9 - AUTORITÀ SPIRITUALE E POTERE TEMPORALE - René Guénon
Prefazione
Nei nostri scritti non abbiamo l’abitudine di
riferirci all’attualità immediata, perché la nostra attenzione è costantemente
rivolta al principi i quali, si potrebbe dire, sono di un’attualità permanente,
ponendosi fuori del tempo; e anche quando ci accade di uscire dalla sfera della
metafisica pura per esaminarne talune applicazioni, facciamo sì che le
applicazioni conservino una portata generale. Così ci comporteremo anche in
questa occasione; tuttavia dobbiamo ammettere che le considerazioni che esporremo
in questo studio presentano inoltre un certo interesse più particolare nel
presente momento, a motivo delle discussioni che negli ultimi tempi sono sorte
sul problema dei rapporti tra religione e politica, problema che è soltanto una
forma particolare assunta, in condizioni determinate, da quello più generale
delle relazioni tra la sfera dello spirito e la sfera temporale. Sarebbe
tuttavia un errore credere che le nostre considerazioni ci siano state dettate
in modo più o meno diretto dalla situazione accidentale alla quale abbiamo
alluso, o che sia nostra intenzione ricollegarvele decisamente, giacché ciò
equivarrebbe ad accordare un’importanza esagerata a cose che hanno invece
soltanto un carattere episodico e non possono perciò esercitare alcuna influenza
su concezioni la cui origine e natura sono in realtà di ordine totalmente
diverso.
Poiché è nostra abitudine cercare di chiarire
in anticipo tutti i malintesi che riusciamo a prevedere, desideriamo evitare
innanzi tutto, nel modo più netto ed esplicito possibile, questa
7
Prefazione
interpretazione falsa che taluni potrebbero
dare al nostro pensiero, sia per passione politica o religiosa, o per idee
preconcette, sia invece anche soltanto per incomprensione del punto di vista
dal quale ci poniamo. Tutto quanto diremo in questo lavoro lo avremmo detto
anche, ed esattamente nello stesso modo, se i fatti che oggi attirano
l’attenzione generale sui problemi dei rapporti tra la sfera dello spirito e la
sfera del temporale non si fossero verificati; le circostanze attuali ci hanno
soltanto dimostrato, in modo più chiaro che mai, che era necessario e opportuno
parlarne; sono state, se si vuole, l’occasione che ci ha spinto a esporre ora
alcune verità invece di molte altre che ci ripromettiamo ugualmente di
formulare se non ce ne mancherà il tempo, ma che non ci appaiono suscettibili
di un’applicazione altrettanto immediata; questa è la sola funzione che le
circostanze hanno avuto nei nostri confronti.
Nelle discussioni a cui ci riferiamo,
soprattutto ci ha colpito il fatto che né l’una né l’altra parte si era
preoccupata di situare i problemi sul loro vero terreno, di distinguere cioè
l’essenziale dall’accidentale, i principi necessari dalle circostanze
contingenti; occorre dire che la cosa non ci ha sorpreso, perché vi abbiamo
visto semplicemente un nuovo esempio, dopo tanti altri, della confusione che
oggi regna in ogni campo e che noi, per i motivi espressi in opere precedenti1,
consideriamo tipica del mondo moderno. Tuttavia non possiamo trattenerci dal
deplorare che la confusione si estenda anche ai rappresentanti di un’autorità
spirituale autentica: essi sembrano perdere di vista quella che dovrebbe
costituire la loro vera forza, cioè la trascendenza della dottrina in nome
della quale sono qualificati a parlare. Si sarebbe dovuto distinguere prima di
tutto la questione di principio dalla questione di opportunità: sulla prima non
ha senso discutere, giacché appartiene a una sfera che non può soggiacere ai
procedimenti essenzialmente «profani» della discussione;
1. Oriente e Occidente, Milano, Luni
Editrice, 1993 e La crisi del mondo moderno, Roma, Edizioni
Mediterranee, 1972.
8
Prefazione
quanto alla seconda, la quale d’altronde era
di carattere meramente politico, e si potrebbe quasi dire diplomatico, essa è
in ogni caso molto secondaria e, rigorosamente parlando, non deve avere alcuna
influenza sulla questione di principio; di conseguenza, sarebbe stato
preferibile non dare all’avversario neppure la possibilità di sollevarla, anche
se si fosse trattato di semplici apparenze; per quel che ci riguarda,
aggiungeremo che essa non ci interessa minimamente.
Quanto a noi, intendiamo situarci
esclusivamente nel campo dei principi; così potremo permetterci di restare
completamente al di fuori di ogni discussione, di ogni polemica, diatriba di
scuola o di partito, in cui non vogliamo essere invischiati né da lontano né da
vicino, a nessun titolo e in nessuna misura. Poiché siamo assolutamente
indipendenti da tutto quel che non sia la verità pura e disinteressata, e siamo
decisi a rimanerlo, ci proponiamo semplicemente di dire come stanno le cose
senza la minima preoccupazione di piacere o dispiacere a chicchessia; non ci
attendiamo niente né dagli uni né dagli altri, non speriamo neppure che coloro
che potrebbero trarre vantaggio dalle idee che formuleremo ce ne siano grati in
qualche modo, e del resto questo ci importa pochissimo. Avvertiamo soltanto,
ancora una volta, che non siamo disposti a lasciarci rinchiudere in nessuno
degli schemi abituali, e che sarebbe vano tentare di applicarci una qualunque
«etichetta», giacché, fra tutte quelle che sono diffuse nel mondo occidentale,
non ve n’è alcuna, in realtà, che si adatti a noi; alcune insinuazioni,
provenienti del resto in modo simultaneo dalle direzioni più opposte, ci hanno
dimostrato ancora di recente che è opportuno ripetere una dichiarazione di
questo genere, affinché le persone di buona fede sappiano come regolarsi e non
siano indotte ad attribuirci intenzioni incompatibili con il nostro vero
atteggiamento e con quel punto di vista puramente dottrinale che è il nostro.
Grazie alla natura stessa di questo punto di
vista, svincolato da ogni contingenza, possiamo esaminare i fatti attuali con
la totale imparzialità con cui li esamineremmo se fossero avvenimenti
appartenenti a un passato lontano, avvenimenti di cui
9
Prefazione
parleremo soprattutto quando dovremo citare
esempi storici per chiarire la nostra esposizione. È inteso che attribuiamo al
nostro scritto, come spiegavamo all’inizio, una portata del tutto generale, la
quale supera tutte le forme particolari che, secondo i tempi e i luoghi,
possono assumere il potere temporale e persino l’autorità spirituale; ed è
necessario che precisiamo, in particolare e senza tardare ulteriormente, che
quest’ultima non ha per noi obbligatoriamente la forma religiosa, al contrario
di ciò che comunemente si immagina in Occidente. Lasciamo a ciascuno la
possibilità di ricavare da queste considerazioni l’applicazione che gli
sembrerà più adatta a questo o quel caso particolare, che volutamente ci
asteniamo dall’esaminare in modo diretto; affinché tale applicazione sia
legittima e valida, è sufficiente che sia fatta in uno spirito conforme al
principi da cui ogni cosa dipende, spirito che noi chiamiamo tradizionale nel
senso proprio del termine, e del quale disgraziatamente tutte le tendenze specificamente
moderne sono l’antitesi o la negazione.
In quest’opera esamineremo precisamente un
altro degli aspetti della deviazione moderna, e sotto questo profilo lo studio
attuale completerà quanto abbiamo già spiegato negli scritti citati poco fa.
Del resto, sarà facile constatare che gli errori che si sono prodotti nel corso
degli ultimi secoli sul problema dei rapporti tra lo spirituale e il temporale
sono lungi dall’avere carattere di novità; ma le loro manifestazioni anteriori
avevano avuto soltanto conseguenze limitate, mentre oggi gli stessi errori si
sono in qualche modo incorporati nella mentalità comune fino a diventare parte
integrante di un modo di pensare e di essere che si estende sempre di più.
Questo fatto è particolarmente grave e inquietante; e, se non interverrà a
breve scadenza un «raddrizzamento», si può prevedere che il mondo moderno sarà
trascinato in qualche catastrofe, verso la quale sembra diretto a una velocità
sempre maggiore. Avendo esposto altrove le considerazioni che possono
giustificare questa affermazione1,
1. La crisi del mondo moderno.
10
Prefazione
non le ripeteremo; aggiungeremo soltanto
questo: se nelle presenti circostanze c’è ancora qualche speranza di salvezza
per il mondo occidentale, pare che essa debba consistere, almeno in parte, nel
mantenimento della sola autorità tradizionale che ancora vi sopravvive; ma è
necessario che l’autorità abbia piena coscienza di se stessa per essere in
grado di fornire un fondamento effettivo per tali sforzi che, altrimenti,
corrono il rischio di rimanere dispersi e non coordinati. Questo, per lo meno,
è uno dei mezzi più immediati che possono essere presi in considerazione per
una restaurazione dello spirito tradizionale; indubbiamente, ve ne sono altri,
qualora il primo venisse a mancare; ma poiché la restaurazione, che è anche
l’unico rimedio al disordine attuale, è il fine essenziale che ci proponiamo
costantemente quando, uscendo dalla metafisica pura, passiamo a considerare la
situazione contingente, è facile capire come non possiamo trascurare nessuna
delle possibilità che si offrono per raggiungerla, anche se tali possibilità
sembrano avere per il momento soltanto poche probabilità di realizzazione. Le
nostre vere intenzioni sono queste, e queste soltanto; tutte le altre che ci
potrebbero essere attribuite sono assolutamente inesistenti; e se poi qualcuno
sostenesse che le riflessioni che seguiranno ci sono state suggerite da
influenze esteriori di qualsivoglia natura, gli opponiamo in anticipo la
smentita più formale.
Dopo tali precisazioni, che consideriamo per
esperienza una precauzione non inutile, crediamo di poterci dispensare, da ora
in avanti, da ogni allusione diretta all’attualità, affinché sia ancora più
percepibile e incontestabile il carattere rigorosamente dottrinale che vogliamo
conservare a tutti i nostri scritti. Indubbiamente, le passioni politiche o
religiose non ne saranno soddisfatte, ma di questo non potremo se non
rallegrarci, giacché il nostro compito non è di fornire argomenti a tali
discussioni, che ci appaiono del tutto vane, se non addirittura miserevoli,
bensì di rammentare i principi, il cui oblio è in fondo l’unica vera causa di
tutte queste discussioni. Ripetiamo che è la nostra stessa indipendenza a
permetterci questa messa a punto in spirito di assoluta imparzialità, senza
concessioni o compromessi
11
Prefazione
di sorta. D’altronde, essa ci vieta anche
qualsiasi funzione che non sia quella che abbiamo or ora definito; si può
infatti mantenere un’assoluta indipendenza soltanto se non si abbandona la
sfera dell’intellettualità pura, sfera che del resto è quella dei principi
essenziali e immutabili e dalla quale deriva più o meno direttamente tutto il
resto. Da essa deve necessariamente cominciare il raddrizzamento di cui
parlavamo poco fa: se si prescinde dal ricollegamento ai principi, non si
possono ottenere se non risultati meramente esteriori, instabili e illusori;
sennonché anche questa non è che una delle forme di quell’affermazione della
supremazia dello spirituale sul temporale che costituirà l’argomento del
presente studio.
12
I
Autorità e gerarchia
Se esaminiamo epoche molto diverse della
storia, se addirittura risaliamo di là da quelli che per convenzione sono
chiamati i «tempi storici» (nella misura in cui ci è possibile farlo con
l’aiuto delle testimonianze concordanti forniteci dalle tradizioni orali o
scritte di tutti i popoli)1, troviamo le tracce di una frequente
opposizione tra i rappresentanti di due poteri, l’uno spirituale e l’altro
temporale, nonostante le forme particolari che assunsero per adattarsi alla
diversità delle circostanze, secondo le epoche e i paesi. Tuttavia non si può
affermare che simile opposizione e le lotte da essa generate siano «vecchie
come il mondo», come dice un’espressione di cui troppo spesso si abusa; sarebbe
una patente esagerazione, giacché esse cominciarono ad apparire, se si segue
l’insegnamento di tutte le tradizioni, soltanto quando l’umanità fu giunta a
una fase già alquanto discosta dalla pura spiritualità primordiale.
D’altronde alle origini i due poteri non
esistevano allo stato di funzioni separate, rispettivamente esercitate da
differenti individualità; entrambi, al contrario, dovevano essere contenuti nel
principio comune da cui essi procedono e del quale costituiscono
1. Queste tradizioni furono sempre orali agli
inizi; qualche volta, come presso i Celti, esse non furono mai scritte; la loro
concordanza prova sia la comunanza di origine, e perciò il ricollegamento a una
tradizione primordiale, sia la fedeltà rigorosa della trasmissione orale, la
cui conservazione è, in questo caso, una delle funzioni principali
dell’autorità spirituale.
13
Autorità spirituale e Potere temporale
soltanto due aspetti indivisibili,
indissolubilmente legati nell’unità di una sintesi a un tempo superiore e
anteriore alla loro distinzione.
È questo che la dottrina indù vuole esprimere
quando insegna che in principio vi era una sola casta; il termine Hamsa,
attribuito all’unica casta primitiva, designa un grado spirituale elevatissimo,
oggi assolutamente eccezionale, e che allora era comune a tutti gli uomini, i
quali lo possedevano si può dire spontaneamente1: esso è al di sopra
delle quattro caste costituitesi in seguito e fra cui si sono ripartite le
differenti funzioni sociali.
Il principio dell’istituzione delle caste,
completamente incompreso dagli Occidentali, non è che la differenza di natura
esistente tra gli individui umani, la quale instaura tra di loro una gerarchia
il cui disconoscimento può provocare soltanto disordine e confusione. Il
disconoscimento è contenuto nella teoria «ugualitaria», tanto cara al mondo
moderno, teoria che è in contrasto con i fatti più accertati ed è smentita
persino dalla pura e semplice osservazione corrente, visto che l’uguaglianza in
realtà non esiste da nessuna parte; ma questa non è la sede per diffonderci su
un argomento che abbiamo già avuto modo di trattare2.
1. Troviamo la medesima indicazione, formulata in
modo altrettanto deciso, nella tradizione estremo-orientale, come dimostra
questo passo di Lao-tzu: «Gli antichi maestri possedevano la Logica, la
Chiaroveggenza e l’Intuizione; questa Forza dell’Anima permaneva incosciente,
questa Incoscienza della propria Forza Interiore conferiva la maestà al loro
modo di apparire... Chi potrebbe, ai nostri giorni, con la sua chiarezza
maestosa, portar luce nelle tenebre interiori? Chi potrebbe, ai nostri giorni,
con la sua vita maestosa, rivivificare la morte interiore? Essi portavano la
Via (Tao) nella propria anima e furono Individui Autonomi; in quanto
tali erano in grado di scorgere le perfezioni delle loro debolezze» (Tao te
king, cap. XV, trad. di Alexandre Ular; cfr. Chuang-tzu, cap. VI, che è il
commento di questo passo). L’«Incoscienza» di cui qui si tratta si riferisce
alla spontaneità di un tale stato, il quale non era allora il risultato di
nessuno sforzo; l’espressione «Individui Autonomi» deve essere compresa nel
senso del termine sanscrito swêchchhâchârî, «colui che segue la
propria volontà», o, secondo un’espressione equivalente, che si incontra
nell’esoterismo islamico, «colui che è legge a se stesso».
2. Cfr. La crisi del mondo moderno, cap. VI;
sul principio dell’istituzione delle caste, cfr. Introduzione generale allo
studio delle dottrine indù, Milano, Adelphi, 1989, parte III, cap. VI.
14
Autorità e gerarchia
Le parole che in India servono a rappresentare
la casta vogliono dire soltanto «natura individuale»; con ciò si deve intendere
l’insieme dei caratteri che si sovrappongono alla natura umana «specifica», per
differenziare gli individui tra di loro.
Conviene aggiungere subito che l’eredità
interviene soltanto in parte nella determinazione di questi caratteri, giacché,
se così non fosse, tutti gli individui d’una stessa famiglia sarebbero
esattamente simili: perciò la casta non è in linea di principio rigorosamente
ereditaria, anche se molto spesso lo è diventata di fatto e nelle applicazioni.
Inoltre, non potendo esistere due individui identici o uguali sotto ogni
rapporto, vi sono ovviamente differenze tra coloro che appartengono alla stessa
casta; ma, come vi sono caratteri comuni più tra gli esseri d’una stessa specie
che non tra quelli di specie diverse, così ve ne sono di più tra individui di
una stessa casta che tra quelli di caste differenti; si potrebbe dunque dire
che la distinzione delle caste costituisce, nella specie umana, una vera e
propria classificazione naturale alla quale deve corrispondere la ripartizione
delle funzioni sociali.
In effetti, ciascun uomo, in virtù della sua
natura propria, è adatto a esercitare certe funzioni definite a esclusione di
altre; in una società regolarmente fondata su basi tradizionali queste
attitudini devono essere determinate secondo regole precise affinché, grazie
alla corrispondenza dei differenti generi di funzioni con le grandi divisioni
della classificazione delle «nature individuali», salvo eccezioni dovute a
errori di applicazione sempre possibili, ma ridotti in certo qual modo al loro
minimo, ciascuno si ritrovi nel posto che deve normalmente occupare, e l’ordine
sociale traduca in tal modo esattamente i rapporti gerarchici che sono
conseguenza della natura propria degli esseri.
È questa, riassunta in poche parole, la
ragione fondamentale dell’esistenza delle caste; ed è opportuno che se ne
conoscano almeno le nozioni essenziali per capire le allusioni che saremo
necessariamente condotti a fare, nel seguito del nostro studio, sia al loro
modo di costituzione così come esso esiste in India, sia a istituzioni analoghe
che si ritrovano altrove, giacché è evidente che gli stessi principi, pur con
modalità di applicazione
15
Autorità spirituale e Potere temporale
diverse, hanno presieduto all’organizzazione
di tutte le civiltà che posseggono un carattere veramente tradizionale.
La distinzione delle caste, insieme con la
differenziazione delle funzioni sociali a cui corrisponde, è in fondo la
conseguenza di un frazionamento dell’unità primitiva; a causa di quel
frazionamento appaiono separati, l’uno dall’altro, il potere spirituale e il
potere temporale i quali, nel loro esercizio distinto, costituiscono le
funzioni rispettive delle prime due caste, dei Brâhmani e degli Ksatriya.
D’altronde, tra questi due poteri, così come
più generalmente fra tutte le funzioni sociali assegnate da quel momento in
avanti a gruppi diversi di individui, dovette originariamente esistere una
armonia perfetta, in virtù della quale l’unità primigenia era conservata nella
misura in cui lo permettevano le condizioni d’esistenza dell’umanità nella sua
nuova fase: l’armonia infatti non è altro che un riflesso o un’immagine della
vera unità. Solamente in uno stadio ulteriore la distinzione dovette trasformarsi
in opposizione e in rivalità, e l’armonia essere distrutta per lasciare posto
alla lotta dei due poteri, nell’attesa che le funzioni inferiori pretendessero
a loro volta la supremazia, e si giungesse infine alla confusione più completa,
alla negazione e al rovesciamento di ogni specie di gerarchia.
Questo quadro generale, da noi tracciato nelle
sue grandi linee, è conforme alla dottrina tradizionale delle quattro età
successive in cui si divide la storia dell’umanità terrestre, dottrina che non
si incontra soltanto in India, ma era conosciuta anche dall’antichità
occidentale, in modo particolare dai Greci e dai Latini. Le quattro età sono le
differenti fasi che l’umanità attraversa nel suo allontanarsi dal principio,
cioè dall’unità e dalla spiritualità primordiali; esse sono in qualche modo le
tappe di una sorta di materializzazione progressiva, inerente in modo
necessario allo sviluppo di ogni ciclo di manifestazione, così come spiegammo
altrove1.
1. La crisi del mondo moderno, cap. I.
16
Autorità e gerarchia
Soltanto nell’ultima di queste quattro età,
età che è chiamata dalla tradizione indù Kali-Yuga o «età oscura», e
corrisponde all’epoca in cui ci troviamo attualmente, si è potuta produrre la
sovversione dell’ordine normale; e soltanto in questa epoca il potere temporale
ha potuto avere il sopravvento sullo spirituale; tuttavia le prime manifestazioni
della rivolta degli Ksatriya contro l’autorità dei Brâhmani
risalgono a molto prima degli inizi di questa età1, inizi che sono
essi stessi molto anteriori a tutto ciò che la storia ordinaria o «profana» è
in grado di conoscere.
L’opposizione dei due poteri e la rivalità dei
loro rispettivi rappresentanti era raffigurata presso i Celti come una lotta
tra il cinghiale e l’orso, secondo un simbolismo di origine iperborea che si
ricollega a una delle tradizioni più antiche dell’umanità, se non addirittura
alla prima di tutte, alla vera tradizione primordiale; questo simbolismo
potrebbe del resto permettere più ampi sviluppi i quali, anche se non possono
ovviamente trovar posto in questo studio, saranno forse esposti da noi in futuro,
quando se ne presenterà l’occasione propizia2.
Nelle pagine seguenti non è nostra intenzione
risalire sempre alle origini, e tutti i nostri esempi saranno tratti da epoche
molto più vicine a noi, anzi, saranno tratti da epoche comprese soltanto in
quella che possiamo chiamare l’ultima parte del Kali-Yuga, la più
accessibile alla storia ordinaria, che comincia esattamente con il secolo VI
prima dell’era cristiana.
Ciò nonostante era necessario offrire a questo
punto alcune sommarie nozioni sull’insieme della storia tradizionale, senza le
1. Un’indicazione al riguardo si ritrova nella
storia di Parâsurâma, il quale, si dice, sgominò gli Ksatriya in rivolta
in un’epoca nella quale gli antenati degli Indù abitavano ancora una regione
settentrionale.
2. Occorre aggiungere che i due simboli dei
cinghiale e dell’orso non compaiono sempre e necessariamente in lotta o in
antagonismo; essi possono altresì significare talvolta i due poteri spirituale
e temporale, ovvero le due caste dei Druidi e dei Cavalieri, nei loro rapporti
normali e armonici: il che si può osservare nella leggenda di Merlino e Artù, i
quali sono inoltre, rispettivamente, il cinghiale e l’orso, come sarà da noi
chiarito se le circostanze ci daranno agio di sviluppare questo simbolismo in un
altro studio.
17
Autorità spirituale e Potere temporale
quali il resto sarebbe stato compreso molto
imperfettamente; infatti non è possibile capire veramente un’epoca se non la si
situa nel posto che occupa nel tutto di cui essa è uno solo degli elementi; per
questo motivo, come abbiamo dimostrato recentemente, i caratteri specifici
dell’epoca moderna non si spiegano se non si considera quest’ultima come fase
finale del Kali-Yuga.
Siamo perfettamente coscienti che questo punto
di vista sintetico è all’opposto dello spirito analitico che presiede allo
sviluppo della scienza «profana», l’unica che la maggior parte dei nostri
contemporanei conosca; ma quanto più esso è disconosciuto, tanto maggiormente
occorre affermarlo con decisione, e d’altronde esso è l’unico che possa essere
adottato da tutti coloro che, come noi, intendono mantenersi rigorosamente
sulla linea della vera ortodossia tradizionale senza fare nessuna concessione
allo spirito moderno che, non sarà mai troppo ripetuto, si identifica con lo
spirito antitradizionale.
La tendenza che oggi prevale è di considerare
«leggendari», se non addirittura «mitici», i fatti della storia più antica,
come quelli a cui abbiamo accennato, e altri ancora, che sono molto meno
antichi, come qualcuno di quelli che prenderemo in esame più avanti: il motivo
è che essi sfuggono ai mezzi di investigazione di cui dispongono gli storici
«profani». Coloro che pensassero in questo modo, a causa di abitudini acquisite
con un’educazione che oggi è troppo spesso diventata una deformazione mentale,
potranno almeno (a patto che abbiano conservato, nonostante tutto, certe
possibilità di comprensione) assumere questi fatti semplicemente nel loro
valore simbolico; quanto a noi, sappiamo che tale valore non toglie nulla alla
loro realtà storica, anzi è ciò che in fondo conta di più, perché conferisce
loro un significato superiore, molto più profondo di quello che possono
possedere di per se stessi; ma ecco un’altra affermazione che richiede qualche
spiegazione.
Tutto ciò che è, qualunque sia il suo modo di
essere, partecipa necessariamente dei principi universali, e nulla esiste se
non per partecipazione a tali principi, i quali sono le essenze eterne e
immutabili contenute nella permanente attualità dell’Intelletto
18
Autorità e gerarchia
divino; si può quindi affermare che tutte le
cose, per quanto siano contingenti in se stesse, traducono o rappresentano i
principi a loro modo e al loro livello d’esistenza: altrimenti, non sarebbero
che puro e semplice nulla.
In tal modo, da un piano all’altro tutte le
cose si concatenano e si intercorrispondono, concorrendo all’armonia universale
e totale, giacché l’armonia, come accennavamo poco fa, è il riflesso dell’unità
dei principi nella molteplicità del mondo manifestato; e questa corrispondenza
è il vero fondamento del simbolismo.
Perciò le leggi di una sfera inferiore possono
sempre essere assunte a simbolo delle realtà di una sfera superiore, nella
quale risiede la loro ragione profonda, che è tanto il loro principio quanto il
loro fine; incidentalmente possiamo segnalare qui l’errore delle moderne
interpretazioni «naturalistiche» delle antiche dottrine tradizionali,
interpretazioni che rovesciano in modo puro e semplice la gerarchia dei
rapporti tra i differenti ordini di realtà.
Ad esempio, e per esaminare una sola delle
teorie più diffuse al giorni nostri, i simboli o i miti non ebbero mai la
funzione di raffigurare il movimento degli astri; è vero il contrario, cioè che
se spesso si ritrovano nei simboli figure ispirate al movimento degli astri,
esse avevano lo scopo di esprimere analogicamente cose molto diverse, perché le
leggi di tale movimento traducono fisicamente i principi metafisici dalle quali
dipendono: su questo era fondata la vera astrologia degli antichi. Ciò che è inferiore
può simboleggiare ciò che è superiore, ma è impossibile l’inverso; del resto,
se il simbolo fosse più discosto dalla sfera sensibile di ciò che raffigura,
invece di esserne più vicino, come potrebbe svolgere la funzione a cui è
destinato, cioè rendere la verità maggiormente accessibile all’uomo fornendogli
un «supporto» per la sua concezione?
D’altra parte, per riprendere il medesimo
esempio, è evidente che l’uso di un simbolismo astronomico non impedisce che i
fenomeni astronomici esistano in quanto tali e abbiano, al loro proprio
livello, tutta la realtà di cui sono capaci; lo stesso avviene
19
Autorità spirituale e Potere temporale
per i fatti storici, giacché anch’essi, come
tutti gli altri, esprimono secondo il loro modo le verità superiori,
conformandosi alla legge di corrispondenza che abbiamo esposto.
Anche questi fatti esistono realmente in
quanto tali, ma nello stesso tempo sono simboli; anzi, secondo il nostro modo
di vedere, essi sono molto più degni d’interesse come simboli che non come
fatti; e non potrebbe essere diversamente se è, come è, nostra intenzione
ricollegare tutto ai principi: è questo, come già spiegammo in altro luogo1,
che distingue in modo essenziale la «scienza sacra» dalla «scienza profana».
Se abbiamo insistito un poco su queste
nozioni, è per evitare che si verifichino confusioni: è indispensabile infatti
situare ogni cosa al livello che le compete normalmente; la storia, a
condizione che sia intesa come conviene, ha, come tutto il resto, il suo posto
nella conoscenza integrale; ma può avere un valore soltanto se permette di
trovare, nei fatti contingenti che sono il suo oggetto immediato, un punto
d’appoggio per sollevarsi al di sopra di essi.
Quanto al punto di vista della storia
«profana», il quale aderisce esclusivamente ai fatti e non li supera, esso è ai
nostri occhi totalmente privo d’interesse, al pari di tutto ciò che ha
carattere di semplice erudizione; perciò noi non consideriamo i fatti in veste
di storici, secondo il punto di vista profano, e questo ci permette di tenere
nel minimo conto certi pregiudizi «critici» particolarmente cari alla nostra
epoca.
D’altronde, pare accertato che l’impiego
esclusivo di certi metodi sia stato imposto agli storici moderni soltanto per
impedire loro di veder chiaro in questioni che non dovevano essere
approfondite, per la semplice ragione che avrebbero potuto spingerli a
conclusioni contrarie alle tendenze «materialistiche» che toccava
all’insegnamento «ufficiale» far prevalere; è ovvio che, per quanto ci
riguarda, non ci sentiamo affatto obbligati a mantenere lo stesso riserbo.
1. La crisi del mondo moderno, cap. IV.
20
Autorità e gerarchia
Detto questo, pensiamo di poter affrontare
direttamente l’argomento del nostro studio, senza più attardarci in queste
osservazioni introduttive, le quali hanno soltanto lo scopo di definire nel
modo più chiaro possibile lo spirito in cui lo scriviamo, e nel quale
ugualmente conviene che sia letto se si vorrà capirne veramente il significato.
21
II
Funzioni del sacerdozio e della regalità
Sotto l’una o l’altra forma, l’opposizione dei
due poteri, spirituale e temporale, si incontra in quasi tutti i popoli; ciò
non deve far meraviglia, corrispondendo a una legge generale della storia
umana, la quale d’altra parte si ricollega all’insieme delle «leggi cicliche»,
a cui ci è accaduto di alludere frequentemente in quasi tutte le nostre opere.
Nei periodi più antichi tale opposizione si trova abitualmente espressa, nei
dati tradizionali, sotto forma simbolica, come abbiamo indicato precedentemente
nel caso dei Celti; ma non è questo l’aspetto della questione che ci proponiamo
di sviluppare qui. Per il momento ci basterà ricordare soprattutto due esempi
storici, tratti l’uno dall’Oriente e l’altro dall’Occidente: in India
l’antagonismo a cui ci riferiamo si incontra sotto forma di una rivalità tra Brâhmani
e Ksatriya, rivalità di cui descriveremo nelle pagine seguenti taluni
episodi; nell’Europa medioevale esso assume soprattutto l’aspetto di quella che
è stata chiamata la «controversia tra il Sacerdozio e l’Impero», quantunque
abbia avuto allora anche aspetti più specifici, ma non meno caratterizzati,
come mostreremo in seguito1.
1. Non sarebbero difficili da trovare altri
numerosi esempi, particolarmente in Oriente: in Cina, le lotte che in certe
epoche scoppiarono tra i taoisti e i confuciani, le cui dottrine rispettive
hanno rapporto con le sfere dei due poteri, come spiegheremo più avanti; nel
Tibet, l’ostilità iniziale dei re nei confronti del lamaismo, il quale non solo
finì col trionfare, ma assorbì totalmente il potere temporale
nell’organizzazione «teocratica» che esiste ancora attualmente.
23
Autorità spirituale e Potere temporale
Sarebbe del resto persino troppo facile
constatare come la stessa lotta continui ancora oggi, anche se, a causa del
disordine moderno e della «confusione delle caste», essa si complica di
elementi eterogenei, i quali possono talvolta dissimularla agli occhi di un
osservatore superficiale.
In genere, non si è mai contestato, tranne in
casi estremi, che i due poteri, che possiamo chiamare potere sacerdotale e
potere regale, essendo queste le loro vere denominazioni tradizionali, abbiano
entrambi la loro ragion d’essere e la loro propria sfera d’influenza. In altre
parole, il dibattito verte abitualmente soltanto sul problema dei rapporti
gerarchici che devono esistere fra di loro; si tratta di una lotta per la
supremazia, e tale lotta assume invariabilmente sempre lo stesso aspetto:
vediamo costantemente i guerrieri, detentori del potere temporale e sottomessi
inizialmente all’autorità spirituale, rivoltarsi contro di essa, dichiararsi
indipendenti da ogni potere superiore o addirittura cercare di subordinare
quell’autorità nella quale avevano riconosciuto, all’origine, la fonte del
proprio potere, per trasformarla infine in uno strumento al servizio del
proprio dominio.
Può bastare questo per mostrare come debba
esserci, in una rivolta del genere, un rovesciamento dei rapporti normali; ma
ciò si capisce ancora più chiaramente se si considerano tali rapporti non
semplicemente come quelli di due funzioni sociali più o meno nettamente
definite, ciascuna delle quali può avere una tendenza abbastanza naturale a
prevalere sull’altra, ma come quelli delle due sfere che debbono logicamente
determinare quelle dei poteri corrispondenti. Tuttavia, prima di affrontare
direttamente queste argomentazioni, ci restano da formulare alcune osservazioni
che ne faciliteranno la comprensione, precisando il senso di certi termini, dei
quali dovremo servirci costantemente; ciò è tanto più necessario in quanto tali
termini hanno assunto nell’uso comune un significato piuttosto vago, talvolta
assai lontano dalla loro accezione primitiva.
Innanzi tutto, anche se parliamo di due
poteri, e se ci è lecito farlo nei casi in cui per vari motivi sia opportuno
mantenere tra di essi una specie di simmetria esteriore, preferiamo tuttavia,
nella maggior
24
Funzioni del sacerdozio e della regalità
parte dei casi, e per sottolineare meglio la
distinzione, servirci per la sfera spirituale della parola «autorità» invece
della parola «potere», che sarà riservata alla sfera temporale, alla quale più
propriamente conviene quando si voglia intenderla nel suo significato più
rigoroso. Il termine «potere» evoca infatti quasi inevitabilmente l’idea di
potenza o di forza, soprattutto di una forza materiale1, di una
potenza che si manifesta visibilmente all’esterno e si afferma con l’impiego di
mezzi esteriori; e tale è, per definizione, il potere temporale2.
L’autorità spirituale invece, interiore per essenza, non si afferma se non di
per se stessa, indipendentemente da ogni appoggio sensibile, e si esercita in
qualche modo invisibilmente. Se si può parlare anche in questo campo di potenza
o di forza, è solo per trasposizione analogica e, almeno nel caso di
un’autorità spirituale allo stato puro, se così si può dire, è indispensabile
capire che si tratta di una potenza totalmente intellettuale, che ha nome
«saggezza», e della pura forza della verità3.
Altre espressioni che richiedono una
spiegazione, e anche una spiegazione un po’ più ampia, sono quelle, da noi
usate poco fa, di potere sacerdotale e di potere regale; che cosa si deve
intendere esattamente per sacerdozio e che cosa per regalità? Volendo
incominciare dall’ultima, diremo che la funzione regale comprende tutto ciò che
nella sfera sociale costituisce il «governo» propriamente detto, anche quando
tale governo non abbia la forma monarchica; questa funzione appartiene infatti
a
1. In tale nozione si potrebbe del resto far
rientrare anche la forza della volontà, la quale non è «materiale» nel senso
proprio del termine, ma che tuttavia è, per noi, dello stesso ordine, in quanto
essenzialmente orientata verso l’azione.
2. Il nome della casta degli Ksatriya deriva
da Ksatra, che significa «forza».
3. In ebraico questa distinzione è indicata
dall’impiego di radici che si corrispondono, ma differiscono per la presenza
delle lettere kaph e qoph, le quali sono rispettivamente, in base
alla loro interpretazione geroglifica, i segni della forza spirituale e della
forza materiale; perciò da un lato si hanno i significati di verità, saggezza,
conoscenza, e dall’altro quelli di potenza, possesso, dominio: tali sono i
radicali hak e haq, kan e qan, le prime forme designando
le attribuzioni del potere sacerdotale, le seconde quelle del potere regale
(cfr. Il Re del Mondo, Milano, Adelphi, 1977, cap. VI).
25
Autorità spirituale e Potere temporale
tutta la casta degli Ksatriya, e il re
è soltanto il primo fra di essi. Essa è in certo modo duplice: amministrativa e
giudiziaria da un lato, militare dall’altro, poiché deve garantire il
mantenimento dell’ordine sia all’interno, in quanto funzione regolatrice ed
equilibratrice, sia all’esterno, in quanto funzione protettrice
dell’organizzazione sociale; questi due elementi costitutivi del potere regale
sono, in diverse tradizioni, simboleggiati rispettivamente dalla bilancia e
dalla spada. Si vede da ciò come «potere regale» sia di fatto veramente un
sinonimo di «potere temporale», anche quando si assuma quest’ultima espressione
in tutta l’estensione di cui è suscettibile; ma l’idea molto più circoscritta
che l’Occidente moderno si fa della regalità può impedire a questa equivalenza
di apparire immediatamente: per questo motivo era necessario formulare subito
tale definizione, che non dovrà mai essere persa di vista neppure in seguito.
Per quanto riguarda il sacerdozio, la sua
funzione essenziale è la conservazione e la trasmissione della dottrina
tradizionale, nella quale ogni organizzazione sociale regolare trova i suoi
principi fondamentali; questa funzione è, del resto, indipendente da tutte le
forme particolari che la dottrina può assumere nel suo esprimersi, al fine di
adattarsi alle condizioni di tale popolo o di tale epoca, e che non toccano
assolutamente il nocciolo della dottrina, il quale permane sempre e dappertutto
identico a se stesso e immutabile, purché si tratti di tradizioni
autenticamente ortodosse.
È facile capire come la funzione del
sacerdozio non sia precisamente quella che le concezioni occidentali,
soprattutto oggi, attribuiscono al «clero» o ai «preti», o per lo meno, anche
se può essere tale in certa misura e in certi casi, come possa essere anche
molto diversa. In effetti, è la dottrina tradizionale, e quanto a essa
direttamente si ricollega, a possedere propriamente il carattere di
«sacralità», e questa dottrina non assume necessariamente la forma religiosa1;
i due termini «sacro» e «religioso»
1. Si vedrà più avanti perché la forma religiosa
propriamente detta sia particolare dell’Occidente.
26
Funzioni del sacerdozio e della regalità
non sono perciò equivalenti, il primo dei due
essendo molto più ampio del secondo; e benché la religione appartenga alla
sfera del «sacro», quest’ultima comprende elementi e modalità che non hanno
nulla di religioso, e il sacerdozio, come il suo nome sta a esprimere, si
riferisce senza nessuna restrizione a tutto quel che può essere veramente detto
«sacro».
La vera funzione del sacerdozio è dunque
innanzi tutto una funzione di conoscenza e di insegnamento1; per
questo motivo, come dicevamo più sopra, il suo attributo specifico è la
saggezza; naturalmente, appartengono al sacerdozio anche altre funzioni più
esteriori, come il compimento dei riti, funzioni che presuppongono, per lo meno
in linea di principio, la conoscenza della dottrina e partecipano del carattere
«sacro» proprio di quest’ultima; ma esse sono soltanto secondarie, contingenti
e in qualche modo accidentali2.
1. È in virtù di questa funzione d’insegnamento che
nel Purusha-sûkta del Rig Vêda i Brâhmani sono fatti
corrispondere alla bocca di Purusha, considerato «Uomo Universale»,
mentre gli Ksatriya corrispondono alle sue braccia, in quanto le loro
funzioni sono essenzialmente legate all’azione.
2. A volte l’esercizio, da una parte delle funzioni
intellettuali, e dall’altra di quelle rituali, ha dato vita nello stesso
sacerdozio a due divisioni; se ne trova nel Tibet un esempio chiarissimo: «La
prima delle due grandi divisioni comprende coloro che sono a favore
dell’osservanza dei precetti morali e delle regole monastiche quali mezzi di
salvezza; la seconda riguarda tutti coloro che preferiscono un metodo
esclusivamente intellettuale (chiamato “via diretta”), che affranca chi lo
segue da ogni legge, qualunque essa sia. Tuttavia non esiste una barriera
impenetrabile che separi gli aderenti all’uno o all’altro sistema. Rarissimi
sono i religiosi dediti al primo sistema i quali non riconoscano che la vita di
virtù e la disciplina delle osservanze monastiche, per quanto eccellenti siano,
e in molti casi addirittura indispensabili, rappresentano solamente una
preparazione a una via superiore. In quanto ai partigiani del secondo sistema,
credono tutti, senza alcuna eccezione, agli effetti benefici di una rigorosa
fedeltà alle leggi morali e a quelle emesse specialmente a uso dei membri del Sangha
(comunità buddhista). Inoltre sono tutti unanimi nel dichiarare che il primo
dei due metodi è il più raccomandabile per la maggioranza degli individui»
(Alexandra David-Neel, Le Thibet mystique, in «Revue de Paris», 15
febbraio 1928). Abbiamo voluto riportare testualmente questo passo, sebbene
alcune delle espressioni contenute in esso richiedano delle riserve: ad
esempio, non si tratta di due «sistemi», i quali, in quanto tali, si
escluderebbero obbligatoriamente;
27
Autorità spirituale e Potere temporale
Se nel mondo occidentale l’accessorio sembra,
in questa materia, essere diventato funzione principale, o addirittura unica,
la ragione è che la natura reale del sacerdozio vi è stata quasi completamente
dimenticata: è uno degli effetti della deviazione moderna, che nega
l’intellettualità1 e che, benché non abbia potuto far sparire ogni
insegnamento dottrinale, l’ha però «minimizzato» e relegato in secondo piano.
Che le cose tuttavia non siano sempre state così, la stessa parola «clero» ne
fornisce la prova, giacché originariamente «chierico» non vuol dire altro che
«dotto»2, e si oppone a «laico», che designa l’uomo del popolo, cioè
il «volgo», assimilato all’ignorante o al «profano»: a quest’ultimo si può
soltanto chiedere di credere quanto non è capace di comprendere, poiché è
questo il solo mezzo per farlo partecipare alla tradizione nella misura delle
sue possibilità3.
l’ufficio di mezzo contingente proprio dei riti e
delle osservanze d’ogni tipo, e la loro subordinazione nei confronti della via
puramente intellettuale, vi sono però nettamente definiti, e in modo che è
esattamente conforme agli insegnamenti della dottrina indù sullo stesso
argomento.
1. Crediamo quasi superfluo ricordare che
adoperiamo sempre questo termine nel senso di intelligenza pura e di conoscenza
sovrarazionale.
2. Non è legittimo estendere il senso della parola
«chierico» come è stato fatto da Jullen Benda nel libro La Trahison des
Clercs; tale estensione implica infatti il disconoscimento della
distinzione fondamentale fra «conoscenza sacra» e «sapere profano»; è certo che
la spiritualità e l’intellettualità non hanno lo stesso significato per il
Benda e per noi, così com’è certo che egli fa rientrare nella sfera che
denomina spirituale molte cose che, ai nostri occhi, hanno soltanto un
carattere temporale e umano. Ma questo non deve impedirci di riconoscere che il
suo libro contiene numerose considerazioni interessanti e per molti versi
giuste.
3. La distinzione che nel cattolicesimo si fa tra
«Chiesa docente» e «Chiesa discente» dovrebbe precisamente essere una
distinzione tra «coloro che sanno» e «coloro che credono»; in linea di
principio è così, ma nello stato attuale delle cose si può dire che lo sia di
fatto? Ci limitiamo a porre il quesito, non essendo nostro compito risolverlo,
e d’altronde non ne avremmo i mezzi; in effetti, e anche se molti indizi ci
fanno temere che la risposta sarebbe negativa, non abbiamo tuttavia la pretesa
di avere una conoscenza completa dell’attuale organizzazione della Chiesa
cattolica, cosicché possiamo auguraci che esista ancora, al suo interno, un
centro in cui si conservi integralmente, non soltanto la «lettera», ma lo
«spirito» della dottrina tradizionale.
28
Funzioni del sacerdozio e della regalità
Vale la pena di notare che certa gente, che
nella nostra epoca si vanta di essere «laica», insieme con quella che si
compiace di dirsi «agnostica» (e spesso si tratta delle stesse persone), non fa
che gloriarsi della propria ignoranza; e questa ignoranza deve essere in
effetti molto grande e veramente irrimediabile, se non si accorge che tale è il
significato delle etichette di cui si fregia.
Se il sacerdozio è, in essenza, il depositario
della conoscenza tradizionale, ciò che non vuol dire che ne abbia il monopolio,
essendo la sua missione non soltanto di conservarla integralmente, ma anche di
comunicarla a tutti coloro che siano disposti a riceverla, di distribuirla in
certo modo gerarchicamente secondo le capacità intellettuali di ognuno.
Qualsiasi conoscenza di questo tipo ha quindi la propria origine
nell’insegnamento sacerdotale, il quale è l’organo della sua trasmissione
regolare. Quella che appare riservata particolarmente al sacerdozio, a causa
del suo carattere di intellettualità pura, è la parte superiore della dottrina,
cioè la conoscenza dei principi, mentre lo sviluppo di certe applicazioni si
adatta meglio ad altri uomini, posti dalle loro funzioni in contatto diretto e
costante con il mondo manifestato, cioè con la sfera alla quale appartengono
queste applicazioni. Per questo motivo vediamo che in India, ad esempio, certe
suddivisioni secondarie della dottrina sono state studiate specialmente dagli Ksatriya,
mentre i Brâhmani danno loro solo un’importanza molto relativa, essendo
concentrati sulla sfera dei principi trascendenti e immutabili, di cui tutto il
resto è soltanto conseguenza accidentale, o meglio, se si vogliono considerare
le cose in senso inverso, sul fine supremo nei confronti del quale tutto il
resto è soltanto mezzo contingente e subordinato1.
1. Abbiamo già avuto occasione di segnalare un caso
al quale si applica quanto andiamo dicendo: mentre i Brâhmani si sono
sempre dedicati in modo pressoché esclusivo, almeno per il loro uso personale,
alla realizzazione immediata della «Liberazione» finale, gli Ksatriya
hanno sviluppato di preferenza lo studio degli stati condizionati e transitori
che corrispondono ai diversi stadi delle due «vie del mondo manifestato»,
chiamate devayâna e pitryâna (L’uomo e il suo divenire secondo
il Vêdânta, Milano, Adelphi, 1992, cap. XXI).
29
Autorità spirituale e Potere temporale
Esistono anche libri tradizionali che sono
destinati particolarmente all’uso degli Ksatriya, perché presentano
aspetti dottrinali conformi alla loro natura1; esistono «scienze
tradizionali» che si adattano soprattutto agli Ksatriya, mentre la
metafisica pura è appannaggio dei Brâhmani2. Tutto ciò è
perfettamente legittimo, perché anche queste applicazioni, o adattamenti, fanno
parte della conoscenza sacra intesa nella sua integralità; e, del resto,
sebbene la casta sacerdotale non se ne interessi direttamente e per se stessa,
sono opera sua, in quanto essa è la sola qualificata a controllarne la perfetta
conformità con i principi. Tuttavia, può accadere che gli Ksatriya,
quando entrino in conflitto con l’autorità spirituale, disconoscano il
carattere relativo e subordinato di queste conoscenze, le considerino allo
stesso tempo quale bene proprio, neghino di averle avute dai Brâhmani e
giungano a considerarle superiori a quelle che appartengono esclusivamente a
questi ultimi.
Conseguenza di tale atteggiamento, nelle
concezioni degli Ksatriya in rivolta, è il rovesciamento dei rapporti
normali tra i principi e le loro applicazioni, o talvolta, nei casi più
estremi, addirittura la negazione di ogni principio trascendente; si tratta, in
entrambi i casi, della sostituzione della «fisica» alla «metafisica»,
intendendo questi termini nel loro senso rigorosamente etimologico, in altre
parole, di quello che può essere definito «naturalismo», come si vedrà meglio
in seguito3.
1. È questo, in India, il caso degli Itihâsa
e dei Purâna, mentre lo studio del Vêda concerne particolarmente
i Brâhmani, perché in esso è contenuto il principio di ogni conoscenza
sacra; si vedrà del resto più avanti come la distinzione degli oggetti di
studio che convengono alle due caste corrisponda, in modo del tutto generale, a
quella delle due parti della tradizione che nella dottrina indù sono chiamate Shruti
e Smrti.
2. Noi trattiamo sempre dei Brâhmani e degli
Ksatriya intesi nel loro insieme; se esistono eccezioni individuali,
queste non intaccano in nessun modo il principio delle caste in se stesso, e
provano solamente che l’applicazione di tale principio non può essere se non
approssimativa, soprattutto in condizioni come quelle del Kali-Yuga.
3. Anche se parliamo sempre di Brâhmani e di
Ksatriya, in quanto l’uso di tali parole facilita notevolmente
l’espressione delle realtà di cui trattiamo, è sottinteso che tutto quello che
diciamo qui non si applica soltanto all’India; la
30
Funzioni del sacerdozio e della regalità
Da questa distinzione, nella conoscenza sacra
o tradizionale, di due ordini che si possono definire quello dei principi e
quello delle applicazioni, o anche, secondo ciò che abbiamo appena detto, sfera
«metafisica» e sfera «fisica», era derivata nei misteri antichi, tanto in
Oriente quanto in Occidente, la distinzione tra quelli che erano chiamati i
«grandi misteri» e i «piccoli misteri», questi ultimi comprendenti di fatto
essenzialmente la conoscenza della natura, mentre i primi comportavano la
conoscenza di quanto è di là dalla natura1. La distinzione
corrispondeva a quella dell’«iniziazione sacerdotale» e dell’«iniziazione
regale»: le conoscenze insegnate in questi due tipi di misteri erano cioè
quelle considerate necessarie all’esercizio delle funzioni rispettive dei Brâhmani
e degli Ksatriya, o dell’equivalente delle due caste nelle istituzioni
dei diversi popoli2; ma era, beninteso, il sacerdozio
stessa considerazione avrà valore tutte le volte
che ci serviremo di questi termini senza fare espresso riferimento alla forma
tradizionale indù; dovremo d’altronde spiegarci più compiutamente su questo
particolare un po’ più avanti.
1. Ponendosi da un punto di vista leggermente
diverso, anche se strettamente legato a questo, si può dire che i «piccoli
misteri» si riferiscono soltanto alle possibilità dello stato umano, mentre i
«grandi misteri» si riferiscono agli stati sovrumani; attraverso la
realizzazione di tali possibilità o di tali stati, essi conducono
rispettivamente al «Paradiso terrestre» e al «Paradiso celeste», com’è detto da
Dante in un testo del De Monarchia che citeremo più innanzi; e occorre
non dimenticare che, come lo stesso Dante indica abbastanza chiaramente nella
sua Divina Commedia, e come avremo ancora noi stessi l’occasione
di ripetere in seguito, il «Paradiso terrestre» dev’essere considerato, in
realtà, nient’altro che una tappa sulla via che porta al «Paradiso celeste».
2. Nell’antico Egitto, la cui costituzione era
nettamente «teocratica», sembra che il re fosse considerato integrato alla
casta sacerdotale in virtù della sua iniziazione ai misteri, e che talvolta
fosse anzi scelto fra i membri di tale casta; questo è, almeno, quanto afferma
Plutarco: «I re erano scelti fra i sacerdoti o fra i guerrieri, perché queste
due classi, l’una a causa del suo coraggio, l’altra in virtù della sua
saggezza, godevano di una stima e di una considerazione particolari. Quando il
re era scelto nella classe dei guerrieri, dal momento della sua elezione
entrava a far parte della classe dei sacerdoti; veniva allora iniziato a quella
filosofia, nella quale tante cose, sotto formule e miti che avvolgevano di
un’apparenza oscura la verità e la manifestavano per trasparenza, erano
nascoste» (Iside e Osiride, 9). Si rileverà che il finale di
questo brano contiene l’indicazione chiarissima del duplice senso della parola
«rivelazione» (cfr. Il Re del Mondo).
31
Autorità spirituale e Potere temporale
a conferire entrambe le iniziazioni e ad
assicurare in tal modo la legittimità effettiva, non solo dei suoi propri
membri, ma anche di quelli della casta a cui apparteneva il potere temporale;
da ciò deriva, come vedremo, il «diritto divino» dei re1.
Le cose stanno in questo modo perché il
possesso dei «grandi misteri» comporta, a fortiori e quasi «per
sovrabbondanza», quello dei «piccoli misteri»; come ogni conseguenza e ogni
applicazione sono contenute nel principio da cui procedono, così la funzione
superiore comporta, in modo «eminente», la possibilità delle funzioni inferiori2;
così avviene necessariamente in ogni vera gerarchia fondata sulla natura degli
esseri stessi.
Ci resta ancora un punto da segnalare in
questa sede, per lo meno in modo sommario e senza insistervi più del
necessario: a lato delle espressioni «iniziazione sacerdotale» e «iniziazione
regale», e per così dire parallelamente a esse, si incontrano altresì quelle di
«arte sacerdotale» e di «arte regale», le quali designano la «messa in opera»
delle conoscenze insegnate delle corrispondenti iniziazioni, con tutto
l’insieme delle «tecniche» attinenti ai loro campi rispettivi3.
1. Occorre aggiungere che in India la terza casta,
quella dei Vaishya, le cui funzioni sono di ordine economico, è
anch’essa ammessa a un’iniziazione che le dà diritto alle qualificazioni,
comuni ad essa e alle due prime caste, di ârya, o «nobile», e di dvija,
o «nato due volte»; le conoscenze che le si addicono in modo
particolare sono soltanto, per lo meno in linea di principio, una ristretta
parte dei «piccoli misteri» quali siamo venuti definendo; ma non è nostro
compito insistere su questo punto, giacché l’argomento del presente studio
riguarda soltanto i rapporti tra le prime due caste.
2. Si può dunque affermare che il potere spirituale
appartiene «formalmente» alla casta sacerdotale, mentre il potere temporale
appartiene «eminentemente» a quest’ultima e «formalmente» alla casta regale.
Secondo Aristotele è così che le «forme» superiori contengono «eminentemente»
le «forme» inferiori.
3. È necessario rilevare a tale proposito che
presso i Romani, Giano, il quale era il dio dell’iniziazione ai misteri, era
nello stesso tempo il dio dei Collegia fabrorum; questo accostamento è
particolarmente significativo sotto il profilo della corrispondenza da noi qui
indicata. A proposito della trasposizione mediante cui ogni arte, al pari di
ogni scienza, può assumere un valore propriamente «iniziatico», cfr. L’Esoterismo
di Dante, Roma, Atanòr, 1951.
32
Funzioni del sacerdozio e della regalità
Queste denominazioni si conservarono a lungo
nelle antiche corporazioni; e la seconda, quella di «arte regale», ha avuto un
destino abbastanza singolare, essendosi trasmessa fino alla massoneria moderna
nella quale, inutile dirlo, non sussiste più, alla stregua di molti altri
termini e simboli, se non come un vestigio incompreso del passato. Quanto alla
denominazione di «arte sacerdotale», essa è completamente scomparsa; ciò
nonostante quest’ultima si applicava all’arte dei costruttori di cattedrali del
medioevo altrettanto bene quanto a quella dei costruttori di templi
dell’antichità; ma a un certo punto si verificò una confusione delle due sfere,
dovuta a una perdita per lo meno parziale della tradizione, conseguenza a sua
volta delle usurpazioni del potere temporale al danni di quello spirituale; e
fu così che andò perduto financo il nome di «arte sacerdotale», indubbiamente
nei dintorni del Rinascimento, epoca che segna di fatto, sotto ogni punto di
vista, il compimento della rottura del mondo occidentale con le proprie
dottrine tradizionali1.
1. Taluni indicano con precisione la metà del
secolo XV come data di tale perdita dell’antica tradizione, perdita che
comportò la riorganizzazione, nel 1459, delle confraternite di costruttori su
nuovi fondamenti, ormai incompleti. È opportuno notare che a partire da
quest’epoca le chiese cessarono di essere orientate regolarmente, e un tale
fatto ha, riguardo alla questione trattata, un’importanza molto più rilevante
di quanto non si possa pensare di primo acchito, cfr. Il Re del Mondo.
33
III
Conoscenza e azione
Abbiamo detto in precedenza che i rapporti tra
i due poteri spirituale e temporale devono essere regolati da quelli delle loro
sfere rispettive; riportata in tal modo al suo principio, la questione ci pare
abbastanza semplice perché si riduce in fondo a quella dei rapporti tra
conoscenza e azione. Si potrebbe obiettare che, tenuto conto di quanto esposto
in precedenza, anche i detentori del potere temporale devono possedere, di
norma, una certa conoscenza; ma, a parte il fatto che non la possiedono di per
se stessi e la ricevono dall’autorità spirituale, questa conoscenza verte
soltanto sulle applicazioni della dottrina e non sui principi in quanto tali;
per essere precisi, è soltanto una conoscenza per partecipazione.
La conoscenza per eccellenza, la sola che
meriti veramente questo nome nel suo significato pieno, è la conoscenza dei
principi, indipendentemente da qualsiasi applicazione contingente; e appartiene
esclusivamente al detentori dell’autorità spirituale, in quanto nulla di essa
dipende dalla sfera temporale, anche intesa nell’eccezione più estesa. Quando
invece si passa alle applicazioni, ci si riferisce alla sfera temporale, perché
la conoscenza non è più vista unicamente in se stessa e per se stessa, ma in quanto
dà all’azione la sua legge; in questa misura essa è necessaria a coloro la cui
funzione si esercita essenzialmente nella sfera dell’azione.
È evidente che il potere temporale, nelle sue
diverse forme, militare, giudiziaria e amministrativa, è completamente
impegnato
35
Autorità spirituale e Potere temporale
nell’azione; a causa delle sue stesse
attribuzioni, è quindi racchiuso nel confini dell’azione, cioè nel confini del
mondo che possiamo dire propriamente «umano», comprendendo in questo termine
possibilità molto più estese di quelle che gli si attribuiscono abitualmente.
L’autorità spirituale invece si fonda interamente sulla conoscenza, poiché la
sua funzione essenziale, come abbiamo visto, è la conservazione e
l’insegnamento della dottrina, e la sua sfera è illimitata come la verità
stessa1: quella che le è riservata dalla natura delle cose, quella
che essa non può comunicare a uomini le cui funzioni sono d’altro ordine (in
quanto le loro possibilità non lo comportano), è la conoscenza trascendente e
«suprema»2, che supera la sfera umana e anche, più generalmente, il
mondo manifestato, e non è più «fisica», ma «metafisica» nel significato
etimologico di questo termine.
Sia ben chiaro però che non si tratta, da
parte della casta sacerdotale, di una volontà di conservare per sé la
conoscenza di certe verità, ma di una necessità che risulta direttamente dalle
differenze di natura esistenti tra gli esseri, le quali, come abbiamo già
detto, sono le ragioni d’essere e il fondamento della distinzione delle caste.
Gli uomini adatti per l’azione non sono fatti per la conoscenza pura, e in una
società costituita su basi veramente tradizionali ciascuno deve svolgere la
funzione per cui è realmente «qualificato»; quando le cose vanno diversamente,
tutto è confusione e disordine, nessuna funzione è adempiuta come dovrebbe
essere, e ciò è appunto quanto avviene nell’epoca attuale.
L’esperienza ci dice che proprio a causa di
questa confusione le considerazioni che esponiamo possono sembrare molto strane
nel mondo occidentale moderno, nel quale ciò che riceve il nome di
«spiritualità» è troppo spesso molto lontano dall’avere
1. Secondo la dottrina indù, i tre termini
«Verità», «Conoscenza», «Infinito» si identificano nel Principio supremo: è
questo il significato della formula Satyam jnâna Anantam Brahmâ.
2. In India la conoscenza (vidyâ), secondo
il suo oggetto o la sua sfera, è distinta in «suprema» (parâ) e
«non suprema» (aparâ).
36
Conoscenza e azione
un qualsiasi rapporto con il punto di vista
strettamente dottrinale e con la conoscenza svincolata da ogni contingenza. A
questo proposito si potrebbe fare un’osservazione abbastanza singolare: oggi
non ci si accontenta più di distinguere lo spirituale dal temporale com’è
legittimo e anche necessario, ma si ha la pretesa di separarli radicalmente;
accade invece che mai come oggi i due ordini siano stati tanto frammisti e,
soprattutto, che le preoccupazioni temporali abbiano avuto tanta influenza su
quel che dovrebbe esserne assolutamente indipendente; d’altronde è inevitabile
che questo avvenga, tenuto conto delle condizioni dell’epoca attuale, che
abbiamo descritto in altri studi. Parimenti, al fine di evitare ogni falsa
interpretazione, dobbiamo affermare recisamente che quanto stiamo dicendo
riguarda esclusivamente quella che in precedenza abbiamo chiamato autorità
spirituale allo stato puro, di cui sarebbe vano cercare esempi intorno a noi.
Volendo, si potrà anche pensare che si tratti soltanto di un modello teorico e
in qualche modo «ideale», sebbene, a dire il vero, questo modo di vedere non
corrisponda interamente al nostro. Tuttavia ammettiamo che, di fatto, nelle
applicazioni storiche occorre sempre tener conto in una certa misura delle
contingenze; ma qui noi non facciamo altro che giudicare la civiltà
dell’Occidente per quel che è, cioè una deviazione e un’anomalia, spiegabile
del resto se si pensa che corrisponde all’ultima fase del Kali-Yuga.
Ma ritorniamo ai rapporti tra conoscenza e
azione; tale questione è già stata trattata da noi abbastanza diffusamente1,
e quindi non ci pare sia il caso di riprendere qui tutto quel che abbiamo detto
allora; tuttavia è indispensabile ricordarne almeno i punti essenziali. Abbiamo
mostrato come l’antitesi tra Oriente e Occidente, allo stato attuale delle
cose, sia riconducibile a questo: l’Oriente conserva la superiorità della
conoscenza sull’azione, mentre l’Occidente afferma al contrario la superiorità
dell’azione sulla conoscenza, quando non si spinga fino alla
1. La crisi del mondo moderno, cap. III.
37
Autorità spirituale e Potere temporale
completa negazione di quest’ultima; parliamo
dell’Occidente moderno soltanto, perché la situazione era diversa
nell’antichità e nel medioevo.
Tutte le dottrine tradizionali, sia orientali
sia occidentali, sono unanimi nell’affermare la superiorità, ovvero la
trascendenza, della conoscenza nei confronti dell’azione, rispetto alla quale
essa svolge in certo qual modo la funzione del «motore immobile» di Aristotele;
ciò non significa, beninteso, che l’azione non abbia il suo posto legittimo e
la sua importanza nella sfera che le compete, ma questa sfera è solo quella
delle contingenze umane. Il mutamento sarebbe impossibile se non procedesse da un
principio il quale, proprio per il fatto di essere il suo principio, non può
essere soggetto al cambiamento, quindi è necessariamente «immobile» ed è il
centro della «ruota delle cose»1; analogamente l’azione, la quale
appartiene al mondo del cambiamento, non può avere il suo principio in se
stessa; essa trae la realtà di cui è capace da un principio che è di là dalla
sua sfera e può trovarsi soltanto nella conoscenza. Questa sola infatti
permette di uscire dal mondo del mutamento o del «divenire» e delle limitazioni
a esso inerenti; e quando raggiunge l’immutabile (come avviene nella conoscenza
principiale o metafisica, la conoscenza per eccellenza) 2, possiede
l’immutabilità, perché ogni conoscenza vera e essenzialmente identificazione
con il proprio oggetto. L’autorità spirituale, implicando tale conoscenza,
possiede anch’essa in sé l’immutabilità; il potere temporale soggiace invece a
tutte le vicissitudini del contingente e del transitorio, a meno che un
principio superiore non gli comunichi, nella misura compatibile con la sua
natura e il suo carattere,
1. Il centro immobile è immagine del principio
immutabile, poiché il movimento serve qui a simboleggiare il cambiamento in
generale, del quale esso rappresenta solo una specie particolare.
2. Invece la conoscenza «fisica» è soltanto la
conoscenza delle leggi del cambiamento, leggi che sono soltanto il riflesso dei
principi trascendenti nella natura; quest’ultima, tutta intera, non è altro che
la sfera del cambiamento; d’altronde, il latino natura e il greco φυσις
esprimono entrambi l’idea di «divenire».
38
Conoscenza e azione
la stabilità che esso non può ottenere con i
propri mezzi. Il principio può essere soltanto quello rappresentato
dall’autorità spirituale; il potere temporale ha dunque bisogno, per
sussistere, di una consacrazione che gli derivi da essa; è infatti la
consacrazione a determinare la sua legittimità, cioè la sua conformità con
l’ordine stesso delle cose. Questa era la ragion d’essere dell’«iniziazione
regale», definita nel capitolo secondo; ed in ciò consiste propriamente il
«diritto divino» dei re, o il cosiddetto «mandato celeste» della tradizione
estremo-orientale: si tratta dell’esercizio del potere temporale in virtù di
una delegazione da parte dell’autorità spirituale a cui questo potere
appartiene «eminentemente», come spiegavamo allora1.
Qualsiasi azione che non proceda dalla
conoscenza manca di principio e diventa vana agitazione; qualsiasi potere che
non riconosca la sua subordinazione all’autorità spirituale è vano e illusorio:
separato dal suo principio, potrà esercitarsi soltanto in modo disordinato e
correrà fatalmente verso la propria rovina.
Poiché abbiamo parlato di «mandato celeste»,
non ci sembra fuori luogo riferire come, secondo lo stesso Confucio, tale
mandato dovesse essere adempiuto: «Per far risplendere le virtù naturali nel
cuore di tutti gli uomini, gli antichi principi si adoperavano prima di tutto a
ben governare ciascuno il proprio principato. Per ben governare il loro
principato essi mettevano prima di tutto il buon ordine nelle loro famiglie.
Per mettere il buon ordine nelle loro famiglie, lavoravano prima di tutto a
perfezionare se stessi. Per perfezionare se stessi, disciplinavano prima di
tutto i battiti del loro cuore. Per disciplinare i battiti del loro cuore,
rendevano perfetta innanzi tutto la loro volontà. Per rendere perfetta la loro
volontà, sviluppavano il più possibile le loro conoscenze. Le conoscenze si
sviluppano penetrando la natura delle cose. Penetrata la natura delle cose, le
conoscenze raggiungono il loro grado più elevato. Quando le conoscenze
1. Per questo motivo il termine melek, il quale
significa «re» in ebraico e in arabo, ha nel contempo, e innanzi tutto, il
senso di «inviato».
39
Autorità spirituale e Potere temporale
sono arrivate al loro grado più elevato, la
volontà diventa perfetta. Perfetta la volontà, i battiti del cuore diventano
regolari. Regolati ì battiti del cuore, l’uomo tutto è privo di difetti. Dopo
aver corretto se stessi, si stabilisce l’ordine nella famiglia. Posto ordine
nella famiglia, il principato è ben governato. Ben governato il principato,
presto tutto l’impero fruisce della pace»1. Si deve ammettere che è
questo un modo di concepire la funzione del sovrano singolarmente diverso da
quello che è accessibile comunemente nell’Occidente moderno, e che la rende del
resto estremamente difficile da ricoprire, anche se le conferisce un’efficacia
molto differente; si osserverà, in particolare, che la conoscenza è
espressamente indicata come la condizione prima per il ristabilimento
dell’ordine, anche nella sfera temporale.
È facile comprendere ora che in una civiltà il
capovolgimento dei rapporti tra conoscenza e azione è conseguenza
dell’usurpazione della supremazia da parte del potere temporale; quest’ultimo
dovrà allora sostenere che non vi è nessuna sfera superiore alla propria, la
quale è appunto la sfera dell’azione. Tuttavia, se il processo si arresta in
questa fase, non si giungerà ancora al punto in cui attualmente ci troviamo e
nel quale alla conoscenza è negato qualsiasi valore; perché questo avvenga,
occorre che anche gli Ksatriya siano privati del loro potere dalle caste
inferiori2.
In effetti, come dicevamo in precedenza, gli Ksatriya,
pur essendo ribelli, tendono prevalentemente ad affermare una dottrina tronca,
falsata dall’ignoranza o dalla negazione di tutto ciò che supera la sfera
«fisica», ma nella quale permangono tuttavia certe conoscenze reali, anche se
inferiori; essi possono addirittura giungere a sostenere che tale dottrina
incompleta e irregolare
1. Ta-hio, parte I.
2. Il fatto di accordare alle considerazioni di
carattere economico un’importanza preponderante, che è un carattere tipico
dell’epoca nostra, può essere in particolare considerato come un segno della
dominazione dei Vaishya, il cui equivalente approssimativo è
rappresentato nel mondo occidentale dalla borghesia; ed è proprio questa che in
effetti domina dopo la Rivoluzione.
40
Conoscenza e azione
sia l’espressione della tradizione vera. È un
atteggiamento che, per quanto sia condannabile nei confronti della verità,
possiede tuttavia ancora una certa grandezza1; d’altra parte,
termini come «nobiltà», «eroismo», «onore» non servono forse, nella loro
accezione originaria, a definire qualità essenzialmente inerenti alla natura
degli Ksatriya? Quando invece gli elementi corrispondenti alle funzioni
sociali inferiori riescono a loro volta a prevalere, qualsiasi dottrina
tradizionale, anche mutilata o alterata, scompare del tutto; non rimane neppure
il più piccolo vestigio della «scienza sacra», e si ha il regno del «sapere
profano», cioè dell’ignoranza che si spaccia per scienza e si compiace nel suo
nulla. Tutto ciò può riassumersi in poche parole: la rivolta degli Ksatriya
conduce all’eterodossia, ma con la dominazione delle caste inferiori calano le
tenebre intellettuali: a questo stadio è arrivato l’Occidente, il quale,
d’altronde, minaccia di propagare le proprie tenebre sul mondo intero.
Saremo forse rimproverati di parlare come se
le caste esistessero dappertutto e di estendere indebitamente a tutte le
organizzazioni sociali denominazioni che propriamente convengono solo
all’India; tuttavia, poiché tali denominazioni definiscono in fondo funzioni
che si ritrovano necessariamente in qualsiasi società, non pensiamo che
l’estensione sia abusiva. È vero che la casta non è solamente una funzione,
essendo anche, e soprattutto, ciò che nella natura degli uomini li rende adatti
a svolgere quella funzione a preferenza di ogni altra; ma le diversità di
natura e di attitudine esistono dovunque vi siano uomini.
La differenza tra una società in cui esistono
caste nel vero senso della parola e una in cui non ve ne siano, consiste nel
fatto che nella prima vi è una corrispondenza normale tra la natura
1. Questo atteggiamento degli Ksatriya
ribelli potrebbe essere caratterizzato molto esattamente dalla definizione di
«luciferismo», da non confondersi con il «satanismo», anche se tra i due
termini vi è una certa connessione: il «luciferismo» non accetta di riconoscere
un’autorità superiore; il «satanismo» è il rovesciamento dei rapporti normali e
dell’ordine gerarchico; questo è spesso una conseguenza di quello, come
Lucifero è diventato Satana dopo la caduta.
41
Autorità spirituale e Potere temporale
degli individui e le funzioni da essi
esercitate, con la sola riserva di errori di applicazione, che in ogni caso
sono soltanto eccezioni, mentre nella seconda questa corrispondenza non esiste,
o per lo meno si incontra in modo del tutto accidentale; e quest’ultimo caso si
verifica quando l’organizzazione sociale è priva di un fondamento tradizionale1.
Nel casi normali si trova sempre qualcosa di analogo all’istituzione delle
caste, sia pure con le modificazioni richieste dalle condizioni caratteristiche
di questo o quel popolo; ma l’organizzazione che troviamo in India rappresenta
il modello più completo, come applicazione, della dottrina metafisica
all’ordine umano; ragione questa che basta a giustificare il linguaggio da noi
adottato a preferenza di qualsiasi altro che avremmo potuto trarre da
istituzioni aventi, a causa della loro forma più particolare, un campo d’azione
più ristretto, e incapaci quindi di offrire le stesse possibilità di esprimere
certe verità di ordine generale2.
Un’altra ragione che, pur essendo contingente,
non è però trascurabile, è la seguente: l’organizzazione sociale del medioevo
occidentale ricalcava esattamente le divisioni delle caste, corrispondendo il
clero al Brâhmani, la nobiltà agli Ksatriya, il terzo stato ai Vaishya
e i servi agli Sûdra; pur non trattandosi di caste nell’accezione
completa del termine, una coincidenza del genere, che certo non ha nulla di
fortuito, permette tuttavia di effettuare con grande facilità la trasposizione
di termini necessaria per passare dall’uno all’altro dei due casi; questa
osservazione troverà la sua applicazione negli esempi storici che prenderemo in
esame più avanti.
1. È quasi superfluo far notare che le «classi»
sociali, come sono intese nell’Occidente attuale, non hanno niente in comune
con le vere caste, e al massimo ne sono una specie di contraffazione senza
valore né portata, non fondandosi sulla differenza delle possibilità implicite
nella natura degli individui.
2. Se le cose stanno così, è perché la dottrina
indù, fra tutte le dottrine tradizionali che hanno resistito fino a oggi, è
quella che sembra derivata più direttamente dalla tradizione primordiale; ma su
questo punto non è ora il caso di insistere.
42
IV
Natura rispettiva dei Brâhmani e degli Ksatriya
Saggezza e forza sono gli attributi rispettivi
dei Brâhmani e degli Ksatriya, o, se si preferisce, dell’autorità
spirituale e del potere temporale; e vale la pena di notare che presso gli
antichi Egizi il simbolo della Sfinge, in uno dei suoi significati, riuniva i
due attributi visti secondo i loro rapporti normali. Si può, infatti,
considerare la testa umana come raffigurazione della saggezza, e il corpo di
leone, della forza; la testa è l’autorità spirituale che dirige, il corpo è il
potere temporale che agisce. È da sottolineare inoltre che la Sfinge è
raffigurata sempre in riposo, poiché il potere temporale è inteso qui nel suo
stato «non agente», all’interno del suo principio spirituale nel quale è
contenuto «eminentemente», quindi soltanto come possibilità d’azione, o,
meglio, nel principio divino che unifica spirituale e temporale in quanto esso
è al di là dalla loro distinzione e costituisce la fonte comune dalla quale
entrambi procedono, il primo direttamente, il secondo indirettamente e per il tramite
del primo.
In un’altra tradizione ritroviamo un simbolo
verbale che, per la sua costituzione geroglifica, è un esatto equivalente del
precedente: si tratta del nome dei Druidi, il quale è letto druvid, dove
il primo radicale ha per significato la forza, il secondo la saggezza1;
la riunione di questi due attributi in un solo nome,
1. Il termine ha d’altronde un duplice significato,
il quale si riferisce a un altro simbolismo ancora: dru, o deru,
come in latino robur, designa tanto la forza quanto la quercia (in greco
δρυς); d’altra parte, vid è, come in sanscrito, la
43
Autorità spirituale e Potere temporale
così come quella dei due elementi della Sfinge
in un unico essere, oltre a indicare che la regalità è implicitamente contenuta
nel sacerdozio, è senza dubbio un ricordo della lontana epoca in cui i due
poteri erano ancora uniti, in uno stato di primordiale indistinzione,
all’interno del loro principio comune e supremo1.
Al principio supremo dei due poteri abbiamo
già dedicato uno studio particolare2; indicavamo allora come esso,
da visibile che era inizialmente, sia diventato invisibile e nascosto,
ritirandosi dal «mondo esteriore» a mano a mano che questo si allontanava dal
suo stato primordiale, fatto che doveva condurre necessariamente alla divisione
apparente dei due poteri. Mostravamo anche come tale principio si ritrovi,
designato da nomi e simboli diversi, in tutte le tradizioni, e come appaia in
particolare nella tradizione giudaico-cristiana nelle figure di Melchisedek e
dei Re Magi. Ricorderemo solamente ancora che nel cristianesimo il
riconoscimento del principio unico persiste tuttora, per lo meno in teoria, e
si afferma nella considerazione delle due funzioni, sacerdotale e regale, come
inscindibili l’una dall’altra nella persona stessa di Cristo.
D’altronde, secondo una certa prospettiva, le
due funzioni, ricondotte così al loro principio, possono in qualche modo essere
considerate come complementari; e per quanto la seconda abbia il suo immediato
principio nella prima, tra di esse esiste una specie di correlazione, pur nella
loro distinzione. In altre parole, dal momento che il sacerdozio non comporta
in modo
saggezza o la conoscenza, identificata alla
visione, ma è anche il vischio; così, dru-vid è il vischio della
quercia, il quale era in effetti uno dei principali simboli del druidismo, ed è
nello stesso tempo l’uomo nel quale risiede la saggezza che si appoggia alla
forza. Inoltre, il radicale dru, come è possibile osservare nelle
forme sanscrite equivalenti dhru e dhri, comporta anche l’idea di
stabilità, che è d’altronde uno dei significati del simbolo dell’albero in
generale e della quercia in particolare; tale significato di stabilità
corrisponde in questo caso esattamente all’atteggiamento della Sfinge in
riposo.
1. In Egitto, l’incorporazione del re nel
sacerdozio, da noi segnalata in precedenza basandoci su Plutarco, era quasi un
vestigio di questo antico stato di cose.
2. Il Re del Mondo.
44
Natura rispettiva dei Brâhmani e degli Ksatriya
abituale l’esercizio effettivo della regalità,
occorre che i rappresentanti rispettivi del sacerdozio e della regalità
traggano il loro potere da una fonte comune, la quale è «di là dalle caste»; la
differenza gerarchica che esiste tra di essi consiste nel fatto che il
sacerdozio riceve il proprio potere direttamente da questa fonte, con la quale
è, per sua natura, in contatto immediato, mentre la regalità, in virtù del
carattere più esteriore e più propriamente terrestre della sua funzione, non
può ricevere il proprio se non attraverso il tramite del sacerdozio.
Quest’ultimo, in effetti, svolge realmente una parte di «mediatore» tra il
Cielo e la Terra; del resto, non è senza motivo che la pienezza del sacerdozio
ricevette nelle tradizioni occidentali il nome simbolico di «pontificato»,
perché, come dice san Bernardo, «il Pontefice, com’è indicato nell’etimologia
del suo nome, è una specie di ponte tra Dio e l’uomo»1. Perciò, se
si vuole risalire all’origine prima dei due poteri sacerdotale e regale,
bisogna cercarla nel «mondo celeste»; ciò può essere inteso, d’altronde,
simbolicamente e realmente2; ma questo problema è uno di quelli il
cui sviluppo esorbiterebbe dalle proporzioni del presente studio; e se
l’abbiamo toccato, tracciandone una breve prospettiva, è
1. Tractatus de
moribus et officio episcoporum, III, 9. A questo
proposito, e in connessione con quanto abbiamo già indicato trattando della
Sfinge, conviene osservare che essa rappresenta Harmakhis, o Hormakhuti,
il «Signore dei due orizzonti», cioè il principio che unisce i due mondi
sensibile e sovrasensibile, terrestre e celeste; questa è una delle ragioni per
cui, nei primi tempi del cristianesimo, fu considerata in Egitto un simbolo del
Cristo. Un’altra ragione di questo fatto è che la Sfinge, al pari del Grifone
di cui parla Dante, è l’«animale dalle due nature», e a questo titolo raffigura
l’unione delle due nature, divina e umana, in Cristo; una terza ragione si può
ancora trovare nell’aspetto sotto il quale essa simboleggia, come abbiamo
detto, l’unione dei due poteri spirituale e temporale, sacerdotale e regale,
nel loro principio supremo.
2. Si tratta della concezione tradizionale dei «tre
mondi», da noi spiegata in altre occasioni a più riprese: secondo questa
prospettiva la regalità corrisponde al «mondo terrestre», il sacerdozio al
«mondo intermedio», e il loro principio comune al «mondo celeste»; ma è
opportuno aggiungere che, da quando tale principio è diventato invisibile per
gli uomini, il sacerdozio rappresenta anche esteriormente il «mondo celeste».
45
Autorità spirituale e Potere temporale
perché in seguito non potremo fare a meno di
riferirci qualche volta alla fonte comune dei due poteri.
Ritornando al punto di partenza della nostra
digressione, è evidente che gli attributi di saggezza e di forza si riferiscono
rispettivamente alla conoscenza e all’azione; d’altra parte, in India, e in
connessione con lo stesso punto di vista, è detto che il Brâhmano è il
prototipo degli esseri stabili, e lo Ksatriya il prototipo degli esseri
mutevoli1; in altri termini, nell’ordinamento sociale, il quale è
del resto in corrispondenza perfetta con l’ordine cosmico, il primo rappresenta
l’elemento immutabile, il secondo l’elemento mobile. Anche qui, l’immutabilità
è quella della conoscenza, raffigurata in modo sensibile dalla postura immobile
dell’uomo in meditazione; la mobilità, dal canto suo, è connaturata all’azione
in virtù del carattere transitorio e momentaneo di essa.
Inoltre, la natura del Brâhmano e
quella dello Ksatriya si distinguono in modo fondamentale a causa della
predominanza di un guna diverso; come abbiamo spiegato in un’altra
occasione2, la dottrina indù postula tre guna, o qualità
costitutive degli esseri in tutti i loro stati di manifestazione: sattwa,
o conformità all’essenza pura dell’Essere universale, identificabile con la
luce intelligibile ovvero con la conoscenza, e rappresentata come una tendenza
ascendente; rajas, l’impulso espansivo, sotto la spinta del quale
l’essere si sviluppa in un certo stato e, in qualche modo, a un determinato
livello dell’esistenza; e infine tamas, l’oscurità, intesa simile
all’ignoranza, rappresentata quale una tendenza discendente.
I guna sono in equilibrio perfetto
nell’indifferenziazione primordiale, e ogni manifestazione rappresenta una
rottura di questo equilibrio; questi tre elementi sono in ogni essere, ma in
1. L’insieme di tutti gli esseri, ripartiti in tal
modo in stabili e mutevoli, è denominato in sanscrito dal termine composto sthâvara-jangama;
cosicché essi tutti, secondo la loro natura, sono principalmente in
relazione o con il Brâhmano o con lo Ksatriya.
2. L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta,
cap. IV.
46
Natura rispettiva dei Brâhmani e degli Ksatriya
proporzioni diverse, le quali determinano le
tendenze rispettive di essi. Nella natura del Brâhmano predomina sattwa,
orientandolo verso gli stati sovraumani; in quello dello Ksatriya
predomina rajas, e lo fa tendere alla realizzazione delle possibilità
comprese nello stato umano1. Alla predominanza di sattwa
corrisponde la predominanza dell’intellettualità; alla predominanza di rajas
corrisponde la predominanza di ciò che, in difetto di un termine più adatto,
possiamo chiamare la sentimentalità; ed ecco un’altra giustificazione di quanto
dicevamo in precedenza, che lo Ksatriya, cioè, non è adatto per la
conoscenza pura: la via che gli conviene è quella che si potrebbe chiamare
«della devozione», se ci è permesso servirci di un simile termine per rendere,
in modo però alquanto imperfetto, la parola sanscrita bhakti, la quale è
la via che assume come punto di partenza un elemento di carattere emotivo;
benché tale via si incontri anche al di fuori delle forme propriamente
religiose, tuttavia il ruolo dell’elemento emotivo in nessun’altra forma è così
sviluppato come in queste, in cui colora per di più l’intera dottrina di una
sfumatura particolare.
L’ultima constatazione permette di capire la
vera ragione d’essere delle forme religiose: esse si adattano in modo
particolare alle razze le cui attitudini sono generalmente indirizzate
all’azione, alle razze che, considerate collettivamente, contengono una
preponderanza dell’elemento «rajasico», il quale caratterizza la natura degli Ksatriya.
Tale è il caso del mondo occidentale; per questa ragione, come abbiamo
segnalato in un altro studio2, in India si dice che se l’Occidente
ritornasse a uno stato normale e ripossedesse un’organizzazione sociale
regolare, in
1. Ai tre guna corrispondono altrettanti
colori simbolici: il bianco è sattwa, il rosso è rajas, il nero
è tamas; in virtù del rapporto da noi qui indicato, i primi due di
questi colori simboleggiano altresì rispettivamente l’autorità spirituale e il
potere temporale. Non è senza interesse osservare, a tal proposito, che
l’«orifiamma» dei re di Francia era rossa; la sostituzione susseguente del
rosso con il bianco come colore regale indica in qualche modo l’usurpazione di
uno degli attributi dell’autorità spirituale.
2. La crisi del mondo moderno.
47
Autorità spirituale e Potere temporale
essa si ritroverebbero molti Ksatriya,
ma pochi Brâhmani; questo inoltre è il motivo per cui la religione,
concepita nel suo senso più rigoroso, è cosa propriamente occidentale. Infine,
è ancora questo che spiega come in Occidente sembri non esistere un’autorità
spirituale pura, o per lo meno un’autorità spirituale pura affermantesi
esteriormente come tale, con le caratteristiche da noi precisate in precedenza.
L’adattamento religioso, così come la
costituzione di qualsiasi altra forma tradizionale, è a ogni modo compito di
una vera autorità spirituale, nel senso più completo dell’espressione; questa
autorità, che assume all’esterno apparenze religiose, può tuttavia mantenersi
contemporaneamente diversa nel suo interno, finché nel suo ambito siano
presenti veri Brâhmani; e con questo termine intendiamo un’élite
intellettuale che conservi la coscienza di quanto è di là da tutte le forme
particolari, cioè dell’essenza profonda della tradizione. Per un’élite
di tal genere, la forma può avere soltanto una funzione di «supporto», e
fornire inoltre un mezzo per far partecipare alla tradizione quanti non hanno
accesso alla intellettualità pura; ma questi ultimi non vedono ovviamente nulla
di là dalla forma, giacché le loro possibilità individuali non permettono loro
di andare più lontano; perciò l’autorità spirituale non è tenuta a mostrarsi a
essi se non sotto l’aspetto che corrisponde alla loro natura1, anche
se il suo insegnamento, compreso quello esteriore, sarà sempre ispirato dallo
spirito della dottrina superiore2. Ma può accadere che, dopo aver
realizzato l’adattamento, coloro che sono i depositari di questa forma
tradizionale vi si trovino in seguito rinchiusi, avendo perduto la coscienza
effettiva di quanto è di là da essa; ciò può essere dovuto a circostanze diverse,
e soprattutto alla «confusione delle caste», per cui può avvenire che fra di
essi si
1. È detto simbolicamente che quando gli dei
appaiono agli uomini, rivestono sempre forme che siano in relazione con la
natura di coloro ai quali essi si manifestano.
2. Anche qui si tratta della distinzione, da noi
già accennata in precedenza, tra «coloro che sanno» e «coloro che credono».
48
Natura rispettiva dei Brâhmani e degli Ksatriya
ritrovino uomini che in realtà sono per la
maggior parte Ksatriya; è facile capire, da quanto abbiamo detto, come
questa situazione sia possibile soprattutto in Occidente, tanto più che la
forma religiosa può facilitare il fenomeno in modo particolare. In effetti, la
combinazione di elementi intellettuali e sentimentali che caratterizza tale
forma dà origine a una specie di campo misto, nel quale la conoscenza è
considerata molto meno di per se stessa che non in quanto applicabile
all’azione; se la distinzione tra l’«iniziazione sacerdotale» e l’«iniziazione
regale» non è mantenuta in modo netto e rigorosissimo, si crea allora un
territorio intermedio nel quale possono prodursi tutte le confusioni
immaginabili, per non parlare di taluni conflitti che non sarebbero neppure
concepibili se il potere temporale avesse di fronte un’autorità spirituale pura1.
Non è nostro compito, in questa sede,
ricercare a quale fra le due possibilità che abbiamo or ora indicato
corrisponda attualmente lo stato religioso del mondo occidentale; ed è facile
comprendere il motivo del nostro atteggiamento: un’autorità religiosa non può
rivestire le apparenze di quella che noi chiamiamo un’autorità spirituale pura,
anche se ne possiede interiormente la realtà; vi è stato un tempo in cui essa
possedeva certamente questa realtà; ma la conserva ancora effettivamente?2
È
1. Dimenticata la conoscenza «suprema», non rimane
che una conoscenza «non suprema»; e la causa non è più una rivolta degli Ksatriya
come nel caso da noi esaminato in precedenza, ma una sorta di degenerazione
intellettuale dell’elemento che corrisponde ai Brâhmani per funzione, se
non per natura; in quest’ultimo caso la tradizione non è alterata come nel caso
precedente, ma soltanto diminuita nella sua parte superiore; l’ultimo stadio di
questa degenerazione è quello in cui non esiste più conoscenza effettiva, in
cui la sola virtualità di tale conoscenza permane, grazie alla conservazione
della «lettera», e in cui non si ritrova più, in tutti indistintamente, se non
semplice fede. Occorre aggiungere che i due casi che stiamo separando
teoricamente possono di fatto trovarsi commisti, o per lo meno prodursi in uno
stesso ambiente in modo concorrente, condizionandosi per così dire l’un
l’altro. Ma questo non ci interessa molto, perché su tal punto non abbiamo
intenzione di fare applicazioni a fatti determinati.
2. La domanda corrisponde, sotto un’altra forma, a
quella da noi già formulata trattando della «Chiesa docente» e della «Chiesa
discente».
49
Autorità spirituale e Potere temporale
molto difficile dirlo, perché, quando la vera
intellettualità è completamente perduta, come nell’epoca moderna, è naturale
che la parte superiore e «interiore» della tradizione diventi sempre più
nascosta e inaccessibile: coloro, infatti, che possono comprenderla sono ormai
soltanto un’infima minoranza; fino a prova contraria, noi siamo disposti ad
ammettere che le cose stiano in questo modo e che la coscienza della tradizione
integrale, con tutto ciò che essa comporta, persista ancora in alcune persone,
per quanto poco numerose possano essere. Del resto, anche se questa coscienza
fosse completamente scomparsa, qualsiasi forma tradizionale costituita in modo
regolare manterrebbe sempre, per mezzo della conservazione della «lettera», al
riparo da ogni alterazione, la possibilità della propria restaurazione, la
quale si potrà realizzare se un giorno, fra i rappresentanti della forma
tradizionale in questione, si incontreranno uomini con le attitudini
intellettuali richieste.
A ogni buon conto, quand’anche noi avessimo,
in qualunque modo, dati più precisi al riguardo, non dovremmo esporli
pubblicamente, a meno che non ne fossimo obbligati da circostanze del tutto
eccezionali; ed ecco il motivo: un’autorità che sia soltanto religiosa è
tuttavia ancora, anche nel caso più sfavorevole, un’autorità spirituale
relativa; vogliamo dire che essa, pur non essendo un’autorità spirituale
pienamente effettiva, ne possiede tuttavia la virtualità che le deriva dalla
sua origine, per cui è sempre in grado di esercitarne le funzioni all’esterno1;
è dunque legittimo che essa adempia queste funzioni nei confronti
1. Bisogna osservare che coloro che adempiono in
questo modo alla funzione esteriore dei Brâhmani, senza pur averne
realmente le qualificazioni, non sono affatto usurpatori, come sarebbero degli Ksatriya
ribelli che avessero usurpato il posto dei Brâhmani per instaurare una
tradizione deviata; in effetti questo caso corrisponde solamente a una
situazione dovuta alle condizioni sfavorevoli di un determinato ambiente, e
assicura anzi la conservazione della dottrina nella misura compatibile con tali
condizioni. Sarebbe sempre possibile applicare a questa situazione, anche
nell’ipotesi meno favorevole, la parola del Vangelo: «Gli scribi e i farisei
sono seduti sul trono di Mosè; osservate dunque, e fate tutto quel che vi
dicono» (Mt. 23, 2-3).
50
Natura rispettiva dei Brâhmani e degli Ksatriya
del potere temporale, e deve essere veramente
considerata tale nel suoi rapporti con quest’ultimo. Coloro che avranno capito
il nostro punto di vista potranno rendersi conto senza difficoltà che in caso
di conflitto tra una qualsiasi autorità spirituale, anche relativa, e un potere
temporale, noi dobbiamo sempre schierarci, in linea di principio, a fianco
dell’autorità spirituale; diciamo in linea di principio, perché sia chiaro che
non abbiamo la minima intenzione di intervenire attivamente in simili conflitti
né, soprattutto, avere una qualunque parte nelle diatribe del mondo
occidentale, non essendo assolutamente questa la nostra funzione.
Negli esempi che esamineremo in seguito non
faremo perciò nessuna distinzione tra quelli in cui è presente un’autorità
spirituale pura e quelli in cui può trattarsi soltanto di un’autorità
spirituale relativa; in ognuno di questi casi considereremo come autorità
spirituale quella che ne svolge socialmente la funzione; e d’altronde le
rassomiglianze evidenti che tutti questi casi presentano, per quanto lontani
possano essere storicamente gli uni dagli altri, giustificheranno in modo
sufficiente tale assimilazione. Dovremmo distinguere soltanto se si ponesse il
problema del possesso effettivo dell’intellettualità pura, problema che non ha
rilevanza in questa occasione; analogamente, per quel che concerne un’autorità
legata esclusivamente a una determinata forma tradizionale, non dovremmo
preoccuparci di delimitare esattamente i suoi confini, se così possiamo
esprimerci, se non nei casi in cui essa pretendesse di oltrepassarli, e questi
casi non sono fra quelli che noi esamineremo adesso.
A tale proposito, ricorderemo quanto dicevamo
precedentemente: ciò che è superiore contiene in modo «eminente» ciò che è
inferiore; colui che è competente entro certi limiti, che definiscono la sua
sfera propria, lo è anche a fortiori nei confronti di tutto quanto si
trova di qua da questi limiti, mentre non lo è più nei confronti di quel che si
trova di là da essi; se questa regola, semplicissima, almeno per coloro che
posseggono una nozione corretta della gerarchia, fosse osservata e applicata
come si conviene, nessuna confusione di sfere e nessun errore di
«giurisdizione»,
51
Autorità spirituale e Potere temporale
per usare questo speciale linguaggio, potrebbe
mai verificarsi. Qualcuno vedrà indubbiamente, nelle distinzioni e nelle
riserve che abbiamo testé formulato, soltanto precauzioni di un’utilità
alquanto contestabile, qualcun altro sarà tentato di attribuire loro, al
massimo, un valore puramente teorico; noi pensiamo invece che ci saranno altri
ancora in grado di comprendere che in realtà esse sono una cosa molto diversa,
e invitiamo questi ultimi a riflettervi con un’attenzione particolare.
52
V
Dipendenza della regalità nei confronti del
sacerdozio
Ritorniamo ora ai rapporti tra Brâhmani
e Ksatriya nell’ambito dell’organizzazione sociale dell’India: di norma
appartiene agli Ksatriya il potere esteriore, in quanto la sfera
dell’azione, quella che li riguarda più direttamente, è il mondo esterno e
sensibile; ma questo potere non è nulla senza un principio interiore, puramente
spirituale, qual è quello incarnato dall’autorità dei Brâhmani, in cui
esso trova la propria unica reale garanzia. Perciò il rapporto tra i due poteri
può anche essere rappresentato come un rapporto tra «interiore» ed «esteriore»,
rapporto che in effetti simboleggia perfettamente quello tra la conoscenza e
l’azione, o, se si vuole, tra «motore» e «mobile», per riprendere l’idea
esposta da noi precedentemente, la quale del resto si riferiva tanto alla
teoria aristotelica quanto alla dottrina indù1.
È dall’armonia tra «interiore» ed «esteriore»,
che non deve essere affatto intesa come una sorta di «parallelismo» se non si
vogliono misconoscere le differenze essenziali tra i due campi, è da questa
armonia, dicevamo, che discende la vita normale di quella che si può chiamare
l’entità sociale; è bene osservare che con questa espressione non si vuole
suggerire una qualsiasi assimilazione della collettività a un essere vivente,
tanto più che oggi certa gente ha fatto uno strano abuso di una tale assimilazione,
1. Anche qui si potrebbe applicare, come allora,
l’immagine del centro e della circonferenza della «ruota delle cose».
53
Autorità spirituale e Potere temporale
assumendo come una vera e propria identità
quella che è soltanto analogia e corrispondenza1.
In cambio della garanzia che l’autorità
spirituale dà al loro potere, gli Ksatriya, mediante la forza di cui
dispongono, devono assicurare ai Brâhmani il mezzo per svolgere in pace,
al riparo dal disordine e dall’agitazione, la propria funzione di conoscenza e
di insegnamento; è quanto il simbolismo indù rappresenta nella figura di
Skandha, Signore della guerra, che protegge la meditazione di Ganesha, Signore
della conoscenza2. È da rilevare che la stessa cosa si insegnava,
anche esteriormente, nel medioevo occidentale; infatti san Tommaso d’Aquino
dichiara espressamente che tutte le funzioni umane sono subordinate alla
contemplazione come al loro fine superiore, «sicché, a considerarle come si
deve, esse tutte appaiono al servizio di coloro che contemplano la verità», e
che in fondo l’intero reggimento della vita civile ha come vera ragion d’essere
di assicurare la pace necessaria a tale contemplazione.
È evidente quanto ciò sia lontano dal punto di
vista moderno e come la prevalenza della tendenza all’azione, tipica degli
Occidentali, non debba condurre necessariamente alla svalutazione della
contemplazione, cioè della conoscenza, a patto che
1. L’essere vivente ha in sé il proprio principio
d’unità, superiore alla molteplicità degli elementi che intervengono nella sua
costituzione; niente di simile avviene per la collettività, la quale non è
propriamente altro se non la somma degli individui che la compongono; di
conseguenza, un termine come «organizzazione», quando si applichi all’uno e
all’altra, non può, parlando rigorosamente, avere lo stesso senso. Si può dire,
tuttavia, che la presenza di un’autorità spirituale introduce nella società un principio
superiore agli individui, essendo tale autorità, per origine e per natura, essa
stessa «sovraindividuale»; ma ciò suppone che la società non sia considerata
esclusivamente sotto un aspetto temporale; e questa considerazione, la sola che
permetta di fare della società qualcosa di più che una semplice collettività
nel senso anzidetto, è appunto fra quelle che più completamente sfuggono ai
sociologi contemporanei, i quali pretendono di identificare la società con un
essere vivente.
2. Ganesha e Skandha sono del resto rappresentati
come fratelli, essendo entrambi figli di Shiva; è questo un altro modo di
esprimere il fatto che i due poteri, spirituale e temporale, procedono da un
unico principio.
54
Dipendenza della regalità nei confronti del
sacerdozio
questi possiedano una civiltà di carattere
tradizionale, la quale nel medioevo era una forma religiosa (da cui la
sfumatura teologica che nella concezione di san Tommaso è sempre legata alla
contemplazione mentre in Oriente la contemplazione è intesa nella sfera della
metafisica pura).
D’altra, parte, nella dottrina indù e
nell’organizzazione sociale che ne è l’applicazione, presso un popolo le cui
attitudini alla contemplazione, intese questa volta nel senso
dell’intellettualità pura, sono chiaramente preponderanti, anzi in genere sviluppate
a un grado che è difficile trovare altrove, il posto assegnato agli Ksatriya,
cioè all’azione, pur essendo subordinato come dev’essere normalmente, è
tuttavia ben lungi dall’essere trascurabile, poiché comprende tutto ciò che si
può chiamare il potere apparente. Del resto, come abbiamo rilevato in un’altra
occasione1, coloro i quali, influenzati dalle erronee
interpretazioni che circolano in Occidente, avessero qualche dubbio
sull’importanza reale, per quanto relativa, accordata all’azione sia dalla
dottrina indù sia da tutte le altre dottrine tradizionali, non dovrebbero, per
convincersene, che riferirsi alla Bhagavad Gîtâ, a uno di quei testi,
cioè, destinati particolarmente all’uso degli Ksatriya, cosa questa che
non si può dimenticare se si vuole veramente comprenderne il senso2.
I Brâhmani non devono far altro che
esercitare un’autorità in certo qual modo invisibile, la quale può, come tale,
restare ignota, ma non per questo cessa di essere il principio immediato di
ogni potere visibile; questa autorità è come il perno intorno al quale ruotano
tutte le cose contingenti, l’asse fisso intorno a cui il mondo compie la sua
rivoluzione, il polo o il centro
1. La crisi del mondo moderno.
2. La Bhagavad Gîtâ, per la precisione, è
soltanto un episodio del Mahâbhârata, il quale, con il Râmâyana,
è uno dei due Itihâsa. Il suddetto carattere della Bhagavad
Gîtâ spiega l’uso che vi si fa del simbolismo guerresco, sotto certi
aspetti paragonabile a quello della «guerra santa» dei musulmani; vi è del
resto un modo «interiore» di leggere il libro, conferendogli il suo senso
profondo: in questo caso esso prende il nome di Âtma-Gîtâ.
55
Autorità spirituale e Potere temporale
immutabile che dirige e regola il movimento
cosmico senza parteciparvi1.
La dipendenza del potere temporale
dall’autorità spirituale ha il suo segno tangibile nella consacrazione dei re;
essi non sono veramente «legittimati» se non quando abbiano ricevuto dal
sacerdozio l’investitura e la consacrazione, le quali implicano la trasmissione
di un’«influenza spirituale» necessaria all’esercizio regolare delle loro
funzioni2. Tale influenza si manifesta talora all’esterno con
effetti nettamente sensibili, di cui citeremo come un esempio il potere di
guarigione dei re di Francia, il quale era direttamente legato alla
consacrazione, manifestandosi in seguito a essa e non per trasmissione al re da
parte del suo predecessore. Questo dimostra come tale influenza non appartenga
al re, ma gli sia conferita quasi per delegazione dell’autorità spirituale,
delegazione in cui consiste propriamente il «diritto divino», come dicevamo in
precedenza; il re, quindi, ne è soltanto il depositario, e può di conseguenza
perderlo in determinati casi; per questo motivo, nella «cristianità»
medioevale, il Papa poteva sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà verso
il loro sovrano3.
Nella tradizione cattolica, del resto, si
rappresenta san Pietro che tiene in mano non soltanto la chiave d’oro del
potere sacerdotale,
1. Come dicemmo nel nostro studio Il Re
del Mondo, l’asse e il polo sono prima di tutto simboli del principio unico
dei due poteri; però essi possono anche essere applicati all’autorità
spirituale nei confronti del potere temporale, come stiamo facendo qui, sia
perché tale autorità, a causa del suo attributo essenziale di conoscenza,
partecipa effettivamente dell’immutabilità del principio supremo (ciò che
costituisce il significato fondamentale di tali simboli), sia perché, come
dicevamo in precedenza, essa rappresenta direttamente questo principio nei
confronti del mondo esteriore.
2. Traduciamo con «influenza spirituale» il termine
ebraico e arabo barakah; il rito dell’«imposizione delle mani» è
uno dei più abituali modi di trasmissione della barakah, nonché della
produzione di certi effetti, di guarigione in particolare, ottenuti per mezzo
di essa.
3. La tradizione musulmana insegna anche che la barakah
può essere perduta; in egual modo, nella tradizione estremo-orientale il
«mandato del Cielo» è revocabile quando il sovrano non adempie regolarmente le
sue funzioni, in armonia con l’ordine cosmico.
56
Dipendenza della regalità nei confronti del
sacerdozio
bensì anche la chiave d’argento del potere
regale; queste due chiavi erano, presso gli antichi Romani, uno degli attributi
di Giano, e come tali erano le chiavi dei «grandi misteri» e dei «piccoli
misteri», i quali, secondo le nostre precedenti spiegazioni, corrispondono
altresì, rispettivamente, all’«iniziazione sacerdotale» e all’«iniziazione
regale»1. A questo proposito, è opportuno osservare che mentre Giano
raffigura l’origine comune dei due poteri, san Pietro è l’incarnazione del
potere sacerdotale, al quale le due chiavi sono trasferite: è per mezzo suo
infatti che viene trasmesso il potere regale2, mentre il potere
sacerdotale è ricevuto direttamente dalla fonte.
Ciò che precede definisce i rapporti normali
tra l’autorità spirituale e il potere temporale; se questi rapporti fossero
sempre e dappertutto osservati, mai nessun conflitto potrebbe nascere tra l’una
e l’altro, perché ognuno di essi occuperebbe il posto che gli compete in virtù
della gerarchia delle funzioni e degli esseri, gerarchia la quale, torniamo a
insistervi, è rigorosamente conforme alla natura stessa delle cose. Purtroppo,
ciò accade di rado, e di fatto le relazioni normali sono state troppo spesso
disconosciute o addirittura rovesciate; a questo proposito è importante
rilevare
1. Secondo un altro simbolismo, sono inoltre le
chiavi delle porte del «Paradiso celeste» e del «Paradiso terrestre», come si
vedrà dal testo dantesco che citeremo più oltre; ci parrebbe però inopportuno,
almeno per il momento, fare precisazioni in certo qual modo «tecniche» circa il
«potere delle chiavi», o spiegare altre cose che più o meno direttamente gli si
riferiscono. Se vi facciamo allusione, è unicamente perché coloro che ne
avessero qualche conoscenza capiscano che da parte nostra si tratta di un riserbo
del tutto volontario, a cui del resto non siamo tenuti da nessun impegno nel
confronti di chicchessia.
2. Per quanto riguarda la trasmissione del potere
regale, ci sono tuttavia casi eccezionali in cui, per ragioni speciali, esso è
conferito direttamente da rappresentanti del potere supremo, origine degli
altri due; i re Saul e Davide furono così consacrati non dal Gran Sacerdote, ma
dal profeta Samuele. Ciò può essere accostato a quanto dicevamo in altra sede (Il
Re del Mondo, cap. IV) sul triplice carattere del Cristo come profeta,
sacerdote e re e del suo rapporto con le funzioni rispettive dei tre Re Magi,
esse stesse corrispondenti alla divisione dei «tre mondi» che citavamo in una
nota precedente; la funzione «profetica», implicando l’ispirazione diretta,
corrisponde propriamente al «mondo celeste».
57
Autorità spirituale e Potere temporale
innanzi tutto come sia già un grave errore
considerare lo spirituale e il temporale semplicemente come due termini
correlativi o complementari senza rendersi conto che il secondo ha il suo
principio nel primo. Si può cadere facilmente in questo errore perché, come
dicevamo, la complementarità ha una sua ragione d’essere in una situazione in
cui i due poteri appaiono divisi e in cui l’uno non ha nell’altro il suo
principio ultimo e supremo, ma soltanto il principio immediato e relativo.
Come facemmo rilevare in un’altra occasione
per quanto riguarda la conoscenza e l’azione1, tale complementarità
non è falsa, ma soltanto insufficiente, perché corrisponde a un punto di vista
pur sempre esteriore, qual è del resto la divisione stessa dei due poteri,
necessaria in una condizione del mondo in cui il potere unico e supremo non è
più a portata dell’umanità ordinaria. Si potrebbe anche dire che, all’atto
della loro differenziazione, i due poteri si presentano, per forza di cose, nel
loro rapporto normale di subordinazione, e che il concepirli come correlativi
non può avvenire se non in una fase ulteriore del cammino discendente del ciclo
storico; a questa nuova fase si riferiscono più specificamente certe
espressioni simboliche che mettono in evidenza soprattutto l’aspetto della
complementarità, anche se una corretta interpretazione permette ancora di
riconoscere un’indicazione del rapporto di subordinazione. Si ricordi, a questo
proposito, l’apologo molto noto, ma poco compreso in Occidente, del cieco e del
paralitico, che rappresenta in effetti, in uno dei suoi significati più
importanti, i rapporti tra vita attiva e vita contemplativa: l’azione
abbandonata a se stessa è cieca, e l’immutabilità essenziale della conoscenza
si traduce esteriormente in un’immobilità paragonabile a quella del paralitico.
Il punto di vista della complementarità è
raffigurato dall’aiuto reciproco tra i due uomini ciascuno dei quali supplisce
con le proprie facoltà alle manchevolezze dell’altro; e se l’origine
dell’apologo, o per lo meno la interpretazione particolare
1. La crisi del mondo moderno.
58
Dipendenza della regalità nei confronti del
sacerdozio
che ne è data in questa versione1,
deve essere riferita al confucianesimo, è facile capire come quest’ultimo debba
limitarsi a tale punto di vista, poiché la sua sfera di azione esclusiva è
quella dell’ordine umano e sociale. A questo proposito, è bene altresì
osservare che in Cina la distinzione tra taoismo, dottrina puramente
metafisica, e confucianesimo, dottrina sociale (procedenti entrambi dalla
medesima tradizione integrale, la quale rappresenta il principio comune di
entrambi), corrisponde esattamente a quella tra spirituale e temporale2;
occorre aggiungere che l’importanza del «non agire» nella prospettiva taoista
giustifica in particolare, per chi esamini le cose dall’esterno3, il
simbolismo impiegato nell’apologo citato.
Tuttavia, è importante tener presente che
nell’associazione dei due uomini è il paralitico a rivestire una funzione di
direzione, e che la sua stessa posizione sulle spalle del cieco simboleggia la
superiorità della contemplazione sull’azione, superiorità che Confucio stesso
era lungi dal contestare in linea di principio, come testimonia il
1. Un’altra applicazione dello stesso apologo,
questa volta cosmologica e non più sociale, si incontra nelle dottrine
dell’India, dove essa è contenuta nel Sânkhya: qui il paralitico è Purusha,
in quanto immutabile e «non agente», mentre la cieca è Prakriti, la
cui potenzialità indifferenziata si identifica con le tenebre del caos; si
tratta effettivamente di due principi complementari, in quanto poli della
manifestazione universale, derivanti da un principio superiore unico, che è
l’Essere puro, cioè Îshwara, la cui considerazione supera il punto di
vista particolare del Sânkhya. Per ricollegare questa interpretazione
con la precedente bisogna tener conto che si può stabilire una corrispondenza
analogica fra la contemplazione, o conoscenza, e Purusha, e tra l’azione
e Prakriti; non possiamo però addentrarci qui nella spiegazione di
questi due principi e dobbiamo accontentarci di rinviare a quanto abbiamo
esposto, a questo proposito, nell’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta.
2. La divisione della tradizione estremo-orientale
in due rami distinti divenne fatto compiuto nel secolo VI prima dell’era
cristiana, epoca di cui abbiamo segnalato il carattere particolare in un’altra
opera (La crisi del mondo moderno): ritroveremo questa divisione anche
in seguito.
3. Diciamo dall’esterno, perché da un punto di
vista interiore il «non agire» è in realtà l’attività suprema in tutta la sua
pienezza; ma, proprio a causa del suo carattere totale e assoluto, tale
attività non appare all’esterno come avviene invece per le attività
particolari, determinate e relative.
59
Autorità spirituale e Potere temporale
racconto del suo incontro con Lao-tzu, quale
ci è stato tramandato dallo storico Sima Qian; Confucio ammetteva di non essere
«nato alla conoscenza», di non essere giunto alla conoscenza per eccellenza, la
quale è di ordine metafisico puro, e, come abbiamo detto prima, appartiene
esclusivamente, per la sua natura stessa, al detentori della vera autorità
spirituale1.
Se è sbagliato considerare lo spirituale e il
temporale semplici correlativi, esiste tuttavia un altro errore, ancora più
grave, il quale consiste nel subordinare lo spirituale al temporale, cioè la
conoscenza all’azione; questo errore, che capovolge i rapporti normali,
corrisponde alla tendenza che è caratteristica generale dell’Occidente moderno,
la quale non può evidentemente affiorare se non in un periodo di decadenza
intellettuale molto avanzata. Attualmente però, alcuni si spingono ancora più
lontano in questa direzione, e giungono alla negazione del valore della
conoscenza in quanto tale e perfino, come conseguenza logica essendo le due
cose solidali, alla negazione dichiarata di qualsiasi autorità spirituale;
quest’ultimo gradino nella degenerazione, il quale comporta la dominazione
delle caste più basse, è uno dei segni caratteristici della fase finale del Kali-Yuga.
Se esaminiamo l’attuale situazione della
religione, poiché è questa la forma particolare che la spiritualità assume nel
mondo occidentale, il capovolgimento dei rapporti può esprimersi nel modo
seguente: invece di considerare l’intero ordine sociale come procedente dalla
religione, in quanto imperniato in qualche modo su di essa e avente in essa il
suo principio (così come avveniva nella «cristianità» medioevale e come avviene
nell’Islâm, che a questo riguardo le è perfettamente paragonabile), oggi non si
vuol vedere nella religione niente di più che uno degli
1. Da ciò risulta come non esista alcuna
opposizione di principio fra taoismo e confucianesimo; essi non sono, né
potrebbero essere, due scuole rivali perché ciascuno ha una sua sfera propria
nettamente distinta; se ci furono tuttavia lotte, e talora violente, come
abbiamo segnalato in precedenza, esse furono dovute soprattutto
all’incomprensione e all’esclusivismo dei confuciani, dimentichi dell’esempio
dato loro dal loro stesso maestro.
60
Dipendenza della regalità nei confronti del
sacerdozio
elementi dell’ordine sociale, un elemento fra
tutti gli altri e sullo stesso livello degli altri; si tratta dell’asservimento
dello spirituale al temporale, o addirittura dell’assorbimento del primo nel
secondo, in attesa della completa negazione della spiritualità, che è il punto
d’arrivo inevitabile. Di fatto, considerare le cose a questo modo conduce
fatalmente a «umanizzare» la religione, a trattarla cioè come fatto meramente
umano, di carattere sociale, o meglio «sociologico», per gli uni, di carattere
forse più psicologico per gli altri; ma allora non si tratta più di religione,
perché la religione comporta in sé essenzialmente qualcosa di «sovraumano»,
senza il quale non si è più nella sfera della spiritualità: infatti, come
abbiamo spiegato in precedenza, temporale e umano sono in realtà identici.
Ci troviamo quindi di fronte a una vera
negazione implicita della religione e dello spirituale, nonostante le
apparenze, di modo che la negazione esplicita e dichiarata non sarà tanto
l’instaurazione di un nuovo stato di cose quanto il riconoscimento di un fatto
compiuto. In tal modo il capovolgimento dei rapporti prepara direttamente la
soppressione del termine superiore, anzi la implica virtualmente, così come la
rivolta degli Ksatriya contro l’autorità dei Brâhmani prepara,
come vedremo, ed esige, per così dire, l’avvento delle caste più basse; del
resto, coloro che hanno seguito fin qui la nostra esposizione capiranno senza
fatica che in questo accostamento è contenuto qualcosa di più di un semplice
paragone.
61
VI
La rivolta degli Ksatriya
Presso quasi tutti i popoli, in epoche
diverse, e sempre più frequentemente via via che ci approssimiamo alla nostra
epoca, i detentori del potere temporale hanno tentato, come abbiamo visto, di
rendersi indipendenti da ogni autorità superiore, sostenendo di aver innato in
sé il loro potere, e hanno cercato di separare completamente lo spirituale dal
temporale, quando non addirittura di sottomettere il primo al secondo. Questa
«insubordinazione», nel senso etimologico della parola, presenta gradi differenti,
di cui i più accentuati sono anche i più recenti, come abbiamo indicato. Mai
come nell’epoca moderna le cose si sono spinte tanto oltre; ma soprattutto non
sembra che le corrispondenti concezioni siano mai tanto entrate nella mentalità
generale quanto negli ultimi secoli. Potremmo, a questo proposito, ripetere
quanto già dicemmo in altra occasione trattando dell’«individualismo» quale
caratteristica del mondo moderno1: la funzione dell’autorità
spirituale è la sola che si riferisce a un campo sovraindividuale; quando
questa autorità sia disconosciuta, è logico che l’individualismo faccia la sua
apparizione, per lo meno come tendenza, anche se non come affermazione avente
caratteristiche ben determinate2; infatti tutte le altre
1. Cfr. La crisi del mondo moderno, cap. V.
2. Questa affermazione, d’altronde, qualunque sia
la forma da essa assunta, è in realtà soltanto una negazione più o meno
dissimulata; la negazione di ogni principio superiore all’individualità.
63
Autorità spirituale e Potere temporale
funzioni sociali, a cominciare da quella
«governativa», che è propria del potere temporale, sono di ordine puramente
umano, e l’individualismo è precisamente la riduzione della intera civiltà ai
soli elementi umani.
Come facevamo osservare in precedenza, lo
stesso discorso vale per il «naturalismo»: l’autorità spirituale, connessa alla
conoscenza metafisica e trascendente, è la sola ad avere un carattere veramente
«sovrannaturale»; tutto il resto è d’ordine naturale o «fisico», come notammo
parlando del genere di conoscenza che, in una civiltà tradizionale, è
principalmente prerogativa degli Ksatriya. Del resto, l’individualismo e
il naturalismo sono strettamente solidali, poiché sono, in fondo, i due aspetti
che assume una sola e stessa cosa, secondo che la si consideri rispetto
all’uomo o al mondo; e si può constatare che la comparsa di dottrine
«individualistiche» o antimetafisiche si verifica quando, in una civiltà,
l’elemento che rappresenta il potere temporale ha il sopravvento su quello che
rappresenta l’autorità spirituale1.
È ciò che successe nella stessa India, quando
gli Ksatriya, non accontentandosi più di occupare il secondo rango nella
gerarchia delle funzioni sociali, benché questo rango comportasse l’esercizio
di tutta la potenza esteriore e visibile, si rivoltarono contro l’autorità dei Brâhmani
e vollero affrancarsi da ogni dipendenza nei loro confronti. La storia ci
fornisce così una chiara conferma di quanto già dicemmo: che il potere
temporale conduce se stesso alla rovina quando disconosce la sua subordinazione
1. Un altro fatto curioso, che segnaliamo di
sfuggita, è la parte importante che nelle dottrine degli Ksatriya ha
molto spesso un elemento femminile o rappresentato simbolicamente come tale,
sia che si tratti di dottrine regolarmente destinate al loro uso, sia di
concezioni eterodosse fatte da essi stessi prevalere; v’è pure da notare, a
questo proposito, che l’esistenza di un sacerdozio femminile, presso certi
popoli, appare connessa alla dominazione della casta guerriera. Questo fatto
può spiegarsi sia con la preponderanza dell’elemento «rajasico» ed emotivo
presso gli Ksatriya, e sia, soprattutto, con la corrispondenza,
nell’ordine cosmico, dell’aspetto femminile con Prakriti o la «Natura
primordiale», principio del «divenire» e della mutazione temporale.
64
La rivolta degli Ksatriya
nei confronti dell’autorità spirituale;
infatti, come tutto ciò che appartiene al mondo del cambiamento, non può essere
autosufficiente. Il cambiamento è inconcepibile e contraddittorio senza un
principio immutabile. Ogni concezione che neghi l’immutabile, ponendo l’essere
completamente nel «divenire», racchiude in se stessa un elemento di
contraddizione. Una simile concezione è eminentemente antimetafisica, poiché il
campo metafisico è precisamente quello dell’immutabile, di ciò che si trova al
di là della natura o del «divenire»; essa potrebbe anche essere chiamata
«temporale», per indicare che in tale concezione il punto di vista è
esclusivamente quello della successione.
D’altronde, bisogna osservare che
l’applicazione dell’aggettivo «temporale» al sostantivo «potere» vuol
significare che questo potere non si estende di là da ciò che è vincolato alla
successione, di là da quel che è sottoposto al mutamento. Le moderne teorie
«evoluzionistiche», nelle loro diverse forme, non sono i soli esempi di questo
errore, che consiste nell’identificare tutta la realtà col «divenire». Esse vi
hanno apportato una sfumatura speciale con la recente idea di «progresso»; ma
simili teorie esistettero anche nell’antichità, soprattutto presso i Greci, e
persino in certe forme di buddhismo1, che riteniamo d’altronde
degenerate o deviate, sebbene in Occidente sia invalsa l’abitudine di
considerarle come rappresentanti il «buddhismo originario». In realtà, più si
studia ciò che possiamo conoscere del buddhismo originario, più esso appare diverso
dall’idea che se ne fanno in genere certi orientalisti; in particolare, sembra
accertato che esso non comportasse affatto la negazione dell’Âtma o del
«Sé», ossia del principio permanente e immutabile dell’essere, che è
precisamente quel che ci interessa soprattutto in questa sede. Che la negazione
sia stata introdotta successivamente in certe scuole del buddhismo indiano
dagli Ksatriya
1. È questo il motivo per cui i buddhisti di certe
scuole ricevettero l’epiteto di sarva-vainâshika, cioè di «coloro che
sostengono il dissolvimento di tutte le cose»; questo dissolvimento è, insomma,
un equivalente del «flusso universale» insegnato da certi «filosofi fisici»
della Grecia.
65
Autorità spirituale e Potere temporale
ribelli o per loro ispirazione, o che essi
abbiano solamente voluto utilizzarla per i loro propri fini, è qualcosa che non
cercheremo di stabilire, perché ha in fondo poca importanza, e le conseguenze
sono le stesse in ogni caso1.
Quanto abbiamo esposto ci ha permesso, in
effetti, di cogliere la diretta connessione che esiste tra la negazione di ogni
principio immutabile e quella dell’autorità spirituale, tra il ridurre tutta la
realtà al «divenire» e l’affermazione della supremazia degli Ksatriya; e
bisogna aggiungere che, sottoponendo l’intero essere al mutamento, esso si
riduce con ciò stesso all’individuo, ché soltanto il principio immutabile
dell’essere permette di superare l’individualità, di trascenderla; si vede così
assai chiaramente quella solidarietà tra naturalismo e individualismo da noi
innanzi indicata2.
Ma la ribellione andò oltre il suo obiettivo,
e gli Ksatriya non furono capaci di arrestare il movimento, che avevano
così scatenato, nel punto preciso in cui avrebbero potuto trarne vantaggio; ad
approfittarne furono in realtà le caste inferiori, e questo si comprende
facilmente perché, quando ci si immette su una tale china, è impossibile non
percorrerla fino in fondo. La negazione dell’Âtma non fu la sola a
essere introdotta nel buddhismo deviato; vi fu anche quella della distinzione
delle caste, fondamento dell’intero ordine sociale tradizionale: diretta in un
primo tempo contro i Brâhmani, non doveva tardare a ritorcersi contro
gli stessi Ksatriya3. Infatti, quando venga negato
1. Non si può invocare, contro quel che diciamo del
buddhismo originario e di una sua ulteriore deviazione, il fatto che Sâkyamuni
apparteneva per nascita alla casta degli Ksatriya, perché ciò può
senz’altro legittimamente spiegarsi con le speciali condizioni di una certa
epoca, condizioni risultanti dalle leggi cicliche. Si può del resto notare, a
questo proposito, che anche Cristo discendeva non dalla tribù sacerdotale di
Levi, ma dalla tribù regale di Giuda.
2. Si potrebbe ancora notare che le teorie del
«divenire» tendono molto naturalmente a un certo «fenomenismo», anche se il
«fenomenismo» in senso stretto è, a dire il vero, cosa del tutto moderna.
3. Non si può dire che il Buddha stesso avesse
negato la distinzione delle caste: egli non doveva semplicemente tenerne conto,
perché quel che aveva realmente in vista era la costituzione di un ordine
monastico, nel cui interno questa
66
La rivolta degli Ksatriya
il principio stesso della gerarchia, non si
vede come una qualunque casta possa conservare la supremazia sulle altre, né a
quale titolo possa pretendere di imporla; chiunque, in queste condizioni, può
pensare di avere gli stessi diritti al potere di chiunque altro, basta che
disponga materialmente della forza necessaria per impadronirsene e per
esercitarlo di fatto; e, se si tratta di una semplice questione di forza
materiale, non è evidente che questa debba trovarsi in sommo grado presso gli
elementi che sono nello stesso tempo i più numerosi e, per le loro funzioni, i
più lontani da ogni preoccupazione d’ordine spirituale?
La negazione delle caste apriva dunque la
porta a tutte le usurpazioni, e ne potevano approfittare anche gli appartenenti
all’ultima casta, gli stessi Shûdra; in effetti, si videro alcuni di
essi impadronirsi del trono e, per una sorta di «nemesi» che era nella logica
degli avvenimenti, deporre gli Ksatriya dal potere che era loro
appartenuto legittimamente, ma di cui essi stessi avevano per così dire
distrutto la legittimità1.
distinzione non si applicava; fu solo quando si
pretese di estendere questa assenza di distinzione alla società che essa si
trasformò in una negazione vera e propria.
1. Un governo in cui uomini di casta inferiore si
attribuiscono il titolo e le funzioni della regalità è ciò che gli antichi
Greci chiamavano «tirannide»; il significato primitivo di questo termine, come
si vede, è molto diverso da quello che ha assunto presso i moderni, per i quali
esso è piuttosto sinonimo di «dispotismo».
67
VII
Le usurpazioni della regalità e le loro
conseguenze
Si dice talvolta che la storia si ripete, il
che è falso, perché non vi possono essere nell’universo due esseri o due
avvenimenti che siano rigorosamente simili sotto tutti gli aspetti; se lo
fossero, non sarebbero più due ma, coincidendo in tutto, si confonderebbero in
modo puro e semplice, così che non sarebbero se non un solo e medesimo essere o
avvenimento1. La ripetizione di possibilità identiche indica inoltre
una supposizione contraddittoria, quella di una limitazione della possibilità
universale e totale; ed è proprio ciò, come abbiamo spiegato altrove con tutti
gli sviluppi necessari2, che permette di confutare teorie come
quelle della «reincarnazione» e dell’«eterno ritorno».
Ma non meno falsa è l’altra opinione,
diametralmente opposta alla precedente, la quale sostiene che i fatti storici
siano completamente dissimili e che tra essi non vi sia nulla in comune; la
verità è che esistono sempre differenze sotto certi aspetti e rassomiglianze
sotto certi altri, e che, come vi sono nella natura diversi generi di esseri,
così vi sono ugualmente, in questo campo come in ogni altro, vari generi di
fatti; in altri termini, esistono fatti che, in circostanze diverse, sono
manifestazioni o
1. Si tratta di ciò che fu chiamato da Leibnitz il
«principio degli indiscernibili»; come abbiamo già avuto occasione di indicare,
Leibnitz, a differenza degli altri filosofi moderni, era in possesso di alcuni
dati tradizionali, frammentari però e insufficienti per permettergli di
liberarsi da certe limitazioni.
2. Errore dello spiritismo, Milano, Rusconi,
1974; parte II, cap. VI.
69
Autorità spirituale e Potere temporale
espressioni di una medesima legge. Per questo
motivo si incontrano talvolta situazioni paragonabili che, se si trascurano le
differenze per rilevare solo i punti di rassomiglianza, possono dare
l’illusione di una ripetizione; in realtà non vi è mai identità tra differenti
periodi della storia, bensì corrispondenze e analogie come tra i cicli cosmici
o gli stati molteplici di un essere; esseri differenti possono passare
attraverso fasi comparabili nei limiti delle modalità proprie alla natura di
ciascuno di essi: lo stesso accade dei popoli e delle civiltà.
È così che, come già abbiamo segnalato,
esiste, nonostante le differenze notevoli, un’analogia incontestabile, forse
mai sufficientemente rilevata, tra l’organizzazione sociale dell’India e quella
del medioevo occidentale; anche se tra le caste dell’una e le classi dell’altro
vi è soltanto corrispondenza e non identità, tuttavia questa corrispondenza è
assai importante, perché dimostra con una chiarezza particolare che tutte le
istituzioni aventi carattere veramente tradizionale poggiano sugli stessi fondamenti
naturali e differiscono soltanto per gli adattamenti resi necessari dai luoghi
e dalle epoche. Va però notato che con ciò non intendiamo suggerire l’idea che
l’Europa si sia ispirata in quell’epoca all’India, ipotesi assai poco
verosimile; vogliamo soltanto dire che ci troviamo di fronte a due applicazioni
di uno stesso principio; e, in fondo, questa è la sola cosa importante, almeno
dal punto di vista in cui ci poniamo ora. Lasciamo dunque da parte la questione
di una origine comune, che in ogni caso si potrebbe rintracciare soltanto
risalendo molto indietro nel passato. Il problema si ricollegherebbe a quello
della filiazione delle diverse forme tradizionali dalla grande tradizione
primordiale, questione, com’è facile comprendere, molto complessa.
Se abbiamo tuttavia segnalato questa
possibilità, è perché non pensiamo che similitudini molto precise possano
spiegarsi in modo del tutto soddisfacente senza una trasmissione regolare ed
effettiva; e anche perché incontriamo nel medioevo molti altri indizi
concordanti, che dimostrano abbastanza chiaramente come a quell’epoca esistesse
ancora in Occidente, almeno per
70
Le usurpazioni della regalità e le loro
conseguenze
qualcuno, un legame cosciente con il vero
«Centro del mondo», origine unica di tutte le tradizioni ortodosse, mentre, al
contrario, nell’epoca moderna, non vediamo più nulla di simile.
In Europa troviamo anche, sin dal medioevo,
qualcosa di analogo alla rivolta degli Ksatriya; lo troviamo
specialmente in Francia con Filippo il Bello, il quale deve essere considerato
come uno dei principali artefici della deviazione caratteristica dell’epoca
moderna: a partire da Filippo il Bello la regalità fu quasi costantemente
impegnata a rendersi indipendente dall’autorità spirituale, pur conservando,
per una sorta di curiosa illogicità, il segno esteriore della sua dipendenza
originaria, poiché, come abbiamo spiegato, la consacrazione dei re altra cosa
non era. I «legisti» di Filippo il Bello sono già, molto prima degli «umanisti»
del Rinascimento, i precursori dell’attuale «laicismo»; ed è a quell’epoca,
cioè all’inizio del secolo XIV, che bisogna far risalire la frattura del mondo
occidentale con la sua propria tradizione. Per motivi che sarebbe troppo lungo
esporre qui e che abbiamo del resto indicato in altri studi1
riteniamo che il punto di partenza di questa frattura fu caratterizzato in modo
nettissimo dalla distruzione dell’Ordine del Tempio; ricorderemo solamente che
quest’ultimo costituiva in qualche modo un legame tra l’Oriente e l’Occidente,
e che nello stesso Occidente era, per il suo duplice carattere religioso e
guerriero, una sorta di mediatore tra lo spirituale e il temporale; anzi, tale
duplice carattere si potrebbe addirittura interpretare come il segno di un
rapporto più diretto con la fonte comune dei due poteri2.
Si potrebbe forse essere tentati di obiettare
che questa distruzione, anche se fu voluta dal re di Francia, fu nondimeno
1. Cfr., in particolare, L’Esoterismo di Dante.
2. Cfr. a questo riguardo il nostro studio su Saint
Bernard (Marsiglia, Éditions Publiroc, 1929). Segnalammo allora che le due
nature del monaco e del cavaliere si trovavano riunite in san Bernardo, autore
della regola dell’Ordine del Tempio, da lui qualificato «milizia di Dio»; ciò
spiega la funzione, che svolse costantemente, di conciliatore e di arbitro tra
il potere religioso e quello politico.
71
Autorità spirituale e Potere temporale
attuata d’accordo con il Papato. La verità è
che essa fu imposta al Papato, il che è ben diverso; in tal modo, capovolgendo
i rapporti normali, il potere temporale cominciò da allora a servirsi
dell’autorità spirituale per i suoi fini di dominio politico. Si dirà anche che
se l’autorità spirituale si lasciava soggiogare a tal punto, non era più quella
che avrebbe dovuto essere e i suoi rappresentanti non avevano più la piena
coscienza del suo carattere trascendente; ciò è vero, e del resto spiega e giustifica,
già a quell’epoca, le invettive talvolta violente di Dante; ma rimane il fatto
che, nei confronti del potere temporale, la Chiesa era nonostante tutto
l’autorità spirituale, e il potere temporale riceveva la sua legittimità
proprio da essa.
I rappresentanti del potere temporale non sono
qualificati, in quanto tali, a riconoscere se l’autorità spirituale della forma
tradizionale da cui dipendono possieda o no la pienezza della sua realtà
effettiva; anzi, ne sono incapaci per definizione, poiché la loro competenza si
limita a una sfera inferiore; qualunque sia questa autorità, se essi
disconoscono la loro subordinazione nei suoi confronti, compromettono con ciò
la loro legittimità.
Occorre dunque distinguere accuratamente quel
che può essere una autorità spirituale in se stessa, in tale o talaltro momento
della sua esistenza, e i suoi rapporti con il potere temporale; il secondo
problema è indipendente dal primo, che riguarda soltanto coloro i quali
esercitano funzioni d’ordine sacerdotale o sarebbero normalmente qualificati
per svolgerle; e anche se l’autorità spirituale, per colpa dei suoi
rappresentanti, avesse perduto interamente lo «spirito» della sua dottrina, il
solo fatto di conservare il «deposito» della «lettera» e delle forme esteriori,
nelle quali tale dottrina è in qualche modo contenuta, continuerebbe ad
assicurarle la potenza necessaria e sufficiente per esercitare validamente la
supremazia sul temporale1; tale supremazia
1. Questo caso è paragonabile a quello di un uomo
che abbia ricevuto in eredità un cofano chiuso a chiave contenente un tesoro, e
che, non potendo aprirlo, ignori la vera natura dei suo contenuto; quest’uomo è
nonostante tutto l’autentico possessore del tesoro; né la perdita della chiave
gliene toglie la
72
Le usurpazioni della regalità e le loro
conseguenze
infatti è insita nell’essenza stessa
dell’autorità spirituale e le appartiene finché essa sussiste regolarmente, per
quanto sminuita possa essere: la minima particella di spirituale sarà ancora
incomparabilmente superiore a tutto ciò che appartiene all’ordine temporale.
Ne risulta che l’autorità spirituale, mentre
può e deve sempre controllare il potere temporale, non può, almeno
esteriormente1, essere controllata da nessuno; per quanto una simile
affermazione possa apparire sorprendente alla maggior parte dei nostri
contemporanei, non abbiamo nessuna esitazione a dichiarare che essa non è se
non una verità incontestabile2.
Ma ritorniamo a Filippo il Bello, il quale
costituisce un esempio tipico di quanto ci proponiamo di spiegare qui: dobbiamo
anzitutto notare che Dante gli attribuisce, quale movente
proprietà; e, se certe prerogative esteriori
dipendessero da questa proprietà, egli conserverebbe sempre il diritto di
esercitarle; è d’altra parte evidente che egli non potrebbe, in queste
condizioni, avere effettivamente il pieno godimento del suo tesoro.
1. Questa riserva riguarda il principio supremo
dello spirituale e del temporale, il quale è di là da tutte le forme
particolari, e i cui rappresentanti diretti hanno evidentemente il diritto di
controllo su entrambe le sfere; ma l’azione di questo principio supremo, nello
stato attuale del mondo, non si esercita visibilmente, per cui si può dire che
ogni autorità spirituale appare esteriormente come suprema, anche se essa è
solamente, come l’abbiamo denominata prima, un’autorità spirituale relativa, e anche
se, in un caso come questo, essa ha perduto la chiave della forma tradizionale
di cui ha il compito di assicurare la conservazione.
2. Lo stesso vale per l’«infallibilità
pontificale», la cui proclamazione ha suscitato tante proteste, dovute
semplicemente all’incomprensione dei moderni, incomprensione che, d’altronde,
rendeva ancor più indispensabile la sua proclamazione esplicita e solenne: un
rappresentante autentico di una dottrina tradizionale è necessariamente
infallibile quando parla in nome di questa dottrina; bisogna però che sia molto
chiaro che questa infallibilità è legata non all’individualità, ma alla
funzione. Per questo motivo, nell’Islâm, ogni muftî è infallibile in
quanto interprete autorizzato della sharî‘a, cioè della legislazione,
basata essenzialmente sulla religione, sebbene la sua competenza non si estenda
a una sfera più interiore; gli Orientali potrebbero dunque stupirsi, non del
fatto che il Papa sia infallibile nella sua sfera, cosa che non dovrebbe per
essi suscitare la minima difficoltà, ma piuttosto che egli sia il solo a essere
tale in tutto l’Occidente.
73
Autorità spirituale e Potere temporale
delle sue azioni, la «cupidigia»1,
la quale è un vizio, non degli Ksatriya, ma dei Vaishya; si
potrebbe dire che gli Ksatriya, quando si ribellano, in qualche modo si
degradano e perdono il proprio carattere per assumere quello di una casta
inferiore. Si potrebbe anche aggiungere che la degradazione deve essere
inevitabilmente accompagnata dalla perdita della legittimità: se gli Ksatriya,
per loro colpa, sono decaduti dal diritto normale all’esercizio del potere
temporale, è perché essi non sono veri Ksatriya: intendiamo dire che la
loro natura non è più tale da renderli adatti a svolgere quella che era la loro
funzione propria. Se il re non si accontenta più di essere il primo fra gli Ksatriya,
cioè il capo della nobiltà, e di svolgere la funzione di «regolatore» che a
tale titolo gli appartiene, perde quel che costituisce la sua ragion d’essere
essenziale e, nello stesso tempo, si oppone alla nobiltà, di cui non era che
l’emanazione e l’espressione più completa.
Vediamo così la regalità, nell’intento di
«centralizzare» e assorbire i poteri appartenenti alla nobiltà nel suo insieme,
entrare in lotta contro quest’ultima e dedicarsi con accanimento alla
distruzione del feudalesimo, dal quale era tuttavia nata; ma una tale lotta le
sarebbe stata impossibile se non si fosse appoggiata al «terzo stato», che
corrisponde appunto ai Vaishya; per questa ragione vediamo pure,
precisamente a partire da Filippo il Bello,
1. Vi è in ciò la spiegazione, non solo della
distruzione dell’Ordine del Tempio, ma, più visibilmente ancora, di quella che
fu chiamata l’alterazione della moneta, e questi due fatti sono forse più
strettamente connessi di quanto si possa supporre a prima vista; in ogni caso,
se i contemporanei di Filippo il Bello considerarono un crimine questa
alterazione, bisogna concludere che, cambiando di propria iniziativa il titolo
della moneta, egli andò oltre i limiti riconosciuti al potere regale. È questa
un’indicazione da non trascurare, poiché, nell’antichità e nel medioevo, la
questione della moneta era vista sotto aspetti del tutto ignorati dai moderni,
i quali si limitano al semplice punto di vista «economico»; è stato notato per
esempio che presso i Celti i simboli raffigurati sulle monete non possono
spiegarsi se non ricollegandoli a conoscenze dottrinali possedute dai Druidi,
ciò che implica un intervento diretto di questi ultimi in tale campo; simile
controllo dell’autorità spirituale ha dovuto perpetuarsi fin verso la fine del
medioevo.
74
Le usurpazioni della regalità e le loro
conseguenze
i re di Francia circondarsi quasi
costantemente di borghesi, soprattutto quelli che, come Luigi XI e Luigi XIV,
più svilupparono quell’opera di «centralizzazione», di cui la borghesia doveva
poi cogliere il frutto quando, con la rivoluzione, si impadronì del potere.
La «centralizzazione» del potere temporale è
inoltre il segno di un’opposizione all’autorità spirituale, di cui i governi si
sforzano di neutralizzare l’influenza per sostituirvi la loro; per questo
motivo la forma di governo feudale, che è quella in cui gli Ksatriya
possono svolgere più completamente le loro funzioni normali, sembra la migliore
per un’organizzazione regolare delle civiltà tradizionali, come fu appunto
quella del medioevo.
Si potrebbe dire che l’epoca moderna, la quale
coincide con la frattura nei confronti della tradizione, è caratterizzata dalla
sostituzione dell’ordinamento feudale con quello nazionale: nel secolo XIV
infatti le «nazionalità» cominciarono a costituirsi mediante quell’opera di
«centralizzazione» di cui abbiamo parlato. È giusto dire che la formazione
della «nazione francese», in particolare, fu opera dei re; ma costoro, in tal
modo, prepararono senza saperlo la propria rovina1; e se la Francia
fu il primo paese d’Europa in cui la monarchia fu abolita, ciò avvenne perché
proprio in Francia la «nazionalizzazione» aveva avuto il suo punto di partenza.
Inoltre, sarà sufficiente ricordare quanto la rivoluzione sia stata
accanitamente «nazionalistica» e «centralizzatrice», e rammentare altresì l’uso
propriamente rivoluzionario che fu fatto, durante tutto il secolo XIX, del
cosiddetto «principio di nazionalità»2; vi è dunque una
contraddizione piuttosto curiosa nel «nazionalismo» che sbandierano oggi certi
avversari dichiarati della rivoluzione e della sua opera. Ma a
1. Alla lotta della monarchia contro la nobiltà
feudale può essere applicata in tutto il suo rigore l’espressione evangelica: Ogni
casa divisa contro se stessa perirà.
2. Occorre sottolineare che il «principio di
nazionalità» fu utilizzato soprattutto contro il Papato e contro l’Austria, che
rappresentavano gli ultimi resti dell’eredità del Sacro Romano Impero.
75
Autorità spirituale e Potere temporale
noi preme soprattutto far rilevare che la
formazione delle «nazionalità» è essenzialmente uno degli episodi della lotta
del temporale contro lo spirituale; se si vuol toccare il nocciolo della
questione, si può dire che per questo motivo essa fu fatale alla regalità la
quale, proprio quando sembrò realizzare tutte le sue ambizioni, si avviò verso
la propria rovina1.
Esiste una specie di unificazione politica,
quindi del tutto esteriore, che implica il disconoscimento, se non la
negazione, dei principi spirituali i quali soli possono dare un’unità vera e
profonda a una civiltà; di questa unificazione politica le «nazionalità» sono
un esempio. Nel medioevo, vi fu in tutto l’Occidente una unità reale, fondata
su basi propriamente tradizionali, e fu la «cristianità»; quando si formarono
quelle unità secondarie, di natura esclusivamente politica, cioè temporale e
non spirituale, che sono le nazioni, tale grande unità dell’Occidente fu
irrimediabilmente spezzata, ed ebbe fine l’esistenza effettiva della
«cristianità».
Le nazioni, frammenti dispersi dell’antica
«cristianità», false unità sostituitesi alla vera unità per la sete di dominio
del potere temporale, non potevano vivere, a causa delle condizioni stesse da
cui erano sorte, se non opponendosi le une alle altre, lottando senza tregua
tra di loro in tutti i campi2: lo spirito è unità, la materia è
molteplicità e divisione, e quanto più ci si allontana dalla spiritualità,
tanto più gli antagonismi si accentuano e si amplificano. Nessuno potrà
contestare che le guerre feudali, nettamente localizzate, e per di più
sottoposte a una regolamentazione
1. Laddove la monarchia ha potuto sopravvivere
diventando «costituzionale», non è più che l’ombra di se stessa ed ha ormai
un’esistenza solo nominale e «rappresentativa»: il che si esprime nella nota
formula «il re regna, ma non governa»; che cos’è questa se non una caricatura
dell’antica regalità?
2. È questa la ragione per cui l’idea di una
«società delle nazioni» non può essere che un’utopia senza alcuna portata
reale; alla forma nazionale di governo ripugna essenzialmente il riconoscimento
di qualsiasi unità superiore alla propria; d’altronde, nelle concezioni che
attualmente si fanno strada, si parla di un’unità di ordine esclusivamente
temporale, perciò ancora più inefficace, e che non potrà mai essere se non una
parodia della vera unità.
76
Le usurpazioni della regalità e le loro
conseguenze
restrittiva emanante dall’autorità spirituale,
furono un’inezia a confronto delle guerre nazionali che, con la Rivoluzione e
l’Impero, ci hanno portati alle «nazioni armate»1 fino ad assumere
nella nostra epoca sviluppi nuovi e poco rassicuranti per il futuro.
D’altra parte, il costituirsi delle
«nazionalità» rese possibili veri e propri tentativi di asservimento dello
spirituale al temporale, implicanti un capovolgimento totale dei rapporti
gerarchici tra i due poteri; questo asservimento trova la sua espressione più
netta nell’idea di una «Chiesa nazionale», subordinata cioè allo Stato e
rinchiusa nel limiti di quest’ultimo; lo stesso termine «religione di Stato»,
sotto la sua apparenza volutamente equivoca, in fondo non vuole significare
altro: è la religione di cui il governo temporale si serve come mezzo per
rendere completo il suo dominio; è la religione ridotta a essere ormai soltanto
un fattore dell’ordine sociale2.
L’idea di Chiesa «nazionale» ebbe le sue
origini nei paesi protestanti, o, per meglio dire, il protestantesimo fu
suscitato forse per realizzarla, giacché sembra che Lutero fosse, per lo meno
politicamente, soltanto uno strumento delle ambizioni di alcuni principi
tedeschi; d’altronde, è molto probabile che, se egli si fosse ribellato a Roma
senza aver l’appoggio diretto o indiretto di alcuni principi, le conseguenze
sarebbero state trascurabili, come trascurabili furono quelle di molti altri
dissidi individuali che restarono nella storia come incidenti senza seguito. La
Riforma è il sintomo più appariscente dello sgretolarsi dell’unità spirituale
della «cristianità», ma non fu essa che cominciò, per usare un’espressione di
Joseph de Maistre, a «lacerare
1. Come abbiamo fatto notare altrove (La crisi
del mondo moderno), obbligando tutti gli uomini indistintamente a
partecipare alle guerre moderne, si disconosce completamente la distinzione
essenziale tra le funzioni sociali; è questa, del resto, una conseguenza logica
dell’«ugualitarismo».
2. Questa concezione può d’altronde attuarsi sotto
altre forme oltre a quella di una Chiesa «nazionale» in senso proprio; un
esempio di ciò che diciamo è offerto da un regime come quello del «Concordato»
napoleonico che, trasformando i preti in funzionari di Stato, diede origine a
una vera mostruosità.
77
Autorità spirituale e Potere temporale
la veste inconsutile»; questo sgretolamento
era, a quell’epoca, un fatto compiuto già da molto tempo perché, come abbiamo
detto, il suo inizio risale in realtà a due secoli prima; un’analoga
osservazione si potrebbe fare a proposito del Rinascimento che, per una
coincidenza non certo casuale, fiorì quasi contemporaneamente alla Riforma e
solo quando le conoscenze tradizionali del medioevo erano ormai pressoché
interamente perdute. Il protestantesimo fu dunque, sotto questo aspetto, più un
risultato che non un punto di partenza; ma, anche se esso fu in realtà
soprattutto opera dei principi e dei sovrani che lo utilizzarono inizialmente a
scopi politici, le sue tendenze individualistiche non tardarono a ritorcersi
contro di loro, spianando direttamente la via alle concezioni democratiche e
ugualitaristiche tipiche dell’epoca attuale1.
Per tornare all’asservimento della religione
allo Stato, nella forma che abbiamo testé indicato, sarebbe un errore credere
che non se ne trovino esempi all’infuori di quello fornito dal protestantesimo2:
se lo scisma anglicano di Enrico VIII rappresenta il successo più completo
nella costituzione di una Chiesa «nazionale», lo stesso gallicanesimo, quale
poté essere concepito da Luigi XIV, non era in fondo altra cosa; se questo
tentativo fosse riuscito, il legame con Roma si sarebbe indubbiamente
conservato in teoria, ma gli effetti ne sarebbero stati totalmente annullati
per l’interporsi del potere politico, e la situazione non sarebbe stata, in
Francia, molto diversa da quel che potrebbe essere in Inghilterra se le
tendenze del ramo ritualistico della
1. È il caso di notare come il protestantesimo
sopprima il clero e, benché abbia la pretesa di conservare l’autorità della
Bibbia, la demolisca in pratica con il «libero esame».
2. Non prendiamo qui in considerazione il caso
della Russia, che è un po’ speciale e comporterebbe che si facessero talune
distinzioni che complicherebbero la nostra esposizione; si può tuttavia dire
che anche qui si ritrova la «religione di Stato» nel senso da noi ora definito;
ma gli ordini monastici hanno potuto sfuggire in una certa misura alla
subordinazione dello spirituale al temporale, mentre nei paesi protestanti la
loro soppressione ha reso questa subordinazione affatto completa.
78
Le usurpazioni della regalità e le loro
conseguenze
Chiesa anglicana giungessero a prevalere in
modo definitivo1.
Il protestantesimo, nelle sue diverse forme,
ha certo spinto le cose agli estremi; tuttavia, non è solo nei paesi dove esso
si affermò che la regalità distrusse il suo proprio «diritto divino», cioè
l’unico fondamento reale della sua legittimità, e, contemporaneamente, l’unica
garanzia della sua stabilità; secondo quanto abbiamo esposto, la monarchia
francese, senza arrivare a una rottura così netta con l’autorità spirituale, ha
agito con mezzi più ambigui e meno diretti nello stesso senso, e sembra anzi che
essa sia stata la prima a incamminarsi per questa strada; quelli fra i suoi
sostenitori che considerano ciò come una specie di gloria, sembrano non
accorgersi delle conseguenze che l’atteggiamento dei re di Francia provocò e
che non poteva non provocare.
La verità è che la monarchia aprì in tal modo
inconsciamente il cammino alla rivoluzione, e quest’ultima, distruggendola, non
fece che inoltrarsi in quella via di disordine che la prima aveva imboccato. In
effetti, dappertutto nel mondo occidentale la borghesia è giunta a impadronirsi
di quel potere al quale la monarchia l’aveva fatta partecipare in un primo
tempo illegittimamente; poco importa che essa abbia abolito la monarchia come
in Francia o l’abbia lasciata nominalmente in vita come in Inghilterra o altrove;
in tutti i casi il risultato è identico e rappresenta il trionfo dei valori
«economici», l’aperta proclamazione della loro supremazia. Ma, a mano a mano
che si sprofonda nella materialità, l’instabilità aumenta e i cambiamenti si
producono sempre più rapidamente; perciò il regno della borghesia potrà
soltanto avere una durata relativamente breve in confronto a quella del regime
a cui è succeduto; e, poiché usurpazione chiama usurpazione, dopo i Vaishya
sono ora gli Shûdra ad aspirare al potere: è questo, esattamente, il
significato del bolscevismo.
1. Del resto si osserverà l’evidente similitudine
che esiste tra le due denominazioni «anglicanesimo» e «gallicanesimo»,
similitudine che corrisponde perfettamente alla realtà.
79
Autorità spirituale e Potere temporale
Non intendiamo, a questo proposito, formulare
previsioni, ma non sarebbe molto difficile trarre da quel che precede certe
conseguenze per l’avvenire: se in qualche modo gli elementi sociali inferiori
avranno accesso al potere, il loro regno sarà verosimilmente il più breve di
tutti, e contraddistinguerà l’ultima fase di un determinato ciclo storico,
poiché non sarà possibile scendere più in basso; e anche se un tale avvenimento
non avrà una rilevanza più generale, v’è da supporre che esso costituirà, per
l’Occidente almeno, la fine del periodo moderno.
Lo storico che si avvalesse dei dati indicati
potrebbe senza dubbio sviluppare queste considerazioni quasi indefinitamente,
ricercando fatti più particolari che farebbero risaltare in modo molto preciso
quanto abbiamo voluto rilevare soprattutto in questa occasione1:
cioè la troppo poco conosciuta responsabilità che ebbe il potere regale
all’origine di tutto il disordine moderno, con quella prima deviazione nei
rapporti tra lo spirituale e il temporale che doveva provocare inevitabilmente
tutte le altre. Quanto a noi, non può essere questo il nostro compito; ci siamo
limitati semplicemente a offrire alcuni esempi adatti a chiarire un’esposizione
sintetica; dobbiamo perciò attenerci alle grandi linee della storia, e
limitarci alle indicazioni essenziali che ci provengono dal susseguirsi degli
avvenimenti.
1. Sarebbe, ad esempio, interessante studiare sotto
questo particolare punto di vista la funzione di Richelieu, il quale si accanì
a distruggere le ultime vestigia del feudalesimo e, pur combattendo i
protestanti all’interno della Francia, si alleò a essi in politica estera
contro quel che ancora sopravviveva del Sacro Romano Impero, contro le
sopravvivenze, cioè, dell’antica «cristianità».
80
VIII
Paradiso terrestre e Paradiso celeste
La costituzione politica della «cristianità»
medioevale era, come abbiamo visto, essenzialmente feudale: aveva il suo
coronamento in una funzione veramente suprema nell’ordine temporale, quella
dell’Imperatore, essendo questi, rispetto al re, ciò che i re, a loro volta,
erano rispetto ai loro vassalli. Occorre dire però che questa concezione del
Sacro Romano Impero rimase sempre un po’ teorica e non fu mai pienamente
realizzata, certo per colpa degli Imperatori stessi i quali, inebriati
dall’enorme potenza loro conferita, furono i primi a negare la loro
subordinazione nei confronti dell’autorità spirituale, dalla quale avevano
tuttavia ricevuto il potere come tutti gli altri sovrani, e forse più
direttamente ancora1. Si trattò di quella che venne chiamata, per
convenzione, la «controversia tra il Sacerdozio e l’Impero», le cui
vicissitudini sono abbastanza note perché sia il caso di ricordarle in questa
sede, anche solo in modo sommario, tanto più che un’esposizione
particolareggiata di questi fatti storici avrebbe scarsa importanza per quanto
ci proponiamo qui: più interessante è comprendere quel che avrebbero dovuto
essere gli Imperatori, e per quale motivo siano caduti nell’errore che li
indusse a scambiare la loro supremazia relativa per una supremazia assoluta.
1. Il Sacro Romano Impero ha inizio con Carlo
Magno, e si sa che fu il Papa a conferire a quest’ultimo la dignità imperiale;
la legittimità dei suoi successori non poteva essere conferita in modo diverso.
81
Autorità spirituale e Potere temporale
La distinzione tra Papato e Impero traeva
origine, in qualche modo, da una divisione dei poteri che, nell’antica Roma, si
trovavano riuniti in una sola persona, giacché, allora, l’Imperatore era anche Pontifex
Maximus1; non è nostro compito ricercare come si possa spiegare,
in questo caso particolare, la riunione dello spirituale con il temporale,
ricerca che rischierebbe di impegnarci in considerazioni molto complesse2.
Comunque sia, il Papa e l’Imperatore erano, non precisamente «le due metà di
Dio» come ha scritto Victor Hugo, ma molto più esattamente le due metà di quel
Cristo-Giano che certe raffigurazioni ci mostrano con una chiave in una mano e
uno scettro nell’altra, emblemi rispettivi dei poteri sacerdotale e regale
riuniti in lui in quanto loro principio comune3.
L’assimilazione simbolica del Cristo con
Giano, quale principio supremo dei due poteri, è il segno chiarissimo di una
certa continuità tradizionale, troppo sovente ignorata, o negata per partito
preso, tra l’antica Roma e la Roma cristiana; e non bisogna scordare che, nel
medioevo, l’Imperatore era «romano» come
1. È interessante rilevare come il Papa abbia
sempre conservato il titolo di Pontifex Maximus, la cui origine è
evidentemente estranea al cristianesimo ed è d’altronde molto anteriore; questo
fatto è uno di quelli che dovrebbero convincere coloro che sono capaci di
riflettere che il cosiddetto «paganesimo» possedeva in realtà un carattere ben
diverso da quello che si è voluto attribuirgli.
2. L’imperatore romano assume in qualche modo le
apparenze di uno Ksatriya che eserciti, oltre alla propria, la funzione
di un Brâhmano; questa appare perciò un’anomalia, e occorrerebbe
studiare se la tradizione romana non possedesse un carattere particolare che le
permetteva di considerare tale situazione non come una semplice usurpazione.
D’altra parte, è permesso dubitare che gli Imperatori non siano stati, nella
loro gran maggioranza, veramente «qualificati» dal punto di vista spirituale;
ma occorre talvolta distinguere tra il rappresentante «ufficiale» dell’autorità
e i suoi detentori effettivi, ed è sufficiente che questi lo ispirino,
quand’anche egli non sia uno di loro, perché le cose siano come devono essere.
3. Cfr. un articolo di L. Charbonneau-Lassay dal
titolo Un ancien emblème du mois de janvier, pubblicato nella rivista
«Regnabit» (marzo 1925). La chiave e lo scettro corrispondono, in questo
contesto, alla raffigurazione più corrente delle due chiavi d’oro e d’argento;
i due simboli sono del resto legati direttamente a Cristo dalla formula liturgica:
«O Clavis David, et Sceptrum domus Israël» (Breviario Romano,
officio del 20 dicembre).
82
Paradiso terrestre e Paradiso celeste
il Papato. Questa stessa raffigurazione ci
mostra inoltre quale sia la ragione dell’errore segnalato poco fa e che doveva
risultare fatale all’Impero: l’errore consiste, in altre parole, nel ritenere
equivalenti le due metà di Giano, le quali tali sono in apparenza, ma non lo
sono in realtà quando rappresentano lo spirituale e il temporale. Per usare
altri termini, si tratta nuovamente dell’errore che consiste nell’assumere il
rapporto tra i due poteri come un rapporto di coordinazione, mentre si tratta
di un rapporto di subordinazione: infatti, dal momento in cui sono separati,
l’uno procede direttamente dal principio supremo, l’altro ne procede solo
indirettamente; ci siamo già sufficientemente spiegati su questo argomento
perché sia necessario dilungarcisi.
Alla fine del De Monarchia Dante
definisce in modo chiarissimo le attribuzioni rispettive del Papa e
dell’Imperatore; esse sono contenute nel seguente importante brano:
«L’ineffabile Provvidenza di Dio propose all’uomo due fini: la beatitudine di
questa vita, che consiste nell’esercizio della virtù propria ed è rappresentata
dal Paradiso terrestre; e la beatitudine della vita eterna, che consiste nel
godimento della visione di Dio, cui la virtù umana non può ascendere se non
soccorsa dalla luce divina, e che è rappresentata dal Paradiso celeste. A
queste due beatitudini, come a conclusioni differenti, occorre giungere con
diversi mezzi. Infatti giungiamo alla prima per mezzo degli insegnamenti
filosofici, purché li seguiamo operando secondo le virtù morali e
intellettuali; e alla seconda per mezzo degli insegnamenti spirituali, che
trascendono la ragione umana, purché li seguiamo operando secondo le virtù
teologali: la Fede, la Speranza e la Carità. Benché tali conclusioni e mezzi ci
siano stati mostrati (le une dalla ragione umana, che ci è manifestata
interamente dai filosofi, gli altri dallo Spirito Santo, che mediante i profeti
e i sacri scrittori, mediante Gesù Cristo, figlio di Dio a lui coeterno e i
suoi discepoli, rivelò la verità soprannaturale a noi necessaria), l’umana
cupidigia indurrebbe ad abbandonarli se gli uomini, come cavalli vaganti nella
loro bestialità, non fossero “con il morso e con il freno” mantenuti sulla
strada. Perciò
83
Autorità spirituale e Potere temporale
fu necessaria all’uomo una duplice guida,
corrispondente al duplice fine: cioè il Sommo Pontefice che, secondo la
Rivelazione, guidasse il genere umano alla vita eterna, e l’Imperatore che,
secondo gli insegnamenti filosofici, indirizzasse il genere umano alla felicità
temporale. E poiché a questo porto nessuno o pochi (e a prezzo di gravi
difficoltà) potrebbero giungere, se il genere umano non riposasse libero nella
tranquillità della pace, sedati i flutti della cupidigia lusingatrice, il
reggitore del mondo, che è detto Principe romano, deve tendere specialmente
alla meta seguente: che in questa aiuola dei mortali si viva liberamente in
pace»1.
Il testo, per essere perfettamente compreso,
richiede alcune spiegazioni, giacché non bisogna lasciarsi ingannare dalle
espressioni: sotto il velo di un linguaggio in apparenza puramente teologico,
esso racchiude verità di un ordine molto più profondo, il che del resto è
conforme alle abitudini del suo autore e delle organizzazioni iniziatiche a cui
era ricollegato2. Inoltre, è assai sorprendente, notiamolo di
sfuggita, che colui che scrisse queste righe abbia potuto essere presentato
talvolta come un nemico del Papato; egli denunciò, come gia abbiamo detto, le
insufficienze e le imperfezioni che aveva constatato nelle condizioni del
Papato nella sua epoca e in particolare, effetto di esse, il ricorso troppo
frequente a mezzi propriamente temporali, dunque poco adatti all’azione di
un’autorità spirituale; ma, nel contempo, seppe non imputare all’istituzione in
se stessa i difetti degli uomini che la rappresentavano transitoriamente, cosa
che non sempre sa fare l’individualismo moderno3.
1. De Monarchia, III, 16.
2. A questo proposito, si veda il nostro studio L’Esoterismo
di Dante, e il libro di Luigi Valli Il linguaggio segreto di Dante e dei
«Fedeli d’amore», Milano, Luni Editrice, 1994; sfortunatamente l’autore di
quest’opera morì senza aver potuto portare a termine le sue ricerche e proprio
quando queste sembravano averlo portato ad accostarsi all’argomento con una
mentalità più vicina all’esoterismo tradizionale.
3. Quando si tratta del cattolicesimo, si dovrebbe
avere sempre la massima cura nel distinguere ciò che ha attinenza col
cattolicesimo in quanto dottrina e
84
Paradiso terrestre e Paradiso celeste
Se si rammenta quel che abbiamo già spiegato,
si comprenderà senza difficoltà che la distinzione di Dante tra i due fini
dell’uomo corrisponde esattamente a quella che esiste tra i «piccoli misteri» e
i «grandi misteri», e anche, di conseguenza, a quella tra «iniziazione regale»
e «iniziazione sacerdotale». L’Imperatore presiede ai «piccoli misteri», che
riguardano il «Paradiso terrestre», cioè la realizzazione della perfezione
dello stato umano1; il Sovrano Pontefice presiede ai «grandi
misteri», che riguardano il «Paradiso celeste», cioè la realizzazione degli
stati superumani, ricollegati allo stato umano della funzione «pontificale»,
intesa nel suo senso strettamente etimologico2. L’uomo, in quanto
tale, non può evidentemente raggiungere da solo che il primo dei due fini, il
quale può esser detto «naturale», mentre il secondo è propriamente
«sovrannaturale», poiché si situa di là dal mondo manifestato: la distinzione è
dunque veramente quella esistente tra sfera «fisica» e sfera «metafisica».
Qui appare, nel modo più chiaro, la
concordanza di tutte le tradizioni, siano esse dell’Oriente o dell’Occidente:
nel definire le attribuzioni rispettive dei Brâhmani e degli Ksatriya,
avevamo
ciò che si riferisce soltanto allo stato attuale
dell’organizzazione della Chiesa cattolica; qualunque giudizio sull’ultimo
aspetto non dovrebbe in alcun modo condizionare la valutazione del primo.
Quanto diciamo ora a proposito del cattolicesimo (ed è l’esempio più immediato
che si presenta parlando di Dante), potrebbe trovare molte altre applicazioni;
ma oggi sono pochi coloro che, quando occorra, sanno fare astrazione dalle
contingenze storiche; e ciò è tanto vero che, per restare allo stesso esempio,
certi difensori del cattolicesimo, in ciò non diversi dai suoi avversari,
credono di poter ridurre tutto a una semplice questione di «storicità»: il che
è una delle forme della moderna «superstizione dei fatti».
1. Questa realizzazione è, di fatto, la
restaurazione dello «stato primordiale» di cui si parla in tutte le tradizioni,
come abbiamo avuto occasione di esporre più volte.
2. Nel simbolismo della croce la prima di queste
due realizzazioni è rappresentata dallo sviluppo indefinito della linea
orizzontale, la seconda da quello della linea verticale; esse costituiscono,
secondo il linguaggio dell’esoterismo islamico, i due sensi della «dilatazione»
e dell’«esaltazione», le quali culminano nella realizzazione dell’«Uomo
Universale», che è il Cristo mistico, ovvero il «secondo Adamo» di cui parla
san Paolo.
85
Autorità spirituale e Potere temporale
dunque ragione a non vedervi qualcosa di
applicabile solo a una certa forma di civiltà, quella dell’India, giacché le
ritroviamo, definite in modo esattamente identico, in quella che fu, prima
della deviazione moderna, la civiltà tradizionale del mondo occidentale.
Dante assegna dunque all’Imperatore e al Papa
la funzione di condurre l’umanità rispettivamente al «Paradiso terrestre» e al
«Paradiso celeste»; la prima di queste due funzioni viene adempiuta «secondo la
filosofia», la seconda «secondo la Rivelazione»; ma i due termini sono fra
quelli che è bene spiegare accuratamente. È ovvio, infatti, che «filosofia» non
ha qui il suo significato ordinario e profano perché, se così fosse, essa
sarebbe troppo evidentemente inadatta a svolgere la funzione che le è assegnata;
per comprendere di che cosa si tratti realmente, occorre restituire alla parola
«filosofia» il suo significato primitivo, quello che essa aveva per i
pitagorici, i quali furono i primi a farne uso. Come abbiamo indicato in
un’altra occasione1, questo termine, che significa etimologicamente
«amore per la saggezza», designa anzitutto una disposizione iniziale per
pervenire alla saggezza, e può anche significare, per estensione del tutto
naturale, la ricerca che, partendo da questa disposizione, deve condurre alla
vera conoscenza; si tratta dunque di un semplice stadio preliminare e
preparatorio, un avvio verso la saggezza, così come il «Paradiso terrestre» è
una tappa lungo la via che conduce al «Paradiso celeste».
La «filosofia» così intesa si potrebbe
chiamare, volendo, «saggezza umana» perché comprende l’insieme di tutte le
conoscenze raggiungibili mediante le sole facoltà dell’individuo umano, facoltà
che Dante sintetizza nella ragione: grazie a essa l’uomo viene definito tale.
Ma la «saggezza umana», proprio perché solamente umana, non è affatto la vera
saggezza, la quale si identifica con la conoscenza metafisica. Quest’ultima è
essenzialmente sovrarazionale, e di conseguenza sovraumana; e
1. La crisi del mondo moderno.
86
Paradiso terrestre e Paradiso celeste
come, a partire dal «Paradiso terrestre», la
via del «Paradiso celeste» abbandona la terra per «salire alle stelle»1,
ovvero per dirigersi verso gli stati superiori, che sono simboleggiati dal
pianeti e dalle stelle nel linguaggio dell’astrologia, e dalle gerarchie
angeliche in quello della teologia, così per conoscere tutto quel che supera lo
stato umano le facoltà individuali diventano impotenti e si rendono
indispensabili altri mezzi: a questo punto interviene la «Rivelazione», la
quale è una comunicazione diretta con gli stati superiori, comunicazione che,
come precisavamo poco fa, è di fatto stabilita dal «pontificato».
La possibilità della «Rivelazione» ha il suo
fondamento nell’esistenza di facoltà trascendenti l’individuo: qualunque sia il
nome che viene dato loro (che si parli ad esempio di «intuizione intellettuale»
o di «ispirazione»), si tratta in fondo sempre della stessa cosa; la prima
denominazione potrà far pensare in certo qual modo agli stati «angelici», che
sono in effetti identici agli stati sovraindividuali dell’essere, e la seconda
evocherà soprattutto quell’operazione dello Spirito Santo cui Dante si riferisce
espressamente nel passo citato2; si potrà dire altresì che quella
che interiormente è «ispirazione», per colui che la riceve in modo diretto,
diventa esteriormente «Rivelazione» per la collettività umana alla quale è
trasmessa per suo tramite, nella misura in cui una tale trasmissione è
possibile, cioè nella misura dell’esprimibile. Naturalmente stiamo qui
riassumendo in modo molto sommario, e di conseguenza in modo forse un po’
troppo semplificato, un insieme di considerazioni che se si volessero sviluppare
più completamente si rivelerebbero piuttosto complesse e, comunque sia, tali da
sfuggire dall’ambito dell’argomento specifico di questo studio; quanto abbiamo
detto è in tutti i casi sufficiente per il fine che ci proponiamo in questa
sede.
1. Purg., XXXIII, 145; cfr. L’Esoterismo
di Dante.
2. L’intelletto puro, il quale ha carattere
universale e non individuale, e ricollega fra di loro tutti gli stati
dell’essere, è il principio chiamato Buddhi nella dottrina indù; la
radice di questo termine esprime essenzialmente l’idea di «saggezza».
87
Autorità spirituale e Potere temporale
Così intese, la «Rivelazione» e la «filosofia»
corrispondono rispettivamente alle due parti della dottrina indù chiamate Shruti
e Smrti1. Anche in questo caso, bisogna notare che parliamo
di corrispondenza e non di identità, poiché la differenza delle forme
tradizionali comporta una differenza reale delle prospettive rispettive.
La Shruti, che comprende tutti i testi
vedici, è frutto dell’ispirazione diretta; la Smrti è l’insieme delle
conseguenze e delle applicazioni diverse che vengono tratte dalla prima
mediante la riflessione; il loro rapporto reciproco è, sotto certi aspetti,
quello esistente tra conoscenza intuitiva e conoscenza discorsiva; e, in
effetti, dei due modi di conoscenza, il primo è sovraumano, il secondo è
propriamente umano. Come la sfera della «Rivelazione» è attribuita al Papato e
quella della «filosofia» all’Impero, così la Shruti riguarda più
direttamente i Brâhmani, la cui principale occupazione è lo studio del Vêda,
mentre la Smrti, che comprende il Dharma-Shâstra o «Libro della
Legge»2, cioè l’applicazione sociale della dottrina, riguarda
piuttosto gli Ksatriya, ai quali specialmente sono destinati quasi tutti
i libri del genere.
La Shruti è il principio da cui deriva
tutto il resto della dottrina, e la sua conoscenza, implicando quella degli
stati superiori, costituisce i «grandi misteri»; la conoscenza della Smrti,
cioè delle applicazioni della Shruti al «mondo dell’uomo», intendendo
con tale espressione lo stato umano integrale considerato in tutta l’estensione
delle sue possibilità, costituisce i «piccoli
1. Cfr. L’uomo e il suo divenire secondo il
Vêdânta, cap. I.
2. Da questo punto di vista, si potrebbero forse
dedurre certe conseguenze interessanti dal fatto che, nella tradizione ebraica,
fonte di tutto ciò che può avere il nome di «religione» nel suo significato più
preciso (e l’islamismo vi si ricollega così come il cristianesimo), la
designazione di Torah o «Legge» è applicata all’insieme dei Libri
sacri: da ciò noi deduciamo soprattutto una connessione con il fatto che la
forma religiosa si addice particolarmente al popoli in cui prevale la natura
degli Ksatriya, e con la particolare importanza che assume in tale forma
il punto di vista sociale; le ultime due considerazioni sono, del resto,
strettamente connesse tra loro.
88
Paradiso terrestre e Paradiso celeste
misteri»1. La Shruti è la
luce diretta la quale, come l’intelligenza pura, che è nel contempo la pura
spiritualità, corrisponde al sole; la Smrti è la luce riflessa, la
quale, come la memoria di cui porta il nome e che è la facoltà «temporale» per
definizione, corrisponde alla luna2; per questo motivo la chiave dei
«grandi misteri» è d’oro e quella dei «piccoli misteri» d’argento, perché l’oro
e l’argento sono, in alchimia, l’esatto equivalente del sole e della luna in
astrologia. Le due chiavi, quelle di Giano nell’antica Roma, erano uno degli
attributi del Pontefice, cui era legata essenzialmente la funzione di
«ierofante» o «maestro dei misteri»; come il titolo stesso di Pontifex
Maximus, esse si sono conservate tra i principali emblemi del Papato, e
d’altronde le parole evangeliche riferentisi al «potere delle chiavi», come in
moltissimi altri casi, confermano pienamente la tradizione primordiale.
Si può allora comprendere, meglio di quanto
permettesse quel che avevamo spiegato finora, perché le due chiavi sono al
tempo stesso quelle del potere spirituale e del potere temporale; per rendere
espliciti i rapporti tra i due poteri, si potrebbe dire che il Papa deve
conservare per sé la chiave d’oro del «Paradiso celeste» e affidare
all’Imperatore la chiave d’argento del «Paradiso terrestre»; abbiamo visto
poc’anzi che, nel simbolismo, la seconda chiave era talvolta sostituita dallo
scettro, insegna più specifica della regalità3.
1. Deve essere ben chiaro che si tratta sempre di
una conoscenza non solamente teorica, ma effettiva, la quale di conseguenza
comporta essenzialmente la realizzazione corrispondente.
2. A questo proposito occorre osservare che il
«Paradiso celeste» è essenzialmente il Brahmâ-Loka, identificato con il
«Sole spirituale» (cfr. L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta,
capp. XXI e XXII), e che inoltre il «Paradiso terrestre» è detto sfiorare la
«sfera della luna» (cfr. Il Re del Mondo): la cima della montagna del
Purgatorio, secondo il simbolismo della Divina Commedia, è il limite
dello stato umano o terrestre, individuale, e il punto di comunicazione con gli
stati celesti, sovraindividuali.
3. Lo scettro, come la chiave, ha rapporti
simbolici con l’«asse del mondo»; è un punto che in questa sede possiamo
soltanto segnalare di sfuggita, riservandoci di svilupparlo compiutamente in
altri studi.
89
Autorità spirituale e Potere temporale
In ciò che abbiamo appena detto vi è un punto
sul quale dobbiamo richiamare l’attenzione per evitare una contraddizione anche
solo apparente: da una parte abbiamo affermato che la conoscenza metafisica,
cioè la vera saggezza, è il principio donde ogni altra conoscenza deriva come
sua applicazione al livello contingente; e, dall’altra, abbiamo spiegato che la
«filosofia», nel suo senso originario, secondo il quale essa designa l’insieme
di tali conoscenze contingenti, deve essere considerata come una preparazione
alla saggezza; come possono conciliarsi le due affermazioni? Abbiamo già
espresso il nostro pensiero su questa questione, parlando della duplice
funzione delle «scienze tradizionali»1: si tratta di due punti di
vista, uno discendente e l’altro ascendente, di cui il primo corrisponde a uno
sviluppo della conoscenza a partire dai principi per giungere ad applicazioni
sempre più lontane da questi, e il secondo a una acquisizione graduale della
conoscenza procedendo dall’inferiore al superiore, o, se si vuole,
dall’esteriore all’interiore. Il secondo punto di vista corrisponde perciò alla
via secondo la quale gli uomini possono essere guidati alla conoscenza in modo
graduale e proporzionato alle loro capacità intellettuali; ed è così che essi
sono guidati dapprima al «Paradiso terrestre», poi al «Paradiso celeste»; ma
questo ordine di insegnamento o di comunicazione della «scienza sacra» è
l’inverso del suo ordine di costituzione gerarchica.
Di fatto, ogni conoscenza che abbia veramente
il carattere di «scienza sacra», di qualunque tipo essa sia, può essere
validamente costituita soltanto da coloro che, prima di tutto, posseggono in
modo completo la conoscenza principiale, e quindi sono i soli qualificati per
attuare, conformemente all’ortodossia tradizionale più rigorosa, ogni
adattamento richiesto dalle circostanze di tempo e di luogo; per questo, quando
gli adattamenti sono effettuati regolarmente, essi sono necessariamente opera
del sacerdozio, al quale appartiene per definizione la conoscenza
1. La crisi del mondo moderno.
90
Paradiso terrestre e Paradiso celeste
dei principi; ecco perché soltanto il
sacerdozio può conferire legittimamente l’«iniziazione regale», mediante la
comunicazione delle conoscenze che la costituiscono. Da questo si può capire
meglio come le due chiavi (considerate come quelle proprie della conoscenza
nella sfera «metafisica» e nella sfera «fisica») appartengano effettivamente
entrambe all’autorità sacerdotale, e come la seconda sia affidata al detentori
del potere regale solo per delegazione, se ci si può esprimere così. Infatti,
quando la conoscenza «fisica» è separata dal suo principio trascendente, essa
perde la sua principale ragione di essere e non tarda a diventare eterodossa;
appaiono allora, come abbiamo spiegato, le dottrine «naturalistiche», risultato
dell’adulterazione delle «scienze tradizionali» da parte degli Ksatriya
ribelli; si tratta già di un avvio verso la «scienza profana», la quale sarà
opera delle caste inferiori e il segno del loro dominio nella sfera
intellettuale, sempre che in tal caso si possa ancora parlare d’intellettualità.
In questo campo, così come in quello politico,
la ribellione degli Ksatriya prepara dunque quella dei Vaishya e
degli Shûdra; ed è così che, di tappa in tappa, si giunge al più basso
utilitarismo, alla negazione di ogni conoscenza disinteressata, anche di rango
inferiore, e di ogni realtà che oltrepassi la sfera sensibile; è quanto si può
constatare nella nostra epoca, in cui il mondo occidentale è quasi arrivato
all’ultimo stadio del movimento discendente che, come la caduta dei corpi
pesanti, aumenta sempre più di velocità.
Nel testo del De Monarchia vi è ancora
un punto che non abbiamo chiarito, ed è non meno degno d’attenzione di quanto
abbiamo innanzi spiegato: si tratta dell’allusione alla navigazione contenuta
nell’ultima frase, simbolismo di cui Dante si serve d’altronde molto
frequentemente1. Degli emblemi che furono un tempo quelli di Giano,
il Papato non ha conservato soltanto
1. A questo proposito, si confronti: Arturo
Reghini, L’allegoria esoterica di Dante, in «Il Nuovo Patto»,
settembre-novembre 1921, pp. 546-548.
91
Autorità spirituale e Potere temporale
le chiavi, ma anche la navicella, attribuita
pure a san Pietro e diventata un’immagine della Chiesa1: il suo
carattere «romano» esigeva questa trasmissione di simboli, senza la quale esso
sarebbe stato un puro fatto geografico senza portata reale2. Chi
vedesse in questo trasferimento di simboli solo un «prestito» casuale della
romanità alla Chiesa, di cui sarebbe tentato di dare la colpa al cattolicesimo,
dimostrerebbe di avere una mentalità del tutto «profana»; noi vi vediamo, al
contrario, una prova di quella regolarità tradizionale senza la quale nessuna
dottrina sarebbe valida, e che risale, di gradino in gradino, fino alla grande
tradizione primordiale; e siamo certi che nessuno di coloro che comprendono il
senso profondo di questi simboli potrà contraddirci.
La figura della navigazione fu usata spesso
nell’antichità greco-latina: possiamo citare come esempi la spedizione degli
Argonauti alla conquista del «Vello d’oro»3 e i viaggi di Ulisse; la
si trova anche in Virgilio e Ovidio. In India pure si trova questa immagine, e
abbiamo già avuto l’occasione di citare, in un nostro libro, una frase
contenente espressioni stranamente simili a quelle di Dante: «Lo Yogin», dice Sankarâcârya,
«attraversato il mare delle passioni, è unito alla tranquillità e possiede il
“Sé” nella sua pienezza»4. Il «mare delle passioni» è evidentemente
la stessa cosa che i «flutti della cupidigia», e in entrambi i testi si parla
della «tranquillità»: la navigazione simbolica rappresenta
1. La barca simbolica di Giano era un’imbarcazione
che poteva spostarsi sia avanti che indietro: il che corrisponde al due volti
dello stesso Giano.
2. Bisogna sottolineare con particolare attenzione
che, se vi sono nel Vangelo parole e fatti che permettono di attribuire
direttamente le chiavi e la barca a san Pietro, ciò avviene perché il Papato,
fin dalla sua origine, era predestinato a essere «romano» a causa della
posizione di Roma, capitale dell’Occidente.
3. A essa Dante fa precisamente allusione in un
punto della Divina Commedia tra i più caratteristici per l’uso di questo
simbolismo (Par., II, 1-18), e non senza motivo ricorda questa allusione
nell’ultimo canto del poema (Par., XXXIII, 96); il significato ermetico
del «Vello d’oro» era d’altronde conosciuto nel medioevo.
4. Âtma-Bodha; si veda L’uomo e il suo
divenire secondo il Vêdânta, cap. XXIII, e Il Re del Mondo.
92
Paradiso terrestre e Paradiso celeste
in effetti la conquista della «grande pace»1.
Questa può d’altronde intendersi in due modi, secondo che si riferisca al
«Paradiso terrestre» o al «Paradiso celeste»; nell’ultimo caso, si identifica
alla «luce di gloria» e alla «visione beatifica»2; nell’altro, è la
«pace» propriamente detta, in un senso più ristretto, ma ancora molto
differente dal senso «profano»; e occorre inoltre considerare che Dante applica
lo stesso termine «beatitudine» a entrambi i fini dell’uomo. La navicella di
san Pietro deve condurre gli uomini al «Paradiso celeste»; ma se la funzione
del «Principe romano», cioè dell’Imperatore, è quella di condurre al «Paradiso
terrestre», anche in tal caso si tratterà di una navigazione3; per
questo motivo la «Terra Santa» delle diverse tradizioni, che è appunto il
«Paradiso terrestre», viene spesso rappresentata come un’isola: il fine
assegnato da Dante al «reggitore del mondo» è la realizzazione della «pace»4;
il porto, verso cui questi deve dirigere il genere umano, è l’«isola sacra» che
permane immutabile in mezzo all’agitazione incessante dei flutti, ed è altresì
la «Montagna della Salvezza», il «Santuario della Pace»5.
1. Questa conquista è rappresentata talvolta anche
sotto le apparenze di una guerra; già in precedenza abbiamo segnalato l’uso che
di questo simbolismo viene fatto nella Bhagavad Gîtâ, così come presso i
musulmani; un simbolismo dello stesso genere si ritrova nei romanzi
cavallereschi del medioevo.
2. Sono questi, precisamente, i differenti
significati della parola ebraica Shekinah; d’altronde, i due aspetti che
ricordiamo ora sono contenuti nei termini Gloria e Pax della
formula: «Gloria in excelsis Deo, et in terra Pax hominibus bonae voluntatis»,
come abbiamo spiegato nel nostro studio Il Re del Mondo.
3. È un riferimento al simbolismo dei due oceani,
quello delle «acque superiori» e quello delle «acque inferiori», simbolismo che
è comune a tutte le dottrine tradizionali.
4. Su questo punto si potrebbe altresì fare un
paragone con l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino, da noi riferito più
innanzi, così come con il testo di Confucio da noi citato.
5. In un altro studio abbiamo detto che la «pace» è
uno degli attributi fondamentali del «Re del mondo», di cui l’Imperatore
riflette uno degli aspetti; un secondo aspetto trova la sua corrispondenza nel
Papa; ma ve n’è un terzo, principio dei due precedenti, che non ha
rappresentazione visibile in questa
93
Autorità spirituale e Potere temporale
Non ci spingeremo oltre nella spiegazione di
questo simbolismo, la cui comprensione, dopo i nostri chiarimenti, non dovrebbe
più presentare la minima difficoltà, almeno nella misura necessaria alla
comprensione delle rispettive funzioni dell’Impero e del Papato; d’altra parte,
non potremmo dilungarci ancora senza inoltrarci in un campo di cui non vogliamo
occuparci per ora1. Il passo del De Monarchia che abbiamo
citato è, a nostra conoscenza, l’esposizione più chiara e più completa, nella
sua voluta concisione, della costituzione della «cristianità» e del modo in cui
i rapporti tra i due poteri dovevano essere intesi. Ci si domanderà perché tale
concezione rimase espressione di un ideale che non doveva mai realizzarsi; lo
strano è che nel momento stesso in cui Dante la formulava, gli avvenimenti che
si svolgevano in Europa erano precisamente di natura tale che dovevano per
sempre impedirne l’attuazione.
L’intera opera di Dante è, sotto certi
aspetti, il testamento del medioevo agonizzante; essa rivela quel che sarebbe
stato il mondo occidentale se non avesse rotto i suoi legami con la propria
tradizione; ma, se la deviazione moderna poté prodursi, ciò accadde, in verità,
perché quel mondo non aveva in sé tali
organizzazione della «cristianità» (cfr., su questi
tre aspetti, Il Re del Mondo). Tenendo conto di tutte le considerazioni
fin qui esposte, è facile comprendere che Roma è, per l’Occidente, un’immagine
del vero «Centro del mondo», della misteriosa Salem di Melchisedek.
1. Questo campo è quello dell’esoterismo cattolico
del medioevo, inteso più specialmente nei suoi rapporti con l’ermetismo; senza
le conoscenze di quest’ordine, i poteri del Papa e dell’imperatore, così come
sono stati da noi definiti, non possono avere una realizzazione pienamente
effettiva; e sono precisamente queste le conoscenze che sembrano perdute
completamente per i moderni. Abbiamo lasciato da parte alcuni punti secondari,
perché non erano di grande importanza ai fini di questo studio; ad esempio, l’allusione
che Dante fa alle tre virtù teologali – Fede, Speranza e Carità – dovrebbe
essere posta in relazione con la funzione che è loro attribuita nella Divina
Commedia (cfr. L’Esoterismo di Dante). Inoltre, si potrebbe
stabilire un paragone tra le funzioni rispettive delle tre guide di Dante –
Virgilio, Beatrice e san Bernardo – e quelle del potere temporale,
dell’autorità spirituale e del loro principio comune; per quanto riguarda san
Bernardo, bisogna riferirsi a quel che abbiamo detto in precedenza al suo
proposito.
94
Paradiso terrestre e Paradiso celeste
possibilità, o perlomeno esse erano soltanto
prerogativa di una élite già molto ristretta, la quale le realizzò per
proprio conto, senza che nulla potesse manifestarsene all’esterno riflettendosi
nell’organizzazione sociale. Si era giunti a quel momento della storia in cui
doveva cominciare il periodo più oscuro dell’«età oscura»1,
caratterizzato in tutti i campi dallo sviluppo delle possibilità inferiori;
questo sviluppo, procedendo sempre nel senso del mutamento e della
molteplicità, doveva inevitabilmente portare a ciò che constatiamo oggi: nel
campo sociale, come in qualsiasi altro, l’instabilità è al suo culmine, il
disordine e la confusione regnano dappertutto sovrani; mai l’umanità è stata
così lontana dal «Paradiso terrestre» e dalla spiritualità primordiale.
Bisognerà forse concludere che questo
allontanamento sia definitivo, che nessun potere stabile e legittimo reggerà
più la terra, che ogni autorità spirituale scomparirà dal mondo e che le
tenebre, estendendosi dall’Occidente all’Oriente, nasconderanno per sempre la
luce della verità? Se tale fosse la nostra conclusione, non avremmo certo
scritto queste pagine, né avremmo scritto nessuno degli altri nostri libri,
giacché si sarebbe trattato ovviamente di fatica sprecata; ci rimane ora da
dire perché non pensiamo che le cose possano finire così.
1. Cfr. La crisi del mondo moderno, cap. I.
95
IX
La legge immutabile
Come si è visto, gli insegnamenti di tutte le
dottrine tradizionali sono unanimi nell’affermare la supremazia dello
spirituale nei confronti del temporale, e nel considerare normale e legittima
soltanto l’organizzazione sociale in cui tale supremazia sia riconosciuta e si
rifletta nei rapporti dei due poteri corrispondenti alle due sfere rispettive.
D’altra parte, la storia mostra chiaramente come il disconoscimento di
quest’ordine gerarchico porti con sé, sempre e dappertutto, le medesime
conseguenze: squilibrio sociale, confusione delle funzioni, egemonia di
elementi man mano inferiori, insieme a degradazione intellettuale, oblio dei
principi trascendenti agli inizi, poi, scendendo sempre più, negazione di ogni
vera conoscenza.
È il caso di osservare che la dottrina, la
quale permette di prevedere che le cose devono inevitabilmente seguire questo
corso, non ha nessun bisogno, in quanto tale, di una simile conferma a
posteriori; tuttavia, se abbiamo creduto opportuno insistere su tali
conseguenze storiche, la ragione è che questi argomenti possono invogliare i
nostri contemporanei a riflettere seriamente: a causa delle loro tendenze e
abitudini mentali essi sono sensibili soprattutto ai fatti, e questo è forse
l’unico modo per spingerli a riconoscere la verità della dottrina. Se tale
verità fosse riconosciuta pur solo da un ristretto numero di individui, si
tratterebbe tuttavia di un risultato di considerevole importanza, perché
soltanto così potrebbe cominciare un cambiamento di orientamento che conduca
alla restaurazione dell’ordine normale;
97
Autorità spirituale e Potere temporale
una simile restaurazione, quali ne siano i
mezzi e le modalità, non potrà fare a meno di realizzarsi presto o tardi. Ma su
quest’ultimo punto dobbiamo dare ancora qualche spiegazione.
Abbiamo affermato che il potere temporale
riguarda il mondo dell’azione e del mutamento; ora, il cambiamento, non
possedendo in sé la propria ragione sufficiente1, deve ricevere da
un principio superiore la sua legge, in virtù della quale si integra
nell’ordine universale; quando invece si pretenda indipendente da ogni
principio superiore, è soltanto disordine puro. Il disordine, in fondo, si
confonde con lo squilibrio, e nel mondo dell’uomo si manifesta sotto le specie
di quella che viene chiamata ingiustizia, poiché esiste identità tra le nozioni
di giustizia, ordine, equilibrio, armonia o, meglio, esse sono soltanto aspetti
differenti di un’unica cosa, vista da angoli diversi e molteplici secondo i
campi ai quali si applica2. Ora, secondo la dottrina
estremo-orientale, la giustizia è costituita dalla somma di tutte le
ingiustizie, e nell’ordine totale, ogni disordine è compensato da un altro
disordine; per questa ragione la rivoluzione che abbatte la regalità è allo
stesso tempo la conseguenza logica e il castigo, cioè la compensazione, della
precedente rivolta della regalità contro l’autorità spirituale. La legge è
negata nel momento stesso in cui è negato il principio dal quale emana; ma in
realtà i suoi negatori non hanno potuto sopprimerla di fatto, ed essa si
rivolge contro di loro; così il disordine deve alla fine rientrare nell’ordine,
al quale nulla può opporsi se non in apparenza e in modo affatto illusorio.
1. È questa la definizione vera e propria della
contingenza.
2. Tutti questi significati, insieme con quello di
«legge», sono contenuti in ciò che la dottrina indù denomina con la parola dharma;
l’adempimento da parte di ciascun essere della funzione che conviene alla sua
propria natura, nozione sulla quale si fonda la distinzione delle caste, è
chiamato sva-dharma; sarebbe possibile far qui un accostamento con
quello che Dante, nel testo da noi citato e commentato nel capitolo precedente,
chiama «l’esercizio della virtù propria». Rimandiamo inoltre, a tal proposito,
a quanto abbiamo detto in altra sede sulla «giustizia», intesa come uno degli
attributi fondamentali del «Re del mondo», e sui suoi rapporti con la «pace».
98
La legge immutabile
Certo, si potrà obiettare che la rivoluzione,
sostituendo il potere delle caste inferiori a quello degli Ksatriya, è
semplicemente un aggravamento del disordine: ciò è vero se si considerano
soltanto i suoi risultati immediati; ma in realtà è questo stesso aggravamento
a impedire che il disordine si perpetui indefinitamente. Se il potere temporale
non perdesse la sua stabilità disconoscendo la propria subordinazione nel
confronti dell’autorità spirituale, non vi sarebbe alcuna ragione perché cessi
il disordine, una volta che questo si sia introdotto nell’organizzazione
sociale; parlare di stabilità del disordine è una contraddizione in termini,
poiché esso non è che il mutamento ridotto a se stesso, se così si potesse
dire: sarebbe come cercare l’immobilità nel movimento. Ogni volta che il
disordine si accentua, il movimento subisce un’accelerazione, giacché viene
fatto un passo ulteriore nel senso del cambiamento puro e dell’«istantaneità»;
per questa ragione, come stavamo dicendo prima, quanto più gli elementi sociali
sono di qualità inferiore, tanto meno dura la loro egemonia.
Come tutto quel che ha un’esistenza solo
negativa, il disordine distrugge se stesso; il suo stesso eccesso può essere
rimedio ai casi più disperati, perché la crescente rapidità del mutamento
troverà necessariamente la sua fine; del resto, non sono già in molti, oggi,
coloro che incominciano ad accorgersi, chi più, chi meno confusamente, che le
cose non possono continuare a procedere indefinitamente così? E, anche se al
punto in cui si trova il mondo, non fosse più possibile un «raddrizzamento»
senza una catastrofe, sarebbe forse questa una ragione sufficiente per non
prenderlo in considerazione? E rifiutarsi di farlo non equivarrebbe forse a
dare un’altra forma al disconoscimento di quei principi immutabili che sono di
là da tutte le vicissitudini del «temporale» e, di conseguenza, non possono
essere inficiati da nessuna catastrofe?
Dicevamo in precedenza che mai come oggi
l’umanità è stata tanto lontana dal «Paradiso terrestre»; tuttavia non bisogna
dimenticare che la fine di un ciclo coincide con l’inizio di un altro ciclo; ci
si ricordi dell’Apocalisse e si vedrà che all’estremo
99
Autorità spirituale e Potere temporale
limite del disordine, compreso l’apparente
annientamento del «mondo esteriore», si produrrà l’avvento della «Gerusalemme
celeste», la quale sarà, nei confronti di un nuovo periodo della storia
dell’umanità, l’analogo del «Paradiso terrestre» nei confronti del periodo che
troverà il suo termine nello stesso istante1. L’identità dei
caratteri dell’epoca moderna con quelli che le dottrine tradizionali
attribuiscono alla fase finale del Kali-Yuga fa pensare, senza troppa
inverosimiglianza, che una tale eventualità potrebbe anche non essere molto
lontana; e si può aggiungere che si tratterebbe in tal caso, dopo l’oscuramento
presente, del trionfo completo dello spirituale2.
Simili previsioni sembrano forse azzardate, e
tali possono effettivamente apparire a chi non abbia dati tradizionali
sufficienti per giustificarle; ma si possono almeno ricordare gli esempi del
passato, i quali dimostrano come ciò che si basa soltanto sul contingente e sul
transitorio sia fatalmente destinato a passare, come sempre il disordine
svanisca, sostituito infine dall’ordine; concludendo, anche quando il disordine
sembra talvolta trionfare, tale trionfo è soltanto passeggero, e tanto più
effimero quanto più il disordine sarà stato grande.
Senza dubbio la stessa cosa accadrà, presto o
tardi, e forse più presto di quanto si sarebbe tentati di supporre, nel mondo
occidentale, in cui il disordine si è spinto, in ogni campo, di là da quanto
non sia mai accaduto da nessun’altra parte; anche qui è facile prevederne la
fine, e attenderla. E anche se il disordine dovesse estendersi per un tempo
limitato a tutta la terra, come si ha qualche motivo di temere, ciò non
significherebbe che le nostre conclusioni siano da modificare, giacché si
tratterebbe
1. Sui legami del «Paradiso terrestre» con la
«Gerusalemme celeste», cfr. L’Esoterismo di Dante.
2. Si tratterebbe altresì, secondo certe tradizioni
di esoterismo occidentale collegate alla corrente a cui appartenne Dante, della
realizzazione effettiva del «Sacro Romano Impero»; di fatto, l’umanità
ritroverebbe allora il «Paradiso terrestre»: il che comporterebbe la riunione
dei due poteri, spirituale e temporale, nel loro principio, il quale sarebbe in
tal modo nuovamente visibile come si manifesta all’origine.
100
La legge immutabile
solo della conferma delle previsioni a cui
accennavamo poco fa parlando della fine di un ciclo storico: in tal caso la
restaurazione dell’ordine dovrebbe soltanto operarsi su una scala molto più
vasta, mai finora conosciuta, ma sarebbe anche incomparabilmente più profonda e
più integrale, dovendo comportare il ritorno a quello «stato primordiale» di
cui parlano tutte le tradizioni1.
Del resto, quando ci si pone, come noi, dal
punto di vista delle realtà spirituali, si può attendere senza patemi, e per il
tempo che occorre, perché si tratta, come abbiamo detto, della sfera di ciò che
è immutabile ed eterno. La fretta febbrile, che è così caratteristica della
nostra epoca, prova, in fondo, che i nostri contemporanei si limitano sempre
alla prospettiva temporale anche quando credono di esserne andati oltre, e
dimostra pure che, nonostante le pretese di qualcuno a tale proposito, non sanno
assolutamente che cosa sia la spiritualità pura.
D’altronde, fra coloro che cercano di reagire
contro il «materialismo» moderno, quanti sono capaci di concepire la
spiritualità al di fuori di ogni forma specifica, più in particolare al di
fuori di una forma religiosa, e di svincolare i principi da ogni applicazione a
circostanze contingenti? Quanti, fra coloro che si presentano come difensori
dell’autorità spirituale, sospettano che cosa sia questa autorità allo stato
puro, come dicevamo più sopra? Quanti si rendono conto di quali sono le sue
funzioni essenziali e non si fermano ad apparenze esteriori, riducendo tutto a
una semplice questione di riti (le cui ragioni profonde rimangono loro, per di
più, totalmente sconosciute e incomprese) o addirittura di «giurisprudenza», la
quale è qualcosa di puramente temporale? Quanti fra coloro che vorrebbero
tentare una restaurazione dell’intellettualità non la riducono al livello di
una semplice «filosofia», intesa questa volta nel senso comune
1. Deve essere reso chiaro che la restaurazione
dello «stato primordiale» è sempre possibile per certi uomini, i quali però
rappresentano allora casi di eccezione; qui si tratta invece di tale
restaurazione intesa come coinvolgente l’umanità presa collettivamente e nel
suo insieme.
101
Autorità spirituale e Potere temporale
e «profano» della parola? E quanti capiscono
che intellettualità e spiritualità sono, nella loro essenza e realtà profonda,
assolutamente la stessa cosa, pur sotto due nomi diversi? Fra coloro che
nonostante tutto hanno conservato qualcosa dello spirito tradizionale, e noi
parliamo esclusivamente di questi perché sono i soli il cui pensiero possa
avere qualche valore per noi, quanti prendono in considerazione la verità per
se stessa, in modo completamente disinteressato, svincolato da ogni
preoccupazione sentimentale, da ogni passione di scuola o di partito, e da ogni
aspirazione al dominio o cura di proselitismo? Fra coloro che, per sfuggire al
caos sociale in cui si dibatte il mondo occidentale, capiscono che occorre
innanzi tutto denunciare l’inanità delle illusioni «democratiche» e
«ugualitarie», quanti posseggono la nozione di una vera gerarchia, fondata
essenzialmente sulle differenze insite nella natura propria degli esseri umani
e sui gradi di conoscenza ai quali questi ultimi sono giunti in modo effettivo?
Fra coloro che si proclamano avversari dell’«individualismo», quanti hanno
coscienza di una realtà trascendente nei confronti degli individui?
La ragione per cui facciamo tutte queste
domande, è che esse permetteranno a coloro che vorranno rifletterci di trovare
una spiegazione all’inutilità di certi sforzi, nonostante le intenzioni
eccellenti da cui sono senza dubbio animati coloro che li intraprendono, e con
essa anche una spiegazione a tutte le confusioni e i malintesi che nascono
nelle discussioni a cui alludevamo nelle pagine iniziali di questo libro.
Tuttavia, finché si manterrà un’autorità
spirituale regolarmente costituita, foss’anche disconosciuta da quasi tutti,
inclusi i suoi stessi rappresentanti, e pur ridotta all’ombra di se stessa,
tale autorità avrà sempre la prevalenza, né questa potrà mai esserle tolta1,
poiché vi è in essa qualcosa di più elevato delle possibilità
1. Pensiamo qui al noto racconto evangelico in cui
Maria e Marta possono essere effettivamente intese come simboli dello
spirituale e del temporale, in quanto corrispondono rispettivamente alla vita
contemplativa e alla vita attiva. Secondo sant’Agostino (Contra Faustum,
XX, 52-58), si ritrova lo stesso simbolismo
102
meramente umane: l’autorità spirituale, per
quanto indebolita o assopita, incarna ancora «la sola cosa necessaria», l’unica
che non sia transeunte. «Patiens quia aeterna», è detto talvolta
dell’autorità spirituale, e giustamente: ciò non significa che le forme
esteriori che essa può rivestire, siano eterne, giacché qualsiasi forma è
contingente e transitoria; ma significa che in se stessa, nella sua vera
essenza, l’autorità spirituale partecipa dell’eternità e dell’immutabilità dei
principi; per questo motivo si può essere certi che in tutti i conflitti con il
potere temporale, l’autorità spirituale, nonostante le apparenze, avrà sempre
l’ultima parola.
nelle due spose di Giacobbe: Lia (laborans)
rappresenta la vita attiva, e Rachele (visum principium) la vita
contemplativa. Inoltre, nella «Giustizia» sono riassunte tutte le virtù della
vita attiva, mentre nella «Pace» si realizza la perfezione della vita
contemplativa; si ritrovano qui i due attributi fondamentali di Melchisedek,
del principio comune, cioè, dei due poteri spirituale e temporale, i quali
governano rispettivamente la sfera della vita attiva e della vita
contemplativa. D’altra parte, sempre secondo sant’Agostino (Sermo XLIII de
verbis Isaiae, cap. II) la ragione è sita alla sommità della parte
inferiore dell’anima (sensi, memoria e facoltà cogitativa), mentre l’intelletto
è sito alla sommità della sua parte superiore (la quale conosce le idee eterne,
ragioni immutabili delle cose); alla prima appartiene la scienza (delle cose
terrestri e transitorie), alla seconda la saggezza (conoscenza dell’assoluto e
dell’immutabile); la prima è legata alla vita attiva, la seconda alla vita
contemplativa. Questa distinzione equivale a quella delle facoltà individuali e
sovraindividuali e dei due ordini di conoscenza che rispettivamente vi
corrispondono; a questo proposito possiamo citare anche il seguente testo di
san Tommaso d’Aquino: «Dicendum quod sicut rationabiliter procedere
attribuitur naturali philosophiae, quia in ipsa observatur maxime modus
rationis, ita intellectualiter procedere attribuitur divinae
scientiae, eo quod in ipsa oservatur maxime modus intellectus» (In
Boetium de Trinitate, q. 6, art. 1, ad 3). Si è visto in precedenza che
secondo Dante il potere temporale si esercita secondo la «filosofia» o la
«scienza» razionale, e il potere spirituale secondo la «Rivelazione» o la
«Saggezza» sovrarazionale, ciò che corrisponde esattamente a questa distinzione
delle due parti inferiore e superiore dell’anima.
103
Indice
Prefazione 7
I Autorità
e gerarchia 13
II Funzioni
del sacerdozio e della regalità 23
III Conoscenza
e azione 35
IV Natura
rispettiva dei Brâhmani e degli Ksatriya 43
V Dipendenza
della regalità nei confronti del sacerdozio 53
VI La
rivolta degli Ksatriya 63
VII Le
usurpazioni della regalità e le loro conseguenze 69
VIII Paradiso
terrestre e Paradiso celeste 81
IX La
legge immutabile 97
LUNI EDITRICE
Titolo originale
Autorité spirituelle et Pouvoir temporel
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