6 - L'UOMO E IL SUO DIVENIRE SECONDO IL VEDANTA - René Guénon
Indice
Premessa 11
1. Generalità
sul Vêdânta 15
2. Distinzione
fondamentale fra il « Sé» e l’«io» 27
3. Il
centro vitale dell’essere umano, dimora di Brahma 35
4. Purusha
e Prakriti 43
5. Purusha
inalterato dalle modificazioni individuali 49
6. I
gradi della manifestazione individuale 53
7. Buddhi
o l’intelletto superiore 59
8. Manas
o il senso interno; le dieci facoltà esterne di sensazione
e di azione 63
9. Gli
involucri del «Sé»; i cinque vâyu o funzioni vitali 69
10. Unità
e identità essenziali del «Sé» in tutti gli stati dell’essere 73
11. Le
differenti condizioni di Âtmâ nell’essere umano 79
12. Lo
stato di veglia o la condizione di Vaishwânara 83
13. Lo
stato di sogno o la condizione di Taijasa 89
14. Lo
stato di sonno profondo o la condizione di Prâjna 95
15. Lo
stato incondizionato di Âtmâ 101
16. Rappresentazione
simbolica di Âtmâ e delle sue condizioni mediante
il monosillabo sacro Om 107
17. L’evoluzione
postuma dell’essere umano 111
18. Il
riassorbimento delle facoltà individuali 117
19. Differenza
delle condizioni postume secondo i gradi della Conoscenza 123
20. L’arteria
coronale e il «raggio solare» 129
21. Il
«viaggio divino» dell’essere in via di liberazione 135
22. La
liberazione finale 147
23. Vidêha-mukti
e jîvan-mukti 153
24. Lo
stato spirituale dello Yogî: l’«Identità Suprema» 161
Indice dei termini sanscriti 165
L’uomo e il suo divenire
secondo il Vêdânta
Premessa
Nelle nostre opere precedenti abbiamo a più
riprese annunciato l’intenzione di pubblicare una serie di studi nei quali ci
sarebbe stato possibile, secondo i casi, o esporre direttamente taluni aspetti
delle dottrine metafisiche dell’Oriente, o adattare queste stesse dottrine nel
modo che ci fosse apparso più intelligibile e proficuo, sempre però restando
rigorosamente fedeli al loro spirito. Il presente lavoro costituisce il primo
di questi studi: in esso, per ragioni che abbiamo già avuto occasione di spiegare,
assumiamo come punto di vista centrale quello delle dottrine indù, e
specialmente del Vêdânta, che è il ramo più puramente metafisico di tali
dottrine; va però chiarito che ciò non ci impedirà di fare, ogni qual volta ci
parrà opportuno, confronti e paragoni con altre teorie, qualunque ne sia la
provenienza, e, in particolare, che faremo anche ricorso agli insegnamenti
degli altri rami ortodossi della dottrina indù, nella misura in cui vengono, su
certi punti, a precisare e a completare quelli del Vêdânta. Non sarebbe
logico rimproverarci questo modo di procedere, dato che le nostre intenzioni
non sono affatto quelle di uno storico: teniamo a ribadire ancora
espressamente, a questo proposito, che vogliamo fare opera di comprensione, non
di erudizione, e che ciò che esclusivamente ci interessa è la verità delle
idee. Se dunque abbiamo ritenuto opportuno fornire qui riferimenti precisi, è
per motivi che non hanno niente a che vedere con le preoccupazioni particolari
degli orientalisti; con ciò abbiamo soltanto voluto dimostrare che non
inventiamo nulla e che le idee da noi esposte hanno davvero un’origine
tradizionale, e al tempo stesso fornire il mezzo, a coloro che ne fossero
capaci, di riferirsi ai testi, nei quali potranno trovare indicazioni complementari,
poiché va da sé che non abbiamo la pretesa di offrire una trattazione
esauriente, nemmeno di un punto determinato della dottrina.
Una trattazione complessiva, del resto, è
assolutamente impossibile: sarebbe un lavoro interminabile, oppure
richiederebbe una formulazione così sintetica da risultare perfettamente
incomprensibile a mentalità occidentali. Inoltre, sarebbe difficilissimo
evitare, in un’opera di questo genere, una parvenza di sistematizzazione che è
incompatibile con i caratteri essenziali delle dottrine metafisiche; per quanto
solo una parvenza, essa sarebbe lo stesso, inevitabilmente, causa di errori
estremamente gravi, tanto più che gli Occidentali, per le loro abitudini
12 Premessa
mentali, sono fin
troppo inclini a scorgere «sistemi» anche là dove non ve ne possono essere. È
importante non dare il minimo appiglio a queste assimilazioni ingiustificate
cui sono usi gli orientalisti; e meglio sarebbe astenersi dall’esporre una
dottrina piuttosto che contribuire a snaturarla, fosse pure per semplice
inavvedutezza. Fortunatamente, però, esiste un mezzo per sfuggire al suddetto
inconveniente: basta trattare, in una stessa esposizione, soltanto un punto o
un aspetto più o meno definito della dottrina, salvo prendere poi altri punti
per farne l’oggetto di altrettanti studi distinti. D’altronde, questi lavori
non rischieranno mai di diventare ciò che gli eruditi e gli «specialisti»
chiamano «monografie», poiché i principi fondamentali non saranno mai perduti
di vista e, quanto ai punti secondari, essi vi dovranno comparire soltanto come
applicazioni dirette o indirette di questi principi da cui tutto deriva:
nell’ordine metafisico, che si riferisce alla sfera dell’Universale, non può
esserci il minimo posto per la «specializzazione».
È facile ora comprendere perché facciamo
oggetto del presente studio solamente quanto concerne la natura e la
costituzione dell’essere umano: per rendere intelligibile quel che abbiamo da
dire al riguardo dovremo necessariamente affrontare altri punti che, a prima
vista, possono sembrare estranei all’argomento, mentre è sempre in rapporto a
esso che li prenderemo in esame. I principi hanno, di per sé, una portata che
supera immensamente ogni loro applicazione possibile; ma non per questo è meno
legittimo esporli, per quanto è possibile, relativamente a tale o talaltra
applicazione, anzi, è un procedimento che, sotto vari punti di vista, offre
molti vantaggi. D’altra parte, una questione può dirsi trattata metafisicamente
solo nella misura in cui viene ricollegata ai principi; non bisogna mai
dimenticarlo, se si vuol fare della vera metafisica e non della
«pseudo-metafisica» alla maniera dei filosofi europei.
Se abbiamo deciso di esporre in primo luogo le
questioni relative all’essere umano, non è perché abbiano, dal punto di vista
puramente metafisico, un’importanza eccezionale, poiché, essendo questo punto
di vista essenzialmente libero da tutte le contingenze, il caso dell’uomo non
vi appare mai come un caso privilegiato; cominciamo da esse perché tali
questioni si sono già presentate durante i nostri lavori precedenti, che
richiedevano, sotto questo riguardo, un supplemento che si troverà nella
presente opera. L’ordine che adotteremo per gli studi che seguiranno dipenderà
ugualmente dalle circostanze e sarà, in larga misura, determinato da
considerazioni di opportunità; abbiamo reputato utile dirlo sin d’ora, affinché
nessuno sia tentato di scorgervi una specie di ordine gerarchico quanto
all’importanza degli argomenti o alla loro dipendenza; significherebbe
Premessa 13
attribuirci
un’intenzione che non abbiamo, ma sappiamo fin troppo bene con quanta facilità
si producano equivoci di questo genere e perciò ci sforzeremo di prevenirli
ogni qual volta sarà nelle nostre possibilità.
C’è ancora un punto che ci sta troppo a cuore
per passarlo sotto silenzio in queste osservazioni preliminari, un punto su
cui, tuttavia, pensavamo in un primo momento di esserci sufficientemente
spiegati in precedenti occasioni; ci siamo invece accorti che non tutti
l’avevano ben capito; occorre dunque insistervi di più. Il punto è il seguente:
la conoscenza vera, a cui esclusivamente miriamo, non ha che pochissimi
rapporti, posto che ne abbia, con il sapere «profano»; gli studi che lo
compongono non sono in alcuna misura né ad alcun titolo una preparazione, sia
pure lontana, per accostarsi alla «Scienza sacra», anzi, talvolta sono al
contrario un ostacolo, data la deformazione mentale, spesso irrimediabile, che
è la conseguenza più comune di una certa educazione. Per dottrine come quelle
che esponiamo, uno studio cominciato «dall’esterno» non può essere di alcun
profitto; l’abbiamo già detto, non si tratta di storia e nemmeno di filologia o
di letteratura; e aggiungiamo ancora, a rischio di ripeterci in un modo che
alcuni troveranno forse fastidioso, che non si tratta neppure di filosofia.
Tutte queste cose, infatti, fanno ugualmente parte di quel sapere che chiamiamo
«profano» o «esteriore», non per disprezzo, ma perché in realtà non è che
questo; riteniamo di non doverci preoccupare di piacere agli uni o dispiacere
agli altri, ma solo di dire le cose come sono e di attribuire a ogni cosa il
nome e il posto che normalmente le convengono. La «Scienza sacra» è stata
odiosamente parodiata, nell’Occidente moderno, da impostori più o meno
coscienti, ma non per questo bisogna astenersi dal parlarne e dare
l’impressione, se non di negarla, per lo meno d’ignorarla; al contrario, noi
affermiamo apertamente, non soltanto che esiste, ma che abbiamo l’intenzione di
occuparcene esclusivamente. Coloro che vorranno riferirsi a quello che abbiamo
detto altrove sulle stravaganze degli occultisti e dei teosofisti
comprenderanno immediatamente che ciò di cui si tratta è tutt’altra cosa e che
anche queste persone non sono ai nostri occhi che semplici «profani», anzi, dei
«profani» che aggravano singolarmente la loro posizione cercando di farsi
passare per quello che non sono affatto, e questa, d’altro canto, è una delle
ragioni principali per cui giudichiamo necessario mostrare l’inanità delle loro
pretese dottrine ogni qual volta se ne presenti l’occasione.
Quello che abbiamo detto deve anche far capire
che le dottrine di cui ci proponiamo di parlare eludono, per la loro stessa
natura, ogni tentativo di «volgarizzazione»; sarebbe ridicolo voler «mettere
alla portata di tutti», come tanto spesso si dice
14 Premessa
nella nostra epoca,
concezioni che non possono essere destinate che a una élite, e cercare
di farlo sarebbe il modo più sicuro per deformarle. Abbiamo altrove spiegato
quello che intendiamo per élite intellettuale, quale sarà la sua
funzione se riuscirà un giorno a costituirsi in Occidente, e come lo studio
reale e approfondito delle dottrine orientali sia indispensabile per prepararne
la formazione. In vista di un simile lavoro, i cui risultati si faranno
indubbiamente sentire solo a lunga scadenza, crediamo di dover esporre certe
idee per coloro che sono capaci di assimilarle, senza mai fare subire a esse
alcuna di quelle modificazioni e semplificazioni, tipiche dei «volgarizzatori»,
che si opporrebbero direttamente allo scopo che ci proponiamo. Infatti, non è
la dottrina che deve abbassarsi e restringersi per il limitato intelletto del
volgo; sono invece quelli che lo possono che devono elevarsi alla comprensione
della dottrina nella sua purezza integrale, ed è solo in tal modo che può
formarsi una vera élite intellettuale. Fra quelli che ricevono uno
stesso insegnamento, ognuno lo capisce e l’assimila più o meno completamente,
più o meno profondamente, secondo le proprie capacità intellettuali: così si
opera naturalmente la selezione senza la quale non può esistere una vera
gerarchia. Abbiamo già detto queste cose, ma era necessario ricordarle prima di
intraprendere una esposizione propriamente dottrinale; quanto più esse sono
estranee alla mentalità occidentale attuale, tanto meno è inutile ripeterle
insistentemente.
1. Generalità sul Vêdânta
Il Vêdânta, contrariamente alle opinioni
più generalmente in voga fra gli orientalisti, non è una filosofia, né una
religione, né qualche cosa che partecipa più o meno dell’una e dell’altra. È un
errore gravissimo voler considerare questa dottrina sotto tali aspetti, e vuol
dire condannarsi fin da principio a non capire niente; questo significa infatti
mostrarsi completamente estranei alla vera natura del pensiero orientale, i cui
modi sono affatto diversi da quelli del pensiero occidentale, né si lasciano racchiudere
negli stessi schemi. Abbiamo già spiegato in un lavoro precedente che la
religione, se si vuol conservare a questa parola il suo senso proprio, è cosa
del tutto occidentale; non si può applicare lo stesso termine a dottrine
orientali senza estenderne indebitamente il significato, a tal punto che
diventa allora del tutto impossibile darne una definizione appena un poco
precisa. Quanto alla filosofia, anch’essa rappresenta un punto di vista
esclusivamente occidentale, e d’altra parte molto più esteriore di quello
religioso, dunque ancora più lontano da ciò di cui presentemente si tratta;
come abbiamo detto sopra, è un genere di conoscenza essenzialmente «profano»,1
anche quando non è puramente illusorio; inoltre, soprattutto se consideriamo
che cos’è la filosofia nei tempi moderni, non possiamo fare a meno di pensare
che la sua assenza in una civiltà non sia poi particolarmente deplorevole. In
un recente libro, un orientalista affermava che «la filosofia è dappertutto
filosofia», il che apre la porta a tutte le assimilazioni, comprese quelle
contro cui egli stesso protestava, peraltro molto giustamente; ciò che noi
contestiamo è proprio questo, che dappertutto vi sia della filosofia; e ci
rifiutiamo, di considerare «pensiero universale», secondo l’espressione dello
stesso autore, ciò che in realtà è solo una modalità di pensiero del tutto
particolare. Un altro storico delle dottrine orientali, pur riconoscendo in via
di principio l’insufficienza e l’inesattezza delle etichette occidentali che si
pretende di imporre a tali dottrine, dichiarava che malgrado tutto non vedeva
alcun modo per evitarle, e ne faceva un uso non meno largo dei suoi
predecessori; la cosa ci è sembrata tanto più sorprendente in quanto, per
1. Vi sarebbe da fare un’eccezione soltanto per un
significato molto particolare della parola filosofia, quello di «filosofia
ermetica»; è evidente che non è questo significato, del resto quasi sconosciuto
ai moderni, che abbiamo in mente ora.
16 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
quel che ci concerne,
non abbiamo mai sentito il minimo bisogno di ricorrere a quella terminologia
filosofica che, anche se non fosse applicata a sproposito, come lo è sempre in
simili casi, presenterebbe comunque l’inconveniente di essere abbastanza ripugnante
e inutilmente complicata. Ma non vogliamo entrare nelle discussioni alle quali
tutto ciò potrebbe dar luogo; ci preme soltanto dimostrare, con questi esempi,
quanto sia difficile per alcuni sfuggire agli schemi «classici» in cui
l’educazione occidentale ha fin da principio costretto il loro pensiero.
Per ritornare al Vêdânta, diremo che, in
realtà, bisogna scorgervi una dottrina puramente metafisica, aperta a
possibilità di concezione veramente illimitate, e che, come tale, non può
affatto accontentarsi dei confini più o meno angusti di un qualunque sistema.
V’è dunque sotto questo aspetto, e senza neppure spingersi più oltre, una
differenza profonda e irriducibile, una differenza di principio rispetto a
tutto ciò cui gli Europei danno il nome di filosofia. Infatti, l’ambizione
riconosciuta di tutte le concezioni filosofiche, soprattutto nei moderni, che
spingono all’estremo la tendenza individualista e la ricerca dell’originalità a
ogni costo che ne è la conseguenza, è precisamente di costituirsi in sistemi
definiti, compiuti, vale a dire essenzialmente relativi e limitati da ogni
parte; in fondo, un sistema non è altro che una concezione chiusa, i cui limiti
più o meno angusti sono naturalmente determinati dall’«orizzonte mentale» del
suo autore. Ora, ogni sistematizzazione è assolutamente impossibile per la
metafisica pura, che in realtà considera inesistente tutto ciò che appartiene
all’ambito individuale, ed è svincolata da ogni relatività e da tutte le
contingenze filosofiche o di altro genere, ed è tale di necessità, perché la
metafisica è essenzialmente la conoscenza dell’Universale, e una conoscenza di
questo tipo non può lasciarsi racchiudere in alcuna formula, per quanto
comprensiva.
Le varie concezioni metafisiche e cosmologiche
dell’India non sono, a rigore, dottrine differenti, ma soltanto sviluppi,
secondo certi punti di vista e in direzioni diverse ma per nulla incompatibili,
di una sola dottrina. Del resto, il vocabolo sanscrito darshana, che
designa ciascuna di queste concezioni, significa propriamente «visione» o
«punto di vista», poiché la radice verbale drish, da cui deriva, ha per
senso principale quello di «vedere»; non può dunque in alcun modo significare
«sistema», e se gli orientalisti attribuiscono al termine tale accezione, è
soltanto per effetto di quelle abitudini occidentali che li inducono a ogni
istante in false assimilazioni: vedendo dappertutto soltanto della filosofia, è
perfettamente naturale che essi vedano dappertutto anche dei sistemi.
La dottrina unica alla quale abbiamo fatto
allusione costituisce
Generalità sul Vêdânta 17
essenzialmente il Vêda,
vale a dire la Scienza sacra e tradizionale per eccellenza, poiché tale è
esattamente il senso proprio di questa parola:1 è il principio e il
fondamento comune di tutti i rami più o meno secondari e derivati, che sono
quelle concezioni diverse di cui alcuni hanno fatto a torto altrettanti sistemi
rivali e contrapposti. In realtà, queste concezioni, fintanto che sono in accordo
con il loro principio, non possono evidentemente contraddirsi fra loro, e al
contrario non fanno che completarsi e chiarirsi a vicenda; non bisogna vedere
in questa affermazione l’espressione di un «sincretismo» più o meno artificiale
e tardivo, poiché l’intera dottrina deve considerarsi contenuta sinteticamente
nel Vêda, fin da principio. La tradizione, nella sua interezza, forma un
insieme perfettamente coerente, il che non significa sistematico; e poiché
tutti i punti di vista che comprende possono essere considerati tanto
simultaneamente quanto successivamente, non ha alcun vero interesse ricercare
l’ordine storico nel quale hanno potuto di fatto svilupparsi ed esplicitarsi,
anche ammesso che l’esistenza di una trasmissione orale, che ha potuto
mantenersi per un periodo di lunghezza indeterminata, non renda perfettamente
illusoria la soluzione di una tale questione. Se l’esposizione può, secondo le
epoche, modificarsi fino a un certo punto nella sua forma esteriore per
adattarsi alle circostanze, nondimeno il fondo resta sempre rigorosamente lo
stesso, e queste modificazioni esteriori non toccano né alterano in alcun modo
l’essenza della dottrina.
L’accordo di una concezione di un ordine
qualunque con il principio fondamentale della tradizione è la condizione
necessaria e sufficiente per la sua ortodossia, la quale non deve affatto
essere concepita in modo religioso; occorre insistere su questo aspetto per
evitare errori di interpretazione, poiché generalmente in Occidente si parla di
ortodossia soltanto da un punto di vista religioso. Per quanto concerne la
metafisica e tutto ciò che ne deriva più o meno direttamente, l’eterodossia di
una concezione non è altro, in fondo, che la sua falsità, risultante dal suo
disaccordo con i principi essenziali; poiché questi sono contenuti nel Vêda,
ne consegue che il criterio dell’ortodossia è l’accordo con il Vêda.
L’eterodossia comincia dunque là dove comincia la contraddizione, volontaria o
involontaria, con il Vêda; è una deviazione, un’alterazione più o meno
profonda della dottrina, deviazione che, d’altronde, si produce generalmente
1. La radice vid, da cui derivano Vêda
e vidyâ, significa nello stesso tempo «vedere» (in latino videre)
e «sapere» (come in greco οϊδα): la vista è presa come simbolo della
conoscenza, di cui è il principale strumento nell’ambito sensibile; questo
simbolismo è trasposto fin nell’ordine intellettuale puro, dove la conoscenza è
paragonata a una «visione interiore», come indica l’uso di termini quali
«intuizione», per esempio.
18 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
solo in alcune scuole
molto ristrette, e che può vertere semplicemente su punti particolari, qualche
volta di importanza molto secondaria, tanto più che la forza insita nella
tradizione ha per effetto di limitare l’entità e la portata degli errori individuali,
di eliminare quelli che vanno oltre certi limiti e, in ogni caso, di impedire
che essi si diffondano e acquisiscano una vera autorità. Anche là dove una
scuola parzialmente eterodossa è diventata, in una certa misura,
rappresentativa di un darshana, come la scuola atomista per il Vaishêshika,
ciò non compromette la legittimità del darshana in se stesso, ed è
sufficiente ricondurlo a quello che ha di veramente essenziale per rimanere
nell’ortodossia. A questo riguardo, non possiamo far di meglio che citare, a
titolo d’indicazione generale, questo passo del Sânkhya-Pravachana-Bhâshya
di Vijnâna-Bhikshu: «Nella dottrina di Kanâda (il Vaishêshika) e nel Sânkhya
(di Kapila), la parte contraria al Vêda deve essere respinta da quelli
che aderiscono strettamente alla tradizione ortodossa; nella dottrina di
Jaimini e in quella di Vyâsa (le due Mîmânsâ), non c’è nulla che sia in
disaccordo con le Scritture (considerate come la base di questa tradizione)».
Il nome Mîmânsâ, derivato dalla radice
verbale man, «pensare», nella sua forma iterativa, indica lo studio
riflessivo della Scienza sacra: è il frutto intellettuale della meditazione del
Vêda. La prima Mîmânsâ (Pûrva-Mîmânsâ) è attribuita a
Jaimini; ma dobbiamo ricordare a questo proposito che i nomi legati alla
formulazione dei diversi darshana non possono essere in alcun modo
attribuiti a individualità precise: essi sono usati simbolicamente per
designare veri e propri «aggregati intellettuali», costituiti in realtà da
tutti coloro che si dedicarono a uno stesso studio per un periodo la cui durata
non è meno indeterminata della sua origine. La prima Mîmânsâ è chiamata
anche Karma-Mîmânsâ o Mîmânsâ pratica, vale a dire concernente
gli atti, e più particolarmente l’adempimento dei riti; la parola karma,
infatti, ha un duplice significato: in senso generale, è l’azione in tutte le
sue forme; nel senso particolare e tecnico, è l’azione rituale quale è
prescritta dal Vêda. Questa Mîmânsâ pratica ha lo scopo, come
dice il commentatore Somanâtha, di «determinare in modo esatto e preciso il
senso delle Scritture», ma soprattutto in quanto esse contengono dei precetti,
e non sotto il profilo della conoscenza pura o jnâna, che spesso è
contrapposta a karma, ciò che corrisponde appunto alla distinzione fra
le due Mîmânsâ.
La seconda Mîmânsâ (Uttara-Mîmânsâ)
è attribuita a Vyâsa, vale a dire all’«entità collettiva» che ordinò e fissò
definitivamente i testi tradizionali che costituiscono il Vêda stesso;
questa attribuzione è particolarmente significativa, poiché è facile constatare
Generalità sul Vêdânta 19
che qui si tratta non
di un personaggio storico o leggendario, ma di una vera «funzione
intellettuale», che è anche ciò che si potrebbe definire una funzione
permanente, dal momento che Vyâsa è detto essere uno dei sette Chirajîvî,
letteralmente «esseri dotati di longevità», la cui esistenza non è affatto
limitata a un’epoca determinata.1 Per caratterizzare la seconda Mîmânsâ
in rapporto alla prima, la si può considerare come la Mîmânsâ di ciò che
appartiene all’ordine puramente intellettuale e contemplativo; non possiamo
tuttavia chiamarla Mîmânsâ teorica, in simmetria con quella pratica,
poiché questa denominazione si presterebbe a un equivoco. Infatti, se la parola
«teoria» etimologicamente è sinonimo di contemplazione, nondimeno nel
linguaggio comune ha assunto un’accezione molto più limitata; ora, in una
dottrina completa dal punto di vista metafisico, la teoria, intesa appunto
nell’accezione corrente, non basta a se stessa, ma è sempre accompagnata o
seguita da una corrispondente «realizzazione», di cui in ultima analisi essa è
soltanto la base indispensabile, e alla quale essa è interamente rivolta, come
il mezzo al fine.
La seconda Mîmânsâ è inoltre chiamata Brahma-Mîmânsâ,
in quanto concerne essenzialmente e direttamente la «Conoscenza Divina» (Brahma-Vidyâ);
è questa che, propriamente parlando, costituisce il Vêdânta, ossia,
secondo il significato etimologico della parola, la «fine del Vêda»,
poiché si basa principalmente sull’insegnamento contenuto nelle Upanishad.
L’espressione «fine del Vêda» deve essere intesa nel doppio senso di
conclusione e di scopo; infatti, da un lato, le Upanishad formano
l’ultima parte dei testi vedici, e, dall’altro, quanto vi è insegnato, per lo
meno nella misura in cui può esserlo, è lo scopo ultimo e supremo dell’intera
conoscenza tradizionale, libera da tutte le applicazioni particolari e
contingenti alle quali può dar luogo in ordini diversi: ciò significa, in altri
termini, che con il Vêdânta siamo nell’ambito della metafisica pura.
Le Upanishad, facendo parte integrante
del Vêda, sono una delle basi stesse della tradizione ortodossa, ma ciò
non ha impedito a certi orientalisti, come Max Müller, di pretendere di
scoprirvi «i germi del Buddhismo», vale a dire dell’eterodossia, poiché del
Buddhismo gli erano note solo le forme e le interpretazioni più eterodosse. Una
tale affermazione è manifestamente una contraddizione in termini, e sarebbe
indubbiamente difficile spingere oltre l’incomprensione. Non si potrà mai
insistere troppo sul fatto che qui le Upanishad rappresentano la
1. Si trova qualche cosa di simile in altre
tradizioni: così, nel Taoismo, si parla di otto «Immortali»; altrove, è Melki-Tsedeq
«senza padre, senza madre, senza genealogia, la cui vita non ha né principio né
fine» (san Paolo, Lettera agli Ebrei, 7, 3); e indubbiamente
sarebbe facile trovare ancora altri paralleli dello stesso genere.
20 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
tradizione primordiale
e fondamentale, e di conseguenza costituiscono il Vêdânta stesso nella
sua essenza; ne risulta che in caso di dubbio sull’interpretazione della
dottrina è sempre all’autorità delle Upanishad che bisognerà riferirsi
in ultima istanza. I principali insegnamenti del Vêdânta, quali emergono
espressamente dalle Upanishad, sono stati coordinati e formulati
sinteticamente in una raccolta di aforismi che porta i nomi di Brahma-Sûtra
e Shârîraka-Mîmânsâ;1 l’autore di questi aforismi, chiamato Bâdarâyana
e Krishna-Dwaipâyana, è identificato con Vyâsa. È importante osservare che i Brahma-Sûtra
appartengono alla classe di scritti tradizionali chiamati Smriti, mentre
le Upanishad, come tutti gli altri testi vedici, fanno parte della Shruti;
ora l’autorità della Smriti deriva dalla Shruti, sulla quale si
fonda. La Shruti non è una «rivelazione» nel senso religioso e
occidentale, come vorrebbe la maggior parte degli orientalisti, che, anche qui,
confondono i punti di vista più disparati, ma è il frutto di una ispirazione
diretta, per cui essa possiede la sua autorità di per Sé. «La Shruti»
dice Shankarâchârya «serve da percezione diretta (nell’ordine della conoscenza
trascendente), poiché, per essere un’autorità, è necessariamente indipendente
da ogni altra autorità; e la Smriti ha una parte analoga a quella
dell’induzione, poiché anch’essa trae la sua autorità da un’autorità diversa da
Sé».2 Ma, per evitare fraintendimenti circa il significato
dell’analogia così suggerita tra la conoscenza trascendente e quella sensibile,
è necessario aggiungere che, come ogni vera analogia, essa deve essere
applicata in senso inverso:3 mentre l’induzione si innalza al di
sopra della percezione sensibile e permette di passare a un grado superiore,
nell’ordine trascendente, al contrario, è la percezione diretta o l’ispirazione
che da sola raggiunge il principio stesso, vale a dire ciò che vi è di più
elevato e da cui in seguito bisogna soltanto dedurre le conseguenze e le
diverse applicazioni. Si può dire inoltre che la distinzione fra Shruti
e Smriti equivale in fondo a quella fra l’intuizione intellettuale
immediata e la coscienza riflessa; se la
1. La parola shârîraka, secondo
l’interpretazione che ne dà Râmânuja nel suo commento (Shri-Bhâshya) ai Brahma-Sûtra,
1° Adhyâya, 1° Pâda, sûtra 13, si riferisce al «Sé Supremo» (Paramâtmâ),
che in qualche modo è «incorporato» (shârîra) in ogni cosa.
2. La percezione (pratyaksha) e l’induzione
o l’inferenza (anumâna) sono, secondo la logica indù, i due «mezzi di
prova» (pramâna) che possono essere usati legittimamente nell’ambito
della conoscenza sensibile.
3. Nella tradizione ermetica, il principio
dell’analogia è espresso da questa frase della Tavola Smeraldina: «Ciò
che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in
basso»; ma, per comprendere questa formula e applicarla correttamente, bisogna
ricollegarla al simbolo del «Sigillo di Salomone», formato da due triangoli
disposti in senso inverso l’uno all’altro.
Generalità sul Vêdânta 21
prima è designata con
una parola il cui senso primitivo è «audizione», è appunto per sottolineare il
suo carattere intuitivo, e perché il suono ha, secondo la dottrina cosmologica
indù, il primo posto fra le qualità sensibili. Quanto alla Smriti, il
senso primitivo del suo nome è «memoria»; infatti la memoria, essendo un
semplice riflesso della percezione, può essere usata per indicare, per
estensione, tutto ciò che presenta il carattere di una conoscenza riflessa o
discorsiva, cioè indiretta; e se la conoscenza è simboleggiata dalla luce, come
avviene di solito, l’intelligenza pura e la memoria, o anche la facoltà
intuitiva e la facoltà discorsiva, potranno essere rappresentate
rispettivamente dal sole e dalla luna; un tale simbolismo, sul quale non possiamo
soffermarci qui, è d’altronde suscettibile di molteplici applicazioni.1
I Brahma-Sûtra, il cui testo è
estremamente conciso, hanno dato luogo a numerosi commenti, fra i quali i più
importanti sono quelli di Shankarâchârya e di Râmânuja; questi commenti sono
entrambi rigorosamente ortodossi, cosicché non bisogna esagerare la portata
delle loro apparenti divergenze che, in fondo, sono piuttosto semplici
differenze di adattamento. È vero che ogni scuola è naturalmente incline a
pensare e ad affermare che il proprio punto di vista è il più degno di
attenzione e che, senza escludere gli altri, deve prevalere su di essi; ma, per
risolvere imparzialmente la questione, è sufficiente esaminare questi punti di
vista in se stessi e riconoscere fin dove si estende l’orizzonte che ciascuno
di essi permette di abbracciare; è evidente, del resto, che nessuna scuola può
pretendere di rappresentare la dottrina in modo totale ed esclusivo. Ora è
certissimo che il punto di vista di Shankarâchârya è più profondo e si spinge
più in là di quello di Râmânuja; del resto è possibile già prevederlo osservando
che il primo è di tendenza shivaita, mentre il secondo è nettamente vishnuita.
Una singolare discussione è stata iniziata da Thibaut, che ha tradotto in
inglese i due commentari: egli pretende che il commento di Râmânuja sia più
fedele all’insegnamento dei Brahma-Sûtra, ma riconosce nello stesso
tempo che quello di Shankarâchârya è più conforme allo spirito delle Upanishad.
Per poter sostenere un’opinione del genere, bisogna evidentemente ammettere
delle differenze dottrinali fra le Upanishad e i Brahma-Sûtra;
ma, anche se le cose stessero davvero così, sarebbe l’autorità delle Upanishad
a dover avere il sopravvento, come abbiamo spiegato precedentemente,
1. Esistono tracce di questo simbolismo perfino nel
linguaggio: in particolare, non è senza motivo che una stessa radice man
o men sia servita, in lingue diverse, per formare numerose parole che
indicano allo stesso tempo la luna, la memoria, il «mentale» o il pensiero
discorsivo, e l’uomo stesso in quanto essere specificamente «razionale».
22 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
e la superiorità di
Shankarâchârya si troverebbe in tal modo stabilita, benché questa non fosse
probabilmente l’intenzione di Thibaut, il quale non sembra essersi neppure
posto il problema della verità intrinseca delle idee. In realtà i Brahma-Sûtra,
fondandosi direttamente ed esclusivamente sulle Upanishad, non possono
in alcun modo discostarsene; soltanto la loro brevità, che li rende alquanto
oscuri quando si prescinda da ogni commento, può scusare quelli che credono di
trovarvi altra cosa che non sia una interpretazione autorizzata e competente
della dottrina tradizionale. Così, la discussione è in realtà senza scopo, e
tutto ciò che ne possiamo trarre è la constatazione che Shankarâchârya ha colto
e sviluppato più completamente ciò che è essenzialmente contenuto nelle Upanishad;
la sua autorità può essere contestata solo da chi ignora il vero spirito della
tradizione ortodossa indù, e la cui opinione, di conseguenza, non può avere il
minimo valore ai nostri occhi; in linea di massima seguiremo quindi il suo
commento piuttosto che gli altri.
Per completare queste osservazioni preliminari,
dobbiamo ancora far rilevare, quantunque lo abbiamo già spiegato altrove, che è
inesatto attribuire all’insegnamento delle Upanishad, come certuni hanno
fatto, la denominazione di «Brahmanesimo esoterico». L’improprietà di questa
espressione deriva soprattutto dal fatto che la parola «esoterismo» è un
comparativo e il suo uso presuppone necessariamente l’esistenza correlativa di
un «essoterismo»; ora, una tale distinzione non può essere applicata al caso in
oggetto. L’essoterismo e l’esoterismo, considerati non come due dottrine
distinte e più o meno opposte, ciò che sarebbe una concezione completamente
erronea, ma come le due facce di una stessa dottrina, sono esistiti in alcune
scuole dell’antichità greca; li si ritrova anche palesemente nell’Islamismo; ma
nelle dottrine più orientali è diverso. Per queste ultime, si potrebbe
solamente parlare di una sorta di «esoterismo naturale», che esiste
inevitabilmente in ogni dottrina, e soprattutto nell’ordine metafisico, dove è
importante tener sempre conto dell’inesprimibile, che è anzi l’essenziale,
poiché tutto considerato le parole e i simboli non hanno altra ragion d’essere
che aiutare a concepirlo, fornendo dei «supporti» per un lavoro che non può che
essere strettamente personale. Da questo punto di vista, la distinzione fra
essoterismo ed esoterismo non sarebbe diversa da quella fra la «lettera» e lo
«spirito»; e la si potrebbe anche applicare alla pluralità dei sensi più o meno
profondi che presentano i testi tradizionali o, se si preferisce, le Sacre
Scritture di tutti i popoli. D’altronde, è evidente che lo stesso insegnamento
dottrinale non è compreso in egual modo da tutti quelli che lo ricevono; tra
questi vi è dunque chi, in un certo senso, approfondisce
Generalità sul Vêdânta 23
l’esoterismo, mentre
altri si contentano dell’essoterismo, poiché il loro orizzonte intellettuale è
più limitato; tuttavia non è così che intendono l’esoterismo coloro che parlano
di «Brahmanesimo esoterico». In realtà, nel Brahmanesimo, l’insegnamento è
accessibile, nella sua totalità, a tutti coloro che sono intellettualmente
«qualificati» (adhikârî), vale a dire capaci di ricavarne un beneficio
effettivo; se vi sono dottrine riservate a una élite, è perché non
potrebbe essere altrimenti, là dove l’insegnamento è impartito con
discernimento e secondo le capacità reali di ciascuno. Se l’insegnamento
tradizionale non è affatto esoterico nel senso proprio della parola, è però
autenticamente «iniziatico» e differisce profondamente, in tutte le sue
modalità, dall’istruzione «profana», sul valore della quale gli Occidentali
s’illudono particolarmente; si tratta di ciò che abbiamo detto parlando della
«Scienza sacra» e dell’impossibilità di «volgarizzarla».
Quest’ultima osservazione ne richiama un’altra:
in Oriente, le dottrine tradizionali hanno sempre, come modo di trasmissione
regolare, l’insegnamento orale, anche nel caso in cui siano fissate in testi
scritti; ciò è dovuto a ragioni profonde, poiché non si devono soltanto
tramandare parole, ma si deve soprattutto assicurare l’effettiva partecipazione
alla tradizione. In queste condizioni, non ha proprio senso dire, come fanno
Max Müller e altri orientalisti, che la parola Upanishad indica la
conoscenza ottenuta «sedendosi ai piedi di un precettore»; questa
denominazione, se tale ne fosse il senso, converrebbe indistintamente a tutte
le parti del Vêda; d’altronde questa interpretazione non è stata mai
proposta né ammessa da alcun indù competente. In realtà, il nome delle Upanishad
indica che esse sono destinate a distruggere l’ignoranza fornendo i mezzi per
accostarsi alla Conoscenza suprema; se si tratta solo di avvicinarla, è perché
essa è rigorosamente incomunicabile nella sua essenza, cosicché non la si può
raggiungere altrimenti che da se stessi.
Un’altra espressione che ci sembra ancora più
infelice di «Brahmanesimo esoterico», è quella di «teosofia Brahmanica», usata
da Oltramare; del resto egli stesso ammette di non averla adottata senza
qualche esitazione, perché sembra «legittimare le pretese dei teosofi
occidentali» che invocano la testimonianza dell’India, pretese che egli
riconosce infondate. Certamente bisogna evitare tutto ciò che può alimentare
certe malauguratissime confusioni; ma esistono inoltre ragioni più gravi e
decisive per non accettare la denominazione proposta. Se i pretesi teosofi, di
cui parla Oltramare, ignorano quasi tutto delle dottrine indù, dalle quali
hanno soltanto preso in prestito parole di cui si servono a casaccio, essi men
che mai si riallacciano alla vera teosofia, anche occidentale: perciò teniamo a
distinguere
24 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
accuratamente
«teosofia» e «teosofismo». Ma, mettendo da parte il teosofismo, aggiungeremo
che nessuna dottrina indù, o anche più generalmente nessuna dottrina orientale,
ha con la teosofia abbastanza punti in comune da poterle attribuire lo stesso
nome; ciò risulta immediatamente dal fatto che questo vocabolo indica
esclusivamente concezioni di ispirazione mistica, dunque religiosa, anzi
specificamente cristiana. La teosofia è cosa propriamente occidentale; perché
voler attribuire questo stesso nome a dottrine cui non si adatta e alle quali
non conviene meglio delle etichette dei sistemi filosofici occidentali? Ancora
una volta, non si tratta di religione, e pertanto non si può parlare di
teosofia più di quanto si possa parlare di teologia; queste due parole,
d’altronde, originariamente erano quasi sinonimi, benché, per ragioni puramente
storiche, abbiano poi preso accezioni molto differenti.1 Si
obbietterà forse che noi stessi abbiamo usato poc’anzi l’espressione
«Conoscenza Divina», che tutto considerato è equivalente al significato
primitivo delle parole «teosofia» e «teologia»; ciò è vero, ma, innanzi tutto,
non possiamo considerare queste ultime tenendo conto solo della loro
etimologia, poiché sono parole riguardo le quali è diventato del tutto impossibile
prescindere dai cambiamenti di senso che un uso troppo prolungato ha fatto loro
subire. In secondo luogo, riconosciamo molto volentieri che anche l’espressione
«Conoscenza Divina» non è perfettamente adeguata; ma non ne abbiamo di migliori
a nostra disposizione per far comprendere di che si tratta, data l’incapacità
delle lingue europee a esprimere idee puramente metafisiche; d’altronde non
riteniamo che vi possano essere inconvenienti seri a usarla, dato che abbiamo
cura di avvertire che non bisogna attribuirle la sfumatura religiosa che
avrebbe quasi inevitabilmente se fosse riferita a concezioni occidentali.
Malgrado ciò potrebbe ancora sussistere un equivoco, poiché il termine
sanscrito che può essere tradotto, il meno inesattamente possibile, con «Dio»
non è Brahma, ma Îshwara; tuttavia l’uso dell’aggettivo «divino»,
anche nel linguaggio ordinario, è meno rigoroso, più vago forse, e perciò esso
si presta meglio del sostantivo da cui deriva a una trasposizione come quella
da noi compiuta. Occorre tener presente che parole quali «teologia» e
«teosofia», anche intese etimologicamente e senza alcun riguardo al punto di
vista religioso, non potrebbero tradursi in sanscrito che con la parola Îshwara-Vidyâ;
invece ciò che noi rendiamo approssimativamente
1. Un’osservazione analoga si potrebbe fare per le
parole «astrologia» e «astronomia», che originariamente erano sinonimi e
ciascuna delle quali, per i Greci, indicava contemporaneamente quello che l’una
e l’altra hanno poi significato separatamente.
Generalità sul Vêdânta 25
con «Conoscenza
Divina», quando si tratta del Vêdânta, è Brahma-Vidyâ, poiché il
punto di vista della metafisica pura implica essenzialmente la considerazione
di Brahma o del Principio Supremo, di cui Îshwara o la
«Personalità Divina» non è che una determinazione in quanto principio della
manifestazione universale e in rapporto a questa. La considerazione di Îshwara
è già dunque un punto di vista relativo: egli è la più alta delle relatività,
la prima di tutte le determinazioni, ciò nondimeno è «qualificato» (saguna)
e «concepito distintivamente» (savishêsha), mentre Brahma è
«non-qualificato» (nirguna), «al di là di tutte le distinzioni» (nirvishêsha),
assolutamente incondizionato, e l’intera manifestazione universale è
rigorosamente nulla rispetto alla Sua Infinità. Metafisicamente, la
manifestazione non può essere considerata che nella sua dipendenza rispetto al
Principio Supremo, e a titolo di semplice «supporto» per elevarsi alla
Conoscenza trascendente, o anche, vedendo le cose da una prospettiva opposta,
come applicazione della Verità principiale; in ogni caso, in ciò che vi si
riferisce non bisogna scorgere niente di più che una sorta di «illustrazione»,
destinata a rendere più facile la comprensione del «non-manifestato», oggetto
essenziale della metafisica, e a permettere così, come abbiamo detto
interpretando la denominazione delle Upanishad, di accostarsi alla
Conoscenza per eccellenza.1
1. Per maggiori dettagli su tutte le considerazioni
preliminari che abbiamo potuto esporre solo molto sommariamente in questo
capitolo, non possiamo far di meglio che rinviare il lettore alla nostra Introduction
générale à l’étude des doctrines hindoues [trad. it. Introduzione
generale allo studio delle dottrine indù, Adelphi, Milano, 1989], nella
quale ci siamo proposti di trattare proprio questi argomenti in modo più
specifico.
2. Distinzione fondamentale fra il «Sé» e
l’«io»
Per capire bene la dottrina del Vêdânta
in ciò che concerne l’essere umano, è importante delineare innanzi tutto, il
più nettamente possibile, la fondamentale distinzione fra il «Sé», che è il
principio stesso dell’essere, e l’«io» individuale. È quasi superfluo
dichiarare espressamente che l’uso del termine «Sé» non implica per noi alcuna
comunanza d’interpretazione con certe scuole che hanno potuto far uso di questa
parola ma che, sotto una terminologia orientale, per lo più incompresa, non
hanno mai presentato che concezioni del tutto occidentali, peraltro
singolarmente fantasiose; alludiamo non solamente al teosofismo, ma anche ad
alcune scuole pseudo-orientali che hanno interamente snaturato il Vêdânta
con il pretesto di adattarlo alla mentalità occidentale, e sulle quali abbiamo
già avuto modo di dire come la pensiamo. L’abuso di una parola non è, per noi,
una ragione sufficiente perché si debba rinunciare a servirsene, a meno che non
si trovi il modo di sostituirla con un’altra che sia altrettanto adatta per
quello che si vuole esprimere, il che non è il caso nostro; d’altronde, se
volessimo essere troppo rigorosi, finiremmo senza dubbio per non avere che ben
poche parole a nostra disposizione, poiché difficilmente se ne trovano che non
siano state usate più o meno abusivamente da qualche filosofo. Intendiamo
evitare soltanto le parole create espressamente per concezioni con cui quelle
che noi esponiamo non hanno niente in comune: tali sono, per esempio, le
denominazioni dei diversi generi di sistemi filosofici; tali sono inoltre i
termini che appartengono propriamente al vocabolario degli occultisti e degli
altri «neospiritualisti»; ma, quanto alle parole che questi ultimi hanno
soltanto preso in prestito da dottrine anteriori – che hanno l’abitudine di
plagiare sfrontatamente, senza capirle –, non possiamo certo avere scrupoli a
farle nostre, restituendo quel significato che loro conviene normalmente.
Invece dei termini «Sé» e «io», è possibile
anche usare quelli di «personalità» e di «individualità», con una riserva
tuttavia, poiché il «Sé», come spiegheremo più avanti, può essere ancora
qualche cosa di più della personalità. I teosofisti, che sembrano essersi
divertiti a ingarbugliare la loro terminologia, attribuiscono alla personalità
e all’individualità un senso esattamente inverso a quello in cui vanno
correttamente intese: essi identificano la prima con l’«io» e la seconda con il
«Sé». Al contrario, prima di loro, anche in Occidente, ogni qual
28 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
volta una distinzione è
stata fatta fra queste due parole, la personalità è sempre stata considerata
superiore all’individualità, ragione per cui diciamo che questo è il loro
rapporto normale, ed è vantaggioso conservarlo. La filosofia scolastica, in particolare,
non ha ignorato tale distinzione, ma non sembra averle conferito il suo pieno
valore metafisico, né averne tratto le profonde conseguenze che vi sono
implicite; ciò d’altronde accade frequentemente, anche quando essa presenta
somiglianze notevolissime con certi aspetti delle dottrine orientali. In ogni
caso, la personalità, intesa metafisicamente, non ha niente in comune con
quello che i filosofi moderni chiamano sovente la «persona umana», che in
realtà è soltanto l’individualità pura e semplice; del resto solo questa, e non
la personalità, può essere propriamente chiamata umana. In linea di massima,
sembra che gli Occidentali, anche quando nelle loro concezioni vogliono
spingersi più in là di quanto non faccia la maggior parte di loro, scambino per
personalità ciò che in realtà è soltanto la parte superiore dell’individualità,
o una sua semplice estensione;1 in tali condizioni, tutto ciò che
riguarda l’ordine metafisico puro resta necessariamente al di fuori della loro
comprensione.
Il «Sé» è il principio trascendente e
permanente di cui l’essere manifestato, l’essere umano per esempio, non è che
una modificazione transitoria e contingente, modificazione che non può
d’altronde alterare in alcun modo il principio, come spiegheremo più
diffusamente in seguito. Il «Sé», come tale, non è mai individualizzato, né può
esserlo, poiché, dovendo sempre essere considerato sotto l’aspetto
dell’eternità e dell’immutabilità, che sono gli attributi necessari dell’Essere
puro, non è evidentemente suscettibile di alcuna particolarizzazione, che lo
farebbe essere «altro da se stesso». Immutabile nella propria natura, esso
sviluppa soltanto le possibilità indefinite che racchiude in Sé, con il
passaggio relativo dalla potenza all’atto attraverso un’indefinità di gradi,
senza che la sua permanenza essenziale ne sia compromessa, proprio perché
questo passaggio non è che relativo, e perché questo sviluppo è tale, a dire il
vero, solo nella misura in cui lo si considera dal lato della manifestazione,
fuori della quale non può esistere alcuna successione, ma soltanto una perfetta
simultaneità, per cui anche ciò che sotto un certo aspetto è virtuale si trova
nondimeno realizzato nell’«eterno presente». Quanto alla manifestazione, si può
dire che il
1. Léon Daudet, in alcune sue opere (L’Hérédo
e Le Monde des images), ha distinto nell’essere umano ciò che chiama il
«Sé» e l’«io»; ma per noi fanno entrambi ugualmente parte dell’individualità, e
tutto ciò è di competenza della psicologia che, per contro, non può in alcun
modo raggiungere la personalità; questa distinzione indica tuttavia una sorta
di presentimento, assai degno di nota in un autore che non ha la pretesa di
essere un metafisico.
Distinzione fra il «Sé» e l’«io» 29
«Sé» sviluppa le sue
possibilità in tutte le modalità di realizzazione, in moltitudine indefinita,
che per l’essere integrale sono altrettanti stati differenti, stati di cui uno
solo, sottomesso a condizioni di esistenza particolarissime che lo definiscono,
costituisce la parte, o meglio la determinazione peculiare di quell’essere che
è l’individualità umana. Il «Sé» è così il principio per il quale esistono,
ognuno nel proprio ambito, tutti gli stati dell’essere; e questo vale non
soltanto per gli stati manifestati di cui abbiamo parlato, siano essi
individuali, come la condizione umana, o sopra-individuali, ma anche,
quantunque allora la parola «esistere» divenga impropria, per lo stato
non-manifestato, comprendente tutte le possibilità che non sono suscettibili di
alcuna manifestazione, e allo stesso tempo le possibilità di manifestazione
stesse in modo principiale; ma questo medesimo «Sé» non esiste che di per se
stesso, non avendo, né potendo avere, nell’unità totale e indivisibile della
sua natura intima, alcun principio che gli sia esteriore.
Il «Sé», considerato in rapporto a un essere,
come abbiamo fatto, è propriamente la personalità; si potrebbe, è vero,
restringere l’uso di quest’ultimo termine al «Sé» come principio degli stati
manifestati, nello stesso modo in cui la «Personalità Divina», Îshwara,
è il principio della manifestazione universale; ma lo si può anche estendere
analogicamente al «Sé» come principio di tutti gli stati dell’essere,
manifestati e non-manifestati. Questa personalità è una determinazione
immediata, primordiale e non particolarizzata del principio chiamato in
sanscrito Âtmâ o Paramâtmâ, e che, in mancanza di un termine
migliore, possiamo chiamare lo «Spirito Universale», a condizione però,
s’intende, di non ravvisare nell’uso del termine «spirito» niente che possa
ricordare le concezioni filosofiche occidentali e, specialmente, a condizione
di non farne un correlativo di «materia», come quasi sempre è per i moderni,
che a tale riguardo, anche inconsciamente, subiscono l’influenza del dualismo
cartesiano.2 La vera metafisica, vogliamo ancora ripeterlo a questo
proposito, si pone ben al di là di tutte le opposizioni – di cui
1. Esporremo più compiutamente in altri studi la
teoria metafisica degli stati multipli dell’essere; qui accenniamo ciò che è
indispensabile per la comprensione di quanto concerne la costituzione
dell’essere umano.
2. Teologicamente, quando si dice che «Dio è puro
spirito», è verosimile che anche questo non debba essere inteso in un senso in
cui «spirito» si oppone a «materia», e in cui questi due termini possono essere
compresi soltanto uno in relazione all’altro, poiché in tal caso si giungerebbe
a una specie di concezione «demiurgica», più o meno prossima a quella
attribuita al Manicheismo; non è men vero che una tale espressione è di quelle
che possono facilmente dar luogo a false interpretazioni, che finiscono con il
sostituire «un essere» all’Essere puro.
30 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
quella fra
«spiritualismo» e «materialismo» può fornirci il modello –, né deve in alcun
modo preoccuparsi dei problemi più o meno particolari, e spesso del tutto
artificiosi, prodotti da simili opposizioni.
Âtmâ penetra tutte
le cose, le quali sono, per così dire, delle sue modificazioni accidentali e,
secondo l’espressione di Râmânuja, «costituiscono in qualche modo il suo corpo
(la parola dev’essere intesa qui solo in un senso puramente analogico), siano
esse di natura intelligente o non-intelligente», vale a dire, secondo le
concezioni occidentali, siano esse «spirituali» oppure «materiali», perché
questo, dato che esprime solo una diversità di condizioni nella manifestazione,
non comporta alcuna differenza per il principio incondizionato e
non-manifestato. Quest’ultimo, infatti, è il «Supremo Sé» (la traduzione
letterale di Paramâtmâ) di tutto ciò che esiste, in qualunque modo esso
si presenti, e rimane sempre «lo stesso», tanto attraverso la molteplicità
indefinita dei gradi dell’Esistenza, intesa in senso universale, quanto di là
dall’Esistenza, vale a dire nella non-manifestazione principiale.
Il «Sé», anche per un essere qualsiasi, è
identico in realtà ad Âtmâ, poiché è essenzialmente al di là di ogni
distinzione e particolarizzazione; perciò, in sanscrito, la stessa parola âtman,
nei casi diversi dal nominativo, fa le veci del pronome riflessivo «se stesso».
Il «Sé» non è dunque affatto veramente distinto da Âtmâ, se non quando
lo si considera particolarmente e «distintivamente» in rapporto a un essere,
anzi, più precisamente, in rapporto a un certo stato definito di quest’essere,
come lo stato umano, e soltanto in quanto lo si considera da questo punto di
vista speciale e limitato. In tal caso, d’altronde, il «Sé» non diventa
effettivamente distinto in qualche modo da Âtmâ, poiché non può essere
«altro da se stesso», come abbiamo detto sopra, né può evidentemente essere
modificato dal punto di vista dal quale lo si considera, non più che da
qualunque altra contingenza. È necessario aggiungere che, nella misura stessa
in cui si fa questa distinzione, ci si allontana dalla considerazione diretta del
«Sé» per considerare in realtà soltanto il suo riflesso nell’individualità
umana, o in qualsivoglia altro stato dell’essere, poiché è ovvio che dinanzi al
«Sé» tutti gli stati della manifestazione sono rigorosamente equivalenti e
possono essere considerati alla stessa maniera; adesso, però, è l’individualità
umana che ci interessa più particolarmente. Questo riflesso di cui parliamo
determina ciò che si può chiamare il centro dell’individualità; ma, se lo si
isola dal suo principio, vale a dire dal «Sé», la sua esistenza è allora
puramente illusoria, poiché è soltanto dal principio che trae tutta la sua
realtà, e possiede effettivamente questa realtà solo in quanto partecipa
Distinzione fra il «Sé» e l’«io» 31
alla natura del «Sé»,
vale a dire in quanto s’identifica a esso per universalizzazione.
La personalità, vogliamo ancora sottolineare,
appartiene essenzialmente all’ordine dei principi nel senso più rigoroso della
parola, ossia all’ordine universale; essa non può dunque essere considerata che
dal punto di vista della metafisica pura, il cui ambito è appunto l’Universale.
Gli «pseudo-metafisici» dell’Occidente hanno l’abitudine di confondere con
l’Universale cose che, in realtà, appartengono all’ordine individuale; o
meglio, dato che essi non concepiscono affatto l’Universale, ciò a cui indebitamente
attribuiscono questo nome è di solito il generale, che propriamente è soltanto
una semplice estensione dell’individuale. Certuni spingono ancora oltre la
confusione: i filosofi «empiristi», che non riescono neanche a concepire il
generale, l’assimilano al collettivo, che, in verità, è proprio soltanto del
particolare; per queste successive degradazioni, si arriva infine a ridurre
ogni cosa allo stesso livello della conoscenza sensibile, che molti considerano
infatti come la sola possibile, poiché il loro orizzonte mentale non si estende
al di là di tale ambito ed essi vorrebbero imporre a tutti le limitazioni
derivanti soltanto dalla loro stessa incapacità, sia essa naturale o acquisita
con un’educazione particolare.
Per prevenire ogni equivoco del genere di
quelli segnalati, daremo, una volta per tutte, la seguente tavola, che precisa
le distinzioni essenziali a questo riguardo, e alla quale preghiamo i nostri
lettori di riferirsi ogni qual volta sarà necessario, per evitare ripetizioni
alquanto fastidiose:
|
Universale |
|
|
|
|
Generale |
|
|
Individuale – |
|
Collettivo |
|
|
Particolare – |
|
|
|
|
Singolare |
È importante aggiungere che la distinzione fra
l’Universale e l’individuale non deve essere affatto considerata una
correlazione, poiché il secondo dei due termini, annullandosi totalmente di
fronte al primo, non gli può essere opposto in alcun modo. Ciò è anche vero per
quel che concerne il non-manifestato e il manifestato; d’altronde, potrebbe
sembrare a prima vista che l’Universale e il non-manifestato debbano
coincidere, e da un certo punto di vista la loro identificazione sarebbe
infatti giustificata, poiché, metafisicamente, l’essenziale è il
non-manifestato. Tuttavia, occorre tener conto di certi stati di manifestazione
che, essendo informali, sono appunto perciò sopra-individuali; se dunque non si
distingue che tra l’Universale e l’individuale,
32 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
si dovrà
necessariamente riferire questi stati all’Universale, tanto più che si tratta
di una manifestazione in qualche modo ancora principiale, per lo meno rispetto
agli stati individuali; ma ciò, ovviamente, non deve far dimenticare che tutto
quel che è manifestato, anche a questi gradi superiori, è necessariamente
condizionato, vale a dire relativo. Se si considerano le cose in tal modo,
l’Universale sarà, non più solamente il non-manifestato, ma l’informale,
comprendente nello stesso tempo il non-manifestato e gli stati di
manifestazione sopra-individuali; quanto all’individuale, esso contiene tutti i
gradi della manifestazione formale, vale a dire tutti gli stati nei quali gli
esseri sono rivestiti di forme, poiché ciò che propriamente caratterizza l’individualità
e la costituisce essenzialmente come tale, è appunto la presenza della forma
fra le condizioni limitative che definiscono e determinano uno stato
d’esistenza. Possiamo ancora riassumere queste ultime considerazioni nella
tavola seguente:
|
|
Non-manifestazione |
|
|
Universale – |
|
|
|
|
Manifestazione
informale |
|
|
|
|
Stato sottile |
|
Individuale – |
Manifestazione
formale – |
|
|
|
|
Stato grossolano |
Le espressioni «stato sottile» e «stato
grossolano», che si riferiscono a gradi differenti della manifestazione
formale, saranno spiegate più avanti; ma possiamo accennare fin d’ora che
quest’ultima distinzione ha valore soltanto a condizione di prendere come punto
di partenza l’individualità umana, o più precisamente il mondo corporeo o
sensibile. Lo «stato grossolano», infatti, non è altro che la stessa esistenza
corporea, alla quale l’individualità umana, come si vedrà, non appartiene che
per una delle sue modalità, e non nel suo sviluppo integrale; quanto allo
«stato sottile», esso comprende da una parte le modalità extra-corporee
dell’essere umano, o di ogni altro essere nello stesso stato di esistenza, e
dall’altra anche tutti gli stati individuali diversi da quello. Come si può
osservare, questi due termini non sono veramente simmetrici e neppure
confrontabili, poiché l’uno rappresenta soltanto una parte di uno degli stati
indefinitamente molteplici che costituiscono la manifestazione formale, mentre
l’altro comprende tutto il resto di questa manifestazione.1 La
simmetria si ritrova, fino a un
1. Possiamo far capire questa asimmetria mediante
una semplicissima constatazione che si rifà alla logica ordinaria: considerando
un attributo o una
Distinzione fra il «Sé» e l’«io» 33
certo punto, soltanto
se ci si limita alla considerazione della sola individualità umana e del resto
è proprio da questo punto di vista che la distinzione di cui si tratta è in
primo luogo stabilita dalla dottrina indù; anche se poi questo punto di vista
viene superato, ed è adottato soltanto perché si riesca effettivamente a
superarlo, ciò nondimeno dobbiamo inevitabilmente prenderlo come base e termine
di paragone, poiché concerne lo stato in cui attualmente ci troviamo. Diremo
dunque che l’essere umano, considerato nella sua interezza, comporta un certo
insieme di possibilità che costituiscono la sua modalità corporea o grossolana,
nonché una moltitudine di altre possibilità che, prolungandosi in diversi sensi
di là da questa, costituiscono le sue modalità sottili; tutte queste
possibilità riunite non rappresentano tuttavia che un solo e uno stesso grado
dell’Esistenza universale. Ne consegue che l’individualità umana è allo stesso
tempo molto più e molto meno di quello che gli Occidentali di solito credono
che sia: molto più, perché essi ne conoscono quasi soltanto la modalità
corporea, che è un’infima parte delle sue possibilità; ma anche molto meno,
perché questa individualità, lungi dal rappresentare realmente l’essere totale,
non ne è che uno stato, fra una serie indefinita di altri stati, la cui stessa
somma è ancora nulla rispetto alla personalità, che è l’essere vero, perché
soltanto essa è il suo stato permanente e incondizionato, e soltanto questo può
essere considerato assolutamente reale. Indubbiamente, anche tutto il resto è
reale, ma soltanto in modo relativo, in virtù della sua dipendenza dal
principio e in quanto ne riflette qualche cosa, come l’immagine prodotta nello
specchio trae tutta la sua realtà dall’oggetto, senza il quale non avrebbe
alcuna esistenza; ma questa minore realtà, che è solo partecipata, è illusoria
rispetto alla realtà suprema, come la stessa immagine è anch’essa illusoria
rispetto all’oggetto; e, se si pretendesse di isolarla dal principio, questa
illusione diventerebbe irrealtà pura e semplice. Si comprende dunque
qualità, si dividono tutte le cose possibili in due
gruppi: da una parte quello delle cose che posseggono tale qualità, dall’altra
quello delle cose che non la posseggono; ma, mentre il primo gruppo si trova
così definito e determinato positivamente, il secondo, che è caratterizzato
soltanto in modo puramente negativo, non è affatto limitato da ciò ed è in
realtà indefinito; non vi è dunque né comune misura né simmetria fra questi due
gruppi, che così non costituiscono realmente una divisione binaria, e la cui
distinzione vale d’altronde evidentemente solo dal punto di vista particolare
della qualità presa come punto di partenza, poiché il secondo gruppo non ha
alcuna omogeneità e può comprendere cose che non hanno niente in comune fra
loro, il che tuttavia non impedisce a questa divisione di essere pienamente
valida sotto l’aspetto considerato. Ora è appunto così che distinguiamo il
manifestato e il non-manifestato, poi, nel manifestato, il formale e
l’informale, e infine, nel formale stesso, il corporeo e l’incorporeo.
34 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
come l’esistenza, vale
a dire l’essere condizionato e manifestato, sia allo stesso tempo reale in un
certo senso e illusoria in un altro; questo è uno dei punti essenziali mai
capiti dagli Occidentali che hanno oltraggiosamente deformato il Vêdânta
con le loro interpretazioni erronee e piene di pregiudizi.
Dobbiamo ancora avvertire in particolare i
filosofi che l’Universale e l’individuale non sono affatto per noi ciò che essi
chiamano «categorie»; e ricorderemo loro, poiché i moderni sembrano averlo un
poco dimenticato, che le «categorie», nell’accezione aristotelica della parola,
non sono che i più generali fra tutti i generi, e perciò appartengono ancora
all’ambito dell’individuale, di cui d’altronde, da un certo punto di vista,
segnano il limite. Sarebbe più giusto assimilare all’Universale ciò che gli scolastici
chiamano i «trascendentali», che appunto oltrepassano tutti i generi, comprese
le «categorie»; ma, se questi «trascendentali» appartengono all’ordine
universale, sarebbe però sempre un errore credere che costituiscano tutto
l’Universale, o anche che siano ciò che vi è di più importante per la
metafisica pura; essi sono coestensivi all’Essere, ma non vanno affatto al di
là dell’Essere, al quale d’altronde si ferma la dottrina che così li
concepisce. Ora, se l’«ontologia» o conoscenza dell’Essere rientra nella
metafisica, essa è però lungi dal costituire tutta quanta la metafisica, poiché
l’Essere non è affatto il non-manifestato in Sé, ma semplicemente il principio
della manifestazione; di conseguenza, ciò che è di là dall’Essere è
metafisicamente molto più importante dell’Essere stesso. In altre parole è Brahma,
non Îshwara, che dev’essere riconosciuto come il Principio Supremo; ciò
è dichiarato espressamente e prima di ogni altra cosa dai Brahma-Sûtra,
che esordiscono con queste parole: «Ora comincia lo studio di Brahma», a
cui Shankarâchârya aggiunge il seguente commento: «Ingiungendo la ricerca di Brahma,
questo primo sûtra raccomanda uno studio ragionato dei testi delle Upanishad,
fatto con l’aiuto di una dialettica che (prendendoli per base e principio) non
sia mai in disaccordo con essi e che, come essi (ma a titolo di semplice mezzo
ausiliario), si proponga per fine la Liberazione».
3. Il centro vitale dell’essere umano, dimora
di Brahma
Il «Sé», come abbiamo visto in ciò che precede,
non dev’essere distinto da Âtmâ; e, d’altra parte, Âtmâ è
identificato con Brahma stesso: possiamo chiamare ciò l’«Identità
Suprema», con un’espressione presa in prestito dall’esoterismo islamico, la cui
dottrina, su questo e su molti altri punti, e malgrado le grandi differenze di
forma, è in fondo la stessa di quella della tradizione indù. La realizzazione
di questa identità si opera per mezzo dello Yoga, vale a dire con
l’unione intima ed essenziale dell’essere con il Principio Divino o, se si
preferisce, con l’Universale; il senso proprio della parola Yoga è
infatti «unione» e non altro,1 malgrado le molteplici
interpretazioni, una più fantasiosa dell’altra, proposte dagli orientalisti e
dai teosofisti. È necessario notare che questa realizzazione non dev’essere
considerata propriamente come una «effettuazione», o come «la produzione di un
risultato non preesistente», secondo l’espressione di Shankarâchârya, poiché
l’unione di cui si tratta, anche se non realizzata attualmente nel senso in cui
noi qui la intendiamo, esiste pur sempre potenzialmente, o meglio,
virtualmente; si tratta dunque soltanto, per l’essere individuale (poiché non
si può parlare di «realizzazione» che in rapporto all’individuo), di prendere
effettivamente coscienza di ciò che è realmente e fin dall’eternità.
Perciò si dice che Brahma risiede nel
centro vitale dell’essere umano, e questo vale per qualsiasi essere umano, non
soltanto per colui che è attualmente «unito» o «liberato», due parole che
esprimono in fondo la stessa cosa vista sotto due aspetti differenti, la prima
in rapporto al Principio, la seconda in rapporto alla manifestazione o
all’esistenza condizionata. Si ritiene che questo centro vitale corrisponda
analogicamente al ventricolo più piccolo (guhâ) del cuore (hridaya),
che però non dev’essere confuso con il cuore nel senso ordinario della parola,
ossia con l’organo fisiologico che ha appunto questo nome, poiché in realtà è
il centro, non soltanto dell’individualità corporea, ma dell’individualità
integrale, suscettibile d’una estensione indefinita nel suo ambito (che del
resto è soltanto un grado dell’Esistenza), e della quale la modalità corporea
non costituisce che una parte, anzi, una parte molto limitata, come già abbiamo
visto.
1. La radice di questa parola si ritrova, appena
alterata, nel latino jungere e nei suoi derivati.
36 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
Il cuore è considerato
il centro della vita, e in effetti lo è, dal punto di vista fisiologico,
rispetto alla circolazione del sangue, al quale la vitalità stessa è
essenzialmente legata in modo particolarissimo, come tutte le tradizioni
concordemente riconoscono; ma è inoltre considerato tale in un ordine
superiore, e in qualche modo simbolicamente, rispetto all’Intelligenza
universale (nel significato della parola araba El-Aql) nelle sue
relazioni con l’individuo. A questo proposito è opportuno osservare che gli
stessi Greci, e Aristotele fra gli altri, attribuivano al cuore la medesima
funzione, e ne facevano inoltre la sede dell’intelligenza, se ci è consentito
questo modo d’esprimerci, e non del sentimento, come sono soliti fare i
moderni; il cervello, infatti, non è veramente che lo strumento del «mentale»,
vale a dire del pensiero discorsivo e riflessivo; così, secondo un simbolismo a
cui abbiamo già accennato in precedenza, il cuore corrisponde al sole e il
cervello alla luna. È ovvio, d’altronde, che, quando si designa il cuore come
centro dell’individualità integrale, occorre fare ben attenzione a non
considerare quella che è soltanto un’analogia come un’assimilazione, ed anche
al fatto che si tratta solo di una corrispondenza, del resto per nulla arbitraria,
ma perfettamente fondata, quantunque i nostri contemporanei siano per abitudine
portati a disconoscerne le ragioni profonde.
«In questa dimora di Brahma (Brahma-pura)»,
vale a dire nel centro vitale di cui abbiamo parlato, «vi è un piccolo loto,
una dimora nella quale c’è una piccola cavità (dahara), occupata
dall’Etere (Âkâsha); si deve cercare Ciò che risiede in questo luogo, e
Lo si conoscerà».1 In questo centro dell’individualità, infatti, non
risiede soltanto l’elemento etereo, principio degli altri quattro elementi
sensibili, come potrebbe credere chi si arrestasse al significato più
esteriore, cioè a quello che riguarda unicamente il mondo corporeo. Questo
elemento svolge sì la funzione di principio nel mondo corporeo, ma in un senso
tutto relativo, così come questo stesso mondo è eminentemente relativo, ed è
proprio questo senso che bisogna trasporre analogicamente. D’altronde l’Etere è
menzionato qui solo come «supporto» per tale trasposizione, e la stessa
conclusione del testo lo suggerisce esplicitamente, poiché, se non si trattasse
in realtà di altra cosa, evidentemente non vi sarebbe niente da cercare;
aggiungeremo che il loto e la cavità di cui si parla devono essere anche
considerati simbolicamente, perché una «localizzazione» di questo genere non va
certo intesa alla lettera, dal momento che, superato il punto di vista
dell’individualità corporea, le
1. Chhândogya Upanishad, 8° Prapâthaka, 1°
Khanda, shruti 1.
Il centro vitale dell’essere umano 37
altre modalità non sono
più sottomesse alla condizione spaziale.
Ciò di cui veramente si
tratta non è neppure soltanto l’«anima vivente» (jîvâtmâ), ossia la
manifestazione particolare dei «Sé» nella vita (jîva), dunque
nell’individuo umano, considerato più particolarmente sotto l’aspetto vitale,
che esprime una delle condizioni d’esistenza le quali propriamente definiscono
il suo stato, e che, d’altronde, si riferisce a tutto l’insieme delle sue
modalità. Infatti, metafisicamente, tale manifestazione non dev’essere
considerata separatamente dal suo principio, che è il «Sé»; e se questo appare
come jîva nell’ambito dell’esistenza individuale, dunque in modo
illusorio, esso è però Âtmâ nella realtà suprema. «Questo Âtmâ
che sta nel cuore è più piccolo di un chicco di riso, più piccolo di un chicco
d’orzo, più piccolo di un chicco di senape, più piccolo di un chicco di miglio,
più piccolo del germe racchiuso in un chicco di miglio; questo Âtmâ che
sta nel cuore è anche più grande della terra (il dominio della manifestazione
grossolana), più grande dell’atmosfera (il dominio della manifestazione
sottile), più grande del cielo (il dominio della manifestazione informale), più
grande di tutti questi mondi messi insieme (vale a dire è al di là di ogni
manifestazione, essendo l’incondizionato)».1 Il fatto è che, poiché
l’analogia va applicata, secondo quanto già abbiamo spiegato, in senso inverso
– allo stesso modo in cui l’immagine di un oggetto in uno specchio è invertita
rispetto all’oggetto –, quello che è il primo o il più grande nell’ordine
principiale è, per lo meno apparentemente, l’ultimo o il più piccolo
nell’ordine della manifestazione.2 Per rendere la cosa più chiara,
prenderemo
1. Chhândogya Upanishad, 3° Prapâthaka, 14°
Khanda, shruti 3. È impossibile non ricordare a questo proposito la parabola
del Vangelo: «Il Regno dei Cieli è simile a un granello di senape che un uomo
prende e semina nel suo campo; esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta
cresciuto, è più grande di tutti gli altri legumi e diviene un albero, tanto
che gli uccelli del cielo vengono a riposarsi sui suoi rami» (Matteo,
13, 31-32). Quantunque il punto di vista sia sicuramente differente, è
facile capire come la concezione del «Regno dei Cieli» possa essere trasposta
metafisicamente: la crescita dell’albero è lo sviluppo delle possibilità; e
perfino gli «uccelli del cielo», che allora rappresentano gli stati superiori
dell’essere, ricordano un simbolismo simile usato in un altro testo delle Upanishad:
«Due uccelli, compagni inseparabilmente uniti, stanno su uno stesso albero;
l’uno mangia il frutto dell’albero; l’altro guarda senza mangiare» (Mundaka
Upanishad, 3° Mundaka, 1° Khanda, shruti l; Shwêtâshwatara Upanishad,
4° Adhyâya, shruti 6). Il primo dei due uccelli è jîvâtmâ, impegnato nel
campo dell’azione e delle sue conseguenze; il secondo è l’Âtmâ
incondizionato, cioè pura Conoscenza; se sono inseparabilmente uniti, è perché
il primo non è distinto dal secondo che in modo illusorio.
2. Anche in questo caso, troviamo lo stesso
concetto espresso con grande
38 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
dei termini di paragone
nel campo della matematica: il punto geometrico è nullo quantitativamente, né
occupa spazio, benché sia il principio da cui è prodotto tutto lo spazio, che è
lo sviluppo delle sue virtualità;1 allo stesso modo l’unità
aritmetica è il più piccolo dei numeri se la si considera all’interno della
loro molteplicità, ma in linea di principio è il più grande, poiché li contiene
tutti virtualmente e ne produce l’intera serie con la sola ripetizione indefinita
di se stessa. Il «Sé» è solo potenzialmente nell’individuo, finché l’«Unione»
non è realizzata,2 perciò è paragonabile a un seme o a un germe; ma
l’individuo e l’intera manifestazione esistono soltanto per esso e hanno realtà
solo perché partecipano della sua essenza, mentre esso oltrepassa immensamente
l’intera manifestazione, essendo il Principio unico di tutte le cose.
Se diciamo che il «Sé» è potenzialmente
nell’individuo e che l’«Unione» esiste solo virtualmente prima della
realizzazione, evidentemente ciò è da intendersi soltanto dal punto di vista
dell’individuo stesso. Infatti il «Sé» non è soggetto ad alcuna contingenza,
perché è essenzialmente incondizionato; è immutabile nella sua «permanente
attualità», e così non può avere in sé alcunché di potenziale. Occorre quindi
aver cura nel distinguere «potenzialità» e «possibilità»: la prima indica la
capacità di avere un certo sviluppo, presuppone una possibile
«attualizzazione», e può dunque applicarsi solamente al «divenire» o alla
manifestazione; le possibilità, invece, considerate nello stato principiale e
non-manifestato, che esclude ogni «divenire», non possono in alcun modo essere
viste come potenziali. All’individuo, però, tutte le possibilità che lo
oltrepassano appaiono potenziali, perché, nella misura in cui egli considera se
stesso in modo «separativo», come se avesse da sé il proprio essere, ciò che
può raggiungere è propriamente soltanto un riflesso
chiarezza nel Vangelo: «Gli ultimi saranno i primi
e i primi saranno gli ultimi» (Matteo, 20, 16).
1. Anche da un punto di vista più esteriore, quello
della geometria ordinaria ed elementare, si può far osservare che, per
spostamento continuo, il punto produce la linea, la linea la superficie, e
quest’ultima il volume; ma, inversamente, la superficie è l’intersezione di due
volumi, la linea è l’intersezione di due superfici, il punto è l’intersezione
di due linee.
2. Dei resto, è in realtà l’individuo che è nel
«Sé», e l’essere ne prende effettivamente coscienza quando l’«Unione» è
realizzata; ma questa presa di coscienza implica la liberazione dalle
limitazioni che costituiscono l’individualità come tale, e che, più in
generale, condizionano ogni manifestazione. Quando parliamo del «Sé» come in
certo modo presente nell’individuo, ci poniamo dal punto di vista della
manifestazione, e anche questa è un’applicazione del senso inverso.
Il centro vitale dell’essere umano 39
(âbhâsa), e non
queste possibilità stesse; benché ciò sia soltanto un’illusione, possiamo
comunque affermare che queste possibilità restano sempre potenziali per
l’individuo, poiché egli non può raggiungerle in quanto individuo e, non appena
esse sono realizzate, non esiste invero più alcuna individualità, come
spiegheremo più compiutamente quando dovremo parlare della «Liberazione». Ma
qui dobbiamo porci al di là del punto di vista individuale, al quale, pur
considerandolo illusorio, nondimeno riconosciamo quella realtà che può assumere
nel suo ordine; anche quando consideriamo l’individuo, ciò è possibile solo in
quanto l’individuo dipende essenzialmente dal Principio, unico fondamento di
questa realtà, e in quanto si integra, virtualmente o effettivamente, con
l’essere totale; metafisicamente, tutto deve essere in definitiva ricollegato
al Principio, che è il «Sé».
Così, dal punto di vista fisico, ciò che
risiede nel centro vitale è l’Etere; dal punto di vista psichico, è l’«anima
vivente», e fin qui non oltrepassiamo il dominio delle possibilità individuali;
ma ciò che risiede nel centro vitale è anche e soprattutto, dal punto di vista
metafisico, il «Sé» principiale e incondizionato. È dunque proprio lo «Spirito
Universale» (Âtmâ) a essere, in realtà, lo stesso Brahma, il
«Supremo Ordinatore»; e così è pienamente giustificata la designazione di
questo centro come Brahma-pura. Ora Brahma, concepito in tale
maniera nell’uomo (e lo si potrebbe considerare in modo simile in rapporto a
ogni stato dell’essere), è chiamato Purusha, perché riposa o risiede
nell’individualità (si tratta, ripetiamolo ancora, dell’individualità
integrale, non semplicemente dell’individualità limitata alla sua modalità
corporea) come in una città (puri-shaya), perché pura, nel senso
proprio e letterale, significa «città».1
Nel centro vitale, residenza di Purusha,
«non brilla il sole, né la luna, né le stelle, né i lampi; meno ancora questo
fuoco visibile (l’elemento igneo sensibile, o Têjas, la cui qualità
propria è la visibilità). Tutto brilla in seguito all’irraggiamento di Purusha
(riflettendo la sua luce); e questo tutto (l’individualità integrale,
considerata come “microcosmo”) è illuminato dal
1. Senza dubbio questa spiegazione della parola Purusha
non deve essere considerata una derivazione etimologica; essa rientra
nell’ambito del Nirukta, vale a dire di una interpretazione che si basa
principalmente sul valore simbolico degli elementi di cui sono composte le
parole; questo metodo esplicativo, per lo più incompreso dagli orientalisti, è
in un certo modo paragonabile a quello che si incontra nella Qabbalah
ebraica; non era nemmeno interamente sconosciuto ai Greci, e ve ne sono esempi
nel Cratilo di Platone. Quanto al significato di Purusha,
facciamo notare che puru esprime un’idea di «pienezza».
40 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
suo splendore».1
Parimenti si legge nella Bhagavad-Gîtâ:2 «Bisogna cercare il
luogo (simboleggiante uno stato) da cui non c’è ritorno (alla manifestazione),
e rifugiarsi nel Purusha primordiale donde è venuto l’impulso originario
(della manifestazione universale)... Quel luogo, né il sole, né la luna, né il
fuoco lo rischiarano; quella è la mia suprema dimora».3 Purusha
è rappresentato come una luce (jyotis), perché la luce simboleggia la
Conoscenza, ed esso è la fonte di ogni altra luce, che in fondo è soltanto il
suo riflesso, perché ogni conoscenza relativa non può esistere che per
partecipazione, sia pure indiretta e lontana, all’essenza della Conoscenza
suprema. Nella luce di questa Conoscenza, tutte le cose sono in perfetta
simultaneità, poiché, principialmente, non può esservi che un «eterno
presente», l’immutabilità escludendo ogni successione; i rapporti fra
possibilità che, in Sé, sono eternamente contenute nel Principio non appaiono
in modo successivo (il che non significa necessariamente in modo temporale) che
nell’ordine del manifestato. «Questo Purusha, della grandezza di un
pollice (angushtha-mâtra, espressione che non va intesa letteralmente
come dimensione spaziale, ma che si riferisce alla stessa idea a cui allude il
paragone con il seme),4 è di una luminosità chiara come un fuoco
senza fumo (senza alcuna mescolanza di oscurità o d’ignoranza); è il signore
del passato e del futuro (essendo eterno, dunque onnipresente, per cui contiene
attualmente tutto ciò che appare
1. Katha Upanishad, 2° Adhyâya, 5a
Valli, shruti 15; Mundaka Upanishad, 2° Mundaka, 2° Khanda, shruti 10; Shwêtâshwatara
Upanishad, 6° Adhyâya, shruti 14.
2. È noto che la Bhagavad-Gîtâ è un episodio
del Mahâbhârata, e a questo proposito ricorderemo che gli Itihâsa,
vale a dire il Râmâyana e il Mahâbhârata, dato che fanno parte
della Smriti, sono tutt’altra cosa che semplici «poemi epici» nel senso
«profano» in cui li intendono gli Occidentali.
3. Bhagavad-Gîtâ, XV, 4 e 6. Occorre
segnalare l’interessante somiglianza di questi testi con il seguente passo
della descrizione della «Gerusalemme Celeste» nell’Apocalisse, 21, 23:
«E la città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna,
perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello». Da ciò si
può vedere come la «Gerusalemme Celeste» non sia senza rapporti con la «città
di Brahma»; per chi non ignori la relazione che unisce l’«Agnello» del
simbolismo cristiano all’Agni vedico, l’accostamento è ancora più
significativo. Senza poter insistere su quest’ultimo punto, diremo, per evitare
ogni falsa interpretazione, che non pretendiamo affatto di stabilire una
relazione etimologica fra Agnus e Ignis (l’equivalente latino di Agni);
ma somiglianze fonetiche come quella esistente fra queste due parole hanno
spesso una parte importante nel simbolismo; del resto, per noi, non c’è nulla
di fortuito in questo, poiché tutto ciò che esiste ha la sua ragione d’essere,
comprese le forme del linguaggio. Conviene ancora notare, a questo stesso
riguardo, che il veicolo di Agni è un ariete.
4. Si potrebbe anche, a questo proposito, stabilire
un paragone con l’«endogenia dell’Immortale» insegnata dalla tradizione
taoista, come pure con il luz o «nocciolo di immortalità» della
tradizione ebraica.
Il centro vitale dell’essere umano 41
come passato e futuro
rispetto a un qualunque momento della manifestazione; questo, d’altronde, può
essere trasposto al di fuori di quella particolare modalità di successione che
è propriamente il tempo); esso è oggi (nello stato attuale che costituisce l’individualità
umana) e sarà domani (e in tutti i cicli o stati di esistenza) tale quale è (in
Sé, principialmente, fin dall’eternità)».1
1. Katha Upanishad, 2° Adhyâya, 4a
Valli, shruti 12 e 13. Nell’esoterismo islamico, la stessa idea è espressa in
termini quasi identici da Mohyîddîn Ibn Arabi nel suo Trattato dell’Unità
(Risâlatu-l-Ahadiyah): «Egli (Allah) è ora tale quale è stato
(fin da tutta l’eternità) tutti i giorni nello stato di Creatore Sublime». La
sola differenza riguarda l’idea di «creazione», propria delle dottrine
tradizionali che, almeno parzialmente, si ricollegano al Giudaismo; in fondo questo
non è che un modo particolare di esprimere ciò che si riferisce alla
manifestazione universale e alla sua relazione con il Principio. [Una
traduzione del Trattato dell’Unità è stata pubblicata nei fascicoli 7 e
8 della «Rivista di Studi Tradizionali». N.d.T.].
4. Purusha e Prakriti
Dobbiamo ora considerare Purusha, non
più in se stesso, ma in rapporto alla manifestazione; questo ci consentirà di
capire meglio in seguito come esso possa essere visto sotto diversi aspetti,
pur essendo in realtà uno solo. Diremo dunque che Purusha, affinché la
manifestazione si produca, deve entrare in correlazione con un altro principio,
sebbene una tale correlazione sia inesistente per ciò che concerne il suo
aspetto più elevato (uttama), e non vi sia in realtà proprio nessun
altro principio, se non in senso relativo, al di fuori del Principio Supremo;
ma, quando si tratta della manifestazione, anche principialmente, già siamo
nell’ambito della relatività. Il correlativo di Purusha è allora Prakriti,
la sostanza primordiale indifferenziata, il principio passivo, rappresentato
come femminile, mentre Purusha, chiamato anche Pumas, è il
principio attivo, rappresentato come maschile; e, pur rimanendo immanifesti in
se stessi, sono tuttavia i due poli della manifestazione. L’unione di questi
due principi complementari produce lo sviluppo integrale dello stato
individuale umano, e ciò relativamente a ogni individuo; lo stesso vale per
tutti gli stati manifestati dell’essere diversi da quello umano, poiché, se
dobbiamo studiare più specialmente questo stato, è bene però non dimenticare
mai che è solo uno stato fra gli altri, e che Purusha e Prakriti
ci appaiono risultare in qualche modo da una polarizzazione dell’essere
principiale non fino al limite della sola individualità umana, bensì fino al
limite della totalità degli stati manifestati, in molteplicità indefinita.
Se, invece di considerare isolatamente ogni
individuo, esaminiamo l’ambito complessivo formato da un grado determinato
dell’Esistenza, quale ad esempio l’ambito individuale dove si dispiega lo stato
umano, o qualsiasi altro ambito analogo dell’esistenza manifestata, parimenti
definito da un certo insieme di condizioni particolari e limitative, Purusha,
per tale ambito (comprendente tutti gli esseri che vi sviluppano le loro
possibilità di manifestazione corrispondenti, tanto successivamente quanto
simultaneamente), è assimilato a Prajâpati, il «Signore degli esseri
prodotti», espressione di Brahma stesso concepito come Volontà Divina e
Ordinatore Supremo.1 Questa Volontà si manifesta
1. Praiâpati è anche Vishwakarma, il
«principio costruttivo universale»; il suo nome e la sua funzione sono
suscettibili d’altronde di applicazioni molteplici e più o meno specializzate,
secondo che siano o meno collegati alla considerazione di questo o quel ciclo o
stato determinato.
44 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
più specialmente, in
ciascun particolare ciclo di esistenza, come il Manu di quel ciclo, che
gli dà la sua Legge (Dharma); infatti Manu, come abbiamo già
spiegato altrove, non deve in alcun modo essere considerato un personaggio
storico né un «mito», bensì un principio, che è propriamente l’Intelligenza
cosmica, immagine riflessa di Brahma (e in realtà una cosa sola con Lui)
che si esprime come Legislatore primordiale e universale.1 Come Manu
è il prototipo dell’uomo (mânava), così la coppia Purusha-Prakriti,
rispetto a un determinato stato dell’essere, può venire considerata
equivalente, nell’ambito di esistenza che corrisponde a quello stato, a ciò che
l’esoterismo islamico chiama l’«Uomo Universale» (El-Insânul-kâmil),2
concezione che d’altronde può essere poi estesa a tutto l’insieme degli stati
manifestati, e che allora stabilisce l’analogia costitutiva fra la
manifestazione universale e la sua modalità individuale umana,3 o,
per usare il linguaggio di certe scuole occidentali, fra il «macrocosmo» e il «microcosmo».4
A questo punto, è indispensabile osservare che
la concezione della coppia Purusha-Prakriti non ha alcuna relazione con
una qualsiasi concezione «dualista», e che, in particolare, è totalmente
differente dal dualismo «spirito-materia» della filosofia occidentale moderna,
la cui origine è in realtà imputabile al cartesianismo. Non si può considerare Purusha
come corrispondente alla nozione filosofica di «spirito», come abbiamo già
accennato a proposito della designazione di Âtmâ come «Spirito
Universale», che è accettabile solo a patto che venga intesa in un senso del
tutto diverso; e, malgrado le asserzioni di numerosi orientalisti, Prakriti
corrisponde ancora meno alla nozione di «materia», la quale d’altronde è
completamente estranea al pensiero indù, a tal punto che in sanscrito non
esiste alcuna parola che la possa esprimere, neanche approssimativamente, il
che dimostra che tale nozione non è veramente
1. È interessante notare che anche in altre
tradizioni il Legislatore primordiale è designato con nomi la cui radice è la
stessa di quella del Manu indù: tali sono, in particolare, il Menes
o Mina degli Egizi, il Minos dei Greci e il Menw dei
Celti; è dunque un errore considerare questi nomi come nomi di personaggi
storici.
2. È l’Adam Qadmon della Qabbalah
ebraica; è anche il «Re» (Wang) della tradizione estremo-orientale (Tao-te-king,
XXV).
3. Ricordiamo che l’istituzione delle caste si
fonda essenzialmente su questa analogia. Sul ruolo di Purusha
considerato dal punto di vista qui accennato, si veda in particolare il Purusha-Sûkta
del Rig-Vêda, X, 90. Vishwakarma, aspetto o funzione dell’«Uomo
Universale», corrisponde al «Grande Architetto dell’Universo» delle iniziazioni
occidentali.
4. Questi termini appartengono propriamente
all’Ermetismo e riteniamo di non doverci preoccupare dell’uso più o meno
abusivo che di essi è stato fatto da parte degli pseudo-esoteristi
contemporanei.
Purusha e Prakriti 45
fondamentale. Del
resto, è assai probabile che gli stessi Greci non avessero la nozione di
materia quale è intesa dai moderni, sia filosofi che fisici; in ogni caso, il
senso della parola ΰλη in Aristotele coincide con quello di «sostanza»
in tutta la sua universalità, e εϊδος, (che la parola «forma» rende
piuttosto male, per gli equivoci cui può troppo facilmente dar luogo)
corrisponde non meno esattamente all’«essenza», considerata come correlativa
della «sostanza». Infatti, le parole «essenza» e «sostanza», prese nella loro
accezione più ampia, sono forse, nelle lingue occidentali, quelle che meglio
fanno capire la concezione di cui stiamo parlando, concezione d’ordine molto
più universale di quella di «spirito» e «materia», e di cui quest’ultima non
rappresenta tutt’al più che un aspetto particolarissimo, una specificazione in
rapporto a un determinato stato d’esistenza, fuori del quale cessa interamente
d’essere valida, invece di essere applicabile alla totalità della
manifestazione universale, come è il caso della concezione di «essenza» e di
«sostanza». È inoltre necessario aggiungere che la distinzione fra queste
ultime, pur fondamentale rispetto a ogni altra, non per questo è meno relativa:
essa è la prima fra tutte le dualità, quella da cui derivano tutte le altre
direttamente o indirettamente, e da dove propriamente ha inizio la
molteplicità; ma in questa dualità non bisogna vedere l’espressione di una
irriducibilità assoluta che certamente non può esserci: è l’Essere Universale
che, relativamente alla manifestazione di cui è il principio, si polarizza in
«essenza» e in «sostanza», senza peraltro che la sua intima unità ne sia in
alcun modo alterata. Ricorderemo a questo proposito che il Vêdânta,
appunto perché puramente metafisico, è essenzialmente la «dottrina della
non-dualità» (adwaita-vâda);1 se il Sânkhya è potuto
apparire «dualista» a chi non l’ha capito, ciò dipende dal suo punto di vista
che si ferma alla considerazione della prima dualità, ciò che però non gli
impedisce affatto di ammettere come possibile tutto ciò che l’oltrepassa,
contrariamente alle concezioni sistematiche, prerogativa dei filosofi.
Dobbiamo precisare ancora che cosa sia Prakriti,
il primo dei venticinque principi (tattwa) enumerati nel Sânkhya;
ma abbiamo dovuto prendere in esame Purusha prima di Prakriti,
essendo inammissibile che il principio plastico o sostanziale (nel significato
1. Abbiamo spiegato, nell’Introduzione generale
allo studio delle dottrine indù, che questo «non-dualismo» non va confuso
con il «monismo», che, qualunque forma prenda, è, come il «dualismo», di ordine
semplicemente filosofico e non metafisico; esso non ha nulla in comune neppure
con il «panteismo» ed è tanto meno assimilabile ad esso in quanto quest’ultima
denominazione, quando è usata in un senso ragionevole, implica sempre un certo
«naturalismo» propriamente antimetafisico.
46 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
strettamente
etimologico della parola, che esprime il «substratum universale», vale a
dire il supporto di tutta la manifestazione)1 sia dotato di
«spontaneità», dato che è puramente potenziale e passivo, atto a ricevere
qualunque determinazione, senza possederne però attualmente alcuna. Prakriti
non può dunque essere veramente causa di per se stessa (alludiamo alla
«causalità efficiente»), al di fuori dell’azione, o meglio dell’influenza del
principio essenziale, Purusha, il quale è, potremmo dire, il «determinante»
della manifestazione; tutte le cose manifestate sono prodotte da Prakriti,
di cui sono determinazioni o modificazioni, ma senza la presenza di Purusha
queste produzioni sarebbero sprovviste di ogni realtà. L’opinione secondo cui Prakriti
sarebbe sufficiente a se stessa come principio della manifestazione potrebbe
essere ricavata soltanto da una concezione completamente errata del Sânkhya
derivante semplicemente dal fatto che, in questa dottrina, ciò che è chiamato
«produzione» è sempre considerato esclusivamente sotto l’aspetto «sostanziale»,
e forse anche dal fatto che Purusha vi è enumerato soltanto quale
venticinquesimo tattwa, peraltro interamente indipendente dagli altri, i
quali comprendono Prakriti e tutte le sue modificazioni; un’opinione del
genere sarebbe del resto formalmente contraria all’insegnamento del Vêda.
Mûla-Prakriti è la
«Natura primordiale» (chiamata in arabo El-Fitrah), radice di tutte le
manifestazioni (mûla significa infatti «radice»); essa è chiamata anche Pradhâna,
vale a dire «ciò che è posto prima d’ogni cosa», contenendo in potenza tutte le
determinazioni; secondo i Purâna è identica a Mâyâ, concepita
come «madre delle forme». È indifferenziata (avyakta) e
«indistinguibile», non essendo né composta di parti né dotata di qualità, può
essere soltanto inferita dai suoi effetti, poiché non la si può percepire in se
stessa, ed è produttiva senza essere essa stessa produzione. «Essendo radice, è
senza radice, poiché non sarebbe radice, se essa stessa avesse una radice».2
«Prakriti, radice di tutto, non è una produzione. Sette principi, il
grande (Mahat, che è il principio intellettuale o Buddhi) e gli
altri (ahankâra o la coscienza individuale, che genera la nozione
dell’“io”, e i cinque tanmâtra o determinazioni essenziali delle cose),
sono insieme produzioni (di Prakriti) e produttivi (rispetto
1. Aggiungiamo, per evitare ogni possibile errore
di interpretazione, che il senso da noi attribuito alla parola «sostanza» non è
affatto quello in cui questo termine è stato usato da Spinoza, in quanto per un
effetto della confusione «panteista» egli se ne serve per designare l’Essere
Universale stesso, almeno nella misura in cui è capace di concepirlo; in
realtà, l’Essere Universale è di là dalla distinzione di Purusha e Prakriti,
che si unificano in esso come loro principio comune.
2. Sânkhya-Sûtra, 1° Adhyâya, sûtra 67.
Purusha e Prakriti 47
ai seguenti). Sedici
(gli undici indriya o facoltà di sensazione e di azione, ivi compreso il
manas o “mentale”, e i cinque bhûta o elementi sostanziali e
sensibili) sono produzioni (improduttive). Purusha non è né produzione,
né produttivo (in se stesso)»,1 quantunque sia la sua azione, o
meglio la sua attività «non-agente», secondo un’espressione che prendiamo in
prestito dalla tradizione estremo-orientale, a determinare essenzialmente tutto
ciò che è produzione sostanziale in Prakriti.2
Aggiungeremo, per completare queste nozioni,
che Prakriti, pur essendo necessariamente una sola nella sua
«indistinzione», contiene in sé una triplicità che, attualizzandosi sotto
l’influsso «ordinatore» di Purusha, produce le sue molteplici
determinazioni. Infatti possiede tre guna o qualità costitutive, che
sono in perfetto equilibrio nella sua indifferenziazione primordiale; ogni
manifestazione o modificazione della sostanza rappresenta una rottura di questo
equilibrio, e gli esseri, nei loro differenti stati di manifestazione,
partecipano dei tre guna in gradi diversi e, per così dire, secondo
proporzioni indefinitamente varie. Questi guna non sono dunque degli
stati, ma condizioni dell’Esistenza universale, alle quali sono sottomessi
tutti gli esseri manifestati, e che occorre aver cura di distinguere dalle
condizioni particolari che determinano e definiscono questo o quello stato o
modo della manifestazione. I tre guna sono: sattwa, la conformità
all’essenza pura dell’Essere (Sat), che è identificata con la Luce
intelligibile o con la Conoscenza, ed è rappresentata come una tendenza
ascendente; rajas, l’impulso espansivo, in base al quale l’essere si
sviluppa in un certo stato e, in qualche modo, a un livello determinato
dell’esistenza; infine tamas, l’oscurità, assimilata all’ignoranza, e
rappresentata come una tendenza discendente. Ci
1. Sânkhya-Kârikâ, shloka 3.
2. Colebrooke (Essais sur la Philosophie des
Hindous, tradotti in francese da G. Pauthier, 1er Essai)
ha segnalato con ragione la notevole concordanza che esiste fra l’ultimo passo
citato e i seguenti, tratti dal De divisione naturae di Scoto Erigena:
«La divisione della Natura mi sembra doversi stabilire secondo quattro
differenti specie, di cui la prima è ciò che crea e non è creato; la seconda,
ciò che è creato e a sua volta crea; la terza, ciò che è creato e non crea; e
la quarta, infine, ciò che non è creato e nemmeno crea» (Libro primo). «Ma la
prima specie e la quarta (assimilabili rispettivamente a Prakriti e a Purusha)
coincidono (si confondono, o meglio, si uniscono) nella Natura Divina, poiché
questa può esser detta creatrice e increata, quale è in se stessa, ma anche né
creatrice né creata, poiché, essendo infinita, nulla può produrre che le sia
esteriore, né vi è possibilità alcuna che essa non sia in sé e per Sé» (Libro
terzo). Si noterà tuttavia la sostituzione dell’idea di «creazione» a quella di
«produzione»; d’altra parte, l’espressione «Natura Divina» non è perfettamente
adeguata, poiché ciò che designa è propriamente l’Essere Universale: in realtà,
è Prakriti la natura primordiale, e Purusha, essenzialmente
immutabile, è al di fuori della Natura, il cui nome stesso esprime un’idea di
«divenire».
48 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
limiteremo per ora a
queste definizioni, che abbiamo già accennate altrove; non è questo il luogo
per esporre più completamente queste considerazioni, che esulano un poco dal
nostro tema, né è il luogo per parlare delle applicazioni diverse alle quali esse
danno luogo, specialmente per ciò che concerne la teoria cosmologica degli
elementi; questi sviluppi troveranno migliore collocazione in altri studi.
5. Purusha inalterato dalle
modificazioni individuali
Secondo la Bhagavad-Gîtâ, «vi sono nel
mondo due Purusha, l’uno distruttibile, l’altro indistruttibile: il
primo è ripartito fra tutti gli esseri, l’altro è l’immutabile. Ma vi è un
altro Purusha, il più alto (uttama), che si chiama Paramâtmâ
e che, Signore imperituro, penetra e sostiene i tre mondi (la terra,
l’atmosfera e il cielo, che rappresentano i tre gradi fondamentali fra cui sono
ripartiti tutti i modi della manifestazione). Poiché io sono al di là del
distruttibile e anche dell’indistruttibile (quale Principio Supremo dell’uno e
dell’altro), sono celebrato nel mondo e nel Vêda con il nome di Purushottama».1
Fra i primi due Purusha, il «distruttibile» è jîvâtmâ, la cui
esistenza distinta è infatti transitoria e contingente come quella della stessa
individualità, e l’«indistruttibile» è Âtmâ in quanto personalità,
principio permanente dell’essere in tutti i suoi stati di manifestazione;2
quanto al terzo, esso è, secondo ciò che dichiara espressamente il testo, Paramâtmâ,
di cui la personalità è una determinazione primordiale, come abbiamo spiegato
in precedenza. Quantunque la personalità sia in realtà al di là del dominio
della molteplicità, si può tuttavia, in un certo senso, parlare di una
personalità per ciascun essere (si tratta naturalmente dell’essere totale, e
non di uno stato considerato isolatamente): perciò il Sânkhya, il cui
punto di vista non raggiunge Purushottama, spesso presenta Purusha
come molteplice; ma si deve notare che, anche in questo caso, il suo nome è
sempre usato al singolare,
1. Bhagavad-Gîtâ, XV, 16-18.
2. Sono «i due uccelli che stanno su uno stesso
albero», secondo i testi delle Upanishad citati in una nota precedente.
D’altra parte, anche nella Katha Upanishad, 2° Adhyâya, 6a
Valli, shruti 1, si parla di un albero, ma questo simbolo ha allora
un’applicazione «macrocosmica», non più «microcosmica»: «Il mondo è come un
fico eterno (ashwattha sanâtana) la cui radice è rivolta in alto e i cui
rami affondano nella terra»; parimenti, nella Bhagavad-Gîtâ, XV, 1: «È
un fico imperituro, la radice in alto e i rami in basso, le cui foglie sono gli
inni del Vêda; chi lo conosce, conosce il Vêda». La radice è in
alto perché rappresenta il principio, e i rami sono in basso perché
rappresentano il dispiegarsi della manifestazione; l’albero è capovolto perché
l’analogia va applicata, qui come dappertutto, in senso inverso. In entrambi i
casi si dice che l’albero è il fico sacro (ashwattha o pippala);
in questa o in altre forme, il simbolismo dell’«Albero del Mondo» è lungi
dall’essere peculiare dell’India: la quercia dei Celti, il tiglio dei Germani,
il frassino degli Scandinavi rappresentano esattamente la stessa cosa.
50 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
per affermare
nettamente la sua unità essenziale. Il Sânkhya non ha dunque nulla in
comune con un «monadismo» del genere di quello di Leibniz, nel quale,
d’altronde, la «sostanza individuale» è considerata un tutto completo, una
specie di sistema chiuso, concezione incompatibile con ogni nozione di ordine
veramente metafisico.
Purusha,
considerato identico alla personalità, «è per così dire1 una parte (ansha)
del Supremo Ordinatore (che, tuttavia, non ha realmente parti, essendo
assolutamente indivisibile e “senza dualità”) come una scintilla lo è del fuoco
(la cui natura è d’altronde interamente in ogni scintilla)».2 Purusha
non è sottomesso alle condizioni che determinano l’individualità e, anche nei
suoi rapporti con questa, resta inalterato dalle modificazioni individuali
(quali, per esempio, il piacere e il dolore), che sono puramente contingenti e
accidentali, non essenziali all’essere, e che provengono tutte dal principio
plastico, Prakriti o Pradhâna, la loro sola radice. È da questa
sostanza, la quale contiene in potenza tutte le possibilità di manifestazione,
che le modificazioni sono prodotte nell’ordine manifestato, con lo sviluppo
stesso di queste possibilità,o, per usare un linguaggio aristotelico, con il
loro passaggio dalla potenza all’atto. «Ogni modificazione (parinâma),»
dice Vijnâna-Bhikshu «a partire dalla produzione originale del mondo (vale a
dire di ogni ciclo di esistenza) fino alla sua dissoluzione finale, proviene
esclusivamente da Prakriti e dai suoi derivati», vale a dire dai
ventiquattro primi tattwa del Sânkhya.
Purusha è tuttavia
il principio essenziale di tutte le cose, perché determina lo sviluppo delle
possibilità di Prakriti; ma esso stesso non entra mai nella
manifestazione, sicché tutte le cose, considerate in modo distintivo, sono
differenti da esso, e nulla di ciò che le concerne come tali (che costituisce
quello che si può chiamare il «divenire») può pregiudicare la sua immutabilità.
«Così la luce solare o lunare (suscettibile di molteplici modificazioni) sembra
identica a ciò che la produce (la sorgente luminosa considerata come immutabile
in se
1. La parola iva indica che si tratta di un
paragone (upamâ) o di un modo di parlare destinato a facilitare la
comprensione, che però non dev’essere inteso alla lettera. Ecco un testo
taoista che esprime un’idea consimile: «Le norme di ogni genere, come quella
che di più organi fa un corpo (o di più stati un essere)... sono altrettante
partecipazioni del Rettore Universale. Queste partecipazioni non L’aumentano,
né Lo diminuiscono, poiché sono comunicate da Lui, non staccate da Lui» (Tchoang-tseu,
cap. II; traduzione di Padre
Wieger, p. 217 [L. Wieger, Les Pères du système taoïste, Belles lettres,
Paris, 1975]).
2. Brahma-Sûtra,
2° Adhyâya, 3° Pâda, sûtra 43. Ricordiamo che noi seguiamo
principalmente, nella nostra interpretazione, il commento di Shankarâchârya.
Purusha e modificazioni individuali 51
stessa), eppure ne è
distinta (nella sua manifestazione esteriore, e parimenti le modificazioni o le
qualità manifestate sono, come tali, distinte dal loro principio essenziale, in
quanto non possono in alcun modo alterarlo). Come l’immagine del sole riflessa
nell’acqua trema o vacilla, secondo le ondulazioni dell’acqua, senza tuttavia
influire sulle altre immagini riflesse in essa né, a maggior ragione, influire
sull’orbe solare, così le modificazioni di un individuo non alterano un altro
individuo, né soprattutto il Supremo Ordinatore stesso»,1 che è Purushottama,
e al quale la personalità è realmente identica nella sua essenza, come ogni
scintilla è identica al fuoco, considerato come indivisibile nella sua natura
intima.
Qui l’«anima vivente» (jîvâtmâ) è
paragonata all’immagine del sole nell’acqua, in quanto riflesso (âbhâsa),
nell’ambito individuale e in rapporto a ciascun individuo, della Luce,
principialmente una, dello «Spirito Universale» (Âtmâ); il raggio
luminoso che fa esistere questa immagine e la unisce alla sua origine è, come
vedremo, l’intelletto superiore (Buddhi), che appartiene alla
manifestazione informale.2 Quanto all’acqua, che riflette la luce
solare, essa è di solito il simbolo del principio plastico (Prakriti),
l’immagine della «passività universale»; d’altronde, questo simbolo, con lo
stesso significato, è comune a tutte le dottrine tradizionali.3 Qui,
però, occorre limitarne il senso generale, poiché Buddhi, pur essendo
informale e sopra-individuale,
1. Brahma-Sûtra, 2° Adhyâya, 3° Pâda,
sûtra 46-53.
2. Occorre notare che il raggio presuppone un mezzo
di propagazione (manifestazione in modo non-individualizzato), e che l’immagine
presuppone un piano di riflessione (individualizzazione attraverso le
condizioni di un certo stato d’esistenza).
3. A questo riguardo, si può far riferimento in
particolare all’inizio del Genesi, 1, 2: «E lo Spirito di Dio
aleggiava sulle Acque». Nel passo citato vi è una chiarissima indicazione
concernente i due principi complementari di cui stiamo parlando, in quanto lo
Spirito corrisponde a Purusha e le Acque a Prakriti. Da un punto
di vista differente, e nondimeno collegato analogicamente al precedente, il Ruahh
Elohim del testo ebraico è anche assimilabile a Hamsa, il Cigno
simbolico, veicolo di Brahmâ, che cova il Brahmânda, l’«Uovo del
Mondo» contenuto nelle Acque primordiali; occorre notare che Hamsa è
anche il «soffio» (spiritus), che è il senso primario di Ruahh in
ebraico. Infine, se ci si pone dal punto di vista della costituzione del mondo
corporeo, Ruahh è l’Aria (Vâyu); se ciò non dovesse portarci a
considerazioni troppo lunghe, potremmo dimostrare che fra la Bibbia e il Vêda
esiste una concordanza perfetta, per ciò che concerne l’ordine di sviluppo
degli elementi sensibili. In ogni caso, in ciò che abbiamo detto è possibile
trovare l’indicazione di tre sensi sovrapposti, che si riferiscono
rispettivamente ai tre gradi fondamentali della manifestazione (informale,
sottile, grossolana), che la tradizione indù chiama i «tre mondi» (Tribhuvana).
Questi tre mondi figurano anche nella Qabbalah ebraica con i nomi di Beriah,
Ietsirah, Asiah; al di sopra di tutti sta Atsiluth, lo
stato principiale della non-manifestazione.
52 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
è ancora manifestata e,
pertanto, dipende da Prakriti di cui è la prima produzione; l’acqua non
può quindi rappresentare qui che l’insieme potenziale delle possibilità
formali, vale a dire il dominio della manifestazione in modo individuale, e
così essa lascia fuori di sé quelle possibilità informali che, pur
corrispondendo a stati di manifestazione, devono tuttavia essere riferite
all’Universale.1
1. Se si conserva al simbolo dell’acqua il suo
senso generale, l’insieme delle possibilità formali è designato con il nome di
«Acque inferiori», e quello delle possibilità informali con il nome di «Acque
superiori». La separazione delle «Acque inferiori» e delle «Acque superiori»,
dal punto di vista cosmogonico, si trova anch’essa descritta nel Genesi,
1, 6 e 7; occorre inoltre rilevare che la parola Maîm, che
in ebraico designa l’acqua, ha la forma del duale, il che può essere inteso
come un riferimento, fra l’altro, al «duplice caos» delle possibilità formali e
informali allo stato potenziale. Le Acque primordiali, prima della separazione,
sono la totalità delle possibilità di manifestazione, in quanto essa
costituisce l’aspetto potenziale dell’Essere Universale, che è propriamente Prakriti.
Lo stesso simbolismo ha ancora un altro senso, superiore agli altri, che si
ottiene trasponendolo al di là dell’Essere stesso: le Acque rappresentano
allora la Possibilità Universale, considerata in modo assolutamente totale,
ossia come ciò che nella sua infinità abbraccia allo stesso tempo il dominio
della manifestazione e quello della non-manifestazione. Quest’ultimo senso è il
più elevato; al grado immediatamente inferiore, nella polarizzazione
primordiale dell’Essere, abbiamo Prakriti, con la quale siamo ancora
solo al principio della manifestazione. Poi, continuando a scendere, possiamo
considerare, come abbiamo fatto in precedenza, i tre gradi della
manifestazione: ai primi due corrisponderà allora il «duplice caos» di cui già
abbiamo parlato, e al mondo corporeo, infine, l’Acqua in quanto elemento
sensibile (Ap). Quest’ultima, d’altronde, si trova già implicitamente
contenuta, come tutto ciò che appartiene alla manifestazione grossolana, nel
dominio delle «Acque inferiori», poiché la manifestazione sottile funge da
principio immediato e relativo rispetto alla manifestazione grossolana. Benché
queste spiegazioni siano un po’ lunghe, crediamo che non saranno inutili per
far comprendere, con esempi, come si possa considerare una pluralità di
significati e di applicazioni nei testi tradizionali.
6. I gradi della manifestazione individuale
Dobbiamo ora passare all’enumerazione dei
diversi gradi della manifestazione di Âtmâ, inteso come personalità, in
quanto tale manifestazione costituisce l’individualità umana; e possiamo ben
dire che essa la costituisce effettivamente, poiché l’individualità non avrebbe
esistenza alcuna se fosse separata dal suo principio, che è la personalità.
Tuttavia, il nostro modo d’esprimerci richiede una riserva: per manifestazione
di Âtmâ occorre intendere la manifestazione riferita ad Âtmâ come
suo principio essenziale; ma non si deve per questo pensare che Âtmâ si
manifesti in qualche modo, perché, come abbiamo già detto, esso non entra mai
nella manifestazione, ragion per cui non ne è in alcun modo condizionato. In
altre parole, Âtmâ è «Ciò da cui tutto è manifestato, senza che sia da
nulla manifestato»;1 questo non dovrà mai essere perso di vista in
tutto ciò che segue. Ricorderemo ancora che Âtmâ e Purusha sono
uno stesso e unico principio, e che ogni manifestazione è prodotta da Prakriti,
non da Purusha; ma, se il Sânkhya considera soprattutto questa
manifestazione come lo sviluppo o l’«attuazione» delle potenzialità di Prakriti,
poiché il suo punto di vista è principalmente «cosmologico» e non propriamente
metafisico, il Vêdânta deve scorgervi altra cosa, perché considera Âtmâ,
che è fuori della modificazione e del «divenire», come il vero principio a cui
tutto dev’essere infine riferito. Potremmo dire che, a questo riguardo, esiste
il punto di vista della «sostanza» e quello dell’«essenza», e che il primo è il
punto di vista «cosmologico», perché è quello della Natura e del «divenire»;
ma, d’altra parte, la metafisica non si limita all’«essenza», concepita come
correlativa della «sostanza», e nemmeno all’Essere, nel quale questi due
termini sono unificati; essa si spinge ben più lontano, poiché s’estende anche
a Paramâtmâ o Purushottama, che è il Brahma Supremo,
perciò il suo punto di vista (ammesso che questa espressione possa ancora
usarsi in tal caso) è veramente illimitato.
D’altra parte, quando parliamo dei differenti
gradi della manifestazione individuale, è facile capire che questi gradi
corrispondono a quelli della manifestazione universale, data l’analogia
costitutiva fra «macrocosmo» e «microcosmo» cui abbiamo
1. Kêna Upanishad, 1° Khanda, shruti
5-9; il passo sarà citato per intero più avanti.
54 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
sopra accennato. Si
capirà ancora meglio se si riflette che tutti gli esseri manifestati sono
ugualmente sottomessi alle condizioni generali che definiscono gli stati
d’esistenza nei quali essi sono posti; se, considerando un essere qualunque,
non si può isolare realmente uno stato di quell’essere dall’insieme di tutti
gli altri stati nella gerarchia dei quali esso si colloca a un determinato
livello, non si può neppure, da un altro punto di vista, isolare questo stato
da ciò che appartiene, non più allo stesso essere, ma allo stesso grado
dell’Esistenza universale; così tutto appare collegato in più modi, sia nella
manifestazione stessa, sia in quanto questa, formando un insieme unico nella
sua molteplicità indefinita, si ricollega al suo principio, vale a dire
all’Essere, e quindi al Principio Supremo. La molteplicità ha un proprio modo
di esistere, dato che è possibile, ma questo modo è illusorio, nel senso che
abbiamo già precisato (quello di una «minore realtà»), perché l’esistenza
stessa della molteplicità ha per base l’unità, da cui essa è prodotta e nella
quale è principialmente contenuta. Considerando in tal modo l’insieme della
manifestazione universale, si può dire che, nella stessa molteplicità dei suoi
gradi e dei suoi modi, «l’Esistenza è unica», secondo una formula che prendiamo
in prestito dall’esoterismo islamico; a questo proposito, occorre notare una
differenza importante fra «unicità» e «unità»: la prima avvolge la molteplicità
come tale, la seconda ne è il principio (non la «radice», nel senso in cui
questa parola è riferita solamente a Prakriti, ma in quanto contiene in
sé tutte le possibilità di manifestazione, tanto «essenzialmente» quanto
«sostanzialmente»). Si può dunque propriamente dire che l’Essere è uno, ed è
l’Unità stessa,1 in senso metafisico d’altronde, non in senso
matematico, poiché siamo ormai ben al di là del dominio della quantità: fra
l’Unità metafisica e l’unità matematica vi è analogia, non identità; parimenti,
quando si parla della molteplicità della manifestazione universale, non si
tratta nemmeno di una molteplicità quantitativa, poiché la quantità è solamente
una condizione speciale di certi stati manifestati. Infine, se l’Essere è uno,
il Principio Supremo è «senza dualità», come vedremo in seguito: l’unità,
infatti, è la prima di tutte le determinazioni, ma è già una determinazione e,
come tale, non può propriamente essere riferita al Principio Supremo.
Dopo aver fornito queste poche indispensabili
nozioni, ritorniamo all’esame dei gradi della manifestazione: è opportuno
innanzi tutto fare una distinzione, come abbiamo veduto, fra la manifestazione
informale e la manifestazione formale; ma, quando ci si limita
all’individualità, si tratta sempre esclusivamente
1. È ciò che esprime anche l’adagio scolastico: Esse
et unum convertuntur.
I gradi della manifestazione individuale 55
della seconda. Lo stato
propriamente umano, come ogni altro stato individuale, appartiene interamente
all’ordine della manifestazione formale, poiché è proprio la presenza della
forma, fra le condizioni di un certo modo d’esistenza, a caratterizzare quel
modo come individuale. Se dunque dobbiamo considerare un elemento informale,
questo sarà un elemento sopra-individuale e, quanto ai suoi rapporti con
l’individualità umana, non dovrà mai essere considerato come un elemento che la
costituisce o che ne fa parte a un qualche titolo, bensì come ciò che collega
l’individualità alla personalità. Infatti quest’ultima è non-manifestata, anche
in quanto la si considera più particolarmente come il principio degli stati
manifestati, così come l’Essere, pur essendo propriamente il principio della
manifestazione universale, è al di fuori e al di là di questa manifestazione (e
a questo riguardo si può ricordare il «motore immobile» di Aristotele); ma,
d’altra parte, la manifestazione informale è ancora principiale, in un senso
relativo, rispetto alla manifestazione formale, e così essa stabilisce un
legame fra questa e il suo principio superiore non-manifestato, che del resto è
il principio comune di questi due ordini di manifestazione. Parimenti, se poi
si distinguono, nella manifestazione formale o individuale, lo stato sottile e
quello grossolano, il primo è, più relativamente ancora, principiale rispetto
al secondo, e di conseguenza si colloca gerarchicamente fra quest’ultimo e la
manifestazione informale. Si ha dunque, attraverso una serie di principi via
via sempre più relativi e determinati, un concatenamento insieme logico e
ontologico (d’altronde i due punti di vista si corrispondono tanto che è
impossibile separarli se non artificiosamente), che va dal non-manifestato fino
alla manifestazione grossolana, passando attraverso la manifestazione
informale, e poi quella sottile; che si tratti del «macrocosmo» o del
«microcosmo», è questo l’ordine generale che dev’essere seguito nello sviluppo
delle possibilità di manifestazione.
Gli elementi di cui dovremo parlare sono i tattwa
enumerati dal Sânkhya, a eccezione, ovviamente, del primo e dell’ultimo,
ossia di Prakriti e di Purusha; come abbiamo visto, fra questi tattwa,
alcuni sono considerati «produzioni produttive», altri «produzioni
improduttive». A tale riguardo sorge un interrogativo: questa divisione è
equivalente a quella che abbiamo delineato per i gradi della manifestazione o,
per lo meno, le corrisponde in una certa misura? Per esempio, se ci limitiamo
al punto di vista dell’individualità, si potrebbe essere tentati di riferire i tattwa
del primo gruppo allo stato sottile e quelli del secondo allo stato grossolano,
tanto più che, in un certo senso, la manifestazione sottile è produttrice di
quella grossolana, mentre questa non è produttrice di nessun altro stato;
56 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
ma in realtà le cose
sono meno semplici. Infatti, nel primo gruppo abbiamo innanzi tutto Buddhi,
che è l’elemento informale al quale alludevamo poc’anzi; quanto agli altri tattwa
che vi si trovano inclusi, ahankâra e i tanmâtra, essi
appartengono proprio al dominio della manifestazione sottile.
D’altra parte, nel secondo gruppo, i bhûta
appartengono incontestabilmente al dominio della manifestazione grossolana,
poiché sono gli elementi corporei; ma il manas, non essendo affatto
corporeo, dev’essere ricollegato alla manifestazione sottile, per lo meno in se
stesso, quantunque la sua attività si eserciti anche in rapporto alla
manifestazione grossolana; gli altri indriya hanno in qualche modo un
aspetto duplice, potendo essere considerati nello stesso tempo come facoltà e
come organi, dunque psichicamente e corporalmente, in altri termini allo stato
sottile e a quello grossolano. Del resto, deve essere chiaro che, in tutto ciò,
della manifestazione sottile viene preso in considerazione soltanto quello che
concerne propriamente lo stato individuale umano nelle sue modalità
extra-corporee; e, sebbene queste siano superiori alla modalità corporea in
quanto ne contengono il principio immediato (ma, allo stesso tempo, il loro
dominio si estende ben oltre), tuttavia, se le si ricolloca nell’insieme dell’Esistenza
universale, esse appartengono ancora allo stesso grado di questa Esistenza nel
quale è interamente racchiuso lo stato umano. La stessa osservazione è inoltre
da farsi quando diciamo che la manifestazione sottile è produttrice di quella
grossolana: perché ciò sia rigorosamente esatto, bisogna apportarvi, per quanto
concerne la prima, quella restrizione che già abbiamo indicato, poiché la
stessa relazione non può essere stabilita riguardo ad altri stati ugualmente
individuali, ma non umani, e interamente differenti per le loro condizioni
(salvo la presenza della forma), stati che tuttavia si è obbligati a includere,
pure essi, nella manifestazione sottile, come abbiamo spiegato, dal momento
che, come è inevitabile, si prende quale termine di paragone l’individualità
umana, pur rendendosi perfettamente conto che in realtà questo stato non è
nulla di più né di meno di qualunque altro stato.
È ancora necessaria un’ultima osservazione:
allorché si parla dell’ordine di sviluppo delle possibilità di manifestazione,
o dell’ordine nel quale devono essere enumerati gli elementi che corrispondono
alle differenti fasi di questo sviluppo, bisogna aver cura di precisare che un
tale ordine implica soltanto una successione puramente logica, che d’altronde
traduce un concatenamento ontologico reale, e che in nessun modo si può parlare
qui di una successione temporale. Infatti, lo sviluppo nel tempo corrisponde
soltanto a una particolare condizione d’esistenza, una fra le tante che
definiscono il dominio nel quale
I gradi della manifestazione individuale 57
è contenuto lo stato
umano; ed esiste un numero indefinito di altri modi di sviluppo ugualmente
possibili e ugualmente compresi nella manifestazione universale.
L’individualità umana non può dunque essere situata temporalmente in rapporto
agli altri stati dell’essere, poiché essi, in genere, sono extra-temporali, e
ciò anche quando si tratta soltanto di stati ugualmente appartenenti alla
manifestazione formale. Potremmo ancora aggiungere che certe estensioni
dell’individualità umana, al di fuori della sua modalità corporea, già sfuggono
al tempo, senza essere per questo sottratte alle altre condizioni generali
dello stato al quale appartiene questa individualità, sicché esse si situano
invero in semplici prolungamenti di questo stesso stato; e avremo senza dubbio
occasione di spiegare, in altri studi, che tali prolungamenti possono essere
appunto raggiunti con la soppressione dell’una o dell’altra delle condizioni il
cui insieme completo definisce il mondo corporeo. Se le cose stanno così,
diviene comprensibile come, a maggior ragione, sia fuori discussione fare
intervenire la condizione temporale in ciò che non appartiene più allo stesso
stato, né conseguentemente nei rapporti dello stato umano integrale con altri
stati; e, ancora a maggior ragione, non lo si può fare quando si tratta di un
principio comune a tutti gli stati di manifestazione, o di un elemento che, pur
essendo già manifestato, è superiore a ogni manifestazione formale, come quello
che prenderemo in esame per primo.
7. Buddhi o l’intelletto superiore
Il primo grado della manifestazione di Âtmâ,
intendendo questa parola nel senso già precisato nel capitolo precedente, è
l’intelletto superiore (Buddhi), che, come abbiamo visto sopra, è
chiamato anche Mahat o il «grande principio»: è il secondo dei
venticinque principi del Sânhhya, dunque la prima di tutte le produzioni
di Prakriti. Questo principio è ancora d’ordine universale, poiché è
informale; tuttavia, non bisogna dimenticare che appartiene già alla
manifestazione, per cui procede da Prakriti, in quanto ogni
manifestazione, di qualunque grado la si consideri, presuppone necessariamente
questi due termini correlativi e complementari, Purusha e Prakriti,
l’«essenza» e la «sostanza». Ciò nondimeno, Buddhi oltrepassa il
dominio, non soltanto dell’individualità umana, ma di ogni stato individuale,
qualunque esso sia, e questo giustifica il suo nome di Mahat; essa non è
dunque mai individualizzata in realtà, e soltanto allo stadio seguente noi
troveremo l’individualità attuata, con la coscienza particolare (o meglio
«particolaristica») dell’«io».
Buddhi, considerata
in rapporto all’individualità umana o a ogni altro stato individuale, ne è
dunque il principio immediato, ma trascendente, come, dal punto di vista
dell’Esistenza universale, la manifestazione informale lo è per quella formale;
e allo stesso tempo essa è ciò che si potrebbe chiamare l’espressione della
personalità nella manifestazione, dunque ciò che unifica l’essere attraverso la
molteplicità indefinita dei suoi stati individuali (poiché lo stato umano, in
tutta la sua estensione, è soltanto uno fra questi stati). In altre parole, se
si considera il «Sé» (Âtmâ) o la personalità come il Sole spirituale1
che brilla al centro dell’essere totale, Buddhi sarà il raggio
direttamente emanato da questo Sole e che illumina nella sua interezza lo stato
individuale che dobbiamo più specialmente esaminare e allo stesso tempo lo
collega agli altri stati individuali dello stesso essere, o anche, più
generalmente, a tutti i suoi stati manifestati (individuali e non-individuali)
e, al di là di questi, al centro stesso. È bene d’altronde notare, senza troppo
indugiarvi per non allontanarci dal tema della nostra esposizione, che, data
l’unità fondamentale dell’essere in tutti i suoi stati, si deve considerare
1. Per il senso da attribuire a questa espressione,
rinviamo all’osservazione già fatta a proposito dello «Spirito Universale».
60 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
il centro di ogni
stato, nel quale questo raggio spirituale si proietta, come identificato
virtualmente, se non effettivamente, con il centro dell’essere totale; perciò
qualunque stato, lo stato umano come pure ogni altro, può essere preso come
base per realizzare l’«Identità Suprema». È precisamente in questo senso e in
virtù di questa identificazione che si può dire, come abbiamo fatto fin dal
primo momento, che Purusha stesso risiede al centro dell’individualità
umana, vale a dire nel punto dove l’intersezione del raggio spirituale con le
possibilità vitali determina l’«anima vivente» (jîvâtmâ).1
D’altra parte, Buddhi, come tutto ciò
che proviene dallo sviluppo delle potenzialità di Prakriti, partecipa
dei tre guna; perciò, considerata sotto l’aspetto della conoscenza
distintiva (vijnâna), essa è concepita come ternaria e, nell’ordine
dell’Esistenza universale, è allora identificata alla Trimûrti divina: «Mahat
viene a essere concepito distintamente come tre Dei (nel senso di tre aspetti
della Luce intelligibile, perché tale è propriamente il significato del termine
sanscrito Dêva, di cui, del resto, la parola “Dio” è etimologicamente
l’esatto equivalente),2 per influenza dei tre guna, poiché è
una sola manifestazione (mûrti) in tre Dei. Nell’Universale, esso è la
Divinità (Îshwara, non in Sé, ma nei suoi tre aspetti principali di Brahmâ,
Vishnu e Shiva, che costituiscono la Trimûrti o “triplice
manifestazione”); ma, considerato distributivamente (nell’aspetto, d’altronde
puramente contingente, della “separatività”), appartiene (senza peraltro essere
esso stesso individualizzato) agli esseri individuali (ai quali comunica la
possibilità di partecipare agli attributi divini, vale a dire alla natura
stessa dell’Essere Universale, principio di ogni esistenza)».3 È
facile vedere che Buddhi è qui considerata nei suoi rispettivi rapporti
con i primi due dei tre Purusha di cui si parla nella Bhagavad-Gîtâ:
1. È evidente che qui intendiamo parlare non di un
punto matematico, ma di ciò che si potrebbe chiamare analogicamente un punto
metafisico, senza tuttavia che una tale espressione debba evocare l’idea della
monade leibniziana, poiché jîvâtmâ non è che una manifestazione
particolare e contingente di Âtmâ, e la sua esistenza separata è
propriamente illusoria. Il simbolismo geometrico al quale ci riferiamo sarà
d’altronde esposto in un altro studio con tutti gli sviluppi di cui è
suscettibile.
2. Se si attribuisse al termine «Dio» il senso che
ha assunto in seguito nelle lingue occidentali, il plurale sarebbe un nonsenso,
sia dal punto di vista indù che da quello giudaico-cristiano e islamico, poiché
questa parola, come abbiamo fatto rilevare in precedenza, potrebbe allora
applicarsi solo ed esclusivamente a Îshwara nella sua indivisibile
unità, che è quella dell’Essere Universale, quale che sia la molteplicità degli
aspetti che vi si possono ravvisare in maniera secondaria.
3. Matsya-Purâna. Si noterà che Buddhi
non è senza rapporti col Logos alessandrino.
Buddhi o l’intelletto superiore 61
nell’ordine
«macrocosmico», infatti, quello che è designato come «immutabile» è Îshwara
stesso, di cui la Trimûrti è l’espressione in modo manifestato (si
tratta, beninteso, della manifestazione informale, poiché qui non c’è nulla di
individuale); e si dice che l’altro Purusha è «ripartito fra tutti gli
esseri». Ugualmente, nell’ordine «microcosmico», Buddhi può essere nello
stesso tempo considerata in rapporto alla personalità (Âtmâ) e in
rapporto all’«anima vivente» (jîvâtmâ), quest’ultima non essendo d’altronde
che il riflesso della personalità nello stato individuale umano, riflesso che
non può esistere senza l’intermediazione di Buddhi: si ricordi, a questo
proposito, il simbolo del sole e della sua immagine riflessa nell’acqua; Buddhi
è, l’abbiamo già detto, il raggio che determina la formazione dell’immagine e
che, allo stesso tempo, la ricollega alla sorgente luminosa.
È proprio in virtù del duplice rapporto da noi
indicato, e di questa funzione di tramite fra la personalità e l’individualità,
che, malgrado l’inevitabile inadeguatezza di tali espressioni, si può
considerare l’intelletto come qualcosa che in un certo senso passa dallo stato
di potenza universale allo stato individualizzato, senza però smettere
veramente di essere quello che era, e soltanto a causa della sua intersezione
con il dominio particolare di certe condizioni d’esistenza da cui è definita
l’individualità considerata; esso produce allora, come risultante di questa
intersezione, la coscienza individuale (ahankâra), implicita nell’«anima
vivente» (jîvâtmâ), alla quale è inerente. Come abbiamo già accennato,
questa coscienza, che è il terzo principio del Sânkhya, dà nascita alla
nozione dell’«io» (aham, da cui il nome di ahankâra,
letteralmente «ciò che fa l’io»), poiché ha la funzione specifica di imporre la
convinzione dell’individualità (abhimâna), cioè appunto la nozione che
«io sono» affetto dagli oggetti esterni (bâhya) e interni (abhyantara),
che sono rispettivamente gli oggetti di percezione (pratyaksha) e di
contemplazione (dhyâna); l’insieme di questi oggetti è designato con la
parola idam, «questo», quando è così concepito in opposizione ad aham,
ovvero all’«io», opposizione tutta relativa del resto e molto differente da
quella che i filosofi moderni pretendono di stabilire fra «soggetto» e
«oggetto», o fra lo «spirito» e le «cose». Così la coscienza individuale
procede immediatamente, ma a titolo di semplice modalità «condizionale», dal
principio intellettuale e, a sua volta, produce tutti gli altri principi o
elementi particolari dell’individualità umana, di cui ora ci occuperemo.
8. Manas o il senso interno; le dieci
facoltà esterne di sensazione e di azione
Dopo la coscienza individuale (ahankâra),
l’enumerazione dei tattwa del Sânkhya comprende, nello stesso
gruppo delle «produzioni produttive», i cinque tanmâtra, determinazioni
elementari sottili, dunque incorporee e non percettibili esteriormente; i tanmâtra
sono i principi rispettivi da cui derivano direttamente i cinque bhûta o
elementi corporei e sensibili, e che trovano espressione in modo ben definito
nelle condizioni stesse dell’esistenza individuale al grado dove si colloca lo
stato umano. La parola tanmâtra indica letteralmente un’«assegnazione» (mâtra,
«misura, determinazione») che delimita l’ambito proprio di una data qualità (tad
o tat, pronome neutro, «quello», qui usato nel senso di «quiddità», come
l’arabo dhât)1 nell’Esistenza universale; ma non è questo il
luogo per sviluppare più ampiamente tale punto. Diremo soltanto che i cinque tanmâtra
sono chiamati di solito con i nomi delle qualità sensibili: auditiva o sonora (shabda),
tangibile (sparsha), visibile (rûpa, nel duplice significato di
«forma» e di «colore»), sapida (rasa), olfattiva (gandha); ma
queste qualità, dato che saranno effettivamente manifestate nell’ordine
sensibile soltanto dai bhûta, non possono essere qui considerate che
allo stato principiale e «non-sviluppato»; il rapporto fra i tanmâtra e
i bhûta è pressoché analogo a quello fra l’«essenza» e la «sostanza»,
sarebbe quindi perfettamente giustificato dare ai tanmâtra il nome di
«essenze elementari».2 I cinque bhûta sono, nell’ordine della
loro produzione o della loro manifestazione (che corrisponde a quello già
indicato per i tanmâtra, poiché a ogni elemento è propria una qualità
sensibile), l’Etere (Âkâsha), l’Aria (Vâyu), il Fuoco (Têjas),
l’Acqua (Ap) e la Terra (Prithvî o Prithivî); tutta la
manifestazione grossolana o corporea è formata da questi elementi.
Fra i tanmâtra e i bhûta, a
costituire con questi ultimi il gruppo delle «produzioni improduttive», vi sono
undici facoltà distinte, propriamente individuali, che procedono da ahankâra
e partecipano tutte contemporaneamente dei cinque tanmâtra. Di queste
undici facoltà, dieci sono esterne: cinque di sensazione
1. Crediamo opportuno far notare che i termini tat
e dhât sono foneticamente identici fra loro e con la parola inglese that,
che ha lo stesso significato.
2. In un senso che si avvicina molto a questo modo
di intendere i tanmâtra, Fabre d’Olivet, nella sua interpretazione del Genesi
(La Langue hébraïque restituée), usa l’espressione «elementizzazione
intelligibile».
64 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
e cinque di azione;
l’undicesima, la cui natura partecipa allo stesso tempo di queste e di quelle,
è il senso interno o la facoltà mentale (manas), unita direttamente alla
coscienza (ahankâra).1 Con questo manas va messo in
relazione il pensiero individuale di ordine formale (e vi includiamo tanto la
ragione quanto la memoria e l’immaginazione),2 che non inerisce in
alcun modo all’intelletto trascendente (Buddhi), le cui attribuzioni
sono essenzialmente informali. A questo proposito facciamo rilevare che anche
per Aristotele l’intelletto puro è di ordine trascendente e ha per oggetto la
conoscenza dei principi universali; questa conoscenza, nient’affatto
discorsiva, è ottenuta direttamente e immediatamente dall’intuizione
intellettuale, la quale, aggiungiamo subito per evitare confusioni, non ha
alcun punto in comune con la pretesa «intuizione», di ordine unicamente
sensitivo e vitale, così in voga nelle teorie nettamente antimetafisiche di
certi filosofi contemporanei.
Per quanto riguarda lo sviluppo delle
differenti facoltà dell’uomo individuale, sarà sufficiente riportare ciò che
sull’argomento insegnano i Brhama-Sûtra: «L’intelletto, il senso interno
e le facoltà di sensazione e di azione sono sviluppati (nella manifestazione) e
riassorbiti (nel non-manifestato) in un ordine simile (ma, per il
riassorbimento, in senso inverso che per lo sviluppo),3 ordine che è
sempre quello degli elementi da cui procedono queste facoltà per la loro
costituzione4 (tranne tuttavia l’intelletto, che è sviluppato,
nell’ordine informale, prima di ogni principio formale o propriamente
individuale). Quanto a Purusha (o Âtmâ), la sua emanazione
(essendo considerato come la personalità di un essere) non è una nascita
(neanche nell’accezione più estesa della parola)5 né una produzione
(che determini un punto d’inizio per la sua esistenza effettiva, come
1. Sulla produzione di questi diversi principi dal
punto di vista «macrocosmico», cfr. Mânava-Dharma-Shâstra (Legge di
Manu), 1° Adhyâya, shloka 14-20.
2. Indubbiamente bisogna intendere in questo senso
ciò che dice Aristotele: «l’uomo (in quanto individuo) non pensa mai senza
immagini», vale a dire senza forme.
3. Ricordiamo che non si tratta in alcun modo di un
ordine di successione temporale.
4. Può trattarsi allo stesso tempo dei tanmâtra
e dei bhûta, secondo che gli indriya siano considerati allo stato
sottile o a quello grossolano, cioè come facoltà o come organi.
5. Si possono, infatti, chiamare «nascita» e
«morte» il principio e la fine di un ciclo qualunque, vale a dire
dell’esistenza in uno qualsiasi degli stati di manifestazione, e non solamente
in quello umano; come spiegheremo più avanti, il passaggio da uno stato a un
altro è allora allo stesso tempo una morte e una nascita, secondo che lo si
consideri in rapporto allo stato antecedente o a quello conseguente.
Manas o il senso interno 65
per tutto ciò che
proviene da Prakriti). Non si può infatti attribuirgli alcuna
limitazione (a opera di qualche particolare condizione d’esistenza), poiché,
essendo identico al Brahma Supremo, partecipa alla Sua essenza infinita1
(il che implica il possesso degli attributi divini, per lo meno virtualmente, e
anche attualmente nella misura in cui questa partecipazione è realizzata
effettivamente nell’“Identità Suprema”, senza parlare di tutto ciò che è di là
da ogni attribuzione, poiché qui si tratta del Brahma Supremo, che è nirguna,
non soltanto di Brahma saguna, vale a dire di Îshwara).2
Esso è attivo, ma solo principialmente (è dunque “non-agente”),3
poiché questa attività (kartritwa) non gli è né essenziale né inerente,
bensì eventuale e contingente (relativa soltanto ai suoi stati di
manifestazione). Come il carpentiere, che ha in mano l’ascia e gli altri suoi
utensili, li mette poi da parte e gode della tranquillità e del riposo, così
questo Âtmâ, in unione con i suoi strumenti (per mezzo dei quali le sue
facoltà principiali sono espresse e sviluppate in ciascuno dei suoi stati di
manifestazione, e che quindi non sono altro che queste facoltà manifestate con
i loro rispettivi organi), è attivo (quantunque questa attività non ne alteri
l’intima natura) e, quando li abbandona, gode del riposo e della tranquillità
(nel “non-agire”, da cui, in Sé, non è mai uscito)».4
«Le diverse facoltà di sensazione e di azione
(designate dalla parola prâna in un’accezione secondaria) sono undici:
cinque di sensazione (buddhîndriya o jnânêndriya, mezzi o
strumenti di conoscenza nel loro ambito particolare), cinque d’azione (karmêndriya)
e il senso interno (manas). Là dove se ne trova specificato un numero
maggiore (tredici), il termine indriya è usato nel suo senso più ampio e
comprensivo, distinguendo nel manas, per la pluralità delle sue
funzioni, l’intelletto (non in sé e nell’ordine trascendente, ma come
determinazione particolare in rapporto all’individuo), la coscienza individuale
(ahankâra, da cui il manas non può essere separato) e il senso
interno propriamente
1. La parola «essenza», quando la si applica così,
analogicamente, non è più il correlativo di «sostanza»; d’altronde, ciò che ha
un qualunque correlativo non può essere infinito. Parimenti, la parola
«natura», riferita all’Essere Universale o anche a ciò che è di là dall’Essere,
perde interamente il suo senso proprio ed etimologico, insieme all’idea di
«divenire» che vi è implicita.
2. Il possesso degli attributi divini è chiamato in
sanscrito aishwarya, poiché è una vera e propria «connaturalità» con Îshwara.
3. Aristotele ha avuto ragione a insistere anche su
questo punto, che il primo motore delle cose (o il principio del movimento)
dev’essere immobile; ciò equivale a dire, in altre parole, che il principio di
ogni azione dev’essere «non-agente».
4. Brahma-Sûtra, 2° Adhyâya, 3° Pâda, sûtra
15-17, 33-40.
66 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
detto (quello che i
filosofi scolastici chiamano “sensorium commune”). Là dove è menzionato
un numero minore (sette, di solito), la stessa parola è usata in un’accezione
più ristretta: così, si parla di sette organi di senso, con riferimento ai due
occhi, ai due orecchi, alle narici e alla bocca o alla lingua (perciò in questo
caso si tratta soltanto delle sette aperture o orifizi della testa). Le undici
facoltà summenzionate (sebbene designate nel loro insieme con la parola prâna)
non sono (come i cinque vâyu, di cui parleremo) semplici modificazioni
del mukhyaprâna o dell’atto vitale principale (la respirazione, con
l’assimilazione che ne risulta), ma principi distinti (dal punto di vista
particolare dell’individualità umana)».1
Il termine prâna, nella sua accezione
più abituale, significa propriamente «soffio vitale»; ma, in alcuni testi
vedici, ciò che viene così designato è, in senso universale, identificato con
lo stesso Brahma, come quando si dice che nel sonno profondo (sushupti)
tutte le facoltà sono riassorbite nel prâna, poiché, «mentre un uomo
dorme senza sognare, il suo principio spirituale (Âtmâ, considerato in
rapporto a lui) è tutt’uno con Brahma»,2 questo stato essendo
al di là della distinzione, dunque veramente sopra-individuale: perciò la
parola swapiti, «dorme», è interpretata come swam apîto bhavati,
«è entrato nel proprio (“Sé”)».3
Quanto alla parola indriya, essa
significa propriamente «potere», che è anche il senso primario della parola
«facoltà»; ma, per estensione, il suo significato, come già abbiamo accennato,
comprende allo stesso tempo la facoltà e il suo organo corporeo, il cui insieme
si ritiene costituisca uno strumento di conoscenza (buddhi o jnâna,
parole prese qui nella loro accezione più vasta) oppure di azione (karma),
e che così sono designati dalla stessa parola. I cinque strumenti di sensazione
sono: gli orecchi o l’udito (shrotra), la pelle o il tatto (twach),
gli occhi o la vista (chakshus), la lingua o il gusto (rasana),
il naso o l’odorato (ghrâna), poiché sono enumerati secondo l’ordine di
sviluppo dei sensi, che è quello degli elementi (bhûta) corrispondenti;
ma, per esporre dettagliatamente questa corrispondenza, sarebbe necessaria una
trattazione completa delle condizioni dell’esistenza corporea, ciò che qui non
possiamo fare. I cinque strumenti d’azione sono: gli organi di escrezione
1. Brahma-Sûtra, 2° Adhyâya, 4° Pâda, sûtra
1-7.
2. Commento di Shankarâchârya ai Brahma-Sûtra,
3° Adhyâya, 2° Pâda, sûtra 7.
3. Chhândogya Upanishad, 6°
Prapâthaka, 8° Khanda, shruti 1. È inutile dire che si tratta di una
interpretazione ricavata con i procedimenti del Nirukta, non di una
derivazione etimologica.
Manas o il senso interno 67
(pâyu), gli
organi generatori (upastha), le mani (pâni), i piedi (pâda)
e infine la voce o l’organo della parola (vâch),1 che è il
decimo nell’enumerazione. Il manas dev’essere considerato l’undicesimo,
dato che svolge per sua natura una duplice funzione, in quanto serve allo
stesso tempo alla sensazione e all’azione e, di conseguenza, partecipa alle
proprietà degli uni e degli altri strumenti, che accentra in certo modo in se
stesso.2
Per il Sânkhya, queste facoltà, con i
loro organi rispettivi, sono, distinguendo tre principi nel manas, i
tredici strumenti della conoscenza nell’ambito dell’individualità umana (poiché
l’azione non ha il suo fine in se stessa, ma solo in relazione alla
conoscenza): tre interni e dieci esterni, paragonati a tre sentinelle e a dieci
porte (il carattere cosciente essendo inerente ai primi, ma non ai secondi, se
li si considera distintamente). Un senso corporeo percepisce e un organo
d’azione esegue (l’uno è in certo senso una «entrata», l’altro una «uscita»:
sono due fasi successive e complementari, di cui la prima è un movimento
centripeto e la seconda centrifugo); fra i due, il senso interno (manas)
esamina; la coscienza (ahankâra) fa l’applicazione individuale, vale a
dire l’assimilazione della percezione all’«io», di cui essa ormai fa parte a
titolo di modificazione secondaria; infine, l’intelletto puro (Buddhi)
traspone nell’Universale i dati delle facoltà precedenti.
1. Il termine vâch è identico al latino vox.
2. Mânava-Dharma-Shâstra, 2° Adhyâya,
shloka, 89-92.
9. Gli involucri del «Sé»; i cinque vâyu
o funzioni vitali
Secondo il Vêdânta, Purusha o Âtmâ,
manifestandosi come jîvâtmâ nella forma vivente dell’essere individuale,
si riveste di una serie di «involucri» (kosha) o «veicoli» successivi,
che rappresentano altrettante fasi della sua manifestazione, e che sarebbe però
completamente erroneo assimilare a dei «corpi», perché soltanto l’ultima fase è
di ordine corporeo. Va d’altronde osservato che non si può rigorosamente
affermare che Âtmâ sia in realtà contenuto in questi involucri, perché,
per la sua stessa natura, non è suscettibile di alcuna limitazione, né è in
alcun modo condizionato da qualsivoglia stato di manifestazione.1
Il primo involucro (ânandamaya-kosha, in
cui la particella maya significa «che è fatto di» o «che consiste» nella
cosa designata dalla parola a cui è unita) non è che l’insieme di tutte le
possibilità di manifestazione che Âtmâ racchiude in Sé, nella sua
«permanente attualità», allo stato principiale e indifferenziato. È detto
«fatto di Beatitudine» (Ânanda), perché il «Sé», in questo stato
primordiale, gode della pienezza del proprio essere; tale involucro non è nulla
di veramente distinto dal «Sé», è superiore all’esistenza condizionata, che lo
presuppone, e si colloca al grado dell’Essere puro: perciò è ritenuto
caratteristico di Îshwara.2 Siamo dunque nell’ordine
informale; ma soltanto quando lo si considera in rapporto alla manifestazione
formale, e nella misura in cui contiene il principio di quest’ultima, è
possibile affermare che questo involucro è la forma principiale o causale (kârana-sharîra),
ciò da cui la forma sarà manifestata e attualizzata negli stadi successivi.
Il secondo involucro (vijnânamaya-kosha)
è costituito dalla Luce (in senso intelligibile) direttamente riflessa della
Conoscenza integrale e universale (Jnâna, la particella vi
implicando il
1. Nella Taittirîya Upanishad, 2a
Valli, 8° Anuvâka, shruti 1, e 3a Valli, 10° Anuvâka, shruti 5, i
nomi dei diversi involucri sono riferiti direttamente al «Sé», secondo lo stato
di manifestazione in rapporto a cui esso è considerato.
2. Mentre le altre designazioni (quelle dei quattro
involucri seguenti) possono essere considerate come caratterizzanti jîvâtmâ,
quella di ânandamaya conviene non solamente a Îshwara, ma, per
trasposizione, anche allo stesso Paramâtmâ o al Brahma Supremo;
perciò nella Taittirîya Upanishad, 2a Valli, 5° Anuvâka,
shruti 1, si dice: «Differente da quello che consiste in conoscenza distintiva
(vijnânamaya) è l’altro Sé interiore (anyo’ntara Âtmâ) che
consiste in Beatitudine (ânandamaya)». Cfr. Brahma-Sûtra, 1° Adhyâya,
1° Pâda, sûtra 12-19.
70 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
modo distintivo);1
esso è composto delle cinque «essenze elementari» (tanmâtra),
«concepibili», ma non «percettibili», nel loro stato sottile; e consiste nella
congiunzione dell’intelletto superiore (Buddhi) con le facoltà
principiali di percezione che procedono rispettivamente dai cinque tanmâtra,
e il cui sviluppo esteriore costituirà i cinque sensi nell’individualità
corporea.2 Il terzo involucro (manomaya-kosha), nel quale il
senso interno (manas) è unito con il precedente involucro, implica in
particolar modo la coscienza mentale3 o facoltà pensante, che, come
abbiamo detto precedentemente, è di ordine esclusivamente individuale e
formale, e il cui sviluppo procede dall’irradiarsi in modo riflesso
dell’intelletto superiore in uno stato individuale determinato, che è qui lo
stato umano. Il quarto involucro (prânamaya-kosha) comprende le facoltà
che procedono dal «soffio vitale» (prâna), cioè i cinque vâyu
(modalità di questo prâna), nonché le facoltà di azione e di sensazione
(queste ultime esistevano già principialmente nei due precedenti involucri come
facoltà puramente «concettive», quando, d’altra parte, era fuori discussione
che ci potesse essere alcuna specie d’azione, e nemmeno di percezione
esteriore). L’insieme di questi tre involucri (vijnânamaya, manomaya
e prânamaya) costituisce la forma sottile (sûkshma-sharîra o linga-sharîra),
in opposizione a quella grossolana o corporea (sthûla-sharîra);
ritroviamo qui dunque la distinzione fra i due modi di manifestazione formale
di cui già più volte abbiamo parlato.
Le cinque funzioni o azioni vitali sono
chiamate vâyu, quantunque non siano propriamente aria o vento (che è il
senso generale della parola vâyu o vâta, dalla radice verbale vâ,
«andare, muoversi», che abitualmente designa l’elemento aria, di cui la
mobilità è una delle proprietà caratteristiche),4 tanto più che si
riferiscono allo stato sottile, non a quello corporeo; ma, come
1. La parola sanscrita Jnâna ha la stessa
radice del greco Γνωσις, radice che d’altronde è anche quella della
parola «conoscenza» (da co-gnoscere), e che esprime un’idea di
«produzione» o di «generazione», poiché l’essere «diviene» ciò che conosce e si
realizza appunto tramite questa conoscenza.
2. Il termine sharîra si applica
propriamente a partire da questo secondo involucro, soprattutto se si dà a
questa parola, interpretata con i metodi del Nirukta, il senso di
«dipendente dai sei (principi)», vale a dire da Buddhi (o da ahankâra,
che ne deriva direttamente e che è il primo principio di ordine individuale) e
dai cinque tanmâtra (Mânava-Dharma-Shâstra, l° Adhyâya, shloka
17).
3. Con questa espressione intendiamo qualche cosa
di più, come determinazione, della coscienza individuale pura e semplice: si
potrebbe dire che è il risultato dell’unione del manas con ahankâra.
4. A questo proposito, si potrà far riferimento a
quanto abbiamo detto in una nota precedente in merito ai diversi usi della
parola ebraica Ruahh, che corrisponde abbastanza esattamente al
sanscrito vâyu.
Gli involucri del «Sé» 71
abbiamo detto, esse
sono modalità del «soffio vitale» (prâna, o più generalmente ana),1
considerato principalmente in rapporto alla respirazione. Queste funzioni sono:
1) l’aspirazione, vale a dire la respirazione considerata come ascendente nella
sua fase iniziale (prâna, nel senso più stretto della parola), che
attira gli elementi non ancora individualizzati dall’ambiente cosmico, per
farli partecipare, mediante l’assimilazione, alla coscienza individuale; 2)
l’inspirazione considerata come discendente in una fase successiva (apâna)
con la quale questi elementi penetrano nell’individualità; 3) una fase
intermedia fra le due precedenti (vyâna), che da una parte consiste
nell’insieme delle azioni e reazioni reciproche prodotte dal contatto fra
l’individuo e gli elementi ambientali e, dall’altra, nei diversi movimenti
vitali che ne risultano, a cui nell’organismo corporeo corrisponde la circolazione
sanguigna; 4) l’espirazione (udâna), che proietta il soffio,
trasformandolo, di là dai limiti dell’individualità ristretta (cioè ridotta
alle sole modalità che sono comunemente sviluppate in tutti gli uomini), nel
dominio delle possibilità dell’individualità estesa, considerata nella sua
interezza;2 5) la digestione, o l’assimilazione sostanziale intima (samâna),
con cui gli elementi assorbiti divengono parte integrante dell’individualità.3
Si specifica chiaramente che non si tratta di una semplice operazione di uno o
più organi corporei; è facile rendersi conto, infatti, che tutto ciò non va
compreso soltanto con riferimento alle funzioni fisiologiche analogicamente
corrispondenti, ma anche con riferimento all’assimilazione vitale nel senso più
ampio.
La forma corporea o grossolana (sthûla-sharîra)
è il quinto e ultimo involucro, quello che corrisponde, per lo stato umano, al
modo di manifestazione più esteriore; è l’involucro alimentare (annamaya-kosha),
composto dei cinque elementi sensibili (bhûta), partendo dai quali sono
costituiti tutti i corpi. Tale involucro assimila gli elementi composti che ha
ricevuto dal cibo (anna, parola derivata dalla radice verbale ad,
«mangiare»),4 secernendo
1. La radice an si ritrova con lo stesso
senso nel greco άνεμος, «soffio» o «vento», e nel latino anima,
il cui significato vero e originario è «soffio vitale».
2. Occorre notare che in francese expirer
[«espirare, spirare»] indica allo stesso tempo «espellere il soffio» (nella
respirazione) e «morire» (limitatamente alla parte corporea dell’individualità
umana); questi due sensi sono entrambi in rapporto con l’udâna qui in
discussione.
3. Brahma-Sûtra, 2° Adhyâya, 4° Pâda, sûtra
8-13. Cfr. Chhândogya Upanishad, 5° Prapâthaka, 19°-23° Khanda; Maitri
Upanishad, 2° Prapâthaka, shruti 6.
4. È la radice del latino edere, e anche,
quantunque in una forma più alterata, dell’inglese eat e del tedesco essen.
72 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta,
le parti più fini, che
restano nella circolazione organica, ed eliminando per escrezione o rigettando
le più grossolane, tranne quelle depositate nelle ossa. Come risultato di
questa assimilazione, le sostanze terrose diventano la carne, quelle acquee il
sangue, quelle ignee il grasso, il midollo e il sistema nervoso (materia
fosforica); infatti, benché tutte le sostanze corporee siano costituite
dall’unione dei cinque elementi, ve ne sono alcune in cui predomina la natura
di un elemento particolare.1
Ogni essere organico che risieda in una forma
corporea di questo tipo, possiede, a un grado di sviluppo più o meno completo,
le undici facoltà individuali di cui abbiamo precedentemente parlato e, come
abbiamo parimenti visto, queste facoltà sono manifestate nella forma
dell’essere per mezzo degli undici organi corrispondenti (avayava,
designazione che è del resto usata anche per lo stato sottile, ma soltanto per
analogia con quello grossolano). Secondo Shankarâchârya2 occorre
distinguere tre classi di esseri organici in base al loro modo di riprodursi:
1) i vivipari jîvaja o yonija, o ancora jarâyuja), come
l’uomo e i mammiferi; 2) gli ovipari (ândaja), come gli uccelli, i
rettili, i pesci, gli insetti; 3) i germinipari (udbhijja), che
comprendono allo stesso tempo gli animali inferiori e i vegetali: i primi,
mobili, nascono principalmente nell’acqua, mentre i secondi, che sono fissi,
nascono di solito dalla terra; tuttavia, secondo alcuni passi del Vêda,
il cibo (anna), ossia ciò che è vegetale (oshadhi), viene
anch’esso dall’acqua, poiché è la pioggia (varsha) che rende fertile la
terra.3
1. Brahma-Sûtra, 2° Adhyâya, 4° Pâda, sûtra
21. Cfr. Chhândogya Upanishad, 6° Prapâthaka, 5° Khanda, shruti
1-3.
2. Commento ai Brahma-Sûtra, 3° Adhyâya, 1°
Pâda, sûtra 10 e 21. Cfr. Chhândogya Upanishad, 6° Prapâthaka, 3°
Khanda, shruti l; Aitarêya Upanishad, 5° Khanda, shruti 3.
Quest’ultimo testo, oltre alle tre classi di esseri viventi enumerate negli
altri, ne menziona una quarta: quella degli esseri nati dal calore umido (swêdaja);
ma tale classe può essere inclusa in quella dei germinipari.
3. Si veda specialmente la Chhândogya Upanishad,
1° Prapâthaka, 1° Khanda, shruti 2: «I vegetali sono l’essenza (rasa)
dell’acqua»; 5° Prapâthaka, 6° Khanda, shruti 2, e 7° Prapâthaka, 4° Khanda,
shruti 2: anna proviene o procede da varsha. La parola rasa
letteralmente significa «linfa», e abbiamo visto sopra che significa anche
«gusto» o «sapore»; del resto, anche in francese, le parole sève,
«linfa», e saveur, «sapore», hanno la stessa radice (sap), che è
nello stesso tempo quella di savoir (in latino sapere), per
l’analogia che esiste fra l’assimilazione nutritiva nell’ordine corporeo e
quella cognitiva negli ordini intellettuale e mentale. Occorre inoltre far
rilevare che la parola anna designa qualche volta lo stesso elemento
terra, che è l’ultimo nell’ordine dello sviluppo e deriva anch’esso
dall’elemento acqua, il quale lo precede immediatamente (Chhândogya Upanishad,
6° Prapâthaka, 2° Khanda, shruti 4).
10. Unità e identità essenziali del «Sé» in
tutti gli stati dell’essere
Qui, dobbiamo insistere un poco su un punto
essenziale: tutti i principi o gli elementi di cui abbiamo parlato, che vengono
descritti come distinti, e che effettivamente lo sono dal punto di vista
individuale, lo sono però soltanto da questo punto di vista, e in realtà
costituiscono solo altrettante modalità manifestate dello «Spirito Universale»
(Âtmâ). In altre parole, quantunque accidentali e contingenti in quanto
manifestati, essi sono l’espressione di alcune delle possibilità essenziali di Âtmâ
(quelle che, per la loro natura, sono possibilità di manifestazione); queste
possibilità, in linea di principio e nella loro realtà profonda, non sono per
nulla distinte da Âtmâ, perciò occorre considerarle, nell’Universale (e
non più in rapporto agli esseri individuali), come coincidenti con Brahma
stesso, che è «senza dualità», e fuori del quale non c’è nulla, né manifestato
né non-manifestato.1 D’altronde, ciò che ha qualche cosa fuori di sé
non può essere infinito, poiché è limitato proprio da ciò che gli è esteriore;
perciò il Mondo, intendendo con questa parola l’insieme della manifestazione
universale, non può essere distinto da Brahma che in modo illusorio,
mentre Brahma, invece, è assolutamente «distinto da quello che Esso
penetra»,2 vale a dire dal Mondo, perché non è possibile applicare
ad Esso alcuno degli attributi determinativi che convengono a quello, e
l’intera manifestazione universale è rigorosamente nulla di fronte alla Sua
Infinità. Come abbiamo già fatto rilevare altrove, questa mancanza di reciprocità
della relazione implica la condanna formale del «panteismo» come pure di ogni
«immanentismo»; questa non-reciprocità è anche affermata molto chiaramente
nella Bhagavad-Gîtâ nei seguenti termini: «Tutti gli esseri sono in me,
mentre io non sono in loro... il mio Essere sostiene gli esseri e, benché non
risieda in loro, essi esistono grazie ad Esso».3 Si potrebbe inoltre
dire che Brahma è il Tutto assoluto, appunto perché è infinito; ma,
d’altra parte, se tutte le cose sono in Brahma, non sono affatto Brahma,
in quanto sono considerate
1. Mohyîddîn lbn Arabî, nel suo Trattato
dell’Unità (Risâlatu-l-Ahadiyah), dice, intendendo la stessa cosa: «Allah
– che sia esaltato – non ha simili, così come è senza rivali, contrasti o
oppositori». Sempre a questo riguardo, vi è perfetto accordo fra il Vêdânta
e l’esoterismo islamico.
2. Si veda il testo del trattato sulla Conoscenza
del Sé (Âtma-Bodha) di Shankarâchârya, che sarà citato più avanti.
3. Bhagavad-Gîtâ, IX, 4 e 5.
74 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
nel loro aspetto
distintivo, cioè come cose relative e condizionate; la loro esistenza
d’altronde è pura illusione in confronto alla realtà suprema; ciò che viene
detto riguardo alle cose e non può convenire a Brahma non è che
l’espressione della relatività e, allo stesso tempo, come questa è illusoria,
ugualmente lo è la distinzione, poiché dei suoi termini l’uno si annulla
dinanzi all’altro; infatti niente può entrare in correlazione con l’Infinito;
le cose sono Brahma solamente in linea di principio, ma al tempo stesso
è proprio questa la loro realtà profonda; ciò va sempre tenuto presente se si
vuol comprendere quanto seguirà.1
«Nessuna distinzione (che verta su
modificazioni contingenti, come la distinzione fra l’agente, l’azione e lo
scopo o il risultato di questa) invalida l’unità e l’identità essenziale di Brahma
come causa (kârana) ed effetto (kârya).2 Il mare è la
stessa cosa che le sue acque e non ne è differente (di natura), quantunque le
onde, la schiuma, gli spruzzi, le gocce e le altre modificazioni accidentali
che queste acque subiscono esistano separatamente o congiuntamente come
differenti le une dalle altre (se considerate nel particolare, sotto l’aspetto
della successione o sotto quello della simultaneità, ma senza che la loro
natura cessi d’essere la stessa).3 Un effetto non è altro (in
essenza) che la sua causa (benché la causa sia invece più dell’effetto); Brahma
è
1. Citeremo qui un testo taoista nel quale si
trovano espresse le stesse idee: «Non domandate se il Principio è in questo o
in quello; Esso è in tutti gli esseri. Perciò Gli si danno gli appellativi di
grande, supremo, intero, universale, totale... Colui che ha fatto sì che gli
esseri fossero degli esseri, non è sottomesso alle stesse leggi degli esseri.
Colui che ha fatto sì che tutti gli esseri fossero limitati, è illimitato,
infinito... Quanto alla manifestazione, il Principio produce la successione delle
sue fasi, ma non è questa successione (né vi è coinvolto). Esso è l’autore
delle cause e degli effetti (la causa prima), ma non è le cause e gli effetti
(particolari e manifestati). Esso è l’autore delle condensazioni e delle
dispersioni (nascite e morti, cambiamenti di stato), ma non è Esso stesso
condensazione o dispersione. Tutto procede da Esso e si modifica per e sotto la
Sua influenza. È in tutti gli esseri, per un termine di norma, ma non è
identico agli esseri, non essendo né differenziato, né limitato» (Tchoang-tseu,
cap. XXII; trad. di Padre Wieger, pp. 395-97).
2. In quanto nirguna, Brahma è kârana,
e in quanto saguna, è kârya; il primo è il «Supremo» o Para-Brahma,
il secondo è il «Non-Supremo» o Apara-Brahma (cioè Îshwara); ma
da ciò non consegue affatto che Brahma cessi in qualche modo di essere
«senza dualità» (adwaita), poiché lo stesso «Non-Supremo» in quanto
distinto dal «Supremo» è illusorio; allo stesso modo l’effetto non è niente che
sia veramente ed essenzialmente diverso dalla sua causa. Notiamo che non si
deve mai tradurre Para-Brahma e Apara-Brahma con «Brahma
superiore» e «Brahma inferiore», poiché queste espressioni presuppongono
un paragone o una correlazione che non può assolutamente esistere.
3. Questo paragone con il mare e le sue acque
mostra che Brahma è qui considerato come Possibilità Universale, che è
la totalità assoluta delle possibilità particolari.
Unità e identità essenziali del «Sé» 75
uno (in quanto Essere)
e senza dualità (in quanto Principio Supremo); in Se stesso, Egli non è affatto
separato (da alcuna limitazione) dalle Sue modificazioni (sia formali che
informali); Egli è Âtmâ (in tutti gli stati possibili), e Âtmâ
(in Sé, allo stato incondizionato) è Lui (e non altro da Lui).1 Una
stessa terra offre diamanti e altri minerali preziosi, rocce di cristallo e
pietre volgari e senza valore; uno stesso suolo produce una diversità di piante
che presentano una grandissima varietà nelle foglie, nei fiori e nei frutti; lo
stesso cibo è convertito nell’organismo in sangue, carne, e in varie
escrescenze come i capelli e le unghie. Come il latte si muta spontaneamente in
latte cagliato e l’acqua in ghiaccio (senza che questo passaggio da uno stato a
un altro implichi peraltro alcun cambiamento di natura), così Brahma Si
modifica variamente (nella molteplicità indefinita della manifestazione
universale), senza bisogno di strumenti o mezzi esteriori di qualsiasi specie
(e senza che la Sua unità e identità ne siano alterate, dunque senza che si
possa affermare che Egli sia realmente modificato, sebbene tutte le cose
esistano effettivamente solo come Sue modificazioni).2 Così il ragno
tesse la tela con la propria sostanza, gli esseri sottili assumono forme
diverse (non corporee), e il loto cresce senza organi di locomozione da palude
a palude. Che Brahma sia indivisibile e senza parti (come è), non è
un’obiezione (a questa concezione della molteplicità universale nella Sua
unità, o meglio nella Sua “non-dualità”); non è la Sua totalità (eternamente
immutabile) che è modificata dalle apparenze del Mondo (né qualcuna delle Sue
parti, poiché non ne ha, ma è Egli stesso considerato
1. È la formula stessa dell’«Identità Suprema»,
espressa nel modo più chiaro possibile.
2. Non bisogna dimenticare, per risolvere questa
apparente difficoltà, che qui siamo ben al di là della distinzione fra Purusha
e Prakriti, e che questi, essendo già unificati nell’Essere, sono a
maggior ragione compresi nel Brahma Supremo; perciò, se ci è consentito
esprimerci così, essi sono due aspetti complementari del Principio, ma ne sono
due aspetti soltanto per il nostro modo di concepire: in quanto Egli Si
modifica, è l’aspetto analogo di Prakriti; in quanto tuttavia non è
modificato, è l’aspetto analogo di Purusha; e si noterà che quest’ultimo
corrisponde più profondamente e adeguatamente dell’altro alla realtà suprema
nella sua immutabilità. Perciò Brahma stesso è Purushottama,
mentre Prakriti rappresenta soltanto, in rapporto alla manifestazione,
la Sua Shakti, vale a dire la Sua «Volontà produttrice», che è
propriamente l’«onnipotenza» (attività «non-agente» quanto al Principio, che
diventa passività quanto alla manifestazione). È opportuno aggiungere che,
quando la concezione è così trasposta al di là dell’Essere, non è più questione
di «essenza» e «sostanza», bensì dell’Infinito e della Possibilità, come
spiegheremo in un’altra occasione; sono quello che la tradizione
estremo-orientale chiama «perfezione attiva» (Khien) e «perfezione
passiva» (Khouen), del resto coincidenti nella Perfezione in senso
assoluto.
76 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
sotto l’aspetto
speciale della distinzione o della differenziazione, vale a dire come saguna
o savishêsha; ed Egli può essere considerato così perché racchiude in Sé
tutte le possibilità, senza che queste siano in alcun modo parti di Lui).1
Diversi cambiamenti (di condizioni e di modi d’esistenza) sono offerti alla
stessa anima (individuale) che sogna (e percepisce in questo stato gli oggetti
interni, vale a dire quelli del dominio della manifestazione sottile);2
diverse forme illusorie (che corrispondono a varie modalità della
manifestazione formale, differenti da quella corporea) sono assunte dallo
stesso essere sottile senza che la sua unità ne sia affatto intaccata (tale
forma illusoria, mâyâvi-rûpa, è infatti considerata come puramente
accidentale e non propria dell’essere che se ne riveste, sicché lo si deve
considerare inalterato da questa modificazione puramente apparente).3
Brahma è onnipotente (poiché contiene tutto in principio), capace di
ogni atto (quantunque “non-agente”, o appunto per questo), senza alcun organo o
strumento d’azione; perciò non si deve attribuire alla determinazione
dell’Universo alcun motivo o scopo particolare (del genere che invece ha un
atto individuale), diverso dalla Sua volontà (che non è distinta dalla Sua
onnipotenza).4 Non Gli si deve imputare (come se fosse una causa
particolare) alcuna differenziazione accidentale, poiché ciascun essere
individuale si modifica (sviluppando le sue
1. Anche per l’esoterismo islamico, l’Unità,
considerata come contenente tutti gli aspetti della Divinità (Asrâr
rabbâniyah o «misteri che appartengono al Signore»), «è dell’Assoluto la
superficie riverberante a innumerevoli facce, che magnifica ogni creatura che
vi si specchi direttamente». Questa superficie è anche Mâyâ, considerata
nel suo senso più elevato, come Shakti di Brahma, vale a dire
come l’«onnipotenza» del Principio Supremo. Ancora, in modo del tutto simile,
nella Qabbalah ebraica Kether (la prima delle dieci Sephiroth)
è la «veste» di En-Soph (l’Infinito o l’Assoluto).
2. Le modificazioni che si producono nel sogno
forniscono una delle più importanti analogie che si possano indicare per
aiutare a comprendere la molteplicità degli stati dell’essere.
3. Su questo punto sarebbe da fare un paragone
interessante con ciò che i teologi cattolici, e specialmente san Tommaso
d’Aquino, insegnano in merito alle forme di cui possono rivestirsi gli angeli;
la rassomiglianza è tanto più notevole in quanto i punti di vista sono
necessariamente molto differenti. Ricorderemo del resto, a questo proposito,
ciò che abbiamo già avuto occasione di segnalare altrove, che cioè quasi tutto
quanto è detto teologicamente degli angeli può essere anche detto
metafisicamente degli stati superiori dell’essere.
4. Si tratta della Sua Shakti, di cui
abbiamo parlato nelle note precedenti, ed è anche Egli stesso considerato come
Possibilità Universale; d’altronde, in Sé, la Shakti non può essere che
un aspetto del Principio e, se la si distingue per considerarla
«separativamente», non è più che la «Grande Illusione» (Mahâ-Moha), vale
a dire Mâyâ nel suo significato inferiore ed esclusivamente cosmico.
Unità e identità essenziali del «Sé» 77
possibilità)
conformemente alla propria natura;1 così la nuvola distribuisce la
pioggia imparzialmente (senza riguardo per i risultati particolari derivanti da
circostanze secondarie), e questa stessa pioggia fecondante fa crescere
diversamente semi differenti, producendo una varietà di piante secondo la loro
specie (per le diverse potenzialità proprie a ciascun seme).2 Ogni
attributo d’una causa prima è (in principio) in Brahma, che però (in Se
stesso) è libero da ogni qualità (distinta)».3
«Ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà, tutto è
veramente Omkâra (l’Universo principialmente identificato con Brahma
e simboleggiato, come tale, dal monosillabo sacro Om); e ogni altra cosa
che non sia sottomessa al triplice tempo (trikâla, vale a dire la
condizione temporale nelle sue tre modalità di passato, presente e futuro), è
anch’essa veramente Omkâra. Sicuramente, questo Âtmâ (di cui
tutte le cose non sono che la manifestazione) è Brahma, e questo Âtmâ
(in rapporto ai diversi stati dell’essere) ha quattro condizioni (pâda,
che letteralmente significa “piedi”). Tutto questo, in verità, è Brahma».4
«Tutto questo» deve intendersi, come d’altronde
mostra chiaramente il seguito di quest’ultimo testo, che daremo più avanti,
come riferito alle differenti modalità dell’essere individuale, considerato
nella sua interezza, nonché agli stati non-individuali dell’essere totale; le
une e gli altri sono qui in egual modo designati come condizioni di Âtmâ,
benché Âtmâ, in se stesso, sia in realtà incondizionato e non cessi mai
di esserlo.
1. È l’idea stessa del Dharma, come
«conformità alla natura essenziale degli esseri», applicata all’ordine totale
dell’Esistenza universale.
2. «O Principio! Tu che dai a tutti gli esseri ciò
che loro conviene, Tu non hai mai preteso d’essere chiamato equo. Tu, i cui
benefici si estendono a tutti i tempi, mai hai preteso d’essere chiamato
caritatevole. Tu, che fosti prima dell’origine, e che non pretendi d’essere
chiamato venerabile. Tu che avvolgi e sostieni l’Universo, producendo tutte le
forme, senza pretendere d’essere chiamato abile; è in Te che io mi muovo» (Tchoang-tseu,
cap. VI; trad. di Padre Wieger, p. 261). «Del Principio si può dire soltanto
che Esso è l’origine di tutto, e che tutto influenza restando indifferente» (ibid.,
cap. XXII, p. 391). «Il Principio, indifferente, imparziale, lascia che tutte
le cose seguano il loro corso, senza influenzarle. Esso non aspira ad alcun
titolo (qualifica o attributo). Non agisce. Non facendo niente, non c’è nulla
che Esso non faccia» (ibid., cap. XXV, p. 437).
3. Brahma-Sûtra, 2° Adhyâya, 1° Pâda, sûtra
13-37. Cfr. Bhagavad-Gîtâ, IX, 4 e 8: «Io, sprovvisto di ogni forma
sensibile, ho sviluppato tutto questo Universo... Immutabile nella mia potenza
produttrice (la Shakti, che è qui chiamata Prakriti, poiché è
considerata in rapporto alla manifestazione), produco e riproduco (in tutti i
cicli) la moltitudine degli esseri, senza scopo determinato, e per la sola
virtù di questa potenza produttrice».
4. Mândûkya
Upanishad, shruti 1 e 2.
11. Le differenti condizioni di Âtmâ
nell’essere umano
Affronteremo ora lo studio delle differenti
condizioni dell’essere individuale, il quale risiede nella forma vivente, che,
come abbiamo spiegato più sopra, comprende da una parte la forma sottile (sûkshma-sharîra
o linga-sharîra) e dall’altra quella grossolana o corporea (sthûla-sharîra).
Quando parliamo di queste condizioni, non intendiamo affatto la condizione
speciale che, secondo quanto abbiamo già detto, è propria di ciascun individuo
e lo distingue da tutti gli altri, né l’insieme delle condizioni limitative che
definisce ciascuno stato d’esistenza, considerato in particolare; si tratta
invece esclusivamente dei diversi stati o, se si preferisce, delle diverse
modalità di cui è suscettibile, in via del tutto generale, uno stesso essere
individuale, qualunque esso sia. Queste modalità possono sempre, nel loro
insieme, essere ricollegate allo stato grossolano e a quello sottile, dei quali
il primo è limitato alla sola modalità corporea, e il secondo comprende il
resto dell’individualità (gli altri stati individuali non sono qui in
discussione, poiché consideriamo in particolare lo stato umano). Ciò che è al
di là di questi due stati non appartiene più all’individuo come tale: alludiamo
a ciò che si potrebbe chiamare lo stato «causale», cioè a quello che corrisponde
al kârana-sharîra e che di conseguenza è di ordine universale e
informale. Con questo stato «causale», d’altronde, se non siamo più nel dominio
dell’esistenza individuale, siamo però ancora in quello dell’Essere; bisogna
dunque considerare anche, di là dall’Essere, un quarto stato principiale,
assolutamente incondizionato. Metafisicamente, tutti questi stati, anche quelli
che propriamente appartengono all’individuo, sono riferiti ad Âtmâ, vale
a dire alla personalità, perché questa sola costituisce la realtà profonda
dell’essere, e perché ogni stato di tale essere sarebbe puramente illusorio se
si pretendesse di separarlo dalla personalità. Gli stati dell’essere, quali che
siano, non rappresentano nient’altro che le possibilità di Âtmâ; perciò
si può parlare delle diverse condizioni in cui si trova l’essere come se
fossero in realtà condizioni di Âtmâ, benché in se stesso Âtmâ
non ne sia per nulla modificato, né cessi in alcun modo per questo di essere
incondizionato, così come non diviene mai manifestato, pur essendo il principio
essenziale e trascendente della manifestazione in tutte le sue modalità.
Tralasciando per il momento il quarto stato,
sul quale ritorneremo in seguito, elenchiamo i primi tre: lo stato di veglia,
80 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
che corrisponde alla
manifestazione grossolana; lo stato di sogno, che corrisponde alla
manifestazione sottile; il sonno profondo, che è lo stato «causale» e
informale. A questi tre stati, ne viene talora aggiunto un altro, quello della
morte, e un altro ancora, il deliquio estatico, considerato come intermedio (sandhyâ)1
fra il sonno profondo e la morte, così come il sogno è intermedio fra la veglia
e il sonno profondo.2 Tuttavia, questi ultimi due stati, in genere,
non sono enumerati a parte, poiché non sono essenzialmente distinti da quello
del sonno profondo, stato extra-individuale in realtà, come abbiamo spiegato
poc’anzi, nel quale l’essere rientra ugualmente nella non-manifestazione, o per
lo meno nell’informale, «l’anima vivente (jîvâtmâ) ritirandosi in seno
allo Spirito Universale (Âtmâ) per la via che conduce al centro stesso
dell’essere, là dove è la dimora di Brahma».3
Per una descrizione dettagliata di questi
stati, basta riferirsi al testo della Mândûkya Upanishad, di cui
abbiamo già citato l’inizio, a eccezione però di una frase, la primissima, che
è la seguente: «Om, questa sillaba (akshara)4 è tutto
ciò che è; segue la sua spiegazione». Il monosillabo sacro Om, nel quale
si esprime l’essenza del Vêda,5 è considerato qui il simbolo
ideografico di Âtmâ; e come questa sillaba, composta di tre caratteri (mâtrâ,
i caratteri sono a, u e m, e i primi due si contraggono in
o),6 ha quattro elementi, di cui il quarto, che è il
1. La parola sandhyâ (derivata da sandhi,
punto di contatto o di congiunzione fra due cose) serve anche, in un’accezione
più comune, a indicare il crepuscolo (del mattino o della sera), considerato
parimenti come intermedio fra il giorno e la notte; nella teoria dei cicli
cosmici, designa l’intervallo fra due Yuga.
2. Su questo stato, cfr. Brahma-Sûtra, 3°
Adhyâya, 2° Pâda, sûtra 10.
3. Brahma-Sûtra, 3° Adhyâya, 2° Pâda, sûtra
7 e 8.
4. La parola akshara, nella sua accezione
etimologica, significa «indissolubile» o «indistruttibile»; se la sillaba è
designata con questa parola, è perché si ritiene che essa (e non il carattere
alfabetico) costituisca l’unità primitiva e l’elemento fondamentale del linguaggio;
ogni radice verbale è d’altronde sillabica. La radice verbale è chiamata in
sanscrito dhâtu, parola che significa propriamente «seme», perché, per
le possibilità di modificazioni multiple che comporta e racchiude in Sé, è
veramente il seme dal cui sviluppo nasce tutto quanto il linguaggio. Si può
dire che la radice sia l’elemento fisso e invariabile della parola, che
rappresenta la sua natura fondamentale immutabile, e al quale vengono poi ad
aggiungersi elementi secondari e variabili, che rappresentano accidenti (in
senso etimologico) o modificazioni dell’idea principale.
5. Cfr. Chhândogya Upanishad, 1°
Prapâthaka, 1° Khanda, e 2° Prapâthaka, 23° Khanda; Brihad-Âranyaka Upanishad,
5° Adhyâya, 1° Brâhmana, shruti 1.
6. In sanscrito la vocale o è infatti
formata dall’unione di a e u, così come la vocale ê è
formata dall’unione di a e i. Anche in arabo, le tre vocali a,
i e u sono considerate le sole fondamentali e veramente distinte.
Le differenti condizioni di Âtmâ 81
monosillabo stesso
considerato sinteticamente nel suo aspetto principiale, è «non-espresso» da un
carattere (amâtra), poiché è anteriore a ogni distinzione all’interno
dell’«indissolubile» (akshara), così Âtmâ ha quattro condizioni (pâda),
di cui la quarta non è in verità una condizione particolare, ma è Âtmâ
considerato in Se stesso, in modo assolutamente trascendente e
indipendentemente da ogni condizione, che perciò non è suscettibile di alcuna
rappresentazione. Esporremo ora in successione ciò che nel testo a cui ci
riferiamo viene detto in merito a ciascuna di queste quattro condizioni di Âtmâ,
cominciando dall’ultimo grado della manifestazione, per poi risalire fino allo
stato supremo, totale e incondizionato.
12. Lo stato di veglia o la condizione di Vaishwânara
«La prima condizione è Vaishwânara, la
cui sede1 è nello stato di veglia (jâgarita-sthâna), che ha
la conoscenza degli oggetti esterni (sensibili), ha sette membra e diciannove
bocche, e ha per dominio il mondo della manifestazione grossolana».2
Vaishwânara è, come
indica la derivazione etimologica del nome,3 ciò che abbiamo
chiamato l’«Uomo Universale», ma considerato più particolarmente nello sviluppo
completo dei suoi stati di manifestazione e sotto il profilo particolare di
tale sviluppo. L’estensione del termine pare anzi essere limitata qui a uno di
questi stati, il più esteriore, quello della manifestazione grossolana che
costituisce il mondo corporeo; ma tale stato particolare può essere preso come
simbolo di tutto l’insieme della manifestazione universale, di cui è un
elemento, e ciò perché per l’essere umano è la base e il punto di partenza
obbligato di ogni realizzazione; sarà dunque sufficiente, come per qualsiasi
simbolismo, compiere le opportune trasposizioni secondo i gradi a cui la
concezione dovrà applicarsi. È appunto in questo senso che lo stato di cui si
tratta può essere riferito all’«Uomo Universale» e descritto come costituente
il suo corpo, concepito in analogia con lo stato dell’uomo individuale,
analogia che, come abbiamo già detto, corrisponde a quella fra «macrocosmo» (adhidêvaka)
e «microcosmo» (adhyâtmika). Sotto questo aspetto, Vaishwânara è
anche identificato con Virâj, vale a dire con l’Intelligenza cosmica in
quanto regge e unifica nella sua interezza
1. È evidente che questa espressione e tutte quelle
simili, come «dimora», «residenza», ecc., devono essere sempre intese
simbolicamente, non letteralmente, vale a dire come designazioni non di un
luogo qualunque, bensì di una modalità dell’esistenza. L’uso del simbolismo
spaziale è d’altronde estremamente diffuso, e ciò si spiega con la natura
stessa delle condizioni alle quali è sottomessa l’individualità corporea, in
rapporto alla quale si devono tradurre, nei limiti del possibile, le verità che
concernono gli altri stati dell’essere. La parola sthâna ha il suo
esatto equivalente nella parola «stato», status, perché la radice sthâ
si ritrova, con gli stessi significati che in sanscrito, nel latino stare
e nei suoi derivati.
2. Mândûkya
Upanishad, shruti 3.
3. Su questa derivazione, si veda il commento di
Shankarâchârya ai Brahma-Sûtra, 1° Adhyâya, 2° Pâda, sûtra 28: Âtmâ
è allo stesso tempo «tutto» (vishwa), in quanto personalità, e «uomo» (nara),
in quanto individualità (cioè come jîvâtmâ). Vaishwânara è dunque
una denominazione che ben si confà ad Âtmâ; d’altra parte, è anche un
nome di Agni, come vedremo appresso (cfr. Shatapatha Brâhmana).
84 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
l’insieme del mondo
corporeo. Infine, da un altro punto di vista, che peraltro corrobora il
precedente, Vaishwânara significa ancora «ciò che è comune a tutti gli
uomini»; esso è allora la specie umana, intesa come natura specifica, o più
precisamente ciò che si potrebbe chiamare il «genio della specie»;1
inoltre è d’uopo osservare che lo stato corporeo è effettivamente comune a
tutte le individualità umane, quali che siano le altre modalità in cui sono
suscettibili di svilupparsi per realizzare, in quanto individualità e senza
uscire dal grado umano, l’estensione integrale delle loro possibilità
rispettive.2
Da ciò che abbiamo detto è facile capire in che
modo bisogna intendere le sette membra di cui parla il testo della Mândûkya
Upanishad, e che sono le sette parti principali del corpo «macrocosmico»
di Vaishwânara: 1) l’insieme delle sfere luminose superiori, vale a dire
degli stati superiori dell’essere, ma qui considerati unicamente nei loro
rapporti con lo stato di cui specialmente si tratta, è paragonato alla parte
della testa che contiene il cervello, il quale, infatti, corrisponde
organicamente alla funzione «mentale», che è soltanto un riflesso della Luce
intelligibile o dei principi sopra-individuali; 2) il Sole e la Luna, o più
esattamente i principi rappresentati nel mondo sensibile da questi due astri,3
sono i due occhi; 3) il principio igneo
1. Sotto questo aspetto nara, o nri,
è l’uomo come individuo appartenente alla specie umana, mentre mânava è
più propriamente l’uomo come essere pensante, vale a dire l’essere dotato del
«mentale», che d’altronde è l’attributo essenziale inerente alla sua specie e
da cui la sua natura è caratterizzata. D’altra parte, il nome Nara è
anche suscettibile di una trasposizione analogica, per cui si identifica con Purusha;
perciò Vishnu è talvolta chiamato Narottama o l’«Uomo Supremo»,
designazione nella quale non si deve scorgere la minima traccia di
antropomorfismo, così come non la si deve scorgere nella concezione stessa
dell’«Uomo Universale» in tutti i suoi aspetti, e ciò precisamente a causa di
questa trasposizione. Non possiamo intraprendere qui la spiegazione dei
molteplici e complessi significati impliciti nella parola nara; per
quanto riguarda la natura della specie, occorrerebbe uno studio particolare per
esporre le considerazioni alle quali essa può dar luogo.
2. Sarebbe utile anche stabilire dei confronti con
la concezione della natura «adamica» nelle tradizioni giudaica e islamica,
concezione che si applica anch’essa a gradi diversi e con significati
gerarchicamente sovrapposti; ma questo ci allontanerebbe troppo dal nostro
tema, e per ora dobbiamo limitarci a questo semplice accenno.
3. Vanno ricordati a questo proposito i significati
simbolici che anche in Occidente il Sole e la Luna hanno nella tradizione
ermetica e nelle teorie cosmologiche che gli alchimisti hanno fondato su di
essa; nell’uno come nell’altro caso la designazione di questi astri non
dev’essere intesa letteralmente. D’altronde, si deve notare che questo
simbolismo è differente da quello a cui abbiamo fatto allusione
precedentemente, e nel quale il Sole e la Luna corrispondono rispettivamente al
cuore e al cervello; sarebbe ancora necessaria una lunga trattazione per
dimostrare come questi diversi punti di vista si conciliano e si armonizzano
nell’insieme delle concordanze analogiche.
Lo stato di veglia o la condizione di Vaishwânara 85
è la bocca;1
4) le direzioni dello spazio (dish) sono gli orecchi;2 5)
l’atmosfera, vale a dire l’ambiente cosmico da cui procede il «soffio vitale» (prâna),
corrisponde ai polmoni; 6) la regione intermedia (Antariksha) che si
estende fra la Terra (Bhû o Bhûmi) e le sfere luminose o i Cieli
(Swar o Swarga), regione considerata come l’ambiente dove si
elaborano le forme (ancora potenziali rispetto allo stato grossolano),
corrisponde allo stomaco;3 7) infine la Terra, vale a dire, in senso
simbolico, il momento conclusivo dell’attuarsi di tutta la manifestazione
corporea, corrisponde ai piedi, presi qui come emblema di tutta la parte
inferiore del corpo. Le relazioni di queste diverse membra tra loro e le loro
funzioni nell’insieme cosmico al quale appartengono sono analoghe (ma non
identiche, beninteso) a quelle delle corrispondenti parti dell’organismo umano.
Si noterà che qui non si è parlato del cuore, perché la sua relazione diretta
con l’Intelligenza universale lo esclude dall’ambito delle funzioni propriamente
individuali, e anche perché questa «sede di Brahma» è invero il punto
centrale, tanto nell’ordine cosmico che in quello umano, mentre tutto ciò che
fa parte della manifestazione, e specialmente della manifestazione formale, è
esteriore e «periferico», se così possiamo esprimerci, appartenendo esclusivamente
alla circonferenza della «ruota delle cose».
In questa condizione, Âtmâ, in quanto Vaishwânara,
prende coscienza del mondo della manifestazione sensibile (considerato anche
come il dominio di quell’aspetto del Brahma «Non-Supremo»
1. Abbiamo già notato che Vaishwânara è
qualche volta un nome di Agni, che è allora considerato soprattutto come
calore animatore, dunque come l’Agni che risiede negli esseri viventi;
avremo ancora occasione di ritornare sull’argomento più avanti. D’altra parte, mukhya-prâna
è nello stesso tempo il soffio della bocca (mukha) e l’atto vitale
principale (è in questo secondo significato che i cinque vâyu sono sue
modalità); e il calore è intimamente associato alla vita stessa.
2. Si noterà il rapporto assai interessante fra ciò
e la funzione fisiologica dei canali semicircolari.
3. In un certo senso, la parola Antariksha
comprende anche l’atmosfera, considerata allora come mezzo di propagazione
della luce; d’altronde, è importante osservare che l’agente di questa
propagazione non è l’Aria (Vâyu), bensì l’Etere (Âkâsha). Quando
si traspongono i termini per renderli appropriati a tutto l’insieme degli stati
della manifestazione universale, nella teoria del Tribhuvana, Antariksha
è identificato con Bhuvas, con cui di solito si indica l’atmosfera,
prendendo però questa parola in un’accezione molto più estesa e meno
determinata che in precedenza. I nomi dei tre mondi, Bhû, Bhuvas,
Swar, sono le tre vyâhriti, parole che abitualmente sono
pronunciate dopo il monosillabo Om nei riti indù della sandhyâ-upâsanâ
(meditazione ripetuta al mattino, a mezzogiorno e alla sera). Si noterà che i
primi due di questi tre nomi hanno la stessa radice, perché si riferiscono a
modalità di uno stesso stato d’esistenza, quello dell’individualità umana,
mentre il terzo rappresenta, in questa divisione, l’insieme degli stati
superiori.
86 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
chiamato Virâj)
per mezzo di diciannove organi, designati come altrettante bocche, perché sono
le «entrate» della conoscenza per tutto quel che si riferisce a questo dominio
particolare; e l’assimilazione intellettuale che si verifica nella conoscenza è
spesso paragonata simbolicamente all’assimilazione vitale che si compie con la
nutrizione. Questi diciannove organi (intendendo con tale parola anche le
facoltà corrispondenti, conformemente a quanto abbiamo detto sul significato
generale della parola indriya) sono: i cinque organi di senso, i cinque
organi di azione, i cinque soffi vitali (vâyu), il «mentale» o il senso
interno (manas), l’intelletto (Buddhi, qui considerata
esclusivamente nei suoi rapporti con lo stato individuale), il pensiero (chitta),
concepito come la facoltà che dà forma alle idee e le associa tra di loro, e
infine la coscienza individuale (ahankâra); queste sono le facoltà che
abbiamo studiato dettagliatamente in precedenza. Ciascun organo e ciascuna
facoltà di ogni essere individuale compreso nell’ambito considerato, vale a
dire nel mondo corporeo, procedono rispettivamente dall’organo e dalla facoltà
che loro corrispondono in Vaishwânara, organo e facoltà di cui sono in
qualche modo uno degli elementi costitutivi, così come l’individuo al quale
appartengono è un elemento dell’insieme cosmico, nel quale, per quanto lo
riguarda e al posto che propriamente gli spetta (per il fatto di essere un
determinato individuo e non un altro), concorre necessariamente alla
costituzione dell’armonia totale.1
Lo stato di veglia, nel quale si esercita
l’attività degli organi e delle facoltà di cui si è detto, è considerato come
la prima delle condizioni di Âtmâ, quantunque la modalità grossolana o
corporea a cui corrisponde costituisca l’ultimo grado nell’ordine di sviluppo (prapancha)
del manifestato, partendo dal suo principio primordiale e non-manifestato, e
segni il termine di questo sviluppo, per lo meno in rapporto allo stato
d’esistenza nel quale si situa l’individualità umana. La ragione di questa
apparente anomalia è già stata indicata: è in questa modalità corporea che si
trova per noi la base e il punto di partenza in primo luogo della realizzazione
individuale (vogliamo dire dell’estensione integrale resa effettiva per
l’individualità), e poi di ogni altra realizzazione che oltrepassi le
possibilità dell’individuo e implichi una presa di possesso degli stati
superiori dell’essere. Di conseguenza, se ci si pone, come noi qui, non dal
punto di vista dello sviluppo della manifestazione, ma da quello della realizzazione
con i suoi diversi gradi, seguendone l’ordine
1. Questa armonia è anch’essa un aspetto del Dharma:
è l’equilibrio nel quale si compensano tutti gli squilibri, l’ordine costituito
dalla somma di tutti i disordini parziali e apparenti.
Lo stato di veglia o la condizione di Vaishwânara 87
che, al contrario, va
necessariamente dal manifestato al non-manifestato, allora lo stato di veglia
va in effetti considerato anteriore rispetto agli stati di sogno e di sonno
profondo, che corrispondono, l’uno alle modalità extra-corporee dell’individualità,
l’altro agli stati sopra-individuali dell’essere.
13. Lo stato di sogno o la condizione di Taijasa
«La seconda condizione è Taijasa (il
“Luminoso” nome derivato da Têjas, che è la designazione dell’elemento
igneo), la cui sede è nello stato di sogno (swapna-sthâna), che ha la
conoscenza degli oggetti interni (mentali), ha sette membra e diciannove
bocche, e ha per dominio il mondo della manifestazione sottile».1
In questo stato le facoltà esterne, pur
sussistendo in potenza, si riassorbono nel senso interno (manas), che ne
è l’origine comune, il supporto e il fine immediato, e che risiede nelle
arterie luminose (nâdî) della forma sottile, in cui si estende in modo
indiviso, come un calore diffuso. D’altronde, lo stesso elemento igneo,
considerato nelle sue proprietà essenziali, è insieme luce e calore; e, come
indica il nome stesso di Taijasa dato allo stato sottile, questi due
aspetti, opportunamente trasposti (poiché non si tratta più allora di qualità
sensibili), devono ritrovarsi anche in questo stato. Come già abbiamo avuto
occasione di far notare in altre circostanze, tutto ciò che si riferisce a tale
stato riguarda molto da vicino la natura stessa della vita, che è inseparabile
dal calore; ricorderemo inoltre che su questo punto come su molti altri le
concezioni di Aristotele sono in pieno accordo con quelle degli Orientali.
Quanto alla luminosità di cui si parlava, con ciò occorre intendere il riflesso
e la diffrazione della Luce intelligibile nelle modalità extra-sensibili della
manifestazione formale (di cui d’altronde dobbiamo prendere in considerazione
soltanto ciò che concerne lo stato umano). D’altra parte, la stessa forma
sottile (sûkshma-sharîra o linga-sharîra), nella quale risiede Taijasa,
è anche assimilata a un veicolo igneo,2 quantunque debba essere
distinta dal fuoco corporeo (l’elemento Têjas o ciò che ne deriva) che è
percepito dai sensi della forma grossolana (sthûla-sharîra), veicolo di Vaishwânara,
e più specialmente dalla vista, poiché la visibilità, presupponendo
necessariamente la presenza della luce, è fra le qualità sensibili
1. Mândûkya
Upanishad, shruti 4. Lo stato sottile è chiamato in
questo testo pravivikta, letteralmente «predistinto», poiché è uno stato
di distinzione che precede la manifestazione grossolana; la stessa parola
significa anche «separato», poiché l’«anima vivente», nello stato di sogno, è
in qualche modo chiusa in se stessa, contrariamente a quanto accade nello stato
di veglia, «comune a tutti gli uomini».
2. Abbiamo altrove ricordato, a questo proposito,
il «carro di fuoco» sul quale il profeta Elia salì in cielo (Secondo libro
dei Re, 2, 11).
90 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
quella che propriamente
appartiene a Têjas; nello stato sottile, però, non si può più in alcun
modo parlare di bhûta, ma soltanto dei tanmâtra corrispondenti,
che ne sono i principi determinanti immediati. Le nâdî, o arterie della
forma sottile, non devono assolutamente essere confuse con le arterie corporee
attraverso le quali si compie la circolazione del sangue, e corrispondono
piuttosto, fisiologicamente, alle ramificazioni del sistema nervoso, poiché
sono esplicitamente descritte come luminose; ora, dato che il fuoco è in
qualche modo polarizzato in luce e calore, lo stato sottile è collegato a
quello corporeo in due modi differenti e complementari: tramite il sangue, per
quanto riguarda la qualità calorica, tramite il sistema nervoso, per quanto
riguarda quella luminosa.1 Tuttavia, deve essere ben chiaro che fra
le nâdî e i nervi non vi è che una semplice corrispondenza, non una
identificazione, poiché le prime non sono corporee, e in realtà si tratta di
due domini differenti all’interno dell’individualità integrale. Parimenti,
quando si stabilisce un rapporto tra le funzioni delle nâdî e la
respirazione,2 perché questa è essenziale al mantenimento della vita
e corrisponde invero all’atto vitale principale, non bisogna affatto concludere
di poterle immaginare come specie di canali in cui circolerebbe l’aria; sarebbe
confondere con un elemento corporeo il «soffio vitale» (prâna), che
appartiene propriamente
1. Abbiamo già accennato, a proposito della
costituzione dell’annamaya-kosha, cioè dell’organismo corporeo, che gli
elementi del sistema nervoso provengono dall’assimilazione delle sostanze
ignee. Il sangue invece, essendo liquido, è formato a partire dalle sostanze
acquee, ma è necessario che esse abbiano prima subito un’elaborazione dovuta
all’azione del calore vitale, che è la manifestazione di Agni Vaishwânara;
esse hanno soltanto una funzione di supporto plastico che serve alla fissazione
di un elemento di natura ignea: il fuoco e l’acqua sono qui, l’uno rispetto
all’altra, «essenza» e «sostanza» in senso relativo. Ciò potrebbe essere
facilmente paragonato a certe teorie alchemiche, come quelle in cui interviene
la considerazione dei principi chiamati «zolfo» e «mercurio», l’uno attivo e
l’altro passivo, e rispettivamente analoghi, nell’ordine dei «misti», al fuoco
e all’acqua nell’ordine degli elementi, senza parlare delle altre molteplici
designazioni che sono date simbolicamente, nel linguaggio ermetico, ai due
termini correlativi d’una simile dualità.
2. Alludiamo più in particolare agli insegnamenti
che si ricollegano allo Hatha-Yoga, vale a dire ai metodi preparatori
all’«Unione» (Yoga, nel senso proprio della parola) fondati
sull’assimilazione di certi ritmi, legati principalmente alla regolazione del
respiro. Ciò che è chiamato dhikr nelle scuole esoteriche arabe ha
esattamente la stessa ragione d’essere, e spesso anche i procedimenti messi in
opera sono del tutto simili nelle due tradizioni, il che ai nostri occhi non è
però affatto indizio di un plagio; la scienza del ritmo infatti può essere
stata conosciuta dagli uni e dagli altri in modo del tutto indipendente, poiché
si tratta d’una scienza che ha il suo oggetto proprio e che corrisponde a un
ordine di realtà chiaramente definito, quantunque essa sia interamente ignorata
dagli Occidentali.
Lo stato di sogno o la condizione di Taijasa 91
all’ordine della
manifestazione sottile.1 Si dice che il numero totale delle nâdî
sia di settantaduemila; per altri testi tuttavia sarebbe di settecentoventi
milioni; ma la differenza è più apparente che reale, poiché, come sempre accade
in simili casi, questi numeri devono essere intesi simbolicamente, non
letteralmente; è facile rendersene conto se si osserva che sono in relazione
evidente con i numeri ciclici.2 Avremo ancora occasione di
diffonderci ulteriormente sulla questione delle arterie sottili, come pure sul
processo dei diversi gradi di riassorbimento delle facoltà individuali,
riassorbimento che, come abbiamo detto, si compie in senso inverso rispetto
allo sviluppo di queste stesse facoltà.
Nello stato di sogno l’«anima vivente»
individuale (jîvâtmâ) «è essa stessa la sua luce», e produce, per
effetto del suo solo desiderio (kâma), un mondo che procede interamente
da se stessa, e i cui oggetti consistono esclusivamente in concezioni mentali,
vale a dire in combinazioni di idee rivestite di forme sottili, che dipendono
sostanzialmente dalla forma sottile dell’individuo stesso, di cui tali oggetti
ideali non sono in definitiva che altrettante modificazioni accidentali e
secondarie.3 Questa produzione, d’altronde, ha sempre qualche cosa
di incompleto e di incoordinato; perciò è considerata illusoria (mâyâmaya),
o dotata solo di un’esistenza apparente (prâtibhâsika), mentre, nel
mondo sensibile, nel quale si trova allo stato di veglia, la stessa «anima
vivente» ha la facoltà di agire nel senso di una produzione «pratica» (vyâvahârika),
anch’essa senza dubbio illusoria rispetto alla realtà assoluta (paramârtha),
e transitoria come ogni manifestazione, ma che nondimeno ha una realtà relativa
e una stabilità sufficiente per servire ai bisogni della vita ordinaria e
«profana» (laukika, parola derivata da loka, «mondo», da
intendersi in un senso del tutto paragonabile a quello che ha di solito nel
Vangelo). Tuttavia è bene osservare che questa differenza, nel rispettivo
orientamento dell’attività dell’essere nei due stati, non implica una
superiorità effettiva dello stato di veglia su quello di sogno, quando ciascuno
stato sia considerato
1. Questa confusione è stata effettivamente
commessa da alcuni orientalisti, la cui comprensione è chiaramente incapace di
oltrepassare i limiti del mondo corporeo.
2. I numeri ciclici fondamentali sono: 72=23 ´32; 108=22 ´33;
432=24 ´33=72 ´6=108 ´4; essi si riferiscono in particolar modo alla divisione geometrica del
cerchio (360=72 ´5=12 ´30) e alla durata del periodo astronomico della precessione degli
equinozi (72 ´360=432 ´60=25.920 anni); ma queste non sono che le loro applicazioni più
immediate ed elementari, né ci è possibile qui approfondire le considerazioni
propriamente simboliche alle quali si giunge con la trasposizione di questi
dati in ordini differenti.
3. Cfr. Brihad-Âranyaka Upanishad, 4°
Adhyâya, 3° Brâhmana, shruti 9 e 10.
92 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
in se stesso; per lo
meno, una superiorità valida soltanto dal punto di vista «profano» non può,
metafisicamente, essere considerata una vera superiorità; anzi, sotto un altro
aspetto, le possibilità dello stato di sogno sono più estese di quelle dello stato
di veglia, e permettono all’individuo di sfuggire, in una certa misura, ad
alcune delle condizioni limitative alle quali è sottomesso nella sua modalità
corporea.1 Comunque sia, assolutamente reale (pâramârthika) è
esclusivamente il «Sé» (Âtmâ); è ciò che non può essere in alcun modo
raggiunto da concezioni che, in una qualunque forma, si limitano alla
considerazione degli oggetti esterni e interni, la cui conoscenza costituisce
rispettivamente lo stato di veglia e quello di sogno, concezioni che perciò,
non spingendosi oltre l’insieme di questi due stati, restano interamente nei
limiti della manifestazione formale e dell’individualità umana.
Il dominio della manifestazione sottile può,
per la sua natura «mentale», essere chiamato mondo ideale, al fine di
distinguerlo così dal mondo sensibile, che è il dominio della manifestazione
grossolana; ma questa designazione non andrebbe intesa allo stesso modo del
«mondo intelligibile» di Platone, poiché le «idee» platoniche sono le
possibilità allo stato principiale, che devono essere riferite al dominio
informale; nello stato sottile, possono esistere soltanto idee ancora rivestite
di forme, poiché le possibilità che esso comporta non oltrepassano l’esistenza
individuale.2 Soprattutto non si dovrebbe qui pensare a
un’opposizione, come quella che certi filosofi moderni si compiacciono di
stabilire fra «ideale» e «reale», opposizione che non ha per noi alcun
significato: tutto ciò che è, in qualunque modo, è reale per il solo fatto di
essere, e possiede precisamente il genere e il grado di realtà che convengono
alla sua natura propria; ciò che consiste in idee (è tutto qui il senso che
diamo alla parola «ideale») non è per questo né più né meno reale di ciò che
consiste in altra cosa, perché ogni possibilità trova posto necessariamente al
livello che la sua stessa determinazione le assegna gerarchicamente
nell’Universo.
Nell’ordine della manifestazione universale,
come il mondo sensibile nel suo insieme è identificato con Virâj, così
questo mondo ideale di cui abbiamo parlato è identificato con Hiranyagarbha
(ossia, letteralmente, l’«Embrione d’Oro»),3 che è Brahmâ
1. Sullo stato di sogno, cfr. Brahma-Sûtra,
3° Adhyâya, 2° Pâda, sûtra 1-6.
2. Lo stato sottile è propriamente il dominio della
ψυχή, e non quello del νοϋς; quest’ultimo corrisponde in realtà a
Buddhi, vale a dire all’intelletto sopra-individuale.
3. Questo nome ha un senso assai prossimo a quello
di Taijasa, poiché l’oro, secondo la dottrina indù, è la «luce
minerale»; gli alchimisti lo consideravano anche, fra i metalli, il
corrispondente analogico del Sole fra i pianeti;
Lo stato di sogno o la condizione di Taijasa 93
(determinazione di Brahma
come effetto, kârya)1 rinchiuso nell’«Uovo del Mondo» (Brahmânda),2
dal quale si svilupperà, secondo le sue modalità di realizzazione, l’intera
manifestazione formale che vi è virtualmente contenuta come concezione di
questo Hiranyagarbha, germe primordiale della Luce cosmica.3
Inoltre Hiranyagarbha è chiamato «insieme sintetico di vita» (jîva-ghana);4
in effetti, esso è davvero la «Vita Universale»,5 per il già
menzionato legame tra lo stato sottile e la vita, la quale, anche considerata
in tutta l’estensione di cui è suscettibile (e non circoscritta alla sola vita
organica o corporea, a cui si limita il punto di vista fisiologico),6
non è d’altronde che una delle speciali condizioni dello stato d’esistenza al
quale appartiene l’individualità umana; l’ambito della vita non oltrepassa
dunque le possibilità insite in questo stato, il quale, naturalmente, deve qui
essere considerato nella sua integralità, di cui fanno parte tanto le modalità
sottili quanto quella grossolana.
Sia che ci si ponga dal punto di vista
«macrocosmico», come abbiamo fatto ora, sia da quello «microcosmico» che
abbiamo adottato inizialmente, il mondo ideale è concepito mediante facoltà che
corrispondono analogicamente a quelle attraverso cui è percepito il mondo
sensibile o, se si preferisce, mediante facoltà che in linea di principio sono
le stesse (in quanto sono
è per lo meno curioso notare che il nome stesso
dell’oro (aurum) è identico alla parola ebraica (a)ôr, che
significa «luce».
1. Occorre notare che Brahmâ è maschile,
mentre Brahma è neutro; questa distinzione indispensabile e della
massima importanza (poiché corrisponde a quella fra «Supremo» e «Non-Supremo»)
non può essere fatta con l’uso, corrente fra gli orientalisti, dell’unica forma
Brahman, che appartiene in egual modo a entrambi i generi; da ciò
derivano continue confusioni, soprattutto nelle lingue in cui il genere neutro
non esiste.
2. Il simbolo cosmogonico dell’«Uovo del Mondo» non
è peculiare dell’India; lo ritroviamo specialmente nel Mazdeismo, nella
tradizione egizia (l’Uovo di Kneph), in quella dei Druidi e in quella
degli Orfici. La condizione embrionale, che corrisponde per ciascun essere
individuale a ciò che è il Brahmânda nell’ordine cosmico, è chiamata in
sanscrito pinda; l’analogia costitutiva fra «microcosmo» e «macrocosmo»,
considerati sotto questo aspetto, è espressa dalla formula: Yathâ pinda
tathâ Brahmânda, «quale è l’embrione individuale, tale è l’Uovo del Mondo».
3. Perciò Virâj deriva da Hiranyagarbha,
e Manu, a sua volta, da Virâj.
4. La parola ghana significa in primo luogo
nuvola, e di conseguenza una massa compatta e indifferenziata.
5. «E la Vita era la Luce degli uomini» (Giovanni,
1, 4).
6. Alludiamo più particolarmente all’estensione
dell’idea di vita che è implicita nel punto di vista delle religioni
occidentali, e che si riferisce effettivamente a possibilità insite in un
prolungamento dell’individualità umana; si tratta, come abbiamo spiegato
altrove, di ciò che la tradizione estremo-orientale chiama «longevità».
94 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
sempre facoltà
individuali), considerate però in una diversa modalità d’esistenza e a un
diverso grado di sviluppo, poiché la loro attività si svolge in un dominio
differente. Perciò Âtmâ, in questo stato di sogno, vale a dire in quanto
Taijasa, ha lo stesso numero di membra e di bocche (o strumenti di
conoscenza) che ha in quello di veglia come Vaishwânara;1 è
inutile, del resto, ripeterne l’enumerazione, poiché le definizioni che ne
abbiamo dato in precedenza possono egualmente applicarsi, con una appropriata
trasposizione, ai due domini della manifestazione grossolana o sensibile e di
quella sottile o ideale.
1. Queste facoltà devono essere qui considerate
come ripartite nei tre «involucri», la cui unione costituisce la forma sottile
(vijnânamaya-kosha, manomaya-kosha, prânamaya-kosha).
14. Lo stato di sonno profondo
o la condizione di Prâjna
«Quando l’essere che dorme non prova alcun
desiderio e non è soggetto ad alcun sogno, il suo stato è quello di sonno
profondo (sushupta-sthâna); colui (vale a dire Âtmâ stesso in
questa condizione) che in questo stato è divenuto uno (senza alcuna distinzione
o differenziazione),1 che si è identificato con un insieme sintetico
(unico e senza determinazione particolare) di Conoscenza integrale (Prajnâna-ghana),2
che è (per penetrazione e assimilazione intima) pieno di Beatitudine (ânandamaya),
che gode veramente di questa Beatitudine (Ânanda, quale dominio a lui
proprio) e la cui bocca (lo strumento di conoscenza) è (unicamente) la
Coscienza totale (Chit) stessa (senza intermediari o particolarizzazioni
di alcun genere), costui è chiamato Prâjna (Colui che conosce al di
fuori e di là da ogni condizione speciale): questa è la terza condizione».3
Come ci si può immediatamente rendere conto, in
questo stato il veicolo di Âtmâ è il kârana-sharîra, dato che
esso è l’ânandamaya-kosha; e, quantunque se ne parli analogicamente come
di un veicolo o di un involucro, non è affatto veramente distinto dallo stesso Âtmâ,
poiché ormai siamo di là dalla distinzione. La Beatitudine è fatta di tutte le
possibilità di Âtmâ, si potrebbe dire che ne sia la somma stessa; e se Âtmâ,
in quanto Prâjna, gode di questa Beatitudine come del dominio che gli è
proprio, è perché essa, in realtà, non è altro che la pienezza del suo essere,
come abbiamo già accennato in precedenza. È uno stato essenzialmente informale
e sopra-individuale; non può dunque in alcun modo trattarsi di uno stato
«psichico» o «psicologico», come alcuni orientalisti hanno creduto. Ciò che è
propriamente «psichico», infatti, è lo stato sottile; e nel fare questa
assimilazione prendiamo la parola
1. «Tutto è uno, dice ugualmente il Taoismo;
durante il sonno, l’anima non distratta si immerge in questa unità; durante la
veglia, distratta, essa distingue diversi esseri» (Tchoang-tseu, cap.
II; trad. di Padre Wieger, p. 215).
2. «Concentrare tutta la propria energia
intellettuale come in una massa» afferma anche la dottrina taoista, intendendo
la stessa cosa (Tchoang-tseu, cap. IV; trad. di Padre Wieger, p. 233). Prajnâna
o la Conoscenza integrale si oppone qui a vijnâna o alla conoscenza
distintiva, che, applicandosi specialmente al dominio individuale o formale,
caratterizza i due stati precedenti; vijnânamaya-kosha è il primo degli
«involucri» di cui si riveste Âtmâ penetrando nel «mondo dei nomi e
delle forme», vale a dire manifestandosi come jîvâtmâ.
3. Mândûkya
Upanishad, shruti 5.
96 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
«psichico» nel suo
senso primitivo, quello che aveva per gli antichi, senza preoccuparci delle
diverse accezioni molto più specialistiche che le sono state attribuite in
seguito, con le quali non potrebbe nemmeno più riferirsi all’intero stato
sottile. La psicologia degli Occidentali moderni infatti non concerne che una
parte ristrettissima dell’individualità umana, in cui il «mentale» è in
relazione immediata con la modalità corporea, dati i metodi che usa, essa è
incapace di spingersi oltre e in ogni caso l’oggetto stesso che si propone,
ossia lo studio esclusivo dei fenomeni mentali, la limita rigorosamente al
dominio dell’individualità, sicché lo stato di cui ora si tratta sfugge
necessariamente alle sue indagini, e si potrebbe anche dire che le è doppiamente
inaccessibile, in primo luogo perché questo stato è al di là del «mentale» o
del pensiero discorsivo e differenziato, e poi perché è anche al di là di
qualunque «fenomeno», vale a dire al di là di ogni manifestazione formale.
Questo stato di indifferenziazione, nel quale
l’intera conoscenza, ivi compresa quella degli altri stati, è accentrata
sinteticamente nell’unità essenziale e fondamentale dell’essere, è lo stato
non-manifestato o «non-sviluppato» (avyakta), principio e causa (kârana)
di tutta la manifestazione, a partire dal quale essa si sviluppa nella
molteplicità dei suoi diversi stati, e più particolarmente, per quel che
concerne l’essere umano, nei suoi stati sottile e grossolano. Questo
non-manifestato, concepito come radice del manifestato (vyakta) che ne è
soltanto l’effetto (kârya), è identificato, sotto questo aspetto, con Mûla-Prakriti,
la «Natura primordiale»; in realtà, esso è insieme Purusha e Prakriti,
poiché li contiene entrambi nella sua stessa indifferenziazione, essendo causa
nel senso completo della parola, vale a dire allo stesso tempo «causa
efficiente» e «causa materiale», per usare la terminologia ordinaria, alla
quale peraltro preferiremmo di gran lunga le espressioni «causa essenziale» e
«causa sostanziale», poiché questi due aspetti complementari della causalità si
riferiscono appunto rispettivamente all’«essenza» e alla «sostanza», quali le
abbiamo definite in precedenza. Se quindi, in questo terzo stato, Âtmâ è
al di là della distinzione fra Purusha e Prakriti, o fra i due
poli della manifestazione, è perché esso non è più nell’esistenza condizionata,
bensì al grado dell’Essere puro; tuttavia dobbiamo includervi inoltre Purusha
e Prakriti, che sono ancora non-manifestati, e anche, in un certo senso,
come vedremo fra poco, gli stati informali della manifestazione, che abbiamo
già dovuto riferire all’Universale, poiché in verità sono degli stati
sopra-individuali dell’essere; d’altronde, ricordiamolo ancora, tutti gli stati
manifestati sono contenuti, in principio e sinteticamente, nell’Essere
non-manifestato.
D’altra parte, in questo stato, i diversi
oggetti della manifestazione,
Lo stato di sonno profondo o la condizione di Prâjna 97
anche quelli della
manifestazione individuale, esterni e interni, non sono affatto distrutti, ma
sussistono in modo principiale, essendo unificati appunto perché non più
concepiti sotto l’aspetto secondario e contingente della distinzione; essi si
ritrovano necessariamente fra le possibilità del «Sé», che, essendo cosciente
della propria permanenza nell’«eterno presente», rimane di per sé cosciente di
tutte queste possibilità, considerate «non-distintivamente» nella Conoscenza
integrale.1 Se fosse altrimenti, e se gli oggetti della
manifestazione non sussistessero in questo modo, principialmente (supposizione
d’altronde di per sé impossibile poiché questi oggetti sarebbero allora un puro
niente, che non potrebbe esistere in alcuna maniera, neppure in modo illusorio),
non vi potrebbe essere un ritorno dallo stato di sonno profondo agli stati di
sogno e di veglia, poiché tutta la manifestazione formale sarebbe allora
irrimediabilmente distrutta per l’essere non appena esso entrasse nel sonno
profondo; ora, un tale ritorno è invece sempre possibile e si produce
effettivamente, almeno per l’essere che non è attualmente «liberato», vale a
dire definitivamente svincolato dalle condizioni dell’esistenza individuale.
La parola Chit non deve essere intesa,
come prima il suo derivato chitta, nel senso ristretto di pensiero
individuale e formale (questa determinazione restrittiva, che implica una
modificazione mediante riflesso, è infatti espressa nel derivato dal suffisso ta,
che è la terminazione del participio passivo), bensì in senso universale, come
Coscienza totale del «Sé», considerata in rapporto al suo unico oggetto, che è Ânanda
o la Beatitudine.2 Questo oggetto, pur costituendo allora in qualche
modo l’involucro del «Sé» (ânandamaya-kosha), come dianzi abbiamo
spiegato, è identico al soggetto stesso, che è Sat o l’Essere puro, e
non ne è affatto veramente distinto, né può esserlo,
1. È proprio questo ciò che permette di trasporre
metafisicamente la dottrina teologica della «resurrezione dei morti», nonché la
concezione del «corpo di gloria»; quest’ultimo, del resto, non è affatto un
corpo nel senso proprio della parola, ma ne è la «trasformazione» (o la
«trasfigurazione»), vale a dire la trasposizione fuori della forma e delle
altre condizioni dell’esistenza individuale, o, in altre parole, è la
«realizzazione» della possibilità permanente e immutabile di cui il corpo non è
che l’espressione transitoria in modo manifestato.
2. Lo stato di sonno profondo è stato definito
«inconscio» da alcuni orientalisti, che sembrano persino tentati di
identificarlo con l’«Inconscio» di qualche filosofo tedesco, quale Hartmann;
questo errore dipende senza dubbio dal fatto che essi riescono a concepire la
coscienza soltanto come individuale e «psicologica», ma non per questo il loro
errore ci appare meno inspiegabile, poiché non vediamo in che modo possano
comprendere, con una simile interpretazione, parole come Chit, Prajnâna
e Prâjna.
98 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
in effetti, là dove non
esiste più alcuna distinzione reale1. Così questi tre, Sat, Chit
e Ânanda (generalmente riuniti in Sachchidânanda),2
sono assolutamente un unico e medesimo essere, e questo «uno» è Âtmâ,
considerato al di fuori e al di là di tutte le condizioni particolari che
determinano ciascuno dei suoi diversi stati di manifestazione.
Nello stato di Prâjna, che è anche
talvolta designato con il nome di samprasâda o «serenità»,3
la Luce intelligibile è colta direttamente, in ciò che costituisce l’intuizione
intellettuale, e non più di riflesso, attraverso il «mentale» (manas),
come negli stati individuali. Abbiamo precedentemente riferito l’espressione
«intuizione intellettuale» a Buddhi, facoltà di conoscenza
sopra-razionale e sopra-individuale, quantunque già manifestata; sotto questo
aspetto, è necessario dunque, in certo modo, includere Buddhi nello
stato di Prâjna, che comprenderà così tutto ciò che è al di là
dell’esistenza individuale. Dobbiamo allora considerare nell’Essere una nuova
triade, costituita da Purusha, Prakriti e Buddhi, vale a
dire dai due poli della manifestazione, «essenza» e «sostanza», e dalla prima
produzione di Prakriti per influsso di Purusha, produzione che è
la manifestazione informale. Bisogna aggiungere, peraltro, che questa triade
rappresenta solamente ciò che si potrebbe chiamare l’«esteriorità» dell’Essere,
e quindi non coincide affatto con l’altra triade principiale che abbiamo
considerato e che si riferisce invero all’«interiorità» dell’Essere, di cui
tale triade sarebbe piuttosto una prima particolarizzazione distintiva;4
è evidente
1. Le parole «soggetto» e «oggetto», nel senso in
cui noi le usiamo qui, non possono dare adito ad alcun equivoco: il soggetto è
«colui che conosce», l’oggetto è «ciò che è conosciuto», e il loro rapporto è
la conoscenza stessa. Tuttavia, nella filosofia moderna, il significato di
queste parole, e soprattutto quello dei loro derivati «soggettivo» e
«oggettivo», è mutato a tal punto che hanno ricevuto accezioni quasi
diametralmente opposte, e alcuni filosofi le hanno intese indistintamente in
sensi molto differenti; perciò il loro uso presenta spesso inconvenienti gravi
per la chiarezza e, in molti casi, è preferibile astenersi dall’usarle, per
quanto è possibile.
2. In arabo gli equivalenti di questi tre termini
sono: l’Intelligenza (El-Aql), l’Intelligente (El-Âqil) e
l’Intelligibile (El-Maqûl); la prima è la Coscienza universale (Chit),
il secondo ne è il soggetto (Sat) e il terzo ne è l’oggetto (Ânanda),
i tre non essendo che una cosa sola nell’Essere «che conosce Se stesso tramite
Se stesso».
3. Brihad-Âranyaka Upanishad, 4°
Adhyâya, 3° Brâhmana, shruti 15; cfr. Brahma-Sûtra, 1° Adhyâya, 3° Pâda,
sûtra 8. Si veda anche ciò che diremo più avanti sul significato della parola Nirvâna.
4. Si potrebbe dire, con le riserve che abbiamo
fatto sull’uso di queste parole, che Purusha è il polo «soggettivo»
della manifestazione, e Prakriti ne è il polo «oggettivo»; Buddhi
corrisponde allora naturalmente alla conoscenza che è come una risultante del
soggetto e dell’oggetto, o il loro «atto comune», per usare un linguaggio
aristotelico. Tuttavia, è importante rilevare
Lo stato di sonno profondo o la condizione di Prâjna 99
che, parlando qui di
«esteriore» e di «interiore», noi usiamo un linguaggio puramente analogico,
fondato su un simbolismo spaziale, e che non può applicarsi letteralmente
all’Essere puro. D’altronde, la triade Sachchidânanda, che è coestensiva
all’Essere, si esprime ancora, nell’ordine della manifestazione informale, in
quella che viene distinta all’interno di Buddhi e di cui abbiamo già
parlato: il Matsya-Purâna, che allora citammo, dichiara che
«nell’Universale, Mahat (o Buddhi) è Îshwara»; e Prâjna
è anche Îshwara, a cui propriamente appartiene il kârana-sharîra.
Si può aggiungere altresì che la Trimûrti o «triplice manifestazione» è
soltanto l’«esteriorità» di Îshwara, che, in Sé, è indipendente da ogni
manifestazione, di cui è il principio, poiché è l’Essere stesso; tutto quello
che abbiamo detto di Îshwara, tanto in Sé, quanto in rapporto alla
manifestazione, possiamo ugualmente dirlo di Prâjna che con esso è
identificato. Così, al di fuori del punto di vista particolare della
manifestazione e dei diversi stati condizionati che da esso dipendono in questa
manifestazione, l’intelletto non è affatto differente da Âtmâ, che deve
essere considerato come «ciò che conosce se stesso mediante se stesso», poiché
allora non vi è più alcuna realtà veramente distinta da esso, tutto essendo
compreso nelle sue stesse possibilità; ed è appunto in questa «Conoscenza di
Sé» che risiede propriamente la Beatitudine.
«Questo (Prâjna) è il Signore (Îshwara)
di tutto (sarva, parola che implica qui, nella sua estensione
universale, l’insieme dei “tre mondi”, cioè di tutti gli stati di
manifestazione sinteticamente compresi nel loro principio); Egli è onnisciente
(poiché tutto Gli è presente nella Conoscenza integrale, ed Egli conosce
direttamente tutti gli effetti nella causa principiale totale, che non è in
alcun modo distinta da Lui);1 Egli è l’ordinatore interno (antar-yâmî,
che stando al centro stesso dell’essere
che, nell’ordine dell’Esistenza universale, è Prakriti
che «concepisce» le sue produzioni sotto l’influenza «non-agente» di Purusha,
mentre, nell’ordine delle esistenze individuali, il soggetto conosce, al
contrario, per azione dell’oggetto; l’analogia è dunque qui invertita, come nei
casi incontrati precedentemente. Infine, se si considera l’intelligenza come
inerente al soggetto (quantunque la sua «attualità» presupponga la presenza di
due termini complementari), si dovrà dire che l’Intelletto universale è
essenzialmente attivo, mentre l’intelligenza individuale è passiva, per lo meno
relativamente (pur essendo allo stesso tempo, sotto un altro aspetto, anche
attiva), come del resto è implicito nel suo carattere di «riflesso»; anche
queste considerazioni concordano interamente con le teorie di Aristotele.
1. Gli effetti sono «eminentemente» nella causa,
come dicono i filosofi scolastici, e sono perciò costitutivi della sua stessa
natura, poiché nulla può essere negli effetti che prima non sia stato nella
causa; così la causa prima, conoscendo se stessa, conosce tutti gli effetti,
vale a dire tutte le cose, in modo assolutamente immediato e «non-distintivo».
100 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
governa e controlla
tutte le facoltà corrispondenti ai suoi diversi stati, anche se Egli stesso
resta “non-agente” nella pienezza della Sua attività principiale);1
Egli è la sorgente (yoni, matrice o radice primordiale, e allo stesso
tempo principio o causa prima) di tutto (quello che esiste in qualsiasi modo),
Egli è l’origine (prabhava, per il Suo espandersi nella moltitudine
indefinita delle Sue possibilità) e la fine (apyaya, per il Suo
ripiegarsi nell’unità di Se stesso)2 dell’universalità degli esseri
(essendo Egli stesso l’Essere Universale)».3
1. Questo «ordinatore interno» è identico al
«Rettore Universale» di cui si parla in un testo taoista da noi citato in una
nota precedente. La tradizione estremo-orientale dice anche che «l’Attività del
Cielo è non-agente»; nella sua terminologia, il Cielo (Tien) corrisponde
a Purusha (considerato ai diversi gradi che abbiamo indicato
precedentemente), e la Terra (Ti) a Prakriti; non si tratta
dunque di ciò che si è obbligati a tradurre con questi stessi termini
nell’enumerazione degli elementi del Tribhuvana indù.
2. Ciò è riferibile, nell’ordine cosmico, alle due
fasi di «espirazione» e di «aspirazione» individuabili in ciascun ciclo; qui
però si tratta della totalità dei cicli o degli stati che costituiscono la
manifestazione universale.
3. Mândûkya
Upanishad, shruti 6.
15. Lo stato incondizionato di Âtmâ
«Veglia, sogno, sonno profondo, e ciò che è
oltre, sono i quattro stati di Âtmâ; il più grande (mahattara) è
il Quarto (Turîya). Nei primi tre sta Brahma con uno dei Suoi
piedi; nell’ultimo, ha tre piedi».1 Così, le proporzioni
precedentemente stabilite da un certo punto di vista, da un altro punto di
vista si trovano invertite: dei quattro «piedi» (pâda) di Âtmâ, i
primi tre in base alla distinzione degli stati ne valgono uno soltanto per
importanza metafisica, e da solo l’ultimo ne vale tre, nella stessa prospettiva.
Se Brahma non fosse «senza parti» (akhanda), si potrebbe dire che
soltanto un quarto di Esso è nell’Essere (comprendendovi tutto ciò che ne
dipende, vale a dire la manifestazione universale di cui è il principio),
mentre gli altri Suoi tre quarti sono al di là dell’Essere.2 Questi
tre quarti si possono concepire così: 1) la totalità delle possibilità di
manifestazione in quanto non si manifestano, dunque allo stato assolutamente
permanente e incondizionato, come tutto ciò che appartiene al «Quarto» (se esse
invece si manifestano, appartengono ai primi due stati; e, in quanto
«manifestabili», al terzo, principiale rispetto ai precedenti); 2) la totalità
delle possibilità di non-manifestazione (di cui parliamo al plurale solo per
analogia, poiché sono evidentemente al di là della molteplicità, e anche
dell’unità); 3) infine, il Principio Supremo di queste e di quelle, la
Possibilità Universale, totale, infinita, assoluta.3
«I Saggi pensano che il Quarto (Chaturtha),4
che non ha conoscenza né degli oggetti interni né di quelli esterni (in modo
distintivo e analitico), né insieme di questi e di quelli (considerati
1. Maitri
Upanishad, 7° Prapâthaka, shruti 11.
2. Pâda significa «piede» e anche «quarto».
3. Analogamente, considerando i primi tre stati, il
cui insieme costituisce il dominio dell’Essere, si potrebbe dire anche che i
primi due non rappresentano che una terza parte dell’Essere, poiché contengono
soltanto la manifestazione formale, mentre il terzo ne rappresenta da solo i
due terzi, perché comprende allo stesso tempo la manifestazione informale e
l’Essere non-manifestato. È essenziale notare che soltanto le possibilità di
manifestazione rientrano nel dominio dell’Essere, pur considerato in tutta la
sua universalità.
4. Le due parole Chaturtha e Turîya
hanno lo stesso significato e si applicano nello stesso modo al medesimo stato:
Yad vai Chaturtham tat Turîyam, «di certo quel che è Chaturtha, è
Turîya» (Brihad-Âranyaka Upanishad, 5° Adhyâya, 14° Brâhmana,
shruti 3).
102 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
sinteticamente e
principialmente), e che non è (nemmeno) un insieme sintetico di Conoscenza
integrale, non essendo né conoscente né non-conoscente, è invisibile (adrishta,
e ugualmente non-percettibile da qualsiasi facoltà), non-agente (avyavahârya,
nella Sua immutabile identità), incomprensibile (agrâhya, poiché tutto
comprende), indefinibile (alakshana, poiché illimitato), impensabile (achintya,
poiché non può essere rivestito di alcuna forma), indescrivibile (avyapadêshya,
non potendo essere qualificato da attributi o determinazioni particolari), è
l’unica essenza fondamentale (pratyaya-sâra) del “Sé” (Âtmâ,
presente in tutti gli stati), senza alcuna traccia di sviluppo della
manifestazione (prapancha-upashama, e di conseguenza assolutamente e
totalmente liberato dalle condizioni peculiari di qualunque modalità
d’esistenza), pienezza di Pace e di Beatitudine, senza dualità: Esso è Âtmâ
(al di fuori e indipendentemente da ogni condizione), (così) Esso dev’essere
conosciuto».1
Si noterà che tutto ciò che concerne questo
stato incondizionato di Âtmâ è espresso in forma negativa; il motivo è
facile da capire, perché, nel linguaggio, ogni affermazione diretta è
necessariamente un’affermazione particolare e determinata, l’affermazione di
qualche cosa a esclusione di qualcos’altro che così limita ciò rispetto a cui
si fa l’affermazione.2 Ogni determinazione è una limitazione, dunque
una negazione;3 di conseguenza la vera affermazione è la negazione
di una determinazione, e i termini apparentemente negativi che incontriamo qui
sono, nel loro reale significato, eminentemente affermativi. D’altronde, la
parola «infinito», che ha una forma simile, esprime la negazione di ogni
limite, sicché equivale all’affermazione totale e assoluta, che comprende o
racchiude tutte le affermazioni particolari, ma che non è alcuna di esse a
esclusione delle altre, proprio perché le implica tutte ugualmente e
«non-distintivamente»; così la Possibilità Universale comprende assolutamente
tutte le possibilità. Tutto ciò che si può esprimere in forma affermativa è
necessariamente racchiuso nel dominio dell’Essere, poiché l’Essere
1. Mândûkya
Upanishad, shruti 7.
2. Per la stessa ragione questo stato, non potendo
essere caratterizzato in alcun modo, è chiamato semplicemente il «Quarto»; ma
questa spiegazione, pur evidente, è sfuggita agli orientalisti. A tale
proposito, possiamo citare un curioso esempio della loro incomprensione:
Oltramare ha creduto che il nome «Quarto» indicasse che si trattava soltanto di
una «costruzione logica», e questo perché gli ricordava «la quarta dimensione
dei matematici»; ecco un accostamento per lo meno inatteso, che sarebbe indubbiamente
difficile giustificare seriamente.
3. Spinoza stesso l’ha espressamente riconosciuto: Omnis
determinatio negatio est; ma è appena necessario aggiungere che
l’applicazione che egli ne fa ricorda piuttosto l’indeterminazione di Prakriti
che quella di Âtmâ nel suo stato incondizionato.
Lo stato incondizionato di Âtmâ 103
è la prima affermazione
o la prima determinazione, quella da cui procedono tutte le altre, come l’unità
è il primo dei numeri, da cui tutti derivano; ma qui siamo nella «non-dualità»,
e non più nell’unità, o, in altre parole, siamo al di là dell’Essere, appunto
perché siamo al di là di ogni determinazione, anche principiale.1
In Se stesso, Âtmâ non è dunque né
manifestato (vyakta), né non-manifestato (avyakta), per lo meno
se si considera il non-manifestato soltanto come il principio immediato del
manifestato (ciò che si riferisce allo stato di Prâjna); ma Esso è
insieme il principio del manifestato e del non-manifestato (benché questo
Principio Supremo possa d’altronde anche esser detto non-manifestato in un
senso superiore, non fosse altro che per affermare con ciò la Sua Immutabilità
assoluta e l’impossibilità di caratterizzarLo con alcuna attribuzione
positiva). «Lui (il Brahma Supremo, al quale Âtmâ incondizionato
è identico), l’occhio non Lo raggiunge,2 né la parola, né il
“mentale”;3 noi non Lo riconosciamo (come comprensibile da altri che
Se stesso), perciò non sappiamo come insegnarne la natura (con una qualunque
descrizione). Egli è superiore a ciò che è conosciuto (distintivamente, o
all’Universo manifestato), ed è anche al di là di ciò che non è conosciuto
(distintivamente, o dell’Universo non-manifestato, uno con l’Essere puro);4
questo è l’insegnamento che abbiamo ricevuto dagli antichi Saggi. Si deve
considerare come Brahma (nella Sua Infinità) Ciò che non è manifestato
dalla parola (né da altra cosa), ma da cui la parola
1. Noi ci poniamo qui dal punto di vista puramente
metafisico, ma dobbiamo aggiungere che queste considerazioni possono anche
applicarsi al punto di vista teologico; sebbene quest’ultimo di solito si
mantenga nei limiti dell’Essere, alcuni riconoscono che la «teologia negativa»
è l’unica teologia rigorosa, vale a dire che soltanto gli attributi di forma
negativa convengono veramente a Dio. Cfr. san Dionigi Areopagita, De Mystica
Theologia, i cui due ultimi capitoli si avvicinano in modo notevole, anche
nelle espressioni, al testo che abbiamo citato.
2. Parimenti, il Qorân dice parlando di Allâh:
«Gli sguardi non possono raggiungerLo». «Il Principio non è raggiunto né dalla
vista né dall’udito» (Tchoang-tseu, cap. XXII; trad. di Padre Wieger, p.
397).
3. L’occhio rappresenta qui le facoltà di
sensazione e la parola quelle di azione; si è visto precedentemente che il manas,
per la sua natura e le sue funzioni, partecipa delle une e delle altre. Brahma
non può essere raggiunto da alcuna facoltà individuale: non può essere
percepito dai sensi come gli oggetti grossolani, né concepito dal pensiero come
gli oggetti sottili, non può essere espresso in modo sensibile dalle parole, né
in modo ideale dalle immagini mentali.
4. Cfr. il passo già citato della Bhagavad-Gîtâ
(XV, 18), secondo il quale Paramâtmâ «è al di là del distruttibile e
anche dell’indistruttibile»; il distruttibile è il manifestato e
l’indistruttibile è il non-manifestato, inteso nel modo che abbiamo spiegato.
104 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
è manifestata (così
come lo sono tutte le cose), e non Ciò che è considerato (in quanto oggetto di
meditazione) come “questo” (un essere individuale o un mondo manifestato,
secondo che il punto di vista si riferisca al “microcosmo” o al “macrocosmo”) o
“quello” (Îshwara o l’Essere Universale stesso, al di fuori di ogni
individualizzazione e di ogni manifestazione)».1
Shankarâchârya aggiunge a questo passo il
seguente commento: «Un discepolo che ha seguito attentamente l’esposizione
della natura di Brahma, potrebbe essere indotto a pensare di conoscerLo
perfettamente (almeno teoricamente); nondimeno, malgrado le ragioni che egli
può in apparenza avere di pensare così, tale opinione è errata. Infatti, il
significato accertato di tutti i testi concernenti il Vêdânta è che il
“Sé” di ogni essere che possiede la Conoscenza è identico a Brahma
(poiché questa conoscenza stessa realizza l’“Identità Suprema”). Ora, è
possibile una conoscenza distintiva e definita di ogni cosa che sia
suscettibile di diventare oggetto di conoscenza; ma non è così di Ciò che non
può diventare un tale oggetto. Ciò è Brahma, poiché Esso è il
Conoscitore (totale), e il Conoscitore può conoscere le altre cose (che
racchiude tutte nella Sua infinita comprensione, identica alla Possibilità
Universale), ma non può farsi Esso stesso oggetto della propria Conoscenza
(poiché, nella Sua identità, che non risulta da alcuna identificazione, non è
neppure possibile distinguere principialmente, come nella condizione di Prâjna,
un soggetto e un oggetto che però sono “la stessa cosa”, né Esso può cessare
d’essere Se stesso, “tutto-conoscente”, per diventare “tutto-conosciuto”, che
sarebbe un altro Se stesso), così come il fuoco può bruciare altre cose, ma non
può bruciare se stesso (poiché la sua natura essenziale è indivisibile, così
come, analogicamente, Brahma è “senza dualità”).2 D’altra
parte, non si può nemmeno dire che Brahma possa essere oggetto di
conoscenza per altri da Sé, perché al di fuori di Lui non esiste alcun
conoscente (poiché ogni conoscenza, anche relativa, è sempre una partecipazione
della Conoscenza assoluta e suprema)».3
1. Kêna Upanishad,
1° Khanda, shruti 3-5. Ciò che viene detto riguardo alla
parola (vâch) è poi ripetuto nelle shruti 6-9, in termini identici, per
il «mentale» (manas), l’occhio (chakshus), l’udito (shrotra)
e il «soffio vitale» (prâna).
2. Cfr. Brihad-Âranyaka Upanishad, 4°
Adhyâya, 5° Brâhmana, shruti 14: «Come potrebbe il Conoscitore (totale) essere
conosciuto?».
3. Anche qui possiamo stabilire un accostamento con
una frase del Trattato dell’Unità (Risâlatu-l-Ahadiyah) di
Mohyîddîn Ibn Arabî: «Nulla, assolutamente nulla esiste, eccetto Lui (Allâh),
ma Egli comprende la propria esistenza senza (tuttavia) che questa comprensione
esista in un modo qualunque».
Lo stato incondizionato di Âtmâ 105
Perciò un poco più avanti il testo dice: «Se tu
pensi di conoscere bene (Brahma), ciò che conosci della Sua natura è in
realtà poca cosa; perciò devi ancora considerare Brahma più
attentamente. (La risposta è questa): Non penso di conoscerLo; con ciò voglio
dire che non Lo conosco bene (in modo distinto, come potrei conoscere un
oggetto suscettibile di essere descritto o definito); eppure Lo conosco
(secondo l’insegnamento che ho ricevuto sulla Sua natura). Chiunque fra noi
comprenda queste parole (nel loro vero significato): “Non Lo conosco, eppure Lo
conosco”, quegli in verità Lo conosce. Da chi pensa che Brahma sia
non-compreso (da una qualunque facoltà), Brahma è compreso (poiché, con
la Conoscenza di Brahma, egli è diventato realmente ed effettivamente
identico a Brahma stesso); ma chi pensa che Brahma sia compreso
(da qualche facoltà sensibile o mentale), non Lo conosce affatto. Brahma
(in Se stesso, nella Sua essenza incomunicabile) è ignoto a coloro che Lo
conoscono (alla maniera di un qualsiasi oggetto di conoscenza, che si tratti di
un essere particolare o dell’Essere Universale), ed è conosciuto da coloro che
non Lo conoscono (come “questo” o “quello”)».1
1. Kêna Upanishad,
2° Khanda, shruti 1-3. Ecco un testo taoista del tutto
identico: «L’Infinito ha detto: non conosco il Principio; questa è una risposta
profonda. L’Inazione ha detto: io conosco il Principio; questa è una risposta
superficiale. L’Infinito ha avuto ragione nel dire che non sapeva nulla
dell’essenza del Principio; l’Inazione ha potuto dire che Lo conosceva, quanto
alle Sue manifestazioni esteriori... Non conoscerLo è infatti conoscerLo (nella
Sua essenza); conoscerLo (nelle Sue manifestazioni) è non conoscerLo (quale è
in realtà). Ma come comprendere che è non conoscendoLo che Lo si conosce? –
Ecco come, dice lo Stato primordiale. Il Principio non può essere udito; ciò
che si ode non è Esso. Il Principio non può essere visto; ciò che si vede non è
Esso. Il Principio non può essere enunciato; ciò che si enuncia non è Esso...
Il Principio, non potendo essere immaginato, non può nemmeno essere descritto.
Colui che pone domande sul Principio, e colui che vi risponde, ambedue
dimostrano di ignorare che cosa sia il Principio. Del Principio non si può
domandare né rispondere che cosa Esso sia» (Tchoang-tseu, cap. XXII;
trad. di Padre Wieger, pp. 397-99).
16. Rappresentazione simbolica di Âtmâ e
delle sue condizioni mediante il monosillabo sacro Om
Il seguito della Mândûkya Upanishad
riguarda la corrispondenza del monosillabo sacro Om e dei suoi elementi
(mâtrâ) con Âtmâ e le sue condizioni (pâda); da una parte
esso indica le ragioni simboliche di questa corrispondenza, e dall’altra gli
effetti della meditazione incentrata sul simbolo e su ciò che esso rappresenta,
vale a dire sull’Om e sull’Âtmâ, in cui il primo funge da
«supporto» per ottenere la conoscenza del secondo. Daremo ora la traduzione di
quest’ultima parte del testo; ma non ci sarà possibile corredarla di un
commento esauriente, poiché ciò ci allontanerebbe troppo dal tema del presente
studio.
«Questo Âtmâ è rappresentato dalla
sillaba (per eccellenza) Om, che a sua volta è rappresentata da
caratteri (mâtrâ), (per cui) le condizioni (di Âtmâ) sono le mâtrâ
(di Om), e (inversamente) le mâtrâ (di Om) sono le
condizioni (di Âtmâ): esse sono A, U e M.
«Vaishwânara, la cui sede è nello stato
di veglia, è (rappresentato da) A, la prima mâtrâ, perché essa è
la connessione (âpti, di tutti i suoni, in quanto il suono primordiale A,
quello emesso dagli organi della parola nella loro posizione naturale, è come
immanente in tutti gli altri, che ne sono modificazioni diverse e che si
unificano in esso, come Vaishwânara è presente in tutte le cose del
mondo sensibile e ne costituisce l’unità), e anche perché essa è il principio (âdi,
allo stesso tempo dell’alfabeto e del monosillabo Om, come Vaishwânara
è la prima delle condizioni di Âtmâ e la base partendo dalla quale deve
compiersi, per l’essere umano, la realizzazione metafisica). Chi conosce questo
ottiene in verità (la realizzazione di) tutti i suoi desideri (poiché,
attraverso la sua identificazione con Vaishwânara, tutti gli oggetti
sensibili divengono dipendenti da lui e parte integrante del suo stesso
essere), ed egli diventa il primo (nel dominio di Vaishwânara o di Virâj,
di cui viene a essere il centro in virtù di questa conoscenza stessa e per
l’identificazione che essa implica quando è pienamente effettiva).
«Taijasa, la cui sede è nello stato di
sogno, è (rappresentato da) U, la seconda mâtrâ, perché essa è
l’elevazione (utkarsha, del suono, prendendo come punto di partenza la
sua prima modalità, così come lo stato sottile appartiene, nella manifestazione
formale, a un ordine più elevato dello stato grossolano), e anche perché
partecipa di entrambe (ubhaya, vale a dire che, per natura e posizione,
è intermedia fra i due elementi estremi del
108 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
monosillabo Om,
così come lo stato di sogno è un elemento intermedio, sandhyâ, fra la
veglia e il sonno profondo). Chi conosce questo progredisce in verità sulla via
della Conoscenza (in virtù della sua identificazione con Hiranyagarbha),
e (così illuminato) è in armonia (samâna, con tutte le cose, poiché
considera l’Universo manifestato come produzione della propria conoscenza, che
gli è inseparabile), e nessuno dei suoi discendenti (nel senso di “posterità
spirituale”)1 ignorerà Brahma.
«Prâjna, la cui sede è nello stato di
sonno profondo, è (rappresentato da) M, la terza mâtrâ, perché
essa è la misura (miti, delle altre due mâtrâ, così come, in un
rapporto matematico, il denominatore è la misura del numeratore), e anche
perché è la conclusione (del monosillabo Om, considerato come ciò che
racchiude la sintesi di tutti i suoni; allo stesso modo, il non-manifestato
contiene, sinteticamente e in principio, tutto il manifestato con le sue
diverse modalità possibili, e quest’ultimo può essere considerato come parte
del non-manifestato, da cui non si è mai distinto se non in modo contingente e
transitorio: la causa prima è allo stesso tempo la causa finale, e la fine è
necessariamente identica al principio).2 Chi conosce ciò misura in
verità questo tutto (vale a dire l’insieme dei “tre mondi” o dei differenti
gradi dell’Esistenza universale, di cui l’Essere puro è il “determinante”),3
e diviene la conclusione (di tutte le cose, mediante la concentrazione nel
proprio Sé o nella sua personalità, in cui
1. Questo senso ha qui,
in virtù dell’identificazione con Hiranyagarbha, anche un rapporto più
specifico con l’«Uovo del Mondo» e con le leggi cicliche.
2. Per comprendere il simbolismo qui accennato,
bisogna considerare che i suoni A e U si uniscono in O, e
che in certo qual modo questo si dissolve nel suono finale e nasale di M,
senza tuttavia essere distrutto, ma anzi prolungandosi indefinitamente, pur
divenendo indistinto e impercettibile. D’altra parte, le forme geometriche che
corrispondono rispettivamente alle tre mâtrâ sono una linea retta, una
semicirconferenza (o meglio un elemento di spirale) e un punto: la prima
simboleggia il dispiegarsi completo della manifestazione; la seconda, uno stato
di relativo inviluppamento rispetto a questo dispiegarsi, ma tuttavia uno stato
ancora sviluppato o manifestato; la terza, lo stato informale e «senza
dimensioni» o condizioni limitative particolari, vale a dire il
non-manifestato. Si noterà anche che il punto è il principio fondamentale di
tutte le figure geometriche, come il non-manifestato è il principio di tutti
gli stati di manifestazione, e che esso è, nel suo ordine, l’unità vera e
indivisibile, il che lo rende un simbolo naturale dell’Essere puro.
3. Se non fosse qui fuori luogo, si potrebbero fare
interessanti considerazioni linguistiche sulle espressioni che designano
l’Essere concepito come «soggetto ontologico» e «determinante universale»; ci
limiteremo a dire che, in ebraico, è il nome divino El che vi si
riferisce più specificamente. Tale aspetto dell’Essere è chiamato dalla
tradizione indù Swayambhû, «Colui che sussiste di per Se stesso»; nella
teologia cristiana è il Verbo Eterno considerato come il «luogo dei possibili»;
anche il simbolo estremo-orientale del Dragone vi si riferisce.
Rappresentazione simbolica di Âtmâ 109
si ritrovano,
“trasformati” in possibilità permanenti, tutti gli stati di manifestazione del
suo essere).1
«Il Quarto è “non-caratterizzato” (amâtra,
dunque incondizionato); esso è non-agente (avyavahârya), senza alcuna
traccia di sviluppo della manifestazione (prapancha-upashama), tutto
Beatitudine e senza dualità (Shiva Adwaita): ciò è Omkâra (il
monosillabo sacro considerato indipendentemente dalle sue mâtrâ), ciò
sicuramente è Âtmâ (in Sé, al di fuori e indipendentemente da qualsiasi
condizione o determinazione, non esclusa la determinazione principiale che è
l’Essere stesso). Chi conosce questo entra in verità nel proprio “Sé” per mezzo
di questo stesso “Sé” (senza un tramite di qualunque ordine, senza l’uso di
alcuno strumento, quale una facoltà di conoscenza, che può solo raggiungere uno
stato del “Sé” e non Paramâtmâ, il “Sé” supremo e assoluto)».2
Per ciò che concerne gli effetti che si
ottengono con la meditazione (upâsanâ) sul monosillabo Om, prima
in ciascuna delle sue tre mâtrâ, e poi in se stesso, indipendentemente
da queste mâtrâ, aggiungeremo soltanto che tali effetti corrispondono
alla realizzazione di differenti gradi spirituali, che possono essere
caratterizzati come segue: il primo è il pieno sviluppo dell’individualità
corporea; il secondo è l’estensione integrale dell’individualità umana nelle
sue modalità extra-corporee; il terzo è l’ottenimento degli stati
sopra-individuali dell’essere; il quarto, infine, è la realizzazione
dell’«Identità Suprema».
1. Soltanto in questo stato di universalizzazione,
e non in quello individuale, è davvero possibile dire che «l’uomo è la misura
di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono
in quanto non sono», vale a dire, metafisicamente, del manifestato e del
non-manifestato, quantunque, rigorosamente parlando, non si possa parlare di
«misura» del non-manifestato, se con ciò si intende la determinazione da parte
di particolari condizioni di esistenza, come quelle che definiscono ciascuno
stato di manifestazione. D’altra parte, è chiaro che il sofista greco
Protagora, a cui si attribuisce la formula che abbiamo riportato, trasponendone
il significato per riferirlo all’«Uomo Universale», è stato certo molto lontano
dall’elevarsi fino a questa concezione; perciò, riferendola all’essere umano in
quanto individuo, egli intendeva semplicemente esprimere ciò che i moderni
chiamerebbero un «relativismo» radicale, mentre, per noi, si tratta
evidentemente di tutt’altra cosa, come comprenderanno senza fatica coloro che
sanno quali rapporti intercorrono fra l’«Uomo Universale» e il Verbo Divino
(cfr. specialmente san Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 15).
2. Mândûkya
Upanishad, shruti 8-12. Sulla meditazione di Om
e i suoi effetti in ordini diversi, in relazione con i tre mondi, si possono
trovare altre indicazioni nella Prashna Upanishad, 5º Prashna,
shruti 1-7. Cfr. anche Chhândogya Upanishad, 1º Prapâthaka, 1º,
4° e 5º Khanda.
17. L’evoluzione postuma dell’essere umano
Fin qui abbiamo esaminato la costituzione
dell’essere umano e i differenti stati di cui è suscettibile finché sussiste
come composto dei diversi elementi che abbiamo distinto in questa costituzione,
vale a dire per tutta la durata della sua vita individuale. Su questo punto è
necessario insistere: gli stati che sono veramente propri all’individuo come
tale, vale a dire non soltanto lo stato grossolano o corporeo, per il quale ciò
è evidente, ma anche lo stato sottile (a condizione s’intende di comprendervi solamente
le modalità extra-corporee dello stato umano integrale, e non gli altri stati
individuali dell’essere), sono propriamente ed essenzialmente stati dell’uomo
vivente. Ciò non significa dover ammettere che lo stato sottile cessa
nell’istante stesso della morte corporea, e per il solo fatto che essa ha
luogo; in seguito vedremo che allora si produce, al contrario, un passaggio
dell’essere nella forma sottile, ma questo passaggio costituisce soltanto una
fase transitoria nel riassorbimento delle facoltà individuali dal manifestato
al non-manifestato, fase la cui esistenza si spiega naturalmente con il
carattere intermedio che già abbiamo riconosciuto allo stato sottile. È vero
che ci si può tuttavia trovare a dover considerare in un certo senso, e per lo
meno in certi casi, un prolungamento, anzi, un prolungamento indefinito
dell’individualità umana, che bisognerà necessariamente riferire alle modalità
sottili, cioè extracorporee, di questa individualità; ma tale prolungamento non
è affatto la stessa cosa dello stato sottile quale esisteva durante la vita
terrena. Bisogna rendersi conto, infatti, che, sotto la stessa denominazione di
«stato sottile», si è obbligati a comprendere modalità assai differenti ed
estremamente complesse, anche se ci limitiamo a prendere in considerazione
solamente le possibilità propriamente umane; perciò abbiamo avuto cura, fin dal
principio, di avvertire che questa denominazione doveva sempre essere intesa in
rapporto allo stato corporeo preso come punto di partenza e termine di
paragone, sicché essa acquista un senso preciso soltanto se la si contrappone
allo stato corporeo o grossolano, che, da parte sua, ci appare sufficientemente
definito di per se stesso, perché è quello nel quale noi ci troviamo adesso. Si
sarà potuto anche notare che, fra i cinque involucri del «Sé», ce ne sono tre
considerati come costitutivi della forma sottile (mentre uno solo corrisponde a
ciascuno degli altri due stati condizionati di Âtmâ; di questi, infatti,
uno è in realtà
112 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
soltanto una modalità
particolare e determinata dell’individuo, e l’altro è uno stato essenzialmente
unificato e «non-distinto»); ciò è inoltre una prova evidente della complessità
dello stato nel quale il «Sé» ha questa forma per veicolo, complessità che
bisogna sempre ricordare se si vuol comprendere ciò che se ne potrà dire
secondo i diversi punti di vista da cui verrà considerato.
Dobbiamo ora affrontare la questione di quella
che viene di solito chiamata l’«evoluzione postuma» dell’essere umano, vale a
dire delle conseguenze che derivano per questo essere dalla morte o, per meglio
precisare come intendiamo la parola, dalla dissoluzione di quel composto di cui
abbiamo parlato e che costituisce la sua individualità attuale. Occorre
d’altronde notare che, quando questa dissoluzione è avvenuta, l’essere umano
propriamente detto non esiste più, poiché è essenzialmente questo composto che
costituisce l’uomo individuale; il solo caso in cui è ancora possibile
chiamarlo umano, in un certo senso, è quando, dopo la morte corporea, l’essere
resta in qualcuno di quei prolungamenti dell’individualità a cui alludevamo,
perché, in tal caso, benché questa individualità non sia più completa sotto il
profilo della manifestazione (ormai le manca infatti lo stato corporeo, poiché
le possibilità che vi corrispondono hanno compiuto l’intero ciclo del loro
sviluppo), alcuni dei suoi elementi psichici o sottili sussistono, in un certo
qual modo, senza dissolversi. Negli altri casi, l’essere non può più venir
considerato umano, poiché, dallo stato per il quale questo nome viene usato, è
passato a un altro stato, che può essere individuale oppure no; così, l’essere
che prima era umano non lo è più ed è diventato qualcos’altro, così come, con
la nascita, esso era divenuto umano, passando da un altro stato a quello che
adesso è il nostro. Del resto, se si prendono la nascita e la morte nel senso
più generale, vale a dire come cambiamenti di stato, ci si rende conto
immediatamente che si tratta di modificazioni che si corrispondono
analogicamente, essendo l’inizio e la fine di un ciclo d’esistenza individuale;
anzi, quando si lascia il punto di vista peculiare a uno stato determinato per
considerare il concatenamento dei diversi stati fra loro, ci si accorge che, in
realtà, sono fenomeni rigorosamente equivalenti, perché la morte a uno stato è
allo stesso tempo la nascita in un altro. In altre parole, la stessa modificazione
è una morte o una nascita secondo lo stato o il ciclo d’esistenza in rapporto
al quale la si considera, poiché si tratta propriamente del punto comune ai due
stati, o del passaggio dall’uno all’altro; e ciò che è vero qui per stati
differenti lo è anche, a un altro grado, per modalità diverse di uno stesso
stato, se si considerano queste modalità come elementi che costituiscono, con
lo sviluppo delle loro possibilità rispettive, altrettanti cicli secondari
L’evoluzione postuma dell’essere umano 113
che si integrano
nell’insieme di un ciclo più vasto.1 Infine, è necessario aggiungere
espressamente che la «specificazione», nel senso da noi dianzi attribuito alla
parola, cioè di appartenenza a una specie definita, quale la specie umana ‑ che
impone a un essere certe condizioni generali, le quali ne costituiscono la
natura specifica ‑, è valida solamente in uno stato determinato, e non può
estendersi di là da questo stato; è impossibile che sia altrimenti, dal momento
che la specie non è affatto un principio trascendente rispetto allo stato
individuale, ma appartiene esclusivamente al dominio di questo, essendo di per
sé sottomessa alle condizioni limitative che lo definiscono; perciò l’essere
che è passato a un altro stato non è più umano, poiché non appartiene più in
alcun modo alla specie umana.2
Dobbiamo inoltre fare delle riserve
sull’espressione «evoluzione postuma», che potrebbe facilmente dare luogo a
diversi equivoci; prima di tutto, dato che la morte è concepita come la
dissoluzione del composto umano, è evidente che la parola «evoluzione» non può
essere qui intesa nel senso di uno sviluppo individuale, poiché, al contrario,
si tratta di un riassorbimento dell’individualità nello stato non-manifestato;3
dal punto di vista particolare dell’individuo sarebbe dunque piuttosto
un’«involuzione». Etimologicamente, infatti, le parole «evoluzione» e
«involuzione» non significano nulla più e nient’altro che «sviluppo» e
«inviluppo»;4 ma sappiamo bene che, nel linguaggio moderno, la
parola «evoluzione» ha ricevuto comunemente tutt’altra accezione, che ne ha
fatto quasi un sinonimo di «progresso». Abbiamo già avuto occasione di chiarire
sufficientemente il nostro pensiero su queste idee recentissime di «progresso»
o di «evoluzione», che, gonfiandosi oltre ogni ragionevole
1. Queste considerazioni sulla nascita e sulla
morte valgono d’altronde tanto dal punto di vista «macrocosmico» quanto da
quello «microcosmico»; sebbene non sia possibile adesso soffermarci su di esse,
si potrà senza dubbio intravederne le conseguenze per quel che concerne la
teoria dei cicli cosmici.
2. Beninteso, in tutto questo la parola «umano» è
da noi usata solamente nel suo senso proprio e letterale, in cui essa si
applica soltanto all’uomo individuale; non si tratta affatto della
trasposizione analogica che rende possibile la concezione dell’«Uomo
Universale».
3. Non si può d’altronde dire che si tratti di una
distruzione dell’individualità, poiché, nel non-manifestato, le possibilità che
la costituiscono sussistono in principio in modo permanente, come tutte le
altre possibilità dell’essere; tuttavia, poiché l’individualità è tale solo
quando è nella manifestazione, si può ben dire che, rientrando nel
non-manifestato, essa davvero svanisce o cessa comunque di esistere come
individualità: è però «trasformata», non annientata (poiché ciò che è non può
cessare d’essere).
4. In questo senso, ma soltanto in questo, si
potrebbero applicare tali parole alle due fasi che si distinguono in ogni ciclo
d’esistenza, come precedentemente abbiamo accennato.
114 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
misura, sono riuscite a
deformare completamente la mentalità occidentale attuale: non vi ritorneremo
sopra. Ricorderemo soltanto che non si può parlare plausibilmente di
«progresso» che in modo del tutto relativo, avendo sempre cura di precisare
sotto quale aspetto lo si intende ed entro quali limiti lo si considera;
ridotto a queste proporzioni, non ha più niente in comune con quel «progresso»
assoluto di cui si è cominciato a parlare verso la fine del XVIII secolo, e che
i nostri contemporanei volentieri fregiano del nome di «evoluzione», secondo
loro più «scientifico». Il pensiero orientale, come il pensiero dell’Occidente
antico e medioevale, non può ammettere la nozione di «progresso» che nel senso
relativo da noi indicato, vale a dire come un’idea del tutto secondaria, di
portata estremamente limitata e senza alcun valore metafisico, poiché è tra
quelle che possono riferirsi solamente a possibilità di ordine particolare e
non possono essere trasposte oltre certi limiti. Il punto di vista «evolutivo»
non è suscettibile di universalizzazione, né si può concepire l’essere vero
come qualche cosa che si «evolve» fra due punti definiti, o che «progredisce»,
anche indefinitamente, in una determinata direzione; tali concezioni sono
interamente sprovviste di ogni significato e proverebbero una completa
ignoranza dei dati più elementari della metafisica. Si potrebbe tutt’al più
parlare, in un certo modo, di «evoluzione» per l’essere nel senso di un
passaggio a uno stato superiore; ma bisognerebbe inoltre fare una riserva che
conservasse al termine la sua relatività: infatti, per l’essere considerato in
sé e nella sua totalità, non si può mai parlare di «evoluzione» o di
«involuzione», in qualsiasi senso si vogliano intendere queste parole, poiché
la sua identità essenziale non è mai alterata dalle modificazioni particolari e
contingenti che pregiudicano soltanto l’uno o l’altro dei suoi stati
condizionati.
Un’altra riserva è ancora necessaria per l’uso
della parola «postumo»: è soltanto dal punto di vista particolare
dell’individualità umana, e in quanto essa è condizionata dal tempo, che si può
parlare di ciò che ha luogo «dopo la morte», e anche di ciò che è avvenuto
«prima della nascita», per lo meno se s’intende conservare alle parole «prima»
e «dopo» quel significato cronologico che hanno ordinariamente. In se stessi,
questi stati, se sono al di fuori del dominio dell’individualità umana, non
sono in alcun modo temporali, né possono, di conseguenza, essere situati
cronologicamente; e ciò è vero anche per quegli stati che possono avere fra le
loro condizioni una certa modalità di durata, vale a dire di successione, dal
momento che non si tratta più di una successione temporale. Lo stato non
manifestato è poi evidentemente libero da ogni successione, perciò le idee di
anteriorità e di posteriorità, anche intese nella loro
L’evoluzione postuma dell’essere umano 115
accezione più vasta,
non possono assolutamente applicarvisi; e a questo riguardo si può osservare
che, anche durante la vita, l’essere non ha più nozione del tempo quando la sua
coscienza sia uscita dal dominio individuale, come nel sonno profondo o nel deliquio
estatico: finché l’essere è in questi stati, che sono in realtà
non-manifestati, il tempo per lui non esiste più. Resterebbe da esaminare il
caso in cui lo stato «postumo» è un semplice prolungamento dell’individualità
umana: in verità, questo prolungamento può essere situato nella «perpetuità»,
vale a dire nell’indefinitezza temporale, o, in altre parole, in un modo di
successione che è ancora nel tempo (poiché non si tratta di uno stato
sottomesso a condizioni diverse da quelle del nostro), ma in un tempo che non
ha più comune misura con quello nel quale si svolge l’esistenza corporea.
D’altronde, dal punto di vista metafisico, un tale stato non ci interessa
particolarmente poiché, al contrario, dobbiamo esaminare essenzialmente, dallo
stesso punto di vista, la possibilità di uscire dalle condizioni individuali, e
non quella di permanervi indefinitamente; se però dobbiamo parlarne, è
soprattutto per tener conto di tutti i casi possibili, e anche perché, come
vedremo in seguito, questo prolungamento dell’esistenza umana riserva
all’essere una possibilità di raggiungere la «Liberazione» senza passare per
altri stati individuali. Comunque sia, e tralasciando quest’ultimo caso,
possiamo dire che se si parla di stati non-umani situandoli «prima della nascita»
e «dopo la morte», è in primo luogo perché così essi appaiono in rapporto
all’individualità; bisogna d’altro canto aver molta cura di specificare che non
è l’individualità che passa in questi stati o li percorre successivamente,
poiché sono stati che si pongono al di fuori del suo dominio e che non la
concernono in quanto individualità. D’altra parte, vi è un senso nel quale le
idee di anteriorità e di posteriorità sono utilizzabili al di fuori di ogni
prospettiva legata a una successione temporale o d’altro genere: alludiamo a
quell’ordine, allo stesso tempo logico e ontologico, nel quale i diversi stati
si concatenano e si determinano l’un l’altro; se uno stato è così la
conseguenza di un altro, si potrà dire che è ad esso posteriore, usando in tale
modo di parlare lo stesso simbolismo temporale che serve a esprimere tutta la
teoria dei cicli, quantunque, metafisicamente, vi sia perfetta simultaneità fra
tutti gli stati, dato che un punto di vista di successione effettiva si applica
soltanto all’interno di uno stato determinato.
Dopo aver detto tutto ciò affinché non si fosse
tentati di attribuire all’espressione «evoluzione postuma», se si tiene a
usarla in mancanza di un’altra più adatta e per conformarsi a certe abitudini,
una importanza e un significato che in realtà non ha né potrebbe avere,
iniziamo lo studio del problema al quale
116 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
essa si riferisce, e la
cui soluzione, d’altronde, risulta quasi immediatamente da tutte le
considerazioni che precedono. L’esposizione che seguirà è tratta dai Brahma-Sûtra1
e dai loro commenti tradizionali (e con ciò intendiamo soprattutto quello di
Shankarâchârya), ma dobbiamo avvertire che non si tratta di una traduzione
letterale; qualche volta ci capiterà di riassumere il commento2 e
altre volte anche di commentarlo a nostra volta, perché, diversamente, il
riassunto resterebbe quasi incomprensibile, come assai spesso avviene quando si
interpretano i testi orientali.3
1. 4° Adhyâya, 2º, 3° e 4° Pâda. Il 1º Pâda di
questo 4° Adhyâya è dedicato all’esame dei mezzi della Conoscenza Divina, i cui
risultati saranno esposti in quel che segue.
2. Colebrooke ha dato un riassunto di questo genere
nei suoi Essais sur la Philosophie des Hindous (IVe Essai),
ma la sua interpretazione, quantunque non deformata da pregiudizi sistematici
quali si riscontrano troppo frequentemente in altri orientalisti, è
estremamente difettosa dal punto di vista metafisico, per l’incomprensione pura
e semplice di questo punto di vista stesso.
3. Faremo notare a questo proposito che, in arabo,
la parola tarjumah significa allo stesso tempo «traduzione» e
«commento», poiché l’una è considerata inseparabile dall’altro; il suo
equivalente più esatto sarebbe dunque «spiegazione» o «interpretazione». Si può
anche dire, quando si tratta di testi tradizionali, che una traduzione in
lingua volgare, per essere intelligibile, deve corrispondere esattamente a un
commento fatto nella lingua stessa del testo; la traduzione letterale da una
lingua orientale in una occidentale è generalmente impossibile, e più ci si
sforza di attenersi rigorosamente alla lettera, più si rischia di allontanarsi
dallo spirito; ma, disgraziatamente, i filologi sono incapaci di capirlo.
18. Il riassorbimento delle facoltà individuali
«Quando un uomo sta per morire, la parola,
seguita dalle restanti dieci facoltà esterne (le cinque facoltà d’azione e le
cinque di sensazione, manifestate esteriormente tramite gli organi corporei che
vi corrispondono, ma non confuse con essi, poiché qui se ne separano),1
è riassorbita nel senso interno (manas), poiché l’attività degli organi
esteriori cessa prima di questa facoltà interiore (che è così la conclusione di
tutte le altre facoltà individuali, come ne è il punto di partenza e l’origine
comune).2 Questa, nello stesso modo, si riassorbe poi nel “soffio
vitale” (prâna), accompagnata similmente da tutte le funzioni vitali (i
cinque vâyu, che sono modalità di prâna, e che ritornano così
allo stato indifferenziato), poiché queste funzioni sono inseparabili dalla
vita stessa; d’altronde, lo stesso riassorbimento del senso interno si osserva
anche nel sonno profondo e nel deliquio estatico (con la cessazione completa di
ogni manifestazione esteriore della coscienza)». Aggiungiamo che questa
cessazione non implica tuttavia sempre necessariamente la sospensione totale
della sensibilità corporea, che potremmo definire come una sorta di coscienza
organica, quantunque la coscienza individuale propriamente detta non abbia
allora alcuna parte nelle manifestazioni di questa, con la quale non comunica
più come avviene normalmente negli stati ordinari dell’essere vivente; la
ragione è facile a comprendersi, perché, a dire il vero, in questi casi la
coscienza individuale non c’è più, in quanto la coscienza vera dell’essere si è
trasferita in un altro stato, che, in realtà, è uno stato sopra-individuale.
Questa coscienza organica, alla quale alludevamo, non è una coscienza nel vero
senso della parola, ma ne partecipa in qualche modo, dovendo la sua origine
alla coscienza individuale di cui è come un riflesso; separata da questa, essa
non è più che un’illusione di coscienza, ma può ancora averne la parvenza per
coloro che osservano le cose solamente dall’esterno,3 così come,
dopo la morte, la persistenza di certi elementi psichici più o meno dissociati
può offrire la stessa
1. La parola è ultima nell’elenco quando le facoltà
sono considerate nel loro ordine di sviluppo; deve dunque essere la prima
nell’ordine di riassorbimento, inverso rispetto all’ordine precedente.
2. Chhândogya Upanishad, 6°
Prapâthaka, 8º Khanda, shruti 6.
3. Così, in un’operazione chirurgica, l’anestesia
più completa non sempre inibisce i sintomi esteriori del dolore.
118 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
parvenza, non meno
illusoria, quando sia loro possibile manifestarsi, come abbiamo spiegato in
altre circostanze.1
«Il “soffio vitale”, accompagnato similmente da
tutte le altre funzioni e facoltà (già riassorbite in esso e che vi sussistono
soltanto come possibilità, poiché sono ormai ritornate allo stato di
indifferenziazione da cui erano dovute uscire per manifestarsi effettivamente
durante la vita), è a sua volta riassorbito nell’“anima vivente” (jîvâtmâ,
manifestazione particolare del “Sé” al centro dell’individualità umana, come
abbiamo visto in precedenza, e distinta dal “Sé” finché questa individualità
sussiste come tale, benché questa distinzione sia d’altronde del tutto
illusoria rispetto alla realtà assoluta, nella quale non vi è altro che il
“Sé”); ed è questa “anima vivente” (come riflesso del “Sé” e principio centrale
dell’individualità) che governa l’insieme delle facoltà individuali
(considerate nella loro interezza, e non soltanto in ciò che concerne la
modalità corporea).2 Come i servi di un re si riuniscono intorno a
lui quando è in procinto di intraprendere un viaggio, così tutte le funzioni
vitali e le facoltà (esterne e interne) dell’individuo si riuniscono intorno
all’“anima vivente” (o meglio, in essa, da cui tutte procedono e nella quale
sono riassorbite) nell’ultimo istante (della vita nel senso ordinario della
parola, vale a dire dell’esistenza manifestata nello stato grossolano), quando
questa “anima vivente” sta per ritirarsi dalla sua forma corporea.3
Così, accompagnata da tutte le sue facoltà (poiché le contiene e le conserva in
sé a titolo di possibilità),4 essa si ritira in un’essenza individuale
luminosa (cioè nella forma sottile, assimilata a un veicolo igneo, come abbiamo
visto a proposito di Taijasa, la seconda condizione di Âtmâ),
composta dei cinque tanmâtra o essenze elementari
1. La coscienza organica di cui parliamo rientra
naturalmente in ciò che gli psicologi chiamano «subconscio»; ma il loro grave
torto consiste nel credere di avere sufficientemente spiegato quello a cui in
realtà si sono limitati ad attribuire una semplice denominazione, sotto la
quale, del resto, classificano gli elementi più disparati, senza poter nemmeno
distinguere fra ciò che è veramente cosciente a qualche grado e ciò che ne ha
soltanto l’apparenza, né fra il «subconscio» vero e proprio e il «superconscio»,
vogliamo dire fra ciò che procede da stati rispettivamente inferiori e
superiori rispetto allo stato umano.
2. Si può notare che prâna, pur
manifestandosi esteriormente con la respirazione, è in realtà tutt’altro che la
respirazione stessa, poiché sarebbe evidentemente inintelligibile dire che la
respirazione, funzione fisiologica, si separa dall’organismo e si riassorbe
nell’«anima vivente»; ricordiamo inoltre che prâna e le sue diverse
modalità appartengono essenzialmente allo stato sottile.
3. Brihad-Âranyaka Upanishad, 4°
Adhyâya, 3º Brâhmana, shruti 38.
4. Del resto, una facoltà è propriamente un potere,
vale a dire una possibilità che, in se stessa, è indipendente da ogni esercizio
attuale.
Il riassorbimento delle facoltà individuali 119
sopra-sensibili (così
come la forma corporea è composta dei cinque bhûta o elementi corporei e
sensibili), in uno stato sottile (in opposizione allo stato grossolano, che è
quello della manifestazione esteriore o corporea, il cui ciclo è ormai compiuto
per l’individuo in questione).
«Di conseguenza (in virtù di questo passaggio
nella forma sottile, descritta come luminosa), si dice che il “soffio vitale”
si ritira nella Luce, senza che con ciò occorra intendere il principio igneo in
modo esclusivo (poiché si tratta in realtà di un riflesso individualizzato
della Luce intelligibile, riflesso la cui natura è in fondo la stessa di quella
del “mentale” durante la vita corporea, e che, d’altronde, presuppone come
supporto o veicolo una combinazione dei principi essenziali dei cinque elementi),
e senza che questo ritrarsi si compia necessariamente con una transizione
immediata, perché si dice che un viaggiatore si reca da una città a un’altra
anche se egli attraversa in successione una o più città intermedie.
«Questo ritrarsi o abbandono della forma
corporea (quale è stato fin qui descritto) è d’altronde comune alla gente
ignorante (avidwân) e al Saggio contemplativo (vidwân), fino al
punto in cui hanno inizio, per l’uno e per l’altro, le loro rispettive vie
(d’ora innanzi differenti); l’immortalità (amrita, senza tuttavia che
l’Unione immediata con il Brahma Supremo sia subito ottenuta) è il
risultato della semplice meditazione (upâsanâ, compiuta durante la vita,
senza però essere stata accompagnata da una realizzazione effettiva degli stati
superiori dell’essere), quando i vincoli individuali, che derivano
dall’ignoranza (avidyâ), non possono ancora essere completamente
distrutti».1
È il caso di fare un’importante precisazione
sul senso in cui va intesa l’«immortalità» di cui si parla qui: infatti,
abbiamo detto altrove che la parola sanscrita amrita si riferisce
esclusivamente a uno stato che è superiore a ogni cambiamento, mentre, con la
parola corrispondente, gli Occidentali intendono semplicemente un’estensione
delle possibilità dell’ordine umano, che consiste in un prolungamento
indefinito della vita (ciò che la tradizione estremo-orientale chiama
«longevità»), in condizioni che sono in un certo qual modo trasposte, ma che
restano sempre più o meno paragonabili a quelle dell’esistenza terrena, poiché
concernono anche l’individualità umana. Ora, nel caso presente, si tratta di
uno stato che è ancora individuale, eppure si sostiene che l’immortalità può
essere ottenuta in questo stato; ciò può sembrare contraddittorio con quanto
abbiamo ricordato, poiché si potrebbe credere che si tratti dell’immortalità
1. Brahma-Sûtra, 4º Adhyâya, 2° Pâda, sûtra
1-7.
120 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
relativa, intesa in
senso occidentale; ma non è affatto così in realtà. È vero che l’immortalità,
in senso metafisico e orientale, per essere pienamente effettiva non può essere
raggiunta che al di là di tutti gli stati condizionati, individuali e non, sicché
si identifica con l’Eternità stessa, essendo assolutamente indipendente da ogni
possibile modalità di successione; sarebbe dunque del tutto indebito attribuire
lo stesso nome alla «perpetuità» temporale o all’indefinitezza di una qualsiasi
durata; ma non è così che bisogna intenderla. Si deve considerare che l’idea di
«morte» è essenzialmente sinonimo di cambiamento di stato, il che, come già
abbiamo spiegato, corrisponde alla sua accezione più ampia; quando si dice che
l’essere ha virtualmente raggiunto l’immortalità, bisogna intendere che esso
non dovrà più passare per altri stati condizionati, differenti da quello umano,
o percorrere altri cicli di manifestazione. Non è ancora la «Liberazione»
attualmente realizzata, e con la quale l’immortalità verrebbe resa effettiva,
poiché i «vincoli individuali», vale a dire le condizioni limitative alle quali
l’essere è sottomesso, non sono interamente distrutti; ma è la possibilità di
ottenere questa «Liberazione» prendendo come punto di partenza lo stato umano,
nel cui prolungamento l’essere si trova mantenuto per tutta la durata del ciclo
al quale questo stato appartiene (ciò che costituisce propriamente la
«perpetuità»),1 affinché tale essere possa trovarsi compreso nella
«trasformazione» finale che si compirà quando questo ciclo sarà concluso, e che
ricondurrà tutto ciò che allora vi sarà contenuto allo stato principiale di
non-manifestazione.2
1. La parola greca αίώνιος significa in
realtà «perpetuo», non «eterno», poiché deriva da αίών (identico al
latino aevum), che designa un ciclo indefinito, e questo, del resto, era
anche il significato primitivo del latino saeculum, «secolo», col quale
talvolta lo si traduce.
2. Vi sarebbero alcune considerazioni da fare sulla
traduzione di questa «trasformazione» finale in linguaggio teologico nelle
religioni occidentali, e in particolare sulla concezione del «Giudizio
Universale» che ad essa è strettamente legata; ma sarebbero necessarie
spiegazioni troppo circostanziate e una messa a fuoco troppo complessa perché
ci sia possibile soffermarci sulla questione, tanto più che, di fatto, il punto
di vista propriamente religioso si limita alla considerazione della fine di un
ciclo secondario, di là dal quale può esservi ancora una continuazione
dell’esistenza nello stato individuale umano, ciò che sarebbe impossibile se si
trattasse della totalità del ciclo al quale appartiene questo stato. Ciò non
significa, però, che la trasposizione non possa essere fatta partendo dal punto
di vista religioso, come abbiamo mostrato sopra per la «resurrezione dei morti»
e il «corpo di gloria»; in pratica, però, questa trasposizione non è compiuta
da coloro che si attengono alle concezioni ordinarie ed «esteriori», e per i
quali non esiste nulla al di là dell’individualità umana; ritorneremo su queste
considerazioni a proposito della differenza essenziale che esiste fra la
nozione religiosa di «salvezza» e quella metafisica di «Liberazione».
Il riassorbimento delle facoltà individuali 121
Perciò si attribuisce a
questa possibilità il nome di «Liberazione differita» o di «Liberazione per
gradi» (krama-mukti), perché essa non sarà ottenuta che per mezzo di
tappe intermedie (stati postumi condizionati), e non direttamente e
immediatamente come negli altri casi di cui sarà fatta parola più avanti.1
1. È evidente che la «Liberazione differita» è la
sola che possa essere presa in considerazione per la stragrande maggioranza
degli esseri umani, ma ciò non significa che tutti, indistintamente, vi
perverranno, poiché bisogna ancora considerare il caso in cui l’essere, non
avendo ottenuto nemmeno l’immortalità virtuale, deve passare a un altro stato
individuale, nel quale avrà naturalmente la stessa possibilità di raggiungere
la «Liberazione» che nello stato umano, ma anche, se così si può dire, la stessa
possibilità di non pervenirvi.
19. Differenza delle condizioni postume secondo
i gradi della Conoscenza
«Finché è in questa condizione (ancora
individuale, di cui si parlava), lo spirito (che, di conseguenza, è ancora jîvâtmâ)
di chi ha praticato la meditazione (durante la sua vita, senza raggiungere il
possesso effettivo degli stati superiori del suo essere) resta unito alla forma
sottile (che può anche essere considerata come il prototipo formale
dell’individualità, poiché la manifestazione sottile rappresenta uno stadio
intermedio fra il non-manifestato e la manifestazione grossolana, e ha la
funzione di principio immediato rispetto a quest’ultima); in questa forma
sottile esso è associato alle facoltà vitali (nello stato di riassorbimento o
di contrazione principiale descritto in precedenza)». Poiché l’essere si trova
in una condizione che appartiene ancora all’ordine individuale, è necessario,
in effetti, che sia rivestito ancora di una forma; e questa forma non può
essere che quella sottile, poiché esso è uscito da quella corporea, e perché,
d’altronde, la forma sottile deve essere posteriore all’altra, avendola
preceduta nell’ordine dello sviluppo in modo manifestato, che si trova
riprodotto in senso inverso nel ritorno al non-manifestato; ma ciò non
significa che la forma sottile debba conservarsi allora esattamente quale era
durante la vita corporea, come veicolo dell’essere umano nello stato di sogno.1
Abbiamo già detto che la condizione individuale, in via del tutto generale e
non soltanto per quel che concerne lo stato umano, può essere definita come lo
stato dell’essere che è limitato da una forma; chiaramente, però, questa forma
non è necessariamente determinata in modo spaziale e temporale, come nel caso
particolare dello stato corporeo; essa non può affatto esserlo negli stati
non-umani, che non sono sottomessi allo spazio e al tempo, ma a tutt’altre
condizioni. Quanto alla forma sottile, se non sfugge interamente al tempo
(benché questo non sia più il
1. Vi è una certa continuità fra i differenti stati
dell’essere, e a maggior ragione fra le diverse modalità che fanno parte di uno
stesso stato di manifestazione; l’individualità umana, anche nelle sue modalità
extra-corporee, deve necessariamente subire l’effetto della scomparsa della sua
modalità corporea, e del resto vi sono elementi psichici, mentali o d’altro
tipo, che hanno una ragione d’essere soltanto in relazione all’esistenza
corporea, per cui la disintegrazione del corpo deve comportare la disintegrazione
di questi elementi, che vi rimangono legati e che, di conseguenza, sono anche
abbandonati dall’essere al momento della morte intesa nel senso ordinario della
parola.
124 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
tempo nel quale si
svolge l’esistenza corporea), sfugge per lo meno allo spazio, e perciò non
bisogna affatto rappresentarsela come una specie di «doppio» del corpo,1
e nemmeno si deve pensare che ne sia lo «stampo», quando diciamo che è il
prototipo formale dell’individualità all’origine della sua manifestazione;2
sappiamo troppo bene con quanta facilità gli Occidentali arrivino a
rappresentazioni assolutamente grossolane, e quali gravi errori ne possono
risultare non prendendo a questo riguardo tutte le precauzioni necessarie.
«L’essere può restare così (in questa stessa
condizione individuale, nella quale è unito alla forma sottile) fino alla
dissoluzione esteriore (pralaya, il ritorno allo stato indifferenziato)
dei mondi manifestati (del ciclo attuale, che comprendono allo stesso tempo lo
stato grossolano e quello sottile, vale a dire l’intero dominio
dell’individualità umana considerata nella sua totalità),3
dissoluzione nella quale esso è sommerso (con l’insieme degli esseri di questi
mondi) nel Brahma Supremo; anche allora, tuttavia, esso può essere unito
a Brahma solamente come nel sonno profondo (vale a dire senza la
realizzazione piena ed effettiva dell’“Identità Suprema”)». In altri termini,
per usare il linguaggio di certe scuole esoteriche occidentali, l’ultimo caso
qui menzionato corrisponde solamente a una «reintegrazione in modo passivo»,
mentre la vera realizzazione metafisica
1. Gli stessi psicologi riconoscono che il
«mentale» o il pensiero individuale, l’unico a loro accessibile, è al di fuori
della condizione spaziale; è necessaria tutta l’ignoranza dei
«neo-spiritualisti» per voler «localizzare» le modalità extra-corporee
dell’individuo e pensare che gli stati postumi possano situarsi da qualche
parte nello spazio.
2. Come abbiamo spiegato precedentemente, in
sanscrito la parola pinda designa esattamente questo prototipo sottile,
non l’embrione corporeo; questo prototipo, d’altronde, preesiste alla nascita
dell’individuo, poiché è contenuto in Hiranyagarbha fin dall’origine
della manifestazione ciclica, come una delle possibilità che dovranno
svilupparsi durante questa manifestazione; ma la sua preesistenza non è allora
che virtuale, nel senso che non c’è ancora uno stato dell’essere di cui esso
sia destinato a diventare la forma sottile, poiché questo essere non è
attualmente nello stato corrispondente, dunque non esiste come individuo umano;
la stessa considerazione può analogicamente applicarsi al germe corporeo, se è
parimenti considerato come preesistente in certo qual modo negli avi
dell’individuo in questione, e ciò fin dall’origine dell’umanità sulla Terra.
3. L’insieme della manifestazione universale è
spesso designato in sanscrito con la parola samsâra; come già abbiamo
mostrato, esso comporta un numero indefinito di cicli, cioè di stati o gradi di
esistenza, di modo che ciascuno di questi cicli, avendo fine nel pralaya,
come quello qui in discussione, non costituisce propriamente che un momento del
samsâra. D’altronde, ricorderemo ancora una volta, per evitare ogni
equivoco, che il concatenamento di questi cicli è in realtà di ordine causale e
non successivo, e che le espressioni usate a questo riguardo per analogia con
l’ordine temporale devono dunque essere ritenute puramente simboliche.
Differenza delle condizioni postume 125
è una «reintegrazione
in modo attivo», la sola che implichi veramente la presa di possesso, da parte
dell’essere, del suo stato assoluto e definitivo. Ciò è precisamente indicato
dal paragone con il sonno profondo, quale si verifica durante la vita dell’uomo
ordinario: come vi è un ritorno da questo stato alla condizione individuale, vi
può anche essere, per chi è unito a Brahma solamente «in modo passivo»,
un ritorno a un altro ciclo di manifestazione, sicché il risultato da lui
ottenuto, prendendo come punto di partenza lo stato umano, non è ancora la
«Liberazione» o la vera immortalità, e il suo caso può essere in fin dei conti
paragonato (quantunque con una differenza notevole per quanto riguarda le
condizioni del suo nuovo ciclo) a quello dell’essere che, invece di restare
fino al pralaya nei prolungamenti dello stato umano, è passato, dopo la
morte corporea, a un altro stato individuale. Accanto a questo, occorre
considerare il caso in cui la realizzazione degli stati superiori e anche
quella dell’«Identità Suprema», non compiute durante la vita corporea, sono
effettuate nei prolungamenti postumi dell’individualità; l’immortalità, da
virtuale, diviene allora effettiva, e ciò, d’altra parte, non può aver luogo
che alla fine stessa del ciclo; è la «Liberazione differita», di cui abbiamo
parlato precedentemente. Sia nell’uno che nell’altro caso, l’essere, che deve
essere considerato come un jîvâtmâ congiunto alla forma sottile, si
trova, per tutta la durata del ciclo, in qualche modo «incorporato»1
in Hiranyagarbha, che è considerato come jîvaghana, secondo
quanto abbiamo già detto; esso resta dunque sottomesso a quella condizione
speciale d’esistenza che è la vita (jîva), da cui è delimitato il
dominio proprio di Hiranyagarbha nell’ordine gerarchico dell’Esistenza
universale.
«Questa forma sottile (in cui, dopo la morte,
risiede l’essere che resta così nello stato individuale umano) è (in confronto
alla forma corporea o grossolana) impercettibile ai sensi per le sue dimensioni
(vale a dire perché essa è fuori della condizione spaziale) e anche per la sua
consistenza (o per la sua sostanza, che non è costituita da una combinazione
degli elementi corporei); di conseguenza, sfugge alla percezione (o alle
facoltà esterne) di coloro che sono presenti quando si separa dal corpo (dopo che
l’“anima vivente” si è ritirata). Inoltre non patisce offesa dalla combustione
o da altri trattamenti che il corpo subisce dopo la morte (che è il risultato
di questa separazione, in conseguenza della quale nessuna azione di ordine
sensibile può più avere ripercussioni sulla forma sottile, né sulla coscienza
individuale
1. Questa parola, che usiamo qui per farci capire
meglio con l’aiuto dell’immagine che essa evoca, non va intesa letteralmente,
poiché non si tratta affatto di uno stato corporeo.
126 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
che, rimanendo ad essa
legata, non ha più ormai relazione col corpo). Essa è sensibile soltanto per il
suo calore animatore (la sua qualità propria in quanto è assimilata al
principio igneo),1 per tutto il tempo in cui è unita alla forma
grossolana, che diviene fredda (e quindi inerte come insieme organico) alla
morte, non appena la forma sottile l’abbandona (mentre le altre qualità
sensibili della forma corporea permangono ancora, senza cambiamento apparente),
e che era scaldata (e vivificata) dalla forma sottile quando essa vi risiedeva
(il principio della vita individuale sta infatti propriamente nella forma
sottile, ed è soltanto perché questa comunica le sue proprietà che anche il
corpo può esser detto vivente, per il legame che esiste fra le due forme,
finché sono l’espressione di stati dello stesso essere, e precisamente fino al
momento stesso della morte).
«Ma colui che ha ottenuto (prima della morte,
sempre intesa come separazione dal corpo) la vera Conoscenza di Brahma
(che implica il possesso effettivo di tutti gli stati del suo essere, in virtù
della realizzazione metafisica, senza la quale non vi sarebbe che una
conoscenza imperfetta e del tutto simbolica) non attraversa (in modo
successivo) tutti gli stessi gradi di ritorno (o di riassorbimento della sua
individualità, dallo stato di manifestazione grossolana a quello di
manifestazione sottile, con le diverse modalità che comporta, e poi allo stato
non-manifestato, nel quale le condizioni individuali sono infine interamente
soppresse). Egli procede direttamente (in quest’ultimo stato, e anche oltre se
lo si considera soltanto come principio della manifestazione) all’Unione (già
realizzata per lo meno virtualmente durante la sua vita corporea)2
con il Brahma Supremo, al quale è identificato (in modo immediato), come
un fiume (che qui rappresenta la corrente dell’esistenza attraverso tutti gli
stati e tutte le manifestazioni) alla sua foce (che è la conclusione o il
termine finale di questa corrente) si identifica (per intima penetrazione) con
le onde del mare (samudra, il luogo di raccolta delle acque, che
simboleggia la somma totale delle possibilità
1. Come abbiamo accennato sopra, questo calore
animatore, rappresentato come un fuoco interno, è talvolta identificato con Vaishwânara,
considerato, in questo caso, non più come la prima condizione di Âtmâ,
di cui abbiamo parlato, ma come il «Reggitore del Fuoco», come vedremo più
avanti; Vaishwânara è allora uno dei nomi di Agni, di cui designa
una funzione e un aspetto particolari.
2. Se l’«Unione» o l’«Identità Suprema» non è stata
realizzata che virtualmente, la «Liberazione» ha luogo immediatamente al
momento stesso della morte; ma la «Liberazione» può anche essere realizzata
durante la vita, se l’«Unione» è già allora attuata pienamente ed
effettivamente; la differenza tra questi due casi sarà esposta più
compiutamente in seguito.
Differenza delle condizioni postume 127
nel Principio Supremo).
Le sue facoltà vitali e gli elementi di cui era costituito il suo corpo (tutti
considerati in principio e nella loro essenza sopra-sensibile),1 le
sedici parti (shodasha-kalâh) che compongono la forma umana (ossia i
cinque tanmâtra, il manas e le dieci facoltà di sensazione e
d’azione), passano completamente allo stato non-manifestato (avyakta,
dove, per trasposizione, si ritrovano tutti in modo permanente come possibilità
immutabili), passaggio che del resto non implica per l’essere stesso alcun
cambiamento (al contrario di quanto accade negli stadi intermedi che,
appartenendo ancora al “divenire”, comportano necessariamente una molteplicità
di modificazioni). Il nome e la forma (nâmarûpa, vale a dire la
determinazione della manifestazione individuale quanto alla sua essenza e alla
sua sostanza, come precedentemente abbiamo spiegato) cessano ugualmente (in
quanto condizioni limitative dell’essere); ed egli, essendo “non-diviso”,
dunque senza le parti o membra che componevano la sua forma terrena (allo stato
manifestato, e in quanto questa era sottomessa alla quantità in diversi modi),2
è liberato dalle condizioni dell’esistenza individuale (come pure da tutte le
altre condizioni attinenti a un qualunque stato speciale e determinato di
esistenza, anche sopra-individuale, poiché l’essere è ormai nello stato
principiale, assolutamente incondizionato)».3
Parecchi commentatori dei Brahma-Sûtra,
per mettere ancora più nettamente in rilievo il carattere di questa
«trasformazione» (usiamo la parola in senso rigorosamente etimologico, quello
di «passaggio al di fuori della forma»), la paragonano alla scomparsa
dell’acqua versata su una pietra rovente. Infatti, l’acqua è «trasformata» al
contatto con la pietra, per lo meno nel senso relativo che ha perduto la sua
forma visibile (e non ogni sua forma, poiché essa continua evidentemente ad
appartenere all’ordine corporeo), senza che però si possa dire per questo che
sia stata assorbita dalla pietra, perché, in realtà, è
1. Può anche accadere, in alcuni casi eccezionali,
che la trasposizione di questi elementi si compia in modo tale che la stessa
forma corporea svanisca, senza lasciare tracce sensibili, e che, invece di
venire abbandonata dall’essere come avviene di solito, essa passi così
interamente o nello stato sottile o in quello non-manifestato, sicché non si
può propriamente parlare di morte; abbiamo altrove ricordato, a questo
proposito, gli esempi biblici di Enoch, Mosè ed Elia.
2. I modi principali della quantità sono menzionati
espressamente in questa formula biblica: «Tu hai tutto disposto con peso,
numero e misura» (Sapienza, 11, 20), alla quale corrisponde
parola per parola (salvo l’inversione dei primi due) il Mane, Thekel, Phares
(contato, pesato, diviso) della visione di Baldassar (Daniele, 5, 25-28).
3. Prashna Upanishad, 6° Prashna,
shruti 5; Mundaka Upanishad, 3° Mundaka, 2º Khanda, shruti 8. Brahma-Sûtra,
4º Adhyâya, 2° Pâda, sûtra 8-16.
128 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
evaporata
nell’atmosfera, dove resta in uno stato impercettibile alla vista.1
Parimenti, l’essere non è affatto «assorbito» quando ottiene la «Liberazione»,
anche se così può sembrare dal punto di vista della manifestazione, per la
quale la «trasformazione» appare come una «distruzione»;2 se ci si
pone nella prospettiva della realtà assoluta, la sola che gli rimanga, è invece
dilatato oltre ogni limite, se possiamo usare un tal modo di esprimerci (che
traduce esattamente il simbolismo del vapore acqueo che si diffonde
indefinitamente nell’atmosfera), poiché ha effettivamente realizzato la
pienezza delle sue possibilità.
1. Commento di Ranganâtha ai Brahma-Sûtra.
2. Perciò Shiva, secondo l’interpretazione
più comune, è considerato «distruttore», mentre in realtà è «trasformatore».
20. L’arteria coronale e il «raggio solare»
Dobbiamo ora tornare a quel che avviene
all’essere che, non ancora «liberato» al momento stesso della morte, deve
percorrere una serie di gradi, rappresentati simbolicamente come tappe di un
viaggio, e che sono altrettanti stati intermedi, non definitivi, che egli deve
attraversare prima di giungere alla meta finale. È importante notare che,
d’altronde, tutti questi stati, essendo ancora relativi e condizionati, non
hanno alcuna misura comune con quello che è l’unico stato assoluto e
incondizionato; per quanto elevati siano alcuni di essi se paragonati allo
stato corporeo, sembra dunque che il loro conseguimento non avvicini affatto
l’essere al suo scopo ultimo, che è la «Liberazione»; e poiché, rispetto
all’Infinito, l’intera manifestazione è rigorosamente nulla, anche le
differenze fra gli stati che la costituiscono devono evidentemente esserlo, per
quanto considerevoli siano in se stesse e finché si considerano soltanto i
diversi stati condizionati che esse separano gli uni dagli altri. Tuttavia, è
anche vero che il passaggio a certi stati superiori costituisce una specie di
avviamento alla «Liberazione», che allora è «graduale» (krama-mukti),
così come l’uso di certi metodi appropriati, per esempio quelli dello Hatha-Yoga,
è una preparazione efficace, sebbene non esista certo alcun paragone possibile
fra questi metodi contingenti e l’«Unione» che si deve realizzare usandoli come
«supporti».1 Ma deve essere ben chiaro che la «Liberazione»,
allorché sarà realizzata, implicherà sempre una
1. Si potrà notare un’analogia fra quello che
diciamo qui e quello che, dal punto di vista della teologia cattolica, si
potrebbe affermare circa i sacramenti: anche in essi, infatti, le forme
esteriori sono propriamente dei «supporti», e questi mezzi eminentemente
contingenti hanno un risultato di ordine completamente differente da quello a
cui appartengono essi stessi. L’individuo umano, per la sua stessa costituzione
e per le sue condizioni proprie, ha bisogno di questi «supporti» come punto di
partenza per una realizzazione che lo superi; la sproporzione fra i mezzi e il
fine corrisponde semplicemente a quella che esiste fra lo stato individuale,
preso come base di questa realizzazione, e lo stato incondizionato che ne è il
fine. Non possiamo sviluppare qui una teoria generale sull’efficacia dei riti;
per farne capire il principio essenziale, ci limiteremo a dire che tutte le
cose che sono contingenti in quanto manifestazione (a meno che si tratti di
determinazioni puramente negative) non lo sono più se considerate come
possibilità permanenti e immutabili, e che tutto ciò che ha qualche esistenza
positiva deve così ritrovarsi nel non-manifestato, e appunto questo permette la
trasposizione dell’individuale nell’Universale, mediante la soppressione delle
condizioni limitative (dunque negative) inerenti a ogni manifestazione.
130 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
discontinuità rispetto
allo stato in cui si troverà l’essere che l’otterrà; inoltre, quale che sia
questo stato, la discontinuità non sarà per questo né più né meno profonda,
poiché, in tutti i casi, fra lo stato dell’essere «non-liberato» e quello dell’essere
«liberato» non esiste alcun rapporto del genere di quelli esistenti fra stati
condizionati differenti. Ciò è vero anche per quegli stati che sono a tal punto
al di sopra dello stato umano da apparire, nella prospettiva di quest’ultimo,
come il termine a cui l’essere deve tendere finalmente; questa illusione è
anche possibile per stati che in realtà sono semplici modalità dello stato
umano, ma lontanissime, sotto ogni aspetto, dalla modalità corporea; abbiamo
pensato che fosse necessario attirare l’attenzione su questo punto, al fine di
prevenire qualunque equivoco ed errore di interpretazione, prima di riprendere
la nostra esposizione delle modificazioni postume a cui può essere soggetto
l’essere umano.
«Quando l’“anima vivente” (jîvâtmâ), con
le facoltà vitali in essa riassorbite (e che vi restano quali possibilità, come
abbiamo spiegato precedentemente), si è ritratta nella propria sede (il centro
dell’individualità, simboleggiato dal cuore, come abbiamo visto all’inizio, e
dove essa infatti risiede, in quanto, nella sua essenza e indipendentemente
dalle sue condizioni di manifestazione, è realmente identica a Purusha,
da cui è distinta solo in modo illusorio), l’apice (vale a dire la parte più
sublimata) di questo organo sottile (immaginato come un loto con otto petali)
brilla1 e illumina il passaggio dal quale l’anima deve uscire (per
raggiungere i diversi stati di cui si parlerà in seguito): esso è la corona
della testa, se l’individuo è un Sapiente (vidwân), e un’altra parte
dell’organismo (corrispondente fisiologicamente al plesso solare),2
se è un ignorante (avidwân).3 Cento e una arterie (nâdî,
egualmente sottili e luminose)4 escono
1. È evidente che questa parola è anch’essa da
intendere simbolicamente, poiché non si tratta qui del fuoco sensibile, bensì
di una modificazione della Luce intelligibile.
2. I plessi nervosi, o più esattamente ciò che a
loro corrisponde nella forma sottile (finché questa è legata alla forma
corporea), sono chiamati simbolicamente «ruote» (chakra), o anche «loti»
(padma o kamala). Quanto alla corona della testa, essa ha
ugualmente una parte importante nelle tradizioni islamiche concernenti le
condizioni postume dell’essere umano; e sicuramente si potrebbero trovare anche
altrove usanze che si riferiscono a considerazioni dello stesso ordine (la
chierica dei preti cattolici, per esempio), quantunque la ragione profonda
talvolta sia stata dimenticata.
3. Brihad-Âranyaka Upanishad, 4°
Adhyâya, 4° Brâhmana, shruti 1 e 2.
4. Ricordiamo che non si tratta delle arterie
corporee della circolazione sanguigna, e nemmeno di canali che contengono
l’aria respirata; è evidente, del resto, che nell’ordine corporeo nessun canale
passa per la corona della testa, poiché non vi sono aperture in questa parte
dell’organismo. D’altronde, occorre notare che, quantunque il precedente
ritrarsi di jîvâtmâ implichi già
L’arteria coronale e il «raggio solare» 131
dal centro vitale (come
i raggi di una ruota escono dal mozzo), e una di queste arterie (sottili)
attraversa la corona della testa (regione considerata corrispondente agli stati
superiori dell’essere, per quanto concerne le loro possibilità di comunicazione
con l’individualità umana, come si è visto nella descrizione delle membra di Vaishwânara);
essa è chiamata sushumnâ».1 Oltre a questa nâdî, che
occupa una posizione centrale, ve ne sono altre due che hanno una funzione
particolarmente importante (specialmente per ciò che nell’ordine sottile
corrisponde alla respirazione, e di conseguenza per le pratiche dello Hatha-Yoga):
l’una, posta alla sua destra, è chiamata pingalâ; l’altra, a sinistra, è
chiamata idâ. Inoltre, si dice che la pingalâ corrisponda al Sole
e l’idâ alla Luna; ora, abbiamo visto sopra che il Sole e la Luna sono
detti essere i due occhi di Vaishwânara; essi sono dunque
rispettivamente in relazione con le due nâdî in discussione, mentre la sushumnâ,
essendo nel mezzo, è in rapporto con il «terzo occhio», vale a dire con
l’occhio frontale di Shiva;2 ma a queste considerazioni
possiamo soltanto accennare di sfuggita, dato che esulano dal tema che ora
dobbiamo trattare.
«Da questo passaggio (la sushumnâ e la
corona della testa dove sbocca), in virtù della Conoscenza acquisita e della
coscienza della Via meditata (coscienza che è essenzialmente di ordine
extra-temporale, poiché, anche quando viene considerata nello
l’abbandono della forma corporea, nella fase ora in
discussione non è ancora cessata ogni relazione fra questa forma e quella
sottile, poiché è sempre possibile, descrivendola, continuare a parlare dei
diversi organi sottili secondo la corrispondenza che esisteva nella vita
fisiologica.
1. Katha Upanishad, 2° Adhyâya, 6a
Valli, shruti 16.
2. Per l’aspetto di questo simbolismo che si
riferisce alla condizione temporale, il Sole e l’occhio destro corrispondono al
futuro, la Luna e l’occhio sinistro al passato; l’occhio frontale corrisponde
al presente, che, dal punto di vista del manifestato, non è che un istante
inafferrabile, paragonabile, nell’ordine spaziale, al punto geometrico senza
dimensioni: perciò uno sguardo di questo terzo occhio distrugge ogni
manifestazione (ciò è simbolicamente espresso dicendo che riduce tutto in
cenere), e questa è anche la ragione per cui tale occhio non è rappresentato da
alcun organo corporeo; ma, allorché ci eleviamo al di sopra di questo punto di
vista contingente, il presente contiene ogni realtà (come il punto racchiude in
se stesso tutte le possibilità spaziali) e, quando la successione è trasmutata
in simultaneità, tutte le cose restano nell’«eterno presente», così che la
distruzione apparente è in realtà una «trasformazione». Questo simbolismo è
identico a quello dello Janus Bifrons dei Latini, che ha due facce,
l’una rivolta al passato, l’altra all’avvenire, ma il cui vero volto, quello
che guarda il presente, non è né l’uno né l’altro di quelli visibili.
Segnaliamo ancora che le nâdî principali, in virtù della stessa
corrispondenza che abbiamo indicato, hanno un particolare rapporto con ciò che
nel linguaggio occidentale si può chiamare l’«alchimia umana»; nella quale
l’organismo è rappresentato come l’athanor ermetico, e che, a parte la
differente terminologia, è del tutto paragonabile allo Hatha-Yoga.
132 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
stato umano, è sempre
un riflesso degli stati superiori),1 l’anima del Sapiente, dotata
(in virtù della rigenerazione psichica che ha fatto di lui un uomo “due volte
nato”, dwija)2 della Grazia spirituale (Prasâda) di Brahma,
che risiede in questo centro vitale (relativamente all’individuo umano
considerato), quest’anima, si diceva, sfugge (si libera da tutti i legami che
possono ancora rimanere con la condizione corporea) e incontra un raggio solare
(vale a dire, simbolicamente, una emanazione del Sole spirituale, che è Brahma
stesso, considerato però questa volta nell’Universale: questo raggio solare non
è altro che una particolarizzazione in rapporto all’essere in questione o, se
si preferisce, una “polarizzazione” del principio sopra-individuale Buddhi
o Mahat, da cui i molteplici stati manifestati dell’essere sono
collegati fra loro e messi in comunicazione con la personalità trascendente, Âtmâ,
identica al Sole spirituale stesso); è per questa via (indicata come il
percorso del “raggio solare”) che essa si incammina, di notte o di giorno,
d’inverno o d’estate.3 Il contatto di un raggio del Sole
(spirituale) con la sushumnâ è costante, per tutto il tempo in cui il
corpo permane (come organismo
1. È dunque un errore grave parlare qui di
«ricordo», come ha fatto Colebrooke nell’esposizione già menzionata; la
memoria, condizionata dal tempo nel senso più stretto della parola, è una
facoltà relativa alla sola esistenza corporea, e non oltrepassa i limiti di
questa modalità speciale e ristretta dell’individualità umana; essa fa dunque
parte di quegli elementi psichici ai quali alludevamo e la cui dissociazione è
una conseguenza diretta della morte corporea.
2. La concezione della «seconda nascita», come
abbiamo già fatto notare altrove, è di quelle comuni a tutte le dottrine
tradizionali; nel Cristianesimo, in particolare, la rigenerazione psichica è
assai chiaramente rappresentata dal battesimo. Cfr. questo passo del Vangelo:
«Se un uomo non nasce di nuovo, non può vedere il Regno di Dio... In verità vi
dico, se uno non rinasce dall’acqua e dallo spirito, non può entrare nel Regno
di Dio... Non vi meravigliate se vi ho detto: dovete nascere di nuovo» (Giovanni,
3, 3-7). L’acqua è ritenuta da molte tradizioni l’ambiente originario
degli esseri, e la ragione di ciò è nel suo simbolismo, che abbiamo spiegato
sopra, e in base al quale essa rappresenta Mûla-Prakriti; in un senso
superiore, e per trasposizione, essa rappresenta la Possibilità Universale
stessa; chi «nasce dall’acqua» diviene «figlio della Vergine», dunque fratello
adottivo del Cristo e coerede del «Regno di Dio». D’altra parte, se si osserva
che lo «spirito», nel testo citato, è il Ruahh ebraico (qui associato
all’acqua come principio complementare, come all’inizio del Genesi), e
che questo designa nello stesso tempo l’aria, si ritroverà l’idea della
purificazione per mezzo degli elementi, quale si riscontra in tutti i riti
iniziatici, come pure in quelli religiosi; d’altronde, l’iniziazione stessa è
considerata sempre come una «seconda nascita», simbolica quando essa si riduce
a un formalismo più o meno esteriore, ma effettiva quando è conferita in modo
reale a chi è debitamente qualificato a riceverla.
3. Chhândogya Upanishad, 8º
Prapâthaka, 6° Khanda, shruti 5.
L’arteria coronale e il «raggio solare» 133
vivente e veicolo
dell’essere manifestato);1 i raggi della Luce (intelligibile),
emanati da questo Sole, pervengono a questa arteria (sottile) e, inversamente
(in modo riflesso), vanno dall’arteria al Sole (come un prolungamento
indefinito che stabilisce la comunicazione, virtuale o effettiva, dell’individualità
con l’Universale)».2
Ciò che abbiamo detto è del tutto indipendente
dalle circostanze temporali, e da ogni altra contingenza simile, che
accompagnano la morte; non che queste circostanze non abbiano mai alcuna
influenza sulla condizione postuma dell’essere, ma vanno prese in
considerazione soltanto in alcuni casi particolari, che d’altronde qui possiamo
solo accennare, ma non trattare approfonditamente. «La preferenza per l’estate,
di cui si cita come esempio il caso di Bhîshma, che attese per morire il
ritorno di questa stagione favorevole, non concerne il Sapiente che, nella
contemplazione di Brahma, ha compiuto i riti (relativi
all’“incantesimo”)3 quali sono prescritti dal Vêda, e che, di
conseguenza, ha raggiunto (per lo meno virtualmente) la perfezione della
Conoscenza Divina;4 essa concerne invece quelli che hanno seguito le
regole insegnate dal Sânkhya o dallo Yoga-Shâstra, secondo il
quale il momento del giorno e la stagione dell’anno non sono indifferenti, ma
hanno (per la liberazione dell’essere che esce dallo stato corporeo dopo una
preparazione compiuta conformemente a questi metodi) un’azione effettiva, in
quanto, elementi inerenti al rito (nel quale essi intervengono come condizioni
da cui dipendono gli effetti che possono esserne
1. Basterebbe questo, prescindendo da ogni altra
considerazione, per dimostrare chiaramente che non può trattarsi di un raggio
solare in senso fisico (con esso il contatto non sarebbe sempre possibile), e
perciò tale designazione è puramente simbolica. Anche il raggio in relazione
con l’arteria coronale è chiamato sushumnâ.
2. Chhândogya Upanishad, 8º
Prapâthaka, 6° Khanda, shruti 2.
3. Con la parola «incantesimo», nel senso in cui la
usiamo qui, si deve intendere essenzialmente un’aspirazione dell’essere verso
l’Universale, il cui scopo è quello di ottenere un’illuminazione interiore,
quali che siano, d’altronde, i mezzi esteriori, gesti (mudrâ), parole o
suoni musicali (mantra), figure simboliche (yantra), e altri
metodi che possono essere usati accessoriamente come supporti dell’atto
interiore, e il cui effetto è quello di determinare vibrazioni ritmiche che si
ripercuotono nella serie indefinita degli stati dell’essere. Un tale
«incantesimo» non ha dunque assolutamente nulla in comune con le pratiche
magiche a cui talvolta in Occidente si dà lo stesso nome, né con un atto
religioso quale la preghiera; tutto ciò di cui si parla qui si riferisce
esclusivamente alla realizzazione metafisica.
4. Diciamo virtualmente perché, se questa
perfezione fosse effettiva, la «Liberazione» sarebbe già stata ottenuta; la
Conoscenza può essere teoricamente perfetta, quantunque la realizzazione
corrispondente sia stata compiuta solo parzialmente.
134 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
ottenuti)».1
È evidente che in quest’ultimo caso la restrizione considerata si applica
unicamente a esseri che hanno raggiunto soltanto gradi di realizzazione
corrispondenti a estensioni dell’individualità umana; per chi ha effettivamente
oltrepassato i limiti dell’individualità, la natura dei mezzi usati all’inizio
della realizzazione non può più influire in alcun modo sulla sua condizione
ulteriore.
1. Brahma-Sûtra, 4° Adhyâya, 2° Pâda, sûtra
17-21.
21. Il «viaggio divino» dell’essere in via di
liberazione
Il seguito del viaggio simbolico compiuto
dall’essere nel suo processo di liberazione graduale, dall’estremità
dell’arteria coronale (sushumnâ), che comunica costantemente con un
raggio del Sole spirituale, fino alla sua ultima destinazione, si effettua
seguendo la Via tracciata dal percorso di questo raggio in senso inverso
(secondo la sua direzione riflessa) fino alla sua sorgente, che è appunto
questa destinazione stessa. Tuttavia, poiché una descrizione del genere può
riferirsi agli stati postumi percorsi in successione sia dagli esseri che
otterranno la «Liberazione» prendendo come punto di partenza lo stato umano,
sia da coloro che, dopo il riassorbimento dell’individualità umana, dovranno al
contrario passare in altri stati di manifestazione individuale, è necessario
che vi siano due itinerari differenti corrispondenti a questi due casi: si
dice, in effetti, che i primi seguono la «Via degli Dei» (dêva-yâna),
mentre i secondi seguono la «Via degli Avi» (pitri-yâna). Questi due
itinerari simbolici sono riassunti nel seguente passo della Bhagavad-Gîtâ:
«O Bhârata, ti spiegherò in quali momenti coloro che tendono all’Unione (senza
averla effettivamente realizzata) lasciano l’esistenza manifestata, per non più
ritornarvi o per ritornarvi. Fuoco, luce, giorno, luna crescente, semestre del
sole ascendente verso nord: sotto questi segni luminosi gli uomini che
conoscono Brahma raggiungono Brahma. Fumo, notte, luna calante,
semestre del sole discendente verso sud: sotto questi segni d’ombra essi
raggiungono la Sfera della Luna (letteralmente: “attingono la luce lunare”) per
poi ritornare (a nuovi stati di manifestazione). Queste sono le due Vie
permanenti, l’una chiara, l’altra oscura, del mondo manifestato (jagat);
per l’una si va là donde non c’è ritorno (dal non-manifestato al manifestato);
per l’altra, là donde si torna indietro (nella manifestazione)».1
Lo stesso simbolismo è esposto, con maggiori
dettagli, in diversi passi del Vêda; e come prima cosa, per ciò che
concerne il pitri-yâna, faremo soltanto rilevare che esso non conduce al
di là della Sfera della Luna, sicché, seguendola, l’essere non è liberato dalla
forma, vale a dire dalla condizione individuale intesa nel suo senso più
generale, poiché, come abbiamo già detto, è proprio
1. Bhagavad-Gîtâ, VIII, 23-26.
136 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
la forma a definire
l’individualità come tale.1 Secondo le corrispondenze che già
abbiamo indicato, la Sfera della Luna rappresenta la «memoria cosmica»;2
perciò è la dimora dei Pitri, vale a dire degli esseri del ciclo
anteriore, che sono considerati i generatori del ciclo attuale per quel
concatenamento causale di cui la successione dei cicli non è che il simbolo,
proprio da ciò deriva la denominazione di pitri-yâna, mentre quella di dêva-yâna
designa naturalmente la Via che conduce verso gli stati superiori dell’essere,
dunque verso l’assimilazione all’essenza stessa della Luce intelligibile. Nella
Sfera della Luna si dissolvono le forme che hanno concluso il corso completo
del loro sviluppo; e là sono contenuti anche i germi delle forme non ancora
sviluppate, poiché, per la forma come per qualsiasi altra cosa, il punto di
partenza e il punto d’arrivo si trovano necessariamente nello stesso ordine di
esistenza. Per precisare meglio queste considerazioni, bisognerebbe potersi
riferire espressamente alla teoria dei cicli; ma qui ci basta ripetere che,
ogni ciclo essendo in realtà uno stato d’esistenza, la vecchia forma che un
essere non liberato dall’individualità lascia e la forma nuova di cui si
riveste appartengono necessariamente a due stati differenti (e il passaggio
dall’uno all’altro si effettua nella Sfera della Luna, dove si trova il punto
comune ai due cicli), perché un essere, qualunque esso sia, non può passare due
volte per un medesimo stato, come abbiamo spiegato altrove mostrando
l’assurdità delle teorie «reincarnazioniste» inventate da certi occidentali
moderni.3
Insisteremo un po’ più a lungo sul dêva-yâna,
che si riferisce all’identificazione effettiva del centro dell’individualità,4
dove tutte le facoltà sono state precedentemente riassorbite nell’«anima
vivente» (jîvâtmâ), con il centro stesso dell’essere totale,
1. Sul pitri-yâna, cfr. Chhândogya Upanishad,
5º Prapâthaka, 10º Khanda, shruti 3-7; Brihad-Âranyaka Upanishad,
6° Adhyâya, 2° Brâhmana, shruti 16.
2. Appunto perciò anche in Occidente si dice
talvolta simbolicamente che in questa Sfera si ritrova tutto ciò che è stato
perduto nel mondo terrestre (cfr. Ariosto, Orlando Furioso).
3. Tutto ciò che è stato detto qui ha inoltre
attinenza con il simbolismo di Janus: la Sfera della Luna determina la
separazione degli stati superiori (non-individuali) e degli stati inferiori
(individuali); da qui la duplice funzione della Luna come Janua Coeli
(cfr. le litanie della Vergine nella liturgia cattolica) e Janua Inferni,
che corrisponde in un certo senso alla distinzione fra dêva-yâna e pitri-yâna.
Jana o Diana non è altro che la forma femminile di Janus;
d’altra parte, yâna deriva dalla radice verbale i, «andare»
(latino ire), che secondo alcuni, e Cicerone in particolare, sarebbe
anche la radice del nome Janus.
4. Ovviamente si tratta dell’individualità
integrale, e non ridotta alla sola modalità corporea, che, d’altronde, non
esiste più per l’essere in questione, poiché qui si sta parlando di stati
postumi.
Il «viaggio divino» dell’essere 137
residenza del Brahma
Universale. Questo processo non trova dunque applicazione, lo ripetiamo, che
nel caso in cui l’identificazione non sia stata realizzata durante la vita
terrena né al momento stesso della morte; d’altro canto, quando
l’identificazione è compiuta, non vi è più alcuna «anima vivente» distinta dal
«Sé», poiché l’essere ormai è al di fuori della condizione individuale: questa
distinzione, che non è mai esistita se non in modo illusorio (illusione
inerente a questa stessa condizione), cessa per lui non appena egli raggiunge
la realtà assoluta; l’individualità svanisce con tutte le determinazioni
limitative e contingenti, e resta la sola personalità nella pienezza
dell’essere, che, in sé, contiene principialmente tutte le sue possibilità allo
stato permanente e non-manifestato.
Secondo il simbolismo vedico, quale lo troviamo
in numerosi testi delle Upanishad,1 l’essere che compie il dêva-yâna,
avendo lasciata la Terra (Bhû, vale a dire il mondo corporeo o la
manifestazione grossolana), è dapprima condotto alla luce (archis), da
intendersi qui come il Regno del Fuoco (Têjas), il cui Reggente è Agni,
chiamato anche Vaishwânara in un significato speciale. Occorre peraltro
osservare che, quando nell’enumerazione di questi stadi successivi incontriamo
i nomi degli elementi, essi non possono che essere simbolici, poiché i bhûta
appartengono tutti propriamente al mondo corporeo, rappresentato interamente
dalla Terra (che, in quanto elemento, è Prithvî); si tratta dunque in
realtà di differenti modalità dello stato sottile. Dal Regno del Fuoco l’essere
è condotto ai diversi domini dei reggenti (dêvatâ, «deità») o
distributori del giorno, della mezza lunazione chiara (periodo crescente o
prima metà del mese lunare),2 dei sei mesi d’ascensione del sole
verso nord e infine dell’anno, e tutto ciò va riferito alla corrispondenza di
queste divisioni del tempo (i «momenti» della Bhagavad-Gîtâ) trasposte
analogicamente nei prolungamenti extra-corporei dello stato umano, e non alle
divisioni stesse, che, prese alla lettera, sono applicabili soltanto allo stato
corporeo.3 Di lì, l’essere passa
1. Chhândogya Upanishad, 4°
Prapâthaka, 15º Khanda, shruti 5 e 6; 5º Prapâthaka, 10º Khanda, shruti 1 e 2; Kaushîtaki
Upanishad, 1º Adhyâya, shruti 3; Brihad-Âranyaka Upanishad,
5º Adhyâya, 10º Brâhmana, shruti l; 6° Adhyâya, 2° Brâhmana, shruti 15.
2. Il periodo crescente della lunazione è chiamato pûrva-paksha,
«prima parte», e il periodo decrescente uttara-paksha, «ultima parte»
del mese. Queste espressioni, pûrva-paksha e uttara-paksha, hanno
anche, d’altro canto, un’accezione del tutto differente: in una discussione,
esse designano rispettivamente una obiezione e la sua confutazione.
3. Sarebbe interessante stabilire la concordanza di
questa descrizione simbolica con quelle proposte da altre dottrine tradizionali
(cfr. specialmente il Libro dei Morti degli antichi Egizi e la Pistis
Sophia degli Gnostici alessandrini, come pure il Bardo-Thödol
tibetano); ma questo ci porterebbe troppo
138 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
al Regno dell’Aria (Vâyu),
il cui Reggente (designato con lo stesso nome) lo guida verso la Sfera del Sole
(Sûrya o Âditya), partendo dal limite superiore del suo Regno,
attraverso un passaggio paragonato al mozzo della ruota di un carro, cioè a un
asse fisso intorno al quale ha luogo la rotazione o il mutamento di tutte le
cose contingenti (non bisogna dimenticare che Vâyu è essenzialmente il
principio «movente»), mutamento a cui l’essere ormai sta per sfuggire.1
Esso passa poi nella Sfera della Luna (Chandra o Soma), dove, al
contrario di chi ha seguito il pitri-yâna, non rimane, ma da cui sale
alla regione del lampo (vidyut),2 al di sopra della quale vi
è il Regno dell’Acqua (Ap), il cui Reggente è Varuna3
(come, analogicamente, il fulmine scoppia sotto le nubi gravide di pioggia). Si
tratta qui delle Acque superiori o celesti, che rappresentano l’insieme delle
possibilità informali,4 in opposizione alle Acque inferiori, che
rappresentano l’insieme delle possibilità formali; non può più trattarsi di
queste ultime dal momento che l’essere ha
lontano. Nella tradizione indù, Ganêsha, che
rappresenta la Conoscenza, è designato allo stesso tempo come il «Signore delle
divinità»; il suo simbolismo, in rapporto alle divisioni temporali in
discussione, darebbe adito a sviluppi estremamente interessanti, e anche a
raffronti molto istruttivi con le antiche tradizioni occidentali; tutte queste
considerazioni, che non possono trovare posto qui, saranno forse da noi riprese
in qualche altra occasione.
1. Per usare il linguaggio dei filosofi greci, si
potrebbe dire che l’essere sta per sfuggire alla «generazione» (γένεσις)
e alla «corruzione» (φθορά), parole che sono sinonimi di «nascita» e di
«morte», quando questi ultimi sono riferiti a tutti gli stati di manifestazione
individuale; da quello che abbiamo detto in merito alla Sfera della Luna e al
suo significato è anche facile comprendere che cosa intendessero dire quegli
stessi filosofi, e specialmente Aristotele, quando insegnavano che solo il
mondo sublunare è sottomesso alla «generazione» e alla «corruzione»: il mondo
sublunare, infatti, rappresenta in realtà la «corrente delle forme» della
tradizione estremo-orientale, e i Cieli, essendo gli stati informali, sono
necessariamente incorruttibili, vale a dire che nessuna dissoluzione o disintegrazione
è più possibile per l’essere che li ha raggiunti.
2. La parola vidyut sembra da mettere
anch’essa in relazione con la radice vid, data la connessione con la
luce e la vista; la sua forma è vicinissima a quella di vidyâ: il lampo
illumina le tenebre, che sono il simbolo dell’ignoranza (avidyâ), e la
conoscenza è un’«illuminazione» interiore.
3. Facciamo notare, per inciso, che questo nome è
palesemente identico al greco Ούρανός, quantunque alcuni filologi
abbiano voluto, non si sa bene perché, contestarne l’identità; il Cielo,
chiamato Ούρανός, è infatti identico alle «Acque superiori» di cui parla
il Genesi, e che noi ritroviamo qui nel simbolismo indù.
4. Le Apsarâ sono le Ninfe celesti, che
simboleggiano anch’esse queste possibilità informali; corrispondono alle Hûri
del Paradiso islamico (El-Jannah), che, salvo nelle trasposizioni di cui
è suscettibile dal punto di vista esoterico e che conferiscono ad esso
significati di ordine più elevato, è propriamente l’equivalente dello Swarga
indù.
Il «viaggio divino» dell’essere 139
oltrepassato la Sfera
della Luna, poiché essa è, come abbiamo detto sopra, l’ambiente cosmico dove si
elaborano i germi di tutta la manifestazione formale. Infine, la parte restante
del viaggio si svolge attraverso la regione luminosa intermedia (Antariksha,
di cui si è parlato in precedenza1 nella descrizione delle sette
membra di Vaishwânara, ma in un senso un po’ diverso), che è il Regno di
Indra,2 e che è occupata dall’Etere (Âkâsha, il quale
rappresenta qui lo stato primordiale di equilibrio indifferenziato), fino al
Centro spirituale dove risiede Prajâpati, il «Signore degli esseri
prodotti», che è, come abbiamo già accennato, la manifestazione principiale e
l’espressione diretta di Brahma stesso, relativamente al ciclo totale o
al grado di esistenza al quale appartiene lo stato umano, perché questo deve
essere ancora considerato qui, anche se solo in linea di principio, come lo
stato che l’essere ha preso quale punto di partenza, e con cui, anche quando è
uscito dalla forma o dall’individualità, conserva alcuni legami finché non ha
raggiunto lo stato assolutamente incondizionato, vale a dire fino a che per lui
la «Liberazione» non diviene pienamente effettiva.
Nei vari testi in cui è descritto il «viaggio
divino», vi sono tuttavia certe oscillazioni, d’altronde di poca importanza e
in definitiva più apparenti che reali, riguardanti il numero e l’ordine
nell’enumerazione delle tappe intermedie; ma l’esposizione che precede risulta
da una collazione generale di questi testi, e perciò può essere considerata
come l’espressione rigorosa della dottrina tradizionale su tale argomento.3
Del resto, non è nostra intenzione dilungarci oltre misura in una spiegazione
più particolareggiata di questo simbolismo, che tutto sommato è di per sé
abbastanza chiaro, nel suo insieme, per chiunque abbia anche solo un po’ di
dimestichezza con le concezioni orientali (potremmo anche dire puramente e
semplicemente con le concezioni tradizionali) e con i modi in cui sono in
genere espresse; la sua
1. Avevamo detto allora che è l’ambiente in cui si
elaborano le forme, perché, quando si considerano i «tre mondi», questa regione
corrisponde al dominio della manifestazione sottile e va dalla Terra fino ai
Cieli; qui, al contrario, la regione intermedia di cui si tratta è posta di là
dalla Sfera della Luna, dunque nell’informale, e si identifica allo Swarga,
intendendo con questa parola non più i Cieli o gli stati superiori nel loro
insieme, ma soltanto la loro parte meno elevata. Si noterà inoltre, a questo
proposito, come l’osservanza di certi rapporti gerarchici permetta
l’applicazione di uno stesso simbolismo a livelli differenti.
2. Indra, il cui nome significa «potente», è
anche indicato come il Reggente dello Swarga, e questo si spiega con
l’identificazione menzionata nella nota precedente; questo Swarga è uno
stato superiore, ma non definitivo, e ancora condizionato, benché informale.
3. Per la descrizione delle diverse fasi del dêva-yâna,
cfr. Brahma-Sûtra, 4° Adhyâya, 3° Pâda, sûtra 1-6.
140 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
interpretazione è del
resto ancora più facilitata da tutte le considerazioni da noi già esposte, e in
cui il lettore avrà trovato moltissimi esempi di queste trasposizioni
analogiche, che costituiscono il fondo di ogni simbolismo.1
Ricorderemo soltanto ancora una volta, a rischio di ripeterci, e perché è
assolutamente essenziale per la comprensione di queste cose, che, per esempio
quando si parla delle Sfere del Sole e della Luna, deve essere ben chiaro che
non si tratta mai del sole e della luna quali astri visibili, che appartengono
semplicemente al mondo corporeo, bensì dei principi universali che questi astri
rappresentano in un certo modo nel mondo sensibile, o per lo meno della
manifestazione di questi principi a gradi diversi, in virtù delle corrispondenze
analogiche che collegano fra loro tutti gli stati dell’essere.2
Infatti, i vari Mondi (Loka), Sfere planetarie e Regni elementari, che
sono descritti simbolicamente come altrettante regioni (ma soltanto
simbolicamente, poiché l’essere che li percorre non è più sottomesso allo
spazio), non sono in realtà che stati differenti;3 e questo
simbolismo spaziale (come pure il simbolismo temporale che serve specialmente a
esprimere la teoria dei cicli) è abbastanza naturale e di uso sufficientemente
diffuso da poter trarre in inganno soltanto coloro che sono incapaci di
scorgere altra cosa che non sia il senso più grossolanamente letterale; costoro
non comprenderanno mai che cos’è un simbolo,
1. Cogliamo l’occasione per scusarci di avere
moltiplicato le note e di avere dato loro dimensioni maggiori del solito;
l’abbiamo fatto soprattutto per offrire proprio interpretazioni di questo
genere e anche raffronti con altre dottrine; ciò si è reso necessario per non
interrompere la nostra esposizione con digressioni troppo frequenti.
2. I fenomeni naturali in genere, e specialmente
quelli astronomici, non sono mai considerati dalle dottrine tradizionali che a
titolo di semplici mezzi di espressione, come simboli di certe verità di ordine
superiore; e se essi di fatto le simboleggiano, è perché le loro leggi non sono
altro, in fondo, che un’espressione di queste stesse verità in un ambito
particolare, una specie di traduzione dei principi corrispondenti, adattata
naturalmente alle condizioni particolari dello stato corporeo e umano. Si può
dunque comprendere da ciò quanto grande sia l’errore di coloro che vogliono
scorgere del «naturalismo» in tali dottrine, o che credono che esse si
propongano semplicemente di descrivere e spiegare i fenomeni come può farlo la
scienza «profana», benché sotto forme differenti; ciò vuol dire invertire i
rapporti e scambiare il simbolo stesso per ciò che rappresenta, il segno per la
cosa o l’idea significata.
3. La parola sanscrita loka è identica al
latino locus, «luogo»; a questo proposito si può osservare che nella
dottrina cattolica il Cielo, il Purgatorio e l’Inferno sono analogamente
designati come altrettanti «luoghi» assunti, anche in questo caso, a
rappresentare simbolicamente degli stati, poiché non sarebbe assolutamente
possibile, nemmeno per la più esteriore delle interpretazioni di questa
dottrina, situare nello spazio tali stati postumi; un equivoco del genere ha
potuto prodursi soltanto nelle teorie «neospiritualistiche» nate nell’Occidente
moderno.
Il «viaggio divino» dell’essere 141
poiché le loro
concezioni sono irrimediabilmente limitate all’esistenza terrena e al mondo
corporeo, in cui, per la più ingenua delle illusioni, essi vogliono racchiudere
tutta la realtà.
Il possesso effettivo di questi stati può
essere ottenuto identificandosi con i principi che sono designati come i loro
rispettivi Reggenti, identificazione che in ogni caso si effettua per mezzo
della conoscenza, a condizione che questa non sia semplicemente teorica; la
teoria deve essere considerata solamente come preparazione, peraltro
indispensabile, alla realizzazione corrispondente. Ma per ciascuno di questi
principi, considerato singolarmente e isolatamente, i risultati di una tale
identificazione non si estendono oltre il suo dominio, così che l’ottenimento
di tali stati, ancora condizionati, non costituisce che una tappa preliminare,
una sorta di avviamento (nel senso da noi specificato sopra e con le
restrizioni che è necessario apportare a un tal modo di esprimersi) verso
l’«Identità Suprema», fine ultimo raggiunto dall’essere nella sua totale e
completa universalizzazione, il cui realizzarsi, per coloro che devono prima
compiere il dêva-yâna, può, come si è detto in precedenza, essere
differito fino al pralaya, poiché il passaggio da uno stadio a quello
successivo è possibile solo per chi ha ottenuto il grado corrispondente di
conoscenza effettiva.1
Dunque, nel caso ora considerato, quello della krama-mukti,
l’essere, fino al pralaya, può restare nell’ordine cosmico e non
raggiungere il possesso effettivo di stati trascendenti, nel quale consiste
propriamente la vera realizzazione metafisica; nondimeno ha ottenuto fin da
allora, per il fatto stesso di avere oltrepassato la Sfera della Luna (cioè di
essere uscito dalla «corrente delle forme»), quella «immortalità virtuale» che
già abbiamo definito. Appunto perciò il Centro spirituale di cui si diceva è ancora
solo il centro di un certo stato o di un certo grado di esistenza, quello cui
apparteneva l’essere in quanto essere umano, e al quale in un certo modo
continua ad appartenere, poiché la sua totale universalizzazione, in modo
sopra-individuale, non è realizzata attualmente; ed è anche questa la ragione
per cui abbiamo detto che, in una tale condizione, i vincoli individuali non
possono essere ancora completamente distrutti. È esattamente a questo punto che
si fermano le concezioni che potremmo definire propriamente religiose, le quali
si riferiscono sempre a estensioni dell’individualità umana, cosicché gli stati
che esse permettono di raggiungere devono necessariamente
1. È molto importante notare qui che i Brâhmana
si sono sempre dedicati quasi esclusivamente alla realizzazione immediata
dell’«Identità Suprema», mentre gli Kshatriya hanno preferito coltivare
lo studio degli stati che corrispondono ai diversi stadi sia del dêva-yâna
che del pitri-yâna.
142 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
conservare qualche
rapporto con il mondo manifestato, anche quando lo superano, e non sono affatto
quegli stati trascendenti ai quali non esiste altra via d’accesso che la
Conoscenza metafisica pura. Ciò può applicarsi in particolar modo agli «stati
mistici»; quanto agli stati postumi, fra l’«immortalità» o la «salvezza» in
senso religioso (l’unico che concepiscano ordinariamente gli Occidentali) e la
«Liberazione» la differenza è esattamente la stessa che c’è fra la
realizzazione mistica e quella metafisica compiuta durante la vita terrena; a
rigore non si può dunque qui parlare che di «immortalità virtuale» e, come
esito finale, di «reintegrazione in modo passivo»; quest’ultima meta sfugge
d’altronde al punto di vista religioso, quale è comunemente inteso, eppure
soltanto a causa di esso è giustificabile l’uso della parola «immortalità» in
un senso relativo, ed è possibile stabilire una specie di collegamento o di
passaggio da questo senso relativo a quello assoluto e metafisico che gli
Orientali attribuiscono a tale parola. Tutto ciò peraltro non ci impedisce di
ammettere che le concezioni religiose siano suscettibili di una trasposizione
per mezzo della quale esse ricevono un senso superiore e più profondo, e questo
perché tale senso è presente anche nelle Sacre Scritture sulle quali esse si
fondano; ma, con tale trasposizione, perdono il loro carattere specificamente
religioso, perché esso è legato a certe limitazioni, al di fuori delle quali
siamo nel puro ordine metafisico. D’altra parte, una dottrina tradizionale che,
come quella indù, non si pone dallo stesso punto di vista delle religioni
occidentali, riconosce tuttavia l’esistenza degli stati che sono più
specialmente considerati da queste ultime; né può essere altrimenti, dal
momento che questi stati sono effettivamente possibilità dell’essere; ma la
dottrina indù non può attribuire loro una importanza eguale a quella che
ricevono dalle dottrine che non si spingono al di là (la prospettiva, per così
dire, cambia col mutare del punto di vista) e, poiché li supera, essa colloca
questi stati nel posto esatto che loro conviene nella gerarchia totale.
Perciò, quando si dice che la meta del «viaggio
divino» è il Mondo di Brahma (Brahma-Loka), non si tratta, per lo
meno immediatamente, del Brahma Supremo, ma soltanto della sua
determinazione come Brahmâ, vale a dire di Brahma «qualificato» (saguna)
e, in quanto tale, considerato come «effetto della Volontà produttrice (Shakti)
del Principio Supremo» (Kârya-Brahma).1 Quando qui parliamo
di Brahmâ, occorre in primo luogo
1. La parola kârya, «effetto», è derivata
dalla radice verbale kri, «fare», e dal suffisso ya, che indica
un compimento futuro: «ciò che dev’esser fatto» (o meglio «ciò che va fatto»,
poiché ya è una modificazione della radice i, «andare»); questa
parola implica dunque una certa idea di «divenire», il che presuppone
necessariamente che ciò a cui si riferisce sia considerato solamente
Il «viaggio divino» dell’essere 143
considerarlo come
identico a Hiranyagarbha, principio della manifestazione sottile, dunque
di tutto il dominio dell’esistenza umana nella sua interezza; abbiamo infatti
detto in precedenza che l’essere il quale ha ottenuto l’«immortalità virtuale»
è, per così dire, «incorporato», per assimilazione, in Hiranyagarbha; e
questo stato, nel quale può restare sino alla fine del ciclo (per il quale
esiste soltanto Brahmâ come Hiranyagarbha), è ciò che di solito
si considera come il Brahma-Loka.1 Tuttavia, come il centro
di ogni stato di un essere ha la possibilità di identificarsi con il centro
dell’essere totale, così il centro cosmico dove risiede Hiranyagarbha si
identifica virtualmente con il centro di tutti i mondi;2 vogliamo
dire che all’essere il quale ha superato un certo grado di conoscenza Hiranyagarbha
appare identico a un aspetto più elevato del «Non-Supremo»,3 che è Îshwara
o l’Essere Universale, principio primo di ogni manifestazione. A questo grado,
l’essere non è più nello stato sottile, anche soltanto in linea di principio; è
invece nel non-manifestato; tuttavia egli conserva qualche rapporto con
l’ordine della manifestazione universale, poiché Îshwara è propriamente
il principio di questa, quantunque non sia più legato da vincoli speciali allo
stato umano e al ciclo particolare di cui questo fa parte. Tale grado
corrisponde alla condizione di Prâjna, e riguardo all’essere che non
prosegue oltre si dice che anche al momento del pralaya è unito a Brahma
solo come lo si è durante il sonno profondo; da questa condizione il ritorno a
un altro ciclo di manifestazione è ancora possibile; ma, poiché l’essere è
liberato dall’individualità (contrariamente a quel che avviene per colui che ha
seguito il pitri-yâna), questo ciclo non potrà essere che uno stato
informale
in rapporto alla manifestazione. A proposito della
radice verbale kri, faremo notare che essa è identica a quella del
latino creare; ciò dimostra dunque che quest’ultima parola, nella sua
accezione primitiva, non aveva altro senso che quello di «fare»; l’idea di
«creazione», come oggi è intesa, idea di origine ebraica, le si è aggiunta
soltanto quando la lingua latina è stata usata per esprimere le concezioni
giudaico-cristiane.
1. Il Brahma-Loka è ciò che corrisponde con
maggiore esattezza ai «Cieli» o ai «Paradisi» delle religioni occidentali (fra
le quali, sotto questo aspetto, includiamo anche l’islamismo); quando esiste
una pluralità di «Cieli» (spesso rappresentata da corrispondenze planetarie),
con ciò occorre intendere tutti gli stati superiori alla Sfera della Luna (essa
stessa talvolta considerata come il «primo Cielo», nel suo aspetto di Janua
Coeli), fino al Brahma-Loka incluso.
2. Anche qui applichiamo la nozione dell’analogia
costitutiva fra «microcosmo» e «macrocosmo».
3. Questa identificazione di un certo aspetto con
un altro superiore, e così di seguito a diversi gradi fino al Principio
Supremo, non è, tutto sommato, che lo svanire di altrettante illusioni
«separative», che certe iniziazioni rappresentano come una serie di veli che
cadono in successione.
144 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
e sopra-individuale.1
Infine, nel caso in cui la «Liberazione» debba essere ottenuta partendo dallo
stato umano, va precisato che la vera meta non è più l’Essere Universale, ma il
Brahma Supremo stesso, vale a dire Brahma «non-qualificato» (nirguna)
nella Sua Totale Infinità, che comprende allo stesso tempo l’Essere (o le
possibilità di manifestazione) e il Non-Essere (o le possibilità di
non-manifestazione) ed è il principio dell’uno e dell’altro, dunque di là da
entrambi,2 e al contempo li contiene anche, secondo l’insegnamento
che già abbiamo riferito in merito allo stato incondizionato di Âtmâ,
che è precisamente ciò di cui ora si tratta.3 In questo senso la
dimora di Brahma (o di Âtmâ in questo stato incondizionato) è
addirittura «al di là del Sole spirituale» (il quale è Âtmâ nella sua
terza condizione, identico a Îshwara),4 come è al di là di
tutte le sfere degli stati particolari di esistenza, individuali o
extra-individuali; ma questa dimora non può essere direttamente raggiunta da
coloro che hanno meditato su Brahma soltanto per mezzo di un simbolo
1. Simbolicamente, si dirà che tale essere è
passato dalla condizione degli uomini a quella dei Dêva (che si potrebbe
chiamare uno stato «angelico», in linguaggio occidentale); per contro, alla
fine del pitri-yâna vi è un ritorno al «mondo dell’uomo» (mânava-loka),
vale a dire a una condizione individuale, così designata per analogia con la
condizione umana, quantunque ne sia necessariamente differente, poiché l’essere
non può ritornare a uno stato per il quale è già passato.
2. Ricordiamo che si può tuttavia intendere il
Non-Essere metafisico, come pure il non-manifestato (in quanto esso non è solo
il principio immediato del manifestato, che è l’Essere), in un senso totale,
nel quale si identifica al Principio Supremo. In ogni modo, fra il Non-Essere e
l’Essere, come fra il non-manifestato e il manifestato (e ciò anche se, in
quest’ultimo caso, non si va al di là dell’Essere), la correlazione non è che
pura apparenza, poiché la sproporzione che esiste metafisicamente fra i due termini
non permette davvero alcun paragone.
3. A questo proposito, citeremo ancora una volta,
per meglio mettere in evidenza le concordanze fra le differenti tradizioni, un
brano del Trattato dell’Unità (Risâlatu-l-Ahadiyah) di Mohyîddîn
lbn Arabî: «Questo pensiero immenso (dell’“Identità Suprema”) può confarsi solo
a colui la cui anima è più vasta dei due mondi (manifestato e non-manifestato).
Quanto a colui la cui anima non è vasta come i due mondi (vale a dire chi raggiunge
l’Essere Universale, ma non lo supera), esso non gli si addice. Poiché, in
verità, questo pensiero è più grande del mondo sensibile (o manifestato; la
parola “sensibile” deve qui essere trasposta analogicamente, non limitata al
senso letterale) e del mondo sopra-sensibile (o non-manifestato, secondo la
stessa trasposizione) messi insieme».
4. Gli orientalisti, che non hanno capito cosa
veramente significa il Sole, e che lo intendono in senso fisico, su questo
punto hanno avanzato interpretazioni davvero strane; così Oltramare scrive
ingenuamente: «Con le sue albe e i suoi tramonti, il sole consuma la vita dei
mortali; l’uomo liberato esiste di là dal mondo del sole». Ciò non dà forse
l’idea di una fuga dalla vecchiaia e di una ricerca di immortalità del corpo
simile a quella inseguita da certe sette occidentali contemporanee?
Il «viaggio divino» dell’essere 145
(pratîka),
poiché ogni meditazione (upâsanâ) ha allora unicamente un risultato
definito e limitato.1
L’«Identità Suprema» è dunque la finalità
dell’essere «liberato», vale a dire svincolato dalle condizioni dell’esistenza
individuale umana, come pure da tutte le altre condizioni particolari e
limitative (upâdhi), considerate come altrettanti legami.2
Quando l’uomo (o meglio l’essere che era precedentemente nello stato umano) è
così «liberato», il «Sé» (Âtmâ) è realizzato pienamente nella sua natura
«indivisa», ed è allora, secondo Audulomi, una coscienza onnipresente (avendo
per attributo chaitanya); lo stesso insegna anche Jaimini, specificando
altresì che tale coscienza manifesta gli attributi divini (aishwarya)
come facoltà trascendenti, appunto perché unita all’Essenza Suprema.3
Tale è il risultato della liberazione completa, ottenuta nella pienezza della
Conoscenza Divina; quanto a coloro la cui contemplazione (dhyâna) è
stata solamente parziale, quantunque attiva (realizzazione metafisica
incompleta), o è stata puramente passiva (come quella dei mistici occidentali),
essi godono di certi stati superiori,4 senza poter tuttavia
raggiungere subito l’Unione perfetta (Yoga), che fa tutt’uno con la
«Liberazione».5
1. Brahma-Sûtra, 4º Adhyâya, 3º Pâda, sûtra
7-16.
2. Per indicare tali condizioni vengono usate
parole come bandha e pâsha, il cui senso proprio è «legame»; da pâsha
deriva la parola pashu, che significa etimologicamente un qualunque
essere vivente, vincolato da tali condizioni. Shiva è chiamato Pashupati,
il «Signore degli esseri legati», perché essi sono «liberati» dalla sua azione
«trasformatrice». La parola pashu è spesso usata in un’accezione
speciale per designare la vittima animale del sacrificio (yajna, yâga
o mêdha), la quale è d’altronde «liberata», per lo meno virtualmente,
dal sacrificio stesso; ma qui non possiamo pensare di esporre, nemmeno
sommariamente, una teoria del sacrificio che, così inteso, è destinato
essenzialmente a stabilire una certa comunicazione con gli stati superiori, ed
è completamente alieno dalle idee occidentalissime di «riscatto» o di
«espiazione» e altre dello stesso genere, idee che si possono comprendere solo
da un punto di vista specificamente religioso.
3. Cfr. Brahma-Sûtra, 4º Adhyâya, 4º Pâda,
sûtra 5-7.
4. Il possesso di tali stati, identici ai diversi
«Cieli», costituisce per l’essere che ne gode un’acquisizione personale e
permanente, malgrado la sua relatività (si tratta sempre di stati condizionati,
anche se sopra-individuali), acquisizione cui non si può in alcun modo
applicare l’idea occidentale di «ricompensa», perché si tratta del risultato,
non dell’azione, bensì della conoscenza; questa idea è d’altronde, come quella
di «merito» di cui è un corollario, una nozione di ordine esclusivamente morale
che è fuori luogo in ambito metafisico.
5. La Conoscenza, a questo riguardo, è dunque di
due specie, ed è detta «suprema» o «non-suprema», secondo che concerna Para-Brahma
o Apara-Brahma, e secondo che conduca, di conseguenza, all’uno o
all’altro.
22. La liberazione finale
La «Liberazione» (Moksha o Mukti),
vale a dire l’affrancamento definitivo dell’essere, il fine supremo al quale
tende, di cui abbiamo ultimamente parlato, differisce assolutamente da tutti
gli stati che tale essere ha potuto attraversare per pervenirvi; infatti, essa
è l’ottenimento dello stato supremo e incondizionato, mentre tutti gli altri
stati, anche se elevatissimi, sono sempre condizionati, ossia sottomessi a
certe limitazioni che li definiscono, che li fanno essere ciò che sono, e che
propriamente li costituiscono come stati determinati. Questo vale tanto per gli
stati sopra-individuali quanto per quelli individuali, benché le loro
condizioni siano diverse; lo stesso grado dell’Essere puro, che è di là da ogni
esistenza nel senso proprio della parola, vale a dire di là da ogni
manifestazione sia informale che formale, tuttavia implica ancora una
determinazione che, anche se primordiale e principiale, è pur sempre una
limitazione. Ogni cosa, in tutte le modalità dell’Esistenza universale,
sussiste solo grazie all’Essere, e l’Essere sussiste di per Sé; esso determina
tutti gli stati di cui è il principio, e non è determinato che da se stesso; ma
determinarsi da sé è ancora essere determinato, dunque in qualche modo
limitato, per cui non è possibile attribuire l’Infinità all’Essere, che non va
affatto considerato come il Principio Supremo. Da ciò si può vedere
l’insufficienza metafisica delle dottrine occidentali, alludiamo a quelle
stesse nelle quali vi è tuttavia una parte di metafisica vera;1
fermandosi all’Essere, sono incomplete, anche teoricamente (per non parlare
della realizzazione, che esse non contemplano in alcun modo); inoltre, come di
solito accade in casi simili, hanno la pessima tendenza a negare ciò che le
oltrepassa, vale a dire proprio ciò che è più importante dal punto di vista
della metafisica pura.
1. Alludiamo dunque soltanto a dottrine filosofiche
dell’antichità e del Medioevo, poiché i punti di vista della filosofia moderna
sono la negazione stessa della metafisica; e questo è vero sia per le
concezioni a carattere «pseudo-metafisico» sia per quelle in cui la negazione è
espressa francamente. Naturalmente, quanto diciamo qui vale soltanto per le
dottrine conosciute nel mondo «profano» e non concerne le tradizioni esoteriche
dell’Occidente, che, per lo meno quando hanno avuto un carattere veramente e
pienamente «iniziatico», non potevano essere così limitate, ma dovevano invece
essere metafisicamente complete sotto il duplice aspetto della teoria e della
realizzazione; queste tradizioni però sono sempre state conosciute da una élite
incomparabilmente più ristretta di quella dei paesi orientali.
148 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
L’acquisizione o, per meglio dire, il possesso
di stati superiori, quali che siano, non è dunque che un risultato parziale,
secondario e contingente; benché questo risultato possa apparire immenso se
paragonato allo stato individuale umano (e soprattutto a quello corporeo, il
solo di cui gli uomini ordinari abbiano il possesso effettivo durante la loro
esistenza terrena), non è men vero che, in se stesso, è rigorosamente nulla
rispetto allo stato supremo, poiché il finito, pur divenendo indefinito in virtù
delle estensioni di cui è suscettibile, vale a dire con lo sviluppo delle
proprie possibilità, resta sempre nulla rispetto all’Infinito. Un tale
risultato non vale dunque, nella realtà assoluta, che a titolo di preparazione
all’Unione, vale a dire che è ancora soltanto un mezzo e non un fine;
considerarlo un fine vuol dire rimanere nell’illusione, poiché tutti gli stati
in discussione, fino all’Essere incluso, sono anch’essi illusori nel senso da
noi definito fin dal principio. Inoltre, in ogni stato in cui rimanga una
qualche distinzione, cioè in tutti i gradi dell’Esistenza, ivi compresi quelli
che non appartengono all’ordine individuale, l’universalizzazione dell’essere
non può essere effettiva; persino l’unione con l’Essere Universale, nel modo in
cui si compie nella condizione di Prâjna (o nello stato postumo che
corrisponde a questa condizione), non è l’«Unione» nel senso pieno della
parola; se lo fosse, il ritorno a un ciclo di manifestazione, anche nell’ordine
informale, non sarebbe più possibile. È vero che l’Essere è al di là di ogni
distinzione, poiché la prima distinzione è quella fra l’«essenza» e la
«sostanza», o fra Purusha e Prakriti, eppure Brahma, in
quanto Îshwara o Essere Universale, è detto savishêsha, vale a
dire «che implica la distinzione», poiché ne è il principio determinante
immediato; solo lo stato incondizionato di Âtmâ, oltre l’Essere, è prapancha-upashama,
«senza traccia alcuna di sviluppo della manifestazione». L’Essere è uno, o
meglio è la stessa Unità metafisica; ma l’Unità racchiude in sé la
molteplicità, poiché la produce con il solo dispiegarsi delle sue possibilità;
perciò nell’Essere stesso è possibile considerare una molteplicità di aspetti,
che ne sono altrettanti attributi o qualificazioni, sebbene questi aspetti non
siano in realtà affatto distinti al suo interno se non in quanto li concepiamo
come tali; eppure è necessario che essi siano in qualche modo presenti in esso,
perché ci sia possibile concepirveli. Si potrebbe dire anche che ciascun
aspetto si distingue dagli altri sotto un certo rispetto, quantunque nessuno si
distingua veramente dall’Essere, e tutti siano l’Essere stesso;1 vi
è dunque una specie
1. Nella teologia cristiana, ciò può applicarsi
alla concezione della Trinità: ogni persona divina è Dio, senza essere le altre
persone. Nella filosofia scolastica,
La liberazione finale 149
di distinzione
principiale, che non è una distinzione nel senso in cui questa parola è usata
per l’ordine della manifestazione, ma ne è la trasposizione analogica. Nella
manifestazione, la distinzione implica una separazione; questa, d’altra parte,
non è niente di positivo in realtà, poiché non è che una forma di limitazione;1
l’Essere puro è invece al di là della «separatività». Così, quello che è al
grado dell’Essere puro è «non-distinto», se si intende la distinzione (vishêsha)
nel senso in cui la comportano gli stati manifestati; eppure, in un altro
senso, c’è ancora qualche cosa di «distinto» (vishishta): nell’Essere,
tutti gli esseri (intendiamo le loro personalità) sono «uno» senza fondersi, e
sono distinti senza essere separati.2 Di là dall’Essere non si può
più parlare di distinzione, neppure principiale, quantunque non si possa
neanche dire che vi sia confusione; siamo di là dalla molteplicità, ma anche di
là dall’Unità; nell’assoluta trascendenza di questo stato supremo, non è più
possibile usare alcuno di questi termini, neanche per trasposizione analogica,
perciò è necessario ricorrere a una parola di forma negativa, quella di
«non-dualità», secondo quanto abbiamo spiegato precedentemente; la stessa
parola «Unione» è indubbiamente imperfetta, poiché evoca l’idea di unità, ma
tuttavia siamo obbligati a conservarla per tradurre la parola Yoga, non
avendone altre a nostra disposizione nelle lingue occidentali.
Dal momento che tutti gli stati, con le loro
possibilità, sono necessariamente compresi nell’assoluta totalità dell’essere ‑
anche se, lo ripetiamo, vanno considerati soltanto come risultati secondari,
anzi, «accidentali», non come finalità di per se stessi ‑, la «Liberazione»,
insieme con le facoltà e i poteri che essa in qualche modo comporta «per
sovrappiù», può essere ottenuta dallo Yogî (o meglio da colui che
diviene tale appunto perché l’ha ottenuta) con l’aiuto delle regole indicate
nello Yoga-Shâstra di Patanjali. Può inoltre essere facilitata dalla
pratica di certi riti,3 come
si potrebbe dire la stessa cosa per i
«trascendentali», ognuno dei quali è coestensivo all’Essere.
1. Negli stati individuali, la separazione è
determinata dalla presenza della forma; negli stati non-individuali, deve
essere determinata da un’altra condizione, poiché questi stati sono informali.
2. Ciò spiega appunto la principale differenza fra
il punto di vista di Râmânuja, che mantiene la distinzione principiale, e
quello di Shankarâchârya, che la oltrepassa.
3. Questi riti sono del tutto paragonabili a quelli
a cui i Musulmani danno il nome generale di dhikr; essi si fondano
principalmente, come già abbiamo spiegato, sulla scienza del ritmo e delle sue
corrispondenze in tutti gli ordini. Dello stesso genere sono anche, nella
dottrina peraltro in parte eterodossa dei Pâshupata, le pratiche
chiamate vrata (voto) e dwâra (porta); sotto
150 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
pure di diversi modi
particolari di meditazione (hârda-vidyâ o dahara-vidyâ);1
è però chiaro che tutti questi metodi sono solamente preparatori e non hanno, a
dire il vero, niente di essenziale, poiché «l’uomo può acquisire la Conoscenza
Divina anche senza osservare i riti prescritti (per ognuna delle diverse
categorie umane, in conformità ai loro rispettivi caratteri, e specialmente per
i diversi âshrama o periodi regolari della vita);2 si trovano
infatti nel Vêda molti esempi di persone che hanno trascurato di
compiere riti di questo genere (la cui funzione è paragonata dallo stesso Vêda
a quella di un cavallo da sella, che aiuta un uomo a raggiungere più facilmente
e più rapidamente la sua meta, ma senza il quale egli può raggiungerla lo
stesso) o che non hanno potuto compierli, e che tuttavia, in virtù della loro
attenzione sempre concentrata e fissata sul Brahma Supremo (ciò che
costituisce la sola preparazione realmente indispensabile), hanno acquisito la
vera Conoscenza che Lo concerne (e che perciò è anch’essa chiamata “suprema”)».3
La Liberazione è dunque effettiva solo nella
misura in cui implica essenzialmente la perfetta Conoscenza di Brahma;
inversamente, questa Conoscenza, per essere perfetta, presuppone
necessariamente la realizzazione di ciò che abbiamo chiamato l’«Identità
Suprema». Perciò, la Liberazione e la Conoscenza totale e assoluta sono invero
la stessa cosa; se si dice che la Conoscenza è il mezzo della Liberazione, si
deve aggiungere che il mezzo e il fine sono qui inseparabili, poiché la
Conoscenza racchiude in se stessa il suo frutto, contrariamente a quanto
avviene per l’azione;4 del resto, in questo ambito, una distinzione
come quella fra mezzo e fine non può più essere che un semplice modo di dire,
inevitabile, senza dubbio, quando si vogliono esprimere queste cose in
linguaggio umano, nella misura in cui sono esprimibili. Se dunque la
Liberazione è considerata come una conseguenza della Conoscenza, occorre però
precisare che essa ne è una conseguenza rigorosamente immediata; Shankarâchârya
lo dice molto chiaramente: «Non vi
forme differenti, tutto ciò è in fondo identico o
per lo meno equivalente allo Hatha-Yoga.
1. Chhândogya
Upanishad, 8º Prapâthaka.
2. D’altronde, l’uomo che ha raggiunto un certo
grado di realizzazione è chiamato ativarnâshramî, vale a dire di là
dalle caste (varna) e dagli stadi dell’esistenza terrena (âshrama);
nessuna delle distinzioni ordinarie si applica più a un tale essere, poiché ha
effettivamente superato i limiti dell’individualità, anche se non è ancora
pervenuto al risultato finale.
3. Brahma-Sûtra, 3° Adhyâya, 4° Pâda, sûtra
36-38.
4. Inoltre, l’azione e il suo frutto sono entrambi
transitori e «momentanei»; mentre la Conoscenza è permanente e definitiva, come
il suo risultato, che non può essere distinto dalla Conoscenza stessa.
La liberazione finale 151
è altro mezzo per
ottenere la Liberazione completa e finale che la Conoscenza; solo questa
infatti scioglie i vincoli delle passioni (e di tutte le altre contingenze a
cui è sottomesso l’essere individuale); senza la Conoscenza, la Beatitudine (Ânanda)
non può essere ottenuta. L’azione (karma, comunque si voglia intendere
questa parola, nel suo senso generale o riferita specialmente al compimento dei
riti), non essendo opposta all’ignoranza (avidyâ),1 non può
allontanarla; ma la Conoscenza dissipa l’ignoranza come la luce le tenebre.
Allorché l’ignoranza che nasce dalle affezioni terrene (e da altri vincoli
analoghi) è allontanata (e quando con essa è scomparsa ogni illusione), il “Sé”
(Âtmâ), per il suo splendore, brilla lontano (attraverso tutti i gradi
dell’esistenza) in uno stato indiviso (penetrando tutto e illuminando la
totalità dell’essere), come il sole diffonde la sua luce quando la nuvola è
dispersa».2
Uno dei punti più importanti è il seguente:
l’azione, quale che sia, non può in alcun modo liberare dall’azione; in altre
parole essa non può portare risultati che all’interno del proprio dominio,
quello dell’individualità umana. Perciò non è con l’azione che si può superare
l’individualità, considerata d’altronde qui nella sua estensione integrale,
poiché non sosteniamo affatto che le conseguenze dell’azione siano limitate
alla sola modalità corporea; si può applicare a questo riguardo ciò che abbiamo
detto precedentemente a proposito della vita, che in effetti è inseparabile
dall’azione. Da ciò consegue immediatamente che la «salvezza», nel senso
religioso in cui gli Occidentali intendono la parola, essendo il frutto di
certe azioni,3 non può essere assimilata alla Liberazione, ed è
tanto più necessario dichiararlo espressamente e insistervi, in quanto gli
orientalisti fanno continuamente confusione fra l’una e l’altra.4 La
«salvezza» è propriamente il conseguimento del Brahma-Loka; preciseremo
anche che per Brahma-Loka bisogna intendere qui esclusivamente la dimora
di Hiranyagarbha, poiché gli aspetti più elevati del «Non-Supremo»
oltrepassano le possibilità individuali. Ciò si accorda perfettamente con la
concezione occidentale dell’«immortalità», che è soltanto un prolungamento
1. Certuni vorrebbero tradurre avidyâ o ajnâna
con «nescienza» anziché con «ignoranza»; confessiamo di non comprendere
chiaramente la ragione di questa sottigliezza.
2. Âtma-Bodha (Conoscenza del Sé).
3. La comune espressione faire son salut
[«salvarsi», letteralmente: «fare la propria salvezza»] è dunque perfettamente
esatta.
4. Oltramare, specialmente, traduce Moksha
con «salvezza» da un capo all’altro delle sue opere, e non sembra neppure
sospettare, non diciamo la differenza reale che qui abbiamo indicata, ma
neanche la semplice possibilità di una inesattezza in tale assimilazione.
152 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
indefinito della vita
individuale trasposta nell’ordine sottile, e che dura fino al pralaya; e
tutto ciò, come abbiamo già spiegato, non rappresenta che una tappa nel
processo di krama-mukti; inoltre la possibilità di un ritorno a uno
stato di manifestazione (d’altronde sopra-individuale) non è definitivamente
eliminata per l’essere che non ha oltrepassato questo grado. Per procedere
oltre e liberarsi interamente dalle condizioni di vita e di durata inerenti
all’individualità, non c’è altra via che quella della Conoscenza, che può
essere o «non-suprema», e allora conduce a Îshwara,1 oppure
«suprema», e allora dà immediatamente la Liberazione. In quest’ultimo caso, non
è neppure più necessario prevedere, alla morte, un passaggio attraverso diversi
stati superiori, ma ancora transitori e condizionati: «Il “Sé” (Âtmâ,
poiché ora non può più trattarsi di jîvâtmâ, essendo svanita ogni
possibile distinzione e “separatività”) di colui che ha raggiunto la perfezione
della Conoscenza Divina (Brahma-Vidyâ), e che ha, di conseguenza,
ottenuto la Liberazione finale, ascende, lasciando la sua forma corporea (e
senza attraversare stati intermedi), alla Luce Suprema (spirituale) che è Brahma,
e a Lui si identifica in maniera conforme e indivisa, come l’acqua pura,
mescolandosi con il lago limpido (senza tuttavia perdervisi in alcun modo),
diviene in tutto conforme a esso».2
1. Vi è appena bisogno di dire che la teologia,
quando anche comportasse una realizzazione capace di renderla veramente
efficace, invece di restare semplicemente teorica, come di fatto è (a meno che
non si voglia ritenere che tale realizzazione sia costituita dagli «stati
mistici», il che è vero solo parzialmente e sotto certi aspetti), sarebbe
sempre interamente compresa nella Conoscenza «non-suprema».
2. Brahma-Sûtra, 4° Adhyâya, 4° Pâda, sûtra
1-4.
23. Vidêha-mukti e jîvan-mukti
La Liberazione, nell’ultimo caso di cui abbiamo
parlato, è propriamente la liberazione fuori della forma corporea (vidêha-mukti),
ottenuta al momento della morte in modo immediato, poiché la Conoscenza è già
virtualmente perfetta prima della fine dell’esistenza terrena; deve essere
dunque distinta dalla liberazione differita e graduale (krama-mukti), ma
anche da quella ottenuta dallo Yogî già in questa vita (jîvan-mukti),
in virtù della Conoscenza, non più soltanto virtuale e teorica, ma pienamente
effettiva, tale cioè da realizzare veramente l’«Identità Suprema». Bisogna
comprendere, infatti, che il corpo, al pari di qualunque altra contingenza, non
può costituire un ostacolo alla Liberazione; nulla può opporsi alla totalità
assoluta, al cui confronto tutte le cose particolari sono come se non
esistessero; rispetto allo scopo supremo, tutti gli stati dell’esistenza sono
perfettamente equivalenti, per cui fra l’uomo vivo e l’uomo morto (intendendo
tali espressioni in senso terreno) ormai non c’è più alcuna distinzione. Ecco
dunque un’altra differenza essenziale fra la Liberazione e la «salvezza»:
quest’ultima, secondo le religioni occidentali, non può essere effettivamente
ottenuta e neanche essere sicura (vale a dire ottenuta virtualmente) prima
della morte; l’azione può sempre far perdere ciò che ha fatto raggiungere; e
fra certe modalità di uno stesso stato individuale può esservi incompatibilità,
per lo meno accidentalmente e in condizioni particolari,1 mentre ciò
non accade quando si tratta di stati sopra-individuali, né, a maggior ragione,
per lo stato incondizionato. Considerare le cose altrimenti è attribuire a un
particolare modo di manifestazione un’importanza che non può avere, e che
neppure l’intera manifestazione ha; solamente la prodigiosa insufficienza delle
concezioni occidentali relative alla costituzione dell’essere umano può
consentire una simile illusione, e soltanto essa, ancora, può far trovare
sorprendente che la Liberazione possa compiersi
1. Questa restrizione è indispensabile, poiché, se
vi fosse incompatibilità assoluta o essenziale, ciò renderebbe impossibile la
totalizzazione dell’essere, in quanto nessuna modalità può restare al di fuori
della realizzazione finale. D’altronde, basta l’interpretazione più essoterica
della «resurrezione dei morti» per dimostrare che, anche dal punto di vista
teologico, non può esservi un’antinomia irriducibile fra la «salvezza» e
l’«incorporazione».
154 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
durante la vita terrena
così come in qualunque altro stato. La Liberazione o l’Unione, che sono la
stessa cosa, implica «per sovrappiù», l’abbiamo già detto, il possesso di tutti
gli stati, poiché è la realizzazione perfetta e la totalizzazione dell’essere;
poco importa d’altronde che questi stati siano attualmente manifestati oppure
no, poiché essi devono essere considerati metafisicamente soltanto come
possibilità permanenti e immutabili. «Signore di molteplici stati semplicemente
per effetto della sua volontà, lo Yogî non ne occupa che uno solo,
lasciando gli altri vuoti del soffio animatore (prâna), come altrettanti
strumenti inutilizzati; egli può animare più di una forma, come una sola
lampada può alimentare più di un lucignolo».1 «Lo Yogî» dice
Aniruddha «è in connessione immediata con il principio primordiale
dell’Universo, e di conseguenza (secondariamente) con tutto l’insieme dello
spazio, del tempo e delle cose», vale a dire con la manifestazione, e più
particolarmente con lo stato umano in tutte le sue modalità.2
D’altronde, sarebbe un errore credere che la
liberazione «fuori della forma» (vidêha-mukti) sia più completa di
quella «durante la vita» (jîvan-mukti); se certi occidentali hanno
commesso questo errore, è sempre per l’eccessiva importanza che attribuiscono
allo stato corporeo, e ciò che abbiamo detto ci dispensa dall’insistervi più a
lungo. Lo Yogî non ha più niente da ottenere in seguito, poiché ha
veramente realizzato la «trasformazione» (vale a dire il passaggio al di là
della forma), in se stesso, se non addirittura esteriormente; gli importa poco
quindi che l’apparenza formale sussista nel mondo manifestato, dal momento che
per lui essa non può ormai esistere altrimenti che in modo illusorio. A dire il
vero, le apparenze rimangono così, senza cambiamento esteriore rispetto allo
stato precedente, soltanto per gli altri, non per lui, poiché ormai esse non
possono più limitarlo o condizionarlo; queste apparenze non lo toccano né lo
concernono più di tutto il resto della manifestazione universale. «Lo Yogî,
dopo aver attraversato il mare delle
1. Commento di Bhavadêva-Mishra ai Brahma-Sûtra.
2. Ecco un testo taoista in cui sono espresse le
stesse idee: «Quello (l’essere che ha raggiunto questo stato nel quale è unito
alla totalità universale) non dipenderà più da nulla; sarà perfettamente
libero... Perciò si dice molto giustamente: l’essere sovrumano non ha più
individualità propria; l’uomo trascendente non ha più azione propria; il Saggio
non ha neanche più un nome proprio, poiché è uno col Tutto» (Tchoang-tseu,
cap. I; trad. di Padre Wieger, p. 211). Lo Yogî o il jîvan-mukta
è infatti libero dal nome e dalla forma (nâmarûpa), che sono gli
elementi costitutivi e caratteristici dell’individualità; abbiamo già citato i
testi delle Upanishad in cui tale cessazione del nome e della forma è
affermata esplicitamente.
Vidêha-mukti e jîvan-mukti 155
passioni,1 è
unito alla Tranquillità2 e possiede nella sua pienezza il “Sé” (Âtmâ
incondizionato, al quale è identificato). Avendo rinunciato ai piaceri che
nascono dagli oggetti esteriori perituri (e che in se stessi non sono altro che
modificazioni esteriori e accidentali dell’essere), e godendo della Beatitudine
(Ânanda, che è il solo oggetto permanente e imperituro, per nulla
differente dal “Sé”), egli è calmo e sereno come la fiaccola sotto uno
spegnitoio,3 nella pienezza della propria essenza (non più distinta
dal Brahma Supremo). Durante la permanenza (apparente) nel corpo, egli
non è affetto dalle proprietà di quest’ultimo, come il firmamento non è affetto
da ciò che in esso volteggia (poiché egli, in realtà, contiene in sé tutti gli
stati, senza essere da essi contenuto); conoscendo ogni cosa (e appunto perciò
essendo ogni cosa, non “distintivamente”, ma come totalità assoluta), egli
rimane immutabile, “non toccato” dalle contingenze».4
Non c’è, dunque, né può evidentemente esserci
alcun grado spirituale superiore a quello dello Yogî, e questo, per la
sua
1. È il dominio delle «Acque inferiori» o delle
possibilità formali; le passioni sono qui usate per designare tutte le
modificazioni contingenti che costituiscono la «corrente delle forme».
2. È la «Grande Pace» (Es-Sakînah)
dell’esoterismo islamico, o la Pax Profunda della tradizione
rosacrociana; la parola Shekinah, in ebraico, indica la «presenza reale»
della Divinità, o la «Luce della gloria» nella quale e per la quale, secondo la
teologia cristiana, si opera la «visione beatifica» (cfr. la «gloria di Dio»
nel testo già citato dell’Apocalisse, 21, 23). Ecco ancora un
testo taoista che si riferisce allo stesso argomento: «La pace nel vuoto è uno
stato indefinibile. È possibile stabilirsi in essa. Non la si prende né la si
dà. Un tempo si mirava ad essa. Ora si preferisce esercitare la bontà e
l’equità, che non danno lo stesso risultato» (Lie-Tseu, cap. I; trad. di
Padre Wieger, p. 77). Il «vuoto» di cui si parla è il «quarto stato» della Mândûkya
Upanishad, che infatti è indefinibile, poiché assolutamente
incondizionato, e di cui non si può parlare che in forma negativa. Le parole
«un tempo» e «ora» si riferiscono ai differenti periodi del ciclo dell’umanità
sulla Terra: le condizioni dell’epoca attuale (che corrisponde al Kali-Yuga)
sono tali che in grande maggioranza gli uomini si vincolano all’azione e al
sentimento, che non possono condurli di là dai limiti della loro individualità,
e meno ancora allo stato supremo e incondizionato.
3. Da ciò è facile comprendere il vero senso della
parola Nirvâna, di cui gli orientalisti hanno dato tante
interpretazioni; questa parola, lungi dall’essere peculiare del Buddhismo come
talvolta si crede, significa letteralmente «estinzione del soffio o
dell’agitazione», dunque stato di un essere che non è più sottomesso ad alcun
cambiamento né ad alcuna modificazione, definitivamente liberato dalla forma,
come pure da tutti gli altri accidenti o vincoli dell’esistenza manifestata. Nirvâna
è la condizione sopra-individuale (quella di Prâjna), e Parinirvâna
è lo stato incondizionato; si usano anche, nello stesso senso, le parole Nirvritti,
«estinzione del cambiamento o dell’azione», e Parinirvritti.
Nell’esoterismo islamico, le parole corrispondenti sono fanâ,
«estinzione», e fanâ el-fanâ, letteralmente: «estinzione
dell’estinzione».
4. Âtma-Bodha di Shankarâchârya.
156 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
concentrazione in se
stesso, è anche chiamato Muni, vale a dire il «Solitario»,1
non nel senso corrente e letterale della parola, ma come colui che realizza
nella pienezza del suo essere la Solitudine perfetta, e che non lascia
sussistere nell’Unità Suprema (o meglio nella «Non-Dualità») alcuna distinzione
fra esteriore e interiore e nemmeno una qualsiasi diversità extra-principiale.
Per lui, l’illusione della «separatività» è definitivamente cessata, e con essa
ogni confusione prodotta dall’ignoranza (avidyâ) che genera e mantiene
questa illusione,2 poiché «l’uomo, immaginandosi dapprima di essere
l’“anima vivente” individuale (jîvâtmâ), è spaventato (credendo che vi
sia un qualche essere altro da lui), come una persona che scambi erroneamente3
un pezzo di corda per un serpente; ma la sua paura è scacciata dalla certezza
che, in realtà, egli non è l’“anima vivente”, ma Âtmâ stesso (nella Sua
universalità incondizionata)».4
Shankarâchârya enumera tre attributi che in
qualche modo corrispondono ad altrettante funzioni del Sannyâsî
possessore della Conoscenza, il quale, se questa Conoscenza è pienamente
effettiva, non è altri che lo Yogî:5 i tre attributi sono, in
ordine ascendente, bâlya, pânditya e mauna.6 La
prima di queste parole indica letteralmente uno stato paragonabile a quello di
un fanciullo (bâla);7 è uno stadio di «non-espansione», se
così possiamo dire, dove tutte le potenze dell’essere sono come concentrate in
un solo punto, producendo con la loro unificazione una
1. La radice della parola Muni è da
accostare al greco μόνος, «solo», tanto più che il suo derivato mauna
significa «silenzio» o «la condizione di Muni». Alcuni commentatori la
ricollegano al termine manana, pensiero riflesso e concentrato, derivato
da manas, e allora la parola Muni indica più specificamente «colui
che si sforza di raggiungere la Liberazione per mezzo della meditazione».
2. A quest’ordine appartiene in particolare la
«falsa imputazione» (adhyâsa), che consiste nel riferire a una cosa
attributi che non le appartengono veramente.
3. Un errore di questo genere è chiamato vivarta:
si tratta propriamente di una modificazione che non altera affatto l’essenza
dell’essere al quale è attribuita, e che dunque interessa soltanto colui che
per effetto di un’illusione la riferisce ad esso.
4. Âtma-Bodha di Shankarâchârya.
5. Lo stato di Sannyâsi è propriamente
l’ultimo dei quattro âshrama (i primi tre sono quelli di Brahmachârî
o «studente della Scienza sacra», discepolo di un Guru, di Grihastha
o «capofamiglia» e di Vânaprastha o «anacoreta»); ma il nome di Sannyâsi
è anche talvolta attribuito, come qui, al Sâdhu, vale a dire a colui che
ha compiuto la perfetta realizzazione, e che è ativarnâshramî, come
abbiamo visto sopra.
6. Commento ai Brahma-Sûtra, 3° Adhyâya, 4°
Pâda, sûtra 47-50.
7. Cfr. le parole del Vangelo: «Il Regno dei Cieli
appartiene a chi è come questi bambini... Chi non accoglie il Regno di Dio come
un bambino, non vi entrerà» (Matteo, 19, 14; Luca, 18, 16
e 17).
Vidêha-mukti e jîvan-mukti 157
semplicità
indifferenziata, apparentemente simile alla potenzialità embrionale.1
È anche, in un senso un po’ diverso, ma che completa il precedente (poiché qui
coesistono riassorbimento e pienezza), il ritorno allo «stato primordiale» di
cui parlano tutte le tradizioni, e sul quale insistono più specialmente il
Taoismo e l’esoterismo islamico; questo ritorno è effettivamente una tappa
necessaria sulla via che porta all’Unione, poiché soltanto da questo «stato
primordiale» si possono superare i limiti dell’individualità umana per elevarsi
agli stati superiori.2
Uno stadio ulteriore è rappresentato da pânditya,
vale a dire dal «sapere», attributo che si riferisce a una funzione di
insegnamento: chi possiede la Conoscenza è qualificato per comunicarla agli
altri o, più esattamente, per risvegliare in essi delle possibilità
corrispondenti, poiché la Conoscenza, in se stessa, è rigorosamente personale e
incomunicabile. Il Pandita ha dunque più specificamente il carattere di Guru
o «Maestro spirituale»;3 egli però può non avere che la perfezione
della Conoscenza teorica, perciò è necessario considerare, come ultimo grado
successivo a questo, mauna o lo stato del Muni, come unica
condizione nella quale l’Unione può veramente realizzarsi. D’altronde, vi è
un’altra parola, Kaivalya, che significa anche «isolamento»,4
e che esprime insieme le idee di «perfezione» e di «totalità»; questa parola è
spesso usata come equivalente di Moksha: kêvala indica lo stato
assoluto e incondizionato, quello dell’essere «liberato» (mukta).
Abbiamo considerato i tre aspetti in questione
come caratterizzanti altrettanti stadi preparatori all’Unione; ma,
naturalmente, a maggior ragione li possiede lo Yogî giunto al fine
supremo, così come possiede tutti gli stati nella pienezza della sua essenza.5
Questi tre attributi sono d’altronde impliciti in ciò che
1. Questo stadio corrisponde al «Dragone nascosto»
del simbolismo estremo-orientale. Un altro simbolo frequentemente usato è
quello della tartaruga che si ritrae interamente nel suo guscio.
2. Ciò corrisponde allo «stato edenico» della
tradizione giudaico-cristiana; perciò Dante colloca il Paradiso terrestre in
cima alla montagna del Purgatorio, vale a dire proprio nel punto in cui
l’essere lascia la Terra, o lo stato umano, per salire ai Cieli (chiamati
«Regno di Dio» nella precedente citazione dal Vangelo).
3. Il Guru corrisponde allo Shaykh
delle scuole islamiche, chiamato anche murabbul-murîdîn; il Murîd
è il discepolo, vale a dire il Brahmachârî indù.
4. L’«isolamento» è ancora il «vuoto» di cui si
parla nel testo taoista citato sopra; e questo «vuoto», d’altra parte, è in
realtà anche l’assoluta pienezza.
5. Si può anche rilevare che i tre attributi sono
in qualche modo «prefigurati» rispettivamente, e nello stesso ordine, dai primi
tre âshrama; il quarto âshrama, quello del Sannyâsi
(inteso qui nel suo significato più comune),
158 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
è chiamato aishwarya,
vale a dire la partecipazione all’essenza di Îshwara, poiché
corrispondono rispettivamente alle tre Shakti della Trimûrti: se
si osserva che lo «stato primordiale» è caratterizzato fondamentalmente
dall’«Armonia», si vedrà immediatamente che bâlya corrisponde a Lakshmî,
mentre pânditya corrisponde a Saraswatî e mauna a Pârvatî.1
Questo punto è di particolare importanza quando si voglia comprendere cosa
siano i «poteri» che appartengono al jîvan-mukta, come conseguenze
secondarie della perfetta realizzazione metafisica.
D’altra parte, troviamo anche nella tradizione
estremo-orientale una teoria che equivale esattamente a quella che abbiamo
esposta: è la teoria delle «quattro Felicità», di cui le prime due sono: la
«Longevità», che, come già abbiamo detto, non è altro che la perpetuità
dell’esistenza individuale, e la «Posterità», che consiste nei prolungamenti
indefiniti dell’individuo in tutte le sue modalità. Queste due «Felicità» non
concernono dunque che l’estensione dell’individualità e si compendiano nella
restaurazione dello «stato primordiale», che ne implica il pieno compimento; le
due seguenti, che si riferiscono, al contrario, agli stati superiori ed
extra-individuali dell’essere, 2 sono il «Grande Sapere» e la
«Perfetta Solitudine», vale a dire pânditya e mauna. Infine,
queste «quattro Felicità» ottengono la loro pienezza nella «quinta», che le
contiene tutte in principio e le unisce sinteticamente nella loro essenza unica
e indivisibile; questa «quinta Felicità» non ha un nome (come il «quarto stato»
della Mândûkya Upanishad), poiché è inesprimibile e non può
essere oggetto di alcuna conoscenza distintiva; ma è facile comprendere che ciò
di cui si tratta non è altro che l’Unione stessa o l’«Identità Suprema»,
ottenuta nella
riunisce in sé e per così dire riassume gli altri
tre, così come lo stato finale dello Yogî comprende «eminentemente»
tutti gli stati particolari, prima attraversati come altrettanti stadi
preliminari.
1. Lakshmî è la Shakti di Vishnu;
Saraswatî o Vâch è quella di Brahmâ; Pârvatî,
quella di Shiva. Pârvatî è anche chiamata Durgâ, vale a
dire «difficile da avvicinare». È notevole che una corrispondenza con queste
tre Shakti si ritrovi perfino nelle tradizioni occidentali: così, nel
simbolismo massonico, i «tre pilastri principali del Tempio» sono «Saggezza,
Forza, Bellezza»; qui, la Saggezza è Saraswatî, la Forza è Pârvatî
e la Bellezza è Lakshmî. Parimenti, Leibniz, che aveva ricevuto qualche
insegnamento esoterico (d’altronde abbastanza elementare) di provenienza
rosacrociana, chiama i tre principali attributi divini «Saggezza, Potenza,
Bontà», ciò che è esattamente la stessa cosa, poiché «Bellezza» e «Bontà» in
fondo sono soltanto (come per i Greci e specialmente per Platone) due aspetti
di una sola idea, che è appunto quella di «Armonia».
2. Perciò, mentre le prime due «Felicità»
appartengono all’ambito del Confucianesimo, le altre due rientrano in quello
del Taoismo.
Vidêha-mukti e jîvan-mukti 159
realizzazione completa
e totale di ciò che altre tradizioni chiamano l’«Uomo Universale» e per mezzo
di essa, poiché lo Yogî, nel vero senso della parola, o l’«uomo
trascendente» (tchen-jen) del Taoismo, è anche identico all’«Uomo
Universale».1
1. Questa identità è ugualmente affermata nelle
teorie dell’esoterismo islamico sulla «manifestazione del Profeta».
24. Lo stato spirituale dello Yogî:
l’«Identità Suprema»
Per ciò che concerne lo stato dello Yogî,
che, con la Conoscenza, è «liberato in vita» (jîvan-mukta) e ha
realizzato l’«Identità Suprema», citeremo ancora Shankarâchârya;1
quanto egli dice al riguardo, mostrando le possibilità più alte che l’essere
può raggiungere, servirà allo stesso tempo da conclusione a questo studio.
«Lo Yogî, il cui intelletto è perfetto,
contempla tutte le cose come contenute in se stesso (nel proprio “Sé”, senza
alcuna distinzione fra esteriore e interiore), e così, con l’occhio della
Conoscenza (jnâna-chakshus, espressione che potrebbe essere resa
abbastanza esattamente con “intuizione intellettuale”), egli percepisce (o
meglio concepisce, non razionalmente o discorsivamente, ma mediante una presa
di coscienza diretta e un “assenso” immediato) che ogni cosa è Âtmâ.
«Egli sa che tutte le cose contingenti (le
forme e le altre modalità della manifestazione) non sono altro che Âtmâ
(nel loro principio), e che al di fuori di Âtmâ non c’è niente, “poiché
le cose differiscono semplicemente (secondo un detto del Vêda) per
designazione, accidente e nome, come le terraglie ricevono diversi nomi,
quantunque siano soltanto forme differenti di terra”;2 così egli
percepisce (o concepisce, nello stesso senso che sopra) di essere lui stesso
tutte le cose (poiché non vi è nulla diverso da lui o dal suo “Sé”).3
«Quando gli accidenti (formali e d’altro
genere, comprendenti
1. Âtma-Bodha. Riunendo diversi passi di
questo trattato, non ci atterremo rigorosamente, in questi estratti, all’ordine
del testo; d’altronde, in genere, la concatenazione logica delle idee non può
essere esattamente la stessa in un testo sanscrito e in una traduzione in
lingua occidentale, date le differenze esistenti fra certi «modi di pensare»,
sulle quali abbiamo insistito in altre occasioni.
2. Si veda Chhândogya Upanishad, 6°
Prapâthaka, 1° Khanda, shruti 4-6.
3. Notiamo a questo proposito che Aristotele, nel Περί
ψυχής, dichiara esplicitamente che «l’anima è tutto ciò che essa conosce»;
si può scorgere in questa asserzione il segno di una convergenza abbastanza
chiara, a questo riguardo, fra la dottrina aristotelica e quelle orientali,
malgrado le riserve che sempre si impongono per la differenza dei punti di
vista; ma questa affermazione, in Aristotele e nei suoi continuatori, sembra
essere rimasta puramente teorica. Si deve dunque ammettere che le conseguenze
di questa idea dell’identificazione per mezzo della Conoscenza, per quanto
concerne la realizzazione metafisica, sono rimaste del tutto insospettate per
gli Occidentali, a eccezione di alcune scuole propriamente iniziatiche, che non
hanno alcun punto di contatto con tutto ciò che abitualmente è chiamato «filosofia».
162 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
tanto la manifestazione
sottile quanto quella grossolana) sono soppressi (poiché esistono solamente in
modo illusorio, sicché sono davvero nulla rispetto al Principio), il Muni
(qui sinonimo di Yogî) entra, con tutti gli esseri (in quanto essi non
sono più distinti da lui) nell’Essenza che tutto penetra (e che è Âtmâ).1
«Egli è senza qualità (distinte), senza azione;2
imperituro (akshara, non soggetto alla dissoluzione, che ha presa
soltanto sulla molteplicità), senza volizione (applicata a un atto definito o a
circostanze determinate); pieno di Beatitudine, immutabile, senza forma;
eternamente libero e puro (non potendo subire costrizione né essere raggiunto o
toccato in qualsiasi modo da qualcosa che sia altro da lui, poiché quest’altro
non esiste, o per lo meno non ha che un’esistenza illusoria, mentre lo Yogî
è nella realtà assoluta).
«Egli è come l’Etere (Âkâsha), che è
diffuso dappertutto (senza differenziazione), e che simultaneamente penetra
l’interno e l’esterno delle cose;3 è incorruttibile, imperituro;
egli è lo stesso in tutte le cose (infatti nessuna modificazione intacca la sua
identità), puro, impassibile, inalterabile (nella sua immutabilità essenziale).
«Egli è (secondo le parole stesse del Vêda)
“il Brahma Supremo, che è eterno, puro, libero, solo (nella Sua
perfezione assoluta), incessantemente pieno di Beatitudine, senza dualità,
Principio (incondizionato) di ogni esistenza, conoscente (senza che questa
Conoscenza implichi alcuna distinzione fra soggetto e oggetto, ciò che sarebbe
contrario alla ‘non-dualità’) e senza fine”.
«Egli è Brahma, posseduto il quale non
c’è più nulla da possedere; goduta la Beatitudine del quale non c’è più alcuna
felicità che possa essere desiderata; ottenuta la Conoscenza del quale non c’è
conoscenza che possa essere ottenuta.
«Egli è Brahma, dopo aver visto il quale
(con l’occhio della Conoscenza), nessun oggetto è contemplato; essendosi
identificati con il quale, nessuna modificazione (come la nascita o la morte)
viene più subita; avendo percepito il quale (non però come oggetto percepibile
da una facoltà qualsiasi), non c’è più nulla da percepire (poiché ogni
conoscenza distintiva è allora superata e come annullata).
«Egli è Brahma, dappertutto e in tutto
diffuso (poiché non
1. «Il Principio è sopra ogni cosa, è a tutto
comune, tutto contiene e tutto penetra; l’Infinità è il suo attributo, il solo
col quale si possa designarlo, poiché non ha un nome che gli sia proprio» (Tchoang-tseu,
cap. XXV; trad. di Padre Wieger, p. 437).
2. Cfr. il «non-agire» (wou-wei) della
tradizione estremo-orientale.
3. L’ubiquità è usata qui come simbolo
dell’onnipresenza, nel senso con il quale abbiamo già impiegato questa parola.
Lo stato spirituale dello Yogî 163
c’è nulla al di fuori
di Lui e tutto è necessariamente contenuto nella Sua Infinità):1
nello spazio intermedio, in ciò che è sopra e in ciò che è sotto (vale a dire
nell’insieme dei tre mondi); il vero, pieno di Beatitudine, senza dualità,
indivisibile, eterno.
«Egli è Brahma, affermato nel Vêdânta
come assolutamente distinto da ciò che penetra (che, invece, non è affatto
distinto da Lui, o per lo meno se ne distingue solamente in modo illusorio),2
incessantemente pieno di Beatitudine e senza dualità.
«Egli è Brahma, “da cui (secondo il Vêda)
sono prodotti la vita (jîva), il senso interno (manas), le
facoltà di sensazione e di azione (jnânêndriya e karmêndriya) e
gli elementi (tanmâtra e bhûta) che compongono il mondo
manifestato (sia nell’ordine sottile che in quello grossolano)”.
«Egli è Brahma, in cui tutte le cose
sono unite (di là da ogni distinzione, anche principiale), da cui tutti gli
atti dipendono (quantunque Egli stesso sia senza azione); perciò è diffuso in
tutto (senza divisione, dispersione, o differenziazione di qualsiasi specie).
«Egli è Brahma, senza grandezza o
dimensioni (incondizionato), senza estensione (poiché indivisibile e senza
parti), senza origine (essendo eterno), incorruttibile, senza forma, senza
qualità (determinate), senza qualunque attributo o carattere.
«Egli è Brahma, da cui tutte le cose
sono illuminate (partecipando della Sua essenza secondo i loro gradi di
realtà), la cui Luce fa brillare il sole e gli altri corpi luminosi, ma che non
è reso manifesto dalla loro luce.3
«Egli stesso penetra la propria essenza eterna
(non differente dal Brahma Supremo), e (simultaneamente) contempla il
Mondo intero (manifestato e non-manifestato) (anche) come Brahma, così
come il fuoco penetra intimamente una palla di ferro incandescente e (allo
stesso tempo) si mostra esteriormente (manifestandosi ai sensi con la sua luce
e il suo calore).
«Brahma non è affatto simile al Mondo,4
e al di fuori di Brahma non c’è nulla (poiché, se vi fosse alcunché al
di fuori di Lui, Egli non potrebbe essere infinito); ciò che sembra esistere
1. Ricorderemo ancora il testo taoista che abbiamo
già citato più estesamente: «Non domandate se il Principio è in questo o in
quello; Esso è in tutti gli esseri...» (Tchoang-tseu, cap. XXII; trad. di Padre Wieger, p. 395).
2. Ricordiamo che questa irreciprocità nella
relazione fra Brahma e il Mondo implica espressamente la condanna tanto
del «panteismo» come dell’«immanentismo» in tutte le sue forme.
3. Secondo un testo precedentemente citato, Egli è
«Ciò da cui tutto è manifestato, ma che non è manifestato da nulla» (Kêna
Upanishad, 1° Khanda, shruti 5-8).
4. L’esclusione di ogni concezione panteistica è
qui reiterata; in presenza di affermazioni tanto nette, non riusciamo a
spiegarci certi errori di interpretazione in voga in Occidente.
164 L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta
al di fuori di Lui non
può esistere (così) che in modo illusorio, come l’apparenza dell’acqua (il
miraggio) nel deserto (maru).1
«Di tutto quello che è visto, udito (e
percepito o concepito da una qualunque facoltà), niente esiste (veramente) al
di fuori di Brahma; e, in virtù della Conoscenza (principiale e
suprema), Brahma è contemplato come l’unico vero, pieno di Beatitudine,
senza dualità.
«L’occhio della Conoscenza contempla il vero Brahma,
pieno di Beatitudine, che penetra tutto; ma l’occhio dell’ignoranza non Lo
scopre, non Lo scorge, come il cieco non vede la luce sensibile.
«Il “Sé”, illuminato dalla meditazione (quando
una conoscenza teorica, dunque ancora indiretta, lo fa apparire come se
ricevesse la Luce da una sorgente altra da sé, il che è ancora una distinzione
illusoria), e poi infiammato dal fuoco della Conoscenza (che realizza la sua
identità essenziale con la Luce Suprema), è liberato da tutti gli accidenti (o
modificazioni contingenti) e brilla nel proprio splendore come l’oro purificato
nel fuoco.2
«Quando il Sole della Conoscenza spirituale
sorge nel cielo del cuore (vale a dire al centro dell’essere, designato come Brahma-pura),
esso scaccia le tenebre (dell’ignoranza che vela l’unica realtà assoluta),
penetra tutto, tutto avvolge e tutto illumina.
«Chi ha compiuto il pellegrinaggio del proprio
“Sé”, un pellegrinaggio nel quale non c’è nulla che riguardi la situazione, il
luogo o il tempo (né alcuna altra circostanza o condizione particolare)3,
che è dovunque4 (e sempre, nell’immutabilità dell’“eterno
presente”), nel quale non si sente né il calore, né il freddo (né alcuna
impressione sensibile o anche mentale), e che procura una felicità permanente e
una liberazione definitiva da ogni turbamento (o da ogni modificazione), è
senza azione, conosce tutte le cose (in Brahma), e ottiene la
Beatitudine Eterna».
1. La parola maru, derivata dalla radice mri,
«morire», designa qualunque regione arida, interamente sprovvista d’acqua, e
più precisamente un deserto sabbioso, il cui aspetto uniforme può essere usato
come supporto di meditazione per evocare l’idea dell’indifferenziazione
principiale.
2. Si è visto sopra che l’oro è ritenuto essere di
natura luminosa.
3. «Ogni distinzione di tempo o di luogo è
illusoria; la concezione di tutti i possibili (compresi sinteticamente nella
Possibilità Universale, assoluta e totale) si compie senza movimenti e fuori
del tempo» (Lie-tseu, cap. III; trad. di Padre Wieger, p. 107).
4. Allo stesso modo, nelle tradizioni esoteriche
occidentali, si dice che i veri Rosacroce si riuniscono «nel Tempio dello
Spirito Santo, che è dappertutto». Questi Rosacroce non hanno ovviamente niente
in comune con le molteplici organizzazioni moderne che hanno assunto lo stesso
nome; si dice che, poco dopo la Guerra dei trent’anni, essi lasciarono l’Europa
e si ritirarono in Asia, il che si può d’altronde interpretare simbolicamente
piuttosto che letteralmente.
Indice dei termini sanscriti
I numeri in corsivo rinviano alle note
Per i termini sanscriti non ci siamo attenuti
alle complicate trascrizioni, più o meno arbitrarie, immaginate dagli
orientalisti; abbiamo adottato un’ortografia corrispondente alla pronuncia
nella misura in cui lo consente l’alfabeto latino, il cui esiguo numero di
caratteri ci impone d’altronde di rappresentare nello stesso modo più lettere
distinte. Inoltre, nell’Indice che segue, abbiamo disposto le parole, così come
le abbiamo trascritte, nell’ordine alfabetico latino, che è naturalmente molto
differente da quello sanscrito, pensando così di evitare, a coloro che non
conoscono quest’ultimo, difficoltà del tutto inutili.
âbhâsa, 39, 51 Antariksha,
85, 139
abhimâna, 61 antar-yâmî,
99
abhyantara, 61 anumâna,
20
achintya, 102 Ap,
52, 63, 138
ad, 71 apâna,
71
adhidêvaka, 83 Apara-Brahma,
74, 145
adhikârî, 23 Apsarâ,
138
adhyâsa, 156 âpti,
107
adhyâtmika, 83 apyaya,
100
âdi, 107 archis,
137
Âditya, 138 âshrama,
150, 156, 157
adrishta, 102 ashwattha,
49
adwaita, 74, 109 ativarnâshramî,
150, 156
adwaita-vâda, 45 Âtmâ,
29, 30, 35, 37, 39, 44, 49, 51,
Agni, 40, 83, 85, 90,
126, 137 53,
59, 60, 61, 64, 65, 66, 69, 73,
agrâhya, 102 75,
77, 79, 80, 81, 83, 85, 86, 92,
aham, 61 94,
95, 96, 98, 99, 101, 102, 103,
ahankâra, 46, 56, 61, 63, 64, 65, 107,
109, 111, 118, 126, 132, 144,
67,
70, 86 145,
148, 151, 152, 155, 156, 161,
aishwarya, 65, 145, 158 162
ajnâna, 151 âtman,
30
Âkâsha, 36, 63, 85, 139, 162 avayava,
72
akhanda, 101 avidwân,
119, 130
akshara,
80, 81, 162 avidyâ,
119, 138, 151, 156
alakshana,
102 avyakta,
46, 96, 103, 127
amâtra,
81, 109 avyapadêshya,
102
amrita,
119 avyavahârya,
102, 109
an, 71
ana, 71 bâhya,
61
Ânanda,
69, 95, 97, 98, 151, 155 bâla,
156
ânandamaya,
69, 95 bâlya,
156, 158
ânandamaya-kosha,
69, 95, 97 bandha,145
ândaja, 72 Bhû,
85, 137
angushtha-mâtra,
40 Bhûmi,
85
anna, 71, 72 bhûta,
47, 56, 63, 64, 66, 71, 90,
annamaya-kosha, 71, 90 119,
137, 163
ansha, 50 Bhuvas,
85
168 Indice
dei termini sanscriti
Brahma, 24, 25,
34, 35, 36, 39, 40, Hatha-Yoga,
90, 129, 131, 150
43, 44, 53, 65, 66, 69, 73, 74, 75, Hiranyagarbha,92, 93, 108, 124,
76, 77, 80, 85, 92, 93, 101,
103, 125,
143, 151
104, 105, 108, 119, 124, 125,
126, hridaya, 35
132, 133, 135, 137, 139, 142,
143,
144, 148, 150, 152, 155, 162,
163, i, 136,
142
164 idâ,
131
Brahmâ, 51,
60, 93, 142, 143, 158 idam,
61
Brahmachârî, 156,
157 Indra,
139
Brahma-Loka,
142, 143, 151 indriya,
47, 56, 64, 65, 66, 86
Brahma-Mîmânsâ,
19 Îshwara,
24, 25, 29, 34, 60, 61, 65,
Brahman, 93 69,
74, 99, 104, 143, 144, 148,
Brâhmana, 141 152,
158
Brahmânda, 51,
93 Îshwara-Vidyâ,
24
Brahma-pura, 36, 39, 164 Itihâsa,
40
Brahma-Sûtra, 20, 21, 22, 34, 64, iva, 50
116,
127
Brahma-Vidyâ, 19, 25, 152 jâgarita-sthâna,
83
Buddhi, 46, 51, 56, 59, 60, 61, 64, jagat,
135
66, 67, 70, 86, 92,
98, 99, 132 jarâyuja,
72
buddhîndriya, 65 jîva,
37, 125, 163
jîva-ghana,
93, 125
chaitanya, 145 jîvaja,
72
chakra, 130 jîvan-mukta,
154, 158, 161
chakshus,
66, 104 jîvan-mukti,
153, 154
Chandra, 138 jîvâtmâ,
37, 49, 51, 60, 61, 69, 80,
Chaturtha, 101 83,
91, 95, 118, 123, 125, 130,
Chirajîvî, 19 136,
152, 156
Chit, 95, 97,
98 Jnâna,
18, 66, 69, 70
chitta, 86, 97 Jnâna-chakshus,
161
jnânêndriya,
65, 163
dahara, 36 jyotis,
40
dahara-vidyâ, 150
darshana, 16, 18 Kaivalya,
157
Dêva, 60, 144 Kali-Yuga,
155
dêvatâ, 137 kâma,
91
dêva-yâna, 135, 136, 137, 139, 141 kamala, 130
Dharma, 44, 77, 86 kârana,
74, 96
dhâtu, 80 kârana-sharîra,
69, 79, 95, 99
dhyâna, 61, 145 karma,
18, 66, 151
dish, 85 Karma-Mîmânsâ,
18
drish, 16 karmêndriya,
65, 163
Durgâ, 158 kartritwa,
65
dwâra, 149 kârya,
74, 93, 96, 142
dwija, 132 Kârya-Brahma,
142
kêvala,
157
gandha,63 kosha,
69
Ganêsha, 138 krama-mukti,
121, 129, 141, 152,
ghana, 93 153
ghrâna, 66 kri,
142, 143
Grihastha, 156 Kshatriya,
141
guhâ, 35
guna, 47, 60 Lakshmî,
158
Guru, 156, 157 laukika,
91
linga-sharîra,
70, 79, 89
Hamsa, 51 loka,
91, 140
hârda-vidyâ, 150
Indice dei termini sanscriti 169
Mahâ-Moha, 76 pâni,
67
Mahat, 46, 59, 60, 99, 132 Para-Brahma,
74, 145
mahattara, 101 paramârtha,
91
man, 18, 21 pâramârthika,
92
manana, 156 Paramâtmâ,
20, 29, 30, 49, 53, 69,
manas, 47, 56, 63, 64, 65, 67, 70, 103,
109
86,
89, 98, 103, 104, 117, 127, parinâma,
50
156,
163 Parinirvâna,
155
mânava, 44, 84 Parinirvritti,
155
mânava-loka, 144 Pârvatî,
158
manomaya, 70 pâsha,
145
manomaya-kosha, 70, 94 pashu,
145
mantra, 133 Pâshupata,
149
Manu, 44, 93 Pashupati,
145
maru, 164 pâyu,
67
mâtra, 63 pinda,
93, 124
mâtrâ, 80, 107, 108, 109 pingalâ,
131
mauna, 156, 157, 158 pippala,
49
Mâyâ, 46, 76 Pitri,
136
mâyâmaya, 91 pitri-yâna,
135, 136, 138, 141, 143,
mâyâvi-rûpa, 76 144
mêdha, 145 prabhava,
100
Mîmânsâ, 18, 19, 20 Pradhâna,
46, 50
miti, 108 Prajâpati,
43, 139
Moksha, 147, 151, 157 Prâjna,
95, 97, 98, 99, 103, 104, 108
mri, 164 143,
148, 155
mudrâ, 133 Prajnâna,
95, 97
mukha, 85 Prajnâna-ghana,
95
mukhya-prâna, 66, 85 Prakriti,
43, 44, 45, 46, 47, 50, 51,
mukta, 157 52,
53, 54, 55, 59, 60, 65, 75, 77,
Mukti, 147 96,
98, 99, 100, 102, 148
mûla, 46 pralaya,
124, 125, 141, 143, 152
Mûla-Prakriti, 46, 96, 132 pramâna,
20
Muni, 156, 157, 162 prâna,
65, 66, 70, 71, 85, 90, 104,
mûrti, 60 17,
118, 154
prânamaya,
70
nâdî, 89, 90, 91, 130, 131 prânamaya-kosha,
70, 94
nâmarûpa, 127, 154 prapancha,
86
Nara, 83, 84 prapancha-upashama,
102, 109, 148
Narottama, 84 Prasâda,
132
nirguna, 25, 65, 74, 144 prâtibhâsika,
91
Nirukta, 39, 66, 70 pratîka,
145
Nirvâna, 98, 155 Pratyaksha,
20, 61
nirvishêsha, 25 pratyaya-sâra,
102
Nirvritti, 155 pravivikta,
89
nri, 84 Prithivî,
63
Prithvî, 63, 137
Om, 77,
80, 85, 107, 108, 109 Pumas,
43
Omkâra, 77, 109 pura,
39
oshadhi, 72 Purâna,
46
puri-shaya,
39
pâda, 67, 77, 81, 101, 107 puru,
39
padma, 130 Purusha,
39, 40, 43, 44, 45, 46, 47,
Pandita, 157 49,
50, 51, 53, 55, 59, 60, 61, 64,
pânditya, 156, 157, 158 69,
75, 84, 96, 98, 99, 100, 130, 148
170 Indice
dei termini sanscriti
Purushottama, 49, 51, 53, 75 ta,
97
Pûrva-Mîmânsâ, 18 tad,
63
pûrva-paksha, 137 Taijasa,
89, 92, 94, 107, 118
tamas, 47
rajas, 47 tanmâtra,
46, 56, 63, 64, 70, 90,
rasa, 63, 72 118,
127, 163
rasana, 66 tat,
63
rûpa, 63 tattwa,
45, 46, 50, 55, 56, 63
Têjas,
39, 63, 89, 90, 137
Sachchidânanda,
98, 99 Tribhuvana,
51, 85, 100
Sâdhu, 156 trikâla,
77
saguna, 25, 65, 74, 76, 142 Trimûrti,
60, 61, 99, 158
samâna, 71, 108 Turîya,
101
samprasâda, 98 twach,
66
samsâra, 124
samudra, 126 ubhaya,
107
sanâtana, 49 udâna,
71
sandhi, 80 udbhijja,
72
sandhyâ, 80,
108 upâdhi,
145
sandhyâ-upâsanâ,
85 upamâ,
50
Sânkhya, 18,
45, 46, 49, 50, 53, 55, Upanishad,
19, 20, 21, 22, 23, 25,
59, 61, 63, 67, 133 34,
37, 49, 80, 137, 154
Sannyâsi, 156, 157 upâsanâ,
109, 119, 145
Saraswatî, 158 upastha,
67
sarva, 99 utkarsha,
107
Sat, 47, 97, 98 uttama,
43, 49
sattwa, 47 Uttara-Mîmânsâ,
18
savishêsha, 25, 76, 148 uttara-paksha,
137
shabda, 63
Shakti, 75, 76, 77,
142, 158
sharîra, 70 vâ,
70
shârîra, 20 vâch,
67, 104, 158
shârîraka, 20 Vaishêshika,
18
Shârîraka-Mimânsâ 20 Vaishwânara,
83, 84, 85, 86, 89, 90,
Shiva, 60, 109, 128, 131, 145,
158 94,
107, 126, 131, 137, 139
shodasha-kalâh, 127 Vânaprastha,
156
shrotra, 66, 104 varna,
150
Shruti, 20 varsha,
72
Smriti, 20, 21, 40 Varuna,
138
Soma, 138 vâta,
70
sparsha, 63 Vâyu,
51, 63, 66, 69, 70, 85, 86,
sthâ, 83 117,
138
sthâna, 83 Vêda,
17, 18, 19, 23, 46, 49, 51, 72,
sthûla-sharîra, 70, 71, 79, 89 80,
133, 135, 150, 161, 162, 163
sûkshma-sharîra, 70, 79, 89 Vêdânta,
11, 15, 16, 19, 20, 25, 26,
Sûrya, 138 34,
45, 53, 69, 73, 104, 163
sushumnâ, 131, 132, 133, 135 vi,
69
sushupta-sthâna,
95 vid,
17, 138
sushupti, 66 vidêha-mukti,
153, 154
sûtra, 34 vidwân,
119, 130
swapna-sthâna,
89 vidyâ,
17, 138
Swar, 85 vidyut,
138
Swarga, 85, 138,
139 vijnâna,
60, 95
Swayambhû, 108 vijnânamaya,
69, 70
swêdaja, 72 vijnânamaya-kosha,69,
94, 95
Indice dei termini sanscriti 171
Virâj, 83, 86, 92, 93, 107 ya,
142
vishêsha, 149 yâga,
145
vishishta, 149 yajna,
145
Vishnu, 60, 84, 158 yâna,
136
vishwa, 83 yantra,
133
Vishwakarma, 13, 44 Yoga,
35, 90, 145, 149
vivarta, 156 Yoga-Shâstra,133,
149
vrata, 149 Yogî,
149, 153, 154, 155, 156, 157,
vyâhriti, 85 158,
159, 161, 162
vyakta, 96, 103 yoni,
100
vyâna, 71 yonija,
72
vyâvahârika, 91 Yuga,
80
Adelphi Edizioni
TITOLO ORIGINALE:
L’Homme et son devenir selon le Vêdânta
Stampato nel giugno 1992
Prima edizione: giugno 1992
Seconda edizione: luglio 1997
© 1925 RENÉ GUÊNON
© 1990 HÊRITIERS DE RENÉ GUÊNON
© 1992 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO
ISBN 88-459-0913-1
Commenti
Posta un commento