11 - GLI STATI MOLTEPLICI DELL'ESSERE - René Guénon
René Guénon
GLI STATI MOLTEPLICI DELL'ESSERE
INDICE
Premessa 11
I. L'Infinito
e la Possibilità 19
II. Possibili
e compossibili 28
III. L'Essere e il Non-Essere 38
IV. Fondamento
della teoria degli stati molteplici 47
V. Rapporti
fra l'unità e la molteplicità 54
VI. Considerazioni
analogiche tratte dallo
studio dello stato di sogno 60
VII. Le
possibilità della coscienza individuale 68
VIII. Il
mentale, elemento caratteristico dell'individualità
umana 76
IX. La
gerarchia delle facoltà individuali 85
X. I
confini dell'indefinito 90
XI. Principi
di distinzione fra gli stati d'essere 95
XII. I
due caos 103
XIII. Le
gerarchie spirituali 107
XIV. Risposta
alle obiezioni basate sulla pluralità
degli esseri 114
XV. La
realizzazione dell'essere per mezzo
della conoscenza 119
XVI. Conoscenza
e coscienza 125
XVII. Necessità
e contingenza 133
XVIII. La
nozione metafisica della libertà 140
GLI STATI MOLTEPLICI DELL'ESSERE
Premessa
Nel nostro ultimo studio, Il simbolismo
della croce, abbiamo esposto, basandoci sui dati forniti dalle diverse
dottrine tradizionali, una rappresentazione geometrica dell'essere fondata
interamente sulla teoria metafisica degli stati molteplici. Il presente volume
ne sarà, sotto questo aspetto, quasi un complemento, perché le indicazioni che
abbiamo dato non bastano forse a far emergere del tutto la portata di questa
teoria, che va considerata fondamentale; in quel caso ci dovemmo infatti
limitare a quanto era più direttamente collegato allo scopo ben definito che ci
eravamo proposti. Lasciando perciò da parte la già descritta rappresentazione
simbolica, o perlomeno ricordandola in un certo senso solo incidentalmente
quando vi sarà motivo di farvi riferimento, dedicheremo interamente questo
nuovo lavoro a un più ampio sviluppo di tale teoria, esponendone sia ‑ e
innanzitutto ‑ il principio stesso, sia alcune delle applicazioni, specie per
quanto concerne l'essere considerato sotto l'aspetto umano.
Circa quest'ultimo punto, non sarà forse
inutile ricordare fin d'ora che l'attenzione da noi prestata a considerazioni
di tale ordine non implica affatto che lo stato umano occupi una posizione
privilegiata nell'insieme dell'Esistenza
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universale, o sia metafisicamente
contraddistinto, rispetto agli altri stati, dal possesso di una qualunque
prerogativa. In realtà lo stato umano è soltanto uno stato di manifestazione
come tutti gli altri, e fra un numero indefinito di altri; esso si trova, nella
gerarchia dei gradi dell'Esistenza, nella posizione assegnatagli dalla sua
stessa natura, cioè dal carattere limitante delle condizioni che lo
definiscono, e questa posizione non gli conferisce né superiorità né
inferiorità assolute. Se talvolta dobbiamo prendere in esame tale stato, è
dunque unicamente perché esso acquista per noi, ma per noi soltanto,
un'importanza speciale, essendo lo stato in cui di fatto ci troviamo; si tratta
di un punto di vista del tutto relativo e contingente, quello degli individui
come noi nel nostro attuale modo di manifestazione. Perciò, in particolare,
quando parliamo di stati superiori e inferiori dobbiamo operare tale
ripartizione gerarchica sempre in relazione allo stato umano preso come termine
di paragone, poiché nessun altro stato è direttamente sperimentabile da noi in
quanto individui; e non si deve dimenticare che ogni espressione, essendo
racchiusa in una forma, si effettua necessariamente in modo individuale,
sicché, di qualunque cosa vogliamo parlare, anche delle verità di ordine
puramente metafisico, possiamo farlo solo scendendo a un ordine completamente
diverso, essenzialmente relativo e limitato, che consenta di tradurle nel
linguaggio proprio delle individualità umane. Non è difficile comprendere tutte
le precauzioni e le riserve imposte dall'inevitabile imperfezione di questo
12
linguaggio, così manifestamente inadeguato a
ciò che deve esprimere in tale caso; la sproporzione è evidente, e del resto si
può dire altrettanto di ogni rappresentazione formale, qualunque sia, comprese
le rappresentazioni propriamente simboliche, che pure sono incomparabilmente
meno limitate del linguaggio comune, e di conseguenza più adatte a trasmettere
verità trascendenti ‑ donde il loro impiego costante in ogni insegnamento che
possegga un carattere davvero «iniziatico» e tradizionale.1 Perciò,
come abbiamo già ripetutamente sottolineato, è opportuno, per non alterare la
verità con un'esposizione parziale, restrittiva o sistematica, tenere sempre
conto dell'inesprimibile, ossia di ciò che non può essere racchiuso in alcuna
forma e che, metafisicamente, è in realtà quel che più conta, anzi, potremmo
dire tutto l'essenziale.
Ora, se si vuole ricollegare, sempre
considerando lo stato umano, il punto di vista individuale al punto di vista
metafisico, come di norma è necessario fare quando si tratta di «scienza sacra»
e non soltanto di sapere «profano», diremo questo: la realizzazione dell'essere
totale può essere compiuta a partire da qualunque stato preso come base e punto
di partenza, proprio perché tutti i modi di esistenza contingenti si
equivalgono di fronte
l. A tale proposito vogliamo far notare, per
inciso, che la filosofia non ricorre mai ad alcun simbolismo, e ciò basterebbe
da solo a dimostrare il carattere esclusivamente «profano» e del tutto
esteriore di questo particolare punto di vista e della forma di pensiero cui
esso corrisponde.
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all'Assoluto; può dunque essere compiuta a
partire dallo stato umano come pure da ogni altro, e persino, l'abbiamo già
affermato altrove, da ogni modalità di questo stato, il che equivale a dire che
essa, in particolare, è possibile per l'uomo corporeo e terreno ‑ qualunque
cosa ne possano pensare gli Occidentali, che sono tratti in errore, circa
l'importanza che occorre attribuire alla «corporeità», dalla straordinaria
insufficienza delle loro concezioni relative alla costituzione dell'essere
umano.1 Poiché questo è lo stato in cui ci troviamo attualmente, da
qui dobbiamo in effetti partire se ci proponiamo di raggiungere la
realizzazione metafisica, di qualunque grado sia, e qui si trova la ragione
essenziale per cui dobbiamo prendere in esame in particolare questo stato;
avendo peraltro già sviluppato tali considerazioni in precedenza, non vi
insisteremo oltre, tanto più che il presente saggio consentirà di comprenderle
ancora meglio.2
D'altra parte, per fugare ogni possibile
confusione, dobbiamo ricordare fin d'ora che, quando parliamo di stati
molteplici dell'essere, ci riferiamo non a una semplice molteplicità numerica o
anche più generalmente quantitativa,
1. Si veda L'Homme
et son devenir selon le Vêdânta, Bossard, Paris, 1925, cap. XXIII [trad. it. L'uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta,
Adelphi, Milano, 1992].
2. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, Éditions Véga, Paris, 1931, capp. XXVI‑XXVIII [trad. it. Il simbolismo della croce, Rusconi, Milano,
1973].
14
bensì a una molteplicità di ordine
«trascendentale» o veramente universale, applicabile a tutti gli ambiti che
costituiscono i differenti «mondi» o gradi dell'Esistenza, considerati
separatamente o nel loro insieme, dunque al di fuori e al di là dell'ambito
particolare del numero, e perfino della quantità in tutte le sue forme. Infatti
la quantità, e a maggior ragione il numero, che ne rappresenta solo una forma,
cioè la quantità discontinua, è soltanto una delle condizioni che determinano
alcuni stati, tra i quali il nostro; essa dunque non può venire attribuita ad
altri stati, e ancor meno all'insieme degli stati, il quale sfugge
evidentemente a una determinazione di questo genere. Perciò, quando a tale
riguardo parliamo di una moltitudine indefinita, occorre sempre tenere presente
che l'indefinità in questione si pone al di là di ogni numero, e anche di tutto
ciò che soggiace più o meno direttamente alla quantità, come l'indefinità
spaziale o temporale, la quale rientra anch'essa fra le condizioni proprie al
nostro mondo.1
Si impone ora un'ulteriore osservazione,
riguardo al nostro impiego della parola «essere», la quale a rigor di termini
non è più applicabile in senso proprio quando si tratta di determinati stati di
non-manifestazione, dei quali parleremo più avanti, che sono posti al di là del
grado dell'Essere puro. Siamo tuttavia costretti, per la conformazione stessa
del linguaggio umano, a mantenere anche in questo caso tale termine, in
mancanza di un altro più
1. Ibid.,
cap. XV.
15
adeguato, ma gli attribuiamo allora un
significato puramente analogico e simbolico, altrimenti ci sarebbe del tutto
impossibile parlare dell'argomento in questione; ecco dunque un esempio
chiarissimo delle insufficienze linguistiche cui si alludeva sopra. Potremo
così, come abbiamo già fatto altrove, continuare a parlare dell'essere totale
come manifestato in alcuni dei suoi stati e allo stesso tempo non-manifestato
in altri, senza che ciò implichi in alcun modo l'obbligo, da parte nostra, di
limitarci, per questi ultimi, all'esame di quanto corrisponde al grado che è
proprio dell'Essere.1
A tale proposito ricorderemo che il fermarsi
all'Essere senza nulla porre al di là di esso, quasi fosse in qualche modo il
Principio supremo, il più universale di tutti, è uno dei tratti caratteristici
di certe concezioni occidentali dell'antichità e del Medioevo, le quali, pur
contenendo senza dubbio una componente metafisica non più rintracciabile nelle
concezioni moderne, restano assai incomplete sotto questo aspetto, anche perché
si presentano come teorie elaborate per se stesse, anziché in vista di una
realizzazione effettiva corrispondente. Questo certo non significa che allora
in Occidente non vi fosse nient'altro; parliamo soltanto di ciò che è
generalmente noto, e di cui taluni, pur compiendo lodevoli sforzi per reagire
contro la negazione moderna, tendono a esagerare il valore e la portata, non
rendendosi conto che si tratta sempre di punti di
1. Ibid.,
cap. I.
16
vista tutto sommato esterni, e che nelle
civiltà in cui si è creata, come in questo caso, una sorta di frattura tra due
ordini di insegnamento che si sovrappongono senza mai contrapporsi,
l’«essoterismo» richiede l’«esoterismo» come suo complemento necessario. Quando
l’«esoterismo» è misconosciuto, la civiltà, non più connessa direttamente ai
princìpi superiori da alcun legame effettivo, non tarda a perdere ogni
carattere tradizionale, poiché gli elementi di questo ordine che ancora vi
sussistono sono paragonabili a un corpo abbandonato dallo spirito e, di
conseguenza, sono ormai impotenti a costituire qualcosa di più di una sorta di
formalismo vuoto; si tratta appunto di ciò che è accaduto al mondo occidentale
moderno.1
Dopo aver fornito queste poche spiegazioni,
pensiamo di poter affrontare il nostro argomento anche senza dilungarci
ulteriormente in premesse da cui ci dispensano in gran parte le molte
considerazioni già da noi svolte altrove. Non ci è infatti possibile tornare
indefinitamente su ciò che è stato detto nelle nostre opere precedenti, sarebbe
soltanto una perdita di tempo; e se di fatto alcune ripetizioni sono
inevitabili, dobbiamo sforzarci di ridurle a quanto è strettamente
indispensabile per la comprensione di ciò che ora ci proponiamo di esporre,
salvo rimandare il lettore, ogni volta
1. Si vedano Orient
et Occident, Payot, Paris, 1924 [trad. it. Oriente
e Occidente, Edizioni Studi Tradizionali, Torino,
1965] e La Crise du monde moderne, Bossard, Paris, 1927 [trad. it. La
crisi del mondo moderno, Arktos, Carmagnola, 1991].
17
che sarà necessario, ai diversi passi di altri
nostri lavori, dove potrà trovare indicazioni complementari o più ampi sviluppi
dei temi che ci troveremo qui ad affrontare di nuovo. La principale difficoltà
di questa esposizione è rappresentata dal fatto che tali questioni sono tutte
legate più o meno strettamente fra loro, e se è importante mostrarne i nessi
quanto più spesso possibile, non è meno importante evitare ogni parvenza di
«sistematicità», cioè di una limitazione incompatibile con la natura stessa
della dottrina metafisica, che deve al contrario aprire, a chi è capace di
intenderla e di «assentirla», possibilità di concezione non soltanto
indefinite, ma, possiamo dirlo senza abusare delle parole, realmente infinite
come la stessa Verità totale.
18
I
L’Infinito e la Possibilità
Per comprendere appieno la dottrina della
molteplicità degli stati dell'essere, occorre risalire, prima di qualsiasi
altra considerazione, alla più primordiale delle nozioni, quella dell'Infinito
metafisico, considerato nei suoi rapporti con la Possibilità universale.
L'Infinito, secondo il significato etimologico del termine che lo designa, è
ciò che non ha limiti; e, per mantenere a questo termine il senso che gli è
proprio, è necessario riservarne rigorosamente l'impiego alla designazione di
ciò che non ha assolutamente alcun limite, a esclusione di tutto ciò che è
soltanto sottratto ad alcune limitazioni particolari pur rimanendo soggetto ad
altre limitazioni in virtù della sua stessa natura, cui queste ultime sono
essenzialmente inerenti, come lo sono, dal punto di vista logico ‑ che in
definitiva rispecchia a suo modo il punto di vista che potremmo chiamare
«ontologico» ‑, gli elementi che intervengono nella definizione stessa di ciò
di cui si tratta. Tale è in particolare il caso, come già abbiamo avuto
occasione di accennare più volte, del numero, dello spazio, del tempo, anche
nei concetti più generali e ampi che sia possibile formarsene, e che
oltrepassano di molto le nozioni correnti
19
di numero, spazio e tempo;1 tutto
ciò in realtà può soltanto appartenere all'ambito dell'indefinito. A questo
indefinito, quando è di ordine quantitativo come negli esempi ricordati, alcuni
danno impropriamente il nome di «infinito matematico», come se l'aggiunta di un
epiteto o di una qualificazione determinativa alla parola «infinito» non
implicasse già di per sé una pura e semplice contraddizione.2 Di
fatto l'indefinito, procedendo dal finito di cui è soltanto un'estensione o uno
sviluppo, ed essendo di conseguenza sempre riducibile al finito, non è in alcun
modo paragonabile al vero Infinito, non più di quanto l'individualità, umana o
di altro genere, pur con tutti i prolungamenti indefiniti di cui è
suscettibile, possa essere paragonabile all'essere totale.3 La
formazione
1. Occorre sottolineare che diciamo «generali» e
non «universali», poiché qui non si tratta che delle condizioni speciali di
certi stati di esistenza, e niente di più; già questo deve bastare a far capire
che in un caso del genere non si può parlare di infinità, dato che tali
condizioni sono evidentemente limitate come gli stati medesimi ai quali esse si
applicano e che concorrono a definire.
2. Se talvolta ci capita di dire «Infinito
metafisico», è proprio per sottolineare in modo più esplicito che non si tratta
affatto del cosiddetto «infinito matematico» o di altre «contraffazioni
dell'Infinito», per dir così; tuttavia tale espressione non si presta in alcun
modo all'obiezione che qui formuliamo, in quanto l'ordine metafisico è
realmente illimitato, sicché esso non contiene alcuna determinazione, ma al
contrario l'affermazione di ciò che oltrepassa ogni determinazione, mentre chi
dice «matematico» restringe per ciò stesso la concezione a un ambito specifico
e limitato, quello della quantità.
3. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cit., capp. XXVI e XXX.
20
dell'indefinito a partire dal finito, di cui
si ha un esempio chiarissimo nella generazione della serie dei numeri, è
infatti possibile solo a condizione che il finito contenga già in potenza
l'indefinito e, se anche i limiti venissero spostati fino a essere in un certo
senso persi di vista, cioè fino a sfuggire ai nostri consueti strumenti di
misura, essi non sono per questo in alcun modo soppressi; è del tutto evidente,
per la natura stessa del rapporto causale, che il «più» non può scaturire dal
«meno», né l'Infinito dal finito.
E non può essere altrimenti quando si tratta,
come nel caso da noi preso in esame, di particolari ordini di possibilità,
evidentemente limitati dalla coesistenza con altri ordini di possibilità e
quindi dalla loro stessa natura, la quale prevede determinate possibilità e non
tutte le possibilità senza restrizione. Se così non fosse, la coesistenza di
una indefinità di possibilità diverse non comprese nelle prime, ciascuna delle
quali è d'altra parte ugualmente suscettibile di uno sviluppo indefinito, sarebbe
una impossibilità, ossia un'assurdità nel senso logico del termine.1
Al contrario, l'Infinito, per essere veramente tale, non può ammettere alcuna
restrizione, il che lo presuppone assolutamente incondizionato e indeterminato,
poiché ogni determinazione, qualunque sia, è necessariamente una limitazione,
proprio in
1. L'assurdo, in senso logico e matematico, è ciò
che implica una contraddizione; esso è dunque assimilabile all'impossibile,
poiché è l'assenza di contraddizione interna che, logicamente ma anche
ontologicamente, definisce la possibilità.
21
quanto lascia qualcosa all'esterno di sé, vale
a dire tutte le altre determinazioni ugualmente possibili. D'altra parte, la
limitazione presenta il carattere di una vera e propria negazione: porre un
limite significa negare, in ciò che è da esso racchiuso, tutto ciò che tale
limite esclude; di conseguenza la negazione di un limite è propriamente la
negazione di una negazione, vale a dire, in termini logici ma anche matematici,
un'affermazione, sicché la negazione di ogni limite equivale in realtà all'affermazione
totale e assoluta. Ciò che non ha limiti è ciò di cui nulla si può negare,
dunque ciò che tutto contiene, ciò al di fuori del quale non vi è nulla; e
questa idea dell'Infinito, che è la più affermativa di tutte, poiché comprende
o racchiude tutte le affermazioni particolari, quali che siano, è espressa con
un termine di forma negativa proprio per la sua assoluta indeterminatezza. Nel
linguaggio, infatti, ogni affermazione diretta è necessariamente particolare e
determinata, è l'affermazione di qualcosa, mentre l'affermazione totale e
assoluta non corrisponde ad alcuna affermazione particolare a esclusione di
altre, poiché le implica tutte in ugual modo; ed è facile intuire fin d'ora il
rapporto strettissimo fra tutto ciò e la Possibilità universale, la quale
comprende parimenti tutte le possibilità particolari.1
1. Sull'impiego di
termini di forma negativa, il cui significato reale è però essenzialmente
affermativo, si vedano Introduction générale à l'étude des doctrines
hindoues, Éditions Véga, Paris, 1921, parte seconda, cap. VIII [trad. it. Introduzione generale allo studio delle
dottrine indù, Adelphi,
Milano, 1989] e L'Homme et son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. XV.
22
L'idea dell'Infinito, quale è stata da noi qui
enunciata1 dal punto di vista puramente metafisico, non è in alcun
modo discutibile o contestabile, poiché non può racchiudere alcuna
contraddizione, proprio in quanto non contiene alcunché di negativo; essa è
inoltre necessaria, nel senso logico del termine,2 perché la sua
negazione sarebbe contraddittoria.3 Infatti, se si considera il
«Tutto» in senso universale e assoluto, è evidente che non può essere limitato
in alcun modo, poiché potrebbe esserlo soltanto da qualcosa di esterno, e se
esistesse
1. Non diciamo «da noi definita», perché sarebbe
evidentemente contraddittorio pretendere di dare una definizione dell'Infinito;
e abbiamo mostrato altrove che nemmeno lo stesso punto di vista metafisico,
dato il suo carattere universale e illimitato, si presta a essere definito (Introduction
générale à l'étude des doctrines hindoues, cit., parte seconda, cap. V).
2. Occorre distinguere la necessità logica, ossia
l'impossibilità che una cosa non sia o sia diversamente da ciò che è,
indipendentemente da ogni condizione particolare, dalla necessità detta
«fisica», o necessità di fatto, la quale è semplicemente l'impossibilità che le
cose o gli esseri non si conformino alle leggi del mondo cui appartengono, e
che, di conseguenza, è subordinata alle condizioni da cui quel mondo è definito
e vale soltanto all'interno di quell’ambito specifico.
3. Alcuni filosofi, avendo argomentato molto
giustamente contro il preteso «infinito matematico», e avendo mostrato tutte le
contraddizioni che questa idea comporta (contraddizioni che peraltro scompaiono
se ci si rende conto che si tratta soltanto dell'indefinito), ritengono di aver
così dimostrato al tempo stesso l'impossibilità dell'Infinito metafisico; la
sola cosa che essi in realtà dimostrano, con una simile confusione, è la loro
completa ignoranza circa quest'ultimo.
23
qualcosa di esterno a esso, il «Tutto» non
sarebbe tale. È inoltre importante notare che il «Tutto», inteso in questo
senso, non deve assolutamente essere assimilato a un tutto particolare e
determinato, cioè a un insieme composto di parti che stanno con quel tutto in
un rapporto definito; esso, a rigor di termini, è «privo di parti», poiché,
dovendo tali parti essere necessariamente relative e finite, non avrebbero con
il «Tutto» alcuna misura comune, né quindi alcun rapporto, il che equivale a
dire che per l'Infinito le parti non esistono;1 e questo è
sufficiente a dimostrare che non si deve tentare di formarsene alcun concetto
particolare.2
1. In altri termini, il finito, anche se è
suscettibile di estensione indefinita, è sempre rigorosamente nullo rispetto
all'Infinito; pertanto, nessuna cosa o essere può venire considerato come una
«parte dell'Infinito»; questa è una delle concezioni erronee che appartengono
propriamente al «panteismo», poiché già l'uso del termine «parte» presuppone
l'esistenza di un rapporto definito con il tutto.
2. Quel che bisogna soprattutto evitare è di
concepire il Tutto universale alla stregua di una somma aritmetica, ottenuta
addizionando le sue parti prese a una a una successivamente. Del resto, anche
quando si tratta di un tutto particolare, occorre distinguere fra due casi: un
tutto vero e proprio è logicamente anteriore alle sue parti e ne è indipendente;
un tutto concepito come logicamente posteriore alle sue parti, di cui non è che
la somma, costituisce in realtà soltanto ciò che i filosofi scolastici chiamavano
un ens rationis, la cui esistenza come «tutto» è subordinata alla condizione di essere
effettivamente pensato come tale; nel primo caso il tutto ha in sé un principio
di unità reale, superiore alla molteplicità delle sue parti, mentre nel secondo
non ha altra unità che quella che noi gli attribuiamo con il pensiero.
24
Quanto si è detto sul Tutto universale, nella
sua assoluta indeterminazione, vale anche se lo si considera dal punto di vista
della Possibilità; e, a dire il vero, non si tratta di una determinazione, o
perlomeno si tratta del minimo di determinazione necessario perché divenga per
noi effettivamente concepibile, e soprattutto in certa misura esprimibile. Come
già abbiamo avuto occasione di accennare altrove,1 un limite alla
Possibilità totale è, nel senso proprio della parola, una impossibilità,
poiché, dovendo includere la Possibilità stessa, per poterla limitare, non
potrebbe esservi incluso, e ciò che è fuori del possibile non può essere altro
che impossibile; ma una impossibilità, non essendo altro che una negazione pura
e semplice, un vero e proprio nulla, non può ovviamente limitare alcunché, e da
ciò consegue immediatamente che la Possibilità universale è necessariamente
illimitata. Occorre però fare attenzione, poiché questo vale naturalmente solo
per la Possibilità universale e totale, che è ciò che potremmo chiamare un
aspetto dell'Infinito, da cui non è distinta in alcun modo né in alcuna misura;
nulla può esservi al di fuori dell'Infinito, poiché ciò sarebbe una
limitazione, e l'Infinito non sarebbe più tale. Concepire una «pluralità di
infiniti» è un'assurdità, perché essi si limiterebbero l'un l'altro, sicché, in
realtà, nessuno di essi sarebbe infinito;2 quando dunque diciamo che
la Possibilità universale è infinita o illimitata, ciò va
1. Le Symbolisme de
la Croix, cit, cap. XIV.
2. Ibid.,
cap. XXIV.
25
inteso nel senso che non è cosa diversa
dall'Infinito stesso considerato sotto un determinato aspetto, nella misura in
cui è consentito dire che esistono aspetti dell'Infinito. Dato che l'Infinito è
veramente «senza parti», a rigore non si può nemmeno parlare di una
molteplicità di aspetti in esso realmente e «distintivamente» esistenti; siamo
noi, in realtà, a concepire l'Infinito sotto diversi aspetti, perché non ci è
dato fare altrimenti e, anche se la nostra concezione non fosse essenzialmente
limitata, come di fatto è fintanto che rimaniamo in uno stato individuale, essa
dovrebbe comunque limitarsi per divenire esprimibile, poiché per questo deve
rivestirsi di una forma determinata. Quel che conta, però, è comprendere
appieno ciò da cui nasce e dipende la limitazione, in modo da attribuirla
soltanto alla nostra stessa imperfezione ‑ o piuttosto a quella degli strumenti
interiori ed esteriori di cui attualmente disponiamo in quanto esseri
individuali che, come tali, possiedono soltanto un'esistenza definita e
condizionata ‑ e senza trasferire tale imperfezione, puramente contingente e
transitoria come le condizioni cui si riallaccia e da cui discende, nell'ambito
illimitato della stessa Possibilità universale.
Aggiungiamo ancora un'ultima osservazione: se
parliamo dell'Infinito e della Possibilità come correlati, non è per stabilire
fra questi due termini una distinzione che in realtà non può esistere; vogliamo
dire che l'Infinito è considerato allora più particolarmente nel suo aspetto
attivo, mentre la Possibilità ne è l'aspetto
26
passivo;1 però, sia esso da noi
considerato come attivo o come passivo, si tratta sempre dell'Infinito, che non
può essere toccato da tali punti di vista contingenti, e le determinazioni,
qualunque sia il principio in base a cui le si voglia effettuare, esistono qui
soltanto in rapporto al nostro pensiero. Si tratta in definitiva di ciò che
altrove abbiamo chiamato, seguendo la terminologia della dottrina
estremo-orientale, «perfezione attiva» (Khien) e «perfezione passiva» (Khouen),
in quanto la Perfezione, in senso assoluto, è identica all'Infinito inteso
nella sua totale indeterminatezza; e, come abbiamo detto allora, esse sono
analoghe ‑ ma a un grado differente e da un punto di vista assai più universale
‑ a quelle che nell'Essere sono l’«essenza» e la «sostanza».2
Occorre avere ben chiaro fin d'ora che l'Essere non racchiude l'intera
Possibilità e, di conseguenza, non può in alcuna maniera venire identificato
con l'Infinito; per questo sosteniamo che il punto di vista da noi qui adottato
è assai più universale di quello che prende in considerazione soltanto
l'Essere; vi abbiamo accennato solo per evitare ogni confusione, poiché in
quanto segue avremo modo di spiegarci più diffusamente.
l. Si tratta di Brahma e della sua Shakti
nella dottrina indù (si veda L'Homme et son devenir selon le Vêdânta, cit.,
capp. V e X).
2. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cit., cap. XXIV.
27
II
Possibili e compossibili
La Possibilità universale, abbiamo detto, è
illimitata, e non può che essere illimitata; volerla concepire in modo diverso
è dunque, in realtà, come condannarsi a non poterla concepire affatto. Ne
discende che tutti i sistemi filosofici dell'Occidente moderno sono ugualmente
impotenti dal punto di vista metafisico, cioè universale, e lo sono
precisamente in quanto sistemi, come abbiamo già fatto notare in diverse
occasioni; essi non sono infatti, come tali, che concezioni limitate e chiuse,
le quali possono, per alcuni loro elementi, avere un certo valore in un ambito
relativo, ma diventano pericolose e false nel momento in cui, prese nel loro
insieme, ambiscono a qualcosa di più e pretendono di essere un'espressione
della realtà totale. Senza dubbio, è sempre legittimo considerare in
particolare, se lo si ritiene utile, certi ordini di possibilità a esclusione
di altri, ed è appunto quanto, in definitiva, qualunque scienza fa
necessariamente; ma non è legittimo affermare che ciò rappresenta l'intera Possibilità
e negare tutto quel che oltrepassa la portata della propria comprensione
individuale, più o meno strettamente limitata.1 Eppure è questa,
1. Va infatti osservato che ogni sistema filosofico
si presenta essenzialmente come opera di un individuo, contrariamente a ciò
28
in varia misura, la caratteristica essenziale
della sistematicità che pare inerente a tutta la filosofia occidentale moderna;
ed è uno dei motivi per cui il pensiero filosofico, nel senso corrente del
termine, non ha e non può avere niente in comune con le dottrine di ordine
puramente metafisico.1
Tra i filosofi che, a causa di questa
tendenza, sistematica e veramente «antimetafisica», si sono sforzati di
limitare in vari modi la Possibilità universale, alcuni, come Leibniz (che pure
è fra coloro le cui vedute sono per molti aspetti meno ristrette), hanno voluto
utilizzare a questo riguardo la distinzione fra «possibili» e «compossibili»;
ma è fin troppo evidente che tale distinzione, nei limiti del suo uso
legittimo, non può affatto servire a questo fine illusorio. Infatti i
compossibili non sono altro che possibili compatibili tra loro, la cui unione
in un medesimo complesso non introduce dunque al suo interno alcuna
contraddizione; di conseguenza la «compossibilità» è sempre essenzialmente
relativa all'insieme cui ci si riferisce. È chiaro, d'altra parte, che tale
insieme può essere o quello dei caratteri che costituiscono gli attributi di un
oggetto particolare o di un essere individuale, oppure qualcosa di molto più
generale ed esteso, l'insieme di tutte le possibilità sottomesse a certe condizioni
che avviene per le dottrine tradizionali, rispetto
alle quali gli individui non contano nulla.
1. Si vedano Introduction
générale à l’étude des doctrines hindoues, cit., parte seconda, cap. VIII; L'Homme
et son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. I; Le Symbolisme de la Croix,
cit., capp. I e XV.
29
comuni e che appunto per questo formano un
ordine definito, uno degli àmbiti compresi nell'Esistenza universale; deve
comunque sempre trattarsi di un insieme determinato, altrimenti la distinzione
non vale più. Così, per fare subito un esempio di ordine particolare ed
estremamente semplice, un «quadrato rotondo» è un'impossibilità, poiché
l'unione dei due possibili «quadrato» e «rotondo» nella medesima figura implica
una contraddizione; nondimeno questi due possibili sono entrambi realizzabili,
e allo stesso titolo, poiché l'esistenza di una figura quadrata non impedisce
ovviamente l'esistenza simultanea, a fianco di essa e nel medesimo spazio, di
una figura rotonda, o di qualsiasi altra figura geometricamente concepibile.1
Tutto questo pare fin troppo chiaro perché sia necessario insistervi
ulteriormente; ma un esempio del genere presenta, data la sua stessa
semplicità, il vantaggio di aiutarci a comprendere, per analogia, ciò che si
riferisce a casi apparentemente più complessi, come quello di cui parleremo
ora.
Se invece di un oggetto o di un essere
particolare si considera ciò che potremmo chiamare un mondo, nel senso già da
noi attribuito alla parola, ossia l'intero ambito costituito da un
1. In modo analogo, per prendere un esempio di
ordine più ampio, le diverse geometrie euclidee e non-euclidee non possono
evidentemente valere per un medesimo spazio; ma ciò non può impedire alle
differenti modalità spaziali cui esse corrispondono di coesistere
nell'integralità della possibilità spaziale, in cui ciascuna di esse deve a suo
modo realizzarsi, conformemente a quanto diremo più avanti circa l'effettiva
identità tra il possibile e il reale.
30
dato insieme di compossibili che si realizzano
nella manifestazione, tali compossibili dovranno essere tutti i possibili che
soddisfano determinate condizioni, le quali caratterizzeranno e definiranno con
precisione il mondo in questione, che viene a rappresentare uno dei gradi
dell'Esistenza universale. Gli altri possibili, che non sono determinati dalle
medesime condizioni e pertanto non possono far parte dello stesso mondo,
evidentemente non sono per questo meno realizzabili, anche se, beninteso, ciascuno
secondo il modo che conviene alla sua natura. In altri termini, ogni possibile
ha in quanto tale un'esistenza propria,1 e i possibili la cui natura
implica una realizzazione, nel senso usuale del termine, cioè un'esistenza in
un modo qualunque di manifestazione,2 non possono perdere tale
carattere che è loro essenzialmente inerente e divenire irrealizzabili per il
fatto che altri possibili sono effettivamente realizzati. Si può dire inoltre
che ogni possibilità che sia una possibilità di manifestazione deve appunto per
questo necessariamente
1. Deve essere chiaro che qui non usiamo la parola
«esistenza» nel suo significato rigoroso e conforme alla derivazione
etimologica, che in senso stretto è applicabile soltanto all'essere
condizionato e contingente, cioè, in definitiva, alla manifestazione; ci
serviamo di questo termine, e anche talvolta del termine «essere», come abbiamo
detto fin dall'inizio, solo in modo puramente analogico e simbolico, perché ci
aiuta in certa misura a far comprendere ciò di cui si parla, benché in realtà
sia estremamente inadeguato (si veda Le Symbolisme de la Croix, cit.,
capp. I e II).
2. Si tratta allora dell'«esistenza» nel senso
proprio e rigoroso del termine.
31
manifestarsi e che, inversamente, ogni
possibilità che non deve manifestarsi è una possibilità di non-manifestazione;
posta in questi termini, sembrerebbe una semplice questione definitoria, eppure
l'affermazione precedente non implicava altro che questa verità assiomatica, la
quale non può essere posta minimamente in discussione. Se però ci si domandasse
perché non tutte le possibilità devono manifestarsi, cioè perché vi sono a un
tempo possibilità di manifestazione e possibilità di non-manifestazione, basterebbe
rispondere che l'ambito della manifestazione, il quale è limitato per il fatto
stesso di essere un insieme di mondi o di stati condizionati (d'altronde in
moltitudine indefinita), non può esaurire la Possibilità universale nella sua
totalità; esso lascia al di fuori di sé tutto l'incondizionato, cioè
precisamente quello che, in termini metafisici, conta di più. Domandarsi poi
perché mai una data possibilità non deve manifestarsi al pari di un'altra
equivarrebbe semplicemente a chiedersi perché essa è quello che è e non altro
da sé; è dunque esattamente come se ci si domandasse perché un dato essere è se
stesso e non un altro essere, un interrogativo del tutto privo di senso. Ciò
che va ben compreso, al riguardo, è che una possibilità di manifestazione non
ha, come tale, alcuna superiorità rispetto a una possibilità di
non-manifestazione; essa non è oggetto di una sorta di «scelta» o di
«preferenza»,1 ha soltanto una natura diversa.
1. Un'idea simile non trova giustificazione in
metafisica e può derivare soltanto da un'intrusione del punto di vista
32
Se poi si vuole obiettare, a proposito dei
compossibili, che, secondo l'espressione di Leibniz, «esiste un solo mondo», vi
sono due possibilità: o tale affermazione è una pura tautologia, o è priva di
senso. Infatti, se per «mondo» si intende l'Universo totale, o piuttosto,
limitandosi alle possibilità di manifestazione, l'intero ambito di tutte queste
possibilità, cioè l'Esistenza universale, l'enunciato è fin troppo evidente,
sebbene il modo in cui è espresso sia forse improprio; ma se con tale termine
si intende un dato insieme di compossibili, come si fa solitamente, e come noi
stessi abbiamo fatto, sostenere che la sua esistenza impedisce la coesistenza
di altri mondi è altrettanto assurdo quanto dire, per riprendere l'esempio
precedente, che l'esistenza di una figura rotonda impedisce la coesistenza di
una figura quadrata, o triangolare, o di qualunque altro genere. Si può solo
dire che, come le caratteristiche di un determinato oggetto escludono da tale
oggetto la presenza di altre caratteristiche con le quali esse sarebbero in
contraddizione, così le condizioni da cui un determinato mondo è definito
escludono da quel mondo i possibili la cui natura non implica una realizzazione
soggetta a quelle stesse condizioni; tali possibili sono pertanto al di fuori
dei limiti del mondo considerato, ma non per questo sono esclusi dalla
Possibilità, dato che si tratta per ipotesi
«morale» in un ambito con cui non ha nulla a che
vedere; e anche il «principio del migliore», al quale ricorre Leibniz in questa
occasione, è propriamente antimetafisico, come già abbiamo fatto notare per
inciso altrove (ibid., cap. III).
33
di possibili, e nemmeno, in casi più
particolari, dall'Esistenza in senso proprio, ossia intesa come ciò che
comprende tutto l’ambito della manifestazione universale. Nell'Universo
esistono molteplici modi di esistenza, e ciascun possibile ha il modo che
conviene alla sua natura; ma parlare, come talvolta si è fatto, e proprio
riferendosi alla concezione di Leibniz (pur scostandosi senza dubbio
considerevolmente dal suo pensiero), di una sorta di «lotta per l'esistenza»
tra i possibili, significa possedere una concezione che non ha certamente nulla
di metafisico, e tale tentativo di trasporre quella che è solo una semplice
ipotesi biologica (collegata alle moderne teorie «evoluzioniste») appare anzi
del tutto incomprensibile.
La distinzione fra il possibile e il reale,
sulla quale parecchi filosofi hanno tanto insistito, non ha dunque alcun valore
metafisico: ogni possibile è reale a modo suo, e nel modo che la sua natura
comporta;1 altrimenti avremmo dei possibili che sarebbero niente, e
dire che un possibile è niente è una contraddizione pura e semplice; è
l'impossibile, e solo l'impossibile, a essere, come già si è detto, un puro
nulla.
1. Con questo intendiamo dire che in metafisica non
c'è motivo di considerare il reale come un ordine diverso da quello del
possibile; d'altra parte bisogna rendersi conto che la parola «reale» è in se
stessa abbastanza vaga, se non equivoca, almeno così come è impiegata nel
linguaggio comune e persino dalla maggior parte dei filosofi; siamo stati
indotti a servircene qui solo perché era necessario evitare la distinzione
ordinaria tra possibile e reale; tuttavia, in quanto segue arriveremo ad
attribuirle un significato molto più preciso.
34
Negare che si diano possibilità di
non-manifestazione significa voler limitare la Possibilità universale; d'altra
parte, negare che, tra le possibilità di manifestazione, ve ne siano di
differenti ordini significa restringerla ancora di più.
Prima di proseguire faremo osservare che,
invece di prendere in esame l'insieme delle condizioni che determinano un
mondo, come abbiamo fatto in precedenza, si potrebbe anche, dallo stesso punto
di vista, considerare singolarmente solo una di tali condizioni; per esempio,
fra le condizioni del mondo corporeo, lo spazio, inteso come ciò che contiene
le possibilità spaziali.1 È del tutto evidente che, per definizione,
soltanto le possibilità spaziali possono realizzarsi nello spazio, ma non è
meno evidente che questo non impedisce alle possibilità non-spaziali di
realizzarsi anch'esse (e qui, limitandoci a considerare le possibilità di
manifestazione, «realizzarsi» va inteso come sinonimo di «manifestarsi») al di
fuori di quella particolare condizione di esistenza rappresentata dallo spazio.
Eppure, se lo spazio fosse infinito come taluni pretendono, nell'Universo non
vi sarebbe posto per alcuna possibilità non-spaziale e, logicamente, il
pensiero stesso, per citare l'esempio più comune e noto
1. È importante notare che la condizione spaziale
non basta da sola a definire un corpo come tale; ogni corpo è necessariamente
esteso, cioè sottoposto allo spazio (e da ciò deriva, in particolare, la sua
indefinita divisibilità, da cui consegue l'assurdità della concezione
atomista), ma, contrariamente a quanto hanno preteso Descartes e altri
sostenitori di una fisica «meccanicista», l'estensione non costituisce affatto
tutta la natura o l'essenza dei corpi.
35
a tutti, potrebbe allora venire ammesso
all'esistenza solo a condizione di essere concepito come qualcosa di esteso,
concezione di cui la stessa psicologia «profana» riconosce senza alcuna
esitazione la falsità; ma, lungi dall'essere infinito, lo spazio non è che uno
dei possibili modi della manifestazione, la quale poi a sua volta non è affatto
infinita, nemmeno nell'interezza della sua estensione, con l'indefinità di modi
che essa comporta, ciascuno dei quali è a sua volta indefinito.1
Analoghe osservazioni si potrebbero ugualmente applicare a qualunque altra
particolare condizione di esistenza; e quel che è vero per ciascuna di tali
condizioni presa singolarmente lo è anche per l'insieme di più condizioni, la
cui unione o combinazione determina un mondo. Va da sé, del resto, che le
diverse condizioni così riunite devono essere fra loro compatibili, e la loro
compatibilità implica ovviamente la compatibilità dei possibili che esse
rispettivamente comprendono, con la restrizione che i possibili che sono sottoposti
all'insieme delle condizioni considerate possono anche costituire soltanto una
parte di quelli compresi in ciascuna delle stesse condizioni prese
singolarmente; da ciò deriva che nella loro integralità tali condizioni
comporteranno, oltre alla parte che hanno in comune, dei prolungamenti in
direzioni diverse, appartenenti anch'essi al medesimo grado dell'Esistenza.
universale. Tali prolungamenti, di estensione indefinita, corrispondono,
nell'ordine generale e cosmico, a ciò che per un
1. Ibid.,
cap. XXX.
36
essere particolare sono i prolungamenti di uno
dei suoi stati, per esempio di uno stato individuale considerato integralmente,
al di là di una modalità definita di quello stesso stato, quale può essere la
modalità corporea nella nostra individualità umana.1
1. Ibid., cap.
XI; cfr. L'Homme et son devenir selon le Vêdânta, cit., cap.II, e anche
i capp. XII e XIII.
37
III
L'Essere e il Non-Essere
In precedenza abbiamo accennato alla
distinzione fra possibilità di manifestazione e possibilità di
non-manifestazione, entrambe ugualmente comprese, e allo stesso titolo, nella
Possibilità totale. Tale distinzione si impone a noi prima di ogni altra distinzione
più particolare, come quella tra i diversi modi della manifestazione
universale, cioè tra i diversi ordini di possibilità che essa comporta,
ripartite secondo le particolari condizioni cui esse sono rispettivamente
sottoposte, e che costituiscono la moltitudine indefinita dei mondi o dei gradi
dell'Esistenza.
Premesso questo, se si definisce l'Essere, in
senso universale, come il principio della manifestazione, e nel medesimo tempo
come ciò che di per se stesso comprende l'insieme di tutte le possibilità di
manifestazione, dobbiamo dire che l'Essere non è infinito, poiché non coincide
con la Possibilità totale; e questo tanto più in quanto l'Essere, quale
principio della manifestazione, comprende sì tutte le possibilità di
manifestazione, ma soltanto in quanto esse si manifestano. Al di fuori
dell'Essere vi è dunque tutto il resto, cioè tutte le possibilità di
non-manifestazione, e inoltre le possibilità di manifestazione allo stato non
manifestato; l'Essere stesso vi si trova incluso, poiché, non
38
potendo appartenere alla manifestazione, in
quanto ne è il principio, è esso stesso non-manifestato. Per designare ciò che
è pertanto al di fuori e al di là dell'Essere, siamo costretti, in mancanza di
ogni altro termine, a chiamarlo Non-Essere; e tale espressione negativa, che
per noi non è in alcun modo sinonimo di «nulla» ‑ come nel linguaggio di certi
filosofi ‑, oltre ad essere direttamente ispirata dalla terminologia della
dottrina metafisica estremo-orientale, è sufficientemente giustificata dalla necessità
di impiegare una denominazione qualunque per essere in grado di parlarne, cui
si somma l'osservazione da noi già fatta in precedenza, e cioè che le idee più
universali, essendo le più indeterminate, si possono esprimere, nella misura in
cui sono esprimibili, soltanto per mezzo di termini che sono di forma negativa,
come abbiamo visto a proposito dell'Infinito. Aggiungiamo inoltre che il
Non-Essere, nel senso indicato, è più che l'Essere o, se si vuole, è superiore
all'Essere, se con ciò si intende che quanto esso comprende è al di là
dell'estensione dell'Essere, e contiene in principio l'Essere stesso. Tuttavia,
nel momento in cui si contrappone il Non-Essere all'Essere, o anche
semplicemente li si distingue, né l'uno né l'altro è più infinito, perché, da
tale punto di vista, essi si limitano reciprocamente in certo qual modo;
l'infinità appartiene soltanto all'insieme dell'Essere e del Non-Essere, poiché
questo insieme coincide con la Possibilità universale.
Possiamo anche esprimerlo in un altro modo: la
Possibilità universale contiene necessariamente
39
la totalità delle possibilità, e si può dire
che l'Essere e il Non-Essere ne sono i due aspetti: l'Essere, in quanto
manifesta le possibilità (o più precisamente alcune di esse); il Non-Essere, in
quanto non le manifesta. L'Essere contiene dunque tutto il manifestato; il
Non-Essere contiene tutto il non-manifestato, incluso l'Essere stesso; ma la
Possibilità universale comprende a un tempo l'Essere e il Non-Essere.
Aggiungiamo che il non-manifestato comprende ciò che possiamo chiamare il
non-manifestabile, ossia le possibilità di non-manifestazione, e il
manifestabile, ossia le possibilità di manifestazione in quanto non si
manifestano, poiché la manifestazione comprende evidentemente soltanto
l'insieme di queste stesse possibilità in quanto esse si manifestano.1
Per ciò che concerne i rapporti tra l'Essere e
il Non-Essere, è fondamentale osservare che lo stato di manifestazione è sempre
transitorio e condizionato e che, anche per le possibilità che comportano la
manifestazione, lo stato di non-manifestazione è l'unico assolutamente
permanente e incondizionato.2 Aggiungiamo a questo proposito che
nulla di ciò che è manifestato può «perdersi» ‑ secondo un'espressione
impiegata abbastanza frequentemente ‑ se non
1. Cfr. L'Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. XV.
2. Deve essere chiaro che quando diciamo
«transitorio» non pensiamo esclusivamente, e nemmeno principalmente, alla
successione temporale, poiché a questa è soggetto soltanto un particolare modo
della manifestazione.
40
con il passaggio nel non-manifestato; e,
ovviamente, questo stesso passaggio (che, quando si tratta della manifestazione
individuale, è propriamente la «trasformazione» nel senso etimologico del
termine, cioè il passaggio al di là della forma) costituisce una «perdita» solo
dal punto di vista particolare della manifestazione, poiché, nello stato di
non-manifestazione, tutte le cose, al contrario, sussistono eternamente in
principio, indipendentemente da tutte le condizioni particolari e limitanti che
caratterizzano i diversi modi dell'esistenza manifestata. Tuttavia, per potere
appunto affermare che «nulla si perde», sia pure con la restrizione concernente
il non-manifestato, occorre considerare tutto l'insieme della manifestazione
universale, e non soltanto questo o quello dei suoi stati a esclusione degli
altri, poiché, per la continuità esistente fra tutti gli stati, un passaggio
dall'uno all'altro può sempre avvenire, senza che questo continuo passaggio,
che è solo un cambiamento di modo (e implica un corrispondente cambiamento
nelle condizioni di esistenza), ci faccia in alcuna maniera uscire dall'ambito
della manifestazione.1
l. Sulla continuità degli stati dell'essere si veda
Le Symbolisme de la Croix, cit., capp. XV e XIX. Ciò che si è detto
serve a dimostrare che i pretesi principi della «conservazione della materia» e
della «conservazione dell'energia», qualunque sia la forma in cui li si
esprime, non sono in realtà che semplici leggi fisiche del tutto relative e
approssimative e che, anche all'interno del particolare ambito cui si
applicano, possono essere vere soltanto a certe condizioni restrittive,
condizioni che sussisterebbero ancora, mutatis mutandis, se si volesse
estendere tali leggi,
41
Quanto alle possibilità di non-manifestazione,
esse appartengono essenzialmente al Non-Essere e per la loro stessa natura non
possono rientrare nell'ambito dell'Essere, contrariamente a quanto avviene per
le possibilità di manifestazione; ma, come abbiamo detto sopra, questo non
implica alcuna superiorità delle une sulle altre, poiché le une e le altre
hanno solo modi di realtà differenti e conformi alle loro rispettive nature; e
la stessa distinzione fra l'Essere e il Non-Essere è, tutto sommato, puramente
contingente, perché può essere fatta soltanto dal punto di vista della
manifestazione, esso stesso essenzialmente contingente. Ciò del resto non
diminuisce affatto l'importanza che questa distinzione riveste per noi, dato
che nel nostro stato attuale non ci è possibile assumere realmente un punto di
vista diverso da questo, cui siamo legati in quanto anche noi apparteniamo,
come esseri condizionati e individuali, all'ambito della manifestazione, e può
essere da noi superato soltanto
trasponendone convenientemente i termini, a tutto
l'ambito della manifestazione. I fisici sono del resto costretti ad ammettere
che si tratta in certo qual modo di «casi limite», nel senso che leggi del
genere sarebbero applicabili in modo rigoroso soltanto a quelli che essi
chiamano «sistemi chiusi», cioè a qualcosa che di fatto non esiste e non può
esistere, perché è impossibile realizzare o anche solo concepire, all'interno
della manifestazione, un insieme che sia completamente isolato da tutto il resto,
senza comunicazione né scambio di alcun genere con ciò che si trova al suo
esterno; una soluzione di continuità di questo tipo sarebbe una vera lacuna
nella manifestazione, in quanto tale insieme sarebbe come inesistente in
rapporto al resto.
42
liberandoci interamente, tramite la
realizzazione metafisica, dalle condizioni limitative dell'esistenza
individuale.
Come esempio di una possibilità di
non-manifestazione possiamo citare il vuoto, perché una possibilità del genere
è concepibile, perlomeno negativamente, cioè attraverso l'esclusione di certe
determinazioni: il vuoto implica l'esclusione non solo di ogni attributo
corporeo o materiale, né soltanto, più generalmente, di ogni qualità formale,
ma anche di tutto ciò che si ricollega un modo qualsiasi della manifestazione.
E dunque un non-senso pretendere che il vuoto possa esistere in ciò che è
compreso nella manifestazione universale, in qualunque stato,1
poiché il vuoto appartiene essenzialmente all'ambito della non-manifestazione;
non è possibile dare a tale termine altra accezione intelligibile. A tale
proposito dobbiamo limitarci a questo semplice accenno, non potendo qui
trattare la questione del vuoto in tutti gli sviluppi che essa comporterebbe, e
che ci allontanerebbero troppo dal nostro tema; dato che essa porta talvolta a
gravi confusioni, soprattutto riguardo allo spazio,2 le
considerazioni che vi si riferiscono troveranno migliore collocazione nello
studio che ci proponiamo di consacrare specificamente alle condizioni
1. Come è noto, è quanto sostengono gli atomisti.
2. Il concetto di uno «spazio vuoto» è
contraddittorio, il che, sia detto di sfuggita, costituisce una prova
sufficiente della realtà dell'elemento etereo (âkâsha), contrariamente
a quanto teorizzavano le varie scuole che, in India e in Grecia, ammettevano
soltanto quattro elementi corporei.
43
dell'esistenza corporea.1 Dal punto
di vista da quale ci poniamo ora, ci basterà aggiungere che il vuoto, in
qualunque modo lo si consideri, non è il Non-Essere, ma soltanto ciò che
possiamo chiamare uno dei suoi aspetti, cioè una delle possibilità che esso
racchiude e che sono diverse da quelle comprese nell'Essere dunque al di fuori
di quest'ultimo, anche considerato nella sua totalità, il che dimostra inoltre
che l'Essere non è infinito. Del resto, quando diciamo che una tale possibilità
costituisce un aspetto del Non-Essere, occorre tenere a mente che essa non può
venire concepita in modo distintivo, poiché questo modo si applica
esclusivamente alla manifestazione; e ciò spiega come mai, anche se siamo
effettivamente in grado di concepire la possibilità rappresentata dal vuoto, o
qualunque altra dello stesso ordine, possiamo esprimerla soltanto in forma del
tutto negativa: questa osservazione, affatto generale per tutto ciò che si
riferisce a Non-Essere, giustifica una volta di più l'uso che noi facciamo di
tale termine.2
Considerazioni analoghe si adatterebbero
dunque a ogni altra possibilità di non-manifestazione; potremmo addurre un
altro esempio: il silenzio, ma applicarvi tali considerazioni sarebbe troppo
facile perché occorra insistervi. Ci limiteremo quindi, a tale proposito, alla
seguente osservazione: come il Non-Essere, o il non-manifestato, contiene o
racchiude l'Essere,
1. Sul vuoto e i suoi rapporti con l'estensione, si
veda anche Le Symbolisme de la Croix, cit., cap. IV.
2. Cfr. Tao-te-king, cap, XIV.
44
o il principio della manifestazione, così il
silenzio comporta in sé il principio della parola; in altri termini, come
l'Unità (l'Essere) è soltanto lo Zero metafisico (il Non-Essere) affermato,
così la parola è soltanto il silenzio espresso; inversamente, però, lo Zero
metafisico, pur essendo l'Unità non-affermata, è anche qualcosa di più (anzi di
infinitamente di più), e così il silenzio, che ne è un aspetto nel senso che
abbiamo or ora precisato, non è semplicemente la parola non-espressa, poiché
occorre che in esso sussista anche ciò che è inesprimibile, ossia non
suscettibile di manifestazione (perché chi dice espressione dice
manifestazione, anzi manifestazione formale), e dunque di determinazione in
modo distintivo.1 Il rapporto così stabilito fra il silenzio
(non-manifestato) e la parola (manifestata) mostra come sia possibile concepire
possibilità di non-manifestazione che corrispondono, per trasposizione
analogica, a determinate possibilità di manifestazione,2 senza
peraltro pretendere in alcun
1. La parola «mistero» designava originariamente
l'inesprimibile (e non l'incomprensibile come si ritiene volgarmente), poiché,
in greco, musthrion deriva da muein, che significa «tacere», «essere silenzioso». Alla stessa radice
verbale mu (da cui il latino mutus, «muto») si riallaccia anche
il termine muqoV, «mito», che, prima di essere allontanato
dal proprio senso fino a designare soltanto un racconto di fantasia, indicava
quanto, non essendo suscettibile di espressione diretta, poteva solo essere
suggerito mediante una rappresentazione simbolica, non importa se verbale o
figurata.
2. Allo stesso modo si potrebbero considerare le
tenebre, in un senso superiore, come ciò che sta al di là della manifestazione
luminosa, mentre, nel loro significato inferiore
45
modo, neppure qui, di introdurre nel
Non-Essere una distinzione reale che non vi si può trovare, poiché l'esistenza
in modo distintivo (l'esistenza nel senso proprio della parola) è
essenzialmente inerente alle condizioni della manifestazione (il modo distintivo,
del resto, non è sempre necessariamente sinonimo di modo individuale, poiché
quest'ultimo implica specificamente la distinzione formale).1
e più usuale, esse sono semplicemente, nel
manifestato, l'assenza o la privazione della luce, cioè qualcosa di puramente
negativo; del resto il colore nero ha, nel simbolismo, usi effettivamente
riconducibili a questo duplice significato.
1. Si noterà che le due possibilità di
non-manifestazione da noi qui prese in esame corrispondono all'«Abisso» (buqoV) e al «Silenzio» (sigh) di certe scuole dello
Gnosticismo alessandrino, e infatti sono aspetti del Non-Essere.
46
IV
Fondamento della teoria degli stati molteplici
Ciò che precede contiene, in tutta la sua
universalità, il fondamento della teoria degli stati molteplici: se si
considera un qualsiasi essere nella sua totalità, esso dovrà comportare,
perlomeno virtualmente, stati di manifestazione e stati di non-manifestazione,
perché solo in questo senso si può davvero parlare di «totalità»; in caso
contrario, si è soltanto in presenza di qualcosa di incompleto e frammentario,
che non può veramente costituire l'essere totale.1 Solo la
non-manifestazione, abbiamo detto sopra, possiede il carattere di assoluta
permanenza; è dunque da essa che la manifestazione, nella sua condizione
transitoria, deriva tutta la propria realtà; e da ciò si vede come il
Non-Essere, lungi dall'essere il «nulla», ne sarebbe invece l'esatto contrario,
se soltanto il «nulla» potesse avere un contrario, cosa che gli attribuirebbe
ancora un certo grado di «positività», mentre non è che la «negatività»
assoluta, cioè la pura ìmpossibilità.2
1. Come abbiamo accennato all'inizio, se si vuole
parlare dell'essere totale è inevitabile, in mancanza di un altro termine più
adeguato, continuare a chiamarlo analogicamente «un essere», sebbene il termine
non sia più applicabile in senso proprio.
2. Il «nulla» dunque non si oppone all'Essere,
contrariamente a quanto si afferma di solito; semmai, si opporrebbe
47
Da tali premesse risulta che sono
essenzialmente gli stati di non-manifestazione ad assicurare all'essere la
permanenza e l'identità; e al di fuori di tali stati, se si considera cioè
l'essere solo all'interno della manifestazione, senza ricondurlo al suo
principio non-manifestato, la permanenza e l'identità non possono che essere
illusorie, poiché l’ambito della manifestazione è propriamente l’ambito del
transitorio e del molteplice, soggetto a continue e indefinite modificazioni. È
quindi facile capire che cosa si debba pensare, dal punto di vista metafisico,
della conclamata unità dell'«io», cioè dell'essere individuale, così
indispensabile alla psicologia occidentale e «profana»: da una parte, si tratta
di un'unità frammentaria, poiché non si riferisce che a una porzione
dell'essere, a uno dei suoi stati preso singolarmente, e arbitrariamente, fra
un'indefinità di altri (per giunta tale stato è di solito ben lungi dall'essere
colto nella sua interezza); e, d'altra parte, questa unità, anche considerando
soltanto il particolare stato cui si riferisce, è del tutto relativa, poiché
tale stato si compone a sua volta di una indefinità di modificazioni diverse, e
ha tanto meno realtà in quanto si prescinde dal principio trascendente (il «Sé»
o la personalità) che è il solo in grado di conferirgliela davvero, mantenendo
l'identità dell'essere,
alla Possibilità, se potesse entrare in opposizione
con qualcosa alla stregua di un termine reale; ma non è così, e non vi è nulla
che sia in grado di opporsi alla Possibilità, il che è facilmente
comprensibile, dal momento che la Possibilità è in realtà identica
all'Infinito.
48
in modo permanente, attraverso tutte queste
modificazioni.
Gli stati di non-manifestazione appartengono
all'ambito del Non-Essere, e quelli di manifestazione all'ambito dell'Essere,
considerato nella sua integralità; si può anche dire che questi ultimi
corrispondono ai differenti gradi dell'Esistenza, i quali poi non sono altro
che i differenti modi, in molteplicità indefinita, della manifestazione
universale. Per stabilire qui una distinzione netta fra l'Essere e l'Esistenza
dobbiamo, secondo quanto abbiamo già detto, considerare l'Essere come ciò che è
propriamente il principio stesso della manifestazione; l'Esistenza universale
sarà allora la manifestazione integrale dell'insieme delle possibilità che
l'Essere comporta, le quali del resto sono tutte le possibilità di
manifestazione, e ciò implica l'effettivo sviluppo di tali possibilità in modo
condizionato. Pertanto, l'Essere racchiude l'Esistenza, ed essendone il
principio è metafisicamente più di questa; l'Esistenza non è dunque identica
all'Essere, poiché quest'ultimo corrisponde a un minor grado di determinazione
e, di conseguenza, a un più alto grado di universalità.1
Sebbene l'Esistenza sia essenzialmente unica,
e
1. Ricordiamo inoltre che «esistere»,
nell'accezione etimologica del termine (dal latino ex-stare), significa
propriamente «essere dipendente o condizionato»; in definitiva significa dunque
non avere in se stessi il proprio principio o la propria ragione sufficiente, e
questo è appunto il caso della manifestazione, come spiegheremo in seguito
definendo la contingenza in maniera più precisa.
49
ciò perché l'Essere è in se stesso uno
soltanto, essa nondimeno comprende la molteplicità indefinita dei modi della
manifestazione; infatti li comprende ugualmente tutti proprio perché sono
ugualmente possibili, in quanto tale possibilità implica che ciascuno di essi
deve realizzarsi secondo le condizioni che gli sono proprie. Come abbiamo detto
altrove parlando della «unicità dell'Esistenza» (in arabo Wahdat al‑wujûd) secondo
gli insegnamenti dell'esoterismo islamico,1 da ciò discende che
l'Esistenza, pur nella sua «unicità», comporta una indefinità di gradi, che
corrispondono a tutti i modi della manifestazione universale (la quale in fondo
coincide con l'Esistenza stessa); e tale molteplicità indefinita dei gradi
dell'Esistenza implica come correlato, per un qualunque essere considerato
nell'intero ambito dell'Esistenza, una molteplicità ugualmente indefinita di
stati di manifestazione possibili, ciascuno dei quali deve realizzarsi in un
grado determinato dell'Esistenza universale. Lo stato di un essere è dunque lo
sviluppo di una possibilità particolare compresa in un certo grado, grado che è
definito dalle condizioni cui è sottoposta la possibilità in questione,
considerata come possibilità che si realizza nell'ambito della manifestazione.2
Quindi, ciascuno stato di manifestazione di un
essere corrisponde a un grado dell'Esistenza, e
1. Le Symbolisme de la
Croix, cit., cap. I.
2. Questa restrizione è necessaria perché, nella
sua essenza non-manifestata, la medesima possibilità non può evidentemente
essere sottomessa a tali condizioni.
50
quello stato comporta inoltre modalità
diverse, secondo le differenti combinazioni di condizioni di cui è suscettibile
un medesimo modo generale di manifestazione; infine, ciascuna modalità
comprende a sua volta una serie indefinita di modificazioni secondarie ed
elementari. Consideriamo per esempio l'essere in quello stato particolare che è
l'individualità umana: la parte corporea di tale individualità è solo una sua
modalità, e questa modalità è determinata non da una peculiare condizione di
esistenza, bensì da un insieme di condizioni che ne delimitano le possibilità,
condizioni il cui complesso definisce il mondo sensibile o corporeo.1
Come abbiamo già accennato,2 ciascuna di queste condizioni, presa
singolarmente, può estendersi al di là dell'ambito di quella modalità e, grazie
alla propria estensione, o combinandosi con condizioni di altra natura,
costituire gli ambiti di altre modalità che fanno parte della medesima
individualità integrale. D'altro canto, ogni modalità va considerata come
suscettibile di svilupparsi nel corso
1. È quello che la dottrina indù designa come
l’ambito della manifestazione grossolana; talvolta viene anche chiamato «mondo
fisico», ma l'espressione è equivoca e, sebbene possa essere giustificata dal
significato moderno della parola «fisico», usata ormai solo in relazione alle
qualità sensibili, a nostro giudizio è preferibile conservare sempre a tale
termine il suo significato antico ed etimologico (da jusiV, «natura»); se la si
intende in questo modo, la manifestazione sottile non è meno «fisica» della
manifestazione grossolana, poiché la «natura», cioè propriamente l’ambito del
«divenire», è in realtà identica alla manifestazione universale nella sua interezza.
2. Ibid., cap.
XI.
51
di un certo ciclo di manifestazione e, per la
modalità corporea in particolare, le modificazioni secondarie che tale sviluppo
comporta saranno tutti i momenti della sua esistenza (considerata sotto
l'aspetto della successione temporale), ossia, il che è la stessa cosa, tutti
gli atti e tutti i gesti diversi che essa compirà nel corso di quell'esistenza.1
È quasi superfluo sottolineare lo scarso
rilievo che ha l'«io» individuale all'interno della totalità dell'essere:2
per quanto esteso, se considerato nella sua integralità (e non soltanto in una
modalità particolare come quella corporea), esso non rappresenta infatti che
uno stato come gli altri, e fra una indefinità di altri, e questo anche
considerando soltanto gli stati della manifestazione; inoltre, dal punto di
vista metafisico tali stati sono, per le ragioni esposte sopra, quel che vi è
di meno importante nell'essere totale.3 Fra gli stati di
manifestazione, ve ne sono alcuni, diversi dall'individualità umana, che
possono essere anch'essi individuali (cioè formali), mentre altri sono
non-individuali (o informali): la natura di ciascuno stato (come pure la sua
posizione nell'insieme
1. Ibid., cap.
XII.
2. Ibid., cap.
XXVII.
3. Si potrebbe dunque dire che l’«io», con tutti i
prolungamenti di cui è suscettibile, ha incomparabilmente meno importanza di
quanta gliene attribuiscano gli psicologi e i filosofi occidentali moderni, pur
avendo possibilità indefinitamente più estese di quanto essi non credano e
possano perfino supporre (si veda L'Homme et son devenir selon le Vêdânta, cit.,
cap. II, e anche ciò che diremo più avanti sulle possibilità della coscienza
individuale).
52
gerarchicamente organizzato dell'essere) è
infatti determinata dalle condizioni che gli sono peculiari, poiché, per il
fatto stesso di essere manifestati, sono comunque degli stati condizionati.
Quanto agli stati di non-manifestazione, è evidente che, non essendo sottoposti
alla forma né ad alcun'altra condizione di un qualunque modo di esistenza
manifestata, essi sono essenzialmente extra-individuali; possiamo dire che
costituiscono ciò che vi è di veramente universale in ogni essere, dunque ciò
attraverso cui ogni essere si ricollega, nella sua interezza, al suo principio
metafisico e trascendente, collegamento senza il quale esso avrebbe soltanto
un'esistenza del tutto contingente e, in fondo, puramente illusoria.
53
V
Rapporti fra l'unità e la molteplicità
Non si può parlare dell'esistenza di una
molteplicità di stati nel Non-Essere, poiché esso è sostanzialmente l'ambito
dell'indifferenziato, anzi, dell'incondizionato: l'incondizionato non può
essere soggetto alle determinazioni dell'uno e del molteplice, e
l'indifferenziato non può esistere in modo distintivo. Se ciò nonostante
parliamo di stati di non-manifestazione, non è per stabilire una sorta di
simmetria terminologica con gli stati di manifestazione, la quale sarebbe
ingiustificata e del tutto artificiosa; il fatto è che siamo costretti a
introdurre in qualche modo una distinzione, poiché altrimenti non ne potremmo
parlare affatto; tuttavia dobbiamo renderci ben conto che tale distinzione in
se stessa non esiste, che siamo noi a conferirle la sua esistenza del tutto
relativa, e che soltanto così possiamo prendere in esame quelli che abbiamo
chiamato aspetti del Non-Essere, pur mettendo in evidenza tutta l'improprietà e
l'inadeguatezza di un'espressione del genere. Nel Non-Essere non vi è
molteplicità e, a rigore, non vi è nemmeno unità, perché il Non-Essere è lo
Zero metafisico, al quale siamo obbligati a dare un nome per parlarne, e che è
logicamente anteriore all'unità; per questo la dottrina indù parla a tale
riguardo soltanto di «non-dualità» (adwaita),
54
cosa che, peraltro, va poi messa in relazione
con quanto si è detto sopra circa l'impiego dei termini di forma negativa.
È essenziale osservare, a questo proposito,
che lo Zero metafisico non ha alcun rapporto con lo zero matematico, il quale è
soltanto il segno di ciò che si potrebbe chiamare un niente di quantità, non
più di quanto ne abbia il vero Infinito con il semplice indefinito, cioè con la
quantità indefinitamente crescente o indefinitamente decrescente;1 e
questa assenza di rapporti, se così si può dire, è esattamente dello stesso
ordine in ambedue i casi, seppure con la riserva che lo Zero metafisico è
soltanto un aspetto dell'Infinito; o almeno ci è consentito considerarlo tale
in quanto contiene in principio l'unità, e di conseguenza tutto il resto.
Infatti l'unità primordiale non è che lo Zero affermato; in altre parole,
l'Essere universale, che è questa unità, è soltanto il Non-Essere affermato,
nella misura in cui è possibile una tale affermazione che è già una prima
determinazione, poiché essa è soltanto la più universale di tutte le
affermazioni definite, dunque condizionate; e questa prima determinazione, precedente
a ogni manifestazione e particolarizzazione (compresa la polarizzazione in
«essenza» e «sostanza», che è la prima delle dualità
1. I due casi dell'indefinitamente crescente e
dell'indefinitamente decrescente corrispondono in realtà a quelli che Pascal ha
assai impropriamente chiamato i «due infiniti» (si veda Le Symbolisme de la
Croix, cit., cap. XXIX); è opportuno sottolineare il fatto che nessuno dei
due ci consente in alcun modo di uscire dall'ambito quantitativo.
55
le, come tale, il punto di partenza di ogni
molteplicità), contiene in principio tutte le altre determinazioni o
affermazioni distintive (corrispondenti a tutte le possibilità di
manifestazione); ciò equivale a dire che l'unità, allorché è affermata, contiene
in principio la molteplicità, ovvero è essa stessa il principio immediato di
tale molteplicità.1
Ci si è spesso domandati, e piuttosto
vanamente, come la molteplicità potesse uscire dall'unità, senza accorgersi che
la questione, così posta, non consente soluzione alcuna, per la semplice
ragione che essa è mal posta e, in questa forma, non corrisponde ad alcuna
realtà; infatti la molteplicità non esce dall'unità più di quanto l'unità esca
dallo Zero metafisico, o più di quanto una qualsiasi cosa esca dal Tutto
universale, o una qualsiasi possibilità possa trovarsi al di fuori
dell’Infinito o della Possibilità
1. Ricordiamo inoltre, perché non vi si insisterà
mai abbastanza, che l'unità in questione è l'unità metafisica o
«trascendentale», che si applica all'Essere universale come attributo
«coestensivo» ad esso, per usare il linguaggio dei logici (sebbene la nozione
di «estensione» e quella di «comprensione» che le è correlata non siano più
propriamente applicabili al di là delle «categorie» o dei generi più generali,
cioè quando si passa dal generale all'universale), e come tale differisce
essenzialmente dall'unità matematica o numerica, la quale è applicabile
soltanto all’ambito quantitativo; e lo stesso vale per la molteplicità,
riprendendo le osservazioni da noi già ripetutamente esposte in precedenza. Vi
è solo analogia, e non similitudine né tantomeno identità, tra le nozioni
metafisiche di cui parliamo e le corrispondenti nozioni matematiche; la
designazione delle une e delle altre per mezzo degli stessi termini non esprime
in realtà niente più di questa analogia.
56
totale.1 La molteplicità è compresa
nell'unità primordiale, e non cessa di esservi compresa con il suo sviluppo in
modo manifestato; tale molteplicità consiste nelle possibilità di
manifestazione, né può essere concepita altrimenti, poiché è la manifestazione
a implicare l'esistenza distintiva; e, d'altra parte, trattandosi di
possibilità, queste devono esistere nel modo che la loro natura comporta.
Perciò il principio della manifestazione universale, pur essendo uno, anzi,
l'unità in se stessa, contiene necessariamente la molteplicità; e questa, in
tutti i suoi sviluppi indefiniti, e realizzandosi indefinitamente secondo una
pluralità indefinita di direzioni,2 procede interamente dall'unità
primordiale, nella quale rimane sempre compresa, e che non può in alcun modo
essere toccata o modificata dall'esistenza di tale molteplicità al suo interno,
poiché evidentemente non può cessare di essere se stessa per un effetto della
sua stessa natura; anzi, è proprio in quanto unità che essa implica
essenzialmente le molteplici possibilità in questione. La molteplicità dunque
esiste nell'unità stessa e, se non altera
1. È la ragione per cui pensiamo che, nei limiti
del possibile, si debba evitare un termine come «emanazione», che evoca un'idea
o piuttosto un'immagine sbagliata, quella di un'«uscita» dal Principio.
2. È ovvio che la parola «direzioni», tratta dalla
considerazione delle possibilità spaziali, deve essere qui intesa
simbolicamente, poiché, in senso letterale, essa si applicherebbe soltanto a
una minima parte delle possibilità di manifestazione; il senso che le
attribuiamo in questa sede è conforme a tutto quello che abbiamo esposto in Le Symbolisme de la Croix.
57
l'unità, è perché rispetto a questa ha
soltanto un'esistenza del tutto contingente; possiamo anzi dire che tale
esistenza, se non la si ricollega all'unità come noi abbiamo fatto, è puramente
illusoria; è solo l'unità che, essendone il principio, le conferisce tutta la
realtà di cui è suscettibile; e l'unità stessa, a sua volta, non è, un
principio assoluto e autosufficiente, ma trae la propria realtà dallo Zero
metafisico.
L'Essere, che è solo l'affermazione prima, la
determinazione più primordiale, non è il principio supremo di tutte le cose; è
soltanto, lo ripetiamo, il principio della manifestazione, e da ciò si
comprende quanto venga limitato il punto di vista metafisico da coloro che
pretendono di ridurlo esclusivamente all'«ontologia»; quindi prescindere dal
Non-Essere significa escludere proprio tutto ciò che è veramente e puramente
metafisico. Detto questo per inciso, concluderemo così l'argomento trattato:
l'Essere è uno in se stesso, e pertanto l'Esistenza universale, che è la
manifestazione integrale delle sue possibilità, è unica nella sua essenza e
natura intima; ma né l'unità dell'Essere né l’«unicità» dell'Esistenza
escludono la molteplicità dei modi della manifestazione, e da ciò consegue
l'indefinità dei gradi dell'Esistenza, nell'ordine generale e cosmico, e quella
degli stati dell'essere, nell'ordine delle esistenze particolari.1
Dunque, la teoria degli stati molteplici non è affatto in contraddizione con
1. Non diciamo «individuali» perché in tale ordine
vengono compresi anche gli stati di manifestazione informale, che sono
sovra-individuali.
58
l'unità dell'Essere, non più di quanto lo sia
con l’«unicità» dell'Esistenza che si fonda su tale unità, poiché né l'una né
l'altra sono minimamente condizionate dalla molteplicità; e da ciò risulta che,
nell'intero ambito dell'Essere, la constatazione della molteplicità, lungi dal
contraddire l'affermazione dell'unità o dall'opporsi ad essa in qualche modo,
trova in questa il solo fondamento valido che possa esserle dato, tanto
logicamente quanto metafisicamente.
59
VI
Considerazioni analogiche tratte dallo studio
dello stato di sogno
Abbandoneremo ora il punto di vista puramente
metafisico da noi adottato nel precedente capitolo per esaminare la questione
dei rapporti tra l'unità e la molteplicità, poiché saremo forse in grado di far
comprendere ancora meglio la natura di questi rapporti per mezzo di alcune
considerazioni analogiche, qui offerte a titolo di esempio, o piuttosto di
«illustrazione», se così si può dire,1 e che mostreranno in che
senso e fino a che punto si può affermare che l'esistenza della molteplicità è
illusoria rispetto all'unità, pur mantenendo, ovviamente, quel tanto di realtà
che la sua natura comporta. Tali considerazioni, di carattere più particolare,
saranno desunte dallo studio dello stato di sogno, che costituisce una delle
modalità di manifestazione dell'essere umano, corrispondente alla parte sottile
(cioè non corporea) della sua individualità, e nel quale l'essere umano produce
un mondo che procede interamente da lui stesso, e i cui oggetti consistono
esclusivamente in concezioni mentali (in
1. Infatti non vi è esempio possibile, in senso
stretto, per quanto concerne le verità metafisiche, perché queste sono per loro
essenza universali, e non sono suscettibili di alcuna particolarizzazione,
mentre ogni esempio è necessariamente di ordine particolare, in gradi diversi.
60
opposizione alle percezioni sensoriali dello
stato di veglia), cioè in combinazioni di idee rivestite di forme sottili,
forme che, peraltro, dipendono sostanzialmente dalla forma sottile
dell'individuo stesso, di cui gli oggetti ideali del sogno tutto sommato non
sono che altrettante modificazioni accidentali e secondarie.1
Nello stato di sogno, l'uomo si trova dunque
in un mondo interamente immaginato da lui,2 i cui elementi sono di
conseguenza tratti da lui stesso, dalla sua individualità più o meno estesa
(nelle sue modalità extra-corporee), come altrettante «forme illusorie» (mâyâvi-rûpa),3
e questo anche quando egli non ne possiede effettivamente una coscienza chiara
e distinta. Qualunque sia il punto di partenza interiore o esteriore ‑
diversissimo a seconda dei casi ‑ che imprime al sogno una determinata
direzione, gli avvenimenti che vi si svolgono possono soltanto risultare da una
combinazione di elementi contenuti, almeno in potenza e in quanto suscettibili
di un certo genere di realizzazione, nella comprensione integrale
dell'individuo; e se questi elementi, che sono modificazioni dell'individuo,
sono in moltitudine indefinita, la varietà delle possibili combinazioni è
ugualmente indefinita. Il sogno, infatti, deve essere considerato come un modo
di realizzazione
1. Si veda L'Homme
et son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. XII.
2. La parola «immaginato» deve essere intesa qui
nel senso più letterale, poiché ciò che ha luogo nel sogno è appunto
essenzialmente una formazione di immagini.
3. Ibid., cap.
X.
61
per possibilità che, pur appartenendo
all'ambito dell'individualità umana, non sono suscettibili, per un motivo o per
un altro, di realizzarsi in modo corporeo; tali sono, per esempio, le forme
degli esseri appartenenti allo stesso mondo ma diversi dall'uomo, forme che
egli possiede virtualmente in sé a causa della posizione centrale che occupa in
questo mondo.1 Ovviamente, l'essere umano può realizzare queste
forme soltanto nello stato sottile, e il sogno è il mezzo più comune, potremmo
dire il più normale, fra tutti quelli che gli consentono di identificarsi con
altri esseri, senza per questo cessare in alcun modo di essere se stesso, come
suggerisce questo testo taoista: «Una volta, racconta Tchouang-tseu, di notte,
fui una farfalla che volteggiava contenta del suo destino; poi mi svegliai, ed
ero Tchouang-tseu. Chi sono, in realtà? Una farfalla che sogna di essere
Tchouang-tseu, oppure Tchouang-tseu che si immagina di essere stato una
farfalla? Nel mio caso, vi sono due individui reali? Vi è stata una reale
trasformazione di un individuo in un altro? Né una cosa né l'altra; vi sono
state due modificazioni irreali dell'essere unico, della norma universale,
nella quale tutti gli esseri in tutti i loro stati sono una cosa sola».2
Se l'individuo che sogna prende anche parte
attiva, nel corso del sogno, agli avvenimenti che in esso si svolgono per
effetto della sua facoltà immaginativa, se cioè vi recita un determinato
1. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cit.,cap. II.
2. Tchouang-tseu, cap. II.
62
ruolo attraverso la modalità extra-corporea
del suo essere, che corrisponde effettivamente allo stato della sua coscienza
chiaramente manifestata, o a quella che si potrebbe chiamare la zona centrale
di quella coscienza, occorre ammettere altresì che egli vi interpreta
simultaneamente anche tutti gli altri ruoli, o in altre modalità, o perlomeno
in diverse modificazioni secondarie della medesima modalità, appartenenti
anch'esse alla sua coscienza individuale, se non nel suo stato attuale,
limitato, di manifestazione in quanto coscienza, almeno in una qualunque delle
sue possibilità di manifestazione, che, nel loro insieme, abbracciano un ambito
indefinitamente più esteso. Tutti questi ruoli appaiono naturalmente secondari
rispetto al ruolo che, per l'individuo, è il principale, cioè quello in cui la
sua coscienza attuale è direttamente coinvolta; inoltre, poiché gli elementi
del sogno esistono soltanto per mezzo suo, si può affermare che essi sono reali
solo in quanto partecipano alla sua esistenza: è lui stesso a realizzarli come
altrettante modificazioni di sé, senza per questo cessare di essere se stesso
indipendentemente da tali modificazioni che non intaccano per nulla ciò che
costituisce l'essenza peculiare della sua individualità. Inoltre, se l'individuo
è cosciente di sognare, cioè sa che tutti gli eventi che si svolgono in tale
stato hanno in effetti soltanto la realtà che egli stesso conferisce loro, non
ne sarà in alcun modo toccato quando vi comparirà come attore e allo stesso
tempo come spettatore, e ciò proprio perché non cesserà di essere spettatore
per divenire attore, dato che la
63
concezione e la realizzazione non sono più
separate per la sua coscienza individuale, pervenuta a un grado di sviluppo
sufficiente ad abbracciare in sintesi tutte le modificazioni attuali
dell'individualità. Se tutto ciò non accade, le stesse modificazioni possono
ancora realizzarsi, ma, poiché la coscienza non ricollega più direttamente tale
realizzazione alla concezione di cui essa è un effetto, l'individuo è portato
ad attribuire agli avvenimenti una realtà esterna a sé e, nella misura in cui
effettivamente la attribuisca loro, è soggetto a un'illusione la cui causa
risiede in lui stesso, illusione che consiste nel separare la molteplicità di
quegli avvenimenti da ciò che ne è il principio immediato, vale a dire la
propria unità individuale.1
Ecco un esempio chiarissimo di una
molteplicità che esiste all'interno di un'unità senza che questa ne sia
condizionata; sebbene l'unità in questione sia soltanto un'unità del tutto
relativa, quella di un individuo, essa nondimeno svolge rispetto a tale molteplicità
un ruolo analogo a quello svolto dall'unità vera e primordiale rispetto alla
manifestazione universale. Avremmo del resto potuto proporre un altro esempio,
e persino considerare in questo
1. Le stesse considerazioni valgono anche nel caso
dell'allucinazione, in cui l'errore non consiste, come si dice di solito,
nell'attribuire una realtà all'oggetto percepito, perché sarebbe evidentemente
impossibile percepire qualcosa che non esistesse in alcun modo, bensì
nell'attribuirgli un modo di realtà diverso da quello che è veramente il suo: è
insomma una confusione tra l'ordine della manifestazione sottile e quello della
manifestazione corporea.
64
modo la percezione nello stato di veglia;1
ma il caso che abbiamo scelto ha il vantaggio di non prestarsi ad alcuna
contestazione, per le condizioni caratteristiche del mondo del sogno, nel quale
l'uomo è isolato da tutte le cose esteriori, o supposte tali,2 che
costituiscono il mondo sensibile. Ciò che conferisce realtà al mondo del sogno
è unicamente la coscienza individuale considerata in tutto il suo sviluppo, in
tutte le possibilità di manifestazione che essa comprende; e, d'altronde,
questa stessa coscienza, considerata nel suo insieme, abbraccia il mondo del
sogno così come tutti gli altri elementi della manifestazione individuale,
appartenenti a una qualsiasi tra le modalità contenute nell'estensione
integrale della possibilità individuale.
Se si vuole considerare analogicamente la
manifestazione universale, è importante osservare che, come la coscienza
individuale è la realtà di questo particolare mondo costituito da tutte le sue
modalità possibili, così vi è qualcosa che rappresenta la realtà dell'Universo
manifestato, ma senza che sia in alcun modo legittimo
1. Leibniz ha definito la percezione come
«l'espressione della molteplicità nell'unità» (multorum in uno expressio),
il che è giusto, ma a condizione di mantenere le riserve da noi già suggerite
riguardo all'unità che conviene attribuire alla «sostanza individuale» (cfr. Le
Symbolisme de la Croix, cit., cap. III).
2. Con questa riserva non intendiamo affatto negare
l'esteriorità degli oggetti sensibili, che è una conseguenza della loro
spazialità; vogliamo solamente indicare che qui non introduciamo la questione
del grado di realtà che occorre assegnare a detta esteriorità.
65
timo fare di questo «qualcosa» l'equivalente
di una facoltà individuale o di una specifica condizione di esistenza, il che
rientrerebbe in una concezione eminentemente antropomorfica e antimetafisica.
Si tratta allora di qualcosa che non è, di conseguenza, né la coscienza né il
pensiero, ma di cui la coscienza e il pensiero sono al contrario soltanto modi
particolari di manifestazione; e, se vi è una indefinità di tali modi
possibili, che possono essere presi come altrettante attribuzioni, dirette o
indirette, dell'Essere universale ‑ in una certa misura analoghe a quelli che
sono per l'individuo i ruoli assunti nel sogno dalle sue modalità o
modificazioni molteplici, e da cui neppure egli è toccato nella sua natura
intima ‑, non vi è alcun motivo per pretendere di ridurre tutte queste
attribuzioni a una o più fra esse, o perlomeno ve ne può essere uno solo: la
tendenza sistematica che abbiamo già denunciato come incompatibile con
l'universalità della metafisica. Dette attribuzioni, quali che siano, sono soltanto
aspetti diversi di quel principio unico che costituisce la realtà di tutta la
manifestazione perché è l'Essere stesso, e la loro diversità esiste soltanto
dal punto di vista della manifestazione differenziata, e non da quello del suo
principio o dell'Essere in sé, che è l'unità vera e primordiale. Questo vale
anche per la distinzione più universale che si possa fare nell'Essere, quella
fra l’«essenza» e la «sostanza», che sono come i due poli di tutta la
manifestazione; e lo è a fortiori per aspetti molto più particolari,
dunque più contingenti e d'importanza
66
secondaria:1 qualunque valore
possano assumere agli occhi dell'individuo, quando egli li considera dal suo
particolare punto di vista, in realtà non sono, propriamente parlando, che
semplici «accidenti» nell'Universo.
1. Alludiamo qui in particolare alla distinzione
tra lo «Spirito» e la «materia» quale è posta, a partire da Descartes, da tutta
la filosofia occidentale, che vorrebbe includere ogni realtà nei due termini di
questa distinzione, oppure in uno soltanto di essi, al di sopra dei quali essa
è incapace di elevarsi (si veda Introduction générale à l'étude des
doctrines hindoues, cit., parte seconda, cap. VIII).
67
VII
Le possibilità della coscienza individuale
Ciò che abbiamo detto a proposito dello stato
di sogno ci induce a parlare, in termini generali, delle possibilità insite
nell'essere umano, nei limiti della sua individualità, e, più particolarmente,
delle possibilità di tale stato individuale considerato sotto l'aspetto della
coscienza, che ne costituisce una delle caratteristiche principali. Ovviamente
non intendiamo adottare qui il punto di vista psicologico, sebbene esso possa
essere definito proprio dalla coscienza considerata come carattere inerente a
certe categorie di fenomeni che si producono nell'essere umano o, se si
preferisce un linguaggio più immaginoso, come il «contenitore» di quegli stessi
fenomeni.1 D'altra parte, lo psicologo non deve preoccuparsi di
ricercare quale possa essere la natura profonda di tale coscienza, non più di
quanto lo studioso di geometria indaghi quale sia la natura dello spazio, che
egli assume come dato incontestabile e che considera semplicemente come il
contenitore di tutte le forme che egli analizza. In altri termini, la
psicologia non deve occuparsi
1. Il rapporto tra contenente e contenuto, inteso
alla lettera, è un rapporto spaziale; ma qui deve essere compreso soltanto in
modo figurato, poiché ci riferiamo a qualcosa che è senza estensione e che non
si colloca nello spazio.
68
che di ciò che potremmo chiamare la «coscienza
fenomenica», cioè la coscienza considerata esclusivamente nei suoi rapporti con
i fenomeni, e senza domandarsi se essa è o non è l'espressione di qualcosa di
ordine diverso che, per definizione, non appartiene più all'ambito psicologico.1
Per noi, la coscienza è cosa del tutto diversa
che per lo psicologo: non costituisce un particolare stato dell'essere, né è
d'altronde l'unico carattere distintivo dello stato individuale umano; anche
nello studio di questo stato o, più precisamente, delle sue modalità
extra-corporee, non ci è dunque possibile ammettere che tutto si riduca a un
punto di vista più o meno simile a quello della psicologia. La coscienza è
piuttosto una condizione dell'esistenza in certi stati, non però rigorosamente
nello stesso senso in cui parliamo, per esempio, di condizioni dell'esistenza
corporea; si potrebbe dire, più esattamente, anche se con un'espressione che a
prima vista può apparire un po' strana, che essa è una «ragion d'essere» per gli
stati in questione, poiché è evidentemente ciò attraverso cui l'essere
individuale partecipa dell'Intelligenza universale (Buddhi nella dottrina
1. Ne consegue che la psicologia, malgrado ciò che
sostengono taluni, possiede esattamente lo stesso carattere di relatività di
qualsivoglia altra scienza particolare e contingente, né ha maggiori rapporti
con la metafisica; del resto, non bisogna dimenticare che essa è una scienza
del tutto moderna e «profana», non collegabile ad alcun genere di conoscenze
tradizionali.
69
indù);1 naturalmente, nella sua
forma determinata (come ahankâra) essa inerisce alla facoltà mentale
individuale (manas),2 e di conseguenza in altri stati
la medesima partecipazione dell'essere all'Intelligenza universale può
manifestarsi in tutt'altro modo. La coscienza, di cui peraltro non pretendiamo
di offrire in questa sede una definizione completa, che sarebbe senza dubbio di
utilità alquanto limitata,3 è dunque qualcosa di peculiare allo
stato umano, nonché ad altri stati individuali più o meno analoghi a questo; ne
discende che essa non è affatto un principio universale, e se nondimeno
costituisce una parte integrante e un elemento necessario dell'Esistenza
universale, lo è esattamente allo stesso titolo di tutte le condizioni inerenti
a qualsiasi altro stato dell'essere, senza possedere al riguardo il benché
minimo privilegio, come non ne hanno gli stati cui essa si riferisce in
rapporto agli altri stati.4
Malgrado tali essenziali riserve, la
coscienza, nello stato individuale umano, è nondimeno, come quello stesso
stato, suscettibile di un'estensione indefinita; e anche nell'uomo ordinario,
1. Si veda L'Homme
et son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. VII.
2. Ibid., cap.
VIII.
3. Infatti, per cose di cui ciascuno possiede già
per conto proprio una nozione sufficientemente chiara, come in questo caso, la
definizione appare talvolta più complessa e più oscura della cosa stessa.
4. Su questa equivalenza di tutti gli stati dal
punto di vista dell'essere totale, si veda Le Symbolisme de la Croix, cit.,
cap. XXVII.
70
vale a dire in chi non ha specificamente
sviluppato le proprie modalità extra-corporee, si estende in effetti molto più
in là di quanto si creda comunemente. E ben vero che secondo un'opinione
generalmente condivisa la coscienza chiara e distinta non è tutta la coscienza,
ma ne è solo una parte più o meno considerevole, e ciò che essa lascia al di
fuori di sé può superarla di molto in estensione e complessità; tuttavia, se
gli psicologi riconoscono volentieri l'esistenza di una «subcoscienza» ‑ benché
talvolta abusino di tale espressione, come di un mezzo di spiegazione fin
troppo comodo, facendovi rientrare indistintamente tutto ciò che non sanno
classificare tra i fenomeni da loro studiati ‑, hanno sempre dimenticato di
considerare, come correlativa ad essa, una «sovracoscienza»,1 quasi
che la coscienza non potesse prolungarsi tanto verso l'alto quanto verso il
basso ‑ ammesso che le nozioni relative di «alto» e di «basso» abbiano qui un
qualche senso, ed è verosimile che ne debbano avere uno, perlomeno dal
particolare punto di vista degli psicologi. Osserviamo d'altra parte che
«subcoscienza» e «sovracoscienza» sono in realtà entrambe semplici
prolungamenti della coscienza,
1. È certo vero che alcuni psicologi hanno
impiegato il termine «sovracoscienza», ma intendendo con ciò nient'altro che la
coscienza normale chiara e distinta, contrapposta alla «subcoscienza»; in tal
caso, non si tratta che di un neologismo perfettamente inutile. Al contrario,
ciò che intendiamo qui con «sovracoscienza» è veramente simmetrico alla
«subcoscienza» rispetto alla coscienza ordinaria, e in questa accezione il
termine non è più un inutile sinonimo di «coscienza».
71
che non ci fanno minimamente uscire dal suo
ambito integrale e di conseguenza non possono in alcun modo essere assimilati
all'«inconscio», cioè a quanto sta al di fuori della coscienza, ma devono al
contrario essere inclusi nella nozione completa della coscienza individuale.
Stando così le cose, la coscienza individuale
basta da sola a spiegare tutto ciò che, dal punto di vista mentale, avviene
nell'ambito dell'individualità, senza che vi sia bisogno di ricorrere
all'ipotesi bizzarra di una «pluralità di coscienze», che alcuni sono arrivati
a intendere nel senso di un «polipsichismo » letterale. È vero che l'«unità
dell'io», come la si intende di solito, è altrettanto illusoria; ma è così
appunto perché la pluralità e la complessità esistono già in seno alla
coscienza, che si prolunga in modalità talvolta assai remote e oscure, come
quelle che costituiscono la cosiddetta «coscienza organica»,1 e come
pure la maggior parte di quelle che si manifestano nello stato di sogno.
D'altra parte, l'estensione indefinita della
coscienza rende completamente inutili certe strane teorie che hanno visto la
luce nella nostra epoca, e la cui impossibilità metafisica basta del resto a
confutarle pienamente. Non vogliamo qui alludere soltanto alle ipotesi più o
meno «reincarnazioniste» e a tutte quelle ad esse paragonabili (in quanto
implicano un'analoga limitazione della Possibilità universale), sulle quali
abbiamo già avuto occasione di
1. Si veda L'Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. XVIII.
72
esprimerci ampiamente;1 pensiamo
più in particolare all'ipotesi «trasformista», che del resto ha già perduto
l'immeritata considerazione di cui ha goduto per un certo periodo.2
Per precisare questo punto senza dilungarci oltre misura, faremo notare che la
pretesa legge del «parallelismo fra l'ontogenesi e la filogenesi», uno dei
principali postulati del «trasformismo», presuppone innanzitutto che vi sia
realmente una «filogenesi» o «filiazione della specie», il che non è un dato
acquisito, ma un'ipotesi del tutto gratuita; il solo fatto constatabile è che
l'individuo, nel corso del suo sviluppo embrionale, realizza certe forme
organiche, e dal momento che le realizza in questo modo non ha alcun bisogno di
averle già realizzate in cosiddette «esistenze successive », né è necessario
che la specie cui appartiene le abbia realizzate per lui durante uno sviluppo
al quale egli, in quanto individuo, non può aver preso parte alcuna. Ma, a
prescindere dalle osservazioni embriologiche, la concezione degli stati molteplici
ci consente di considerare tutti questi stati come esistenti simultaneamente in
un medesimo essere, anziché
1. L'Erreur spirite, Rivière, Paris, 1923,
parte seconda, cap. VI [trad. it. Errore dello spiritismo, Rusconi,
Milano, 1974]; cfr. Le Symbolisme de la Croix, cit., cap. XV.
2. Il successo di questa teoria fu peraltro dovuto
in buona parte a ragioni che non hanno nulla di «scientifico», ma che sono
legate direttamente al suo carattere antitradizionale; per le stesse ragioni è
prevedibile che, anche quando nessun biologo serio vi crederà più, essa
sussisterà ancora a lungo nei manuali scolastici e nelle opere di divulgazione.
73
come stati che possono essere attraversati
solo in successione, nel corso di una «discendenza» che segnerebbe non soltanto
il passaggio da un essere all'altro, ma persino da una specie all'altra.1
L'unità della specie è in un certo senso più vera ed essenziale di quella
dell'individuo,2 e questo si oppone alla realtà di una tale
«discendenza»; anzi, l'essere che come individuo appartiene a una data specie è
nondimeno, al tempo stesso, indipendente da tale specie nei suoi stati
extra-individuali, e può anche, senza andare tanto lontano, avere legami con
altre specie attraverso semplici prolungamenti della sua individualità. Ad
esempio, come dicevamo sopra, l'uomo che nel sogno riveste una certa forma, in
questo modo fa di tale forma una modalità secondaria della propria
individualità, e di conseguenza la realizza effettivamente nel solo modo in cui
ciò gli è possibile. Esistono anche, da questo stesso punto di vista, altri
prolungamenti individuali
1. Deve essere chiaro che l'impossibilità del
cambiamento di specie vale soltanto per le specie veramente tali, che non
sempre coincidono necessariamente con quelle così designate nelle
classificazioni degli zoologi e dei botanici, i quali possono a torto scambiare
per specie distinte quelle che in realtà sono solo razze o varietà di una
medesima specie.
2. Questa affermazione può sembrare a prima vista
paradossale, ma è sufficientemente giustificata se si considera il caso dei
vegetali e quello di certi animali detti inferiori, come i polipi e i vermi,
per i quali è quasi impossibile riconoscere se si è in presenza di uno o più
individui e determinare in quale misura tali individui sono veramente distinti
gli uni dagli altri, mentre al contrario i confini tra le varie specie appaiono
sempre in modo piuttosto netto.
74
di ordine assai diverso, e che presentano un
carattere piuttosto organico; ma questo ci condurrebbe troppo lontano, e ci
limitiamo a menzionarlo di sfuggita.1 D'atra parte, una confutazione
più completa e dettagliata delle teorie «trasformiste» dovrebbe essere legata
soprattutto allo studio della natura della specie e delle sue condizioni di
esistenza, studio che in questa sede non possiamo intraprendere; ma è
essenziale osservare che la simultaneità degli stati molteplici basta a
dimostrare l'inutilità di ipotesi del genere, perfettamente insostenibili se
considerate dal punto di vista metafisico, e in cui la mancanza di principio
implica necessariamente la falsità di fatto.
Sottolineiamo in modo particolare la
simultaneità degli stati dell'essere, perché se non si concepissero come
simultanee in principio anche le modificazioni individuali che si realizzano in
modo successivo nell'ordine della manifestazione, la loro esistenza non
potrebbe che essere puramente illusoria. Non solo il «trascorrer delle forme»
nel manifestato, a patto di mantenerne il carattere del tutto relativo e
contingente, è pienamente compatibile con la «permanente attualità» di tutte le
cose nel non-manifestato, ma, se non vi fosse alcun principio del cambiamento,
il cambiamento stesso, come già abbiamo spiegato in altre occasioni, sarebbe
privo di ogni realtà.
1. Cfr. L'Erreur
spirite, cit., pp. 249‑52.
75
VIII
Il mentale, elemento caratteristico
dell'individualità umana
Abbiamo detto che la coscienza, intesa nel suo
senso più generale, non è qualcosa che possa a rigore venire considerato
peculiare dell'essere umano in quanto tale, in grado di caratterizzarlo
rispetto a tutti gli altri esseri; esiste infatti, anche nell'ambito della
manifestazione corporea (la quale rappresenta solo una porzione limitata del
grado dell'Esistenza in cui si trova l'essere umano), e di quella parte della
manifestazione corporea che ci è più vicina e costituisce l'esistenza terrena,
una moltitudine di esseri che non appartengono alla specie umana, e nondimeno
presentano con essa una somiglianza sufficiente, sotto molti aspetti, a
impedirci di supporli privi di coscienza, anche intesa semplicemente nel senso
psicologico ordinario. Tale è, in varia misura, il caso di tutte le specie
animali, che del resto manifestano chiaramente di possedere una coscienza; ci
voleva tutta la cecità che lo spirito sistematico può provocare per dare
origine a una teoria così contraria a ogni evidenza come la teoria cartesiana
degli «animali-macchine». Ma forse occorre spingersi ancora oltre e, per gli
altri regni organici, se non per tutti gli esseri del mondo corporeo,
considerare la possibilità di diverse forme di coscienza, dato che essa appare
collegata più in particolare alla condizione
76
vitale; ma questo è ora privo di rilevanza per
quanto ci proponiamo di stabilire.
Tuttavia, fra tutte le forme che la coscienza
può assumere, ne esiste sicuramente una che è propriamente umana, e questa
forma determinata (ahankâra o «coscienza dell'io») è quella inerente
alla facoltà che noi definiamo «mentale», cioè precisamente a quel «senso
interno» designato in sanscrito con il nome di manas, e che è la
caratteristica essenziale dell'individualità umana.1 Questa facoltà
è qualcosa dì molto particolare che, come abbiamo ampiamente spiegato in altre
occasioni, deve essere accuratamente distinto dall'intelletto puro, il quale
per la sua universalità è al contrario da considerarsi presente in tutti gli
esseri e in tutti gli stati, quali che possano essere le modalìtà attraverso
cui sarà manifestata la sua esistenza; e non si dovrebbe vedere nel «mentale»
altro da ciò che è veramente, cioè, per usare il linguaggio dei logici, una
«differenza specifica» pura e semplice, senza che il suo possesso comporti di
per sé alcuna effettiva superiorità dell'uomo sugli altri esseri. Si può
1. Si veda L'Homme
et son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. VIII.
Impieghiamo il termine «mentale», preferendolo a ogni altro, perché la sua
radice è la stessa del sanscrito manas, e riappare nel latino mens, nell'inglese
mind, ecc.; del resto, i numerosi accostamenti linguistici che è facile
operare con la radice man- o men- e i vari significati delle
parole da essa formati mostrano chiaramente che si tratta di un elemento
ritenuto essenzialmente caratteristico dell'essere umano, poiché la sua
designazione spesso serve anche a denominare l'uomo, e questo implica che tale
essere è sufficientemente definito dalla presenza dell'elemento in questione (ibid.,
cap. I).
77
infatti parlare della superiorità o
inferiorità di un essere rispetto ad altri soltanto in relazione a ciò che
quello ha in comune con questi, il che implica una differenza, non di natura,
ma soltanto di grado, mentre il «mentale» è appunto ciò che vi è di specifico
nell'uomo, ciò che non ha in comune con gli esseri non-umani, e dunque ciò in
relazione a cui egli non può in alcun modo essere confrontato con questi.
Indubbiamente l'essere umano potrà quindi venire ritenuto in certa misura
superiore o inferiore ad altri esseri, da diversi punti di vista (superiorità e
inferiorità del resto sempre relative, ovviamente); ma la considerazione del
«mentale», quando interviene come «differenza» nella definizione dell'essere
umano, non potrà mai fornire alcun termine di raffronto.
Per esprimere la stessa cosa con altre parole,
possiamo semplicemente riprendere la definizione aristotelica e scolastica
dell'uomo come «animale razionale»: se lo si definisce in questo modo, e allo
stesso tempo si ritiene che la ragione, o meglio la «razionalità», sia
propriamente quella che i logici medioevali chiamavano una differentia
animalis, è evidente che la presenza di quest'ultima non può costituire
altro che un semplice carattere distintivo. Infatti tale differenza vale
soltanto all'interno del genere animale, per caratterizzare la specie umana
distinguendola essenzialmente da tutte le altre specie dello stesso genere; ma
non si applica agli esseri che non appartengono allo stesso genere, sicché tali
esseri (ad esempio gli angeli) non possono in alcun caso
78
essere definiti «razionali», e questa
distinzione indica soltanto che la loro natura è diversa da quella dell'uomo,
senza certo implicare alcuna loro inferiorità rispetto a quest'ultimo.1
D'altra parte, è chiaro che la definizione sopra ricordata vale unicamente per
l'uomo in quanto essere individuale, perché solo come tale può venire
considerato appartenente al genere animale;2 infatti è proprio come
essere individuale che l'uomo è caratterizzato dalla ragione, o meglio dal
«mentale», includendo in questo termine più generale la ragione propriamente
detta, che ne è uno degli aspetti, e senza dubbio il principale.
Quando definiamo il «mentale» o la ragione,
oppure, il che è pressappoco la stessa cosa, il pensiero nella sua forma umana,
come facoltà individuali, queste vanno ovviamente intese non come facoltà
peculiari di un unico individuo a esclusione degli altri, oppure come
essenzialmente e radicalmente differenti in ciascun individuo (il che sarebbe
in fondo la stessa cosa, perché allora non si potrebbe veramente sostenere che
sono le medesime facoltà, e si tratterebbe dunque di un'assimilazione puramente
verbale), bensì come facoltà che
1. Vedremo più avanti che gli stati «angelici» sono
propriamente gli stati sovra-individuali della manifestazione, cioè quelli che
appartengono all'ambito della manifestazione informale.
2. Ricordiamo che la specie appartiene
essenzialmente all'ordine della manifestazione individuale, che essa è
strettamente immanente a un certo grado ben definito dell'Esistenza universale
e che, di conseguenza, l'Essere le è legato soltanto nello stato corrispondente
a tale grado.
79
appartengono agli individui in quanto tali, e
che non avrebbero alcuna ragion d'essere se le si volesse considerare al di
fuori di un certo stato individuale e delle condizioni particolari che
definiscono l'esistenza in quello stato. È in questo senso che la ragione, per
esempio, è propriamente una facoltà individuale umana; infatti, se è vero che
essa è in fondo, nella sua essenza, comune a tutti gli uomini (altrimenti non
potrebbe evidentemente servire a definire la natura umana), e che differisce da
un individuo all'altro soltanto nella sua applicazione e nelle sue modalità
secondarie, essa nondimeno appartiene agli uomini in quanto individui, e solo
in quanto individui, poiché è appunto caratteristica dell'individualità umana;
occorre quindi fare attenzione perché soltanto in virtù di una trasposizione
puramente analogica si può legittimamente considerare in qualche modo una sua
corrispondenza nell'universale. Se dunque, e insistiamo su questo punto per
evitare ogni possibile confusione (confusione che le concezioni «razionaliste»
dell'Occidente moderno rendono molto facile), si intende la parola «ragione»
sia in senso universale sia in senso individuale, si deve sempre tenere a mente
che tale duplice impiego dello stesso termine (a voler essere rigorosi sarebbe
comunque preferibile evitarlo) è solo indice di una semplice analogia, che
esprime il rifrangersi di un principio universale (il quale non è altro che Buddhi)
nell'ordine mentale umano.1
l. Nell'ordine cosmico, la corrispondente
rifrazione dello stesso principio trova espressione nel Manu della
tradizione indù
80
Solo in virtù di questa analogia, che non è in
alcun modo un'identificazione, si può, con la riserva testé fatta, chiamare
«ragione» anche ciò che nell'universale corrisponde, attraverso un'opportuna
trasposizione, alla ragione umana, o in altre parole ciò di cui questa è
l'espressione, come traduzione e manifestazione, in modo individualizzato.1
D'altra parte, anche considerando i princìpi fondamentali della conoscenza come
espressione di una sorta di «ragione universale», intesa nel senso del Logos
platonico e alessandrino, essi vanno smisuratamente al di là dell'ambito
particolare della ragione individuale, che è solo una facoltà di conoscenza
distintiva e discorsiva,2 e alla quale
(si vedano
Introduction générale à l'étude des doctrines hindoues, cit., terza parte, cap.
V, e L'Homme et son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. IV).
1. Secondo i filosofi scolastici, una trasposizione
di questo genere deve essere effettuata tutte le volte che si passa dagli
attributi degli esseri creati agli attributi divini, sicché gli stessi termini
possono essere applicati solo analogicamente agli uni e agli altri, e
semplicemente per indicare che il principio di tutte le qualità che si trovano
nell'uomo o in ogni altro essere è in Dio, a condizione, beninteso, che si
tratti di qualità realmente positive, e non di qualità che, essendo solo la conseguenza
di una privazione o di una limitazione, hanno soltanto, quali che siano
peraltro le apparenze, un'esistenza puramente negativa, e sono perciò
sprovviste di principio.
2. La conoscenza discorsiva, contrapponendosi alla
conoscenza intuitiva, è in fondo sinonimo di conoscenza indiretta e mediata; è
dunque solo una conoscenza del tutto relativa, e in qualche modo di riflesso o
per partecipazione; a causa del suo carattere esteriore, che lascia sussistere
la dualità di soggetto e oggetto, essa non può trovare in sé la garanzia della
propria verità, ma deve riceverla da principi che la oltrepassano e che
appartengono
81
essi si impongono come dati di ordine
trascendente che condizionano necessariamente ogni attività mentale. Ciò
d'altronde risulta evidente se si osserva che tali princìpi non presuppongono
alcuna esistenza particolare, ma sono al contrario presupposti logicamente come
premesse, perlomeno implicite, di ogni affermazione vera di ordine contingente.
Si può anzi dire che, a causa della loro universalità, tali princìpi, che
dominano ogni logica possibile, hanno al tempo stesso, o piuttosto
innanzitutto, una portata che si estende ben al di là dell'ambito della logica,
perché questa, perlomeno nella sua accezione consueta e filosofica,1
non è né può essere che un'applicazione, più o meno consapevole del resto, dei
princìpi universali alle condizioni particolari dell'intendimento umano
individualizzato.2
Queste poche precisazioni, pur allontanandosi
dall'argomento principale del nostro studio, ci sono parse necessarie per far
comprendere appieno in che senso definiamo il «mentale» come una facoltà o una
proprietà dell'individuo in quanto tale, e affermiamo che questa proprietà
rappresenta la caratteristica essenziale dello stato umano. Del resto, quando
all'ordine della conoscenza intuitiva, ossia
puramente intellettuale.
1. Avanziamo questa riserva perché la logica, nelle
civiltà orientali come quelle dell'India o della Cina, presenta un carattere
diverso, che ne fa un «punto di vista» (darshana) della dottrina totale,
e una vera e propria «scienza tradizionale» (si veda Introduction générale à
l'étude des doctrines hindoues, cit., parte terza, cap. IX).
2. Cfr. Le
Symbolisme de la Croix, cit., cap. XVII.
82
parliamo di «facoltà», lasciamo di proposito
che il termine abbia un'accezione abbastanza vaga e indeterminata; esso è in
tal modo suscettibile di un'applicazione più generale, in casi in cui non vi
sarebbe alcun vantaggio a sostituirlo con un termine più specifico perché più
nettamente definito.
Per quanto concerne la distinzione essenziale
fra il «mentale» e l'intelletto puro, ci basti ricordare che, nel passaggio
dall'universale all'individuale, l'intelletto produce la coscienza, ma questa,
appartenendo all'ordine individuale, non è in alcun modo identica al principio
intellettuale stesso, pur procedendone immediatamente in quanto risultante
dell'intersezione di quel principio con il particolare ambito, proprio di certe
condizioni di esistenza, da cui l'individualità in questione è definita.1
D'altronde il pensiero individuale, che è di ordine formale (e nel quale,
secondo quanto abbiamo detto, includiamo la ragione come anche la memoria e
l'immaginazione), appartiene alla facoltà mentale, direttamente unita alla
coscienza, e non è in alcun modo inerente all'intelletto trascendente (Buddhi),
le cui attribuzioni sono essenzialmente informali.2 Ciò mostra
chiaramente fino a che punto tale facoltà mentale è in realtà qualcosa di
ristretto e specializzato, pur essendo suscettibile di sviluppare possibilità
1. Questa intersezione è, in base a quanto abbiamo
detto altrove, quella del «Raggio Celeste» con il suo piano di riflessione (ibid.,
cap. XXIV).
2. Si veda L'Homme
et son devenir selon le Vêdânta, cit., capp. VII e
VIII.
83
indefinite; essa è dunque insieme molto di
meno e molto di più di quel che vorrebbero le concezioni fin troppo
semplificate, per non dire «semplicistiche», in voga tra gli psicologi
occidentali.1
1. È quanto abbiamo già detto sopra, a proposito
delle possibilità dell'«io» e della sua collocazione nell'essere totale.
84
IX
La gerarchia delle facoltà individuali
La profonda differenza fra l'intelletto e il
mentale consiste essenzialmente, come si è detto, nel fatto che il primo è di
ordine universale, mentre il secondo, è dì ordine puramente individuale; di
conseguenza, non si possono applicare allo stesso ambito né agli stessi
oggetti, e a tale riguardo è opportuno distinguere ugualmente tra l'idea
informale e il pensiero formale, che ne è solo l'espressione mentale, cioè la
traduzione in modo individuale. L'attività dell'essere in questi due differenti
ordini, l'intellettuale e il mentale, pur esercitandosi simultaneamente, può
arrivare a dissociarsi al punto da renderli completamente indipendenti l'uno
dall'altro per quanto riguarda le loro rispettive manifestazioni; ma a questo
possiamo soltanto accennare di sfuggita e senza soffermarci, giacché ogni
sviluppo dell'argomento ci porterebbe inevitabilmente fuori dalla prospettiva
strettamente teorica all'interno della quale intendiamo qui mantenerci.
D'altra parte, il principio psichico che
caratterizza l'individualità umana è di natura duplice: oltre all'elemento
mentale propriamente detto, esso comprende anche l'elemento sentimentale o
emotivo, che, pur appartenendo evidentemente all'ambito della coscienza
individuale,
85
è tuttavia ancor più distante dall'intelletto
e allo stesso tempo più strettamente dipendente dalle condizioni organiche,
dunque più prossimo al mondo corporeo o sensibile. Questa nuova distinzione,
benché delineata all'interno di ciò che è propriamente individuale, e quindi
meno fondamentale della precedente, è tuttavia assai più netta di quanto si
possa ritenere a prima vista; e numerosi errori o equivoci della filosofia
occidentale, in particolare nella sua forma psicologica,1 derivano
dal fatto che, malgrado le apparenze, essa in fondo ignora tale distinzione non
meno di quanto ignori quella fra l'intelletto e il mentale, o perlomeno ne
disconosce la portata reale. Inoltre, la distinzione, potremmo anzi dire la
separazione tra queste facoltà, dimostra l'esistenza di una vera e propria
molteplicità di stati o, più precisamente, l'esistenza di modalità differenti
nell'individuo stesso, benché quest'ultimo nel suo insieme costituisca soltanto
uno degli stati dell'essere totale; anche qui, come in molti altri casi,
ritroviamo l'analogia tra la parte e il tutto.2 Si può dunque
parlare di una gerarchia degli stati dell'essere totale; tuttavia le facoltà
dell'individuo, benché indefinite nella loro possibile estensione, sono in
numero definito, e il semplice fatto di suddividerle più o meno, attraverso una
dissociazione
1. Impieghiamo di proposito questa espressione,
poiché taluni, invece di assegnare alla psicologia il posto che le spetta tra
le scienze specialistiche, pretendono di farne il punto di partenza e il
fondamento di tutta una pseudo-metafisica che, ovviamente, è priva di qualsiasi
valore.
2. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cit., capp. II e III.
86
più o meno articolata, evidentemente non
aggiunge loro alcuna potenzialità nuova, mentre, come abbiamo già detto, gli
stati dell'essere sono veramente in moltitudine indefinita, e ciò in virtù
della loro stessa natura, che (per gli stati manifestati) è quella di
corrispondere a tutti i gradi dell'Esistenza universale. Si potrebbe affermare
che, nell'ordine individuale, la distinzione avviene solo per divisione e che,
nell'ordine extra-individuale, essa si opera al contrario per moltiplicazione;
anche in questo caso, come in tutti gli altri, l'analogia si applica dunque in
senso inverso.1
Non abbiamo affatto intenzione di
intraprendere qui lo studio specifico e dettagliato delle varie facoltà
individuali e delle rispettive funzioni o attribuzioni; tale studio avrebbe
necessariamente un carattere psicologico, perlomeno per quanto riguarda la
teoria di queste facoltà, che d'altronde basta nominare perché i loro oggetti
risultino definiti in maniera sufficientemente chiara, a condizione ovviamente
di limitarsi agli aspetti generali, i soli che ora ci interessano. Dal momento
che le analisi più o meno sottili non sono di competenza della metafisica, e
del resto si rivelano di solito tanto più vane quanto più sono sottili, le
lasciamo assai volentieri ai filosofi che mostrano di compiacersene; d'altro
canto, non intendiamo qui trattare in modo completo la questione della
costituzione dell'essere umano, che abbiamo già esposto in un'altra opera,2
il che ci
1. Ibid.,
capp. II e XXIX.
2. L'Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cit.
87
dispensa da più ampi sviluppi di questi
argomenti di importanza secondaria rispetto a ciò di cui ci stiamo occupando.
In conclusione, se abbiamo giudicato opportuno
spendere qualche parola sulla gerarchia delle facoltà individuali, è solo
perché ci consente di comprendere meglio che cosa siano gli stati molteplici,
offrendone in un certo senso un'immagine ridotta, compresa nei confini della
possibilità individuale umana. Questa immagine può essere esatta, nei suoi
limiti, solo se si tiene conto delle riserve che abbiamo formulato per ciò che
concerne l'applicazione dell'analogia; d'altra parte, dato che essa sarà tanto
migliore quanto meno sarà limitata, conviene includervi, insieme alla nozione
generale della gerarchia delle facoltà, anche la considerazione dei diversi
prolungamenti dell'individualità di cui si è avuto occasione di parlare in
precedenza. Del resto, tali prolungamenti, che sono di ordini diversi, possono
anche rientrare nelle suddivisioni della gerarchia generale; ve ne sono alcuni,
anzi, che, essendo in un certo senso di natura organica, come si è detto, si
ricollegano semplicemente all'ordine corporeo, a condizione però che si veda
anche in quest'ordine qualcosa di psichico, in una certa misura, poiché la
manifestazione corporea è come avvolta e insieme compenetrata dalla
manifestazione sottile, in cui ha il suo principio immediato. A dire il vero,
non è il caso di separare l'ordine corporeo dagli altri ordini individuali
(cioè dalle altre modalità appartenenti allo stesso stato individuale
considerato nell'integralità della sua estensione) più di
88
quanto questi non debbano essere separati fra
loro, perché l'ordine corporeo si trova con essi al medesimo livello
nell'insieme dell'Esistenza universale, e di conseguenza nella totalità degli
stati dell'essere; però, mentre le altre distinzioni sono state trascurate e
dimenticate, questa ha assunto un'importanza esagerata a causa del dualismo
«spirito-materia », la cui concezione ha dominato, per vari motivi, nelle
tendenze filosofiche di tutto l'Occidente moderno.1
1. Si vedano Introduction
générale à l'étude des doctrines hindoues, cit., parte seconda, cap. VIII,
e L'Homme et son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. V. Come abbiamo già accennato, è a Descartes che vanno fatte risalire
principalmente l'origine e la responsabilità di questo dualismo, sebbene
occorra anche riconoscere che le sue concezioni dovettero il loro successo al
fatto che erano in definitiva soltanto l'espressione sistematizzata di tendenze
preesistenti, le stesse che sono propriamente caratteristiche dello spirito
moderno (cfr. La Crise du monde moderne, Gallimard, Paris, 1946, pp. 70‑73
[trad. it. La crisi del mondo moderno, Hoepli, Milano, 1937]).
89
X
I confini dell'indefinito
Sebbene si sia parlato di una gerarchia delle
facoltà individuali, è importante non dimenticare mai che esse sono tutte
comprese nell'estensione di un solo e medesimo stato dell'essere totale, cioè
in un piano orizzontale della rappresentazione geometrica dell'essere da noi
descritta nel precedente studio, mentre la gerarchia dei vari stati è
caratterizzata dalla loro sovrapposizione secondo la direzione dell'asse
verticale di questa stessa rappresentazione. La prima delle due gerarchie non
occupa quindi, propriamente parlando, alcuno spazio nella seconda, poiché nel
suo insieme essa vi si riduce a un unico punto (il punto di incontro dell'asse
verticale con il piano corrispondente allo stato considerato); in altri
termini, la differenza fra le modalità individuali, riferendosi soltanto al
senso dell'«ampiezza», è rigorosamente nulla secondo quello dell'«esaltazione».1
D'altra parte, non si deve dimenticare che
nello sviluppo integrale dell'essere l’«ampiezza» è altrettanto indefinita
quanto l’«esaltazione»; e proprio questo ci permette di parlare di
1. Sul significato di questi termini presi in
prestito dall'esoterismo islamico, si veda Le Symbolisme de la Croix, cit.,
cap. III.
90
un'indefinità di possibilità per ciascuno
stato, ovviamente senza che questa indefinità presupponga in alcun modo
un'assenza di limiti. Abbiamo già spiegato a sufficienza questo punto quando
abbiamo delineato la distinzione tra l'Infinito e l'Indefinito, tuttavia qui
possiamo far ricorso a una rappresentazione geometrica della quale non abbiamo
ancora parlato: in un piano orizzontale qualsiasi i confini dell'indefinito
sono dati dal cerchio-limite cui certi matematici hanno dato il nome, peraltro
assurdo, di «retta all'infinito»;1 tale cerchio non è chiuso in
alcuno dei suoi punti, essendo un cerchio massimo (sezione prodotta da un piano
diametrale) dello sferoide indefinito il cui sviluppo comprende l'integralità
dell'estensione, la quale rappresenta la totalità dell’essere.2 Se
ora consideriamo, sul loro piano, le modificazioni individuali come parti di un
ciclo qualsiasi esterno al centro (senza cioè che vi sia un'identificazione con
il centro seguendo il raggio centripeto) che si propagano indefinitamente in
modo vibratorio, il loro incontro con il cerchio-limite (seguendo il raggio
centrifugo) corrisponde al loro punto massimo di dispersione, ma nello stesso
tempo è necessariamente il punto di arresto del loro
1. Questa denominazione deriva dal fatto che un
cerchio il cui raggio cresce indefinitamente ha per limite una retta; in
geometria analitica l'equazione del cerchio-limite, ossia del luogo di tutti i
punti del piano indefinitamente lontani dal centro (origine delle coordinate),
si riduce effettivamente a un'equazione di primo grado, come quella di una
retta.
2. Ibid.,
cap. XX.
91
moto centrifugo. Tale moto, indefinito in ogni
senso, rappresenta la molteplicità dei punti di vista parziali, al di fuori
dell'unità del punto di vista centrale, dal quale pure tutti derivano come
raggi emessi dal centro comune, e che costituisce così la loro unità essenziale
e fondamentale, la quale però non è effettivamente realizzata rispetto al loro
percorso di esteriorizzazione graduale, contingente e multiforme,
nell'indefinità della manifestazione.
Parliamo qui di esteriorizzazione ponendoci
dal punto di vista della manifestazione stessa; ma non va dimenticato che ogni
esteriorizzazione è, come tale, essenzialmente illusoria, perché, come si è
detto sopra, la molteplicità, che è contenuta nell'unità senza che questa ne
sia toccata, non può mai uscirne realmente: ciò implicherebbe infatti
un'«alterazione» (nel senso etimologico) in contraddizione con l'immutabilità
principiale.1 I punti di vista parziali, in moltitudine indefinita,
rappresentati da tutte le modalità di un essere in ciascuno dei suoi stati, in
fondo non sono dunque che aspetti frammentari del punto di vista centrale
(frammentazione anch'essa, peraltro, del tutto illusoria, dato che il centro è
in realtà essenzialmente indivisibile, per il semplice fatto che l'unità è
priva di parti), e la loro «reintegrazione» nell'unità di questo punto di vista
centrale e principiale non è propriamente altro che una «integrazione» nel
senso matematico del termine: essa non significa che gli elementi abbiano
1. Sulla distinzione fra l’«interno» e l'«esterno»
e i limiti entro cui è valida, ibid., cap. XXIX.
92
potuto, in un qualunque momento, essere
veramente separati dalla loro somma, o essere considerati tali, se non per una
semplice astrazione. È però vero che tale astrazione non sempre viene compiuta
coscientemente, essendo una conseguenza necessaria della limitazione delle
facoltà individuali a una particolare modalità, l'unica realizzata attualmente
dall'essere che assume l'uno o l'altro dei punti di vista parziali qui in
discussione.
Queste poche osservazioni possono aiutare a
far capire in che modo debbano essere considerati i confini dell'indefinito, e
in che modo la loro realizzazione sia un fattore importante dell'unificazione
effettiva dell'essere.1 Occorre peraltro riconoscere che la loro
concezione, anche semplicemente teorica, non è priva di qualche difficoltà, ed
è normale che sia così, poiché l'indefinito è precisamente ciò i cui limiti
arretrano al punto da essere persi di vista, cioè da sfuggire alla percezione
delle nostre facoltà, perlomeno nel loro uso ordinario; ma, poiché anche tali
facoltà sono suscettibili di un'estensione indefinita, non è in virtù della
loro stessa natura che l'indefinito le oltrepassa, bensì soltanto in virtù di
una limitazione di fatto dovuta al grado attuale di sviluppo della maggior
parte degli esseri umani, così che tale concezione non è affatto impossibile,
né del
1. Ciò va ricollegato a quanto abbiamo detto
altrove, ossia che la perfetta omogeneità si ottiene nella pienezza
dell'espansione, così come, inversamente, l'estrema distinzione è realizzabile
solo nell'estrema universalità (ibid., cap. XX).
93
resto ci fa uscire dall'ordine delle
possibilità individuali. Comunque sia, per fornire al riguardo maggiori
chiarimenti sarebbe necessario considerare più in particolare, a titolo di
esempio, le condizioni specifiche di un certo stato di esistenza o, detto in
modo più rigoroso, di una certa modalità ben definita, come quella che
costituisce l'esistenza corporea, ciò che non possiamo fare entro i limiti
della presente esposizione; anche per questo argomento rimandiamo dunque, come
già abbiamo dovuto fare più volte, allo studio che ci proponiamo di dedicare
interamente al tema delle condizioni dell'esistenza corporea.
94
XI
Principi di distinzione fra gli stati d'essere
Per ciò che concerne più in particolare
l'essere umano, abbiamo finora preso in esame soprattutto l'estensione della
possibilità individuale, la sola, del resto, a costituire lo stato propriamente
umano; ma l'essere che possiede questo stato possiede pure, almeno
virtualmente, tutti gli altri stati, senza i quali non si può parlare di essere
totale. Se si considerano tutti questi stati nei loro rapporti con lo stato
individuale umano, è possibile classificarli in «pre-umani» e «post-umani»,
senza però che l'impiego di tali termini debba in alcun modo suggerire l'idea
di una successione temporale; non si può qui parlare di un «prima» e di un
«dopo» se non in maniera del tutto simbolica,1 e l'ordine
consequenziale nei diversi cicli dello sviluppo dell'essere è puramente logico,
o meglio, logico e ontologico insieme, poiché, metafisicamente,
1. Cfr. L'Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. XVII. Il
simbolismo temporale è del resto usato costantemente nella teoria dei cicli,
applicata all'insieme degli esseri oppure a ciascuno di essi in particolare; i
cicli cosmici non sono altro che gli stati o i gradi dell'Esistenza universale,
o loro modalità secondarie quando si tratta di cicli subordinati e ridotti, che
d'altronde presentano fasi corrispondenti a quelle dei cicli più estesi nei
quali essi si integrano, in virtù di quell'analogia fra la parte e il tutto di
cui abbiamo già parlato.
95
cioè dal punto di vista principiale, tutti i
cicli sono essenzialmente simultanei, e in un certo senso possono divenire
successivi solo accidentalmente, e in virtù di particolari condizioni di
manifestazione. Sottolineiamo ancora una volta questo punto: la condizione
temporale, per generalizzato che se ne possa supporre il concetto, vale
soltanto per determinati cicli o stati particolari, come quello umano, o anche
solo per determinate modalità di tali stati, come la modalità corporea (alcuni
prolungamenti dell'individualità umana possono sfuggire al tempo, senza per
questo uscire dall'ordine delle possibilità individuali), e non può intervenire
a nessun titolo nella totalizzazione dell'essere.1 Esattamente la
stessa considerazione vale per la condizione spaziale o per qualunque al tra
delle condizioni cui siamo attualmente soggetti in quanto esseri individuali,
come pure per quelle cui sono allo stesso modo soggetti tutti gli altri stati
di manifestazione compresi nell'intero ambito dell'Esistenza universale.
È certamente legittimo stabilire, come abbiamo
fatto, una distinzione nell'insieme degli stati dell'essere in relazione allo
stato umano, chiamandoli logicamente anteriori o posteriori, oppure superiori o
inferiori a quello, e sin dall'inizio abbiamo fornito le ragioni che
1. Ciò è vero non soltanto per il tempo, ma anche
per la «durata», considerata, secondo determinate concezioni, come qualcosa che
comprende, oltre al tempo, tutti gli altri modi possibili di successione, cioè
tutte le condizioni che, in altri stati di esistenza, possono corrispondere
analogicamente a quel che nello stato umano è il tempo (si veda Le
Symbolisme de la Croix, cit., cap. XXX).
96
giustificano una tale distinzione; ma, a dire
il vero, ciò costituisce solo un punto di vista assai particolare, e il fatto
che sia attualmente il nostro non ci deve illudere; perciò, in tutti i casi in
cui non è indispensabile assumere tale punto di vista, è meglio ricorrere a un
principio di distinzione che sia di ordine più generale e presenti un carattere
più fondamentale, senza mai dimenticare, peraltro, che ogni distinzione è
necessariamente qualcosa di contingente. La distinzione più principiale, per
così dire, e suscettibile dell'applicazione più universale, è quella fra gli
stati di manifestazione e gli stati di non-manifestazione, che in effetti
abbiamo delineato prima di ogni altra, proprio all'inizio del presente studio,
perché è di capitale importanza per l'insieme della teoria degli stati
molteplici. Tuttavia, può talvolta accadere di dover considerare un'altra
distinzione di portata più ridotta, come quella che si può stabilire, per
esempio, riferendosi non più alla manifestazione universale nella sua
integralità, ma semplicemente a una qualsiasi fra le condizioni generali o
particolari dell'esistenza a noi note: si ripartiranno allora gli stati
dell'essere in due categorie, secondo che siano o meno sottoposti alla
condizione cui ci riferiamo; in ogni caso gli stati di non-manifestazione,
essendo incondizionati, rientreranno necessariamente nella seconda categoria,
quella la cui determinazione è puramente negativa. Avremo dunque, qui, da una
parte gli stati compresi all'interno di un determinato ambito, più o meno
esteso, e dall'altra tutto il resto, cioè tutti gli stati che sono al di fuori
di quell'ambito; si stabilisce
97
di conseguenza una certa asimmetria e quasi
una sproporzione fra le due categorie, delle quali soltanto la prima è in
realtà delimitata, e questo qualunque sia l'elemento caratteristico che serve a
determinarle.1 Per spiegare quanto detto con una rappresentazione
geometrica, si può, data una qualunque curva tracciata su un piano, considerare
tutto il piano come diviso dalla curva in due regioni: una situata all'interno
della curva che l'avvolge e la delimita, e l'altra estesa a tutto ciò che è
esterno alla curva medesima; la prima di queste due regioni è definita, mentre
la seconda è indefinita. Le medesime considerazioni si applicano a una
superficie chiusa nell'estensione tridimensionale da noi utilizzata per
simboleggiare la totalità dell'essere; ma è importante osservare che, anche in
questo caso, una delle regioni è strettamente definita (pur comprendendo
sempre, peraltro, una indefinità di punti), dato che la superficie è chiusa,
mentre, nella divisione degli stati dell'essere, la categoria suscettibile di
una determinazione positiva, e dunque di una delimitazione effettiva, comporta,
per ristretta che la si voglia supporre rispetto all'insieme, possibilità di
sviluppo indefinite. Per ovviare a questa imperfezione della rappresentazione
geometrica, basta eliminare la restrizione che ci siamo imposti considerando
una superficie chiusa, che esclude quella non chiusa: infatti, spingendosi ai
confini dell'indefinito, una linea o una superficie qualsiasi è
I. Cfr. L'Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cit, cap.II.
98
sempre riducibile a una curva o a una
superficie chiusa,1 per cui si può dire che essa divide il piano o
l'estensione in due regioni, che possono allora essere entrambe indefinite in
estensione, e di cui tuttavia solo una, come nel caso precedente, è
condizionata da una determinazione positiva che risulta dalle proprietà della
curva o della superficie considerata.
Nel caso in cui si stabilisca una distinzione
ponendo l'insieme degli stati in relazione con uno qualsiasi di essi, si tratti
dello stato umano o di qualunque altro, il principio determinante sarà di
ordine diverso da quello da noi indicato, poiché non può ridursi puramente e
semplicemente all'affermazione e alla negazione di una certa condizione.2
Nella rappresentazione geometrica occorre quindi considerare l'estensione come
divisa in due dal piano che rappresenta lo stato preso quale base o termine di
paragone; quanto si trova ai due lati di tale stato presenta allora una sorta
di simmetria o di equivalenza che nel caso precedente non aveva. Tale
distinzione corrisponde a quella da noi già esposta altrove, nella sua forma
più generale, a proposito della teoria indù
1. Così, per esempio, la retta è riducibile a una
circonferenza e il piano a una sfera, come limiti dell'una e dell'altra, quando
si suppone che i loro raggi crescano indefinitamente.
2. È del resto evidente che dal punto di vista
della realtà assoluta è la negazione di una condizione, cioè di una
determinazione o limitazione, ad avere un carattere di positività, così come
abbiamo spiegato a proposito dell'impiego dei termini di forma negativa.
99
dei tre guna:1 in linea di
principio il piano che serve di base è indeterminato, e può rappresentare uno
stato condizionato qualsiasi, per cui lo si identifica come rappresentante lo
stato umano solo in un secondo momento, quando ci si vuole porre dal punto di
vista di questo particolare stato.
D'altra parte può essere utile, soprattutto
per facilitare la corretta applicazione dell'analogia, estendere quest'ultima
rappresentazione a tutti i casi, anche a quelli cui non sembra adattarsi
direttamente sulla base delle considerazioni svolte in precedenza. A tale
scopo, basta ovviamente raffigurare come piano di base ciò da cui la
distinzione che si vuol stabilire è determinata, qualunque ne sia il principio:
la parte dell'estensione situata al di sotto di quel piano potrà rappresentare
ciò che è soggetto alla determinazione considerata, e quella situata al di
sopra rappresenterà allora ciò che non le è soggetto. L'unico inconveniente di
tale rappresentazione è che le due regioni dell'estensione vi appaiono
altrettanto indefinite, e nello stesso modo; ma è possibile infrangere la
simmetria guardando al loro piano di separazione come al limite di una sfera il
cui centro è indefinitamente remoto in direzione discendente, il che ci
riconduce in realtà al primo modo di rappresentazione, poiché si tratta di un
caso particolare della riduzione a una superficie chiusa cui facevamo allusione
poco fa. In definitiva, è sufficiente ricordare che la parvenza di simmetria,
in casi del genere, si deve
1. Le Symbolisme de
la Croix, cìt., cap. V.
100
soltanto a una imperfezione del simbolo usato;
e, del resto, si può sempre passare da una rappresentazione a un'altra quando
vi si trovi una maggiore semplicità o qualche vantaggio di altro ordine,
poiché, proprio a causa di quell'inevitabile imperfezione dovuta alla natura
delle cose che abbiamo sovente avuto occasione di far osservare, una sola
rappresentazione è in genere insufficiente per rendere in maniera completa (o
perlomeno senza altra riserva che quella dell'inesprimibile) una concezione
come quella ora in discussione.
Anche se si dividono, in un modo o nell'altro,
gli stati dell'essere in due categorie, è chiaro che non vi è la benché minima
traccia di qualsivoglia dualismo, poiché la divisione è operata in base a un
principio unico, quale può essere una certa condizione di esistenza, e non vi è
così in realtà che una sola determinazione, che viene considerata al tempo
stesso positivamente e negativamente. D'altronde, per allontanare ogni sospetto
di dualismo, seppure ingiustificato, basta far notare che tutte queste distinzioni,
ben lungi dall'essere irriducibili, esistono solo dal punto di vista del tutto
relativo da cui sono stabilite, e che anzi esse acquistano tale esistenza
contingente, la sola di cui siano suscettibili, soltanto nella misura in cui
noi stessi gliela conferiamo con la nostra concezione. Il punto di vista della
manifestazione nella sua interezza, sebbene evidentemente più universale degli
altri, è, come questi, anch'esso del tutto relativo, giacché la stessa
manifestazione è puramente contingente; ciò vale dunque anche per la
distinzione che abbiamo considerato
101
come la più fondamentale e vicina all'ordine
principiale, quella fra gli stati di manifestazione e di non-manifestazione;
del resto abbiamo già avuto cura di accennarvi parlando dell'Essere e del
Non-Essere.
102
XII
I due caos
Fra le distinzioni che, secondo quanto abbiamo
esposto nel capitolo precedente, si basano sull'analisi di una condizione di
esistenza, una delle più importanti, e potremmo senza dubbio dire anche la più
importante, è quella tra gli stati formali e gli stati informali, perché,
metafisicamente, essa non è altro che uno degli aspetti della distinzione fra
l'individuale e l'universale, quest'ultimo considerato come comprendente a un
tempo la non-manifestazione e la manifestazione informale: lo abbiamo spiegato altrove.1
Infatti la forma è una condizione particolare di determinati modi della
manifestazione, e come tale essa è, nello specifico, una delle condizioni
dell'esistenza nello stato umano; ma al tempo stesso la forma è propriamente,
in generale, il modo di limitazione che caratterizza l'esistenza individuale, e
che, in un certo senso, può servirle da definizione. Deve essere chiaro,
d'altra parte, che la forma non è necessariamente determinata in senso spaziale
e temporale, come lo è nel caso particolare della modalità umana corporea; essa
non può in alcun modo esserlo negli stati non-umani, che non sono soggetti allo
spazio e
1. L'Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cit., cap. II.
103
al tempo, ma a condizioni affatto diverse.1
La forma è quindi una condizione comune, non a tutti i modi della
manifestazione, ma perlomeno a tutti i suoi modi individuali, che si
differenziano tra loro per le ulteriori e diverse condizioni particolari cui
sono soggetti; ciò che costituisce la natura propria dell'individuo in quanto
tale è il fatto di essere rivestito di una forma, e tutto quanto appartiene al
suo ambito, come nell'uomo il pensiero individuale, è anch'esso formale.2
La distinzione che abbiamo ricordato coincide dunque, in fondo, con quella fra
gli stati individuali e gli stati non-individuali (o sovra-individuali), i
primi dei quali comprendono nel loro insieme tutte le possibilità formali, e i
secondi tutte le possibilità informali.
1. Ibid., cap.
XIX, e Le Symbolisme de la Croix, cit., cap. I. «La
forma, in termini geometrici, è il contorno: è l'apparenza del Limite»
(Matgioï, La Voie Métaphysique, 3a ediz., Éditions
Traditionnelles, Paris, 1956, p. 85). Si potrebbe definirla come un insieme di
tendenze di direzione, per analogia con l'equazione tangenziale di una curva; è
evidente che tale concezione di carattere geometrico è trasponibile nell'ordine
qualitativo. Segnaliamo inoltre la possibilità di applicare queste
considerazioni agli elementi non individualizzati (ma non sovra-individuali)
del «mondo intermedio», ai quali la tradizione estremo-orientale dà il nome
generico di «influenze erranti», e la possibilità di una loro
individualizzazione temporanea e fuggevole, in determinazione di direzione,
attraverso la relazione instaurata con una coscienza umana (cfr. L'Erreur
spirite, cit., pp. 119‑23).
2. È senza dubbio in questo senso che occorre
intendere l'affermazione di Aristotele secondo cui «l'uomo (in quanto
individuo) non pensa mai senza immagini», cioè senza forme.
104
L'insieme delle possibilità formali e quello
delle possibilità informali sono ciò che le varie dottrine tradizionali
simboleggiano rispettivamente con le «Acque inferiori» e le «Acque superiori»;1
le Acque, in generale e nel loro significato più ampio, rappresentano la
Possibilità, intesa come la «perfezione passiva»2 o il principio universale che, nell'Essere, si determina come
«sostanza» (aspetto potenziale dell'Essere); in quest'ultimo caso si tratta
soltanto della totalità delle possibilità di manifestazione, poiché le
possibilità di non-manifestazione sono al di là dell'Essere.3 La
«superficie delle Acque», o il loro piano di separazione, che altrove abbiamo
descritto come il piano di riflessione del «Raggio Celeste»,4 segna
dunque lo stato in cui avviene il passaggio dall'individuale all'universale, e
il noto simbolo del «camminare sulle Acque» rappresenta l'affrancamento dalla
forma, o la liberazione dalla condizione individuale.5 L'essere che
sia pervenuto
1. La separazione delle Acque, dal punto di vista
cosmogonico, si trova descritta in particolare all'inizio del Genesi (1,
6-7).
2. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cit., cap. XXIII.
3. Cfr. L'Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. V.
4. Le Symbolisme de
la Croix, cit., cap. XXIV. È anche, nel simbolismo
indù, il piano secondo cui il Brahmânda o «Uovo del Mondo», al centro
del quale risiede Hiranyagarbha, si divide in due metà; l’«Uovo del
Mondo» è del resto spesso rappresentato come fluttuante sulla superficie delle
Acque primordiali (si veda L'Homme et son devenir selon le Vêdânta,
cit., capp. V e XIII).
5. Nârâyana, uno dei nomi di Vishnu nella
tradizione indù, significa letteralmente «Colui che cammina sulle Acque»;
105
allo stato che per lui corrisponde alla
«superficie delle Acque», ma non si sia ancora innalzato al di sopra di questa,
si trova come sospeso tra due caos, nei quali all'inizio tutto non è che
confusione e oscurità (tamas), fino al momento in cui si produce
l'illuminazione che ne determina l'organizzazione armonica nel passaggio dalla
potenza all'atto, e attraverso la quale, come attraverso il Fiat lux
cosmogonico, si opera la gerarchizzazione che farà sorgere l'ordine dal caos.1
La teoria dei due caos, corrispondenti al
formale e all'informale, è indispensabile per la comprensione di un gran numero
di rappresentazioni simboliche e tradizionali;2 per questo motivo
tenevamo particolarmente a menzionarla qui. Del resto, pur avendo già trattato
la questione in un nostro precedente studio, essa era troppo strettamente
collegata al tema attuale perché ci fosse possibile non farvi almeno un breve
accenno.
l'accostamento alla tradizione evangelica si impone
da sé. Naturalmente, in questo come in tutti gli altri casi, il significato
simbolico non intacca minimamente il carattere storico che il fatto considerato
possiede nel secondo caso, fatto che, del resto, è tanto meno contestabile in
quanto la sua realizzazione, corrispondendo all'ottenimento di un certo grado
di iniziazione effettiva, è molto meno rara di quel che si pensa comunemente.
1. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cit., capp. XXIV e XXVII.
2. Cfr. in particolare il simbolismo
estremo-orientale del Drago, che in un certo modo corrisponde alla concezione
teologica occidentale del Verbo come «luogo dei possibili» (si veda L'Homme
et son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. XVI).
106
XIII
Le gerarchie spirituali
Soltanto la gerarchizzazione degli stati
molteplici nella realizzazione effettiva dell'essere totale consente di capire
come debbano venire considerate, dal punto di vista puramente metafisico,
quelle che vengono chiamate genericamente «gerarchie spirituali». Con tale
espressione si intendono di solito gerarchie di esseri diversi dall'uomo e
diversi tra loro, come se ciascun grado fosse occupato da particolari esseri,
limitati rispettivamente agli stati corrispondenti; ma la concezione degli
stati molteplici ci dispensa palesemente dal porci da questo punto di vista,
che può essere legittimo per la teologia, o per altre scienze o speculazioni
particolari, ma non ha nulla di metafisico. In fondo, poco ci importa in se
stessa l'esistenza di esseri extra-umani e sovra-umani, che possono certo
appartenere a un numero indefinito di generi, comunque siano designati; se
abbiamo tutte le ragioni per ammettere tale esistenza, non fosse altro perché
nel mondo che ci circonda vediamo anche esseri non-umani, e negli altri stati
devono quindi esistere esseri che non passano attraverso la manifestazione
umana (se non altri, almeno quelli che nel nostro mondo sono rappresentati
dalle individualità non-umane), non abbiamo però alcun motivo di occuparcene
107
specificamente, non più di quanto ci occupiamo
degli esseri infra-umani, che pure esistono e che potremmo considerare alla
stessa stregua. A nessuno verrebbe in mente di fare della classificazione
dettagliata degli esseri non-umani del mondo terrestre l'oggetto di uno studio
metafisico o sedicente tale; non si vede perché dovrebbe essere altrimenti per
il semplice fatto che si tratta di esseri che esistono in altri mondi, cioè che
occupano altri stati, i quali, per superiori che siano rispetto al nostro, nondimeno
fanno parte, allo stesso titolo, dell'ambito della manifestazione universale.
Tuttavia è facilmente comprensibile che i filosofi i quali hanno voluto
limitare l'essere a un unico stato, considerando l'uomo, nella sua
individualità più o meno estesa, come un tutto di per sé completo, se sono
stati indotti a pensare vagamente, per una ragione qualsiasi, che vi fossero
altri gradi nell'Esistenza universale, hanno potuto fare di questi gradi solo
gli ambiti di esseri a noi totalmente estranei, salvo in ciò che può esistere
di comune a tutti gli esseri; e, al tempo stesso, la tendenza antropomorfica li
ha spesso portati, d'altra parte, a enfatizzare la comunanza di natura,
attribuendo a tali esseri facoltà non semplicemente analoghe, ma simili o
persino identiche a quelle che appartengono propriamente all'uomo individuale.1
In realtà, gli stati in questione sono
1. Se gli stati «angelici» sono gli stati
sovra-individuali che costituiscono la manifestazione informale, non è
possibile attribuire agli angeli alcuna delle facoltà di ordine propriamente
individuale; per esempio, come abbiamo
108
differenti dallo stato umano in misura
incomparabilmente maggiore di quanto alcun filosofo moderno dell'Occidente
abbia mai potuto anche lontanamente concepire; ma, ciò nonostante, questi
stessi stati, quali che siano del resto gli esseri che realmente li occupano,
possono venire ugualmente realizzati da tutti gli altri esseri, compreso quello
che è allo stesso tempo un essere umano in un altro stato di manifestazione,
altrimenti, come abbiamo già detto, non sarebbe possibile parlare della
totalità di alcun essere, poiché questa, per essere effettiva, deve comprendere
necessariamente tutti gli stati, sia di manifestazione (formale e informale)
sia di non-manifestazione, ciascuno stato secondo il modo nel quale l'essere
considerato è capace di realizzarlo. Abbiamo osservato altrove che quasi tutte
le affermazioni teologiche riguardanti gli angeli possono essere riferite
metafisicamente agli stati superiori dell'essere,1 così come, nel
simbolismo astrologico medioevale, i «cieli», cioè le varie sfere planetarie e
stellari, rappresentano questi stessi stati e anche i gradi iniziatici cui
corrisponde la loro realizzazione;2 e, come i «cieli» e gli
«inferi», i Dêva e gli Asura rappresentano nella tradizione indù
rispettivamente gli stati superiori
detto sopra, non li si può supporre dotati di
ragione, caratteristica esclusiva dell'individualità umana, ed essi possono
avere soltanto un modo di intelligenza puramente intuitivo.
I. Ibid., cap.
X. Sotto questo aspetto, il trattato De angelis di
san Tommaso d'Aquino è particolarmente significativo.
2. L’Ésotérisme de
Dante, Bosse, Paris, 1925, pp. 10, 58-61 [trad. it. L'esoterismo di Dante, Atanòr, Roma, 1951].
109
e inferiori a quello umano.1
Ovviamente tutto ciò non esclude alcuno dei modi di realizzazione che possono
essere propri di altri esseri, così come ve ne sono di peculiari all'essere
umano (in quanto il suo stato individuale è preso come punto di partenza e come
base della realizzazione); ma questi modi a noi estranei non hanno per noi più
importanza di quanta ne abbiano tutte le forme che non saremo mai chiamati a
realizzare (come le forme animali, vegetali e minerali del mondo corporeo),
perché sono anch'esse realizzate da altri esseri nell'ordine della
manifestazione universale, il cui carattere indefinito esclude ogni
ripetizione.2
Da quanto abbiamo detto consegue che per
«gerarchie spirituali» possiamo intendere propriamente solo l'insieme degli
stati dell'essere superiori all'individualità umana, e in special modo degli
stati informali o sovra-individuali, stati che dobbiamo peraltro considerare
realizzabili per l'essere a partire dallo stato umano, e ciò anche nel corso
della sua esistenza corporea e terrena. Infatti questa realizzazione è
essenzialmente implicita nella totalizzazione dell'essere, dunque nella
«Liberazione» (moksha o mukti), che permette all'essere dì
affrancarsi dai legami di ogni particolare condizione di esistenza, e che, non
essendo suscettibile di gradi diversi, è ugualmente completa e perfetta quando
è ottenuta sia come «liberazione in vita» (jîvan-mukti), sia come
«liberazione informale»
1. Le Symbolisme de
la Croix, cit., cap. XXI.
2. Ibid.,
cap. XI.
110
(vidêha‑mukti), secondo quanto abbiamo
avuto occasione di spiegare altrove.1 Perciò non può esistere alcun
grado spirituale superiore a quello dello Yogî, poiché costui, giunto
alla «Liberazione» che è al tempo stesso l’«Unione» (Yoga) o l’«Identità
Suprema», non ha più nulla da ottenere; ma, se lo scopo da raggiungere è il
medesimo per tutti gli esseri, ciascuno ovviamente lo raggiunge seguendo la sua
«via personale», dunque attraverso modalità suscettibili di variazioni
indefinite. È quindi comprensibile che vi siano, nel corso di questa
realizzazione, tappe molteplici e diverse, che possono essere percorse in
successione o simultaneamente, a seconda dei casi, e che, ricollegandosi ancora
a stati determinati, non si devono in alcun modo confondere con la liberazione
totale che ne è il fine e il risultato supremo:2 possiamo
considerarle come altrettanti gradi nelle «gerarchie spirituali», qualunque sia
la classificazione più o meno generale che si vorrà adottare, se è il caso, per
l'indefinità delle loro modalità possibili, e che naturalmente dipenderà dal
particolare punto di vista dal quale si intenderà porsi.3
1. L'Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cit., cap. XXIII.
2. Ibid., capp.
XXI e XXII.
3. Queste «gerarchie spirituali», poiché i diversi
stati che esse comportano sono realizzati attraverso il conseguimento di
altrettanti gradi iniziatici effettivi, corrispondono a ciò che l'esoterismo
islamico chiama «categorie dell'iniziazione» (Tartîb at-tasawwuf); a
questo proposito ricordiamo in particolare il trattato di Mohyîddîn ibn Arabî
che porta appunto tale titolo.
111
È essenziale osservare a tale proposito che i
gradi di cui parliamo, poiché rappresentano stati ancora contingenti e
condizionati, non sono metafisicamente importanti in se stessi, ma, proprio in
quanto li si considera come gradi, lo sono soltanto in vista dell'unico scopo
al quale tendono tutti, e di cui non costituiscono che una sorta di
preparazione. Del resto non c'è paragone tra un qualunque stato particolare,
per elevato che sia, e lo stato totale e incondizionato; né va mai dimenticato
che, poiché rispetto all'Infinito l'intera manifestazione è rigorosamente
nulla, anche le differenze fra gli stati che ne fanno parte devono
evidentemente esserlo, pur considerevoli in se stesse e finché si considerano
soltanto i diversi stati condizionati che esse separano gli uni dagli altri. Se
il passaggio a certi stati superiori costituisce in qualche modo, relativamente
allo stato preso come punto di partenza, una sorta di cammino verso la
«Liberazione», deve essere però chiaro che quest'ultima, quando sarà realizzata,
implicherà sempre una discontinuità rispetto allo stato in cui si troverà in
quel momento l'essere che l'otterrà, e che, qualunque sia tale stato, la
discontinuità non sarà per questo né più né meno profonda, poiché, in tutti i
casi, tra lo stato dell'essere «non-liberato» e quello dell'essere «liberato»
non esiste alcun rapporto del genere esistente tra differenti stati
condizionati.1
Proprio a causa dell'equivalenza di tutti gli
stati di fronte all'Assoluto, quando l'obiettivo finale
1. Ibid.,
cap. XX.
112
è stato raggiunto in uno qualunque dei gradi
in questione, l'essere non ha certamente bisogno di averli percorsi tutti in
precedenza, e del resto egli allora li possiede tutti «in sovrappiù», per così
dire, poiché si tratta di elementi integranti della sua totalizzazione. È
evidente, d'altra parte, che l'essere giunto così in possesso di tutti gli
stati potrà sempre, all'occorrenza, venire considerato più particolarmente in
relazione a uno qualsiasi di essi e come se vi fosse effettivamente «situato»,
sebbene in realtà sia al di là di tutti gli stati e li contenga tutti in se
stesso, senza essere a sua volta contenuto in alcuno di essi. Si potrebbe dire
che in tale caso essi saranno semplicemente aspetti diversi che in un certo
senso costituiranno altrettante «funzioni» di quell'essere, il quale però non
sarà in alcun modo toccato dalle loro condizioni, che per lui avranno ormai
soltanto un'esistenza illusoria, poiché, essendo veramente «se stesso», egli
godrà di uno stato essenzialmente incondizionato. Così l'apparenza formale, e
persino corporea, può sussistere per l'essere che è «liberato in vita» (jîvan-mukta),
e che, «durante la sua permanenza nel corpo, non è toccato dalle sue proprietà,
come il firmamento non è toccato da ciò che è sospeso al suo interno»;1
e allo stesso modo egli rimane «non toccato» da tutte le altre contingenze,
quale che sia lo stato, individuale o sovra-individuale, cioè formale o
informale, cui esse si riferiscono nell'ordine della manifestazione, il quale,
in fondo, non è esso stesso che la somma di tutte le contingenze.
1. Âtma‑Bodha di Shankarâchârya (ibid., cap.
XXIII).
113
XIV
Risposta alle obiezioni basate sulla pluralità
degli esseri
In quanto precede vi è un punto che potrebbe
ancora prestarsi a un'obiezione, sebbene, a dire il vero, vi abbiamo in parte
già risposto, almeno implicitamente, con quanto è stato detto a proposito delle
«gerarchie spirituali». Questa l'obiezione: dato che esiste un numero
indefinito di modalità realizzate da esseri differenti, è veramente legittimo
parlare di totalità per ciascun essere? A ciò è possibile rispondere
innanzitutto facendo notare che l'obiezione così posta si applica evidentemente
soltanto agli stati manifestati, poiché nel non-manifestato non si può parlare
di alcuna specie di distinzione reale, cosicché, dal punto di vista degli stati
di non-manifestazione, ciò che appartiene a un essere appartiene ugualmente a
tutti, nella misura in cui hanno effettivamente realizzato quegli stati. Ora,
se si considera da questo stesso punto di vista tutto l'insieme della
manifestazione, essa costituisce, a causa della sua contingenza, soltanto un
«accidente» nel senso proprio della parola e, di conseguenza, l'importanza di
una delle sue modalità, considerata in se stessa e «distintivamente», è
rigorosamente nulla. Inoltre, dato che il non-manifestato contiene in principio
tutto ciò che costituisce la realtà profonda ed essenziale delle cose che
esistono in uno qualunque
114
dei modi della manifestazione ‑ altrimenti il
manifestato non avrebbe che un'esistenza Puramente illusoria ‑, si può anche
dire che l'essere pervenuto effettivamente allo stato di non-manifestazione
possiede appunto perciò tutto il resto, e che lo possiede veramente «in
sovrappiù», allo stesso modo in cui, come abbiamo detto nel capitolo
precedente, egli possiede tutti gli stati o gradi intermedi, anche senza averli
percorsi in precedenza e separatamente.
Questa risposta, nella quale prendiamo in
considerazione soltanto l'essere giunto alla realizzazione totale, dal punto di
vista puramente metafisico è del tutto sufficiente, anzi è l'unica davvero
sufficiente, perché, se non considerassimo l'essere in questo modo, se
esaminassimo qualunque altro caso diverso da questo, non sarebbe più possibile
parlare di totalità, sicché l'obiezione stessa risulterebbe immotivata. Quel
che occorre dire, in questo caso come pure quando si tratta di possibili
obiezioni concernenti l'esistenza della molteplicità, è che il manifestato,
considerato come tale, cioè sotto l'aspetto della distinzione che lo
condiziona, è nulla rispetto al non-manifestato, poiché i due non sono
paragonabili; ciò che è assolutamente reale (tutto il resto non essendo che
illusorio, nel senso che è una realtà solamente derivata e come «partecipata»)
è, anche per le possibilità che comportano la manifestazione, lo stato
permanente e incondizionato nel quale esse appartengono, principialmente e
fondamentalmente, all'ordine della non-manifestazione.
115
Quanto abbiamo detto potrebbe bastare,
tuttavia tratteremo ancora un altro aspetto della questione, prendendo in esame
l'essere che abbia realizzato non più la totalità del «Sé» incondizionato, ma
solo l'integralità di un certo stato. In questo caso, l'obiezione precedente
deve prendere una nuova forma: come si può concepire tale integralità per un
solo essere, quando lo stato in questione costituisce un ambito che egli ha in
comune con una indefinità di altri esseri, in quanto questi sono anch'essi soggetti
alle condizioni che caratterizzano e determinano quello stato o quel modo di
esistenza? Non è più la stessa obiezione, ma soltanto un'obiezione analoga,
fatte le debite proporzioni tra i due casi, e la risposta dev'essere anch'essa
analoga: per l'essere giunto ad assumere effettivamente il punto di vista
centrale dello stato considerato ‑ questo è l'unico modo di realizzarne
l'integralità ‑, tutti gli altri punti di vista particolari perdono ogni
importanza se presi separatamente, poiché egli li ha unificati nel punto di
vista centrale; è dunque nell'unità di quest'ultimo che essi allora esistono, e
non più al di fuori di tale unità, poiché l'esistenza della molteplicità fuori
dell'unità è puramente illusoria. L'essere che ha realizzato l'integralità di uno
stato ha fatto di sé il centro di quello stato e, come tale, si può dire che
egli riempie interamente quello stato con il proprio irraggiamento:1
assimila a sé tutto ciò che vi è contenuto, in modo tale da farne in un certo
senso altrettante modalità secondarie
1. Ibid.,
cap. XVI.
116
di se stesso,1 quasi paragonabili
alle modalità che si realizzano nello stato di sogno, secondo quanto è stato
detto sopra. Di conseguenza, questo essere non è in alcun modo toccato, nella
sua estensione, dall'esistenza che tali modalità, o almeno alcune di esse, possono
avere al di fuori di lui (l'espressione «al di fuori» del resto non ha più
alcun senso dal suo punto di vista, ma lo ha soltanto da quello degli altri
esseri rimasti nella molteplicità non unificata), per l'esistenza simultanea di
altri esseri nel medesimo stato; d'altra parte, l'esistenza in lui di queste
stesse modalità non intacca minimamente la sua unità, anche nel caso si tratti
soltanto dell'unità ancora relativa che è realizzata al centro di uno stato
particolare. Tale stato è interamente costituito dall'irraggiamento del suo
centro,2 e ogni essere che si ponga effettivamente in questo centro
diviene a sua volta, per ciò stesso, padrone dell'integralità di quello stato;
così l'indifferenziazione principiale del non-manifestato si riflette nel
manifestato, e d'altra parte deve essere chiaro che tale riflesso, essendo nel
manifestato, conserva sempre per questa ragione la relatività inerente a ogni
esistenza condizionata.
Stabilito ciò, sarà facile capire come
considerazioni analoghe possano applicarsi alle modalità comprese, a diversi
titoli, in un'unità ancora
1. Nelle Upanishad il simbolo del «cibo» (anna)
è frequentemente impiegato per designare un'assimilazione di questo genere.
2. Ciò è stato ampiamente spiegato nel nostro
studio precedente, Le Symbolisme de la Croix, cit.
117
più relativa, come quella di un essere che ha
realizzato un certo stato solo in parte, e non integralmente. Un tale essere,
ad esempio l'individuo umano, senza aver raggiunto ancora il proprio totale
sviluppo nel senso dell'«ampiezza» (che corrisponde al grado di esistenza in
cui si trova), ha tuttavia assimilato a sé, in misura più o meno completa,
tutto ciò di cui ha veramente preso coscienza nei limiti della sua estensione
attuale; e le modalità secondarie che si è così annesso, e che sono ovviamente
suscettibili di crescere costantemente e indefinitamente, costituiscono una
parte assai importante di quei prolungamenti dell'individualità ai quali
abbiamo già più volte fatto allusione.
118
XV
La realizzazione dell'essere per mezzo della
conoscenza
Abbiamo detto che l'essere assimila a sé. più
o meno completamente tutto ciò di cui prende coscienza; infatti, in qualunque
campo, non esiste vera conoscenza se non quella che ci consente di penetrare
più o meno profondamente la natura intima delle cose, e i gradi della
conoscenza possono consistere soltanto nella maggiore o minore profondità di
tale penetrazione e nella maggiore o minore completezza dell'assimilazione cui
essa conduce. In altri termini, esiste vera conoscenza solo in quanto implica
un'identificazione del soggetto con l'oggetto o, se si preferisce considerare
il rapporto in senso inverso, un'assimilazione dell'oggetto da parte del
soggetto,1 e nella misura precisa in cui essa implica effettivamente
un’identificazione o un'assimilazione di questo genere, i cui gradi di
realizzazione costituiscono, di conseguenza, i gradi della conoscenza stessa.2
Dobbiamo dunque riaffermare, a dispetto
1. Ovviamente intendiamo qui i termini «soggetto» e
«Oggetto» nel loro senso più usuale, per designare rispettivamente «colui che
conosce» e «ciò che è conosciuto» (si veda L'Homme et son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. XV).
2. Abbiamo già ricordato in diverse occasioni che
Aristotele aveva enunciato il principio dell'identificazione attraverso la
conoscenza, ma che tale affermazione, in lui e
119
di tante discussioni filosofiche, del resto
spesso oziose, cui questo punto ha potuto dar luogo,1 che ogni
conoscenza vera ed effettiva è immediata, e che una conoscenza mediata può
avere solo un valore puramente simbolico e rappresentativo.2 Quanto
alla possibilità stessa di una conoscenza immediata, tutta la teoria degli
stati molteplici la rende sufficientemente comprensibile; d'altra parte,
volerla mettere in dubbio significa dar prova di una perfetta ignoranza
riguardo ai principi metafisici più elementari, poiché, senza la conoscenza
immediata, la metafisica stessa sarebbe totalmente impossibile.3
Abbiamo parlato di identificazione o di
assimilazione, e possiamo impiegare qui i due termini quasi indifferentemente,
sebbene non corrispondano in modo esatto allo stesso punto di vista; parimenti,
si può considerare la conoscenza come procedente allo stesso tempo dal soggetto
all'oggetto di cui il soggetto prende
nei suoi epigoni scolastici, sembra essere rimasta
puramente teorica, senza che essi ne abbiano mai tratto le debite conseguenze
riguardo alla realizzazione metafisica (si vedano in particolare Introduction générale à l'étude des doctrines
hindoues, cit., parte seconda, cap. X, e L'Homme et son devenir selon le
Vêdânta, cit., cap. XXIV).
1. Alludiamo qui alle moderne «teorie della
conoscenza», sulla vanità delle quali ci siamo già espressi altrove (Introduction générale à l'étude des doctrines
hindoues, cit., parte seconda, cap. X); del resto vi
ritorneremo poco più avanti.
2. Tale differenza è quella fra la conoscenza
intuitiva e la conoscenza discorsiva, di cui abbiamo parlato abbastanza spesso
perché non sia necessario indugiarvi ancora.
3. Ibid., cap.
V.
120
coscienza (o, più in generale e per non
limitarci alle condizioni di certi stati, all'oggetto che egli rende una
modalità secondaria di se stesso) e dall'oggetto al soggetto che lo assimila a
sé, e ricorderemo a tale proposito la definizione aristotelica della
conoscenza, nell'ambito sensibile, come «l'atto comune del senso e dell'oggetto
sensibile», la quale implica effettivamente una reciprocità di relazione di
questo genere.1 Quindi, per ciò che concerne l’ambito sensibile o
corporeo, gli organi di senso sono, per l'essere individuale, gli «accessi»
della conoscenza;2 ma, da un altro punto di vista, essi sono anche
delle «uscite», proprio in quanto ogni conoscenza comporta un atto di
identificazione che procede dal soggetto conoscente in direzione dell'oggetto
individuale, come l'emissione di una specie di prolungamento esterno del
soggetto stesso. È importante osservare, d'altra parte, che un tale
prolungamento non è esterno se non in rapporto all'individualità considerata
nel senso più stretto, poiché fa parte integrante dell'individualità estesa;
l'essere, estendendosi così attraverso uno sviluppo delle proprie possibilità,
non deve in alcun modo uscire da se stesso ‑ ciò che in realtà non avrebbe
alcun senso, poiché un
1. Si può inoltre osservare che l'atto comune a due
esseri, nel senso che Aristotele dà alla parola «atto», è ciò attraverso cui le
loro nature coincidono, e dunque si identificano almeno parzialmente.
2. Si veda L'Homme et son devenir
selon le Vêdânta, cit.,
cap. XII; il simbolismo delle «bocche» di Vaishwânara è
riconducibile all'analogia fra assimilazione cognitiva e assimilazione
nutritiva.
121
essere non può, in nessuna circostanza,
diventare altro da sé. Questo al tempo stesso risponde direttamente alla
principale obiezione dei filosofi occidentali moderni contro la possibilità
della conoscenza immediata; e da ciò si vede chiaramente che l'origine di una
simile obiezione altro non è che un'incomprensione metafisica pura e semplice,
in forza della quale tali filosofi hanno disconosciuto le possibilità
dell'essere, anche individuale, nella sua estensione indefinita.
Tutto ciò è a fortiori vero se, uscendo
dai limiti dell'individualità, viene applicato agli stati superiori: la
conoscenza reale di questi stati implica il loro possesso effettivo e,
inversamente, l'essere ne prende possesso attraverso la conoscenza stessa,
poiché i due atti sono inseparabili uno dall'altro, e potremmo anche dire che,
in fondo, essi sono una cosa sola. Naturalmente ciò vale solo per la conoscenza
immediata, la quale, quando si estende alla totalità degli stati, comporta in
se stessa la loro realizzazione, ed è, di conseguenza, «il solo mezzo di
ottenere la Liberazione completa e finale».1 La conoscenza che
rimane puramente teorica evidentemente non può in alcun modo equivalere a una
realizzazione di tal genere e, non essendo una percezione immediata del suo
oggetto, può avere soltanto, come abbiamo già detto, un valore del tutto
simbolico; nondimeno essa costituisce una preparazione indispensabile
all'acquisizione di quella conoscenza effettiva che è il mezzo, anzi, l'unico
mezzo attraverso
1. Âtma‑Bodha di Shankarâchârya (ibid.,
cap. XXII).
122
cui si opera la realizzazione dell'essere
totale.
Sentiamo il dovere, ogniqualvolta se ne
presenta l'occasione, di insistere in modo particolare su tale realizzazione
dell'essere per mezzo della conoscenza, perché essa è totalmente estranea alle
concezioni occidentali moderne, che non si avventurano al di là della
conoscenza teorica o, più precisamente, di una modesta parte di quest'ultima, e
contrappongono artificiosamente il «conoscere» all'«essere», come se non
fossero le due facce inseparabili di una sola e medesima realtà;1
non esiste vera metafisica per chi non comprenda a fondo che l'essere si
realizza attraverso la conoscenza, e che si può realizzare soltanto in questo
modo. L'autentica dottrina metafisica non deve curarsi affatto di tutte le
«teorie della conoscenza» che la filosofia moderna va così faticosamente
elaborando; in questi tentativi di sostituire una «teoria della conoscenza»
alla conoscenza stessa si può anzi ravvisare una vera e propria ammissione di
impotenza, sebbene certo inconsapevole, da parte di quella filosofia che a tal
punto ignora qualsiasi possibilità di realizzazione effettiva. Inoltre la
conoscenza vera, che è, come abbiamo detto, immediata, può essere più o meno
completa, più o meno profonda, più o meno adeguata, ma non può essere
essenzialmente «relativa» come vorrebbe quella stessa filosofia, o perlomeno
essa non lo è se non nella misura in cui sono relativi i suoi
1. Si veda anche Introduction
générale à l’étude des doctrines hindoues, cit., parte seconda, cap. X.
123
oggetti. In altre parole, la conoscenza
relativa, metafisicamente parlando, non è altro che la conoscenza del relativo
o del contingente, cioè quella che si rivolge al manifestato; ma il valore di
questa conoscenza, all'interno del proprio ambito, è tanto grande quanto lo
consente la natura di tale ambito,1 e non è certo così che
l'intendono coloro che parlano di «relatività della conoscenza». Tralasciando
ogni considerazione dei gradi di una conoscenza più o meno completa e profonda,
gradi che non modificano in nulla la sua natura essenziale, l'unica distinzione
che possiamo legittimamente operare, quanto al valore della conoscenza, è
quella già indicata tra la conoscenza immediata e la conoscenza mediata, cioè
tra la conoscenza effettiva e la conoscenza simbolica.
1. Ciò vale anche per la semplice conoscenza
sensibile, che è essa stessa, nell'ordine inferiore e limitato che le
appartiene, una conoscenza immediata, dunque necessariamente vera.
124
XVI
Conoscenza e coscienza
Una conseguenza molto importante di ciò che è
stato detto sin qui è che la conoscenza, intesa in senso assoluto e in tutta la
sua universalità, non ha affatto per sinonimo o per equivalente la coscienza,
l’ambito della quale è coestensivo soltanto a quello di certi stati d'essere
determinati, sicché solo in questi stati, a esclusione di tutti gli altri, la
conoscenza si realizza attraverso quella che si può propriamente chiamare una
«presa di coscienza». La coscienza, quale l'abbiamo intesa in precedenza, anche
nell'accezione più generale e senza ridurla alla sua forma specificamente
umana, non è che un modo contingente e particolare di conoscere, in determinate
condizioni, una proprietà inerente all'essere considerato in certi stati di
manifestazione; a maggior ragione non si può parlare in alcun modo di coscienza
per gli stati incondizionati, cioè per tutto quel che oltrepassa l'Essere, dato
che la coscienza non è nemmeno applicabile a tutto l'Essere. Al contrario, la
conoscenza, considerata in se stessa e indipendentemente dalle condizioni
attinenti a qualche stato particolare, non può tollerare alcuna restrizione e,
per essere adeguata alla verità totale, deve essere coestensiva non solamente
all'Essere, ma alla stessa Possibilità universale, e dunque essere infinita
così come
125
quest'ultima lo è necessariamente. Ciò
equivale a dire che conoscenza e verità, considerate in senso metafisico, in
fondo non sono cosa diversa da quanto abbiamo chiamato, peraltro con
un'espressione molto imperfetta, «aspetti dell'Infinito»; ed è quello che
afferma con particolare chiarezza la seguente formula, uno degli enunciati
fondamentali del Vêdânta: «Brahma è la Verità, la Conoscenza,
l'Infinito» (satyam jnânam anantam brahma).1
Quando diciamo che il «conoscere» e l'«essere»
sono le due facce di una medesima realtà, il termine «essere» va dunque inteso
in un senso soltanto analogico e simbolico, poiché la conoscenza si spinge al
di là dell'Essere; così è anche quando parliamo della realizzazione dell'essere
totale, poiché tale realizzazione implica essenzialmente la conoscenza totale e
assoluta, e non è in alcun modo distinta da tale conoscenza, purché ovviamente
si tratti della conoscenza effettiva, e non di una semplice conoscenza teorica
e rappresentativa. Ed è questo il momento, d'altra parte, di fare una breve
precisazione circa il modo in cui occorre intendere l'identità metafisica fra
il possibile e il reale: dato che ogni possibile è realizzato dalla conoscenza,
tale identità, presa in senso universale, costituisce propriamente la verità in
sé, poiché essa può venire concepita proprio come il perfetto adeguamento della
conoscenza alla Possibilità totale.2 Non è difficile scorgere
1. Taittirîyaka Upanishad, 2a
Valli, lo Anuvâka, shloka l.
2. Questa formula è in accordo con la definizione
che san Tommaso d'Aquino dà della verità come adaequatio
126
tutte le conseguenze che è possibile trarre da
quest'ultima osservazione, la cui portata è immensamente più vasta di quella di
una definizione semplicemente logica della verità, poiché riflette tutta la
differenza che intercorre tra l'intelletto universale e incondizionato1
e l'intelligenza umana con i suoi condizionamenti individuali, come pure,
d'altro lato, tutta la differenza che separa il punto di vista della
realizzazione da quello di una «teoria della conoscenza». La stessa parola
«reale», solitamente assai vaga e addirittura equivoca ‑ e lo è necessariamente
per quei filosofi che mantengono la pretesa distinzione tra il possibile e il
reale ‑, assume così un significato metafisico affatto diverso, trovandosi
collegata al punto di vista della realizzazione2 o, per essere più
precisi, divenendo un'espressione della permanenza assoluta, nell'Universale,
di tutto ciò di cui un essere raggiunge il possesso effettivo attraverso la
realizzazione totale di se stesso.3
rei et intellectus; ma
essa ne è in qualche modo una trasposizione, perché è opportuno tenere conto di
tale differenza capitale: che la dottrina scolastica si mantiene esclusivamente
all'interno dell'Essere, mentre quanto diciamo in questa sede è ugualmente
applicabile a tutto ciò che è al di là dell'Essere.
1. Qui il termine «intelletto» è anch'esso
trasposto al di là dell'Essere, e dunque a maggior ragione al di là della Buddhi,
che, sebbene di ordine universale e informale, appartiene ancora all'ambito
della manifestazione, e di conseguenza non può essere detta incondizionata.
2. Si noterà, del resto, la stretta parentela, che
non ha niente di fortuito, tra i termini «reale» e «realizzazione».
3. Questa stessa permanenza viene espressa in altro
modo,
127
In quanto principio universale, l'intelletto
potrebbe essere concepito come ciò che contiene la conoscenza totale, a
condizione però di vedere in questa espressione un semplice modo di dire,
perché, trovandoci essenzialmente nella «non-dualità», il contenente e il
contenuto sono assolutamente identici, dato che entrambi devono essere infiniti
e che una «pluralità di infiniti», come abbiamo già detto, è un'impossibilità.
La Possibilità universale, che comprende ogni cosa, non può essere compresa da
nulla fuorché da se stessa, ed essa si comprende «senza però che tale
comprensione esista in un modo qualunque»;1 pertanto si può parlare,
in senso universale, dell'intelletto e della conoscenza come di elementi
correlati soltanto nel modo in cui abbiamo parlato in precedenza dell'Infinito
e della Possibilità, cioè vedendovi una sola e medesima cosa, che consideriamo
simultaneamente sotto un aspetto attivo e uno passivo, ma senza che vi sia
alcuna distinzione reale. Nell'Universale non dobbiamo distinguere tra intelletto
e conoscenza, né, di conseguenza, tra intelligibile e conoscibile: poiché la
conoscenza vera è immediata, l'intelletto è rigorosamente tutt'uno con il suo
oggetto; soltanto nei modi condizionati della conoscenza, sempre indiretti e
inadeguati, è possibile stabilire una distinzione, dato che tale conoscenza
relativa si verifica non attraverso
nel linguaggio teologico occidentale, quando si
dice che i possibili sono eternamente nell'intelletto divino.
1. Risâlah el‑Ahadiyyah
di Mohyiddin ibn Arabî (cfr. L'Homme et son devenir selon le Vêdânta,
cit., cap. XV).
128
l'intelletto stesso, ma attraverso una
rifrazione dell'intelletto negli stati d'essere considerati; inoltre, come
abbiamo visto, la coscienza individuale è costituita appunto da una rifrazione
di questo genere; ma, direttamente o indirettamente, esiste sempre una
partecipazione all'intelletto universale nella misura in cui vi è conoscenza
effettiva, in una modalità qualsiasi, o al di fuori di ogni modalità
particolare.
Poiché la conoscenza totale è adeguata alla
Possibilità universale, non esiste nulla di inconoscibile,1 ossia,
in altri termini, «non vi sono cose inintelligibili, vi sono solo cose
attualmente incomprensibili»,2 cioè inconcepibili non tanto in se
stesse e in modo assoluto, ma solo per noi in quanto esseri condizionati, vale
a dire limitati nella nostra manifestazione attuale alle possibilità di uno
stato determinato. Enunciamo così quello che si potrebbe chiamare un principio
di «intelligibilità universale», non come lo si intende ordinariamente, ma in
senso puramente metafisico, dunque al di là dell'ambito logico, dove questo
principio,
l. Respingiamo dunque formalmente e assolutamente
ogni «agnosticismo», di qualsiasi genere; si potrebbe del resto domandare ai
«positivisti», come ai partigiani della famosa teoria dell'«Inconoscibile» di
Herbert Spencer, che cosa li autorizzi ad affermare che esistono cose che non
possono essere conosciute: questa domanda correrebbe il forte rischio di
restare senza risposta, tanto più che alcuni, di fatto, sembrano proprio
confondere puramente e semplicemente l'«ignoto» (cioè in definitiva quanto è sconosciuto
a loro stessi) e l’«inconoscibile» (si veda Orient et Occident, cit.,
parte prima, cap. I, e La Crise da monde moderne, cit., p. 98).
2. Matgioï, La Voie
Métaphysique, cit., p. 86.
129
come tutti quelli di ordine propriamente
universale (gli unici a meritare davvero il nome di princìpi), troverà soltanto
un'applicazione particolare e contingente. Questo, sia ben chiaro, non
significa per noi postulare alcun «razionalismo», tutt'altro, poiché la
ragione, essenzialmente diversa dall'intelletto (senza la cui garanzia non
avrebbe del resto alcuna validità), non è nulla più che una facoltà
specificamente umana e individuale; esiste dunque di necessità, non diremo
l’«irrazionale»,1 ma il «sovra-razionale», che è infatti una
caratteristica fondamentale di tutto quanto è veramente di ordine metafisico;
ma il «sovra-razionale» non cessa per questo di essere in se stesso
intelligibile, pur non essendo attualmente comprensibile per le facoltà limitate
e relative dell'individualità umana.2
Tutto ciò comporta ancora un'altra
osservazione, di cui conviene tenere conto onde evitare ogni malinteso: come il
termine «ragione», anche il termine «coscienza» può essere talvolta
universalizzato, attraverso una trasposizione puramente analogica, e noi stessi
l'abbiamo fatto altrove per rendere il significato del
1. Ciò che oltrepassa la ragione, infatti, non per
questo è contrario alla ragione, secondo il senso generalmente attribuito alla
parola «irrazionale».
2. Ricordiamo a tale proposito che un «mistero»,
anche inteso nella sua concezione teologica, non è affatto qualcosa di
inconoscibile o inintelligibile, semmai, secondo il senso etimologico del
termine, e come abbiamo detto sopra, qualcosa di inesprimibile, e dunque di
incomunicabile, il che è completamente diverso.
130
termine sanscrito Chit;1 ma
una tale trasposizione è possibile solo quando ci si limita all'Essere, come
accadeva allora nel considerare il ternario Sachchidânanda. Deve essere
tuttavia chiaro che, pur con questa restrizione, la coscienza così trasposta
non è più in alcun modo intesa nel senso proprio che abbiamo sopra definito e
che in genere riserviamo a questa parola: in tale senso essa non è, ripetiamo,
che il modo specifico di una conoscenza contingente e relativa, come
contingente e relativo è lo stato d'essere condizionato al quale essa
appartiene essenzialmente; e se si può sostenere che essa è una «ragion
d'essere» per un tale stato, è solo in quanto la coscienza è una
partecipazione, per riflesso, alla natura di quell'intelletto universale e trascendente
che, infine e in maniera eminente, è esso stesso la suprema «ragion d'essere»
di tutte le cose, la vera «ragione sufficiente» metafisica che si determina da
se stessa in tutti gli ordini di possibilità, senza che alcuna di tali
determinazioni possa minimamente toccarla. La concezione della «ragione
sufficiente», assai diversa dalle concezioni filosofiche o teologiche in cui si
rinchiude il pensiero occidentale, risolve d'altronde immediatamente molte
questioni di fronte alle quali quel pensiero deve riconoscersi impotente, e ciò
conciliando il punto di vista della necessità e quello della contingenza; ci
troviamo qui, infatti, ben al di là dell'opposizione tra necessità e
contingenza intese nella loro accezione
1. L'Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cit., cap. XIV.
131
comune;1 ma qualche chiarimento
complementare non sarà forse inutile per far comprendere perché in metafisica
pura la questione non può essere posta.
1. Dobbiamo peraltro precisare che la teologia, ben
superiore in ciò alla filosofia, riconosce almeno che questa opposizione può e
deve essere superata, sebbene la sua risoluzione non le appaia in tutta
l'evidenza che essa presenta se considerata dal punto di vista metafisico.
Occorre aggiungere che è soprattutto dal punto di vista teologico, e a causa
della concezione religiosa della «creazione», che la questione dei rapporti fra
necessità e contingenza ha rivestito fin dall'inizio l'importanza che ha conservato
in seguito nel pensiero filosofico occidentale.
132
XVII
Necessità e contingenza
Ogni possibilità di manifestazione, abbiamo
detto sopra, deve manifestarsi per il fatto stesso di essere ciò che è, ossia
una possibilità di manifestazione, sicché in linea di principio la
manifestazione è necessariamente implicita nella natura stessa di certe
possibilità. Quindi la manifestazione, che in quanto tale è puramente
contingente, è nondimeno necessaria nel suo principio, così come, transitoria
in se stessa, possiede tuttavia una radice assolutamente permanente nella
Possibilità universale; d'altronde è proprio tale radice a costituire tutta la
sua realtà. Se così non fosse, la manifestazione potrebbe avere soltanto
un'esistenza del tutto illusoria, anzi, si potrebbe considerarla a rigore
inesistente, poiché, essendo senza un principio, essa conserverebbe soltanto un
carattere essenzialmente «privativo», come può esserlo quello di una negazione
o limitazione considerata in se stessa; e la manifestazione, così concepita,
non sarebbe infatti niente di più che l'insieme di tutte le condizioni limitative
possibili. Però tali condizioni, dal momento che sono possibili, sono
metafisicamente reali, e questa realtà, che era solo negativa quando esse erano
concepite come semplici limitazioni, diviene in un certo senso positiva quando
le si considera come possibilità. La
133
manifestazione ha dunque una propria realtà
perché è implicita nell'ordine delle possibilità, e la sua realtà non può in
alcun modo essere indipendente da tale ordine universale, poiché in esso, e
soltanto in esso, ha la sua vera «ragione sufficiente»: dire che la
manifestazione è necessaria nel suo principio non è, in fondo, diverso dal dire
che essa è compresa nella Possibilità universale.
Non vi è dunque difficoltà alcuna a concepire
da punti di vista diversi la manifestazione come a un tempo necessaria e
contingente, purché si faccia grande attenzione a questo punto fondamentale, e
cioè che il principio non può essere modificato da determinazioni di alcun
genere, poiché ne è essenzialmente indipendente (come la causa è indipendente
dai suoi effetti), sicché la manifestazione è legata al suo principio da un
rapporto di necessità, mentre il principio non è in alcun modo legato alla
manifestazione. L'«irreversibilità» o l'«irreciprocità» del rapporto preso in
esame risolve dunque del tutto la difficoltà che si attribuisce di solito a
questo problema,1 la quale esiste in definitiva soltanto perché si
perde di vista tale «irreciprocità»; e, se la si perde di vista (ammettendo che
la si sia mai intravista in qualche misura), ciò dipende dal fatto che, poiché
attualmente ci si trova nella manifestazione, si è naturalmente portati ad
attribuire ad essa un'importanza che, dal punto di vista universale,
l. Questa stessa «irreciprocità» esclude anche ogni
«panteismo» e ogni «immanentismo», come abbiamo già fatto notare altrove (ibid.,
cap. XXIV).
134
non può in alcun modo avere. Per far
comprendere meglio il nostro pensiero in proposito, possiamo anche qui far
ricorso a un simbolo spaziale: la manifestazione, nella sua integralità, è
veramente nulla rispetto all'Infinito, così come (fatte salve le riserve che
l'imperfezione di tali paragoni esige sempre) un punto collocato nello spazio è
uguale a zero in rapporto a quello spazio;1 questo non vuol dire che
quel punto sia niente in senso assoluto (tanto più che esiste necessariamente
per il fatto stesso che esiste lo spazio), ma è niente sotto l'aspetto
dell'estensione, è rigorosamente uno zero come estensione; e la manifestazione,
rispetto al Tutto universale, non è niente di più di quanto sia quel punto
rispetto allo spazio preso in tutta l'indefinità della sua estensione, con la
differenza, inoltre, che lo spazio è qualcosa di limitato per sua natura,
mentre il Tutto universale è l'Infinito.
Dobbiamo qui segnalare un'altra difficoltà, di
natura però più linguistica che teorica: tutto ciò che esiste in modo
transitorio nella manifestazione deve essere trasposto in modo permanente nel
non-manifestato; la manifestazione stessa acquista così la permanenza che
costituisce tutta la sua realtà principiale, ma non si tratta più della
manifestazione in quanto tale, bensì dell'insieme delle possibilità di
manifestazione
1. Si tratta qui ovviamente di un punto posto nello
spazio, e non del punto principiale di cui lo spazio stesso è soltanto
un'espansione o uno sviluppo. Sui rapporti fra il punto e l'estensione si veda Le
Symbolisme de la Croix, cit., cap. XVI.
135
che non si manifestano, pur implicando
tuttavia la manifestazione nella loro stessa natura, altrimenti sarebbero altro
da quel che sono. La difficoltà di questa trasposizione o passaggio dal
manifestato al non-manifestato e l'apparente oscurità che ne risulta
corrispondono a quelle che si incontrano quando si vuole esprimere, nella
misura in cui sono esprimibili, i rapporti fra il tempo, o più in generale la
durata in tutti i suoi modi (vale a dire ogni condizione di esistenza che
implichi una successione), e l'eternità; si tratta in fondo dello stesso
problema considerato sotto due aspetti non molto dissimili, il secondo dei
quali è semplicemente più specifico del primo, poiché si riferisce solo a una
condizione determinata fra tutte quelle che il manifestato comporta. Tutto
questo, lo ripetiamo, è perfettamente concepibile, ma occorre saper tenere
conto dell'inesprimibile, come del resto in tutto ciò che appartiene all'ambito
metafisico; quanto poi ai mezzi per rendere effettiva, e non soltanto teorica,
una concezione che includa lo stesso inesprimibile, non è ovviamente cosa di
cui possiamo parlare in questo studio, poiché le considerazioni di tale ordine
non rientrano nei limiti che ci siamo attualmente assegnati.
Tornando alla contingenza, possiamo, in
generale, darne la seguente definizione: è contingente tutto ciò che non ha in
se stesso la propria ragione sufficiente; si può così vedere in modo chiaro che
ogni cosa contingente è nondimeno necessaria, nel senso che è necessariamente
implicata dalla sua ragione sufficiente, infatti, per esistere, deve averne
136
una; questa però non risiede in essa,
perlomeno fin tanto che la si considera nella particolare condizione in cui ha
appunto tale carattere di contingenza, che non avrebbe più se la si
considerasse nel suo principio, perché allora si identificherebbe con la sua
stessa ragione sufficiente. È il caso della manifestazione, che come tale è
contingente, perché il suo principio o la sua ragione sufficiente si trova nel
non-manifestato; infatti quest'ultimo comprende ciò che potremmo chiamare il
«manifestabile», ossia le possibilità di manifestazione come possibilità pure
(e non, ovviamente, in quanto comprende il «non-manifestabile» o le possibilità
di non-manifestazione). Principio e ragione sufficiente sono dunque in fondo la
stessa cosa, ma è particolarmente importante considerare il principio sotto
l'aspetto di ragione sufficiente quando si voglia comprendere nel suo
significato metafisico la nozione di contingenza; e occorre inoltre precisare,
per evitare ogni confusione, che la ragione sufficiente è esclusivamente la
ragion d'essere ultima di una cosa (ultima se si parte dalla considerazione di
quella cosa per risalire verso il principio, ma, in realtà, prima nell'ordine
di concatenazione sia logico sia ontologico che va dal principio alle sue
conseguenze), e non semplicemente la sua ragion d'essere immediata, poiché
tutto ciò che è in un modo qualunque, anche contingente, deve possedere in se
stesso la propria ragion d'essere immediata, intesa nel senso in cui dicevamo
in precedenza che la coscienza costituisce una ragion d'essere per certi stati
dell'esistenza manifestata.
137
Una conseguenza assai importante di tutto ciò
è che ogni essere, si può dire, porta in se stesso il proprio destino, sia in
maniera relativa (destino individuale), se si tratta soltanto dell'essere
considerato all'interno di un certo stato condizionato, sia in maniera
assoluta, se si tratta dell'essere nella sua totalità, poiché «la parola
"destino" designa la vera ragion d'essere delle cose».1
Tuttavia l'essere condizionato o relativo può farsi portatore soltanto di un
destino anch'esso relativo, che riguarda esclusivamente le proprie particolari
condizioni di esistenza; se, considerando l'essere in tal modo, si volesse
parlare del suo destino ultimo o assoluto, dovremmo affermare che questo non
risiede più in lui, poiché non si tratta veramente del destino di quell'essere
in quanto contingente, ma si riferisce in realtà all'essere totale. Basta tale
osservazione per mostrare l'inanità di tutte le discussioni collegate al
«determinismo»:2 si tratta ancora una volta di questioni, così
numerose nella filosofia occidentale moderna,
1. Commento tradizionale di Tcheng-tseu all'Yi-king
(ibid., cap. XXII).
2. Si potrebbe dire altrettanto di larga parte
delle discussioni relative alla finalità; così, in particolare, la distinzione
tra la «finalità interna» e la «finalità esterna» può apparire pienamente
valida soltanto se si ammette il presupposto antimetafisico che un essere
individuale sia un essere completo e costituisca un «sistema chiuso», poiché,
altrimenti, quel che è «esterno» per l'individuo potrebbe nondimeno essere
«interno» per l'essere vero, ammesso che la distinzione implicita in tale
parola sia ancora applicabile ad esso (ibid., cap. XXIX); ed è facile
rendersi conto che, in fondo, finalità e destino sono la stessa cosa.
138
che esistono soltanto perché sono mal poste;
vi sono peraltro molte concezioni diverse del determinismo, e così pure
concezioni diverse della libertà, la maggior parte delle quali non ha nulla di
metafisico; è dunque importante precisare la vera nozione metafisica della
libertà, ed è con questo che concluderemo il presente studio.
139
XVIII
La nozione metafisica della libertà
Per comprovare metafisicamente la libertà è
sufficiente, senza gravarsi di tutte le consuete argomentazioni filosofiche,
dimostrare che essa è una possibilità, poiché il possibile e il reale sono
metafisicamente identici. A tal fine, possiamo intanto definire la libertà come
assenza di costrizione: definizione negativa nella forma, ma che, ancora una
volta, è positiva nella sostanza, poiché la costrizione è una limitazione,
ossia in realtà una negazione. Ora, per quanto concerne la Possibilità
universale considerata al di là dell'Essere, cioè come Non-Essere, non si può
parlare di unità, lo abbiamo già detto, perché il Non-Essere è lo Zero
metafisico, ma si può almeno, sempre ricorrendo a una forma negativa, parlare
di «non-dualità» (adwaita).1 Là dove non esiste dualità, non
vi è necessariamente alcuna costrizione, e questo basta per provare che la
libertà è una possibilità, dal momento che discende immediatamente dalla
«non-dualità», la quale, come è ovvio, è esente da ogni contraddizione.
A questo punto, si può aggiungere che la
libertà è non soltanto una possibilità nel senso più universale, ma anche una
possibilità d'essere
1. Cfr. L'Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cit., cap. XXIII.
140
o di manifestazione; basta qui, per passare
dal Non-Essere all'Essere, passare dalla «non-dualità» all'unità: l'Essere è
«uno» (dove l'Uno, è lo Zero affermato), o meglio è la stessa Unità metafisica,
l'affermazione prima, ma anche, appunto per questo, la prima determinazione.1
Ciò che è uno è palesemente esente da ogni costrizione, sicché l'assenza di
costrizione, cioè la libertà, si ritrova anche nell’ambito dell'Essere, dove
l'unità si presenta in qualche modo come una specificazione della «non-dualità»
principiale del Non-Essere; in altre parole, la libertà appartiene anche
all'Essere, il che equivale a dire che essa è una possibilità d'essere, oppure,
secondo quanto abbiamo spiegato in precedenza, una possibilità di
manifestazione, poiché l'Essere è prima di tutto il principio della
manifestazione. Inoltre, dire che questa possibilità è essenzialmente inerente
all'Essere come conseguenza immediata della sua unità equivale a dire che essa
si manifesterà, in gradi diversi, in tutto ciò che procede dall'Essere, cioè in
tutti gli esseri particolari in quanto appartengono all'ambito della
manifestazione universale. Tuttavia, dal momento che vi è molteplicità ‑ come
nell'ordine delle esistenze particolari ‑, è evidente che si potrà parlare
soltanto di libertà relativa; e a questo riguardo si può considerare o la
molteplicità degli stessi esseri particolari, o quella degli elementi
costitutivi di ciascuno di essi. Per quanto riguarda la molteplicità degli esseri,
ciascuno di essi, nei suoi stati di
1. Ibid., cap. VI.
141
manifestazione, è limitato dagli altri, e
questa limitazione può tradursi in una restrizione della libertà; ma dire che
un qualunque essere non è in alcun grado libero equivarrebbe ad affermare che
non è se stesso, che esso è «gli altri», o non possiede in sé la propria ragion
d'essere, nemmeno immediata, il che in fondo significherebbe che non è in alcun
modo un essere vero e proprio.1 D'altra parte, poiché l'unità
dell'Essere è il principio della libertà, tanto negli esseri particolari quanto
nell'Essere universale, un essere sarà libero nella misura in cui parteciperà
di tale unità; in altri termini, esso sarà tanto più libero quanta maggiore
sarà in lui l'unità, o quanto più esso sarà «uno»;2 ma, come
abbiamo già detto, gli esseri individuali lo sono sempre solo relativamente.3
È d'altronde importante osservare a tale
1. Si può inoltre far notare che, dal momento che
la molteplicità procede dall'unità, nella quale è implicita o contenuta in
principio, essa non può in alcun modo distruggere l'unità, né quel che è una
conseguenza dell'unità, come la libertà.
2. Ogni essere, perché sia veramente tale, deve
possedere una certa unità di cui porta il principio in se stesso; in questo
senso, Leibniz ebbe ragione nel dire: «Ciò che non è veramente un essere
non è nemmeno veramente un essere»; ma questo adattamento della
formula scolastica ens et unum convertuntur perde in Leibniz la sua
portata metafisica poiché l'unità assoluta e completa viene attribuita alle
«sostanze individuali».
3. È del resto a causa di questa relatività che si
può parlare di gradi di unità, e quindi anche di gradi di libertà, poiché
esistono gradi solo nel relativo, e ciò che è assoluto non è suscettibile di
«più» o di «meno» («più» e «meno» devono qui essere presi in senso analogico, e
non soltanto nella loro accezione quantitativa).
142
riguardo che non è propriamente la maggiore o
minore complessità della costituzione di un essere a renderlo più o meno
libero, bensì il carattere di tale complessità, a seconda che essa sia più o
meno effettivamente unificata; ciò risulta da quanto è stato esposto in
precedenza sui rapporti tra l'unità e la molteplicità.1
La libertà, così considerata, è dunque una
possibilità che, in gradi diversi, costituisce un attributo di tutti gli
esseri, quali che siano e in qualunque stato si trovino, e non soltanto un
attributo dell'uomo; la libertà umana, l'unica in causa in tutte le discussioni
filosofiche, si presenta qui come un semplice caso
1. Occorre distinguere fra la complessità che è
solo pura molteplicità e quella che è al contrario un'espansione dell'unità
(cfr. Asrâr rabbâniyyah nell'esoterismo islamico: L'Homme et son
devenìr selon le Vêdânta, cit., cap. IX, e Le Symbolisme de la Croix, cit., cap. IV);
si potrebbe dire che, in rapporto alle possibilità dell'Essere, la prima
complessità si riferisce alla «sostanza», la seconda all'«essenza». Si
potrebbero analogamente considerare i rapporti di un essere con gli altri
(rapporti che, per quell'essere considerato nello stato in cui essi si
verificano, intervengono come elementi nella complessità della sua natura,
poiché fanno parte dei suoi attributi come altrettante modificazioni secondarie
di lui stesso) sotto due aspetti apparentemente opposti, ma in realtà
complementari, a seconda se, in questi rapporti, l'essere in questione assimila
gli altri a sé o è da essi assimilato, dove tale assimilazione costituisce la
«comprensione» nel vero senso della parola. Il rapporto che esiste fra due esseri
è al tempo stesso una modificazione dell'uno e dell'altro; ma si può dire che
la causa determinante di questa modificazione risiede in quello dei due esseri
che agisce sull'altro, o che lo assimila a sé quando il rapporto è inteso dal
punto di vista precedente, che non è più quello dell'azione ma della
conoscenza, in quanto implica un'identificazione tra i due termini.
143
particolare come essa è effettivamente.1
Del resto, ciò che metafisicamente ha più importanza non è la libertà relativa
degli esseri manifestati, e nemmeno gli àmbiti particolari e limitati in cui
essa è suscettibile di esercitarsi; ma è la libertà intesa in senso universale,
e che risiede propriamente nell'istante metafisico del passaggio dalla causa
all'effetto, sebbene il rapporto causale vada trasposto analogicamente in modo
opportuno affinché possa valere per tutti gli ordini di possibilità. Poiché tale
rapporto causale non è né può essere un rapporto di successione,
l'effettuazione deve venire qui considerata essenzialmente sotto l'aspetto
extra-temporale, e ciò tanto più in quanto il punto di vista temporale,
specifico di uno stato determinato di esistenza manifestata o, ancora più
precisamente, di certe modalità di quello stato, non è in alcun modo
suscettibile di universalizzazione.2 La conseguenza di ciò è che
quell'istante metafisico che ci pare inafferrabile
1. Poco importa che alcuni preferiscano chiamare
«Spontaneità» ciò che noi qui chiamiamo libertà, al fine di riservare questo
termine esclusivamente alla libertà umana; l'impiego di due termini differenti
ha il difetto di indurre facilmente a credere che quest'ultima sia di natura
diversa, mentre sì tratta soltanto di una differenza di gradi, o che perlomeno
essa rappresenti una specie di «caso privilegiato», il che metafisicamente non
è sostenibile.
2. Nemmeno la durata, intesa nel senso più generale
come ciò che condiziona ogni esistenza in modo successivo, cioè come
comprensiva di ogni condizione che corrisponde analogicamente al tempo in altri
stati, può essere universalizzata, poiché, nell'Universale, tutto va
considerato in simultaneità.
144
poiché non vi è alcuna soluzione di continuità
tra la causa e l'effetto, è in realtà illimitato, dunque oltrepassa l'Essere,
come abbiamo stabilito in primo luogo, ed è coestensivo alla Possibilità
totale; esso costituisce quel che si potrebbe chiamare in modo figurato uno
«stato di coscienza universale»,1 partecipe della «permanente
attualità» inerente alla «causa iniziale» stessa.2
Nel Non-Essere, l'assenza di costrizione non
può che consistere nel «non-agire» (il wou-wei della tradizione
estremo-orientale);3 nell'Essere, o più esattamente nella
manifestazione, la libertà si esplica nell'attività differenziata, che nello
stato individuale umano prende la forma dell'azione nel senso abituale del
termine. D'altra parte, nell'ambito dell'azione, anzi, di tutta la
manifestazione universale, la «libertà di indifferenza» è impossibile, perché
si tratta propriamente del modo di libertà che conviene al non-manifestato (e
che, a rigor di termini, non è affatto un modo particolare),4 ossia
1. Occorrerà riferirsi a quanto abbiamo detto sopra
sulle riserve che è opportuno avanzare quando si vuole universalizzare il senso
del termine «coscienza» trasponendolo analogicamente. L'espressione usata qui
è, in fondo, pressappoco equivalente a quella di «aspetto dell'Infinito», che,
allo stesso modo, non può essere presa alla lettera.
2. Cfr. Matgioi, La
Voie Métaphysique, cit., pp, 73‑74.
3. L'«Attività del Cielo» in se stessa
(nell'indifferenziazione principiale del Non-Essere) è non-agente e
non-manifestata (si veda Le Symbolisme de la Croìx, cit., cap. XXIII).
4. Essa lo diviene soltanto nella concezione
filosofica ordinaria,
145
perché essa non è la libertà in quanto
possibilità d'essere, ovvero la libertà che appartiene all'Essere (o a Dio
concepito come l'Essere, nei suoi rapporti con il Mondo inteso come l'insieme
della manifestazione universale), e, di conseguenza, agli esseri manifestati
che sono nel suo ambito e partecipano della sua natura e dei suoi attributi,
nella misura delle proprie rispettive possibilità. La realizzazione delle
possibilità di manifestazione, che costituiscono tutti gli esseri in tutti i
loro stati manifestati e con tutte le modificazioni, azioni o altro,
appartenenti a questi stati, quella realizzazione, dicevamo, non può dunque
fondarsi su una pura indifferenza (o su un decreto arbitrario della Volontà
divina, secondo la ben nota teoria cartesiana, che del resto pretende di
applicare tale concezione dell'indifferenza sia a Dio che all'uomo),1
ma è determinata dall'ordine della possibilità universale di manifestazione,
che è l'Essere stesso, sicché l'Essere si determina da se stesso, non soltanto
in sé (in quanto è l'Essere, prima fra tutte le determinazioni), ma anche in
tutte le sue modalità, che sono tutte le possibilità particolari di
manifestazione. Solamente in queste ultime, considerate «distintivamente»,
anzi, sotto l'aspetto della «separatività», può esservi determinazione da parte
di un «altro da sé»; ossia, gli esseri particolari
che è non soltanto erronea, ma veramente assurda,
poiché presuppone che qualcosa possa esistere senza avere alcuna ragion
d'essere.
l. Menzioniamo la traduzione in termini teologici
soltanto per agevolare il possibile confronto con i punti di vista abituali al
pensiero occidentale.
146
possono sia determinarsi (in quanto ciascuno
di essi possiede una certa unità, e quindi una certa libertà, come partecipe
dell'Essere) sia venire determinati da altri esseri (a causa della molteplicità
degli esseri particolari, molteplicità che non è ricondotta all'unità quando li
si considera dal punto di vista degli stati di esistenza manifestata). L'Essere
universale non può venire determinato, ma si determina da se stesso; quanto al
Non-Essere, non può né. venire determinato né determinarsi, poiché è al di là
dì ogni determinazione e non ne ammette alcuna.
Da quanto precede si deduce che la libertà
assoluta può realizzarsi soltanto con la completa universalizzazione: essa sarà
«autodeterminazione» in quanto coestensiva all'Essere, e «indeterminazione » al
di là dell'Essere. Mentre una libertà relativa appartiene a ogni essere in
qualsiasi condizione, la libertà assoluta può appartenere soltanto all'essere
liberato dalle condizioni dell'esistenza manifestata, individuale o anche
sovra-individuale, e divenuto assolutamente «uno», nel grado dell'Essere puro,
o «senza dualità», se la sua realizzazione oltrepassa l'Essere.1
Allora, ma soltanto allora, si può parlare dell'essere «che è legge a se
stesso»,2 perché quell'essere è pienamente
1. Si veda L'Homme
et son devenir selon le Vêdânta, cit., capp. XV e XVI.
2. Su questa espressione, che appartiene più
specificamente all'esoterismo islamico, e sul suo equivalente nella dottrina
indù, swêchchhâchâri, si veda Le Symbolisme de la Croix, cit.,
cap. IX. Si veda anche quanto è stato detto altrove
147
identico alla propria ragione sufficiente, che
è al tempo stesso la sua origine principiale e il suo destino finale.
sullo stato dello Yogi o del jîvan-mukta
(L'Homme et son devenir selon le Vêdânta, cit., capp. XXIII e XXIV).
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ADELPHI EDIZIONI
TITOLO ORIGINALE:
Les états multiples de l'être
Traduzione di Lorenzo Pellizzi
© 1984 GUY TRÉDANIEL, ÉDITIONS LA MAISNIE PARIS
© 1996 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO
ISBN 88‑459‑1201‑9
Stampato nel marzo 1996
Piccola Biblioteca Adelphi
Periodico mensile: N.365/1996
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