13 - CONSIDERAZIONI SULL'INIZIAZIONE - René Guénon
Considerazioni
sull’iniziazione
Prefazione
Ci è stato richiesto, da diverse parti e a più
riprese, di riunire in volume gli articoli da noi presentati, nella rivista Études
Traditionnelles, su questioni che si riferiscono direttamente
all’iniziazione; non ci è stato possibile dare soddisfazione immediata a queste
richieste, perché noi riteniamo che un libro debba essere qualcosa di diverso
da una semplice raccolta di articoli, tanto più che, nel caso presente, tali
articoli, scritti secondo le circostanze e spesso per rispondere a domande che
ci venivano poste, non si concatenavano al modo dei capitoli successivi di un
libro; occorreva perciò rimaneggiarli, completarli e disporli in un modo
diverso, ed è quello che abbiamo fatto qui. Con questo non intendiamo dire di
aver voluto in tal modo fare una specie di trattato più o meno completo e in
qualche sorta «didattico»; a rigore, una cosa del genere sarebbe stata ancora
pensabile se si fosse trattato soltanto di studiare una forma particolare di
iniziazione, ma dal momento che, al contrario, si tratta dell’iniziazione in
generale, l’impresa era assolutamente impossibile, giacché le questioni che
possono porsi in proposito non sono in numero determinato, tenuto conto che la
natura stessa dell’argomento si oppone a qualsiasi delimitazione rigorosa, e che
non si può perciò pretendere di trattarle tutte senza trascurarne nessuna. In
conclusione, tutto quel che si può fare è prendere in considerazione certi
aspetti, porsi da certe prospettive, e certamente queste ultime, anche se sono
quelle la cui importanza si presenta più immediata per l’una o per l’altra
ragione, lasciano tuttavia scoperti molti punti
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Prefazione
che sarebbe altrettanto legittimo esaminare; è
questa la ragione per cui abbiamo pensato che la parola «considerazioni» fosse
quella che meglio poteva caratterizzare il contenuto della presente opera,
tanto più che, anche riferendosi alle sole questioni trattate, è senza dubbio
impossibile «esaurirne» completamente anche soltanto una. È inoltre evidente
che non era il caso di ripetere qui quel che abbiamo già detto in altri libri
su punti che si riferiscono allo stesso argomento; dobbiamo accontentarci di rinviare
a essi il lettore tutte le volte che sarà necessario; del resto, nell’ordine di
conoscenza a cui si riferiscono tutti i nostri scritti, tutto si ricollega in
modo tale che è impossibile fare diversamente.
Abbiamo appena detto che la nostra intenzione
è stata essenzialmente quella di trattare di questioni che concernono
l’iniziazione in generale; si deve perciò comprendere bene che tutte le volte
che ci riferiamo a questa o a quella forma iniziatica determinata, lo facciamo
unicamente a titolo di esempio, al fine di precisare e di far capire meglio
qualche cosa che, senza l’ausilio di questi casi particolari, rischierebbe di
restare un po’ troppo nel vago. Su questo è opportuno insistere soprattutto
quando si tratta delle forme occidentali, per evitare ogni equivoco e ogni
malinteso: se facciamo abbastanza sovente allusione a esse è perché le
«illustrazioni» che se ne possono trarre ci sembrano, in molti casi, dover
essere più facilmente accessibili di altre alla generalità dei lettori, o,
addirittura, già più o meno familiari a un certo numero di essi; è evidente che
ciò è totalmente indipendente da quel che ciascuno può pensare dello stato
presente delle organizzazioni da cui tali forme iniziatiche sono conservate e
praticate. Quando ci si renda conto del grado di degenerazione a cui è giunto
l’Occidente moderno, è persin troppo facile capire come molte cose d’ordine
tradizionale, e a maggior ragione d’ordine iniziatico, vi possano soltanto più
permanere nello stato di vestigia, pressoché completamente incomprese da coloro
stessi che le hanno in consegna; del resto, è questo che rende possibile
l’insorgere, a fianco di tali resti autentici, delle molteplici
«contraffazioni» di cui abbiamo già avuto occasione
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Prefazione
di parlare in altri lavori, giacché è
solamente in condizioni simili che esse possono ingannare qualcuno e riuscire a
farsi passare per ciò che non sono; comunque sia, le forme tradizionali restano
sempre, in se stesse, indipendenti da simili contingenze. Aggiungeremo inoltre
che, quando, al contrario, ci tocca prendere in considerazione tali contingenze
e parlare, non più delle forme iniziatiche, ma dello stato delle organizzazioni
iniziatiche e pseudo-iniziatiche nell’Occidente attuale, non facciamo che esprimere
la constatazione di fatti nei quali noi non entriamo evidentemente per nulla,
senza nessun’altra intenzione o preoccupazione che non sia quella di enunciare
la verità a tal proposito, così come per qualsiasi altra cosa che abbiamo
dovuto esaminare nel corso dei nostri studi, e nel modo il più completamente
disinteressato possibile. Ognuno è libero di dedurne le conseguenze che gli
accomoderanno; per quel che ci riguarda, il nostro compito non è assolutamente
quello di procurare aderenti a nessuna organizzazione o di togliergliene, noi
non spingiamo nessuno a chiedere l’iniziazione in questo o in quel posto, né ad
astenersene, anzi, riteniamo addirittura che ciò non ci riguardi in nessun modo
e non rientri assolutamente nei nostri compiti. Qualcuno forse si stupirà che
ci sentiamo obbligati a insistere tanto su questo punto, e a dire il vero ciò
dovrebbe in effetti essere inutile se non ci fosse da fare i conti con
l’incomprensione della maggioranza dei nostri contemporanei, e anche con la
malafede di una troppo grande parte di essi; disgraziatamente siamo troppo
abituati a vederci attribuire ogni sorta di intenzioni che non abbiamo mai
avuto, e questo da parte di gente dalle provenienze più opposte, per lo meno in
apparenza, per non prendere tutte le precauzioni necessarie in proposito; né
osiamo aggiungere sufficienti, giacché chi potrebbe prevedere tutto quel che
certuni sono capaci di inventare?
Non ci si dovrà poi stupire se ci dilunghiamo
spesso nella trattazione degli errori e delle confusioni che si commettono più
o meno comunemente a proposito dell’iniziazione, giacché, oltre all’utilità
evidente che c’è nel dissiparli, è precisamente constatandoli che siamo stati
portati in molti casi a renderci
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Prefazione
conto della necessità di trattare in modo più
particolare questo o quel punto determinato, il quale senza ciò avrebbe potuto
sembrarci ovvio, o per lo meno non abbisognare di tante spiegazioni. È
abbastanza degno di nota che alcuni di questi errori non siano commessi
soltanto da profani o da pseudo-iniziati, il che, tutto sommato, non sarebbe
poi così straordinario, ma anche da membri di organizzazioni autenticamente
iniziatiche, fra i quali ce ne sono addirittura alcuni che passano per essere
delle «luci» nel loro ambiente, e questa è forse una delle prove più
impressionanti di quell’attuale stato di declino a cui facevamo allusione poco
fa. A tal proposito, pensiamo di poter esprimere, senza troppo rischiare che
sia mal interpretato, l’augurio che fra i rappresentanti di tali organizzazioni
se ne trovi almeno qualcuno a cui le considerazioni che esponiamo
contribuiscano a rendere la coscienza di ciò che è veramente l’iniziazione; non
è che nutriamo delle speranze esagerate in merito, non più, del resto, di quante
ne abbiamo per ciò che più generalmente concerne le possibilità di
restaurazione che l’Occidente può ancora portare in se stesso. Tuttavia, ci
sono certamente delle persone a cui la conoscenza reale fa più difetto della
buona volontà; solo che tale buona volontà non è sufficiente, e tutta la
questione sarebbe di sapere fin dove il loro orizzonte intellettuale è in grado
di estendersi, e inoltre se sono veramente qualificati per passare
dall’iniziazione virtuale all’iniziazione effettiva; in tutti i casi, noi non
possiamo, per quel che ci concerne, fare nulla di più che fornire qualche dato
di cui profitteranno forse coloro che ne sono capaci e che saranno disposti a
trarne partito nella misura in cui le circostanze glielo permetteranno. Costoro
non saranno mai molto numerosi, ma, come spesso abbiamo già avuto occasione di
dire, non è il numero che importa nelle cose di quest’ordine, purché, tuttavia,
in questo caso particolare, esso sia almeno, per cominciare, quello richiesto
per la costituzione delle organizzazioni iniziatiche; finora, le poche
esperienze che sono state tentate in un senso più o meno vicino a quello di cui
stiamo parlando, a nostra conoscenza, non hanno potuto, per ragioni diverse,
essere spinte abbastanza avanti perché fosse
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Prefazione
possibile giudicare dei risultati che
avrebbero potuto essere ottenuti se le circostanze fossero state più
favorevoli.
È del resto chiarissimo che l’ambiente
moderno, per la sua stessa natura, è e sarà sempre uno degli ostacoli
principali che dovrà inevitabilmente incontrare ogni tentativo di restaurazione
tradizionale in Occidente, tanto nella sfera iniziatica quanto in qualsiasi
altro campo; vero è che, in linea di principio, la sfera iniziatica dovrebbe
essere, in ragione del suo carattere «chiuso», più al riparo da queste
influenze ostili del mondo esterno, sennonché, di fatto, è già da troppo tempo
che le organizzazioni esistenti si sono lasciate contaminare da esse, e certe
«brecce» sono al presente troppo largamente aperte perché siano facilmente
riparabili. È così che, per citare soltanto un esempio tipico, assumendo forme
amministrative adottate sul modello di quelle dei governi profani, tali
organizzazioni hanno offerto presa ad azioni antagoniste che diversamente non
avrebbero trovato nessun modo per esercitarsi contro di loro e sarebbero cadute
nel vuoto; questa imitazione del mondo profano costituiva del resto, in se
stessa, uno di quei rovesciamenti dei rapporti normali che, in tutti i campi,
sono così caratteristici del disordine moderno. Le conseguenze di una simile
«contaminazione» sono oggi talmente manifeste che bisogna essere ciechi per non
vederle, e tuttavia noi abbiamo forti dubbi che siano in molti coloro che sanno
ricondurle alla loro causa vera; la mania delle «società» è troppo radicata
nella maggioranza dei nostri contemporanei perché essi concepiscano anche la
semplice possibilità di fare a meno di certe forme puramente esteriori; ma,
proprio per questa ragione, è forse contro questo che dovrebbe per prima cosa
reagire chiunque volesse intraprendere una restaurazione iniziatica su basi
veramente serie. Interromperemo qui queste riflessioni preliminari, giacché,
diciamolo ancora una volta, non è a noi che compete intervenire attivamente in
tentativi di questo genere; indicare la via a coloro che potranno e vorranno
intraprenderla, questo è tutto quel che pretendiamo a questo proposito; e, del
resto, la portata di quel che abbiamo da dire è ben lungi dal limitarsi
all’applicazione che
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Prefazione
può esserne fatta a una forma iniziatica
particolare, giacché si tratta innanzi tutto dei principi fondamentali che sono
comuni a ogni iniziazione, sia essa d’Oriente o d’Occidente. L’essenza e il
fine dell’iniziazione sono, in effetti, sempre e dappertutto gli stessi; solo
le modalità differiscono, per adattamento ai tempi e ai luoghi; e aggiungeremo
subito, perché nessuno possa far errore, che anche questo adattamento, per
essere legittimo, non deve mai essere una «innovazione», vale a dire il prodotto
di una fantasia individuale qualsiasi, ma come quello delle forme tradizionali
in generale, deve in definitiva sempre procedere da un’origine «non-umana»,
senza la quale non potrebbe esserci realmente né tradizione né iniziazione, ma
soltanto qualcuna di quelle «parodie» che così frequentemente incontriamo nel
mondo moderno, le quali non vengono da nulla e non portano a nulla, e che di
conseguenza non rappresentano veramente, se così si può dire, se non il nulla
puro e semplice, quando non siano gli strumenti incoscienti di qualcosa di
ancora peggiore.
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I
Via iniziatica e via mistica
La confusione tra il dominio esoterico e
iniziatico e l’ambito mistico, o, se si preferisce, tra i punti di vista che
rispettivamente vi corrispondono, è una di quelle che più frequentemente si
commettono oggi, e questo, sembrerebbe, in un modo che non è sempre
completamente disinteressato; si tratta per altro di un atteggiamento piuttosto
nuovo, o che almeno, in certi ambienti, è andato molto generalizzandosi in
questi ultimi anni, ed è per questo che ci sembra necessario incominciare con
lo spiegarci chiaramente su tale punto. Va ora di moda, se così si può dire,
trattare come «mistiche» persino le dottrine orientali, ivi comprese quelle in
cui non c’è neppure l’ombra di un’apparenza esteriore che possa, per coloro che
non sono capaci di andare oltre, dar luogo a una qualifica del genere;
l’origine di questa falsa interpretazione è naturalmente imputabile ad alcuni
orientalisti, i quali del resto possono non esservi stati indotti da un secondo
fine chiaramente definito, ma soltanto dalla propria incomprensione e dal
partito preso più o meno incosciente, che è loro abituale, di ricondurre tutto
a punti di vista occidentali1.
1 È per questa
ragione che, specialmente da quando l’orientalista inglese Nicholson si è
permesso di tradurre taçawwuf con mysticism, si è convenuto in
Occidente che l’esoterismo islamico sia qualcosa di essenzialmente «mistico»;
anzi, in questo caso, non si parla più del tutto di esoterismo, ma unicamente
di misticismo, vale a dire che si è arrivati a una vera e propria sostituzione
di punti di vista. Il più bello è che, su questioni di questo tipo, l’opinione
degli orientalisti, i quali queste cose le conoscono solo attraverso i libri,
13
Considerazioni sull’iniziazione
In seguito ne sono però venuti altri, che si
sono impadroniti di questa assimilazione abusiva e, vedendo i vantaggi che se
ne potevano trarre per i loro propri fini, si sforzano di propagarne l’idea al
di fuori del mondo particolare, tutto sommato abbastanza circoscritto, degli
orientalisti e della loro clientela; e questo è più grave, non soltanto perché
è così che tale confusione si diffonde sempre più, ma anche perché non è
difficile vedere in ciò dei segni non equivoci di un tentativo «annessionistico»
contro il quale è opportuno stare in guardia. In effetti, coloro a cui ci
riferivamo sono quelli che si possono considerare i negatori più «seri»
dell’esoterismo, vogliamo dire gli exoteristi religiosi che non vogliono
ammettere nulla al di fuori del loro proprio ambito, ma indubbiamente ritengono
che tale assimilazione o «annessione» sia più abile di una negazione brutale;
e, a giudicare dal modo in cui alcuni di loro si danno da fare per travestire
da «misticismo» le dottrine più evidentemente iniziatiche, sembrerebbe
veramente che questa bisogna abbia ai loro occhi un carattere particolarmente
urgente1. A dire il vero, ci sarebbe pure, in quello stesso ambito
religioso a cui appartiene il misticismo, qualcosa che, sotto certi aspetti,
potrebbe prestarsi meglio a un accostamento, o piuttosto, a un’apparenza di
accostamento: è ciò che viene denominato col termine «ascetica», perché si
tratta per lo meno di un metodo «attivo», in luogo dell’assenza di metodo e
della «passività» che caratterizzano il misticismo e sulle quali dovremo
ritornare fra poco2; ma
conta evidentemente molto di più, agli occhi degli
Occidentali, del parere di coloro che ne hanno una conoscenza diretta ed
effettiva!
1 Ce ne sono altri
che si sforzano di travestire le dottrine orientali da «filosofia», ma questa
falsa assimilazione in fondo è forse meno pericolosa dell’altra, a causa della
stretta limitazione del punto di vista filosofico; costoro del resto non riescono,
per il modo speciale in cui presentano tali dottrine, se non a ridurle a
qualcosa di totalmente privo di interesse, e l’impressione che emana dai loro
lavori è soprattutto quella di una noia prodigiosa!
2 Come esempio di
«ascetica» possiamo citare gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio da
Loyola, il cui spirito è incontestabilmente quanto c’è di meno mistico e per i
quali è per lo meno verosimile che egli si sia in parte ispirato a
14
Via iniziatica e via mistica
è ovvio che queste rassomiglianze sono del
tutto esteriori, e d’altronde tale «ascetica» ha forse scopi solo troppo
visibilmente circoscritti per poter essere utilizzata con vantaggio nel modo
che indicavamo, mentre con il misticismo non si sa mai ben precisamente dove si
va a parare, ed è proprio tale vaghezza che è sicuramente propizia alle
confusioni. Soltanto che coloro che si dedicano a questo lavoro con proposito
deliberato, analogamente a quelli che li seguono più o meno inconsapevolmente,
non sembrano rendersi conto che, in tutto ciò che ha attinenza con
l’iniziazione, in realtà non c’è niente di vago né di nebuloso, ma si tratta al
contrario di cose molto precise e molto «positive»; e, di fatto, l’iniziazione
è, per sua stessa natura, propriamente incompatibile con il misticismo.
Tale incompatibilità, del resto, non deriva da
ciò che il termine «misticismo» implica originariamente, termine che è anzi
manifestamente apparentato con l’antica denominazione dei «misteri», vale a
dire con qualcosa che, al contrario, appartiene all’ambito iniziatico; soltanto
che tale parola è una di quelle per le quali, lungi dal potersi riferire
unicamente all’etimologia, si è rigorosamente obbligati, se ci si vuol far
comprendere, a tener conto del senso che è stato loro imposto dall’uso, senso
che è, di fatto, il solo che gli si attribuisca attualmente. Ora, ognuno sa
cosa si intende con «misticismo», ormai già da molti secoli, cosicché non è più
possibile servirsi di questo termine per indicare qualcos’altro; ed è questo
che noi diciamo che non ha e non può avere niente in comune con l’iniziazione,
in primo luogo perché il misticismo appartiene esclusivamente all’ambito
religioso, vale a dire exoterico, e poi perché la via mistica differisce dalla
via iniziatica in tutti i suoi caratteri essenziali, e questa differenza è tale
che ne risulta tra di loro una vera incompatibilità. Precisiamo però che si
tratta di una incompatibilità di fatto più che di principio, nel senso che non
è che noi intendiamo negare il valore almeno relativo del misticismo, o di
contestare
certi metodi iniziatici di origine islamica,
applicandoli beninteso a uno scopo completamente diverso.
15
Considerazioni sull’iniziazione
il posto che gli può legittimamente competere
in certe forme tradizionali; la via iniziatica e la via mistica possono
coesistere perfettamente1, ma quel che vogliamo dire è che è
impossibile che qualcuno segua sia l’una sia l’altra, e questo senza neppure
prendere in esame la questione dello scopo a cui devono condurre, anche se si
può già prevedere, in ragione della differenza profonda dei domini a cui si
riferiscono, che tale scopo non potrà in realtà essere il medesimo.
Abbiamo detto che la confusione che fa vedere
a qualcuno del misticismo anche dove non ce n’è la minima traccia ha la sua
origine nella tendenza a tutto ridurre ai modi di vedere occidentali; il fatto
è che, in effetti, il misticismo propriamente detto è qualcosa di
esclusivamente occidentale e, in fondo, di specificamente cristiano. A tal
proposito, ci è capitato di fare una constatazione abbastanza curiosa perché la
riportiamo qui: in un libro di cui abbiamo già parlato in un’altra sede2,
il filosofo Bergson, opponendo l’una all’altra quelle che egli chiama la
«religione statica» e la «religione dinamica», vede la più alta espressione di
quest’ultima nel misticismo, che del resto non capisce gran che, e ammira
soprattutto per ciò che, al contrario, noi potremmo trovarvi di vago e persino
di difettoso sotto certi rapporti; ma quel che può sembrare veramente strano da
parte di un «non cristiano», è che per lui il «misticismo completo», per quanto
poco soddisfacente sia l’idea che se ne fa, è comunque sia quello dei mistici
cristiani. Per la verità, come conseguenza necessaria della poca stima che
prova per la «religione statica», egli dimentica un po’ troppo che questi
ultimi sono cristiani ancor prima di essere mistici, o per lo meno, per
giustificarli di essere cristiani, pone indebitamente il misticismo all’origine
dello stesso Cristianesimo; e per stabilire sotto questo profilo una sorta di
continuità tra quest’ultimo e l’Ebraismo, arriva al punto di trasformare
1 Potrebbe essere
interessante, a questo proposito, fare un confronto con la «via secca» e la
«via umida» degli alchimisti, ma ciò esulerebbe dall’argomento del presente
studio.
2 Les deux sources de la morale et de la
religion. Si veda, sull’argomento, Il Regno della
Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXXIII.
16
Via iniziatica e via mistica
in «mistici» i profeti ebraici; evidentemente
non ha la minima idea del carattere della missione dei profeti e della natura
della loro ispirazione1. Comunque stiano le cose, se il misticismo
cristiano, per quanto deformato e sminuito sia il concetto che egli se ne fa, è
in tal modo ai suoi occhi il tipo stesso del misticismo, la ragione di ciò è in
fondo molto facile da capire: essa è che, di fatto e rigorosamente parlando,
non esiste altro misticismo all’infuori di quello cristiano; e anche i mistici
che vengono chiamati «indipendenti», e che noi diremmo più volentieri
«aberranti», in realtà si ispirano soltanto, fosse pure a loro insaputa, a idee
cristiane denaturate e più o meno svuotate del loro contenuto originario. Ma
anche questo, come tante altre cose, sfugge al nostro filosofo, il quale si
sforza di scoprire, anteriormente al Cristianesimo, degli «abbozzi del
misticismo futuro», mentre si tratta di cose totalmente diverse; in
particolare, si trovano a tal proposito alcune pagine sull’India che rivelano
una incomprensione inaudita. Ci si trovano anche i misteri greci, e qui
l’accostamento, fondato sulla parentela etimologica che segnalavamo prima, si
riduce tutto sommato a un ben brutto gioco di parole; del resto, Bergson stesso
è obbligato a confessare che «la maggior parte dei misteri non ebbe nulla di
mistico»; ma allora perché parlarne attribuendogli questa denominazione? Quanto
a quel che furono questi misteri, egli se li rappresenta nel modo più profano
che si possa immaginare; tutto ignorando dell’iniziazione, come potrebbe capire
che si trattò, così come nel caso dell’India, di qualcosa che prima di tutto
non aveva assolutamente un carattere religioso, e poi andava incomparabilmente
più lontano del suo «misticismo», e, bisogna pur dirlo, anche del misticismo
autentico, il quale, per il fatto stesso che si confina nell’ambito puramente
exoterico, soffre necessariamente anch’esso delle sue limitazioni2?
1 Di fatto, si può,
trovare un misticismo ebraico soltanto nello Hassidismo, vale a dire in
un’epoca molto recente.
2 Alfred Loisy ha
voluto rispondere a Bergson sostenendo contro di lui che c’è una sola «fonte»
della morale e della religione; nella sua qualità di specialista di «storia
delle religioni», preferisce le teorie di Frazer a quelle di Durkheim,
17
Considerazioni sull’iniziazione
Non ci proponiamo al presente di esporre nei
particolari e in modo completo tutte le differenze che separano in realtà i due
punti di vista iniziatico e mistico, giacché già solo questo richiederebbe un
intero volume; la nostra intenzione è soprattutto di insistere qui sulla
differenza in virtù della quale l’iniziazione, nel suo stesso processo,
presenta caratteri completamente diversi da quelli del misticismo, vuoi
addirittura opposti, il che basta per mostrare che di fatto si tratta di due
«vie» non solo distinte, ma incompatibili nel senso già da noi precisato. Ciò
che più spesso si dice a questo proposito, è che il misticismo è «passivo»,
mentre l’iniziazione è «attiva»; è una cosa verissima, a condizione di
determinare bene l’accezione in cui si deve intenderla esattamente. Ciò
significa soprattutto che, nel caso del misticismo, l’individuo si limita a
ricevere semplicemente quel che gli si presenta, e come gli si presenta, senza
intervenire per nulla; e diciamolo subito, è in questo che per lui risiede il
pericolo principale, per il fatto che in tal modo è «aperto» a tutte le
influenze, di qualunque ordine siano, e perché per di più, in generale e salvo
rare eccezioni, non ha la preparazione dottrinale che sarebbe necessaria per
permettergli di stabilire fra di esse una qualsivoglia discriminazione1.
e l’idea di una «evoluzione» continua a quella di
una «evoluzione» per mutazioni brusche; per noi si tratta di cose che si
equivalgono tutte; ma c’è almeno un punto sul quale dobbiamo dargli ragione, ed
esso è certamente frutto della sua formazione ecclesiastica: grazie a
quest’ultima egli conosce i mistici molto meglio di Bergson, e fa notare che
essi non hanno mai avuto il minimo sospetto dell’esistenza di qualcosa che
assomigli anche soltanto un poco allo «slancio vitale»; evidentemente Bergson
ha voluto fare di loro dei «bergsoniani» ante litteram, ciò che non è
molto conforme alla pura e semplice verità storica; e il Loisy si stupisce
inoltre giustamente, di vedere Giovanna d’Arco classificata fra i mistici.
Segnaliamo di sfuggita, perché vale la pena di registrarlo, che il suo libro si
apre con un’ammissione assai divertente: «L’autore del presente opuscolo», egli
dichiara, «non si riconosce particolari inclinazioni per le questioni di ordine
puramente speculativo». Lodevole franchezza; e, dal momento che è lui stesso
che lo dice, e in modo del tutto spontaneo, gli crediamo volentieri sulla
parola!
1 È questo
carattere di «passività» che spiega anche, benché non li giustifichi, gli
errori moderni che tendono a confondere i mistici, vuoi con i «medium» e in
genere con i «sensitivi», nel senso attribuito dagli «psichisti» a tale parola,
vuoi con dei semplici malati.
18
Via iniziatica e via mistica
Nel caso dell’iniziazione, al contrario, è
all’individuo che compete l’iniziativa di una «realizzazione» che proseguirà
metodicamente, sotto un controllo rigoroso e incessante, e dovrà normalmente
condurre al superamento delle possibilità stesse dell’individuo in quanto tale;
è indispensabile aggiungere che tale iniziativa non è sufficiente, perché è ben
evidente che l’individuo non potrebbe andare al di là di se stesso con i suoi
propri mezzi, ma, ed è ciò che per il momento ci importa, è essa a costituire
obbligatoriamente il punto di partenza di qualsiasi «realizzazione» per
l’iniziato, mentre il mistico non ne ha nessuna, sia pure per cose che non
vanno assolutamente al di là del campo delle possibilità individuali. Questa
distinzione può già sembrare abbastanza netta, giacché fa vedere bene come non
si possano seguire contemporaneamente le due vie iniziatica e mistica, tuttavia
non è ancora sufficiente; potremmo anzi dire che essa corrisponde ancora
soltanto all’aspetto più «exoterico» della questione, e, in ogni caso, è troppo
incompleta per ciò che riguarda l’iniziazione, di cui è molto lontana
dall’includere tutte le condizioni necessarie; sennonché, prima di affrontare
lo studio di tali condizioni, ci restano ancora da dissipare alcune confusioni.
19
II
Magia e misticismo
La confusione dell’iniziazione con il
misticismo è soprattutto tipica di coloro che vogliono, per ragioni qualsiasi,
negare più o meno espressamente la realtà dell’iniziazione riducendola a
qualcos’altro; da un altro lato, negli ambienti che, al contrario, hanno
pretese iniziatiche ingiustificate, come gli ambienti occultistici, la tendenza
è di considerare come facenti parte integrante della sfera dell’iniziazione, se
non addirittura come se la costituissero essenzialmente, una folla di cose di
un altro genere, le quali le sono anch’esse totalmente estranee, e fra cui la
magia occupa spesso il primo posto. Le ragioni di questo sbaglio sono nello
stesso tempo anche le ragioni per cui la magia presenta pericoli
particolarmente gravi per gli Occidentali moderni, ragioni la prima delle quali
è la loro tendenza ad attribuire un’importanza eccessiva a tutto ciò che è
«fenomeno», cosa di cui del resto testimonia, sotto un altro aspetto, lo
sviluppo da essi dato alle scienze sperimentali; se essi sono così facilmente
sedotti dalla magia, e se di conseguenza si illudono a tal punto sulla sua
reale portata, la ragione ne è che pure essa è una scienza sperimentale, anche
se piuttosto diversa, sicuramente, da quelle che l’insegnamento universitario
conosce sotto questa denominazione. Non c’è perciò da sbagliarsi: si tratta di
un genere di cose che non hanno assolutamente nulla di «trascendente»; e se una
scienza come questa può, come qualsiasi altra, essere legittimata dal suo
ricollegamento ai principi superiori dai quali tutto dipende, secondo la
concezione generale
20
Magia e misticismo
delle scienze tradizionali, essa non si
situerà tuttavia se non all’ultimo gradino delle applicazioni secondarie e
contingenti, fra quelle, cioè, che sono più lontane dai principi e che devono
quindi essere considerate le più basse di tutte. È così che la magia è intesa
in tutte le civiltà orientali: che essa vi abbia un posto è un fatto che non è
il caso di contestare, ma è lontanissima dall’esservi tenuta in quell’onore che
troppo spesso immaginano gli Occidentali, i quali attribuiscono così volentieri
agli altri le loro proprie tendenze e le loro proprie concezioni. Persino nel
Tibet, così come in India e in Cina, la pratica della magia, in quanto
«specialità», se così si può dire, è abbandonata a coloro che sono incapaci di
elevarsi a un ordine superiore; questo, beninteso, non vuol dire che altri non
possano produrre talvolta, eccezionalmente e per ragioni particolari, dei
fenomeni esteriormente simili ai fenomeni magici, ma lo scopo e anche i mezzi
messi in opera sono allora in realtà del tutto diversi. Del resto, e per
limitarsi a ciò che è conosciuto dallo stesso mondo occidentale, si prendano
semplicemente storie di santi e di stregoni, e si osservi quanti fatti simili
si trovano dall’una e dall’altra parte; ciò fa vedere chiaramente che,
contrariamente alla credenza dei moderni «scientisti», i fenomeni, quali essi
siano, non sono assolutamente sufficienti per provare nulla da soli1.
Ora, è evidente che il fatto di illudersi sul
valore di queste cose e sull’importanza che è il caso di attribuir loro ne
aumenta considerevolmente il pericolo; particolarmente negativa per gli
Occidentali che vogliono «darsi alla magia» è la completa ignoranza in cui essi
sono necessariamente, nell’attuale stato di cose e in assenza di qualsiasi
insegnamento tradizionale, di ciò con cui hanno a che fare in un simile caso.
Anche volendo trascurare gli istrioni e i ciarlatani, così numerosi nella
nostra epoca, i quali in fin dei conti non fanno altro che sfruttare la
credulità degli ingenui, e anche i semplici «fantasisti» che credono di poter
improvvisare una «scienza» di loro invenzione, coloro stessi che vogliono
seriamente cercare di studiare questi fenomeni,
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXXIX.
21
Considerazioni sull’iniziazione
non avendo dati sufficienti che li guidino, né
organizzazioni costituite per appoggiarli e proteggerli, sono ridotti a un
empirismo assai grossolano; costoro agiscono veramente come bambini che,
abbandonati a loro stessi, vogliano maneggiare forze temibili senza saperne
nulla, e se incidenti deplorevoli sono il risultato troppo frequente di una
simile imprudenza, non vi è certo da stupirsene oltre misura.
Parlando di incidenti, vogliamo soprattutto
alludere ai rischi di squilibrio ai quali si espongono coloro che agiscono in
questo modo; tale squilibrio è in effetti una conseguenza troppo frequente
della comunicazione con quello che alcuni hanno chiamato il «piano vitale», e
che tutto ben considerato non è altro che la sfera della manifestazione
sottile, intesa soprattutto in quelle delle sue modalità che sono più vicine
all’ordine corporeo, e di conseguenza più facilmente accessibili all’uomo
comune. La spiegazione è semplice: si tratta esclusivamente di uno sviluppo di
certe possibilità individuali, e di un tipo anche inferiore; se tale sviluppo
si produce in modo anormale, disordinato e disarmonico, e a detrimento di
possibilità superiori, è naturale e in qualche sorta inevitabile che esso debba
portare a un risultato simile, per non parlare poi delle reazioni, le quali
anch’esse non sono trascurabili e talvolta sono addirittura terribili, delle
forze d’ogni genere con le quali l’individuo si mette sconsideratamente in
contatto. Diciamo «forze», senza cercare di essere più precisi, giacché ciò non
ha molta importanza per il fine che qui ci proponiamo; preferiamo questa
parola, per quanto vaga essa sia, al termine «entità», il quale, per lo meno
per coloro che non sono sufficientemente abituati a certi modi simbolici di
parlare, rischia di dar troppo facilmente luogo a «personificazioni» più o meno
fantasiose. D’altronde, il «mondo intermedio», come molto spesso abbiamo
spiegato, è molto più complesso e più esteso del mondo corporeo; ma lo studio
dell’uno e dell’altro rientra allo stesso titolo in quelle che possono essere
chiamate le «scienze naturali», nel senso più vero di tale espressione; voler
vedere in esso qualcosa di più significa, ripetiamo, illudersi nel modo più
strano. Non si tratta assolutamente
22
Magia e misticismo
di nulla di «iniziatico», e del resto neppure
di «religioso»; in esso si incontrano anzi, in maniera generale, molti più
ostacoli che appoggi per pervenire alla conoscenza veramente trascendente,
conoscenza che è una cosa del tutto diversa da queste scienze contingenti, e
che, senza che vi si trovi alcuna traccia di un «fenomenismo» qualunque, non
discende se non dalla pura intuizione intellettuale, la quale sola è anche la
spiritualità pura.
Qualcuno, dopo essersi dedicato per un periodo
più o meno lungo alla ricerca dei fenomeni straordinari, o che pensa tali,
finisce però per stancarsene, per una ragione qualsiasi, o perché è deluso
dalla banalità dei risultati ottenuti, i quali non rispondono alle sue attese,
e, cosa abbastanza degna di nota, capita spesso che coloro che si trovano in
questa condizione si indirizzino allora verso il misticismo1; il
fatto è che, per quanto ciò possa sembrare a prima vista stupefacente,
quest’ultimo risponde pure esso, quantunque sotto un’altra forma, a bisogni o
ad aspirazioni simili. Sicuramente noi siamo ben lontani dal contestare che il
misticismo abbia, in sé, un carattere notevolmente più elevato della magia; ma,
nonostante tutto, se si va al fondo delle cose, ci si può render conto che, per
lo meno sotto un certo rapporto, la differenza è meno grande di quanto si
potrebbe credere: anche qui, infatti, non si tratta, in fin dei conti, che di
«fenomeni», visioni o altro, manifestazioni sensibili e sentimentali d’ogni
genere, con i quali si rimane sempre esclusivamente nel campo delle possibilità
individuali2 Questo equivale a dire che i pericoli di illusione e di
squilibrio sono lungi dall’essere
1 Occorre dire che
talvolta è anche successo che altri, dopo essere entrati nella via iniziatica,
e non soltanto nelle illusioni della pseudo-iniziazione come coloro di cui
stiamo parlando, abbiano abbandonato tale via per il misticismo; i motivi di
ciò sono allora piuttosto differenti, e principalmente di ordine sentimentale,
ma, quali essi possano essere, bisogna soprattutto vedere in casi del genere la
conseguenza di un qualche difetto sotto il profilo delle qualificazioni
iniziatiche, per lo meno per ciò che riguarda l’attitudine a realizzare
l’iniziazione effettiva; uno degli esempi più tipici che si possano citare è
quello di L.-Claude de Saint-Martin.
2 Beninteso, ciò
non vuole affatto dire che i fenomeni in questione siano unicamente di ordine
psicologico come pretendono certi moderni.
23
Considerazioni sull’iniziazione
superati, e se essi rivestono in questo caso
forme piuttosto diverse, forse non sono per questo meno grandi; anzi, essi sono
resi persino più gravi. in un certo senso, dall’atteggiamento passivo del
mistico, atteggiamento che, come dicevamo prima, lascia la porta aperta a tutte
le influenze che si possono presentare, mentre il «mago» è, per lo meno fino a
un certo punto, difeso dall’atteggiamento attivo che si sforza di mantenere nei
confronti delle stesse influenze, ciò che, del resto, non vuol certo dire che
vi riesca sempre e che non finisca troppo spesso con l’essere da esse sommerso.
Da questo, d’altra parte, deriva anche che il mistico sia quasi sempre, e
troppo facilmente, preda della propria immaginazione, le cui produzioni, senza
che egli se ne renda conto, vengono spesso a mischiarsi con i risultati reali
delle sue «esperienze» in modo pressoché inestricabile. È questa la ragione per
cui non bisogna esagerare l’importanza delle «rivelazioni» dei mistici, o, per
lo meno, non si può mai accettarle senza controllo1; l’interesse di
certe visioni è tutto contenuto nel fatto che esse sono in accordo, su numerosi
punti, con dati tradizionali evidentemente ignorati dal mistico che tali
visioni ha avuto2; ma sarebbe un errore, e perfino un rovesciamento
dei rapporti normali, il voler trovare in esse una «conferma» di questi dati, i
quali, per prima cosa, di conferme non hanno affatto bisogno e, al contrario,
sono la sola garanzia che nelle visioni in questione c’è veramente qualcosa che
non è solamente il prodotto dell’immaginazione o della fantasia individuale.
1 Questo
atteggiamento di prudente riserbo, che si impone a causa della tendenza
naturale dei mistici alla «divagazione», nel senso proprio della parola, è del
resto quello che il Cattolicesimo mantiene invariabilmente nei loro confronti.
2 Si possono citare
qui come esempio le visioni di Anne-Catherine Emmerich.
24
III
Errori diversi riguardo all’iniziazione
Non riteniamo superfluo, per sgombrare in
qualche modo il terreno, segnalare fin d’ora alcuni altri errori riguardanti la
natura e il fine dell’iniziazione, giacché tutto quel che abbiamo avuto
occasione di leggere su questo argomento nel corso di numerosi anni ci ha
fornito, si può dire giornalmente, le prove di un’incomprensione pressoché
generale. È ovvio che non possiamo pensare di effettuare qui una sorta di
«rassegna» in cui rilevare tali errori uno per uno in modo particolareggiato,
cosa che risulterebbe troppo fastidiosa e priva di interesse; meglio sarà che
ci limitiamo a esaminare alcuni casi in certo qual modo «tipici», e questo avrà
nello stesso tempo il vantaggio di dispensarci dal fare riferimenti troppo
diretti ad autori o scuole definiti, giacché è sottinteso che le osservazioni
che faremo hanno per noi una portata assolutamente indipendente da qualsiasi
questione di «personalità», come comunemente si dice, ovvero, per usare un
linguaggio più esatto, di individualità.
Ricorderemo per incominciare, e senza
insistervi eccessivamente, le concezioni troppo diffuse secondo cui
l’iniziazione sarebbe qualcosa di carattere semplicemente «morale» e «sociale»1;
1 È questo in
particolare il punto di vista della maggioranza dei Massoni attuali, così come
è sullo stesso terreno esclusivamente «sociale» che contemporaneamente si pone
la maggior parte di coloro che li combattono, e questo non fa che provare una
volta di più che le organizzazioni iniziatiche offrono il fianco agli attacchi
dall’esterno soltanto nella misura in cui subiscano un processo degenerativo.
25
Considerazioni sull’iniziazione
si tratta di concezioni anche troppo limitate
e «terrestri», se così possiamo esprimerci. e, come spesso abbiamo detto a
proposito di altri argomenti, l’errore più grossolano è lungi dall’essere
sempre il più pericoloso. Diremo soltanto, per tagliar corto con ogni
confusione, che concezioni simili non si attagliano realmente neppure a quella
prima parte dell’iniziazione che l’antichità indicava con il nome di «piccoli
misteri»; questi ultimi, come spiegheremo più avanti, riguardano di fatto
l’individualità umana, ma nello sviluppo integrale delle sue possibilità,
perciò di là dalla modalità corporea, la cui attività si esercita nella sfera
che è comune a tutti gli uomini. Non riusciamo proprio a capire che valore
avrebbe, o addirittura quale ragion d’essere, una pretesa iniziazione che si
limitasse a ripetere, mascherandolo sotto una forma più o meno enigmatica,
quanto di più banale è contenuto nell’istruzione profana, quanto di più comune
c’è in essa, vale a dire, «alla portata di tutti». Con questo non intendiamo
negare che la conoscenza iniziatica possa avere applicazioni nella sfera
sociale, così come in qualsiasi altro ambito; ma questa è una questione del
tutto diversa: innanzi tutto applicazioni contingenti di questo genere non
costituiscono assolutamente lo scopo dell’iniziazione, così come le scienze
tradizionali secondarie non costituiscono l’essenza di una tradizione; inoltre,
esse hanno un carattere del tutto diverso da quello di ciò di cui stiamo
parlando, in quanto discendono da principi che non hanno nulla a che vedere con
precetti di «morale» corrente, soprattutto quando si tratti della troppo
decantata «morale laica» cara a tanti nostri contemporanei, e, per di più,
procedono per vie inaccessibili ai profani, in virtù della natura stessa delle
cose; siamo con esse, perciò, piuttosto lontani da quella che in passato
abbiamo sentito chiamare testualmente da qualcuno, «la preoccupazione di vivere
a modo». Finché ci si limiterà a «far della morale» basandosi sui simboli, sia
pure con le migliori delle intenzioni, non si farà certo qualcosa che abbia a
che vedere con l’iniziazione; ma avremo occasione di ritornare sull’argomento
più avanti, quando dovremo parlare in special modo dell’insegnamento
iniziatico.
26
Errori diversi riguardo all’iniziazione
A errori più sottili, e di conseguenza più
temibili, si dà luogo talvolta quando, a proposito dell’iniziazione, si parla
di una «comunicazione» con stati superiori o con «mondi spirituali»; prima di
tutto, troppo spesso un tal modo di esprimersi sottintende l’illusione
costituita dal ritenere «superiore» qualcosa che veramente superiore non è, ma
che così appare semplicemente perché è più o meno straordinario o «anormale».
In fondo, dovremmo ripetere qui tutto quel che abbiamo già detto in altra sede
sulla confusione tra lo psichico e lo spirituale1, giacché essa è
infatti quella in cui più frequentemente si cade in simili occasioni; di fatto
gli stati psichici non hanno nulla di «superiore» né di «trascendente», inteso
che fanno soltanto parte dello stato individuale umano2; e quando
noi parliamo di stati superiori dell’essere, in tal caso senza nessun abuso di
linguaggio, intendiamo esclusivamente gli stati sovraindividuali. Qualcuno
spinge ancor più lontano la confusione, e del termine «spirituale» fa più o
meno un sinonimo di «invisibile», vale a dire che ritiene tale,
indistintamente, tutto quel che non cade sotto i sensi ordinari e «normali»; in
questo modo abbiamo visto denominare persino il mondo «eterico», ossia,
semplicemente, la parte meno grossolana del mondo corporeo! In queste
condizioni c’è fortemente da temere che la «comunicazione» di cui è questione
si riduca in definitiva a non altro che alla «chiaroveggenza», o alla
«chiaroudienza», o all’esercizio di qualche altra facoltà psichica dello stesso
genere e non meno insignificante, anche quando sia reale. È proprio quel che
capita di fatto sempre, e in fondo è a questo che si riducono tutte le scuole
pseudo-iniziatiche dell’Occidente moderno; alcune di esse si assegnano
addirittura espressamente lo scopo dello «sviluppo dei poteri psichici latenti
nell’uomo»; nel seguito, avremo da ritornare ulteriormente
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXXV.
2 Seguendo la
rappresentazione geometrica da noi esposta nel Simbolismo della Croce,
tali modalità di uno stesso stato sono semplici estensioni che si sviluppano in
senso orizzontale, vale a dire su uno stesso piano, e non nel senso verticale
secondo il quale si contraddistingue la gerarchia degli stati superiori e
inferiori dell’essere.
27
Considerazioni sull’iniziazione
sulla questione dei pretesi «poteri psichici»
e delle illusioni a cui essi danno luogo.
Ma non è tutto: anche ammettendo che nel
pensiero di qualcuno si tratti veramente di una comunicazione con gli stati
superiori, ciò sarebbe ancora assai lontano dall’essere sufficiente per
caratterizzare l’iniziazione. In effetti, una comunicazione simile è stabilita
anche mediante i riti di ordine puramente exoterico, in particolare con i riti
religiosi; bisogna non dimenticare che anche in questo caso entrano realmente
in gioco influenze spirituali e non più soltanto psichiche, quantunque per fini
completamente diversi da quelli che si riferiscono all’ambito iniziatico.
L’intervento di un elemento «non-umano» può definire in maniera generale tutto
quel che è autenticamente tradizionale; ma la presenza di tale carattere comune
non è una ragione sufficiente perché non si facciano poi le distinzioni
necessarie, e in particolare perché si confonda l’ambito religioso con quello
iniziatico, o perché si veda al massimo, tra i due, soltanto una differenza di
grado, quando c’è invece una reale differenza di natura, e, possiamo dire,
addirittura di natura profonda. Quest’ultima confusione è anch’essa molto
frequente, principalmente in coloro che pretendono di studiare l’iniziazione
«dal di fuori», con intenzioni che possono d’altronde essere assai diverse; per
cui è indispensabile denunciarla formalmente: l’esoterismo è qualcosa di
essenzialmente diverso dalla religione, e non è la parte «interiore» di una
religione come tale, anche quando assuma la sua base e il suo punto di appoggio
in essa come accade in alcune forme tradizionali, ad esempio nell’Islamismo1;
né l’iniziazione è una sorta di religione speciale riservata a una minoranza,
come sembrano immaginare, ad esempio, coloro che parlano dei misteri antichi
facendoli passare per «religiosi»2.
1 È per far ben
notare questo ed evitare ogni equivoco che è opportuno che si dica «esoterismo
islamico» o «esoterismo cristiano» e non, come taluni fanno, «Islamismo
esoterico» o «Cristianesimo esoterico»; è facile capire che si tratta di
qualcosa di più di una semplice sfumatura.
2 È noto che
l’espressione «religione misterica» è una di quelle che tornano costantemente
nella terminologia speciale adottata dagli «storici delle religioni».
28
Errori diversi riguardo all’iniziazione
Non possiamo sviluppare in questa occasione
tutte le differenze che separano le due sfere religiosa e iniziatica, giacché,
più ancora di quando si trattava soltanto dell’ambito mistico, che non è se non
una parte della prima, questo ci porterebbe sicuramente molto distante;
sennonché ci basterà, per lo scopo che ci prefiggiamo al presente, precisare
che la religione prende in considerazione l’essere unicamente nello stato
individuale umano e non mira assolutamente a farlo uscire da esso, anzi, tende
al contrario ad assicurargli le condizioni migliori proprio in tale stato1,
mentre l’iniziazione ha come scopo essenziale di andare al di là delle
possibilità di questo stato e di rendere effettivamente possibile il passaggio
agli stati superiori, e infine di condurre inoltre l’essere di là da qualsiasi
stato condizionato.
Si deduce da ciò che, per quel che riguarda
l’iniziazione, la semplice comunicazione con gli stati superiori non può,
essere considerata come uno scopo, ma soltanto come un punto di partenza: se
tale comunicazione deve essere effettuata inizialmente mediante l’azione di
un’influenza spirituale, questo è per permettere in seguito una presa di
possesso effettiva di tali stati, e non semplicemente, come nell’ambito
religioso, per far discendere sull’essere una «grazia» che in qualche modo lo
leghi a essi, ma senza che in essi lo faccia penetrare. Per esprimere la cosa
in un modo che sarà forse più comprensibile, possiamo dire che se, ad esempio,
qualcuno potrà venire in rapporto con gli angeli, senza con ciò cessare di
essere egli stesso rinchiuso nella propria condizione di individuo umano, dal
punto di vista iniziatico non avrà ottenuto alcun avanzamento2; da
tale punto di vista, infatti, non si tratta di comunicare con altri esseri che
siano in uno stato «angelico», ma di raggiungere e di realizzare in proprio un
tale stato sovraindividuale, evidentemente
1 Naturalmente qui
si tratta dello stato umano considerato nella sua integralità, comprendente
l’estensione indefinita dei suoi prolungamenti extracorporei.
2 Si può da ciò
valutare di quanto si illudano coloro che, ad esempio, intendono attribuire un
valore propriamente iniziatico a scritti come quelli di Swedenborg.
29
Considerazioni sull’iniziazione
non in quanto individuo umano, cosa che
sarebbe assurda, ma in quanto l’essere che si manifesta come individuo umano in
un certo stato, ha in sé le possibilità di tutti gli altri stati. Ogni
realizzazione iniziatica è perciò essenzialmente e puramente «interiore», al
contrario di quella «uscita da sé» in cui consiste l’«estasi» nel senso proprio
ed etimologico della parola1; e in questo risiede, non la sola
differenza, certo, ma per lo meno una delle grandi differenze che esistono tra
gli stati mistici, i quali si situano interamente nell’ambito religioso, e gli
stati iniziatici. Di fatto, è su questa distinzione che in definitiva si deve
sempre ritornare, perché la confusione tra il punto di vista iniziatico e il
punto di vista mistico, di cui abbiamo tenuto a sottolineare fin dall’inizio il
carattere particolarmente insidioso, è di tal natura che può ingannare
intelligenze che non si lascerebbero accalappiare dalle deformazioni più
grossolane delle pseudo-iniziazioni moderne, intelligenze che forse potrebbero
anche arrivare senza troppa difficoltà a capire cos’è veramente l’iniziazione
se non incontrassero sulla loro strada questi sottili errori che sembrano
persino esservi stati posti apposta per distoglierle da tale comprensione.
1 È ovvio, però,
che pure questa «uscita da sé» non ha nulla in comune con la pretesa «uscita in
astrale» che riveste tanta importanza nelle fantasie degli occultisti.
30
IV
Sulle condizioni dell’iniziazione
Possiamo ora tornare alla questione delle
condizioni dell’iniziazione, e per cominciare diremo subito, anche se la cosa
può sembrare ovvia, che la prima di tali condizioni è una certa attitudine o
disposizione naturale, senza la quale qualunque sforzo risulterebbe vano,
giacché l’individuo può evidentemente sviluppare solo le possibilità che porta
in se stesso fin dall’origine; tale attitudine, che caratterizza quello che
taluni chiamano l’«iniziabile», costituisce propriamente la «qualificazione»
che richiedono tutte le tradizioni iniziatiche1. Si tratta del resto
della sola condizione che sia in certo qual senso comune sia all’iniziazione
sia al misticismo, poiché è chiaro che anche il mistico deve avere una
disposizione naturale particolare, quantunque completamente diversa da quella
dell’«iniziabile», per certi versi addirittura opposta; sennonché, se tale
condizione è per lui del pari necessaria, è per di più sufficiente; non ce ne
sono altre che debbano aggiungersi a essa, e le circostanze faranno tutto il
resto, facendo passare a loro piacere dalla «potenza» all’«atto» queste o
quelle possibilità che comporta la disposizione in questione. Ciò risulta
direttamente da quel carattere di «passività» di cui parlavamo in precedenza:
in un
1 Si vedrà però,
dallo studio speciale che dedicheremo in seguito alla questione delle
qualificazioni iniziatiche, che tale argomento presenta in realtà aspetti molto
più complessi di quanto si potrebbe credere a un primo approccio e se ci si
arrestasse alla sola nozione assai generica che ne forniamo ora.
31
Considerazioni sull’iniziazione
simile caso non sarà infatti mai questione di
uno sforzo o di un lavoro personale qualsivoglia, che il mistico abbia da
effettuare, dal quali, anzi, dovrà invece guardarsi con cura, evitandoli come
qualcosa che sarebbe in opposizione con la sua «via»1, mentre al
contrario. per quanto riguarda l’iniziazione e a motivo del carattere «attivo»
di essa, un lavoro del genere costituisce un’altra condizione non meno
necessaria della prima, e senza la quale il passaggio dalla «potenza»
all’«atto», da cui è propriamente costituita la «realizzazione», non potrebbe
assolutamente effettuarsi2.
Comunque sia, la cosa non è finita qui: tutto
sommato abbiamo finora sviluppato soltanto la distinzione, che avevamo posta
all’inizio, dell’«attività» iniziatica e della «passività» mistica, per trarne
la conseguenza che, per quanto riguarda l’iniziazione, siamo in presenza di una
condizione che per il misticismo non è richiesta, né potrebbe esserlo;
sennonché c’è un’ulteriore condizione non meno necessaria di cui non abbiamo
parlato, la quale si situa in qualche modo in mezzo a quelle di cui abbiamo già
fatto menzione. Tale condizione, sulla quale occorre tanto più insistere in
quanto gli Occidentali sono in
1 Per cui i teologi
vedono volentieri, e non senza ragione, un «falso mistico».in colui che cerca,
con uno sforzo qualsiasi, di ottenere visioni o stati straordinari, quand’anche
lo sforzo si limitasse a concepire un semplice desiderio.
2 Da ciò discende,
fra altre conseguenze, che le conoscenze di tipo dottrinale, che sono
indispensabili per l’iniziato, e la comprensione teorica delle quali
costituisce una condizione preventiva per qualsiasi «realizzazione», possono
far totale difetto al mistico; da qui proviene, in quest’ultimo, oltre la
possibilità di errori e di molteplici confusioni, una strana incapacità a
esprimersi in modo intelligibile. Si deve però capir bene che le conoscenze in
questione non hanno assolutamente nulla a che vedere con tutto quel che abbia
soltanto un carattere di istruzione esteriore o di «sapere» profano, i quali
non hanno nessun valore in questo campo, come spiegheremo ancora in seguito, e
costituirebbero anzi in molti casi piuttosto un ostacolo che non un aiuto, se
si tiene conto di che cos’è l’istruzione moderna; un uomo può benissimo non
saper né leggere né scrivere e pervenire ciò nonostante al gradi più elevati
dell’iniziazione; casi di questo genere non sono rarissimi in Oriente, mentre
ci sono degli «scienziati», e persino dei «geni», secondo il modo di vedere del
mondo profano, che non sono «iniziabili» sotto nessun riguardo.
32
Sulle condizioni dell’iniziazione
generale abbastanza portati a ignorarla o a
trascurarne l’importanza, è inoltre, per la verità, la più caratteristica di
tutte, quella che permette di definire l’iniziazione al di fuori di ogni
possibile equivoco, e di non confonderla con qualche altra cosa; in virtù di
essa, il caso dell’iniziazione è delineato assai meglio di quanto non potrebbe
essere quello del misticismo, per il quale nulla di simile esiste. È spesso
molto difficile, se non del tutto impossibile, distinguere il vero misticismo
dal falso; il mistico è per definizione un isolato e un «irregolare», e
talvolta non sa neppure lui cos’è veramente; e il fatto che nel suo caso non si
tratti di conoscenza allo stato puro, ma che quella che è conoscenza reale sia
sempre influenzata da una mescolanza di sentimento e di immaginazione, è
inoltre ben lungi dal semplificare la questione; in tutti i casi, si è in
presenza di qualcosa che sfugge a qualsiasi controllo, cosa che potremmo
esprimere dicendo che non esiste per il mistico nessun «mezzo di riconoscimento»1.
Si potrebbe dire, anche, che il mistico non ha «genealogia», che egli non è
tale se non per una sorta di «generazione spontanea», e confidiamo che
espressioni di questo genere siano facili da capire senza ulteriori
spiegazioni; conseguentemente, come si potrebbe avere la presunzione di
affermare indubitabilmente che qualcuno sia un mistico, mentre un altro non lo
è, quando invece tutte le apparenze possono essere sensibilmente le medesime?
Per contro, le contraffazioni dell’iniziazione possono sempre essere
infallibilmente rivelate grazie all’assenza della condizione a cui ci stiamo
riferendo, la quale altro non è che il ricollegamento a una organizzazione
tradizionale regolare.
Ci sono degli ignoranti i quali immaginano che
«ci si inizi» da soli, il che è una sorta di contraddizione in termini;
dimenticando, se mai l’hanno saputo, che la parola initium significa
«entrata» o «avvio», costoro confondono l’atto vero e proprio dell’iniziazione,
compresa secondo il suo senso rigorosamente
1 Non intendiamo
con ciò riferirci a parole o a segni esteriori e convenzionali, ma a ciò di cui
simili mezzi in realtà non sono che la rappresentazione simbolica.
33
Considerazioni sull’iniziazione
etimologico, con il lavoro che occorre
compiere in seguito perché tale iniziazione, da virtuale che è in principio,
diventi più o meno effettiva. L’iniziazione, capita in questo modo, è ciò che
tutte le tradizioni si accordano nel denominare «seconda nascita»; come
potrebbe, perciò, un essere agire in modo autonomo ancor prima di essere nato1?
Sappiamo che cosa si potrà obiettare a questa considerazione: se l’essere è
veramente «qualificato», porta già in sé le possibilità che dovranno essere
sviluppate; perché, se le cose stanno in questo modo, tali possibilità non
potrebbero essere realizzate grazie a un suo proprio sforzo, senza bisogno di
interventi esterni? In effetti, si tratta di una cosa che è permesso prendere
in considerazione teoricamente, a condizione di concepirla come il caso di un
uomo «nato due volte» fin dal primo momento della sua esistenza individuale;
ma, se ciò non presenta impossibilità di principio, esiste tuttavia
un’impossibilità di fatto, nel senso che si tratta di qualcosa che è contrario
all’ordine stabilito per il nostro mondo, per lo meno nelle condizioni attuali.
Non siamo infatti nell’epoca primordiale, in cui tutti gli uomini erano in
possesso, in modo normale e spontaneo, di uno stato che oggi è in rapporto con
un elevato grado di iniziazione2; e, a vero dire, in quell’epoca la
stessa parola iniziazione non poteva avere nessun senso. Siamo nel Kali-Yuga,
ossia in un tempo in cui la conoscenza spirituale è diventata nascosta, e in
cui solo qualcuno può ancora raggiungerla, purché si ponga nelle condizioni
richieste per ottenerla; ora, una di tali condizioni è precisamente quella di
cui stiamo parlando, così come un’altra condizione è quella di uno sforzo di
cui non avevano ugualmente bisogno gli uomini delle prime età, giacché in essi
lo sviluppo spirituale avveniva in modo altrettanto naturale quanto lo sviluppo
corporeo.
Si tratta perciò di una condizione la cui
necessità si impone in conformità con le leggi che governano il nostro mondo
attuale;
1 Ricordiamo qui
l’adagio scolastico elementare: «per agire, bisogna essere».
2 È quello che
nella tradizione indù è indicato con la parola Hamsa, attribuita come
nome alla casta unica che esisteva in origine, e denotava in modo proprio uno
stato che è ativarna, vale a dire di là dalla distinzione delle caste
attuali.
34
Sulle condizioni dell’iniziazione
e per farlo meglio comprendere, possiamo
ricorrere qui a un’analogia: tutti gli esseri che si svilupperanno nel corso di
un ciclo sono contenuti fin dal principio, nello stato di germi sottili,
nell’«Uovo del Mondo»; di conseguenza, perché non potrebbero nascere nello
stato corporeo da soli e senza genitori? Neppure questa è una impossibilità
assoluta, ed è possibile concepire un mondo in cui le cose si svolgano in tal
modo; solo che, di fatto, questo mondo non è il nostro. Facciamo, beninteso,
una riserva per le anomalie; può accadere che esistano casi eccezionali di
«generazione spontanea», e nel campo della spiritualità, abbiamo noi stessi
assegnato poco fa quest’espressione al caso del mistico; ma abbiamo anche detto
che questi è un «irregolare», mentre l’iniziazione è una cosa essenzialmente
«regolare», la quale non ha nulla a che fare con le anomalie. E inoltre,
occorrerebbe sapere esattamente fin dove queste ultime possono spingersi;
anch’esse devono pur rientrare in definitiva in qualche legge, perché ogni cosa
non può esistere se non come elemento dell’ordine totale e universale. E già
solo questo, se ci si volesse riflettere un po’, potrebbe esser sufficiente per
far pensare che gli stati realizzati dal mistico non possono esser precisamente
gli stessi dell’iniziato, giacché, se la loro realizzazione non è soggetta alle
stesse leggi è perché si tratta di fatto di qualcos’altro; ma ora possiamo
lasciar perdere definitivamente il caso del misticismo, a proposito del quale
abbiamo detto abbastanza per quel che ci proponevamo di assodare, e non
considerare più se non quello dell’iniziazione.
In effetti, ci resta da precisare la funzione
del ricollegamento a un’organizzazione tradizionale, ricollegamento che,
beninteso, non può dispensare in nessun modo dal lavoro interiore che ciascuno
deve fare soltanto da sé, ma che è richiesto, in quanto condizione preventiva
perché tale lavoro possa portare i suoi frutti. Si deve capire bene fin d’ora
che coloro che sono stati stabiliti come depositari della conoscenza iniziatica
non possono comunicarla in un modo che sia più o meno paragonabile a quello di
cui si serve un professore, nell’insegnamento profano, per comunicare ai suoi
allievi formule libresche che costoro
35
Considerazioni sull’iniziazione
dovranno solo immagazzinare nella propria
memoria; qui si tratta di qualcosa che, nella sua stessa essenza, è
propriamente «incomunicabile», giacché si tratta di stati che sono da
realizzare interiormente. Quelli che si possono insegnare sono solo metodi
preparatori per l’ottenimento di tali stati; quel che può essere fornito dal di
fuori sotto questo aspetto, è in fondo un aiuto, un appoggio che facilita molto
il lavoro da compiere, così come pure un controllo che elimini gli ostacoli e i
pericoli che possono presentarsi; sono tutte cose tutt’altro che trascurabili,
e colui che ne fosse privo correrebbe il grosso rischio di incorrere in un
insuccesso, ma, anche così, non si giustificherebbe completamente quel che
abbiamo detto quando parlavamo di una condizione necessaria. E di fatto, non è
quello a cui intendevamo riferirci, per lo meno in modo immediato; sono tutte
cose che intervengono solo secondariamente, e in certo qual modo a titolo di
conseguenze, dopo l’iniziazione intesa nel suo senso più stretto, quale abbiamo
indicato in precedenza, e allorché si tratti di sviluppare di fatto la
virtualità che è da essa costituita; ma prima di tutto occorre che simile
virtualità preesista. È dunque in modo diverso che deve essere intesa la
trasmissione iniziatica propriamente detta, e non potremmo delinearla meglio se
non dicendo che essa è essenzialmente la trasmissione di un influsso
spirituale; su quest’argomento dovremo tornare più in esteso, ma per il momento
ci conterremo alla determinazione in modo più esatto della funzione che ricopre
tale influsso, che si pone tra l’attitudine naturale preventiva propria
dell’individuo e il lavoro di realizzazione che egli effettuerà in seguito.
Abbiamo fatto notare in altro luogo che le
fasi dell’iniziazione, così come quelle della «Grande Opera» ermetica, la quale
in fondo non è se non una delle sue espressioni simboliche, riproducono quelle
del processo cosmogonico1; tale analogia, che è fondata direttamente
su quella che esiste tra il «microcosmo» e il «macrocosmo», permette, meglio di
ogni altra considerazione, di illuminare la questione di cui si tratta.
1 Cfr. L’Ésoterisme
de Dante, in particolare le pp. 63-4 e 94 (ediz. franc.).
36
Sulle condizioni dell’iniziazione
Si può dire, infatti, che le attitudini o
possibilità incluse nella natura individuale sono inizialmente, in quanto tali,
soltanto una materia prima, cioè una pura potenzialità, nella quale non
c’è nulla di sviluppato o di differenziato1; si tratta perciò di uno
stato caotico e tenebroso, che il simbolismo iniziatico fa precisamente
corrispondere al mondo profano, e nel quale si trova l’essere che non è ancora
pervenuto alla «seconda nascita». Perché questo caos possa incominciare a prender
forma e a organizzarsi, occorre che una vibrazione iniziale gli venga
comunicata dalle potenze spirituali che la Genesi ebraica indica con il
nome di Elohim; tale vibrazione è il Fiat Lux che illumina il
caos, ed è il punto di partenza necessario di ogni sviluppo ulteriore; e, dal
punto di vista iniziatico, questa illuminazione è precisamente costituita dalla
trasmissione dell’influenza spirituale della quale abbiamo detto ora2.
In conseguenza di essa, e in virtù di tale influenza, le possibilità spirituali
dell’essere non sono più la semplice potenzialità che erano prima; esse sono
diventate una virtualità pronta a svilupparsi in atto nei diversi stadi della
realizzazione iniziatica.
Possiamo riassumere tutto ciò che precede
dicendo che l’iniziazione implica tre condizioni che si presentano in modo
successivo, e che si potrebbero far corrispondere rispettivamente ai tre
termini di «potenzialità», «virtualità» e «attualità»:
1 È sottinteso che
si tratta, in termini rigorosi, solo di una materia prima in senso
relativo, non in senso assoluto; sennonché tale distinzione non ha importanza
dal punto di vista da cui noi qui ci poniamo, e d’altronde lo stesso si può
dire della materia prima di un mondo come il nostro, il quale, essendo
in un certo modo già determinato, non è in realtà, nei confronti della sostanza
universale, se non una materia secunda (cfr. Il Regno della Quantità
e i Segni dei Tempi, cap. II); per modo che, anche secondo questo aspetto,
l’analogia con lo sviluppo del nostro mondo a partire dal caos iniziale è
rigorosamente esatta.
2 Da qui provengono
espressioni come quelle di «dare la luce» e di «ricevere la luce», usate per
indicare, con riferimento rispettivamente all’iniziatore e all’iniziato,
l’iniziazione in senso stretto, vale a dire la trasmissione vera e propria di
cui stiamo trattando. Da notare inoltre, per quanto concerne gli Elohim,
che il numero settenario loro assegnato è in relazione con la costituzione
delle organizzazioni iniziatiche, la quale deve in effetti essere un’immagine
dello stesso ordine cosmico.
37
Considerazioni sull’iniziazione
1. la «qualificazione», costituita da
determinate possibilità inerenti alla natura propria dell’individuo, le quali
sono la materia prima sulla quale dovrà effettuarsi il lavoro
iniziatico; 2. la trasmissione, per il tramite del ricollegamento a
un’organizzazione tradizionale, di un’influenza spirituale che conferisce
all’essere l’«illuminazione» che gli permetterà di ordinare e di sviluppare
queste possibilità che egli porta in sé; 3. il lavoro interiore mediante il
quale, con l’aiuto di «ausili» o «supporti» esteriori eventuali e soprattutto
durante i primi stadi, tale sviluppo si realizzerà gradualmente, facendo
passare l’essere, di scalino in scalino, attraverso i differenti gradi della
gerarchia iniziatica, per condurlo alla meta finale della «Liberazione» o
«Identità Suprema».
38
V
Sulla regolarità iniziatica
Abbiamo detto che il ricollegamento a
un’organizzazione iniziatica regolare non solo è una condizione necessaria
dell’iniziazione, ma è anzi ciò che costituisce l’iniziazione nel suo senso più
preciso, quale esso è definito dall’etimologia stessa della parola che serve a
indicarla, ed è un tale ricollegamento che è dappertutto rappresentato quale
una «seconda nascita», o quale una «rigenerazione»; «seconda nascita», perché
apre all’essere un mondo diverso da quello nel quale si esercita l’attività
della sua modalità corporea, mondo che sarà per lui il campo di sviluppo di
possibilità d’un ordine superiore; «rigenerazione», perché ristabilisce in tal
modo quest’essere in prerogative che erano naturali e normali nelle prime
epoche dell’umanità, quando quest’ultima non si era ancora allontanata dalla
spiritualità originaria per immergersi sempre più nella materialità, come
doveva fare nel corso delle epoche successive, e perché deve condurlo innanzi
tutto, quale prima tappa essenziale della sua realizzazione, alla restaurazione
in lui dello «stato primordiale», il quale è la pienezza e la perfezione
dell’individualità umana, ed è situato nel punto centrale unico e invariabile
da cui l’essere potrà in seguito elevarsi agli stati superiori.
A tal proposito, dobbiamo ora insistere
ulteriormente su un punto capitale: si tratta del fatto che il ricollegamento
in questione deve essere reale ed effettivo, e che un sedicente ricollegamento
«ideale», quale taluni, nella nostra epoca, hanno pensato bene di prendere in
considerazione, è totalmente vano e non
39
Considerazioni sull’iniziazione
può avere che un effetto nullo1. È
una cosa facile da capire. giacché si tratta propriamente della trasmissione di
un influsso spirituale, il quale deve effettuarsi secondo leggi definite; e
tali leggi, quand’anche siano evidentemente di natura tutta diversa da quelle
che governano le forze del mondo corporeo, non sono per questo meno rigorose, e
presentano anzi, con queste ultime, nonostante le differenze profonde che da
esse le separano, una certa analogia, in virtù della continuità e della
corrispondenza che esistono tra tutti gli stati o gradi dell’Esistenza
universale. Una simile analogia è quella che ci ha permesso, ad esempio, di
parlare di «vibrazione» a proposito del Fiat Lux da cui è illuminato e
ordinato il caos delle potenzialità spirituali, anche se in questo caso non si
tratta assolutamente di una vibrazione di ordine sensibile del tipo di quelle
che studiano i fisici, non più di quanto la «luce» che è in questione possa
essere creduta simile a quella che è percepita dalla facoltà visiva dell’organismo
corporeo2; sennonché questi modi di dire, pur essendo per necessità
simbolici, dal momento che sono fondati su un’analogia o su una corrispondenza,
non sono perciò meno legittimi e rigorosamente giustificati, giacché tale
analogia e tale corrispondenza esistono in effetti realmente nella stessa
natura delle cose, e in un certo senso si spingono persino molto più in là di
quanto si potrebbe supporre3. Avremo da tornare più diffusamente
1 Per avere qualche
esempio di un simile, sedicente, ricollegamento «ideale», mediante il quale
qualcuno si spinge fino a pretendere di far rivivere forme tradizionali
completamente scomparse, cfr. Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi,
cap. XXXVI; sull’argomento ritorneremo del resto un po’ più avanti.
2 Espressioni quali
«Luce intelligibile» e «Luce spirituale», o espressioni a esse equivalenti,
sono d’altronde assai note in tutte le dottrine tradizionali, sia occidentali
che orientali; per parte nostra ricorderemo soltanto in modo più particolare, a
tal proposito, che la tradizione islamica apparenta lo spirito (Er-Rûh),
nella sua stessa essenza, con la Luce (En-Nûr).
3 È la non
comprensione di una simile analogia, intesa a torto come un’identità, che,
accostata alla constatazione di una certa rassomiglianza nei modi d’azione e
negli effetti esteriori, ha indotto qualcuno a costruirsi una concezione errata
e più o meno grossolanamente materializzata, non soltanto delle influenze
psichiche o sottili, ma degli stessi influssi spirituali, identificandoli in
modo puro e semplice con forze «fisiche», nel senso più restrittivo del
termine,
40
Sulla regolarità iniziatica
su queste considerazioni quando parleremo dei
riti iniziatici e della loro efficacia; per il momento è sufficiente tener
presente che siamo qui in presenza di leggi di cui occorre necessariamente
tener conto, senza di che il risultato a cui si mira non potrebbe essere
ottenuto, così come non si può ottenere un risultato fisico se non ci si pone
nelle condizioni che sono richieste in conseguenza delle leggi alle quali è
soggetta la sua produzione; e dal momento che si tratta di una trasmissione da
operare di fatto, questo implica evidentemente un contatto reale, quali che
siano le modalità attraverso le quali esso potrà essere stabilito, modalità che
saranno naturalmente determinate da quelle leggi d’azione delle influenze
spirituali a cui abbiamo fatto accenno.
Da tale necessità di un ricollegamento
effettivo discendono immediatamente numerose conseguenze estremamente
importanti, sia per quanto riguarda l’individuo che aspira all’iniziazione, sia
per quanto riguarda le stesse organizzazioni iniziatiche; e sono queste
conseguenze che ci proponiamo di esaminare al presente. Sappiamo che ci sono
persone, e anche molte, a cui tali considerazioni parranno assai poco
gradevoli, vuoi perché esse sconvolgeranno l’idea troppo comoda e troppo
«semplicistica» che si erano fatta dell’iniziazione, vuoi perché annulleranno
certe pretese ingiustificate e certe affermazioni più o meno interessate, ma
prive di qualsiasi autorità; sennonché queste sono cose che non possono
minimamente fermarci, poiché, sia su questo, sia su tutti gli altri argomenti,
noi non abbiamo altra preoccupazione che non sia quella della verità.
Innanzitutto, per quanto riguarda l’individuo,
è evidente dopo ciò che abbiamo detto, che la sua intenzione di essere
iniziato, anche ammettendo che essa corrisponda veramente all’intenzione
quali l’elettricità o il magnetismo; da questa
stessa incomprensione ha potuto provenire inoltre, almeno in parte, l’idea
troppo diffusa di tentare accostamenti tra le conoscenze tradizionali e i punti
di vista della scienza moderna e profana, idea totalmente vana e illusoria,
giacché si tratta di cose che non appartengono allo stesso ambito, e poiché
d’altronde il punto di vista profano in sé è propriamente illegittimo. Cfr. Il
Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XVIII.
41
Considerazioni sull’iniziazione
di ricollegarsi a una tradizione di cui possa
avere qualche conoscenza «esteriore», non può assolutamente essere sufficiente,
da sola, per assicurargli l’iniziazione reale1. In effetti, non si
tratta nel modo più assoluto di un’«erudizione» la quale, come tutto ciò che
appartiene al sapere profano, è qui priva di qualsiasi valore; e neppure si
tratta di qualcosa che abbia attinenza con i sogni o con l’immaginazione, né
con aspirazioni sentimentali qualsivogliano. Se fosse sufficiente, per poter
dirsi iniziati, leggere dei libri, fossero pure essi le Scritture sacre di una
tradizione ortodossa, anche se accompagnate, a piacere, dai loro commenti più
profondamente esoterici, o di intrattener sogni più o meno vaghi su qualche
organizzazione passata o presente a cui si assegni compiacentemente, e tanto
più facilmente quanto meno è conosciuta, il proprio «ideale» (parola che viene
usata oggi a ogni proposito, e che, significando tutto quel che si desideri, in
verità non significa in fondo un bel nulla), la cosa sarebbe veramente troppo
facile; e la questione preventiva della «qualificazione» si ritroverebbe con
ciò stesso totalmente soppressa poiché ciascuno, essendo naturalmente portato a
ritenersi «debitamente qualificato»2, e costituendosi in tal modo
giudice e parte nella propria causa, scoprirebbe certamente senza difficoltà
eccellenti ragioni (eccellenti per lo meno ai propri occhi, e secondo le idee
particolari che si è fabbricato) per ritenersi iniziato senz’altre formalità, e
non vediamo neppure perché, arrestandosi su questo cammino, dovrebbe esitare ad
attribuirsi d’un colpo solo i gradi più trascendenti. Coloro che immaginano che
ci «si inizi» da soli, come dicevamo prima, non hanno mai riflettuto a tali
conseguenze, piuttosto imbarazzanti, implicate nella loro affermazione? In
condizioni simili sarebbero aboliti ogni
1 Con ciò non
intendiamo riferirci soltanto all’iniziazione pienamente effettiva, ma anche
alla semplice iniziazione virtuale, secondo la distinzione che è il caso di
fare a tal proposito e sulla quale dovremo tornare in seguito in modo più
preciso.
2 L’espressione di
cui si serve qui l’Autore è la formula rituale francese, in uso presso le
organizzazioni iniziatiche di costruttori, «bien et dûment qualifié»,
della quale non esiste corrispondente italiano perfettamente equivalente.
[N.d.T.]
42
Sulla regolarità iniziatica
selezione e ogni controllo, scomparirebbero i
«mezzi di riconoscimento», nel senso in cui già abbiamo usato tale espressione,
non sarebbe più possibile alcuna gerarchia, e, beninteso, non esisterebbe più
trasmissione di checchessia; in una parola, non ci sarebbe più nulla di quel
che caratterizza essenzialmente l’iniziazione e di ciò che di fatto la
costituisce; eppure questo è quel che taluni, con stupefacente incoscienza,
osano presentare come una concezione «modernizzata» dell’iniziazione (in
effetti ben modernizzata, e sicuramente ben degna degli «ideali» laici,
democratici ed egualitari), senza neppure sospettare che, invece di avere
perlomeno degli iniziati «virtuali» ‑ che dopo tutto è ancora qualcosa ‑ non si
avrebbero in tal modo che semplici profani che si farebbero indebitamente
passare per iniziati.
Ma lasciamo perdere queste divagazioni, che
possono sembrar trascurabili; se abbiamo creduto bene dirne qualcosa è soltanto
perché l’incomprensione e il disordine intellettuale che disgraziatamente
caratterizzano la nostra epoca permettono loro di diffondersi con deplorevole
facilità. Quel che occorre ben capire è che quando si parla di iniziazione si
tratta esclusivamente di cose serie e di realtà che diremmo volentieri
«positive», se gli «scientisti» profani non avessero tanto abusato di questa
parola; si accettino queste cose per quel che sono o non si parli più del tutto
di iniziazione; non vediamo mezzi termini possibili tra questi due
atteggiamenti, e meglio sarebbe rinunciare decisamente a qualsiasi idea
d’iniziazione, che non attribuire questo nome a qualcosa che non ne sarebbe più
se non una vana parodia, senza neppure le apparenze esteriori che per lo meno
cercano ancora di conservare certe altre contraffazioni di cui dovremo parlare
fra poco.
Per tornare a quello che è stato il punto di
partenza di questa digressione, diremo che occorre che l’individuo non soltanto
abbia l’intenzione di essere iniziato, ma deve essere «accettato» da
un’organizzazione tradizionale regolare, che abbia potestà di conferirgli
l’iniziazione1, vale a dire per trasmettergli l’influsso
1 Intendiamo con
ciò dire, non soltanto che si deve trattare di un’organizzazione
43
Considerazioni sull’iniziazione
spirituale senza l’ausilio del quale gli
sarebbe impossibile, nonostante tutti i suoi sforzi, riuscire mai a disfarsi
dei limiti e degli ostacoli del mondo profano. Può accadere che, a motivo di un
suo difetto di «qualificazione», la sua intenzione non incontri risposta, per
quanto sincera possa essere, giacché la questione non si pone in questi
termini, e in un tale genere di cose non è di «morale» che si tratta, ma
unicamente di regole «tecniche» che hanno attinenza con leggi «positive»
(ripetiamo la parola perché non riusciamo a trovarne una che si adatti meglio),
le quali si impongono con necessità altrettanto ineluttabile quanto, in un
altro ordine di cose, le condizioni fisiche e mentali indispensabili per
l’esercizio di certe professioni. In un caso simile egli non potrà mai
considerarsi iniziato, qualunque siano le conoscenze teoriche che per altri
versi riuscirà ad acquisire; e del resto c’è da presumere che anche sotto
questo profilo egli non arriverà mai molto lontano (parliamo ovviamente di una
vera comprensione, anche se ancora esteriore, e non della semplice erudizione,
vale a dire di un accumulo di nozioni facenti unicamente ricorso alla memoria,
come avviene nell’insegnamento profano), giacché la stessa conoscenza teorica,
per andare di là da un certo grado presuppone già normalmente la
«qualificazione» richiesta per ottenere l’iniziazione che le permetterà di
trasformarsi, grazie alla «realizzazione» interiore, in conoscenza effettiva, e
in tal modo nessuno potrà essere impedito dallo sviluppare le possibilità che
porta veramente in sé; in definitiva, non sono esclusi se non coloro che si
fanno illusioni sul proprio conto, e credono di poter ottenere qualcosa che in
realtà si verifica essere incompatibile con la loro natura individuale.
propriamente iniziatica, a esclusione di qualsiasi
altro tipo di organizzazione tradizionale ‑ il che è in fondo anche troppo
evidente ‑, ma inoltre che tale organizzazione non deve appartenere a una forma
tradizionale alla quale, nella sua parte esteriore, l’individuo in questione
sia estraneo; esistono anche casi nei quali quella che si potrebbe chiamare la
«giurisdizione» di una organizzazione iniziatica è ancora più limitata, come
quello di una iniziazione basata su un mestiere, la quale non può essere conferita
se non a individui che appartengano a tale mestiere o che abbiano per lo meno
con esso determinati legami definiti.
44
Sulla regolarità iniziatica
Passando ora all’altro aspetto della
questione, vale a dire a quello che si riferisce alle organizzazioni
iniziatiche in quanto tali, diremo quel che segue: è anche troppo evidente che
non si può trasmettere se non quel che si possiede; di conseguenza, occorre di
necessità che un’organizzazione sia effettivamente depositaria di un’influenza
spirituale perché possa comunicarla agli individui che a essa si ricollegano; e
ciò esclude immediatamente le formazioni pseudo-iniziatiche, così numerose alla
nostra epoca, e prive di qualsiasi carattere autenticamente tradizionale. Le
condizioni essendo queste, di fatto un’organizzazione iniziatica non potrebbe
essere il prodotto di una fantasia individuale; essa non può venir fondata, al
modo di un’associazione profana, su iniziativa di alcune persone che decidano
di riunirsi adottando forme qualsivogliano; e quand’anche queste forme non
siano inventate di sana pianta, ma dedotte da riti realmente tradizionali di
cui i fondatori siano venuti a conoscenza per «erudizione», esse non saranno
con ciò maggiormente valide, giacché, in mancanza di filiazione regolare, la
trasmissione dell’influenza spirituale è impossibile e inesistente, per modo
che, in un caso simile, si ha solo a che fare con una volgare contraffazione
dell’iniziazione. A maggior ragione le cose stanno così quando si tratti
soltanto di ricostituzioni puramente ipotetiche, per non dire immaginarie, di
forme tradizionali scomparse da tempi più o meno lontani, come quelle, ad
esempio, dell’antico Egitto o della Caldea; e quand’anche esistesse, dietro
l’adozione di tali forme, una volontà seria di ricollegarsi alla tradizione a
cui esse hanno appartenuto, non per questo esse sarebbero più efficaci, poiché
non ci si può ricollegare in realtà se non a qualcosa che abbia un’esistenza
attuale, e anche per questo occorre, come dicevamo per ciò che riguarda gli
individui, essere «accettati» dai rappresentanti autorizzati della tradizione
alla quale ci si riferisce, per modo tale che un’organizzazione in apparenza
nuova non potrà essere legittima se non quando sia come un prolungamento di
un’organizzazione preesistente, affinché sia preservata senza nessuna
interruzione la continuità della «catena» iniziatica.
45
Considerazioni sull’iniziazione
Dicendo tutte queste cose, non facciamo tutto
sommato che esprimere in altri termini e più esplicitamente quel che già
abbiamo detto prima sulla necessità di un ricollegamento effettivo e diretto e
sulla vanità di un ricollegamento «ideale», né bisogna, a tal proposito,
lasciarsi ingannare dalle denominazioni che certe organizzazioni si
attribuiscono senza averne alcun diritto, le quali in questo modo cercano di
darsi un’apparenza di autenticità. È così che si incontra, per riprendere un
esempio da noi già citato in altre occasioni, una folla di raggruppamenti, di
origine del tutto recente, che hanno assunto il titolo di «rosacrociani» senza
che abbiano, beninteso, mai avuto il minimo contatto con i Rosa-Croce, fosse
pure per qualche via indiretta e obliqua, e senza neppure sapere che cosa essi
fossero in realtà, visto che li immaginano pressoché costantemente come
raggruppati in una «società», ciò che è un errore grossolano e ben
specificamente moderno. Nella maggior parte dei casi c’è da vedere in questo solo
il bisogno di fregiarsi di un titolo a effetto o la volontà di far colpo sugli
ingenui, ma anche a voler considerare il caso più favorevole, a voler cioè
ammettere che la costituzione di qualcuno di tali gruppi discenda da un sincero
desiderio di ricollegarsi «idealmente» ai Rosa-Croce, si tratterà a ogni buon
conto ancora sempre, da un punto di vista iniziatico, di qualcosa di
inesistente. Quel che diciamo riguardo a questo esempio particolare si attaglia
del resto anche e in ugual modo a tutte le organizzazioni inventate dagli
occultisti e altri «neo-spiritualisti» di tutti i generi e di tutte le
denominazioni, organizzazioni che, qualunque siano le loro pretese, non possono
secondo verità se non esser dette «pseudo-iniziatiche», poiché non hanno assolutamente
nulla di reale da trasmettere, e ciò che presentano non è che una
contraffazione, o anche troppo spesso una parodia o una caricatura
dell’iniziazione1.
1 Investigazioni
che abbiamo dovuto fare a questo proposito in un tempo già lontano ci hanno
condotti a una conclusione formale e indubitabile che dobbiamo esprimere qui
nettamente, senza preoccuparci dei furori che essa può rischiare di suscitare
da diverse parti: se si eccettua il caso della sopravvivenza possibile di
qualche raro gruppo di ermetismo cristiano del medioevo, a
46
Sulla regolarità iniziatica
Aggiungeremo inoltre, quale altra conseguenza
di quel che precede, che quando pure si tratti di un’organizzazione
autenticamente iniziatica, i suoi membri non hanno la potestà di cambiarne le
forme a loro piacere o di alterarle in ciò che esse hanno di essenziale; questo
non esclude certe possibilità di adattamento alle circostanze, che però si
impongono agli individui ben più di quanto non derivino dalla loro volontà, ma
che in ogni caso sono limitate dalla condizione di non arrecar danno ai mezzi
attraverso i quali sono assicurate la conservazione e la trasmissione
dell’influenza spirituale di cui l’organizzazione in questione è depositaria;
se tale condizione non fosse osservata, il risultato sarebbe una vera e propria
rottura con la tradizione, rottura che farebbe perdere all’organizzazione la
sua «regolarità». Inoltre, un’organizzazione iniziatica non può incorporare in
modo valido ai suoi riti elementi tratti da forme tradizionali diverse da
quella secondo la quale essa è regolarmente costituita1; elementi di
questo tipo, la cui adozione avrebbe un carattere del tutto artificiale, non
costituirebbero che semplici fantasie superfetatorie, senza nessuna efficacia
dal
ogni buon conto estremamente ridotto, è un fatto
che, di tutte le organizzazioni dalle pretese iniziatiche che sono diffuse
attualmente nel mondo occidentale, ce ne sono soltanto due che, per quanto
decadute siano entrambe a causa dell’ignoranza e dell’incomprensione
dell’immensa maggioranza dei loro membri, possano rivendicare un’origine
tradizionale autentica e una trasmissione iniziatica reale; queste due
organizzazioni, le quali d’altronde, a dire il vero, non furono primitivamente
che una sola, quantunque a diramazioni molteplici, sono il Compagnonaggio e la
Massoneria. Tutto il resto è soltanto fantasia o ciarlatanismo, quand’anche non
serva a dissimulare qualcosa di peggio; e, in quest’ordine di idee, non c’è
invenzione per quanto assurda o stravagante che non abbia nella nostra epoca
qualche probabilità di riuscire e di essere presa sul serio, a partire dalle
chimere occultistiche sulle «iniziazioni in astrale» per arrivare al sistema
americano, dalle intenzioni soprattutto «commerciali», delle pretese
«iniziazioni per corrispondenza»!
1 Sotto questo
profilo, qualcuno ha piuttosto di recente cercato di introdurre nella
Massoneria, che è una forma iniziatica propriamente occidentale, elementi
tratti da dottrine orientali, delle quali aveva del resto solo una conoscenza
tutta esteriore; se ne troverà un esempio citato nell’Ésoterisme de Dante,
p. 20.
47
Considerazioni sull’iniziazione
punto di vista iniziatico; di conseguenza essi
non aggiungerebbero assolutamente nulla di reale, ma la loro presenza potrebbe
addirittura essere, a motivo della loro eterogeneità, soltanto una causa di
confusione e di disarmonia; il pericolo di simili mescolanze è d’altronde lungi
dall’essere limitato al solo ambito iniziatico, e questo è un punto abbastanza
importante per meritare di essere trattato a parte. Le leggi che presiedono al
maneggio delle influenze spirituali sono del resto una cosa troppo complessa e
delicata perché coloro che non ne abbiano una conoscenza sufficiente possano
permettersi impunemente di apportare modificazioni più o meno arbitrarie a
forme rituali nelle quali tutto ha la sua ragion d’essere, e la cui portata
rischia fortemente di sfuggir loro.
Risulta chiaramente da tutto ciò la nullità
delle iniziative individuali per quanto riguarda la costituzione delle
organizzazioni iniziatiche, sia per quanto si riferisce alla loro stessa
origine, sia sotto il profilo delle forme da esse rivestite; e si può notare a
tal proposito che di fatto non esistono forme rituali tradizionali a cui si
possano attribuire quali autori individui determinati. È facile capire come le
cose possano stare in questo modo, se si riflette che lo scopo essenziale e
finale dell’iniziazione oltrepassa l’ambito dell’individualità e le sue
possibilità particolari, il che sarebbe impossibile se si fosse ridotti a mezzi
d’ordine puramente umano; da questa semplice osservazione, e senza neppure
andare al fondo delle cose, si può perciò concludere immediatamente che occorre
la presenza di un elemento «non-umano», e questo è in effetti proprio il
carattere dell’influenza spirituale la cui trasmissione costituisce
l’iniziazione a propriamente parlare.
48
VI
Sintesi e sincretismo
Dicevamo poco fa che non solo è inutile, ma
talvolta anche pericoloso, voler mescolare elementi rituali che appartengano a
forme tradizionali differenti, e che ciò è vero non soltanto nell’ambito
iniziatico al quale lo applicavamo prima di tutto; di fatto le cose stanno in
realtà in questo modo per tutto l’insieme dell’ambito tradizionale, e crediamo
non sia privo d’interesse esaminare ora tale questione in tutta la sua
generalità, anche se ciò può aver l’aria di allontanarci un po’ dalle
considerazioni che più direttamente si riferiscono all’iniziazione. Poiché la
commistione in questione costituisce in fondo soltanto un caso particolare di
quello che può propriamente esser chiamato «sincretismo», ci toccherà a tal
proposito incominciare con il precisar bene cosa occorra intendere con tale
termine, e ciò tanto più giustificatamente in quanto quelli fra i nostri
contemporanei che hanno la pretesa di studiare le dottrine tradizionali senza
penetrarne per nulla l’essenza, quelli, soprattutto, che le esaminano da un
punto di vista «storico» e di pura erudizione, hanno nella maggioranza dei casi
una indisponente tendenza a confondere «sintesi» con «sincretismo». Questa
osservazione si applica, in maniera del tutto generale, tanto allo studio
«profano» delle dottrine di tipo exoterico quanto a quelle di ordine esoterico;
del resto, la distinzione tra le une e le altre raramente viene fatta come
dovrebbe esserlo, ed è in conseguenza di ciò che la sedicente «scienza delle
religioni» si occupa di una quantità di cose che in realtà di «religioso» non
hanno nulla, quali ad esempio, come già indicavamo poco fa, i misteri
iniziatici dell’antichità. Tale «scienza» assevera
49
Considerazioni sull’iniziazione
da sola chiaramente il proprio carattere
«profano» ‑ nella peggiore accezione del termine ‑, quando pone come principio
che chi sia fuori di qualsiasi religione, e di conseguenza non possa avere
della religione (noi diremmo invece della tradizione, senza specificarne
nessuna particolare modalità) se non una conoscenza del tutto esteriore, è il
solo a essere qualificato per occuparsene «scientificamente». La verità è che,
sotto il pretesto di una conoscenza disinteressata, si dissimula un’intenzione
decisamente antitradizionale: si tratta di una «critica» destinata anzitutto,
nell’intenzione dei suoi promotori, e meno consapevolmente forse in coloro che
li seguono, a distruggere qualsiasi tradizione, poiché in esse vuol vedere
soltanto, per partito preso, un insieme di fatti psicologici, sociali o d’altro
genere, ma in tutti i casi puramente umani. Non insisteremo però oltre su
questo punto, giacché, oltre al fatto che abbiamo già avuto frequenti occasioni
di trattarne in altre sedi, al presente ci proponiamo soltanto di segnalare una
confusione che, quantunque ben caratteristica di questa speciale mentalità, può
evidentemente esistere altresì indipendentemente da simile intenzione
antitradizionale.
Il «sincretismo», inteso nel suo vero senso,
non è nient’altro che l’accostamento di elementi di provenienza diversa,
riuniti per così dire «dal di fuori», senza che nessun principio di ordine più
profondo intervenga a unificarli. È evidente che una raccolta di tal genere non
può realmente costituire una dottrina, non più di quanto un ammasso di pietre
possa costituire un edificio; e se qualche volta esso ne dà l’illusione a
coloro che lo esaminano solo superficialmente, è un’illusione che non può sopravvivere
a un’indagine un po’ seria. Non c’è bisogno d’andar lontano per trovare esempi
autentici di un tal sincretismo: le contraffazioni moderne della tradizione,
quali l’occultismo e il teosofismo, in fondo non sono altra cosa1;
nozioni frammentarie prese da differenti forme tradizionali, e generalmente mal
comprese e più o meno deformate, si ritrovano in essi mescolate a concezioni
che appartengono alla filosofia e alla scienza
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXXVI.
50
Sintesi e sincretismo
profana. Esistono anche teorie filosofiche
formate quasi interamente da frammenti di altre teorie, e in questo caso il
sincretismo assume abitualmente il nome di «eclettismo»; ma è un caso meno
grave del precedente, perché si tratta soltanto di filosofia, vale a dire di un
pensiero profano che, per lo meno, non cerca di farsi passare per qualcosa di
diverso da quel che è.
Il sincretismo, in ogni caso, è sempre un
procedimento essenzialmente profano, in ragione della sua stessa esteriorità; e
non solo non è affatto una sintesi, ma, in un certo senso ne è addirittura
tutto il contrario. In effetti, la sintesi, per definizione, parte dai
principi, ossia da ciò che c’è di più interiore; essa procede, si potrebbe
dire, dal centro alla circonferenza, mentre il sincretismo si mantiene sulla
sola circonferenza, nella pura molteplicità, in qualche modo «atomica», e fatta
del dettaglio indefinito di elementi assunti uno per uno, presi in
considerazione in se stessi e per se stessi, e separati dal loro principio,
ossia dalla loro vera ragion d’essere. Che esso lo voglia o no, il sincretismo
ha perciò un carattere del tutto analitico; è vero che nessuno parla tanto
spesso e volentieri di sintesi quanto certi «sincretisti», ma ciò prova
soltanto una cosa: ed è che essi sentono che, se riconoscessero la reale natura
delle loro teorie composite, dovrebbero con ciò stesso confessare di non essere
i depositari di nessuna tradizione, e che il lavoro al quale si sono
assoggettati non differisce per nulla da quello che il primo «ricercatore»
venuto potrebbe fare raccogliendo, bene o male che sia, le nozioni svariate che
sarebbe riuscito ad attingere dai libri. Se costoro hanno un evidente interesse
a far passare il loro sincretismo per una sintesi, l’errore di coloro di cui
parlavamo all’inizio si produce generalmente in senso inverso: quando si
trovano davanti a una vera sintesi, raramente omettono di trattarla di
sincretismo. La spiegazione di un tale atteggiamento è in fondo assai semplice:
poiché si mantengono dal punto di vista più limitatamente profano ed esteriore
che possa concepirsi, essi non hanno nessuna coscienza di quel che è di un altro
ordine e, poiché non vogliono o non possono ammettere che certe cose gli
sfuggano, cercano naturalmente di tutto ricondurre ai procedimenti che sono
alla portata della loro propria comprensione.
51
Considerazioni sull’iniziazione
Immaginando che qualsiasi dottrina sia
unicamente opera di uno o di diversi individui umani, senza nessun intervento
di elementi superiori (giacché non bisogna dimenticare che questo è il
postulato fondamentale di tutta la loro «scienza»), essi attribuiscono a tali
individui ciò che in un caso simile sarebbero capaci di fare loro; ed è inoltre
scontato che non si preoccupano assolutamente di sapere se la dottrina che
studiano a loro modo è o non è un’espressione della verità, giacché una
questione del genere, che non è «storica». per essi non si pone neppure. Ed è
financo dubbio che sia loro mai venuta l’idea che possa esistere una verità che
sia di un ordine diverso dalla semplice «verità di fatto», la quale sola può
essere oggetto di erudizione; quanto poi all’interesse che uno studio simile
può presentare per loro in tali condizioni, dobbiamo confessare che ci è
totalmente impossibile rendercene conto, talmente la cosa discende da una
mentalità che è estranea alla nostra.
Comunque stiano le cose, quel che è
soprattutto importante notare, è che la falsa concezione che vuol trovare del
sincretismo nelle dottrine tradizionali ha come conseguenza diretta e
inevitabile quella che possiamo chiamare la teoria degli «imprestiti»: quando
si constata l’esistenza di elementi simili in due forme dottrinali diverse, ci
si affretta a supporre che una di esse deve averli presi dall’altra. E
ovviamente non si fa in tal caso il minimo ricorso all’origine comune delle
tradizioni, né alla loro filiazione autentica, con la trasmissione regolare e
gli adattamenti successivi che questa comporta; tutto ciò, che sfugge
totalmente ai mezzi di investigazione di cui dispone lo storico profano, per
lui letteralmente non esiste. Quelli di cui si vuol parlare sono unicamente
imprestiti nel senso più grossolano del termine, di una sorta di copiatura o di
plagio che una tradizione opera su un’altra con la quale si è trovata in
contatto in seguito a circostanze puramente contingenti; di un’incorporazione accidentale
di elementi staccati, che non corrispondono a nessuna ragione profonda1;
ed è proprio
1 Come esempio di
applicazione di un tale modo di vedere a cose che appartengono all’ambito
esoterico e iniziatico, possiamo citare la teoria che
52
Sintesi e sincretismo
questo che di fatto implica la definizione
stessa del sincretismo. Per altro verso, neppure ci si chiede se non sia
normale che una stessa verità riceva espressioni più o meno simili o almeno
confrontabili fra di loro, indipendentemente da qualsiasi imprestito, né è
possibile chiederselo, perché, come dicevamo poco sopra, si è ben decisi a
ignorare l’esistenza di una simile verità in quanto tale. Del resto
quest’ultima spiegazione sarebbe insufficiente senza la nozione dell’unità
tradizionale primordiale, sennonché essa rappresenterebbe per lo meno un certo
aspetto della realtà; aggiungiamo che essa non deve però essere confusa con
un’altra teoria, non meno profana di quella degli «imprestiti» anche se di un
altro genere, che fa ricorso a quella che si è convenuto di chiamare l’«unità
dell’animo umano», inteso quest’ultimo in un senso esclusivamente psicologico,
per il quale di fatto simile unità non esiste, teoria che comporta anch’essa
che qualsiasi dottrina non sia che il prodotto di tale «animo umano», per modo
che un simile «psicologismo» non tiene maggiormente conto della questione della
verità dottrinale di quanto non faccia lo «storicismo» dei partigiani della
spiegazione sincretistica1.
Segnaleremo inoltre che è sempre l’idea del
sincretismo e degli «imprestiti», applicata più specialmente alle Scritture
tradizionali, che dà origine alla ricerca di loro ipotetiche «fonti», insieme
alla supposizione delle «interpolazioni», che come è noto è una delle maggiori
risorse della «critica» nella sua opera distruttiva, il cui unico obiettivo
reale è la negazione di ogni ispirazione «sovrumana». Ciò che stiamo ponendo in
rilievo ha uno stretto rapporto con l’intenzione antitradizionale da noi indicata
all’inizio di questo studio; e quel che occorre soprattutto aver presente ora è
l’incompatibilità di qualsiasi spiegazione «umanistica»
vuol vedere nel taçawwuf islamico un
imprestito dall’India, e questo a causa del fatto che sia dall’una sia
dall’altra parte si incontrano metodi simili; è evidente che agli orientalisti
che sostengono tale teoria non è mai passato per la mente di chiedersi se
simili metodi non fossero in entrambi i casi imposti dalla stessa natura delle
cose, il che tuttavia sembrerebbe dover essere facile da capire, per lo meno
per chi non abbia idee preconcette.
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XIII.
53
Considerazioni sull’iniziazione
con lo spirito tradizionale, incompatibilità
che è del resto evidente, giacché il non tener conto dell’elemento «non-umano»
significa disconoscere propriamente quella che è l’essenza vera e propria della
tradizione, quella ‑ cioè ‑ in mancanza della quale non c’è più nulla che
meriti di portare un tal nome. D’altra parte. per confutare la concezione
sincretistica è sufficiente ricordare che ogni dottrina tradizionale ha
necessariamente come centro e come punto di partenza la conoscenza dei principi
metafisici, e che tutto ciò che essa comporta per sovrappiù, a titolo più o
meno secondario, in definitiva non è altro che l’applicazione di tali principi
a campi diversi; ciò equivale a dire che essa è essenzialmente sintetica e,
secondo quanto abbiamo spiegato prima, la sintesi esclude per sua stessa natura
qualsiasi sincretismo.
Ma si può dire di più: se è impossibile che
esista sincretismo nelle dottrine tradizionali in quanto tali, altrettanto
impossibile è che ci sia sincretismo in coloro che le hanno veramente capite, e
che, di conseguenza, hanno necessariamente anche capito la vanità di un simile
procedimento, così come quella di ogni altro procedimento proprio del pensiero
profano, e che d’altronde non hanno nessuna necessità di ricorrervi. Tutto ciò
che è realmente ispirato dalla conoscenza tradizionale procede sempre «dall’interno»
e non «dall’esterno»; chiunque abbia coscienza dell’unità di tutte le
tradizioni può, per esporre e interpretare la dottrina, far ricorso, a seconda
dei casi, a mezzi di espressione che provengano da forme tradizionali diverse,
se ritiene che in ciò ci sia qualche vantaggio; sennonché, in un’operazione del
genere non potrà mai esserci nulla che si possa paragonare, né da vicino né da
lontano, con un qualsiasi sincretismo o con il «metodo comparativo» degli
eruditi. Da un lato, l’unità centrale e principiale illumina e domina tutto;
dall’altro, assente tale unità, o, per meglio dire, nascosta allo sguardo del
«ricercatore» profano, questi può soltanto andar tentoni nelle «tenebre
esteriori», agitandosi vanamente in mezzo a un caos che solo potrebbe ordinare
il Fiat Lux iniziatico, il quale, per mancanza di «qualificazione», per
lui non sarà mai proferito.
54
VII
Contro la commistione delle forme tradizionali
Come già abbiamo detto in un’altra occasione1,
secondo la tradizione indù ci sono due maniere opposte, l’una inferiore e
l’altra superiore, di essere al di fuori delle caste: si può essere «senza
casta» (avarna), in senso «privativo», ossia al di sotto di esse; e si
può al contrario essere «di là dalle caste» (ativarna), ovvero al di
sopra di esse, anche se questo secondo caso è senza paragoni più raro del
primo, soprattutto nelle condizioni dell’epoca attuale2. In modo
analogo si può altresì essere al di qua o al di là delle forme tradizionali:
l’uomo «senza religione», ad esempio, quale si incontra abitualmente nel mondo
occidentale moderno, è incontestabilmente nel primo caso; il secondo caso,
invece, si attaglia esclusivamente a coloro che hanno preso effettiva coscienza
dell’unità e dell’identità fondamentali di tutte le tradizioni; e, di nuovo,
questo secondo caso può attualmente essere soltanto eccezionalissimo. Occorre
però comprender bene che, quando parliamo di coscienza effettiva, vogliamo dire
che nozioni semplicemente teoriche su tale unità e tale identità, pur essendo
certamente già lungi dall’esser trascurabili, sono totalmente insufficienti
acciocché qualcuno possa ritenere di aver superato lo stadio nel quale è
necessario adottare una forma determinata e aderirvi in modo rigoroso. Questo,
beninteso,
1 Il Regno della
Quantità e i Segni dei Tempi, cap. IX.
2 Quest’ultimo era
invece, come abbiamo indicato in una nota precedente, il caso normale per gli
uomini dell’epoca primordiale.
55
Considerazioni sull’iniziazione
non significa assolutamente che chi sia in
questa situazione non debba sforzarsi nello stesso tempo di comprendere le
altre forme nel modo più completo e profondo possibile, ma soltanto che, in
pratica, non deve far uso di mezzi rituali o d’altro tipo che appartengano a
più forme diverse, cosa che, come dicevamo in precedenza, non solo sarebbe
inutile e vano, ma addirittura nocivo e pericoloso sotto più di un riguardo1.
Le forme tradizionali possono essere
paragonate a strade che portano tutte a una stessa meta2, le quali
però, in quanto strade, sono nondimeno distinte; è evidente che non se ne
possono seguire diverse per volta, e che, quando ci si sia immessi in una, è
opportuno seguirla fino in fondo e senza deviare da essa, giacché il voler
passare dall’una all’altra costituirebbe il miglior mezzo per non procedere
realmente, se non addirittura per rischiare di perdersi del tutto. Soltanto chi
sia giunto al termine domina con ciò stesso tutte le vie, e questo perché non
ha più da seguirle; egli potrà perciò, se ne è il caso, praticare
indistintamente tutte le forme, ma proprio perché le ha superate, e perché per
lui esse sono ormai unificate nel loro principio comune. Generalmente, però,
egli continuerà a questo punto ad attenersi esteriormente a una forma definita,
non foss’altro che a modo di «esempio» per coloro che stanno intorno a lui e
non sono arrivati al suo stesso punto; sennonché, se circostanze particolari si
produrranno, che lo esigano, potrà anche, giustificatamente, partecipare ad
altre forme, inteso che, nel punto in cui è, non ci sono più reali differenze.
D’altra parte, dal momento che tali
1 Ciò che diciamo
qui deve permettere di capire meglio quanto dicevamo in precedenza della
«giurisdizione» delle organizzazioni iniziatiche appartenenti a una forma
tradizionale determinata: poiché l’iniziazione in senso stretto, ottenuta
mediante il ricollegamento a una simile organizzazione, è propriamente un
«inizio», è evidente che colui che la riceve è ancora molto lontano dal poter
essere al di là delle forme tradizionali.
2 Per essere
rigorosamente esatti occorrerebbe aggiungere questo: a condizione che siano
complete, vale a dire che comprendano non solo la parte exoterica, ma anche la
parte esoterica e iniziatica; in linea di principio, le cose stanno del resto
sempre così, ma di fatto può accadere che, per una specie di degenerazione, la
seconda parte sia dimenticata e in qualche modo perduta.
56
Contro la commistione delle forme tradizionali
forme sono per lui unificate in questo modo,
ciò non comporterà commistioni né confusioni di sorta, quali sono
necessariamente provocate solo dalla diversità come tale; ma, ripetiamo. questo
è unicamente il caso di colui che è effettivamente di là da tale diversità: per
lui le forme non rivestono più il carattere di vie o di mezzi ‑ dei quali non
ha più bisogno ‑, e non sopravvivono più se non in quanto espressioni della
Verità una, espressioni delle quali è altrettanto legittimo servirsi a seconda
delle circostanze quanto lo è il parlare lingue diverse per farsi capire da
coloro a cui ci si rivolge1.
Tutto ben sommato, tra questo caso e quello di
una mescolanza illegittima delle forme tradizionali, passa tutta la differenza
che già abbiamo indicato come caratteristica di quella che esiste, in generale,
tra la sintesi e il sincretismo, ed era questa la ragione per cui era
necessario, a tal proposito, precisare prima di tutto cosa bisognava intendere
con quest’ultima. In effetti, colui che percepisce tutte le forme nell’unità
stessa del loro principio ‑ come abbiamo detto or ora ‑ ha di esse, proprio per
tale ragione, una visione essenzialmente sintetica, nel senso più rigoroso
della parola; egli non può che situarsi ugualmente all’interno di tutte, anzi ‑
dovremmo dire ‑, nel punto che è per esse tutte il più interno, poiché è
veramente il loro centro comune. Per riprendere il confronto di cui ci siamo
serviti poco fa, tutte le strade, partendo da punti diversi, si avvicinano
sempre di più tra di loro, mantenendosi però sempre distinte, fino a terminare
in questo centro unico2; sennonché, viste da tale centro, esse non
sono più in realtà se non altrettanti raggi emananti da esso, e mediante i
quali esso è in rapporto con i punti molteplici della
1 È precisamente
questo che, dal punto di vista iniziatico, significa in realtà quello che è
detto il «dono delle lingue», sul quale ritorneremo più avanti.
2 Nel caso di una
forma tradizionale diventata incompleta ‑ come spiegavamo poco fa ‑, si
potrebbe dire che la strada si trova interrotta a un certo punto prima che
raggiunga il centro, o, forse, ancora più esattamente, è impraticabile di fatto
a partire da tale punto, punto che segna il passaggio dall’ambito exoterico
all’ambito esoterico.
57
Considerazioni sull’iniziazione
circonferenza1. I due sensi, uno
inverso dell’altro, secondo i quali le stesse vie possono essere intese,
corrispondono in modo esattissimo a quelli che sono i punti di vista rispettivi
di colui che è «in viaggio» verso il centro e di colui che è arrivato a esso, e
i cui stati sono di conseguenza, nel simbolismo tradizionale, spesso descritti
precisamente come quelli del «viaggiatore» e del «sedentario». Quest’ultimo è
anche confrontabile con quello di chi, posto in cima a una montagna, ne vede
contemporaneamente, e senza doversi spostare, i differenti versanti, mentre
colui che scala la stessa montagna non vede di essa che la parte che è più
vicina a lui; ed è chiaramente evidente che soltanto la vista che ne ha il
primo può essere detta sintetica.
Inoltre, colui che non è al centro è
necessariamente sempre in una posizione più o meno «esteriore», anche nei
confronti della propria forma tradizionale, e a maggior ragione nei confronti
delle altre; perciò, se vorrà ‑ ad esempio ‑ compiere riti che appartengano a
più forme diverse, con la pretesa di usarli di concerto, sia gli uni che gli
altri, come mezzi o «supporti» del suo sviluppo spirituale, in realtà egli
potrà in tal modo soltanto associarli «dal di fuori», il che equivale a dire
che ciò che farà non sarà nient’altro che sincretismo, visto che quest’ultimo
consiste di fatto in una simile commistione di elementi disparati che nulla
interviene a unificare veramente. Tutto ciò che abbiamo detto contro il
sincretismo in generale vale perciò anche in questo caso particolare, anzi,
addirittura con qualche aggravante: infatti, finché si tratti solo di teorie,
la cosa ‑ pur se perfettamente insignificante e illusoria, e avente il semplice
carattere di uno sforzo esercitato in pura perdita ‑, potrà per lo meno essere
ancora relativamente inoffensiva; ma in questo caso, invece, a causa del
contatto diretto che comporta, con realtà di un tipo più profondo, essa rischia
di dare origine, in colui che agisca in tal modo, a una deviazione o a un
arresto di quello sviluppo
1 È sottinteso che
da questo punto di vista centrale, le vie che in quanto tali non sono più
praticabili fino alla fine, come dicevamo nella nota precedente, non
costituiscono affatto un’eccezione.
58
Contro la commistione delle forme tradizionali
interiore in vista del quale egli credeva
invece, assolutamente a torto, di procurarsi così facendo facilitazioni
maggiori. È un caso abbastanza confrontabile con quello di chi, allo scopo di
ottenere con più sicurezza una guarigione, utilizzasse contemporaneamente
svariati medicamenti i cui effetti siano tali da neutralizzarsi o da annullarsi
gli uni con gli altri, i quali potrebbero altresì generare talvolta tra di loro
reazioni impreviste e più o meno dannose per l’organismo; esistono cose
ciascuna delle quali è efficace quando se ne faccia un uso separato, ma che
prese insieme sono invece radicalmente incompatibili.
Questo ci conduce alla precisazione di un
altro punto: esso consiste nel fatto che, oltre alla ragione propriamente
dottrinale che si oppone alla validità di qualsiasi commistione delle forme
tradizionali, esiste anche un’altra considerazione che, per essere di un genere
più contingente, non per questo cessa di avere un’importanza molto grande dal
punto di vista che possiamo dire «tecnico». In effetti, anche supponendo che
qualcuno si trovi nelle condizioni volute per praticare riti che appartengano a
forme diverse, in modo tale che gli uni e gli altri abbiano effetti reali, il
che implica naturalmente che abbia per lo meno qualche legame effettivo con
ciascuna di tali forme, potrà avvenire ‑ e anzi avverrà quasi inevitabilmente
nella maggior parte dei casi ‑ che questi riti faranno entrare in azione non
solo influenze spirituali, ma pure, e financo in primo luogo, influenze
psichiche che, non armonizzandosi fra di loro, si urteranno e provocheranno uno
stato di disordine e di squilibrio che colpirà più o meno gravemente colui che
le avrà imprudentemente suscitate; non è difficile capire come un simile
pericolo sia fra quelli ai quali non è opportuno esporsi sconsideratamente.
L’urto delle influenze psichiche è inoltre più particolarmente da temersi, da
un lato, quale conseguenza dell’uso dei riti più esteriori, ossia di quelli che
appartengono all’aspetto exoterico di tradizioni differenti, giacché è
soprattutto sotto questo profilo che queste ultime si presentano esclusive le
une delle altre, essendo la divergenza delle vie tanto maggiore quanto più esse
sono prese lontano dal centro; dall’altro, anche se ciò può sembrare
paradossale
59
Considerazioni sull’iniziazione
a coloro che non vi riflettano a sufficienza,
l’opposizione sarà in tal caso tanto più violenta quanto maggiormente numerosi
saranno i caratteri che le tradizioni a cui è fatto ricorso hanno in comune,
come, ad esempio, nel caso di quelle che rivestono exotericamente la forma
religiosa propriamente detta, giacché cose che tanto più differiscano tra di
loro tanto meno sono suscettibili di entrare in conflitto proprio a causa di
tale differenza; in quest’ambito, così come in qualunque altro, non può esistere
lotta se non a condizione di porsi sullo stesso terreno. Su questo argomento
non insisteremo oltre, ma c’è da sperare che il nostro avvertimento serva
almeno per coloro che potrebbero esser tentati di mettere in opera simili mezzi
discordanti; costoro non devono dimenticare che l’ambito spirituale è il solo
in cui si sia al riparo da ogni attacco, perché in esso le stesse opposizioni
non hanno più nessun senso, e che finché la sfera psichica non sia
completamente e definitivamente superata, le peggiori disavventure possono
sempre essere possibili, anche ‑ e forse dovremmo dire soprattutto ‑ per coloro
che affermano con troppa risolutezza di non crederci.
60
VIII
Sulla trasmissione iniziatica
Abbiamo affermato prima che l’iniziazione
propriamente detta consiste essenzialmente nella trasmissione di un’influenza
spirituale, trasmissione che può effettuarsi soltanto per mezzo di
un’organizzazione tradizionale regolare, per modo che non si può parlare di
iniziazione al di fuori del ricollegamento a un’organizzazione di questo
genere. Abbiamo precisato che la «regolarità» doveva intendersi come tale da
escludere tutte le organizzazioni pseudo-iniziatiche, ovverossia tutte le
organizzazioni, qualunque siano le loro pretese e qualunque apparenza abbiano,
che non sono effettivamente le depositarie di nessuna influenza spirituale, e
di conseguenza non possono in realtà trasmettere nulla. È perciò facile capire
l’importanza capitale che tutte le tradizioni attribuiscono a quella che viene
denominata la «catena» iniziatica1, vale a dire a una successione
che assicuri in modo ininterrotto la trasmissione in questione; al di fuori di
tale successione, infatti, l’osservanza stessa delle forme rituali sarebbe vana,
poiché verrebbe a mancare l’elemento vitale che è essenziale per la loro
efficacia.
Ritorneremo in seguito più in particolare
sulla questione dei riti iniziatici, ma dobbiamo fin d’ora rispondere a
un’obiezione che può sorgere a questo proposito: tali riti, si potrebbe dire,
1 La parola
«catena» è quella che traduce l’ebraico shelsheleth, l’arabo silsilah
e anche il sanscrito paramparâ, che esprimono essenzialmente l’idea di
una successione regolare e ininterrotta.
61
Considerazioni sull’iniziazione
non posseggono di per se stessi un’efficacia
che è loro connaturale? In effetti un’efficacia simile essi la posseggono,
giacché se non fossero osservati, o se fossero alterati in qualcuno dei loro
elementi essenziali, nessun risultato effettivo potrebbe essere ottenuto;
sennonché, anche se si tratta di una condizione necessaria, essa non è tuttavia
sufficiente, e occorre inoltre, perché tali riti abbiano il loro effetto, che
siano effettuati da coloro che hanno competenza per compierli. D’altronde, ciò non
è affatto tipico dei soli riti iniziatici, ma si applica altresì ai riti di
tipo exoterico, ad esempio ai riti religiosi, i quali hanno similmente la loro
efficacia propria, ma pure essi non possono essere compiuti in modo valido da
chicchessia; è per questa ragione che, se un rito religioso richiede
un’ordinazione sacerdotale, colui che non ha ricevuto tale ordinazione potrà
aver cura di osservarne tutte le forme, potrà applicarvi pure la necessaria
intenzione1, ma non ne otterrà nessun risultato, in quanto non è
portatore dell’influenza spirituale che deve operare assumendo quali supporti
tali forme rituali2.
Anche in riti di livello molto basso e
riguardanti soltanto applicazioni tradizionali secondarie, quali ad esempio i
riti di tipo magico, nei quali interviene un influsso che non ha più nulla di
spirituale, ma è semplicemente psichico (intendendo con ciò, nel senso più
generale, quanto appartiene all’ambito degli elementi sottili
dell’individualità umana e di quel che a essi corrisponde nell’ordine
«macrocosmico»), la produzione di un effetto reale è condizionata in molti casi
da una certa trasmissione; e la più volgare stregoneria delle campagne potrebbe
1 Formuliamo qui in
modo esplicito la condizione dell’intenzione al fine di precisare chiaramente
che i riti non possono essere oggetto di «esperienze» nel senso profano del
termine; chi volesse effettuare un rito, di qualsiasi genere esso sia, per
semplice curiosità e per sperimentarne gli effetti, potrà star sicuro in
anticipo che il suo effetto sarà nullo.
2 Neppure i riti
che non richiedono espressamente simile ordinazione possono essere eseguiti
indistintamente da tutti, giacché l’espressa adesione alla forma tradizionale a
cui appartengono è in ogni caso una condizione indispensabile per la loro
efficacia.
62
Sulla trasmissione iniziatica
presentare a tal proposito esempi numerosi1.
Non dobbiamo però insistere oltre misura su quest’ultimo punto, il quale è
fuori del nostro argomento; se vi abbiamo fatto accenno è stato soltanto per
far meglio comprendere che, a maggior ragione, una trasmissione regolare è
indispensabile per permettere di eseguire in modo valido i riti che comportano
l’azione di un’influenza di livello superiore che può esser detta in modo
proprio «non-umana», caso che è sia quello dei riti iniziatici, sia quello dei
riti religiosi.
Il punto essenziale è di fatto questo, ed è il
caso che ci ritorniamo con una certa insistenza: abbiamo già detto che la
costituzione di organizzazioni iniziatiche regolari non è a disposizione di
semplici iniziative individuali, e la stessa cosa si può dire esattamente per
quanto riguarda le organizzazioni religiose, giacché, tanto nell’uno come
nell’altro caso, occorre la presenza di qualcosa che non può provenire dagli
individui, essendo di là dall’ambito delle possibilità umane. I due casi si
possono del resto riunire dicendo che, di fatto, si tratta di tutto l’insieme
delle organizzazioni che possono essere qualificate come veramente
tradizionali; si comprenderà così, senza che ci sia neppure bisogno di far
intervenire altre considerazioni, perché noi rifiutiamo ‑ come si è verificato
in più di un’occasione ‑ di attribuire il nome di tradizione a cose che non
sono se non puramente umane, come abusivamente fa il linguaggio profano; non
sarà inutile osservare che la stessa parola «tradizione» nel suo significato
originario, non esprime null’altro se non questa idea di trasmissione che
stiamo esaminando al presente, questione sulla quale ritorneremo del resto tra
non molto.
Ora, si potrebbe, per maggior comodità,
dividere le organizzazioni tradizionali in «exoteriche» ed «esoteriche», anche
se questi due termini, a volerli intendere nel loro significato più
1 Questa condizione
della trasmissione si ritrova quindi persino nelle deviazioni della tradizione
o nelle sue vestigia degenerate, e financo ‑ dobbiamo aggiungere ‑ nella
sovversione, a propriamente parlare, che riguarda quella da noi denominata la
«contro-iniziazione». Cfr. a tal proposito Il Regno della Quantità e i Segni
dei Tempi, capp. XXXIV e XXXVIII.
63
Considerazioni sull’iniziazione
preciso, non si applicano forse dappertutto
con uguale esattezza; sennonché, per quanto abbiamo in vista attualmente, sarà
sufficiente intendere come «exoteriche» le organizzazioni che, in una certa
forma di civiltà, sono aperte indistintamente a tutti, e come «esoteriche»
quelle che sono riservate a una élite, o, in altri termini, quelle nelle
quali sono ammessi soltanto coloro che posseggono una «qualificazione»
particolare. Queste ultime sono propriamente le organizzazioni iniziatiche;
quanto alle altre, esse non comprendono solo le organizzazioni specificamente
religiose, ma pure, come si vede nelle civiltà orientali, organizzazioni
sociali che non hanno tale carattere di religioni, pur se sono come queste
ricollegate a un principio d’ordine superiore, condizione che è in tutti i casi
indispensabile perché esse possano essere riconosciute come tradizionali.
D’altro canto, dal momento che non dobbiamo esaminare in questa sede le
organizzazioni exoteriche in quanto tali, ma solamente per confrontare il loro
caso con quello delle organizzazioni esoteriche o iniziatiche, possiamo
contenerci alla considerazione delle organizzazioni religiose, poiché esse sono
le sole di questo tipo a essere conosciute in Occidente, cosicché quel che ha
rapporto con loro è più immediatamente comprensibile.
Diremo perciò quel che segue: qualsiasi
religione, nel vero senso della parola, ha un’origine «non-umana» ed è
organizzata in modo da conservare il deposito parimenti «non-umano» che
possiede in virtù di tale origine; questo elemento, che è dell’ordine di quelle
da noi chiamate influenze spirituali, esercita la sua azione effettiva per
mezzo di riti appropriati, e l’esecuzione di questi riti, per essere valida,
vale a dire per fornire un supporto reale all’influenza in questione, richiede
una trasmissione diretta e ininterrotta in seno all’organizzazione religiosa.
Se le cose stanno in questo modo a livello semplicemente exoterico (ed è
sottinteso che ciò che diciamo non si rivolge ai «critici» negatori a cui
alludevamo in precedenza, che hanno la pretesa di ridurre la religione a un
«fatto umano» e l’opinione dei quali non abbiamo da prendere in considerazione,
alla stregua di tutto ciò che in modo simile deriva soltanto da pregiudizi
antitradizionali), a
64
Sulla trasmissione iniziatica
maggior ragione esse staranno così a un
livello più elevato, ossia a livello esoterico. I termini di cui ci siamo
serviti sono abbastanza ampi per potersi ancora applicare qui senza nessuna
modificazione, sostituendo soltanto la parola «religione» con la parola
«iniziazione»; l’intera differenza verterà sulla natura delle influenze
spirituali che entrano in gioco (giacché molte sono ancora le differenze da
fare in quest’ambito, nel quale in fondo noi comprendiamo tutto ciò che si
riferisce a possibilità di ordine sovraindividuale), e soprattutto sulle
finalità rispettive dell’azione da esse esercitata nell’uno e nell’altro caso.
Se per farci capire ancor meglio, ci riferiamo
più in particolare al caso del Cristianesimo nel campo della religione, potremo
aggiungere quanto segue: i riti d’iniziazione, che hanno quale fine immediato
la trasmissione dell’influenza spirituale da un individuo all’altro, il quale,
perlomeno in linea di principio, potrà a sua volta trasmetterla in seguito,
sono esattamente paragonabili, sotto questo profilo, a riti di ordinazione1;
e si può financo osservare che tanto gli uni quanto gli altri sono in modo analogo
capaci di comportare diversi gradi, giacché la pienezza dell’influenza
spirituale non è necessariamente comunicata d’un sol colpo con tutte le
prerogative che essa comporta, in particolare per ciò che concerne l’attitudine
attuale a esercitare questa o quella funzione nell’organizzazione tradizionale2.
È nota l’importanza che nelle Chiese cristiane riveste
1 Se diciamo «sotto
questo profilo», è perché da un altro punto di vista la prima iniziazione, in
quanto «seconda nascita», sarebbe paragonabile al rito del battesimo; è ovvio
che le corrispondenze che si possono stabilire tra cose appartenenti a sfere tanto
diverse devono essere necessariamente piuttosto complesse e non si lasciano
ridurre a una specie di schema unilineare.
2 Diciamo
«attitudine attuale» per precisare che in questo caso si tratta di qualcosa di
più della «qualificazione» preventiva, la quale può essere indicata come
un’attitudine; si potrà di conseguenza dire che un individuo è atto
all’esercizio delle funzioni sacerdotali se non ha nessuno degli impedimenti
che gliene interdicono l’accesso, ma non sarà attualmente atto a esso se non
avrà ricevuto effettivamente l’ordine. Osserviamo inoltre, a tal proposito, che
l’ordine è il solo sacramento per cui siano richieste «qualificazioni»
particolari, e in ciò esso è nuovamente comparabile con l’iniziazione, a
condizione, beninteso, di tener sempre conto della differenza essenziale dei
due ambiti exoterico ed esoterico.
65
Considerazioni sull’iniziazione
la questione della «successione apostolica»,
ed è facile da capire, giacché, se si verificasse che tale successione si
interrompesse, nessuna ordinazione potrebbe più esser valida, e di conseguenza
la maggior parte dei riti sarebbero soltanto più vane formalità senza portata
effettiva1. Coloro che, perfettamente a ragione, ammettono la
necessità di tale condizione a livello religioso, non dovrebbero avere la
minima difficoltà a capire come essa s’imponga altrettanto rigorosamente a
livello iniziatico, o, detto in altri termini, come una trasmissione regolare,
rappresentante la «catena» di cui parlavamo in precedenza, sia anche qui
rigorosamente indispensabile.
Dicevamo poco fa che l’iniziazione deve avere
un’origine «non-umana», giacché, a difetto di ciò, essa non potrebbe in alcun
modo raggiungere il suo obiettivo finale, il quale supera l’ambito delle
possibilità individuali; è questa la ragione per cui i veri riti iniziatici,
come indicavamo prima, non possono essere riferiti ad autori umani, e, di
fatto, non si conoscono mai uomini che siano i loro autori2; così
come non si conoscono inventori ai simboli tradizionali, e per la stessa
ragione, giacché tali simboli sono parimenti «non-umani» nella loro origine e
nella loro essenza3; del resto, tra riti e simboli ci sono legami
strettissimi, che saranno da noi esaminati più tardi. Si può dire,
1 Di fatto, le
Chiese protestanti che non ammettono le funzioni sacerdotali hanno soppresso
quasi tutti i riti, o li hanno conservati solo a titolo di semplici simulacri
«commemorativi»; e, tenuto conto della costituzione propria della tradizione
cristiana, in una situazione simile non possono in effetti essere nulla di più.
È noto inoltre a quali discussioni dia luogo la questione della «successione
apostolica» per quanto riguarda la legittimità della Chiesa anglicana; ed è
curioso osservare come gli stessi teosofisti, quando vollero costituire la loro
Chiesa «cattolica libera», abbiano cercato prima di tutto di assicurarle il
beneficio di una «successione apostolica» regolare.
2 L’attribuzione
che si constata talvolta di tali riti a personaggi leggendari, o più
esattamente simbolici, non deve assolutamente esser considerata passibile di un
significato «storico», ma conferma invece pienamente quel che stiamo dicendo
ora.
3 Le organizzazioni esoteriche islamiche si
trasmettono un segno di riconoscimento che secondo la tradizione fu comunicato
al Profeta dallo stesso arcangelo Gabriele; non si potrebbe indicare più
chiaramente l’origine «non-umana» dell’iniziazione.
66
Sulla trasmissione iniziatica
rigorosamente parlando, che in casi come
questi non esiste origine «storica», poiché l’origine reale si situa in un
mondo al quale non si applicano le condizioni di tempo e di luogo che
definiscono i fatti storici in quanto tali; ed è questo il motivo per cui tali
cose sfuggiranno sempre inevitabilmente ai metodi profani di ricerca, metodi
che ‑ in qualche modo per definizione ‑ non possono dare risultati
relativamente validi se non nella sfera puramente umana1.
È facile capire, in simili condizioni, che il
ruolo dell’individuo che conferisce l’iniziazione a un altro individuo è di
fatto, e veramente, un ruolo di «trasmettitore», nel senso più esatto del
termine; egli non agisce in quanto individuo, ma in quanto supporto di un
influsso, che non appartiene all’ambito individuale; egli è unicamente un
anello della «catena» il cui punto di partenza è fuori e di là dall’umanità.
Per questo non può agire in nome proprio, ma in nome dell’organizzazione alla
quale è ricollegato e dalla quale derivano i suoi poteri, ovvero ‑ ancor più
esattamente ‑ in nome del principio che questa organizzazione rappresenta in
modo visibile. Ciò spiega fra l’altro come l’efficacia del rito compiuto da un
individuo sia indipendente dal valore proprio dell’individuo in quanto tale,
cosa che vale parimenti per i riti religiosi; e ciò noi non lo intendiamo in
senso «morale» ‑ senso che sarebbe troppo evidentemente privo di importanza
trattandosi di una questione che è in realtà d’ordine esclusivamente «tecnico» ‑,
ma nel senso che, quand’anche l’individuo in
1 Osserviamo a tal
proposito che coloro che, con intenzioni «apologetiche», insistono su quella
che chiamano, con un termine del resto piuttosto barbaro, la «storicità» di una
religione, al punto di vedere in essa qualcosa di assolutamente essenziale, a cui
subordinare talvolta financo le considerazioni dottrinali (mentre invece sono i
fatti storici che non valgono veramente se non in quanto possono essere assunti
come simboli di realtà spirituali), commettono un errore grave a detrimento
della «trascendenza» di tale religione. Un errore simile, il quale del resto è
il segno tangibile di una concezione abbastanza fortemente «materializzata» e
dell’incapacità di elevarsi a una sfera superiore, può considerarsi una
deplorevole concessione al punto di vista «umanistico», vale a dire
individualistico e antitradizionale, che caratterizza propriamente lo spirito
occidentale moderno.
67
Considerazioni sull’iniziazione
questione non possieda il grado di conoscenza
necessario per comprendere il senso profondo del rito e la ragione essenziale
dei suoi vari elementi, il rito non mancherà con ciò di avere il suo effetto
completo, a patto che egli, essendo regolarmente investito della funzione di
«trasmettitore». lo compia osservando tutte le regole prescritte, e con
un’intenzione che la coscienza del suo ricollegamento all’organizzazione
tradizionale è sufficiente a determinare. Da ciò proviene in modo immediato la
conseguenza che, se anche un’organizzazione a un certo momento non comprende
più se non iniziati «virtuali», come noi li abbiamo chiamati (e su questo
argomento torneremo in seguito), essa sarà ciò nonostante in grado di
continuare a trasmettere realmente l’influenza spirituale di cui è la
depositaria; e a tal proposito la nota favola dell’«asino che porta le
reliquie» è capace di un significato iniziatico degno di meditazione1.
Per converso, la conoscenza pur completa di un
rito, quando sia stata ottenuta al di fuori delle condizioni regolari, è
totalmente priva di qualsiasi valore effettivo; è per tale ragione che, per
scegliere un esempio semplice (visto che il rito qui si riduce essenzialmente
alla pronuncia di una parola o di una formula), nella tradizione indù il mantra
che sia stato appreso in modo diverso che non attraverso la bocca di un guru
autorizzato è senza effetto alcuno, perché non è stato «vivificato» dalla
presenza dell’influenza spirituale della quale è unicamente destinato a essere
il veicolo2. Quel che diciamo si applica del
1 Si può anche
osservare, a tal proposito, che le reliquie sono precisamente un veicolo di
influenze spirituali; è questa la vera ragione del culto di cui esse sono
oggetto, anche se è una ragione che non è sempre cosciente nei rappresentanti
delle religioni exoteriche, i quali sembrano talvolta non rendersi conto del
carattere molto «positivo» delle forze che maneggiano, ciò che d’altronde non
impedisce a tali forze di agire effettivamente, persino a loro insaputa,
quantunque forse con minor ampiezza di quanto potrebbero se fossero meglio
dirette «tecnicamente».
2 Segnaliamo di
sfuggita, a proposito di tale «vivificazione» ‑ se così ci si può esprimere ‑
che la consacrazione dei templi, delle immagini e degli oggetti rituali ha lo
scopo essenziale di farne il ricettacolo effettivo delle influenze spirituali
senza la cui presenza i riti al quali essi devono servire sarebbero privi di
efficacia.
68
Sulla trasmissione iniziatica
Resto per estensione, a uno o all’atro grado,
a tutto ciò a cui sia legata un’influenza spirituale: è così che lo studio dei
testi sacri di una tradizione, eseguito sui libri, non potrà mai supplire alla
loro comunicazione diretta; ed è per tale ragione che anche là dove gli
insegnamenti tradizionali siano stati più o meno completamente messi per
iscritto, essi continuano ciò nonostante a essere l’oggetto regolare di una
trasmissione orale, la quale, mentre è indispensabile a conferir loro il loro
pieno effetto (dal momento che non si tratta soltanto di limitarsi a una
conoscenza semplicemente teorica), assicura la perpetuazione della «catena» a
cui è legata la vita stessa della tradizione. In condizioni diverse da questa,
si avrebbe solo più a che fare con una tradizione morta, alla quale non è più
possibile nessun ricollegamento effettivo; e se la conoscenza di quel che
rimane di una tradizione può ancora avere un certo interesse teorico (al di
fuori, beninteso, del punto di vista della semplice erudizione profana, il cui
valore qui è nullo, e in quanto essa è capace di essere d’aiuto per la
comprensione di certe verità dottrinali), essa non potrà essere di nessun
beneficio diretto in vista di una qualsiasi «realizzazione»1.
In tutte queste cose si tratta a tal punto
della comunicazione di qualcosa di «vitale», che in India nessun discepolo può
mai sedersi di fronte al guru, e ciò per evitare che l’azione del prâna
che è legato al respiro e alla voce, esercitandosi troppo direttamente,
provochi un urto troppo violento, urto che, di conseguenza, potrebbe non essere
privo di pericoli, sotto il profilo psichico e financo fisico2. Tale
azione è tanto più forte, di fatto, in quanto il prâna stesso, in un
caso come questo, è soltanto il veicolo o il supporto sottile dell’influenza
spirituale trasmessa dal guru al discepolo; e il guru, nella sua
funzione propria, non
1 Questo completa e
precisa ulteriormente quanto dicevamo in precedenza sulla vanità di un preteso
ricollegamento «ideale» alle forme di una tradizione scomparsa.
2 È questa anche la
spiegazione della speciale disposizione dei sedili in una Loggia massonica,
cosa che la maggior parte dei Massoni attuali è certamente ben lontana dal
sospettare.
69
Considerazioni sull’iniziazione
ha da esser considerato quale un’individualità
(giacché quest’ultima scompare allora veramente, salvo per il fatto di essere
un semplice supporto), ma unicamente come il rappresentante della tradizione
stessa, che egli in certo qual modo incarna nei confronti del suo discepolo; ed
è in questo che consiste esattamente quel ruolo di «trasmettitore» di cui
dicevamo prima.
70
IX
Tradizione e trasmissione
Abbiamo fatto osservare in precedenza che la
parola «tradizione», nella sua accezione etimologica, tutto sommato non esprime
altra idea se non quella di trasmissione; in fondo, si tratta di qualcosa che è
perfettamente normale, e in accordo con l’applicazione che se ne fa quando si
parla di «tradizione» nel senso da noi inteso, e quel che abbiamo già spiegato
dovrebbe essere sufficiente a farlo capire con facilità; sennonché qualcuno ha
sollevato a tal proposito un’obiezione che ci ha mostrato la necessità di
insistere ulteriormente sulla questione, acciocché non possa permanere nessun
equivoco su tale punto essenziale. L’obiezione è la seguente: oggetto di
trasmissione può essere qualsiasi cosa, ivi comprese quelle dal carattere più
profano; in tali condizioni, perché non si può parlare altresì di «tradizione»
per qualunque cosa che venga trasmessa ‑ quale ne sia la natura ‑, invece di
confinare l’uso di tale termine nel solo ambito che possiamo denominare
«sacro»?
Dobbiamo fare subito un’osservazione
importante, la quale riduce già di molto la portata della questione; essa è la
seguente: se ci si riferisce alle origini, tale questione non ha ragione di
porsi, poiché la distinzione tra «sacro» e «profano» che essa sottintende era
allora inesistente. In effetti, come abbiamo spesso avuto modo di spiegare, non
esiste una sfera propriamente profana, alla quale un certo ordine di cose
appartenga per sua natura specifica; in realtà quello che esiste soltanto è un
punto di vista che è profano, e tale punto di vista non è se non la conseguenza
71
Considerazioni sull’iniziazione
e il prodotto di un certo processo
degenerativo, esso stesso conseguenza della marcia discendente del ciclo umano
e del suo graduale allontanamento dallo stato principiale. Per cui si può dire
che prima di simile degenerazione, ossia ‑ in altre parole ‑, nello stato
normale dell’umanità non ancora decaduta, tutto avesse veramente un carattere
tradizionale, giacché tutto vi era inteso secondo la sua dipendenza essenziale
nei confronti dei principi e in conformità con essi; conseguentemente, in tale
stato, una attività profana ‑ vale a dire separata da questi principi, e che li
ignorasse ‑ sarebbe stata qualcosa di assolutamente inconcepibile; e questo
financo per quanto appartiene al campo di quella che oggi si è convenuto di
chiamare la «vita ordinaria», o, piuttosto, per quanto poteva allora
corrispondervi, ma che appariva sotto una luce ben diversa da quel che i nostri
contemporanei intendono con tale espressione1. A maggior ragione
questo valeva per tutto quel che riguarda le scienze, le arti e i mestieri, per
i quali tale carattere tradizionale si è conservato integralmente per molto più
tempo, e ancora si ritrova in ogni civiltà di tipo normale, cosicché si
potrebbe dire che la loro concezione profana è, a parte l’eccezione che è forse
il caso di fare fino a un certo punto per l’antichità detta «classica»,
esclusivamente propria della sola civiltà moderna, che in fondo non
rappresenta, in quanto tale, se non l’ultimo stadio del processo degenerativo
di cui abbiamo parlato poco fa.
Se ora esaminiamo lo stato di fatto posteriore
a tale degenerazione, possiamo chiederci perché in esso l’idea di tradizione
escluda quel che è trattato come avente ormai un carattere profano, vale a dire
quel che non ha più legame cosciente con i principi, per applicarsi solamente a
ciò che ha conservato il suo carattere originario, con l’aspetto «trascendente»
che comporta. Non è sufficiente constatare che è l’uso ad aver voluto così, per
lo meno fino a che non si erano ancora prodotte le confusioni e le deviazioni
tipicamente moderne sulle quali abbiamo attirato
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XV.
72
Tradizione e trasmissione
l’attenzione in altre occasioni1; è
vero che l’uso modifica spesso il significato primitivo delle parole, e può in
particolare aggiungere o togliere a esso qualcosa; ma pure ciò ‑ per lo meno
quando si tratti di un uso legittimo ‑ deve avere la sua ragion d’essere, e,
soprattutto in un caso come questo, tale ragione non può essere una ragione
qualunque. Possiamo inoltre far rilevare che questo fatto non si contiene alle
sole lingue che si servano della parola latina «tradizione»; in ebraico, la
parola qabbalah, che ha esattamente il medesimo senso di «trasmissione»,
è parimenti riservata a denominare la tradizione come noi l’intendiamo, e
financo, abitualmente ‑ in modo ancor più ristretto ‑, la sua parte esoterica e
iniziatica, ossia ciò che vi è di più «interiore» e di più elevato nella
tradizione stessa, ciò che ne costituisce in certo qual modo lo spirito; e
anche questo fa vedere con evidenza come si sia in presenza di qualcosa di più importante
e di più significativo di una semplice questione di uso, nel senso in cui
quest’ultimo si può intendere quando si tratti soltanto di modificazioni
qualsiasi del linguaggio corrente.
Una prima indicazione si deduce immediatamente
dal fatto che, come dicevamo poco fa, ciò a cui si applica il nome «tradizione»
è in fondo ‑ nella sua essenza propria se non necessariamente nella sua
espressione esteriore ‑, rimasto tal quale era in origine; si tratta perciò
effettivamente di qualcosa che è stato trasmesso, si potrebbe dire, da uno
stato anteriore dell’umanità al suo stato presente. Inoltre, si può osservare
che il carattere «trascendente» di tutto ciò che è tradizionale implica altresì
una trasmissione in un altro senso, trasmissione che parte dai principi per
essere comunicata allo stato umano; e questo senso si ricollega in certo qual
modo con il precedente, evidentemente completandolo. Si potrebbe addirittura,
riprendendo in quest’occasione i termini da noi usati in un altro studio2,
parlare sia di una trasmissione «verticale», dal sovraumano all’umano, sia di
una trasmissione «orizzontale», attraverso gli stati o stadi
1 Si veda, in
particolare, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXXI.
2 Cfr. Il
Simbolismo della Croce.
73
Considerazioni sull’iniziazione
successivi dell’umanità; la trasmissione
verticale è però essenzialmente «intemporale», essendo solo la trasmissione
orizzontale quella che implica una successione cronologica. Aggiungeremo
inoltre che la trasmissione verticale, che assume questa caratteristica quando
sia vista dall’alto in basso come abbiamo fatto noi poco fa, diventa, se la si
guarda invece dal basso in alto, una «partecipazione» dell’umanità alle realtà
di ordine principiale, partecipazione che in effetti è precisamente assicurata
dalla tradizione sotto tutte le sue forme, poiché si tratta di ciò mediante cui
l’umanità è messa in rapporto effettivo e cosciente con quel che è a essa
superiore. La trasmissione orizzontale, dal canto suo, se la si considera
risalendo il corso dei tempi, diventa propriamente un «ritorno alle origini»,
vale a dire una restaurazione dello «stato primordiale»; e noi abbiamo già
segnalato in precedenza che tale restaurazione è precisamente una condizione
necessaria acciocché, da qui, l’uomo possa poi elevarsi effettivamente agli
stati superiori.
Ma c’è di più: al carattere di «trascendenza»
che appartiene essenzialmente ai principi, e del quale partecipa in qualche
misura tutto ciò che è a essi effettivamente ricollegato (cosa che si traduce
nella presenza di un elemento «non-umano» in tutto quel che è propriamente
tradizionale), si aggiunge un carattere di «permanenza» che esprime
l’immutabilità di questi principi stessi e in modo analogo si comunica, in
tutta la misura del possibile, alle loro applicazioni, anche quando queste
ultime si riferiscano a campi contingenti. Questo non vuol dire, tuttavia, che
la tradizione non sia capace di adattamenti indotti da determinate circostanze;
sotto queste modificazioni, però, è conservata la permanenza per ciò che
riguarda l’essenziale; e anche quando si tratti di contingenze, tali
contingenze sono in qualche modo superate e «trasformate» a causa del loro
stesso ricollegamento ai principi. Al contrario, quando ci si ponga dal punto
di vista profano, il quale è caratterizzato, in un modo che del resto può essere
soltanto negativo, dall’assenza di un tale ricollegamento, si è, se così si può
dire, nella contingenza pura, con tutto ciò che quest’ultima comporta di
instabilità e di variabilità
74
Tradizione e trasmissione
incessante, e senza nessuna possibilità di
uscirne; si tratta in certo qual modo del «divenire» ridotto a se stesso, e non
è difficile constatare che in effetti le concezioni profane, di qualsiasi
natura, sono soggette a un mutamento continuo, così come i modi agire che
provengono dallo stesso punto di vista, e dei quali quella che riceve il nome
di «moda» rappresenta l’immagine sotto tal riguardo più impressionante. Si può
perciò concludere, in base a queste considerazioni, che la tradizione comprende
non soltanto tutto quel che vale la pena di trasmettere, ma anche tutto quel
che trasmesso può essere veramente, giacché il resto, ‑ quel che è privo del
carattere tradizionale e che di conseguenza ricade nel punto di vista profano,
è in tal misura dominato dal cambiamento, che qualsiasi trasmissione di esso
diventa ben presto un «anacronismo» puro e semplice, o una «superstizione» ‑
nel senso etimologico della parola ‑, che non corrisponde più a nulla di reale
né di valido.
Si capirà ora perché tradizione e trasmissione
possono essere considerate, senza nessun abuso di linguaggio, pressoché alla
stregua di due sinonimi o di due equivalenti, o perché ‑ per lo meno ‑ la
tradizione, sotto qualunque aspetto la si guardi, costituisce quella che
potrebbe esser detta la trasmissione per eccellenza. Del resto, se simile idea
di trasmissione è in tal misura legata al punto di vista tradizionale da far sì
che quest’ultimo abbia potuto trarne legittimamente la sua stessa
denominazione, tutto ciò che abbiamo detto in precedenza della necessità di una
trasmissione regolare per quanto appartiene alla sfera tradizionale, e più in
particolare a quella iniziatica che non solo ne è parte integrante, ma
addirittura «eminente», si ritrova ulteriormente rafforzato e ne acquisisce
persino una sorta di evidenza immediata che dovrebbe ‑ avuto riguardo alla più
semplice logica, e senza che si debba neppure far ricorso a considerazioni più
profonde ‑, rendere decisamente impossibile qualsiasi contestazione su questo
punto, sul quale sono del resto soltanto le organizzazioni pseudo-iniziatiche
ad avere qualche interesse a conservare l’equivoco e la confusione, e ciò
precisamente perché tale trasmissione è quella che fa loro difetto.
75
X
Sui centri iniziatici
Crediamo di aver detto abbastanza per far
vedere, nel modo più chiaro che fosse possibile, la necessità della
trasmissione iniziatica, e per far comprendere in maniera esauriente che non si
tratta di cose più o meno nebulose, ma estremamente precise e ben definite, con
le quali nulla hanno a vedere le fantasticherie e l’immaginazione, né tutto ciò
che il linguaggio odierno gratifica con la dizione di «soggettivo» e di
«ideale». Per completare quel che attiene a tale questione ci resta ancora da
parlare un po’ dei centri spirituali dai quali procede, direttamente o
indirettamente, ogni trasmissione regolare, centri secondari ricollegati essi
stessi al centro supremo che conserva il deposito immutabile della Tradizione
primordiale, dal quale sono derivate tutte le forme tradizionali particolari
per adattamento a queste o quelle circostanze definite di tempo e di luogo. In
un altro studio1 abbiamo fatto vedere come simili centri spirituali
siano costituiti a immagine del centro supremo, del quale sono in qualche modo
altrettanti riflessi; su questo argomento non ritorneremo perciò in questa
occasione, e ci limiteremo a esaminare alcuni punti che sono in più immediato
rapporto con le considerazioni da noi già esposte finora.
Per cominciare, è facile capire come il
ricollegamento al centro supremo sia indispensabile perché sia assicurata la
continuità di trasmissione delle influenze spirituali a partire dalle
1 Il Re del
Mondo.
76
Sui centri iniziatici
origini stesse della presente umanità
(dovremmo anzi dire dal di là di tali origini, poiché ciò di cui è questione è
«non-umano») e attraverso tutta la durata del suo ciclo d’esistenza; così è di
tutto quel che abbia un carattere veramente tradizionale, anche per le
organizzazioni exoteriche, religiose o d’altro genere, per lo meno al loro
punto di partenza; a maggior ragione così è nella sfera iniziatica. Nello
stesso tempo, è tale ricollegamento che mantiene l’unità interiore ed
essenziale esistente sotto la diversità delle apparenze formali, ed è ‑ di
conseguenza ‑ la garanzia fondamentale dell’«ortodossia», nel vero senso della
parola. Soltanto che occorre comprendere bene che simile ricollegamento può non
mantenersi sempre cosciente, e ciò è persin troppo evidente nell’ambito
exoterico; per contro, sembra che cosciente debba essere sempre nel caso delle
organizzazioni iniziatiche, una delle ragioni d’essere delle quali è
precisamente, assumendo quale punto d’appoggio una determinata forma
tradizionale, di permettere di passare di là da tale forma e di elevarsi in tal
modo dalla diversità all’unità. Questo, naturalmente, non vuol dire che simile
consapevolezza debba esistere in tutti i membri di un’organizzazione
iniziatica, cosa che è manifestamente impossibile e renderebbe d’altronde
inutile l’esistenza di una gerarchia di gradi; sennonché essa dovrebbe
normalmente esistere alla sommità di tale gerarchia, se tutti coloro che vi
sono pervenuti fossero veramente degli «adepti», ovverossia degli esseri che abbiano
realizzato effettivamente la pienezza dell’iniziazione1; tali
«adepti» costituirebbero un centro iniziatico che sarebbe in costante
comunicazione cosciente con il centro supremo. Tuttavia, può succedere che di
fatto le cose
1 È questo il solo
significato vero e legittimo di tale parola, la quale in origine apparteneva
esclusivamente alla terminologia iniziatica e più particolarmente rosacrociana;
sennonché occorre nuovamente segnalare a tal proposito uno di quegli strani abusi
di linguaggio che sono così numerosi nella nostra epoca: nell’uso comune si è
giunti a far passare il termine «adepti» per un sinonimo di «aderenti», a tal
punto che si attribuisce abitualmente questa dizione all’insieme dei membri di
qualsiasi organizzazione, quand’anche si tratti dell’associazione più puramente
profana che sia possibile immaginare!
77
Considerazioni sull’iniziazione
non stiano sempre in questo modo, non
foss’altro che a causa di una certa degradazione resa possibile
dall’allontanamento dalle origini, degradazione che può giungere a un punto
tale, come dicevamo in precedenza, da far sì che un’organizzazione arrivi a comprendere
solo più iniziati «virtuali», come noi li abbiamo chiamati, che continuano però
a trasmettere, anche se non se ne rendono più conto, l’influenza spirituale di
cui l’organizzazione è depositaria. Il ricollegamento si mantiene nonostante
tutto in virtù del fatto che la trasmissione non è stata interrotta, e ciò è
sufficiente perché qualcuno di coloro che abbiano ricevuto l’influsso
spirituale in tali condizioni possa sempre riprenderne coscienza se porta in sé
le possibilità richieste; cosicché, anche in un simile caso, il fatto di
appartenere a un’organizzazione iniziatica è lungi dal rappresentare solo una
semplice formalità senza reale portata, del genere di quella che corrisponde
all’adesione a una associazione profana qualsiasi, come troppo volentieri
credono coloro che non vanno al fondo delle cose e si lasciano ingannare da
qualche rassomiglianza puramente esteriore, rassomiglianze che del resto sono
dovute, di fatto, soltanto allo stato di degradazione in cui si trovano
attualmente le sole organizzazioni iniziatiche di cui possono avere qualche
conoscenza più o meno superficiale.
Inoltre, è importante osservare che
un’organizzazione iniziatica può discendere dal centro supremo, non in modo
diretto, ma per l’intermediazione di centri secondari e subordinati, caso che è
anzi fra i più abituali; come in ogni organizzazione esiste una gerarchia di
gradi, così esistono fra le organizzazioni stesse gradi che potremmo chiamare
di «interiorità» ed «esteriorità» relativa; ed è chiaro che sono le
organizzazioni più esteriori, ossia quelle più lontane dal centro supremo, a
essere anche quelle nelle quali più facilmente può perdersi la consapevolezza
del ricollegamento a quest’ultimo. Quantunque il fine di tutte le
organizzazioni iniziatiche sia essenzialmente lo stesso, ve ne sono che si
situano in qualche modo a livelli differenti per quanto riguarda la loro
partecipazione alla Tradizione primordiale (cosa che però non vuol dire che fra
i loro membri
78
Sui centri iniziatici
non ce ne possono essere che abbiano raggiunto
uno stesso grado di conoscenza effettiva); né c’è ragione di stupirsene, se si
osserva che le stesse forme tradizionali differenti non tutte derivano
immediatamente dalla medesima fonte originaria; la «catena» può contare un
numero più o meno grande di anelli intermedi senza che esista con ciò alcuna
soluzione di continuità. L’esistenza di tale sovrapposizione non è una delle
ragioni minori fra tutte quelle che rendono complesso e difficile uno studio un
po’ approfondito della costituzione delle organizzazioni iniziatiche; e occorre
inoltre aggiungere che una sovrapposizione simile si può incontrare anche
all’interno di una stessa forma tradizionale, come prova l’esempio
particolarmente evidente fornito dalle organizzazioni appartenenti alla
tradizione estremo-orientale. Tale esempio ‑ al quale possiamo fare qui solo
una semplice allusione ‑ è forse uno di quelli che meglio permettono di capire
in qual modo la continuità sia assicurata attraverso i molteplici livelli
costituiti da altrettante organizzazioni sovrapposte, a partire da quelle che,
impegnate nel campo dell’azione, non sono che formazioni passeggere destinate a
svolgere una parte relativamente esteriore, fino a quelle dal carattere più
profondo, che, pur rimanendo nel «non-agire» principiale ‑ o piuttosto proprio
per questo ‑, conferiscono a tutte le altre la loro reale direzione. A tal
proposito, dobbiamo attirare in modo particolare l’attenzione sul fatto che,
quantunque alcune di queste organizzazioni, fra le più esteriori, si
riscontrino talvolta in opposizione fra di loro, ciò non impedisce
assolutamente che esista l’unità di direzione da noi indicata, poiché tale
direzione è di là da questa opposizione, e non si situa assolutamente
nell’ambito in cui l’opposizione si afferma.
Si tratta, tutto sommato, di qualcosa di
paragonabile alle parti rappresentate da attori diversi in un unico lavoro
teatrale, parti che, anche quando si oppongano, nondimeno concorrono al
procedere dell’insieme; ciascuna delle organizzazioni svolge a ogni buon conto
il ruolo al quale è destinata in un piano che la supera; e questa
considerazione può applicarsi anche alla sfera exoterica, nella quale, in
simili condizioni, gli elementi che contendono
79
Considerazioni sull’iniziazione
gli uni contro gli altri obbediscono nondimeno
tutti, quand’anche inconsciamente e involontariamente, a una direzione unica
della quale non sospettano neppure l’esistenza1.
Le considerazioni da noi esposte fanno altresì
capire come, in seno a una stessa organizzazione, possa esistere in qualche
modo una doppia gerarchia, e ciò più in particolare nel caso in cui i capi
apparenti non siano coscienti del ricollegamento a un centro spirituale; ci
potrà così essere, al di fuori della gerarchia visibile che essi costituiscono,
un’altra gerarchia invisibile, i cui membri, senza ricoprire nessuna funzione
«ufficiale», saranno tuttavia quelli che assicureranno realmente, con la loro
sola presenza, il legame effettivo con tale centro. Questi rappresentanti dei
centri spirituali, nelle organizzazioni relativamente esteriori, non hanno
evidentemente da farsi riconoscere come tali, e possono assumere l’apparenza
che meglio si addice all’azione «di presenza» che tocca loro esercitare, sia
essa quella di semplici membri dell’organizzazione se devono ricoprire in
quest’ultima un ruolo fisso e permanente, oppure, se si tratta di un’influenza
momentanea o che debba trasferirsi in punti diversi, quella di quei misteriosi
«viaggiatori» di cui la storia ha conservato più di un esempio, e il cui
atteggiamento esteriore è spesso scelto nel modo più adatto per sviare i
ricercatori, sia che si tratti di colpire
1 Secondo la
tradizione islamica, tutti gli esseri sono naturalmente e necessariamente muslim,
cioè soggetti alla Volontà divina, alla quale di fatto nulla può sottrarsi; la
differenza fra tali esseri consiste nel fatto che mentre gli uni si conformano
coscientemente e volontariamente all’ordine universale, gli altri lo ignorano,
o pretendono addirittura di opporsi a esso (cfr. Le Symbolisme de la Croix,
p. 187). Per capire appieno il rapporto che c’è tra ciò e quanto abbiamo appena
detto, occorre osservare che i veri centri spirituali devono essere considerati
come i rappresentanti della Volontà divina in questo mondo; talché coloro che
sono a essi ricollegati in modo effettivo si possono considerare come i
collaboratori coscienti della realizzazione di quello che l’iniziazione
massonica denomina «piano del Grande Architetto dell’Universo»; quanto alle
altre due categorie alle quali abbiamo accennato, i puri e semplici ignoranti
sono i profani, fra i quali occorre beninteso annoverare gli «pseudo-iniziati»
di tutti i generi, e coloro che hanno la pretesa illusoria di andar contro
l’ordine prestabilito appartengono, in un modo o nell’altro, a quella che
abbiamo chiamato la «contro-iniziazione».
80
Sui centri iniziatici
l’attenzione per ragioni particolari, sia, al
contrario, di passare completamente inosservati1. Si può dedurre da
ciò anche cosa fossero veramente coloro che, senza che appartenessero essi
stessi a nessuna organizzazione conosciuta (intendiamo dire a un’organizzazione
rivestita di forme esteriormente identificabili), presiedettero in certi casi alla
formazione di organizzazioni di quest’ultimo tipo, o, in seguito, le ispirarono
e le diressero invisibilmente; fu questo in particolare, per un certo periodo2,
il ruolo dei Rosa-Croce nel mondo occidentale, ed è questo il vero significato
di quel che la Massoneria del secolo XVIII denominò con la dizione di
«Superiori Incogniti».
Tutto questo permette di intravedere certe
possibilità di azione dei centri spirituali, anche al di fuori dei mezzi che
possono considerarsi normali, e ciò soprattutto quando le circostanze siano
esse stesse anormali, intendiamo dire in condizioni che non permettano più di
servirsi di vie più dirette e aventi una regolarità più apparente. È per queste
ragioni che ‑ senza neppur parlare di un intervento immediato del centro
supremo, intervento che è possibile sempre e dappertutto ‑, un centro
spirituale, quale esso sia, può agire al di fuori della sua zona d’influenza
normale, sia a favore di individui particolarmente «qualificati», ma che si
trovino isolati in un ambiente in cui l’oscurazione sia giunta a un punto tale
che quasi più nulla di tradizionale vi permanga e nel quale l’iniziazione non
possa più esservi ottenuta, sia in vista di un fine più generale ‑ e più
eccezionale ‑ come quello che consista nel ricomporre una «catena»
1 Come
illustrazione dell’ultimo caso ‑ il quale sfugge necessariamente agli storici,
ma che è indubbiamente il più frequente ‑ citeremo due soli esempi tipici, che
sono ben noti nella tradizione taoista e dei quali si potrebbe trovare
l’equivalente anche in Occidente: quello dei saltimbanchi e quello dei mercanti
di cavalli.
2 Benché sia
difficile dare grandi precisazioni a tale proposito, si può stimare che questo
periodo vada dal secolo XIV al secolo XVII; si può perciò dire che esso
corrisponda alla prima parte dei tempi moderni, ed è facile, di conseguenza,
capire che si trattava innanzi tutto di assicurare la conservazione di ciò che ‑
fra le conoscenze tradizionali del medioevo ‑ poteva esser salvato a onta delle
nuove condizioni del mondo occidentale.
81
Considerazioni sull’iniziazione
iniziatica accidentalmente interrotta.
Un’azione di questo genere può prodursi in modo più specifico in un periodo, o
in una civiltà, in cui la spiritualità sia quasi completamente perduta, e in
cui di conseguenza le cose d’ordine iniziatico siano più nascoste che in
qualsiasi altro caso; non ci si dovrà perciò stupire se le modalità di essa
sono estremamente difficili da definire, e questo a tanto maggior ragione in
quanto le condizioni ordinarie di luogo, e talvolta anche di tempo, diventano
in tale situazione per così dire inesistenti. Non ci dilungheremo oltre
sull’argomento; ciò che è essenziale ritenerne è questo: quand’anche avvenga
che un individuo apparentemente isolato pervenga a un’iniziazione reale, tale
iniziazione non potrà mai essere spontanea se non in apparenza, e, di fatto,
essa comporterà sempre il ricollegamento, attraverso un mezzo qualsiasi, a un
centro avente un’esistenza effettiva1; al di fuori di un simile
ricollegamento, in nessun caso può trattarsi di iniziazione.
Per tornare ora all’esame dei casi normali,
dobbiamo dire ancora quel che segue al fine di evitare qualsiasi equivoco in
merito a quanto abbiamo esposto: quando abbiamo accennato a certe opposizioni
non intendevamo assolutamente riferirci alle vie molteplici che possono essere
rappresentate da altrettante organizzazioni iniziatiche particolari, sia in
corrispondenza con forme tradizionali diverse, sia in una stessa forma
tradizionale. Tale molteplicità si rende necessaria a causa dell’esistenza
stessa delle differenze di natura fra gli individui, acciocché ciascuno di essi
possa trovare ciò che ‑ essendogli conforme ‑ gli permetterà di sviluppare le
sue possibilità proprie; se lo scopo è uguale per tutti, i punti di partenza
sono indefinitamente diversificati, e paragonabili alla molteplicità dei punti
di una circonferenza, dalla quale partono altrettanti raggi che confluiscono
tutti nell’unico centro, e sono in tal modo l’immagine delle vie delle quali è
qui questione. In tutto ciò non vi è traccia di opposizione, ma ‑ al contrario ‑
una perfetta armonia; in realtà, non può
1 Taluni misteriosi
incidenti nella vita di Jacob Boehme ‑ ad esempio ‑ possono spiegarsi realmente
soltanto in questo modo.
82
Sui centri iniziatici
esserci opposizione se non quando certe
organizzazioni siano, a motivo delle circostanze contingenti, chiamate a
rappresentare una parte in qualche modo accidentale, esteriore nei confronti
dello scopo essenziale dell’iniziazione, e tale da non influire in nessun modo
su di esso.
Si potrebbe però credere, da certe apparenze ‑
e di fatto spesso si crede ‑, che esistano iniziazioni che siano, in quanto
tali, opposte le une alle altre; ma si tratta di un errore, ed è assai facile
comprendere perché nella realtà le cose non possano stare in questo modo. In
effetti, poiché in principio non c’è che una Tradizione unica, dalla quale
deriva ciascuna forma tradizionale ortodossa, parimenti non può esserci se non
un’iniziazione unica nella sua essenza, benché sotto forme diverse e con
modalità molteplici; dove manca la «regolarità», vale a dire dove non c’è
ricollegamento a un centro tradizionale ortodosso, non si ha più a che fare con
la vera iniziazione, ed è soltanto in modo abusivo che in un tale caso ci si
potrà ancora servire di questo termine. Esprimendoci in questo modo non
intendiamo riferirci soltanto alle organizzazioni pseudo-iniziatiche delle
quali abbiamo già trattato in precedenza, le quali in verità non sono se non
puramente nulla; quel che intendiamo dire è che esiste qualcos’altro, che
presenta un carattere più serio, e che è precisamente quel che può conferire
un’apparenza di ragione all’illusione che abbiamo segnalato poco fa: se sembra
che ci siano delle iniziazioni opposte è perché, al di fuori della vera
iniziazione, c’è quella che si può chiamare la «contro-iniziazione», a
condizione che si precisi bene in qual senso esatto deve essere intesa una
simile espressione, ed entro quali limiti qualcosa possa veramente opporsi
all’iniziazione; ci siamo d’altronde già sufficientemente spiegati in altre
occasioni su tale questione, perché non sia necessario che ritorniamo qui su di
essa in modo specifico1.
1 Si veda: Il
Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXXVIII.
83
XI
Organizzazioni iniziatiche e sette religiose
Dicevamo in precedenza che lo studio delle
organizzazioni iniziatiche è qualcosa di particolarmente complesso; occorre
aggiungere che esso è per di più complicato dagli errori che troppo spesso si
commettono al loro riguardo, errori che implicano generalmente una mancanza più
o meno completa di conoscenza della loro vera natura; fra questi errori è
opportuno segnalare in primo luogo quello che consiste nell’applicare a simili
organizzazioni il nome di «sette», il che è molto più di una semplice improprietà
di linguaggio. In effetti l’espressione «sette», in un simile caso, non
soltanto è da respingere perché è sgradevole e, venendo sempre intesa in senso
sfavorevole, sembra essere il prodotto di una mentalità avversa, anche se
alcuni di coloro che se ne servono hanno potuto farlo senza un’intenzione
particolarmente ostile, per imitazione o per abitudine, così come ci sono
persone che chiamano «paganesimo» le dottrine dell’antichità senza neppure
sospettare che si tratta di un termine ingiurioso e di polemica piuttosto bassa1.
1 Fabre d’Olivet,
nei suoi Examens des Vers Dorés de Pythagore, dice molto giustamente a
questo proposito: «il nome “pagano” è un termine ingiurioso e ignobile,
derivato dal latino paganus, che significa un villano, un rustico.
Quando il Cristianesimo ebbe finito di trionfare sul politeismo greco e romano
e, per ordine dell’imperatore Teodosio, furono abbattuti nelle città gli ultimi
templi dedicati agli Dei delle Nazioni, accadde che le popolazioni delle
campagne persistessero ancora abbastanza a lungo nell’antico culto, cosa che
fece chiamare per derisione pagani coloro che li imitarono. Tale
denominazione, che poteva adattarsi, nel secolo V, al Greci e ai Romani che
rifiutavano
84
Organizzazioni iniziatiche e sette religiose
In realtà, essa comporta una grave confusione
tra cose completamente diverse, ed è una confusione che, in coloro che l’hanno
creata o che la mantengono, ha tutta l’aria di non essere sempre puramente
involontaria; essa è dovuta soprattutto, nel mondo cristiano e talvolta anche
nel mondo islamicol, a nemici o a negatori dell’esoterismo, i quali
vogliono in questo modo, attraverso una falsa assimilazione, far riverberare su
quest’ultimo qualcosa del discredito che è legato alle «sette» propriamente
dette, vale a dire insomma alle «eresie», intese in un senso specificamente
religioso2.
Ora, per il fatto stesso che si tratta di
esoterismo e di iniziazione, non è affatto di religione che si tratta, bensì di
conoscenza pura e di «scienza sacra», la quale, per aver tale carattere sacro
(il quale non è certo per nulla il monopolio della religione, come qualcuno
sembra credere a torto)3, non è tuttavia meno essenzialmente
scienza, sia pure in un senso notevolmente diverso da quello che i moderni
danno a questa parola, moderni che conoscono soltanto più la scienza profana,
priva di ogni valore dal punto di vista tradizionale, e più o meno derivata,
come spesso abbiamo spiegato, da un’alterazione della stessa idea di scienza.
Senza dubbio, ed è quel che rende possibile la confusione in questione, tale
esoterismo ha più rapporti, e in modo più diretto, con la religione che con
qualsiasi altra cosa esteriore, non foss’altro che in ragione del
di sottomettersi alla religione dominante
dell’Impero, è falsa e ridicola quando la si estenda ad altri tempi e ad altri
popoli».
1 Il termine arabo
che corrisponde alla parola «setta» è firqah, che, come il primo,
esprime propriamente un’idea di «divisione».
2 Si vede come,
benché si tratti sempre di una confusione delle due sfere esoterica ed
exoterica, ci sia una grande differenza tra questa e l’altrettanto falsa
assimilazione dell’esoterismo con il misticismo di cui abbiamo trattato in
precedenza, giacché quest’ultima, che del resto sembra essere di data più
recente, tende piuttosto ad «annettersi» l’esoterismo che non a discreditarlo,
il che è sicuramente più abile e può far pensare che qualcuno abbia finito col
rendersi conto dell’insufficienza di un atteggiamento di disprezzo grossolano e
di pura e semplice negazione.
3 C’è qualcuno che
va così lontano in questa direzione, da pretendere che non vi sia altra
«scienza sacra»se non la teologia!
85
Considerazioni sull’iniziazione
carattere propriamente tradizionale che è
comune a entrambi; in taluni casi esso può anche, come indicavamo in
precedenza, assumere la propria base e il suo punto d’appoggio in una forma
religiosa definita; ma si riferisce ciò nondimeno a un campo totalmente diverso
da quello di quest’ultima, con la quale di conseguenza non può entrare né in
opposizione né in concorrenza. Ciò del resto è inoltre evidenziato dal fatto
che si tratta, per definizione stessa, di un ordine di conoscenza riservata a
un’élite, mentre, ugualmente per definizione, la religione (così come la
parte exoterica di ogni tradizione, quand’anche non rivesta la forma
specificamente religiosa) si rivolge al contrario indistintamente a tutti;
l’iniziazione, nel senso vero di questa parola, poiché implica delle
«qualificazioni» particolari, non può essere d’ordine religioso1.
D’altronde, senza neanche esaminare il fondo delle cose, la supposizione che
un’organizzazione iniziatica possa fare concorrenza a un’organizzazione
religiosa è veramente assurda, perché, a causa del suo stesso carattere
«chiuso» e del suo reclutamento limitato, essa sarebbe troppo svantaggiata
sotto questo rapporto2; ma non sono questi né il suo ruolo né il suo
scopo.
Faremo infine notare che chi dice «setta» dice
necessariamente, in ragione della stessa etimologia della parola, scissione o
divisione; ed effettivamente le «sette» sono propriamente delle divisioni
provocate, in seno a una religione, da divergenze più o meno profonde tra i
suoi membri. Di conseguenza, le «sette» sono necessariamente molteplicità3,
e la loro esistenza
1 A questo si
potrebbe obiettare che esistono anche, come dicevamo in precedenza, delle
«qualificazioni» che sono richieste per l’ordinazione sacerdotale; sennonché,
in questo caso, si tratta soltanto dell’attitudine all’esercizio di talune
funzioni particolari, mentre, nell’altro, le «qualificazioni» sono necessarie
non solo per esercitare una funzione in un’organizzazione iniziatica, ma anche
per ricevere l’iniziazione stessa, il che è totalmente diverso.
2 L’organizzazione
iniziatica in quanto tale, per converso, ha il più grande interesse a mantenere
il proprio reclutamento il più ristretto possibile, giacché, in quest’ordine
di cose, un’estensione troppo grande è, abbastanza generalmente, una delle
cause più importanti di una certa degenerazione, come spiegheremo più avanti.
3 Ciò mostra la
falsità radicale delle concezioni di coloro che, come si riscontra
frequentemente soprattutto fra gli scrittori «antimassonici», parlano
86
Organizzazioni iniziatiche e sette religiose
implica un allontanamento dal principio, al
quale l’esoterismo è al contrario, per la sua natura stessa, più vicino della
religione e, più generalmente, dell’exoterismo, quand’anche esenti da qualsiasi
deviazione. È infatti in grazia dell’esoterismo che si unificano tutte le
dottrine tradizionali, al di là delle differenze, del resto necessarie nel loro
ordine proprio, delle loro forme esteriori; e, da questo punto di vista, non
soltanto le organizzazioni iniziatiche non sono affatto delle «sette», ma ne sono
anzi esattamente il contrario.
Inoltre, le «sette», scismi o eresie, appaiono
sempre derivate da una determinata religione, nella quale hanno avuto origine e
della quale sono per così dire altrettanti rami irregolari. Al contrario,
l’esoterismo non può assolutamente essere derivato dalla religione; anche
laddove la prenda come supporto, in quanto mezzo di espressione e di
realizzazione, esso non fa altro che ricollegarla effettivamente al suo
principio, e rappresenta in realtà, in rapporto a essa, la Tradizione anteriore
a tutte le forme esteriori particolari, religiose o di altro tipo. L’interno
non può essere prodotto dall’esterno, così come il centro non può essere
prodotto dalla circonferenza, o il superiore dall’inferiore, o lo spirito dal
corpo; le influenze che presiedono alle organizzazioni tradizionali hanno
sempre un senso discendente e non risalgono mai, alla stessa stregua di un
fiume, il quale non risale mai verso la propria sorgente. Pretendere che
l’iniziazione possa essere derivata dalla religione, e a maggior ragione da una
«setta», è rovesciare tutti i rapporti normali che dipendono dalla natura
stessa delle cose1; e l’esoterismo è veramente, in rapporto
della «Setta», al singolare e con la maiuscola,
come se si trattasse di una sorta di «entità» in cui la loro immaginazione
incarna tutto ciò per cui provano odio; il fatto che le parole arrivino a
perdere il tal modo, completamente, il loro senso legittimo è del resto ‑ è il
caso di ripeterlo a questo proposito ‑ una delle caratteristiche del disordine
mentale della nostra epoca.
1 Un errore simile,
ma ancora più grave, è commesso da coloro che vorrebbero far provenire
l’iniziazione da qualcosa di ancor più esteriore, come ad esempio una
filosofia; il mondo iniziatico esercita il suo influsso «invisibile» sul mondo
profano, direttamente o indirettamente, ma per contro, a parte il caso anormale
di una degenerazione grave di certe organizzazioni, non può essere
assolutamente influenzato da quest’ultimo.
87
Considerazioni sull’iniziazione
all’exoterismo religioso, ciò che è lo spirito
nei confronti del corpo, talché, quando una religione abbia perduto ogni punto
di contatto con l’esoterismo1, in essa non c’è più che «lettera
morta» e formalismo incompreso, giacché ciò che la vivificava era la
comunicazione effettiva con il centro spirituale del mondo, e quest’ultima può
essere stabilita e mantenuta coscientemente soltanto dall’esoterismo e dalla
presenza di una organizzazione iniziatica vera e regolare.
Ora, per spiegare come la confusione che
stiamo cercando di dissipare abbia potuto presentarsi con apparenze di ragione
sufficienti per farsi accettare da un numero abbastanza grande di coloro che
vedono le cose soltanto dall’esterno, occorre dire questo: appare chiaro che,
in qualche caso, alcune «sette» religiose hanno potuto aver origine dalla
diffusione sconsiderata di frammenti di dottrina esoterica più o meno
incompresa; ma l’esoterismo in sé non può esser tenuto responsabile di questa
specie di «volgarizzazione», o di «profanazione» nel senso etimologico della
parola, che è contraria alla sua stessa essenza, e non ha mai potuto prodursi
se non a spese della purezza dottrinale. Perché una cosa simile sia potuta
accadere, è stato necessario che coloro che ricevevano simili insegnamenti li
comprendessero abbastanza male, in mancanza di preparazione o forse anche di
«qualificazione», da attribuir loro un carattere religioso che li denaturava
completamente: e l’errore non proviene sempre, in ultima analisi, da
un’incomprensione e da una deformazione della verità? Per trarre un esempio
dalla storia del medioevo, questo fu probabilmente il caso degli Albigesi; ma
se questi furono «eretici», Dante e i «Fedeli d’Amore», che si mantenevano su
un terreno rigorosamente iniziatico, non lo erano nel modo più assoluto2;
e questo esempio può ulteriormente
1 Si noti con
particolare attenzione che, se diciamo «punto di contatto», ciò implica
l’esistenza di un limite comune ai due campi, mediante il quale è stabilita la
loro comunicazione, limite che però non comporta nessuna confusione tra di
loro.
1 Si veda in
proposito L’Ésotérisme de Dante, pp. 3-7 e 27-8 dell’ed. francese.
88
Organizzazioni iniziatiche e sette religiose
aiutare a far capire la differenza capitale
che esiste tra le «sette» e le organizzazioni iniziatiche. Aggiungeremo che se
certe «sette» hanno potuto in tal modo nascere da una deviazione
dell’insegnamento iniziatico, questo fatto stesso presuppone evidentemente la
preesistenza di quest’ultimo e la sua indipendenza nei confronti delle «sette»
in questione; sia storicamente, sia logicamente, l’opinione contraria si
presenta perfettamente insostenibile.
Resterebbe da esaminare ancora una questione:
come e perché hanno potuto prodursi talvolta deviazioni di questo genere? Ciò
rischierebbe di portarci molto lontano, giacché è ovvio che per rispondere in
modo esauriente occorrerebbe esaminare da vicino ciascun caso particolare; quel
che si può dire in maniera generale, è prima di tutto che, dal punto di vista
più esteriore, appare pressoché impossibile, quali che siano le precauzioni che
si possono prendere, impedire completamente qualsiasi divulgazione; e anche se
le divulgazioni sono in ogni caso soltanto parziali e frammentarie (poiché, a
ogni buon conto, esse possono vertere esclusivamente solo su ciò che è
relativamente più accessibile), le deformazioni che ne conseguono sono, proprio
per questo ancora più accentuate.
Da un altro punto di vista, più profondo, si
potrebbe forse dire, inoltre, che in certe circostanze occorre che cose simili
avvengano, in quanto mezzi di un’azione che deve esercitarsi sul procedere
degli avvenimenti; anche le «sette» hanno giocato un loro ruolo nella storia
dell’umanità, quand’anche questo ruolo sia solo inferiore, e non bisogna
dimenticare che ogni apparente disordine in realtà non è che un elemento
dell’ordine totale del mondo.
Del resto. le dispute del mondo esterno
perdono certamente molta della loro importanza quando siano prese in
considerazione da un punto nel quale sono conciliate tutte le opposizioni che
le suscitano, com’è il caso quando ci si ponga dal punto di vista strettamente
esoterico e iniziatico; sennonché, precisamente per questo, il ruolo delle
organizzazioni iniziatiche non dovrebbe essere assolutamente quello di
intervenire in
89
Considerazioni sull’iniziazione
tali dispute, o, come si dice comunemente, di
«prendervi posizione», mentre le «sette», al contrario, vi si trovano
inevitabilmente coinvolte dalla loro propria natura, e questo è forse, in
fondo, quel che fa tutta la loro ragion d’essere.
90
XII
Organizzazioni iniziatiche e società segrete
Sulla natura delle organizzazioni iniziatiche
si commette molto frequentemente un altro errore, sul quale dovremo soffermarci
più a lungo che non su quello che consiste nella loro assimilazione con le
«sette» religiose, giacché esso si riferisce a un punto che sembra
particolarmente difficile da capire per la maggior parte dei nostri
contemporanei, ma che noi consideriamo assolutamente essenziale: si tratta del
fatto che simili organizzazioni differiscono totalmente, per la loro stessa
natura, da tutte quelle che, ai giorni nostri, vengono chiamate «società» o
«associazioni», queste ultime essendo definite da caratteri esteriori che
possono mancare completamente nelle prime, e che, anche quando talvolta vi si
introducano, rimangono loro sempre accidentali e anzi devono essere
considerati, come del resto abbiamo indicato fin dall’inizio, soltanto come
l’effetto di una specie di degenerazione, o, se si vuole, di «contaminazione»,
nel senso che si tratta dell’adozione di forme profane o per lo meno exoteriche,
senza nessun rapporto con il fine reale delle organizzazioni in questione. È
quindi completamente sbagliato identificare, come si fa comunemente,
«organizzazioni iniziatiche» e «società segrete»; e, prima di tutto, è ben
evidente che le due espressioni non possono assolutamente coincidere nella loro
applicazione, perché, di fatto, di società segrete ce ne sono di tante specie,
molte delle quali non hanno certamente nulla di iniziatico; di esse possono
costituirsene in conseguenza di una semplice iniziativa individuale, e per un
fine del tutto qualunque;
91
Considerazioni sull’iniziazione
d’altronde, su questo argomento dovremo
ritornare in seguito. D’altra parte, ed è senza dubbio questa la causa
principale dell’errore che abbiamo menzionato sopra, se capita che
un’organizzazione iniziatica prenda accidentalmente, come dicevamo prima, la
forma di una società, questa sarà necessariamente segreta, in almeno due dei
sensi che si danno alla parola in un caso simile, e che non si ha sempre cura
di distinguere con sufficiente precisione.
Bisogna dire, in effetti, che nell’uso
corrente sembra che si attribuiscano all’espressione «società segrete» diversi
significati alquanto differenti gli uni dagli altri, i quali non sembrano
necessariamente legati fra di loro, da cui divergenze d’opinione quando si
tratta di sapere se questa denominazione si attagli realmente a questo o a quel
caso particolare. Alcuni vogliono limitarla alle associazioni che dissimulano
la loro esistenza, o per lo meno il nome dei loro membri; altri la estendono a
quelle che sono semplicemente «chiuse», o che mantengono il segreto soltanto su
certe forme speciali, rituali o no, da esse adottate, su certi mezzi di
riconoscimento riservati al loro membri, o altre cose del genere; e,
naturalmente, i primi protesteranno quando i secondi chiameranno segreta
un’associazione che effettivamente non potrebbe rientrare nella loro propria
definizione. Diciamo «protesteranno» perché, troppo spesso, le discussioni di
questo genere non hanno affatto un carattere interamente disinteressato: quando
gli avversari più o meno apertamente dichiarati di una qualunque associazione
la dicono segreta, a torto o a ragione, con ciò introducono manifestamente
un’intenzione polemica e più o meno ingiuriosa, come se il segreto non potesse
avere ai loro occhi se non motivi «inconfessabili», e talvolta si può persino
individuare in questa espressione una sorta di minaccia velata, nel senso che
si tratta allora di un’allusione voluta all’«illegalità» di una simile
associazione, giacché non è neanche il caso di dire che è sempre sul terreno
«sociale», se non addirittura più precisamente «politico», che avvengono di
preferenza simili discussioni. Si capisce molto bene come, in queste
condizioni, i membri o i partigiani
92
Organizzazioni iniziatiche e società segrete
dell’associazione in causa si sforzino di
provare che l’epiteto «segreta» non dovrebbe in realtà adattarlesi, e che, per
tale ragione, vogliano accettare soltanto la definizione più limitata, quella
che, nel modo più evidente, non potrebbe applicarlesi. Si può del resto dire,
in maniera del tutto generale, che la maggior parte delle discussioni non ha
altra causa se non una mancanza di accordo sul significato dei termini usati;
ma, quando dietro a tale divergenza sull’uso delle parole sono in gioco degli
interessi qualsiasi, come accade qui, è molto probabile che la discussione
possa protrarsi indefinitamente senza che gli avversari giungano mai a mettersi
d’accordo. In ogni caso, le contingenze che intervengono in tutto ciò sono
sicuramente molto lontane dalla sfera iniziatica, la sola che ci riguardi; se
abbiamo creduto opportuno dirne qualche parola, è unicamente per sgombrare in
qualche modo il terreno, e anche perché ciò sarebbe stato sufficiente a far
vedere che, in tutte le diatribe che si riferiscono alle società segrete o
sedicenti tali, o non si tratta di organizzazioni iniziatiche, o, per lo meno,
non è il carattere di queste ultime in quanto tali a essere in causa, cosa che
sarebbe del resto impossibile per altre ragioni più profonde che il seguito
della nostra esposizione farà comprendere meglio.
Ponendoci totalmente fuori da queste
discussioni, e da un punto di vista che non può essere se non quello di una
conoscenza del tutto disinteressata, possiamo dire questo: un’organizzazione,
rivesta essa o no le forme particolari, e del resto solo esteriori, che
permettono di definirla come una società, potrà essere qualificata segreta, nel
senso più ampio della parola, e senza che a questa qualificazione si
attribuisca la minima intenzione sfavorevole1, quando possiederà un
segreto, di qualunque natura esso sia, e che sia tale per la forza stessa delle
cose o soltanto in virtù di una convenzione più o meno artificiale
1 Di fatto,
l’intenzione sfavorevole che le si attribuisce comunemente proviene unicamente
da quell’aspetto caratteristico della mentalità moderna che abbiamo in un’altra
sede definito l’«odio per il segreto» sotto tutte le sue forme (Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XII).
93
Considerazioni sull’iniziazione
e più o meno espressa. Questa definizione è,
pensiamo, abbastanza ampia perché vi si possano far rientrare tutti i casi
possibili, da quello delle organizzazioni iniziatiche più lontane da ogni
manifestazione esteriore, fino a quello di semplici società aventi uno scopo
qualsiasi, politico o di carattere diverso, e che non abbiano, come dicevamo
prima, nulla di iniziatico o addirittura di tradizionale. È dunque all’interno
del campo che essa abbraccia, e basandoci per quanto possibile sui suoi stessi
termini, che dovremo fare le distinzioni necessarie, e ciò in un duplice modo,
vale a dire, da un lato, tra le organizzazioni che sono società e quelle che
non lo sono, e, dall’altro, tra quelle che hanno un carattere iniziatico e
quelle che di questo carattere sono prive, perché, in ragione della
«contaminazione» che abbiamo segnalato, queste due distinzioni non possono
coincidere esattamente; esse coinciderebbero soltanto se le contingenze
storiche non avessero provocato, in certi casi, una intrusione di forme profane
in organizzazioni che, per la loro origine e per il loro fine essenziale, sono
tuttavia di natura incontestabilmente iniziatica.
Sul primo dei due punti che abbiamo indicato,
non è il caso di insistere a lungo, giacché, tutto ben sommato, tutti sanno
abbastanza bene cos’è una «società», vale a dire un’associazione con statuti,
regolamenti, riunioni con luogo e data fissati, in possesso di un registro dei
membri, di archivi, verbali delle sedute e altri documenti scritti, in una
parola, circondata da tutto un apparato esteriore più o meno ingombrante1.
Tutto ciò, ripetiamo, è perfettamente inutile per un’organizzazione iniziatica
che, in quanto a forme esteriori, non ha bisogno di nient’altro che di un certo
insieme di riti e di simboli, i quali, così come l’insegnamento che li
accompagna e li spiega, devono regolarmente trasmettersi
1 Non bisogna
dimenticare di segnalare l’aspetto «finanziario», la cui necessità sorge
proprio a causa di questo apparato, giacché si sa fin troppo bene come la
questione delle «quote» assuma una considerevole importanza in tutte le
società, ivi comprese le organizzazioni iniziatiche occidentali che ne hanno
adottato la forma esteriore.
94
Organizzazioni iniziatiche e società segrete
smettersi per tradizione orale. Ricorderemo
inoltre a questo proposito che, anche se capita talvolta che queste cose siano
messe per iscritto, ciò non può mai avvenire che a titolo di semplice
«promemoria», e che ciò non può in nessun caso dispensare dalla trasmissione
orale e diretta, giacché questa soltanto permette la comunicazione di una
influenza spirituale, che è la ragion d’essere fondamentale di ogni
organizzazione iniziatica; un profano che conoscesse tutti i riti per averne
letto la descrizione nei libri, non sarebbe affatto iniziato per questo, poiché
è ben evidente che, con tale mezzo, l’influenza spirituale collegata a questi
riti non gli sarebbe stata trasmessa in nessun modo.
Una conseguenza immediata di quel che abbiamo
appena detto è che un’organizzazione iniziatica, finché non assume la forma
accidentale di una società, con tutte le manifestazioni esteriori che
quest’ultima comporta, è in qualche modo «inafferrabile» da parte del mondo
profano; e si può capire senza difficoltà come essa non lasci nessuna traccia
accessibile alle investigazioni degli storici ordinari, il cui metodo ha come
carattere essenziale di far riferimento al soli documenti scritti, che in un
simile caso sono inesistenti.
Per contro, qualsiasi società, per quanto
segreta possa essere, presenta un’«esteriorità» che è necessariamente alla
portata delle ricerche dei profani, e attraverso la quale è sempre possibile
che costoro arrivino ad averne conoscenza in una certa misura, anche se sono
incapaci di penetrarne la natura più profonda. È ovvio che quest’ultima
restrizione concerne le organizzazioni iniziatiche che abbiano assunto tale
forma, o, noi diremmo volentieri, che siano degenerate in società in ragione
delle circostanze e dell’ambiente in cui si trovano situate; aggiungeremo che
un fenomeno simile non si è mai prodotto così nettamente come nel mondo
occidentale moderno, dove esso contamina tutto ciò che ancora sussiste di
organizzazioni che possano rivendicare un carattere autenticamente iniziatico
anche se, come si constata persin troppo spesso, questo carattere, nel loro
stato attuale, giunge a essere disconosciuto o non compreso dalla maggioranza
dei loro stessi membri. Non
95
Considerazioni sull’iniziazione
vogliamo ricercare qui le cause di questo
disconoscimento, che sono diverse e molteplici, e hanno in gran parte relazione
con la natura speciale della mentalità moderna; segnaleremo solamente che tale
forma societaria può anche contribuire parzialmente a provocarlo, giacché,
siccome l’esteriorità assume in essa inevitabilmente un’importanza
sproporzionata al suo valore reale, l’accidentale finisce col mascherare
completamente l’essenziale; e, per di più, le rassomiglianze apparenti con le
società profane possono anche essere l’occasione di numerosi equivoci sulla
vera natura di queste organizzazioni.
Di questi equivoci daremo un solo esempio, il
quale però tocca da vicino il fondo stesso del nostro argomento: quando è in
questione una società profana, da questa si può uscire come vi si era entrati,
e ci si ritrova allora puramente e semplicemente quelli che si era prima; una
dimissione o una radiazione è sufficiente perché ogni legame sia rotto, giacché
evidentemente tale legame era di natura solo esteriore e non implicava nessuna
modificazione profonda dell’essere. Al contrario, dal momento in cui si è
ammessi in un’organizzazione iniziatica, qualunque essa sia, non si può mai
più, con nessun mezzo, cessare di esservi ricollegati, poiché l’iniziazione,
per ciò stesso che essa consiste essenzialmente nella trasmissione di
un’influenza spirituale, è necessariamente conferita una volta per tutte, e
possiede un carattere propriamente incancellabile; si tratta in questo caso di
un fatto di ordine «interiore» contro il quale nessuna formalità amministrativa
può nulla. Ma, dovunque ci sia società, con ciò stesso ci sono formalità
amministrative, possono perciò esserci dimissioni e radiazioni, con le quali si
cesserà, secondo le apparenze, di far parte della società considerata; e si
vede immediatamente l’equivoco che ne risulterà nel caso in cui quest’ultima rappresenti,
tutto sommato, soltanto l’«esteriorità» di una organizzazione iniziatica.
Occorrerebbe perciò, in tutto rigore, fare allora, sotto questo profilo, una
distinzione tra la società e l’organizzazione iniziatica in quanto tale; e
poiché la prima è soltanto, come abbiamo detto, una semplice forma accidentale
e «sovrapposta», da cui la seconda, in se stessa e in tutto quel che
96
Organizzazioni iniziatiche e società segrete
ne costituisce l’essenza, rimane totalmente
indipendente, l’applicazione di questa distinzione presenta in realtà
difficoltà molto minori di quanto potrebbe sembrare a prima vista.
Un’altra conseguenza alla quale siamo
logicamente condotti da queste considerazioni è la seguente: una società,
quand’anche segreta, può sempre essere presa di mira da attacchi in provenienza
dall’esterno, perché ci sono nella sua costituzione degli elementi che si
situano, se così si può dire, allo stesso livello di questi ultimi; essa potrà
così, in particolare, essere dissolta dall’azione di un potere politico. Per
contro, l’organizzazione iniziatica, a causa della sua stessa natura, sfugge a
simili contingenze, e nessuna forza esterna può sopprimerla; anche in questo
senso, essa è perciò veramente «inafferrabile». In effetti, poiché la qualità
dei suoi membri non può mai perdersi né essere loro tolta, essa conserva
un’esistenza effettiva finché uno solo di essi rimane in vita, e soltanto la
morte dell’ultimo comporterà la sua scomparsa; ma questa stessa eventualità
presuppone che i suoi rappresentanti abbiano, per ragioni di cui sono i soli
giudici, rinunciato ad assicurare la continuazione della trasmissione di ciò di
cui sono depositari; e così la sola causa possibile della sua soppressione, o
piuttosto della sua estinzione, si trova necessariamente nel suo stesso
interno.
Infine, ogni organizzazione iniziatica è anche
«inafferrabile» dal punto di vista del suo segreto, quest’ultimo essendo tale
per natura e non per convenzione, e non potendo di conseguenza essere in nessun
caso penetrato dai profani, ipotesi che implicherebbe in se stessa una
contraddizione, perché il vero segreto iniziatico non è nient’altro che
l’«incomunicabile». e soltanto l’iniziazione può dare accesso alla sua
conoscenza. Ma questo si riferisce piuttosto alla seconda delle due distinzioni
che abbiamo indicato più sopra, quella tra le organizzazioni iniziatiche e le
società segrete che tale carattere non hanno; questa distinzione dovrebbe del
resto, o per lo meno così ci sembra, poter essere operata molto facilmente
tenendo conto della differenza stessa dello scopo che le une e le altre si
prefiggono; ma, di fatto, la questione è più complessa di quel che sembri al
primo
97
Considerazioni sull’iniziazione
approccio. Tuttavia c’è un caso che non può
prestarsi a nessun dubbio: quando ci si trova in presenza di un gruppo
costituito per fini qualsiasi e la cui origine è interamente conosciuta, di cui
si sa che è stato creato di tutto punto da individualità delle quali si possono
citare i nomi, e che di conseguenza non possiede nessun ricollegamento
tradizionale, si può essere con ciò sicuri che tale gruppo, qualunque siano le
sue pretese, non ha assolutamente nulla di iniziatico. L’esistenza di forme
rituali in certuni di questi raggruppamenti non fa differenza, perché simili
forme mutuate o imitate dalle organizzazioni iniziatiche, sono allora soltanto
una semplice parodia priva di qualsiasi valore reale; e del resto ciò non si
applica solamente a organizzazioni i cui fini siano unicamente politici o più
generalmente «sociali», in uno qualsiasi dei sensi che si possono attribuire a
questa parola, ma anche a tutte quelle formazioni moderne che noi abbiamo
denominato pseudo-iniziatiche, ivi comprese quelle che invocano un vago
ricollegamento «ideale» a una qualsivoglia tradizione.
Al contrario, il dubbio può sorgere quando si
abbia a che fare con un’organizzazione la cui origine presenti qualcosa di
enigmatico e non possa essere riferita a individualità definite; in effetti,
anche se le sue manifestazioni conosciute non hanno di tutta evidenza nessun
carattere iniziatico, può tuttavia essere che essa rappresenti una deviazione o
una degenerazione di qualcosa che tale era primitivamente. Questa deviazione,
che può prodursi soprattutto sotto l’influenza di preoccupazioni d’ordine sociale,
presuppone che l’incomprensione dello scopo primo ed essenziale sia diventata
generale nei membri di tale organizzazione; essa può del resto essere più o
meno completa, e quel che ancora permane di organizzazioni iniziatiche in
Occidente rappresenta in qualche modo, nel suo stato attuale, uno stadio
intermedio sotto questo profilo. Il caso estremo sarà quello in cui, conservate
tuttavia le forme rituali e simboliche, nessuno avrà più la minima coscienza
del loro vero carattere iniziatico, cosicché le si interpreteranno solo più in
funzione di una qualsivoglia applicazione contingente; che quest’ultima sia
legittima o
98
Organizzazioni iniziatiche e società segrete
no, non è una questione che conti, giacché la
degenerazione consiste propriamente nel fatto che non si consideri nulla al di
là di tale applicazione e della sfera più o meno esteriore alla quale essa si
riferisce in modo particolare. È più che chiaro che, in un caso simile, coloro
che vedono le cose soltanto «dall’esterno» saranno incapaci di discernere ciò
di cui in realtà si tratta e di operare la distinzione tra le organizzazioni di
questo genere e quelle di cui dicevamo in precedenza, tanto più che, quando le
prime siano giunte a non aver più, per lo meno coscientemente, se non uno scopo
simile a quello per il quale le seconde sono state artificialmente create, ne
risulterà una sorta di «affinità» di fatto in virtù della quale le une e le
altre potranno trovarsi in contatto più o meno diretto, e persino finire
talvolta con il frammischiarsi in modo più o meno inestricabile.
Per far meglio comprendere quel che andiamo
dicendo, è opportuno appoggiarsi a casi precisi; per cui citeremo l’esempio di
due organizzazioni che, esteriormente, possono sembrare abbastanza
confrontabili tra loro, e tuttavia differiscono nettamente per quanto riguarda
le loro origini, di tale sorta che esse rientrano rispettivamente nell’una e
nell’altra delle due categorie che abbiamo distinto: gli Illuminati di Baviera
e i Carbonari. Per quanto concerne i primi, i fondatori sono conosciuti, e si
sa in che modo hanno elaborato il «sistema» di loro propria iniziativa, al di
fuori di qualsiasi ricollegamento con qualcosa di preesistente; si sa inoltre
attraverso quali stati successivi sono passati i gradi e i rituali, alcuni dei
quali non furono mai praticati ed esistettero solo sulla carta; perché in
questo caso tutto fu messo per iscritto fin dall’inizio e a mano a mano che si
sviluppavano e si precisavano le idee dei fondatori, ed è proprio questo che
fece naufragare i loro piani, i quali, beninteso, si riferivano esclusivamente
alla sfera sociale e non andavano al di là di essa sotto nessun rapporto. Non
vi è perciò nessun dubbio che si tratti in tal caso soltanto dell’opera
artificiale di alcune individualità, e che le forme che costoro avevano
adottato non potevano costituire se non un simulacro o una parodia di
iniziazione, giacché il ricollegamento tradizionale faceva difetto, così come
era estraneo
99
Considerazioni sull’iniziazione
alle loro preoccupazioni il fine realmente
iniziatico. Se al contrario si prende in esame il Carbonarismo, si constata, da
un lato, che è impossibile assegnargli un’origine «storica» di questo genere,
e, dall’altro, che i suoi rituali presentano in modo netto il carattere di una
«iniziazione di mestiere», apparentata come tale alla Massoneria e al
Compagnonaggio; ma mentre questi ultimi hanno sempre conservato una certa
coscienza del loro carattere iniziatico, per quanto sminuita essa possa essere
dall’intrusione di preoccupazioni di ordine contingente, e dallo spazio sempre
maggiore che è stato concesso a queste ultime, sembra indiscutibile (quantunque
non si possa mai essere assolutamente affermativi al riguardo, potendo un
ristretto numero di membri ‑ che non necessariamente ne sono i capi apparenti ‑
fare sempre eccezione all’incomprensione generale senza lasciarne nulla
trapelare)1 che il Carbonarismo abbia infine spinto la degenerazione
all’estremo, al punto di non essere di fatto più niente di diverso da quella
semplice associazione di cospiratori politici di cui si conosce l’azione nella
storia del secolo XIX. I Carbonari si mischiarono allora ad altre associazioni
di fondazione tutta recente e che non avevano mai avuto nulla di iniziatico,
mentre d’altro lato, molti di loro appartenevano contemporaneamente alla
Massoneria, il che si può spiegare sia per l’affinità delle due organizzazioni
sia per una certa degenerazione della Massoneria stessa, degenerazione che
andava nello stesso senso, quantunque meno lontano, di quella del Carbonarismo.
Quanto agli Illuminati, i loro rapporti con la Massoneria ebbero un carattere
del tutto diverso: quelli fra di loro che vi entrarono lo fecero soltanto
nell’intento ben definito di acquisire al suo interno un influsso preponderante
e di servirsene come di uno strumento per la realizzazione dei loro particolari
disegni, il che d’altronde fallì come tutto il resto; e, detto incidentalmente,
da ciò si vede abbastanza bene come
1 Del resto un
atteggiamento del genere non potrebbe essergli rimproverato quando
l’incomprensione sia diventata tale da rendere praticamente impossibile il
reagire contro di essa.
100
Organizzazioni iniziatiche e società segrete
coloro che pretendono di considerare gli
Illuminati stessi un’organizzazione «massonica» siano lontani dalla verità.
Aggiungiamo ancora che l’ambiguità della denominazione «Illuminati» non deve
trarre in inganno: essa era soltanto assunta in un’accezione strettamente
«razionalistica», e non bisogna dimenticare che, nel secolo XVIII, le «luci»
avevano in Germania un significato quasi equivalente a quello della «filosofia»
in Francia; è come dire che non si potrebbe pensare a niente di più profano e
addirittura di più formalmente contrario a qualsiasi spirito iniziatico o anche
soltanto tradizionale.
Apriamo ancora una parentesi a proposito
dell’ultima osservazione: se capita che delle idee «filosofiche» e più o meno
«razionalistiche» si infiltrino in una organizzazione iniziatica, occorre
vedere in ciò non altro che l’effetto di un errore individuale (o collettivo)
dei suoi membri, dovuto alla loro incapacità di comprendere la sua vera natura,
e di conseguenza di garantirsi da ogni «contaminazione» profana; questo errore,
sia ben inteso, non intacca minimamente il principio stesso dell’organizzazione,
ma è uno dei sintomi di quella degenerazione di fatto della quale abbiamo
parlato, qualunque sia il grado più o meno avanzato raggiunto da quest’ultima.
Diremo la stessa cosa per il «sentimentalismo» e per il «moralismo» sotto tutte
le loro forme, cose non meno profane per la loro stessa natura; in generale il
tutto è del resto legato più o meno strettamente a una predominanza delle
preoccupazioni sociali; ma è soprattutto quando queste ultime vengono ad
assumere una forma specificamente «politica», nel senso più ristretto della
parola, che la degenerazione rischia di diventare quasi irrimediabile. Uno dei
fenomeni più strani in questo genere, è la penetrazione delle idee
«democratiche» nelle organizzazioni iniziatiche occidentali (e naturalmente,
qui pensiamo soprattutto alla Massoneria, o per lo meno ad alcune delle sue
frazioni), senza che i loro membri sembrino accorgersi che si tratta di una
contraddizione pura e semplice, e persino sotto un duplice rapporto: in
effetti, per definizione stessa, qualsiasi organizzazione iniziatica è in
opposizione formale con la concezione «democratica» e «ugualitaria»,
101
Considerazioni sull’iniziazione
prima di tutto in rapporto al mondo profano,
nei confronti del quale essa costituisce, nell’accezione più esatta del
termine, una «élite» separata e chiusa, e poi in se stessa, in ragione
della gerarchia di gradi e di funzioni che essa instaura necessariamente fra i
suoi propri membri. Questo fenomeno è d’altronde soltanto una delle
manifestazioni della deviazione dello spirito occidentale moderno che si
estende e penetra dappertutto, anche là dove dovrebbe incontrare la resistenza
più irriducibile; e del resto ciò non si applica unicamente al punto di vista
iniziatico, ma altrettanto bene anche al punto di vista religioso, vale a dire,
in altre parole, a tutto quel che possiede un carattere veramente tradizionale.
Cosicché, a lato delle organizzazioni rimaste
puramente iniziatiche, ci sono quelle che, per una ragione o per l’altra, sono
degenerate o hanno deviato più o meno completamente, ma che rimangono tuttavia
sempre iniziatiche nella loro essenza profonda, per quanto incompresa possa
essere quest’ultima nel loro stato presente. Poi ci sono quelle che ne sono
soltanto la contraffazione o la caricatura, vale a dire le organizzazioni
pseudo-iniziatiche; e infine ci sono altre organizzazioni anch’esse dal carattere
più o meno segreto, ma che non hanno nessuna pretesa di questo tipo, e si
prefiggono soltanto degli scopi che non hanno evidentemente nessun rapporto con
la sfera iniziatica; ma si deve capir bene che, quali che siano le apparenze,
le organizzazioni pseudo-iniziatiche sono in realtà altrettanto profane quanto
queste ultime, e che in tal modo le une e le altre formano veramente un solo
gruppo, in opposizione a quello delle organizzazioni iniziatiche, pure o
«contaminate» da influenze profane. Sennonché, a tutto questo, occorre
aggiungere ancora un’altra categoria, quella delle organizzazioni che
appartengono alla «contro-iniziazione», e che hanno certamente, nel mondo
attuale, un’importanza molto più considerevole di quel che si sarebbe tentati
di supporre comunemente; qui ci limiteremo a menzionarle, senza di che la
nostra enumerazione presenterebbe una grave lacuna, e segnaleremo soltanto una
nuova complicazione che è provocata dalla loro esistenza: accade in
102
Organizzazioni iniziatiche e società segrete
certi casi che esse esercitino un influsso più
o meno diretto su organizzazioni profane, e specialmente su organizzazioni
pseudo-iniziatiche1; di qui una difficoltà in più per determinare
esattamente il carattere reale di questa o quell’altra organizzazione; ma,
beninteso, qui non dobbiamo occuparci dell’esame dei casi particolari, e ci
basta aver indicato abbastanza nettamente la classificazione che occorre
stabilire in maniera generale.
E tuttavia non è ancora finita; ci sono delle
organizzazioni le quali, pur non avendo in sé che uno scopo di ordine
contingente, possiedono tuttavia un vero ricollegamento tradizionale, perché
procedono da organizzazioni iniziatiche di cui esse sono in qualche modo
soltanto un’emanazione, e dalle quali sono dirette «invisibilmente»,
quand’anche i loro capi apparenti siano del tutto estranei alla cosa. Questo
caso, come già abbiamo indicato, si incontra in particolare nelle
organizzazioni segrete estremo-orientali: costituite unicamente in vista di uno
scopo speciale, esse hanno generalmente solo un’esistenza temporanea, e
spariscono senza lasciar tracce appena compiuta la loro missione; ma esse
rappresentano in realtà l’ultimo scalino, e il più esteriore, di una gerarchia
che si eleva di grado in grado fino alle organizzazioni iniziatiche più pure e
più inaccessibili agli sguardi del mondo profano. Qui dunque non si tratta più
assolutamente di un processo degenerativo delle organizzazioni iniziatiche, ma piuttosto
di formazioni espressamente volute da queste ultime, senza che scendano esse
stesse a questo livello contingente coinvolgendosi nell’azione che vi si
esercita, e ciò per scopi che, naturalmente, sono ben diversi da tutto quel che
può vedere o supporre un osservatore superficiale. Ricorderemo quel che abbiamo
già detto più sopra a questo riguardo, e cioè che le più esteriori di queste
organizzazioni possono trovarsi a volte in opposizione e financo in lotta le
une con le altre, e avere ciò nonostante una direzione o una ispirazione
comune, tale direzione essendo al di là del campo in cui si afferma la loro
1 Si confronti Il
Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXXVI.
103
Considerazioni sull’iniziazione
opposizione e per il quale solo essa è valida;
e forse questo troverebbe la sua applicazione anche da altre parti oltre che in
Estremo-Oriente, quantunque una simile gerarchizzazione di organizzazioni
sovrapposte non si incontri senza dubbio da nessuna altra parte in modo così
netto e completo come in ciò che dipende dalla tradizione taoista. Si tratta in
questo caso di organizzazioni di carattere in certo qual modo «misto», delle
quali non si può dire che siano propriamente iniziatiche, ma neanche che siano
semplicemente profane, poiché il ricollegamento alle organizzazioni superiori
conferisce loro una partecipazione, sia pure indiretta e incosciente, a una
tradizione la cui essenza è puramente iniziatica1; e qualcosa di
questa essenza si ritrova sempre nei loro riti e nei loro simboli per coloro
che sanno penetrarne il senso più profondo.
Tutte le categorie di organizzazioni che
abbiamo considerato hanno in comune quasi soltanto il fatto di avere un
segreto, quale che sia del resto la sua natura; ed è ovvio che, dall’una
all’altra, quest’ultima possa essere estremamente differente: tra il vero
segreto iniziatico e un disegno politico che si tenga nascosto, o anche la
dissimulazione dell’esistenza di un’associazione o dei nomi dei suoi aderenti
per ragioni di semplice prudenza, non è evidentemente possibile nessun
paragone. E non parliamo neppure di quei gruppi di fantasia, come ne esistono
tanti al giorni nostri e in particolare nei paesi anglosassoni, i quali, per
«scimmiottare» le organizzazioni iniziatiche, adottano forme che non rivestono
assolutamente nulla, che sono realmente prive di ogni portata e persino di
qualsiasi significato, e sulle quali pretendono di conservare un segreto che
non è giustificato da nessuna seria ragione. Quest’ultimo caso presenta il solo
interesse di mostrare in modo abbastanza chiaro l’equivoco che si produce abitualmente,
nell’animo del pubblico profano, sulla natura del segreto iniziatico; si
immagina in effetti che
1 Ricordiamo che il
Taoismo rappresenta unicamente l’aspetto esoterico della tradizione
estremo-orientale, il cui aspetto exoterico è costituito dal Confucianesimo.
104
Organizzazioni iniziatiche e società segrete
quest’ultimo verta semplicemente sui riti, o
su parole e segni usati come mezzi di riconoscimento, ciò che farebbe di esso
un segreto che tutto sommato sarebbe tale soltanto per convenzione. Ora, se un
segreto simile esiste di fatto nella maggior parte delle organizzazioni
iniziatiche, il suo carattere è tuttavia soltanto quello di un elemento affatto
secondario e accidentale, e, a dire il vero, esso non ha che un valore di
simbolo nei confronti del vero segreto iniziatico, il quale, esso, è tale per
la natura stessa delle cose, e di conseguenza non potrebbe mai essere in alcun
modo tradito, poiché è d’ordine puramente interiore e, come abbiamo già detto,
risiede propriamente nell’«incomunicabile».
105
XIII
Del segreto iniziatico
Anche se abbiamo appena finito di indicare
qual è la natura essenziale del segreto iniziatico1, dobbiamo
aggiungere ulteriori precisazioni in proposito, allo scopo di distinguere
quest’ultimo, senza possibilità di equivoci, da tutti gli altri generi di
segreti più o meno esteriori che si incontrano nelle molteplici organizzazioni
che, per questa ragione, sono dette «segrete» nel senso più generale. Abbiamo
detto, infatti, che questa denominazione per noi significa soltanto che
organizzazioni simili possiedono un segreto, qualunque ne sia la natura, e
anche che, secondo il fine che esse si propongono, questo segreto può
naturalmente vertere sulle cose più diverse e assumere le forme più svariate;
in tutti i casi, qualunque segreto che non sia quello propriamente iniziatico
ha sempre un carattere convenzionale; con questo intendiamo dire che è tale
soltanto in virtù di una convenzione più o meno espressa, e non per la natura
stessa delle cose. Al contrario, il segreto iniziatico è tale perché non può
non esserlo, consistendo esclusivamente nell’«inesprimibile»; così, se le
organizzazioni iniziatiche sono segrete, in esse tale carattere non ha più
nulla di artificiale e non ha origine in nessuna decisione più o meno
arbitraria da parte di chicchessia. Questo punto è perciò particolarmente
importante per ben distinguere, da un lato. le organizzazioni iniziatiche da
tutte le altre organizzazioni segrete, qualunque esse siano, e dall’altro,
nelle stesse organizzazioni
1 Si veda inoltre Il Regno della Quantità e i
Segni dei Tempi, cap. XII.
106
Del segreto iniziatico
iniziatiche, ciò che costituisce l’essenziale
da tutto quel che può venire a sovrapporvisi accidentalmente; perciò dobbiamo
ora dedicarci a svilupparne un po’ le conseguenze.
La prima di esse, da noi già indicata in
precedenza, è che, mentre ogni segreto di tipo esteriore può sempre essere
tradito, solo il segreto iniziatico non potrà mai esserlo in nessuna maniera,
perché, in se stesso e in qualche modo per definizione, è inaccessibile e
inafferrabile da parte dei profani e non può da essi venir penetrato, non
potendo la sua conoscenza essere se non la conseguenza dell’iniziazione stessa.
In effetti, questo segreto è di tal natura che le parole non possono
esprimerlo; è questa la ragione per cui, come spiegheremo più completamente in
seguito, l’insegnamento iniziatico può far uso soltanto di riti e di simboli, i
quali suggeriscono piuttosto che non esprimano nel senso ordinario della
parola. A esser rigorosi, quel che si trasmette con l’iniziazione non è il
segreto in sé, giacché esso è incomunicabile, ma l’influenza spirituale che ha
come veicolo i riti, e rende possibile il lavoro interiore per mezzo del quale,
prendendo i simboli come base e come supporto, ciascuno afferrerà tale segreto
e lo penetrerà più o meno completamente, più o meno profondamente, secondo la
misura delle proprie possibilità di comprensione e di realizzazione.
Checché si possa pensare delle altre
organizzazioni segrete, non si può perciò, in ogni caso, rimproverare alle
organizzazioni iniziatiche di avere questo carattere, poiché il loro segreto
non è qualcosa che esse nascondano volontariamente per ragioni qualsiasi,
legittime o no, e sempre più o meno soggette a discussione e a giudizio come
tutto quel che procede dal punto di vista profano, bensì qualcosa che non è in
potere di nessuno, anche se lo volesse, svelare e comunicare ad altri. Quanto
al fatto che queste organizzazioni sono «chiuse», vale a dire non ammettono
indistintamente tutti, esso si spiega semplicemente con la prima delle
condizioni dell’iniziazione che abbiamo esposte in precedenza, cioè in ragione
della necessità che si possiedano certe «qualificazioni» particolari, in
assenza delle quali non si potrebbe trarre nessun beneficio reale dal
ricollegamento a un’organizzazione
107
Considerazioni sull’iniziazione
del genere. Per di più, quando una simile
organizzazione diventa troppo «aperta» e insufficientemente rigorosa sotto
questo riguardo, essa corre il rischio di degenerare a causa
dell’incomprensione di coloro che ammette in tal modo sconsideratamente, i quali
non mancheranno di introdurre ogni sorta di vedute profane e di far deviare la
sua attività verso scopi che non hanno niente in comune con la sfera
iniziatica, come si vede anche troppo bene in ciò che ai nostri giorni ancora
permane in quanto a organizzazioni del genere nel mondo occidentale.
Per cui, ed è una seconda conseguenza di ciò
che abbiamo enunciato all’inizio, il segreto iniziatico in se stesso e il
carattere «chiuso» delle organizzazioni che lo detengono (o, per parlare più
esattamente, che detengono i mezzi servendosi dei quali è possibile averne
l’accesso per coloro che sono «qualificati») sono due cose totalmente distinte
e non devono assolutamente essere confuse. Per ciò che riguarda il primo,
sarebbe disconoscerne completamente l’essenza e la portata invocare ragioni di
«prudenza» come talvolta si fa; quanto al secondo, invece, il quale d’altronde
riguarda la natura degli uomini in generale e non quella dell’organizzazione
iniziatica, si può fino a un certo punto parlare di «prudenza», nel senso che,
in tal modo, quest’organizzazione si difende, non contro «indiscrezioni»
impossibili per quel che concerne la sua natura essenziale, ma contro quel
pericolo di degenerazione di cui parlavamo or ora; né si tratta della ragione
principale, giacché quest’ultima altro non è che la perfetta inutilità di
ammettere individualità per le quali l’iniziazione non sarebbe mai altro che
«lettera morta», vale a dire una formalità vuota e senza nessun effetto reale,
in quanto tali individualità sono in qualche modo impermeabili all’influenza
spirituale. Quanto alla «prudenza» nei confronti del mondo esterno, come si
intende il più delle volte, essa può soltanto costituire una considerazione
affatto accessoria, quand’anche sia certamente legittima in presenza di un
ambiente più o meno coscientemente ostile, tenuto conto che l’incomprensione
profana di rado si ferma a una sorta di indifferenza, ma si tramuta anche
troppo facilmente in un’ostilità le
108
Del segreto iniziatico
cui manifestazioni costituiscono un pericolo
che non ha certamente niente di illusorio; ciò non ha tuttavia la capacità di
incidere sull’organizzazione iniziatica in sé, la quale, in quanto tale. è,
come abbiamo detto, veramente «inafferrabile». Per cui, sotto questo aspetto,
le precauzioni si imporranno in misura tanto maggiore quanto più
l’organizzazione sarà maggiormente «esteriorizzata», dunque meno puramente
iniziatica; d’altronde, è evidente che è soltanto in questo caso che essa può
giungere a trovarsi in contatto diretto con il mondo profano, il quale,
altrimenti, potrebbe soltanto ignorarla in modo puro e semplice. Non parleremo
qui di un genere diverso di pericolo, che può aver origine dall’esistenza di
quella che abbiamo chiamato la «contro-iniziazione», e al quale del resto non
potrebbero ovviare semplici misure esteriori di «prudenza»; queste ultime sono
valide solo contro il mondo profano, le cui reazioni, ripetiamo, sono da temere
soltanto in quanto l’organizzazione ha assunto una forma esteriore analoga a
quelle di una «società» o è stata più o meno completamente coinvolta in
un’azione che si esercita al di fuori del dominio iniziatico, tutte cose il cui
carattere può essere considerato soltanto del tutto accidentale e contingente1.
Arriviamo così a estrarre un’ulteriore
conseguenza della natura del segreto iniziatico: può accadere infatti, che,
oltre a questo segreto che è il solo a esserle essenziale, un’organizzazione
iniziatica possieda anche secondariamente, e senza per questo perdere
assolutamente il suo carattere proprio, altri segreti che non sono dello stesso
ordine, ma di un genere più o meno esteriore e contingente; e sono questi
segreti puramente accessori che, essendo necessariamente gli unici ad apparire
agli occhi dell’osservatore esterno, saranno capaci di provocare confusioni
diverse. Tali segreti possono provenire dalla «contaminazione» di cui abbiamo
parlato, intendendo con ciò la sovrapposizione di fini che non hanno nulla di
iniziatico, e ai quali può esser data
1 Ciò che diciamo
qui si applica al mondo profano ridotto a se stesso, se così ci si può
esprimere; ma è opportuno aggiungere che in certi casi esso può anche servire
come strumento incosciente per un’azione esercitata dai rappresentanti della
«contro-iniziazione».
109
Considerazioni sull’iniziazione
del resto un’importanza più o meno grande,
tenuto conto che, in questo tipo di degenerazione, tutti i gradi sono
evidentemente possibili; ma non sempre le cose stanno così, e può anche essere
che simili segreti si riferiscano ad applicazioni contingenti, ma legittime,
della stessa dottrina iniziatica, applicazioni che sarà stato giudicato
opportuno «riservare» per ragioni che possono essere molto diverse, e
andrebbero identificate in ciascun caso particolare. I segreti a cui stiamo
alludendo sono, in modo più particolare, quelli che concernono le scienze e le
arti tradizionali; quel che nel modo più generale si può dire al proposito, è
che tali scienze e arti non potendo essere veramente capite al di fuori
dell’iniziazione in cui hanno il loro principio, la loro «volgarizzazione»
potrebbe avere solo degli inconvenienti, perché comporterebbe inevitabilmente
una deformazione o addirittura uno snaturamento, del genere di quello che,
precisamente, ha dato origine alle scienze e alle arti profane, come in altre
occasioni ci è stato dato di esporre.
In questa categoria di segreti accessori e non
essenziali, è da porre un altro genere di segreto che esiste in maniera molto
generale nelle organizzazioni iniziatiche, ed è quello che provoca più
abitualmente, nei profani, l’equivoco su cui abbiamo attirato l’attenzione:
questo segreto è quello che verte, vuoi sull’insieme dei riti e dei simboli in
uso in tale organizzazione, vuoi, ancora più in particolare, e in genere in
modo più rigoroso, su certe parole e certi segni da essa usati come «mezzi di
riconoscimento», per permettere al suoi membri di distinguersi dai profani. Va
da sé che qualunque segreto di questa natura ha un valore soltanto
convenzionale e del tutto relativo, e per la ragione stessa che concerne delle
forme esteriori, può sempre essere scoperto o tradito, cosa che rischierà del
resto, in maniera del tutto naturale, di avvenire tanto più facilmente quanto
più si tratterà di un’organizzazione meno rigorosamente «chiusa»; per cui si
deve insistere sul fatto che non solo questo segreto non deve essere in nessun
modo confuso con il vero segreto iniziatico, salvo che da coloro che non hanno
la minima idea della natura di quest’ultimo, ma che non ha neppure nulla di
essenziale,
110
Del segreto iniziatico
cosicché la sua presenza o la sua assenza non
possono essere invocate per definire un’organizzazione in quanto in possesso di
un carattere iniziatico o come priva di esso. Di fatto, la stessa cosa, o
qualcosa di equivalente, esiste anche nella maggior parte delle altre
organizzazioni segrete, quali esse siano, e senza nulla di iniziatico, anche se
le ragioni ne saranno allora differenti: si potrà trattare, vuoi di imitare le
organizzazioni iniziatiche nelle loro apparenze più esteriori, com’è il caso per
le organizzazioni da noi chiamate pseudo-iniziatiche, o addirittura per certi
raggruppamenti di fantasia che non meritano neppure tale nome, vuoi
semplicemente di garantirsi il più possibile contro le indiscrezioni, nel senso
più banale della parola, come accade soprattutto per le associazioni di scopo
politico, cosa che si capisce senza la minima difficoltà. D’altra parte,
l’esistenza di un segreto di questo tipo, per le organizzazioni iniziatiche non
ha nulla di necessario; e ha anzi in esse un’importanza tanto meno grande
quanto più puro e più elevato è il loro carattere, perché esse sono allora
tanto più svincolate da ogni forma esteriore e da tutto quel che non è
veramente essenziale. Accade perciò questo, che può sembrare paradossale a
prima vista, ma è invece in fondo logicissimo: l’uso dei «mezzi di
riconoscimento» da parte di un’organizzazione è una conseguenza del suo
carattere «chiuso»; ma precisamente in quelle che sono più «chiuse» di tutte
tali mezzi si riducono fino a scomparire talvolta completamente, perché allora
non ce n’è più bisogno, essendo la loro utilità direttamente legata a un certo
grado di «esteriorità» dell’organizzazione che vi ricorre, e raggiungendo essa
in qualche modo il suo massimo quando quest’ultima rivesta un aspetto «semi-profano»,
del quale la forma «societaria» è l’esempio più tipico, giacché è in questo
caso che le sue occasioni di contatto con il mondo esteriore sono le più estese
e molteplici, e perché, di conseguenza, è più importante per essa distinguersi
da quest’ultimo con mezzi che siano anche loro di ordine esteriore.
L’esistenza di un segreto di questo genere,
esteriore e secondario, si giustifica del resto nelle organizzazioni
iniziatiche più diffuse anche con altre ragioni; alcuni gli attribuiscono
soprattutto
111
Considerazioni sull’iniziazione
un ruolo «pedagogico», se così è permesso
esprimersi; in altre parole, la «disciplina del segreto» costituirebbe una
specie di «allenamento» o di esercizio che rientra nei metodi propri a queste
organizzazioni; e in essa si potrebbe vedere in certo qual modo, sotto questo
profilo, quasi una forma attenuata e ridotta della «disciplina del silenzio»
che era in uso in certe scuole esoteriche antiche, in particolare presso i
Pitagorici1. Questo punto di vista è certamente giusto, a condizione
che non sia esclusivo; e occorre notare che, sotto questo riguardo, il valore
del segreto è totalmente indipendente da quello delle cose su cui verte; il
segreto che si mantiene sulle cose più insignificanti avrà, in quanto
«disciplina», esattamente la stessa efficacia di un segreto realmente
importante di per se stesso. Questa dovrebbe essere una risposta sufficiente
per i profani che, a tal proposito, accusano le organizzazioni iniziatiche di
«puerilità», non comprendendo inoltre che le parole o i segni sui quali è imposto
il segreto, hanno un valore simbolico proprio; se essi sono incapaci di
accedere a considerazioni di quest’ultimo tipo, quella che abbiamo indicata per
lo meno è alla loro portata e non richiede sicuramente uno sforzo di
comprensione troppo grande.
Ma, in realtà, esiste una ragione più
profonda, fondata precisamente su quel carattere simbolico che abbiamo appena
menzionato, la quale fa sì che quelli che si chiamano «mezzi di riconoscimento»
non siano solo questo, ma allo stesso tempo anche qualcosa di più: si tratta in
verità di simboli come tutti gli altri, il cui significato deve essere meditato
e approfondito alla stessa stregua, e che fanno così parte integrale
dell’insegnamento iniziatico. La stessa cosa si deve dire di tutte le forme
usate dalle
1 Disciplina
secreti o disciplina arcani, si diceva anche nella Chiesa cristiana
dei primi secoli, cosa che sembrano dimenticare certi nemici del «segreto»; ma
è da notare che, in latino, la parola disciplina ha molto spesso il
senso di «insegnamento», senso che del resto è quello etimologico, e anche, per
derivazione, quello di «scienza» o di «dottrina», mentre quel che in francese è
denominato «disciplina» ha soltanto un valore di mezzo preparatorio in vista di
un fine che può essere conoscitivo come qui, ma che può anche essere tutto
diverso, ad esempio semplicemente «morale»; è proprio in quest’ultimo modo che,
di fatto, lo si intende più comunemente nel mondo profano.
112
Del segreto iniziatico
organizzazioni iniziatiche, e, più
generalmente ancora, da tutte quelle che hanno un carattere tradizionale (ivi
comprese le forme religiose): esse sono sempre, in fondo, tutt’altra cosa che
quel che sembrano essere dal di fuori, ed è proprio questo che le distingue
essenzialmente dalle forme profane, nelle quali tutto si riduce all’apparenza
esteriore, che non ricopre nessuna realtà di ordine diverso. Da questo punto di
vista, il segreto di cui si tratta è esso stesso un simbolo, il simbolo del
vero segreto iniziatico, il che evidentemente è ben più di un semplice mezzo
«pedagogico»1; ma, beninteso, in questo caso, come del resto in
tutti gli altri, il simbolo non deve essere in nessun modo confuso con ciò che
è simboleggiato, ed è questa la confusione che commette l’ignoranza profana, la
quale non sa vedere quel che c’è dietro le apparenze, e non concepisce neppure
che si tratti di qualcosa di diverso da quel che cade sotto i sensi, il che
equivale praticamente alla negazione pura e semplice di ogni simbolismo.
E per finire indicheremo un’ultima
considerazione che potrebbe dar luogo ad altri sviluppi ancora: il segreto di
tipo esteriore, nelle organizzazioni iniziatiche in cui esiste, fa parte
integrante del rituale, poiché ciò che ne è l’oggetto è comunicato, sotto
l’obbligo corrispondente del silenzio, nel corso stesso dell’iniziazione a
ciascun grado o come conclusione di quest’ultima. Tale segreto costituisce
perciò, non soltanto un simbolo come abbiamo detto or ora, ma un vero e proprio
rito, con tutta la virtù propria che è inerente a quest’ultimo in quanto tale;
e del resto, a dire il vero, il rito e il simbolo sono, in qualsiasi caso,
strettamente legati dalla loro stessa natura, come dovremo spiegare più
diffusamente nel seguito.
1 Se si volesse
entrare un poco nei particolari a tale proposito, si potrebbe notare per
esempio che le «parole sacre» che non devono mai essere pronunciate sono un
simbolo particolarmente esplicito dell’«ineffabile» o dell’«inesprimibile»; si
sa d’altronde che qualcosa di simile si ritrova perfino nell’exoterismo, ad
esempio per il Tetragramma nella tradizione ebraica. Nello stesso ordine di
idee si potrebbe anche far vedere che certi segni sono in rapporto con la
«localizzazione», nell’essere umano, dei «centri» sottili il cui «risveglio»
costituisce, secondo certi metodi (in particolare i metodi «tantrici» nella
tradizione indù), uno dei mezzi di acquisizione della conoscenza iniziatica
effettiva.
113
XIV
Sulle qualificazioni iniziatiche
Dobbiamo ora ritornare ad argomenti
riguardanti quella che fra le condizioni dell’iniziazione è la prima, o
preventiva, vale a dire a quelle che sono indicate con il nome di
«qualificazioni» iniziatiche; a dire il vero, questo argomento è fra quelli che
è quasi impossibile aver la pretesa di trattare in modo completo, ma potremo
almeno apportarvi qui qualche chiarimento. Prima di tutto, deve essere ben
chiaro che le qualificazioni si riferiscono alla sfera dell’individualità; in
effetti, se ci fosse soltanto da tener conto della personalità o del «Sé»,
sotto questo riguardo non ci sarebbe da fare nessuna differenza fra gli esseri
e tutti sarebbero ugualmente qualificati, senza motivo per fare la minima
eccezione; sennonché la questione si presenta in modo totalmente diverso per il
fatto che l’individualità deve necessariamente essere assunta come supporto
della realizzazione iniziatica; di conseguenza occorre che possieda le
attitudini richieste per assolvere a questo compito, e ciò non sempre si
verifica. Sotto questo profilo l’individualità non è, se si vuole, che lo
strumento dell’essere vero; ma se questo strumento presenta certi difetti, esso
può essere più o meno completamente inutilizzabile, o esserlo anche del tutto
per lo scopo in questione. Né si tratta di cosa che debba stupire, se soltanto
si riflette sul fatto che, anche nell’ambito delle attività profane (o almeno
divenute tali nelle condizioni dell’epoca attuale), quel che è possibile per
alcuni non lo è per altri, e che, per esempio, l’esercizio di questo o quel
mestiere esige determinate attitudini particolari,
114
Sulle qualificazioni iniziatiche
insieme mentali e corporee. La differenza
essenziale è che in questo caso si tratta di un’attività che si situa
interamente nella sfera individuale e non ne va al di là in nessun modo e sotto
nessun riguardo, mentre per ciò che concerne l’iniziazione il risultato da
raggiungere è, al contrario, di là dai confini dell’individualità; sennonché,
diciamolo ancora una volta, quest’ultima deve non di meno essere presa come
punto di partenza, e questa è una condizione alla quale è impossibile
sottrarsi.
Si può aggiungere questo: l’essere che
intraprende il lavoro di realizzazione iniziatica deve necessariamente partire
da un certo stato di manifestazione, quello in cui è attualmente situato, che
comporta tutto un insieme di condizioni determinate: da un lato, le condizioni
che sono inerenti a tale stato e in modo generale lo definiscono, e dall’altro
quelle che, nello stesso stato, sono particolari di ciascuna individualità e la
differenziano da tutte le altre. È evidente che sono le ultime che devono essere
considerate per quanto riguarda le qualificazioni, giacché si tratta di
qualcosa che, per definizione, non è comune a tutti gli individui, ma
caratterizza propriamente quelli soli che appartengono, per lo meno
virtualmente, all’élite intesa nel senso in cui noi abbiamo già
frequentemente usato la parola in altre occasioni.
A questo punto occorre capire bene che
l’individualità deve essere assunta quale di fatto è, con tutti gli elementi
che la costituiscono, e che possono esserci delle qualificazioni che riguardano
ciascuno di tali elementi, ivi compreso lo stesso elemento corporeo, il quale
non deve essere affatto considerato, da questo punto di vista, come qualcosa di
indifferente o di trascurabile. Non sarebbe forse il caso di insistere tanto su
questo argomento se non ci si trovasse di fronte alla concezione grossolanamente
semplificata che gli Occidentali moderni si fanno dell’essere umano; non
soltanto l’individualità umana costituisce per essi l’intero essere, ma per di
più tale individualità è ridotta a due parti, che si suppongono completamente
separate l’una dall’altra, di cui l’una è il corpo e l’altra qualcosa di
piuttosto mal definito, che viene indifferentemente chiamato con i nomi più
115
Considerazioni sull’iniziazione
diversi e talvolta meno appropriati. Ora, la
realtà è tutta un’altra: i molteplici elementi dell’individualità, quale che
sia il modo in cui li si vorrà classificare, non sono per nulla isolati gli uni
dagli altri, ma costituiscono un insieme nel quale non può esserci eterogeneità
radicale e irriducibile; essi tutti, e il corpo come gli altri, sono allo
stesso titolo manifestazioni o espressioni dell’essere nelle diverse modalità
della sfera individuale. Tra queste modalità ci sono corrispondenze tali che ciò
che avviene in una di esse ha normalmente una ripercussione nelle altre; ne
risulta che da un lato lo stato del corpo può influire in modo favorevole o
sfavorevole sulle altre modalità, e dall’altro, non essendo meno vero l’inverso
(anzi essendolo ancora di più, giacché la modalità corporea è quella che ha le
possibilità più ristrette), che esso può fornire segni che traducono in modo
sensibile lo stato di quelle1; è chiaro che queste due
considerazioni complementari hanno entrambe la loro importanza dal punto di
vista delle qualificazioni iniziatiche. Si tratterebbe di cose perfettamente
evidenti se la nozione specificamente occidentale e moderna di «materia», il
dualismo cartesiano e le concezioni più o meno «meccanicistiche» non avessero
reso le considerazioni di questo genere così oscure per la maggior parte dei
nostri contemporanei2; sono queste circostanze contingenti quelle
che obbligano ad attardarsi su considerazioni tanto elementari, mentre in altre
condizioni sarebbe sufficiente enunciarle in poche parole senza dover
aggiungere la minima spiegazione.
È ovvio che la qualificazione essenziale,
quella che prevale su tutte le altre, è una questione di «orizzonte
intellettuale» più o meno ampio; sennonché può accadere che le possibilità di
carattere intellettuale, pur esistendo virtualmente in una individualità,
siano, a causa degli elementi inferiori di quest’ultima (elementi insieme di
ordine psichico e corporeo), impedite nel
1 Di qui la scienza
che, nella tradizione islamica, è indicata con il nome di ilm-ul-firâsh.
2 Riguardo a tutte
queste questioni, cfr. Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi.
116
Sulle qualificazioni iniziatiche
loro sviluppo sia temporaneamente sia anche
definitivamente. È questa la ragione prima di quelle che potrebbero essere
chiamate le qualificazioni secondarie; ma c’è ancora una seconda ragione, che
discende immediatamente da quanto abbiamo appena detto, ed è che in tali
elementi, i quali sono i più accessibili all’osservazione, si possono trovare i
segni di determinate limitazioni intellettuali; in quest’ultimo caso le
qualificazioni secondarie diventano in qualche modo degli equivalenti simbolici
della stessa qualificazione fondamentale.
Nel primo caso, invece, può accadere che esse
non abbiano sempre un’eguale importanza: possono infatti esistere ostacoli che
si oppongono a qualsiasi iniziazione, anche semplicemente virtuale, o soltanto
a un’iniziazione effettiva, o ancora al passaggio a gradi più o meno elevati, o
infine unicamente all’esercizio di determinate funzioni in un’organizzazione
iniziatica (giacché si può essere idonei a ricevere un’influenza spirituale
senza essere con ciò necessariamente atti a trasmetterla); ed occorre anche
aggiungere che esistono impedimenti speciali che possono riguardare solamente
certe forme di iniziazione.
Per quanto riguarda quest’ultimo punto, tutto
sommato è sufficiente ricordare che le diversità dei modi d’iniziazione, sia da
una forma tradizionale all’altra, sia all’interno di una stessa forma
tradizionale, ha precisamente lo scopo di corrispondere alla diversità delle
attitudini individuali; essa non avrebbe evidentemente nessuna ragione d’essere
se un unico modo potesse ugualmente convenire a tutti coloro che, in maniera
generale, sono qualificati per ricevere l’iniziazione. Poiché così non è, ogni
organizzazione iniziatica dovrà avere la propria «tecnica» particolare, e
naturalmente potrà accettare soltanto coloro che saranno in grado di
conformarvisi e di trarne un beneficio effettivo, il che presuppone ‑ per
quanto riguarda le qualificazioni ‑ l’applicazione di tutto un insieme di
regole speciali, che valgono unicamente per l’organizzazione in questione e non
escludono affatto, per coloro che saranno in tal modo eliminati, la possibilità
di trovare da un’altra parte un’iniziazione equivalente, purché possiedano le
qualificazioni generali che sono
117
Considerazioni sull’iniziazione
rigorosamente indispensabili per tutti i casi.
Uno degli esempi più evidenti che si possano fornire a tale proposito, è il
fatto che esistono forme d’iniziazione esclusivamente maschili, mentre ce ne
sono altre nelle quali le donne possono essere ammesse al pari degli uomini1;
si può dire quindi che si tratta di una qualificazione che è richiesta in un
caso e non nell’altro, e che tale differenza deriva dalle particolari modalità
d’iniziazione in questione; d’altronde, su questo argomento ritorneremo in seguito,
giacché abbiamo avuto occasione di constatare che il fatto è generalmente molto
mal compreso nella nostra epoca.
Dove esiste un’organizzazione sociale
tradizionale, anche nella sfera esteriore, ognuno, trovandosi situato nel posto
che conviene alla sua natura individuale, deve per questo fatto stesso poter
trovare anche più facilmente ‑ se è qualificato ‑ la modalità di iniziazione
che corrisponde alle sue possibilità. Conseguentemente, se per esempio si
esamina sotto questo punto di vista l’organizzazione delle caste, l’iniziazione
degli Kshatriya non potrà essere identica a quella dei Brâhmani2,
e via di seguito; in modo ancor più particolare, una certa forma di iniziazione
può essere legata all’esercizio di un determinato mestiere, il che può avere
tutto il suo valore effettivo soltanto se il mestiere che ogni individuo
esercita è veramente quello a cui egli è destinato in virtù delle attitudini
inerenti alla sua stessa natura, per modo che tali attitudini faranno in pari
tempo parte integrante delle qualificazioni particolari che richiede la
corrispondente forma di iniziazione.
Al contrario, dove più nulla è organizzato
secondo regole tradizionali e normali ‑ che è il caso del mondo occidentale
moderno ‑ il risultato è una confusione che coinvolge tutti i campi, e provoca
inevitabilmente molteplici complicazioni e difficoltà per quanto riguarda la
precisa determinazione delle qualificazioni iniziatiche, giacché il posto
dell’individuo nella
1 Nell’antichità
esistettero anzi forme iniziatiche esclusivamente femminili.
2 Su questo
argomento ritorneremo più avanti, trattando della questione dell’iniziazione
sacerdotale e dell’iniziazione regale.
118
Sulle qualificazioni iniziatiche
società ha allora soltanto più una relazione
lontanissima con la sua natura, e addirittura, molto spesso, sono unicamente
gli aspetti più esteriori e meno importanti di quest’ultima a essere presi in
considerazione, vale a dire quelli che non hanno realmente nessun valore,
neppure secondario, dal punto di vista iniziatico. Una ulteriore causa di
difficoltà che viene ad aggiungersi a quella da noi appena indicata ‑ e che del
resto le è in una certa misura connessa ‑ è la scomparsa delle scienze
tradizionali: poiché i dati di alcune di esse possono fornire il mezzo per
riconoscere la vera natura di un individuo, quando vengano a mancare non è mai
possibile, con qualsiasi altro mezzo, supplirvi completamente e con esattezza
perfetta; qualunque cosa si faccia in proposito, ci sarà sempre una parte più o
meno grande di «empirismo» che potrà dar luogo a molti errori. È questa, del
resto, una delle ragioni principali della degenerazione di certe organizzazioni
iniziatiche: l’ammissione di elementi non qualificati, sia essa dovuta a pura e
semplice ignoranza delle regole che dovrebbero eliminarli, o all’impossibilità
di applicarle in modo sicuro, è di fatto uno dei fattori che contribuiscono
maggiormente a questa tendenza a degenerare, e può anche, se si generalizza,
portare infine alla completa rovina di tale organizzazione.
Dopo queste considerazioni di carattere
generale, per meglio precisare il significato reale che occorre attribuire alle
qualificazioni secondarie dovremmo presentare esempi ben definiti delle
condizioni richieste per l’accesso a questa o quella organizzazione iniziatica,
e metterne in evidenza, in ciascun caso, il senso e la portata vera; sennonché
un’esposizione del genere, quando sia rivolta a Occidentali, è resa molto
difficile dal fatto che costoro, anche nel caso più favorevole, conoscono
soltanto un numero estremamente ristretto di forme iniziatiche, e riferimenti a
tutte le altre rischierebbero di rimanere quasi totalmente incompresi. Inoltre,
tutto quello che permane in Occidente delle antiche organizzazioni di questo
genere è molto impoverito sotto ogni aspetto, ed è facile rendersene conto in
modo più particolare per quanto concerne la questione stessa di cui si tratta
119
Considerazioni sull’iniziazione
al presente: se certe qualificazioni sono
ancora richieste è molto più per la forza dell’abitudine che per una
comprensione qualsiasi della loro ragion d’essere; e in queste condizioni non è
il caso di stupirsi se accade talvolta che membri di tali organizzazioni
protestino contro la conservazione delle qualificazioni, nelle quali la loro
ignoranza vede soltanto una sorta di vestigio storico, il residuo di uno stato
di cose scomparso da tempo, in una parola un «anacronismo» puro e semplice.
Tuttavia, poiché si è pur costretti ad assumere come punto di partenza quello
che si ha più immediatamente a propria disposizione, anche questo può fornire
l’occasione per alcune indicazioni, le quali nonostante tutto non sono prive di
interesse, e, anche se ai nostri occhi hanno soltanto il carattere di semplici
«illustrazioni», non per questo sono meno capaci di dar luogo a riflessioni di
applicazione più ampia di quanto potrebbe sembrare a un primo approccio.
Nel mondo occidentale, in quanto a
organizzazioni iniziatiche che possano rivendicare una filiazione tradizionale
autentica (condizione al di fuori della quale ‑ è il caso di ricordare ancora
una volta ‑ si può trattare soltanto di «pseudo-iniziazione»), non esistono più
che il Compagnonaggio e la Massoneria, vale a dire due forme iniziatiche
fondate essenzialmente sull’esercizio di un mestiere, per lo meno alla loro
origine, e di conseguenza caratterizzate da metodi particolari, simbolici e
rituali, in diretto rapporto con tale mestiere1. Sennonché a questo
proposito vi è da fare una distinzione: nel Compagnonaggio il legame originario
con il mestiere si è sempre conservato mentre nella Massoneria esso è di fatto
scomparso; di qui, in quest’ultimo caso, il pericolo di un disconoscimento più
completo della necessità di certe condizioni, peraltro inerenti alla forma
iniziatica stessa di cui è questione. In effetti nell’altro caso è evidente che
almeno le condizioni volute perché il mestiere sia effettivamente esercitato, e
anzi perché sia esercitato nel modo più adeguato possibile, non
1 I principi sui
quali si fondano i rapporti tra iniziazione e mestiere sono stati da noi
esposti nel Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. VIII.
120
Sulle qualificazioni iniziatiche
potranno mai essere perdute di vista,
quand’anche sia preso in considerazione soltanto questo e niente di più, vale a
dire anche se non se ne veda che la ragione esteriore e si dimentichi la loro
ragione più profonda e propriamente iniziatica. Al contrario, laddove tale
ragione profonda è non meno dimenticata e non esiste più la stessa ragione
esteriore, è tutto sommato abbastanza naturale (il che non vuole però affatto
dire legittimo) che si giunga a pensare che la conservazione di simili
condizioni non si impone in nessuna maniera, e a considerarle soltanto come
restrizioni imbarazzanti, o addirittura ingiuste (è questo un tipo di
considerazioni di cui nella nostra epoca si fa abuso, conseguenza
dell’«ugualitarismo» distruttivo della nozione dell’élite), applicate a
un reclutamento che la mania del «proselitismo» e la superstizione democratica
del «gran numero» ‑ caratteristiche propriamente tipiche del moderno modo di
pensare occidentale ‑ vorrebbero fosse il più grande possibile, ciò che è di
fatto una delle cause più sicure e più irrimediabili di degenerazione per
un’organizzazione iniziatica.
In fondo quel che si dimentica in un caso di
questo genere è semplicemente questo: se il rituale iniziatico assume come
«supporto» il mestiere, di modo che ne è per così dire derivato in virtù di una
trasposizione appropriata (e indubbiamente, all’origine, bisognerebbe
considerare le cose piuttosto in senso inverso, giacché dal punto di vista
tradizionale il mestiere si presenta veramente soltanto come un’applicazione
contingente dei principi ai quali l’iniziazione si ricollega in modo diretto),
la messa in pratica di tale rituale, per essere realmente e pienamente valida
esigerà condizioni fra le quali si ritroveranno quelle dell’esercizio vero e
proprio del mestiere, applicandosi parimenti a esse la stessa trasposizione, e
questo in virtù delle corrispondenze esistenti fra le differenti modalità
dell’essere; appare in tal modo evidente che, come abbiamo indicato in
precedenza, chiunque sia in maniera generale qualificato per l’iniziazione non
con ciò è indifferentemente qualificato per qualsiasi forma di iniziazione.
Dobbiamo aggiungere che il disconoscimento di questo punto fondamentale, poiché
121
Considerazioni sull’iniziazione
comporta la riduzione del tutto profana delle
qualificazioni a semplici regole corporative, appare ‑ per lo meno per quanto
riguarda la Massoneria ‑ legato piuttosto strettamente a un equivoco portante
sul significato vero della parola «operativo», equivoco sul quale dovremo
spiegarci in seguito con i dovuti sviluppi, poiché dà luogo a considerazioni di
portata iniziatica del tutto generale. Conseguentemente, se l’iniziazione
massonica esclude in particolare le donne (il che non significa affatto, come
abbiamo già detto, che queste ultime siano inadatte per qualsiasi iniziazione),
e nello stesso tempo gli uomini che sono afflitti da determinate infermità, non
è semplicemente per il fatto che anticamente coloro che vi erano ammessi
dovevano essere in grado di trasportare carichi o di arrampicarsi su
impalcature, come qualcuno afferma con sconcertante ingenuità; la ragione ne è
che per coloro che sono in tal modo esclusi da essa, l’iniziazione massonica in
quanto tale non potrebbe essere valida, cosicché gli effetti ne risulterebbero
nulli per difetto di qualificazione. Innanzi tutto si può dire, a questo
proposito, che il legame con un mestiere, se ha cessato di esistere per quel
che si riferisce all’esercizio esteriore di quest’ultimo, ciò nondimeno
continua a sussistere in un modo più essenziale, in quanto tale legame permane
necessariamente inscritto nella forma stessa di simile iniziazione; se ne fosse
eliminato, non si tratterebbe più di iniziazione massonica, ma di qualcosa di
totalmente diverso; e poiché sarebbe impossibile sostituire legittimamente
un’altra filiazione tradizionale a quella che di fatto esiste, in realtà non ci
sarebbe più in queste condizioni nessuna iniziazione. È questa la ragione per
cui, laddove permanga ancora, in mancanza di una comprensione più effettiva,
almeno una certa coscienza più o meno oscura del valore proprio delle forme
rituali, si persiste a considerare le condizioni di cui trattiamo in questa
sede come costituenti parte integrante dei landmarks (il termine
inglese, in questa accezione «tecnica», non ha equivalenti esatti né in
francese né in italiano), i quali non possono essere modificati in nessuna
circostanza, e la cui soppressione o
122
Sulle qualificazioni iniziaticke
negligenza rischierebbe di avere come
conseguenza una vera nullità iniziatica1.
Ora, vi è da aggiungere ancora qualcosa: se si
esamina da vicino la lista dei difetti corporali che sono considerati
impedimenti per l’iniziazione, si constaterà che fra di essi ce ne sono che non
sembrano molto gravi da un punto di vista esteriore, e che in tutti i casi non
sono tali da potersi opporre a che un uomo eserciti il mestiere di costruttore2.
Ciò significa che questa è ancora soltanto una spiegazione parziale, anche se
esatta in tutta la misura in cui è applicabile, e che oltre alle condizioni richieste
dal mestiere, l’iniziazione ne esige altre che non hanno più nulla a che vedere
col mestiere stesso, ma sono unicamente in relazione con le modalità del lavoro
rituale, visto però non soltanto nella sua «materialità» ‑ se così si può dire ‑
ma soprattutto in quanto inteso a produrre risultati effettivi per l’essere che
lo compie. Questo apparirà tanto più chiaramente quanto più, fra le diverse
formulazioni dei landmarks (giacché, quantunque non scritti in linea di
principio, questi ultimi sono tuttavia stati spesso oggetto di enumerazioni più
o meno particolareggiate), ci si riferirà a quelle più antiche, vale a dire a
un’epoca in cui le cose di cui stiamo trattando erano ancora conosciute in modo
che non era semplicemente teorico o «speculativo», ma realmente «operativo»,
nel senso vero al quale alludevamo prima. Facendo questo esame ci si potrà
anche accorgere di una cosa che sicuramente sembrerebbe oggi del tutto
straordinaria a certa gente se fosse capace di rendersene conto, ed è che gli
impedimenti all’iniziazione, nella Massoneria, coincidono quasi totalmente con
quelli che nella Chiesa cattolica sono gli impedimenti all’ordinazione3.
1 Tali landmarks
sono considerati esistenti from time immemorial, il che equivale a dire
che è impossibile assegnar loro un’origine storica definita.
2 Volendo dare un
esempio preciso in questa materia, non si vede infatti come l’infermità della
balbuzie potrebbe disturbare un costruttore nell’esercizio del suo mestiere.
3 In particolare
questo si verifica per quella che nel secolo XVIII era chiamata la regola della
lettera B, vale a dire per gli impedimenti costituiti, sia
123
Considerazioni sull’iniziazione
Quest’ultimo punto è anch’esso uno fra quelli
che per essere ben capiti abbisognano di qualche commento, giacché si potrebbe
a prima vista essere tentati di supporre che si sia in presenza di una certa
confusione tra cose di carattere differente, tanto più che abbiamo sovente
insistito sulla distinzione essenziale esistente tra le due sfere iniziatica e
religiosa, e che di conseguenza si deve ritrovare anche tra i riti che si
riferiscono all’una e all’altra rispettivamente. Tuttavia non è necessario riflettere
molto a lungo per capire che ci devono essere delle leggi generali che
condizionano il compimento dei riti, di qualunque specie questi siano, poiché
tutto sommato si tratta sempre della messa in opera di determinate influenze
spirituali, anche se il fine è naturalmente differente a seconda dei casi. Da
un altro punto di vista si potrebbe anche obiettare che nel caso
dell’ordinazione si tratta propriamente dell’attitudine ad adempiere
determinate funzioni1, mentre per quanto riguarda l’iniziazione, le
qualificazioni richieste per riceverla sono distinte da quelle che possono
essere necessarie per esercitare inoltre una funzione in un’organizzazione
iniziatica (funzione concernente principalmente la trasmissione dell’influenza
spirituale); ed è esatto che perché la similitudine sia veramente applicabile
non è dal punto di vista delle funzioni che bisogna porsi. Quel che occorre
tener presente è che in un’organizzazione religiosa come quella del
Cattolicesimo, soltanto il prete compie attivamente i riti, mentre i laici vi
partecipano in modo unicamente «ricettivo»; al contrario, l’attività in campo
rituale costituisce sempre, e senza nessuna eccezione, un elemento essenziale
di qualsiasi metodo iniziatico, cosicché tale metodo implica necessariamente la
possibilità di esercitare simile attività. È dunque in definitiva il compimento
attivo dei riti a richiedere, al di
dall’una che dall’altra parte, da una, serie di
infermità o di difetti corporali i cui nomi in francese ‑ per una coincidenza
piuttosto curiosa ‑ incominciano tutti con la lettera B.
1 Come abbiamo
fatto notare in precedenza, questo è d’altronde il solo caso in cui possano
essere richieste particolari qualificazioni in un’organizzazione tradizionale
di tipo exoterico.
124
Sulle qualificazioni iniziatiche
fuori della qualificazione propriamente
intellettuale, determinate qualificazioni secondarie, variabili in parte in
funzione del carattere speciale che i riti rivestono in questa o in quella
forma iniziatica, ma fra le quali l’assenza di certi difetti corporali ha
sempre una parte importante, sia perché tali difetti costituiscono un ostacolo
al compimento dei riti stessi, sia in quanto sono il segno esteriore di difetti
corrispondenti negli elementi sottili dell’essere. È soprattutto questa la
conclusione che vogliamo arrivare a estrarre da tutte le considerazioni
precedenti; e in fondo quel che sembra riferirsi qui più specialmente a un caso
particolare ‑ quello dell’iniziazione massonica ‑ è stato per noi soltanto il
mezzo più comodo per esporre queste cose, che ci rimane ancora da rendere più
precise con l’aiuto di alcuni esempi definiti di impedimenti dovuti a difetti
corporali o a difetti psichici manifestati in modo sensibile dai precedenti.
Se esaminiamo le infermità o i semplici
difetti corporali in quanto segni esteriori di certe imperfezioni di carattere
psichico, converrà fare una distinzione tra i difetti che l’essere presenta a
partire dalla nascita, o che si sviluppano naturalmente in lui, nel corso
dell’esistenza, come conseguenza di una certa predisposizione, e quelli che
sono semplicemente il risultato di qualche incidente. È evidente infatti che i
primi traducono qualcosa che può essere considerato più strettamente inerente
alla natura propria dell’essere, e che di conseguenza è più grave dal punto di
vista dal quale ci poniamo, quantunque ‑ poiché nulla può accadere a un essere
che non corrisponda realmente a qualche elemento più o meno essenziale della
sua natura ‑ le stesse infermità di origine apparentemente accidentale non
possano essere considerate totalmente indifferenti sotto questo riguardo.
D’altro canto, se si considerano gli stessi difetti come ostacoli diretti nei
confronti del compimento dei riti o della loro azione effettiva sull’essere, la
distinzione da noi appena indicata non ha più ragione di intervenire; tuttavia
deve essere ben chiaro che certi difetti che non costituiscono un tal genere di
ostacolo sono nondimeno ‑ per la prima ragione ‑ impedimenti per l’iniziazione,
e anche talvolta impedimenti di carattere più assoluto, poiché
125
Considerazioni sull’iniziazione
mettono in evidenza una «deficienza» interiore
che rende l’essere inadatto per qualsiasi iniziazione, mentre possono esserci
infermità che ostacolano soltanto l’efficacia dei metodi «tecnici» specifici di
questa o quella forma iniziatica.
Qualcuno potrà stupirsi nel sentirci dire che
le infermità accidentali hanno anch’esse una corrispondenza nella natura
propria dell’essere che ne è colpito; tuttavia si tratta in fondo soltanto di
una conseguenza diretta di quelli che sono realmente i rapporti dell’essere con
l’ambiente nel quale esso si manifesta: tutte le relazioni tra gli esseri
manifestati in uno stesso mondo, o ‑ il che significa la stessa cosa ‑ tutte le
loro azioni e reazioni reciproche, non possono essere reali se non in quanto
sono l’espressione di qualcosa che appartiene alla natura di ognuno di essi. In
altri termini, tutto quel che un essere subisce, alla stessa stregua di tutto
ciò che fa, poiché costituisce una «modificazione» di se stesso, deve
necessariamente corrispondere a qualcuna delle possibilità che sono nella sua
natura, di modo che non può esserci niente che sia puramente accidentale, se si
intende questa parola nel senso di «estrinseco», come comunemente si fa. In
questo campo tutta la differenza è perciò soltanto una differenza di gradi: ci
sono modificazioni che rappresentano qualcosa di più importante o di più
profondo che non altre; sotto questo rispetto esistono dunque in qualche modo
dei valori gerarchici da osservare fra le diverse possibilità della sfera individuale;
ma, per parlare rigorosamente, nulla è indifferente o privo di significato, dal
momento che in fondo un essere può ricevere dall’esterno solo delle «occasioni»
per la realizzazione in modo manifesto delle virtualità che porta fin
dall’inizio in se stesso.
Può anche sembrare strano, per coloro che si
fermano alle apparenze, che certe infermità non molto gravi dal punto di vista
esteriore siano state sempre e dappertutto considerate un impedimento per
l’iniziazione; un caso tipico di questo genere è quello della balbuzie. In
realtà basta riflettere anche solo un po’ per rendersi conto che in tale caso
si trovano precisamente e l’una e l’altra delle due ragioni a cui abbiamo
accennato; in
126
Sulle qualificazioni iniziatiche
effetti, in primo luogo vi è il fatto che la
«tecnica» rituale comporta quasi sempre la pronuncia di determinate formule
verbali, pronuncia che naturalmente deve essere prima di tutto corretta per
essere valida, ciò che la balbuzie non permette di ottenere a coloro che ne
sono afflitti. D’altra parte in tale infermità è il segno manifesto di una
certa «deritmia» dell’essere, se è permesso usare questa parola; e d’altronde
le due cose sono in questa occorrenza legate strettamente, perché l’impiego
stesso delle formule alle quali abbiamo accennato è propriamente solo una delle
applicazioni della «scienza» del ritmo al metodo iniziatico, di modo che
l’incapacità a pronunciarle correttamente dipende in definitiva dalla
«deritmia» interna dell’essere.
Tale «deritmia» è essa stessa soltanto un caso
particolare di disarmonia o di squilibrio nella costituzione dell’individuo; e
si può dire in via generale che tutte le anomalie corporali che sono il segno
di uno squilibrio più o meno accentuato, se non sono sempre necessariamente
degli impedimenti assoluti (giacché a tal proposito ci sono evidentemente molti
gradi da osservare), sono come minimo indici sfavorevoli in un candidato
all’iniziazione. Può d’altronde accadere che anomalie del genere ‑ le quali non
sono infermità vere e proprie ‑ non siano di natura tale da opporsi
all’esecuzione del lavoro rituale, ma che tuttavia, se raggiungono un grado di
gravità indicante uno squilibrio profondo e irrimediabile, siano di per sé
sufficienti a squalificare il candidato, secondo quanto abbiamo già spiegato in
precedenza. Di questo tipo sono, per esempio, le dissimmetrie ragguardevoli del
volto e delle membra; ma, beninteso, quando si tratti soltanto di dissimmetrie
molto leggere, esse non potranno neppure essere considerate come vere anomalie,
giacché di fatto non c’è senza dubbio nessuno che presenti in ogni punto una
simmetria corporea esatta. Quest’ultimo fatto può del resto essere interpretato
come un segno che, per lo meno nello stato attuale dell’umanità, nessun
individuo è perfettamente equilibrato sotto tutti gli aspetti; e in effetti la
realizzazione del perfetto equilibrio dell’individualità ‑ poiché comporta la
neutralizzazione completa di tutte le tendenze opposte
127
Considerazioni sull’iniziazione
che agiscono in essa, e di conseguenza la
fissazione nel suo proprio centro, unico punto in cui le opposizioni cessano di
manifestarsi ‑ equivale con ciò stesso in modo puro e semplice alla
restaurazione dello «stato primordiale». Si vede dunque che non è il caso di
esagerare, e che se ci sono individui qualificati per l’iniziazione, essi lo
sono nonostante un certo tipo di squilibrio relativo, il quale è inevitabile,
ma che proprio l’iniziazione potrà e dovrà attenuare se produce un risultato
effettivo, e addirittura far scomparire se arriva a spingersi fino al grado che
corrisponde alla perfezione delle possibilità individuali, vale a dire, come
spiegheremo ulteriormente più avanti, fino al termine dei «piccoli misteri»1.
Dobbiamo ancora far notare che esistono certi
difetti i quali, senza essere tali da opporsi a un’iniziazione virtuale,
possono impedirle di diventare effettiva; è ovvio del resto che è soprattutto a
questo proposito che occorrerà tener conto delle differenze di metodo che
esistono tra le diverse forme iniziatiche; ma in ogni caso si dovranno tener
presenti condizioni di questo tipo quando si intenderà passare dallo
«speculativo» all’«operativo». Uno dei casi più generali di quest’ordine sarà
in particolare quello dei difetti che ‑ come talune deviazioni della colonna
vertebrale ‑ nuocciono alla normale circolazione delle correnti sottili
nell’organismo; è appena il caso, infatti, di ricordare il ruolo importante che
hanno queste correnti nella maggior parte dei processi di realizzazione, a
partire dall’inizio vero e proprio e fintantoché non siano superate le
possibilità individuali. È il caso di aggiungere, per evitare qualsiasi
malinteso in proposito, che se la messa in azione di tali correnti è attuata in
modo cosciente in certi metodi2, ce ne sono altri in cui così non
avviene,
1 Abbiamo segnalato
in altra sede, a proposito delle descrizioni dell’Anticristo ‑ e in particolare
per ciò che riguarda le dissimmetrie corporee ‑, che talune squalificazioni
iniziatiche di questo genere possono al contrario costituire delle
qualificazioni agli occhi della «contro-iniziazione» (Il Regno della
Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXXIX).
2 In particolare
nel metodi «tantrici» ai quali ci siamo già riferiti in una nota precedente.
128
Sulle qualificazioni iniziatiche
ma nei quali tuttavia questa azione esiste in
modo non meno effettivo ed è in realtà non meno importante; un esame
approfondito di certe particolarità rituali, per esempio di taluni «segni di
riconoscimento» (i quali sono nello stesso tempo anche tutt’altro quando siano
veramente capiti) potrebbe fornire in proposito indicazioni chiarissime, anche
se certamente inattese per chi non è abituato a guardare le cose da questo
punto di vista, che è propriamente quello della «tecnica» iniziatica.
Poiché non vogliamo dilungarci, ci
accontenteremo di questi esempi. senza dubbio non molto numerosi, ma scelti di
proposito fra quelli che corrispondono ai casi più caratteristici e più
istruttivi, in maniera da far capire nel miglior modo possibile ciò di cui si
tratta veramente; tutto sommato sarebbe poco utile, se non addirittura
fastidioso, moltiplicarli indefinitamente. Se abbiamo insistito tanto
sull’aspetto corporale delle qualificazioni iniziatiche è perché esso è
certamente quello che rischia di apparire meno evidente agli occhi di molti,
quello che i nostri contemporanei sono generalmente più propensi a
disconoscere, e perciò quello sul quale ci sono più ragioni per attirare la
loro attenzione in modo particolare. E anche perché ci dava l’occasione di far
vedere nuovamente, con tutta l’incisività necessaria, quanto ciò che si
riferisce all’iniziazione sia lontano dalle semplici teorie più o meno vaghe
che vorrebbero scorgervi tante persone che, per un effetto troppo comune della
confusione moderna, hanno la pretesa di parlare di cose di cui non hanno la
minima conoscenza reale, ma che tanto più facilmente credono di poter
«ricostruire» secondo il capriccio della loro immaginazione; e, per finire, è
particolarmente facile rendersi conto, con l’aiuto di considerazioni «tecniche»
di questo genere, che l’iniziazione è una cosa del tutto diversa dal misticismo
e che non può veramente avere il minimo rapporto con esso.
129
XV
Sui riti iniziatici
Nel corso dell’esposizione di ciò che precede
abbiamo già avuto continue occasioni di fare accenno ai riti, poiché essi
costituiscono l’elemento essenziale per la trasmissione dell’influenza
spirituale e per il ricollegamento alla «catena» iniziatica, sicché si può dire
che ‑ senza i riti ‑ non potrebbe esistere alcuna iniziazione. Ci tocca ora
ritornare su tale questione dei riti per precisare alcuni punti particolarmente
importanti; resta però sottinteso che non abbiamo assolutamente la pretesa di
trattare qui in modo esaustivo dei riti in generale, della loro ragion
d’essere, della loro funzione, delle differenti specie in cui essi si dividono,
perché si tratta nuovamente di un argomento che richiederebbe, da solo, un
intero volume.
È importante far subito notare che la presenza
dei riti costituisce un carattere comune di tutte le istituzioni tradizionali,
di qualsiasi tipo siano, tanto exoteriche quanto esoteriche, assumendo questi
termini nel loro significato più ampio come da noi fatto già in precedenza.
Tale carattere è una conseguenza dell’elemento «non-umano» essenzialmente
implicato in simili istituzioni, giacché si può dire che i riti abbiano sempre
come fine il mettere l’essere umano, direttamente o indirettamente, in rapporto
con qualcosa che oltrepassa la sua individualità e appartiene ad altri stati di
esistenza; è del resto evidente come non sia in tutti i casi necessario che la
comunicazione che è in tal modo stabilita sia cosciente per essere reale, dal
momento che essa avviene nel modo più abituale attraverso l’intermediazione
130
Sui riti iniziatici
di determinate modalità sottili
dell’individuo, modalità nelle quali la maggioranza degli uomini sono
attualmente incapaci di trasferire il centro della loro coscienza. Comunque sia
‑ sia che l’effetto sia apparente, sia che non lo sia, sia che esso sia
immediato o che sia differito ‑, il rito porta sempre in se stesso la sua
efficacia, a condizione ‑ questo è ovvio ‑ che sia eseguito in conformità con
le regole tradizionali che assicurano la sua validità, e al di fuori delle
quali esso sarebbe solo più una forma vuota e un vano simulacro; questa
efficacia non ha però nulla di «meraviglioso» né di «magico», come qualcuno
dice talvolta con chiara intenzione di denigrazione e di negazione, giacché
essa è unicamente la conseguenza delle leggi nettamente definite secondo le
quali agiscono le influenze spirituali, leggi delle quali la «tecnica» rituale
non è tutto sommato se non l’applicazione e la messa in opera1.
La considerazione sull’efficacia dei riti,
fondata su leggi che non concedono il minimo spazio alla fantasia o
all’arbitrarietà, è comune a tutti i casi senza alcuna eccezione; essa è vera
tanto per i riti di natura exoterica quanto per i riti esoterici, e, fra i
primi, tanto per i riti che appartengono a forme tradizionali non religiose
quanto per i riti religiosi. A tal proposito, dobbiamo ancora ricordare, perché
si tratta di un punto fra i più importanti, che tale efficacia ‑ come già
abbiamo in precedenza spiegato ‑ è totalmente indipendente da quel che vale in
se stesso l’individuo che compie il rito; in questo caso conta soltanto la
funzione e non l’individuo in quanto tale; in altre parole, la condizione
necessaria e sufficiente è che questi abbia ricevuto regolarmente il potere di
effettuare il rito; poco importa che egli non ne capisca
1 È appena il caso
di dire che tutte le considerazioni che esponiamo qui si riferiscono
esclusivamente ai veri riti ‑ quelli che possiedano, cioè, un carattere
autenticamente tradizionale ‑, e che rifiutiamo nel modo più assoluto di
attribuire il nome di riti a tutto quel che di essi è solo una parodia, vale a
dire a cerimonie istituite in virtù di costumi puramente umani, il cui effetto ‑
se pure esse ne hanno uno ‑ in nessun caso va al di là della sfera
«psicologica», nel senso più profano della parola; del resto, la distinzione
tra riti e cerimonie è sufficientemente importante perché abbiamo da trattarne
in modo più particolare più avanti.
131
Considerazioni sull’iniziazione
il vero significato, e addirittura che non
creda alla sua efficacia; non per questo il rito cessa di essere valido se
tutte le regole prescritte sono state opportunamente osservate1.
Detto ciò, possiamo passare a quanto più
direttamente concerne l’iniziazione, e osserveremo subito, a tal proposito, che
il suo carattere rituale mette nuovamente in evidenza una delle differenze
fondamentali che la separano dal misticismo, nel quale non esiste nulla del
genere, cosa che si comprende senza difficoltà se ci si ricorda di quel che
abbiamo detto riguardo alla sua «irregolarità». Si sarà forse tentati di
obiettare che talvolta il misticismo sembra avere un legame più o meno diretto
con l’osservanza di determinati riti; ma essi non gli sono affatto propri,
poiché non si tratta, né più né meno, che dei riti religiosi ordinari; né del
resto tale legame ha alcun carattere di necessità, in quanto ‑ di fatto ‑ è
lungi dall’esistere in tutti i casi, mentre ‑ ripetiamo ‑ non c’è iniziazione
senza riti speciali e appropriati. L’iniziazione, infatti, non è, come le
realizzazioni mistiche, qualcosa che piova dalle nubi, se così ci si può
esprimere, senza che si sappia né come né perché; essa è fondata al contrario
su leggi scientifiche positive e su regole tecniche rigorose; su questo punto
non si insisterà mai troppo, tutte le volte che se ne presenta l’occasione, per
escludere qualsiasi possibilità di malinteso sulla sua vera natura2.
1 È perciò un
errore grave quello di servirsi ‑ come abbiamo visto fare spesso a certo
scrittore massonico, evidentemente molto soddisfatto di tale «trovata»
piuttosto dubbia ‑ dell’espressione «giocare al rituale» parlando
dell’effettuazione dei riti iniziatici da parte di individui che ne ignorano il
significato e non cercano neppure di penetrarlo; un’espressione simile non si
adatterebbe se non al caso di profani che simulassero i riti, non possedendo la
qualità per effettuarli in modo valido; di fatto, in un’organizzazione
iniziatica, per quanto degenerata essa possa essere per quanto riguardi la
qualità dei suoi membri attuali, il rituale non è qualcosa a cui si possa
giocare: esso è e rimane sempre una cosa seria e realmente efficace, anche
all’insaputa di coloro che vi prendono parte.
2 È a una simile
tecnica, riguardante il maneggio delle influenze spirituali, che si riferiscono
in modo proprio espressioni come quelle di «arte sacerdotale» e di «arte
regale», che indicano le applicazioni rispettive delle corrispondenti
iniziazioni; qui si tratta d’altro canto di scienza sacra e tradizionale,
scienza che, pur se è sicuramente di un tipo del tutto differente da quello
della
132
Sui riti iniziatici
Per quel che riguarda la distinzione tra i
riti iniziatici e i riti exoterici, tutto quel che possiamo fare qui è solo
indicarla piuttosto sommariamente, giacché, se dovessimo entrare nei
particolari, la cosa rischierebbe di condurci assai lontano; in particolare,
sarebbe necessario sviluppare tutte le conseguenze del fatto che i primi sono
riservati e non riguardano che un’élite che possieda qualificazioni
particolari, mentre i secondi sono pubblici e si rivolgono indistintamente a
tutti i membri di un determinato ambiente sociale, il che indica chiaramente
che, qualunque possano essere qualche volta le rassomiglianze apparenti, lo
scopo in realtà non può essere il medesimo1. E di fatto, i riti
exoterici non hanno quale fine, come i riti iniziatici, di aprire all’essere
determinate possibilità di conoscenza, cosa per la quale non tutti sarebbero
adatti; inoltre, è essenziale osservare che, quantunque facciano essi pure ricorso
all’intervento di un elemento di natura sovraindividuale, la loro azione non è
mai destinata a oltrepassare la sfera dell’individualità. Questo è
particolarmente percepibile nel caso dei riti religiosi, che possiamo assumere
più in particolare come termine di paragone, in quanto sono i soli riti
exoterici che conosca oggi l’Occidente: qualsiasi religione si propone
unicamente di assicurare la «salvezza» dei suoi aderenti, finalità che è ancora
d’ordine individuale e, in qualche modo per definizione, il suo punto di vista
non va al di là di questo; gli stessi mistici hanno in vista sempre ed
esclusivamente la «salvezza», mai la «Liberazione», mentre quest’ultima è ‑ al
contrario ‑ lo scopo ultimo e supremo di ogni iniziazione2.
scienza profana, è tuttavia non meno «positiva» di
essa; anzi lo è in realtà molto di più se si interpreta tale parola nel suo
vero senso, invece di distoglierla da esso abusivamente come fanno gli
«scientisti» moderni.
1 Segnaliamo a tal
proposito l’errore degli etnologi e dei sociologi, che chiamano molto
impropriamente «riti d’iniziazione» dei riti che riguardano semplicemente
l’aggregazione dell’individuo a un’organizzazione sociale esteriore, e per i
quali la sola qualificazione richiesta è costituita dal fatto di aver raggiunto
una determinata età; ritorneremo del resto in seguito su questo punto.
2 Se si dicesse,
secondo la distinzione che preciseremo più avanti, che ciò è vero soltanto per
i «grandi misteri», risponderemo che i «piccoli misteri», i
133
Considerazioni sull’iniziazione
Un altro punto d’importanza capitale è il
seguente: l’iniziazione, qualunque sia il grado che di essa si consideri,
rappresenta per l’essere che l’ha ricevuta un’acquisizione permanente, uno
stato che, virtualmente o effettivamente, egli ha raggiunto una volta per
tutte, e del quale nulla ormai potrà più privarlo1. Possiamo
osservare che anche questa è una differenza nettissima tra l’iniziazione e gli
stati mistici, i quali si presentano come qualcosa di passeggero e financo di
fuggevole, dai quali l’essere esce così come vi era entrato, e che può persino
non ritrovare mai più, cosa che si spiega con il carattere «fenomenico» di tali
stati, che sono ricevuti dal di fuori ‑ in certo qual modo ‑, invece di
provenire dall’«interiorità» stessa dell’essere2. Da ciò discende
immediatamente la conseguenza seguente, che, cioè, i riti d’iniziazione
conferiscono un carattere definitivo e incancellabile; lo stesso accade, del
resto, in un’altra sfera, per i riti religiosi che per la medesima ragione non
possono mai essere ripetuti per lo stesso individuo, e i quali sono per questa
ragione stessa quelli che presentano l’analogia più accentuata con i riti
iniziatici, al punto che li si potrebbe considerare ‑ in un certo senso ‑ quali
una sorta di trasposizione di questi ultimi nell’ambito exoterico3.
quali effettivamente si arrestano ai confini delle
possibilità umane, non costituiscono ‑ nei confronti dei primi ‑ se non uno
stadio preparatorio e non sono un fine di per se stessi, mentre la religione si
presenta come un tutto che è sufficiente a se stesso e non abbisogna di nessun
ulteriore complemento.
1 Precisiamo,
perché non esistano possibilità di equivoci, che quel che stiamo dicendo deve
intendersi riferito unicamente ai gradi d’iniziazione e non alle funzioni;
queste ultime possono essere conferite a un individuo soltanto temporaneamente,
o l’individuo può diventare inabile a esercitarle per molteplici ragioni; si
tratta di due cose totalmente distinte, tra le quali occorre aver gran cura di
non far confusione, giacché la prima è d’ordine puramente interiore, mentre la
seconda ha rapporto con un’attività esteriore dell’essere, e questo spiega la
differenza che stiamo delineando.
2 Ciò ha rapporto
con la questione della «dualità», che il punto di vista religioso
necessariamente conserva, per il fatto stesso di riferirsi essenzialmente a ciò
che nella terminologia indù è qualificato come «Non-Supremo».
3 È noto che fra i
sette sacramenti del Cattolicesimo ce ne sono tre che sono in queste condizioni
e possono essere ricevuti soltanto una volta: il battesimo,
134
Sui riti iniziatici
Un’altra conseguenza di quanto abbiamo appena
detto è il punto seguente, che avevamo già indicato di sfuggita, ma sul quale
vale la pena di insistere un po’ di più: la qualità iniziatica, una volta che
sia stata ricevuta, non è assolutamente legata al fatto di essere membri attivi
di questa o di quella organizzazione; effettuato che sia, il ricollegamento a
un’organizzazione tradizionale non può più essere rotto per nessuna ragione, e
permane anche quando l’individuo non abbia più con tale organizzazione nessuna
relazione apparente, cosa che sotto questo profilo non ha che un’importanza del
tutto secondaria. Già solo questo sarebbe sufficiente ‑ in assenza di qualsiasi
altra considerazione ‑ a far vedere quanto profondamente le organizzazioni
iniziatiche differiscano dalle associazioni profane, alle quali non possono
essere accostate, o anche solo confrontate, in nessun modo: chi si ritiri da
un’associazione profana o ne sia escluso non ha più nessun legame con essa e
torna a essere esattamente quel che era prima che ne facesse parte; per contro,
il legame costituito dal carattere iniziatico non dipende per nulla da
contingenze quali possono essere una dimissione o un’esclusione, le quali sono
di ordine semplicemente «amministrativo», come già abbiamo detto, e non hanno
effetti se non sui rapporti esteriori; e se questi ultimi sono tutto nella
sfera profana, ambito nel quale un’associazione non ha nient’altro da dare ai
suoi membri, al contrario essi non sono, nell’ambito iniziatico, se non un
mezzo del tutto accessorio, e assolutamente non necessario, se messo in
rapporto con le realtà interiori che, sole, importano veramente. Crediamo che
basti un po’ di riflessione per rendersi conto che tutto quel che abbiamo detto
è di
la [cresima o] confermazione e l’ordine; è evidente
l’analogia che il battesimo ha con un’iniziazione in quanto «seconda nascita»,
e la cresima [o confermazione] rappresenta in linea di principio l’accesso a un
grado superiore; per quel che riguarda l’ordine, abbiamo già segnalato le
rassomiglianze che si possono trovare in esso con riferimento alla trasmissione
delle influenze spirituali, rassomiglianze che sono rese ancor più notevoli dal
fatto che si tratta di un sacramento che non è ricevuto da tutti e richiede,
come abbiamo detto, certe qualificazioni particolari.
135
Considerazioni sull’iniziazione
una totale evidenza; quel che stupisce è che
si debba constatare ‑ come abbiamo dovuto fare noi in svariate occasioni ‑ una
ignoranza pressoché generale su nozioni tanto semplici ed elementari1.
1 Volendo, a titolo
di applicazione di ciò che abbiamo appena detto in finale, fornire l’esempio
più semplice e più banale traendolo dalle organizzazioni iniziatiche, è del
tutto inesatto che si parli di un «ex-Massone» come abitualmente si fa; un
Massone dimissionario, o anche escluso, non fa più parte di nessuna Loggia e di
nessuna Obbedienza, ma resta ciò nondimeno Massone; che lo voglia egli stesso o
no, le cose non cambiano; e la prova di ciò è costituita dal fatto che se egli
è in seguito «reintegrato», non viene iniziato di nuovo e non è fatto ripassare
attraverso i gradi che abbia già ricevuto; per la qual ragione l’espressione
inglese di «unattached Mason» è l’unica che si attagli in modo proprio a
un caso del genere.
136
XVI
Il rito e il simbolo
Abbiamo in precedenza indicato come il rito e
il simbolo, i quali sono l’uno e l’altro elementi essenziali di qualsiasi
iniziazione, e si ritrovano anzi ‑ in maniera più generale ‑ invariabilmente
associati in tutto quel che presenta carattere tradizionale, siano in realtà
strettamente legati dalla loro stessa natura. Di fatto, qualsiasi rito comporta
necessariamente un significato simbolico in tutti i suoi elementi costitutivi,
e, inversamente, ogni simbolo produce (ed è proprio a questo che è essenzialmente
destinato), per colui che lo medita con le attitudini e le disposizioni
richieste, effetti rigorosamente paragonabili a quelli dei riti veri e propri,
a patto che ‑ ovviamente ‑ ci sia al punto di partenza di un tale lavoro di
meditazione e quale condizione preventiva, la trasmissione iniziatica regolare,
senza la quale, del resto, i riti non sarebbero se non un vano simulacro, come
accade nelle parodie della pseudo-iniziazione. C’è da aggiungere che, quando si
tratti di riti e di simboli veramente tradizionali (e quelli che non possiedono
tale carattere non meritano di essere indicati con questi nomi, poiché in
realtà sono soltanto contraffazioni puramente profane), la loro origine è
ugualmente «non-umana»; per cui l’impossibilità da noi già segnalata di
assegnar loro un autore o un inventore definito, non è dovuta all’ignoranza ‑
come possono pensare gli storici comuni (quando non si spingano, per la
disperazione, a vedere in essi il prodotto di una specie di «coscienza
collettiva», la quale, se pure esistesse, sarebbe in ogni caso assolutamente
incapace di dar origine a cose di
137
Considerazioni sull’iniziazione
carattere trascendente come lo sono quelle in
questione) ‑, ma è una conseguenza necessaria proprio di tale origine, che non
può essere contestata se non da coloro che disconoscono la natura vera della
tradizione e di tutto quel che ne fa parte integrante, com’è evidentemente il
caso per i riti e per i simboli.
Volendo esaminare più da vicino l’identità di
fondo del rito e del simbolo, si può dire innanzitutto che il simbolo, inteso
quale raffigurazione «grafica» come più abitualmente avviene, è in qualche modo
non altro che la fissazione di un gesto rituale1. Accade d’altronde
spesso che la tracciatura stessa del simbolo debba essere effettuata
regolarmente in condizioni che le conferiscono tutti i caratteri di un rito
vero e proprio; di questo esiste un esempio evidentissimo in un ambito
inferiore, quello della magia (la quale è a ogni buon conto una scienza
tradizionale), per quanto riguarda la confezione delle figure talismaniche; e,
nella sfera che più da vicino ci interessa, la tracciatura degli yantra
nella tradizione indù ne è anch’essa un esempio non meno ragguardevole2.
Ma non è tutto, giacché la nozione di simbolo
alla quale ci siamo riferiti fin qui è, a dire il vero, ancora troppo
restrittiva: non solo esistono simboli figurativi o visivi, ma anche simboli
sonori; abbiamo già indicato in altra sede la distinzione tra due categorie
fondamentali di simboli, distinzione che nella dottrina indù è quella tra lo yantra
e il mantra3. Abbiamo anche precisato in tale occasione che
la loro rispettiva predominanza caratterizzava due sorta di riti, i quali in
origine si riconducono ‑ per i simboli visivi ‑
1 Queste
considerazioni si ricollegano direttamente a quella che abbiamo chiamato la
«teoria del gesto», alla quale abbiamo avuto occasione di fare allusioni in
diverse occasioni.
2 Si può accostare
a essi ‑ nell’antica Massoneria ‑ la tracciatura del «quadro di Loggia» (in
inglese tracing board, e anche ‑ forse per corruzione ‑ trestle board),
che costituiva effettivamente uno yantra vero e proprio. I riti che
erano in relazione con la costruzione dei monumenti di destinazione
tradizionale potrebbero anch’essi esser citati qui come esempio, poiché si
trattava di monumenti che avevano necessariamente in sé un carattere simbolico.
3 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXI.
138
Il rito e il simbolo
alle tradizioni dei popoli sedentari, e ‑ per
i simboli sonori ‑ a quelle dei popoli nomadi; è del resto evidente che tra gli
uni e gli altri non si può stabilire la separazione in modo assoluto (e per
questa ragione parliamo soltanto di predominanza), poiché in questo campo sono
possibili tutte le combinazioni, a causa dei molteplici adattamenti prodottisi
nel corso delle epoche, e in conseguenza dei quali si sono costituite le
diverse forme tradizionali che sono attualmente conosciute. Le considerazioni che
precedono mostrano chiaramente il legame che in modo del tutto generale esiste
tra i riti e i simboli; ma possiamo aggiungere che nel caso dei mantra
tale vincolo è più immediatamente evidente: in effetti, mentre il simbolo
visivo, una volta tracciato, rimane o può rimanere, allo stato permanente (ed è
questa la ragione per cui abbiamo parlato di gesto «fissato»), il simbolo
sonoro ‑ invece ‑ non si manifesta se non durante l’esecuzione vera e propria
del rito. Tale differenza si trova però attenuata quando si stabilisce una
corrispondenza tra i simboli sonori e i simboli visivi; è ciò che accade nella
scrittura, la quale rappresenta una vera fissazione del suono (non del suono in
quanto tale, beninteso, ma di una possibilità permanente di riprodurlo); e non
c’è quasi bisogno di ricordare a tal proposito che qualsiasi scrittura, per lo
meno per quanto riguarda le sue origini, è una raffigurazione essenzialmente
simbolica. D’altronde, la stessa cosa si può dire financo della parola, alla
quale tale carattere simbolico è non meno inerente per sua natura propria: è
infatti evidente che la parola, quale essa sia, non può essere che un simbolo
dell’idea che è destinata a esprimere; per cui qualunque linguaggio, sia orale
sia scritto, è veramente un insieme di simboli, ed è precisamente questa la
ragione per cui il linguaggio, a onta di tutte le teorie «naturalistiche» che
sono state immaginate nei tempi moderni per cercare di spiegarlo, non può
essere una creazione più o meno artificiale dell’uomo, né un semplice prodotto
delle sue facoltà di ordine individuale1.
1 È scontato che la
distinzione tra le «lingue sacre» e le «lingue profane» interviene solo in modo
secondario; per le lingue, così come per le scienze e per le arti, il carattere
profano non rappresenta mai altro che il risultato di un
139
Considerazioni sull’iniziazione
Esiste, nel campo degli stessi simboli visivi,
un caso che è paragonabile a quello dei simboli sonori sotto il profilo che
abbiamo appena indicato: è quello dei simboli che non vengono tracciati in modo
permanente, ma soltanto usati come segni nei riti iniziatici (in particolare i
«segni di riconoscimento» di cui abbiamo parlato in precedenza)1 e
anche nei riti religiosi (il «segno della croce» è fra questi ultimi un esempio
tipico e noto a tutti)2; in questo caso il simbolo fa veramente una
sola cosa con lo stesso gesto rituale3. Sarebbe però assolutamente
inutile voler costituire con tali segni una terza categoria di simboli,
distinta da quelle di cui abbiamo parlato finora; certi psicologi forse li
classificherebbero in questo modo denominandoli simboli «motori», o con qualche
altra espressione del genere; sennonché, poiché sono fatti per essere percepiti
dalla vista, essi rientrano con ciò stesso nella categoria dei simboli visivi;
e in tale categoria essi sono, a motivo della loro «istantaneità» ‑ se così si
può dire ‑ quelli che presentano la rassomiglianza maggiore con la categoria
complementare, quella dei simboli sonori. D’altra parte, lo stesso simbolo
«grafico» è, ripetiamo, un gesto o un movimento «fissato» (quel movimento, o
insieme più o meno complesso di movimenti, che occorre fare per tracciarlo, e
che sempre gli stessi psicologi, nel loro particolare
vero e proprio processo di degradazione, processo
che si è però potuto sviluppare più presto e più facilmente nel caso delle
lingue a motivo del loro uso più corrente e più generalizzato.
1 Le «parole» di
impiego similare rientrano naturalmente nella categoria dei simboli sonori.
2 Tale segno era
del resto anch’esso un vero «segno di riconoscimento» per i Cristiani dei primi
tempi.
3 Un caso in certo
qual modo intermedio è quello delle figure simboliche che, tracciate all’inizio
di un rito o nel corso della sua preparazione, sono cancellate subito dopo la
sua esecuzione; questo succede per molti yantra, e così accadeva anche
in altri tempi per il «quadro di Loggia» nella Massoneria. Una tale pratica non
rappresenta soltanto una precauzione adottata contro la curiosità profana,
spiegazione che è sempre troppo «semplicistica» e superficiale; in essa occorre
vedere soprattutto proprio una conseguenza del legame che unisce il simbolo al
rito, e fa sì che il primo non abbia ragione di permanere allo stato di
visibilità al di fuori del secondo.
140
Il rito e il simbolo
linguaggio, chiamerebbero senza dubbio uno
«schema motorio»)1; e, per quanto riguarda i simboli sonori, si può
dire ancora che il movimento degli organi vocali, necessario per la loro
produzione (sia che si tratti dell’emissione della parola ordinaria o di quella
di suoni musicali), costituisca in fondo un gesto, così come gesti sono tutti
gli altri tipi di movimenti corporei, dai quali non è del resto mai possibile
isolarlo completamente2. Sicché tale nozione di gesto, intesa nella
sua accezione più ampia (accezione che è d’altronde più conforme a ciò che
implica veramente la parola di quanto non lo sia l’accezione più restrittiva
datale dall’uso corrente), riconduce tutti questi casi diversi all’unità,
talché si può dire che sia in ciò che essi hanno in fondo il loro principio
comune; tale fatto ha, nella sfera metafisica, un significato profondo, che
però noi non possiamo pensare di sviluppare in quest’occasione per non
scostarci troppo dall’argomento principale del nostro studio.
Si deve poter ora capire senza difficoltà come
ogni rito sia letteralmente costituito da un insieme di simboli: questi ultimi,
infatti, non solo comprendono gli oggetti usati o le figure rappresentate, come
si potrebbe esser tentati di pensare quando ci si attenga alla nozione più
superficiale, ma anche i gesti effettuati e le parole pronunciate (queste
ultime intese però, in realtà ‑ secondo quanto abbiamo detto ‑, soltanto come
un caso particolare dei primi), in una parola, tutti gli elementi del rito senza
eccezione; e tali elementi hanno per questa ragione valore di simboli a causa
della loro propria natura, e non in virtù di un
1 Questo si vede
chiaramente in un caso come quello del «segno di riconoscimento» che per i
Pitagorici consisteva nella tracciatura del pentagramma d’un sol tratto.
2 Per quanto
riguarda i rapporti del linguaggio con il gesto, inteso nel suo senso più
comune e restrittivo, segnaliamo i lavori del Rev. P. Marcel Jousse, i quali ‑
per quanto procedano da un punto d’avvio necessariamente molto diverso dal
nostro ‑ tuttavia non sono meno degni d’attenzione dal nostro punto di vista,
in quanto toccano la questione di taluni modi d’espressione tradizionali
generalmente collegati alla costituzione e all’uso delle lingue sacre e quasi
interamente perduti o dimenticati nelle lingue profane, le quali sono in
definitiva ridotte alla forma di linguaggio più restrittivamente limitata di
tutte.
141
Considerazioni sull’iniziazione
significato sovrapposto che gli proverrebbe
dalle circostanze esteriori e non sarebbe loro veramente connaturato. Si
potrebbe inoltre dire che i riti sono simboli «messi in azione», che qualsiasi
gesto rituale è un simbolo «agito»1; si tratta, insomma, solo di un
altro modo di esprimere la stessa cosa, il quale pone soltanto più
particolarmente in evidenza la caratteristica che il rito ha di essere, così
come ogni azione, qualcosa che si sviluppa necessariamente nel tempo2,
mentre il simbolo in quanto tale può essere considerato da un punto di vista
«intemporale». Secondo questo modo di vedere si potrebbe parlare di una certa
preminenza del simbolo nei confronti del rito; sennonché rito e simbolo non
sono in fondo che due aspetti di una medesima realtà; e in definitiva questa
realtà non è se non la corrispondenza che lega tra di loro tutti i gradi
dell’Esistenza universale, cosicché, attraverso essa, il nostro stato umano può
esser messo in comunicazione con gli stati superiori dell’essere.
1 Da questo punto
di vista porremo in particolare evidenza il ruolo che nei riti ricoprono i
gesti denominati mudrâ nella tradizione indù, gesti che costituiscono un
vero e proprio linguaggio di movimenti e atteggiamenti; i «toccamenti» (grips,
in inglese) usati come «mezzi di riconoscimento» nelle organizzazioni
iniziatiche, tanto in Occidente quanto in Oriente, in realtà non sono altro che
un particolare caso di mudrâ.
2 In sanscrito la
parola karma, la quale significa prima di tutto «azione» in generale,
viene usata in modo «tecnico» per denominare in particolare l’«azione rituale»;
quel che esprime allora direttamente è proprio il carattere del rito che qui
indichiamo.
142
XVII
Miti, misteri e simboli
Le considerazioni finora esposte ci portano
abbastanza naturalmente a esaminare un’altra questione a esse collegata, quella
dei rapporti del simbolo con ciò che è chiamato «mito»; a tal proposito
dobbiamo far subito osservare che ci è talvolta occorso di parlare di una certa
degenerazione del simbolismo come causa dell’originarsi della «mitologia»,
prendendo questa parola nel senso che le viene abitualmente attribuito; ciò è
di fatto esatto quando si tratti dell’antichità detta «classica», ma forse non troverebbe
valida applicazione al di fuori di questo periodo delle civiltà greca e latina.
Pensiamo quindi che negli altri casi convenga evitare l’impiego di tale
termine, il quale può soltanto far sorgere equivoci inopportuni e dar luogo ad
accostamenti ingiustificati; ma se l’uso impone una restrizione di questo
genere, occorre dire tuttavia che la parola «mito», in se stessa e nel suo
significato originario, non ha nulla che indichi una simile degenerazione, del
resto abbastanza tarda e unicamente dovuta a una incomprensione più o meno
completa di quanto sopravviveva di una tradizione molto antecedente. È
opportuno aggiungere che, se si può parlare di «miti» con riferimento a tale
tradizione, a condizione di ripristinare il significato vero della parola e di
eliminare tutto quel che di «peggiorativo» troppo spesso le si attribuisce nel
linguaggio corrente, in ogni caso non esisteva allora nulla che si potesse
chiamare «mitologia», quest’ultima, così come la intendono i moderni, non
essendo niente più di uno studio intrapreso «dall’esterno» e come tale
implicante una incomprensione che si potrebbe dire di secondo grado.
143
Considerazioni sull’iniziazione
La distinzione che si è talvolta voluto fare
tra «miti» e «simboli», in realtà non ha fondamento: per certuni, mentre il
mito è un racconto che presenta un altro senso rispetto a quello che esprimono
direttamente e letteralmente le parole che lo compongono, il simbolo sarebbe
essenzialmente una rappresentazione figurativa di determinate idee mediante un
tracciato geometrico o un disegno qualsiasi; il simbolo sarebbe perciò
propriamente un modo grafico di espressione, e il mito un modo verbale. Secondo
quanto abbiamo spiegato prima, questa interpretazione contiene, per ciò che
riguarda il significato attribuito al simbolo, una restrizione totalmente
inaccettabile, giacché qualsiasi immagine che sia presa per rappresentare
un’idea, per esprimerla o per suggerirla in un modo qualsiasi e a qualunque
grado è per ciò stesso un segno o, che è la stessa cosa, un simbolo di tale
idea; che si tratti di un’immagine visiva o di qualsiasi altro tipo di immagine
non ha qui grande importanza, poiché non introduce nessuna differenza
essenziale e non cambia assolutamente nulla al principio vero e proprio del
simbolismo. Quest’ultimo, in ogni caso, si basa sempre su un rapporto di
analogia o di corrispondenza tra l’idea che si tratta di esprimere e
l’immagine, grafica, verbale o d’altro genere, con la quale la si esprime; da
questo punto di vista del tutto generale, le parole stesse, come già abbiamo
detto, non sono e non possono essere altro che simboli. Si potrebbe persino,
invece di parlare, come abbiamo fatto, di un’idea e di un’immagine, parlare
ancor più generalmente di due realtà qualsivogliano, di differente ordine, tra
le quali esista una corrispondenza che ha il suo fondamento sia nella natura
dell’una che dell’altra: in tali condizioni, una realtà di un certo ordine può
essere rappresentata da una realtà di un altro ordine, e la seconda è allora un
simbolo della prima.
Ricordato in tal modo il principio del
simbolismo, vediamo che quest’ultimo è evidentemente capace di una molteplicità
di modalità diverse; il mito ne è soltanto un semplice caso particolare, e
costituisce una di queste modalità; si potrebbe dire che il simbolo è il genere
e che il mito è una delle sue specie. In altri termini, si può prendere in
considerazione come simbolico un
144
Miti, misteri e simboli
racconto, così come si può considerare
simbolico, alla stessa stregua, un disegno, o molte altre cose ancora che
abbiano lo stesso carattere e adempiano alla stessa funzione; i miti sono dei
racconti simbolici, così come racconti simbolici sono le «parabole», le quali
in fondo non ne differiscono in modo essenziale1; ci sembra che si
tratti di qualcosa che non possa dar luogo alla minima difficoltà, quando si
sia ben capita la nozione generale e fondamentale del simbolismo.
Ma, ciò detto, è il caso di precisare il
significato specifico della parola «mito», la quale ci può portare a certe
considerazioni che non sono prive di importanza e si ricollegano al carattere e
alla funzione del simbolismo inteso nel senso più determinato in cui esso si
distingue dal linguaggio ordinario e, sotto certi riguardi, addirittura gli si
oppone. La parola «mito» è comunemente considerata come un sinonimo di
«favola», intendendo con ciò, semplicemente, un qualsiasi racconto immaginario,
nella maggior parte dei casi rivestito di un carattere più o meno poetico; è
questo un effetto della degenerazione di cui dicevamo all’inizio, e i Greci,
dalla cui lingua il termine è tratto, hanno certamente la loro parte di
responsabilità in questa che, a dire il vero, è una profonda alterazione e una
deviazione dal significato primitivo. In effetti, in essi la fantasia
individuale incominciò piuttosto presto ad avere il sopravvento in tutte le
forme dell’arte, e quest’ultima, invece di mantenersi propriamente ieratica e
simbolica com’era presso gli Egizi e i popoli dell’Oriente, prese di buon’ora
una direzione tutta differente, mirando a piacere più che a istruire, e
portando a produzioni la cui maggior parte sono pressoché prive di ogni
significato reale e profondo (a esclusione di ciò che poteva ancora sussistere
in esse, magari inconsapevolmente, di elementi che erano appartenuti alla
tradizione
1 Non è senza
interesse far notare che quelle che in Massoneria sono chiamate le «leggende»
dei diversi gradi rientrano in questa definizione dei miti, e che la «messa in
azione» di tali «leggende» indica con evidenza che esse sono veramente
incorporate ai riti stessi, dai quali è assolutamente impossibile separarle;
quel che abbiamo detto a proposito dell’identità essenziale del rito e del
simbolo si applica perciò nuovamente in modo nettissimo in questo caso.
145
Considerazioni sull’iniziazione
anteriore), e in cui, in ogni caso, non si
trova più alcuna traccia di quella scienza eminentemente «esatta» che è il vero
simbolismo; si tratta, in conclusione, dell’inizio di quella che si può
chiamare l’arte profana, inizio che coincide con buona approssimazione anche
con quello di quel pensiero, parimenti profano, che, imputabile all’esercizio
della stessa fantasia individuale in altro ambito, doveva essere conosciuto
sotto il nome di «filosofia». La fantasia in questione si esercitò in
particolare sui miti preesistenti: i poeti, che, in conseguenza di ciò che
abbiamo detto, non erano più scrittori sacri come all’origine e non possedevano
più l’ispirazione «sovrumana», sviluppandoli e modificandoli a misura della
propria immaginazione, sovrapponendo a essi ornamenti superflui e vani, li
oscurarono e li denaturarono, al punto che spesso divenne molto difficile
ritrovarne il senso ed estrarne gli elementi essenziali, se non forse per
comparazione con i simboli simili che si possono incontrare da altre parti e
non hanno subito la stessa deformazione; cosicché si può dire che alla fine il
mito non fu più, almeno per la maggioranza, se non un simbolo incompreso, e
tale è restato per i moderni, Ma dei miti questo è soltanto l’abuso, e, si
potrebbe dire, la «profanazione» nel vero senso della parola; ciò che occorre
tenere presente è che il mito, prima di tutte queste deformazioni, era
essenzialmente un racconto simbolico, come abbiamo detto prima, ed era questa
la sua unica ragion d’essere; e, già secondo tale punto di vista, «mito» non è
totalmente sinonimo di «favola», giacché quest’ultima parola (in latino fabula,
da fari, parlare) etimologicamente indica unicamente un racconto
qualsiasi, senza specificarne assolutamente l’intenzione o il carattere; anche
qui, del resto, il senso di «racconto di fantasia» è venuto a sovrapporlesi
soltanto più tardi. Ma c’è di più: i due termini «mito» e «favola», che si è
finito con l’assumere come equivalenti, sono derivati da radicali che in realtà
hanno un significato del tutto opposto, poiché, mentre la radice di «favola»
indica la parola, quella di «mito», per quanto strano ciò possa sembrare a
prima vista quando si tratta di un racconto, indica al contrario il silenzio.
146
Miti, misteri e simboli
In effetti, la parola greca muthos1,
«mito», deriva dalla radice mu, e quest’ultima (che si ritrova nel
latino mutus, muto) rappresenta la bocca chiusa, e di conseguenza il
silenzio2; è il senso del verbo muein, chiudere la bocca,
tacere (per estensione lo stesso verbo significa addirittura chiudere gli
occhi, in modo proprio e figurato); l’esame di alcuni derivati di tale verbo
sarà particolarmente istruttivo. È così che da muô (all’infinito muein)
derivano immediatamente altri due verbi che da esso differiscono pochissimo
nella forma, muaô e mueô; il primo ha le stesse accezioni di muô,
e gli si deve aggiungere un altro derivato, mullô, che significa
nuovamente chiudere le labbra, e anche mormorare senza aprire la bocca3.
Quanto a mueô, ed è la cosa più importante, esso significa iniziare (ai
«misteri», il cui nome e anch’esso derivato dallo stesso radicale come vedremo
fra poco, e precisamente per l’intermediazione di mueô e mustês),
e, conseguentemente, tanto istruire (ma prima di tutto istruire senza parole,
come di fatto avveniva nei misteri) quanto consacrare; dovremmo anzi dire in
primo luogo consacrare, se per «consacrazione», come normalmente si dovrebbe,
si intende la trasmissione di un’influenza spirituale, o il rito mediante il
quale quest’ultima è regolarmente trasmessa; è da quest’ultima accezione che è
venuta più tardi, per la stessa parola, nel linguaggio ecclesiastico cristiano,
quella di conferire l’ordinazione, la quale è in effetti anch’essa una
«consacrazione» in questo senso, anche se in un ambito diverso da quello
iniziatico.
1 La trascrizione
adottata dall’Autore per i termini greci utilizza la lettera u per il
suono generalmente indicato con una y nei testi «classici» che
comportano tale trascrizione, e ciò è probabilmente dovuto alla consonanza
della pronuncia francese di tale lettera con il corrispondente suono della
lettera greca. Abbiamo seguito la trascrizione dell’Autore. È ovvio che questa
pronuncia non si applica ai termini di altre lingue, per esempio il latino,
presenti nello stesso testo. [N.d.T.]
2 Il mutus liber
degli ermetisti è letteralmente il «libro muto», vale a dire senza commento
verbale, ma è anche, nello stesso tempo, il libro dei simboli, in quanto il
simbolismo può essere veramente considerato come il «linguaggio del silenzio».
3 Il latino murmur
non è d’altronde che la radice mu prolungata dalla lettera r
ripetuta, in modo da rappresentare un suono sordo e continuo prodotto con la
bocca chiusa.
147
Considerazioni sull’iniziazione
Ma, si dirà, se la parola «mito» ha una simile
origine, per quale ragione ha potuto servire a indicare un racconto di un certo
genere? Il fatto è che l’idea di «silenzio» deve essere qui riferita a cose
che, a causa della loro stessa natura, sono inesprimibili, per lo meno
direttamente e attraverso il linguaggio ordinario; una delle funzioni generali
del simbolismo è effettivamente quella di suggerire l’inesprimibile, di farlo
presentire, o meglio «assentire», in virtù delle trasposizioni che permette di
effettuare da un ordine all’altro, dall’inferiore al superiore, da ciò che è
più immediatamente afferrabile a ciò che lo è solo molto più difficilmente; e
questa è precisamente la destinazione principale dei miti. È del resto per tale
ragione che, perfino nell’epoca «classica», Platone fa ancora ricorso all’uso
dei miti quando vuole esporre concezioni che vanno al di là della portata dei
mezzi dialettici abituali; e questi miti, che egli non ha certo «inventato», ma
soltanto «adattato», giacché portano il segno incontestabile di un insegnamento
tradizionale (così come lo portano certi procedimenti di cui si serve per
l’interpretazione delle parole, e che sono accostabili a quelli del nirukta
nella tradizione indù)1, questi miti, dicevamo, sono ben lontani
dall’essere solo gli ornamenti letterari più o meno trascurabili che troppo
spesso i commentatori e i «critici» moderni credono che siano, critici e
commentatori per i quali è certo più comodo trascurarli in tal modo senza esame
ulteriore, che fornirne una spiegazione foss’anche approssimativa; questi miti
corrispondono, ben al contrario, a quanto c’è di più profondo nel pensiero di
Platone, di più svincolato dalle contingenze individuali, e che egli non può,
proprio a causa di tale profondità, esprimere se non simbolicamente; in lui la
dialettica contiene spesso una certa parte di «gioco», ciò che è ben conforme
alla mentalità greca, ma quando la abbandona per il mito si può esser sicuri
che il gioco è cessato e che si tratta di cose che hanno in qualche modo un
carattere «sacro».
1 Per esempi di
questo genere di interpretazione, si veda soprattutto il Cratilo.
148
Miti, misteri e simboli
Nel «mito» quel che è detto è dunque altra
cosa da quel che si vuol dire; possiamo osservare di sfuggita che questo è
anche il significato etimologico della parola «allegoria» (da allo agoreuein,
letteralmente «dire una cosa diversa»), parola che ci fornisce un ulteriore
esempio delle deviazioni di senso dovute all’uso corrente, poiché, di fatto,
essa non indica più attualmente se non una rappresentazione convenzionale e
«letteraria», di intenzione unicamente morale o psicologica, e nella maggior
parte dei casi rientra nella categoria di quelle che sono comunemente
denominate «astrazioni personificate»; non vale quasi la pena di dire che nulla
potrebbe essere più distante dal vero simbolismo. Ma, per tornare al mito, se
esso non dice ciò che vuol dire, lo suggerisce attraverso quella corrispondenza
analogica che è il fondamento e l’essenza stessa di ogni simbolismo; in questo
modo, si potrebbe dire, si conserva il silenzio pur parlando, ed è da ciò che
il mito ha ricevuto la sua denominazione1.
Ci rimane da attirare l’attenzione sulla
parentela esistente tra le parole «mito» e «mistero». provenienti entrambe
dallo stesso radicale: la parola greca mustêrion, «mistero», si
ricollega direttamente anch’essa all’idea di «silenzio»; e questo, del resto.
si può interpretare in più sensi diversi, ma legati l’uno all’altro, e dei
quali ognuno ha la propria ragion d’essere da un certo punto di vista.
Osserviamo prima di tutto che, secondo la derivazione da noi indicata in
precedenza (da mueô), il senso principale della parola è quello che si
riferisce all’iniziazione, e in effetti è proprio in questo modo che bisogna
intendere quelli
1 È da notare che
questo è quel che significano anche le seguenti parole di Cristo, che
confermano di fatto l’identità di fondo del «mito» e della «parabola» da noi
prima segnalata: «Per coloro che sono al di fuori (espressione che equivale
esattamente a quella di “profani”), lo parlo per parabole, di modo che vedendo
non vedano, e sentendo non sentano» (San Matteo, XIII, 13; San Marco,
IV, 11-12; San Luca, VII, 10). Qui si tratta di coloro che non intendono
se non quel che è detto letteralmente, che non sono capaci di andare al di là
per afferrare l’inesprimibile, e per i quali, di conseguenza, «non è stato dato
di conoscere il mistero del Regno dei Cieli»; e l’uso della parola «mistero»,
in quest’ultima frase del testo evangelico, è da notare in modo speciale con
riferimento alle considerazioni che seguiranno.
149
Considerazioni sull’iniziazione
che erano chiamati i «misteri» nell’antichità
greca. D’altra parte, ciò che mostra nuovamente come il destino di certe parole
sia veramente strano è che un altro termine che si apparenta strettamente con
quelli da noi menzionati poco fa, come d’altronde abbiamo già indicato, è il
termine «mistico», il quale si applica etimologicamente a tutto quel che
concerne i misteri: mustikos, in effetti, è l’aggettivo che deriva da mustês,
iniziato; esso equivale perciò originariamente a «iniziatico» e si applica a
tutto ciò che ha rapporto con l’iniziazione, con la sua dottrina e con il suo
oggetto stesso (però, in questo suo senso antico, esso non può mai essere
applicato a persone); ora, per i moderni, questa stessa parola, «mistico», sola
fra tutti questi termini di origine comune, è giunta a denominare
esclusivamente qualcosa che, come abbiamo visto, non ha assolutamente niente in
comune con l’iniziazione, e che, anzi, ha caratteri opposti a essa sotto certi
riguardi. Ritorniamo ora ai differenti significati della parola «mistero»: nel
senso più immediato, diremmo volentieri più grossolano, o per lo meno più
esteriore, il mistero è ciò di cui non si deve parlare, ciò su cui è opportuno
conservare il silenzio, o ciò che è proibito far conoscere all’esterno; è
questo che si intende più comunemente, anche quando si tratti dei misteri
antichi; e, nell’accezione più abituale che ha in seguito ricevuto, la parola
non ha quasi più conservato altro senso. Tuttavia. questa proibizione di
rivelare certi riti e certi insegnamenti deve in realtà, pur riservando una
parte alle considerazioni di opportunità che hanno potuto sicuramente
intervenire, ma hanno sempre avuto un carattere puramente contingente, essere
considerata soprattutto in quanto avente, essa pure, un valore di simbolo; ci
siamo già spiegati su questo punto quando abbiamo parlato della vera natura del
segreto iniziatico. Come abbiamo detto a tal proposito, quella che è stata
chiamata la «disciplina del segreto», la quale era di rigore tanto nella Chiesa
cristiana primitiva quanto negli antichi misteri (e gli avversari religiosi
dell’esoterismo dovrebbero pur ricordarsene), è ben lungi dal sembrarci
interpretabile unicamente come una semplice precauzione contro l’ostilità,
peraltro ben reale e spesso pericolosa, dovuta
150
Miti, misteri e simboli
all’incomprensione del mondo profano; noi
vediamo in essa altre ragioni di un ordine molto più profondo, ragioni che
possono essere indicate dagli altri sensi contenuti nella parola «mistero».
Possiamo del resto aggiungere che non è per una semplice coincidenza che esiste
una stretta somiglianza tra le parole «sacro» (sacratum) e «segreto» (secretum);
nell’uno e nell’altro caso si tratta di ciò che è messo a parte (secernere,
mettere da parte, da cui il participio secretum), riservato, separato
dall’ambito profano; allo stesso modo, il luogo consacrato è chiamato templum,
la cui radice tem (che si ritrova nel greco temnô, tagliare,
secare, separare, da cui temenos, recinto sacro) esprime anch’essa la
medesima idea; e la «contemplazione», il cui nome deriva dalla stessa radice,
si ricollega nuovamente a tale idea per il suo carattere prettamente
«interiore»1.
Conformemente al secondo senso della parola
«mistero», senso che è già meno esteriore, essa indica ciò che si deve ricevere
in silenzio2, ciò riguardo a cui non è opportuno discutere; da
questo punto di vista tutte le dottrine tradizionali, compresi i dogmi
religiosi che ne costituiscono un caso particolare, possono essere detti
misteri (l’accezione di questa parola si estende in tal caso ad ambiti diversi
da quello iniziatico, nei quali si esercita però ugualmente un’influenza
«non-umana»), perché sono verità che, in virtù della loro natura essenzialmente
sovraindividuale e sovrarazionale, sono al di sopra di ogni discussione3.
Ora si può dire, per ricollegare questo significato al precedente, che
diffondere sconsideratamente fra i profani i misteri così intesi, significa
inevitabilmente assoggettarli alla discussione, procedimento profano per
eccellenza, con tutti gli inconvenienti che ne possono risultare e che sono
riassunti perfettamente in
1 È perciò
etimologicamente assurdo parlare di «contemplare» un qualsiasi spettacolo
esteriore, come fanno abitualmente i moderni, per i quali il vero senso della
parola sembra, in così tanti casi, essersi completamente perduto.
2 Qui si potrà
anche ricordare la prescrizione del silenzio imposta un tempo in certe scuole
iniziatiche, in particolare nella scuola pitagorica.
3 Questa non è
altro che l’infallibilità stessa inerente a ogni dottrina tradizionale.
151
Considerazioni sull’iniziazione
quella parola, «profanazione», che già in
precedenza usavamo ad altro proposito, parola che qui deve essere intesa nella
sua accezione insieme più letterale e più completa; il lavoro distruttivo della
«critica» moderna nei confronti di tutte le tradizioni è un esempio troppo
eloquente di ciò che vogliamo dire perché sia necessario insistere
ulteriormente sull’argomento1.
Infine, esiste un terzo senso, il più profondo
di tutti, secondo il quale il mistero è propriamente l’inesprimibile, che si
può solo contemplare in silenzio (ed è il caso di ricordare qui quanto dicevamo
poco fa dell’origine della parola «contemplazione»); e poiché l’inesprimibile è
nello stesso tempo e con ciò stesso l’incomunicabile, la proibizione di
rivelare l’insegnamento sacro simboleggia, da questo nuovo punto di vista,
l’impossibilità di esprimere con parole il vero mistero, del quale tale insegnamento
è per così dire soltanto il rivestimento, che lo manifesta e lo vela nello
stesso tempo2. L’insegnamento che riguarda l’inesprimibile può
evidentemente soltanto suggerirlo per mezzo di immagini appropriate, le quali
saranno per così dire i supporti della contemplazione; secondo quanto abbiamo
spiegato, ciò equivale a dire che un insegnamento simile assume necessariamente
la forma simbolica. Questo fu sempre, e presso tutti i popoli, uno dei
caratteri essenziali dell’iniziazione ai misteri, qualunque sia la parola con
cui quest’ultima sia stata denominata; si può perciò dire che i simboli, e in
particolare i miti quando questo insegnamento si tradusse in parole,
costituiscano veramente, nella loro destinazione primitiva, il linguaggio
stesso di tale iniziazione.
1 Questo senso
della parola «mistero», il quale è parimenti legato anche alla parola «sacro»
per le ragioni che abbiamo esposto prima, è molto chiaramente indicato in
questo precetto evangelico: «Non date le cose sante ai cani, e non gettate le
perle ai porci, per tema che essi le calpestino, e, rivoltandosi contro di voi,
vi sbranino» (S. Matteo, VII, 6). Si noterà che i profani sono qui
simbolicamente rappresentati dagli animali considerati «impuri», nel senso
propriamente rituale della parola.
2 La concezione
comune dei «misteri», soprattutto quando è applicata all’ambito religioso,
implica una confusione manifesta tra «inesprimibile» e «incomprensibile»,
confusione che è assolutamente ingiustificata, salvo se ci si riferisce alle
limitazioni intellettuali di certe individualità.
152
XVIII
Simbolismo e filosofia
Se il simbolismo è, come abbiamo spiegato poco
fa, essenzialmente inerente a tutto ciò che presenta un carattere tradizionale,
esso è anche, nello stesso tempo, uno dei tratti per cui le dottrine
tradizionali, nel loro insieme (giacché questa considerazione si applica
ugualmente alle due sfere esoterica ed exoterica), si distinguono, in qualche
modo a prima vista, dal pensiero profano, al quale il simbolismo è totalmente
estraneo, e ciò in modo necessario, perché esso traduce propriamente qualcosa
di «non-umano» che in tal caso non può assolutamente esistere. Ciò nonostante,
i filosofi, i quali, se così si può dire, del pensiero profano sono i
rappresentanti per eccellenza, ma che nondimeno hanno la pretesa di occuparsi
delle cose più diverse. quasi che la loro competenza si estendesse a tutto, si
occupano talvolta anche del simbolismo, e gli capita allora di esprimere idee e
teorie ben strane; è così che alcuni di loro hanno voluto costituire una
«psicologia del simbolismo», cosa che si ricollega a quell’errore
specificamente moderno che può essere indicato col termine «psicologismo», e
che in sé non costituisce se non un caso particolare della tendenza a ridurre
tutto a elementi esclusivamente umani. Alcuni altri, però riconoscono che il
simbolismo non fa parte della filosofia; ma l’intenzione di questi ultimi è di
dare a tale asserzione un senso visibilmente sfavorevole, come se il simbolismo
fosse ai loro occhi una cosa inferiore e financo trascurabile; e ci si può
domandare, anzi, vedendo il modo in cui ne parlano, se non lo
153
Considerazioni sull’iniziazione
confondano semplicemente con lo
pseudo-simbolismo di certi letterati, assumendo come vero significato della
parola quello che ne è soltanto un uso del tutto abusivo e distorto. In realtà,
se il simbolismo è, come si dice, una «forma del pensiero», ciò che in un certo
senso è vero, ma non impedisce che esso sia anche e prima di tutto
qualcos’altro, la filosofia ne è un’altra, radicalmente differente, e anche
opposta sotto diversi riguardi. Ma si può dire di più: la forma di pensiero
rappresentata dalla filosofia corrisponde soltanto a un punto di vista
specialissimo e non può, anche nei casi più favorevoli, esser valida se non in
un campo molto ristretto, campo del quale il suo torto più grande, comune del
resto a tutto il pensiero profano in quanto tale, è forse di non sapere o di
non voler riconoscere i limiti; il simbolismo, come ci si può rendere conto da
ciò che abbiamo già spiegato, ha tutta un’altra portata; e quand’anche non si
vedano in entrambi se non due forme di pensiero (il che significa propriamente
confondere l’uso del simbolismo con la sua essenza vera e propria), sarebbe
tuttavia un grave errore il volerli mettere sullo stesso piano. Che i filosofi
siano tutt’altro che di questo avviso, è qualcosa che non prova nulla; per
mettere le cose al loro giusto posto occorre innanzi tutto prenderle in esame
con imparzialità, e questo essi non sono in grado di fare nella fattispecie;
per quel che ci riguarda, noi siamo infatti perfettamente persuasi che, in
quanto filosofi, essi non riusciranno mai a penetrare il senso profondo del
minimo simbolo, perché si tratta di qualcosa che è completamente fuori del loro
modo di pensare e supera inevitabilmente la loro comprensione.
Coloro che conoscono già tutto quel che
abbiamo detto della filosofia in molte altre occasioni, non possono stupirsi
vedendoci accordarle soltanto un’importanza molto mediocre; del resto, senza
neppure andare al fondo delle cose, per rendersi conto che la sua posizione non
può essere che in qualche modo subalterna è sufficiente ricordarsi che
qualunque modo di espressione, quale esso sia, ha necessariamente un carattere
simbolico, nel senso più generale del termine, in rapporto a ciò che esprime. I
filosofi non possono far altro che servirsi di
154
Simbolismo e filosofia
parole, e, come abbiamo detto in precedenza,
le parole, in se stesse, non possono essere nient’altro che simboli; è dunque
in un certo modo la filosofia a rientrare, anche se del tutto incoscientemente,
nel campo del simbolismo, e non l’inverso.
Sotto un altro rapporto, tuttavia, esiste
un’opposizione tra filosofia e simbolismo, quando si intenda quest’ultimo
nell’accezione più ristretta che gli si dà più abitualmente e che è d’altronde
anche quella in cui noi lo assumiamo quando lo consideriamo come propriamente
caratteristico delle dottrine tradizionali: questa opposizione consiste nel
fatto che la filosofia è, come tutto quel che si esprime nelle forme ordinarie
del linguaggio, essenzialmente analitica, mentre il simbolismo propriamente
detto è essenzialmente sintetico. La forma del linguaggio è, per sua stessa
definizione, «discorsiva» come la ragione umana della quale è lo strumento
proprio e di cui segue o riproduce il processo nel modo più esatto possibile;
al contrario, il simbolismo propriamente detto è veramente «intuitivo», il che,
del tutto naturalmente, lo rende incomparabilmente più adatto del linguaggio a
servire come punto d’appoggio all’intuizione intellettuale e sovrarazionale, ed
è precisamente questa la ragione per cui esso costituisce il modo d’espressione
per eccellenza di ogni insegnamento iniziatico. Quanto alla filosofia, essa
rappresenta in qualche modo il tipo del pensiero discorsivo (il che, beninteso,
non vuol dire che tutto il pensiero discorsivo abbia un carattere specificamente
filosofico), ed è questo a imporle dei limiti dai quali non può liberarsi; di
contro, il simbolismo, in quanto supporto dell’intuizione trascendente, apre
possibilità veramente illimitate.
La filosofia, a causa del suo carattere
discorsivo, è cosa esclusivamente razionale, giacché tale carattere è quello
che appartiene in proprio alla stessa ragione; il campo della filosofia e le
sue possibilità non possono perciò in nessun caso estendersi di là da ciò a cui
la ragione è in grado di attingere; e inoltre essa rappresenta solo una certa
utilizzazione abbastanza particolare di questa facoltà, perché è evidente, non
foss’altro che per il fatto che esistono delle scienze indipendenti, che ci sono,
nella stessa sfera
155
Considerazioni sull’iniziazione
della conoscenza razionale, molte cose che non
sono di competenza della filosofia. D’altronde, non è che si contesti qui il
valore della ragione nel suo proprio campo e finché essa non pretende di
oltrepassarlo1; sennonché questo valore può essere soltanto
relativo, come relativo è pure tale campo; del resto, la stessa parola ratio
non ha come suo primo senso quello di «rapporto»? Né maggiormente contestiamo,
entro certi limiti, la legittimità della dialettica, quantunque i filosofi ne
abusino troppo spesso; solo che la dialettica, in ogni caso, non deve mai
essere altro che un mezzo, non un fine in sé, e inoltre può essere che tale
mezzo non sia applicabile indistintamente a tutto; soltanto che, per rendersi
conto di ciò, bisogna uscire dai confini della dialettica, e questo è qualcosa
che non può fare il filosofo in quanto tale.
Anche ammettendo che la filosofia vada tanto
lontano quanto le è teoricamente possibile, intendiamo dire fino ai confini
estremi del campo della ragione, in verità si tratterà ancora di ben poco,
giacché, per servirci di un’espressione evangelica, «solo una cosa è
necessaria», ed è precisamente questa cosa che le resterà sempre preclusa,
perché essa è al di sopra e al di là di ogni conoscenza razionale. Cosa possono
i metodi discorsivi del filosofo di fronte all’inesprimibile, il quale è, come
spiegavamo prima, il «mistero» nel senso più vero e più profondo della parola?
Al contrario, il simbolismo, lo ripetiamo nuovamente, ha come funzione
essenziale quella di fare «assentire» questo inesprimibile, di fornire il
supporto che permetterà all’intuizione intellettuale di avere effettivamente
accesso ad esso; chi dunque, che abbia compreso questo, oserebbe ancora negare
l’immensa superiorità del simbolismo e contestare che la sua portata supera
incomparabilmente quella di ogni possibile filosofia? Per quanto eccellente e
perfetta nel suo genere possa essere una filosofia (e non è certamente ai
filosofi moderni che noi pensiamo quando ammettiamo una simile ipotesi), essa
non
1 Facciamo notare a
questo proposito che «sovra-razionale» non è assolutamente sinonimo di
«irrazionale»: ciò che è al di sopra della ragione non è affatto contrario alla
ragione, ma le sfugge in modo puro e semplice.
156
Simbolismo e filosofia
è ancora altro «che paglia»; l’espressione è
dello stesso san Tommaso d’Aquino, il quale tuttavia, si deve riconoscerlo, non
doveva essere portato a deprezzare oltre misura il pensiero filosofico, ma
aveva per lo meno coscienza delle sue limitazioni.
Ma c’è di più: quando si considera il
simbolismo una «forma di pensiero», in definitiva non lo si intende se non
sotto il profilo puramente umano, che è del resto evidentemente il solo del
quale sia possibile una comparazione con la filosofia; senza dubbio esso deve
essere considerato in questo modo, in quanto è un modo di espressione a uso
dell’uomo, ma, in verità, questo è ben lungi dall’essere sufficiente e, poiché
non tocca assolutamente la sua essenza, rappresenta soltanto l’aspetto più
esteriore della questione. Abbiamo già insistito abbastanza sull’aspetto
«non-umano» del simbolismo perché non sia necessario ritornarci a lungo; tutto
sommato è sufficiente constatare che esso ha il suo fondamento nella natura
stessa degli esseri e delle cose, che è in perfetta conformità con le leggi di
questa natura, e riflettere che le leggi naturali stesse in fondo non sono che
un’espressione e un’esteriorizzazione, se così si può dire, della Volontà
divina o principiale. Il vero fondamento del simbolismo è, come abbiamo detto,
la corrispondenza che esiste fra tutti gli ordini di realtà, corrispondenza che
li ricollega l’uno all’altro e si estende, di conseguenza, dall’ordine naturale
preso nel suo insieme, allo stesso ordine sovrannaturale; in virtù di questa
corrispondenza, l’intera natura non è altro che un simbolo, vale a dire che
essa riceve il suo significato vero soltanto se la si considera un supporto per
elevarsi alla conoscenza delle verità sovrannaturali, o «metafisiche» nel senso
proprio ed etimologico della parola, e questa è precisamente la funzione
essenziale del simbolismo, così com’è anche la ragion d’essere profonda di ogni
scienza tradizionale1. In ragione di ciò, vi è necessariamente nel
simbolismo qualcosa la cui origine risale
1 Questa è la
ragione per cui il mondo è come un linguaggio divino per coloro che sanno
capirlo: secondo l’espressione biblica, Coeli enarrant gloriam Dei (Salmo
XIX, 2).
157
Considerazioni sull’iniziazione
più in alto e più lontano dell’umanità, e si
potrebbe dire che questa origine è nell’opera stessa del Verbo divino: essa è
prima di tutto nella stessa manifestazione universale, e in seguito, più
specialmente in relazione con l’umanità, nella Tradizione primordiale, la quale
è anch’essa «rivelazione» del Verbo; questa Tradizione, di cui tutte le altre
sono soltanto forme derivate, si incorpora per così dire nei simboli che si
sono trasmessi di età in età senza che si possa assegnar loro alcuna origine «storica»,
e il processo di questa specie di incorporazione simbolica è nuovamente
analogo, nel suo ordine, a quello della manifestazione1.
Di fronte a questi titoli del simbolismo, che
ne costituiscono il valore trascendente, quali sono quelli che la filosofia
potrebbe avere da rivendicare? L’origine del simbolismo si confonde veramente
con l’origine dei tempi, quand’anche non sia, in un certo senso, al di là dei
tempi, giacché questi ultimi in realtà comprendono soltanto un modo speciale
della manifestazione2; non esiste d’altronde, come già abbiamo fatto
notare, nessun simbolo autenticamente tradizionale che si possa riferire a un
inventore umano, di cui si possa dire che è stato immaginato da questo o da
quell’individuo; e questo fatto stesso non dovrebbe dar da riflettere a coloro
che ne sono capaci? Qualsiasi filosofia, al contrario, non risale se non a
un’epoca determinata e, in definitiva, sempre recente, anche se si tratta
dell’antichità «classica», la quale è soltanto un’antichità molto relativa (il
che prova per certo, del resto, che anche umanamente questa forma speciale di
pensiero non ha nulla di essenziale)3; essa è l’opera di un
1 Ricorderemo
ancora una volta a tal proposito, per non lasciar spazio a nessun equivoco, che
rifiutiamo nel modo più assoluto di dare il nome di «tradizione» a ciò che è
puramente umano e profano, e, in particolare, a una qualsivoglia dottrina
filosofica.
2 È perciò
abbastanza poco comprensibile che un certo Rito massonico, la cui «regolarità»
è del resto molto contestabile, pretenda datare i suoi documenti a partire da
un’era computata Ab Origine Symbolismi.
3 Sarebbe forse il
caso di domandarsi perché la filosofia abbia avuto origine nel VI secolo prima
dell’era cristiana, epoca che presenta caratteri piuttosto singolari sotto più
di un aspetto, così come abbiamo fatto notare in diverse occasioni.
158
Simbolismo e filosofia
uomo di cui conosciamo sia il nome sia la data
in cui è vissuto, ed è questo nome che in genere serve a indicarla, ciò che
mostra chiaramente che si tratta solo di qualcosa di umano e di individuale.
Per questo dicevamo poco fa che non si può stabilire un paragone qualsiasi tra
la filosofia e il simbolismo se non a condizione di limitarsi a considerare
quest’ultimo esclusivamente sotto un aspetto umano, giacché, per tutto il
resto, non si è in grado di trovare nel campo della filosofia un’equivalenza, e
neppure una corrispondenza, di qualsiasi genere.
La filosofia è perciò, se si vuole, e per
mettere le cose nel migliore dei modi, la «saggezza umana», o una delle sue
forme, ma in ogni caso è soltanto questo, e per tale ragione dicevamo che in
fondo essa è ben poca cosa; essa è solo questo perché è una speculazione
esclusivamente razionale, e perché la ragione è una facoltà puramente umana,
quella stessa facoltà per cui si definisce essenzialmente la natura individuale
umana in quanto tale. «Saggezza umana»; come dire «saggezza mondana», nel senso
in cui il «mondo» è inteso in particolare nel Vangelo1;
potremmo anche, nello stesso senso, dire altrettanto correttamente «saggezza
profana»; in fondo tutte queste espressioni sono sinonimi, e indicano
chiaramente che non si tratta affatto della saggezza vera, che si tratta al
massimo di un’ombra piuttosto vana di essa, troppo spesso addirittura
«capovolta»2. E in effetti la maggior parte delle filosofie non sono
neppure
1 In sanscrito la
parola laukika, «mondano» (aggettivo derivato da loka, «mondo»),
è spesso inteso nella stessa accezione del linguaggio evangelico, vale a dire
in definitiva col senso di «profano», e tale concordanza ci sembra assai degna
di nota.
2 Del resto, anche
considerando solo il senso puro e semplice delle parole, dovrebbe essere
evidente che philosophia non è per nulla sophia, «saggezza»; non
può normalmente trattarsi, in relazione a quest’ultima, se non di una
preparazione o di un avvicinamento; così si potrebbe anche dire che la
filosofia diventa illegittima a partire dal momento in cui non ha più il fine
di condurre a qualcosa che la oltrepassa. Del resto è questo che riconoscevano
gli scolastici del medioevo quando dicevano: «Philosophia ancilla theologiae»;
sennonché, pur se affermavano questo, il loro punto di vista era ancora troppo
ristretto, giacché la teologia, la quale appartiene solo alla sfera exoterica,
è estremamente lontana dal poter rappresentare la saggezza tradizionale nella
sua integralità.
159
Considerazioni sull’iniziazione
un’ombra della saggezza, per quanto deformata
la si voglia supporre; esse sono soltanto, soprattutto quando si tratta delle
filosofie moderne, dalle quali sono scomparse anche le più piccole vestigia
delle antiche conoscenze tradizionali, delle costruzioni prive di qualsiasi
fondamento solido, delle accozzaglie di ipotesi più o meno fantasiose, e, in
tutti i casi, delle semplici opinioni individuali senza autorità e senza reale
portata.
Possiamo, per concludere su questo punto,
riassumere in poche parole l’essenza del nostro pensiero: la filosofia è
propriamente soltanto un «sapere profano» e non può pretendere di essere niente
di più, mentre il simbolismo, inteso nel suo vero significato, fa
essenzialmente parte della «scienza sacra», la quale senza di esso non potrebbe
neppure esistere veramente o per lo meno «esteriorizzarsi», giacché le
mancherebbe allora qualsiasi mezzo di espressione adeguato. Sappiamo assai bene
che molti dei nostri contemporanei, in realtà la più gran parte, sono
sfortunatamente incapaci di fare, come occorre, la distinzione tra questi due
ordini di conoscenza (se pure una conoscenza profana merita veramente tale
nome); ma, beninteso, non è a costoro che ci rivolgiamo, perché, come abbiamo
già dichiarato spesso in altre occasioni, per parte nostra è unicamente di
«scienza sacra» che intendiamo occuparci.
160
XIX
Riti e cerimonie
Dopo aver chiarito, per quanto era possibile
fare, le principali questioni riferentisi alla vera natura del simbolismo,
possiamo ora riprendere l’esame dei riti; su questo argomento, ci incombe
ancora di dissipare alcune inopportune confusioni. Le affermazioni più
stupefacenti sono diventate possibili, nella nostra epoca, al punto di farsi
accettare comunemente, e questo accade perché sia coloro che le diffondono sia
coloro che le intendono sono colpiti dalla stessa mancanza di discernimento;
tocca, a chi osservi le manifestazioni svariate della mentalità contemporanea,
constatare a ogni istante talmente tante cose di questo genere, di tutti i tipi
e in ogni campo, che questi non dovrebbe più meravigliarsi di nulla. E tuttavia
è nonostante tutto assai difficile evitare di provare un certo stupore quando
si vedono dei sedicenti «istruttori spirituali» ‑ che alcuni credono
addirittura investiti di «missioni» più o meno eccezionali ‑ trincerarsi dietro
la loro «repulsione per le cerimonie» per respingere indistintamente tutti i
riti, qualunque ne sia la natura, e per esprimere financo la loro ostilità per
essi. Tale repulsione è in sé perfettamente ammissibile, se si vuole anche
legittima, a condizione di attribuirla in larga parte a una questione di
preferenze individuali e di non pretendere che tutti necessariamente la
condividano; a ogni buon conto, per quel che ci riguarda, noi la comprendiamo
senza nessuna difficoltà; non avremmo però mai sospettato che certi riti
potessero essere confusi con delle «cerimonie», né che i riti in generale
avessero da essere considerati passibili di un
161
Considerazioni sull’iniziazione
carattere simile. Perché è in questo che si
incentra la confusione, ed è veramente strana da parte di chi abbia una qualche
pretesa, più o meno confessata, di servire da «guida» agli altri in un campo in
cui, precisamente, i riti hanno una funzione essenziale e della maggiore
importanza, in quanto «veicoli» indispensabili delle influenze spirituali senza
cui non potrebbe parlarsi del minimo contatto effettivo con realtà di ordine
superiore, ma solo di aspirazioni vaghe e inconsistenti, di «idealismo» nebuloso
e di speculazioni a vuoto.
Non ci attarderemo a cercare quale possa
essere l’origine della parola «cerimonia», origine che sembra piuttosto oscura
e su cui i linguisti sono lontani dal trovare un accordo1; resta
inteso che noi l’assumiamo nel senso che essa ha costantemente nel linguaggio
attuale e che è sufficientemente conosciuto da tutti perché non sia il caso di
insistervi: si tratta tutto sommato sempre di una manifestazione comportante
uno sfoggio più o meno grande di pompa esteriore, quali che siano le
circostanze che ne forniscono l’occasione o il pretesto in ciascun caso
particolare. È evidente che può accadere, e di fatto accade spesso, soprattutto
nel campo dell’exoterismo, che alcuni riti siano accompagnati da una pompa di
tal genere; ma allora la cerimonia costituisce semplicemente qualcosa che si
sovrappone al rito in sé, perciò qualcosa di accidentale e di assolutamente non
essenziale nei confronti di quest’ultimo; su questo punto ritorneremo fra poco.
D’altro canto, è non meno evidente che esistono anche, e nella nostra epoca più
numerose che mai, gran numero di cerimonie che hanno solo un carattere
puramente profano, e non sono perciò per nulla collegate con l’effettuazione di
un qualsiasi rito; se si è giunti a decorarle con il nome di riti è soltanto a
1 Si tratta di una
parola che deriva dalle feste di Cerere dei Romani, ovvero ‑ come altri hanno
supposto ‑ dal nome di un’antica città d’Italia chiamata Cere? La cosa non ha
in fondo grande importanza, giacché tale origine può, come quella della parola
«mistico» di cui abbiamo dovuto parlare in precedenza, non avere che un
rapporto molto lontano con il senso che essa ha assunto nell’uso corrente, il
quale è il solo in cui sia possibile usarla attualmente.
162
Riti e cerimonie
causa di uno di quegli straordinari abusi di
linguaggio che così spesso ci tocca denunciare, e in fondo la cosa si spiega
con il fatto che dietro tutte queste manifestazioni si ritrova l’intenzione di
istituire di fatto degli «pseudo-riti» destinati a soppiantare i veri riti
religiosi, «pseudo-riti» che naturalmente non possono però imitare quelli veri
se non in modo tutto esteriore, vale a dire precisamente nel loro solo aspetto
«cerimoniale». Il rito in sé, di cui la cerimonia non era in qualche modo se non
un semplice «rivestimento», è a questo punto totalmente inesistente, giacché
non può esistere un rito profano, che sarebbe una contraddizione in termini; e
ci sarebbe da chiedersi se gli ispiratori coscienti di queste grossolane
contraffazioni facciano solo assegnamento sull’ignoranza e sull’incomprensione
generali per indurre l’accettazione di una simile sostituzione, o se le
condividano in certa misura essi stessi. Non tenteremo di risolvere tale
questione, e ricorderemo soltanto, a coloro che si stupiscano che essa possa
porsi, che l’intelligenza delle realtà propriamente spirituali, a qualsiasi
grado, è rigorosamente preclusa alla «contro-iniziazione»1;
sennonché quel che ci interessa al presente è propriamente il fatto che
esistano cerimonie senza riti, così come riti senza cerimonie, il che è
sufficiente a far vedere fino a qual punto sia sbagliato voler stabilire tra le
due cose un’identità o un’assimilazione qualsiasi.
Abbiamo detto spesso che in una civiltà
rigorosamente tradizionale tutto ha veramente un carattere rituale, ivi
comprese le stesse azioni della vita ordinaria; vorrebbe forse questo dire che
gli uomini debbano in essa vivere, se così ci si può esprimere, in uno stato di
perpetua cerimonia? È questa una cosa letteralmente inimmaginabile, e basta
formulare la questione in questo modo perché se ne veda subito tutta
l’assurdità; anzi, bisognerebbe piuttosto dire che di una simile supposizione è
vero tutto il contrario, giacché in tali condizioni i riti sono una cosa del
tutto naturale, e non hanno in nessun modo il carattere
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, capp. XXXVIII e XL.
163
Considerazioni sull’iniziazione
d’eccezione che sembrano assumere quando la
coscienza della tradizione si indebolisca e quando il punto di vista profano
prenda vita e si diffonda in misura proporzionata a simile indebolimento,
cosicché cerimonie di qualsiasi genere che si associassero a essi a enfatizzare
tale carattere eccezionale non avrebbero sicuramente alcuna ragion d’essere. Se
si risale alle origini, il rito non è se non «ciò che è conforme all’ordine»,
secondo l’accezione del termine sanscrito rita1; esso è
perciò ciò che solo è «normale», mentre la cerimonia ‑ all’inverso ‑ dà sempre
e invariabilmente l’impressione di qualcosa di più o meno anormale, fuori dal
corso abituale e regolare degli avvenimenti che riempiono il resto
dell’esistenza. Tale impressione ‑ facciamolo notare di sfuggita ‑ potrebbe
forse contribuire in parte a spiegare il modo così peculiare in cui gli
Occidentali moderni, che quasi non sanno più separare la religione dalle
cerimonie, considerano la prima come qualcosa di totalmente isolato, che non ha
più nessun rapporto reale con l’insieme delle altre attività alle quali
«consacrano» la loro vita.
Tutte le cerimonie hanno un carattere
artificiale, addirittura convenzionale, per così dire, perché in definitiva
esse sono soltanto il prodotto di una elaborazione del tutto umana; anche
quando esse siano destinate ad accompagnarsi a un rito, questo loro carattere
si oppone a quello del rito in sé, il quale ‑ al contrario ‑ comporta
essenzialmente un elemento «non-umano». Colui che compie un rito, se ha
raggiunto un certo grado di conoscenza effettiva può, e deve anche, aver
coscienza che si tratta di qualcosa che lo supera, che non dipende in nessun
modo dalla sua iniziativa individuale; ma per quanto riguarda invece le
cerimonie, anche se queste possono illudere coloro che vi assistono, e sono
ridotti a sostenere in esse un ruolo che è più quello di spettatori che non di
«partecipanti», è assai chiaro che coloro che le organizzano e ne regolano lo
svolgimento sanno perfettamente di cosa si tratti, e si rendono perfettamente
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, capp. III e VIII.
164
Riti e cerimonie
conto che tutta l’efficacia che si possono
aspettare da esse è interamente subordinata alle disposizioni che hanno essi
stessi emanate e al modo più o meno soddisfacente in cui saranno eseguite. In
effetti tale efficacia, per il fatto stesso che una cerimonia non coinvolge
nulla che non sia se non semplicemente umano, non può essere di ordine
veramente profondo, ed è tutto sommato puramente «psicologica»; per questo si
può dire che di fatto si tratta di impressionare gli spettatori o di far presa
su di loro con ogni possibile mezzo sensibile; e del resto, uno degli elogi
maggiori che si possano fare di una cerimonia non è forse proprio di
qualificarla «imponente», senza tuttavia che si capisca bene il vero
significato di quest’espressione? Notiamo ancora, a questo proposito, che
coloro che ai riti non vogliono riconoscere se non effetti di tipo
«psicologico» li confondono anch’essi, forse senza accorgersene, con le
cerimonie, e ciò per il fatto che ne disconoscono il carattere «non-umano», in
virtù del quale i loro effetti reali, in quanto riti veri e propri e
indipendentemente da qualsiasi circostanza accessoria, sono al contrario di un
ordine totalmente diverso.
Ora, ci si potrebbe porre questa domanda:
perché aggiungere in tal modo delle cerimonie ai riti, quasi che il «non-umano»
avesse bisogno di questo ausilio umano, mentre dovrebbe piuttosto rimanere il
più possibile libero da simili contingenze? La verità è che si tratta molto
semplicemente di una conseguenza della necessità, che si impone, di tener conto
delle condizioni di fatto dell’umanità terrestre, per lo meno in questo o
quell’altro periodo della sua esistenza; è una concessione fatta a un certo stato
di decadimento, dal punto di vista spirituale, degli uomini che sono chiamati a
partecipare ai riti; sono questi uomini ‑ e non i riti ‑ che hanno bisogno del
soccorso delle cerimonie. Il problema non è assolutamente quello di rinforzare
o di intensificare i riti nella loro sfera propria, ma unicamente di renderli
più accessibili per gli individui ai quali essi si indirizzano, di preparare
questi ultimi, per quanto possibile, ponendoli in uno stato emotivo e mentale
appropriato; questo è tutto quel che possono fare le cerimonie, e bisogna
riconoscere che sotto questo
165
Considerazioni sull’iniziazione
profilo esse sono tutt’altro che inutili, e
che per la maggioranza degli uomini adempiono piuttosto bene tale ufficio. Per
questo esse hanno vera ragion d’essere soltanto nell’ambito exoterico, che si
rivolge a tutti senza distinzione; quando si tratti dell’ambito esoterico o
iniziatico, le cose vanno in modo totalmente diverso, poiché quest’ultimo
dev’essere riservato a un’élite che ‑ per definizione ‑ non ha la
necessità di tali «ausili» puramente esteriori, tenuto conto che la sua
qualificazione implica precisamente che essa sia superiore allo stato di
decadimento che colpisce la maggioranza; per cui, se talvolta può avvenire che
si incontrino in esso delle cerimonie, tale introduzione si spiegherà soltanto
con una certa degradazione delle organizzazioni iniziatiche nelle quali ha
luogo un fatto simile.
Quanto abbiamo detto definisce la funzione
legittima delle cerimonie; sennonché, paralleli a essa, ci sono inoltre l’abuso
e il pericolo: siccome ciò che è esteriore è anche ciò che è più immediatamente
apparente, c’è sempre da temere che l’accidentale faccia perdere di vista
l’essenziale, e che le cerimonie assumano ‑ agli occhi di coloro che ne sono
testimoni ‑ molto maggior importanza dei riti, che esse dissimulano in certo
qual modo sotto un cumulo di forme accessorie. Può anche accadere ‑ e questo è
ancor più grave ‑ che simile errore sia condiviso da coloro che hanno per
funzione di compiere i riti in qualità di rappresentanti autorizzati di una
tradizione, se anche loro siano colpiti dal decadimento spirituale generale di
cui abbiamo detto; il risultato ne è allora che, scomparsa la comprensione
vera, tutto si riduce, per lo meno sul piano cosciente, a un «formalismo»
eccessivo e irragionevole, il quale si dedicherà volentieri soprattutto a
conservare la brillantezza delle cerimonie e ad amplificarla oltre misura,
considerando quasi trascurabile il rito che fosse ricondotto all’essenziale, e
che è invece tutto quel che dovrebbe contare veramente. Per una forma
tradizionale si tratta ‑ quando sia così ridotta ‑ di una sorta di degradazione
che confina, con la «superstizione» intesa nel suo significato etimologico,
giacché il rispetto per le forme sopravvive in essa alla loro comprensione, e
in tal modo la «lettera» soffoca completamente
166
Riti e cerimonie
lo «spirito»; il «cerimonialismo» non è
assolutamente l’osservanza del rituale, esso è piuttosto l’oblio del suo valore
profondo e del suo significato reale, la materializzazione più o meno
grossolana delle concezioni che ci si fanno della sua natura e della sua
funzione e ‑ infine ‑ il disconoscimento del «non-umano» a profitto dell’umano.
167
XX
A proposito di «magia cerimoniale»
Per completare quel che è stato detto sulle
cerimonie e sulle loro differenze con i riti, prenderemo ancora in
considerazione un caso speciale di esse, caso che abbiamo intenzionalmente
lasciato da parte finora: tale caso è quello delle «cerimonie magiche», e anche
se esso è certamente al di fuori dell’argomento principale del nostro studio,
non crediamo inutile trattarne un po’ dettagliatamente perché la magia è, come
già abbiamo detto, qualcosa che dà luogo a buona parte degli equivoci creati e
mantenuti, riguardo all’iniziazione, da una folla di pseudo-iniziati d’ogni
tipo; inoltre, il termine «magia» è oggi continuamente applicato, a ragione e a
torto, alle cose più diverse, e a volte senza il minimo rapporto con quel che
realmente indicherebbe. Tutto quel che sembra più o meno singolare, tutto quel
che esce dall’ordinario (o da ciò che si è convenuto di considerar tale), per
qualcuno è «magico»; abbiamo già segnalato l’attribuzione che taluni fanno di
quest’epiteto all’efficacia propria dei riti, la maggior parte delle volte con
l’intenzione – del resto – di negarne la realtà; e a dire il vero, nel
linguaggio comune questa parola ha finito con il non aver più altro significato
se non quello. Per altri, la «magia» assume l’aspetto di una cosa piuttosto «letteraria»,
un po’ al modo in cui abitualmente si parla anche di una «magia dello stile»;
ed è soprattutto alla poesia (o per lo meno a una certa poesia, se non
indistintamente a tutta) che essi vogliono attribuire tale carattere «magico».
In quest’ultimo caso la confusione è forse meno grossolana, ma
168
A proposito di «magia cerimoniale»
proprio per questo è più importante
dissiparla: è esatto dire che la poesia, alle sue origini e prima che
degenerasse in semplice «letteratura» e in espressione di una pura fantasia
individuale, era qualcosa di totalmente diverso, la cui nozione può in fondo
ricollegarsi direttamente a quella dei mantra1; poteva allora
esistere, realmente una poesia magica, così come poteva esistere una poesia
destinata a produrre effetti di natura assai più elevata2; ma quando
si tratti al contrario di poesia profana (ed è proprio a questa che i moderni
intendono inevitabilmente riferirsi, giacché, anche quando gli capiti di
trovarsi in presenza dell’altra non sanno distinguerla da essa, e credono
ancora di essere alle prese con semplice «letteratura»), non può più esser questione
di nulla del genere, né – checché se ne possa dire (e anche questo è un abuso
di linguaggio) – di «ispirazione» nell’unico vero significato della parola,
vale a dire in senso propriamente «sovrumano». Noi non mettiamo in dubbio, sia
ben chiaro, che la poesia profana – come del resto qualsiasi espressione di
idee o sentimenti di diversa natura – possa produrre effetti psicologici; ma
questa è cosa del tutto differente e, precisamente, non ha proprio nulla a che
vedere con la magia; a ogni buon conto, è questo un punto da tener presente,
perché può essere causa d’una confusione che in tal caso sarebbe semplicemente
correlata a un altro errore che i moderni commettono frequentemente sempre
sulla natura della magia, e sul quale ci toccherà ritornare in seguito.
Detto questo, ricorderemo che la magia è
propriamente una scienza, si può dire addirittura una scienza «fisica» nel
senso etimologico della parola, poiché si tratta delle leggi e della produzione
1 I libri sacri, o
per lo meno alcuni fra di essi, possono essere «poemi» in tale senso, ma certo
non lo sono nel senso «letterario» in cui pretendono che lo siano i «critici»
moderni, i quali così facendo vogliono nuovamente ricondurli a un livello puramente
umano.
2 Le sole vestigia
di poesia magica che si possano trovare ancora attualmente in Occidente fanno
parte di quelle che i nostri contemporanei hanno convenuto di chiamare le
«superstizioni popolari»; in effetti è nella stregoneria delle campagne che se
ne incontrano principalmente.
169
Considerazioni sull’iniziazione
di determinati fenomeni (e del resto, come
abbiamo indicato, è il carattere «fenomenico» della magia che interessa certi
Occidentali moderni, in quanto soddisfa le loro tendenze «sperimentalistiche»);
soltanto, è importante precisare che le forze che intervengono appartengono
all’ambito sottile, e non a quello corporeo, ed è a causa di ciò che sarebbe
totalmente falso il voler identificare questa scienza con la «fisica» intesa
nel senso ristretto in cui è presa dai moderni; di fatto è questo un errore che
si incontra anch’esso, visto che qualcuno ha creduto di poter far risalire i
fenomeni magici all’elettricità o a «radiazioni» di qualche tipo, della stessa
natura. Ora, se la magia possiede tale carattere di scienza, ci si domanderà
forse com’è possibile che si parli di riti magici, e occorre riconoscere che
questo deve essere un serio motivo di imbarazzo per i moderni, vista l’idea che
essi si fanno delle scienze; dovunque vedano dei riti, costoro pensano che
necessariamente si tratti di qualcos’altro che non di scienza, qualcosa che
cercano quasi sempre di identificare più o meno completamente con la religione;
sennonché – è bene dirlo chiaramente subito – i riti magici in realtà non
hanno, per quel che riguarda il loro fine proprio, nessun punto in comune con i
riti religiosi, né d’altronde (e saremmo tentati di dire a maggior ragione) con
i riti iniziatici, come vorrebbero che sia, invece, i seguaci di alcune delle
concezioni pseudo-iniziatiche che hanno corso nella nostra epoca; e tuttavia,
benché siano totalmente fuori da queste categorie, esistono di fatto anche dei
riti magici.
La spiegazione in fondo è assai semplice: come
abbiamo detto, la magia è una scienza, ma una scienza tradizionale; ora, in
tutto quel che presenti tale carattere, si tratti di scienze, di arte o di
mestieri, ci sono sempre – o per lo meno quando non ci si limiti a studi
semplicemente teorici – delle cose che, se ben capite, vanno intese come veri e
propri riti; né c’è ragione di stupirsene, giacché qualsiasi azione compiuta
seguendo regole tradizionali, quale che sia il campo nel quale si situa, è in
realtà un’azione rituale, come abbiamo già in precedenza indicato. Naturalmente
tali riti dovranno, in ciascun caso, essere di un
170
A proposito di «magia cerimoniale»
tipo speciale, poiché la loro «tecnica» dovrà
essere necessariamente appropriata al fine particolare al quale sono destinati;
per questo occorre che si evitino accuratamente tutte le confusioni e tutte le
false assimilazioni come quelle che abbiamo ricordato poco fa, e questo sia per
quanto riguarda i riti veri e propri, sia per quanto riguarda i campi diversi
al quali essi rispettivamente si riferiscono, le due cose essendo del resto
rigorosamente correlate; i riti magici, di conseguenza, non sono nient’altro
che una specie di riti fra molte altre, alla stessa stregua, ad esempio, dei
riti terapeutici che devono anch’essi sembrare, agli occhi dei moderni, una
cosa piuttosto straordinaria e addirittura incomprensibile, di cui però è
incontestabile l’esistenza nelle civiltà tradizionali.
È opportuno ricordare che la magia è, fra le
scienze tradizionali, una di quelle che appartengono all’ambito più basso,
giacché va compreso che in tale materia tutto dev’essere considerato
rigorosamente gerarchizzato secondo la sua natura e il suo campo proprio; è
indubbiamente per questo che essa è più d’ogni altra soggetta a deviazioni e
degenerazioni1. Accade talvolta che essa assuma sviluppi del tutto
sproporzionati alla sua reale importanza, giungendo a soffocare in qualche modo
le conoscenze più elevate e degne d’interesse, e alcune civiltà antiche sono
morte a causa di questo sviluppo abnorme della magia, così come la civiltà
moderna rischia di morire a causa di quello della scienza profana, la quale
rappresenta del resto una deviazione ancor più grave, giacché la magia,
nonostante tutto, è tuttavia una scienza tradizionale. In certi casi, inoltre,
la magia sopravvive per così dire a se stessa, sotto le specie di vestigia più
o meno informi e incomprese, ma ancora in grado di fornire qualche risultato effettivo,
e in tal caso può scadere al livello dell’infima stregoneria – caso che è fra i
più comuni e diffusi –, o degenerare in qualche altro modo. Finora non abbiamo
però ancora parlato di cerimonie, ma lo faremo adesso, poiché esse rivestono i
caratteri stessi di una di simili degenerazioni
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, capp. XXVI e XXVII.
171
Considerazioni sull’iniziazione
della magia, al punto che quest’ultima ha
ricevuto da esse la sua denominazione di «magia cerimoniale».
Gli occultisti saranno certamente poco
disposti ad ammettere che questa «magia cerimoniale», la sola che conoscano e
che tentino di praticare, è soltanto una magia degenerata, e tuttavia le cose
stanno in questo modo; senza volerla assolutamente far simile alla stregoneria,
potremmo addirittura dire che essa è ancor più degenerata di quest’ultima sotto
certi riguardi, quantunque in un’altra maniera. Su questo punto è opportuno che
ci spieghiamo più chiaramente: lo stregone esegue determinati riti e pronuncia
certe formule, generalmente senza capirne il significato, ma accontentandosi di
ripetere il più esattamente possibile quel che gli è stato insegnato da coloro
che glieli hanno trasmessi (questo è un punto particolarmente importante dal
momento che si tratta di qualcosa che presenta un carattere tradizionale, come
si può comprendere facilmente da quanto abbiamo spiegato in precedenza); e tali
riti e formule, che nella maggior parte dei casi non sono che resti più o meno
deformati di cose molto antiche, e che certamente non sono accompagnati da
nessuna cerimonia, tuttavia, in molti casi, hanno un’efficacia sicura (qui non
dobbiamo fare distinzioni tra le intenzioni benefiche o malefiche che possono
intervenire nel corso del loro uso, giacché quella che è in questione è
unicamente la realtà degli effetti ottenuti).
L’Occultista, invece, che fa della «magia
cerimoniale», generalmente non ottiene nessun risultato serio, per quanta cura
ponga nel conformarsi a una quantità di prescrizioni minuziose e complicate, le
quali egli del resto ha imparato solo dai libri, e certo non per una
trasmissione qualsivoglia; talvolta capita che riesca a illudersi, ma questa è
tutta un’altra cosa; e si potrebbe dire che tra le pratiche dello stregone e le
sue ci sia la stessa differenza che c’è tra una cosa viva, foss’anche in uno stato
di decrepitezza, e una cosa morta.
Tale insuccesso del «magista» (questa è la
parola di cui si servono di preferenza gli occultisti, senza dubbio ritenendola
più onorevole e meno banale dell’appellativo di «mago») ha
172
A proposito di «magia cerimoniale»
una duplice ragione: da un lato, nella misura
in cui si può ancora parlare di riti in un caso simile, egli li simula più che
non li effettui veramente, poiché gli manca la trasmissione che sarebbe
necessaria per «vivificarli», e a cui la semplice intenzione non potrebbe
supplire in alcun modo; dall’altro, tali riti sono letteralmente soffocati dal
«formalismo» vuoto delle cerimonie, giacché, incapace di distinguere
l’essenziale dall’accidentale (e i libri a cui egli fa capo sono del resto
assai lontani dal poterlo aiutare, perché in genere essi contengono una
mescolanza inestricabile di elementi, qualche volta forse intenzionale, altre
volte involontaria), il «magista» si interesserà naturalmente soprattutto
all’aspetto esteriore, che più lo colpisce e che è più «impressionante»; e in
fondo è questo che giustifica il nome stesso di «magia cerimoniale». Di fatto,
la maggior parte di coloro che in questo modo credono di «fare della magia», in
realtà non fanno nient’altro che autosuggestionarsi in modo puro e semplice; la
cosa più strana che accade è però che le cerimonie riescono a influire, non
soltanto sugli spettatori, se ce ne sono, ma su coloro stessi che le eseguono,
i quali, quando sono sinceri (è solo di questo caso che dobbiamo occuparci, non
dovendo tener conto dei casi in cui intervenga l’impostura) sono veramente,
come dei bambini, vittime del loro proprio gioco. Costoro non ottengono perciò,
e non possono ottenere, se non effetti di natura esclusivamente psicologica,
vale a dire della stessa natura di quelli che in generale producono le
cerimonie, e che sono del resto tutta la ragion d’essere di queste ultime; ma
anche quando siano rimasti sufficientemente coscienti di quel che succede in
loro e attorno a loro da rendersi conto che tutto non si riduce che a questo,
essi sono ben lontani dal sospettare che, se le cose stanno così, è solo a
causa della loro incapacità e della loro ignoranza. Allora si ingegnano di
costruire teorie in accordo con le concezioni più moderne – che in tal modo si
accostano, loro malgrado, a quelle della stessa «scienza ufficiale» – per
spiegare che la magia e i suoi effetti appartengono totalmente alla sfera
psicologica, così come altri dicono dei riti in generale; il male è che ciò di
cui parlano non è
173
Considerazioni sull’iniziazione
affatto la magia, dal cui punto di vista
effetti simili sono perfettamente nulli e inesistenti, e che, confondendo i
riti con le cerimonie, confondono anche la realtà con ciò che ne è soltanto
caricatura o parodia; e se gli stessi «magisti», sono ridotti a questo, come
stupirsi che confusioni di tal genere prendano poi corpo nel «gran pubblico»?
Queste annotazioni saranno sufficienti, da un
lato per ricollegare il caso delle cerimonie magiche a quel che abbiamo detto
all’inizio sulle cerimonie in generale, e dall’altro per far vedere da dove
provengano alcuni dei principali errori moderni che riguardano la magia.
Certamente «fare della magia» – foss’anche nel modo più autentico che possa
esserci – non è un’occupazione che possa sembrarci molto degna d’interesse in
sé e per sé; dobbiamo però riconoscere che si tratta di una scienza i cui
risultati, checché si possa pensare del loro valore, sono tanto reali nel loro
ordine quanto quelli di qualsiasi altra scienza, e non hanno niente in comune
con illusioni e vaneggiamenti «psicologici». Quel che bisogna è che si sappia
per lo meno determinare la vera natura di ogni cosa e situarla nel posto che le
compete, ma è proprio questo che la maggior parte dei nostri contemporanei si
dimostra totalmente incapace di fare, e quello che già abbiamo avuto occasione
di chiamare lo «psicologismo», ossia quella tendenza a tutto ricondurre a
interpretazioni psicologiche di cui qui abbiamo un esempio assai evidente, non
è – fra le manifestazioni tipiche della loro mentalità – una delle meno
bizzarre e delle meno significative; in fondo, essa non è del resto che una
delle forme più recenti che abbia assunto l’«umanesimo», vale a dire la
tendenza più generale dello spirito moderno a pretendere di tutto ridurre a
elementi puramente umani.
174
XXI
Sul cosiddetti «poteri» psichici
Per concludere sull’argomento della magia e
sulle cose di questo tipo, ci resta ancora da trattare di una questione, quella
dei cosiddetti «poteri» psichici, questione che del resto ci riconduce più
direttamente all’iniziazione, o piuttosto agli errori che si commettono al suo
riguardo, giacché, come abbiamo detto all’inizio, c’è qualcuno che le
attribuisce espressamente come obiettivo «lo sviluppo dei poteri psichici
latenti nell’uomo». Quella che viene chiamata in questo modo non è altro, in
fondo, che la facoltà di produrre «fenomeni» più o meno eccezionali e, di
fatto, la maggior parte delle scuole pseudo-esoteriche o pseudo-iniziatiche
dell’Occidente moderno non si propongono nulla di diverso; la gran maggioranza
dei loro aderenti, infatti, sono affetti da una vera e propria ossessione in
proposito, e tanto si illudono sul valore di questi «poteri» da farli passare
per il segno di uno sviluppo spirituale, vuoi addirittura per il suo risultato
finale, mentre, quand’anche non siano un semplice miraggio dell’immaginazione,
essi appartengono unicamente alla sfera psichica – la quale non ha in realtà
nulla a che vedere con lo spirituale –, e nella maggior parte dei casi sono
soltanto un ostacolo all’acquisizione di ogni vera spiritualità.
Tale illusione sulla natura e sulla portata di
simili «poteri» è quasi sempre associata a quell’interesse eccessivo per la
«magia» che ha anch’essa come causa, come già abbiamo avuto occasione di
osservare, la passione per i «fenomeni» che è così caratteristica della
mentalità occidentale moderna; sennonché si insinua qui
175
Considerazioni sull’iniziazione
un altro errore che è opportuno segnalare: la
verità è che non ci sono «poteri magici», quantunque quest’espressione si
incontri a ogni momento, espressa non soltanto dalle persone di cui parlavamo,
ma – per un curioso accordo nell’errore – anche da coloro che si sforzano di
combattere le loro tendenze, pur essendo non meno ignoranti del fondo delle
cose. La magia dovrebbe essere trattata per quella scienza naturale e
sperimentale che è in realtà; per quanto strani o eccezionali siano i fenomeni
di cui si occupa, essi non sono tuttavia più «trascendenti» di altri, e il
mago, quando li provoca, lo fa semplicemente applicando la conoscenza che ha di
certe leggi naturali, le leggi, cioè, della sfera sottile alla quale
appartengono le forze che mette in gioco. Non si tratta perciò di nessun
«potere» straordinario, non più di quanto sia straordinaria, del resto, la
capacità di chi, avendo studiato una qualunque scienza, ne metta in pratica i
risultati; si potrà forse dire, ad esempio, che un medico possiede dei «poteri»,
perché, sapendo quale rimedio si applica a una o all’altra malattia, la
guarisce servendosi di quel rimedio? Tra il mago e colui che è in possesso di
«poteri» psichici passa una differenza abbastanza comparabile a quella che
esiste, nella sfera corporea, tra chi esegua un determinato lavoro con
l’ausilio di una macchina e chi lo effettui con la sola forza o per l’abilità
del proprio organismo; sia l’uno che l’altro operano di fatto nello stesso
campo, ma non nello stesso modo. Del resto, si tratti di magia o di «poteri»,
in entrambi i casi – ripetiamo – non si tratta assolutamente di nulla di
spirituale né di iniziatico; se mettiamo in rilievo la differenza che c’è tra
le due cose, non è perché dal nostro punto di vista l’una valga più dell’altra;
sennonché è sempre necessario sapere esattamente di cosa si parli ed eliminare
le confusioni che esistono in merito a quell’argomento.
I «poteri» psichici sono, in certi individui,
una cosa del tutto spontanea, l’effetto di una semplice disposizione naturale
che si sviluppa da sola; stando così le cose, dovrebbe essere evidente che non
è il caso di trarne vanto, così come non c’è ragione di trar vanto di qualsiasi
altra disposizione naturale, dal momento che non sono il segno di nessuna
«realizzazione» voluta, e che
176
Sui cosiddetti «poteri» psichici
chi li possiede può addirittura non sospettare
l’esistenza di qualcosa di simile; se non ha mai sentito parlare di
«iniziazione» non gli verrà certo in mente di credersi «iniziato» perché vede
cose che non tutti vedono, o perché ha talvolta dei sogni «premonitori», o
perché gli capita di guarire un ammalato per semplice contatto, e senza che
sappia bene come ciò avvenga. Sennonché esiste pure il caso in cui tali
«poteri» vengono acquisiti o sviluppati artificialmente, come risultato di
determinati «allenamenti» speciali; qui si tratta invece di qualcosa di più
pericoloso, giacché accade di rado che ciò avvenga senza provocare un certo
squilibrio; e, nello stesso tempo, è in casi simili che hanno più facilmente
origine le illusioni: ci sono persone che sono convinte di aver ottenuto certi
«poteri», di fatto perfettamente immaginari, sia semplicemente perché sono
sotto l’influenza dei loro desideri e di una sorta di «idea fissa», ovvero per
effetto della suggestione esercitata su di loro da qualcuno di quegli ambienti
nei quali abitualmente si praticano gli «allenamenti» di questo tipo. È
soprattutto in questi ambienti che si parla di «iniziazione» a proposito e a
sproposito, accostandola più o meno completamente all’acquisizione di questi
troppo vantati «poteri»; non c’è perciò da stupirsi se persone dalla mente
debole, o ignoranti, si lasciano in certo qual modo affascinare da simili
pretese, pretese che però basterebbe a demolire completamente la constatazione
dell’esistenza del primo caso di cui abbiamo parlato, inteso che in esso si è
in presenza di «poteri» del tutto simili, se non spesso addirittura più
sviluppati e autentici, senza che alla loro origine ci sia la minima traccia di
«iniziazione», reale o presunta. La cosa forse più strana e meno facilmente
comprensibile è però che i possessori di tali «poteri» spontanei, se gli capita
di venire in contatto con simili ambienti pseudo-iniziatici, siano talvolta
portati a credere, anche loro, di essere degli «iniziati»; e tuttavia essi
dovrebbero saper meglio di altri cosa pensare del reale carattere di tali
facoltà, le quali – d’altronde – si incontrano, manifestate in proporzioni
diverse, in molti fanciulli per altri versi del tutto ordinari, anche se
spesso, in seguito, scompaiono più o meno
177
Considerazioni sull’iniziazione
rapidamente. La sola scusante per tutte queste
illusioni è che nessuno di coloro che le suscitano e le alimentano in se stessi
e negli altri ha la minima nozione di cosa sia la vera iniziazione; ma sia
chiaro che ciò non ne diminuisce affatto il pericolo, sia per quanto riguarda i
disturbi psichici e financo fisiologici che sono le sequele abituali di questo
genere di cose, sia per quanto riguarda le conseguenze più remote, ancor più
gravi, di uno sviluppo disordinato di possibilità inferiori il quale, come
abbiamo detto in un’altra sede, è rivolto direttamente agli antipodi della
spiritualità1.
Ha una particolare importanza l’osservare che
i «poteri» in questione possono benissimo coesistere con la più completa
ignoranza dottrinale, com’è anche troppo facile constatare, ad esempio, nella
maggior parte dei «chiaroveggenti» e dei «guaritori»; già solo questo
proverebbe a sufficienza che essi non hanno il minimo rapporto con
l’iniziazione, il cui scopo non può essere se non di pura conoscenza. Questo fa
vedere, nello stesso tempo, come il loro ottenimento sia privo di qualsiasi
vero interesse, giacché colui che li possiede non per ciò è più avanzato nella
realizzazione del suo essere proprio, realizzazione che fa tutt’uno con la
conoscenza effettiva vera e propria; essi costituiscono semplicemente delle
acquisizioni del tutto contingenti e transitorie, esattamente paragonabili, in
ciò, con lo sviluppo corporeo, il quale per lo meno non presenta gli stessi
pericoli; e si può aggiungere che i pochi vantaggi non meno contingenti che il
loro esercizio può fornire non compensano sicuramente gli inconvenienti ai
quali abbiamo accennato. Per di più, tali vantaggi risiedono troppo spesso
nella sola possibilità di stupire gli ingenui e di farsi da loro ammirare, o in
altre soddisfazioni non meno vane e puerili; e il far mostra di simili «poteri»
è già dar prova di una mentalità incompatibile con qualsiasi iniziazione,
foss’anche al grado più elementare; che dire allora di coloro che se ne servono
per farsi passare per «grandi iniziati»? Non è il caso di insistere, giacché
queste cose
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXXV.
178
Sui cosiddetti «poteri» psichici
hanno soltanto più la natura della
ciarlataneria, quand’anche i «poteri» in questione siano reali nel loro ordine;
in effetti, non è la realtà dei fenomeni in quanto tali che qui ha soprattutto
rilievo, ma piuttosto il valore e la portata che è il caso di attribuirgli.
È indubbio che, anche in coloro di cui sia
incontestabile la buona fede, la porzione di suggestione è assai elevata quando
siano in questione fatti di questo genere; per convincersene è sufficiente
prendere in esame un caso come quello dei «chiaroveggenti», le cui sedicenti
«rivelazioni», che sono il più possibile lontane dall’accordarsi fra di loro,
sono invece sempre in relazione con le loro idee proprie, o con quelle del loro
ambiente, o della scuola alla quale appartengono. Ammettiamo tuttavia che si tratti
di cose affatto reali – cosa che del resto ha più probabilità di verificarsi
quando la «chiaroveggenza» è spontanea che non quando essa sia stata sviluppata
artificialmente; anche in tal caso non si comprende perché ciò che è visto o
udito nel mondo psichico dovrebbe avere, in maniera generale, più interesse o
importanza di quanta ne abbia, nel mondo corporeo, quel che capita a ognuno di
vedere e di udire passeggiando lungo una strada: persone di cui la maggior
parte sono sconosciute o indifferenti, accadimenti che non lo riguardano in
nulla, frammenti di conversazioni incoerenti o addirittura inintelligibili, e
via di questo passo; questo paragone è indubbiamente quello che dà l’idea più
giusta di ciò che di fatto si presenta al «chiaroveggente» volontario o
involontario. Il primo è più scusabile se si inganna, nel senso che deve avere
qualche difficoltà a riconoscere che tutti gli sforzi che ha prodotto, talvolta
per anni, non portano alla fin fine che a un risultato così risibile; ma, per
quanto riguarda il «chiaroveggente» spontaneo, la cosa dovrebbe invece
apparirgli del tutto naturale, com’essa in effetti è; e se non accadesse troppo
sovente che venga convinto che essa è straordinaria, indubbiamente egli non si
sognerebbe mai di preoccuparsi maggiormente di quel che incontra nella sfera
psichica di quanto non faccia per il suo analogo della sfera corporea, né di
cercare significati meravigliosi o complicati per ciò che ne è assolutamente
privo nella immensa maggioranza dei
179
Considerazioni sull’iniziazione
casi. A dire il vero, in effetti esiste una
ragione per tutto quel che accade, anche per la cosa più insignificante e in
apparenza indifferente, sennonché essa ci importa così poco che non ne teniamo
alcun conto e non sentiamo nessun bisogno di cercarla, per lo meno quando si
tratti di quella che si è inteso di chiamare la «vita ordinaria», ossia, in
ultima analisi, degli avvenimenti del mondo corporeo; se si osservasse la
stessa regola per quanto riguarda il mondo psichico (il quale in fondo è non
meno «ordinario» in sé e per sé, se non proprio anche per quanto riguarda le
percezioni che ne abbiamo), quante divagazioni ci sarebbero risparmiate! È vero
che per ottenere questo risultato sarebbe necessario un grado di equilibrio
mentale di cui disgraziatamente i «chiaroveggenti» – anche quelli spontanei –
sono molto raramente provvisti, a maggior ragione quelli che hanno subito gli
«addestramenti» psichici di cui dicevamo prima. A ogni buon conto, un tale
«disinteresse» totale nei confronti dei fenomeni è nondimeno rigorosamente
necessario per chi, trovandosi dotato di facoltà di questo genere, voglia ciò
nonostante intraprendere una realizzazione d’ordine spirituale; quanto a chi
non ne è provvisto naturalmente, questi, lungi dallo sforzarsi di ottenerle,
deve ritenere al contrario che tale mancanza costituisca per lui un vantaggio
assai sensibile in vista di una simile realizzazione, nel senso che avrà in tal
modo un molto minor numero di ostacoli di cui sbarazzarsi; del resto, avremo da
ritornare tra poco su quest’ultimo punto.
In definitiva, la stessa parola «poteri»,
quando sia usata in questo modo, ha il gran torto di evocare l’idea di una
superiorità che simili cose non comportano affatto; se si può tuttavia
accettarla, non sarà che a titolo di semplice sinonimo della parola «facoltà»,
la quale ha d’altronde, etimologicamente, un significato pressoché identico1;
si tratta di fatto di possibilità dell’essere, ma di possibilità che non hanno
nulla di «trascendente», dal momento che sono interamente d’ordine individuale,
1 Tale significato
originario della parola «facoltà» è altresì quello del termine sanscrito
corrispondente indriya.
180
Sui cosiddetti «poteri» psichici
e che, anche in tale ambito, sono assai
lontane dall’essere le più elevate e le più degne d’attenzione. Quanto poi ad
attribuir loro un valore iniziatico qualsivoglia, non foss’altro che a titolo
semplicemente ausiliario o preparatorio, si tratterebbe di tutto l’opposto
della verità; e poiché ai nostri occhi solo quest’ultima conta, dobbiamo dire
le cose come sono, senza preoccuparci che ciò possa far piacere o far
dispiacere a qualcuno; i possessori di «poteri» psichici avrebbero sicuramente
torto se ce ne volessero per questo, poiché con ciò non farebbero che darci
ancor più completamente ragione, rendendo manifesta la loro incomprensione e il
loro difetto di spiritualità: come, infatti, si potrebbe definire diversamente
il fatto di essere attaccati a una prerogativa individuale, o piuttosto alla
sua apparenza, al punto di preferirla alla conoscenza e alla verità1?
1 Non si venga a
opporre, a quel che è qui detto, che i «poteri» spontanei potrebbero essere il
risultato di qualche iniziazione ricevuta «in astrale» – quando non sia
addirittura in «esistenze anteriori»: dev’essere ben chiaro che quando parliamo
dell’iniziazione, intendiamo parlare unicamente di cose serie, e non certo di
fantasticherie di dubbio gusto.
181
XXII
Il rifiuto dei «poteri»
Dopo aver fatto vedere quale ridotto interesse
presentino in realtà i cosiddetti «poteri» psichici, e la totale assenza di un
rapporto tra il loro sviluppo e una realizzazione spirituale o iniziatica,
dobbiamo ancora, prima di abbandonare l’argomento, insistere sul fatto che – in
previsione di una simile realizzazione – non soltanto essi sono indifferenti e
inutili, ma addirittura veramente nocivi nella maggioranza dei casi. Essi
costituiscono infatti una «distrazione» nel senso rigorosamente etimologico della
parola: l’uomo che si lasci assorbire dalle molteplici attività del mondo
corporeo non riuscirà mai a «incentrare» la propria coscienza su realtà
superiori, e di conseguenza a sviluppare in se stesso le possibilità
corrispondenti a esse; a maggior ragione lo stesso accadrà a chi si perderà e
si «dissiperà» nella molteplicità, incomparabilmente più vasta e più varia, del
mondo psichico con le sue indefinite modalità, e, a meno di esser favorito da
circostanze eccezionali, è assai probabile che non giunga mai a liberarsene,
soprattutto se – per soprammercato – si faccia sul valore di tali cose delle
illusioni che per lo meno l’esercizio delle attività corporali non comporta.
È questa la ragione per la quale chiunque
abbia la volontà ben ferma di seguire una via iniziatica, non solamente non
dovrà mai cercare di acquisire o di sviluppare tali troppo decantati «poteri»,
ma dovrà al contrario, quand’anche accadesse che essi gli si presentino
spontaneamente e in maniera del tutto accidentale, respingerli inflessibilmente
quali altrettanti ostacoli
182
Il rifiuto dei «poteri»
capaci di distoglierlo dallo scopo unico verso
cui tende. Non che in essi occorra vedere necessariamente, come taluno potrebbe
credere troppo volentieri, delle «tentazioni» o delle «astuzie diaboliche» in
senso letterale; tuttavia, qualcosa di simile è pur insito in loro, nel senso
che il mondo della manifestazione individuale, sia nella sfera psichica sia in
quella corporea, e nella prima forse ancora più che nella seconda, sembra in
certo qual modo sforzarsi in tutti i modi di trattenere chi cerchi di sfuggirgli;
si tratta dunque di una specie di reazione di forze antagoniste, la quale può
del resto, come molte difficoltà di un altro genere, esser dovuta soltanto a
una sorta di ostilità incosciente dell’ambiente. Va da sé che, poiché l’uomo
non può isolarsi da tale ambiente e rendersene totalmente indipendente finché
non sia giunto alla meta, o per lo meno alla tappa contrassegnata
dall’affrancamento dalle condizioni dello stato individuale umano, questo non
esclude affatto che simili manifestazioni siano allo stesso tempo risultati
naturali, anche se puramente accidentali, del lavoro interiore a cui si dedica,
e le cui ripercussioni esteriori assumono talvolta le forme più inattese,
andando di gran lunga al di là di tutto quel che potrebbero immaginare coloro
che non hanno avuto occasione di rendersene conto personalmente.
Sotto un altro aspetto, sempre coloro che
possiedono naturalmente certe facoltà psichiche anormali sono per tale fatto –
come già abbiamo detto – in certo qual modo svantaggiati per quanto riguarda il
loro sviluppo spirituale; non solo è indispensabile che essi se ne
disinteressino totalmente e non vi attribuiscano nessuna importanza, ma può
anche darsi che sia necessario che ne riducano l’esercizio al minimo, quando
non addirittura che lo sopprimano del tutto. In effetti, se è raccomandato di
diminuire il più possibile l’uso dei sensi corporei, per lo meno durante certi
periodi di lavoro più o meno prolungati, allo scopo di non risultarne
distratti, la stessa cosa è parimenti vera per quel che riguarda codeste
facoltà psichiche; e inoltre, mentre l’uomo non potrebbe vivere se arrestasse
completamente e indefinitamente l’esercizio dei sensi, nulla del genere
accadrebbe
183
Considerazioni sull’iniziazione
in quest’altro caso, e nessun inconveniente
grave gli potrà derivare da simile «inibizione»; ben al contrario, l’essere non
potrà se non ricavarne un beneficio per ciò che concerne il suo equilibrio
organico e mentale, e ritrovarsi di conseguenza in condizioni migliori per
intraprendere, senza rischiare di essere ostacolato da uno stato più o meno
patologico e anormale, lo sviluppo delle sue possibilità di ordine superiore.
I produttori di «fenomeni» straordinari sono
nella maggior parte dei casi esseri piuttosto inferiori sotto il profilo
intellettuale e spirituale, o addirittura totalmente deviati dagli
«allenamenti» particolari al quasi si sono assoggettati; non è difficile capire
che chi abbia passato una parte della sua vita a esercitarsi esclusivamente
nella produzione di un qualsiasi «fenomeno» sarà per conseguenza diventato
incapace di qualcos’altro, e che le possibilità di un altro tipo gli sono ormai
irrimediabilmente precluse. Questo è quel che capita generalmente a coloro che
cedono di fronte all’attrazione della sfera psichica: quand’anche abbiano in
precedenza intrapreso un lavoro di realizzazione iniziatica, essi si ritrovano
a questo punto arrestati su tale via, né potranno procedere ulteriormente,
ancora fortunati se si fermeranno in questa posizione e non si lasceranno a
poco a poco trascinare nella direzione che, come abbiamo spiegato in un’altra
occasione, è propriamente quella che conduce agli antipodi della spiritualità e
non può che sfociare alla fine nella «disintegrazione» dell’essere cosciente1;
ma, anche lasciando da parte questo caso estremo, il semplice arresto di ogni
sviluppo spirituale è già certamente una conseguenza sufficientemente grave in
se stessa, e dovrebbe far riflettere gli amatori dei «poteri» se essi non
fossero completamente accecati dalle illusioni del «mondo intermedio».
Si potrà forse obiettare che esistono
organizzazioni autenticamente iniziatiche che esercitano esse stesse
determinati individui allo sviluppo di tali «poteri»; ma la verità è che, in
questo caso, gli individui in questione sono fra quelli a cui fanno difetto
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXXV.
184
Il rifiuto dei «poteri»
le qualificazioni iniziatiche, e che hanno,
per contro, nello stesso tempo, particolari attitudini in campo psichico,
cosicché tutto sommato questo è tutto il partito che è realmente possibile
trarne. Inoltre, in condizioni di questo genere, lo sviluppo psichico è guidato
e controllato in modo che presenti il minimo di inconvenienti e di pericoli;
anzi, in realtà tali esseri beneficiano del legame che si stabilisce in questo
modo, sia pure a un livello inferiore, con un’organizzazione tradizionale, e quest’ultima,
da parte sua, può utilizzarli per scopi dei quali essi stessi non saranno
coscienti, e non perché siano loro volontariamente nascosti, ma soltanto perché
– tenuto conto della limitatezza delle loro possibilità – essi sarebbero
assolutamente incapaci di comprenderli.
È sottinteso che i pericoli dei quali abbiamo
parlato, per chi abbia raggiunto un certo grado di realizzazione iniziatica non
esistono più; e si può addirittura aggiungere che costui possiede
implicitamente tutti i «poteri» senza che abbia da svilupparli in una qualunque
maniera, per la buona ragione che domina «dall’alto» le forze del mondo
psichico; sennonché in generale egli non li esercita, perché per lui essi non
possono aver più nessun interesse. È in maniera analoga, del resto, che chi
abbia penetrato certe scienze tradizionali nella loro essenza profonda si
disinteresserà anch’egli completamente della loro applicazione e non se ne
servirà mai; la conoscenza pura gli è sufficiente; essa è veramente la sola
cosa che importa, e tutto il resto non sono che semplici conseguenze. D’altro
canto, ogni manifestazione di queste cose è in qualche modo necessariamente una
«discesa», anche se una discesa a dire il vero solo apparente e tale da non
poter influire realmente sull’essere vero e proprio; occorre non dimenticare in
effetti che il non-manifestato è superiore al manifestato, e che di conseguenza
il fatto di permanere in tale «non-manifestazione» sarà, se si può dire così,
l’espressione più adeguata dello stato che l’essere ha realizzato
interiormente; questo è quel che taluno traduce simbolicamente dicendo che «la
notte è preferibile al giorno», ed è pure questo che vuol rappresentare la
raffigurazione della tartaruga ritratta all’interno
185
Considerazioni sull’iniziazione
del suo guscio. Di conseguenza, se può
capitare che un essere simile manifesti certi «poteri», ciò avverrà – come
abbiamo già indicato in precedenza – soltanto in casi del tutto eccezionali, e
per motivi particolari che necessariamente sfuggono all’apprezzamento del mondo
esterno, motivi che sono totalmente diversi, beninteso, da quelli che può avere
l’ordinario produttore di «fenomeni»; fuori da tali casi, la sua unica maniera
di agire sarà quella che è indicata dalla tradizione orientale come l’«attività
non-agente», la quale è del resto, proprio per il suo carattere di
non-manifestazione, la pienezza stessa dell’attività.
Ricorderemo ancora, a tal proposito, la totale
insignificanza dei fenomeni di per se stessi, dal momento che può avvenire che
fenomeni del tutto simili esteriormente derivino da cause assolutamente
diverse, addirittura non della stessa natura; è quindi facilmente concepibile
come l’essere che possieda un elevato grado di spiritualità, se deve provocare
occasionalmente un qualsiasi fenomeno, non agisca per ciò fare nello stesso
modo in cui agirebbe quegli che ne ha acquisito la facoltà in seguito ad «allenamenti»
psichici, e come la sua azione si eserciti allora secondo modalità del tutto
diverse; il paragone tra la «teurgia» e la «magia» – che sarebbe fuor di
proposito affrontare qui – darebbe anch’esso luogo alla stessa constatazione.
D’altronde, questa verità dovrebbe essere riconosciuta senza difficoltà anche
da coloro che si contengono al solo ambito exoterico, giacché, se numerosi casi
di «levitazione» o di «bilocazione» – ad esempio – possono essere rilevati
nella storia dei santi, se ne ritrovano certamente in pari numero in quella
degli stregoni; le apparenze (vale a dire precisamente i «fenomeni» in quanto
tali, nel senso proprio ed etimologico della parola) sono di fatto esattamente
le stesse, sia negli uni sia negli altri, ma nessuno vorrà concludere che le
cause ne siano pure le medesime. Dal punto di vista semplicemente teologico, di
due fatti simili punto per punto l’uno può essere tenuto per un miracolo mentre
l’altro non lo sarà e, per distinguerli, occorrerà necessariamente ricorrere a
sintomi di un altro genere, indipendenti dai fatti in sé; si potrebbe dire,
ponendosi naturalmente in un’altra prospettiva, che un fatto
186
Il rifiuto dei «poteri»
sarà un miracolo se è dovuto all’azione di un
influsso spirituale, e che non lo sarà se è dovuto soltanto all’azione di un
influsso psichico. È ciò che fa vedere, in modo chiarissimo, la lotta di Mosè e
dei maghi di Faraone, la quale, inoltre, rappresenta anche quella delle potenze
rispettive dell’iniziazione e della contro-iniziazione, per lo meno nella
misura e sul terreno in cui una lotta simile è effettivamente possibile; è
sottinteso che, come abbiamo avuto occasione di spiegare in un’altra sede, la
contro-iniziazione può esercitare la sua azione soltanto nell’ambito psichico,
e che tutto quel che appartiene all’ambito spirituale le è, per sua stessa
natura, assolutamente inibito1.
Crediamo con questo di aver sufficientemente
parlato di quest’argomento, e se vi abbiamo tanto insistito – troppo forse,
secondo il gusto di qualcuno – il motivo è che ne abbiamo troppo spesso dovuto
constatare la necessità; occorre infatti, per quanto poco gradevole sia
talvolta questo compito, sforzarsi di mettere in guardia coloro a cui ci si
rivolge contro certi errori che rischiano di incontrare a ogni istante sul loro
cammino, errori che certamente sono tutt’altro che inoffensivi. Per concludere
in modo riassuntivo, diremo che l’iniziazione non ha assolutamente come scopo
l’acquisizione dei «poteri», i quali, così come il mondo stesso su cui
agiscono, non appartengono in definitiva che all’ambito della «grande
illusione»; l’uomo che è in via di sviluppo spirituale non ha da legarsi ancor
più fortemente a quest’ultima attraverso nuovi vincoli, ma – ben al contrario –
da riuscire a liberarsene totalmente; e tale liberazione non può essere
ottenuta che con la pura conoscenza, a condizione, beninteso, che quest’ultima
non rimanga semplicemente teorica, ma possa al contrario diventare pienamente
effettiva, poiché è soltanto in questo che consiste la «realizzazione» vera
dell’essere in tutti i suoi gradi.
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, capp. XXXVIII e XXXIX.
187
XXIII
Sacramenti e riti iniziatici
Abbiamo detto in precedenza che i riti
religiosi e i riti iniziatici appartengono a categorie essenzialmente diverse e
non possono avere lo stesso scopo, cosa che deriva necessariamente dalla
distinzione delle due sfere, exoterica ed esoterica, con le quali hanno
rispettivamente rapporto; se tra gli uni e gli altri si originano confusioni
nella mente di qualcuno, sono confusioni dovute anzitutto al disconoscimento di
questa distinzione, e possono anche essere in parte provocate dalle
rassomiglianze che nonostante tutto tali riti presentano, per lo meno nelle
loro forme esteriori, rassomiglianze che possono ingannare coloro che osservano
le cose soltanto «dall’esterno». In tutti i casi la distinzione è perfettamente
netta quando si tratti dei riti propriamente religiosi, che sono per
definizione di carattere exoterico, e di conseguenza non dovrebbero dare
origine a nessun dubbio; occorre però dire che essa può essere meno dichiarata
in altri casi, quali quello di una tradizione nella quale non ci sia la divisione
tra un exoterismo e un esoterismo costituenti in certo qual modo due aspetti
separati, ma in cui esistano solamente gradi diversi di conoscenza e in cui, di
conseguenza, la transizione dall’uno all’altro può essere pressoché
insensibile, come accade in particolare per la tradizione indù; una simile
gradualità di transizione prenderà naturalmente corpo in riti corrispondenti,
cosicché alcuni fra di essi potranno presentare. sotto certi aspetti, un
carattere in qualche modo misto o intermedio.
188
Sacramenti e riti iniziatici
È precisamente nella tradizione indù che in
effetti si incontra uno dei riti a proposito dei quali ci si può con ragione
porre la questione se il loro carattere sia o non sia iniziatico; intendiamo
parlare dell’upanayana, vale a dire del rito in conseguenza del quale un
individuo è ricollegato effettivamente a una delle tre caste superiori, alla
quale, prima dell’effettuazione del rito, apparteneva soltanto in una maniera
che si può dire esclusivamente potenziale. Questo caso merita realmente di
essere esaminato con una certa attenzione, e a tal proposito occorre innanzi
tutto capire bene cosa si debba intendere esattamente con il termine samskâra,
che viene abbastanza abitualmente tradotto con la parola «sacramento»; una
traduzione simile ci sembra molto distante dall’essere soddisfacente, giacché,
seguendo una tendenza troppo comune negli Occidentali, asserisce una identità
tra cose che, anche se sono effettivamente paragonabili sotto certi aspetti,
ciò nondimeno sono nel loro fondo assai differenti. A dar luogo a simile
obiezione non è – a dire il vero – il significato etimologico vero e proprio
della parola «sacramento», giacché, evidentemente, in effetti si tratta, in
tutti i casi, di qualcosa di «sacro»; tale significato è d’altronde anche
troppo ampio perché si possa ricavarne una nozione un po’ precisa, e se ci si
attenesse a esso qualsiasi rito potrebbe indistintamente esser chiamato
«sacramento»; sennonché, di fatto, tale parola è diventata inseparabile
dall’uso specificamente religioso e ristrettamente definito che se ne fa nella
tradizione cristiana, nella quale essa indica qualcosa di cui senza dubbio non
si trova l’equivalente esatto da altre parti. È perciò di gran lunga più
opportuno conformarsi a quest’uso onde evitare qualsiasi equivoco, e riservare
la dizione «sacramenti» a una determinata categoria di riti religiosi
specificamente appartenenti alla forma tradizionale cristiana; in queste
condizioni è la nozione di «sacramento» a rientrare in quella di samskâra
a titolo di caso particolare, e non l’inverso; in altri termini. si potrà dire
che i sacramenti cristiani sono dei samskâra, ma non che i samskâra
indù siano sacramenti, poiché, secondo la logica più elementare, il nome di un
genere si applica a ciascuna delle
189
Considerazioni sull’iniziazione
specie che sono comprese in esso, ma, per
converso, il nome di una di tali specie non può validamente applicarsi né a
un’altra specie, né all’intero genere.
Un samskâra è essenzialmente un rito di
«aggregazione» a una comunità tradizionale; questa definizione, come si vede
subito, è totalmente indipendente dalla forma particolare, religiosa o d’altro
tipo, che la tradizione in questione può rivestire; e nel Cristianesimo tale
funzione è ricoperta dai sacramenti, così come samskâra di specie
diversa la svolgono da altre parti. Dobbiamo tuttavia dire che la parola
«aggregazione» che abbiamo testé usato manca un po’ di precisione, nonché di
esattezza, e questo per due ragioni: prima di tutto, se ci si attiene
rigorosamente al suo significato proprio, essa sembra indicare il
ricollegamento vero e proprio alla tradizione, e di conseguenza non dovrebbe
applicarsi se non a un unico rito, quello mediante il quale tale ricollegamento
si opera in modo effettivo, mentre in realtà ci sono, in una stessa tradizione,
un certo numero più o meno grande di samskâra; occorrerà perciò
ammettere che l’«aggregazione» in questione comporti una molteplicità di gradi
o di modalità, che generalmente corrispondono in certo qual modo alle
principali fasi della vita di un individuo. D’altro canto, la stessa parola
«aggregazione» può dare l’idea di un rapporto che rimane ancora in un certo
senso esteriore, quasi che si trattasse semplicemente di unirsi a un
«raggruppamento» o di aderire a una «società», mentre ciò di cui si tratta ha
un carattere del tutto diverso e implica un’assimilazione che potrebbe esser
detta «organica», poiché con essa si è in presenza di una vera e propria
«trasmutazione» (abhisambhava) che si opera negli elementi sottili
dell’individualità. Ananda K. Coomaraswamy ha proposto, per rendere samskâra,
il termine «integrazione», che di fatto ci sembra assai preferibile a quello di
«aggregazione» sotto questi due punti di vista, giacché rende molto esattamente
tale idea di assimilazione, e inoltre è facilmente comprensibile che
un’«integrazione» possa essere più o meno completa e profonda, e – di
conseguenza – sia tale da potersi effettuare per gradi, il che tiene
effettivamente
190
Sacramenti e riti iniziatici
conto della molteplicità dei samskâra
all’interno di una medesima tradizione.
Occorre notare che una «trasmutazione» come
quella di cui parlavamo poco fa ha di fatto luogo non soltanto nel caso dei samskâra,
ma anche in quello dei riti iniziatici (dîkshâ)1; è uno dei
caratteri che gli uni e gli altri hanno in comune, e che permettono di fare tra
di essi un confronto sotto certi aspetti, quali che siano per altri versi le
loro differenze essenziali. Di fatto, sia nell’uno che nell’altro caso esiste
trasmissione o comunicazione di un’influenza spirituale, ed è tale influenza
che, in qualche modo «infusa» dal rito, produce nell’individualità la
«trasmutazione» in questione; è però ovvio che i suoi effetti potranno essere
limitati a questo o a quell’ambito determinato, a seconda dello scopo proprio
del rito che si considera; ed è precisamente in ragione del loro scopo, quindi
anche in ragione dell’ambito o del tipo di possibilità nel quale operano, che i
riti iniziatici differiscono profondamente da tutti gli altri.
Sotto un altro aspetto, la differenza senza
dubbio più evidente all’esterno, conseguentemente quella che dovrebbe poter
essere più facilmente riconosciuta anche da osservatori «dall’esterno», è che i
samskâra sono comuni a tutti gli individui che sono ricollegati a una
stessa tradizione, ovvero in definitiva a tutti coloro che appartengono a un
«ambiente» determinato, cosa che conferisce a questi riti un aspetto che si può
dire più propriamente «sociale», mentre – all’opposto – i riti iniziatici, i
1 Il termine dîkshâ
è in sanscrito quello che significa propriamente «iniziazione», quantunque
occorra talvolta renderlo piuttosto con «consacrazione» (cfr. sulla connessione
di queste due idee, quel che abbiamo detto in precedenza dei diversi
significati del verbo greco mueô); in effetti, in taluni casi, ad
esempio quando si tratta di una persona che offre un sacrificio, la
«consacrazione» indicata con il termine dîkshâ ha soltanto un effetto
temporaneo, essendo valevole solo per la durata del sacrificio in questione, e
dovrà essere rinnovata se, in seguito, la stessa persona si trova a offrire un
altro sacrificio, anche se questo ha la stessa natura del primo; è perciò
impossibile riconoscere a tale «consacrazione» il carattere di un’iniziazione
nel vero senso della parola, giacché, come già abbiamo detto, qualsiasi
iniziazione è necessariamente qualcosa di permanente, di acquisito una volta
per tutte e che non potrà mai andar perduto quali che siano le circostanze.
191
Considerazioni sull’iniziazione
quali richiedono certe qualificazioni
particolari, sono sempre riservati a un’élite più o meno ristretta. Da
ciò ci si può render conto dell’errore che commettono gli etnologi e i
sociologi, i quali, in particolare per ciò che riguarda le cosiddette «società
primitive», si servono sconsideratamente del termine «iniziazione» – del quale
evidentemente non conoscono che male il vero significato e la reale portata –
applicandolo a riti ai quali hanno accesso, in questo o quel momento della loro
esistenza, tutti i membri di un popolo o di una tribù; tali riti in realtà non
hanno nessun carattere iniziatico, ma sono propriamente dei veri samskâra.
Naturalmente, però, possono esistere, in queste stesse società, riti
autenticamente iniziatici, quand’anche essi siano più o meno degenerati (e
forse spesso lo sono meno di quel che si sarebbe tentati di supporre);
sennonché, in questo come in tutti gli altri casi, simili riti non sono
accessibili se non a determinati individui a esclusione degli altri, il che,
senza neppure esaminare le cose più a fondo, dovrebbe essere sufficiente a
rendere impossibile qualsiasi confusione.
Possiamo ora passare al caso più particolare,
da noi menzionato all’inizio del capitolo, del rito indù dell’upanayana,
il quale consiste essenzialmente nell’investitura del cordone brâhmanico (pavitra
o upavîta), e dà il regolare accesso allo studio delle Scritture sacre;
può esso essere un’iniziazione? La questione, a quel che pare, potrebbe in
fondo essere risolta tenendo conto anche solamente del fatto che si tratta di
un rito che è samskâra e non dîkshâ, giacché ciò implica che,
dallo stesso punto di vista della tradizione indù, il quale è evidentemente
quello che deve costituire autorità, esso non è considerato iniziatico;
sennonché ci si può ancora chiedere perché le cose stiano in questo modo,
nonostante che certe apparenze possano far pensare il contrario. Abbiamo già
indicato come questo rito sia riservato ai membri delle prime tre caste;
sennonché, a dire il vero, tale restrizione è inerente alla costituzione stessa
della società tradizionale indù; essa non è quindi sufficiente perché si possa
parlare in questo caso di iniziazione, così come – ad esempio – il fatto che
questi o quei riti siano riservati agli uomini
192
Sacramenti e riti iniziatici
a esclusione delle donne, o inversamente, non
permette da solo di attribuire a essi un carattere iniziatico (basta, per
convincersene, citare il caso dell’ordinazione cristiana, la quale richiede
inoltre addirittura altre qualificazioni più specifiche, e che nondimeno
appartiene incontestabilmente all’ambito exoterico). Al di fuori di questa sola
qualificazione, da noi ricordata poco fa (e che il termine ârya denomina
in modo proprio), per l’upanayana non ne è richiesta nessun’altra; tale
rito è perciò comune a tutti i membri delle prime tre caste senza eccezioni, e
anzi essa costituisce per loro più un vero obbligo che un semplice diritto;
ora, tale carattere di obbligo, il quale è direttamente legato a quello che
abbiamo chiamato l’aspetto «sociale» dei samskâra, non potrebbe
sussistere qualora si trattasse di un rito iniziatico. Un ambiente sociale, per
quanto possa essere profondamente tradizionale, non può imporre a nessuno dei
suoi membri, quali ne siano le qualificazioni, l’obbligo di entrare in un’organizzazione
iniziatica; quest’ultima è una cosa che, per sua propria natura, non può
derivare da nessuna imposizione più o meno esteriore, foss’anche semplicemente
l’obbligo «morale» di quella che si è convenuto di chiamare l’«opinione
pubblica», la quale non può evidentemente essere capace di un altro
atteggiamento legittimo che non sia la pura e semplice ignoranza di tutto ciò
che si riferisce all’iniziazione, giacché si tratta di un ordine di realtà che,
per definizione, è precluso all’insieme della collettività in quanto tale. Per
quel che riguarda l’upanayana, si può dire che la casta è ancora
soltanto virtuale, o addirittura potenziale, fintanto che tale rito non sia
compiuto (giacché la qualificazione richiesta non è propriamente se non
l’attitudine naturale a far parte di questa casta), per modo che esso è
necessario perché l’individuo possa occupare un posto e una funzione
determinata nell’organismo sociale, giacché, se la sua funzione deve innanzi
tutto essere conforme alla sua propria natura, bisogna però, perché egli sia in
grado di ricoprirla in modo valido, che tale natura sia «realizzata» e non
rimanga nello stato di semplice disposizione non sviluppata; è perciò
perfettamente comprensibile e normale che
193
Considerazioni sull’iniziazione
il non compimento di questo rito entro i
termini prescritti comporti l’esclusione dalla comunità o, ancor più
esattamente, che implichi in sé e per sé una simile esclusione.
C’è però ancora da tener conto di un punto
particolarmente importante, giacché è forse quello che può soprattutto dare
origine a una confusione: l’upanayana conferisce la qualità di dwija,
o di «nato due volte»; esso è perciò espressamente indicato come una «seconda
nascita», ed è noto d’altronde che simile espressione si applica anche in senso
assai preciso all’iniziazione. È vero che il battesimo cristiano, molto
differente però dall’upanayana sotto più di un rispetto, è similmente
una «seconda nascita», ed è anche troppo evidente che è un rito che non ha
nulla in comune con un’iniziazione; ma come può essere che lo stesso termine
«tecnico» possa ricevere in tal modo applicazione sia nella categoria dei samskâra
(ivi compresi i sacramenti) sia nell’ambito iniziatico? La verità è che la
«seconda nascita», in sé e per sé e secondo il suo significato generale, è
propriamente una rigenerazione psichica (occorre in effetti prestare molta
attenzione al fatto che è all’ambito psichico che essa si riferisce direttamente,
e non all’ambito spirituale, giacché in quest’ultimo caso si tratterebbe di una
«terza nascita»); sennonché simile rigenerazione può non avere che effetti essi
stessi unicamente psichici, vale a dire limitati a un ordine più o meno
particolare di possibilità individuali, oppure essa può – al contrario – essere
il punto di partenza di una «realizzazione» di carattere superiore; soltanto in
quest’ultimo caso essa avrà una portata propriamente iniziatica, mentre nel
primo appartiene all’aspetto più «esterno» delle diverse forme tradizionali,
ossia a quello a cui tutti indistintamente partecipano1.
L’allusione da noi fatta poco fa al battesimo
solleva un’altra questione che non è priva d’interesse: questo rito, a parte il
suo
1 La limitatezza
degli effetti della rigenerazione effettuata in modo exoterico spiega perché
essa non può in alcun modo essere considerata un’iniziazione o dispensare da
quest’ultima, quantunque sia l’una sia l’altra abbiano in comune il carattere
di «seconda nascita» compreso nel suo senso più generico.
194
Sacramenti e riti iniziatici
carattere di «seconda nascita», presenta
inoltre nella sua forma stessa una rassomiglianza con taluni riti iniziatici;
si può d’altronde rilevare che una tale forma si rifà a quella dei riti di
purificazione mediante gli elementi, sul quali ritorneremo tra poco, riti che
costituiscono una categoria molto generale e chiaramente suscettibile di
applicazione in campi assai diversi; tuttavia è possibile che a tal proposito
ci sia qualcos’altro di cui tener conto. In effetti non c’è nulla di
sorprendente nel fatto che dei riti exoterici siano in qualche modo modellati
su riti esoterici o iniziatici; se gli stessi gradi dell’insegnamento esteriore
hanno potuto, in una società tradizionale, essere ricalcati su quelli di una
iniziazione, come più avanti spiegheremo, a maggior ragione
un’«esteriorizzazione» del genere ha potuto prodursi per ciò che riguarda un
ordine di realtà superiore a quest’ultimo, quantunque ancora exoterico,
intendiamo dire in questo caso quello dei riti religiosi1. In una
cosa di tal genere, la gerarchia dei rapporti normali è rigorosamente
rispettata, giacché, secondo questi rapporti le applicazioni di carattere meno
elevato o più esteriore devono discendere da quelle che hanno un carattere più
principiale; se perciò consideriamo, per contenerci a questi soli esempi, cose
quali la «seconda nascita» o la purificazione mediante gli elementi, è il loro
significato iniziatico a essere in realtà il primo di tutti, e le loro altre
applicazioni devono esserne derivate più o meno direttamente poiché in nessuna
forma tradizionale potrebbe esserci qualcosa di più principiale
dell’iniziazione e del suo ambito proprio, ed è in questo aspetto «interiore»
che risiede veramente lo spirito di qualsiasi tradizione.
1 Possiamo far
rilevare che, secondo questo punto di vista, l’ordinazione religiosa
rappresenta un’«esteriorizzazione» dell’iniziazione sacerdotale, e che il
«sacro» dei re rappresenta un’«esteriorizzazione» dell’iniziazione regale,
occasionate sia l’una sia l’altra da condizioni in cui le funzioni
corrispondenti abbiano cessato di essere riservate a iniziati, come erano in
epoca precedente.
195
XXIV
La preghiera e l’incantazione
Abbiamo appena visto che vi sono casi in cui
la distinzione fra le due sfere exoterica ed esoterica non appare in maniera
molto netta a causa del modo particolare in cui sono costituite certe forme
tradizionali, modo che mantiene una sorta di continuità fra l’una e l’altra; ci
sono invece altri casi nel quali tale distinzione è perfettamente netta, e così
è in particolare quando l’exoterismo rivesta la forma specificamente religiosa.
Per dare di questi ultimi casi un esempio preciso e ben definito, considereremo
la differenza che esiste tra la preghiera – nella sfera exoterica – e, nella
sfera esoterica, quella che chiameremo l’«incantazione», servendoci di questo
termine in mancanza di uno più chiaro nelle lingue occidentali e riservandoci
di definirlo esattamente più avanti. Per quanto concerne la preghiera, dobbiamo
prima di tutto far rilevare che, quantunque nel linguaggio corrente si intenda
quasi sempre questa parola in un senso molto vago e talvolta ci si spinga fino
a farne un sinonimo del termine «orazione» in tutta la sua generalità, noi
pensiamo che convenga conservarla o restituirle il significato molto più
specifico e limitato che le deriva dalla sua etimologia, giacché la parola
«preghiera» significa propriamente ed esclusivamente «domanda», e solo
abusivamente può essere impiegata per designare qualcos’altro; nel corso delle
considerazioni che seguono noi la intenderemo dunque in questo solo senso.
Prima di tutto, per mostrare in qual modo si
possa comprendere la preghiera, consideriamo una qualsiasi collettività, sia
essa
196
La preghiera e l’incantazione
religiosa o sia semplicemente «sociale» nel
senso più esteriore o addirittura totalmente profano in cui la parola è intesa
abitualmente nella nostra epoca1: ogni membro di questa collettività
è legato a essa in una certa misura, determinata dall’estensione della sfera
d’azione della collettività in questione, e nella stessa misura deve
logicamente partecipare – come contropartita – a certi vantaggi, soltanto
materiali in alcuni casi (come quello delle nazioni attuali, per esempio, o
come quello dei diversi generi di associazioni fondate su una pura e semplice
solidarietà di interessi, ed è evidente che tali casi sono propriamente quelli
in cui ci si trova in presenza di organizzazioni del tutto profane), ma che
possono altresì, in altri casi, riferirsi a modalità extracorporee
dell’individuo, vale a dire a quella che nel suo insieme può essere chiamata la
sfera psichica (consolazioni o altri favori d’ordine sentimentale e qualche
volta anche di un ordine più elevato), o anche – quantunque materiali – essere
ottenibili con mezzi in apparenza immateriali, diciamo, con più precisione, con
l’intervento di elementi che pur non appartenendo alla sfera corporea tuttavia
agiscono direttamente su di essa (l’ottenimento di una guarigione per mezzo
della preghiera è un esempio particolarmente chiaro di quest’ultimo caso).
Tutto ciò che precede si riferisce solamente alle modalità dell’individuo,
giacché tali vantaggi non possono mai uscire dalla sfera individuale, la sola
che di fatto toccano le collettività – di qualunque carattere siano – che non
costituiscano organizzazioni iniziatiche (queste ultime essendo le sole che
abbiano esplicitamente come scopo di andare al di là di tale dominio) e che si
preoccupano delle contingenze e delle applicazioni che presentino un interesse
d’ordine pratico, da un qualsiasi punto di vista, e non soltanto – naturalmente
– nel senso più grossolanamente «utilitaristico», al quale si confinano
esclusivamente le organizzazioni
1 Ovviamente il
constatare l’esistenza di fatto di organizzazioni sociali puramente profane,
vale a dire prive di qualsiasi elemento che presenti un carattere tradizionale,
non comporta minimamente il riconoscimento della loro legittimità.
197
Considerazioni sull’iniziazione
puramente profane, il cui campo d’azione non
può estendersi più in là della sfera corporea.
Si può perciò dire che ogni collettività
disponga, oltre i mezzi d’azione esclusivamente materiali nel senso comune
della parola – vale a dire situati unicamente nella sfera corporea – di una
forza di carattere sottile costituita in qualche modo dagli apporti di tutti i
suoi membri passati e presenti, la quale è di conseguenza tanto più
considerevole e tale da produrre effetti più intensi, quanto più la
collettività sia antica e composta da un maggior numero di membri1;
del resto, è evidente che tale considerazione «quantitativa» sta essenzialmente
a indicare che ciò di cui si tratta è la sfera individuale, al di là della
quale essa non potrebbe più assolutamente essere pertinente. Ciascuno dei
membri potrà, occorrendo, utilizzare a proprio profitto una parte di questa
forza e, a tale scopo, gli basterà mettere la sua individualità in armonia con
l’insieme della collettività di cui fa parte, risultato che otterrà
conformandosi alle regole stabilite da quest’ultima e appropriate per le
diverse circostanze che possono presentarsi; se l’individuo formula a questo
punto una domanda, tutto sommato, coscientemente o no, la formulerà – per lo
meno nel modo più immediato – a quello che si potrebbe chiamare lo spirito
della collettività (sebbene la parola «spirito» sia certamente impropria in un
caso del genere, poiché in fondo si tratta soltanto di un’entità psichica).
Conviene tuttavia aggiungere che le cose non si riducono soltanto a questo in
tutti i casi: nel caso delle collettività che appartengono a una forma tradizionale
autentica e regolare, caso che è quello delle collettività religiose, e in cui
l’osservanza delle regole di cui abbiamo parlato consiste nel compimento di
determinati riti, si ha inoltre l’intervento di quella che propriamente abbiamo
chiamato un’influenza spirituale, la quale deve però essere qui concepita in
quanto «discendente» nella sfera individuale ed
1 Quanto diciamo
può essere vero anche per organizzazioni profane, ma è evidente che queste
ultime possono in ogni caso utilizzare tale forza soltanto inconsciamente e per
risultati di carattere esclusivamente corporeo.
198
La preghiera e l’incantazione
esercitantevi la sua azione per il tramite
della forza collettiva in cui prende il suo punto di appoggio1.
Qualche volta, la forza di cui parliamo, o più
esattamente la sintesi dell’influenza spirituale con la forza collettiva a cui
per così dire si «incorpora», può concentrarsi su di un «supporto» di carattere
corporeo, come un luogo o un oggetto determinato che adempie al ruolo di vero e
proprio «condensatore»2 ‑ e produrvi delle manifestazioni sensibili,
come quelle riferite nella Bibbia a proposito dell’Arca dell’Alleanza e
del Tempio di Salomone; in proposito. potremmo inoltre citare, a titolo di
esempio – e a gradi variabili – i luoghi di pellegrinaggio, le tombe e le
reliquie dei santi o di altri personaggi venerati dagli aderenti di questa o
quella forma tradizionale. Risiede in ciò la causa principale dei «miracoli»
che si producono nelle diverse religioni, fatti la cui esistenza è
incontestabile e non si limita a una determinata religione; è implicito poi,
che nonostante l’idea che se ne ha comunemente, questi fatti non devono venire
considerati contrari alle leggi naturali, così come – da un altro punto di
vista – il «sovra-razionale» non deve essere confuso con l’«irrazionale». In
realtà, qui è opportuno ripeterlo, le influenze spirituali hanno anch’esse le
loro leggi, e tali leggi, anche se di ordine diverso da quello delle forze
naturali (sia psichiche che corporee), non possono non presentare certe
analogie con queste ultime; ed è inoltre possibile determinare circostanze
particolarmente favorevoli alla loro azione, circostanze che potranno provocare
e dirigere – se possiedono le conoscenze necessarie a questo fine – coloro che
ne sono i dispensatori in ragione delle funzioni di cui sono investiti in
un’organizzazione tradizionale.
1 Si può osservare
che nella dottrina cristiana il ruolo dell’influenza spirituale corrisponde
all’azione della «grazia», e quello della forza collettiva alla «comunione dei
santi».
2 In un caso del
genere si è in presenza di una costituzione paragonabile a quella di un essere
vivente completo, con un «corpo» che è il «supporto» del quale parliamo,
un’«anima» che è la forza collettiva, e uno «spirito» che è naturalmente
l’influenza spirituale che agisce tramite gli altri due elementi.
199
Considerazioni sull’iniziazione
È opportuno notare che i «miracoli» sono, in
se stessi e indipendentemente dalla loro causa, che è la sola ad avere un
carattere trascendente, fenomeni puramente fisici, e come tali percepibili da
uno o più dei cinque sensi esterni; d’altronde tali fenomeni sono i soli che
possono essere constatati generalmente e indistintamente da tutta la massa del
popolo o dei «credenti» ordinari, la cui comprensione effettiva non si estende
oltre i limiti della modalità corporea dell’individualità.
I vantaggi che possono ottenersi con la
preghiera e con la pratica dei riti di una collettività sociale o religiosa
(riti comuni a tutti i suoi membri senza eccezione – perciò di ordine puramente
exoterico ed evidentemente privi di qualsiasi carattere iniziatico – e in
quanto non assunti, sotto un altro profilo, come capaci di fornire la base di
una «realizzazione» spirituale) sono essenzialmente relativi e contingenti, ma
per l’individuo non sono affatto trascurabili, poiché è egli stesso, in quanto
tale, relativo e contingente; egli avrebbe quindi torto se se ne privasse
volontariamente quando sia ricollegato a qualche organizzazione in grado di
procurarglieli. Di conseguenza. dal momento che non è possibile non tener conto
della natura dell’essere umano quale di fatto è, nell’ordine di realtà al quale
esso appartiene, non è assolutamente biasimevole, anche per chi sia qualcosa di
diverso da un semplice «credente» (operando in questa occasione, tra «credenza»
e «conoscenza» una distinzione che in fondo corrisponde a quella esistente fra
l’exoterismo e l’esoterismo), conformarsi. per uno scopo interessato in quanto
individuale, e al di fuori di ogni considerazione propriamente dottrinale, alle
prescrizioni esteriori di una religione o di una legislazione tradizionale, a
patto che non attribuisca a quel che attende da esse se non la sua giusta
importanza e il posto che legittimamente le compete, e purché inoltre la
collettività non imponga a ciò condizioni che – quand’anche comunemente
ammissibili – costituirebbero una vera impossibilità di fatto in questo caso
particolare; con queste sole riserve, la preghiera, sia essa rivolta all’entità
collettiva o, per il suo tramite, all’influenza spirituale che agisce
attraverso di essa, è perfettamente lecita,
200
La preghiera e l’incantazione
anche secondo l’ortodossia più rigorosa nel
campo della dottrina pura1.
Queste considerazioni faranno capire meglio,
con il confronto che permettono di operare, quanto diremo ora a proposito
dell’«incantazione»; ed è essenziale rilevare che ciò che chiamiamo in questo
modo non ha assolutamente niente in comune con le pratiche magiche alle quali
si dà talvolta lo stesso nome2; del resto ci siamo già
sufficientemente spiegati a riguardo della magia perché sia impossibile che
nasca qualche confusione e sia necessario insistere ancora sull’argomento.
L’incantazione di cui parliamo, contrariamente alla preghiera, non è per nulla
una domanda, e anzi non presuppone neppure l’esistenza di qualcosa d’esteriore
(ciò che invece presuppone qualsiasi domanda), in quanto l’esteriorità non si
può concepire se non in rapporto all’individuo, che qui si tratta appunto di
superare; l’incantazione è un’aspirazione dell’essere verso l’Universale, con
lo scopo di ottenere quella che potremmo chiamare, in un linguaggio
dall’apparenza un po’ «teologica», una grazia spirituale, vale a dire una
illuminazione interiore, che naturalmente potrà essere più o meno completa
secondo i casi. L’azione dell’influenza spirituale deve essere qui intesa allo
stato puro, se così ci si può esprimere; invece di cercare di farla discendere
su di lui, come nel caso della preghiera, l’essere tende al contrario a
elevarsi a essa. L’incantazione, la quale resta in tal modo definita come
un’operazione in linea di principio del tutto interiore, può tuttavia, in un
grande numero di casi, trovare un’espressione e un «supporto» esteriore in
parole o gesti che costituiscono determinati riti
1 Dev’essere chiaro
che «preghiera» non è assolutamente sinonimo di «adorazione»; è possibilissimo
che si richiedano benefici a qualcuno senza con ciò «divinizzarlo» in alcun
modo.
2 La parola
«incantazione» ha subito nell’uso corrente un processo di degenerazione simile
a quello della parola francese «charme», la quale è anch’essa
comunemente usata nella stessa accezione, mentre il latino carmen da cui
essa deriva denominava in origine la poesia intesa nel suo senso propriamente
«sacro»; non è forse privo d’interesse notare che la parola carmen
presenta una stretta somiglianza con il sanscrito karma, inteso nel
senso di «azione rituale» come già ci è occorso di dire.
201
Considerazioni sull’iniziazione
iniziatici, come il mantra nella
tradizione indù o il dhikr in quella islamica, e devono essere
considerati capaci di determinare delle vibrazioni ritmiche che hanno una
ripercussione attraverso un campo più o meno esteso nella serie indefinita
degli stati dell’essere. Per quanto il risultato effettivamente ottenuto possa
essere più o meno completo, come già abbiamo detto, lo scopo finale da
raggiungere è sempre la realizzazione in sé dell’«Uomo Universale», mediante la
comunione perfetta della totalità degli stati, armonicamente e conformemente
gerarchizzata, in sviluppo integrale nei due sensi dell’«ampiezza» e
dell’«esaltazione», vale a dire tanto nell’espansione orizzontale delle
modalità di ciascun stato quanto nella sovrapposizione verticale dei diversi
stati, secondo la raffigurazione geometrica da noi esposta
particolareggiatamente in un altro studio1.
Questo ci porta a fare un’altra distinzione
che tiene conto dei differenti gradi a cui si può pervenire a seconda
dell’estensione del risultato ottenuto tendendo verso tale scopo; e per
incominciare, in basso e al di fuori della gerarchia in tal modo definita, c’è
da mettere la folla dei «profani», vale a dire, nel senso in cui la parola deve
essere intesa in questo contesto, di tutti coloro che, come i semplici credenti
delle religioni, possono ottenere risultati attuali soltanto in relazione con
la loro individualità corporea ed entro i limiti di questa porzione o modalità
speciale dell’individualità, poiché la loro coscienza effettiva non va né più
lontano né più in alto del campo racchiuso in tali confini ristretti. Tuttavia
fra questi credenti, ce ne sono alcuni, per quanto in numero limitato, che
acquisiscono qualcosa di più (ed è il caso di quei mistici, che in certo qual
senso si potrebbero considerare più «intellettuali» degli altri): senza uscire
dalla loro individualità, ma in «prolungamenti» di quest’ultima, essi
percepiscono indirettamente certe realtà di ordine superiore, non come esse
sono in se stesse, ma tradotte simbolicamente e rivestite da forme psichiche o
mentali. Si tratta ancora di fenomeni (vale a dire – in senso etimologico – di
1 Si veda Il
Simbolismo della Croce.
202
La preghiera e l’incantazione
apparenze sempre relative e illusorie in
quanto formali), ma di fenomeni sovrasensibili, che non sono constatabili da
tutti e possono comportare per coloro che li percepiscono qualche certezza,
sempre incompleta, frammentaria e dispersa, ma tuttavia superiore alla credenza
pura e semplice alla quale si sostituisce; tale risultato si ottiene d’altronde
passivamente, cioè senza l’intervento della volontà, e con i mezzi ordinari
indicati dalle religioni, in particolare con la preghiera e con il compimento delle
opere prescritte, giacché anche queste cose non escono ancora dalla sfera
dell’exoterismo.
A un grado molto più elevato, e in qualche
modo già profondamente separato dal precedente, si situano coloro che, avendo
esteso la loro coscienza fino ai limiti estremi dell’individualità integrale,
giungono a percepire direttamente gli stati superiori del loro essere senza
però parteciparvi effettivamente; siamo qui nella sfera dell’iniziazione, ma
tale iniziazione, reale ed effettiva per quanto riguarda l’estensione
dell’individualità nelle sue modalità extra-corporee, è ancora soltanto teorica
e virtuale nei confronti degli stati superiori, poiché non ha come risultato
attuale il possesso di questi ultimi. Essa produce certezze incomparabilmente
più complete, più sviluppate e più coerenti di quelle relative al caso
precedente, giacché non appartiene più alla sfera fenomenica; tuttavia, colui
che le acquisisce può essere paragonato a un uomo che conosca la luce soltanto
attraverso i raggi che arrivano fino a lui (nel caso precedente, la conosceva
soltanto attraverso riflessi od ombre proiettate nel campo della sua ristretta
coscienza individuale, come i prigionieri della simbolica caverna di Platone),
mentre per conoscere perfettamente la luce nella sua intima ed essenziale
realtà, bisogna risalire fino alla sua sorgente, e identificarsi con la
sorgente stessa1. L’ultimo caso è quello che corrisponde
1 Questo è quanto
la tradizione islamica denomina haqqul-yaqîn, mentre il grado
precedente, che corrisponde alla «vista» senza identificazione, è chiamato aynul-yaqîn,
e il primo – quello che i semplici credenti possono ottenere per mezzo
dell’insegnamento exoterico ‑ è ilmul-yaqîn.
203
Considerazioni sull’iniziazione
alla pienezza dell’iniziazione reale ed
effettiva, vale a dire alla presa di possesso cosciente e volontaria della
totalità degli stati dell’essere, secondo i due sensi da noi prima indicati;
questo è il risultato completo e finale dell’incantazione, ben diverso, come si
può vedere, da tutti quelli che i mistici possono ottenere con la preghiera,
poiché non è altro che la perfezione della conoscenza metafisica pienamente
realizzata; lo Yogi della tradizione indù, o il Sûfî della
tradizione islamica, quando si intendano tali termini nel loro rigoroso e vero
significato, è colui che è giunto a questo grado supremo e ha in tal modo
realizzato nel suo essere la totale possibilità dell’«Uomo Universale».
204
XXV
Sulle prove iniziatiche
Affronteremo ora la questione di quelle che
vengono chiamate le «prove» iniziatiche, le quali in fondo non sono che un caso
particolare dei riti di questo tipo, ma un caso abbastanza importante perché
meriti di essere trattato a parte, tanto più che anch’esso dà luogo a non poche
concezioni sbagliate; la parola stessa «prove», di cui ci si serve sotto
molteplici significati, entra probabilmente per qualcosa in questi equivoci, a
meno che, forse, alcune delle accezioni che ha assunto correntemente non derivino
già da precedenti confusioni, cosa che è del pari possibilissima. In effetti
non si capisce bene per qual ragione si dia comunemente il nome di «prova» a
qualsiasi accadimento doloroso, né perché di qualcuno che soffre si dica che è
«provato»; è difficile vedere in un fatto del genere qualcosa di diverso da un
semplice abuso di linguaggio, di cui potrebbe non essere senza interesse
ricercare l’origine. Comunque stiano le cose, quest’idea comune delle «prove
della vita» esiste, anche se non corrisponde a niente di ben definito, ed è
quella che più di ogni altra ha fatto nascere certe false assimilazioni al
riguardo delle prove iniziatiche, al punto di indurre qualcuno a vedere in
queste ultime null’altro che un’immagine simbolica delle prime, cosa che, per
uno strano rovesciamento delle cose, farebbe pensare che sono i fatti della
vita umana esteriore ad avere un valore effettivo e a contare veramente dallo
stesso punto di vista iniziatico. Se così fosse, le cose sarebbero veramente
troppo semplici, e di conseguenza tutti gli uomini sarebbero,
205
Considerazioni sull’iniziazione
senza che lo sospettino, candidati
all’iniziazione; basterebbe a ognuno aver incontrato e superato qualche
circostanza difficile – cosa che accade più o meno a tutti – per ottenere tale
iniziazione, di cui d’altronde sarebbe ben difficile dire da chi e in base a
cosa sarebbe stata conferita. Crediamo di aver già detto abbastanza sulla vera
natura dell’iniziazione per non dover insistere sull’assurdità di conseguenze
simili; la verità è che la «vita ordinaria», come si intende oggi, non ha
assolutamente nulla a che vedere con la sfera iniziatica, dal momento che
corrisponde a una concezione totalmente profana; e se, al contrario, si
guardasse alla vita umana secondo una concezione tradizionale e normale, si
potrebbe dire che è essa che può essere assunta come simbolo, e non l’inverso.
Quest’ultimo punto merita che su di esso ci si
soffermi un momento: è noto che il simbolo deve sempre appartenere a un ordine
di realtà inferiore rispetto a ciò che viene simboleggiato (cosa che – è bene
ricordarlo di sfuggita – basta per demolire tutte le interpretazioni
«naturalistiche» immaginate dai moderni); le realtà della sfera corporea,
poiché sono quelle dell’ordine più basso e più ristrettamente limitato, non
potranno perciò essere simboleggiate da checchessia, e inoltre non lo
necessitano affatto, dal momento che sono direttamente e immediatamente
afferrabili da tutti. Per contro, qualsiasi avvenimento o fenomeno, per quanto
insignificante, potrà sempre, a motivo della corrispondenza esistente tra tutti
gli ordini di realtà, essere assunto come simbolo di una realtà di ordine
superiore, della quale è in certo qual modo un’espressione sensibile, per la
ragione stessa che esso ne procede come una conseguenza procede dal suo
principio; e a tale titolo – per quanto possa in se stesso essere privo di valore
e di interesse – potrà presentare un significato profondo per chi sia capace di
vedere al di là delle apparenze immediate. Si tratterà di una trasposizione il
cui risultato non avrà evidentemente più nulla in comune con la «vita
ordinaria», né con la vita esteriore qualunque sia il modo in cui la si
consideri, e questa avrà semplicemente fornito il punto d’appoggio che
permetterà, a un essere dotato di speciali
206
Sulle prove iniziatiche
attitudini, di uscire dalle sue limitazioni; e
tale punto d’appoggio – insistiamo su questo fatto – potrà essere del tutto
qualunque, poiché quella che ha rilievo qui è la natura propria dell’essere che
se ne servirà. Di conseguenza, e ciò ci riporta all’idea comune delle «prove»,
non è affatto impossibile che la sofferenza sia, in determinati casi
particolari, l’occasione o il punto di partenza di uno sviluppo di possibilità
latenti, ma questo esattamente come qualsiasi altra cosa può esserlo in altri casi;
intendiamo dire un’occasione, e nulla più; e questo non può autorizzare ad
attribuire alla sofferenza in sé nessuna speciale virtù che la privilegi, a
onta di tutte le declamazioni che si profondono sull’argomento. Notiamo inoltre
che questo ruolo assolutamente contingente e accidentale della sofferenza,
quand’anche – come da noi fatto – ricondotto nelle sue giuste proporzioni, è
certamente molto più ridotto in campo iniziatico che in certe altre
«realizzazioni» di carattere più esteriore; è soprattutto nei mistici che esso
diventa in certo qual modo abituale e sembra assumere un’importanza di fatto
che può trarre in inganno (e – ovviamente – gli stessi mistici per primi), cosa
che senza dubbio si spiega, per lo meno in parte, con considerazioni di natura
specificamente religiosa1. C’è da aggiungere, inoltre, che la
psicologia profana ha sicuramente contribuito per la sua parte a diffondere su
questo tema le idee più confuse e più sbagliate; ma a ogni buon conto, si
tratti di semplice psicologia oppure di misticismo, queste sono cose che non
hanno assolutamente niente in comune con l’iniziazione.
Chiarito così l’argomento, ci resta ancora da
indicare la spiegazione di un fatto che potrebbe sembrare, agli occhi di
qualcuno, capace di provocare un’obiezione: quantunque le circostanze difficili
o dolorose siano per certo, come dicevamo poco fa, comuni alla vita di tutti
gli uomini, capita piuttosto di
1 Sarebbe però
forse il caso di chiedersi se questa esaltazione della sofferenza sia veramente
connaturata con la forma particolare della tradizione cristiana, o non le sia
piuttosto stata «sovraimposta» in qualche modo dalle tendenze naturali del
temperamento occidentale.
207
Considerazioni sull’iniziazione
frequente che coloro che seguono una via
iniziatica le vedano moltiplicarsi in modo insolito. Questo fatto è, assai
semplicemente, dovuto a una sorta di ostilità inconsapevole dell’ambiente,
ostilità a cui abbiamo già avuto modo di fare allusione in precedenza: sembra
che questo mondo, intendiamo l’insieme degli esseri e delle cose stesse che
costituiscono l’ambito dell’esistenza individuale, si sforzi in tutti i modi di
trattenere chi stia accingendosi a sfuggirgli; reazioni simili tutto sommato
sono perfettamente normali e comprensibili, e per quanto possano essere
sgradevoli non è certamente il caso di stupirsene. Si tratta propriamente solo
di ostacoli suscitati da forze ostili, e niente affatto, come sembra che
talvolta qualcuno pensi a torto, di «prove» volute e imposte dalle potenze che
presiedono all’iniziazione; bisogna finirla una volta per tutte con le favole
di questo genere, sicuramente molto più prossime alle fantasticherie
occultistiche che non alle realtà iniziatiche.
Quelle che vengono chiamate prove iniziatiche
sono qualcosa di completamente diverso, e ci basteranno poche parole per metter
fine a ogni equivoco in modo radicale: esse sono essenzialmente dei riti, cosa
che le sedicenti «prove della vita» evidentemente non sono in nessun modo; né
esse potrebbero esistere se non avessero tale carattere rituale, o essere
sostituite da qualcosa che non possieda questo stesso carattere. Si può vedere
subito, da quanto diciamo, come gli aspetti sui quali si insiste di più siano
in realtà del tutto secondari: se queste prove fossero veramente destinate,
secondo la nozione più «semplicistica» che si ha di esse, a far emergere se un
candidato all’iniziazione possiede le qualità richieste, si sarà d’accordo che
esse sarebbero alquanto prive di efficacia, ed è facile capire come coloro che
si adeguano a questo modo di vedere siano tentati di giudicarle senza valore;
sennonché, normalmente, chi sia stato ammesso a subirle deve già esser stato,
con altri mezzi più adeguati, riconosciuto «bene e debitamente qualificato»1;
bisogna
1 Si veda, a
proposito di questa espressione tradizionale, quanto abbiamo detto alla nota 2
di p. 42. [N.d.T.]
208
Sulle prove iniziatiche
perciò che si tratti di qualcosa di totalmente
diverso. Si potrebbe dire, allora, che tali prove costituiscano un insegnamento
dato in forma simbolica, e destinato a essere meditato in seguito; ciò è
verissimo, ma potrebbe esser detto di qualsiasi altro rito, poiché tutti essi,
come abbiamo affermato in precedenza, hanno in comune questo carattere
simbolico, e conseguentemente un significato che tocca a ciascuno approfondire
nella misura delle sue proprie capacità. La ragion d’essere essenziale del rito
– come abbiamo spiegato in primo luogo – è l’efficacia che è legata a esso;
questa efficacia è del resto – ovviamente – in diretto rapporto con il
significato simbolico incluso nella sua forma, ma è ciò nondimeno indipendente
da una comprensione attuale di tale senso in coloro che prendono parte al rito.
È perciò opportuno porsi innanzi tutto da tale punto di vista dell’efficacia
diretta del rito; il resto, quale ne sia l’importanza, non può venire che in
secondo luogo, e tutto quel che abbiamo detto finora è sufficientemente
esplicito a tal proposito da dispensarci di dilungarci ulteriormente.
Per maggior precisione diremo che le prove
sono riti preliminari o propedeutici all’iniziazione vera e propria; esse ne
costituiscono il preambolo necessario, per modo che l’iniziazione è in qualche
modo la loro conclusione o il loro risultato finale immediato. Occorre
osservare che esse rivestono spesso la forma di «viaggi» simbolici; questo
punto, però, lo rileviamo soltanto di passata, perché non possiamo pensare di
diffonderci qui sul simbolismo del viaggio in generale, e diremo solo che –
sotto questo aspetto – le prove si presentano come una «ricerca» (o meglio una
«cerca»1, come si diceva nel linguaggio del medioevo) che conduce
l’essere dalle «tenebre» del mondo profano alla «luce» iniziatica; sennonché
tale forma, che sotto questo aspetto è autoesplicativa, è però in qualche modo
solo accessoria, per quanto appropriata sia alla realtà che è in questione. In
fondo, le prove sono essenzialmente dei riti di purificazione; ed è questo che
fornisce la vera spiegazione della stessa
1 «Queste»,
in francese. [N.d.T.]
209
Considerazioni sull’iniziazione
parola «prove» che qui assume perciò un
significato prettamente «alchemico», ben lontano dunque dal significato comune
che ha dato origine agli errori da noi segnalati. Ora, quel che importa per
conoscere il principio fondamentale del rito, è il prender atto che la
purificazione avviene attraverso gli «elementi», nel senso cosmologico del
termine, e il motivo di ciò può esser molto facilmente espresso in poche
parole: chi dice elemento dice semplice, e chi dice semplice dice
incorruttibile. Conseguentemente, la purificazione rituale avrà sempre come
«supporto» materiale i corpi che simboleggiano gli elementi e ne portano le
denominazioni (giacché deve esser ben compreso che gli elementi in sé non sono
assolutamente i corpi ritenuti «semplici» – cosa che sarebbe del resto una
contraddizione –, ma ciò a partire da cui tutti i corpi sono formati), o per lo
meno uno di questi corpi; e ciò riceve parimenti applicazione in campo
tradizionale exoterico, in particolare per quel che riguarda i riti religiosi,
nei quali tale modo di purificazione è adottato non solo per gli esseri umani,
ma altresì per altri esseri viventi, per oggetti inanimati e per luoghi o
edifici. Se l’acqua sembra in questo caso rivestire un ruolo preminente nei
confronti degli altri corpi presi per rappresentare gli elementi, bisogna dire
che questo ruolo non è però esclusivo; forse si potrebbe spiegare tale
preponderanza osservando che l’acqua è inoltre, in tutte le tradizioni, più
particolarmente il simbolo della «sostanza universale». Comunque sia, è quasi
inutile dire che i riti in questione, lustrazioni, abluzioni o aventi altre
forme (compreso il rito cristiano del battesimo, riguardo al quale abbiamo già
indicato che rientra anch’esso in tale categoria), non hanno assolutamente –
alla stregua dei digiuni, anch’essi di carattere rituale, o del divieto di
determinati alimenti – nulla a che vedere con prescrizioni di igiene o di
pulizia corporale, secondo la concezione insipiente di taluni moderni che,
intendendo per partito preso ricondurre ogni cosa a una spiegazione puramente
umana, paiono compiacersi nello scegliere sempre l’interpretazione più
grossolana che sia possibile immaginare. È però anche vero che le cosiddette
spiegazioni «psicologiche»,
210
Sulle prove iniziatiche
per quanto abbiano un’apparenza di maggior
sottigliezza, non valgono in fondo di più; tutte trascurano similmente di tener
conto della sola cosa che in realtà conti, vale a dire che l’azione effettiva
dei riti non è né una «credenza» né un concetto teorico, ma un fatto positivo.
Si può ora capire perché, quando le prove
rivestono la forma di «viaggi» successivi, questi ultimi siano messi
rispettivamente in rapporto con i diversi elementi; e ci rimane soltanto da
indicare in qual senso, dal punto di vista iniziatico, il termine «purificazione»
deve essere compreso. Ciò a cui si mira è riportare l’essere a uno stato di
semplicità indifferenziata, paragonabile, come abbiamo detto in precedenza, a
quello della materia prima (intesa qui naturalmente in senso relativo),
acciocché esso sia atto a ricevere la vibrazione del Fiat Lux
iniziatico; occorre che l’influenza spirituale, la cui trasmissione gli
conferirà tale prima «illuminazione», non incontri in lui nessun ostacolo
dovuto a «preformazioni» disarmoniche provenienti dal mondo profano1;
è questa la ragione per cui egli deve essere preventivamente ridotto a tale
stato di materia prima, e ciò – se ci si vuol riflettere un istante – fa
vedere con sufficiente chiarezza come il processo iniziatico e la «Grande
Opera» ermetica siano in realtà una sola e stessa cosa: la conquista della Luce
divina che è l’essenza unica di ogni spiritualità.
1 La purificazione
è perciò anche – sotto questo aspetto – ciò che in linguaggio kabbalistico si
direbbe una «dissoluzione delle scorze»; in relazione con questo punto abbiamo
similmente segnalato in altra sede il significato simbolico dello «spogliamento
dai metalli» (Cfr. Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap.
XXII).
211
XXVI
Sulla morte iniziatica
Un’altra delle questioni che, come quella
delle prove, sembrano essere scarsamente comprese dalla maggioranza di quei
nostri contemporanei che hanno la pretesa di trattare di queste cose, è quella
della cosiddetta «morte iniziatica»; ci è infatti frequentemente capitato di
imbatterci, a questo proposito, in un’espressione come quella di «morte
fittizia», espressione che testimonia dell’incomprensione più completa delle
realtà di quest’ordine. Coloro che si esprimono in questo modo vedono soltanto,
evidentemente, l’esteriorità del rito e non hanno nessuna idea degli effetti
che esso deve produrre su coloro che sono veramente qualificati; se così non
fosse, essi si renderebbero conto che tale «morte», ben lungi dall’essere
«fittizia» è invece, in un certo senso, anche più reale della morte intesa nel
senso ordinario della parola, poiché è evidente che il profano, morendo, non
diviene con ciò stesso iniziato, e la distinzione tra l’ordine profano
(comprendendovi non soltanto ciò che è privo di carattere tradizionale, ma
anche qualsiasi exoterismo) e l’ordine iniziatico è, a dire il vero, la sola
che oltrepassi le contingenze inerenti agli stati particolari dell’essere e che
abbia, di conseguenza, un valore profondo e permanente dal punto di vista
universale. Ci accontenteremo di ricordare, a questo riguardo, che tutte le
tradizioni insistono sulla differenza essenziale che esiste negli stati postumi
dell’essere umano, a seconda che si tratti del profano o dell’iniziato; se le
conseguenze della morte, assunta nella sua accezione abituale, sono in tal modo
212
Sulla morte iniziatica
condizionate da questa distinzione, è dunque
perché il cambiamento che dà accesso all’ordine iniziatico corrisponde a un
grado superiore di realtà.
È bene chiarire che la parola «morte»
dev’essere presa qui nel suo senso più generale, secondo il quale si può dire
che ogni cambiamento di stato, qualunque esso sia, è al tempo stesso una morte
e una nascita, a seconda che lo si consideri dall’uno o dall’altro lato: morte
in rapporto allo stato antecedente, nascita in rapporto a quello successivo.
L’iniziazione è generalmente descritta come una «seconda nascita», cosa che
essa è effettivamente; ma questa «seconda nascita» implica necessariamente la
morte al mondo profano e la segue in qualche modo immediatamente, poiché non si
tratta, per esprimerci esattamente, che delle due facce di uno stesso
cambiamento di stato. Per quanto riguarda il simbolismo del rito, esso sarà
naturalmente fondato sull’analogia che esiste tra tutti i cambiamenti di stato:
in ragione di questa analogia, la morte e la nascita in senso ordinario
simboleggiano la morte e la nascita iniziatica, le immagini prese da esse
essendo trasposte dal rito in un altro ordine di realtà. È il caso di notare in
special modo, a questo riguardo, che ogni cambiamento di stato dev’esser visto
come se avvenisse nelle tenebre, ciò che spiega il simbolismo del colore nero
in rapporto con la realtà in questione1: il candidato
all’iniziazione deve passare attraverso l’oscurità completa prima di accedere
alla «vera luce». È in questa fase di oscurità che si effettua quella che viene
indicata come la «discesa agli Inferi», di cui abbiamo parlato più ampiamente
altrove2: si tratta, potremmo dire, di una specie di
«ricapitolazione» degli stati antecedenti, per mezzo della quale le possibilità
riferentisi allo stato profano saranno definitivamente esaurite, acciocché
l’essere possa da quel momento sviluppare liberamente le possibilità d’ordine
1 Questa
spiegazione è ugualmente valida per quanto riguarda le fasi della «Grande
Opera» ermetica, fasi che, come abbiamo già indicato, corrispondono
rigorosamente a quelle dell’iniziazione.
2 Cfr. L’Ésotérisme de Dante.
213
Considerazioni sull’iniziazione
superiore che porta in sé, e la cui
realizzazione appartiene propriamente all’ambito iniziatico.
D’altra parte, poiché considerazioni simili
sono applicabili a qualsiasi cambiamento di stato, e visto che i gradi
ulteriori e successivi dell’iniziazione corrispondono naturalmente anch’essi a
cambiamenti di stato, si può dire che vi sarà nuovamente, per l’accesso a
ciascuno di essi, morte e nascita, benché il «taglio», se è permesso esprimersi
così, sia meno netto e di importanza meno fondamentale rispetto a quello
relativo alla prima iniziazione, per il passaggio, cioè, dall’ambito profano
all’ambito iniziatico. D’altro canto, è evidente che i cambiamenti subiti
dall’essere nel corso del suo sviluppo sono realmente in molteplicità
indefinita; i gradi iniziatici conferiti ritualmente, in qualsiasi forma
tradizionale, non possono quindi corrispondere che a una specie di
classificazione generale delle principali tappe da percorrere, e ciascuno di
essi può riassumere in sé tutto un insieme di tappe secondarie e intermedie. Ma
vi è, in questo processo, un punto più particolarmente importante, in cui il
simbolismo della morte dovrà apparire nuovamente nel modo più esplicito, e ciò
richiede ulteriori spiegazioni.
La «seconda nascita», vista come corrispettiva
della prima iniziazione, è propriamente, come abbiamo già detto, quella che si
può chiamare una rigenerazione psichica; ed è infatti nell’ordine psichico,
cioè nell’ordine in cui si situano le modalità sottili dell’essere umano, che
devono effettuarsi le prime fasi dello sviluppo iniziatico; ma queste ultime
non costituiscono uno scopo in se stesse, e sono soltanto preparatorie in
rapporto alla realizzazione di possibilità di ordine più elevato, cioè dell’ordine
spirituale nel vero senso della parola. Il punto del processo iniziatico al
quale abbiamo fatto allusione è perciò quello che segnerà il passaggio
dall’ambito psichico all’ambito spirituale; e questo passaggio potrà essere
considerato costituire più particolarmente una «seconda morte» e una «terza
nascita»1. È
1 Nel simbolismo
massonico, ciò corrisponde all’iniziazione al grado di Maestro.
214
Sulla morte iniziatica
opportuno aggiungere che questa «terza
nascita» sarà rappresentata più come una «resurrezione» che come una nascita
ordinaria, poiché non si tratta più di un «inizio» nel senso della prima
iniziazione; le possibilità già sviluppate, e acquisite una volta per tutte,
dovranno ritrovarsi dopo questo passaggio, ma «trasformate», in modo analogo a
quello per cui il «corpo glorioso» o «corpo di resurrezione» rappresenta la
«trasformazione» delle possibilità umane, al di là delle condizioni limitative
che definiscono il modo d’esistenza dell’individualità come tale.
La questione, ricondotta così all’essenziale,
è in fondo abbastanza semplice; ciò che la complica, come capita quasi sempre,
sono le confusioni che si commettono mescolando a essa considerazioni che si
riferiscono in realtà a cose del tutto diverse. È quel che si verifica
specialmente riguardo alla «seconda morte», a cui molti pretendono di dare un
significato particolarmente sfavorevole, non sapendo fare certe distinzioni
essenziali tra i diversi casi in cui questa espressione può essere usata. La
«seconda morte», secondo quanto abbiamo detto, altro non è che la «morte
psichica»; questo fatto può considerarsi suscettibile di prodursi, a scadenza
più o meno lunga dopo la morte corporea – per l’uomo ordinario – al di fuori di
ogni processo iniziatico; ma allora questa «seconda morte» non darà accesso
alla sfera spirituale, e l’essere, uscendo dallo stato umano, passerà
semplicemente a un altro stato individuale di manifestazione. Si tratta di una
eventualità temibile per il profano, il quale ha tutti i vantaggi nell’essere
mantenuto in quelli che abbiamo chiamato i «prolungamenti» dello stato umano,
cosa che è d’altronde, in tutte le tradizioni, la principale ragione d’essere
dei riti funerari. Ma la cosa è del tutto diversa per l’iniziato, perché questi
realizza le possibilità stesse dello stato umano soltanto per riuscire a
superarlo, e perché deve necessariamente uscire da tale stato, senza che abbia
del resto bisogno per questo di attendere la dissoluzione dell’apparenza
corporea, per passare agli stati superiori.
Aggiungiamo ancora, per non trascurare nessuna
possibilità, che vi è un altro aspetto sfavorevole della «seconda morte», il
215
Considerazioni sull’iniziazione
quale si riferisce propriamente alla
«contro-iniziazione»; quest’ultima, infatti, imita nelle sue fasi l’iniziazione
vera, ma i suoi risultati sono in qualche modo all’inverso di questa e,
evidentemente, essa non può in nessun caso condurre alla sfera spirituale,
giacché, al contrario, non fa che allontanarne l’essere sempre di più. Allorché
l’individuo che segue questa via arriva alla «morte psichica» si trova in una
situazione non esattamente simile a quella del profano puro e semplice, ma
molto peggiore, in ragione dello sviluppo che ha dato alle possibilità
inferiori dell’ordine sottile; ma su questo argomento non insisteremo oltre, e
ci accontenteremo di rinviare alle allusioni che su di esso abbiamo già fatto
in altre occasioni1, poiché, a dire il vero, è questo un caso che
può presentare interesse soltanto da un punto di vista molto speciale, il
quale, comunque sia, non ha assolutamente nulla a che vedere con la vera
iniziazione. La sorte dei «maghi neri», come comunemente vengono chiamati, non
riguarda che loro stessi, e sarebbe perlomeno inutile alimentare le divagazioni
più o meno fantasiose a cui questo argomento dà luogo anche troppo spesso; di
loro vale la pena di occuparsi soltanto per denunciarne i misfatti quando le
circostanze lo esigano, e per opporvisi nella misura del possibile; e
disgraziatamente, in un’epoca come la nostra, tali misfatti sono notevolmente
più numerosi e gravi di quanto possano immaginare coloro che non hanno avuto
occasione di rendersene conto direttamente.
1 Vedere Il
Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, capp. XXXV e XXXVIII.
216
XXVII
Nomi profani e nomi iniziatici
Parlando precedentemente dei diversi generi di
segreti di tipo più o meno esteriore che possono esistere in certe
organizzazioni, iniziatiche o no, abbiamo menzionato fra gli altri il segreto
che si riferisce ai nomi dei loro membri; e può di fatto sembrare – a prima
vista – che sia un segreto da classificare fra le semplici misure di
precauzione destinate a proteggere se stessi contro i pericoli che possono
derivare da eventuali nemici, senza che sia necessario cercare ragioni più
profonde. In effetti così è in non pochi casi, per lo meno in quelli nei quali
si è in presenza di organizzazioni segrete puramente profane; tuttavia, quando
in questione siano le organizzazioni iniziatiche può darsi che si tratti di
qualcos’altro, e che un simile segreto ‑come tutto il resto ‑ rivesta un
carattere veramente simbolico. Vale tanto più la pena di soffermarsi un po’ su
tale punto, in quanto la curiosità dei nomi è una delle manifestazioni più
abituali dell’«individualismo» moderno, e in quanto essa – quando abbia la pretesa
di appuntarsi sulle cose della sfera iniziatica – è un altro dei sintomi di
un’ignoranza grave delle realtà di questo tipo, e di una deprecabile tendenza a
volerle ricondurre al livello delle contingenze profane. Lo «storicismo» dei
nostri contemporanei non è soddisfatto se non mette nomi propri su tutte le
cose, e se non può attribuirle, cioè, a individualità umane definite, secondo
la concezione più limitata che ci si possa fare di esse, quella che ha corso
nella vita profana e che non tiene conto se non della sola modalità corporea.
Il fatto che l’origine
217
Considerazioni sull’iniziazione
delle organizzazioni iniziatiche non possa mai
essere ricondotta a individualità simili, a tal proposito dovrebbe già far
riflettere; e quando si tratti di organizzazioni che operano nell’ambito più
profondo, i loro stessi membri non possono venire identificati, non perché
dissimulino la loro identità – il che, per quanta cura vi pongano, potrebbe non
essere sempre efficace –, ma perché, rigorosamente parlando, non sono
«personaggi» nel senso che vorrebbero gli storici, cosicché chiunque creda di
poterli nominare cadrà con ciò inevitabilmente in errore1. Prima di
passare a spiegazioni più diffuse sull’argomento, diremo che qualcosa di
analogo si ritrova, mantenendo le proporzioni, a ogni gradino della scala
iniziatica, anche ai più elementari, per modo che, se un’organizzazione
iniziatica è realmente quel che deve essere, l’indicazione di uno qualunque dei
suoi membri con un nome profano, quand’anche sia «materialmente» esatta, sarà
sempre intaccata da falsità, più o meno come lo sarebbe la confusione tra un attore
e un personaggio di cui questi reciti la parte e del quale ci si ostinasse ad
attribuirgli il nome in tutte le circostanze della sua esistenza.
Abbiamo già insistito sulla concezione
dell’iniziazione come «seconda nascita»; è precisamente come conseguenza logica
immediata di questa concezione che in numerose organizzazioni l’iniziato riceve
un nuovo nome, diverso dal suo nome profano; né si tratta di una semplice
formalità, giacché tale nome deve corrispondere, a una modalità parimenti
diversa del suo essere, quella la cui realizzazione è resa possibile
dall’azione dell’influenza spirituale trasmessa dall’iniziazione; si può
inoltre osservare che, anche dal punto di vista exoterico, la stessa pratica
esiste, con una ragione analoga, in taluni ordini religiosi. Avremo perciò per
lo stesso essere due modalità distinte, una che si manifesta nel mondo profano,
l’altra all’interno dell’organizzazione iniziatica2; e, normalmente,
ciascuna di esse deve
1 Questo caso, in
Occidente, è in particolare quello dei veri Rosa-Croce.
2 La prima deve
però essere considerata in possesso di una realtà illusoria nei confronti della
seconda, non solo a motivo della differenza dei gradi di realtà al quali esse
rispettivamente si riferiscono, ma altresì perché, come abbiamo
218
Nomi profani e nomi iniziatici
avere il suo nome proprio, giacché quello
dell’una non si adatta all’altra, perché sono situate in due ambiti che sono
realmente diversi. Ma ci si può spingere più in là: a ogni grado di iniziazione
effettiva corrisponde ancora un’altra modalità dell’essere; questi dovrebbe
perciò ricevere un nuovo nome per ognuno di tali gradi, e quand’anche esso non
gli venga di fatto attribuito, ciò nondimeno esiste – si può dire – quale
espressione caratteristica di questa modalità, giacché in realtà un nome non è
altro se non questo. Ora, dal momento che tali modalità nell’essere sono
disposte secondo una gerarchia, lo stesso avviene dei nomi che rispettivamente
li rappresentano; un nome sarà perciò tanto più vero quanto più corrisponderà a
una modalità di natura più profonda, giacché in tal modo esprimerà qualcosa di
più vicino alla vera essenza dell’essere. Di conseguenza – contrariamente
all’opinione comune – è il nome profano che è il meno vero di tutti, perché è
quello che è attribuito alla modalità più esteriore e alla manifestazione più
superficiale; così è soprattutto in una civiltà che abbia perduto qualsiasi
carattere di tradizionalità, e nella quale un nome simile non esprima pressoché
più nulla della natura dell’essere. Per quanto si riferisce poi a quello che
può esser detto il vero nome dell’essere umano, il più vero di tutti – nome che
è del resto un vero e proprio «numero» nel senso pitagorico e kabbalistico
della parola –, esso è quello che corrisponde alla modalità centrale della sua
individualità, vale a dire alla sua restaurazione nello «stato primordiale»,
perché è quello che costituisce l’espressione integrale della sua essenza
individuale.
Da queste considerazioni risulta che un nome
iniziatico non ha da esser conosciuto nel mondo profano, poiché rappresenta una
modalità dell’essere che in tale mondo non potrebbe manifestarsi, perché la sua
conoscenza cadrebbe in certo qual modo nel vuoto, non trovandovi nulla a cui
possa applicarsi realmente.
spiegato poco fa, la «seconda nascita» implica
necessariamente la «morte» dell’individualità profana, la quale non può più
sussistere se non a titolo di semplice apparenza esteriore.
219
Considerazioni sull’iniziazione
Inversamente, il nome profano rappresenta una
modalità di cui l’essere deve spogliarsi quando entra nell’ambito iniziatico, e
che allora non è più per lui se non una semplice parte che sostiene
all’esterno; tale nome in quest’ambito non ha perciò alcun valore perché quel
che esprime è in qualche modo inesistente in rapporto a esso. E però ovvio che
tali ragioni profonde della distinzione, e per così dire della separazione, tra
il nome iniziatico e il nome profano, in quanto indicanti «entità» effettivamente
differenti, possono non essere coscienti in tutti i «luoghi» in cui il
cambiamento di nome sia praticato di fatto; può accadere che, in seguito a un
processo degenerativo di talune organizzazioni iniziatiche, si giunga in esse
al punto di cercare di spiegarlo con motivi del tutto esteriori, ad esempio
presentandolo come una semplice misura di prudenza, cosa che – tutto sommato –
ha più o meno lo stesso valore delle interpretazioni del rituale e del
simbolismo in senso morale o politico, e non impedisce affatto che all’origine
sia esistito qualcosa di totalmente diverso. Per converso, quando si tratti di
organizzazioni solo profane, questi motivi esteriori sono realmente valevoli, e
in esse non potrebbe esistere niente di più, a meno che, in certi casi, non
sussista anche, come abbiamo già detto a proposito dei riti, il desiderio di
imitare le procedure delle organizzazioni iniziatiche, naturalmente – però –
senza che ciò possa corrispondere alla minima realtà; e questo fa vedere come,
ancora una volta, apparenze simili possano di fatto sovrapporsi a cose della
natura più differente.
Ora però, tutto quel che abbiamo detto finora
di questa molteplicità di nomi che rappresentano altrettante modalità
dell’essere, si riferisce unicamente a estensioni dell’individualità umana
comprese nella sua realizzazione integrale, ossia – iniziaticamente –
all’ambito dei «piccoli misteri», come spiegheremo in modo più preciso nel
seguito della nostra esposizione. Quando l’essere passa ai «grandi misteri»,
vale a dire alla realizzazione di stati sovraindividuali, egli passa con ciò di
là dal nome e dalla forma, giacché, com’è insegnato dalla dottrina indù,
codeste (nâma-rûpa) sono le espressioni rispettive dell’essenza
220
Nomi profani e nomi iniziatici
e della sostanza dell’individualità. Un essere
simile non ha perciò veramente più alcun nome, perché questa è una limitazione
dalla quale si è ormai liberato; egli potrà, se è il caso, assumere qualsiasi
nome per manifestarsi nella sfera individuale, ma tale nome non avrà su di lui
nessuna influenza e avrà per lui non diversa natura «accidentale» da quella di
un semplice vestito che si può abbandonare o cambiare a volontà. In questo
consiste la spiegazione di quanto dicevamo più sopra: quando si tratti di organizzazioni
di questo tipo, i loro membri non hanno un nome, né hanno un nome esse stesse;
in tali condizioni, cosa può ancora esistere che possa offrirsi alla presa
della curiosità profana? Quand’anche quest’ultima riesca a scoprire qualche
nome, essi non avranno se non un valore del tutto convenzionale; e tale fatto
può già prodursi, non poche volte, per quanto riguarda organizzazioni di stato
inferiore a quello da noi menzionato, organizzazioni in cui saranno ad esempio
utilizzate «firme collettive», che rappresenteranno, vuoi tali organizzazioni
nel loro insieme, vuoi funzioni intese indipendentemente dalle individualità
che le ricoprono. Tutto ciò, ripetiamo, discende dalla natura stessa delle cose
di ordine iniziatico, per le quali le considerazioni individuali non contano
nulla, e non ha affatto come fine quello di sviare certe ricerche, anche se poi
questa ne risulta una conseguenza di fatto; ma come potrebbero fare i profani
per supporre qualcosa che sia diverso dalle intenzioni che essi stessi potrebbero
avere?
Da qui proviene altresì – in un gran numero di
casi – la difficoltà o addirittura l’impossibilità di identificare gli autori
di opere scritte aventi un certo carattere iniziatico1: o esse sono
integralmente anonime, o – che è proprio lo stesso – non hanno
1 Ciò è del resto
suscettibile di applicazione generalizzata in tutte le civiltà tradizionali, e
questo a motivo del carattere iniziatico che è inerente agli stessi mestieri,
per modo che qualsiasi opera d’arte (o quel che i moderni chiamerebbero in
questo modo), di qualunque genere sia, ne partecipa necessariamente in una
certa misura. Su tale questione – che è quella del significato superiore e
tradizionale dell’«anonimato» – si veda Il Regno della Quantità e i Segni
dei Tempi, cap. IX.
221
Considerazioni sull’iniziazione
come firma se non un marchio simbolico o un
nome convenzionale; non esiste del resto alcuna ragione perché i loro autori
abbiano avuto nel mondo profano un qualsiasi ruolo apparente. Quando invece
opere del genere portano il nome di un individuo che sia per altri versi stato
conosciuto come esser stato effettivamente vivente, non per questo si è forse
più facilitati, giacché non è per una ragione del genere che si saprà
esattamente con chi o con cosa si ha a che fare: un individuo simile può
benissimo essere stato soltanto un portaparola, oppure una mascheratura; in un
caso consimile la sua opera presunta potrà comportare conoscenze che egli non
avrà mai realmente avuto; egli può non essere se non un iniziato di grado
inferiore, o anche un semplice profano, che sarà stato scelto per ragioni
contingenti qualunque1, e a questo punto non è evidentemente
l’autore che ha importanza, bensì unicamente l’organizzazione che l’ha
ispirato.
D’altro canto, anche nell’ambito profano, ci
si può stupire dell’importanza che ai giorni nostri si attribuisce
all’individualità di un autore e a tutto quel che da vicino o da lontano ha
attinenza con essa; forse che il valore dell’opera dipende in qualche modo da
cose di questo genere? Sotto un altro profilo, è facile da constatare che la
preoccupazione di dare il proprio nome a una qualsiasi opera si incontra tanto
meno frequentemente in una civiltà quanto più strettamente questa sia legata ai
principi tradizionali, dei quali, di fatto, l’«individualismo» sotto tutte le
sue forme è la negazione vera e propria. Si comprenderà senza difficoltà che
tutte queste cose sono collegate tra di loro, né vogliamo insistere
ulteriormente su di esse, tanto più che ne abbiamo già parlato spesso in altre
occasioni; sennonché
1 A titolo di
esempio, sembra che questo sia stato, almeno in parte, il caso dei romanzi del
Santo Graal; è pure a una questione di questo genere che in fondo si
riferiscono tutte le discussioni alle quali ha dato origine la «personalità» di
Shakespeare, anche se – di fatto – coloro che vi si sono applicati non hanno
mai saputo portare la questione sul suo vero terreno, per modo che tutto quel
che han saputo fare è stato soltanto di ingarbugliarla in modo pressoché
inestricabile.
222
Nomi profani e nomi iniziatici
ci è sembrato non inutile – in questa –
sottolineare che il tipo di azione dello spirito antitradizionale,
caratteristico dell’epoca moderna, è la causa principale dell’incomprensione
delle realtà iniziatiche e della tendenza a ridurle ai punti di vista profani.
È questo spirito che, sotto nomi come «umanesimo» e «razionalismo», si sforza –
da diversi secoli – di ricondurre tutto alle proporzioni dell’individualità
umana comune, intendiamo dire della porzione ristretta che ne conoscono i
profani, e di negare tutto quel che supera tale sfera esiguamente limitata, in
particolare – perciò – tutto quel che ha attinenza con l’iniziazione, a
qualunque livello. Non c’è quasi neppure bisogno di far rilevare come le
considerazioni che abbiamo qui esposto si fondino essenzialmente sulla dottrina
metafisica degli stati molteplici dell’essere, della quale sono un’applicazione
diretta1; come potrebbe una simile dottrina essere capita da chi
abbia la pretesa di fare dell’uomo individuale, e addirittura della sua sola
modalità corporea, un tutto completo e chiuso, un essere che è sufficiente a se
stesso, invece di vedere in esso se non quel che esso è in realtà, vale a dire
la manifestazione contingente e transitoria di un essere in un particolarissimo
dominio fra quelli la cui moltitudine indefinita, nel suo insieme, costituisce
l’Esistenza universale, e ai quali corrispondono – sempre per quest’essere –
altrettante modalità e stati differenti, di cui gli sarà possibile prender
coscienza precisamente seguendo la via che gli viene aperta dall’iniziazione?
1 Si veda, in
merito all’esposizione completa della realtà in questione, il nostro studio
sugli Stati molteplici dell’Essere.
223
XXVIII
Il simbolismo del teatro
Abbiamo poco fa equiparato la confusione di un
essere con la sua manifestazione esteriore e profana, a quella che si
commetterebbe se si volesse identificare un attore con un personaggio di cui
egli interpreti la parte; per far capire a qual punto il paragone sia esatto
non saranno qui fuori luogo alcune considerazioni generali sul simbolismo del
teatro, anche se esse si applicano alle realtà della sfera propriamente
iniziatica non esclusivamente per quel che riguarda il solo teatro. È ovvio
infatti che un simbolismo simile può essere attribuito al carattere originario
delle arti e dei mestieri, i quali tutti possedevano un valore di tal genere
per il fatto di essere ricollegati a un principio superiore dal quale
procedevano quali applicazioni contingenti, e sono diventati profani – come
abbiamo spiegato assai di frequente – soltanto in conseguenza del decadimento
spirituale dell’umanità lungo il corso della marcia discendente del suo ciclo
storico.
Si può dire, in linea generale, che il teatro
sia un simbolo della manifestazione, della quale esprime nel modo più perfetto
possibile il carattere illusorio1; e questo simbolismo può essere
considerato vuoi dal punto di vista dell’attore, vuoi da quello del teatro
stesso. L’attore è un simbolo del «Sé», ovvero della personalità,
manifestantesi attraverso una serie indefinita di stati
1 Non diciamo
irreale; va da sé che l’illusione deve essere considerata soltanto una minore
realtà.
224
Il simbolismo del teatro
e di modalità, i quali possono essere
riguardati come altrettante parti diverse; ed è da rilevare l’importanza che
aveva l’antico uso della maschera per la perfetta esattezza di questo
simbolismo1. Sotto la maschera l’attore rimane infatti se stesso nel
corso di tutte le sue parti, così come la personalità è «intoccata» da tutte le
sue manifestazioni; l’abolizione della maschera, al contrario, obbliga l’attore
a modificare la propria fisionomia e sembra così alterare in certo qual modo la
sua identità essenziale. In ogni caso, tuttavia, l’attore rimane in fondo
qualcosa di diverso da quanto sembra essere, così come la personalità è
qualcosa di diverso dai molteplici stati manifestati, che non sono se non le
apparenze esteriori e mutevoli delle quali si riveste per realizzare, secondo i
modi diversi che si adattano alla sua natura, le indefinite possibilità che
essa contiene in se stessa nella permanente attualità della non-manifestazione.
Passando all’altro punto di vista, possiamo
dire che il teatro è un’immagine del mondo: sia l’uno che l’altro sono
propriamente una «rappresentazione», poiché il mondo stesso, il quale non
esiste se non come conseguenza ed espressione del Principio, da cui dipende
essenzialmente per tutto quel che è, può essere inteso come un simbolo, al suo
livello, dell’ordine principiale, e tale carattere simbolico gli conferisce
inoltre un valore superiore a quello che esso non abbia di per se stesso,
perché è in simile modo che partecipa di un grado di realtà più elevato2.
In arabo il teatro è indicato con la parola tamthîl, la quale, come
tutte quelle che derivano dalla comune radice mathl, ha il significato
proprio di rassomiglianza, confronto, immagine o raffigurazione; e alcuni
teologi musulmani si servono dell’espressione âlam tamthîl, che si
potrebbe tradurre con
1 È del resto il
caso di segnalare che tale maschera si diceva persona in latino; la
personalità è – letteralmente – quel che si nasconde sotto la maschera
dell’individualità.
2 È sempre la
visione del mondo, vuoi in quanto riferito al Principio, vuoi soltanto inteso
per quel che esso è di per se stesso, che costituisce la differenza
fondamentale tra il punto di vista delle scienze tradizionali e quello delle
scienze profane.
225
Considerazioni sull’iniziazione
«mondo figurato» o con «mondo di
rappresentazione», per indicare tutto ciò che, nelle Scritture sacre, viene
descritto in termini simbolici e non deve essere inteso nel senso letterale. È
da notare specialmente come taluni di essi applichino in particolare tale
espressione a ciò che ha qualche attinenza con gli angeli e con i demoni, i
quali «rappresentano» effettivamente gli stati superiori e inferiori
dell’essere, e di fatto non possono evidentemente essere descritti se non in
modo simbolico con termini presi dal mondo sensibile; e – per una coincidenza
per lo meno curiosa – è conosciuto d’altro canto il ruolo notevole che
precisamente avevano angeli e demoni nel teatro religioso del medioevo
occidentale.
Il teatro, in effetti, non necessariamente
deve limitarsi a rappresentare il mondo umano, vale a dire un solo stato di
manifestazione; esso può anche rappresentare i mondi superiori e inferiori. Nei
«misteri» medievali la scena era, per questa ragione, divisa in piani diversi,
che corrispondevano ai differenti mondi, generalmente ripartiti secondo una
divisione ternaria: cielo, terra, inferno; e l’azione che si svolgeva
simultaneamente in tali differenti divisioni rappresentava appropriatamente la
simultaneità essenziale degli stati dell’essere. I moderni, che non comprendono
più nulla di un simile simbolismo, hanno finito con il ritenere una «ingenuità»
– per non dire una balordaggine – quel che qui aveva invece il senso più
profondo; ed è stupefacente la rapidità con cui si è prodotta tale
incomprensione, che è così rimarchevole negli scrittori del secolo XVII; simile
radicale frattura tra la mentalità del medioevo e quella dei tempi moderni non
è certo uno degli enigmi minori della storia.
E poiché abbiamo parlato dei «misteri»,
crediamo non inutile segnalare la peculiarità di tale denominazione dal duplice
significato: [in francese la loro grafia è «mystères»] mentre a rigor di
termini etimologici bisognerebbe scrivere «mistères», poiché la parola
deriva dal latino ministerium, che significa «ufficio» o «funzione», il
che indica chiaramente a qual punto le rappresentazioni teatrali di questo tipo
fossero in origine considerate far parte integrante della celebrazione delle
feste
226
Il simbolismo del teatro
religiose1. Ma ciò che è strano è
che tale nome si sia contratto e abbreviato in modo da diventare esattamente un
omonimo di «mystères», e da essere alla fine confuso con quest’altra
parola, di origine greca e dalla derivazione completamente diversa; sarà
soltanto per allusione ai «misteri» della religione, messi in scena nelle
rappresentazioni di questo nome, che ha potuto prodursi tale assimilazione? Può
darsi che questa sia una ragione abbastanza plausibile; ma secondo un’altra
prospettiva, se si pensa che rappresentazioni simboliche analoghe avevano luogo
nei «misteri» dell’antichità, in Grecia e probabilmente anche in Egitto2,
si può aver la tentazione di vedere in tale fatto qualcosa che risale a molto
prima, e quasi il sintomo della continuità di una certa tradizione esoterica e
iniziatica che si manifesta all’esterno – a intervalli più o meno distanti
l’uno dall’altro – con forme e caratteristiche simili, e con l’adattamento
richiesto dalla diversità delle circostanze di tempo e di luogo3. Ci
è del resto toccato abbastanza sovente segnalare, in altre occasioni,
l’importanza – quale procedimento del linguaggio simbolico – delle
assimilazioni fonetiche tra parole filologicamente distinte; si tratta di
qualcosa che in verità non presenta nessuna caratteristica di arbitrarietà,
checché ne possano pensare la maggior parte dei nostri contemporanei, e si
apparenta piuttosto direttamente con i modi di interpretazione che fanno capo
al nirukta indù; sennonché i segreti della costituzione intima del
linguaggio sono oggi a tal punto perduti che è a malapena possibile fare
allusione a essi senza che tutti pensino che si tratti di «false etimologie», o
addirittura di banali «giochi di parole», e lo stesso Platone, il quale ha
talvolta fatto ricorso a questo genere di
1 Ugualmente da ministerium,
nel senso di «funzione», deriva d’altronde la parola «mestiere», come abbiamo
segnalato in un’altra occasione (Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi,
cap. VIII).
2 A simili
rappresentazioni simboliche si può inoltre ricollegare direttamente la «messa
in azione» rituale delle «leggende» iniziatiche delle quali abbiamo parlato
prima.
3
L’«esteriorizzazione» in modo religioso, nel medioevo, può essere stata la
conseguenza di un adattamento di questo genere; essa non costituisce perciò
un’obiezione valida contro il carattere esoterico di tale tradizione in sé e
per sé.
227
Considerazioni sull’iniziazione
interpretazioni – come incidentalmente abbiamo
segnalato a proposito dei «miti» – non trova grazia di fronte alla «critica»
pseudo-scientifica di menti limitate dai pregiudizi moderni.
Per terminare queste poche osservazioni,
segnaleremo ancora, nel simbolismo del teatro, un altro angolo visuale, quello
che si riferisce all’autore drammatico: i diversi personaggi, quali altrettante
produzioni mentali di quest’ultimo, possono venir considerate rappresentare sue
modificazioni secondarie e in certo qual modo suoi prolungamenti, più o meno
come accade per le forme sottili prodotte nello stato di sogno1. La
stessa osservazione si attaglierebbe del resto alla produzione di qualsivoglia
opera d’immaginazione, di qualunque genere si tratti; sennonché, nel caso
specifico del teatro, di speciale c’è questo, che tale produzione viene
realizzata in modo sensibile, dando l’immagine vera e propria della vita, così
come accade nel sogno. L’autore ha perciò, a tal riguardo, una funzione
veramente «demiurgica», dal momento che produce un mondo che trae tutto da se
stesso; e in questo egli è il simbolo vero e proprio dell’Essere che produce la
manifestazione universale. In questo caso, come in quello del sogno, l’unità
essenziale del produttore delle «forme illusorie» non è influenzata da simile
molteplicità di modificazioni accidentali, alla stessa stregua dell’Essere che
produce la manifestazione, l’unità del quale, neppure essa, è influenzata dalla
molteplicità della manifestazione. Per cui, da qualsiasi punto di vista ci si
ponga, si ritrova sempre nel teatro quel carattere che è la sua ragione
profonda – per quanto ignorata essa sia da coloro che l’hanno ridotto a
qualcosa di puramente profano – carattere che è quello di costituire – per sua
stessa natura – uno dei simboli più perfetti della manifestazione universale.
1 Cfr. Gli Stati
molteplici dell’Essere, cap. VI.
228
XXIX
«Operativo» e «speculativo»
Quando abbiamo trattato della questione delle
qualificazioni iniziatiche, abbiamo fatto allusione a un malinteso molto
diffuso, vertente sul significato della parola «operativo» e di conseguenza
anche su quello della parola «speculativo», che della prima è in qualche modo
l’opposto; e, come dicevamo allora, ci sembra che valga la pena di insistere in
modo speciale su questo argomento, giacché vi è uno stretto rapporto tra tale
malinteso e la generale ignoranza di quel che deve essere realmente l’iniziazione.
Storicamente, se così si può dire, la questione si pone in modo più particolare
a proposito della Massoneria, giacché è in essa che i termini in questione sono
abitualmente usati; ma non ci sembra difficile da capire che essa ha in fondo
una portata molto più ampia, e come anzi si tratti di qualcosa che, secondo
modalità differenti, ha le qualità per applicarsi a tutte le forme iniziatiche;
ed è questo che ne determina tutta l’importanza dal punto di vista da cui ci
poniamo noi.
Il punto di partenza dell’errore che
segnaliamo consiste in questo: per il fatto che la forma dell’iniziazione
massonica è legata a un mestiere – cosa che del resto, come abbiamo indicato, è
ben lungi dal costituire un caso eccezionale – e che i suoi simboli e i suoi
riti, in una parola i suoi metodi propri, in tutto ciò che hanno di
«specifico», assumono essenzialmente il loro appoggio nel mestiere di
costruttore, si è finito col confondere «operativo» con «corporativo»,
fermandosi in tal modo all’aspetto più esteriore e più superficiale delle cose,
com’è naturale
229
Considerazioni sull’iniziazione
che capiti a chi non abbia nessuna idea, o
addirittura nessun sospetto, della «realizzazione» iniziatica. L’opinione che è
più diffusa potrebbe perciò venir formulata in questo modo: i Massoni
«operativi» erano esclusivamente uomini di mestiere; a poco a poco essi
«accettarono» fra di loro – in certo qual modo a titolo onorifico – persone
estranee all’arte di costruire1; sennonché, alla fine, accadde che
questo secondo elemento divenne predominante, e da qui ebbe origine la
trasformazione della Massoneria «operativa» in Massoneria «speculativa», la
quale non ebbe più con il mestiere se non un rapporto fittizio o «ideale». Tale
Massoneria «speculativa» risale, com’è noto, all’inizio del secolo XVIII;
sennonché qualcuno, constatata la presenza di membri non artigiani nell’antica
Massoneria «operativa», crede di poter dedurre da questo fatto che costoro
erano già Massoni «speculativi». A ogni buon conto, si sembra pensare – in modo
più o meno unanime – che il cambiamento che diede origine alla Massoneria «speculativa»
sia un segno di superiorità nei confronti di ciò da cui quest’ultima è
derivata, quasi che essa rappresentasse un «progresso» in senso «intellettuale»
e corrispondesse a una concezione di livello più elevato; e non si manca – in
merito a questo fatto – di opporre le «speculazioni» del «pensiero» alle
occupazioni del mestiere, come se si trattasse di cose di questo genere quando
siano in causa realtà che sono comprese, non nel campo delle attività profane,
ma nella sfera iniziatica.
Di fatto, anticamente non si faceva altra
distinzione al di fuori di quella che esisteva tra i Massoni «liberi», i quali
erano uomini di mestiere la cui denominazione traeva origine dalle franchigie
che erano state accordate dai sovrani alle loro corporazioni, e senza dubbio –
inoltre – (dovremmo forse dire addirittura prima di tutto) dal fatto che la
condizione di uomo libero
1 Di fatto queste
persone dovevano tuttavia avere per lo meno qualche legame indiretto con
quest’arte, non foss’altro che a titolo di «protettori» (o patrons, nel
senso inglese della parola); in modo analogo – più tardi – gli stampatori (il
cui rituale era costituito, nella sua parte principale, dalla «leggenda» di
Faust) «accettarono» tutti coloro che avessero qualche rapporto con l’arte del
libro, vale a dire non soltanto i librai, ma anche gli autori.
230
«Operativo» e «speculativo»
di nascita era una delle qualificazioni
richieste per essere ammessi all’iniziazione1, e – dicevamo – dei
Massoni «accettati», che invece non appartenevano alla professione, e fra i
quali un posto a parte era riservato agli ecclesiastici, iniziati in Logge
speciali2 per poter svolgere la funzione di «cappellani» nelle Logge
ordinarie; ma sia gli uni che gli altri erano allo stesso modo, sia pure a
differente titolo, membri di un’unica organizzazione, la quale era la
Massoneria «operativa»; e come avrebbe potuto essere altrimenti, se nessuna
Loggia poteva funzionare senza essere dotata di un «cappellano», perciò senza
contare almeno un Massone «accettato» fra i suoi membri3?
Corrisponde del resto al vero che sia fra i Massoni «accettati», e in
conseguenza di una loro azione, che si formò la Massoneria «speculativa»4;
e questo può tutto sommato spiegarsi abbastanza semplicemente con il fatto che
essi, che non erano direttamente collegati con il mestiere e non avevano –
proprio per questo – una base così solida per il lavoro iniziatico svolto sotto
la forma in questione, potevano più facilmente o più completamente di altri
perdere di vista una parte di quel che l’iniziazione comporta, e diremo
addirittura la parte più importante, giacché essa è quella che concerne
propriamente la «realizzazione»5.
1 Non è possibile,
senza far deviare le parole dal loro legittimo significato, dare un’altra
interpretazione all’espressione «nato libero» (free-born) attribuita al
candidato all’iniziazione, espressione che non ha nulla a che vedere con
l’«affrancamento» da un qualsivoglia sedicente «pregiudizio»!
2 Tali Logge erano
dette Lodges of Jakin, e lo stesso «cappellano» era chiamato Brother-Jakin
nell’antica Massoneria «operativa».
3 In realtà
dovremmo dire che la Loggia ne contava obbligatoriamente addirittura due, e che
il secondo era un medico.
4 Questi Massoni
non avevano d’altronde ricevuto la totalità dei gradi «Operativi», ed è questo
che spiega l’esistenza, agli inizi della Massoneria «moderna», di certe lacune
che occorse colmare in seguito, cosa che non fu possibile se non con
l’intervento dei sopravvissuti della Massoneria «antica», molto più numerosi –
ancora nel secolo XVIII – di quanto non credano generalmente gli storici.
5 Abbiamo già in
precedenza messo in rilievo tale differenza, a proposito dello stato attuale
del Compagnonaggio e della Massoneria; i «Compagnoni» chiamano volentieri i
Massoni «loro Fratelli speculativi», e anche se questa
231
Considerazioni sull’iniziazione
Occorre inoltre aggiungere che forse essi
erano anche, a motivo della loro situazione sociale e delle loro relazioni con
l’esterno, più accessibili a certi influssi del mondo profano, politici,
filosofici o di altro genere, che agivano anch’essi nello stesso senso,
«distraendoli» – nell’accezione propria del termine – dal lavoro iniziatico, se
pur non arrivassero addirittura ad indurli a commettere deplorevoli confusioni
tra le due sfere, come si vide fin troppo spesso in seguito.
A questo punto, pur avendo preso lo spunto da
considerazioni storiche per comodità di esposizione, giungiamo al fondo vero e
proprio della questione: il passaggio dall’«operativo» allo «speculativo», ben
lungi dal costituire un «progresso» come i moderni vorrebbero, che non ne
capiscono il significato, dal punto di vista iniziatico ne è esattamente tutto
l’opposto; esso comporta, se non necessariamente una deviazione in termini
propri, per lo meno una decadenza, nel senso di una menomazione; e, come abbiamo
appena detto, è una menomazione che consiste nella negligenza e nell’oblio di
tutto quel che è «realizzazione» – stante che a essere veramente «operativo» è
ciò che ha tale carattere – per lasciare soltanto più permanere,
dell’iniziazione, una visione puramente teorica. Occorre infatti non
dimenticare che «speculazione» e «teoria» sono sinonimi; e va da sé che il
termine «teoria» non deve qui essere inteso nel suo senso originario di
«contemplazione», ma unicamente nell’accezione che ha sempre nel linguaggio di
oggi, e che la parola «speculazione» esprime senza dubbio in modo più definito,
giacché suggerisce – con la sua stessa derivazione – l’idea di qualcosa che
altro non è che un «riflesso», come l’immagine che si vede in uno specchio1,
ossia una conoscenza indiretta, per opposizione alla conoscenza effettiva che è
la conseguenza
espressione implica il riconoscimento di una
comunanza di origini, risente però talvolta di una certa sfumatura di sprezzo,
la quale – a dire il vero – non è totalmente ingiustificata, come si potrà
capire dalle considerazioni che stiamo esponendo.
1 La parola speculum
significa infatti «specchio» in latino.
232
«Operativo» e «speculativo»
immediata della «realizzazione», o – piuttosto
– che fa una sola cosa con quest’ultima. Sotto un altro profilo, la parola
«operativo» non deve essere presa per un equivalente esatto di «pratica»,
perché tale termine si riferisce sempre all’«azione» (il che del resto è
rigorosamente conforme alla sua etimologia); per modo che non potrebbe venir
usato in questa circostanza senza equivoco o improprietà1; in realtà
si tratta di quel «compimento» dell’essere che è la «realizzazione» iniziatica,
con tutto l’insieme dei mezzi di diversa natura che possono essere utilizzati
in vista di tale scopo; e non è senza interesse osservare che una parola di
simile origine – il termine «opera» – è impiegata precisamente in tal senso
nella terminologia alchemica.
È di conseguenza facile rendersi conto di quel
che rimane nel caso di un’iniziazione che sia soltanto più «speculativa»:
permane pur sempre la trasmissione iniziatica, poiché la «catena» tradizionale
non è stata interrotta; ma al posto della possibilità di una iniziazione
effettiva tutte le volte che non venga a frapporlesi l’ostacolo di qualche
difetto individuale, non c’è più se non un’iniziazione virtuale, e condannata
per forza di cose a rimanere tale, poiché la limitazione «speculativa»
significa propriamente che questo stadio non può più essere superato, perché
tutto quel che va più lontano è d’ordine «operativo» per definizione. Ciò non
vuol però dire, beninteso, che in un caso simile i riti non abbiano più
effetto, giacché essi restano sempre – quand’anche coloro che li eseguono non
ne abbiano consapevolezza – veicolo dell’influenza spirituale; sennonché
quest’effetto è per così dire «differito» in quanto a sviluppo «in atto», e
resta come un germe a cui manchino le condizioni necessarie per la sua maturazione,
tali condizioni risiedendo nel lavoro «operativo» in virtù – solo – del quale
l’iniziazione può essere resa effettiva.
A tal proposito, dobbiamo ancora insistere sul
fatto che una decadenza simile che colpisca un’organizzazione iniziatica
tuttavia
1 In fondo tra i
due significati c’è tutta la differenza che esiste in greco tra i significati
rispettivi delle due parole praxis e poêsis.
233
Considerazioni sull’iniziazione
non cambia nulla della sua natura essenziale,
e che già la sola continuità della trasmissione è sufficiente acciocché – se
circostanze più favorevoli si presentassero – una restaurazione sia sempre
possibile, restaurazione che dovrebbe allora essere concepita, necessariamente,
come un ritorno allo stato «operativo». Soltanto che, è evidente che più
un’organizzazione è sminuita in un tal modo, più aumentano le possibilità di
deviazioni almeno parziali, le quali possono del resto naturalmente prodursi in
molti sensi diversi; e tali deviazioni, pur se hanno un carattere solo
accidentale, renderanno una restaurazione sempre maggiormente difficile di
fatto, anche se – nonostante tutto – essa resta ancora possibile in linea di
principio. Comunque sia, un’organizzazione iniziatica che possieda una
filiazione autentica e legittima, quale che sia lo stato più o meno degradato
in cui si trovi ridotta al presente, non potrà sicuramente mai essere confusa
con una qualsiasi pseudo-iniziazione, la quale tutto sommato non è che puro
nulla, né con la contro-iniziazione, la quale è invece veramente qualcosa, ma
qualcosa di assolutamente negativo, che procede direttamente all’opposto del
fine che essenzialmente si propone ogni iniziazione vera1.
Sotto un diverso riguardo, l’inferiorità del
punto di vista «speculativo», come l’abbiamo spiegata, fa inoltre vedere –
quasi per sovrammercato – che il «pensiero», coltivato per se stesso, non può
in nessun caso essere considerato lo scopo di una organizzazione iniziatica
come tale; quest’ultima non è assolutamente un raggruppamento in cui si debba
«filosofeggiare» o dedicarsi a discussioni «accademiche», nonché a qualsivoglia
altro genere di occupazione profana2. La «speculazione»
1 Abbiamo avuto, a
diverse riprese, l’occasione di constatare che simili precisazioni sono
tutt’altro che superflue; dobbiamo conseguentemente protestare in modo formale
contro qualsiasi interpretazione che tenda, per una confusione volontaria o
involontaria, ad applicare a una qualsivoglia organizzazione iniziatica ciò che
nei nostri scritti si riferisca in realtà vuoi alla pseudo-iniziazione, vuoi
alla contro-iniziazione.
2 Non siamo mai
riusciti a capire cosa voglia dire esattamente l’espressione «società di
pensiero» che qualcuno ha inventato per denominare una categoria
234
«Operativo» e «speculativo»
filosofica, quando si introduca in una simile
organizzazione è già una vera e propria deviazione, mentre la «speculazione»
indirizzata su ciò che ha rapporto con la sfera iniziatica, se si riduce a se
stessa invece di essere, come normalmente dovrebbe, una semplice preparazione
al lavoro «operativo», costituisce soltanto quella menomazione di cui abbiamo
detto in precedenza. Anche questa è una distinzione importante, ma la crediamo
sufficientemente chiara perché non sia il caso di insisterci di più; concludendo,
si può dire che si è in presenza di deviazione – più o meno grave secondo i
casi – tutte le volte che ci sia confusione tra il punto di vista iniziatico e
il punto di vista profano. Ciò non va mai perso di vista quando si voglia
giudicare del grado di decadenza a cui un’organizzazione iniziatica può essere
giunta; ma, facendo astrazione da ogni caso di deviazione, si possono sempre –
in modo esattissimo – applicare i termini «operativo» e «speculativo» nei
confronti di una organizzazione iniziatica quale essa sia – e anche quando essa
non assuma un mestiere quale «supporto» –, facendoli corrispondere
rispettivamente all’iniziazione effettiva e all’iniziazione virtuale.
di raggruppamenti che sembra piuttosto mal
definita; quel che invece è sicuro, è che – anche se esiste realmente qualcosa
a cui si possa attagliare un tale appellativo –, esso non potrà in ogni caso
avere il minimo rapporto con qualsivoglia organizzazione iniziatica.
235
XXX
Iniziazione effettiva e iniziazione virtuale
Quantunque la distinzione tra l’iniziazione
effettiva e l’iniziazione virtuale possa già essere sufficientemente capita con
l’aiuto delle considerazioni che precedono, essa è così importante da indurci a
cercare di precisarla ulteriormente; e, a tal riguardo, faremo subito rilevare
che, fra le condizioni dell’iniziazione da noi enunciate all’inizio, il
ricollegamento a un’organizzazione tradizionale regolare (presupponendo
ovviamente la qualificazione) è sufficiente per l’iniziazione virtuale, mentre
il lavoro interiore che viene in seguito riguarda propriamente l’iniziazione
effettiva, la quale è ‑ diremmo ‑, a tutti i suoi gradi, lo sviluppo «in atto»
delle possibilità a cui dà accesso l’iniziazione virtuale. L’iniziazione
virtuale è perciò l’iniziazione intesa nel senso più preciso della parola, vale
a dire quasi un’«entrata» o un «incominciamento»; è chiaro che ciò non vuole
assolutamente dire che essa possa essere considerata come qualcosa di
sufficiente a se stessa, ma soltanto che essa è il punto di partenza necessario
di tutto il resto; quando si sia entrati in una via, ciò che occorre fare è
seguirla, e, se si può, seguirla fino in fondo. Il tutto potrebbe venir
riassunto con queste poche parole: entrare nella via è l’iniziazione virtuale;
seguire la via è l’iniziazione effettiva; sennonché ‑ sfortunatamente ‑ di
fatto molti restano sulla soglia, e non sempre perché siano essi stessi
incapaci di andar più lontano, ma anche, soprattutto nelle attuali condizioni
del mondo occidentale, in conseguenza del decadimento di certe organizzazioni,
le quali, diventate unicamente
236
Iniziazione effettiva e iniziazione virtuale
«speculative» come abbiamo appena spiegato,
non possono, proprio per questo, aiutarli in alcun modo nel loro lavoro
«operativo», fosse pure negli stadi più elementari, e non gli forniscono nulla
che possa permetter loro di sospettare che neppure esista una qualsivoglia
«realizzazione». E tuttavia, in queste stesse organizzazioni, non è che non si
continui a parlare, a ogni momento, di «lavoro» iniziatico, o per lo meno di
qualcosa che viene ritenuto tale; ci si può allora porre legittimamente questa
domanda: in qual senso e in quale misura ciò corrisponde ancora a una qualche
realtà?
Per rispondere a tale domanda ricorderemo che
l’iniziazione è essenzialmente una trasmissione, e aggiungeremo che ciò si può
intendere in due differenti sensi: da un lato, trasmissione di un’influenza
spirituale, e, dall’altro, trasmissione di un insegnamento tradizionale. In
primo luogo va considerata la trasmissione dell’influenza spirituale, non
soltanto perché essa deve logicamente precedere qualsiasi insegnamento ‑ cosa
che è di per sé troppo evidente quando si sia capita la necessità del
ricollegamento tradizionale ‑ ma anche e soprattutto perché è essa che
costituisce essenzialmente l’iniziazione in senso stretto, a tal punto che, se
si dovesse trattare solamente di iniziazione virtuale, tutto potrebbe in fondo
limitarsi a essa, senza che ci sia bisogno di farla ancora seguire da un
qualsiasi insegnamento. Di fatto, l’insegnamento iniziatico, del quale dovremo
precisare in seguito il particolare carattere, non può essere se non un ausilio
esteriore apportato al lavoro interiore di realizzazione, con lo scopo di
appoggiarlo e guidarlo per quanto è possibile; è in fondo, questa, la sua unica
ragion d’essere, e in ciò esclusivamente può consistere il lato esteriore e
collettivo di un vero «lavoro» iniziatico, se si comprende realmente
quest’ultimo nel suo significato legittimo e normale.
Ora, quel che rende un po’ più complessa la
questione è il fatto che i due tipi di trasmissione da noi indicati, pur
essendo in effetti distinti a motivo della differenza della loro natura, non
possono tuttavia essere mai interamente separati l’uno dall’altro; e questo
fatto richiede alcune altre spiegazioni, anche se
237
Considerazioni sull’iniziazione
tale punto l’abbiamo già in qualche modo
trattato implicitamente quando abbiamo parlato degli stretti rapporti che
uniscono il rito e il simbolo. In effetti i riti sono essenzialmente, e innanzi
tutto, il veicolo dell’influenza spirituale, la quale senza di essi non può in
alcun modo essere trasmessa; sennonché essi comportano nello stesso tempo
necessariamente ‑ a motivo del fatto che hanno, in tutti gli elementi di cui
sono costituiti, un carattere simbolico ‑ anche un insegnamento di per se
stessi, perché, come abbiamo detto, i simboli sono precisamente il solo
linguaggio che realmente si attagli all’espressione delle verità di ordine
iniziatico. Inversamente, i simboli sono essenzialmente un mezzo di
insegnamento, e non solo di insegnamento esteriore, ma altresì di qualcosa di
più, in quanto debbono servire soprattutto come «supporti» per la meditazione,
la quale è per lo meno l’inizio di un lavoro interiore; però, sempre tali
simboli, in quanto elementi dei riti e a motivo del loro carattere «non-umano»,
sono anche supporti dell’influenza spirituale vera e propria. Del resto, quando
si rifletta che il lavoro interiore sarebbe inefficace senza l’azione o, se si
preferisce, senza la collaborazione di tale influenza spirituale, si potrà
capire da ciò come la meditazione sui simboli assuma essa stessa, in certe
condizioni, il carattere di un vero e proprio rito, e di un rito che ‑ questa
volta ‑ non conferisce soltanto più l’iniziazione virtuale, ma permette di
ottenere un grado più o meno avanzato di iniziazione effettiva.
Per contro, invece di servirsi dei simboli in
questo modo, ci si può anche limitare a «speculare» su di essi, senza
prefiggersi nulla di più; dicendo questo non intendiamo certo avanzare che sia
illegittimo spiegare i simboli, nella misura in cui ciò è possibile, e cercare
di sviluppare, con commenti appropriati, i diversi significati che essi
contengono (a condizione, però ‑ ciò facendo ‑ che si eviti con cura qualsiasi
«sistematizzazione», incompatibile con l’essenza stessa del simbolismo); ma
intendiamo che ciò non dovrebbe, in ogni caso, essere considerato se non come
una semplice preparazione a qualcos’altro, ed è proprio questo che, per
definizione, sfugge necessariamente al punto di vista
238
Iniziazione effettiva e iniziazione virtuale
«speculativo» in quanto tale. Quest’ultimo non
può che confinarsi in uno studio esteriore dei simboli, studio che non può
evidentemente essere in grado di far passare coloro che vi si dedicano
dall’iniziazione virtuale all’iniziazione effettiva; e, ancora, esso si ferma
nella maggior parte dei casi ai significati più superficiali, giacché, per
penetrare oltre, occorre già un grado di comprensione che ‑ in realtà ‑
presuppone qualcosa di completamente diverso dalla semplice «erudizione»; e c’è
da ritenersi già fortunati se esso non si perde più o meno completamente in
considerazioni «a latere», come quando, ad esempio, si voglia trovare
nei simboli un pretesto di «moralizzazione», o derivarne sedicenti applicazioni
sociali, se non addirittura politiche, le quali non hanno sicuramente nulla di
iniziatico e neppure di tradizionale. In quest’ultimo caso si è già valicato il
confine oltre il quale il «lavoro» di certe organizzazioni cessa completamente
di essere iniziatico, quand’anche in modo del tutto «speculativo», per cadere
in modo puro e semplice nel punto di vista profano; tale confine è naturalmente
anche quello che separa la semplice decadenza dalla deviazione ed è anche
troppo facile capire come mai la «speculazione», presa come fine a se stessa,
si possa prestare pericolosamente a scivolare dall’una all’altra in modo quasi
insensibile.
Possiamo ora concludere le nostre osservazioni
su questo argomento: finché si «speculi» soltanto, fosse pure attenendosi al
punto di vista iniziatico e senza deviare in una maniera o nell’altra, ci si
troverà in qualche modo rinchiusi in una impasse, poiché non così si
potrà andare d’un sol passo al di là dell’iniziazione virtuale; e del resto
quest’ultima esisterebbe lo stesso, anche in assenza di qualsiasi
«speculazione», dal momento che è l’immediata conseguenza della trasmissione
dell’influenza spirituale. L’effetto del rito mediante il quale tale
trasmissione è effettuata è «differito» ‑ come dicevamo in precedenza ‑ e
rimane allo stato latente e «non sviluppato» finché non si passi dallo
«speculativo» all’«operativo»; ciò significa che le considerazioni teoriche non
hanno reale valore, come lavoro propriamente iniziatico, se non in quanto siano
destinate a preparare la «realizzazione»;
239
Considerazioni sull’iniziazione
e di fatto esse ne sono una preparazione
necessaria, ma questo è proprio quel che il punto di vista «speculativo» di per
se stesso è incapace di riconoscere, e ciò di cui ‑ per conseguenza ‑ non può
assolutamente dar coscienza a coloro che confinano in esso il loro orizzonte.
240
XXXI
Sull’insegnamento iniziatico
Dobbiamo tornare nuovamente sui caratteri che
sono propri dell’insegnamento iniziatico, caratteri secondo i quali esso si
distingue profondamente da qualsiasi insegnamento profano; si tratterà qui di
quella che può esser detta l’esteriorità di tale insegnamento, ovverosia dei
mezzi d’espressione attraverso i quali esso può venir trasmesso in una certa
misura e fino a un certo punto, a titolo di preparazione al lavoro puramente
interiore in grazia del quale l’iniziazione, da virtuale che era alla sua partenza,
diventerà più o meno completamente effettiva. Molta gente, che non si rende
conto di quel che dev’essere realmente l’insegnamento iniziatico, non vede in
esso nulla più, quale particolarità degna di nota, dell’uso del simbolismo; se
è verissimo che quest’ultimo riveste in essa una funzione essenziale, occorre
però sapere perché le cose stiano così; ora, costoro, esaminandole in modo del
tutto superficiale e fermandosi alle apparenze e alle forme esteriori. non
comprendono assolutamente la ragion d’essere e ‑ si potrebbe dire ‑ financo la
necessità del simbolismo, simbolismo che, in tali condizioni, non possono che
trovare strano e per lo meno inutile. Essi pensano in effetti che la dottrina
iniziatica non sia altro, in fondo, se non una filosofia come le altre, forse
un po’ diversa, certo, nei suoi metodi, ma a ogni buon conto niente di più,
giacché la loro mentalità è siffatta da renderli incapaci di concepire
null’altro; ora, per le ragioni che abbiamo esposto in precedenza, è ben certo
che la filosofia non ha nulla a che vedere con il simbolismo, e in un certo
qual senso gli si oppone addirittura. Quelli stessi che, nonostante questo
241
Considerazioni sull’iniziazione
abbaglio, acconsentiranno comunque a
riconoscere all’insegnamento di una dottrina simile un qualche valore sotto
questo o quel profilo, e per motivi qualsiasi, che abitualmente di iniziatico
non hanno nulla, anche loro non potranno mai riuscire se non a pensarlo al
massimo come una specie di prolungamento dell’insegnamento profano, una sorta
di complemento dell’«educazione» ordinaria, a uso di una élite relativa1.
Ora, forse è ancor meglio che si neghi totalmente il suo valore ‑ cosa che
equivale in fondo a ignorarlo in modo puro e semplice ‑ piuttosto che lo si
sminuisca in questo modo, e troppo spesso si presenti sotto il suo nome e in
suo luogo l’espressione di modi di vedere qualsivogliano, più o meno
coordinati, su ogni sorta di cose che, in realtà, non sono iniziatiche né in se
stesse, né per il modo in cui vengono trattate; tutto ciò costituisce quella
deviazione del lavoro «speculativo» alla quale abbiamo già fatto allusione.
Esiste anche un’altra maniera di intendere
l’insegnamento iniziatico, maniera che è non meno falsa della precedente, anche
se in apparenza esattamente opposta: è quella che consiste nel volerlo
contrapporre all’insegnamento profano, quasi che esso si situasse in certo qual
modo allo stesso livello, attribuendogli come oggetto una certa scienza
particolare, più o meno vagamente definita, in tutte le occasioni posta in
contraddizione e in conflitto con le altre scienze, anche se sempre dichiarata
superiore a queste ultime per ipotesi e senza che le ragioni ne siano mai
nettamente messe in chiaro. Questo modo di vedere è soprattutto quello degli
occultisti e di altri pseudo-iniziati, i quali però sono in realtà lontani dal
dispregiare l’insegnamento profano tanto quanto dicono, giacché da esso
prendono non pochi imprestiti più o meno mascherati, e per di più, tale loro
atteggiamento di opposizione non va molto d’accordo con la costante
preoccupazione che mettono in mostra, sotto un altro riguardo, di trovare dei
punti di accordo tra la dottrina tradizionale
1 Ovviamente,
coloro che sono qui in causa sono parimenti incapaci di concepire cosa sia l’élite
nell’unico vero senso della parola, senso che ha anche un valore propriamente
iniziatico, come spiegheremo più avanti.
242
Sull’insegnamento iniziatico
‑ o di quella che ritengono sia tale ‑ e le
scienze moderne; in fondo, quel che è vero è che opposizione e confronto
presuppongono che si tratti di cose della stessa natura. Qui siamo di fronte a
un duplice errore: da un lato, è la confusione della conoscenza iniziatica con
lo studio di una scienza tradizionale più o meno secondaria (sia essa la magia
o qualunque altra cosa di tal genere), e, dall’altro, l’ignoranza di quel che
costituisce la differenza essenziale tra il punto di vista delle scienze
tradizionali e quello delle scienze profane; sennonché, dopo tutto quel che
abbiamo già detto, non è il caso di insistere ulteriormente su questo
argomento.
Ora, se l’insegnamento iniziatico non è né il
prolungamento dell’insegnamento profano, come vorrebbero gli uni, né la sua
antitesi, come sostengono gli altri, se non costituisce né un sistema
filosofico né una scienza speciale, la ragione ne è che esso in realtà ha una
natura del tutto diversa; non è però il caso di cercare di fornirne una
definizione in modo proprio, perché questo equivarrebbe nuovamente a deformarlo
in modo inevitabile. L’uso costante del simbolismo nella trasmissione di questo
insegnamento può già bastare per fare intravedere che le cose stanno così
quando si ammetta, com’è semplicemente logico fare senza eppure andare più a
fondo nella questione, che un modo di espressione del tutto differente dal
linguaggio comune deve esser fatto per esprimere idee anch’esse diverse da
quelle che esprime quest’ultimo, e concezioni che non si lasciano tradurre
integralmente da parole, concezioni per le quali occorre un linguaggio meno
circoscritto, più universale, in quanto sono anch’esse di un genere più
universale. Bisogna inoltre aggiungere che, se le concezioni iniziatiche sono
essenzialmente diverse alle concezioni profane, è per il fatto che procedono
innanzi tutto da una mentalità diversa da quella da cui discendono queste
ultime1, dalle quali differiscono più per il punto di vista dal
1 In realtà, come
vedremo più avanti, a tale proposito il termine «mentalità» è insufficiente, ma
non bisogna dimenticare che al presente si tratta soltanto di uno stadio
preparatorio alla vera conoscenza iniziatica, e nel quale ‑ di conseguenza ‑
non è ancora possibile far diretto ricorso all’intelletto trascendente.
243
Considerazioni sull’iniziazione
quale prendono in considerazione il loro
oggetto che dall’oggetto esaminato; d’altronde così è necessariamente dal
momento che questo oggetto non può essere «specialistico», perché se fosse tale
ciò equivarrebbe a pretendere di imporre alla conoscenza iniziatica una
limitazione che è incompatibile con la sua stessa natura.
È di conseguenza facile ammettere che, da un
lato, tutto quel che può essere preso in considerazione dal punto di vista
profano può esserlo anche ‑ ma allora in modo totalmente diverso e con un’altra
comprensione ‑ dal punto di vista iniziatico (giacché, come spesso abbiamo
detto, in realtà non esiste una sfera profana alla quale per loro natura
propria appartengano certe cose, ma solo un punto di vista profano, punto di
vista che in fondo non è che un modo illegittimo e deviato di vedere le cose)1,
mentre, da un altro lato, ci sono cose che sfuggono totalmente a ogni punto di
vista profano2 e sono esclusivamente proprie al solo ambito
iniziatico.
Che il simbolismo ‑ il quale è in qualche modo
la forma sensibile di ogni insegnamento iniziatico ‑ sia in effetti realmente
un linguaggio più universale che non i linguaggi comuni, è cosa che abbiamo già
spiegato in precedenza, e non ha luogo di dubitarne un solo istante se si pensa
soltanto che ogni simbolo è capace di interpretazioni multiple, che non entrano
minimamente in conflitto tra di loro, ma si completano al contrario le une con
le altre, e sono tutte ugualmente vere quantunque
1 Quel che diciamo
qui potrebbe applicarsi tanto al punto di vista tradizionale in generale quanto
al punto di vista propriamente iniziatico; dal momento che si tratta soltanto
di distinguerli dal punto di vista profano non c’è in fondo da fare tra l’uno e
l’altro nessuna differenza sotto questo riguardo.
2 E anche ‑ occorre
aggiungere ‑ dal punto di vista tradizionale exoterico, il quale è, tutto
sommato, il modo legittimo e normale di intendere quel che è deformato dal
punto di vista profano, per cui entrambi si rivolgono in qualche modo a uno
stesso ambito, cosa che non diminuisce affatto la loro differenza profonda;
sennonché, al di là di questo ambito, che può esser detto exoterico, poiché
coinvolge allo stesso tempo e indistintamente tutti gli uomini, c’è l’ambito
esoterico e propriamente iniziatico, il quale può soltanto essere ignorato da
coloro che si contengono nella sfera exoterica.
244
Sull’insegnamento iniziatico
discendano da punti di vista differenti; e se
le cose così stanno, è evidentemente perché il simbolo è meno l’espressione di
un’idea precisamente definita e delimitata (al modo delle idee «chiare e
distinte» della filosofia cartesiana, ritenute integralmente esprimibili da
parole) di quanto non sia la rappresentazione sintetica e schematica di tutto
un insieme di idee e concezioni che ciascuno potrà afferrare secondo le sue
proprie attitudini intellettuali e nella misura in cui sia preparato alla loro
comprensione. Di conseguenza, il simbolo, a chi riuscirà a penetrare il suo
significato profondo, potrà far concepire incomparabilmente di più di tutto
quel che è possibile esprimere direttamente; è per questa ragione che esso è il
solo mezzo adatto a trasmettere ‑ per quanto si possa ‑ tutto
quell’inesprimibile che costituisce l’ambito vero e proprio dell’iniziazione, o
meglio, per parlare più rigorosamente, a deporre le concezioni di quest’ordine,
in germe, nell’intelletto dell’iniziato, il quale dovrà poi farle passare dalla
potenza all’atto, e svilupparle ed elaborarle con il suo lavoro personale,
giacché nessuno può fare null’altro che non sia prepararlo a tale lavoro,
tracciando per lui, con formule appropriate, il piano che competerà a lui di
realizzare in se stesso per giungere al possesso effettivo di quell’iniziazione
che dall’esterno ha ricevuto solo virtualmente. E non bisogna dimenticare,
inoltre, che se l’iniziazione simbolica, la quale non è che la base e il
supporto dell’iniziazione effettiva, è necessariamente la sola che possa venir
conferita esteriormente, essa può essere almeno conservata e trasmessa anche da
chi non ne comprenda né il significato né la portata; è sufficiente che i
simboli siano conservati inalterati perché siano sempre capaci di risvegliare,
in colui che ne è atto, tutte le concezioni di cui raffigurano la sintesi. È in
ciò ‑ lo ricordiamo ancora una volta ‑ che risiede il vero segreto iniziatico,
che è per sua natura inviolabile e si difende da solo contro la curiosità dei
profani, e del quale il segreto relativo di certi segni esteriori è solamente
una raffigurazione simbolica; tale segreto ciascuno potrà penetrarlo di più o
di meno secondo l’ampiezza del suo orizzonte intellettuale, ma quand’anche
l’abbia penetrato integralmente
245
Considerazioni sull’iniziazione
non potrà mai comunicare effettivamente a un
altro quel che ne avrà compreso egli stesso; potrà al massimo aiutare a
giungere a tale comprensione quei soli che ne sono attualmente capaci.
Questo non impedisce assolutamente che le
forme sensibili che sono in uso per la trasmissione dell’iniziazione esteriore
e simbolica abbiano ‑ anche al di fuori della loro funzione essenziale di
supporto e veicolo dell’influenza spirituale ‑ il loro valore proprio in quanto
mezzo di insegnamento; a tal riguardo, può esser rilevato (e ciò ci riconduce
alla connessione intima che c’è tra il simbolo e il rito) che esse traducono i
simboli fondamentali in gesti, assumendo tale parola nel senso più ampio, come
da noi fatto precedentemente, e che ‑ in tal modo ‑ esse fanno in certa qual
maniera «vivere» all’iniziato l’insegnamento che gli è proposto1,
che è il modo più adeguato e il più generalmente applicabile di preparargliene
l’assimilazione, giacché tutte le manifestazioni dell’individualità umana si
traducono necessariamente, nelle sue attuali condizioni di esistenza, in modi
diversi dell’attività vitale. Non è però il caso, con questo, che si pretenda
di fare della vita, come molti moderni vorrebbero, una sorta di principio
assoluto; l’espressione di un’idea in modo vitale non è dopo tutto se non un
simbolo come gli altri, allo stesso titolo a cui lo è, ad esempio, la sua
traduzione in modo spaziale, la quale costituisce un simbolo geometrico o un
ideogramma; sennonché essa è, si potrebbe dire, un simbolo che, per la sua
natura particolare, è capace di penetrare più immediatamente d’ogni altro
all’interno dell’individualità umana. In fondo, se ogni processo di iniziazione
presenta nelle sue diverse fasi una corrispondenza sia con la vita umana
individuale, sia addirittura con l’insieme della vita terrestre, la ragione ne
è che lo sviluppo della manifestazione vitale stessa, particolare o generale,
«microcosmica» o «macrocosmica», si effettua secondo un piano analogo a quello
che l’iniziato deve realizzare in se stesso,
1 Da qui quella che
abbiamo chiamato la «messa in azione» delle «leggende» iniziatiche; ci si potrà
anche riferire a quel che abbiamo detto sul simbolismo del teatro.
246
Sull’insegnamento iniziatico
per realizzare se stesso nell’espansione
completa di tutte le potenzialità del suo essere. Si tratta sempre e
dappertutto di piani corrispondenti a una stessa concezione sintetica, per modo
che essi sono principialmente identici, e quantunque tutti differenti l’uno
dall’altro e variati in modo indefinito nella loro realizzazione, essi
procedono da un «archetipo» unico, piano universale tracciato dalla Volontà
suprema che è simbolicamente indicata come il «Grande Architetto
dell’Universo».
Conseguentemente, ogni essere tende, in modo
cosciente o no, a realizzare, con mezzi appropriati alla sua particolare
natura, quello che le forme iniziatiche occidentali, fondandosi sul simbolismo
«costruttivo», chiamano il «piano del Grande Architetto dell’Universo»1,
e a concorrere con ciò, secondo la funzione che gli si addice nell’insieme
cosmico, alla realizzazione totale di questo stesso piano, realizzazione che
altro non è, tutto sommato, se non l’universalizzazione della sua propria
realizzazione personale. È nel punto preciso del suo sviluppo in cui un essere
prende realmente coscienza di tale finalità che incomincia per lui
l’iniziazione effettiva, la quale dovrà condurlo per gradi, e secondo la sua
via personale, a quella realizzazione integrale che si compie, non attraverso
lo sviluppo isolato di determinate facoltà speciali, ma mediante lo sviluppo
completo, armonico e gerarchico, di tutte le possibilità implicate nell’essenza
di quest’essere. D’altronde, poiché la fine è necessariamente la stessa per
tutto ciò che ha uno stesso principio, è nei mezzi impiegati per arrivarvi che
risiede esclusivamente quel che è proprio a ciascun essere, considerato entro i
limiti della speciale funzione che è determinata per lui dalla sua natura
individuale e che, quale essa sia, deve essere vista come un elemento
necessario dell’ordine universale e totale; e, per la stessa natura delle cose,
simile diversità delle vie particolari persiste finché non sia effettivamente
oltrepassato l’ambito delle possibilità individuali.
1 Tale simbolismo
non è del resto esclusivamente proprio delle sole forme occidentali; il Vishwakarma
della tradizione indù, in particolare, è esattamente la stessa cosa del «Grande
Architetto dell’Universo».
247
Considerazioni sull’iniziazione
Di conseguenza, l’istruzione iniziatica,
intesa nella sua universalità, deve comprendere, a guisa di altrettante
applicazioni, in varietà indefinita, di uno stesso principio trascendente,
tutte le vie di realizzazione che sono proprie, non soltanto di ciascuna
categoria di esseri, ma altresì di ciascun essere individuale preso in
particolare; e, comprendendole in tal modo tutte in se stessa, essa le
totalizza e le sintetizza nell’unità assoluta della Via universale1.
Per cui, se i principi dell’iniziazione sono immutabili, le sue modalità
possono, e devono, variare in modo da adattarsi alle condizioni molteplici e
relative dell’esistenza manifestata, condizioni la cui diversità fa sì che, in
qualche modo matematicamente, non possano esserci due cose identiche in tutto
l’universo, come già abbiamo spiegato in altre occasioni2. Si può
perciò dire che è impossibile che ci siano, per due individui diversi, due
iniziazioni esattamente simili, financo dal punto di vista esteriore e rituale,
e a maggior ragione dal punto di vista del lavoro interiore dell’iniziato;
l’unità e l’immutabilità del principio non esigono affatto una uniformità e una
immobilità che del resto sono di fatto irrealizzabili, e che, in realtà, non
rappresentano se non il loro riflesso «invertito» al grado più basso della
manifestazione; e la verità è che l’insegnamento iniziatico, implicando un
adattamento alla diversità indefinita delle nature individuali, si oppone con
ciò all’uniformità che l’insegnamento profano considera al contrario come suo
«ideale». Le modificazioni di cui si tratta si limitano del resto, beninteso,
alla traduzione esteriore della conoscenza iniziatica e alla sua assimilazione
da parte di questa o di quell’individualità, perché, nella misura in cui una
simile traduzione è possibile, essa deve necessariamente tener conto delle
relatività e delle contingenze, mentre ciò che essa esprime ne è indipendente
nell’universalità della sua essenza principiale, giacché comprende tutte le
possibilità nella simultaneità di un’unica sintesi.
1 Questa Via
universale è il Tao della tradizione estremo-orientale.
2 Cfr. in
particolare Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. VII.
248
Sull’insegnamento iniziatico
L’insegnamento iniziatico, esteriore e
trasmissibile in forme, in realtà non è, e non può essere – l’abbiamo già detto
e vi insistiamo nuovamente –, se non una preparazione dell’individuo ad
acquisire la vera conoscenza iniziatica per effetto del suo lavoro personale.
Si potrà così indicargli la via da seguire, il piano da realizzare, e disporlo
ad assumere l’atteggiamento mentale e intellettuale necessari per arrivare a
una comprensione effettiva e non semplicemente teorica; si potrà inoltre
assisterlo e guidarlo controllandone il lavoro in modo costante, ma questo è
tutto, perché nessun altro, foss’anche un «Maestro» nell’accezione più completa
della parola1, può fare questo lavoro per lui. Quel che l’iniziato
deve necessariamente acquisire da sé, perché né nessuno né nulla di esterno a
lui possono comunicarglielo, è in definitiva il possesso effettivo del segreto
iniziatico propriamente detto; perché possa riuscire a realizzare questo
possesso in tutta la sua estensione e con tutto ciò che essa implica, occorre
che l’insegnamento che serve in qualche modo come base e come supporto per il
suo lavoro personale sia costituito in modo tale da aprirsi su possibilità
realmente illimitate, e gli permetta così di estendere indefinitamente le sue
concezioni, insieme in larghezza e in profondità, invece di circoscriverle,
come fa ogni punto di vista profano, entro i limiti più o meno ristretti di una
teoria sistematica o di una formula verbale qualunque.
1 Intendiamo
riferirci con queste parole a quello che la tradizione indù chiama Guru,
e la tradizione islamica Sheikh, che non hanno nulla in comune con le
fantasiose idee che di essi si hanno in certi ambienti pseudo-iniziatici
occidentali.
249
XXXII
I limiti del mentale
Parlavamo poco fa della mentalità necessaria
per l’acquisizione della conoscenza iniziatica, mentalità completamente diversa
dalla mentalità profana, e alla formazione della quale contribuisce grandemente
l’osservanza dei riti e delle forme esteriori in uso nelle organizzazioni
tradizionali, senza che questo nulla tolga dei loro altri effetti di ordine più
profondo; ma occorre che si comprenda bene che ciò corrisponde solo a uno
stadio preliminare, costituente una preparazione ancora esclusivamente teorica,
e non certo all’iniziazione effettiva. È il caso – in effetti – di insistere
sull’insufficienza del mentale rispetto a ogni conoscenza di tipo propriamente
metafisico e iniziatico; siamo obbligati a servirci del termine «mentale»,
preferendolo a qualunque altro1, come equivalente del sanscrito manas,
perché esso gli si ricollega attraverso il suo radicale; vogliamo dunque
intendere con tale parola l’insieme delle facoltà di conoscenza che sono
specificamente caratteristiche dell’individuo umano (esso stesso indicato in
diverse lingue con termini che hanno la medesima radice), delle quali la
ragione è la principale.
1 La lingua
francese non possiede altri termini di questa radice oltre all’aggettivo «mental»
(qui usato come sostantivo); l’italiano ha invece il termine «mente», che è in
queste condizioni e poteva forse sostituire la parola «mentale», un po’
inusitata in questo senso. Il traduttore ha preferito conservare l’aggettivo
sostantivato di cui R. Guénon si è servito nel corso di tutta la sua opera.
[N.d.T.]
250
I limiti del mentale
Abbiamo precisato abbastanza sovente la
distinzione tra la ragione, facoltà di ordine puramente individuale, e
l’intelletto puro, che è – al contrario – sovraindividuale, perché sia inutile
che vi ritorniamo in quest’occasione; ricorderemo soltanto che la conoscenza
metafisica, nel vero senso della parola, poiché è d’ordine universale, sarebbe
impossibile se non esistesse nell’essere una facoltà dello stesso tipo, quindi
trascendente rispetto all’individuo: tale facoltà è propriamente l’intuizione
intellettuale. In effetti, essendo ogni conoscenza essenzialmente
un’identificazione, è evidente che l’individuo – in quanto tale – non può
raggiungere la conoscenza di quel che è di là dall’ambito individuale, cosa che
sarebbe contraddittoria; tale conoscenza è possibile soltanto perché l’essere
che è un individuo umano in un certo stato contingente di manifestazione è
altresì allo stesso tempo, qualcos’altro: sarebbe assurdo dire che l’uomo, come
uomo e con i suoi mezzi umani, può superare se stesso; sennonché, l’essere che
appare in questo mondo come un uomo è, in realtà, una cosa tutta diversa in
virtù del principio permanente e immutabile che lo costituisce nella sua
essenza profonda1. Qualsiasi conoscenza che si possa dire veramente
iniziatica è il frutto di una comunicazione stabilita coscientemente con gli
stati superiori; ed è a una tale comunicazione che si riferiscono nettamente,
se si comprendono nel loro vero significato e senza tener conto dell’abuso che
troppo spesso se ne fa nel linguaggio comune della nostra epoca, termini come
«ispirazione» e «rivelazione»2.
La conoscenza diretta d’ordine trascendente,
con la certezza assoluta che implica, è di tutta evidenza – in se stessa –
incomunicabile
1 Si tratta della
distinzione fondamentale tra il «Sé» e l’«io», ovvero la personalità e
l’individualità, distinzione che è al principio della teoria metafisica degli
stati molteplici dell’essere.
2 Queste due parole
indicano in fondo la stessa cosa, guardata da due punti di vista un po’
diversi: quella che è «ispirazione» per l’essere che la riceve, diventa
«rivelazione» per gli altri esseri, ai quali egli la trasmette, nella misura in
cui ciò è possibile, manifestandola esteriormente attraverso un qualsiasi modo
d’espressione.
251
Considerazioni sull’iniziazione
e inesprimibile; ogni espressione, poiché è
necessariamente formale per sua definizione stessa, e di conseguenza
individuale1, non è adeguata a essa e di essa può dare soltanto, se
si può dire così, un riflesso nell’ambito umano. Tale riflesso può aiutare
taluni esseri a conseguire realmente quella stessa conoscenza, risvegliando in
essi le facoltà superiori, ma, come già abbiamo detto, non può assolutamente
dispensarli dal fare personalmente quel che nessuno può fare per loro; esso è
unicamente un «supporto» per il loro lavoro interiore. Del resto, a questo
riguardo, occorre fare una grande differenza, in quanto mezzi d’espressione,
tra i simboli e il linguaggio ordinario; abbiamo spiegato in precedenza che i
simboli, in virtù del loro carattere essenzialmente sintetico, sono
particolarmente adatti a servire come punto d’appoggio all’intuizione
intellettuale, mentre il linguaggio, che è essenzialmente analitico, è
propriamente soltanto lo strumento del pensiero discorsivo e razionale. E
bisogna per di più aggiungere che i simboli, a causa del loro aspetto
«non-umano», portano in sé un’influenza la cui azione è atta a risvegliare
direttamente la facoltà intuitiva in coloro che li meditino nel modo voluto;
sennonché questo si riferisce unicamente al loro impiego in certo qual modo
rituale quali supporti di meditazione, e non certamente ai commenti verbali che
è possibile effettuare sul loro significato, i quali non rappresentano in ogni
caso che uno studio ancora esteriore di essi2. Poiché il linguaggio
umano è per sua stessa costituzione strettamente legato all’esercizio della
facoltà razionale, ne consegue che tutto ciò che è espresso o tradotto a mezzo
di esso assume necessariamente – in modo più o meno esplicito – la forma di un
«ragionamento»; ma occorre però capire che può esserci soltanto una
rassomiglianza del tutto apparente ed esteriore –
1 Ricorderemo che
la forma è, fra le condizioni dell’esistenza manifestata, quella che
caratterizza propriamente qualsiasi stato individuale come tale.
2 Ciò non vuol dire
– beninteso – che colui che spiega i simboli servendosi del linguaggio comune
ne abbia necessariamente egli stesso soltanto una conoscenza esteriore, ma
esclusivamente che quest’ultima è tutto quel che egli può comunicare agli altri
per mezzo di simili spiegazioni.
252
I limiti del mentale
rassomiglianza di forme e non di fondo –, tra
il ragionamento comune, vertente sulle cose delle sfera individuale, che sono
quelle a cui esso è propriamente e direttamente applicabile, e quello che è
destinato a riflettere, per quanto è possibile, qualcosa delle verità di ordine
sovraindividuale. Per questo abbiamo detto che l’insegnamento iniziatico non
deve mai rivestire una forma «sistematica», ma deve al contrario aprirsi sempre
su possibilità illimitate, in modo da mantenere riservata la parte dell’inesprimibile,
che in realtà è tutto l’essenziale; e, con ciò, lo stesso linguaggio, quando
sia applicato alle verità di questo tipo, partecipa in certo qual modo del
carattere dei simboli veri e propri1. Comunque sia, colui che in
virtù dello studio di una qualsiasi esposizione dialettica, sia giunto a una
conoscenza teorica di talune di queste verità, non ha tuttavia ancora affatto
di esse una conoscenza diretta e reale (o per essere più esatti, «realizzata»),
in vista della quale simile conoscenza discorsiva e teorica non può costituire
nulla più di una semplice preparazione.
Tale preparazione teorica, per quanto
indispensabile sia di fatto, non ha tuttavia in se stessa se non un valore di
mezzo contingente e accidentale; finché ci si limita a essa, non si potrà
parlare di iniziazione effettiva, neanche al livello più elementare. Se non
intervenga nulla di più e di diverso, si tratterà soltanto di qualcosa di
analogo – in un ambito più elevato – di quel che è una qualunque «speculazione»
che si riferisca a un’altra sfera2, giacché una conoscenza di questo
genere, semplicemente teorica, coinvolge soltanto il mentale, mentre la
conoscenza
1 Quest’uso
superiore del linguaggio è soprattutto possibile quando si tratti di lingue
sacre, le quali sono siffatte precisamente perché costituite in maniera tale da
portare in se stesse un tal carattere propriamente simbolico; esso è
naturalmente molto più difficile se effettuato con le lingue comuni,
soprattutto quando queste ultime siano abitualmente impiegate soltanto per
esprimere punti di vista profani, com’è il caso delle lingue moderne.
2 Una simile
«speculazione», nell’ambito esoterico, potrebbe essere confrontata, non con la
filosofia – che si riferisce solo a un punto di vista profano –, ma piuttosto
con quel che la teologia è nella sfera tradizionale exoterica e religiosa.
253
Considerazioni sull’iniziazione
effettiva coinvolge «lo spirito e l’anima»,
vale a dire, in una parola, tutto l’essere. È d’altronde questa la ragione per
la quale, anche al di fuori del punto di vista iniziatico, i semplici mistici,
senza oltrepassare i confini della sfera individuale, sono ciò nonostante, nel
loro ambito che è quello della tradizione exoterica, incontestabilmente
superiori non soltanto ai filosofi, ma pure ai teologi, giacché anche la più
piccola particola di conoscenza effettiva vale incomparabilmente di più di tutti
i ragionamenti che derivano soltanto dal mentale1.
Finché la conoscenza coinvolge soltanto il
mentale, essa non è se non una semplice conoscenza «per riflesso», come quella
delle ombre che vedono i prigionieri della caverna simbolica di Platone, quindi
una conoscenza indiretta e del tutto esteriore; passare dall’ombra alla realtà,
afferrata direttamente in se stessa, equivale propriamente a passare
dall’«esterno» all’«interno», e anche – secondo il punto di vista dal quale ci
poniamo qui più specialmente – dall’iniziazione virtuale all’iniziazione effettiva.
Tale passaggio comporta la rinuncia al mentale, ossia a qualunque facoltà
discorsiva, la quale è ormai diventata impotente, giacché non è in grado di
superare i limiti impostile dalla sua stessa natura2; solo
l’intuizione intellettuale è di là da questi limiti, in quanto non appartiene
alla sfera delle facoltà individuali. Servendosi del simbolismo tradizionale
fondato sulle corrispondenze organiche, si può dire che il centro della
1 Dobbiamo
precisare che questa superiorità dei mistici va intesa esclusivamente come
riferita al loro stato interiore, giacché, sotto un altro aspetto, può
succedere che – come abbiamo già indicato in precedenza – in mancanza di
preparazione teorica, essi siano incapaci di esprimerne checchessia in modo
intelligibile; e bisogna inoltre tener conto del fatto che, a onta di quel che
hanno veramente «realizzato», essi rischiano costantemente di disperdersi, per
la buona ragione che non possono superare le possibilità di ordine individuale.
2 Tale rinuncia non
vuole assolutamente significare che la conseguente conoscenza, di cui qui si
parla, sia in qualche modo contraria od opposta alla conoscenza mentale, per
ciò che questa ha di valido e di legittimo nel suo ambito relativo, ossia nella
sfera individuale; non si ripeterà mai troppe volte – a evitare ogni equivoco
al proposito – che il «sovrarazionale» non ha nulla in comune con
l’«irrazionale».
254
I limiti del mentale
coscienza deve essere allora trasferito dal
«cervello» al «cuore»1; al fine dell’effettuazione di un simile
trasferimento qualsiasi «speculazione» e qualunque dialettica non sono
evidentemente più di nessun ausilio; ed è soltanto a partire da questo punto
che è possibile parlare veramente di iniziazione effettiva. Il punto in cui
questa incomincia è perciò ben al di là di quello in cui finisce tutto quel che
si può trovare di relativamente valido in qualsivoglia «speculazione»; tra
l’una e l’altra esiste un vero e proprio abisso, che solo la rinuncia al
mentale – come abbiamo appena detto – permette di superare. Colui che si
aggrappi al ragionamento e non se ne liberi al momento voluto rimane
prigioniero della forma, la quale è la limitazione per cui si definisce lo
stato individuale; non oltrepasserà perciò mai quest’ultimo, e non andrà mai
più lontano dell’«esterno», ciò che equivale a dire che rimarrà legato al ciclo
indefinito della manifestazione. Il passaggio dall’«esterno» all’«interno» è
altresì il passaggio dalla molteplicità all’unità, dalla circonferenza al
centro, al punto unico dal quale è possibile per l’essere umano, restaurato
nelle prerogative dello «stato primordiale», elevarsi agli stati superiori2
e con la realizzazione totale della sua vera essenza, essere infine
effettivamente e attualmente quel che è potenzialmente da tutta l’eternità.
Colui che conosce se stesso nella «verità» dell’«Essenza» eterna e infinita3,
quegli conosce e possiede ogni cosa in se stesso e da se stesso,
1 Non c’è quasi
bisogno di ricordare che il «cuore», assunto simbolicamente a rappresentare il
centro dell’individualità umana considerata nella sua integralità, viene sempre
posto in corrispondenza, da tutte le tradizioni, con l’intelletto puro, il che
non ha assolutamente alcun rapporto con la «sentimentalità» che gli
attribuiscono le concezioni profane dei moderni.
2 Cfr. L’Ésotérisme de Dante, pp.
58-61.
3 Intendiamo qui il
termine «verità» nel senso della parola araba haqîqah, e il termine
«essenza» nel senso di Edh-Dhât. – A ciò si riferisce nella tradizione
islamica questo hadîth: «Colui che conosce se stesso conosce il suo
Signore» (Man arafa nafsahu faqad arafa Rabbahu); e tale conoscenza è
ottenuta mediante quello che viene chiamato l’«occhio del cuore» (aynul-qalb),
il quale altro non è che l’intuizione intellettuale stessa, come esprimono
queste parole di El-Hallâj: «Vidi il mio Signore con l’occhio del mio cuore e
dissi: chi sei? Rispose: te» (Raaytu Rabbî bi-ayni qalbî faqultu man anta,
qâla anta).
255
Considerazioni sull’iniziazione
poiché è giunto a quello stato incondizionato
che non lascia fuori di sé nessuna possibilità, e un tale stato – nei confronti
del quale tutti gli altri, per elevati che siano, non sono ancora se non stadi
preliminari senza nessuna comune misura con esso1 –, tale stato, che
è il fine ultimo di ogni iniziazione, è propriamente ciò che si deve
comprendere come «Identità Suprema».
1 Ciò non
dev’essere inteso soltanto con riferimento agli stati che corrispondono solo a
estensioni dell’individualità, ma altresì agli stati sovraindividuali ancora
condizionati.
256
XXXIII
Conoscenza iniziatica e «cultura» profana
Abbiamo già fatto rilevare prima come occorra
evitare ogni confusione tra la conoscenza dottrinale di ordine iniziatico,
anche quando sia ancora soltanto teorica e semplicemente propedeutica alla
«realizzazione», e tutto quel che è istruzione puramente esteriore o sapere
profano, il quale non ha nessun rapporto con tale conoscenza. Dobbiamo tuttavia
insistere ancora più specialmente su questo punto giacché abbiamo dovuto troppo
spesso constatarne la necessità: occorre farla finita con il pregiudizio troppo
diffuso che pretende che quella che si è convenuto chiamare la «cultura», in
senso profano e «mondano», abbia un qualsiasi valore, foss’anche a titolo di
preparazione, nei confronti della conoscenza iniziatica, mentre essa non ha, e
non può avere veramente, nessun punto di contatto con quest’ultima.
In linea di principio si tratta in effetti,
puramente e semplicemente di un’assenza di rapporto: l’istruzione profana, a
qualunque grado la si prenda in esame, ai fini della conoscenza iniziatica non
può servire a nulla, e (fatte le necessarie riserve sulla degradazione
intellettuale che comporta l’adozione del punto di vista profano in sé) neppure
è incompatibile con quest’ultima1; sotto questo profilo, essa si
presenta unicamente come
1 È evidente – in
particolare – che chi abbia ricevuto l’istruzione profana e «obbligatoria»
nelle scuole non potrà esserne tenuto per responsabile, né essere a motivo di
ciò riguardato come «squalificato» per l’iniziazione; l’intera questione è di
sapere quale «impronta» ne porterà per il seguito, giacché è questo che dipende
realmente dalle sue possibilità proprie.
257
Considerazioni sull’iniziazione
qualcosa di indifferente, allo stesso titolo
dell’abilità manuale acquisita con la pratica di un mestiere meccanico, o anche
della «cultura fisica» tanto alla moda ai giorni nostri. In fondo, queste sono
cose che, per chi si ponga dal punto di vista che ci occupa qui, appartengono
tutte esattamente allo stesso ordine; sennonché il pericolo è che ci si lasci
attirare dall’ingannevole apparenza di una sedicente «intellettualità» che non
ha assolutamente nulla a che vedere con l’intellettualità pura e vera, e l’abuso
costante della parola «intellettuale» che, precisamente, viene perpetrato dai
nostri contemporanei basta a provare che si tratta di un pericolo fin troppo
reale. Ne risulta spesso, tra gli altri inconvenienti, una tendenza a voler
unire – o piuttosto mescolare – tra di loro cose che sono di natura tutta
diversa; senza che sia il caso di riparlare a questo proposito dell’intrusione
di una «speculazione» prettamente profana in certe organizzazioni iniziatiche
occidentali, ricorderemo soltanto la vanità – da noi segnalata in svariate
occasioni – di tutti i tentativi fatti per instaurare un legame o un qualunque
confronto tra la scienza moderna e la conoscenza tradizionale1.
Qualcuno si spinge perfino, in questo senso, fino al punto di aver la pretesa
di trovare nella prima «conferme» per la seconda, quasi che quest’ultima, che
riposa su principi immutabili, potesse trarre il minimo beneficio da una
conformità accidentale e del tutto esteriore con qualcuno dei risultati
ipotetici e incessantemente mutevoli di quella ricerca incerta ed esitante che
i moderni si compiacciono di decorare col nome di «scienza»!
Ma non è su questo aspetto della questione che
ci tocca insistere in particolare in quest’occasione, e neppure sul pericolo
che si corre, quando si accordi un’importanza esagerata a un simile sapere
inferiore (e spesso anche assolutamente illusorio), di dedicarvi tutta la
propria attività a detrimento di una conoscenza
1 Cfr. in
particolare Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, capp. XVIII e
XXXII.
258
Conoscenza iniziatica e «cultura» profana
superiore, la cui stessa possibilità giungerà
così a essere totalmente disconosciuta o ignorata. È fin troppo noto che questo
caso è in effetti quello della maggioranza dei nostri contemporanei; e, per
costoro, la questione di un rapporto con la conoscenza iniziatica, o
addirittura tradizionale in generale, non si pone evidentemente più, dal
momento che essi non sospettano neppure dell’esistenza di una conoscenza
simile. Ma, senza neanche andare a toccare questa estremità, l’istruzione
profana può costituire ben spesso di fatto, se non di principio, un ostacolo
all’acquisizione della vera conoscenza, ossia tutto il contrario di una
preparazione efficace, e ciò per diverse ragioni, sulle quali dobbiamo ora
spiegarci un po’ più in particolare.
Innanzi tutto, l’educazione profana impone
determinate abitudini mentali delle quali può essere più o meno difficile
sbarazzarsi in seguito; è fin troppo facile constatare che le limitazioni e
financo le deformazioni che sono l’abituale conseguenza dell’insegnamento
universitario sono spesso irrimediabili; e per sfuggire completamente a questa
deleteria influenza occorrono disposizioni particolari che non possono essere
se non eccezionali. Parliamo qui in modo del tutto generale, e non ci
dilungheremo su certi inconvenienti più specifici, quali la ristrettezza di
vedute che deriva inevitabilmente dalla «specializzazione», o la «miopia
intellettuale» che è l’abituale accompagnamento dell’«erudizione» coltivata per
se stessa; quel che è essenziale osservare è che, se la conoscenza profana in
sé e per sé è semplicemente indifferente, i metodi con i quali essa è inculcata
sono in realtà la negazione stessa di quelli che aprono l’accesso alla
conoscenza iniziatica.
Poi bisogna tener conto, come di un ostacolo
che è lungi dall’essere trascurabile, di quella specie di infatuazione che è
frequentemente causata da un presunto sapere ed è inoltre, in non poche
persone, tanto più accentuata quanto maggiormente tale sapere è più elementare,
inferiore e incompleto; del resto, senza che sia neppure il caso di uscire
dalle contingenze della «vita ordinaria», i danni dell’istruzione «primaria» in
proposito sono riconosciuti volentieri da tutti coloro che non sono accecati da
259
Considerazioni sull’iniziazione
certe idee preconcette. È cosa evidente che,
tra due ignoranti, quello che si rende conto di non saper nulla si trova in una
disposizione molto più favorevole per l’acquisizione della conoscenza di quegli
che crede di saper qualcosa; si potrebbe dire che le possibilità naturali del
primo sono intatte, mentre quelle del secondo sono in qualche modo «inibite» e
non possono più svilupparsi liberamente. D’altra parte, anche dando per
scontata un’egual buona volontà nei due individui considerati, resterebbe sempre
in ogni caso da tener conto che uno dei due avrebbe da disfarsi preventivamente
delle idee false di cui è ingombro il suo mentale, mentre l’altro sarebbe per
lo meno dispensato da questo lavoro preliminare e negativo, il quale
costituisce uno dei significati di quella che l’iniziazione massonica denomina
simbolicamente come la «spoliazione dai metalli».
Con questo si spiega con facilità un fatto che
abbiamo frequentemente avuto occasione di constatare e che riguarda le persone
dette «colte»; è noto cosa si intenda comunemente con tale parola: non si
tratta neppure di gente fornita di una qualche istruzione, sia pur non molto
solida, per quanto limitata e inferiore possa esserne la portata, ma di una
«vernice» superficiale su ogni sorta di cose, di una educazione soprattutto
«letteraria», in tutti i casi puramente libresca e verbale, che permette di parlare
con sufficienza di tutto, comprese le cose che si ignorano più completamente, e
tale da ingannare coloro che, sedotti da questa brillante apparenza, non si
accorgono che essa non nasconde che il vuoto. Una simile «cultura» produce in
generale, a un altro livello, effetti confrontabili con quelli che ricordavamo
poco fa trattando dell’istruzione primaria, o «elementare»; le eccezioni
certamente esistono, giacché può capitare che qualcuno che ha ricevuto una
«cultura» del genere sia dotato di disposizioni naturali abbastanza felici da
indurlo a giudicarla solo nel suo giusto valore e a non lasciarsi imbrogliare
da essa; ma non esageriamo certo se diciamo che, al di fuori di tali eccezioni,
la gran maggioranza delle persone «colte» dev’essere classificata fra coloro il
cui stato mentale è fra i più sfavorevoli per la ricezione della vera
conoscenza. C’è in costoro, nei confronti
260
Conoscenza iniziatica e «cultura» profana
di quest’ultima, una sorta di resistenza
spesso inconsapevole, talvolta anche voluta; quelli stessi che non negano
formalmente, per partito preso e a priori, tutto ciò che è di natura esoterica
o iniziatica, danno per lo meno prova, nei suoi confronti, di una totale
mancanza d’interesse, e può capitare addirittura che manifestino come un vanto
la loro ignoranza di queste cose, quasi che essa fosse, ai loro propri occhi,
uno degli indizi della superiorità che la loro «cultura» è in grado di
conferirgli! E non si creda che dicendo queste cose siamo spinti dalla minima
intenzione caricaturale; non facciamo che descrivere esattamente quel che
abbiamo visto in svariate circostanze, non solo in Occidente, ma anche in
Oriente, dove però questo tipo d’uomo «colto» ha fortunatamente abbastanza poco
importanza, non essendo comparso se non assai di recente e come prodotto di una
certa educazione «occidentalizzata», cosa da cui si deduce – notiamolo di
sfuggita – che un tal uomo «colto» è necessariamente allo stesso tempo un
«modernista»1. La conclusione che si può trarre da tutto ciò è che
le persone di questa risma sono semplicemente i meno «iniziabili» dei profani,
e che sarebbe perfettamente irragionevole tenere nel minimo conto la loro
opinione, foss’anche solo per cercare di adattare a essa la presentazione di
certe idee; d’altronde è opportuno aggiungere che la preoccupazione per
l’«opinione pubblica» in generale è uno degli atteggiamenti che sono il più
possibile «anti-iniziatici».
In questa occasione ci resta ancora da
precisare un punto che si ricollega direttamente con le considerazioni già
fatte: si tratta del fatto che qualsiasi conoscenza esclusivamente «libresca»
non ha niente in comune con la conoscenza iniziatica, quand’anche intesa nel
suo stadio semplicemente teorico. Dopo quel che abbiamo detto poco fa ciò può
anche sembrare evidente, giacché tutto quel che è soltanto libresco fa
incontestabilmente parte dell’educazione più esteriore; se vi insistiamo è
perché ci si
1 Sui rapporti di
un simile «modernismo» con l’opposizione a ogni esoterismo, si veda Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XI.
261
Considerazioni sull’iniziazione
potrebbe ingannare nel caso in cui tale studio
verta su libri il cui contenuto sia di natura iniziatica. Chi legge libri di
questo tipo al modo delle persone «colte», o pure chi li studia alla maniera
degli «eruditi» e secondo i metodi profani, non sarà con questo minimamente più
vicino alla vera conoscenza, a causa del fatto che la sua lettura è
caratterizzata da disposizioni che non gli permettono di penetrare il senso
reale dei libri che legge né di assimilarne il contenuto in una qualunque
misura; l’esempio degli orientalisti, con l’incomprensione totale di cui danno
generalmente prova è un’illustrazione particolarmente impressionante di quel
che stiamo dicendo. Del tutto differente è il caso di chi, prendendo questi
stessi libri come «supporti» del suo lavoro interiore – che è la funzione per
la quale essi sono essenzialmente destinati – sappia vedere al di là delle
parole e trovi in essi un’occasione e un punto d’appoggio per lo sviluppo delle
sue proprie possibilità; in tal caso si ritorna, tutto sommato, alla questione
dell’uso propriamente simbolico di cui è capace il linguaggio, e del quale
abbiamo parlato in precedenza. Ciò, si capirà senza sforzo, non ha più nulla in
comune con il semplice studio libresco, quand’anche i libri ne siano il punto
di partenza; il fatto di ammassare nella propria memoria nozioni verbali non
produce neppure l’ombra di una conoscenza reale; la sola che conti è la
penetrazione dello «spirito» avvolto sotto le forme esteriori, penetrazione che
presuppone che l’essere porti in se stesso possibilità corrispondenti, giacché
qualsiasi conoscenza è essenzialmente identificazione; e, in assenza di tale
qualificazione inerente alla natura stessa di quell’essere, le più elevate
espressioni della conoscenza iniziatica, nella misura in cui essa è
esprimibile, e persino le Scritture sacre di tutte le tradizioni, non saranno
mai se non «lettera morta» e flatus vocis.
262
XXXIV
Mentalità scolastica e pseudo-iniziazione
Uno dei segni caratteristici della maggior
parte delle organizzazioni pseudo-iniziatiche moderne è la maniera in cui esse
si servono di certi paragoni presi dalla «vita ordinaria», vale a dire in fondo
dall’attività profana nell’una o nell’altra delle forme che riveste più
abitualmente nel mondo contemporaneo. Né si tratta di sole analogie le quali,
nonostante l’indisponente banalità delle immagini che vengono impiegate e il
fatto che sono le più lontane possibile da qualsiasi simbolismo tradizionale, potrebbero
ancora essere più o meno valide entro certi limiti; più o meno – diciamo –
perché non bisogna dimenticare che in fondo il punto di vista profano, proprio
in quanto tale, comporta sempre qualcosa di illegittimo, essendo una vera e
propria negazione del punto di vista tradizionale; ma quel che è ancora più
grave è che simili cose sono intese nel modo più letterale, che va fino a una
specie di assimilazione di pretese realtà spirituali con forme di attività che,
per lo meno nelle condizioni attuali, sono letteralmente all’opposto di
qualsiasi spiritualità. È così che, in certe scuole occultistiche che abbiamo
conosciuto un tempo, non si faceva che parlare senza tregua di «debiti da
pagare», ed era un’idea che era spinta fino all’ossessione; nel teosofismo e
nelle sue derivazioni più o meno dirette è soprattutto di «lezioni da imparare»
che si fa questione costantemente, e tutto vi è descritto in termini
«scolastici», il che ci riporta nuovamente alla confusione tra la conoscenza
iniziatica e l’insegnamento profano. L’intero Universo è concepito come una
grande
263
Considerazioni sull’iniziazione
scuola nella quale gli esseri passano da una
classe all’altra a mano a mano che abbiano «appreso la loro lezione»; la
rappresentazione di queste classi successive è d’altronde intimamente legata
alla concezione «reincarnazionistica», ma non è questo il punto che ci
interessa ora, giacché è sull’errore concernente queste immagini «scolastiche»
e sulla mentalità essenzialmente profana da cui procedono che ci proponiamo di
richiamare l’attenzione, indipendentemente dalla relazione che esse possono
avere di fatto con questa o quella teoria particolare.
L’istruzione profana, così com’essa è
costituita nel mondo moderno, e sulla quale si modellano tutte le
rappresentazioni in questione, è evidentemente una delle cose che al più alto
grado presentano un carattere antitradizionale; si potrebbe addirittura dire
che essa non sia fatta in qualche modo che per questo, o per lo meno che è in
tal carattere che risiede la sua prima e principale ragion d’essere, poiché è
evidente che si tratta di uno degli strumenti più potenti di cui si possa
disporre per arrivare a distruggere lo spirito tradizionale. È inutile
insistere qui di nuovo su questo genere di considerazioni; sennonché c’è un
altro punto che può sembrare meno evidente a prima vista, ed è il seguente:
quand’anche una simile deviazione non si fosse prodotta, rappresentazioni
«scolastiche» di questo tipo sarebbero tuttavia errate quando si abbia la
pretesa di applicarle all’ambito iniziatico, perché l’istruzione esteriore,
anche se essa non sarebbe stata allora profana com’è attualmente, e sarebbe
stata al contrario legittima e perfino tradizionale nel suo genere, ciò
nondimeno è qualcosa di totalmente diverso, per la sua natura e la sua stessa
destinazione, da quel che si riferisce all’ordine iniziatico. Si avrebbe perciò
in tutti i casi una confusione tra l’exoterismo e l’esoterismo, confusione che
metterebbe in evidenza non solo ignoranza della vera natura dell’esoterismo, ma
financo perdita del senso tradizionale in generale, cosa che di conseguenza è
evidentemente – di per se stessa – una manifestazione della mentalità profana;
sennonché, per far meglio comprendere ciò che intendiamo, val la pena di
precisare un po’ più di quanto non abbiamo fatto finora alcune delle differenze
profonde
264
Mentalità scolastica e pseudo-iniziazione
che esistono tra l’istruzione esteriore e
l’iniziazione, cosa che farà inoltre apparire più chiaramente un difetto che
già si incontra in certe organizzazioni iniziatiche autentiche, ma in stato di
decadenza, e che naturalmente si ritrova a maggior ragione – accentuato fino
alla caricatura – nelle organizzazioni pseudo-iniziatiche a cui abbiamo alluso.
A tal proposito, dobbiamo dire, per
cominciare, che nello stesso insegnamento universitario, o piuttosto alle sue
origini, c’è qualcosa che è molto meno semplice e persino più enigmatico di
quel che non si creda abitualmente, mancando la volontà di porsi una domanda
che dovrebbe invece venir subito in mente a chiunque sia capace della minima
riflessione: se c’è una verità evidente, infatti, è che non si può conferire o
trasmettere ad altri qualcosa che non si possieda in proprio1; come
hanno perciò potuto essere istituiti al loro inizio i gradi universitari, se
non grazie all’intervento, sotto l’una o l’altra forma, di un’autorità di
natura superiore? Si deve perciò esser trattato di un’esteriorizzazione vera e
propria2, la quale può anche essere considerata allo stesso tempo
una «discesa» in quella sfera inferiore a cui appartiene di necessità qualsiasi
insegnamento «pubblico», foss’anche esso costituito su basi le più
rigorosamente tradizionali (lo chiameremmo allora volentieri «scolastico»,
seguendo l’uso del medioevo, per riservare di preferenza il termine «scolare»
al senso profano abituale)3; del resto, è in virtù
1 Abbiamo visto uno
scrittore massonico affermare che «il primo iniziato ha pur dovuto iniziarsi da
solo», e questo nell’intenzione evidente di negare l’origine «non-umana»
dell’iniziazione; dire una cosa più assurda non sarebbe facile, come abbiamo
fatto vedere spiegando qual è la vera natura dell’iniziazione; ma, qualunque
sia l’ambito di cui si tratti, è non meno assurdo supporre che qualcuno abbia
potuto dare a se stesso quel che non aveva, e a maggior ragione trasmetterlo;
una questione del genere l’abbiamo già sollevata in altra sede a proposito del
carattere altamente sospetto della trasmissione psicanalitica (Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXXIV).
2 Abbiamo già
parlato di una simile «esteriorizzazione» – in un altro ambito – a proposito
del rapporto esistente tra certi riti exoterici e alcuni riti iniziatici.
3 Questa
distinzione, legittimamente possibile nella lingua francese, che ha entrambi i
termini, «scolastique» e «scolaire», a esprimere la differenza
messa
265
Considerazioni sull’iniziazione
di tale «discesa» che simile insegnamento
poteva partecipare effettivamente, entro i confini della sua sfera propria,
allo spirito della tradizione. Ciò concorda perfettamente, da un lato, con quel
che si sa sui caratteri generali dell’epoca a cui risale l’origine delle
Università, ovverosia del medioevo, e pure, dall’altro e più particolarmente,
con il fatto troppo poco osservato che la distinzione di tre gradi universitari
è abbastanza chiaramente ricalcata sulla costituzione di una gerarchia iniziatica1.
A questo proposito ricordiamo anche che, come da noi indicato in altra sede2,
le scienze del trivium e del quadrivium, mentre rappresentavano,
secondo il loro significato exoterico, le divisioni di un programma di
insegnamento universitario, erano anche, in virtù di una trasposizione
appropriata, poste in corrispondenza con gradi d’iniziazione3; ma è
assiomatico che una corrispondenza del genere, rispettando rigorosamente i
rapporti normali delle differenti sfere, non può in alcun modo implicare il
trasferimento, nell’ambito iniziatico, di cose quali un sistema di classi ed
esami come quello che necessariamente è coinvolto dall’insegnamento esteriore.
Non è quasi il caso di aggiungere che, dal momento che le Università
occidentali sono state fatte deviare dal loro spirito originario e non possono
di conseguenza più
qui in luce dall’Autore, è quasi impossibile da
rendere in italiano, lingua che normalmente non possiede che la prima forma. Di
fatto esiste anche l’accezione «scolare», ma l’uso la limita a una sola
locuzione, che non ha nulla a che vedere con l’argomento trattato in questo
capitolo; per questo motivo abbiamo adottato nella traduzione del suo titolo («Mentalité
scolaire et pseudo-initiation») la forma «scolastico», mentre, secondo la
distinzione fatta da R. Guénon, il termine che meglio si adattava era «scolare».
[N.d.T.]
1 I tre gradi di
«baccelliere», «licenziato» e «dottore» riproducono la divisione ternaria che è
frequentemente adottata dalle organizzazioni iniziatiche, e si trova in
particolare nella Massoneria con i tre gradi di «Apprendista», «Compagno» e
«Maestro».
2 Cfr. L’Ésotérisme de Dante, pp.
10-5.
3 Si ha allora
un’altra divisione, non più ternaria, ma settenaria, divisione che era, in
particolare, in uso nell’organizzazione medievale dei «Fedeli d’Amore», e
altresì, nell’antichità, nei misteri mitriaci; in tali due casi i sette gradi o
«scalini» dell’iniziazione venivano similmente messi in rapporto con i sette
cieli planetari.
266
Mentalità scolastica e pseudo-iniziazione
avere il mimino legame con un principio
superiore in grado di legittimarle, i gradi che vi si sono conservati, invece
di essere quasi un’immagine esteriore di gradi iniziatici, ne sono soltanto più
una semplice parodia, così come una cerimonia profana è la parodia o la
contraffazione di un rito, e come le stesse scienze profane sono – sotto più di
un riguardo – una parodia delle scienze tradizionali; quest’ultimo caso è del
resto in tutto confrontabile con quello dei gradi universitari, i quali, pur
essendosi conservati in modo costante, rappresentano però attualmente un vero e
proprio «residuo» di quel che erano in origine, allo stesso modo in cui le
scienze profane sono, come da noi spiegato in più di un’occasione, un «residuo»
delle antiche scienze tradizionali.
Abbiamo fatto poco fa allusione agli esami, ed
è su questo punto che vorremmo ora insistere un poco: gli esami, come si può
del resto constatare osservando come siano di pratica costante nelle più
diverse civiltà, hanno un loro posto e una loro ragion d’essere
nell’insegnamento esteriore – anche quello tradizionale – nel quale, in certo
qual modo per definizione, non si dispone di nessun criterio di tipo diverso;
sennonché, quando si tratti al contrario di un ambito puramente interiore come
quello dell’iniziazione, essi diventano totalmente vani e inefficaci, e
potranno al massimo – normalmente – avere non altro ruolo se non simbolico, più
o meno come il segreto riguardante determinate forme rituali non è se non un
simbolo del vero segreto iniziatico; essi sono d’altra parte perfettamente
inutili in un’organizzazione iniziatica fintantoché questa sia veramente tutto
quel che dev’essere. Soltanto che, di fatto, occorre tener conto di certi casi
di decadenza, nei quali più nessuno essendo capace di applicare i criteri reali
(soprattutto a motivo del completo oblio delle scienze tradizionali che sole
possono fornirli, come abbiamo detto a proposito delle qualificazioni
iniziatiche), vi si supplisce per quanto è possibile istituendo, per il
passaggio da un grado all’altro, esami più o meno simili nella forma, se non
nel programma, agli esami universitari, esami i quali – come questi ultimi –,
non possono in definitiva che vertere su cose «apprese»,
267
Considerazioni sull’iniziazione
così come, in assenza di un’autorità interiore
effettiva, si istituiscono forme amministrative paragonabili a quelle dei
governi profani. Tali due cose, non essendo tutto sommato se non due effetti di
una stessa causa, appaiono d’altronde abbastanza collegate tra di loro, non
soltanto nella realtà, ma altresì – nelle organizzazioni pseudo-iniziatiche –
in quanto rappresentazioni immaginarie: in quest’ordine di idee, i teosofisti,
i quali si servono anche così volentieri di immagini «scolastiche», per altri versi
si raffigurano quello che chiamano il «governo occulto del mondo» suddiviso in
diversi «dipartimenti», le cui funzioni si ispirano troppo chiaramente a quelle
dei ministeri e delle amministrazioni del mondo profano. Quest’ultima
osservazione ci porta del resto al riconoscimento di quale possa essere la
fonte principale degli errori di questo genere: essa è che gli inventori di
organizzazioni pseudo-iniziatiche, non conoscendo – sia pure dal di fuori –
nessuna organizzazione autenticamente iniziatica che non appartenga alla
categoria di quelle che sono pervenute al grado di decadenza da noi ricordato
(ed è del tutto naturale che ciò accada, perché queste sono le uniche che
ancora permangano ai giorni nostri nel mondo occidentale), hanno creduto di non
poter far meglio che imitarle, e le hanno inevitabilmente imitate in ciò che
esse hanno di più esteriore, aspetto che è altresì quello più contaminato dalla
degenerazione in questione e nel quale essa prende più nettamente corpo in cose
come quelle di cui stiamo trattando; e, non contenti di introdurre tale
imitazione nella costituzione delle proprie organizzazioni, l’hanno per così
dire proiettata in immagine in un «altro mondo», vale a dire nella
rappresentazione che essi si fanno del mondo spirituale o di quello che credono
sia tale. Il risultato ottenuto è che, mentre le organizzazioni iniziatiche,
fintantoché non abbiano subito nessuna deviazione, sono costituite a immagine
del vero mondo spirituale, la caricatura di quest’ultimo si trova – inversamente
– essere a immagine delle organizzazioni pseudo-iniziatiche, le quali, volendo
copiare certe organizzazioni iniziatiche per rivestirne le apparenze, in realtà
ne hanno preso solo gli aspetti deformati da copiature dal mondo profano.
268
Mentalità scolastica e pseudo-iniziazione
Si tratti di organizzazioni iniziatiche più o
meno degenerate o di organizzazioni pseudo-iniziatiche, si vede che quel che si
origina in tal modo, mediante l’introduzione delle forme profane, è esattamente
l’inverso di quella «discesa» che avevamo in mente quando parlavamo
dell’origine delle istituzioni universitarie, e in virtù della quale, in
un’epoca di civiltà tradizionale, quel che era exoterico si modellava in
qualche modo su quel che era esoterico, e l’inferiore sul superiore; ma la
grande differenza tra i due casi consiste in ciò: che, in quello di
un’iniziazione sminuita, o anche deviata fino a un certo punto, la presenza di
tali forme parassitarie non impedisce che la trasmissione di un’influenza
spirituale si abbia nonostante tutto sempre, mentre in quello della
pseudo-iniziazione, dietro le stesse forme non c’è che il puro e semplice
vuoto. Ciò di cui i promotori della pseudo-iniziazione non hanno il minimo
sospetto è che, trasportando le loro idee «scolari» – e altre cose dello stesso
genere –, fin nella loro rappresentazione dell’ordine universale, essi hanno
inscritto da soli su quest’ultima il marchio della loro mentalità profana; ma
la cosa che più spiace è che coloro ai quali essi presentano queste concezioni
fantasmagoriche non siano più di loro capaci di individuare tale marchio,
marchio che, se essi fossero in grado di rendersi conto di tutto quel che
significa, dovrebbe esser sufficiente a metterli in guardia contro simili
intraprese e financo a distoglierli per sempre da esse.
269
XXXV
Iniziazione e passività
Abbiamo detto in precedenza che tutto ciò che
ha a che fare con la conoscenza iniziatica non può assolutamente diventare
argomento di discussioni qualsivogliano, e che del resto, in generale, la
discussione è, se così si può dire, un procedimento profano per eccellenza;
qualcuno ha preteso dedurre da questo fatto la conseguenza che l’insegnamento
iniziatico doveva esser ricevuto «passivamente», e ha pure voluto trarne
un’argomentazione diretta contro la stessa iniziazione. Anche questo è un
equivoco che è particolarmente importante dissipare: l’insegnamento iniziatico,
per essere realmente profittevole, richiede naturalmente un atteggiamento
mentale «ricettivo», ma «ricettività» non è affatto sinonimo di «passività»; e
tale insegnamento esige al contrario, da parte di chi lo riceve, uno sforzo
costante di assimilazione che è proprio qualcosa di essenzialmente attivo, e
anche attivo al grado più alto che si possa concepire. In realtà è piuttosto
all’insegnamento profano che si potrebbe rivolgere, con una certa ragione, il
rimprovero di passività, giacché esso si propone non altro scopo se non quello
di fornir dati che devono essere «appresi», molto più che compresi, il che sta
a dire che l’allievo tali dati li deve semplicemente registrare e immagazzinare
nella memoria, senza che debbano costituire l’oggetto di nessuna reale
assimilazione; a motivo del carattere del tutto esteriore di tale insegnamento
e dei suoi risultati, l’attività personale e interiore si viene evidentemente a
trovare ridotta al minimo, quando pure non sia del tutto inesistente.
270
Iniziazione e passività
Al fondo dell’equivoco in questione c’è del
resto qualcosa di ancor più grave; in effetti abbiamo spesso notato, in coloro
che si pretendono avversari dell’esoterismo, una deplorevole tendenza a
confonderlo con le sue contraffazioni, e di conseguenza a inglobare negli
stessi attacchi cose che sono in realtà le più diverse, a volte addirittura le
più opposte. Anche qui, evidentemente, abbiamo un altro esempio
dell’incomprensione moderna; l’ignoranza di tutto quel che si riferisce
all’ambito esoterico e iniziatico è talmente completa e generale nella nostra
epoca, che a tal proposito non ci si può stupire di nulla, e questa può essere
una scusa, in non pochi casi, per coloro che agiscono in tal modo; si è
tuttavia tentati, talvolta, di domandarsi se si tratti veramente di una
spiegazione sufficiente per chi voglia andare più a fondo nelle cose. Prima di
tutto, non fa dubbio che tale incomprensione e tale ignoranza stesse rientrino
in quel piano di distruzione di ogni idea tradizionale la cui realizzazione si
estende lungo tutto il periodo moderno, e che, di conseguenza, esse non possano
che essere volute e alimentate dalle influenze sovversive che lavorano a questa
distruzione; ma, al di là di questa considerazione d’ordine del tutto generale,
sembra che ci sia inoltre, in tutto ciò a cui stiamo alludendo, qualcosa che
corrisponde a un disegno più preciso e più nettamente definito. In effetti,
quando si vede confondere deliberatamente l’iniziazione con la
pseudo-iniziazione e addirittura con la contro-iniziazione, mescolando il tutto
in maniera così inestricabile che nessuno possa raccapezzarsi, è veramente
assai difficile, per poco che si sia capaci di un po’ di riflessione, non
chiedersi chi o che cosa tragga vantaggi da tutte queste confusioni. Sia ben
chiaro, non è una questione di buona o mala fede che vogliamo sollevare qui;
del resto essa non avrebbe che un’importanza ben secondaria, giacché la
nocività delle idee false che vengono in questo modo diffuse non ne
risulterebbe né aumentata né diminuita; ed è possibilissimo che lo stesso
partito preso di cui danno prova taluni sia unicamente dovuto al fatto che
obbediscono inconsapevolmente a qualche suggestione. La conclusione che si deve
trarre da ciò, è che i nemici della tradizione iniziatica le loro vittime
271
Considerazioni sull’iniziazione
non le fanno soltanto fra coloro che attirano
nelle organizzazioni che «controllano» direttamente o indirettamente, e che
coloro stessi che credono di combatterli sono talvolta, di fatto, strumenti
altrettanto utili, anche se in un altro modo, per gli scopi che si propongono.
È doppiamente vantaggioso per la contro-iniziazione, quando non sia in
condizione di riuscire a mascherare i suoi procedimenti e i suoi scopi, il far
attribuire gli uni e gli altri alla vera iniziazione, perché in tal modo essa
nuoce incontestabilmente a quest’ultima e nello stesso tempo evita il pericolo
che la minaccerebbe, distogliendo gli animi che potrebbero aver trovato la
strada che conduce a certe scoperte.
Queste riflessioni abbiamo avuto modo di
farcele più d’una volta1, e, nuovamente, abbiamo avuto occasione di
ripetercele a proposito di un libro pubblicato qualche anno fa in Inghilterra
da un ex membro di certe organizzazioni dal carattere essenzialmente sospetto,
intendiamo dire di organizzazioni pseudo-iniziatiche che sono fra quelle in cui
si distingue più nettamente il marchio di un’influenza della
contro-iniziazione; quantunque le abbia abbandonate e si sia addirittura
schierato apertamente contro di esse, non è tuttavia con ciò rimasto meno
fortemente influenzato dall’insegnamento che aveva in esse ricevuto, e questo è
soprattutto visibile nella concezione che ha dell’iniziazione. Tale concezione,
in cui domina precisamente l’idea della «passività», è abbastanza strana da
meritare di essere presa più particolarmente in esame; essa funge da idea
direttrice per quella che vuol essere una storia delle organizzazioni
iniziatiche, o sedicenti tali, dall’antichità ai giorni nostri, storia che è
fantasmagorica al più alto grado, nella quale tutto è frammischiato nella
maniera da noi ricordata poco fa, ed è sostenuto da una quantità di citazioni
stravaganti, la maggior parte delle quali sono tratte da «fonti» assai dubbie;
ma, poiché non abbiamo certo l’intenzione di fare qui una specie di recensione
del libro in questione, non è questo che ci interessa al presente, né quanto
1 A questo
proposito ci sono, dietro certe campagne antimassoniche, dei «retroscena»
assolutamente incredibili.
272
Iniziazione e passività
nel libro sia semplicemente consonante con
certe tesi «convenute» che invariabilmente si ritrovano in tutti i lavori del
genere. Preferiamo limitarci – poiché è questo che è secondo noi più
«istruttivo» – a far vedere gli errori impliciti nell’idea direttrice vera e
propria, errori di cui l’autore è manifestamente debitore alle sue precedenti
relazioni, al punto di non far altro, tutto sommato, che contribuire a
diffondere e a dar credito alle vedute di coloro dei quali crede di esser
diventato l’avversario, e a continuare a prendere per l’iniziazione quel che
gli è stato presentato come tale, ma che in realtà non è se non una delle vie
che possono servire a preparare molto efficacemente agenti o strumenti per la
contro-iniziazione.
Naturalmente tutto ciò è confinato in un
ambito determinato che è puramente psichico, e conseguentemente non può avere
nessun rapporto con la vera iniziazione, inteso che quest’ultima, al contrario,
è d’ordine essenzialmente spirituale; in questo libro si tratta molto di magia
e – come abbiamo già spiegato a sufficienza – non sono operazioni magiche di
qualsiasi genere che possano costituire in nessun modo un processo iniziatico.
Vi troviamo inoltre la curiosa credenza che qualsiasi iniziazione debba fondarsi
sul risveglio e sull’ascensione di quella forza sottile che la tradizione indù
indica con il nome di Kundalinî, quando di fatto non si tratta, quanto a
quest’ultima, che di un metodo proprio a certe forme iniziatiche molto
particolari; del resto non è la prima volta che dobbiamo constatare, in quelle
che volentieri denomineremmo le leggende anti-iniziatiche, una sorta di
ossessione per Kundalinî che è per lo meno strana, e le cui ragioni, in
generale, non si vedono chiaramente. Qui la cosa si trova abbastanza
strettamente legata a una certa interpretazione del simbolismo del serpente,
preso in un senso esclusivamente «malefico»; l’autore sembra non avere la
minima idea del doppio significato di taluni simboli, questione molto
importante, che abbiamo già sviluppato in un’altra occasione1.
Comunque sia, il Kundalinî-Yoga, com’è praticato
1 Il Regno della
Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXX.
273
Considerazioni sull’iniziazione
soprattutto nell’iniziazione tantrica, è
sicuramente una cosa tutta diversa dalla magia; ma ciò che viene abusivamente
inteso sotto questo nome – nel caso che ci occupa – può anche essere soltanto
magia; se poi non si trattasse che di pseudo-iniziazione, indubbiamente sarebbe
qualcosa di meno ancora della magia, cioè una pura e semplice illusione; ma se
interviene in qualche misura la contro-iniziazione, può benissimo trattarsi di
una reale deviazione, e addirittura di una sorta di «inversione», culminante in
una presa di contatto, non già con un principio trascendente o con gli stati
superiori dell’essere, ma molto semplicemente con la «luce astrale», noi
diremmo piuttosto con il mondo delle «influenze erranti», vale a dire, insomma,
con la parte più bassa della sfera sottile. L’autore, che accetta l’espressione
«luce astrale»1, denomina questo risultato con il termine
«illuminazione», il quale diventa così stranamente equivoco; invece di
applicarsi a qualcosa di puramente intellettuale e all’acquisizione di una
conoscenza superiore, come normalmente dovrebbe se fosse inteso in un senso
iniziatico legittimo, si riferisce soltanto a fenomeni di «chiaroveggenza» o ad
altri «poteri» di analoga categoria, assai poco interessanti in se stessi, e
del resto – in questo caso – soprattutto negativi giacché sembra che servano
infine a rendere colui che ne è afflitto accessibile alle suggestioni emananti
da pretesi «Maestri» sconosciuti, i quali nella fattispecie non sono che
sinistri «maghi neri».
Ammettiamo assai volentieri l’esattezza di una
simile descrizione per quanto riguarda certe organizzazioni ausiliarie della
contro-iniziazione, poiché quest’ultima non cerca in effetti, in maniera
generale, se non di ridurre i loro membri a semplici strumenti da poter
utilizzare a suo piacimento; ci chiediamo soltanto, giacché la cosa non è
perfettamente chiara, quale funzione precisa abbia il sedicente «iniziato»
nelle operazioni magiche che devono produrre un simile risultato, e pare in
1 L’origine di
questa espressione risale a Paracelso, ma di fatto essa è conosciuta
soprattutto attraverso le divagazioni occultistiche alle quali ha servito come
pretesto.
274
Iniziazione e passività
effetti che non possa trattarsi, in fondo, che
del ruolo del tutto passivo di un «soggetto», nel senso in cui gli «psichisti»
di ogni tipo intendono la parola. Sennonché quel che noi contestiamo nel modo
più assoluto è che questo risultato abbia qualsiasi cosa in comune con
l’iniziazione, la quale esclude al contrario qualsiasi passività; abbiamo
spiegato fin dall’inizio che questa è una delle ragioni per le quali essa è
incompatibile con il misticismo; a maggior ragione essa lo è con qualcosa che
implica una passività di un genere incomparabilmente più basso di quella dei
mistici, passività che alla fine dei conti rientra in quella che si è preso
l’abitudine di indicare, da quando è stato inventato lo spiritismo, con
l’appellativo comune di «medianità». E diciamo di sfuggita che forse ciò di cui
stiamo trattando è abbastanza comparabile a quella che fu l’origine reale della
«medianità» e dello stesso spiritismo; d’altra parte, quando la
«chiaroveggenza» sia ottenuta attraverso certi «allenamenti» psichici, quand’anche
Kundalinî non c’entri per niente, essa ha abitualmente come effetto di
rendere l’essere «suggestionabile» al massimo grado, com’è provato dalla
costante conformità, alla quale abbiamo già alluso in precedenza, delle sue
visioni con le speciali teorie della scuola a cui appartiene; non è quindi
difficile comprendere quali siano tutti i vantaggi che possono trarne dei veri
«maghi neri», vale a dire dei rappresentanti coscienti della
contro-iniziazione. Non più difficile è rendersi conto che tutto questo è agli
antipodi della finalità dell’iniziazione, la quale è propriamente quella di
«liberare» l’essere da tutte le contingenze, e non assolutamente di imporgli
nuovi legami che vengano ad aggiungersi a quelli che condizionano naturalmente
l’esistenza dell’uomo comune; l’iniziato non è un «soggetto», egli è anzi
esattamente il contrario; qualsiasi tendenza alla passività non può che essere
un ostacolo all’iniziazione, e, quando sia predominante, essa costituisce una
«squalificazione» irrimediabile. Per di più, in ogni organizzazione iniziatica
che abbia conservato una chiara coscienza del suo vero scopo, tutte le pratiche
ipnotiche, o di diverso tipo, che comportino l’uso di un «soggetto» sono tenute
per illegittime e rigorosamente proibite;
275
Considerazioni sull’iniziazione
e aggiungeremo che è addirittura prescritto
che si mantenga sempre un atteggiamento attivo nei confronti degli stati
spirituali transitori che possono essere ottenuti nei primi stadi della
«realizzazione», a evitare con ciò qualsiasi pericolo di «autosuggestione»1;
in tutto rigore, dal punto di vista iniziatico, la passività è concepibile e
ammissibile soltanto ed esclusivamente nei confronti del Principio supremo.
Sappiamo perfettamente che a quel che stiamo
dicendo si potrà obiettare che certe vie iniziatiche comportano una
sottomissione più o meno completa a un guru; sennonché tale obiezione
non ha assolutamente nessun valore, prima di tutto perché si tratta di una
sottomissione pienamente acconsentita, e, non di un assoggettamento che si
imponga all’insaputa del discepolo, poi perché il guru è sempre
conosciuto perfettamente da quest’ultimo, il quale è in relazione reale e
diretta con lui, e non è affatto un personaggio sconosciuto che si manifesti
«in astrale», vale a dire – fatta astrazione da ogni fantasmagoria – che agisca
attraverso una specie di influsso «telepatico» inviando suggestioni senza che
il discepolo che le riceve sia in grado di sapere da dove gli vengano. Inoltre,
tale sottomissione non ha che il carattere, si potrebbe dire, di un semplice
mezzo «pedagogico» di necessità esclusivamente transitoria; non solo un vero
istruttore spirituale non ne abuserà mai, ma se ne servirà soltanto per rendere
il discepolo capace di affrancarsene il più presto possibile, giacché, se c’è
un’affermazione invariabile in un simile caso, è che il vero guru è
puramente interiore, che egli non è altri che il «Sé» dell’essere stesso, che
il guru esteriore non fa altra cosa se non rappresentarlo per tutto il
tempo in cui l’essere non è ancora in grado di mettersi in comunicazione
cosciente con questo «Sé». L’iniziazione deve precisamente portare alla
coscienza pienamente realizzata ed effettiva del «Sé»,
1 È quanto uno Sheikh
esprimeva un giorno con le seguenti parole: «Bisogna che l’uomo domini lo hâl
(stato spirituale non ancora stabilizzato), e non che lo hâl domini
l’uomo» (Lâzim el-insân yarkab el-hâl, wa laysa el-hâl yarkab el-insân).
276
Iniziazione e passività
caso che evidentemente non può essere né
quello di bambini sotto custodia né di automi psichici; la «catena» iniziatica
non è concepita per legare l’essere, ma, all’opposto, per fornirgli un appoggio
che gli permetta di elevarsi indefinitamente e di superare le proprie
limitazioni di essere individuale e condizionato. Anche quando a essere in
questione siano le applicazioni contingenti che possono coesistere
secondariamente con lo scopo essenziale, un’organizzazione iniziatica non sa
che farsi di strumenti passivi e ciechi, la cui collocazione normale non può in
tutti i casi essere se non nel mondo profano, inteso che sono privi di
qualsiasi qualificazione; quel che essa deve trovare nei suoi membri – a tutti
i gradi e in tutte le funzioni – è una collaborazione cosciente e volontaria,
che comporti tutta la comprensione effettiva di cui ognuno sia capace; e
nessuna gerarchia vera può realizzarsi e conservarsi su una base diversa da
questa.
277
XXXVI
Iniziazione e «servizio»
Fra le caratteristiche delle organizzazioni
pseudo-iniziatiche moderne forse non ce n’è una che sia più generalizzata e più
sorprendente di quella costituita dal fatto di attribuire un valore esoterico e
iniziatico a considerazioni che un senso più o meno accettabile possono
realmente averlo soltanto nell’ambito exoterico; simile confusione, che bene
s’accorda con l’uso di quelle immagini tratte dalla «vita ordinaria» di cui
abbiamo trattato in precedenza, è del resto in qualche modo inevitabile da parte
di profani che, volendo farsi passare per quel che non sono, hanno la pretesa
di parlare di cose che non conoscono e di cui naturalmente si fanno un’idea che
è a misura di quel che sono in grado di capire. Non meno naturalmente, le
considerazioni di questo tipo sulle quali costoro insistono maggiormente sono
sempre consonanti con le tendenze che predominano nell’epoca attuale, e le
seguono persino nelle loro variazioni più o meno secondarie; ci si potrebbe
chiedere, a tal proposito, come il fatto di subire in questo modo l’influsso
del mondo profano possa conciliarsi con la minima pretesa iniziatica; ma è
scontato che gli interessati non si accorgono assolutamente di quel che c’è di
contraddittorio in un atteggiamento del genere. Sarebbe facile fare il nome di
organizzazioni di questo tipo che al loro inizio davano l’illusione di una
qualche sorta di intellettualità, perlomeno a chi non andasse al fondo delle
cose, e in seguito hanno finito con il limitarsi sempre più alle peggiori
banalità sentimentali; ed è evidente che questo prevalere del sentimentalismo
278
Iniziazione e «servizio»
non fa che corrispondere a quel che si può
constatare altresì, al presente, nel «mondo esterno». Sia da una parte che
dall’altra si incontrano del resto esattamente le stesse formule tanto vuote
quanto magniloquenti, formule che sono l’effetto di quelle «suggestioni» alle
quali facevamo allusione prima, anche se coloro che se ne servono non sono
certo sempre personalmente consapevoli degli scopi a cui tendono tutte queste
cose; e l’aspetto ridicolo che esse prendono agli occhi di chiunque sappia sia
pur poco riflettere, assume proporzioni anche maggiori nel caso in cui esse
servano per parodie di esoterismo. Tale apparenza di ridicolo è del resto un
vero e proprio «marchio» delle influenze che agiscono realmente dietro tutto
ciò, quand’anche coloro che vi obbediscono siano ben lontani dal sospettarlo;
non vogliamo però qui dilungarci su queste osservazioni d’ordine generale; quel
che intendiamo invece è soltanto prendere in esame un caso che ci sembra
particolarmente significativo, e che per di più si riconduce in certo qual modo
a quel che dicevamo poco fa a proposito della «passività».
Nella speciale fraseologia delle
organizzazioni in questione ci sono alcune parole che ritornano uniformemente
con insistenza sempre crescente: queste parole sono «servizio» e «servitori»;
esse si ritrovano sempre più frequentemente dappertutto e a ogni proposito; si
tratta di una specie di ossessione, ed è legittimo chiedersi a quale tipo di
«suggestione» possano questa volta corrispondere. È indubbio che in questo loro
uso entri in parte la mania occidentale dell’«umiltà», o per lo meno, per
parlare più esattamente, della sua esibizione esteriore, giacché la realtà può
essere assai diversa, come quando – negli stessi ambienti – le dispute più
violente e più cariche d’odio si accompagnano a grandi discorsi sulla
«fraternità universale». Va da sé, d’altronde, che in questo caso si tratta di
un’«umiltà» tutta «laica» e «democratica», in perfetto accordo con un «ideale»
che consiste, non nell’elevare l’inferiore nella misura in cui ne sia capace,
ma nell’abbassare – al contrario – il superiore al suo livello; è chiaro,
infatti, che occorre essere compenetrati da questo «ideale» moderno,
essenzialmente antigerarchico, per non accorgersi di
279
Considerazioni sull’iniziazione
quanto c’è di sgradevole in espressioni
simili, anche se può capitare che le intenzioni che soggiacciono a esse siano
del tutto lodevoli di per se stesse; indubbiamente bisognerebbe – sotto questo
profilo – distinguere tra le applicazioni diversissime che possono esserne
fatte, ma quel che qui ci importa è esclusivamente lo stato d’animo che le
parole usate tradiscono.
A ogni buon conto, se queste considerazioni
generali sono ugualmente valide in tutti i casi, esse non sono sufficienti
quando si tratti più in particolare di pseudo-iniziazione; esiste in questo
caso, in più, una confusione dovuta da un lato alla preponderanza che i moderni
attribuiscono all’azione, e dall’altro a quella che essi assegnano al punto di
vista sociale, fattori che li spingono a immaginare che queste cose debbano
intervenire anche in un ambito con il quale esse non hanno nulla a che fare. Per
uno di quegli strani capovolgimenti di ogni ordine normale ai quali è abituata
la nostra epoca, le attività più esteriori finiscono con l’essere ritenute
condizioni essenziali dell’iniziazione, a volte addirittura come il suo stesso
scopo, giacché, per quanto incredibile ciò possa essere, c’è qualcuno che
nell’iniziazione non vede altro che un mezzo per meglio «servire»; e – si noti
bene – la circostanza aggravante, in questo caso, è che tali attività sono di
fatto concepite nel modo più profano, private come sono del carattere
tradizionale, anche se naturalmente del tutto exoterico, che potrebbero per lo
meno rivestire se fossero intese secondo un punto di vista religioso;
sennonché, tra la religione e il semplice moralismo «umanitario» che è
caratteristico degli pesudo-iniziati d’ogni categoria vi è sicuramente un bel
po’ di differenza!
Sotto un altro aspetto, è incontestabile che
il sentimentalismo, in tutte le sue forme, disponga sempre a una certa
«passività»; è attraverso questa constatazione che ci riportiamo alla questione
da noi trattata in precedenza, ed è altresì per sua virtù che si trova, molto
probabilmente, la principale ragion d’essere della «suggestione» che stiamo
prendendo in esame ora, e in tutti i casi quella che la rende particolarmente
pericolosa. In effetti, a forza di ripetere a qualcuno che deve «servire»
qualunque
280
Iniziazione e «servizio»
cosa, fossero anche vaghe entità «ideali», si
finisce con il provocare in lui disposizioni tali da renderlo disposto a
«servire» di fatto, quando gli se ne presenterà l’occasione, tutto quel che
pretenderà di incarnare simili entità, o di rappresentarle in maniera più
positiva; e gli ordini che potrà riceverne, quale ne sia il carattere, e
quand’anche si tratti delle peggiori stravaganze, troveranno in lui allora
l’obbedienza di un vero «servitore». Si comprenderà senza fatica come questo
sia uno dei mezzi migliori che sia possibile escogitare per preparare strumenti
che la contro-iniziazione potrà utilizzare a suo piacimento; e, per
sovrammercato, esso ha inoltre il vantaggio di essere uno dei meno
compromettenti, poiché la «suggestione», in casi del genere, può benissimo
venire esercitata da illusi qualsiasi, ovverosia da altri strumenti
incoscienti, senza che coloro che li dirigono a loro insaputa abbiano mai
bisogno di apparire direttamente.
E non ci si venga a obiettare che dov’è
questione di «servizio» si potrebbe in fin dei conti trattare di quella che la
tradizione indù chiamerebbe una via di bhakti; nonostante la presenza
dell’elemento sentimentale che quest’ultima implica in certa misura (senza però
che tale elemento degeneri mai in «sentimentalismo») essa è tutta un’altra
cosa; e anche quando si voglia rendere bhakti, in qualche lingua
occidentale, con «devozione», come si fa nella maggior parte dei casi, anche se
si tratta al massimo di un’accezione derivata e se il significato principale ed
essenziale di tale parola è in realtà quello di «partecipazione», come indicato
da Ananda K. Coomaraswamy, «devozione» non vuol dire «servizio», o, per lo
meno, si tratterà esclusivamente di «servizio divino» e non – come dicevamo
poco fa – «servizio» a favore di chicchessia o di qualsivoglia cosa. Quanto al
«servizio» di un guru, se proprio si voglia usare questo termine, là
dove la cosa esiste, esso va inteso – è il caso di ripeterlo – soltanto a titolo
di disciplina preparatoria, concernente esclusivamente quelli che potrebbero
esser detti gli «aspiranti», e non assolutamente coloro che siano già arrivati
a un’iniziazione effettiva; e questo mostra nuovamente come il carattere di
alta finalità spirituale così stranamente attribuito
281
Considerazioni sull’iniziazione
dagli pseudo-iniziati al «servizio» sia ben
lontano dall’essere reale. E per finire, visto che occorre sforzarsi di
prevedere tutte le obiezioni possibili, per quanto riguarda i legami che
esistono tra i membri di un’organizzazione iniziatica, evidentemente non si può
attribuire il nome di «servizio» all’aiuto che il superiore porta in quanto
tale all’inferiore, né più genericamente a rapporti nel corso dei quali la
duplice gerarchia dei gradi e delle funzioni – sulla quale torneremo nuovamente
in seguito – deve essere sempre rigorosamente osservata.
Non ci dilungheremo di più su questo
argomento, tutto sommato piuttosto sgradevole; sennonché abbiamo creduto che
fosse necessario – vedendo a quanti «servizi» diversi e sospetti la gente è
oggi invitata da tutte le parti – segnalare il pericolo che si nasconde dietro
a tutto questo, e dire il più chiaramente possibile come stiano a tal proposito
veramente le cose. Per concludere in due parole aggiungeremo soltanto questo:
l’iniziato non ha da essere un «servitore», o, per lo meno, non ha da esserlo
se non nei confronti della Verità1.
1 In arabo el-Haqq
il quale è – occorre non dimenticarlo – uno dei principali nomi divini.
282
XXXVII
Il dono delle lingue
Alla questione dell’insegnamento iniziatico e
dei suoi adattamenti si ricollega abbastanza direttamente quella di ciò che è
chiamato il «dono delle lingue», il quale è spesso menzionato fra i privilegi
dei veri Rosa-Croce, o, per parlare più esattamente (giacché il termine
«privilegio» potrebbe troppo facilmente dar luogo a false interpretazioni), fra
i loro segni caratteristici, ma che è inoltre tale da sopportare una
applicazione molto più estesa di quella che è in tal modo fatta a una forma
tradizionale particolare. A dire il vero, non sembra che sia mai stato spiegato
molto chiaramente cosa si debba intendere con questa espressione dal punto di
vista propriamente iniziatico, giacché molti di coloro che l’hanno usata
sembrano averla interpretata quasi unicamente nel suo senso più letterale, cosa
che è insufficiente, quantunque indubbiamente anche il senso letterale possa in
certo qual modo essere giustificato. In effetti, il possesso di certe chiavi
del linguaggio può fornire, per comprendere e parlare le lingue più diverse,
mezzi molto differenti da quelli di cui si dispone abitualmente; ed è ben certo
che nell’ordine delle scienze tradizionali esiste quella che potrebbe essere
chiamata una filologia sacra, totalmente diversa dalla filologia profana nata
nell’Occidente moderno. Tuttavia, pur accettando questa prima interpretazione e
collocandola nel suo ambito proprio, che è quello delle applicazioni
contingenti dell’esoterismo, è consentito prendere in considerazione
soprattutto un suo senso simbolico, di ordine più elevato, che le si sovrappone
senza
283
Considerazioni sull’iniziazione
affatto contraddirla, e inoltre si accorda con
i dati iniziatici comuni a tutte le tradizioni, siano esse d’Oriente o
d’Occidente.
Da questo punto di vista si può dire che chi
possiede veramente il «dono delle lingue» è colui che parla a ciascuno il suo
proprio linguaggio, nel senso che si esprime sempre in una forma appropriata ai
modi di pensare degli uomini a cui si rivolge. È anche a questo che si fa
allusione, in modo più esteriore, quando si dice che i Rosa-Croce dovevano
adottare il costume e le abitudini dei paesi in cui si trovavano; e qualcuno
aggiunge inoltre che essi dovevano assumere un nome nuovo tutte le volte che cambiavano
paese, come se rivestissero in tale circostanza una nuova individualità. Per
cui il Rosa-Croce, in virtù del grado spirituale che aveva raggiunto, non era
più legato in modo esclusivo a nessuna forma definita, né alle condizioni
particolari di alcun luogo determinato1, ed è per questo che era un
«Cosmopolita» nel vero senso della parola2. Lo stesso insegnamento
si ritrova nell’esoterismo islamico: Mohyddin ibn Arabi dice che «il vero
saggio non si lega a nessuna credenza», perché è al di là di tutte le credenze
particolari, avendo ottenuto la conoscenza di quello che è il loro principio
comune; ma è precisamente per questa ragione che egli può, a seconda delle
circostanze, parlare il linguaggio proprio a ciascuna credenza. Checché possano
pensare i profani, ciò non è il frutto né di «opportunismo», né di qualche
sorta di dissimulazione; al contrario, si tratta della conseguenza necessaria
di una conoscenza che è superiore a tutte le forme, ma che non può essere
comunicata (nella misura in cui è comunicabile) se non attraverso
1 Potremmo
aggiungere: né ad alcuna epoca particolare; ma questo, che si riferisce
direttamente al carattere di «longevità», richiederebbe, per essere ben capito,
spiegazioni più diffuse di quelle che possono trovar luogo qui; daremo però più
avanti alcune indicazioni sulla questione della «longevità».
2 Si sa che il nome
«Cosmopolita» è servito da firma «coperta» a diversi personaggi che, quantunque
non fossero essi stessi dei veri Rosa-Croce, nonostante ciò sembrano veramente
essere stati utilizzati come porta-parola da questi ultimi nella trasmissione
esteriore di certi insegnamenti, e potevano di conseguenza identificarsi a essi
in una certa misura, in quanto sostenevano questa particolare funzione.
284
Il dono delle lingue
forme, ciascuna delle quali, per ciò stesso
che è un adattamento particolare, non può convenire a tutti gli uomini
indistintamente. Per capire di cosa si tratti, si può paragonare ciò alla
traduzione di uno stesso pensiero in lingue differenti: il pensiero è
evidentemente sempre lo stesso, perché esso è, in sé, indipendente da ogni
espressione; ma tutte le volte che è espresso in un’altra lingua, esso diventa
accessibile a uomini che, in assenza di tale traduzione, non avrebbero potuto
conoscerlo; e del resto questo paragone è rigorosamente conforme al simbolismo
del «dono delle lingue».
È arrivato a questo punto colui che ha
raggiunto, attraverso una conoscenza diretta e profonda (e non soltanto teorica
e verbale), il fondo identico di tutte le dottrine tradizionali; che ha
trovato, ponendosi nel punto centrale dal quale esse sono emanate, la verità
una che si nasconde sotto la diversità e la molteplicità delle forme esteriori.
La differenza, in effetti, è sempre e soltanto nella forma e nell’apparenza; il
fondo essenziale è dappertutto e sempre il medesimo, perché non c’è che una
sola verità, anche se ha aspetti molteplici secondo i punti di vista più o meno
speciali dai quali la si considera, e poiché, come dicono gli iniziati
musulmani, «la dottrina dell’Unità è unica»1; ma una varietà di
forme è necessaria per adattarsi alle condizioni mentali di questo o quel
paese, di questa o quell’epoca, o, se si preferisce, per corrispondere ai
diversi punti di vista specifici che sono determinati da tali condizioni; e
coloro che si fermano alla forma vedono soprattutto le differenze, al punto di
prenderle talvolta addirittura per opposizioni, mentre esse, al contrario,
scompaiono per coloro che vedono al di là. Costoro possono in seguito
ridiscendere nella forma, ma senza esserne più assolutamente condizionati,
senza che la loro conoscenza profonda ne sia modificata in alcun modo; essi
possono, così come si traggono le conseguenze da un principio, realizzare
procedendo dall’alto in basso, dall’interno all’esterno (ed è in questo che la
vera sintesi è, come abbiamo spiegato in precedenza, tutto l’opposto
1 Et-tawhîdu wâhidun.
285
Considerazioni sull’iniziazione
del «sincretismo» volgare), tutti gli
adattamenti della dottrina fondamentale. È in questo modo che, per riprendere
sempre lo stesso simbolismo, non essendo più costretti a parlare una lingua
determinata, essi possono parlarle tutte, in quanto hanno preso conoscenza del
principio da cui tutte le lingue derivano per adattamento; quelle che noi qui
chiamiamo lingue sono tutte le forme tradizionali, religiose o d’altro genere,
le quali in effetti non sono che adattamenti della grande Tradizione
primordiale e universale, rivestimenti diversi della verità unica.
Coloro che hanno oltrepassato tutte le forme
particolari e hanno raggiunto l’universalità, e «sanno» in tal modo ciò che gli
altri possono soltanto «credere», sono necessariamente «ortodossi» nei
confronti di ogni tradizione regolare; e, nello stesso tempo, sono i soli che
si possono dire pienamente ed effettivamente «cattolici», nel senso
rigorosamente etimologico della parola1, mentre gli altri non
possono mai esserlo se non virtualmente, per una sorta di aspirazione che non
ha ancora realizzato il suo oggetto, o di un movimento che, pur se diretto
verso il centro, non è ancora riuscito realmente a raggiungerlo.
Coloro che sono passati al di là della forma
sono, per ciò stesso, liberati dalle limitazioni inerenti alla condizione
individuale dell’umanità ordinaria; coloro stessi che sono giunti soltanto al
centro dello stato umano, senza aver ancora realizzato effettivamente gli stati
superiori, sono per lo meno, in ogni caso, affrancati dalle limitazioni per le
quali l’uomo decaduto da quello «stato primordiale» nel quale essi sono
reintegrati è legato a una individualità, e tutte le forme della sfera umana
hanno il loro principio immediato nel punto stesso in cui essi sono situati.
Per questo essi sono in grado, come dicevamo poco fa, di rivestire
individualità diverse per adattarsi a tutte le circostanze; tali individualità,
per loro, non hanno veramente più importanza di semplici vestimenti. Si può da
questo comprendere
1 La parola
«cattolico», intesa in tal modo nella sua accezione originaria, torna
frequentemente negli scritti di ispirazione più o meno direttamente
rosacrociana.
286
Il dono delle lingue
cosa significhi veramente il cambiamento di
nome, e ciò si ricollega naturalmente a quanto abbiamo esposto in precedenza
riguardo al nomi iniziatici; negli stessi ordini monastici, la sua ragion
d’essere, tutto sommato, in fondo non è diversa, giacché anche quivi
l’individualità profana1 deve scomparire per far posto a un essere
nuovo, e anche quando il simbolismo non è più interamente compreso nel suo
senso profondo, esso conserva tuttavia ancora, di per sé, una certa efficacia.
Se si capiscono queste poche indicazioni si
capirà anche perché i veri Rosa-Croce non abbiano mai potuto costituire
qualcosa che assomigli anche solo da lontano a una «società», e neppure una
qualsiasi organizzazione esteriore; essi hanno indubbiamente potuto, come fanno
ancora in Oriente – e soprattutto in Estremo Oriente –, iniziati d’un grado
comparabile al loro, ispirare più o meno direttamente, e in qualche modo
invisibilmente, organizzazioni esteriori formate temporaneamente in vista di
questo o quello scopo speciale e definito; ma, benché tali organizzazioni
possano per questa ragione esser dette «rosacrociane», essi non vi si legavano
in alcun modo e, salvo forse in qualche caso del tutto eccezionale, non vi
ricoprivano nessun ruolo apparente. Quelli che a partire dal secolo XIV sono
stati in Occidente chiamati i Rosa-Croce, e che hanno ricevuto altre
denominazioni in altri tempi e in altri luoghi, giacché il nome qui ha un
valore puramente simbolico e deve esso stesso adattarsi alle circostanze, non sono
una qualsiasi organizzazione; essi sono la collettività degli esseri che sono
pervenuti a uno stesso stato superiore a quello dell’umanità ordinaria, a uno
stesso grado di iniziazione effettiva, della quale abbiamo testé indicato uno
degli aspetti essenziali, e i quali possiedono inoltre gli stessi caratteri
interiori, ciò che per essi basta per riconoscersi tra di loro senza aver
bisogno di nessun segno esteriore.
1 A pieno rigore,
qui occorrerebbe piuttosto dire la modalità profana dell’individualità, poiché
è evidente che, nella sfera exoterica (come qui) il cambiamento non può essere
abbastanza profondo da riferirsi a qualcosa di più che non a semplici modalità.
287
Considerazioni sull’iniziazione
Per questo essi non hanno altro luogo di
riunione se non «il Tempio dello Spirito Santo, che è dappertutto», per cui le
descrizioni che talvolta ne sono state fatte possono essere intese soltanto
simbolicamente; ed è anche questa la ragione per cui essi rimangono
necessariamente sconosciuti ai profani in mezzo ai quali vivono, a loro
esteriormente simili, anche se completamente diversi, perché i loro soli segni
distintivi sono puramente interiori e possono essere percepiti soltanto da
coloro che hanno raggiunto lo stesso sviluppo spirituale, di modo che il loro
influsso, che è collegato più a un’«azione di presenza» che non a una qualsiasi
attività esteriore, si esercita per vie che sono totalmente incomprensibili
agli uomini comuni.
288
XXXVIII
Rosa-Croce e Rosacrociani
Giacché siamo venuti a parlare dei Rosa-Croce,
non sarà forse inutile, benché questo argomento si riferisca più a un caso
particolare che all’iniziazione in generale, aggiungere qualche precisazione su
di esso, tenuto conto che della denominazione di Rosa-Croce ai giorni nostri ci
si serve in modo vago e sovente abusivo, applicandola indistintamente ai
personaggi più diversi, fra i quali senza dubbio ben pochi ne avrebbero
realmente diritto. Per evitare tutte queste confusioni ci pare che la miglior
cosa sia stabilire una netta distinzione tra Rosa-Croce e Rosacrociani, il
secondo di questi due termini prestandosi senza inconvenienti a una più ampia
estensione del primo; ed è probabile che la maggior parte di coloro che si
pretendono essere Rosa-Croce, e sono comunemente indicati come tali, non siano
stati veramente se non dei Rosacrociani. Per capire l’utilità e l’importanza di
una simile distinzione occorre innanzi tutto ricordare che, come abbiamo detto
poco fa, i veri Rosa-Croce non hanno mai costituito un’organizzazione con forme
esteriori definite, mentre ci furono, per lo meno a partire dall’inizio del
secolo XVII, numerose associazioni che possono essere denominate rosacrociane1,
1 In particolare, è
a una organizzazione di questo genere che Leibnitz appartenne; abbiamo già
trattato in altra sede dell’ispirazione manifestamente rosacrociana di alcune
delle sue concezioni, ma abbiamo anche mostrato come non sia possibile pensare
che egli abbia ricevuto più di una iniziazione semplicemente virtuale,
incompleta, per di più, anche sotto il profilo teorico (si veda: Les
Principes du Calcul infinitésimal).
289
Considerazioni sull’iniziazione
il che non vuole affatto dire che i loro
membri siano stati dei Rosa-Croce; anzi, si può esser certi che non lo fossero,
e ciò per il solo fatto che facevano parte di tali associazioni, cosa che può
sembrare paradossale e perfino contraddittoria a prima vista, ma è tuttavia
facilmente comprensibile se si tiene conto delle considerazioni che abbiamo
esposto in precedenza.
La distinzione che indichiamo è lungi dal
ridursi a una semplice questione di terminologia; essa si riferisce in realtà a
qualcosa che è di un ordine molto più profondo, giacché il termine Rosa-Croce,
come abbiamo spiegato, è propriamente la denominazione di un grado iniziatico
effettivo, vale a dire di un certo stato spirituale il cui possesso,
evidentemente, non è legato in modo necessario al fatto di appartenere a una
certa organizzazione definita. Ciò che esso rappresenta è quella che si può
chiamare la perfezione dello stato umano, poiché il simbolo stesso della
Rosa-Croce raffigura, con i due elementi di cui è composto, la reintegrazione
dell’essere nel centro di questo stato e la piena espansione delle sue
possibilità individuali a partire da tale centro; questo simbolo indica perciò
in modo esattissimo la restaurazione dello «stato primordiale», o, che è la
stessa cosa, il compimento dell’iniziazione ai «piccoli misteri». D’altro
canto, dal punto di vista che può esser chiamato «storico», occorre tener conto
del fatto che la denominazione Rosa-Croce, legata espressamente all’impiego di
un certo simbolismo, è stata usata soltanto in certe circostanze definite di
tempo e di luogo, fuori delle quali sarebbe illegittimo applicarla; si potrebbe
dire che coloro che possedevano il grado in questione sono apparsi come
Rosa-Croce soltanto in queste circostanze e per ragioni contingenti, mentre
hanno potuto, in altre circostanze, apparire sotto altri nomi e sotto altri
aspetti. Questo, beninteso, non vuol dire che il simbolo a cui tale nome si
riferisce non possa essere molto più antico dell’uso che ne è stato fatto in
questo modo, e, come accade per ogni simbolo veramente tradizionale, sarebbe
senza dubbio addirittura vano ricercare di esso un’origine definita. Quel che
intendiamo dire è soltanto che il nome tratto dal simbolo è stato applicato a
un
290
Rosa-Croce e Rosacrociani
grado iniziatico solo a partire dal secolo
XIV, e, per di più, unicamente nel mondo occidentale; esso è perciò applicabile
soltanto con riferimento a una certa forma tradizionale, che è quella
dell’esoterismo cristiano, o, ancor più precisamente, dell’ermetismo cristiano;
su ciò che bisogna intendere esattamente con il termine «ermetismo» ritorneremo
più avanti.
Quel che abbiamo testé detto è indicato nella
«leggenda» stessa di Christian Rosenkreutz, il cui nome è del resto puramente
simbolico, e nel quale è fortemente dubbio che sia da riconoscere un
personaggio storico, checché ne possa aver detto qualcuno, ma appare invece
come la rappresentazione di quella che può essere chiamata una «entità
collettiva»1. Il senso generale della «leggenda» di questo supposto
fondatore, e in particolare dei viaggi che gli vengono attribuiti2,
sembra essere che, dopo la distruzione dell’ordine del Tempio, gli iniziati
all’esoterismo cristiano si riorganizzarono, d’accordo con gli iniziati
all’esoterismo islamico, per mantener vivo, nella misura del possibile, il
legame che era stato apparentemente rotto con questa distruzione; una tale
riorganizzazione dovette effettuarsi in una maniera più nascosta, in qualche
modo invisibile, e senza assumere appoggio in una istituzione conosciuta
esteriormente, la quale, in quanto tale, avrebbe potuto essere un’altra volta
distrutta3. Gli ispiratori di questa organizzazione furono
propriamente i veri Rosa-Croce, o, se si vuole, furono i possessori del grado
iniziatico di cui abbiamo parlato, considerati particolarmente in quanto ebbero
questo ruolo, ruolo che si protrasse fino al momento in cui, in seguito ad
altri avvenimenti storici, il legame tradizionale in questione fu rotto
definitivamente per il mondo
1 Tutto ben
considerato questa «leggenda» è dello stesso tipo delle altre «leggende»
iniziatiche a cui abbiamo già in precedenza fatto allusione.
2 Ricorderemo qui
l’allusione da noi precedentemente fatta al simbolismo iniziatico del viaggio;
esistono inoltre, soprattutto in connessione con l’ermetismo, molti altri
viaggi, come quelli, ad esempio, di Nicolas Flamel, i quali sembrano avere
prima di tutto un significato simbolico.
3 Di qui il nome di
«Collegio degli Invisibili» dato talvolta alla collettività dei Rosa-Croce.
291
Considerazioni sull’iniziazione
occidentale, cosa che ebbe luogo nel corso del
secolo XVII1. È detto che i Rosa-Croce si ritirarono allora in
Oriente, il che significa che non ci fu più ormai in Occidente nessuna
iniziazione che permettesse di giungere effettivamente a questo grado, e
inoltre che l’azione che si era esercitata fino ad allora in esso per la
conservazione dell’insegnamento tradizionale corrispondente cessò di
manifestarsi. per lo meno in modo regolare e normale2.
Quanto a sapere chi furono i veri Rosa-Croce,
e a dire con certezza se questo o quel personaggio fu uno di loro, questa
appare una cosa del tutto impossibile, per il fatto stesso che si tratta
essenzialmente di uno stato spirituale, di conseguenza puramente interiore, del
quale sarebbe molto imprudente voler giudicare da segni esteriori
qualsivogliano. Per di più, a causa della natura del loro ruolo, i Rosa-Croce
non hanno potuto, in quanto tali, lasciare nessuna traccia visibile nella
storia profana, cosicché, quand’anche i loro nomi potessero essere conosciuti,
essi non direbbero indubbiamente nulla a nessuno; a questo proposito,
rimanderemo a quanto abbiamo già detto dei cambiamenti di nome, che spiega a
sufficienza quale sia la realtà delle cose. Per quanto riguarda i personaggi i
cui nomi sono conosciuti, in particolare come autori di questi o di quegli
scritti, e che sono comunemente indicati come Rosa-Croce, la cosa più probabile
è che, in molti casi, essi fossero influenzati o ispirati più o meno direttamente
dai Rosa-Croce, al quali servirono in qualche modo da porta parola3,
cosa che esprimeremo dicendo
1 La data precisa
di questa rottura è indicata, nella storia esteriore dell’Europa, dalla
conclusione dei trattati di Westfalia, i quali misero fine a quel che ancora
sussisteva della «cristianità» medioevale per sostituirvi un’organizzazione
puramente «politica» nel senso moderno e profano della parola.
2 Sarebbe del tutto
inutile cercare di determinare «geograficamente» il luogo di ritiro dei
Rosa-Croce; di tutte le ipotesi che sono state emesse su questo argomento, la
più vera è certamente quella secondo cui essi si ritirarono nel «regno del
prete Gianni», intendendo quest’ultimo, come da noi spiegato in altra sede (Il
Re del Mondo, Adelphi., pp. 17-21), come nient’altro che una
rappresentazione del centro spirituale supremo, nel quale sono in effetti
conservate allo stato latente, fino alla fine del ciclo attuale, tutte le forme
tradizionali che, per una ragione o per l’altra, hanno cessato di manifestarsi
all’esterno.
3 È fortemente
dubbio che un Rosa-Croce abbia mai scritto di persona un
292
Rosa-Croce e Rosacrociani
che furono soltanto dei Rosacrociani, abbiano
essi o no fatto parte di qualcuno dei raggruppamenti ai quali si può attribuire
la stessa denominazione. Per contro, se è accaduto eccezionalmente che un vero
Rosa-Croce abbia avuto una parte negli avvenimenti esteriori, questo sarà
avvenuto in qualche modo nonostante la sua qualità piuttosto che a causa di
essa, e allora gli storici possono essere ben distanti dal sospettare tale
qualità, talmente le due cose appartengono ad ambiti diversi. Certo che tutto ciò
è poco soddisfacente per i curiosi, ma questi devono pur rassegnarsi; molte
sono del resto le cose che sfuggono in tal modo ai mezzi di investigazione
della storia profana, i quali necessariamente, per la loro natura stessa, non
permettono di percepire nulla più di quel che possiamo chiamare l’«esterno»
degli avvenimenti.
C’è da aggiungere ancora un’altra ragione per
cui i veri Rosa-Croce dovettero restare sempre sconosciuti, ed è che nessuno di
essi può mai affermarsi tale, così come, nell’iniziazione islamica, nessun Sûfî
autentico può attribuirsi questo titolo. Si tratta anzi di una similitudine che
è particolarmente interessante far notare, anche se, a dire il vero, tra le due
denominazioni non c’è equivalenza, giacché ciò che è implicito nel nome Sûfî
è in realtà di un ordine più elevato di quel che indica quello di Rosa-Croce e
si riferisce a possibilità che oltrepassano quelle dello stato umano, anche se
inteso nella sua perfezione; a rigor di termini esso dovrebbe essere riservato
esclusivamente all’essere che sia pervenuto alla realizzazione dell’«Identità
Suprema», vale a dire al fine ultimo di ogni iniziazione1; ma è
qualsiasi documento, e, in tutti i casi, quando
anche ciò sia avvenuto, la forma non potrà essere stata che rigorosamente
anonima, poiché la sua stessa qualità gli impediva di presentarsi come un
semplice individuo che parlasse in suo proprio nome.
1 Non è privo di
interesse indicare che la parola Sûfî, per il valore delle lettere che
la compongono, equivale numericamente a el-hikmah el-ilahiyah, vale a
dire «la saggezza divina». La differenza tra il Rosa-Croce e il Sûfî
corrisponde esattamente a quella esistente, nel Taoismo, tra l’«uomo vero» e
l’«uomo trascendente».
293
Considerazioni sull’iniziazione
implicito che un essere simile possiede a
fortiori il grado che rende tale il Rosa-Croce e può, se è necessario,
adempiere le funzioni corrispondenti. Del nome Sûfî si fa del resto
comunemente lo stesso abuso di quello di Rosa-Croce, fino ad attribuirlo
talvolta a coloro che sono soltanto sulla via che porta all’iniziazione
effettiva, anche se non hanno ancora neppure raggiunto i primi gradi di
quest’ultima; a tal proposito si può osservare che una simile estensione
illegittima viene data non meno abitualmente alla parola Yogi per quel
che riguarda la tradizione indù, talché questo termine, il quale indica
anch’esso in modo proprio colui che ha raggiunto la meta suprema, ed è perciò
l’equivalente esatto di Sûfî, accade che sia applicato a coloro che sono
ancora soltanto agli stadi preliminari e addirittura alla preparazione più
esteriore. Non soltanto in un caso simile, ma anche in quello di chi sia giunto
ai gradi più elevati senza tuttavia esser pervenuto al termine finale, la
denominazione che si adatta veramente è quella di mutaçawwuf; e dal
momento che il Sûfî vero e proprio non è caratterizzato da nessuna
distinzione esteriore, questa stessa denominazione sarà la sola che egli potrà
assumere o accettare, e non per considerazioni puramente umane come la prudenza
o l’umiltà, ma perché il suo stato spirituale costituisce veramente un segreto
incomunicabile1. Una distinzione analoga, in un ambito più ristretto
(poiché non oltrepassa i confini dello stato umano), è quella che si può
esprimere mediante i due termini Rosa-Croce e Rosacrociano, il secondo dei
quali può indicare qualsiasi aspirante allo stato di Rosa-Croce, qualunque sia
il grado a cui è effettivamente arrivato, e anche se ha ancora soltanto
ricevuto un’iniziazione semplicemente virtuale nella forma a cui tale
denominazione di fatto si applica propriamente. Da un altro punto di vista, si
può estrarre da quanto abbiamo detto una sorta di criterio negativo, nel senso
che, se qualcuno si è autodichiarato
1 È d’altronde
questo, in arabo, uno dei significati della parola sirr, «segreto», nel
particolare uso che se ne fa nella terminologia «tecnica» dell’esoterismo.
294
Rosa-Croce e Rosacrociani
Rosa-Croce o Sûfî, si può con ciò
stesso affermare, senza neppure aver bisogno di esaminare più a fondo le cose,
che egli non lo era certamente nella realtà.
Un altro criterio negativo deriva dal fatto
che i Rosa-Croce non si legarono mai ad alcuna organizzazione esteriore; se
qualcuno è conosciuto come membro di un’organizzazione del genere, si potrà
nuovamente affermare che, per lo meno finché ne fece attivamente parte, non fu
un vero Rosa-Croce. Si può segnalare inoltre che le organizzazioni di questo
tipo non portarono il titolo di Rosa-Croce se non molto tardivamente, poiché le
si videro apparire in tale forma, come dicevamo in precedenza, solo all’inizio
del secolo XVII, vale a dire poco prima del momento in cui i veri Rosa-Croce si
ritirarono dall’Occidente; ed è anche visibile, da molti indizi, che quelle che
si fecero allora conoscere con questo titolo erano già più o meno deviate, o in
tutti i casi molto lontane dalla fonte originaria. A maggior ragione ciò
accadde per le organizzazioni che si costituirono ancora più tardi sotto lo
stesso vocabolo, e di cui la maggior parte non avrebbero senza dubbio potuto
vantare nessuna filiazione autentica e regolare dai Rosa-Croce, per quanto
indiretta potesse essere quest’ultima1; e non parliamo neppure,
beninteso, delle molteplici formazioni pseudo-iniziatiche contemporanee, che di
rosacrociano non hanno se non il nome usurpato, non possedendo alcuna traccia
di una qualsiasi dottrina tradizionale e avendo semplicemente adottato, per
un’iniziativa del tutto individuale dei loro fondatori, un simbolo che ciascuno
interpreta secondo la propria fantasia, a difetto della conoscenza del suo vero
senso, il quale sfugge a questi pretesi Rosacrociani come al primo profano
venuto.
C’è ancora un punto su cui dobbiamo tornare
per maggior precisione: abbiamo detto che all’origine del Rosacrocianesimo
dovette verificarsi una collaborazione tra iniziati ai due esoterismi cristiano
e islamico; tale collaborazione dovette protrarsi
1 Così accadde
verosimilmente, nel secolo XVIII, per organizzazioni come quella conosciuta
sotto il nome di «Rosa-Croce d’Oro».
295
Considerazioni sull’iniziazione
anche in seguito, poiché si trattava
precisamente di conservare il legame tra le iniziazioni d’Oriente e
d’Occidente. Ci spingeremo anche più lontano: gli stessi personaggi, siano essi
venuti dal Cristianesimo o dall’Islamismo, hanno potuto, se sono vissuti in
Oriente e in Occidente (e le allusioni costanti ai loro viaggi, ogni questione
di simbolismo a parte, fanno pensare che si trattò di molti fra di loro),
essere sia Rosa-Croce sia Sûfî (o mutaçawwufin dei gradi
superiori), lo stato spirituale che avevano raggiunto implicando che essi erano
al di là delle differenze esistenti tra le forme esteriori, le quali non
inficiano in nulla l’unità essenziale e fondamentale della dottrina
tradizionale. È tuttavia sottinteso che va mantenuta, tra Taçawwuf e
Rosacrocianesimo, la distinzione che è quella di due forme differenti di
insegnamento tradizionale; e i Rosacrociani, discepoli più o meno diretti dei
Rosa-Croce, sono unicamente coloro che seguono la via speciale dell’ermetismo
cristiano; ma non può esserci nessuna organizzazione iniziatica pienamente
degna di questo nome e in possesso della coscienza effettiva del suo scopo, che
non abbia, al vertice della sua gerarchia, degli esseri che siano andati al di
là della diversità delle apparenze formali. Costoro potranno, secondo le
circostanze, apparire come Rosacrociani, come mutaçawwufin, o anche
sotto altri aspetti; essi sono veramente il legame vivente tra tutte le
tradizioni, perché, in virtù della loro coscienza dell’unità, partecipano
effettivamente alla grande Tradizione primordiale, da cui tutte le altre sono
derivate per adattamento ai tempi e ai luoghi, ed è una come la Verità stessa.
296
XXXIX
Grandi misteri e piccoli misteri
Nei capitoli che precedono abbiamo in diverse
riprese fatto allusione alla distinzione tra i «grandi misteri» e i «piccoli
misteri», denominazioni prese dall’antichità greca, le quali sono però
suscettibili di un’applicazione affatto generale; ci tocca adesso insistere un
po’ su di essa al fine di precisar bene come vada intesa questa distinzione.
Quel che innanzi tutto occorre capir bene è che non si tratta di generi diversi
d’iniziazione, ma di stati o gradi di una stessa iniziazione, quando si intenda
quest’ultima come qualcosa che deve costituire un insieme completo che ha da
essere perseguito fino al suo termine ultimo; in linea di principio i «piccoli
misteri» sono perciò soltanto una preparazione ai «grandi misteri», giacché la
loro stessa conclusione non è ancora se non una tappa della via iniziatica. Se
diciamo in linea di principio è perché è ben evidente che, di fatto, ogni
essere può andare solamente fino al punto nel quale si fermano le sue proprie
possibilità; di conseguenza certuni potranno essere qualificati esclusivamente
per i «piccoli misteri», o anche solo per una porzione più o meno limitata di
essi; ma ciò significa soltanto che essi non sono in grado di seguire la via
iniziatica fino alla fine, e non che seguano una via diversa da quella di
coloro che possono andare più lontano di loro.
I «piccoli misteri»comprendono tutto quel che
ha attinenza con lo sviluppo delle possibilità dello stato umano considerato
nella sua integralità; essi si concludono perciò in quella che noi abbiamo
chiamato la perfezione di tale stato, vale a dire in quella
297
Considerazioni sull’iniziazione
che tradizionalmente viene indicata come la
restaurazione dello «stato primordiale». I «grandi misteri» riguardano
propriamente la realizzazione degli stati sovraumani: preso l’essere nel punto
in cui l’hanno lasciato i «piccoli misteri» – punto che è il centro dell’ambito
dell’individualità umana –, essi lo conducono di là da quest’ambito, e
attraverso gli stati sovraindividuali, ma ancora condizionati, lo portano fino
allo stato incondizionato che – solo – è il vero obiettivo, ed è indicato come
la «Liberazione finale», ovvero come l’«Identità suprema». Per caratterizzare
rispettivamente queste due fasi si può, applicando il simbolismo geometrico1,
parlare di «realizzazione orizzontale» e di «realizzazione verticale», la prima
avente per scopo di servire di base alla seconda; questa base è simbolicamente
rappresentata dalla terra, che corrisponde alla sfera umana, e la realizzazione
sovraumana è allora descritta come un’ascensione attraverso i Cieli, i quali
corrispondono agli stati superiori dell’essere2. È del resto facile
capire perché la seconda presupponga necessariamente la prima: il punto
centrale dello stato umano è il solo in cui sia possibile la comunicazione
diretta con gli stati superiori, comunicazione che si effettua secondo l’asse
verticale che incontra in quel punto l’ambito umano; occorre perciò aver prima
raggiunto tale centro per potere in seguito elevarsi, secondo la direzione
dell’asse, agli stati sovraindividuali; e questa è la ragione per cui –
adottando il linguaggio di Dante – il «Paradiso terrestre» è una tappa sulla
via che conduce al «Paradiso celeste»3.
Abbiamo citato e spiegato in altra sede un
testo in cui Dante mette il «Paradiso celeste» e il «Paradiso terrestre»
rispettivamente in rapporto con quelle che devono essere – dal punto di
1 Si veda
l’esposizione da noi fattane nel Simbolismo della Croce.
2 Abbiamo spiegato
più ampiamente tale rappresentazione nell’Ésotérisme de Dante.
3 Nella tradizione
islamica gli stati ai quali conducono i «piccoli misteri» e i «grandi misteri»
vengono denominati rispettivamente «uomo primordiale» (el-insân el-qadîm)
e «uomo universale» (el-insân el-kâmil); questi due termini
corrispondono perciò propriamente all’«uomo vero» e all’«uomo trascendente» del
Taoismo, da noi ricordati in una nota precedente.
298
Grandi misteri e piccoli misteri
vista tradizionale – le funzioni dell’autorità
spirituale e del potere temporale, vale a dire, in altri termini, con la
funzione sacerdotale e la funzione regale1; ci accontenteremo qui di
ricordare brevemente le conseguenze importanti che discendono da questa
corrispondenza, dal punto di vista che ci occupa al presente. Ne risulta di
fatto che i «grandi misteri» sono in rapporto diretto con l’«iniziazione sacerdotale»
e i «piccoli misteri» con l’«iniziazione regale»2; utilizzando i
termini presi dall’organizzazione indù delle caste, possiamo perciò dire che,
normalmente, i primi possono essere considerati come la sfera propria dei Brâhmani
e i secondi come quella degli Kshatriya3. Si può dire,
inoltre, che il primo di questi due ambiti sia di ordine «sovrannaturale» o
«metafisico», mentre il secondo è soltanto d’ordine «naturale» o «fisico», il
che corrisponde in effetti bene alle attribuzioni rispettive dell’autorità
spirituale e del potere temporale; e d’altro canto questo permette inoltre di
caratterizzare nettamente il tipo di conoscenza a cui si riferiscono i «grandi
misteri» e i «piccoli misteri», conoscenza che essi mettono in opera per la
parte della realizzazione iniziatica che li riguarda: i secondi comportano
essenzialmente la conoscenza della natura (intesa, questo è assiomatico, dal
punto di vista tradizionale e non dal punto di vista profano, che è quello
delle scienze moderne), e i primi la conoscenza di ciò che è di là dalla
natura. La conoscenza metafisica pura dipende perciò propriamente dai «grandi
misteri», e la conoscenza delle scienze tradizionali dai «piccoli misteri»;
siccome la prima è però il principio dal quale derivano necessariamente tutte
le scienze tradizionali, ne discende di conseguenza che i «piccoli misteri»
dipendono essenzialmente
1 Cfr. Autorità
spirituale e Potere temporale, Luni, 1995, cap. VIII. Questo testo è il
passo nel quale Dante, alla fine del suo trattato De Monarchia,
definisce le attribuzioni rispettive del Papa e dell’Imperatore, che
rappresentano la pienezza di queste due funzioni nella costituzione della
«Cristianità».
2 Le funzioni
sacerdotale e regale comportano l’insieme delle applicazioni i cui principi
sono forniti rispettivamente dalle iniziazioni corrispondenti, da cui l’uso
delle espressioni «arte sacerdotale» e «arte regale» per indicare tali
applicazioni.
3 Su questo punto,
si veda anche Autorità spirituale e Potere temporale, ediz. cit., cap.
II.
299
Considerazioni sull’iniziazione
dai «grandi misteri» e hanno in essi il loro
stesso principio, così come il potere temporale, per essere legittimo, dipende
dall’autorità spirituale e ha in essa il suo principio.
Abbiamo parlato soltanto dei Brâhmani e
degli Kshatriya, ma non bisogna dimenticare che i Vaishya possono
anch’essi esser qualificati per l’iniziazione; di fatto, troviamo dappertutto,
in quanto destinate più particolarmente a loro, le forme iniziatiche fondate
sull’esercizio dei mestieri, forme sulle quali non abbiamo intenzione di
tornare diffusamente, poiché ne abbiamo sufficientemente spiegato altrove il
principio e la ragion d’essere1, e perché del resto ne abbiamo
dovuto riparlare proprio qui in diverse riprese, inteso che è precisamente a
tali forme che fa capo tutto quel che permane quanto a organizzazioni
iniziatiche in Occidente. Per i Vaishya, a maggior ragione ancora che
per gli Kshatriya, la sfera iniziatica che conviene propriamente è
quella dei «piccoli misteri»; questa comunanza di ambito ‑ se così si può dire ‑
ha d’altronde indotto frequenti contatti tra le forme d’iniziazione destinate
agli uni e agli altri2, e, di conseguenza, relazioni piuttosto
strette tra le organizzazioni dalle quali tali forme sono rispettivamente
praticate3. È evidente che di là dallo stato umano le differenze
individuali, sulle quali essenzialmente si fondano le iniziazioni di mestiere,
scompaiono totalmente e non possono più avere nessuna funzione; dal momento in
cui l’essere sia pervenuto allo «stato primordiale», le differenziazioni che
originano le diverse funzioni «specialistiche» non esistono più, quantunque
tutte queste funzioni abbiano in esso ugualmente la loro fonte, o piuttosto
proprio per quello; ed è di fatto a questa fonte comune che si tratta
propriamente di risalire, procedendo fino al termine dei
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. VIII.
2 In Occidente è
nella cavalleria che si trovavano, nel medioevo, le forme d’iniziazione adatte
agli Kshatriya, o per lo meno a quello che deve essere considerato
l’equivalente più esatto possibile di questi ultimi.
3 Questo spiega,
per contenerci qui a un solo esempio caratteristico, come un’espressione come
quella di «arte regale» abbia potuto essere usata e conservata fino ai giorni
nostri da un’organizzazione come la Massoneria, legata per le sue origini
all’esercizio di un mestiere.
300
Grandi misteri e piccoli misteri
«piccoli misteri», per possedere nella sua
pienezza tutto ciò che è implicato dall’esercizio di una funzione qualsivoglia.
Se prendiamo in esame la storia dell’umanità
quale la insegnano le dottrine tradizionali, in accordo con le leggi cicliche,
dobbiamo dire che, in origine, l’uomo ‑ allora nel pieno possesso del suo stato
di esistenza ‑, aveva naturalmente per tale ragione stessa le possibilità
corrispondenti a tutte le funzioni, anteriormente a ogni distinzione fra queste
ultime. La divisione di tali funzioni avvenne in uno stadio più avanzato,
configurante uno stato già inferiore allo «stato primordiale», ma nel quale
ogni essere umano, pur non avendo più se non certe possibilità definite,
possedeva ancora spontaneamente la coscienza effettiva di queste possibilità.
Fu solo in un periodo di maggior oscurazione che simile coscienza si perdette;
e da quel momento diventò necessaria l’iniziazione per permettere all’uomo di
ritrovare, con questa coscienza, lo stato anteriore al quale essa corrisponde;
è questo, di fatto, il primo dei suoi scopi, quello che essa più immediatamente
si propone. Ciò implica, perché sia possibile, una trasmissione risalente,
attraverso una «catena» ininterrotta, fino allo stato che si tratta di
restaurare, e in tal modo, di grado in grado, fino allo stesso «stato
primordiale»; e ancora, giacché l’iniziazione non si ferma qui, e inteso che i
«piccoli misteri» non sono che la preparazione ai «grandi misteri», ovverosia
alla presa di possesso degli stati superiori dell’essere, occorre in definitiva
risalire al di là delle origini stesse dell’umanità; ed è questa la ragione per
cui la questione di una origine «storica» dell’iniziazione si presenta
totalmente priva di significato. La stessa cosa ‑ del resto ‑ avviene per ciò
che riguarda l’origine dei mestieri, delle arti e delle scienze intesi secondo
la loro concezione tradizionale e legittima, poiché essi tutti, attraverso
differenziazioni e adattamenti molteplici ma secondari, derivano del pari dallo
«stato primordiale», che li contiene in principio tutti, e in virtù del quale
essi si ricollegano agli altri ordini di esistenza, anche al di là dell’umanità,
cosa che è d’altronde necessaria perché essi possano, ciascuno al suo livello e
secondo la sua misura, concorrere effettivamente alla
301
Considerazioni sull’iniziazione
realizzazione del «piano del Grande Architetto
dell’Universo».
Dobbiamo ancora aggiungere che, siccome i
«grandi misteri» hanno come ambito la conoscenza metafisica pura, la quale è
essenzialmente una e immutabile in ragione del suo carattere principiale, è
soltanto nella sfera dei «piccoli misteri» che possono prodursi deviazioni; e
questa potrebbe essere la spiegazione di non pochi fatti che riguardano certe
organizzazioni iniziatiche incomplete. In linea generale, tali deviazioni
presuppongono che il legame normale con i «grandi misteri» sia stato troncato,
per modo che i «piccoli misteri» hanno finito con l’esser presi come fine a se
stessi; e in simili condizioni essi non possono neppur più portare realmente
alla loro conclusione, ma si disperdono in qualche modo in uno sviluppo di
possibilità più o meno secondarie, sviluppo che, non essendo più ordinato in
vista di un fine superiore, rischia conseguentemente di assumere un carattere
«disarmonico», carattere che costituisce precisamente la deviazione. Sotto un
altro profilo è altresì in questo stesso campo dei «piccoli misteri» ‑ e
solamente in esso ‑ che la contro-iniziazione è in grado di opporsi alla vera
iniziazione e di entrare in conflitto con essa1; quello dei «grandi
misteri», che si riferisce agli stati sovraumani e all’ordine puramente
spirituale, è per sua natura propria di là da una simile opposizione, di
conseguenza totalmente chiuso a tutto ciò che non sia la vera iniziazione
secondo l’ortodossia tradizionale. Da tutto ciò discende che la possibilità di
sviamenti sussiste fintantoché l’essere non sia ancora reintegrato nello «stato
primordiale», ma cessa di esistere dal momento in cui abbia raggiunto il centro
dell’individualità umana; ed è per tale motivo che si può dire che colui che è
arrivato a questo punto ‑ vale a dire al compimento dei «piccoli misteri» ‑ è
già virtualmente «liberato»2, anche se effettivamente «liberato»
possa esserlo soltanto quando avrà percorso la via dei «grandi misteri» e abbia
infine realizzato l’«Identità Suprema».
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXXVIII.
2 Questi è colui
che nella terminologia buddhistica è chiamato anâgamî, ossia «quegli che
non ritorna» a uno stato di manifestazione individuale.
302
XL
Iniziazione sacerdotale e iniziazione regale
Benché quel che abbiamo appena detto sia tutto
sommato sufficiente a fornire un’idea abbastanza precisa dell’iniziazione
sacerdotale e dell’iniziazione regale, pensiamo che sia bene insistere ancora
un po’ sulla questione dei loro rapporti, a motivo di certe concezioni errate
che abbiamo incontrato da diverse parti, e che tendono tutte a presentare
ciascuna di queste due iniziazioni come tale da formare di per se stessa un
tutto completo, per modo che l’impressione è che si abbia a che fare non con
due gradi gerarchici differenti, ma con due tipi di dottrina irriducibili.
L’intenzione principale di coloro che diffondono una concezione simile sembra
essere, in generale, quella di opporre le tradizioni orientali, le quali
sarebbero del tipo sacerdotale o contemplativo, alle tradizioni occidentali,
che sarebbero del tipo regale e guerriero o attivo; e anche quando non ci si
spinga fino a proclamare la superiorità delle ultime sulle prime, si ha per lo
meno la pretesa di metterle su un piede di parità. Aggiungiamo per inciso che
tutto ciò va quasi sempre di pari passo, per quel che riguarda le tradizioni
occidentali, con l’esposizione di vedute storiche piuttosto fantasiose sulla
loro origine, quali ‑ ad esempio ‑ l’ipotesi di una «tradizione mediterranea»
primitiva e unica che probabilmente non è mai esistita.
In realtà all’origine, e prima della divisione
delle caste, le due funzioni sacerdotale e regale non esistevano nello stato
distinto e differenziato; esse erano contenute sia l’una che l’altra nel loro
principio comune, il quale è di là dalle caste e dal quale queste
303
Considerazioni sull’iniziazione
ultime sono uscite soltanto in una fase
ulteriore del ciclo dell’umanità terrestre1. È d’altronde evidente
che, dal momento in cui le caste furono distinte, tutte le organizzazioni
sociali dovettero ‑ sotto l’una o l’altra forma ‑ comportarle egualmente tutte,
dal momento che esse rappresentano funzioni diverse che debbono necessariamente
coesistere; non è concepibile che una società sia composta unicamente da Brâhmani,
né che un’altra sia composta unicamente da Kshatriya. La coesistenza di
queste funzioni implica normalmente la loro gerarchizzazione, conformemente
alla loro natura propria e, conseguentemente, a quella degli individui che le
ricoprono; il Brâhmano è superiore allo Kshatriya per natura, e
non affatto perché abbia assunto più o meno arbitrariamente il primo posto
nella società; egli lo è perché la conoscenza è superiore all’azione, perché la
sfera «metafisica» è superiore alla sfera «fisica», come il principio è
superiore a quel che da esso deriva; e da ciò discende anche, non meno
naturalmente, la distinzione tra i «grandi misteri», che costituiscono
propriamente l’iniziazione sacerdotale, e i «piccoli misteri», che
costituiscono propriamente l’iniziazione regale. Così stando le cose, qualsiasi
tradizione, per essere regolare e completa, deve comportare allo stesso tempo,
nel suo aspetto esoterico, le due iniziazioni, o più esattamente le due parti
dell’iniziazione, vale a dire i «grandi misteri» e i «piccoli misteri», la
seconda ‑ del resto ‑ essenzialmente subordinata alla prima, come indicano
abbastanza chiaramente gli stessi termini che rispettivamente le denominano.
Tale subordinazione non ha potuto essere negata se non dagli Kshatriya
ribelli, i quali si sono sforzati di rovesciare i rapporti normali e ‑ in
taluni casi ‑ hanno potuto riuscire a costituire una sorta di tradizione
irregolare e incompleta, ridotta a quel che corrisponde all’ambito dei «piccoli
misteri», il solo di cui avessero conoscenza, e presentando falsamente questi
ultimi come se costituissero la dottrina totale2. In un simile caso
l’iniziazione regale sola permane, degenerata,
1 Cfr. Autorità
spirituale e Potere temporale, ediz. cit., cap. I.
2 Cfr. Autorità
spirituale e Potere temporale, ediz. cit., cap. III.
304
Iniziazione sacerdotale e iniziazione regale
però, e deviata per il fatto stesso di non
essere più ricollegata al principio che la legittimava; quanto al caso
contrario, quello in cui esista soltanto l’iniziazione sacerdotale, è
sicuramente impossibile trovarne da nessuna parte il minimo esempio. Questo
basta a rimettere a punto le cose: se veramente ci sono due tipi di
organizzazioni tradizionali e iniziatiche, la ragione ne è che uno di essi è
regolare e normale e l’altro irregolare e anormale, l’uno completo e l’altro
incompleto (e ‑ occorre aggiungere ‑ incompleto verso l’alto); diversamente non
può accadere, e ciò in maniera generale, tanto in Occidente quanto in Oriente.
Sicuramente, per lo meno nell’attuale stato di
cose, come abbiamo detto in più di un’occasione, le tendenze contemplative sono
molto più ampiamente diffuse in Oriente, e le tendenze attive (o piuttosto
«all’azione», nel senso esteriore) in Occidente; ma, nonostante tutto, si
tratta soltanto di una questione di proporzioni e non di esclusività. Se in
Occidente ci fosse un’organizzazione tradizionale (e qui intendiamo dire
un’organizzazione tradizionale integrale, che possieda effettivamente i due
aspetti esoterico ed exoterico), essa dovrebbe normalmente ‑ così come quelle
dell’Oriente ‑ comportare sia l’iniziazione sacerdotale, sia l’iniziazione
regale, quali che siano le forme particolari che esse possano assumere per
adattarsi alle condizioni dell’ambiente, sempre però mantenendo il
riconoscimento della superiorità della prima sulla seconda, e ciò qualsiasi sia
il numero degli individui che sarebbero rispettivamente atti a ricevere l’una o
l’altra di tali due iniziazioni, giacché il numero non c’entra, e non potrebbe
assolutamente modificare quel che è inerente alla natura stessa delle cose1.
1 A evitare ogni
possibile equivoco, dobbiamo precisare che sarebbe assolutamente sbagliato
supporre, secondo ciò che abbiamo detto circa la corrispondenza rispettiva
delle due iniziazioni con i «grandi misteri» e con i «piccoli misteri», che
l’iniziazione sacerdotale non comporti il passaggio attraverso i «piccoli
misteri»; sennonché la verità è che tale passaggio può effettuarsi molto più
rapidamente in un caso simile, a motivo del fatto che i Brâhmani, per
loro natura, sono portati più direttamente alla conoscenza principiale, e ‑ di
conseguenza ‑
305
Considerazioni sull’iniziazione
Ciò che può indurre in errore è il fatto che
in Occidente, quantunque l’iniziazione regale non vi esista più ‑ come del
resto l’iniziazione sacerdotale1 ‑ si ritrovano più facilmente le
vestigia della prima che non quelle della seconda; ciò è dovuto innanzi tutto
ai legami che generalmente esistono tra l’iniziazione regale e le iniziazioni
di mestiere, come abbiamo indicato in precedenza, e a motivo dei quali simili
vestigia possono incontrarsi nelle organizzazioni derivate da codeste
iniziazioni di mestiere e ancora oggi sopravvivono nel mondo occidentale2.
Però c’è forse anche qualcosa di più: per un fenomeno abbastanza strano, si
vede talvolta riapparire in maniera più o meno frammentaria ma tuttavia assai
riconoscibile, qualcosa di quelle tradizioni impoverite e deviate che furono,
in circostanze molto diverse di tempo e di luogo, il prodotto della rivolta
degli Kshatriya, e il carattere «naturalistico» delle quali costituisce
sempre la principale impronta3. Senza che sia il
hanno meno bisogno di attardarsi in uno sviluppo
particolareggiato di possibilità contingenti, per modo che i «piccoli misteri»
possono per loro essere ridotti al minimo, vale a dire soltanto a quel che ne
costituisce l’essenziale e mira immediatamente all’ottenimento dello «stato
primordiale».
1 È assiomatico che
in tutta la nostra esposizione intendiamo questi termini nel loro senso più
generale, in quanto indicanti le iniziazioni che convengono rispettivamente
alla natura degli Kshatriya e a quella dei Brâhmani, giacché, per
quanto riguarda l’esercizio delle corrispondenti funzioni nel campo sociale, il
«sacro» [in francese sacre: causa=creazione] dei re e l’ordinazione
sacerdotale rappresentano soltanto delle «esteriorizzazioni», come abbiamo
detto precedentemente, ossia non appartengono più che all’ambito exoterico, e
non comportano nessuna iniziazione, fosse essa anche semplicemente virtuale.
2 Si potrebbe
ricordare in particolare, al riguardo, l’esistenza di gradi «cavallereschi» fra
gli alti gradi che si sono sovrapposti alla Massoneria propriamente detta;
quale possa esser stata di fatto la loro origine storica più o meno antica ‑
questione sulla quale sarebbe sempre possibile discutere indefinitamente senza
mai arrivare a nessuna precisa soluzione ‑ il principio stesso della loro
esistenza non può spiegarsi realmente se non mediante questa considerazione, ed
è questo tutto quel che veramente importa dal punto di vista dal quale ci
poniamo al presente.
3 Le manifestazioni
di questo tipo sembrano aver avuto la loro ampiezza maggiore nell’epoca del
Rinascimento, ma ancora ai giorni nostri esse sono lontane dall’essere
scomparse, anche se hanno generalmente un carattere molto nascosto e se sono
completamente ignorate, non soltanto dal
306
Iniziazione sacerdotale e iniziazione regale
caso di dilungarsi ulteriormente su di esse,
segnaleremo solo la preponderanza attribuita, in simili casi, a un certo punto
di vista «magico» (e con tale parola non bisogna del resto intendere
esclusivamente la ricerca di effetti esteriori più o meno straordinari, come si
può osservare quando si tratti soltanto di pseudo-iniziazione), risultato
dell’alterazione delle scienze tradizionali separate dal loro principio
metafisico1.
La «commistione delle caste», ossia in fin dei
conti la distruzione di ogni vera gerarchia, caratteristica dell’ultimo periodo
del Kali-Yuga2, rende inoltre più difficile per chi non vada
fino al fondo delle cose, la determinazione esatta della reale natura di
elementi come quelli ai quali stiamo facendo riferimento; e, per di più, è
indubbio che non siamo ancora arrivati al grado estremo della confusione. Il
ciclo storico, partito da un livello superiore alla distinzione delle caste,
deve concludersi, attraverso una discesa graduale della quale abbiamo delineato
in un’altra occasione le diverse tappe3, a un livello inferiore a
questa stessa distinzione, giacché ci sono evidentemente, come in precedenza
abbiamo già indicato, due maniere opposte di essere al di fuori delle caste: si
può esserne al di là o al di qua, al di sopra della più elevata o al di sotto
della più bassa di esse; e se il primo di questi due casi era normalmente
quello degli uomini dell’inizio del ciclo, il secondo sarà diventato quello dell’immensa
maggioranza nella sua fase finale; già fin da ora se ne vedono indizi
sufficientemente chiari perché sia inutile fermarci di più sull’argomento,
giacché, a meno di non essere totalmente
«gran pubblico», ma pure dalla maggioranza di
coloro che hanno la pretesa di essere degli specialisti nello studio di quelle
che si è convenuto chiamare, in modo vago, le «società segrete».
1 Occorre
aggiungere che queste iniziazioni inferiori e deviate sono naturalmente quelle
che più facilmente offrono il fianco all’azione di influenze emananti dalla
contro-iniziazione; ricorderemo in proposito quel che abbiamo detto in altra
sede sull’utilizzazione di tutto ciò che presenti carattere di «residuo», in
vista di un’opera di sovversione (si veda Il Regno della Quantità e i Segni
dei Tempi, capp. XXVI e XXVII).
2 Su questo
argomento si veda in particolare il Vishnu-Purâna.
3 Cfr. Autorità
spirituale e Potere temporale, ediz. cit., cap. VII.
307
Considerazioni sull’iniziazione
accecati da certi pregiudizi, nessuno può
negare che la tendenza al livellamento verso il basso sia una delle
caratteristiche più evidenti dell’epoca attuale1.
Tuttavia, si potrebbe ancora obiettare questo:
se la fine di un ciclo deve necessariamente coincidere con l’inizio di un
altro, come potrà mai essere che il punto più basso si congiunga con il punto
più alto? Abbiamo già risposto a una tale domanda in altra sede2: di
fatto si dovrà operare un raddrizzamento, ed esso non sarà possibile,
precisamente, se non quando il punto più basso sarà stato raggiunto: ciò si
ricollega propriamente a segreto del «ribaltamento dei poli». Tale
raddrizzamento dovrà però essere preparato ‑ anche visibilmente ‑ prima della
fine del ciclo attuale; ma potrà essere preparato solo da colui che, unendo in
sé le potenze del Cielo e della Terra, quelle dell’Oriente e dell’Occidente,
manifesterà all’esterno, tanto nel campo della conoscenza quanto in quello
dell’azione, il duplice potere sacerdotale e regale conservato attraverso le
epoche, nell’integrità del suo principio unico, dai detentori nascosti della
Tradizione primordiale. Sarebbe cosa vana, però, il voler cercare di sapere fin
d’ora quando e come si produrrà questa manifestazione e del resto, senza alcun
dubbio, essa sarà molto diversa da tutto quel che si potrebbe immaginare in
proposito; i «misteri del Polo» (el-asrâr-el-qutbâniyah) sono
sicuramente ben protetti, e nulla potrà esserne conosciuto prima che sia
compiuto il tempo stabilito.
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. VII.
2 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, capp. XX e XXXIII.
308
XLI
Qualche considerazione sull’ermetismo
Abbiamo detto in precedenza che i Rosa-Croce
erano propriamente degli esseri pervenuti al compimento effettivo dei «piccoli
misteri», e che l’iniziazione rosacrociana, da loro ispirata, era una forma
particolare che si incorporava nell’ermetismo cristiano; accostando questo a
quel che abbiamo appena spiegato, deve essere già possibile capire che
l’ermetismo, in maniera generale, appartiene all’ambito di quella che è
denominata l’«iniziazione regale». Sarà tuttavia opportuno aggiungere qualche
precisazione sull’argomento, giacché, anche a tale proposito, numerose sono le
confusioni che si sono prodotte, e la stessa parola «ermetismo» è usata da
molti nostri contemporanei in modo assai vago e incerto; né con ciò vogliamo
parlare soltanto degli occultisti, per i quali la cosa è troppo evidente, ma
alludere anche al fatto che ci sono molte altre persone che, pur studiando la
questione in maniera più seria, sembrano, forse a causa di certe idee
preconcette, non essersi rese esattamente conto di cosa si tratti realmente.
Occorre innanzi tutto notare che la parola
«ermetismo» indica che si tratta di una tradizione di origine egizia, rivestita
in seguito di una forma ellenizzata, indubbiamente in epoca alessandrina, e
sotto questa forma trasmessa, nel medioevo, sia al mondo islamico sia al mondo
cristiano, e, aggiungeremo, al secondo in gran parte per l’intermediazione del
primo1, come
1 Anche questo è da
accostare a quanto abbiamo detto dei rapporti che il Rosacrocianesimo ebbe, fin
dalle sue origini, con l’esoterismo islamico.
309
Considerazioni sull’iniziazione
provano i numerosi termini arabi o arabizzati
adottati dagli ermetisti europei, a cominciare dalla stessa parola «alchimia» (el-kimyâ)1.
Sarebbe perciò totalmente abusivo estendere questa denominazione ad altre forme
tradizionali, allo stesso modo per cui sarebbe abusivo, ad esempio, chiamare
«Kabbala» qualcosa che non sia l’esoterismo ebraico2; non,
beninteso, che non ne esistano degli equivalenti da altre parti, e ne esistono
di fatto a tal punto che quella scienza tradizionale che è l’alchimia3
ha la sua corrispondenza esatta in dottrine come quelle dell’India, del Tibet e
della Cina, anche se con modi di espressione e metodi di realizzazione
naturalmente piuttosto diversi; sennonché, quando si pronuncia la parola
«ermetismo», si specifica con ciò stesso che si intende parlare di una forma
chiaramente determinata, la cui provenienza può essere soltanto greco-egizia.
In effetti, la dottrina così denominata è con ciò stesso fatta risalire a Hermes,
in quanto questi era dai Greci ritenuto identico al Thoth egizio; questo
fatto presenta d’altronde tale dottrina come essenzialmente derivata da un
insegnamento sacerdotale, poiché Thoth, nella sua funzione di
conservatore e trasmettitore della tradizione, non è altra cosa se non la
rappresentazione dell’antico sacerdozio egizio, o piuttosto, per parlare in
modo più esatto, del principio di ispirazione «sovraumana» dal quale
quest’ultimo traeva la sua autorità e in nome del
1 Questa parola è
araba nella sua forma, ma non nel suo radicale; essa deriva verosimilmente dal
nome Kêmi, o «Terra nera», dato all’antico Egitto, il che indica
nuovamente l’origine di ciò di cui si tratta.
2 Il significato
della parola Qabbalah è esattamente lo stesso della parola «tradizione»;
ma poiché tale parola è ebraica, non vi è ragione, quando ci si serva di una
lingua diversa dall’ebraico, di applicarla a forme tradizionali differenti da
quella a cui essa propriamente appartiene, e il farlo non potrebbe che dar
luogo a confusioni. Alla stessa stregua, la parola Taçawwuf, in arabo,
può essere assunta a indicare tutto ciò che ha un carattere esoterico e
iniziatico, in qualsiasi forma tradizionale; ma quando ci si esprima in
un’altra lingua, è opportuno riservarla alla forma islamica, alla quale
appartiene per la sua origine.
3 Osserviamo fin
d’ora che non bisogna confondere o identificare in modo puro e semplice
alchimia e ermetismo: parlando rigorosamente, quest’ultimo è una dottrina, e la
prima è soltanto una sua applicazione.
310
Qualche considerazione sull’ermetismo
quale formulava e comunicava la conoscenza
iniziatica. Né è il caso di vedere in ciò la minima contraddizione con il fatto
che questa dottrina appartiene propriamente all’ambito dell’iniziazione regale,
giacché dev’essere ben chiaro che, in ogni tradizione regolare e completa, è il
sacerdozio che, in virtù della sua funzione essenziale di insegnamento,
conferisce entrambe le iniziazioni, direttamente o indirettamente, e assicura
così la legittimità effettiva dell’iniziazione regale stessa, ricollegandola al
suo principio superiore, nello stesso modo in cui il potere temporale può
trarre la sua legittimità soltanto da una consacrazione ricevuta dall’autorità
spirituale1.
Detto questo, la questione principale che si
presenta è la seguente: ciò che si è conservato sotto il nome di «ermetismo»
può essere considerato costituire una dottrina tradizionale completa in se
stessa? La risposta può essere soltanto negativa, perché si tratta,
rigorosamente parlando, solo di una conoscenza di tipo non metafisico, ma
esclusivamente cosmologico, intendendo del resto questa parola nella sua
duplice applicazione «macrocosimca» e «microcosmica», poiché è implicito che in
tutte le concezioni tradizionali vi è sempre una stretta corrispondenza tra
questi due punti di vista. Non è perciò ammissibile che l’ermetismo, nel senso
che questa parola ha assunto a partire dall’epoca alessandrina e da allora
costantemente conservato, rappresenti, foss’anche a titolo di «riadattamento»,
l’integralità della tradizione egizia, tanto più che ciò sarebbe nettamente
contraddittorio con il ruolo essenziale ricoperto in quest’ultima dal
sacerdozio, ruolo che abbiamo appena ricordato; benché, a dire il vero, il punto
di vista cosmologico sembri essere stato in essa particolarmente sviluppato,
per lo meno nella misura in cui è ancora attualmente possibile saperne qualcosa
di un po’ preciso, e sia in ogni caso quel che di più apparente si ritrova in
tutte le vestigia che ne rimangono, si tratti di testi o di monumenti, non
bisogna dimenticare che esso non può mai
1 Cfr. Autorità
spirituale e Potere temporale, ediz. cit., cap. II.
311
Considerazioni sull’iniziazione
essere se non un punto di vista secondario e
contingente, un’applicazione della dottrina principiale alla conoscenza di ciò
che possiamo chiamare il «mondo intermedio», vale dire della sfera della
manifestazione sottile in cui si situano i prolungamenti extra-corporei
dell’individualità umana, o le stesse possibilità il cui sviluppo concerne
propriamente i «piccoli misteri»1.
Potrebbe essere interessante, ma senza dubbio
abbastanza difficile, ricercare come questa parte della tradizione egizia abbia
potuto trovarsi in qualche modo isolata e conservarsi in maniera apparentemente
indipendente, poi incorporarsi all’esoterismo islamico e all’esoterismo
cristiano del medioevo (cosa che del resto non avrebbe potuto fare una dottrina
completa), al punto di diventare veramente parte integrante dell’uno e
dell’altro, e di fornir loro tutto un simbolismo che, in virtù di una trasposizione
appropriata, ha talvolta persino potuto servire da veicolo a verità di un
ordine più elevato2. Non vogliamo addentrarci qui in considerazioni
storiche molto complesse; checché ne sia di questa particolare questione,
ricorderemo che le scienze di tipo cosmologico sono effettivamente quelle che,
nelle civiltà tradizionali, sono soprattutto state appannaggio degli Kshatriya
o dei loro equivalenti, mentre la metafisica pura era propriamente, come già
abbiamo detto, appannaggio dei Brâhmani. È questa la ragione per cui, a
seguito della rivolta degli Kshatriya contro l’autorità spirituale dei Brâhmani,
si
1 Il punto di vista
cosmologico comprende anche, naturalmente, la conoscenza della manifestazione
corporea, ma la prende in esame soprattutto in quanto essa si ricollega alla
manifestazione sottile come al suo principio immediato, e in ciò si differenzia
completamente dal punto di vista profano della fisica moderna.
2 In effetti una
simile trasposizione è sempre possibile, finché il legame con un principio
superiore e veramente trascendente non sia interrotto, ed è da noi stato
affermato che la stessa «Grande Opera» ermetica può essere considerata una
rappresentazione del processo iniziatico nel suo insieme; sennonché, non si
tratta più allora dell’ermetismo in sé, ma dell’ermetismo in quanto può servire
come base a qualcosa di un ordine diverso, analogamente a ciò che accade quando
lo stesso exoterismo tradizionale sia assunto come base per una forma
iniziatica.
312
Qualche considerazione sull’ermetismo
sono potute talvolta vedere costituirsi
correnti tradizionali incomplete, ridotte a queste sole scienze separate dal
loro principio trascendente, e persino, come indicavamo in precedenza, deviate
in senso «naturalistico», per negazione della metafisica e disconoscimento del
carattere subordinato della scienza «fisica»1 e, insieme (giacché le
due cose si legano strettamente, come devono far sufficientemente comprendere
le spiegazioni da noi già date), per negazione dell’origine essenzialmente
sacerdotale di ogni insegnamento iniziatico, anche se più particolarmente
destinato all’uso degli Kshatriya. Questo non vuol certo dire che
l’ermetismo costituisca di per sé una deviazione simile o implichi alcunché di
illegittimo, ciò che avrebbe evidentemente reso impossibile la sua
incorporazione in forme tradizionali ortodosse; ma occorre riconoscere che esso
può abbastanza facilmente prestarvisi per la sua natura stessa, per poco che si
presentino circostanze favorevoli a tale deviazione2, e questo è del
resto, più in generale, il pericolo di tutte le scienze tradizionali, quando
siano in qualche modo coltivate per se stesse, ciò che espone a perdere di
vista il loro ricollegamento all’ordine dei principi. L’alchimia, che potrebbe
essere definita per così dire la «tecnica» dell’ermetismo, è ben effettivamente
un’«arte», se si intende con ciò un modo di iniziazione più specialmente
appropriato alla natura degli Kshatriya3; ma proprio questo
individua con precisione il suo posto esatto nell’insieme di una tradizione
regolarmente costituita, e, inoltre, non bisogna
1 È sottinteso che
qui intendiamo la parola nel suo senso antico e rigorosamente etimologico.
2 Circostanze
simili si sono in particolare presentate, in Occidente, nell’epoca che segna il
passaggio dal medioevo ai tempi moderni, e questo spiega l’apparizione e la
diffusione, da noi prima segnalata, di certe deviazioni di questo genere nel
periodo del Rinascimento.
3 Abbiamo detto che
l’«arte regale» è propriamente l’applicazione dell’iniziazione corrispondente;
ma l’alchimia ha veramente, di fatto, il carattere di una applicazione della
dottrina, e i mezzi dell’iniziazione, considerati ponendosi da un punto di vista
in qualche modo «discendente», sono evidentemente un’applicazione del suo
stesso principio, mentre, inversamente, dal punto di vista «ascendente», essi
sono il «supporto» che permette di accedere a quest’ultimo.
313
Considerazioni sull’iniziazione
confondere i mezzi di una realizzazione
iniziatica, quali essi possano essere, con il suo fine, il quale, in
definitiva, è sempre di conoscenza pura.
Sotto un altro aspetto, occorre guardarsi
accuratamente da una certa assimilazione che si tende talvolta a fare tra
l’ermetismo e la «magia»; quand’anche si voglia in questo caso considerare
quest’ultima in un senso abbastanza diverso da quello in cui è intesa
abitualmente, c’è fortemente da temere che un’assimilazione del genere, la
quale in fondo è un abuso di linguaggio, possa soltanto provocare confusioni
piuttosto incresciose. La magia, nel suo senso proprio, non è infatti, come
abbiamo ampiamente spiegato, che una delle più basse fra tutte le applicazioni
della conoscenza tradizionale, e non vediamo che possa esserci il minimo
interesse a evocarne l’idea quando in realtà si tratta di cose che, per quanto
ancora contingenti, sono tuttavia di un livello notevolmente più elevato. Del
resto, può anche darsi che in questo caso si tratti di qualcosa di diverso da
una semplice questione di terminologia mal applicata: la parola «magia»
esercita su qualcuno, nella nostra epoca, un fascino strano, e, come abbiamo
già osservato, la preponderanza accordata a un simile punto di vista, non
foss’altro che nell’intenzione, è anch’essa legata all’alterazione delle
scienze tradizionali separate dal loro principio metafisico; è questo il
principale scoglio a cui rischiano di urtarsi tutti i tentativi di
ricostituzione o di restaurazione di queste scienze, quando non si incominci da
quello che è veramente l’inizio sotto ogni rapporto, vale a dire dal principio
vero e proprio, il quale è pure, nello stesso tempo, il fine in vista del quale
deve essere normalmente ordinato tutto il resto.
Un altro punto sul quale è il caso di
insistere è quello della natura puramente «interiore» della vera alchimia, che
è propriamente di ordine psichico se la si assume nella sua applicazione più
immediata, e di ordine spirituale quando la si trasponga nel suo senso
superiore; è questo, in realtà, che costituisce tutto il suo valore dal punto
di vista iniziatico. L’alchimia non ha perciò niente a che vedere con le
operazioni materiali di una «chimica» qualsivoglia, nel senso attuale della
parola; quasi
314
Qualche considerazione sull’ermetismo
tutti i moderni si sono stranamente sbagliati
su questo punto, tanto quelli che si sono voluti fare i difensori
dell’alchimia, quanto quelli che, al contrario, si sono schierati dalla parte
dei suoi detrattori; e tale errore è ancor meno scusabile nei primi di quanto
lo sia nei secondi, i quali, per lo meno, non hanno mai preteso di essere in
possesso di una qualunque conoscenza tradizionale. È tuttavia assai facile
constatare in quali termini gli antichi alchimisti parlino dei «soffiatori»e
dei «bruciatori di carbone», nei quali vanno riconosciuti i veri precursori dei
chimici attuali, per quanto poco lusinghiera risulti la cosa per questi ultimi;
ancora nel secolo XVIII, un alchimista come Pernéty non perde occasione di
sottolineare la differenza che c’è tra la «filosofia ermetica» e la «chimica
volgare». Per cui, come tante volte abbiamo già detto facendo vedere il
carattere «residuale» che hanno le scienze profane nei confronti delle scienze
tradizionali (ma queste sono cose talmente estranee alla mentalità attuale che
non è mai troppo il ritornarci), ciò che ha dato origine alla chimica moderna
non è affatto l’alchimia, con la quale essa non ha in fin dei conti nessun
rapporto reale (non più di quanti ne abbia del resto l’«iperchimica» inventata
da qualche occultista contemporaneo)1; essa ne è solamente una
deformazione o una deviazione, nata dall’incomprensione di coloro che, profani
privi di ogni qualificazione iniziatica e incapaci di penetrare in una
qualsiasi misura il vero significato dei simboli, presero ogni cosa alla
lettera, secondo l’accezione più esteriore e più comune dei termini impiegati,
e, credendo di conseguenza che non si trattasse se non di operazioni materiali,
si diedero a una sperimentazione più o meno disordinata, e in ogni caso abbastanza
poco degna di interesse sotto più di un aspetto2.
1 L’«iperchimica»,
per rapporto con l’alchimia, è più o meno quel che l’astrologia moderna,
cosiddetta «scientifica», è in rapporto con la vera astrologia tradizionale
(Cfr. Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. X).
2 Ci sono ancora,
qua e là, degli pseudo-alchimisti di questo tipo, e noi stessi ne abbiamo
conosciuto qualcuno, vuoi in Oriente vuoi in Occidente; ma siamo in grado di
assicurare che non ne abbiamo mai incontrato nessuno che abbia ottenuto un
qualunque risultato che abbia il sia pur minimo rapporto con la prodigiosa
quantità di sforzi prodigati in ricerche che finivano con l’assorbire tutta una
vita!
315
Considerazioni sull’iniziazione
Anche nel mondo arabo l’alchimia materiale è
sempre stata tenuta in infimo conto, talvolta addirittura fatta simile a una
specie di stregoneria, mentre per contro vi si teneva in grande onore
l’alchimia «interiore» e spirituale, spesso denominata con il termine kimiâ
es-saâdah, o «alchimia della felicità»1.
Non è a dire, con ciò, che occorra però negare
la possibilità delle trasmutazioni metalliche, le quali rappresentano
l’alchimia agli occhi della gente comune; sennonché bisogna riportarle alla
loro giusta importanza, che tutto sommato non è maggiore di quella di
esperienze «scientifiche» qualsivogliano, e non confondere le une con le altre
cose che appartengono a ordini totalmente diversi; non si vede inoltre, a
priori, la ragione per cui non potrebbe accadere che trasmutazioni simili
siano realizzate seguendo processi che facciano semplicemente parte della
chimica profana (e in fondo l’«iperchimica» a cui ci riferivamo poco fa altro
non è che un tentativo di questo genere)2. La questione ha tuttavia
un altro aspetto: l’essere che è giunto alla realizzazione di certi stati
interiori può, in virtù della relazione analogica del «microcosmo» con il
«macrocosmo», produrre esteriormente effetti corrispondenti; è quindi perfettamente
ammissibile che colui che è arrivato a un certo grado nella pratica
dell’alchimia «interiore» sia con questo capace di ottenere delle trasmutazioni
metalliche o altre cose dello stesso ordine, ma ciò a titolo di conseguenza del
tutto accidentale, e senza ricorrere a nessuno dei procedimenti della
pseudo-alchimia materiale, ma unicamente per una sorta di proiezione
all’esterno delle energie che porta in se stesso. D’altronde, anche qui c’è da
fare una distinzione essenziale: si può trattare in questo
1 In particolare,
esiste un trattato di El-Ghazâli che porta tale titolo.
2 Ricorderemo a tal
proposito che i risultati pratici ottenuti dalle scienze profane non
giustificano né legittimano in alcun modo il punto di vista stesso di queste
scienze, non più di quanto provino il valore delle teorie da esse formulate,
con le quali in realtà non hanno che un rapporto puramente «occasionale».
316
Qualche considerazione sull’ermetismo
caso soltanto di un’azione di ordine psichico,
vale a dire della messa in opera di influenze sottili appartenenti alla sfera
dell’individualità umana, e allora, se si vuole, si tratta nuovamente di
alchimia materiale, ma operante con mezzi del tutto diversi da quelli della
pseudo-alchimia, i quali si riferiscono esclusivamente all’ambito corporeo;
oppure, per un essere che abbia raggiunto un grado di realizzazione più
elevato, si può trattare di un’azione esteriore di vere influenze spirituali,
come quella che si produce nel «miracoli» delle religioni e di cui abbiamo
detto qualche parola in precedenza. Tra i due casi esiste una differenza
paragonabile a quella che separa la «teurgia» dalla «magia» (anche se, sarà
bene ripeterlo, qui non si tratta propriamente di magia, dimodoché questo lo
indichiamo solamente a titolo di similitudine), poiché tale differenza è in
fondo quella che esiste tra l’ambito spirituale e l’ambito psichico; se gli
effetti apparenti sono talvolta gli stessi sia da una parte sia dall’altra, non
per questo le cause che li producono sono meno totalmente e profondamente
diverse. Aggiungeremo del resto che coloro che possiedono realmente simili
poteri1 si astengono con cura dal farne mostra per stupire la gente,
e generalmente, anzi, non ne fanno nessun uso, perlomeno al di fuori di certe
particolari circostanze nelle quali il loro esercizio si presenta legittimato
da altre considerazioni2.
A ogni buon conto, quel che non bisogna mai
perdere di vista, ed è alla base stessa di qualsiasi insegnamento veramente
1 Del termine
«poteri» qui ci si può servire senza abuso, perché si tratta delle conseguenze
di uno stato interiore acquisito dall’essere.
2 Nella tradizione
islamica si trovano esempi evidentissimi di quanto stiamo indicando: si dice
così, ad esempio, che Seyidnâ Ali avesse una conoscenza perfetta dell’alchimia
in tutti i suoi aspetti, compreso quello che si riferisce alla produzione di
effetti esteriori quali le trasmutazioni metalliche, ma che si rifiutò sempre
di farne il minimo uso. D’altra parte, si racconta anche che Seyidi Abul-Hasan
Esh-Shâdili, durante il suo soggiorno ad Alessandria, tramutò in oro, su
richiesta del Sultano d’Egitto che ne aveva in quel momento un urgente bisogno,
una grande quantità di metalli vili; ma lo fece senza dover ricorrere ad alcuna
operazione di alchimia materiale, né ad alcun mezzo d’ordine psichico, e
unicamente per effetto della sua barakah, o influenza spirituale.
317
Considerazioni sull’iniziazione
iniziatico, è che ogni realizzazione degna di
questo nome è d’ordine essenzialmente interiore, anche se è in grado di avere
all’esterno delle ripercussioni di qualsivoglia genere. L’uomo non può trovarne
i principi se non in se stesso, e ciò gli è possibile perché egli porta in sé
la corrispondenza di tutto ciò che esiste, giacché non bisogna dimenticare che,
secondo una formula dell’esoterismo islamico, «l’uomo è il simbolo
dell’Esistenza universale»1; e se egli riesce a penetrare fino al
centro del proprio essere, ottiene con ciò la conoscenza totale, con tutto quel
che essa implica per sovrammercato: «colui che conosce il proprio Sé conosce il
suo Signore»2, e allora conosce tutte le cose nella suprema unità
del Principio stesso, nel quale è contenuta «eminentemente» ogni realtà.
1 El-insânu
ramzul-wujûd.
2 Si tratta dello hadith
da noi precedentemente citato: Man arafa nafsahu faqad arafa Rabbahu.
318
XLII
Trasmutazione e trasformazione
Un’altra questione che si riferisce anch’essa
direttamente all’ermetismo è quella della «longevità», «longevità» che è stata
considerata una delle caratteristiche dei veri Rosa-Croce, e di cui del resto
si parla, le sotto l’una o sotto l’altra forma, in tutte le tradizioni; tale
«longevità», il cui ottenimento è generalmente inteso come uno degli scopi
dell’alchimia, ed è compreso nel compimento stesso della «Grande Opera»1,
ha diversi significati che occorre aver ben cura di distinguere l’uno
dall’altro, perché in realtà si situano a livelli molto diversi fra le
possibilità dell’essere. Il senso più immediato, il quale è però, a dire il
vero, lungi dall’essere il più importante, è evidentemente quello di un
prolungamento della vita corporea; e per comprenderne la possibilità, è
opportuno rifarsi all’insegnamento secondo il quale la durata della vita umana
è andata riducendosi progressivamente nel corso delle diverse fasi del ciclo
percorso dalla presente umanità terrestre dalle sue origini fino all’epoca attuale2.
Se si considera il processo iniziatico, nella parte di esso che si riferisce ai
«piccoli misteri», in quanto tale da far risalire in certo qual modo all’uomo
il corso di questo ciclo ‑ come già abbiamo indicato ‑, così da portarlo, di
grado in grado, dallo stato presente fino allo «stato primordiale», esso deve
con ciò stesso fargli acquisire, a ogni tappa, tutte le possibilità dello stato
corrispondente,
1 La «pietra
filosofale» è nel medesimo tempo, sotto altri aspetti, l’«elisir di lunga vita»
e la «medicina universale».
2 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XXIII.
319
Considerazioni sull’iniziazione
ivi compresa la possibilità di una vita più
lunga di quella dell’uomo comune attuale. Che tale possibilità sia o no
effettivamente realizzata, è questa un’altra questione; e di fatto si dice che
colui che è veramente diventato capace di prolungare la propria vita in questo
modo, generalmente se ne astiene, a meno di non avere, per far ciò, ragioni
molto speciali, giacché la cosa per lui non ha più nessun reale interesse (alla
stregua delle trasmutazioni metalliche e altri effetti dello stesso genere per
colui che è in grado di realizzarli, il che si riferisce tutto sommato allo
stesso ordine di possibilità); anzi, egli può soltanto avere interesse nel non
lasciarsi attardare in tappe che, come questa, sono solo preliminari e molto
lontane dal vero fine, giacché la messa in opera di simili risultati secondari
e contingenti non può, a tutti i gradi, se non distogliere dall’essenziale.
D’altronde, e ciò può contribuire
ulteriormente a ricondurre la possibilità in questione alla sua giusta
importanza, è anche detto, in diverse tradizioni, che la durata della vita
corporea non può in nessun caso oltrepassare un massimo di mille anni; poca
importanza ha il fatto che questo numero abbia da essere inteso alla lettera o
debba invece avere un valore simbolico, giacché ciò che conta è che tale durata
è in ogni caso limitata, e che di conseguenza la ricerca di una supposta
«immortalità corporea» non può che essere perfettamente illusoria1.
Il motivo di una simile limitazione, in fondo, è abbastanza facilmente
comprensibile: poiché qualsiasi vita umana costituisce in sé un ciclo analogo a
quello dell’umanità presa nel suo insieme, per ogni essere il tempo in qualche
modo si «contrae» a mano a mano che egli esaurisce le possibilità dello stato
corporeo2; dovrà perciò
1 Abbiamo
conosciuto personalmente scuole che si dicevano esoteriche, le quali si
proponevano di fatto come fine l’ottenimento dell’immortalità corporea; occorre
dire che si trattava in realtà di scuole pseudo-iniziatiche, il cui caso era
inoltre complicato dalla presenza di elementi dal carattere piuttosto sospetto.
2 Si constata del
resto correntemente che, a mano a mano che l’uomo invecchia, gli anni sembrano
per lui trascorrere sempre più rapidamente, ciò che equivale a dire che la
durata che essi hanno realmente per lui va sempre maggiormente diminuendo.
320
Trasmutazione e trasformazione
necessariamente giungere un momento in cui
tale tempo sarà per così dire ridotto a un punto, e allora l’essere non troverà
più, letteralmente, nessuna durata in cui gli sia possibile vivere, sicché non
vi sarà più altra via, per lui, se non di passare a un altro stato, soggetto a
condizioni differenti da quelle dell’esistenza corporea, quand’anche tale stato
non sia ancora, in realtà, se non qualcuna delle modalità extra-corporee
dell’ambito individuale umano.
Questo ci porta a considerare gli altri
significati della «longevità», i quali si riferiscono di fatto a possibilità
diverse da quelle dello stato corporeo; ma per ben comprendere come stiano
esattamente le cose, occorre prima di tutto precisare chiaramente la differenza
che esiste tra la «trasmutazione» e la «trasformazione». Noi assumiamo sempre
la parola «trasformazione» nella sua accezione rigorosamente etimologica, che è
quella di «passaggio di là dalla forma»; di conseguenza, l’essere non potrà dirsi
«trasformato» se non è effettivamente passato a uno stato sovraindividuale
(giacché qualsiasi stato individuale, qualunque esso sia, è per ciò stesso
formale); si tratta perciò di qualcosa la cui realizzazione appartiene
essenzialmente all’ambito dei «grandi misteri». Per quanto riguarda lo stesso
corpo, la sua «trasformazione» non può essere che la sua trasposizione in modo
principiale; in altri termini, quello che può chiamarsi il corpo «trasformato»
è propriamente la possibilità corporea affrancata dalle condizioni limitative a
cui è soggetta per quanto si riferisce alla sua esistenza in modo individuale
(condizioni che del resto non hanno, come ogni limitazione, se non un carattere
puramente negativo) e si ritrova necessariamente, al suo livello e allo stesso
titolo di tutte le altre possibilità, nella realizzazione totale dell’essere1.
È evidente che si tratta di qualcosa
1 Si tratta del
significato superiore della «resurrezione» e del «corpo glorioso», anche se
tali termini possono inoltre essere talvolta usati a indicare qualcosa che di
fatto si situa soltanto nei prolungamenti dello stato umano, ma che corrisponde
in qualche modo, in esso, a queste realtà d’ordine principiale ed è come un
loro riflesso; è questo soprattutto il caso di certe possibilità inerenti allo
«stato primordiale» come quelle di cui diremo più avanti.
321
Considerazioni sull’iniziazione
che oltrepassa ogni possibile concezione della
«longevità», giacché quest’ultima, per sua stessa definizione, implica
necessariamente una durata, e di conseguenza non può andare, pur
nell’estensione maggiore di cui sia capace, di là dalla «perpetuità» o dall’indefinità
ciclica, mentre, al contrario, ciò di cui stiamo trattando, appartenendo
all’ordine principiale, ha con ciò stesso i caratteri dell’eternità, che ne è
uno degli attributi essenziali; con la «trasformazione» siamo perciò di là da
qualsiasi durata, e non più in una durata di qualche tipo, per quanto
indefinitamente prolungata la si possa supporre.
Per contro, la «trasmutazione» è propriamente
soltanto un cambiamento di stato, all’interno dell’ambito formale comprendente
tutto l’insieme degli stati individuali, o anche, ancor più semplicemente, un
cambiamento di modalità, all’interno dell’ambito individuale umano, caso che è
del resto il solo da considerare di fatto1; con tale «trasmutazione»
ritorniamo perciò ai «piccoli misteri», ai quali corrispondono in effetti le
possibilità di ordine extracorporeo la cui realizzazione può essere compresa
nel termine «longevità», quantunque in un senso diverso da quello che abbiamo
considerato all’inizio e che non andava di là dall’ordine corporeo propriamente
inteso. Anche qui ci sono da fare altre distinzioni, secondo che si tratti di
estensioni qualsivogliano dell’individualità umana o della sua perfezione nello
«stato primordiale»; e, per cominciare dalle possibilità di ordine meno
elevato, diremo subito che è concepibile che, in taluni casi e mediante
determinati procedimenti particolari che fanno parte in modo proprio
dell’ermetismo o di quel che a esso corrisponde in altre tradizioni (inteso che
ciò di cui stiamo trattando è in particolare conosciuto nelle tradizioni indù
ed estremo-orientale), gli stessi elementi che costituiscono il corpo possano
essere «trasmutati» e «sottilizzati» in modo da essere trasferiti in una
1 In effetti la
considerazione del passaggio ad altri stati individuali non presenta nessun
interesse perché la perfezione dello stesso stato umano permette di accedere
direttamente agli stati sovraindividuali, come abbiamo spiegato in precedenza.
322
Trasmutazione e trasformazione
modalità extra-corporea, nella quale l’essere
potrà da allora in poi esistere in condizioni meno ristrettamente limitate di
quelle dell’ambito corporeo, in particolare sotto il profilo della durata. In
un caso simile, l’essere scomparirà a un certo momento senza lasciare dietro di
sé nessuna traccia del proprio corpo; in circostanze particolari egli potrà del
resto ricomparire temporaneamente nel mondo corporeo, a motivo delle
«interferenze» che esistono tra quest’ultimo e le altre modalità dello stato umano;
si possono in questo modo spiegare molti dei fatti che i moderni si affrettano
naturalmente a trattare di «leggende», ma nei quali c’è tuttavia qualche realtà1.
Non bisogna però vedere in tali fatti nulla di «trascendente» nel senso proprio
di questa parola, dal momento che si tratta ancora, per ciò che li concerne, di
semplici possibilità umane, la cui realizzazione, del resto, può avere
interesse soltanto per un essere che essa rende capace di svolgere qualche
«missione» speciale; fuori di questo caso, si tratterebbe in fondo solo di una
«digressione» nel corso del processo iniziatico, e di un arresto più o meno
prolungato sulla via che deve normalmente condurre alla realizzazione della
restaurazione dello «stato primordiale».
È precisamente delle possibilità di tale
«stato primordiale» che ora ci resta ancora da parlare: poiché l’essere che è
pervenuto a esso è già virtualmente «liberato», come abbiamo detto prima, si
può affermare che con ciò stesso esso è anche virtualmente «trasformato»; è
però da intendere bene che la sua «trasformazione» non può essere effettiva,
dal momento che esso non è ancora uscito dallo stato umano, del quale ha
unicamente realizzato integralmente la perfezione; sennonché le possibilità che
esso ha in tal modo acquisito riflettono e «prefigurano» in certo qual modo
quelle dell’essere veramente «trasformato», dal
1 Sembra in effetti
che questo sia, in particolare, il caso di certi Siddha dell’India, i
quali, a giudicare dalle descrizioni che si danno del loro «luogo di
soggiorno», in realtà vivono su «un’altra terra», vale a dire su uno dei dwîpa
che compaiono in modo successivo all’esterno nei differenti Manvantara;
nei periodi in cui passano allo stato «non-sensibile», costoro si mantengono
nei prolungamenti extra-corporei dell’ambito umano.
323
Considerazioni sull’iniziazione
momento che è al centro dello stato umano che
di fatto si riflettono direttamente gli stati superiori. L’essere che è
«situato» in tale punto occupa una posizione realmente «centrale» nei confronti
di tutte le condizioni dello stato umano, per modo che, pur senza che ne sia
andato al di là, le domina tuttavia in certo qual modo, invece di essere
all’opposto dominato da esse com’è il caso dell’uomo comune; e questo è in
particolare vero per ciò che riguarda tanto la condizione temporale quanto la
condizione spaziale1. Da qui egli potrà perciò, se lo vuole (ed è
d’altronde ben certo che, considerando il grado spirituale che ha raggiunto,
non lo vorrà mai senza qualche ragione profonda), trasportarsi in un qualsiasi
momento del tempo o in un qualunque luogo dello spazio2; per quanto
straordinaria possa sembrare una simile possibilità, essa è tuttavia una
semplice, immediata conseguenza della reintegrazione nel centro dello stato
umano; e se questo stato di perfezione umana è quello dei veri Rosa-Croce, si
può da ciò capire cosa sia in realtà la «longevità» che è loro attribuita, la
quale è anche qualcosa di più di quel che tale parola sembra a prima vista
comportare, giacché essa è propriamente il riflesso, nell’ambito umano, di
quella che è l’eternità principiale vera e propria. Questa possibilità può del
resto non manifestarsi in alcun modo all’esterno nel corso ordinario delle
cose; sennonché l’essere che l’ha acquisita la possiede ormai in modo
permanente e immutabile, e nulla potrebbe fargliela perdere; gli basta ritrarsi
dal mondo esterno e rientrare in se stesso, ogni volta che lo ritiene
opportuno. per ritrovare sempre, al centro del proprio essere, la vera «fonte
d’immortalità».
1 Sul simbolismo
del «mezzo dei tempi» e sui rapporti che sotto tal profilo esistono tra i due
punti di vista temporale e spaziale, si veda L’Ésoterisme de Dante, pp.
78-87.
3 Tale possibilità,
per quel che riguarda lo spazio, è quella che viene denominata con il termine
«ubiquità»; essa è un riflesso dell’«onnipresenza» principiale, così come la
possibilità corrispondente per ciò che riguarda il tempo è un riflesso
dell’eternità e dell’assoluta simultaneità implicata essenzialmente in
quest’ultima.
324
XLIII
Sulla nozione dell’élite
C’è una parola che abbiamo usato piuttosto di
frequente in altre occasioni, e della quale ci resta ancora da precisare qui il
senso ponendoci più specialmente dal punto di vista propriamente iniziatico,
cosa che in tali occasioni non avevamo fatto, per lo meno in modo esplicito: è
la parola élite, della quale ci siamo serviti per indicare qualcosa che
non esiste più nello stato attuale del mondo occidentale, e la cui
costituzione; o piuttosto la cui ricostituzione, ci appariva essere la
condizione prima ed essenziale di un «raddrizzamento» intellettuale e di una
restaurazione tradizionale1. Questa parola, bisogna pur dirlo, è
un’altra di quelle di cui nella nostra epoca si fa uno strano abuso, al punto
di servirsene, nel modo più abituale, in accezioni che non hanno più nulla in
comune con ciò che queste parole dovrebbero significare normalmente; tali
deformazioni, come abbiamo fatto rilevare a proposito di altri argomenti,
assumono spesso un vero e proprio aspetto di caricatura e di parodia, e in
particolare ciò avviene quando si tratti di termini che, anteriormente a ogni
deviazione profana, erano in certo qual modo consacrati in ragione di un loro
uso tradizionale, caso che è proprio quello, come si vedrà, della parola élite2.
1 Si vedano: Oriente
e Occidente, Luni, 1993 e La Crisi del Mondo moderno.
2 Abbiamo segnalato
in precedenza una deformazione di questo tipo, e particolarmente assurda,
riguardo al significato della parola «adepto»; lo stesso termine «iniziazione»
non è maggiormente al riparo da simili abusi, giacché alcuni se ne servono oggi
per indicare l’insegnamento rudimentale di un qualsiasi
325
Considerazioni sull’iniziazione
Simili termini si ricollegano in qualche modo,
a titolo di termini «tecnici», allo stesso simbolismo iniziatico, e non è certo
perché dei profani si impadroniscono talvolta di un simbolo che sono incapaci
di capire, lo distolgono dal suo senso e ne fanno un’applicazione illegittima,
che tale simbolo cessi di essere, in sé, quel che è veramente; non c’è perciò
nessuna valida ragione perché l’abuso che viene fatto d’una parola ci obblighi
a evitarne l’impiego, e del resto, se così si dovesse fare, non riusciamo a
veder bene, con tutto il disordine di cui dà prova il linguaggio attuale, quali
termini potrebbero restare alla fine a nostra disposizione.
Quando usammo la parola «élite» come
dicevamo poco fa, le false concezioni alle quali essa è comunemente applicata
non ci erano ancora sembrate così diffuse come abbiamo dovuto constatare in
seguito, e forse di fatto ancora non lo erano, giacché tutte queste cose vanno
aggravandosi sempre più rapidamente; in effetti non si è mai tanto parlato
dell’«élite», a ogni momento e da ogni parte, come da quando questa non
esiste più, e, naturalmente. quel che si intende indicare in tal modo non è mai
l’élite compresa nel suo significato vero. Ma c’è ancora di meglio: si è
giunti ora a parlare «delle élite», termine nel quale si pretendono
comprendere tutti gli individui che vadano sia pur poco al di là della «media»
in un qualunque campo di attività, foss’anche il più basso e il più lontano da
ogni intellettualità1. Facciamo subito rilevare che qui il plurale è
un vero e proprio illogismo: senza neppure uscire da un semplice punto di vista
profano, si potrebbe già dire che la parola è una di quelle che non possono avere
plurale perché il loro senso è in qualche modo quello di un «superlativo», o
anche perché implicano l’idea di qualcosa che, per sua stessa natura, non è
soggetto a frammentazione o a suddivisione; sennonché,
sapere profano, e lo si vede persino apparire nel
titolo di opere che, di fatto, hanno soltanto il carattere della più bassa
«volgarizzazione».
1 Nel linguaggio
giornalistico si ritrova persino una «élite sportiva», che è veramente
l’ultimo grado di degenerazione che si possa far subire a questa parola!
326
Sulla nozione dell’élite
per noi c’è campo per il ricorso a qualche
altra considerazione di un genere più profondo.
Talvolta, per maggior precisione e per evitare
ogni possibile malinteso, noi ci siamo serviti dell’espressione «élite
intellettuale»; in realtà quest’espressione è quasi un pleonasmo, giacché non è
neppur concepibile che l’élite possa essere se non intellettuale, o, se
si preferisce, spirituale; queste due parole sono per noi in definitiva
equivalenti, dal momento che ci rifiutiamo assolutamente di confondere
l’intellettualità vera con la «razionalità». La ragione di ciò è che la
distinzione che determina l’élite non può, per sua stessa definizione,
avvenire se non «dall’alto», vale a dire sotto il profilo delle possibilità più
elevate dell’essere; ed è facile rendersene conto se si riflette un po’ sul
senso vero della parola quale risulta direttamente dalla sua etimologia. In
effetti, dal punto di vista propriamente tradizionale, quel che conferisce alla
parola élite tutto il suo valore è il fatto che essa è derivata da
«eletto»; ed è proprio questo, diciamolo chiaramente, quel che ci ha indotti a
servircene come abbiamo fatto, a preferenza di ogni altro termine; sennonché
occorre precisare ulteriormente come ciò vada inteso1. Non bisogna
credere che così facendo noi ci fermiamo al senso religioso ed exoterico, che
senza dubbio è quello in cui si parla più abitualmente degli «eletti», anche se
certamente si tratterebbe di qualcosa che potrebbe facilmente dar luogo a una
trasposizione appropriata a ciò che è effettivamente in questione; c’è però
qualcos’altro, di cui si potrebbe del resto trovare un’indicazione fin
nell’espressione evangelica, così nota e spesso citata pur se forse non
sufficientemente capita: Multi vocati, electi pauci.
In fondo, potremmo dire che l’élite,
quale noi la intendiamo, rappresenta l’insieme di coloro che possiedano le
qualificazioni richieste per l’iniziazione, i quali sono naturalmente sempre
1 È ovvio che non
dobbiamo qui occuparci della concezione sociale moderna e profana di una
«elezione» che derivi dal «suffragio universale», operata perciò «dal basso» e
con la pretesa di far derivare il superiore dall’inferiore, contrariamente a
qualsiasi nozione di vera gerarchia.
327
Considerazioni sull’iniziazione
una minoranza fra gli uomini; in un certo
senso questi ultimi sono tutti «chiamati», a motivo della situazione «centrale»
che l’essere umano occupa, in questo stato di esistenza, fra tutti gli altri
esseri che come lui vi si trovano1, ma ci sono pochi «eletti», e,
nelle condizioni dell’epoca attuale, certamente ce ne sono ora meno che mai2.
Si potrebbe obiettare che una élite simile di fatto esiste sempre,
perché, per quanto poco numerosi siano coloro che sono qualificati, nel senso
iniziatico della parola, qualcuno per lo meno ce n’è, così come si potrebbe
obiettare che del resto qui il numero importa poco3; ciò è vero, ma
in questo modo essi rappresentano soltanto un’élite virtuale, o, si
potrebbe dire, la possibilità dell’élite, e perché quest’ultima sia
effettivamente costituita occorre prima di tutto che essi stessi prendano
coscienza della loro qualificazione. D’altronde, si deve comprendere bene che,
come abbiamo spiegato in precedenza, le qualificazioni iniziatiche, quali
possono essere identificate dal punto di vista propriamente «tecnico», non sono
tutte di ordine esclusivamente intellettuale, ma comportano la considerazione
degli altri elementi costitutivi dell’essere umano; sennonché questo non cambia
assolutamente nulla a quanto abbiamo detto sulla definizione dell’élite,
giacché, qualunque siano in sé tali qualificazioni, è sempre in vista di una
realizzazione essenzialmente intellettuale o spirituale che esse debbono venir
considerate, ed è in questo che risiede in definitiva la loro unica ragion
d’essere.
Normalmente, tutti coloro che sono in tal modo
qualificati dovrebbero avere con ciò stesso la possibilità di ottenere
l’iniziazione;
1 Questo non è vero
soltanto per ciò che riguarda il mondo corporeo, ma anche per ciò che riguarda
le modalità sottili che appartengono allo stesso ambito di esistenza
individuale.
2 Si potrebbe dire
che, a motivo del movimento di «discesa» ciclico devono necessariamente
essercene sempre di meno; ed è possibile comprendere da ciò cosa voglia
significare l’affermazione tradizionale secondo cui il ciclo attuale si
chiuderà quando «il numero degli eletti sarà completato».
3 È evidente che,
per tutto ciò che si riferisce all’élite, non bisogna mai prospettare se
non una questione di «qualità» e non assolutamente di «quantità».
328
Sulla nozione dell’élite
se di fatto le cose non stanno così, tutto
sommato le ragioni ne sono unicamente da attribuire allo stato presente del
mondo occidentale e, sotto questo riguardo, la scomparsa dell’élite
cosciente di se stessa e l’assenza di organizzazioni iniziatiche adatte a
riceverla assumono l’aspetto di due fatti legati tra di loro, in certo qual
modo correlati, senza che sia forse neppure il caso di domandarsi quale dei due
abbia potuto essere una conseguenza dell’altro. Sennonché è però evidente che
delle organizzazioni iniziatiche che siano veramente e pienamente quel che
devono essere, e non semplicemente vestigia più o meno degenerate di quel che
fu un tempo, non potrebbero riformarsi che se trovassero elementi che
possiedano, non solamente l’attitudine iniziale necessaria quale condizione
voluta, ma pure le disposizioni effettive determinate dalla coscienza di una
simile attitudine, giacché è innanzi tutto a loro che compete l’«aspirare»
all’iniziazione, e sarebbe un rovesciamento di rapporti il pensare che quest’ultima
debba pervenire loro indipendentemente da tale aspirazione, aspirazione che è
come una prima manifestazione dell’atteggiamento essenzialmente «attivo» che è
richiesto da tutto quel che è d’ordine veramente iniziatico. È questa la
ragione per cui la ricostituzione dell’élite ‑ intendiamo dire dell’élite
cosciente delle sue possibilità iniziatiche, quand’anche queste possano
soltanto essere possibilità latenti e non sviluppate finché non sia stato
ottenuto un ricollegamento tradizionale regolare ‑ è in questa situazione la
condizione prima dalla quale tutto il resto dipende, così come la presenza di
materiali preventivamente approntati è indispensabile per la costruzione di un
edificio, anche se è evidente che tali materiali non potranno adempiere la funzione
a cui sono destinati se non quando abbiano trovato la loro posizione
nell’edificio stesso.
Presupponendo l’iniziazione, in quanto
ricollegamento a una «catena» tradizionale, realmente ottenuta da coloro che
appartengono all’élite, resterà da considerare, per ciascuno di essi, la
possibilità di andare più o meno lontano, ossia prima di tutto di passare
dall’iniziazione virtuale all’iniziazione effettiva, poi di raggiungere in
quest’ultima il possesso di questo o quel
329
Considerazioni sull’iniziazione
grado più o meno elevato, secondo l’estensione
delle proprie possibilità particolari. Sarà quindi il caso, per il passaggio da
un grado all’altro, di prendere in considerazione quella che potrebbe esser
detta un’élite all’interno dell’élite stessa1, ed è in
tal senso che alcuni hanno potuto parlare dell’«élite dell’élite»2;
in altri termini, si potrà tener conto di «elezioni» successive e sempre più
ristrette in quanto al numero degli individui che riguardano, operantisi sempre
«dall’alto» e secondo lo stesso principio, e tutto sommato corrispondenti al
diversi gradi della gerarchia iniziatica3. È così che di grado in
grado si può andare fino all’«elezione» suprema, quella che si riferisce
all’«adeptato», vale a dire fino al raggiungimento dello scopo ultimo di ogni
iniziazione; e, di conseguenza, l’eletto nel senso più completo della parola, quello
che potrebbe esser detto l’«eletto perfetto», sarà colui che giungerà infine
alla realizzazione dell’«Identità Suprema»4.
1 Si conservava
un’allusione abbastanza chiara a questo fatto ancora nella Massoneria del
secolo XVIII, quando vi si parlava della costituzione di un sistema di alti
gradi «all’interno» di una comune Loggia.
2 È chiaro che in
questo caso non si tratta affatto di «élite» diverse, bensì di gradi di
una sola e medesima élite.
3 È proprio in
questa accezione che la parola «eletto» si ritrova, ad esempio, nella
denominazione di certi gradi superiori di diversi Riti massonici, cosa che del
resto non significa affatto che si sia conservata sempre la coscienza reale del
suo significato e di tutto quel che essa implica veramente.
4 Nella tradizione
islamica, El-Mustafâ, l’«Eletto», è uno dei nomi del Profeta; quando
tale termine è in questo modo usato «per eccellenza», esso si riferisce perciò
di fatto all’«Uomo Universale».
330
XLIV
Sulla gerarchia iniziatica
Ciò a cui abbiamo accennato alla fine del
capitolo precedente, in merito alla gerarchia iniziatica, necessita di essere
ulteriormente precisato in alcuni suoi aspetti, giacché, sia sotto tale
riguardo sia sotto non pochi altri, troppo frequenti sono le confusioni che si
producono, e non soltanto nel mondo puramente profano ‑ cosa che in fondo non
farebbe stupire ‑ ma persino fra coloro che per una ragione o per un’altra
dovrebbero normalmente essere maggiormente istruiti sull’argomento. Sembra
d’altronde che ogni idea di gerarchia, anche fuori della sfera iniziatica,
nella nostra epoca sia particolarmente obnubilata, e sia una di quelle contro
le quali più in particolare si accaniscono le negazioni dello spirito moderno,
il che ‑ a dire il vero ‑ è perfettamente consonante con il carattere
essenzialmente antitradizionale di quest’ultimo, carattere di cui, in fondo,
l’«egualitarismo» in tutte le sue forme rappresenta semplicemente uno degli
aspetti. Pur tenendo conto di tutto ciò è nondimeno strano, e quasi incredibile,
per chi non sia privo di ogni facoltà di riflessione, vedere tale
«egualitarismo» apertamente accettato, e persino proclamato con insistenza, da
membri di organizzazioni iniziatiche le quali, per quanto possano essere
impoverite o addirittura deviate sotto più di un punto di vista, conservano
tuttavia necessariamente sempre una certa costituzione gerarchica, in mancanza
della quale non potrebbero sostenersi in alcun modo1.
1 Tale costituzione
gerarchica è stata di fatto alterata con l’introduzione di
331
Considerazioni sull’iniziazione
È evidentemente una cosa paradossale, e
financo contraddittoria, che non può essere spiegata se non attribuendone la
causa all’estremo disordine che attualmente regna dappertutto; e del resto,
senza un tale disordine le concezioni profane non avrebbero mai potuto invadere
‑ come hanno fatto ‑ un campo che per definizione stessa deve essere loro
rigorosamente inibito, e sul quale in condizioni normali esse non possono
esercitare assolutamente nessuna influenza. Di più non occorre che diciamo ora,
anche perché è ben chiaro che non è a coloro che negano per partito preso
qualsiasi gerarchia che possiamo pensare di rivolgerci; quel che volevamo
soprattutto dire è che, quando le cose siano giunte a un tal punto, non
sorprende che quest’idea sia talvolta più o meno mal capita da coloro stessi
che ancora l’ammettono, e che capiti loro di prendere abbaglio sulle differenti
applicazioni che è il caso di farne.
Qualsiasi organizzazione iniziatica è di per
se stessa essenzialmente gerarchica, al punto che si potrebbe vedere in questo
uno dei suoi caratteri fondamentali, quand’anche, ovviamente, tale carattere
non le sia esclusivamente proprio, giacché esso esiste anche nelle
organizzazioni tradizionali «esteriori», intendiamo dire quelle che
appartengono all’ambito exoterico; e può darsi che esso esista addirittura
ancora, in un certo senso (inteso che anche in tutte le deviazioni ci sono dei
gradi), financo in organizzazioni profane, purché esse siano costituite, nel
loro campo, secondo regole normali, per lo meno nella misura in cui tali regole
sono compatibili con lo stesso punto di vista profano1. A ogni buon
conto la gerarchia iniziatica ha qualcosa di speciale che la distingue da tutte
le altre: è questo il fatto che essa è essenzialmente formata da gradi di
«conoscenza», con tutto quel che implica la parola quando sia compresa nel suo
talune forme «parlamentari» tratte dalle
istituzioni profane, ma ‑ nonostante tutto ‑ persiste nondimeno
nell’organizzazione dei gradi sovrapposti.
1 Quale esempio di
organizzazioni gerarchiche profane si può citare quello degli eserciti moderni,
il quale è forse quello che ancora rimane il più definito nelle condizioni
attuali, poiché le gerarchie amministrative questo nome in realtà non lo
meritano più sotto nessun riguardo.
332
Sulla gerarchia iniziatica
vero senso (e quando essa sia intesa nella
pienezza di quest’ultimo, allora si tratta in realtà di conoscenza effettiva),
giacché è in questo che consistono precisamente i gradi stessi
dell’iniziazione, e nessun altro tipo di considerazione potrebbe intervenire in
argomento. Qualcuno ha rappresentato tali gradi con una serie di cinte
concentriche che debbono venir superate successivamente, immagine che è
esattissima, giacché è in effetti a un «centro» che si tratta di avvicinarsi
sempre più, per raggiungerlo alla fine all’ultimo grado; altri hanno paragonato
anche la gerarchia iniziatica a una piramide i cui gradini vanno restringendosi
a mano a mano che ci si innalza dalla base verso la sommità, in modo da
arrivare qui nuovamente a un unico punto che ha la stessa funzione del centro
nella figura precedente; qualunque sia il simbolismo adottato al proposito, si
tratta sempre precisamente di quella gerarchia di gradi a cui intendevamo
riferirci quando parlavamo delle distinzioni successive che si effettuano all’interno
dell’élite.
Si deve capir bene che tali gradi possono
essere indefinitamente molteplici, come gli stati ai quali corrispondono e che
necessariamente implicano nella loro realizzazione, giacché è ben veramente di
stati differenti ‑ o per lo meno di modalità diverse di uno stato, fintantoché
non siano ancora state superate le possibilità individuali umane ‑ che è
questione quando la conoscenza sia effettiva e non più semplicemente teorica.
Di conseguenza, come già abbiamo indicato in precedenza, i gradi che esistono
in qualsiasi organizzazione iniziatica non rappresenteranno mai se non una
sorta di classificazione più o meno generale, necessariamente «schematica» qui
come in ogni cosa, e in definitiva limitata alla considerazione distinta di
talune tappe principali o più nettamente caratterizzate. Secondo il particolare
punto di vista dal quale ci si porrà per determinare una simile
classificazione, i gradi così distinti di fatto potranno naturalmente essere
più o meno numerosi1, senza che con ciò occorra
1 Abbiamo in
precedenza accennato alle divisioni in tre e in sette gradi, ed è evidente che
nella diversità delle forme iniziatiche ne possono esistere ancora molte altre.
333
Considerazioni sull’iniziazione
vedere in queste differenze di numero una
contraddizione o una qualunque incompatibilità, giacché in fondo una questione
del genere non coinvolge nessun principio dottrinale e dipende semplicemente
dal metodi più particolari che possono essere propri di ciascuna organizzazione
iniziatica, quand’anche fosse all’interno di una medesima forma tradizionale, e
a maggior ragione quando si passi da una di tali forme a un’altra.
A dire il vero, in questa materia può esserci
una sola distinzione perfettamente netta, ed è quella tra i «piccoli misteri» e
i «grandi misteri», vale a dire, come abbiamo spiegato, tra quel che
rispettivamente si riferisce allo stato umano e agli stati superiori
dell’essere; tutto il resto non rappresenta, nell’ambito dell’uno e degli
altri, se non suddivisioni che possono essere più o meno insistite per ragioni
d’ordine contingente.
Da un altro punto di vista, occorre ben
comprendere ‑ anche ‑ che la ripartizione dei membri di una organizzazione
iniziatica nei suoi diversi gradi è in certo qual modo soltanto «simbolica» nei
confronti della gerarchia reale, perché l’iniziazione, a un qualsiasi grado,
può in molti casi essere esclusivamente virtuale (e in questo caso non può
naturalmente trattarsi che di gradi di conoscenza teorica, o per lo meno è
questo che essi dovrebbero sempre essere normalmente). Se l’iniziazione fosse
sempre effettiva, o lo diventasse obbligatoriamente prima che l’individuo
potesse avere accesso a un grado superiore, le due gerarchie coinciderebbero
completamente; ma anche se la cosa è perfettamente concepibile in linea di
principio, bisogna riconoscere che di fatto essa non è facilmente realizzabile,
e ancor meno lo è, in certe organizzazioni, in quanto queste hanno subito un
processo di degenerazione più o meno accentuato e in quanto accettano troppo
facilmente ‑ e questo a tutti i gradi ‑ membri che per la più gran parte sono
sfortunatamente assai poco atti a ottenere qualcosa di più di una semplice
iniziazione virtuale. Tuttavia, anche se si tratta di difetti che sono in una
certa misura inevitabili, essi non toccano affatto la nozione vera e propria
della gerarchia iniziatica, la quale resta totalmente indipendente da tutte le
circostanze di questo genere; uno
334
Sulla gerarchia iniziatica
stato di fatto, per quanto deprecabile possa
essere, non può nulla contro un principio e non è assolutamente in grado di
influire su di esso; e la distinzione che abbiamo appena indicato risolve
naturalmente l’obiezione che si potrebbe affacciare alla mente di coloro che
abbiano avuto l’occasione di constatare, nelle organizzazioni iniziatiche di
cui possono avere qualche conoscenza, la presenza, financo nei gradi superiori,
per non dire addirittura alla sommità stessa della gerarchia apparente, di individualità
alle quali qualsiasi iniziazione effettiva non fa che troppo manifestamente
difetto.
Un altro punto che è importante è il seguente:
un’organizzazione iniziatica comporta non soltanto una gerarchia di gradi, ma
altresì una gerarchia di funzioni, e queste sono due cose che sono
completamente distinte e che occorre aver molta cura di non confondere mai,
perché la funzione di cui qualcuno può essere investito, qualunque ne sia il
livello, non gli conferisce un nuovo grado e non modifica per nulla quello che
già possiede. La funzione non ha, per così dire, che un carattere «accidentale»
nei confronti del grado: l’esercizio di una determinata funzione può richiedere
il possesso di questo o di quel grado, ma non è mai necessariamente collegata a
tale grado, per quanto elevato questo possa essere; e, inoltre, la funzione può
essere solo temporanea, può prender fine per svariate ragioni, mentre il grado
costituisce sempre un’acquisizione permanente, ottenuta una volta per tutte, e
che non potrà mai andar perduta in nessuna maniera, si tratti di iniziazione
effettiva o anche semplicemente di iniziazione virtuale.
Questo ‑ lo rileviamo nuovamente ‑ termina di
precisare il significato reale che è d’uopo attribuire a talune qualificazioni
secondarie a cui abbiamo accennato in precedenza: oltre alle qualificazioni
richieste per l’iniziazione vera e propria, possono esserci in sovrappiù altre
qualificazioni più particolari che sono richieste soltanto per coprire questa o
quella funzione in un’organizzazione iniziatica. In effetti, l’attitudine a
ricevere l’iniziazione, anche fino al grado più elevato, non implica necessariamente
l’attitudine a esercitare una qualsiasi funzione, foss’anche
335
Considerazioni sull’iniziazione
la più semplice di tutte; sennonché, in ogni
caso, quella che è veramente essenziale è l’iniziazione in sé con i suoi gradi,
poiché è essa a influire in una maniera effettiva sullo stato reale
dell’essere, mentre la funzione non è assolutamente in grado di modificarlo o
di aggiungere checchessia ad esso.
La gerarchia iniziatica veramente essenziale,
perciò, è quella dei gradi, ed è d’altronde essa che è, di fatto, in qualche
modo l’impronta particolare della costituzione delle organizzazioni
iniziatiche; dal momento che in ogni iniziazione è propriamente di «conoscenza»
che si tratta, è estremamente evidente che il fatto di essere investiti di una
funzione, sotto questo profilo non ha nessuna importanza, anche soltanto per
quel che riguarda la semplice conoscenza teorica, e a maggior ragione per quel
che riguarda la conoscenza effettiva; esso può dare, ad esempio, la facoltà di
trasmettere l’iniziazione ad altri, o anche quella di dirigere determinati
lavori, ma non quella di accedere a uno stato più elevato. Non può esserci
nessun grado o stato spirituale che sia superiore a quello dell’«adepto»; che
coloro che vi sono pervenuti esercitino per sovrammercato determinate funzioni ‑
di insegnamento o d’altro tipo ‑, o che non ne esercitino nessuna, sotto questo
profilo non fa assolutamente nessuna differenza; e quel che è vero sotto questo
rapporto per il grado supremo lo è ugualmente, a tutti i livelli della
gerarchia, per ciascuno dei gradi inferiori1. Di conseguenza, quando
si parla della gerarchia iniziatica senza precisare oltre, è chiaro che si deve
intendere che si tratta sempre della gerarchia dei gradi; è la gerarchia dei
gradi, e solo essa, che ‑ come dicevamo prima ‑ definisce le «elezioni»
successive che vanno gradualmente dal
1 Ricorderemo che
l’«adepto» è propriamente colui che ha ottenuto la pienezza dell’iniziazione
effettiva; talune scuole esoteriche fanno tuttavia una distinzione tra quello
che indicano col nome di «adepto minore» e quello che indicano col nome di
«adepto maggiore»; tali espressioni si devono capire allora ‑ per lo meno nel
loro significato originario ‑ a indicare quegli che ha raggiunto la perfezione,
rispettivamente, nel campo dei «piccoli misteri» e in quello dei «grandi
misteri».
336
Sulla gerarchia iniziatica
semplice ricollegamento iniziatico fino
all’identificazione con il «centro», e non soltanto ‑ al termine di «piccoli
misteri» ‑ con il centro dell’individualità umana, ma pure ‑ al termine dei
«grandi misteri» ‑ con il centro stesso dell’essere totale, vale a dire, in
altre parole, fino alla realizzazione dell’«Identità Suprema».
337
XLV
Sull’infallibilità tradizionale
Dal momento che siamo stati portati a dire
qualche parola sulla gerarchia delle funzioni iniziatiche, dobbiamo prendere
ancora in esame una questione che a questa si riferisce in modo più
particolare, ed è quella dell’infallibilità dottrinale; possiamo a ogni buon
conto farlo ponendoci, non soltanto dal punto di vista propriamente iniziatico,
ma dal punto di vista tradizionale in generale, il quale comprende sia l’ambito
exoterico sia l’ambito esoterico. Ciò che occorre prima di tutto porre come
principio, perché si comprenda bene di cosa si tratta, è che a essere
propriamente infallibile è la dottrina in sé ‑ ed essa sola ‑, e non
assolutamente degli individui umani in quanto tali, quali possano essere del
resto questi ultimi; e, se la dottrina è infallibile, è a causa del fatto che
essa è un’espressione della verità, la quale, in se stessa, è assolutamente
indipendente dagli individui che la ricevono e che la comprendono. La garanzia
della dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»; e si può
del resto dire che ogni verità, qualunque sia il suo ordine, se la si consideri
dal punto di vista tradizionale, partecipa di tale carattere, giacché essa non
è verità se non in quanto si ricollega ai principi superiori e ne deriva a
titolo di conseguenza più o meno immediata, o di applicazione in un determinato
campo. La verità non è punto fatta dall’uomo come vorrebbero i «relativisti» e
i «soggettivisti» moderni ma, al contrario, si impone a lui, e non tuttavia
«dall’esterno» al modo di una costrizione «fisica», ma in realtà «dal di
dentro», giacché l’uomo
338
Sull’infallibilità tradizionale
non è evidentemente obbligato a «riconoscerla»
come verità se prima non la «conosce», vale a dire se prima essa non è
penetrata in lui ed egli non se l’è realmente assimilata1. Occorre
non dimenticare, di fatto, che ogni conoscenza vera è essenzialmente, in tutta
la misura in cui essa esiste realmente, una identificazione del conoscente e
del conosciuto: identificazione che è ancora imperfetta e quasi «per riflesso»
nel caso di una conoscenza semplicemente teorica, e identificazione perfetta
nel caso di una conoscenza effettiva.
Discende da ciò che qualsiasi uomo sarà
infallibile quando esprimerà una verità che realmente conosce, vale a dire una
verità alla quale egli si è identificato2; sennonché non è affatto
in quanto individuo umano che allora lo sarà, ma in quanto egli ‑ a motivo di
tale identificazione ‑ rappresenta, per così dire questa verità stessa; a
essere assolutamente rigorosi, si dovrebbe in un caso simile dire, non che egli
esprime la verità, ma piuttosto che la verità si esprime attraverso di lui.
Secondo questo punto di vista l’infallibilità non assume affatto le apparenze
di qualcosa di straordinario o di eccezionale, né come qualcosa che costituisca
un qualsivoglia «privilegio»; di fatto la possiede chiunque, nella misura in
cui è «competente», vale a dire per tutto ciò che conosca nel vero senso della
parola3; tutta la difficoltà risiederà naturalmente nel determinare
i limiti reali di tale competenza in ciascun caso particolare. È ovvio che
questi limiti dipenderanno
1 Diciamo qui che
l’uomo si assimila una verità, perché questo è il modo di parlare più abituale,
ma si potrebbe altrettanto bene dire ‑ inversamente ‑ che è lui ad assimilarsi
a tale verità; si capirà in seguito l’importanza di questa osservazione.
2 Una sola riserva
si potrebbe fare, concernente il caso in cui l’espressione o la formulazione
della Verità possa essere inadeguata, ed essa inadeguata è necessariamente
sempre in una certa misura; sennonché questo non influisce assolutamente sul
principio in sé.
3 È così che ‑ per
fare l’esempio più semplice ‑ anche un bimbo, se abbia capito e assimilato una
verità matematica elementare, sarà infallibile tutte le volte che enuncerà
questa verità; all’opposto, non lo sarà affatto quando ripeterà soltanto cose
che avrà semplicemente «imparato a memoria», senza averle assimilate in nessun
modo.
339
Considerazioni sull’iniziazione
dal grado di conoscenza che l’essere avrà
raggiunto, e che essi saranno tanto più ampi quanto maggiormente questo grado
sarà elevato; di conseguenza è altrettanto scontato che l’infallibilità in un
certo campo di conoscenza non comporterà assolutamente l’infallibilità in un
altro ambito che sia superiore o più profondo, e che ‑ ad esempio ‑, per
applicare questo principio alla divisione più generale che si possa determinare
nelle dottrine tradizionali, l’infallibilità in campo exoterico non comporterà
affatto l’infallibilità nel campo esoterico e iniziatico.
Nel corso dell’esposizione che precede abbiamo
inteso l’infallibilità come qualcosa di propriamente legato alla conoscenza,
ovverosia ‑ in definitiva ‑ come connesso con l’essere che questa conoscenza
possiede, o più esattamente come inerente allo stato che ha con ciò raggiunto,
e questo assolutamente non perché egli sia questo o quell’essere, ma in quanto,
in tale stato, egli si è realmente identificato con la parte di verità
corrispondente. Si può del resto dire che si tratti di un’infallibilità che in
qualche modo non riguarda se non l’essere stesso al quale essa appartiene, in
quanto fa parte integrante del suo stato interiore, e non ha da essere
riconosciuta da altri, se l’essere in questione non sia espressamente rivestito
di una determinata funzione particolare, e più precisamente di una funzione di
insegnamento della dottrina; questo eviterà, nella pratica, gli errori di
applicazione che sono sempre possibili a motivo della difficoltà, da noi
indicata poco fa, di determinare «dal di fuori» i limiti di simile
infallibilità. Sennonché c’è inoltre, in ogni organizzazione tradizionale,
un’altra specie di infallibilità la quale è ‑ essa ‑ legata esclusivamente alla
funzione di insegnamento, qualunque sia del resto il campo in cui viene
esercitata, giacché anche questo si applica a entrambe le sfere exoterica ed
esoterica, ciascuna delle quali, naturalmente, intesa entro i suoi limiti propri;
ed è soprattutto sotto questo riguardo che si può osservare, in modo
particolarmente evidente, che l’infallibilità non appartiene affatto agli
individui in quanto tali, poiché, in questo caso, essa è totalmente
indipendente da ciò che può essere in sé l’individuo che esercita la funzione
in questione.
340
Sull’infallibilità tradizionale
Occorre qui ritornare a quanto dicevamo in
precedenza riguardo all’efficacia dei riti: tale efficacia è essenzialmente
connessa con gli stessi riti, in quanto mezzi d’azione di una influenza
spirituale; il rito agisce perciò indipendentemente da quel che vale, sotto
qualsiasi profilo, l’individuo che lo compie, e addirittura senza che sia
necessario che questi abbia una conoscenza effettiva di tale efficacia1.
Ciò che occorre soltanto, se il rito è fra quelli che sono riservati a una
funzione specifica, è che l’individuo abbia ricevuto dall’organizzazione
tradizionale alla quale appartiene, il potere di eseguirlo in modo valido;
nessun’altra condizione è richiesta, e quando la cosa possa necessitare, come
abbiamo visto, certe qualità particolari, queste ultime non si riferiscono in
tutti i casi al possesso di un determinato grado di conoscenza, ma sono
soltanto quelle che rendono possibile all’influenza spirituale di agire in
qualche modo attraverso l’individuo senza che la particolare costituzione di
esso intrometta qualche ostacolo. L’uomo diventa allora propriamente un
«portatore» o un «trasmettitore» dell’influsso spirituale; questa è la sola
cosa che conti, poiché di fronte a tale influenza di natura essenzialmente
sovraindividuale, e di conseguenza in quanto egli adempie la funzione di cui è
investito, la sua individualità non conta più, e anzi scompare del tutto.
Abbiamo già insistito sull’importanza di questo ruolo di «trasmettitore», in
particolare per quanto concerne i riti iniziatici; è sempre questo ruolo quello
che si esercita nei confronti della dottrina quando si tratti di una funzione
di insegnamento; e d’altronde tra questi due aspetti, e di conseguenza tra la
natura delle funzioni corrispondenti, esiste in realtà un rapporto
strettissimo, rapporto che dipende direttamente dal carattere stesso delle
dottrine tradizionali.
In effetti, come già spiegammo parlando del
simbolismo, non è possibile stabilire una distinzione assolutamente netta ‑ e
ancor meno una separazione ‑ tra ciò che ha attinenza con i riti
1 Ricordiamo che
questo è vero tanto per i riti exoterici, com’è espressamente riconosciuto
dalla dottrina cattolica, quanto per i riti iniziatici.
341
Considerazioni sull’iniziazione
e quel che ha attinenza con la dottrina,
perciò tra l’esecuzione dei primi e l’insegnamento della seconda, ruoli i
quali, pur se costituiscono esteriormente due funzioni diverse, tuttavia hanno
in fondo una stessa natura. Il rito comporta sempre di per se stesso un
insegnamento, e la dottrina, a motivo del suo carattere «non-umano» (carattere
che ‑ è bene ricordarlo ‑ si traduce in modo particolare nella forma
propriamente simbolica della sua espressione), porta anch’essa in sé
l’influenza spirituale, per modo che non si tratta veramente che di due aspetti
complementari di una stessa e sola realtà; e questa considerazione, quantunque
l’abbiamo fatta inizialmente e più in particolare per quel che concerne
l’ambito iniziatico, può estendersi altresì ‑ in modo del tutto generale ‑ a
tutto ciò che abbia natura tradizionale. In linea di principio non ci sono da
fare distinzioni a questo proposito; di fatto, se ne può operare una soltanto,
nel senso che, nella sfera iniziatica, lo scopo essenziale essendo di pura conoscenza,
una funzione di insegnamento, a un qualsiasi grado, non dovrebbe normalmente
essere affidata se non a chi possieda una conoscenza effettiva di quel che deve
insegnare (tanto più che ciò che qui conta è meno l’esteriorità
dell’insegnamento che non il risultato di natura interiore che esso deve
contribuire a produrre in coloro che lo ricevono), mentre nell’ambito
exoterico, il cui fine immediato è diverso, quegli che esercita una simile
funzione può benissimo avere soltanto una conoscenza teorica sufficiente per
esprimere la dottrina in modo intelligibile; sennonché, ad ogni buon conto, non
è questa la questione essenziale, per lo meno per quanto riguardi
l’infallibilità legata alla funzione in se stessa.
Secondo questo punto di vista quel che si può
dire è questo: il fatto di essere investiti regolarmente di determinate
funzioni permette ‑ da solo e senza nessun’altra condizione1 ‑ di
eseguire determinati riti; allo stesso modo, il fatto di essere investiti
regolarmente di una funzione d’insegnamento comporta di per
1 Quando diciamo
regolarmente, questo implica di fatto, necessariamente, il possesso delle
qualificazioni richieste.
342
Sull’infallibilità tradizionale
se stesso la possibilità di adempiere in modo
valido questa funzione, e ‑ per tale ragione ‑ dove necessariamente conferire
l’infallibilità entro i limiti in cui simile funzione sarà esercitata; e la
ragione, in fondo, ne è la stessa sia nell’uno sia nell’altro caso. Questa
ragione è, da un lato, che l’influenza spirituale è connaturata ai riti stessi
che ne sono il veicolo, e, dall’altro, che questa stessa influenza spirituale è
similmente connaturata con la dottrina in quanto quest’ultima è «non-umana»; è
perciò sempre l’influenza spirituale che in definitiva agisce attraverso gli
individui, sia nel compimento dei riti, sia nell’insegnamento della dottrina,
ed è essa a far sì che questi individui, checché possano essere di per sé,
possano esercitare effettivamente la funzione di cui sono investiti1.
In simili condizioni, beninteso, l’interprete autorizzato della dottrina, in
quanto esercita la sua funzione come tale, non potrà mai parlare in proprio
nome, ma unicamente in nome della tradizione che allora rappresenta e in
qualche modo «incarna», ed è la sola a essere veramente infallibile; finché le
cose stanno in questo modo, l’individuo non esiste più, se non in qualità di
semplice «supporto» della formulazione dottrinale, supporto il quale ‑ in
quanto tale ‑ non svolge una parte più attiva di quella che la carta sulla
quale è stampato un libro non svolga con riferimento alle idee a cui serve come
veicolo. Se peraltro gli accada di parlare in proprio nome, egli non è più ‑
con ciò stesso ‑ nell’esercizio della sua funzione, e non fa allora che
esprimere semplici opinioni individuali, e in ciò non è più assolutamente
infallibile, non più di quanto lo sarebbe un qualsiasi altro individuo; egli
non gode conseguentemente, di per se stesso, di nessun «privilegio», giacché,
dal momento in cui la sua individualità ricompare e si impone, egli cessa
immediatamente di essere il rappresentante della tradizione per non essere più
che un uomo comune, il quale, come qualunque altro, vale esclusivamente ‑ sotto
il riguardo dottrinale ‑
1 È tale azione
dell’influenza spirituale, per ciò che riguarda l’insegnamento dottrinale, che
il linguaggio della teologia cattolica denomina «assistenza dello Spirito
Santo».
343
Considerazioni sull’iniziazione
nella misura della conoscenza che possiede
realmente in proprio, e il quale in ogni caso, non può avere la pretesa di
imporre la sua autorità a chicchessia1. L’infallibilità di cui è
questione è perciò di fatto legata unicamente alla funzione e non affatto
all’individuo, giacché, al di fuori dell’esercizio di essa, o se l’individuo
cessi di ricoprirla per una qualsiasi ragione, di tale infallibilità non rimane
in lui più nulla; e troviamo qui un esempio di quanto dicevamo in precedenza,
cioè che la funzione, contrariamente al grado di conoscenza, veramente non
aggiunge nulla a quanto l’essere sia di per se stesso e non modifica realmente
il suo stato interiore.
Dobbiamo ancora precisare che l’infallibilità
dottrinale, quale l’abbiamo definita, è necessariamente limitata come la
funzione stessa alla quale è legata, e ciò in diverse maniere: prima di tutto
essa può applicarsi soltanto all’interno della forma tradizionale dalla quale
la funzione deriva, ed è inesistente nei confronti di tutto quanto appartenga a
qualsiasi altra forma tradizionale; in altri termini, nessuno può pretendere di
dare giudizi al riguardo di una tradizione in nome di un’altra tradizione, e una
pretesa simile sarebbe falsa e illegittima, giacché non si può parlare in nome
di una tradizione se non di quanto concerne quella tradizione stessa; e in fin
dei conti questa è una cosa evidente per chi non sia affetto da idee
preconcette. Poi, se una funzione appartiene a un determinato ambito
particolare, essa non può comportare l’infallibilità se non per ciò che si
riferisce a questo solo ambito, il quale può, secondo i casi, essere compreso
entro confini più i meno ristretti: di conseguenza, ad esempio, senza uscire
dalla sfera exoterica, si può
1 Tutto questo è
rigorosamente conforme con la nozione cattolica dell’«infallibilità
pontificale»; quel che può sembrare sorprendente in quest’ultima, e che in ogni
caso le è specifico, è soltanto che l’infallibilità dottrinale sia concepita in
modo tale da essere tutta concentrata, in qualche modo, in una funzione
esercitata esclusivamente da un solo individuo, mentre nelle altre forme
tradizionali si riconosce generalmente che tutti coloro che esercitano una
funzione regolare di insegnamento partecipano di tale infallibilità in una
misura che è limitata dall’estensione della loro stessa funzione.
344
Sull’infallibilità tradizionale
concepire un’infallibilità che, a motivo del
particolare carattere della funzione alla quale è collegata, concerna soltanto
questo o quel ramo della dottrina, e non la dottrina nel suo insieme; a maggior
ragione, una funzione di natura exoterica, quale essa sia, non può conferire
nessuna infallibilità ‑ e di conseguenza nessuna autorità ‑ nei confronti
dell’ambito esoterico; e, anche qui, qualsiasi pretesa del contrario, la quale
implicherebbe del resto un rovesciamento dei normali rapporti gerarchici, non potrebbe
avere se non un valore rigorosamente nullo. È indispensabile osservare sempre
queste due distinzioni, da un lato tra le diverse forme tradizionali e
dall’altro tra gli ambiti differenti, exoterico ed esoterico1, per
prevenire qualsiasi abuso e qualsiasi errore di applicazione per quanto
riguarda l’infallibilità tradizionale: di là dai limiti legittimi che si
applicano a ciascun caso, non esiste più infallibilità, perché non si trova
nulla a cui essa possa applicarsi in modo valido. Se abbiamo creduto opportuno
insistere un po’ su tali cose, è perché sappiamo che troppa gente ha la
tendenza a non riconoscere queste verità essenziali, e questo sia perché il suo
orizzonte è di fatto limitato a una sola forma tradizionale, sia perché, anche
in tale forma, conosce soltanto il punto di vista exoterico; tutto ciò che si
può domandare a costoro, affinché sia possibile intendersi, è che sappiano ‑ e
vogliano ‑ riconoscere fin dove arriva realmente la loro competenza, al fine di
non rischiare mai di debordare sul terreno altrui, cosa che del resto sarebbe
soprattutto spiacevole per loro stessi, giacché tutto sommato così facendo non
farebbero che fornire la prova di un’incomprensione probabilmente
irrimediabile.
1 Servendosi del
simbolismo geometrico, si potrebbe dire che dalla prima di queste due
distinzioni l’infallibilità dottrinale è delimitata in senso orizzontale,
giacché le forme tradizionali in quanto tali si situano a uno stesso livello, e
dalla seconda è delimitata in senso verticale, poiché si tratta allora di sfere
sovrapposte gerarchicamente.
345
XLVI
Su due motti iniziatici
Negli alti gradi della Massoneria scozzese
esistono due motti il cui senso ha un rapporto con alcune delle considerazioni
da noi esposte qui in precedenza: uno è Post Tenebras Lux, e l’altro Ordo
ab Chao; e a dire il vero il loro significato è così strettamente connesso
da essere pressoché identico, anche se il secondo è forse suscettibile di
un’applicazione più ampia1. In effetti essi si riferiscono entrambi
all’«illuminazione» iniziatica, il primo direttamente e il secondo in via
consequenziale, dato che è la vibrazione originaria del Fiat Lux a
determinare l’inizio del processo cosmogonico in conseguenza del quale il
«caos» sarà ordinato per diventare il «cosmo»2. Le tenebre
rappresentano sempre, nel simbolismo tradizionale, lo stato delle potenzialità
non sviluppate che costituiscono il «caos»3; e, correlativamente, la
luce è messa in rapporto con il mondo manifestato,
1 Qualora si
sostenesse che ‑ da un punto di vista storico ‑ la divisa Ordo ab Chao
espresse inizialmente soltanto l’intenzione di mettere ordine nel «caos» dei
gradi e degli svariati «sistemi» che erano nati nel corso della seconda metà
del secolo XVIII, ciò non costituirebbe un’obiezione valida contro quanto
stiamo dicendo, poiché si tratterebbe in ogni caso solo di un’applicazione
molto specifica, la quale non impedisce che esistano altri significati più
importanti.
2 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. III.
3 Esiste inoltre un
altro significato ‑ superiore ‑ del simbolismo delle tenebre, e si riferisce
allo stato di non-manifestazione principiale; noi però non abbiamo qui da tener
conto che del senso inferiore e propriamente cosmogonico.
346
Su due motti iniziatici
nel quale queste potenzialità saranno rese
attuali, vale a dire con il «cosmo»1, attualizzazione che è
determinata o «misurata», in ciascun momento del processo di manifestazione,
dall’estensione dei «raggi solari» partiti dal punto centrale in cui è stato
proferito il Fiat Lux iniziale.
La luce è perciò effettivamente «dopo le
tenebre», e ciò non soltanto dal punto di vista «macrocosmico», ma altresì dal
punto di vista «microcosmico» che è quello dell’iniziazione, giacché, sotto
questo profilo, le tenebre rappresentano il mondo profano dal quale proviene il
recipiendario, ovvero lo stato profano in cui questi si trova inizialmente,
fino al momento preciso in cui diventerà iniziato col «ricevere la luce».
Mediante l’iniziazione l’essere passa perciò «dalle tenebre alla luce», così
come il mondo, alla sua origine (e il simbolismo della «nascita» è ugualmente
applicabile in entrambi i casi), è passato «dalle tenebre alla luce» in virtù
dell’atto del Verbo creatore e ordinatore2; e di conseguenza
l’iniziazione è veramente, del resto secondo un carattere molto generale dei
riti tradizionali, un’immagine di «ciò che fu fatto all’inizio».
D’altro canto, il «cosmo», in quanto «ordine»
o insieme ordinato di possibilità, non è soltanto derivato dal «caos» come
stato «non ordinato», ma è inoltre propriamente prodotto a partire da
quest’ultimo (ab Chao), nel quale tali possibilità sono
1 La parola
sanscrita loka, «mondo», derivata dalla radice lok che significa
«vedere», ha un rapporto diretto con la luce, come mostra d’altronde
l’accostamento con il latino lux; d’altro canto il collegamento della
parola «Loggia» con loka, possibile evidentemente attraverso
l’intermediazione del latino locus che è identico a quest’ultimo
termine, è lungi dall’essere privo di senso, poiché la Loggia è considerata un
simbolo del mondo o del «cosmo»: è propriamente, in opposizione alle «tenebre
esteriori» che corrispondono al mondo profano, il «luogo illuminato e
regolare», nel quale tutto viene eseguito secondo il rito, vale a dire
conformemente all’«ordine» (rita).
2 Il duplice senso
della parola «ordine» ha a questo proposito un valore particolarmente
significativo: in effetti, il senso di «comando» che pure è collegato a essa si
esprime formalmente attraverso la parola ebraica yomar, che traduce
l’operazione del Verbo divino nel primo capitolo della Genesi; torneremo
su questo punto tra poco.
347
Considerazioni sull’iniziazione
contenute allo stato potenziale e
«indistinto», e che è in tal modo la materia prima (in senso relativo,
ovverosia più esattamente e nei confronti della vera materia prima o
sostanza universale, la materia secunda di un particolare mondo)1
o il punto di partenza «sostanziale» della manifestazione di tale mondo, così
come il Fiat Lux ne è, da parte sua, il punto di partenza «essenziale».
In modo analogo, lo stato dell’essere prima dell’iniziazione costituisce la
sostanza «indistinta» di tutto quel che esso potrà diventare effettivamente in
seguito2, perché, come già abbiamo detto in precedenza,
l’iniziazione non può avere l’effetto di introdurre in lui possibilità che non
esistano in lui fin dall’inizio (ed è questa d’altronde la ragion d’essere
delle qualificazioni richieste come condizione preventiva), in modo non diverso
dal fatto che neppure il Fiat Lux cosmogonico è in grado di aggiungere
nulla alle possibilità del mondo per il quale è proferito; sennonché tali
possibilità vi si trovano ancora soltanto in uno stato «caotico e tenebroso»3,
e occorre l’«illuminazione» perché esse possano incominciare a ordinarsi e,
proprio a causa di ciò, a passare dalla potenza all’atto. È cosa che va ben
capita, in effetti, che questo passaggio non si effettua istantaneamente, ma
prosegue nel corso di tutto il lavoro iniziatico, analogamente al fatto che,
dal punto di vista «macrocosmico», esso prosegue durante tutto il corso del
ciclo di manifestazione del mondo considerato; il «cosmo», o «ordine», non
esiste ancora se non virtualmente in virtù del Fiat Lux iniziale (il
quale ‑ in sé e per sé ‑ deve essere concepito come avente carattere di
«intemporalità», perché precede lo svolgimento del ciclo di manifestazione e
non può quindi situarsi all’interno di quest’ultimo),
1 Cfr. Il Regno
della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. II
2 È la «pietra
grezza» (rough ashlar) del simbolismo massonico.
3 «Informe e
vuoto», secondo un’altra traduzione, però in fondo quasi equivalente, del tohû
va-bohû, che Fabre d’Olivet rende come «potenza contingente d’essere in una
potenza d’essere», espressione che di fatto caratterizza abbastanza bene
l’insieme delle possibilità particolari contenute e quasi avviluppate ‑ allo
stato potenziale ‑ nella potenzialità stessa di questo mondo (o stato di
esistenza) considerato nella sua integralità.
348
Su due motti iniziatici
e, del pari, l’iniziazione non è ancora se non
virtualmente compiuta in virtù della comunicazione dell’influenza spirituale
della quale la luce è in qualche modo il «supporto» rituale.
Le altre considerazioni che si possono ancora
dedurre dal motto Ordo ab Chao si riferiscono piuttosto al ruolo delle
organizzazioni iniziatiche verso il mondo esteriore: poiché ‑ come abbiamo
appena detto ‑ la realizzazione dell’«ordine», in quanto essa fa una sola cosa
con quella della stessa manifestazione nel campo di uno stato di esistenza qual
è il nostro mondo, prosegue in modo continuo fino all’esaurimento delle
possibilità che vi sono implicate (esaurimento in grazia del quale viene
raggiunto l’estremo confine a cui può spingersi la «misura» di questo mondo),
tutti gli esseri che sono in grado di prenderne coscienza devono, ciascuno al
suo posto e secondo le sue modalità proprie, concorrere effettivamente a tale
realizzazione, la quale è anche indicata come quella del «piano del Grande
Architetto dell’Universo», nell’ambito generale ed esteriore, mentre ‑ nello
stesso tempo ‑ ognuno di essi, in virtù del lavoro iniziatico vero e proprio,
realizza in se stesso, interiormente e in particolare, il piano che a
quest’ultimo corrisponde dal punto di vista «microcosmico». Si può capire
facilmente come tutto ciò sia ‑ in tutti gli ambiti ‑ suscettivo di
applicazioni diverse e molteplici; così, per quel che riguarda più specialmente
l’ordine sociale, ciò che è in questione qui potrà tradursi nella costituzione
di un’organizzazione tradizionale completa, sotto l’ispirazione delle
organizzazioni iniziatiche, le quali, costituendo la parte esoterica, saranno
in qualche modo lo «spirito» vero e proprio di tutto l’insieme di una simile
organizzazione sociale1; e quest’ultima rappresenta di fatto bene,
anche sotto il profilo exoterico, un vero «ordine», in opposizione al «caos»
rappresentato dallo stato puramente profano al quale corrisponde l’assenza di
una tale organizzazione.
1 È ciò che, in
collegamento con il motto di cui stiamo parlando, viene denominato nella
Massoneria scozzese «regno del Santo Impero», per un evidente ricordo della
costituzione dell’antica «Cristianità», intesa quale applicazione dell’«arte
regale» in una particolare forma tradizionale.
349
Considerazioni sull’iniziazione
Ricorderemo ancora, senza insistervi oltre
misura, un altro significato di carattere più particolare, il quale è
d’altronde legato in modo abbastanza diretto a quello da noi indicato in
ultimo, giacché si riferisce tutto sommato allo stesso ambito: tale significato
si riferisce all’utilizzazione, per farle concorrere alla realizzazione dello
stesso piano d’insieme, di organizzazioni esteriori, inconsapevoli come tali di
questo piano e apparentemente opposte le une alle altre, sotto una direzione
«invisibile» unica, la quale è ‑ essa ‑ al di là di tutte le opposizioni; a ciò
abbiamo già fatto accenno in precedenza, segnalando che la cosa aveva trovato
applicazione, in modo particolarmente preciso, nella tradizione
estremo-orientale. In se stesse, le opposizioni, a causa dell’azione disordinata
che generano, costituiscono di fatto una specie di «caos» per lo meno
apparente; sennonché si tratta precisamente di far servire proprio questo
«caos» (assumendolo in qualche modo come la «materia» su cui si esercita l’azione
dello «spirito» rappresentato dalle organizzazioni iniziatiche dalla natura più
elevata e più «interiore») alla realizzazione dell’«ordine» generale, così
come, nell’insieme del «cosmo», tutte le cose che sembrano opporsi tra di loro
non perciò perdono, infine, la loro reale natura di elementi dell’ordine
totale. Perché le cose siano veramente così, occorre che ciò che presiede
all’«ordine» adempia, nei confronti del mondo esteriore, la funzione di «motore
immobile»: questi, mantenendosi nel punto fisso che è il centro della «ruota
cosmica», è per ciò stesso il perno attorno al quale la ruota gira, la norma
sulla quale il suo movimento è regolato; ciò può esserlo solo perché non
partecipa al movimento, e tale è senza che debba intervenire appositamente,
perciò senza intromettersi in nessun modo nell’azione esteriore, la quale
appartiene nella sua integralità alla circonferenza della ruota1.
Tutto quel che è coinvolto nelle rotazioni di quest’ultima non può se non aver
la natura di modificazione
1 È questa la
definizione vera e propria dell’«attività non agente» della tradizione taoista,
ed è inoltre quella da noi denominata in precedenza una «azione di presenza».
350
Su due motti iniziatici
contingente che muta e passa; solo permane ciò
che, unito al Principio, si mantiene invariabilmente nel centro, immutabile
come il Principio stesso; e il centro ‑ che da nulla può essere influenzato
nella sua unità indifferenziata ‑ è il punto di partenza della molteplicità
indefinita di tali modificazioni, che costituiscono la manifestazione
universale; e nello stesso tempo è anche il punto a cui esse confluiscono,
giacché è nei suoi versi che esse tutte sono in definitiva ordinate, così come
le potenze di ogni essere sono necessariamente ordinate in vista della sua
reintegrazione finale nell’immutabilità principiale.
351
XLVII
«Verbum, Lux et Vita»
Abbiamo fatto testé allusione all’atto del
Verbo che produce quell’«illuminazione» che è all’origine di ogni
manifestazione, e che si ritrova analogicamente al punto di partenza del
processo iniziatico; questo ci porta, anche se la questione può sembrare un po’
fuori dell’argomento principale del nostro studio (ma, in virtù della
corrispondenza dei punti di vista «macrocosmico» e «microcosmico», si tratta in
realtà soltanto di un’apparenza), a segnalare la stretta connessione che
esiste, dal punto di vista cosmogonico, tra il suono e la luce, connessione
espressa in modo chiarissimo dall’associazione, o piuttosto dalla vera e
propria identificazione, istituita all’inizio del Vangelo di san Giovanni
tra i termini Verbum, Lux et Vita1. È noto che la tradizione
indù, la quale considera la «luminosità» (Taijasa) come la
caratteristica fondamentale dello stato sottile (e vedremo presto il rapporto
che c’è tra questo fatto e l’ultimo dei tre termini da noi ricordati), afferma
per altro verso la primordialità del suono (shabda) fra le qualità
sensibili, facendolo corrispondere all’etere (âkâsha) fra gli elementi;
questa affermazione, così come l’abbiamo enunciata, si riferisce in modo
immediato al mondo corporeo, ma è nello stesso tempo trasponibile anche in
1 Non è privo
d’interesse notare a tal proposito che, nelle organizzazioni massoniche che
hanno conservato più completamente le antiche forme rituali, la Bibbia
posta sull’altare deve essere aperta precisamente alla prima pagina del Vangelo
di san Giovanni.
352
«Verbum, Lux et Vita»
altri campi1, dal momento che in
realtà traduce soltanto, nei confronti di quel mondo corporeo che tutto sommato
non rappresenta se non un semplice caso particolare, il processo stesso della
manifestazione universale. Se si considera quest’ultima nella sua integralità,
tale affermazione diventa quella della produzione di tutte le cose in
qualsivoglia stato da parte del Verbo, o Parola divina, la quale è così
all’inizio o, per meglio dire (giacché si tratta di qualcosa di essenzialmente
«in temporale»), al principio di qualsiasi manifestazione2, il che è
anche espressamente indicato all’inizio della Genesi ebraica, nella
quale si vede, come già abbiamo detto, che la prima parola proferita, quale
punto di partenza della manifestazione, è il Fiat Lux da cui è
illuminato il caos delle possibilità; ciò evidenzia in modo preciso il rapporto
diretto che esiste, nell’ordine principiale, tra quelli che possono essere
denominati analogicamente il suono e la luce, vale a dire tra ciò di cui il
suono e la luce, nel senso ordinario delle due parole, sono le espressioni
rispettive nel nostro mondo.
A questo punto occorre fare un’osservazione
importante: il verbo amar, usato nel testo biblico, e abitualmente
tradotto con «dire», in realtà ha sia in ebraico sia in arabo il senso
principale di «comandare» o di «ordinare»; la Parola divina è l’«ordine» (amr)
in conseguenza del quale si effettua la creazione, vale a dire la produzione
della manifestazione universale, sia essa intesa nel suo insieme, sia in una
qualsiasi delle sue modalità3. Anche secondo la tradizione islamica
la prima creazione è quella della Luce (En-Nûr), la quale è detta min
amri-Llah, vale a dire procedente in modo immediato
1 Ciò discende
evidentemente dal fatto che la teoria su cui riposa la scienza dei mantra
(mantra-vidyâ) distingue diverse modalità dei suono: parâ o non
manifestato, pasbantî e vaikharî, che è la parola articolata;
soltanto quest’ultima si riferisce propriamente al suono come qualità
sensibile, appartenente alla sfera corporea.
2 Sono esattamente
le prime parole del Vangelo di San Giovanni: In principio erat Verbum.
3 Dobbiamo a questo
punto ricordare la connessione che esiste tra i due differenti sensi della
parola «ordine», da noi già menzionati in una nota precedente.
353
Considerazioni sull’iniziazione
dall’ordine o dal comando divino; e tale
creazione si situa, se così si può dire, in quel «mondo», cioè in quello stato
o grado di esistenza, che per tale ragione è denominato âlamul-amr, e
costituisce il mondo spirituale puro vero e proprio. In effetti, la Luce
intelligibile è l’essenza (dhât) dello «Spirito» (Er-Rûh), e
quest’ultimo, quand’è inteso in senso universale, si identifica con la Luce
stessa; è per questa ragione che le espressioni En-Nûr el-Muhammadî e Er-Rûh
el-muhammadiyah sono equivalenti, poiché sia l’una sia l’altra indicano la
forma principiale e totale dell’«Uomo Universale»1, il quale è awwalu
khalqi’Llah, «il primo della creazione divina». È il vero «Cuore del
Mondo». la cui espansione produce la manifestazione di tutti gli esseri, mentre
la sua contrazione li riconduce infine nel loro Principio2; e in tal
modo esso è «il primo e l’ultimo» (el-awwal wa el-akher) in rapporto
alla creazione, così come Allah stesso è «il Primo e l’Ultimo» in senso
assoluto3. «Cuore dei cuori e Spirito degli spiriti» (Qalbul-qulûbi
wa Rûhul-arwâh), è nel suo seno che si differenziano gli «spiriti»
particolari, gli angeli (el-malâikah) e gli «spiriti separati» (el-arwak
el mujarradah), i quali sono perciò formati dalla Luce primordiale come
loro unica essenza, senza mescolanza con gli elementi che rappresentano le
condizioni determinanti dei gradi inferiori dell’esistenza4.
1 Si veda Le Symbolisme de la Croix,
p. 58.
2 Il simbolismo del
doppio movimento del cuore deve essere in questo caso considerato equivalente a
quello, ben conosciuto in particolare nella tradizione indù, delle due fasi
inverse e complementari della respirazione; in entrambi i casi si tratta sempre
di un’espansione e di una contrazione alternate, le quali corrispondono inoltre
ai due termini coagula e solve dell’ermetismo, ma a condizione di
far ben attenzione a osservare che le due fasi devono venir prese in senso
inverso a seconda che le cose siano considerate in rapporto al principio o in
rapporto alla manifestazione, perché è l’espansione principiale che determina
la «coagulazione» del manifestato, e la contrazione principiale che ne
determina la «soluzione».
3 Tutto quel che
diciamo qui ha anche un rapporto con il ruolo di Metatron nella Kabbala
ebraica.
4 È facile
constatare che ciò di cui stiamo trattando in questo punto può essere
identificato con la sfera della manifestazione sovraindividuale.
354
«Verbum, Lux et Vita»
Se ora passiamo a considerare più in
particolare il nostro mondo, vale a dire il grado di esistenza a cui appartiene
lo stato umano (inteso qui nella sua integralità, e non limitatamente alla sua
sola modalità corporea), dobbiamo trovarvi, come «centro», un principio che
corrisponda a questo «Cuore universale» e che in qualche modo non ne sia se non
la specificazione in rapporto allo stato in questione. È questo il principio
che la tradizione indù chiama Hiranyagarbha: esso è un aspetto di Brahmâ,
cioè del Verbo produttore della manifestazione1, e, nello stesso
tempo, è anche «Luce», come indica la denominazione di taijasa
attribuita allo stato sottile che costituisce il suo «mondo» proprio, del quale
esso contiene essenzialmente in sé tutte le possibilità2. Qui
troviamo il terzo dei termini da noi menzionati al principio: questa luce
cosmica, per gli esseri che si manifestano in tale sfera, e in conformità con
le loro condizioni particolari di esistenza, appare come «Vita»; Et Vita
erat Lux hominum, dice, esattamente in questo senso, il Vangelo di san
Giovanni. Hiranyagarbha è perciò, sotto questo aspetto, il
«principio vitale» di tutto questo mondo, ed è per tale motivo che viene
chiamato jîva-ghana, perché ogni vita è principialmente sintetizzata in
esso; la parola ghana sta a indicare che si ritrova qui nella forma
«globale» di cui dicevamo prima a proposito della Luce primordiale, di modo che
la «vita» vi appare come un’immagine o una riflessione dello «Spirito» a un
certo livello di manifestazione3; questa stessa forma è anche la
forma
1 Questi è
«produttore» nei confronti del nostro mondo, ma nello stesso tempo è esso
stesso «prodotto» nei confronti del Principio supremo, e questa è la ragione
per cui è anche chiamato Karya-Brahma.
2 Si veda L’Uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. XIV. Nello stesso nome Hiranyagarbha
è chiaramente indicata tale natura luminosa, giacché la luce è simboleggiata
dall’oro (hiranya), il quale è esso stesso «luce minerale», e
corrisponde, fra i metalli, al sole fra i pianeti; è inoltre noto che il sole è
anche, nel simbolismo di tutte le tradizioni, una delle raffigurazioni del
«Cuore del Mondo».
3 Questa
considerazione può aiutare a definire i rapporti tra lo «spirito» (er-rûh)
e l’«anima» (en-nefs); quest’ultima è propriamente il «principio vitale»
di ogni essere particolare.
355
Considerazioni sull’iniziazione
dell’«Uovo del Mondo» (Brahmânda), di
cui Hiranyagarbha è, secondo il significato del suo nome, il «germe»
vivificatore1. In un certo stato, corrispondente a quella prima
modalità sottile dell’ordine umano che costituisce propriamente il mondo di Hiranyagarbha
(ma, beninteso, senza che ancora ci sia identificazione con il «centro» vero e
proprio)2, l’essere si sente come un’onda dell’«Oceano primordiale»3,
senza che sia possibile dire se quest’onda è una vibrazione sonora o un’onda
luminosa; in realtà essa è sia l’una che l’altra, indissolubilmente unite in
principio, di là da ogni differenziazione, differenziazione che si produce
soltanto in uno stadio ulteriore nello sviluppo della manifestazione. Qui
parliamo ovviamente per analogia, giacché è evidente che nello stato sottile
non si può trattare del suono e della luce in senso ordinario ‑ vale a dire
intendendo l’uno e l’altra come qualità sensibili ‑ ma soltanto di ciò da cui
l’uno e l’altra procedono rispettivamente; d’altra parte, la vibrazione o
ondulazione, nella sua accezione letterale, altro non è che un movimento che,
in quanto tale, implica necessariamente le condizioni di spazio e di tempo che
sono proprie della sfera dell’esistenza corporea; tuttavia l’analogia non è con
ciò meno esatta, anzi essa è qui l’unico modo possibile di espressione.
Lo stato in questione è quindi in relazione
diretta con il principio della Vita, nel senso più universale in cui si possa
considerarlo4; di ciò si trova quasi un’immagine nelle principali
manifestazioni della stessa vita organica, quelle ‑ cioè ‑ che
1 Si confronti Il
Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. XX.
2 Lo stato in
questione è quello che la terminologia dell’esoterismo islamico indica con la
parola hâl, mentre lo stato che corrisponde all’identificazione con il
centro è propriamente un maqâm.
3 Conformemente al
simbolismo generale delle Acque, l’«Oceano» (in sanscrito samudra)
rappresenta l’insieme delle possibilità contenute in un certo stato di
esistenza; ogni onda corrisponde perciò, in tale insieme, alla determinazione
di una possibilità particolare.
4 Nella tradizione
islamica ciò si riferisce in modo più specifico all’aspetto o attributo
espresso dal nome divino El-Hayy, che in genere viene tradotto come «il
Vivente», ma che si potrebbe rendere molto più esattamente come «il
Vivificatore».
356
«Verbum, Lux et Vita»
sono propriamente indispensabili alla sua
conservazione, vale a dire nelle pulsazioni del cuore e nei movimenti alternati
della respirazione; ed è questo il vero fondamento delle molteplici
applicazioni della «scienza del ritmo», il cui ruolo è estremamente importante
nella maggior parte dei metodi di realizzazione iniziatica. Tale scienza
comprende naturalmente la mantra‑vidyâ, la quale corrisponde in questo
caso all’aspetto «sonico»1; per altro, dal momento che l’aspetto
«luminoso» appare più particolarmente nelle nâdî della «forma sottile» (sukshma-sharîra)2,
si può vedere senza difficoltà il rapporto di tutto questo con la doppia natura
luminosa (jyotirmayî) e sonora (shabdamayî o mantramayî)
che la tradizione indù attribuisce a Kundalinî, la forza cosmica che, in
quanto specialmente residente nell’essere umano, agisce in esso come «forza
vitale»3. Ritroviamo dunque sempre i tre termini Verbum, Lux et
Vita non separabili l’uno dall’altro, al principio stesso dello stato
umano; e, su questo punto così come su tanti altri, possiamo constatare il
perfetto accordo delle differenti dottrine tradizionali, le quali altro non
sono in realtà che espressioni diverse della Verità una.
1 È ovvio che
questo non si applica esclusivamente ai mantra della tradizione indù, ma
anche a quel che vi corrisponde in altre tradizioni, per esempio al dhikr
della tradizione islamica; si tratta, in linea assolutamente generale, dei
simboli sonori che sono assunti ritualmente quali «supporti» sensibili
dell’«incantazione» intesa nel senso da noi spiegato in precedenza.
2 Si veda L’Uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta, capp. XIV e XXI.
3 Poiché Kundalinî
è rappresentata simbolicamente come un serpente arrotolato su se stesso in
forma di anello (kundala), si potrebbe qui ricordare lo stretto rapporto
che spesso esiste, nel simbolismo tradizionale, tra il serpente e l’«Uovo del
Mondo», a cui alludevamo poco fa trattando di Hiranyagarbha: è così che,
secondo gli antichi Egizi, Kneph, sotto forma di serpente, produce
l’«Uovo del Mondo» dalla bocca (il che comporta un’allusione al ruolo
essenziale del Verbo in quanto produttore della manifestazione); ricorderemo
anche il simbolo equivalente dell’«uovo di serpente» dei Druidi, il quale era
rappresentato dal riccio di mare fossile.
357
XLVIII
La nascita dell’Avatâra
L’accostamento da noi indicato tra il
simbolismo del cuore e quello dell’«Uovo del Mondo» ci porta a segnalare
ancora, in merito alla «seconda nascita», un aspetto diverso da quello secondo
il quale l’abbiamo preso in esame in precedenza: questo aspetto è quello che la
presenta come la nascita di un principio spirituale al centro
dell’individualità umana, centro che ‑ com’è noto ‑ è precisamente raffigurato
dal cuore. Se è vero che tale principio risiede sempre di fatto nel centro di
ogni essere1, in un caso come quello dell’uomo comune esso vi è però
contenuto in un modo tutto sommato latente, e quando si parla di «nascita» si
intende propriamente il punto di partenza di uno sviluppo effettivo; e in
effetti è proprio tale punto di partenza che è determinato, o per lo meno reso
possibile, dall’iniziazione. In un dato senso l’influsso spirituale che è
trasmesso da quest’ultima si identificherà perciò al principio stesso di cui è
questione; in un altro senso, e se si tiene conto della preesistenza di questo
principio nell’essere, si potrà dire che essa ha come effetto di «vivificarlo»
(non in sé e per sé, sia ben inteso, ma nei confronti dell’essere nel quale
risiede), vale a dire, in definitiva, di rendere «attuale» la sua presenza, la
quale non era inizialmente se non potenziale; e, a ogni buon conto, è evidente
che il simbolismo della nascita può applicarsi in ugual modo sia nell’uno sia
nell’altro caso. Ora, occorre ben comprendere che, in
1 Cfr. L’Uomo e
il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. III.
358
La nascita dell’Avatâra
virtù dell’analogia costitutiva del
«macrocosmo» e del «microcosmo», ciò che è contenuto nell’«Uovo del Mondo» (e
non è quasi necessario sottolineare l’evidente rapporto che c’è tra l’uovo e la
nascita, ovvero l’inizio dello sviluppo di un essere) è realmente identico a
ciò che è pure contenuto simbolicamente nel cuore1: si tratta di
quel «germe» spirituale che, nella sfera macrocosmica è ‑ come già abbiamo
detto ‑ indicato dalla tradizione indù come Hiranyagarbha; e tale
«germe», nei confronti del mondo al cui centro è situato, è propriamente l’Avatâra
primordiale2. Ora, il luogo della nascita dell’Avatâra, così
come quello di ciò che a esso corrisponde dal punto di vista «microcosmico», è
rappresentato precisamente dal cuore, identificato anche ‑ sotto questo
rapporto ‑ con la «caverna», il cui simbolismo iniziatico si presterebbe a
sviluppi che qui non possiamo pensare di affrontare; è quanto indicano
chiaramente testi come il seguente: «Sappi che questo Agni, che è il
fondamento del mondo eterno (principiale), e attraverso il quale quest’ultimo
può essere raggiunto, è nascosto nella caverna (del cuore)»3. Si
potrebbe forse obiettare che, qui come del resto in molti altri casi, l’Avatâra
è indicato come Agni, mentre altrove viene detto che è Brahmâ ad
avvilupparsi nell’«Uovo del Mondo», denominato per tale ragione Brahmânda,
per nascervi come Hiranyagarbha; ma, al di là del fatto che i differenti
nomi
1 Un altro simbolo
che a tal proposito ha con il cuore una relazione simile a quella dell’uovo è
il frutto, nel cui centro si trova parimenti il germe che rappresenta ciò di
cui qui si tratta; kabbalisticamente questo germe viene raffigurato con la
lettera iod, la quale è, nell’alfabeto ebraico, il principio di tutte le
altre lettere.
2 Non si tratta qui
degli Avatâra particolari che si manifestano nel corso dei diversi
periodi ciclici, ma di quello che è in realtà, e fin dall’inizio, il principio
stesso di tutti gli Avatâra, così come, dal punto di vista della
tradizione islamica, Er-Rûh el-muhammadiyah è il principio di
tutte le manifestazioni profetiche, e, come questo principio, è all’origine
stessa della creazione. Ricorderemo che il termine Avatâra esprime
precisamente la «discesa» di un principio nella sfera della manifestazione, e
altresì ‑ d’altronde ‑ che il nome di «germe» è attribuito al Messia in
numerosi testi biblici.
3 Katha
Upanishad, I Vallî, shruti 14.
359
Considerazioni sull’iniziazione
in realtà non indicano se non diversi aspetti
o attributi divini, i quali sono sempre necessariamente in rapporto gli uni con
gli altri, e non sono affatto delle «entità» separate, è il caso di ricordarsi
più particolarmente che Hiranyagarbha viene caratterizzato come un
principio di natura luminosa, e perciò ignea1, il che lo apparenta
in verità specificamente ad Agni stesso2.
Per passare da qui all’applicazione
«microcosmica» è sufficiente che si ricordi l’analogia esistente tra il pinda,
embrione sottile dell’essere individuale, e il Brahmânda o «Uovo del
Mondo»3; e d’altra parte tale pinda ‑ in quanto «germe»
permanente e indistruttibile dell’essere ‑ si identifica secondo un altro
rapporto con il «nocciolo di immortalità», il quale viene chiamato luz
nella tradizione ebraica4. Vero è che, in generale, la
«localizzazione» del luz non è indicata nel cuore, o, per lo meno, che la
sua localizzazione nel cuore è soltanto una di quelle di cui esso è capace,
nella sua corrispondenza con l’organismo corporeo, e non si riferisce al caso
più abituale; sennonché essa è nondimeno, fra le altre, la «localizzazione»
esattamente corrispondente al «luogo» in cui il luz è in immediata
relazione con la «seconda nascita». Di fatto, queste «localizzazioni» ‑ le
quali sono altresì in rapporto con la dottrina indù dei ckakra o centri
sottili dell’essere umano ‑ si riferiscono ad altrettante condizioni di
quest’ultimo o fasi del suo sviluppo spirituale, le quali sono le fasi stesse
dell’iniziazione effettiva: alla base della colonna vertebrale, è lo stato di
«sonno» in cui si trova il luz nell’uomo comune; nel cuore, è la fase
iniziale della sua «germinazione», che è propriamente la «seconda nascita»;
all’occhio
1 Il fuoco (Tejas)
contiene in sé i due aspetti complementari di luce e di calore.
2 È questa la
ragione, aggiunta d’altronde alla posizione «centrale» di Hiranyagarbha,
che lo fa assimilare simbolicamente al sole.
3 Yathâ pinda
tathâ Brahmânda (Cfr. L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta,
pp. 93 e 124).
4 Cfr. Il Re del
Mondo, pp. 74-7. Si può anche osservare che l’assimilazione della «seconda
nascita» ad una «germinazione» del luz ricorda chiaramente la
descrizione taoista del processo iniziatico come «endogenia dell’immortale».
360
La nascita dell’Avatâra
frontale, è la perfezione dello stato umano,
vale a dire la reintegrazione nello «stato primordiale»; finalmente, alla
corona del capo, è il passaggio agli stati sovraindividuali, che deve condurre
infine fino all’«Identità Suprema».
Non potremmo dilungarci di più sull’argomento
senza entrare in considerazioni che, riferendosi all’esame particolareggiato di
taluni simboli speciali, il loro posto più adatto lo troverebbero in altri
studi, poiché qui abbiamo voluto contenerci a un punto di vista più generale, e
tali simboli non li abbiamo presi in considerazione ‑ nella misura in cui era
necessario ‑ se non a titolo di esempi o di «illustrazioni». Ci accontenteremo
perciò di aver indicato brevemente, per terminare, che l’iniziazione, in quanto
«seconda nascita», in fondo non è altro se non l’«attualizzazione» ‑
nell’essere umano ‑ di quello stesso principio che, nella manifestazione
universale, assume l’apparenza dell’«Avatâra».
361
Indice
Prefazione 7
I
Via iniziatica e via mistica 13
II
Magia e misticismo 20
III
Errori diversi riguardo all’iniziazione 25
IV
Sulle condizioni dell’iniziazione 31
V
Sulla regolarità iniziatica 39
VI
Sintesi e sincretismo 49
VII
Contro la commistione delle forme tradizionali 55
VIII
Sulla trasmissione iniziatica 61
IX
Tradizione e trasmissione 71
X
Sui centri iniziatici 76
XI
Organizzazioni iniziatiche e sette religiose 84
XII
Organizzazioni iniziatiche e società segrete 91
XIII
Del segreto iniziatico 106
XIV
Sulle qualificazioni iniziatiche 114
XV Sui
riti iniziatici 130
XVI Il
rito e il simbolo 137
XVII
Miti, misteri e simboli 143
XVIII
Simbolismo e filosofia 153
XIX
Riti e cerimonie 161
XX A
proposito di «magia cerimoniale» 168
XXI Sui
cosiddetti «poteri» psichici 175
XXII Il
rifiuto dei «poteri» 182
XXIII
Sacramenti e riti iniziatici 188
Indice
XXIV La
preghiera e l’incantazione 196
XXV
Sulle prove iniziatiche 205
XXVI Sulla
morte iniziatica 212
XXVII Nomi
profani e nomi iniziatici 217
XXVIII Il
simbolismo del teatro 224
XXIX
«Operativo» e «speculativo» 229
XXX
Iniziazione effettiva e iniziazione virtuale 236
XXXI
Sull’insegnamento iniziatico 241
XXXII I
limiti del mentale 250
XXXIII
Conoscenza iniziatica e «cultura» profana 257
XXXIV
Mentalità scolastica e pseudo-iniziazione 263
XXXV
Iniziazione e «passività» 270
XXXVI
Iniziazione e «servizio» 278
XXXVII
Il dono delle lingue 283
XXXVIII Rosa-Croce e Rosacrociani 289
XXXIX
Grandi misteri e piccoli misteri 297
XL
Iniziazione sacerdotale e iniziazione regale 303
XLI
Qualche considerazione sull’ermetismo 309
XLII
Trasmutazione e trasformazione 319
XLIII
Sulla nozione dell’élite 325
XLIV
Sulla gerarchia iniziatica 331
XLV
Sull’infallibilità tradizionale 338
XLI Su
due motti iniziatici 346
XLVII «Verbum, lux et vita» 352
XLVIII La
nascita dell’Avatâra 358
LUNI EDITRICE
Titolo originale
Aperçus sur l’Initiation
Traduzione di
Pietro Nutrizio
© 1990 Ayants-droit René Guénon
© 1996 Luni Editrice – Milano, Trento
ISBN 88-7984-037-1
Finito di stampare il 24 aprile 1996
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