8 - IL RE DEL MONDO - René Guénon
INDICE
1. Nozioni
sull'«Agarttha» in Occidente 11
2. Regalità
e pontificato 17
3. La «Shekinah» e «Metatron» 27
4. Le
tre funzioni supreme 37
5. Il
simbolismo del Graal 47
6. «Melki‑Tsedeq» 55
7. «Luz»
o il soggiorno d'immortalità 69
8. Il
centro supremo nascosto durante il «Kali-Yuga» 79
9. L’«Omphalos»
e i betili 85
10. Nomi e rappresentazioni simboliche dei centri spirituali 95
11. Localizzazione
dei centri spirituali 101
12. Alcune
conclusioni 109
IL RE DEL MONDO
I
Nozioni sull'«Agarttha» in Occidente
L’opera postuma di Saint-Yves d’Alveydre
intitolata Mission de l’Inde, pubblicata nel 1910, 1 contiene
la descrizione di un centro iniziatico misterioso indicato col nome di Agarttha;
fra i lettori di quel libro, molti probabilmente pensarono che si trattasse
solo di un racconto del tutto immaginario, una sorta di finzione priva di
qualsiasi fondamento reale. Vi si trovano infatti, se si vuol prendere tutto
alla lettera, inverosimiglianze che, almeno per coloro che si attengono alle
apparenze esteriori, potrebbero giustificare un tale giudizio; e Saint-Yves
aveva senz’altro avuto delle buone ragioni per non pubblicare egli stesso
quell’opera scritta tanto tempo prima e mai veramente portata a termine.
D’altra parte, prima di allora, non era stata fatta menzione in Europa né dell’Agarttha
né del suo capo, il Brahmâtmâ, se non da uno scrittore di scarsa
serietà, Louis Jacolliot, 2 alla cui autorità non si può certo fare
riferimento; da parte nostra, pensiamo che egli avesse realmente inteso parlare
di quelle cose durante un suo soggiorno in India, ma per manipolarle poi, come
tutto il resto, alla sua maniera eminentemente fantasiosa. Tuttavia nel 1924 è
avvenuto un fatto nuovo e inatteso: il libro Bêtes, Hommes et Dieux, nel
1. La seconda edizione è apparsa nel 1949.
2. Les Fils de Dieu,
pp. 236, 263-267, 272; Le Spiritisme dans le Monde, pp. 27-28.
11
quale Ferdinand Ossendowski racconta le sue
peripezie nel corso di un laborioso viaggio compiuto fra il 1920 e il 1921
attraverso l’Asia centrale, contiene, soprattutto nell’ultima parte, racconti
quasi identici a quelli di Saint-Yves; e i molti commenti che hanno
accompagnato questo libro ci offrono, crediamo, l’occasione di rompere
finalmente il silenzio sulla questione dell’Agarttha.
Spiriti scettici o malevoli non hanno mancato,
naturalmente, di accusare Ossendowski di aver semplicemente plagiato
Saint-Yves, segnalando tutti i passi concordanti delle due opere; e infatti ve
ne sono parecchi che presentano, anche nei particolari, somiglianze davvero
sorprendenti. Vi troviamo innanzitutto, cosa che poteva parere inverosimile
anche in Saint-Yves, l’affermazione dell’esistenza di un mondo sotterraneo, le
cui ramificazioni si estenderebbero dappertutto, sotto i continenti e anche
sotto gli oceani, e per mezzo del quale si stabilirebbero invisibili
comunicazioni fra tutte le regioni della terra; Ossendowski, del resto, non
rivendica la paternità di una simile asserzione e anzi dichiara di non sapere
cosa pensare in proposito; la attribuisce invece a vari personaggi incontrati
lungo il viaggio. Passando a questioni più particolari, c’è il passo in cui il
«Re del Mondo» è raffigurato dinanzi alla tomba del suo predecessore, quello in
cui si parla dell’origine degli Zingari, i quali un tempo avrebbero vissuto
nell’Agarttha, 3 e molti altri
3. Dobbiamo dire a questo proposito che
l’esistenza di popoli «in tribolazione», dei quali gli Zingari sono un esempio
fra i più impressionanti, è davvero qualcosa di molto misterioso, che
richiederebbe un attento esame.
12
ancora. Saint-Yves dice che, durante la
celebrazione sotterranea dei «Misteri cosmici», vi sono momenti in cui i
viaggiatori che si trovano nel deserto si fermano, in cui anche gli animali
rimangono silenziosi; 4 Ossendowski sostiene di aver assistito
personalmente a uno di quei momenti di generale raccoglimento. E poi, fra le
strane coincidenze, vi è la storia di un’isola, oggi scomparsa, dove sarebbero
vissuti uomini e animali straordinari: a questo proposito, Saint-Yves cita il
riassunto del periplo di Iambulo fatto da Diodoro Siculo, mentre Ossendowski
parla del viaggio di un antico buddista del Nepal, e tuttavia le loro
descrizioni non differiscono quasi; se davvero esistono due versioni di questa
storia provenienti da fonti così lontane l’una dall’altra, potrebbe essere
interessante ritrovarle e confrontarle accuratamente.
Abbiamo voluto segnalare tutte queste
concordanze, ma teniamo anche a dire che non ci convincono affatto della realtà
del plagio; è nostra intenzione, del resto, non addentrarci in questa sede in
una discussione che, in fondo, ci interessa ben poco. Indipendentemente dalle
testimonianze che Ossendowski stesso ci ha indicato, sappiamo da altre fonti
che racconti di questo genere sono frequenti in Mongolia e in tutta l’Asia
centrale; e aggiungeremo subito che qualcosa di simile esiste nelle tradizioni
di quasi tutti i popoli. D’altra parte, se Ossendowski avesse parzialmente
copiato la Mission de l’Inde, non vediamo
4. Il Dr. Arturo Reghini ci ha fatto notare
che ciò poteva avere un certo rapporto con il timor panicus degli
antichi; tale accostamento ci sembra di fatto estremamente verosimile.
13
perché avrebbe omesso certi passi di grande
effetto, né perché avrebbe cambiato la forma di certe parole, scrivendo per
esempio Agharti invece di Agarttha, il che invece si spiega molto
bene qualora egli abbia ottenuto da fonte mongola le informazioni che
Saint-Yves aveva ottenuto da fonte indù (di fatto sappiamo che egli fu in
relazione con almeno due Indù); 5 né capiamo perché avrebbe usato,
per designare il capo della gerarchia iniziatica, il titolo di «Re del Mondo»,
che non figura mai in Saint-Yves. Anche se si ammettessero certi prestiti,
resta sempre il fatto che Ossendowski dice talora cose che non hanno il loro
equivalente nella Mission de l’Inde, e che egli non ha certo potuto
inventare di sana pianta, tanto più che, essendo interessato più alla politica
che alle idee e alle dottrine, e ignorando tutto ciò che riguarda l’esoterismo,
è stato evidentemente incapace di coglierne egli stesso l’esatta portata:
citeremo in proposito la storia di una «pietra nera» inviata un tempo dal «Re
del Mondo» al Dalai-Lama, poi trasportata a Urga, in Mongolia, e
scomparsa circa cento anni fa; 6 ora, in molte tradizioni le
5. Gli avversari di Ossendowski hanno voluto
spiegare questo fatto sostenendo che egli aveva avuto fra le mani una
traduzione russa della Mission de l’Inde, traduzione la cui esistenza è
molto problematica dato che gli eredi stessi di Saint-Yves la ignorano. È stato
anche rimproverato a Ossendowski di scrivere Om, mentre Saint-Yves
scrive Aum; ma, se Aum è la rappresentazione del monosillabo
sacro scomposto nei suoi elementi costitutivi, è pur sempre Om la
trascrizione corretta che corrisponde alla pronuncia reale in uso sia in India
sia in Tibet e in Mongolia; basta questo particolare per valutare la competenza
di certi critici.
6. Ossendowski, il quale ignora che si tratta di un
aerolite, cerca di spiegare certi fenomeni, come l’apparizione di caratteri
14
«pietre nere» hanno un ruolo importante, da
quella che era il simbolo di Cibele fino a quella incastonata nella Kaabah della
Mecca. 7 Ecco un altro esempio: il Bogdo-Khan o «Buddha
vivente», che risiede a Urga, conserva, insieme ad altre cose preziose,
l’anello di Gengis-Khan su cui è inciso uno swastika, e una placca di
rame che porta il sigillo del «Re del Mondo»; sembra che Ossendowski abbia
potuto vedere solo il primo di questi due oggetti, ma ben difficilmente avrebbe
potuto immaginare l’esistenza del secondo; e in tal caso non gli sarebbe venuto
più naturale parlare di una placca d’oro?
Queste poche osservazioni preliminari sono
sufficienti per lo scopo che ci siamo proposti, poiché intendiamo rimanere
assolutamente estranei a qualsiasi polemica e questione personale; se citiamo
Ossendowski e Saint-Yves è solo perché quello che hanno detto può servire come
punto di partenza per considerazioni che nulla hanno a che vedere con quanto si
potrà pensare dell’uno o dell’altro, e la cui portata supera di molto le loro
individualità e anche la nostra che, in questo ambito, non deve certo contare di
più. Riguardo
sulla sua superficie, supponendo che si tratti
di un frammento di una sorta di ardesia.
7. Si potrebbe fare un curioso accostamento anche
col lapsit exillis, pietra caduta dal cielo sulla quale, in determinate
circostanze, apparivano iscrizioni, e che viene identificata con il Graal nella
versione di Wolfram von Eschenbach. A rendere la cosa ancor più singolare, sta
il fatto che, secondo questa versione, il Graal finì con l’essere trasportato
nel «regno del Prete Gianni» che taluni hanno voluto identificare con la
Mongolia, benché nessuna localizzazione geografica possa essere qui accettata
in senso letterale (cfr. L’Ésotérisme de Dante, 1957, pp. 35-36; si veda
anche più avanti).
15
alle loro opere, non vogliamo dedicarci a una
«critica del testo» più o meno inutile, ma fornire piuttosto indicazioni che,
almeno per quanto ne sappiamo, non sono ancora state date da nessuno e che
possono in qualche misura aiutare a chiarire quello che Ossendowski chiama il
«mistero dei misteri». 8
8. Ci ha meravigliato apprendere, recentemente, che
taluni volevano far passare il presente libro come «testimonianza» in favore di
un personaggio di cui, nel momento in cui scrivevamo, ci era ignota persino
l’esistenza; opponiamo la più formale smentita a qualsiasi asserzione del
genere, da qualunque parte venga, perché per noi si tratta esclusivamente di
una esposizione di dati che appartengono al simbolismo tradizionale e non hanno
perciò nulla a che vedere con «personificazioni» di sorta.
16
II
Regalità e pontificato
Il titolo di «Re del Mondo», inteso nella sua
accezione più elevata, più completa e insieme più rigorosa, viene attribuito
propriamente a Manu, il Legislatore primordiale e universale il cui nome
si ritrova, sotto forme diverse, presso numerosi popoli antichi; ricordiamo
soltanto, a questo proposito, il Mina o Menes degli Egizi, il Menw
dei Celti e il Minosse dei Greci. 1 Tale nome, del resto, non
indica un personaggio storico o più o meno leggendario. Esso designa, in
realtà, un principio, l’Intelligenza cosmica che riflette la Luce spirituale
pura e formula la Legge (Dharma) propria delle condizioni del nostro
mondo o del nostro ciclo di esistenza; ed è, al tempo stesso, l’archetipo
dell’uomo considerato specialmente in quanto essere pensante (in sanscrito mânava).
D’altra parte, l’importante qui è far rilevare
che tale principio può essere reso manifesto da un centro spirituale stabilito
nel mondo terrestre, da una organizzazione incaricata di conservare
integralmente il deposito della tradizione sacra, di origine «non umana» (apaurushêya),
per mezzo della quale la Sapienza primordiale si comunica
1. Per i Greci Minosse era insieme il
Legislatore dei vivi e il Giudice dei morti; nella tradizione indù queste due
funzioni appartengono rispettivamente a Manu e a Yama. Essi
vengono per altro rappresentati come fratelli gemelli, il che indica che si
tratta dello sdoppiamento di un principio unico, considerato sotto due aspetti
diversi.
17
attraverso le epoche a coloro che sono in
grado di riceverla. Il capo di tale organizzazione, in quanto rappresenta in
certo modo Manu stesso, potrà legittimamente portarne il titolo e gli
attributi; inoltre, dato il grado di conoscenza che deve aver raggiunto per
poter esercitare la sua funzione, si identifica realmente col principio di cui
è in certo modo l’espressione umana e davanti al quale la sua individualità
scompare. Così è per l’Agarttha, se questo centro ha raccolto, come dice
Saint-Yves, l’eredità dell’antica «dinastia solare» (Sûrya-vansha) che
risiedeva un tempo a Ayodhyâ 2 e che faceva risalire la propria
origine a Vaivaswata, il Manu del ciclo attuale. Come già si è
detto, Saint-Yves non considera tuttavia il capo supremo dell’Agarttha
quale «Re del Mondo»; lo presenta come «Sovrano Pontefice» e inoltre lo pone a
capo di una «Chiesa brâhmanica», designazione che deriva da una concezione un
po’ troppo occidentalizzata. 3 A parte quest’ultima riserva, ciò che
egli dice completa, a questo riguardo, quanto a sua volta dice Ossendowski; si
direbbe che ciascuno dei due abbia visto soltanto l’aspetto più direttamente
corrispondente alle proprie tendenze e preoccupazioni dominanti, poiché qui, in
verità, si tratta di
2. Questa sede della «dinastia solare», se
considerata simbolicamente, può essere paragonata alla «Cittadella solare» dei
Rosacroce, come anche, senz’altro, alla «Città del Sole» di Campanella.
3. La denominazione «Chiesa brâhmanica», di fatto,
è stata usata in India soltanto dalla setta eterodossa e moderna del Brahma-Samâj,
sorta all’inizio del
secolo XIX per opera di influssi europei e specialmente protestanti, poi ben
presto divisa in numerose ramificazioni rivali e oggi quasi del tutto estinta;
è curioso notare che uno dei fondatori di tale setta fu il nonno del poeta Rabindranath
Tagore.
18
un doppio potere, al tempo stesso sacerdotale
e regale.
Il carattere «pontificale», nel senso più vero
che ha questa parola, appartiene realmente, e per eccellenza, al capo della
gerarchia iniziatica, e ciò richiede una spiegazione: letteralmente, il Pontifex
è un «costruttore di ponti», e questo titolo romano è in qualche modo, per la
sua origine, un titolo «massonico»; ma, simbolicamente, il Pontifex è
colui che adempie la funzione di mediatore, in quanto stabilisce la
comunicazione fra questo mondo e i mondi superiori. 4 In tal senso,
l’arcobaleno, il «ponte celeste», è un simbolo naturale del «pontificato»; e
tutte le tradizioni gli attribuiscono significati perfettamente concordanti:
così, presso gli Ebrei, esso è il pegno dell’alleanza di Dio con il suo popolo;
in Cina, è il segno dell’unione del Cielo con la Terra; in Grecia, rappresenta
Iride, la «messaggera degli Dèi»; un po’ dappertutto, presso gli Scandinavi, i
Persiani, gli Arabi, in Africa centrale e anche presso certi popoli
dell’America del Nord, è il ponte che collega il mondo sensibile a quello sovrasensibile.
Presso i Latini, poi, l’unione dei due poteri,
sacerdotale e regale, era rappresentata da un certo aspetto del simbolismo di Janus,
simbolismo
4. San Bernardo dice che «il Pontefice, come
indica l’etimologia del suo nome, è una specie di ponte fra Dio e l’uomo» (Tractatus
de Moribus et Officio Episcoporum, III, 9). ‑ Vi è in India un termine
peculiarmente giainista, che è l’equivalente del Pontifex latino: è la
parola Tîrthamkara, letteralmente «colui che passa un guado o si fa un
passaggio»; il passaggio cui si allude è la via della Liberazione (Moksha).
I Tîrthamkara sono ventiquattro, come i vecchi dell’Apocalisse, i
quali, del resto, costituiscono anch’essi un Collegio pontificale.
19
estremamente complesso e dai molteplici
significati; le chiavi d’oro e d’argento raffiguravano, in tale contesto, le
due iniziazioni corrispondenti. 5 Si tratta, per usare la
terminologia indù, della via dei Brâhmani e di quella degli Kshatriya;
ma, alla sommità della gerarchia, si arriva al principio comune da cui gli uni
e gli altri traggono i loro attributi rispettivi, dunque al di là della loro
distinzione, poiché lì è la sorgente di ogni autorità legittima, in qualsiasi
ambito essa si eserciti; e gli iniziati dell’Agarttha sono ativarna,
cioè «al di là delle caste». 6
Vi era, nel medioevo, un’espressione che
riuniva in sé, in un modo che vale la pena di sottolineare, i due aspetti
complementari dell’autorità: a quell’epoca, si parlava spesso di una contrada
misteriosa chiamata «regno del prete Gianni». 7 Era il
5. Da un altro punto di vista, queste chiavi
sono rispettivamente quelle dei «grandi Misteri» e quelle dei «piccoli
Misteri». ‑ In certe rappresentazioni di Janus, i due poteri sono anche
simboleggiati da una chiave e uno scettro.
6. Notiamo a questo proposito che l’organizzazione
sociale del medioevo occidentale sembra essere stata, in linea di massima,
ricalcata sull’istituzione delle caste: il clero corrispondeva ai Brâhmani,
la nobiltà agli Kshatriya, il terzo
stato ai Vaishya, i servi agli Shûdra.
7. Si parla segnatamente del «prete Gianni», verso
l’epoca di san Luigi, nei viaggi di Pian del Carpine e di Rubruquis. Le cose
sono complicate dal fatto che, secondo alcuni, vi sarebbero stati fino a
quattro personaggi a portare quel titolo: in Tibet (o sul Pamir), in Mongolia,
in India e in Etiopia (quest’ultima parola aveva allora del resto un
significato molto vago); ma è probabile che si tratti solo di rappresentanti
diversi di un unico potere. Si dice anche che Gengis-Khan abbia cercato di
attaccare il regno del prete Gianni, ma che questi lo abbia respinto scatenando
la folgore contro i suoi eserciti. Infine, dall’epoca delle invasioni
musulmane, il prete Gianni avrebbe cessato di manifestarsi, e sarebbe
rappresentato esteriormente dal Dalai-Lama.
20
tempo in cui quella che si potrebbe designare
la «copertura esteriore» del centro in questione era costituita, in buona
parte, dai Nestoriani (o da quanto si è convenuto, a torto o a ragione, di
chiamare così) e dai Sabei; 8 proprio questi ultimi si attribuivano
il nome di Mendayyeh di Yahia, cioè «discepoli di Gianni». A questo
proposito, possiamo fare subito un’altra osservazione: è per lo meno curioso
che numerosi gruppi orientali a carattere molto chiuso, dagli Ismaeliti o
discepoli del «Vecchio della Montagna» ai Drusi del Libano, abbiano assunto
tutti, similmente agli ordini cavallereschi occidentali, il titolo di
«guardiani della Terra Santa». Quanto segue aiuterà senza dubbio a capire
meglio il significato di tutto ciò; si direbbe che Saint-Yves abbia trovato una
parola molto giusta, forse ancor più di quanto lui pensasse, quando parla dei
«Templari dell’Agarttha». Perché non ci si meravigli dell’espressione
«copertura esteriore» che abbiamo appena usato, aggiungeremo che bisogna aver
ben presente il fatto che l’iniziazione cavalleresca era essenzialmente
un’iniziazione di Kshatriya; il che spiega, fra l’altro, il ruolo
8. In Asia centrale, e particolarmente nella
regione del Turkestan, sono state trovate croci nestoriane molto simili nella
forma alle croci della cavalleria; alcune di esse, inoltre, portano al centro
la figura dello swastika. ‑ D’altra parte, bisogna notare che i
Nestoriani, le cui relazioni con il Lamaismo sembrano incontestabili, svolsero
un’azione importante, benché piuttosto enigmatica, all’inizio dell’Islam. I
Sabei, dal canto loro, esercitarono una grande influenza sul mondo arabo al
tempo dei Califfi di Bagdad; vi è chi sostiene, inoltre, che presso di loro si
siano rifugiati, dopo un soggiorno in Persia, gli ultimi neoplatonici.
21
preponderante che vi svolge il simbolismo
dell’Amore. 9
A prescindere da queste ultime considerazioni,
l’idea di un personaggio che è sacerdote e re al tempo stesso non è molto
comune in Occidente, benché, proprio all’origine del Cristianesimo, essa sia
rappresentata in modo assai evidente dai «Re Magi»; ancora nel medioevo il
potere supremo (stando per lo meno alle apparenze esteriori) era diviso fra il
Papato e l’Impero. 10 Tale separazione può essere considerata il
segno di un’organizzazione incompleta al vertice, se così possiamo esprimerci,
poiché non vi appare il principio comune da cui procedono e dipendono
regolarmente i due poteri; dunque il vero potere supremo doveva trovarsi
altrove. In Oriente, al contrario, il mantenimento di una separazione al
vertice stesso della gerarchia è abbastanza eccezionale, e solo in certe
concezioni buddiste si può incontrare qualcosa del genere; intendiamo alludere
alla incompatibilità dichiarata tra la funzione di Buddha e quella di Chakravartî
o «monarca universale», 11 là dove si dice che Shâkya-Muni, a
un certo momento, dovette scegliere fra l’una e l’altra.
È opportuno aggiungere che il termine Chakravartî,
9. Abbiamo già segnalato questa particolarità
nel nostro studio L’Ésotérisme de Dante.
10. Nella Roma antica, per contro, l’Imperator
era al tempo stesso Pontifex Maximus. ‑ Anche la teoria musulmana del
Califfato unisce, almeno in certa misura, i due poteri, come anche avviene
nella concezione estremo-orientale del Wang (si veda La Grande Triade,
cap. XVII).
11. Abbiamo rilevato altrove l’analogia che esiste
fra la concezione del Chakravartî e l’idea di Impero in Dante, dei quale
è opportuno menzionare, a questo riguardo, il De Monarchia.
22
che non ha nulla di particolarmente buddistico,
si adatta molto bene, in rapporto ai dati della tradizione indù, alla funzione
del Manu o dei suoi rappresentanti: letteralmente è «colui che fa girare
la ruota», colui cioè che, posto al centro di tutte le cose, ne dirige il
movimento senza parteciparvi egli stesso, o che, secondo l’espressione di
Aristotele, ne è il «motore immobile». 12
Richiamiamo particolarmente l’attenzione su
questo: il centro di cui si tratta è il punto fisso che tutte le tradizioni
sono concordi a designare simbolicamente come il «Polo», perché è attorno a
esso che si effettua la rotazione del mondo, rappresentata generalmente dalla
ruota, sia presso i Celti sia presso i Caldei e gli Indù. 13 Tale è
il vero significato dello swastika, segno che troviamo diffuso
dappertutto, dall’Estremo Oriente all’Estremo Occidente, 14 e che è
essenzialmente il «segno del Polo». Il suo senso reale viene qui fatto
conoscere certamente per la prima volta
12. La tradizione cinese usa, in un senso
molto simile, l’espressione «Invariabile Mezzo». ‑ È il caso di notare che,
secondo il simbolismo massonico, i Maestri si riuniscono nella «Camera del
Mezzo».
13. Il simbolo celtico della ruota si è conservato
nel medioevo; se ne possono trovare numerosi esempi nelle chiese romaniche e
anche il rosone gotico sembra essere derivato da questo simbolo, perché vi è
una relazione sicura fra la ruota e i fiori emblematici, quali la rosa in
Occidente e il loto in Oriente.
14. Questo stesso segno non fu estraneo
all’ermetismo cristiano: abbiamo visto nell’antico monastero dei Carmelitani di
Loudun simboli molto curiosi, risalenti verosimilmente alla seconda metà del
secolo XV, e nei quali lo swastika, insieme al segno di cui
parleremo più avanti, ha un’importanza centrale. È bene notare, a questo
proposito, che i Carmelitani, venuti dall’Oriente, ricollegano la fondazione
del loro
23
nell’Europa moderna. Gli studiosi
contemporanei, di fatto, hanno cercato invano di spiegare questo simbolo con le
più fantasiose teorie; nella maggior parte, ossessionati da una sorta di idea
fissa, hanno voluto vedervi, come in quasi ogni altra cosa, un segno
esclusivamente «solare», 15 mentre, se anche talvolta lo è
diventato, ciò non è potuto avvenire che accidentalmente e per vie traverse.
Altri si sono avvicinati maggiormente alla verità considerando lo swastika
come simbolo del movimento; ma tale interpretazione, pur non essendo falsa, è
molto riduttiva, poiché non si tratta di un movimento qualunque, ma di un
movimento di rotazione che si compie intorno a un centro o a un asse immobile;
ed è il punto fisso, ripetiamo, l’elemento essenziale cui si riferisce
direttamente il simbolo in questione. 16
Da quanto abbiamo detto, si potrà già capire
che il «Re del Mondo» deve avere una funzione essenzialmente ordinatrice e
regolatrice (e si noterà che non senza ragione quest’ultima parola ha la
Ordine a Elia e a Pitagora (come la
Massoneria, dal canto suo, si ricollega sia a Salomone sia a Pitagora stesso,
il che costituisce una somiglianza molto notevole), e che, d’altra parte,
alcuni sostengono che essi, nel medioevo, avevano un’iniziazione molto vicina a
quella dei Templari, come anche i religiosi della Mercede; si sa che
quest’ultimo Ordine ha dato il suo nome a un grado della Massoneria scozzese,
della quale abbiamo parlato abbastanza a lungo nell’Ésotérisme de Dante.
15. La stessa osservazione si può applicare in
particolare alla ruota, della quale abbiamo appena indicato il vero
significato.
16. Solo per ricordarla, citeremo l’opinione,
ancora più fantasiosa delle altre, che fa dello swastika lo schema di
uno strumento primitivo destinato alla produzione del fuoco; se è vero che
talvolta questo simbolo può avere un certo rapporto col fuoco, essendo in
particolare un emblema di Agni, ciò dipende però da tutt’altre ragioni.
24
stessa radice di rex e regere),
funzione che può riassumersi in una parola come «equilibrio» o «armonia», il
che viene reso esattamente in sanscrito dal termine Dharma: 17
con ciò intendiamo il riflesso, nel mondo manifestato, dell’immutabilità del
Principio supremo. Si potrà capire anche, sulla base delle stesse
considerazioni, perché il «Re del Mondo» ha come attributi fondamentali la
«Giustizia» e la «Pace», che sono appunto le forme rivestite specificamente da
tale equilibrio e tale armonia nel «mondo dell’uomo» (mânava-loka). 18
Anche questo è un punto della massima importanza; e, a parte la sua portata
generale, lo segnaliamo a coloro che si abbandonano a certi chimerici timori di
cui si trova una qualche eco anche nelle ultime righe del libro di Ossendowski.
17. La radice dhri esprime essenzialmente
l’idea di stabilità; la forma dhru, che ha il medesimo senso, è la
radice di Dhruva, nome sanscrito del Polo, e alcuni la collegano col
nome greco della quercia, drus; in latino, del resto, la parola robur
significa al tempo stesso quercia e forza, fermezza. Presso i Druidi (il cui
nome va forse letto dru-vid, unione di forza e saggezza), così come a
Dodona, la quercia rappresentava l’«Albero del Mondo», simbolo dell’asse fisso
che congiunge i Poli.
18. Bisogna ricordare qui i testi biblici nei quali
la Giustizia e la Pace si trovano strettamente collegate: «Justitia et Pax
osculatæ sunt» (Salmi, LXXXIV, 11), «Pax opus Justitiæ», ecc.
25
III
La «Shekinah» e «Metatron»
Vi sono spiriti timorosi, la cui capacità di
comprendere è stranamente limitata da idee preconcette, i quali sono rimasti
turbati dalla denominazione stessa di «Re del Mondo», che hanno subito
avvicinato a quella del Princeps hujus
mundi di cui si parla nel Vangelo. Tale assimilazione, ovviamente, è
del tutto erronea e priva di fondamento; per accantonarla, potremmo limitarci a
far osservare che il titolo di «Re del Mondo», in ebraico e in arabo, è di
solito attribuito a Dio stesso. 1 Tuttavia, dato che ciò può dar
luogo a qualche osservazione interessante, considereremo a questo proposito le
teorie della Cabbala ebraica concernenti gli «intermediari celesti». Tali
teorie, per altro, hanno un rapporto estremamente diretto col tema principale
del presente studio.
Gli «intermediari celesti» di cui si tratta
sono la Shekinah e Metatron; diremo innanzitutto che, nel suo
senso più generale, la Shekinah è la «presenza reale» della Divinità. Si
noti che i passi della Scrittura dove ne è fatta menzione sono soprattutto
quelli in cui si tratta dell’istituzione di un centro spirituale: la
costruzione di un Tabernacolo, l’edificazione dei Templi di Salomone e di
Zorobabel. Un simile centro, costituito
1. Vi è per altro una grande differenza di
significato fra «il Mondo» e «questo mondo», a tal punto che, in certe lingue,
esistono, per designarli, due termini affatto distinti: «il Mondo» è el-âlam,
mentre «questo mondo» è ed-dunyâ.
27
in condizioni definite secondo la regola,
doveva essere di fatto il luogo della manifestazione divina, sempre
rappresentata come «Luce»; è curioso osservare che l’espressione «luogo
illuminatissimo e regolarissimo», conservata dalla Massoneria, sembra proprio
essere un ricordo dell’antica scienza sacerdotale che presiedeva alla
costruzione dei templi e che, del resto, non era peculiare degli Ebrei;
torneremo più tardi su questo argomento. Non è il caso che ci addentriamo nello
sviluppo della teoria degli «influssi spirituali» (preferiamo questa
espressione alla parola «benedizioni» per tradurre l’ebraico berakoth,
tanto più che tale è il senso che ha conservato in arabo la parola barakah);
ma, anche limitandosi a considerare le cose da questo solo punto di vista,
sarebbe possibile spiegarsi le parole di Elias Levita che Vulliaud riporta
nella sua opera La Kabbale juive: «I Maestri della Cabbala hanno a
questo proposito grandi segreti».
La Shekinah si presenta sotto aspetti
molteplici, tra cui due principali, l’uno interno, l’altro esterno; d’altra
parte vi è nella tradizione cristiana una frase che indica nel modo più chiaro
questi due aspetti: «Gloria in excelsis Deo, et in terra Pax hominibus
bonæ voluntatis». Le parole Gloria e Pax si riferiscono
rispettivamente all’aspetto interno, in rapporto al Principio, e all’aspetto
esterno, in rapporto al mondo manifestato; e, se intendiamo in questo senso
tali parole, si può capire immediatamente perché siano pronunciate dagli Angeli
(Malakim) per annunciare la nascita del «Dio con noi» oppure «in noi» (Emmanuel).
Per quanto riguarda il primo
28
aspetto, si potrebbero anche ricordare le
teorie dei teologi sulla «luce di gloria» nella quale e per mezzo della quale
si opera la visione beatifica (in excelsis); quanto al secondo aspetto,
ritroviamo qui la «Pace» alla quale alludevamo prima e che, nel suo significato
esoterico, è indicata dappertutto come uno degli attributi fondamentali dei
centri spirituali situati in questo mondo (in terra). Del resto, il
termine arabo Sakînah, che è evidentemente identico all’ebraico Shekinah,
si traduce con «Grande Pace», che è l’equivalente della Pax Profunda dei
Rosacroce; e così si potrebbe spiegare che cosa essi intendessero per «Tempio
dello Spirito Santo», come pure si potrebbero interpretare in modo preciso i
numerosi testi evangelici nei quali si parla della «Pace», 2 tanto
più che «la tradizione segreta concernente la Shekinah avrebbe qualche
rapporto con la luce del Messia». E sarà poi accidentale che Vulliaud, nel
fornire quest’ultima indicazione, 3 dica che si tratta della
tradizione «riservata a coloro che seguivano la via che porta al Pardes»,
cioè, come vedremo poi, al centro spirituale supremo?
Questo ci induce a fare un’altra osservazione:
Vulliaud parla in seguito di un «mistero relativo al Giubileo», 4 il
che si ricollega in certo senso all’idea di «Pace», e a questo proposito cita
il seguente testo dello Zohar (III, 52 b): «Il fiume che esce
dall’Eden porta il nome di
2. Del resto nel Vangelo si dichiara molto
esplicitamente che la pace di cui si tratta non è intesa nel senso del mondo
profano (Giov., XIV, 27).
3. La Kabbale juive, I, p. 503.
4. Ib., pp. 506-507.
29
Jobel», come pure
il testo di Geremia (XVII, 8): «estenderà le sue radici verso il fiume», da cui
risulta che «l’idea centrale del Giubileo è la restituzione di tutte le cose al
loro stato primitivo». Si tratta chiaramente di quel ritorno allo «stato
primordiale» che tutte le tradizioni contemplano e sul quale noi abbiamo avuto
occasione di soffermarci un po’ nel nostro studio L’Ésotérisme de Dante;
e, se si aggiunge che «il ritorno di tutte le cose al loro stato primitivo
segnerà l’era messianica», coloro che hanno letto quello studio potranno
ricordarsi di quanto dicevamo sui rapporti del «Paradiso terrestre» e della
«Gerusalemme celeste». Del resto, a dire il vero, qui si tratta sempre, in fasi
diverse della manifestazione ciclica, del Pardes, il centro di questo
mondo, che il simbolismo tradizionale di tutti i popoli paragona al cuore,
centro dell’essere e «residenza divina» (Brahma-pura nella dottrina
indù), come il Tabernacolo che ne è l’immagine e che perciò è detto in ebraico mishkan
o «abitacolo di Dio», parola la cui radice è la stessa di Shekinah.
Secondo un altro punto di vista, la Shekinah
è la sintesi delle Sephiroth; ora, nell’albero sephirotico, la «colonna
di destra» è il lato della Misericordia, e la «colonna di sinistra» è il lato
del Rigore; 5 dobbiamo dunque ritrovare tali aspetti anche nella Shekinah
e possiamo notare subito, per collegare questo a quanto precede,
5. Un simbolismo molto simile è espresso dalla
figura medioevale dell’«albero dei vivi e dei morti», che ha inoltre un
rapporto molto chiaro con l’idea di «posterità spirituale»; va osservato che
l’albero sephirotico viene talora identificato con l’«Albero della Vita».
30
che, almeno sotto un certo rispetto, il Rigore
si identifica con la Giustizia e la Misericordia con la Pace. 6 «Se
l’uomo pecca e si allontana dalla Shekinah, cade in balia delle potenze
(Sârim) che dipendono dal Rigore» 7 e allora la Shekinah
è detta «mano di rigore», il che ricorda subito il noto simbolo della «mano di
giustizia»; ma, all’opposto, «se l’uomo si avvicina alla Shekinah, si
libera» e la Shekinah è la «mano destra» di Dio, come dire che la «mano
di giustizia» diviene allora la «mano benedicente». 8 Sono questi i
misteri della «Casa di Giustizia» (Beith-Din), che ancora una volta è
una designazione del centro spirituale supremo; 9 quasi non occorre
far notare che i due lati ora esaminati sono quelli in cui si ripartiscono gli
eletti e i dannati nelle rappresentazioni cristiane del «Giudizio Universale».
Si potrebbe anche fare un raffronto
6. Secondo il Talmud, Dio ha due seggi,
quello della Giustizia e quello della Misericordia; tali seggi corrispondono
anche al «Trono» e al «Seggio» della tradizione islamica. Quest’ultima divide i
nomi divini, çifâtiyah, cioè quelli che esprimono gli attributi
propriamente detti di Allah, in «nomi di maestà» (jalâliyah) e
«nomi di bellezza» (jamâliyah), il che corrisponde a una distinzione del
medesimo ordine.
7. La Kabbale juive, I, p. 507.
8. Secondo sant’Agostino e altri Padri della
Chiesa, la mano destra rappresenta parimenti la Misericordia oppure la Bontà,
mentre la mano sinistra, soprattutto in Dio, è il simbolo della Giustizia. La
«mano di giustizia» è uno degli attributi comuni della regalità; la «mano
benedicente» è un segno dell’autorità sacerdotale, e talvolta è stata presa
come simbolo del Cristo. ‑ La figura della «mano benedicente» si trova su certe
monete galliche, come pure lo swastika, talvolta a bracci ricurvi.
9. Questo centro, o qualunque altro costruito a sua
immagine, può essere descritto simbolicamente come un tempio (aspetto
sacerdotale, corrispondente alla Pace) e come un palazzo o un tribunale
(aspetto regale, corrispondente alla Giustizia).
31
con le due vie che i Pitagorici raffigurano
mediante la lettera Y e che il mito di Ercole fra la Virtù e il Vizio
rappresentava in forma essoterica; con le due porte, celeste e infernale, che
presso i Latini erano associate al simbolismo di Janus; con le due fasi
cicliche, ascendente e discendente, 10 che presso gli Indù
similmente si collegano al simbolismo di Ganêsha. 11 Insomma,
da tutto questo è facile capire che cosa significhino in verità espressioni
come «retta intenzione», che troveremo in seguito, e «buona volontà» («Pax
hominibus bonæ voluntatis», e coloro che conoscono un po’ i vari simboli di
cui abbiamo parlato vedranno come non senza motivo la festa del Natale coincida
con l’epoca del solstizio d’inverno), se si ha cura di tralasciare tutte le
interpretazioni esteriori, filosofiche e morali, cui hanno dato luogo dagli
Stoici fino a Kant.
«La Cabbala dà alla Shekinah un paredro
che porta nomi identici ai suoi e che possiede, per conseguenza, i medesimi
caratteri» 12 e naturalmente ha tanti aspetti diversi quanti ne ha
la Shekinah stessa; il suo nome è Metatron, nome che equivale
numericamente a quello di Shaddai, 13 l’«Onnipotente» (che si
dice essere il nome
10. Si tratta delle due metà del ciclo
zodiacale, che si trova frequentemente rappresentato sul portale delle chiese
del medioevo con una disposizione che gli conferisce manifestamente il medesimo
significato.
11. Tutti i simboli che enumeriamo qui
richiederebbero una lunga spiegazione; la daremo forse un giorno in un altro
studio.
12. La Kabbale juive, I, pp. 479-498.
13. Il numero di ciascuno di questi due nomi,
ottenuto mediante l’addizione dei valori delle lettere ebraiche di cui è
formato, è 314.
32
del Dio di Abramo). L’etimologia della parola Metatron
è molto incerta; fra le diverse ipotesi formulate al riguardo una delle più
interessanti è quella che la fa derivare dal caldaico Mitra, che
significa «pioggia» e che, per la sua radice, ha un certo rapporto con la
«luce». D’altra parte non bisogna credere che la somiglianza con il Mitra
indù e zoroastriano costituisca una ragione sufficiente per ammettere che vi
sia qui un prestito del Giudaismo da dottrine straniere, perché non è certo in
questo modo affatto esteriore che vanno considerati i rapporti esistenti fra le
varie tradizioni; e lo stesso va detto per quanto riguarda il ruolo attribuito
alla pioggia in quasi tutte le tradizioni quale simbolo della discesa degli
«influssi spirituali» dal Cielo sulla Terra. A questo proposito, bisogna notare
che la dottrina ebraica parla di una «rugiada di luce» che emana dall’«Albero
della Vita» e per mezzo della quale deve operarsi la resurrezione dei morti; e
parla anche di una «effusione di rugiada» che rappresenta l’influsso celeste
che si comunica a tutti i mondi, il che ricorda singolarmente il simbolismo
alchemico e rosacroce.
«Il termine Metatron comporta tutte le
accezioni di guardiano, Signore, inviato, mediatore»; egli è «l’autore delle
teofanie nel mondo sensibile»; 14 è l’«Angelo della Faccia» e anche
il «Principe del Mondo» (Sâr ha-ôlam): quest’ultima designazione mostra
che non ci siamo affatto allontanati dal nostro argomento. Per applicare il
simbolismo tradizionale già spiegato in precedenza, potremmo dire che, come il
capo della
14. La Kabbale juive, I, pp. 492 e 499.
33
gerarchia iniziatica è il «Polo terrestre»,
così Metatron è il «Polo celeste»; e l’uno si riflette nell’altro,
essendo con esso in relazione diretta attraverso l’«Asse del Mondo». «Il suo
nome è Mikael, il Grande Sacerdote, che è olocausto e oblazione dinanzi
a Dio. E tutto ciò che fanno gli Israeliti sulla terra si compie seguendo i
tipi di quanto avviene nel mondo celeste. Il Grande Pontefice quaggiù
simboleggia Mikael, principe della Clemenza... In tutti i passi in cui
la Scrittura parla dell’apparizione di Mikael, si tratta della gloria
della Shekinah». 15 Ciò che qui è detto degli Israeliti può
essere detto parimenti di tutti i popoli che possiedono una tradizione
veramente ortodossa; a maggior ragione deve essere detto dei rappresentanti
della tradizione primordiale da cui tutte le altre derivano e alla quale tutte
sono subordinate; e questo è in rapporto con il simbolismo della «Terra Santa»,
immagine del mondo celeste al quale abbiamo già fatto allusione. D’altra parte,
è stato detto, Metatron non ha solo l’aspetto della Clemenza, ma anche quello
della Giustizia, non è solo il «Grande Sacerdote» (Kohen ha-gadol) ma
anche il «Grande Principe» (Sâr ha-gadol) e il «capo delle milizie
celesti», come dire che in lui è il principio del potere regale e insieme del
potere sacerdotale o pontificale al quale corrisponde propriamente la funzione
di «mediatore». Bisogna notare, del resto, che Melek, «re», e Maleak,
«angelo» oppure «inviato», non sono, in realtà, che due forme di un’unica
parola; inoltre, Malaki, «il mio inviato» (cioè l’inviato di Dio, o
«l’angelo nel quale
15. Ib., pp. 500-501.
34
è Dio», Maleak ha-Elohim), è l’anagramma
di Mikael. 16
È opportuno aggiungere che se, come abbiamo
visto, Mikael si identifica con Metatron, ne rappresenta però
soltanto un aspetto; accanto alla faccia luminosa, ve ne è una oscura,
rappresentata da Samael, chiamato anch’esso Sâr ha-ôlam; torniamo
qui al punto di partenza delle nostre considerazioni. Di fatto, soltanto
quest’ultimo aspetto rappresenta «il genio di questo mondo» in un senso
inferiore, il Princeps hujus mundi di cui parla il Vangelo; e i suoi
rapporti con Metatron, del quale è l’ombra, giustificano l’uso di una
medesima designazione in un doppio senso, e al tempo stesso fanno intendere
perché il numero apocalittico 666, il «numero della Bestia», è anche un numero
solare. 17 Del resto, secondo sant’Ippolito, 18 «il
Messia e l’Anticristo hanno entrambi per emblema il leone», che è un altro
simbolo solare; si potrebbe fare la stessa osservazione per il serpente 19
e per molti altri simboli. Dal punto di vista cabbalistico, si tratta
16. Quest’ultima osservazione ricorda
naturalmente queste parole: «Benedictus qui venit in nomine Domini»;
esse sono dette dal Cristo, che il Pastore di Hermas assimila appunto a Mikael
in un modo che può apparire piuttosto strano, ma che non deve meravigliare
coloro che capiscono il rapporto che esiste fra il Messia e la Shekinah.
Il Cristo è anche chiamato «Principe della Pace» ed è al tempo stesso il
«Giudice dei vivi e dei morti».
17. Questo numero è formato per esempio dal nome di
Sorath, demone del Sole, e opposto come tale all’angelo Mikael;
lo incontreremo più avanti con un altro significato.
18. Citato da Vulliaud, La Kabbale juive,
II, p. 373.
19. I due aspetti opposti sono raffigurati, per
esempio, dai due serpenti del caduceo; nell’iconografia cristiana sono riuniti
nell’«anfisbena», il serpente a due teste, delle quali una rappresenta Cristo e
l’altra Satana.
35
in questo caso ancora una volta delle due
facce opposte di Metatron; non ci dilungheremo qui sulle teorie che si
potrebbero formulare in generale su tale doppio senso dei simboli, ma diremo
soltanto che la confusione fra l’aspetto luminoso e l’aspetto tenebroso
costituisce propriamente il «satanismo»; e appunto in tale confusione cadono,
involontariamente e certo per ignoranza (il che è una scusa ma non una
giustificazione), coloro che credono di scoprire un significato infernale nella
designazione di «Re del Mondo». 20
20. Segnaliamo poi che il «Globo del Mondo»,
insegna del potere imperiale o della monarchia universale, viene spesso posto
nella mano di Cristo, il che dimostra per altro che esso è l’emblema
dell’autorità spirituale oltre che del potere temporale.
36
IV
Le tre funzioni supreme
Secondo Saint-Yves, il capo supremo dell’Agarttha
porta il titolo di Brahâtmâ (sarebbe più corretto scrivere Brahmâtmâ),
«supporto delle anime nello Spirito di Dio»; i suoi due coadiutori sono il Mahâtmâ,
«rappresentante dell’Anima universale» e il Mahânga, «simbolo di tutta
l’organizzazione materiale del Cosmo»: 1 questa è la divisione
gerarchica che le dottrine occidentali rappresentano mediante il ternario
«spirito, anima, corpo», e che è applicata qui secondo l’analogia costitutiva
del Macrocosmo e del Microcosmo. È importante notare che tali termini, in
sanscrito, designano propriamente dei princìpi e non possono essere applicati a
esseri umani se non in quanto rappresentanti di questi stessi princìpi, in modo
che, anche in tale caso, sono collegati essenzialmente a funzioni e non a
individualità. Secondo Ossendowski, il Mahâtmâ «conosce gli avvenimenti
del futuro», e il Mahânga «dirige le cause di tali avvenimenti»; quanto
al Brahâtmâ, può «parlare a Dio faccia a faccia» 2 ed è
facile capire che cosa significhi questo, ricordando che esso occupa il punto
centrale in cui si stabilisce la comunicazione diretta del mondo terrestre con
gli stati superiori e, per loro mezzo, con
1. Ossendowski scrive Brahytma, Mahytma,
Mahynga.
2. Abbiamo visto prima che Metatron è
l’«Angelo della Faccia».
37
il Principio supremo. 3 Del resto,
l’espressione «Re del Mondo», intesa in senso stretto ed esclusivamente in
rapporto col mondo terrestre, sarebbe assai inadeguata; ben più esatto, per
certi riguardi, sarebbe attribuire al Brahâtmâ quella di «Signore dei
tre mondi» 4 perché, in ogni vera gerarchia, colui che possiede il
grado superiore possiede al tempo stesso e per ciò stesso tutti i gradi
subordinati, e quei «tre mondi» (che costituiscono il Tribhuvana della
tradizione indù) sono, come spiegheremo più avanti, i regni che corrispondono
rispettivamente alle tre funzioni che abbiamo appena enumerato.
«Quando esce dal Tempio,» dice Ossendowski «il
Re del Mondo è raggiante di Luce divina». La Bibbia ebraica dice esattamente lo
stesso di Mosè quando scende dal Sinai 5 e, a proposito di questo
raffronto, bisogna notare che la tradizione islamica considera Mosè come colui
che è stato il «Polo» (El-Qutb) della sua epoca; del resto, non è questa
la ragione per cui la Cabbala dice che fu istruito da Metatron stesso?
Converrebbe anche fare una distinzione fra il
3. Secondo la tradizione estremo-orientale,
l’«Invariabile Mezzo» è il punto in cui si manifesta l’«Attività del Cielo».
4. Coloro che si meravigliassero di una simile
espressione dovrebbero chiedersi se hanno mai pensato a che cosa significhi il triregnum,
la tiara a tre corone che, insieme alle chiavi, è una delle principali insegne
del Papato.
5. È detto inoltre che Mosè dovette coprirsi il
viso con un velo per poter parlare al popolo, che non poteva sopportarne lo
splendore (Esodo, XXIV, 29-35); in senso simbolico, ciò indica la
necessità di un adattamento essoterico per la moltitudine. Ricordiamo a questo
proposito il doppio significato della parola «rivelare», che può voler dire sia
«scostare il velo» sia «ricoprire con un velo»; così la parola manifesta e vela
al tempo stesso il pensiero che esprime.
38
centro spirituale supremo del nostro mondo e i
centri secondari che possono essergli subordinati e che lo rappresentano solo
in rapporto a tradizioni particolari, adattate specialmente a determinati
popoli. Senza dilungarci su questo punto, faremo osservare che la funzione di
«legislatore» (in arabo rasûl), che è propria di Mosè, presuppone
necessariamente una delega del potere che il nome di Manu designa; e,
d’altra parte, uno dei significati inerenti al nome di Manu indica
appunto la riflessione della Luce divina.
«Il Re del Mondo» disse un lama a Ossendowski
«è in rapporto con i pensieri di tutti coloro che dirigono il destino
dell’umanità... Conosce le loro intenzioni e le loro idee. Se esse piacciono a
Dio, il Re del Mondo le favorirà col suo aiuto invisibile; se dispiacciono a
Dio, il Re provocherà il loro fallimento. Tale è il potere dato all’Agharti
mediante la scienza misteriosa di Om, parola con cui diamo inizio a
tutte le nostre preghiere». Segue subito dopo una frase che lascia senz’altro
stupefatto chi ha una sia pur vaga idea del significato del monosillabo sacro Om:
«Om è il nome di un santo antico, il primo dei Goro [Ossendowski
scrive goro per guru], che visse trecentomila anni fa». Questa
frase, infatti, è assolutamente inintelligibile se non si tiene conto del fatto
che l’epoca di cui si tratta, e che del resto a noi pare indicata in modo assai
vago, è molto anteriore all’era del presente Manu; d’altra parte, l’Adi-Manu
o primo Manu del nostro Kalpa (in cui Vaivaswata è il
settimo) è chiamato Swâyambhuva, cioè uscito da Swayambhû, «Colui
che sussiste di per sé», o il Logos eterno; ora il Logos, o chi
lo rappresenta direttamente, può veramente
39
mente essere designato come il primo dei Guru
o «Maestri spirituali»; e, in realtà, Om è un nome del Logos. 6
D’altra parte, la parola Om fornisce
immediatamente la chiave della ripartizione gerarchica delle funzioni fra il Brahâtmâ
e i suoi due coadiutori, quale noi abbiamo indicato prima. Di fatto,
secondo la tradizione indù, i tre elementi di questo monosillabo sacro
simboleggiano rispettivamente i «tre mondi» ai quali alludevamo prima, cioè i
tre termini del Tribhuvana: la Terra (Bhû), l’Atmosfera (Bhuvas),
il Cielo (Swar), cioè, in altri termini, il mondo della manifestazione
corporea, il mondo della manifestazione sottile o psichica, il mondo
principiale non manifestato. 7
6. Questo nome si ritrova, in modo piuttosto
sorprendente, anche nell’antico simbolismo cristiano, dove, fra i segni che
servirono a rappresentare Cristo, se ne incontra uno che è stato considerato
più tardi un’abbreviazione di Ave Maria, ma che fu in origine un
equivalente del segno che riunisce le due lettere estreme dell’alfabeto greco, alpha
e omega, per significare che il Verbo è il principio e la fine di tutte le cose;
in realtà esso è persino più completo, perché significa il principio, il mezzo
e la fine. Il segno … si scompone infatti in AUM, cioè nelle lettere latine che corrispondono
esattamente ai tre elementi costitutivi del monosillabo Om (la vocale o
essendo formata, in sanscrito, dall’unione di a e di u).
L’accostamento del segno Aum e dello swastika, presi entrambi
come simboli di Cristo, ci sembra particolarmente significativo dal nostro
punto di vista. D’altra parte occorre notare che la forma di questo segno
presenta due ternari disposti reciprocamente in senso inverso, il che ne fa,
sotto certi aspetti, un equivalente del «sigillo di Salomone»: se si considera
quest’ultimo nella forma … in cui il tratto orizzontale mediano precisa il
significato generale del simbolo segnando il piano di riflessione o «superficie
delle Acque», si vede che le due figure comportano il medesimo numero di linee
e non differiscono se non per la disposizione di due di queste, che,
orizzontali nell’una, divengono verticali nell’altra.
7. Per ulteriori sviluppi riguardo a tale
concezione dei «tre mondi», dobbiamo rimandare alle nostre opere precedenti:
40
Sono questi, dal basso in alto, i regni propri
del Mahânga, del Mahâtmâ e del Brahâtmâ, come si
può constatare riferendosi all’interpretazione dei loro titoli che abbiamo data
in precedenza; e i rapporti di subordinazione esistenti fra i diversi regni
giustificano per il Brahâtmâ l’appellativo di «Signore dei tre mondi»
che abbiamo già usato: 8 «Questi è il Signore di tutte le cose,
l’onnisciente (che vede immediatamente tutti gli effetti nella loro causa),
l’ordinatore interno (che risiede al centro del mondo e lo regge dal di dentro,
dirigendone il movimento senza parteciparvi), la fonte (di ogni potere
legittimo), l’origine e la fine di tutti gli esseri (della manifestazione
ciclica di cui egli rappresenta la legge)». 9 Servendoci di un altro
simbolismo, parimenti esatto, diremo che il Mahânga rappresenta la base
del triangolo iniziatico e il Brahâtmâ il suo vertice; fra i due, il Mahâtmâ
incarna in certo senso un principio mediatore (la vitalità cosmica, l’Anima
Mundi degli Ermetici), la cui azione si svolge nello «spazio intermedio»; e
tutto ciò è raffigurato molto chiaramente dai corrispondenti caratteri
dell’alfabeto sacro che Saint-Yves
L’Ésotérisme
de Dante e L’Homme et
son devenir selon le Védânta. Nella prima abbiamo
insistito soprattutto sulla corrispondenza di questi mondi, che sono
propriamente degli stati dell’essere, con i gradi dell’iniziazione. Nella
seconda abbiamo fornito la spiegazione completa, da un punto di vista puramente
metafisico, del testo della Mândûkya Upanishad nel quale è interamente
esposto il simbolismo in questione, di cui invece vogliamo offrire qui
un’applicazione particolare.
8. Nell’ordine dei principi universali, la funzione
del Brahâtmâ si riferisce a Îshwara, quella del Mahâtmâ a Hiranyagarbha,
quella del Mahânga a Virâj: i loro rispettivi attributi
potrebbero facilmente esser dedotti da tale corrispondenza.
9. Mândûkya
Upanishad, shruti 6.
41
chiama vattan e Ossendowski vatannan,
o, il che è lo stesso, dalle forme geometriche (linea retta, spirale, punto)
alle quali si riferiscono essenzialmente i tre mâtrâ o elementi
costitutivi del monosillabo Om.
Spieghiamoci con chiarezza ancora maggiore: al
Brahâtmâ appartiene la pienezza dei due poteri sacerdotale e regale,
considerati principialmente e in certo senso allo stato indifferenziato; i due
poteri si distinguono in seguito per manifestarsi, il Mahâtmâ
rappresenta allora in particolare il potere sacerdotale e il Mahânga il
potere regale. Tale distinzione corrisponde a quella dei Brâhmani e
degli Kshatriya; essendo però «al di là delle caste», il Mahâtmâ
e il Mahânga hanno in se stessi, come il Brahâtmâ, un carattere
sacerdotale e regale a un tempo. A questo proposito, chiariremo un punto forse
non ancora spiegato in modo soddisfacente e tuttavia molto importante: abbiamo
alluso prima ai «Re Magi» del Vangelo, dicendo che essi riuniscono in sé i due
poteri; diremo ora che tali personaggi misteriosi non rappresentano altro, in
realtà, che i tre capi dell’Agarttha. 10 Il Mahânga
offre a Cristo l’oro e lo saluta come «Re»; il Mahâtmâ gli offre
l’incenso e lo saluta come «Sacerdote»; il Brahâtmâ, infine, gli offre
la mirra (cioè il balsamo d’incorruttibilità, immagine dell’Amritâ) 11
10. Saint‑Yves dice giustamente che i tre «Re
Magi» erano venuti dall’Agarttha, ma non fornisce alcun particolare in
proposito. ‑ I nomi che comunemente sono loro attribuiti sono molto
probabilmente frutto di fantasia, eccetto tuttavia quello di Melki-Or,
in ebraico «Re della Luce», che è piuttosto significativo.
11. L’Amritâ degli Indù oppure l’Ambrosia
dei Greci (due parole etimologicamente identiche), bevanda o nutrimento
42
e lo saluta come «Profeta» o Maestro
spirituale per eccellenza. L’omaggio reso in tal modo al Cristo nascente, nei
tre mondi che sono anche i loro rispettivi regni, dai rappresentanti autentici
della tradizione primordiale, è nello stesso tempo, si noti bene, il pegno
della perfetta ortodossia del Cristianesimo nei confronti di essa.
Ossendowski, naturalmente, non poteva pensare
a considerazioni di questo ordine; ma, se avesse capito certe cose più
profondamente di quanto non abbia fatto, avrebbe potuto almeno rilevare la
rigorosa analogia che esiste fra il ternario supremo dell’Agarttha e
quello del Lamaismo, come egli stesso lo descrive: il Dalai-Lama, «che
realizza la santità (o la pura spiritualità) di Buddha», il Tashi-Lama,
«che realizza la sua scienza» (non «magica», ma piuttosto «teurgica»), e il Bogdo-Khan,
«che rappresenta la sua forza materiale e guerriera»; esattamente la stessa
ripartizione, secondo i «tre mondi». Questa osservazione avrebbe potuto farla
molto facilmente poiché gli era stato indicato che «la capitale dell’Agharti
ricorda Lhassa dove il palazzo del Dalai-Lama, il Potala, si
trova sulla cima di una montagna coperta di templi e di monasteri»; tale modo
di esporre le cose, del resto, è errato in quanto rovescia i rapporti:
dell’immagine, infatti, si può dire che ricorda il suo prototipo, ma non
l’inverso. Ora il centro del Lamaismo non può essere che un’immagine del vero
«Centro del
d’immortalità, era raffigurata appunto dal Sorna
vedico o dallo Haoma mazdeo. ‑ Gli alberi da gomma o resine
incorruttibili hanno una parte molto importante nel simbolismo; in particolare,
sono stati assunti talvolta come emblemi di Cristo.
43
Mondo»; ma tutti i centri di questo genere
presentano, per quanto riguarda i luoghi in cui sono situati, alcune
particolarità topografiche comuni le quali, lungi dall’essere irrilevanti,
hanno un valore simbolico incontestabile e, inoltre, devono essere in relazione
con le leggi secondo cui agiscono gli «influssi spirituali»; ma tale questione
riguarda propriamente quella scienza tradizionale cui si può dare il nome di
«geografia sacra».
Vi è poi un’altra concordanza non meno degna
di nota: Saint-Yves, descrivendo i diversi gradi o cerchi della gerarchia
iniziatica, i quali sono in relazione con determinati numeri simbolici
riferentisi particolarmente alle divisioni del tempo, termina dicendo che «il
cerchio più alto e più vicino al centro misterioso si compone di dodici membri,
che rappresentano l’iniziazione suprema e corrispondono, fra l’altro, alla zona
zodiacale». Tale struttura si trova riprodotta nel cosiddetto «consiglio
circolare» del Dalai-Lama, costituito dai dodici grandi Namshan
(o Nome-khan); e la si può ritrovare, del resto, persino in certe
tradizioni occidentali, in particolare in quelle che concernono i «Cavalieri
della Tavola Rotonda». Aggiungeremo inoltre che i dodici membri del cerchio
interno dell’Agarttha, dal punto di vista dell’ordine cosmico, non
rappresentano soltanto i dodici segni dello Zodiaco, ma anche (e, benché le due
interpretazioni non si escludano, saremmo tentati di dire «piuttosto»), i
dodici Aditya, che sono altrettante forme del Sole, in rapporto con
quegli stessi segni
44
zodiacali: 12 e naturalmente, come Manu
Vaivaswata è chiamato «figlio del Sole», così il «Re del Mondo» ha tra i
suoi emblemi anche il Sole. 13
La prima conclusione che risulta da tutto
questo è che vi sono veramente legami molto stretti fra le descrizioni che, in
tutti i paesi, si riferiscono a centri spirituali più o meno nascosti, o almeno
difficilmente accessibili. La sola spiegazione plausibile di questo fatto,
qualora tali descrizioni si riferiscano, come sembra, a centri diversi, è che
questi non sono per così dire altro che emanazioni di un centro unico e
supremo, così come tutte le tradizioni particolari sono in fondo solo
adattamenti della grande tradizione primordiale.
12. Si dice che gli Aditya (nati da Aditi
o l’«Invisibile») furono sette, prima di essere dodici, e che il loro capo
allora fosse Varuna. I dodici Aditya sono: Dhâtri, Mitra,
Aryaman, Rudra, Varuna, Sûrya, Bhaga, Vivaswat, Pûshan, Savitri, Twashtri,
Vishnu. Si tratta di altrettante manifestazioni di una essenza unica e
indivisibile; si dice inoltre che questi dodici Soli appariranno tutti
simultaneamente alla fine dei ciclo, rientrando allora nell’unità essenziale e
primordiale della loro natura comune. ‑ Presso i Greci, i dodici grandi Dèi
dell’Olimpo sono anch’essi in corrispondenza con i dodici segni dello Zodiaco.
13. Il simbolo cui alludevamo è esattamente quello
che la liturgia cattolica attribuisce a Cristo quando gli dà il titolo di Sol
Justitiæ; il Verbo è effettivamente il «Sole spirituale», cioè il vero
«Centro del Mondo»; inoltre, l’espressione Sol Justitiæ si riferisce
direttamente agli attributi di Melki-Tsedeq. Bisogna notare poi che il
leone, animale solare, nell’antichità e nel medioevo è un emblema della
giustizia e della potenza insieme; il segno del Leone, nello Zodiaco, è il
domicilio proprio del Sole. ‑ Si può intendere che il Sole a dodici raggi
rappresenti i dodici Aditya: da un altro punto di vista, se il Sole
raffigura Cristo, i dodici raggi sono i dodici Apostoli (la parola apostolos
significa «inviato» e i raggi sono anch’essi «inviati» dal Sole). Del resto,
nel numero dei dodici Apostoli si può scorgere un segno, fra altri, della
perfetta conformità del Cristianesimo con la tradizione primordiale.
45
V
Il simbolismo del Graal
Abbiamo appena alluso ai «Cavalieri della
Tavola Rotonda»; non sarà fuori luogo accennare qui al significato della «cerca
del Graal» che, nelle leggende di origine celtica, è presentata come loro
funzione principale; si fa così allusione, in tutte le tradizioni, a qualcosa
che, a partire da una certa epoca, sarebbe andato perduto o nascosto: il Soma
degli Indù, per esempio, o lo Haoma dei Persiani, la «bevanda
d’immortalità» che ha appunto un rapporto molto diretto col Graal poiché
questo, si dice, è il vaso sacro che contiene il sangue di Cristo, anch’esso
«bevanda d’immortalità». Altrove, il simbolismo è diverso: così, presso gli
Ebrei, ciò che è andato perduto è la pronuncia del gran Nome divino; 1
ma l’idea fondamentale è sempre la stessa e vedremo poi a che cosa corrisponde
esattamente.
Il Santo Graal, si dice, è la coppa che servì
alla Cena e nella quale Giuseppe d’Arimatea raccolse poi il sangue e l’acqua
che sgorgavano dalla ferita aperta nel fianco di Cristo dalla lancia del
centurione
1. Ricorderemo a questo proposito la «Parola
perduta» della Massoneria, che simboleggia similmente i segreti della vera
iniziazione; la «ricerca della Parola perduta» è dunque una forma della «cerca
del Graal». Ciò giustifica la relazione, segnalata dallo storico Henri Martin,
fra la «Massenia del Santo Graal» e la Massoneria (si veda L’Ésotérisme de
Dante, ed. 1957, pp. 35-36); le spiegazioni che diamo qui permetteranno di
capire quanto si diceva circa la connessione strettissima che vi è fra il
simbolismo del Graal e il «centro comune» di tutte le organizzazioni
iniziatiche.
47
Longino. 2 Questa coppa, secondo la
leggenda, sarebbe stata trasportata in Gran Bretagna da Giuseppe d’Arimatea e
da Nicodemo; 3 e in questo si deve vedere un legame fra la
tradizione celtica e il Cristianesimo. La coppa, infatti, ha un ruolo molto
importante nella maggior parte delle tradizioni antiche e così era segnatamente
presso i Celti; è da notare inoltre che spesso è associata alla lancia, e
allora questi due simboli divengono in certo modo reciprocamente complementari;
ma questo ci allontanerebbe dal nostro tema. 4
Ciò che ci mostra forse nel modo più netto il
significato essenziale del Graal è quanto ci viene detto sulla sua origine: la
coppa sarebbe stata intagliata dagli Angeli in uno smeraldo staccatosi dalla
fronte di Lucifero al momento della sua caduta.5 Tale smeraldo
ricorda in modo sorprendente l’urnâ, la perla frontale che nel
simbolismo indù (dal quale è passata nel Buddismo) spesso occupa il posto del
terzo occhio di
2. Il nome Longino è apparentato col
nome della lancia, in greco logké (che si pronuncia lonké); il
latino lancea, del resto, ha la medesima radice.
3. Questi due personaggi rappresentano qui
rispettivamente il potere regale e il potere sacerdotale; lo stesso accade per
Artù e Merlino nell’istituzione della «Tavola Rotonda».
4. Diremo soltanto che il simbolismo della lancia è
spesso in rapporto con l’«Asse del Mondo»; a questo riguardo, il sangue che
stilla dalla lancia ha lo stesso significato della rugiada che emana
dall’«Albero della Vita»; come è noto, tutte le tradizioni sono unanimi
nell’affermare che il principio vitale è intimamente legato al sangue.
5. Alcuni dicono uno smeraldo caduto dalla corona
di Lucifero, ma è un equivoco proveniente dal fatto che Lucifero, prima della
sua caduta, era l’«Angelo della Corona» (cioè Kether, la prima Sephirah),
in ebraico Hakathriel, nome che, del resto, ha come numero 666.
48
Shiva,
rappresentando il «senso dell’eternità», se così si può dire, come abbiamo
spiegato in altra sede. 6 Del resto, si dice poi che il Graal fu
affidato ad Adamo nel Paradiso terrestre ma che, al momento della sua caduta,
Adamo lo perse a sua volta. E infatti non poté portarlo con sé quando fu
cacciato dall’Eden; cosa che diventa chiarissima se sottintendiamo il
significato che abbiamo appena indicato. Di fatto, l’uomo, allontanato dal suo
centro originario, si trovava rinchiuso, a partire da quel momento, nella sfera
temporale; non poteva più raggiungere il punto unico dal quale tutte le cose
sono contemplate nel loro aspetto eterno. In altri termini, il possesso del
«senso dell’eternità» è legato a quello che tutte le tradizioni chiamano, come
abbiamo già ricordato, lo «stato primordiale», la cui restaurazione costituisce
il primo stadio della vera iniziazione, essendo la condizione preliminare per
la conquista effettiva degli stati «sovrumani». 7 Il Paradiso
terrestre, per altro, rappresenta propriamente il «Centro del Mondo» e quanto
diremo in seguito sul significato originario della parola Paradiso lo
farà capire ancor meglio.
Quanto segue può apparire più enigmatico: Seth
ottenne di rientrare nel Paradiso terrestre e poté recuperare il prezioso vaso;
ora il nome Seth esprime le idee di fondamento e di stabilità e perciò
indica, in qualche modo, la restaurazione dell’ordine primordiale distrutto
dalla caduta
6. L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta, p. 150.
7. Circa questo «stato primordiale» o «stato
edenico», vedi L’Ésotérisme de Dante, ed. 1957, pp. 46-48, 68-70; L’Homme
et son devenir selon le Vêdânta, p. 182.
49
dell’uomo. 8 È comprensibile dunque
che Seth e quelli che dopo di lui possedettero il Graal abbiano potuto proprio
per questo fondare un centro spirituale destinato a sostituire il Paradiso
perduto, e che era come un’immagine di esso; dunque il possesso del Graal rappresenta
la conservazione della tradizione primordiale nella sua integrità in un simile
centro spirituale. La leggenda, del resto, non dice né dove né da chi il Graal
fu custodito fino all’epoca di Cristo; ma l’origine celtica che gli si riconosce
lascia intendere senza dubbio che i Druidi vi ebbero una parte importante e che
devono essere considerati fra i custodi regolari della tradizione primordiale.
La perdita del Graal, o di qualcuno dei suoi
equivalenti simbolici, significa in definitiva la perdita della tradizione con
tutto ciò che essa comporta; ma, a dire il vero, tale tradizione è piuttosto
nascosta che perduta, o almeno può essere perduta solo per quei centri
secondari che abbiano cessato di essere in relazione diretta col centro
supremo. Quest’ultimo invece conserva sempre intatto il deposito della
tradizione e non è intaccato dai cambiamenti che sopravvengono nel mondo
esterno; è così che, secondo vari Padri della Chiesa e soprattutto
sant’Agostino, il diluvio
8. Si dice che Seth rimase quarant’anni nel
Paradiso terrestre; il numero 40 ha anche un significato di «riconciliazione» o
di «ritorno al principio». I periodi misurati mediante questo numero si
ritrovano spesso nella tradizione giudeo-cristiana: ricordiamo i quaranta
giorni del Diluvio, i quarant’anni durante i quali gli Israeliti errarono nel
deserto, i quaranta giorni che Mosè passò sul Sinai, i quaranta giorni del
digiuno di Cristo (la Quaresima ha naturalmente lo stesso significato); e se ne
potrebbero trovare altri ancora.
50
non ha potuto raggiungere il Paradiso
terrestre, che è «la dimora di Enoch e la Terra dei Santi», 9 e la
cui cima «tocca la sfera lunare», cioè si trova al di là del regno del
mutamento (identificato nel «mondo sublunare»), nel punto di comunicazione
della Terra con i Cieli. 10 Ma, come il Paradiso terrestre è
divenuto inaccessibile, così il centro supremo, che è in fondo la stessa cosa,
può, nel corso di un certo periodo, non essere manifestato esteriormente; si
può dire allora che la tradizione è perduta per l’insieme dell’umanità, perché
è conservata solo in alcuni centri rigorosamente chiusi, mentre la massa degli
uomini non vi partecipa più in modo cosciente ed effettivo, contrariamente a
quanto avveniva nello stato originario; 11 tale è appunto la
condizione dell’epoca attuale, il cui inizio risale, del resto, molto di là da
quanto è accessibile alla storia ordinaria e «profana». E così la perdita della
tradizione può, secondo i casi, essere intesa in questo senso generale, oppure
essere riferita all’oscuramento del centro spirituale che, più o meno
invisibilmente, reggeva i destini di un
9. «E Enoch andò verso Dio, e non apparve più
(nel mondo visibile o esterno), perché Dio lo prese» (Genesi, v, 24).
Dunque sarebbe stato trasportato nel Paradiso terrestre; tale è anche
l’opinione di teologi come Tostat e Caetano. ‑ Sulla «Terra dei Santi» o «Terra
dei Viventi», vedi oltre.
10. Ciò è conforme al simbolismo usato da Dante,
che situa il Paradiso terrestre sulla cima della montagna del Purgatorio, la
quale si identifica così con la «montagna polare» di tutte le tradizioni.
11. La tradizione indù insegna che all’origine vi
era una sola casta, chiamata Hamsa; ciò significa che tutti gli uomini
possedevano allora normalmente e spontaneamente il grado spirituale che è
designato con questo nome e che è al di là della distinzione delle quattro
caste attuali.
51
popolo particolare o di una determinata
civiltà; bisogna dunque, ogni volta che si incontra un simbolismo che vi si
riferisce, esaminare se deve essere interpretato nell’uno o nell’altro senso.
Secondo quanto abbiamo detto ora, il Graal
rappresenta al tempo stesso due cose strettamente solidali l’una con l’altra:
colui che possiede integralmente la «tradizione primordiale», che è giunto al
grado di conoscenza effettiva che tale possesso implica essenzialmente, è, di
fatto, proprio per questo reintegrato nella pienezza dello «stato primordiale».
A queste due cose, «stato primordiale» e «tradizione primordiale», si riferisce
il doppio senso che è inerente alla parola Graal, perché, a causa di una
di quelle assimilazioni verbali che nel simbolismo hanno spesso un ruolo non
indifferente, e che hanno per altro ragioni molto più profonde di quanto si
immaginerebbe a prima vista, il Graal è insieme un vaso (grasale) e un
libro (gradale o graduale); quest’ultimo aspetto designa
chiaramente la tradizione, mentre l’altro concerne più direttamente lo stato
primordiale. 12
Non intendiamo addentrarci qui nei particolari
secondari della leggenda del Santo Graal, benché abbiano tutti un valore
simbolico, né seguire la storia dei «Cavalieri della Tavola Rotonda» e delle
loro imprese; ricorderemo soltanto che la «Tavola Rotonda», costruita da Re
Artù 13 secondo
12. In certe versioni della leggenda del Santo
Graal i due significati si trovano strettamente uniti, perché il libro diviene
allora un’iscrizione tracciata dal Cristo o da un Angelo sulla coppa stessa. ‑
Si potrebbero fare a questo proposito facili accostamenti col «Libro della
Vita» e con certi elementi del simbolismo apocalittico.
13. Il nome Artù ha un significato assai
notevole, che si ricollega
52
i piani di Merlino, era destinata a ricevere il
Graal quando uno dei Cavalieri fosse riuscito a conquistarlo e l’avesse
trasportato dalla Gran Bretagna in Armorica. La Tavola Rotonda è verosimilmente
un simbolo molto antico, di quelli che furono sempre associati all’idea dei
centri spirituali, custodi della tradizione; la forma circolare della tavola,
del resto, è legata formalmente al ciclo dello zodiaco per la presenza intorno
a essa di dodici personaggi principali, 14 particolarità che, come
dicevamo prima, si ritrova sempre nella costituzione di centri di questo tipo.
Vi è poi un simbolo che si collega a un altro
aspetto della leggenda del Graal, e merita un’attenzione speciale: quello del Montsalvat
(letteralmente «Monte della salvezza»), il picco situato «ai confini lontani
cui nessun mortale si avvicina», rappresentato come sorgente dal mare, in una
regione inaccessibile e dietro il quale si leverebbe il sole. È al tempo stesso
l’«isola sacra» e la «montagna polare», due simboli equivalenti di cui
riparleremo in seguito; è la «Terra d’immortalità», che si identifica naturalmente
con il Paradiso terrestre. 15
Per tornare al Graal, è facile rendersi conto
che,
lega al simbolismo «polare», e che forse
spiegheremo in altra occasione.
14. I «Cavalieri della Tavola Rotonda» sono
talvolta in numero di cinquanta (che era, presso gli Ebrei, il numero del
Giubileo, e che si riferisce anche al «regno dello Spirito Santo»); ma anche in
quel caso, ve ne sono sempre dodici che hanno un ruolo preponderante. ‑
Ricordiamo inoltre, a questo proposito, i dodici Pari di Carlo Magno in altri
racconti leggendari del medioevo.
15. La somiglianza del Montsalvat col Mêru
ci è stata segnalata da alcuni Indù e ci ha indotti a esaminare più da vicino
il significato della leggenda occidentale del Graal.
53
fondamentalmente, il suo significato primo è
in fondo lo stesso di quello che generalmente ha il vaso sacro, ovunque si
trovi, e, in Oriente, la coppa sacrificale che in origine conteneva, come
abbiamo osservato, il Soma vedico o lo Haoma mazdeo, cioè la
«bevanda d’immortalità» capace di conferire o restituire, a coloro che la
ricevono con le disposizioni richieste, il «senso dell’eternità». Non possiamo,
senza allontanarci dal nostro tema, dilungarci ulteriormente sul simbolismo
della coppa e di ciò che essa contiene; per sviluppare adeguatamente questo
tema dovremmo dedicargli uno studio speciale; ma l’osservazione che abbiamo
appena fatto ci condurrà ad altre considerazioni della massima importanza per
ciò che ora ci proponiamo di trattare.
54
VI
«Melki-Tsedeq»
Nelle tradizioni orientali si dice che, in una
certa epoca, il Soma divenne sconosciuto sicché, nei riti sacrificali,
si dovette sostituirlo con un’altra bevanda che di quel Soma primitivo
era soltanto una figura; 1 tale ruolo fu svolto principalmente dal
vino, e a ciò si riferisce, presso i Greci, una gran parte della leggenda di
Dioniso. 2 Il vino, del resto, è spesso usato per rappresentare la
vera tradizione iniziatica: in ebraico le parole iain, «vino», e sod,
«mistero», possono essere sostituite l’una all’altra in quanto hanno lo stesso
valore numerico; 3 presso i Sufi, il vino simboleggia la conoscenza
esoterica, la dottrina riservata ai pochi e che non è adatta a tutti gli
uomini, così come non tutti possono bere impunemente il vino. Risulta da ciò
che l’impiego del vino in un rito gli conferisce un carattere chiaramente
iniziatico;
1. Secondo la tradizione dei Persiani, vi
furono due specie di Haoma: quello bianco, che poteva essere raccolto
soltanto sulla «Montagna sacra», da essi chiamata Alborj, e quello
giallo, che sostituì il primo dopo che gli antenati degli Iraniani ebbero
abbandonato il loro habitat primitivo, ma che poi, a sua volta, andò
perduto. Si tratta di due fasi successive dell’oscuramento spirituale che
avviene gradualmente attraverso le varie età del ciclo umano.
2. Dioniso o Bacco ha molti nomi, corrispondenti ad
altrettanti aspetti diversi; sotto almeno uno di questi aspetti la tradizione
lo fa venire dall’India. Il racconto secondo cui egli nacque dalla coscia di
Zeus poggia su una assimilazione verbale estremamente curiosa: la parola greca méros,
«coscia», è stata sostituita al nome del Mêru, la «montagna polare», al
quale foneticamente è quasi identica.
3. Il numero di ciascuna di queste due parole è 70.
55
tale è segnatamente il caso del sacrificio «eucaristico»
di Melchisedec. 4 Ed è questo il punto essenziale su cui dobbiamo
ora soffermarci.
Il nome Melchisedec, o più esattamente Melki-Tsedeq,
di fatto non è che il nome con cui la funzione stessa del «Re del Mondo» si
trova espressamente designata nella tradizione giudeo-cristiana. Abbiamo un po’
esitato a enunciare questo fatto, che comporta la spiegazione di uno dei passi
più enigmatici della Bibbia ebraica, ma, poiché avevamo deciso di trattare
appunto la questione del «Re del Mondo», non era davvero possibile passarlo
sotto silenzio. Potremmo riportare qui le parole di san Paolo: «Abbiamo molte
cose da dire, a questo proposito, e cose difficili da spiegare, poiché siete
divenuti lenti a capire». 5
Ecco innanzitutto il testo del passo biblico:
«E Melki-Tsedeq, re di Salem, fece portare del pane e del vino;
egli era sacerdote dell’Altissimo (El Elion): E benedisse Abramo, 6
dicendo: Benedetto sia Abramo dall’Altissimo, signore dei Cieli e della Terra;
e benedetto sia l’Altissimo, che ha messo
4. Il sacrificio di Melchisedec è abitualmente
considerato come una «prefigurazione» dell’Eucarestia; e il sacerdozio
cristiano si identifica così col sacerdozio stesso di Melchisedec, applicando a
Cristo le seguenti parole dei Salmi: «Tu es sacerdos in æternum
secundum ordinem Melchisedec» (Salmi, CX, 4).
5. Epistola agli Ebrei, v, 11.
6. Il nome Abram non era ancora stato
cambiato in Abraham; nello stesso tempo (Genesi, XVII), il nome
della sua sposa, Sarai, fu cambiato in Sarah, in modo che la
somma dei numeri di questi due nomi rimase la stessa.
56
i tuoi nemici nelle tue mani. E Abramo gli
diede le decime di tutto ciò che aveva preso». 7
Melki-Tsedeq è
dunque re e sacerdote insieme; il suo nome significa «re di Giustizia», e nello
stesso tempo è re di Salem, cioè della «Pace»; ritroviamo dunque qui,
innanzitutto, la «Giustizia» e la «Pace», cioè proprio i due attributi
fondamentali del «Re del Mondo». Bisogna notare che la parola Salem,
contrariamente all’opinione comune, in realtà non ha mai designato una città,
ma che, se la si prende quale nome simbolico della residenza di Melki-Tsedeq,
può essere considerata come un equivalente del termine Agarttha. In ogni
caso è un errore vedere in essa il nome primitivo di Gerusalemme, perché quel
nome era Jebus; al contrario, se il nome di Gerusalemme fu dato a quella
città allorché gli Ebrei vi fondarono un centro spirituale, fu per indicare che
da quel momento essa era come un’immagine visibile della vera Salem;
bisogna notare che il Tempio fu edificato da Salomone il cui nome (Shlomoh),
derivato anch’esso da Salem, significa il «Pacifico». 8
Ed ecco ora in quali termini san Paolo
commenta ciò che è detto di Melki-Tsedeq: «Questo Melchisedec, re di
Salem, sacerdote dell’Altissimo, che andò incontro a Abramo quando tornava
dall’aver sconfitto i re, che lo benedisse e al quale Abramo donò la decima di
tutto il bottino; che
7. Genesi, XIV, 19-20.
8. Va anche notato che la stessa radice si ritrova
nelle parole Islam e moslem (musulmano); la «sottomissione alla
Volontà divina» (che è il senso proprio della parola Islam) è la
condizione necessaria della «Pace»; l’idea qui espressa deve essere accostata a
quella del dharma indù.
57
è innanzitutto, secondo il significato del suo
nome, re di Giustizia, poi re di Salem, cioè re di Pace; che è senza padre,
senza madre, senza genealogia, la cui vita non ha né principio né fine, ma che
in tal modo è reso simile al Figlio di Dio; questo Melchisedec rimane sacerdote
in perpetuo». 9
Ora, Melki-Tsedeq è rappresentato come
superiore ad Abramo, poiché lo benedice, e «senza possibilità di
contraddizione, è l’inferiore che è benedetto dal superiore»; 10 e,
da parte sua, Abramo riconosce tale superiorità poiché gli fa dono delle
decime, in segno di dipendenza. Si tratta dunque di una vera «investitura»,
quasi nel senso feudale della parola, con la differenza però che questa è
un’investitura spirituale; e possiamo aggiungere che ci troviamo qui al punto
di congiunzione fra la tradizione ebraica e la grande tradizione primordiale.
La «benedizione» di cui si parla è propriamente la comunicazione di un
«influsso spirituale» al quale Abramo d’ora in poi parteciperà; e si può
osservare che la formula usata mette Abramo in relazione diretta con l’«Altissimo»,
che Abramo stesso invoca in seguito, identificandolo con Jehovah. 11
Se Melki-Tsedeq è dunque superiore ad Abramo, così è perché
l’«Altissimo» (Elion), che è il Dio di Melki-Tsedeq, è a sua
volta superiore all’«Onnipotente» (Shaddai), che è il Dio di Abramo,
ovvero, in altri termini, perché il primo di questi due nomi rappresenta un
aspetto divino più elevato
9. Epistola agli Ebrei, VII, 1-3.
10. Ib., VII, 7.
11. Genesi, XIV, 22.
58
del secondo. D’altra parte, cosa estremamente
importante, e forse mai segnalata finora, El Elion è l’equivalente di Emmanuel,
avendo questi due nomi esattamente lo stesso valore numerico; 12 ciò
ricollega direttamente la storia di Melki-Tsedeq a quella dei «Re Magi»,
di cui abbiamo già spiegato il significato. Inoltre, vi si può vedere anche
quanto segue: il sacerdozio di Melki-Tsedeq è il sacerdozio di El
Elion: dunque, se El Elion è Emmanuel, questi due sacerdozi
sono uno solo, e il sacerdozio cristiano, che per altro comporta essenzialmente
l’offerta eucaristica del pane e del vino, è veramente «secondo l’ordine di
Melchisedec». 13
La tradizione giudeo-cristiana distingue due
sacerdozi, uno «secondo l’ordine di Aronne», l’altro «secondo l’ordine di
Melchisedec»; e questo è superiore a quello come Melchisedec è superiore ad
Abramo, dal quale è uscita la tribù di Levi e, di conseguenza, la famiglia di
Aronne. 14 Tale superiorità è decisamente affermata da san Paolo,
che dice: «Levi stesso, che prende le decime [dal
12. Il numero di ciascuno di questi nomi è
197.
13. Questa è la giustificazione completa
dell’identità che abbiamo indicato sopra; si badi però che la partecipazione
alla tradizione può non essere sempre cosciente; in tal caso essa tuttavia non
è meno reale, come mezzo di trasmissione degli «influssi spirituali», ma non
implica però l’accesso effettivo a un qualche rango della gerarchia iniziatica.
14. Sulla base di quanto precede, si può dire che
tale superiorità corrisponde a quella della Nuova Alleanza sull’Antica Legge (Epistola
agli Ebrei, VII, 22). Sarebbe opportuno spiegare perché Cristo è
nato dalla tribù regale di Giuda e non dalla tribù sacerdotale di Levi (si veda
ib., VII, 11-17); ma tali considerazioni ci porterebbero troppo lontano.
‑ L’organizzazione delle dodici tribù, discendenti dai dodici figli di
Giacobbe, si ricollega naturalmente alla costituzione duodenaria dei centri
spirituali.
59
popolo di Israele], le ha pagate, per così
dire, per mezzo di Abramo. 15 Non vogliamo dilungarci ulteriormente
sul significato di questi due sacerdozi; ma citeremo ancora le parole di san
Paolo: «Qui [nel sacerdozio levitico] vi sono uomini mortali che prendono le
decime; ma là vi è un uomo di cui è attestato che è vivente». 16
Tale «uomo vivente», che è Melki-Tsedeq, è Manu il quale sussiste
in effetti «in perpetuo» (in ebraico le-ôlam), cioè per tutta la durata
del suo ciclo (Manvantara) o del mondo che in particolare governa. Per
questo egli è «senza genealogia», poiché la sua origine «non è umana», essendo
egli stesso il prototipo dell’uomo; ed è realmente «fatto simile al Figlio di
Dio», poiché, attraverso la Legge che formula, egli è, per questo mondo,
l’espressione e l’immagine del Verbo divino.17
Si possono fare altre osservazioni, e prima di
tutto questa: nella storia dei «Re Magi» noi vediamo tre personaggi distinti,
che sono i tre capi della gerarchia iniziatica; in quella di Melki-Tsedeq
ne vediamo uno solo, che però unisce in sé aspetti corrispondenti alle medesime
tre funzioni. È così che taluni hanno potuto distinguere Adoni-Tsedeq,
il «Signore di Giustizia», che si sdoppia in qualche modo in Kohen-Tsedeq,
il «Sacerdote di Giustizia» e Melki-Tsedeq, il
15. Epistola agli Ebrei, VII, 8.
16. Ib., VII, 8.
17. Nella Pistis Sophia degli Gnostici
alessandrini, Melchisedec è qualificato come «Grande Ricevitore della Luce
eterna»; ciò si addice alla funzione di Manu, che riceve infatti la Luce
intelligibile mediante un raggio direttamente emanato dal Principio, per
rifletterla nel mondo che è il suo regno; perciò Manu è detto «figlio
del Sole».
60
«Re di Giustizia»; questi tre aspetti possono
di fatto essere considerati come riferentisi rispettivamente alle funzioni del Brahâtmâ,
del Mahâtmâ e del Mahânga. 18 Benché il nome Melki-Tsedeq
designi propriamente solo il terzo aspetto, il suo significato generalmente si
estende all’insieme dei tre, quindi, se è usato a preferenza degli altri, ciò
avviene perché la funzione che esprime è la più vicina al mondo esterno, dunque
quella che è manifestata nel modo più immediato. Del resto, si può notare che
l’espressione «Re del Mondo», come quella di «Re di Giustizia», allude
direttamente solo al potere regale; e, d’altra parte, si ritrova anche in India
la designazione di Dharma-Râja, che è letteralmente equivalente a quella
di Melki-Tsedeq. 19
Considerando il nome di Melki-Tsedeq
nel suo significato più rigoroso, gli attributi propri del «Re di Giustizia»
sono la bilancia e la spada; e tali appunto sono gli attributi di Mikael,
considerato come l’«Angelo del Giudizio». 20 Nell’ordine sociale,
questi due emblemi rappresentano
18. Esistono anche altre tradizioni relative
a Melki-Tsedeq; secondo una di queste, egli sarebbe stato consacrato nel
Paradiso terrestre dall’Angelo Mikael, all’età di 52 anni. Il numero
simbolico 52, d’altra parte, ha un ruolo molto importante nella tradizione
indù, dove è considerato come il numero totale dei significati inclusi nel Véda;
si dice inoltre che a tali significati corrispondano altrettante pronunce
diverse del monosillabo Om.
19. Il nome o piuttosto il titolo di Dharma-Râja
è attribuito, nel Mahâbhârata, a Yudhishthira; ma dapprima fu
attribuito a Yama, il «Giudice dei morti», che è in stretto rapporto con
Manu, come già abbiamo osservato.
20. Nell’iconografia cristiana, l’angelo Mikael
è raffigurato con questi due attributi nelle rappresentazioni del «Giudizio
universale».
61
rispettivamente le due funzioni, amministrativa
e militare, proprie degli Kshatriya, funzioni che sono i due elementi
costitutivi del potere regale. Sono anche, geroglificamente, i due caratteri
che formano la radice ebraica e araba Haq, la quale significa al tempo
stesso «Giustizia» e «Verità» 21 ed è servita, presso vari popoli
antichi, a designare appunto la regalità. 22 Haq è la potenza
che fa regnare la Giustizia, cioè l’equilibrio simboleggiato dalla bilancia,
mentre la potenza stessa è simboleggiata dalla spada, 23 ed è
proprio questo che caratterizza il ruolo essenziale del potere regale; d’altra
parte, nell’ordine spirituale, è anche la forza della Verità. Bisogna
aggiungere poi che esiste una forma attenuata della radice Haq, ottenuta
sostituendo il segno della forza spirituale a quello della forza materiale;
tale forma Hak designa propriamente la «Sapienza» (in ebraico Hokmah),
sicché essa si addice particolarmente all’autorità sacerdotale, come l’altra al
potere regale. Ciò è confermato anche dal fatto che le due forme corrispondenti
si ritrovano, con significati similari, nel caso della
21. Parimenti, presso gli antichi Egizi, Mâ
o Maât era nello stesso tempo la «Giustizia» e la «Verità»; la si vede
raffigurata in uno dei piatti della bilancia del Giudizio, mentre nell’altro
sta un vaso, geroglifico del cuore. ‑ In ebraico, hoq significa
«decreto» (Salmi, II, 7).
22. La parola Haq ha per valore numerico
108, che è uno dei numeri ciclici fondamentali. ‑ In India, il rosario shivaita
è composto di 108 grani; e, nel suo significato primo, il rosario simboleggia
la «catena dei mondi», cioè il concatenarsi causale dei cicli o degli stati
d’esistenza.
23. Tale significato potrebbe riassumersi in questa
formula: «la forza al servizio del diritto», se i moderni non avessero troppo
abusato di tale formula prendendola in un senso del tutto esteriore.
62
radice kan, la quale, in lingue molto
diverse, significa «potere» o «potenza» e anche «conoscenza»: 24 kan
è soprattutto il potere spirituale o intellettuale, identico alla Sapienza (da
cui Kohen, «sacerdote» in ebraico), e qan è il potere materiale
(da cui parole diverse che esprimono l’idea di «possesso» e, particolarmente,
il nome di Qain). 25 Queste radici e i loro derivati
potrebbero senza dubbio dar luogo a molte altre considerazioni; ma noi dobbiamo
limitarci a ciò che riguarda direttamente l’argomento del presente studio.
Per completare il discorso, citeremo quel che
la Cabbala ebraica dice della Shekinah: essa è rappresentata nel «mondo
inferiore» dall’ultima delle dieci Sephiroth, chiamata Malkuth,
cioè il «Regno», designazione abbastanza interessante dal nostro attuale punto
di vista. Ma è ancor più rilevante che, fra i sinonimi dati talora a Malkuth,
si trovi Tsedeq, il «Giusto». 26 L’accostamento di Malkuth
e di Tsedeq, ossia della Regalità (il governo del Mondo) e della
Giustizia, si ritrova nel nome di Melki-Tsedeq. Si tratta
24. Si veda L’Ésotérisme de Dante,
1957, p. 58.
25. La parola Khan, titolo dato ai capi dei
popoli dell’Asia centrale, si ricollega forse alla medesima radice.
26. Tsedeq è anche il nome del pianeta
Giove, il cui angelo è chiamato Tsadqiel-Melek; la somiglianza col nome
di Melki-Tsedeq (cui è soltanto aggiunto El, il nome divino che
forma la desinenza comune a tutti i nomi angelici) è troppo evidente per
insistervi. In India, il medesimo pianeta porta il nome di Brihaspati,
che ha anch’esso il significato di «Pontefice Celeste». Altro sinonimo di Malkuth
è Sabbath, il cui significato di «riposo» si riferisce evidentemente
all’idea della «Pace», tanto più che tale idea esprime, come abbiamo già visto,
l’aspetto esterno della Shekinah, mediante il quale essa si comunica al
«mondo inferiore».
63
qui della Giustizia distributiva e
propriamente equilibratrice, nella «colonna di mezzo» dell’albero sephirotico,
che va distinta dalla Giustizia opposta alla Misericordia e identificata col
Rigore, nella «colonna di sinistra», perché si tratta di due aspetti diversi (e
del resto in ebraico vi sono due parole per designarli: la prima è Tsedaqah
e la seconda è Din). Di questi due aspetti, il primo è la Giustizia nel
senso più stretto e più completo insieme, implicante essenzialmente l’idea di
equilibrio e di armonia, e legata indissolubilmente alla Pace.
Malkuth è «il
serbatoio in cui si riuniscono le acque che vengono dal fiume che sta in alto,
cioè tutte le emanazioni (grazie o influssi spirituali) che essa poi diffonde
in abbondanza». 27 Tale «fiume che sta in alto» e le acque che ne
discendono ricordano stranamente il ruolo attribuito al fiume celeste Gangâ
nella tradizione indù: e si potrebbe anche osservare che la Shakti, di
cui Gangâ è un aspetto, presenta indubbiamente alcune analogie con la Shekinah,
se non altro per quanto riguarda la funzione «provvidenziale» che è loro
comune. Il serbatoio delle acque celesti è naturalmente identico al centro
spirituale del nostro mondo: da lì partono i quattro fiumi del Pardes,
dirigendosi verso i quattro punti cardinali. Per gli Ebrei, questo centro
spirituale si identifica con la collina di Sion alla quale danno l’appellativo
di «Cuore del Mondo», comune per altro a tutte le «Terre Sante»». Essa diventa
27. P. Vulliaud, La Kabbale juive, I,
p. 509.
64
così, per loro, in certo modo, l’equivalente
del Mêru degli Indù o dell’Alborj dei Persiani. 28 «Il
Tabernacolo della Santità di Jehovah, la residenza della Shekinah,
è il Santo dei Santi che è il cuore del Tempio, il quale è esso stesso il
centro di Sion (Gerusalemme), come la santa Sion è il centro della Terra
d’Israele, come la Terra d’Israele è il centro del mondo». 29 Ma ci
possiamo spingere ancora oltre: non solo tutto ciò che è enumerato qui,
prendendolo nell’ordine inverso, ma anche, dopo il Tabernacolo nel Tempio,
l’Arca dell’Alleanza nel Tabernacolo e, sull’Arca dell’Alleanza, il luogo dove
si manifesta la Shekinah (fra i due Kerubim), rappresentano
altrettante approssimazioni successive al «Polo spirituale».
In modo analogo Dante presenta proprio
Gerusalemme quale «Polo spirituale», come abbiamo avuto occasione di spiegare
in altra sede; 30 ma, se appena si esce dal punto di vista
propriamente giudaico, ciò diviene soprattutto simbolico e non costituisce più
una localizzazione in senso stretto. Tutti i centri spirituali secondari,
costituiti in vista di adattamenti della tradizione primordiale a condizioni
determinate, sono, come già abbiamo
28. Presso i Samaritani, il nome Garizim ha
il medesimo ruolo e gli vengono dati gli stessi appellativi: è la «Montagna
benedetta», la «Collina eterna», il «Monte del Retaggio», la «Casa di Dio» e il
Tabernacolo dei suoi Angeli, la dimora della Shekinah; è anche
identificato con la «Montagna primordiale» (Har Qadim) dove era l’Eden
e che non fu sommersa dalle acque del diluvio.
29. P. Vulliaud, La
Kabbale juive, I, p. 509.
30. L’Ésotérisme de
Dante, 1957, p. 64.
65
mostrato, immagini del centro supremo; Sion,
in realtà, potrebbe non essere altro che uno di questi centri secondari e
tuttavia identificarsi simbolicamente col centro supremo in virtù di tale
similitudine. Come indica il suo nome, Gerusalemme è effettivamente un’immagine
della vera Salem; ciò che abbiamo detto e che ancora diremo della «Terra
Santa», la quale non è soltanto la Terra d’Israele, permetterà di capirlo senza
difficoltà.
A questo proposito è assai significativa,
quale sinonimo di «Terra Santa», l’espressione «Terra dei Viventi»: tale
espressione designa chiaramente il «soggiorno d’immortalità», sicché, nel suo
significato più vero, può essere attribuita al Paradiso Terrestre o ai suoi
equivalenti simbolici; ma tale appellativo è stato esteso anche alle «Terre
Sante» secondarie, e in particolare alla Terra d’Israele. Si dice che la «Terra
dei Viventi comprende sette terre», e, secondo il Vulliaud, «questa terra è
Chanaan, dove si trovavano sette popoli». 31 Questo è indubbiamente
esatto in senso letterale; ma, simbolicamente, queste terre potrebbero
benissimo corrispondere, come d’altronde quelle di cui si parla nella
tradizione islamica, ai sette dwîpa che, secondo la tradizione indù,
hanno il Mêru come centro comune. Ma di essi torneremo a parlare più
avanti. Parimenti, quando i mondi antichi o le creazioni anteriori alla nostra
sono raffigurati mediante i «sette re di Edom» (il numero settenario è qui in
rapporto con i sette «giorni» del Genesi), vi è una
31. P. Vulliaud, La
Kabbale juive, II, p. 116.
66
rassomiglianza, troppo evidente per essere
casuale, con le ere dei sette Manu contate dall’inizio del Kalpa fino
all’epoca attuale. 32
32. Un Kalpa comprende quattordici Manvantara;
Vaivaswata, il presente Manu, è il settimo di questo Kalpa,
detto Shrî-Shwêta-Varâha-Kalpa o «Era del Cinghiale bianco». Altra
osservazione curiosa: gli Ebrei danno a Roma l’appellativo di Edom; ora,
la tradizione parla di sette re di Roma, il secondo dei quali, Numa,
considerato il legislatore della città, porta un nome che è l’inversione
sillabica esatta di Manu, e può essere anche avvicinato alla parola
greca nomos, «legge». Si può dunque pensare che i sette re di Roma altro
non siano che una rappresentazione particolare dei sette Manu per una
particolare civiltà, come i sette saggi della Grecia sono, d’altra parte, in
condizioni similari, una rappresentazione dei sette Rishi nei quali si
sintetizza la saggezza del ciclo immediatamente anteriore al nostro.
67
VII
«Luz» o il soggiorno d’immortalità
Le tradizioni riguardanti il «mondo
sotterraneo» si ritrovano presso moltissimi popoli; non abbiamo intenzione di
ricordarle tutte, anche perché alcune di esse non sembrano avere un rapporto
diretto con l’argomento di cui ci occupiamo. Tuttavia si potrebbe osservare, in
linea generale, che il «culto delle caverne» è sempre connesso all’idea di
«luogo interiore» o di «luogo centrale», e che il simbolo della caverna e
quello del cuore, sotto questo aspetto, sono assai vicini l’uno all’altro. 1
D’altra parte, esistono realmente, in Asia centrale come in America e forse
anche altrove, caverne e sotterranei dove alcuni centri iniziatici hanno potuto
sussistere per secoli; ma, a prescindere da questo fatto, vi è, in tutto quanto
viene riferito su questo argomento, una parte di simbolismo che non è difficile
individuare; e possiamo ritenere persino che siano state ragioni di ordine
simbolico a determinare la scelta di luoghi sotterranei dove installare tali
centri iniziatici, piuttosto che ragioni di semplice prudenza. Forse Saint-Yves
avrebbe potuto spiegare tale simbolismo, ma non lo ha fatto, e ciò dà a certe
parti del suo libro un’apparenza fantasiosa; 2 quanto a Ossendowski,
1. La caverna o la grotta rappresenta la
cavità del cuore, considerato come centro dell’essere, e anche l’interno
dell’«Uovo del Mondo».
2. Citeremo come esempio il passo in cui si tratta
della «discesa agli Inferi»; chi ne avrà occasione, potrà paragonarlo
69
egli era sicuramente incapace di andare di là
dalla lettera e di vedere in quanto gli veniva detto qualcosa di più del
significato più immediato.
Fra le tradizioni a cui alludevamo, ve n’è una
che presenta un interesse particolare: la troviamo nel Giudaismo e concerne una
città misteriosa chiamata Luz. 3 Questo nome, in origine, era
quello del luogo dove Giacobbe ebbe il sogno in seguito al quale lo chiamò Beith-El,
cioè «casa di Dio»; 4 torneremo più avanti su questo punto. È detto
che l’«Angelo della Morte» non può penetrare in questa città e non vi ha alcun
potere; e, con un raffronto piuttosto singolare ma molto significativo, alcuni
la situano vicino all’Alborj, che, anche per i Persiani, è il «soggiorno
d’immortalità».
Vicino a Luz, vi è, si dice, un mandorlo
(chiamato luz in ebraico) alla base del quale si trova una cavità
attraverso cui si penetra in un sotterraneo; 5 e questo sotterraneo
conduce alla città, che è completamente nascosta. La parola luz,
nelle sue diverse accezioni, sembra per altro derivare da una radice che
designa tutto ciò che è nascosto, coperto, avviluppato, silenzioso, segreto; è
da notare che anche le parole che designano il Cielo hanno in origine lo stesso
significato. Si
con quanto abbiamo detto a questo proposito
nell’Esotérisme de Dante.
3. Le informazioni che utilizziamo qui sono tratte
in parte dalla Jewish Encyclopedia (VIII, 219).
4. Genesi, XXVIII, 19.
5. Nelle tradizioni di alcuni popoli dell’America
del Nord si parla di un albero per mezzo del quale certi uomini che vivevano
primitivamente all’interno della terra sarebbero giunti alla sua superficie,
mentre altri, della stessa razza, sarebbero rimasti nel mondo sotterraneo. È
verosimile che Bulwer-Lytton si sia ispirato a queste tradizioni in The
Coming Race.
70
avvicina di solito cœlum al greco koilon,
«cavo» (il che può anche avere un rapporto con la caverna, tanto più che
Varrone indica tale accostamento in questi termini: a cavo cœlum); ma
bisogna osservare però che la forma più antica e più corretta sembra essere cælum,
che ricorda da vicino la parola cælare, «nascondere». D’altra parte,
in sanscrito, Varuna deriva dalla radice var, «coprire» (che è
anche il significato della radice kal alla quale si ricollegano il
latino celare, altra forma di cælare, e il suo sinonimo greco kaluptein);
6 e il greco Ouranos è un’altra forma dello stesso nome,
poiché var si trasforma facilmente in ur. Tali parole dunque
possono significare «ciò che copre», 7 «ciò che nasconde», 8
ma anche «ciò che è nascosto», e quest’ultimo significato è duplice: ciò che è
nascosto ai sensi,
6. Dalla radice kal derivano anche
altre parole latine come caligo e forse il composto occultus.
D’altra parte è possibile che la forma cælare provenga originariamente
da una radice diversa, cæd, che ha il significato di «tagliare» oppure
«dividere» (da cui anche cædere), e di conseguenza quello di «separare»
e «nascondere»; ma, in ogni caso, le idee espresse da tali radici sono, come si
vede, molto vicine tra loro, il che può aver facilmente prodotto
l’assimilazione di cælare e celare, anche se queste due forme,
etimologicamente, sono indipendenti.
7. Il «Tetto del Mondo», assimilabile alla «Terra
celeste» o «Terra dei Viventi», nelle tradizioni dell’Asia centrale, ha stretti
rapporti con il «Cielo Occidentale» dove regna Avalokitêshwara. ‑ A
proposito del significato di «coprire», bisogna ricordare anche l’espressione
massonica «essere al coperto»: il soffitto stellato della Loggia rappresenta la
volta celeste.
8. Presso gli Egizi, è il velo di Iside o di
Neith, il «velo azzurro» della Madre universale nella tradizione
estremo-orientale (Tao-tê-king, cap. VI); se si attribuisce tale
significato al cielo visibile, vi si può scorgere un’allusione al ruolo del
simbolismo astronomico che nasconde o «rivela» le verità superiori.
71
il regno sovrasensibile; e, nei periodi di
occultamento o di oscuramento, la tradizione che cessa di essere manifestata
esteriormente e apertamente, allorché il «mondo celeste» diviene il «mondo
sotterraneo».
Da un altro punto di vista, va fatto anche un
altro raffronto col Cielo: Luz è chiamata la «città azzurra», e questo
colore, che è quello dello zaffiro, 9 è il colore celeste. In India
si dice che il colore azzurro dell’atmosfera sia prodotto dal riflesso della
luce su una delle facce del Mêru, quella meridionale che guarda lo Jambu-dwîpa
ed è fatta di zaffiro; è facile capire che ciò si riferisce allo stesso
simbolismo. Lo Jambu-dwîpa non è soltanto l’India, come si crede
comunemente, ma rappresenta in realtà tutto l’insieme del mondo terrestre nel
suo stato attuale; tale mondo può essere infatti considerato come situato tutto
quanto a sud del Mêru, dato che questo è identificato col polo
settentrionale. 10 I sette dwîpa (letteralmente «isole» o
«continenti») emergono successivamente nel corso di certi periodi ciclici, in
modo che ciascuno di essi è il mondo terrestre considerato nel periodo
corrispondente; i dwîpa formano un loto il cui centro è il Mêru,
in rapporto al quale sono orientati secondo le sette
9. Lo zaffiro ha un ruolo importante nel simbolismo
biblico; in particolare, appare frequentemente nelle visioni dei profeti.
10. Il Nord è chiamato in sanscrito Uttara,
cioè la regione più alta; il Sud è chiamato Dakshina, la regione della
destra, cioè quella che si ha alla propria destra volgendosi a Oriente. Uttarâyana
è il cammino ascendente del Sole verso il Nord, che inizia al solstizio
d’inverno e termina col solstizio d’estate; dakshinâyana è il cammino
discendente del Sole verso il Sud, che comincia col solstizio d’estate e
termina col solstizio d’inverno.
72
regioni dello spazio. 11 Vi è
dunque una faccia del Mêru volta verso ciascuno dei sette dwîpa;
se ogni faccia ha uno dei colori dell’arcobaleno, 12 la sintesi di
questi sette colori è il bianco, colore che è attribuito universalmente
all’autorità spirituale suprema, 13 ed è anche quello del Mêru considerato
11. Nel simbolismo indù (che il Buddismo ha
poi conservato nella leggenda dei «sette passi»), le sette regioni dello spazio
sono i quattro punti cardinali, più lo Zenit e il Nadir e infine il centro
stesso; si può osservare che la loro rappresentazione forma una croce
tridimensionale (sei direzioni opposte a due a due partendo dal centro).
Parimenti, nel simbolismo cabbalistico, il «Santo Palazzo» o «Palazzo
interiore» sta al centro delle sei direzioni, con le quali forma il settenario;
e Clemente d’Alessandria dice che da Dio, «Cuore dell’Universo», si dipartono
le distese infinite che si dirigono l’una in alto, l’altra in basso, l’una a
destra e l’altra a sinistra, l’una in avanti e l’altra indietro; volgendo lo
sguardo verso le sei distese come verso un numero sempre uguale, egli porta a
compimento il mondo; egli è il principio e la fine (l’alpha e l’omega),
in lui si compiono le sei fasi del tempo, e da lui ricevono la loro estensione
indefinita; tale è il segreto del numero 7 (passo citato da P. Vulliaud, La
Kabbale juive, I, pp. 215-216). Tutto ciò si riferisce allo sviluppo
del punto primordiale nello spazio e nel tempo; le sei fasi del tempo,
corrispondenti rispettivamente alle sei direzioni dello spazio, sono sei
periodi ciclici, suddivisioni di un altro periodo più generale, e talvolta
rappresentate simbolicamente come sei millenni; sono anche assimilabili ai
primi sei giorni del Genesi, il settimo o Sabbath essendo la fase
di ritorno al Principio, cioè al centro. Si hanno così sette periodi ai quali può
essere riferita la manifestazione rispettiva dei sette dwîpa; se
ciascuno di questi periodi è un Manvantara, il Kalpa comprende
due serie settenarie complete; s’intende che il medesimo simbolismo può essere
applicato in diversi gradi, secondo si considerino periodi ciclici più o meno
estesi.
12. Si veda ciò che si è detto prima sul
simbolismo dell’arcobaleno. ‑ Vi sono in realtà solo sei colori, complementari
a due a due, e corrispondenti alle sei direzioni opposte a due a due; il
settimo colore è il bianco, come la settima regione si identifica col centro.
13. Non è senza ragione, dunque, che nella
gerarchia cattolica il Papa è vestito di bianco.
73
in se stesso (come vedremo, esso è
effettivamente designato come «la montagna bianca»), mentre gli altri
rappresentano solo i suoi aspetti in rapporto ai vari dwîpa. Sembra che,
nel periodo di manifestazione di ciascun dwîpa, il Mêru assuma
una posizione diversa; ma in realtà esso è immutabile, poiché è il centro.
mentre è l’orientamento del mondo terrestre in rapporto a esso che cambia da un
periodo all’altro.
Torniamo alla parola ebraica luz, i cui
diversi significati vanno esaminati con la massima attenzione: la parola ha
comunemente il significato di «mandorla» (e anche di «mandorlo», poiché
designa, per estensione, sia l’albero sia il frutto) o di «nocciolo»; ora il
nocciolo è quanto vi è di più interiore e di più nascosto, ed è completamente
chiuso, dal che deriva l’idea di «inviolabilità» 14 (che si ritrova
nel nome dell’Agarttha). La parola luz, inoltre, è il nome che
viene dato a una particella corporea indistruttibile, rappresentata
simbolicamente come un osso durissimo, particella alla quale l’anima rimarrebbe
legata dopo la morte e fino alla resurrezione. 15 Come il nocciolo
contiene il germe, e come l’osso contiene il midollo, questo luz
contiene gli elementi virtuali necessari alla restaurazione dell’essere; essa
si opererà sotto l’influsso della «rugiada celeste», rivivificando le ossa
disseccate; a
14. Per questo il mandorlo è stato preso come
simbolo della Vergine.
15. È curioso notare che questa tradizione giudaica
molto probabilmente ha ispirato certe teorie di Leibnitz sull’«animale» (cioè
sull’essere vivente) sussistente in perpetuo con un corpo, ma «ridotto in
piccolo» dopo la morte.
74
questo alludono le parole di san Paolo:
«Seminato nella corruzione, risusciterà nella gloria». 16 Anche qui,
come sempre, la «gloria» si riferisce alla Shekinah, considerata nel
mondo superiore. La «rugiada celeste» è in stretta relazione con essa, come si
è potuto vedere prima. Essendo imperituro, 17 il Luz è nell’essere umano
il «nocciolo d’immortalità», così come il luogo designato con lo stesso nome è
il «soggiorno d’immortalità»: là si arresta, in entrambi i casi, il potere
dell’«Angelo della Morte». È in certo senso l’uovo o l’embrione dell’Immortale;
18 può essere paragonato anche alla crisalide da cui deve uscire la
farfalla; 19 tale paragone traduce esattamente il suo ruolo in
rapporto alla resurrezione.
Si usa situare il luz verso l’estremità
inferiore della colonna vertebrale, il che può sembrare abbastanza strano, ma
può essere spiegato rifacendosi a ciò che la tradizione indù dice della forza
16. Prima Epistola ai Corinzi, XV, 42. ‑ Vi
è in queste parole un’applicazione stretta della legge d’analogia: «Ciò che è
in alto è come ciò che è in basso, ma in senso inverso».
17. In sanscrito, la parola akshara significa
«indissolubile» e quindi «imperituro» o «indistruttibile»; designa la sillaba,
elemento primo e germe del linguaggio, e si applica per eccellenza al
monosillabo Om, di cui si dice che contiene in se stesso l’assenza del
triplice Vêda.
18. Se ne trova l’equivalente, sotto un’altra
forma, nelle diverse tradizioni, e in particolare, con importanti sviluppi, nel
Taoismo. ‑ A tale riguardo, è l’analogo, nell’ordine «microcosmico», di ciò che
è l’«Uovo del Mondo» nell’ordine «macrocosmico», perché racchiude le
possibilità del «ciclo futuro» (la vita venturi sæculi del Credo
cattolico).
19. Qui ci si può riferire al simbolismo greco di Psiche
che poggia in gran parte su questa somiglianza (si veda Psyché, di
F. Pron).
75
chiamata Kundalinî, 20 che è
una forma della Shakti considerata come immanente all’essere umano. 21
Tale forza è rappresentata dalla figura di un serpente arrotolato su se stesso,
in una regione dell’organismo sottile corrispondente all’estremità inferiore
della colonna vertebrale. Così, almeno, nell’uomo comune; ma, per effetto di
pratiche come quelle dello Hatha-Yoga, essa si risveglia, si dispiega e
si eleva attraverso le «ruote» (chakra) o «loti» (kamala) che
corrispondono ai diversi plessi, per raggiungere la regione corrispondente al
«terzo occhio», cioè l’occhio frontale di Shiva. Questo stadio
rappresenta la restaurazione dello «stato primordiale», in cui l’uomo ritrova
il «senso dell’eternità» e, in tal modo, ottiene quello che altrove abbiamo
chiamato l’immortalità virtuale. Fino a quel punto siamo ancora nello stato
umano; in una fase ulteriore, Kundalinî raggiunge finalmente la corona
della testa, 22 e quest’ultima fase si riferisce alla conquista
effettiva degli stati superiori dell’essere. Da tale accostamento sembra
risultare che la localizzazione del luz nella parte inferiore
dell’organismo si riferisce soltanto alla condizione dell’«uomo decaduto»; e,
per l’umanità terrestre
20. La parola kundalî (al femminile kundalinî)
significa arrotolato in forma di anello o di spirale; tale arrotolamento
simboleggia lo stato embrionale e «non sviluppato».
21. A questo riguardo, e per un certo rapporto, la
sua dimora è anche identificata con la cavità del cuore; abbiamo già accennato
alla relazione esistente fra la Shakti indù e la Shekinah ebraica.
22. È il Brahma-randhra od orifizio di Brahma,
punto di contatto della sushumnâ o «arteria coronaria» con il «raggio
solare»; abbiamo già esposto interamente questo simbolismo ne L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta.
76
considerata nel suo insieme, lo stesso vale
per la localizzazione del centro spirituale supremo nel «mondo sotterraneo». 23
23. Tutto ciò è in relazione col significato reale
della ben nota frase ermetica: «Visita inferiora terræ, rectificando
invenies occultum lapidem, veram medicinam», che dà per acrostico la parola
Vitriolum. La «pietra filosofale», sotto un altro aspetto, è nello
stesso tempo la «vera medicina», cioè l’«elisir di lunga vita» ossia la
«bevanda d’immortalità». ‑ Talvolta si scrive interiora in luogo di inferiora,
ma il senso generale non ne viene modificato e rimane sempre la stessa evidente
allusione al «mondo sotterraneo».
77
VIII
Il centro supremo nascosto durante il
«Kali-Yuga»
L’Agarttha, si dice, non fu sempre
sotterranea, né lo rimarrà per sempre; verrà un tempo in cui, secondo le parole
riportate da Ossendowski, «i popoli di Agharti usciranno dalle loro
caverne e appariranno sulla superficie della terra». 1 Prima della
sua scomparsa dal mondo visibile, il centro portava un altro nome perché, a
quell’epoca, quello di Agarttha, che significa «imprendibile» o
«inaccessibile» (e anche «inviolabile», poiché è il «soggiorno della Pace», Salem),
non sarebbe stato adatto; Ossendowski precisa che il centro è divenuto
sotterraneo «più di seimila anni fa», data che corrisponde con sufficiente
approssimazione all’inizio del Kali-Yuga o «età nera», l’«età del ferro»
degli antichi Occidentali, l’ultimo dei quattro periodi nei quali si divide il Manvantara;
2 la sua ricomparsa deve coincidere con la fine di tale periodo.
1. Con queste parole si conclude una profezia
che il «Re del Mondo» avrebbe fatto nel 1890, quando apparve nel monastero di
Narabanchi.
2. Il Manvantara o èra di un Manu,
chiamato anche Mahâ-Yuga, comprende quattro Yuga o periodi
secondari: Krita-Yuga (o Satya-Yuga), Trêta-Yuga, Dwâpara-Yuga
e Kali-Yuga, i ali vanno identificati rispettivamente con l’«età
dell’oro», l’«età dell’argento», l’«età del bronzo» e l’«età del ferro»
dell’antichità greco-latina. Vi è, nella successione di questi periodi, una
specie di materializzazione progressiva risultante dall’allontanamento dal
Principio che accompagna necessariamente lo sviluppo della manifestazione
ciclica, nel mondo corporeo, a partire dallo «stato primordiale».
79
Abbiamo detto prima che tutte le tradizioni
alludono a qualcosa di perduto o di nascosto, che viene rappresentato con
simboli diversi; se preso in senso lato, cioè concernente l’umanità terrestre
nel suo insieme, questo si riferisce appunto alle condizioni del Kali-Yuga.
Il periodo attuale è dunque un periodo di oscuramento e di confusione; 3
le sue condizioni sono tali che, finché persistono, la conoscenza iniziatica
deve necessariamente rimanere nascosta; da qui il carattere dei «Misteri»
dell’antichità detta «storica» (la quale non risale neppure all’inizio di tale
periodo) 4 e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli:
organizzazioni che conferiscono una iniziazione effettiva là dove sussiste
ancora una vera dottrina tradizionale, ma non ne offrono che l’ombra quando lo
spirito di tale dottrina ha cessato dì vivificare i simboli, che ne sono
soltanto la rappresentazione esteriore, e questo perché, per ragioni diverse,
ogni legame cosciente col centro spirituale del mondo si è ormai spezzato; tale
è il significato
3. Nel simbolismo biblico l’inizio di questa
età è rappresentato dalla Torre di Babele e dalla «confusione delle lingue». Si
potrebbe pensare abbastanza logicamente che la caduta e il diluvio
corrispondano alla fine delle prime due età; ma il punto di partenza della
tradizione ebraica, in realtà, non coincide con l’inizio del Manvantara.
Non bisogna dimenticare che le leggi cicliche sono applicabili, in gradi
diversi, a periodi che non hanno la medesima estensione e che talvolta si
sovrappongono; dal che derivano complicazioni che in un primo momento possono
sembrare inestricabili e che non è effettivamente possibile risolvere se non
considerando l’ordine di subordinazione gerarchica dei centri tradizionali
corrispondenti.
4. Non sembra che si sia mai osservato con adeguata
nettezza in quali difficoltà si trovano gli storici che vogliano stabilire una
cronologia certa per tutto ciò che è anteriore al secolo VI a.C.
80
più specifico della perdita della tradizione,
quello concernente in particolare determinati centri secondari che cessano di
essere in rapporto diretto ed effettivo col centro supremo.
Si dovrebbe parlare, dunque, di qualcosa di
nascosto, piuttosto che veramente perduto, perché non per tutti è perduto e vi
è chi lo possiede ancora integralmente; se è così, altri hanno sempre la
possibilità di ritrovarlo, purché sappiano cercarlo come si conviene, qualora
cioè la loro intenzione sia diretta in modo che, attraverso le vibrazioni
armoniche che risveglia secondo la legge delle «azioni e reazioni concordanti»,
5 essa possa mettersi in comunicazione spirituale effettiva con il
centro supremo. 6 Questo modo di dirigere l’intenzione ha, del
resto, la sua rappresentazione simbolica in tutte le forme tradizionali;
intendiamo parlare dell’orientamento rituale: essa, di fatto, è propriamente un
dirigersi verso un centro spirituale che, in ogni caso, è sempre un’immagine
del vero «Centro del Mondo». 7
5. Questa espressione è presa dalla dottrina
taoista; d’altra parte noi intendiamo qui la parola «intenzione» in un senso
che è esattamente quello dell’arabo niyah, che viene abitualmente
tradotto così; tale senso, del resto, è conforme alla etimologia latina (da in-tendere,
tendere verso).
6. Quanto abbiamo detto permette di interpretare in
un senso estremamente preciso le parole del Vangelo: «Cercate e troverete;
chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto», ‑Sarà opportuno riferirsi qui
alle indicazioni che abbiamo dato a proposito della «retta intenzione» e della
«buona volontà»; si potrà così completare agevolmente la spiegazione della
formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.
7. Nell’Islam tale orientazione (qiblah) è
come la materializzazione, se così si può dire, dell’intenzione (niyah).
L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si
riferisce, essenzialmente alla medesima idea.
81
Tuttavia, man mano che si procede nel Kali-Yuga,
l’unione con questo centro, sempre più chiuso e nascosto, diviene più difficile
e nello stesso tempo divengono più rari i centri secondari che lo rappresentano
esteriormente; 8 sicché, quando questo periodo finirà, la tradizione
dovrà essere di nuovo manifestata nella sua integrità, poiché l’inizio di ogni Manvantara,
coincidendo con la fine del precedente, implica necessariamente, per l’umanità
terrestre, il ritorno allo «stato primordiale». 9
Attualmente in Europa ogni legame cosciente
col centro per mezzo di organizzazioni regolari è interrotto, e così è da molti
secoli; tale rottura, però, non è avvenuta tutt’a un tratto, ma in varie fasi
successive. 10 La prima di queste risale all’inizio del secolo XIV;
ciò che abbiamo detto altrove degli Ordini cavallereschi può far capire come
uno dei loro compiti principali fosse di assicurare una comunicazione fra
l’Oriente e l’Occidente, comunicazione di cui è possibile afferrare la vera
portata se si osserva che il centro di cui parliamo è sempre descritto, almeno
per quanto concerne i tempi «storici», come situato dalla parte dell’Oriente.
Tuttavia, dopo la distruzione
8. Non si tratta, beninteso, che di una
esteriorità relativa, poiché tali centri secondari, dopo l’inizio del Kali-Yuga
sono a loro volta più o meno strettamente chiusi.
9. Si tratta della manifestazione della Gerusalemme
celeste la quale, in rapporto al ciclo che finisce, corrisponde al Paradiso
terrestre in rapporto al ciclo che comincia, come abbiamo spiegato ne l’Ésotérisme
de Dante.
10. Similmente, da un punto di vista più ampio, vi
sono per l’umanità dei gradi nell’allontanamento dal centro primordiale e a
tali gradi corrisponde la distinzione dei vari Yuga.
82
dell’Ordine del Tempio, il Rosacrocianesimo, o
quanto in seguito fu così denominato, continuò a garantire il medesimo legame,
benché in modo più dissimulato. 11 Il Rinascimento e la Riforma
segnarono una nuova fase critica e, da ultimo, secondo quanto sembra indicare
Saint-Yves, la rottura completa avrebbe coinciso coi trattati di Westfalia che,
nel 1648, posero fine alla guerra dei Trent’Anni. Osserviamo che molti autori
hanno sostenuto che, poco dopo la guerra dei Trent’Anni, i veri Rosacroce
lasciarono l’Europa per ritirarsi in Asia; ricorderemo, a questo proposito, che
gli Adepti rosacrociani erano in numero di dodici, come i membri del cerchio
più interno dell’Agarttha, conformemente alla costituzione comune ai
tanti centri spirituali formatisi a immagine di quel centro supremo.
Da quell’epoca in poi, il deposito della
conoscenza iniziatica non è più custodito realmente da nessuna organizzazione
occidentale; così Swedenborg dichiara che la «Parola perduta» va ormai cercata
fra i saggi del Tibet e della Tartaria; e, da parte sua, Anna Katharina
Emmerich ha la visione di un luogo misterioso cui dà il nome di «Montagna dei
Profeti», situandolo nelle stesse regioni. Aggiungiamo che proprio sulla base
di informazioni frammentarie raccolte su questo argomento, senza per altro
coglierne il significato, la Blavatsky concepì l’idea della «Grande Loggia
11. Anche su questo punto siamo obbligati a
rinviare al nostro studio su L’Ésotérisme de Dante, dove abbiamo fornito
tutte le indicazioni che permettono di giustificare tale asserzione.
83
Bianca», che potremmo definire non tanto
un’immagine quanto una semplice caricatura o una parodia immaginaria dell’Agarttha.
12
12. Coloro che capiranno le considerazioni qui
esposte capiranno anche perché ci è impossibile prendere sul serio le molte
organizzazioni pseudo-iniziatiche che sono apparse nell’Occidente
contemporaneo: non ve n’è alcuna che, sottoposta a un esame rigoroso, possa
dare la minima prova di «regolarità».
84
IX
L’«Omphalos» e i betili
Stando a quel che riferisce Ossendowski, il
«Re del Mondo», in tempi lontani, apparve più volte in India e nel Siam
«benedicendo il popolo con una mela d’oro sormontata da un agnello»; questo
particolare assume tutta la sua importanza se lo si accosta a quanto dice
Saint-Yves del «Ciclo dell’Agnello e dell’Ariete». 1 D’altra parte,
e questo è ancora più notevole, nella simbolica cristiana esistono innumerevoli
rappresentazioni dell’Agnello su una montagna dalla quale scendono quattro
fiumi che sono evidentemente identici ai quattro fiumi del Paradiso terrestre. 2
Abbiamo detto prima che l’Agarttha, anteriormente all’inizio del Kali-Yuga,
portava un altro nome; tale nome era Paradêsha, che in sanscrito
significa «Contrada suprema», e ciò si adatta bene al centro
1. Ricordiamo che abbiamo già alluso altrove
al rapporto esistente fra l’Agni vedico e il simbolo dell’Agnello (L’Ésotérisme
de Dante, 1957, pp. 69-70; L’Homme et son devenir selon le
Vêdânta, p. 43); l’ariete rappresenta, in India, il veicolo di Agni.
‑ D’altra parte Ossendowski indica a più riprese che il culto di Râma
esiste ancora in Mongolia; dunque, contrariamente a quanto sostiene la maggior
parte degli orientalisti, là troviamo qualcosa di diverso dal Buddismo. Da
altra fonte ci sono state comunicate informazioni concernenti i ricordi del
«Ciclo di Ram» che sussisterebbero in Cambogia; tali informazioni ci sono parse
così straordinarie che abbiamo preferito non darne conto; menzioniamo il fatto
solo per ricordarlo.
2. Segnaliamo le rappresentazioni dell’Agnello sul
libro sigillato con sette sigilli di cui si parla nell’Apocalisse; anche
il Lamaismo tibetano possiede sette sigilli misteriosi e non pensiamo che tale
accostamento sia puramente accidentale.
85
spirituale per eccellenza, designato anche
come il «Cuore del Mondo»; da questa parola i Caldei hanno tratto Pardes e
gli Occidentali Paradiso. Tale è il significato originario di
quest’ultima parola, e questo deve permettere di capire pienamente perché
dicevamo prima che si tratta sempre, in una forma o nell’altra, di ciò che la
Cabbala ebraica chiama Pardes.
D’altra parte, riferendoci ancora a quanto
abbiamo spiegato sul simbolismo del «Polo», è facile anche vedere che la
montagna del Paradiso terrestre è identica alla «montagna polare» di cui si
parla, sotto nomi diversi, in quasi tutte le tradizioni: abbiamo già menzionato
il Mêru degli Indù e l’Alborj dei Persiani, come anche il Montsalvat
della leggenda occidentale del Graal; citeremo ancora la montagna di
Qâf degli Arabi 3 e anche l’Olimpo dei Greci che, per
molti aspetti, ha lo stesso significato. Si tratta sempre di una regione che,
come il Paradiso terrestre, è divenuta inaccessibile all’umanità comune e che è
situata al di fuori della portata di tutti i cataclismi che sconvolgono il
mondo umano alla fine di determinati periodi ciclici. Questa regione è
veramente la «contrada suprema»; del resto, secondo certi testi vedici e
avestici, la sua situazione sarebbe stata, in origine, polare, anche nel senso
letterale della parola; e nonostante il variare della sua localizzazione
attraverso le diverse
3. È detto della montagna di Qâf che
non si può raggiungerla «né per terra né per mare» (lâ bil-barr wa lâ
bil-.bahr; si veda ciò che si è detto prima sul Montsalvat), e fra
le altre designazioni essa ha quella di «Montagna dei Santi» (Jabal
el-Aroliyâ), che va accostata alla «Montagna dei Profeti» di Anna Katharina
Emmerich.
86
fasi della storia dell’umanità terrestre, essa
rimane sempre polare in senso simbolico poiché rappresenta essenzialmente
l’asse fisso intorno al quale si compie la rivoluzione di tutte le cose.
La montagna, naturalmente, raffigura il
«Centro del Mondo» prima del Kali-Yuga, quando cioè esso esisteva
apertamente, in certo senso, e non era ancora sotterraneo; essa corrisponde
dunque a quella che si potrebbe chiamare la sua situazione normale, al di fuori
del periodo oscuro le cui condizioni particolari implicano una specie di
rovesciamento dell’ordine stabilito. Bisogna aggiungere che, al di là di queste
considerazioni in riferimento alle leggi cicliche, i simboli della montagna e
della caverna hanno entrambi la loro ragion d’essere e che vi è tra di essi una
vera complementarità; 4 quanto alla caverna, la si può considerare
come situata all’interno della montagna stessa, o immediatamente al di sotto di
essa.
Vi sono anche altri simboli che, nelle
tradizioni antiche, rappresentano il «Centro del Mondo»; forse uno dei più
importanti è quello dell’Omphalos, che si ritrova anch’esso presso quasi
tutti i popoli. 5 La parola greca omphalos significa
4. Tale complementarità è quella dei due
triangoli, disposti in senso inverso l’uno rispetto all’altro, che formano il
«sigillo di Salomone»; è paragonabile anche a quella della lancia e della
coppa, di cui abbiamo già parlato, e di molti altri simboli a essi equivalenti.
5. W. H. Roscher, in un’opera intitolata Omphalos,
pubblicata nel 1913, ha riunito una notevole quantità di documenti che
attestano questo fatto presso i popoli più diversi; ma ha torto nel sostenere
che tale simbolo sia legato all’idea che i vari popoli si facevano sulla forma
della terra, perché immagina che si tratti della credenza in un centro della
superficie
87
«ombelico», ma designa anche, in generale,
tutto ciò che è centro, e in particolare il mozzo della ruota; in sanscrito, la
parola nâhbi ha similmente queste diverse accezioni e lo stesso accade,
nelle lingue celtiche e germaniche, per le parole derivate dalla medesima
radice, che vi compare nelle forme nab e nav. 6
D’altra parte, in gallese, la parola nav o naf, che è
evidentemente identica a queste ultime, ha il significato di «capo» e si
applica anche a Dio; l’idea qui espressa è dunque quella del Principio
centrale. 7 Il senso di «mozzo», del resto, ha un’importanza tutta
particolare perché la ruota è dappertutto il simbolo del Mondo che compie la
sua rotazione intorno a un punto fisso, il quale simbolo, perciò, deve essere
avvicinato a quello dello swastika; ma, in quest’ultimo, la
circonferenza che rappresenta la manifestazione non è tracciata, sicché il
centro stesso è designato direttamente: lo swastika non è una figura del
Mondo, ma piuttosto l’azione del Principio rispetto al Mondo.
Il simbolo dell’Omphalos poteva essere
posto in un luogo che fosse semplicemente il centro di
terrestre nel senso più grossolanamente
letterale; questa opinione implica un totale fraintendimento del significato
profondo del simbolismo. ‑ Utilizzeremo, per quanto segue, alcune informazioni
contenute in uno studio di J. Loth su L’Omphalos chez les Celtes,
pubblicato nella «Revue des études anciennes» (luglio-settembre 1915).
6. In tedesco, Nabe, mozzo della ruota, e Nabel,
ombelico; parimenti in inglese nave e navel, parola che ha anche
il significato generale di centro o mezzo. ‑ Il greco omphalos e il
latino umbilicus provengono del resto da una semplice modificazione
della stessa radice.
7. Agni, nel Rig-Vêda, è detto
«ombelico della Terra», il che si ricollega ancora una volta alla medesima
idea; lo swastika è spesso, come abbiamo già detto, un simbolo di Agni.
88
una determinata regione, centro spirituale,
del resto, più che geografico, benché in particolari circostanze i due possano
coincidere; ma, in tal caso, quel punto era veramente, per il popolo che
abitava la regione considerata, l’immagine visibile del «Centro del Mondo»,
così come la tradizione propria di quel popolo non era che un adattamento della
tradizione primordiale sotto la forma che meglio conveniva alla sua mentalità e
alle sue condizioni di esistenza. Il più conosciuto, generalmente, è l’Omphalos
del tempio di Delfi, il quale era davvero il centro spirituale della Grecia
antica; 8 senza insistere su tutte le ragioni che potrebbero
giustificare tale asserzione, faremo notare soltanto che proprio là si riuniva,
due volte all’anno, il consiglio degli Anfizioni, composto dai rappresentanti
di tutti i popoli ellenici, che costituiva, del resto, l’unico legame effettivo
fra quei popoli, legame la cui forza risiedeva appunto nel suo carattere
essenzialmente tradizionale.
L’Omphalos, di solito, era
materialmente rappresentato da una pietra sacra, che spesso viene chiamata
«betilo»; questa parola, probabilmente, non è altro che l’ebraico Beith-El,
«casa di Dio», il nome che Giacobbe diede al luogo in cui il Signore gli si era
manifestato in sogno: «E Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: Sicuramente il
Signore è in questo luogo e non lo sapevo. E fu spaventato e disse: Questo
luogo, come è terribile! esso è la casa di Dio e la porta dei Cieli.
8. Vi erano, in Grecia, altri centri
spirituali, ma più particolarmente riservati all’iniziazione ai Misteri, come
Eleusi e Samotracia, mentre Delfi aveva un ruolo sociale che concerneva
direttamente tutto l’insieme della collettività ellenica.
89
E Giacobbe si levò presto al mattino, e prese
la pietra che gli era servita da capezzale, la eresse come un pilastro, e versò
olio sulla sua sommità (per consacrarla). E diede a quel luogo il nome di Beith-El;
ma il primo nome di quella città era Luz». 9 Abbiamo già
spiegato il significato della parola Luz; si dice poi che Beith-El,
«casa di Dio», divenne Beith-Lehem, «casa del pane», la città in cui
nacque Cristo; 10 in ogni caso, la relazione simbolica esistente fra
la pietra e il pane è degna di molta attenzione. 11 Bisogna notare
inoltre che il nome di Beith-El non viene attribuito soltanto al luogo,
bensì alla pietra stessa: «E questa pietra, che ho eretta come un pilastro,
sarà la casa di Dio». 12 È la pietra, dunque, che deve essere
propriamente l’«abitacolo divino» (mishkan), secondo la designazione che
sarà
9. Genesi, XXVIII, 16-19.
10. Da notare la somiglianza fonetica di Beith-Lehem
con la forma Beith-Elohim, che figura anch’essa nel testo del Genesi.
11. «E il tentatore, avvicinandosi, disse a Gesù:
Se sei il figlio di Dio, ordina che queste pietre divengano pane» (Matteo,
IV, 3; si veda Luca, IV, 3). Tali parole hanno un senso misterioso,
connesso con quanto segue: Cristo doveva sì compiere una simile trasformazione,
ma spiritualmente e non materialmente come il tentatore richiedeva; ora,
l’ordine spirituale è analogo all’ordine materiale, ma in senso inverso, ed è
caratteristica del demonio prendere le cose a rovescio. È Cristo stesso che,
come manifestazione del Verbo, è il «pane vivente disceso dal Cielo», dal che
la risposta: «L’uomo non vive di solo pane, ma di qualsiasi parola che esca
dalla bocca di Dio»; quel pane doveva, nella Nuova Alleanza, essere sostituito
alla pietra come «Casa di Dio»; e, aggiungeremo noi, è per questo che gli
oracoli sono cessati. Ancora a proposito del pane che si identifica con la
«carne» del Verbo manifestato, può essere interessante notare che la parola
araba lahm, che è la stessa dell’ebraico lehem, ha appunto il significato
di «carne» invece di quello di «pane».
12. Genesi, XXVIII, 22.
90
data più tardi al Tabernacolo, cioè alla sede
della Shekinah; tutto ciò si ricollega naturalmente alla questione degli
«influssi spirituali» (berakoth) e, quando si parla del «culto delle
pietre», che fu comune a tanti popoli antichi, bisogna rendersi conto che tale
culto era rivolto non alle pietre, ma alla Divinità che in esse risiedeva.
La pietra che rappresentava l’Omphalos
poteva avere la forma di un pilastro, come la pietra di Giacobbe; ma è molto
probabile che, presso i popoli celtici, certi menhir avessero questo
significato; e gli oracoli venivano dati vicino a simili pietre, come a Delfi,
il che si può spiegare col fatto che esse erano considerate la dimora della
Divinità; la «casa di Dio», del resto, si identifica naturalmente col «Centro
del Mondo». L’Omphalos poteva essere rappresentato anche da una pietra
di forma conica, come la pietra nera di Cibele, oppure ovoidale; il cono
ricordava la montagna sacra. simbolo del «Polo» o dell’«Asse del Mondo»; quanto
alla forma ovoidale, essa si riferisce direttamente a un altro simbolo molto
importante, quello dell’«Uovo del Mondo». 13 L’Omphalos, di
solito, era rappresentato dunque
13. Talvolta, e in particolare su certi omphaloi
greci, la pietra era circondata da un serpente; se ne possono vedere arrotolati
alla base o alla sommità delle pietre di confine caldee, le quali devono essere
considerate come veri «betili». Del resto il simbolo della pietra, come quello
dell’albero, altra raffigurazione dell’«Asse del Mondo», è in generale in
stretto rapporto con quello del serpente; lo stesso vale per quello dell’uovo,
soprattutto presso i Celti e gli Egizi. ‑ Un esempio ragguardevole di raffigurazione
dell’Omphalos è il «betilo» di Kermaria, che ha la forma di un cono
irregolare, arrotondato alla sommità, una faccia del quale porta il segno dello
swastika. J. Loth, nello studio che abbiamo citato, ha fornito
fotografie di questo «betilo» e di altre pietre del genere.
91
da una pietra; talvolta però era rappresentato
da una montagnola, una specie di tumulo, altra immagine della montagna sacra;
così in Cina, al centro di ogni regno o Stato feudale, si elevava un tempo una
montagnola di forma quadrangolare, costituita dalla terra delle «cinque
regioni»: le quattro facce corrispondevano ai quattro punti cardinali, e la
cima al centro stesso. 14 Cosa singolare, queste «cinque regioni» le
ritroveremo in Irlanda, dove similmente la «pietra eretta del capo» era
innalzata al centro di ogni regno. 15
Fra i paesi celtici, l’Irlanda è quello che
fornisce il maggior numero di dati relativi all’Omphalos; un tempo, essa
era divisa in cinque regni di cui uno portava il nome di Mide (rimasto
sotto la forma anglicizzata Meath), che è l’antica parola celtica medion,
«mezzo», identica al latino medius. 16 Questo regno di Mide,
originariamente formato da porzioni prelevate sui territori degli altri
quattro, era divenuto l’appannaggio, particolare del re supremo d’Irlanda, al
quale gli altri re erano subordinati. 17 A Ushnagh, che rappresenta
abbastanza esattamente il centro del paese, si ergeva una pietra gigantesca
chiamata «ombelico della Terra», e designata col nome di «pietra delle
porzioni» (ailna-meeran), perché indicava il luogo di convergenza,
all’interno del regno
14. Il numero 5, nella tradizione cinese, ha
un’importanza simbolica particolare.
15. Brehon Laws, citate da J. Loth.
16. Si noti che la Cina è anch’essa designata col
nome di «Impero del Mezzo».
17. La capitale dei regno di Mide era Tara;
in sanscrito la parola Târâ significa «stella» e, in particolare,
designa la stella polare.
92
di Mide, delle linee di separazione dei
quattro regni primitivi. Vi si teneva annualmente, il primo maggio,
un’assemblea generale in tutto simile alla riunione annuale dei Druidi nel
«luogo consacrato centrale» (medio-lanon o medio-nemeton) della
Gallia, nel paese dei Carnuti; e parimenti si impone. l’accostamento con
l’assemblea degli Anfizioni a Delfi.
La divisione dell’Irlanda in quattro regni più
la regione centrale, residenza del capo supremo, si ricollega a tradizioni
antichissime. In effetti l’Irlanda, per tale ragione, fu detta l’«isola dei
quattro Signori»,18 ma questa denominazione, come del resto quella
di «isola verde» (Erin), era attribuita, in tempi anteriori, a un’altra
terra molto più settentrionale, oggi sconosciuta, e forse scomparsa, Ogigia
o piuttosto Thule, che fu uno dei più importanti centri spirituali o
addirittura il centro supremo, durante un certo periodo. Il ricordo di
quell’«isola dei quattro Signori» si ritrova anche nella tradizione cinese, il
che finora non sembra esser mai stato notato; citiamo un testo taoista che ne
fa fede: «L’Imperatore Yao si diede molto da fare e pensò di aver regnato nel
modo ideale. Dopo che ebbe visitato i quattro Signori, nella lontana isola di Kou-chee
(abitata da "uomini veri", tchenn-jen, cioè uomini
reintegrati nello "stato primordiale"), riconobbe di aver guastato
tutto. L’ideale è l’indifferenza (o piuttosto il distacco, nell’attività
"non agente") del super-uomo 19 il quale lascia che la
ruota cosmica
18. Il nome di san Patrizio, conosciuto di
solito solo nella forma latinizzata, era originariamente Cothraige, che
significa il «servitore dei quattro».
19. L’«uomo vero», essendo posto al centro, non
partecipa
93
giri». 20 D’altra parte i «quattro
Signori» si identificano con i quattro Mahârâja o «grandi re» i quali,
secondo le tradizioni dell’India e del Tibet, presiedono ai quattro punti
cardinali; 21 essi corrispondono al tempo stesso agli elementi: il
Signore supremo, il quinto, che risiede al centro, sulla montagna sacra,
rappresenta allora l’Etere (Akâsha), la «quint’essenza» (quinta
essentia) degli ermetici, l’elemento primordiale da cui procedono gli altri
quattro; 22 tradizioni analoghe si ritrovano anche nell’America
centrale.
più al movimento delle cose, ma in realtà lo dirige
mediante la sua sola presenza, poiché in lui si riflette l’«Attività del
Cielo».
20. Tchoang-Tseu,
cap. I; traduzione del Padre Wieger, p. 213. ‑
L’imperatore Yao regnava, si dice, nell’anno 2356 a.C.
21. Qui si potrebbe fare anche un raffronto con i
quattro Awtâd dell’esoterismo islamico.
22. Nelle figure a croce, come lo swastika, questo elemento
primordiale è parimenti rappresentato dal punto centrale, che è il Polo, gli
altri quattro elementi, come pure i quattro punti cardinali, corrispondono ai
quattro bracci della croce, che simboleggiano per altro il quaternario in tutte
le sue applicazioni.
94
X
Nomi e rappresentazioni simboliche dei centri
spirituali
Potremmo citare, per quanto riguarda la
«contrada suprema», molte altre tradizioni concordanti; in particolare, per
designarla, vi è un altro nome, probabilmente ancora più antico di Paradêsha:
è il nome Tula, da cui i Greci derivarono Thule; e, come abbiamo
visto, quella Thule era verosimilmente identica alla primitiva «isola
dei quattro Signori». Bisogna notare, del resto, che il nome Tula fu
dato a regioni molto diverse, poiché ancora oggi lo si ritrova sia in Russia
sia in America centrale; è probabile che ciascuna di queste regioni sia stata,
in epoca più o meno lontana, sede di un potere spirituale che era una sorta di
emanazione di quello della Tula primordiale. Si sa che la Tula
messicana deve la sua origine ai Toltechi; questi, si dice, venivano dall’Aztlan,
la «terra in mezzo alle acque», la quale, evidentemente, altro non è che
l’Atlantide, e avevano portato il nome Tula dal loro paese di origine;
il centro cui diedero quel nome dovette probabilmente sostituire, in una certa
misura, quello del continente scomparso. 1 Ma, d’altra parte,
bisogna distinguere la Tula atlantidea dalla Tula iperborea, ed è
quest’ultima che, in realtà,
1. Il segno ideografico di Aztlan o di
Tula era l’airone bianco; l’airone e la cicogna hanno in Occidente il
medesimo ruolo che ha l’ibis in Oriente, e questi tre uccelli figurano tra gli
emblemi del Cristo; l’ibis, per gli Egizi, era uno dei simboli di Thoth,
cioè della saggezza.
95
rappresenta il centro primo e supremo per
l’insieme del Manvantara attuale; essa fu l’«isola sacra» per eccellenza
e, come dicevamo prima, la sua ubicazione era, in origine, veramente Polare.
Tutte le altre «isole sacre» che sono designate ovunque da nomi di significato
identico, non furono che sue immagini; così è anche per il centro spirituale
della tradizione atlantidea, che regge solo un ciclo storico secondario,
subordinato al Manvantara. 2
La parola Tulâ, in sanscrito, significa
«bilancia» e designa propriamente il segno zodiacale di questo nome: ma,
secondo una tradizione cinese, la Bilancia Celeste era in origine l’Orsa
Maggiore. 3 Questa osservazione è della massima importanza perché il
simbolismo che si riferisce all’Orsa Maggiore è naturalmente legato nel modo
più stretto a quello del Polo; 4 non possiamo dilungarci qui
2. Molta difficoltà nella determinazione
precisa del punto di congiunzione della tradizione atlantica con quella
iperborea, proviene da certe sostituzioni di nomi che possono dar luogo a
confusioni molteplici; la questione tuttavia non è del tutto insolubile.
3. L’Orsa Maggiore sarebbe chiamata anche
«Bilancia di Giada», essendo la giada un simbolo di perfezione. Presso altri
popoli l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore sono state assimilate ai due piatti di
una bilancia. ‑ Tale bilancia simbolica ha qualche rapporto con quella di cui
si parla nel Siphra di-Tseniutha (il «Libro del Mistero», sezione dello Zohar):
quest’ultima è «sospesa in un luogo che non è», ossia nel «non manifestato»,
rappresentato, per il nostro mondo, dal punto polare; si può dire, d’altra
parte, che l’equilibrio di questo mondo poggia effettivamente sul Polo.
4. In India, l’Orsa Maggiore è il sapta-riksha,
cioè la dimora simbolica dei sette Rishi; questo per la tradizione
iperborea, mentre nella tradizione atlantica l’Orsa Maggiore viene sostituita
dalle Pleiadi, anch’esse formate da sette stelle; per i Greci, le Pleiadi erano
figlie di Atlante e, come tali, chiamate anche Atlantidi.
96
su tale argomento che richiederebbe di essere
trattato in uno studio particolare. 5 Sarebbe da esaminare anche il
rapporto che può sussistere fra la Bilancia polare e la Bilancia zodiacale;
quest’ultima, del resto, è considerata come il «segno del Giudizio», e ciò che
abbiamo detto prima della bilancia quale attributo della Giustizia, a proposito
di Melki-Tsedeq, può far capire come il suo nome sia servito a designare
il centro spirituale supremo.
Tula è chiamata
anche l’«isola bianca» e, come abbiamo detto, il bianco rappresenta l’autorità
spirituale; nelle tradizioni americane, Aztlan ha per simbolo una
montagna bianca, ma questa raffigurazione era attribuita, in origine, alla Tula
iperborea e alla «montagna polare». In India, l’«isola bianca» (Shwêta-dwîpa),
che si situa generalmente nelle lontane regioni del Nord, 6 è
considerata come il «soggiorno dei Beati», il che la identifica chiaramente con
la «Terra dei Viventi». 7 Vi è tuttavia un’eccezione, in apparenza:
le tradizioni celtiche parlano soprattutto dell’«isola verde» come «isola dei
Santi» o
5. È anche curioso notare che, in relazione a
quanto detto sopra circa l’assimilazione fonetica tra Mêru e mêros,
presso gli antichi Egizi l’Orsa Maggiore era detta la costellazione della
Coscia.
6. Lo Shwêta-dwîpa è una delle diciotto
suddivisioni del Jambu-dwîpa.
7. Questo ricorda anche le «Isole Fortunate»
dell’antichità occidentale; esse però erano situate a Ovest (il «giardino delle
Esperidi»: hesper in greco, vesper in latino indicano la sera,
cioè l’Occidente), il che suggerisce una tradizione di origine atlantica e può
anche far pensare al «Cielo Occidentale» della tradizione tibetana.
97
«isola dei Beati»; 8 ma al centro
di quest’isola s’innalza la «montagna bianca», che non può essere, si dice,
sommersa da alcun diluvio, 9 e la cui cima è di colore purpureo. 10
Questa «montagna del Sole», come è anche chiamata, corrisponde al Mêru:
anch’esso «montagna bianca», è circondato da una fascia verde, essendo situato
in mezzo al mare, 11 e sulla sua cima brilla il triangolo di luce.
Alla designazione di centri spirituali come
l’«isola bianca» (designazione che, ricordiamo, è stata attribuita anche a
centri secondari, e non unicamente al centro supremo al quale si applicava in
primo luogo), bisogna collegare i nomi di luoghi, contrade o città che
similmente esprimono l’idea di bianchezza. Ne esiste un numero cospicuo, da
Albione all’Albania, passando da Alba Longa, la città madre di Roma, e dalle
altre città antiche che hanno portato il medesimo nome; 12
8. Il nome di «Isola dei Santi», come quello
di «Isola verde», è stato attribuito all’Irlanda e anche all’Inghilterra. ‑Segnaliamo
anche il nome dell’isola Heligoland che ha lo stesso significato.
9. Abbiamo già segnalato le tradizioni similari
concernenti il Paradiso terrestre. ‑ Anche nell’esoterismo islamico, l’«isola
verde» (el-jezirah el-khadrah) e la «montagna bianca» (el-jabal
el-abiod) sono ben conosciute, anche se all’esterno se ne parla poco.
10. Si ritrovano qui i tre colori ermetici: verde,
bianco, rosso, di cui abbiamo parlato ne L’Ésotérisme de Dante.
11. A volte si tratta, del resto, di una cintura
dai colori dell’arcobaleno, che si può paragonare alla sciarpa di Iris;
Saint-Yves vi allude nella sua Mission de l’Inde, e ne parla anche Anna
Katharina Emmerich nelle sue visioni. ‑ Rinviamo a quanto detto prima sul
simbolismo dell’arcobaleno e sui sette dwîpa.
12. Il latino albus, «bianco», è da
accostare all’ebraico laban, che ha lo stesso significato e il cui
femminile Lebanah
98
presso i Greci, il nome della città di Argo ha
lo stesso significato; 13 ma la ragione di questi fatti risulterà
più chiara da quanto diremo più avanti.
C’è ancora un’osservazione da fare sulla
rappresentazione del centro spirituale come isola che per altro racchiude la
«montagna sacra»: infatti, anche se una simile localizzazione ha potuto
esistere effettivamente (benché non tutte le «Terre Sante» siano isole), essa
deve avere anche un significato simbolico. I fatti storici stessi, e
soprattutto quelli della storia sacra, traducono, a loro modo, verità di ordine
superiore, in ragione della legge di corrispondenza che è il fondamento stesso
del simbolismo e che unisce tutti i mondi nell’armonia totale e universale.
L’idea che evoca la rappresentazione di cui si tratta qui è essenzialmente
quella di «stabilità», che abbiamo appunto indicata come caratteristica del
Polo: l’isola rimane immobile in mezzo all’agitazione incessante dei flutti, la
quale è un’immagine dell’agitazione del mondo esterno; e, per giungere
designa la Luna; in latino Luna significa sia
«bianca» sia «luminosa», idee collegate fra loro.
13. Non c’è che una differenza di accentazione fra
l’aggettivo argos, «bianco», e il nome della città; quest’ultimo è
neutro, e lo stesso nome al maschile è quello dell’eroe Argos. Si può pensare
anche alla nave Argò (che si dice fosse stata costruita da Argos e il
cui albero era fatto con una quercia della foresta di Dodona); in tal caso la
parola può anche significare «rapido», essendo la rapidità considerata un
attributo della luce (e specialmente del lampo), ma il significato principale è
«bianchezza» e, subito dopo, «luminosità». ‑ Dallo stesso nome deriva il nome
dell’argento, metallo bianco che corrisponde astrologicamente alla Luna: il
latino argentum e il greco arguros hanno evidentemente una radice
identica.
99
alla «Montagna della Salvezza», al «Santuario
della Pace», 14 bisogna aver attraversato il «mare delle passioni».
14. «Lo Yogî, avendo attraversato il mare
delle passioni, è unito alla Tranquillità e possiede il Sé nella sua pienezza»
dice Shankarâchârya (Atmâ-Bodha). Le passioni designano qui tutte le
modificazioni contingenti e transitorie che costituiscono la «corrente delle
forme»: si tratta del dominio delle «acque inferiori», secondo il simbolismo
comune a tutte le tradizioni. È per questo che la conquista della «Grande Pace»
è rappresentata spesso come una navigazione (questa è una delle ragioni per cui
la barca, nel simbolismo cattolico, rappresenta la Chiesa); a volte sotto forma
di una guerra, e la Bhagavad-Gîtâ può essere interpretata in questo
senso; sotto questo punto di vista si potrebbe sviluppare la teoria della
«guerra santa» (jihâd) nella dottrina islamica. ‑ Aggiungiamo che il
«camminare sulle acque» simboleggia il dominio sul mondo delle forme e del
mutamento: Vishnu è detto Nârâyana, «Colui che cammina sulle
acque», e, nel Vangelo, si vede il Cristo camminare sulle acque.
100
XI
Localizzazione dei centri spirituali
Nelle pagine precedenti, abbiamo lasciato
quasi completamente da parte la questione della localizzazione effettiva della
«contrada suprema», questione molto complessa e del resto, dal punto di vista
nel quale ci siamo posti, secondaria.
Sembra che si possano prendere in
considerazione varie localizzazioni successive, corrispondenti ai diversi
cicli, suddivisioni di un altro ciclo più esteso, il Manvantara; del
resto, se si considerasse l’insieme di quest’ultimo mettendosi in qualche modo
fuori del tempo, vi sarebbe da osservare, fra quelle localizzazioni, un ordine
gerarchico corrispondente alla costituzione di forme tradizionali le quali poi
non sono altro che adattamenti della tradizione principale e primordiale, che
domina tutto il Manvantara. D’altra parte, ricorderemo ancora che
possono esservi, simultaneamente, oltre al centro principale, molti altri
centri ad esso collegati, e che sono altrettante immagini di esso, il che dà
luogo facilmente a confusioni, tanto più che, essendo i centri secondari più
esteriori, sono proprio per questo più appariscenti del centro supremo. 1
A questo proposito abbiamo già notato in
particolare la somiglianza di Lhassa, centro del Lamaismo, con l’Agarttha;
aggiungeremo ora che,
1. Secondo l’espressione che Saint-Yves
riprende dal simbolismo dei Tarocchi, il centro supremo sta fra gli altri
centri come «lo zero chiuso dei ventidue arcani».
101
anche in Occidente, sono note ancora almeno due
città la cui disposizione topografica presenta particolarità che, in origine,
hanno avuto una simile ragion d’essere: Roma e Gerusalemme (e abbiamo visto che
quest’ultima era effettivamente un’immagine visibile della misteriosa Salem di
Melki-Tsedeq). Esisteva infatti, nell’antichità, una sorta di
geografia sacra o sacerdotale, e la posizione delle città e dei templi non era
arbitraria ma determinata da leggi molto precise; 2 si possono
intuire in questo i legami che univano l’«arte sacerdotale» e l’«arte regale»
all’arte dei costruttori, 3 come anche le ragioni per cui le antiche
corporazioni erano in possesso di una vera tradizione iniziatica. 4
Del resto, tra la fondazione di una città e la costituzione di una dottrina (o
di una forma tradizionale, per adattamento a condizioni definite di tempo e di
luogo), vi era un rapporto tale che la prima era usata spesso quale simbolo
della seconda. 5 Naturalmente si doveva ricorrere a precauzioni
speciali quando si trattava di fissare la sede di una
2. Il Timeo di Platone sembra
contenere, in forma velata, certe allusioni alla scienza di cui si tratta.
3 . Si ricordi quanto è stato detto sul titolo di Pontifex;
l’espressione «arte regale» è stata conservata dalla Massoneria moderna.
4. Per i Romani Janus era al tempo stesso
il dio dell’iniziazione ai Misteri e quello delle corporazioni di artigiani (Collegia
fabrorum); vi è, in questa doppia attribuzione, qualcosa di particolarmente
significativo.
5. Citeremo come esempio il simbolo di Anfione che
edifica le mura di Tebe grazie al suono della sua lira; si vedrà fra breve che
cosa indica il nome della città di Tebe. È nota l’importanza della lira
nell’Orfismo e nel Pitagorismo; anche nella tradizione cinese si parla spesso
di strumenti musicali che hanno un ruolo similare ed è evidente che quanto
viene detto in proposito va inteso anch’esso simbolicamente.
102
città destinata a divenire, per un aspetto o
per l’altro, la metropoli di tutta una parte del mondo; e i nomi delle città,
come anche tutto ciò che si racconta intorno alle circostanze della loro
fondazione, meriterebbero di essere esaminati accuratamente da questo punto di
vista. 6
Senza dilungarci su tali considerazioni che
riguardano solo indirettamente il nostro argomento, diremo ancora che un centro
simile a quelli di cui abbiamo parlato esisteva a Creta nell’epoca preellenica,
7 e che sembra che l’Egitto ne contenesse molti, probabilmente
fondati in epoche successive, come Menfi e Tebe. 8 Il nome di
quest’ultima città, che fu anche quello di una città greca, deve richiamare la
nostra attenzione, riguardo alla designazione di centri spirituali, a
6. Quanto ai nomi, si possono trovare alcuni
esempi nelle pagine precedenti, in particolare per quelli che si ricollegano
all’idea di bianchezza, e ne indicheremo altri ancora. Ci sarebbero anche molte
cose da dire sugli oggetti sacri cui erano legate, in certi casi, la potenza e
la conservazione stessa della città: tale era il leggendario Palladium di
Troia; e, a Roma, gli scudi dei Salii (che si diceva fossero stati intagliati
in un aerolito al tempo di Numa; il Collegio dei Salii era composto da
dodici membri); questi oggetti erano supporto di «influssi spirituali», come
l’Arca dell’Alleanza per gli Ebrei.
7. Il nome Minosse era di per sé
un’indicazione sufficiente a questo riguardo, come quello di Menes per
quanto concerne l’Egitto; quanto a Roma, rimanderemo a ciò che si è detto sul
nome di Numa, e ricorderemo il significato di quello di Schlomoh per
Gerusalemme. ‑ A proposito di Creta, segnaleremo l’uso, da parte dei
costruttori del medioevo, del Labirinto come simbolo caratteristico; la
cosa più curiosa è che il percorso del Labirinto, tracciato sul pavimento di
certe chiese, era considerato quale una sostituzione del pellegrinaggio in
Terra Santa per coloro che non potevano compierlo.
8. Come si è visto, Delfi aveva avuto questo ruolo
per la Grecia; il suo nome evoca quello del delfino, il cui simbolismo è molto
importante. ‑ Altro nome degno di nota è quello di Babilonia: Bab-Ilu significa
«porta del Cielo», che
103
causa della sua manifesta identità col nome
della Thebah ebraica, cioè dell’Arca del diluvio. Quest’ultima è
anch’essa una rappresentazione del centro supremo, considerato specialmente in
quanto garante della. tradizione allo stato, per così dire, di avviluppamento, 9
durante il periodo transitorio che fa da intervallo fra due cicli ed è segnato
da un cataclisma cosmico che distrugge lo stato anteriore del mondo per far
posto a un nuovo stato. 10 Il ruolo del Noah biblico 11
è simile a quello che, nella tradizione indù, svolge Satyavrata, il
quale diviene poi, sotto il nome di Vaivaswata, il Manu attuale;
ma bisogna notare che, mentre quest’ultima tradizione si riferisce così
all’inizio del presente Manvantara, il diluvio biblico segna soltanto
l’inizio di un altro ciclo più ristretto, compreso all’interno di questo stesso
è una delle qualifiche attribuite da Giacobbe
a Luz; tale nome, d’altra parte, può avere anche il significato di «casa
di Dio», come Beith-El; diviene però sinonimo di «confusione» (Babel)
allorché la tradizione è perduta: si verifica allora il rovesciamento del
simbolo, e la Janua Inferni prende il posto della Janua Coeli.
9. Questo stato è assimilabile a quello
rappresentato, per l’inizio di un ciclo, dall’«Uovo del Mondo», che contiene in
germe tutte le possibilità che si sviluppano nel corso del ciclo; l’Arca
contiene, d’altra parte, tutti gli elementi che serviranno alla restaurazione
del mondo e che sono anche i germi del suo stato futuro.
10. Un’altra funzione del «Pontificato» è quella di
garantire il passaggio o la trasmissione tradizionale da un ciclo all’altro; la
costruzione dell’Arca ha qui lo stesso significato di quella di un ponte
simbolico, perché entrambi sono destinati a permettere il «passaggio delle
acque», il quale, a sua volta, ha significati molteplici.
11. Si noterà inoltre che Noè è designato come
colui che per primo piantò la vigna (Genesi, IX, 20) il che va collegato
con quanto abbiamo detto prima sul significato simbolico del vino e sul suo
ruolo nei riti iniziatici, a proposito del sacrificio di Melchisedec.
104
Manvantara; 12
non si tratta del medesimo accadimento, ma soltanto di due accadimenti
analoghi. 13
Bisogna rilevare inoltre il rapporto esistente
fra il simbolismo dell’Arca e quello dell’arcobaleno, rapporto che nel testo
biblico è suggerito all’apparizione di quest’ultimo dopo il diluvio, come segno
dell’alleanza fra Dio e le creature terrestri. 14 L’Arca, durante il
cataclisma, galleggia sull’oceano delle acque inferiori; l’arcobaleno, nel
momento che indica la restaurazione dell’ordine e il rinnovarsi di tutte le
cose, appare «nella nube», cioè nella regione delle acque superiori. Si tratta
dunque di una relazione di analogia nel senso più stretto della parola, il che
significa che le due figure sono inverse e complementari l’una rispetto
all’altra: la convessità dell’Arca è volta verso il basso, quella
dell’arcobaleno verso l’alto e la loro unione forma una figura circolare o
ciclica completa, di cui essi rappresentano le due metà. 15 Questa
figura infatti all’inizio del ciclo era completa: essa è la sezione verticale
di
12. Uno dei significati storici del diluvio
biblico può essere riferito al cataclisma in cui scomparve l’Atlantide.
13. La stessa osservazione va applicata
naturalmente a tutte le tradizioni diluviane che si ritrovano presso numerosi
popoli; ve ne sono che concernono cicli ancora più particolari, ed è questo il
caso, in particolare, presso i Greci, per i diluvi di Deucalione e di Ogige.
14. Genesi, IX, 12-17.
15. Queste due metà corrispondono a quelle
dell’«Uovo del Mondo» come le «acque superiori» e le «acque inferiori»; durante
il periodo di confusione, la metà superiore è divenuta invisibile ed è nella
metà inferiore che si produce allora ciò che Fabre d’Olivet chiama
l’«accatastarsi delle specie». ‑ Le due figure complementari di cui si tratta
possono inoltre, sotto un certo aspetto, essere assimilate a due falci di luna
girate in senso inverso (l’una essendo il riflesso dell’altra e sua figura
105
una sfera la cui sezione orizzontale è
rappresentata dal recinto circolare del Paradiso terrestre; 16 e il
recinto è diviso da una croce formata dai quattro fiumi che escono dalla
«montagna polare». 17 La ricostituzione deve operarsi alla fine del
medesimo ciclo; ma allora, nella figura della Gerusalemme celeste, il cerchio è
sostituito da un quadrato, 18 il che indica la realizzazione di ciò
che gli ermetici designano simbolicamente come la «quadratura del cerchio»: la
sfera, che rappresenta lo sviluppo delle possibilità attraverso
simmetrica in rapporto alla linea di
separazione delle acque), il che si riferisce al simbolismo di Giano, di cui la
nave, del resto, è uno degli emblemi. Si noterà inoltre che vi è una sorta di
equivalenza simbolica tra la falce lunare, la coppa e la nave, e che la parola
«vascello» serve a designare queste ultime due (il «Santo Vascello» è una delle
denominazioni abituali del Graal nel medioevo).
16. Questa sfera è anch’essa l’«Uovo del Mondo»;
il Paradiso terrestre si trova sul piano che lo divide nelle sue due metà,
superiore e inferiore, cioè al limite del Cielo e della Terra.
17. I Cabbalisti fanno corrispondere a questi
quattro fiumi le quattro lettere dell’alfabeto che formano in ebraico la parola
Pardes; abbiamo segnalato altrove il loro rapporto analogico con i
quattro fiumi degli Inferi (L’Ésotérisme de Dante, 1957, p. 63).
18. Questa sostituzione corrisponde a quella del
simbolismo vegetale col simbolismo minerale, di cui abbiamo indicato altrove il
significato (L’Ésotérisme de Dante, 1957, p. 67). ‑ Le dodici porte
della Gerusalemme celeste corrispondono naturalmente ai dodici segni dello
Zodiaco e alle dodici tribù di Israele; si tratta proprio, dunque, di una
trasformazione del ciclo zodiacale, consecutiva all’arresto della rotazione del
mondo e alla sua fissazione in uno stato finale che è la restaurazione dello
stato primordiale, allorché sarà compiuta la manifestazione successiva delle
possibilità che questo conteneva. ‑
L’«Albero della Vita», che era al centro del Paradiso terrestre, è al centro
della Gerusalemme celeste, e qui porta dodici frutti; questi sono in un certo
rapporto con gli Aditya, come l’«Albero della Vita», a sua volta, è in
rapporto con Aditi, l’essenza unica e indivisibile da cui essi sono
stati generati.
106
l’espansione del punto primordiale e centrale,
si trasforma in un cubo quando tale sviluppo è compiuto e l’equilibrio finale è
raggiunto per il ciclo considerato. 19
19. Si potrebbe dire che la sfera e il cubo
corrispondono qui rispettivamente ai due punti di vista dinamico e statico; le
sei facce del cubo sono orientate secondo le tre dimensioni dello spazio, come
le sei braccia della croce tracciate a partire dal centro della sfera. ‑ Per
quanto riguarda il cubo, sarà facile un accostamento con il simbolo massonico
della «pietra cubica», che si riferisce parimenti all’idea di compiutezza e di
perfezione, cioè alla realizzazione della pienezza delle possibilità implicite
in un certo stato.
107
XII
Alcune conclusioni
Dalla testimonianza concordante di tutte le
tradizioni deriva chiaramente questa conclusione: che esiste una «Terra Santa»
per eccellenza, prototipo di tutte le altre «Terre Sante», centro spirituale
cui tutti gli altri centri sono subordinati. La «Terra Santa» è anche la «Terra
dei Santi», la «Terra dei Beati», la «Terra dei Viventi», la «Terra
d’Immortalità»; queste espressioni sono tutte equivalenti e bisogna aggiungervi
quella di «Terra Pura» 1 che Platone attribuisce in particolare al
«soggiorno dei Beati». 2 Si usa situare tale soggiorno in un «mondo
invisibile»; ma, se si vuol capire di che cosa si
1. Fra le scuole buddiste esistenti in
Giappone, ve n’è una, quella del Giô-dô, il cui nome si traduce con
«Terra pura»; essa ricorda, d’altra parte, la denominazione islamica dei
«Fratelli della Purezza» (Ikhwân Es-Safâ), per non parlare dei Catari
del medioevo occidentale, il cui nome significa «puri». Del resto è
probabile che la parola Sûfî, che designa gli iniziati musulmani (o più
precisamente coloro che sono giunti allo stadio finale dell’iniziazione, come
gli Yogi nella tradizione indù), abbia esattamente lo stesso
significato; di fatto, l’etimologia volgare, che la fa derivare da sûf,
«lana» (di cui sarebbe stato fatto il vestito che portavano i Sûfî), è
ben poco soddisfacente, e la spiegazione mediante il greco sophos,
«saggio», pur sembrando più accettabile, ha l’inconveniente di rifarsi a un
termine estraneo alla lingua araba; noi pensiamo perciò che sia preferibile
accettare l’interpretazione che fa derivare Sûfî da safâ,
«purezza».
2. La descrizione simbolica di questa «Terra Pura»
si trova verso la fine del Fedone; abbiamo già osservato che è possibile
stabilire una sorta di parallelo tra questa descrizione e quella che Dante fa
del Paradiso terrestre (cfr. John Stewart, The Myths of Plato, pp.
101-113).
109
tratta, non bisogna dimenticare che lo stesso
accade per le «gerarchie spirituali» di cui tutte le tradizioni parlano
e che rappresentano in realtà dei gradi di iniziazione. 3
Nel periodo attuale del nostro ciclo
terrestre, cioè nel Kali-Yuga, questa «Terra Santa», difesa da
«guardiani» che la nascondono agli sguardi profani garantendone tuttavia certe
relazioni esterne, è di fatto invisibile, inaccessibile, ma soltanto per coloro
che non possiedono le qualificazioni richieste per penetrarvi. Ora, la sua
localizzazione in una determinata regione deve essere considerata come
letteralmente effettiva, oppure soltanto simbolica, o l’una e l’altra cosa
insieme? A tale domanda risponderemo semplicemente che, per noi, i fatti
geografici e quelli storici hanno, come tutti gli altri, un valore simbolico
che, del resto, non toglie nulla della loro realtà propria in quanto fatti, e
anzi conferisce loro, oltre a questa realtà immediata, un significato
superiore. 4
3. Del resto, i diversi mondi sono
propriamente degli stati, e non dei luoghi, anche se possono essere
simbolicamente descritti come tali; la parola sanscrita loka, che serve
a designarli, e che è identica al latino locus, racchiude in sé
l’indicazione di questo simbolismo spaziale. Esiste anche un simbolismo
temporale, secondo cui quei medesimi stati sono descritti sotto forma di cicli
successivi, benché il tempo, come lo spazio, non sia in realtà che una
condizione propria di uno di essi, cosicché la successione qui non è altro che
l’immagine di un concatenarsi casuale.
4. Ciò può essere paragonato alla pluralità dei
significati secondo i quali furono interpretati i testi sacri e che, lungi
dall’opporsi o distruggersi, si completano e si armonizzano nella conoscenza
sintetica integrale. ‑ Dal punto di vista che noi indichiamo qui, i fatti
storici corrispondono a un simbolismo temporale, e i fatti geografici a un
simbolismo spaziale; vi è del resto, fra gli uni e gli altri, un legame o una
correlazione
110
Siamo ben lungi dal pretendere di aver detto
tutto il possibile sull’argomento del presente studio, e gli accostamenti che
abbiamo fatto potranno anche suggerirne molti altri; comunque, abbiamo detto
molto più di quanto mai sia stato detto finora, e alcuni saranno forse tentati
di rimproverarcelo. Ciononostante, non pensiamo che sia troppo, e siamo anzi
persuasi che in tutto questo non vi sia niente che non debba essere detto,
benché proprio noi meno di ogni altro siamo disposti a contestare che siano giustificate
le questioni di opportunità quando si tratta di esporre pubblicamente cose di
carattere un po’ inusitato. Ci limiteremo qui a una breve osservazione: nelle
circostanze in mezzo alle quali viviamo attualmente, gli avvenimenti si
svolgono con una tale rapidità che molte cose le cui ragioni non appaiono
nell’immediato potrebbero trovare, prima di quanto si creda, applicazioni molto
impreviste, se non del tutto imprevedibili. Vogliamo astenerci da tutto ciò
che, in qualche modo, possa somigliare a una «profezia»; teniamo a citare
tuttavia, per concludere. una frase di Joseph de Maistre, 5 che è
ancor più vera oggi che un secolo fa: «Bisogna tenerci pronti per un
avvenimento immenso nell’ordine divino, verso
necessaria, come fra il tempo e lo spazio,
per cui la localizzazione del centro spirituale può essere diversa a seconda
dei periodi considerati.
5. Soirées de
Saint-Pétersbourg, undicesima conversazione. ‑ È quasi
superfluo, per evitare ogni apparenza di contraddizione con la cessazione degli
oracoli cui alludevamo prima, e che Plutarco aveva già osservato, far notare
che la parola «oracolo» è intesa da Joseph de Maistre in senso molto ampio,
come si fa spesso nel linguaggio corrente, e non nel senso proprio e preciso
che aveva nell’antichità.
111
il quale procediamo a una velocità accelerata
che deve colpire tutti gli osservatori. Temibili oracoli annunciano già che i
tempi sono giunti».
112
ADELPHI EDIZIONI
TITOLO ORIGINALE:
Le Roi du Monde
Stampato nel giugno 1987
© 1958 LIBRAIRIE GALLIMARD PARIS
© 1977 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO
260919
Piccola Biblioteca Adelphi
Periodico mensile: N.51/1977
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