quanto meno una linea le cui
estremità sono note e possono essere
107
Il Simbolismo della Croce
considerate come date1; sennonché,
secondo un’altra prospettiva, tale circonferenza comprende una moltitudine
indefinita di punti2, i quali rappresentano l’indefinità delle
modificazioni secondarie incluse nella modalità presa in esame, quale che sia
quest’ultima3. Inoltre, le circonferenze concentriche non devono
lasciare tra di loro alcun intervallo che non sia la distanza infinitesimale di
due punti immediatamente vicini (su tale questione ritorneremo più tardi), per
modo che il loro insieme comprenda tutti i punti del piano, il che presuppone
che tra
1 Questa
restrizione è necessaria perché sia evitata una contraddizione, anche solo
apparente, con ciò che seguirà.
2 È importante
notare qui che non diciamo un numero indefinito, ma una moltitudine indefinita,
in quanto è possibile che l’indefinìtà di cui si tratta vada di là da ogni
numero, anche se la serie dei numeri è di per sé indefinita; essa è infatti
indefinita in modo discontinuo, mentre quella dei punti di una linea è
indefinita in modo continuo. Il termine «moltitudine» è più ampio e più
comprensivo dell’espressione «molteplicità numerica», e può applicarsi anche
fuori dell’ambito della quantità, della quale il numero non è che un modo
particolare; i filosofi scolastici questo l’avevano perfettamente capito, e
infatti trasponevano la nozione di «moltitudine» nella sfera dei
«trascendentali», vale a dire dei modi universali dell’Essere, sfera nella
quale essa si trova, nei confronti della molteplicità numerica, nello stesso
rapporto analogico in cui si trova la concezione dell’Unità metafisica nei
confronti di quella dell’unità aritmetica o quantitativa. È assiomatico che è
di questa molteplicità «trascendente» che si tratta quando parliamo degli stati
«multipli» dell’essere, poiché la quantità non è che una condizione particolare
che si applica soltanto ad alcuni di questi stati.
3 Essendo la
lunghezza di una circonferenza tanto maggiore quanto maggiore è la sua distanza
dal centro, sembrerebbe a prima vista che, più essa è lontana dal centro, più
essa debba contenere punti; sennonché, se si considera che ciascun punto di una
circonferenza è l’estremità di uno dei suoi raggi, e che due circonferenze
concentriche hanno gli stessi raggi, si dovrà concludere che la più grande di
esse non avrà più punti della più piccola. La soluzione di questa apparente
difficoltà risiede nelle indicazioni da noi date nella nota precedente: in
realtà non c’è un numero dei punti di una linea, in quanto tali punti non
possono essere propriamente «enumerati», poiché la loro moltitudine è di là dal
numero. Inoltre, se una circonferenza che diminuisce avvicinandosi al centro
contiene sempre lo stesso numero di punti (se pure è possibile servirsi di
questo modo di esprimersi in tali condizioni), siccome simile circonferenza, al
limite, si riduce al suo centro, quest’ultimo, anche se è un punto solo, dovrà contenere
tutti i punti della circonferenza, e questo equivale a dire che tutte le cose
sono contenute nell’unità.
108
Rappresentazione della continuità delle
differenti modalità...
tutte le circonferenze ci sia continuità. Ora,
perché ci sia veramente continuità, occorre che la fine di ogni circonferenza
coincida con l’inizio della circonferenza seguente (e non con quello della
stessa circonferenza); e perché ciò sia possibile senza che le due
circonferenze successive si confondano, bisogna che tali circonferenze, o
meglio le curve che abbiamo considerate tali, in realtà siano curve non chiuse.
D’altra parte, possiamo anche spingerci oltre
in questo senso: tracciare in modo effettivo una linea che sia veramente una
curva chiusa è materialmente impossibile; per provarlo basta osservare che,
nello spazio in cui è situata la nostra modalità corporea, tutto è
continuamente in movimento (in conseguenza della combinazione delle condizioni
spaziale e temporale, di cui il movimento è in certo qual modo una risultante),
di modo che, se vogliamo tracciare una circonferenza e incominciamo a
tracciarla in un determinato punto dello spazio, quando la termineremo ci
ritroveremo necessariamente in un altro punto, e non ripasseremo mai per il
punto di partenza. Nello stesso modo, la curva che simboleggia il percorso di
un qualsiasi ciclo evolutivo1, non dovrà mai passare per uno stesso
punto, il che equivale a dire che essa non deve essere una curva chiusa (né una
curva che contenga «punti multipli»). Questa rappresentazione fa vedere come
nell’Universo non possano esserci due possibilità identiche, cosa che del resto
equivarrebbe a una limitazione della Possibilità totale, limitazione che è
impossibile, poiché, dovendo comprendere la Possibilità, non potrebbe essere in
essa compresa. Conseguentemente, qualsiasi limitazione della Possibilità
universale è un’impossibilità nel senso proprio e rigoroso del termine; ed è
questa la ragione per
1 Con l’espressione
«ciclo evolutivo» intendiamo semplicemente, conformemente al significato
originario della parola, indicare il processo di sviluppo delle possibilità
comprese in un qualsiasi modo di esistenza, senza che tale processo implichi
qualcosa che possa avere il minimo rapporto con una teoria «evoluzionistica»
(cfr. L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XVII); abbiamo
d’altra parte detto abbastanza spesso cosa si debba pensare delle teorie di
questo tipo perché sia inutile insisterci qui nuovamente.
109
Il Simbolismo della Croce
cui tutti i sistemi filosofici, in quanto
sistemi, poiché postulano esplicitamente o implicitamente limitazioni di questo
genere, sono condannati a una comune impotenza dal punto di vista metafisico1.
Per tornare alle possibilità identiche o supposte tali, faremo ancora
osservare, per maggior precisione, che due possibilità che fossero veramente
identiche non differirebbero per nessuna delle loro condizioni di
realizzazione; sennonché, se tutte le condizioni sono le stesse, si tratta
anche della stessa possibilità, e non di due possibilità distinte, essendoci
allora coincidenza sotto tutti i rapporti2; e questo ragionamento
può applicarsi rigorosamente a tutti i punti della nostra rappresentazione,
poiché ognuno di tali punti raffigura una modificazione particolare, che
realizza una determinata possibilità3.
L’inizio e la fine di una qualsiasi delle
circonferenze sottoposte al nostro esame non sono perciò lo stesso punto, ma
due punti consecutivi di uno stesso raggio, e in realtà non si può neppure dire
che appartengano alla stessa circonferenza: uno appartiene ancora alla
circonferenza precedente, della quale è la fine, e l’altro appartiene già alla
circonferenza seguente, della quale è l’inizio. I termini estremi di una serie
indefinita possono venir considerati come se fossero situati fuori di tale
serie, per la ragione stessa che stabiliscono la sua continuità con altre
serie: e tutto ciò può applicarsi ‑ in particolare ‑ alla nascita e alla morte
della modalità corporea dell’individualità umana. Per
1 È inoltre facile
rendersi conto che ciò esclude tutte le teorie più o meno
«reincarnazionistiche» che sono nate nell’Occidente moderno, così come esclude
il celebre «eterno ritorno» di Nietzsche e altre concezioni similari; d’altro
canto, queste considerazioni le abbiamo svolte estensivamente nell’Errore
dello spiritismo, 2a parte, cap. VI.
2 È questo un punto
che Leibnitz sembra aver avuto abbastanza chiaro quando pose il suo «principio
degli indiscernibili», quand’anche non l’abbia forse formulato in modo così
netto (cfr. Autorità spirituale e potere temporale, cap. VII).
3 Intendiamo qui il
termine «possibilità» nella sua accezione più limitata e specialistica: non si
tratta neppure di una possibilità particolare, capace di uno sviluppo
indefinito, ma soltanto di uno qualunque degli elementi che un tale sviluppo
comporta.
110
Rappresentazione della continuità delle
differenti modalità...
la qual ragione, le due modalità estreme di
ogni modalità non coincidono, ma tra di loro esiste semplicemente
corrispondenza nell’insieme dello stato d’essere del quale tale modalità fa
parte, e questa corrispondenza è indicata dalla posizione dei loro punti
rappresentativi su uno stesso raggio, raggio che parte dal centro del piano. Di
conseguenza, lo stesso raggio conterrà le modificazioni estreme di tutte le
modalità dello stato in questione, modalità che d’altra parte non devono venir
considerate successive in modo proprio (giacché possono essere anche
simultanee), ma soltanto concatenate logicamente. Le curve che raffigurano tali
modalità, invece di essere delle circonferenze, come da noi presupposto
all’inizio, sono le spire successive di una spirale indefinita tracciata nel
piano orizzontale e sviluppantesi a partire dal suo centro; tale curva procede
ampliandosi in modo continuo da una spira all’altra, e il suo raggio varia per
conseguenza di una quantità infinitesimale, quantità che è la distanza di due
punti consecutivi del raggio. Questa distanza si può supporre piccola a
piacere, secondo la definizione stessa delle quantità infinitesimali, le quali
sono quantità capaci di decrescere indefinitamente; ma essa non può mai esser
considerata nulla, poiché i due punti consecutivi non si confondono; se essa
potesse annullarsi, non ci sarebbe più che uno stesso punto.
111
XVI
Rapporti tra il punto e l’estensione
La questione suscitata dall’ultima
osservazione da noi avanzata merita che su di essa ci soffermiamo un po’, senza
che tuttavia sia il caso di trattare in questa sede delle implicazioni relative
all’estensione con tutti gli sviluppi che l’argomento richiederebbe, argomento
che rientra propriamente nello studio delle condizioni dell’esistenza corporea.
Ciò che vogliamo soprattutto segnalare, è che la distanza di due punti
immediatamente vicini, distanza che siamo stati indotti a esaminare per aver
introdotto la continuità nella rappresentazione geometrica dell’essere, può
venir considerata come il limite dell’estensione nel senso delle quantità
indefinitamente decrescenti; in altri termini, essa è la più piccola estensione
possibile, quella dopo la quale l’estensione non esiste più, dopo la quale ‑
vale a dire ‑ non esiste più condizione spaziale, e che non potrebbe essere
soppressa senza che si esca dalla sfera che è soggetta a tale condizione. Per
cui, quando si divida indefinitamente l’estensione1, e si spinga la
divisione fino al suo massimo possibile, ossia fino ai limiti della possibilità
spaziale dalla quale la divisibilità è condizionata (e che d’altra parte è
indefinita tanto nel senso decrescente quanto nel senso crescente), non è al
punto che si arriva come ultimo risultato, bensì alla distanza elementare tra
due punti. Da ciò discende che, perché ci sia
1 Diciamo
«indefinitamente», e non «all’infinito», perché questa sarebbe un’assurdità,
essendo la divisibilità necessariamente un attributo proprio di un ambito
limitato, dato che la condizione spaziale, dalla quale essa dipende, è essa
stessa essenzialmente limitata; è perciò necessario che esista un limite per la
divisibilità, così come esiste un limite per qualsivoglia relatività o
determinazione; e possiamo avere la certezza che tale limite esiste quand’anche
esso non sia per noi attualmente accessibile.
113
Il Simbolismo della Croce
estensione o condizione spaziale, occorre che
ci siano già due punti, e l’estensione (a una dimensione) realizzata dalla loro
presenza simultanea, che è precisamente la loro distanza, costituisce un terzo
elemento che esprime la relazione esistente tra i due punti, poiché li unisce e
li separa nello stesso tempo. D’altro canto, questa distanza, considerata qui
in quanto relazione, evidentemente non è composta da parti, giacché le parti in
cui essa potrebbe risolversi ‑ se lo potesse ‑ non sarebbero se non altre
relazioni di distanza, dalle quali essa è logicamente indipendente, così come,
dal punto di vista numerico, l’unità è indipendente dalle frazioni1.
Ciò è vero per una distanza qualsiasi, quando la si consideri soltanto con
riferimento al due punti che costituiscono le sue estremità, ed è vero a
fortiori per una distanza infinitesimale, la quale non è una quantità
definita, ma esprime solo una relazione spaziale tra due punti immediatamente
vicini, come lo sono due punti consecutivi di una linea qualsivoglia. D’altra
parte, i punti stessi, intesi come estremità di una distanza, non fanno parte
del continuo spaziale, anche se la relazione di distanza presuppone che essi
siano considerati situati nello spazio; per cui, in realtà, è la distanza a
essere il vero elemento spaziale.
Di conseguenza, non si può dire, a pieno
rigore, che la linea sia formata da punti, e ciò è facilmente comprensibile
quando si pensi che, dal momento che ciascuno dei punti è inesteso, la loro
semplice addizione, quand’anche essi siano in moltitudine indefinita, non potrà
mai costituire un’estensione; in realtà la linea è costituita dalle distanze
elementari tra i suoi punti consecutivi. Analogamente, e per una ragione
simile, se si considerano in un piano una indefinità di rette parallele, non si
potrà
1 Perciò le
frazioni non possono essere, se si parla in modo proprio, «parti dell’unità»,
giacché l’unità vera è evidentemente senza parti; questa definizione sbagliata
che spesso si dà delle frazioni implica una confusione tra l’unità numerica,
che è essenzialmente indivisibile, e le «unità di misura», le quali non sono
unità se non in modo del tutto relativo e convenzionale, e avendo la natura
delle grandezze continue sono necessariamente divisibili e composte da parti.
114
Rapporti tra il punto e l’estensione
dire che il piano sia costituito dalla
composizione di tutte queste rette, o che esse siano i veri elementi
costitutivi del piano; i veri elementi sono le distanze di tali rette, distanze
in virtù delle quali esse sono rette distinte e non si confondono, e se in un
certo qual modo le rette formano il piano, esse non lo formano per virtù loro,
ma per virtù delle loro distanze, come accade dei punti quando ci si riferisca
a ciascuna retta. Nello stesso modo ‑ nuovamente ‑ l’estensione a tre
dimensioni non è composta da un’indefinità di piani paralleli, ma dalle
distanze tra tutti i piani in questione.
Tuttavia, l’elemento primordiale, quello cioè
che esiste per virtù propria, è il punto, dal momento che è esso a essere
presupposto dalla distanza e che quest’ultima altro non è se non una relazione;
l’estensione stessa presuppone perciò il punto. Si può dire che quest’ultimo
contenga in sé una virtualità di estensione. virtualità che esso non può
sviluppare se non prima di tutto sdoppiandosi, per porsi in certo qual modo di
fronte a se stesso, poi moltiplicandosi (o meglio sottomoltiplicandosi) indefinitamente,
per modo che l’estensione manifestata deriva nella sua totalità da questa
differenziazione, ovvero, per esprimersi in modo più esatto, dal punto stesso
in quanto differenziantesi. D’altra parte, tale differenziazione non ha realtà
se non dal punto di vista della manifestazione spaziale; essa è illusoria
rispetto al punto principiale, il quale non cessa con ciò di essere in sé tal
quale esso era, e la cui unità essenziale non è in nessun modo passibile di
essere compromessa1. Il punto, considerato in sé e per sé, non è
assolutamente soggetto alla condizione spaziale, poiché ‑ al contrario ‑ di
quest’ultima esso è il principio: è esso a realizzare lo spazio, è esso con il
suo atto a produrre l’estensione, e tale atto, nella condizione temporale (ma
in questa soltanto) si traduce in movimento; sennonché, per realizzare in
questo modo lo spazio, occorre che, in qualcuna
1 Se scompare la
manifestazione spaziale, tutti i punti situati nello spazio si riassorbono nel
punto principiale unico non essendoci più tra di loro nessuna distanza.
115
Il Simbolismo della Croce
delle sue modalità, si situi esso stesso in
tale spazio, il quale del resto senza di esso non è nulla, spazio che riempirà
tutto dello sviluppo delle sue virtualità proprie1.
Esso potrà, in modo successivo nella
condizione temporale, o in modo simultaneo fuori da questa condizione (il che,
sia detto di sfuggita, ci farebbe uscire dallo spazio ordinario a tre
dimensioni)2, identificarsi, per realizzarli, a tutti i punti
potenziali di tale estensione; quest’ultima sarà allora intesa soltanto come
una pura potenza d’essere, la quale altro non è se non la virtualità totale del
punto concepita sotto il suo aspetto passivo, o, come potenzialità, ossia il
luogo o il contenente di tutte le manifestazioni della sua attività, contenente
che non è nulla attualmente se non in virtù dell’effettuazione del suo
contenuto possibile3.
Poiché il punto primordiale è senza
dimensioni, esso è parimenti senza forma; perciò non appartiene all’ordine
delle esistenze individuali; esso non si individualizza, in certo qual modo, se
non quando si situa nello spazio, e ciò non in se stesso, ma soltanto
attraverso qualcuna delle sue modalità, per modo che, a dire il vero, sono
queste ultime a essere propriamente
1 A ragione,
Leibnitz ha distinto quelli che chiama i «punti metafisici», i quali sono per
lui le vere «unità di sostanza» e sono indipendenti dallo spazio, dai «punti
matematici», che non sono se non semplici modalità dei precedenti, in quanto ne
sono determinazioni spaziali che costituiscono i loro rispettivi «punti di
vista» intesi a rappresentare o esprimere l’Universo. Inoltre, sempre per
Leibnitz, è ciò che è situato nello spazio che costituisce tutta la realtà
attuale di quest’ultimo; sennonché è evidente che non si può ricondurre allo
spazio ‑ come egli fa ‑ tutto quel che costituisce, in ogni essere,
l’espressione dell’Universo totale.
2 La trasmutazione
della successione in simultaneità, nell’integrazione dello stato umano, implica
in certo qual modo una «spazializzazione» del tempo, la quale si può tradurre
con l’aggiunta di una quarta dimensione.
3 Non è difficile
rendersi conto che il rapporto del punto principiale con l’estensione virtuale,
o meglio potenziale, è analogo al rapporto dell’«essenza» con la «sostanza»,
quando i due termini siano intesi nel loro senso universale, vale a dire quando
indichino i due poli attivo e passivo della manifestazione che la dottrina indù
denomina Purusha e Prakriti (cfr. L’Uomo e il suo divenire
secondo il Vêdânta, cap. IV).
116
Rapporti tra il punto e l’estensione
individualizzate, e non il punto principiale.
D’altro canto, perché ci sia forma, è necessario che ci sia già
differenziazione, quindi molteplicità in certa qual misura realizzata, e questo
non è possibile se non quando il punto si opponga a se stesso, se è lecito
parlare in questo modo, in grazia di due o più delle sue modalità di
manifestazione spaziale; e in fondo tale opposizione è ciò che costituisce la
distanza, la cui realizzazione è la prima effettuazione dello spazio, il quale
in mancanza di essa, come abbiamo appena detto, non è se non pura potenza di
ricettività.
Facciamo ancora osservare che la distanza a
tutta prima non esiste se non virtualmente o implicitamente, nella forma
sferica di cui abbiamo detto in precedenza, forma che è quella che corrisponde
al minimo di differenziazione, poiché è «isotropa» nei confronti del punto
centrale, senza la presenza di nulla che distingua una direzione particolare
rispetto a tutte le altre; il raggio, che qui è l’espressione della distanza
(assunta dal centro alla periferia), non è effettivamente tracciato e non fa
parte integrante della figura sferica. La realizzazione effettiva della
distanza si trova esplicitata soltanto nella linea retta, e in quanto elemento
iniziale e fondamentale di quest’ultima, come risultante della specificazione
di una determinata direzione; da allora in poi lo spazio non può più essere
considerato «isotropo», e, sotto tale riguardo, deve venir riferito a due poli
simmetrici (i due punti tra i quali esiste distanza), invece di esser riferito
a un unico centro.
Il punto che realizza l’intera estensione,
come abbiamo indicato poco fa, si fa il centro di essa, misurandola sotto tutte
le sue dimensioni mediante l’estensione indefinita dei rami della croce nelle
sei direzioni, o verso i sei punti cardinali di tale estensione.
Non è l’uomo individuale (il quale, in quanto
tale non può conseguire nulla che sia fuori del proprio stato d’essere), ma
l’«Uomo Universale», simboleggiato da tale croce, a essere veramente la «misura
di tutte le cose», per servirsi qui dell’espressione di Protagora da noi già
ricordata in altra
117
Il Simbolismo della Croce
occasione1, senza ‑ ovviamente ‑
accreditare il sofista greco della minima comprensione di questa
interpretazione metafisica2.
1 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XVI.
2 Se avessimo
l’intenzione di affrontare qui uno studio più completo della condizione
spaziale e delle sue limitazioni, ci toccherebbe far vedere come, dalle
considerazioni esposte in questo capitolo, possa essere dedotta una
dimostrazione dell’assurdità delle teorie atomistiche. Diremo soltanto, senza
insistervi oltre, che tutto quel che è corporeo è necessariamente divisibile,
per il fatto stesso di essere esteso, ossia soggetto alla condizione spaziale
(cfr. Introduzione generale allo studio delle Dottrine indù, pp. 181-2).
118
XVII
L’ontologia del roveto ardente
Possiamo precisare ulteriormente il
significato dello sdoppiamento del punto per polarizzazione, quale abbiamo
esposto poco fa, ponendoci in una prospettiva propriamente «ontologica»; e per
rendere la cosa più facilmente comprensibile possiamo esaminare prima di tutto
l’applicazione secondo il punto di vista logico e anche semplicemente
grammaticale. Di fatto, ci troviamo qui di fronte a tre elementi, i due punti e
la loro distanza, ed è facile rendersi conto che questi tre elementi
corrispondono in modo esattissimo a quelli di una proposizione: i due punti
rappresentano i due termini di quest’ultima, e la loro distanza, che esprime la
relazione esistente tra di loro, ricopre il ruolo di «copula», ossia
dell’elemento che ricollega i due termini l’uno con l’altro. Prendendo in esame
la proposizione nella sua forma più abituale e nello spesso tempo più generale,
quella della proposizione attributiva, nella quale la «copula» è il verbo
«essere»1, vediamo che essa esprime un’identità ‑ per lo meno sotto
un certo profilo ‑ tra il soggetto e l’attributo; e ciò corrisponde al fatto
che in realtà i due punti altro non sono che lo sdoppiamento di un solo punto,
il quale si pone per così dire di fronte a se stesso, come da noi spiegato.
1 Tutte le altre
forme di proposizioni, proposte da certi logici, possono sempre ricondursi alla
forma attributiva, in quanto il rapporto che quest’ultima esprime ha un
carattere più fondamentale di tutte le altre.
119
Il Simbolismo della Croce
Sotto un altro profilo, il rapporto tra i due
termini può anche configurarsi come un rapporto di conoscenza: in questo caso
l’essere, ponendosi per così dire di fronte a se stesso per conoscersi, si
sdoppia in soggetto e oggetto; sennonché, anche in questo caso, i due in realtà
non sono che uno solo. Ciò si può dire di ogni conoscenza vera, la quale
implica essenzialmente un’identificazione tra il soggetto e l’oggetto, cosa che
si può esprimere dicendo che, sotto il profilo della conoscenza e nella misura
in cui questa esiste, l’essere conoscente è l’essere conosciuto; si vede, di
conseguenza, che tale punto di vista si ricollega direttamente a quello
precedente, poiché si può dire che l’oggetto conosciuto è un attributo (ossia
una modalità) del soggetto che conosce.
Se ora prendiamo in considerazione l’Essere
universale, che è rappresentato dal punto principiale nella sua unità
indivisibile, e del quale tutti gli esseri, in quanto manifestati
nell’Esistenza non sono altro ‑ tutto sommato ‑ che «partecipazioni», possiamo
dire che esso si polarizza in soggetto e attributo senza che la sua unità ne
sia infirmata; e la proposizione della quale esso è insieme il soggetto e
l’attributo assume la forma seguente: «L’Essere è l’Essere». I logici denominano
questo tipo di enunciazione «principio d’identità»; ma, in questa forma, si
vede che la sua reale portata va di là dall’ambito della logica e che si tratta
prima di tutto di un principio ontologico, quali che siano le applicazioni che
se ne possono dedurre in campi differenti: si può anche dire che si tratti
dell’espressione del rapporto tra l’Essere in quanto soggetto (Ciò che è) con
l’Essere in quanto attributo (Ciò che Esso è), e, d’altro canto, che poiché
l’Essere-soggetto è il Conoscitore e l’Essere-attributo (o oggetto) è il
Conosciuto, tale rapporto sia la Conoscenza stessa; sennonché, allo stesso
tempo, si tratta del rapporto d’identità; la Conoscenza assoluta è perciò
l’identità stessa, e qualsiasi vera conoscenza, dal momento che è una
partecipazione, implica altresì identità nella misura in cui è effettiva. Si
può ancora aggiungere che, non avendo il rapporto realtà se non in virtù dei
due termini che ricollega, e questi ultimi essendo uno soltanto,
120
L ‘ontologia del roveto ardente
i tre elementi (il Conoscente, il Conosciuto e
la Conoscenza) non fanno in realtà che una sola cosa1; questo si può
anche esprimere dicendo che «l’Essere conosce Se stesso a mezzo di Se stesso»2.
Quel che è interessante far rilevare, ed
evidenzia il valore tradizionale della formula da noi spiegata in questa
maniera, è il fatto che essa si trovi testualmente nella Bibbia ebraica, nella
narrazione della manifestazione di Dio a Mosè nel roveto ardente3:
quando Mosè gli chiede quale sia il Suo Nome, Egli risponde: Eheieh asher
Eheieh4, espressione che viene comunemente tradotta con: «Io
sono Colui che sono» (o anche «Quel che Io sono»), ma il cui significato più
esatto è «l’Essere è l’Essere»5. Esistono due modi diversi di
interpretare la costituzione
1 Si veda quanto da
noi detto a proposito del ternario Sachchidânanda nell’Uomo e il suo
divenire secondo il Vêdânta, cap. XIV.
2 Nell’esoterismo
islamico si incontrano anche formule come le seguenti: «Allâh ha creato
il mondo da Sé, per Sé e in Sé», oppure: «Egli ha inviato il Suo messaggio da
Se stesso a Se stesso, a mezzo di Se stesso». Le due formule sono del resto
equivalenti, giacché il «messaggio divino» è il «Libro del Mondo», archetipo di
tutti i Libri sacri, e le «lettere trascendenti» che questo Libro compongono
sono tutte le creature, com’è stato spiegato in precedenza. Da questo discende
pure che la «scienza delle lettere» (ilmul-hurûf), compresa nel suo
significato superiore, è la conoscenza di tutte le cose nel principio stesso,
in quanto essenze eterne; in un senso che può esser detto medio, si tratta
della cosmogonia; infine, nel suo senso inferiore, si tratta della conoscenza
delle virtù dei nomi e dei numeri, in quanto esprimono la natura di ogni
essere, conoscenza – quest’ultima ‑ che permette di esercitare per loro mezzo,
in virtù di tale corrispondenza, un’azione di tipo «magico» sugli esseri
stessi.
3 In talune scuole
di esoterismo islamico il «Roveto ardente», supporto della manifestazione
divina, è assunto a simbolo dell’apparenza individuale, che persiste quando
l’essere sia pervenuto all’«Identità Suprema», nel caso corrispondente a quello
del jivan-mukta nella dottrina indù (cfr. L’Uomo e il suo divenire
secondo il Vêdânta, cap. XXIII): si tratta del cuore che risplende della
luce della Shekina, in virtù della presenza effettivamente realizzata
del «Supremo Sé» nel centro dell’individualità umana.
4 Esodo,
III, 14.
5 Eheieh
deve, in effetti, esser qui inteso non come verbo, ma come nome, come fa vedere
il seguito del testo, nel quale è prescritto a Mosè di dire al popolo: «Eheieh
mi ha inviato verso di voi». Quanto al pronome relativo asher, «il
quale», quando abbia funzione di «copula» come in questo caso, esso ha il senso
del verbo «essere», del quale tiene luogo nella proposizione.
121
Il Simbolismo della Croce
di tale formula; il primo consiste nello
scomporla in tre stadi successivi e graduali, seguendo l’ordine stesso delle
tre parole di cui essa è formata: Eheieh, «l’Essere»; Eheieh asher,
«l’Essere è»; Eheieh asher Eheieh, «l’Essere è l’Essere». Di
fatto, posto l’Essere, ciò che si può dire di Esso (e occorrerebbe aggiungere:
ciò che non si può non dirne) è prima di tutto che Esso è, e poi che Esso è
l’Essere; tali affermazioni necessarie costituiscono l’essenza di tutta
l’ontologia nel senso proprio del termine1. Il secondo modo di
interpretare la stessa formula è di porre in primo luogo il primo Eheieh,
quindi il secondo a guisa di riflesso del primo in uno specchio (il che dà
un’immagine della contemplazione dell’Essere da parte di Se stesso); in terzo
luogo, la «copula» asher viene a interporsi tra i due termini a guisa di
legame esprimente la loro relazione reciproca. Questo corrisponde esattamente a
quanto da noi esposto in precedenza: il punto, prima unico, poi sdoppiantesi in
virtù di una polarizzazione che è insieme una riflessione, e la relazione di
distanza (relazione che è essenzialmente reciproca) instaurantesi tra i due
punti a motivo del loro porsi l’uno di fronte all’altro2.
1 Il celebre
«argomento ontologico» di Sant’Anselmo e di Cartesio, il quale ha suscitato
tante discussioni, ed è ‑ in effetti ‑ assai contestabile nella forma
«dialettica» in cui è stato presentato, diventa perfettamente inutile, così
come ogni altro ragionamento, se, invece di parlare di «esistenza di Dio» (ciò
che del resto implica una confusione riguardo al significato della parola
«esistenza») si ponga semplicemente la formula «L’Essere è», che è della più
immediata evidenza, poiché discende dall’intuizione intellettuale e non dalla
ragione discorsiva (cfr. Introduzione generale allo studio delle Dottrine
indù, pp. 91-2).
2 Non val quasi la
pena di far notare che, poiché l’Eheieh ebraico è l’Essere puro, il
significato di questo nome divino è esattamente identico a quello di Îshwara
nella dottrina indù, il quale contiene in Sé il ternario Sachchidânanda.
122
XVIII
Passaggio dalle coordinate rettilinee alle
coordinate polari; continuità per rotazione
Ci tocca ora ritornare alla rappresentazione
geometrica da noi esposta per ultima, il ricorso alla quale, come abbiamo fatto
notare, equivale a sostituire con coordinate polari le coordinate rettilinee e
rettangolari della nostra precedente rappresentazione «microcosmica». Ogni
variazione del raggio della spirale da noi introdotta corrisponde a una
variazione equivalente sull’asse che attraversa tutte le modalità, vale a dire
sull’asse perpendicolare alla direzione secondo la quale si effettuava lo sviluppo
di ciascuna modalità. Quanto alle variazioni sull’asse parallelo a quest’ultima
direzione, esse sono sostituite dalle posizioni differenti che occupa il raggio
ruotando attorno al polo (centro del piano, o origine delle coordinate), ossia
dalle variazioni di tale angolo di rotazione, misurato a partire da una certa
posizione assunta come origine. Tale posizione iniziale, la quale sarà
costituita dalla normale all’inizio della spirale (in quanto questa curva parte
dal centro tangenzialmente alla posizione del raggio che le è perpendicolare),
sarà quella del raggio che contiene, come da noi detto, le modificazioni
estreme (inizio e fine) di tutte le modalità.
Sennonché, in queste modalità non si
corrispondono soltanto l’inizio e la fine, e ogni modificazione intermedia o
ogni elemento qualsivoglia di una modalità avrà la propria corrispondenza in
tutte le altre, e le modificazioni corrispondenti saranno sempre rappresentate
da punti situati su uno stesso raggio fuoriuscente dal polo. Se si assumesse
questo raggio, qualunque
123
Il Simbolismo della Croce
esso sia, come normale all’origine della
spirale, si avrebbe sempre la stessa spirale, ma l’intera figura si
ritroverebbe ruotata di un certo angolo. Se si volesse rappresentare la
perfetta continuità esistente tra tutte le modalità, e nella corrispondenza di
tutti i loro elementi, occorrerebbe supporre che la figura occupi
simultaneamente tutte le posizioni possibili intorno al polo, di modo che tutte
queste figure simili si interpenetrino, giacché ciascuna di esse, nell’insieme
del suo sviluppo indefinito, comprende ugualmente tutti i punti del piano. Per
esprimersi in modo adeguato, si tratta in fondo di una stessa figura in
un’indefinità di posizioni diverse, posizioni che corrispondono all’indefinità
dei valori che possono essere assunti dall’angolo di rotazione, supponendo che
tale angolo vari in modo continuo fino a che il raggio, partito dalla posizione
iniziale da noi definita, sia tornato, dopo una rivoluzione completa, a
sovrapporsi alla posizione d’inizio.
Facendo questa supposizione si otterrebbe
l’immagine esatta di un movimento vibratorio propagantesi in modo indefinito,
in onde concentriche, intorno al suo punto di partenza, in un piano orizzontale
quale la superficie libera di un liquido1; e si tratterebbe anche
del simbolo geometrico più esatto che si possa fornire dell’integralità di uno
stato d’essere. Volendo sviluppare ulteriormente le considerazioni di tipo
puramente matematico connesse con tale rappresentazione, considerazioni che
però qui ci interessano soltanto in quanto forniscono, appunto,
rappresentazioni simboliche, si potrebbe anche far vedere che la realizzazione
di simile integralità corrisponderebbe all’integrazione dell’equazione
differenziale che esprime la relazione esistente tra le variazioni concomitanti
del raggio e quelle del suo angolo di rotazione, varianti sia l’uno che
l’altro, e l’uno in funzione dell’altro, in modo continuo, vale a dire varianti
di quantità infinitesimali. La costante arbitraria figurante
1 Si tratta di
quella che in fisica viene chiamata una superficie libera «teorica», poiché ‑
di fatto ‑ la superficie libera di un liquido non è indefinitamente estesa e
non realizza mai perfettamente il piano orizzontale.
124
Passaggio dalle coordinate rettilinee...
nell’integrale sarebbe determinata dalla
posizione del raggio assunta come origine, e tale quantità ‑ fissa soltanto per
una posizione determinata della figura ‑ dovrebbe variare in modo continuo da 0
a 2π per tutte le posizioni, per modo che, se si considerano queste ultime come
potenzialmente simultanee (ciò che equivale a sopprimere la condizione
temporale, condizione che conferisce all’attività di manifestazione la
particolare qualificazione che costituisce il movimento), occorre lasciare
indefinita la costante tra questi due valori estremi.
Occorre tuttavia tener ben presente che simili
rappresentazioni geometriche, qualunque esse siano, sono sempre più o meno
imperfette, così come è del resto necessariamente imperfetta qualsiasi
rappresentazione e qualsiasi espressione formale. In effetti siamo per forza di
cose obbligati a situarle in uno spazio particolare, in un’estensione
determinata, e lo spazio, anche se inteso in tutta l’ampiezza di cui questo
termine è suscettibile, non è nulla di più di una condizione particolare
contenuta in uno dei gradi dell’Esistenza universale, condizione alla quale
(sia pure essa unita o combinata ad altre condizioni dello stesso ordine) sono
soggette talune delle molteplici sfere comprese in questo stesso grado
dell’Esistenza, sfere delle quali ognuna è ‑ nel «macrocosmo» ‑ il
corrispondente analogo di quella che è ‑ nel «microcosmo» ‑ la modalità
corrispondente dello stato d’essere situato in tale grado. La rappresentazione
è necessariamente imperfetta, a causa del fatto stesso che essa è racchiusa in
limiti più ristretti di ciò che è rappresentato, e del resto, se le cose non
stessero così, essa sarebbe inutile1; essa è però tanto meno
imperfetta quanto più, pur restando sempre compresa entro i confini del
concepibile attuale, e inoltre in quelli più ristretti ancora ‑ e di molto ‑
dell’immaginabile (il quale procede per intero dal sensibile), diventi tuttavia
meno limitata, ciò
1 È questa la
ragione per cui il superiore non può in nessun modo simboleggiare l’inferiore,
ma è, al contrario, sempre simboleggiato da quest’ultimo; per adempiere alla
sua destinazione di «supporto», il simbolo deve evidentemente essere più
accessibile, quindi meno complesso o meno ampio, di ciò che esprime o
rappresenta.
125
Il Simbolismo della Croce
che, in fin dei conti, equivale a dire che
essa faccia intervenire una più elevata potenza dell’indefinito1.
Ciò si traduce in particolare, nelle rappresentazioni spaziali, con l’aggiunta
di una dimensione, come già abbiamo indicato in precedenza; d’altra parte, tale
questione sarà ulteriormente chiarita dal seguito della nostra esposizione.
1 Nelle quantità
infinitesimali c’è qualcosa che corrisponde in modo esatto, ma in senso
inverso, alle potenze crescenti dell’indefinito di cui stiamo parlando; si
tratta dei differenti ordini decrescenti di tali quantità infinitesimali. In
entrambi i casi, una quantità di un certo ordine è indefinita, in senso
crescente o in senso decrescente, non soltanto con riferimento alle quantità
finite ordinarie, ma anche rispetto alle quantità appartenenti a tutti gli
ordini di indefinità precedenti; non c’è di conseguenza eterogeneità radicale
tra le quantità ordinarie (intese come variabili) e le quantità indefinitamente
crescenti o indefinitamente decrescenti.
126
XIX
Rappresentazione della continuità dei
differenti stati d’essere
Nella nostra nuova rappresentazione, finora
abbiamo ancora soltanto preso in esame un piano orizzontale, vale a dire un
unico stato d’essere, e ora ci tocca raffigurare anche la continuità di tutti i
piani orizzontali, i quali rappresentano la molteplicità indefinita di tutti
gli stati. Geometricamente, tale continuità sarà ottenuta in modo analogo alla
precedente: invece di supporre fisso il piano orizzontale, nell’estensione a
tre dimensioni, supposizione che del resto l’esistenza del movimento rende materialmente
irrealizzabile al pari di quella della tracciatura di una curva chiusa, basta
supporre che esso si sposti insensibilmente, parallelamente a se stesso, di
conseguenza restando sempre perpendicolare all’asse verticale, e in modo da
incontrare successivamente tale asse in tutti i suoi punti consecutivi; il
passaggio da un punto all’altro corrisponderà al percorso di una delle spire da
noi rappresentate. Il movimento spiroidale verrà qui supposto isocrono, prima
di tutto per semplificare la rappresentazione per quanto possibile e poi anche
per tradurre l’equivalenza delle multiple modalità dell’essere in ciascuno dei
suoi stati, quando siano osservate dal punto di vista dell’Universale.
Per maggior semplicità, possiamo anche
considerare di nuovo, e in via provvisoria, ciascuna delle spire allo stesso
modo in cui già l’abbiamo fatto nel piano orizzontale fisso, vale a dire come
se fosse una circonferenza. Anche questa volta la circonferenza non si
chiuderà, giacché quando il raggio che la
127
Il Simbolismo della Croce
descrive tornerà a sovrapporsi alla sua
posizione iniziale, esso non sarà più nello stesso piano orizzontale (supposto
fisso in quanto parallelo alla direzione di uno dei piani di coordinate e
indicante una determinata situazione definita sull’asse perpendicolare a tale
direzione); la distanza elementare che separerà le due estremità di questa
circonferenza, o meglio della curva supposta tale, sarà perciò misurata non più
su di un raggio fuoriuscente dal polo, ma su una parallela all’asse verticale1.
Questi punti estremi non appartengono allo stesso piano orizzontale, ma a due
piani orizzontali sovrapposti; tali punti sono situati da una parte e
dall’altra del piano orizzontale esaminato nel corso del suo spostamento
intermedio tra queste due posizioni (spostamento che corrisponde allo sviluppo
dello stato rappresentato da simile piano), in quanto raffigurano la continuità
di ogni stato d’essere con quello che lo precede e con quello che lo segue
immediatamente nella gerarchizzazione dell’essere totale. Se si prendono in
considerazione i raggi che contengono le estremità delle modalità di tutti gli
stati, la loro sovrapposizione forma un piano verticale di cui essi sono le
rette orizzontali, piano verticale che è il luogo di tutti i punti estremi dei
quali abbiamo detto, e che potrebbero essere chiamati punti limite per i
differenti stati, così come lo erano in precedenza – sotto un altro riguardo –
per le differenti modalità di ciascun stato. La curva da noi provvisoriamente
considerata una circonferenza, in realtà è una delle spire, di altezza
infinitesimale (distanza di due piani orizzontali che incontrano l’asse
verticale in due punti consecutivi), di un’elica tracciata su un cilindro di
rivoluzione il cui asse altro non è se non l’asse verticale della nostra
rappresentazione. La corrispondenza tra i punti delle spire successive è messa
qui in rilievo dal loro situarsi su di una stessa generatrice del cilindro,
vale a dire su una stessa verticale; i punti che si corrispondono, attraverso
la molteplicità degli stati d’essere, paiono confondersi quando li si guardi
nella totalità
1 In altri termini,
la curva rimane aperta non più nel senso orizzontale come nel caso precedente,
ma nel senso verticale.
128
Rappresentazione della continuità...
dell’estensione a tre dimensioni, in
proiezione ortogonale su un piano di base del cilindro, ossia su un determinato
piano orizzontale.
Per completare la nostra rappresentazione sarà
ora sufficiente considerare in simultaneità – da un lato – tale movimento
elicoidale effettuantesi su un sistema cilindrico verticale costituito da
un’indefinità di cilindri circolari concentrici (il raggio di base non varia
dall’uno all’altro se non di una quantità infinitesimale) e – dall’altro – il
movimento spiroidale da noi preso in esame in precedenza in ciascun piano
orizzontale supposto fisso. In conseguenza della combinazione di questi due
movimenti, la base piana del sistema verticale altro non sarà che la spirale
orizzontale, equivalente all’insieme di un’indefinità di circonferenze
concentriche non chiuse; sennonché, – allo scopo di rendere più completa
l’analogia delle considerazioni rispettivamente relative alle estensioni a due
e a tre dimensioni e anche per simboleggiare meglio la continuità perfetta di
tutti gli stati fra di loro – occorrerà inoltre prendere in considerazione la
spirale non in una sola posizione, ma in tutte le posizioni che essa può
assumere attorno al suo centro. Si avrà, in conseguenza di ciò, un’indefinità
di sistemi verticali come il precedente, sistemi che hanno lo stesso asse e si
interpenetrano tutti quando siano visti come se coesistano, giacché ognuno di
essi comprende egualmente la totalità dei punti di una stessa estensione a tre
dimensioni, nella quale sono tutti situati; si tratterà anche qui dello stesso
sistema visto simultaneamente in tutte le posizioni – in moltitudine indefinita
– che può occupare compiendo una rotazione completa attorno all’asse verticale.
Vedremo a ogni modo che, in realtà, l’analogia
così istituita non è ancora del tutto sufficiente; ma prima di procedere oltre
faremo osservare che tutto quel che abbiamo detto si potrebbe applicare tanto
alla rappresentazione «macrocosmica» quanto alla rappresentazione
«microcosmica». Nel primo di questi casi, le spire successive della spirale
indefinita tracciata in un piano orizzontale, invece di rappresentare le
diverse modalità di uno stato d’essere, rappresenterebbero gli ambiti multipli
di
129
Il Simbolismo della Croce
un grado dell’Esistenza universale, mentre la
corrispondenza verticale sarebbe la corrispondenza di ciascun grado
dell’Esistenza, in ognuna delle possibilità determinate che comprende, con
tutti gli altri gradi. Aggiungeremo, per non aver più da tornarci, che la
concordanza tra le due rappresentazioni, «macrocosmica» e «microcosmica», sarà
ugualmente vera per tutto quel che seguirà.
130
XX
Vortice sferico universale
Se ritorniamo al sistema verticale complesso
da noi esaminato per ultimo, vediamo che, intorno al punto assunto quale centro
dell’estensione a tre dimensioni occupata dal sistema, questa estensione non è
isotropa, ovvero, in altri termini, che, in conseguenza della determinazione di
una direzione particolare e in certo qual modo «privilegiata» – quella
dell’asse del sistema, ovverosia la direzione verticale –, la figura non è, a
partire da tale punto, omogenea in tutte le direzioni. Nel piano orizzontale, invece,
quando prendevamo simultaneamente in esame tutte le posizioni della spirale
intorno al centro, il piano era inteso come omogeneo e veniva guardato sotto un
aspetto «isotropo» con riferimento al centro. Perché la stessa cosa avvenga
nell’estensione a tre dimensioni, occorre osservare che qualsiasi retta
passante per il centro potrebbe venire interpretata come asse di un sistema
simile a quello del quale abbiamo parlato, per modo che qualunque direzione può
assumere il ruolo della verticale; analogamente, poiché qualsiasi piano
passante per il centro è perpendicolare a una di queste rette, da ciò risulta
che, correlativamente, qualsiasi direzione di piani potrà assumere il ruolo
della direzione orizzontale, e pure quello della direzione parallela a uno
qualsiasi dei tre piani di coordinate. In effetti, ogni piano passante per il
centro può diventare uno di questi tre piani in una indefinità di sistemi di
coordinate trirettangolari, giacché esso contiene una indefinità di coppie di
rette ortogonali intersecantisi nel centro (tali rette sono tutti i
131
Il Simbolismo della Croce
raggi che escono dal polo nella raffigurazione
della spirale), coppie che – tutte – possono costituire due qualsivogliano dei
tre assi di uno di questi sistemi. Così come ogni punto dell’estensione è
centro in potenza – come abbiamo detto in precedenza – così ogni retta di tale
estensione è in potenza asse, e anche quando il centro sia stato determinato,
qualsiasi retta che passi per questo punto potrà ancora essere, in potenza, uno
qualsiasi dei tre assi. Quando di un sistema sia stato scelto l’asse centrale o
principale, resteranno ancora da fissare gli altri due assi nel piano
perpendicolare al primo asse e passante anch’esso per il centro; ma, oltre al
centro, bisognerà che siano determinati anche i tre assi, affinché la croce sia
tracciata di fatto, ossia perché l’estensione tutta possa essere realmente
misurata secondo le sue tre dimensioni.
Si possono considerare coesistenti tutti i
sistemi che, come quello della nostra rappresentazione verticale, abbiano
rispettivamente per asse centrale tutte le rette passanti per il centro; tali
sistemi sono di fatto coesistenti allo stato potenziale, e d’altro canto ciò
non impedisce affatto di scegliere poi tre determinati assi di coordinate, ai
quali tutta l’estensione verrà riferita. Anche qui, tutti i sistemi di cui
parliamo non sono in realtà che le diverse posizioni dello stesso sistema,
allorché il suo asse assuma tutte le posizioni possibili attorno al centro, ed
essi si interpenetrano per la medesima ragione addotta in precedenza, vale a
dire perché ciascuno di essi comprende tutti i punti dell’estensione.
Si può dire che sia il punto principiale di
cui abbiamo parlato, punto che è indipendente da ogni determinazione e
rappresenta l’essere in sé e per sé, a effettuare o a realizzare l’estensione,
fino ad allora solo potenziale e concepita come una pura possibilità di
sviluppo, e ciò occupandone il volume totale – indefinito alla terza potenza –
in virtù dell’espansione totale delle sue virtualità in tutte le direzioni.
D’altro canto, è precisamente nella pienezza
dell’espansione che è ottenuta l’omogeneità perfetta, così come, inversamente,
l’estrema distinzione non è realizzabile se non nell’estrema
132
Il vortice sferico universale
universalità1; come abbiamo detto
in precedenza, nel punto centrale dell’essere si stabilisce un equilibrio
perfetto tra i termini opposti di tutti i contrasti e di tutte le antinomie a
cui danno luogo i punti di vista esteriori e particolari.
Siccome, nella nuova prospettiva in cui
vengono considerati tutti i sistemi coesistenti, le direzioni dell’estensione
ricoprono tutte lo stesso ruolo, l’espandersi che si effettua a partire dal
centro può venir considerato sferico, o per meglio dire sferoidale: il volume
totale, come già da noi indicato, è uno sferoide che si estende indefinitamente
in tutti i sensi, e la cui superficie non si chiude mai, così come non si
chiudevano le curve da noi prima descritte; d’altra parte la spirale piana,
vista in modo simultaneo in tutte le sue posizioni, altro non è se non una
sezione di questa superficie effettuata mediante un piano passante per il
centro. Abbiamo detto che la realizzazione dell’integralità di un piano si
potrebbe tradurre nel calcolo di un’integrale semplice; qui, poiché si tratta
di un volume e non più di una superficie, la realizzazione della totalità
dell’estensione si tradurrebbe nel calcolo di un integrale doppio2;
le due costanti arbitrarie che si introdurrebbero in tale calcolo potrebbero essere
determinate mediante la scelta di due assi di coordinate, e il terzo asse si
troverebbe fissato per conseguenza, dal momento che deve essere perpendicolare
al piano degli altri due e passare per il centro.
Dobbiamo ancora far notare che l’espansione di
tale sferoide – in definitiva – altro non è se non la propagazione indefinita
di un movimento vibratorio (o ondulatorio – i due termini sono
1 Facciamo qui
nuovamente accenno all’unione dei due punti di vista dell’«unità nella
pluralità» e della «pluralità nell’unità», della quale è già stata fatta
precedentemente menzione, in conformità con gli insegnamenti dell’esoterismo
islamico.
2 Un punto che è
importante tener presente, anche se non possiamo qui dilungarci su di esso, è
che non si può calcolare un integrale considerando i suoi elementi a uno a uno
e in successione, giacché, in tal modo, il calcolo non si concluderebbe mai;
l’integrazione si può effettuare soltanto mediante un’unica operazione
sintetica, e il procedimento analitico di formazione delle somme aritmetiche
non può applicarsi all’infinito.
133
Il Simbolismo della Croce
in fondo sinonimi –), non più soltanto in un
piano orizzontale, ma in tutta l’estensione a tre dimensioni, e che il punto di
partenza di questo movimento può essere attualmente considerato come il centro
di tale estensione.
Se si considera questa estensione come un
simbolo geometrico, e cioè spaziale, della Possibilità totale (simbolo per
necessità imperfetto, perché limitato dalla sua stessa natura), la
rappresentazione alla quale siamo giunti sarà – nella misura in cui essa è
possibile – la raffigurazione del vortice sferico universale secondo il quale
fluisce la realizzazione di tutte le cose, vortice che la tradizione metafisica
dell’Estremo Oriente chiama Tao, cioè la «Via».
134
XXI
Determinazione degli elementi della
rappresentazione dell’essere
Con ciò che abbiamo esposto finora abbiamo
spinto fino ai suoi limiti concepibili, o meglio immaginabili (poiché si tratta
sempre di una rappresentazione di tipo sensibile), l’universalizzazione del
nostro simbolo geometrico, introducendo gradualmente, in più fasi successive,
o, per esprimersi in modo più esatto, considerate in modo successivo nel corso
del nostro studio, un’indeterminazione a mano a mano più grande, corrispondente
a quelle che abbiamo chiamato potenze sempre più elevate dell’indefinito, ma
ciò senza tuttavia uscire dall’estensione a tre dimensioni. Arrivati a questo
punto ci toccherà ripercorrere in qualche modo il cammino in senso inverso,
allo scopo di ridare alla figura la determinazione di tutti i suoi elementi,
determinazione a difetto della quale, pur esistendo tutta allo stato virtuale,
essa non può venire tracciata di fatto; sennonché tale determinazione, che al
nostro punto di partenza era per così dire soltanto ipotetica e vista come una
pura possibilità, diventerà ora reale, poiché potremo indicare il significato
preciso di ognuno degli elementi costitutivi del simbolo cruciale dal quale è
caratterizzata.
Per incominciare, prenderemo in esame non
l’universalità degli esseri, ma un solo essere nella sua totalità; supporremo
che l’asse verticale sia determinato, e poi che sia del pari determinato il
piano che passa per tale asse e che contiene i punti estremi delle modalità di
ciascun stato; ritorneremo così al sistema verticale che ha per base piana la
spirale orizzontale
135
Il Simbolismo della Croce
vista in una sola posizione, sistema da noi
già descritto in precedenza. In questo caso sono determinate le direzioni dei
tre assi di coordinate, ma è il solo asse a essere effettivamente determinato
in posizione; uno dei due assi orizzontali sarà situato nel piano verticale del
quale abbiamo parlato, e l’altro gli sarà naturalmente perpendicolare:
sennonché il piano orizzontale che conterrà queste due rette rettangolari resta
ancora indeterminato. Se determinassimo tale piano, avremmo per conseguenza determinato
anche il centro dell’estensione, vale a dire l’origine del sistema di
coordinate al quale è riferita l’estensione, poiché questo punto altro non è
che l’intersezione del piano orizzontale di coordinate con l’asse verticale;
tutti gli elementi della figura sarebbero allora determinati, e questo ci
permetterebbe di tracciare la croce a tre dimensioni, misurando così
l’estensione nella sua totalità.
Dobbiamo ancora ricordare che, per costituire
il sistema rappresentativo dell’essere totale, avevamo dovuto, prima,
considerare una spirale orizzontale, e poi un’elica cilindrica verticale. Se
esaminassimo isolatamente una spira qualsiasi di tale elica, potremmo,
trascurando la differenza elementare di livello tra le sue estremità,
considerarla quale una circonferenza tracciata in un piano orizzontale;
analogamente, ogni spira dell’altra curva, la spirale orizzontale, potrà essere
assimilata a una circonferenza se si trascura la variazione elementare del
raggio tra le sue estremità. Di conseguenza, ogni circonferenza tracciata in un
piano orizzontale, e avente come centro il centro di tale piano, ossia la sua
intersezione con l’asse verticale potrà – inversamente, e con le stesse
approssimazioni – venire concepita quale una spira che appartiene tanto a
un’elica verticale quanto a una spirale orizzontale1; da ciò
consegue che la curva da noi rappresentata come una circonferenza, in realtà e
parlando rigorosamente, non è né chiusa né piana.
1 Questa
circonferenza è la stessa che limita esteriormente la figura conosciuta come yin-yang
nel simbolismo estremo-orientale, figura alla quale abbiamo già fatto qualche
riferimento e di cui tratteremo più in particolare più avanti.
136
Determinazione degli elementi...
Simile circonferenza rappresenterà una
modalità qualsivoglia di uno stato d’essere parimenti qualsiasi, visto secondo
la direzione dell’asse verticale, il quale si proietterà orizzontalmente in un
punto, centro della circonferenza. D’altro canto, se si guardasse quest’ultima
secondo la direzione dell’uno o dell’altro dei due assi orizzontali, essa si
proietterebbe in un segmento, simmetrico rispetto all’asse verticale, di una
retta orizzontale formante con quest’ultimo una croce a due dimensioni, e questa
retta orizzontale sarebbe la traccia, sul piano verticale di proiezione, del
piano in cui è situata la circonferenza in questione.
Per quel che riguarda il significato della
circonferenza con il punto centrale, considerando quest’ultimo come la traccia
dell’asse verticale su un piano orizzontale, faremo notare che, secondo un
simbolismo del tutto generale, il centro e la circonferenza rappresentano il
punto di partenza e il termine di un qualsiasi modo di manifestazione1;
essi corrispondono perciò rispettivamente a quelle che sono, nell’Universale,
l’«essenza» e la «sostanza» (Purusha e Prakriti nella dottrina
indù) o anche l’Essere in sé e la sua possibilità, e raffigurano, per qualunque
modo di manifestazione, l’espressione più o meno particolareggiata di questi
due principi visti in quanto complementari, attivo e passivo l’uno nei
confronti dell’altro. Questo termina di dare giustificazione a quanto da noi
detto in precedenza della relazione che esiste tra i diversi aspetti del
simbolismo della croce, giacché da ciò si può dedurre che, nella nostra
rappresentazione geometrica, il piano orizzontale (supposto fisso in quanto
piano di coordinate, e tale da poter del resto occupare una qualsiasi
posizione, non essendo determinato se non in direzione) rivestirà un ruolo
passivo nei confronti dell’asse verticale, ciò che equivale a dire che lo stato
d’essere che vi corrisponde si realizzerà nel suo sviluppo integrale sotto
l’influenza
1 Si è visto che,
nel simbolismo dei numeri, tale figura corrisponde al numero dieci, inteso
quale sviluppo completo dell’unità.
137
Il Simbolismo della Croce
attiva del principio che è rappresentato
dall’asse1; questo si potrà capire meglio in seguito, ma era
importante indicarlo fin d’ora.
1 Se guardiamo la croce a due dimensioni ottenuta
per proiezione su un piano verticale, croce che è naturalmente formata da una
linea verticale e da una linea orizzontale, vediamo che, in tali condizioni, la
croce simboleggia di fatto l’unione dei due principi attivo e passivo.
138
XXII
Il simbolo estremo-orientale dello yin-yang;
equivalenza metafisica della nascita e della morte
Per ritornare alla determinazione della nostra
figura, in definitiva dobbiamo prendere in esame due sole cose in particolare:
da un lato, l’asse verticale, dall’altro, il piano orizzontale di coordinate.
Sappiamo che un piano orizzontale rappresenta
uno stato d’essere, ogni modalità del quale corrisponde a una spira piana, da
noi assimilata a una circonferenza; d’altro canto, le estremità di tale spira
non sono in realtà contenute nel piano della curva, ma in due piani
immediatamente vicini, giacché questa curva, considerata nel sistema cilindrico
verticale, è «una spira, una funzione elicoidale, il cui passo è però
infinitesimale. È questo il motivo, dal momento che viviamo, agiamo e
ragioniamo al presente su contingenze, per cui possiamo – anzi dobbiamo –
intendere il grafico dell’evoluzione individuale1 come una
superficie (piana). E, in realtà, quest’ultima possiede [della superficie
piana] tutti gli attributi e le qualità, e differisce dalla superficie [reale]
se non quando sia vista dall’Assoluto2. Di conseguenza, dal nostro
piano (o grado di esistenza), il “circolo
1 Vuoi per una
modalità particolare, vuoi anche per l’individualità integrale se quest’ultima
viene considerata isolatamente nell’essere; quando si prende in esame un solo
stato la rappresentazione dev’essere piana. Ricordiamo una volta ancora, a
evitare qualsiasi malinteso, che la parola «evoluzione» per noi non può
significare nulla più dello sviluppo di un certo insieme di possibilità.
2 Ossia guardando
l’essere nella sua totalità.
139
Il Simbolismo della Croce
vitale” è una verità immediata, e il cerchio è
di fatto la rappresentazione del ciclo individuale umano»1.
Lo yin-yang, il quale nel simbolismo
tradizionale dell’Estremo Oriente raffigura il «cerchio del destino
individuale», è in effetti un cerchio, per le ragioni addotte in precedenza.
«[Esso] è un cerchio che sta a rappresentare una evoluzione individuale o
specifica2, e partecipa per due dimensioni soltanto del cilindro
ciclico universale. Non avendo spessore, non ha opacità, ed è rappresentato
come diafano e trasparente, il che equivale a dire che i grafici delle
evoluzioni anteriori e posteriori al suo momento3 si vedono e si
imprimono nello sguardo attraverso esso»4. Sennonché sia ben inteso,
«bisogna non perdere mai di vista che se, considerato a
1 Matgioi, La Voie Métaphysique, p.
128.
2 In effetti la
specie non è un principio trascendente in rapporto agli individui che ne fanno
parte; essa appartiene all’ordine delle esistenze individuali e non va oltre
quest’ultimo; è perciò situata al loro stesso livello nell’Esistenza universale
e si può dire che la partecipazione alla specie avvenga secondo il senso
orizzontale. Alla questione delle condizioni della specie dedicheremo forse un
giorno uno studio particolare.
3 Queste evoluzioni
sono lo sviluppo degli altri stati suddivisi in tal modo con riferimento allo
stato umano; ricordiamo che – metafisicamente – non si può mai parlare di
«anteriorità» e di «posteriorità» se non nel senso di un concatenamento causale
e puramente logico, concatenamento che non è in grado di escludere la
simultaneità di tutte le cose nell’«eterno presente».
4 Matgioi, La
Voie Métaphysique, p. 129. –La figura è divisa in due parti, una scura e
l’altra chiara, parti che corrispondono rispettivamente alle evoluzioni
anteriori e posteriori di cui è questione nel testo, giacché gli stati di cui
si tratta possono essere considerati simbolicamente, con riferimento allo stato
umano, gli uni oscuri e gli altri luminosi; nel contempo la parte oscura è
l’aspetto yin e la parte chiara è l’aspetto yang, secondo il
significato originario di questi due termini. D’altro canto, poiché lo yang
e lo yin sono pure i due principi maschile e femminile, secondo un’altra
prospettiva si avrà, in tal modo, come da noi accennato in precedenza, la
rappresentazione dell’«Androgino» primordiale le cui due metà sono già
differenziate senza essere ancora separate. E infine, in conseguenza del fatto
che rappresenta le rivoluzioni cicliche, le cui fasi sono legate alla
predominanza alternata dello yang e dello yin, la stessa figura è
inoltre in rapporto con il simbolo dello swastika, nonché con quello
della spirale doppia al quale abbiamo fatto accenno in precedenza; sennonché, a
voler sviluppare questi argomenti saremmo coinvolti in considerazioni che vanno
fuori dal nostro tema.
140
Il simbolo estremo-orientale dello ying-yang;
equivalenza metafisica...
parte, lo yin-yang può essere inteso
come un cerchio, nella successione delle modificazioni individuali1
esso è un elemento di elica: ogni modificazione individuale è in essenza un
vortice a tre dimensioni2; lo stadio umano è uno solo, e non si
ripassa mai attraverso il cammino che è già stato percorso»3.
Le due estremità della spira di elica di passo
infinitesimale sono, come da noi detto, due punti immediatamente vicini su una
generatrice del cilindro, che è una parallela all’asse verticale (situata
d’altra parte in uno dei piani delle coordinate). Questi due punti in realtà
non appartengono all’individualità, o, in maniera più generale, allo stato
d’essere rappresentato dal piano orizzontale preso in considerazione.
«L’entrata nello yin-yang e l’uscita dallo yin-yang non sono a
disposizione dell’individuo, poiché sono due punti che appartengono, anche se
sono nello yin-yang, alla spira inscritta sulla superficie laterale
(verticale) del cilindro, e sono soggetti all’attrazione della “Volontà del
Cielo”. E in realtà, di fatto, l’uomo non è libero né della sua nascita né
della sua morte. Per quanto riguarda la nascita, egli non è libero né
dell’accettazione, né del rifiuto, né del momento. In quanto alla morte, egli
non è libero di sottrarsi a essa; e in piena giustizia analogica neppure deve
essere libero di sceglierne il momento... In tutti i casi, l’uomo non è libero
di nessuna delle condizioni di questi due atti: la nascita lo proietta
inesorabilmente nel circolo di un’esistenza che egli non ha né chiesto né
scelto; la morte lo ritrae da tale circolo e lo proietta invincibilmente
1 Intese come
corrispondentisi (in successione logica) nei diversi stati d’essere, stati che
devono d’altra parte essere visti in simultaneità perché le diverse spire
dell’elica possano essere tra di loro confrontate.
2 Si tratta di un
elemento del vortice sferico universale di cui è stata precedentemente
questione; esiste sempre analogia e in certo qual modo «proporzionalità» (senza
tuttavia che ci possa essere comune misura) tra il tutto e ciascuno dei suoi
elementi, quand’anche infinitesimali.
3 Matgioi, La Voie Métaphysique, pp.
131-2 (in nota). Ciò esclude nuovamente in modo formale la
possibilità della «reincarnazione». A tal proposito, si può anche osservare,
sotto il profilo della rappresentazione geometrica, che una retta non può
incontrare un piano se non in un solo punto; in particolare ciò è vero per
l’asse verticale nei confronti di ciascun piano orizzontale.
141
Il Simbolismo della Croce
in un altro, prescritto e previsto dalla
“Volontà del Cielo”, senza che di ciò possa nulla modificare1. Di
conseguenza, l’uomo terrestre è uno schiavo per quanto riguarda la sua nascita
e la sua morte, vale a dire nei confronti dei due principali atti della sua
vita individuale, i soli, in fondo, che riassumano la sua particolare
evoluzione in rapporto all’Infinito»2.
Dev’essere ben chiaro che «i fenomeni morte e
nascita in se stessi, e al di fuori dei cicli, sono perfettamente uguali»3;
si può addirittura dire che in realtà si tratta di un solo e stesso fenomeno
guardato secondo due facce opposte, dal punto di vista dell’uno e dell’altro
dei due cicli consecutivi tra i quali si inserisce. D’altronde, nella nostra
rappresentazione geometrica ciò si vede immediatamente, giacché la fine di un
ciclo qualsiasi coincide sempre necessariamente con l’inizio di un altro, e che
le parole «nascita» e «morte», intese nella loro accezione del tutto generale
non sono da noi impiegate se non per indicare i passaggi tra i cicli, qualunque
sia del resto l’estensione di questi ultimi, si tratti vuoi di mondi vuoi di
individui. Questi due fenomeni «si accompagnano perciò tra loro e si completano
l’un l’altro: la nascita umana è la conseguenza immediata di una morte (a un
altro stato); la morte umana è la causa immediata di una nascita (anch’essa in
un altro stato). Una di queste circostanze non si produce mai senza l’altra. E
poiché qui il tempo non esiste, possiamo affermare che, tra il valore
intrinseco del fenomeno nascita e il valore intrinseco del fenomeno morte, vi
sia identità metafisica. Per quanto riguarda il loro valore relativo, e a causa
dell’immediatezza delle conseguenze, la morte
1 Le cose stanno
così perché l’individuo in quanto tale è soltanto un essere contingente, che
non ha in se stesso la sua ragion sufficiente; è questo il motivo per cui il
percorso della sua esistenza, se viene guardato senza tener conto della
variazione secondo il senso verticale, ha le apparenze del «ciclo della
necessità».
2 Matgioi, La
Voie Métaphysique, pp. 132-3. – «Ma tra la nascita e la morte, l’individuo
è libero quanto all’emissione e al senso di tutti i suoi atti terrestri; nel
“circolo vitale” della specie e dell’individuo l’attrazione della “Volontà del
Cielo” non si fa sentire».
3 Ibidem,
pp. 138-9 (in nota).
142
Il simbolo estremo-orientale dello yin-yang;
equivalenza metafisica ...
all’estremità di un ciclo qualsivoglia è
superiore alla nascita sullo stesso ciclo di tutto il valore dell’attrazione
della “Volontà del Cielo” su tale ciclo, vale a dire, matematicamente, del
passo dell’elica evolutiva»1.
1 Ibidem, p.
137. – Sulla questione dell’equivalenza metafisica della nascita e della morte,
si confronti anche L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, capp.
VIII e XVII.
143
XXIII
Significato dell’asse verticale; l’influsso
della «Volontà del Cielo»
Da ciò che precede si deduce che il passo
dell’elica, elemento in virtù del quale le estremità di un ciclo individuale,
qualunque esso sia, sfuggono alla sfera propria dell’individualità, è la misura
della «forza attrattiva della Divinità»1. L’influsso della «Volontà
del Cielo» nello sviluppo dell’essere è dunque misurato parallelamente all’asse
verticale; questo implica evidentemente la presa in considerazione simultanea
di una pluralità di stati costituenti altrettanti cicli integrali di esistenza
(spirali orizzontali), poiché simile influsso trascendente non si fa sentire
all’interno di uno stesso stato considerato in modo isolato.
L’asse verticale rappresenta perciò il luogo
metafisico della manifestazione della «Volontà del Cielo», e attraversa ciascun
piano orizzontale nel suo centro, vale a dire nel punto in cui si realizza
l’equilibrio nel quale precisamente risiede tale manifestazione, ovvero, in
altri termini, l’armonizzazione completa di tutti gli elementi costitutivi
dell’essere corrispondente. È quanto – come visto in precedenza – bisogna
intendere come l’«Invariabile Mezzo» (Tchoung-young), nel quale si
riflette, in ognuno degli stati d’essere (in grazia dell’equilibrio, che è in
certo qual modo un’immagine dell’Unità principiale nel manifestato),
l’«Attività del Cielo», che in sé e per sé è non-agente e non-manifesta, anche
se deve essere concepita come capace di azione e di manifestazione, senza però
che ciò possa influenzarla
1 Matgioi, La Voie Métaphysique, p.
95.
145
Il Simbolismo della Croce
o modificarla in nessun modo, e anzi – in
verità –, concepita come capace di ogni azione e di ogni manifestazione,
precisamente perché è di là da tutte le azioni e da tutte le manifestazioni
particolari. Di conseguenza, possiamo dire che, nella rappresentazione di un
essere, l’asse verticale è il simbolo della «Via personale»1, la
quale conduce alla Perfezione, ed è una specificazione della «Via universale»,
rappresentata in precedenza da una figura sferoidale indefinita e non chiusa;
con lo stesso simbolismo geometrico, questa specificazione è ottenuta – secondo
quanto da noi detto – mediante la determinazione di una direzione particolare
nell’estensione, direzione che è quella di tale asse verticale2.
Abbiamo parlato della Perfezione, e a questo
proposito è qui necessaria una breve spiegazione: quando tale termine è usato
in questa maniera, esso deve essere inteso nel suo significato assoluto e
totale. Soltanto che, per pensare a esso nella nostra condizione attuale (quali
esseri appartenenti allo stato individuale umano), bisogna pur rendere simile
concezione intelligibile in modo distintivo; questa concepibilità è la
«perfezione attiva» (Khien), possibilità della volontà nella Perfezione,
e, naturalmente, possibilità di onnipotenza, identica a quella che è indicata
quale «Volontà del Cielo». Sennonché, per parlarne, occorre inoltre rendere
sensibile questa concezione (giacché il linguaggio, alla stregua di ogni
espressione esteriore, è necessariamente di natura sensibile); si tratta allora
della «perfezione passiva» (Khouen), possibilità dell’azione quale
motivo e quale scopo. Khien è la volontà capace di manifestarsi, e Khouen
è l’oggetto di tale manifestazione; sennonché, dal momento in cui si dice «perfezione
attiva» o «perfezione passiva», non si dice più Perfezione in senso assoluto,
poiché si è già
1 Ricordiamo
nuovamente che la «personalità» è per noi il principio trascendente e
permanente dell’essere, mentre l’«individualità» altro non è, di quest’ultimo,
se non una manifestazione transitoria e contingente.
2 Questo precisa
ulteriormente quanto da noi già indicato in merito ai rapporti tra la «Via» (Tao)
e la «Rettitudine» (Te).
146
Significato dell’asse verticale, l’influsso
della «Volontà del Cielo»
in presenza di una distinzione e di una
determinazione, perciò di una limitazione. Volendo, si può anche dire che Khien
sia la facoltà agente (più esatto sarebbe dire «influente»), che corrisponde al
«Cielo» (Tien), e che Khouen sia la facoltà plastica, che
corrisponde alla «Terra» (Ti); ritroviamo qui, nella Perfezione, la
corrispondenza analoga, ma ancor più universale, di quelle che – nell’Essere –
avevamo designato come «essenza» e «sostanza»1. A ogni buon conto,
quale che sia il principio in virtù del quale essi sono determinati, occorre
sapere che Khien e Khouen metafisicamente non esistono se non dal
nostro punto di vista di esseri manifestati, così come non è in sé che l’Essere
si polarizza e si determina in «essenza» e in «sostanza», ma solamente in
rapporto a noi, e in quanto noi lo guardiamo a partire dalla manifestazione
universale, della quale Esso è il principio e alla quale noi apparteniamo.
Ritornando alla nostra rappresentazione
geometrica, vediamo che l’asse verticale è determinato in quanto espressione
della «Volontà del Cielo» nello sviluppo dell’essere, il che nel contempo
determina la direzione dei piani orizzontali, rappresentanti i diversi stati, e
la corrispondenza orizzontale e verticale di questi ultimi, indicando il loro
ordine gerarchico. In conseguenza di tale corrispondenza, i punti limite di
questi stati sono determinati in quanto estremità delle modalità particolari;
il piano verticale che li contiene è uno dei piani di coordinate, così come
quello che gli è perpendicolare secondo l’asse; questi due piani verticali
tracciano in ogni piano orizzontale una croce a due dimensioni il cui centro si
trova nell’«Invariabile Mezzo». Di indeterminato non resta perciò più se non un
elemento, ed è la posizione del particolare piano che sarà il terzo piano di
coordinate; a questo piano corrisponde, nell’essere totale, un certo stato, la
cui determinazione permetterà
1 Cfr. inoltre L’Uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. IV. – Nei koua di Fo-hi, Khien
viene rappresentato con tre tratti continui, e Khouen con tre tratti
spezzati; ora, abbiamo visto che il tratto continuo è il simbolo dello yang,
o principio attivo, e il tratto spezzato è il simbolo dello yin, o
principio passivo.
147
Il Simbolismo della Croce
di tracciare la croce simbolica a tre
dimensioni, vale a dire di realizzare la totalizzazione dell’essere.
Prima di procedere oltre, è importante che si
rilevi ancora un punto: la distanza verticale che separa le estremità di un
ciclo evolutivo qualsiasi è costante, cosa che – sembrerebbe – equivale a dire
che, qualunque sia il ciclo preso in esame, la «forza attrattiva della
Divinità» agisce sempre con la stessa intensità; e in effetti, nei confronti
dell’Infinito, le cose stanno così: è quel che è espresso dalla legge di
armonia universale, la quale esige la proporzionalità in certo qual modo
matematica di tutte le variazioni.
È tuttavia vero che non potrebbe più essere
così, in apparenza, quando ci si ponesse da un punto di vista specifico, e se
si facesse riferimento soltanto al percorso di un certo ciclo definito, che si
volesse confrontare agli altri sotto il rapporto di cui è questione;
occorrerebbe allora poter valutare, nel caso preciso in cui ci si verrebbe a
trovare (ammettendo che sia effettivamente il caso di porvisi, cosa che – in
tutti i casi – è fuori del punto di vista della metafisica pura), il valore del
passo dell’elica; sennonché «noi non conosciamo il valore essenziale di tale
elemento geometrico, in quanto non abbiamo attualmente coscienza degli stati
ciclici attraverso i quali siamo passati, e non possiamo perciò misurare
l’altezza metafisica che ci separa oggi da quello dal quale usciamo»1.
Non abbiamo quindi nessun mezzo diretto per poter stimare la misura dell’azione
della «Volontà del Cielo»; «[questa misura] la conosceremmo, e solo per
analogia (in virtù della legge d’armonia), se, nel nostro stato attuale,
possedendo la coscienza del nostro stato precedente, potessimo giudicare della
quantità metafisica acquisita2, e, per conseguenza, misurare la
forza ascensionale. Non è detto che la cosa sia impossibile, essendo non
difficile
1 Matgioi, La Voie Métaphysique, pp.
137-8 (in nota).
2 È implicito che
il termine «quantità», qui giustificato dall’uso del simbolismo matematico, non
deve essere inteso che in senso puramente analogico; lo stesso si dica, del
resto, della parola «forza» e di tutte quelle che evocano immagini tratte dal
mondo sensibile.
148
Significato dell’asse verticale; l’influsso
della «Volontà del Cielo»
da capire; sennonché essa non va annoverata
fra le facoltà della presente umanità»1.
Osserveremo ancora di sfuggita, e
semplicemente per indicare, come facciamo tutte le volte che se ne presenta
l’occasione, la concordanza esistente tra tutte le tradizioni, che si potrebbe,
conformemente a quanto da noi testé esposto sul significato dell’asse
verticale, avanzare un’interpretazione metafisica dell’espressione evangelica,
ben nota, secondo cui il Verbo (ovvero la «Volontà del Cielo» in azione) è (nei
nostri confronti) «La Via, la Verità e la Vita»2. Se riprendiamo per
un momento la nostra rappresentazione «microcosmica» dell’inizio, e se
guardiamo ai suoi tre assi di coordinate, la «Via» (nella sua specificazione
concernente l’essere considerato) sarà rappresentata, come qui, dall’asse
verticale; dei due assi orizzontali, uno rappresenterà allora la «Verità», e
l’altro la «Vita». Mentre la «Via» si riferisce all’«Uomo Universale», identico
al «Sé», la «Verità» qui si riferisce all’uomo intellettuale, e la «Vita»
all’uomo corporeo (anche se quest’ultimo termine è inoltre passibile di una certa
trasposizione3); di questi due ultimi, appartenenti sia l’uno che
l’altro all’ambito di uno stesso stato particolare, ossia a un medesimo grado
dell’esistenza universale,
1 Ibidem, p.
96. – In quest’ultima citazione abbiamo introdotto alcuni cambiamenti, che però
non ne alterano il significato, al fine di applicare a ciascun essere quanto
viene detto dell’Universale nel suo insieme. «L’uomo non ha potere sulla
propria vita, perché la legge che governa la vita e la morte, le mutazioni sue
proprie, gli sfugge; cosa può perciò sapere della legge che governa le grandi
mutazioni cosmiche, l’evoluzione universale?» (Chuang-tzu, cap. XXV). –
Nella tradizione indù i Purana dichiarano che non esiste misura dei Kalpa
anteriori e posteriori, vale a dire dei cicli che si riferiscono agli altri
gradi dell’Esistenza universale.
2 Allo scopo di
prevenire qualsiasi equivoco, possibile se si tiene conto delle confusioni che
sono così abituali nell’Occidente moderno, ci premuriamo di specificare che
quella che proponiamo qui è un’interpretazione metafisica e non – assolutamente
– un’interpretazione religiosa; tra queste due prospettive esiste tutta la
differenza che, nell’Islamismo, c’è tra la haqîqah (metafisica ed
esoterica) e la shariyah (sociale ed exoterica).
3 Questi tre
aspetti dell’uomo (di cui solo gli ultimi due sono «umani» se si parla in modo
proprio), nella tradizione ebraica vengono indicati rispettivamente con i
termini Adam, Aish ed Enôsh.
149
Il Simbolismo della Croce
il primo deve qui venire assimilato
all’individualità integrale, della quale il secondo è soltanto una modalità. La
«Vita» sarà perciò rappresentata dall’asse parallelo alla direzione secondo cui
si sviluppa ogni modalità, e la «Verità» sarà rappresentata dall’asse che
riunisce tutte le modalità attraversandole perpendicolarmente a tale direzione
(asse che, benché anch’esso orizzontale, potrà essere considerato relativamente
verticale nei confronti dell’altro, conformemente a quanto da noi indicato in precedenza).
Ciò presuppone quindi che il grafico della croce a tre dimensioni sia riferito
all’individualità umana terrestre, giacché è con riferimento a questa soltanto
che abbiamo qui fatto questione della «Vita» e financo della «Verità»; tale
grafico raffigura l’azione del Verbo nella realizzazione dell’essere totale e
la sua identificazione con l’«Uomo Universale».
150
XXIV
Il raggio celeste e il suo piano di riflessione
Se esaminiamo la sovrapposizione dei piani
orizzontali che rappresentano tutti gli stati d’essere, possiamo ancora dire
che, con riferimento a questi ultimi, siano essi presi separatamente o nel loro
insieme, l’asse verticale, che li ricollega tutti tra di loro e con il centro
dell’essere totale, simboleggia quello a cui differenti tradizioni danno il
nome di «Raggio Celeste» o di «Raggio Divino»: è questo il principio che la
dottrina indù designa con i termini Buddhi e Mahat1,
«[principio] che costituisce l’elemento superiore non incarnato dell’uomo, e
gli funge da guida attraverso le fasi dell’evoluzione universale»2.
Il ciclo universale, rappresentato dall’insieme della nostra figura, e «di cui
l’umanità (nel senso individuale e “specifico”) non costituisce che una fase,
ha un movimento proprio3, indipendente dalla nostra umanità, da
tutte le umanità, da tutti i piani (rappresentanti tutti i gradi
dell’esistenza), dei quali forma la somma indefinita (che è l’“Uomo
Universale”)4. Tale movimento proprio, che deriva al ciclo
universale dall’affinità essenziale del “Raggio Celeste” con la sua origine, lo
indirizza in
1 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. VII, e anche cap. XXI, per quel
che riguarda il simbolismo del «raggio solare» (shushumna).
2 Simon et Théophane, Les Enseignements
secrets de la Gnose, p. 10.
3 Anche il termine
«movimento» qui non è altro che un’espressione puramente analogica, giacché il
ciclo universale, nella sua totalità, è evidentemente indipendente dalle
condizioni temporale e spaziale, così come da qualsiasi altra condizione
particolare.
4 Tale «somma
indefinita» è in termini propri un integrale.
151
Il Simbolismo della Croce
modo incoercibile verso la sua Fine (la
Perfezione), la quale è identica al suo Inizio, mediante una forza direttrice
ascensionale e divinamente benefica (ossia armonica)»1, che altro
non è se non quella «forza attrattiva della Divinità» della quale si è trattato
nel precedente capitolo.
Ciò su cui dobbiamo insistere, è il fatto che
il «movimento» del ciclo universale è necessariamente indipendente da una
qualsiasi volontà individuale, particolare o collettiva, la quale può soltanto
agire all’interno del suo ambito specifico, e senza mai uscire dalle condizioni
determinate di esistenza a cui è soggetto tale ambito. «L’uomo, in quanto uomo
(individuale), può disporre esclusivamente del suo destino umano, di cui in
effetti è libero di arrestare la marcia individuale. Ma un simile essere contingente,
dotato di qualità e di possibilità contingenti, non è in grado di muoversi, o
di arrestarsi, o di avere un’influenza su se stesso fuori dal piano contingente
specifico nel quale, per il momento, è situato ed esercita le sue facoltà. È
irragionevole supporre che egli possa modificare, e a fortiori
arrestare, la marcia eterna del ciclo universale»2. E secondo un
altro angolo visuale, anche l’estensione indefinita delle possibilità
dell’individuo, guardato nella sua integralità, non modifica per nulla questa
conclusione, dal momento che neppure essa è in grado di sottrarlo a tutto
l’insieme delle condizioni limitative che caratterizzano lo stato d’essere al
quale appartiene in quanto individuo3.
Il «Raggio Celeste» attraversa tutti gli stati
d’essere, segnando, come già abbiamo detto, il punto centrale di ognuno di essi
mediante la sua traccia sul piano orizzontale corrispondente, e il luogo di
tutti questi punti centrali è l’«Invariabile Mezzo»; sennonché quest’azione del
«Raggio Celeste» è effettiva soltanto
1 Ibidem, p. 50.
2 Ibidem, p. 50.
3 Questo è vero, in
particolare, quando ci si riferisca all’«immortalità» concepita in senso
occidentale, vale a dire intesa come prolungamento dello stato individuale
umano nella «perpetuità» o indefinità temporale (cfr. L’Uomo e il suo
divenire secondo il Vêdânta, cap. XVIII).
152
Il raggio celeste e il suo piano di riflessione
se produce, con il suo riflettersi su uno di
tali piani, una vibrazione che, propagandosi e amplificandosi nella totalità
dell’essere, illumini il suo caos, cosmico o umano. Diciamo cosmico o umano
perché quel che abbiamo detto può applicarsi tanto al «macrocosmo» quanto al
«microcosmo»; in ogni caso, l’insieme delle possibilità dell’essere non
costituisce propriamente se non un caos «informe e vuoto»1, nel
quale tutto è soltanto oscurità, fino al momento in cui non si produca
l’illuminazione che ne determina l’organizzazione armonica nel passaggio dalla
potenza all’atto2. Tale illuminazione corrisponde in modo rigoroso a
quella conversione dei tre guna l’uno nell’altro da noi descritta in
precedenza seguendo un testo del Vêda: esaminando le due fasi di questa
conversione, il risultato della prima, che si effettua a partire dagli stati
inferiori dell’essere, si produce nel piano stesso di riflessione, mentre la
seconda imprime alla vibrazione riflessa una direzione ascensionale, la quale
trasmette tale vibrazione attraverso tutta la gerarchia degli stati superiori
dell’essere. Il piano di riflessione, il cui centro – punto di incidenza del
«Raggio Celeste» – è il punto di partenza di tale vibrazione indefinita, sarà
allora il piano centrale nell’insieme degli stati d’essere, ossia il piano
orizzontale di coordinate nella nostra rappresentazione geometrica, e il suo
centro sarà effettivamente il centro dell’essere totale. Questo piano centrale,
nel quale sono tracciati i rami orizzontali della croce a tre dimensioni,
assume, nei confronti del «Raggio Celeste» che ne è il ramo verticale, un ruolo
analogo a quello della «perfezione passiva» nei confronti della «perfezione
attiva», o a quello della «sostanza» nei confronti dell’«essenza», di Prakriti
in rapporto con Purusha: si tratta sempre, simbolicamente, della «Terra»
nei confronti del «Cielo», ed è anche –inoltre – quella che tutte le tradizioni
cosmogoniche concordano
1 È questa la
traduzione letterale dell’espressione ebraica thohu va-bohu, di Fabre
d’Olivet (La Langue hébraïque restituée) spiegata come «potenza
contingente d’essere in una potenzialità d’essere».
2 Cfr. Genesi,
I, 2-3.
153
Il Simbolismo della Croce
nel rappresentare quale «superficie delle
acque»1. Si può dire, inoltre, che sia il piano di separazione delle
«Acque inferiori» dalle «Acque superiori»2, vale a dire il piano di
separazione tra i due caos, formale e informale, individuale e
extra-individuale, di tutti gli stati, siano essi non-manifestati o
manifestati, di cui l’insieme costituisce la Possibilità totale dell’«Uomo
Universale».
In virtù dell’operazione dello «Spirito
Universale» (Âtmâ), che proietta il «Raggio Celeste» riflettentesi sullo
specchio delle «Acque», nel seno di queste ultime viene racchiusa una scintilla
divina, germe spirituale increato, il quale, nell’Universo potenziale (Brahmânda,
o l’«Uovo del Mondo»), è quella determinazione del «Non-Supremo» Brahma
(Apara Brahma) che dalla tradizione indù è chiamata Hiranyagarbha
(cioè l’«Embrione d’Oro»)3. In ogni essere preso in particolare,
questa scintilla della Luce intelligibile costituisce, se così si può dire,
un’unità frammentaria (espressione d’altra parte inesatta quando sia intesa
alla lettera, giacché l’unità in realtà è indivisibile e senza parti) la quale,
sviluppandosi per identificarsi in atto all’Unità totale, a cui in effetti è
identica in potenza (contenendo in sé l’essenza indivisibile della luce, così
come la natura del fuoco è tutta intera contenuta in ogni scintilla)4,
si irraggerà in tutti i sensi a partire dal centro, e realizzerà nella sua
espansione il perfetto sviluppo di tutte le possibilità dell’essere. Tale
principio di essenza divina contenuto in uno stato di «inviluppo» negli esseri
(in apparenza soltanto, giacché in realtà non è passibile di essere realmente
alterato dalle contingenze, né tale stato di «inviluppo» esiste se non dal
punto di vista della manifestazione), nel simbolismo vêdico è anche chiamato Agni5,
che si manifesta al centro dello swastika, il quale è, come abbiamo
1 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. V.
2 Cfr. Genesi,
I, 6-7.
3 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XIII.
4 Cfr. ibidem,
cap. V.
5 Agni è
raffigurato quale un principio igneo (analogamente, del resto, al Raggio
luminoso che lo fa nascere), poiché il fuoco è considerato elemento
154
Il raggio celeste e il suo piano di riflessione
visto, la croce tracciata nel piano
orizzontale, e che in virtù della sua rotazione attorno al centro genera il
ciclo evolutivo costituente ognuno degli elementi del ciclo universale. Il
centro, solo punto che resti immobile in tale movimento di rotazione, è,
proprio a motivo della sua immobilità (immagine dell’immutabilità principiale),
il motore della «ruota dell’esistenza»; esso racchiude in sé la «Legge» (nel
senso del termine sanscrito Dharma)1, vale a dire
l’espressione o la manifestazione della «Volontà del Cielo», per il ciclo che
corrisponde al piano orizzontale nel quale questa rotazione avviene, e, secondo
quanto da noi detto, il suo influsso si misura, o per lo meno si misurerebbe se
ne avessimo la facoltà, con il passo dell’elica evolutiva ad asse verticale2.
attivo in rapporto all’acqua, elemento passivo. – Agni
al centro dello swastika è pure l’agnello alla sorgente dei quattro
fiumi nel simbolismo cristiano (cfr. L’Uomo e il suo divenire secondo il
Vêdânta, cap. III; L’Ésotérisme
de Dante, cap. IV; Il Re del Mondo, cap. IX).
1 Cfr. Introduzione
generale allo studio delle Dottrine indù, parte III, cap. V, e L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. IV. – In altra sede abbiamo anche
indicato il rapporto esistente tra la parola Dharma e la denominazione
sanscrita del Polo, Dhruva, derivate rispettivamente dalle radici dhri
e dhru, le quali hanno lo stesso significato ed esprimono essenzialmente
l’idea di stabilità (Il Re del Mondo, cap. I).
2 «Quando diciamo,
ora (nel corso della manifestazione), “il Principio”, questo termine non indica
più l’Essere che esiste in tutti gli esseri, norma universale che presiede
all’evoluzione cosmica. La natura del Principio, la natura dell’Essere, sono
incomprensibili e ineffabili. Il solo limitato si può capire (in modo
individuale umano). Il Principio che agisce come polo, come asse
dell’universalità degli esseri, di lui accontentiamoci di dire soltanto che è
il polo, che è l’asse dell’evoluzione universale, senza tentare di spiegarlo» (Chuang-tzu,
cap. XXV). – È questa la ragione per cui il Tao «con un nome», il quale
è «la Madre dei diecimila esseri» (Tao-te-king, cap. I), è la «Grande
Unità» (Tai-i), situata simbolicamente, come si è visto prima, nella
stella polare: «Se c’è da dare un nome al Tao (quantunque non possa
essere nominato), lo chiameremo (quale equivalente approssimativo) la “Grande
Unità”... I diecimila esseri sono prodotti da Tai-i, modificati da yin
e yang». – In Occidente, nell’antica «Massoneria operativa» un filo a
piombo, immagine dell’asse verticale, è sospeso in un punto che simboleggia il
polo celeste. Si tratta pure del punto a cui è sospesa la «bilancia» del quale
parlano diverse tradizioni (cfr. Il Re del Mondo, cap. X), e ciò fa
vedere come il «nulla» (Ain) della Qabbalah ebraica corrisponda
al «non-agire» (wou-wei) della tradizione estremo-orientale.
155
Il Simbolismo della Croce
La realizzazione delle possibilità
dell’essere, di conseguenza, si effettua in grazia di un’attività che è sempre
interiore, giacché si esercita a partire dal centro di ciascun piano; e d’altro
canto, metafisicamente, non è possibile che esista un’azione esteriore
esercitantesi sull’essere totale, perché un’azione di tal fatta è possibile
soltanto da un punto di vista relativo e specifico, com’è quello dell’individuo1.
Simile realizzazione è raffigurata nei differenti simbolismi a mezzo dello
sbocciare, sulla superficie delle «Acque», di un fiore, che è nella maggior
parte dei casi il loto nelle tradizioni orientali e la rosa o il giglio nelle
tradizioni occidentali2; sennonché non è nostra intenzione
affrontare in questa sede i particolari di queste diverse raffigurazioni, le
quali possono variare e modificarsi in una certa misura, a motivo dei
molteplici adattamenti ai quali si prestano, ma in fondo discendono dappertutto
e sempre dallo stesso principio, con talune considerazioni secondarie che sono
soprattutto fondate sui numeri3. In tutti i casi, lo sbocciare di
cui è questione potrà esser visto come effettuantesi prima nel piano centrale,
ossia nel piano orizzontale di riflessione del «Raggio Celeste», quale
integrazione del corrispondente stato d’essere; esso, però, si estenderà anche
al di fuori di tale piano, alla totalità degli stati, secondo lo sviluppo
1 Avremo occasione
di ritornare più avanti sulla distinzione tra l’«interno» e l’«esterno»,
distinzione che è anch’essa simbolica, com’è qui simbolica qualsiasi
localizzazione; torniamo però a ben precisare che l’impossibilità di un’azione
esteriore si applica solo all’essere totale, e non all’essere individuale, e
che ciò esclude l’accostamento che si potrebbe essere qui tentati di fare con
l’asserzione, in apparenza analoga, ma senza portata metafisica, che il
«monadismo» di Leibnitz implica nei confronti delle «sostanze individuali».
2 Abbiamo segnalato
in altro luogo il rapporto esistente tra tali fiori simbolici e la ruota vista
come simbolo del mondo manifestato (Il Re del Mondo, cap. II).
3 In precedenza
abbiamo visto come il numero dei raggi della ruota vari a seconda dei casi; la
stessa cosa accade per i petali dei fiori emblematici. Il loto ha, nella
maggior parte dei casi, otto petali; nelle raffigurazioni occidentali si
ritrovano in particolare i numeri 5 e 6, i quali si riferiscono rispettivamente
al «microcosmo» e al «macrocosmo».
156
Il raggio celeste e il suo piano di riflessione
indefinito, in tutte le direzioni a partire
dal punto centrale, del vortice sferico universale del quale abbiamo parlato in
precedenza1.
1 Per quel che
riguarda la funzione del «Raggio Divino» nella realizzazione dell’essere e nel
passaggio agli stati superiori, si confronti anche L’Ésotérisme de Dante,
cap. VIII.
157
XXV
L’Albero e il Serpente
Se riprendiamo ora il simbolo del serpente
arrotolato intorno all’albero, simbolo del quale abbiamo detto qualche parola
in precedenza, constatiamo che tale figura è esattamente quella dell’elica
tracciata attorno al cilindro verticale della rappresentazione geometrica da
noi studiata. Poiché, come abbiamo detto, l’albero simboleggia l’«Asse del
Mondo», il serpente raffigurerà di conseguenza l’insieme dei cicli della
manifestazione universale1; e in effetti il percorso dei differenti
stati viene rappresentato, in alcune tradizioni, quale una migrazione
dell’essere nel corpo di questo serpente2. Dal momento che tale
percorso può venir guardato secondo due sensi contrari, tanto in senso ascendente,
verso gli stati superiori, quanto in senso discendente, verso gli stati
inferiori, i due aspetti opposti del simbolismo del serpente, l’uno benefico e
l’altro malefico, si spiegano con ciò da soli3.
1 Tra questa
raffigurazione e quella rappresentante l’uroboros, ovvero il serpente
che si divora la coda, c’è la medesima relazione che sussiste tra l’elica
completa e la figura circolare dello yin-yang, nella quale una delle
spire dell’elica considerata a parte è vista come se fosse piana; l’uroboros
rappresenta l’indefinità di un ciclo inteso in modo isolato, indefinità che,
per lo stato umano, e a motivo della presenza della condizione temporale,
assume l’aspetto della «perpetuità».
2 Questo simbolismo
lo si ritrova, in particolare, nella Pistis Sophia gnostica, nella quale
il corpo del serpente è ripartito seguendo lo Zodiaco e le sue suddivisioni;
ciò ci riconduce d’altra parte alla figura dell’uroboros, giacché – in
queste condizioni – non può essere questione se non del percorso di un solo
ciclo, attraverso le differenti modalità di uno stesso stato; in un caso simile
la migrazione presa in esame per l’essere si contiene perciò entro i
prolungamenti dello stato individuale umano.
3 Talvolta il
simbolo si sdoppia per corrispondere a questi due aspetti, e si trovano allora
due serpenti arrotolati in senso contrario intorno allo stesso asse, come
159
Il Simbolismo della Croce
Il serpente lo si trova arrotolato non
soltanto intorno all’albero ma altresì intorno a diversi altri simboli
dell’«Asse del Mondo»1, e in particolare intorno alla montagna, come
– nella tradizione indù – si vede nel simbolismo dello «sbattimento del mare»2.
In questo contesto il serpente Shêsha, o Ananta, che rappresenta
l’indefinità dell’Esistenza universale, è arrotolato intorno al Mêru, o
«montagna polare»3, ed è tirato secondo sensi opposti dai Dêva
e dagli Asura, i quali corrispondono rispettivamente agli stati
superiori e inferiori rispetto allo stato umano; ne deriveranno quindi i due
aspetti benefico e malefico secondo se si guarderà il serpente dal lato dei Dêva
o dal lato degli Asura4. D’altro canto, se si interpreta il
significato dei
nella figura del caduceo. Una forma equivalente di
quest’ultimo la si ritrova in talune disposizioni del bastone brâhmanico (Brahma-danda),
che si presenta allora con un doppio avviluppo di linee, poste rispettivamente
in relazione con i due sensi di rotazione dello swastika. Le
applicazioni di questo simbolo sono d’altra parte molteplici, e noi non
possiamo pensare di svilupparle in questa sede; una delle più importanti è
quella che riguarda le correnti sottili dell’essere umano (cfr. L’Uomo e il
suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XX); anche da questo particolare
punto di vista vale del resto ancora l’analogia tra il «microcosmo» e il
«macrocosmo».
1 In particolare,
si ritrova il serpente arrotolato intorno all’omphalos, e altresì
intorno a talune raffigurazioni dell’«Uovo del Mondo» (cfr. Il Re del Mondo,
cap. IX); a tal proposito abbiamo segnalato la connessione che esiste, in
maniera generale, tra i simboli dell’albero, della pietra, dell’uovo e del
serpente; tale connessione potrebbe dar luogo a considerazioni interessanti, ma
ci allontaneremmo troppo dal nostro argomento.
2 Il corrispondente
racconto simbolico è contenuto nel Râmâyana.
3 Cfr. Il Re del
Mondo, cap. IX.
4 Questi due
aspetti possono anche essere ricollegati ai due significati opposti che la
stessa parola Asura presenta secondo il modo in cui venga scomposta: asu-ra,
«che dà la vita»; a-sura, «non luminoso». È solo in quest’ultimo senso
che gli Asura si oppongono ai Dêva, il cui nome esprime la
luminosità delle sfere celesti; nell’altro senso – al contrario – in realtà si
identificano a essi (da cui l’applicazione che di questa denominazione di Asura
viene fatta, in certi testi vêdici, a Mitra e a Varuna); occorre
far ben attenzione ad applicare correttamente questo duplice significato al
fine di risolvere le apparenze di contraddizione alle quali esso può dare
origine. – Se si applica il simbolismo della successione temporale alla
concatenazione dei cicli, si capirà senza difficoltà perché sia detto che gli Asura
sono anteriori ai Dêva. È per lo
160
L’Albero e il Serpente
Dêva e degli Asura
in termini di «bene» e di «male», si ottiene un’evidente corrispondenza con i
due lati opposti dell’«Albero della Scienza» e degli altri simboli simili dei
quali abbiamo trattato in precedenza1.
È il caso di esaminare un ulteriore aspetto
secondo il quale il serpente, nel suo simbolismo generale si presenta sotto
un’apparenza, se non precisamente malefica (apparenza che comporta
necessariamente la presenza del correlativo benefico, giacché «bene» e «male» –
come i due termini di ogni dualità – non possono essere capiti l’uno senza
l’altro), per lo meno temibile, in quanto raffigurante l’inserimento
dell’essere nel concatenamento della serie indefinita dei cicli di
manifestazione2. Tale aspetto corrisponde in particolare al ruolo
del serpente (o del drago, che ne è allora l’equivalente) quale guardiano di
certi simboli di immortalità, a cui impedisce l’accesso: esso si vede ad
esempio attorcigliato intorno all’albero dalle mele d’oro del giardino delle
Esperidi, o al faggio della foresta di Colchide al quale è appeso il «vello
d’oro»; è evidente che tali alberi altro non sono
meno curioso notare che, nel simbolismo della Genesi
ebraica, la creazione dei vegetali prima di quella degli astri o «luminari» può
venire ricollegata a una simile anteriorità; in effetti, secondo la tradizione
indù il vegetale discende dalla natura degli Asura, vale a dire degli
stati inferiori in rapporto con lo stato umano, mentre i corpi celesti
rappresentano naturalmente i Dêva, ossia gli stati superiori.
Aggiungeremo inoltre, a tal proposito, che lo sviluppo dell’«essenza
vegetativa» nell’Eden è lo sviluppo dei germi provenienti dal ciclo
antecedente, cosa che corrisponde anch’essa allo stesso simbolismo.
1 Anche nel
simbolismo temporale esiste un’analogia simile a questa, e ciò nei due volti di
Janus o Giano, in quanto uno di essi sia inteso come rivolto verso
l’avvenire e l’altro verso il passato. Un giorno potremo forse, in un altro
studio, far vedere in modo più esplicito di quanto non abbiamo potuto farlo
finora, il legame profondo che esiste tra tutti questi simboli delle diverse
forme tradizionali.
2 È questo il samsâra
buddhistico, la rotazione indefinita della «ruota della vita», dalla quale deve
liberarsi l’essere per raggiungere il Nirvâna. L’attaccamento alla
molteplicità è pure, in certo qual senso, la «tentazione» biblica, la quale
tiene l’essere lontano dall’unità centrale originaria e gli impedisce di
cogliere il frutto dell’«Albero della Vita»; ed è infatti a causa di questo
attaccamento che l’essere è assoggettato all’alternarsi delle mutazioni
cicliche, ovverosia alla nascita e alla morte.
161
Il Simbolismo della Croce
se non forme dell’«Albero della Vita», e di
conseguenza rappresentano anch’essi l’«Asse del Mondo»1.
Allo scopo di realizzarsi totalmente, occorre
che l’essere sfugga a questo concatenamento ciclico e passi dalla circonferenza
al centro, vale a dire al punto in cui l’asse incontra il piano che rappresenta
lo stato nel quale l’essere attualmente si trova; operata in tal modo
l’integrazione di tale stato, la totalizzazione si farà poi, a partire da
questo piano di base, seguendo la direzione stessa dell’asse verticale. Occorre
notare che, mentre esiste continuità tra tutti gli stati considerati secondo il
loro percorso ciclico, come da noi spiegato in precedenza, il passaggio al
centro implica essenzialmente una discontinuità nello sviluppo dell’essere;
sotto questo profilo, esso può venir paragonato a quello che, dal punto di
vista matematico, è il «passaggio al limite» di una serie indefinita in
variazione continua. In effetti il limite, che è per definizione una quantità
fissa, non può – in quanto tale – essere raggiunto nel corso della variazione,
quand’anche quest’ultima venga proseguita indefinitamente; non essendo soggetto
a tale variazione, il limite non appartiene alla serie della quale è il
termine, e per riuscire a raggiungerlo è necessario uscire da questa serie.
Allo stesso modo, è necessario uscire dalla serie indefinita degli stati
manifestati e delle loro mutazioni per raggiungere l’«Invariabile Mezzo»,
ovvero il punto fisso e immutevole che comanda il movimento senza partecipare a
esso, così come l’intera serie matematica è, nella sua variazione, ordinata con
riferimento al suo limite, il quale le detta in tal modo la legge che le è
propria, ma è in se stesso al di là di questa legge. In modo non diverso da ciò
che accade nel passaggio al limite, o nell’integrazione – che di quest’ultimo
1 Ci sono ancora da
ricordare, sotto un punto di vista prossimo a questo, le leggende simboliche
che, in numerose tradizioni, rappresentano il serpente o il drago sotto
l’aspetto di guardiano dei «tesori nascosti»; questi ultimi sono in relazione
con diversi altri simboli molto importanti, quali quelli della «pietra nera» e
del «fuoco sotterraneo» (cfr. Il Re del Mondo, capp. I e VII); anche
questo è uno di quei numerosi punti che possiamo soltanto indicare di sfuggita,
con l’intenzione di ritornarvi su in qualche altra occasione.
162
L ‘Albero e il Serpente
è del resto in certo qual modo soltanto un
caso particolare –, la realizzazione metafisica non può effettuarsi «per
gradi»; essa è come una sintesi che non può essere preceduta da nessuna
analisi, e in prospettiva della quale qualsiasi analisi sarebbe d’altra parte
impotente e di portata rigorosamente nulla.
In relazione con ciò che è stato detto ora, vi
è nella dottrina islamica un punto che è interessante e importante: il
«sentiero diritto» (Eç-çiratul-mustaqîm) del quale è detto nella fâtihah
(letteralmente: «apertura»), o prima sûrat del Qorân, altro non è
se non l’asse verticale assunto nel suo senso ascendente, giacché la sua
«rettitudine» (identica al Te di Lao-tse) deve, secondo la radice stessa
del termine che la indica (qâm, o «alzarsi»), essere intesa secondo la
direzione verticale. Si può da qui facilmente capire il significato dell’ultimo
versetto, nel quale tale «sentiero diritto» viene definito come «il sentiero di
coloro sui quali Tu riversi la Tua grazia, non di coloro sui quali è la Tua
collera, né di coloro che sono nell’errore» (çirâta elladhîna anamta
alayhim, ghayri el-maghdûbi alayhim wa lâ ed-dâllîn). Coloro sui quali è la
«grazia» divina1, sono coloro che ricevono direttamente l’influsso
dell’«Attività del Cielo», e che da essa sono condotti agli stati superiori e
alla realizzazione totale, poiché il loro essere è in conformità con il Volere
universale. D’altro canto, poiché la «collera» è in opposizione diretta con la
«grazia», la sua azione deve anch’essa esercitarsi secondo l’asse verticale, ma
con effetto inverso, facendolo percorrere, in senso discendente, verso gli
stati inferiori2: è questa la via «infernale» che si oppone alla via
«celeste», e tali due vie sono
1 Tale «grazia» è
l’«effusione di rugiada» che, nella Qabbalah ebraica, viene messa in
diretto rapporto con l’«Albero della Vita» (cfr. Il Re del Mondo, cap.
III).
2 Questa discesa
diretta dell’essere secondo l’asse verticale è rappresentata, in particolare,
dalla «caduta degli angeli»; quando si tratti degli esseri umani, ciò può
soltanto corrispondere a un caso eccezionale, e un simile essere viene chiamato
waliyush-shaytân, perché è in certo qual senso l’inverso del «santo», o waliyur-Rahmân.
163
Il Simbolismo della Croce
le due metà, inferiore e superiore, dell’asse
verticale, a partire dal livello che corrisponde allo stato umano. Infine,
coloro che sono nell’«errore», nel senso proprio ed etimologico della parola,
sono gli esseri che, com’è il caso per l’immensa maggioranza degli uomini,
attirati e trattenuti dalla molteplicità, errano indefinitamente nei cicli
della manifestazione, cicli rappresentati dalle spire del serpente
attorcigliato intorno all’«Albero di Mezzo»1.
A tal proposito, ricorderemo ancora che il
significato proprio della parola Islâm è «sottomissione alla Volontà
divina»2; è questo il motivo per cui da certi insegnamenti esoterici
è detto che tutti gli esseri sono muslim, nel senso che non ce n’è
evidentemente nessuno che possa sottrarsi a questa Volontà, e che per
conseguenza ciascuno di essi occupa necessariamente il posto che gli è
assegnato nell’insieme dell’Universo. La distinzione degli esseri in «fedeli» (mûminûn)
e «infedeli» (kuffar)3 risiede perciò soltanto nel fatto che
i primi si conformano coscientemente e volontariamente all’ordine universale,
mentre, fra i secondi, ve ne sono di quelli che obbediscono alla legge soltanto
contro il loro volere, e altri che risiedono nell’ignoranza pura e semplice.
Ritroviamo così le tre categorie di esseri che abbiamo dovuto prendere poco fa
in considerazione;
1 Queste tre
categorie di esseri potrebbero venir denominate, rispettivamente, come gli
«eletti», i «reietti» e gli «sviati»; è il caso di indicare che esse
corrispondono esattamente ai tre guna: la prima a sattwa, la
seconda a tamas e la terza a rajas. Taluni commentatori exoterici
del Qorân hanno sostenuto che i «reietti» fossero gli Ebrei e gli
«sviati» i Cristiani; sennonché questa è un’interpretazione limitata, assai
contestabile anche dal punto di vista exoterico, e che in tutti i casi –
evidentemente – non ha nulla di una spiegazione secondo la haqîqah. Per
quanto riguarda la prima delle tre categorie qui indicate, dobbiamo segnalare
che l’«Eletto» (El-Mustafâ), è, nell’Islâm, una denominazione
attribuita al Profeta e, dal punto di vista esoterico, all’«Uomo Universale».
2 Cfr. Il Re del
Mondo, cap. VI; abbiamo segnalato in quell’occasione la stretta affinità di
questa parola con quelle che indicano la «salvezza» e la «pace» (Es-salâm).
3 Tale distinzione
non riguarda soltanto gli uomini, giacché dalla tradizione islamica essa si
applica anche ai Jinn; in realtà essa è applicabile a tutti gli esseri.
164
L’Albero e il Serpente
i «fedeli» sono quelli che seguono il
«sentiero diritto», che è il luogo della «pace», e la loro conformità al Volere
universale fa di essi i veri collaboratori del «piano divino».
165
XXVI
Incommensurabilità tra l’essere totale e
l’individualità
Dobbiamo ora insistere su un punto che è per
noi di importanza capitale, ed è il seguente: la concezione tradizionale
dell’essere, come da noi qui esposta, differisce in modo essenziale, nel suo
stesso principio e a causa di esso, da tutte le concezioni antropomorfiche e
geocentriche dalle quali così difficilmente si affranca la mentalità
occidentale. Potremmo addirittura dire che essa ne differisca infinitamente, e
non si tratterebbe per nulla di un abuso di linguaggio come avviene nella
maggioranza dei casi in cui tale parola è comunemente usata, ma anzi, al
contrario, di un’espressione più giusta di qualunque altra, e più adatta alla
concezione alla quale l’applichiamo, giacché quest’ultima è realmente
illimitata. La metafisica pura non può in alcun modo accettare
l’antropomorfismo1; se esso sembra qualche volta introdursi
nell’espressione, non si tratta che di un’apparenza tutta esteriore, del resto
inevitabile in certa misura perché, quando si voglia – come qui – esprimere
qualcosa, si è costretti per necessità a servirsi del linguaggio umano. Si
tratta perciò soltanto della conseguenza di un’imperfezione che è naturalmente
propria di ogni espressione, quale quest’ultima sia, a motivo della sua stessa
limitatezza; e tale conseguenza è accettata soltanto, se così si può dire, a
titolo d’indulgenza, a titolo di concessione provvisoria e accidentale alla
debolezza
1 Su questo
argomento, si veda Introduzione generale allo studio delle Dottrine indù,
2a parte, cap. VII.
167
Il Simbolismo della Croce
dell’intendimento umano individuale, alla sua
insufficienza a elevarsi a ciò che va oltre la sfera dell’individualità. A
motivo di tale insufficienza qualcosa di questo genere già avviene, prima
ancora di ogni espressione esteriore, nel campo del pensiero formale (il quale
del resto appare anch’esso sotto le sembianze di un’espressione se lo si guarda
confrontandolo con l’informale): qualsiasi idea a cui si pensi con intensità
finisce con il «raffigurarsi», e con l’assumere in certo qual modo una forma umana,
quella stessa di colui che pensa; si direbbe che, secondo un paragone assai
espressivo di Shankarâchârya, «il pensiero fluisca nell’uomo come il metallo
fuso cola nella matrice del fonditore». L’intensità stessa del pensiero1
fa sì che esso pervada interamente l’uomo, in modo simile a quello in cui
l’acqua riempie un vaso fino all’orlo; esso assume perciò la forma di quel che
lo contiene e lo limita, ossia, in altri termini, diventa antropomorfo. Si
tratta, ripetiamo, di un’imperfezione alla quale l’essere individuale, nelle
condizioni limitative e particolari della sua esistenza, può difficilmente
sfuggire; a dire il vero, non è neppure in quanto individuo che egli può
sfuggirle, quantunque debba tendere a farlo, giacché l’affrancamento totale da
una simile limitazione può essere ottenuto soltanto negli stati
extra-individuali e sovraindividuali, ossia informali, ottenuti nel corso della
realizzazione effettiva dell’essere totale.
Detto questo per prevenire ogni possibile
obiezione al riguardo, è evidente che non può esserci alcuna comune misura tra
– da un lato – il «Sé», visto come la totalizzazione dell’essere che si integra
secondo le tre dimensioni della croce, per reintegrarsi alla fine nella sua
Unità originaria, realizzata in quella pienezza dell’espansione che l’intero
spazio simboleggia, e – dall’altro – una qualunque modificazione individuale,
rappresentata da un elemento infinitesimale di questo spazio stesso, o perfino
dall’integralità di uno stato, la cui raffigurazione piana
1 È assiomatico che
la parola «intensità» non deve venir qui intesa in senso quantitativo, e
altresì che, poiché il pensiero non è soggetto alla condizione spaziale, la sua
forma non è assolutamente «localizzabile»; esso si situa nella sfera sottile, e
non nell’ambito corporeo.
168
Incommensurabilità tra l’essere totale...
(o, almeno, intesa come se fosse piana con le
restrizioni da noi poste, ossia in tanto in quanto lo stato sia preso
isolatamente) comporta ancora un elemento infinitesimale in rapporto con lo
spazio a tre dimensioni, giacché, situando tale raffigurazione nello spazio
(ossia nell’insieme di tutti gli stati d’essere), il suo piano orizzontale
dev’essere considerato dislocarsi effettivamente di una quantità infinitesimale
lungo la direzione dell’asse verticale1. Trattandosi di elementi
infinitesimali, anche se in un simbolismo geometrico necessariamente ristretto
e limitato, si può percepire che, nella realtà e a fortiori, non si può
non trattare, per quel che è rispettivamente simboleggiato dai due termini da
noi testé posti a paragone, di un’incommensurabilità assoluta, non dipendente
da alcuna convenzione più o meno arbitraria, come sempre avviene, invece, nella
scelta di certe unità relative nelle misure quantitative ordinarie. D’altro
canto, trattandosi dell’essere totale, un indefinito viene qui assunto come
simbolo dell’Infinito, nella misura in cui sia permesso dire che l’Infinito può
venir simboleggiato; ma è sottinteso che ciò non significa affatto che si
confonda l’uno con l’altro, come fanno in genere i matematici e i filosofi
occidentali. «Se possiamo assumere l’indefinito quale immagine dell’Infinito,
non possiamo però applicare all’Infinito i ragionamenti dell’indefinito; il
simbolismo discende e non risale mai»2.
Questa integrazione aggiunge una dimensione
alla rappresentazione spaziale corrispondente; è noto in effetti che, partendo
dalla linea, la quale è il primo grado di indefinità nell’estensione,
l’integrale semplice corrisponde al calcolo di una superficie, e che
l’integrale doppio corrisponde al calcolo di un volume. Per cui, se è stata
necessaria una prima integrazione perché si passasse dalla linea alla
superficie, la quale è misurata dalla croce a due dimensioni che descrive il
cerchio indefinito e
1 Ricordiamo che la
questione della distinzione fondamentale del «Sé» e dell’«io», da noi riassunta
all’inizio di questo studio, è trattata più ampiamente in L’Uomo e il suo
divenire secondo il Vêdânta, cap. II.
2 Matgioi, La Voie Métaphysique, p.
99.
169
Il Simbolismo della Croce
non chiuso (o la spirale piana vista
simultaneamente in tutte le sue possibili posizioni), occorrerà una seconda
integrazione per passare dalla superficie al volume, nel quale la croce a tre
dimensioni produce, in virtù dell’irraggiamento del suo centro secondo tutte le
direzioni dello spazio nel quale si è situato, lo sferoide indefinito di cui un
movimento vibratorio ci fornisce l’immagine, il volume sempre aperto in tutti i
sensi che simboleggia il vortice universale della «Via».
170
XXVII
Posizione dello stato individuale umano
nell’insieme dell’essere
Stando a quanto da noi detto
sull’antropomorfismo nel capitolo precedente, risulta chiaro che
l’individualità umana, quand’anche vista nella sua integralità (e non limitata
alla sua modalità corporea), non può godere di una collocazione privilegiata e
per così dire «fuori serie» nella gerarchia indefinita degli stati dell’essere
totale; in questa gerarchia essa occupa la posizione che le è propria alla
stregua di qualsiasi altro fra gli stati ed esattamente allo stesso titolo,
senza nulla di più né nulla di meno, in conformità con la legge d’armonia che
governa i rapporti di tutti i cicli dell’Esistenza Universale. Questa posizione
è determinata dalle condizioni particolari che caratterizzano lo stato in
questione e ne delimitano l’ambito; e se noi non siamo attualmente in grado di
conoscerla, la ragione di ciò sta nel fatto che non ci è possibile, in quanto
individui umani, uscire da queste condizioni per compararle con quelle degli
altri stati, le cui sfere ci sono necessariamente inaccessibili; sennonché è di
tutta evidenza che, sempre in quanto individui, ci è sufficiente capire che
tale posizione è quella che deve essere e non può essere se non quella che è,
giacché ogni cosa è rigorosamente situata nel posto che deve occupare in quanto
elemento dell’ordine totale. Inoltre, sempre in virtù di quella legge d’armonia
alla quale abbiamo testé fatto accenno, «poiché l’elica evolutiva è dappertutto
e in tutti i suoi punti regolare, il passaggio da uno stato all’altro si
produce in modo altrettanto logico e semplice quanto il passaggio da una
situazione (o modificazione) a un’altra
171
Il Simbolismo della Croce
all’interno di uno stesso stato»1,
senza che, per lo meno sotto questo riguardo, esista da nessuna parte,
nell’Universo, neppure la più insignificante soluzione di continuità.
Se tuttavia dovessimo porre una restrizione
per ciò che concerne la continuità (a difetto della quale la causalità
universale non potrebbe essere soddisfatta, giacché essa esige che tutto si
concateni senza nessuna interruzione), sarebbe per dire – come più sopra
abbiamo già accennato – che c’è, in una prospettiva diversa da quella del
percorso dei cicli, un momento di discontinuità nello sviluppo dell’essere:
tale momento, il quale ha una connotazione assolutamente unica, è quello in
cui, sotto l’azione del «Raggio Celeste» operante su un piano di riflessione,
si produce la vibrazione che corrisponde al Fiat Lux cosmogonico e che
illumina, in grazia della sua irradiazione, tutto il caos delle possibilità. A
partire da quel momento l’ordine succede al caos, la luce alle tenebre, l’atto
alla potenza, la realtà alla virtualità; e quando tale vibrazione abbia raggiunto
il suo effetto pieno amplificandosi e ripercuotendosi fino ai confini
dell’essere, quest’ultimo, realizzata così la sua pienezza totale, non è più di
tutta evidenza assoggettato a percorrere questo o quel ciclo particolare,
giacché tutti li abbraccia nella perfetta simultaneità di una comprensione
sintetica e «non-distintiva». È questo che costituisce, rigorosamente parlando,
la «trasformazione», concepita in quanto comportante il «ritorno degli esseri
in modificazione nell’Essere immodificato», al di fuori e al di là di tutte le
condizioni specifiche che definiscono i gradi dell’Esistenza manifestata. «La
modificazione, – dice il saggio Shi-ping-wen –, è il meccanismo che produce
tutti gli esseri; la trasformazione è il meccanismo nel quale tutti gli esseri
si riassorbono»2.
Tale «trasformazione» (nel senso etimologico
di passaggio di là dalla forma), mediante la quale si effettua la realizzazione
1 Matgioi, La Voie Métaphysique, pp.
96-7.
2 Cfr. ibidem,
p. 76. – Affinché l’espressione sia corretta, occorrerebbe sostituire qui con
il termine «processo» la parola «meccanismo» del tutto impropria, e da Matgioi
un po’ goffamente derivata dalla traduzione dell’Yi-king del Philastre.
172
Posizione dello stato individuale umano...
dell’«Uomo Universale», altro non è se non la
«Liberazione» (in sanscrito Moksha o Mukti) della quale abbiamo
trattato in altra sede1; essa richiede, prima di tutto, la
determinazione preventiva di un piano di riflessione del «Raggio Celeste», per
modo che lo stato corrispondente diventi con ciò stesso lo stato centrale
dell’essere. D’altra parte, tale stato, in linea di principio, può essere
qualsivoglia, giacché tutti gli stati sono perfettamente equivalenti quando
siano visti dall’Infinito; e il fatto che l’essere umano non sia in nulla
distinto fra gli altri comporta evidentemente, per esso così come per ogni
altro stato, la possibilità di diventare un simile stato centrale. La
«trasformazione» può perciò essere raggiunta a partire dallo stato umano assunto
quale base, e anche a partire da qualsiasi modalità di tale stato, il che
equivale a dire che essa è in particolare possibile per l’uomo corporeo e
terrestre; in altri termini, e come abbiamo detto nella sede opportuna2,
la «Liberazione» può essere ottenuta «in vita» (jivan-mukti), il che non
impedisce che essa comporti essenzialmente, per l’essere che la ottiene in tal
modo – così come in ogni altro caso –, l’affrancamento assoluto e completo
dalle condizioni limitative di tutte le modalità e di tutti gli stati.
Per quanto riguarda il processo effettivo di
sviluppo che permette all’essere di giungere, dopo aver attraversato talune
fasi preliminari, al momento preciso in cui si opera la «trasformazione», di
esso non abbiamo qui assolutamente intenzione di parlare, giacché è evidente
che la sua descrizione. per quanto sommaria, non potrebbe rientrare nel piano
di uno studio come il presente, il cui carattere deve restare puramente
teorico. Quel che abbiamo voluto fare solamente, è indicare quali siano le
possibilità dell’essere umano, possibilità che, d’altra parte, sono di
necessità, sotto il profilo della totalizzazione, quelle dell’essere in ognuno
degli stati, giacché questi ultimi non possono comportare fra di loro nessuna
differenziazione nei confronti dell’Infinito, nel quale la Perfezione risiede.
1 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XVII.
2 Cfr. ibidem,
cap. XVIII.
173
XXVIII
La Grande Triade
Confrontando le ultime considerazioni con
quanto abbiamo detto all’inizio, ci si può agevolmente render conto di come la
concezione tradizionale dell’«Uomo Universale» in realtà non abbia, nonostante
la sua denominazione, assolutamente nulla di antropomorfico; sennonché, per
quanto ogni antropomorfismo sia decisamente antimetafisico e come tale debba
essere rigorosamente rifiutato, ci resta da precisare in qual senso e in quali
condizioni un certo antropocentrismo possa, per converso, essere tenuto per legittimo1.
Innanzi tutto, come da noi già indicato, l’umanità, dal punto di vista cosmico,
ricopre realmente un ruolo «centrale» nei confronti del grado dell’Esistenza al
quale appartiene, ma soltanto in rapporto a esso e non, beninteso, verso
l’insieme dell’Esistenza universale, insieme all’interno del quale tale grado
non è se non uno qualsiasi fra una moltitudine indefinita, senza che nulla gli
conferisca una collocazione speciale nei confronti degli altri. Sotto tale
aspetto, non può perciò trattarsi che di un antropocentrismo inteso in senso
ristretto e relativo, sufficiente però a giustificare la trasposizione
analogica a cui dà luogo la nozione di uomo, e – di conseguenza – la stessa
denominazione di «Uomo Universale».
Secondo un altro angolo prospettico, abbiamo
visto come ogni individuo umano, così come d’altra parte ogni manifestazione di
un essere in un qualsiasi stato, abbia la possibilità di
1 Occorre d’altra
parte aggiungere che tale antropocentrismo non presenta nessuna connessione
necessaria con il geocentrismo, contrariamente a quel che avviene in certe
concezioni «profane»; quello che potrebbe far nascere simili malintesi a tal
proposito, è il fatto che la terra viene talvolta assunta a simboleggiare lo
stato corporeo nel suo insieme; ma è assiomatico che l’umanità terrestre non è
tutta l’umanità.
175
Il Simbolismo della Croce
farsi centro con riferimento all’essere
totale; si potrà perciò dire che egli lo sia in qualche modo virtualmente, e
che lo scopo che deve proporsi sia di far diventare questa virtualità una
realtà attuale. È quindi permesso a un simile essere, ancora prima di tale
realizzazione e nella prospettiva di quest’ultima, il porsi in certo qual modo
idealmente nel centro1; per il fatto di essere nello stato umano, il
suo particolare modo di vedere farà sì che egli conferisca naturalmente a
questo stato un’importanza preponderante, contrariamente a quanto accade quando
esso sia guardato secondo la prospettiva della metafisica pura, ossia
dall’Universale; e tale preponderanza si ritroverà per così dire giustificata a
posteriori nel caso in cui quest’essere, assumendo di fatto lo stato in
questione quale punto di partenza e di base per la sua realizzazione, faccia di
esso veramente lo stato centrale della sua totalità, facendolo corrispondere al
piano orizzontale di coordinate nella nostra rappresentazione geometrica. Ciò
implica per prima cosa la reintegrazione dell’essere in questione nel centro
dello stato umano, reintegrazione in cui consiste propriamente la restituzione
dello «stato primordiale», e in seguito – sempre per questo essere –,
l’identificazione del centro umano con il centro universale; la prima di queste
due fasi è la realizzazione dell’integralità dello stato umano, e la seconda è
quella della totalità dell’essere.
Secondo la tradizione estremo-orientale,
l’«uomo vero» (tchenn-jen) è quegli che, realizzato il ritorno allo
«stato primordiale», e per conseguenza la pienezza dell’umanità, si trova ormai
definitivamente collocato nell’«Invariabile Mezzo», e sfugge già con ciò stesso
alle vicissitudini della «ruota delle cose». Al di sopra di questo grado è
l’«uomo trascendente» (chen-jen), il quale a dire il vero non è più un
uomo, poiché ha superato l’umanità ed è completamente affrancato dalle sue
condizioni specifiche: si tratta di colui che è giunto alla realizzazione
1 Si tratta qui di qualcosa di paragonabile al modo
in cui Dante, ma secondo un simbolismo temporale e non spaziale, situa se
stesso a metà del «grande anno» per compiere il suo viaggio attraverso i «tre
mondi» (cfr. L’Ésotérisme de Dante, cap. VIII).
176
La Grande Triade
totale, all’«Identità Suprema»; questi è
perciò diventato veramente l’«Uomo Universale». Non così è dell’«uomo vero», ma
tuttavia si può dire che quest’ultimo sia per lo meno virtualmente l’«Uomo
Universale», nel senso che, poiché non ha più da percorrere altri stati in modo
distintivo, giacché è passato dalla circonferenza al centro, per lui lo stato
umano dovrà necessariamente essere lo stato centrale dell’essere totale, anche
se non lo sia ancora in modo effettivo1.
Ciò permette di comprendere in che senso debba
venire inteso il termine intermedio di quella «Grande Triade» che la tradizione
estremo-orientale prende in considerazione: i suoi tre termini sono il «Cielo»
(Tien), la «Terra» (Ti) e l’«Uomo» (jen), e in essi
l’«Uomo» assume in certo qual modo una funzione di «mediatore» tra gli altri
due, in quanto riunisce in sé le loro due nature. Anche se è vero che pure
dell’uomo individuale si può dire che partecipi realmente sia del «Cielo» sia
della «Terra», i quali sono la stessa cosa dei Purusha e Prakriti
della dottrina indù, i due poli della manifestazione universale, tuttavia in
ciò non vi è nulla che sia particolare del caso dell’uomo, giacché la stessa
cosa avviene di ogni essere manifestato. Perché l’uomo possa effettivamente
ricoprire, nei confronti dell’Esistenza universale, il ruolo che è in
questione, occorre che egli sia riuscito a situarsi al centro di tutte le cose,
vale a dire che abbia raggiunto per lo meno lo stato di «uomo vero»; e, per di
più, in tal caso questa funzione egli non la esercita di fatto se non per un
solo grado dell’Esistenza; è soltanto nello stato di «uomo trascendente» che
tale possibilità viene realizzata nella sua pienezza. Questo equivale a dire
che il vero «mediatore», nel quale è pienamente effettuata l’unione del «Cielo»
e della «Terra» in virtù
1 La differenza tra
questi due gradi è la stessa che c’è tra quelle da noi chiamate in altra
occasione l’immortalità virtuale e l’immortalità realizzata di fatto (cfr. L’Uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XVIII): si tratta dei due stadi,
da noi distinti fin dall’inizio, nel corso della realizzazione dell’«Identità
Suprema». – L’«uomo vero» corrisponde, nella terminologia araba, all’«Uomo
Primordiale» (El-Insânul-qadîm), e l’«uomo trascendente» all’«Uomo
Universale» (El-Insânul-kâmil). Sui rapporti tra l’«uomo vero» e l’«uomo
trascendente», cfr. La Grande Triade, cap. XVIII.
177
Il Simbolismo della Croce
della sintesi di tutti gli stati, è l’«Uomo
Universale», il quale è identico al Verbo; e – sia osservato di sfuggita –
molti punti delle tradizioni occidentali, anche nell’ambito semplicemente
teologico, potrebbero ricevere dalla constatazione di questa realtà la loro
spiegazione più profonda1.
Secondo un altro angolo prospettico, poiché il
«Cielo» e la «Terra» sono due principi complementari, l’uno attivo e l’altro
passivo, la loro unione può essere rappresentata dalla figura dell’«Androgino»,
e ciò ci riporta ad alcune delle considerazioni
1 L’unione tra il
«Cielo» e la «Terra» equivale all’unione delle due nature, divina e umana,
nella persona di Cristo, in quanto questi sia considerato «Uomo Universale».
Fra gli antichi simboli di Cristo si trova la stella a sei punte, ossia il
doppio triangolo del «sigillo di Salomone» (cfr. Il Re del Mondo, cap.
IV); ora, nel simbolismo di una scuola ermetica a cui erano ricollegati Alberto
Magno e San Tommaso d’Aquino, il triangolo diritto rappresenta la Divinità, e
il triangolo rovesciato la natura umana («fatta a immagine di Dio», quale suo
riflesso invertito nello «specchio delle Acque»); per modo che l’unione dei due
triangoli raffigura quella delle due nature (Lâhût e Nâsût
nell’esoterismo islamico). Dal punto di vista particolare dell’ermetismo si può
osservare come il ternario umano: «spiritus, anima, corpus»,
sia in corrispondenza con il ternario dei principi alchemici: «zolfo, mercurio,
sale». – D’altro canto, secondo il punto di vista del simbolismo numerico, il
«sigillo di Salomone» è la raffigurazione del numero 6, il quale è il numero
«congiuntivo» (corrispondente alla lettera vaw in ebraico e in arabo),
il numero dell’unione e della mediazione; inoltre è il numero della creazione,
e, in quanto tale, è anche attribuibile al Verbo «per quem omnia facta sunt».
Le due stelle a cinque e a sei punte rappresentano rispettivamente il
«microcosmo» e il «macrocosmo», e, parimenti, l’uomo individuale (legato alle
cinque condizioni del suo stato, alle quali corrispondono i cinque sensi e i
cinque elementi corporei) e l’«Uomo Universale» o il Logos. Il ruolo del
Verbo, nei confronti dell’Esistenza universale, può ancora venir precisato
mediante l’aggiunta della croce tracciata all’interno della figura del «sigillo
di Salomone»: il ramo verticale ricollega i vertici dei due triangoli opposti,
ovvero i due poli della manifestazione, e il ramo orizzontale rappresenta la
«superficie delle Acque». – Nella tradizione estremo-orientale si incontra un
simbolo che, pur essendo diverso dal «sigillo di Salomone» a causa della
disposizione, numericamente gli equivale: sei tratti paralleli, continui o
spezzati a seconda dei casi (sono i sessantaquattro «esagrammi» di Weng-wang
che si trovano nell’Yi-king, ciascuno di essi formato dalla
sovrapposizione di due degli otto koua o «trigrammi» di Fo-hi),
costituiscono i «grafici del Verbo» (in relazione con il simbolismo del Drago);
ed essi rappresentano pure l’«Uomo» quale termine mediano della «Grande Triade»
(il «trigramma» superiore corrisponde al «Cielo» e il «trigramma»
178
La Grande Triade
da noi espresse fin dall’inizio in merito
all’«Uomo Universale». Anche qui, la partecipazione ai due principi esiste per
qualsiasi essere manifestato, ed essa si traduce in lui con la presenza dei due
termini yang e yin, ma in proporzioni diverse e sempre con la
predominanza dell’uno o dell’altro; l’unione perfettamente equilibrata di
questi due termini non può realizzarsi se non nello «stato primordiale»1.
Quanto allo stato totale, in esso non vi è più nessuna distinzione tra yang
e yin, i quali sono allora rientrati nell’indifferenziazione
principiale; non si può quindi neppure più parlare in tal caso
dell’«Androgino», che implica già una certa dualità nella stessa unità, ma
soltanto della «neutralità», che è quella dell’Essere inteso per se stesso, di
là dalla distinzione dell’«essenza» e della «sostanza», del «Cielo» e della
«Terra», di Purusha e di Prakriti. La coppia Puruska-Prakriti
può perciò essere identificata con l’«Uomo Universale» soltanto con riferimento
alla manifestazione, come da noi detto in precedenza2; ed è
evidentemente sempre da tale punto di vista che quest’ultimo è il «mediatore»
tra il «Cielo» e la «Terra», poiché quando si passi di là dalla manifestazione
questi due termini scompaiono3.
inferiore corrisponde alla «Terra», il che li fa
essere rispettivamente identici ai due triangoli diritto e rovesciato del
«sigillo di Salomone»).
1 È questo il
motivo per cui le due metà dello yin-yang costituiscono con la loro
riunione la forma circolare completa (la quale corrisponde nel piano alla forma
sferica nello spazio a tre dimensioni).
2 Ciò che qui
diciamo della vera collocazione dell’«Androgino» nella realizzazione
dell’essere, e dei suoi rapporti con lo «stato primordiale», spiega
l’importante funzione ricoperta da questa concezione nell’ermetismo, i cui
insegnamenti si riferiscono alla sfera cosmologica, e – insieme – alle
estensioni dello stato umano nell’ambito sottile, ossia, in definitiva, a
quello che può venir detto il «mondo intermedio», ambito che occorre non
confondere con quello della metafisica pura.
3 Da questo si può
capire il significato superiore di questa frase del Vangelo: «Il cielo e la
terra passeranno, ma le mie parole non passeranno». Il Verbo in sé, e per
conseguenza l’«Uomo Universale», che è a esso identico, è di là dalla
distinzione tra il «Cielo» e la «Terra»; esso permane quindi eternamente qual
è, nella sua pienezza d’essere, anche quando ogni manifestazione e ogni
differenziazione (ossia tutto l’ordine delle esistenze contingenti) si siano
dissolte nella «trasformazione» totale.
179
XXIX
Il Centro e la circonferenza
Le considerazioni che abbiamo esposto non
portano affatto, come qualcuno potrebbe credere a torto se non prendessimo la
precauzione di insistere in una certa misura sull’argomento, a intendere lo
spazio come se fosse «una sfera il cui centro è dappertutto e la circonferenza
da nessuna parte», stando alla formula spesso citata di Pascal, il quale
d’altra parte può anche non esserne stato il primo inventore. Sia come si
voglia, non è nostra intenzione ricercare qui in qual senso preciso lo stesso
Pascal volesse intendere questa frase, che ha potuto essere mal interpretata;
la cosa ci interessa poco, giacché è evidente che l’autore delle anche troppo
celebri considerazioni sui «due infiniti», nonostante i suoi incontestabili
meriti sotto altri riguardi, non possedeva nessuna conoscenza in campo
metafisico1.
È senza dubbio vero che nella rappresentazione
spaziale dell’essere totale ogni punto, prima di qualsiasi determinazione, è in
potenza il centro dell’essere che l’estensione in cui è situato rappresenta; ma
non lo è se non in potenza e virtualmente fintanto che il centro reale non sia
effettivamente determinato. Tale determinazione implica, per il centro,
un’identificazione
1 Una pluralità di
infiniti è evidentemente impossibile, perché essi si limiterebbero l’uno con
l’altro, per modo che nessuno di essi sarebbe realmente infinito; Pascal, come
molti altri, confonde l’infinito con l’indefinito, quest’ultimo inteso
quantitativamente e considerato nei due sensi opposti delle grandezze crescenti
e decrescenti.
181
Il Simbolismo della Croce
con la natura del punto principiale, il quale
– in sé – non è propriamente da nessuna parte, giacché non è soggetto alla
condizione spaziale, ciò che gli permette di contenerne tutte le possibilità;
quelle che sono dappertutto, in senso spaziale, sono perciò soltanto le
manifestazioni di tale punto principiale, manifestazioni che in effetti
riempiono l’intera estensione, ma non sono che semplici modalità, per modo che
l’«ubiquità», tutto sommato, non è che il sostituto sensibile della vera
«onnipresenza»1. Per di più, se il centro dell’estensione in qualche
modo assimila a sé tutti gli altri punti in virtù della vibrazione che gli
comunica, ciò non avviene se non in quanto esso li fa partecipare della
medesima natura indivisibile e incondizionata che è divenuta sua propria, e
tale partecipazione, in tanto in quanto sia effettiva, li sottrae con ciò
stesso alla condizione spaziale.
A proposito delle considerazioni che
precedono, occorre tener conto di una legge elementare generale da noi già
ricordata in diverse occasioni e che non andrebbe mai persa di vista, anche se
certuni sembrano ignorarla in modo quasi sistematico: si tratta del fatto che,
tra il fatto o l’oggetto sensibile (che in fondo è la stessa cosa) che viene
assunto come simbolo e l’idea o meglio il principio metafisico che si vuol
simboleggiare nella misura in cui ciò è possibile, l’analogia è sempre
invertita, cosa che del resto sempre accade della vera analogia2.
Conseguentemente, nello spazio inteso nella sua realtà attuale, e non quale
simbolo dell’essere totale, nessun punto è, né può essere, centro; tutti i
punti appartengono similmente alla sfera della manifestazione, in conseguenza
del fatto stesso che appartengono allo spazio, il quale è una delle possibilità
la cui realizzazione è compresa in tale ambito, che, nel suo insieme, non
costituisce nulla più della circonferenza della «ruota delle cose», o di quella
che possiamo chiamare l’esteriorità
1 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XXV.
2 A tal proposito
ci si potrà riferire a quanto da noi detto all’inizio dell’analogia dell’uomo
individuale con l’«Uomo Universale».
182
Il Centro e la circonferenza
dell’Esistenza universale. Del resto, parlare
di «interiore» e di «esteriore», così come parlare di centro e di
circonferenza, significa anche qui servirsi di un linguaggio simbolico, e
financo, come si vede, di un simbolismo spaziale; sennonché l’impossibilità di
evitare tali simboli altro non prova se non quella inevitabile imperfezione dei
nostri modi d’espressione che abbiamo già in precedenza segnalata. Se possiamo,
e fino a un certo punto, comunicare a un altro le nostre concezioni, nel mondo
manifestato e formale (trattandosi, come si tratta, di uno stato individuale e
limitato, fuori del quale non potrebbe d’altra parte essere neppure più
questione di un «altro», per esprimersi in modo proprio, quanto meno nel senso
«separativo» che tale parola ha nel mondo umano), ciò non potrà di tutta
evidenza avvenire se non attraverso raffigurazioni che manifestino queste
concezioni sotto certe forme, vale a dire con corrispondenze e analogie; in ciò
risiedono il principio e la ragion d’essere di tutto il simbolismo, e qualsiasi
espressione, quale ne possa essere il modo, altro non è in realtà che un
simbolo1. Soltanto che, «guardiamoci bene dal confondere la cosa (o
l’idea) con la forma deteriore sotto la quale soltanto possiamo raffigurarla, e
forse addirittura comprenderla (in quanto individui umani); giacché i peggiori
errori metafisici (o meglio, antimetafisici) sono nati da una comprensione
insufficiente e da una cattiva interpretazione dei simboli. E ricordiamoci
sempre del dio Giano, che è rappresentato con due volti, ma ne ha uno
solamente, il quale non è né l’uno né l’altro di quelli che possiamo toccare o
vedere»2. L’immagine di Giano potrebbe applicarsi esattissimamente
alla distinzione tra l’«interno» e l’«esterno», così come si applica alla
considerazione del passato e dell’avvenire; e il volto unico, che nessun essere
relativo e contingente può contemplare senza che sia uscito dalla sua
condizione di limitazione, meglio non si potrebbe comparare che al
1 Cfr. Introduzione
generale allo studio delle Dottrine indù, 2a parte, cap. VII.
2 Matgioi, La Voie Métaphysique, pp.
21-2.
183
Il Simbolismo della Croce
terzo occhio di Shiva il quale vede
ogni cosa nell’«eterno presente»1.
In tali condizioni, e con le restrizioni che
si impongono dopo ciò che abbiamo detto or ora, possiamo – e addirittura
dobbiamo – per conformare la nostra espressione al rapporto normale di tutte le
analogie (rapporto che diremmo volentieri, in termini geometrici, di omotetia
inversa), ribaltare l’enunciato della formula di Pascal da noi prima ricordato.
È d’altro canto questo che abbiamo trovato in uno dei testi taoisti che abbiamo
in precedenza citato: «Il punto che è il perno della norma è il centro immobile
di una circonferenza sul perimetro della quale ruotano tutte le contingenze, le
distinzioni e le individualità»2. Di primo acchito si potrebbe quasi
credere che le due immagini siano comparabili, ma, in realtà, esse sono
esattamente l’una inversa dell’altra; in fin dei conti, Pascal si è lasciato
trascinare dalla sua immaginazione di geometra, la quale lo ha condotto a
capovolgere i veri rapporti, che sono quelli che devono essere osservati da un
punto di vista metafisico. Quello che non è propriamente da nessuna parte è il
centro, poiché esso, come abbiamo detto, è essenzialmente «non localizzato»; in
nessun posto della manifestazione esso può essere trovato, poiché, come da noi
detto, è assolutamente trascendente nei confronti di quest’ultima, anche se è
interiore a ogni cosa. Esso è di là da tutto quel che può venir percepito dai
sensi e dalle facoltà che derivano dalla sfera sensibile: «Il Principio non può
essere afferrato né dalla vista né dall’udito... Il Principio non può essere
udito; quel che si ode non è Lui. Il Principio non può essere visto; quel che
si vede non è Lui. Il Principio non può essere enunciato; quel che si enuncia
non è Lui... Il Principio, che non può essere immaginato, neppure può venir
descritto»3. Tutto ciò che può essere visto, udito, immaginato o
descritto,
1 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XX, e Il Re del Mondo, cap.
V.
2 Chuang-tzu, cap. II.
3 Ibidem,
cap. XXII. – Cfr. L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XV.
184
Il Centro e la circonferenza
appartiene necessariamente alla
manifestazione, e – anzi – alla manifestazione formale; a essere dappertutto è
perciò la circonferenza, poiché tutti i luoghi dello spazio, o, più
generalmente, tutte le cose manifestate (lo spazio essendo qui soltanto un simbolo
della manifestazione universale), «tutte le contingenze, le distinzioni e le
individualità», altro non sono che elementi della «corrente delle forme», punti
della circonferenza della «ruota cosmica».
Per cui, a riassumere tutto questo in poche
parole, possiamo dire che, non soltanto nello spazio, ma in tutto ciò che è
manifestato, è l’esterno che è dappertutto, mentre il centro non è da nessuna
parte, perché è non-manifesto, ma (ed è qui che l’espressione del «senso
inverso» assume tutta la sua forza significativa) il manifestato non sarebbe
assolutamente nulla senza questo punto essenziale, il quale non è in sé nulla
di manifestato e, proprio a motivo della sua non-manifestazione, contiene in
principio tutte le manifestazioni possibili, perché è veramente il «motore
immobile» di tutte le cose, l’origine immutabile di tutte le differenziazioni e
di tutte le modificazioni. Questo punto produce tutto lo spazio (e tutte le
altre manifestazioni), uscendo in qualche modo da se stesso, in virtù dello
svilupparsi delle sue virtualità in una moltitudine indefinita di modalità, di
cui riempie l’intero spazio; sennonché, quando diciamo che esce da se stesso
per effettuare tale sviluppo, non bisogna prendere alla lettera
quest’espressione assai imperfetta, perché si tratterebbe di un errore
grossolano. In realtà il punto principiale di cui parliamo, non essendo mai
assoggettato allo spazio, in quanto è lui che lo effettua e il rapporto di
dipendenza (o rapporto causale) non è evidentemente reversibile, rimane «non
toccato» dalle condizioni di qualsiasi sua modalità, e da ciò discende che esso
non cessa mai di essere identico a se stesso. Quando ha realizzato la sua
possibilità totale, è per tornare (ma senza che l’idea di «ritorno» o di
«ripetizione» sia qui, ciò nonostante, applicabile) alla «fine che è identica
all’inizio», vale a dire a quell’Unità prima che tutto conteneva in principio,
Unità che, essendogli identica (se lo si considera come il «Sé»),
185
Il Simbolismo della Croce
non può in alcun modo diventare diversa da
esso (il che implicherebbe una dualità) e dalla quale, di conseguenza,
considerato in se stesso, non era affatto uscito. D’altro canto, fintantoché si
tratti dell’essere in sé, simboleggiato dal punto, e financo dell’Essere
universale, non possiamo parlare se non dell’Unità, come abbiamo fatto; ma se
volessimo, andando di là dai confini dell’Essere, prendere in considerazione la
Perfezione assoluta, dovremmo passare con ciò stesso, di là da tale Unità, allo
Zero metafisico, che non può essere rappresentato da nessun simbolismo, così
come non può essere nominato da nessun nome1.
1 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XV.
186
XXX
Ultime osservazioni sul simbolismo spaziale
Nel corso di tutta la nostra esposizione non
abbiamo mai cercato di definire in modo netto la distinzione tra i significati
rispettivi dei due termini «spazio» e «estensione», e in non pochi casi ci
siamo anzi serviti di essi indifferentemente, usando l’uno per l’altro; la
distinzione tra di essi, come quella tra il «tempo» e la «durata», può avere
una sua forte utilità nell’espressione di certe sottigliezze filosofiche, può
anche rivestire un reale valore dal punto di vista cosmologico, ma sicuramente la
metafisica pura non sa che farsene1. Inoltre, e in maniera del tutto
generale, noi preferiamo astenerci da ogni complicazione di linguaggio che non
sia strettamente necessaria per la chiarezza e la precisione della nostra
esposizione; e, secondo una dichiarazione che non è nostra, ma che nostra
possiamo fare interamente, «rifuggiamo dal gravare la metafisica di una
terminologia nuova, perché ci ricordiamo che le terminologie sono
1 Mentre
l’estensione è abitualmente considerata una particolarizzazione dello spazio,
il rapporto tra il tempo e la durata è talvolta guardato in senso opposto:
secondo talune concezioni, in effetti, e in particolare quella dei filosofi
scolastici, il tempo non è se non un modo particolare della durata; sennonché
ciò, che d’altra parte è perfettamente accettabile, si riferisce a
considerazioni che sono al di fuori del nostro argomento attuale. Tutto quel
che possiamo dire a tale riguardo è che il termine «durata» è allora assunto a
indicare in modo generale qualsiasi modalità di successione, vale a dire – in
definitiva – qualsiasi condizione che, in altri stati di esistenza, può
corrispondere analogicamente a quel che il tempo è nello stato umano; sennonché
l’impiego di questo termine rischia forse di dar luogo a talune confusioni.
187
Il Simbolismo della Croce
fomite di discussioni, di errori e di
discredito; coloro che le fabbricano, per le necessità apparenti delle loro
dimostrazioni, ne rendono incomprensibilmente irti i loro testi, e a esse si
legano di tanto amore che spesso le loro terminologie, aride e inutili,
finiscono con il costituire la sola novità del sistema che propongono»1.
A parte queste ragioni di ordine generale, se
spesso ci è occorso di chiamare spazio quella che, a essere esatti, è in realtà
soltanto una particolare estensione a tre dimensioni, la ragione di ciò è
insita nel fatto che, anche nel più alto grado di universalizzazione del
simbolismo spaziale da noi studiato, non siamo mai andati oltre i confini di
tale estensione, da noi assunta per fornire una raffigurazione (necessariamente
imperfetta, come abbiamo spiegato) dell’essere totale. Volendo, tuttavia, costringersi
a un linguaggio più rigoroso, si dovrebbe indubbiamente usare il termine
«spazio» soltanto per indicare l’insieme di tutte le estensioni particolari;
quando si segua quest’ultimo criterio, la possibilità spaziale, la cui
attualizzazione costituisce una delle condizioni specifiche di certe modalità
di manifestazione (quale, in particolare, la nostra modalità corporea) nel
grado di esistenza al quale lo stato umano appartiene, contiene nella sua
indefinità tutte le estensioni possibili, ognuna delle quali è di per sé
indefinita a un grado minore, e che possono differire tra di loro quanto al
numero delle dimensioni o per altre caratteristiche; ed è d’altra parte
evidente che l’estensione detta «euclidea», studiata dalla geometria ordinaria,
è soltanto un caso particolare dell’estensione a tre dimensioni, giacché essa
non ne è l’unica modalità concepibile2.
Nonostante questo, la possibilità spaziale,
pure in tutta la generalità in cui qui la consideriamo, ancora non è se non una
possibilità determinata, indubbiamente indefinita, e anche indefinita
1 Matgioi, La Voie Métaphysique, p.
33 (in nota).
2 La perfetta
coerenza logica delle diverse geometrie «non euclidee» ne è una prova
sufficiente; in questa sede non è ovviamente il caso di dilungarsi sul
significato e sulla portata di queste geometrie, né su quelle
dell’«ipergeometria», o geometria a più di tre dimensioni.
188
Ultime osservazioni sul simbolismo spaziale
a una potenza multipla, ma ciò nonostante
finita, giacché, com’è in particolare espresso dalla produzione della serie dei
numeri a partire dall’unità, l’indefinito procede dal finito, il che è
possibile solo a condizione che lo stesso finito contenga tale indefinito in
potenza; è perfettamente evidente, infatti, che il «più» non può scaturire dal
«meno», né l’infinito dal finito. D’altra parte, se le cose non stessero così,
la coesistenza di un’indefinità di altre possibilità, che non sono comprese in
quest’ultima1, e ciascuna delle quali è ugualmente capace di uno
sviluppo indefinito, sarebbe impossibile; e questa sola constatazione, anche in
mancanza di qualunque altra, sarebbe pienamente sufficiente a dimostrare
l’assurdità di quello «spazio infinito» di cui tanto si è abusato2,
poiché può essere veramente infinito soltanto ciò che comprende tutto, ciò al
di fuori di cui non vi è assolutamente nulla che possa limitarlo in una
qualsiasi maniera, ossia la Possibilità totale e universale3.
Porremo qui un termine alla presente
esposizione, serbando per un altro studio ciò che rimane delle considerazioni
che riguardano la teoria metafisica degli stati molteplici dell’essere, teoria
che allora sarà da noi esaminata indipendentemente dal
1 Per contenerci a
qualcosa che sia noto a tutti, lo stesso pensiero ordinario, quale lo intendono
gli psicologi, è fuori dello spazio e in nessun modo può essere in esso
situato.
2 Così come sarebbe
sufficiente a dimostrare l’assurdità del «numero infinito»; in linea di
massima, il cosiddetto «infinito quantitativo», in tutte le sue forme, non è, e
altro non può essere, se non puro e semplice indefinito; il che elimina tutte
le contraddizioni connesse con questo sedicente infinito, contraddizioni che
tanto imbarazzo cagionano a matematici e filosofi.
3 Se già ci è
impossibile – come abbiamo affermato in precedenza – accettare il punto di
vista ristretto del geocentrismo, generalmente collegato con l’antropomorfismo,
a maggior ragione non possiamo approvare quella specie di lirismo scientifico,
o meglio pseudoscientifico, che sembra essere tanto caro a certi astronomi,
lirismo che li spinge a parlare a non finire di «spazio infinito» e di «tempo
eterno», espressioni che – ripetiamo – sono pure assurdità, giacché, per la
precisione, infinito ed eterno può essere soltanto ciò che è indipendente dallo
spazio e dal tempo; anche questo, in fondo, altro non è che uno dei molteplici
tentativi dello spirito moderno di limitare la Possibilità universale a misura
delle sue capacità proprie, capacità che difficilmente vanno al di là dei
confini del mondo sensibile.
189
Il Simbolismo della Croce
simbolismo geometrico a cui possa prestarsi.
Per mantenerci nei confini che per il momento intendiamo imporci, aggiungeremo
semplicemente questo, che ci servirà come conclusione: è in virtù della
coscienza dell’Identità dell’Essere, permanente attraverso tutte le
modificazioni indefinitamente multiple dell’Esistenza unica, che si manifesta,
nel centro del nostro stato umano, così come nel centro di tutti gli altri
stati, quell’elemento trascendente e informale, quindi non incarnato e non
individualizzato, che è chiamato il «Raggio Celeste»; ed è tale coscienza,
superiore per ciò stesso a ogni facoltà di ordine formale, quindi
essenzialmente sovrarazionale, e comportante l’assentimento alla legge
d’armonia che ricollega e unisce ogni cosa nell’Universo, è – diciamo – questa
coscienza che, per il nostro essere individuale, ma indipendentemente da esso e
dalle condizioni alle quali è soggetto, costituisce veramente la «sensazione
dell’eternità»1.
1 È ovvio che il
termine «sensazione» non è qui assunto nel suo significato proprio, ma
dev’essere inteso, per trasposizione analogica, come riferentesi a una facoltà
intuitiva atta ad afferrare in modo immediato il suo oggetto, così come avviene
per la sensazione nella sua sfera propria; sennonché tra le due vi è tutta la
differenza che separa l’intuizione intellettuale dall’intuizione sensibile, il
sovrarazionale dall’infrarazionale.
190
Indice
Prefazione 9
I La
molteplicità degli stati dell’essere 17
II L’Uomo
Universale 23
III Il
simbolismo metafisico della croce 29
IV Le
direzioni dello spazio 35
V Teoria
indù dei tre guna 45
VI L’unione
dei complementari 49
VII La
risoluzione delle opposizioni 55
VIII La
guerra e la pace 67
IX L’Albero
di Mezzo 73
X Lo
swastika 83
XI Rappresentazione
geometrica dei gradi dell’Esistenza 87
XII Rappresentazione
geometrica degli stati dell’essere 91
XIII Rapporti
tra le due rappresentazioni precedenti 95
XIV Il
simbolismo della tessitura 99
XV Rappresentazione
della continuità delle differenti
modalità di uno stesso stato d’essere 107
XVI Rapporti
tra il punto e l’estensione 113
XVII L’ontologia
del roveto ardente 119
191
Il Simbolismo della Croce
XVIII Passaggio
dalle coordinate rettilinee alle coordinate
polari; continuità per rotazione 123
XIX Rappresentazione
della continuità dei differenti
stati d’essere 127
XX Il
vortice sferico universale 131
XXI Determinazione
degli elementi della rappresentazione
dell’essere 135
XXII Il
simbolo estremo-orientale dello yin-yang; equivalenza metafisica della nascita e
della morte 139
XXIII Significato
dell’asse verticale; l’influsso della
«Volontà del Cielo» 145
XXIV Il
raggio celeste e il suo piano di riflessione 151
XXV L’Albero
e il Serpente 159
XXVI Incommensurabilità
tra l’essere totale
e
l’individualità 167
XXVII Posizione
dello stato individuale umano
nell’insieme
dell’essere 171
XXVIII La
Grande Triade 175
XXIX Il
Centro e la circonferenza 181
XXX Ultime
osservazioni sul simbolismo spaziale 182
192
LUNI EDITRICE
Titolo originale
Le Symbolisme de la Croix
Traduzione di
Pietro Nutrizio
© Éditions Traditionnelles, Paris
© 1998 Luni Editrice – Milano, Trento
ISBN 88-7984-077-0
Finito di stampare il 13 gennaio 1998
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