16 - INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE - René Guénon
INDICE
Introduzione 9
I Contro
la volgarizzazione 15
Il Metafisica
e dialettica 21
III La
malattia dell’angoscia 33
IV La
consuetudine contro la tradizione 43
V A
proposito del ricollegamento iniziatico 51
VI Influenza
spirituale ed eggregori 69
VII Necessità
dell’exoterismo tradizionale 77
VIII Salvezza
e liberazione 83
IX Punto
di vista rituale e punto di vista morale 89
X Sulla
«glorificazione del lavoro» 95
XI Il
sacro e il profano 101
XII A
proposito di conversioni 107
XIII Cerimonialismo
ed estetismo 113
XIV Nuove
confusioni 123
XV Sul
preteso «orgoglio intellettuale» 131
XVI Contemplazione
diretta e contemplazione per riflesso 137
XVII Dottrina
e metodo 143
XVIII Le
tre vie e le forme iniziatiche 151
XIX Ascesi
e ascetismo 163
XX Guru
ed upaguru 171
XXI Veri
e falsi istruttori spirituali 177
XXII Saggezza
innata e saggezza acquisita 183
XXIII Lavoro
iniziatico collettivo e «presenza» spirituale 191
XXIV Sulla
funzione del guru 199
XXV Sui
gradi iniziatici 207
XXVI Contro
il quietismo 213
XXVII Follia
apparente e saggezza nascosta 221
XXVIII Il
travestimento «popolare» 229
XXIX La
congiunzione degli estremi 237
XXX Spirito
nel corpo o corpo nello spirito? 245
XXXI Le
due notti 255
XXXII Realizzazione
ascendente e realizzazione discendente 267
Appendici 285
INTRODUZIONE
Forse presentendo prossima la sua fine, René
Guénon, nei mesi immediatamente precedenti la sua morte, ci aveva dato alcune
indicazioni in vista del completamento della sua opera quando egli fosse
scomparso. Nelle lettere datate 30 agosto e 24 settembre 1950 ci esprimeva, fra
l’altro, il desiderio che gli articoli da lui non ancora utilizzati in libri
già esistenti fossero riuniti in volume. «Ci sarebbe soltanto – egli
scriveva – la difficoltà di
sapere in qual modo ordinarli per farne un insieme il più possibile coerente,
cosa che attualmente io stesso sarei incapace di dire... Se mai potessi
arrivare a preparare qualcosa, del che disgraziatamente dubito vieppiù,
preferirei anzitutto mettere insieme una o due raccolte di articoli sul
simbolismo e forse anche un seguito agli Aperçus sur
l’Initiation, in quanto mi pare
che, fra poco, di altri articoli su questo soggetto ce ne saranno abbastanza da
poter formare un secondo volume».
L’opera che oggi presentiamo è la prima
realizzazione del voto formulato da René Guénon. L’abbiamo scelta per
inaugurare la serie dei libri postumi, perché essa si prestava ad esser messa
più rapidamente a punto che non le opere sul simbolismo poste da Réné Guénon in
primo luogo, e anche perché il soggetto trattato ci pareva avere un interesse
più pressante.
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INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
In seguito ad un primo esame degli articoli
lasciati da René Guénon, pensiamo che le opere postume comprenderanno non meno
di sette volumi, ivi compresa la presente opera. Il lungo e delicato lavoro di
classificazione e di coordinazione dei testi non è ancora abbastanza avanzato
da permetterci di indicare fin d’ora i titoli definitivi e la probabile data di
pubblicazione delle diverse opere, però speriamo che le circostanze ci
permetteranno di non far troppo attendere i numerosi ammiratori di colui che ha
rimesso in luce la dottrina tradizionale, da tanto tempo dimenticata, in
Occidente.
Dobbiamo dire ora qualche parola sulla
composizione della presente opera. Come si è visto più indietro, René Guénon
non ci aveva lasciato alcun’indicazione sulla distribuzione delle materie da
pubblicare, dimodoché abbiamo dovuto prenderne noi la responsabilità. Il testo
che presentiamo è interamente ed esclusivamente di mano di René Guénon; non vi
abbiamo apportato né aggiunte, né modifiche, né soppressioni, salvo quelle
rarissime necessitate dalla presentazione in volume di articoli isolati il cui
ordine di pubblicazione, spesso motivato da circostanze d’attualità, non
coincide esattamente con l’ordine da noi adottato per i capitoli, che ci
sembrava più logico e meglio corrispondente allo sviluppo di pensiero
dell’autore. A proposito di questo ordine dobbiamo al lettore qualche
spiegazione.
Negli Aperçus sur l’Initiation, René Guénon si è
applicato a definire la natura dell’iniziazione, la quale è essenzialmente la
trasmissione, mediante riti appropriati, di un’influenza spirituale destinata a
permettere a quell’essere che oggi è un uomo, di raggiungere lo stato spirituale
designato da diverse tradizioni come «stato edenico», poi di elevarsi agli
stati superiori dell’essere, ed infine di ottenere quella che si può chiamare
indifferentemente la «Liberazione» o lo stato d’«Identità suprema». René Guénon
ha precisato le
10
introduzione
condizioni dell’iniziazione e le
caratteristiche delle organizzazioni abilitate a trasmetterla, inoltre, strada
facendo, ha messo in evidenza, da una parte la distinzione che bisogna fare tra
conoscenza iniziatica e cultura profana, dall’altra quella non meno importante
tra via iniziatica e via mistica.
La presente opera completa e chiarisce la
precedente in diversi modi. Gli articoli che la compongono possono facilmente
esser raggruppati in quattro parti.
Nella prima parte l’autore tratta degli
ostacoli mentali e psicologici che possono opporsi alla comprensione del punto
di vista iniziatico ed alla ricerca di un’iniziazione: essi sono: la credenza
nella possibilità di «volgarizzare» ogni conoscenza, la confusione tra la
metafisica e la dialettica che ne è l’espressione necessaria ed imperfetta, la
paura e la preoccupazione dell’opinione pubblica.
La seconda parte precisa e sviluppa alcuni
punti molto importanti che riguardano la natura dell’iniziazione, e alcune
delle condizioni della sua ricerca. Negli Aperçus sur l’Initiation
l’autore aveva piuttosto affermato che non dimostrato la necessità del
ricollegamento iniziatico. Questa dimostrazione è l’oggetto del primo capitolo
della seconda parte, in cui inoltre viene preso in esame il caso in cui
l’iniziazione si ottenga al di fuori dei mezzi ordinari e normali. Il capitolo
successivo distingue nettamente l’influenza spirituale propriamente detta dalle
influenze psichiche che ne sono come il «rivestimento». Fatte queste
precisazioni, si affronta una questione del tutto capitale, che René Guénon non
aveva ritenuto sin qui di dover trattare in modo particolare, in quanto gli
sembrava già risolta da tutto l’insieme della sua opera precedente, e cioè la
necessità di un exoterismo tradizionale per ogni aspirante all’iniziazione.
Questo capitolo trova il suo naturale completamento nello studio su Salvezza e Liberazione
che è la giustificazione metafisica dell’exoterismo.
11
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
Riallacciandosi direttamente al soggetto
precedente, i capitoli IX, X e XI espongono come la «vita ordinaria» possa
essere «sacralizzata» in maniera da perdere ogni carattere «profano» e da
permettere all’individuo una partecipazione costante alla tradizione, il che
costituisce una delle condizioni richieste per il passaggio dall’iniziazione
virtuale all’iniziazione effettiva. Ma bisogna riconoscere che il mondo
occidentale, anche per certi rappresentanti dello spirito religioso che vi
sussiste, tende ad una «laicizzazione» ognor più accentuata della vita sociale,
il che implica un’inquietante perdita di vitalità della tradizione cristiana.
Certamente non è impossibile ad un Occidentale cercare una via di realizzazione
iniziatica in una tradizione estranea alla propria, e il capitolo XII fa vedere
quali condizioni possono far considerare come legittima quella che comunemente
si chiama una «conversione». Tuttavia il passaggio ad una tradizione estranea è
accettabile solo se indipendente da qualsiasi preoccupazione d’«estetismo» o
d’«esotismo», e l’autore fa osservare che, per la loro costituzione psichica,
ci sono Occidentali che non potranno mai cessare di esserlo, e farebbero molto
meglio a rimanere interamente e francamente tali.
Costoro tuttavia devono guardarsi da tutti gli
pseudo-esoterismi, siano essi occultisti, teosofisti, o fantasie forse più
seducenti, le quali, richiamandosi ad un cristianesimo autentico, avrebbero
soprattutto lo scopo di dare un’apparenza di soddisfazione a quei Cristiani che
pensano di non potersi accontentare dell’insegnamento exoterico corrente
(capitolo XIV). Nel capitolo XV René Guénon mostra l’inanità del rimprovero
d’«orgoglio intellettuale», così sovente formulato nei riguardi dell’esoterismo
in certi ambienti religiosi. Questa seconda parte, infine, termina con nuove
precisazioni sulle differenze essenziali tra realizzazione iniziatica e
realizzazione mistica.
12
introduzione
I soggetti trattati nella terza parte sono del
tutto nuovi rispetto agli Aperçus
sur l’Initiation. Si tratta soprattutto del metodo e delle
diverse vie iniziatiche, nonché della questione del «Maestro spirituale». Un
capitolo particolarmente importante, per coloro che sono riallacciati a ciò che
ancora sussiste delle iniziazioni artigianali del mondo occidentale, è quello
su «Lavoro iniziatico collettivo e presenza spirituale», ove l’autore fa vedere
che la presenza d’un Maestro umano in simili organizzazioni non presenta lo
stesso carattere di necessità assoluta che ha nella maggior parte delle altre
forme d’iniziazione.
L’ultima parte, sotto molti aspetti la più
importante, prende in considerazione certi gradi di quella realizzazione
spirituale di cui tutto quanto precede ha per scopo di facilitare la
comprensione ed in una certa misura l’accostamento ai mezzi d’accesso (capitoli
XXVI-XXIX). Gli ultimi tre capitoli infine, che sono veramente la chiave degli Aperçus sur l’Initiation
e del presente volume, apportano l’esposizione metafisica che consente la
comprensione intellettuale della possibilità, a partire dal nostro stato
corporeo, di una realizzazione spirituale totale, nonché della natura e
funzione degli Inviati divini, che nelle diverse tradizioni rispondono ai nomi
di Profeta, Rasûl, Bodhisattwa e Avatâra.
Per facilitare la comprensione dei capitoli V e
XXVIII, abbiamo creduto opportuno riprodurre in appendice i testi a cui
l’autore rinvia a proposito degli Afrâd e dei Malâmatiyah, i quali designano gradi d’iniziazione effettiva nell’esoterismo
islamico.
Jean Reyor
13
I
Contro la volgarizzazione
La stupidità che si riscontra oggi in tanti
uomini, e diremmo anzi nella maggior parte di essi, via via che si generalizza
e si accentua la decadenza intellettuale propria dell’ultimo periodo del ciclo,
è forse una delle cose che troviamo più difficilmente sopportabili. A questa
bisogna aggiungere l’ignoranza, o meglio un certo tipo di ignoranza
strettamente legata ad essa, quella che, nell’assoluta incoscienza di essere
tale, si permette affermazioni tanto più audaci quanto meno sa e concepisce, e
che, appunto per ciò, rappresenta un male irrimediabile per chi la manifesta1.
Potremmo unire stupidità e ignoranza sotto il nome di incomprensione; ma il
sopportare quest’incomprensione non significa che si debba giungere a
concessioni di qualsiasi genere o rinunciare a
1 Nella tradizione
islamica, la sopportazione della stupidità e dell’ignoranza umana è il
fondamento della haqîqatuz-zakâh, la «verità» dell’elemosina, cioè il
suo aspetto interiore e più reale (haqîqah è opposto in questo senso a muzâherah,
che è soltanto la manifestazione esteriore o il compimento del precetto preso
in senso letterale); questo fa naturalmente parte della «pazienza» (es-sabr),
come virtù cui si annette un’importanza del tutto particolare, tant’è vero
ch’essa è menzionata settantadue volte nel Corano.
15
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
rettificare gli errori a cui essa dà luogo:
faremo anzi il possibile per evitare che si diffondano, il che è spesso uno
spiacevole compito, soprattutto quando, di fronte all’ostinazione di certuni,
si devono ripetere cose che dovrebbe essere sufficiente dire una volta per
tutte. Tale ostinazione non è d’altronde sempre esente da malafede; e la
malafede implica una ristrettezza di vedute che è conseguenza diretta di
un’incomprensione più o meno completa; talché, incomprensione e malafede, come
stupidità e cattiveria, si mescolano in modo tale da rendere assai difficile la
determinazione delle proprie proporzioni rispettive.
Parlando di concessioni fatte
all’incomprensione, pensiamo soprattutto alla volgarizzazione in tutte le sue
forme; voler «mettere alla portata di tutti» verità di un certo ordine, o ciò
che si considera verità, laddove la maggioranza di coloro che sono destinati a
ricevere tutto ciò è composta necessariamente di stupidi e di ignoranti, è
forse qualcosa di diverso? D’altra parte, la volgarizzazione deriva da una
preoccupazione eminentemente profana, e, come ogni genere di propaganda,
presuppone in chi la esercita un certo grado d’incomprensione, relativamente
inferiore, certo, a quella del «grosso pubblico» cui si indirizza, ma tanto
maggiore quanto più ciò che si vuole esporre supera il livello mentale di
quest’ultimo. Ne deriva che gli inconvenienti della volgarizzazione sono più
limitati quando ciò che viene diffuso è d’ordine profano, come nel caso delle
concezioni filosofiche e scientifiche moderne, le quali, pur nella parte di
verità che possono eventualmente contenere, non hanno certamente nulla di profondo
o di trascendente. Questo è d’altronde il caso più frequente, vuoi perché
16
Contro la volgarizzazione
riguarda gli argomenti che maggiormente
interessano il «grosso pubblico», dato il genere di educazione ricevuta, vuoi
perché più facilmente gli dà la gradevole illusione di un «sapere» acquistato a
basso prezzo; il volgarizzatore deforma sempre le cose, sia cercando di
semplificarle, sia affermando perentoriamente ciò che per gli stessi scienziati
non è che una semplice ipotesi; ma assumendo un atteggiamento del genere, non
ottiene altro risultato che di utilizzare i sistemi propri di
quell’insegnamento rudimentale che si è venuto a imporre nel mondo moderno, il
quale, in fondo, non è che pura volgarizzazione, e diremmo anche della peggiore
specie, se si considera che è in grado di dare a chi lo riceve un’impronta
«scientista» di cui ben pochi sono in seguito capaci di disfarsi, impronta
vieppiù mantenuta e rinforzata dal lavoro dei volgarizzatori veri e propri, che
vedono perciò attenuata in una certa misura la loro responsabilità.
Vi è un altro genere di volgarizzazione il
quale, anche se raggiunge un pubblico più ristretto, ci sembra presentare
pericoli ben più gravi, se non altro per le confusioni che rischia di provocare
volontariamente o involontariamente, e che mira a cose le quali, per la loro
stessa natura, dovrebbero essere maggiormente al riparo da simili tentativi:
vogliamo riferirci alle dottrine tradizionali e in special modo alle dottrine
orientali. Per la verità, gli occultisti e i teosofisti avevano già intrapreso qualcosa
del genere, col solo risultato di produrre grossolane contraffazioni; invece,
ciò a cui ci riferiamo ora riveste apparenze più serie, diremmo volentieri più
«rispettabili», tali da imporsi a molta gente che non sarebbe stata sedotta da
deformazioni troppo visibilmente caricaturali.
17
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
Bisogna d’altronde fare una distinzione fra i
volgarizzatori se ci si riferisce alle loro intenzioni piuttosto che ai
risultati cui arrivano; tutti, naturalmente, vogliono in egual modo diffondere
il più possibile le idee che espongono, ma a ciò possono essere spinti da
motivi ben diversi. Da una parte vi sono propagandisti della cui sincerità non
si può dubitare, ma il cui atteggiamento prova la scarsa penetrazione della
loro comprensione dottrinale; inoltre, anche entro i limiti della loro
comprensione, le necessità della propaganda li conducono forzatamente ad
adattarsi sempre alla mentalità di coloro a cui si rivolgono, il che,
soprattutto se si tratta di un pubblico occidentale «medio», non può che andare
a detrimento della verità; e la cosa più curiosa è che questo modo di fare è
per essi così spontaneo che sarebbe veramente ingiusto accusarli di alterare
volontariamente questa verità. Ce ne sono altri invece che, in fondo, si
interessano solo superficialmente alle dottrine, ma che, constatato il successo
di queste cose in un ambiente abbastanza esteso, credono opportuno approfittare
di tale «moda» facendone una vera e propria impresa commerciale; costoro sono
d’altronde molto più «eclettici» dei primi, e diffondono indifferentemente
tutto ciò che sembra loro tale da soddisfare i gusti di una certa «clientela»,
che rappresenta evidentemente la loro principale preoccupazione anche quando
ritengono di dover ostentare qualche pretesa alla «spiritualità». Non è
evidentemente nostra intenzione fare dei nomi, ma pensiamo che molti nostri
lettori potranno trovare facilmente da soli esempi dell’uno e dell’altro tipo;
per non parlare poi dei semplici ciarlatani, come se ne incontrano soprattutto
fra gli pseudo-esoteristi, i quali ingannano scientemente chi dà loro ascolto,
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Contro la volgarizzazione
presentando le proprie invenzioni sotto
l’etichetta di dottrine di cui ignorano praticamente tutto, e contribuendo
quindi ad aumentare la confusione nella mente di questo disgraziato pubblico.
Ma in tutto ciò il fatto più increscioso, a
parte le idee false o semplicistiche che in questo modo vengono diffuse sulle
dottrine tradizionali, è che molta gente è del tutto incapace a distinguere fra
l’opera dei volgarizzatori di bassa lega, e un lavoro fatto invece senza alcuna
preoccupazione di piacere al pubblico e di mettersi alla sua portata; questa
gente pone tutto sullo stesso piano, a tutto attribuendo le stesse intenzioni,
ivi compreso ciò che in realtà ne è più distante. In questo caso si ha a che
fare con la stupidità pura e semplice, ma talvolta anche con la malafede, o
probabilmente con una mescolanza delle due; infatti, per fare un esempio che ci
riguarda direttamente, dopo aver spiegato in modo chiaro, ogni volta che se ne
presentava l’occasione, per quali e quante ragioni siamo risolutamente contrari
a qualsiasi propaganda come a qualsiasi volgarizzazione, e dopo aver protestato
a più riprese contro le asserzioni di coloro che nonostante ciò continuavano ad
attribuirci propositi di propaganda, quando vediamo queste stesse persone o
altre che gli somigliano ripetere indefinitamente la stessa calunnia, com’è
possibile ammettere che esse siano realmente in buona fede? Se almeno, anche in
mancanza di qualsiasi comprensione, essi avessero un benché minimo senso
logico, chiederemmo loro di dirci quale interesse potremmo mai avere nel cercar
di convincere chicchessia della verità di tale o tal altra idea, e siamo ben
certi che essi non potrebbero assolutamente trovare, a questa domanda, una
risposta sia pur appena
19
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
plausibile. In effetti, fra i propagandisti e
i volgarizzatori, gli uni sono tali a causa di una sentimentalità fuori luogo,
e gli altri perché vi trovano un tornaconto materiale; ora è più che evidente,
per il modo stesso con cui noi esponiamo le dottrine, che nessuno di questi due
motivi può esserci attribuito anche in minima parte, ed anche;a voler supporre
che ci fosse mai balenato il proposito di fare una qualsivoglia propaganda,
avremmo allora necessariamente adottato un atteggiamento del tutto opposto a
quello di rigorosa intransigenza dottrinale che abbiamo costantemente tenuto.
Non vogliamo insistere oltre, ma avendo constatato da qualche tempo e da
diverse parti una strana recrudescenza di attacchi tra i più ingiusti ed
ingiustificati, ci è parso necessario, a rischio di attirarci il rimprovero di
ripeterci troppo spesso, dì rimettere una volta di più le cose al loro posto.
20
II
METAFISICA E DIALETTICA
Abbiamo letto recentemente un articolo che ci
è sembrato meritevole, da parte nostra, di un certo interesse, per la presenza
di errori la cui evidenza è indice di un’incomprensione assai profonda1.
Senza dubbio si può sorridere nel leggere che coloro i quali hanno «qualche
esperienza della conoscenza metafisica» (fra i quali l’autore manifestamente
pone se stesso, escludendo noi con rimarchevole audacia, come se gli fosse
possibile saperne qualcosa!) troveranno nella nostra opera soltanto
«distinzioni concettuali singolarmente precise», ma «di tipo puramente
dialettico», e «rappresentazioni che possono essere utili in via preliminare,
ma che dal punto di vista pratico e metodologico non fanno avanzare di un passo
al di là del mondo delle parole verso l’universale». I nostri contemporanei,
tuttavia, sono talmente abituati
1 Massimo Scaligero, Esoterismo
moderno: L’opera e il pensiero di René Guénon, nel primo numero della
rivista italiana Imperium (maggio 1950). L’espressione «esoterismo
moderno», è già di per se stessa abbastanza significativa, in primo luogo
perché costituisce una contraddizione in termini, e poi perché è più che
evidente che non c’è niente di «moderno», nella nostra opera, la quale al
contrario, sotto qualsiasi rapporto, va esattamente all’opposto dello spirito
moderno.
21
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
a fermarsi alle apparenze esteriori, da farci
veramente temere la possibilità di un simile errore; quando lo si vede
effettivamente commettere anche nei confronti di autorità in campo tradizionale
come Shankarâchârya, non c’è da stupirsi che, a maggior ragione, ciò avvenga
nei nostri riguardi, e che si scambi così la «scorza» con il «nocciolo».
Comunque sia, vorremmo proprio sapere come una verità di qualsiasi ordine
potrebbe esprimersi altro che con le parole (a parte il caso di figurazioni
puramente simboliche, che qui sono fuori causa), e nella forma «dialettica», e
cioè discorsiva, che le necessità stesse del linguaggio umano impongono, e
anche come, in vista di una cosa del genere, un’esposizione verbale qualsiasi,
sia scritta che orale, possa essere utilizzata se non in via «preliminare»; e
peraltro ci pare di avere abbastanza insistito sul carattere essenzialmente
preparatorio di una conoscenza teorica (la sola evidentemente che si possa
raggiungere con lo studio di un’esposizione del genere), il che non esclude che
a questo titolo, ed entro questi limiti, essa sia rigorosamente indispensabile
a tutti quelli che in seguito vorranno andar oltre. Aggiungiamo subito, a
scanso di equivoci, che contrariamente a quanto vien detto a proposito di un
passaggio del nostro Considerazioni sulla via iniziatica, non abbiamo
mai inteso esprimere alcunché della «nostra esperienza interiore», che come
tale riguarda solo noi e non può interessare nessuno, come del resto dev’essere
dell’«esperienza interiore» di chiunque, di per sé sempre strettamente
incomunicabile.
L’autore sembra non comprendere molto bene il
significato che ha per noi il termine stesso di «metafisica», ed ancor meno il
nostro modo d’intendere l’«intellettualità pura»,
22
METAFISICA E DIALETTICA
alla quale si direbbe voglia negare ogni
carattere di «trascendenza», ciò che implica una banale confusione fra
intelletto e ragione, e può spiegare l’errore commesso circa la funzione della
«dialettica» nei nostri scritti (e possiamo anche dire in qualunque scritto che
si riferisca allo stesso dominio). È facilissimo accorgersene quando afferma
che «il significato ultimo della nostra opera», di cui parla con una sicurezza
che la sua incomprensione non giustifica molto, risiede in «una trasparenza
mentale non riconosciuta come tale, e con dei limiti ancora “umani” che entrano
in funzione quando scambiamo questa trasparenza per l’iniziazione effettiva».
Di fronte ad asserzioni del genere, ci tocca ripetere una volta di più, e
quanto mai recisamente, che non esiste alcuna differenza fra la conoscenza
intellettuale pura e trascendente (che come tale, all’opposto della conoscenza
razionale, non ha niente di «mentale» né di «umano»), ovvero la conoscenza
metafisica effettiva (cioè non soltanto teorica) e la realizzazione iniziatica,
come d’altronde non ne esiste fra l’intellettualità pura e la vera
spiritualità.
Di conseguenza si capisce perché l’autore ha
ritenuto di dover parlare, ed anche con insistenza, del nostro «pensiero», e
cioè di qualcosa che a rigore dovrebbe essere considerato come inesistente, o
almeno non contare niente per quanto riguarda la nostra opera, che non è frutto
di un «pensiero», ma è esclusivamente un’esposizione di dati tradizionali, in
cui di nostro vi è soltanto l’espressione; questi stessi dati, a loro volta,
non derivano affatto da un «pensiero», poiché il loro carattere tradizionale implica
essenzialmente un’origine sopraindividuale e «non umana». Il suo errore appare
ancor
23
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
più evidente, dove egli dichiara che noi
abbiamo «raggiunto mentalmente» l’idea dell’Infinito, cosa del resto
impossibile; per la verità non l’abbiamo affatto «raggiunta», né mentalmente né
in altri modi, perché quest’idea (e tale parola non può essere impiegata in un
caso simile se non a condizione di liberarla dall’accezione unicamente
«psicologica» che le viene attualmente attribuita) non si può afferrare altro
che in modo diretto, con un’intuizione immediata, la quale, diciamolo ancora
una volta, appartiene al dominio dell’intellettualità pura; tutto il resto non
è che un insieme di mezzi destinati a preparare a questa intuizione coloro che
ne sono capaci, essendo evidente che fino a quando ci si limiterà a «pensare»
utilizzando questi mezzi, nessun risultato effettivo sarà possibile, proprio
come chi ragiona o riflette su quanto comunemente si è convenuto di chiamare le
«prove dell’esistenza di Dio» non perviene alla conoscenza effettiva della
Divinità. Quel che teniamo a far sapere, è che i «concetti» in se stessi, e
soprattutto le «astrazioni», non ci interessano proprio per niente (come non
interessano tutti coloro i quali intendono porsi da un punto di vista
strettamente ed integralmente tradizionale), e che lasciamo volentieri tutte
queste elucubrazioni mentali a filosofi e ad altri «pensatori»1.
Solo, dovendo esporre cose che in realtà sono di tutt’altro ordine,
1 Per noi il tipo
classico del «pensatore» nel vero senso della parola è Cartesio; chi non è
niente di più, può arrivare come massimo al «razionalismo» poiché,
nell’incapacità di superare l’esercizio delle facoltà puramente individuali e
umane, e quindi nell’ignoranza di tutto ciò che queste non permettono di
raggiungere, non può essere che un «agnostico» nei confronti di tutto ciò che
appartiene al dominio metafisico e trascendente.
24
METAFISICA E DIALETTICA
e per di più in una lingua occidentale, non
vediamo proprio come si potrebbe evitare di impiegare parole, la maggior parte
delle quali non esprimono normalmente che semplici concetti, dal momento che
non se ne hanno altre a disposizione1; se certuni sono incapaci di
capire la trasposizione che bisogna effettuare in simili casi per penetrare il
«senso ultimo», noi disgraziatamente non possiamo farci niente. Quanto a voler
scoprire nella nostra opera dei segni caratteristici del «limite della nostra
conoscenza», non val neanche la pena di prendere in considerazione
un’obbiezione del genere, perché, a parte il fatto che non è di «noi» che si
tratta, dal momento che la nostra esposizione è rigorosamente impersonale,
avendo come argomento verità d’ordine tradizionale (e se non siamo sempre
riusciti a rendere perfettamente evidente questo carattere, la cosa è
esclusivamente imputabile alle difficoltà dell’espressione)2, tale
obbiezione, dicevamo, ci ricorda il caso di coloro i quali pensano che tutto
ciò di cui volutamente non si è parlato ci sia ignoto od incompreso. Quanto
alla «dialettica esoterista», l’unico modo di dare un senso accettabile a
quest’espressione è di intenderla come una dialettica al servizio
dell’esoterismo, come mezzo esteriore utilizzato per comunicare ciò che è
suscettibile di essere trasmesso
1 Eccettuate
naturalmente le parole che appartenevano inizialmente ad una terminologia
tradizionale, e alle quali basta naturalmente restituire il loro significato
primitivo.
2 Teniamo a
precisare, a questo proposito, che ci è sempre dispiaciuto che le abitudini
dell’epoca attuale ci abbiano impedito di pubblicare le nostre opere nel più
stretto anonimato, cosa che, come minimo, avrebbe impedito a certuni di
scrivere una quantità di sciocchezze, e a noi stessi d’avere troppo spesso la
fatica di rilevarle e rettificarle.
25
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
verbalmente, ma sempre con la riserva che
un’espressione del genere è per forza di cose inadeguata, soprattutto quando
riguarda l’ordine della metafisica pura, per il fatto stesso di essere
formulata in termini umani. La dialettica, in definitiva, non è altro che la
messa in opera o l’applicazione pratica della logica1; ora è
evidente che, qualunque cosa si voglia dire, bisogna per forza sottostare alle
leggi della logica, il che non equivale affatto a ritenere che le verità
espresse siano, in sé, dipendenti da tali leggi, così come il tracciare
l’immagine di un oggetto a tre dimensioni su di una superficie che ne ha solo
due, non significa affatto ignorare l’esistenza della terza. La logica domina
realmente tutto ciò che appartiene alla sfera della ragione e, com’è implicito
nel suo stesso nome, è questo il suo campo d’azione specifico; per contro,
tutto ciò che è d’ordine sopraindividuale, quindi soprarazionale, sfugge
evidentemente per ciò stesso a tale dominio, dato che il superiore non può
essere sottoposto all’inferiore; a proposito delle verità di quest’ordine, la
logica non può dunque intervenire che in modo del tutto accidentale e in quanto
la loro espressione in modo discorsivo, o se si vuole «dialettico», rappresenta
una specie di «discesa» a livello individuale, in mancanza della quale tali
verità rimarrebbero del tutto incomunicabili2.
1 È sottinteso che
intendiamo la parola «dialettica» nel senso originale, quello che aveva ad
esempio per Platone e per Aristotele, senza minimamente preoccuparci delle
accezioni speciali che le vengono date attualmente, e che sono tutte derivate
più o meno direttamente dalla filosofia di Hegel.
2 Non insistiamo
sul rimprovero rivoltoci di parlare «come se la trascendenza e la realtà
sedicente esteriore fossero separate l’una
26
METAFISICA E DIALETTICA
Per una singolare inconseguenza, mentre
l’autore ci rimprovera, per pura e semplice incomprensione, di arrestarci al
«mentale» senza che ce ne rendiamo conto, sembra esser particolarmente
imbarazzato dal fatto che abbiamo parlato di «rinuncia al mentale». Le sue
considerazioni a questo proposito sono molto confuse, ma in fondo egli sembra
rifiutarsi di prendere in esame la possibilità del superamento dei limiti
dell’individualità, e, in fatto di realizzazione, tutto pare limitarsi per lui,
ci si consenta l’espressione, ad una specie di «esaltazione» di questa
individualità, poiché pretende che proprio «l’individuo in sé tenda a ritrovare
la sua sorgente prima», il che rappresenta appunto, per l’individuo,
un’impossibilità, non potendo egli evidentemente superare se stesso coi suoi
soli mezzi; e se poi questa «sorgente prima» fosse d’ordine individuale,
sarebbe ancora qualcosa di ben relativo. Se l’essere che è un individuo umano
in un certo stato di manifestazione fosse in verità soltanto questo, non ci sarebbe
per lui alcun mezzo per uscire dalle condizioni di tale stato, e fino a che non
ne è uscito effettivamente, cioè fino a che è ancora un individuo secondo le
apparenze (e non bisogna dimenticare che per la sua coscienza attuale tali
apparenze si confondono
dall’altra»; se l’autore fosse a conoscenza di ciò
che abbiamo detto, in particolare a proposito della «realizzazione
discendente», o se l’avesse capito, certamente se ne sarebbe dispensato; questo
non impedisce peraltro che tale separazione abbia un’esistenza reale
«nell’ordine che le è proprio», che è quello dell’esistenza contingente, e che
essa cessi interamente soltanto per colui che sia passato al di là di questa
esistenza, e che sia definitivamente affrancato dalle sue condizioni
limitative; checché egli possa pensarne, bisogna sempre saper mettere le cose
al loro posto e al loro grado di realtà, e queste non sono distinzioni
«d’ordine puramente dialettico»!
27
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
allora con la realtà stessa, poiché
rappresentano tutto quanto egli può coglierne), l’indispensabile per
permettergli di superarle non può che presentarglisi come «esteriore»1:
egli non ha ancora conseguito lo stadio in cui una distinzione come quella fra
«interiore» ed «esteriore» cessa di esser valida. Qualsiasi concezione tendente
a negare queste verità incontrovertibili non sarà mai altro che una
manifestazione dell’individualismo moderno, quali che siano le illusioni che a
questo proposito possano farsi i suoi sostenitori2; e, nel caso che
ci occupa presentemente, le conclusioni cui si arriva in definitiva, e che
equivalgono di fatto alla negazione della tradizione e dell’iniziazione con il
pretesto del non voler ricorrere a mezzi «esteriori» di realizzazione, mostrano
fin troppo chiaramente che le cose stanno in questo modo.
Sono tali conclusioni che ancora dobbiamo
prendere in esame, e tra queste almeno un passaggio è da citare integralmente:
«Nella costituzione interiore dell’uomo moderno, esiste una frattura che gli fa
apparire la tradizione come un corpus dottrinale e rituale esteriore, e
non come una corrente di vita sovrumana in cui gli sia dato immergersi per
rivivere; nell’uomo moderno vive l’errore che separa il trascendente dal mondo
dei sensi, in modo che egli percepisce questo come privato del divino;
1 Ricordiamo, ammesso che ce ne sia bisogno, che
l’iniziazione prende naturalmente l’essere qual è, nel suo stato attuale, per
dargli i mezzi atti a superarlo; è perciò che, di primo acchito, tali mezzi
appaiono come «esteriori».
2 Al giorno d’oggi, c’è molta gente che ritiene di
essere sinceramente «antimoderna» e che invece è non meno profondamente
intaccata dall’influenza dello spirito moderno; non è questo d’altronde che uno
dei tanti esempi della confusione che attualmente regna sovrana.
28
METAFISICA E DIALETTICA
per conseguenza, la riunione, la
reintegrazione, non può avvenire mediante una forma di iniziazione che precede
l’epoca in cui tale errore è diventato un fatto compiuto». Anche noi siamo
decisamente del parere che quello è un errore tra i più gravi, non solo, ma che
tale errore, che costituisce propriamente il punto di vista profano, è così
caratteristico dello spirito moderno vero e proprio da esserne veramente
inseparabile, al punto che chi ne è dominato non ha alcuna speranza di
potersene liberare; è evidente che, dal punto di vista iniziatico, l’errore in
questione è una «squalificazione» insormontabile, ed è per questo che l’«uomo
moderno» è realmente inadatto a ricevere un’iniziazione, o perlomeno a
pervenire all’iniziazione effettiva; ma è doveroso aggiungere che ci sono delle
eccezioni, e ciò perché, malgrado tutto, esistono ancora attualmente, anche in
Occidente, uomini che, per la loro «costituzione interiore», non sono «uomini
moderni», che sono in grado di capire cos’è essenzialmente la tradizione, e che
non accettano di considerare l’errore profano come un «fatto compiuto»; è ad
essi che abbiamo sempre ed esclusivamente inteso rivolgerci. Ma non è tutto
qui, ed infatti l’autore cade in seguito in una curiosa contraddizione quando
sembra voler presentare come un «progresso» ciò che egli aveva dapprima
riconosciuto come un errore; citiamo di nuovo le stesse parole: «Ipnotizzare
gli uomini con il miraggio della tradizione e dell’organizzazione “ortodossa”
per trasmettere l’iniziazione, significa paralizzare questa possibilità di
liberazione e di conquista della libertà, la quale, per l’uomo attuale, sta
proprio nel fatto che egli ha raggiunto l’ultimo scalino della conoscenza, che
egli è diventato cosciente fino al punto in cui
29
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
gli Dei, gli oracoli, i miti e le trasmissioni
iniziatiche non agiscono più». Ecco un ben strano esempio di misconoscenza
della situazione reale: mai come ora l’uomo è stato più lontano dall’«ultimo
gradino della conoscenza», a meno che non si voglia intenderla in senso
discendente, e se in effetti egli è giunto al punto in cui tutte le cose che
sono state testé enunciate non agiscono più su di lui, non è perché egli sia
salito troppo in alto, ma viceversa perché è caduto troppo in basso, come è
ampiamente dimostrato dal fatto che, per contro, le innumerevoli e talvolta
grossolane contraffazioni di queste cose riescono molto bene a completare il
suo squilibrio. Si parla spesso di «autonomia», di «conquista della libertà» e
via di seguito, intendendoli sempre in senso puramente individualistico, ma si
dimentica, o meglio si ignora, che la vera liberazione non è possibile che
mediante l’affrancamento dai limiti inerenti alla condizione individuale; non
si vuol più sentir parlare di trasmissione iniziatica regolare né di
organizzazioni tradizionali ortodosse, ma cosa si dovrebbe pensare del caso,
del tutto simile a questo, di un uomo che, essendo sul punto di annegare,
rifiutasse l’aiuto offertogli da un salvatore perché costui è «esteriore» a
lui? Lo si voglia o no, la verità, che non ha niente da spartire con una
«dialettica» qualsiasi, è che al di fuori del riallacciamento ad
un’organizzazione tradizionale non c’è iniziazione, e senza preventiva
iniziazione nessuna realizzazione metafisica è possibile: questi non sono
«miraggi», o illusioni «ideali», o vane speculazioni del «pensiero», ma realtà
assolutamente positive. Senza dubbio il nostro contraddittore continuerà a dire
che i nostri scritti non escono dal «mondo delle parole»; questo è più che
evidente, per forza di
30
METAFISICA E DIALETTICA
cose, e altrettanto si può dire di quel che
scrive lui stesso, ma per lo meno vi è una differenza essenziale: per quanto
egli possa esser persuaso del contrario, le sue parole, per chi ne comprende il
«senso ultimo», traducono unicamente l’attitudine mentale di un profano; e lo
preghiamo di credere che da parte nostra questa non è affatto un’ingiuria, ma
solo l’espressione «tecnica» di un puro e semplice stato di fatto.
31
III
LA MALATTIA DELL’ANGOSCIA
Oggigiorno è venuto di moda, in certi
ambienti, parlare di «inquietudine metafisica» o anche di «angoscia
metafisica»: queste espressioni, evidentemente assurde, non fanno che tradire
il disordine mentale della nostra epoca; ma, come sempre in casi del genere,
può essere interessante cercar di precisare cosa ci sia sotto questi errori, e
cosa implichino esattamente tali abusi di linguaggio. È chiaro, che quelli che
parlano in questo modo non hanno la benché minima nozione di cosa sia veramente
la metafisica; ma ci si può anche chiedere per quale motivo essi vogliano
trasferire nel concetto che si fanno di questo dominio a loro ignoto, proprio
questi termini, inquietudine e angoscia, piuttosto che degli altri qualsiasi
che vi sarebbero altrettanto fuori posto. Senza dubbio la prima e la più
immediata delle ragioni che si possono vedere in questo fatto è che tali parole
rappresentano sentimenti particolarmente caratteristici dell’età attuale; la
predominanza che vi hanno acquisito è d’altronde abbastanza comprensibile, ed
in un certo senso potrebbe anche esser considerata legittima se si limitasse
all’ordine delle contingenze, in quanto essa è abbondantemente giustificata
dallo stato di squilibrio e di instabilità
33
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
di ogni cosa, stato che si aggrava
continuamente e che non sembra certo atto a dare un’impressione di sicurezza a
coloro che vivono in un mondo così agitato. Se in questi sentimenti è evidente
qualcosa di morboso, gli è che la condizione da cui essi sono causati e
mantenuti è anormale e disordinata di per sé; ma tutto ciò, che non è in
definitiva se non una semplice giustificazione di fatto, non basta a spiegare
l’intrusione di questi stessi sentimenti nella sfera intellettuale, o almeno in
quella che si ritiene ne faccia le veci tra i nostri contemporanei;
quest’intrusione dimostra che in realtà il male è ben più profondo, e che si ha
a che fare con qualcosa che si riallaccia a tutto il complesso della deviazione
mentale del mondo moderno.
A questo proposito, si può subito rilevare che
la perpetua inquietudine dell’uomo moderno non è altro che un aspetto di quel
bisogno di agitazione da noi spesso denunciato, bisogno che, nella sfera
mentale, si traduce nel gusto per la ricerca in se stessa, e cioè per una
ricerca che invece di riconoscere la conoscenza come termine ultimo, come
normalmente dovrebbe essere, si protrae indefinitamente senza condurre a
niente; a parte il fatto che essa viene intrapresa senza alcuna intenzione di
giungere a una verità, cui d’altronde tanti nostri contemporanei non credono
nemmeno. Vogliamo ammettere che un certo grado di inquietudine può avere un
posto legittimo al punto di partenza di qualsiasi ricerca, proprio come impulso
che incita a questa ricerca, perché è evidente che se l’uomo fosse soddisfatto
della sua condizione di ignoranza, vi resterebbe indefinitamente e non
cercherebbe affatto di uscirne; ma allora sarebbe meglio dare un altro nome a
questo genere d’inquietudine: essa
34
LA MALATTIA DELL’ANGOSCIA
è infatti quella «curiosità» che, secondo
Aristotele, è l’inizio della scienza e, beninteso, non ha niente in comune con
i bisogni eminentemente pratici cui gli «empiristi» e i «pragmatisti»
vorrebbero attribuire l’origine di ogni conoscenza umana; ma in ogni caso, la
si chiami inquietudine o curiosità, si tratta di qualcosa che non ha più alcuna
ragion d’essere o di sussistere una volta giunta al termine la ricerca, cioè
una volta raggiunta la conoscenza, di qualsiasi ordine di conoscenza si tratti;
e a maggior ragione essa deve necessariamente sparire in modo completo e
definitivo se si tratta della conoscenza per eccellenza, la conoscenza, cioè,
del dominio metafisico. Nell’idea di un’inquietudine senza fine, e che per
conseguenza non serve a trarre l’uomo dalla sua ignoranza, si può dunque vedere
il segno di una specie di «agnosticismo», più o meno incosciente in molti casi,
ma non per questo meno reale; parlare d’«inquietudine metafisica», lo si voglia
o no, equivale in fondo, sia a negare la conoscenza metafisica stessa, sia a
dichiarare la propria impotenza ad ottenerla, cose tra le quali non c’è poi
quella gran differenza; e quando questo «agnosticismo» è veramente incosciente,
si accompagna abitualmente a quell’illusione che consiste nel prendere per
metafisico ciò che non lo è affatto o, peggio, ciò che non ha valore di
conoscenza ad alcun livello, sia pure relativo, come avviene nella fattispecie
della «pseudometafisica» dei filosofi moderni che è effettivamente incapace di
dissipare la benché minima inquietudine proprio perché non è una vera
conoscenza, e, al contrario, non fa che accrescere il disordine intellettuale e
la confusione delle idee di coloro che la prendono sul serio, rendendo la loro
ignoranza sempre più incurabile; da questo, come da
35
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
qualsiasi altro punto di vista, la falsa
conoscenza è certamente assai peggiore della pura e semplice ignoranza
naturale.
Certuni, come abbiamo detto, non si limitano
all’«inquietudine», ma arrivano perfino a parlare di «angoscia», cosa anche più
grave e che esprime un’attitudine forse ancor più nettamente antimetafisica, se
fosse possibile; i due sentimenti sono d’altronde abbastanza affini, in quanto
entrambi hanno una comune radice nell’ignoranza. L’angoscia, in effetti, non è
che la forma estrema e per così dire «cronica» della paura; ora, l’uomo è
naturalmente portato a provar paura di fronte a ciò che non conosce o non comprende,
e questa stessa paura diventa un ostacolo che gli impedisce di vincere la sua
ignoranza, perché lo induce ad allontanarsi dall’oggetto che gliela provoca e
al quale ne attribuisce la causa, mentre in realtà questa causa non è che in
lui; questa reazione negativa inoltre, è spessissimo seguita da un vero e
proprio odio nei confronti di ciò che non si conosce, soprattutto se l’uomo,
più o meno confusamente, ha l’impressione che si tratti di qualcosa che supera
le sue attuali possibilità di comprensione. Quando però si giunga a dissipare
l’ignoranza, ben presto anche la paura si dissolverà, come nel ben noto esempio
della corda scambiata per un serpente; la paura, e quindi l’angoscia che ne è
un caso particolare, è perciò incompatibile con la conoscenza, e se raggiunge
un grado tale da risultare veramente invincibile, la conoscenza sarà
impossibile anche in assenza di qualsiasi altro impedimento inerente alla
natura dell’individuo; in questo senso si potrebbe dunque parlare non di
«angoscia metafisica», ma di un’«angoscia antimetafisica», che svolge in certo
qual
36
LA MALATTIA DELL’ANGOSCIA
modo la funzione di un vero «custode della
soglia», alla maniera degli Ermetisti, e interdice all’uomo l’accesso al
dominio della conoscenza metafisica.
A questo punto, ci pare opportuno chiarire
meglio in che modo la paura derivi dall’ignoranza, tanto più che a questo
proposito abbiamo recentemente avuto modo di constatare un errore quanto mai
sorprendente: abbiamo visto attribuire l’origine della paura ad una sensazione
di isolamento, e questo in un’esposizione basata sulla dottrina vêdântica,
mentre quest’ultima, al contrario, insegna espressamente che la paura è dovuta
ad una sensazione di dualità; se in effetti un essere fosse veramente solo di
che mai potrebbe aver paura? Si dirà forse ch’egli può aver paura di qualcosa
che si trova in lui stesso; ma anche questo implica che, nella sua condizione
attuale, certi elementi sfuggano alla sua comprensione, cioè che sia in lui una
molteplicità non unificata; il fatto ch’egli sia isolato o meno, non modifica
affatto la situazione e non interviene minimamente in un caso del genere. E
nemmeno si può ragionevolmente invocare, a favore dell’isolamento come
spiegazione, la paura istintiva che l’oscurità provoca in molte persone e
specie nei bambini; questa paura, in realtà, è dovuta all’idea che nel buio
possano esserci cose che non si vedono, che quindi non si conoscono, e che,
appunto per questa ragione, sono temibili; se al contrario si potesse
considerare l’oscurità come priva di qualsiasi presenza sconosciuta, la paura
sarebbe senza oggetto e non si produrrebbe. È vero che l’essere che prova paura
cerca di isolarsi, ma appunto per sottrarsi ad essa: egli assume un’attitudine
negativa, si «ritrae» come per evitare qualsiasi contatto con quel che teme, e
da ciò provengono
37
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
senza dubbio la sensazione di freddo e gli
altri sintomi fisiologici che abitualmente accompagnano la paura; ma questa
specie di difesa irrazionale è d’altronde inefficace, in quanto è più che
evidente che, qualunque cosa faccia, egli non può realmente isolarsi
dall’ambiente al quale appartiene, a causa delle sue stesse condizioni
d’esistenza, e che fin quando si considera circondato da un «mondo esteriore»,
gli è impossibile mettersi interamente al riparo dagli attacchi di
quest’ultimo. La paura non può essere provocata che dall’esistenza di altri
esseri, i quali, appunto in quanto «altri», costituiscono questo «mondo
esteriore», oppure da elementi che, pur facendo parte dell’essere stesso, non
sono meno estranei ed «esteriori» alla sua coscienza attuale; ma l’«altro»,
come tale, esiste soltanto a causa dell’ignoranza, poiché qualsiasi conoscenza
implica essenzialmente un’identificazione; si può dunque affermare che quanto
più un essere conosce, tanto meno esiste per lui qualcosa d’«altro» o di
«esteriore», e che, alla stessa stregua, la possibilità della paura,
possibilità d’altronde del tutto negativa, è per lui abolita; e per finire, lo
stato di «solitudine» assoluta (kaivalyia), che è al di là di ogni
contingenza, è uno stato di pura impassibilità. Osserviamo per inciso, a questo
proposito, che l’«atarassia» stoica rappresenta unicamente la deformazione
concettuale di uno stato del genere, poiché pretende di applicarsi ad un essere
che in realtà è ancora sottomesso alle contingenze, ed appunto per ciò è contraddittoria;
sforzarsi di considerare le cose esteriori come indifferenti, per quanto è
possibile nella condizione individuale, può costituire una specie di esercizio
preparatorio in vista della «liberazione», ma niente di più, perché per
l’essere che è veramente
38
LA MALATTIA DELL’ANGOSCIA
«liberato» non esistono più cose esteriori; un
esercizio del genere può, insomma, essere considerato l’equivalente di ciò che,
nelle prove iniziatiche, esprime la necessità di sormontare preventivamente la
paura per giungere alla conoscenza, conoscenza che, in seguito, renderà tale
paura impossibile, perché, una volta ottenuta, più nulla potrà aver presa
sull’essere; ed è evidente che bisogna evitare di confondere i preliminari
dell’iniziazione con il risultato finale di essa.
Un’altra, osservazione non priva d’interesse,
benché secondaria, è che la sensazione di freddo e gli altri sintomi esteriori
cui abbiamo fatto cenno poco fa, possono prodursi anche se l’essere che li
prova è incosciente di aver paura, quando si manifestino influenze psichiche
dell’ordine più basso, come per esempio nelle sedute spiritiche e nei fenomeni
di «stregoneria»; anche in questi casi si tratta di una difesa sub-cosciente e
quasi «organica» davanti a qualcosa di ostile e nello stesso tempo d’ignoto, almeno
per l’uomo ordinario, il quale non conosce effettivamente se non ciò che è
suscettibile di cadere sotto i suoi sensi, come le cose del dominio corporeo.
Il «timor panico», che si produce senza causa apparente, è anch’esso dovuto
alla presenza di influenze che non appartengono all’ordine sensibile; spesso
d’altronde avviene come fenomeno collettivo, il che depone ancora contro la
spiegazione della paura dovuta all’isolamento; e non si tratta necessariamente
in questo caso di influenze sottili d’ordine inferiore, perché può anche
succedere che sia un’influenza spirituale, e non un’influenza psichica, a
provocare un terrore di questo tipo in elementi «profani» che l’avvertono
vagamente senza conoscerne la natura; l’osservazione di questi fatti, che in
39
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
definitiva non hanno niente di anormale
checché ne pensi l’opinione corrente, altro non è se non una riprova che la
paura è realmente causata dall’ignoranza, e per questa ragione abbiamo ritenuto
opportuno segnalarli di sfuggita.
Possiamo ora affermare, per ritornare
all’argomento principale, che coloro i quali parlano di «angoscia metafisica»
dimostrano subito, con questo, la loro ignoranza totale della metafisica; ed
inoltre, il loro atteggiamento fa sì che quest’ignoranza diventi invincibile,
tanto più che l’angoscia, non essendo una semplice e passeggera sensazione di
paura, ma una paura passata in certo qual modo allo stato cronico e come tale
insediata nello «psichismo» stesso dell’essere, può esser considerata come una
vera e propria malattia; fino a che non la si supera, essa, alla stessa stregua
di altri gravi difetti d’ordine psichico, costituisce veramente una
«squalificazione» nei confronti della conoscenza metafisica. Questa, d’altra
parte, è l’unica definitiva via d’uscita contro l’angoscia, contro la paura
sotto tutti i suoi aspetti ed anche contro la semplice inquietudine, e poiché
queste sensazioni sono esclusivamente conseguenze o prodotti dell’ignoranza, la
conoscenza, una volta ottenuta, le distrugge integralmente dalle radici e le
rende impossibili; senza di essa invece, anche se momentaneamente messe da
parte, possono sempre riapparire a seconda delle circostanze. Quando poi è la
conoscenza per eccellenza ad essere in causa, quest’effetto si ripercuoterà
necessariamente in tutti i domini inferiori, di modo che queste stesse
sensazioni svaniranno anche nei confronti delle cose più contingenti; in
effetti, come potrebbero influenzare colui il quale vede tutte le cose nel
principio, e sa
40
LA MALATTIA DELL’ANGOSCIA
dunque che esse, quali che siano le apparenze,
non sono in definitiva se non elementi dell’ordine totale? Così accade per
tutti i mali di cui soffre il mondo moderno: il vero rimedio non può venire che
dall’alto, cioè dalla restaurazione dell’intellettualità pura; fin tanto che si
cercherà di porvi rimedio dal basso, accontentandosi cioè di opporre delle
contingenze ad altre contingenze, tutto quel che si vorrà tentare sarà vano e
inefficace; ma chi potrà capirlo finché si è ancora in tempo?
41
IV
LA CONSUETUDINE CONTRO LA TRADIZIONE
Abbiamo sovente denunciato la strana
confusione che gli uomini d’oggi quasi sempre fanno fra tradizione e
consuetudine; i nostri contemporanei definiscono infatti volentieri col nome
«tradizione» una quantità di cose che in realtà sono semplici consuetudini,
spesso affatto insignificanti, e talvolta d’invenzione del tutto recente; e
basta che qualcuno istituisca una festa profana qualsiasi perché questa, nel
giro di qualche anno, venga chiamata «tradizionale». Questo abuso di linguaggio
è evidentemente dovuto all’ignoranza dell’uomo moderno nei riguardi di tutto
ciò che è tradizione nel vero senso della parola; ma vi si può anche scorgere
una manifestazione di quello spirito di «contraffazione» da noi già segnalato
in tanti altri casi: dove la tradizione viene a mancare, si cerca di
sostituirla, consciamente o inconsciamente, con una specie di parodia, allo
scopo di colmare, almeno in apparenza, il vuoto lasciato da questa mancanza di
tradizione; non basta dunque dire che l’usanza è completamente diversa dalla
tradizione: essa e, in realtà, nettamente contraria alla tradizione, e nei più
svariati modi serve alla diffusione ed al mantenimento dello spirito
antitradizionale.
43
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
Bisogna infatti aver sempre ben presente che
tutto ciò che è d’ordine tradizionale implica essenzialmente un elemento
«sovrumano»; la consuetudine è invece cosa puramente umana, o per
degenerazione, o proprio come origine. E però a questo proposito bisogna
distinguere due casi: il primo riguarda cose che un tempo possono aver avuto un
senso profondo, e talvolta anche un carattere propriamente rituale, che
tuttavia è andato completamente perduto dal momento in cui esse hanno cessato
di essere integrate in un insieme tradizionale, diventando così «lettera morta»
o «superstizione» nel vero senso etimologico; poiché più nessuno ne comprende
la ragione, esse sono quanto mai atte a subire deformazioni e aggiunte di
elementi estranei provenienti dalla fantasia individuale o collettiva. Questo
caso riguarda generalmente consuetudini alle quali è impossibile assegnare
un’origine precisa; il meno che si possa dire a questo riguardo è che un fatto
del genere sta a testimoniare la perdita dello spirito tradizionale, e sotto
questo aspetto può apparire forse più grave come sintomo che non per gli
inconvenienti che presenta. Purtuttavia, due sono i pericoli che vi si possono
scorgere: da una parte gli uomini giungono in questo modo a compiere certi atti
per semplice abitudine, e cioè macchinalmente e senza una valida ragione
(risultato tanto più preoccupante in quanto questa attitudine «passiva» li
predispone a ricevere qualsiasi genere di «suggestione» senza reagire); d’altra
parte, gli avversari della tradizione, assimilando quest’ultima a tali azioni
compiute meccanicamente, non mancano di approfittarne per porla in ridicolo; ne
risulta che questa confusione, che per certuni non sempre è involontaria,
44
LA CONSUETUDINE CONTRO LA TRADIZIONE
viene utilizzata per ostacolare qualsiasi
possibilità di restaurazione dello spirito tradizionale.
Il secondo caso è quello per cui veramente si
può parlare di «contraffazione»: le consuetudini di cui abbiamo parlato testé
portano ancora, malgrado tutto, l’impronta di qualcosa che agli inizi ebbe un
carattere tradizionale e, a questo titolo, possono non sembrare ancora del
tutto profane; si cercherà dunque, in uno stadio ulteriore, di sostituirle per
quanto possibile con altre consuetudini, queste ultime completamente inventate,
che verranno accettate facilmente proprio perché gli uomini sono già abituati a
fare cose prive di senso; è questa la «suggestione» a cui testé facevamo
allusione. Quando un popolo è stato distolto dalla pratica dei riti
tradizionali, è ancora possibile che ne senta la mancanza e che provi
l’esigenza di ritornare ad essi; per impedire questo ritorno gli si daranno
degli «pseudo riti» che, se sarà il caso, potranno anche venirgli imposti; e
questa simulazione di riti è talora così spinta che non è difficile
riconoscervi l’intenzione formale, anche se dissimulata, di porre in atto una
specie di «contro tradizione». Sempre a questo proposito, vi sono ancora alcune
cose che, pur sembrando più inoffensive, sono in realtà ben lungi dall’esserlo
veramente; intendiamo riferirci a quelle consuetudini che influenzano, più che
la vita della collettività, la vita di ogni singolo individuo; la loro funzione
è pur sempre quella di soffocare ogni attività rituale o tradizionale
sostituendovi la preoccupazione, e non sarebbe esagerato dire l’ossessione,
d’una quantità di cose perfettamente insignificanti, se non addirittura
assurde, la cui stessa «pochezza» contribuisce validamente alla rovina di ogni
intellettualità.
45
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
Il carattere dissolvente della consuetudine
può essere al giorno d’oggi direttamente constatato nei paesi orientali: per
quanto riguarda l’occidente, ormai da lungo tempo è stato oltrepassato lo
stadio in cui era anche soltanto concepibile che tutte le azioni umane
potessero rivestire un carattere tradizionale; ma là ove la nozione di «vita
ordinaria», intesa nel senso profano già da noi illustrato in altra occasione,
non si è ancora generalizzata, si può, per così dire, cogliere sul nascere il
modo in cui tale nozione arriva a prender forma, nonché la funzione che svolge
in tal senso la sostituzione della consuetudine alla tradizione. Si tratta
evidentemente di una mentalità che, almeno attualmente, non è ancora
caratteristica della maggior parte degli Orientali, pur appartenendo già a
quelli tra loro che potremmo chiamare indifferentemente «modernisti» od
«occidentalizzati», parole che in fondo esprimono uno stesso concetto: quando
qualcuno giustifica il suo modo d’agire dicendo che «si usa far così», si può
essere sicuri che si tratta di un individuo staccato dalla sua tradizione e
divenuto incapace di comprenderla; non soltanto egli non compie più i riti
essenziali, ma se anche ha conservato qualche «osservanza» secondaria, è
soltanto «perché si usa» e per ragioni puramente umane, fra le quali la
preoccupazione dell’«opinione» occupa molto spesso un posto dominante; e
soprattutto non manca mai di osservare scrupolosamente una quantità di quelle
usanze inventate di cui parlavamo ultimamente, che non si distinguono
minimamente dalle futilità che costituiscono il comune «saper vivere» degli
Occidentali moderni, e che ne sono anzi talvolta pure e semplici imitazioni.
Quel che forse colpisce di più in queste
consuetudini
46
LA CONSUETUDINE CONTRO LA TRADIZIONE
del tutto profane, sia in Oriente che in
Occidente, è il carattere di incredibile «pochezza» cui abbiamo già fatto
cenno: sembra che esse mirino esclusivamente a trattenere tutta l’attenzione
non solo su cose in sé totalmente esteriori e prive di qualsiasi significato,
ma addirittura sui dettagli più banali e ristretti di queste cose, il che,
evidentemente, è uno dei migliori mezzi esistenti per condurre coloro che
accettano questo trattamento ad una vera e propria atrofia intellettuale, di
cui l’esempio più convincente è la così detta mentalità «mondana» occidentale.
Coloro i quali sono dominati da simili preoccupazioni, anche se non arrivano a
questo punto, sono però manifestamente incapaci di concepire qualsiasi realtà
di ordine profondo: tra queste cose vi è un’incompatibilità talmente evidente
che è inutile insistervi oltre, ed è altrettanto chiaro che, per questa
ragione, essi si trovano chiusi nel cerchio della «vita ordinaria», costituita
appunto da uno spesso tessuto di apparenze esteriori, quelle stesse su cui sono
stati «esercitati» ad impiegare esclusivamente ogni loro attività mentale. Si
può dire che per essi il mondo ha perduto ogni «trasparenza» perché non vedono
in esso più nulla che sia segno od espressione di verità superiori, e
quand’anche si parlasse loro di questo senso interiore delle cose, non soltanto
non capirebbero, ma comincerebbero immediatamente a chiedersi cosa mai i loro
simili potrebbero dire o pensare di loro se, per assurdo, arrivassero ad
ammettere un simile punto di vista, e più ancora a conformare ad esso la loro
esistenza!
In effetti è il timore dell’«opinione» che più
d’ogni altra cosa permette alla consuetudine di imporsi in questo modo, e di
acquistare il carattere di una vera ossessione;
47
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
l’uomo non può agire senza una motivazione,
per legittima o illegittima che sia, per cui, dal momento che occorre ch’egli
ne abbia una anche in un caso come questo, in cui, essendo in causa azioni del
tutto prive di significato, una motivazione realmente valida non esiste, egli
se la cerca nella stessa sfera bassamente contingente e priva di qualsiasi
portata effettiva a cui appunto appartengono queste azioni. Si obbietterà forse
che, affinché ciò sia possibile, bisogna che un’opinione si sia già costituita
sulle consuetudini in questione; di fatto, invece, è sufficiente ch’esse si
siano affermate in un ambiente molto ristretto, inizialmente anche solo come
una semplice «moda», perché questo fattore possa entrare in gioco; e quando
tali consuetudini, per il solo fatto che nessuno osa più astenersi
dall’osservarle, hanno perciò finito con l’affermarsi, potranno in seguito
estendersi a grado a grado, e nel frattempo quella che inizialmente era solo
opinione di qualcuno finirà per diventare la cosiddetta «opinione pubblica».
Si può dire che il rispetto della consuetudine
come tale, non è in fondo nient’altro che il rispetto della stupidità umana,
perché è questa, in casi del genere, ad esprimersi naturalmente nell’opinione;
d’altronde, «fare come tutti» secondo l’espressione corrente a questo proposito
e che per certuni pare avere il valore di ragion sufficiente di tutte le loro
azioni, significa necessariamente assimilarsi alla massa e cercare di non
distinguersene in alcun modo; è certamente difficile immaginare qualcosa di più
basso e anche di più contrario all’attitudine tradizionale: questa implica
infatti che ciascuno debba fare costantemente ogni sforzo per elevarsi nella
misura delle proprie possibilità, e non ridursi a quel
48
LA CONSUETUDINE CONTRO LA TRADIZIONE
tipo di nullità intellettuale che traduce una
vita interamente assorbita dall’osservanza delle consuetudini più insulse e dal
timore puerile d’esser sfavorevolmente giudicato dai primi venuti, cioè in
definitiva dagli stupidi e dagli ignoranti.
Nei paesi di tradizione araba si dice che nei
tempi più antichi gli uomini non si distinguevano fra loro che per la
conoscenza; in seguito furono prese in considerazione la nascita e la
parentela; più tardi ancora fu la ricchezza ad esser considerata come un
distintivo di superiorità; ed infine, nei tempi più recenti, si giudicarono gli
uomini soltanto in base alle apparenze esteriori. Ci si può facilmente render
conto che questa è un’esatta descrizione del predominio successivo, in ordine
discendente, dei punti di vista rispettivamente corrispondenti a quelli delle
quattro caste o, se si preferisce, alle divisioni naturali cui esse
corrispondono. Ora, la consuetudine appartiene incontestabilmente al dominio
delle pure apparenze esteriori dietro le quali non c’è niente; osservare la
consuetudine, per tener conto di un’opinione che non valuta se non tali
apparenze, corrisponde quindi all’atteggiamento tipico del Shûdra.
49
V
A PROPOSITO DEL RICOLLEGAMENTO INIZIATICO
Vi son cose che la maggior parte dei nostri
contemporanei, almeno in Occidente, sembra trovar particolarmente difficili da
capire, talché ci sentiamo obbligati a ritornare su di esse assai sovente; e
pensare che queste cose, che in certo qual modo sono alla base di tutto ciò che
si riferisce al punto di vista tradizionale in generale ed a quello esoterico e
iniziatico in particolare, dovrebbero normalmente essere considerate abbastanza
elementari. Tale, ad esempio, la questione della funzione e dell’efficacia
propria dei riti; e forse perché, almeno in parte, è strettamente connessa con
questa, anche la questione del ricollegamento iniziatico sembra ricadere nello
stesso caso. In effetti, quando si sia capito che l’iniziazione consiste
essenzialmente nella trasmissione di una certa influenza spirituale, e che
questa trasmissione può essere operata solo mediante un rito, quello appunto
con cui si effettua il ricollegamento ad un’organizzazione avente lo scopo
precipuo di conservare e trasmettere l’influenza di cui si parla, ogni
difficoltà al riguardo dovrebbe considerarsi superata; trasmissione e
ricollegamento non sono in definitiva che due aspetti inversi di una sola e
identica cosa, considerata discendendo o risalendo la
51
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
«catena» iniziatica. E tuttavia abbiamo avuto
modo di constatare recentemente che la difficoltà esiste anche per alcuni di
coloro che possiedono effettivamente un tale ricollegamento; ciò potrebbe
sembrare abbastanza stupefacente, se non fosse evidente che si tratta di una
conseguenza dell’indebolimento in senso «speculativo» subito dalle
organizzazioni cui essi appartengono, poiché, senza dubbio, per chi si attiene
unicamente al punto di vista «speculativo» le questioni di questo genere, e
tutte quelle definibili come propriamente «tecniche», non possono che apparire
in una prospettiva molto indiretta e lontana, e per questa ragione la loro
importanza fondamentale rischia di essere più o meno completamente
misconosciuta. Si può anche affermare che un esempio come questo permette di
misurare tutta la distanza che separa l’iniziazione virtuale dall’iniziazione
effettiva; non è che la prima sia da considerare come trascurabile, al
contrario: è proprio questa l’iniziazione nel vero senso della parola cioè l’indispensabile
«inizio» (initium), ed è essa che comporta le possibilità di tutti gli
ulteriori sviluppi; ma bisogna riconoscere, nelle attuali condizioni più che
mai, che tra questa iniziazione virtuale e il minimo inizio di realizzazione,
ci corre parecchio. Comunque sia, credevamo di esserci spiegati a sufficienza
sulla necessità del ricollegamento iniziatico1; ma davanti agli
interrogativi che ancora ci vengono rivolti a questo proposito, riteniamo utile
aggiungere ulteriori precisazioni.
Prima di tutto dobbiamo respingere
l’obbiezione che taluni potrebbero esser tentati di muovere per il fatto
1 Vedere Aperçus
sur l’Initiation (Considerazioni sulla via iniziatica), specialmente
capp. V e VIII.
52
A PROPOSITO DEL RICOLLEGAMENTO INIZIATICO
che il neofita non avverte minimamente
l’influenza spirituale al momento in cui la riceve; questo caso è infatti del
tutto paragonabile a quello di certi riti d’ordine exoterico, quale per esempio
il rito religioso dell’ordinazione, in cui vien trasmessa un’influenza
spirituale altrettanto inavvertita, almeno in linea generale, il che non le
impedisce d’esser realmente presente e di conferire da quel momento, a coloro
che l’hanno ricevuta, certe facoltà che senza di essa non potrebbero avere. Ma
nell’ordine iniziatico bisogna andare più in là: in certo qual modo sarebbe
contraddittorio che il neofita fosse capace di avvertire l’influenza che gli
viene trasmessa, perché di fronte a questa, e per definizione stessa, egli è
ancora in uno stato puramente potenziale e «non sviluppato», mentre la capacità
di avvertirla implicherebbe invece già, necessariamente, un certo grado di
sviluppo o di attualizzazione; per questo dicevamo poco fa che bisogna
cominciare dall’iniziazione virtuale. Soltanto, nel dominio exoterico non v’è
in definitiva alcun inconveniente a che l’influenza ricevuta resti non
percepibile coscientemente, anche in modo indiretto e nei suoi effetti, perché
nella fattispecie non si tratta di ottenere, come conseguenza della
trasmissione operata, uno sviluppo spirituale effettivo; invece le cose
dovrebbero andare del tutto diversamente nel caso dell’iniziazione, dove in
conseguenza del lavoro interiore compiuto dall’iniziato, gli effetti di questa
influenza dovrebbero essere avvertiti in seguito, il che costituisce appunto il
passaggio all’iniziazione effettiva a qualunque livello la si consideri.
Questo, per lo meno, è ciò che normalmente dovrebbe aver luogo se l’iniziazione
desse quei risultati che si ha ragione di attender da essa; in realtà, nella maggior
53
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
parte dei casi l’iniziazione resta sempre
virtuale, cioè gli effetti di cui parliamo rimangono indefinitamente allo stato
latente; ma se le cose vanno a questo modo, da un punto di vista rigorosamente
iniziatico si tratta pur sempre di un’anomalia, anomalia dovuta soltanto a
circostanze contingenti1, come ad esempio l’insufficienza di
qualificazioni dell’iniziato, e cioè la limitazione delle possibilità ch’egli
ha in se stesso cui niente d’esteriore può supplire, nonché lo stato
d’imperfezione o di degenerazione cui sono ridotte attualmente certe
organizzazioni iniziatiche; in queste condizioni, tali organizzazioni non
offrono loro un appoggio sufficiente a conseguire l’iniziazione effettiva, e
nemmeno ne lasciano supporre l’esistenza a coloro che potrebbero esservi
idonei, anche se rimangono pur sempre in grado di conferire l’iniziazione
virtuale, cioè di assicurare, a quelli che possiedono il minimo indispensabile
di qualificazione, la trasmissione iniziale dell’influenza spirituale.
Aggiungiamo ancora per inciso, prima di
passare ad un altro aspetto della questione, che questa trasmissione, come
d’altronde abbiamo già fatto osservare, non ha e non può avere assolutamente
niente di «magico», proprio perché si tratta essenzialmente di un’influenza
spirituale, mentre tutto ciò che è d’ordine magico riguarda esclusivamente la
manipolazione d’influenze psichiche. Anche se può succedere che l’influenza
spirituale sia accompagnata secondariamente da certe influenze psichiche, ciò
non cambia niente alla questione, poiché in definitiva
1 Si può dire
d’altronde che, nelle condizioni di un’epoca come la nostra, è quasi sempre il
caso veramente normale dal punto di vista tradizionale ad apparire come del
tutto eccezionale.
54
A PROPOSITO DEL RICOLLEGAMENTO INIZIATICO
non si tratta che di una conseguenza del tutto
accidentale, dovuta alla corrispondenza che sempre deve esistere fra i diversi
ordini della realtà; in ogni caso non è certo sulla base di queste influenze
psichiche, né per loro tramite, che agisce il rito iniziatico, poiché questo
riguarda unicamente l’influenza spirituale e appunto perché iniziatico, non può
avere alcuna ragion d’essere al di fuori di questa. La stessa cosa, del resto,
è valida anche nel dominio exoterico per quanto concerne i riti religiosi1;
quali che siano le distinzioni che si possono fare fra le influenze spirituali,
sia in se stesse, sia per quanto riguarda gli scopi per cui possono esser messe
in atto, è pur sempre d’influenze spirituali che si tratta, tanto in questo
caso come nei riti iniziatici: ciò basta ad escludere qualsiasi rapporto con la
magia, la quale non è altro che una scienza tradizionale secondaria, d’ordine
affatto contingente e anche molto inferiore, a cui, diciamolo ancora una volta,
tutto quanto riguarda il dominio spirituale è completamente estraneo.
Ed eccoci giunti al punto che ci sembra essere
il più importante, quello che veramente tocca più da vicino il fondo della
questione; sotto questo rapporto l’obbiezione potrebbe esser posta in questi
termini: niente può essere separato dal Principio, perché ciò che lo fosse non
avrebbe effettivamente alcuna esistenza né alcuna realtà, sia pure del grado
più basso; come si può dunque parlare di ricollegamento quando questo, quali
che siano gli intermediari mediante i quali si effettua, non può esser
1 Lo stesso dicasi
anche per altri riti exoterici, in quelle tradizioni che non rivestono forma
religiosa; se qui parliamo soprattutto di riti religiosi è perché essi
rappresentano, in questo campo, il caso più generalmente noto in Occidente.
55
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
concepito in definitiva se non come un
ricollegamento al Principio stesso, il che, a prendere le parole nel loro
significato letterale, sembra implicare il ristabilimento di un legame che era
stato rotto? Si può osservare che un interrogativo del genere è molto simile a
quest’altro, che certuni si sono posti del pari: perché fare degli sforzi per
conseguire la «Liberazione», se il «Sé» (Âtmâ) è immutabile, e permane
sempre lo stesso non potendo minimamente esser modificato o infirmato da
checchessia? Coloro che sollevano questioni come queste dimostrano di fermarsi
ad una visione troppo esclusivamente teorica delle cose, il che implica ch’essi
tengono conto di un solo aspetto, o meglio confondono due punti di vista, che
invece sono ben distinti anche se in un certo senso complementari uno
dell’altro: il punto di vista principiale e quello degli esseri manifestati.
Certamente dal punto di vista puramente metafisico si potrebbe a rigore
attenersi al solo aspetto principiale e non tenere in alcun conto tutto il resto;
ma il punto di vista iniziatico deve al contrario tener conto delle condizioni
attuali degli esseri manifestati, e precisamente degli individui umani come
tali, il suo corpo essendo appunto quello di condurli ad affrancarsi da tali
condizioni; esso deve dunque per forza di cose, ed è anche per ciò che si
distingue dal punto di vista della metafisica pura, prendere in considerazione
quel che si può chiamare uno stato di fatto e collegarlo in qualche modo
all’ordine principiale. Per eliminare ogni possibile equivoco diremo ancora
quanto segue: è evidente che nel Principio nulla può essere soggetto al
cambiamento; non è dunque il «Sé» a dover essere liberato, perché esso non può
essere condizionato o sottoposto a limitazione alcuna,
56
A PROPOSITO DEL RICOLLEGAMENTO INIZIATICO
bensì l’«io», il quale non può esserlo se non
si elimina l’illusione che lo fa apparire separato dal «Sé»; del pari non si
tratta in realtà di ristabilire il legame con il Principio, poiché esso esiste
sempre e non può cessare di esistere1, ma, per l’essere manifestato,
è la coscienza effettiva di questo legame che deve essere realizzata; ora,
nelle condizioni attuali della nostra umanità, non v’è altro mezzo possibile, a
questo fine, che quello fornito dall’iniziazione.
Da quanto precede si può capire che la
necessità del ricollegamento iniziatico non è una necessità di principio, ma
soltanto una necessità di fatto, la quale però, nello stato che ci è proprio e
che pertanto siamo obbligati a prendere come punto di partenza, s’impone in
modo non meno rigoroso. Certamente per gli uomini dei tempi primordiali
l’iniziazione sarebbe stata non solo inutile, ma anche inconcepibile, poiché lo
sviluppo spirituale in tutti i suoi gradi si effettuava per essi in un modo del
tutto naturale e spontaneo in ragione della prossimità in cui si trovavano nei
confronti del Principio; ma, in conseguenza della «discesa» verificatasi dopo
di allora, conformemente all’inevitabile procedere di ogni manifestazione
cosmica, le condizioni del periodo ciclico in cui ci troviamo attualmente sono
ben diverse da quelle, ed è perciò che la restaurazione delle possibilità
inerenti allo stato primordiale è il primo degli scopi che l’iniziazione si
propone2. È dunque tenendo conto di tali
1 Questo legame non
è altro, in fondo, che il sûtrâtmâ della tradizione indù, di cui abbiamo
parlato in altri studi.
2 Sull’iniziazione
intesa, a proposito dei «piccoli misteri», come tale da permettere la
«risalita» del ciclo per tappe successive fino
57
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
condizioni, quali sono di fatto, che dobbiamo
affermare la necessità del ricollegamento iniziatico, pur non facendone una
regola assoluta e senza restrizioni, relativamente alle condizioni di una certa
epoca o, a maggior ragione, di un particolare mondo. A questo proposito
vogliamo richiamare particolarmente l’attenzione su quanto abbiamo detto
altrove a proposito della possibilità che esseri viventi nascano da soli, cioè
senza genitori1; questa «generazione spontanea» è in effetti
possibile in linea di principio, e si può benissimo concepire un mondo dove sia
veramente così; ma questa non è tuttavia una possibilità di fatto nel nostro
mondo, o almeno, per essere più esatti, nelle condizioni attuali di esso; lo
stesso dicasi del conseguimento di certi stati spirituali, conseguimento che
giustamente è anche una «nascita»2; questo paragone ci sembra essere
ad un tempo il più esatto e quello che meglio può aiutare a far capire ciò che
stiamo trattando. Nello stesso ordine di idee possiamo ancora dire questo: allo
stato attuale del nostro mondo, la terra non può produrre spontaneamente una
pianta, cioè senza che vi sia stato deposto un seme necessariamente proveniente
da un’altra pianta3; eppure ad un certo momento dev’essere successo
così, poiché altrimenti niente avrebbe
allo stato primordiale
(cfr. Aperçus sur l’Initiation, pp. 257-258).
1 Aperçus sur l’Initiation, p. 30.
2 Ricordiamo per
inciso, a questo proposito, tutto quel che abbiamo detto altrove
sull’iniziazione vista come «seconda nascita»; questo modo di considerarla è
del resto comune a tutte le forme tradizionali senza eccezione.
3 Segnaliamo, senza
potervi insistere per il momento, che ciò non è privo di punti di contatto con
il simbolismo del seme di grano dei misteri di Eleusi, come pure, in
Massoneria, con la parola di passo del grado di Compagno; l’applicazione
iniziatica è d’altronde evidentemente
58
A PROPOSITO DEL RICOLLEGAMENTO INIZIATICO
mai potuto cominciare; ma questa possibilità
non fa più parte di quelle suscettibili di manifestarsi attualmente. Nelle
condizioni in cui siamo, infatti, niente può raccogliersi che non sia stato
prima seminato, e ciò è vero sia in campo spirituale che in campo materiale;
ora, il germe che dev’essere deposto nell’essere per render possibile il suo
ulteriore sviluppo spirituale, è precisamente quell’influenza la quale, in uno
stato di virtualità e di «involgimento» esattamente comparabile a quello del seme1,
gli è conferita mediante l’iniziazione2.
Approfittiamo di questa occasione per
segnalare un altro equivoco di cui abbiamo rilevato diversi esempi in questi
ultimi tempi: taluni ritengono che il ricollegamento ad un’organizzazione
iniziatica costituisca in certo qual modo soltanto un primo passo «verso
l’iniziazione». Ciò potrebbe esser vero alla condizione di specificare bene
che, in tal caso, è dell’iniziazione effettiva che si tratta; ma coloro a cui
facevamo allusione non fanno alcuna distinzione fra iniziazione virtuale e
iniziazione
in stretto rapporto con l’idea di «posterità
spirituale». Forse, a questo proposito, non è privo di interesse far notare
anche che la parola «neofita» significa letteralmente «nuova pianta».
1 Non è che
l’influenza spirituale in se stessa possa mai essere in uno stato di
potenzialità, ma il neofita la riceve in certo qual modo proporzionatamente al
proprio stato.
2 Potremmo anche
aggiungere che, per la corrispondenza esistente tra l’ordine cosmico e l’ordine
umano, fra i due termini del paragone che abbiamo indicato può esserci non
soltanto una semplice similitudine, ma una relazione molto più stretta e più
diretta, e di natura tale da giustificarla in modo ancor più completo; nella
fattispecie è possibile intravedere che il testo biblico in cui ci viene
presentato l’uomo condannato a non poter più ottenere niente dalla terra, senza
dedicarsi ad un faticoso lavoro (Genesi, III, 17-19), corrisponde
senz’altro alla verità anche secondo il suo senso più letterale.
59
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
effettiva, anzi probabilmente non sanno
neanche che esista una distinzione del genere, che invece è della massima
importanza, se non addirittura essenziale; in più è possibilissimo ch’essi
siano stati influenzati da certe concezioni di origine occultistica o
teosofista sui «grandi iniziati» e altre cose del genere, che certamente sono
fra le più adatte a causare e a mantenere molte confusioni. In ogni caso essi
dimenticano evidentemente che iniziazione deriva da initium, e che
questa parola significa propriamente «entrata» o «punto di partenza»: è
l’entrata in una via che resta da percorrere in seguito, o meglio il punto di
partenza di una nuova esistenza, nel corso della quale verranno sviluppate
possibilità di un ordine diverso da quello cui è strettamente limitata la vita
dell’uomo ordinario; e l’iniziazione intesa in questo modo, cioè nel senso più
ristretto e preciso, non è altro che la trasmissione iniziale dell’influenza
spirituale allo stato di germe, cioè, in altri termini, il ricollegamento iniziatico.
Un’altra questione che si riferisce ancora al
ricollegamento iniziatico è stata del pari sollevata in questi ultimi tempi;
bisogna subito specificare, per intenderne la portata, che essa concerne
particolarmente il caso in cui l’iniziazione venga ottenuta al di fuori dei
mezzi ordinari e normali1. Prima di tutto si deve aver ben presente
che casi del genere sono assolutamente eccezionali e che si verificano soltanto
quando certe circostanze rendono impossibile la trasmissione normale, in quanto
1 È a questo caso
che si riferisce la nota esplicativa aggiunta ad un passaggio delle Pagine
dedicate a Mercurio di Abdul-Hâdi, n° d’agosto 1946 negli Études
Traditionelles, pag. 318-319, riprodotta in appendice al presente volume,
pag. 285.
60
A PROPOSITO DEL RICOLLEGAMENTO INIZIATICO
la loro ragion d’essere è precisamente di
supplirvi in una certa misura. Diciamo solo in una certa misura perché, innanzi
tutto una cosa del genere non può prodursi se non per individualità aventi
qualificazioni di gran lunga superiori all’ordinario, ed aspirazioni così forti
da attirarsi in certo qual modo l’influenza spirituale ch’essi non possono
ricercare coi propri mezzi, e poi perché anche per individualità del genere, in
mancanza dell’aiuto fornito dal costante contatto con un’organizzazione tradizionale,
è ancor più raro che i risultati ottenuti in seguito a tale iniziazione
acquistino un carattere che non sia piuttosto frammentario ed incompleto.
Su questo punto desideriamo insistere in modo
particolare, pur ritenendo il parlare di questa possibilità non scevro di
pericoli, dovuti al fatto che molta gente tende a farsi delle illusioni su tale
argomento; sarà infatti sufficiente che nella loro esistenza accada qualche
avvenimento un po’ fuori dell’ordinario, o che sembri tale ai loro occhi anche
se è in realtà piuttosto comune, perché essi lo interpretino come segno d’aver
ricevuto questa iniziazione eccezionale; ed in particolare, la tentazione di afferrare
il benché minimo pretesto di questo genere per dispensarsi da un ricollegamento
regolare sarà sempre fortissima per gli Occidentali d’oggi; è perciò opportuno
insistere decisamente sul fatto che, non apparendo impossibile tale
ricollegamento, non è il caso di far conto, all’infuori di esso, di ricevere
iniziazione di sorta.
Un altro punto molto importante è il seguente:
anche in casi simili si tratta pur sempre di un ricollegamento ad una «catena»
iniziatica e di una trasmissione di un’influenza spirituale, quali ne siano i
mezzi e le modalità, che senza dubbio possono essere ben diversi da quelli
61
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
in atto nei casi normali, ed implicare per
esempio un’azione esercitantesi al di fuori delle ordinarie condizioni di tempo
e luogo; in ogni caso, però, si ha sempre necessariamente un contatto reale che
non ha assolutamente niente in comune con «visioni» o altre fantasticherie
provenienti esclusivamente dall’immaginazione1. In taluni esempi
noti, come quello già da noi citato altrove2 di Jacob Boehme, tale
contatto fu stabilito mediante l’incontro con un personaggio misterioso in
seguito non più ricomparso; chiunque abbia potuto essere costui3, si
è però trattato di un fatto perfettamente «positivo», e non di un semplice
«segno» più o meno vago ed equivoco che ciascuno può interpretare a modo suo.
Soltanto, è chiaro che l’individuo iniziato in questo modo può non aver
coscienza della vera natura di ciò che ha ricevuto e a cui è stato così
ricollegato e, a maggior ragione, può esser assolutamente incapace di darne una
spiegazione, mancando di un’«istruzione» che gli permetta di avere su tutto ciò
nozioni un po’ precise; può anche accadere ch’egli non abbia mai sentito
parlare di iniziazione, la cosa e il termine in sé essendo del tutto ignoti
nell’ambiente
1 Rammentiamo
ancora che, quando si tratta di questioni d’ordine iniziatico, non si può che
diffidare dell’immaginazione; tutto ciò che è soltanto illusione «psicologica»
o «soggettiva» è assolutamente privo di valore a questo proposito, e non deve
intervenire in alcun modo né ad alcun livello.
2 Aperçus sur l’Initiation, p.70.
3 Può trattarsi,
benché non sia necessariamente sempre così, delle apparenze assunte da un
«adepto» che agisce, come abbiamo detto or ora, al di fuori delle ordinarie
condizioni di tempo e spazio, nel modo che le poche considerazioni da noi
esposte su certe possibilità di quest’ordine in Aperçus sur l’Initiation,
cap. XLII, potranno aiutare a capire.
62
A PROPOSITO DEL RICOLLEGAMENTO INIZIATICO
in cui vive; ma tutto ciò in fondo importa
poco, ed evidentemente non toglie niente alla realtà effettiva di questa
iniziazione, quantunque dal caso specifico ci si possa render conto come essa
presenti inevitabili svantaggi nei confronti dell’iniziazione normale1.
Ciò detto, possiamo arrivare all’interrogativo
cui abbiamo fatto allusione, facilitati nella risposta da queste poche
osservazioni; l’interrogativo è il seguente: certi libri dal contenuto
iniziatico non possono, per individualità particolarmente qualificate, servire
di per se stessi da veicolo alla trasmissione di un’influenza spirituale, in
modo tale che la loro lettura sia sufficiente, senza la necessità di un
contatto diretto con una «catena» tradizionale, a conferire un’iniziazione
simile a quelle di cui abbiamo parlato? Evidentemente l’impossibilità
d’un’iniziazione mediante i libri è un altro punto sul quale ritenevamo di
esserci spiegati a sufficienza in diverse occasioni, e dobbiamo confessare che
non avevamo previsto che la lettura di libri di qualsivoglia natura potesse
esser considerata come uno dei mezzi eccezionali che talvolta prendono il posto
dei mezzi ordinari dell’iniziazione. D’altronde, anche al di fuori del caso
particolare e più preciso che riguarda propriamente la trasmissione d’un’influenza
iniziatica, ci si troverebbe di fronte a qualcosa che è nettamente in contrasto
con il fatto che la trasmissione orale è sempre e dovunque ritenuta condizione
necessaria del vero insegnamento tradizionale, condizione da cui non è
1 Questi svantaggi
hanno fra l’altro la conseguenza di dare spesso all’iniziato, specie per quel
che riguarda il suo modo di esprimersi, una certa qual somiglianza esteriore
con i mistici, che può anche farlo scambiare per uno di essi da coloro che non
vanno al fondo delle cose, com’è capitato in particolare a Jacob Boehme.
63
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
assolutamente possibile ritenersi dispensati1
ove tale insegnamento sia messo per iscritto,
la sua
trasmissione, per essere realmente valevole, implica la comunicazione di un
elemento in certo qual modo «vitale», a cui i libri non possono servire da
veicolo2. Ma è ancora più stupefacente che la questione sia stata
messa in rapporto con un passaggio nel quale, a proposito dello studio
«libresco», avevamo appunto creduto di esserci spiegati in modo tale da evitare
ogni equivoco, segnalando, proprio come suscettibile di una possibilità del
genere, il caso di «libri dal contenuto d’ordine iniziatico»3;
parrebbe dunque non inutile ritornare ancora sull’argomento e spiegare più
completamente ciò che avevamo voluto dire.
È evidente che uno stesso libro può esser
letto in una quantità di modi diversi, e che analogamente diversi sono i
risultati di tale lettura; se si suppone per esempio di aver a che fare con le
Scritture sacre di una determinata
1 Il semplice
contenuto d’un libro, in quanto insieme di parole e di frasi che esprimono
certe idee, non è dunque la sola cosa che importi realmente dal punto di vista
tradizionale.
2 Si potrebbe
obiettare, stando ad alcuni racconti riferentisi soprattutto alla tradizione
rosicruciana, che certi libri siano stati colmati d’influenza dai loro stessi
autori, cosa in effetti possibile per un libro come per qualsiasi altro
oggetto; ma, anche ammessa la realtà di questo fatto, non poteva trattarsi in
ogni caso che di esemplari determinati, e preparati in particolare a questo
scopo, ciascuno dei quali inoltre doveva essere destinato esclusivamente ad un
particolare discepolo, a cui veniva rimesso direttamente, non per far le veci
di un’iniziazione che tale discepolo aveva già ricevuto, ma soltanto per
fornirgli un aiuto più efficace quando questi, nel corso del suo lavoro
personale, si sarebbe servito del contenuto del libro come d’un supporto di
meditazione.
3 Aperçus sur l’Initiation.
64
A PROPOSITO DEL RICOLLEGAMENTO INIZIATICO
tradizione, un profano nel senso più completo
della parola, come il «critico» moderno, vedrà in esse unicamente della
«letteratura», e tutto quel che potrà ricavarne sarà soltanto quella specie di
conoscenza tutta verbale che costituisce l’erudizione pura e semplice, priva
cioè della benché minima comprensione reale sia pure del senso più esteriore,
in quanto il profano non sa, e nemmeno si chiede, se ciò che legge è
l’espressione di una verità: è questo il tipo di sapere che si può definire
«libresco» nell’accezione più rigorosa del termine. Chi invece è ricollegato a
quella determinata tradizione, pur non conoscendone che l’aspetto exoterico,
vedrà in queste Scritture ben altro, anche se la sua comprensione è limitata al
solo senso letterale, per cui quel che troverà in esse avrà per lui un valore
incomparabilmente superiore a quello dell’erudizione; le stesse considerazioni
possono valere anche ad un livello più basso, cioè, per intenderci, nel caso di
chi per incapacità a comprendere le verità dottrinali, vi cercasse
semplicemente una regola di condotta, cosa che per lo meno permetterebbe a
costui di partecipare alla tradizione nella misura delle sue possibilità. Il
caso invece di chi cerca di assimilare al massimo l’exoterismo della dottrina,
come quello del teologo per esempio, si colloca ad un livello certamente
superiore a quest’ultimo; ma si tratta ancor sempre del senso letterale, mentre
l’esistenza d’un altro senso più profondo, cioè in definitiva di quello
esoterico, può non essere neanche sospettato. Chi, al contrario, ha qualche
conoscenza teorica dell’esoterismo, potrà, con l’aiuto di certe interpretazioni
o in altri modi, cominciare a capire la pluralità dei significati contenuti nei
testi sacri e, per conseguenza, discernere lo «spirito» nascosto sotto la
«lettera»;
65
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
la sua comprensione è quindi d’ordine assai
più profondo ed elevato di quella cui può aspirare il più sapiente e il più
perfetto degli exoteristi. Lo studio di questi testi potrà costituire allora
una parte importante della preparazione dottrinale, che normalmente deve
precedere ogni realizzazione; ma se chi vi si dedica non riceve da qualche
parte un’iniziazione, resterà sempre, quali che siano le attitudini ch’egli vi
apporta, limitato a quella conoscenza esclusivamente teorica che uno studio del
genere, per la sua stessa natura, non permette in alcun modo di superare.
Se invece delle Scritture sacre prendessimo in
esame scritti di carattere propriamente iniziatico, ad esempio quelli di
Shankarâchârya o di Mohyddin ibn Arabi, potremmo, salvo che su un punto, dire
la stessa cosa; infatti, tutto il profitto che un orientalista potrà ricavare
dalla lettura di essi sarà di sapere che un certo autore (e per lui in effetti
non sarà nient’altro che un «autore») ha detto tale e tal altra cosa; se poi
tale cosa vuol tradurla, invece di accontentarsi di ripeterla testualmente mediante
un semplice sforzo di memoria, sarà estremamente probabile che la deformi, non
avendone assimilato il reale significato ad alcun livello. La sola differenza
con quanto abbiamo detto precedentemente, è che qui il caso dell’exoterista non
si pone più, perché questi scritti appartengono al solo dominio esoterico, e
come tali esulano totalmente dalla sua competenza; se veramente egli potesse
capirli, per questo solo fatto avrebbe già superato il limite che separa
l’exoterismo dall’esoterismo e quindi, di fatto, ci troveremmo davanti al caso
dell’esoterista «teorico», per il quale potremmo ridire senza cambiare
66
A PROPOSITO DEL RICOLLEGAMENTO INIZIATICO
una virgola tutto quello che a questo
proposito abbiamo già detto.
A questo punto ci resta solo da prendere in
esame un’ultima differenza, certamente non meno importante dal punto di vista
da cui ci poniamo presentemente: intendiamo riferirci alla differenza che si
ha, a seconda che uno stesso libro sia letto dall’esoterista «teorico» di cui
abbiamo parlato or ora (e che supponiamo non aver ancora ricevuto alcuna
iniziazione), o da chi, al contrario, possieda già un ricollegamento
iniziatico. Quest’ultimo vi vedrà naturalmente cose analoghe a quelle viste dal
primo, ma forse le vedrà in modo più completo, e soprattutto esse gli
appariranno in certo qual modo sotto una luce diversa; va da sé, d’altronde,
che fino a quando la sua iniziazione rimane virtuale non potrà che continuare,
a un livello più profondo, una preparazione dottrinale rimasta incompleta fino
a quel momento; le cose stanno invece in modo ben diverso dal momento in cui
egli entra in una via di realizzazione. Per lui allora il contenuto del libro
diventa propriamente un supporto di meditazione, in un senso che si può
chiamare rituale, esattamente allo stesso titolo dei simboli di diversi ordini
ch’egli impiega come aiuto e sostegno al suo lavoro interiore; sarebbe
assolutamente inconcepibile che degli scritti tradizionali, i quali per loro
stessa natura sono necessariamente simbolici nell’accezione più ristretta del
termine, non potessero svolgere questa funzione. Al di là della «lettera», che
allora sarà scomparsa per lui, egli vedrà unicamente lo «spirito», e potranno
così aprirsi a lui, come quando medita concentrandosi su un mantra od un
yantra rituali, possibilità ben diverse da quelle implicite nella
semplice comprensione teorica; ma
67
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
se le cose stanno in questo modo, ripetiamolo
ancora, è unicamente in virtù dell’iniziazione che ha ricevuto, e che
costituisce la condizione necessaria in mancanza di cui, quali che siano le
qualificazioni che un’individualità può presentare, non può aversi il benché
minimo inizio di realizzazione, il che equivale a dire che qualsiasi
iniziazione effettiva presuppone, per forza di cose, l’iniziazione virtuale.
Aggiungeremo ancora, che se a colui che medita su uno scritto d’ordine
iniziatico accade di entrare realmente in contatto con un’influenza proveniente
dal suo autore (cosa in effetti possibile se tale scritto appartiene alla forma
tradizionale e soprattutto alla «catena» particolare che gli è propria), anche
questo, ben lungi da poter fare le veci d’un ricollegamento iniziatico, non può
se non essere una conseguenza di quello che egli già possiede. Così, in
qualunque modo si consideri la questione, in nessun caso è possibile
un’iniziazione attraverso i libri, ma soltanto, in certe condizioni, un uso iniziatico
di questi, che è evidentemente tutt’altra cosa; e questa volta speriamo di aver
insistito abbastanza da evitare il sussistere di equivoci a questo riguardo,
come quello di pensare che qualche cosa, anche in via eccezionale, possa
dispensare dalla necessità del ricollegamento iniziatico.
68
VI
INFLUENZE SPIRITUALI ED EGGREGORI
Recentemente siamo rimasti un po’ sorpresi
leggendo, in una nota dedicata al nostro Aperçus sur l’Initiation, la
frase seguente, presentata in modo tale che qualcuno potrebbe ritenerla come un
riassunto di quel che noi stessi abbiamo detto in quel libro: «Certamente
l’iniziazione non dispensa né dalla meditazione né dallo studio, però colloca
l’adepto su di un piano particolare: lo mette in contatto con l’eggregoro di
un’organizzazione iniziatica, esso stesso emanato dall’eggregoro supremo
d’un’iniziazione universale, una e multiforme». Non insisteremo sull’impiego
abusivo fatto qui del termine «adepto», sebbene sia permesso stupirsene dopo
che da parte nostra abbiamo espressamente denunciato tale abuso, spiegando il
vero significato della parola; dall’iniziazione propriamente detta all’adeptato
maggiore o anche minore la via è lunga... Ma la cosa più importante è questa:
poiché nella nota in questione non si fa la minima allusione alla funzione
delle influenze spirituali, ci è parso riconoscere in queste parole un grave
equivoco, nel quale del resto anche altri possono esser caduti nonostante tutta
la cura che abbiamo impiegato ad esporre le cose nel modo più chiaro possibile,
per cui decisamente
69
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
sembra sia ben difficile farsi capire con
esattezza. Di conseguenza pensiamo che una messa a punto non sarà inutile;
queste precisazioni, d’altronde, sono un logico complemento di quelle che, nei
nostri ultimi articoli, abbiamo dato in risposta alle diverse domande rivolteci
a proposito del ricollegamento iniziatico.
Innanzi tutto dobbiamo far rilevare che non
abbiamo mai impiegato il termine «eggregoro» per definire quella che
propriamente si può chiamare un’«entità collettiva», per la buona ragione che,
in questa accezione, si tratta di un termine che non ha niente di tradizionale
e rappresenta soltanto una delle numerose fantasie del moderno linguaggio
occultista. Il primo ad impiegarlo in questo modo è stato Eliphas Levi e, se i
nostri ricordi sono esatti, è sempre lui che, per giustificare tale
significato, ne ha dato un’inverosimile etimologia latina facendolo derivare da
grex, «gregge», quando invece il termine è prettamente greco e in realtà
ha sempre e soltanto avuto il senso di «colui che veglia». È noto d’altronde
che questo termine si trova nel Libro di Enoch, ove designa certe entità
di carattere piuttosto enigmatico, ma che in ogni caso sembrano appartenere al
«mondo intermedio»: ecco tutto ciò che hanno in comune con le entità collettive
cui si è preteso applicare lo stesso nome. Queste ultime in effetti, sono
essenzialmente d’ordine psichico, ed è soprattutto questo che determina la
gravità dell’equivoco da noi segnalato, perché, a questo proposito, la frase
che abbiamo rilevato ci appare in definitiva come un nuovo esempio di
confusione tra psichico e spirituale.
Abbiamo parlato infatti di queste entità
collettive, e pensiamo anche di aver sufficientemente precisato la loro
70
INFLUENZE SPIRITUALI ED EGGREGORI
funzione quando, a proposito di organizzazioni
tradizionali, religiose o d’altro genere (appartenenti al dominio che può esser
definito exoterico nel senso più esteso di questo termine, per distinguerlo dal
dominio iniziatico), scrivevamo quanto segue: «Si può ritenere che ogni
collettività possieda una forza d’ordine sottile costituita in qualche modo
dagli apporti di tutti i suoi membri passati e presenti, forza sottile tanto
più considerevole, e suscettibile di produrre effetti tanto più intensi, quanto
più la collettività è d’antica data e composta di un gran numero di membri; è
pertanto evidente che questa considerazione «quantitativa» implica trattarsi
essenzialmente del dominio individuale, al di là del quale essa non ha
evidentemente più alcuna ragione di intervenire»1. A questo
proposito ricordiamo del resto che il collettivo, in tutto ciò che lo
costituisce sia dal punto di vista psichico che corporeo, non è altro che una
semplice estensione dell’individuale, e non ha dunque, in rapporto a questo, assolutamente
niente di trascendente, contrariamente a quanto accade per le influenze
spirituali che sono di tutt’altro ordine; cioè, per dirla nei termini abituali
del simbolismo geometrico, non bisogna confondere il senso orizzontale con
quello verticale. Questo ci conduce a rispondere, per inciso, ad un altro
quesito che ci è stato posto, e che non è privo di contatti con quanto stiamo
esaminando presentemente: sarebbe erroneo considerare come uno stato
sopraindividuale quello risultante dall’identificazione con un’entità psichica
collettiva, o con qualsiasi altra entità psichica; la partecipazione ad un
qualsiasi livello ad una tale entità può, volendo,
1 Aperçus sur l’Initiation, cap. XXIV.
71
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
esser vista come una specie di «allargamento»
dell’individualità, ma non corrisponde a niente di più. D’altronde, è
unicamente per ottenere certi vantaggi d’ordine individuale che i membri di una
collettività possono utilizzare la forza sottile di cui essa dispone,
conformandosi alle regole stabilite a questo scopo dalla collettività in
questione; e anche se, per ottenere questi vantaggi, si ha in sovrappiù
l’intervento d’un’influenza spirituale, come succede in particolare per le
collettività religiose, quest’influenza spirituale, che in tal caso non agisce
nel dominio d’ordine sopraindividuale che le è proprio, dev’essere considerata
come «discendente» nel dominio individuale, ove la sua azione si esercita per
interposizione della forza collettiva su cui prende il suo punto d’appoggio. È
per questo che la preghiera, coscientemente o no, si indirizza nel modo più
immediato all’entità collettiva, ed è soltanto tramite quest’ultima ch’essa si
rivolge anche all’influenza spirituale che attraverso ad essa agisce; le
condizioni che l’organizzazione religiosa pone alla sua efficacia non possono
infatti spiegarsi diversamente.
Il caso è completamente diverso se si parla di
organizzazioni iniziatiche, per il fatto stesso che queste, e queste soltanto,
hanno per scopo essenziale di andare al di là del dominio individuale, e che
anche tutto ciò che in esse si riferisce più direttamente ad uno sviluppo
dell’individualità, non rappresenta in definitiva se non uno stadio preliminare
per giungere infine a superare i limiti di questa. Va da sé che anche queste
organizzazioni comportano, come tutte le altre, un elemento psichico che può svolgere
una determinata funzione effettiva, per esempio per costituire una «difesa» nei
confronti del mondo esterno, e per proteggere i membri di tale organizzazione
72
INFLUENZE SPIRITUALI ED EGGREGORI
contro certi pericoli provenienti da esso,
poiché è evidente che non sono mezzi d’ordine spirituale a poter dare risultati
di questo genere, ma solo mezzi che siano in certo qual modo allo stesso
livello di quelli a disposizione di questo mondo esterno: si tratta comunque di
cose molto secondarie e del tutto contingenti, che non hanno niente a che
vedere con l’iniziazione vera e propria. Quest’ultima è completamente
indipendente dall’azione di qualsiasi forza psichica, in quanto consiste
propriamente ed essenzialmente nella trasmissione diretta di un’influenza
spirituale che deve produrre, in maniera immediata o differita, effetti che
ugualmente rilevano dall’ordine spirituale, e non da un ordine inferiore come
nel caso da noi precedentemente citato, per cui, nella fattispecie, non è più
per il tramite di un elemento psichico ch’essa deve agire. Analogamente, non è
in quanto semplice collettività che bisogna considerare un’organizzazione
iniziatica, perché non è assolutamente questo carattere a determinare la
possibilità di svolgere la funzione che ne costituisce la ragion d’essere: la
collettività, essendo in definitiva soltanto una riunione d’individui, non può
di per se stessa produrre niente che sia d’ordine sopraindividuale, il
superiore non potendo in alcun modo procedere dall’inferiore; se il
riallacciamento ad un’organizzazione iniziatica può avere effetti di questo
genere, è dunque unicamente in quanto essa è depositaria di qualcosa che è
appunto sopraindividuale e trascendente rispetto alla collettività, cioè di
un’influenza spirituale di cui essa deve assicurare la conservazione e la
trasmissione senza alcuna discontinuità. Il ricollegamento iniziatico non deve
dunque esser concepito come ricollegamento ad un «eggregoro» o ad un’entità
psichica collettiva,
73
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
poiché in ogni caso questo ne rappresenta solo
un aspetto del tutto accidentale, nel quale le organizzazioni iniziatiche non
differiscono per niente da quelle exoteriche: ciò che costituisce
essenzialmente la «catena», diciamolo ancora una volta, è la trasmissione
ininterrotta dell’influenza spirituale attraverso le generazioni successive1.
Del pari, il legame fra le diverse forme iniziatiche non è una semplice
filiazione di «eggregori», come potrebbe far credere la frase che è stata punto
di partenza di queste riflessioni; esso risulta in realtà dalla presenza, in
tutte queste forme, d’una stessa influenza spirituale, una quanto all’essenza e
quanto ai fini in vista dei quali agisce, se non quanto alle modalità secondo
cui s’esercita la sua azione; ed è soltanto in questo modo che si stabilisce
via via, ed a gradi diversi, una comunicazione, effettiva o virtuale secondo i
casi, con il centro spirituale supremo.
Aggiungeremo a queste considerazioni un’altra
osservazione, che, da questo punto di vista, ha anche la sua importanza: quando
un’organizzazione iniziatica si trova in uno stato di degenerazione piuttosto
accentuato, anche se l’influenza spirituale vi è sempre presente, la sua azione
è necessariamente sminuita, ed allora, per contrapposto, le influenze psichiche
possono agire in modo più apparente e talvolta quasi indipendente. Il limite è,
a questo proposito, rappresentato dal caso d’una forma iniziatica che abbia
cessato di esistere come tale, ed in cui l’influenza spirituale si sia quindi
completamente ritirata:
1 Dicendo
«generazione» non prendiamo questo termine soltanto nel senso esteriore ed in
certo qual modo «materiale», ma intendiamo soprattutto alludere, nel caso
specifico, al carattere di «seconda nascita» inerente all’iniziazione.
74
INFLUENZE SPIRITUALI ED EGGREGORI
in essa sussistono le sole influenze psichiche
allo stato di «residui», non solo nocivi, ma anche particolarmente pericolosi,
come altrove abbiamo spiegato1. È sottinteso che fin quando
l’iniziazione esiste realmente, sia pure ridotta ad essere puramente virtuale,
le cose non possono arrivare a questo punto; ma non è men vero che una maggiore
o minore preponderanza presa dalle influenza psichiche in una forma iniziatica,
costituisce un segno sfavorevole quanto allo stato attuale di essa, il che
mostra una volta di più a coloro che vorrebbero ridurre l’iniziazione stessa ad
influenze di quest’ordine, quanto essi siano lontani dalla verità.
1 Le Règne de la quantité et les signes
des temps, cap. XXVII.
75
VII
NECESSITÀ DELL’EXOTERISMO TRADIZIONALE
Molta gente sembra dubitare della necessità,
per chi aspira all’iniziazione, di riallacciarsi come prima cosa ad una forma
tradizionale exoterica e di osservarne tutte le prescrizioni; questo d’altronde
è l’indice di uno stato d’animo proprio all’Occidente moderno, e di cui senza
dubbio molteplici sono le ragioni. Non intendiamo ricercare quale parte di
responsabilità possano avere in tutto ciò i rappresentanti stessi
dell’exoterismo religioso, troppo spesso portati dal loro esclusivismo,a negare
più o meno espressamente tutto ciò che va al di là del proprio dominio: non è
questo il lato della questione che ci interessa in questo momento; troviamo
invece stupefacente che coloro i quali si ritengono qualificati per
l’iniziazione possano dar prova di un’incomprensione in fondo così simile a
quella di costoro, anche se in certo qual modo applicata in senso inverso. In
effetti, è ammissibile che un exoterista ignori l’esoterismo, benché
quest’ignoranza non ne giustifichi la negazione; ma è invece inammissibile che
chi ha delle pretese all’esoterismo possa ignorare l’exoterismo, anche solo nei
suoi aspetti pratici, in quanto il «più» deve necessariamente contenere il
«meno». Del resto, anche quest’ignoranza pratica, che
77
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
consiste nel considerare inutile o superflua
la partecipazione ad una tradizione exoterica, sarebbe impossibile senza un
disconoscimento anche teorico di questo aspetto della tradizione, il che è più
grave ancora, in quanto vien fatto di chiedersi se quel qualcuno che ha una
simile visione delle cose, quali che siano le sue possibilità, sia realmente
pronto ad affrontare il dominio esoterico ed iniziatico, o se non dovrebbe
piuttosto applicarsi ad una migliore comprensione del valore e della portata
dell’exoterismo, prima di cercare di andar più lontano. Tutto ciò, in effetti,
è una conseguenza evidente dell’affievolirsi dello spirito tradizionale in
genere, mentre è chiaro che bisognerebbe innanzitutto ristabilire in se stessi
questo spirito, se in seguito si vuol penetrare il senso profondo della
tradizione; il disconoscimento di cui si parlava è in fondo analogo a quello
riguardante l’efficacia dei riti, anch’esso così diffuso oggi nel mondo
occidentale. Ammettiamo pure che l’ambiente profano in cui molti vivono renda
loro più difficile la comprensione di queste cose: ma è proprio contro
l’influenza di quest’ambiente che essi devono reagire in tutti i modi, e ciò
sino ad arrivare a rendersi conto dell’illegittimità dello stesso punto di
vista profano; su tutto ciò ritorneremo quanto prima.
Abbiamo detto che lo stato d’animo ora
denunciato è caratteristico dell’Occidente; in Oriente in effetti esso non ha
ragione di esistere, non solo a causa del persistere dello spirito
tradizionale, di cui tutto quanto l’ambiente è impregnato1, ma anche
per un’altra ragione: là ove
1 Ci riferiamo qui
all’ambiente preso nel suo insieme, per cui, a questo riguardo, non è il caso
di tener conto degli elementi «modernizzati»,
78
NECESSITÀ DELL’EXOTERISMO TRADIZIONALE
l’exoterismo e l’esoterismo sono direttamente
collegati a costituire una forma tradizionale1, in modo da apparire
in certo qual modo come i due aspetti esteriore ed interiore d’una sola ed
unica cosa, è immediatamente comprensibile a chiunque che bisogna prima aderire
all’aspetto esteriore se si vuole in seguito penetrare l’aspetto interiore2,
e che questa è anche l’unica strada possibile. Ciò può sembrare meno evidente
quando si abbia a che fare, come appunto nel caso dell’Occidente attuale, con
organizzazioni iniziatiche prive di legami con l’insieme di una determinata
forma tradizionale; in tal caso possiamo dire che esse sono, almeno in linea di
principio, compatibili con qualsiasi exoterismo, ma dal punto di vista
iniziatico (il solo che presentemente ci interessa, prescindendo da
considerazioni di carattere contingente), non lo sono affatto con l’assenza
d’un exoterismo tradizionale.
Diremo prima di tutto, per esprimerci nel modo
più semplice, che non si costruisce sul vuoto; ora, l’esistenza unicamente
profana dalla quale sia escluso ogni elemento tradizionale, non è appunto, in
realtà, che vuoto e nulla.
cioè in definitiva «occidentalizzati», i quali, per
quanto chiasso facciano, rappresentano nonostante tutto solo una piccola
minoranza.
1 Per facilità
d’espressione prendiamo i due termini exoterismo ed esoterismo nella loro
accezione più estesa, il che nella fattispecie non presenta inconvenienti in
quanto va da sé che, anche in una forma tradizionale ove tale divisione non è
stabilita formalmente, vi è sempre qualcosa che corrisponde all’uno e all’altro
di questi punti di vista: in questo caso d’altronde, il legame esistente fra
loro è ancor più evidente.
2 Si può anche
dire, secondo un simbolismo d’uso abbastanza frequente, che il «nocciolo» può
essere raggiunto solo attraverso la «scorza».
79
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
Se si vuole innalzare un edificio, si devono
preventivamente disporre le fondamenta; queste sono la base indispensabile su
cui poggerà l’intero edificio, comprese le parti più elevate, e tali resteranno
sempre anche quando esso sarà terminato. Analogamente, l’adesione ad un
exoterismo è una condizione preliminare per arrivare all’esoterismo, né si deve
pensare che tale exoterismo possa essere rigettato una volta ottenuta
l’iniziazione, così come non si possono sopprimere le fondamenta quando si è
ultimato l’edificio. Bisogna aggiungere che l’exoterismo, in realtà, ben lungi
dall’essere rigettato, dev’essere «trasformato» in misura corrispondente al
grado raggiunto dall’iniziato, poiché questi diventa vieppiù atto a capirne le
ragioni profonde; di conseguenza, le formule dottrinali ed i riti assumono per
lui un significato molto più reale ed importante di quel che possono avere per
un semplice exoterista, che in definitiva si troverà sempre e per definizione
limitato a non vederne che l’apparenza esteriore, cioè quel che conta di meno
per quanto riguarda la «verità» della tradizione considerata nella sua
integralità.
Inoltre, e questo ci riconduce ad
un’osservazione cui abbiamo fatto allusione più addietro, chi non partecipa ad
alcun exoterismo tradizionale, finisce per concedere la maggior parte della sua
esistenza al punto di vista puramente profano, al quale, in queste condizioni,
conformerà necessariamente ogni sua attività esteriore. Ad un altro livello, e
con conseguenze ancor più estese, questo errore è analogo a quello commesso
dalla maggior parte di quegli Occidentali d’oggi che si ritengono ancora
«religiosi», e che interpretano la religione come una cosa del tutto a parte e
senza alcun contatto reale con il resto
80
NECESSITÀ DELL’EXOTERISMO TRADIZIONALE
della loro vita; un errore del genere è però
ancor meno scusabile per chi voglia mettersi dal punto di vista iniziatico, che
non per chi si limiti al punto di vista exoterico, ed in ogni caso non è
difficile vedere come ciò sia lontano dal corrispondere ad una concezione
integralmente tradizionale. In fondo tutto ciò equivale ad ammettere che fuori
del dominio tradizionale, o su un piano diverso, vi sia un dominio profano, la
cui esistenza, al suo livello, sia egualmente valida; ma come abbiamo spesso ripetuto,
non esiste in realtà un dominio profano cui certe cose appartengano per loro
stessa natura; esiste solo un punto di vista profano, che non è se non il
prodotto della degenerazione spirituale dell’umanità, ed è quindi del tutto
illegittimo. In linea di principio non si dovrebbe quindi fare alcuna
concessione a tale punto di vista; ciò è per altro piuttosto difficile
nell’ambiente occidentale d’oggi, e forse anche impossibile in certi casi e
fino ad un certo punto, perché, salvo rarissime eccezioni, ognuno si trova
obbligato, sia pure dalla necessità delle relazioni sociali, a sottomettersi
più o meno, e almeno in apparenza, alle condizioni della «vita ordinaria», che
è appunto unicamente l’applicazione pratica di tale punto di vista profano; ma
anche se concessioni del genere sono indispensabili per vivere in questo
ambiente, bisognerebbe, per tutti coloro per i quali la tradizione ha ancora un
senso, che esse si riducessero allo stretto necessario, mentre al contrario
sono spinte all’estremo da coloro che pretendono di fare a meno di qualsiasi
exoterismo, anche se tale non è la loro intenzione, ed in ciò non fanno che
subire l’influenza dell’ambiente. Disposizioni di spirito del genere son certo
quanto mai sfavorevoli all’iniziazione, poiché questa fa parte di un dominio
81
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
in cui normalmente le influenze esteriori non
dovrebbero penetrare in alcun modo; se tuttavia, a causa delle anomalie
inerenti alle condizioni dell’epoca nostra, coloro i quali hanno
quest’attitudine possono ciò nonostante ricevere un’iniziazione virtuale, fino
a quando vi persisteranno volontariamente, dubitiamo molto che sia loro
possibile andare oltre e passare all’iniziazione effettiva.
82
VIII
SALVEZZA E LIBERAZIONE
Abbiamo constatato di recente, e non senza
stupore, che alcuni nostri lettori si trovano ancora in difficoltà a capire la
differenza essenziale fra salvezza e Liberazione; eppure abbiamo illustrato una
quantità di volte questo argomento che, in definitiva, non dovrebbe presentare
lati oscuri per chi sia padrone della nozione degli stati molteplici
dell’essere e, prima ancora, della distinzione fondamentale fra «io» e «Sé»1.
È quindi opportuno ritornare
1 Un’altra
constatazione, per noi in realtà assai meno sorprendente, riguarda
l’incomprensione ostinata degli orientalisti a questo proposito (nonché a
proposito di tante altre questioni); recentemente ne abbiamo visto un esempio
abbastanza curioso: in una critica a L’uomo e il suo divenire secondo il
Vêdânta uno di essi, nel rilevare con non dissimulato malumore le critiche
da noi formulate all’indirizzo dei suoi colleghi, accenna, come a cosa che l’ha
particolarmente urtato, a quanto abbiamo detto circa «la confusione commessa di
continuo fra salvezza e liberazione», e sembra indignato del rimprovero da noi
mosso ad un certo indianista, d’aver «tradotto Moksha con salvezza da un
capo all’altro delle sue opere, senza nemmeno sospettare anche solo la semplice
possibilità dell’inesattezza di tale assimilazione»; evidentemente è del tutto
inconcepibile per lui che Moksha possa esser qualcosa di diverso dalla
salvezza! A parte ciò, è veramente divertente che l’autore di questa critica
«deplori» che da parte nostra non si sia adottata la trascrizione orientalista,
come se non ne avessimo indicato espressamente le ragioni, e anche che
83
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
sulla questione, per chiarire definitivamente
ogni possibile equivoco e far piazza pulita delle obbiezioni.
Nelle condizioni attuali dell’umanità
terrestre, è evidente che gli uomini, nella loro stragrande maggioranza, sono
assolutamente incapaci di superare i limiti della condizione individuale, sia
nel corso della vita, sia fuori da questo mondo dopo la morte corporea, che di
per sé non può modificare per niente il livello spirituale in cui essi si
trovano al suo sopraggiungere1. Dal momento che le cose stanno così,
l’exoterismo inteso nella sua più ampia accezione, o in altre parole la parte
di ogni tradizione che si rivolge indistintamente a tutti, può proporre loro
esclusivamente una finalità d’ordine individuale, quelle d’altro genere essendo
del tutto inaccessibili alla maggior parte degli appartenenti a quella
tradizione, ed è precisamente tale finalità che costituisce la salvezza. Va da
sé che quanto precede è ben lungi dal rappresentare la realizzazione effettiva
di uno stato sopraindividuale, sia pure ancora condizionato; ché se poi si
parla della Liberazione, questa, rappresentando l’acquisizione dello stato
supremo e incondizionato, non è assolutamente più commensurabile con qualsiasi
stato condizionato2. Aggiungiamo
non si sia data una bibliografia di opere di
orientalisti, neanche questi fossero per noi delle «autorità», o che dal punto
di vista da cui ci mettiamo non avessimo tutto il diritto di ignorarli
puramente e semplicemente; osservazioni del genere danno l’esatta misura della
comprensione di certa gente.
1 Molta gente
sembra credere che il solo fatto di morire sia sufficiente a dare ad un uomo
qualità intellettuali e spirituali che in vita non possedeva affatto; è questa
una strana illusione, e veramente non vediamo quali ragioni si possano invocare
per darle anche solo un’apparenza di giustificazione.
2 Precisiamo per
inciso che se abbiamo preso l’abitudine di scrivere
84
SALVEZZA E LIBERAZIONE
subito che se per certuni «il Paradiso è una
prigione», come abbiamo detto in altre occasioni, ciò è proprio perché l’essere
che si trova in tale stato, cioè chi è giunto alla salvezza, è ancora
rinchiuso, e per una durata indefinita, entro i limiti che racchiudono
l’individualità umana; questa condizione, in effetti, non può essere se non uno
stato di «privazione» per coloro che aspirano ad essere affrancati da questi
limiti e che ne sono effettivamente capaci già durante la vita terrestre per il
loro grado di sviluppo spirituale, mentre invece gli altri, che non hanno
attualmente in sé la possibilità di andar più lontano, questa «privazione» non
l’avvertono affatto.
Ci si potrebbe allora porre questo problema:
anche se gli esseri che si trovano in questo stato non sono coscienti di quel
che esso ha di imperfetto in relazione agli stati superiori, quest’imperfezione
è nondimeno reale; quale vantaggio vi è dunque a mantenerveli in tal modo
indefinitamente, dato che è proprio questo risultato quello a cui di norma
devono tendere le osservanze tradizionali di carattere exoterico? In realtà si
tratta di un risultato molto importante perché, essendo in questo modo fissati
nei prolungamenti dello stato umano finché questo stato sussisterà come tale
nella manifestazione (il che equivale alla perpetuità o all’indefinità
temporale), questi esseri non potranno passare ad un altro stato individuale,
«salvezza» con la minuscola e «Liberazione» con la
maiuscola, come facciamo per «io» e «Sé», è per far rilevare che l’una è
d’ordine individuale e l’altra d’ordine trascendente; questa osservazione ha lo
scopo di evitare che ci si attribuiscano intenzioni che non abbiamo, come
quella di voler in certo qual modo disprezzare la salvezza, quando invece si
tratta semplicemente di darle, il più esattamente possibile, il posto che di
fatto le spetta nella realtà totale.
85
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
possibilità che, diversamente, sarebbe l’unica
aperta davanti a loro; e ancora: perché tale continuazione dello stato umano è
in questo caso una condizione più favorevole che non il passaggio ad un altro
stato? Qui bisogna far intervenire la considerazione della posizione centrale
propria dell’uomo nel grado d’esistenza cui appartiene, di contro alla
situazione più o meno periferica di tutti gli altri esseri, la cui rispettiva
superiorità od inferiorità specifica risulta direttamente dalla loro minor o maggior
distanza da quel centro in virtù del quale, in misura diversa ma sempre solo
parzialmente, partecipano delle possibilità che possono esprimersi
completamente solo nell’uomo e tramite l’uomo. Orbene, quando un essere deve
passare ad un altro stato individuale, nulla può garantire che esso si
ritroverà in una posizione centrale (relativamente alle possibilità di questo
stato) come quella che occupava in quanto uomo, anzi è estremamente probabile
che incappi in una delle innumerevoli condizioni periferiche che nel nostro
mondo sono caratteristiche degli animali o dei vegetali; è facile capire in
quali condizioni di svantaggio egli verrebbe a trovarsi soprattutto
relativamente alle possibilità di sviluppo spirituale, e ciò anche se questo
stato, considerato nel suo insieme, fosse, com’è normale supporre, ad un grado
di esistenza superiore al nostro. È questa la ragione per cui certi testi
orientali affermano che «la nascita umana è difficile da ottenere», cosa
beninteso ugualmente applicabile a ciò che vi corrisponde in qualsiasi altro
stato individuale; ed è anche il vero motivo per cui le dottrine exoteriche
presentano come un’eventualità temibile e addirittura sinistra la «seconda
morte», cioè la dissoluzione degli elementi psichici mediante la quale l’essere,
cessando di appartenere
86
SALVEZZA E LIBERAZIONE
allo stato umano, deve necessariamente ed
immediatamente nascere in un altro stato. Ben diverso (in realtà anzi del tutto
opposto) sarebbe il caso in cui questa «seconda morte» desse adito ad uno stato
sopraindividuale; ma ciò non rientra più nell’ambito dell’exoterismo, il quale
non può e non deve occuparsi se non di quel che riguarda il caso più generale,
mentre invece sono i casi d’eccezione che formano la ragion d’essere
dell’esoterismo. L’uomo ordinario, attualmente incapace di conseguire uno stato
sopraindividuale, potrà almeno ottenerlo, se giungerà alla salvezza, alla fine
del ciclo umano; sfuggirà dunque ai pericoli di cui abbiamo parlato, e in
questo modo non perderà i benefici della nascita umana; li conserverà anzi, a
titolo definitivo, perché chi dice salvezza è come dicesse conservazione, il
che, nella fattispecie, è quel che conta soprattutto; è per questo, e per
questo soltanto, che la salvezza può essere riguardata come ciò che avvicina
l’essere alla sua destinazione definitiva, e che in un certo senso costituisce,
per improprio che sia un simile modo di parlare, un avviarsi verso la
Liberazione.
Occorre però far bene attenzione a non
lasciarsi indurre in errore da certe apparenti similitudini d’espressione, in
quanto gli stessi termini possono assumere numerose accezioni, ed esser
applicati a livelli molto diversi, a seconda che si riferiscano al dominio
exoterico o a quello esoterico. Così, quando i mistici parlano di «unione con
Dio», quel che essi intendono con tale espressione non è in alcun modo
assimilabile allo Yoga; questa osservazione è particolarmente importante
perché taluni potrebbero forse esser tentati di dire: quale finalità più alta
per un essere dell’unione con Dio? Tutto dipende
87
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
dal senso che si dà alla parola «unione»; i
mistici in realtà, come tutti gli altri exoteristi, si interessano
esclusivamente alla salvezza, né più né meno, anche se quel che hanno in vista
costituisce, se si vuole, una modalità superiore di essa, in quanto sarebbe
inconcepibile che non ci fosse una gerarchia anche fra gli esseri «salvati». Ma
poiché l’unione mistica lascia in ogni caso sussistere l’individualità, non può
trattarsi se non di un’unione del tutto esteriore e relativa, ed è più che
evidente che i mistici non hanno neanche mai concepito la possibilità
dell’Identità Suprema; essi si fermano alla «visione», e tutta l’estensione dei
mondi angelici li separa ancora dalla Liberazione.
88
IX
PUNTO DI VISTA RITUALE E PUNTO DI VISTA MORALE
Come abbiamo fatto osservare in diverse
occasioni, fenomeni simili possono procedere da cause completamente diverse: è
per questo che i fenomeni, che altro non sono se non apparenze esteriori, non
possono assolutamente esser considerati elementi di prova della verità di una
dottrina o di una teoria qualsiasi, contrariamente alle illusioni dello
«sperimentalismo moderno» a questo proposito. Tutto ciò vale anche per le
azioni umane, le quali d’altronde sono anche fenomeni di un genere particolare:
stesse azioni o, per essere più precisi, azioni non discernibili esteriormente
le une dalle altre, possono rispondere ad intenzioni molto diverse presso
coloro che le compiono; ed anche, più in generale, due individui possono agire
in modo simile in quasi tutte le circostanze della loro vita pur partendo, per
regolare la propria condotta, da punti che in realtà non hanno quasi niente in
comune. Naturalmente, un osservatore superficiale che si attenga a ciò che vede
e che non vada oltre le apparenze, non potrà non lasciarsene ingannare, e sarà
portato ad interpretare uniformemente le azioni di tutti gli uomini in
conformità al suo punto di vista particolare; è facile capire che ciò può
essere causa di una quantità di errori, quando per esempio si tratti di uomini
89
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
appartenenti a civiltà diverse, oppure di
fatti storici risalenti ad epoche lontane. Un esempio caratteristico, un
esempio limite se si vuole, è quello offerto da quei nostri contemporanei che
pretendono di spiegare tutta la storia dell’umanità facendo esclusivamente
appello a considerazioni di ordine «economico», per loro effettivamente
d’importanza preponderante, senza neanche chiedersi se veramente sia stato così
in tutti i tempi e in tutti i paesi. Ciò è il prodotto della tendenza, già da
noi segnalata altrove a proposito degli psicologi, a credere che gli uomini
siano sempre e dovunque gli stessi; tale tendenza, in un certo senso forse
naturale, non è per questo meno ingiustificata, e noi pensiamo che non si possa
che diffidarne.
Un altro errore dello stesso genere, che più
facilmente ancora del precedente rischia di sfuggire a molti, se non ai più,
per l’abitudine invalsa di vedere le cose in un certo modo, e per la minore
evidenza di un legame più o meno diretto con certe particolari teorie, è quello
che consiste nell’attribuire a tutti gli uomini indistintamente il punto di
vista specificamente morale, e poiché da questo gli occidentali derivano la
loro regola d’azione, nel tradurre in termini di «morale», con le intenzioni particolari
ad essa implicite, qualsiasi regola d’azione, anche se si riferisce a civiltà
sotto ogni riguardo differenti dalla loro. Coloro che la pensano così sembrano
incapaci di capire che esistono tanti altri punti di vista che potrebbero
fornire tali regole, e inoltre, come dicevamo or ora, che le apparenti
similitudini esistenti nella condotta degli uomini non provano affatto che ciò
sia la conseguenza di uno stesso punto di vista; pertanto il precetto a fare o
non fare una determinata cosa, cui certuni
90
PUNTO DI VISTA RITUALE E PUNTO DI VISTA MORALE
obbediscono per ragioni d’ordine morale, può
essere analogamente osservato da altri per ragioni del tutto diverse. Da quanto
precede non bisogna peraltro trarre la conclusione che, in se stessi e
indipendentemente dalle loro conseguenze pratiche, i punti di vista in
questione siano tutti equivalenti, tutt’altro, infatti quella che si potrebbe
chiamare la «qualità» delle intenzioni corrispondenti è talmente diversa, che
si può ben dire non vi sia tra loro alcuna comune misura; e ciò è anche più
evidente se si paragona il punto di vista morale al punto di vista rituale
proprio di quelle civiltà aventi un carattere integralmente tradizionale.
Come abbiamo spiegato altrove, l’azione
rituale, nel senso originale della parola, è quella compiuta «conformemente
all’ordine», ed implica di conseguenza, ad un certo livello, la coscienza
effettiva di tale conformità; per cui, là ove la tradizione non ha subito
attenuazione alcuna, qualsiasi azione ha un carattere propriamente rituale. È
importante osservare che tutto ciò presuppone essenzialmente la conoscenza
della solidarietà esistente fra l’ordine cosmico vero e proprio e l’ordine
umano; tale conoscenza, con le molteplici applicazioni che ne derivano, esiste
in effetti in tutte le tradizioni, mentre è diventata completamente estranea
alla mentalità moderna, che non vuol vedere altro che «speculazioni»
fantastiche in tutto ciò che non rientra nella concezione grossolana e
strettamente limitata, implicita in quella che essa definisce come «realtà».
Per chiunque non sia accecato da pregiudizi, è facile vedere quale distanza
separi la coscienza della conformità all’ordine universale e della partecipazione
dell’individuo a quest’ordine, appunto in virtù di tale conformità, dalla
semplice
91
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
«coscienza morale», che non richiede alcuna
comprensione intellettuale ed è guidata unicamente da aspirazioni e tendenze
puramente sentimentali, e quale profonda degenerazione implichi, nella
mentalità umana in generale, il passaggio dall’una all’altra. È evidente
d’altronde che un simile passaggio non si verifica di punto in bianco, e che vi
sono gradi intermedi in cui i due punti di vista corrispondenti si trovano in
proporzioni diverse; in effetti, in ogni forma tradizionale il punto di vista
rituale sussiste sempre per forza di cose, ma avviene, come ad esempio nelle
forme a carattere religioso, che accanto ad esso il punto di vista morale
assuma una posizione più o meno importante, cosa di cui quanto prima vedremo la
ragione. Comunque sia, se in una civiltà si riscontra la presenza del punto di
vista morale, si può dire che essa non è già più integralmente tradizionale,
anche se ciò può non apparire evidente per certi altri aspetti; l’apparizione
di questo punto di vista può anzi esser considerata come in certo qual modo
legata al punto di vista profano vero e proprio.
Non è questa la sede per esaminare le tappe di
questa decadenza che alla fine sfocia, con il mondo moderno, nella sparizione
completa dello spirito tradizionale, e cioè nell’invasione del punto di vista
profano in tutti i campi senza eccezione; faremo soltanto rilevare che è
quest’ultimo stadio ad essere rappresentato, nell’ordine di cose di cui ci
stiamo occupando, dalle morali cosiddette «indipendenti», le quali, si
proclamino esse «filosofiche» o «scientifiche», non sono altro in realtà che il
prodotto della degenerazione della morale religiosa, e si trovano rispetto a
questa in un rapporto simile a quello esistente fra le scienze profane e le
scienze tradizionali.
92
PUNTO DI VISTA RITUALE E PUNTO DI VISTA MORALE
Esistono naturalmente vari gradi
nell’incomprensione delle realtà tradizionali e nei conseguenti errori
d’interpretazione, ed a questo riguardo, il livello più basso è quello
rappresentato dalle concezioni moderne le quali, non accontentandosi neanche più
di vedere le prescrizioni rituali come semplici regole morali (il che significa
già del resto misconoscere del tutto la loro ragione profonda), giungono
perfino ad attribuirle a volgari preoccupazioni igieniche o di pulizia; è
evidente che, giunti a questo punto, ben difficilmente l’incomprensione
potrebbe spingersi oltre! Vi è ora un’altra importante questione da prendere in
considerazione: in che modo forme tradizionali autentiche, invece di attenersi
unicamente al punto di vista rituale, hanno potuto, come dicevamo, accogliere
nel loro ambito un punto di vista morale ed in certo modo farlo proprio, al
punto da considerarlo come uno dei loro elementi costitutivi? Appunto perché, a
causa della marcia discendente del cielo storico e della conseguente caduta della
mentalità umana nel suo insieme ad un livello inferiore, era inevitabile che
questo avvenisse; in effetti, per dirigere efficacemente le azioni degli
uomini, bisogna per forza di cose ricorrere a mezzi che siano appropriati alla
loro natura, e, se questa natura è mediocre, i mezzi devono esserlo in misura
corrispondente, poiché è soltanto in questo modo che si potrà salvare ciò che
in tali condizioni potrà essere salvato. Quando la maggior parte degli uomini
diventa incapace di capire le ragioni dell’azione rituale, è necessario,
affinché nonostante tutto essi continuino ad agire in un modo che sia ancora
normale e «regolare», fare appello a motivazioni secondarie, morali o d’altro
genere, ma in ogni caso di tipo molto più
93
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
relativo e contingente, o, se vogliamo, più
basso, di quelle inerenti al punto di vista rituale. In tutto ciò non vi è
alcuna deviazione, ma solo necessario adattamento; le forme tradizionali
particolari devono essere adattate alle circostanze di tempo e luogo che
determinano la mentalità di coloro cui esse si rivolgono, poiché è questo che
costituisce la ragione stessa della loro diversità soprattutto nella loro parte
più esteriore, quella che dev’essere comune a tutti senza eccezione, e a cui si
riferisce normalmente tutto quanto è regola d’azione. A coloro invece che sono
ancora capaci di una comprensione d’altro ordine, spetta evidentemente di
effettuarne la trasposizione ponendosi da un punto di vista superiore e più
profondo, cosa che rimane sempre possibile fino a quando non sia interrotto
ogni legame coi principi, cioè fintanto che sussista il punto di vista
tradizionale vero e proprio: in questo modo essi potranno considerare la morale
solo come un semplice modo esteriore di espressione, il quale non infirma
l’essenza vera e propria delle cose che se ne rivestono. È così, per esempio,
che tra colui che compie certe azioni per ragioni morali, e colui che le compie
in vista di uno sviluppo spirituale effettivo, cui esse possono servire da
preparazione, la differenza è certo quanto mai profonda; il loro modo d’agire è
peraltro lo stesso, benché tutt’altre siano le loro intenzioni e non
corrispondano affatto ad uno stesso grado di comprensione. È soltanto quando la
morale ha perso ogni carattere tradizionale che si potrà veramente parlare di
deviazione; svuotata di qualsiasi significato reale, e priva di ciò che può
legittimare la sua esistenza, questa morale profana non è, a dire il vero, se
non un «residuo» senza valore ed una pura e semplice superstizione.
94
X
SULLA «GLORIFICAZIONE DEL LAVORO»
Al giorno d’oggi è di moda esaltare il lavoro,
qualunque esso sia ed in qualsiasi modo lo si compia, come se esso,
indipendentemente da ogni considerazione d’altro ordine, avesse di per sé un
valore eminente; questo lavoro è il soggetto di innumerevoli declamazioni,
tanto vuote quanto pompose, non solo nel mondo profano, ma, cosa ben più grave,
anche nelle organizzazioni iniziatiche rimaste in Occidente1. È
facile capire che questo modo di vedere le cose è direttamente in rapporto con
l’esagerata necessità d’azione che caratterizza gli Occidentali moderni; il
lavoro, in effetti, almeno quando lo si considera in questo modo, è
evidentemente soltanto una forma dell’azione, e per di più una forma a cui, per
un pregiudizio «moralistico», viene attribuita un’importanza superiore a
qualsiasi altra, essendo quella che maggiormente si presta ad essere presentata
in veste di «dovere»
1 È noto che la
«glorificazione del lavoro», in Massoneria, è il tema caratteristico
dell’ultima parte dell’iniziazione al grado di Compagno; e, per disgrazia,
attualmente la si interpreta in questo modo del tutto profano, invece
d’intenderla, come si dovrebbe, nel senso legittimo e realmente tradizionale
che ci proponiamo di illustrare in seguito.
95
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
per l’uomo, e tale da contribuire ad
assicurargli una «dignità»1. A ciò spesso si aggiunge l’intenzione
nettamente antitradizionale di disprezzare la contemplazione, che si tenta di
assimilare al «dolce far niente» quando, al contrario, essa è proprio
l’attività più elevata che si possa concepire, mentre l’azione, separata dalla
contemplazione, non può essere che cieca e disordinata2. Tutto ciò
si giustifica fin troppo bene da parte di uomini che dichiarano, senza dubbio
con sincerità, che «la loro fortuna consiste proprio nell’azione»3,
e noi diremmo volentieri nell’agitazione, perché quando l’azione è vista così,
come fine a se stessa, quali che siano i pretesti «moraleggianti» invocati per
giustificarla, essa non vale davvero più di tanto.
Contrariamente a quel che pensa l’uomo
moderno, un lavoro qualsiasi, che chiunque indifferentemente può compiere
unicamente per il piacere di agire o per la necessità di «guadagnarsi la vita»,
non merita affatto di essere esaltato; può anzi esser considerato come qualcosa
di anormale, di opposto all’ordine che dovrebbe reggere le istituzioni umane, a
giudicare da quante volte, nelle condizioni della nostra epoca, esso viene ad
assumere
1 Diremo subito a
questo proposito, che tra la concezione moderna del lavoro e quella
tradizionale, vi è in generale, come abbiamo spiegato in precedenza, una
differenza analoga a quella esistente fra il punto di vista morale e il punto
di vista rituale.
2 Ricordiamo qui
una delle applicazioni dell’apologo del cieco e del paralitico, quella in cui
essi rappresentano rispettivamente la vita attiva e la vita contemplativa (cfr.
Autorité spirituelle et pouvoir temporel, cap. V).
3 Citiamo questa
frase da un commento al rituale massonico, il quale peraltro, sotto molti
aspetti, non è nemmeno uno dei peggiori, cioè uno dei più influenzati dallo
spirito profano.
96
SULLA «GLORIFICAZIONE DEL LAVORO»
un carattere che senza esagerazione può esser
definito come «infraumano». Quel che i nostri contemporanei sembrano ignorare
completamente, è che un lavoro non ha valore reale se non quando è conforme
alla natura stessa dell’essere che lo compie, se non risulta in certo qual modo
spontaneo e necessario a tale natura, sì da essere il mezzo da questa impiegato
per realizzarsi il più perfettamente possibile. Ecco, in definitiva, la nozione
vera e propria di swadarma, quella su cui si basa l’istituzione delle caste,
e sulla quale abbiamo tanto insistito da poterci accontentare di ricordarla,
senza dilungarci oltre. Si può anche pensare, a questo proposito,
all’affermazione di Aristotele circa l’esecuzione da parte di ciascun essere
del suo «atto proprio», che va inteso come esercizio di un’attività conforme
alla propria natura, e nello stesso tempo, per diretta conseguenza di questa
attività, come passaggio dalla «potenza» all’«atto» delle possibilità comprese
in questa natura. In altre parole, affinché un qualsiasi lavoro sia ciò che
dev’essere, occorre anzitutto che corrisponda per l’uomo ad una «vocazione» nel
vero senso della parola1; e se così è, il profitto materiale che
legittimamente potrà derivarne appare come un fine del tutto secondario e
contingente, per non dire addirittura trascurabile, di fronte ad un altro fine
superiore, che è poi lo sviluppo e come il compimento «in atto» della natura
stessa dell’essere umano.
Va da sé che quel che andiamo dicendo
costituisce
1 A questo
proposito, come pure a proposito delle considerazioni che seguiranno, rinviamo
per più ampi sviluppi ai numerosi studi che A K. Coomaraswamy ha consacrato
particolarmente a questi problemi.
97
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
una delle basi essenziali di qualsiasi
iniziazione di mestiere, poiché la «vocazione» corrispondente è una delle
qualificazioni richieste per un’iniziazione del genere, ed è anzi la prima e la
più indispensabile di tutte1. Ma vi è un’altra cosa, su cui bisogna
insistere specie dal punto di vista iniziatico: è infatti quest’ultimo che dà
al lavoro, considerato secondo il concetto tradizionale, il suo significato più
profondo e la sua portata più alta e che, andando oltre la considerazione della
sola natura umana, lo riallaccia all’ordine cosmico stesso, cioè direttamente
ai principi universali. Per capirla, si può partire dalla definizione dell’arte
come «imitazione della natura nel suo modo di operare»2, cioè della
natura come causa (Natura naturans), e non come effetto (Natura
naturata); dal punto di vista tradizionale infatti, non vi è alcuna
distinzione fra arte e mestiere, come non ve n’è fra artista e artigiano, cosa
su cui sovente abbiamo avuto occasione di spiegarci; tutto quanto è prodotto
«conformemente all’ordine» merita, per questo solo fatto e allo stesso titolo,
d’esser considerato come un’opera d’arte3. Tutte le tradizioni
insistono sull’analogia fra gli artigiani umani e l’Artigiano divino, quelli
come Questo operanti «mediante un verbo concepito nell’intelletto», il che,
notiamolo di sfuggita, fa risaltare nel modo più netto
1 Certi mestieri
moderni e in particolare i mestieri puramente meccanici, per cui la «vocazione»
non è assolutamente in gioco e che per conseguenza sono anormali in se stessi,
non possono dar luogo valevolmente ad alcuna iniziazione.
2 E non nelle sue
produzioni, come immaginano i sostenitori di quell’arte cosiddetta «realista»,
che sarebbe più esatto chiamare «naturalista».
3 Ricordiamo di
sfuggita che questo concetto tradizionale dell’arte non ha niente in comune con
le teorie «estetiche» dei moderni.
98
SULLA «GLORIFICAZIONE DEL LAVORO»
possibile la funzione della contemplazione
come condizione preventiva e necessaria per la produzione di qualsiasi opera
d’arte; ed anche qui troviamo una differenza essenziale con la concezione
profana del lavoro, la quale, come dicevamo prima, lo riduce a pura e semplice
azione e con la pretesa per giunta di opporlo alla contemplazione. Secondo
quanto espresso nei libri indù, «noi dobbiamo costruire come i Dêva lo
fecero all’inizio», il che, esteso naturalmente all’esercizio di tutti i
mestieri degni di questo nome, implica che il lavoro abbia un carattere
veramente rituale, come d’altronde deve averlo ogni cosa in una civiltà
integralmente tradizionale; e non soltanto si può dire che è questo carattere
rituale ad assicurare la «conformità all’ordine» di cui parlavamo poco fa, ma
addirittura ch’esso è tutt’uno con questa conformità1.
Quando, nel suo dominio particolare,
l’artigiano umano imita in tal modo l’operazione dell’Artigiano divino, egli
partecipa all’opera stessa di questi in misura corrispondente, ed in una forma
tanto più effettiva quanto più ha coscienza di questa cooperazione; e più egli
realizza mediante il suo lavoro le virtualità della propria natura, più si
accresce in pari tempo la sua somiglianza con l’Artigiano divino, e più le sue
opere si integrano nell’armonia del Cosmo. È evidente come ciò sia lontano
dalle banalità che i nostri contemporanei sono abituati
1 Su tutto ciò vedere A. K. Coomaraswamy, Is Art a
Superstition or a Way of Life? nella raccolta intitolata Why exhibit
Works of Art?
[La traduzione di una parte di questa raccolta è
apparsa nei numeri di aprile-giugno e luglio-settembre 1964 della Rivista di
Studi Tradizionali – N.d.T.]
99
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
ad esprimere credendo in questo modo di fare
l’elogio del lavoro; questo, in realtà, quando è come tradizionalmente
dev’essere, e soltanto in questo caso, supera di gran lunga tutto quanto essi
sono capaci di concepire. Possiamo perciò concludere queste poche indicazioni,
che sarebbe facile sviluppare quasi indefinitamente, dicendo questo: la
«glorificazione del lavoro» corrisponde ad una verità, ed anche ad una verità
di ordine profondo; ma l’abituale modo d’intenderla da parte dell’uomo moderno
non è se non una deformazione caricaturale del suo significato tradizionale,
deformazione che in qualche modo giunge addirittura ad invertirlo. In effetti,
non si «glorifica» il lavoro con discorsi vani, cosa che non è neanche
plausibile; ma quello stesso lavoro viene «glorificato», cioè «trasformato»,
quando, invece di essere una semplice attività profana, costituisce una
collaborazione cosciente ed effettiva alla realizzazione del piano del «Grande
Architetto dell’Universo».
100
XI
IL SACRO ED IL PROFANO
Spesse volte abbiamo spiegato che, in una
civiltà integralmente tradizionale, qualsiasi attività umana possiede un
carattere che si può dire sacro, in quanto, per definizione, la tradizione non
lascia niente fuori del proprio dominio; le sue applicazioni si estendono a
tutte le cose senza eccezione, di modo che nessuna può essere considerata
indifferente ed insignificante nei suoi confronti, e la partecipazione
dell’uomo alla tradizione, qualunque cosa egli faccia, è costantemente
assicurata dai suoi stessi atti. Il fatto che a un certo momento alcune cose
sfuggano al punto di vista tradizionale, o vengano considerate come profane,
che è poi la stessa cosa, è un segno evidente del prodursi di un processo di
degenerazione, il quale si accompagna ad un affievolirsi e come ad uno
sminuirsi della tradizione; e una decadenza del genere, nella storia
dell’umanità, è naturalmente legata al procedere della marcia discendente del
ciclo. Questa può evidentemente presentare una quantità di fasi diverse, ma in
generale si può dire che, attualmente, pure quelle civiltà che hanno mantenuto
un carattere più strettamente tradizionale, accolgano nel loro ambito un
aspetto profano, in misura più o meno importante, a
101
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
titolo di concessione forzata alla mentalità
determinata dalle condizioni stesse dell’epoca. Questo peraltro non significa
che una tradizione debba riconoscere legittimo il punto di vista profano,
poiché ciò equivarrebbe a negare se stessa almeno in parte ed in proporzione
all’estensione ad esso accordata; pur attraverso ogni successivo adattamento,
la tradizione non può che affermare di diritto, se non di fatto, che il suo
punto di vista è realmente valido per tutte le cose, e che la sua sfera
d’applicazione le comprende tutte in ugual misura.
V’è d’altronde una sola civiltà, quella
Occidentale, che, nel suo spirito essenzialmente antitradizionale, ha la
pretesa di sostenere la legittimità dell’aspetto profano, e che per di più
considera come un progresso il comprendervi una parte sempre maggiore
dell’attività umana, sicché al limite, per lo spirito moderno integrale, tutto
finisce per essere profano, e tutti gli sforzi tendono in definitiva alla
negazione o all’esclusione del sacro. Si ha cioè un’inversione di rapporti: una
forma tradizionale, anche in declino, non può che tollerare come un male
inevitabile l’esistenza del punto di vista profano, e cerca altresì di
limitarne il più possibile le conseguenze; nella civiltà moderna, invece, è il
sacro che viene tollerato a mala pena nell’impossibilità di farlo sparire del
tutto in un colpo solo, ma in attesa di realizzare completamente questo
«ideale», gli si concede una parte vieppiù ridotta, mentre si cerca
accuratamente di isolarlo da tutto il resto mediante un’insormontabile
barriera.
Il passaggio dall’una all’altra di queste
opposte tendenze, implica la convinzione che esista non soltanto un punto di
vista profano, ma un dominio profano, cioè che certe cose siano profane in se
stesse e per loro natura,
102
IL SACRO ED IL PROFANO
invece di esser tali, com’è in realtà,
soltanto per effetto di una certa mentalità. Affermare che un dominio profano
esiste, ossia trasformare indebitamente una semplice condizione di fatto in una
condizione di diritto, è dunque, se così si può dire, uno dei postulati
fondamentali dello spirito antitradizionale, poiché è solo inculcando
preventivamente questa falsa concezione nella generalità degli uomini che esso
può sperare di ottenere gradualmente il proprio scopo, cioè la sparizione del
sacro o, in altri termini, l’eliminazione della tradizione financo nelle sue
ultime vestigia. Non c’è che da guardarsi attorno per constatare fino a che
punto lo spirito moderno è riuscito nell’impresa che si è prefissa, poiché
anche gli uomini che si reputano «religiosi», coloro cioè per cui più o meno
coscientemente sussiste ancora qualcosa dello spirito tradizionale, considerano
pur tuttavia la religione come una cosa che occupa fra le altre un posto a
parte, per di più ristretto, tale cioè da non esercitare alcun’influenza
effettiva sul resto della loro esistenza, nel corso della quale pensano ed
agiscono esattamente come i loro contemporanei più completamente irreligiosi.
Ma il fatto più grave è che questi uomini non si comportano così soltanto
perché costretti dall’ambiente in cui vivono, e cioè perché si trovano in una
situazione di fatto alla quale, pur deplorandola, non sono in grado di
sottrarsi: ciò sarebbe ancora ammissibile, in quanto da nessuno si può esigere
il coraggio necessario per reagire apertamente contro le tendenze dominanti
nella sua epoca, dati i pericoli cui andrebbe incontro. Al contrario,
anch’essi, come tutti gli altri, sono talmente dominati dallo spirito moderno,
che considerano perfettamente legittima la separazione tra sacro e profano, e
103
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
nello stato di cose proprio delle civiltà
tradizionali e normali, non vedono se non una confusione fra due domini
differenti, confusione che, secondo loro, è stata «superata» e vantaggiosamente
dissipata dal «progresso»!
Ma c’è di più: un atteggiamento del genere,
già difficilmente concepibile da parte di chiunque dica o creda d’essere
sinceramente religioso, non è più soltanto caratteristico dei «laici», per i
quali a rigore si potrebbe attribuirlo ad un’ignoranza fino ad un certo punto
scusabile. Questo stesso atteggiamento sembra ora aver conquistato un numero
vieppiù crescente di ecclesiastici, i quali paiono non comprendere quanto esso
sia opposto alla tradizione, e specifichiamo tradizione in generale,
riferendoci quindi sia a quella di cui essi sono i rappresentanti, come pure a
qualunque altra forma tradizionale; e ci è stato segnalato che alcuni di loro
giungono perfino a rimproverare alle civiltà orientali quella penetrazione
spirituale, tutt’ora presente nella vita sociale, in cui vedono una delle
principali cause della pretesa inferiorità di queste di fronte alla civiltà
occidentale! Si può d’altronde constatare una strana contraddizione: gli
ecclesiastici più influenzati dalle tendenze moderne si mostrano generalmente
molto più preoccupati d’azione sociale che non di dottrina; ma dal momento che
approvano ed accettano la «laicizzazione» della società perché mai intervengono
in questo dominio? Non certo per tentare, come sarebbe legittimo ed
auspicabile, di reintrodurvi un po’ di spirito tradizionale, dal momento che
ritengono che esso deve rimanere completamente estraneo alle attività di questo
genere; tale intervento è quindi del tutto incomprensibile, a meno di ammettere
che nella loro mentalità ci sia qualcosa di profondamente illogico,
104
IL SACRO ED IL PROFANO
il che d’altronde è incontestabilmente il caso
di molti dei nostri contemporanei. Comunque sia, è evidente in tutto ciò un
sintomo dei più inquietanti: quando dei rappresentanti autentici di una
tradizione sono giunti al punto che il loro modo di pensare non differisce più
sensibilmente da quello dei suoi avversari, ci si può chiedere quale grado di
vitalità abbia ancora questa tradizione nelle sue attuali condizioni; e poiché
la tradizione di cui si tratta è quella del mondo occidentale, quali speranze
di ritorno alla normalità possono ancora esservi per esso, finché ci si limita
al dominio exoterico e non si prende in esame alcun’altro ordine di
possibilità?
105
XII
A PROPOSITO DI «CONVERSIONI»
La parola «conversione» può essere intesa in
due sensi totalmente diversi: il suo significato originale corrisponde al
termine greco metanoia, che indica propriamente un cambiamento di nous
cioè, come dice A. K. Coomaraswamy, una «metamorfosi intellettuale». Questa
trasformazione interiore, com’è indicato d’altronde dalla stessa etimologia
della parola latina (da cum-vertere) implica ad un tempo una «riunione»
od una concentrazione delle potenze dell’essere, nonché una specie di
«rovesciamento» mediante il quale quest’essere passa «dal pensiero umano alla
comprensione divina». La metanoia, o la «conversione», è dunque il
passaggio cosciente dal «mentale», inteso nel senso ordinario e individuale che
gli è proprio, e cioè considerato come rivolto alle cose sensibili, a ciò che
ne rappresenta la trasposizione in un senso superiore in cui si identifica all’hêgemôn
di Platone o all’antaryâmî della tradizione indù. È evidente che, nella
fattispecie, si tratta di una fase necessaria in qualsiasi processo di sviluppo
spirituale; ed è dunque, teniamo ad insistervi, un fatto d’ordine puramente
interiore che non ha assolutamente nulla in comune con un qualunque cambiamento
esteriore e contingente
107
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
derivante semplicemente dal dominio «morale»,
come troppo sovente si tende a credere al giorno d’oggi (e, in questo senso, si
arriva perfino a tradurre metanoia con «pentimento»), oppure da quello
religioso e più generalmente exoterico1.
Al contrario, il significato comune della
parola «conversione», quello che è venuto assumendo nel linguaggio corrente, e
che ci accingiamo ad esaminare dopo che con la precedente spiegazione abbiamo
cercato di evitare possibili confusioni, questo secondo significato, dicevamo,
definisce unicamente il passaggio esteriore da una forma tradizionale ad
un’altra, quali che siano le ragioni che hanno potuto determinarlo, ragioni
spessissimo del tutto contingenti e talora completamente prive d’importanza, le
quali, in ogni caso, non hanno niente a che fare con la vera spiritualità.
Benché, senza dubbio, possano esserci talora conversioni più o meno spontanee,
almeno in apparenza, esse sono di solito una conseguenza del «proselitismo»
religioso, per cui va da sé che le obbiezioni che si possono formulare nei
riguardi di questo ultimo sono ugualmente applicabili ai suoi risultati; in
definitiva «colui che converte» e «colui che si fa convertire» danno prova di
un’identica incomprensione del senso profondo delle loro tradizioni, e i loro
rispettivi atteggiamenti dimostrano in modo lampante che il loro orizzonte
intellettuale è limitato all’exoterismo più esclusivo2. Ma a parte
questa ragione di principio, dobbiamo
1 Su questo soggetto vedere A. K. Coomaraswamy, On Being in One’s
Right Mind (Review of Religion, n. del novembre 1942).
2 In fondo v’è una
sola conversione veramente legittima in linea di principio, quella che consiste
nell’adesione ad una tradizione, qualunque essa sia d’altronde, da parte di
qualcuno precedentemente sprovvisto di qualsiasi riallacciamento tradizionale.
108
A PROPOSITO DI «CONVERSIONI»
dire che esistono anche altri motivi, per i
quali apprezziamo assai poco i «convertiti» in generale, non perché si debba a
priori mettere in dubbio la loro sincerità (non vogliamo neppure
considerare il caso, anche troppo frequente, di gente mossa soltanto da bassi
interessi materiali o sentimentali: si tratterebbe allora di «pseudo
convertiti»), ma prima di tutto perché, come minimo, danno prova di
un’instabilità mentale piuttosto preoccupante, e poi perché quasi sempre
tendono a manifestare il «settarismo» più ristretto ed esagerato, sia per
effetto del loro stesso temperamento, che spinge alcuni di loro a passare con
sconcertante facilità da un estremo all’altro, sia per sviare i sospetti di cui
credono essere oggetto nel loro nuovo ambiente. In fondo si può dire che i
«convertiti» sono poco interessanti, almeno per chi consideri le cose fuori da
ogni partito preso d’esclusivismo exoterico e non abbia alcun interesse per lo
studio di certe «curiosità» psicologiche; per quanto ci riguarda preferiamo certamente
non aver troppo a che fare con loro.
Ciò detto, è opportuno segnalare (ed è
soprattutto questo che avevamo in vista) che talora si parla di «conversioni»
molto a sproposito, e in casi in cui questo termine, inteso nel senso che
abbiamo precisato e che corrisponde alla sua più comune accezione, è
assolutamente inapplicabile. Intendiamo riferirci a coloro i quali, per ragioni
d’ordine esoterico od iniziatico, sono indotti ad adottare una forma
tradizionale diversa da quella a cui per nascita potevano essere ricollegati,
sia perché questa non dava loro possibilità di tal genere, sia soltanto perché
l’altra, anche sul piano exoterico, forniva invece una base più appropriata
alla loro natura, e dunque più
109
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
favorevole al loro lavoro spirituale. Questo,
per chi si ponga dal punto di vista esoterico, è un diritto assoluto contro cui
nulla possono tutti gli argomenti degli exoteristi, in quanto si tratta di un
caso che, per definizione, è completamente fuori dalla loro competenza.
Contrariamente a quanto si verifica per una «conversione», non vi è nulla che
in questo caso implichi il riconoscimento di una superiorità intrinseca di una
forma tradizionale su di un’altra, ma unicamente ciò che potrebbe definirsi una
ragione di convenienza spirituale, cosa ben diversa da una semplice
«preferenza» individuale, e nei confronti della quale tutte le considerazioni
esteriori sono perfettamente insignificanti. È sottinteso d’altronde, che per
agire in questo senso in modo legittimo, ed ammesso che, come abbiamo supposto,
esista realmente la capacità di porsi dal punto di vista esoterico, bisogna
aver coscienza, almeno in virtù di una conoscenza teorica, anche se non
effettivamente realizzata, dell’unità essenziale di tutte le tradizioni; per
chi si trovi in queste condizioni tutto ciò basta evidentemente, per quel che
lo riguarda, a giudicare una «conversione» come cosa del tutto priva di senso e
addirittura inconcepibile. Se ora ci si chiedesse perché esistono casi simili,
risponderemmo che ciò è soprattutto dovuto alle condizioni dell’epoca attuale
in cui, da una parte certe tradizioni sono di fatto divenute incomplete
«dall’alto», cioè sotto l’aspetto esoterico (aspetto che viene talvolta perfino
negato più o meno formalmente dai loro rappresentanti «ufficiali»), e
dall’altra è molto facile che un essere nasca in un ambiente che non è in
armonia con la sua natura, e non è dunque tale da convenirgli realmente e da
permettere alle sue possibilità di svilupparsi in
110
A PROPOSITO DI «CONVERSIONI»
modo normale soprattutto in campo
intellettuale e spirituale; è certamente spiacevole sotto molti aspetti che le
cose stiano a questo modo, ma si tratta purtroppo di inconvenienti inevitabili
nella presente fase del Kali-Yuga.
Oltre al caso di chi «si stabilisce» in una
determinata forma tradizionale perché essa gli mette a disposizione i mezzi più
adeguati per il lavoro interiore ch’egli deve ancora compiere, ve n’è un altro
su cui vogliamo parimenti spendere qualche parola: è il caso di quegli uomini
che, giunti ad un alto grado di sviluppo spirituale, possono adottare
esteriormente tale o tal altra forma tradizionale, secondo le circostanze, e
per ragioni che necessariamente sfuggono alla comprensione degli uomini
ordinari. Essi, per lo stato spirituale che hanno raggiunto, sono al di là di
tutte le forme, e non si tratta quindi per loro che di apparenze esteriori che
non possono minimamente influenzare o modificare la loro realtà intima; non
solo essi hanno compreso, come coloro di cui parlavamo poco fa, ma pienamente
realizzato nel suo stesso principio, l’unità fondamentale di tutte le
tradizioni. In tal caso sarebbe ancor più assurdo parlare di «conversioni», e
tuttavia ciò non toglie che abbiamo visto scrivere seriamente da qualcuno che
Shrî Râmakrishna, per esempio, si era «convertito» all’Islâm in un certo
periodo della sua vita, ed al Cristianesimo in un altro; niente può esser più
ridicolo di simili asserzioni, che danno una ben triste idea della mentalità
dei loro autori. Nel caso di Shrî Râmakrishna, in realtà, si trattava soltanto
di «verificare» in qualche modo, per esperienza diretta, la validità delle
diverse «vie» rappresentate dalle tradizioni alle quali si assimilò
temporaneamente; che cosa, nel
111
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
caso specifico, può far anche lontanamente
pensare ad una «conversione»?
In linea generale si può dire che chiunque
abbia coscienza dell’unità delle tradizioni, sia per semplice comprensione
teorica, sia ed a maggior ragione per realizzazione effettiva, è
necessariamente, e per questo solo fatto, «inconvertibile» a checchessia; egli
è anzi il solo che lo sia veramente, poiché gli altri potranno sempre, a questo
riguardo, essere più o meno alla mercé di circostanze contingenti. Non si
denuncerà mai abbastanza energicamente l’equivoco che induce certuni a parlare
di «conversioni» quando di esse non v’è la minima traccia: è necessario tagliar
corto alle troppe sciocchezze di questo genere che circolano nel mondo profano,
sotto le quali, molto spesso, non è difficile indovinare intenzioni nettamente
ostili a tutto quanto deriva dall’esoterismo.
112
XIII
CERIMONIALISMO ED ESTETISMO
Abbiamo già denunciato la strana confusione
che viene spesso commessa, ai nostri tempi, fra riti e cerimonie1,
cosa che dimostra una completa misconoscenza della vera natura e dei caratteri
essenziali dei riti, e potremmo ben dire della tradizione in generale. In
effetti, mentre i riti, come tutto ciò che è realmente tradizionale, comportano
necessariamente un elemento «non-umano», le cerimonie sono invece qualcosa di
puramente umano, e non possono che produrre effetti strettamente limitati a
questa sfera o, per meglio dire, agli aspetti più esteriori di essa, in quanto
questi effetti sono in realtà esclusivamente «psicologici» e soprattutto
emotivi. La confusione in questione si può inoltre vedere come un caso
particolare o una conseguenza dell’«umanesimo», cioè della tendenza affatto
moderna a ridurre ogni cosa a livello umano, tendenza che d’altra parte si
manifesta pure nella pretesa di spiegare «psicologicamente» gli effetti dei
riti, cosa che in realtà tende a sopprimere la differenza essenziale fra essi e
le cerimonie.
Non intendiamo contestare l’utilità relativa
delle cerimonie
1 Vedere Aperçus sur l’Initiation,
cap. XIX.
113
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
quando queste, aggiungendosi accidentalmente
ai riti in un periodo d’oscurantismo spirituale, li rendono più accessibili
alla generalità degli uomini, preparando in certo qual modo quest’ultimi a
riceverne quegli effetti che non possono più esser colti se non mediante tali
mezzi del tutto esteriori. Ma affinché questa funzione di «sussidiari» sia
legittima, ed abbia inoltre una reale efficacia, occorre che lo sviluppo delle
cerimonie sia mantenuto entro certi limiti, al di là dei quali rischia invece
di avere conseguenze del tutto opposte. Ciò è più che evidente nelle attuali
condizioni delle forme religiose occidentali, ove i riti finiscono per essere
veramente soffocati dalle cerimonie; in casi simili, non solo l’accidentale
viene spesso scambiato per l’essenziale, il che dà luogo ad un formalismo
eccessivo e privo di senso, ma lo stesso «spessore» del rivestimento
cerimoniale, se è permesso esprimersi in questo modo, oppone all’azione delle
influenze spirituali un ostacolo che è ben lungi dall’essere trascurabile;
nella fattispecie si ha un vero fenomeno di «solidificazione», nel senso che
altrove1 abbiamo dato a questa parola, e che si attaglia molto bene
al carattere generale dell’epoca moderna.
Quest’abuso, a cui si può dare il nome di
«cerimonialismo», è, com’è facile capire, una caratteristica propria degli
Occidentali; le cerimonie, in effetti, danno sempre l’impressione di qualcosa
d’eccezionale, e comunicano quest’apparenza anche ai riti a cui si
sovrappongono; ora, quanto meno una civiltà è tradizionale nel suo insieme,
tanto più si accentua la separazione fra tradizione, nella misura in cui ancora
sussiste seppure sminuita,
1 Vedere Le Règne de la quantité et les
signes des temps.
114
CERIMONIALISMO ED ESTETISMO
e ciò che si considera puramente profano, cioè
tutto il resto che costituisce la «vita ordinaria», come si è convenuto
chiamarla, su cui gli elementi tradizionali non esercitano più alcun’influenza
effettiva. È più che evidente che tale separazione non è mai stata spinta così
a fondo come dagli Occidentali moderni, e con questo nome ci riferiamo
naturalmente a coloro i quali hanno conservato qualcosa della loro tradizione,
ma che, salvo l’esigua parte concessa alla «pratica» religiosa nella loro vita,
non si distinguono in alcun modo dagli altri. In queste condizioni, ciò che
riguarda la tradizione riveste per forza di cose, in rapporto al resto, un
carattere d’eccezione, com’è appunto sottolineato dallo spiegamento di
cerimonie che lo circonda; così, anche se si ammette come giustificazione a
tutto ciò qualcosa che in parte si spiega con il temperamento occidentale, e
che corrisponde ad un tipo di emotività che lo rende particolarmente sensibile
alle cerimonie, non è men vero che vi sono anche ragioni d’ordine più profondo,
in stretto rapporto con l’affievolirsi dello spirito tradizionale. Da notare
anche, nello stesso ordine d’idee, che quando gli Occidentali parlano di cose
spirituali, o di cose che essi ritengano tali a torto o a ragione1,
si credono obbligati ad assumere un tono solenne e stucchevole, quasi a
sottolineare che queste cose non hanno niente in comune con il soggetto
abituale delle loro conversazioni; questa «cerimoniosa» affettazione, checché
essi ne pensino, non ha certamente
1 Poniamo questa
restrizione a causa delle molteplici contraffazioni della spiritualità che
hanno corso fra i nostri contemporanei; in ogni caso basta che essi siano
persuasi che si tratta di spiritualità, o che vogliano persuaderne gli altri,
perché la stessa osservazione sia valida in tutti i casi.
115
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
alcun rapporto con la serietà e la dignità che
conviene a tutto ciò che è tradizionale, e che non esclude la più perfetta
naturalezza e la più grande semplicità d’atteggiamento, tratti che ancora oggi
si possono osservare in Oriente1.
Vi è un altro lato della questione di cui non
abbiamo ancora parlato e su cui ci pare necessario insistere ancora: vogliamo
riferirci alta connessione che gli Occidentali vedono fra il «cerimonialismo» e
quel che si può chiamare «estetismo». Con quest’ultima parola intendiamo
naturalmente la speciale mentalità che deriva dal punto di vista «estetico»;
quest’ultimo si applica prima di tutto e particolarmente all’arte, ma
estendendosi a poco a poco ad altre sfere, finisce con l’attribuire una «tinta»
particolare al modo che hanno gli uomini di considerare tutte le cose. Si sa
che la concezione «estetica», come suggerisce il suo nome, è quella che
pretende di ridurre ogni cosa ad una semplice questione di «sensibilità»: si
tratta della concezione moderna e profana dell’arte, la quale, com’è stato
dimostrato in numerosi scritti da A. K. Coomaraswamy, si oppone alla sua
1 Ciò è
particolarmente evidente nel caso dell’Islâm, che comporta naturalmente una
quantità di riti, ma ove non si può trovare una sola cerimonia. Si può
constatare d’altra parte, per quanto si è conservato dei sermoni del Medio Evo,
che anche in Occidente, in quest’epoca veramente religiosa, i predicatori non
disdegnavano l’uso di un tono familiare e talora anche umoristico. – Un fatto
molto significativo è la deviazione che l’uso corrente ha fatto subire al senso
del termine «pontefice» e dei suoi derivati, i quali, per l’Occidentale medio
che ne ignora il valore simbolico e tradizionale, sono arrivati a rappresentare
unicamente l’idea del «cerimonialismo» più spinto, quasi la funzione del
pontificato fosse, non già l’adempimento di certi riti, ma quello di cerimonie
particolarmente pompose.
116
CERIMONIALISMO ED ESTETISMO
concezione normale e tradizionale; applicata a
qualsiasi cosa, essa ne sopprime ogni intellettualità, o per meglio dire ogni
intelligibilità, per cui il bello, lungi dall’essere lo «splendore del Vero»,
come lo si definiva in altri tempi, si riduce ad essere unicamente il prodotto
di un certo senso di piacere, cioè qualcosa di puramente «psicologico» e
«soggettivo». In questo modo di vedere è di conseguenza implicito il gusto per
le cerimonie, in quanto queste provocano appunto unicamente effetti di ordine estetico,
né possono provocarne altri; nelle cerimonie, come d’altronde nell’arte
moderna, è inutile ricercare una ragione od un senso più o meno profondo da
penetrare; è più che sufficiente lasciarsi «impressionare» in modo del tutto
sentimentale. Tutto ciò quindi, non raggiunge nell’essere psichico che la parte
più superficiale ed illusoria, quella che non soltanto varia da un individuo
all’altro, ma anche, nello stesso individuo, secondo le disposizioni del
momento; questo dominio sentimentale è veramente, e sotto tutti i rapporti, il
prototipo completo ed estremo di quella che potrebbe definirsi «soggettività»
allo stato puro1.
Quanto andiamo dicendo sul gusto delle
cerimonie propriamente dette, è naturalmente applicabile anche all’eccessiva e
sproporzionata importanza da taluni attribuita a tutto ciò che è «scenario»
esteriore, tanto da arrivare,
1 In questa sede
non è il caso di soffermarsi su certe forme dell’arte moderna capaci di
produrre effetti di squilibrio, o addirittura di «disgregazione», le cui
ripercussioni sono suscettibili di estendersi molto più lontano; in questo caso
non si tratta più soltanto dell’insulsaggine, nel vero senso della parola,
riferita a tutto quanto è veramente profano, ma proprio di una vera opera di
«sovversione».
117
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
anche in cose d’ordine autenticamente
tradizionale, fino a voler fare di quest’elemento contingente ed accessorio
qualcosa di indispensabile ed essenziale, così come altri ritengono che i riti
perderebbero ogni valore se non fossero accompagnati da cerimonie più o meno
«imponenti». In questo caso si tratta proprio di «estetismo», e anche quando
coloro che si aggrappano allo «scenario» assicurano di farlo per via del
significato che vi annettono, non siamo affatto sicuri che essi non si facciano
delle illusioni in proposito, e che invece non siano soprattutto attirati da
qualcosa di molto più esteriore e «soggettivo», come può esserlo un’impressione
«artistica» nel senso moderno della parola; si può concludere che la confusione
fra l’accidentale e l’essenziale, che in ogni caso sussiste, è sempre segno di
una comprensione come minimo molto imperfetta. Così, per esempio, abbiamo i
nostri dubbi che fra gli ammiratori dell’arte medioevale, anche se sinceramente
persuasi che la loro ammirazione non è semplicemente «estetica» come quella dei
«romantici», bensì frutto della spiritualità che si esprime attraverso
quest’arte, siano in molti a comprenderla veramente, e ad esser capaci di fare
lo sforzo necessario per vederla con occhio diverso dai moderni, cioè a porsi
realmente nella condizione di spirito di quelli che hanno realizzato quest’arte
o di quelli cui era destinata. Fra coloro che si compiacciono di circondarsi
d’uno «scenario» di quell’epoca, si trova quasi sempre, ad un livello più o
meno accentuato, se non proprio la mentalità, almeno la prospettiva degli
architetti che fanno del «neogotico», o dei pittori moderni che cercano di
imitare le opere dei «primitivi». In queste «ricostruzioni» c’è sempre qualcosa
di artificiale e di «cerimonioso», qualcosa
118
CERIMONIALISMO ED ESTETISMO
che «suona falso», si potrebbe dire, e che
ricorda l’«esposizione» o il «museo» molto più che non evochi l’uso reale e
normale delle opere d’arte in una civiltà tradizionale; a voler dire tutto con
una sola parola, si ha nettamente l’impressione che lo «spirito» ne sia assente1.
Ciò che abbiamo detto a proposito del Medio
Evo, tanto per dare un esempio preso all’interno del mondo occidentale stesso,
può essere confermato, e a maggior ragione, nel caso che si tratti di uno
«scenario» orientale; in effetti, è ben raro che questo, anche se composto
d’elementi autentici, non rappresenti soprattutto, come insieme, l’idea che
dell’Oriente si fanno gli Occidentali, idea che ha una parentela ben lontana
con quel che l’Oriente è in realtà2. Questo ci porta a precisare
meglio un altro punto importante: fra le molteplici manifestazioni
dell’«estetismo» moderno, conviene assegnare un posto a parte al gusto
dell’«esotismo», così spesso presente fra i nostri contemporanei, il quale,
indipendentemente dai fattori che possono averlo determinato, e che
1 Nello stesso
ordine d’idee, segnaleremo incidentalmente il caso delle feste, così dette
«folkloristiche», che sono tanto di moda oggi: questi tentativi di
ricostruzione d’antiche feste «popolari», anche se appoggiate sulla
documentazione più esatta e sull’erudizione più scrupolosa, hanno
inevitabilmente un andazzo risibile da «mascherata» e da contraffazione
grossolana, che può far credere ad un’intenzione «parodistica» certamente non
esistente nei loro organizzatori.
2 Per fare un
esempio limite, e pertanto più «tangibile», le opere della maggior parte dei
pittori così detti «orientalisti» mostra in modo fin troppo chiaro quel che può
dare la «prospettiva» occidentale applicata alle cose d’Oriente; è indubbio
ch’essi hanno preso a modello personaggi, oggetti e paesaggi orientali, ma
poiché li hanno visti in modo del tutto esteriore, la maniera in cui li hanno
«resi» vale pressappoco tanto quanto le realizzazioni dei «folkloristi» di cui
parlavamo poc’anzi.
119
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
sono troppo numerosi per essere esaminati qui
dettagliatamente, è in definitiva ancora riducibile ad una questione di
«sensibilità» più o meno «artistica» estranea a qualsiasi comprensione vera, od
anche soltanto, per chi disgraziatamente ne è afflitto, ad una semplice «moda»,
non dissimile d’altronde dall’ammirazione ostentata verso questa o quella forma
d’arte, che varia da un momento all’altro secondo le circostanze. Il caso
dell’«esotismo» ci tocca in certo qual modo più da vicino di qualsiasi altro,
perché temiamo molto che anche l’interesse che taluni manifestano per le
dottrine orientali sia troppo spesso dovuto a questa tendenza; se le cose
stanno così, è evidente che si tratta soltanto di un «atteggiamento» esteriore,
e che non è il caso di prenderlo sul serio. A complicare le cose sta il fatto
che questa stessa tendenza può talora combinarsi, in proporzioni diverse, con
un interesse molto più reale e sincero; quest’ultimo caso non è certo disperato
come l’altro, ma bisogna allora rendersi conto che non si potrà mai giungere
alla vera comprensione di una dottrina qualsiasi, fintanto che l’eventuale
impressione d’«esotismo» iniziale non sarà completamente sparita. Ciò può
richiedere uno sforzo preliminare molto considerevole e per taluni anche penoso,
che però è strettamente indispensabile se si vuole ottenere qualche valido
risultato dagli studi intrapresi; se la cosa risulta impossibile, come
naturalmente qualche volta succede, è perché si ha a che fare con degli
Occidentali, i quali, per via della loro particolare costituzione psichica, non
potranno mai cessare d’esser tali; essi farebbero quindi molto meglio a
rimanere interamente e onestamente quel che sono, ed a rinunciare ad occuparsi
di cose da cui non possono ritrarre alcun giovamento
120
CERIMONIALISMO ED ESTETISMO
reale: qualunque cosa facciano, infatti, tali
cose si troveranno per loro sempre in un «altro mondo», privo di rapporti con
quello in cui vivono e da cui sono incapaci di uscire. Queste considerazioni
assumono un’importanza del tutto particolare nel caso di Occidentali di
nascita, i quali, per una ragione o per l’altra, ma soprattutto per questioni
d’ordine esoterico e iniziatico (le sole che d’altronde possiamo considerare
come veramente degne d’interesse1), abbiano deciso di aderire ad una
tradizione orientale; qui, in effetti, si pone veramente per essi una questione
di qualificazione, la quale, a rigore, dovrebbe essere oggetto di una specie di
«prova» preliminare, prima cioè di arrivare ad un’adesione reale ed effettiva.
In ogni caso, e anche nelle condizioni più favorevoli. essi devono convincersi
che fino a quando troveranno il benché minimo carattere «esotico» nella forma
tradizionale da loro adottata, ciò sarà una prova veramente incontestabile che
non hanno realmente assimilato questa forma, e che, quali che siano le
apparenze, essa rappresenta ancora qualcosa di esteriore al loro essere reale,
tale da non modificarlo se non in superficie; è questo in qualche modo uno dei
primi ostacoli che essi incontrano sulla loro via, e l’esperienza ci insegna che,
per molti, non è forse il meno difficile da superare.
1 Vedere su questo
soggetto il capitolo precedente: A proposito di «conversioni».
121
XIV
NUOVE CONFUSIONI
Abbiamo avuto occasione di segnalare, anni fa,
lo strano atteggiamento di coloro che sentono la necessità di confondere
deliberatamente l’esoterismo con il misticismo, o anche, per essere più esatti,
di esporre le cose in modo da sostituire interamente il misticismo
all’esoterismo ovunque incontrino quest’ultimo, ma specie nelle dottrine
orientali1. Questa confusione, nata d’altronde con gli orientalisti,
poteva all’origine esser dovuta soltanto a quell’incomprensione di cui essi
hanno dato ben altre prove perché si possa stupirne; ma la cosa divenne ben più
grave quando se ne impadronirono certi ambienti religiosi, con intenzioni
visibilmente più coscienti, ed un partito preso che non era più soltanto quello
di far rientrare tutto, bene o male, nei quadri occidentali. Questi ambienti si
erano accontentati infatti fino a quel momento di negare in modo puro e
semplice l’esistenza di qualsiasi esoterismo, atteggiamento evidentemente
comodo in quanto dispensava dall’esaminare più a fondo qualcosa che si riteneva
particolarmente imbarazzante, e che effettivamente lo è, per chi, come gli
exoteristi ad
1 Vedere Aperçus sur l’Initiation,
cap. I.
123
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
oltranza, pretende che nulla deve sfuggire
alla propria competenza; ad un certo momento però, sembra si siano resi conto
che questa negazione totale e «semplicistica» non era più possibile, mentre era
più abile snaturare l’esoterismo, in modo da poterlo sotto un certo aspetto
«annettere», assimilandolo a qualcosa che, come il misticismo, proviene
effettivamente dall’exoterismo religioso. In questo modo si poteva ancora
continuare a non pronunciare il termine esoterismo, dato che quello di
misticismo gli veniva sostituito ovunque e sempre, e la cosa era pertanto così
ben travestita da parer rientrare nei quadri exoterici; ciò era fondamentale
per i fini che ci si proponeva, e permetteva a certuni di formulare «giudizi»,
per dritto e per traverso, su cose che essi non avevano la benché minima
qualificazione a trattare, e che. per loro natura, erano interamente fuori
dalla loro «giurisdizione».
In questi ultimi tempi abbiamo constatato un
altro mutamento d’attitudine, o di tattica per meglio dire, perché va da sé che
in questo genere di cose non si tratta solo di un atteggiamento che, per quanto
erroneo, può almeno apparire disinteressato, come si può ammettere per la
maggior parte degli orientalisti1; il curioso è che questo nuovo
atteggiamento ha cominciato a manifestarsi proprio negli stessi ambienti di cui
parlavamo prima, nonché in altri assai vicini a questi, a giudicare dal fatto
che i personaggi che vi figurano sono in parte gli stessi2.
1 Diciamo la
maggior parte, in quanto bisogna naturalmente lasciar fuori quegli orientalisti
che si trovano ad aver legami più o meno stretti con gli ambienti religiosi in
questione.
2 Nelle nostre
ultime recensioni a proposito di una nuova pubblicazione, abbiamo segnalato un
esempio molto caratteristico
124
NUOVE CONFUSIONI
Adesso non si esita più a parlare chiaramente
di esoterismo, quasi questa parola avesse improvvisamente smesso di far paura;
cosa può esser successo perché si sia arrivati a tanto? Senza dubbio è
difficile affermarlo con sicurezza, ma si può supporre che, in un modo o
nell’altro, l’esistenza dell’esoterismo sia divenuta una verità troppo evidente
perché si possa continuare a passarla sotto silenzio, o per sostenere che
quest’esoterismo non è altro che misticismo; per la verità crediamo di aver
contribuito abbastanza anche noi ai penosi effetti che tale constatazione ha
dovuto causare in certi ambienti, ma le cose stanno così, e non possiamo farci
niente; bisogna pur prender partito, e cercare di adattarsi il più possibile
alle modificazioni che le circostanze impongono all’ambiente in cui si vive!
D’altronde è proprio quel che si sono affrettati a fare, ma non per questo
pensiamo di dovercene rallegrare oltre misura, in quanto non è il caso di farsi
illusioni su quella che potremmo chiamare la «qualità» del cambiamento; non
basta infatti voler finalmente riconoscere l’esistenza dell’esoterismo, bisogna
vedere come lo si presenta e in che modo se ne parla, ed è qui, com’era
prevedibile, che le cose cambiano in maniera singolare.
Prima di tutto, anche se non è sempre facile
sapere cosa realmente pensi certa gente che pare ingegnarsi a non dissipare mai
gli equivoci che possono introdursi nei
dell’atteggiamento in questione, e prossimamente
avremo occasione di rilevarne altri; ma è sottinteso che per il momento ci
atteniamo a considerazioni d’ordine generale, senza dedicarci all’esame
particolare e dettagliato di casi individuali (e ci riferiamo tanto ai gruppi e
loro organi come alle persone) che troverà una sede più adatta quando sarà il
caso.
125
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
loro scritti (non vogliamo far loro l’offesa
di credere che si tratti di incapacità), essi paiono ammettere non soltanto
l’esistenza dell’esoterismo, ma anche la sua validità, almeno in una certa
misura e sotto l’egida del simbolismo; è certamente già qualcosa di molto
apprezzabile che, per quanto riguarda quest’ultimo, non si accontentino più
dell’incresciosa banalità delle interpretazioni exoteriche correnti e del
piatto moralismo cui queste si ispirano abitualmente. Tuttavia diremmo che,
sotto certi aspetti, essi vanno anche troppo lontano, nel senso che capita loro
di frammischiare a considerazioni molto giuste, altre tratte da uno pseudo
simbolismo del tutto fantasioso, che è veramente impossibile prendere sul
serio; è il caso di vedere in ciò soltanto l’effetto d’una certa inesperienza
in un campo ove niente può essere improvvisato? È possibile che sia così, ma
può anche darsi che ci sia dell’altro; si direbbe anche che questo miscuglio
sia fatto di proposito a dispregio del simbolismo e dell’esoterismo, benché non
riusciamo a credere che l’intenzione di quelli che scrivono queste cose sia
tale, perché in questo caso bisognerebbe ch’essi si rassegnassero a veder
ricadere il discredito su loro stessi e sui loro lavori; ma non è altrettanto
certo che questa intenzione non sia in alcun modo presente fra coloro da cui
essi si lasciano dirigere, perché è evidente che in casi del genere non tutti
sono ugualmente coscienti dei retroscena della «tattica» cui prestano la loro
collaborazione. Comunque sia, e fino a prova contraria, preferiamo pensare che
si tratti solo di «minimizzare» questo esoterismo che non si può più negare (in
definitiva è quel che proverbialmente si dice «gettare acqua sul fuoco»), e
sminuirne il più possibile la portata, introducendovi problemi senza importanza
126
NUOVE CONFUSIONI
reale o addirittura insignificanti, specie di
specchietti per le allodole ad uso del pubblico, il quale sarà naturalmente fin
troppo disposto a farsi un’idea dell’esoterismo proprio sulla falsariga di
queste piccolezze che, molto più di tutto il resto, sono commisurate alle sue
facoltà di comprensione1.
Eppure questo non è ancora l’aspetto più
grave; c’è qualcos’altro che, sotto certi aspetti, ci pare più inquietante, e
cioè che si confonda inestricabilmente il vero esoterismo, con le sue
molteplici deformazioni e contraffazioni contemporanee (occultiste, teosofiste
e d’altro genere), traendo indifferentemente, dal primo e dalle seconde,
nozioni e riferimenti che vengono presentati in modo da metterli per così dire
tutti sullo stesso piano, e astenendosi dal porre nettamente in rilievo quel
che si ammette e quel che si respinge in tutto ciò: ignoranza o mancanza di
discernimento? Senza dubbio cose del genere possono molto spesso avere una
funzione in casi simili, e d’altronde certi «dirigenti» sanno benissimo come
farle servire ai loro scopi; ma nel caso presente è disgraziatamente
impossibile che ci sia solo questo, e siamo assolutamente certi che fra tutti
coloro che
1 Siamo venuti a
sapere che un ecclesiastico, il quale aveva cominciato ad esporre delle vedute
di incontestabile interesse dal punto di vista del simbolismo, si vide in
seguito costretto non a negarle, ma ad attenuarle, dichiarando che lui stesso
non annetteva loro se non un’importanza del tutto secondaria e le considerava
in certo qual modo come dottrinalmente indifferenti; ciò sembra appoggiare quel
che andiamo dicendo a proposito di tale voluta «minimizzazione»
dell’esoterismo, la quale d’altronde può molto bene operarsi in modi diversi e
apparentemente contrari, con l’attribuire importanza a ciò che non ne ha, e con
lo sminuire invece ciò che ne ha realmente.
127
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
agiscono in questo modo, non pochi sono
perfettamente al corrente di come le cose stiano in realtà; come qualificare
allora un tale modo di procedere che sembra espressamente calcolato per gettare
il turbamento e la confusione nell’animo dei lettori? E poiché del resto non si
tratta di un fatto isolato, ma di una tendenza generale da parte dei personaggi
di cui parliamo, sembra proprio ch’essa debba corrispondere ad un «piano»
preordinato; in ciò si può naturalmente constatare un ulteriore esempio della
sempre maggiore estensione del disordine moderno, senza il quale confusioni del
genere quasi non potrebbero prodursi e tanto meno diffondersi; ma questa
spiegazione non basta, e ancora una volta dobbiamo chiederci quali precise
intenzioni ci siano sotto. Forse è ancora troppo presto per distinguerle
chiaramente, e conviene aspettare ancora un po’ per vedere in qual senso questo
«movimento» andrà sviluppandosi; ma tutta questa confusione non avrà forse come
scopo principale di gettare sull’esoterismo più autentico una parte del
sospetto che legittimamente si applica alle sue contraffazioni? Ciò potrebbe
sembrare in contraddizione con il fatto stesso che si sia accettato
l’esoterismo, ma noi siamo tutt’altro che sicuri che quest’accettazione sia
reale, ed ecco perché: prima di tutto, non fosse che per gli equivoci cui
facevamo allusione prima, si tratta solo di un’accettazione per così dire di
«principio», che attualmente non verte su alcunché di definito; in secondo
luogo, benché si eviti qualsiasi giudizio d’insieme, si lanciano di tanto in
tanto insinuazioni più o meno malevole, e si dà il caso che queste siano quasi
sempre dirette contro il vero esoterismo. Queste osservazioni inducono a
chiedersi se, in definitiva, non si tratti semplicemente di preparare
128
NUOVE CONFUSIONI
la costituzione d’un nuovo pseudo esoterismo
di genere un po’ particolare, destinato a dare un’apparenza di soddisfazione a
coloro che non si accontentano più dell’exoterismo, distogliendoli però
dall’esoterismo vero cui si pretenderebbe di opporlo1. Se le cose
stanno così, e dal momento che questo pseudo esoterismo, forse già
preannunciato con le fantasie e con gli «specchietti per allodole» da noi
citati, è ancora ben lungi dall’essere «a punto», è comprensibile, in attesa
che lo sia, che si abbia tutto l’interesse a restare il più possibile nel vago,
salvo ad uscirne per prendere apertamente l’offensiva al momento voluto: in
questo modo tutto si spiegherebbe perfettamente. È sottinteso che, fino a nuovo
avviso, non possiamo presentare l’argomento ora esposto se non come ipotesi, ma
tutti quelli che conoscono la mentalità di certa gente riconosceranno
certamente ch’essa non manca di verosimiglianza; e per quanto ci riguarda, già
da qualche tempo ci sono state riferite diverse storie di pretese iniziazioni che,
per inconsistenti che siano, sarebbero tali da confermarla.
Per il momento non vogliamo dire altro su
tutto ciò, ma abbiamo preferito non attendere oltre per mettere in guardia chi,
nella miglior buona fede, rischierebbe troppo facilmente di lasciarsi sedurre
da certe apparenze ingannevoli; e saremmo ben contenti se, come accade
talvolta, il fatto solo di aver esposto queste cose bastasse ad arrestarne lo
sviluppo prima che procedano
1 L’incorporazione
di elementi realmente tradizionali, non impedirebbe ad una cosa del genere, in
quanto «costruzione», di essere soltanto, nel suo insieme, uno pseudo
esoterismo; del resto è proprio a questo modo che hanno proceduto gli
occultisti, anche se per ragioni diverse ed in modo molto meno cosciente.
129
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
troppo oltre. Aggiungeremo ancora, che ad un
livello molto inferiore a quello in questione, abbiamo osservato di recente
delle confusioni che in definitiva sono dello stesso genere, e la cui
interpretazione perlomeno non è soggetta a cauzione: è manifestamente in corso
il tentativo di assimilare l’esoterismo alle sue peggiori contraffazioni, ed i
rappresentanti delle organizzazioni iniziatiche tradizionali ai ciarlatani
delle diverse pseudo iniziazioni; fra queste grossolane ignominie, contro cui
non si protesterà mai abbastanza, e certe manovre molto più sottili, esistono
certamente delle differenze; ma queste cose in fondo non sono forse tutte
dirette nello stesso senso, e non è forse vero che i tentativi più abili e più
insidiosi sono proprio per questo i più pericolosi?
130
XV
SUL PRETESO «ORGOGLIO INTELLETTUALE»
Nel capitolo precedente, dedicato al nuovo
atteggiamento che certi ambienti religiosi hanno assunto nei confronti
dell’esoterismo, dicevamo che negli scritti riferentisi a quest’ordine di cose
si introducono di tanto in tanto, e come incidentalmente, certe insinuazioni
malevole le quali, se non rispondessero a ben definite intenzioni, si
accorderebbero piuttosto male con l’ammissione stessa dell’esoterismo, sia pure
unicamente in linea di principio. Tra queste insinuazioni ve n’è una sulla
quale ci pare utile ritornare più particolareggiatamente: ci riferiamo al
rimprovero d’«orgoglio intellettuale», tutt’altro che nuovo certamente, ma che
una volta di più ricompare, e, fatto singolare, coinvolge sempre di preferenza
gli aderenti alle dottrine esoteriche più autenticamente tradizionali; bisogna
dunque concludere che questi ultimi sono ritenuti più pericolosi dei
falsificatori di tutte le risme? Certamente è possibile, e del resto, in casi
simili, i falsificatori in questione vengono senza dubbio ritenuti gente da
trattare con riguardo poiché, come abbiamo segnalato, servono a creare le più
spiacevoli confusioni, e quindi sono degli ausiliari, certamente involontari ma
non per questo meno utili, di quella nuova «tattica» che
131
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
si è creduto opportuno adottare per far fronte
alle circostanze.
L’espressione «orgoglio intellettuale» è
evidentemente contraddittoria in sé stessa, perché, se le parole hanno ancora
un significato definito (ma noi siamo talvolta propensi a dubitare che ciò sia
vero per la maggioranza dei nostri contemporanei), l’orgoglio non può che
appartenere alla sfera prettamente sentimentale. In un certo senso, si potrebbe
pensare che esista una connessione fra l’orgoglio e la ragione perché questa
appartiene, al pari del sentimento, al dominio individuale, e quindi possono sempre
esistere reazioni reciproche fra l’uno e l’altra; ma come può esser possibile
una cosa del genere per l’intellettualità pura, che è essenzialmente
sopraindividuale? E dal momento che è di esoterismo che si tratta per ipotesi,
è evidente che non la ragione, bensì l’intelletto trascendente ha da essere in
causa, sia direttamente, nel caso di una vera realizzazione metafisica ed
iniziatica, sia indirettamente, ma in modo non meno reale, nel caso di una
conoscenza ancora semplicemente teorica, poiché, nella fattispecie, si tratta
sempre di un genere di cose che la ragione non è in grado di raggiungere. È per
questo, d’altronde, che i razionalisti sono sempre così accaniti a negarne
l’esistenza; l’esoterismo li imbarazza, così come imbarazza gli exoteristi religiosi
più esclusivisti, benché naturalmente per motivi diversi; ma, motivi a parte,
ci troviamo di fronte ad una «confluenza» assai curiosa.
In fondo il rimprovero in questione può
sembrare soprattutto ispirato dalla mania ugualitaria dell’uomo moderno, che
non può sopportare niente che superi il cosiddetto livello «medio»; ma la cosa
più stupefacente è vedere
132
SUL PRETESO «ORGOGLIO INTELLETTUALE»
della gente che si appoggia ad una tradizione,
sia pure soltanto exotericamente, e che condivide tuttavia certi pregiudizi che
sono indice d’una mentalità nettamente antitradizionale. Ciò prova con
sicurezza quanto gravemente essi siano influenzati dallo spirito moderno, anche
se probabilmente non se ne rendono conto; e questa è un’altra di quelle
contraddizioni che così spesso dobbiamo constatare oggigiorno, pur
meravigliandoci che in generale passino così inosservate. Ma la contraddizione
diviene ancor più netta quando la si trova, non più soltanto fra coloro che
sono risoluti a non ammettere nient’altro all’infuori dell’exoterismo e lo
dichiarano espressamente, ma anche, com’è il caso qui, fra coloro i quali
sembrano accettare un certo esoterismo, quali che siano d’altronde il valore e
l’autenticità che gli riconoscono, perché in definitiva dovrebbero almeno
sentire che lo stesso rimprovero potrebbe esser formulato anche nei loro
confronti dagli exoteristi intransigenti. Bisogna forse concludere che la loro
pretesa all’esoterismo non è altro che una maschera. e che essa ha soprattutto
lo scopo di far rientrare nel comun denominatore del «gregge» coloro che
potrebbero esser tentati di uscirne se non si pensasse a trovare un mezzo per
sviarli dall’esoterismo vero? Se così fosse, bisogna convenire che tutto si
spiegherebbe molto bene: l’accusa d’«orgoglio intellettuale» avrebbe la
funzione di una specie di spauracchio, mentre, in pari tempo, la presentazione
di uno pseudo-esoterismo darebbe alle loro aspirazioni una soddisfazione
illusoria e perfettamente inoffensiva; ancora una volta bisogna saperne ben
poco della mentalità di certi ambienti per rifiutare di credere alla
verosimiglianza d’una ipotesi del genere.
133
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
Possiamo ora andare un po’ più a fondo delle
cose per quanto riguarda il preteso «orgoglio intellettuale»: sarebbe un
orgoglio veramente singolare quello che giunge a negare qualsiasi valore
all’individualità facendola apparire come rigorosamente nulla nei confronti del
Principio. In definitiva, questo rimprovero è originato dalla stessa
incomprensione per cui talora viene tacciato di egoismo anche l’essere che
cerca di raggiungere la Liberazione finale: come si può parlare di egoismo, là
ove per definizione l’ego non esiste più? Se non più giusto, sarebbe almeno più
logico vedere qualcosa di egoistico nella preoccupazione della «salvezza» (il
che non vuol affatto dire ch’essa non sia legittima), o trovare il segno di un
certo qual orgoglio nel desiderio di «rendere immortale» la propria
individualità, invece di aspirare a superarla; gli exoteristi dovrebbero
riflettere su questo punto, e da ciò potrebbe derivare una maggior
circospezione a lanciare accuse così sconsiderate. E aggiungiamo ancora, a
proposito dell’essere che ottiene la Liberazione, che una realizzazione
d’ordine universale come quella, ha conseguenze ben più estese ed effettive che
non il comune «altruismo», il quale rappresenta unicamente la preoccupazione
per gli interessi d’una semplice collettività, e quindi non esce in alcun modo
dalla sfera individuale; nell’ordine sopraindividuale, dove l’«io» non esiste
più, non esistono neanche più gli «altri», perché si tratta di un dominio ove
tutti gli esseri sono uno, «fusi senza esser confusi», secondo una espressione
di Eckhart, e in questo modo realizzano veramente la parola del Cristo: «Che
essi siano uno come siamo uno io e il Padre».
Quanto abbiamo detto a proposito
dell’orgoglio, vale
134
SUL PRETESO «ORGOGLIO INTELLETTUALE»
anche per l’umiltà, la quale, rappresentandone
l’aspetto contrario, dev’essere posta esattamente sul suo stesso piano, in
quanto il suo carattere è altrettanto sentimentale ed individuale; ma esiste,
in tutt’altro ordine, qualcosa che spiritualmente ha ben altro valore
dall’umiltà: è la «povertà spirituale» intesa nel suo vero significato, cioè
nel senso di riconoscimento della dipendenza totale dell’essere di fronte al
Principio; chi mai può averne coscienza più reale e completa se non i veri
esoteristi? E diremmo di più: chi mai ai giorni nostri, a parte loro, ne ha
ancora veramente coscienza ad un livello qualsiasi? E in un’affermazione come
quella, può esserci, anche per gli aderenti ad un exoterismo tradizionale
(tranne forse rare eccezioni), qualcosa di più di un semplice verbalismo
esteriore? Ne dubitiamo molto, e la ragione profonda è questa: per impiegare i
termini della tradizione estremo-orientale, che nel caso in questione sono
quelli che si prestano meglio ad esprimere quanto vogliamo dire, l’uomo
pienamente «normale» dev’essere yin in rapporto al Principio, ma
soltanto ad esso, mentre, a causa della sua situazione «centrale», dev’essere yang
in rapporto a tutta la manifestazione; l’uomo decaduto invece, assume un
atteggiamento per cui tende a farsi yang nei confronti del Principio (o
piuttosto ad illudersi di esserlo, in quanto è chiaro che si tratta unicamente
d’un’illusione), e yin nei confronti della manifestazione; ed è in
questo modo che hanno avuto origine contemporaneamente l’orgoglio e l’umiltà.
Quando la decadenza giunge alla sua ultima fase l’orgoglio conduce infine alla
negazione del Principio, e l’umiltà a quella di qualsiasi gerarchia; di queste
due negazioni gli exoteristi religiosi rifiutano evidentemente la prima, non
solo, ma la respingono veramente
135
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
con orrore quando essa prende il nome
«ateismo»; ma, per contro, troppo spesso abbiamo l’impressione che siano ormai
poco lontani dalla seconda1.
1 Approfittiamo di
quest’occasione per segnalare un rimprovero particolarmente grottesco che ci è
stato fatto, e che in definitiva si riferisce ancora allo stesso ordine di
idee, cioè all’intrusione del sentimento in un dominio in cui questo non
dovrebbe avere accesso; sembra che i nostri scritti abbiano il grave difetto di
«mancare di gaiezza»! Che certe cose abbiano o meno il potere di renderci
allegri, dipende in ogni caso solo dalle nostre disposizioni individuali, e
queste cose, in se stesse, non vi hanno niente a che fare essendo totalmente
indipendenti da simili contingenze: tutto ciò quindi non può né deve
interessare nessuno; sarebbe perfettamente ridicolo e fuori posto inserire
checchessia nell’esposizione di dottrine tradizionali, nei confronti delle
quali le individualità, la nostra come qualsiasi altra, non contano
assolutamente niente.
136
XVI
CONTEMPLAZIONE DIRETTA E CONTEMPLAZIONE PER RIFLESSO
Ancora una volta dobbiamo ritornare sulle
differenze essenziali tra realizzazione metafisica o iniziatica, e
realizzazione mistica, perché, a tale proposito, taluni hanno posto il quesito
seguente: se la contemplazione, come preciseremo anche in seguito, è la forma
di attività più elevata, e in effetti più attiva di tutto ciò che deriva
dall’azione esteriore, e se, come in generale si ammette, anche nel misticismo
vi è contemplazione, non vi è in tal caso incompatibilità con il carattere di
passività inerente al misticismo stesso? Per di più, dal momento che si può
parlare di contemplazione sia nell’ordine metafisico che nell’ordine mistico,
può sembrare che l’uno e l’altro sotto questo rapporto coincidano almeno in una
certa misura: e se non è così, esistono dunque due specie di contemplazione?
Innanzitutto è utile rammentare, a questo
proposito, che diversi sono i generi di misticismo, e che le forme inferiori di
quest’ultimo non sono pertinenti al caso in questione, perché in esse non si
può parlare di contemplazione nel vero senso della parola. Bisogna infatti
lasciar da parte tutto quanto riveste un carattere più nettamente fenomenico, e
cioè in definitiva tutti gli stati in cui si ritrovano
137
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
quelle che i teorici del misticismo
definiscono «visione sensibile» e «visione immaginaria» (e d’altronde
l’immaginazione è anche compresa nell’ordine delle facoltà sensibili prese nel
senso più vasto), stati che essi stessi ritengono inferiori e che, a ragione,
considerano con una certa diffidenza, perché è evidente la stragrande facilità
che può avere l’illusione nel determinarli. Non v’è propriamente contemplazione
mistica se non nel caso della cosiddetta «visione intellettuale», che è
qualcosa d’ordine molto più «interiore», a cui arrivano soltanto quei mistici
che possono esser detti superiori, in quanto pare che in certo qual modo si
tratti del culmine, o meglio del fine ultimo della loro realizzazione; ma
questi mistici superano veramente in questa maniera il dominio individuale? La
questione in fondo è tutta qui, perché, pur lasciando da parte in ogni caso la
differenza di mezzi che caratterizza rispettivamente le due vie iniziatica e
mistica, è soltanto questo che potrebbe giustificare, quanto al loro scopo,
un’assimilazione del genere di quella di cui abbiamo parlato. È chiaro che non
intendiamo assolutamente sminuire la portata delle differenze qualitative
esistenti nell’ambito stesso del misticismo; ma non è men vero che, sia pure
per quanto in esso si trova di più elevato, tale assimilazione implicherebbe
una confusione che è necessario dissipare.
Diremo subito che in realtà esistono due tipi
di contemplazione, i quali possono esser rispettivamente definiti
contemplazione diretta e contemplazione per riflesso; in effetti, allo stesso
modo che si può guardare il sole direttamente, o guardare soltanto il suo
riflesso nell’acqua, parimenti si possono contemplare le realtà spirituali
quali sono in se stesse, oppure attraverso il loro
138
CONTEMPLAZIONE DIRETTA E CONTEMPLAZIONE PER
RIFLESSO
riflesso nel dominio individuale. È giusto
parlare di contemplazione in entrambi i casi e, in un certo senso, è vero che
sono le stesse realtà ad essere contemplate, com’è lo stesso sole che si vede
direttamente oppure riflesso; ma è evidente che tra i due casi esiste una
profonda differenza. E tale differenza è ancor più grande di quanto può far
pensare a prima vista il paragone che abbiamo proposto, perché la
contemplazione diretta delle realtà spirituali implica necessariamente che in
certo qual modo ci si trasporti proprio nel loro stesso dominio, il che
presuppone un certo grado di realizzazione che dev’essere sempre essenzialmente
attiva; la contemplazione per riflesso invece, implica soltanto che «ci si
apra» a quel che si presenterà spontaneamente (e che potrà anche non
presentarsi, poiché si tratta di cose che non dipendono per niente dalla
volontà o dall’iniziativa del contemplativo) e pertanto, in questo caso, non
v’è nulla di incompatibile con la passività mistica. Naturalmente ciò non
impedisce alla contemplazione di esser sempre, ad un livello determinato, una
vera attività interiore, e d’altronde non si può forse neanche concepire uno
stato che sia puramente passivo, in quanto anche solo la semplice sensazione ha
qualcosa d’attivo, sotto un certo aspetto; la passività pura, in effetti,
appartiene unicamente alla materia prima, e non trova posto nella
manifestazione. Ma la passività del mistico consiste proprio nel fatto ch’egli
si limita a ricevere quel che gli arriva, e che non può non risvegliare in lui
una certa attività interiore, la stessa che costituirà precisamente la sua
contemplazione; egli è passivo perché non fa niente per andare incontro alle
realtà oggetto di tale contemplazione, ed è proprio questo ad implicare come
conseguenza che egli non esca dal suo
139
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
stato individuale. Occorre dunque, affinché
queste realtà diventino per lui in qualche modo accessibili, che esse scendano
per così dire nel dominio individuale o, se si preferisce, ch’esse vi si
riflettano come dicevamo poco fa; questo modo di parlare è d’altronde il più
esatto, perché fa capire meglio che tali realtà non sono per niente modificate
da questa apparente «discesa», così come non lo è il sole dall’esistenza del
suo riflesso.
Un altro punto particolarmente importante, e
del resto strettamente connesso al precedente, è che la contemplazione mistica,
per il fatto stesso d’essere unicamente indiretta, non implica identificazione
alcuna, ma, al contrario, lascia sempre sussistere la dualità tra il soggetto e
l’oggetto; potremmo anzi dire che è necessario che le cose stiano così, perché
questa dualità fa parte integrante del punto di vista religioso e, così come
più volte abbiamo avuto occasione di dire, dal dominio religioso1
deriva propriamente tutto ciò che è misticismo. Ciò che può prestarsi a
confusione, a questo riguardo, è che i mistici impiegano volentieri il termine
«unione», e che la contemplazione di cui si sta parlando appartiene proprio a
quella che essi definiscono «vita unitiva»; ma quest’«unione» non ha
assolutamente lo stesso significato dello yoga o dei suoi equivalenti, e
si tratta quindi di una
1 Ciò non significa
che, negli antichi scritti appartenenti alla tradizione cristiana, non vi siano
cose le quali non potrebbero comprendersi altrimenti che come affermazioni più
o meno esplicite di un’identificazione; ma i moderni, che generalmente cercano
di attenuarne la portata (trovandoli imbarazzanti perché non rientrano nelle
proprie concezioni), commettono un errore riferendole al misticismo; c’erano
allora, anche nel cristianesimo, una quantità di cose di tutt’altro ordine di
cui essi non hanno la più lontana idea.
140
CONTEMPLAZIONE DIRETTA E CONTEMPLAZIONE PER
RIFLESSO
similitudine del tutto esteriore. Non è che
sia illegittimo impiegare lo stesso termine, poiché anche nel linguaggio
corrente si parla di unione tra esseri in una quantità di casi in cui non
esiste alcun grado di identificazione fra di loro; soltanto bisogna far bene
attenzione a non confondere cose diverse col pretesto che una sola parola serve
a designarle entrambe. Nel misticismo, per insistere ancora su questo
argomento, non è mai in causa l’identificazione con il Principio o anche solo
con tale o tal altro dei suoi aspetti «non supremi» (il che in ogni caso
supererebbe ancora manifestamente le possibilità d’ordine individuale);
inoltre, quell’unione che si considera come termine ultimo della vita mistica,
è sempre riferita ad una manifestazione principiale vista unicamente nel
dominio umano ed in rapporto a questo1.
Sia ben chiaro, d’altra parte, che la
contemplazione raggiungibile nella realizzazione iniziatica comporta gradi
diversi, per cui non è sicuro ch’essa arrivi sempre fino ad un’identificazione;
quand’é così però, si tratta ancora di uno stadio preliminare, di una tappa nel
corso della realizzazione, e non del fine supremo a cui in definitiva
l’iniziazione deve condurre2. Tutto ciò dovrebbe bastare a far
vedere che in realtà le due vie non tendono affatto
1 Lo stesso
linguaggio dei mistici è molto chiaro a questo riguardo: non si tratta mai
d’unione con il Cristo-principio, cioè con il Logos in se stesso, il
che, anche senza andare fino all’identificazione, sarebbe già al di là del
dominio umano; si tratta sempre di «unione col Cristo Gesù», espressione che si
riferisce chiaramente, in modo esclusivo, al solo aspetto «individualizzato»
dell’Avatâra.
2 La differenza fra
questa contemplazione preliminare e l’identificazione, è la stessa che esiste
rispettivamente fra aynul-yaqîn et haqqul-yaqîn come vengono
designati nella tradizione islamica. (Vedere Aperçus sur l’Initiation, pagg. 173-175).
141
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
allo stesso fine, in quanto una di esse si
arresta ad uno stadio che per l’altra rappresenta unicamente una tappa
secondaria; e inoltre, anche a questo livello vi è ancora una grande
differenza, nel senso che in uno dei due casi è un riflesso ad essere contemplato,
in certo qual modo in se stesso e per se stesso, mentre, nell’altro, questo
riflesso è visto esclusivamente come punto d’arrivo di quei raggi, la cui
direzione bisogna seguire se si vuol risalire, da quel punto, alla sorgente
stessa della luce.
142
XVII
DOTTRINA E METODO
Sovente abbiamo insistito sul fatto che,
sebbene il fine ultimo di ogni iniziazione sia essenzialmente uno, è peraltro
necessario che le vie per raggiungerlo siano molteplici, al fine di adattarsi
alla diversità delle condizioni individuali; in effetti, non bisogna soltanto
tener conto del punto d’arrivo, che è sempre lo stesso, ma anche del punto di
partenza, che varia secondo gli individui. Va da sé, d’altronde, che queste
molteplici vie tendono ad unificarsi man mano che si avvicinano alla meta, e che,
anche prima di arrivarci, vi è un punto a partire dal quale le differenze
individuali non possono più intervenire in alcun modo; ed è altrettanto
evidente che la loro molteplicità, che non infirma minimamente l’unità del
fine, a maggior ragione non può infirmare l’unità fondamentale della dottrina,
la quale, in realtà, non è altro che la verità stessa.
Queste cose sono ben note nelle civiltà
orientali: così, nei paesi di lingua araba, è diventato un proverbio il dire
che «ogni skeykh ha la sua tarîqah» per significare che vi sono
numerosi modi per fare una stessa cosa e per ottenere uno stesso risultato.
Alla molteplicità delle turûq nell’iniziazione islamica corrisponde
esattamente, nella
143
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
tradizione indù, la molteplicità delle vie
dello Yoga, di cui si parla talvolta come di altrettanti yoga
distinti, benché l’impiego del plurale sia del tutto improprio se il termine
viene preso in senso stretto, cioè come definizione del fine vero e proprio;
tale uso si giustifica soltanto come estensione della definizione di cui sopra
ai metodi e ai procedimenti messi in opera per ottenere questo fine, anche se,
a rigore, sarebbe più corretto dire che v’è un solo yoga, ma molteplici mârga
o vie che conducono alla realizzazione di esso.
A questo proposito abbiamo riscontrato, presso
certi Occidentali, un equivoco veramente singolare: dalla constatazione di
questa molteplicità di vie, essi pretendono concludere non solo che manca una
dottrina unica ed invariabile, ma che addirittura non esiste nessuna dottrina
nello yoga; in questo modo, per inverosimile che ciò possa sembrare,
essi confondono la questione della dottrina con quella del metodo, cose che
invece sono totalmente diverse. D’altronde, per rimanere fedeli all’esattezza
d’espressione, non si dovrebbe parlare d’«una dottrina dello yoga», ma
della dottrina tradizionale indù di cui lo yoga rappresenta un aspetto;
per quanto riguarda poi i metodi di realizzazione dello yoga, questi
derivano soltanto dalle applicazioni «tecniche» cui la dottrina dà luogo,
anch’esse tradizionali proprio perché si fondano sulla dottrina e sono ordinate
in vista di questa, dato che ciò a cui tendono è in definitiva sempre e
soltanto il conseguimento della pura Conoscenza. È chiaro che la dottrina, per
essere veramente tutto quel che dev’essere, deve comportare, nella sua stessa
unità, aspetti o punti di vista (darshana) diversi, e che ognuno di
questi punti di
144
DOTTRINA E METODO
vista dev’essere suscettibile delle più varie
applicazioni; per pensare che ciò possa essere in contraddizione con la sua
unità ed invariabilità essenziali, bisogna, diciamolo pure, non avere la minima
idea di cosa sia in realtà una dottrina tradizionale. D’altronde, analogamente,
non è forse vero che l’indefinita molteplicità delle cose contingenti è tutta
compresa nell’unità del loro Principio, senza che l’immutabilità di
quest’ultimo ne sia minimamente infirmata?
Constatare semplicemente un errore od un
equivoco, come quelli di cui stiamo trattando, non è però sufficiente, e ci
pare più istruttivo cercarne la spiegazione; dobbiamo dunque chiederci a che
cosa può corrispondere, nella mentalità occidentale, la negazione
dell’esistenza di qualcosa come la dottrina tradizionale indù. È perciò meglio
prendere in esame questo errore nella sua forma più generalizzata ed estrema,
perché soltanto in questo modo è possibile scoprirne la vera radice; così,
quando esso rivesta forme più particolari od attenuate, queste troveranno a
fortiori la loro spiegazione benché, per la verità, esse non facciano che
dissimulare in molti casi, anche se incoscientemente, la negazione radicale da
noi enunciata. In effetti, negare l’unità e l’invariabilità di una dottrina
equivale a negarne le caratteristiche essenziali e fondamentali, cioè proprio
quelle senza le quali essa non merita più questo nome; quindi, anche se non è
facile rendersene conto, è come negare l’esistenza stessa della dottrina.
Anzitutto, la pretesa di appoggiare questa
negazione sulla constatazione di una diversità di metodi, deriva evidentemente,
come abbiamo detto, dall’incapacità
145
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
di andar oltre le apparenze esteriori e di
cogliere l’unità dietro la molteplicità di esse; sotto questo aspetto ciò
equivale alla negazione dell’unità essenziale e principiale di tutte le
tradizioni, a causa dell’esistenza delle diverse forme tradizionali, quando
invece, in realtà, queste non sono che altrettante espressioni di cui si
riveste la tradizione unica per adattarsi alle diverse condizioni di tempo e
luogo, così come i differenti metodi di realizzazione, nell’ambito di ogni
forma tradizionale, non sono che altrettanti mezzi ch’essa impiega per rendersi
più accessibile ai diversi casi individuali. E tuttavia questo non è che il
lato più superficiale della questione; per andare più a fondo delle cose,
bisogna osservare che questa stessa negazione dimostra anche che, quando si
parla di dottrina come facciamo noi qui, si incontra in certuni
un’incomprensione completa della reale natura dell’argomento; se in effetti
essi non sviassero la parola dottrina dal suo significato normale, dovrebbero
convenire che essa è applicabile ad un caso come quello della tradizione indù,
ed inoltre che soltanto in un caso del genere, cioè quando si tratta di una
dottrina tradizionale, essa assume tutta la pienezza del suo significato. Ora,
se questa incomprensione si produce, è perché la maggioranza degli Occidentali
d’oggi è incapace di concepire una dottrina se non nell’una o nell’altra delle
due forme speciali, tuttavia estremamente ineguali sotto l’aspetto qualitativo
(l’una infatti esclusivamente profana, l’altra invece a carattere veramente
tradizionale), ma entrambe specificamente occidentali e cioè, da una parte
quella di un sistema filosofico, e dall’altra quella di un dogma religioso.
146
DOTTRINA E METODO
Che la verità tradizionale non possa
assolutamente esprimersi in forma sistematica è un punto su cui già ci siamo
dilungati abbastanza per non dovervi insistere di nuovo; d’altronde,
l’apparente unità di un sistema, che risulta esclusivamente dalla maggior o
minor ristrettezza delle sue limitazioni, non è in realtà che una parodia della
vera unità dottrinale. Per di più, qualsiasi filosofia non è nient’altro che
una costruzione individuale, la quale, così com’è, non si richiama ad alcun
principio trascendente ed è di conseguenza sprovvista di qualsivoglia autorità:
non solo non rappresenta affatto una dottrina nel vero senso della parola, ma
diremmo piuttosto che è una pseudo-dottrina, intendendo con ciò che essa ha la
pretesa di esserlo, ma che questa pretesa non è assolutamente giustificata.
Naturalmente gli Occidentali moderni la pensano in tutt’altro modo a questo
riguardo, e là ove non ritrovano i quadri pseudo-dottrinali a cui sono
abituati, restano inevitabilmente disorientati; ma poiché non vogliono o non
possono confessarlo, si sforzano, snaturando le cose, di far rientrare tutto in
quei quadri, oppure, se non ci riescono, dichiarano semplicemente, con uno di
quei capovolgimenti dell’ordine normale cui sono abituati, che ciò a cui hanno
a che fare non è una dottrina. Inoltre, poiché confondono l’intellettuale con
il razionale, finiscono col prendere una dottrina per una semplice
«speculazione», e siccome una dottrina tradizionale è invece tutt’altra cosa,
non riescono a capire di che si tratta; certamente non è la filosofia che può
insegnar loro che la conoscenza teorica, essendo indiretta ed imperfetta, ha
soltanto un valore «preparatorio», in quanto fornisce una direzione che
impedisce d’errare nella realizzazione, ma
147
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
che è solo mediante questa che si può ottenere
quella conoscenza effettiva la cui esistenza, o anche solo possibilità, essi
neppure sospettano; e quando dunque affermiamo, come facevamo prima, che il
fine da raggiungere è la Conoscenza pura, come possono sapere cosa intendiamo
con queste parole?
D’altra parte, nel corso delle nostre opere,
abbiamo avuto cura di precisare che l’ortodossia della dottrina indù non doveva
affatto esser concepita in modo religioso; ciò implica necessariamente che essa
non può esser espressa in forma dogmatica, essendo questa inapplicabile al di
fuori del punto di vista religioso propriamente detto. Soltanto che, di fatto,
gli Occidentali non conoscono in generale altra forma d’espressione delle
verità tradizionali che non sia quella; ed è per questo che, quando si parla di
ortodossia dottrinale, essi pensano inevitabilmente a formulazioni dogmatiche;
in effetti essi sanno più o meno che cos’è un dogma anche se non è affatto
detto che lo capiscano; ma sanno sotto quale apparenza esteriore esso si
presenta, ed a questo si limita ogni idea che ancora possono avere della
tradizione. Lo spirito antitradizionale caratteristico dell’Occidente moderno,
si ribella violentemente alla sola idea del dogma, perché è così che la
tradizione gli appare nell’ignoranza di tutte le altre forme ch’essa può
rivestire; e l’Occidente non sarebbe mai giunto all’attuale stato di decadenza
e confusione, se fosse rimasto fedele al suo dogma, il quale è poi l’aspetto
che, per adattarsi alle sue particolari condizioni mentali, la tradizione
doveva necessariamente assumere, almeno per quanto riguarda la sua parte
exoterica. Quest’ultima restrizione è indispensabile, essendo evidente
148
DOTTRINA E METODO
che nell’ordine esoterico ed iniziatico non è
mai stata, nemmeno in Occidente, questione di dogma; ma si tratta di cose di
cui anche solo il ricordo è così completamente perduto per gli Occidentali
moderni, che è per essi impossibile trovarvi dei termini di paragone tali da
aiutarli a capire cosa possano essere le altre forme tradizionali. D’altro
canto, se il dogma non esiste ovunque, è perché, anche solo nell’ordine
exoterico, esso non avrebbe la stessa ragion d’essere che in Occidente; c’è
della gente che, per non «divagare» nel senso etimologico della parola, ha
bisogno d’esser tenuta strettamente sotto tutela, mentre altri non ne hanno
affatto bisogno; il dogma è necessario per i primi e non per i secondi, come
anche, per fare un altro esempio di carattere un po’ diverso, l’interdizione
delle immagini è necessaria soltanto per quei popoli che, per loro naturale
inclinazione, sono portati ad un certo antropomorfismo; e senza dubbio si
potrebbe dimostrare molto facilmente che il dogma è tutt’uno con la forma
speciale d’organizzazione tradizionale rappresentata dalla costituzione di una
«Chiesa», la quale, anch’essa, è qualcosa di specificamente occidentale.
Su questi punti non ci pare il caso
d’insistere oltre; ma, per concludere, possiamo comunque dire quanto segue: la
dottrina tradizionale, quando è completa, ha possibilità realmente illimitate
in virtù della sua stessa essenza; essa è dunque sufficientemente estesa da
comprendere nella sua ortodossia tutti gli aspetti della verità, ma non può
evidentemente ammettere nient’altro che questi: la parola ortodossia sta
precisamente a significare che essa esclude soltanto l’errore, ma lo esclude in
modo assoluto. Gli Orientali, e in generale tutti i popoli di civiltà
149
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
tradizionale, hanno sempre ignorato quel che
gli Occidentali moderni gratificano dell’appellativo «tolleranza», e che in
realtà non è altro che indifferenza alla verità, cioè qualcosa che si può
concepire solo dove l’intellettualità è completamente assente; che gli
Occidentali vantino questa «tolleranza» come una virtù non è forse un indice
veramente impressionante del grado di inferiorità cui li ha ridotti l’aver
rinnegato la tradizione?
150
XVIII
LE TRE VIE E LE FORME INIZIATICHE
È noto che la tradizione indù distingue tre
«vie» (mârga) conosciute rispettivamente come Karma, Bhakti
e Jnâna; non ritorneremo sulla definizione di questi termini, che
dobbiamo supporre sufficientemente conosciuta dai nostri lettori; vogliamo però
precisare subito che dal momento che ad essi corrispondono tre forme di yoga,
ciò implica essenzialmente che tutti hanno, o sono suscettibili d’avere, un
significato propriamente iniziatico1. Dev’essere ben chiaro,
d’altronde, che qualsiasi distinzione di questo genere ha sempre
necessariamente un certo carattere «schematico» ed alquanto teorico, poiché di
fatto le «vie» variano indefinitamente per adeguarsi alla diversità delle
nature individuali, sicché, anche in una classificazione molto generica come
questa, si tratta solo di predominanza d’uno degli elementi in rapporto agli
altri, senza che questi ultimi ne siano mai esclusi del tutto. Questo caso è
analogo a quello dei tre
1 Diciamo «sono
suscettibili di avere» in quanto esse possono comportare anche un senso
exoterico, che per altro non è evidentemente in causa quando si ha a che fare
con lo yoga; naturalmente il senso iniziatico ne è una trasposizione in
un ordine superiore.
151
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
guna: gli esseri
vengono classificati in base al guna che in essi predomina, ma è chiaro
che la natura d’ogni essere manifestato comporta ugualmente tutti e tre i guna,
anche se in proporzioni diverse, non potendo essere diversamente per tutto ciò
che proviene da Prakriti. L’accostamento che facciamo fra questi due
casi è d’altronde qualcosa di più che un semplice paragone, ed è tanto più
giustificato in quanto, realmente, una certa correlazione esiste fra l’uno e
l’altro: in effetti, lo Jnâna-mârga è evidentemente quello che meglio
conviene agli esseri di natura «sattwica», mentre il Bhakti-mârga e il Karma-mârga
sono più adatti a quelli la cui natura è prevalentemente «rajasica»,
naturalmente con le dovute sfumature; in un certo senso si potrebbe dire che
l’ultimo presenta qualcosa di più vicino a tamas che non l’altro, benché
non convenga spingere troppo in là queste considerazioni, in quanto è evidente
che gli esseri di natura «tamasica» non sono affatto qualificati per seguire
una qualsivoglia via iniziatica.
A parte quest’ultima riserva, non è men vero
che esiste un rapporto tra i caratteri rispettivi dei tre mârga e gli
elementi costitutivi dell’essere ripartiti secondo la tema «spirito, anima,
corpo»1: la Conoscenza pura è, in se stessa, d’ordine essenzialmente
sopraindividuale, e cioè in definitiva spirituale come l’intelletto
trascendente da cui deriva; il carattere nettamente psichico di Bakti è
evidente, mentre Karma, in tutte le sue modalità, comporta
1 Anche in una
corrispondenza del genere non è il caso di vedere niente di esclusivo, perché
ogni via iniziatica, per essere realmente valevole, implica necessariamente una
partecipazione dell’essere tutto intero.
152
LE TRE VIE E LE FORME INIZIATICHE
necessariamente una certa attività d’ordine
corporeo, per cui, quali che siano le trasposizioni di cui questi termini sono
suscettibili, qualcosa di questa natura originale deve sempre inevitabilmente
ritrovarvisi. Ciò conferma pienamente quanto dicevamo della corrispondenza con
i guna: la via «jnânica», in queste condizioni, può evidentemente
convenire solo agli esseri in cui predomina la tendenza ascendente di sattwa
e che, proprio per questo, sono predisposti a mirare direttamente alla
realizzazione degli stati superiori, piuttosto che attardarsi ad uno sviluppo
dettagliato delle possibilità individuali; le altre due vie, per contro, fanno
dapprima appello ad elementi prettamente individuali, non fosse altro che per
trasformarli alla fine in qualcosa che appartiene ad un ordine superiore; ciò è
conforme alla natura di rajas, tendenza che produce l’espansione
dell’essere appunto a livello dell’individualità, la quale, non lo si
dimentichi, è costituita dall’insieme degli elementi psichico e corporeo. Da
quanto abbiamo detto, risulta inoltre immediatamente che la via «Jnânica»
riguarda in particolare i «grandi misteri», e le vie «bhaktica» e «karmica» i
«piccoli misteri»; in altre parole, solamente mediante Jnâna è possibile
pervenire allo scopo finale, mentre Bhakti e Karma hanno
piuttosto una funzione «preparatoria», dato che le vie corrispondenti conducono
soltanto fino ad un certo punto, ma rendono possibile il conseguimento della
Conoscenza a chi, direttamente e senza una preparazione del genere, non ne sarebbe
capace. D’altra parte è fuori causa che non può esistere iniziazione effettiva,
sia pure ai primi stadi, senza una parte più o meno considerevole di conoscenza
reale, anche quando, nei mezzi da essa utilizzati, l’«accento» cade
153
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
soprattutto sull’uno o sull’altro dei due
elementi «bhaktico» e «karmico»; ma teniamo a sottolineare che in ogni caso, al
di là dei limiti dello stato individuale, non può più esservi che una sola ed
unica via, che necessariamente è quella della Conoscenza pura. Un’altra
conseguenza da tener presente è che, a causa della connessione delle due vie
«bhaktica» e «karmica» con l’ordine delle possibilità individuali e con il
dominio dei «piccoli misteri», la distinzione tra loro è molto meno netta di
quanto non lo sia fra esse e la via «jnânica», e ciò naturalmente dovrà in
certo qual modo riflettersi nei rapporti tra le corrispondenti forme
iniziatiche; ritorneremo del resto su questo punto nel seguito della presente
esposizione.
Queste considerazioni ci portano a prendere in
esame anche un’altra relazione, quella che si ha, in linea generale, fra i tre mârga
e le tre caste «nate due volte»; che debba esistere una relazione del genere è
evidente, in quanto la distinzione delle caste non è altro che una
classificazione degli esseri secondo le loro nature individuali, ed è
precisamente per adattarsi alla diversità di queste nature che si ha una
pluralità di vie. I Brâhmani, essendo di natura «sattwica», sono
particolarmente qualificati per lo Jnâna-mârga, ed è detto espressamente
che essi devono mirare il più direttamente possibile al possesso degli stati
superiori dell’essere; la loro funzione, d’altronde, anche nella società
tradizionale, è prima di tutto ed essenzialmente una funzione di conoscenza. Le
altre due caste invece, la cui natura è principalmente «rajasica», svolgono
funzioni che, in se stesse, non superano il livello individuale e sono
orientate verso l’attività
154
LE TRE VIE E LE FORME INIZIATICHE
esteriore1: quelle degli Kshatriya
corrispondono a quel che si può chiamare lo «psichismo» della collettività,
mentre quelle dei Vaishya hanno per oggetto le diverse necessità
dell’ordine corporeo; da questo, e da quanto abbiamo detto in precedenza,
risulta che gli Kshatriya devono esser soprattutto qualificati per il Bhakti-mârga
e i Vaishya per il Karma-mârga, ed in effetti è ciò che si può
constatare nelle forme iniziatiche a loro rispettivamente destinate. Vi è
tuttavia un’importante osservazione da fare a questo proposito: se si intende
il Karma-mârga nel senso più esteso, esso si definisce con lo swadharma,
cioè con l’adempimento da parte di ciascun essere di quella funzione che è
conforme alla sua natura; si potrebbe allora prenderne in considerazione
l’applicazione a tutte le caste, salvo che allora questo termine sarebbe
manifestamente improprio per quel che riguarda i Brâhmani, la cui
funzione è in realtà al di là del dominio dell’azione; si potrebbe tuttavia
applicarlo, anche se con modalità diverse, sia al caso degli Kshatriya
che a quello dei Vaishya, e ciò può rappresentare un esempio delle
difficoltà che si incontrano, come dicevamo prima, a separare in modo netto
quel che conviene agli uni e agli altri, e difatti è noto come la Bhagavadgîtâ
esponga un Karma-yoga specificamente adatto all’uso degli Kshatriya.
Non è men vero tuttavia che, se si prendono i termini in senso stretto, le
iniziazioni degli Kshatriya presentano nell’insieme un carattere
soprattutto «bhaktico» e quelle dei Vaishya un carattere soprattutto
«karmico», cosa che verrà tra breve maggiormente chiarita
1 Diciamo «in se
stesse» perché esse possono essere trasformate da un’iniziazione che le prenda
per supporto.
155
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
con un esempio preso dalle forme iniziatiche
dello stesso mondo occidentale.
Va da sé, in effetti, che quando parliamo di
caste riferendoci in primo luogo alla tradizione indù per comodità
d’esposizione, e perché nella fattispecie, essa ci fornisce la terminologia più
adeguata, quel che ne diciamo è analogamente estendibile a tutto ciò che
altrove, in una forma o nell’altra, corrisponde a queste caste, poiché le
grandi categorie in cui sono divisibili le nature individuali degli esseri
umani sono sempre e dovunque le medesime, per il fatto stesso che, se le si
riconduce al loro principio, esse non sono altro che una risultante del
rispettivo predominio dei diversi guna, cosa evidentemente applicabile
all’intera umanità come caso particolare di una legge valevole per tutto
l’insieme della manifestazione universale. La sola notevole differenza si
rivela nella proporzione, maggiore o minore a seconda delle condizioni di tempo
o di luogo, di uomini appartenenti a ciascuna categoria, i quali, se
qualificati a ricevere un’iniziazione, saranno di conseguenza suscettibili di
seguire una o l’altra delle vie corrispondenti1; ma può succedere,
in casi estremi, che qualcuna di queste vie cessi praticamente di esistere in
un ambiente determinato, se il numero di quelli che sarebbero idonei a seguirle
è divenuto insufficiente a consentire il perdurare d’una forma
1 Per non
complicare inutilmente la nostra esposizione, non facciamo intervenire qui la
considerazione delle anomalie le quali, all’epoca attuale e soprattutto in
occidente, derivano dal «miscuglio delle caste», dalla sempre crescente
difficoltà di determinare esattamente la natura di ogni uomo, e dal fatto che
la maggior parte degli uomini non svolge più la funzione realmente conveniente
alla propria natura.
156
LE TRE VIE E LE FORME INIZIATICHE
iniziatica distinta1. Ciò si è
verificato specialmente in occidente, dove ormai da lungo tempo le disposizioni
alla conoscenza sono diventate vieppiù rare e meno sviluppate che non la
tendenza all’azione, per cui si può dire che nell’insieme del mondo
occidentale, e persino in ciò che ne costituisce l’élite, rajas
ha di gran lunga la meglio su sattwa; e infatti, anche risalendo al
Medio Evo, non si trovano tracce precise di forme iniziatiche propriamente
«jnâniche», che di norma avrebbero dovuto corrispondere ad un’iniziazione
sacerdotale: a tal punto, che anche quelle organizzazioni iniziatiche che a
quel tempo erano in più stretto rapporto con certi Ordini religiosi, avevano
pur sempre un carattere «bhaktico» molto accentuato, per quanto è possibile
giudicare dai modi d’espressione più abitualmente impiegati da quei loro membri
che lasciarono opere scritte. A quell’epoca per contro si trova, da una parte
l’iniziazione cavalleresca, il cui carattere dominante è evidentemente
«bhaktico»2, e dall’altra le iniziazioni artigianali che erano
«karmiche» in senso stretto, essendo essenzialmente basate sull’esercizio
effettivo di un mestiere. Va da sé che la prima
1 Segnaliamo per inciso che, in casi del genere,
coloro i quali sono ancora qualificati per una di queste vie possono essere
obbligati a «rifugiarsi», se ci si passa l’espressione, presso organizzazioni
le cui forme iniziatiche non erano inizialmente fatte per essi, inconveniente
che può d’altronde essere attenuato mediante una specie di «adattamento»
effettuato all’interno di queste stesse organizzazioni.
2 Un carattere analogo avevano altre iniziazioni
come quella dei Fedeli d’Amore, il cui nome lo indica espressamente,
benché l’elemento «jnânico» sembri qui aver avuto uno sviluppo maggiore che non
nell’iniziazione cavalleresca, con la quale d’altronde essa aveva rapporti
assai stretti.
157
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
era un’iniziazione per Kshatriya, e le
seconde erano iniziazioni per Vaishya, se si assume la designazione
delle caste secondo il significato da noi appena spiegato; ed aggiungeremo che
i legami che di fatto esistettero quasi sempre fra queste due categorie, come
spesso abbiamo avuto occasione di segnalare, sono una conferma di quanto
dicevamo prima a proposito dell’impossibilità di separarle completamente. Più
tardi, anche le forme «bhaktiche» disparvero, e le sole iniziazioni che ancora
sussistono attualmente in Occidente sono iniziazioni di mestiere, o che tali
erano all’origine; anche se in seguito a circostanze particolari la pratica del
mestiere non è più richiesta come condizione necessaria (ciò che del resto è da
considerare come un declino, se non come un vero e proprio processo di
decadenza), questo fatto non toglie evidentemente nulla al loro carattere
essenziale.
Ora, se è un fatto incontestabile che in
Occidente esistono soltanto più forme iniziatiche definibili come «karmiche»,
bisogna riconoscere che ciò ha dato origine ad interpretazioni non sempre
esenti, sotto molti punti di vista, da equivoci e confusioni; ed è appunto
quanto ci resta da esaminare per mettere a punto le cose nel miglior modo
possibile. In primo luogo, certuni hanno immaginato che, a causa del loro
carattere «karmico», le iniziazioni occidentali siano in certo qual modo in
opposizione con le iniziazioni orientali, le quali, a loro modo di vedere,
sarebbero tutte prettamente «jnâniche»1; ciò è del tutto inesatto in
quanto, per la verità,
1 Si osservi che,
secondo questo genere di concezioni, l’esistenza di iniziazioni «bhaktiche» è
completamente ignorata o tenuta in non cale.
158
LE TRE VIE E LE FORME INIZIATICHE
in Oriente coesistono tutte le categorie di
forme iniziatiche, com’è d’altronde sufficientemente provato dagli insegnamenti
della tradizione indù a proposito dei tre mârga; se accade invece che in
Occidente ne esista soltanto più una, gli è che qui le possibilità di questo
genere si trovano ridotte al minimo. Che la predominanza vieppiù esclusiva
della tendenza all’azione esteriore rappresenti una delle cause principali di
questo stato di fatto, è fuor di dubbio; ma non è men vero che, a dispetto
dell’aggravarsi di questa tendenza, la possibilità d’iniziazione sussiste, e
sostenere una tesi contraria implica un grave equivoco circa il reale
significato della via «karmica», come vedremo più precisamente fra breve.
Inoltre, è inammissibile voler fare in certo qual modo una questione di
principio di qualcosa che è soltanto l’effetto di una situazione contingente, e
considerare le cose come se ogni forma iniziatica occidentale dovesse
necessariamente essere di tipo «karmico» solo perché è occidentale; crediamo non
sia necessario insistere oltre su questo argomento perché, dopo tutto quello
che già abbiamo detto, dovrebbe essere abbastanza chiaro che una visione del
genere non può corrispondere alla realtà, la quale, d’altronde, è evidentemente
ben più complessa di quel che si può supporre.
Un altro punto molto importante è questo:
quando il termine Karma si applica ad una via o ad una forma iniziatica,
dev’essere inteso prima di tutto nel senso tecnico di «azione rituale»; a
questo proposito è facile capire che qualsiasi iniziazione presenta un certo
lato «karmico», in quanto qualsiasi iniziazione implica la pratica di
particolari riti; questo corrisponde d’altronde a quanto abbiamo detto circa
l’impossibilità che l’una o
159
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
l’altra delle tre vie esista allo stato puro.
Inoltre, al di fuori dei riti propriamente detti, qualsiasi azione, per essere
realmente «normale», cioè conforme all’«ordine», dev’essere «ritualizzata», e
questo avviene effettivamente, come spesso abbiamo spiegato, solo in una
civiltà integralmente tradizionale; anche nei casi che si potrebbero definire
«misti», in cui cioè la presenza di un certo processo di degenerazione conduce
ad introdurre il punto di vista profano e a dargli un posto più o meno esteso nell’attività
umana, quanto sopra rimane pur sempre vero, almeno per tutte quelle azioni che
sono in rapporto con l’iniziazione, e in particolare per quelle che riguardano
la pratica del mestiere nelle iniziazioni artigianali1. Ciò è
evidentemente quanto mai lontano dall’idea che di una via «karmica» si fa chi è
convinto che, se un’organizzazione iniziatica presenta questo carattere, deve
prestarsi più o meno direttamente ad un’azione esteriore e del tutto profana,
come lo sono inevitabilmente, specie nelle condizioni del mondo moderno, le
attività «sociali» di qualsiasi genere. La ragione che di solito viene invocata
a sostegno di tale tesi, è che un’organizzazione del genere ha il dovere di
contribuire al miglioramento dell’umanità nel suo insieme; l’intenzione può
essere in se stessa molto lodevole, ma il modo di considerarne la
realizzazione, anche se la si spoglia delle illusioni «progressiste» cui troppo
spesso è associata, non è per ciò meno erronea. Invero, non è detto che
un’organizzazione iniziatica non possa proporre a se stessa, secondariamente,
1 Si potrebbe dire
che in questi casi, «karmico» è quasi sinonimo di «operativo», intendendo
naturalmente quest’ultimo termine nel suo vero significato, quello cioè sul
quale sovente abbiamo avuto occasione di insistere.
160
LE TRE VIE E LE FORME INIZIATICHE
uno scopo del genere, «per sovrappiù» in certo
qual modo, e alla condizione di non confonderlo mai con quello che è il suo
scopo proprio ed essenziale; ma allora, per esercitare un’influenza
sull’ambiente esterno, bisognerà ch’essa metta in opera mezzi del tutto diversi
da quelli che senza dubbio vengono ritenuti i soli possibili, mezzi d’ordine
molto più «sottile», ma anche dotati di ben altra efficacia. Sostenere il
contrario significa in definitiva misconoscere totalmente il valore di quella
che talvolta abbiamo denominato «azione di presenza»; e quest’errore,
nell’ordine iniziatico, è paragonabile, nell’ordine exoterico, a quello così
diffuso ai giorni nostri, circa la funzione degli Ordini contemplativi; in
fondo, sia in un caso che nell’altro, ci troviamo di fronte alle conseguenze di
quella mentalità specificamente moderna, per cui tutto ciò che non appare
esternamente e non cade sotto i sensi è come se non esistesse.
Aggiungeremo ancora, mentre siamo in
argomento, che esistono anche molti equivoci sulla natura delle altre due vie,
ma soprattutto sulla via «bhaktica», perché, per quanto riguarda la via
«jnânica», è in ogni caso troppo difficile confondere la Conoscenza pura, o
anche solo le scienze tradizionali che ne derivano e che fanno propriamente
parte del dominio dei «piccoli misteri», con le speculazioni della filosofia e
della scienza profana. A causa del suo carattere strettamente trascendente, è
molto più facile ignorare del tutto questa via che non snaturarla con false
concezioni; e anche i tentativi, effettuati da certi orientalisti, di farla
passare per una filosofia, tentativi che non lasciano sussistere assolutamente
niente dell’essenziale e riducono tutto ai vani simulacri
161
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
dell’«astrazione», non dimostrano di fatto che
ignoranza pura e semplice, e sono troppo distanti dalla verità per potersi
imporre a chiunque abbia la minima nozione di cose iniziatiche. Per quanto
riguarda Bhakti, il caso è ben diverso, e gli errori provengono
soprattutto da una confusione del senso iniziatico di questo termine col suo
senso exoterico, che d’altronde assume quasi inevitabilmente, agli occhi
Occidentali, un aspetto specificamente religioso e più o meno «mistico», che
nelle tradizioni orientali non ha ragione di essere: tutto ciò non ha
assolutamente niente in comune con l’iniziazione, e, se effettivamente non si
trattasse d’altro, è evidente che non potrebbe esistere un Bhakti yoga;
ma questo ci riconduce ancora una volta alla questione del misticismo e alle
sue essenziali differenze dall’iniziazione.
162
XIX
ASCESI ED ASCETISMO
In diverse occasioni abbiamo avuto modo di
constatare un accostamento assai poco giustificato fra i termini «ascetico» e
«mistico»; per dissipare ogni confusione a questo proposito, basta rendersi
conto che la parola «ascesi» definisce propriamente uno sforzo metodico per
raggiungere un certo scopo, che nel caso in questione è d’ordine spirituale1,
mentre il misticismo, in ragione del suo carattere passivo, implica piuttosto,
come abbiamo detto spesso, l’assenza di qualsiasi metodo definito2.
Il termine «ascetico» d’altra parte, ha assunto un significato più ristretto
che non «ascesi», in quanto viene applicato quasi esclusivamente al dominio
religioso, ed è forse questo il motivo che spiega fino ad un certo punto la
confusione di cui parliamo,
1 Non è forse
inutile ricordare che il termine d’origine greca «ascesi», non ha rapporti di
sorta con il latino ascendere, come ritengono coloro che a questo
proposito si fanno ingannare da una similitudine puramente fonetica e del tutto
accidentale tra le due parole; d’altronde, anche se l’ascesi mira ad ottenere
un’«ascensione» dell’essere verso stadi più o meno elevati, è evidente che il
mezzo non deve in alcun modo esser confuso con il risultato.
2 Vedere Aperçus sur l’Initiation,
pagg. 12-13.
163
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
perché va da sé che tutto quanto è «mistico»,
nell’attuale accezione di questo termine, appartiene del pari a questo stesso
dominio; ma è bene evitare di credere che, inversamente, tutto quel che è
d’ordine religioso sia, per questo solo fatto, più o meno strettamente
apparentato al misticismo, strano errore commesso da certi moderni e
soprattutto, è bene notarlo, da coloro i quali sono più scopertamente ostili a
qualsiasi religione.
Vi è poi un altro termine derivato da
«ascesi», e precisamente «ascetismo», che forse si presta ancora di più alle
confusioni, in quanto nel linguaggio corrente il suo significato primitivo è
stato talmente travisato da esser quasi esclusivamente divenuto un sinonimo di
«austerità». Ora, si sa che i mistici si dedicano in gran maggioranza ad
austerità talora anche eccessive, e che per di più non sono neanche i soli in
quanto, grazie all’idea assai diffusa che attribuisce alla sofferenza, specie
se volontaria, uno specifico valore in se stessa, questa è una caratteristica
molto diffusa nella «vita religiosa» come la si concepisce in Occidente; è
comunque certo che tale idea, la quale in generale non ha niente in comune con
il significato originale dell’ascesi e non le è minimamente solidale, è ancor
più accentuata fra i mistici, benché, diciamolo ancora una volta, sia ben lungi
dall’appartener loro in esclusiva1. D’altro canto, ed è ciò che
permette di capire come l’ascetismo abbia potuto comunemente prendere un tale
significato, è naturale che qualsiasi forma d’ascesi, e qualsiasi regola di
vita avente uno scopo spirituale, rivesta agli occhi della «gente di mondo»
un’apparenza di austerità, pur non implicando
1 Vedere Aperçus sur l’Initiation,
pagg. 177-178.
164
ASCESI ED ASCETISMO
affatto l’idea di sofferenza, semplicemente
perché, per forza di cose, lascia da parte o tiene in non cale quelle cose che
invece essi considerano più importanti o addirittura essenziali alla vita
umana, e la ricerca delle quali occupa tutt’intera la loro esistenza.
Quando si parla di ascetismo come si fa di
solito, un’altra cosa pare implicita: e cioè che quel che normalmente doveva
essere soltanto un mezzo a carattere preparatorio, troppo spesso viene preso
come un vero e proprio fine; non crediamo affatto di esagerare dicendo che per
molti spiriti religiosi l’ascetismo non ha minimamente per scopo la
realizzazione effettiva di stati spirituali, ma ha come unico movente la
speranza di una «salvezza» che si concreterà solo nell’«altra vita». Non è
nostra intenzione insistere oltre misura su questo argomento, però ci pare che,
in un caso simile, la deviazione si trovi non soltanto nel significato del
termine, ma proprio nella cosa che esso definisce; e diciamo deviazione, non
certo pensando che nel desiderio della «salvezza» ci sia qualcosa di men che
legittimo, ma perché una vera e propria ascesi deve proporsi dei risultati più
diretti e precisi. Risultati di questo genere, qualunque sia il grado a cui
possono arrivare, e pur rimanendo nell’ordine exoterico e religioso, sono il
vero scopo dell’«ascetica»; ma quanti, almeno ai giorni nostri, hanno il
sospetto che essi possano esser raggiunti mediante una via attiva, cioè del
tutto diversa da quella passiva dei mistici?
Comunque sia, il significato proprio del
termine «ascesi», se non quello dei suoi derivati, è sufficientemente esteso
per potersi applicare a tutti gli ordini e a tutti i livelli: dal momento che
si tratta essenzialmente
165
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
di un complesso metodico di sforzi tendenti ad
uno sviluppo spirituale, si può parlare altrettanto bene, non solo di un’ascesi
religiosa, ma anche di un’ascesi iniziatica. Soltanto è opportuno osservare che
lo scopo di quest’ultima non è soggetto a nessuna delle restrizioni che
necessariamente limitano, in certo qual modo per definizione, lo scopo
dell’ascesi religiosa, in quanto il punto di vista exoterico, cui questa è
legata, è in relazione esclusiva con lo stato individuale umano1,
mentre il punto di vista iniziatico comprende la realizzazione degli stati
sopraindividuali fino ad includere lo stato supremo ed incondizionato2.
È evidente inoltre, che gli errori o le deviazioni concernenti l’ascesi, che
possono prodursi nel dominio religioso, non possono trovar posto in quello
iniziatico, stante che, in definitiva, essi sono il prodotto dei limiti
inerenti al punto di vista exoterico come tale; quel che dicevamo poco fa, in
particolare dell’ascetismo, trova la sua unica spiegazione nell’orizzonte
spirituale più o meno strettamente limitato proprio alla generalità degli
exoteristi esclusivi, e per conseguenza degli uomini «religiosi» nel senso più
comune della parola.
Il termine «ascesi» come lo intendiamo noi
qui, è
1 È evidente che
qui è in causa l’individualità intesa nella sua integralità, con tutte le
estensioni di cui essa è suscettibile, ché, diversamente, lo stesso concetto
religioso di «salvezza» non avrebbe in realtà nessun significato.
2 Ricordiamo di
sfuggita che in ciò risiede la differenza essenziale tra «salvezza» e
«liberazione»; non soltanto queste due mete non sono dello stesso ordine, ma
nemmeno di ordini i quali, benché diversi, potrebbero ancora esser messi a
confronto, in quanto non può esistere nessuna comune misura fra uno stato
condizionato qualsiasi e lo stato incondizionato.
166
ASCESI ED ASCETISMO
quello che, nelle lingue occidentali, ha
maggiore affinità con il sanscrito Tapas: è vero che questo contiene
un’idea che non è direttamente espressa dall’altro, ma quest’idea, a rigore, si
trova ad essere racchiusa nel concetto che dell’ascesi ci si può fare. Il senso
primitivo di Tapas è in effetti quello di «calore»; nel caso in
questione si tratta evidentemente del fuoco interiore1 che deve
bruciare le cosiddette «scorze» dei Kabbalisti, cioè in definitiva distruggere
tutto ciò che nell’essere è d’ostacolo ad una realizzazione spirituale; vi è
quindi qualcosa che caratterizza, nel modo più generale, qualsiasi metodo
preparatorio a tale realizzazione, metodo che si può considerare come una
purificazione preventiva in vista del conseguimento di qualunque stato
spirituale effettivo2. Se Tapas assume spesso il significato
di sforzo penoso e doloroso, non è perché si attribuisca un valore od
un’importanza speciale alla sofferenza in se stessa, né perché questa, nella
fattispecie, venga riguardata come qualcosa di più di un fatto «accidentale»;
ma gli è che, per la natura stessa delle cose, il distacco dalle contingenze è
necessariamente sempre penoso per l’individuo la cui stessa esistenza
appartiene appunto all’ordine contingente. Niente vi si può trovare che sia
assimilabile ad una «espiazione» o ad una «penitenza», idee queste le quali
svolgono viceversa una funzione di primo piano nell’ascetismo
1 La relazione fra
questo fuoco interiore e lo «zolfo» ermetico, anch’esso concepito come un
principio di natura ignea, è talmente evidente che all’argomento ci pare
sufficiente accennare di sfuggita (vedere La grande Triade, cap. XI).
2 Ciò può essere
accostato a quanto abbiamo detto a proposito della vera natura delle prove
iniziatiche (Aperçus sur l’Initiation, cap. XXV).
167
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
come lo si intende volgarmente, e hanno senza
dubbio la loro ragione d’essere in un aspetto particolare del punto di vista
religioso, ma che evidentemente sono fuori posto nel dominio iniziatico, e
comunque nelle tradizioni non rivestite d’una forma religiosa1.
Si potrebbe dire, in fondo, che ogni vera
ascesi è essenzialmente un «sacrificio», sacrificio che, come abbiamo visto
altrove, in tutte le tradizioni e sotto qualsiasi forma si presenti,
costituisce l’atto rituale per eccellenza, quello nel quale si riassumono in
qualche modo tutte le altre forme. Quel che nell’ascesi viene gradualmente2
sacrificato in questo modo, è l’insieme delle contingenze di cui l’essere deve
giungere a sbarazzarsi, trattandosi di altrettanti ostacoli che gli impediscono
di innalzarsi ad uno stato superiore3; ma se egli può e deve
sacrificare queste contingenze, è perché esse dipendono da lui, e di lui in
qualche modo fanno parte ad un titolo qualsiasi4. Poiché d’altronde
la stessa individualità
1 Nelle traduzioni
degli orientalisti si incontrano spesso i termini «penitenza» e «penitente» che
non s’adattano minimamente al contesto in cui si trovano, mentre le parole
«ascesi» e «asceta» sarebbero invece nella maggior parte dei casi perfettamente
adeguate.
2 Diciamo
gradualmente appunto perché si tratta di un processo metodico; è d’altronde
comprensibile che, salvo forse qualche caso eccezionale, il distacco completo
non può effettuarsi in un colpo solo.
3 Si può dire che,
per questo essere, tali contingenze vengono allora distrutte in quanto cose
manifestate, perché esse in realtà non esistono più per lui, benché sussistano
senza cambiamenti per gli altri; d’altronde quest’apparente distruzione è in
realtà una «trasformazione», in quanto va da sé che, dal punto di vista
principiale, niente di quel che esiste potrà mai essere distrutto.
4 A questo
proposito si potrà ancora ricordare il simbolismo della «porta stretta» che non
può essere attraversata da colui
168
ASCESI ED ASCETISMO
non è che una contingenza, si può ben dire che
l’ascesi, nel senso più completo e profondo, non è in definitiva che il
sacrificio dell’«io» compiuto per realizzare la coscienza del «Sé».
il quale, come i «ricchi» di cui parla il Vangelo,
non ha saputo spogliarsi delle contingenze, o da chi, «avendo voluto salvare la
sua anima (cioè l’“io”) la perde», non potendo in queste condizioni unirsi
effettivamente al principio permanente ed immutabile del suo essere.
169
XX
GURU ED UPAGURU
Se spesse volte si parla della funzione del Guru
o del Maestro spirituale (il che beninteso non vuol affatto dire che chi ne
parla ne abbia sempre un’esatta comprensione), v’è un’altra nozione che, al
contrario, passa generalmente sotto silenzio: ci riferiamo a quel concetto che
nella tradizione indù viene espresso col termine Upaguru. Con esso
bisogna intendere qualsiasi essere, l’incontro con il quale rappresenta
l’occasione od il punto di partenza d’un certo sviluppo spirituale; e, in linea
generale, non è affatto necessario che questo stesso essere sia cosciente della
funzione che in tal modo svolge. Del resto, se noi qui parliamo di un essere,
potremmo benissimo parlare di una cosa, o anche di una circostanza qualunque
che provochi lo stesso effetto; si ritorna in definitiva a quanto sovente
abbiamo affermato e cioè che, secondo i casi, qualsiasi cosa può agire a questo
proposito da «causa occasionale»; va da sé che questa non è una causa nel vero
senso della parola, ma che la causa vera risiede nella natura stessa di colui
sul quale si esercita quest’azione, come lo dimostra il fatto che ciò che su di
lui ha un simile effetto può benissimo non averne alcuno per un altro.
Aggiungiamo che, intesi così, gli
171
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
upaguru possono
naturalmente essere molteplici nel corso di uno stesso sviluppo spirituale, in
quanto ognuno di loro non ha che una funzione transitoria e non può agire
efficacemente che ad un momento determinato, al di fuori del quale il suo
intervento non avrebbe maggiore importanza di quella che hanno la maggior parte
delle cose che tutti i momenti ci si presentano, e che noi consideriamo come
più o meno indifferenti.
La denominazione upaguru indica ch’egli
non ha se non una funzione accessoria e subordinata, la quale in fondo potrebbe
esser considerata ausiliaria di quella del Guru vero e proprio; questi,
in effetti, deve saper utilizzare tutte le circostanze favorevoli allo sviluppo
dei suoi discepoli, conformemente alle possibilità ed alle particolari
attitudini di ciascuno, nonché, se è realmente un Maestro spirituale nel vero senso
della parola, provocarne talora lui stesso la manifestazione al momento voluto.
Si potrebbe quindi dire che in certo qual modo non si tratta che di
«prolungamenti» del Guru, così come i diversi strumenti o mezzi
impiegati da un essere per esercitare o amplificare la propria azione sono
altrettanti prolungamenti di lui stesso; di conseguenza appare evidente che, in
questo modo, non solo la funzione specifica del Guru non è affatto
diminuita, ma al contrario, dato che l’indefinita varietà delle contingenze
consente sempre di trovare qualche corrispondenza con le nature individuali,
essa vi trova la possibilità di estrinsecarsi nel modo più completo e più
adatto alla natura di ciascun discepolo.
Quel che veniamo dicendo è applicabile al caso
che si può definire normale, o che tale dovrebbe essere per quanto riguarda il
processo iniziatico, cioè quello che
172
GURU ED UPAGURU
implica la presenza effettiva di un Guru
umano; prima di passare a considerazioni d’altro genere, analogamente
applicabili ai casi che di fatto possono esistere al di fuori dei
summenzionati, è opportuno fare ancora un’altra osservazione. Allorché
l’iniziazione propriamente detta viene conferita da chi non possiede le qualità
richieste per svolgere la funzione di Maestro spirituale, e che per conseguenza
agisce unicamente come «trasmettitore» dell’influenza inerente al rito che
compie, un iniziatore del genere può altresì essere assimilato specificatamente
ad un upaguru, il quale allora, come tale, assume un’importanza del
tutto particolare e in certo qual modo unica nel suo genere, poiché è il suo
intervento a determinare realmente la «seconda nascita», e ciò anche se
l’iniziazione è destinata a rimanere semplicemente virtuale. Questo è anche il
solo caso in cui l’upaguru deve necessariamente aver coscienza della sua
funzione, almeno ad un certo livello; aggiungiamo questa restrizione perché,
quando sono in causa organizzazioni iniziatiche più o meno degenerate e in
declino, può succedere che l’iniziatore ignori la vera natura di quel che
trasmette, e non abbia neanche idea dell’efficacia inerente ai riti, il che,
come abbiamo spiegato in altre occasioni, non impedisce affatto a questi di
essere valevoli se sono effettuati regolarmente e nelle condizioni volute.
Soltanto, è fuori questione che, in mancanza di un Guru, l’iniziazione
ricevuta a questo modo rischia fortemente di non diventare mai effettiva, a parte
casi d’eccezione di cui parleremo forse un’altra volta; tutto quello che ci
limitiamo a dire per il momento a questo proposito è che, anche se teoricamente
non si tratta di un’impossibilità in senso assoluto, la cosa è di fatto
altrettanto rara quanto lo è un
173
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
riallacciamento iniziatico ottenuto al di
fuori dei procedimenti ordinari, per cui in definitiva è di scarsa utilità
prenderla in considerazione quando ci si voglia attenere a quel che è
suscettibile di più estesa applicazione.
Ciò detto, ritorniamo a considerare gli upaguru
in generale, perché, nei loro confronti, resta ancora da precisare un
significato più profondo di quelli sin qui segnalati; lo stesso Guru
umano infatti, non è in definitiva che la rappresentazione esteriorizzata e
come «materializzata» del vero «Guru interiore», e se la sua funzione
risulta necessaria, ciò è dovuto al fatto che l’iniziato, finché non è
pervenuto ad un certo grado di sviluppo spirituale, è incapace di entrare
direttamente in comunicazione cosciente con quest’ultimo. Che ci sia o no un Guru
umano, il Guru interiore è presente sempre, in tutti i casi, dato che
egli è una cosa sola con il «Sé» vero e proprio; e, in definitiva, è da questo
punto di vista che bisogna mettersi se si vogliono capire pienamente le realtà
iniziatiche; sotto questo profilo d’altronde, non ci sono più eccezioni sul
tipo di quelle cui testé facevamo allusione, ma soltanto modalità diverse
secondo le quali si esercita l’azione di questo Guru interiore.
Analogamente al Guru umano, ma ad un livello inferiore e per così dire
«parzialmente», gli upaguru ne sono manifestazioni; si direbbe che, come
tali, sono le apparenze ch’egli riveste per comunicare, nella misura del
possibile, con l’essere che ancora non può mettersi in diretto contatto con
lui, sicché tale comunicazione non può avvenire se non tramite questi
«supporti» esteriori. Ciò permette di capire l’affermazione secondo cui il
vecchio, il malato e il monaco, incontrati successivamente dal futuro
174
GURU ED UPAGURU
Buddha, erano forme assunte dai Dêva
che volevano dirigerlo verso l’illuminazione, questi stessi Dêva non
essendo, nella fattispecie, che aspetti del Guru interiore: e non è con
questo che si debba intendere che si trattava di semplici «apparizioni», benché
queste siano certamente anche possibili in qualche caso. La realtà individuale
dell’essere che svolge la funzione d’un upaguru non è minimamente
alterata o distrutta per ciò; se però in certo qual modo appare cancellata di
fronte alla realtà d’ordine superiore di cui egli è occasionale e momentaneo
supporto, è soltanto nei confronti di colui al quale è particolarmente rivolto
il «messaggio», messaggio di cui in tal modo, coscientemente o più spesso
inconsciamente, è divenuto portatore.
Ad evitare equivoci, aggiungeremo che bisogna
guardarsi dall’interpretare quanto abbiamo detto testé nel senso che le
manifestazioni del Guru interiore rappresentino soltanto qualcosa di
«soggettivo»; non è affatto così che l’intendiamo, e, dal nostro punto di
vista, la «soggettività» altro non è se non la più vana delle illusioni. La
realtà superiore di cui parliamo si trova ben al di là del dominio
«psicologico», e ad un livello in cui la stessa distinzione dell’«oggettivo» e
del «soggettivo» non ha più veramente senso alcuno; qualcuno potrà anche
trovare che ciò è sin troppo evidente perché sia il caso di insistervi, ma noi
conosciamo troppo bene la mentalità della maggior parte dei nostri
contemporanei per non sapere che queste precisazioni sono ben lungi dall’essere
superflue; non abbiamo forse visto certa gente che, quando è questione di
«Maestro spirituale», arriva a tradurre con «direttore di coscienza»?
175
XXI
VERI E FALSI ISTRUTTORI SPIRITUALI
Abbiamo spesso insistito sulla distinzione che
è opportuno fare tra l’iniziazione propriamente detta, cioè il puro e semplice
ricollegamento ad un’organizzazione iniziatica che implica essenzialmente la
trasmissione di un’influenza spirituale, ed i mezzi che in seguito potranno
esser messi in opera per contribuire a rendere effettiva un’iniziazione a tutta
prima soltanto virtuale, mezzi la cui efficacia è naturalmente subordinata, in
ogni caso, alla condizione indispensabile di un preventivo ricollegamento.
Questi mezzi, in quanto costituiscono l’aiuto portato dal di fuori al lavoro
interiore da cui deve risultare lo sviluppo spirituale dell’essere (e che, è
sottinteso, non possono minimamente ed in alcun modo supplire a questo stesso
lavoro), possono essere definiti nel loro insieme mediante il termine
istruzione iniziatica, prendendolo nella sua massima estensione e non
limitandolo alla comunicazione di certi dati dottrinali, ma comprendendovi
ugualmente tutto ciò che, ad un titolo qualsiasi, è tale da guidare l’iniziato
nel lavoro che sta compiendo per giungere ad un qualunque grado di
realizzazione spirituale.
La cosa più difficile, soprattutto alla nostra
epoca,
177
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
non è certo di ottenere un ricollegamento
iniziatico, il che forse è talvolta fin troppo facile1; il difficile
è trovare un istruttore veramente qualificato, cioè capace di svolgere la
funzione di guida spirituale, nei modi da noi menzionati, applicando tutti i
mezzi che convengono alle sue possibilità particolari, al di fuori delle quali
è evidentemente impossibile, anche al più perfetto dei Maestri, ottenere alcun
risultato effettivo. In mancanza di un tale istruttore, come abbiamo già
spiegato in precedenza, l’iniziazione, pur essendo in se stessa sicuramente
valevole dal momento che l’influenza spirituale sia stata realmente trasmessa
mediante un rito appropriato2, resterebbe sempre soltanto virtuale
salvo in casi rari ed eccezionali. Quel che aumenta ancor più la difficoltà, è
che coloro che pretendono di essere guide spirituali senza avere alcuna
qualificazione per svolgere questa funzione, non sono mai stati tanto numerosi
come ai giorni nostri; e il pericolo che ne deriva è tanto più grande quanto,
di fatto, questa gente presenta in generale facoltà psichiche molto potenti e
più o meno anormali, il che non solo non prova niente dal punto di vista dello
sviluppo spirituale, anzi abitualmente è piuttosto un indice sfavorevole, ma
per di più è suscettibile di creare illusioni, e di imporle a tutti quelli che
non sono abbastanza
1 Con ciò vogliamo
far allusione al fatto che certe organizzazioni sono diventate anche troppo
«aperte», il che d’altronde è per esse una causa di degenerazione.
2 È opportuno
ricordare qui che l’iniziatore, il quale agisca come «trasmettitore»
dell’influenza inerente al rito, non è necessariamente adatto a svolgere la
funzione d’istruttore; se le due funzioni sono normalmente riunite, là dove le
istituzioni tradizionali non hanno subito alcun declino, esse sono ben lungi
dall’esserlo sempre di fatto nelle condizioni attuali.
178
VERI E FALSI ISTRUTTORI SPIRITUALI
accorti da saper fare di conseguenza le
necessarie distinzioni. Non si starà dunque mai abbastanza in guardia contro
questi falsi istruttori, che altro non possono se non fuorviare quelli che si
lasciano sedurre, i quali dovranno ritenersi fortunati se non succederà loro
niente di peggio che perder del tempo; che poi siano dei semplici ciarlatani,
come attualmente ce ne sono anche troppi, o che siano essi stessi illusi ancor
prima di illudere gli altri, ciò non modifica assolutamente le conseguenze e anzi,
in un certo senso, quelli che sono più o meno completamente sinceri (perché
anche qui possono esserci diverse gradazioni) sono forse ancor più pericolosi
per la loro stessa incoscienza. Si aggiunga, ammesso che ce ne sia bisogno, che
la confusione tra psichico e spirituale, disgraziatamente così diffusa fra i
nostri contemporanei come in tante occasioni abbiamo denunciato, contribuisce
largamente a rendere possibili i peggiori equivoci a questo proposito; se in
più si tiene presente l’attrattiva dei supposti «poteri», e il gusto ai
«fenomeni» più o meno straordinari che vi si associano quasi inevitabilmente,
si avrà nella fattispecie una spiegazione abbastanza completa del successo di
certi falsi istruttori.
Vi è tuttavia una caratteristica grazie alla
quale molti di costoro, se non tutti, possono essere riconosciuti abbastanza
facilmente; e, benché si tratti in definitiva di una conseguenza diretta e
necessaria di tutto quanto abbiamo costantemente spiegato a proposito
dell’iniziazione, non crediamo inutile, di fronte agli interrogativi che negli
ultimi tempi ci sono stati posti riguardo a diversi personaggi più o meno
sospetti, precisarla in modo ancora più esplicito. Chiunque si presenti come
istruttore spirituale senza essere ricollegato ad una forma tradizionale
179
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
determinata, o senza conformarsi alle regole
da questa stabilite, non può avere veramente la qualità che si attribuisce; può
essere, a seconda dei casi, un volgare impostore o un «illuso» che ignora le
reali condizioni dell’iniziazione; e in quest’ultimo caso, ancora più che nel
primo, c’è da temere che sia troppo spesso, in definitiva, niente più che uno
strumento al servizio di qualcosa che egli stesso forse non sospetta neppure.
Altrettanto possiamo dire (e, questa caratteristica si confonde del resto necessariamente
in una certa misura con la precedente) di chiunque abbia la pretesa di
dispensare indiscriminatamente un insegnamento di natura inziatica ai primi
venuti, ivi compresi dei semplici profani, trascurando la necessità, come
condizione prima della sua efficacia, del ricollegamento ad un’organizzazione
regolare, nonché di chiunque proceda secondo metodi non conformi a quelli di
qualsiasi iniziazione tradizionalmente riconosciuta. Se si sapessero applicare
queste poche indicazioni, e ad esse ci si attenesse sempre strettamente, i
promotori di «pseudo-iniziazioni», di qualsiasi forma rivestite, si
troverebbero quasi immediatamente smascherati1; resterebbe soltanto
più il pericolo derivante da rappresentanti di iniziazioni deviate, quantunque
reali, le quali hanno cessato d’esser nella linea dell’ortodossia tradizionale;
ma questo caso è certamente molto meno
1 Naturalmente non
bisogna dimenticare di contare del pari, nel novero delle «pseudo-iniziazioni»,
tutte quelle che, come abbiamo spiegato in altre occasioni, pretendono basarsi
su forme tradizionali le quali attualmente non hanno più alcuna esistenza effettiva;
ma queste, per lo meno, sono manifestamente riconoscibili a prima vista senza
che occorra esaminare le cose da vicino, mentre per le altre non è detto che
debba sempre essere così.
180
VERI E FALSI ISTRUTTORI SPIRITUALI
diffuso, almeno nel mondo occidentale, e di
conseguenza è evidentemente molto meno urgente preoccuparsene nelle attuali
circostanze. In ogni caso possiamo limitarci a dire che, in generale, gli
«istruttori» ricollegati a tali iniziazioni hanno l’abitudine, in comune con
gli altri da noi segnalati, di manifestare i loro «poteri» psichici a qualsiasi
proposito e senza alcuna valida ragione (perché non possiamo ritenere tale
quella di attirare e conservar discepoli mediante questo mezzo, il che
ordinariamente è lo scopo a cui mirano), e di accordare la preminenza ad uno
sviluppo eccessivo e più o meno disordinato delle possibilità di quest’ordine,
cosa che va sempre a detrimento di ogni vero sviluppo spirituale.
D’altra parte, per quanto riguarda i veri
istruttori spirituali, il contrasto ch’essi presentano con i falsi istruttori
sotto i diversi rapporti da noi indicati, permette, se non di riconoscerli con
estrema sicurezza (nel senso che queste condizioni pur essendo necessarie
possono peraltro non esser sufficienti), almeno di aiutare grandemente a farlo;
ma qui si rende necessaria un’altra osservazione per eliminare qualche idea
falsa. Contrariamente a quanto molta gente sembra pensare, per essere adatti a svolgere
questa funzione entro certi limiti, non è sempre necessario esser giunti ad una
realizzazione spirituale completa; dovrebbe essere evidente infatti, che ci
vuole molto meno di tanto per essere capaci a guidare validamente un discepolo
ai primi stadi della sua carriera iniziatica. È fuori questione che quando
questi avrà raggiunto il punto oltre il quale non può più condurlo,
l’istruttore che si trova in queste condizioni, se è un istruttore veramente
degno di questo nome, non esiterà minimamente a fargli sapere che ormai non può
più far niente per lui, e lo
181
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
indirizzerà allora, affinché il suo lavoro sia
seguito nelle condizioni più favorevoli, sia al suo stesso Maestro, se ciò è
possibile, sia a qualche altro istruttore ch’egli riconosce più completamente
qualificato che non se stesso; e quando è così, non v’è in definitiva niente di
stupefacente o di anormale a che il discepolo possa finalmente superare il
livello spirituale del suo primo istruttore, il quale d’altronde, se è
veramente quel che dev’essere, non potrà che felicitarsi d’aver contribuito da
parte sua, per piccola che possa essere questa parte, a condurlo a tale
risultato. Gelosia e rivalità individuali non possono in effetti trovare posto
alcuno nel vero dominio iniziatico, mentre invece, al contrario, ne hanno uno
assai grande nel modo d’agire dei falsi istruttori; e sono unicamente costoro a
dover essere denunciati e combattuti, ogni qualvolta le circostanze lo esigono,
non soltanto dai Maestri spirituali autentici, ma anche da tutti quelli che, a
qualunque livello, hanno coscienza di cos’è realmente l’iniziazione.
182
XXII
SAGGEZZA INNATA E SAGGEZZA ACQUISITA
Confucio insegnava che vi sono due specie di
saggi, gli uni di nascita, gli altri, tra cui è da annoverare lui stesso,
diventati tali mediante i loro sforzi. Bisogna tener presente che il «saggio» (cheng)
quale egli lo intende, che rappresenta il grado più elevato della gerarchia
confuciana, costituisce in pari tempo, come altrove abbiamo spiegato1,
il primo scalino della gerarchia Taoista, e perciò si situa in certo qual modo
al punto limite in cui si congiungono i due domini exoterico ed esoterico. In
queste condizioni ci si può chiedere se, parlando di saggezza innata, Confucio
abbia soltanto voluto definire così l’uomo che possiede per natura tutte le
qualificazioni occorrenti per accedere effettivamente e senz’altra preparazione
alla gerarchia iniziatica, e che, di conseguenza, non ha alcun bisogno di
sforzarsi per salire preventivamente a poco a poco, attraverso studi più o meno
lunghi e faticosi, i gradini della gerarchia esteriore. Ciò è possibile in
effetti, e rappresenta l’interpretazione più verosimile ed anche la più
legittima, in quanto implica il riconoscimento dell’esistenza di esseri per
così dire destinati,
1 La Grande
Triade, cap. XVIII.
183
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
dalle loro stesse possibilità, a passare
immediatamente al di là di quel dominio exoterico nel quale lo stesso Confucio
ha sempre inteso restare. D’altra parte tuttavia, ci si può anche domandare se,
al di là dei limiti inerenti al punto di vista prettamente confuciano, la
saggezza innata non sia suscettibile di un significato più esteso e profondo,
nell’ambito del quale quello da noi indicato potrebbe del resto rientrare a
titolo di caso particolare.
Che una questione del genere possa porsi, è
facile da capire se si pensa, come sovente abbiamo avuto occasione di
affermare, che ogni conoscenza effettiva costituisce un’acquisizione
permanente, ottenuta dall’essere una volta per tutte e che niente può fargli
perdere. Di conseguenza, se un essere giunto ad un certo grado di realizzazione
in uno stato d’esistenza passa ad un altro stato, dovrà necessariamente portare
con sé in quest’ultimo quanto in precedenza acquisito, il che pertanto apparirà
come «innato» in questo nuovo stato; è d’altronde fuori causa che, nella
fattispecie, non può trattarsi se non di una realizzazione rimasta incompleta,
altrimenti il passaggio ad un altro stato non si concepirebbe in nessuna
maniera, e che nel caso dell’essere passato allo stato umano, caso che ci
interessa qui in modo particolare, tale realizzazione non è ancora arrivata
fino all’affrancamento dalle condizioni dell’esistenza individuale; essa può
però estendersi, dai gradi più elementari, fino al punto più vicino a quello
che, nello stato umano, corrisponderà alla perfezione di questo stato1.
Si può ancora osservare che, allo stato primordiale,
1 Diciamo soltanto
il punto più vicino, perché se fosse stata effettivamente
184
SAGGEZZA INNATA E SAGGEZZA ACQUISITA
tutti gli esseri i quali nascevano uomini
dovevano trovarsi in quest’ultimo caso, in quanto possedevano tale perfezione
della loro individualità in modo naturale e spontaneo, senza dover fare alcuno
sforzo per arrivarci, il che implica ch’essi erano sul punto di conseguire un
grado del genere prima di nascere allo stato umano; erano cioè veramente saggi
di nascita, e non solo nell’accezione ristretta in cui Confucio l’intendeva dal
suo punto di vista, ma in tutta la pienezza del significato che si può dare a
questa espressione.
Prima di proseguire, è bene richiamare
l’attenzione sul fatto che quanto sopra si riferisce ad un’acquisizione
ottenuta in stati d’esistenza diversi dallo stato umano, il che di conseguenza
non può aver niente in comune con qualsiasi concezione «reincarnazionista»; una
concezione del genere del resto, a parte le ragioni d’ordine metafisico che in
tutti i casi la rendono assolutamente impossibile, sarebbe ancor più
manifestamente assurda nel caso dei primi uomini, e tanto basta per evitare di
insistervi oltre. È invece forse più importante considerare espressamente, data
la facilità con cui si potrebbe equivocare, che quando diciamo anteriore allo
stato umano, non bisogna intendere letteralmente tale anteriorità come una
successione più o meno assimilabile a quella temporale, quale esiste
all’interno dello stato umano stesso, ma soltanto come espressione della
concatenazione causale dei diversi stati; questi, pertanto, non possono esser
descritti come successivi altro che in modo prettamente simbolico, ed è d’altronde
evidente che se
raggiunta la perfezione di uno stato individuale,
l’essere non dovrebbe più ripassare per un altro stato individuale.
185
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
non si ricorresse a tale simbolismo, conforme
alle condizioni del nostro mondo, sarebbe del tutto impossibile esprimere le
cose intelligibilmente in linguaggio umano. Fatta questa riserva, si può
parlare di un essere come possessore di un certo grado di realizzazione prima
di nascere allo stato umano; basta sapere in qual senso si debba intenderla
perché questa maniera di parlare, per inadeguata che sia in se stessa, non
presenti veramente alcun inconveniente; ed è così che un tale essere avrà per
nascita, nel mondo umano, il grado corrispondente a questa realizzazione, grado
che potrà andare da quello di cheng-jen o saggio confuciano, fino a
quello di tchenn-jen o «uomo vero».
Nelle condizioni attuali del mondo terrestre,
tuttavia, non bisogna credere che questa saggezza innata possa manifestarsi del
tutto spontaneamente come avveniva nell’epoca primordiale, perché bisogna tener
conto degli ostacoli frapposti a ciò dall’ambiente. L’essere in questione dovrà
dunque ricorrere ai mezzi appositamente esistenti per sormontare questi
ostacoli, il che equivale a dire ch’egli non è per nulla dispensato, come a
torto si potrebbe ritenere, dal ricollegarsi ad una «catena» iniziatica, altrimenti,
finché si trova nello stato umano, resterebbe semplicemente quel che era al
momento di entrarvi, e come immerso in una specie di «sonno» spirituale che gli
impedirebbe d’andar oltre nella sua via di realizzazione. A rigore si potrebbe
anche concepire che egli manifesti esteriormente, senza aver bisogno di
svilupparlo in modo graduale, lo stato che è proprio del cheng-ien,
perché questo è ancora soltanto al limite superiore del dominio exoterico; ma
per tutto quanto si trova al di là, l’iniziazione propriamente detta
costituisce
186
SAGGEZZA INNATA E SAGGEZZA ACQUISITA
pur sempre attualmente una condizione
indispensabile, e peraltro anche sufficiente in un caso del genere1.
Apparentemente questo essere potrà allora passare attraverso gli stessi gradi
dell’iniziato che è semplicemente partito dallo stato di uomo ordinario, ma la
realtà sarà ben diversa; in effetti, non solo l’iniziazione invece di essere a
tutta prima esclusivamente virtuale com’è d’abitudine, sarà per lui
immediatamente effettiva, ma per di più egli «riconoscerà» questi gradi, se
così ci si può esprimere, come già presenti in lui in maniera paragonabile alla
«reminiscenza» platonica, la quale, senza dubbio, può anche avere un
significato come questo. Tale caso è anche paragonabile, nel campo della
conoscenza teorica, a quello di qualcuno che possieda già interiormente la
coscienza di certe verità dottrinali, ma che sia incapace di esprimerle non
avendo a sua disposizione i termini appropriati, e però, una volta che le
intenda enunciare, le riconosca immediatamente e ne penetri per intero il
significato senza dover fare alcun lavoro per assimilarle. Può anche succedere,
quand’egli si trovi in presenza dei riti e dei simboli iniziatici, che questi
gli appaiano come li avesse sempre conosciuti, in certo qual modo
«intemporalmente», avendo effettivamente in sé quanto, di là e
indipendentemente dalle forme particolari, ne costituisce l’essenza stessa; in
effetti questa conoscenza non ha in realtà alcun inizio temporale, poiché
risulta da un’acquisizione realizzata al di fuori
1 L’unico caso in
cui tale condizione non esiste è quello della realizzazione discendente, perché
questa presuppone che la realizzazione ascendente sia stata compiuta fino al
suo termine ultimo; questo caso è dunque evidentemente del tutto diverso da
quello che stiamo considerando.
187
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
del corso dello stato umano, il quale solo è
veramente condizionato dal tempo.
Un’altra conseguenza di quanto abbiamo detto è
che, per percorrere la via iniziatica, un essere del genere non ha affatto
bisogno dell’aiuto d’un Guru esteriore e umano, poiché, in realtà,
l’azione del vero e proprio Guru interiore opera in lui fin dall’inizio,
e rende evidentemente inutile l’intervento di ogni «sostituto» provvisorio,
tale essendo in definitiva la funzione del Guru esteriore; nella
fattispecie si tratta di quel caso eccezionale cui già ci è capitato di fare
allusione. Soltanto, è indispensabile aver ben presente che appunto può
trattarsi soltanto di un caso del tutto eccezionale, e naturalmente lo sarà
sempre di più man mano che l’umanità procede nella marcia discendente del suo
ciclo; in esso si potrebbe infatti vedere quasi un’ultima traccia dello stato
primordiale e degli altri stati che l’hanno seguito prima del Kali-yuga,
ma una traccia offuscata, per forza di cose, in quanto l’essere che «di
diritto» possiede fin dalla nascita la qualità d’«uomo vero», o quella
corrispondente ad un minor grado di realizzazione, non può più svilupparla, di
fatto, in modo del tutto spontaneo e indipendente da ogni circostanza
contingente. È fuori questione che la funzione delle contingenze è comunque per
lui ridotta al minimo, in quanto, in definitiva, si tratta soltanto d’un puro e
semplice ricollegamento iniziatico che gli è evidentemente sempre possibile
ottenere, tanto più che a questo sarà quasi invincibilmente guidato da quelle
«affinità» che sono un effetto della sua stessa natura. Ma bisogna soprattutto
evitare, ed è un pericolo sempre temibile quando si considerano eccezioni come
questa, che taluni, con eccessiva facilità, possano
188
SAGGEZZA INNATA E SAGGEZZA ACQUISITA
ritenere che il loro sia un caso del genere,
sia perché si sentono naturalmente portati a ricercare l’iniziazione (il che di
solito indica soltanto che sono pronti ad entrare in questa via e non che
l’abbiano già percorsa in parte in un altro stato), sia perché, prima ancora
dell’iniziazione, è loro capitato di avere dei «bagliori» più o meno vaghi,
probabilmente più d’ordine psichico che spirituale, i quali in definitiva non
hanno niente di più straordinario né di più probante delle «premonizioni» di qualsiasi
specie che occasionalmente sono possibili a qualunque uomo le cui facoltà non
siano così strettamente circoscritte come lo sono comunemente quelle
dell’umanità attuale, e i cui limiti di conseguenza siano meno esclusivamente
ristretti alla sola modalità corporea della sua individualità, cosa questa che
in generale non implica neanche ch’egli sia veramente qualificato per
l’iniziazione. Tutto ciò appare certamente insufficiente a giustificare la
pretesa di fare a meno di un Maestro spirituale e tuttavia arrivare sicuramente
all’iniziazione effettiva, così come a ritenersi dispensati da ogni sforzo
personale in vista di questo risultato; è doveroso dire che una possibilità del
genere esiste per la verità, ma non riguarda che un’infima minoranza, per cui
in pratica non è il caso di tenerne conto. Coloro che realmente hanno questa
possibilità, ne prenderanno sempre coscienza al momento voluto in modo certo ed
indubitabile, e questa, in fondo, è la sola cosa che conti; quanto agli altri,
se si lasceranno trascinare dalle loro immaginazioni vane, cioè a dar loro
credito e a comportarsi di conseguenza, esse non potranno che condurli verso i
più pericolosi disinganni.
189
XXIII
LAVORO INIZIATICO COLLETTIVO E «PRESENZA» SPIRITUALE
Esistono forme iniziatiche in cui, per la loro
stessa costituzione, il lavoro collettivo occupa un posto in certo qual modo
preponderante; con ciò non vogliamo affatto affermare che esso possa
sostituirsi al lavoro personale e puramente interiore di ciascuno, o
dispensarne in una maniera qualunque, bensì che esso, in casi del genere,
rappresenta un elemento del tutto essenziale mentre altrove può essere molto
ridotto o anche del tutto inesistente. Il caso in questione è in particolare
quello delle iniziazioni che attualmente sussistono in Occidente; e
indubbiamente, ad un grado più o meno accentuato, è caratteristico delle
iniziazioni di mestiere in generale, ovunque le si incontri, in quanto, nella
fattispecie, si tratta di qualcosa che sembra essere inerente alla loro stessa
natura. A ciò si riferisce, per esempio, un fatto come quello cui facevamo
allusione in un recente studio di argomento massonico1, cioè di
1 Vedere Parole
perdue et mots substitués nel numero di dicembre 1948 della rivista Études
Traditionelles.
[Questo articolo è stato pubblicato nel n. 8 della Rivista
di Studi Tradizionali – N. d. T.]
191
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
una «comunicazione» che non può essere
effettuata se non con il concorso di tre persone, per cui nessuna di esse, da
sola, è dotata del necessario potere a questo riguardo; analogamente, nello
stesso ordine di idee, possiamo citare la condizione della presenza di un certo
numero minimo di assistenti, sette per esempio, affinché una iniziazione possa
valevolmente aver luogo, mentre ci sono altre iniziazioni, come frequentemente
succede specie in India, ove la trasmissione viene operata semplicemente da maestro
a discepolo senza il concorso di altre persone. Va da sé, che una tal
differenza di modalità deve implicare conseguenze altrettanto diverse per tutto
l’insieme dell’ulteriore lavoro iniziatico; e, fra queste differenze, ci pare
soprattutto interessante esaminare più da vicino quelle che riguardano la
funzione del Guru o di ciò che ne fa le veci.
Nel caso di trasmissione iniziatica effettuata
da una sola persona, la funzione di Guru nei confronti dell’iniziato è
assicurata per ciò stesso da tale persona; poco importa qui che le sue
qualificazioni a questo proposito siano più o meno complete e, come di fatto
spesso succede, che esso non sia capace di condurre il suo discepolo se non
fino a tale o tal altro stadio ben determinato; il principio è nondimeno sempre
lo stesso: il Guru è presente al punto di partenza e non può esservi
alcun dubbio sulla sua identità. Nell’altro caso invece, le cose si presentano
in modo molto meno semplice e meno evidente, ed è legittimo chiedersi dove si
trova in realtà il Guru; senza dubbio ogni «maestro», quando istruisce
un «apprendista», può sempre farne le veci in un certo senso ed in una certa
misura, ma in una forma tuttavia molto relativa, in quanto, se quegli che
192
LAVORO INIZIATICO COLLETTIVO E «PRESENZA»
SPIRITUALE
effettua la trasmissione iniziatica è in
effetti solo un Upaguru, a maggior ragione lo saranno tutti gli altri;
d’altronde non si rileva niente che nella fattispecie assomigli alla relazione
esclusiva tra un discepolo ed un Guru unico, condizione questa
indispensabile affinché si possa impiegare tale termine nel suo vero
significato. In effetti non pare che in iniziazioni del genere ci siano mai
stati, per essere esatti, dei Maestri spirituali che esercitassero la loro
funzione in modo continuo; se ce ne sono stati, cosa che evidentemente non si
può escludere1, si dev’essere trattato di casi più o meno
eccezionali, tant’è vero che la loro presenza non appare come un elemento
costante e necessario nella particolare costituzione delle forme iniziatiche in
questione. E tuttavia occorre che ci sia, nonostante tutto, qualche cosa che ne
faccia le veci; per cui ci si deve chiedere da chi o da che cosa questa
funzione sia effettivamente svolta in casi del genere.
A questo interrogativo si potrebbe esser
tentati di rispondere che qui è la collettività stessa, come insieme
dell’organizzazione iniziatica presa in esame, a svolgere la funzione di Guru;
in effetti, questa risposta può essere suggerita abbastanza naturalmente
dall’osservazione da noi fatta in precedenza sull’importanza preponderante che
viene allora attribuita al lavoro collettivo, e tuttavia, benché non si possa
dire che tale risposta sia completamente falsa, essa è perlomeno decisamente
insufficiente. È opportuno precisare d’altronde,
1 Dovette
necessariamente essercene, almeno all’origine vera e propria di ogni forma
iniziatica, essi soli avendo le qualità per realizzare «l’adattamento»
richiesto dal suo costituirsi.
193
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
che quando parliamo della collettività in
questo senso, non la intendiamo unicamente come riunione di individui
considerati nella loro sola modalità corporea, alla stregua di un gruppo.
profano qualsiasi; ciò che soprattutto abbiamo in vista è l’«entità psichica»,
a cui taluni hanno molto impropriamente dato il nome «eggregoro». Vogliamo
ricordare quanto abbiamo già detto a questo proposito1: il
«collettivo», come tale, non può in alcun modo superare il dominio individuale,
poiché in definitiva non è che la risultante delle individualità che lo
compongono, né per conseguenza può andare al di là del dominio psichico;
orbene, tutto ciò che è soltanto psichico non può avere alcun rapporto
effettivo e diretto con l’iniziazione, poiché questa, nella sua essenza,
consiste nella trasmissione di un’influenza spirituale destinata ugualmente a
produrre effetti d’ordine spirituale, quindi trascendenti in rapporto
all’individualità; bisogna evidentemente concluderne che tutto quanto può
rendere effettiva l’azione a tutta prima virtuale di questa influenza, deve
necessariamente avere un carattere sopraindividuale, e di conseguenza
sopracollettivo, se così si può dire. Del resto è fuori questione che non è
come individuo umano che il Guru propriamente detto esercita la sua
funzione, ma in quanto rappresenta qualcosa di sopraindividuale di cui, nello
svolgimento di questa funzione, la sua individualità non è in realtà se non il
supporto; affinché i due casi si possano paragonare occorre dunque che ciò che
qui è assimilabile al Guru sia, non la collettività in se stessa, ma il
principio trascendente
1 Vedere cap. VI: Influenze
spirituali ed «eggregori».
194
LAVORO INIZIATICO COLLETTIVO E «PRESENZA»
SPIRITUALE
cui essa serve da supporto, e il quale solo le
conferisce un carattere veramente iniziatico. Si tratta dunque di qualcosa che
si può definire come una «presenza» spirituale, nel senso più ristretto della
parola, la quale agisce proprio nel corso e per mezzo del lavoro collettivo; ed
è la natura di tale «presenza» che, pur non avendo minimamente la pretesa di
trattare la questione in tutti i suoi aspetti, ci resta da spiegare un po’ più
per esteso.
Nella Kabbala ebraica è detto che quando i
saggi si intrattengono sui misteri divini, la Shekinah si trova fra
loro; analogamente, anche in una forma iniziatica in cui il lavoro collettivo
non sembra di solito essere un elemento essenziale, una «presenza» spirituale
non è meno nettamente affermata qualora tale lavoro abbia luogo, e si può
affermare che questa «presenza» si manifesta in qualunque modo all’intersezione
delle «linee di forza» che vanno dall’uno all’altro di coloro che vi
partecipano, quasi la «discesa» di essa venisse sollecitata direttamente dalla
risultante collettiva che si produce in questo punto determinato, e che le
fornisce un adeguato supporto. Non insisteremo oltre su questo lato forse un
po’ troppo «tecnico» della questione; aggiungeremo solo, che qui si tratta
particolarmente del lavoro di iniziati già pervenuti ad un grado avanzato di
sviluppo spirituale, contrariamente a quanto ha luogo in quelle organizzazioni
in cui il lavoro collettivo rappresenta la modalità abituale e normale fin
dall’inizio; ma, beninteso, questa differenza non modifica minimamente il
principio della «presenza» spirituale.
Quanto precede può essere accostato alle
parole del Cristo: «Quando due o tre saranno riuniti in nome
195
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
mio, io sarò in mezzo ad essi»; e questo
accostamento colpisce in modo particolare quando si pensi alla stretta
relazione esistente fra il Messia e la Shekinah1. È vero che,
secondo l’interpretazione corrente, ciò riguarderebbe solo la preghiera; ma per
legittima che sia questa applicazione nell’ordine exoterico, non v’è ragione
alcuna per limitarsi esclusivamente ad esso, e per non considerare anche un
altro significato più profondo il quale, appunto per ciò, sarà vero a
fortiori; o perlomeno non si può vedere in ciò altra ragione che la
limitazione del punto di vista exoterico in se stesso, per coloro che non
possono o non vogliono superarlo. Dobbiamo inoltre richiamare particolarmente
l’attenzione sull’espressione «in nome mio» tanto frequente nel Vangelo, in
quanto sembra che attualmente la si intenda soltanto più in un senso molto
sminuito o addirittura passi quasi inavvertita; quasi nessuno in effetti si
rende conto di ciò ch’essa implichi in realtà, tradizionalmente, sotto i due
aspetti dottrinale e rituale. Su quest’ultimo argomento abbiamo già avuto
occasione
1 Si sostiene
talora che esisterebbe una variante a questo testo, che riporta soltanto «tre»
in luogo di «due o tre», e taluni cercano di interpretare questi tre come il
corpo, l’anima e lo spirito; si tratterebbe quindi della concentrazione e
dell’unificazione di tutti gli elementi dell’essere nel lavoro interiore,
necessaria affinché si operi la «discesa» dell’influenza spirituale al centro
di questo essere. Tale interpretazione è certamente plausibile e,
indipendentemente dal problema di sapere esattamente quale sia il testo più
corretto, esprime in se stessa una verità incontestabile, ma in ogni caso non
esclude quella che riguarda il lavoro collettivo; soltanto, se il numero tre
fosse realmente specificato, bisognerebbe ammettere che esso rappresenta allora
un minimo richiesto per l’efficacia di questo lavoro, come effettivamente
avviene in certe forme iniziatiche.
196
LAVORO INIZIATICO COLLETTIVO E «PRESENZA»
SPIRITUALE
di parlare un poco in diverse occasioni e
forse ci ritorneremo ancora; per il momento vogliamo solo indicare qui una
conseguenza molto importante dal punto di vista da cui ci siamo posti: gli è
che, a rigore, il lavoro di un’organizzazione iniziatica deve sempre essere
compiuto «in nome» del principio spirituale da cui essa procede e che in
qualche modo essa è destinata a manifestare nel nostro mondo1.
Questo principio può essere più o meno «specializzato», conformemente alle
modalità proprie a ciascuna organizzazione iniziatica; ma essendo di natura
puramente spirituale, come evidentemente richiede il fine stesso di ogni
iniziazione, è sempre in definitiva l’espressione di un aspetto divino, ed è
appunto un’emanazione diretta di questo a costituire quella «presenza» che
ispira e guida il lavoro iniziatico collettivo, affinché questo possa produrre
dei risultati effettivi nella misura delle capacità di ciascuno di quelli che
vi prendono parte.
1 Qualsiasi formula
rituale non corrispondente a quanto stiamo dicendo qui, non può rappresentare,
se viene sostituita ad essa, se non un affievolimento dovuto a misconoscenza o
ad ignoranza più o meno completa di quel che è veramente il «nome», ed implica
di conseguenza una certa degenerazione dell’organizzazione iniziatica, poiché
questa sostituzione dimostra che essa non è più pienamente cosciente della
reale natura della relazione che l’unisce al suo principio spirituale.
197
XXIV
SULLA FUNZIONE DEL GURU
Ultimamente, a proposito della funzione del Guru1,
abbiamo avuto modo di constatare equivoci ed esagerazioni tali, da parte di
qualcuno, che ci vediamo obbligati a ritornare su questo argomento per mettere
un po’ le cose a punto. Di fronte a certe affermazioni, siamo quasi tentati di
dire che ci dispiace d’aver noi stessi tanto insistito su questa funzione come
abbiamo fatto in molteplici circostanze; è pur vero che molti tendono a
sminuirne l’importanza se non addirittura a misconoscerla interamente, ed è appunto
questo che giustificava la nostra insistenza; ma questa volta è di errori in
senso opposto che dobbiamo occuparci.
Certa gente infatti, arriva a pretendere che
nessuno potrà mai raggiungere la Liberazione senza un Guru, intendendo
naturalmente, con questo termine, un Guru umano; faremo subito osservare
che questi tali farebbero certo molto meglio a preoccuparsi di cose meno
1 Benché questo
termine appartenga in proprio alla tradizione indù, noi intenderemo qui con
esso, per semplicità di linguaggio, un Maestro spirituale nel senso più
generale, qualunque sia la forma tradizionale da cui deriva.
199
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
lontane da loro che non il termine ultimo
della realizzazione spirituale, nonché ad accontentarsi di prendere in esame la
questione per quel che riguarda le prime tappe di essa, le quali, d’altronde,
sono proprio quelle in cui la presenza di un Guru può apparire
particolarmente necessaria. Non bisogna dimenticare in effetti, che il Guru
umano, come abbiamo detto in precedenza, non è in realtà che una
rappresentazione esteriore e come un «sostituto» del vero Guru
interiore, per cui la necessità del primo è solo dovuta al fatto che
l’iniziato, finché non è giunto ad un certo grado di sviluppo spirituale, è
ancora incapace d’entrare direttamente in comunicazione cosciente col secondo.
In ogni caso, è questa la ragione che limita ai primi stadi la necessità dell’aiuto
di un Guru umano, e diciamo i primi stadi, in quanto va da sé che la
comunicazione in questione diventa possibile per un essere ben prima che sia
sul punto di ottenere la Liberazione. Ora, tenuto conto di questa restrizione,
si può considerare tale necessità come assoluta? La presenza del Guru
umano è forse, in altri termini, rigorosamente indispensabile in tutti i casi
all’inizio della realizzazione soltanto per il conferimento di un’iniziazione
valevole (nel qual caso la sua mancanza sarebbe anche troppo evidentemente
assurda) oppure lo è anche per rendere effettiva un’iniziazione la quale, in
difetto di questa condizione, rimarrebbe sempre soltanto virtuale? In realtà,
per importante che sia la funzione del Guru, e non saremo certo noi a
pensare di contestarla, ci sentiamo obbligati a dire che un’asserzione del
genere è del tutto falsa per diverse ragioni, la prima delle quali è che
esistono casi di esseri in cui la pura e semplice trasmissione iniziatica
200
SULLA FUNZIONE DEL GURU
è sufficiente, senza che un Guru abbia
minimamente ad intervenire, per «risvegliare» immediatamente delle acquisizioni
spirituali ottenute in altri stati d’esistenza; questi casi, per rari che
possano essere, sono per lo meno una prova che in nessun modo può trattarsi di
una necessità di principio. Ma v’è altro di ben più importante da tener
presente qui, quando nella fattispecie non siano più in causa fatti
eccezionali, di cui con ragione si potrebbe in pratica non tenere alcun conto,
bensì vie perfettamente normali; gli è che esistono forme di iniziazione le
quali, per la loro costituzione stessa, non implicano affatto che in esse
qualcuno debba rivestire la funzione d’un Guru nel vero senso della
parola, e questo è soprattutto il caso di certe forme nelle quali il lavoro
collettivo ha un posto preponderante, ed in cui allora la funzione del Guru
viene svolta, non da un individuo umano, ma da un’influenza spirituale
veramente presente nel corso di questo lavoro1. Qui senza dubbio vi
sono degli svantaggi, nel senso che una via del genere è evidentemente meno
1 Si noti, a questo
proposito, che anche in certe forme iniziatiche ove la funzione del Guru
normalmente esiste, essa non è tuttavia, di fatto, sempre strettamente
indispensabile; così, nell’iniziazione islamica, e soprattutto nelle condizioni
attuali, certe turûq non sono più dirette da un vero Sheykh
capace di svolgere effettivamente la funzione di Maestro spirituale, bensì
soltanto da dei Kholafâ che non possono fare molto di più che
trasmettere valevolmente l’influenza iniziatica; non è men vero che, quando le
cose stanno così, la barakah dello Sheykh fondatore della tarîqah
può benissimo supplire, almeno per individualità particolarmente ben dotate ed
in virtù di questo semplice riallacciamento alla silsilah, all’assenza
di uno Sheykh presentemente vivente, e allora questo caso diviene del
tutto paragonabile a quello che abbiamo ricordato.
201
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
sicura e più difficile da seguire che non
quella ove l’iniziato beneficia costantemente della presenza di un Maestro
spirituale; ma questa è tutta un’altra questione, mentre quel che ci importa,
dal punto di vista in cui ci mettiamo adesso, è soltanto che l’esistenza stessa
di queste forme iniziatiche, le quali si propongono necessariamente lo stesso
scopo delle altre, e quindi devono mettere a disposizione dei loro aderenti
mezzi sufficienti per arrivarci se sono pienamente qualificati, prova ampiamente
che la presenza di un Guru non può essere considerata come una
condizione indispensabile in tutti i casi. Ci sia o non ci sia un Guru
umano, è fuori causa che il Guru interiore è sempre presente, essendo
tutt’uno con il «Sé» vero e proprio; che poi, per manifestarsi a coloro che
ancora non possono averne una coscienza immediata, egli prenda per supporto un
essere umano od un’influenza spirituale «non incarnata», è soltanto una
differenza di modalità che non infirma minimamente l’essenziale.
Abbiamo detto testé che la funzione del Guru,
ove esista, è soprattutto importante al principio dell’iniziazione effettiva,
cosa che può anche sembrare del tutto evidente in quanto è naturale che un
iniziato abbia tanto più bisogno d’essere guidato quanto meno è avanzato nella
via; questa considerazione contiene già implicitamente la refutazione di un
altro errore da noi constatato, il quale consiste nel ritenere che non possa
essere un vero Guru se non chi sia ormai giunto al termine della
realizzazione spirituale, cioè alla Liberazione. Se le cose stessero veramente
così, coloro che cercano di ottenere l’aiuto di un Guru avrebbero
ragione di scoraggiarsi, dato che evidentemente le possibilità
202
SULLA FUNZIONE DEL GURU
ch’essi avrebbero d’incontrarne uno sarebbero
allora quanto mai scarse; ma in realtà, per svolgere efficacemente all’inizio
questa funzione, basta che il Guru sia in grado di condurre il suo
discepolo fino ad un certo grado di iniziazione effettiva, cosa questa
possibile anche se egli stesso non è andato oltre questo grado1. È
per ciò che l’ambizione di un vero Guru, se così ci si può esprimere, è
soprattutto di porre il suo discepolo in condizioni di fare a meno di lui il
più presto possibile, sia indirizzandolo, quando non può più condurlo oltre, ad
un altro Guru che abbia una competenza più estesa della propria2,
sia portandolo, se è in grado di farlo, al punto in cui si stabilirà la
comunicazione cosciente e diretta con il Guru interiore; e, in questo
ultimo caso, ciò è altrettanto valido nel caso che il Guru umano sia
veramente un jivan-mukta, come nel caso che non possieda che un minor
grado di realizzazione spirituale.
1 Questa capacità
presuppone d’altronde certe qualità speciali, in più dello sviluppo spirituale
corrispondente al possesso di questo grado, così come fra quelli che possiedono
le stesse conoscenze in un ordine qualsiasi, non tutti sono ugualmente adatti ad
insegnarle ad altri.
2 Dev’essere ben
chiaro, che tale cambiamento non può essere operato, in modo regolare e
legittimo, se non con l’autorizzazione del primo Guru, nonché per sua
iniziativa, in quanto è lui solo, e non il suo discepolo, che può apprezzare se
la sua funzione è terminata nei confronti di questo, e anche se tale o tal
altro Guru è realmente in grado di condurlo più lontano di quel che lui
stesso avrebbe potuto. Aggiungiamo che un cambiamento del genere può talvolta
avere una ragione del tutto diversa, ed essere dovuto unicamente alla
constatazione, da parte del Guru, che il discepolo, per certe
particolarità della sua natura individuale, può essere più efficacemente
guidato da qualcun altro.
203
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
Ma non abbiamo ancora finito con tutte le
concezioni erronee che hanno corso in certi ambienti; fra queste, una ci pare
particolarmente pericolosa: certa gente pensa di potersi ritenere ricollegata
ad una determinata forma tradizionale per il solo fatto che a questa appartiene
il proprio Guru, o almeno colui ch’essi suppongono d’essere autorizzati
a considerare tale, senza per ciò dover fare nient’altro, nemmeno effettuare
dei riti. Dovrebbe essere evidente che questo preteso ricollegamento non può
avere alcun valore effettivo, oltre ad essere fuori d’ogni realtà; sarebbe
veramente troppo facile ricollegarsi ad una tradizione senz’altra condizione
che quella, ed in ciò è visibile unicamente l’effetto di una misconoscenza
completa della necessità di praticare un exoterismo, il quale, nel caso di
un’iniziazione che tragga origine da una tradizione determinata e non
esclusivamente esoterica, non può naturalmente essere che l’exoterismo di
quella stessa tradizione1. Coloro che la pensano a quel modo, si
ritengono senza dubbio già al di là di tutte le forme, ma il loro errore è più
grave ancora in quanto il bisogno stesso che essi sentono di ricorrere ad un Guru
è prova sufficiente che essi sono ancora lontani da quel punto2; che
il Guru stesso vi sia pervenuto o meno non modifica
1 Prendiamo qui il
termine «exoterismo», nella sua accezione più estesa, per designare la parte di
una tradizione che si rivolge indistintamente a tutti, e che costituisce la
base normale e necessaria di ogni corrispondente iniziazione.
2 Qui si ha pure
qualcosa di contraddittorio in quanto, se essi avessero realmente potuto
arrivare a questo punto prima d’avere un Guru, ciò sarebbe sicuramente
la miglior prova che questi non è indispensabile come essi d’altro canto
affermano.
204
SULLA FUNZIONE DEL GURU
minimamente la cosa per quanto concerne i
discepoli, e nemmeno li riguarda in un modo qualsiasi. Ciò che è più
stupefacente, bisogna ben dirlo, è che si possa trovare un Guru che
accetti dei discepoli in simili condizioni, senza aver preventivamente
rettificato in loro questo errore; il quale dovrebbe bastare da solo a
suscitare seri dubbi sulla realtà della sua qualità spirituale. In effetti,
ogni vero Maestro spirituale deve necessariamente esercitare la sua funzione in
conformità con una tradizione determinata; quando ciò non avviene, questo fatto
è uno di quei segni che permettono di riconoscere più facilmente che si è in
presenza di un falso Maestro spirituale, il quale però, in certi casi, può
benissimo non essere in malafede, ma essere lui stesso illuso per ignoranza
delle reali condizioni dell’iniziazione; ci siamo già sufficientemente
dilungati su questo argomento per vedere una qualche utilità nell’insistervi
oltre1. È importante d’altronde, in previsione di possibili
obbiezioni, fare una distinzione molto netta tra questo caso e quello in cui
può avvenire che, accidentalmente e al di fuori della sua funzione
tradizionale, un Maestro spirituale dia non soltanto chiarimenti d’ordine
dottrinale (il che non solleverebbe nessuna difficoltà), ma anche certi
consigli di carattere più pratico a persone non appartenenti alla sua
tradizione; in casi simili, sia ben chiaro, non può trattarsi altro che di
consigli i quali, come quelli che potrebbero venire da chiunque altro, traggono
il loro valore unicamente dalle conoscenze che colui che li dà possiede in
quanto individuo umano, e non in quanto rappresentante di
1 Vedere cap. XXI: Veri
e falsi istruttori spirituali.
205
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
una certa tradizione, consigli che non possono
minimamente mettere colui che li riceve, di fronte a chi li dà, nella
condizione di un discepolo nel senso iniziatico della parola. Ciò non ha
evidentemente nulla in comune con la pretesa di conferire un’iniziazione a
persone che non ottemperano alle condizioni richieste per riceverla
validamente, condizioni fra le quali figura sempre necessariamente il
ricollegamento regolare ed effettivo alla tradizione cui appartiene la forma
iniziatica considerata, con tutte le osservanze rituali che vi sono
essenzialmente implicite; e bisogna dire nettamente che, in mancanza di questo
ricollegamento, la relazione che unisce i sedicenti discepoli al loro Guru,
in quanto legame iniziatico, non è altro che una pura e semplice illusione.
206
XXV
SUI GRADI INIZIATICI
Ultimamente ci siamo molto stupiti nel
constatare che taluni, che pure pensavamo avrebbero dovuto comprendere un po’
meglio quanto a più riprese abbiamo esposto sull’iniziazione, facessero ancora
assai strane confusioni su questo argomento, palesando cognizioni del tutto
erronee a proposito di questioni peraltro relativamente semplici. Nella
fattispecie abbiamo sentito fare l’asserzione, assolutamente inesplicabile da
parte di chiunque possieda o dovrebbe possedere una qualche conoscenza di
queste cose, che fra lo stato spirituale di un iniziato appena «entrato nella
via» e lo «stato primordiale» non esiste alcun grado intermedio. La verità, al
contrario, è che ve n’è un gran numero, in quanto la via dei «piccoli misteri»,
culminante nello «stato primordiale», è certamente molto lunga da percorrere e,
di fatto, ben pochi arrivano fino al termine di essa; come si può sostenere che
tutti coloro i quali si trovano su questa via siano realmente allo stesso punto
e che non ve ne siano di quelli che sono giunti a tappe diverse? D’altronde, se
fosse così, come si spiegherebbe che le forme iniziatiche riferentesi appunto
ai «piccoli misteri» comprendono in generale una pluralità di
207
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
gradi, per esempio tre in certune e sette in
altre, per limitarsi ai casi più noti? A che mai dovrebbero corrispondere
questi gradi? Abbiamo anche citato una enumerazione taoista nella quale, fra lo
stato dell’«uomo saggio» e quello dell’«uomo vero», si fa menzione di altri due
gradi intermedi1; questo esempio è anche particolarmente preciso,
perché in esso lo «stato primordiale», cioè quello dell’«uomo vero», viene così
ad esser situato al quarto gradino di una gerarchia iniziatica. In ogni caso, e
in qualunque modo siano ripartiti, questi gradi, almeno teoricamente, o se si
preferisce, simbolicamente quando si tratta di un’iniziazione semplicemente
virtuale, non possono rappresentare nient’altro che le diverse tappe di
un’iniziazione effettiva, alle quali corrispondono altrettanti stati spirituali
distinti di cui esse sono la realizzazione successiva; se non fosse così essi
sarebbero completamente privi di significato. In realtà i gradi intermedi
dell’iniziazione possono anche essere una moltitudine indefinita, e deve essere
ben chiaro che quelli che esistono in un’organizzazione iniziatica non
costituiscono altro che una classificazione più o meno generale e «schematica»,
limitata alla considerazione di certe tappe principali o più nettamente
caratterizzate, il che spiega d’altronde la diversità di queste classificazioni2.
Va da sé inoltre, che anche se un’organizzazione iniziatica, per una qualunque
ragione di «metodo», non conferisce gradi nettamente distinti e sottolineati da
riti particolari per ciascuno
1 Vedere La
Grande Triade, cap. XVIII.
2 Vedere Aperçus sur l’Initiation,
cap. XLIV.
208
SUI GRADI INIZIATICI
di essi, ciò non impedisce che le stesse tappe
esistano necessariamente per coloro che ad essa sono ricollegati, almeno dal
momento in cui passano all’iniziazione effettiva, in quanto non vi sono metodi
che consentano di ottenere direttamente lo scopo.
Possiamo anche presentare le cose in un altro
modo che forse le rende ancora più «tangibili»: abbiamo spiegato che
l’iniziazione ai «piccoli misteri», che naturalmente prende l’uomo qual è nel
suo stato attuale, gli fa in qualche modo risalire il ciclo percorso in senso
discendente dall’umanità durante la sua storia, allo scopo di ricondurlo
finalmente proprio allo «stato primordiale»1. Orbene, è evidente che
fra quest’ultimo e le stato attuale dell’umanità vi è stata una quantità di
stadi intermedi, com’è provato dalla distinzione tradizionale delle quattro
età, all’interno di ciascuna delle quali si potrebbero ancora stabilire delle
suddivisioni; la decadenza spirituale non si è prodotta d’un sol colpo, ma è
avvenuta attraverso tappe successive, e, logicamente, la rigenerazione non può
operarsi altro che percorrendo le stesse tappe in senso inverso,
riavvicinandosi così gradualmente allo «stato primordiale» che si tratta di
riconquistare.
Capiremmo meglio la convinzione che non vi
siano gradi distinti nel percorso dei «grandi misteri», cioè tra lo stato
dell’«uomo vero» e quello dell’«uomo trascendente»; ciò sarebbe ugualmente
falso, ma per lo meno quest’illusione sarebbe più facile da spiegare. Gli stati
sopraindividuali sono molteplici, e tra loro ve n’è
1 Vedere Aperçus
sur l’Initiation, cap. XXXIX.
209
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
in realtà di molto lontani dallo stato
incondizionato nel quale solo si realizza la «Liberazione» o l’«Identità
suprema»; ma dal momento che un essere ha oltrepassato lo «stato primordiale»,
per conseguire un qualsiasi stato sopraindividuale, chiunque sia ancora nello
stato individuale umano lo perde in certo qual modo di vista, così come un
osservatore la cui visione sia limitata al piano orizzontale non può conoscere,
di una verticale, se non l’unico punto d’incontro di essa con questo piano,
mentre tutti gli altri punti necessariamente gli sfuggono. Questo punto, che
corrisponde propriamente allo «stato primordiale», è dunque in pari tempo, come
abbiamo detto altrove, la «traccia» unica di tutti gli stati sopraumani; è per
questo che, dallo stato umano, l’«uomo trascendente», e quelli che hanno
soltanto realizzato degli stati sopraindividuali ancora condizionati, sono
veramente «indiscernibili» tra loro, analogamente allo stesso «uomo vero», che
peraltro non è giunto se non al centro dello stato umano e non possiede
attualmente nessuno stato superiore1.
Queste considerazioni non hanno altro scopo
che quello di ricordare certe nozioni già da noi esposte, le quali però sembra
non siano state sempre sufficientemente comprese; e abbiamo ritenuto tanto più
necessario riparlarne, in quanto, per chi non sia ancora se non al primo stadio
dell’iniziazione, rappresenta un vero pericolo l’immaginare di essere già, se
ci è permesso esprimerci così, candidato alla realizzazione dello «stato
primordiale». È pur vero che certa gente va ancor
1 Vedere ancora La Grande Triade, cap.
XVIII.
210
SUI GRADI INIZIATICI
più lontano ed è convinta che per ottenere
immediatamente addirittura la «Liberazione» basti averne un desiderio sincero,
accompagnato da una confidenza assoluta in un Guru, senza avere il
minimo sforzo da compiere per conto proprio; certamente sembra di sognare
quando ci si trova in presenza di simili aberrazioni!
211
XXVI
CONTRO IL «QUIETISMO»
Quantunque abbiamo parlato sovente delle
differenze profonde tra il misticismo e tutto ciò che appartiene all’ordine
esoterico ed iniziatico, non crediamo inutile ritornare su di un punto
particolare che si riallaccia a tale questione, avendo avuto occasione di
constatare a questo proposito un errore assai diffuso: ci riferiamo alla
qualifica di «quietismo» applicata a talune dottrine orientali. Che si tratti
di un errore, risulta già dal fatto che queste dottrine non hanno niente di
mistico, quando invece il termine «quietismo» è stato coniato appositamente per
definire una forma di misticismo, di quelle d’altronde che si possono definire
«aberranti», e la cui caratteristica principale consiste nello spingere
all’estremo quella passività che, ad un grado o ad un altro, è inerente al
misticismo come tale. Ora, da una parte non conviene estendere l’uso di termini
del genere a cose che non hanno niente a che fare con il dominio mistico,
perché allora tali termini diventano altrettanto impropri quanto le etichette
filosofiche applicate al di fuori della filosofia; la passività d’altronde,
anche entro i limiti in cui si può considerarla in certo qual modo come
«normale» dal punto di vista
213
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
mistico, e a maggior ragione nella sua
esagerazione «quietista», è del tutto estranea alle dottrine in questione. Per
la verità, sospettiamo che l’imputazione di «quietismo», così come quella di
«panteismo», non sia spesso, per certa gente, se non un pretesto per metter da
parte o disprezzare una dottrina senza darsi la pena di studiarla più a fondo,
o di cercare di comprenderla veramente; lo stesso dicasi, in modo più generale,
per tutti gli epiteti peggiorativi che vengono impiegati per diritto e per traverso
al fine di qualificare dottrine molto diverse, rimproverando ad esse di
«cadere» in questo o in quell’altro, espressione abituale in casi del genere e
assai significativa a tale proposito; ma, come abbiamo fatto osservare in altre
occasioni, ogni errore ha necessariamente qualche ragione per prodursi, di modo
che è bene esaminare le cose un po’ più attentamente.
È fuor di dubbio che il quietismo, nel senso
proprio della parola, gode in Occidente di cattiva reputazione soprattutto
negli ambienti religiosi, il che in definitiva è naturale in quanto la varietà
di misticismo che si definisce così è stata espressamente dichiarata
eterodossa, e a giusto titolo, a causa dei numerosi e gravi pericoli che
presenta sotto vari punti di vista; tali pericoli, in fondo, sono quelli
inerenti alla passività portata al suo estremo e messa in pratica
«integralmente», vogliamo dire senza che alcuna attenuazione venga apportata
alle conseguenze in essa implicite in tutti gli ordini. Da questo lato non v’è
dunque da stupirsi se coloro per cui le ingiurie sostituiscono le
argomentazioni, e che malauguratamente sono anche troppo numerosi, si servono
tanto del quietismo come del panteismo a guisa di «spauracchio», se così ci si
può
214
CONTRO IL «QUIETISMO»
esprimere, per sviare quelli che se ne
lasciano impressionare da tutto ciò di fronte a cui essi stessi provano
sgomento, sgomento che, di fatto, è unicamente dovuto alla loro incapacità di
comprensione. Ma v’è qualcosa di ancor più curioso, e cioè che la mentalità
«laica» dei moderni ritorce volentieri questa stessa accusa di quietismo
proprio sulla religione, estendendola indebitamente non soltanto a tutti i
mistici, ivi compresi i più ortodossi, ma anche ai religiosi appartenenti agli
ordini contemplativi, i quali d’altronde sono ai loro occhi tutti
indistintamente «mistici», anche se in realtà non è affatto detto che lo siano;
taluni poi spingono la confusione ancor più lontano, arrivando ad identificare
in modo puro e semplice misticismo e religione.
Ciò si spiega molto facilmente con i
pregiudizi inerenti alla mentalità occidentale moderna nel suo insieme; essa,
rivolta esclusivamente verso l’azione esteriore, è arrivata poco a poco non
soltanto ad ignorare per conto proprio tutto quanto riguarda la contemplazione,
ma addirittura a provare nei suoi confronti, ovunque la incontri, un vero e
proprio odio. Questi pregiudizi sono talmente diffusi, che molte persone
sedicenti religiose, ma non per questo meno influenzate da tale mentalità
antitradizionale, dichiarano volentieri di fare una gran differenza fra gli
ordini contemplativi e quelli che si occupano di attività sociali; naturalmente
non trovano che elogi per questi ultimi, ma, per contrapposto, sono subito
pronti ad accordarsi con i loro avversari per chiedere la soppressione dei
primi, con il pretesto ch’essi non sono più adatti ad un’epoca di «progresso»
come la nostra! Non è inutile notare di sfuggita che, anche attualmente, una
distinzione del genere sarebbe impossibile
215
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
nelle chiese cristiane d’Oriente, ove non è
neanche concepibile che qualcuno possa farsi monaco per una ragione diversa da
quella di dedicarsi alla contemplazione, e ove la vita contemplativa
d’altronde, ben lungi dall’essere accusata stupidamente d’«inutilità» e di
«oziosità», è al contrario unanimemente considerata come quella superiore forma
di attività che in realtà è.
Si osservi, a questo proposito, che nelle
lingue occidentali si trova qualcosa di molto imbarazzante e tale da
contribuire in parte ad ingenerare confusioni: si tratta dell’impiego dei
termini «azione» e «attività», i quali evidentemente hanno un’origine comune,
ma non lo stesso senso né la stessa estensione. L’azione è sempre intesa come
un’attività d’ordine esteriore e di derivazione unicamente corporea, ed è
proprio in ciò che essa si distingue dalla contemplazione a cui in certo qual
modo sembra addirittura opporsi, benché qui, come ovunque, il punto di vista
dell’opposizione abbia necessariamente un carattere illusorio, come altrove
abbiamo spiegato, e che piuttosto si tratti di un complementarismo. Per contro,
l’attività ha un senso molto più generale, ugualmente applicabile a tutti i
domini e a tutti i livelli dell’esistenza: così, per fare l’esempio più
semplice, si parla appunto di attività mentale benché, pure nell’imprecisione
del linguaggio corrente, non si possa propriamente parlare di azione mentale;
in un ordine più elevato, si può parlare altrettanto bene di attività
spirituale, che tale in realtà è la contemplazione (distinta beninteso dalla
semplice meditazione la quale non è che un mezzo messo in opera per arrivarci e
che appartiene ancora al dominio della mentalità individuale). Vi è anche
qualcosa di più: se il complementarismo
216
CONTRO IL «QUIETISMO»
dell’«attivo» e del «passivo» si considera in
corrispondenza con l’«atto» e la «potenza» prese in senso aristotelico, si vede
senza difficoltà che il più attivo è anche, proprio per questo, il più vicino
all’ordine puramente spirituale, mentre l’ordine corporeo è quello in cui
predomina la passività; ne deriva la conseguenza, paradossale solo
apparentemente, che l’attività è tanto più grande e più reale quanto più si
esercita in un dominio lontano da quello dell’azione. Disgraziatamente, la
maggior parte dei moderni sembra non comprendere questo punto di vista, e ne
derivano i più singolari equivoci come quello di certi orientalisti che non
esitano a qualificare di «passivo» Purusha se si tratta della tradizione
indù, o Tien se si tratta della tradizione estremo-orientale, cioè
proprio quello che, al contrario, è il principio attivo della manifestazione
universale!
Queste poche considerazioni permettono di
capire perché i moderni siano tentati di vedere del «quietismo», o quel che
credono poter chiamare così, in qualsiasi dottrina che ponga la contemplazione
al di sopra dell’azione, cioè in qualsiasi dottrina tradizionale senza
eccezione; essi sembrano credere d’altronde, che ciò equivalga in qualche modo
a disprezzare l’azione, nonché a negarle qualsiasi valore, fosse pure
nell’ordine contingente che le è proprio, cosa del tutto falsa in quanto non si
tratta se non di mettere ogni cosa al posto che normalmente deve appartenerle:
riconoscere che una cosa occupa il più basso gradino in una gerarchia, non
significa affatto negare la legittimità della sua esistenza, in quanto essa è
pur sempre un elemento necessario, dell’insieme di cui fa parte. Non sappiamo
bene perché, sotto
217
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
questo aspetto, si sia presa l’abitudine di
prendersela specialmente con la dottrina indù, la quale in ciò non differisce
assolutamente per niente dalle altre tradizioni sia orientali che occidentali;
e del resto abbiamo dato sufficienti spiegazioni in diverse occasioni sul modo
in cui essa considera l’azione perché sia necessario insistervi ancora qui.
Faremo soltanto osservare, quanto sia assurdo parlare di «quietismo» a
proposito dello yoga, come fanno taluni, se si pensa all’attività
prodigiosa che occorre esplicare, e ciò in tutti i domini, per giungere al fine
dello yoga (cioè in realtà allo yoga vero e proprio inteso in
senso stretto, i mezzi preparatori non essendo designati così che per
estensione); d’altronde si tratta nella fattispecie di metodi propriamente
iniziatici che, come tali, sono essenzialmente caratterizzati dall’attività.
Aggiungiamo, per prevenire possibili obbiezioni, che se le interpretazioni di
qualche indù contemporaneo paiono prestarsi all’imputazione di «quietismo», ciò
è dovuto al fatto che costoro non sono in alcun modo qualificati per parlare di
queste cose, e che essi, per l’educazione occidentale che hanno ricevuto, sono
quasi altrettanto ignoranti quanto gli Occidentali stessi nei confronti della
propria tradizione.
Ma se si è convenuto rimproverare alla
dottrina indù il disprezzo dell’azione, in generale è soprattutto a proposito
del Taoismo che si sente il bisogno di parlare ancor più espressamente di
«quietismo», e questo grazie alla funzione che vi svolge il «non-agire» (wou-wei),
del quale gli orientalisti non capiscono assolutamente il vero significato, e
che taluni di essi fanno sinonimo d’«inattività», di «passività», e anche di
«inerzia» (è proprio perché il principio attivo della manifestazione
218
CONTRO IL «QUIETISMO»
è «non-agente» che essi lo prendono per
«passivo» come dicevamo prima). E tuttavia alcuni di loro si sono resi conto
che si tratta di un errore; ma poiché in fondo non arrivano ad una maggior
comprensione dell’argomento e continuano a confondere azione ed attività, si
rifiutano di tradurre wou-wei con «non agire», e sostituiscono questo
termine con perifrasi più o meno vaghe ed insignificanti, che sminuiscono la
portata della dottrina e non lasciano scorgere più niente del suo senso
profondo e specificamente iniziatico. In realtà la traduzione «non-agire» è la
sola accettabile benché, data l’incomprensione ordinaria, convenga spiegare
come va intesa: non soltanto questo «non-agire» non è affatto inattività, ma,
secondo quanto abbiamo indicato in precedenza, è al contrario la suprema
attività: è infatti lontano al massimo dal dominio dell’azione esteriore, e
completamente affrancato da tutte le limitazioni imposte a questa dalla sua
natura propria; se il «non-agire» non fosse per definizione stessa al di là di
tutte le opposizioni, si potrebbe dunque dire che esso, in qualche modo, è
l’estremo opposto dello scopo che il quietismo assegna allo sviluppo della
spiritualità.
Va da sé che il «non-agire», o ciò che gli
equivale nella componente iniziatica delle altre tradizioni, implica, per chi
vi è pervenuto, un perfetto distacco dall’azione esteriore, come d’altronde da
tutte le altre cose contingenti, e ciò perché un essere del genere si pone al
centro stesso della «ruota cosmica», mentre le suddette cose non appartengono
che alla circonferenza di essa; se il quietismo, da parte sua, professa
un’indifferenza che pare rassomigli sotto un certo riguardo a questo distacco,
è certamente per tutt’altre ragioni. Allo stesso modo
219
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
che fenomeni simili possono esser dovuti a
cause molto diverse, modi d’agire (o, in certi casi, di astenersi dall’agire)
che esteriormente sono gli stessi possono procedere dalle più diverse
intenzioni; ma naturalmente, per coloro che si limitano alle apparenze, da ciò
possono risultare molte false assimilazioni. Sotto questo rapporto ci sono
effettivamente certi fatti, strani agli occhi dei profani, i quali potrebbero
essere da loro invocati a sostegno dell’erroneo accostamento ch’essi vogliono
stabilire fra il quietismo e certe tradizioni d’ordine iniziatico; ma ciò
solleva talune questioni abbastanza interessanti in se stesse, da meritare che
ad esse consacriamo in special modo un prossimo capitolo.
220
XXVI
FOLLIA APPARENTE E SAGGEZZA NASCOSTA
Alla fine del capitolo precedente, facevamo
allusione a certi modi d’agire più o meno straordinari, i quali, a seconda dei
casi, possono procedere da ragioni molto diverse: in linea generale si può dire
che tali ragioni rivelano una diversa considerazione dell’azione esteriore da
quella accettata dalla maggioranza degli uomini, e che, a questa azione presa
in se stessa, non viene accordata l’importanza che ordinariamente le si
attribuisce; ma a questo proposito è opportuno stabilire delle distinzioni. A
tutta prima dobbiamo precisare che il distacco nei confronti dell’azione, di
cui parlavamo a proposito del «non-agire», è innanzitutto una perfetta
indifferenza per quel che riguarda i risultati che se ne possono ottenere,
poiché questi risultati, di qualunque genere siano, non influenzano più
realmente l’essere che è giunto al centro della «ruota cosmica». È evidente
inoltre, che un tale essere non agirà mai per bisogno d’agire, e che
d’altronde, se deve agire per un motivo qualsiasi, pur essendo pienamente cosciente
che quest’azione è soltanto apparenza contingente e come tale illusoria dal suo
punto di vista (non diciamo, ben inteso, dal punto di vista degli altri esseri
221
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
che ne sono testimoni), non è detto che debba
compierla in modo esteriormente diverso da quello degli altri uomini, a meno
che ciò, in casi determinati, non sia richiesto da motivi particolari. Si
capirà senza difficoltà che un comportamento del genere è qualcosa di
completamente diverso dall’atteggiamento dei quietisti o di altri mistici più o
meno «irregolari»; costoro, nella pretesa di tenere l’azione in non cale
(quando invece sono ben lungi dall’essere arrivati al punto in cui essa appare
come puramente illusoria), trovano soprattutto un pretesto per fare
indifferentemente qualsiasi cosa secondo gli impulsi della parte istintiva o
«subcosciente» del loro essere, e ciò rischia evidentemente di portare ad ogni
genere di abusi, di disordini, e di deviazioni, ed in ogni caso ha almeno il
grave pericolo di consentire alle possibilità inferiori uno sviluppo libero e
senza controllo, quando invece si dovrebbe giungere al loro dominio mediante
uno sforzo, che del resto sarebbe incompatibile con l’estrema passività
caratteristica dei mistici di questo genere.
Ci si può anche chiedere fino a che punto
l’indifferenza, che in simili casi si affetta, sia proprio reale (ma può
esserlo veramente per chi non sia giunto al centro, e perciò non sia
effettivamente affrancato da tutte le contingenze «periferiche»?), in quanto
talora si vedono questi stessi mistici darsi a stravaganze perfettamente
volute: è così che i quietisti propriamente detti, quelli della fine del XVII
secolo, avevano formato tra loro una associazione detta «Santa Infanzia», in
cui si applicavano ad imitare tutti i modi d’agire e di parlare dei bambini.
Nelle loro intenzioni si trattava di mettere in pratica,
222
FOLLIA APPARENTE E SAGGEZZA NASCOSTA
per quanto possibile alla lettera, il precetto
evangelico di «diventare come bambini»; ma questa è veramente la «lettera che
uccide», e ci si può stupire che un uomo come Fénelon non abbia provato
ripugnanza a prestarsi ad una simile parodia, dato che è quasi impossibile
qualificare diversamente l’imitazione esteriore dei bambini da parte degli
adulti, imitazione che ha inevitabilmente un carattere artificiale e forzato, e
per conseguenza qualcosa di caricaturale. In ogni caso questa simulazione, che
altro non era in definitiva, non si accordava granché con la concezione
quietista secondo la quale l’essere deve tener la sua coscienza in qualche modo
separata dall’azione, dunque mai applicarsi a compiere quest’ultima in un modo
piuttosto che in un altro. Con ciò non vogliamo dire che una certa simulazione,
fosse pur quella della follia (e quella dell’infanzia dopo tutto non ne è molto
lontana quanto alle apparenze), non possa talora essere giustificata anche in
semplici mistici; ma questa giustificazione è valida soltanto alla condizione
di porsi da un punto di vista diverso da quello del quietismo. In particolare,
abbiamo in mente qui certi casi che di frequente si incontrano nelle forme
orientali del Cristianesimo (ove d’altronde lo stesso misticismo, è bene
notarlo, non ha lo stesso significato della sua forma occidentale): in effetti,
l’agiografia orientale conosce vie di santificazione strane ed insolite, come
quella dei «folli in Cristo», i quali commettono atti stravaganti sia per
nascondere i loro doni spirituali, agli occhi di quelli che li circondano,
sotto l’orrida apparenza della follia, sia piuttosto per liberarsi dei legami
di questo mondo, nella loro espressione più intima ed imbarazzante per
223
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
lo spirito, quella del nostro «io sociale»1.
Si può capire che tale apparenza di follia rappresenti effettivamente un mezzo,
benché forse non sia il solo, per sfuggire ad ogni curiosità indiscreta così
come a qualsiasi obbligo sociale difficilmente compatibile con lo sviluppo
spirituale; ma è importante osservare che si tratta allora di un atteggiamento
atto a costituire una specie di «difesa» nei confronti del mondo esteriore, e
non come nel caso dei quietisti di cui parlavamo testé, di un mezzo che dovrebbe
di per se stesso condurre all’acquisizione di certi stati interiori. Una
simulazione del genere è però molto pericolosa, perché soprattutto il mistico,
il quale, per definizione stessa, non è mai interamente padrone dei suoi stati,
può essere facilmente condotto, a poco a poco, ad una follia reale; d’altronde,
fra la simulazione pura e semplice, e la follia propriamente detta, ci possono
essere diversi gradi di squilibrio più o meno accentuato, ed ogni squilibrio è
necessariamente un ostacolo che, fin quando sussiste, si oppone allo sviluppo
armonioso e completo delle possibilità superiori dell’essere.
Questo ci conduce a prendere in esame un altro
caso, che esteriormente può sembrare assai simile al succitato, mentre invece è
assai diverso sotto molti rapporti; è il caso di quelli che nell’Islâm sono
dichiarati i majâdhîb; costoro presentano in effetti un aspetto
stravagante, che ricorda molto quello dei «folli in Cristo» di cui abbiamo
parlato, benché qui non si tratti più di simulazione, né tanto meno di
misticismo, anche
1 Vladimir
Lossky, Essai sur la Théologie mystique de l’Église d’Orient,
pag. 17.
224
FOLLIA APPARENTE E SAGGEZZA NASCOSTA
se ad un osservatore superficiale può molto
facilmente darne l’illusione. Il majdhûb appartiene normalmente ad una tarîqah,
e quindi ha seguito una via iniziatica almeno ai suoi primi stadi, il che, come
abbiamo detto sovente, è incompatibile con il misticismo; ad un certo momento
però, si è esercitata su di lui, dal lato spirituale, un’«attrazione» (jadhb
da cui il nome majdhûb) la quale, in mancanza di una preparazione
adeguata e di un’attitudine sufficientemente «attiva», ha provocato uno
squilibrio e come una «scissione», si potrebbe dire, fra i diversi elementi del
suo essere. La parte superiore, invece di attrarre a sé la parte inferiore e di
farla partecipare nella misura del possibile al proprio sviluppo, se ne
distacca e la lascia per così dire indietro1; da ciò non può che
risultare una realizzazione frammentaria e più o meno disordinata. In effetti,
dal punto di vista di una realizzazione completa e normale, nessuno dei
componenti dell’essere è veramente trascurabile, nemmeno quelli che, appartenendo
ad un ordine inferiore, devono perciò esser considerati come dotati di una
minore realtà (ma mai come completamente privi di essa); pertanto bisogna saper
sempre mantenere tutte le cose al posto che loro conviene nella gerarchia dei
gradi dell’esistenza; e ciò è valido anche per l’azione esteriore la quale, in
definitiva, è appunto l’attività propria ad alcuni di questi elementi. Ma,
incapace di «unificare» il suo essere, il majdhûb perde terreno e va
1 È fuori questione
d’altronde che il legame non può mai essere del tutto interrotto, perché allora
ne seguirebbe immediatamente la morte; esso però è estremamente affievolito e
come «allentato», cosa che del resto si verifica anche, ad un grado o ad un altro,
in tutti i casi di squilibrio.
225
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
come «fuori di sé»; e per il fatto che non è
più padrone dei suoi stati, ma solamente per questo, è paragonabile ai mistici;
e benché non sia in realtà né un folle né un simulatore (quest’ultima parola
non dovendo qui necessariamente esser presa in senso sfavorevole, come già si
sarà potuto comprendere da quel che precede), egli presenta spesso tuttavia le
apparenze della follia1. Per quanto riguarda la via iniziatica, si
ha, nella fattispecie, una deviazione incontestabile, come ve n’è anche,
quantunque d’un genere un po’ diverso, presso i produttori «di fenomeni» più o
meno straordinari, quali s’incontrano specie in India; per di più, oltre al
fatto che sia gli uni e sia gli altri hanno in comune uno sviluppo spirituale
che non potrà mai arrivare alla perfezione, vedremo subito un’ulteriore ragione
per accostare questi due casi.
Quanto abbiamo detto è naturalmente
applicabile ai veri majâdhîb; ma accanto a questi, possono esserci anche
dei falsi majâdhîb, che ne prendono volontariamente le apparenze senza
esserlo realmente; ed è soprattutto qui che bisogna fare molta attenzione per
osservare le distinzioni essenziali, in quanto questa stessa simulazione può
essere di due specie del tutto opposte. Da un lato ci sono in effetti i
simulatori volgari, che si potrebbero anche chiamare i «contraffattori», i
quali trovano comodo farsi passare per majâdhîb al fine di condurre
un’esistenza in certo qual modo «parassitaria»; costoro non presentano
evidentemente il minimo
1 È per questo che,
nel linguaggio ordinario, il termine majdhûb viene talvolta impiegato
come una specie di «eufemismo» al posto di majnûn, «folle».
226
FOLLIA APPARENTE E SAGGEZZA NASCOSTA
interesse e non sono in definitiva che
semplici mendicanti, i quali, allo stesso modo dei falsi infermi o di altri
simulatori del genere, danno prova di una certa speciale abilità nell’esercizio
del loro mestiere. Ma da un altro lato può anche succedere, per ragioni
diverse, tra cui anzitutto quella di passare inosservato e di non lasciar
vedere alla folla ciò che in realtà è, che un uomo, il quale abbia raggiunto un
alto grado di sviluppo spirituale, si dissimuli tra i majâdhîb; perfino
un Walî, nei suoi rapporti con il mondo esteriore (rapporti la cui
natura e i cui motivi necessariamente sfuggono all’apprezzamento degli uomini
ordinari), può talvolta rivestire l’apparenza di un majdhûb. D’altronde,
tranne per l’intenzione di rimanere nascosti, che si ritrova da una parte e
dall’altra, questo caso non può essere paragonato a quello dei «folli in
Cristo», i quali non hanno affatto raggiunto un simile grado e non sono che
mistici di genere particolare; va da sé che i pericoli che segnalavamo a questo
proposito non esistono minimamente qui, perché si tratta di esseri il cui stato
reale non può più essere infirmato da queste manifestazioni esteriori.
A questo punto, è opportuno far osservare che
la stessa cosa si verifica anche per i produttori di «fenomeni» cui facevamo
allusione più indietro; e questo ci conduce direttamente al caso dei
«giocolieri», i cui modi di fare sono spesso serviti da «travestimento», in
tutte le forme tradizionali, ad iniziati d’alto rango, soprattutto quando
questi dovevano svolgere all’esterno qualche speciale «missione». Per
giocoliere in effetti, non bisogna intendere soltanto una specie di
«prestigiatore», nell’accezione assai ristretta che i moderni hanno dato a
questo termine; dal punto di vista da cui ci poniamo
227
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
noi qui, l’uomo che fa mostra di «fenomeni»
d’ordine psichico più autentici rientra esattamente nella categoria, in quanto
il giocoliere, in realtà, è colui che diverte la folla facendo cose bizzarre,
od anche semplicemente affettando modi di fare stravaganti1. È così
che lo si intendeva nel Medio Evo, quando il giocoliere veniva appunto in certo
qual modo identificato al buffone; e si sa, d’altronde, che il buffone era
anche chiamato «folle» benché in realtà non lo fosse, cosa che dimostra l’assai
stretto legame fra i diversi casi di cui abbiamo parlato. Se a ciò si aggiunge
che il giocoliere, come il majdhûb d’altri lidi, è abitualmente un
essere «errante», è facile capire i vantaggi che la sua funzione offre quando
si tratti di sfuggire all’attenzione dei profani, o di distoglierla da quel che
conviene ch’essi ignorino, sia per ragioni di semplice opportunità, sia per
altre d’ordine molto più profondo2. In effetti, la follia è una
delle maschere più impenetrabili di cui può rivestirsi la saggezza, proprio per
il fatto di esserne l’estremo opposto; è per questo che, nel Taoismo, gli
«Immortali» stessi sono spesso descritti, quando si manifestano nel nostro
mondo, sotto un aspetto più o meno stravagante, se non addirittura ridicolo, e
per di più non esente da una certa «volgarità»; ma quest’ultimo tratto si
riferisce ancora ad un altro lato della questione.
1 Etimologicamente,
il giocoliere (dal latino joculator) è propriamente uno che «scherza»,
qualunque sia il genere di «scherzo» cui si dedica.
2 A causa appunto
di questi vantaggi, il giocoliere ed il majdhûb veri possono anche
servire da «veicolo» di certe cose senza esserne essi stessi coscienti; ma
questa è un’altra questione che al momento non ci riguarda.
228
XXVIII
IL TRAVESTIMENTO «POPOLARE»
Facevamo osservare testé che gli «Immortali»
del Taoismo, nel modo in cui vengono ritratti, presentano le sembianze della
stravaganza e della volgarità combinate insieme; questi due aspetti riuniti
possono anche ritrovarsi altrove, e difatti il majdhûb, il «giocoliere»,
nonché coloro che, come abbiamo spiegato, ne prendono a prestito l’aspetto
esteriore, presentano evidentemente, insieme ad una apparenza di «follia»,
anche un certo carattere «popolare». Questi due aspetti tuttavia, non sono
necessariamente solidali in tutti i casi, per cui può succedere che quello che
indifferentemente possiamo chiamare «volgare» o «popolare» (in quanto questi
due termini sono in fondo pressoché sinonimi) serva soltanto da «travestimento»
iniziale; vogliamo dire con ciò che gli iniziati, e specie quelli degli ordini
più elevati, si dissimulano volentieri in mezzo al popolo, facendo in modo,
esteriormente, di non distinguersene per niente. Si può osservare che questa,
in definitiva, è l’applicazione più stretta e più completa del precetto
rosacrociano che impone di adottare sempre il linguaggio e i costumi delle
genti fra cui si vive, nonché di conformarsi a tutti i loro modi di fare;
certamente può trattarsi in
229
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
primo luogo di un mezzo per passare
inosservati tra i profani, cosa non senza importanza sotto diversi aspetti, ma
che non impedisce l’esistenza di altre ragioni più profonde.
Bisogna in effetti sottolineare che, in casi
del genere, è sempre del popolo che si parla, e non della cosiddetta «classe
media» come convenzionalmente viene chiamata in Occidente, o di ciò che ad essa
più o meno esattamente corrisponde altrove; e la cosa è vera a tal punto che,
nei paesi di tradizione islamica, si dice che quando un Qutb deve
manifestarsi fra gli uomini comuni, egli riveste spesso l’apparenza di un
mendicante o di un venditore ambulante. D’altronde, sempre a questo stesso
popolo (e l’accostamento non è certo fortuito) viene affidata la conservazione
delle verità d’ordine esoterico che diversamente rischierebbero di perdersi,
verità che certamente esso è incapace di comprendere, ma che tuttavia trasmette
non meno fedelmente, sia pure rivestite, a tal fine, da un travestimento più o
meno grossolano; ed è questa in definitiva l’origine reale e la vera ragione
d’essere d’ogni «Folklore», e così pure dei cosiddetti «racconti popolari». Ma
come accade, ci si potrebbe chiedere, che l’élite, e per di più la parte
più elevata di essa, possa trovare il suo miglior rifugio, sia per se stessa
che per la verità che detiene, proprio in questo ambiente da taluni in senso
peggiorativo definito come quello del «popolino», e di cui in certo qual modo
essa è l’opposto? Parrebbe qualcosa di paradossale, se non addirittura di
contraddittorio; in realtà, come vedremo, non è affatto così.
Il popolo, almeno finché non ha subito una
deviazione di cui non è minimamente responsabile, in quanto
230
IL TRAVESTIMENTO «POPOLARE»
di per se stesso non è se non una massa
eminentemente «plastica» corrispondente al lato propriamente «sostanziale» di
quella che si può chiamare l’entità sociale, il popolo dicevamo, porta in sé,
per via di questa «plasticità», anche delle possibilità che la «classe media»
non ha affatto; certamente si tratta di possibilità indistinte e latenti, delle
virtualità se si vuole, ma che tuttavia esistono e sono sempre suscettibili di
svilupparsi incontrando condizioni favorevoli. Contrariamente a quel che ci si compiace
di affermare ai giorni nostri, il popolo non agisce spontaneamente e non
produce nulla per conto suo; ma è come una «riserva» da cui si può ricavare
tutto, il meglio come il peggio, a seconda delle influenze che su di lui si
esercitano. Quanto alla «classe media», è facilissimo rendersi conto di cosa da
essa ci si può attendere, se si pensa alla sua caratteristica essenziale, quel
sedicente «buon senso» strettamente limitato, che trova la sua più compiuta
espressione nella concezione della «vita ordinaria», e ai prodotti più tipici
della sua caratteristica mentalità, cioè il razionalismo ed il materialismo
dell’epoca moderna; è questo che dà la misura più esatta delle sue possibilità,
in quanto è ciò che se ne ottiene quando le si permette di svilupparsi
liberamente. Con ciò non vogliamo affatto dire che a questo proposito essa non
abbia subito delle suggestioni, dato che in fondo anch’essa è «passiva», sia
pure relativamente; ma non è men vero che è in seno ad essa che le concezioni
in questione hanno preso forma, per cui è implicito che queste suggestioni
abbiano incontrato un terreno appropriato e cioè, per forza di cose, che esse
in qualche modo corrispondessero alle sue tendenze
231
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
particolari; e in fondo, se è giusto
qualificarla come «media», non è soprattutto a condizione di dare a questa
parola un senso di «mediocrità»?
D’altronde esistono altri elementi per
completare il quadro che abbiamo dipinto e per dargli tutto il suo significato:
gli è che l’élite, per il fatto stesso di essere all’estremo opposto del
popolo, trova in questo il suo riflesso più diretto, allo stesso modo che in
tutte le cose il punto più alto si riflette direttamente nel punto più basso e
non in uno qualunque dei punti intermedi. È vero che si tratta di un riflesso
oscuro ed invertito, come lo è il corpo in rapporto allo spirito, ma nondimeno
esso offre la possibilità d’un «raddrizzamento» paragonabile a quello che si
produce alla fine di un ciclo; è soltanto quando il movimento discendente ha
raggiunto il termine, cioè il punto più basso, che tutte le cose possono essere
immediatamente ricondotte al punto più alto per iniziare un nuovo ciclo; per
questo è esatto dire che «gli estremi si toccano» o meglio si congiungono. La
similitudine tra il popolo e il corpo, cui testé abbiamo fatto allusione, si
giustifica d’altronde anche per il carattere di elemento «sostanziale» che
entrambi ugualmente presentano, rispettivamente nell’ordine sociale ed in
quello individuale, mentre il «mentale», soprattutto se considerato sotto
l’aspetto della «razionalità», corrisponde piuttosto alla «classe media». Ne
risulta che l’élite, discendendo in certo qual modo fino al popolo, vi
trova tutti i vantaggi dell’«incorporazione», in quanto questa è necessaria per
la costituzione d’un essere realmente completo nel nostro stato di esistenza;
ed il popolo è per essa un «supporto» e una «base», allo
232
IL TRAVESTIMENTO «POPOLARE»
stesso titolo che il corpo lo è per lo spirito
manifestato nell’individualità umana1.
L’apparente identificazione dell’élite
con il popolo corrisponde propriamente, nell’esoterismo islamico, al principio
dei Malâmatiyah, i quali si impongono la regola di assumere un aspetto
esteriore tanto più ordinario e comune, anzi addirittura grossolano, quanto più
perfetto e di spiritualità più elevata è il loro stato interiore, e di mai
lasciar apparire niente di questa spiritualità nelle loro relazioni con gli
altri uomini2. Si potrebbe dire che mediante questa estrema
differenza fra interno ed esterno, essi pongono il massimo di «intervallo», se
ci è lecito esprimerci così, fra questi due lati del loro essere, il che
permette loro di comprendere in sé stessi la maggior somma di possibilità
d’ogni ordine, la quale, al termine della loro realizzazione, deve logicamente
culminare nella vera «totalizzazione» dell’essere3. È sottinteso del
resto, che questa differenza si riferisce in definitiva soltanto al mondo delle
apparenze, e che, nella realtà assoluta, cioè al termine di quella
realizzazione di cui abbiamo parlato, non c’è più né interiore né esteriore
perché, ancora una volta, è là che gli estremi sono finalmente ricongiunti nel
Principio.
1 Quanto sopra,
come raffigurazione di una «discesa dello spirito», può essere accostato alle
considerazioni che esporremo più avanti alla fine del capitolo XXXI: Le due
notti.
2 Vedere Abdul-Hâdi, El-Malâmatiyah, nel
n. d’ottobre 1933 del Voile d’Isis ed appendici del presente volume.
3 Con ciò non
vogliamo dire che la totalità possa esser raggiunta unicamente in questo modo,
ma soltanto che un modo per farlo effettivamente può essere quello proprio alla
via dei Malâmatiyah.
233
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
D’altronde, è particolarmente importante
osservare che l’apparenza «popolare» rivestita dagli iniziati costituisce, a
tutti i livelli, come un’immagine della «realizzazione discendente»1;
è per questo che lo stato di Malâmatiyah è detto «rassomigliare allo
stato del Profeta, il quale fu elevato ai più alti gradi della Prossimità
divina» ma, «quando tornò verso le creature, non parlò con esse se non delle
cose esteriori», di modo che, «del suo incontro intimo con Dio, nulla apparve
sulla sua persona». Se inoltre è detto che «questo stato è superiore a quello
di Mosè, la cui figura non poté esser guardata da nessuno dopo che ebbe parlato
con Dio», ciò è ancora riferibile all’idea della totalità, proprio in virtù
delle nostre spiegazioni di poc’anzi; in fondo si tratta di un’applicazione
dell’assioma secondo il quale «il tutto è superiore alla parte»2,
qualsiasi parte d’altronde, fosse pure la più eminente di tutte3.
Nel caso rappresentato qui dallo stato di Mosè, in effetti, si potrebbe dire
che la «ridiscesa» non si è completamente effettuata, e non ingloba
integralmente tutti i livelli inferiori fino a quello che, simboleggiando
l’apparenza esteriore degli uomini volgari, li fa partecipare alla verità
trascendente nella misura delle loro rispettive possibilità;
1 Vedere l’ultimo
capitolo di quest’opera: Realizzazione ascendente e discendente.
2 Non diciamo «più
grande» come si fa abitualmente restringendo la portata dell’assioma alla sola
applicazione matematica; qui evidentemente si deve considerarlo al di là del
dominio quantitativo.
3 Analogamente,
così dev’essere intesa la superiorità di natura dell’uomo in rapporto agli
angeli, come la si considera nella tradizione islamica.
234
IL TRAVESTIMENTO «POPOLARE»
in certo qual modo, quest’ultimo aspetto è
l’inverso di quello da noi considerato in precedenza quando parlavamo del
popolo come «supporto» dell’élite, e naturalmente ne è anche l’aspetto
complementare, in quanto questa stessa funzione di «supporto», per essere
efficace, richiede necessariamente una certa partecipazione, talché i due punti
di vista si implicano reciprocamente1.
Va da sé che il precetto di non distinguersi
per niente dal volgo quanto alle apparenze, allorché in realtà vi è la più
profonda differenza, si ritrova anche espressamente nel Taoismo, e lo stesso
Lao Tsé lo formulò a più riprese2; qui d’altronde, tale precetto è
legato strettamente ad un certo aspetto del simbolismo dell’acqua, la quale va
sempre nel luogo più basso3, e, pur essendo quanto vi è di più
debole, viene tuttavia a capo delle cose più forti e più potenti4.
L’acqua, in quanto immagine del principio «sostanziale» delle cose, può anche
esser vista, nell’ordine sociale, come un simbolo del popolo, il che
corrisponde giustamente alla sua posizione inferiore; e il saggio, imitando la
natura e il modo di essere dell’acqua, si confonde apparentemente con il
popolo; ma ciò gli permette, meglio di qualsiasi altra situazione,
1 La partecipazione
in questione d’altronde, non è sempre esclusivamente limitata all’exoterismo
tradizionale; si può rendersene conto con un esempio come quello della maggior
parte delle turûq islamiche, che nella loro parte più esteriore, ma
tuttavia per definizione stessa ancora esoterica, si associano elementi
prettamente «popolari», i quali non sono evidentemente suscettibili altro che
di un’iniziazione semplicemente virtuale; e sembra che qualcosa di simile
avvenisse nella «thyasi» dell’antichità greca.
2 Tao-te-king,
in particolare cap. XX, XLI, LXVII.
3 Ibidem,
cap. VII; cfr. cap. LXI e LXVI.
4 Ibidem,
cap. XLIII e LXXVIII.
235
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
non solo di influenzare tutto quanto il popolo
mediante la sua «azione di presenza», ma anche di conservare intatto, al riparo
da ogni attacco, ciò per cui egli è superiore agli altri uomini e che,
d’altronde, costituisce la sola vera superiorità.
Dopo aver necessariamente soltanto accennato
ai principali aspetti di questa questione così complessa, termineremo con
un’ultima osservazione, che si riferisce più specialmente alle tradizioni
esoteriche occidentali: si dice che i Templari sfuggiti alla distruzione del
loro Ordine, si dissimularono tra gli operai costruttori; anche se per certuni
questa è soltanto una «leggenda», la cosa non è tuttavia meno significativa
quanto al suo simbolismo; ed è però incontestabile che diversi ermetisti lo
fecero, in particolare fra quelli che si riallacciavano alla corrente
rosacrociana1. A questo proposito ricorderemo ancora che, fra le
organizzazioni iniziatiche basate sull’esercizio di un mestiere, quelle che
rimasero sempre prettamente «artigianali» subirono una degenerazione minore di
quelle che furono influenzate dall’intrusione di elementi prevalentemente
appartenenti alla «borghesia»: non si può forse vedere anche qui, a parte altre
ragioni già da noi spiegate, un esempio di quella facoltà di conservazione «popolare»
dell’esoterismo di cui il «folklore» è ugualmente una manifestazione?
1 È fuori causa che
qui non facciamo affatto allusione alle pretese origini della trasformazione
«speculativa» della massoneria, trasformazione che in realtà fu soltanto una
degenerazione come abbiamo sufficientemente spiegato in altre occasioni, e che
quanto abbiamo in vista risale ad epoche ben anteriori all’inizio del XVIII
secolo.
236
XXIX
LA CONGIUNZIONE DEGLI ESTREMI
Quanto abbiamo esposto precedentemente sui
rapporti dell’élite iniziatica con il popolo, ci sembra richiedere
ancora alcune precisazioni complementari al fine di evitare ogni equivoco; e a
questo proposito bisogna prima di tutto non fraintendere il senso che abbiamo
dato alla parola «volgarità». In effetti, se la parola «volgare», presa come
abbiamo fatto nella sua accezione originale, è in definitiva sinonimo di
«popolare», esiste anche un altro tipo di volgarità che realmente corrisponde
al senso peggiorativo spesso attribuitogli dal linguaggio ordinario, e che in
realtà è piuttosto una caratteristica della «classe media». Nella fattispecie,
per dare un esempio che farà immediatamente capire di che cosa si tratta, è lo
stesso genere di differenza che A. K. Coomaraswamy ha molto ben rilevato fra
l’arte «popolare» e l’arte «borghese»1, o anche, se si vuole,
1 Si veda in
particolare De la «mentalité primitive» nel numero
agosto-settembre-ottobre 1939 degli Etudes Traditionelles [pubblicato
nel n. 13 della Rivista di Studi Tradizionali – N.d.T]. D’altra
parte ricordiamo anche l’impiego fatto da Dante della parola «volgare» nel suo
trattato De vulgari eloquentia, e in particolare la sua espressione di vulgare
illustre (si vedano Nouveaux aperçus sur le langage secret de Dante
nel numero di luglio 1932 del Voile d’Isis).
237
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
quella che esiste, negli oggetti destinati
all’uso corrente, fra le produzioni artigianali d’altri tempi e quelle
dell’industria moderna1.
Questa osservazione ci riconduce ai Malâmatyah,
così designati dal termine malâmah che significa «disprezzo»2;
cosa bisogna dunque intendere con questa parola? Non è che le loro azioni siano
effettivamente disprezzabili in se stesse e dal punto di vista tradizionale, il
che sarebbe tanto più inconcepibile in quanto, ben lungi dal disprezzare le
prescrizioni della legge sharaita3, essi si applicano in modo
particolare a diffonderle intorno a loro, sia con l’esempio, sia con la parola.
Soltanto che il loro modo d’agire, non distinguendosi in niente da quello del
popolo4, sembra disprezzabile agli occhi di una certa «opinione»,
che è appunto soprattutto quella della «classe media», o della gente
1 In effetti,
l’industria moderna è appunto opera della «classe media», che l’ha creata e la
dirige, ed è questa la ragione per cui i suoi prodotti possono soddisfare
soltanto quei bisogni dai quali è esclusa ogni spiritualità, conformemente alla
concezione della «vita ordinaria»; ciò ci pare talmente evidente che è inutile
insistervi oltre.
2 Vengono anche
chiamati ahlul-malâmah, letteralmente «le genti del disprezzo», cioè
coloro che si espongono ad essere disprezzati.
3 [È la legge
coranica, cioè la legge comune a tutti i musulmani, la legge exoterica (Sharya
vuol dire Grande Via), a differenza della Tariqa, la via degli iniziati,
la quale è riservata soltanto ad un certo numero di persone; quest’ultima si
sovrappone alla precedente ma è ben lungi dal dispensarne – N.d.T.]
4 La stessa legge
exoterica può esser detta «volgare», se si intende questo termine nel senso di
«comune», in quanto si applica indistintamente a tutti; ai giorni nostri
d’altronde, e un po’ dovunque, non c’è forse una quantità di gente che crede di
dar prova di «distinzione» astenendosi dall’effettuare i riti tradizionali?
238
LA CONGIUNZIONE DEGLI ESTREMI
che si considera «colta» secondo l’espressione
tanto di moda oggi; la concezione della «cultura» profana, su cui già ci siamo
diffusi in altre occasioni1, è in effetti assai caratteristica della
mentalità di quella «classe media» cui essa dà, col suo «lustro» tutto
superficiale ed illusorio, il mezzo per dissimulare la sua vera nullità
intellettuale. Questa stessa gente è anche quella che si compiace di invocare
la «consuetudine» in tutte le occasioni; e va da sé che i Malâmatyah, o
quelli che in altre tradizioni si comportano come loro, non possono
assolutamente esser disposti a tener conto di queste «consuetudini» prive
d’ogni significato e di qualsiasi valore spirituale, né per conseguenza a
preoccuparsi di una «opinione» che apprezza soltanto delle apparenze dietro le
quali non c’è niente2. Non è certo qui che lo «spirito», o l’élite
che lo rappresenta, può trovare un punto d’appoggio, in quanto tutte queste
cose non riflettono assolutamente niente di spirituale e sono anzi piuttosto la
negazione di qualsiasi spiritualità; mentre invece dove c’è il suo riflesso,
anche se invertito come lo è necessariamente ogni riflesso, là esso trova di
conseguenza il suo «supporto» normale, che si tratti del corpo nell’ordine
individuale, o del popolo nell’ordine sociale.
Come abbiamo già detto, è proprio perché il
punto più alto si riflette nel punto più basso che si può dire che gli estremi
si toccano, ed a questo proposito abbiamo ricordato un possibile paragone con
gli eventi della fine di un ciclo; ma questa questione richiede ulteriori
1 Vedere Aperçus sur l’Initiation,
cap. XXXIII.
2 Vedere La
consuetudine contro la tradizione, cap. IV.
239
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
spiegazioni. In effetti bisogna tener presente
che il «raddrizzamento», mediante il quale si opera il ritorno del punto più
basso a quello più alto, è propriamente «istantaneo», cioè in realtà
intemporale, o meglio, per non limitarci a considerare le condizioni speciali
del nostro mondo, al di fuori di qualsiasi durata, cosa che implica un
passaggio attraverso il non-manifestato: si tratta di quell’intervallo (sandhyâ),
che secondo la tradizione indù esiste sempre fra due cicli o due stati di
manifestazione. Se così non fosse, l’inizio e la fine non potrebbero coincidere
nel Principio se si ha in vista la totalità della manifestazione, né
corrispondersi se si prendono in esame solo cicli particolari; d’altronde, a
causa dell’«istantaneità» di questo passaggio, non si verifica in realtà alcuna
soluzione di continuità, ed è questo che consente di parlare veramente di
congiunzione degli estremi, benché il punto di congiunzione necessariamente
sfugga a qualsiasi mezzo di investigazione più o meno esteriore, essendo
situato fuori della serie di modificazioni successive che costituiscono la
manifestazione1.
È per ciò che si dice che ogni cambiamento di
stato può compiersi unicamente nell’oscurità2, essendo il colore
nero, nel suo significato superiore, il simbolo del non manifestato; questo
stesso colore però, nel suo significato inferiore, sta anche a simboleggiare
l’indistinzione della potenzialità pura o della materia prima3; e
questi due aspetti, benché non debbano assolutamente
1 Ci proponiamo di
tornare su questo punto a proposito del simbolismo della «catena dei mondi».
2 Vedere Aperçus sur l’Initiation,
cap. XXVI.
3 Vedere più avanti
Le due notti.
240
LA CONGIUNZIONE DEGLI ESTREMI
venir confusi, si corrispondono tuttavia anche
qui analogicamente, ed in certo modo si associano, a seconda del punto di vista
da cui si considerano le cose. Ogni «trasformazione» appare come una
«distruzione», se la si considera dal punto di vista della manifestazione; e
ciò che in realtà è un ritorno allo stato principiale, se visto esteriormente e
dal lato «sostanziale», appare non esser altro che un «ritorno al caos», così
come l’origine, benché immediatamente derivante dal Principio, prende sotto lo
stesso rapporto l’apparenza di una «uscita dal caos»1. D’altronde,
dal momento che qualsiasi riflesso è necessariamente un’immagine di ciò che
viene riflettuto, si può ritenere che l’aspetto inferiore, nel suo ordine
relativo, e a condizione beninteso di non dimenticare d’applicare anche qui il
«senso inverso», rappresenti l’aspetto superiore, la qual cosa, vera nei
rapporti dello spirito con il corpo, è altrettanto vera in quelli dell’élite
con il popolo.
L’esistenza del popolo, o di coloro che in
apparenza si confondono con esso, è, secondo lo stesso linguaggio corrente,
un’esistenza «oscura»; e per quanto riguarda il popolo, questa espressione,
anche se quelli che la impiegano non ne hanno minimamente coscienza, non fa che
tradurre la funzione «sostanziale» ad esso inerente nell’ordine sociale: da
questo punto di vista si tratta, non diremo dell’indistinzione totale della materia
prima, ma almeno dell’indistinzione relativa di ciò che ad un certo livello
svolge la funzione di materia. Ben diversamente
1 Nel simbolismo
alchemico, ogni «trasmutazione» presuppone il passaggio attraverso uno stato di
indifferenziazione; questo viene rappresentato dal colore nero, e può
ugualmente esser considerato sotto questi due aspetti.
241
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
vanno le cose per l’iniziato che vive fra il
popolo senza distinguersene esteriormente: analogamente a quegli che dissimula
la propria saggezza sotto le apparenze non meno «tenebrose» della follia, e a
parte diversi altri vantaggi, egli può vedere, nella stessa oscurità della sua
esistenza, come un’immagine delle «tenebre superiori»1. Da tutto ciò
si può ricavare un’altra conseguenza: se gli iniziati che occupano i ranghi più
elevati nella gerarchia spirituale non prendono parte visibile agli avvenimenti
che si svolgono in questo mondo, è innanzitutto perché una tale azione
«periferica» sarebbe inconciliabile con la posizione «centrale» che è loro
propria; se si tengono in disparte da ogni distinzione «mondana», è
evidentemente perché ne conoscono l’inanità; ma si può dire in più che, se essi
acconsentissero ad uscire dall’oscurità, la loro esteriorità, proprio per
questo fatto, non corrisponderebbe più veramente alla loro interiorità, di modo
che ne risulterebbe, se ciò fosse possibile, una specie di disarmonia nel loro
stesso essere; ma poiché il grado spirituale da essi raggiunto esclude
necessariamente una supposizione del genere, esclude anche di conseguenza
ch’essi vi acconsentano effettivamente2. Va da sé d’altronde che
quanto
1 Ciò può essere
accostato a quanto abbiamo detto altrove a proposito del senso superiore
dell’anonimato (Le Règne de la Quantité et les Signes des temps cap.
IX); quest’ultimo è parimenti «oscurità» per l’individuo, ma contemporaneamente
significa affrancamento dalla condizione individuale di cui anzi è una
conseguenza necessaria, in quanto il nome e la forma (nama-rûpa) sono
strettamente solidali nella costituzione dell’individualità come tale.
2 A questo
proposito si potrebbe anche rammentare quanto da noi esposto altrove sul
«rifiuto dei poteri» (Aperçus sur l’Initiation, cap. XXII); in effetti
questi poteri, benché d’un ordine diverso, sono
242
LA CONGIUNZIONE DEGLI ESTREMI
sopra non ha niente in comune con l’«umiltà»,
e che gli esseri di cui stiamo parlando sono ben al di là di quel dominio
sentimentale cui essa essenzialmente appartiene; e questo è un ulteriore
esempio di cose esteriormente simili che possono procedere da ragioni in realtà
totalmente diverse1.
Vogliamo ancora aggiungere, per ritornare al
nostro argomento, che il «nero più nero del nero» (nigrum nigro nigrius),
secondo il modo d’esprimersi degli ermetisti, è certamente, se preso nel senso
più immediato e in certo qual modo più letterale, l’oscurità del caos o le
«tenebre inferiori»; ma appunto per questo, secondo le nostre spiegazioni
precedenti, è anche un simbolo naturale delle «tenebre superiori»2.
Allo stesso modo che il «non-agire» rappresenta veramente la pienezza
dell’attività, o che il «silenzio» contiene in sé tutti i suoni nella loro
modalità parâ o non-manifestata, queste «tenebre superiori» sono in
realtà la Luce che supera ogni luce, cioè, al di là di ogni manifestazione e di
ogni contingenza, l’aspetto principiale della luce in se stessa; ed è là, e
soltanto là, che si opera in definitiva la vera congiunzione degli estremi.
altrettanto contrari all’«oscurità» quanto ciò di
cui abbiamo appena parlato.
1 Non intendiamo
contestare che l’umiltà possa esser considerata una virtù dal punto di vista
exoterico e in particolare religioso (che è poi quello dei mistici); ma, dal
punto di vista iniziatico, né l’umiltà, né l’orgoglio che ne è un correlativo,
possano più aver senso per chi ha superato il dominio delle opposizioni.
2 Espressioni come
«teste nere» e «volti neri», che si incontrano in diverse tradizioni,
presentano anche un doppio senso sotto certi aspetti paragonabile al suddetto;
forse un giorno o l’altro avremo occasione di tornare su questa questione.
243
XXX
SPIRITO NEL CORPO O CORPO NELLO SPIRITO?
La concezione corrente, secondo cui lo spirito
risiede in qualche modo nel corpo, non può che sembrare molto strana a chiunque
possieda anche soltanto le più elementari nozioni di metafisica, non solo
perché lo spirito non può essere «localizzato», ma perché, anche se si tratta
solo di un «modo di dire» più o meno simbolico, è evidente in esso l’illogicità
ed il capovolgimento dei rapporti normali. In effetti, lo spirito non è altro
che Âtmâ, il principio di tutti gli stati dell’essere in tutti i gradi
della sua manifestazione; orbene, tutte le cose sono necessariamente contenute
nel loro principio, e in realtà non possono in alcun modo esserne fuori, né
tanto meno rinchiuderlo nei loro limiti; sono dunque tutti questi stati
dell’essere, e per conseguenza anche il corpo che è semplicemente una modalità
d’uno di questi, a dover essere in definitiva contenuti nello spirito, e non
viceversa. Il «meno» non può contenere il «più», né tanto meno produrlo, il che
è d’altronde applicabile a diversi livelli, come vedremo in seguito; ma
consideriamo per il momento il caso estremo, quello che concerne il rapporto
tra il principio stesso dell’essere e la modalità più ristretta della sua
manifestazione individuale
245
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
umana. A tutta prima si potrebbe essere
tentati di concludere che la concezione corrente sia dovuta unicamente ad
ignoranza da parte della grande maggioranza degli uomini, e corrisponda ad un
semplice errore di linguaggio ripetuto senza riflettere per la forza
dell’abitudine; ma la questione non è così semplice, e questo errore, se errore
esiste, ha ragioni ben più profonde di quanto a prima vista si potrebbe
credere.
A queste considerazioni, bisogna premettere
che l’immagine spaziale del «contenente» e del «contenuto» non deve essere
presa alla lettera, poiché uno solo di questi due termini, il corpo, possiede
effettivamente il carattere spaziale, lo spazio non essendo niente altro che
una delle condizioni proprie dell’esistenza corporea. L’impiego del simbolismo
spaziale e di quello temporale, come abbiamo ripetutamente spiegato, non solo è
legittimo, ma anche inevitabile, in quanto necessariamente dobbiamo servirci d’un
linguaggio il quale, essendo quello dell’uomo corporeo, è anch’esso sottoposto
alle condizioni determinanti l’esistenza di quest’ultimo come tale: basta aver
sempre presente che tutto quanto non appartiene al mondo corporeo non può
essere, in realtà, né nello spazio né nel tempo.
Poco c’importa che certi filosofi abbiano
creduto di doversi porre una questione come quella della «sede dell’anima», e
di discuterne mostrando d’intenderla in senso prettamente letterale, quando poi
ciò che essi chiamano «anima» può anche essere lo spirito, perlomeno nella
misura in cui lo concepiscono, secondo l’abituale confusione del linguaggio
occidentale moderno a questo proposito. Va da sé che, per noi, i filosofi
profani non si differenziano minimamente dal volgo, e che le loro
246
SPIRITO NEL CORPO O CORPO NELLO SPIRITO?
teorie non hanno più valore della semplice
opinione corrente; non saranno dunque i loro pretesi «problemi» ad indurci a
pensare che una specie di «localizzazione» dello spirito nel corpo non
rappresenti unicamente un errore puro e semplice; ma sono le dottrine
tradizionali stesse a mostrarci che sarebbe insufficiente limitarsi a ciò, e
che questo soggetto richiede un esame più approfondito.
Secondo la dottrina indù, si sa infatti che jîvâtmâ,
il quale è in realtà Âtmâ stesso, ma considerato nel suo rapporto con
l’individualità umana, risiede nel centro di questa ed è rappresentato
simbolicamente dal cuore; ciò non vuole affatto dire che jîvâtmâ sia
racchiuso nell’organo corporeo che porta questo nome, o in un organo sottile
corrispondente; implica invece che, in un certo senso, sia situato
nell’individualità, e più precisamente nella parte più centrale di questa. Âtmâ
non può essere veramente né manifestato né individualizzato e, a maggior
ragione, non può essere incorporato; e tuttavia, in quanto jîvâtmâ,
appare come se fosse individualizzato e incorporato; evidentemente questa
apparenza non può essere che illusoria riguardo ad Âtmâ, e nondimeno ha
una sua esistenza da un certo punto di vista, quello stesso punto di vista,
proprio della manifestazione individuale umana, per cui jîvâtmâ sembra
essere distinto da Âtmâ. È dunque da questo punto di vista che si può
dire che lo spirito è situato nell’individuo; e inoltre si potrà dire che è
situato nel corpo, a condizione di non scorgervi una «localizzazione» in senso
letterale, se lo si considera dal punto di vista più particolare della modalità
corporea di tale individualità; non si tratta dunque d’un vero e proprio
errore, ma solamente dell’espressione
247
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
d’una illusione che, pure essendo tale se
riferita alla realtà assoluta, corrisponde tuttavia ad un certo grado della
realtà, quello stesso degli stati di manifestazione ai quali detta illusione si
riferisce, e che diventa errore solo quando si ha la pretesa di applicarla alla
concezione dell’essere totale, come se il principio stesso di quest’ultimo
potesse essere influenzato o modificato da uno dei suoi stati contingenti.
Abbiamo finora fatto una distinzione tra la
modalità corporea dell’individualità e l’individualità integrale, quest’ultima
comprendente anche tutte le modalità sottili; e, a questo proposito, possiamo
aggiungere un’osservazione la quale, benché accessoria, aiuterà senza dubbio a
comprendere ciò che principalmente abbiamo in vista. All’uomo ordinario, la cui
coscienza è in qualche modo «sveglia» unicamente nella modalità corporea, tutto
ciò che più o meno oscuramente viene percepito delle modalità sottili, appare
come incluso nel corpo, perché questa percezione corrisponde solo al rapporto
che quelle hanno con questo, piuttosto che a ciò che sono in se stesse; in
realtà, le modalità sottili non possono essere contenute nel corpo e venir
condizionate dai suoi limiti, anzitutto perché è proprio in esse che si trova
il principio immediato della modalità corporea, e poi perché esse sono
suscettibili d’una estensione incomparabilmente maggiore, per la natura stessa
delle possibilità che comportano. Queste modalità, inoltre, se effettivamente
sviluppate, appaiono come «prolungamenti» estendentisi in ogni senso al di là
della modalità corporea, cosicché questa viene interamente a trovarsi, per così
dire, «avvolta» da esse; sotto questo aspetto, per chi abbia realizzato
l’individualità integrale,
248
SPIRITO NEL CORPO O CORPO NELLO SPIRITO?
avviene una specie di «rivolgimento», se così
ci si può esprimere, rispetto al punto di vista dell’uomo ordinario. In questo
caso, del resto, le limitazioni individuali non sono ancora superate, ed è per
ciò che all’inizio parlammo d’una possibile applicazione a diversi livelli; fin
d’ora però si potrà comprendere, per analogia, che un «rivolgimento» si opera
ugualmente, in un altro piano, quando l’essere sia passato alla realizzazione
sopraindividuale. Fin quando l’essere non raggiungeva Âtmâ, altro che nei
suoi rapporti con l’individualità, cioè come jîvâtmâ, questo gli
appariva come incluso nell’individualità e non poteva di certo apparirgli
altrimenti poiché era incapace di oltrepassare i limiti della condizione
individuale; ma quando egli raggiunge Âtmâ direttamente ed in se stesso,
l’individualità, e con essa tutti gli altri stati individuali e
sopraindividuali, gli appaiono invece compresi in Âtmâ, com’è
effettivamente dal punto di vista della realtà assoluta, poiché essi non sono
nient’altro che le possibilità stesse di Âtmâ, al di fuori del quale
niente può avere un grado qualsiasi di realtà.
Abbiamo così precisato i limiti entro i quali,
da un punto di vista relativo, si può dire che lo spirito è contenuto sia
nell’individualità umana che nel corpo; e, inoltre, ne abbiamo indicato la
ragione, ragione che in definitiva è inerente alla condizione stessa
dell’essere per il quale questa prospettiva è legittima e valida. Ma non è
tutto: bisogna ancora tener presente che lo spirito si considera situato non
solo nell’individualità in generale, ma in un suo punto centrale, al quale
corrisponde il cuore nell’ordine corporeo; ciò richiede altre spiegazioni, le
quali permetteranno di conciliare i due
249
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
punti di vista, apparentemente opposti,
riferentisi rispettivamente, alla realtà relativa e contingente dell’individuo
ed alla realtà assoluta di Âtmâ. È facile rendersi conto che queste
considerazioni devono basarsi essenzialmente su una applicazione del senso
inverso dell’analogia, applicazione che nello stesso tempo dimostra, in modo
particolarmente chiaro, le precauzioni che si richiedono nella trasposizione
del simbolismo spaziale, in quanto, contrariamente a quello che avviene
nell’ordine corporeo, cioè nello spazio inteso nel senso proprio e letterale,
si può dire che nell’ordine spirituale è l’interno a comprendere l’esterno, ed
il centro a contenere tutte le cose.
Una delle migliori «illustrazioni»
dell’applicazione del senso inverso, è data dalla rappresentazione dei diversi
cieli, corrispondenti agli stati superiori dell’essere, mediante altrettante
circonferenze o sfere concentriche come se ne ha un esempio in Dante. In una
simile rappresentazione sembra a tutta prima che i cieli siano tanto più vasti,
cioè meno limitati, quanto più sono elevati e quindi anche più «esteriori», nel
senso che figurano più distanti dal centro, quest’ultimo essendo allora
costituito dal mondo terrestre; è questo il punto di vista dell’individualità
umana, rappresentato precisamente dalla terra, punto di vista che corrisponde
ad una verità relativa, la quale è tale nella misura in cui l’individualità è
reale nel suo ordine, e per il fatto che bisogna necessariamente partire da
quest’ultima per passare agli stati superiori. Ma quando l’individualità venga
superata e si operi il «rivolgimento» di cui abbiamo parlato (che in realtà è
un «raddrizzamento» dell’essere),
250
SPIRITO NEL CORPO O CORPO NELLO SPIRITO?
tutto l’insieme della rappresentazione
simbolica viene ad essere in qualche modo rovesciato; è allora il cielo più
elevato ad essere nello stesso tempo il più centrale, poiché in esso risiede il
centro universale stesso; e, per contro, il mondo terrestre viene in questo
modo a situarsi all’estrema periferia. In questo «rivolgimento» di posizione,
bisogna inoltre osservare che il cerchio corrispondente al cielo più elevato
deve tuttavia rimanere il più ampio e comprendere tutti gli altri (infatti,
secondo la tradizione islamica, il «Trono» divino abbraccia tutti i mondi); e
deve essere così perché, nella realtà assoluta, è il centro che contiene tutto.
L’impossibilità di raffigurare materialmente questo punto di vista, secondo cui
il più vasto è nello stesso tempo il più centrale, non fa che esprimere le
limitazioni alle quali il simbolismo geometrico è inevitabilmente sottoposto
per il fatto stesso d’essere il linguaggio della condizione spaziale, cioè di
una delle condizioni proprie del nostro mondo corporeo, e quindi esclusivamente
inerenti all’altro punto di vista, quello dell’individualità umana.
Per quanto riguarda il centro, si vede
nettamente qui che, per il rapporto inverso esistente tra il centro effettivo
(quello dell’essere totale oppure dell’Universo, a seconda che si considerino
le cose dal punto di vista «microcosmico» o «macrocosmico») e il centro
dell’individualità o del suo particolare dominio d’esistenza, il primo, che è
il più grande nell’ordine della realtà principiale, diventa in certo qual modo
(senza venir per nulla alterato o modificato in se stesso) l’ultimo ed il più
piccolo nell’ordine delle apparenze
251
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
manifestate1. Si tratta dunque,
continuando a servirci del simbolismo spaziale, del rapporto esistente tra il
punto geometrico e ciò che potremmo analogicamente chiamare il punto
metafisico: quest’ultimo è il vero centro primordiale, che contiene in sé tutte
le possibilità, ed è quindi quanto v’è di più grande; non è assolutamente
«situato», poiché nulla lo può contenere o limitare, mentre sono tutte le cose
a situarsi rispetto ad esso (va da sé che anche ciò deve intendersi
simbolicamente, perché qui non si tratta unicamente delle possibilità
spaziali). Il punto geometrico poi, che come tale è situato nello spazio, è
evidentemente ciò che v’è di più piccolo anche in senso letterale perché privo
di dimensioni, il che vuol dire che non occupa rigorosamente nessuna
estensione; ma questo «niente» spaziale corrisponde direttamente al «tutto»
metafisico, e questi, si potrebbe dire, sono i due aspetti estremi
dell’indivisibilità considerata rispettivamente nel Principio e nella
manifestazione. Per quel che riguarda le considerazioni circa il «primo» e
l’«ultimo», è sufficiente aver presente, come abbiamo già spiegato, che il
punto più alto ha il suo diretto riflesso nel punto più basso; ed a questo
simbolismo spaziale si può aggiungere un simbolismo temporale, per il quale ciò
che è primo nel dominio principiale, e quindi nel «non-tempo», appare come
ultimo nello sviluppo della manifestazione2.
1 Vedere i testi
delle Upanishad che abbiamo citato diverse volte a questo proposito, ed
anche la parabola evangelica del «granello di senape».
2 Nella tradizione
islamica, il Profeta è contemporaneamente «il primo della creazione di Dio» (awwal
Khalqi’Llâh) quanto alla sua realtà principiale (en-nûr el-mohammedî),
ed «il sigillo (cioè l’ultimo)
252
SPIRITO NEL CORPO O CORPO NELLO SPIRITO?
Tutto ciò è facilmente applicabile a quanto
abbiamo preso in considerazione all’inizio: in effetti è proprio lo spirito (Âtmâ)
il centro universale che contiene ogni cosa1; ma esso, riflettendosi
nella manifestazione umana, appare appunto per ciò come «localizzato» al centro
dell’individualità e, più precisamente ancora, al centro della sua modalità
corporea, poiché quest’ultima, in quanto termine della manifestazione umana, ne
è anche la modalità «centrale», ed è quindi appunto il suo centro, per quanto
riguarda l’individualità, ad essere propriamente la rappresentazione ed il
riflesso diretto del centro universale. Questo riflesso non è che un’apparenza,
così come lo è la stessa manifestazione individuale; ma fintantoché l’essere è
limitato dalle condizioni individuali, questa apparenza è per lui la realtà e
non può essere altrimenti, perché è esattamente dello stesso ordine della sua
coscienza attuale. Solo quando l’essere ha superato questi limiti, l’altro
punto di vista diventa per lui reale, così com’è (ed è sempre stato) in modo
assoluto; il suo centro è allora nell’universale, e l’individualità (ed a più
forte ragione il corpo) non è più che una delle possibilità contenute in questo
centro; per
degli inviati di Dio» (Khâtam rusuli’Llâh)
quanto alla sua manifestazione terrestre; è così «il primo e l’ultimo» (el-awwal
wa el-akber) rispetto alla creazione (bin-nisbati lil-Khalq), così
come Allâh è «il Primo e l’Ultimo» in senso assoluto (mutlaqan).
Analogamente, nella tradizione cristiana, il Verbo è «l’Alfa e l’Omega,
l’inizio e la fine» di tutte le cose.
1 Ricorderemo, a
questo proposito, che nella tradizione islamica la Luce primordiale (en-nûr
el-mohammedî, secondo quanto è stato detto nella nota precedente) è anche
lo Spirito (Er-Rûh), nel senso totale ed universale della parola; è
noto, d’altra parte, che la tradizione cristiana identificata la Luce al Verbo
stesso.
253
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
il «rivolgimento» che si è così effettuato, i
veri rapporti tra tutte le cose si trovano ristabiliti, quali non hanno mai
cessato d’essere per l’essere principiale. Aggiungeremo che questo
«rivolgimento» è in stretta relazione con il così detto «spostamento delle
luci» del simbolismo cabalistico, ed anche con la seguente espressione che la
tradizione islamica attribuisce agli awliyâ: «I nostri corpi sono i
nostri spiriti, ed i nostri spiriti sono i nostri corpi» (ajsâmnâ arwâhnâ,
wa arwâhnâ ajsâmnâ), la quale, non solo indica che tutti gli elementi
dell’essere sono completamente unificati nella «Identità Suprema», ma anche che
il «nascosto» è diventato l’«apparente» ed inversamente. Sempre secondo la
tradizione islamica, l’essere che è passato dall’altra parte del barzakh
è in qualche modo l’opposto degli esseri ordinari (e questa è ancora una
stretta applicazione del senso inverso dell’analogia tra l’«Uomo Universale» e
l’uomo individuale): «se cammina sulla sabbia, non lascia tracce; se cammina
sulla roccia, i suoi piedi vi lasciano l’impronta1. Se è al sole,
non proietta ombra; nell’oscurità, una luce emana da lui»2.
1 Ciò ha un
evidente rapporto con il simbolismo delle «impronte di piedi» sulle rocce, che
risale alle epoche «preistoriche» e che si ritrova in quasi tutte le
tradizioni; senza abbordare considerazioni troppo complesse su questo soggetto,
possiamo dire che, in generale, queste impronte rappresentano la «traccia»
degli stati superiori nel nostro mondo.
2 Ricorderemo
ancora che lo spirito corrisponde alla luce, ed il corpo all’ombra o alla
notte; è dunque lo spirito stesso ad avvolgere tutte le cose nel suo proprio
irraggiamento.
254
XXXI
LE DUE NOTTI
Non intendiamo minimamente parlare qui della
«notte dei sensi» e della «notte dello spirito», come i mistici le definiscono,
anche se esse possono presentare talune similitudini parziali con il nostro
argomento, perché vi si trovano troppi elementi difficili da «situare»
esattamente, o che presentano caratteri assai «poco chiari»; ciò è
evidentemente inerente alle imperfezioni e limitazioni proprie a qualsiasi
realizzazione esclusivamente mistica, argomento sul quale abbiamo dato, in
altre occasioni, spiegazioni sufficienti ad esimerci dallo insistervi
nuovamente. D’altra parte, non intendiamo nemmeno prendere in esame le «tre
notti» simboliche, le quali, per quanto riguarda l’essere umano, rappresentano
tre morti e tre nascite rispettivamente riferentesi ai tre ordini, corporeo,
psichico e spirituale1; la ragione di questo simbolismo, applicabile
naturalmente ai gradi successivi dell’iniziazione, è che ogni cambiamento di
stato si produce attraverso una fase d’oscurità e di «involuzione»; ne risulta
che la notte può esser presa
1 Vedere A. K.
Coomaraswamy, Notes on the Katha Upanishad, I parte.
255
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
in esame secondo molteplici significati, posti
in gerarchia proprio come gli stati dell’essere, dei quali però, attualmente,
prenderemo in considerazione solo i due estremi. Quel che ci proponiamo, in
effetti, è di precisare il simbolismo delle «tenebre» nell’eccezione
tradizionale più diffusa, cioè nel suo modo di presentarsi in due sensi
opposti, uno superiore ed uno inferiore, nonché la natura del rapporto
analogico esistente tra questi due sensi, che permette di risolvere la loro
apparente opposizione.
Le tenebre in senso superiore, come abbiamo
già spiegato nel corso dei precedenti studi, rappresentano il non-manifestato;
la cosa non presenta difficoltà alcuna, e tuttavia pare che in generale questo
senso superiore sia piuttosto ignorato e misconosciuto, in quanto è facile
constatare che, quando si parla di tenebre, comunemente si pensa solo al loro
senso inferiore; ad esso inoltre, si aggiunge spesso un significato «malefico»
che essenzialmente non gli è affatto inerente, e che non si giustifica se non in
taluni aspetti secondari e molto particolari. In realtà, il senso inferiore
rappresenta propriamente il «caos», cioè lo stato d’indifferenziazione o
d’indistinzione che si trova al punto di partenza della manifestazione, sia
nella sua totalità, sia relativamente ad ognuno dei suoi stati; e qui vediamo
immediatamente apparire l’applicazione dell’analogia in senso inverso, in
quanto questa indifferenziazione, che in linguaggio occidentale si potrebbe
chiamare «materiale», è come il riflesso dell’indifferenziazione principiale
del non-manifestato, poiché quel che si trova nel punto più alto si riflette
nel punto più basso come i vertici dei due triangoli opposti del «sigillo di
Salomone». Su questa
256
LE DUE NOTTI
considerazione avremo ancora occasione di
ritornare in seguito, ma quel che importa soprattutto chiarire, prima di
procedere oltre, è che questa indistinzione, se applicata alla totalità della
manifestazione universale, è quella stessa di Prakriti, identica in ciò
alla hylè primordiale od alla materia prima delle antiche
dottrine cosmologiche occidentali; si tratta, in altri termini, di quello stato
di potenzialità pura il quale, in certo qual modo, è una specie di immagine
riflessa, e quindi invertita, dello stato principiale delle possibilità
non-manifestate; e tale distinzione è particolarmente importante, in quanto la
confusione tra possibilità e potenzialità è sorgente di innumerevoli errori.
D’altra parte, quando si tratta soltanto della condizione originale di un mondo
o di uno stato d’esistenza, l’indistinzione potenziale non si può più
considerare altro che in senso relativo e già «specificato», in virtù
dell’esistenza di una certa similitudine fra il processo di sviluppo della
manifestazione universale e quello di ciascuna delle sue parti costitutive,
similitudine che trova la sua particolare espressione nelle leggi cicliche;
quanto precede è suscettibile di essere applicato a tutti i gradi, al caso d’un
essere particolare come a quello di un dominio d’esistenza più o meno esteso, e
corrisponde all’osservazione da noi fatta in precedenza a proposito d’una
molteplicità di sensi in gerarchia, in quanto va da sé che, per il fatto stesso
della loro molteplicità, questi sensi non possono essere che relativi.
Da quanto abbiamo detto, appare evidente che
il senso inferiore delle tenebre è d’ordine cosmologico mentre quello superiore
è d’ordine propriamente metafisico; e si può fin d’ora osservare, che la loro
relazione
257
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
permette di spiegare come l’origine e lo
sviluppo della manifestazione possano esser considerati nel contempo in senso
ascendente e in senso discendente. Se le cose stanno a questo modo, è perché la
manifestazione non procede unicamente da Prakriti, a partire dalla quale
il suo intero sviluppo è un passaggio graduale dalla potenza all’atto
descrivibile come un processo ascendente; in realtà, essa deriva dai due poli
complementari dell’Essere, cioè da Purusha e da Prakriti, e, nei
confronti di Purusha, il suo sviluppo è un allontanamento graduale dal
Principio, quindi una vera e propria discesa. In questa considerazione è
implicita la soluzione di molte apparenti antinomie, e ciò specie per quanto
riguarda i cicli cosmici, la cui marcia è per così dire regolata da una
combinazione di tendenze, che corrispondono a questi due «movimenti» opposti o
piuttosto complementari; sono evidentemente al di fuori del nostro soggetto gli
sviluppi cui può prestarsi quanto sopra, e però si può capire che non v’è
contraddizione alcuna fra l’assimilazione del punto di partenza, o dello stato
originale della manifestazione, alle tenebre in senso inferiore da un lato, e
l’insegnamento tradizionale concernente la spiritualità dello «stato
primordiale» dall’altro, in quanto le due cose non si riferiscono allo stesso
punto di vista, ma rispettivamente ai due punti di vista complementari che
abbiamo testé definito.
Abbiamo preso in esame il senso inferiore
delle tenebre, come riflesso del loro senso superiore, e da un certo punto di
vista lo è effettivamente; ma nel contempo, da un altro punto di vista, esso ne
è anche in certo qual modo il «rovescio», prendendo questo termine
nell’accezione in cui il «rovescio» e il «diritto» si oppongono
258
LE DUE NOTTI
come le facce di una stessa cosa; e ciò
richiede ulteriori spiegazioni. Il punto di vista a cui si applica la
considerazione del riflesso è naturalmente quello della manifestazione, e di
qualsiasi essere situato nel dominio della manifestazione; ma nei confronti del
Principio, ove l’origine e la fine di tutte le cose si congiungono e si
uniscono, non può più esser questione di riflesso, in quanto ivi non c’è che
una sola ed unica cosa, il punto di partenza come il punto d’arrivo della
manifestazione, essendo necessariamente nel non-manifestato. Dal punto di vista
del Principio in sé stesso, se in questo caso è ancora permesso servirsi di
un’espressione del genere, non si possono nemmeno distinguere i due aspetti di
questa cosa unica, perché una simile distinzione non si pone e non è valida se
non nei confronti della manifestazione; ma se si considera il Principio in
relazione alla manifestazione, si potranno distinguere come due facce,
corrispondenti all’uscita dal non-manifestato e al ritorno al non-manifestato.
Dal momento che il ritorno al non-manifestato è il termine finale della
manifestazione, si può dire che è quando lo si considera da questo lato che il
non-manifestato appare propriamente come le tenebre in senso superiore, mentre
che, se visto dal lato del punto di partenza della manifestazione, appare al
contrario come le tenebre nel senso inferiore; e, a seconda del senso in cui si
compie il «movimento» di questo verso quello, si può anche dire che la faccia
superiore è volta verso il Principio, mentre la faccia inferiore è volta verso
la manifestazione, benché quest’immagine delle due facce paia implicare una
specie di simmetria fra il Principio e la manifestazione che non ha ragione di
esistere, a parte il fatto che nel Principio non può più evidentemente esservi
259
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
alcuna distinzione tra superiore e inferiore.
Il punto di vista del riflesso è illusorio in rapporto al precedente, come lo
stesso riflesso lo è in rapporto a ciò che si riflette; il punto di vista delle
due facce corrisponde dunque ad un grado più profondo di realtà, benché
anch’esso sia ancora illusorio ad un altro livello, in quanto a sua volta
scompare quando si considera il Principio in sé e non più in rapporto alla
manifestazione.
Il punto di vista che abbiamo esposto or ora
potrà forse essere ulteriormente chiarito considerandone la corrispondenza,
all’interno stesso della manifestazione, con il passaggio da uno stato ad un
altro; in se stesso questo passaggio è un punto unico, ma naturalmente può
essere esaminato dall’uno o dall’altro degli stati fra cui è situato, e di cui
è il limite comune. Anche qui si ritrova dunque la considerazione delle due
facce; questo passaggio è una morte in rapporto ad uno dei due stati, mentre è
una nascita in rapporto all’altro; ma questa morte e questa nascita in realtà
coincidono, e la distinzione tra loro esiste soltanto nei riguardi dei due
stati, per cui, in questo stesso punto, uno trova la sua fine e l’altro il suo
inizio. È evidente l’analogia con le precedenti considerazioni, riguardanti non
due stati particolari di manifestazione, ma la stessa manifestazione totale e
il Principio, o, più precisamente, il passaggio dall’una all’altro; conviene
d’altronde aggiungere che, anche in tal caso, trova applicazione il senso
inverso dell’analogia, in quanto, da un lato la nascita della manifestazione è
come una morte al Principio, e dall’altro, inversamente, la morte alla
manifestazione è una nascita o piuttosto una «ri-nascita» al Principio, in modo
che l’inizio e la fine si trovano rovesciate, a seconda che le si esamini in
260
LE DUE NOTTI
rapporto al Principio od in rapporto alla
manifestazione; ciò, beninteso, sempre se vengono posti in relazione l’uno con
l’altra, in quanto, nell’immutabilità del Principio in se stesso, non vi è
assolutamente né nascita né morte, né inizio né fine, ma è lui stesso origine
prima e fine ultima di tutte le cose, senza d’altronde che fra questo inizio e
questa fine vi sia nella realtà assoluta una distinzione qualsiasi.
Se ora passiamo a considerare l’essere umano,
possiamo chiederci che cosa corrisponda, nel suo caso, alle due «notti», tra le
quali, come abbiamo visto, si dispiega tutta la manifestazione universale; per
quanto riguarda le tenebre superiori non vi sono difficoltà di sorta, in
quanto, si tratti di un essere particolare o d’un insieme di esseri, esse non
possono rappresentare altro che il ritorno al non-manifestato; questo
significato, proprio per il suo carattere prettamente metafisico, rimane
immodificato in tutte le applicazioni che di tale simbolismo è possibile fare.
Per contro, per quel che riguarda le tenebre inferiori, è evidente che qui esse
non possono più essere prese altro che in senso relativo, in quanto il punto di
partenza della manifestazione umana non coincide con quello della
manifestazione universale, bensì occupa all’interno di questa un certo livello
determinato; quel che vi appare come «caos» o come potenzialità non può dunque
esserlo altro che relativamente, e, di fatto, possiede già un certo grado di
differenziazione e di «qualificazione»; non è più la materia prima, ma,
se si vuole, una materia secunda che svolge una funzione analoga per il
livello d’esistenza considerato. Va da sé d’altronde, che queste osservazioni
non si applicano soltanto al caso di un essere, ma anche a quello di un mondo;
sarebbe
261
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
un errore pensare che la potenzialità pura e
semplice possa trovarsi all’origine del nostro mondo, il quale non è se non un
grado d’esistenza fra gli altri; l’âkâsha, malgrado il suo stato
d’indifferenziazione, non è sprovvisto di ogni qualità, ma è già «specificato»
in vista della produzione della sola manifestazione corporea; non può dunque
assolutamente esser confuso con Prakriti la quale, essendo del tutto
indifferenziata, contiene in sé, proprio per questa ragione, la potenzialità di
qualsiasi manifestazione.
Ne risulta che, in relazione alle tenebre
superiori, si potrà applicare alle tenebre inferiori, come sono rappresentate
nell’essere umano, unicamente l’immagine del riflesso, con esclusione di quella
delle due facce; in effetti, come piano di riflessione, si può prendere
qualsiasi livello d’esistenza, la cui realtà, del resto, quella di cui è
suscettibile nell’ordine che gli è proprio, è data proprio dal fatto che il
Principio in qualche modo vi si riflette; d’altra parte, se si passasse
all’altra faccia delle tenebre inferiori, non è certo nel Principio o nel
non-manifestato che ci si verrebbe a trovare, ma soltanto in uno stato
«preumano», il quale non sarebbe che un altro stato di manifestazione. Nella
fattispecie siamo dunque ricondotti a quanto precedentemente avevamo spiegato a
proposito del passaggio da uno stato ad un altro: da un lato si ha la nascita
allo stato umano, dall’altro la morte allo stato «preumano»; in altri termini
si tratta di quel punto che appare, secondo il lato da cui lo si considera,
come termine di uno stato o come punto di partenza di un altro. Orbene, se si
prendono in questo senso le tenebre inferiori, ci si potrebbe chiedere perché
non si considerano semplicemente, in maniera simmetrica, le
262
LE DUE NOTTI
tenebre superiori a rappresentazione della
morte allo stato umano o del termine di questo stato, termine che non coincide
necessariamente con un ritorno al non-manifestato, ma che può essere soltanto
il passaggio ad un altro stato di manifestazione; di fatto, come abbiamo detto,
il simbolismo della notte si applica molto bene a qualsiasi cambiamento di
stato; ma, a parte che in questo caso si tratterebbe d’una «superiorità» molto
relativa, l’inizio e la fine di uno stato essendo soltanto due punti consecutivi
e separati da una distanza infinitesimale lungo «l’asse» dell’essere, non è
questo che importa dal punto di vista da cui ci mettiamo. In effetti,
l’essenziale è tener presente l’essere umano, qual è attualmente nella sua
integralità e con tutte le possibilità che porta in lui; orbene, fra queste
possibilità c’è quella di conseguire direttamente quel non-manifestato con cui
è già in contatto, se così si può dire, mediante la sua parte superiore; questa
infatti, pur non essendo in se stessa propriamente umana, è tuttavia quella che
lo fa esistere in quanto umano, poiché è il centro stesso della sua
individualità; e, nella condizione dell’uomo ordinario, tale contatto con il
non-manifestato appare nello stato di sonno profondo. Questo, beninteso, non è
affatto un «privilegio» dello stato umano, ché, se si prendesse in esame un
qualsiasi altro stato, vi si troverebbe del pari la stessa possibilità di
ritorno diretto al non-manifestato senza passaggio attraverso altri stati di
manifestazione, in quanto l’esistenza di uno stato qualunque è possibile
unicamente perché Âtmâ si trova al centro di esso, mentre tale stato, in
sua assenza, svanirebbe nel nulla; perciò, almeno in linea di principio, ogni
stato può essere ugualmente preso come punto di partenza
263
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
o come «supporto» della realizzazione
spirituale, in quanto, nell’ordine universale o metafisico, tutti contengono in
sé le stesse virtualità.
Dal momento che ci si pone dal punto di vista
della costituzione dell’essere umano, le tenebre inferiori dovranno apparire
piuttosto sotto l’aspetto di una modalità di questo essere che non sotto quello
d’un primo «istante» della sua esistenza; ma, d’altra parte, le due cose in un
certo senso sono in connessione, in quanto è sempre il punto di partenza dello
sviluppo dell’individuo ad essere in causa, sviluppo alle cui diverse fasi
corrispondono diverse modalità fra le quali, appunto per questo, si stabilisce
una certa gerarchia; si tratta dunque di una potenzialità relativa, come si può
chiamarla, a partire dalla quale si effettuerà lo sviluppo integrale della
manifestazione individuale. E sotto tale aspetto, a rappresentare le tenebre
inferiori non può essere se non la parte più grossolana dell’individualità
umana, la più «tamasica» in certo qual modo, ma in cui tuttavia
quest’individualità, nel suo complesso, si trova avvolta come un germe od un
embrione; non sarà, in altri termini, nient’altro che la modalità corporea vera
e propria. E nemmeno c’è da stupirsi che sia il corpo che corrisponde in questo
modo al riflesso del non-manifestato nell’essere umano, in quanto anche qui,
tenendo presente il senso inverso dell’analogia, si possono risolvere immediatamente
tutte le difficoltà apparenti; come abbiamo già detto, il punto più alto ha
necessariamente il suo riflesso nel punto più basso, ed è per questa ragione
per esempio che l’immutabilità principiale ha nel nostro mondo la sua immagine
invertita nell’immobilità del minerale. In linea generale si potrebbe dire che
le proprietà
264
LE DUE NOTTI
d’ordine spirituale trovano la loro
espressione, ma in certo qual modo «rovesciata» e come «negativa», in quanto
v’è di più corporeo; e, nella fattispecie, non si tratta in fondo che
dell’applicazione a questo mondo di quanto abbiamo spiegato precedentemente a
proposito del rapporto inverso fra lo stato di potenzialità e lo stato
principiale di non-manifestazione. In virtù della stessa analogia, lo stato di
veglia, che è quello in cui la coscienza dell’individuo è «centrata» nella
modalità corporea, è spiritualmente uno stato di sonno e viceversa; questa
considerazione sul sonno permette d’altronde di capire ancor meglio che il
corporeo e lo spirituale appaiano rispettivamente come «notte» uno in rapporto
all’altro, benché naturalmente sia illusorio il considerarli simmetricamente
come due poli dell’essere, se non altro perché il corpo, in realtà, non è
affatto una materia prima, ma soltanto un semplice «sostituto» di questa
relativamente ad uno stato determinato, quando per contro lo spirito non cessa
mai d’essere un principio universale e non si situa ad alcun livello relativo.
Tenuto conto di queste riserve, e parlando conformemente alle apparenze
inerenti ad un certo livello d’esistenza, si può parlare d’un «sonno dello
spirito» corrispondente alla veglia corporea; l’«impenetrabilità» dei corpi,
per strano che ciò possa sembrare, non è essa stessa che una espressione di
questo «sonno», e, del resto, tutte le proprietà caratteristiche dei corpi
potrebbero ugualmente essere interpretate secondo questo punto di vista
analogico.
Sotto il profilo della realizzazione, è
soprattutto importante ritenere, di queste considerazioni, che se essa si
compie a partire dall’essere umano, è il corpo stesso che deve servirle da base
e da punto di partenza; è
265
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
esso ad esserne il «supporto» normale,
contrariamente a certi pregiudizi comuni in Occidente che vorrebbero vedervi
soltanto un ostacolo, o ritenerlo una «quantità trascurabile»; che ciò si
applichi alla funzione svolta da un elemento d’ordine corporeo in tutti i riti,
quali mezzi o ausiliari della realizzazione, è troppo evidente perché sia il
caso di insistervi. Le conseguenze deducibili da tutto ciò, e che al presente
non possiamo sviluppare, sarebbero ben altre: in particolare si potrebbe
intravvedervi la possibilità di certe trasposizioni e «trasmutazioni», del
tutto inattese per chi non vi abbia mai posto mente; è fuori questione però che
non è con il concepire il corpo alla maniera delle teorie «meccaniciste» e
«fisico-chimiche» dei moderni che sarà mai possibile a questo proposito
comprendere alcunché1.
1 Nella tradizione
islamica, le due «notti» di cui abbiamo parlato sono rispettivamente
rappresentate da laylatul-qadr e da laylatul-mirâj,
corrispondenti ad un doppio movimento «discendente» ed «ascendente»; la seconda
è l’ascensione notturna del Profeta, cioè il ritorno al Principio attraverso ai
differenti «cieli» che sono gli stati superiori dell’essere; la prima invece è
la notte in cui avvenne la discesa del Qorân, e tale «notte», secondo il
commento di Mohyddin ibn Arabi, si identifica con il corpo stesso del Profeta.
Qui è particolarmente rimarchevole che la «rivelazione» viene ricevuta, non nel
«mentale», ma nel corpo dell’essere «missionato» per esprimere il Principio: Et
verbum caro factum est dice anche il Vangelo (caro, e non mens),
ed è questa, molto esattamente, un’altra espressione, nella forma propria alla
tradizione cristiana, di quel che laylatul-qadr rappresenta nella
tradizione islamica.
266
XXXII
REALIZZAZIONE ASCENDENTE E REALIZZAZIONE DISCENDENTE
La realizzazione totale dell’essere si può
vedere come l’unione di due aspetti, in qualche modo corrispondenti a due fasi
di essa, l’una «ascendente», l’altra «discendente». L’esame della prima fase,
in cui l’essere partito da un certo stato di manifestazione si eleva fino
all’identificazione con il suo principio non manifestato, non può sollevare
difficoltà alcuna, in quanto è questo che, ovunque e sempre, viene
espressamente indicato come il processo ed il fine essenziale di ogni
iniziazione, quella che culmina nell’«uscita dal cosmo», e per conseguenza
nella liberazione dalle condizioni limitative di qualsiasi stato particolare
d’esistenza. Della seconda fase per contro, quella che riguarda la «ridiscesa»
nel manifestato, sembra si sia parlato molto più raramente ed in molti casi in
maniera molto meno esplicita, talora anzi con una riserva od un’esitazione che
le spiegazioni che qui ci proponiamo di dare permetteranno d’altronde di
capire; e ciò senza dubbio perché essa facilmente dà luogo a malintesi, sia che
si consideri, a torto, questo modo di considerare le cose come più o meno
eccezionale, sia che si equivochi sul vero carattere della «ridiscesa» in
questione.
267
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
Cominciamo a prendere in esame quello che si
potrebbe chiamare il problema di principio, cioè la vera e propria ragione per
cui ogni dottrina tradizionale, purché si presenti in forma veramente completa,
non può in realtà considerare le cose altrimenti; e tale ragione si potrà
comprendere senza difficoltà se ci si riporta all’insegnamento del Vêdânta
sui quattro stati d’Âtmâ, quali in particolare sono descritti nella Mândûkya
Upanishad1. In effetti non ci sono soltanto i tre stati
rappresentati nell’essere umano dalla veglia, dal sogno e dal sonno profondo,
rispettivamente corrispondenti alla manifestazione corporea, a quella sottile
ed al non-manifestato; ma al di là di questi tre stati, dunque al di là dello
stesso non-manifestato, ce n’è un quarto che può essere chiamato «né
manifestato né non-manifestato», in quanto è il principio di entrambi, e che
appunto per questa ragione comprende a un tempo manifestato e non manifestato.
Orbene, quantunque l’essere raggiunga realmente il proprio «sé» nel terzo stato,
quello del non-manifestato, non è tuttavia questo il termine ultimo, bensì, il
quarto, nel quale solo è pienamente realizzata l’«Identità Suprema», in quanto Brahma
è contemporaneamente «essere e non-essere» (sadasat), «manifestato e
non-manifestato» (vyaktâvyaka), «suono e silenzio» (shabdâshabda),
senza di che non sarebbe veramente la totalità assoluta; e se la realizzazione
si arrestasse al terzo stato, implicherebbe soltanto il secondo dei due
aspetti, quello che il linguaggio può esprimere esclusivamente in forma
negativa. Così com’è detto da Ananda K. Coomaraswamy
1 Vedere L’homme et son devenir selon le
Vêdânta, cap. XII e XVII.
268
REALIZZAZIONE ASCENDENTE E REALIZZAZIONE
DISCENDENTE
in un recente studio1, «bisogna
esser passati al di là del manifestato (il che è rappresentato dal passaggio
“al di là del sole”) per raggiungere il non-manifestato (l’“oscurità” intesa
nel senso superiore), ma il fine ultimo è ancora al di là del non-manifestato;
non si è raggiunto il termine della via finché Âtmâ non viene conosciuto
come manifestato e non-manifestato ad un tempo»; per pervenirvi occorre dunque
passare ancora «al di là dell’oscurità» oppure, come lo esprimono certi testi,
«vedere l’altra faccia dell’oscurità». Altrimenti, Âtmâ può «brillare»
in se stesso, ma non «irraggia»; è identico a Âtmâ, ma in una sola
natura, non nella duplice natura che è compresa nelle sua unica essenza2.
A questo punto è opportuno prevenire una
possibile obbiezione: si potrebbe in effetti far osservare che non v’è alcuna
comune misura tra il manifestato ed il non-manifestato, tant’è che il primo è
praticamente nullo di fronte al secondo, e inoltre che il non-manifestato,
essendo già in sé stesso il principio del manifestato, deve necessariamente
contenerlo in qualche modo. Tutto ciò è perfettamente vero, certo, ma non è men
vero che il manifestato ed il non-manifestato, se così lì si considera,
appaiono ancora in un certo senso come due termini fra i quali esiste
un’opposizione; e anche se tale opposizione è soltanto illusoria (come lo è
d’altronde qualsiasi opposizione), deve nondimeno alla fine essere risolta,
cosa che non può avvenire se non si passa al di là di entrambi i suoi termini.
D’altra parte, sebbene il manifestato non possa esser detto reale nel senso
assoluto del termine,
1 Notes on
the Katha Upanisbad, parte 3ª.
2 Vedere Brihad-Aranyaka Upanishad, II, 3.
269
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
tuttavia anch’esso possiede una certa realtà,
relativa e contingente senza dubbio, ma peraltro realtà ad un qualche livello,
non potendo esso venire assimilato al nulla ed essendo anche inconcepibile che
lo sia, in quanto ciò lo escluderebbe dalla Possibilità universale. In
definitiva quindi, non si può dire che il manifestato sia strettamente
trascurabile anche se appare tale nei confronti del non-manifestato; questa
anzi, potrebbe essere una delle ragioni per cui ciò che ad esso si riferisce,
nel corso della realizzazione, può talora trovarsi meno in evidenza e come
respinto nell’ombra. Concludendo, se il manifestato è, in principio, compreso
nel non-manifestato, lo è in quanto insieme di possibilità di manifestazione,
ma non in quanto effettivamente manifestato; affinché sia compreso anche questo
aspetto occorre, come abbiamo detto, risalire al principio comune del
manifestato e del non-manifestato, il quale è veramente il Principio supremo da
cui tutto procede e in cui tutto è contenuto; ed è necessario che sia così,
come si vedrà ancor meglio in seguito, affinché vi sia realizzazione piena e
totale dell’«Uomo Universale».
Ed ora si pone un’altra questione: quanto
sopra riguarda tappe diverse nel corso d’una sola e stessa via o, più
esattamente, di una tappa e del termine ultimo di essa; risulta evidente che
debba essere effettivamente così, perché si tratta della realizzazione che
continua fino alla sua conclusione ultima; ma allora come si può parlare in
tutto ciò, come facevamo inizialmente, d’una fase «ascendente» e d’una fase
«discendente»? Va da sé che, se queste due rappresentazioni sono entrambe
legittime, esse devono riferirsi, per non essere contraddittorie, a punti di
vista diversi; ma prima di vedere
270
REALIZZAZIONE ASCENDENTE E REALIZZAZIONE
DISCENDENTE
come esse possano effettivamente conciliarsi,
possiamo già osservare che, in tutti i casi, tale conciliazione non è possibile
se non alla condizione assoluta di non concepire la «ridiscesa» come una specie
di «regressione» o di «ritorno all’indietro», il che, del resto, sarebbe
incompatibile anche con il fatto che tutto quanto è acquisito per l’essere, nel
corso della realizzazione iniziatica, lo è in modo permanente e definitivo. Si
tratta dunque di qualcosa di assolutamente non paragonabile con quanto si produce
nel caso di «stati mistici» passeggeri, come l’«estasi», dopo i quali l’essere
si ritrova puramente e semplicemente nell’esistenza umana terrestre con tutte
le limitazioni individuali che la condizionano, senza conservare di essi, nella
sua coscienza attuale, altro che un riflesso indiretto e sempre più o meno
imperfetto1. Non è neanche il caso di dire che la «ridiscesa» in
questione non ha somiglianze di sorta con la cosiddetta «discesa agli Inferi»;
questa, come si sa, occupa un suo posto preventivamente, all’inizio stesso del
processo iniziatico propriamente detto, e, con l’esaurire certe possibilità
inferiori dell’essere, svolge una funzione «purificatrice» che non avrebbe
evidentemente più alcuna ragion d’essere nel seguito, soprattutto al livello
cui si riferiscono le cose che presentemente stiamo trattando. Aggiungiamo
ancora,
1 A questo
proposito è bene aggiungere che qualcosa di simile può anche aver luogo in un
altro caso diverso dagli «stati mistici», come quello di una vera realizzazione
metafisica rimasta però incompleta e ancora virtuale; la vita di Plotino ne
offre l’esempio senza dubbio più noto. Si tratta allora, secondo la
terminologia del tasawwuf islamico, di uno hâl, o stato
transitorio, che non ha potuto esser fissato e trasformato in maqâm,
cioè in una «stazione» permanente, acquisita una volta per tutte, qualunque sia
d’altronde il grado di realizzazione a cui essa corrisponde.
271
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
per non passare sotto silenzio nessuno dei
possibili equivoci, che in tutto ciò non v’è assolutamente niente in comune con
quella che si potrebbe chiamare una «realizzazione a rovescio»; questa avrebbe
senso solo se prendesse tale direzione «discendente» proprio a partire dallo
stato umano, ma il suo significato sarebbe allora prettamente «infernale» o
«satanico» e, di conseguenza. non potrebbe derivare altro che dal dominio della
«contro-iniziazione»1.
Ciò detto, non è difficile capire che il punto
di vista secondo cui l’intera realizzazione appare come il percorso di una via
in qualche modo «rettilinea», è quello dell’essere stesso che la compie, in
quanto, per questo essere, è assolutamente fuori causa un ritorno all’indietro
o un rientro nelle condizioni di qualcuno degli stati già superati. Quanto al
punto di vista secondo cui questa stessa realizzazione prende l’aspetto di due
fasi, «ascendente» e «discendente», si tratta in definitiva soltanto del modo
in cui può apparire agli altri esseri che lo prendono in osservazione rimanendo
essi stessi rinchiusi nelle condizioni del mondo manifestato; piuttosto ci si
può chiedere come un movimento continuo possa rivestire, fosse pure
esteriormente, l’apparenza di un insieme di due movimenti succedentisi in
direzioni opposte. Orbene, esiste una rappresentazione geometrica che permette
di farsene un’idea quanto mai chiara: se si considera un cerchio disposto
verticalmente, il percorso
1 Il percorso di
una simile via «discendente», con tutte le conseguenze ad esso implicite, non
può esser preso in effettiva considerazione, in tutta la misura del possibile,
se non nel caso estremo degli awlyâ es-Shaytân. Cfr. Le Symbolisme de la Croix, pag. 186. (pag. 171 della tr. it.).
272
REALIZZAZIONE ASCENDENTE E REALIZZAZIONE
DISCENDENTE
d’una delle metà della circonferenza sarà
«ascendente», e quello dell’altra metà sarà «discendente», senza peraltro che
il movimento cessi minimamente d’essere continuo; per di più, nel corso di
questo movimento non v’è alcun «ritorno all’indietro», in quanto non v’è un
nuovo passaggio attraverso la parte della circonferenza già, percorsa. Si
tratta nella fattispecie di un ciclo completo, ma se ci si ricorda che non
possono esistere dei cicli realmente chiusi, come abbiamo spiegato in altre
occasioni, ci si rende conto che, appunto per ciò, è solo in apparenza che il
punto d’arrivo coincide col punto di partenza o, in altri termini che l’essere
ritorna allo stato manifestato da cui era partito (apparenza che esiste per gli
altri, ma che non è affatto la «realtà» di questo essere); d’altra parte,
questa visione ciclica è qui tanto più naturale, in quanto ciò di cui si tratta
ha un’esatta corrispondenza «macrocosmica» nelle due fasi di «aspirazione» ed
«espirazione» della manifestazione universale. Si può osservare infine, che una
linea retta è il «limite», nel senso matematico del termine, d’una
circonferenza indefinitamente crescente; e poiché la distanza percorsa durante
la realizzazione (o piuttosto ciò che è raffigurato con una distanza quando si
impiega il simbolismo spaziale) è veramente al di là di qualsiasi misura
definibile, non v’è in realtà alcuna differenza fra il percorso della
circonferenza di cui abbiamo parlato e quello d’un asse che resta sempre
verticale in tutte le sue parti successive, la qual cosa finisce col
riconciliare le rappresentazioni rispettivamente corrispondenti ai due punti di
vista «interiore» ed «esteriore», che precedentemente avevamo distinto.
Grazie a queste diverse considerazioni,
pensiamo risulti
273
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
abbastanza comprensibile, fin d’ora, il vero
carattere della fase «discendente» o apparentemente tale; ma rimane ancora da
chiedersi quale può essere, in relazione alla gerarchia iniziatica, la
differenza fra la realizzazione arrestatasi alla fase «ascendente», e quella
che comprende in più la fase «discendente», ed è questo soprattutto che ci
accingiamo ad esaminare particolareggiatamente.
Mentre l’essere che rimane nel non-manifestato
ha compiuto la realizzazione unicamente «per sé stesso», colui che in seguito
«ridiscende», nel senso da noi prima precisato, ha da quel momento, in rapporto
alla manifestazione, una funzione che è esprimibile con il simbolismo
dell’«irraggiamento» solare, mediante il quale tutte le cose vengono
illuminate. Nel primo caso, come già abbiamo detto, Âtmâ «brilla» senza
«irraggiare»; ma, a questo proposito, v’è un altro equivoco da chiarire: troppo
spesso infatti si parla di una realizzazione «egoista», cosa veramente priva di
senso poiché, per dar modo all’essere di «stabilirsi» nel non-manifestato,
l’ego, cioè l’individualità, non deve più esistere, essendo state
necessariamente e definitivamente abolite le limitazioni che la costituiscono
come tale. Un simile equivoco implica evidentemente una grossolana confusione
fra il «Sé» e l’«io»; abbiamo detto che quell’essere ha realizzato «per se
stesso» e non «per lui stesso», e questo non è un semplice problema di linguaggio,
ma una distinzione del tutto essenziale, che riguarda proprio il fondo della
questione di cui stiamo occupandoci. Fatta questa osservazione, rimane tuttavia
fra i due casi una differenza, la cui portata vera è più comprensibile se ci si
riferisce al modo di considerare gli stati che vi corrispondono da parte delle
diverse tradizioni;
274
REALIZZAZIONE ASCENDENTE E REALIZZAZIONE
DISCENDENTE
infatti, anche se la realizzazione
«discendente», in quanto fase del processo iniziatico, non è generalmente
indicata se non in modo più o meno involuto, si possono però facilmente trovare
degli esempi che molto nettamente la suppongono senza possibilità di dubbio.
Per rifarsi subito all’esempio forse più noto,
anche se di solito non altrettanto ben compreso, la differenza in questione è
in definitiva quella che esiste fra il Pratyêka-Buddha e il Bodhisattwa1;
e a questo proposito, è particolarmente importante osservare che la via avente
per termine il primo di questi due stati è definita come una «piccola via» o,
se si preferisce, una «via minore» (hînayâna), il che implica ch’essa
non sia esente da un certo carattere restrittivo, mentre quella che conduce al
secondo viene veramente considerata come la «grande via» (mahâyâna),
quindi come completa e perfetta sotto tutti i rapporti. Questo permette di
rispondere all’obbiezione che si potrebbe trarre dal fatto che in generale lo
stato di Buddha è ritenuto superiore a quello di Bodhisattwa; nel
caso del Pratyêka-Buddha tale superiorità non può essere che apparente,
e dovuta sopratutto al carattere di «impassibilità» che, anche apparentemente,
il Bodhisattwa non ha; diciamo apparentemente, perché nella fattispecie
bisogna distinguere tra la «realtà» dell’essere e la funzione ch’egli deve
svolgere nei rapporti del mondo manifestato o, in altri termini, tra quel che è
in sé stesso e quel che sembra agli esseri ordinari; ritroveremo d’altronde
un’analoga distinzione
1 Il caso del Pratyêka-Buddha
è uno di quelli a cui più volentieri gli interpreti occidentali applicano il
termine «egoismo», del quale abbiamo appena segnalato l’assurdità.
275
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
in casi appartenenti ad altre tradizioni. È
vero che, exotericamente, il Bodhisattwa viene rappresentato come colui
il quale ha ancora un’ultima tappa da fare per raggiungere lo stato di Buddha
perfetto; ma se diciamo exotericamente è appunto perché ciò corrisponde al modo
in cui le cose appaiono quando sono viste dal di fuori; ed è necessario che sia
così affinché il Bodhisattwa possa svolgere la sua funzione, in quanto
questa implichi di indicare la via ad altri esseri: egli è «colui che ha
proceduto così» (tathâ-gata), e così devono procedere coloro che, come
lui, possono giungere al fine supremo; in effetti, occorre dunque che
l’esistenza nella quale egli svolge la sua «missione», per essere veramente
«esemplare», si presenti in certo qual modo come una ricapitolazione della via.
Quanto a pretendere che questo sia uno stato ancora imperfetto, o un grado
minore di realizzazione, equivale a perdere completamente di vista il lato
«trascendente» dell’essere del Bodhisattwa, cosa che sarà forse conforme
a certe interpretazioni «razionali» correnti, ma rende perfettamente
incomprensibile tutto il simbolismo concernente la via del Bodhisattwa,
simbolismo che le conferisce, fin dal suo inizio, un carattere propriamente
«avatârico», cioè la fa effettivamente apparire come una «discesa» (è il
significato proprio del termine avatâra) mediante la quale un principio,
od un essere che lo rappresenta essendo identificato con questo, è manifestato
nel mondo esteriore, il che, evidentemente, non può in alcun modo alterare l’immutabilità
del principio come tale1.
1 Si potrebbe anche
dire che un essere del genere, carico di tutte le influenze spirituali inerenti
al suo stato trascendente, diviene il
276
REALIZZAZIONE ASCENDENTE E REALIZZAZIONE
DISCENDENTE
Quanto stiamo dicendo ha una vasta
equivalenza, tenuto conto della differenza di punti di vista propri a ciascuna
forma tradizionale, nella distinzione fra il caso del walî e quello del nabî,
nella tradizione islamica. Un essere può essere walî soltanto «per sé»,
se così ci si può esprimere, senza manifestarne niente all’esterno; un nabî
invece, non è tale se non in quanto ha una funzione da svolgere nei riguardi
degli altri esseri: la stessa cosa, e a maggior ragione, è vera per il rasûl
il quale è anche nabî, ma la cui funzione riveste un carattere
d’universalità, mentre quella del semplice nabî può essere più o meno
limitata quanto ad estensione e finalità proprie1. Potrebbe anche
sembrare che qui non ci sia l’apparente ambiguità che abbiamo visto testé a
proposito del Bodhisattwa, in quanto generalmente si ammette la
superiorità del nabî nei confronti del walî
veicolo attraverso cui queste influenze sono
dirette verso il nostro mondo; questa «discesa» delle influenze spirituali è
indicata abbastanza esplicitamente dal termine Avalokitêshwara ed è
anche uno dei significati principali e «benefici» del triangolo rovesciato.
Aggiungiamo che è proprio con questo significato che il triangolo rovesciato è
preso a simbolo dei più alti gradi della Massoneria scozzese; in questa
d’altronde, il 30º grado, che è considerato come nec plus ultra, deve
logicamente sottolineare, proprio per questa ragione, il termine della
«salita», di modo che i gradi successivi non possono se non riferirsi
propriamente ad una «ridiscesa», in virtù della quale vengono apportate a tutta
l’organizzazione iniziatica le influenze destinate a «vivificarla»; ed i colori
corrispondenti, rispettivamente il nero ed il bianco, sono a questo proposito
particolarmente significativi.
1 Il rasûl
manifesta l’attributo divino Er-Rahmân in tutti i mondi (rahmatan-lil-âlamîn)
e non soltanto in un certo dominio particolare. Si può osservare d’altronde,
che la designazione del Bodhisattwa come «Signore di compassione» si
riferisce anche ad una funzione simile, dato che la compassione estesa a tutti
gli esseri non è in fondo che un’altra espressione dell’attributo rahmah.
277
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
e la si considera anche come evidente; e
peraltro si è sostenuto talvolta che la «stazione» (maqâm) del walî
è in se stessa più elevata di quella del nabî in quanto essa implica
essenzialmente uno stato di «prossimità» divina, mentre il nabî, per la
sua stessa funzione, è necessariamente rivolto verso la creazione; ma, anche
qui, ciò significa non vedere se non una delle due facce della realtà, la
faccia esteriore, e non capire ch’essa rappresenta un aspetto che si aggiunge
all’altro, senza distruggerlo minimamente ed anche in verità senza infirmarlo1.
In effetti la condizione del nabî in se stessa implica prima di tutto
quella di walî, ma anche, allo stesso tempo, qualcosa di più; nel caso
del walî c’è dunque una specie di «mancanza» sotto un certo aspetto, non
per quanto riguarda la sua natura intima, ma quanto a quello che si potrebbe
chiamare il suo grado di universalizzazione, «mancanza» che corrisponde a
quanto abbiamo detto a proposito dell’essere che si ferma allo stadio del
non-manifestato senza «ridiscendere» verso la manifestazione; e l’universalità
raggiunge la sua effettiva pienezza nel rasûl, il quale è così veramente
e totalmente l’«Uomo Universale».
In casi simili a quelli citati, è chiaro che
l’essere che «ridiscende» ha, nei confronti della manifestazione, una funzione
il cui carattere, in certo qual modo
1 Rinviamo qui a
quanto è stato detto sulla nozione di barzakh, che permette di
comprendere senza difficoltà come devono intendersi queste due facce della
realtà; la faccia interiore è rivolta verso El-Haqq e la faccia
esteriore verso El-Khalq; e l’essere la cui funzione appartiene alla
natura del barzakh deve necessariamente unire in sé questi due aspetti,
stabilendo così un «ponte» o un «canale» attraverso il quale le influenze
divine si comunicano alla creazione.
278
REALIZZAZIONE ASCENDENTE E REALIZZAZIONE
DISCENDENTE
eccezionale, dimostra chiaramente ch’egli non
si trova affatto in una condizione paragonabile a quella degli esseri ordinari;
si tratta cioè di esseri che si possono definire «missionati» nel vero senso
della parola. In un certo senso si può affermare che ogni essere manifestato ha
la sua «missione», se con ciò si vuole semplicemente intendere ch’egli deve
occupare il suo posto nel mondo, e anche ch’egli è un elemento necessario
dell’insieme di cui fa parte; ma va da sé che non è in questo modo che noi l’intendiamo
qui, e che si tratta di una «missione» di tutt’altra portata, la quale procede
direttamente da un ordine trascendente e principiale, ed esprime nel mondo
manifestato qualcosa di questo stesso ordine. Come la «ridiscesa» presuppone
una preventiva «ascesa», una «missione» di questo genere presuppone
necessariamente la perfetta realizzazione interiore; su questo non è inutile
insistere, specie in un’epoca in cui tanta gente troppo facilmente immagina di
avere «missioni» più o meno straordinarie, le quali, in mancanza di questa
condizione essenziale, non possono essere che pure e semplici illusioni.
Fatte queste considerazioni, dobbiamo ancora
insistere su un aspetto della «ridiscesa» che ci pare spieghi, in molti casi,
per qual motivo questo soggetto sia passato sotto silenzio e circondato di
reticenze, quasi ci fosse in esso qualcosa di cui ripugna parlare nettamente:
ci riferiamo a quello che si potrebbe chiamare il suo aspetto «sacrificale».
Sia ben chiaro, innanzi tutto, che se impieghiamo qui la parola «sacrificio»,
non è affatto nel significato semplicemente «morale» volgarmente attribuitogli;
quest’ultimo non è che uno dei tanti
279
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
esempi di degenerazione del linguaggio
moderno, il quale sminuisce e snatura tutte le cose per abbassarle ad un
livello puramente umano e per farle rientrare nei quadri convenzionali della
«vita ordinaria». Prendiamo al contrario questo termine nel suo vero ed
originale significato, con tutto ciò ch’esso comporta di effettivo e anche di
essenzialmente «tecnico»; va da sé, in effetti, che la funzione di esseri quali
quelli in causa nei casi da noi citati in precedenza non può aver niente in
comune con l’«altruismo», l’«umanitarismo», la «filantropia» ed altri piatti
«ideali» celebrati dai moralisti, che non soltanto sono fin troppo
evidentemente sprovvisti di qualsiasi carattere trascendente o sovrumano, ma
sono anche perfettamente alla portata del primo venuto fra i profani1.
L’essere che ha realizzato l’identità con Âtmâ
e la «ridiscesa» nella manifestazione, o ciò che appare tale dal punto di vista
di questa, e che rappresenta quindi la piena universalizzazione di questa
stessa identità, non è a questo punto che «l’Âtmâ incorporato nei
mondi», il che equivale a dire che, per tale essere, la «ridiscesa» non è in
realtà niente di diverso dal processo stesso della
1 Teniamo a
precisare che quanto stiamo dicendo si riferisce al punto di vista
specificamente moderno della «morale laica»; anche quando questa, come spesso
succede nonostante le sue pretese, non fa che «copiare alterandoli» precetti
presi a prestito dalla religione, li svuota nondimeno di tutti quegli elementi
che permettevano di riallacciarli ad un ordine superiore e, al di là
dell’exoterismo semplicemente letterale, di trasporli come segni delle verità
principiali; talvolta poi, pur sembrando conservare quella che si potrebbe
chiamare la «materialità» di tali precetti, questa morale, con
l’interpretazione che ne dà, arriva fino a «rovesciarli» in senso veramente
antitradizionale.
280
REALIZZAZIONE ASCENDENTE E REALIZZAZIONE
DISCENDENTE
manifestazione universale. Ora, questo
processo è spesse volte descritto tradizionalmente appunto come un
«sacrificio»: nel simbolismo vêdico si tratta del sacrificio del Mahâ-Purusha,
cioè dell’«Uomo Universale», al quale, secondo quel che abbiamo esposto,
l’essere in questione è effettivamente identico; e non soltanto questo
sacrificio primordiale deve intendersi in senso strettamente rituale e non in
un’accezione più o meno vagamente «metaforica», ma il suo significato è
essenzialmente quello di prototipo di tutti i riti sacrificali1.
Il «missionato», nel senso da noi precisato in
precedenza, è dunque letteralmente una «vittima»; è fuori causa comunque che,
in linea generale, ciò non significa affatto che la sua vita debba terminare di
morte violenta, in quanto, in realtà, è questa stessa vita in tutto il suo
insieme ad essere già la conseguenza di un sacrificio2. Si potrà
immediatamente osservare che è questa
1 A questo
proposito possiamo incidentalmente fare un’osservazione non priva di
significato: la vita di certi esseri, considerata secondo le apparenze
individuali, presenta dei fatti che sono in corrispondenza con quelli
dell’ordine cosmico e che, dal punto di vista esteriore, sono in qualche modo
un’immagine od una riproduzione di questi; ma, da un punto di vista interiore,
questo rapporto deve essere invertito, in quanto, essendo questi esseri
realmente il Mahâ-Purusha, sono i fatti cosmici ad essere veramente
modellati sulla loro vita, o, per parlare più esattamente, ad essere ciò di cui
tale vita rappresenta un’espressione diretta, mentre i fatti cosmici, in se
stessi, non ne sono che un’espressione per riflesso. Aggiungeremo che è anche
questo che dà un fondamento reale e rende valevoli i riti istituiti da esseri
«missionati», mentre un essere che non sia niente più di un individuo umano non
potrà mai, di propria iniziativa, se non inventare «pseudo-riti» sprovvisti di
qualsiasi reale efficacia.
2 Bisogna anche
notare che ciò di cui si tratta non ha alcun rapporto con l’uso fatto
volentieri da certi mistici dei termini «vittima»
281
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
la spiegazione profonda delle esitazioni e
delle «tentazioni» che in tutti i racconti tradizionali, e nelle diverse forme
da essi rivestite secondo i casi, vengono attribuite ai Profeti ed anche agli Avatâra,
quando in qualche modo vengono messi di fronte alla «missione» da compiere.
Queste esitazioni in fondo, non sono altro che quelle di Agni ad
accettare di divenire il conduttore del «carro cosmico»1, com’è
descritto da Coomaraswamy nello studio da noi citato, per cui tutti questi casi
si riallacciano a quello dell’«Avatâra eterno», con il quale, nella loro
«verità» interiore, formano una cosa sola; e, certamente, la tentazione di
rimanere nella «notte» del non-manifestato si capisce senza difficoltà, in
quanto nessuno potrebbe contestare che, in questo senso superiore, «la notte è
migliore del giorno»2. Mediante questo esempio, Coomaraswamy spiega
altresì, e con giusta ragione, perché Shankarâchârya faccia sempre visibili
sforzi per evitare di prendere in considerazione la «ridiscesa», anche quando
commenta dei testi il cui significato la implica assai chiaramente; in un caso
come il suo sarebbe effettivamente assurdo attribuire
o «immolazione»; anche nei casi in cui ciò ch’essi
intendono con questi termini abbia una realtà propria, e non si riduca a
semplici illusioni «soggettive», sempre possibili data la «passività» inerente
alla loro attitudine, si tratta di una realtà la cui portata non supera
minimamente l’ordine delle possibilità individuali.
1 Rig-Vêda, X, 51.
2 Questa
espressione si applica anche, in un altro ordine, al «rifiuto dei poteri»; ma
mentre questa attitudine è, non soltanto giustificata, ma anche la sola del
tutto legittima per un essere che, non avendo alcuna «missione» da svolgere non
ha da comparire all’esterno, è evidente che, al contrario, una «missione»
sarebbe inesistente come tale se non fosse manifestata esteriormente.
282
REALIZZAZIONE ASCENDENTE E REALIZZAZIONE
DISCENDENTE
una tale attitudine a difetto di conoscenza o
ad incomprensione della dottrina; non si può dunque capire se non come una
specie di indietreggiamento di fronte alla prospettiva del «sacrificio» e, per
conseguenza, come una volontà cosciente di non sollevare il velo che dissimula
«l’altra faccia dell’oscurità»; e, generalizzando, possiamo vedervi anche, come
dicevamo prima, la ragione principale della riserva che abitualmente viene
osservata su tale questione1. Si può d’altronde aggiungervi, a
titolo di ragione secondaria, il pericolo che la scarsa comprensione di tale
argomento serva da pretesto a certuni per giustificare, illudendosi sulla sua
vera natura, un desiderio di «restare nel mondo», allorché non si tratta
affatto di restarvi, ma, ben diversamente, di ritornarvi dopo esserne già
usciti, e che tale «uscita» preliminare è possibile soltanto per l’essere in
cui non sussiste più alcun desiderio, né alcun’altra qualsiasi attrazione a
carattere individuale; bisogna far bene attenzione a non equivocare su questo
punto essenziale, perché altrimenti si rischia di non vedere alcuna differenza
fra la realizzazione ultima ed un semplice inizio di realizzazione rimasta ad
uno stadio che non supera nemmeno i limiti dell’individualità.
Ed ora, per ritornare all’idea del sacrificio,
dobbiamo dire ch’essa comporta ancora un altro aspetto, proprio
1 Ricordiamo, a titolo di «illustrazione» di quanto
abbiamo detto, un fatto il cui carattere storico o leggendario importa poco dal
nostro punto di vista, in quanto intendiamo dargli un valore esclusivamente
simbolico: si racconta che Dante non sorridesse mai, e che la gente attribuisse
quest’apparente tristezza al fatto che egli «ritornava dall’Inferno»; non
bisognava piuttosto vederne la vera ragione nel fatto ch’egli era «ridisceso
dal Cielo?».
283
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
quello direttamente espresso dall’etimologia
del termine; «sacrificare» significa propriamente sacrum facere cioè
«render sacro» l’oggetto del sacrificio. Questo aspetto non è meno indicativo
di quello ordinariamente considerato, e che inizialmente avevamo in vista
parlando della «vittima» come tale; è il sacrificio in effetti a conferire ai
«missionati» un carattere «sacro» nel senso più completo di questa parola. Non
soltanto tale carattere è evidentemente inerente alla funzione di cui il loro
sacrificio è veramente l’investitura, ma, per di più, poiché ciò è anche
implicito nel significato originale del termine «sacro», è questo che fa di
essi degli esseri «a parte», cioè essenzialmente diversi, sia dai comuni esseri
manifestati, sia da coloro che, essendo giunti alla realizzazione del «Sé»,
rimangono puramente e semplicemente nel non-manifestato. La loro azione, anche
se esteriormente simile a quella degli esseri ordinari, non ha in realtà con
essa alcun rapporto che vada più in là di questa semplice apparenza esteriore;
nella sua «verità» essa è necessariamente incomprensibile alle facoltà
individuali, in quanto procede direttamente dall’inesprimibile. Questo
carattere, come abbiamo già detto, dimostra ancor meglio che si tratta di casi
eccezionali, e di fatto, nello stato umano, i «missionati» non sono certamente
se non un’infima minoranza nei confronti dell’immensa moltitudine degli esseri
i quali non possono aver pretese ad una simile funzione; ma, d’altra parte,
essendo gli stati dell’essere in moltitudine indefinita, quale ragione può
impedire di ammettere che, in uno stato o in un altro, qualsiasi essere abbia
la possibilità di giungere a questo grado supremo della gerarchia spirituale?
284
APPENDICI
CAPITOLO V
Il passaggio delle Pagine dedicate a
Mercurio di Abdul-Hâdi è il seguente:
«Le due catene iniziatiche – L’una è
storica, l’altra spontanea. La prima si comunica in Santuari stabiliti e noti,
sotto la direzione di uno Sheykh (Guru) vivente, autorizzato, che
possiede le chiavi del mistero. Tale è El-Talîmur-rijâl o l’istruzione
degli uomini. L’altra è El-Talîmur-rabbâni o l’istruzione dominicale o
signoriale che mi permetto di chiamare “l’iniziazione mariana”, in quanto è
quella che ricevette la Santa Vergine, madre di Gesù, figlio di Maria. C’è
sempre un maestro, ma può essere assente, sconosciuto, o addirittura morto da
parecchi secoli. In questa iniziazione potete trarre dal presente la stessa
sostanza spirituale che gli altri traggono dall’antichità. Essa è attualmente
assai frequente in Europa, almeno nei suoi gradi inferiori, ma è quasi
sconosciuta in Oriente.»
Questo testo era stato pubblicato nella
rivista La Gnose, n. di gennaio 1911. Quando decidemmo di ristamparlo
negli Études Traditionelles domandammo a René Guénon di voler
gentilmente redigere una nota per prevenire i possibili errori
d’interpretazione. Egli ci inviò la nota seguente a cui fa allusione la nota 1
a pag. 60 della presente opera.
«Siccome questo paragrafo potrebbe dar
luogo ad equivoci, ci sembra necessario precisarne un po’ il senso; e prima
285
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
di tutto dev’essere chiaro che qui non si
tratta minimamente di qualcosa d’assimilabile ad una via “mistica”, perché ciò
sarebbe manifestamente in contraddizione con l’affermazione dell’esistenza di
una “catena iniziatica” reale, in questo caso come in quello che si può
considerare normale. A questo riguardo possiamo citare un passaggio di
Jelâleddin Er Rûmi che si riferisce esattamente alla stessa cosa: “Se qualcuno,
per una rara eccezione, ha percorso questa via (iniziatica) da solo (cioè senza
un Pîr, termine persiano equivalente all’arabo Sheykh), egli è
arrivato con l’aiuto dei cuori dei Pîr. La mano del Pîr non viene
rifiutata dall’assente: questa mano non è altro che la stretta stessa di Dio” (Mathnawî,
I, 2974-5). Nelle ultime parole si potrebbe vedere un’allusione alla funzione
del vero Guru interiore, in un senso perfettamente conforme
all’insegnamento della tradizione indù; ma ciò ci allontanerebbe un po’ dal
problema che più direttamente ci interessa qui. Dal punto di vista del Tasawwuf
islamico diremo che queste cose appartengono alla via degli Afrâd, il
cui maestro è Seyidna El-Khidr1, e che sono al di fuori della
giurisdizione del “Polo” (El-Qutb) la quale comprende soltanto le vie
regolari e abituali dell’iniziazione. Non è neanche il caso di insistere sul
fatto che si tratta di casi eccezionali, com’è espressamente dichiarato nel
suddetto testo, i quali si verificano in circostanze
1 El-Khidr è
la designazione data dall’esoterismo islamico al personaggio anonimo menzionato
dal Corano nella sura XVIII (sura della Caverna) e con il quale Mosé, che pure
viene considerato dall’Islâm come inviato legiferante e «Polo» della sua epoca,
appare in rapporto di subordinazione. Tale subordinazione sembra sia tanto
d’ordine gerarchico quanto conoscitivo, poiché il personaggio misterioso è
presentato come detentore della scienza più trascendente (letteralmente: «la
scienza che viene da Noi», cioè Allâh), e Mosé domanda al suddetto personaggio
soltanto di insegnargli una «porzione» dell’insegnamento di cui è detentore.
[Nota di Jean
Reyor]
286
appendici
che rendono impossibile la trasmissione
normale, per esempio in mancanza di qualsiasi organizzazione iniziatica
regolarmente costituita. A questo proposito cfr. anche R. Guénon, Orient et Occident, pp. 230-231.»
Sullo stesso soggetto citiamo qualche frase
di una lettera indirizzataci da R. Guénon il 14-III-37: «El-Khidr è
propriamente il maestro degli Afrâd, i quali sono indipendenti dal Qutb
e possono anche non esserne conosciuti; come voi dite, si tratta proprio di
qualcosa di più “diretto”, e che in certo qual modo è fuori da funzioni
definite e delimitate, anche se molto elevate; è per questa ragione che il
numero degli Afrâd è indeterminato. Talvolta si impiega questo paragone:
un principe, anche se non svolge nessuna funzione, è peraltro in se stesso
superiore ad un ministro (a meno che quest’ultimo sia principe anche lui, come
può succedere, ma senza che ciò rivesta un carattere di necessità); nell’ordine
spirituale gli Afrâd equivalgono ai principi e gli Aqtâb ai
ministri; non è che un paragone, ben inteso, ma tuttavia aiuta a capire i
rapporti fra gli uni e gli altri.»
CAPITOLO XXVIII
Diamo ora alcuni estratti dello studio di
Abdul-Hâdi intitolato El-Malâmatiyah a cui René Guénon rinvia nella nota
2 di pag. 233.
«Ecco, a questo proposito, un estratto del Traité
sur les Catégories de l’Initiation, di Mohyddin ibn Arabi.
«Il quinto grado è occupato da “quelli che
si prosternano”, quelli che si umiliano di fronte alla Grandezza dominicale,
che si impongono lo ieratismo del culto, che sono esenti da pretese di
qualsiasi ricompensa in questo mondo o nell’altro. Costoro sono i Malâmatiyah.
Sono gli “uomini
287
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
di fiducia di Dio” e costituiscono il
gruppo più elevato. Il loro numero non è limitato, ma sono posti sotto la
direzione del Qutb o dell’“Apogeo spirituale”1. La loro
regola li astringe a non far vedere i loro meriti e a non nascondere i loro
difetti... Essi dicono che il sufismo è l’umiltà, la povertà, la “Grande Pace”
e la contrizione. Dicono che “il viso del Sufi è abbattuto
(letteralmente: nero) in questo mondo e nell’altro”, ad indicare che
l’ostentazione cade con le pretese, e che la sincerità dell’adorazione si
manifesta con la contrizione, poiché è detto: “Io sono vicino a coloro i cui
cuori sono infranti per causa Mia”... Ciò che essi possiedono in fatto di
Grazie proviene dalla sorgente stessa dei favori divini. Allora essi non hanno
più né nome né lineamenti propri, ma sono cancellati nella vera
prosternazione».
Abdul-Hâdi cita in seguito alcuni frammenti
del trattato intitolato Principi dei Malâmatiyah del dotto Imam, saggio
Iniziato, Seyid Abu Abdur-Rahmân (nipote di Ismail ibn Najib).
«Poiché hanno realizzato (il “vero divino”)
nei gradi superiori (del Microcosmo); poiché si sono affermati fra “le genti
della concentrazione”2, di El-Qurbah, di El-Uns e di El
Wasl3, Dio è (per così dire) troppo geloso di loro per
permettergli di rivelarsi al mondo tali quali sono in realtà. Per conseguenza
Egli dà loro un aspetto esteriore corrispondente allo stato di “separazione con
il Cielo”4, un aspetto esteriore fatto di conoscenze ordinarie, di
preoccupazioni sharaite – rituali o ieratiche – nonché l’obbligo di operare, di
praticare e di agire tra gli uomini. Nel loro intimo tuttavia,
1 Anche il numero
degli Afrâd o «Solitari» non è limitato, ma essi non sono sottoposti
alla sorveglianza del Qutb dell’epoca. Essi formano la terza categoria
nella gerarchia esoterica dell’Islamismo.
2 Ahlul-Jam’i.
3 L’unione
spirituale.
4 El-iftirâq.
288
appendici
essi rimangono in rapporto costante con il
“vero divino” sia nella concentrazione (El-Jam) che nella dispersione (El-jarq),
cioè in tutti gli stati dell’esistenza. Questa condizione è una delle più
elevate che l’uomo possa raggiungere, quantunque niente ne traspaia
all’esterno. Essa assomiglia allo stato del Profeta – che la preghiera e il
saluto di Allah siano su di lui! – il quale fu innalzato ai più alti gradi
della “Prossimità divina”, indicati dalla formula coranica: “Ed egli fu alla
distanza di due tiri d’arco e forse anche più vicino”1. Allorché
egli tornò presso le creature, non parlò con esse se non delle cose esteriori.
Del suo abboccamento intimo con Dio niente apparve sulla sua persona. Questo
stato è superiore a quello di Mosé, di cui nessuno poté guardare il viso dopo
che egli ebbe parlato con Dio... Lo Sheykh del gruppo, Abu-Hafs
En-Nisabûrî diceva: “I discepoli malamiti avanzano col dare se stessi. Essi non
pensano a sé. Il mondo non ha alcuna presa su di loro e non può raggiungerli,
in quanto la loro vita esteriore è tutta allo scoperto, mentre le finezze della
loro vita interiore sono rigorosamente nascoste...”. Abu Hafs fu un giorno
interrogato sul perché del nome Malâmatiyah. Egli rispose: “I Malâmatiyah
sono costantemente con Dio in virtù del fatto che si dominano sempre e sono
costantemente coscienti del loro segreto dominicale. Essi si rimproverano da
soli di tutto ciò che non possono dispensarsi dal far apparire in fatto di
Prossimità divina durante la preghiera o in altre occasioni. Essi dissimulano i
loro meriti ed espongono ciò che hanno di riprovevole. Allora la gente li
accusa per il loro aspetto esteriore: essi si rimproverano da soli nel loro
intimo, in quanto conoscono la natura umana. Ma Dio li favorisce con lo scoprir
loro i misteri, con
1 Vedere Corano,
cap. 53, v. 9. I due archi sono El-Ilm e El-Wujûd cioè il Sapere
e l’Essere. Vedere F. Warrain su Wronski, La Synthèse concrète pag. 169.
289
INIZIAZIONE E REALIZZAZIONE SPIRITUALE
la contemplazione del mondo ipersensibile,
con l’arte di riconoscere la realtà intima delle cose dai segni esteriori (El-ferâsah),
e altresì coi miracoli. Il mondo finisce per lasciarli in pace con Dio, lontano
da loro per la loro ostentazione di ciò che è riprovevole o contrario alla
rispettabilità. Tale è la disciplina della Tarîqah delle genti del
disprezzo”1.»
TRADUZIONE DI TULLIO MASERA
EDIZIONI STUDI TRADIZIONALI – TORINO
Traduzione ricavata dal testo originale di
«Initiation et réalisation spirituelle»
Éditions Traditionnelles – Paris
© 1967 – Edizioni Studi Tradizionali
Viale XXV Aprile 80 – Torino
1 Queste parole di
Abu Hafs sono state raccolte da Abdul-Hassan El-Warrâq, che le ha riportate a
Ahmad ibn Aissâ, il quale a sua volta è stato l’informatore di Abu Abdur-Rahmân
autore del presente trattato.
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