18 SIMBOLI DELLA SCIENZA SACRA - René Guénon
Indice
Il simbolismo tradizionale e alcune sue applicazioni generali
1. La riforma della mentalità moderna 15
2. Il Verbo e il Simbolo 20
3. Il Sacro Cuore e la leggenda del Santo Graal 25
4. Il Santo Graal 33
5. Tradizione e “inconscio” 46
6. La Scienza delle lettere 50
7. La Lingua degli Uccelli 56
Simboli del centro e del mondo
8. L’idea del Centro nelle tradizioni antiche 63
9. I fiori simbolici 72
10. La triplice cinta druidica 76
11. I Custodi della Terra santa 81
12. La Terra del Sole 89
13. Lo Zodiaco e i punti cardinali 95
14. La Tetraktys e il quadrato di quattro 99
15. Un geroglifico del Polo 104
16. Le “teste nere” 107
17. La lettera G e lo swastika 110
Simboli della manifestazione ciclica
18. Alcuni aspetti del simbolismo di Giano 117
19. Il geroglifico del Cancro 123
20. Sheth 127
21. Sul significato delle feste “carnevalesche” 132
22. Alcuni aspetti del simbolismo del pesce 136
23. I misteri della lettera Nûn 141
24. Il Cinghiale e l’Orsa 146
Alcune armi simboliche
25. Le pietre del fulmine 155
26. Le armi simboliche 160
27. Sayful-Islam 165
28. Il simbolismo delle corna 170
Simbolismo della forma cosmica
29. La Caverna e il Labirinto 177
30. Il Cuore e la Caverna 185
31. La Montagna e la Caverna 189
32. Il Cuore e l’Uovo del Mondo 193
33. La Caverna e l’Uovo del Mondo 196
34. L’uscita dalla caverna 200
35. Le Porte solstiziali 203
36. Il simbolismo dello Zodiaco nei pitagorici 207
37. Il simbolismo solstiziale di Giano 212
38. A proposito dei due san Giovanni 216
Simbolismo costruttivo
39. Il simbolismo della cupola 221
40. La Cupola e la Ruota 226
41. La Porta stretta 230
42. L’Ottagono 234
43. La “pietra angolare” 238
44. Lapsit exillis 251
45. El-Arkân 255
46. «Riunire ciò che è sparso» 259
47. Il bianco e il nero 263
48. Pietra nera e pietra cubica 266
49. Pietra grezza e pietra tagliata 269
Simbolismo assiale e simbolismo del passaggio
50. I simboli dell’analogia 275
51. L’Albero del Mondo 279
52. L’Albero e il Vajra 284
53. L’Albero della Vita e la bevanda d’immortalità 287
54. Il simbolismo della scala 290
55. La “cruna dell’ago” 294
56. Il passaggio delle acque 297
57. I sette raggi e l’arcobaleno 300
58. Janua Coeli 305
59. Kâla-mukha 309
60. La luce e la pioggia 313
61. La Catena dei mondi 317
62. Le “radici delle piante” 326
63. Il simbolismo del ponte 331
64. Il ponte e l’arcobaleno 334
65. La catena d’unione 338
66. Cornici e labirinti 341
67. Il quatre de chiffre 345
68. Legami e nodi 349
Simbolismo del cuore
69. Il cuore raggiante e il cuore fiammeggiante 355
70. Cuore e cervello 360
71. L’emblema del Sacro Cuore in una società segreta americana 368
72. L’Occhio che vede tutto 374
73. Il granello di senape 377
74. L’Etere nel cuore 384
75. La Città divina 391
Indicazioni bibliografiche 397
Simboli della Scienza
sacra
Il simbolismo
tradizionale
e alcune sue applicazioni
generali
1. La riforma della mentalità
moderna
La civiltà moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia:
fra tutte quelle che conosciamo essa è la sola che si sia sviluppata in un
senso puramente materiale, la sola altresì che non si fondi su alcun principio
d’ordine superiore. Tale sviluppo materiale, che prosegue ormai da parecchi
secoli e va accelerandosi sempre più, è stato accompagnato da un regresso
intellettuale che esso è del tutto incapace di compensare. Intendiamo qui,
beninteso, parlare della vera e pura intellettualità, che si potrebbe anche
chiamare spiritualità, e ci rifiutiamo di dare questo nome a ciò a cui si sono
specialmente applicati i moderni: la cultura delle scienze sperimentali, in
vista delle applicazioni pratiche alle quali esse sono suscettibili di dar
luogo. Un solo esempio potrebbe permettere di misurare la portata di tale
regresso: la Somma teologica di san Tommaso d’Aquino era, al suo tempo,
un manuale a uso degli studenti; dove sono oggi gli studenti in grado di
approfondirla e di assimilarla?
La decadenza non s’è prodotta d’un sol colpo; se ne potrebbero seguire le
tappe attraverso tutta la filosofia moderna. È stata la perdita o l’oblio della
vera intellettualità a rendere possibili quei due errori che solo in apparenza
si oppongono, ma sono in realtà correlativi e complementari: razionalismo e
sentimentalismo. Dal momento in cui si incominciò a negare o a ignorare ogni
conoscenza puramente intellettuale, come si fece dopo Descartes, si doveva
logicamente sfociare, da un lato, nel positivismo, nell’agnosticismo e in tutte
le aberrazioni “scientistiche”, e, dall’altro, in tutte le teorie contemporanee
che, non soddisfatte di ciò che può dare la ragione, cercano qualcos’altro, ma
lo cercano dalla parte del sentimento e dell’istinto, vale a dire al di sotto
della ragione e non al di sopra, giungendo, con William James per esempio, a
vedere nel subconscio il mezzo con il quale l’uomo può entrare in comunicazione
con il Divino. La nozione di verità, dopo essere stata abbassata ormai a una
semplice rappresentazione della realtà sensibile, è infine identificata dal
pragmatismo con l’utilità, il che equivale alla sua soppressione pura e
semplice; che importa infatti la verità in un mondo le cui aspirazioni sono
unicamente materiali e sentimentali?
Non è possibile sviluppare qui tutte le conseguenze di un simile stato di
cose; ci limiteremo a indicarne alcune fra quelle che si riferiscono più
particolarmente al punto di vista religioso. Va anzitutto osservato che il
disprezzo e la repulsione che gli altri popoli ‑ gli Orientali soprattutto ‑ provano nei confronti
degli Occidentali, provengono in gran parte dal fatto che questi ultimi gli
appaiono in genere uomini senza tradizione, senza religione,
16 Simboli della Scienza
sacra
ciò che al loro occhi è una vera e propria mostruosità. Un Orientale non
può ammettere un’organizzazione sociale che non poggi su principi tradizionali;
per un musulmano, ad esempio, l’intera legislazione non è che una semplice
derivazione della religione. Un tempo era così anche in Occidente; si pensi a
ciò che fu la Cristianità nel Medioevo; ma oggi i rapporti si sono rovesciati.
Di fatto, si considera ora la religione un semplice fenomeno sociale; invece di
ricollegare l’intero ordine sociale alla religione, quest’ultima, quando ancora
si consenta a conservarle un posto, è considerata ormai soltanto come uno
qualsiasi degli elementi che costituiscono l’ordine sociale; e quanti
cattolici, ahimè, accettano questo modo di vedere senza la minima difficoltà!
Sarebbe ora di reagire contro questa tendenza, e a tal proposito l’affermazione
del Regno sociale di Cristo è una manifestazione particolarmente opportuna; ma
per farne una realtà occorre riformare tutta la mentalità moderna.
Non è il caso di nascondersi che coloro stessi che credono di essere
sinceramente religiosi non hanno per lo più, della religione, che un’idea assai
indebolita; essa non ha nessuna influenza effettiva sul loro pensiero né sul
loro modo d’agire; è come separata da tutto il resto della loro esistenza.
Praticamente, credenti e non credenti si comportano pressappoco nella stessa
maniera; per molti cattolici l’affermazione del soprannaturale ha un valore
soltanto teorico, ed essi sarebbero assai imbarazzati se dovessero constatare
un fatto miracoloso. Siamo in presenza di quel che si potrebbe chiamare un
materialismo pratico, un materialismo di fatto; non è forse esso più pericoloso
del materialismo riconosciuto come tale, proprio perché coloro che colpisce non
ne hanno neppure coscienza?
D’altra parte, per i più, la religione è soltanto una faccenda di
sentimento senza nessuna portata intellettuale; si confonde la religione con
una vaga religiosità, la si riduce a una morale; si riduce il più possibile lo
spazio della dottrina, che invece è proprio l’essenziale, ciò di cui tutto il
resto dev’essere soltanto una conseguenza logica. Sotto questo profilo, il
protestantesimo, che finisce con l’essere un “moralismo” puro e semplice, è
assai rappresentativo delle tendenze dello spirito moderno; ma si avrebbe gran
torto se si credesse che il cattolicesimo non è colpito da queste stesse
tendenze – non nel suo principio, certo, ma nel modo in cui di solito viene
presentato: con il pretesto di renderlo accettabile alla mentalità attuale si
fanno le concessioni più incresciose, e si incoraggia in tal modo quel che
occorrerebbe al contrario combattere energicamente. Non insistiamo
sull’accecamento di coloro che, sotto il pretesto della “tolleranza”, si fanno
complici inconsapevoli di vere e proprie contraffazioni della
La riforma della mentalità moderna 17
religione, di cui sono lontani dal sospettare l’intento nascosto.
Segnaliamo soltanto di sfuggita, a questo proposito, il deplorevole abuso che
vien fatto frequentemente della stessa parola “religione”: non si sentono ogni
momento usare espressioni come “religione della patria”, “religione della
scienza”, “religione del dovere”? Queste non sono semplici negligenze di
linguaggio, sono sintomi della confusione che regna dappertutto nel mondo
moderno, poiché il linguaggio in fondo non fa che rappresentare fedelmente lo
stato degli animi; ed espressioni simili sono incompatibili con il vero senso
religioso.
Ma veniamo a quel che è più essenziale: vogliamo parlare dell’affievolirsi
dell’insegnamento dottrinale, quasi del tutto sostituito da vaghe
considerazioni morali e sentimentali, che piacciono forse più ad alcuni, ma
che, al tempo stesso, possono soltanto respingere e allontanare coloro che
hanno aspirazioni d’ordine intellettuale; e nonostante tutto nella nostra epoca
ne esistono ancora. Lo prova il fatto che taluni – anche più numerosi di quanto
si potrebbe credere – deplorano tale mancanza di dottrina; e noi vediamo un
segno favorevole, a onta delle apparenze, nel fatto che da varie parti sembra
che di ciò ci si renda conto oggi meglio di qualche anno fa. Si ha certamente
torto a pretendere, come abbiamo spesso udito, che nessuno capirebbe
un’esposizione di dottrina pura; anzitutto, perché volersi sempre mantenere al
livello più basso, come se bisognasse tenere in conto la quantità piuttosto che
la qualità? Non è forse questa una conseguenza di quello spirito democratico
che è uno degli aspetti caratteristici della mentalità moderna? D’altra parte,
si deve proprio credere che tante persone sarebbero realmente incapaci di
comprendere se fossero state abituate a un insegnamento dottrinale? Non si
potrebbe anche pensare che coloro che non capissero proprio tutto ne
trarrebbero ugualmente un beneficio forse più grande di quanto si supponga?
Ma senza dubbio l’ostacolo più grave è quella sorta di diffidenza che in
troppi ambienti cattolici, anche ecclesiastici, si testimonia nei confronti
dell’intellettualità in genere; diciamo l’ostacolo più grave, perché è un segno
di incomprensione perfino nelle persone stesse a cui incombe il compito
dell’insegnamento. Costoro sono stati così intaccati dallo spirito moderno che
non sanno più, come i filosofi ai quali facevamo or ora allusione, che cosa sia
l’intellettualità vera, cosicché confondono a volte l’intellettualismo con il
razionalismo, e fanno in questo modo involontariamente il gioco degli
avversari. Noi pensiamo precisamente che quel che importa anzitutto è
restaurare la vera intellettualità, e con essa il senso della dottrina e della
tradizione; sarebbe ora di mostrare che la religione è ben altro che una
faccenda di devozione
18 Simboli della Scienza
sacra
sentimentale, o di precetti morali, o di consolazioni ad uso di animi
indeboliti dalla sofferenza, e che in essa si può trovare il “solido
nutrimento” di cui parla san Paolo nell’Epistola agli Ebrei.
Siamo perfettamente coscienti che quanto stiamo dicendo ha il torto di
andar contro certe abitudini acquisite dalle quali ci si libera difficilmente;
né si tratta di innovare – tutt’altro –, si tratta al contrario di ritornare
alla tradizione dalla quale ci si è scostati, di ritrovare ciò che si è
lasciato andar perduto. Non sarebbe meglio questo che fare allo spirito moderno
le più ingiustificate concessioni, quelle per esempio che si incontrano in
tanti trattati di apologetica nei quali si fa ogni sforzo per conciliare il
dogma con quanto vi è di più ipotetico e di meno fondato nella scienza attuale,
salvo poi rimettere tutto in discussione quando queste pretese teorie
scientifiche vengano a essere sostituite da altre? E tuttavia sarebbe molto
facile mostrare come la religione e la scienza non possano entrare realmente in
conflitto, per la semplice ragione che non si riferiscono allo stesso ambito.
Come si fa a non scorgere il pericolo insito nel voler cercare, per la dottrina
che concerne le verità immutabili ed eterne, un fondamento in quanto c’è di più
mutevole e di più insicuro? E cosa pensare di certi teologi cattolici così
affetti da spirito “scientistico” da credersi obbligati a tener conto, in più o
meno larga misura, dei risultati dell’esegesi moderna e della “critica
testuale”, quando sarebbe così facile, a condizione di possedere una base
dottrinale un po’ sicura, farne apparire l’inanità? Come si fa a non accorgersi
che la pretesa “scienza delle religioni” – così com’è insegnata negli ambienti
universitari – non è mai stata in realtà altro che una macchina da guerra
diretta contro la religione, e più in generale contro tutto ciò che ancora può
sopravvivere di spirito tradizionale, che vogliono ovviamente distruggere
coloro che dirigono il mondo moderno in un senso che può soltanto portare a una
catastrofe? Su tutte queste cose ci sarebbe molto da dire, ma noi abbiamo
soltanto voluto indicare molto sommariamente alcuni dei punti sui quali una
riforma sarebbe necessaria e urgente; e per terminare con una domanda che qui
ci interessa in modo del tutto particolare, qual è la ragione per cui
s’incontra tanta ostilità, più o meno dichiarata, nei confronti del simbolismo?
Certamente perché si tratta di un modo d’espressione divenuto completamente
estraneo alla mentalità moderna, e perché l’uomo è naturalmente portato a
diffidare di ciò che non comprende. Il simbolismo è il mezzo più adeguato per
l’insegnamento delle verità d’ordine superiore, religiose e metafisiche, cioè
per tutto quel che lo spirito moderno respinge o trascura; esso è esattamente
il contrario di ciò che conviene al razionalismo, e
La riforma della mentalità moderna 19
tutti i suoi avversari – alcuni senza neppure saperlo – si comportano da
veri e propri razionalisti. Per quel che ci concerne, noi pensiamo che se oggi
il simbolismo è incompreso, tanto maggior ragione c’è di insistere su di esso,
esponendo nel modo più completo possibile il significato reale dei simboli
tradizionali, restituendo loro tutta la portata intellettuale che possiedono
invece di ridurli semplicemente a un’occasione per qualche esortazione
sentimentale per la quale, del resto, l’uso del simbolismo è cosa del tutto
inutile.
Una simile riforma della mentalità moderna, con tutto quel che implica, e
cioè la restaurazione dell’intellettualità vera e della tradizione dottrinale,
che per noi non sono separate l’una dall’altra, costituisce certo un’impresa
considerevole; ma è questa una ragione perché non sia intrapresa? Al contrario,
a noi pare che un tale compito costituisca uno degli scopi più elevati che si
possano proporre all’attività di una società come quella dell’Irradiamento
intellettuale del Sacro Cuore, tanto più che tutti gli sforzi che saranno fatti
in questo senso saranno necessariamente orientati verso quel Cuore del Verbo
incarnato, Sole spirituale e Centro del Mondo, «nel quale sono nascosti tutti i
tesori della saggezza e della scienza» – non di quella vana scienza profana che
sola è conosciuta dalla maggior parte dei nostri contemporanei, ma della vera
scienza sacra che apre a coloro che la studiano come si conviene orizzonti
insospettati e veramente illimitati.
2. Il Verbo e il Simbolo
Abbiamo già avuto occasione di parlare dell’importanza della forma
simbolica nella trasmissione degli insegnamenti dottrinali d’ordine
tradizionale. Ritorniamo su questo argomento per apportare qualche precisazione
complementare e mostrare ancor più esplicitamente i diversi punti di vista
sotto i quali può essere considerato.
Anzitutto, il simbolismo ci appare adatto in modo speciale alle esigenze
della natura umana, che non è una natura puramente intellettuale, ma ha bisogno
d’una base sensibile per elevarsi verso le sfere superiori. Occorre prendere il
composto umano qual esso è, uno e molteplice al tempo stesso nella sua
complessità reale; troppo spesso si ha la tendenza a dimenticarlo, da quando
Descartes ha preteso di stabilire fra l’anima e il corpo una separazione
radicale e assoluta. Per una pura intelligenza, sicuramente, nessuna forma
esteriore, nessuna espressione è richiesta per comprendere la verità, e neppure
per comunicare ad altre pure intelligenze ciò che essa ha compreso nella misura
in cui è comunicabile; ma non è così per l’uomo. In fondo, ogni espressione, ogni
formulazione, qualunque essa sia, è un simbolo del pensiero che essa traduce
esteriormente; in questo senso, il linguaggio stesso non è altro che un
simbolismo. Non vi deve dunque essere opposizione tra l’impiego delle parole e
quello dei simboli figurativi; questi due modi d’espressione sarebbero
piuttosto complementari l’uno all’altro (e del resto, di fatto, essi possono
combinarsi, giacché la scrittura è originariamente ideografica e in certi casi,
come in Cina, ha sempre conservato questo carattere). In generale, la forma del
linguaggio è analitica, “discorsiva” come la ragione umana di cui esso è lo
strumento proprio e di cui segue o riproduce il cammino con la massima
esattezza possibile; al contrario, il simbolismo propriamente detto è essenzialmente
sintetico, e per ciò stesso “intuitivo” in qualche maniera, il che lo rende più
idoneo del linguaggio a servire da base all’“intuizione intellettuale”, che è
al di sopra della ragione, e che occorre star bene attenti a non confondere con
quella intuizione inferiore alla quale si appellano diversi filosofi
contemporanei. Di conseguenza, se non ci si accontenta di constatare una
differenza e si vuol parlare di superiorità, questa andrà attribuita, checché
pretendano alcuni, al simbolismo sintetico, che apre possibilità di concezione
veramente illimitate, mentre il linguaggio, caratterizzato da significati più
definiti e più fermi, pone sempre alla comprensione limiti più o meno stretti.
Non si venga dunque a dire che la forma simbolica è buona
Il Verbo e il Simbolo 21
solo per il volgo; sarebbe piuttosto vero il contrario; o, meglio ancora,
essa è ugualmente buona per tutti, poiché aiuta ciascuno a comprendere più o
meno completamente, più o meno profondamente la verità che rappresenta, secondo
la misura delle proprie possibilità intellettuali. Così, le verità più alte,
che non sarebbero in alcun modo comunicabili o trasmissibili con qualsiasi
altro mezzo, lo divengono fino a un certo punto quando sono, se così si può
dire, incorporate in simboli i quali le dissimuleranno senza dubbio a molti, ma
le manifesteranno in tutto il loro splendore agli occhi di coloro che sanno
vedere.
Dovremo dire che l’uso del simbolismo è una necessità? Qui bisogna fare una
distinzione: in sé e in modo assoluto, nessuna forma esteriore è necessaria;
tutte sono ugualmente contingenti e accidentali in rapporto a ciò che esse
esprimono o rappresentano. È così che, secondo l’insegnamento degli Indù, una
figura qualunque, per esempio una statua simboleggiante questo o quell’aspetto
della Divinità, non deve essere considerata che come un “supporto”, un punto
d’appoggio per la meditazione; è dunque un semplice “coadiuvante”, e niente
più. Un testo vêdico fornisce al riguardo un paragone che illumina
perfettamente questo ruolo dei simboli e delle forme esteriori in genere: sono
come il cavallo che permette a un uomo di compiere un viaggio più rapidamente e
con assai minor fatica che se dovesse farlo con i propri mezzi. Certo, se
quest’uomo non avesse cavalli a sua disposizione, potrebbe malgrado tutto
giungere alla sua meta, ma con quanta maggior difficoltà! Se può servirsi d’un
cavallo, avrebbe davvero torto a rifiutarsi di farlo col pretesto che è più
degno di lui non ricorrere ad alcun aiuto; e non è proprio così che agiscono i
detrattori del simbolismo? E inoltre se il viaggio è lungo e faticoso, benché
non vi sia mai un’impossibilità assoluta di farlo a piedi, può ugualmente
esserci una vera e propria impossibilità pratica di venirne a capo. Così è dei
riti e dei simboli: essi non sono necessari di una necessità assoluta, ma lo
sono in certo modo di una necessità di convenienza, tenendo presenti le condizioni
della natura umana.
Ma non basta considerare il simbolismo dal lato umano come abbiamo fatto
sin qui; conviene, per penetrarne tutta la portata, esaminarlo anche dal lato
divino, se è lecito esprimersi così. Già se si constata che il simbolismo trova
il suo fondamento nella natura stessa degli esseri e delle cose, che esso è in
perfetta conformità con le leggi di questa natura, e se si riflette che le
leggi naturali non sono, in fondo, che un’espressione e come
un’esteriorizzazione della Volontà divina, tutto ciò non autorizza forse ad
affermare che il simbolismo è di origine “non umana”,
22 Simboli della Scienza
sacra
come dicono gli Indù, o, in altri termini, che il suo principio risale più
lontano e più in alto dell’umanità?
Non senza ragione si sono potute richiamare, a proposito di simbolismo, le
prime parole del Vangelo di san Giovanni: «In principio era il Verbo». Il
Verbo, il Logos, è a un tempo Pensiero e Parola: in sé, è l’Intelletto
divino, che è il “luogo dei possibili”; in rapporto a noi, si manifesta e si
esprime per mezzo della Creazione, in cui si realizzano nell’esistenza attuale
alcuni di questi stessi possibili che, in quanto essenze, sono contenuti in Lui
da tutta l’eternità. La Creazione è l’opera del Verbo; essa è anche, e proprio
per questo, la sua manifestazione, la sua affermazione esteriore; ed è per ciò
che il mondo è come un linguaggio divino per coloro che sanno comprenderlo: Caeli
enarrant gloriam Dei (Salmi, XIX, 2). Il filosofo Berkeley non aveva
dunque torto quando diceva che il mondo è «il linguaggio che lo Spirito
infinito parla agli spiriti finiti»; ma aveva torto a credere che tale
linguaggio sia solo un insieme di segni arbitrari, mentre in realtà non c’è
niente di arbitrario neppure nel linguaggio umano, dovendo ogni significazione
avere all’origine il suo fondamento in qualche convenienza o armonia naturale
fra il segno e la cosa significata. Appunto perché Adamo aveva ricevuto da Dio
la conoscenza della natura di tutti gli esseri viventi, egli poté nominarli (Genesi,
II, 19-20); e tutte le tradizioni antiche concordano nell’insegnare che il vero
nome di un essere non è che una sola cosa con la sua natura o la sua stessa
essenza.
Se il Verbo è Pensiero all’interno e Parola all’esterno, e se il mondo è
l’effetto della Parola divina proferita all’origine dei tempi, la natura stessa
può esser presa come simbolo della realtà soprannaturale. Tutto ciò che è,
sotto qualsiasi modalità si trovi, avendo il suo principio nell’Intelletto
divino, traduce o rappresenta questo principio secondo la sua maniera e secondo
il suo ordine d’esistenza; e, così, da un ordine all’altro, tutte le cose si
concatenano e si corrispondono per concorrere all’armonia universale e totale,
che è come un riflesso dell’Unità divina stessa. Tale corrispondenza è il vero
fondamento del simbolismo ed è per ciò che le leggi di un ambito inferiore
possono sempre esser prese per simboleggiare le realtà d’un ordine superiore,
ove esse hanno la loro ragione profonda, che è nello stesso tempo il loro
principio e la loro fine. Segnaliamo in questa occasione l’errore delle moderne
interpretazioni “naturalistiche” delle antiche dottrine tradizionali,
interpretazioni che semplicemente rovesciano la gerarchia dei rapporti fra i
diversi ordini di realtà: ad esempio, i simboli o i miti non hanno mai avuto il
compito di rappresentare il movimento degli astri, ma la verità è che vi si
trovano
Il Verbo e il Simbolo 23
spesso delle figure ispirate a esso e destinate a esprimere analogicamente
tutt’altra cosa, poiché le leggi di tale movimento traducono fisicamente i
principi metafisici da cui dipendono. L’inferiore può simboleggiare il
superiore, ma l’inverso è impossibile; d’altronde, se il simbolo non fosse più
prossimo all’ordine sensibile di ciò che rappresenta, in che modo potrebbe
svolgere la funzione alla quale è destinato? Nella natura, il sensibile può
simboleggiare il soprasensibile; l’intero ordine naturale può, a sua volta,
essere un simbolo dell’ordine divino; e, d’altra parte, se si considera più
particolarmente l’uomo, non è legittimo dire che egli stesso è un simbolo per
il fatto che è «creato a immagine di Dio» (Genesi, I, 26-27)?
Aggiungiamo ancora che la natura acquista tutto il suo significato solo quando
si considera che essa fornisce un mezzo per elevarsi alla conoscenza delle
verità divine, che è precisamente anche il compito essenziale che abbiamo
riconosciuto al simbolismo.1
Queste considerazioni potrebbero essere sviluppate quasi indefinitamente;
ma preferiamo lasciare a ciascuno la cura di farlo con uno sforzo di
riflessione personale, poiché nulla potrebbe esser più proficuo; come i simboli
che ne sono l’argomento, queste note devono soltanto essere un punto di
partenza per la meditazione. Le parole, d’altronde, possono rendere solo assai
imperfettamente ciò di cui trattiamo; nondimeno, c’è ancora un aspetto della
questione, e non dei meno importanti, che cercheremo di far comprendere o
almeno intuire dando una breve indicazione.
Il Verbo divino si esprime nella Creazione, dicevamo, e questo è
paragonabile, analogicamente e fatte le dovute proporzioni, al pensiero che si
esprime nelle forme (non c’è più motivo qui di fare una distinzione fra il
linguaggio e i simboli propriamente detti) che lo velano e lo manifestano a un
tempo. La Rivelazione primordiale, opera del Verbo come la Creazione,
s’incorpora, per così dire, anch’essa nei simboli che si sono trasmessi di
epoca in epoca a partire dalle origini dell’umanità; e tale processo è ancora
una volta analogo, nel suo ordine, a quello della Creazione stessa. D’altra
parte, non si può vedere, in questa incorporazione simbolica della tradizione
“non umana”, una sorta d’immagine anticipata, di “prefigurazione”
dell’Incarnazione del Verbo? E questo
1. Non è forse inutile far
osservare che questo punto di vista, secondo il quale la natura è considerata
come un simbolo del soprannaturale, non è assolutamente nuovo, ed è stato
adottato assai correntemente nel Medioevo; è stato segnatamente quello della
scuola francescana, e in particolare di san Bonaventura. Notiamo anche che
l’analogia, nel senso tomistico della parola, che permette di risalire dalla
conoscenza delle creature a quella di Dio, non è altro che un modo di
espressione simbolica basato sulla corrispondenza dell’ordine naturale con il
soprannaturale.
24 Simboli della Scienza
sacra
non permette anche di percepire, in una certa misura, il misterioso
rapporto esistente fra la Creazione e l’Incarnazione che ne è il coronamento?
Termineremo con un’ultima osservazione relativa all’importanza del simbolo
universale del Cuore e più particolarmente della forma che esso riveste nella
tradizione cristiana, quella del Sacro Cuore. Se il simbolismo è nella sua
essenza strettamente conforme al “piano divino”, e se il Sacro Cuore è il
centro dell’essere, realmente e simbolicamente insieme, questo simbolo del
Cuore, in se stesso o nei suoi equivalenti, deve occupare in tutte le dottrine
derivate più o meno direttamente dalla tradizione primordiale, un posto
propriamente centrale; è quello che cercheremo di mostrare in alcuni degli
studi che seguono.
3. Il Sacro Cuore e la leggenda
del Santo Graal
Nel suo articolo Iconographie ancienne du Cœur de Jésus,
Charbonneau-Lassay segnala molto giustamente, in collegamento con quella che si
potrebbe chiamare la “preistoria del Cuore eucaristico di Gesù”, la leggenda
del Santo Graal, scritta nel secolo XII, ma assai anteriore per le sue origini,
poiché essa è in realtà un adattamento cristiano di antichissime tradizioni
celtiche. L’idea di questo accostamento ci era già venuta in occasione
dell’articolo precedente, estremamente interessante dal punto di vista in cui
ci poniamo, intitolato Le Cœur humain et la notion du Cœur de Dieu dans la
religion de l’ancienne Égypte, di cui richiameremo il brano seguente: «Nei
geroglifici, scrittura sacra ove spesso l’immagine della cosa rappresenta la
parola stessa che la designa, il cuore fu nondimeno raffigurato con un solo
emblema: il vaso. Il cuore dell’uomo non è infatti il vaso in cui la sua
vita si elabora continuamente con il suo sangue?». Appunto il vaso, preso come
simbolo del cuore e che si sostituisce a esso nell’ideografia egiziana, ci
aveva fatto pensare immediatamente al Santo Graal, tanto più che in
quest’ultimo, oltre al senso generale del simbolo (considerato d’altronde nello
stesso tempo sotto i suoi due aspetti divino e umano), vediamo ancora una
relazione speciale e assai più diretta con il Cuore medesimo di Cristo.
Effettivamente, il Santo Graal è la coppa che contiene il prezioso sangue
di Cristo, e lo contiene addirittura due volte, poiché essa servì dapprima alla
Cena, e in seguito Giuseppe d’Arimatea vi raccolse il sangue e l’acqua che
sgorgavano dalla ferita aperta dalla lancia del centurione nel fianco del
Redentore. Questa coppa si sostituisce dunque in qualche modo al Cuore di
Cristo come ricettacolo del suo sangue, ne prende per così dire il posto e ne
diviene come un equivalente simbolico; e non è ancor più notevole, in queste
condizioni, che il vaso sia già stato anticamente un emblema del cuore?
D’altronde, la coppa, sotto una forma o sotto un’altra, svolge, al pari del
cuore stesso, un ruolo assai importante in molte tradizioni antiche; e senza
dubbio era così in particolare presso i Celti, giacché da essi è venuto ciò che
costituì il fondo stesso o almeno la trama della leggenda del Santo Graal. È
increscioso che non si possa sapere con molta precisione qual era la forma di
questa tradizione anteriormente al cristianesimo, come succede del resto per
tutto ciò che concerne le dottrine celtiche, per le quali l’insegnamento orale
fu sempre l’unico modo di trasmissione usato; ma vi è d’altra parte una
sufficiente concordanza perché si possa almeno essere informati
26 Simboli della Scienza
sacra
sul senso dei principali simboli che vi figuravano, e questo è in fondo
quel che c’è di più essenziale.
Ma torniamo alla leggenda sotto la forma in cui ci è pervenuta; quel che
dice dell’origine stessa del Graal è assai degno di attenzione: questa coppa
sarebbe stata intagliata dagli angeli in uno smeraldo staccatosi dalla fronte
di Lucifero al momento della sua caduta. Tale smeraldo richiama in modo
sorprendente l’urnâ, la perla frontale che, nell’iconografia indù,
occupa spesso il posto del terzo occhio di Shiva, rappresentando quel
che si può chiamare il “senso dell’eternità”. Questo accostamento ci sembra più
adatto di qualsiasi altro a illuminare perfettamente il simbolismo del Graal; e
si può persino cogliervi una relazione di più con il cuore, che è, per la
tradizione indù come per molte altre, ma forse più chiaramente ancora, il
centro dell’essere integrale, e al quale, di conseguenza, tale “senso
dell’eternità” dev’essere direttamente ricollegato.
È detto poi che il Graal fu affidato ad Adamo nel Paradiso terrestre, ma
che, alla sua caduta, Adamo lo perse a sua volta, dal momento che non poté
portarlo con sé quando fu cacciato dall’Eden; e anche questo diventa assai
chiaro con il senso che abbiamo appena indicato. L’uomo, allontanato dal suo
centro originale dalla propria colpa, si trovava ormai rinchiuso nella sfera
temporale; non poteva più raggiungere il punto unico da cui tutte le cose sono
contemplate sotto l’aspetto dell’eternità. Il Paradiso terrestre, infatti, era
veramente il “Centro del Mondo”, dovunque assimilato simbolicamente al Cuore
divino; e non si può dire che Adamo, finché fu nell’Eden, viveva realmente nel
Cuore di Dio?
Quanto segue è, più enigmatico: Seth ottenne di rientrare nel Paradiso
terrestre e poté così recuperare il prezioso vaso; ora, Seth è una delle figure
del Redentore, tanto più che il suo stesso nome esprime le idee di fondamento,
di stabilità, e annuncia in qualche modo la restaurazione dell’ordine
primordiale distrutto dalla caduta dell’uomo. C’era dunque fin da allora almeno
una restaurazione parziale, nel senso che Seth e quelli che dopo di lui
possedettero il Graal potevano per ciò stesso istituire, da qualche parte sulla
terra, un centro spirituale che era come un’immagine del Paradiso perduto. La
leggenda, d’altronde, non dice dove né da chi il Graal fu conservato fino
all’epoca di Cristo, né come fu assicurata la sua trasmissione, ma l’origine
celtica che le si riconosce deve probabilmente lasciar intendere che i druidi
vi ebbero parte e devono essere annoverati fra i conservatori regolari della
tradizione primordiale. In ogni caso, non sembra che si possa mettere in dubbio
l’esistenza di un tale centro spirituale, o anche di parecchi, simultaneamente
o successivamente,
Il Sacro Cuore e la leggenda del
Santo Graal 27
qualunque cosa si debba pensare della loro localizzazione; quel ch’è da
notare è che si applicò sempre e dappertutto a questi centri, tra le altre
designazioni, quella di “Cuore del Mondo”, e che, in tutte le tradizioni, le
descrizioni che a essi si riferiscono sono basate su un identico simbolismo,
che è possibile seguire fin nei particolari più precisi. Questo non mostra
forse a sufficienza che il Graal, o ciò che viene così rappresentato, aveva
già, anteriormente al cristianesimo, anzi in ogni tempo, un legame fra i più
stretti con il Cuore divino e con l’Emmanuel, vogliamo dire con la
manifestazione, virtuale o reale a seconda delle epoche, ma sempre presente,
del Verbo eterno nel seno dell’umanità terrestre?
Dopo la morte di Cristo, il Santo Graal fu, secondo la leggenda,
trasportato in Gran Bretagna da Giuseppe d’Arimatea e da Nicodemo; comincia
allora a svolgersi la storia dei Cavalieri della Tavola rotonda e delle loro
imprese, che non intendiamo seguire qui. La Tavola rotonda era destinata a
ricevere il Graal quando uno dei cavalieri fosse riuscito a conquistarlo e
l’avesse portato dalla Gran Bretagna in Armorica; e questa tavola è anch’essa
un simbolo verisimilmente antichissimo, uno di quelli che furono associati
all’idea dei centri spirituali a cui abbiamo appena alluso. La forma circolare
della tavola è d’altronde legata al “ciclo zodiacale” (ancora un simbolo che
meriterebbe di essere studiato più specificamente) per la presenza attorno a
essa di dodici personaggi principali, particolarità che si ritrova nella
costituzione di tutti i centri in questione. Stando così le cose, non si può
forse vedere nel numero dei dodici Apostoli una traccia, fra moltissime altre,
della perfetta conformità del cristianesimo alla tradizione primordiale, alla
quale il nome di “precristianesimo” converrebbe tanto esattamente? E, d’altra
parte, a proposito della Tavola rotonda, abbiamo osservato una strana
concordanza nelle rivelazioni simboliche fatte a Marie de Vallées,1
ove è menzionata «una tavola rotonda di diaspro, che rappresenta il Cuore di
Nostro Signore», nello stesso tempo in cui si tratta di «un giardino che è il
Santo Sacramento dell’altare», e che, con le sue «quattro fontane d’acqua
viva», si identifica misteriosamente al Paradiso terrestre; non è ancora una
conferma abbastanza sorprendente e inattesa dei rapporti che segnalavamo sopra?
Naturalmente, queste note troppo rapide non potrebbero avere la pretesa di
costituire uno studio completo su una questione così poco conosciuta; dobbiamo
limitarci per il momento a fornire
1. Si veda «Regnabit»,
novembre 1924.
28 Simboli della Scienza
sacra
delle semplici indicazioni, e ci rendiamo ben conto che vi si trovano delle
considerazioni suscettibili, sulle prime, di sorprendere un poco coloro che non
sono familiarizzati con le tradizioni antiche e con i loro consueti modi
d’espressione simbolica; ma ci riserviamo di svilupparli e giustificarli più
ampiamente in seguito, in articoli in cui.pensiamo di poter affrontare anche
molti altri punti non meno degni d’interesse.
Intanto menzioneremo ancora, per quel che concerne la leggenda del Santo
Graal, una strana complicazione di cui non abbiamo tenuto conto fin qui: per
una di quelle assimilazioni verbali che svolgono spesso nel simbolismo un ruolo
non trascurabile, e che d’altronde hanno forse ragioni più profonde di quanto
ci s’immaginerebbe a prima vista, il Graal è a un tempo un vaso (grasale)
e un libro (gradale o graduale). In alcune versioni, i due sensi
si trovano anche strettamente collegati, poiché il libro diviene allora
un’iscrizione tracciata da Cristo o da un angelo sulla coppa stessa. Non
intendiamo attualmente trarre da ciò alcuna conclusione, benché vi siano dei
collegamenti facili a stabilirsi con il “Libro della Vita” e con certi elementi
del simbolismo apocalittico.
Aggiungiamo che la leggenda associa al Graal altri oggetti, e in
particolare una lancia, che, nell’adattamento cristiano, non è altro che la
lancia del centurione Longino; ma quel che è assai curioso è la preesistenza di
questa lancia o di qualche suo equivalente come simbolo in qualche modo
complementare alla coppa nelle tradizioni antiche. D’altra parte, presso i
Greci, si riteneva che la lancia d’Achille guarisse le ferite che causava; la
leggenda medioevale attribuisce precisamente la stessa virtù alla lancia della
Passione. E questo ci richiama un’altra somiglianza dello stesso genere: nel
mito di Adone (il cui nome, del resto, significa “il Signore”), allorché l’eroe
viene colpito mortalmente dal grifo di un cinghiale (che sostituisce qui la
lancia), il suo sangue, spandendosi a terra, fa nascere un fiore; ora,
Charbonneau in «Regnabit»2 ha segnalato «un ferro da ostie, del
secolo XII, dove si vede il sangue delle piaghe del Crocifisso cadere in
goccioline che si trasformano in rose, e la vetrata del secolo XIII della
cattedrale d’Angers in cui il sangue divino, che cola in ruscelli, sboccia pure
sotto forma di rose». Avremo fra poco da riparlare del simbolismo floreale,
considerato sotto un profilo un poco differente; ma, quale che sia la
molteplicità di sensi che presentano quasi tutti i simboli, tutto ciò si
completa e si armonizza perfettamente, e questa stessa molteplicità, lungi
dall’essere
2. Si veda «Regnabit»,
gennaio 1925.
Il Sacro Cuore e la leggenda del
Santo Graal 29
un inconveniente o un difetto, è, al contrario, per chi sa comprenderla,
uno dei vantaggi principali di un linguaggio assai meno strettamente limitato
del linguaggio ordinario.
Per concludere queste note,, indicheremo alcuni simboli che, in varie
tradizioni, si sostituiscono talora a quello della coppa, e gli sono identici
nel fondo; ciò non significa uscire dal nostro tema, dal momento che il Graal
stesso, come si può facilmente rendersi conto da tutto quanto abbiamo detto,
non ha all’origine altro significato se non quello che ha il vaso sacro
dovunque lo si incontri, e che ha in particolare, in Oriente, la coppa
sacrificale contenente il Soma vêdico (o lo Haoma mazdeo),
straordinaria “prefigurazione” eucaristica sulla quale torneremo forse in altra
occasione. Ciò che il Soma raffigura propriamente, è la “bevanda
d’immortalità” (l’Amritâ degli Indù, l’Ambrosia dei Greci, due
parole etimologicamente simili), che conferisce o restituisce, a coloro che la
accolgono con le disposizioni richieste, quel “senso dell’eternità” di cui s’è
trattato precedentemente.
Uno dei simboli di cui vogliamo parlare è il triangolo con la punta diretta
verso il basso; è una specie di rappresentazione schematica della coppa
sacrificale, e lo si trova a questo titolo in certi yantra o simboli
geometrici dell’India. D’altra parte, è assai degno di nota dal nostro punto di
vista il fatto che la medesima figura sia anche un simbolo del cuore, di cui
riproduce d’altronde la forma semplificandola; il “triangolo del cuore” è
un’espressione corrente nelle tradizioni orientali. Questo ci porta a
un’osservazione che ha anch’essa il suo interesse: e cioè che la raffigurazione
del cuore inscritto in un triangolo così disposto non ha in sé nulla che non
sia assolutamente legittimo, si tratti del cuore umano o del Cuore divino, e
che essa è pure abbastanza significativa quando la si riferisce agli emblemi
usati da certo ermetismo cristiano del Medioevo, le cui intenzioni furono
sempre pienamente ortodosse. Se si è voluto talvolta, nei tempi moderni,
attribuire a una tale rappresentazione un senso blasfemo, ciò si deve al fatto
che è stato alterato, coscientemente o no, il significato originario dei
simboli, fino a capovolgere il loro valore normale; è un fenomeno questo di cui
si potrebbero citare numerosi esempi, e che trova d’altronde la sua spiegazione
nel fatto che certi simboli sono effettivamente suscettibili di una doppia
interpretazione e hanno quasi due facce opposte. Il serpente, per esempio, e
anche il leone, non significano ugualmente, secondo i casi, il Cristo e Satana?
Non possiamo pensare di esporre qui a questo proposito una teoria generale che
ci condurrebbe assai lontano; ma si comprenderà che vi è in ciò qualcosa che
rende molto delicato l’uso dei simboli, e anche che questo punto richiede
un’attenzione
30 Simboli della Scienza
sacra
tutta speciale allorché si tratta di scoprire il senso reale di certi
emblemi e di tradurli correttamente.
Un altro simbolo che equivale frequentemente a quello della coppa, è un
simbolo floreale: il fiore, infatti, non evoca forse con la sua forma l’idea di
un “ricettacolo”, e non si parla del “calice” di un fiore? In Oriente, il fiore
simbolico per eccellenza è il loto; in Occidente, è più spesso la rosa a
svolgere l’identico ruolo. Non vogliamo dire, beninteso, che tale sia l’unico
significato di quest’ultima, come pure del loto, dato che, al contrario, ne
indicavamo noi stessi un altro in precedenza; ma lo vedremmo volentieri nel
disegno ricamato su quella cartagloria dell’abbazia di Fontevrault dove la rosa
è collocata ai piedi d’una lancia lungo la quale piovono gocce di sangue.
Questa rosa vi appare associata alla lancia, esattamente come lo è altrove la
coppa, e sembra proprio raccogliere le gocce di sangue piuttosto che provenire
dalla trasformazione di una di esse; ma, del resto, i due significati si
completano molto più di quanto non si oppongano, dal momento che le gocce,
cadendo sulla rosa, la vivificano e la fanno sbocciare. È la “rugiada celeste”,
secondo la figura così spesso impiegata in relazione all’idea della Redenzione,
o alle idee connesse di rigenerazione e di resurrezione; ma pure questo
richiederebbe lunghe spiegazioni, quand’anche ci limitassimo a mettere in
rilievo la concordanza delle diverse tradizioni riguardo a quest’altro simbolo.
D’altra parte, poiché è stato fatto riferimento alla Rosa-Croce a proposito
del sigillo di Lutero, diremo che quest’emblema ermetico fu dapprima
specificamente cristiano, quali che siano le false interpretazioni più o meno
“naturalistiche” che ne sono state date a partire dal secolo XVIII; e non è
forse degno di nota che la rosa vi occupi, al centro della croce, proprio il
posto del Sacro Cuore? Al di fuori delle rappresentazioni in cui le cinque
piaghe del Crocifisso sono raffigurate da altrettante rose, la rosa centrale,
quand’è sola, può benissimo identificarsi con il Cuore stesso, con il vaso che
contiene il sangue, che è il centro della vita e anche il centro dell’essere
intero.
C’è ancora almeno un altro equivalente simbolico della coppa: è la falce
lunare; ma questa, per essere convenientemente spiegata, esigerebbe degli
sviluppi del tutto estranei al tema del presente studio; la menzioneremo
soltanto per non trascurare totalmente nessun lato della questione.
Da tutti i collegamenti che abbiamo appena segnalato, trarremo già una
conseguenza che speriamo di poter rendere ancora più manifesta in seguito:
quando si trovano dappertutto concordanze tali, non vi è forse più che un
semplice indizio dell’esistenza di una tradizione primordiale?
Il Sacro Cuore e la leggenda del
Santo Graal 31
E come spiegare che, la maggior parte delle volte, coloro stessi che si
credono obbligati ad ammettere in teoria questa tradizione primordiale non vi
pensano più in seguito e ragionano di fatto esattamente come se essa non fosse
mai esistita, o almeno come se nulla se ne fosse conservato nel corso dei
secoli? Se si vuol riflettere bene a quel che c’è di anormale in un simile
atteggiamento, si sarà forse meno disposti a meravigliarsi di certe
considerazioni che, in verità, sembrano strane solo in virtù delle abitudini
mentali proprie alla nostra epoca. D’altronde, basta cercare un po’, a
condizione di non avere in ciò alcun partito preso, per scoprire da ogni parte
le tracce di questa unità dottrinale essenziale, la cui coscienza ha potuto
talora oscurarsi nell’umanità, ma che non è mai scomparsa interamente; e, mano
a mano che si procede in questa ricerca, i punti di confronto si moltiplicano
quasi da soli e nuove prove appaiono a ogni istante; certo, il Quaerite et
invenietis del Vangelo non è parola vana.
addendum
Teniamo a dire qualche parola circa un’obiezione che ci è stata rivolta a
proposito dei rapporti da noi esaminati fra il Santo Graal e il Sacro Cuore,
per quanto, a dire il vero, la risposta che a essa è stata già data ci sembri
pienamente soddisfacente.
Poco importa, infatti,, che Chrétien de Troyes e Robert de Boron non
abbiano visto, nell’antica leggenda di cui non sono stati che gli adattatori,
tutto il significato che vi era contenuto; tale significato vi si trovava
nondimeno realmente, e noi pretendiamo di non aver fatto altro che renderlo
esplicito, senza introdurre alcunché di “moderno” nella nostra interpretazione.
Del resto, è assai difficile dire con esattezza che cosa gli scrittori del
secolo XII vedessero o non vedessero nella leggenda; e, dato che essi non
svolgevano in definitiva che un semplice ruolo di “trasmettitori”, riconosciamo
molto volentieri che non dovevano probabilmente vedervi tutto ciò che vi
vedevano i loro ispiratori, vogliamo dire i veri e propri detentori della
dottrina tradizionale.
D’altra parte, per ciò che riguarda i Celti, abbiamo procurato di ricordare
quali precauzioni s’impongano allorché si vuol parlarne, in assenza di ogni
documento scritto, ma perché si dovrebbe supporre, a dispetto degli indizi
contrari che malgrado tutto abbiamo, che essi siano stati meno favoriti degli
altri popoli antichi? Ora, vediamo dappertutto, e non soltanto in Egitto,
l’assimilazione simbolica stabilita fra il cuore e la coppa o il vaso;
32 Simboli della Scienza
sacra
dappertutto il cuore è considerato come il centro dell’essere, centro a un
tempo divino e umano nelle molteplici applicazioni alle quali dà luogo;
dappertutto la coppa sacrificale rappresenta il Centro, o il Cuore del Mondo,
la “dimora dell’immortalità”;3 cosa occorre di più? Sappiamo bene
che la coppa e la lancia, o i loro equivalenti, hanno avuto anche altri
significati oltre a quelli da noi indicati, ma, senza attardarvisi, possiamo
dire che tutti questi significati, per quanto strani possano apparirne alcuni
agli occhi dei moderni, sono perfettamente concordanti fra di loro, ed
esprimono in realtà le applicazioni di uno stesso principio a ordini diversi,
secondo una legge di corrispondenza sulla quale si fonda l’armoniosa
molteplicità dei sensi inclusi in ogni simbolismo.
Ora, che non solo il Centro del Mondo s’identifichi effettivamente con il
Cuore di Cristo, ma che questa identità sia stata chiaramente indicata nelle
dottrine antiche, è quel che speriamo di poter mostrare in altri studi.
Evidentemente, l’espressione “Cuore di Cristo”, in questo caso, dev’essere
presa in un senso che non è precisamente quello che potremmo chiamare il senso
“storico”; ma bisogna dire ancora che i fatti storici medesimi, come tutto il
resto, traducono secondo il loro modo proprio le realtà superiori e si
conformano a quella legge di corrispondenza alla quale abbiamo appena alluso,
legge che sola permette di spiegarsi certe “prefigurazioni”. Si tratta, se si
vuole, del Cristo-principio, cioè del Verbo manifestato nel punto centrale
dell’Universo; ma chi oserebbe pretendere che il Verbo eterno e la sua
manifestazione storica, terrestre e umana, non sono realmente e sostanzialmente
un solo e medesimo Cristo, sotto due aspetti diversi? Tocchiamo qui ancora i
rapporti del temporale con l’intemporale; forse non conviene insistervi oltre,
poiché queste cose sono proprio di quelle che solo il simbolismo consente di
esprimere nella misura in cui sono esprimibili. In ogni caso, basta saper
leggere i simboli per trovarvi tutto ciò che vi troviamo noi; ma
disgraziatamente, soprattutto nell’epoca nostra, non tutti sanno leggerli.
3. Avremmo potuto
ricordare anche l’athanor ermetico, il vaso in cui si compie la “Grande
Opera”, e il cui nome, secondo alcuni, sarebbe derivato dal greco athanatos,
“immortale”; il fuoco invisibile che vi è perpetuamente mantenuto corrisponde
al calore vitale che risiede nel cuore. Avremmo potuto ugualmente stabilire dei
collegamenti con un altro simbolo molto diffuso, quello dell’uovo, che
significa risurrezione e immortalità, e sul quale avremo forse occasione di
ritornare. Segnaliamo d’altra parte, almeno a titolo di curiosità, che la coppa
dei Tarocchi (la cui origine è del resto assai misteriosa) è stata sostituita
dal cuore nelle carte da gioco ordinarie, il che è ancora un indizio
dell’equivalenza dei due simboli.
4. Il Santo Graal
Arthur Edward Waite ha pubblicato un’opera sulle leggende del Santo Graal,1
imponente per le dimensioni e per la mole di ricerche che rappresenta, nella
quale tutti coloro che s’interessano a questo problema potranno trovare
un’esposizione assai completa e metodica del contenuto dei molteplici testi che
vi si riferiscono, come pure delle varie teorie proposte per spiegare l’origine
e il significato di queste leggende molto complesse, talora anche
contraddittorie in alcuni dei loro elementi. Bisogna aggiungere che Waite non
ha inteso fare unicamente opera di erudizione, del che è giusto lodarlo,
giacché noi condividiamo il suo parere sullo scarso valore di ogni lavoro che
non vada oltre questo punto di vista, e il cui interesse non può essere insomma
che “documentario”; egli ha voluto far emergere, il senso reale e “interiore”
del simbolismo del Santo Graal e della queste (ricerca). Ci rincresce
però dire che tale aspetto della sua opera ci pare il meno soddisfacente; le
conclusioni alle quali giunge sono persino un po’ deludenti, soprattutto se si
pensa a tutta la fatica compiuta per pervenirvi; è su questo che vorremmo
formulare alcune osservazioni, che si ricollegheranno d’altronde in maniera del
tutto naturale a questioni da noi già trattate in altre occasioni.
Non è far torto a Waite, crediamo, il dire che la sua opera è un poco one-sighted;
dobbiamo tradurre con “parziale”? Non ,sarebbe forse rigorosamente esatto, e,
in ogni caso, non intendiamo con questo dire che lo sia di proposito; vi
sarebbe piuttosto in ciò qualcosa dell’errore così frequente in coloro che,
essendosi “specializzati” in un certo ordine di studi, sono portati a
ricondurvi tutto, o a trascurare quello che non vi si lascia ricondurre. Che la
leggenda del Graal sia cristiana non si può certo contestare, e Waite ha
ragione di affermarlo; ma questo impedisce necessariamente che essa sia nello
stesso tempo anche qualcos’altro? Coloro che hanno coscienza dell’unità
fondamentale di tutte le tradizioni non ravviseranno in questo alcuna
incompatibilità; ma sembra che Waite, per parte sua, voglia vedervi unicamente
ciò che è specificamente cristiano, imprigionandosi così in una forma
tradizionale particolare, i cui rapporti con le altre, e precisamente nel suo
aspetto “interiore”, sembrano pertanto sfuggirgli. Non è che egli neghi
l’esistenza di elementi d’altra provenienza, probabilmente anteriori al
cristianesimo, poiché sarebbe andare contro l’evidenza; ma riconosce a essi
solo una
1. The Holy Grail, its
Legends and Symbolism, Rider and Co., London. 1933.
34 Simboli della Scienza
sacra
ben mediocre importanza, e sembra considerarli come “accidentali”, come
venuti ad aggiungersi alla leggenda “da fuori”, e semplicemente per effetto
dell’ambiente in cui essa si è elaborata. Così questi elementi sono da lui
considerati dipendenti da quello che si è soliti chiamare il folklore,
non sempre in senso spregiativo, come potrebbe far supporre la parola stessa,
ma piuttosto per compiacere a una specie di “moda” della nostra epoca, e senza
mai rendersi conto delle intenzioni che vi si trovano implicate; forse non è
inutile insistere un poco su questo punto.
La concezione stessa di folklore, quale s’intende abitualmente,
poggia su un’idea radicalmente falsa, l’idea che vi siano delle “creazioni
popolari”, prodotti spontanei del popolo; e si vede subito lo stretto rapporto
di questo modo di vedere con i pregiudizi “democratici”. Come è stato detto
assai giustamente, «l’interesse profondo di tutte le tradizioni denominate
popolari risiede soprattutto nel fatto che esse non sono di origine popolare»;2
e aggiungeremo che, se si tratta, come avviene quasi sempre, di elementi
tradizionali nel vero senso della parola, per quanto deformati, impoveriti o
frammentari possano essere talvolta, e di cose dotate di un reale valore
simbolico, tutto ciò, ben lungi dall’essere di origine popolare, non è neppure
di origine umana. Quel che può essere popolare, è unicamente il fatto della
“sopravvivenza” quando tali elementi appartengono a forme tradizionali
scomparse; e, a questo riguardo, il termine folklore assume un senso
abbastanza vicino a quello di “paganesimo”, anche solo tenendo conto
dell’etimologia di quest’ultimo, e con in meno l’intenzione “polemica” e
ingiuriosa. Il popolo conserva così, senza comprenderli, i frantumi di
tradizioni antiche, risalenti a volte anche a un passato talmente lontano che
sarebbe impossibile determinarlo, e che ci si accontenta di riferire, per
questa ragione, all’ambito oscuro della “preistoria”; esso svolge in tal modo
la funzione di una specie di memoria collettiva più o meno “subconscia”, il cui
contenuto è manifestamente venuto da un’altra parte.3 Quel che può
sembrare più sorprendente è che, se si va al fondo delle cose, si constata che
gli elementi così conservati contengono soprattutto, sotto forme più o meno
velate, una quantità considerevole di dati d’ordine esoterico, vale a dire
precisamente quello che c’è di meno essenzialmente
2. Luc Benoist, La
Cuisine des Anges, une esthétique de la pensée, p. 74.
3. È questa una funzione
essenzialmente “lunare”, e occorre notare che, secondo l’astrologia, la massa
popolare corrisponde effettivamente alla luna, il che, nello stesso tempo,
indica bene il suo carattere puramente passivo, incapace di iniziativa o di spontaneità.
Il Santo Graal 35
popolare; e questo fatto suggerisce da solo una spiegazione che ci
limiteremo a indicare in poche parole. Quando una forma tradizionale è sul
punto di spegnersi, i suoi ultimi rappresentanti possono benissimo affidare
volontariamente alla memoria collettiva di cui abbiamo appena parlato ciò che
altrimenti si perderebbe irrimediabilmente; è insomma l’unico mezzo per salvare
quel che può essere in una certa misura salvato; e, nello stesso tempo,
l’incomprensione naturale della massa è una garanzia sufficiente che ciò che
possedeva un carattere esoterico non ne sarà per questo spogliato, ma permarrà,
come una sorta di testimonianza del passato, soltanto a beneficio di coloro
che, in altri tempi, saranno capaci di comprenderlo.
Detto questo, non vediamo perché si dovrebbe attribuire al folklore,
senza un esame più ampio, tutto ciò che appartiene a tradizioni diverse da
quella cristiana, e questa sola faccia eccezione; tale sembra essere
l’intenzione di Waite, allorché egli accetta questa denominazione per gli
elementi “precristiani”, e in particolare celtici, che si riscontrano nelle
leggende del Graal. Sotto questo profilo non vi sono forme tradizionali
privilegiate; la sola distinzione da fare è quella tra forme scomparse e forme
attualmente vive; e, di conseguenza, tutta la questione si ridurrebbe a sapere
se la tradizione celtica aveva realmente cessato di vivere quando presero forma
le leggende in questione. Il che è per lo meno contestabile: da una parte, tale
tradizione può essersi conservata più a lungo di quanto non si creda
ordinariamente, con una organizzazione più o meno nascosta, e, d’altra parte,
queste stesse leggende possono essere più antiche di quanto non pensino i
“critici”, non nel senso che vi siano stati necessariamente dei testi oggi
perduti, ai quali non crediamo molto più di Waite, ma nel senso che esse
possono esser state all’inizio oggetto di una trasmissione orale durata forse
parecchi secoli. Un fatto del genere è lungi dall’essere eccezionale. Noi vi vediamo,
per parte nostra, il segno di una “giunzione” tra due forme tradizionali, una
antica e l’altra allora nuova, la tradizione celtica e la tradizione cristiana,
giunzione per cui ciò che doveva essere conservato della prima fu in qualche
modo incorporato nella seconda, forse modificandosi in una certa misura, nella
sua forma esteriore, per adattamento e assimilazione, ma non certo
trasponendosi su un altro piano, come vorrebbe Waite, poiché vi sono delle
equivalenze fra tutte le tradizioni regolari; vi è dunque in ciò ben altro che
una semplice questione di “fonti”, nel senso in cui l’intendono gli eruditi.
Sarebbe forse difficile precisare esattamente il luogo e la data in cui si è
operata tale giunzione, ma questo non ha che un interesse secondario e quasi
unicamente storico; è d’altronde facile immaginare come
36 Simboli della Scienza
sacra
queste cose siano di quelle che non lasciano tracce nei “documenti”
scritti. Forse la “Chiesa celtica” o “culdea” merita, a questo proposito,
un’attenzione maggiore di quella che Waite sembra disposto ad accordarle; la
sua stessa denominazione potrebbe farlo intendere; e non c’è niente di
inverosimile nel fatto che si celasse dietro a essa qualcosa di appartenente a
un altro ordine, non più religioso, ma iniziatico, poiché, come tutto quello
che si riferisce ai legami esistenti fra le diverse tradizioni, gli argomenti
qui trattati rientrano necessariamente nell’ambito iniziatico o esoterico.
L’exoterismo, che sia religioso o no, non oltrepassa mai i limiti della forma
tradizionale alla quale appartiene in proprio; ciò che supera questi limiti non
può appartenere a una “Chiesa” come tale, ma quest’ultima può soltanto esserne
il “supporto” esteriore; è un’osservazione sulla quale avremo occasione di
ritornare in seguito.
Un’altra osservazione, concernente più in particolare il simbolismo,
s’impone ugualmente; ci sono simboli che sono comuni alle forme tradizionali
più diverse e più remote le une dalle altre, non in seguito a “prestiti” che,
in molti casi, sarebbero assolutamente impossibili, ma perché appartengono in
realtà alla tradizione primordiale da cui queste forme sono tutte derivate in
modo diretto o indiretto. Questo è precisamente il caso del vaso o della coppa;
perché ciò che vi si riferisce, dovrebbe essere solo folklore quando si
tratta di tradizioni “precristiane”, mentre, nel cristianesimo solo, esso
sarebbe un simbolo essenzialmente “eucaristico”?
Non sono qui da respingere le assimilazioni proposte da Burnouf o da altri,
bensì le interpretazioni “naturalistiche” che essi hanno voluto estendere al
cristianesimo come a tutto il resto, e che, in realtà, non sono valide in
nessun luogo. Bisognerebbe dunque far qui esattamente il contrario di quel che
fa Waite, il quale, fermandosi a spiegazioni esteriori e superficiali, che egli
accetta sulla fiducia finché non si tratta del cristianesimo, vede significati
radicalmente diversi e senza rapporto fra loro laddove non ci sono che gli
aspetti più o meno numerosi di uno stesso simbolo o delle sue varie
applicazioni; tutto sarebbe stato forse diverso se egli non ne fosse stato
impedito dalla sua idea preconcetta di una sorta di eterogeneità del
cristianesimo in rapporto alle altre tradizioni. Allo stesso modo, Waite
respinge molto giustamente, per quel che concerne la leggenda del Graal, le
teorie che si appellano a pretesi “dei della vegetazione”; ma è deplorevole che
egli sia molto meno chiaro riguardo ai misteri antichi, i quali pure non ebbero
mai nulla in comune con questo “naturalismo” d’invenzione tutta moderna; gli
“dei della vegetazione” e altre storie dello stesso genere sono esistiti
soltanto
Il Santo Graal 37
nell’immaginazione di Frazer e dei pari suoi, i cui intenti
antitradizionali sono peraltro fuori discussione.
In verità, sembra proprio che Waite sia stato anche più o meno influenzato
da un certo “evoluzionismo”; egli tradisce questa tendenza in particolare
quando dichiara che quel che importa non è tanto l’origine della leggenda
quanto l’ultimo stato al quale essa è pervenuta in seguito; ed egli sembra
credere che essa abbia dovuto necessariamente subire, nel suo cammino, una
specie di perfezionamento progressivo. In realtà, se si tratta di qualcosa che
ha un carattere veramente tradizionale, tutto deve trovarvisi al contrario fin
dall’inizio, e gli sviluppi ulteriori non fanno che renderlo più esplicito,
senza aggiunta di elementi nuovi e giunti dall’esterno.
Waite sembra ammettere una specie di “spiritualizzazione”, grazie alla
quale un significato superiore sarebbe potuto venire a innestarsi su qualcosa
che non lo comportava inizialmente; di fatto, è piuttosto l’inverso che si
verifica in genere; e questo ricorda un po’ troppo le vedute profane degli
“storici delle religioni”. Troviamo, a proposito dell’alchimia, un esempio
assai sorprendente di questa specie di rovesciamento: Waite pensa che
l’alchimia materiale abbia preceduto l’alchimia spirituale, e che quest’ultima
abbia fatto la sua apparizione solo con Khunrath e Jacob Boehme; se egli
conoscesse alcuni trattati arabi di molto anteriori a questi autori, sarebbe
costretto, anche attenendosi ai documenti scritti, a modificare la propria
opinione; e inoltre, dal momento che egli riconosce che il linguaggio usato è
lo stesso in entrambi, i casi, potremmo chiedergli come può essere sicuro che,
in questo o quel testo, si tratti solamente di operazioni materiali. La verità
è che non si è sempre provato il bisogno di dichiarare espressamente che si
trattava d’altro, che al contrario doveva proprio esser velato dal simbolismo a
cui si ricorreva; e, se è successo in seguito che qualcuno l’abbia dichiarato,
è stato soprattutto in presenza di degenerazioni dovute al fatto che vi erano
allora persone le quali, all’oscuro del valore dei simboli, prendevano tutto
alla lettera e in un senso esclusivamente materiale: erano i “soffiatori”,
precursori della chimica moderna. Pensare che un nuovo significato possa essere
attribuito a un simbolo che non lo possedeva in se stesso, equivale quasi a
negare il simbolismo, poiché significa farne qualcosa di artificiale, se non di
interamente arbitrario, e in ogni caso di puramente umano; e, in quest’ordine
di idee, Waite giunge sino a dire che ciascuno trova in un simbolo quel che vi
mette lui stesso, al punto che il suo significato muterebbe di pari passo con
la mentalità di ogni epoca; noi riconosciamo in tutto ciò le teorie
38 Simboli della Scienza
sacra
“psicologiche” care a parecchi nostri contemporanei: non avevamo ragione di
parlare di “evoluzionismo”?
L’abbiamo detto spesso, e non lo ripeteremo mai abbastanza: ogni vero
simbolo porta in sé i suoi molteplici significati, e questo fin dall’origine,
poiché esso non è costituito come tale in virtù di una convenzione umana, ma in
virtù della “legge di corrispondenza” che lega tutti i mondi fra di loro; il
fatto che, mentre alcuni vedono questi significati, altri non li vedano o non
ne vedano che una parte, non toglie che essi vi siano nondimeno realmente
contenuti, e l’“orizzonte intellettuale” di ciascuno costituisce tutta la
differenza; il simbolismo è una scienza esatta, e non una fantasticheria in cui
le fantasie individuali possano aver libero corso.
Non crediamo dunque, in quest’ordine di cose, alle “invenzioni dei poeti”,
alle quali Waite sembra disposto a concedere largo spazio; tali invenzioni,
lungi dal toccare l’essenziale, non fanno che dissimularlo; volontariamente o
no, avvolgendolo con le apparenze ingannatrici di una “finzione” qualunque; e
talora lo dissimulano anche troppo bene, giacché, quando si fanno troppo
invadenti, finisce per diventare quasi impossibile scoprire il senso profondo e
originale; non è forse così,che, nell’antica Grecia, il simbolismo degenerò in
“mitologia”? Questo pericolo è da temere soprattutto quando il poeta stesso non
ha coscienza del reale valore dei simboli, poiché è evidente che il caso si può
presentare; l’apologo dell’“asino che porta le reliquie” si applica qui come a
molte altre cose; e il poeta, allora, svolgerà insomma un ruolo analogo a
quello del popolo profano che conserva e trasmette a propria insaputa dei dati
iniziatici, come dicevamo prima. La questione si pone qui in modo del tutto
particolare: gli autori dei romanzi del Graal rientrarono in questo caso, o, al
contrario, furono coscienti, chi più chi meno, del significato profondo di ciò
che esprimevano? Non è certo facile rispondere con certezza, poiché, anche qui,
le apparenze possono illudere: in presenza di un miscuglio di elementi
insignificanti o incoerenti, si è tentati di pensare che l’autore non sapesse
di cosa parlava; tuttavia, non è necessariamente così, poiché è spesso avvenuto
che le oscurità e persino le contraddizioni fossero perfettamente volute, e che
i particolari inutili avessero espressamente il fine di disorientare
l’attenzione dei profani, allo stesso modo in cui un simbolo può essere
dissimulato intenzionalmente in un motivo ornamentale più o meno complicato;
soprattutto nel Medioevo, gli esempi di questo genere abbondano, non fosse che
in Dante e nei “Fedeli d’Amore”. Il fatto che il senso superiore sia meno
trasparente in Chrétien de Troyes, ad esempio, che non in Robert de Boron, non
prova
Il Santo Graal 39
dunque necessariamente che il primo ne sia stato meno cosciente del
secondo; ancora meno se ne dovrebbe concludere che tale senso sia assente nei
suoi scritti, il che sarebbe un errore paragonabile a quello che consiste
nell’attribuire agli antichi alchimisti preoccupazioni di ordine unicamente
materiale, per la sola ragione che non hanno giudicato opportuno scrivere a
tutte lettere che la loro scienza era in realtà di natura spirituale.” In più,
la questione dell’“iniziazione” degli autori dei romanzi ha forse meno
importanza di quanto si potrebbe credere a prima vista, poiché, in ogni modo,
essa non cambia per nulla le apparenze sotto le quali il tema viene presentato;
dal momento che si tratta d’una “esteriorizzazione” di dati esoterici, ma che
non può essere considerata in nessuna maniera una “volgarizzazione”, è facile
capire che dev’essere così. Diremo di più: un profano può persino, per una tale
“esteriorizzazione”, esser servito da “portavoce” a una organizzazione
iniziatica, che l’avrà scelto a questo fine semplicemente per le sue qualità di
poeta o di scrittore, o per qualunque altra ragione contingente. Dante scriveva
con perfetta conoscenza di causa; Chrétien de Troyes, Robert de Boron e molti
altri furono probabilmente assai meno coscienti di quel che esprimevano, e
forse alcuni di loro non lo furono affatto; ma in fondo poco importa, poiché,
se c’era dietro a loro un’organizzazione iniziatica, di qualunque genere fosse,
il pericolo di una deformazione dovuta alla loro incomprensione riusciva per ciò
stesso scongiurato, potendo questa organizzazione guidarli costantemente senza
che essi lo sospettassero, sia per il tramite di alcuni suoi membri che gli
fornivano gli elementi da utilizzare, sia mediante suggerimenti o influenze di
un altro tipo, più sottili e meno “tangibili”, ma non per questo meno reali ed
efficaci. Non si stenterà a comprendere che tutto ciò non ha niente a che
vedere con la presunta “ispirazione” poetica, come la intendono i moderni, e
che non è altro in realtà se non immaginazione pura e semplice, e neppure con
la “letteratura”, nel senso profano della parola; e aggiungeremo subito che non
si tratta nemmeno di “misticismo”; ma quest’ultimo punto riguarda direttamente
altre questioni, che dobbiamo esaminare ora più specificamente.
Non ci pare dubbio che le origini della leggenda del Graal debbano essere
riferite alla trasmissione di elementi tradizionali,
4. Se Waite crede, come
sembra, che certe cose siano troppo “materiali” per essere compatibili con
l’esistenza di un significato superiore nei testi in cui s’incontrano, potremmo
chiedergli che cosa pensa, per esempio, di Rabelais o di Boccaccio.
40 Simboli della Scienza
sacra
di ordine iniziatico, dal druidismo al cristianesimo; essendosi operata
regolarmente questa trasmissione, qualunque ne siano state d’altronde le
modalità, tali elementi fecero da allora parte integrante dell’esoterismo
cristiano; siamo perfettamente d’accordo con Waite su questo secondo punto, ma
dobbiamo dire che il primo sembra essergli sfuggito. L’esistenza
dell’esoterismo cristiano nel Medioevo è una cosa assolutamente certa;
abbondano prove di ogni genere, e i dinieghi dovuti all’incomprensione moderna,
sia che provengano da partigiani o da avversari del cristianesimo, non provano
nulla contro questo fatto; abbiamo avuto abbastanza spesso occasione di parlare
di questo problema perché sia necessario insistervi qui. Ma anche tra coloro
che ammettono l’esistenza di tale esoterismo, ve ne sono parecchi i quali se ne
fanno un’idea più o meno inesatta, e questo ci pare essere anche il caso di
Waite, a giudicare dalle sue conclusioni; ci sono anche qui delle confusioni e
dei malintesi che occorre dissipare.
Anzitutto, si noti bene che diciamo “esoterismo cristiano” e non
“cristianesimo esoterico”; non si tratta infatti di una forma speciale di
cristianesimo, si tratta del lato “interiore” della tradizione cristiana; ed è
facile capire che vi è in questo più di una semplice sfumatura. Inoltre, quando
v’è modo di distinguere in una forma tradizionale due facce, una exoterica e
l’altra esoterica, deve restare inteso che esse non si riferiscono allo stesso
ambito, come d’altra parte non può esserci fra di loro né conflitto né
opposizione di sorta; in particolare, quando l’exoterismo assume il carattere
specificamente religioso, come nel nostro caso, l’esoterismo corrispondente,
pur stabilendovi la sua base e il suo supporto, non ha in se stesso niente a
che vedere con l’ambito religioso e si situa in un ordine totalmente diverso.
Ne consegue immediatamente che quest’esoterismo non può in alcun caso essere
rappresentato da “Chiese” o da “sette” qualsiasi, che, per definizione, sono
sempre religiose e dunque exoteriche; anche questo è un punto che abbiamo già
trattato in altre circostanze, e che ci basta dunque richiamare sommariamente.
Certe “sette” sono potute nascere da una confusione tra i due ambiti, e da una
erronea “esteriorizzazione” di dati esoterici mal compresi e male applicati; ma
le vere organizzazioni iniziatiche, che si mantengono strettamente sul loro
proprio terreno, rimangono per forza estranee a tali deviazioni, e la loro
stessa “regolarità” le costringe a riconoscere soltanto ciò che presenta un carattere
d’ortodossia, fosse pure nell’ordine exoterico. Tutto questo conferma che
coloro i quali vogliono riferire a delle “sette” quel che concerne l’esoterismo
o l’iniziazione, sbagliano strada e possono solo smarrirsi; non c’è alcun
bisogno di un più ampio esame per scartare ogni ipotesi di questo genere; e, se
si
Il Santo Graal 41
trovano in qualche “setta” elementi che sembrano essere di natura
esoterica, bisogna concludere, non che essi hanno avuto lì la loro origine, ma,
al contrario, che vi sono stati distorti dal loro vero significato.
Stando così le cose, alcune apparenti difficoltà risultano subito risolte,
o, per meglio dire, ci si accorge che non sussistono affatto: così, non c’è
motivo di chiedersi quale possa essere, in rapporto all’ortodossia cristiana
intesa nel senso consueto, la posizione di una linea di trasmissione al di
fuori della “successione apostolica”, come quella in questione in alcune
versioni della leggenda del Graal; se si tratta di una gerarchia iniziatica, la
gerarchia religiosa non potrebbe in alcun modo esser toccata dalla sua
esistenza, che d’altronde essa non deve conoscere “ufficialmente”, se così si
può dire, poiché essa stessa esercita una giurisdizione legittima soltanto
nell’ambito exoterico. Parimenti, quando si tratta di una formula segreta in
relazione con determinati riti, vi è una singolare ingenuità, diciamolo
francamente, a chiedersi se la perdita o l’omissione di questa formula rischi
di invalidare la celebrazione stessa della messa; la messa, in sé, è un rito
religioso, e quello invece è un rito iniziatico; ciascuno vale nel suo ordine,
e, anche se entrambi hanno in comune un carattere “eucaristico”, questo non
cambia nulla a tale distinzione essenziale, come il fatto che uno stesso
simbolo possa essere interpretato a un tempo dai due punti di vista exoterico
ed esoterico, non impedisce che essi siano interamente distinti e si
riferiscano ad ambiti totalmente diversi; quali che possano essere talora le
somiglianze esteriori, che si spiegano d’altronde con determinate
corrispondenze, la portata e lo scopo dei riti iniziatici sono del tutto
diversi da quelli dei riti religiosi. A maggior ragione, non si deve andare a
cercare se la formula misteriosa in questione non potrebbe essere identificata
con una formula in uso in questa o quella Chiesa avente un rituale più o meno
speciale; per prima cosa, finché si tratta di Chiese ortodosse, le varianti del
rituale sono del tutto secondarie e non possono in alcun modo vertere su
qualcosa d’essenziale; in secondo luogo, i diversi rituali non possono mai
essere altro che religiosi, e, come tali, perfettamente equivalenti, e la
considerazione dell’uno o dell’altro non ci avvicina ulteriormente al punto di
vista iniziatico; quante ricerche e discussioni inutili si eviterebbero se,
prima di tutto, si tenessero ben presenti i principi.
Ora, il fatto che gli scritti concernenti la leggenda del Graal siano
emanati, direttamente o indirettamente, da una organizzazione iniziatica, non
significa che costituiscano un rituale d’iniziazione, come certuni hanno
supposto abbastanza bizzarramente; ed è curioso notare che non si è mai
azzardata un’ipotesi del
42 Simboli della Scienza
sacra
genere, almeno per quanto ci risulta, per opere che tuttavia descrivono
assai più manifestamente un processo iniziatico, come La Divina Commedia
o Le Roman de la Rose; è del tutto evidente che gli scritti che
presentano un carattere esoterico non sono per questo dei rituali. Waite, che
respinge con buone ragioni tale supposizione, ne mette in risalto le
inverosimiglianze: tale è, segnatamente, il fatto che il preteso aspirante,
avrebbe una domanda da fare, invece di avere al contrario da rispondere alle
domande dell’iniziatore, come avviene generalmente; e potremmo aggiungere che
le divergenze esistenti fra le diverse versioni sono incompatibili con il
carattere di un rituale, che ha necessariamente una forma fissa e ben definita;
ma in che cosa tutto ciò impedisce che la leggenda si ricolleghi, a qualche
altro titolo, a quelli che Waite chiama Instituted Mysteries, e che noi
chiamiamo più semplicemente organizzazioni iniziatiche? Il fatto è che egli se
ne fa un’idea troppo limitata, e inesatta per più di un verso: da una parte,
sembra concepirle come qualcosa di quasi esclusivamente “cerimoniale”, il che,
notiamolo di sfuggita, è un modo di vedere abbastanza tipicamente anglosassone;
d’altra parte, seguendo un errore assai diffuso, sul quale abbiamo già avuto
molte occasioni di insistere, se le rappresenta più o meno come delle
“società”, mentre, se alcune di esse sono arrivate ad assumere tale forma, è
solo per effetto di una sorta di degenerazione affatto moderna. Egli ha senza
dubbio conosciuto, per esperienza diretta, un buon numero di queste
associazioni pseudo-iniziatiche che pullulano ai nostri giorni in Occidente, e
se pare esserne stato piuttosto deluso, è nondimeno rimasto, in un certo senso,
influenzato da quello che ha visto: vogliamo dire che, incapace di percepire
chiaramente la differenza tra l’iniziazione autentica e la pseudo-iniziazione,
egli attribuisce a torto alle vere e proprie organizzazioni iniziatiche
caratteri paragonabili a quelli delle contraffazioni con le quali s’è trovato
in contatto; e questo equivoco comporta anche altre conseguenze, che
interessano direttamente, come vedremo, le conclusioni positive del suo studio.
È evidente, infatti, che tutto quanto è d’ordine iniziatico non potrebbe in
alcun modo rientrare in una cornice così angusta come quella delle “società”
costituite alla maniera moderna; ma precisamente laddove Waite non trova più
nulla che somigli da vicino o da lontano alle sue “società”, egli si perde, e
giunge ad ammettere la supposizione fantastica di una iniziazione che possa
esistere al di fuori di ogni organizzazione e di ogni trasmissione regolare;
non possiamo far di meglio qui che rinviare agli studi che abbiamo
precedentemente dedicato a questo problema. Il fatto è che, al di fuori delle
dette “società”, egli non sembra vedere altra possibilità che quella d’una cosa
vaga e indefinita che egli
Il Santo Graal 43
chiama “Chiesa segreta” o “Chiesa interiore”, secondo espressioni desunte
da mistici come Eckartshausen e Lopukin, nelle quali la parola stessa “Chiesa”
indica che ci si trova in realtà ricondotti puramente e semplicemente al punto
di vista religioso, magari da qualcuna di quelle varietà più o meno aberranti
nelle quali il misticismo tende spontaneamente a svilupparsi dal momento in cui
sfugge al controllo di una ortodossia religiosa. Di fatto Waite è anch’egli fra
coloro, disgraziatamente così numerosi oggi, che, per diverse ragioni,
confondono misticismo con iniziazione; e giunge a parlare più o meno
indifferentemente dell’una o dell’altra di queste due cose, incompatibili fra
loro, come se fossero quasi sinonimi. Ciò che egli crede essere l’iniziazione si
risolve, in definitiva, in una semplice “esperienza mistica”; e ci domandiamo
persino se, in fondo, egli non concepisca questa “esperienza” come qualcosa di
“psicologico”, il che ci ricondurrebbe a un livello ancora inferiore a quello
del misticismo inteso in senso proprio, giacché i veri stati mistici sfuggono
già interamente all’ambito della psicologia, malgrado tutte le teorie moderne
del genere di quella il cui esponente più conosciuto è William James. Quanto
agli stati interiori la cui realizzazione dipende dall’ordine iniziatico, essi
non sono né stati psicologici né stati mistici; sono qualcosa di molto più
profondo, e, nello stesso tempo, non appartengono assolutamente a quel genere
di cose delle quali non si può dire né da dove vengano né cosa siano
esattamente, ma implicano al contrario una conoscenza esatta e una tecnica
precisa; qui la sentimentalità e l’immaginazione non hanno più la minima parte.
Trasporre le verità dell’ordine religioso nell’ordine iniziatico, non equivale
a dissolverle nelle nuvole di un “ideale” qualsiasi; equivale, al contrario, a
penetrarne il senso più profondo e più “positivo” al tempo stesso, allontanando
tutte le nubi che impediscono e limitano la vista intellettuale dell’umanità
ordinaria. A dire il vero, in una concezione come quella di Waite, non è di
trasposizione che si tratta, ma tutt’al più, se si vuole, di una specie di
prolungamento o di estensione in senso “orizzontale”, poiché tutto ciò che è
misticismo è incluso nell’ambito religioso e non va oltre; e, per andare
effettivamente oltre, occorre ben altro che l’aggregazione a una “Chiesa”
definita “interiore” soprattutto, a quel che pare, perché essa ha un’esistenza
semplicemente “ideale”, il che, tradotto in termini più chiari, equivale a dire
che essa non è, di fatto, che una organizzazione di sogno.
Qui non potrebbe certo trovarsi il “segreto del Santo Graal”, non più
d’altronde di qualunque altro segreto iniziatico reale; se si vuol sapere dove
si trova questo segreto, occorre riportarsi alla costituzione assai “positiva”
dei centri spirituali, come abbiamo
44 Simboli della Scienza
sacra
indicato abbastanza esplicitamente nel nostro studio sul Roi du Monde.
Ci limiteremo, a questo riguardo, a osservare che Waite tocca a volte argomenti
la cui portata sembra sfuggirgli: così gli succede di parlare, a diverse
riprese, di cose “sostituite”, che possono essere parole o oggetti simbolici;
ora, questo può riferirsi sia ai diversi centri secondari in quanto immagini o
riflessi del Centro supremo, sia alle fasi successive dell’“oscurazione” che si
produce gradualmente, in conformità con le leggi cicliche, nella manifestazione
di questi centri medesimi in rapporto al mondo esteriore. D’altronde, il primo
di questi due casi rientra in un certo modo nel secondo, poiché la costituzione
stessa dei centri secondari, corrispondenti alle forme tradizionali
particolari, qualunque esse siano, segna già un primo grado di oscurazione
rispetto alla tradizione primordiale; infatti, il Centro supremo, da quel
momento, non è più in contatto diretto con l’esterno e il legame è mantenuto
solo per il tramite di centri secondari. D’altra parte, se uno di questi ultimi
viene a scomparire, si può dire che è in qualche maniera riassorbito nel Centro
supremo, di cui era solo un’emanazione; anche qui, del resto, ci sono dei gradi
da osservare: può accadere che un tal centro divenga solamente più nascosto e
più chiuso, e questo fatto può esser rappresentato dallo stesso simbolismo
della sua scomparsa completa, essendo ogni allontanamento dall’esterno, nello
stesso tempo e in una misura equivalente, un ritorno verso il Principio.
Vogliamo alludere qui al simbolismo della scomparsa finale del Graal: sia stato
esso rapito in Cielo, secondo certe versioni, o trasportato nel “Regno del
prete Gianni”, secondo altre, ciò significa esattamente la stessa cosa, e di
questo Waite sembra non avere quasi il minimo sospetto.5
Si tratta sempre del medesimo ritrarsi dall’esterno verso l’interno, in
rapporto allo stato del mondo a una determinata epoca, o, per parlare più
esattamente, di quella porzione del mondo che è in relazione con la forma
tradizionale considerata; questo ritrarsi d’altronde si applica solo al lato
esoterico della tradizione, essendo rimasto il lato exoterico, nel caso del
cristianesimo, apparentemente inalterato; ma è proprio dal lato esoterico che
sono stabiliti e mantenuti i lega mi effettivi e coscienti
5. Dal fatto che una
lettera attribuita al prete Gianni è manifestamente apocrifa, Waite pretende di
concludere per la sua inesistenza, il che è un’argomentazione per lo meno
singolare; la questione dei rapporti della leggenda del Graal con l’ordine del Tempio
è da lui trattata in un modo non molto meno sommario; sembra che egli abbia,
inconsciamente senza dubbio, una certa fretta di liberarsi di queste cose
troppo significative e inconciliabili con il suo “misticismo”; e, in genere, le
versioni tedesche della leggenda ci paiono meritare una maggiore considerazione
di quella che Waite non accordi loro.
Il Santo Graal 45
con il Centro supremo. Qualcosa ne deve sussistere ugualmente, ma in modo
per così dire invisibile, abbastanza perché questa forma tradizionale rimanga
viva; se fosse altrimenti, ciò equivarrebbe a dire che lo “spirito” se n’è
ritirato completamente e resta soltanto un corpo morto. È detto che il Graal
non fu più visto come prima, ma non è detto che nessuno lo vide più;
sicuramente, in teoria almeno, è sempre presente a coloro che sono
“qualificati”; ma, di fatto, essi sono divenuti sempre più rari, al punto da
non costituire ormai che un’infima eccezione; e, dall’epoca in cui si dice che
i Rosacroce si ritirarono in Asia, lo s’intenda letteralmente o simbolicamente,
quali possibilità di pervenire all’iniziazione effettiva possono essi ancora
trovare aperte dinanzi a sé nel mondo occidentale?
5. Tradizione e “inconscio”
Abbiamo già esposto altrove il ruolo della psicoanalisi nell’opera di
sovversione che, succedendo alla “solidificazione” materialistica del mondo,
costituisce la seconda fase dell’azione antitradizionale caratteristica
dell’epoca moderna.1 Occorre ritornare su questo argomento, poiché
constatiamo che da qualche tempo l’offensiva psicoanalitica si spinge sempre
più lontano, nel senso che, affrontando direttamente la tradizione con il
pretesto di spiegarla, essa tende ora a deformarne la nozione stessa nella maniera
più pericolosa. A questo riguardo, è il caso di fare una distinzione tra i vari
tipi, non ugualmente “avanzati”, della psicoanalisi: nella forma in cui era
stata concepita inizialmente da Freud, essa si trovava ancora limitata fino a
un certo punto dall’atteggiamento materialistico che egli intese sempre
conservare; essa, beninteso, aveva già un carattere chiaramente “satanico”, ma
almeno questo le impediva di pretendere d’affrontare certi ambiti, o, anche se
osava farlo, ne ricavava, di fatto, soltanto contraffazioni abbastanza
grossolane, che generavano confusioni ancora relativamente facili da dissipare.
Così, quando Freud parlava di “simbolismo”, ciò che egli designava abusivamente
così non era in realtà che un semplice prodotto dell’immaginazione umana,
variabile da un individuo all’altro, e senza in verità nulla di comune con
l’autentico simbolismo tradizionale. Questa non era che una prima tappa, e
spettava ad altri psicoanalisti di modificare le teorie del loro “maestro” nel
senso di una falsa spiritualità, allo scopo di poterle applicare, grazie a una
confusione assai più sottile, a una interpretazione del simbolismo tradizionale
stesso. Fu soprattutto il caso di C.G. Jung, i cui primi tentativi in questo
campo risalgono già a parecchio tempo fa;2 occorre notare, perché è
molto significativo, che, per questa interpretazione, egli partì da un paragone
che credette di poter stabilire tra certi simboli e alcuni discorsi tracciati
da malati; e bisogna riconoscere che in effetti questi disegni presentano
talora, con i simboli veri e propri, una specie di rassomiglianza “parodistica”
che è senz’altro piuttosto inquietante, se pensiamo alla natura di ciò che li
ispira.
Tutto questo fu aggravato notevolmente dal fatto che Jung, per spiegare
cose di cui i fattori puramente individuali non sembravano poter rendere conto,
fu spinto a formulare l’ipotesi di un presunto “inconscio collettivo”,
esistente in un certo modo
1. Si veda Le Règne de
la Quantité et les Signes des Temps, cap. XXXIV.
2. Si veda a questo
proposito A. Préau, La Fleur d’or et le Taoïsme sans Tao.
Tradizione e “inconscio” 47
nello – o sotto – lo psichismo di tutti gli individui umani, e al quale
credette di poter riferire nello stesso tempo e indistintamente l’origine dei
simboli medesimi e quella delle loro caricature patologiche. Va da sé che tale
termine di “inconscio” è del tutto improprio, e che ciò che serve a designare,
nella misura in cui può avere una qualche realtà, rientra in.quello che gli
psicologi chiamano più abitualmente il “subconscio”, cioè l’insieme dei
prolungamenti inferiori della coscienza. Abbiamo già fatto notare altrove la
confusione che viene operata costantemente fra il “subconscio” e il
“superconscio”: benché quest’ultimo sfugga completamente per sua stessa natura
al campo di indagine degli psicologi, questi non mancano mai, quando giungano a
conoscenza di qualche sua manifestazione, di attribuirla al “subconscio”.
Proprio questa confusione ritroviamo anche qui: che le produzioni dei malati
osservate dagli psichiatri derivino dal “subconscio”, è cosa pacifica; ma, per
contro, tutto ciò che è d’ordine tradizionale, e in particolare il simbolismo,
può essere riferito solo al “superconscio”, vale a dire al mezzo con cui si
stabilisce una comunicazione con il sopra-umano, mentre il “subconscio” tende
al contrario verso l’infra-umano. Vi è dunque in questo una vera e propria
inversione assolutamente caratteristica del genere di spiegazione di cui stiamo
trattando; e quel che le dà una parvenza di giustificazione è il fatto che, in
casi come quello citato, il “subconscio”, grazie al suo contatto con influenze psichiche
dell’ordine meno elevato, “scimmiotta” effettivamente il “superconscio”. Di qui
nasce, in coloro che si lasciano prendere da queste contraffazioni e sono
incapaci di discernerne la vera natura, l’illusione che porta a quella che
abbiamo chiamato una “spiritualità alla rovescia”.
Con la teoria dell’“inconscio collettivo”, si crede di poter spiegare il
fatto che il simbolo è “anteriore al pensiero individuale” e che lo supera; la
vera questione, che sembra non ci si ponga neppure, sarebbe di sapere in quale
direzione lo supera, se verso il basso come parrebbe indicare quest’appello al
preteso “inconscio”, o verso l’alto come affermano al contrario espressamente
tutte le dottrine tradizionali. Abbiamo colto in un recente articolo una frase
in cui questa confusione appare nel modo più chiaro possibile:
«L’interpretazione dei simboli... è la porta aperta sul Gran Tutto, cioè la
strada che conduce verso la luce totale attraverso il dedalo dei bassifondi
oscuri della nostra individualità». Disgraziatamente è molto probabile che,
smarrendosi in questi “bassifondi oscuri”, si arrivi a tutt’altra cosa che alla
“luce totale”; notiamo anche il pericoloso equivoco del “Gran Tutto”, che, come
la” coscienza cosmica” nella quale alcuni aspirano a fondersi, non può esser
qui niente di più né di diverso dallo
48 Simboli della Scienza
sacra
psichismo diffuso delle regioni meno elevate del mondo sottile; ed è così
che l’interpretazione psicoanalitica dei simboli e la loro interpretazione
tradizionale conducono in realtà a esiti diametralmente opposti.
È il caso di fare ancora un’altra importante osservazione: tra le diverse
cose che si pretende di spiegare con l’“inconscio collettivo”, bisogna
naturalmente annoverare il folklore ed è questo uno dei casi in cui la
teoria può presentare una qualche parvenza di verità. Per essere più esatti,
bisognerebbe parlare a tale riguardo di una specie di “memoria collettiva”, che
è come un’immagine o un riflesso, nell’ambito umano, di quella “memoria
cosmica” che corrisponde a uno degli aspetti del simbolismo della luna.
Soltanto, voler spiegare con la natura del folklore l’origine stessa
della tradizione, significa commettere un errore del tutto simile a quello,
così diffuso oggigiorno, che fa considerare “primitivo” ciò che è solo il
prodotto di una degenerazione. È infatti evidente che il folklore,
essendo essenzialmente costituito da elementi appartenenti a tradizioni
estinte, rappresenta inevitabilmente uno stato di degenerazione in rapporto a
quella; ma d’altronde è il solo mezzo con il quale se ne può salvare qualcosa.
Bisognerebbe anche domandarsi in quali condizioni la conservazione di questi
elementi è stata affidata alla “memoria collettiva”; come abbiamo già avuto
occasione di dire, non possiamo vedervi che il risultato di un’azione
perfettamente cosciente degli ultimi rappresentanti di antiche forme
tradizionali che erano sul punto di sparire. Quel che è certo è che la
mentalità collettiva, nella misura in cui esiste qualcosa che può essere
chiamato così, si riduce propriamente a una memoria, il che si esprime in
termini di simbolismo astrologico, dicendo che è di natura lunare; in altri
termini, essa può svolgere una certa funzione di conservazione, nella quale
consiste precisamente il folklore, ma è totalmente incapace di produrre
o di elaborare alcunché, e soprattutto cose di ordine trascendente come è per
definizione ogni dato tradizionale.
L’interpretazione psicoanalitica mira in realtà a negare questa
trascendenza della tradizione, ma, potremmo dire, in un modo nuovo e diverso da
quelli che avevano avuto corso fino a quel momento: non si tratta più, come
avviene con il razionalismo sotto tutte le sue forme, di una negazione brutale,
o di una pura e semplice ignoranza dell’esistenza di qualsiasi elemento “non
umano”. Sembra si ammetta al contrario che la tradizione ha un carattere “non
umano”, ma alterando completamente il significato di questo termine; è così che
alla fine dell’articolo da noi già citato sopra leggiamo quanto segue:
«Ritorneremo forse su queste interpretazioni psicoanalitiche del nostro tesoro
spirituale,
Tradizione e “inconscio” 49
la cui “costante” attraverso tempi e civiltà diversi ne dimostra il
carattere tradizionale, non umano, se si prende la parola “umano” nel senso di
separativo, di individuale». È forse qui che appare nel modo più chiaro quale
sia, in ultima analisi, la vera intenzione di tutto questo, intenzione che,
vogliamo pur crederlo, non è sempre cosciente in coloro che scrivono cose di
questo genere, poiché dev’essere ben inteso che non è qui in causa questa o
quella individualità, fosse pure quella di un caposcuola come Jung, ma
l’ispirazione altamente sospetta da cui provengono tali interpretazioni. Non
c’è bisogno di essere andati molto avanti nello studio delle dottrine
tradizionali per sapere che, quando si parla di un elemento “non umano”, quel
che s’intende dire, e che appartiene essenzialmente agli stati sopraindividuali
dell’essere, non ha assolutamente niente a che vedere con un fattore
“collettivo”, che rientra essenzialmente nell’ambito individuale umano, allo
stesso modo di ciò che viene qui definito “separativo”, e che inoltre, per il
suo carattere “subconscio”, può in ogni caso aprire una comunicazione con altri
stati soltanto nella direzione dell’infra-umano. Si coglie dunque a prima vista
il procedimento di sovversione che consiste nell’impadronirsi di alcune nozioni
tradizionali e nel capovolgerle in qualche maniera sostituendo il “subconscio”
al “superconscio”, l’infra-umano al sopra-umano. Questo sovvertimento non è
forse ben altrimenti pericoloso che una semplice negazione? E si penserà forse
che esageriamo se diciamo che esso contribuisce a preparare la strada a una
vera “contro-tradizione”, destinata a servire da veicolo a quella “spiritualità
alla rovescia”, di cui, verso la fine del ciclo attuale, il “regno
dell’anticristo”, deve segnare il trionfo apparente e passeggero?
6. La Scienza delle lettere
(ilmul-hurûf)
Nei preliminari a uno studio su La Théodicée de la Kabbale, Warrain,
dopo aver detto che «l’ipotesi cabalistica è che la lingua ebraica sia la
lingua perfetta insegnata da Dio al primo uomo», crede di dover fare delle
riserve sulla «pretesa illusoria di possedere gli elementi puri della lingua
naturale, mentre non se ne possiedono che deformati frammenti». Egli ammette
comunque che «rimane probabile che le lingue antiche provengano da una lingua
ieratica composta da ispirati», che «devono esserci dunque delle parole che
esprimono l’essenza delle cose e i loro rapporti numerici», e che «si può dire
altrettanto per le arti divinatorie». Pensiamo che sarà bene fare qualche
precisazione su tale questione; ma teniamo a far notare subito che Warrain si
pone da un punto di vista che si può dire soprattutto filosofico, mentre noi
intendiamo tenerci qui strettamente, come d’altronde facciamo sempre, sul
terreno iniziatico e tradizionale.
Un primo punto sul quale importa attirare l’attenzione è questo:
l’affermazione secondo la quale la lingua ebraica sarebbe la lingua stessa
della rivelazione primitiva sembra di fatto avere soltanto un carattere
meramente exoterico e non essere al fondo della dottrina cabalistica ma, in
realtà, coprire semplicemente qualcosa di assai più profondo. Ne è prova il
fatto che la stessa cosa si riscontra anche per altre lingue, e che questa
affermazione di “primordialità” non potrebbe, presa alla lettera, essere giustificata
in tutti i casi, poiché vi sarebbe una contraddizione evidente. È così in
particolare per la lingua araba, ed è persino un’opinione abbastanza
comunemente diffusa, nei paesi in cui essa è in uso, che essa sarebbe stata la
lingua originale dell’umanità; ma quel che è notevole, e che ci ha fatto
pensare che lo stesso valga anche per la lingua ebraica, è che quest’opinione
popolare è così poco fondata e così sprovvista d’autorità da essere in
contraddizione formale con il vero insegnamento tradizionale dell’Islam,
secondo il quale la lingua “adamitica” era la “lingua siriaca” loghah
sûryâniyah, che non ha d’altronde nulla a che vedere con il paese designato
attualmente con il nome di Siria, né con qualcuna delle lingue più o meno
antiche di cui gli uomini hanno conservato il ricordo fino ai nostri giorni.
Questa loghah sûryâniyah è propriamente, secondo l’interpretazione data
al suo nome, la lingua dell’“illuminazione solare”, shems-ishrâqyah; di
fatto, Sûryâ è il nome sanscrito del Sole, e ciò sembrerebbe indicare
che la sua radice sur, una di quelle che designano la luce, apparteneva
anch’essa a questa lingua originaria. Si tratta dunque di quella Siria
primitiva di cui Omero parla come d’un’isola situata
La Scienza delle lettere 51
«al di là di Ogigia», il che la identifica con la Tula iperborea, e
«dove sono le rivoluzioni del Sole». Secondo Giuseppe, la capitale di questo
paese si chiamava Eliopoli, “città del sole”,1 nome dato in seguito
alla città d’Egitto chiamata anche On, allo stesso modo che Tebe sarebbe
stato inizialmente uno dei nomi della capitale di Ogigia. I successivi
trasferimenti di questi nomi e di molti altri ancora sarebbero particolarmente
interessanti da studiare per quel che concerne la costituzione dei centri spirituali
secondari di diversi periodi, costituzione che è in stretto rapporto con quella
stessa delle lingue destinate a servire da “veicolo” alle forme tradizionali
corrispondenti. Queste sono le lingue alle quali si può propriamente dare il
nome di “lingue sacre”; e precisamente sulla distinzione che dev’essere fatta
tra queste lingue sacre e le lingue volgari o profane, poggia essenzialmente la
giustificazione dei metodi cabalistici, come anche dei procedimenti similari
che si trovano in altre tradizioni.
Possiamo dir questo: esattamente come ogni centro spirituale secondario è
come un’immagine del Centro supremo e primordiale, secondo quanto abbiamo
spiegato nel nostro studio sul Roi du Monde, ogni lingua sacra, o
“ieratica” se si vuole, può esser considerata un’immagine o un riflesso della
lingua originaria, la quale è la lingua sacra per eccellenza; quest’ultima è la
“Parola perduta”, o piuttosto nascosta agli uomini dell’“età oscura”, allo
stesso modo che il Centro supremo è divenuto invisibile e inaccessibile per
essi. Ma non si tratta di “deformati frammenti”, bensì di regolari adattamenti
resi necessari dalle circostanze di tempo e di luogo, vale a dire insomma dal
fatto che, secondo quanto insegna Seyidi Mohyiddin ibn Arabi all’inizio della
seconda parte di El-Futûhâtul-Mekkiyah, ogni profeta o rivelatore doveva
per forza usare un linguaggio suscettibile di esser compreso da coloro ai quali
si rivolgeva, dunque in special modo appropriato alla mentalità di un
determinato popolo e di una determinata epoca. Questa è la ragione della
diversità stessa delle forme tradizionali, ed è questa diversità che comporta,
come conseguenza immediata, quella delle lingue che devono servire a esse come
rispettivi mezzi d’espressione; sono dunque tutte le lingue sacre a dover
essere veramente considerate opera di “ispirati”, senza di che non potrebbero
esser atte al compito cui sono essenzialmente destinate. Per quanto riguarda la
lingua primitiva, la sua origine doveva essere “non umana”, come quella della
1. Cfr. La Cittadella
solare dei Rosacroce, La città del sole di Campanella, ecc. A questa
prima Eliopoli dovrebbe in realtà essere riferito il simbolismo ciclico della
Fenice.
52 Simboli della Scienza
sacra
tradizione primordiale medesima; e ogni lingua sacra partecipa ancora di
questo carattere in quanto è, nella sua struttura (el-mabâni) e nel suo
significato (el-maâni), un riflesso di questa lingua primitiva. La qual
cosa si può d’altronde tradurre in diverse maniere, che non hanno la stessa
importanza in tutti i casi, poiché interviene anche qui il problema
dell’adattamento: tale è per esempio la forma simbolica dei segni impiegati
nella scrittura;2 tale è anche, e più particolarmente per l’ebraico
e l’arabo, la corrispondenza dei numeri con le lettere, e di conseguenza con le
parole composte di esse.
Certo è difficile per gli Occidentali rendersi conto di cosa siano
veramente le lingue sacre, dal momento che, almeno nelle condizioni attuali,
non hanno contatto diretto con nessuna di esse; e possiamo a questo proposito
richiamarci a ciò che abbiamo detto in modo più generale in altre occasioni
sulla difficoltà di assimilazione delle “scienze tradizionali”, assai maggiore
di quella degli insegnamenti d’ordine puramente metafisico, per via del loro
carattere specializzato che le lega indissolubilmente a questa o quella forma
determinata, e non permette di trasferirle tali e quali da una civiltà a
un’altra, pena il renderle interamente inintelligibili, o l’ottenere un
risultato del tutto illusorio, se non addirittura completamente falso. Così,
per comprendere effettivamente tutta la portata del simbolismo delle lettere e
dei numeri, bisogna viverlo, in qualche modo, nella sua applicazione persino
nelle circostanze della vita quotidiana, com’è possibile in alcuni paesi
orientali; ma sarebbe assolutamente chimerico pretendere di introdurre
considerazioni e applicazioni di questo genere nelle lingue europee, per le
quali esse non sono fatte, e in cui il valore numerico delle lettere, in
particolare, è inesistente. Gli esperimenti che alcuni hanno voluto tentare in
quest’ordine di idee, al di fuori di ogni dato tradizionale, son dunque erronei
sin dalla partenza; e che si siano talora ottenuti ugualmente alcuni risultati
giusti, per esempio dal punto di vista “onomantico”, non prova il valore e la
legittimità dei procedimenti, ma soltanto l’esistenza di una sorta di facoltà
“intuitiva” (che, beninteso, non ha niente in comune con la vera e propria
intuizione intellettuale) in coloro che li hanno messi in atto,
2. Questa forma può
d’altronde aver subito modificazioni corrispondenti a riadattamenti
tradizionali ulteriori, come avvenne per l’ebraico dopo la cattività di
Babilonia; diciamo che si tratta di un riadattamento, poiché è inverosimile che
l’antica scrittura si sia realmente perduta nel breve periodo di settant’anni,
ed è anche sorprendente che in genere non ci si renda conto di ciò. Fatti dello
stesso tipo hanno dovuto verificarsi, in epoche più o meno remote, anche per
altre scritture, in particolare per l’alfabeto sanscrito, e, in una certa
misura, per gli ideogrammi cinesi.
La Scienza delle lettere 53
come del resto succede frequentemente nelle “arti divinatorie”.3
Per esporre il principio metafisico della “scienza delle lettere” (in arabo
ilmul-hurûf), Seyidi Mohyiddin, in El-Futûhâtul-Mekkiyah,
considera l’universo come simbolizzato da un libro: è il simbolo assai noto del
Liber Mundi dei Rosacroce, e anche del Liber Vitae apocalittico.4
I caratteri di questo libro sono, in linea di principio, scritti tutti
simultaneamente e indivisibilmente dalla “penna divina” (El-Qalamul-ilâhi);
queste “lettere trascendenti” sono le essenze eterne o le idee divine; ed
essendo ogni lettera al tempo stesso un numero, si osserverà l’accordo di
questo insegnamento con la dottrina pitagorica. Queste medesime “lettere
trascendenti”, che sono tutte le creature, dopo essere state condensate
principialmente nell’onniscienza divina, sono, grazie al soffio divino, discese
ai gradi inferiori e hanno composto e formato l’Universo manifestato. S’impone
qui un collegamento con il ruolo che svolgono ugualmente le lettere nella
dottrina cosmogonica del Sepher Ietsirah; la “scienza delle lettere” ha
d’altronde un’importanza quasi eguale nella Cabala ebraica e nell’esoterismo
islamico.5
Partendo da questo principio, si comprenderà senza fatica come venga
stabilita una corrispondenza fra le lettere e le diverse parti dell’Universo
manifestato, e più particolarmente del nostro mondo; l’esistenza delle
corrispondenze planetarie e zodiacali è, a questo riguardo, abbastanza
conosciuta perché occorra insistervi ulteriormente, ed è sufficiente notare che
questo pone la “scienza delle lettere” in stretto rapporto con l’astrologia
considerata come scienza “cosmologica”.6 D’altra parte, in virtù dell’analogia
costitutiva fra il “microcosmo” (el-kawnus-seghir) e il “macrocosmo” (el-kawnul-kebir),
queste stesse lettere corrispondono
3. Sembra che si possa
dire altrettanto, a dispetto dell’apparenza “scientifica” dei metodi, per
quanto riguarda i risultati ottenuti dall’astrologia moderna, così remota dalla
vera astrologia tradizionale; quest’ultima, le cui chiavi sembrano irrimediabilmente
perdute, era d’altronde ben diversa da una semplice “arte divinatoria”, benché
evidentemente suscettibile di applicazioni di quest’ordine, ma a titolo del
tutto secondario e “accidentale”.
4. Abbiamo già avuto
occasione di segnalare il rapporto che esiste fra il simbolismo del “Libro
della Vita” e quello dell’“Albero della Vita”: le foglie dell’albero e i
caratteri del libro rappresentano del pari tutti gli esseri dell’universo (i
“diecimila esseri” della tradizione estremo-orientale).
5. Bisogna poi osservare
che il “Libro del Mondo” è nello stesso tempo il “Messaggio divino” (Er-Risâlatul-ilâhiyah),
archetipo di tutti i Libri sacri; le scritture tradizionali non sono altro che
traduzioni di esso in linguaggio umano. Ciò è affermato espressamente dal Vêda
e dal Corano; l’idea del “Vangelo eterno” mostra anche che questa stessa
concezione non è del tutto estranea al cristianesimo, o almeno che non lo è
sempre stata.
6. Ci sono anche altre
corrispondenze, con gli elementi, le qualità sensibili, le sfere celesti, ecc.;
le lettere dell’alfabeto arabo, che sono ventotto, si trovano parimenti in
relazione con le case lunari.
54 Simboli della Scienza
sacra
pure alle diverse parti dell’organismo umano; e, a questo proposito,
segnaleremo incidentalmente che esiste un’applicazione terapeutica della
“scienza delle lettere”, essendo ogni lettera adoperata in un certo modo per
guarire le malattie che colpiscono in particolare l’organo corrispondente.
Da ciò che è stato appena detto risulta anche che la “scienza delle
lettere” dev’essere considerata entro ordini diversi, che si possono in
definitiva riferire ai “tre mondi”: intesa nel suo senso superiore, è la
conoscenza di tutte le cose nel principio stesso, in quanto essenze eterne al
di là di ogni manifestazione; in un senso che si può dire mediano, è la
cosmogonia, cioè la conoscenza della produzione o della formazione del mondo
manifestato; infine, nel senso inferiore, è la conoscenza delle virtù dei nomi
e dei numeri, in quanto esprimono la natura di ogni essere, conoscenza che
permette, a titolo d’applicazione, di esercitare per mezzo di essi, e per
effetto di tale corrispondenza, un’azione di ordine “magico” sugli esseri
stessi e sugli avvenimenti che li concernono. Infatti, secondo quanto dice Ibn
Khaldûn, le formule scritte, essendo composte dei medesimi elementi che
costituiscono la totalità degli esseri, hanno per questo la facoltà di agire su
di loro; ed è anche il motivo per cui la conoscenza del nome di un essere,
espressione della sua propria natura, può dare un potere su di lui; è questa
applicazione della “scienza delle lettere” a essere abitualmente designata con
il nome di sîmîa.7 Si deve osservare che ciò va molto più in
là di un semplice procedimento “divinatorio”: si può anzitutto, per mezzo di un
calcolo (hisâb) effettuato sui numeri corrispondenti alle lettere e ai
nomi, giungere alla previsione di certi avvenimenti;8 ma questo
costituisce in qualche modo soltanto un primo grado, il più elementare di
tutti, ed è possibile effettuare in seguito, sui risultati di tale calcolo,
delle mutazioni che dovranno avere l’effetto di provocare una modificazione
corrispondente negli avvenimenti stessi.
Anche qui, bisogna del resto distinguere gradi assai differenti, come nella
conoscenza stessa di cui tutto ciò è solo un’applicazione pratica: quando
quest’azione si esercita soltanto sul mondo sensibile, non si tratta che del
grado più basso, ed è in tal caso che si può parlare propriamente di “magia”;
ma è facile rendersi
7. La parola sîmîa
non sembra puramente araba; essa viene verosimilmente dal greco sêmeia,
“segni”, il che ne fa quasi l’equivalente del nome della gematria
cabalistica, anch’esso termine di origine greca, e derivato non da geometria
come si dice il più delle volte, ma da grammateia (da grammata,
“lettere”).
8. Si può anche, in certi
casi, ottenere con un calcolo dello stesso genere la soluzione di problemi di
ordine dottrinale; e questa soluzione si presenta talvolta sotto una forma
simbolica estremamente notevole.
La Scienza delle lettere 55
conto che si ha a che fare con qualcosa di tutt’altro ordine quando si
tratta di un’azione che si ripercuota nei mondi superiori. In quest’ultimo caso
ci si trova evidentemente nell’ordine “iniziatici” nel senso più completo della
parola; e può operare attivamente in tutti i mondi soltanto colui che è
pervenuto al grado dello “zolfo rosso” (El-Kebritul-ahmar), designazione
che indica, un’assimilazione, per taluni forse un po’ inattesa, della “scienza
delle lettere” con l’alchimia.9 Di fatto, queste due scienze, intese
nel loro senso profondo, sono in realtà una sola; e quel che esprimono
entrambe, sotto apparenze molto diverse, non è nient’altro che il processo
medesimo dell’iniziazione, il quale riproduce d’altronde rigorosamente il
processo cosmogonico, dato che la realizzazione totale delle possibilità di un
essere si effettua necessariamente passando per le stesse fasi di quella
dell’Esistenza universale.10
9. Seyidi Mohyiddin è
chiamato Es-Sheikhul-akbarwa el-Kebrîtul-ahmar.
10. È perlomeno curioso
notare che il simbolismo massonico stesso, nel quale d’altronde la “Parola
perduta” e la sua ricerca svolgono un ruolo importante, caratterizza i gradi
iniziatici con espressioni manifestamente desunte dalla “scienza delle lettere”:
compitare, leggere, scrivere. Il “Maestro”, che ha tra i suoi attributi la
“lavagna”, se fosse veramente quel che deve essere, sarebbe capace non solo di
leggere, ma anche di scrivere sul “Libro della Vita”, cioè di cooperare
coscientemente alla realizzazione del piano del “Grande Architetto
dell’Universo”; si può giudicare da questo quale distanza separi il possesso
nominale di tale grado dal suo possesso effettivo!
7. La Lingua degli Uccelli
Wa eç-çâffâti çaffan,
Faz-zâjirâti zajran,
Fat-tâliyâti dhikran...
«Per coloro che sono schierati in ordine,
E che cacciano respingendo,
E che recitano l’invocazione...»
Corano, XXXVII, 1-3.
Si parla spesso, in varie tradizioni, di un linguaggio misterioso chiamato
“lingua degli uccelli”: designazione evidentemente simbolica, poiché
l’importanza stessa attribuita alla conoscenza di questo linguaggio, come
prerogativa di un’alta iniziazione, non permette di prenderla alla lettera. Si
legge nel Corano: «E Salomone fu l’erede di David; e disse: “O uomini!
siamo stati istruiti al linguaggio degli uccelli (ullimna mantiqat-tayri)
e colmati di ogni cosa...”» (XXVII, 15). Altrove, si vedono eroi vincitori del
drago, come Sigfrido nella leggenda nordica, comprendere subito dopo il
linguaggio degli uccelli; e ciò permette di interpretare agevolmente il
simbolismo in questione. Infatti, la vittoria sul drago ha per conseguenza
immediata la conquista dell’immortalità, raffigurata da qualche oggetto al
quale il drago impediva di avvicinarsi; e tale conquista dell’immortalità
implica essenzialmente la reintegrazione nel centro dello stato umano, cioè nel
punto in cui si stabilisce la comunicazione con gli stati superiori
dell’essere. Appunto questa comunicazione viene rappresentata dalla
comprensione del linguaggio degli uccelli; e, di fatto, gli uccelli sono presi
di frequente come simbolo degli angeli, vale a dire precisamente degli stati
superiori. Abbiamo avuto occasione di citare altrove1 la parabola
evangelica in cui si parla, in questo senso, degli “uccelli del cielo” che
vengono a posarsi sui rami dell’albero, di quello stesso albero che rappresenta
l’asse che passa. per il centro di ogni stato dell’essere e congiunge tutti gli
stati fra di loro.2
Nel testo coranico che abbiamo riprodotto in epigrafe, il termine eç-çâffât
designa letteralmente gli uccelli, ma si applica simbolicamente
1. L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cap. III.
2. Nel simbolo medioevale
del Peridexion (corruzione di Paradision), si vedono gli uccelli
sui rami dell’albero e il drago ai suoi piedi (si veda Le Symbolisme de la
Croix, cap. IX). In uno studio sul simbolismo dell’“uccello del paradiso”
(«Le Rayonnement intellectuel», maggio-giugno 1930), L. Charbonneau-Lassay ha
riprodotto una scultura in cui quest’uccello è raffigurato unicamente con una
testa e un paio d’ali, forma sotto la quale sono spesso rappresentati gli
angeli.
La Lingua degli Uccelli 57
agli angeli (el-malaikah); e così il primo versetto significa la
costituzione delle gerarchie celesti o spirituali.3 Il secondo
versetto esprime la lotta degli angeli contro i demoni, delle potenze celesti
contro le potenze infernali, cioè l’opposizione tra gli stati superiori e gli
stati inferiori;4 è, nella tradizione indù, la lotta dei Dêva
contro gli Asura, e anche, secondo un simbolismo del tutto simile a
quello di cui ci occupiamo, il combattimento del Garuda contro il Nâga,
nel quale ritroviamo del resto il serpente o il drago di cui s’è parlato un
momento fa; il Garuda è l’aquila, e, altrove, è sostituito da altri
uccelli come l’ibis, la cicogna, l’airone, tutti nemici e distruttori dei
rettili.5 Infine, nel terzo versetto, si vedono gli angeli recitare
il dhikr, la qual cosa, nell’interpretazione più consueta, si deve
intendere riferita alla recitazione del Corano; non, beninteso, del Corano
espresso in linguaggio umano, ma del suo prototipo eterno iscritto sulla
“tavola custodita” (el-lawhul-mahfûz), che si estende dai cieli alla
terra come la scala di Giacobbe, e quindi attraverso tutti i gradi
dell’Esistenza universale.6 Parimenti, nella tradizione indù, è
detto che i Dêva, nella loro lotta contro gli Asura, si
protessero (achhan dayan) con la recitazione degli inni del Vêda,
e che per questa ragione gli inni ricevettero il nome di chhanda, parola
che designa propriamente il “ritmo”. La stessa idea è d’altronde contenuta
nella parola dhikr, che si applica, nell’esoterismo islamico, a formule
ritmate corrispondenti esattamente ai mantra indù, formule la cui
ripetizione ha lo scopo di produrre un’armonizzazione dei diversi elementi
dell’essere, e, di determinare vibrazioni suscettibili, con la loro
3. La parola çaff,
“rango”, è una di quelle, numerose d’altronde, nelle quali taluni han voluto
trovare l’origine dei termini çûfî e taçawwuf; per quanto questa
derivazione non sembri accettabile dal punto di vista puramente linguistico, è
pur vero che, al pari di molte altre dello stesso genere, essa rappresenta una
delle idee contenute realmente in questi termini, poiché le “gerarchie spirituali”
s’identificano essenzialmente con i gradi dell’iniziazione.
4. Questa opposizione si
traduce in ogni essere con quella delle due tendenze ascendente e discendente,
chiamate sattwa e tamas dalla dottrina indù. È anche ciò che il
mazdeismo simboleggia per mezzo dell’antagonismo della luce e delle tenebre,
personificate rispettivamente in Ormuzd e Ahriman.
5. Si vedano, a questo
proposito, i notevoli lavori di Charbonneau-Lassay sui simboli animali del
Cristo. È importante notare che l’opposizione simbolica dell’uccello e del
serpente si applica solo quando quest’ultimo è considerato sotto il suo aspetto
malefico; al contrario, sotto il suo aspetto benefico, esso si unisce talora
all’uccello, come nella figura del Quetzalcohuatl delle antiche
tradizioni americane; del resto anche nel Messico troviamo il combattimento
dell’aquila contro il serpente. Per l’associazione dell’uccello con il
serpente, si può richiamare il testo evangelico: «Siate dolci come colombe e
prudenti come serpi» (Matteo, X, 16).
6. Sul simbolismo del
Libro, a cui ciò si riferisce direttamente, si veda Le Symbolisme de la
Croix, cap. XIV.
58 Simboli della Scienza
sacra
ripercussione attraverso la serie degli stati, in gerarchia indefinita, di
aprire una comunicazione con gli stati superiori, che è d’altronde, in
generale, la ragione d’essere essenziale e primordiale di tutti i riti.
Quanto sopra ci riporta direttamente a quel che dicevamo all’inizio sulla
“lingua degli uccelli” che possiamo anche chiamare “lingua angelica”, e la cui
immagine nel mondo umano è il linguaggio ritmato, poiché proprio sulla “scienza
del ritmo”, che comporta d’altronde molteplici applicazioni, si basano in
definitiva tutti i mezzi che si possono usare per entrare in comunicazione con
gli stati superiori. Per questa ragione una tradizione islamica dice che Adamo,
nel Paradiso terrestre, parlava in versi, cioè in linguaggio ritmato; si tratta
di quella “lingua siriaca” (loghah sûryâniyah) di cui abbiamo parlato
nel nostro precedente studio sulla “scienza delle lettere” e che si deve
considerare la traduzione diretta dell’“illuminazione solare” e “angelica”
quale si manifesta al centro dello stato umano. È anche la ragione per la quale
i Libri sacri sono scritti in linguaggio ritmato, linguaggio che ne fa ben
altro che quei semplici “poemi” nel senso puramente profano che vuol vedervi il
partito preso antitradizionale dei “critici” moderni; e d’altronde la poesia,
originariamente, non era quella vana “letteratura” che è diventata per una
degenerazione che trova la sua spiegazione nel cammino discendente del ciclo
umano, e aveva un vero e proprio carattere sacro.7 Se ne possono
ritrovare le tracce sino all’antichità classica occidentale, ove la poesia era
ancora chiamata “lingua degli Dei”, espressione equivalente a quelle da noi
indicate poiché gli “Dei” vale a dire i Dêva8 sono, come gli
angeli, la rappresentazione degli stati superiori. In latino, i versi erano
chiamati carmina, designazione che si riferiva al loro uso nella
celebrazione dei riti, dal momento che la parola carmen è identica al
sanscrito Karma, che deve essere preso qui nel suo senso speciale di
“azione rituale”;9 e il poeta stesso, interprete della “lingua
sacra” attraverso la quale traspare il Verbo divino, era vates, termine
che lo caratterizzava come dotato di un’ispirazione in qualche modo profetica.
Più tardi, per un’altra
7. Si può dire d’altronde,
in linea di-massima, che le arti e le scienze sono diventate profane appunto
per tale degenerazione, che le ha spogliate del loro carattere tradizionale e,
quindi, di ogni significato d’ordine superiore; ci siamo spiegati su quest’argomento
nell’Ésotérisme de Dante, cap. II, e nella Crise du monde moderne,
cap. IV.
S. Il sanscrito Dêva
e il latino Deus sono la stessa identica parola.
9. La parola “poesia”
deriva anch’essa dal verbo greco poiein, che ha lo stesso significato
della radice sanscrita Kri, da cui viene Karma, e che si ritrova
nel verbo latino creare inteso nella sua accezione primitiva;
all’origine, si trattava dunque di tutt’altro che della semplice produzione di
un’opera artistica o letteraria, nel senso profano che Aristotele sembra aver
avuto unicamente presente parlando di quelle che ha chiamato “scienze
poetiche”.
La Lingua degli Uccelli 59
degenerazione, il vates non fu più che un volgare “indovino”,10
e il carmen (da cui la parola francese charme) un “incantesimo”,
cioè un’operazione di bassa magia; ecco ancora un esempio del fatto che la
magia, e persino la stregoneria, è quanto sussiste come ultimo vestigio delle
tradizioni scomparse.
Pensiamo che queste poche indicazioni basteranno a mostrare quanto abbiano
torto coloro che si fanno beffe dei racconti in cui si parla della “lingua
degli uccelli”; è veramente troppo facile e troppo semplice liquidare come
“superstizioni” tutto quel che non si capisce; ma gli antichi, da parte loro,
sapevano assai bene cosa dicevano quando impiegavano il linguaggio simbolico.
La vera e propria “superstizione”, nel senso strettamente etimologico (quod
superstat), è ciò che sopravvive a se stesso, vale a dire, in una parola,
la “lettera morta”; ma questa stessa conservazione, per quanto possa sembrare
poco degna d’interesse, non è tuttavia così disprezzabile, poiché lo spirito,
che «soffia dove vuole» e quando vuole, può sempre rivivificare i simboli e i riti,
e restituir loro, con il senso perduto, la pienezza della virtù originale.
10. La stessa parola
“indovino” è altrettanto deviata dal suo senso, poiché etimologicamente non è
altro che divinus, qui col significato di “interprete degli dei”. Gli
“auspici” (da aves spicere, “osservare gli uccelli”), presagi tratti dal
volo e dal canto degli uccelli, sono in special modo da accostare alla “lingua
degli uccelli”, intesa allora nel senso più materiale, ma comunque identificata
ancora con la “lingua degli dei” poiché si riteneva che questi ultimi
manifestassero la loro volontà tramite tali presagi. Gli uccelli svolgevano
così una funzione di “messaggeri” analoga a quella generalmente attribuita agli
angeli (donde il loro stesso nome, giacché questo è l’esatto significato della
parola greca angelos), benché considerata in un aspetto assai inferiore.
Simboli del centro e del
mondo
8. L’idea del Centro nelle
tradizioni antiche
Abbiamo già avuto occasione di alludere al “Centro del Mondo” e ai vari
simboli che lo rappresentano; è opportuno ora ritornare su quest’idea del
Centro, che ha una grandissima importanza in tutte le tradizioni antiche,
indicando alcuni dei principali significati che a essa sono connessi. Per i
moderni, infatti, quest’idea non evoca più immediatamente tutto ciò che vi
scorgevano gli antichi; anche qui come in tutto quel che ha attinenza col
simbolismo, molte cose sono state dimenticate, e certi modi di pensare sembrano
divenuti totalmente estranei alla maggior parte dei nostri contemporanei;
conviene dunque insistervi proprio perché l’incomprensione è generale e
completa.
Il Centro è, prima di tutto, l’origine, il punto di partenza di tutte le
cose; è il punto principiale, senza forma e senza dimensioni, dunque
invisibile, e, di conseguenza, la sola immagine che si possa dare dell’Unità
primordiale. Da esso sono prodotte, per irradiazione, tutte le cose, come
l’Unità produce tutti i numeri, senza che la sua essenza ne riesca modificata o
intaccata in alcuna maniera. Vediamo qui un parallelismo completo fra due modi
di espressione: il simbolismo geometrico e il simbolismo numerico, tanto che
possono essere usati indifferentemente e si può passare dall’uno all’altro
nella maniera più naturale. Non bisogna dimenticare, del resto, che, nell’un
caso come nell’altro, si tratta sempre di simbolismo: l’unità aritmetica non è
l’Unita metafisica, ne è solo una figura, ma una figura nella quale non c’è
niente di arbitrario, poiché esiste tra l’una e l’altra una relazione analogica
reale, ed è questa relazione che permette di trasporre l’idea dell’Unità oltre
l’ambito della quantità, nell’ordine trascendentale. Lo stesso vale per l’idea
del Centro in quanto è suscettibile di un’analoga trasposizione, per mezzo
della quale si spoglia del suo carattere spaziale, non più evocato se non a
titolo di simbolo: il punto centrale è il Principio, l’Essere puro; e lo spazio
che esso empie del suo irradiamento, e non esiste che per questo stesso
irradiamento (il Fiat Lux della Genesi), senza il quale lo spazio
non sarebbe che “privazione” e nulla, è il Mondo nel senso più ampio della
parola, l’insieme di tutti gli esseri e di tutti gli stati d’esistenza che
costituiscono la manifestazione universale.
La rappresentazione più semplice dell’idea da noi appena formulata, è il
punto al centro del cerchio (fig. 1): il punto è l’emblema del Principio, il
cerchio quello del Mondo. È impossibile far risalire l’uso di questa
raffigurazione a una qualsiasi origine
64 Simboli della Scienza
sacra
nel tempo, poiché la si incontra frequentemente su oggetti preistorici;
indubbiamente bisogna scorgervi uno dei segni che si ricollegano direttamente
alla tradizione primordiale. Talvolta, il punto è circondato da più cerchi
concentrici, che sembrano rappresentare i diversi stati o gradi dell’esistenza
manifestata, disponentisi gerarchicamente secondo la loro maggiore o minore
distanza dal Principio primordiale. Il punto al centro del cerchio è stato
anche assunto, e probabilmente fin da un’epoca assai remota, come una figura
del sole, perché esso nell’ordine fisico è realmente il Centro o il “Cuore del
Mondo”; e tale figura è rimasta sino ai nostri giorni come segno astrologico e
astronomico usuale del sole. Forse per questa ragione la maggior parte degli
archeologi, dovunque incontrano questo simbolo, pretendono di assegnargli un
significato esclusivamente “solare”, mentre esso ha in realtà un senso ben
altrimenti vasto e profondo; dimenticano, o ignorano, che il sole, dal punto di
vista di tutte le tradizioni antiche, è in sé soltanto un simbolo, quello del
vero “Centro del Mondo” che è il Principio divino.
Fig. 1 Fig.
2
Il rapporto che esiste tra il centro e la circonferenza, o tra ciò che
rispettivamente rappresentano, è già indicato abbastanza chiaramente dal fatto
che la circonferenza non potrebbe esistere senza il suo centro, mentre questo è
del tutto indipendente da quella. Tale rapporto può essere raffigurato in modo
ancor più evidente ed esplicito con raggi provenienti dal centro e terminanti
sulla circonferenza; questi raggi possono evidentemente esser tracciati, in
numero variabile, dal momento che sono realmente in quantità indefinita come i
punti della circonferenza; ma, di fatto, si sono sempre scelti, per le
raffigurazioni di questo genere, dei numeri che hanno di per se stessi un
particolare valore simbolico. Qui; la forma più semplice è quella che presenta solo
quattro raggi che dividono la circonferenza in parti eguali, cioè due diametri
retti formanti una croce all’interno della circonferenza (fig. 2). Questa nuova
figura ha lo stesso significato generale della prima, ma vi si aggiungono
alcuni significati secondari che vengono a completarla: la circonferenza, se la
si immagina percorsa in un certo senso, è l’immagine di un ciclo di
manifestazione, del genere di quei cicli cosmici di cui la dottrina indù in
particolare fornisce una teoria estremamente sviluppata. Le
L’idea del Centro nelle tradizioni
antiche 65
divisioni determinate sulla circonferenza dalle estremità dei bracci della
croce corrispondono allora ai diversi periodi o fasi in cui si divide il ciclo;
e una tale divisione può esser considerata, per così dire, con metri diversi, a
seconda che si tratti di cicli più o meno estesi: si avranno così, per esempio,
e per limitarci al solo ordine dell’esistenza terrestre, i quattro momenti
principali della giornata, le quattro fasi della lunazione, le quattro stagioni
dell’anno, e anche, secondo la concezione che troviamo tanto nelle tradizioni
dell’India e dell’America centrale che in quelle dell’antichità greco-latina,
le quattro ere dell’umanità. Qui ci limiteremo a indicare sommariamente queste
considerazioni, per fornire un’idea complessiva di quel che esprime il simbolo
in questione; esse sono d’altronde legate più direttamente a quanto avremo da
dire in seguito.
Fig. 3 Fig.
4
Tra le figure che comportano un maggior numero di raggi, dobbiamo
menzionare in special modo le ruote o “rotelle”, che ne hanno per solito sei o
otto (figg. 3 e 4). La “rotella” celtica, che si è perpetuata attraverso quasi
tutto il Medioevo, si presenta sotto l’una o l’altra di queste forme; queste
stesse figure, e soprattutto la seconda, s’incontrano assai spesso nei paesi
orientali, particolarmente in Caldea e in Assiria, in India (ove la ruota è
chiamata chakra) e nel Tibet. D’altra parte, c’è una stretta parentela
fra la ruota a sei raggi e il monogramma di Cristo, che ne differisce in
definitiva solo per il fatto che la circonferenza alla quale appartengono le
estremità dei raggi di solito non è tracciata; ora, la ruota, invece di essere
semplicemente un segno “solare”, come s’insegna comunemente ai nostri tempi, è
prima di tutto un simbolo del Mondo, cosa che si potrà capire senza difficoltà.
Nel linguaggio simbolico dell’India, si parla costantemente della “ruota delle
cose” o della “ruota della vita”, il che corrisponde evidentemente a questo
significato; si parla anche della “ruota della Legge”, espressione che il
buddismo ha desunto, come molte altre, dalle dottrine anteriori, e che, almeno
in origine, si riferisce soprattutto alle teorie cicliche. Bisogna anche
aggiungere che anche lo Zodiaco viene rappresentato sotto forma di una ruota,
naturalmente a dodici raggi, e che d’altronde il suo nome in sanscrito
significa letteralmente “ruota dei segni”; si potrebbe anche tradurlo con
66 Simboli della Scienza
sacra
“ruota dei numeri”, secondo il senso principale della parola râshi
che serve a designare i segni dello Zodiaco.1
Vi è inoltre una certa connessione tra la ruota e vari simboli floreali;
avremmo.anche potuto, per lo meno in certi casi, parlare di una vera e propria
equivalenza.2 Se si considerano certi fiori simbolici quali il loto,
il giglio o la rosa,3 il loro sbocciare rappresenta fra l’altro
(poiché si tratta di simboli dai molteplici significati), e grazie a una
somiglianza assai comprensibile, lo sviluppo della manifestazione; lo sbocciare
è d’altronde un irradiamento intorno al Centro, dato che anche qui si tratta di
figure “centrate”, il che giustifica la loro assimilazione alla ruota.4
Nella tradizione indù, il Mondo è talora rappresentato sotto forma di un loto
al centro del quale si eleva il Mêru, la Montagna sacra che simboleggia
il Polo.
Ma torniamo ai significati del Centro. Finora ci siamo soffermati soltanto
sul primo e più importante, quello che ne fa l’immagine del Principio; ne
troveremo un altro nel fatto che il Centro è propriamente il “mezzo”, il punto
equidistante da tutti i punti della circonferenza, e che divide il diametro in
due parti uguali. Fin qui, il Centro era considerato in qualche modo prima
della circonferenza, la quale ha realtà solo in quanto irradiamento di esso;
ora invece lo consideriamo in rapporto alla circonferenza realizzata, vale a
dire che si tratterà dell’azione del Principio in seno alla creazione. Il mezzo
fra gli estremi rappresentati da punti opposti della circonferenza è il luogo
ove le tendenze contrarie, che fanno capo a tali estremi, per così dire si
neutralizzano e si trovano in perfetto equilibrio. Alcune scuole di esoterismo
musulmano, che attribuiscono alla croce un valore simbolico della più grande
importanza, chiamano “stazione divina”
1. Osserviamo anche che la
“ruota della Fortuna”, nel simbolismo dell’antichità occidentale, ha
strettissimi rapporti con la “ruota della Legge”, e anche, per quanto ciò non
appaia forse altrettanto chiaramente a prima vista, con la ruota zodiacale.
2. Fra gli altri indizi di
questa equivalenza, durante il Medioevo, abbiamo visto la ruota a otto raggi e
un fiore a otto petali raffigurati l’una di fronte all’altro su una medesima
pietra scolpita, incastrata nella facciata dell’antica chiesa Saint-Mexme di
Chinon, che risale molto probabilmente all’epoca carolingia.
3. Il giglio ha sei
petali; il loto, nelle rappresentazioni del tipo più corrente, ne ha otto; le
due forme corrispondono dunque alle ruote a sei e otto raggi. In quanto alla
rosa, essa è raffigurata con un numero variabile di petali che può modificarne il
significato o almeno dargli delle sfumature diverse. Sul simbolismo della rosa,
si veda l’interessantissimo articolo di Charbonneau-Lassay («Regnabit», marzo
1926).
4. Nella figura del
monogramma di Cristo con la rosa, di epoca merovingia, riprodotta da
Charbonneau-Lassay («Regnabit», marzo 1926, p. 298), la rosa centrale ha sei
petali orientati secondo i bracci dei monogramma; inoltre, quest’ultimo è
incluso in un cerchio, il che ne fa apparire nel modo più chiaro l’identità con
la ruota a sei raggi.
L’idea del Centro nelle tradizioni
antiche 67
(el-maqâmul-ilâhî) il centro di questa croce, che esse designano
come il luogo in cui si unificano tutti i contrari, in cui si risolvono tutte
le opposizioni. L’idea che si esprime qui in modo particolare è quindi l’idea
di equilibrio, che fa tutt’uno con quella di armonia; non sono due idee
differenti, bensì due aspetti della stessa idea. Vi è inoltre un terzo aspetto,
legato in special modo al punto di vista morale (benché suscettibile di
accogliere anche altri significati), ed è l’idea di giustizia; si può, così,
ricollegare tutto quanto abbiamo detto alla concezione platonica secondo la
quale la virtù consiste in un giusto mezzo fra due estremi. Da un punto di
vista molto più universale, le tradizioni estremo-orientali parlano
continuamente dell’“Invariabile Mezzo”, che è il punto in cui si manifesta
l’“Attività del Cielo”; e, secondo la dottrina indù, al centro di ogni essere,
come di ogni stato dell’esistenza cosmica, risiede un riflesso del Principio
supremo.
L’equilibrio stesso, d’altronde, non è a dire il vero che il riflesso,
nell’ordine della manifestazione, dell’immutabilità assoluta del Principio; per
esaminare le cose sotto questo nuovo profilo, bisogna considerare la
circonferenza in movimento attorno al suo centro, che, solo, non partecipa a
questo movimento. Il nome stesso della ruota (rota) evoca immediatamente
l’idea di rotazione; e questa rotazione è la figura del continuo mutamento al
quale sono sottoposte tutte le cose manifestate, movimento nel quale c’è
soltanto un punto che rimane fisso e immutabile, e questo punto è il Centro. Il
che ci riporta alle concezioni cicliche cui abbiamo accennato in precedenza: il
percorso di un ciclo qualsiasi, o la rotazione della sua circonferenza, è la
successione, sia secondo la modalità temporale, sia secondo qualunque altra
modalità; la fissità del Centro è l’immagine dell’eternità, in cui tutte le
cose sono presenti in perfetta simultaneità. La circonferenza può girare solo
intorno a un centro fisso; allo stesso modo, il mutamento, che non basta a se
stesso, presuppone necessariamente un principio al di fuori del mutamento: è il
“motore immobile” di Aristotele, che è ancora una volta rappresentato dal
Centro. Il Principio immutabile è dunque nello stesso tempo, e proprio per il
fatto che tutto ciò che esiste, tutto ciò che cambia o si muove non ha realtà
che per esso e dipende totalmente da esso, è, dicevamo, ciò che fornisce al
movimento il suo impulso iniziale, e anche ciò che in seguito lo governa e lo
dirige, che gli dà la sua legge, essendo in qualche modo la conservazione
dell’ordine del Mondo nient’altro che un prolungamento dell’atto creatore. Esso
è, secondo un’espressione indù, l’“ordinatore interno” (antaryâmî),
poiché dirige tutte le cose dall’interno, risiedendo nel punto più interno di
tutti, che è il Centro.
68 Simboli della Scienza
sacra
Invece della rotazione di una circonferenza intorno al suo centro, si può
anche considerare quella di una sfera intorno a un asse fisso; il significato
simbolico è esattamente lo stesso. Per questo le rappresentazioni dell’“Asse
del Mondo” sono così numerose e importanti in tutte le tradizioni antiche; e il
loro significato generale è in fondo lo stesso di quello delle figure del
“Centro del Mondo”, salvo forse per il fatto che esse evocano più direttamente
il ruolo del Principio immutabile nei riguardi della manifestazione universale,
che non gli altri aspetti sotto i quali può essere ugualmente considerato il
Centro. Quando la sfera, terrestre o celeste, ruota intorno al suo asse, ci
sono su di essa due punti che rimangono fissi: sono i poli, che sono le
estremità dell’asse o i suoi punti d’incontro con la superficie della sfera;
per questo l’idea del Polo è anch’essa un equivalente dell’idea del Centro. Il
simbolismo che si riferisce al Polo, e che assume talora forme assai complesse,
si ritrova anch’esso in tutte le tradizioni, e vi occupa un posto
considerevole; che la maggior parte degli studiosi moderni non se ne siano
accorti, è la riprova che la vera comprensione dei simboli sfugge loro
completamente.
Una delle figure più sorprendenti, nelle quali si riassumono le idee che
abbiamo appena esposto, è quella dello swastika (figg. 5 e 6), che è
essenzialmente il “segno del Polo”; pensiamo per altro che finora nell’Europa
moderna non se ne sia mai fatto conoscere il vero significato. Si è cercato
vanamente di spiegare questo simbolo con le teorie più fantasiose, giungendo addirittura
a vedervi lo schema di uno strumento primitivo destinato alla produzione del
fuoco; in verità, se esso ha talvolta un certo rapporto con il fuoco, è per
tutt’altra ragione. Il più delle volte, se n’è fatto un segno “solare”, cosa
che esso è potuto divenire soltanto accidentalmente e in modo abbastanza
indiretto; potremmo ripetere qui quel che dicevamo prima a proposito della ruota
e del punto al centro del cerchio. I più vicini alla verità sono stati quelli
che hanno ritenuto lo swastika un simbolo del movimento, ma anche questa
interpretazione è insufficiente, poiché non si tratta di un movimento
qualunque, ma di un movimento di rotazione che si compie intorno a un centro o
a un asse immutabile; ed è precisamente il punto fisso l’elemento essenziale a
cui si riferisce direttamente il simbolo in questione. Gli altri significati
sono tutti derivati da quello: il Centro imprime
Fig. 5 Fig.
6
L’idea del Centro nelle tradizioni
antiche 69
il movimento a ogni cosa e, siccome il movimento rappresenta la vita, lo swastika
diventa per ciò un simbolo della vita, o, più esattamente, della funzione
vivificante del Principio in rapporto all’ordine cosmico.
Se confrontiamo lo swastika con la figura della croce inscritta
nella circonferenza (fig. 2), possiamo renderci conto che sono, in fondo, due
simboli equivalenti; ma la rotazione, invece di esser rappresentata dal
tracciato della circonferenza, è indicata nello swastika soltanto dalle
linee aggiunte alle estremità dei bracci della croce e formanti con essi degli
angoli retti; queste linee sono delle tangenti alla circonferenza, che segnano
la direzione del movimento nei punti corrispondenti. Poiché la circonferenza
rappresenta il Mondo, il fatto che essa sia per così dire sottintesa indica
assai chiaramente che lo swastika non è una figura del Mondo, bensì
dell’azione del Principio in rapporto al Mondo.5
Se si riferisce lo swastika alla rotazione di una sfera quale la
sfera celeste intorno al suo asse, occorre supporla tracciata nel piano
equatoriale, e allora il punto centrale sarà la proiezione dell’asse su questo
piano, che gli è perpendicolare. In quanto al senso della rotazione indicata
dalla figura, la sua importanza è soltanto secondaria; di fatto, si incontrano
entrambe le forme da noi sopra riprodotte,6 e questo senza che sia
necessario vedervi sempre un’intenzione di stabilire fra di esse una qualche
opposizione.7 Sappiamo bene che, in certi paesi e in certe epoche,
si sono potuti produrre degli scismi i cui seguaci hanno volontariamente dato
alla figura un’orientazione contraria a quella in uso nell’ambiente da cui si
separavano, per affermare il loro antagonismo con una manifestazione esteriore;
ma questo non intacca minimamente il significato essenziale del simbolo, che
rimane lo stesso in tutti i casi.
5. La stessa osservazione
varrebbe anche per il monogramma di Cristo paragonato alla ruota.
6. La parola swastika
è, in sanscrito, la sola che serva a designare in tutti i casi il simbolo in
questione; il termine sauwastika, che taluni hanno applicato a una delle
due forme per distinguerla dall’altra (che allora sarebbe l’unico vero swastika),
è in realtà soltanto un aggettivo derivato da swastika, e indica ciò che
si riferisce a questo simbolo o ai suoi significati.
7. La stessa osservazione
si potrebbe fare per altri simboli, e in particolare per il monogramma di
Cristo costantiniano, nel quale la P è talvolta rovesciata; talvolta si è
pensato che bisognasse allora considerarla un segno dell’Anticristo; questa
intenzione può effettivamente esser esistita in certi casi, ma ve ne sono altri
in cui è manifestamente impossibile ammetterla (nelle catacombe, per esempio).
Allo stesso modo, il “quatre de chiffre” corporativo, che del resto è soltanto
una modificazione di questa medesima P del monogramma di Cristo [si veda,
sotto, il cap. 67], è indifferentemente volto nell’un senso o nell’altro, senza
che si possa nemmeno attribuire questo fatto a una rivalità fra corporazioni o
al loro desiderio di distinguersi, poiché si trovano le due forme nei segni
appartenenti a una stessa corporazione.
70 Simboli della Scienza
sacra
Lo swastika è lungi dall’essere un simbolo esclusivamente orientale
come si crede talora; in realtà, è uno di quelli più generalmente diffusi, e lo
si incontra quasi dappertutto, dall’Estremo Oriente all’Estremo Occidente,
poiché esiste persino tra certi popoli indigeni dell’America del Nord. Al
giorno d’oggi, è conservato soprattutto nell’India e nell’Asia centrale e
orientale, probabilmente solo in quelle regioni se ne conosce ancora il vero
significato; tuttavia anche in Europa non è interamente scomparso.8
In Lituania e in Curlandia, i contadini tracciano ancora questo segno nelle
loro case; molto probabilmente non ne conoscono più il senso e vi scorgono solo
una specie di talismano protettore; ma la cosa forse più curiosa è che essi gli
danno il suo nome sanscrito di swastika.9 Nell’antichità,
troviamo questo segno in particolare tra i Celti e nella Grecia pre-ellenica;10
e, sempre in Occidente, come ha detto Charbonneau-Lassay,11 esso fu
anticamente uno degli emblemi di Cristo, e restò in uso come tale fin verso la
fine del Medioevo. Come il punto al centro del cerchio e come la ruota, questo
segno risale incontestabilmente alle ere preistoriche; e da parte nostra non
esitiamo a scorgervi un vestigio della tradizione primordiale.
Ma non abbiamo ancora esaurito la serie dei significati del Centro: se esso
è anzitutto un punto di partenza, è anche un punto d’arrivo; tutto è derivato
da esso, e tutto deve alla fine ritornarvi. Poiché tutte le cose esistono
grazie al Principio e non potrebbero sussistere senza di esso, dev’esserci tra
questo e quelle un legame permanente, raffigurato dai raggi che uniscono il
centro con tutti i punti della circonferenza; ma tali raggi possono essere
percorsi nei due sensi: dal centro alla circonferenza, e dalla circonferenza,
di ritorno, verso il centro. Si direbbero due fasi complementari, la prima
delle quali è rappresentata da un movimento centrifugo e la seconda da un
movimento centripeto; queste due fasi possono esser paragonate a quelle della
respirazione, secondo un simbolismo al quale si riferiscono spesso le dottrine
indù; e, d’altra parte, vi si ritrova anche un’analogia
8. Non alludiamo qui
all’uso del tutto artificiale dello swastika. in particolare da parte di
taluni gruppi politici tedeschi, che ne hanno fatto con totale arbitrio un
segno di antisemitismo, con il pretesto che tale emblema sarebbe proprio della
presunta “razza ariana”; questa è pura fantasia.
9. Il lituano è
d’altronde, fra tutte le lingue indoeuropee, quella che ha una maggiore
somiglianza col sanscrito.
10. Esistono diverse
varianti dello swastika, per esempio una forma a bracci curvi (simile a
due S incrociate), che abbiamo già visto in particolare su una moneta gallica.
D’altra parte, certe figure che hanno conservato un carattere puramente
decorativo, come quella cui si dà il nome di “greca”, sono all’origine derivate
dallo swastika.
11. «Regnabit», marzo
1926, pp. 302-303.
L’idea del Centro nelle tradizioni
antiche 71
non meno notevole con la funzione fisiologica del cuore. Infatti, il sangue
parte dal cuore, si diffonde per tutto l’organismo vivificandolo, poi ritorna
al cuore; la funzione di quest’ultimo come centro organico è dunque veramente
completa e corrisponde esattamente all’idea che dobbiamo farci, in modo
generale, del Centro nella pienezza del suo significato.
Tutti gli esseri, che dipendono dal loro Principio in tutto quel che sono,
devono, consciamente o inconsciamente, aspirare a ritornare verso di esso;
questa tendenza al ritorno verso il Centro possiede anche, in tutte le
tradizioni, la sua rappresentazione simbolica. Vogliamo parlare
dell’orientazione rituale, che è propriamente la direzione verso un centro
spirituale, immagine terrestre e sensibile del vero “Centro del Mondo”;
l’orientazione delle chiese cristiane non ne è in fondo che un caso particolare
e si riferisce essenzialmente alla stessa idea, comune a tutte le religioni.
Nell’Islam, quest’orientazione (qibla) è quasi la materializzazione, se
così possiamo dire, dell’intenzione (niyya) in forza della quale tutte
le potenze dell’essere devono esser dirette verso il Principio divino;12
e si potrebbero facilmente trovare molti altri esempi. Ci sarebbe molto da dire
su tale questione; avremo senza dubbio altre occasioni di tornarvi sopra nel
seguito di questi studi; ci accontentiamo quindi, per il momento, di accennare
brevemente all’ultimo aspetto del simbolismo del Centro.
In sintesi, il Centro è al tempo stesso il principio e la fine di tutte le
cose; è, secondo un simbolismo conosciutissimo, l’alpha e l’omega.
Meglio ancora, è il principio, il mezzo e la fine; e questi tre aspetti sono
rappresentati dai tre elementi del monosillabo Aum, al quale
Charbonneau-Lassay aveva alluso in quanto emblema di Cristo e la cui
associazione allo swastika, tra i segni del monastero dei Carmelitani di
Loudun, ci sembra particolarmente significativa. Infatti, questo simbolo, molto
più completo dell’alpha e dell’omega, e suscettibile di assumere
significati che potrebbero dar luogo a sviluppi pressoché indefiniti, è, per
una delle concordanze più straordinarie che si possano incontrare, comune
all’antica tradizione indù e all’esoterismo cristiano del Medioevo; e, in entrambi
i casi, è ugualmente e per eccellenza un simbolo del Verbo, che è realmente il
vero “Centro del Mondo”.
12. La parola “intenzione”
dev’essere presa qui nel suo senso strettamente etimologico (da in-tendere,
tendere verso).
9. I fiori simbolici
L’uso dei fiori nel simbolismo è, come si sa, molto diffuso e si ritrova
nella maggior parte delle tradizioni; è anche molto complesso, ed è nostra
intenzione indicare qui solo alcuni dei suoi significati più generali. È
evidente infatti che, a seconda che sia preso come simbolo questo o quel fiore,
il senso deve variare, almeno nelle sue modalità secondarie, e parimenti che,
come avviene in genere nel simbolismo, ogni fiore può avere in se stesso una
pluralità di significati, legati per altro tra di loro da certe corrispondenze.
Uno dei significati principali è quello che si riferisce al principio
femminile o passivo della manifestazione, cioè a Prakriti, la sostanza
universale; e, a tale riguardo, il fiore equivale a un certo numero di altri
simboli, fra i quali uno dei più importanti è la coppa. Come quest’ultima,
infatti, il fiore evoca con la sua stessa forma l’idea di un “ricettacolo”, ciò
che di fatto è Prakriti in rapporto alle influenze emanate da Purusha,
e anche nel linguaggio corrente si parla del “calice” di un fiore. D’altra
parte, lo sbocciare di questo fiore rappresenta al tempo stesso lo sviluppo
della manifestazione, considerata come produzione di Prakriti; e questo
duplice senso è particolarmente chiaro nel caso del loto, che è in Oriente il
fiore simbolico per eccellenza, il cui carattere specifico è di sbocciare sulla
superficie delle acque; quest’ultima, come abbiamo spiegato altrove,
rappresenta sempre l’ambito di un certo stato di manifestazione, o il piano di
riflessione del “Raggio celeste” che esprime l’influenza esercitata da Purusha
su quest’ambito per realizzare le possibilità che vi sono potenzialmente
contenute, avvolte nell’indifferenziazione primordiale di Prakriti.1
L’accostamento con la coppa, che abbiamo ora indicato, deve naturalmente
far pensare al simbolismo del Graal nelle tradizioni occidentali; ed è appunto
il caso di fare, a questo proposito, un’osservazione assai degna d’interesse.
Si sa che, tra i vari altri oggetti che la leggenda associa al Graal, figura in
particolare una lancia che, nell’adattamento cristiano, non è altro che la
lancia del centurione Longino, dalla quale fu aperta nel fianco di Cristo la
ferita donde sgorgarono il sangue e l’acqua raccolti da Giuseppe d’Arimatea
nella coppa della Cena; ma è altrettanto vero che questa lancia o qualche suo
equivalente esisteva già, come simbolo in qualche modo complementare alla
coppa, nelle tradizioni
1. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cap. XXIV.
I fiori simbolici 73
anteriori al cristianesimo.2 La lancia, quando è posta
verticalmente, è una delle figure dell’“Asse del Mondo”, che s’identifica con
il “Raggio celeste” di cui parlavamo un momento fa; e si possono anche
richiamare, a tale proposito, le frequenti assimilazioni del raggio solare ad armi
come la lancia o la freccia, sulle quali non è il caso di insistere
ulteriormente. Da un altro lato, in alcune rappresentazioni, gocce di sangue
cadono dalla lancia stessa nella coppa; ora queste gocce di sangue non sono qui
nient’altro, nel loro significato principiale, che l’immagine delle influenze
emanate da Purusha, il che evoca d’altronde il simbolismo vêdico del
sacrificio di Purusha all’origine della manifestazione;3 e
questo ci ricondurrà direttamente alla questione del simbolismo floreale, da
cui con tali considerazioni ci siamo allontanati solo in apparenza.
Nel mito di Adone (il cui nome, del resto, significa “il Signore”), quando
l’eroe è colpito a morte dal grifo di un cinghiale, che svolge qui la stessa
funzione della lancia, il suo sangue, spandendosi per terra, fa nascere un
fiore; e sarebbe senza dubbio abbastanza facile trovare altri esempi analoghi.
Ciò si ritrova pure nel simbolismo cristiano: è così che Charbonneau-Lassay ha
segnalato «un ferro da ostie del secolo XII, in cui si vede il sangue delle
piaghe del Crocifisso cadere in goccioline che si trasformano in rose, e la
vetrata del secolo XIII della cattedrale di Angers ove il sangue divino, che
scorre in ruscelli, sboccia ancora sotto forma di rose».4 La rosa è
in Occidente, con il giglio, uno dei più consueti equivalenti di ciò che è il
loto in Oriente; qui sembra d’altronde che il simbolismo del fiore sia riferito
unicamente alla produzione della manifestazione,5 e che Prakriti
sia rappresentata piuttosto dallo stesso suolo vivificato dal sangue; ma vi
sono anche dei casi in cui sembra che le cose stiano altrimenti. Nello stesso
articolo che abbiamo appena citato, Charbonneau-Lassay riproduce un disegno
ricamato su una cartagloria dell’abbazia di Fontevrault, che risale alla prima
metà del secolo XVI
2. Cfr. Le Roi du Monde,
cap. V. Si potrebbero riportare, tra i diversi casi in cui la lancia è usata
come simbolo, alcune curiose somiglianze che giungono fino a certi particolari:
così, presso i Greci, si riteneva che la lancia di Achille guarisse le ferite
che causava; la leggenda medioevale attribuisce la stessa virtù alla lancia
della Passione.
3. Si potrebbe anche,
sotto certi aspetti, far qui un accostamento con il conosciutissimo simbolismo
del pellicano.
4. «Regnabit», gennaio
1925. Segnaliamo anche, in riferimento a un simbolismo affine, la
raffigurazione delle cinque piaghe di Cristo con cinque rose, una posta al
centro della croce e le altre quattro tra i suoi bracci, insieme che
costituisce anche uno dei principali simboli rosacrociani.
5. Deve restare ben
inteso, perché questa interpretazione non possa dar luogo ad alcuna obiezione,
che vi è una relazione strettissima fra “Creazione” e “Redenzione”, che non
sono altro che due aspetti dell’operazione del Verbo divino.
74 Simboli della Scienza
sacra
ed è conservata oggi nel museo di Napoli, in cui si vede la rosa posta ai
piedi di una lancia eretta verticalmente, lungo la quale piovono gocce di
sangue. La rosa vi appare associata alla lancia esattamente come lo è altrove
la coppa, e sembra proprio raccogliere delle gocce di sangue piuttosto che
provenire dalla trasformazione di una di esse; è evidente del resto che i due
significati non si oppongono per nulla, ma piuttosto si completano; giacché
queste gocce, cadendo sulla rosa, la vivificano e la fanno sbocciare; e va da
sé che questa funzione simbolica del sangue ha, in tutti i casi, la sua ragione
nel rapporto diretto di quest’ultimo con il principio vitale, qui trasposto
nell’ordine cosmico. La pioggia di sangue equivale anche alla “rugiada celeste”
che, secondo la dottrina cabalistica, emana dall’“Albero della Vita”, altra
figura dell’“Asse del Mondo”, e quindi l’influenza vivificante è collegata
principalmente alle idee di rigenerazione e di resurrezione, manifestamente
connesse all’idea cristiana della Redenzione; e questa stessa rugiada svolge
pure un ruolo importante nel simbolismo alchimistico e rosacrociano.6
Quando si considera che il fiore rappresenta lo sviluppo della
manifestazione, vi è equivalenza fra esso e altri simboli, tra i quali bisogna
annoverare specialmente quello della ruota, che s’incontra quasi dappertutto,
con un numero di raggi variabile a seconda delle raffigurazioni, ma che ha
sempre di per sé un valore simbolico particolare. I tipi più consueti sono le
ruote a sei e a otto raggi; la “rotella” celtica, che si è perpetuata
attraverso quasi tutto il Medioevo occidentale, si presenta sotto l’una o
l’altra di queste forme; le medesime figure, e soprattutto la seconda, si
ritrovano spessissimo nei paesi orientali, in particolare in Caldea e in
Assiria, in India e nel Tibet. Ora la ruota è sempre, anzitutto, un simbolo del
Mondo; nel linguaggio simbolico della tradizione indù, si parla costantemente
della “ruota delle cose” o della “ruota della vita”, il che corrisponde
chiaramente a tale significato; e non meno frequenti nella tradizione
estremo-orientale sono le allusioni alla “ruota cosmica”. Ciò è sufficiente a
stabilire la stretta parentela di queste figure con i fiori simbolici, il cui
sbocciare è d’altronde allo stesso modo un irradiamento intorno al centro,
poiché anch’essi sono delle figure “centrate”; e si sa che, nella tradizione
indù, il Mondo è talvolta rappresentato sotto forma di un loto al centro del
quale sorge il Mêru, la “montagna polare”. Vi sono d’altronde delle
corrispondenze manifeste, che rinforzano ulteriormente tale equivalenza tra il
numero
6. Cfr. Le Roi du Monde,
cap. III. La somiglianza che esiste fra il nome della rugiada (ros) e
quello della rosa (rosa) non può del resto passare inosservata a coloro
che sanno quanto sia frequente l’uso di un certo simbolismo fonetico.
I fiori simbolici 75
dei petali di questi fiori e quello dei raggi della ruota; così, il giglio
ha sei petali, e il loto, nelle rappresentazioni del tipo più comune, ne ha
otto, in modo che essi corrispondono rispettivamente alle ruote a sei e a otto
raggi di cui abbiamo appena parlato.7 In quanto alla rosa, essa
viene raffigurata con un numero variabile di petali; ci limiteremo a far notare
a questo proposito che in genere i numeri cinque e sei si riferiscono
rispettivamente al “microcosmo” e al “macrocosmo”; inoltre, nel simbolismo
alchimistico, la rosa a cinque petali, posta al centro della croce che
rappresenta i quattro elementi, è anche, come abbiamo già segnalato in un altro
studio, il simbolo della “quintessenza”, la quale svolge d’altra parte,
relativamente alla manifestazione corporea, un ruolo analogo a quello di Prakriti.8
Infine, menzioneremo ancora la parentela dei fiori a sei petali e della ruota a
sei raggi con certi altri simboli non meno diffusi, come quello del “monogramma
di Cristo”, sui quali ci proponiamo di tornare in altra occasione.9
Per questa volta, ci basterà aver mostrato le due analogie più importanti dei
simboli floreali, con la coppa in quanto si riferiscono a Prakriti, e
con la ruota in quanto si riferiscono alla manifestazione cosmica; il rapporto
di questi due significati è d’altronde, in definitiva, un rapporto da principio
a conseguenza, poiché Prakriti è la radice stessa di ogni
manifestazione.
7. Abbiamo notato, come
esempio chiarissimo di una simile equivalenza nel Medioevo, la ruota a otto
raggi e un fiore a otto petali raffigurati l’una di fronte all’altro su una
stessa pietra scolpita, incastrata nella facciata dell’antica chiesa Saint-Mexme
di Chinon, risalente con ogni probabilità all’epoca carolingia. La ruota si
trova d’altronde spessissimo raffigurata sulle chiese romaniche, e lo stesso
rosone gotico, assimilato dal suo nome ai simboli floreali, sembra proprio
esserne derivato, così che esso si ricollegherebbe, per una ininterrotta
filiazione, all’antica “rotella” celtica.
8. La Théorie hindoue
des cinq éléments.
9. Charbonneau-Lassay ha
segnalato l’associazione della rosa stessa con il monogramma di Cristo
(«Regnabit», numero del marzo 1926) in una figura di questo genere che egli ha
riprodotto da un mattone merovingio; la rosa centrale ha sei petali, orientati secondo
i bracci del monogramma; inoltre, questo è chiuso in un cerchio, il che ne fa
apparire nel modo più chiaro l’identità con la ruota a sei raggi.
10. La triplice cinta druidica
Paul Le Cour ha segnalato, in «Atlantis» (luglio-agosto 1928), un curioso
simbolo tracciato su una pietra druidica scoperta verso il 1800 a Suèvres
(Loir-et-Cher), che era stata precedentemente studiata da E.-C. Florance,
presidente della Società di Storia naturale e di Antropologia del Loir-et-Cher.
Questi pensa addirittura che la località ove fu trovata la pietra potrebbe
essere stato il luogo della riunione annuale dei druidi, che secondo Cesare era
situato ai confini del paese dei Carnuti.1 La sua attenzione fu
attirata dal fatto che si trova lo stesso segno su un sigillo d’un oculista
gallo-romano, rinvenuto verso il 1870 a Villefranche-sur-Cher (Loir-et-Cher);
ed espresse il parere che esso potesse rappresentare una triplice cinta sacra.
Questo simbolo è effettivamente costituito da tre quadrati concentrici, legati
fra di loro da quattro linee ad angolo retto (fig. 7).
Fig. 7
Nel momento stesso in cui usciva l’articolo di «Atlantis», veniva segnalata
a Florance l’esistenza del medesimo simbolo inciso su una grossa pietra di
basamento di un contrafforte della chiesa di Sainte-Gemme (Loir-et-Cher),
pietra che sembra d’altronde di provenienza anteriore alla costruzione della
chiesa, e che potrebbe risalire anch’essa al druidismo. È sicuro del resto che,
come molti altri simboli celtici, e in particolare quello della ruota, questa
figura è rimasta in uso fino al Medioevo, giacché Charbonneau-Lassay l’ha
rilevata tra i “graffiti” del torrione di Chinon,2 assieme.a
un’altra non meno antica, formata da otto raggi e circoscritta da un quadrato
(fig. 8), che si trova sul “betilo” di Kermaria studiato da J. Loth3
e al quale abbiamo già
1. Cesare dice: in
finibus Carnutum; l’interpretazione ci sembra prestarsi a qualche dubbio,
poiché fines non significa sempre “confini”, ma designa spesso il paese
medesimo. D’altra parte, non sembra si sia trovato a Suèvres niente che
richiami l’Omphalos, che nel Mediolanon o Medionemeton
della Gallia, doveva, secondo l’uso dei popoli celtici, essere raffigurato da
un menhir.
2. Le Cœur rayonnant du
donjon de Chinon.
3. L’“Omphalos” chez
les Celtes, nella «Revue des Études anciennes», luglio-settembre 1915.
La triplice cinta druidica 77
avuto occasione di alludere altrove.4 Le Cour informa che il
simbolo del triplice quadrato si trova anche a Roma, nel chiostro di San Paolo,
del secolo XIII, e che, d’altra parte, non era conosciuto nell’antichità
soltanto dai Celti, poiché egli stesso l’ha notato parecchie volte sull’Acropoli
di Atene, sulle lastre del Partenone e su quelle dell’Eretteo.
Fig. 8
L’interpretazione del simbolo in questione come figura di una triplice
cinta ci pare assai giusta; e Le Cour stabilisce a questo proposito un
collegamento con ciò che dice Platone, il quale, parlando della metropoli degli
Atlantidi, descrive il palazzo di Poseidone come un edificio al centro di tre
cinte concentriche collegate fra di loro da canali, il che costituisce
effettivamente una figura analoga a quella in questione, però circolare anziché
quadrata.
Ora, quale può essere il significato di queste tre cinte? Abbiamo subito
pensato che dovesse trattarsi di tre gradi di iniziazione, sicché il loro
insieme avrebbe rappresentato, in certo modo, la figura della gerarchia
druidica; e il fatto che la medesima figura si trovi anche altrove indicherebbe
che esistevano, in altre forme tradizionali, delle gerarchie costituite sullo
stesso modello, cosa questa perfettamente normale. La divisione
dell’iniziazione in tre gradi è d’altronde la più frequente e, potremmo dire,
quella fondamentale; tutte le altre rappresentano in definitiva, rispetto a
essa, soltanto delle suddivisioni o degli sviluppi più o meno complicati. Ci ha
fornito quest’idea l’essere venuti una volta a conoscenza di documenti i quali,
in certi sistemi massonici di alti gradi, descrivono questi gradi precisamente
come altrettante cinte successive tracciate intorno a un punto centrale;5
sicuramente, tali documenti sono incomparabilmente meno antichi dei monumenti
di cui si parla qui, ma si può ugualmente trovarvi un’eco di tradizioni a essi
molto anteriori, e in ogni caso ci fornivano
4. Le Roi du Monde,
cap. XI. L’“Omphalos”, symbole du Centre, in «Regnabit», giugno 1926.
5. Le Cour annota che il
punto centrale è segnato sulla maggior parte delle figure che egli ha visto
sull’Acropoli di Atene.
78 Simboli della Scienza
sacra
nella circostanza un punto di partenza per interessanti accostamenti.
È opportuno notar bene che la spiegazione che ne proponiamo non è per nulla
incompatibile con certe altre, come quella accolta da Le Cour, secondo la quale
le tre cinte si riferirebbero ai tre cerchi dell’esistenza riconosciuti dalla
tradizione celtica; questi tre cerchi, che si ritrovano sotto altra forma nel
cristianesimo, sono d’altronde la stessa cosa dei “tre mondi” della tradizione
indù. In quest’ultima, d’altra parte, i cerchi celesti sono talvolta
rappresentati come altrettante cinte concentriche circondanti il Mêru,
cioè la Montagna sacra che simboleggia il “Polo” o l’“Asse del Mondo”, ed è
anche questa una notevolissima concordanza. Lungi dall’escludersi, le due
spiegazioni si accordano perfettamente, e si potrebbe anche dire che in un
certo senso coincidono, giacché, se si tratta d’iniziazione reale, i suoi gradi
corrispondono ad altrettanti stati dell’essere, e sono questi stati che tutte
le tradizioni descrivono come altrettanti mondi diversi, perché si deve tenere
ben presente che la “localizzazione” ha soltanto carattere simbolico. Abbiamo
già spiegato, a proposito di Dante, come i cieli siano propriamente delle
“gerarchie spirituali”, cioè dei gradi d’iniziazione,6 e va da sé
che essi si riferiscono al tempo stesso ai gradi dell’esistenza universale,
poiché, come dicevamo allora,7 in virtù dell’analogia costitutiva
del Macrocosmo e del Microcosmo, il processo iniziatico riproduce rigorosamente
il processo cosmogonico. Aggiungeremo che, in linea di massima, è proprio di
ogni interpretazione veramente iniziatica di non essere mai esclusiva, ma, al
contrario, di abbracciare sinteticamente tutte le altre interpretazioni
possibili; è per questa ragione inoltre che il simbolismo, con i suoi
significati molteplici e sovrapposti, è il mezzo di espressione normale di ogni
vero insegnamento iniziatico.
Grazie a questa stessa spiegazione, il senso delle quattro linee disposte a
forma di croce che collegano le tre cinte diventa immediatamente chiaro: sono
dei canali, attraverso i quali l’insegnamento della dottrina tradizionale si
comunica dall’alto in basso, a partire dal grado supremo che ne è il
depositario, distribuendosi gerarchicamente negli altri gradi. La parte
centrale della figura corrisponde dunque alla “fonte d’insegnamento” di cui
parlano Dante e i “Fedeli d’Amore”,8 e la disposizione cruciforme
dei quattro canali che ne dipartono li identifica ai quattro fiumi del Pardes.
6. L’Ésotérisme de
Dante, cap. II.
7. Ibidem, cap. VI.
8. Si veda il nostro
articolo in “Le voile d’Isis”, febbraio 1929.
La triplice cinta druidica 79
A tale proposito, conviene osservare che tra le due forme circolare e
quadrata della figura delle tre cinte c’è un’importante sfumatura da notare:
esse si riferiscono rispettivamente al simbolismo del Paradiso terrestre e a
quello della Gerusalemme celeste, secondo quanto abbiamo spiegato in una nostra
opera.9 Infatti, vi è sempre analogia e corrispondenza tra l’inizio
e la fine di qualunque ciclo, ma, alla fine, il cerchio è sostituito dal
quadrato, e ciò indica la realizzazione di quella che gli ermetisti designavano
simbolicamente come “quadratura del cerchio”:10 la sfera, che
rappresenta lo sviluppo delle possibilità mediante espansione del punto
primordiale e centrale, si trasforma in un cubo quando questo sviluppo è
completo ed è raggiunto l’equilibrio finale per il ciclo considerato.11
Applicando specificamente queste considerazioni alla questione che ora ci
occupa, diremo che la forma circolare deve rappresentare il punto di partenza
di una tradizione, ed è proprio questo il caso dell’Atlantide,12 e la
forma quadrata il suo termine, che corrisponde alla costituzione di una forma
tradizionale derivata. Nel primo caso, il centro” della figura sarebbe allora
la fonte della dottrina, mentre, nel secondo, ne sarebbe più propriamente il
serbatoio, avendo qui l’autorità spirituale soprattutto una funzione di
conservazione; ma, naturalmente, il simbolismo della “fonte d’insegnamento”
Fig. 9
9. Le Roi du Monde,
cap. XI; sui rapporti fra il Paradiso terrestre e la Gerusalemme celeste, si
veda anche L’Ésotérisme de Dante, cap. VIII.
10. Questa quadratura non
può essere ottenuta nel “divenire” o nel movimento stesso del ciclo, perché
esprime la fissazione che risulta dal “passaggio al limite”; e, essendo ogni
movimento ciclico propriamente indefinito, il limite non può esser raggiunto
percorrendo successivamente e analiticamente tutti i punti corrispondenti a
ogni momento dello sviluppo della manifestazione.
11. Sarebbe facile far qui
un accostamento con il simbolo massonico della “pietra cubica”, che ugualmente
si riferisce all’idea di compimento e di perfezione, cioè alla realizzazione
della pienezza delle possibilità implicate in un certo stato.
12. Bisogna d’altronde
precisare che la tradizione atlantidea non è tuttavia la tradizione primordiale
per il presente Manvantara, e che essa è solo secondaria in rapporto
alla tradizione iperborea; solo relativamente si può prenderla come punto di
partenza, per quanto concerne un determinato periodo il quale costituisce
soltanto una delle suddivisioni del Manvantara.
80 Simboli della Scienza
sacra
si applica a entrambi i casi.13 Dal punto di vista del
simbolismo numerico, bisogna ancora notare che l’insieme dei tre quadrati
costituisce il duodenario. Disposti altrimenti (fig. 9), questi tre quadrati,
ai quali s’aggiungono pure quattro linee in croce, costituiscono la figura nella
quale gli antichi astrologi inscrivevano lo zodiaco;14 tale figura
era considerata d’altronde quella della Gerusalemme celeste con le sue dodici
porte, tre per ogni lato, e vi è in ciò un rapporto evidente con il significato
che abbiamo appena indicato per la forma quadrata. Ci sarebbero senza dubbio
ancora molti altri accostamenti da esaminare, ma pensiamo che queste poche
note, per quanto incomplete, contribuiranno già a portar qualche lume sulla
misteriosa questione della triplice cinta druidica.
13. L’altra figura che
abbiamo riprodotto sopra (fig. 8) si presenta spesso anche sotto forma
circolare: è allora una delle varietà più comuni della ruota, e questa ruota a
otto raggi è per certi versi un equivalente del loto a otto petali, più proprio
delle tradizioni orientali, così come la ruota a sei raggi equivale al giglio,
che ha sei petali (si vedano i nostri articoli su Le Chrisme et le Cœur dans
les anciennes marques corporatives e su L’idée du Centre dans les
traditions antiques, in «Regnabit», novembre 1925 e maggio 1926
[quest’ultimo pubblicato sopra come cap. 8]).
14. Le quattro linee in
croce sono poste allora diagonalmente in rapporto ai due quadrati estremi, e lo
spazio compreso fra di essi si trova diviso in dodici triangoli rettangoli
uguali.
11. I Custodi della Terra santa
Uno degli attributi più noti, ma in genere non dei meglio compresi, degli
ordini cavallereschi, e più particolarmente dei Templari, è quello di “custodi
della Terra santa”. Se ci si attiene al significato più esteriore, questo
attributo trova una giustificazione immediata nella relazione esistente fra
l’origine di tali Ordini e le Crociate, giacché, per i Cristiani come per gli
Ebrei, sembra proprio che “Terra santa” non designi nient’altro che la
Palestina. Tuttavia, il problema diventa più complesso quando ci si accorge che
varie organizzazioni orientali, il cui carattere iniziatico è fuor di dubbio,
come gli Assassini e i Drusi, si sono ugualmente fregiati del titolo di
“custodi della Terra santa”. In questo caso non può più trattarsi della
Palestina; ed è notevole d’altronde che queste organizzazioni presentino un
numero abbastanza grande di tratti comuni con gli ordini cavallereschi
occidentali, e che addirittura alcune di esse siano state storicamente in
relazione con questi ultimi. Che cosa dunque bisogna intendere in realtà per
“Terra santa”, e a cosa corrisponde esattamente questo ruolo di “custodi” che
sembra legato a un determinato genere d’iniziazione, che si può chiamare
iniziazione “cavalleresca”, dando a questo termine un’estensione maggiore di
quanto non si faccia di solito, ma che le analogie esistenti fra le sue diverse
forme basterebbero ampiamente a legittimare?
Abbiamo già mostrato altrove, e in particolare nel nostro studio su Le
Roi du Monde, che l’espressione “Terra santa” ha un certo numero di
sinonimi: “Terra pura”, “Terra dei Santi”, “Terra dei Beati”, “Terra dei
Viventi”, “Terra d’Immortalità”, che queste designazioni equivalenti
s’incontrano nelle tradizioni di tutti i popoli, e che esse si applicano
essenzialmente sempre a un centro spirituale la cui localizzazione in una
regione determinata può d’altronde, secondo i casi, venir intesa letteralmente
o simbolicamente, o in entrambi i sensi. Ogni “Terra santa” è designata ancora
con espressioni come “Centro del Mondo” o “Cuore del Mondo”, e ciò richiede
qualche spiegazione, perché queste designazioni uniformi, benché di diversa
applicazione, potrebbero facilmente generare confusioni.
Se consideriamo per esempio la tradizione ebraica, vediamo che si parla,
nel Sepher Ietsirah, del “Palazzo santo” o “Palazzo interiore”, che è il
vero “Centro del Mondo”, nel senso cosmogonico di questo termine; e vediamo
anche che tale “Palazzo santo” ha la sua immagine nel mondo umano nella
residenza in un certo luogo della Shekinah, che è la “presenza reale”
della
82 Simboli della Scienza
sacra
Divinità.1 Per il popolo d’Israele, la residenza della Shekinah
era il Tabernacolo (Mishkan), che, per tale ragione, era considerato il
“Cuore del Mondo”, perché era effettivamente il centro spirituale della sua
tradizione. Questo centro, d’altronde, all’inizio non fu assolutamente un luogo
fisso; quando si tratta di un popolo nomade, come in questo caso, il suo centro
spirituale deve spostarsi con esso, rimanendo tuttavia lo stesso nel corso
dello spostamento. «La residenza della Shekinah», dice Vulliaud «divenne
fissa soltanto il giorno in cui fu costruito il tempio, per il quale Davide
aveva preparato l’oro, l’argento, e tutto quel ch’era necessario a Salomone per
compiere l’opera.2 Il Tabernacolo della Santità di Jehovah,
la residenza della Shekinah, è il Santo dei Santi che è il cuore del
Tempio, che è a sua volta il centro di Sion (Gerusalemme), come la santa Sion è
il centro della Terra d’Israele, come la Terra d’Israele è il centro del
mondo».3 Si può notare che vi è qui una progressiva estensione dell’idea
del centro nelle successive applicazioni che ne sono fatte, di modo che la
denominazione di “Centro del Mondo” o di “Cuore del Mondo” è infine estesa
all’intera Terra d’Israele, in quanto essa è considerata la “Terra santa”; e
occorre aggiungere che, sotto lo stesso profilo, essa riceve pure, fra le altre
denominazioni, quella di “Terra dei Viventi”. Si parla della «Terra dei Viventi
che comprende sette terre», e Vulliaud osserva che «questa Terra è Canaan in
cui vivevano sette popoli»,4 il che è letteralmente esatto, per
quanto sia ugualmente possibile un’interpretazione simbolica. L’espressione
“Terra dei Viventi” è un esatto sinonimo di “dimora d’immortalità”, e la
liturgia cattolica la applica alla dimora celeste, degli eletti, che era
infatti raffigurata dalla Terra promessa, giacché Israele, penetrandovi, doveva
veder la fine delle sue tribolazioni. Da un altro punto di vista ancora, la
Terra d’Israele, in quanto centro spirituale, era un’immagine del Cielo,
poiché, secondo la tradizione giudaica, «Tutto quel che fanno gli Israeliti
sulla terra è compiuto secondo i tipi di ciò che avviene nel mondo celeste».5
Quanto è detto qui degli Israeliti può ugualmente valere per tutti i popoli
che possiedono una tradizione veramente ortodossa;
1. Si vedano i nostri
articoli su Le Cœur du Monde dans la Kabbale hébraïque e La Terre
sainte et le Cœur du Monde, nella rivista «Regnabit», luglio-agosto e
settembre-ottobre 1926.
2. È opportuno notare che
le espressioni qui usate evocano l’assimilazione frequentemente stabilita fra
la costruzione del Tempio, considerata nel suo significato ideale, e la “Grande
Opera” degli ermetisti.
3. La Kabbale juive,
I, p. 509.
4. La Kabbale, II,
p. 116.
5. Ibidem, I, p.
501.
I Custodi della Terra santa 83
e, di fatto, il popolo d’Israele non è il solo ad aver assimilato il
proprio paese al “Cuore del Mondo” e ad averlo considerato come un’immagine del
Cielo, due idee che, del resto, sono in realtà una sola. L’uso dello stesso
simbolismo si ritrova presso altri popoli i quali possedevano anch’essi una
“Terra santa”, cioè un paese ov’era stabilito un centro spirituale avente per
loro una funzione paragonabile a quella del Tempio di Gerusalemme per gli
Ebrei. A tale riguardo, la “Terra santa” equivale all’Omphalos, che era
sempre l’immagine visibile del “Centro del Mondo” per il popolo della regione
in cui era posto.6
Il simbolismo in questione s’incontra in particolare presso gli antichi
Egizi; infatti secondo Plutarco, «gli Egizi danno al loro paese il nome Chemia,7
e lo paragonano a un cuore».8 La ragione fornitane da quest’autore è
abbastanza strana: «Questo paese è infatti caldo, umido, compreso nelle parti
meridionali della terra abitata, estesa a Mezzogiorno, come nel corpo dell’uomo
il cuore si trova a sinistra», poiché «gli Egizi considerano l’Oriente come il
volto del mondo, il Nord come la sua destra e il Mezzogiorno la sinistra».9
Si tratta solo di somiglianze piuttosto superficiali, e la vera ragione
dev’essere tutt’altra, giacché lo stesso paragone con il cuore è stato pure
applicato a ogni terra alla quale veniva attribuito un carattere sacro e
“centrale” in senso spirituale, qualunque fosse la sua posizione geografica.
D’altronde, al dire di Plutarco stesso, il cuore, che rappresentava l’Egitto,
rappresentava al tempo stesso il Cielo: «Gli Egizi» egli dice «raffigurano il
cielo che, non può invecchiare perché è eterno, con un cuore posto su un
braciere che ne alimenta l’ardore con la fiamma».10 Così, mentre il
cuore è esso stesso raffigurato da un vaso che non è altro se non quello
designato nelle leggende medioevali come “Santo Graal”, esso è a sua volta, e
simultaneamente, il geroglifico dell’Egitto e quello del Cielo.
La conclusione da trarre da queste considerazioni, è che vi sono
altrettante “Terre sante” particolari quante forme tradizionali
6. Si veda il nostro
articolo su Les pierres de foudre [qui sotto, come cap. 25].
7. Kêmi, in lingua
egiziana, significa “terra nera”, designazione di cui si ritrova l’equivalente
anche presso altri popoli; da questa parola è venuta quella di alchimia
(al non è che l’articolo in arabo), che designava originariamente la
scienza ermetica, cioè la scienza sacerdotale dell’Egitto.
8. Iside e Osiride,
33; traduzione francese di Mario Meunier, p. 116.
9. Ibidem, 32, p.
112. In India, è al contrario il Mezzogiorno a esser designato come il “lato
destro” (dakshina); ma, malgrado le apparenze, in fondo è la stessa
cosa, giacché bisogna intendere con ciò il lato che si ha alla propria destra
quando ci si volge verso Oriente, ed è facile rappresentarsi il lato destro del
mondo come quello che si estende alla destra di colui che lo contempla, e
inversamente, come avviene per due persone poste l’una di fronte all’altra.
10. Iside e Osiride,
10, p. 49. Si osserverà che questo simbolo, con il significato che gli viene
qui attribuito, sembra poter essere accostato a quello della fenice.
84 Simboli della Scienza
sacra
regolari, poiché esse rappresentano i centri spirituali corrispondenti
rispettivamente a queste diverse forme; ma, se lo stesso simbolismo si applica
uniformemente a tutte le “Terre sante”, la ragione è che tali centri spirituali
hanno tutti una analoga costituzione, spesso fin nei minimi particolari, poiché
sono altrettante immagini di un medesimo centro unico e supremo, che solo è il
vero “Centro del Mondo”, ma di cui assumono gli attributi partecipando alla sua
natura mediante una comunicazione diretta, nella quale risiede l’ortodossia
tradizionale, e rappresentandolo effettivamente, in modo più o meno esteriore,
in tempi e luoghi determinati. In altri termini, esiste una “Terra santa” per
eccellenza, prototipo di tutte le altre, centro spirituale a cui tutti gli
altri sono subordinati, sede della tradizione primordiale da cui tutte le
tradizioni particolari sono derivate per adattamento a queste o quelle
condizioni definite proprie a un popolo o a un’epoca. Questa “Terra santa” per
eccellenza, è il “paese supremo”, secondo il senso del termine sanscrito Paradêsha,
di cui i Caldei hanno fatto Pardes e gli Occidentali Paradiso; è
infatti il “Paradiso terrestre”, punto di partenza di ogni tradizione, che ha
al suo centro la fonte unica da cui partono i quattro fiumi che scorrono verso
i quattro punti cardinali,11 e che è anche la “dimora
d’immortalità”, com’è facile rendersi conto riportandosi ai primi capitoli
della Genesi12.
Non possiamo pensare di tornare qui su tutte le questioni concernenti il
Centro supremo, da noi già trattate altrove più o meno compiutamente: la sua
conservazione in modo più o meno nascosto a seconda dei periodi, dall’inizio
alla fine del ciclo, cioè dal “Paradiso terrestre” fino alla “Gerusalemme
celeste” che ne rappresentano le due fasi estreme; i molteplici nomi sotto i
quali viene designato, come quelli di Tula, di Luz, di Salem,
di Agarttha; i diversi simboli che lo raffigurano, come la montagna, la caverna,
l’isola e molti altri ancora, in immediato rapporto, per lo più, con il
simbolismo del “Polo” o dell’“Asse del Mondo”. A queste raffigurazioni possiamo
aggiungere anche quelle che ne fanno una città, una roccaforte, un tempio o un
palazzo, a
11. Questa fonte è
identica alla “fonte d’insegnamento” alla quale abbiamo avuto occasione di
alludere proprio qui diverse volte.
12. Per questo la “fonte
d’insegnamento” è nello stesso tempo la “fontana della giovinezza” (fons
juventutis), poiché chi vi beve è liberato dalla condizione temporale; essa
è d’altronde situata ai piedi dell’“Albero della Vita” (si veda il nostro
studio su Le Langage secret de Dante et des “Fidèles d’Amour” in «Le
Voile d’Isis», febbraio 1929) e le sue acque si identificano evidentemente con
“l’elisir di lunga vita” degli ermetisti (l’idea di “longevità” ha qui lo
stesso significato che nelle tradizioni orientali) o con la “bevanda
d’immortalità”, di cui si parla ovunque sotto nomi diversi.
I Custodi della Terra santa 85
seconda dell’aspetto sotto il quale più specialmente lo si considera; ed è
l’occasione di richiamare, assieme al Tempio di Salomone che si ricollega più
direttamente al nostro argomento, la triplice cinta di cui abbiamo di recente
parlato come di una rappresentazione della gerarchia iniziatica di certi centri
tradizionali,13 e anche il misterioso labirinto, che, in una forma
più complessa, si ricollega a una concezione similare, con la differenza che vi
è messa in evidenza soprattutto l’idea di un “progredire” verso il centro
nascosto.14
Dobbiamo aggiungere ora che il simbolismo della “Terra santa” ha un duplice
senso: che sia riferito al Centro supremo o a un centro subordinato, esso
rappresenta non solo questo centro stesso, ma anche, per un’associazione
d’altronde affatto naturale, la tradizione che ne emana o che vi è conservata,
vale a dire, nel primo caso, la tradizione primordiale, e, nel secondo, una
determinata forma tradizionale particolare.15 Questo duplice
significato si ritrova similmente, e in modo nettissimo, nel simbolismo del
“Santo Graal”, che è a un tempo un vaso (grasale) e un libro (gradale
o graduale); quest’ultimo aspetto designa manifestamente la tradizione,
mentre l’altro concerne più direttamente lo stato corrispondente all’effettivo
possesso di tale tradizione, cioè lo “stato edenico” se si tratta della
tradizione primordiale; e colui che è pervenuto a questo stato è, per ciò
stesso, reintegrato nel Pardes, in modo che si può dire che la sua
dimora è ormai nel “Centro del Mondo”.16
Non senza motivi accostiamo questi due simbolismi, giacché la loro stretta
somiglianza mostra che, quando si parla della
13. Si veda il nostro
articolo su La triple enceinte druidique [qui sopra, come cap. 10]; vi
abbiamo segnalato precisamente il rapporto di questa figura, sotto le due
forme, circolare e quadrata, con il simbolismo del “Paradiso terrestre” e della
“Gerusalemme celeste”.
14. Il labirinto cretese
era il palazzo di Minosse, nome identico a quello di Manu, che
designa quindi il legislatore primordiale. D’altra parte, si può capire, da
quel che diciamo qui, la ragione per cui il percorso del labirinto tracciato
sul pavimento di certe chiese, nel Medioevo, era considerato sostitutivo del
pellegrinaggio in Terrasanta per coloro che non potevano compierlo; bisogna
ricordarsi che il pellegrinaggio è precisamente una delle figure
dell’iniziazione, di modo che il “pellegrinaggio in Terrasanta” è, in senso
esoterico, lo stesso che la “ricerca della Parola perduta” o la “cerca del
Santo Graal”.
15. Analogicamente, dal
punto di vista cosmogonico, il “Centro del Mondo” è il punto originale da cui
viene proferito il Verbo creatore, ed è anche il Verbo stesso.
16. È importante
ricordarsi, a questo proposito, che in tutte le tradizioni i luoghi
simboleggiano essenzialmente degli stati. D’altra parte faremo notare che c’è
un’evidente parentela fra il simbolismo del vaso o della coppa e quello della
fontana di cui s’è parlato sopra; si è anche visto che, presso gli Egizi, a
vaso era il geroglifico del cuore, centro vitale dell’essere. Ricordiamo infine
quel che abbiamo già detto in altre occasioni a proposito del vino come
sostituto del soma vêdico e come simbolo della dottrina nascosta; in
tutto ciò, sotto una forma o un’altra, si tratta sempre della “bevanda
d’immortalità” e della restaurazione dello “stato primordiale”.
86 Simboli della Scienza
sacra
“cavalleria del Santo Graal” o dei “custodi della Terra Santa” si deve
intendere con queste due espressioni esattamente la stessa cosa; ci resta da
spiegare, nella misura del possibile, in cosa consista propriamente la funzione
di tali “custodi”, funzione che fu in particolare quella dei Templari.17
Per capirlo bene, bisogna distinguere fra i detentori della tradizione, la
cui funzione è di conservarla e di trasmetterla, e coloro che ne ricevono
soltanto, in maggior o minor grado, una comunicazione e, potremmo dire, una
partecipazione.
I primi, depositari e dispensatori della dottrina, sono alla sorgente, che
è propriamente il centro stesso; di qui, la dottrina si comunica e si
distribuisce gerarchicamente nei vari gradi iniziatici, secondo le correnti
rappresentate dai fiumi del Pardes, o, se si vuol riprendere la
raffigurazione che abbiamo studiato qui recentemente, attraverso i canali che,
andando dall’interno verso l’esterno, legano tra di loro le cinte successive
corrispondenti a questi diversi gradi.
Tutti coloro che partecipano alla tradizione non sono quindi giunti allo
stesso grado e non svolgono la stessa funzione; bisognerebbe anche fare una
distinzione tra queste due cose, che, per quanto generalmente si corrispondano
in qualche modo, non sono tuttavia strettamente solidali, giacché può capitare
che un uomo sia intellettualmente qualificato per raggiungere i gradi più
elevati, ma non per questo adatto a svolgere tutte le funzioni
nell’organizzazione iniziatica. Qui sono soltanto le funzioni che dobbiamo
prendere in considerazione; e, da questo punto di vista, diremo che i “custodi”
si tengono al limite del centro spirituale, preso nel senso più vasto, o
all’ultima cinta, quella da cui il centro è nello stesso tempo separato dal
“mondo esterno” e messo in rapporto con esso. Di conseguenza, questi “custodi”
hanno una duplice funzione: da un lato, sono propriamente i difensori della
“Terra santa”, nel senso che impediscono l’accesso a coloro che non possiedono
le qualificazioni richieste per penetrarvi, e costituiscono quella che abbiamo
chiamato la sua “copertura esterna”, ossia la nascondono agli occhi profani;
dall’altro, assicurano comunque anche certe relazioni regolari con l’esterno,
come spiegheremo in seguito.
È evidente che il ruolo di difensore è, per parlare il linguaggio della
tradizione indù, una funzione da Kshatriya; e precisamente, ogni
iniziazione “cavalleresca” è essenzialmente atta alla natura
17. Saint-Yves d’Alveydre,
per designare i “custodi” del Centro supremo, usa l’espressione “Templari dell’Agarttha”;
le considerazioni che esponiamo qui faranno vedere l’esattezza di tale termine,
di cui egli stesso non aveva forse colto pienamente il significato.
I Custodi della Terra santa 87
propria degli uomini che appartengono alla casta guerriera, cioè agli Kshatriya.
Da qui vengono i caratteri speciali di questa iniziazione, il particolare
simbolismo di cui essa fa uso, e segnatamente l’intervento di un elemento
affettivo, designato in modo esplicito dal termine “Amore”; ci siamo già
spiegati sufficientemente a tale proposito per non doverci soffermare
ulteriormente.18 Ma, nel caso dei Templari c’è da fare un’ulteriore
considerazione: per quanto la loro iniziazione sia stata essenzialmente “cavalleresca”,
come conveniva alla loro natura e alla loro funzione, essi avevano un duplice
carattere, a un tempo militare e religioso; e così doveva essere se erano, come
abbiamo buone ragioni di pensare, fra i “custodi” del Centro supremo, ove
l’autorità spirituale e il potere temporale sono riuniti nel loro principio
comune, e che comunica il segno di tale riunione a tutto ciò che gli è
direttamente collegato. Nel mondo occidentale, in cui lo spirituale assume la
forma specificamente religiosa, i veri “custodi della Terra santa”, finché
ebbero un’esistenza in qualche modo “ufficiale”, dovevano essere cavalieri, ma
dei cavalieri che fossero nello stesso tempo monaci; e in effetti proprio
questo furono i Templari.
Questo ci induce direttamente a parlare della seconda funzione dei
“custodi” del Centro supremo, funzione che consiste, dicevamo or ora,
nell’assicurare certe relazioni esterne, e soprattutto, aggiungeremo, nel
mantenere i legami fra la tradizione primordiale e le tradizioni secondarie e
derivate. Perché possa essere così, bisogna che ci siano, per ogni forma
tradizionale, una o più organizzazioni costituite in questa forma, secondo
tutte le apparenze, ma composte di uomini coscienti di ciò che è al di là di
ogni forma, vale a dire dell’unica dottrina fonte ed essenza di tutte le altre,
che altro non è se non la tradizione primordiale.
Nel mondo della tradizione giudaico-cristiana, era abbastanza naturale che
una simile organizzazione dovesse prendere come simbolo il Tempio di Salomone;
il quale, d’altra parte, per il fatto di avere da molto tempo cessato di
esistere materialmente, poteva solo avere un significato ideale, come immagine
del Centro supremo, al pari di ogni centro spirituale subordinato; e la stessa
etimologia del nome di Gerusalemme indica abbastanza chiaramente che essa è
solo un’immagine visibile della misteriosa Salem di Melchisedec. Se tale
fu il carattere dei Templari, per svolgere il compito loro assegnato che
concerneva una determinata tradizione, vale a dire quella dell’Occidente, essi
dovevano
18. Si veda Le Langage
secret de Dante et des “Fidèles d’Amour”, in «Le Voile d’Isis», febbraio
1929.
88 Simboli della Scienza
sacra
rimanere esteriormente legati alla forma di questa tradizione; ma, nello
stesso tempo, la coscienza interiore della vera unità dottrinale doveva
renderli capaci di comunicare con i rappresentanti delle altre tradizioni:19
è ciò che spiega le loro relazioni con certe organizzazioni orientali, e,
naturalmente, con quelle che svolgevano altrove un ruolo simile al loro.
D’altra parte, si può comprendere come, in queste condizioni, la
distruzione dell’ordine del Tempio abbia comportato per l’Occidente la rottura
delle relazioni regolari con il “Centro del Mondo”; ed è proprio al secolo XIV
che bisogna far risalire la deviazione che doveva inevitabilmente risultare da
questa rottura, e che è andata gradualmente accentuandosi fino alla nostra
epoca.
Non è comunque da dire che ogni legame sia stato spezzato di colpo;
abbastanza a lungo, delle relazioni poterono essere mantenute in una certa
misura, ma solo di nascosto, per il tramite di organizzazioni come quella della
“Fede Santa” o dei “Fedeli d’Amore” come la “Massenia del Santo Graal” e
probabilmente molte altre ancora, tutte eredi dello spirito dell’ordine del
Tempio, e per la maggior parte a esso collegate per filiazione più o meno
diretta. Coloro che conservarono questo spirito vivente e ispirarono queste
organizzazioni senza costituirsi da parte loro in alcun raggruppamento
definito, furono quelli che vennero chiamati, con un nome essenzialmente
simbolico, i Rosacroce; ma venne il giorno in cui gli stessi Rosacroce
dovettero lasciare l’Occidente, le cui condizioni erano divenute tali che la
loro azione non poteva più esservi esercitata, e si dice che si ritirassero
allora in Asia, in qualche modo riassorbiti verso il Centro supremo di cui
erano quasi un’emanazione. Per il mondo occidentale, non c’è più una “Terra
santa” da custodire, poiché il cammino che vi conduce è oggi ormai interamente
smarrito; quanto tempo durerà ancora questa situazione, e bisogna poi sperare
che la comunicazione possa presto o tardi essere ristabilita? È una domanda
alla quale non spetta a noi dare una risposta; oltre al fatto che non vogliamo
rischiare nessuna predizione, la soluzione dipende soltanto dall’Occidente
stesso, poiché solo ritornando a condizioni normali e ritrovando lo spirito
della propria tradizione, se ne ha ancora in sé la possibilità, esso potrà
vedere aprirsi di nuovo la via che conduce al “Centro del Mondo”.
19. Ciò si riferisce a
quel che è stato chiamato simbolicamente il “dono delle lingue”; su
quest’argomento, rimanderemo al nostro articolo contenuto nel numero speciale
del «Voile d’Isis», dedicato ai Rosacroce.
12. La Terra del Sole
Fra le località, spesso difficili da identificare, che hanno una parte
nella leggenda del Santo Graal, alcuni attribuiscono un’importanza tutta
particolare a Glastonbury, che sarebbe il luogo in cui si stabilì Giuseppe
d’Arimatea dopo il suo arrivo in Gran Bretagna, e in cui si son volute vedere
molte altre cose ancora, come diremo in seguito. Senza dubbio, vi sono in ciò
delle assimilazioni contestabili, alcune delle quali sembrano implicare vere, e
proprie confusioni; ma può darsi comunque che, all’origine di queste stesse
confusioni, vi siano ragioni non prive di interesse dal punto di vista della
“geografia sacra” e delle successive localizzazioni di alcuni centri
tradizionali. Tenderebbero a indicarlo le singolari scoperte esposte in
un’opera anonima pubblicata recentemente,1 certi punti della quale
meriterebbero forse qualche riserva, ad esempio per quel che concerne
l’interpretazione dei nomi di luogo la cui origine, più verosimilmente, è
abbastanza recente, ma la cui parte essenziale, corroborata da documenti,
potrebbe difficilmente esser considerata puramente fantasiosa. Glastonbury e la
regione circostante del Somerset avrebbero costituito, in un’epoca molto remota
e che può esser detta “preistorica”, un enorme “tempio stellare”, determinato
dal tracciato sul suolo di effigi gigantesche rappresentanti le costellazioni e
disposte in una figura circolare che è come un’immagine della volta celeste
proiettata sulla superficie della terra. Sarebbe insomma un complesso di lavori
che richiamerebbe quelli degli antichi mound-builders dell’America del
Nord; la disposizione naturale dei fiumi e delle colline avrebbe d’altronde
potuto suggerire questo tracciato, il che indicherebbe che l’ubicazione non fu
scelta arbitrariamente, bensì in virtù di una certa “predeterminazione”; non è
men vero che, per completare e ultimare il disegno, ci fu bisogno di quella che
l’autore chiama «un’arte fondata sui principi della Geometria».2 Se
queste figure hanno potuto conservarsi in modo da essere ancora riconoscibili
oggigiorno, ciò dipende dal fatto, si suppone, che i monaci di Glastonbury,
fino all’epoca della Riforma, le conservarono con cura, e implica che essi
dovevano aver custodito la conoscenza della tradizione ereditata dai loro
lontani predecessori, i druidi, e
1. A Guide to
Glastonbury’s Temple of the Stars, its giant effigies described from air views,
maps, and from «The High History of the Holy Graal», John M. Watkins,
London.
2. Quest’espressione è
visibilmente destinata a far intendere che la tradizione da cui quest’arte
derivava si è perpetuata in quella che è divenuta in seguito la tradizione
massonica.
90 Simboli della Scienza
sacra
senza dubbio da altri ancora prima di questi, poiché, se le deduzioni
tratte dalla posizione delle costellazioni rappresentate sono esatte, l’origine
di queste figure risalirebbe a circa tremila anni prima dell’era cristiana.3
Nel suo complesso, la figura circolare in questione è un enorme Zodiaco,
nel quale l’autore vuol vedere il prototipo della “Tavola rotonda”; e, di
fatto, quest’ultima, intorno alla quale siedono dodici personaggi principali, è
realmente legata a una rappresentazione del ciclo zodiacale. Questo non vuol
dire però che tali personaggi siano soltanto le costellazioni, interpretazione
troppo “naturalistica”, poiché la verità è che le costellazioni stesse sono dei
simboli; e conviene pure ricordare che questa costituzione “zodiacale” si
ritrova assai generalmente nei centri spirituali corrispondenti a forme
tradizionali diverse.4 Così ci pare molto dubbio che tutte le storie
concernenti i “Cavalieri della Tavola rotonda” e la “ricerca del Graal” possano
essere solo una descrizione “drammatizzata”, se così si può dire, delle effigi
stellari di Glastonbury e della topografia del paese; ma che esse presentino
una corrispondenza con queste è cosa tanto meno inverosimile in quanto del
tutto conforme, in fondo, alle leggi generali del simbolismo; e non sarebbe
neppure il caso di meravigliarsi che tale corrispondenza possa essere
abbastanza precisa da esser verificata fin nei particolari secondari della
leggenda, cosa che non ci proponiamo comunque di fare qui.
Detto questo, è importante notare che lo Zodiaco di Glastonbury presenta
alcune particolarità che, dal nostro punto di vista, potrebbero esser ritenute
segni della sua “autenticità”; e, anzitutto, sembra proprio che il segno della
Bilancia ne sia assente. Ora, come abbiamo spiegato altrove,5 la
Bilancia celeste non fu sempre zodiacale, ma fu dapprima polare, essendo stato
questo nome applicato originariamente sia all’Orsa Maggiore, sia all’insieme
dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore, costellazioni al cui simbolismo si
ricollega direttamente, per una notevole coincidenza, il nome di Arturo.
Sarebbe il caso di ammettere che questa figura, al centro della quale il Polo è
d’altronde contrassegnato da una testa di serpente che si riferisce
manifestamente al
3. Da vari indizi
sembrerebbe anche che i Templari abbiano avuto parte in questa conservazione,
il che sarebbe conforme alla loro presunta connessione con i “Cavalieri della
Tavola rotonda” e al compito di “custodi del Graal” che viene loro attribuito.
È da notare d’altronde che le sedi dei Templari sembra fossero situate
frequentemente in prossimità di luoghi ove si trovano monumenti megalitici o
altre vestigia preistoriche, e forse bisogna vedere in questo più di una
semplice coincidenza.
4. Si veda Le Roi du
Monde, cap. V.
5. Ibidem, cap. X.
La Terra del Sole 91
“Drago celeste”,6 debba essere riferita a un periodo anteriore
al trasferimento della Bilancia nello Zodiaco; e, d’altra parte, cosa
particolarmente importante da considerare, il simbolo della Bilancia polare è
in relazione con il nome di Tula dato originariamente al centro
iperboreo della tradizione primordiale, centro di cui il “tempio stellare” in
questione fu senz’altro una delle immagini costituitesi, nella successione dei
tempi, come sedi di poteri spirituali emanati o derivati più o meno
direttamente da questa stessa tradizione.7
In altra occasione,8 abbiamo menzionato, in relazione alla
designazione della lingua “adamitica” come “lingua siriaca”, la Siria primitiva
il cui nome significa propriamente “terra solare”, e di cui Omero parla come di
un’isola situata «al di là di Ogigia», ciò che permette di identificarla solo
con la Thule o Tula iperborea; e «ivi sono le rivoluzioni del
Sole», espressione enigmatica che può naturalmente riferirsi al carattere
“circumpolare” di queste rivoluzioni, ma può anche, nello stesso tempo, alludere
a un tracciato del ciclo zodiacale su questa terra, il che spiegherebbe come un
tracciato simile sia stato riprodotto in una regione destinata a essere
un’immagine di tale centro. Giungiamo qui a spiegare le confusioni segnalate
all’inizio del capitolo, poiché esse sono potute sorgere in modo pressoché
normale dall’assimilazione dell’immagine al centro originale; e, in
particolare, è assai difficile vedere più che un equivoco nell’identificazione
di Glastonbury con l’isola di Avalon.9 Effettivamente, una simile
identificazione è incompatibile col fatto che quest’isola è sempre considerata
un luogo inaccessibile; e d’altra parte, è anche in contraddizione con
l’opinione, molto più plausibile, che vede nella regione stessa del Somerset il
“regno dei Logri”, di cui è infatti detto che si trovava in Gran Bretagna; e
può darsi che tale “regno dei Logri”, che sarebbe stato considerato come
6. Cfr. il Sepher
Ietsirah: «Il Drago è in mezzo al cielo come un re sul suo trono». La
«Saggezza del Serpente», alla quale l’autore allude a questo proposito,
potrebbe, in un certo senso, identificarsi con quella dei sette Rishi
polari. È anche curioso notare che il drago, presso i Celti, è il simbolo del
capo, e che Arturo è figlio di Uther Pendragon.
7. Ciò permette anche di
comprendere certi rapporti notati dall’autore fra il simbolismo del Polo e
quello del “Paradiso terrestre”, in particolare per quanto riguarda la presenza
dell’albero e del serpente; in tutto questo, si tratta infatti sempre della
raffigurazione del centro primordiale, e i “tre punti del triangolo” sono pure
in relazione con tale simbolismo.
8. Si veda il nostro
studio su La Science des lettres [qui sopra, come cap. 6].
9. Si è anche voluto
vedervi l’“isola di vetro” di cui si parla in alcune parti della leggenda del
Graal; è probabile che, anche qui, si tratti di una confusione con qualche
altro centro più nascosto, o, se si vuole, più lontano nello spazio e nel
tempo, benché questa designazione indubbiamente non si applichi al centro
primordiale stesso.
92 Simboli della Scienza
sacra
territorio sacro, abbia tratto il suo nome da quello del Lug
celtico, il quale evoca a un tempo l’idea del “Verbo” e quella della “Luce”. In
quanto al nome di Avalon, esso è visibilmente identico a quello di Ablun
o Belen, cioè dell’Apollo celtico e iperboreo,10 di modo che
l’isola di Avalon è ancora un’altra designazione della “terra solare”, che fu
d’altronde trasportata simbolicamente dal Nord all’Ovest in una certa epoca, in
corrispondenza con uno dei principali mutamenti sopraggiunti nelle forme tradizionali
nel corso del nostro Manvantara.11
Queste considerazioni ci conducono ad altre constatazioni forse ancor più
strane: un’idea a prima vista apparentemente inesplicabile è quella di riferire
ai Fenici l’origine dello Zodiaco di Glastonbury; è vero che è invalsa
l’abitudine di attribuire a questo popolo molte cose più o meno ipotetiche, ma
la stessa affermazione della sua esistenza in un’epoca così remota ci pare
ancor più contestabile. Soltanto, c’è da notare che i Fenici abitavano la Siria
“storica”; il nome del popolo sarebbe stato oggetto dello stesso
“trasferimento” di quello del paese? Lo farebbe se non altro supporre la sua
connessione con il simbolismo della Fenice; infatti, secondo Giuseppe, la
capitale della Siria primitiva era Eliopoli, la “Città del Sole”, il cui nome,
fu più tardi dato alla città egiziana di On; e alla prima Eliopoli, non
a quella d’Egitto, dovrebbe in realtà essere riferito il simbolismo ciclico
della Fenice e delle sue resurrezioni. Ora, secondo Diodoro Siculo, uno dei
figli di Helios o del sole, chiamato Actis, fondò la città di
Eliopoli; e si dà il caso che il nome Actis esista come toponimo nelle
vicinanze di Glastonbury, e in condizioni che lo mettono precisamente in
rapporto con la Fenice, nella quale, secondo altri accostamenti, il “principe
di Eliopoli” stesso sarebbe stato trasformato. Naturalmente l’autore, ingannato
dalle molteplici e successive applicazioni degli stessi nomi, crede si tratti
qui della Eliopoli d’Egitto, come crede di poter parlare letteralmente dei
Fenici “storici”, cosa in fondo tanto più comprensibile in quanto gli antichi,
in epoca “classica”, facevano
10. Si sa che il
Mont-Saint-Michel era anticamente chiamato Tombelaine, cioè il Tumulus o
il monte di Belen (e non la “tomba di Elena” secondo un’interpretazione
del tutto moderna e fantasiosa): la sostituzione del nome dell’arcangelo solare
a quello di Belen non muta evidentemente per nulla il senso; e, fatto
curioso, si trova anche Saint Michaels Hill nella regione corrispondente
all’antico “regno dei Logri”.
11. Questo trasferimento,
come quello del sapta-riksha dall’Orsa Maggiore alle Pleiadi,
corrisponde in particolare a un cambiamento del punto di partenza dell’anno,
dapprima solstiziale e poi equinoziale. Il significato di “pomo” attribuito al
nome di Avalon, senza dubbio secondariamente, nelle lingue celtiche, non
è per nulla in opposizione con quel che abbiamo appena detto, poiché si tratta
allora dei pomi d’oro del “Giardino delle Esperidi”, cioè dei frutti solari
dell’“Albero dei Mondo”.
La Terra del Sole 93
già abbastanza spesso confusioni simili; unicamente la conoscenza della
vera origine iperborea delle tradizioni, che egli non sembra sospettare, può
permettere di ristabilire il senso reale di tutte queste designazioni.
Nello Zodiaco di Glastonbury, il segno dell’Acquario è rappresentato, in
modo abbastanza imprevisto, da un uccello nel quale l’autore pensa a ragione di
poter riconoscere la Fenice, e che porta un oggetto che non è altro se non la
“coppa d’immortalità”, cioè il Graal stesso; e l’accostamento fatto a questo
riguardo con il Garuda indù è certo giustissimo.12 D’altra
parte, secondo la tradizione araba, il Rukh o Fenice non si posa mai a
terra in altro luogo che sulla montagna di Qâf, che è la “montagna
polare”; ed è da questa stessa “montagna polare”, designata con altri nomi, che
proviene, nelle tradizioni indù e persiana, il soma, che s’identifica
all’amrita o all’“ambrosia”, bevanda o cibo d’immortalità.13
C’è anche la figura di un altro uccello più difficile da interpretare
esattamente, che occupa forse il posto del segno della Bilancia, ma la cui
posizione è, in ogni caso, molto più vicina al Polo che allo Zodiaco, giacché
una delle sue ali corrisponde addirittura alle stelle dell’Orsa Maggiore, il
che, dopo quanto abbiamo detto, potrebbe in definitiva soltanto confermare
questa supposizione. In quanto alla natura dell’uccello, vengono prese in
considerazione due ipotesi: quella di una colomba, che potrebbe in effetti aver
qualche rapporto con il simbolismo del Graal, e quella di un’oca o, diremmo
piuttosto, di un cigno che cova l’“Uovo del Mondo”, cioè di un equivalente
dello Hamsa indù; a dire il vero, quest’ultima ci pare decisamente
preferibile, essendo il simbolo del cigno strettamente legato all’Apollo
iperboreo, e in particolare proprio sotto il profilo che abbiamo qui
considerato, poiché i Greci facevano di Kyknos il figlio di Apollo e di Hyria,
cioè del Sole e della “terra solare”, poiché Hyria non è che un’altra
forma di Syria, di modo che si tratta sempre dell’“isola sacra”, e
sarebbe abbastanza sorprendente se non s’incontrasse il cigno nella sua
rappresentazione.14
12. Si veda il nostro
studio su La Langue des Oiseaux [qui sopra, come cap. 7]. Il segno
dell’Acquario è di solito rappresentato da Ganimede, di cui si conosce la
relazione con l’“ambrosia” da un lato, e dall’altro con l’aquila di Zeus,
identica essa stessa a Garuda.
13. Si veda Le Roi du
Monde, capp. V e VI.
14. L’accostamento delle
due figure di Hamsa e di Garuda è anch’esso normale, poiché
succede persino che esse siano riunite in quella di un solo uccello, nel quale
sembra si debba vedere l’origine prima dell’aquila araldica bicipite, benché
essa appaia piuttosto come un doppio Garuda, avendo naturalmente
l’uccello Hamsa-Garuda una testa di cigno e una d’aquila.
94 Simboli della Scienza
sacra
Ci sarebbero ancora molti altri punti che meriterebbero sicuramente di
attirare l’attenzione, come, per esempio, l’accostamento del nome “Somerset”
con quello di “paese dei Cimmerii” e con vari nomi di popoli la cui somiglianza
indica, con ogni probabilità, più una comunanza di tradizione che non
un’affinità di razza; ma questo ci porterebbe troppo lontano, e ciò che abbiamo
detto è sufficiente a mostrare l’ampiezza di un campo di ricerche quasi
interamente inesplorato, e a far intravedere le conseguenze che si potrebbero
trarre per quanto concerne i legami tra le varie tradizioni e la loro
filiazione a partire dalla tradizione primordiale.
13. Lo Zodiaco e i punti
cardinali
In un libro sulle caste, A.M. Hocart segnala il fatto che
«nell’organizzazione della città, i quattro gruppi sono situati ai diversi
punti cardinali all’interno della cinta quadrangolare o circolare»; d’altronde
questa ripartizione non è propria solo dell’India, ma se ne trovano numerosi
esempi fra i popoli più disparati; e il più delle volte ogni punto cardinale è
messo in corrispondenza con uno degli elementi o una delle stagioni, oppure con
un colore emblematico della casta che vi era situata.1 Nell’india, i
Brahmani occupavano il nord, gli Kshatriya l’est, i Vaishya
il sud, gli Shûdra l’ovest; si aveva così una divisione in “quartieri”
nel senso proprio della parola, che, all’origine, designa evidentemente un
quarto della città, per quanto, nell’uso moderno questo significato preciso
sembri esser stato più o meno completamente dimenticato. Va da sé che questa
ripartizione è in stretto rapporto con la più generale questione
dell’orientazione, che, per l’insieme della città come per ogni edificio in
particolare, svolgeva notoriamente un’importante funzione in tutte le antiche
civiltà tradizionali.
Tuttavia, Hocart si trova imbarazzato a spiegare la collocazione propria di
ciascuna delle quattro caste;2 quest’imbarazzo, in fondo, proviene
unicamente dall’errore che egli commette considerando la casta regale, cioè
quella degli Kshatriya, come la prima; partendo quindi dall’est, egli
non può trovare nessun ordine regolare di successione, e, in particolare, la
collocazione dei Brahmani a nord diviene in questo modo del tutto
inintelligibile. Al contrario, non c’è alcuna difficoltà se si osserva l’ordine
normale, cioè se si comincia dalla casta che è in realtà la prima, quella dei Brahmani:
bisogna partire allora da nord, e, girando in un senso di pradakshinâ,
si trovano le quattro caste in una successione perfettamente regolare; non
rimane quindi altro che comprendere in maniera più completa le ragioni
simboliche di questa distribuzione secondo i punti cardinali.
Tali ragioni si fondano essenzialmente sul fatto che la pianta tradizionale
della città è un’immagine dello Zodiaco; e si ritrova qui immediatamente la
corrispondenza dei punti cardinali con le stagioni: infatti, come abbiamo
spiegato altrove, il solstizio d’inverno corrisponde al nord, l’equinozio di
primavera all’est, il solstizio d’estate al sud e l’equinozio d’autunno
all’ovest. Nella divisione in “quartieri”, ciascuno di essi dovrà naturalmente
corrispondere
1. Les Castes, pp.
46 e 49.
2. Ibidem, p. 55.
96 Simboli della Scienza
sacra
all’insieme formato da tre dei dodici segni zodiacali: uno dei segni
solstiziali o equinoziali, che si possono chiamare segni “cardinali”, e i due
segni adiacenti a esso. Vi saranno dunque tre segni compresi in ogni
“quadrante”, se la forma della cinta è circolare, o su ogni lato, se è
quadrangolare; quest’ultima forma è d’altronde più appropriata a una città
poiché esprime l’idea di stabilità che conviene a una costruzione fissa e
permanente, e anche perché non è dello Zodiaco celeste in se stesso che si tratta,
bensì di un’immagine e quasi di una sorta di proiezione terrestre di esso.
Ricorderemo incidentalmente a questo proposito che, per ragioni senza dubbio
analoghe, gli antichi astrologhi tracciavano i loro oroscopi in forma quadrata,
nella quale ogni lato era parimenti occupato da tre segni zodiacali;
ritroveremo d’altronde questa disposizione nel corso delle considerazioni che
seguono.
Da quel che si è detto, si vede che la distribuzione delle caste nella
città segue esattamente il cammino del ciclo annuale, che normalmente inizia
col solstizio d’inverno; è vero che certe tradizioni fanno cominciare l’anno in
un altro punto solstiziale o equinoziale, ma allora si tratta di forme
tradizionali che sono più particolarmente in relazione con determinati periodi
ciclici secondari; il problema non si pone per la tradizione indù, che
rappresenta la continuazione più diretta della tradizione primordiale, e
inoltre insiste in modo del tutto speciale sulla divisione del ciclo annuale
nelle sue due metà, ascendente e discendente, che si aprono rispettivamente
alle due “porte” solstiziali d’inverno e d’estate, il che costituisce in
effetti il punto di vista, si può dire, propriamente fondamentale a tal
riguardo. D’altra parte, il nord, essendo considerato il punto più elevato (uttara),
e segnando anche il punto di partenza della tradizione, conviene nel modo più
naturale ai Brahmani; gli Kshatriya si pongono al punto che segue
nella corrispondenza ciclica, cioè a est, lato del sol levante; dal confronto
di queste due posizioni, si potrebbe inferire abbastanza legittimamente che,
mentre il carattere del sacerdozio è “polare”, quello della regalità è “solare”,
ipotesi confermata anche da molte altre considerazioni simboliche; e forse
questo carattere “solare” è da mettere in relazione con il fatto che gli Avatâra
dei tempi “storici” sono usciti dalla casta degli Kshatriya. I Vaishya,
che vengono in terzo luogo, prendono posto a sud, e con loro termina la
successione delle caste “due volte nate”; per gli Shûdra rimane soltanto
l’ovest, considerato dappertutto il lato dell’oscurità.
Tutto ciò è dunque perfettamente logico, alla sola condizione che non ci
siano errori sul punto di partenza che conviene assumere; e, per giustificare
più completamente il carattere “zodiacale”
Lo Zodiaco e i punti cardinali 97
della pianta tradizionale delle città, citeremo ora alcuni fatti i quali
mostrano che, se la divisione di esse rispondeva principalmente alla divisione
quaternaria del ciclo, vi sono dei casi in cui era chiaramente indicata una
suddivisione duodenaria. Ne abbiamo un esempio nella fondazione delle città
secondo il rito che i Romani avevano ricevuto dagli Etruschi: l’orientazione
era segnata da due strade ad angolo retto: il cardo, che andava da sud a
nord, e il decumanus, che andava da ovest a est; alle estremità di
queste due strade erano le porte della città, che si trovavano così situate
esattamente ai quattro punti cardinali. La città era divisa in tal maniera in
quattro quartieri, che tuttavia, non corrispondevano precisamente ai punti
cardinali come nell’India, ma piuttosto ai punti intermedi; va da sé che
bisogna tener conto della differenza delle forme tradizionali, che esige
adattamenti diversi, ma il principio della divisione è comunque lo stesso.
Inoltre, ed è il punto che importa presentemente sottolineare, a questa
divisione in quartieri si sovrapponeva una divisione in “tribù”, vale a dire,
secondo il senso etimologico della parola, una divisione ternaria; ciascuna
delle tre “tribù” comprendeva quattro “curie” ripartite nei quattro quartieri,
di modo che si aveva così, in definitiva, una divisione duodenaria.
Un altro esempio è quello degli Ebrei, fornito da Hocart stesso, benché
egli non sembri notare l’importanza del duodenario: «Gli Ebrei» egli dice3
«conoscevano la divisione sociale in quattro quartieri; le loro dodici tribù
territoriali erano ripartite in quattro gruppi di tre tribù, di cui una
principale: Giuda era accampata a est, Ruben a sud, Ephraim a ovest e Dan a
nord. I Leviti formavano un cerchio interno attorno al Tabernacolo ed erano
anch’essi divisi in quattro gruppi posti ai quattro punti cardinali; il gruppo
principale era posto a est».4 A dire il vero, non si tratta qui
dell’organizzazione di una città, ma inizialmente di quella di un accampamento,
e, più tardi, della ripartizione del territorio di un intero paese; ma,
evidentemente, non c’è alcuna differenza dal punto di vista in cui noi ci
poniamo. La difficoltà a stabilire un paragone esatto con ciò che esiste
altrove proviene dal fatto che pare non siano mai state assegnate funzioni
sociali definite a ciascuna tribù, il che non permette di assimilarle a caste
propriamente dette; tuttavia, su un punto almeno, si può osservare una
nettissima somiglianza con la disposizione adottata in India, giacché la tribù
regale, che era quella di Giuda, si trovava ugualmente posta a est. D’altra
parte, c’è anche
3. Les Castes, p.
127.
4. Numeri, II e
III.
98 Simboli della Scienza
sacra
una notevole differenza: la tribù sacerdotale, quella di Levi, non
annoverata fra le dodici, non aveva posto sui lati del quadrilatero, e, di
conseguenza, non doveva esserle assegnato alcun territorio; la sua ubicazione
all’interno dell’accampamento può spiegarsi col fatto che essa era
espressamente assegnata al servizio di un unico santuario, che era
originariamente il Tabernacolo, e la cui posizione normale era al centro. Quel
che comunque ora ci importa, è la constatazione che le dodici tribù erano ripartite
a tre a tre sui quattro lati di un quadrilatero, lati situati rispettivamente
nelle direzioni dei quattro punti cardinali; è abbastanza risaputo che esisteva
effettivamente una corrispondenza simbolica fra le dodici tribù d’Israele e i
dodici segni dello Zodiaco, il che non lascia alcun dubbio sul carattere e il
significato della ripartizione; aggiungeremo soltanto che la tribù principale
di ciascun lato corrisponde manifestamente a uno dei quattro segni “cardinali”,
e le altre due corrispondono ai due segni adiacenti.
Se ora ci si riferisce alla descrizione apocalittica della “Gerusalemme
celeste”, è facile vedere che la sua pianta riproduce esattamente quella
dell’accampamento degli Ebrei; e, nello stesso tempo, questa pianta è pure
identica alla figura oroscopica quadrata che abbiamo sopra menzionato. La
città, costruita effettivamente in forma quadrata, ha dodici porte, sulle quali
sono scritti i nomi delle dodici tribù d’Israele; e queste porte sono ripartite
allo stesso modo sui quattro lati: «tre porte a oriente, tre a settentrione,
tre a mezzogiorno e tre a occidente». È evidente che queste dodici porte
corrispondono anch’esse ai dodici segni zodiacali, mentre le quattro porte
principali cioè quelle che sono in mezzo ai lati del quadrato, corrispondono ai
segni solstiziali ed equinoziali; e i dodici aspetti del Sole che si
riferiscono a ciascun segno, cioè i dodici Âditya della tradizione indù,
appaiono sotto la forma dei dodici frutti dell’“Albero della Vita”, il quale,
posto al centro della città, «dà il suo frutto ogni mese», cioè precisamente
secondo le posizioni successive del Sole nello Zodiaco nel corso del ciclo
annuale. Infine, questa città «che discende dal cielo in terra» rappresenta
abbastanza chiaramente, per lo meno in uno dei suoi significati, la proiezione
dell’“archetipo” celeste nella costituzione della città terrestre; e pensiamo
che tutto quel che abbiamo ora esposto mostri a sufficienza come questo
“archetipo” sia simboleggiato essenzialmente dallo Zodiaco.
14. La Tetraktys e il
quadrato di quattro
Nel corso dei nostri studi, siamo stati condotti a diverse riprese a fare
allusione alla Tetraktys pitagorica, e ne abbiamo indicato allora la
formula numerica: 1+2+3+4=10, mostrando la relazione che unisce direttamente il
denario al quaternario. È nota d’altronde l’importanza tutta particolare che vi
attribuivano i Pitagorici, e che si traduceva segnatamente nel fatto che essi
prestavano giuramento «per la santa Tetraktys»; è forse passata più
inosservata l’altra formula di giuramento, che era «per il quadrato di
quattro»; vi è fra le due un rapporto evidente, giacché il numero quattro è, si
potrebbe dire, la loro base comune. Si potrebbe dedurne, fra le altre
conseguenze, che la dottrina pitagorica doveva presentarsi con un carattere più
“cosmologico” che puramente metafisico, il che non costituisce d’altronde un
caso eccezionale quando si è in presenza di tradizioni occidentali, dal momento
che abbiamo già avuto l’occasione di fare un’analoga osservazione per quel che
concerne l’ermetismo. Il motivo di questa deduzione, che può a prima vista
sembrare strana a chi non è abituato all’uso del simbolismo numerico, è che il
quaternario è sempre e dovunque considerato propriamente il numero della
manifestazione universale; esso segna dunque, a tale riguardo, il punto di
partenza stesso della “cosmologia” mentre i numeri che lo precedono, cioè
l’unità, il binario e il ternario, si riferiscono strettamente all’“ontologia”;
l’evidenziazione più particolare del quaternario corrisponde quindi proprio per
ciò a quella del punto di vista “cosmologico” medesimo.
All’inizio dei Rasâil Ikhwân Eç-çafâ, i quattro termini del
quaternario fondamentale sono così enumerati: 1° il Principio, designato come El-Bârî,
il “Creatore” (il che indica che non si tratta del Principio supremo, ma solo
dell’Essere, in quanto principio primo della manifestazione, che d’altronde è
effettivamente l’Unità metafisica); 2° lo Spirito universale; 3° l’Anima
universale; 4° la Hylè primordiale. Non svilupperemo ora i diversi punti
di vista dai quali questi termini potrebbero esser considerati; si potrebbe in
particolare farli corrispondere rispettivamente ai quattro “mondi” della Cabala
ebraica, che hanno pure il loro esatto equivalente nell’esoterismo islamico.
Quel che importa per il momento, è che il quaternario così costituito sia
ritenuto presupposto dalla manifestazione, nel senso che la presenza di tutti i
suoi termini è necessaria allo sviluppo completo delle possibilità che essa
comporta; e, si aggiunge, per questo nell’ordine delle cose manifestate si
ritrova sempre in special modo il segno (si potrebbe dire quasi il “sigillo”)
del quaternario: donde, per esempio, i quattro elementi (l’Etere non vi è
100 Simboli della Scienza
sacra
infatti annoverato, trattandosi soltanto degli elementi “differenziati”), i
quattro punti cardinali (o le quattro regioni dello spazio che vi
corrispondono, con i quattro “pilastri” del mondo), le quattro fasi in cui si
divide naturalmente ogni ciclo (le età della vita umana, le stagioni nel ciclo
annuale, le fasi lunari in quello mensile, ecc.), e così di seguito; si
potrebbe in tal modo trovare una moltitudine indefinita di applicazioni del
quaternario, legate tutte fra loro, d’altronde, da rigorose corrispondenze
analogiche, poiché non sono, in fondo, che altrettanti aspetti più o meno
speciali di uno stesso “schema” generale della manifestazione.
Tale “schema”, sotto la sua forma geometrica, è uno dei simboli più
diffusi, uno di quelli che sono veramente comuni a tutte le tradizioni: è il
cerchio diviso in quattro parti uguali da una croce formata da due diametri
ortogonali; e si può subito notare che questa figura esprime precisamente la
relazione del quaternario col denario, com’è espressa, sotto forma numerica,
dalla formula che abbiamo ricordato all’inizio. Infatti, il quaternario è
rappresentato geometricamente dal quadrato, se lo si considera sotto il profilo
“statico”, ma se lo si considera sotto quello “dinamico” come in questo caso,
lo è dalla croce; essa, ruotando intorno al suo centro, genera la
circonferenza, che, con il centro, rappresenta il denario, il quale è, come
abbiamo detto prima, il ciclo numerico completo. Questo viene appunto chiamato
“circolatura del quadrante”, rappresentazione geometrica di ciò che esprime
aritmeticamente la formula 1+2+3+4=10; inversamente, il problema ermetico della
“quadratura del cerchio” (espressione di solito così mal compresa) non è altro
se non ciò che rappresenta la divisione quaternaria del cerchio, che si suppone
dato, con due diametri ortogonali, e si esprimerà numericamente con la stessa
formula, scritta però in senso inverso: 10=1+2+3+4, per mostrare che l’intero
sviluppo della manifestazione è così ricondotto al quaternario fondamentale.
Detto questo, ritorniamo al rapporto fra la Tetraktys e il quadrato
di quattro: i numeri 10 e 16 occupano lo stesso posto, il quarto,
rispettivamente nella serie dei numeri triangolari e in quella dei numeri
quadrati. È noto che i numeri triangolari sono i numeri ottenuti facendo la
somma dei numeri interi consecutivi dall’unità fino a ciascuno dei termini
successivi della serie; l’unità stessa è il primo numero triangolare, come pure
il primo numero quadrato, poiché, essendo il principio e l’origine della serie
dei numeri interi, essa deve esserlo ugualmente di ogni altra serie che ne è
derivata. Il secondo numero triangolare è 1+2=3, il che mostra d’altronde che,
dal momento in cui l’unità ha prodotto il binario mediante la propria
polarizzazione,
La Tetraktys e il quadrato di
quattro 101
si ha immediatamente per ciò stesso il ternario; e la sua rappresentazione
geometrica è evidente: 1 corrisponde al vertice del triangolo, 2 agli estremi
della base, e il triangolo medesimo, nel suo complesso, è naturalmente la
figura del numero 3. Se si considerano poi indipendentemente i tre termini del
ternario, la loro somma dà il terzo numero triangolare: 1+2+3=6; essendo questo
numero senario il doppio del ternario, si può, dire che esso implica un nuovo
ternario, riflesso del primo, come nel ben noto simbolo del “sigillo di
Salomone”; ma ciò potrebbe dar luogo ad altre considerazioni che sarebbero
fuori del nostro argomento. Continuando la serie, si ha, per il quarto numero
triangolare, 1+2+3+4=10, cioè la Tetraktys; e si vede così, come abbiamo
già spiegato, che il quaternario contiene in certo modo tutti i numeri, giacché
contiene il denario, donde la formula del Tao-te-King da noi
precedentemente citata: «uno ha prodotto due, due ha prodotto tre, tre ha
prodotto tutti i numeri», il che equivale ancora a dire che tutta la
manifestazione è come avvolta nel quaternario, o, inversamente, che esso
costituisce la base completa del suo sviluppo integrale.
La Tetraktys, in quanto numero triangolare, era naturalmente
rappresentata da un simbolo che nel suo complesso era di forma ternaria, mentre
ciascun lato esterno comprendeva quattro elementi; e tale simbolo si componeva
in tutto di dieci, elementi, raffigurati da altrettanti, punti, nove dei quali
si trovavano così sul perimetro del triangolo e uno al suo centro. Si osserverà
che si ritrova in questa disposizione, malgrado la differenza delle forme
geometriche, l’equivalente di quel che abbiamo indicato a proposito della
rappresentazione del denario con il cerchio, poiché, anche qui, 1 corrisponde
al centro e 9 alla circonferenza. Osserviamo pure incidentalmente, a tal
riguardo, che proprio perché 9, e non 10, è il numero della circonferenza, la
divisione di questa si effettua normalmente secondo i multipli di 9 (90 gradi
per il quadrante, e quindi 360 per l’intera circonferenza), il che si trova
d’altra parte in relazione diretta con tutta la questione dei “numeri ciclici”.
Il quadrato di quattro è, geometricamente parlando, un quadrato i cui lati
comprendono quattro elementi, come quelli del triangolo di cui abbiamo appena
parlato; se si considerano misurati i lati stessi dal numero di questi
elementi, ne risulta che i lati del triangolo e quelli del quadrato saranno
uguali. Si potranno allora riunire le due figure facendo, coincidere la base
del triangolo con il lato superiore del quadrato, come nel seguente tracciato
(in cui, per maggior chiarezza, abbiamo segnato i punti non sui lati stessi, ma
all’interno delle figure, il che permette di contare distintamente quelli che
appartengono rispettivamente
102 Simboli della Scienza
sacra
al triangolo e al quadrato); e l’insieme così ottenuto dà luogo ancora a
parecchie importanti osservazioni. Anzitutto, se si considerano soltanto il
triangolo e il quadrato come tali, quest’insieme è una rappresentazione
geometrica del settenario, in quanto somma del ternario e del quaternario:
3+4=7; si può dire, più precisamente, secondo la disposizione stessa della
figura, che questo settenario è formato dall’unione di un ternario superiore e
di un quaternario inferiore, il che è suscettibile di varie applicazioni. Per
limitarci a quel che ci interessa qui in modo particolare, basterà dire che,
nella corrispondenza fra i numeri triangolari e i numeri quadrati, i primi
devono esser riferiti a un ambito più elevato dei secondi, donde si può
inferire che, nel simbolismo pitagorico, la Tetraktys doveva avere un
ruolo superiore a quello del quadrato di quattro; e, di fatto, tutto ciò che se
ne conosce sembra proprio indicare che era realmente così.
Fig. 10
Ora, c’è qualcos’altro di più singolare, e che, per quanto si riferisca a
una diversa forma tradizionale, non può certo esser ritenuto una semplice
“coincidenza”: i due numeri 10 e 16, contenuti rispettivamente nel triangolo e
nel quadrato hanno per somma 26; ora, il numero 26 è il valore numerico totale
delle lettere che formano il tetragramma ebraico iod-hé-vau-hé. Inoltre,
10 è il valore della prima lettera iod e 16 è quello dell’insieme delle
altre tre lettere hé-vau-hé; questa divisione del tetragramma è
perfettamente normale, e la corrispondenza delle sue due parti è anch’essa
molto significativa: la Tetraktys si identifica così allo iod nel
triangolo, mentre il resto del tetragramma si inscrive nel quadrato posto al di
sotto di quello.
D’altra parte, il triangolo e il quadrato contengono entrambi quattro file
di punti; occorre notare, benché la cosa abbia in fondo solo un’importanza
secondaria, e unicamente per sottolineare ancora una volta le concordanze di
diverse scienze tradizionali,
La Tetraktys e il quadrato di
quattro 103
che le quattro file di punti si ritrovano nelle figure della geomanzia,
figure che d’altronde, per le combinazioni quaternarie di 1 e 2, sono 16=42;
e la geomanzia, come indica il suo nome, è in speciale relazione con la terra,
simboleggiata, nella tradizione estremo-orientale, dalla forma quadrata.
Infine, se si considerano le forme solide corrispondenti, nella geometria
tridimensionale, alle figure piane in questione, al quadrato corrisponde un
cubo, e al triangolo una piramide quadrangolare avente per base la faccia
superiore del cubo; l’insieme forma quella che il simbolismo massonico designa
come “pietra cubica a punta”, e che, nell’interpretazione ermetica, è
considerata una figura della “pietra filosofale”. Vi sono ancora altre
osservazioni da fare su quest’ultimo simbolo; ma, poiché esse non hanno più
alcun rapporto con il problema della Tetraktys, sarà preferibile
esaminarle separatamente.
15. Un geroglifico del Polo
Per tornare su alcune considerazioni che si riferiscono alla figura della
“pietra cubica a punta”, alla quale abbiamo appena alluso, diremo anzitutto che
questa figura, in antichi documenti, è completata, in modo abbastanza inatteso,
dall’aggiunta di un’ascia che sembra posta in equilibrio sul vertice stesso
della piramide. Questa particolarità ha dato spesso da pensare agli specialisti
del simbolismo massonico, la maggior parte dei quali non ne ha potuto fornire
alcuna spiegazione soddisfacente; tuttavia, si è suggerito che l’ascia potrebbe
qui non essere altro che il geroglifico della lettera ebraica qoph, ed è
questa effettivamente la vera soluzione; ma gli accostamenti che è il caso di
fare a questo riguardo sono ancor più significativi se si considera la lettera
araba corrispondente qâf, e ci è parso interessante darne un’idea,
malgrado il carattere di stranezza che queste cose rischiano di assumere agli
occhi del lettore occidentale, che naturalmente non è abituato a tal genere di
considerazioni.
Il significato più generale che si attribuisce alla lettera in questione
sia in ebraico che in arabo, è quello di “forza” o di “potenza” (in arabo qowah),
che può d’altronde, a seconda dei casi, esser d’ordine materiale o d’ordine
spirituale;1 ed è proprio a questo significato che corrisponde, nel
modo più immediato, il simbolismo di un’arma come l’ascia. Nel caso che stiamo
esaminando ora, deve evidentemente trattarsi di una potenza spirituale; ciò
risulta dal fatto che l’ascia vien messa in rapporto diretto, non con il cubo,
ma con la piramide; e ci si potrà ricordare di quel che abbiamo già esposto in
altre occasioni sull’equivalenza dell’ascia con il vajra, che è
anch’esso, prima di tutto, il segno della potenza spirituale. C’è di più:
l’ascia è posta, non in un punto qualunque, ma, come abbiamo detto, al vertice
della piramide, il quale viene spesso considerato come rappresentazione del
vertice di una gerarchia spirituale o iniziatica; questa posizione sembra
dunque indicare la più alta potenza spirituale attiva nel mondo, cioè quello
che tutte le tradizioni designano come “Polo”; anche qui, ricorderemo il
carattere “assiale” delle armi simboliche in genere e dell’ascia in
particolare, che è manifestamente in perfetto accordo con una tale
interpretazione.
Ora, è degno di nota che il nome stesso della lettera qâf sia anche
quello, nella tradizione araba, della Montagna sacra o
1. La distinzione fra
questi due significati è indicata in arabo da una differenza nell’ortografia
della parola qowah per il primo e qowâ per il secondo.
Un geroglifico del Polo 105
polare;2 la piramide, che è essenzialmente un’immagine di
quest’ultima, porta dunque, mediante questa lettera, o l’ascia che la
sostituisce, la propria designazione come tale, quasi per non lasciar
sussistere alcun dubbio sul significato che conviene riconoscerle
tradizionalmente. Inoltre, se il simbolo della montagna o della piramide è
riferito all’“Asse del Mondo”, il suo vertice, su cui è posta questa lettera,
si identifica in special modo col Polo medesimo; ora qâf equivale
numericamente a maqâm,3 il che designa tale punto come il
“Luogo” per eccellenza, cioè l’unico punto che rimane fisso e invariabile in
tutte le rivoluzioni del mondo.
La lettera qâf è, inoltre, la prima del nome arabo del Polo, Qutb,
e, anche a questo titolo, può servire a designarlo abbreviativamente, secondo
un procedimento di frequentissimo impiego;4 ma vi sono ancora altre
concordanze non meno sorprendenti. Così la sede (la parola araba è markaz,
che significa propriamente “centro”) del Polo supremo (chiamato El-Qutb
El-Ghawth, per distinguerlo dai sette Aqtâb o Poli secondari e
subordinati5) è descritta simbolicamente in una posizione fra cielo
e terra, in un punto che si trova esattamente al di sopra della Kaabah,
la quale ha precisamente la forma di un cubo ed è, anch’essa, una delle
rappresentazioni del “Centro del Mondo”. Si può dunque considerare che la
piramide, invisibile perché di natura puramente spirituale, si elevi al di
sopra di questo cubo, che, dal canto suo, è visibile perché si riferisce al
mondo elementare, contrassegnato dal numero quaternario; e, nello stesso tempo,
questo cubo, sul quale poggia così la base della piramide o della gerarchia, di
cui essa è figura e di cui il Qutb occupa
2. Alcuni vogliono
identificare la montagna di Qâf con il Caucaso (qâf-qâsiyah); se
questa assimilazione dovesse esser presa letteralmente nel senso geografico
attuale, sarebbe certamente erronea, poiché non si accorderebbe per nulla con
ciò che è detto della Montagna sacra, la quale non può esser raggiunta «né per
terra né per mare» (lâ bil-barr wa lâ bil-bahr); ma bisogna notare che
il nome Caucaso è stato attribuito anticamente a parecchie montagne situate in
regioni del tutto diverse, il che fa pensare che può ben essere stata
originariamente una delle designazioni della Montagna sacra, di cui allora gli
altri Caucasi non sarebbero che altrettante “localizzazioni” secondarie.
3. Qâf
=100+1+80=181; maqâm =40+100+1+40=181. In ebraico, si ritrova la stessa
equivalenza numerica fra qoph e maqom; d’altronde queste parole
differiscono dai loro corrispondenti arabi solo per la sostituzione di waw
ad alif, di cui esistono numerosi altri esempi (nâr e nûr,
âlam e ôlam, ecc.); il totale è allora 186.
4. È così che la lettera mîm,
per esempio, serve talvolta a designare il Mahdi; Mohyiddin ibn Arabi,
in particolare, le dà in certi casi questo significato.
5. I sette Aqtâb
corrispondono alle “sette Terre”, che si ritrovano anche in altre tradizioni; e
questi sette Poli terrestri sono un riflesso dei sette Poli celesti, che
presiedono rispettivamente ai sette Cieli planetari.
106 Simboli della Scienza
sacra
il vertice, è anche, per la sua forma, un simbolo della stabilità perfetta.
Il Qutb supremo è assistito dai due Imâm di destra e di
sinistra, e il ternario così formato si trova ancora rappresentato, nella
piramide, dalla forma triangolare di ciascuna faccia. D’altra parte, l’unità e
il binario che costituiscono questo ternario corrispondono alle lettere alif
e be, nei loro rispettivi valori numerici. La lettera alif
presenta la forma di un asse verticale; la sua punta superiore e i due estremi
in opposizione orizzontale della lettera be formano, secondo uno schema
di cui si potrebbero trovare gli equivalenti in vari simboli appartenenti ad
altre tradizioni, i tre angoli del triangolo iniziatico, che in effetti
dev’esser considerato propriamente come uno dei “sigilli” del Polo.
Aggiungiamo ancora, su quest’ultimo punto, che la lettera alif è
considerata in modo del tutto speciale come “polare” (qutbâniyah); il
suo nome e la parola Qutb sono numericamente equivalenti: alif
=1+30+80=111; Qutb =100+9+2=111. Questo numero rappresenta l’unità
espressa nei tre mondi, il che conviene perfettamente a caratterizzare la
funzione stessa del Polo.
Queste osservazioni probabilmente si sarebbero potute sviluppare
ulteriormente, ma pensiamo di aver detto abbastanza perché anche coloro che
sono più estranei alla scienza tradizionale delle lettere e dei numeri debbano
almeno riconoscere che sarebbe assai difficile vedere in tutto ciò solo un
semplice insieme di “coincidenze”.!
16. Le “teste nere”
Il nome degli Etiopi significa letteralmente “visi bruciati” (Aithi-ôps),1
e perciò “visi neri”; comunemente lo si interpreta come designazione di un
popolo di razza nera, o almeno dalla carnagione nera.2 Tuttavia,
questa spiegazione troppo “semplicistica” appare poco soddisfacente se si
osserva che gli antichi diedero di fatto lo stesso nome di Etiopia a paesi
diversissimi, ad alcuni dei quali esso non converrebbe per nulla, dato che in
particolare perfino l’Atlantide, si dice, fu chiamata Etiopia; per contro, non
sembra che tale denominazione sia mai stata applicata ai paesi abitati da
popoli propriamente appartenenti alla razza nera. Deve quindi esserci
dell’altro, e ciò diventa ancor più evidente quando si constata altrove
l’esistenza di parole o espressioni similari, tanto che ci si trova
naturalmente condotti a cercare quale significato simbolico possano in realtà
avere.
I Cinesi si designavano anticamente come “popolo nero” (li-min);
quest’espressione si trova in particolare nel Chou-king (regno
dell’imperatore Chouen, 2317-2208 prima dell’era cristiana). Molto più
tardi, all’inizio della dinastia Tsing (III secolo prima dell’era
cristiana), l’imperatore diede al suo popolo un altro nome analogo,3
quello di “teste nere” (kien-cheou); e, fatto anch’esso singolare, si
trova esattamente la stessa espressione in Caldea (nishi salmat kakkadi)
almeno mille anni prima di quest’epoca. Inoltre, è da notare che i caratteri kien
e he, che significano “nero”, rappresentano la fiamma; con questo, il
senso del l’espressione “teste nere” si avvicina ancor più a quello del nome
degli Etiopi. Gli orientalisti, che il più delle volte ignorano per partito
preso ogni simbolismo, vogliono spiegare i termini “popolo nero” e “teste nere”
come se designassero il “popolo dai capelli neri”; di sgraziatamente, se questo
carattere conviene in effetti ai Cinesi, esso non potrebbe in alcun modo
distinguerli dai popoli vicini, sicché anche questa spiegazione appare in fondo
del tutto insignificante.
D’altra parte, certuni hanno pensato che il “popolo nero” fosse
propriamente la massa del popolo, alla quale sarebbe stato attribuito il colore
nero come in India agli Shûdra, e con lo stesso senso di indistinzione e
di anonimato; ma sembra proprio
1. Dalla stessa radice aith
deriva anche la parola Aithêr, potendo l’Etere venir considerato in
qualche modo come un fuoco superiore, quello dei “Cielo empireo”.
2. Gli abitanti del paese
conosciuto ancor oggi con il nome di Etiopia, per quanto abbiano la carnagione
scura, non appartengono alla razza nera.
3. Si sa che, in Cina,
l’attribuzione agli esseri e alle cose delle loro “designazioni corrette”
faceva tradizionalmente parte delle funzioni del sovrano.
108 Simboli della Scienza
sacra
che sia stato l’intero popolo cinese a esser designato così, senza fare
alcuna differenza fra la massa e l’élite, e, se le cose stanno così,
allora il simbolismo in questione non è più valido. Del resto, se si pensa, non
solo che le espressioni di questo genere hanno conosciuto un impiego così
esteso nello spazio e nel tempo, come abbiamo indicato (ed è possibile che ne
esistano altri esempi), ma anche che gli antichi Egizi, da parte loro, davano
al proprio paese il nome di Kêmi o “terra nera”, ci si renderà conto che
è sicuramente del tutto inverosimile che tanti popoli diversi abbiano adottato,
per se stessi o per il proprio paese, una designazione che avrebbe avuto un
senso peggiorativo. Non è dunque a tale senso inferiore del color nero che
conviene far appello, bensì piuttosto al suo senso superiore, poiché, come
abbiamo spiegato in altre occasioni, esso presenta un duplice simbolismo, come
per altro avviene per l’anonimato al quale facevamo allusione poco fa a
proposito della massa del popolo, che ha pure due significati opposti.4
Si sa che, nel suo senso superiore, il color nero simboleggia
essenzialmente lo stato principiale di non-manifestazione, e che così in
particolare bisogna intendere il nome di Krishna, in opposizione a
quello di Arjuna che significa “bianco”; essi rappresentano
rispettivamente il non-manifestato e il manifestato, l’immortale e il mortale,
il “Sé” e l’“io”, Paramâtmâ e jîvâtmâ.4 Soltanto, ci
si può chiedere come un simbolismo del non-manifestato sia applicabile a un
popolo o a un paese; dobbiamo riconoscere che il rapporto non appare
chiaramente a prima vista, ma comunque esiste realmente nei casi in questione.
D’altronde, non dev’essere senza ragione che in molti di questi casi il color
nero viene riferito più particolarmente alle “facce “o alle “teste”, termini di
cui abbiamo già indicato altrove il significato simbolico, in connessione con
le idee di “vertice” e di “principio”.6
Per capire questo fatto, bisogna ricordarsi che i popoli di cui sopra sono
quelli che si consideravano situati in una posizione “centrale”; si conosce in
particolare, a questo riguardo, la designazione della Cina come “Regno di
Mezzo” (Tchoung-kouo), come il fatto che l’Egitto era assimilato dai
suoi abitanti al “Cuore del Mondo”. Questa posizione “centrale” è d’altronde
perfettamente giustificata dal punto di vista simbolico, giacché ciascun paese
al quale essa veniva attribuita era effettivamente
4. Sul duplice senso
dell’anonimato, si veda Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps,
cap. IX.
5. Si veda in particolare Le
blanc et le noir [qui sotto, come cap. 47].
6. Si veda La pierre
angulaire [qui sotto, come cap. 43].
Le “teste nere” 109
la sede del centro spirituale di una tradizione, emanazione e immagine del
centro spirituale supremo, e suo rappresentante per coloro che appartenevano
alla tradizione considerata, di modo che era per loro veramente il “Centro del
mondo”.7 Ora, il centro è, per via del suo carattere principiale,
quel che si potrebbe chiamare il “luogo” della non-manifestazione; in quanto
tale, il color nero, inteso nel suo senso superiore, gli conviene quindi
realmente. Occorre per altro notare che, per contro, il colore bianco si addice
anch’esso sotto un altro profilo al centro, vogliamo dire in quanto è il punto
di partenza di una “irradiazione” assimilata a quella della luce;8
si potrebbe dire dunque che il centro è “bianco” esteriormente e in rapporto
alla manifestazione che procede da esso, mentre è “nero” interiormente e in se
stesso; e quest’ultimo punto di vista è naturalmente quello degli esseri i
quali, per una ragione come quella da noi appena ricordata, si situano
simbolicamente proprio al centro.
7. Si veda La Grande
Triade, cap. XVI.
8. Si veda Les sept
rayons et l’arc-en-ciel [qui sotto, come cap. 57].
17. La lettera G e lo swastika
Nella Grande Triade, a proposito del simbolismo polare e della
parola cinese i, che designa l’unità (la Stella polare è chiamata Tai-i,
cioè “Grande Unità”), siamo stati condotti a fornire alcune indicazioni sul
simbolismo massonico della lettera G, la cui posizione normale è ugualmente
“polare”, e a fare un accostamento con la lettera I, che rappresentava “il
primo nome di Dio” per i “Fedeli d’Amore”.1 Questo accostamento si
giustificava col fatto che la lettera G, che non potrebbe di per se stessa
essere considerata un vero e proprio simbolo in quanto appartiene alle lingue
moderne in cui non c’è nulla di sacro né di tradizionale, ma che stands for
God nei rituali inglesi ed è infatti l’iniziale della parola God, è
stata ritenuta, almeno in certi casi, sostitutiva dello iod ebraico,
simbolo del Principio o dell’Unità, in virtù di un’assimilazione fonetica fra God
e iod.2 Queste brevi osservazioni hanno costituito il punto
di partenza di ricerche che hanno dato luogo a nuove constatazioni assai
interessanti;3 per questo crediamo utile tornare sull’argomento per
completare quel che abbiamo già detto.
Anzitutto, si deve notare che, in un antico catechismo del grado di
Compagno,4 alla domanda: What does that G denote? si risponde
espressamente: Geometry or the Fifth Science (cioè la scienza che occupa
il quinto posto nella enumerazione tradizionale delle “sette arti liberali”, di
cui abbiamo segnalato in altre occasioni la trasposizione esoterica nelle
iniziazioni del Medioevo); questa interpretazione non contraddice d’altronde in
alcun modo l’affermazione che questa stessa lettera stands for God,
essendo Dio specificamente designato in questo grado come “Grande Geometra
dell’Universo”; e, d’altra parte, le conferisce tutta la sua importanza il
fatto che, nei più antichi manoscritti conosciuti della massoneria operativa,
la “Geometria” è
1. La Grande Triade,
cap. XXV.
2. L’autore di un’opera
sul simbolismo massonico ha creduto di doverci rivolgere a questo proposito una
critica, formulata anche in termini assai poco cortesi, come se noi fossimo
responsabili di questa assimilazione fonetica; ma noi non abbiamo tuttavia a
questo riguardo una responsabilità maggiore di quella dei massoni inglesi che
un tempo identificarono le tre lettere della medesima parola God con le
iniziali delle tre parole ebraiche Gamel, Oz, Dabar
(Bellezza, Forza, Saggezza); checché si pensi del valore di tali accostamenti
(e ve ne sono altri ancora), si è in ogni caso obbligati a tenerne conto almeno
storicamente.
3. Marius Lepage, La
Lettre G, in «Le Symbolisme», numero del novembre 1948; articolo nello
«Speculative Mason», numero del luglio 1949, scritto in occasione del
precedente, e da cui è tratta la maggior parte delle informazioni che
utilizziamo qui.
4. Prichard, Masonry
Dissected (1730).
La lettera G e lo swastika 111
costantemente identificata con la massoneria stessa; vi è quindi in ciò
qualcosa che non può essere considerato trascurabile. Risulta inoltre, come
vedremo subito, che la lettera G, in quanto iniziale di Geometry, ha preso il posto del suo equivalente greco Γ, il che viene giustificato
sufficientemente dall’origine stessa della parola “Geometria” (e, almeno qui, non
abbiamo più a che fare con una lingua moderna); inoltre, la lettera Γ presenta di per sé un certo interesse, dal punto di vista del simbolismo massonico, per via
della sua forma che è quella di una squadra,5 cosa che non accade
evidentemente per la lettera latina G.6 Ora, prima di spingerci
oltre, ci si potrebbe domandare se questo non sia in contrasto con la
spiegazione della G come sostitutiva dello iod ebraico, o almeno, visto
che anche questa sostituzione ha avuto luogo, se non sarebbe il caso di
pensare, in tali circostanze, che essa sia stata operata solo a posteriori
e più o meno tardivamente; di fatto, siccome la lettera G pare esser stata
propria del grado di maestro, questa deve essere la spiegazione accettata da
coloro che seguono l’opinione corrente su quest’ultimo grado. Per contro, per
quelli che come noi si rifiutano, per diverse ragioni, di considerare questo
grado il prodotto di un’elaborazione “speculativa” del secolo XVIII, e che vi
scorgono una specie di “condensazione” del contenuto di certi gradi superiori
della massoneria operativa, destinata a colmare nella misura del possibile una
lacuna dovuta all’ignoranza in cui si trovavano riguardo a questi i fondatori
della Grande Loggia d’Inghilterra, la cosa appare sotto una luce assai diversa:
si tratta allora di una sovrapposizione di due significati diversi, ma che non
si escludono per nulla, fatto che non ha sicuramente niente di eccezionale nel
simbolismo; inoltre, quel che nessuno sembra aver osservato finora, è che le
due interpretazioni, rifacendosi rispettivamente al greco e all’ebraico, si
accordano perfettamente con il carattere proprio dei due gradi corrispondenti,
“pitagorico” per il secondo, e “salomonico” per il terzo, e forse è soprattutto
questo, in fondo, che permette di comprendere realmente la questione. Detto
ciò, possiamo tornare all’interpretazione “geometrica”
5. Ricordiamo che la
squadra a bracci disuguali, che è più precisamente la forma di questa lettera,
rappresenta i due lati dell’angolo retto del triangolo rettangolo 3-4-5, che
ha, come abbiamo spiegato altrove, un’importanza tutta particolare nella massoneria
operativa (si veda Parole perdue et mots substitués, in «Études
Traditionnelles», dicembre 1948).
6. Tutte le considerazioni
che alcuni hanno voluto trarre dalla forma della lettera G (somiglianza con la
forma di un nodo, con quella del simbolo alchemico del sale, ecc.) hanno
manifestamente un carattere del tutto artificiale e anche piuttosto fantasioso;
esse non hanno il minimo rapporto con i significati riconosciuti di questa
lettera, e non poggiano d’altronde su alcun dato autentico.
112 Simboli della Scienza
sacra
del grado di Compagno; quel che ne abbiamo detto finora non è ancora la
parte più interessante riguardo al simbolismo della massoneria operativa. Nello
stesso catechismo sopra citato, si trova anche questa specie d’enigma: By
letters four and science five, this G aright doth stand in a due art and
proportion.7 Qui, science five designa evidentemente la
“quinta scienza”, cioè la Geometria; in quanto al significato di letters
four, si potrebbe, a prima vista e per simmetria, esser tentati di supporvi
un errore per cui occorra leggere letter al singolare, di modo che si
tratterebbe della “quarta lettera”, cioè, nell’alfabeto greco, della lettera Δ, che è
infatti simbolicamente interessante per la sua forma triangolare; ma, siccome
questa spiegazione avrebbe il grande difetto di non presentare alcun rapporto intelligibile
con la lettera G, è molto più verosimile che si tratti realmente di “quattro
lettere”, e che l’espressione d’altronde anormale science five, invece
di fifth science, sia stata messa lì intenzionalmente per rendere
l’enunciato ancor più enigmatico. Ora, il punto che può sembrare più oscuro è
questo: perché si parla di quattro lettere, o, se è invece sempre dell’iniziale
della parola Geometry che si tratta, perché deve essere quadruplicata to
stand aright in due art and proportion? La risposta, che deve trovarsi in
rapporto con la posizione “centrale” o “polare” della lettera G, può essere
data solo per mezzo del simbolismo operativo, ed è qui d’altronde che appare la
necessità di prendere questa lettera, come indicavamo sopra, nella sua forma greca
Γ. Infatti, l’accostamento di quattro Γ posti ad angolo
retto gli uni rispetto agli altri forma lo swastika, «simbolo, come lo è pure la
lettera G, della Stella polare, che è essa stessa il simbolo, e per il massone
operativo la sede effettiva, del Sole centrale nascosto dell’Universo, Iah»,8
il che
7. Non dobbiamo
dimenticare di menzionare per inciso che, in risposta alla domanda Who doth
that G denote? (who e non più what come in precedenza quando
si trattava della Geometria), questo catechismo contiene ancora la seguente
frase: The Grand Architect and contriver of the Universe, or He that was
taken up to the Pinnacle of the Holy Temple; si osserverà che il “Grande
Architetto dell’Universo” viene qui identificato con Cristo. (dunque col Logos),
messo a sua volta in rapporto con il simbolismo della “pietra angolare” inteso
secondo il senso che abbiamo spiegato; il “pinnacolo del Tempio” (e si noterà
la curiosa somiglianza di questa parola con l’ebraico pinnah che
significa “angolo”) è naturalmente il vertice o il punto più elevato, e, come
tale, equivale a quel che è la “chiave di volta” (Keystone) nell’Arch
Masonry.
8. Nell’articolo dello
«Speculative Mason», da cui è tratta questa citazione, lo swastika è
chiamato inesattamente gammadion, designazione che, come abbiamo
segnalato a diverse riprese, era in realtà applicata anticamente a tutt’altre
figure (si veda in particolare El-Arkân, in cui ne abbiamo dato la
riproduzione), ma non è men vero che si può ritenere che lo swastika per
quanto non abbia mai portato questo nome, sia formato da quattro gamma,
di modo che questa rettificazione di terminologia non cambia nulla alla nostra
argomentazione.
La lettera G e lo swastika 113
richiama evidentemente molto da vicino il Tai-i della tradizione
estremo-orientale.9 Nel passo della Grande Triade che
richiamavamo all’inizio, abbiamo già segnalato l’esistenza, nel rituale
operativo, di uno strettissimo rapporto fra la lettera G e lo swastika; tuttavia, non eravamo allora a conoscenza delle informazioni che, facendo
intervenire il Γ greco, rendono questo rapporto ancor più diretto e ne completano la
spiegazione.10 È opportuno notare anche che la parte ricurva dei
bracci dello swastika è considerata rappresentare l’Orsa Maggiore, vista
in quattro posizioni diverse nel corso della sua rivoluzione intorno alla
Stella polare, alla quale naturalmente corrisponde il centro in cui si uniscono
i quattro gamma, e che queste quattro posizioni sono messe in relazione
con i quattro punti cardinali e le quattro stagioni; è noto quale sia
l’importanza dell’Orsa Maggiore in tutte le tradizioni in cui interviene il
simbolismo polare.11 Se si considera che tutto ciò appartiene a un
simbolismo che può veramente dirsi “ecumenico” e che indica per ciò stesso un
legame abbastanza diretto con la tradizione primordiale, si può capire senza
fatica perché «la teoria polare sia sempre stata uno dei più grandi segreti dei
veri maestri massoni».12
9. Aggiungeremo che il
nome divino Iah, appena menzionato, è messo più specificamente in
rapporto con il primo dei tre Grandi Maestri nel settimo grado della massoneria
operativa.
10. Si potrebbe forse
obiettare che la documentazione inedita fornita dallo «Speculative Mason», e
che concerne lo swastika, proviene da Clement Stretton, e che questi si
dice sia stato il principale autore di una “restaurazione” dei rituali
operativi nella quale certi elementi, perduti in seguito a circostanze mai
completamente chiarite, sarebbero stati sostituiti da “prestiti” tratti dai
rituali speculativi di cui nulla garantisce la conformità con ciò che esisteva
anticamente; ma questa obiezione non vale nel nostro caso, poiché si tratta qui
di cosa di cui non si trova la minima traccia nella massoneria speculativa.
11. Si veda ugualmente La
Grande Triade, cap. XXV, a proposito della “Città dei Salici” e della sua
rappresentazione simbolica con uno staio pieno di riso.
12. Può essere
interessante segnalare ancora che, nella Cabala, lo iod si considera
formato dall’unione di tre punti che rappresentano le tre middoth
supreme e sono disposti a squadra; quest’ultima è d’altronde volta in senso
contrario a quella che forma la lettera greca Γ, il
che potrebbe corrispondere ai due sensi opposti di rotazione dello swastika.
Simboli della
manifestazione ciclica
18. Alcuni aspetti del simbolismo
di Giano
Abbiamo fatto allusione a diverse riprese, nelle nostre opere, al
simbolismo di Giano; per trattare a fondo questo simbolismo dai complessi e
molteplici significati, e per segnalare tutti i suoi legami con un gran numero
di figurazioni analoghe che s’incontrano in altre tradizioni, occorrerebbe un
volume intero. Per il momento, ci è parso interessante riunire alcuni dati
concernenti certi aspetti di tale simbolismo e in particolare riprendere, in
modo più esauriente di quanto non abbiamo potuto fare sinora, le considerazioni
che spiegano l’accostamento che talvolta è stato fatto fra Giano e Cristo, in
una maniera che può sembrare strana a prima vista, ma che è nondimeno
perfettamente giustificata.
Fig. 11
Infatti, è stato pubblicato, qualche anno fa, da Charbonneau-Lassay su
«Regnabit»,1 un curioso documento che raffigura esplicitamente
Cristo sotto le sembianze di Giano, e noi stessi l’abbiamo in seguito
commentato nella medesima rivista2 (fig. 11). È un cartiglio
dipinto, su una pagina staccata da un libro manoscritto di chiesa del secolo XV
trovata a Luchon, che conclude il foglietto del mese di gennaio sul calendario
liminare di questo libro. In cima al medaglione interno figura il monogramma
IHS sormontato da un cuore; il rimanente del medaglione è occupato da un busto
di Janus Bifrons, con un viso maschile e uno
1. Un ancien emblème du
mois de janvier, in «Regnabit», maggio 1925.
2. À propos de quelques
symboles hermético-religieux, in «Regnabit», dicembre 1925.
118 Simboli della Scienza
sacra
femminile, come si vede assai frequentemente; esso porta una corona sulla
testa, e tiene con una mano uno scettro e con l’altra una chiave.
«Sui monumenti romani,» scriveva Charbonneau-Lassay riproducendo questo
documento «Giano si mostra, come sul cartiglio di Luchon, con la corona in
testa e lo scettro nella mano destra, perché è re; tiene con l’altra mano una
chiave che apre e chiude le epoche; per questo, per estensione di concetto, i
Romani gli consacravano le porte delle case e delle città... Anche Cristo, come
l’antico Giano, porta lo scettro regale cui ha diritto in nome del Padre
Celeste e dei suoi antenati di quaggiù; e con l’altra mano tiene la chiave dei
segreti eterni, la chiave tinta del suo sangue che aprì all’umanità perduta la
porta della vita. Per questo, nella quarta grande antifona prima di Natale, la
liturgia sacra lo acclama così: “O Clavis David, et Sceptrum domus
Israel!... Tu sei, o Cristo atteso, la Chiave di David e lo Scettro della
casa d’Israele. Tu apri, e nessuno può chiudere; e quando chiudi, nessuno può
più aprire”3...».
L’interpretazione più comune dei due volti di Giano vede in essi la
rappresentazione rispettivamente del passato e del futuro; questa
interpretazione, pur essendo molto incompleta, da un certo punto di vista è
comunque esatta. Per questo, in un numero abbastanza grande di
rappresentazioni, i due volti sono quelli di un uomo anziano e di un uomo
giovane; non è però il caso dell’emblema di Luchon, un esame attento del quale
non permette di dubitare che si tratti del Giano androgino, o Janus-Jana;4
ed è quasi superfluo far notare lo stretto rapporto di questa forma di Giano
con certi simboli ermetici come il Rebis.5
Considerando il simbolismo di Giano come riferito al tempo, è il caso di
fare un’osservazione molto importante: fra il passato che non è più e il futuro
che non è ancora, il vero volto di Giano, quello che guarda il presente, non è,
si dice, né l’uno né l’altro di quelli visibili. Questo terzo volto, infatti, è
invisibile perché il presente, nella manifestazione temporale, non è che un
istante inafferrabile;6 ma, quando ci si innalza al di sopra delle
condizioni di questa manifestazione transitoria e contingente, il presente
contiene al contrario ogni realtà. Il terzo volto
3. Breviario romano,
uffizio del 20 dicembre.
4. Il nome di Diana,
la dea lunare, non è che un’altra forma di Jana, l’aspetto femminile di Janus.
5. La sola differenza è
che questi simboli sono generalmente Sol-Luna, sotto varie forme, mentre
sembra che Janus-Jana sia piuttosto Lunus-Luna, essendo la sua
testa spesso sormontata dalla mezzaluna.
6. È pure per questa
ragione che certe lingue, come l’ebraico e l’arabo, non hanno una forma verbale
che corrisponda al presente.
Alcuni aspetti del simbolismo di
Giano 119
di Giano corrisponde, in un altro simbolismo, quello della tradizione indù,
all’occhio frontale di Shiva, anch’esso invisibile, poiché non è
rappresentato da nessun organo corporeo, e che raffigura il “senso
dell’eternità”. È detto che uno sguardo di questo terzo occhio riduce tutto in
cenere, cioè distrugge ogni manifestazione; ma quando la successione è tramutata
in simultaneità, tutte le cose rimangono nell’“eterno presente”, di modo che
l’apparente distruzione non è in verità che una “trasformazione”, nel senso più
rigorosamente etimologico della parola.
Da queste poche considerazioni, è già facile capire che Giano rappresenta
veramente Colui che è, non soltanto il “Signore del triplice tempo”
(designazione applicata nella dottrina indù pure a Shiva),7
ma anche e soprattutto il “Signore dell’Eternità”. Cristo, scriveva ancora a
questo proposito Charbonneau-Lassay, domina il passato e il futuro; coeterno al
Padre, egli è come lui l’“Antico dei Giorni”: «in principio era il Verbo» dice
san Giovanni. È anche il padre e il signore dei secoli a venire: Jesu pater
futuri saeculi, ripete ogni giorno la Chiesa romana, ed Egli stesso si è
proclamato l’inizio e la fine di tutte le cose: «Io sono l’alpha e l’omega,
il principio e la fine». «È il “Signore dell’Eternità”».
È del tutto evidente, infatti, che il “Signore dei tempi” non può essere
soggetto da parte sua al tempo, che ha in lui il suo principio, allo stesso
modo che, secondo l’insegnamento di Aristotele, il primo motore di tutte le
cose, o il principio del moto universale, è necessariamente immobile. È_
proprio il Verbo eterno che i testi biblici designano spesso come l’“Antico dei
Giorni”, il Padre delle ere o dei cicli d’esistenza (che è il senso proprio e
primitivo della parola latina saeculum, come del greco aiôn e
dell’ebraico ôlam che essa traduce); e convien notare che la tradizione
indù gli dà anche il titolo di Purâna-Purusha, il cui significato è
strettamente equivalente.
Ritorniamo ora alla raffigurazione che abbiamo preso come punto di partenza
di queste osservazioni: vi si scorgono, dicevamo, lo scettro e la chiave nelle
mani di Giano: come la corona (che può tuttavia esser vista anche come simbolo
di potenza e di elevazione nel senso più generale, nell’ordine spirituale come
nell’ordine temporale, e che qui ci sembra aver piuttosto questa accezione), lo
scettro è l’emblema del potere regale, e la chiave, dal suo canto, è allora più
specificamente quella del potere sacerdotale. Si osservi che lo scettro è a
sinistra della figura, dal lato del volto maschile, e la chiave a destra, dal
lato del volto femminile;
7. Il tridente (trishûla),
attributo di Shiva, è il simbolo dei triplice tempo (trikâla).
120 Simboli della Scienza
sacra
ora, secondo il simbolismo impiegato dalla Cabala ebraica, alla destra e
alla sinistra corrispondono rispettivamente due attributi divini: la
Misericordia (Hesed) e la Giustizia (Din),8 che si
addicono manifestamente anche a Cristo, in special modo quando lo si considera
nella sua funzione di Giudice dei vivi e dei morti. Gli Arabi, facendo
un’analoga distinzione negli attributi divini e nei nomi che vi corrispondono,
dicono “Bellezza” (Djemâl) e “Maestà” (Djelâl); e si potrebbe anche
comprendere, con queste ultime designazioni, come questi due aspetti siano
stati rappresentati con un volto femminile e uno maschile.9 Insomma,
la chiave e lo scettro, sostituendosi qui all’insieme delle due chiavi che è
forse un emblema più consueto di Giano, servono a rendere ancora più chiaro uno
dei significati di tale emblema, quello di un duplice potere che procede da un
principio unico: potere sacerdotale e potere regale, riuniti, secondo la
tradizione giudaico-cristiana, nella persona di Melchisedec, il quale è, come
dice san Paolo, «fatto simile al Figlio di Dio».10
Abbiamo appena detto che Giano porta più frequentemente due chiavi; queste
chiavi sono quelle delle due porte solstiziali, Janua Coeli e Janua
Inferni, che corrispondono rispettivamente al solstizio d’inverno e al
solstizio d’estate, cioè ai due punti estremi della corsa del sole nel ciclo
annuale, poiché Giano, in quanto “Signore dei tempi”, è lo Janitor che
apre e chiude questo ciclo. D’altra parte, era anche il dio dell’iniziazione ai
misteri: initiatio deriva da in-ire, “entrare” (il che si
ricollega pure al simbolismo della “porta”), e, secondo Cicerone, il nome di
Giano ha la stessa radice del verbo ire, “andare”; questa radice i
si trova d’altronde in sanscrito con lo stesso senso del latino, e, in tale
lingua, essa ha fra i suoi derivati il termine yâna, “via”, la cui forma
s’avvicina singolarmente al nome stesso di Giano. «Io sono la Via» ha detto
Cristo;11 dobbiamo scorgervi la possibilità
8. Nel simbolo dell’albero
sefirotico, che rappresenta l’insieme degli attributi divini, le due “colonne”
laterali sono rispettivamente quelle della Misericordia e della Giustizia; alla
sommità della “colonna di mezzo” è la “Corona” (Kether), che domina
queste due “colonne” laterali; la posizione analoga della corona di Giano nella
nostra figura, in rapporto alla chiave e allo scettro, ci pare dar luogo a un
accostamento che giustifica quel che abbiamo appena detto sul suo significato:
sarebbe il potere principiale, unico e totale, da cui procedono i due aspetti
designati dagli altri due emblemi.
9. Ne Le Roi du Monde
abbiamo spiegato più esaurientemente il simbolismo della destra e della
sinistra, della “mano di giustizia” e della “mano benedicente”, indicato anche
in parecchi Padri della Chiesa, e in particolare in sant’Agostino.
10. Epistola agli Ebrei,
VII, 3.
11. Nella tradizione
estremo-orientale, la parola Tao, il cui senso, letterale è ancora
“Via”, serve come designazione del Principio supremo; e il carattere
ideografico che lo rappresenta è formato dai segni della testa e dei piedi,
equivalenti all’alpha e all’omega.
Alcuni aspetti del simbolismo di
Giano 121
di un altro accostamento? Quel che diremo ora sembra esser di natura tale
da giustificarlo; e si avrebbe gran torto, in tema di simbolismo, a trascurare
certe somiglianze verbali, le cui ragioni sono spesso profondissime, benché
sfortunatamente sfuggano ai filologi moderni, i quali ignorano tutto quel che
può legittimamente portare il nome di “scienza sacra”.
Comunque, siccome Giano era considerato il dio dell’iniziazione, le sue due
chiavi, una d’oro e l’altra d’argento, erano quelle dei “grandi misteri” e dei
“piccoli misteri”; per usare un altro linguaggio equivalente, la chiave
d’argento è quella del “Paradiso terrestre”, e la chiave d’oro quella del
“Paradiso celeste”. Queste stesse chiavi erano uno degli attributi del sovrano
pontificato, al quale era essenzialmente attribuita la funzione di “ierofante”;
come la barca, che era anche un simbolo di Giano,12 esse sono
rimaste fra i principali emblemi del papato; e le parole evangeliche relative
al “potere delle chiavi” sono in perfetto accordo con le tradizioni antiche,
uscite tutte dalla grande tradizione primordiale. D’altra parte c’è un rapporto
abbastanza diretto fra il senso appena indicato e quello secondo cui la chiave
d’oro rappresenta il potere spirituale e la chiave d’argento il potere
temporale (quest’ultima, allora, talvolta sostituita, come abbiamo visto, dallo
scettro):13 Dante, infatti, assegna come funzioni all’Imperatore e
al Papa di condurre l’umanità rispettivamente al “Paradiso terrestre” e al
“Paradiso celeste”.14
Inoltre, in virtù di un certo simbolismo astronomico che sembra esser stato
comune a tutti i popoli antichi, vi sono anche dei legami strettissimi fra le
due interpretazioni secondo le quali le chiavi di Giano erano sia quelle delle
due porte solstiziali, sia quelle dei “grandi misteri” e dei “piccoli misteri”.15
Il simbolismo al quale alludiamo è quello del ciclo zodiacale, e non è senza
ragione che quest’ultimo, con le sue due metà, ascendente e discendente, che
hanno i loro rispettivi punti di partenza ai due solstizi d’inverno e d’estate,
si trovi raffigurato sul portale
12. La barca di Giano era
una barca che poteva andare nei due sensi, sia in avanti, sia indietro, il che
corrisponde ai due volti di Giano stesso.
13. Lo scettro e la chiave
sono d’altronde l’uno e l’altro in relazione simbolica con l’“Asse del Mondo”.
14. De Monarchia,
III, 16. Forniamo la spiegazione di questo passo di Dante in Autorité
spirituelle et Pouvoir temporel.
15. Dobbiamo ricordare di
sfuggita, per quanto l’abbiamo già segnalato in parecchie occasioni, che Giano
aveva un’altra funzione ancora: era il dio delle corporazioni di artigiani o Collegia
fabrorum, che celebravano in suo onore le due feste solstiziali d’inverno e
d’estate. In seguito, quest’uso si conservò sempre nelle corporazioni di
costruttori; ma, con il cristianesimo, queste feste solstiziali si
identificarono con le due feste di san Giovanni, l’invernale e l’estiva (donde
l’espressione “Loggia di San Giovanni” conservatasi fin nella massoneria
moderna); ecco un esempio dell’adattamento dei simboli precristiani, troppo
spesso misconosciuto o mal interpretato dai moderni.
122 Simboli della Scienza
sacra
di tante chiese medioevali.16 Si vede qui apparire un altro
significato dei due volti di Giano: egli è il “Signore delle due vie” alle
quali danno accesso le due porte solstiziali, quelle due vie di destra e di
sinistra (giacché vi si ritrova quell’altro simbolismo che segnalavamo sopra)
rappresentate dai pitagorici con la lettera Y,17 e raffigurate
anche, sotto una forma exoterica, dal mito di Ercole fra la virtù e il vizio.
Sono le medesime due vie che la tradizione indù, dal canto suo, designa come
“via degli dei” (dêva-yâna) e “via degli antenati” (pitri-yâna);
e Ganêsha, il cui simbolismo ha numerosi punti di contatto con quello di
Giano, è anch’egli il “Signore delle due vie”, per una conseguenza immediata
del suo carattere di “Signore della conoscenza”, il che ci riconduce all’idea
dell’iniziazione ai misteri. Infine, queste due vie sono pure, in un certo
senso, come le porte per le quali vi si accede, quella dei cieli e quella degli
inferi;18 e si osserverà che i due lati ai quali esse corrispondono,
la destra e la sinistra, sono quelli in cui si dispongono gli eletti e i
dannati nelle rappresentazioni del Giudizio finale, le quali pure, per una
coincidenza assai significativa, si trovano così frequentemente sul portale
delle chiese, e non in un’altra parte qualunque dell’edificio.19
Queste rappresentazioni, come quelle dello Zodiaco, esprimono, pensiamo,
qualcosa di assolutamente fondamentale nella concezione dei costruttori di
cattedrali, i quali si proponevano di dare alle loro opere un carattere “pantacolare”,
nel vero senso della parola,20 cioè di farne una specie di compendio
sintetico dell’Universo.21
16. Ciò si ricollega
manifestamente a quanto segnalato nella nota precedente a proposito delle
tradizioni conservate dalle corporazioni di costruttori.
17. Questo antico simbolo
si è conservato fino a un’epoca abbastanza recente: l’abbiamo ritrovato in
particolare nel marchio dello stampatore Nicolas du Chemin, disegnato da Jean
Cousin, in Le Champ fleuri di Geoffroy Tory (Parigi, 1529), ove esso è
designato con il nome di “lettera pitagorica”, e anche, al museo del Louvre, su
vari mobili del Rinascimento.
18. Nei simboli del
Rinascimento appena menzionati, le due vie sono, sotto questo profilo,
designate rispettivamente come via arcta e via lata, “via
stretta” e “via larga”.
19. Sembra talora che quel
che in certi casi è riferito alla destra lo sia alla sinistra in altri, e
inversamente; succede però che tale contraddizione sia solo apparente, giacché
bisogna sempre cercare in rapporto a che cosa si prende la destra e la sinistra;
quando è reale, essa si spiega con certe concezioni “cicliche” abbastanza
complesse, che influiscono sulle corrispondenze esaminate. Segnaliamo questo
unicamente allo scopo di non dissimulare una difficoltà della quale è il caso
di tener conto per interpretare correttamente un numero rilevante di simboli.
20. Si deve scrivere
“pantacolo” (pantaculum, alla lettera “piccolo tutto”), e non
“pentacolo” come si fa troppo spesso; questo errore ortografico ha fatto
credere a taluni che la parola avesse un rapporto con il numero 5 e dovesse
esser preso come un sinonimo di “pentagramma”.
21. Questa concezione è
d’altronde in qualche modo implicita nella pianta stessa della cattedrale; ma
non possiamo, almeno per il momento, metterci a giustificare tale affermazione,
cosa che ci condurrebbe troppo lontano.
19. Il geroglifico del Cancro
Nel corso dei nostri diversi studi, abbiamo spesso avuto occasione di
alludere al simbolismo del ciclo annuale, con le sue due metà, ascendente e
discendente, e specialmente a quello delle due porte solstiziali, che aprono e
chiudono rispettivamente le due metà del ciclo, e sono in rapporto con la
figura di Janus presso i Latini, e con quella di Ganêsha presso
gli Indù.1 Per capir bene tutta l’importanza di questo simbolismo,
bisogna ricordarsi che, in virtù dell’analogia di ciascuna parte dell’universo
con il tutto, vi è corrispondenza fra le leggi di tutti i cicli, di qualunque
ordine siano, in modo che il ciclo annuale, per esempio, potrà essere preso
come un’immagine ridotta, e di conseguenza più accessibile, dei grandi cicli
cosmici (e un’espressione come quella di “grande anno” lo indica abbastanza
chiaramente), e come un compendio, se così si può dire, del processo stesso
della manifestazione universale; è questo d’altronde che dà all’astrologia
tutto il suo significato in quanto scienza propriamente “cosmologica”.
Se è così, i due “punti di arresto” del cammino solare (tale è il senso
etimologico della parola “solstizio”) devono corrispondere ai due termini
estremi della manifestazione, sia nel suo complesso, sia in ciascuno dei cicli
che la costituiscono, cicli di numero indefinito, che non sono altro se non i
diversi stati o gradi dell’Esistenza universale. Se si vuol applicare ciò più
in particolare a un ciclo della manifestazione individuale, come quello
dell’esistenza nello stato umano, si potrà facilmente capire perché le due
porte solstiziali siano tradizionalmente designate come “porta degli uomini” e
“porta degli dei”. La “porta degli uomini”, corrispondente al solstizio
d’estate e al segno zodiacale del Cancro, è l’ingresso nella manifestazione
individuale; la “porta degli dei”, corrispondente a sua volta al solstizio
d’inverno e al segno zodiacale del Capricorno, è l’uscita da questa
manifestazione e il passaggio agli stati superiori, poiché gli “dei” (i dêva
della tradizione indù), come gli “angeli” secondo un’altra terminologia,
rappresentano propriamente, dal punto di vista metafisico, gli stati
sopra-individuali dell’essere.2
Se si considera la distribuzione dei segni zodiacali secondo i quattro
trigoni elementari, si vede che il segno del Cancro corrisponde al “fondo delle
Acque”, cioè, in senso cosmogonico, all’ambiente embriogenico nel quale sono
deposti i germi del
1. Si veda in particolare Le
Roi du Monde, cap. III.
2. Questo punto è
ampiamente spiegato in Les États multiples de l’être.
124 Simboli della Scienza
sacra
mondo manifestato, germi corrispondenti, nell’ordine “macrocosmico”, al Brahmânda
o “Uovo del Mondo”, e, nell’ordine “microcosmico”, al pinda, prototipo
formale dell’individualità preesistente in modo sottile fin dall’origine della
manifestazione ciclica, come costitutivo di una delle possibilità che dovranno
svilupparsi nel corso di tale manifestazione.3 Questo può anche
esser riferito al fatto che lo stesso segno del Cancro è il domicilio della
Luna, la cui relazione con le Acque è ben nota, e che rappresenta, come queste
Acque medesime, il principio passivo e plastico della manifestazione: la sfera
lunare è propriamente il “mondo della formazione”, o l’ambito dell’elaborazione
delle forme nello stato sottile, punto di partenza dell’esistenza nel modo individuale.4
Nel simbolo astrologico del Cancro ○ ○, si vede il germe allo stato di
semi-sviluppo che è appunto lo stato sottile; si tratta dunque, non
dell’embrione corporeo, ma proprio del prototipo formale di cui abbiamo appena
parlato, e la cui esistenza si situa nell’ambito psichico o “mondo intermedio”.
D’altronde, la sua figura è quella dell’u sanscrito, elemento di spirale
che costituisce, nell’akshara o monosillabo sacro Om, il termine
intermedio fra il punto (m), che rappresenta la non-manifestazione
principiale, e la linea retta (a), che rappresenta lo sviluppo completo
della manifestazione nello stato grossolano o corporeo.5
Inoltre, questo germe è doppio, posto in due posizioni inverse l’una
all’altra che rappresentano per ciò stesso due termini complementari: sono lo yang.
e lo yin della tradizione estremo-orientale, ove il simbolo yin-yang
che li riunisce ha precisamente una forma simile. Questo simbolo, in quanto
rappresentativo delle rivoluzioni cicliche, le cui fasi sono legate alla
prevalenza alternante dello yang e dello yin, è in rapporto con
altre figure di grande importanza dal punto di vista tradizionale, come quella
dello swastika, e anche quella della doppia spirale che si riferisce al
simbolismo dei due emisferi. Questi, uno luminoso e l’altro
3. Si veda L’Homme et
son devenir selon le Vêdânta, capp. XIII e XIX. L’analogia costitutiva del
“microcosmo” e del “macrocosmo”, considerati sotto questo profilo, viene
espressa nella dottrina indù da questa formula: Yathâ pinda Tatha Brahmânda,
«come l’embrione individuale (sottile), così l’Uovo del Mondo».
4. Ibidem, cap.
XXI. Abbiamo segnalato in varie occasioni l’identità del “mondo della
formazione”, o Ietsirah secondo la terminologia della Cabala ebraica,
con l’ambito della manifestazione sottile.
5. Su queste forme
geometriche che corrispondono rispettivamente ai tre mâtrâ di Om,
si veda ibidem, cap. XVI. Conviene ricordare a questo proposito che il
punto è il principio primordiale di tutte le forme geometriche, come il
non-manifestato lo è di tutti gli stati della manifestazione, e che, essendo
informale e “senza dimensioni”, esso è, nel suo ordine, l’unità vera e
indivisibile, ciò che ne fa un simbolo naturale dell’Essere puro.
Il geroglifico del Cancro 125
oscuro (yang, nel suo significato originale, è il lato della luce, e
yin il lato dell’ombra), sono le due metà dell’“Uovo del Mondo”,
assimilate rispettivamente al Cielo e alla Terra.6 Sono anche, per
ogni essere, e sempre in virtù dell’analogia del “microcosmo” con il
“macrocosmo”, le due metà dell’Androgino primordiale, in genere descritto
simbolicamente come di forma sferica;7 la forma sferica è quella
dell’essere completo che è virtualmente nel germe originale, e deve essere
ricostituito nella sua pienezza effettiva al termine dello sviluppo ciclico
individuale.
C’è da osservare, d’altra parte, che la sua forma è anche lo schema della
conchiglia (shankha), che è evidentemente in relazione diretta con le
Acque, ed è ugualmente rappresentata come involucro dei germi del ciclo futuro
durante i periodi di pralaya o di “dissoluzione esterna” del mondo.
Questa conchiglia racchiude il suono primordiale e imperituro (akshara),
il monosillabo Om, che è, coi suoi tre elementi (mâtrâ),
l’essenza del triplice Vêda; ed è così che il Vêda sussiste
perpetuamente, essendo in se stesso anteriore a tutti i mondi, ma in qualche
modo nascosto o avviluppato durante i cataclismi cosmici che separano i diversi
cicli, per essere poi manifestato di nuovo all’inizio di ciascuno di essi.8
Lo schema può d’altronde essere completato e reso uguale a quello dell’akshara
stesso, se la linea retta (a) ricopre e chiude la conchiglia (u),
che contiene nel suo interno il punto (m), o principio essenziale degli
esseri;9 la linea retta rappresenta allora nello stesso tempo, nel
senso orizzontale, la “superficie delle Acque”, cioè l’ambiente sostanziale in
cui si produrrà lo sviluppo dei germi (rappresentato nel simbolismo orientale
dallo sbocciare del fiore di loto) dopo la fine del periodo di oscuramento
intermedio (sandhyâ) fra due cicli. Si avrà allora, seguendo la stessa
rappresentazione schematica, una figura che potrà essere descritta come il
rovesciamento della conchiglia, che s’apre per lasciar
6. Questi due emisferi
erano raffigurati presso i Greci dai copricapi rotondi dei Dioscuri, che
sono le due metà dell’uovo di Leda, cioè dell’uovo di cigno, che, come pure
l’uovo di serpente, rappresenta l’“Uovo del Mondo” (cfr. lo Hamsa della
tradizione indù).
7. Si veda per esempio il
discorso che Platone, nel Simposio, mette in bocca ad Aristofane, e di
cui la maggior parte dei commenti moderni ha il torto di disconoscere il valore
simbolico, pur così evidente. Abbiamo sviluppato le considerazioni concernenti
questa forma sferica nel Symbolisme de la Croix.
8. L’affermazione della
perpetuità del Vêda deve essere ricollegata direttamente alla teoria
cosmologica della primordialità del suono (shabda) fra le qualità
sensibili (come qualità propria dell’Etere, Âkâsha, che è il primo degli
elementi); e questa stessa teoria deve essere accostata a quella della
“creazione dal Verbo” nelle tradizioni occidentali: il suono primordiale, è la
Parola divina «dalla quale tutte le cose sono state fatte».
9. Per una concordanza
abbastanza notevole, questo schema è anche quello dell’orecchio umano, l’organo
dell’udito, che, per essere atto alla percezione del suono, deve effettivamente
avere una struttura conforme alla natura di esso.
126 Simboli della Scienza
sacra
sfuggire i germi, secondo la linea retta orientata questa volta in senso
verticale discendente, che è quello dello sviluppo della manifestazione a
partire dal suo principio non manifestato.10
Di queste due posizioni della conchiglia, che si ritrovano nelle due metà
del simbolo del Cancro, la prima corrisponde alla figura dell’arca di Noè (o di
Satyavrata nella tradizione indù) che si può rappresentare come la metà
inferiore di una circonferenza, chiusa dal suo diametro orizzontale, e
contenente all’interno il punto nel quale si sintetizzano tutti i germi allo
stato puramente potenziale.11 La seconda posizione è simboleggiata
dall’arcobaleno, che appare “nelle nubi”, cioè nella regione delle Acque
superiori, nel momento che segna il ristabilimento dell’ordine e il
rinnovamento di tutte le cose, mentre l’arca, durante il cataclisma,
galleggiava sull’oceano delle Acque inferiori; è quindi la metà superiore della
stessa circonferenza, e l’unione delle due figure, inverse e complementari
l’una dell’altra, forma una sola figura circolare o ciclica completa,
ricostituzione della forma sferica primordiale: questa circonferenza è la
sezione verticale della sfera la cui sezione orizzontale è rappresentata dalla
cinta circolare del Paradiso terrestre.12 Nello yin-yang
estremo-orientale, si ritrovano nella parte interna le due semicirconferenze,
ma spostate per uno sdoppiamento del centro, che sta a rappresentare una
polarizzazione – per ogni stato di manifestazione – analoga a quella di Sat,
o dell’Essere puro, in Purusha-Prakriti per la manifestazione
universale.13
Queste considerazioni non hanno la pretesa di essere complete, e senza
dubbio corrispondono solo ad alcuni aspetti del segno del Cancro; ma potranno
almeno servire da esempio per mostrare che l’astrologia tradizionale è ben
altro che un’“arte divinatoria” o una “scienza congetturale” come pensano i
moderni. Essa contiene in realtà tutto quel che si ritrova, sotto espressioni
diverse, in altre scienze dello stesso ordine, come abbiamo già indicato nel
nostro studio sulla “scienza delle lettere”, il che conferisce a queste scienze
un valore propriamente iniziatico, che consente di ritenerle parte veramente
integrante della “Scienza sacra”.
10. Questa nuova figura è
quella data nell’Archeometro per la lettera heth, zodiacale del
Cancro.
11. La semicirconferenza
deve essere considerata qui un equivalente morfologico dell’elemento di spirale
esaminato in precedenza; ma, in questo, si scorge chiaramente lo sviluppo che
si effettua a partire, dal punto-germe iniziale.
12. Si veda Le Roi du
Monde, cap. XI. Ciò ha pure un rapporto con i misteri della lettera nûn
nell’alfabeto arabo.
13. È una prima
distinzione o differenziazione, ma ancora senza separazione dei complementari;
è a questo stadio che corrisponde propriamente la costituzione dell’Androgino,
mentre, anteriormente a tale differenziazione, si può parlare solo della
“neutralità” che è quella dell’Essere puro (si veda Le Symbolisme de la
Croix, cap. XXVIII).
20. Sheth
Kâna el-insânu hayyatan fil-qidam
(«L’uomo fu un tempo serpente»)
In un curioso libro,inglese sugli “ultimi tempi”, The Antichrist
(Personal. Future) di E.H. Moggridge, c’è un punto che ha particolarmente
attirato la nostra attenzione e sul quale vorremmo apportare qualche
chiarimento: è l’interpretazione dei nomi di Nimrod e di Sheth. A dire il vero,
l’assimilazione stabilita dall’autore fra l’uno e l’altro suscita molte
riserve, ma vi è almeno un certo rapporto reale, e gli accostamenti tratti dal
simbolismo animale ci sembrano molto fondati.
Precisiamo anzitutto che namar in ebraico, come nimr in
arabo, è propriamente l’“animale chiazzato”, nome comune alla tigre, alla
pantera e al leopardo; e si può dire, anche attenendosi al senso più esteriore,
che questi animali rappresentano effettivamente il “cacciatore” che fu Nimrod
secondo la Bibbia. Ma, inoltre, la tigre, considerata in un senso d’altronde
non necessariamente sfavorevole, è, come l’orso nella tradizione nordica, un
simbolo dello Kshatriya; e la fondazione di Ninive e dell’impero assiro
da parte di Nimrod sembra in effetti corrispondere a una rivolta degli Kshatriya
contro l’autorità della casta sacerdotale caldea. Di qui la relazione
leggendaria stabilita fra Nimrod e i Nephilim o altri “giganti”
antidiluviani, che pure rappresentano gli Kshatriya in periodi
anteriori; e di qui anche l’epiteto di “nemrodiano” applicato al potere
temporale che si afferma indipendente dall’autorità spirituale.
Ora, qual è il rapporto di tutto ciò con Sheth? La tigre e gli altri
animali simili sono, in quanto “distruttori”, emblemi del Set egiziano,
fratello e assassino di Osiride, al quale i Greci diedero il nome di Tifone; e
si può dire che lo spirito “nemrodiano” procede dal principio tenebroso
designato dal nome di Set, senza per ciò pretendere che quest’ultimo sia
da identificare con Nimrod stesso; c’è in questo una distinzione che è più di
una semplice sfumatura. Ma il punto che sembra dar luogo a maggiori difficoltà
è il significato malefico del nome di Set o Sheth, che d’altra
parte, per il fatto di designare il figlio di Adamo, lungi dal significare la
distruzione, evoca al contrario l’idea di stabilità e di restaurazione
dell’ordine. Del resto, se si vogliono stabilire degli accostamenti biblici, il
ruolo di Set nei confronti di Osiride richiamerà quello di Caino nei confronti
di Abele; e noteremo, a tale proposito, che alcuni fanno di Nimrod uno dei
“cainiti” che sarebbero sfuggiti al cataclisma diluviano. Ma il Sheth della Genesi
è contrapposto a Caino, ben lungi quindi
128 Simboli della Scienza
sacra
dal poter essergli assimilato; come mai dunque il suo nome si ritrova qui?
Di fatto, la parola Sheth nella stessa lingua ebraica ha realmente i
due significati contrari, quello di “fondamento” e quello di “tumulto” e di
“rovina”;1 e l’espressione beni-Sheth (figlio di Sheth) si
trova anch’essa con questo duplice significato. È vero che i linguisti vogliono
vedervi due parole distinte, provenienti da due radici verbali diverse, shith
per il primo e shath per il secondo; ma la distinzione di queste due
radici appare del tutto secondaria e, in ogni caso, i loro elementi costitutivi
essenziali sono effettivamente identici. In realtà, non si deve vedervi altro
che una applicazione di quel duplice senso dei simboli al quale abbiamo avuto
spesso occasione di alludere; e questa applicazione si riferisce più in
particolare al simbolismo del serpente.
Infatti, se la tigre o il leopardo sono un simbolo del Set egiziano,
il serpente ne è un altro,2 e lo si comprende agevolmente, solo che
lo si consideri sotto l’aspetto malefico che gli viene più comunemente
attribuito; ma si dimentica quasi sempre che il serpente ha pure un aspetto
benefico, che si trova d’altronde anche nel simbolismo dell’antico Egitto,
particolarmente sotto la forma del serpente regale, uraeus o basilisco.3
Persino nell’iconografia cristiana, il serpente è talora un simbolo di Cristo;4
e il Sheth biblico, di cui abbiamo segnalato altrove il ruolo nella
leggenda del Graal,5 è spesso considerato una “prefigurazione” di
Cristo.6 Si può dire che i due Sheth non sono altro, in
fondo, che i due serpenti del caduceo ermetico:7 sono, se si vuole,
la vita e la morte, prodotte entrambe da un potere unico nella sua essenza, ma,
duplice nella sua manifestazione.8
1. La parola è identica
nei due casi, ma, fatto abbastanza curioso, è maschile nel primo e femminile
nel secondo.
2. È abbastanza notevole
che il nome greco Typhon sia anagrammaticamente formato dagli stessi
elementi di Python.
3. Ricordiamo anche il
serpente che rappresenta Kneph, e produce l’“Uovo del Mondo” con la sua
bocca (simbolo del Verbo); si sa che questo, per i druidi, era anche l’“uovo di
serpente” (rappresentato dal riccio di mare fossile).
4. Ne Le Roi du Monde,
cap. III, abbiamo segnalato a questo riguardo la raffigurazione
dell’“anfisbena” o serpente a due teste, una delle quali rappresenta Cristo e
l’altra Satana.
5. Le Roi du Monde,
cap. V.
6. È verosimile che gli
Gnostici detti “Sethiani” non differissero in realtà dagli “Ofiti”, per i quali
il serpente (ophis) era il simbolo del Verbo e della Saggezza (Sophia).
7. È abbastanza curioso
che il nome di Sheth, ricondotto ai suoi elementi essenziali ST
nell’alfabeto latino (che è solo una forma di quello fenicio) dia la figura del
“serpente di bronzo”. A proposito di quest’ultimo, segnaliamo che in realtà in
ebraico la stessa parola significa “serpente” (nahash) e “bronzo” o
“rame” (nehash); in arabo si trova un altro accostamento non meno
strano: nahas “calamità”, e nahâs “rame”.
8. Si potrà riandare, su
questo punto, allo studio che abbiamo dedicato alle “pietre del fulmine” [qui
sotto, come cap. 25].
Sheth 129
Se ci fermiamo a questa interpretazione in termini di vita e di morte, per
quanto essa non sia in definitiva che un’applicazione particolare della
considerazione di due termini contrari o antagonisti, la ragione è che il
simbolismo del serpente è effettivamente legato, prima di tutto, all’idea
stessa di vita:9 in arabo, il serpente è el-hayyah, e la vita
el-hayâh (ebraico hayah, nello stesso tempo “vita” e “animale”,
dalla radice hayi comune alle due lingue).10 Questo, che si
ricollega al simbolismo dell’“Albero della Vita”,11 consente al
tempo stesso di intravedere un singolare rapporto del serpente con Eva (Hawâ,
“la vivente”); e si possono qui richiamare le raffigurazioni medioevali della
“tentazione” in cui il corpo del serpente arrotolato all’albero è sormontato da
un busto di donna.12 Cosa non meno strana, nel simbolismo cinese, Fo-hi
e sua sorella Niu-Koua, che si dice abbiano regnato insieme, e formano
una coppia fraterna come se ne trovano anche nell’antico Egitto (e sino
all’epoca dei Tolomei), sono talvolta rappresentati con un corpo di serpente e
una testa umana; e succede pure che questi due serpenti siano allacciati come
quelli del caduceo, alludendo senza dubbio al complementarismo dello yang
e dello yin.13 Senza insistervi ulteriormente, il che
rischierebbe di portarci molto lontano, possiamo vedere in tutto ciò
l’indicazione che il serpente ha avuto, in epoche senza dubbio remotissime,
un’importanza che oggi non si sospetta più; e se si studiassero da vicino tutti
gli aspetti del suo simbolismo, particolarmente in Egitto e nell’India, si
potrebbe esser condotti a constatazioni abbastanza inattese.
A proposito del duplice senso dei simboli, è da notare che il numero 666
non ha neanch’esso un significato esclusivamente malefico; anche se è il
“numero della Bestia”, è anzitutto un numero solare, e, come abbiamo detto
altrove,14 è quello di Hakathriel o “Angelo della Corona”.
D’altra parte, questo numero è dato pure dal nome di Sorath, che è,
secondo i cabalisti, il demonio solare, opposto in quanto tale all’arcangelo Mikael,
e questo è in relazione con i due volti di Metraton;15 Sorath
è inoltre
9. Questo significato è
evidente in particolare per il serpente che si arrotola attorno al bastone di
Esculapio.
10. El-Hay è uno
dei principali nomi divini; si deve tradurlo non con “il Vivente” come si fa
spesso, ma con “il Vivificante”, colui che dà la vita o è il principio della
vita.
11. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cap. XXV.
12. Se ne trova un esempio
nel portale sinistro di Notre-Dame di Parigi.
13. Si dice che Niu-Koua
fuse delle pietre di cinque colori (bianco, nero, rosso, giallo, blu) per
riparare uno strappo nel cielo, e anche che tagliò i quattro piedi della
tartaruga per porvi le quattro estremità del mondo.
14. Le Roi du Monde,
cap. V.
15. Ibidem, cap.
III.
130 Simboli della Scienza
sacra
l’anagramma di sthur, che significa “cosa nascosta”: si tratta forse
del “nome di mistero” di cui parla l’Apocalisse? Ma, se sathar
significa “nascondere” significa pure “proteggere” e, in arabo, la stessa
parola satar evoca quasi unicamente l’idea di protezione, e spesso anche
di una protezione divina e provvidenziale;16 anche qui, le cose sono
quindi molto meno semplici di quanto non credano coloro che le considerano
unilateralmente.
Ma torniamo agli animali simbolici del Set egiziano: c’è ancora il
coccodrillo, il che si spiega da sé, e l’ippopotamo, nel quale taluni hanno
voluto vedere il Behemoth del Libro di Giobbe, e forse non senza qualche
ragione, per quanto questa parola (plurale di behemah, in arabo bahîmah)
sia propriamente una designazione collettiva di tutti i grandi quadrupedi.17
Ma un altro animale che qui ha almeno altrettanta importanza, per quanto
sorprendente ciò possa sembrare, è l’asino, e più specificamente l’asino rosso,18
che veniva rappresentato come una delle entità più temibili fra tutte quelle
che doveva incontrare il morto nel corso del suo viaggio nell’oltretomba, o,
quel che esotericamente è lo stesso, l’iniziato nel corso delle sue prove; non
potrebbe essere questa, più ancora che l’ippopotamo, la “bestia scarlatta”
dell’Apocalisse?19 In ogni caso, uno degli aspetti più
tenebrosi dei misteri “tifoniani” era il culto del “dio dalla testa d’asino”,
al quale si sa che i primi cristiani furono talora falsamente accusati di
ricollegarsi;20 abbiamo qualche ragione di pensare che, sotto una
forma o un’altra, esso sia durato fino ai nostri giorni, e alcuni affermano
addirittura che deve durare fino al termine del ciclo attuale.
Da quest’ultimo punto, vogliamo trarre almeno una conclusione:
16. Si potrebbe, senza
troppa fantasia linguistica, accostarvi il greco sôter, “salvatore”? E
c’è bisogno di dire a questo proposito che può e deve esserci una singolare
somiglianza fra le designazioni di Cristo (El-Messîh) e quelle
dell’Anticristo (El-Messîkh)?
17. La radice baham
o abham significa “esser muto”, e anche “esser nascosto”; se il senso
generale di Behemoth si ricollega alla prima di queste due idee, la
seconda può evocare più specificamente l’animale “che si nasconde sotto le
canne”; e, qui, il collegamento con il significato dell’altra radice sathar,
di cui abbiamo appena parlato, è pure assai curioso.
18. Ancora uno strano
accostamento linguistico: in arabo “asino- si dice himar (in ebraico hemor),
e “rosso” ahmar; l’“asino rosso” sarebbe dunque, come il “serpente di
bronzo”, una specie di “pleonasmo” in simbolismo fonetico.
19. Nell’India, l’asino è
la cavalcatura simbolica di Mudêvî, aspetto “infernale” della Shakti.
20. Il ruolo dell’asino
nella tradizione evangelica, alla nascita di Cristo e al suo ingresso in
Gerusalemme, può sembrare in contraddizione con il carattere malefico che gli
viene altrove quasi dovunque attribuito; e la “festa dell’asino” che si celebrava
nel Medioevo non sembra sia mai stata spiegata in modo soddisfacente: ci
guarderemo bene dal rischiare la minima interpretazione su quest’argomento
assai oscuro.
Sheth 131
al declino di una civiltà, è il lato inferiore della sua tradizione che
persiste più a lungo, il lato “magico” in particolare, che contribuisce
d’altronde, con le deviazioni alle quali dà luogo, a completare la sua rovina;
è quanto sarebbe avvenuto, si dice, per l’Atlantide. È anche la sola cosa i cui
resti siano sopravvissuti nel caso delle civiltà interamente scomparse; la
constatazione è facile da farsi per l’Egitto, per la Caldea, per il druidismo
stesso; e senza dubbio il “feticismo” dei popoli negri ha un’origine simile. Si
potrebbe dire che la stregoneria è fatta delle vestigia delle civiltà morte;
sarà forse per questo che il serpente, nelle epoche più recenti, ha conservato
quasi solo il suo significato malefico, e il drago, antico simbolo estremo-orientale
del Verbo, suscita soltanto idee “diaboliche” nello spirito degli Occidentali
moderni?
21. Sul significato delle feste
“carnevalesche”
A proposito di una “teoria della festa” formulata da un sociologo, abbiamo
segnalato1 che tale teoria aveva, fra gli altri difetti, quello di
voler ridurre tutte le feste a un solo tipo, costituito da quelle che si
possono chiamare feste “carnevalesche”, espressione che ci pare abbastanza
chiara per essere facilmente compresa da tutti, poiché il carnevale rappresenta
effettivamente ciò che ne rimane ancor oggi in Occidente; e dicevamo allora che
si pongono, a proposito di questo genere di feste, delle questioni che meritano
un esame più approfondito. Infatti, l’impressione che se ne trae è sempre,
anzitutto, un’impressione di “disordine” nel senso più completo della parola;
come mai quindi si constata la loro esistenza, non solo in un’epoca come la
nostra, in cui si potrebbe in fondo, se non avessero un’origine così remota,
considerarle semplicemente come una delle numerose manifestazioni dello
squilibrio generale, ma anche, e persino con uno sviluppo molto maggiore, in
civiltà tradizionali con le quali a prima vista esse sembrano incompatibili?
Non è inutile citare qui alcuni esempi precisi, e menzioneremo anzitutto, a
questo riguardo, certe feste di carattere veramente strano che si celebravano
nel Medioevo: la “festa dell’asino”, in cui quest’animale, il cui simbolismo
propriamente “satanico” è assai noto in tutte le tradizioni,2 veniva
introdotto addirittura nel coro della chiesa, ove occupava il posto d’onore e
riceveva i più straordinari segni di venerazione; e la “festa dei folli”, in
cui il basso clero si abbandonava agli atti più sconvenienti, parodiando al
tempo stesso la gerarchia ecclesiastica e la liturgia medesima.3
Com’è possibile spiegare che cose simili, il cui carattere più evidente è
incontestabilmente quello parodistico o addirittura sacrilego,4
abbiano potuto, in un’epoca come quella, non solo essere tollerate, ma persino
ammesse più o meno ufficialmente?
1. Si veda «Études
Traditionnelles», aprile 1940, p. 169.
2. Sarebbe un errore voler
opporre a questo il ruolo svolto dall’asino nella tradizione evangelica,
poiché, in realtà, il bue e l’asino, posti ai due lati opposti della mangiatoia
alla nascita di Cristo, simboleggiano rispettivamente l’insieme delle forze
benefiche e quello delle forze malefiche; si ritrovano d’altronde nella
crocifissione, sotto forma del buono e del cattivo ladrone. Quanto poi a Cristo
sulla groppa di un asino, al suo ingresso in Gerusalemme, egli rappresenta il
trionfo sulle forze malefiche, trionfo la cui realizzazione costituisce
propriamente la “redenzione”.
3. Questi “folli”
portavano d’altronde un copricapo a lunghe orecchie, manifestamente destinato a
evocare l’idea di una testa d’asino, e questo particolare non è il meno
significativo dal punto di vista in cui ci poniamo.
4. L’autore della teoria
alla quale abbiamo alluso non ha difficoltà a riconoscervi la parodia e il
sacrilegio, ma, riferendoli alla sua concezione della “festa” in generale,
Sul significato delle feste
“carnevalesche” 133
Menzioneremo anche i saturnali degli antichi Romani, da cui il carnevale
moderno sembra d’altronde trarre origine direttamente, per quanto non ne sia
più, a dire il vero, che un ricordo assai pallido: durante queste feste, gli
schiavi comandavano ai padroni e questi li servivano;5 si aveva
allora l’immagine di un vero “mondo alla rovescia”, in cui tutto si faceva
contrariamente all’ordine normale.6 Per quanto si pretenda
comunemente che ci fosse in queste feste un richiamo dell’“età dell’oro”, tale
interpretazione è manifestamente falsa, dal momento che non si tratta affatto
di una specie di “uguaglianza” che a rigore potrebbe esser considerata una
rappresentazione, nella misura in cui lo consentono le presenti condizioni,7
dell’indifferenziazione iniziale delle funzioni sociali; si tratta di un
rovesciamento dei rapporti gerarchici, il che è completamente diverso, e un
tale rovesciamento costituisce, in modo generale, uno dei caratteri più
evidenti del “satanismo”. Bisogna vedervi dunque piuttosto qualcosa che si
riferisce all’aspetto “sinistro” di Saturno, aspetto che non gli appartiene
certo in quanto dio dell’“età dell’oro”, ma al contrario in quanto egli
attualmente è solo il dio decaduto di un’era trascorsa.8
Si vede da tali esempi che vi è sempre, nelle feste di questo genere, un
elemento “sinistro” e anche “satanico”, ed è da notare in modo del tutto
particolare che proprio questo elemento piace al volgo ed eccita la sua
allegria: è infatti qualcosa di molto adatto, anzi più adatto di ogni altra
cosa, a dar soddisfazione alle tendenze dell’“uomo decaduto”, in quanto queste
tendenze lo
pretende di farne degli
elementi caratteristici del “sacro” medesimo, il che non solo è un paradosso
piuttosto esagerato, ma, bisogna dirlo chiaramente, una pura e semplice
contraddizione.
5. Si riscontrano anche,
in paesi diversi, casi di feste dello stesso genere in cui si giungeva fino a
conferire temporaneamente a uno schiavo o a un criminale le insegne della
regalità, con tutto il potere che esse comportano, salvo a condannarli a morte
quando la festa era terminata.
6. Lo stesso autore parla
anche lui, a questo proposito, di “atti alla rovescia”, e persino di “ritorno
al caos”, il che contiene una parte di verità, ma, per una sbalorditiva
confusione di idee, vuole assimilare tale caos all’“età dell’oro”.
7. Vogliamo dire le
condizioni del Kali-Yuga o dell’“età del ferro” di cui fanno parte tanto
l’epoca romana quanto la nostra.
8. Che gli dei antichi
diventino in certo modo dei demoni, è un fatto abbastanza generalmente
constatato, e di cui l’atteggiamento dei cristiani nei riguardi degli dei del
“paganesimo” è solo un caso particolare, ma che non sembra esser mai stato
spiegato a dovere; non possiamo d’altronde insistere qui su tale punto, che ci
condurrebbe fuori tema. Resta inteso che tutto questo va riferito unicamente a
certe condizioni cicliche, e perciò non intacca né modifica in nulla il
carattere essenziale di questi stessi dei in quanto simboli non temporali di
principi di ordine sopra-umano, di modo che, accanto a tale aspetto malefico
accidentale, l’aspetto benefico sussiste sempre, malgrado tutto, e anche quando
è più completamente misconosciuto dalla “gente dell’esterno”; l’interpretazione
astrologica di Saturno potrebbe fornire a questo riguardo un esempio
chiarissimo.
134 Simboli della Scienza
sacra
spingono a sviluppare soprattutto le possibilità meno elevate del suo
essere. Ora, proprio in ciò risiede la vera ragione delle feste in questione:
si tratta insomma di “canalizzare” in qualche maniera tali tendenze e di
renderle il più possibile inoffensive, dandogli l’occasione di manifestarsi, ma
solo per periodi brevissimi e in circostanze ben determinate, e assegnando così
a questa manifestazione degli stretti limiti che non le è permesso
oltrepassare.9 Se infatti queste tendenze non potessero ricevere
quel minimo di soddisfazione richiesto dall’attuale stato dell’umanità,
rischierebbero, per così dire, di esplodere,10 e di estendere i loro
effetti all’intera esistenza, sia dell’individuo sia della collettività,
provocando un disordine ben altrimenti grave di quello che si produce soltanto
per qualche giorno riservato particolarmente a questo scopo. Tale disordine è d’altra
parte tanto meno temibile in quanto viene quasi “regolarizzato”, poiché, da un
lato, questi giorni sono come avulsi dal corso normale delle cose, in modo da
non esercitare su di esso alcuna influenza apprezzabile, e comunque, dall’altro
lato, il fatto che non vi sia niente di imprevisto “normalizza” in qualche modo
il disordine stesso e lo integra nell’ordine totale.
Oltre a questa spiegazione generale, perfettamente evidente quando si
voglia riflettervi bene, ci sono alcune osservazioni utili da fare, per quanto
concerne più in particolare le “mascherate”, che svolgono un’importante
funzione nel carnevale propriamente detto e in altre feste più o meno simili; e
tali osservazioni riconfermeranno quel che abbiamo appena detto. Infatti, le
maschere di carnevale sono generalmente orride ed evocano il più delle volte
forme animali o demoniache, tanto da essere quasi una sorta di
“materializzazione” figurativa di quelle tendenze inferiori, o addirittura
“infernali” cui è permesso così di esteriorizzarsi. Del resto, ognuno sceglierà
naturalmente fra queste maschere, senza neppure averne una chiara coscienza,
quella che meglio gli conviene, cioè quella che rappresenta quanto è più
conforme alle sue tendenze, sicché si potrebbe dire che la maschera, che si
presume nasconda il vero volto dell’individuo, faccia invece apparire agli
occhi di tutti quello che egli porta
9. Ciò è in rapporto con
la questione dell’“inquadramento” simbolico, sulla quale ci proponiamo di
tornare.
10. Alla fine del
Medioevo, quando le feste grottesche di cui abbiamo parlato furono soppresse o
caddero in disuso, si produsse un’espansione della stregoneria senza alcuna
proporzione con quel che s’era visto nei secoli precedenti; fra questi due
fatti esiste un rapporto abbastanza diretto, per quanto in genere inavvertito,
il che d’altronde è tanto più sorprendente in quanto vi sono alcune somiglianze
abbastanza singolari fra tali feste e il sabba degli stregoni, ove pure tutto
si faceva “alla rovescia”.
Sul significato delle feste
“carnevalesche” 135
realmente in se stesso, ma che deve abitualmente dissimulare. È bene
notare, perché ne precisa ancor più il carattere, che vi è in questo quasi una
parodia del “rovesciamento” che, come abbiamo spiegato altrove,11 si
produce a un certo grado dello sviluppo iniziatico; parodia, diciamo, e
contraffazione veramente “satanica”, perché qui il “rovesciamento” è
un’esteriorizzazione, non più della spiritualità, ma, all’opposto, delle
possibilità inferiori dell’essere.12
Per terminare questi brevi cenni, aggiungeremo che, se le feste di questo
genere vanno sempre più perdendo importanza e sembrano ormai suscitare a
malapena l’interesse della folla, il fatto è che, in un’epoca come la nostra,
hanno veramente perduto la loro ragione d’essere:13 come potrebbe,
infatti, esserci ancora il problema di “circoscrivere” il disordine e di
rinchiuderlo entro limiti rigorosamente definiti, quando esso è diffuso
dappertutto e si manifesta costantemente in tutti gli ambiti in cui si esercita
l’attività umana? Così, la scomparsa quasi completa di queste feste, di cui, se
ci si limitasse alle apparenze esteriori e da un punto di vista semplicemente
“estetico”, ci si potrebbe rallegrare per via dell’aspetto “laido” che
inevitabilmente assumono, questa scomparsa, diciamo, costituisce al contrario,
se si va al fondo delle cose, un sintomo assai poco rassicurante, poiché
testimonia che il disordine ha fatto irruzione nell’intero corso dell’esistenza
e si è a tal punto generalizzato da far sì che noi viviamo in realtà, si
potrebbe dire, in un sinistro “carnevale perpetuo”.
11. Si veda L’Esprit
est-il dans le corps ou le corps dans l’esprit?
12. C’erano anche, in
certe civiltà tradizionali, periodi speciali in cui, per ragioni analoghe, si
consentiva alle “influenze erranti” di manifestarsi liberamente, prendendo
comunque tutte le precauzioni necessarie in un caso simile; queste influenze corrispondono
naturalmente, nell’ordine cosmico, a quel che è lo psichismo inferiore
nell’essere umano, e di conseguenza, fra la loro manifestazione e quella delle
influenze spirituali esiste lo stesso rapporto inverso che esiste fra le due
specie di esteriorizzazione appena menzionate; di più, in queste condizioni,
non è difficile capire come la mascherata stessa paia raffigurare in qualche
modo un’apparizione di “larve” o di spettri maligni.
13. Ciò equivale a dire
che esse propriamente non sono più che “superstizioni”, nel senso etimologico
della parola.
22. Alcuni aspetti del simbolismo
del pesce
Il simbolismo del pesce, che s’incontra in numerose forme tradizionali, ivi
compreso il cristianesimo, è assai complesso e presenta molteplici aspetti che
occorre distinguere con precisione. Per quanto concerne le origini prime di
questo simbolo, sembra si debba riconoscergli una provenienza nordica, o
addirittura iperborea; la sua presenza è stata infatti segnalata nella Germania
settentrionale e in Scandinavia,1 e, in tali regioni, esso è
verosimilmente più vicino al suo punto di partenza che non nell’Asia centrale,
ove fu senza dubbio portato dalla grande corrente che, derivata direttamente
dalla Tradizione primordiale, doveva poi dar origine alle dottrine dell’India e
della Persia. È da notare d’altronde che, in generale, certi animali acquatici
svolgono soprattutto un ruolo nel simbolismo dei popoli nordici: citeremo come
esempio soltanto il polipo, particolarmente diffuso presso gli Scandinavi e i
Celti, e che si ritrova pure nella Grecia arcaica, come uno dei principali
motivi dell’ornamentazione micenea.2
Un altro fatto che viene ancora in appoggio a queste considerazioni è che,
in India, la manifestazione sotto forma di pesce (Matsya-avatâra) è
ritenuta la prima fra tutte le manifestazioni di Vishnu,3
quella che si pone all’inizio stesso del ciclo attuale, trovandosi così in
relazione immediata con il punto di partenza della Tradizione primordiale. Non
bisogna dimenticare, a questo riguardo, che Vishnu rappresenta il
Principio divino considerato specialmente sotto il suo aspetto di conservatore
del mondo; questo compito è assai vicino a quello di “Salvatore”, o piuttosto
quest’ultimo ne è quasi un caso particolare; ed è veramente come “Salvatore”
che Vishnu appare in alcune sue manifestazioni, corrispondenti a fasi
critiche della storia del mondo.4 Ora, l’idea di “Salvatore” è pure
collegata in modo esplicito al simbolismo
1. Cfr. L.
Charbonneau-Lassay, Le Poisson, in «Regnabit», dicembre 1926.
2. I tentacoli del polipo
sono in genere diritti nelle raffigurazioni scandinave, mentre sono arrotolati
a spirale negli ornamenti micenei; in questi ultimi, si vede apparire assai
frequentemente lo swastika oppure certe figure che ne sono
manifestamente derivate. Il simbolo del polipo si riferisce al segno zodiacale
del Cancro, che corrisponde al solstizio d’estate e al “fondo delle Acque”; è
facile da ciò capire come esso abbia potuto talora essere preso in un “senso
malefico”, essendo il solstizio d’estate la Janua Inferni.
3. Dobbiamo far notare che
non diciamo “incarnazioni”, come si suol fare in Occidente, perché questa
parola è del tutto inesatta; il senso proprio del termine avatâra è
“discesa” del Principio divino nel mondo manifestato.
4. Segnaliamo anche, a
questo proposito, che l’ultima manifestazione, il Kalkin-avatâra, “Colui
che è montato sul cavallo bianco”, e che deve venire alla fine di questo ciclo,
è descritta nei Purâna in termini rigorosamente identici a quelli che si
trovano nell’Apocalisse, in cui sono riferiti alla “seconda venuta” di
Cristo.
Alcuni aspetti del simbolismo del
pesce 137
cristiano del pesce, poiché l’ultima lettera dell’Ichthus greco si
interpreta come iniziale di Sôter;5 questo non ha nulla di
straordinario, senza dubbio, quando si tratta di Cristo, ma vi sono tuttavia
emblemi che alludono più direttamente a qualcun altro dei suoi attributi, e non
esprimono formalmente questo ruolo di “Salvatore”.
In forma di pesce, Vishnu, alla fine del Manvantara che
precede il nostro, appare a Satyavrata,6 che sta per
divenire, sotto il nome di Vaivaswata,7 il Manu o il
Legislatore del ciclo attuale. Gli annuncia che il mondo sta per essere
distrutto dalle acque, e gli ordina di costruire l’arca nella quale dovranno
essere chiusi i germi del mondo futuro; poi, sempre sotto la medesima forma,
guida egli stesso l’arca sulle acque durante il cataclisma; e questa
rappresentazione dell’arca condotta dal pesce divino è tanto più notevole in
quanto se ne ritrova l’equivalente nel simbolismo cristiano.8
C’è, nel Matsya-avatâra, ancora un altro aspetto che deve attirare
particolarmente la nostra attenzione: dopo il cataclisma, cioè proprio
all’inizio del presente Manvantara, egli porta agli uomini il Vêda,
che occorre intendere, secondo il significato etimologico della parola
(derivata dalla radice vid, “sapere”), come la Scienza per eccellenza o
la Conoscenza sacra nella sua integralità: è un’allusione fra le più chiare
alla Rivelazione primordiale, o all’origine “non umana” della Tradizione. È
detto che il Vêda sussiste perpetuamente, essendo in se stesso anteriore
a tutti i mondi; ma esso è in qualche modo nascosto o avviluppato durante i
cataclismi cosmici che separano i diversi cicli, e deve poi esser manifestato
di nuovo. L’affermazione della perpetuità del
5. Quando il pesce è preso
come simbolo di Cristo, il suo nome greco Ichthus viene considerato
formato dalle parole Iêsous Christos Theou Uios Sôter.
6. Questo nome significa
letteralmente “votato alla Verità”; e tale idea della “Verità” si ritrova nella
designazione del Satya-Yuga, il primo dei quattro periodi nei quali si
divide il Manvantara. Si può anche notare la somiglianza della parola Satya
con il nome di Saturno, considerato precisamente nell’antichità
occidentale il reggente dell’“età dell’oro”; e, nella tradizione indù, la sfera
di Saturno è chiamata Satya-Loka.
7. Derivato da Vivaswat,
uno dei dodici Âditya, considerati come altrettante forme del Sole, in
corrispondenza con i dodici segni dello Zodiaco, e di cui è detto che devono
apparire simultaneamente alla fine del ciclo (cfr. Le Roi du Monde,
capp. IV e XI).
8. Charbonneau-Lassay
cita, nello studio sopra menzionato, «l’ornamento pontificale decorato con
figure ricamate che avvolgeva i resti di un vescovo lombardo del secolo VIII o
IX, e sul quale si vede una barca portata da un pesce, immagine di Cristo che sostiene
la sua Chiesa». Ora, l’arca è stata spesso considerata una figura della Chiesa,
come la barca (che fu anticamente, assieme alle chiavi, uno degli emblemi di
Giano; cfr. Autorité spirituelle et Pouvoir temporel, cap. VIII); quindi
è proprio la stessa idea che troviamo in tal modo espressa sia nel simbolismo
indù sia in quello cristiano.
138 Simboli della Scienza
sacra
Vêda è d’altronde in relazione diretta con la teoria cosmologica della
primordialità del suono tra le qualità sensibili (in quanto qualità propria
dell’etere, âkâsha, che è il primo degli elementi9); e questa
teoria non è altro, in fondo, se non quella che altre tradizioni esprimono
parlando della creazione da parte del Verbo: il suono primordiale è la Parola
divina mediante la quale, secondo il primo capitolo della Genesi
ebraica, tutte le cose sono state create.10 Per questo è detto che i
Rishi, ossia i Sapienti delle prime età, hanno “udito” il Vêda:
la Rivelazione, essendo un’opera del Verbo come la creazione stessa, è
propriamente un’“audizione” per colui che la riceve; e il termine che la
designa è quello di Shruti, che significa letteralmente «ciò che è
udito».11
Durante il cataclisma che separa questo Manvantara dal precedente,
il Vêda era chiuso, in uno stato di “avviluppamento” nella conchiglia (shankha),
uno dei principali attributi di Vishnu. Il fatto è che si ritiene che la
conchiglia contenga il suono primordiale e imperituro (akshara), cioè il
monosillabo Om, che è per eccellenza il nome del Verbo manifestato nei
tre mondi, nello stesso tempo in cui è, per un’altra corrispondenza dei suoi
tre elementi o mâtrâ, l’essenza del triplice Vêda.12
D’altra parte, questi tre elementi, ricondotti alle loro forme geometriche
essenziali e disposti graficamente in un certo modo, formano lo schema stesso
della conchiglia; e, per una concordanza abbastanza singolare, esso risulta
essere pure lo schema dell’orecchio umano, l’organo dell’udito, che
effettivamente, per essere atto alla percezione del suono, deve avere una
disposizione conforme alla natura di quest’ultimo. Tutto ciò giunge
visibilmente a toccare alcuni tra i più profondi misteri della cosmologia; ma
chi, nelle condizioni di spirito che costituiscono la mentalità moderna, può
ancora comprendere le verità rivelate da questa scienza tradizionale?
Come Vishnu in India, e pure sotto forma di pesce, l’Oannès
caldeo, che alcuni hanno esplicitamente considerato una figura di Cristo,13
insegna anch’egli agli uomini la dottrina primordiale:
9. Cfr. il nostro studio
su La Théorie hindoue des cinq éléments, in «Études Traditionnelles»,
agosto-settembre 1935.
10. Cfr. pure l’inizio del
Vangelo di san Giovanni.
11. Sulla distinzione tra
la Shruti e la Smriti e sui loro rapporti, si veda L’Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cap. I. Dev’essere ben inteso che, se usiamo
qui la parola “rivelazione” invece di “ispirazione”, è per meglio sottolineare
la concordanza dei diversi simbolismi tradizionali, e che d’altronde, come
tutti i termini teologici, essa è suscettibile di una trasposizione che vada
oltre il senso specifico datole in modo esclusivo in Occidente.
12. Sulla presenza di
questo stesso ideogramma AUM nell’antico simbolismo cristiano, cfr. Le Roi
du Monde, cap. IV.
13. È interessante notare
a questo riguardo che la testa di pesce, che formava il copricapo dei sacerdoti
di Oannès, è anche la mitra dei vescovi cristiani.
Alcuni aspetti del simbolismo del
pesce 139
sorprendente esempio dell’unità che esiste fra le tradizioni più diverse, e
che resterebbe inesplicabile se non si ammettesse il loro collegamento con una
fonte comune. Sembra d’altronde che il simbolismo di Oannès o di Dagon
non sia soltanto quello del pesce in generale, ma debba essere accostato più
specificamente a quello del delfino; quest’ultimo, presso i Greci, era legato
al culto di Apollo14 e aveva dato il suo nome a Delfi;
ed è assai significativo che si riconoscesse formalmente la provenienza iperborea
di tale culto. Quel che fa pensare che sia il caso di stabilire un simile
accostamento (che non risulta chiaramente indicato, per contro, nel caso della
manifestazione di Vishnu), è soprattutto la stretta connessione che
esiste fra il simbolo del delfino e quello della “Donna del mare” (l’Afrodite
Anadiomene dei Greci);15 essa si presenta, precisamente, sotto
vari nomi (in particolare quelli di Istar, di Atergatis e di Derceto),
come la paredra di Oannès o dei suoi equivalenti, cioè come
rappresentazione di un aspetto complementare dello stesso principio (quel che
la tradizione indù chiamerebbe la sua Shakti).16 È la
“Signora del Loto” (Istar, come Esther in ebraico, significa
“loto”, e qualche volta anche “giglio”, due fiori che, nel simbolismo, si
sostituiscono spesso l’un l’altro),17 come la Kuan-yn
estremo-orientale, che è pure, sotto una delle sue forme, la “Dea del fondo dei
mari”.
Per completare queste osservazioni, aggiungeremo ancora che la figura dell’Ea
babilonese, il “Signore dell’Abisso”, rappresentato come un essere mezzo capra
e mezzo pesce,18 è identica a quella del Capricorno zodiacale, di
cui forse è stata addirittura il prototipo; ora, è importante ricordarsi, a
questo proposito, che il segno del Capricorno corrisponde, nel ciclo annuale,
al solstizio d’inverno. Il Makara, che, nello Zodiaco indù, occupa il
posto
14. Ciò spiega il
collegamento del simbolo del delfino con l’idea della luce (cfr. L.
Charbonneau-Lassay, Le Dauphin et le crustacé, in «Regnabit», gennaio
1927, e Le Bestiaire du Christ, capp. XCVIII, V). Conviene notare anche
il ruolo di salvatore dei naufraghi attribuito dagli antichi al delfino, e di
cui la leggenda di Arione offre uno degli esempi più noti.
15. Non bisogna confondere
questa “Donna del mare” con la sirena, per quanto essa sia talvolta
rappresentata sotto simile forma.
16. La Dea Syra è
propriamente la “Dea solare”, allo stesso modo in cui la Siria primitiva è la
“Terra del Sole”, come abbiamo già spiegato, essendo il suo nome identico a Sûrya,
nome sanscrito del Sole.
17. In ebraico, i due nomi
Esther e Sushanah hanno lo stesso significato, e, inoltre, sono
numericamente equivalenti; il loro numero comune è 661, e, ponendo davanti a
ciascuno di essi la lettera he, segno dell’articolo determinativo, il
cui valore è 5, si ottiene 666, fatto da cui taluni non hanno mancato di trarre
deduzioni più o meno fantasiose; noi intendiamo, da parte nostra, dare
quest’indicazione unicamente a titolo di semplice curiosità.
18. Inoltre, Ea
tiene davanti a sé, come lo scarabeo egiziano, una palla che rappresenta
l’“Uovo del Mondo”.
140 Simboli della Scienza
sacra
del Capricorno, non manca di presentare una certa somiglianza con il
delfino; l’opposizione simbolica esistente fra questo e il polipo deve dunque
ricondursi a quella dei due segni solstiziali del Capricorno e del Cancro
(quest’ultimo, in India, è rappresentato dal granchio), o della Janua Coeli
e della Janua Inferni;19 e ciò spiega anche il fatto che
questi due animali si siano trovati in certi casi associati, per esempio sotto
il tripode di Delfi e sotto gli zoccoli dei destrieri del carro solare, a indicare
i due punti estremi raggiunti dal Sole nel suo cammino annuale. È importante
non far confusione con un altro segno zodiacale, quello dei Pesci, il cui
simbolismo è diverso e dev’essere riferito esclusivamente a quello del pesce
comune, considerato in particolare in rapporto all’idea di “principio di vita”
e di “fecondità” (intesa soprattutto in senso spirituale, come la “posterità”
nel linguaggio tradizionale estremo-orientale); sono, questi, altri aspetti che
possono d’altronde essere pure riferiti al Verbo, ma che devono nondimeno
essere distinti nettamente da quelli che lo fanno apparire, come abbiamo visto,
sotto i suoi due attributi di “Rivelatore” e di “Salvatore”.
19. Il ruolo del delfino
come guida delle anime beate verso le “isole Fortunate” si riferisce
evidentemente anch’esso alla Janua Coeli.
23. I misteri della lettera Nûn
La lettera nûn, nell’alfabeto arabo come in quello ebraico, occupa
il quattordicesimo posto e ha il valore numerico 50; ma, nell’alfabeto arabo,
tale posizione è degna di nota anche per un’altra ragione, cioè perché conclude
la prima metà dell’alfabeto, in quanto il numero totale delle sue lettere è 28,
invece delle 22 dell’alfabeto ebraico. Inoltre, nelle sue corrispondenze
simboliche nell’ambito della tradizione islamica, questa lettera rappresenta
soprattutto El-Hût, la balena, il che d’altronde si accorda con il senso
originario della stessa parola nûn che la designa, e che significa pure
“pesce”; ed è per via di questo significato che Seyidnâ Yûnus (il
profeta Giona) viene chiamato, Dhûn-Nûn. Tutto ciò è naturalmente in
relazione con il simbolismo generale del pesce, e più specificamente con alcuni
aspetti da noi esaminati nel precedente studio, e in particolare, come vedremo,
quello del “pesce-salvatore”, sia esso il Matsya-avatâra della
tradizione indù o l’Ichthus dei primi cristiani. A questo proposito la
balena svolge pure la stessa funzione svolta altrove dal delfino, e, come
questo, corrisponde al segno zodiacale del Capricorno in quanto porta
solstiziale che dà accesso alla “via ascendente”; ma è forse con il Matsya-avatâra
che la somiglianza è più sorprendente, come mostrano le considerazioni tratte
dalla forma della lettera nûn, specie se le si accosta alla storia
biblica del profeta Giona.
Per capir bene di che cosa si tratta, occorre anzitutto ricordarsi che Vishnu,
il quale si manifesta sotto forma di pesce (Matsya), ordina a Satyavrata,
il futuro Manu Vaivaswata, di costruire l’arca in cui dovranno essere
rinchiusi i germi del mondo futuro, e che, sotto questa stessa forma, egli
guida poi l’arca sulle acque durante il cataclisma che segna la separazione dei
due Manvantara successivi. Il ruolo di Satyavrata è qui simile a
quello di Seyidnâ Nûh (Noè), la cui arca contiene pure tutti gli elementi
che serviranno alla restaurazione del mondo dopo il diluvio; poco importa
d’altronde che l’applicazione che ne vien fatta sia diversa, nel senso che il
diluvio biblico, nel suo significato più immediato, sembra segnare l’inizio di
un ciclo più limitato del Manvantara; se non si tratta dello stesso
evento, si tratta almeno di due eventi analoghi, in cui lo stato anteriore del
mondo viene distrutto per far posto a un nuovo stato.1 Se ora
paragoniamo la storia di Giona a quanto abbiamo appena ricordato, vediamo che
la balena, invece di svolgere soltanto la funzione del pesce
1. Cfr., Le Roi du
Monde, cap. XI.
142 Simboli della Scienza
sacra
che guida l’arca, si identifica in realtà con l’arca stessa; infatti, Giona
rimane chiuso nel corpo della balena, come Satyavrata e Noè nell’arca,
per un periodo che è per lui, se non per il mondo esterno, anche un periodo di
“oscuramento”, corrispondente all’intervallo fra due stati o due modalità
d’esistenza; anche qui, la differenza è solo secondaria, dal momento che le
stesse figure simboliche sono sempre, di fatto, suscettibili di una duplice
applicazione, macrocosmica e microcosmica. Si sa d’altronde che l’uscita di
Giona dal ventre della balena è sempre stata ritenuta un simbolo di
resurrezione, dunque del passaggio a un nuovo stato; e ciò dev’essere
accostato, d’altra parte, al senso di “nascita” che, nella Cabala ebraica
soprattutto, si annette alla lettera nûn, e che bisogna intendere
spiritualmente come una “nuova nascita”, cioè una rigenerazione dell’essere
individuale o cosmico.
Lo indica molto chiaramente la forma della lettera araba nûn: questa
lettera è costituita dalla metà inferiore di una circonferenza, e da un punto
che è il centro della circonferenza stessa. Ora, la semicirconferenza inferiore
è anche la figura dell’arca galleggiante sulle acque, e il punto che si trova
al suo interno rappresenta il germe che vi è contenuto o nascosto; la posizione
centrale di tale punto mostra d’altronde che si tratta del “germe
d’immortalità”, del “nucleo” indistruttibile che sfugge a tutte le dissoluzioni
esterne. Si può anche osservare che la semicirconferenza, con la sua convessità
rivolta verso il basso, è uno degli equivalenti schematici della coppa; come
questa, ha dunque, in qualche modo, il significato di una “matrice” nella quale
è rinchiuso il germe non ancora sviluppato, che s’identifica, come vedremo in
seguito, con la metà inferiore o “terrestre” dell’“Uovo del Mondo”.2
Sotto questo aspetto di elemento “passivo” della trasmutazione spirituale, El-Hût
è anche, in qualche maniera, la figura di ogni individualità, in quanto essa
porta il “germe d’immortalità” nel suo centro, rappresentato simbolicamente dal
cuore; e possiamo ricordare a tale proposito gli stretti rapporti, da noi già
esposti in altre occasioni, esistenti tra il simbolismo del cuore e quelli
della coppa e dell’“Uovo del Mondo”. Lo sviluppo del germe spirituale implica
l’uscita dell’essere dal suo stato individuale, e dall’ambiente cosmico che ne
costituisce il luogo proprio, come Giona è “resuscitato” uscendo dal corpo
della balena; e, se ci si ricorda di quanto abbiamo scritto precedentemente,
non si faticherà a comprendere come quest’uscita
2. Per un curioso
accostamento, il significato di “matrice” (la yoni sanscrita) si trova
pure contenuto nella parola greca delphus, che è nello stesso tempo il
nome del delfino.
I misteri della lettera Nûn 143
sia anche l’equivalente dell’uscita dalla caverna iniziatica, la cui
concavità è pure rappresentata da quella della semicirconferenza del nûn.
La “nuova nascita” presuppone necessariamente la morte al vecchio stato, che si
tratti di un individuo o di un mondo; morte e nascita o resurrezione, sono due
aspetti inseparabili l’uno dall’altro, poiché non sono in realtà che le due
facce opposte di uno stesso cambiamento di stato. Il nûn, nell’alfabeto,
segue immediatamente il mîm, che ha tra i suoi principali significati
quello di morte (el-mawt), e la cui forma rappresenta l’essere
completamente ripiegato su se stesso, ridotto in qualche modo a pura
virtualità, cui corrisponde ritualmente l’atteggiamento della prosternazione;
ma questa virtualità, che può sembrare un annientamento transitorio, diventa
ben presto, per una concentrazione di tutte le possibilità essenziali
dell’essere in un punto unico e indistruttibile, il germe stesso da cui
usciranno tutti i suoi sviluppi negli stati superiori.
Conviene dire che il simbolismo della balena non ha soltanto un aspetto
“benefico” ma anche un aspetto “malefico”, il che, a parte le considerazioni di
ordine generale sul duplice senso dei simboli, si giustifica ancor più
specificamente grazie al suo legame con le due forme della morte e della
resurrezione sotto le quali appare ogni cambiamento di stato, a seconda che lo
si consideri da un lato o dall’altro, cioè in rapporto allo stato antecedente o
allo stato conseguente. La caverna è a un tempo un luogo di sepoltura e un
luogo di “rinascita”, e, nella storia di Giona, la balena svolge precisamente
questa duplice funzione; del resto, non si potrebbe forse dire che lo stesso Matsya-avatâra
si presenta dapprima sotto l’apparenza nefasta di annunciatore di un
cataclisma, per poi divenire il “salvatore” in questo stesso cataclisma?
D’altra parte, l’aspetto “malefico” della balena si ricollega manifestamente al
Leviatano ebraico;3 ma è soprattutto rappresentato, nella
tradizione araba, dalle “figlie della balena” (benât el-Hût), che, dal
punto di vista astrologico, equivalgono a Râhn e Kêtu nella
tradizione indù, segnatamente per quanto concerne le eclissi, e che, si dice,
«berranno il mare» nell’ultimo giorno del ciclo, il giorno in cui «gli astri
sorgeranno a Occidente e tramonteranno a Oriente». Non possiamo insistere
ulteriormente su questo punto senza uscire del tutto dal nostro tema; ma
dobbiamo almeno richiamare l’attenzione sul fatto che si ritrova qui ancora una
relazione immediata con la fine del ciclo e il cambiamento
3, Il Makara indù,
che è anche un mostro marino, benché abbia prima di tutto il significato
“benefico” connesso al segno del Capricorno, di cui occupa il posto nello
Zodiaco, ha nondimeno in molte sue raffigurazioni, alcuni particolari che
ricordano il simbolismo “tifoniano” del coccodrillo.
144 Simboli della Scienza
sacra
di stato che ne consegue, poiché tutto ciò è assai significativo e fornisce
una nuova conferma delle precedenti considerazioni.
Ritorniamo ora alla forma della lettera nûn, che fornisce
l’occasione per una osservazione importante dal punto di vista dei rapporti che
esistono fra gli alfabeti delle diverse lingue tradizionali: nell’alfabeto
sanscrito, la lettera corrispondente na, ricondotta ai suoi elementi
geometrici fondamentali, si compone anch’essa di una semicirconferenza e di un
punto; ma qui, essendo la convessità volta verso l’alto, è la metà superiore
della circonferenza, e non più la sua metà inferiore come nel nûn arabo.
È dunque la stessa figura rovesciata, o, per essere più esatti, sono due figure
rigorosamente complementari l’una dell’altra; infatti, se le si riunisce, i due
punti centrali naturalmente si confondono e si ha il cerchio con il punto al
centro, figura del ciclo completo, che è nello stesso tempo il simbolo del Sole
nell’ordine astrologico e quello dell’oro nell’ordine alchimistico.4
Come la semicirconferenza inferiore è la figura dell’arca, la semicirconferenza
superiore è quella dell’arcobaleno, a essa analogo nella più stretta accezione
della parola, cioè mediante l’applicazione del “senso inverso”; sono anche le
due metà dell’“Uovo del Mondo”, una “terrestre”, nelle “acque inferiori”,
l’altra “celeste”, nelle “acque superiori”; e la figura circolare, che era
completa all’inizio del ciclo, prima della separazione delle due metà, deve
ricostituirsi alla fine del ciclo stesso.5 Si potrebbe quindi dire
che l’unione delle due figure in questione rappresenta il compimento del ciclo
mediante la congiunzione del suo inizio e della sua fine, tanto più che, nel
caso che siano riferite più particolarmente al simbolismo “solare”, la figura
del na sanscrito corrisponde al Sole nascente e quella del nûn
arabo al Sole calante. D’altra parte, la figura circolare completa è
abitualmente pure il simbolo del numero 10, dove 1 è il centro e 9 la
circonferenza; ma qui, essendo ottenuta dall’unione di due nûn, essa
vale 250=100=102, il che indica come il congiungimento debba
operarsi nel “mondo intermedio”; esso è infatti impossibile nel mondo
inferiore, ambito della divisione e della “separatività”, e, per contro, è
sempre esistente nel mondo superiore, ove è realizzato principialmente in modo
permanente e immutabile nell’“eterno presente”.
A queste già lunghe osservazioni, aggiungeremo solo una parola per
sottolinearne il rapporto con una questione alla quale
4. Si potrà ricordare qui
il simbolismo del “Sole spirituale” e dell’“Embrione d’oro” (Hiranyagarbha)
nella tradizione indù; inoltre, secondo certe corrispondenze, il nûn è
la lettera planetaria del Sole.
5. Cfr. Le Roi du Monde,
cap. XI.
I misteri della lettera Nûn 145
si è alluso di recente:6 quel che abbiamo detto nelle ultime
osservazioni permette di intravedere che il compimento del ciclo, quale noi
l’abbiamo considerato, deve avere una certa correlazione, nell’ordine storico,
con l’incontro delle due forme tradizionali che corrispondono al suo inizio e
alla sua fine, e che hanno rispettivamente come lingue sacre il sanscrito e
l’arabo: la tradizione indù, in quanto rappresenta l’eredità più diretta della
Tradizione primordiale, e la tradizione islamica, in quanto “sigillo della
Profezia” e, di conseguenza, forma ultima dell’ortodossia tradizionale per il
ciclo attuale.
6. F. Schuon, Le
Sacrifice, in «Études Traditionnelles», aprile 1938, p. 137, nota 2.
24. Il Cinghiale e l’Orsa
Presso i Celti, il cinghiale e l’orso simboleggiavano rispettivamente i
rappresentanti dell’autorità spirituale e quelli del potere temporale, cioè le
due caste dei druidi e dei cavalieri, equivalenti, almeno originariamente e nei
loro attributi essenziali, a ciò che sono in India le caste dei Brahmani
e degli Kshatriya. Come abbiamo indicato altrove,1 questo
simbolismo, di origine chiaramente iperborea, è uno dei segni del collegamento
diretto della tradizione celtica con la Tradizione primordiale del presente Manvantara,
quali che siano gli altri elementi, provenienti da tradizioni anteriori, ma già
secondarie e derivate, che si sono potuti aggiungere a tale corrente
principale, venendo così a esserne in qualche modo assimilati. Quel che
vogliamo dire è che la tradizione celtica potrebbe verosimilmente essere
considerata uno dei “punti di congiunzione” della tradizione atlantidea con la
tradizione iperborea, dopo la fine del periodo secondario in cui questa
tradizione atlantidea rappresentò la forma predominante e quasi il “sostituto”
del centro originario ormai inaccessibile all’umanità comune;2 e,
anche su questo punto, lo stesso simbolismo da noi appena menzionato può
fornire alcune indicazioni non prive d’interesse.
Osserviamo anzitutto l’importanza attribuita al simbolo del cinghiale anche
dalla tradizione indù – derivata pur essa direttamente dalla tradizione
primordiale – la quale afferma espressamente nel Vêda la propria origine
iperborea. Il cinghiale (varâha) non vi rappresenta soltanto, come è
noto, il terzo dei dieci avatâra di Vishnu nel Manvantara
attuale; ma il nostro Kalpa intero, cioè tutto il ciclo della
manifestazione del nostro mondo, vi è designato come Shwêta-varâha-Kalpa,
il “ciclo del cinghiale bianco”. Stando così le cose, e se si considera
l’analogia che esiste necessariamente fra il ciclo maggiore e i cicli
subordinati, è naturale che il segno del Kalpa, se così ci si può
esprimere, si ritrovi al punto di partenza del Manvantara; per questo la
“terra sacra” polare, sede del centro spirituale primordiale di questo Manvantara
è chiamata anche Vârâhî o “terra del cinghiale”.3
1. Autorité spirituelle
et Pouvoir temporel, cap. I.
2. Cfr. Le Roi du Monde,
cap. X, in particolare per quanto concerne i rapporti fra la Tula
iperborea e la Tula atlantidea (essendo Tula una delle prime
designazioni dei centri spirituali); si veda anche il nostro articolo Atlantide
et Hyperborée, in «Le Voile d’Isis», ottobre 1929.
3. Si veda, sempre a
questo proposito, Atlantide et Hyperborée, in «Le Voile d’Isis», ottobre
1929; in questo articolo abbiamo fatto notare che, contrariamente a quel che
sembra aver pensato Saint-Yves d’Alveydre, il nome Vârâhî non si applica
assolutamente all’Europa; a dire il vero, quest’ultima non fu mai altro che a
“Terra del Toro”, il che si riferisce a un periodo assai lontano dalle origini.
Il Cinghiale e l’Orsa 147
D’altronde, poiché ivi risiedeva l’autorità spirituale primitiva, di cui
ogni altra autorità legittima dello stesso ordine è solo un’emanazione, è
altrettanto naturale che i rappresentanti di una tale autorità abbiano
anch’essi ricevuto il simbolo del cinghiale come segno distintivo e lo abbiano
in seguito conservato; per questa ragione i druidi si fregiavano
dell’appellativo di “cinghiali”, per quanto, siccome il simbolismo ha sempre
molteplici aspetti, si possa vedere in ciò anche un’allusione all’isolamento
nel quale essi si tenevano nei confronti del mondo esterno, essendo il
cinghiale sempre considerato come il “solitario”, e bisogna aggiungere, del
resto, che questo isolamento, realizzato materialmente, fra i Celti come fra
gli Indù, sotto forma di ritiro nella foresta, non è privo di rapporti con i
caratteri della “primordialità”, di cui almeno un riflesso ha sempre dovuto
mantenersi in ogni autorità spirituale degna della funzione che svolge.
Ma torniamo al nome Vârâhî, che dà luogo a osservazioni
particolarmente importanti: Vârâhî è considerata un aspetto della Shakti
di Vishnu (e più specialmente in rapporto con il suo terzo avatâra),
il che, dato il carattere “solare” di questi, mostra immediatamente la sua
identità con la “terra solare” o “Siria” primitiva di cui abbiamo parlato in
altre occasioni,4 la quale è anch’essa una designazione della Tula
iperborea, cioè del centro spirituale primordiale. D’altra parte, la radice var,
per il nome del cinghiale, si ritrova nelle lingue, nordiche sotto la forma bor;5
l’equivalente esatto di Vârâhî è dunque “Borea”, e la verità è che il
nome consueto di “Iperborea” fu impiegato dal Greci solo in un’epoca in cui
essi avevano già perduto il senso di tale antica designazione; sarebbe quindi
meglio, malgrado l’uso prevalso da allora, qualificare la tradizione
primordiale, non come “iperborea”, ma semplicemente “borea”, affermando con ciò
inequivocabilmente la sua connessione con la “Borea” o “terra del cinghiale”.
Ma c’è di più: la radice var o vri, in sanscrito, ha il
significato di “coprire”, “proteggere” e “nascondere”; e, come mostrano il nome
di Varuna e il suo equivalente greco Ouranos, serve a designare
il cielo, sia perché esso copre la terra sia perché rappresenta i mondi
superiori, nascosti ai sensi.6 Ora, tutto ciò si applica
perfettamente ai centri spirituali, sia perché essi sono nascosti agli occhi
dei profani, sia perché proteggono il mondo
4. Si veda La Science
des lettres e La Terre du Soleil [pubblicati sopra, il primo come
cap. 6, il secondo come cap. 12].
5. Da cui l’inglese boar,
e anche il tedesco Eber.
6. Si veda Le Roi du
Monde, cap. VII, ove abbiamo indicato inoltre che la stessa parola coelum
ha in origine il medesimo significato.
148 Simboli della Scienza
sacra
con la loro influenza invisibile, sia infine perché sono, sulla terra,
quasi delle immagini del mondo celeste stesso. Aggiungiamo che la medesima
radice ha pure un altro senso, quello di “scelta” o di “elezione” (vara),
che, evidentemente, conviene anch’esso alla regione ovunque designata con nomi
come quelli di “terra degli eletti”, “terra dei santi”, o “terra dei beati”.7
Si sarà notata, in quel che abbiamo detto or ora, l’unione dei due
simbolismi “polare” e “solare”; ma, per quel che concerne propriamente il
cinghiale, è l’aspetto “polare” che specialmente importa; ciò risulta del resto
dal fatto che il cinghiale rappresentava anticamente la costellazione divenuta
più tardi l’Orsa Maggiore.8 Vi è, in questa sostituzione di nomi, un
segno di ciò che i Celti simboleggiavano precisamente con la lotta del
cinghiale e dell’orso, cioè la rivolta dei rappresentanti del potere temporale
contro la supremazia dell’autorità spirituale, con le diverse vicissitudini che
ne derivarono nel corso delle successive epoche storiche. Le prime
manifestazioni di questa rivolta, infatti, risalgono a molto più addietro della
storia ordinariamente conosciuta, e a prima anche dell’inizio del Kali-Yuga,
nel quale essa doveva avere la sua maggiore estensione; per questo il nome bor
si è potuto trasferire dal cinghiale all’orso,9 e la stessa “Borea”
– la “terra del cinghiale” – è potuta in seguito diventare a un certo momento
la “terra dell’orso”, durante un periodo di predominio degli Kshatriya
al quale, secondo la tradizione indù, mise fine Parashu-Râma.10
Nella stessa tradizione indù, il nome più consueto dell’Orsa Maggiore è sapta-riksha;
e il termine sanscrito riksha è il nome dell’orso, linguisticamente
identico a quello che esso porta in diverse altre lingue: il celtico arth,
il greco arktos, e anche il latino ursus. Tuttavia, ci si può
chiedere se è proprio questo il senso originario dell’espressione sapta-riksha,
o se non c’è stata invece, in corrispondenza alla sostituzione di cui abbiamo
appena parlato, una specie di sovrapposizione di parole etimologicamente
distinte, ma avvicinate o addirittura identificate dall’applicazione di un
certo simbolismo fonetico. Infatti, riksha è pure, in generale, una
stella, cioè in definitiva una “luce” (archis, dalla
7. Segnaliamo ancora, a
titolo di possibile accostamento, la radice germanica ur che ha un senso
di “primordialità”.
8. Ricorderemo che questa
costellazione ha ricevuto ancora molti altri nomi, fra cui quello di Bilancia;
ma sarebbe fuori luogo occuparcene ora.
9. In inglese bear,
in tedesco Bär.
10. Abbiamo già avuto
occasione di segnalare, a tale proposito, che Fabre d’Olivet e coloro che
l’hanno seguito, come Saint-Yves d’Alveydre, sembrano aver fatto una confusione
piuttosto strana fra Parashu-Râma e Râma-Chandra, cioè fra il
sesto e il settimo avatâra di Vishnu.
Il Cinghiale e l’Orsa 149
radice arch o ruch, “brillare” o “illuminare”); e, d’altra
parte, il sapta-riksha è la dimora simbolica dei sette Rishi, i
quali, oltre al fatto che il loro nome si riferisce alla “visione”, quindi alla
luce, sono anche le sette “Luci”, dalle quali fu trasmessa al ciclo attuale la
Sapienza dei cicli anteriori.11 L’accostamento così stabilito fra
l’orso e la luce non costituisce d’altronde un caso isolato nel simbolismo
animale, giacché se ne riscontra uno del tutto simile per il lupo, sia presso i
Celti che presso i Greci,12 donde risultò la sua attribuzione al dio
solare Belen, o Apollo.
In un determinato periodo, il nome sapta-riksha fu applicato non più
all’Orsa Maggiore ma alle Pleiadi, che comprendono anch’esse sette stelle; tale
trasferimento da una costellazione polare a una zodiacale corrisponde a un
passaggio dal simbolismo solstiziale al simbolismo equinoziale, passaggio che
implica un cambiamento nel punto di partenza del ciclo annuale, così come
nell’ordine di prevalenza dei punti cardinali che sono in relazione con le
diverse fasi di questo ciclo.13 Tale cambiamento è qui quello dal
nord all’ovest, che si riferisce al periodo atlantideo; e ciò risulta
chiaramente confermato dal fatto che, per i Greci, le Pleiadi erano figlie di
Atlante e, come tali, chiamate anche Atlantidi. I trasferimenti di questo
genere sono d’altra parte spesso la causa di molteplici confusioni, avendo
ricevuto gli stessi nomi applicazioni diverse a seconda dei periodi, e questo
sia per le regioni terrestri che per le costellazioni celesti, di modo che non
è sempre facile determinare a cosa si riferiscano esattamente in ciascun caso;
e del resto ciò è realmente possibile solo a condizione di ricollegare le loro
diverse “localizzazioni” ai caratteri propri delle forme tradizionali
corrispondenti, come abbiamo fatto per quelle del sapta-riksha.
Presso i Greci, la rivolta degli Kshatriya era raffigurata dalla
caccia al cinghiale calidonio, che d’altronde rappresenta manifestamente la
versione nella quale gli stessi Kshatriya esprimono la pretesa di
attribuirsi una vittoria definitiva, giacché il cinghiale vi è da loro ucciso;
e Ateneo riferisce, seguendo autori più antichi, che il cinghiale calidonio era
bianco,14 il che lo identifica
11. Si osserverà la
persistenza di queste “sette Luci” nel simbolismo massonico: la presenza di uno
stesso numero di persone che le rappresentino è necessaria per la costituzione
di una loggia “giusta e perfetta”, così come per la validità della trasmissione
iniziatica. Segnaliamo anche che le sette stelle di cui si parla all’inizio
dell’Apocalisse (I, 16 e 20) sarebbero, secondo certe interpretazioni,
quelle dell’Orsa Maggiore.
12. In greco, il lupo è lukos
e la luce luké; da cui l’epiteto a doppio senso dell’Apollo Licio.
13. Lo spostamento della
Bilancia nello Zodiaco ha naturalmente anch’esso un significato simile.
14. Deipnosophistarurn,
IX, 13.
150 Simboli della Scienza
sacra
di fatto allo Shwêta-varâha della tradiziòne indù.15 Dal
nostro punto di vista non meno significativo è il fatto che il primo colpo sia
stato portato da Atalanta, la quale, si dice, era stata nutrita da un’orsa; e
il nome di Atalanta potrebbe indicare che la rivolta ebbe inizio o nell’Atlantide
stessa, o almeno fra gli eredi della sua tradizione.16 D’altra
parte, il nome di Calidone si ritrova esattamente in quello di Caledonia,
antico nome della Scozia: al di fuori di ogni questione di “localizzazione” particolare,
è propriamente il paese dei “Kaldes” o Celti;17 e la foresta di
Calidone non si distingue in realtà da quella di Brocelandia, il cui nome è
ancora lo stesso, benché sotto una forma modificata, e preceduto dalla parola bro
o bor, cioè dal nome stesso del cinghiale.
Il fatto che l’orso sia spesso inteso simbolicamente sotto l’aspetto
femminile, come abbiamo appena visto a proposito di Atalanta, e come si vede
anche dalle denominazioni delle costellazioni dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa
Minore, non è neppure privo di significato in rapporto alla sua attribuzione
alla casta guerriera, detentrice del potere temporale, e questo per diverse
ragioni. Anzitutto, questa casta svolge normalmente una funzione “ricettiva”,
ossia femminile, nei confronti della casta sacerdotale, poiché da quest’ultima
essa riceve non solo l’insegnamento della dottrina tradizionale, ma anche la
legittimazione del proprio potere, nella quale consiste a rigore il “diritto
divino”. In seguito, quando la casta guerriera, rovesciando i normali rapporti di
subordinazione, aspira alla supremazia, il suo predominio è generalmente
accompagnato da quello degli elementi femminili nel simbolismo della forma
tradizionale da essa modificata, e talora, come conseguenza di questa
modificazione, anche dall’istituzione di una forma femminile di sacerdozio,
come fu quella delle druidesse presso i Celti. Ci limitiamo qui soltanto ad
accennare a quest’ultimo punto, il cui sviluppo ci porterebbe lontano,
soprattutto se volessimo cercare altrove esempi concordanti; ma quest’indicazione
basta a far capire perché sia l’orsa, e non l’orso, a essere opposta
simbolicamente al cinghiale.
Conviene aggiungere che i due simboli del cinghiale e dell’orso non
appaiono sempre necessariamente in opposizione o in lotta,
15. È quasi superfluo
ricordare che il bianco è anche il colore attribuito simbolicamente
all’autorità spirituale; e si sa che i druidi, in particolare, portavano
vestiti bianchi.
16. Si possono fare anche
altri accostamenti curiosi a tale riguardo, in particolare fra i pomi d’oro di
cui si parla nella leggenda di Atalanta e quelli del giardino delle Esperidi o
“figlie dell’Occidente”, che pure erano figlie di Atlante come le Pleiadi.
17. È del resto probabile
che il nome dei Celti, come quello dei Caldei, che gli è identico, non fosse,in
origine quello di un popolo particolare, ma quello di una casta sacerdotale,
che esercitava l’autorità spirituale presso popoli diversi.
Il Cinghiale e l’Orsa 151
ma, in certi casi, possono anche rappresentare l’autorità spirituale e il
potere temporale, o le due caste dei druidi e dei cavalieri, nei loro rapporti
normali e armonici, come si vede in particolare nella leggenda di Merlino e di
re Artù. Infatti, Merlino il druido è anch’egli il cinghiale della foresta di
Brocelandia (ove del resto, alla fine, non è ucciso come il cinghiale
calidonio. ma solo addormentato da una potenza femminile); il re Artù porta un
nome derivato da quello dell’orso, arth;18 più precisamente,
questo nome è identico a quello della stella Arcturus, tenuto conto
della leggera differenza dovuta alle loro derivazioni rispettivamente celtica e
greca. Questa stella si trova nella costellazione del Bovaro, o di Boote, e,
per il tramite di questi nomi, si possono vedere ancora riuniti i segni di due
periodi differenti: il “guardiano dell’Orsa” diventò il Bovaro quando l’Orsa
stessa o il sapta-riksha diventò i septem triones, cioè i “sette
buoi” (donde la denominazione “Settentrione” per designare il nord); ma non
abbiamo qui da occuparci di queste trasformazioni, relativamente recenti in
rapporto all’oggetto delle nostre considerazioni.19
Dalle osservazioni appena esposte sembra delinearsi una conclusione per
quanto concerne il ruolo rispettivo delle due correnti che contribuirono a
formare la tradizione celtica; all’origine, l’autorità spirituale e il potere
temporale non erano separati come due funzioni differenziate, ma uniti nel loro
principio comune, e si ritrova ancora un vestigio di quest’unione nel nome
stesso dei druidi (dru-vid, “forza-saggezza”; questi due termini erano
simboleggiati dalla quercia e dal vischio);20 a questo titolo, e
anche in quanto rappresentavano più particolarmente l’autorità spirituale, alla
quale è riservata la parte superiore della dottrina, essi erano i veri eredi
della tradizione primordiale, e il simbolo essenzialmente “boreo”, quello del
cinghiale, era loro proprio. In quanto ai cavalieri, che avevano come simbolo
l’orso (o l’orsa di Atalanta), si può pensare che la parte della tradizione a
essi più specialmente destinata comportasse soprattutto gli elementi derivati
dalla tradizione atlantidea; e questa distinzione potrebbe forse anche aiutare
a spiegare alcuni punti più o meno enigmatici della storia ulteriore delle
tradizioni occidentali.
18. Si trova pure in
Scozia, come nome di famiglia, Mac-Arth o “figlio dell’orso”, che indica
evidentemente l’appartenenza a un clan guerriero.
19. Artù è il figlio di Uther
Pendragon, il “capo dei cinque”, cioè il re supremo che risiede nel quinto
regno, quello di Mide o di “mezzo” situato al centro dei quattro regni
subordinati che corrispondono ai quattro punti cardinali (si veda Le Roi du
Monde, cap. XX); e questa posizione è paragonabile a quella del Drago
celeste quando, contenendo la stella polare, era «in mezzo al cielo come un re
sul suo trono», secondo l’espressione del Sepher Ietsirah. Cfr. La
Terre du Soleil.
20. Si veda Autorité
spirituelle, et Pouvoir temporel, cap. IV, in cui abbiamo indicato
l’equivalenza di questo simbolismo con quello della Sfinge.
Alcune armi simboliche
25. Le pietre del fulmine
In un articolo del numero speciale del «Voile d’Isis» dedicato ai Tarocchi,
Auriger, a proposito dell’arcano XVI, ha scritto questa frase: «Sembra che
esista una relazione fra la grandine di pietre che circonda la Torre colpita
dal fulmine e la parola Beith-el, dimora divina, da cui derivò betili,
termine con cui i Semiti designavano gli aeroliti o pietre del fulmine». Questo
accostamento è stato suggerito dal nome “Casa di Dio” dato a questo arcano,
nome che costituisce effettivamente la traduzione letterale del Beith-el
ebraico; ma ci sembra che si faccia qui una certa confusione fra varie cose
abbastanza diverse, e che una puntualizzazione di tale questione possa offrire
un certo interesse.
Anzitutto, è certo che il ruolo simbolico degli aeroliti o pietre cadute
dal cielo è importantissimo, poiché si tratta delle “pietre nere” di cui si
parla in tante tradizioni diverse, da quella che era la raffigurazione di
Cibele o della “Grande Dea” fino a quella incassata nella Kaaba della
Mecca, che è in relazione con la storia di Abramo. Anche a Roma c’era il lapis
niger, senza parlare degli scudi sacri dei Salii, che si diceva fossero
stati intagliati in un aerolito al tempo di Numa.1 Queste “pietre nere”
possono sicuramente essere classificate nella categoria dei “betili”, cioè
delle pietre considerate “dimore divine”, o, in altri termini, quali supporti
di certe “influenze spirituali”; ma tutti i “betili” avevano questa
provenienza? Non lo crediamo, e, in particolare, non scorgiamo alcun indizio
che permetta di supporre che tale sia stato il caso della pietra alla quale
Giacobbe, secondo il racconto della Genesi, diede il nome,di Beith-el,
attribuito per estensione al luogo stesso in cui aveva avuto la visione mentre
la sua testa posava su tale pietra.
Il “betilo” è propriamente la rappresentazione dell’Omphalos, cioè
un simbolo del “Centro del Mondo”, che s’identifica nel modo più naturale con
l’“abitacolo divino”.2 Questa pietra poteva avere forme diverse, e
in particolare quella di un pilastro; fu così che Giacobbe disse: «E questa
pietra, che ho eretto come un pilastro, sarà la casa di Dio»; e, presso i
popoli celtici, certi menhir, se non tutti, avevano lo stesso
significato. L’Omphalos poteva esser rappresentato anche da una pietra
di forma conica,
l. Ossendowski ha riferito
la storia di una “pietra nera” inviata un tempo dal “Re del Mondo” al
Dalai-Lama, poi trasportata a Urga, in Mongolia, e che scomparve un centinaio
di anni or sono; non sapendo di che cosa si trattasse, egli ha cercato di spiegare
alcuni fenomeni, come l’apparizione di caratteri sulla superficie di questa
pietra, supponendo che fosse una specie di ardesia.
2. Tale designazione di
“abitacolo divino”, in ebraico mishkan, fu anche attribuita più tardi al
Tabernacolo: come indica la parola stessa, è la sede della Shekinah.
156 Simboli della Scienza
sacra
come la “pietra nera” di Cibele, od ovoidale; il cono richiamava la
Montagna sacra, simbolo del “Polo” o dell’“Asse del Mondo”; in quanto alla
forma ovoidale, essa si riferisce direttamente a un altro simbolo assai
importante, quello dell’“Uovo del Mondo”. In tutti i casi, il “betilo,” era una
“pietra profetica”, una “pietra parlante”, cioè una pietra che rendeva oracoli,
o accanto alla quale erano resi oracoli, grazie alle “influenze spirituali” di
cui essa era il supporto; e l’esempio dell’Omphalos di Delfi è a questo
proposito assai caratteristico.
I “betili” sono quindi essenzialmente pietre sacre, ma non tutte di origine
celeste; tuttavia, è forse vero che, almeno simbolicamente, l’idea di “pietra
caduta dal cielo” poteva in qualche modo esservi legata. Quel che ci fa pensare
che le cose stessero in questo modo è il loro rapporto con il misterioso luz
della tradizione ebraica; questo rapporto è sicuro per le “pietre nere”, che
sono effettivamente degli aeroliti, ma non dev’essere limitato soltanto a
questo caso, poiché è detto nella Genesi, a proposito del Beith-el
di Giacobbe, che il primo nome di tale luogo era precisamente Luz.
Possiamo anche ricordare in questa occasione che il Graal era stato intagliato,
si diceva, in una pietra caduta anch’essa dal cielo, e fra tutte queste cose
sussistono legami assai stretti; ma non vi insisteremo oltre, poiché queste
considerazioni rischierebbero di condurci molto lontano dal nostro tema.3
Infatti, sia che si tratti dei “betili” in genere, sia delle “pietre nere”
in particolare, né gli uni né le altre hanno in realtà niente in comune con le
“pietre del fulmine”; e soprattutto su questo punto la frase che ricordavamo
all’inizio contiene una grave confusione, che del resto si spiega abbastanza
facilmente. Si è sicuramente tentati di supporre che le “pietre del fulmine” o
“pietre del tuono” debbano essere pietre cadute dal cielo, aeroliti, e invece
non è così; non si potrebbe mai indovinare che cosa siano senza averlo appreso
dai contadini che, per tradizione orale, ne hanno conservato il ricordo. Questi
contadini commettono d’altronde anch’essi un errore di interpretazione, che
mostra come il vero senso della tradizione sfugga loro, quando credono che tali
pietre siano cadute con il fulmine, o che siano il fulmine stesso. Essi dicono
infatti che il tuono cade in due maniere, “in fuoco” o “in pietra”, nel primo
caso, incendia, mentre nel secondo infrange soltanto; ma essi conoscono assai
bene le “pietre del tuono”, e si sbagliano solo attribuendo a esse, a causa
della
3. Abbiamo d’altronde
sviluppato più ampiamente la questione del luz, come quella dell’Omphalos,
nel nostro studio su Le Roi du Monde.
Le pietre del fulmine 157
loro denominazione, un’origine celeste che non hanno né hanno mai avuto.
La verità è che le “pietre del fulmine” sono pietre che simboleggiano il
fulmine; non sono altro che le asce di silice preistoriche, esattamente come
l’“uovo di serpente”, simbolo druidico dell’“Uovo del Mondo”, non è altro, in
quanto alla sua raffigurazione materiale, che il riccio di mare fossile.
L’ascia di pietra è la pietra che spezza e che fende, e perciò rappresenta il
fulmine; questo simbolismo risale d’altronde a un’epoca estremamente remota, e
spiega l’esistenza di certe asce, chiamate dagli archeologi “asce votive”,
oggetti rituali che non hanno mai potuto avere alcuna utilizzazione pratica
come armi o come strumenti qualunque.
Questo ci induce naturalmente a ricordare un punto già trattato: l’ascia di
pietra di Parashu-Râma e il martello di pietra di Thor sono una
sola e identica arma,4 e aggiungeremo che tale arma è il simbolo del
fulmine. Si vede così anche che il simbolismo delle “pietre del fulmine” è di
origine iperborea, cioè si ricollega alla più antica tradizione dell’umanità
attuale; a quella che è veramente la tradizione primitiva per il presente Manvantara.5
È opportuno notare, d’altra parte, la funzione importantissima che svolge
il fulmine nel simbolismo tibetano; il vajra, che lo rappresenta, è una
delle principali insegne dei dignitari del lamaismo.6 Nello stesso
tempo, il vajra simboleggia il principio maschile della manifestazione
universale, e così il fulmine è associato all’idea della “paternità divina”,
associazione che si ritrova altrettanto chiaramente nell’antichità occidentale,
poiché il fulmine vi è il principale attributo di Zeus Pater o Ju-piter,
il “padre degli dei e degli uomini”, che del resto fulmina i Titani e i Giganti
così come Thor e Parashu-Râma distruggono gli equivalenti di
questi con le loro armi di pietra.7
4. Si veda l’articolo di
P. Genty su Thor et Parashu-Râma, in «Le Voile d’Isis», dicembre 1928.
5. Segnaliamo a questo
proposito che alcuni, per una strana confusione, parlano oggi di “Atlantide
iperborea”; l’Iperborea e l’Atlantide sono due regioni distinte, come il nord e
l’ovest sono due punti cardinali differenti, e, in quanto punto di partenza di
una tradizione, la prima è assai anteriore alla seconda. Riteniamo tanto più
necessario richiamare l’attenzione su questo fatto in quanto coloro che fanno
questa confusione hanno creduto di potercela attribuire, mentre è chiaro che
non l’abbiamo mai commessa e non vediamo neppure, in tutto quel che abbiamo
scritto, che cosa potrebbe fornire il minimo pretesto a una simile
interpretazione.
6. Vajra è il
termine sanscrito che designa il fulmine; la forma tibetana di questa parola è dorje.
7. È interessante
osservare che i fulmini di Giove sono forgiati da Vulcano, il che stabilisce un
certo rapporto fra il “fuoco celeste” e il “fuoco sotterraneo” rapporto che non
esiste nel caso in cui si tratta di armi di pietra: il “fuoco
158 Simboli della Scienza
sacra
C’è anche, a tale proposito, e addirittura nel mondo moderno, un altro
accostamento veramente singolare: Leibniz, nella sua Monadologia, dice
che «tutte le monadi create nascono, per così dire, da folgorazioni continue
della Divinità di attimo in attimo»; egli associa in questo modo, conformemente
al dato tradizionale da noi appena ricordato, il fulmine (fulgur)
all’idea di produzione degli esseri. È probabile che i suoi commentatori
universitari non se ne siano mai accorti, non più di quanto abbiano notato, e
si capisce perché, che le teorie dello stesso filosofo sull’“animale”
indistruttibile e “ridotto in piccolo” dopo la morte erano direttamente
ispirate alla concezione ebraica del luz come “nucleo d’immortalità”.8
Noteremo ancora un ultimo punto, che riguarda il simbolismo massonico del
maglio: non solo c’è un rapporto evidente fra il maglio e il martello, che non
sono per così dire se non due forme di uno stesso strumento, ma lo storico
massonico inglese R.F. Gould pensa che il “maglio del Maestro”, di cui
ricollega d’altra parte il simbolismo a quello del Tau, per via della
sua forma, tragga la sua origine dal martello di Thor. I Galli avevano
d’altronde un “Dio col maglio”, che figura su un altare scoperto a Mayence;
sembra addirittura che si tratti del Dis pater, il cui nome è assai
vicino a quello di Zeus pater, e che i druidi, a quanto dice Cesare,
davano come padre alla razza gallica.9 Così, questo maglio appare
ancora come un equivalente simbolico del vajra delle tradizioni
orientali, e, per una coincidenza che non ha probabilmente nulla di fortuito,
ma che parrà per lo meno inattesa a molti, si dà il fatto che i maestri massoni
possiedano un attributo che ha esattamente lo stesso senso di quello dei grandi
Lama tibetani; ma chi mai, nella massoneria quale essa è oggi, potrebbe
vantarsi di possedere effettivamente il misterioso potere, unico nella sua
essenza, benché duplice nei
sotterraneo” infatti era
in relazione diretta con il simbolismo metallurgico, specialmente nei misteri
cabirici; Vulcano forgia anche le armi degli eroi. Bisogna del resto aggiungere
che esiste un’altra versione secondo la quale il Mioelner o martello di Thor
sarebbe metallico e sarebbe stato forgiato dai nani, che si ricollegano allo
stesso ordine di entità simboliche dei Cabiri, dei Ciclopi, degli Yaksha,
ecc. Notiamo anche, a proposito del fuoco, che il carro di Thor era
trascinato da due arieti, e che, in India, l’ariete è il veicolo di Agni.
8. Un altro punto che
possiamo solo indicare di sfuggita, è che vajra significa a un tempo
“fulmine” e “diamante”; questo condurrebbe a esaminare ancora molti altri
aspetti della questione, che non pretendiamo di trattare qui in modo completo.
9. Si vede anche, su certe
monete galliche, la rappresentazione di un personaggio enigmatico, che tiene in
una mano un oggetto che sembra essere un lituus o bastone augurale, e
nell’altra un martello con il quale batte su una specie di incudine; si è data
a questo personaggio, a causa di tali attributi, la designazione di “Pontefice
fabbro”.
Le pietre del fulmine 159
suoi effetti di contraria apparenza, di cui questo attributo è il segno?
Non crediamo di esporci troppo se diciamo che, in ciò che ancora sopravvive
delle organizzazioni iniziatiche occidentali, nessuno ha più neppure una
pallida idea di che cosa si tratti; il simbolo resta, ma, quando lo spirito si
è ritratto, esso non è più che una forma vuota, si deve malgrado tutto
conservare la speranza che verrà un giorno in cui questa forma sarà
rivivificata, in cui essa risponderà di nuovo alla realtà che è la sua ragione
d’essere originaria e che sola gli conferisce il vero carattere iniziatico?
26. Le armi simboliche
Parlando in precedenza dei “fiori simbolici”, ci siamo trovati ad alludere
alla lancia che, nella leggenda del Graal, appare come un simbolo complementare
della coppa, ed è una delle numerose raffigurazioni dell’“Asse del Mondo”.1
Nello stesso tempo, questa lancia è anche, abbiamo detto, un simbolo del
“Raggio celeste”, e dalle considerazioni da noi sviluppate altrove2
risulta evidente che questi due significati in fondo coincidono; ma ciò spiega
anche come la lancia, al pari della spada e della freccia che ne sono in
definitiva gli equivalenti, sia talvolta assimilata al raggio solare. È chiaro
che i due simbolismi polare e solare non devono mai essere confusi, e che, come
abbiamo spesso avvertito, il primo possiede un carattere più fondamentale e
realmente “primordiale”; ma non è men vero che quelli che si potrebbero
chiamare i “trasferimenti” dall’uno all’altro costituiscono un fatto frequente,
non privo di ragioni che cercheremo forse di spiegare più chiaramente in altra
occasione.
Ci limiteremo ora a menzionare più specificamente, a tale proposito,
l’attribuzione della freccia ad Apollo: è noto che, in particolare, con le sue
frecce egli uccide il serpente Pitone, come, nella tradizione vêdica, Indra
uccide Ahi o Vritra, corrispondente a Pitone, con il vajra
che rappresenta il fulmine; e questo accostamento non lascia dubbi
sull’equivalenza simbolica originaria delle due armi in questione. Ricorderemo
anche la “freccia d’oro” di Abaris o di Zalmoxis, di cui si parla
nella storia di Pitagora; e qui si vede ancor più chiaramente come questo
simbolismo si riferisca espressamente all’Apollo iperboreo, stabilendo
precisamente il legame fra il suo aspetto solare e il suo aspetto polare.3
Se ritorniamo alla considerazione delle varie armi che rappresentano
l’“Asse del Mondo”, un’importante osservazione s’impone: queste armi sono, non
sempre, ma almeno assai spesso, sia a doppio taglio, sia a due punte opposte.
Quest’ultimo caso,
1. A tale riguardo, il
complementarismo della lancia e della coppa è strettamente paragonabile a
quello della montagna e della caverna, su cui torneremo più avanti.
2. Si veda Le
Symbolisme de la Croix.
3. Segnaliamo pure di
sfuggita, a questo proposito, che la “coscia d’oro” di Pitagora, che lo fa
apparire in qualche modo una manifestazione dell’Apollo iperboreo, si riferisce
al simbolismo della montagna polare e a quello dell’Orsa Maggiore. D’altra parte,
il serpente Pitone è strettamente legato a Delfi, anticamente chiamato Pito,
santuario dell’Apollo iperboreo; di qui la designazione della Pizia, e
anche il nome di Pitagora, che è in realtà un nome di Apollo, «colui che
conduce la Pizia», cioè l’ispiratore dei suoi oracoli.
Le armi simboliche 161
che è in modo particolare quello del vajra sul quale dovremo
tornare, deve evidentemente esser riferito alla dualità dei poli, considerati
come le due estremità dell’asse, con tutte le corrispondenze che essa implica e
che abbiamo già indicato altrove.4 In quanto alle armi a doppio
taglio, siccome la dualità si sviluppa nel medesimo senso dell’asse, bisogna
vedervi una più diretta allusione alle due correnti rappresentate altrove dai
due serpenti che si arrotolano intorno al bastone o al caduceo; ma poiché queste
due correnti inverse sono anch’esse rispettivamente in relazione con i due poli
e i due emisferi, risulta immediatamente evidente che i due simbolismi in
realtà si ricollegano. In fondo, si tratta sempre di una forza duplice, unica
nella sua essenza, ma con effetti apparentemente opposti nella sua
manifestazione, in seguito alla “polarizzazione” che la condiziona, come
condiziona del resto, a livelli diversi, tutti i gradi e tutte le modalità
della manifestazione universale.5
Anche la spada può essere considerata, in linea di massima, un’arma a
doppio taglio;6 ma un esempio ancor più sorprendente è quello
dell’ascia doppia, che appartiene in particolare al simbolismo egeo e cretese,
cioè preellenico, ma che non gli è d’altronde esclusivamente propria. Ora,
l’ascia, come abbiamo detto in precedenza,7 è in modo del tutto
speciale un simbolo del fulmine, e quindi, in questo senso, uno stretto
equivalente del vajra; ne consegue che il confronto di queste due armi
mostra bene l’identità fondamentale delle due forme di simbolismo da noi
menzionate, quella delle armi a doppio taglio e quella delle armi a due punte.8
Le rappresentazioni del vajra offrono molteplici varianti; Ananda K.
Coomaraswamy ha segnalato9 che la forma più consueta,
4. La Grande Triade,
cap. V.
5. Ciò equivale a dire che
tutte le dualità cosmiche non sono in realtà che “specificazioni” diverse della
dualità prima di Purusha e Prakriti, o, in altri termini, della
polarizzazione dell’Essere in “essenza” e “sostanza”.
6. In un altro dei suoi
significati, la spada è un simbolo del Verbo o della Parola, con il suo duplice
potere creatore e distruttore (si veda ad esempio Apocalisse, I, 16, e
XIX, 15). È evidente del resto che questo duplice potere è analogo alla forza
duplice di cui abbiamo appena parlato, o, più esattamente ancora, che si tratta
unicamente di diverse applicazioni di una sola e identica cosa. Circa la spada,
notiamo ancora che, secondo certi storici antichi, gli Sciti rappresentavano la
Divinità con una spada piantata a terra in cima a un tumulo; essendo
quest’ultimo l’immagine ridotta della montagna, si trovano qui riuniti due
simboli dell’“Asse del Mondo”.
7. Si veda Les pierres
de foudre [qui sopra, come cap. 25].
8 Il maglio o martello di Thor,
altro simbolo del fulmine che abbiamo pure segnalato, presenta, per la sua
forma a T, una precisa somiglianza con la doppia ascia. Faremo anche osservare,
che, come il maglio e la spada, per quanto con una minor evidenza, l’ascia si
ritrova ancor oggi nel simbolismo massonico.
9. Elements of Buddhist
Iconography.
162 Simboli della Scienza
sacra
che presenta una triplice punta a ogni sua estremità, è per ciò stesso
strettamente affine al trishûla o tridente, altra arma simbolica assai
importante, il cui studio specifico però ci allontanerebbe troppo dal nostro
argomento;10 osserveremo soltanto che, mentre la punta mediana è la
terminazione dell’asse stesso, le due punte laterali possono essere riferite
ancora alle due correnti di destra e di sinistra di cui abbiamo parlato, e che,
per questa stessa ragione, una simile triplicità si ritrova altrove nel
simbolismo “assiale”, per esempio in certe raffigurazioni dell’“Albero del
Mondo”. A.K. Coomaraswamy ha pure mostrato che il vajra è
tradizionalmente assimilato ad altri simboli conosciuti dell’“Asse del Mondo”,
quali l’asse del carro le cui due ruote corrispondono al Cielo e alla Terra, il
che spiega d’altronde, in particolare, certe rappresentazioni del vajra
che pare “sostenuto” da un loto sul quale è posto. verticalmente. Quanto al
quadruplice vajra, formato dalla riunione di due vajra comuni
disposti in croce, se lo si considera posto su un piano orizzontale, come
suggerisce la sua designazione di Karma-vajra, esso è molto vicino a
simboli come lo swastika e il chahra;11 ci
accontenteremo di annotare qui queste diverse indicazioni, sulle quali avremo
forse occasione di tornare in altri studi, poiché quest’argomento è di quelli
che non si può pretendere di esaurire.
Il vajra, oltre al senso di “fulmine”, ha contemporaneamente anche
quello di “diamante”, che richiama immediatamente le idee di indivisibilità,
inalterabilità e immutabilità; ed effettivamente l’immutabilità è proprio il
carattere essenziale dell’asse intorno al quale si effettua la rivoluzione di
tutte le cose, senza che esso vi partecipi. A tale proposito, c’è ancora un
accostamento assai notevole: Platone descrive precisamente l’“Asse del Mondo”
come un asse luminoso di diamante: quest’asse è circondato da parecchi
rivestimenti concentrici, di dimensioni e di colori diversi, che corrispondono
alle differenti sfere planetarie, e si muovono intorno a esso.12
D’altra parte, il simbolismo buddistico del
10. In questo caso, la
doppia triplicità dei rami e delle radici ricorda ancora più esattamente quella
delle due estremità del vajra. È noto d’altronde che, come attributo di Shiva,
il trishûla è spesso riferito al “triplice tempo” (trikâla), cioè
alle tre modalità del tempo in quanto passato, presente e futuro; ci sarebbero
qui ancora degli accostamenti da fare con quel che si trova a tale riguardo in
altre tradizioni, per esempio con certi aspetti del simbolismo di Janus.
11. Non si tratta più
allora dell’asse verticale come in precedenza, ma dei due assi orizzontali
della rappresentazione geometrica da noi esposta in Le Symbolisme de la
Croix.
12. Repubblica,
libro X (mito di Er l’Armeno). Questo insieme di rivestimenti costituisce il
“fuso della Necessità”: la Parca Clotho lo fa girare con la mano destra,
dunque da destra a sinistra, e questo senso di rotazione non è indifferente, in
rapporto alle considerazioni che abbiamo fatto a proposito del simbolismo della
“doppia spirale”.
Le armi simboliche 163
“trono di diamante,”, situato ai piedi dell’“Albero della Saggezza” e al
centro stesso della “ruota del Mondo”, cioè nell’unico punto che rimane sempre
immobile, non è, sotto questo stesso profilo, meno significativo.
Per tornare al fulmine, si ritiene che esso rappresenti, come abbiamo già
indicato,13 un duplice potere di produzione e di distruzione;
volendo, si può dire potere di vita o di morte, ma, se lo si intendesse
unicamente nel senso letterale, non ci si riferirebbe che a un’applicazione
particolare di ciò di cui in realtà si tratta.14 Di fatto, esso è la
forza che produce tutte le “condensazioni” e le “dissipazioni” che la
tradizione estremo-orientale riferisce all’azione alternata dei due principi
complementari yin e yang, e che corrispondono anche alle due fasi
dell’“espirazione” e dell’“aspirazione” universali; è ciò che la dottrina
ermetica, da parte sua, chiama “coagulazione” e “soluzione”;15 e la
duplice azione di questa forza è simboleggiata dalle due estremità del vajra,
in quanto arma “folgorante”, mentre il diamante rappresenta chiaramente la sua
essenza unica e indivisibile.
Segnaleremo incidentalmente, a titolo di curiosità, poiché dal nostro punto
di vista non potrebbe esser molto più di questo, un’applicazione di ordine
assai inferiore, ma che si ricollega direttamente al problema delle armi
simboliche: il “potere delle punte”, ben noto in magia e anche nella fisica
profana, si riferisce realmente alla “soluzione”, cioè al secondo aspetto del
duplice potere di cui abbiamo parlato. D’altra parte, una corrispondenza con il
primo aspetto, o con la “coagulazione”, si trova nell’uso magico dei nodi o
“legature”; ricorderemo a questo proposito anche il simbolismo del “nodo
gordiano”, che Alessandro tronca del resto con la sua spada, la qual cosa è
pure abbastanza significativa; ma qui appare un altro problema, quello del
“nodo vitale”, che, per quanto in relazione analogica con il precedente, supera
di molto l’ambito e la portata della semplice magia.16
Infine, dobbiamo menzionare un altro simbolo “assiale”, che non è un’arma
vera e propria, ma vi si assimila tuttavia per la
13. Si veda Les pierres
de foudre.
14. Riguardo
all’osservazione che abbiamo fatto in precedenza a proposito delle armi
rispettive di Apollo e di Indra, faremo notare che anche il raggio
solare è ritenuto, al pari del fulmine, vivificante o letale a seconda dei
casi. Ricorderemo anche che la lancia della leggenda del Graal, così come la
lancia di Achille, a cui l’abbiamo già accostata sotto questo profilo, aveva il
duplice potere di infliggere ferite e di guarirle.
15. È l’equivalente di ciò
che il linguaggio degli antichi filosofi greci designava con i termini di
“generazione” e “corruzione”.
16. Abbiamo alluso a tale
questione, a proposito del “punto sensibile” delle cattedrali, in una nota
intitolata Cologne ou Strasbourg?, in «Le Voile d’Isis», gennaio 1927.
164 Simboli della Scienza
sacra
sua forma terminante a punta: è il simbolo del chiodo; e, presso i Romani,
il chiodo (clavus) e la chiave (clavis), che la loro lingua
accostava in modo piuttosto singolare, si riferiscono entrambi al simbolismo di
Janus.17 La chiave, che è ancora, essa pure, un simbolo
“assiale”, ci condurrebbe ad altre considerazioni nelle quali non vogliamo
presentemente addentrarci; diremo soltanto che il “potere delle chiavi”, o il
duplice potere di “legare” e di “sciogliere”,18 non è veramente
diverso da quello di cui abbiamo parlato: in fondo, si tratta sempre di
“coagulazione” e di “soluzione”, nel senso ermetico dei due termini.
17. Ricorderemo ancora,
per completare l’osservazione che abbiamo fatto in ultimo luogo, il potere
magico attribuito ad entrambi gli oggetti, che appare, a parte ogni questione
di ordine “fenomenico”, una specie di degenerazione exoterica del loro significato
tradizionale.
18. Si potrà osservare che
le stesse parole hanno anche un evidente rapporto con il simbolismo delle
legature o dei nodi; tutto ciò è dunque strettamente connesso, e le varie forme
che il simbolismo riveste sono sempre perfettamente coerenti fra di loro.
27. Sayful-Islam
Nel mondo occidentale si è soliti considerare l’islamismo una tradizione
essenzialmente guerriera e, quindi, quando vi si parla in particolare della
sciabola o della spada (es-sayf), prendere questa parola unicamente nel
suo senso più letterale, senza neppure pensar mai a chiedersi se essa non
rappresenti in realtà qualcos’altro. È d’altronde incontestabile che un certo
lato guerriero esista nell’islamismo, e anche che, lungi dal costituire un suo
carattere peculiare, si ritrovi ugualmente nella maggior parte delle altre
tradizioni, cristianesimo compreso. Anche senza ricordare che Cristo in persona
ha detto: «Io non sono venuto a portare la pace, ma la spada»,1 il
che si può in fondo intendere in modo figurato, la storia della Cristianità nel
Medioevo, cioè nell’epoca in cui essa ebbe la sua effettiva realizzazione nelle
istituzioni sociali, ne fornisce prove largamente sufficienti; e, d’altra
parte, la stessa tradizione indù, che certo non potrebbe passare per
specialmente guerriera, dal momento che in genere si tende piuttosto a
rimproverarle di concedere poco posto all’azione, contiene anch’essa
quest’aspetto, come ci si può render conto leggendo la Bhagavad-gîtâ. A
meno di non essere accecati da certi pregiudizi, è facile capire perché sia
così, poiché, nell’ambito sociale, la guerra, in quanto è diretta contro coloro
che turbano l’ordine e ha lo scopo di ricondurveli, costituisce una funzione
legittima, che non è in fondo se non uno degli aspetti della funzione di
“giustizia” intesa nella sua accezione più generale. Tuttavia, questo è solo il
lato più esteriore delle cose, dunque il meno essenziale: dal punto di vista
tradizionale, quel che conferisce alla guerra così concepita tutto il suo
valore, è il fatto che essa simboleggia la lotta che l’uomo deve condurre
contro i nemici che sono dentro di lui, cioè contro tutti gli elementi in lui
contrari all’ordine e all’unità. In entrambi i casi, del resto, che si tratti,
dell’ordine esteriore e sociale o dell’ordine interiore e spirituale, la guerra
deve sempre tendere a stabilire l’equilibrio e l’armonia (e perciò essa si
riferisce propriamente alla “giustizia”), e quindi a unificare in certo modo la
molteplicità degli elementi in opposizione fra di loro. Ciò equivale a dire che
la sua normale conclusione, e in definitiva la sua unica ragion d’essere, è la
pace (es-salâm), che può essere veramente ottenuta solo con la
sottomissione alla volontà divina (el-islâm), mettendo tutti gli
elementi al loro posto per farli concorrere tutti alla realizzazione cosciente
di un medesimo piano; ed è quasi superfluo far notare quanto i
1. Matteo, X, 34.
166 Simboli della Scienza
sacra
due termini el-islâm e es-salâm siano strettamente legati
l’uno all’altro nella lingua araba.2
Nella tradizione islamica, questi due significati della guerra, come pure
il rapporto realmente esistente fra di loro, sono espressi nel modo più chiaro
possibile da un hadîth del profeta, pronunciato al ritorno da una
spedizione contro i nemici esterni: «Siamo tornati dalla piccola guerra santa
alla grande guerra santa» (Rajâna min el jihdil-açghar ila ’l-jihâdil-akbar).
Se la guerra esteriore non è dunque che la “piccola guerra santa”,3
mentre la guerra interiore è la “grande guerra santa”, il fatto è che la prima
ha solo un’importanza secondaria rispetto alla seconda, di cui è soltanto
un’immagine sensibile; va da sé che, in tali condizioni, tutto quel che serve
alla guerra esteriore può essere preso come simbolo di quel che concerne la
guerra interiore,4 e che ciò vale in particolare per la spada.
Coloro che non riconoscono questo significato, anche se ignorano lo hadîth
che abbiamo appena citato, potrebbero almeno osservare che, durante la
predicazione, il khatîb, la cui funzione non ha manifestamente nulla di
guerriero nel senso comune della parola, tiene in mano una spada, e che questa,
in un caso simile, non può esser altro che un simbolo, senza contare che, di
fatto, la spada è di solito di legno, il che la rende evidentemente inadatta a
ogni uso nei combattimenti esteriori, accentuandone quindi maggiormente il
carattere simbolico.
La spada di legno risale d’altronde, nel simbolismo tradizionale, a un
passato remotissimo, poiché in India è uno degli oggetti che figuravano nel
sacrificio vêdico;5 questa spada (sphya), il palo
sacrificale, il carro (o più precisamente l’asse che ne è l’elemento
essenziale) e la freccia si dicono nati dal vajra o fulmine di Indra:
«Quando Indra lanciò il fulmine su Vritra, esso, così lanciato,
divenne quadruplo... I Brahmani si servono di due di queste quattro
forme durante il sacrificio, mentre gli Kshatriya si servono delle altre
due in battaglia...1 Quando il sacrificatore
2. Abbiamo dato più ampio
spazio a queste considerazioni nel Symbolisme de la Croix, cap. VIII.
3. È del resto evidente
che lo è soltanto quando è determinata da motivi di ordine tradizionale; ogni
altra guerra è harb e non jihâd.
4. Naturalmente, questo
non sarebbe più vero per l’attrezzatura delle guerre moderne, non fosse che per
il suo carattere “meccanico”, incompatibile con ogni vero simbolismo; per una
ragione similare l’esercizio dei mestieri meccanici non può servir di base a
uno sviluppo di ordine spirituale.
5. Si veda A.K.
Coomaraswamy, Le Symbolisme de l’épée, in «Études Traditionnelles»,
gennaio 1938; traiamo da quest’articolo la citazione che segue.
6. La funzione dei Brahmani
e quella degli Kshatriya possono esser qui riferite rispettivamente alla
guerra interiore e a quella esteriore, o, seguendo la terminologia islamica,
alla “grande guerra santa” e alla “piccola guerra santa”.
Sayful-Islam 167
brandisce la spada di legno, è il fulmine che egli lancia contro il
nemico...».7 Si tenga presente in modo del tutto particolare il
rapporto di questa spada con il vajra in vista di quanto seguirà;
aggiungeremo a tale proposito che la spada è assai spesso assimilata al lampo o
da esso fatta derivare,8 il che è rappresentato in maniera sensibile
dalla forma assai nota della “spada fiammeggiante”, indipendentemente dagli
altri significati che quest’ultima può contemporaneamente avere, giacché
dev’essere ben inteso che ogni vero simbolo racchiude sempre una pluralità di
sensi, i quali, lungi dall’escludersi o dal contraddirsi, si accordano invece e
si completano fra di loro.
Per tornare alla spada del khatîb, diremo che essa simboleggia
anzitutto il potere della parola, cosa che dovrebbe apparire d’altronde
abbastanza evidente, tanto più che si tratta di un significato attribuito assai
generalmente alla spada, e n’eppure estraneo alla tradizione cristiana, come
mostrano chiaramente questi testi dell’Apocalisse: «Ed egli teneva nella
sua mano destra sette stelle; e dalla sua bocca usciva una spada a due tagli,
affilata, e il suo volto era come il sole quando splende nella sua forza».9
«E dalla bocca gli usciva10 una spada affilata sui due tagli per
colpire con essa le nazioni...».11 La spada che esce dalla bocca non
può evidentemente avere altro senso che quello a cui abbiamo accennato, tanto
più che l’essere così descritto nei due brani non è altri che il Verbo stesso o
una delle sue manifestazioni; in quanto al doppio taglio della spada, esso
rappresenta un duplice potere creatore e distruttore della parola, che ci
riconduce precisamente al vajra. Quest’ultimo, infatti, simboleggia
anche una forza che, per quanto unica nella sua essenza, si manifesta sotto due
aspetti in apparenza contrari, ma in realtà complementari; e questi due
aspetti, così come sono raffigurati dai due tagli della spada o di altre armi
simili,12 lo sono qui dalle due punte opposte del vajra;
questo simbolismo è valido del resto per tutto l’insieme delle forze cosmiche,
di modo che l’applicazione che se ne fa alla parola
7. Shatapatha Brâhmana,
I, 2, 4.
8. In Giappone in
particolare, secondo la tradizione shintoista, «la spada è derivata da un
lampo-archetipo, di cui essa è la discendente o l’ipostasi» (A.K. Coomaraswamy,
ibidem).
9. Apocalisse, I,
16. Si osserverà qui la riunione del simbolismo polare (le sette stelle
dell’Orsa Maggiore, o il sapta-riksha della tradizione indù) e del
simbolismo solare, che ritroveremo anche nel significato tradizionale della
spada.
10. Si tratta di “colui
che era montato su un cavallo bianco”, il Kalki-avatâra della tradizione
indù.
11. Ibidem, XIX,
15.
12. Ricorderemo qui in
particolare il simbolo egeo e cretese della doppia ascia; abbiamo già spiegato
che l’ascia è in modo del tutto speciale un simbolo del fulmine, dunque uno
stretto equivalente del vajra.
168 Simboli della Scienza
sacra
costituisce solo un caso particolare, ma che d’altronde, in virtù della
concezione tradizionale del Verbo e di tutto ciò che essa implica, può a sua
volta esser preso per simboleggiare nel loro complesso tutte le altre
applicazioni possibili.13
La spada non è soltanto assimilata simbolicamente al fulmine, ma anche, al
pari della freccia, al raggio solare; vi accenna visibilmente il fatto che, nel
primo dei due passi apocalittici appena citati, l’essere dalla cui bocca esce
la spada ha il volto «come il sole quando splende». È facile del resto
stabilire un raffronto, sotto questo profilo, fra Apollo che uccide il serpente
Pitone con le sue frecce e Indra che uccide il drago Vritra
con il vajra; e questo accostamento non può lasciare alcun dubbio sull’equivalenza
di questi due aspetti del simbolismo delle armi, i quali non sono in definitiva
che due diversi modi d’espressione di una sola e identica cosa. È importante
d’altronde notare che la maggior parte delle armi simboliche, e in particolare
la spada e la lancia, sono assai frequentemente anche simboli dell’“Asse del
Mondo”; si tratta allora di un simbolismo “polare”, non più di un simbolismo
“solare”, ma, per quanto i due punti di vista non debbano mai esser confusi, ci
sono lo stesso fra di loro certi rapporti che permettono, si potrebbe dire, dei
“trasferimenti” dall’uno all’altro, dal momento che l’asse si identifica talora
con un “raggio solare”.14 In questo significato assiale, le due
opposte punte del vajra si riferiscono alla dualità dei poli,
considerati come le due estremità dell’asse, mentre, nel caso delle armi a
doppio taglio, la dualità, essendo indicata nello stesso senso dell’asse, si
riferisce più direttamente alle due correnti inverse della forza cosmica,
rappresentate altrove anche da simboli quali i due serpenti del caduceo; ma,
siccome le due correnti sono esse stesse rispettivamente in relazione con i due
poli e i due emisferi,15 si può comprendere come, malgrado la loro
apparente differenza, le due figurazioni si ricongiungano in realtà in quanto
al loro significato essenziale.16
Il simbolismo “assiale” ci riconduce all’idea del ristabilimento
dell’armonia concepito come scopo della “guerra santa” nelle sue due accezioni
esteriore e interiore, poiché l’asse è il luogo ove tutte le opposizioni si
conciliano e svaniscono, o, in altri
13. Sul duplice potere del
vajra e su altri simboli equivalenti (in particolare il “potere delle
chiavi”), si vedano le considerazioni da noi fatte ne La Grande Triade,
cap. VI.
14. Senza poter qui
insistere su tale questione, dobbiamo almeno ricordare, a titolo d’esempio,
l’accostamento dei due punti di vista nel simbolismo greco dell’Apollo
iperboreo.
15. Anche su questo punto,
rinviamo a La Grande Triade, cap. V.
16. Si veda Les armes
symboliques [qui sopra, come cap. 26].
Sayful-Islam 169
termini, il luogo dell’equilibrio perfetto, che la tradizione
estremo-orientale designa come l’“Invariabile Mezzo”.17 Così, sotto
questo profilo, che in realtà corrisponde al punto di vista più profondo, la
spada non rappresenta soltanto lo strumento, come si potrebbe credere se ci si
attenesse al suo senso più immediato, ma anche il fine stesso da raggiungere,
in certo qual modo sintetizzando l’uno e l’altro nel suo significato totale.
Non abbiamo fatto altro d’altronde che riunire qui, su questo argomento, alcune
osservazioni che potrebbero dar luogo a ben altri sviluppi; ma pensiamo che,
anche così, esse mostreranno sufficientemente, si tratti dell’islamismo o di
qualsiasi altra forma tradizionale, quanto siano lontani dalla verità coloro i
quali pretendono di attribuire alla spada solo un senso “materiale”.
17. È ciò che rappresenta
pure la spada posta verticalmente secondo l’asse di una bilancia, mentre
l’insieme costituisce gli attributi simbolici della giustizia.
28. Il simbolismo delle corna
Nel suo studio sul celtismo, T. Basilide segnalava l’importanza di Apollon
Karneios in quanto dio degli iperborei; il nome celtico Belen è
d’altronde identico ad Ablun o Aplun, divenuto presso i Greci Apollon.
Ci proponiamo di tornare un giorno in modo più completo sulla questione
dell’Apollo iperboreo; per ora, ci limiteremo ad alcune considerazioni che
riguardano più specificamente il nome Karneios, come pure quello di Kronos
con il quale è in stretto rapporto, giacché questi due nomi hanno la stessa
radice KRN, che esprime essenzialmente le idee di “potenza” e di “elevazione”.
Nel senso di “elevazione” il nome Kronos conviene perfettamente a
Saturno, che corrisponde in effetti alla più elevata delle sfere planetarie, il
“settimo cielo” o il Satya-Loka della tradizione indù.1 Non
si deve d’altronde considerare Saturno unicamente, e neppure in primo luogo,
una potenza malefica, come sembra si tenda a fare talvolta, perché non bisogna
dimenticare che egli è innanzitutto il reggente dell’“età dell’oro”, cioè del Satya-Yuga
o della prima fase del Manvantara, che coincide precisamente con il
periodo iperboreo, il che dimostra come non senza ragione Kronos sia
identificato col dio degli iperborei.2 È verosimile del resto che
l’aspetto malefico risulti qui dalla scomparsa stessa di tale mondo iperboreo;
in virtù di un analogo “rivolgimento” ogni “Terra degli dei”, sede di un centro
spirituale, diventa una “Terra dei Morti” quando il centro è scomparso. È anche
possibile che si sia in seguito attribuito di preferenza quest’aspetto al nome Kronos,
mentre l’aspetto benefico rimaneva al contrario legato al nome Karneios,
per via dello sdoppiamento di questi nomi che in origine erano uno solo; ed è
vero inoltre che il simbolismo del sole presenta in se stesso i due aspetti
opposti, vivificante e mortifero, produttore e distruttore, come abbiamo fatto
notare ultimamente a proposito delle armi che rappresentano il “raggio solare”.3
1. Per i pitagorici, Kronos
e Rhea rappresentavano rispettivamente il Cielo e la Terra: l’idea di
elevazione si ritrova dunque anche in questa corrispondenza. È solo per
un’assimilazione fonetica tardiva che i Greci identificarono Kronos o
Saturno con Chronos, il Tempo, mentre in realtà le radici di questi due
nomi sono diverse; pare che il simbolo della falce sia stato trasferito allora
dall’uno all’altro, ma ciò non rientra nel nostro argomento attuale.
2. Il mare che circondava
l’isola di Ogigia, consacrata a Karneios o a Kronos, era chiamato
mare di Crono (Plutarco, De facie in orbe Lunae); Ogigia, chiamata da
Omero l’“ombelico del Mondo” (rappresentato più tardi dall’Omphalos di
Delfi), era del resto soltanto un centro secondario, che aveva sostituito la Tule
o Siria primitiva in un’epoca molto più vicina a noi del periodo iperboreo.
3. In greco, la forma
stessa del nome Apollon è assai vicina a quella di Apollyon, il
“distruttore” (cfr. Apocalisse, IX, 11).
Il simbolismo delle corna 171
Karneios è il dio del Karn, cioè dell’“alto luogo” che simboleggia la
Montagna sacra del Polo, ed era rappresentato presso i Celti sia dal tumulus,
sia dal cairn o mucchio di pietre che ne ha conservato il nome. La
pietra è del resto spesso in rapporto diretto con il culto di Apollo, come si
vede in particolare dall’Omphalos di Delfi, e anche dal cubo di pietra
che serviva da altare a Delo, e di cui l’oracolo ordinò di raddoppiare il
volume; ma, d’altra parte, la pietra aveva anche una relazione particolare con Kronos;
si tratta di un nuovo accostamento che possiamo indicare solo di sfuggita,
poiché questo punto meriterebbe di essere trattato a parte.4
Nello stesso tempo, Karneios è anche, per il significato stesso del
suo nome, il “dio potente”;5 e se la montagna è, sotto uno dei suoi
aspetti, simbolo di potenza come pure di elevazione, grazie all’idea di
stabilità che vi è connessa, c’è un altro simbolo ancor più caratteristico da
questo punto di vista, quello delle corna. Ora, esisteva a Delo, oltre alla
pietra cubica che abbiamo appena menzionato, un altro altare chiamato Keraton,
interamente formato di corna di buoi e di capre solidamente unite; è evidente
che ciò si riferisce direttamente a Karneios, la cui relazione simbolica
con gli animali cornuti ha anche lasciato tracce fino ai nostri giorni.6
Il nome stesso di corno si ricollega d’altronde in modo manifesto alla
radice KRN, così come quello di corona, che è un’altra espressione simbolica
delle medesime idee, poiché le due parole (in latino cornu e corona)
sono assai vicine.7 È fin troppo evidente che la corona è l’insegna
del potere e il segno di un rango elevato perché sia necessario insistervi; e
troviamo un primo accostamento con le corna nel fatto che sia queste che quella
sono poste sulla testa, il che dà bene l’idea di un
4. In genere si
attribuisce ai “betili”, che sono assimilabili all’Omphalos, un
significato “solare”; ma quest’ultimo si è probabilmente sovrapposto, in un
certo periodo, a un significato “polare” primitivo, e può darsi che sia stato
così anche per Apollo. Notiamo inoltre che Apollo è rappresentato come
protettore delle sorgenti (il Borvo celtico gli fu a tal riguardo
assimilato); e le sorgenti sono pure in relazione con la montagna o con la
pietra che ne è un equivalente nel simbolismo “polare”.
5. Questo nome perciò
corrisponde, in ebraico, al nome divino Shaddai, che dev’essere più
particolarmente il nome del Dio di Abramo; ora, anche fra Abramo e Kronos
esistono rapporti abbastanza notevoli.
6. In Bretagna, san
Cornelio o Cornély, sostituito ad Apollon Karneios, è considerato il
protettore delle bestie cornute; le considerazioni che facciamo qui
permetteranno di capire come in realtà ciò sia molto più di quel semplice
“gioco di parole” che taluni sarebbero forse tentati di vedervi.
7. La parola greca Keraunos,
che designa il fulmine, sembra di fatto derivata anch’essa dalla medesima
radice; osserviamo a tale proposito che il fulmine colpisce di solito le vette,
i luoghi o gli oggetti elevati; e bisogna anche tener conto dell’analogia del
lampo con il raggio luminoso sul quale dovremo tornare.
172 Simboli della Scienza
sacra
“vertice”.8 Ma non è tutto: la corona era originariamente un
cerchio ornato di punte a forma di raggi; e le corna sono similmente
considerate raffigurazioni dei raggi luminosi,9 il che ci riconduce
a certe considerazioni già fatte a proposito delle armi simboliche. È
chiarissimo, del resto, che le corna possono essere assimilate ad armi, anche
nel senso più letterale, da cui deriva l’idea di forza e di potenza che è stata
loro attribuita sempre e dappertutto.10 D’altra parte, i raggi
luminosi sono molto adatti a valere da attributi della potenza, sia essa, a
seconda dei casi, sacerdotale o regale, cioè spirituale o temporale, poiché
essi la designano come un’emanazione o una delegazione della fonte stessa della
luce, il che essa è infatti quando è legittima.
Si potrebbero portare facilmente molteplici esempi, di assai diversa
provenienza, delle corna impiegate come simboli di potenza; se ne trovano in
particolare nella Bibbia, e in modo ancor più speciale nell’Apocalisse;11
ne citeremo un altro, tratto dalla tradizione araba, che designa Alessandro con
il nome di El-Iskandar dhûl-qarnein, cioè “dalle due corna”,12
il che si interpreta di solito nel senso di un duplice potere esteso
sull’Oriente e sull’Occidente.13 Questa interpretazione è
perfettamente giusta, purché non se ne escluda un altro fatto che piuttosto la
completa: Alessandro, essendo stato dichiarato figlio di Ammone dall’oracolo di
questo dio, prese come emblema i due corni di ariete
8. Nella tradizione
ebraica, Kether o la “Corona” occupa il vertice dell’albero sefirotico.
9. Si può trovarne un
esempio particolarmente efficace nelle rappresentazioni di Mosè, perché si sa
che le parvenze di corna ch’egli porta sulla fronte altro non sono che raggi
luminosi. Taluni, fra i quali Huet, vescovo di Avranches, hanno voluto identificare
Mosè con Dioniso, che è ugualmente raffigurato con le corna; ci sarebbero
d’altronde altre relazioni curiose da esaminare, ma questo ci porterebbe troppo
lontano dal nostro tema.
10. La stessa
assimilazione è naturalmente valida anche per altri animali, come le zanne
dell’elefante e del cinghiale, la cui forma appuntita è simile d’altronde alle
corna. Aggiungiamo comunque che la dualità delle corna (e anche delle zanne)
impedisce l’applicazione del simbolismo “assiale”: esse si assimilano
piuttosto, a tale riguardo, alle due punte laterali del trishûla; e per
questo, inoltre, parliamo qui dei raggi luminosi in genere, e non del “Raggio
celeste” che è, dal duplice punto di vista macrocosmico e microcosmico, un
equivalente dell’“Asse del Mondo”.
11. Bisogna osservare che
qui l’idea non è più soltanto quella di una potenza legittima, ma viene estesa
a ogni potenza di qualsiasi genere, sia malefica sia benefica: ci sono le corna
dell’Agnello, ma anche le corna della Bestia.
12. La parola araba qarn
è la stessa di “corno”, giacché la radice KRN può facilmente mutarsi in QRN, e
anche in HRN, come nell’inglese horn. La parola qarn ha anche un
altro significato, quello di “età” o di “ciclo”, e più spesso di “secolo”;
questo duplice significato provoca talora un curioso equivoco, poiché alcuni
credono che l’epiteto dhûl-qarnein applicato ad Alessandro voglia dire
che egli visse due secoli.
13. Sotto questo profilo,
le due corna sono un equivalente delle due teste dell’aquila araldica.
Il simbolismo delle corna 173
che costituivano il principale attributo di questi;14 e tale
origine divina non faceva altro che legittimarlo quale successore degli antichi
sovrani dell’Egitto, a cui essa veniva pure attribuita. Si dice anche che egli
si sia fatto rappresentare così sulle sue monete, cosa che del resto, agli
occhi dei Greci, lo identificava piuttosto con Dioniso, di cui evocava anche il
ricordo con le sue conquiste, soprattutto con quella dell’India; e Dioniso era
il figlio di Zeus, che i Greci assimilavano ad Ammone; è possibile che
quest’idea non sia stata estranea ad Alessandro stesso; tuttavia, Dioniso era
rappresentato di solito con corna non di ariete ma di toro, il che costituisce,
dal punto di vista del simbolismo, una differenza assai importante.15
È qui il caso di osservare che le corna, nel loro uso simbolico, assumono
due forme principali: quella delle corna di ariete, che è propriamente
“solare”, e quella delle corna di toro, che è al contrario “lunare”,
richiamando d’altronde la forma stessa della mezzaluna.16 Si
potrebbe anche, a tale proposito, riferirsi alle rispettive corrispondenze dei
due segni zodiacali dell’Ariete e del Toro; ma ciò darebbe luogo soprattutto,
per via dell’applicazione che se ne potrebbe fare in rapporto al predominio
dell’una o dell’altra forma in diverse tradizioni, a considerazioni “cicliche”
nelle quali ora non possiamo pensare di addentrarci.
Per terminare questi cenni, segnaleremo ancora un accostamento, per certi
aspetti, fra quelle armi animali che sono le corna e quelle che si possono
chiamare le armi vegetali, cioè le spine. C’è da notare, in tal senso, che
molte fra le piante che svolgono un ruolo simbolico importante sono spinose;17
anche qui, le spine, come le altre punte, evocano l’idea di un vertice o di
un’elevazione, e possono anche, per lo meno in certi casi, esser prese per
raffigurare i raggi luminosi.18 Si vede
14. Lo stesso Ammone era
chiamato “Signore del duplice corno” (Libro dei morti, cap. CLXV),
15. È anche possibile che
Alessandro abbia portato un elmo ornato di due corna; si sa che gli elmi
cornuti erano in uso presso molti popoli antichi. Presso gli Assiro-Babilonesi,
la tiara cornuta era un attributo caratteristico delle divinità.
16. A questa definizione
corrisponde quella delle due forme che gli alchimisti davano al segno del
mercurio: la forma lunare viene riferita al mercurio volgare, e la forma solare
al mercurio dei saggi.
17. Si possono fare gli
esempi della rosa, del cardo, dell’acacia, dell’acanto, ecc.
18. Il simbolismo
cristiano della corona di spine (che si dice siano spine di acacia) si
ricollega così, in un modo che taluni forse troveranno inatteso, ma non per
questo meno reale ed esatto, alla corona di raggi di cui abbiamo parlato sopra.
C’è anche da notare che in varie regioni, i menhir sono designati con il
nome di “spine” (donde, in Bretagna e altrove, nomi di luogo come la
Belle-Épine, Notre-Dame-de-l’Épine, ecc.); ora, il simbolismo del menhir,
come quello dell’obelisco e della colonna, si riferisce al “raggio solare” e
nello stesso tempo all’“Asse del Mondo”.
174 Simboli della Scienza
sacra
dunque che il simbolismo è sempre perfettamente coerente, e non potrebbe
del resto non esserlo per il fatto stesso che non è il risultato di qualche
convenzione più o meno artificiale, ma al contrario è essenzialmente fondato
sulla natura stessa delle cose.
Simbolismo della forma
cosmica
29. La Caverna e il Labirinto
In un recente libro,1 Jackson Knight espone i risultati di
interessanti ricerche che hanno come punto di partenza il passo del sesto libro
dell’Eneide in cui sono descritte le porte dell’antro della Sibilla
cumana: perché il labirinto di Creta e la sua storia sono raffigurati su queste
porte? Andando contro a quanto hanno sostenuto taluni che non vanno oltre le
concezioni “letterarie” moderne, egli rifiuta giustamente di vedervi una
semplice digressione più o meno inutile, ritenendo al contrario che questo passo
debba avere un reale valore simbolico, fondato su una stretta relazione fra il
labirinto e la caverna, collegati entrambi alla stessa idea di un viaggio
sotterraneo. Secondo l’interpretazione che Jackson Knight fornisce di fatti
concordanti che appartengono a epoche e regioni assai diverse, questa idea
sarebbe stata legata in origine ai riti funerari, e poi, in virtù di una certa
analogia, trasferita nei riti iniziatici; torneremo più in particolare su
questo punto fra poco, ma dobbiamo anzitutto fare qualche riserva sul modo
stesso in cui egli concepisce l’iniziazione. Sembra infatti considerarla
unicamente come un prodotto del “pensiero umano”, dotato comunque di una
vitalità che gli assicura una sorta di permanenza attraverso le epoche, anche
se talora esso sussiste per così dire solo allo stato latente; dopo quanto
abbiamo già esposto su questo argomento, non abbiamo assolutamente bisogno di
mostrare di nuovo tutto quello che c’è di insufficiente in una simile
concezione, per il fatto stesso che non vi si tiene conto degli elementi
“sopra-umani” che in realtà ne costituiscono esattamente l’essenziale.
Insisteremo soltanto su questo punto: l’idea di una sussistenza allo stato
latente porta all’ipotesi di una conservazione in un “subconscio collettivo”
desunto da certe teorie psicologiche recenti; qualunque cosa si pensi di queste
ultime, nell’applicazione che così se ne fa c’è un completo disconoscimento
della necessità di una “catena” iniziatica, cioè di una trasmissione effettiva
e ininterrotta. È vero che c’è un’altra questione da non confondere
assolutamente con la precedente: è successo talvolta che cose di ordine
propriamente iniziatico abbiano trovato espressione tramite individualità per
nulla coscienti del loro vero significato, e ci siamo precedentemente spiegati
su questo punto parlando della leggenda del Graal; ma, da una parte, tutto ciò
non c’entra affatto con quel che concerne l’iniziazione stessa nella sua
realtà, e, dall’altra, non è questo il
1. W.F. Jackson Knight, Cumaean
Gates, a Reference of the Sixth “Aeneid” to Initiation Pattern, Basil
Blackwell, Oxford.
178 Simboli della Scienza
sacra
caso di Virgilio, in cui vi sono, esattamente come in Dante, indicazioni
decisamente troppo precise e troppo manifestamente coscienti perché sia
possibile ammettere che egli sia stato estraneo a ogni collegamento iniziatico
effettivo. Quello di cui parliamo non ha niente a che vedere con l’“ispirazione
poetica” come s’intende oggi, e, a tale proposito, Jackson Knight è certo
troppo disposto a condividere le posizioni “letterarie”, alle quali comunque la
sua tesi si oppone per altri versi; dobbiamo nondimeno riconoscere quanto sia
meritorio, per uno scrittore universitario, avere il coraggio di affrontare un
simile argomento, o anche semplicemente parlare di iniziazione.
Detto questo, torniamo al problema dei rapporti fra caverna funeraria e
caverna iniziatica: per quanto tali rapporti siano sicuramente reali,
l’identificazione dell’una e dell’altra, in quanto al loro simbolismo,
rappresenta al massimo la metà della verità. Osserviamo d’altronde che, anche
dal solo punto di vista funerario, l’idea di far derivare il simbolismo dal
rituale, invece di vedere al contrario nel rituale quel simbolismo in azione
che esso è veramente, mette già l’autore in grande imbarazzo allorché egli
constata che il viaggio sotterraneo è quasi sempre seguito da un viaggio
all’aria aperta, che molte tradizioni rappresentano come una navigazione; ciò
sarebbe infatti inconcepibile se si trattasse soltanto della descrizione
immaginosa di un rituale di sepoltura, ma si spiega invece perfettamente quando
si sa che si tratta in realtà di diverse fasi attraversate dall’essere nel
corso di una migrazione veramente “d’oltretomba”, che non concerne per nulla il
corpo che egli ha lasciato dietro di sé abbandonando la vita terrestre. D’altra
parte, in virtù dell’analogia esistente fra la morte intesa nel senso comune
della parola e la morte iniziatica di cui abbiamo parlato in altra occasione,
una medesima descrizione simbolica può essere applicata a quel che accade
all’essere in entrambi i casi; per quanto riguarda la caverna e il viaggio
sotterraneo, questa è la ragione dell’assimilazione proposta, nella misura in
cui essa è giustificata; ma al punto in cui essa deve legittimamente fermarsi,
si è ancora soltanto ai preliminari dell’iniziazione, e non all’iniziazione
stessa.
Infatti, non si può vedere a rigore null’altro che una preparazione
all’iniziazione nella morte al mondo profano, seguita dalla “discesa agli
Inferi” che è, beninteso, la stessa cosa del viaggio nel mondo sotterraneo cui
la caverna dà accesso; e, per quanto riguarda l’iniziazione stessa, lungi
dall’essere considerata una morte, essa è al contrario considerata una “seconda
nascita”, come pure un passaggio dalle tenebre alla luce. Ora, il luogo di
questa nascita è ancora la caverna, almeno nel caso in cui in essa si compia
l’iniziazione, di fatto o simbolicamente, poiché
La Caverna e il Labirinto 179
è ovvio che non bisogna generalizzare troppo e che, come per il labirinto
di cui parleremo in seguito, non si tratta di qualcosa di necessariamente
comune a tutte le forme iniziatiche senza eccezioni. Lo stesso appare del
resto, anche exotericamente, nel simbolismo cristiano della Natività,
altrettanto chiaramente quanto in altre tradizioni; ed è evidente che la
caverna come luogo di nascita non può avere esattamente lo stesso significato
della caverna come luogo di morte o di sepoltura. Si potrebbe comunque far
notare, almeno per collegare fra di loro questi due aspetti diversi e
apparentemente opposti, che morte e nascita non sono in fondo che le due facce
di uno stesso cambiamento di stato, e che si ritiene che il passaggio da uno
stato a un altro si debba sempre effettuare nell’oscurità;2 in tal
senso, la caverna sarebbe dunque, più esattamente, il luogo stesso del
passaggio: ma questo, pur essendo rigorosamente vero, si riferisce ancora solo
a uno dei lati del suo complesso simbolismo.
Se l’autore non è riuscito a scorgere l’altro lato di tale simbolismo, ciò
è dovuto probabilmente all’influsso esercitato su di lui dalle teorie di certi
“storici delle religioni”: seguendo questi ultimi, egli ammette infatti che la
caverna debba essere sempre ricollegata a culti “ctonii”, senza dubbio per la
ragione, un po’ troppo “semplicistica”, che essa è situata all’interno della
terra; ma questo è assai lontano dalla verità.3 Eppure egli non può
fare a meno di accorgersi che la caverna iniziatica è assunta anzitutto come
un’immagine del mondo;4 ma la sua ipotesi gli impedisce di trarne la
conseguenza che invece s’impone, e cioè questa: stando così le cose, la caverna
deve formare un tutto completo e contenere in se stessa la rappresentazione del
cielo come pure quella della terra; se accade che il cielo venga espressamente
menzionato in qualche testo o raffigurato in qualche monumento, in
corrispondenza con la volta della caverna, le spiegazioni proposte su questo
punto diventano talmente confuse
2. si potrebbe ricordare
anche, in questo senso, il simbolismo del chicco di grano nei misteri eleusini.
3. Questa interpretazione
unilaterale lo porta a un singolare equivoco: tra gli altri esempi egli cita il
mito scintoista della danza eseguita dinanzi all’entrata di una caverna per
farne uscire la “dea ancestrale” che vi si era nascosta; sfortunatamente per la
sua tesi, non si tratta in questo caso della “terra-madre”, come egli crede e
dice anche esplicitamente, bensì della dea solare, il che è affatto diverso.
4. Nella massoneria,
succede lo stesso per la loggia, la cui designazione è stata da alcuni
accostata alla parola sanscrita loka, il che è effettivamente esatto
simbolicamente, se non etimologicamente; ma bisogna aggiungere che la loggia
non è assimilabile alla caverna, e che l’equivalente di quest’ultima si trova
solo, in questo caso, proprio all’inizio delle prove iniziatiche, di modo che
non vi si connette altro senso che quello di luogo sotterraneo, in rapporto
diretto con le idee di morte e di “discesa”.
180 Simboli della Scienza
sacra
e poco soddisfacenti che non è più possibile seguirle. La verità è che,
lungi dall’essere un luogo tenebroso, la caverna iniziatica è illuminata
internamente, sicché l’oscurità regna al contrario al di fuori di essa, essendo
naturalmente il mondo profano assimilato alle “tenebre esterne”, ed essendo la
“seconda nascita” al tempo stesso un’“illuminazione”.5 Ora, se ci si
chiede perché la caverna sia considerata in questo modo dal punto di vista
iniziatico, risponderemo che la soluzione di questo problema si trova, da una
parte, nel fatto che il simbolo della caverna è complementare a quello della
montagna, e, dall’altra, nel rapporto che unisce strettamente il simbolismo
della caverna a quello del cuore; ci proponiamo di trattare separatamente
questi due punti essenziali, ma non è difficile capire, da tutto quanto abbiamo
già avuto occasione di esporre altrove, che ciò di cui parliamo è in relazione
diretta con la raffigurazione stessa dei centri spirituali.
Sorvoleremo su altre questioni che, per quanto importanti in sé,
intervengono qui solo in via accessoria, come per esempio quella del
significato del “ramo d’oro”; è assai contestabile la sua identificazione, se
non forse sotto un aspetto del tutto secondario, con il bastone o la bacchetta
che s’incontrano di frequente e sotto varie forme nel simbolismo tradizionale.6
Senza insistere di più su questo argomento, esamineremo ora ciò che concerne il
labirinto, il cui significato può apparire ancora più enigmatico, o almeno più
segreto, di quello della caverna, e i rapporti esistenti fra questa e quello.
Il labirinto, come ha ben visto Jackson Knight, ha una duplice ragione
d’essere, nel senso che permette o impedisce, secondo il caso, l’accesso a un
certo luogo in cui non devono penetrare tutti indistintamente; soltanto coloro
che sono “qualificati” potranno percorrerlo fino in fondo, mentre gli altri
saranno impossibilitati a penetrarvi o si smarriranno per strada. Si vede
immediatamente come vi sia implicita un’idea di “selezione” in evidente
rapporto con l’ammissione all’iniziazione; in questo senso, il percorso del
labirinto è dunque propriamente una rappresentazione delle prove iniziatiche;
ed è facile rendersi conto
5. Anche nel simbolismo
massonico, e per le stesse ragioni, le “luci” si trovano obbligatoriamente
all’interno della loggia; e la parola loka, che abbiamo poc’anzi
ricordato, si ricollega direttamente anche a una radice il cui senso primitivo
designa la luce.
6. Sarebbe certo molto più
esatto assimilare questo “ramo d’oro” al vischio druidico e all’acacia
massonica, senza parlare delle “palme” della festa cristiana che porta
precisamente questo nome, in quanto simbolo e pegno di resurrezione e di
immortalità.
La Caverna e il Labirinto 181
che, quand’esso serviva effettivamente come accesso a certi santuari,
poteva esser disposto in modo tale da far sì che i riti corrispondenti fossero
compiuti lungo il percorso stesso. Del resto, si trova in tutto ciò anche
l’idea del “viaggio”, sotto l’aspetto in cui essa è assimilata alle prove
stesse, come si può constatare ancor oggi in certe forme iniziatiche, per
esempio nella massoneria, nella quale ogni prova simbolica è designata
precisamente come “viaggio”. Un altro simbolismo equivalente è quello del
“pellegrinaggio”; e ricorderemo a tale proposito i labirinti tracciati un tempo
sul pavimento di certe chiese, e il cui percorso era considerato “sostitutivo”
del pellegrinaggio in Terra Santa; del resto, se il punto d’arrivo di questo
percorso rappresenta un luogo riservato agli “eletti”, tale luogo è veramente
una “Terra Santa” nel senso iniziatico dell’espressione; in altri termini,
questo punto non è altro che l’immagine di un centro spirituale, come lo è ogni
luogo d’iniziazione.7
È ovvio, d’altra parte, che l’uso del labirinto come mezzo di difesa o di
protezione sia suscettibile di varie applicazioni, al di fuori dell’ambito
iniziatico; l’autore segnala infatti in particolare il suo impiego “tattico”,
all’entrata di certe città antiche e di altri luoghi fortificati. Soltanto, è
errato credere che si tratti in questo caso di un uso puramente profano, che
sarebbe stato addirittura il primo in ordine di tempo, e avrebbe in seguito
suggerito l’idea dell’uso rituale; questo è un vero e proprio capovolgimento
dei rapporti normali, conforme del resto alle concezioni moderne, ma solo a
esse, e che dunque è del tutto illegittimo attribuire alle civiltà antiche. Di
fatto, in ogni civiltà di carattere strettamente tradizionale, ogni cosa comincia
necessariamente dal principio, o da ciò che gli è più vicino, per scendere di
qui ad applicazioni via via più contingenti; e, inoltre, queste ultime non vi
sono mai considerate sotto il punto di vista profano, il quale, come abbiamo
già spiegato più volte, è solo il risultato di un processo degenerativo che ha
fatto perdere la coscienza del loro collegamento con il principio. Nel caso in
questione, ci si può accorgere abbastanza facilmente come vi sia ben altro che
quello che vi scorgerebbero i “tattici” moderni, con la semplice osservazione
che tale modo di difesa “labirintico” non era usato solo contro i nemici umani,
ma anche contro le influenze psichiche ostili, il che indica bene come dovesse
avere
7. Jackson Knight menziona
questi labirinti, ma attribuisce loro un significato semplicemente religioso;
egli sembra ignorare che il loro tracciato non si rifaceva affatto alla
dottrina exoterica, ma apparteneva esclusivamente al simbolismo delle organizzazioni
iniziatiche di costruttori.
182 Simboli della Scienza
sacra
un valore rituale di per sé.8 Ma c’è di più: la fondazione delle
città, la scelta della loro ubicazione e la pianta secondo cui erano costruite,
erano sottomesse a regole dipendenti essenzialmente dalla “scienza sacra”, e di
conseguenza assai lontane dal rispondere unicamente a fini “utilitaristici”,
almeno nel senso esclusivamente materiale che si dà oggi a questa parola; per
quanto estranee siano tali cose alla mentalità dei nostri contemporanei,
bisogna comunque tenerle nel dovuto conto, altrimenti coloro che studiano le
vestigia delle civiltà antiche non potranno mai capire il vero senso e la
ragion d’essere di ciò che constatano, anche per quanto corrisponde
semplicemente a quella che si è soliti chiamare oggi la sfera della “vita
ordinaria”, ma che aveva allora in realtà anche un carattere propriamente
rituale e tradizionale.
In quanto all’origine del nome labirinto, essa è abbastanza oscura e ha
dato luogo a molte discussioni; sembra di fatto che, contrariamente a quello
che alcuni hanno pensato, esso non si ricolleghi direttamente al termine labrys,
o doppia ascia cretese, ma che entrambi derivino ugualmente da una stessa
antichissima parola che designava la pietra (radice la, da cui laos
in greco, lapis in latino), di modo che, etimologicamente, il labirinto
potrebbe essere insomma solo una costruzione di pietra, appartenente al genere
di costruzioni dette “ciclopiche”. Tuttavia, questo è solo il significato più
esteriore della parola, che, in un senso più profondo, si lega a tutto il
complesso del simbolismo della pietra, di cui abbiamo parlato a varie riprese,
sia a proposito dei betili, sia a proposito delle “pietre del fulmine”
(identificate precisamente con l’ascia di pietra o labrys), e che
presenta molti altri aspetti ancora. Jackson Smith l’ha almeno intravisto,
poiché allude agli uomini «nati dalla pietra» (il che, notiamolo di sfuggita,
fornisce la spiegazione della parola greca laos), dei quali la leggenda
di Deucalione offre l’esempio più conosciuto: questo si riferisce a un certo
periodo, uno studio più preciso del quale, se fosse possibile, permetterebbe
sicuramente di dare alla cosiddetta “età della pietra” un senso ben diverso da
quello attribuitole dagli studiosi di preistoria. Del resto, eccoci così
ricondotti alla caverna, la quale, in quanto scavata nella roccia, naturalmente
o artificialmente, si avvicina abbastanza al medesimo
8. Per non allontanarci
troppo dal nostro tema, non insisteremo sul movimento “labirintico” di certe
processioni e “danze rituali” che, presentando anzitutto il carattere di riti
di protezione o “apotropaici”, come dice l’autore, si ricollegano pertanto direttamente
al medesimo ordine di considerazioni: si tratta essenzialmente di arrestare e
di sviare le influenze malefiche, con una “tecnica” basata sulla conoscenza di
certe leggi secondo le quali queste ultime esercitano la loro azione.
La Caverna e il Labirinto 183
simbolismo;9 ma dobbiamo aggiungere che questa non è una ragione
per supporre che il labirinto abbia dovuto per forza essere scavato nella
roccia; anche se in certi casi è forse stato così, si tratta solo di un
elemento accidentale, per così dire, che non potrebbe entrare nella sua
definizione, poiché, quali che siano i rapporti fra la caverna e il labirinto,
è importante in ogni caso non confonderli, soprattutto quando si tratta della
caverna iniziatica, che qui prendiamo in particolare considerazione.
Infatti, è del tutto evidente che, se la caverna è il luogo in cui si
compie l’iniziazione stessa, il labirinto, luogo delle prove preliminari, non
può esser nulla più che il cammino che vi conduce, e al tempo stesso l’ostacolo
che ne impedisce l’accesso ai profani “non qualificati”. Ricorderemo d’altronde
che a Cuma il labirinto era rappresentato sulle porte, come se, in certo modo,
tale raffigurazione sostituisse qui il labirinto stesso;10 e si
potrebbe dire che Enea, quando si ferma all’entrata per esaminarla, percorre in
effetti il labirinto mentalmente, se non corporalmente. D’altra parte, sembra
che questo modo d’accesso non sia sempre stato riservato esclusivamente a
santuari posti in caverne o a esse simbolicamente assimilati, giacché, come
abbiamo già spiegato, non è questo un tratto comune a tutte le forme
tradizionali; e la ragion d’essere del labirinto, così com’è stata definita,
può andar altrettanto bene per l’accesso a ogni luogo d’iniziazione, a ogni
santuario destinato ai “misteri” e non ai riti pubblici. Fatta questa riserva,
è comunque fondato credere che, almeno in origine, l’uso del labirinto sia
stato più specialmente legato a quello della caverna iniziatica: il fatto è che
entrambi sembrano essere appartenuti inizialmente alle stesse forme
tradizionali, quelle dell’epoca degli “uomini della pietra” cui abbiamo appena
alluso; avrebbero così cominciato con l’essere strettamente uniti, anche se poi
non abbiano continuato a esserlo invariabilmente in tutte le forme ulteriori.
Se consideriamo il caso in cui il labirinto è unito alla caverna,
quest’ultima, che esso circonda con i suoi meandri e a cui infine conduce,
occupa per ciò stesso, nell’insieme così costituito, il punto più interno e
centrale, il che ben corrisponde all’idea di centro spirituale, e concorda pure
con il simbolismo equivalente
9. Le caverne preistoriche
furono, verosimilmente, non delle abitazioni come si crede di solito, ma i
santuari degli “uomini della pietra”, intesi nel senso da noi appena indicato;
quindi proprio nelle forme tradizionali del periodo di cui parliamo, la caverna
avrebbe ricevuto, in rapporto con un certo “occultamento” della conoscenza, il
carattere di simbolo dei centri spirituali, e quindi di luogo d’iniziazione.
10. Un caso similare è
quello delle figure “labirintiche” tracciate sui muri, nella Grecia antica, per
impedire l’accesso nelle case alle influenze malefiche.
184 Simboli della Scienza
sacra
del cuore, sul quale ci proponiamo di tornare. Bisogna osservare ancora
che, quando la medesima caverna è al tempo stesso il luogo della morte
iniziatica e quello della “seconda nascita”, la si deve allora considerare
l’accesso non solo ai domini sotterranei o “infernali” ma anche ai domini
sopra-terrestri; anche questo corrisponde alla nozione di punto centrale, che
è, sia nell’ordine macrocosmico sia in quello microcosmico, il luogo ove si
effettua la comunicazione con tutti gli stati superiori e inferiori; e solo
così la caverna può essere, come abbiamo detto, l’immagine completa del mondo,
in quanto tutti questi stati devono ugualmente riflettervisi; se fosse
diversamente, l’assimilazione della sua volta al cielo rimarrebbe assolutamente
incomprensibile. Ma d’altra parte, se è nella caverna stessa che, fra la morte
iniziatica e la “seconda nascita”, si compie la “discesa agli Inferi”, si vede
come bisognerebbe star bene attenti a non pensare che quest’ultima sia
rappresentata dal percorso del labirinto, e allora si può ancora chiedersi a
cosa esso in realtà corrisponda: si tratta delle “tenebre esteriori”, alle
quali abbiamo già alluso, e alle quali si applica perfettamente lo stato di
“erranza”, se è consentito usare questo termine, di cui tale percorso è
l’esatta espressione. La questione delle “tenebre esteriori” potrebbe dar luogo
ad altre precisazioni ancora, ma questo ci porterebbe oltre i limiti del
presente studio; pensiamo del resto di aver detto abbastanza per mostrare, da
una parte, l’interesse che presenterebbero ricerche come quelle esposte nel
libro di Jackson Knight, ma anche, dall’altra, al fine di metterne a punto i
risultati e per coglierne la vera portata, la necessità di una conoscenza
propriamente “tecnica” delle cose in questione, conoscenza senza la quale si
giungerà solo a ricostruzioni ipotetiche e incomplete, le quali, anche nella
misura in cui non saranno falsate da qualche idea preconcetta, rimarranno
altrettanto “morte” quanto le vestigia stesse che ne saranno state il punto di
partenza.
30. Il Cuore e la Caverna
Abbiamo accennato in precedenza alla stretta relazione che esiste fra il
simbolismo della caverna e quello del cuore, e che spiega il ruolo svolto dalla
caverna dal punto di vista iniziatico, in quanto rappresentazione di un centro
spirituale. Infatti, il cuore è essenzialmente un simbolo del centro, che si
tratti del centro di un essere o, analogicamente, di quello di un mondo, cioè,
in altri termini, sia che ci si ponga dal punto di vista microcosmico sia dal
punto di vista macrocosmico; è quindi naturale, in virtù di questa relazione,
che lo stesso significato convenga ugualmente alla caverna; ma dobbiamo ora
spiegare più completamente proprio questa connessione simbolica.
La “caverna del cuore” è una nota espressione tradizionale: il termine guhâ,
in sanscrito, designa in genere una caverna, ma si applica anche alla cavità
interna del cuore, e quindi al cuore stesso; è questa “caverna del cuore” il
centro vitale in cui risiede, non solo jîvâtmâ, ma anche Âtmâ
incondizionato, che è in realtà identico a Brahma stesso, come abbiamo
detto altrove.1 La parola guhâ è derivata dalla radice guh,
il cui senso è “coprire” o “nascondere”, senso che è pure quello di un’altra
radice similare gup, da cui gupta che si applica a tutto ciò che
ha un carattere segreto, a tutto ciò che non si manifesta esteriormente: è
l’equivalente del greco Kruptos, da cui la parola “cripta”, sinonimo di
caverna. Queste idee si riferiscono al centro, in quanto esso è considerato il
punto più interno, e di conseguenza il più nascosto; nello stesso tempo, si
riferiscono anche al segreto iniziatico, sia in se stesso, sia in quanto è
simboleggiato dalla disposizione del luogo in cui si compie l’iniziazione,
luogo nascosto o “coperto”,2 cioè inaccessibile ai profani, sia che
l’accesso ne sia impedito da una struttura “labirintica” o in qualsiasi altro
modo (come, per esempio, i “templi senza porte” dell’iniziazione
estremo-orientale), e sempre considerato un’immagine del centro.
D’altra parte, è importante notare che questo carattere nascosto o segreto,
per quel che concerne i centri spirituali o la loro raffigurazione, implica che
la verità tradizionale stessa, nella sua integralità, non sia più accessibile a
tutti gli uomini indistintamente, il che indica che si tratta di un’epoca di
“oscuramento” almeno relativo; ciò permette di “situare” questo simbolismo nel
corso del processo ciclico; ma è questo un punto sul quale dovremo
1. L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cap. III (si veda Chhândogya Upanishad, 3°
Prapâthaka, 14° Khanda, shruti 3, e 8° Prapâthaka, 1° Khanda, shruti 1).
2. Cfr. l’espressione
massonica “essere al coperto”.
186 Simboli della Scienza
sacra
ritornare più esaurientemente studiando i rapporti fra la montagna e la
caverna, in quanto simboli del centro. Ci accontenteremo di indicare per ora
che lo schema del cuore è un triangolo con la punta rivolta verso il basso (il
“triangolo del cuore” è un’altra espressione tradizionale); e questo stesso
schema è applicato anche alla caverna, mentre quello della montagna, o della
piramide che le equivale, è al contrario un triangolo con la punta volta verso
l’alto; questo mostra come si tratti di un rapporto inverso, e anche in un
certo senso complementare. Aggiungeremo, a proposito di questa rappresentazione
del cuore e della caverna con il triangolo rovesciato, che si tratta di uno di
quei casi in cui esso evidentemente non è collegato con alcuna idea di “magia
nera”, contrariamente a quanto pretendono troppo spesso coloro che hanno del
simbolismo una conoscenza del tutto insufficiente.
Detto questo, torniamo a ciò che, secondo la tradizione indù, è nascosto
nella “caverna del cuore”: è il principio stesso dell’essere, che, in questo
stato di “avviluppamento” e in rapporto alla manifestazione, è paragonato a
quanto c’è di più piccolo (la parola dahara, che designa la cavità in
cui risiede, si riferisce anch’essa a quest’idea di piccolezza), mentre esso è
in realtà quanto c’è di più grande, così come il punto è spazialmente infimo e
anzi nullo, per quanto sia il principio dal quale è prodotto tutto lo spazio;
o, ancora, come l’unità appare il numero più piccolo, per quanto contenga tutti
i numeri principialmente e produca da sé tutta la loro serie indefinita. Anche
qui, troviamo dunque l’espressione di un rapporto inverso in quanto il principio
è considerato secondo due punti di vista diversi; di questi due punti di vista,
quello dell’estrema piccolezza concerne il suo stato nascosto e in qualche modo
“invisibile”, che per l’essere è ancora solo una “virtualità”, ma a partire dal
quale si effettuerà lo sviluppo spirituale di quest’essere; si tratta dunque,
propriamente, dell’“inizio” (initium) di questo sviluppo, il che si
trova in relazione diretta con l’iniziazione, intesa nel senso etimologico del
termine; e proprio da questo punto di vista la caverna può essere considerata
il luogo della “seconda nascita”. A questo proposito, troviamo testi come il
seguente: «Sappi che questo Agni, che è il fondamento del mondo eterno
(principiale), e per mezzo del quale quest’ultimo può essere raggiunto, è
nascosto nella caverna (del cuore)»,3 il che si riferisce,
nell’ordine microcosmico, alla “seconda nascita”, e anche, per trasposizione
3. Katha Upanishad,
1a Valli, shruti 14.
Il Cuore e la Caverna 187
nell’ordine macrocosmico, analogicamente, alla nascita dell’Avatâra.
Abbiamo detto che nel cuore risiede a un tempo jâvâtmâ, dal punto di
vista della manifestazione individuale, e Âtmâ incondizionato o Paramâtmâ,
dal punto di vista principiale; questi due sono distinti in modo soltanto
illusorio, cioè relativamente alla manifestazione stessa, e sono identici nella
realtà assoluta. Sono «i due che sono entrati nella caverna» e, nello stesso
tempo, sono detti anche «dimorare sulla vetta più alta», così che i due
simbolismi della montagna e della caverna si trovano qui riuniti.4
Il testo aggiunge che «coloro che conoscono Brahma li chiamano ombra e
luce»; ciò si riferisce più specificamente al simbolismo di Nara-nârâyana,
di cui abbiamo parlato a proposito dell’Âtmâ-Gîtâ, citando proprio
questo testo: Nara, l’umano o il mortale, che è jâvâtmâ, è
assimilato ad Arjuna, e Nârâyana, il divino o l’immortale, che è Paramâtmâ,
è assimilato a Krishna; ora, secondo il loro senso proprio, il nome di Krishna
designa il colore oscuro e quello di Arjuna il colore chiaro, ossia
rispettivamente la notte e il giorno, in quanto rappresentano il
non-manifestato e il manifestato.5 Un simbolismo esattamente uguale
sotto questo profilo si ritrova altrove nei Dioscuri, messi d’altra
parte in relazione con i due emisferi, l’uno oscuro e l’altro illuminato, come
abbiamo indicato studiando il significato della “doppia spirale”. Da un altro
lato, questi “due”, cioè jâvâtmâ e Paramâtmâ, sono anche i «due
uccelli» di cui si parla in altri testi secondo i quali essi «risiedono su uno
stesso albero» (così come Arjuna e Krishna stanno su uno stesso
carro), e sono detti «inseparabilmente uniti» perché, come dicevamo sopra, sono
in realtà uno solo e si distinguono solo illusoriamente;6 è
importante notare a questo punto che il simbolismo dell’albero è essenzialmente
“assiale” come quello della montagna; e la caverna, in quanto viene situata
sotto la montagna o all’interno di essa, si trova anch’essa sull’asse, giacché,
in ogni caso, e in qualunque modo si considerino le cose, il centro è
necessariamente sempre là, essendo il luogo dell’unione dell’individuale con
l’Universale.
Prima di abbandonare questo argomento, segnaleremo un’osservazione
linguistica alla quale non bisogna forse attribuire un’eccessiva importanza, ma
che è nondimeno curiosa: la parola
4. Katha Upanishad,
3a Valli, shruti 1 (cfr. Brahma-Sûtra, 1a Adhyâya,
2° Pada, sûtra 11-12).
5. Cfr. Ananda
Coomaraswamy, The Darker Side of the Dawn e Angel and Titan, an Essay
in Vêdic Ontology.
6. Mundaka Upanishad,
3° Mundaka, 1° Khanda, shruti l; Shwêtâshwatara Upanishad, 4° Adhyâya,
shruti 6.
188 Simboli della Scienza
sacra
egiziana hor, che è il nome stesso di Horus, sembra
significare propriamente “cuore”; Horus sarebbe quindi il “Cuore del
Mondo”, secondo una designazione che si trova nella maggior parte delle
tradizioni, e che d’altronde conviene perfettamente all’insieme del suo
simbolismo, nella misura in cui è possibile rendersene conto. Si potrebbe
essere tentati, a prima vista, di accostare questa parola hor al latino cor,
che ha lo stesso senso, e questo tanto più che, nelle diverse lingue, le radici
similari che designano il cuore si trovano sia con l’aspirata sia con la
gutturale come lettera iniziale: così, da una parte, hrid o hridaya
in sanscrito, heart in inglese, herz in tedesco, e, dall’altra, kêr
o kardion in greco, e cor (genitivo cordis) in latino; ma
la radice comune di tutte queste parole, compresa l’ultima, è in realtà HRD o
KRD, mentre non sembra si possa dire altrettanto per il termine hor, di
modo che si tratterebbe qui, non di una reale identità di radice, ma solo di
una specie di convergenza fonetica, comunque abbastanza singolare. Ma ecco la
cosa forse più notevole, e che in ogni caso si ricollega direttamente al nostro
tema: in ebraico, la parola hor o hûr, scritta con la lettera heth,
significa “caverna”; non vogliamo dire che ci sia un legame etimologico fra le
due parole, l’ebraica e l’egiziana, benché a rigore possano avere un’origine
comune più o meno remota; ma poco importa in fondo, perché quando si sa che non
può esserci da nessuna parte alcunché di puramente fortuito, l’accostamento
appare comunque degno d’interesse. Non è tutto: anche in ebraico, hor o har,
scritto questa volta con la lettera he, significa “montagna”; se si
osserva che la heth, nell’ordine delle aspirate, è un rafforzamento o un
indurimento della he, il che denota in qualche modo una “compressione”,
e che d’altronde questa lettera esprime di per se stessa, ideograficamente,
un’idea di limite o di chiusura, si vede che, per il rapporto stesso delle due
parole, la caverna è indicata come il luogo chiuso all’interno della montagna,
il che è esatto sia letteralmente sia simbolicamente; e ci troviamo così
ricondotti ancora una volta ai rapporti della montagna e della caverna, che
dovremo esaminare ora più in particolare.
31. La Montagna e la Caverna
Esiste dunque uno stretto rapporto fra la montagna e la caverna, in quanto
sono entrambe prese come simboli dei centri spirituali, come lo sono del resto,
per evidenti ragioni, anche tutti i simboli “assiali” o “polari”, tra cui la
montagna è appunto uno dei principali. Ricorderemo, a tale riguardo, che la
caverna dev’essere considerata situata sotto la montagna o al suo interno, in
modo da trovarsi anch’essa sull’asse, il che rinsalda ulteriormente il legame
esistente fra questi due simboli, che sono in qualche modo complementari l’uno
dell’altro. Per “situarli” esattamente l’uno in rapporto all’altro bisogna
comunque notare anche che la montagna ha un carattere più “primordiale” della
caverna: ciò risulta dal fatto che essa è visibile all’esterno, che è anzi, si
potrebbe dire, quel che c’è di più visibile da tutte le parti, mentre invece la
caverna è, come abbiamo detto, un luogo essenzialmente nascosto e chiuso. Si
può facilmente dedurne che la rappresentazione del centro spirituale tramite la
montagna corrisponde propriamente al periodo originario dell’umanità terrestre,
periodo durante il quale la verità era integralmente accessibile a tutti (donde
il nome di Satya-Yuga, e la vetta della montagna è allora Satya-Loka
o “luogo della verità”); ma quando, in seguito al cammino discendente del
ciclo, questa stessa verità fu ormai solo alla portata di un’“élite” più
o meno ristretta (il che coincide con il principio dell’iniziazione intesa nel
suo senso più stretto) e diventò nascosta alla maggioranza degli uomini, la
caverna fu un simbolo più appropriato al centro spirituale e, quindi, ai
santuari iniziatici che ne sono l’immagine. A causa di tale cambiamento, il
centro, si potrebbe dire, non abbandonò la montagna, ma si ritirò soltanto
dalla cima verso l’interno; d’altra parte, questo cambiamento è in qualche modo
un “capovolgimento”, per cui, come abbiamo spiegato altrove, il “mondo celeste”
(al quale si riferisce l’elevazione della montagna al di sopra della superficie
terrestre) è divenuto in un certo senso il “mondo sotterraneo” (per quanto in
realtà non sia stato esso a cambiare, ma le condizioni del mondo esterno, e di
conseguenza il suo rapporto con questo); e tale “capovolgimento” è raffigurato
dai rispettivi schemi della montagna e della caverna, che esprimono nello
stesso tempo la loro complementarità.
Come abbiamo detto precedentemente, lo schema della montagna, come quelli
della piramide e del tumulo che ne sono gli equivalenti, è un triangolo con il
vertice rivolto verso l’alto; quello della caverna, invece, è un triangolo con
il vertice volto verso il basso, quindi invertito rispetto al precedente. Il
triangolo
190 Simboli della Scienza
sacra
rovesciato è anche lo schema del cuore,1 e della coppa che gli
viene generalmente assimilata nel simbolismo, come abbiamo mostrato in
particolare per quanto concerne il Santo Graal.2 Aggiungiamo che
questi ultimi simboli e quelli a essi simili, da un punto di vista più
generale, si riferiscono al principio passivo o femminile della manifestazione
universale, o a qualche suo aspetto,3 mentre quelli schematizzati
dal triangolo diritto si riferiscono al principio attivo o maschile; si tratta
quindi di una Vera e propria complementarità. D’altra parte, se si dispongono i
due triangoli uno sotto l’altro, il che corrisponde alla posizione della
caverna sotto la montagna, si vede che il secondo può essere considerato il
riflesso del primo (fig. 12); e quest’idea del riflesso conviene benissimo al
rapporto fra un simbolo derivato e un simbolo primordiale, secondo ciò che
abbiamo appena detto sulla relazione tra la montagna e la caverna in quanto
rappresentazioni successive del centro spirituale delle diverse fasi dello
sviluppo ciclico.
Fig. 12
Qualcuno potrebbe meravigliarsi che noi raffiguriamo qui il triangolo
rovesciato più piccolo del triangolo diritto, poiché, dal momento che ne è il
riflesso, sembrerebbe che debba essergli uguale; ma tale differenza nelle
proporzioni non è una cosa eccezionale nel simbolismo: così, nella Cabala
ebraica, il “Macroprosopo” o “Grande Volto” ha come riflesso il “Microprosopo”
o “Piccolo Volto”. Inoltre, c’è, nel presente caso, una ragione più
particolare: abbiamo ricordato, a proposito del rapporto fra la caverna e il
cuore, il testo delle Upanishad in cui è detto che il Principio, il
quale risiede al «centro dell’essere», è «più piccolo di un grano di riso, più
piccolo di un grano d’orzo,
1. Si può riferire a
questa raffigurazione il fatto che il nome arabo del cuore (qalb)
significa propriamente che esso si trova in posizione “rovesciata” (maqlûb)
(cfr. T. Burckhardt, Du Barzakh, in «Études Traditionnelles», dicembre
1937).
2. Nell’antico Egitto, il
vaso era il geroglifico del cuore. La “coppa” dei Tarocchi corrisponde
anch’essa al “cuore” delle carte comuni.
3. In India, il triangolo
rovesciato è uno fra i principali simboli della Shakti, come anche delle
Acque primordiali.
La Montagna e la Caverna 191
più piccolo di un grano di senape, più piccolo di un grano di miglio, più
piccolo del germe che si trova in un grano di miglio», ma anche, nello stesso
tempo, «più grande della terra, più grande dell’atmosfera (o mondo intermedio),
più grande del cielo, più grande di tutti questi mondi assieme»;4
ora, nel rapporto inverso fra i due simboli che stiamo considerando, l’idea di
“grandezza” corrisponde qui alla montagna, e quella di “piccolezza” alla
caverna (o cavità del cuore). L’aspetto della “grandezza” si riferisce
d’altronde alla realtà assoluta, e quello della “piccolezza” alle apparenze
relative alla manifestazione; è dunque perfettamente normale che il primo sia
qui rappresentato dal simbolo che corrisponde a una condizione “primordiale”,5
e il secondo da quello che corrisponde a una condizione successiva di
“oscuramento” e di “avviluppamento” spirituale.
Fig. 13
Se si vuol rappresentare la caverna situata proprio all’interno (o nel
cuore, si potrebbe dire) della montagna, basta trasportare il triangolo
rovesciato all’interno del triangolo diritto, in modo da far sì che i loro
centri coincidano (fig. 13); esso deve allora essere per forza più piccolo per
potervi essere contenuto tutto intero, ma, a parte questa differenza, l’insieme
della figura così ottenuta è manifestamente identico al simbolo del “Sigillo di
Salomone”, in cui i due triangoli opposti rappresentano allo stesso modo due
principi complementari, nelle diverse applicazioni di cui sono suscettibili.
D’altra parte, se si tracciano i lati del triangolo rovesciato uguali alla metà
di quelli del triangolo diritto (li abbiamo fatti un po’ minori perché i due
triangoli appaiano completamente staccati l’uno dall’altro, ma, di fatto, è
ovvio che l’entrata della caverna deve trovarsi alla superficie stessa della
montagna, quindi che il triangolo che la rappresenta dovrebbe realmente toccare
il contorno dell’altro),6 il triangolo piccolo
4. Chhândogya Upanishad,
3° Prapâthaka, 14° Khanda, shruti 3.
5. È noto che Dante situa
il Paradiso terrestre in cima a una montagna; questa posizione è dunque proprio
quella del centro spirituale nello “stato primordiale” dell’umanità.
6. Si potrà notare, dallo
stesso schema, che se la montagna è sostituita dalla piramide, la camera
interna di questa è l’esatto equivalente della caverna.
192 Simboli della Scienza
sacra
dividerà la superficie di quello grande in quattro parti uguali, una delle
quali sarà lo stesso triangolo rovesciato, mentre le altre tre saranno dei
triangoli diritti; quest’ultima considerazione, come pure quella di certe
relazioni numeriche che vi si riallacciano, non rientra direttamente, a dire il
vero, nell’argomento che stiamo trattando, ma avremo probabilmente occasione di
riprenderla in seguito nel corso di altri studi.
32. Il Cuore e l’Uovo del Mondo
Dopo tutte le considerazioni esposte precedentemente sui diversi aspetti
del simbolismo della caverna, ci resta da trattare ancora un altro punto
importante: i rapporti di questo stesso simbolo con quello dell’“Uovo del
Mondo”; ma, affinché ciò possa essere ben compreso e ricollegato in modo più
diretto a quanto abbiamo detto fin qui, dobbiamo parlare anzitutto dei rapporti
simbolici del cuore con l’“Uovo del Mondo”. Si potrebbe forse stupirsene a
prima vista e non scorgere altro che una certa somiglianza di forma tra il
cuore e l’uovo; ma anche questa somiglianza può avere un vero significato solo
se esistono relazioni più profonde; ora, il fatto che l’omphalos e il
betilo, che sono incontestabilmente simboli del centro, siano spesso di forma
ovoidale, com’era in particolare l’Omphalos di Delfi,1 ne è
una riprova, come ci accingiamo ora a spiegare.
A tale riguardo, è importante prima di tutto osservare che l’“Uovo del
Mondo” è la figura non del “cosmo” nel suo stato di completa manifestazione, ma
di ciò a partire da cui si effettuerà il suo sviluppo; e, se tale sviluppo è
rappresentato come un’espansione che si compie in tutte le direzioni a partire
dal suo punto d’inizio, è evidente che questo punto coinciderà necessariamente
con il centro stesso; così, l’“Uovo del Mondo” è effettivamente “centrale” in
rapporto al “cosmo”.2 La figura biblica del Paradiso terrestre, che
è anche il “Centro del Mondo”, è quella di una cinta circolare, che può essere
considerata la sezione orizzontale di una forma ovoidale oppure sferica;
aggiungiamo che, in realtà, la differenza fra queste due forme consiste
essenzialmente nel fatto che quella della sfera, estendendosi ugualmente in
tutti i sensi a partire dal centro, è veramente la forma primordiale, mentre
quella dell’uovo corrisponde a uno stato già differenziato, che deriva dal
precedente per una specie di “polarizzazione” o di sdoppiamento del centro;3
si può d’altronde pensare
1. Abbiamo esaminato più
specificamente questi simboli ne Le Roi du Monde; vi abbiamo anche
segnalato che, in altri casi, essi rivestono la forma conica, che è in rapporto
diretto con il simbolo della montagna, di modo che si ritrovano qui ancora le
due raffigurazioni complementari di cui abbiamo parlato ultimamente.
2. Il simbolo del frutto
ha anch’esso, sotto questo profilo, lo stesso significato dell’uovo; vi
torneremo probabilmente nel proseguimento di questi studi. Facciamo notare fin
d’ora che questo simbolo ha inoltre un evidente legame con quello del “giardino”,
e quindi del Paradiso terrestre.
3. Allo stesso modo, in
geometria piana, il centro unico dei cerchio, sdoppiandosi, dà origine ai due
fuochi di un’ellisse; questo sdoppiamento è raffigurato assai chiaramente anche
nel simbolismo estremo-orientale dello yin-yang, che si riallaccia anche
a quello dell’“Uovo del Mondo”.
194 Simboli della Scienza
sacra
che questa “polarizzazione” si effettui dal momento in cui la sfera compie
un movimento di rotazione intorno a un asse determinato, poiché, a partire da
questo momento, non tutte le direzioni dello spazio svolgono uniformemente la
stessa funzione; e questo segna precisamente il passaggio dall’una all’altra
delle due fasi successive del processo cosmogonico che sono rispettivamente
simboleggiate dalla sfera e dall’uovo.4
Detto questo, resta ormai solo da mostrare come ciò che è contenuto
nell’“Uovo del Mondo” sia realmente identico a ciò che, come abbiamo detto
precedentemente, è anche contenuto simbolicamente nel cuore, e nella caverna in
quanto ne è l’equivalente. Si tratta qui di quel “germe” spirituale che,
nell’ordine macrocosmico, è designato dalla tradizione indù come Hiranyagarbha,
cioè letteralmente l’“embrione d’oro”;5 ora, questo “germe” è
veramente l’Avatâra primordiale,6 e abbiamo visto che il
luogo della nascita dell’Avatâra, come pure di ciò che vi corrisponde
dal punto di vista microcosniico, è rappresentato precisamente dal cuore o
dalla caverna. Si potrebbe obiettare che, nel testo da noi citato allora,7
come del resto in molti altri casi, l’Avatâra è espressamente designato
come Agni, mentre è detto che Brahma si rinchiude nell’“Uovo del
Mondo”, chiamato per questa ragione Brahmânda, per nascervi come Hiranyagarbha;
ma, oltre al fatto che i diversi nomi designano in realtà solo i diversi
attributi divini, che sono per forza sempre in relazione gli uni con gli altri,
e non entità separate, è il caso di osservare qui in modo speciale che, essendo
l’oro considerato come la “luce minerale” e il “sole dei metalli”, la
designazione stessa di Hiranyagarbha lo caratterizza effettivamente come
un principio di natura ignea; e tale ragione viene ad aggiungersi alla sua
posizione centrale per farlo assimilare simbolicamente al Sole, che, del resto,
è anch’esso in tutte le tradizioni una delle figure del “Cuore del Mondo”.
Per passare di qui all’applicazione microcosmica, basta ricordare
l’analogia che esiste fra il pinda, embrione sottile dell’essere
individuale, e il Brahmânda o “Uovo del Mondo”;8 e questo
4. Segnaliamo ancora, a
proposito della forma sferica, che nella tradizione islamica la sfera di pura
luce primordiale è il Rûh mohammediyah, che è anche il “Cuore del
Mondo”; e l’intero “cosmo” è vivificato dalle “pulsazioni” di questa sfera, che
è propriamente il barzakh per eccellenza (si veda su questo argomento
l’articolo di T. Burckhardt, in «Études Traditionnelles», dicembre 1937).
5. Si veda L’Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cap. XIII.
6. A ciò si ricollega pure
la designazione di Cristo come “germoglio” in vari testi delle Scritture, di
cui forse riparleremo in altra occasione.
7. Katha Upanishad,
la Valli, shruti 14.
8. Yathâ pinda tathâ
Brahmânda (si veda L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, capp.
XIII e XIX).
Il Cuore e l’Uovo del Mondo 195
pinda, in quanto “germe” permanente e indistruttibile dell’essere, si identifica
d’altronde col “nocciolo d’immortalità”, chiamato luz nella tradizione
ebraica.9 È vero che, in genere, il luz non viene situato nel
cuore, o almeno è questa solo una delle diverse localizzazioni di cui è
suscettibile, nella sua corrispondenza con l’organismo corporeo, e non quella
che si riferisce al caso più comune; nel caso, invece, in cui il luz è
in rapporto immediato con la “seconda nascita”, tale localizzazione apparirà del
tutto giusta, come già risulta da tutto quanto si è detto finora. Di fatto,
tali localizzazioni, che sono in rapporto con la dottrina indù dei chakra,
si riferiscono ad altrettante condizioni dell’essere umano o fasi del suo
sviluppo spirituale: alla base della colonna vertebrale, è lo stato di “sonno”
in cui si trova il luz nell’uomo comune;10 nel cuore, è la
fase iniziale della sua “germinazione”, che è propriamente la “seconda
nascita”; nell’occhio frontale, è la perfezione dello stato umano, cioè la
reintegrazione nello “stato primordiale”; infine, nella corona della testa, è
il passaggio agli stati sopra-individuali; e ritroveremo ancora la
corrispondenza esatta di queste diverse tappe quando torneremo a trattare del
simbolismo della caverna iniziatica.11
9. Per ulteriori
osservazioni su questo punto rinviamo ancora a Le Roi du Monde; si può
anche notare che l’assimilazione della “seconda nascita” a una “germinazione”
del luz richiama nettamente la descrizione taoista del processo
iniziatico come “endogenia dell’immortale”.
10. Il serpente arrotolato
intorno all’“Uovo del Mondo”, e talvolta raffigurato attorno all’Omphalos
e al betilo, è, a tale riguardo, Kundalinî arrotolata intorno al
“nocciolo d’immortalità”, che è pure in rapporto con il simbolismo della
“pietra nera”; a questa posizione “inferiore” del luz, si fa
direttamente allusione nella formula ermetica: Visita inferiora terrae,
rectificando invenies occultum lapidem; la “rettificazione” è qui il
“raddrizzamento” che segna, dopo la “discesa”, l’inizio di un movimento
ascensionale, corrispondente al risveglio di Kundalinî; e il complemento
della medesima formula designa inoltre questa “pietra nascosta” come veram
medicinam, il che la identifica anche con l’amrita, cibo o bevanda
d’immortalità.
11. Notiamo ancora che la
designazione dell’“embrione d’oro” suggerisce un certo rapporto con il
simbolismo alchimistico, confermato del resto da accostamenti come quelli che
abbiamo indicato nella nota precedente; e vedremo anche, a tale riguardo, che la
caverna iniziatica corrisponde in modo notevole all’athanor ermetico;
non è il caso di stupirsi di queste somiglianze, poiché il processo della
“Grande Opera”, inteso nel suo vero senso, non è altro in fondo che il processo
stesso dell’iniziazione.
33. La Caverna e l’Uovo del Mondo
La caverna iniziatica, abbiamo detto in precedenza, è considerata
un’immagine del mondo; ma, d’altra parte, in virtù della sua assimilazione
simbolica al cuore, essa ne rappresenta più particolarmente il luogo centrale.
Questi possono sembrare due punti di vista differenti, ma, in realtà, non vi è
nessuna contraddizione, e quel che abbiamo detto a proposito dell’“Uovo del
Mondo” basta a conciliarli, e persino a identificarli in un certo senso:
infatti, l’“Uovo del Mondo” è centrale in rapporto al “cosmo”, e, nello stesso
tempo, contiene in germe tutto ciò che quest’ultimo conterrà allo stato
pienamente manifestato; tutte le cose si trovano quindi nell’“Uovo del Mondo”,
ma in uno stato di “avviluppamento”, raffigurato precisamente, come abbiamo
spiegato, anche dalla posizione stessa della caverna, per via del suo carattere
di luogo nascosto e chiuso. Le due metà in cui si divide l’“Uovo del Mondo”,
secondo uno degli aspetti più comuni del suo simbolismo, diventano
rispettivamente il cielo e la terra; anche nella caverna il suolo corrisponde
alla terra e la volta al cielo; non c’è quindi nulla in tutto questo che non
sia perfettamente coerente e normale.
Ora, resta ancora da esaminare un’altra questione particolarmente
importante dal punto di vista iniziatico: abbiamo parlato della caverna come
luogo della “seconda nascita”; ma c’è una distinzione essenziale da fare, tra
questa “seconda nascita” e la “terza nascita”, distinzione che corrisponde in
definitiva a quella tra l’iniziazione ai “piccoli misteri” e l’iniziazione ai
“grandi misteri”; se la “terza nascita” è anch’essa rappresentata dentro la
caverna, come vi si adatterà il simbolismo di quest’ultima? La “seconda
nascita”, cioè propriamente quella che si può chiamare la “rigenerazione
psichica”, si opera nel campo delle possibilità sottili dell’individualità
umana; la “terza nascita”, invece, effettuandosi direttamente nell’ordine
spirituale e non più psichico, è l’accesso alla sfera delle possibilità
sopra-individuali. L’una è quindi propriamente una “nascita nel cosmo” (alla
quale, come abbiamo detto, corrisponde nell’ordine macrocosmico la nascita
dell’Avatâra), e, di conseguenza, è logico che nelle raffigurazioni essa
abbia interamente luogo all’interno della caverna; ma l’altra è una “nascita
fuori del cosmo”, e a questa «uscita dal cosmo», secondo l’espressione di
Ermete,1 deve corrispondere, affinché il simbolismo sia completo,
un’uscita finale dalla caverna, dal momento
1. Cfr. A.K. Coomaraswamy,
La Vierge allaitant saint Bernard, in «Études Traditionnelles», dicembre
1937, p. 418.
La Caverna e l’Uovo del Mondo 197
che questa contiene soltanto le possibilità incluse nel “cosmo”,
possibilità che l’iniziato deve precisamente superare in questa seconda fase
dello sviluppo del suo essere, di cui la “seconda nascita” era in realtà solo
il punto di partenza.
Qui, certi rapporti si troveranno naturalmente modificati: la caverna
ridiventa di nuovo un “sepolcro”, non più questa volta esclusivamente a causa
della sua posizione “sotterranea”, ma per il fatto che l’intero “cosmo” è in
qualche modo il “sepolcro” da cui l’essere deve ora uscire; la “terza nascita”
è necessariamente preceduta dalla “seconda morte”, che è, non più la morte al
mondo profano, ma veramente la “morte al cosmo” (e anche “nel cosmo”), e per
questo la nascita “extra-cosmica” è sempre assimilata a una “resurrezione”.2
Perché tale “resurrezione”, che è nello stesso tempo l’uscita dalla caverna,
possa aver luogo, bisogna che la pietra che chiude l’apertura del “sepolcro”
(cioè della caverna stessa) sia tolta; vedremo in seguito come ciò si possa
tradurre in certi casi nel simbolismo rituale.
D’altra parte, quando ciò che è fuori della caverna rappresentava solo il
mondo profano o le tenebre “esterne”, la caverna appariva come l’unico luogo
illuminato, e illuminato necessariamente dall’interno; nessuna luce poteva
infatti venirle dall’esterno. Ora, siccome bisogna tener conto delle
possibilità “extra-cosmiche”, la caverna, malgrado questa illuminazione,
diviene relativamente oscura, in rapporto, non diremo a quel che si trova fuori
di essa senza distinzione, ma più precisamente a quel che è sopra di essa, al
di là della sua volta, poiché è proprio questo che rappresenta la sfera
“extra-cosmica”. Secondo questo nuovo punto di vista, si potrebbe allora
considerare l’illuminazione interna soltanto come il riflesso di una luce che
penetra attraverso il “tetto del mondo”, per la “porta solare”, la quale è
l’“occhio” della volta cosmica o l’apertura superiore della caverna.
Nell’ordine microcosmico, tale apertura corrisponde al Brahma-randhra,
cioè al punto di contatto dell’individualità con il “settimo raggio” del sole
spirituale,3 punto la cui “localizzazione”, secondo le
corrispondenze organiche, si trova nella corona della testa,4 e che
è anche raffigurato dall’apertura superiore dell’athanor ermetico.5
Aggiungiamo, a questo proposito, che l’“uovo filosofico”, che svolge
manifestamente il ruolo dell’“Uovo del Mondo”, è chiuso all’interno dell’athanor,
ma che quest’ultimo può essere a sua
2. Si trova qualcosa di
analogo anche nel simbolismo della crisalide e della sua trasformazione in
farfalla.
3. Cfr. A.K. Coomaraswamy,
ibidem.
4. Si veda L’Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cap. XXI.
5. Usando la terminologia
alchimistica, la “terza nascita” potrebbe essere considerata come una
“sublimazione”.
198 Simboli della Scienza
sacra
volta assimilato al “cosmo”, nella duplice applicazione macrocosmica e
microcosmica; la caverna potrà dunque anch’essa venir assimilata simbolicamente
sia all’“uovo filosofico” che all’athanor, a seconda che ci si
riferisca, se si vuole, a gradi di sviluppo diversi nel processo iniziatico, ma
in ogni caso senza che il suo significato fondamentale ne risulti minimamente
alterato.
Si può anche osservare che con questa illuminazione di riflesso si ritrova
l’immagine della caverna di Platone, nella quale si vedono solo ombre, grazie a
una luce che vien dal di fuori;6 e tale luce è proprio
“extra-cosmica”, poiché la sua fonte è il “Sole intelligibile”. La liberazione
dei prigionieri e la loro uscita dalla caverna è una “venuta alla luce”, grazie
alla quale essi possono contemplare direttamente la realtà di cui avevano
percepito fino a quel momento un semplice riflesso; questa realtà, sono gli
“archetipi” eterni, le possibilità contenute nella “permanente attualità”
dell’essenza immutabile.
Infine, è importante notare che le due “nascite” di cui abbiamo parlato,
essendo due fasi successive dell’iniziazione completa, sono anche, per ciò
stesso, due tappe su una stessa via, e che questa via è essenzialmente
“assiale” come assiale è pure, nel suo simbolismo, il “raggio solare”, al quale
abbiamo alluso poc’anzi, e segna la “direzione” spirituale che deve seguire
l’essere, elevandosi costantemente, per giungere infine al suo vero centro.7
Nei limiti del microcosmo, questa direzione “assiale” è quella della sushumnâ,
che si estende fino alla corona della testa, a partire dalla quale essa è
prolungata “extra-individualmente”, si potrebbe dire, dal “raggio solare”
stesso, percorso risalendo verso la sorgente; è lungo la sushumnâ che si
trovano i chakra che sono i centri sottili dell’individualità, ad alcuni
dei quali corrispondono le varie posizioni del luz o “nocciolo
d’immortalità” da noi esaminate in precedenza, di modo che queste stesse
posizioni, o il “risveglio” successivo dei chakra corrispondenti, sono
pure sempre assimilabili a tappe poste sulla medesima via “assiale”. D’altra
parte, l’“Asse del Mondo” è naturalmente identificato con la direzione
verticale, che ben risponde all’idea di una via ascendente, e quindi l’apertura
superiore, che, come abbiamo detto, corrisponde microcosmicamente alla corona
della testa, dovrà normalmente, a tale riguardo, situarsi allo zenith
della caverna,
6. Questa visione oscura è
la visione quasi per speculum in aenigmate di cui parla san Paolo (Prima
Epistola ai Corinti, XIII, 12); quel che appare manifestato nel “cosmo” è
propriamente solo un’ombra o un “vestigio” della realtà trascendente, ma è
d’altronde quel che ne costituisce il valore come simbolo di tale realtà.
7. Cfr. Eç-Çirâtul-mustaqîm
nella tradizione islamica.
La Caverna e l’Uovo del Mondo 199
cioè al vertice stesso della volta. Tuttavia, la questione presenta di
fatto alcune complicazioni dovute al possibile intervento di due modalità
differenti del simbolismo, una “polare” e l’altra “solare”; è perciò il caso,
per quanto concerne l’uscita dalla caverna, di portare ulteriori precisazioni
che forniranno al tempo stesso un esempio dei rapporti che possono esserci fra
queste due modalità, il cui rispettivo predominio si riferisce originariamente
a periodi ciclici diversi, ma che si sono in seguito associate e combinate in
molteplici maniere.
34. L’uscita dalla caverna
Da quanto abbiamo detto in precedenza, sembra che l’uscita finale dalla
caverna iniziatica, considerata come una rappresentazione dell’“uscita dal
cosmo” debba effettuarsi normalmente attraverso un’apertura situata nella
volta, e proprio al suo zenith; ricordiamo che tale porta superiore,
talora designata tradizionalmente come “mozzo solare” e anche come “occhio
cosmico”, corrisponde, nell’essere umano, al Brahma-randhra e alla
corona della testa. Tuttavia, malgrado i riferimenti al simbolismo solare che
s’incontrano in un caso simile, si potrebbe dire che questa posizione “assiale”
e “zenithale” si riferisce più direttamente, e senza dubbio anche più
originariamente, a un simbolismo polare: questo punto è quello in cui, secondo
alcuni rituali “operativi” è sospeso il “filo a piombo del Grande Architetto”,
che segna la direzione dell’“Asse del Mondo”, ed è allora identificato con la
stella polare stessa.1 È anche il caso di notare che, affinché
l’uscita possa effettuarsi in questo modo, occorre che una pietra della volta
venga tolta in questo punto preciso; e tale pietra, per il fatto stesso di
occupare il vertice, ha nella struttura architettonica un carattere speciale e
unico, poiché essa è naturalmente una “chiave di volta”; questa osservazione
non è priva di importanza, per quanto non sia qui il luogo per insistervi
ulteriormente.2
Di fatto, sembra abbastanza raro che quel che abbiamo appena detto venga
osservato alla lettera nei rituali iniziatici, per quanto se ne possano trovare
comunque alcuni esempi;3 questa rarità può spiegarsi d’altronde,
almeno in parte, con certe difficoltà d’ordine pratico, e anche con il bisogno
di evitare una confusione che rischia di prodursi in un caso simile.4
Infatti, se
1. Ricorderemo a questo
proposito che, secondo la tradizione estremo-orientale, la stella polare
rappresenta la sede della “Grande Unità” (Tai-i); nello stesso tempo, se
normalmente si deve considerare l’asse in posizione verticale come abbiamo
appena detto, essa corrisponde anche alla “Grande Vetta” (Tai-Ki), cioè
al vertice della volta celeste, o “tetto del mondo”.
2. Ciò si riferisce più
specialmente al simbolismo della massoneria del Royal Arch; rinviamo
anche, a questo proposito, alla nota che si trova alla fine del nostro articolo
su Le Tombeau d’Hermès, in «Études Traditionnelles», dicembre 1936, p.
473.
3. Negli alti gradi della
massoneria scozzese, questo succede al 13° grado, detto dell’“Arco-Reale”, che
non bisogna però confondere, nonostante alcune parziali somiglianze, con quel
che costituisce nella massoneria inglese l’Arch Masonry distinta in
quanto tale dalla Square Masonry; le origini “operative” del grado
scozzese in questione sono del resto molto meno chiare; il 14° grado, o “Grande
Scozzese della Volta sacra”, è pure conferito “in un luogo sotterraneo a
volta”. Conviene notare, a questo proposito, che ci sono in tutti questi alti
gradi molti dati di diverse provenienze, non sempre conservatisi integralmente
e senza confusione, tanto che allo stato attuale è spesso abbastanza difficile
determinare esattamente la loro reale natura.
4. Questa confusione
esiste effettivamente nei gradi scozzesi appena menzionati:
L’uscita dalla caverna 201
la caverna non ha altra via d’uscita che quella, essa dovrà servire
all’entrata come all’uscita, cosa poco conforme al suo simbolismo; secondo
logica, l’entrata dovrebbe trovarsi piuttosto in un punto opposto a quello,
lungo l’asse, cioè sul suolo, proprio al centro della caverna, ove si
giungerebbe per una via sotterranea. Solo che, da un altro lato, un tal genere
d’entrata non converrebbe ai “grandi misteri”, giacché esso corrisponde
propriamente allo stadio iniziale, che è a quel punto superato già da molto
tempo; si dovrebbe quindi supporre piuttosto che il neofita, entrato per questa
via sotterranea allo scopo di ricevere l’iniziazione ai “piccoli misteri”,
rimanga poi nella caverna fino al momento della sua “terza nascita”, in cui
egli esce definitivamente attraverso l’apertura superiore; ciò è teoricamente
ammissibile, ma non è evidentemente suscettibile di esser messo in pratica in
maniera effettiva.5
Esiste in realtà un’altra soluzione, che implica delle considerazioni in
cui il simbolismo solare prende questa volta un posto preponderante, per quanto
le tracce del simbolismo polare vi restino ancora abbastanza palesi; vi è
insomma una specie di combinazione e quasi di fusione fra queste due modalità,
come indicavamo alla fine dello studio precedente. Quel che si deve
essenzialmente notare a tale riguardo è quanto segue: l’asse verticale, in
quanto congiunge i due poli, è evidentemente un asse nord-sud; nel passaggio
dal simbolismo polare al simbolismo solare, quest’asse dovrà essere in qualche
modo proiettato sul piano zodiacale, ma in modo da conservare una certa
corrispondenza, si potrebbe anche dire una equivalenza il più possibile esatta,
con l’asse polare primitivo.6 Ora, nel ciclo annuale, i solstizi
d’inverno e d’estate sono i due punti che corrispondono rispettivamente al nord
e al sud nell’ordine spaziale, così come gli equinozi di primavera e d’autunno
corrispondono all’oriente e all’occidente; l’asse che soddisferà la condizione
desiderata è dunque quello che unisce i due punti solstiziali; e si può dire
che l’asse solstiziale svolgerà allora il ruolo di un asse relativamente
la “volta sotterranea” è
«senza porte né finestre», sicché non vi si può entrare, o uscirne, che per
l’unica apertura praticata al vertice della volta.
5. In un certo senso si
può dire che i “piccoli misteri” corrispondono alla terra (stato umano) e i
“grandi misteri” al cielo (stati sopra-individuali); donde anche, in certi
casi, una corrispondenza simbolica stabilita con le forme geometriche del quadrato
e del cerchio (o derivate da queste), che la tradizione estremo-orientale, in
particolare, riferisce rispettivamente alla terra e al cielo; in Occidente
questa distinzione si ritrova in quella tra Square Masonry e Arch
Masonry, che abbiamo appena menzionato.
6. Proprio a questo
passaggio da un simbolismo all’altro si riferisce il “trasferimento” di certe
costellazioni dalla regione polare alla regione zodiacale, al quale abbiamo
alluso altrove (si veda Le Roi du Monde, cap. X).
202 Simboli della Scienza
sacra
verticale, come esso è infatti in rapporto all’asse equinoziale.7
I solstizi si possono veramente chiamare i poli dell’anno; e questi poli del
mondo temporale, se è lecito esprimersi così, si sostituiscono qui, in virtù di
una corrispondenza reale e per nulla arbitraria, ai poli del mondo spaziale;
essi sono d’altronde naturalmente in diretta relazione con il cammino del sole,
i cui poli nel senso proprio e consueto della parola sono invece interamente
indipendenti, e così si trovano legate l’una all’altra, nel modo più chiaro
possibile, le due modalità simboliche di cui abbiamo parlato.
Stando così le cose, la caverna “cosmica” potrà avere due porte
“zodiacali”, opposte lungo l’asse che abbiamo considerato, quindi
rispettivamente corrispondenti ai due punti solstiziali, una delle quali
servirà d’entrata e l’altra d’uscita; effettivamente, la nozione di queste due
“porte solstiziali” si trova in modo esplicito nella maggior parte delle
tradizioni, e ad essa è anche generalmente attribuita una considerevole
importanza simbolica. La porta d’entrata è talora designata come “porta degli
uomini”, che possono in questo caso essere tanto degli iniziati ai “piccoli
misteri” quanto semplici profani, poiché non hanno ancora superato lo stato
umano; e la porta d’uscita è allora designata, per opposizione, quale “porta
degli dei”, la porta cioè per cui passano soltanto gli esseri che hanno accesso
agli stati sopra-individuali. Resta solo da determinare a quale dei due
solstizi corrisponda ciascuna delle porte; ma anche questa questione, per
essere adeguatamente sviluppata, merita di essere trattata a parte.
7. Non dobbiamo qui
occuparci del fatto che tra le varie forme tradizionali ve ne siano alcune che
danno all’anno un punto di partenza solstiziale, e altre un punto di partenza
equinoziale; diremo solo che la preponderanza così attribuita ai solstizi e agli
equinozi trova pure la sua ragione nella considerazione di diversi periodi
ciclici, a cui queste forme tradizionali debbono essere più particolarmente
collegate.
35. Le Porte solstiziali
Abbiamo detto che le due porte zodiacali, le quali sono rispettivamente
l’entrata e l’uscita della “caverna cosmica”, e che certe tradizioni denominano
“porta degli uomini” e “porta degli dei”, devono corrispondere ai due solstizi;
dobbiamo ora precisare che la prima corrisponde al solstizio d’estate, cioè al
segno del Cancro, e la seconda al solstizio d’inverno, cioè al segno del
Capricorno. Per comprenderne la ragione, occorre riferirsi alla divisione del
ciclo annuale in due metà, una “ascendente” e l’altra “discendente”: la prima è
il periodo del cammino del sole verso nord (uttarâyana), che va dal
solstizio d’inverno al solstizio d’estate; la seconda è quello del cammino del
sole verso sud (dakshinâyana), che va dal solstizio d’estate al
solstizio d’inverno.1 Nella tradizione indù, la fase “ascendente” è
messa in rapporto con il dêva-yâna, e la fase “discendente” con il pitri-yâna,2
il che coincide esattamente con le designazioni delle due porte appena
ricordate: la “porta degli uomini” è quella che dà accesso al pitri-yâna,
e la “porta degli dei” è quella che dà accesso al dêva-yâna; esse devono
quindi situarsi rispettivamente all’inizio delle due fasi corrispondenti, vale
a dire che la prima dev’essere al solstizio d’estate e la seconda al solstizio
d’inverno. Solo che in questo caso, si tratta propriamente non di un’entrata e
di un’uscita, ma di due diverse uscite: ciò dipende dal fatto che il punto di
vista è diverso da quello che si riferisce in modo speciale al ruolo iniziatico
della caverna, pur conciliandosi perfettamente con questo. Infatti, la “caverna
cosmica” è qui considerata come il luogo di manifestazione dell’essere: dopo
esservisi manifestato in un certo stato, quale per esempio lo stato umano,
l’essere, a seconda del grado spirituale cui sarà pervenuto, ne uscirà per
l’una o per l’altra delle due porte; in un caso, quello del pitri-yâna,
esso dovrà tornare a un altro stato di manifestazione, il che sarà naturalmente
rappresentato da un rientro nella “caverna cosmica” così considerata; nell’altro
caso invece, quello del dêva-yâna, non c’è più ritorno al mondo
manifestato. Così, una delle due porte è tanto un’entrata quanto un’uscita,
mentre l’altra è un’uscita definitiva; ma, per quanto concerne l’iniziazione,
proprio
1. È opportuno notare che
lo Zodiaco frequentemente raffigurato sul portale delle chiese medioevali è
disposto in modo da segnare nettamente questa divisione del ciclo annuale.
2. Si veda in particolare Bhagavad-Gîtâ,
VIII, 23-26; cfr. L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, cap. XXI. Una
analoga corrispondenza si ritrova nel ciclo mensile, essendo il periodo della
luna crescente ugualmente in rapporto con il dêva-yâna, e quello della
luna calante con il pitri-yâna; si può dire che le quattro fasi lunari
corrispondono, in un ciclo più limitato, alle quattro fasi solari che sono le
quattro stagioni dell’anno.
204 Simboli della Scienza
sacra
questa uscita definitiva è lo scopo finale, di modo che l’essere, entrato
per la “porta degli uomini”, deve uscire, se ha effettivamente raggiunto questo
scopo, per la “porta degli dei”.3
Abbiamo spiegato in precedenza come l’asse solstiziale dello Zodiaco,
relativamente verticale in rapporto all’asse equinoziale, debba essere
considerato la proiezione, nel ciclo solare annuale, dell’asse polare nord-sud;
secondo la corrispondenza del simbolismo temporale con il simbolismo spaziale
dei punti cardinali, il solstizio d’inverno è in certo modo il polo nord
dell’anno, e il solstizio d’estate il suo polo sud, mentre i due equinozi di
primavera e d’autunno corrispondono rispettivamente all’est e all’ovest.4
Tuttavia, nel simbolismo vêdico, la porta del dêva-loka è situata a
nord-est, e quella del pitri-loka a sud-ovest; ma ciò dev’essere
considerato solo un’indicazione più esplicita del senso secondo cui si effettua
il cammino del ciclo annuale. Infatti, conformemente alla corrispondenza appena
menzionata, il periodo “ascendente” si svolge andando da nord a est, e poi da
est a sud; allo stesso modo, il periodo “discendente” si svolge andando da sud
a ovest, e poi da ovest a nord;5 si potrebbe quindi dire, con
precisione ancor maggiore, che la “porta degli dei” è situata a nord e volta
verso est, lato che è sempre ritenuto quello della luce e della vita, e la
“porta degli uomini” è situata a sud e volta verso ovest, lato similmente
ritenuto dell’ombra e della morte; e così sono esattamente determinate «le due
vie permanenti, una chiara, l’altra oscura, del mondo manifestato; per una
3. La “porta degli dei”
può essere un’entrata solo nel caso di discesa volontaria, nel mondo
manifestato, sia di un essere già “liberato”, sia di un essere che rappresenta
l’espressione diretta di un principio “sopra-cosmico”. Ma è evidente che questi
casi eccezionali non rientrano nei processi “normali” da noi presi in
considerazione. Faremo soltanto notare che si può facilmente capire da ciò la
ragione per cui la nascita dell’Avatâra è posta all’epoca del solstizio
d’inverno, epoca della festa di Natale nella tradizione cristiana.
4. Nella giornata, la metà
ascendente è da mezzanotte a mezzogiorno, e la metà discendente da mezzogiorno
a mezzanotte; la mezzanotte corrisponde all’inverno e al nord, il mezzogiorno
all’estate e al sud; il mattino corrisponde alla primavera e all’est (lato
della nascita del sole), la sera all’autunno e all’ovest (lato del tramonto del
sole). Così, le fasi del giorno, come quelle del mese, ma in scala ancora più
ridotta, riproducono analogicamente quelle dell’anno; lo stesso vale, più in
generale, per qualunque ciclo, che, indipendentemente dalla sua estensione, si
divide sempre naturalmente secondo la stessa legge quaternaria. Secondo il
simbolismo cristiano, la nascita dell’Avatâra ha luogo non solo al
solstizio d’inverno, ma anche a mezzanotte; essa è quindi così in duplice
corrispondenza con la “porta degli dei”. D’altra parte, secondo il simbolismo
massonico, il lavoro iniziatico si compie “da mezzogiorno a mezzanotte”, il che
è altrettanto esatto se si considera questo lavoro come un cammino che va dalla
“porta degli uomini” alla “porta degli dei”; l’obiezione che si potrebbe esser
tentati di fare per via del carattere “discendente” di tale periodo si risolve
con un’applicazione del “senso inverso” dell’analogia, come vedremo più avanti.
5. Ciò è in relazione
diretta con la questione del senso delle “circumambulazioni” rituali
Le Porte solstiziali 205
non c’è ritorno (dal non-manifestato al manifestato); per l’altra si torna
indietro (nella manifestazione)».6
Resta comunque ancora da risolvere un’apparente contraddizione, che è
questa: il nord è designato come il punto più alto (uttara), e verso
questo punto d’altronde è diretto il cammino ascendente del sole, mentre il suo
cammino discendente è diretto verso sud, il quale appare così il punto più
basso; ma, d’altra parte, il solstizio d’inverno, che corrisponde nell’anno al
nord, e segna l’inizio del movimento ascendente, è in un certo senso il punto
più basso, e il solstizio d’estate, che corrisponde al sud, e dove termina il
movimento ascendente, è – sotto lo stesso profilo – il punto più alto, a
partire dal quale comincerà quindi il movimento discendente, che terminerà al
solstizio d’inverno. La soluzione di questa difficoltà risiede nella
distinzione che è il caso di fare tra l’ordine “celeste”, cui appartiene il
cammino del sole, e l’ordine “terrestre”, cui appartiene invece la successione
delle stagioni; secondo la legge generale dell’analogia, questi due ordini
devono, nella loro stessa correlazione, essere inversi l’uno dell’altro, di
modo che quel che è più alto nell’uno divenga più basso nell’altro, e
reciprocamente; ed è così che, secondo l’espressione ermetica della Tabula
Smaragdina, «ciò che è in alto (nell’ordine celeste) è come quello che è in
basso (nell’ordine terrestre)», o ancora, secondo il detto evangelico, «i primi
(nell’ordine principiale) sono gli ultimi (nell’ordine manifestato)».7
nelle varie forme
tradizionali: secondo la modalità “solare” del simbolismo, il senso è quello
che indichiamo qui, e la “circumambulazione” si compie così avendo
costantemente alla propria destra il centro intorno al quale si gira; secondo
la modalità “polare”, essa si compie invece in senso inverso, avendo quindi il
centro a sinistra. Il primo è quello della pradakshinâ, così com’essa è
in uso nelle tradizioni indù e tibetana; il secondo caso s’incontra in
particolare nella tradizione islamica; non è forse privo di interesse il notare
che il senso di queste “circumambulazioni”, che vanno rispettivamente da
sinistra a destra e da destra a sinistra, corrisponde pure alla direzione della
scrittura nelle lingue sacre di queste stesse forme tradizionali. Nella
massoneria, nella sua forma attuale, il senso delle “circumambulazioni” è
“solare” ma sembra esser stato invece “polare” nell’antico rituale “operativo”,
secondo cui il “trono di Salomone” era posto d’altronde a occidente e non a
oriente.
6. Bhagavad-Gîtâ,
VIII, 26. Si può osservare che la “chiarezza” e l’“oscurità”, caratterizzanti
rispettivamente queste due vie, corrispondono esattamente ai due principi
complementari yang e yin della tradizione estremo-orientale.
7. A questo duplice punto
di vista corrisponde, tra le altre applicazioni, il fatto che, in
rappresentazioni geografiche o altre, il punto posto in alto può essere il nord
o il sud; in Cina, è il sud e, nel mondo occidentale, fu lo stesso presso i
Romani e anche durante una parte del Medioevo; quest’uso è del resto in realtà,
secondo quanto abbiamo appena detto, il più corretto per quel che concerne la
rappresentazione delle cose terrestri, mentre invece, quando si tratta delle
cose celesti, dev’essere normalmente posto in alto il nord; ma va da sé che il
predominio dell’uno o dell’altro dei due punti di vista, a seconda delle forme
tradizionali o delle epoche, può determinare l’adozione di un’unica
disposizione per tutti i casi indistintamente; e, a tale riguardo, il fatto di
collocare il nord o il sud in
206 Simboli della Scienza
sacra
È altrettanto vero che, per quel che concerne le “influenze” connesse a
questi punti, è sempre il nord a rimanere “benefico”, che lo si consideri il
punto verso cui si dirige il cammino ascendente del sole nel cielo, o, in
rapporto al mondo terrestre, l’entrata del dêva-loka; e, allo stesso
modo, il sud rimane sempre “malefico”, che lo si consideri il punto verso cui
si dirige il cammino discendente del sole nel cielo, o, in rapporto al mondo
terrestre, l’entrata del pitri-loka.8 Bisogna aggiungere che
il mondo terrestre può esser ritenuto qui rappresentare, per trasposizione,
tutto l’insieme del “cosmo”, e che il cielo allora rappresenterà, secondo la
stessa trasposizione, la sfera “extra-cosmica”; da questo punto di vista, dovrà
applicarsi all’ordine “spirituale”, inteso nella sua accezione più elevata, la
considerazione del “senso inverso” in rapporto, non solo all’ordine sensibile,
ma all’intero ordine cosmico.9
alto appare in genere
legato soprattutto alla distinzione delle due modalità, “polare” e “solare”,
dal momento che il punto che si pone in alto è quello che si ha davanti a sé
orientandosi secondo l’una o secondo l’altra di queste, come spiegheremo nella
nota seguente.
8. Segnaliamo
incidentalmente, a questo proposito, un altro caso in cui uno stesso punto
conserva un significato costante pure attraverso certi cambiamenti che
costituiscono apparenti rovesciamenti: l’orientazione può esser assunta secondo
l’una o l’altra delle due modalità, “polare” e “solare”, del simbolismo; nella
prima, guardando la stella polare, cioè voltandosi verso nord, si ha l’est alla
propria destra; nella seconda, guardando il sole al meridiano, cioè voltandosi
verso sud, si ha invece l’est alla propria sinistra; queste due modalità sono
state segnatamente in uso in Cina in epoche diverse; così, il lato cui è stato
riconosciuto il predominio è stato talora il destro e talora il sinistro, ma di
fatto è sempre stato l’est, cioè il “lato della luce”. Aggiungiamo che esistono
ancora altri modi di orientazione, per esempio voltandosi verso il sol
nascente; è a questo che si riferisce la designazione sanscrita del sud come dakshina
o “lato della destra”; e questo ugualmente, in Occidente, era praticato dai
costruttori del Medioevo per l’orientazione delle chiese.
9. Per dare un esempio di
questa applicazione, del resto in relazione abbastanza diretta con il nostro
argomento, la “culminazione” del sole visibile ha luogo a mezzogiorno, e quindi
quella del “sole spirituale” dovrà simbolicamente aver luogo a mezzanotte; per
questo è detto che gli iniziati ai “grandi misteri” dell’antichità
«contemplavano il sole a mezzanotte»; da questo punto di vista, la notte
rappresenta non più l’assenza o la privazione della luce, ma il suo stato
principiale di non-manifestazione, il che d’altronde corrisponde rigorosamente
al significato superiore delle tenebre o del color nero come simbolo del
non-manifestato: e pure in questo senso devono essere intesi certi insegnamenti
dell’esoterismo islamico, secondo cui «la notte è preferibile al giorno». Si
può inoltre osservare che, se il simbolismo “solare” ha un evidente rapporto
con il giorno, il simbolismo “polare”, ha, da parte sua, un certo rapporto con
la notte; ed è inoltre abbastanza significativo, a tale riguardo, che il “sole di
mezzanotte” abbia letteralmente, nell’ordine dei fenomeni sensibili, la sua
rappresentazione nelle regioni iperboree, cioè proprio dove si situa l’origine
della tradizione primordiale.
36. Il simbolismo dello Zodiaco
nei pitagorici
Trattando la questione delle porte solstiziali ci siamo riferiti
direttamente soprattutto alla tradizione indù, perché in essa i dati che vi si
riferiscono sono presentati nel modo più chiaro; ma in realtà si tratta di
qualcosa che è comune a tutte le tradizioni, e si può trovare anche
nell’antichità occidentale. Nel pitagorismo, in particolare, il simbolismo
zodiacale sembra aver avuto un’importanza altrettanto considerevole; le
espressioni “porta degli uomini” e “porta degli dei”, da noi usate, appartengono
del resto alla tradizione greca; solo che le informazioni giunte sino a noi
sono in questo caso talmente frammentarie e incomplete che la loro
interpretazione può dar luogo a parecchie confusioni, che non sono mancate da
parte di coloro che hanno considerato tali informazioni isolatamente e senza
renderle più chiare per mezzo di un raffronto con altre tradizioni.
Anzitutto, per evitare certi equivoci sulla posizione reciproca delle due
porte, occorre ricordarsi di quanto abbiamo detto sull’applicazione del “senso
inverso”, a seconda che le si consideri in rapporto all’ordine terrestre o
all’ordine celeste: la porta solstiziale d’inverno, o il segno del Capricorno,
corrisponde al nord nel ciclo annuale, ma al sud in relazione al cammino del
sole nel cielo; così, la porta solstiziale d’estate, o il segno del Cancro,
corrisponde al sud nel ciclo annuale, e al nord in relazione al cammino del
sole. Per questo, mentre il movimento “ascendente” del sole va da sud a nord e
il suo movimento “discendente” da nord a sud, il periodo “ascendente” dell’anno
dev’essere invece considerato compiersi nella direzione nord-sud, e il suo
periodo “discendente” in quella sud-nord, come abbiamo già detto in precedenza.
Proprio in rapporto a quest’ultimo punto di vista, secondo il simbolismo
vêdico, la porta del dêva-loka è situata verso nord e quella del pitri-loka
verso sud, senza che vi sia in ciò, malgrado le apparenze, alcuna
contraddizione con quello che troveremo più avanti.
Citeremo, corredandolo delle spiegazioni e rettificazioni necessarie, il
riassunto dei dati pitagorici esposto da Jérôme Carcopino:1 «I
pitagorici» egli dice «avevano costruito tutta una teoria sui rapporti dello
Zodiaco con la migrazione delle anime. A quale data risalirebbe? È impossibile
saperlo. Fatto sta che nel secolo II della nostra era, essa fioriva negli
scritti del pitagorico Numenio, che ci è permesso di conoscere attraverso un
1. La Basilique
pythagoricienne de la Porte Majeure. Non avendo il volume a disposizione,
citiamo dall’articolo pubblicato anteriormente sotto lo stesso titolo nella
«Revue des Deux Mondes», numero del 15 novembre 1926.
208 Simboli della Scienza
sacra
riassunto secco e tardivo di Proclo, nel suo commento alla Repubblica
di Platone, e un’analisi, al tempo stesso più ampia e più antica, di Porfirio,
nei capitoli XXI e XXII del De Antro Nympharum». Ecco, diciamolo subito,
un esempio piuttosto significativo di “storicismo”: la verità è che non si
tratta per nulla di una teoria “costruita” più o meno artificialmente, a questa
o quella data, dai pitagorici o da altri, a modo di una semplice opinione
filosofica o di una concezione individuale qualunque; si tratta di una
conoscenza tradizionale, che concerne una realtà di ordine iniziatico, e,
proprio in virtù del suo carattere tradizionale, non ha e non può avere alcuna
origine cronologicamente assegnabile. Sono, beninteso, considerazioni che
possono sfuggire a un “erudito”; ma egli dovrebbe almeno capire questo: se la
teoria in questione fosse stata “costruita dai pitagorici”, come spiegare il
fatto che essa si trova dappertutto, al di fuori di ogni influenza greca, e in
particolare nei testi vêdici, che sono sicuramente di molto anteriori al
pitagorismo? Anche questo, Carcopino, in quanto “specialista” dell’antichità
greco-latina, può sfortunatamente ignorarlo; ma, da quel che riferisce egli
stesso in seguito, risulta che tale dato si trova già in Omero; dunque, anche
presso i Greci essa era conosciuta, non diremo solo prima di Numenio, cosa fin
troppo evidente, ma prima dello stesso Pitagora; si tratta di un insegnamento
tradizionale che si è trasmesso in modo continuo attraverso i secoli, e poco
importa la data forse “tardiva” alla quale certi autori, che non hanno
inventato nulla e non ne hanno mai avuto la pretesa, l’hanno formulato per
iscritto in modo più o meno preciso.
Detto questo, torniamo a Proclo e a Porfirio: «I nostri due autori
concordano nell’attribuire a Numenio la determinazione dei punti estremi del
cielo, il tropico d’inverno, sotto il segno del Capricorno, e il tropico
d’estate, sotto quello del Cancro, e nel definire, evidentemente sulle sue
tracce, e sulle tracce dei “teologi” che egli cita e che gli sono serviti da
guide, il Cancro e il Capricorno come le due porte del cielo. Sia per
discendere nella generazione, sia per risalire a Dio, le anime dovevano quindi
necessariamente varcare una di esse». Per «punti estremi del cielo»,
espressione un po’ troppo ellittica per essere perfettamente chiara da sola,
bisogna naturalmente intendere qui i punti estremi raggiunti dal sole nella sua
corsa annuale, dov’esso in certo modo si arresta, da cui il nome di “solstizi”;
a tali punti solstiziali corrispondono le due “porte del cielo”, il che è
appunto esattamente la dottrina tradizionale che già conosciamo. Come abbiamo
indicato altrove,2 questi due punti erano talora
2. Quelques aspects du
symbolisme du poisson [qui sopra, come cap. 22].
Il simbolismo dello Zodiaco nei
Pitagorici 209
simboleggiati – per esempio sotto il tripode di Delfi e sotto gli Zoccoli
dei corsieri del carro solare – dal polipo e dal delfino, che rappresentano
rispettivamente il Cancro e il Capricorno. Inutile dire, d’altra parte, che gli
autori in questione non hanno potuto attribuire a Numenio la determinazione
stessa dei punti solstiziali, che erano noti da sempre; si sono semplicemente
riferiti a lui come a uno di coloro che ne avevano parlato prima di loro, e
come egli stesso si era già riferito ad altri “teologi”.
Si tratta poi di precisare il ruolo proprio di ciascuna delle due porte, ed
è qui che nasce la confusione: «Secondo Proclo, Numenio le avrebbe rigidamente
specializzate: per la porta del Cancro, la caduta delle anime sulla terra; per
quella del Capricorno, l’ascensione delle anime nell’etere. In Porfirio,
invece, è detto soltanto che il Cancro è a nord e favorevole alla discesa, il
Capricorno a sud e favorevole alla salita: di modo che invece di essere
strettamente assoggettate al “senso unico”, le anime avrebbero conservato, sia
all’andata che al ritorno, una certa libertà di circolazione». La fine di
questa citazione esprime, a dire il vero, un’interpretazione di cui conviene
lasciare tutta la responsabilità a Carcopino; non vediamo assolutamente in cosa
quel che dice Porfirio sarebbe “contrario” a quel che dice Proclo; forse è
formulato in modo un po’ più vago, ma sembra di fatto voler dire in fondo la
stessa cosa: ciò che è “favorevole” alla discesa o alla salita deve
probabilmente intendersi come ciò che la rende possibile, poiché non è molto
verosimile che Porfirio abbia voluto lasciar sussistere in tal modo una specie
di indeterminazione, il che, essendo incompatibile con il carattere rigoroso
della scienza tradizionale, non sarebbe in ogni caso in lui che una pura e
semplice prova d’ignoranza su questo punto. Comunque, è visibile che Numenio
non ha fatto altro che ripetere, sulla funzione delle due porte, l’insegnamento
tradizionale conosciuto; d’altra parte, se egli pone, come indica Porfirio, il
Cancro a nord e il Capricorno a sud, evidentemente egli considera la loro
posizione nel cielo; lo indica d’altronde abbastanza chiaramente il fatto che,
in quel che precede, sono in questione i “tropici”, che non possono avere altro
significato oltre quello, e non i “solstizi”, che si riferirebbero invece più
direttamente al ciclo annuale; e per questo la posizione qui enunciata è
inversa a quella data dal simbolismo vêdico, senza tuttavia che ciò costituisca
alcuna differenza reale, giacché si tratta di due punti di vista ugualmente
legittimi, che si accordano perfettamente fra di loro se si è capito il loro
rapporto.
Ma vedremo qualcosa di ancor più straordinario: Carcopino continua dicendo
che «è difficile, in mancanza dell’originale, trarre da queste allusioni
divergenti», ma che in realtà, dobbiamo
210 Simboli della Scienza
sacra
aggiungere noi, sono divergenti solamente nel suo pensiero, «la vera
dottrina di Numenio», che, abbiamo visto, non è la sua propria dottrina, ma
soltanto l’insegnamento da lui riferito, cosa d’altronde più importante e più
degna d’interesse; «ma risulta dal contesto di Porfirio che, anche esposta
sotto la sua forma più elastica» – come se potesse esserci “elasticità” in un
problema che è unicamente una questione di conoscenza esatta – «essa resterebbe
in contraddizione con quelle di certi suoi predecessori, e, in particolare, con
il sistema che alcuni più antichi pitagorici avevano fondato sulla loro
interpretazione dei versi dell’Odissea in cui Omero ha descritto la
“grotta d’Itaca”», cioè quell’“antro delle Ninfe” che non è altro se non una
delle raffigurazioni della “caverna cosmica” di cui abbiamo parlato in
precedenza. «Omero, annota Porfirio, non si è limitato a dire che la grotta aveva
due porte. Egli ha specificato che una era volta al lato nord, e l’altra, più
divina, al lato sud, e che si discendeva dalla porta a nord. Ma non ha indicato
se si poteva scendere per la porta a sud. Dice solo: è l’entrata degli dei. Mai
l’uomo prende il cammino degli immortali». Pensiamo che questo dev’essere il
testo stesso di Porfirio, e non vi vediamo la contraddizione annunciata; ma
ecco ora il commento di Carcopino: «Secondo questa esegesi, si scorgono, in
quel compendio dell’universo che è l’antro delle Ninfe, le due porte che
s’innalzano ai cieli e sotto le quali passano le anime, e, al contrario del
linguaggio che Proclo mette in bocca a Numenio, quella a nord, il Capricorno,
fu dapprima riservata all’uscita delle anime, e quella a sud, il Cancro, fu di
conseguenza assegnata al loro ritorno a Dio».
Ora che abbiamo completato la citazione, possiamo facilmente renderci conto
che la pretesa contraddizione, anche qui, esiste solo secondo Carcopino; c’è
infatti nell’ultima frase un errore evidente, e persino un duplice errore, che
sembra veramente inspiegabile. Anzitutto, è Carcopino che aggiunge di propria
iniziativa la menzione del Capricorno e del Cancro; Omero, a quanto dice
Porfirio, designa le due porte solo per mezzo della loro posizione a nord o a
sud, senza indicare i segni zodiacali corrispondenti; ma, siccome precisa che
la porta “divina” è quella a sud, bisogna concludere che è questa che
corrisponde per lui al Capricorno, esattamente come per Numenio, vale a dire
che anch’egli situa le due porte secondo la loro posizione nel cielo, e tale
sembra quindi esser stato, in genere, il punto di vista dominante in tutta la
tradizione greca, anche prima del pitagorismo. Inoltre, l’uscita delle anime
dal “cosmo” e il loro “ritorno a Dio” sono propriamente una sola e identica
cosa, di modo che Carcopino attribuisce, apparentemente senza accorgersene,
Il simbolismo dello Zodiaco nei
Pitagorici 211
lo stesso ruolo a entrambe le porte; Omero dice, tutto al contrario, che
per la porta a nord si effettua la “discesa”, cioè l’entrata nella “caverna
cosmica”, o, in altri termini, nel mondo della generazione e della
manifestazione individuale. In quanto alla porta a sud, essa è l’uscita dal
“cosmo”, e, di conseguenza, per essa si effettua la “salita” degli esseri in
via di liberazione, Omero non dice espressamente se si può anche scendere per
tale porta, ma ciò non è necessario, poiché, designandola come “entrata degli
dei”, egli indica a sufficienza quali siano le “discese” eccezionali che vi si
effettuano, conformemente a quanto abbiamo spiegato nel nostro studio
precedente. Insomma, che la posizione delle due porte sia considerata in
rapporto al cammino del sole nel cielo, come nella tradizione greca, o in
rapporto alle stagioni nel ciclo annuale terrestre, come nella tradizione indù,
è sempre il Cancro a essere la “porta degli uomini” e il Capricorno la “porta
degli dei”; non può esserci in questo alcuna variazione, e, di fatto, non ce
n’è alcuna, è solo l’incomprensione degli “eruditi” moderni che crede di
scoprire, nei vari interpreti delle dottrine tradizionali, divergenze e
contraddizioni che non vi si trovano.
37. Il simbolismo solstiziale di
Giano
Abbiamo appena visto che il simbolismo delle due porte solstiziali, in
Occidente, esisteva presso i Greci e più in particolare fra i pitagorici; esso
si ritrova pure presso i Latini, ove era essenzialmente legato al simbolismo di
Giano. Siccome abbiamo già fatto allusione a quest’ultimo e ai suoi diversi
aspetti in parecchie occasioni, considereremo qui soltanto i punti che si
ricollegano più direttamente a quanto abbiamo detto nei nostri ultimi studi,
benché sia difficile isolarli completamente dall’insieme assai complesso di cui
fanno parte.
Giano, sotto l’aspetto ora in questione, è propriamente lo janitor
che apre e chiude le porte (januae) del ciclo annuale, con le chiavi che
sono uno dei suoi principali attributi; e ricorderemo, a tale proposito, che la
chiave è un simbolo “assiale”. Ciò si riferisce naturalmente al lato
“temporale” del simbolismo di Giano: i suoi due volti, secondo l’interpretazione
corrente, rappresentano rispettivamente il passato e il futuro; ora, questa
considerazione del passato e del futuro si ritrova evidentemente, per qualsiasi
ciclo, come per esempio il ciclo annuale, quando lo si esamini dall’una o
dall’altra delle sue estremità. Da questo punto di vista, d’altronde, è
importante aggiungere, per completare la nozione del “triplice tempo”, che, fra
il passato che non è più e il futuro che non è ancora, il vero volto di Giano,
quello che guarda il presente, non è, si dice, né l’uno né l’altro di quelli
visibili. Questo terzo volto, infatti, è invisibile, perché il presente, nella
manifestazione temporale, non è che un istante inafferrabile;1 ma,
quando ci si eleva al di sopra delle condizioni della manifestazione
transitoria e contingente, il presente contiene invece ogni realtà. Il terzo
volto di Giano corrisponde, in un altro simbolismo, quello della tradizione
indù, all’occhio frontale di Shiva, invisibile anch’esso perché non è
rappresentato da nessun organo corporeo, e raffigurante il “senso
dell’eternità”; uno sguardo di questo terzo occhio riduce tutto in cenere, cioè
distrugge ogni manifestazione; ma, quando la successione è mutata in
simultaneità, il temporale nell’atemporale, ogni cosa si ritrova e rimane
nell’“eterno presente”, di modo che l’apparente distruzione è in verità una
“trasformazione”.
Torniamo a quel che concerne più in particolare il ciclo annuale: le sue
porte, che Giano ha la funzione di aprire e di chiudere, non sono altro che le
porte solstiziali di cui abbiamo
1. È pure per questa
ragione, che certe lingue come l’ebraico e l’arabo non hanno una vera forma
verbale che corrisponda propriamente al presente.
Il simbolismo solstiziale di Giano 213
parlato. Non è possibile alcun dubbio a tale riguardo; infatti, Giano ha
dato il suo nome al mese di gennaio (januarius), che è il primo mese
dell’anno, quello con cui esso si apre, quando comincia normalmente al
solstizio d’inverno; inoltre, cosa ancor più chiara, la festa di Giano era
celebrata a Roma dai Collegia Fabrorum ai due solstizi; dovremo fra poco
insistere ulteriormente su questo punto. Siccome le porte solstiziali danno
accesso, come abbiamo detto in precedenza, alle due metà, ascendente e discendente,
del ciclo zodiacale che vi hanno i loro rispettivi punti di partenza, Giano,
che abbiamo già visto apparire come “Signore del triplice tempo” (attributo
pure di Shiva nella tradizione indù), è pertanto anche il “Signore delle
due vie”, di quelle due vie della destra e della sinistra che i pitagorici
rappresentavano con la lettera Y,2 e che sono in fondo identiche al dêva-yâna
e al pitri-yâna.3 Si può facilmente comprendere, da ciò, come
le chiavi di Giano siano in realtà le stesse di quelle che, secondo la
tradizione cristiana, aprono e chiudono il “Regno dei cieli” (la via per la
quale questo viene raggiunto corrisponde in tal senso al dêva-yâna),4
tanto più che, sotto un altro profilo, queste due chiavi, una d’oro e l’altra
d’argento, erano anche quelle dei “grandi misteri” e dei “piccoli misteri”.
Infatti, Giano era il dio dell’iniziazione,5 e questa
attribuzione è delle più importanti, non solo in se stessa, ma anche dal punto
di vista da cui ci poniamo in questo momento, poiché si ricollega
manifestamente a quanto abbiamo detto intorno alla funzione propriamente
iniziatica, della caverna e delle altre “immagini del mondo” che ne sono degli
equivalenti, funzione che ci ha precisamente condotti a esaminare la questione
delle porte solstiziali. A questo titolo, d’altronde, Giano presiedeva i Collegia
Fabrorum, depositari delle iniziazioni che, come in tutte le civiltà
tradizionali, erano legate alla pratica dei mestieri; ed è molto notevole che
si tratti di qualcosa che, lungi dall’essere scomparso
2. Lo raffigurava anche,
sotto una forma exoterica e “moralizzata”, il mito di Ercole fra la Virtù e il
Vizio, il cui simbolismo si è conservato nella sesta lama dei Tarocchi.
L’antico simbolismo pitagorico ha avuto d’altronde altre “sopravvivenze” abbastanza
curiose: lo si ritrova, infatti, in età rinascimentale, nel marchio tipografico
di Nicolas du Chemin, disegnato da Jean Cousin.
3. La parola sanscrita yâna
ha la stessa radice del latino ire, e, secondo Cicerone, da questa
radice deriva il nome stesso di Giano, la cui forma è del resto singolarmente
vicina a quella di yâna.
4. A proposito di questo
simbolismo delle due vie, è il caso di aggiungere che ce n’è una terza, la “via
di mezzo”, che conduce direttamente alla “Liberazione”; a tale via
corrisponderebbe il prolungamento superiore non tracciato della parte verticale
della lettera Y, e questo è ancora da avvicinare a quanto è stato detto sopra a
proposito del terzo volto invisibile di Giano.
5. Notiamo che la parola initiatio
viene da in-ire, e che si ritrova così il verbo ire cui si
ricollega il nome di Giano.
214 Simboli della Scienza
sacra
con l’antica civiltà romana, si è prolungato senza soluzione di continuità
nel cristianesimo stesso, e di cui, per quanto strano ciò possa sembrare a
coloro che ignorano certe “trasmissioni”, si può ancora trovare la traccia fino
al giorni nostri.
Nel cristianesimo, le feste solstiziali di Giano sono diventate quelle dei
due san Giovanni, che si celebrano sempre alle medesime epoche, cioè in
prossimità dei due solstizi d’inverno e d’estate;6 ed è altrettanto
significativo che l’aspetto esoterico della tradizione cristiana sia sempre
stato considerato “gioannita”, il che, quali che possano essere le apparenze
esteriori, conferisce a questo fatto un senso che va nettamente oltre la sfera
semplicemente religiosa ed exoterica. La successione degli antichi Collegia
Fabrorum è stata del resto regolarmente trasmessa alle corporazioni le
quali, attraverso l’intero Medioevo, hanno conservato lo stesso carattere
iniziatico, e in particolare a quella dei costruttori; essa ebbe dunque
naturalmente per patroni i due san Giovanni, e di qui viene la ben nota
espressione di “Loggia di san Giovanni”, conservata dalla massoneria, che è
anch’essa precisamente la continuazione, per filiazione diretta, delle
organizzazioni di cui abbiamo parlato.7 Anche nella sua forma “speculativa”
moderna, la massoneria ha comunque sempre conservato, come una delle
testimonianze più esplicite della sua origine,
6. La festa invernale di
san Giovanni è assai vicina alla festa di Natale, che, da un altro punto di
vista, corrisponde pure altrettanto esattamente al solstizio d’inverno, come
abbiamo già spiegato. Una vetrata del secolo XIII della chiesa Saint-Rémi, a
Reims, presenta una raffigurazione particolarmente curiosa, e indubbiamente
eccezionale, in rapporto al nostro tema: si è discusso abbastanza vanamente per
sapere quale sia fra i due san Giovanni quello rappresentato; la verità è che,
senza alcun bisogno di vedervi la minima confusione, esso li rappresenta
entrambi, sintetizzati nella figura di un solo personaggio, come mostrano i due
girasoli posti in senso contrario al di sopra della sua testa, che
corrispondono qui ai due solstizi e ai due volti di Giano. Segnaliamo ancora
incidentalmente, a titolo di curiosità, che l’espressione popolare “Giovanni
che piange e Giovanni che ride” è in realtà un ricordo dei due volti opposti di
Giano.
7. Ricordiamo che la
“Loggia di san Giovanni”, per quanto non sia assimilabile simbolicamente alla
caverna, è nondimeno, esattamente come questa, una figura del “cosmo”; la
descrizione delle sue “dimensioni” è particolarmente chiara a tale riguardo: la
sua lunghezza è “dall’oriente all’occidente”, la sua larghezza “dal mezzogiorno
al settentrione”, la sua altezza “dalla terra al cielo”, e la sua profondità
“dalla superficie della terra al suo centro”. Vale la pena di osservare, come
accostamento abbastanza notevole per quanto concerne l’altezza della Loggia,
che, secondo la tradizione islamica, l’ubicazione di una moschea è ritenuta
consacrata, non solo sulla superficie della terra, ma da questa fino al
“settimo cielo”. D’altra parte, è detto che «nella Loggia di san Giovanni, si
innalzano templi alla virtù e si scavano segrete per il vizio»; queste due idee
di “innalzare” e di “scavare” si riferiscono alle due “dimensioni” verticali,
altezza e profondità, calcolate secondo le due metà di uno stesso asse che va
«dallo Zenith al Nadir», prese in senso inverso l’una all’altra;
queste due direzioni opposte corrispondono rispettivamente a sattwa e a tamas
(mentre l’espansione delle due “dimensioni” orizzontali corrisponde a raias),
cioè alle due tendenze dell’essere verso i Cieli (il tempio) e verso gli Inferi
(la segreta), tendenze che sono qui “allegorizzate” piuttosto che
Il simbolismo solstiziale di Giano 215
le feste solstiziali, dedicate ai due san Giovanni dopo esserlo state alle
due facce di Giano;8 ed è così che il dato tradizionale delle due
porte solstiziali, con le sue connessioni iniziatiche, si è mantenuto ancor
vivo, anche se in genere incompreso, fin nel mondo occidentale moderno.
simboleggiate,
propriamente parlando, dalle nozioni di “virtù” e di “vizio” esattamente come
nel mito di Ercole sopra menzionato.
8. Nel simbolismo
massonico, due tangenti parallele di un cerchio sono considerate, tra gli altri
significati, come una rappresentazione dei due san Giovanni; se il cerchio è
considerato una figura del ciclo annuale, i punti di contatto di queste due tangenti,
diametralmente opposte l’una all’altra, corrispondono ai due punti solstiziali.
38. A proposito dei due san
Giovanni
Per quanto l’estate sia in genere considerata una stagione gioiosa e
l’inverno una stagione triste, per il fatto stesso che la prima rappresenta in
certo modo il trionfo della luce e il secondo quello dell’oscurità, i due
solstizi corrispondenti hanno nondimeno, in realtà, un carattere esattamente
opposto; può sembrare un paradosso abbastanza strano, ma è facile capire perché
sia così purché si abbia una qualche conoscenza dei dati tradizionali riguardo
al cammino del ciclo annuale. Infatti, ciò che ha raggiunto il suo massimo può
ormai solo decrescere, e ciò che è giunto al suo minimo può invece solo
cominciare a crescere;1 per questo il solstizio d’estate segna
l’inizio della metà discendente dell’anno, mentre il solstizio d’inverno,
all’opposto, segna quello della sua metà ascendente; e ciò spiega pure, dal
punto di vista del significato cosmico, l’espressione di san Giovanni Battista,
la cui nascita coincide con il solstizio d’estate: «Bisogna che egli cresca
(Cristo nato al solstizio d’inverno) e che io diminuisca».2 È noto
che, nella tradizione indù, la fase ascendente è messa in rapporto con il dêva-yâna,
e la fase discendente con il pitri-yâna; di conseguenza, nello Zodiaco,
il segno del Cancro, corrispondente al solstizio d’estate, è la “porta degli
uomini”, che dà accesso al pitri-yâna, e il segno del Capricorno,
corrispondente al solstizio d’inverno, è la “porta degli dei”. che dà accesso
al dêva-yâna. In realtà, la metà ascendente del ciclo annuale è il
periodo “allegro”, cioè benefico o favorevole, e la sua metà discendente il
periodo “triste”, cioè malefico o sfavorevole; e lo stesso carattere appartiene
naturalmente alla porta solstiziale che apre ciascuno dei due periodi nei quali
l’anno risulta diviso dal senso del cammino del sole.
È noto d’altra parte che, nel cristianesimo, sono le feste dei due san
Giovanni a essere in rapporto diretto con i due solstizi;3 ed è
abbastanza notevole, anche se non l’abbiamo visto segnalato da nessuna parte,
che quel che abbiamo appena ricordato sia in certo modo espresso dal doppio
senso racchiuso nel nome stesso di Giovanni.4 Infatti, la parola hanan,
in ebraico, ha sia il
1. Quest’idea si trova in
particolare ripresa varie volte, sotto forme diverse, nel Tao-te-King;
essa è riferita più specificamente, nella tradizione estremo-orientale, alle
alternanze dello yin e dello yang.
2. Giovanni, III,
30.
3. Esse si situano in
realtà un po’ dopo la data precisa dei due solstizi, il che, ne fa apparire
ancor più chiaramente il carattere, poiché la discesa e la salita sono allora
già cominciate effettivamente; a ciò corrisponde, nel simbolismo vêdico, il fatto
che le porte del pitri-loka e del dêva-loka vengono situate
rispettivamente, non esattamente a sud e a nord, ma verso sud-ovest e verso
nord-est.
4. Vogliamo parlare qui
del significato etimologico di questo nome in ebraico;
A proposito dei due san Giovanni 217
senso di “benevolenza” e di “misericordia” sia quello di “lode” (ed è
almeno strano constatare che, in francese, parole come grâce e merci
hanno anch’esse lo stesso doppio significato); di conseguenza, il nome Jahanan
può significare “misericordia di Dio” e anche “lode a Dio”. Ora, è facile
rendersi conto che il primo senso pare convenire in modo del tutto particolare
a san Giovanni Battista e il secondo a san Giovanni Evangelista; si può dire
del resto che la misericordia è evidentemente “discendente” e la lode
“ascendente”, il che ci riconduce ancora al loro rapporto con le due metà del
ciclo annuale.5
In relazione ai due san Giovanni e al loro simbolismo solstiziale, è anche
interessante considerare un simbolo che sembra essere proprio della massoneria
anglosassone, o almeno che si è conservato solo in essa: è un cerchio con un
punto al centro compreso fra due tangenti parallele; e si dice che queste
tangenti rappresentino i due san Giovanni. Il cerchio è qui infatti la figura
del ciclo annuale, e il suo significato solare è reso del resto più evidente
dalla presenza del punto centrale, poiché la medesima figura è nello stesso
tempo anche il segno astrologico del sole; le due rette parallele sono le
tangenti a questo cerchio nei due punti solstiziali, e segnano così il loro
carattere di “punti-limite”, poiché tali punti sono infatti i limiti che il
sole non può mai superare nel corso del suo cammino; proprio per il fatto che
queste linee corrispondono in tal modo ai due solstizi si può dire anche che
esse rappresentano i due san Giovanni. Vi è comunque in questa raffigurazione
un’anomalia almeno apparente: il diametro solstiziale del ciclo annuale
dev’essere considerato, come abbiamo spiegato in altre occasioni, relativamente
verticale in rapporto al diametro equinoziale, e del resto solo in questa
maniera le due metà del ciclo, che vanno da un solstizio all’altro, possono
realmente apparire rispettivamente quella ascendente e quella discendente,
essendo allora i punti solstiziali il punto più alto e il punto più basso del
cerchio; in tali condizioni, le tangenti alle estremità del diametro
solstiziale, essendo a questo perpendicolari, saranno necessariamente
orizzontali. Ora, nel simbolo che
in quanto all’accostamento
fra Giovanni e Giano, è chiaro che si tratta di un’assimilazione fonetica priva
di qualsiasi rapporto con l’etimologia, ma non per questo tuttavia meno
importante dal punto di vista simbolico, poiché, di fatto, le feste dei due san
Giovanni hanno realmente preso il posto di quelle di Giano ai due solstizi
d’estate e d’inverno.
5. Ricorderemo ancora,
collegandola più specificamente alle idee di “tristezza” e di “allegria” che
indicavamo sopra, la figura “folklorica” ben nota, ma certo in genere poco
compresa, di “Giovanni che piange e Giovanni che ride”, la quale è in fondo una
rappresentazione equivalente a quella dei due volti di Giano; “Giovanni che
piange” è quello che implora la misericordia di Dio, cioè san Giovanni
Battista, e “Giovanni che ride” è quello che gli rivolge delle lodi, cioè san
Giovanni Evangelista.
218 Simboli della Scienza
sacra
abbiamo preso in considerazione, le due tangenti sono invece verticali; in
questo caso particolare è stata apportata una certa modificazione al simbolismo
generale del ciclo annuale, che si può peraltro spiegare abbastanza facilmente,
poiché è ovvio che è stata dettata da un’assimilazione stabilitasi fra queste
due linee parallele e le due colonne; queste ultime, che naturalmente possono
essere solo verticali, hanno del resto, per la loro rispettiva posizione a nord
e a sud, e almeno da un certo punto di vista, un effettivo rapporto con il
simbolismo, solstiziale.
Quest’aspetto del simbolismo delle due colonne si vede chiaramente
soprattutto nel caso delle “colonne d’Ercole”;6 il carattere di
“eroe solare” di Ercole e la corrispondenza zodiacale delle sue dodici fatiche
sono troppo noti perché occorra insistervi; ed è ovvio che proprio questo
carattere solare giustifica il significato solstiziale delle due colonne cui è
legato il suo nome. Stando così le cose, il motto non plus ultra
riferito a queste colonne pare avere un duplice significato: indica non solo,
secondo l’interpretazione comune che si riferisce al punto di vista terrestre
ed è valida d’altronde nel suo ordine, che esse segnano i limiti del mondo
“conosciuto”, cioè in realtà i limiti che, per ragioni che potrebbe essere
interessante indagare, non era permesso ai viaggiatori superare; ma indica
nello stesso tempo, e forse bisognerebbe dire prima di tutto, che, dal punto di
vista celeste, esse sono i limiti che il sole non può varcare ed entro i quali,
come fra le due tangenti di prima, si compie internamente il suo cammino
annuale.7 Queste ultime considerazioni, possono sembrare abbastanza
lontane dal nostro punto di partenza, ma a dire il vero non è così, poiché esse
contribuiscono alla spiegazione di un simbolo espressamente riferito ai due san
Giovanni; e del resto si può dire che, nella forma cristiana della tradizione,
tutto quel che concerne il simbolismo solstiziale è per questo stesso fatto più
o meno direttamente in rapporto anche con i due san Giovanni.
6. Nella rappresentazione
geografica che colloca queste due colonne da una parte e dall’altra
dell’attuale stretto di Gibilterra, è evidente che quella situata in Europa è
la colonna del nord, mentre quella situata in Africa è la colonna del sud.
7. Su antiche monete
spagnole, si vede una raffigurazione delle colonne d’Ercole, legate da una
specie di banderuola sulla quale è scritto il motto non plus ultra; ora,
fatto che sembra abbastanza poco noto e che segnaliamo qui a titolo di
curiosità, da questa raffigurazione è derivato il contrassegno usuale del
dollaro americano; ma in tale immagine tutta l’importanza è stata data alla
banderuola, che in origine era solo un accessorio ed è stata mutata nella
lettera S, di cui aveva pressappoco la forma, mentre le due colonne, che
costituivano l’elemento essenziale, si trovavano ridotte a due trattini
paralleli, verticali come le due tangenti al cerchio nel simbolismo massonico
appena spiegato; e la cosa non è priva di una certa ironia, visto che proprio la
“scoperta” dell’America ha annullato di fatto l’antica applicazione geografica
del non plus ultra.
Simbolismo costruttivo
39. Il simbolismo della cupola
In un articolo della rivista «The Indian Historical Quarterly» (marzo 1938)
Ananda K. Coomaraswamy ha studiato la questione del simbolismo della cupola,
che è troppo importante, e del resto troppo direttamente legata a certe
considerazioni da noi sviluppate in precedenza, perché non ne esaminiamo
specificamente i principali aspetti. Il primo punto essenziale da notare a tale
riguardo, in connessione con il valore propriamente simbolico e iniziatico
dell’arte architettonica, è che ogni edificio costruito seguendo presupposti
strettamente tradizionali presenta nella struttura e nella disposizione delle
varie parti di cui si compone un significato “cosmico”, suscettibile d’altronde
di una duplice applicazione, conformemente alla relazione analogica fra macrocosmo
e microcosmo, riferendosi cioè sia al mondo sia all’uomo. Questo è naturalmente
vero, in primo luogo, per i templi o altri edifici che hanno una destinazione
“sacra” nel senso più limitato della parola; ma, inoltre, lo è pure per le
semplici abitazioni umane, poiché non si deve dimenticare che in realtà non c’è
niente di “profano” nelle civiltà integralmente tradizionali, tanto che solo
per effetto di una profonda degenerazione si è potuti giungere a costruire case
senza proporsi altro scopo oltre quello di rispondere ai bisogni puramente
materiali dei loro abitanti, e questi ultimi, da parte loro, hanno potuto
accontentarsi di dimore concepite secondo preoccupazioni così angustamente e
bassamente utilitaristiche.
Va da sé che il significato “cosmico” di cui abbiamo appena parlato può
essere realizzato in molteplici maniere, corrispondenti ad altrettanti punti di
vista, che daranno così origine a “tipi” architettonici differenti,
particolarmente legati a questa o quella forma tradizionale. Ora però dobbiamo
esaminare uno soltanto di questi “tipi”, che appare del resto come uno dei più
fondamentali, ed è anche perciò uno dei più ampiamente diffusi. Si tratta di
una struttura costituita essenzialmente da una base a sezione quadrata (poco
importa che tale parte inferiore abbia una forma cubica o più o meno
allungata), sormontata da una cupola di forma più o meno rigorosamente
emisferica. Fra gli esempi più caratteristici si può citare, con Coomaraswamy,
lo stûpa buddistico, e anche, aggiungeremo, la qubbah islamica,
la cui forma generale è esattamente identica;1 bisogna ricollegarvi
anche, fra gli altri casi in cui questa struttura non può non
1. La destinazione dei due
edifici è del resto anch’essa similare giacché lo stûpa, almeno in
origine, era fatto per contenere delle reliquie, e la qubbah è eretta
sulla tomba di un walî.
222 Simboli della Scienza
sacra
distinguersi altrettanto chiaramente a prima vista, quello delle chiese
cristiane nelle quali una cupola è edificata sopra la parte centrale.2
È opportuno osservare anche che un arco, con i suoi due pilastri rettilinei e
il sesto che poggia su questi, non è altro in realtà che lo spaccato verticale
di tale struttura, e, in quest’arco, la “chiave di volta” che occupa il vertice
corrisponde evidentemente al punto più elevato della cupola, sul cui
significato specifico dovremo tornare in seguito.3
È facile rendersi conto, anzitutto, che le due parti della struttura appena
descritta raffigurano la terra e il cielo, cui in effetti corrispondono
rispettivamente la forma quadrata e la forma circolare (o sferica in una
costruzione a tre dimensioni); e tale corrispondenza, per quanto sia indicata
con maggior insistenza nella tradizione estremo-orientale, è ben lungi
dall’appartenere esclusivamente a essa.4 Poiché abbiamo appena
alluso alla tradizione estremo-orientale, non è privo d’interesse segnalare a questo
proposito che in Cina il vestito degli antichi imperatori doveva essere rotondo
in alto e quadrato in basso; tale vestito aveva infatti un significato
simbolico (così come tutte le azioni della loro vita, che erano regolate
secondo i riti), e questo significato era precisamente lo stesso di quello di
cui stiamo considerando la realizzazione architettonica.5
Aggiungiamo subito che, se in quest’ultima si considera l’intera costruzione
come un “ipogeo”, com’è
2. Se la chiesa nel suo
insieme ha la forma di una croce latina, come avviene il più delle volte,
conviene notare che tale croce può essere ottenuta sviluppando un cubo le cui
facce siano stese sul piano di base (questo punto si trova espressamente indicato
nel simbolismo massonico del Royal Arch); la faccia di base, che rimane
naturalmente nella posizione iniziale, corrisponde allora alla parte centrale
sopra cui s’innalza la cupola.
3. In certe raffigurazioni
appartenenti alla massoneria del Royal Arch, il significato “celeste”
del sesto è formalmente indicato dalla rappresentazione su di esso di una parte
dello Zodiaco, e una delle “porte solstiziali” è posta allora nella “chiave di
volta”; tale “porta” dovrebbe peraltro di norma essere diversa a seconda che il
punto in questione venga considerato un’“entrata” o un’“uscita”, conformemente
a quanto abbiamo spiegato in precedenza.
4. Nell’iniziazione
massonica, il passaggio from square to arch rappresenta propriamente un
passaggio “dalla Terra al Cielo” (donde il termine di exaltation per
designare l’ammissione al grado di Royal Arch), cioè dall’ambito dei
“piccoli misteri” a quello dei “grandi misteri”, dove questi ultimi hanno il
duplice aspetto “sacerdotale” e “regale”, poiché il titolo completo
corrispondente è Holy (and) Royal Arch, benché, per ragioni storiche che
non dobbiamo qui esaminare, l’“arte sacerdotale” abbia in certo modo finito con
l’essere cancellata nei confronti dell’“arte regale”. Le forme circolare e
quadrata sono richiamate anche dal compasso e dalla squadra, che servono
rispettivamente a tracciarle, e che si associano in quanto simboli di due
principi complementari, quali sono effettivamente il Cielo e la Terra.
5. L’Imperatore stesso,
così vestito, rappresentava l’“Uomo vero”, mediatore fra il Cielo e la Terra,
di cui egli unisce nella propria natura le rispettive potenze; ed esattamente
in questo senso un maestro massone (che dovrebbe essere pure un “Uomo vero” se
avesse realizzato effettivamente la sua iniziazione) «si trova sempre fra la
squadra e il compasso». Segnaliamo ancora, a questo proposito, uno degli
Il simbolismo della cupola 223
infatti talvolta, letteralmente in certi casi e simbolicamente in altri, ci
si trova ricondotti al simbolismo della caverna come immagine dell’insieme del
“cosmo”.
A questo significato generale se ne aggiunge un altro ancor più preciso:
l’insieme dell’edificio, guardato dall’alto verso il basso, rappresenta il
passaggio dall’Unità principiale (cui corrisponde il punto centrale o la cima
della cupola, della quale l’intera volta non è in certo modo che un’espansione)
al quaternario della manifestazione elementare;6 inversamente, se lo
si guarda dal basso verso l’alto, è il ritorno di questa manifestazione
all’Unità. A tale proposito Coomaraswamy ricorda, in quanto esso avrebbe lo
stesso significato, il simbolismo vêdico dei tre Ribhu che, della coppa
(pâtra) unica di Twashtri, fecero quattro coppe (e va da sé che
la forma della coppa è emisferica come, quella della cupola); il numero
ternario, che interviene qui come un intermediario fra l’Unità e il
quaternario, significa in particolare, in questo caso, che solo per mezzo delle
tre dimensioni dello spazio l’“uno” originario può esser fatto “quattro”, il
che viene raffigurato esattamente dal simbolo della croce a tre dimensioni. Il
processo inverso è rappresentato similmente dalla leggenda di Buddha il quale,
ricevute quattro ciotole per l’elemosina dai Mahârâja dei quattro punti
cardinali, ne fece una sola ciotola; questo indica che, per l’essere
“unificato”, il “Graal” (per usare il termine tradizionale occidentale che
designa evidentemente il corrispettivo di tale pâtra) è di nuovo unico
com’era in principio, cioè al punto di partenza della manifestazione cosmica.7
Prima di andare oltre, segnaleremo che la struttura in questione è anche
suscettibile di una realizzazione orizzontale: a un edificio di forma
rettangolare si aggiungerà una parte semicircolare che sarà posta a una delle
sue estremità, quella che si trova nella direzione cui verrà attribuito il
significato di una corrispondenza “celeste”, per una specie di proiezione sul
piano orizzontale
aspetti del simbolismo
della tartaruga; lo scudo inferiore, che è piatto, corrisponde alla Terra, e lo
scudo superiore, che è arrotondato a forma di cupola, corrisponde al Cielo;
l’animale stesso, fra questi due scudi, rappresenta l’Uomo fra il Cielo e la
Terra, completando così la “Grande Triade”, che svolge un ruolo particolarmente
importante nel simbolismo delle organizzazioni iniziatiche taoiste.
6. La pianta cruciforme di
una chiesa è pure una forma quaternaria; il simbolismo numerico rimane quindi
lo stesso in questo caso come in quello della base quadrata.
7. A proposito di Twashtri
e dei tre Ribhu, considerati come una triade di “artisti”, notiamo che
nelle regole stabilite dalla tradizione indù per la costruzione di un edificio
si trova in certo modo la loro corrispondenza nell’architetto (sthapati)
e i suoi tre compagni o assistenti, il geometra (sûtragrâhi), il
muratore (vardhakî) e il carpentiere (takshaka): si potrebbero
trovare altri equivalenti di questo ternario nella massoneria, ov’esso diviene
inoltre, sotto un aspetto “inverso”, quello dei “cattivi compagni” assassini di
Hiram.
224 Simboli della Scienza
sacra
di base; questo lato, almeno nei casi più conosciuti, sarà quello da cui
viene la luce, cioè quello orientale; l’esempio che si offre immediatamente è
quello di una chiesa terminante in un’abside semicircolare. Un altro esempio è
dato dalla forma completa di un tempio massonico è noto che la Loggia
propriamente detta è un “quadrato lungo”, cioè in realtà un doppio quadrato,
essendo la lunghezza (da oriente a occidente) doppia della larghezza (da nord a
mezzogiorno);8 ma a questo doppio quadrato, che è lo Hikal,
si aggiunge, a oriente, il Debir a forma di emiciclo;9 e
questa pianta è del resto esattamente quella della basilica romana.10
Detto questo, torniamo alla struttura verticale: come fa osservare
Coomaraswamy, essa dev’essere considerata tutta intera in rapporto a un asse
centrale; così è evidentemente nel caso di una capanna il cui tetto a cupola
sia sostenuto da un palo, che unisce la sommità del tetto al suolo, e anche in
quello di certi stûpa il cui asse è raffigurato all’interno, e talvolta
si prolunga anche in alto oltre la cupola. Tuttavia, non è necessario che
quest’asse sia sempre rappresentato materialmente, non più di quanto lo sia in
realtà, in qualsiasi luogo, l’“Asse del Mondo”, di cui è l’immagine;
l’importante è che il centro del suolo occupato dall’edificio, cioè il punto
situato direttamente sotto il vertice della cupola, è sempre virtualmente
identificato con il “Centro del Mondo”; quest’ultimo, infatti, non è un “luogo”
in senso topografico e letterale, ma in senso trascendente e principiale, e, di
conseguenza, può realizzarsi in qualunque “centro” regolarmente stabilito e
consacrato, donde la necessità dei riti che fanno della costruzione di un
edificio una vera imitazione della formazione stessa del mondo.11 Il
punto in questione è quindi un vero
8. Secondo il Crizia
di Platone, il grande tempio di Poseidonide, capitale dell’Atlantide, aveva
anch’esso per base un doppio quadrato; se si prende il lato del quadrato come
unità, la diagonale del doppio quadrato è uguale a 5.
9. Nel Tempio di Salomone,
lo Hikal era il “Santo” e il Debir era il “Santo dei Santi”.
10. In una moschea, il mihrab,
che è una nicchia semicircolare, corrisponde all’abside di una chiesa, e indica
ugualmente la qiblah, cioè l’orientazione rituale; ma qui
l’orientazione, essendo diretta verso un centro che è un punto definito della
superficie terrestre, è naturalmente variabile a seconda dei luoghi.
11. La cupola può talvolta
mancare nella costruzione senza tuttavia che il senso simbolico ne risulti
alterato; vogliamo alludere al tipo tradizionale di una casa disposta a
quadrato intorno a un cortile interno; la parte centrale è allora a cielo
aperto, ma è appunto la stessa volta celeste a svolgere la funzione di una
cupola naturale. Diremo incidentalmente, a questo proposito, che esiste una
certa relazione, in una determinata forma tradizionale, fra la disposizione
della casa e la costituzione della famiglia; così, nella tradizione islamica,
la disposizione quadrilaterale della casa (che dovrebbe normalmente essere del
tutto chiusa al di fuori, poiché tutte le finestre si aprono sul cortile
interno) è in rapporto con la limitazione del numero delle spose a un massimo
di quattro, a ciascuna delle quali è allora assegnato uno dei lati del
quadrilatero.
Il simbolismo della cupola 225
e proprio omphalos (nâbhih prithivyâh); in parecchi casi, ivi
è posto l’altare o il focolare, a seconda che si tratti di un tempio o di una
casa; l’altare è del resto in realtà anche un focolare, e inversamente, in una
civiltà tradizionale, il focolare dev’essere considerato un vero altare domestico;
simbolicamente, è così che si compie la manifestazione di Agni, e
ricorderemo a questo proposito quanto abbiamo detto sulla nascita dell’Avatâra
al centro della caverna iniziatica, poiché è ovvio che qui il significato è lo
stesso, e solo l’applicazione è diversa. Quando è praticata un’apertura al
vertice della cupola, da essa vien fuori il fumo che si alza dal focolare; ma
anche questo, lungi dall’avere solo una ragione utilitaristica come i moderni
potrebbero supporre, ha invece un profondissimo senso simbolico, che ora
esamineremo, precisando inoltre il significato esatto del vertice della cupola
nei due ordini macrocosmico e microcosmico.
40. La Cupola e la Ruota
È noto che la ruota è in genere un simbolo del mondo: la circonferenza
rappresenta la manifestazione, prodotta dall’irradiazione del centro; questo
simbolismo è d’altronde naturalmente suscettibile di significati più o meno
particolarizzati, giacché, invece di applicarsi alla totalità della
manifestazione universale, può anche applicarsi soltanto a un certo ambito di
essa. Un esempio particolarmente importante di quest’ultimo caso è quello in
cui due ruote associate corrispondono a parti diverse dell’insieme cosmico; ciò
si riferisce al simbolismo del carro, quale s’incontra in particolare, molto
spesso, nella tradizione indù; Ananda K. Coomaraswamy ha esposto questo
simbolismo a diverse riprese, e inoltre, a proposito del chhatra e dell’ushnîsha,
in un articolo di «The Poona Orientalist» (numero dell’aprile 1938) dal quale
desumeremo alcune delle considerazioni che seguono.
In ragione di questo simbolismo, la costruzione di un carro è propriamente,
al pari della costruzione architettonica di cui abbiamo appena parlato, la
realizzazione “artigianale” di un modello cosmico; non c’è quasi bisogno di
ricordare che appunto in virtù di considerazioni di quest’ordine i mestieri, in
una civiltà tradizionale, possiedono un valore spirituale e un carattere
veramente “sacro”, e che proprio per questo possono normalmente servire di
“base” a una iniziazione. C’è del resto, fra le due costruzioni di cui
parliamo, un esatto parallelismo, come si vede anzitutto osservando che
l’elemento fondamentale del carro è l’assale (aksha, parola identica ad
“asse”), che rappresenta l’“Asse del Mondo”, ed equivale così al pilastro (skambha)
centrale di un edificio, cui l’intero complesso di quest’ultimo dev’essere
rapportato. Poco importa del resto, come abbiamo detto, che questo pilastro sia
materialmente raffigurato o no; allo stesso modo è detto in certi testi che
l’assale del carro cosmico è soltanto un «soffio separatore» (vyâna),
che, occupando lo spazio intermedio (antariksha spiegato come antaryaksha),
mantiene il Cielo e la Terra nei loro rispettivi “luoghi”,1 e che
d’altronde, se così li separa, al contempo li unisce come un ponte (sêtu)
e permette di passare dall’uno all’altro.2 Le due ruote, poste alle
1. A ciò corrisponde
esattamente, nella tradizione estremo-orientale, il paragone del Cielo e della
Terra ai due palchi di un mantice. L’antariksha è anche, nella
tradizione ebraica, il “firmamento in mezzo alle acque”, che separa le acque
inferiori dalle acque superiori (Genesi, I, 6); l’idea espressa in
latino dalla parola firmamentum corrisponde inoltre al carattere
“adamantino” frequentemente attribuito all’“Asse del Mondo”.
2. Si ritrovano qui assai
chiaramente i due significati complementari del barzakh nella tradizione
islamica.
La Cupola e la Ruota 227
due estremità dell’assale, rappresentano allora effettivamente il Cielo e
la Terra; e l’assale va dall’una all’altra, così come il pilastro centrale va
dal suolo alla cima della volta. Fra le due ruote, sorretta dall’assale, c’è la
“cassa” (kosha) del carro, il cui pavimento, da un altro punto di vista,
corrisponde pure alla Terra, mentre il rivestimento laterale corrisponde allo
spazio intermedio, e il tetto al Cielo; siccome il pavimento del carro cosmico
è quadrato o rettangolare, e il suo tetto a forma di cupola, si ritrova qui la
struttura architettonica studiata in precedenza.
Se si considerano le due ruote come rappresentazioni del Cielo e della
Terra, si potrebbe forse obiettare che, siccome entrambe sono circolari, in
questo caso verrebbe a mancare la differenza delle forme geometriche che
generalmente corrisponde appunto al Cielo e alla Terra; ma nulla impedisce di
ammettere che vi sia in ciò un certo cambiamento di prospettiva, tanto più che
la forma circolare si giustifica comunque come simbolo delle rivoluzioni
cicliche cui è soggetta ogni manifestazione, sia “terrestre” sia “celeste”.
Tuttavia, si può anche, in certo modo, ritrovare la differenza in questione,
supponendo che, mentre la ruota “terrestre” è piana, la ruota “celeste” abbia,
come la cupola, la forma di una porzione di sfera;3 questa
considerazione può sembrare strana a prima vista, ma esiste per l’appunto un
oggetto simbolico che effettivamente unisce in sé la struttura della ruota e
quella della cupola. Quest’oggetto, il cui significato “celeste” è fuor di
dubbio, è il parasole (chhatra): le sue stecche sono palesemente simili
ai raggi della ruota, e, come questi si congiungono nel mozzo, esse si uniscono
pure in un elemento centrale (karnikâ) che le regge, descritto come un
“globo perforato”; l’asse, cioè il manico del parasole, penetra nel mozzo della
ruota; e il prolungamento di quest’asse oltre il punto d’incontro delle stecche
o dei raggi corrisponde anche a quello dell’asse di uno stûpa, nei casi
in cui quest’ultimo si eleva in forma di antenna sopra la cima della cupola; è
ovvio del resto che lo stesso parasole, per la funzione cui è destinato, non è
altro che l’equivalente “portatile”, se si può dire, di un tetto a volta.
Proprio per via del suo simbolismo “celeste”, il parasole è una delle
insegne della regalità; è anche, in senso proprio, un emblema del Chakravartî
o monarca universale4 e, se viene attribuito anche ai sovrani
comuni, lo è solo nella misura in cui
3. Questa differenza di
forma è quella che esiste fra i due scudi della tartaruga, di cui abbiamo
indicato il simbolismo equivalente.
4. Ricorderemo in
proposito che la designazione stessa di Chakravartî si riferisce
anch’essa al simbolismo della ruota.
228 Simboli della Scienza
sacra
essi in certo modo lo rappresentano, ognuno all’interno della sua sfera,
partecipando così alla sua natura e identificandosi con lui nella sua funzione
cosmica.5 Ora, è:importante notare che, per una rigorosa
applicazione del senso inverso dell’analogia, il parasole, nell’uso comune che
ne viene fatto nel “mondo di giù”, è una protezione contro la luce, mentre, in
quanto rappresenta il cielo, le sue stecche sono al contrario i raggi stessi
della luce; e appunto in tale senso superiore lo si deve considerare quando è
un attributo della regalità. La medesima osservazione vale anche per l’ushnîsha,
inteso nel suo senso originario come “copricapo”: essa ha di solito la funzione
di proteggere contro il caldo, ma, quando è simbolicamente attribuito al sole,
rappresenta inversamente ciò che irradia calore (e questo doppio senso è
contenuto fin nell’etimologia del termine ushnîsha); aggiungiamo che
appunto secondo il suo significato “solare” l’ushnîsha, che propriamente
è un turbante e può anche essere una corona, il che in fondo è la stessa cosa,6
è pure, come il parasole, un’insegna della regalità; entrambi sono così
associati al carattere di “gloria” inerente alla regalità, invece di rispondere
a un semplice bisogno pratico come per l’uomo comune.
D’altra parte, mentre l’ushnîsha cinge la testa, il parasole si
identifica con la testa stessa; nella sua corrispondenza “microcosmica”,
infatti, esso rappresenta il cranio e la capigliatura; conviene notare, a tale
riguardo, che nel simbolismo di varie tradizioni i capelli rappresentano il più
delle volte i raggi luminosi. Nell’antica iconografia buddistica l’insieme
costituito dalle impronte dei piedi, l’altare o il trono7 e il
parasole, che corrispondono rispettivamente alla Terra, allo spazio intermedio
e al Cielo, raffigura in modo completo il corpo cosmico del Mahâpurusha
5. Abbiamo accennato in
precedenza alla funzione cosmica riconosciuta all’Imperatore dalla tradizione
estremo-orientale; va da sé che qui si tratta sempre della medesima cosa; e,
relativamente a quanto abbiamo appena detto sul significato del parasole, faremo
anche notare che in Cina il compimento dei riti che costituivano il “culto del
Cielo” era riservato esclusivamente all’Imperatore.
6. Nella tradizione
islamica il turbante, considerato in special modo il segno distintivo di uno sheikh
(in entrambi gli ordini, exoterico ed esoterico), è correntemente designato
come tâj el-Islâm; è dunque una corona (tâj), che, in questo
caso, è il segno non del potere temporale come quella dei re, ma di un’autorità
spirituale. Ricordiamo anche, a proposito del rapporto fra la corona e i raggi
solari, la stretta relazione esistente fra il suo simbolismo e quello delle corna,
di cui abbiamo già parlato.
7. Il trono, in quanto
seggio, equivale in un certo senso all’altare, che è il seggio di Agni;
il carro cosmico è pure guidato da Agni, o dal Sole, che ha allora come
sedile la “cassa” del carro; e, per quanto concerne il rapporto dell’“Asse del
Mondo” con l’antariksha, si può notare ancora che, quando l’altare o il
focolare è posto sotto l’apertura centrale della volta di un edificio, la
“colonna di fumo” di Agni che ne sorge, ed esce da questa apertura,
rappresenta appunto l’“Asse del Mondo”.
La Cupola e la Ruota 229
o “Uomo universale”.8 Allo stesso modo, la cupola, in casi come
quello dello stûpa, è anche, sotto certi aspetti, una rappresentazione
del cranio umano;9 e questa osservazione è particolarmente
importante grazie al fatto che l’apertura per cui passa l’asse, sia che si
tratti della cupola o del parasole, corrisponde nell’essere umano al brahma-randhra;
dovremo tornare a trattare più diffusamente quest’ultimo punto.
8. Ci si può riferire
anche, a tale, proposito, alla descrizione del corpo “macrocosmico” di Vaishwânara,
nella quale l’insieme delle sfere luminose celesti è assimilato alla parte
superiore della testa, cioè alla volta cranica (si veda L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cap. XII).
9. A.K. Coomaraswamy ci ha
segnalato che la stessa osservazione si applica ai “tumuli” preistorici, la cui
forma sembra aver spesso imitato intenzionalmente quella del cranio; del resto,
siccome il “tumulo” è un’immagine artificiale della montagna, lo stesso
significato dev’essersi esteso anche al simbolismo di quest’ultima. A tale
riguardo, è interessante osservare che il nome di Golgotha significa
precisamente “cranio” così come la parola Calvarium con cui è stato
tradotto in latino; secondo una leggenda che ebbe corso nel Medioevo, ma la cui
origine può risalire a molto prima, questa designazione si riferirebbe al
cranio di Adamo, che sarebbe stato sotterrato in questo luogo (o che, in un
senso più esoterico, si identificherebbe con la montagna stessa), il che ci
riconduce ancora alla considerazione dell’“Uomo universale”; appunto tale
cranio è spesso raffigurato ai piedi della croce; e si sa che quest’ultima è
un’altra delle rappresentazioni dell’“Asse del Mondo”.
41. La Porta stretta
Nel corso del suo studio sul simbolismo della cupola, Ananda K.
Coomaraswamy ha segnalato un punto particolarmente degno di attenzione per
quanto concerne la raffigurazione tradizionale dei raggi solari e la sua
relazione con l’“Asse del Mondo”: nella tradizione vêdica, il sole è sempre al
centro dell’Universo, e non nel suo punto più alto, per quanto, da un punto
qualsiasi, esso appaia comunque posto “in cima all’albero”,1 e
questo è facile da capire se si suppone l’Universo simboleggiato da una ruota
che abbia al suo centro il sole e ogni stato dell’essere sulla sua
circonferenza.2 Da qualsiasi punto di quest’ultima, l’“Asse del
Mondo” è al tempo stesso un raggio del cerchio e un raggio del sole, e passa
geometricamente attraverso il sole per prolungarsi oltre il centro e completare
il diametro; ma non è tutto: esso è anche un “raggio solare” il cui
prolungamento non è suscettibile di alcuna rappresentazione geometrica. Si
tratta qui della formula secondo cui il sole è descritto con sette raggi; di
questi, sei, opposti a due a due, formano il trivid vajra, cioè
la croce a tre dimensioni; quelli che corrispondono allo zenith e al
nadir coincidono con il nostro “Asse del Mondo” (skambha), mentre quelli
che corrispondono al nord e al sud, all’est e all’ovest, determinano
l’estensione di un “mondo” (loka) rappresentato da un piano orizzontale.
Quanto al “settimo raggio”, che passa attraverso il sole, ma in un senso
diverso da quello appena indicato, per condurre ai mondi sopra-solari
(considerati come la sfera dell’“immortalità”), esso corrisponde propriamente
al centro, e, di conseguenza, non può essere rappresentato che
dall’intersezione stessa dei bracci della croce a tre dimensioni;3
il suo prolungamento oltre il sole non è dunque assolutamente rappresentabile,
e ciò corrisponde precisamente al carattere “incomunicabile” e “inesprimibile”
di ciò che simboleggia. Dal nostro punto di vista, e da quello di ogni essere
situato sulla “circonferenza” dell’Universo, questo raggio termina nel sole
stesso e si identifica in certo modo con esso in quanto centro, poiché nessuno
può vedere attraverso il disco solare con qualsiasi mezzo
1. Abbiamo indicato in
altre occasioni la rappresentazione del sole in varie tradizioni come il frutto
dell’“Albero della Vita”.
2. Questa posizione
centrale e di conseguenza invariabile del sole gli conferisce qui il carattere
di un vero e proprio “polo”, e nel contempo lo situa costantemente allo zenith
in rapporto a qualsiasi punto dell’Universo.
3. C’è da notare che nelle
raffigurazioni simboliche del sole a sette raggi, in particolare su antiche
monete indiane, per quanto tali raggi siano tracciati necessariamente tutti in
una disposizione circolare intorno al disco centrale, il “settimo raggio” si
distingue dagli altri per una forma nettamente diversa.
La Porta stretta 231
fisico o psichico, e il passaggio “al di là del sole”(che è l’“ultima
morte” e il passaggio alla vera “immortalità”) è possibile solo nell’ordine
puramente spirituale.
Ora, per ricollegare queste considerazioni a quelle esposte in precedenza,
è importante osservare quanto segue: proprio mediante questo “settimo raggio”
il “cuore” di ogni singolo essere è direttamente legato al sole; esso è dunque
il “raggio solare” per eccellenza, il sushumnâ mediante il quale questa
connessione è stabilita in maniera costante e invariabile;4 ed è
anche il sutrâtmâ che unisce tutti gli stati dell’essere fra di loro e
al proprio centro totale.5 Per chi è rivolto al centro del proprio
essere, il “settimo raggio” coincide necessariamente con l’“Asse del Mondo”; e
per tale essere è detto che il «Sole sorge sempre allo zenith e tramonta
al nadir».6 Così, per quanto l’“Asse del Mondo” non sia in
atto questo “settimo raggio” per un essere qualunque situato in questo o quel
punto particolare della circonferenza, lo è però sempre in potenza, nel senso
che esso ha la possibilità di identificarvisi con il ritorno al centro, in
qualsiasi stato di esistenza questo ritorno venga effettuato. Si potrebbe dire
ancora che il “settimo raggio” è il solo “Asse” veramente immutabile, il solo
che, dal punto di vista universale, possa essere veramente designato con questo
nome, e che ogni “asse” particolare, relativo a una posizione contingente, è
realmente “asse” soltanto in virtù di tale possibilità di identificazione con
quello; ed è questo in definitiva che dà tutto il suo significato a qualsiasi
rappresentazione simbolicamente “localizzata” dell’“Asse del Mondo”, come, per
esempio, quella precedentemente esaminata nella struttura degli edifici
costruiti secondo regole tradizionali, e specialmente di quelli ricoperti da un
tetto a forma di cupola, giacché appunto all’argomento della cupola dobbiamo
ora tornare nuovamente.
Che l’asse sia materialmente raffigurato sotto forma di albero o di
pilastro centrale o che lo rappresenti la fiamma che sale e la “colonna di
fumo” di Agni, nel caso in cui il centro dell’edificio sia occupato
dall’altare o dal focolare,7 comunque esso va a terminare sempre
4. Si veda L’Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cap. XX.
5. A questo si riferisce,
nella tradizione islamica, uno dei significati della parola es-sirr,
letteralmente il “segreto”, usata per designare quel che vi è di più centrale
in ogni essere, e nel contempo la sua relazione diretta con il “Centro”
supremo, in virtù di quel carattere di “incomunicabilità” di cui abbiamo appena
parlato.
6. Chhândogya Upanishad,
3° Prapâthaka, 8° Khanda, shruti 10.
7. Nel caso che abbiamo
già segnalato di un’abitazione disposta intorno a un cortile interno scoperto
(e che non riceve la luce se non dalla parte interna), il centro di tale
cortile è talvolta occupato da una fontana; essa rappresenta allora la “Fontana
della Vita”, che esce dai piedi dell’“Albero di Mezzo” (per quanto,
naturalmente, l’albero possa anche non aver qui una raffigurazione materiale).
232 Simboli della Scienza
sacra
esattamente nel vertice della cupola, e talvolta, come abbiamo già
segnalato, anche la attraversa e si prolunga oltre in forma di antenna, o come
il manico del parasole in un altro esempio il cui simbolismo è equivalente.
Appare qui evidente che il vertice della cupola si identifica col mozzo della
ruota celeste del “carro cosmico”; e, siccome abbiamo visto che il centro della
ruota è occupato dal sole, ne consegue che il passaggio dell’asse per questo
punto rappresenta quel passaggio “al di là del Sole”, e attraverso di esso, di
cui si è parlato sopra. È la stessa cosa quando, in assenza di una
raffigurazione materiale dell’asse, la cupola è forata al vertice da
un’apertura circolare (attraverso la quale esce, nel caso ora ricordato, il
fumo del focolare posto direttamente sotto di essa); tale apertura è una
rappresentazione del disco solare stesso in quanto “Occhio del Mondo”, e
attraverso di essa si effettua l’uscita dal “cosmo”, come abbiamo spiegato nei
nostri studi dedicati al simbolismo della caverna.8 In ogni modo,
soltanto attraverso quest’apertura centrale l’essere può passare al Brahma-loka,
che è un ambito essenzialmente “extra-cosmico”;9 ed essa appunto è
anche la “porta stretta”, che dà ugualmente accesso, nel simbolismo evangelico,
al “Regno di Dio”.10
La corrispondenza “microcosmica” di questa “porta solare” è facile a
trovarsi, soprattutto se ci si riferisce alla somiglianza della cupola con il
cranio umano, cui abbiamo accennato in precedenza: la cima della cupola è la
“corona” della testa, cioè il punto in cui va a terminare l’“arteria coronale”
sottile o sushumnâ, che si trova sul prolungamento diretto del “raggio
solare” chiamato anch’esso sushumnâ, e che è anche in realtà, almeno
virtualmente, la porzione assiale “intra-umana”, se così ci si può esprimere.
Tale punto è l’orifizio chiamato brahma-randhra, attraverso il quale
esce lo spirito dell’essere in via di liberazione, quando i legami che lo
univano al composto corporeo
8. Presso gli Indiani
dell’America del Nord, che sembrano aver conservato un numero di dati
tradizionali perfettamente riconoscibili maggiore di quanto si creda di solito,
i diversi “mondi” sono spesso rappresentati come una serie di caverne
sovrapposte, e gli esseri passano dall’uno all’altro salendo lungo un albero
centrale; naturalmente il nostro mondo è anch’esso una di queste caverne, con
il cielo come volta.
9. Si potrà, a questo
proposito, riferirsi alle descrizioni del dêva-yâna, di cui il Brahma-loka
è l’esito “al di là del sole” (si veda L’Homme et son devenir selon le
Vêdânta, cap. XXI).
10. Nel simbolismo del
tiro con l’arco, il centro del bersaglio ha lo stesso significato; senza
insistere qui su tale argomento, ricorderemo soltanto che la freccia è un altro
simbolo “assiale”, e anche una delle figure più frequenti del “raggio solare”.
In certi casi, un filo è attaccato alla freccia, e deve attraversare il
bersaglio; questo ricorda in maniera davvero sorprendente la figura evangelica
della “cruna dell’ago”, e il simbolo del filo (sûtra) si ritrova del
resto anche nel termine sûtrâtma.
La Porta stretta 233
e psichico umano (in quanto jîvâtmâ) sono stati rotti;11
e va da sé che questa via è esclusivamente riservata al caso dell’essere
“conoscente” (vidwân), per il quale l’“asse” si è effettivamente
identificato col “settimo raggio”, e che è allora pronto a uscire
definitivamente dal “cosmo” passando “al di là del Sole”.
11. A questo si riferisce
in modo chiarissimo il rito di trapanazione postuma di cui si è constatata
l’esistenza in numerose sepolture preistoriche, e che si è pure conservato fino
a epoche molto più recenti presso alcuni popoli; del resto, nella tradizione
cristiana, la tonsura dei sacerdoti, la cui forma è anch’essa quella del disco
solare e dell’“occhio” della cupola, si riferisce palesemente allo stesso
simbolismo rituale.
42. L’Ottagono
Torniamo al problema del simbolismo, comune alla maggior parte delle
tradizioni, degli edifici costituiti da una base a sezione quadrata sormontata
da una cupola più o meno rigorosamente emisferica. Le forme quadrate o cubiche
si riferiscono alla terra e le forme circolari o sferiche al cielo: il loro
significato ha infatti un’evidenza immediata; aggiungeremo che la terra e il
cielo non designano qui solo i due poli fra i quali si produce ogni
manifestazione, com’è in particolare nella Grande Triade estremo-orientale,
ma comprendono anche, come nel Tribhuvana indù, gli aspetti di questa
manifestazione rispettivamente più vicini ai due poli, e che, per tale ragione,
sono chiamati mondo terrestre e mondo celeste. C’è un punto su cui non abbiamo
in precedenza avuto occasione di insistere, il quale merita tuttavia di essere
preso in considerazione: e cioè, in quanto l’edificio rappresenta la
realizzazione di un “modello cosmico”, l’insieme della sua struttura, se si
riducesse esclusivamente alla base e alla cupola, sarebbe incompleto, nel senso
che, nella sovrapposizione dei “tre mondi”, mancherebbe un elemento
corrispondente al “mondo intermedio”. Di fatto, anche questo elemento esiste,
poiché la cupola o la volta circolare non può poggiare direttamente sulla base
quadrata, e per permettere il passaggio dall’una all’altra ci vuole una forma
di transizione che sia in qualche modo intermedia fra il quadrato e il cerchio;
questa forma è in genere quella dell’ottagono.
Dal punto di vista geometrico, la forma ottagonale è realmente più vicina
al cerchio che al quadrato, poiché un poligono regolare si avvicina tanto più
al cerchio quanto maggiore è il numero dei suoi lati. È noto infatti che il
cerchio può essere considerato il limite a cui tende un poligono regolare
quando il numero dei suoi lati aumenta indefinitamente; e si vede qui
chiaramente il carattere del limite inteso in senso matematico: non è l’ultimo
termine della serie che tende verso di esso; ma è al di fuori e al di là di
questa serie, poiché, per quanto grande sia il numero dei lati di un poligono,
esso non arriverà mai a confondersi con il cerchio, la cui definizione è
essenzialmente diversa da quella dei poligoni.1 D’altra parte, si
può osservare che nella serie di poligoni ottenuta partendo dal quadrato e
raddoppiando ogni volta il numero dei lati l’ottagono è il primo termine;2
è dunque
1. Cfr. Les Principes
du calcul infinitésimal, capp. XII e XIII.
2. O il secondo se si
conta il quadrato stesso come primo termine; ma se si parla della serie
intermedia fra il quadrato e il cerchio, come facciamo qui, il primo termine è
proprio l’ottagono.
L’Ottagono 235
il più semplice fra tutti questi poligoni, e al tempo stesso si può dire
che esso rappresenta tutta la serie intermedia.
Dal punto di vista del simbolismo cosmico, considerato più particolarmente
sotto il suo aspetto spaziale, la forma quaternaria, cioè quella del quadrato
quando si tratta di poligoni, è naturalmente in rapporto con i quattro punti
cardinali e le loro varie corrispondenze tradizionali. Per ottenere la forma
ottagonale, bisogna considerare inoltre, fra i quattro punti cardinali, i
quattro punti intermedi,3 che formano con essi un insieme di otto
direzioni, quelli che varie tradizioni designano come gli “otto venti”.4
Tale considerazione dei “venti” presenta un aspetto assai notevole: nel
ternario vêdico delle “divinità” che presiedono rispettivamente ai tre mondi, Agni,
Vâyu e Âditya, è Vâyu infatti che corrisponde al mondo
intermedio. A questo proposito, per quel che concerne le due parti inferiore e
superiore dell’edificio, le quali rappresentano come abbiamo detto il mondo
terrestre e il mondo celeste, è opportuno notare che il focolare o l’altare,
che occupa di norma il centro della base, corrisponde evidentemente ad Agni,
e l’“occhio” che si trova nel vertice della cupola raffigura la “porta solare”
e corrisponde pure non meno rigorosamente ad Âditya. Aggiungiamo ancora
che Vâyu, in quanto si identifica con il “soffio vitale” è palesemente
in relazione immediata con la sfera psichica o manifestazione sottile, il che
finisce di giustificare completamente tale corrispondenza, la si consideri
nell’ordine macrocosmico o nell’ordine microcosmico.
Nella costruzione, la forma dell’ottagono può naturalmente essere
realizzata in vari modi, e in particolare con otto pilastri che reggono la
volta; ne troviamo un esempio in Cina nel caso del Ming-tang,5
il cui «tetto rotondo è retto da otto colonne che poggiano su una base quadrata
come la terra, poiché, per realizzare questa quadratura del cerchio, che va
dall’unità celeste della volta al quadrato degli elementi terrestri, bisogna
passare per l’ottagono, che è in rapporto con il mondo intermedio delle otto
direzioni, delle otto porte e degli otto venti».6 Il simbolismo
delle “otto porte”, che è pure menzionato qui, si spiega per il
3. Quando i punti
cardinali sono messi in corrispondenza con gli elementi corporei, i punti
intermedi corrispondono alle qualità sensibili: caldo e freddo, secco e umido.
4. Ad Atene, la “Torre dei
Venti” era ottagonale. Notiamo di sfuggita il carattere singolare del termine
“rosa dei venti”, che si usa correntemente senza prestarvi attenzione: nel
simbolismo rosacrociano, Rosa Mundi e Rota Mundi erano
espressioni equivalenti, e la Rosa Mundi era precisamente raffigurata
con otto raggi, corrispondenti agli elementi e alle qualità sensibili.
5. Cfr. La Grande
Triade, cap. XVI.
6. Luc Benoist, Art du
monde, p. 90.
236 Simboli della Scienza
sacra
fatto che la porta è essenzialmente un luogo di passaggio, e come tale
rappresenta la transizione da uno stato all’altro, e specialmente da uno stato
“esterno” a uno stato “interno”, almeno relativamente, tanto più che questo
rapporto fra l’“esterno”e l’“interno”, a qualunque livello si situi, è sempre
paragonabile a quello tra il mondo terrestre e il mondo celeste.
Nel cristianesimo, i battisteri antichi avevano forma ottagonale e, sebbene
tale simbolismo sia stato dimenticato o almeno trascurato a partire dall’epoca
del Rinascimento, questa forma si ritrova in genere ancora oggi nella vasca dei
fonti battesimali.7 Anche qui si tratta con tutta evidenza di un
luogo di passaggio o di transizione; d’altronde, nei primi secoli, il
battistero era situato fuori della chiesa e soltanto coloro che avevano
ricevuto il battesimo erano ammessi a penetrare all’interno di essa; va da sé
che il fatto che i fonti siano stati in seguito trasportati nella chiesa
stessa, ma sempre vicino all’entrata, non muta nulla del loro significato. In
un certo senso, quanto abbiamo detto mostra che la chiesa è, in rapporto
all’esterno, in una corrispondenza che è quasi un’immagine di quella del mondo
celeste in rapporto al mondo terrestre, e il battistero, attraverso il quale
bisogna passare per andare dall’uno all’altro, corrisponde perciò al mondo
intermedio; inoltre, lo stesso battistero è in relazione ancora più diretta con
quest’ultimo per via del carattere del rito che vi si compie, e che è
propriamente il mezzo di una rigenerazione che si effettua nella sfera
psichica, cioè negli elementi dell’essere che appartengono per loro natura al
mondo intermedio.8
A proposito delle otto direzioni, abbiamo rilevato una concordanza tra
differenti forme tradizionali che, per quanto si riferisca a un ordine di
considerazioni diverso da quello che avevamo specificamente in vista, ci sembra
troppo degna di nota perché ci asteniamo dal citarla: Luc Benoist segnala9
che «nello Scivias di santa Ildegarda, il trono divino che circonda i
mondi è rappresentato da un cerchio sostenuto da otto angeli». Ora, questo
«trono che circonda i mondi» è la traduzione più esatta possibile dell’espressione
araba El-Arsh El-Muhît, e una rappresentazione identica si trova anche
nella tradizione islamica, secondo
7. Ibidem, p. 65.
8. Quando consacra
l’acqua, il sacerdote traccia con l’alito sulla sua superficie un segno che ha
la forma della lettera greca psi, iniziale della parola psyché;
questo è assai significativo poiché è effettivamente nell’ordine psichico che
deve operare l’influenza alla quale l’acqua consacrata serve da veicolo; ed è
facile vedere anche il rapporto di questo rito con il “soffio vitale” di cui
parlavamo sopra.
9. Op. cit., p. 79.
L’Ottagono 237
la quale tale trono è pure sostenuto da otto angeli, che, come abbiamo
spiegato altrove,10 corrispondono sia alle otto direzioni sia a
gruppi di lettere dell’alfabeto arabo; si dovrà riconoscere che una simile
“coincidenza” è piuttosto sorprendente! Qui, non è più del mondo intermedio che
si tratta, a meno che non si possa dire che la funzione degli angeli stabilisce
una connessione fra quest’ultimo e il mondo celeste; comunque sia, tale
simbolismo può tuttavia, almeno sotto un certo profilo, essere ricollegato a
quanto precede, se ricordiamo il testo biblico secondo cui Dio «fa dei Venti i
suoi messaggeri»,11 e osserviamo che gli angeli sono letteralmente i
“messaggeri” divini.
10. Note sur
l’angélologie de l’alphabet arabe, in «Études Traditionnelles»,
agosto-settembre 1938.
11. Salmo CIV, 4.
43. La “pietra angolare”
Il simbolismo della “pietra angolare”, nella tradizione cristiana, si basa
su questo testo: «La pietra che i costruttori avevan gettato via è diventata la
principale pietra d’angolo», o più esattamente “testa d’angolo” (caput
anguli).1 Lo strano è che questo simbolismo sia il più delle
volte mal compreso, per via di una confusione fatta comunemente fra la “pietra
angolare” e la “pietra fondamentale” cui si riferisce quest’altro testo ancor
più noto: «Tu sei Pietro, e su questa pietra costruirò la mia Chiesa, e le
porte dell’inferno non prevarranno su di essa».2 Tale confusione è
strana, dicevamo, perché, dal punto di vista specificamente cristiano, essa
porta di fatto a confondere san Pietro con Cristo stesso, poiché è quest’ultimo
a essere designato espressamente come “pietra angolare”, come mostra questo passo
di san Paolo, che inoltre la distingue nettamente dalle “fondamenta”
dell’edificio: «Voi siete un edificio costruito sul fondamento degli apostoli e
dei profeti, di cui Gesù Cristo è la principale pietra d’angolo (summo
angulari lapide), nel quale ogni edificio, costruito e legato in tutte le
sue parti, si eleva in un tempio consacrato al Signore, per mezzo del quale voi
siete entrati nella sua struttura [più letteralmente “costruiti assieme”, coedificamini]
per essere l’abitazione di Dio nello Spirito».3 Se l’equivoco in
questione fosse unicamente moderno, non sarebbe certo il caso di stupirsene
oltre misura, ma sembra effettivamente che lo si incontri già in epoche in cui
non è possibile attribuirlo a pura e semplice ignoranza del simbolismo; si è
quindi condotti a chiedersi se in realtà non si sia piuttosto trattato, in
origine, di una “sostituzione” intenzionale, giustificata dal ruolo di san
Pietro come “sostituto” di Cristo (in latino vicarius, che corrisponde
in tal senso all’arabo Khalîfah); se così fosse, questo modo di “velare”
il simbolismo della “pietra angolare” sembrerebbe indicare che lo si riteneva
contenere qualcosa di particolarmente misterioso, e si vedrà in seguito come
una simile supposizione sia lungi dall’essere ingiustificata.4
Comunque sia, in questa identificazione
1. Salmo CXVIII,
22; Matteo, XXI, 42; Marco, XII, 10; Luca, XX, 17.
2. Matteo, XVI, 18.
3. Epistola agli
Efesini, II, 20-22.
4. La “sostituzione” è
stata forse aiutata dalla somiglianza fonetica esistente fra il nome ebraico Kephas,
che significa “pietra”, e la parola greca Kephalé, “testa”; ma non c’è
fra queste due parole alcun altro rapporto, e le fondamenta di un edificio non
possono evidentemente essere identificate con la sua “testa”, cioè il suo
vertice, il che equivarrebbe a rovesciare l’intero edificio; si potrebbe del resto
domandarsi anche se questo “rovesciamento” non abbia una certa corrispondenza
simbolica con la crocifissione di san Pietro a testa in giù.
La “pietra angolare” 239
delle due pietre, anche dal punto di vista della semplice logica, c’è
un’impossibilità che appare chiaramente se si esaminano con un po’ più
d’attenzione i testi che abbiamo citato: la “pietra fondamentale” è quella
posta per prima, all’inizio della costruzione di un edificio (e perciò viene
anche chiamata “prima pietra”);5 come si potrebbe dunque gettarla
via nel corso della costruzione? Perché sia così, occorre al contrario che la
“pietra angolare” sia tale da non poter trovare ancora il suo posto; e infatti,
come vedremo, lo può trovare solo al momento del compimento dell’intero
edificio, e così diventa realmente la “testa d’angolo”.
In un articolo che abbiamo già segnalato,6 Ananda Coomaraswamy
osserva che l’intenzione del testo di san Paolo è evidentemente di
rappresentare Cristo come l’unico principio da cui dipende tutto l’edificio
della Chiesa, e aggiunge che «il principio di una cosa non si trova né in una
delle sue parti né nella totalità delle sue parti, ma là dove tutte le parti
sono ridotte a una unità senza composizione». La “pietra fondamentale” (foundation-stone)
può sì esser chiamata, in un certo senso, “pietra d’angolo” (corner-stone)
come si fa di solito, poiché essa è posta a un “angolo” (corner)
dell’edificio;7 ma non è unica come tale, giacché l’edificio ha
necessariamente quattro angoli; e, anche se si vuol parlare più particolarmente
della “prima pietra”, essa non differisce in nulla dalle pietre di base degli
altri angoli, se non per la sua posizione,8 e non se ne distingue né
per la forma né per la funzione, essendo in definitiva solo uno fra quattro
sostegni uguali tra loro; si potrebbe dire che una qualunque di queste quattro corner-stones
“riflette” in qualche modo il principio dominante dell’edificio, ma non
potrebbe
5. Questa pietra
dev’essere posta all’angolo nord-est dell’edificio; noteremo a questo proposito
che nel simbolismo di san Pietro è opportuno distinguere diversi aspetti o
funzioni cui corrispondono diverse “posizioni”, poiché d’altra parte, in quanto
janitor, il suo posto è a Occidente, ove si trova l’entrata di ogni
chiesa normalmente orientata; inoltre, san Pietro e san Paolo sono anche
rappresentati come le due “colonne” della Chiesa, e sono allora di solito
raffigurati uno con le chiavi e l’altro con la spada, nell’atteggiamento di due
dwârapâla.
6. Eckstein, nella
rivista «Speculum», gennaio 1939.
7. In questo studio saremo
costretti a riferirci spesso ai termini “tecnici” inglesi, perché, appartenendo
originariamente al linguaggio dell’antica massoneria operativa, sono stati per
lo più conservati nei rituali della Royal Arch Masonry e dei gradi
accessori che vi sono collegati, rituali di cui non esiste alcun equivalente in
francese; si vedrà che alcuni di questi termini sono di traduzione abbastanza
difficile.
8. Secondo il rituale
operativo, questa “prima pietra” è, come abbiamo detto, quella dell’angolo
nord-est; le pietre degli altri angoli sono poste successivamente secondo il
senso del cammino apparente del sole, cioè in quest’ordine: sud-est, sud-ovest,
nord-ovest.
240 Simboli della Scienza
sacra
assolutamente essere considerata il principio stesso.9 Del
resto, se proprio di questo si trattasse, non si potrebbe neppure parlare
logicamente della “pietra angolare”, poiché, di fatto, ce ne sarebbero
quattro; essa dev’essere quindi qualcosa di essenzialmente diverso dalla corner-stone
intesa nel senso corrente di “pietra fondamentale”, e queste due pietre hanno
in comune solo il carattere di appartenere a un medesimo simbolismo
“costruttivo”.
Abbiamo appena accennato alla forma della “pietra angolare”, ed è questo
effettivamente un punto particolarmente importante: proprio per il fatto che
questa pietra ha una forma speciale, che la differenzia da tutte le altre, non
solo essa non può trovare posto nel corso della costruzione, ma i costruttori
non possono nemmeno capire quale sia la sua destinazione; se lo capissero è
evidente che non la getterebbero via, e si accontenterebbero di serbarla fino
alla fine; ma invece si chiedono «cosa faranno della pietra», e, non potendo
trovare una risposta soddisfacente alla domanda, decidono, credendola
inutilizzabile, di «gettarla fra i rifiuti» (to heave it over among the
rubbish).10 La destinazione di questa pietra può essere compresa
soltanto da un’altra categoria di costruttori, che a questo stadio non
intervengono ancora: sono coloro i quali sono passati “dalla squadra al
compasso”, e, con questa distinzione, bisogna naturalmente intendere quella
delle forme geometriche che i due strumenti servono rispettivamente a
tracciare, cioè la forma quadrata e la forma circolare, che simboleggiano in
genere, com’è noto, la terra e il cielo; qui, la forma quadrata corrisponde
alla parte inferiore dell’edificio, e la forma circolare alla sua parte
superiore, che, in tal caso, deve perciò essere costituita da una cupola o una
volta.11 Infatti, la “pietra angolare” è in realtà proprio una
“chiave di volta” (keystone); A.K. Coomaraswamy dice che, per rendere il
vero significato dell’espressione «è diventata la testa dell’angolo» (has
become the head of the corner) si potrebbe tradurla con has become the
keystone of the arch, il che è perfettamente esatto; e così questa pietra,
tanto per la sua forma quanto per la sua posizione, è effettivamente unica
nell’intero edificio, come dev’esserlo per poter simboleggiare il principio da
cui tutto dipende. Stupirà
9. Questa “riflessione” è
evidentemente in rapporto diretto con la sostituzione di cui abbiamo parlato.
10. L’espressione to
heave over è abbastanza singolare, e apparentemente inusitata in questo
senso nell’inglese moderno; essa sembrerebbe poter significare “sollevare” o
“elevare”, ma, dal resto della frase citata, risulta chiaro che qui si applica
proprio al gesto del “gettar via” la pietra.
11. Tale distinzione è, in
altri termini, quella fra la Square Masonry e la Arch Masonry,
che per i loro rispettivi rapporti con la “terra” e il “cielo”, o con le parti
dell’edificio che li rappresentano, sono messe qui in corrispondenza con i
“piccoli misteri” e i “grandi misteri”.
La “pietra angolare” 241
forse che questa rappresentazione del principio trovi così il suo posto
solo alla fine della costruzione; ma si può dire che quest’ultima, nel suo
complesso, è ordinata in rapporto a quella (quel che san Paolo esprime dicendo
che «in essa tutto l’edificio si eleva in un tempio consacrato al Signore»), e
in essa trova finalmente la sua unità; anche qui c’è un’applicazione
dell’analogia, che abbiamo già spiegata in altre occasioni, fra il “primo” e
l’“ultimo”, o il “principio” e la “fine”: la costruzione rappresenta la
manifestazione, nella quale il principio appare solo come il compimento finale;
e proprio in virtù di questa analogia la “prima pietra”, o la” pietra
fondamentale”, può esser considerata come un “riflesso” dell’“ultima pietra”,
che è la vera “pietra angolare”.
L’equivoco implicito in un’espressione quale corner-stone poggia in
definitiva sui diversi sensi possibili della parola “angolo”; Coomaraswamy
osserva che in varie lingue le parole che significano “angolo” sono spesso in
rapporto con altre che significano “testa” ed “estremità”: in greco, kephalê,
“testa”, e in architettura “capitello” (capitulum, diminutivo di caput)
può applicarsi solo a un vertice; ma akros (sanscrito agra) può
indicare un’estremità in qualsiasi direzione, cioè, nel caso di un edificio, il
vertice o uno dei quattro “angoli” (il francese coin è etimologicamente
imparentato con il greco gônia, “angolo”), per quanto spesso si applichi
di preferenza al vertice. Ma la cosa più importante, dallo speciale punto di
vista dei testi sulla “pietra angolare” nella tradizione giudaico-cristiana, è
la considerazione della parola ebraica che significa “angolo”: questa parola è pinnah,
e si trovano le espressioni eben pinnah, “pietra d’angolo”, e rosh
pinnah, “testa d’angolo”; ma è particolarmente degno di nota che, in senso
figurato, questa stessa parola pinnah sia usata con il significato di
“capo”: un’espressione che designa i “capi del popolo” (pinnoth ha-am) è
tradotta letteralmente nella Vulgata con angulos populorum.12
Un “capo” etimologicamente è una “testa” (caput), e pinnah si
ricollega per la sua radice a pnê, che significa “faccia”; lo stretto
rapporto fra queste idee di “testa” e di “faccia” è evidente, e, inoltre, il
termine “faccia” appartiene a un simbolismo molto diffuso che meriterebbe di essere
esaminato a parte.13 Un’altra idea connessa è quella
12. I Samuele, XIV,
38; la versione greca dei Settanta usa anch’essa la parola gônia.
13. Cfr. A.-M, Hocart, Les
Castes, pp. 151-154, a proposito dell’espressione “facce della terra” usata
nelle isole Figi per designare i capi. La parola greca Karai, nei primi
secoli del cristianesimo, serviva a designare le cinque “facce” o “teste della
Chiesa”, cioè i cinque principali patriarchi, le cui iniziali riunite formavano
precisamente questa parola: Costantinopoli, Alessandria, Roma, Antiochia,
Gerusalemme.
242 Simboli della Scienza
sacra
di “punta” (che si trova nel sanscrito agra, nel greco akros,
nel latino acer e acies); abbiamo già parlato del simbolismo
delle punte a proposito di quello delle armi e delle corna,14 e
abbiamo visto come esso si riferisca all’idea di estremità, ma più in
particolare all’estremità superiore, cioè il punto più elevato o il vertice;
tutti questi accostamenti non fanno quindi che confermare quanto abbiamo detto
sulla posizione della “pietra angolare” in cima all’edificio: anche se ci sono
altre “pietre angolari” nel senso più generale dell’espressione,15
quella sola è realmente la “pietra angolare” per eccellenza.
Troviamo altre indicazioni interessanti nei significati della parola araba rukn,
“angolo”: questa parola, poiché designa le estremità di una cosa, cioè le sue
parti più remote e di conseguenza più nascoste (recondita e abscondita,
si potrebbe dire in latino), assume talora il significato di “segreto” o di
“mistero”; e, sotto questo profilo, il suo plurale arkân è da avvicinare
al latino arcanum, che ha lo stesso senso, e con cui presenta una
sorprendente somiglianza; del resto, almeno nel linguaggio degli ermetisti,
l’uso del termine “arcano” è stato certamente influenzato direttamente dal
termine arabo in questione.16 Inoltre, rukn ha anche il senso
di “base” o di “fondamento”, il che ci riconduce alla corner-stone
intesa come “pietra fondamentale”; nella terminologia alchimistica, el-arkân,
quando questa designazione è impiegata senz’altra precisazione, sono i quattro
elementi, cioè le “basi” sostanziali del nostro mondo, che sono così assimilati
alle pietre di base dei quattro angoli di un edificio, poiché è su di essi che
in certo modo è costruito tutto il mondo corporeo (rappresentato anche dalla
forma quadrata);17 e con questo approdiamo direttamente al
simbolismo che stiamo esaminando. Infatti, non ci sono solo questi quattro arkân
o elementi “basici” ma c’è anche un quinto rukn, il quinto elemento o la
“quintessenza” (ossia l’etere, el-athîr); quest’ultimo non è sullo
stesso “piano” degli altri, poiché non è semplicemente una base come
14. Si può osservare che
la parola inglese corner è evidentemente derivata da “corno”.
15. In tal senso, non ci
sono solo quattro “pietre angolari” alla base, ma anche a qualsiasi livello
della costruzione; e queste pietre sono tutte della stessa forma comune,
rettilinea e rettangolare (cioè tagliate on the square, avendo del resto
la parola square il duplice senso di “squadra” e di “quadrato”),
contrariamente a quanto avviene nel caso unico della keystone.
16. Potrebbe essere
interessante cercare se può esservi un’affinità etimologica reale fra le due
parole araba e latina, anche nell’uso antico di quest’ultima (per esempio nella
disciplina arcani dei cristiani dei primi secoli) o se si tratta
soltanto di una “convergenza” prodottasi ulteriormente fra gli ermetisti del
Medioevo.
17. Questa assimilazione
degli elementi ai quattro angoli di un quadrato è naturalmente in rapporto
anche con la corrispondenza che esiste fra questi stessi elementi e i punti
cardinali.
La “pietra angolare” 243
quelli, bensì il principio stesso di questo mondo;18 sarà dunque
rappresentato dal quinto “angolo” dell’edificio, che è il vertice; e a questo
“quinto”, che è in realtà il “primo”, conviene propriamente l’appellativo di
angolo supremo, di angolo per eccellenza o “angolo degli angoli” (rukn
el-arkân), perché in esso la molteplicità degli altri angoli è ridotta
all’unità.19 Si può inoltre notare che la figura geometrica ottenuta
unendo questi cinque angoli è quella di una piramide a base quadrangolare: gli
spigoli laterali della piramide emanano dal suo vertice come altrettanti raggi,
così come i quattro elementi comuni, rappresentati dalle estremità inferiori
degli spigoli, procedono dal quinto e sono da esso prodotti; e sempre secondo
questi spigoli, che abbiamo intenzionalmente assimilato a dei raggi per questa
ragione (e anche in virtù del carattere “solare” del punto da cui sono usciti,
in accordo con quanto abbiamo detto a proposito dell’“occhio” della cupola), la
“pietra angolare” del vertice si “riflette” in ciascuna delle “pietre
fondamentali” dei quattro angoli della base. Infine, c’è in quanto è stato
appena detto la chiarissima indicazione di una correlazione esistente fra il
simbolismo alchimistico e il simbolismo architettonico, che si spiega d’altronde
con il loro comune carattere “cosmologico”; anche questo è un punto importante,
sul quale dovremo tornare a proposito di altri accostamenti dello stesso
ordine.
La “pietra angolare”, presa nel suo vero significato di pietra “del
vertice”, è designata in inglese sia come keystone, sia come capstone
(che a volte si trova anche scritto capestone), sia come copestone
(o coping-stone); la prima di queste tre parole è facilmente
comprensibile, essendo l’esatto equivalente del termine francese clef de
voûte, “chiave di volta” (o d’arco, poiché la parola in realtà può
applicarsi esattamente alla pietra che forma il vertice sia di un arco sia di
una volta); ma le altre due richiedono maggiori spiegazioni. In capstone,
la parola cap è evidentemente il latino caput, “testa”, il che ci
riconduce alla designazione
18. Sarebbe sullo stesso
piano (nel suo punto centrale) se tale piano rappresentasse uno stato di
esistenza tutto intero; ma non è questo il nostro caso, poiché tutto l’insieme
dell’edificio è un’immagine del mondo. Osserviamo a questo proposito che la proiezione
orizzontale della Piramide è costituita dal quadrato di base con le sue
diagonali, poiché gli spigoli laterali si proiettano secondo queste ultime e il
vertice nel loro punto d’incontro, cioè al centro del quadrato.
19. Nel senso di “mistero”
che abbiamo indicato sopra, rukn el-arkân equivale a sirr el-asrâr,
rappresentato, come abbiamo spiegato altrove, dalla punta superiore della
lettera alif:, l’alif stesso raffigura l’“Asse del Mondo”, e
tutto ciò, come si vedrà ancor meglio in seguito, corrisponde esattamente alla
posizione della keystone.
244 Simboli della Scienza
sacra
di questa pietra come “testa dell’angolo”; è propriamente la pietra che achève,
cioè compie o “corona” un edificio; ed è anche un capitello, il quale è allo
stesso modo il “coronamento” di una colonna.20 Abbiamo appena
parlato di achèvement, “compimento”, e le due parole cap e chef,
“capo”, sono, in effetti, etimologicamente identiche;21 la capstone
è dunque il “capo” dell’edificio o dell’“opera”, e per via della sua forma
speciale che richiede, per tagliarla, particolari conoscenze o capacità, essa è
anche, nello stesso tempo, un chef-d’œuvre, “capolavoro”, nel senso che
quest’espressione ha nel compagnonnage;22 grazie a essa
l’edificio è completamente terminato, o, in altri termini, è finalmente
condotto alla “perfezione”.23
In quanto al termine copestone, la parola cope esprime l’idea
di “coprire”; ciò si spiega per il fatto, non solo che la parte superiore
dell’edificio è propriamente la sua “copertura” ma anche, e diremmo
soprattutto, che questa pietra si pone in modo tale da coprire l’apertura del
vertice cioè l’“occhio” della cupola o della volta, di cui abbiamo già parlato
in precedenza.24 È quindi
20. Il termine di
“coronamento” è da accostare alla designazione di “corona” della testa, per via
dell’assimilazione simbolica, precedentemente segnalata, dell’“occhio” della
cupola con il Brahrna-randhra; è noto d’altronde che la corona, come le
corna, esprime essenzialmente l’idea di elevazione. È anche opportuno notare, a
questo proposito, che il giuramento del grado di Royal Arch contiene
un’allusione alla “corona del cranio” (the crown of the skull), che
suggerisce un rapporto fra l’apertura di quest’ultima (come nei riti di
trapanazione postuma) e la rimozione (removing) della keystone;
del resto, in genere, le cosiddette “penalità” espresse nei giuramenti dei vari
gradi massonici, come pure i segni che vi corrispondono, si riferiscono in
realtà ai vari centri sottili dell’essere umano.
21. Nel significato della
parola achever, “compiere” o dell’antica espressione equivalente mener
à chef, “portare a capo”, l’idea di “testa” è associata a quella di “fine”,
il che risponde bene alla posizione della “pietra angolare”, sia come “pietra
del vertice”, sia come “ultima pietra” dell’edificio. Menzioneremo ancora un
altro termine derivato da chef: lo chevet della chiesa, in fondo
dietro l’altar maggiore, è la sua “testa”, cioè l’estremità orientale in cui si
trova l’abside, la cui forma semicircolare corrisponde, nel piano orizzontale,
alla cupola in elevazione verticale, come abbiamo spiegato in altra occasione.
22. La parola “opera” è
usata sia in architettura sia in alchimia, e si vedrà che non senza ragione
facciamo questo accostamento: in architettura, il compimento dell’opera è la
“pietra angolare”; in alchimia è la “pietra filosofale”.
23. Si deve osservare che
in certi riti massonici i gradi che corrispondono più o meno esattamente alla
parte superiore della costruzione di cui parliamo qui (diciamo più o meno
esattamente, perché talora in tutto questo c’è un po’ di confusione) sono designati
precisamente con il nome di “gradi di perfezione”. D’altra parte, la parola
“esaltazione”, che designa l’accesso al grado di Royal Arch, può essere
intesa come un’allusione alla posizione elevata della keystone.
24. Per la sistemazione di
questa pietra, si trova l’espressione to bring forth the copestone,
il cui senso è, ancora una volta, abbastanza poco chiaro a prima vista: to
bring forth significa letteralmente “produrre” (nel senso etimologico dei
latino producere) o
La “pietra angolare” 245
insomma, in questo senso, l’equivalente di una roof-plate, come
osserva Coomaraswamy, il quale aggiunge che questa pietra può essere
considerata la terminazione superiore o il capitello del “pilastro assiale” (in
sanscrito skambha, in greco stauros);25 tale pilastro,
come abbiamo già spiegato, può anche non essere materialmente rappresentato
nella struttura dell’edificio, ma ne costituisce nondimeno la parte essenziale,
quella intorno a cui si dispone tutto l’insieme. Il carattere di vertice del
“pilastro assiale”, presente in modo solo “ideale”, è indicato in una maniera
particolarmente evidente nel caso in cui la “chiave di volta” scende in forma
di “pendente” che si prolunga all’interno dell’edificio, senza essere
visibilmente sostenuto da nulla nella sua parte inferiore;26 tutta
la costruzione ha il suo principio in questo pilastro, e tutte le sue varie
parti vengono finalmente a unificarsi nel suo “fastigio”, che è il vertice del
pilastro, e la chiave di “volta” o la “testa dell’angolo”.27
La reale interpretazione della “pietra angolare” come “pietra del vertice”
sembra di fatto esser stata conosciuta abbastanza generalmente nel Medioevo,
come mostra in particolare un’illustrazione dello Speculum Humanae
Salvationis che riproduciamo qui (fig. 14);28 quest’opera era
molto diffusa, giacché ne esistono ancora parecchie centinaia di manoscritti;
vi si vedono due muratori che tengono una cazzuola in una mano, e con l’altra
sostengono la pietra che si apprestano a porre al vertice dell’edificio (apparentemente
la torre di una chiesa di cui questa pietra deve completare la sommità), il che
non lascia alcun dubbio sul suo significato. È opportuno notare, sempre a
proposito di questa figura,
“portare alla luce”;
siccome la pietra è già stata gettata via precedentemente nel corso della
costruzione, non può trattarsi, nel giorno del compimento dell’opera, della sua
“produzione” nel senso di “confezione”; ma, poiché essa è stata seppellita “fra
i rifiuti”, si tratta di liberarla, e quindi di riportarla alla luce, per porla
in evidenza al vertice dell’edificio, in modo che essa divenga la “testa
dell’angolo”; e così to bring forth si contrappone qui a to heave
over.
25. Stauros
significa anche “croce”, ed è noto che nel simbolismo cristiano la croce è
assimilata all’“Asse dei Mondo”; Coomaraswamy accosta questa parola al
sanscrito sthâvara, “fermo” o “stabile”, il che ben si addice in effetti
a un pilastro, e inoltre si accorda esattamente con il significato di
“stabilità” dato all’unione dei nomi delle due colonne del Tempio di Salomone.
26. Il vertice del
“pilastro assiale” corrisponde, come abbiamo detto, alla punta superiore dell’alif
nel simbolismo arabo delle lettere: ricordiamo anche, a proposito dei termini keystone
e “chiave di volta” che lo stesso simbolo della chiave ha un significato
“assiale”.
27. Coomaraswamy ricorda
l’identità simbolica del tetto (e più in particolare quando è a forma di volta)
e del parasole; aggiungeremo anche, a questo proposito, che il simbolo cinese
del “Grande Estremo” (Tai-ki) designa letteralmente un “fastigio” o un
“tetto”: è propriamente il vertice del “tetto del mondo”.
28. Manoscritto di
Monaco, cml. 146, fol. 35 (Lutz e Perdrizet, II, tav. 64): la
fotografia ci è stata trasmessa da A.K. Coomaraswamy; essa è stata riprodotta
nell’«Art Bulletin», XVII, p. 450 e fig. 20, da Erwin Panofsky, che considera
questa illustrazione come la più
246 Simboli della Scienza
sacra
che la pietra in questione, in quanto “chiave di volta”, o in qualunque
altra funzione similare a seconda della struttura dell’edificio che è destinata
a “coronare”, non può, per la sua stessa forma, essere posta che dall’alto
(senza di che, del resto, è evidente che potrebbe cadere all’interno
dell’edificio); per questo, essa rappresenta in certo modo la “pietra discesa
dal cielo”, espressione che si applica benissimo a Cristo,29 e che
ricorda pure la pietra del Graal (il lapsit exillis di Wolfram von Eschenbach,
che si può interpretare come lapis ex coelis).30
Fig. 14
E c’è ancora un altro punto importante da segnalare: Erwin Panofsky ha
osservato che nell’illustrazione di cui stiamo trattando la pietra presenta
l’aspetto di un oggetto a forma di diamante (il che la avvicina ancora alla
pietra del Graal, dal momento che secondo le descrizioni anch’essa era
sfaccettata); tale questione merita di essere esaminata più da vicino, poiché,
sebbene simile rappresentazione sia ben lungi dall’essere il caso più generale,
essa
vicina al prototipo, e
parla, a questo proposito, del lapis in caput anguli come di una keystone;
si potrebbe anche dire, secondo le nostre precedenti spiegazioni, che questa
figura rappresenta the bringing forth of the copestone.
29. Ci sarebbe un
accostamento da fare al riguardo tra la “pietra discesa dal cielo” e il “pane
disceso dal cielo”, poiché vi sono dei rapporti simbolici notevoli fra pietra e
pane; ma questo esula dall’argomento del presente studio; in ogni caso, la “discesa
dal cielo” rappresenta naturalmente l’avatarana.
30. Cfr. anche la pietra
simbolica dell’Estoile Internelle, di cui ha parlato Charbonneau-Lassay,
e che è, come lo smeraldo del Graal, una pietra sfaccettata; tale pietra, nella
coppa ove è posta, corrisponde esattamente al “gioiello nel loto (mani padmê)
del buddismo mahâyânico.
La “pietra angolare” 247
si riferisce ad alcuni lati del complesso simbolismo della “pietra
angolare” diversi da quelli che abbiamo studiato sin qui, ma non meno
interessanti per metterne in risalto i legami con tutto l’insieme del
simbolismo tradizionale.
Tuttavia, prima di giungervi, ci resta da chiarire un problema accessorio:
abbiamo appena detto che la “pietra del vertice” può anche non essere in tutti
i casi una “chiave di volta”, e, infatti, lo è soltanto in una costruzione la
cui parte superiore sia a forma di cupola; in ogni altro caso, per esempio
quello di un edificio sormontato da un tetto appuntito o a forma di tenda, c’è
ugualmente un’“ultima pietra” che, posta al vertice, svolge la stessa funzione
della “chiave di volta” e, di conseguenza, le corrisponde anche dal punto di
vista simbolico, ma senza che la si possa comunque chiamare con questo nome; e
bisogna dire altrettanto del caso speciale della “piramidetta”, cui abbiamo già
accennato in altra occasione. Dev’essere ben chiaro che nel simbolismo dei
costruttori medioevali, che si fonda sulla tradizione giudaico-cristiana ed è
in particolar modo collegato alla costruzione del Tempio di Salomone31
in quanto suo” prototipo”, si tratta sempre, per quanto concerne la “pietra
angolare”, propriamente di una “chiave di volta”; e la forma esatta del Tempio
di Salomone, se ha potuto far nascere discussioni dal punto di vista storico,
comunque non era certamente quella di una piramide; sono fatti di cui bisogna
assolutamente tener conto nell’interpretare i testi biblici che si riferiscono
alla “pietra angolare”.32 La “piramidetta”, cioè la pietra che forma
la punta superiore della piramide, non è affatto una “chiave di volta”, è
tuttavia il “coronamento” dell’edificio, e si può osservare che ne riproduce in
scala ridotta l’intera forma, come se l’insieme della struttura fosse così
sintetizzato in quell’unica pietra; l’espressione “testa dell’angolo”, nel
senso letterale, le conviene di fatto, e così pure il senso figurato del nome
ebraico dell’“angolo” per designare il “capo”, tanto più che la piramide, che
parte dalla molteplicità della base per terminare gradualmente nell’unità del
vertice, è spesso presa come simbolo di una gerarchia. D’altra parte, secondo
quanto
31. Ne fanno fede le
“leggende” del compagnonnage in tutte le sue ramificazioni non meno
delle “sopravvivenze” dell’antica massoneria operativa che abbiamo qui
considerato.
32. Non potrebbe quindi
assolutamente trattarsi, come hanno preteso alcuni, di un’allusione a un
incidente capitato durante la costruzione della “Grande Piramide”, in seguito
al quale essa sarebbe rimasta incompiuta, ipotesi del resto assai dubbia di per
se stessa oltre che problema storico probabilmente insolubile; inoltre, questa
stessa “incompiutezza” sarebbe in diretto contrasto con il simbolismo secondo
cui la pietra gettata via prende infine il suo posto eminente come “testa
d’angolo”.
248 Simboli della Scienza
sacra
abbiamo spiegato in precedenza a proposito del vertice e dei quattro angoli
della base, in connessione con il significato della parola araba rukn,
si potrebbe dire che la forma della piramide è in certo qual modo contenuta
implicitamente in ogni struttura architettonica; il simbolismo “solare” di tale
forma, da noi indicato altrove, si ritrova d’altronde espresso in modo più
particolare nella “piramidetta”, come mostrano chiaramente varie descrizioni
archeologiche citate da Coomaraswamy: il punto centrale o il vertice
corrisponde al sole stesso, e le quattro facce (ciascuna delle quali è compresa
fra due “raggi” estremi che delimitano l’ambito che essa rappresenta) ad
altrettanti aspetti secondari del sole stesso, in rapporto con i punti
cardinali verso cui le facce rispettivamente sono volte. Con tutto ciò, è pur
sempre vero che la “piramidetta” è solo un caso particolare di “pietra
angolare” e la rappresenta soltanto in una forma tradizionale specifica, quella
degli antichi Egizi; per corrispondere al simbolismo giudaico-cristiano di
questa stessa pietra, che appartiene a un’altra forma tradizionale, sicuramente
molto diversa da quella, le manca un carattere essenziale, quello cioè di
essere una “chiave di volta”.
Detto questo, possiamo tornare alla raffigurazione della “pietra angolare”
sotto forma di diamante: A.K. Coomaraswamy, nell’articolo al quale ci siamo
riferiti, parte da un’osservazione che è stata fatta a proposito della parola
tedesca Eckstein, che ha precisamente sia il senso di “pietra angolare”
sia quello di “diamante”;33 e ricorda in proposito i significati
simbolici del vajra, che abbiamo già a diverse riprese esaminati: in
linea generale, la pietra o il metallo che era considerato il più duro o il più
brillante è stato preso in varie tradizioni come «simbolo di indistruttibilità,
di invulnerabilità, di stabilità, di luce e di immortalità»; e, in particolare,
queste qualità vengono molto spesso attribuite al diamante. L’idea di
“indistruttibilità” o di “indivisibilità” (che sono strettamente legate ed
espresse in sanscrito dalla stessa parola akshara) si addice
evidentemente alla pietra che rappresenta il principio unico dell’edificio
(essendo la vera unità essenzialmente indivisibile); quella di “stabilità, che
nell’ordine architettonico si applica propriamente a un pilastro, conviene
anch’essa a tale pietra in quanto costituisce il capitello
33. Stoudt, Consider
the lilies, how they grow, a proposito del significato di un motivo
ornamentale a forma di diamante, spiegato da scritti in cui si parla di Cristo
come dell’Eckstein. Il duplice senso di questa parola si spiega
verosimilmente, dal punto di vista etimologico, con il fatto che la si può
intendere sia come “pietra d’angolo” sia come “pietra ad angoli”, cioè
sfaccettata; ma questa spiegazione, beninteso, non toglie nulla al valore
dell’accostamento simbolico indicato dall’unione di questi due significati in
una sola parola.
La “pietra angolare” 249
del “pilastro assiale”, che simboleggia l’“Asse del Mondo”; e quest’ultimo,
che Platone, in particolare, descrive come un “asse di diamante”, è d’altra
parte anche un “pilastro di luce” (come simbolo di Agni e come “raggio
solare”); a maggior ragione quest’ultima qualità si applica (“eminentemente”,
sarebbe il caso di dire) al suo “coronamento”, che rappresenta la fonte stessa
da cui esso emana in quanto raggio luminoso.34 Nel simbolismo indù e
buddistico, tutto ciò che ha un significato “centrale” o “assiale” è
generalmente assimilato al diamante (per esempio in espressioni come vajrâsana,
“trono di diamante”); ed è facile rendersi conto che tutte queste associazioni
fanno parte di una tradizione che si può dire veramente universale.
Non è ancora tutto: il diamante è considerato “la pietra preziosa” per
eccellenza; ora questa “pietra preziosa” è anche, in quanto tale, un simbolo di
Cristo, che è qui identificato con l’altro suo simbolo, la “pietra angolare”;
o, se si preferisce, i due simboli sono così riuniti in uno solo. Si potrebbe
dire allora che questa pietra, in quanto rappresenta un “compimento” o una
“realizzazione”,35 è nel linguaggio della tradizione indù un chintâmani,
che equivale all’espressione alchimistica occidentale di “pietra filosofale”;36
ed è assai significativo a tale riguardo che gli ermetisti cristiani parlino
spesso di Cristo come della vera “pietra filosofale”, non meno che come della
“pietra angolare”.37 Siamo così ricondotti a quanto dicevamo in
precedenza, a proposito dei due sensi nei quali si può intendere l’espressione
araba rukn el-arkân, sulla corrispondenza esistente fra il simbolismo
architettonico e quello alchimistico; e, per terminare con un’osservazione di
portata generale questo studio già lungo, ma certamente
34. Il diamante grezzo ha
naturalmente otto angoli, e il palo sacrificale (yûpa) dev’essere fatto
“a otto angoli” (ashtashri) per raffigurare il vajra (inteso qui
soltanto nell’altro suo senso di “fulmine”); e la parola pâli attansa,
letteralmente “a otto angoli”, significa sia “diamante” sia “pilastro”.
35. Dal punto di vista
“costruttivo”, è la “perfezione” della realizzazione del piano dell’architetto;
dal punto di vista alchimistico, è la “perfezione” o la meta ultima della
“Grande Opera”; e vi è una corrispondenza esatta fra l’una e l’altra.
36. Il diamante tra le
pietre o l’oro tra i metalli sono quel che c’è di più prezioso, e hanno
entrambi un carattere “luminoso” e “solare”; ma il diamante, come la “pietra
filosofale”, alla quale è qui assimilato, è considerato più prezioso ancora
dell’oro.
37. Il simbolismo della
“pietra angolare” si trova espressamente menzionato, ad esempio, in vari passi
delle opere ermetiche di Robert Fludd, citati da A.E. Waite, The Secret
Tradition in Freernasonry, pp. 27-28; bisogna dire del resto che questi
testi sembrano contenere la confusione con la “pietra fondamentale” di cui
abbiamo parlato all’inizio; e quel che l’autore che li riferisce dice da parte
sua intorno alla “pietra angolare” in molti passi dello stesso libro non è
veramente adatto a illuminare il problema, ma può solo contribuire, piuttosto,
a mantenere tale confusione.
250 Simboli della Scienza
sacra
ancora incompleto, dato che l’argomento è di quelli che sono quasi
inesauribili, possiamo aggiungere che tale corrispondenza è in fondo solo un
caso particolare di quella che similmente esiste, per quanto in modo forse non
sempre così evidente, fra tutte le scienze e tutte le arti tradizionali, poiché
queste sono tutte, in realtà, altrettante espressioni e applicazioni diverse
delle stesse verità di ordine principiale e universale.
44. Lapsit exillis
Parlando del simbolismo della “pietra angolare”, abbiamo avuto occasione di
menzionare incidentalmente il lapsit exillis di Wolfram von Eschenbach;
può essere interessante tornare più dettagliatamente su tale questione, per i
molteplici accostamenti ai quali dà luogo. Formulata in modo così strano,1
questa espressione può racchiudere più di un significato: è certamente,
anzitutto, una specie di contrazione fonetica di lapis lapsus ex coelis,
la “pietra caduta dai cieli”; inoltre, questa pietra è, per la sua stessa
origine, come “in esilio” nella dimora terrestre,2 da cui essa deve
del resto, secondo varie tradizioni che parlano di tale pietra o dei suoi
equivalenti, risalire infine ai cieli.3 Per quanto concerne il
simbolismo del Graal, è importante notare che, benché quest’ultimo sia
comunemente descritto come un vaso e sia dunque questa la sua forma più
conosciuta, esso viene anche talvolta rappresentato in forma di pietra, come
nel caso particolare in Wolfram von Eschenbach; d’altronde il Graal può essere nello
stesso tempo l’uno e l’altra, poiché si dice che il vaso è stato intagliato in
una pietra preziosa che, staccatasi dalla fronte di Lucifero durante la sua
caduta, è anch’essa “caduta dai cieli”.4
D’altra parte, quanto stiamo per dire sembrerà aumentare ulteriormente la
complessità di questo simbolismo, ma può in realtà dare la “chiave” di certe
connessioni: come abbiamo già spiegato altrove, se il Graal è un vaso (grasale),
è anche un libro (gradale o graduale); e in certe versioni della
leggenda si tratta non propriamente di un libro, ma di una iscrizione tracciata
sulla coppa da un angelo o da Cristo in persona. Ora, queste iscrizioni, di
origine ugualmente “non-umana”, appaiono anche in certe circostanze sul lapsit
exillis;5 esso era dunque una “pietra parlante”, cioè, se
vogliamo, una “pietra oracolare” poiché, se una pietra può “parlare”
1. A.E. Waite, nella sua
opera su The Holy Grail, fornisce le varianti lapis exilis e lapis
exilix, poiché sembra che l’ortografia differisca a seconda dei
manoscritti; e segnala anche che, secondo il Rosarium Philosophorum che
cita Arnaldo da Villanova, lapis exilis negli alchimisti era una delle
designazioni della “pietra filosofale”, il che si deve naturalmente accostare
ad alcune considerazioni da noi indicate alla fine dello studio sulla “pietra
angolare”.
2. Lapis exilii o lapis
exsulis, secondo le interpretazioni suggerite da Waite come possibili a
tale riguardo.
3. Non pensiamo sia il
caso di tenere eccessivo conto della parola latina exilis presa
letteralmente nel senso di “esile” o “tenue”, a meno che non si voglia forse
attribuirvi una qualche idea di “sottigliezza”.
4. Sul simbolismo del
Graal, si veda Le Roi du Monde, cap. V. Ricorderemo anche in proposito
il simbolo dell’Estoile Internelle, in cui la coppa e la pietra preziosa
sono riunite, pur essendo in questo caso distinte l’una dall’altra.
5. Come sulla “pietra
nera” di Urga, che doveva essere, al pari delle altre “pietre nere” che hanno
una funzione in diverse tradizioni, un aerolito, cioè ancora una “pietra caduta
dai cieli” (si veda Le Roi du Monde, cap. I).
252 Simboli della Scienza
sacra
emettendo dei suoni, essa può anche farlo per mezzo di caratteri o di
figure visibili sulla sua superficie (come lo scudo della tartaruga nella
tradizione estremo-orientale). Ora, da questo punto di vista è anche assai
notevole che la tradizione biblica menzioni una “coppa oracolare”, quella di
Giuseppe,6 che potrebbe, almeno sotto questo profilo, essere
considerata una delle forme del Graal stesso; e, fatto curioso, è detto che
proprio un altro Giuseppe, Giuseppe d’Arimatea, divenne il possessore o il custode
del Graal e lo portò dall’Oriente in Bretagna; è incredibile che non si sia mai
prestato attenzione, a quanto sembra, a queste “coincidenze” piuttosto
significative.7
Per tornare al lapsit exillis, segnaleremo che alcuni l’hanno
accostato alla Lia Fail o “pietra del destino”; infatti, anche questa
era una “pietra parlante”, e, inoltre, poteva essere in qualche modo una
“pietra venuta dai cieli”, poiché secondo la leggenda irlandese i Tuatha di
Danann l’avrebbero portata con sé dalla loro prima dimora, cui è attribuito
un carattere “celeste” o almeno “paradisiaco”. È noto che la Lia Fail
era la pietra della consacrazione degli antichi re d’Irlanda, ed è divenuta in
seguito quella dei re d’Inghilterra, essendo stata portata da Edoardo I
nell’abbazia di Westminster, secondo l’ipotesi più comunemente accettata; ma
può sembrare almeno singolare, da un lato, che questa stessa pietra venga
identificata con quella che Giacobbe consacrò a Bethel.8 Non è
tutto: quest’ultima, secondo la tradizione ebraica, sembrerebbe essere stata
anche quella che seguiva gli Ebrei nel deserto e da cui usciva l’acqua che
bevevano,9 e
6. Genesi, XLIV, 5.
7. La “coppa oracolare” è
in qualche modo il prototipo degli “specchi magici”, e dobbiamo fare a questo
proposito un’importante osservazione: e cioè che l’interpretazione puramente
“magica”, che riduce i simboli ad avere soltanto un carattere “divinatorio” o
“talismanico”, a seconda dei casi, segna una certa tappa nel processo di
degenerazione di questi simboli, o piuttosto del modo in cui vengono compresi,
tappa del resto meno avanzata, poiché si riferisce malgrado tutto a una scienza
tradizionale, della deviazione tutta profana che attribuisce a essi solo un
valore “estetico”; conviene aggiungere, del resto, che spesso unicamente sotto
la maschera di questa interpretazione “magica” certi simboli possono essere
conservati e trasmessi allo stato di sopravvivenze “folkloristiche”, il che
mostra come essa abbia la sua utilità. Osserviamo ancora, a proposito della
“coppa divinatoria”, che la visione di tutte le cose come presenti, se la
s’intende nel suo vero senso (il solo cui possa essere attribuita l’“infallibilità”
di cui si parla espressamente nel caso di Giuseppe), è in relazione manifesta
con il simbolismo del “terzo occhio”, quindi anche della pietra caduta dalla
fronte di Lucifero ove essa occupava il posto di tale occhio; del resto proprio
per la sua caduta l’uomo ha perduto il “terzo occhio”, cioè il “senso
dell’eternità”, che il Graal restituisce a colui che riesce a conquistarlo.
8. Cfr. Le Roi du Monde,
cap. IX.
9. Esodo, XVII, 5.
La bevanda fornita da questa pietra dev’essere accostata al nutrimento offerto
dal Graal considerato come “vaso dell’abbondanza”.
Lapsit exillis 253
che, secondo l’interpretazione di san Paolo, non è altro che Cristo stesso;10
essa sarebbe in seguito divenuta la pietra shethiyah o “fondamentale”,
posta nel Tempio di Gerusalemme sotto l’ubicazione dell’arca dell’alleanza,11
e che segnava quindi simbolicamente il “centro del mondo”, così come lo
segnava, in un’altra forma tradizionale, l’Omphalos di Delfi;12
e, dal momento che tutte queste identificazioni sono evidentemente simboliche,
si può dire con sicurezza che, in tutti questi casi, si tratta in realtà sempre
di una sola e identica pietra.
Bisogna tuttavia notare, per quanto concerne il simbolismo “costruttivo”,
che la pietra fondamentale di cui si è parlato in ultimo luogo non deve
assolutamente essere confusa con la “pietra angolare”, poiché questa è il
coronamento dell’edificio, mentre l’altra si situa al centro della sua base.13
Abbiamo detto che nelle pietre di base dei quattro angoli c’era quasi un
riflesso e una partecipazione della vera “pietra angolare” o “pietra del
vertice”; qui si può certo parlare ancora di riflesso, ma si tratta di una
relazione più diretta rispetto al caso precedente, poiché la “pietra del
vertice” e la “pietra fondamentale” in questione sono situate su una stessa
verticale, di modo che quest’ultima è quasi la proiezione di quella sul piano
della base;14 Si potrebbe dire che la “pietra fondamentale”
sintetizza in sé, pur rimanendo sullo stesso piano, gli aspetti parziali
rappresentati dalle pietre dei quattro angoli (questo carattere parziale è
espresso dall’obliquità delle linee che le uniscono al vertice dell’edificio).
Di fatto, la “pietra fondamentale” del centro e la “pietra angolare” sono
rispettivamente la base e il vertice del pilastro assiale, che quest’ultimo sia
raffigurato visibilmente oppure esista soltanto
10. I Corinti, X,
4. Si osserverà il rapporto esistente fra l’unzione della pietra da parte di
Giacobbe, quella dei re alla loro consacrazione, e il carattere del Cristo o
Messia, che è propriamente l’“Unto” per eccellenza.
11. Nel simbolismo delle Sephiroth,
questa “pietra fondamentale” si riferisce a Iesod; la “pietra angolare”,
sulla quale torneremo fra poco, si riferisce a Kether.
12. Cfr. ancora Le Roi
du Monde, cap. IX. L’Omphalos era d’altronde un “betilo”,
designazione identica a Beith-El o “Casa di Dio”.
13. Dal momento che la
posizione di questa “pietra fondamentale” non è angolare, non può, almeno sotto
questo profilo, dar adito a confusione, ed è per questa ragione che non abbiamo
dovuto parlarne a proposito della “pietra angolare”.
14. Ciò corrisponde a
quanto abbiamo già indicato a proposito della proiezione orizzontale della
piramide, il cui vertice si proietta nel punto d’incontro delle diagonali del
quadrato di base, cioè al centro del quadrato. Nella massoneria operativa, l’ubicazione
di un edificio era determinata, prima di intraprenderne la costruzione, da
quello che si chiama il “metodo dei cinque punti”, che consisteva nel fissare
anzitutto i quattro angoli, ove si dovevano porre le prime quattro pietre, poi
il centro, cioè, siccome la base era di norma quadrata o rettangolare, il punto
d’incontro delle sue diagonali; i pioli che segnavano questi cinque punti erano
chiamati landmarks, e questo è probabilmente il senso primo e originario
di tale termine massonico.
254 Simboli della Scienza
sacra
“idealmente”; in quest’ultimo caso, la “pietra fondamentale” può essere una
pietra di focolare o una pietra d’altare (che sono poi la stessa cosa nel loro
principio), la quale, comunque, corrisponde in certo modo al “cuore” stesso
dell’edificio.
Abbiamo detto, a proposito della “pietra angolare” che essa rappresenta la
“pietra discesa dal cielo”, ed ora abbiamo visto che il lapsit exillis è
più propriamente la “pietra caduta dal cielo”, il che può del resto esser messo
ancora in relazione con la “pietra che i costruttori avevano gettato via”, se
si considerano, dal punto di vista cosmico, questi “costruttori” come gli
Angeli o i Dêva;15 ma siccome non ogni “discesa” è
necessariamente una “caduta”,16 è opportuno fare una certa
distinzione fra le due espressioni. In ogni caso, l’idea di “caduta” non
potrebbe assolutamente più applicarsi quando la “pietra angolare” occupi la sua
posizione definitiva al vertice;17 si può parlare ancora di
“discesa” se si riferisce l’edificio a un insieme più esteso (in corrispondenza
al fatto, abbiamo detto, che la pietra può essere posta solo dall’alto), ma, se
si considera soltanto l’edificio in sé e il simbolismo delle sue diverse parti,
la stessa posizione può esser detta “celeste”, poiché la base e il tetto
corrispondono rispettivamente, secondo il loro “modello cosmico”, alla terra e
al cielo.18 Ora, bisogna aggiungere ancora, e su questa osservazione
concluderemo, che tutto ciò che è situato sull’asse, a diversi livelli, può
essere in certo modo considerato rappresentare le posizioni diverse di una sola
e identica cosa, posizioni a loro volta in rapporto con diverse condizioni di
un essere o di un mondo, a seconda che ci,si ponga dal punto di vista
“microcosmico” o da quello “macrocosmico”; e a tale riguardo indicheremo solo,
a titolo d’applicazione all’essere umano, che le relazioni fra la “pietra
fondamentale” del centro e la “pietra angolare” del vertice non mancano di
presentare un certo rapporto con quel che abbiamo detto altrove sulle diverse
“localizzazioni” del luz o “nocciolo d’immortalità”.19
15. Si deve pensare che
questi lavorino sotto la direzione di Vishwakarma, che è, come abbiamo
già spiegato in altre occasioni, la stessa cosa che il “Grande Architetto dello
Universo” (cfr. in particolare Le Règne de la Quantité et les Signes des
Temps, cap. III).
16. Va da sé che questa
osservazione si applica anzitutto alla “discesa” dell’Avatâra, per
quanto la sua presenza nel mondo terrestre possa essere anche un “esilio”, ma
solo secondo le apparenze esteriori.
17. Lo avrebbe potuto solo
quando, prima della sua sistemazione, si considerava la pietra stessa nel suo
stato di “reiezione”.
18. Si veda Le
symbolisme du dôme [qui sopra, come cap. 39], e anche La Grande Triade,
cap. XIV.
19. Si veda Aperçus sur
l’initiation, cap. XLVIII. Questo rapporto con il luz è del resto
suggerito chiaramente dagli accostamenti da noi sopra indicati con Bethel
e con il “terzo occhio” (si veda a tale proposito Le Roi du Monde, cap.
VII).
45. El-Arkân
Alle considerazioni che abbiamo esposto sulla “pietra angolare”, pensiamo
non sarà inutile aggiungere alcune precisazioni complementari su un punto
particolare: si tratta delle indicazioni che abbiamo dato sulla parola araba rukn,
“angolo”, e sui suoi diversi significati. Ci proponiamo soprattutto di
segnalare a tale riguardo una notevolissima concordanza che s’incontra
nell’antico simbolismo cristiano, e che viene illuminata d’altronde, come
sempre, dagli accostamenti che si possono fare con certi dati delle altre
tradizioni. Vogliamo parlare del gammadion, o piuttosto, dovremmo dire,
dei gammadia, poiché questo simbolo si presenta sotto due forme
nettamente diverse, per quanto sia in genere attribuito loro lo stesso senso;
esso deve il suo nome al fatto che gli elementi che vi figurano in entrambi i
casi, e che sono in realtà delle squadre, hanno una somiglianza di forma con la
lettera greca gamma.1
Fig. 15
La prima forma di questo simbolo (fig. 15), talvolta chiamata anche “croce
del Verbo”,2 è costituita da quattro squadre i cui vertici sono
volti verso il centro; la croce è formata dalle squadre stesse, o più
esattamente dallo spazio vuoto che esse lasciano tra i loro lati paralleli, e
che rappresenta in certo modo quattro vie partenti dal centro o terminanti in
esso, a seconda che siano percorse in un senso o nell’altro. Ora, questa
figura, considerata precisamente come la rappresentazione di un incrocio, è la
forma originaria del carattere cinese hing, che designa i cinque
elementi:
1. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cap. X. Come abbiamo segnalato allora, questi gammadia
sono le vere “croci gammate”, e solo dai moderni questa designazione è stata
applicata allo swastika, il che può solamente provocare una incresciosa
confusione tra questi due simboli del tutto diversi e che non hanno
assolutamente lo stesso significato.
2. Questo probabilmente
perché, secondo il significato generale del simbolo, esso è considerato
raffigurare il Verbo che si esprime attraverso i quattro Vangeli; c’è da notare
che, secondo tale interpretazione, questi ultimi devono essere fatti corrispondere
a quattro punti di vista (messi simbolicamente in relazione con i “quarti”
dello spazio) la cui riunione è necessaria all’espressione integrale del Verbo,
al pari delle quattro squadre che formano la croce unendosi ai vertici.
256 Simboli della Scienza
sacra
vi si vedono le quattro regioni dello spazio, corrispondenti ai punti
cardinali, e chiamate effettivamente “squadre” (fang),3
intorno alla regione centrale cui è riferito il quinto elemento. Dobbiamo dire
d’altra parte che questi elementi, nonostante una parziale somiglianza nella
loro nomenclatura,4 non si potrebbero assolutamente identificare con
quelli della tradizione indù e dell’antichità occidentale; così, per evitare
ogni confusione, sarebbe probabilmente meglio, come alcuni hanno proposto,
tradurre hing con “agenti naturali”, poiché sono propriamente “forze”
che agiscono nel mondo corporeo, e non elementi costitutivi dei corpi stessi. È
nondimeno vero che, come risulta dalla loro corrispondenza spaziale, i cinque hing
possono essere considerati come gli arkân di questo mondo, allo stesso
modo in cui gli elementi propriamente detti lo sono da un altro punto di vista,
ma comunque con una differenza relativamente al significato dell’elemento
centrale. Infatti, mentre l’etere, non situandosi sul piano di base ove si
trovano gli altri quattro elementi, corrisponde alla vera “pietra angolare”,
quella del vertice (rukn el-arkân), la “terra” della tradizione
estremo-orientale dev’essere messa in corrispondenza diretta con la “pietra
fondamentale” del centro, di cui abbiamo parlato in precedenza.5
Fig. 16
La raffigurazione dei cinque arkân appare ancor più chiaramente
nell’altra forma del gammadion (fig. 16), in cui quattro squadre, che
formano gli angoli (arkân nel senso letterale della parola) di un
quadrato, circondano una croce tracciata al centro di questo; i vertici delle
squadre sono volti allora verso l’esterno,
3. Nella tradizione
estremo-orientale, la squadra è essenzialmente lo strumento usato per “misurare
la Terra”; cfr. La Grande Triade, capp. XV e XVI. È facile vedere il
rapporto esistente fra questa figura e quella del quadrato diviso in nove parti
(ibidem, cap. XVI); per ottenerla, basta infatti tracciare il contorno
esterno e unire i vertici delle squadre in modo da incorniciare la regione
centrale.
4. Sono l’acqua a nord, il
fuoco a sud, il legno a est, il metallo a ovest, e la terra al centro; si vede
che tre designazioni sono comuni agli elementi delle altre tradizioni, ma che
la terra non ha tuttavia la stessa corrispondenza spaziale.
5. Bisogna osservare
d’altronde, a questo proposito, che il tumulo elevato al centro di un paese
corrisponde effettivamente all’altare o al focolare posto nel punto centrale di
un edificio.
El-Arkân 257
invece di esserlo verso il centro come nel caso precedente.6 Si
può considerare qui la figura tutt’intera come la proiezione orizzontale di un
edificio sul suo piano di base: le quattro squadre corrispondono allora alle
pietre di base dei quattro angoli (che devono essere infatti tagliate “a
squadra”), e la croce alla “pietra angolare” del vertice, che, per quanto non
sia sullo stesso piano, si proietta al centro della base secondo la direzione
dell’asse verticale; e l’assimilazione simbolica di Cristo alla “pietra
angolare” giustifica in modo ancora più evidente tale corrispondenza.
Infatti, dal punto di vista del simbolismo cristiano, entrambi i gammadia
sono considerati allo stesso modo rappresentazioni di Cristo, raffigurato dalla
croce, in mezzo ai quattro Evangelisti, raffigurati dalle squadre; l’insieme
equivale dunque alla ben nota raffigurazione di Cristo stesso in mezzo ai
quattro animali della visione di Ezechiele e dell’Apocalisse,7
che sono i più comuni simboli degli Evangelisti.8 L’assimilazione di
questi ultimi alle pietre di base dei quattro angoli non è del resto assolutamente
in contraddizione con il fatto che, d’altra parte, san Pietro sia espressamente
designato come “pietra di fondamento” della Chiesa; si deve solo vedervi
l’espressione di due punti di vista diversi, uno dei quali si riferisce alla
dottrina e l’altro alla costituzione della Chiesa; e non si può certo
contestare che i Vangeli siano veramente i fondamenti della dottrina cristiana.
Nella tradizione islamica, si trova pure una figura similmente disposta,
che comprende il nome del Profeta al centro e quelli dei primi quattro Kholafâ
agli angoli; anche qui il Profeta, che appare come rukn el-arkân,
dev’essere considerato, allo stesso modo di Cristo nella precedente
raffigurazione, situato a un livello diverso da quello della base, e, di
conseguenza, corrisponde in realtà ancora alla “pietra angolare” del vertice.
Bisogna notare d’altronde che, dei due punti di vista appena indicati per quel
che concerne il cristianesimo, questa raffigurazione richiama direttamente
quello che considera Pietro come la “pietra di fondamento”, poiché è evidente
che san Pietro, come abbiamo già detto, è anche il Khalîfah, cioè il
“vicario” o il “sostituto” di Cristo. Soltanto, in questo caso si considera una
sola “pietra di
6. I vertici delle quattro
squadre e il centro della croce, costituendo i quattro angoli e il centro del
quadrato, corrispondono ai “cinque punti” con i quali veniva tradizionalmente
determinata l’ubicazione di un edificio.
7. Questi quattro animali
simbolici corrispondono d’altronde anche ai quattro Mahârâja che nelle
tradizioni indù e tibetana sono i reggenti dei punti cardinali e dei “quarti”
dello spazio.
8. L’antica tradizione
egizia raffigurava, secondo una disposizione del tutto simile, Horus in
mezzo ai quattro figli; del resto, nei primi tempi del cristianesimo, Horus
fu preso molto spesso, in Egitto, come un simbolo di Cristo.
258 Simboli della Scienza
sacra
fondamento” cioè quella fra le quattro pietre di base degli angoli che è
posta per prima, senza spingere oltre le corrispondenze, mentre il simbolo
islamico in questione comporta le quattro pietre di base; la ragione di questa
differenza è che i quattro primi Kholafâ hanno effettivamente una
speciale funzione sotto il profilo della “storia sacra”, mentre nel
cristianesimo i primi successori di san Pietro non hanno alcun carattere che
possa, in modo simile, distinguerli nettamente da tutti quelli venuti dopo di
loro. Aggiungeremo ancora che, in corrispondenza con questi cinque arkân
manifestati nel mondo terrestre e umano, la tradizione islamica considera anche
cinque arkân celesti o angelici, che sono Jibrîl, Rufaîl, Mikaîl,
Isrâfîl, e infine Er-Rûh; quest’ultimo, identico a Metatron,
come abbiamo spiegato in altre occasioni, si situa anch’esso a un livello
superiore agli altri quattro, i quali ne sono quasi i riflessi parziali in
varie funzioni più particolareggiate o meno principiali, e, nel mondo celeste, esso
è propriamente rukn el-arkân, quello che sul limite che separa el-Khalq
da El-Haqq occupa il “luogo” stesso attraverso il quale soltanto può
effettuarsi l’uscita dal Cosmo.
46. «Riunire ciò che è sparso»
In una nostra opera abbiamo citato,1 a proposito del Ming-tang
e della Tien-ti-Huei, una formula massonica secondo la quale il compito
dei Maestri consiste nel «diffondere la luce e riunire ciò che è sparso». Di
fatto, l’accostamento che facevamo allora riguardava soltanto la prima parte
della formula;2 in quanto alla seconda, che può sembrare più
enigmatica, siccome essa ha nel simbolismo tradizionale notevolissime
connessioni, ci sembra interessante fornire su questo punto alcune indicazioni
che non avevano potuto trovar posto in quella occasione.
Per capire nel modo più completo possibile la cosa, conviene innanzitutto
riferirsi alla tradizione vêdica, che è più esplicita di altre a tale riguardo:
secondo essa, infatti, “ciò che è sparso” sono le membra del Purusha
primordiale che fu diviso nel primo sacrificio compiuto dai Dêva
all’inizio dei tempi, e da cui nacquero, grazie a tale divisione, tutti gli
esseri manifestati.3
È evidente che si tratta di una descrizione simbolica del passaggio
dall’unità alla molteplicità, senza di cui non potrebbe effettivamente esserci
alcuna manifestazione; e ci si può già rendere conto così che la “riunione di
ciò che è sparso”, o la ricostituzione del Purusha quale esso era “prima
dell’inizio”, se è consentito esprimersi così, cioè nello stato
non-manifestato, non è altro che il ritorno all’unità principiale. Purusha
è identico a Prajâpati, il “Signore degli esseri prodotti”, essendo
questi ultimi tutti derivati da lui e di conseguenza considerati quasi come la
sua “progenie”;4 è anche Vishwakarma, cioè il “Grande
Architetto dell’Universo”, e, in quanto Vishwakarma, è lui a compiere il
sacrificio pur essendone nello stesso tempo la vittima;5 e, se si
dice che è sacrificato dai Dêva, ciò non comporta in realtà alcuna
differenza, poiché i Dêva non sono in definitiva nient’altro che le
“potenze” che egli porta in se stesso.6
Abbiamo già detto a varie riprese che ogni sacrificio rituale dev’essere
considerato un’immagine di questo primo sacrificio
1. La Grande Triade,
cap. XVI.
2. Il motto della Tien-ti-Huei
di cui si trattava era infatti questo: «Distruggere l’oscurità (tsing),
restaurare la luce (ming)».
3. Si veda Rig-Vêda,
X, 90.
4. La parola sanscrita prajâ
è identica al latino progenies.
5. Nella concezione
cristiana del sacrificio, Cristo è anche la vittima e il sacerdote per
eccellenza.
6. Commentando il passo
dell’inno del Rig-Vêda menzionato sopra, in cui è detto che è «mediante
il sacrificio che i Dêva offrirono il sacrificio», Sâyana dice che i Dêva
sono le forme del soffio (prâna-rûpa) di Prajâpati. Cfr. quel che
abbiamo detto a proposito degli angeli in Monothéisme et Angélologie.
S’intende che in tutto ciò si tratta sempre di aspetti del Verbo divino cui si
identifica in definitiva l’“Uomo universale”.
260 Simboli della Scienza
sacra
cosmogonico; e sempre in ogni sacrificio, come ha fatto notare
Coomaraswamy, «la vittima, come mostrano con evidenza i Brâhmana, è una
rappresentazione del sacrificante, o, come dicono i testi, è il
sacrificante stesso; in accordo con la legge universale secondo cui
l’iniziazione (dîkshâ) è una morte e una rinascita, è evidente che
l’«iniziato è l’oblazione» (Taittiriya Samhitâ, VI, 1, 4, 5), «la
vittima è sostanzialmente il sacrificante stesso» (Aitarêya Brâhmana,
II, 11)».7 Questo ci riporta direttamente al simbolismo massonico
del grado di Maestro, nel quale l’iniziato si identifica effettivamente con la
vittima; si è d’altronde spesso insistito sui rapporti fra la leggenda di Hiram
e il mito di Osiride di modo che, quando si tratta di “riunire ciò che è
sparso”, si può immediatamente pensare a Iside che riunisce le membra disperse
di Osiride; ma in fondo la dispersione delle membra di Osiride è appunto
identica a quella delle membra di Purusha o di Prajâpati: sono
soltanto, si potrebbe dire, due versioni della descrizione del medesimo
processo cosmogonico in due forme tradizionali diverse. È vero che nel caso di
Osiride e in quello di Hiram non si tratta più di un sacrificio, almeno
esplicitamente, ma di un assassinio; ma questo non cambia nulla essenzialmente,
poiché è la medesima cosa considerata sotto due aspetti complementari, come
sacrificio sotto l’aspetto “dêvico” e come assassinio sotto l’aspetto
“asurico”;8 ci accontentiamo di segnalare questo punto di sfuggita,
perché non potremmo insistervi senza addentrarci in argomentazioni troppo
circostanziate ed estranee al problema che ora stiamo trattando.
Sempre allo stesso modo, nella Cabala ebraica, per quanto non si parli più
propriamente né di sacrificio né di assassinio, ma piuttosto di una specie di
“disintegrazione” le cui conseguenze sono del resto le stesse, è dalla
frammentazione del corpo dell’Adam Qadmon che si è formato l’Universo
con tutti gli esseri che contiene, di modo che questi ultimi sono quasi
particelle di tale corpo, e la loro “reintegrazione” nell’unità appare come la
ricostituzione stessa dell’Adam Qadmon. Esso è l’“Uomo Universale”, e Purusha,
secondo uno dei significati di questa parola, è pure l’“Uomo” per eccellenza;
si tratta quindi esattamente della stessa cosa. Aggiungiamo a questo proposito,
prima di procedere, che poiché il grado di Maestro rappresentava, almeno
virtualmente,
7. Âtmayajna: Self
sacrifice, nello «Harvard Journal of Asiatic Studies», febbraio 1942.
8. Cfr. anche, nei misteri
greci, l’assassinio e lo smembramento di Zagreus da parte dei Titani; è
noto che questi sono il corrispettivo degli Asura della tradizione indù.
Forse non è inutile notare, d’altra parte, che il linguaggio corrente applica
la stessa parola “vittima” nel caso del sacrificio come in quello
dell’assassinio.
«Riunire ciò che è sparso» 261
il termine dei “piccoli misteri”, bisogna quindi considerare in questo caso
propriamente la reintegrazione al centro dello stato umano; ma è noto che lo
stesso simbolismo è sempre applicabile a livelli diversi, in virtù delle
corrispondenze che esistono fra di essi,9 di modo che lo si può
riferire sia a un mondo determinato, sia a tutto l’insieme della manifestazione
universale; e la reintegrazione nello “stato primordiale”, che è d’altronde
anche “adamico”, è quasi una figura della reintegrazione totale e finale, per
quanto essa sia ancora solo, in realtà, una tappa sulla via che vi conduce.
Nello studio che abbiamo citato sopra, A.K. Coomaraswamy dice che
«l’essenziale, nel sacrificio, è in primo luogo dividere, e in secondo luogo
riunire»; esso comporta dunque le due fasi complementari della
“disintegrazione” e della “reintegrazione” che costituiscono il processo
cosmico nel suo complesso: il Purusha, «essendo uno, diventa molti, ed
essendo molti, ridiventa uno». La ricostituzione del Purusha è operata
simbolicamente, in particolare, nella costruzione dell’altare vêdico, che
comprende nelle sue diverse parti una rappresentazione di tutti i mondi;10
e il sacrificio, per essere compiuto correttamente, richiede una cooperazione
di tutte le arti, il che assimila il sacrificante a Vishwakarma stesso.11
d’altra parte, poiché si può considerare che ogni azione rituale, cioè in
definitiva ogni azione veramente normale e conforme all’“ordine” (rita),
sia dotata di un carattere in certo modo “sacrificale”, secondo il senso
etimologico di questa parola (da sacrum facere), quel che è vero per
l’altare vêdico lo è anche, in una certa maniera e in una certa misura, per
ogni costruzione edificata conformemente alle regole tradizionali, poiché
quest’ultima procede sempre in realtà da uno stesso “modello cosmico”, come
abbiamo spiegato in altre occasioni.12 Si vede ,come ciò sia in
diretto rapporto con un simbolismo “costruttivo” come quello della massoneria;
e d’altronde, anche nel senso più immediato, il costruttore riunisce
effettivamente dei materiali sparsi per farne un edificio che, se è veramente
quel che dev’essere, avrà un’unità “organica”, paragonabile a quella di un
essere vivente, se ci si pone dal punto di vista microcosmico, o a quella di un
mondo, se ci si pone dal punto di vista macrocosmico.
9. Alla stessa maniera,
nel simbolismo alchimistico, c’è corrispondenza fra il processo dell’“opera al
bianco “e quello dell’“opera al rosso”, per quanto il secondo riproduca in
certo modo il primo a un livello superiore.
10. Si veda Janua Coeli
[qui sotto, come cap. 58].
11. Cfr. A.K.
Coomaraswamy, Hinduism and Buddhism, p. 26.
12. I riti di fondazione
di un edificio comportano d’altronde in genere un sacrificio o una oblazione
nel senso rigoroso di queste parole; anche in Occidente, una certa forma di
oblazione si è conservata fino ai nostri giorni nel caso in cui la posa della
prima pietra sia compiuta secondo i riti massonici.
262 Simboli della Scienza
sacra
Per concludere, ci resta ancora da parlare un poco di un simbolismo d’altro
genere, che può sembrare assai diverso nelle sue apparenze esteriori, ma è
nondimeno, in fondo, equivalente nel significato: si tratta della
ricostituzione di una parola a partire dai suoi elementi letterali presi
dapprima isolatamente.13 Per comprenderlo, bisogna ricordarsi che il
vero nome di un essere non è altro, dal punto di vista tradizionale, che
l’espressione della sua essenza stessa; la ricostituzione del nome equivale
quindi, simbolicamente, alla ricostituzione dell’essere stesso. È anche noto il
ruolo che svolgono le lettere in un simbolismo come quello della Cabala
riguardo alla creazione o alla manifestazione universale; si potrebbe dire che
questa è formata dalle lettere separate, che corrispondono alla molteplicità
dei suoi elementi, e che, riunendo tali lettere, la si riconduce per ciò stesso
al suo Principio, sempre che la riunione venga operata in modo da ricostituire
effettivamente il nome del Principio.14 Da questo punto di vista,
“riunire ciò che è sparso” è lo stesso che “ritrovare la Parola perduta”,
poiché, in realtà, e nel suo senso più profondo, tale “Parola perduta” non è
altro che il vero nome del “Grande Architetto dell’Universo”.
13. Ciò corrisponde
naturalmente, nel rituale massonico, al modo di comunicazione delle “parole
sacre”.
14. Finché si rimane nella
molteplicità della manifestazione, si può solo “compitare” il nome del
Principio discernendo il riflesso dei suoi attributi nelle creature in cui essi
si esprimono soltanto in modo frammentario e disperso. Il massone che non è giunto
al grado di Maestro è ancora incapace di “riunire ciò che è sparso”, e perciò
“sa solo compitare”.
47. Il bianco e il nero
Il simbolo massonico del “pavimento a mosaico” (tessellated pavement)
è fra quelli che spesso vengono intesi in modo inadeguato o mal interpretati;
tale pavimento è formato da piastrelle alternativamente bianche e nere,
disposte esattamente allo stesso modo delle caselle della scacchiera.
Aggiungeremo subito che il simbolismo è evidentemente lo stesso nei due casi,
poiché, come abbiamo detto in varie occasioni, in origine i giochi sono
tutt’altro che semplici divertimenti profani quali sono divenuti oggi, e
d’altronde il gioco degli scacchi è certo uno fra quelli in cui le tracce del
carattere “sacro” originario sono rimaste più visibili malgrado questo processo
di degenerazione.
Nel senso più immediato, la giustapposizione del bianco e del nero
rappresenta naturalmente la luce e le tenebre, il giorno e la notte, e quindi
tutte le coppie di opposti o di complementari (è quasi inutile ricordare che
quel che si trova in opposizione a un certo livello diventa complementare a
un’altro livello, di modo che gli si può applicare lo stesso simbolismo); si ha
quindi, a tale riguardo, un esatto equivalente del simbolo estremo-orientale
dello yin-yang.1 Si può anche osservare che l’interpenetrazione
e l’inseparabilità dei due aspetti yin e yang, che vengono
rappresentate dal fatto che le due metà della loro figura sono delimitate da
una linea sinuosa, vengono rappresentate anche dalla disposizione a incastro
dei due tipi di piastrelle, mentre una diversa disposizione, come ad esempio
quella di strisce rettilinee alternativamente bianche e nere, non renderebbe
altrettanto chiaramente la stessa idea e potrebbe anche far pensare piuttosto a
una giustapposizione pura e semplice.2
Sarebbe inutile ripetere a questo proposito tutte le considerazioni già
fatte altrove in merito allo yin-yang; ricorderemo solo in modo
particolare che non si deve vedere in tale simbolismo, come nel riconoscimento
delle dualità cosmiche di cui è l’espressione, l’affermazione di alcun
“dualismo”, poiché se queste dualità esistono realmente nel loro ordine, i loro
termini sono nondimeno derivati dall’unità di un medesimo principio (il Tai-Ki
1. Si veda La Grande
Triade, cap. IV. Abbiamo avuto occasione di leggere un articolo in cui
l’autore riferiva la parte bianca allo yin e la parte nera allo yang,
mentre è vero il contrario, e pretendeva di fondare questa opinione erronea su
esperienze “radioestesiche”; cosa si deve concluderne, se non che, in un caso
simile, il risultato ottenuto è dovuto semplicemente all’influenza delle idee
preconcette dello sperimentatore?
2. Anche quest’ultima
disposizione è stata tuttavia usata in certi casi; è noto che la si trovava tra
l’altro nel Beaucéant dei Templari, il cui significato è ancora una
volta lo stesso.
264 Simboli della Scienza
sacra
della tradizione estremo-orientale). È questo infatti uno dei punti più
importanti, giacché è soprattutto quello che dà luogo a false interpretazioni;
taluni hanno creduto di poter parlare di “dualismo” a proposito dello yin-yang,
probabilmente per incomprensione, ma forse a volte anche con intenzioni di
carattere più o meno sospetto; in ogni caso, per quanto riguarda il “pavimento
a mosaico”, una simile interpretazione è il più delle volte dovuta ad avversari
della massoneria, che vorrebbero fondare su di essa un’accusa di “manicheismo”.3
È senz’altro possibile che certi “dualisti” abbiano distorto il vero senso di
questo simbolismo per interpretarlo conformemente alle proprie dottrine, così
come hanno potuto alterare per la stessa ragione i simboli che esprimono
un’unità e un’immutabilità per loro inconcepibili; ma queste sono in ogni caso
soltanto deviazioni eterodosse che non toccano in nulla il simbolismo nella sua
essenza e quando ci si pone dal punto di vista propriamente iniziatico non è
certo il caso di esaminare simili deviazioni.4
Ora, oltre al significato di cui abbiamo parlato fin qui, ce n’è un altro
di un ordine più profondo, che risulta immediatamente dal duplice senso del
colore nero, da noi spiegato in altre occasioni; abbiamo ora considerato
soltanto il suo senso inferiore e cosmologico, ma bisogna anche considerarne il
senso superiore e metafisico. Se ne trova un esempio particolarmente chiaro
nella tradizione indù, in cui l’iniziato deve sedersi su una pelle dai peli
neri e bianchi, che simboleggiano rispettivamente il non-manifestato e il
manifestato;5 il fatto che si tratti di un rito essenzialmente
iniziatico giustifica sufficientemente l’accostamento con il caso del
“pavimento a mosaico” e l’esplicita attribuzione dello stesso significato a
quest’ultimo, anche se, allo
3. Secondo quanto abbiamo
detto sopra, queste persone, se fossero logiche, dovrebbero accuratamente
astenersi dal giocare a scacchi per non rischiare di cadere anch’esse sotto
tale accusa; questa semplice osservazione non basta forse a mostrare tutta l’inanità
della loro argomentazione?
4. Ricorderemo anche, a
tale proposito, quel che abbiamo detto altrove sulla questione del
“rovesciamento dei simboli”; e più in particolare l’osservazione che abbiamo
fatto allora sul carattere veramente diabolico che presenta l’attribuzione al
simbolismo ortodosso, e specialmente a quello delle organizzazioni iniziatiche,
dell’interpretazione a rovescio che appartiene in realtà alla
“contro-iniziazione” (Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps,
cap. XXX).
5. Shatapata Brâhmana,
III, 2, I, 5-7. A un altro livello questi due colori rappresentano anche il
Cielo e la Terra, ma bisogna fare attenzione al fatto che, in ragione della
corrispondenza di questi con il non-manifestato e il manifestato, è allora il
nero che si riferisce al cielo e il bianco alla terra, di modo che le relazioni
esistenti nel caso dello yin-yang si trovano invertite; del resto è solo
un’applicazione del senso inverso dell’analogia. L’iniziato deve toccare il
punto di congiunzione dei peli neri e bianchi, unendo così i principi
complementari da cui sta per nascere in quanto “Figlio del Cielo e della Terra”
(cfr. La Grande Triade, cap. IX).
Il bianco e il nero 265
stato attuale delle cose, questo significato è stato completamente
dimenticato. Vi si ritrova dunque un simbolismo equivalente a quello di Arjuna,
il “bianco”, e di Krishna, il “nero”, che sono, nell’essere stesso, il
mortale e l’immortale, l’“io” e il “Sé”;6 e poiché essi sono anche i
«due uccelli inseparabilmente uniti» di cui si parla nelle Upanishad,
ciò evoca un altro simbolo ancora, quello dell’aquila bianca e nera a due teste
che figura in certi alti gradi massonici, nuovo esempio che, dopo tanti altri,
mostra una volta di più che il linguaggio simbolico ha un carattere veramente
universale.
6 Questo simbolismo è
anche quello dei Dioscuri; il rapporto di questi con i due emisferi o le
due metà dell’“Uovo del Mondo” ci riconduce d’altronde alla considerazione del
cielo e della terra che abbiamo indicato nella nota precedente (cfr. La
Grande Triade, cap. V).
48. Pietra nera e pietra cubica
Abbiamo già avuto talvolta occasione di rilevare le varie fantasie
linguistiche cui ha dato luogo il nome di Cibele; non torneremo qui su quelle
troppo evidentemente sprovviste di qualsiasi fondamento e dovute solo
all’eccessiva immaginazione di taluni,1 e considereremo soltanto
alcuni accostamenti che possono parere più seri a prima vista, per quanto siano
altrettanto ingiustificati. Così, abbiamo visto avanzare recentemente l’ipotesi
secondo cui Cibele «sembra derivare il suo nome» dall’arabo qubbah, perché
«era adorata nelle grotte» a causa del suo carattere “ctonio”. Ora, questa
pretesa etimologia ha due difetti, uno solo dei quali sarebbe sufficiente a
farla scartare: anzitutto, come un’altra di cui parleremo fra poco, essa tiene
conto soltanto delle due prime lettere della radice del nome di Cibele, la
quale ne contiene invece tre, e va da sé che la terza lettera non è più
trascurabile delle altre due; e poi, essa poggia in realtà su un controsenso
puro e semplice. Infatti, qubbah non ha mai voluto dire «volta, stanza a
volta, cripta», come crede l’autore di questa ipotesi; tale parola designa una
cupola, il cui simbolismo è precisamente “celeste” e non “terrestre”, quindi
esattamente all’opposto del carattere attribuito a Cibele o “Grande Madre”.
Come abbiamo spiegato in altri studi, la cupola sormonta un edificio a base
quadrata, dunque di forma in genere cubica, ed è questa parte quadrata o cubica
ad avere, nell’insieme così costituito, un simbolismo “terrestre”; questo ci
conduce a esaminare un’altra ipotesi formulata abbastanza spesso a proposito
dell’origine del nome stesso di Cibele, e che ha un’importanza più particolare
ai nostri fini.
Si è voluto far derivare Kubelê da kubos, e qui almeno non
c’è un controsenso come quello appena segnalato; ma, d’altra parte, questa
etimologia ha in comune con la precedente il difetto di prendere in
considerazione solo le prime due delle tre lettere che costituiscono la radice
di Kubelê, il che la rende ugualmente inaccettabile dal punto di vista
propriamente linguistico.2 Se si vuol vedere fra le due parole
soltanto una certa somiglianza
1. Non riparleremo quindi
dell’assimilazione di Cibele a una “cavalla”, né dell’accostamento che si è
voluto trarne con “cavalleria”, e neppure dell’altro accostamento altrettanto
immaginario con la “Cabala”.
2. Segnaleremo
incidentalmente a questo proposito che è pure assai dubbio, malgrado un’esatta
sinonimia e una parziale somiglianza fonetica, che possa esserci una vera
affinità linguistica fra il greco Kubos e l’arabo Kaab, per via
della presenza nel secondo della lettera ayn; per il fatto che tale
lettera non ha equivalente nelle lingue europee e non può esservi realmente
trascritta, gli Occidentali la dimenticano o la trascurano troppo spesso, il
che ha per conseguenza numerose assimilazioni erronee tra parole la cui radice
è nettamente diversa.
Pietra nera e pietra cubica 267
fonetica che, come spesso succede, può avere un qualche valore dal punto di
vista simbolico, allora è tutt’altra cosa; ma, prima di studiare più da vicino
questo punto, diremo che in realtà il nome di Kubelê non è di origine
greca, e che d’altronde la sua vera etimologia non ha nulla di enigmatico né di
dubbio. Questo nome, infatti, si ricollega direttamente all’ebraico gebal
e all’arabo jabal, “montagna”; la differenza della prima lettera non può
dar luogo ad alcuna obiezione perché il mutamento di g in k o
viceversa è solo una modificazione secondaria di cui si possono trovare molti
altri esempi.3 Così, Cibele è propriamente la “dea della montagna”;4
ed è assai notevole il fatto che, per questo significato, il suo nome è
l’esatto equivalente di quello di Pârvâti nella tradizione indù.
Questo stesso significato del nome di Cibele è visibilmente legato a quello
della “pietra nera” che ne era il simbolo; infatti, è noto che tale pietra era
di forma conica e, come tutti i “betili” della stessa forma, essa dev’essere
considerata una raffigurazione ridotta della montagna in quanto simbolo
“assiale”. D’altra parte, le “pietre nere” sacre erano degli aeroliti, e tale
origine “celeste” fa pensare che il carattere “ctonio” cui facevamo allusione
all’inizio corrisponda in realtà soltanto a uno degli aspetti di Cibele; del
resto, l’asse rappresentato dalla montagna non è “terrestre”, ma lega fra di
loro il cielo e la terra; e aggiungeremo che lungo quest’asse devono
effettuarsi, simbolicamente, la caduta della “pietra nera” e la sua finale
risalita, poiché si tratta anche qui di relazioni fra il cielo e la terra.5
Non che si voglia, beninteso, contestare che Cibele sia stata spesso assimilata
alla “Terra Madre”, ma solo indicare che essa aveva anche altri aspetti; è
d’altronde possibilissimo che l’oblio più o meno completo di questi, in seguito
a un predominio attribuito all’aspetto “terrestre”, abbia originato certe
confusioni, e in particolare quella che porta
3. Così, il termine
ebraico e arabo kabîr ha un’evidente affinità con l’ebraico gibor
e l’arabo jabbâr; è vero che il primo ha soprattutto il senso di
“grande” e gli altri due quello di “forte”, ma è una semplice sfumatura; i Giborim
della Genesi sono sia i “giganti” sia gli “uomini forti”.
4. Notiamo di sfuggita che
Gebal era anche il nome della città fenicia di Byblos; i suoi abitanti
erano chiamati Giblim, e questo nome è rimasto come “parola d’ordine”
nella massoneria. Vi è a tale proposito un accostamento che, a quanto pare, non
si è mai pensato di fare; qualunque sia stata l’origine storica della
denominazione dei Ghibellini nel Medioevo, essa presenta con questo nome di Giblim
una sorprendente somiglianza, e, se è solo una “coincidenza”, essa è perlomeno
abbastanza curiosa.
5. Si veda Lapsit
exillis [qui sopra, come cap. 44]. Esiste in India una tradizione secondo
cui le montagne “un tempo volavano; Indra le scagliò sulla terra e ve le
fissò colpendole con il fulmine: anche questo evidentemente va accostato
all’origine delle “pietre nere”.
268 Simboli della Scienza
sacra
ad assimilare la “pietra nera” e la “pietra cubica”, simboli invece del
tutto diversi.6
La “pietra cubica” è essenzialmente una “pietra fondamentale”; essa
dev’essere dunque proprio “terrestre”, come indica d’altronde la sua forma, e,
inoltre, l’idea di “stabilità”, espressa da questa forma stessa7
conviene ottimamente alla funzione di Cibele in quanto “Terra Madre”, cioè in
quanto rappresenta il principio “sostanziale” della manifestazione universale.
Per questo, dal punto di vista simbolico, il rapporto di Cibele con il “cubo”
non è da respingere integralmente, come “convergenza” fonetica; ma, certo, non
è una ragione per trarne un’“etimologia”, né per identificare con la “pietra
cubica” una “pietra nera” che era in realtà conica. C’è soltanto un caso
particolare in cui esiste un certo rapporto fra la “pietra nera” e la “pietra
cubica”: è quello in cui quest’ultima è, non una delle “pietre fondamentali”
poste ai quattro angoli di un edificio, ma la pietra shetiyah che occupa
il centro della sua base, corrispondente al punto di caduta della “pietra
nera”, così come, sullo stesso asse verticale, ma all’estremità opposta, la
“pietra angolare” o “pietra del vertice”, la quale per contro non è di forma
cubica, corrisponde alla posizione “celeste” iniziale e finale della “pietra
nera” stessa. Non insisteremo ulteriormente su queste ultime considerazioni,
avendole già esposte altrove in modo più dettagliato;8 e ricorderemo
soltanto, per concludere, che, in linea generale, il simbolismo della “pietra
nera”, con le diverse posizioni e forme che essa può assumere, è dal punto di
vista “microcosmico” in relazione con le diverse “localizzazioni” nell’essere
umano del luz o “nocciolo d’immortalità”.
6. Abbiamo segnalato in
una recensione l’incredibile supposizione dell’esistenza di una presunta “dea Kaabah”,
che sarebbe stata rappresentata dalla “pietra nera” della Mecca, chiamata pure Kaabah;
è un altro esempio della stessa confusione. In seguito, abbiamo avuto la
sorpresa di leggere di nuovo la stessa cosa altrove, dal che sembra proprio
risultare che questo errore è vivo in certi ambienti occidentali. Ricorderemo
dunque che Kaabah non è per nulla il nome della “pietra nera”, perché
questa non è cubica, ma quello dell’edificio in un angolo del quale essa è
incassata, edificio che ha effettivamente la forma di un cubo; e, se la Kaabah
è anche Beyt Allah (“casa di Dio”, il Beith-El della Genesi),
essa non è stata comunque mai considerata una divinità. È del resto assai
probabile che la singolare invenzione della presunta “dea Kaabah” sia
stata suggerita di fatto dall’accostamento fra Kubelê e Kubos di
cui abbiamo parlato sopra.
7. Si veda Le Règne de
la Quantité et les Signes des Temps, cap. XX.
8. Si veda ancora Lapsit
exillis.
49. Pietra grezza e pietra
tagliata
In un articolo in cui si parlava degli altari che, presso gli antichi
Ebrei, dovevano essere formati esclusivamente di pietre grezze, abbiamo letto
questa frase piuttosto stupefacente: «Il simbolismo della pietra grezza è stato
alterato dalla frammassoneria, che l’ha trasposto dalla sfera sacra al livello
profano; un simbolo, originariamente destinato a esprimere i rapporti
soprannaturali dell’anima con il Dio “vivente” e “personale”, vi esprime ormai
realtà di ordine alchimistico, moralizzante, sociale e occultistico». L’autore
di queste righe, a quanto sappiamo di lui, è fra coloro nei quali il partito
preso può abbastanza facilmente spingersi fino alla malafede; che
un’organizzazione iniziatica abbia fatto scendere un simbolo «al livello
profano» è una cosa talmente assurda e contraddittoria che nessuno, crediamo,
potrebbe sostenerla seriamente; e, d’altra parte, l’insistenza sulle parole
“vivente” e “personale” mostra evidentemente una ben ferma intenzione di
pretendere di limitare la “sfera sacra” al solo punto di vista dell’exoterismo
religioso. Che attualmente la maggior parte dei massoni non capiscano più il
vero senso dei loro simboli, come la maggioranza dei cristiani non capiscono
quello dei propri, è tutt’altra questione; in che cosa la massoneria può, più
della Chiesa, essere resa responsabile di uno stato di fatto dovuto soltanto
alle condizioni del mondo moderno, rispetto al quale entrambe sono egualmente
“anacronistiche” per il loro carattere tradizionale? La tendenza
“moralizzante”, che in effetti è anche troppo reale a partire dal secolo XVIII,
era in definitiva una conseguenza quasi inevitabile, se si tien conto della
mentalità generale, della degenerazione “speculativa” sulla quale abbiamo così
spesso insistito; si può dire altrettanto dell’eccessiva importanza attribuita
al punto di vista sociale, e del resto, sotto questo profilo, i massoni sono
ben lungi dal costituire un’eccezione della nostra epoca: si esamini
imparzialmente quel che s’insegna oggi in nome della Chiesa, e ci si dica se è possibile
trovarvi molto di più di semplici considerazioni morali e sociali! Per finirla
con queste osservazioni, è quasi superfluo sottolineare l’improprietà,
probabilmente voluta, della parola “occultistico”, poiché la massoneria non ha
certo niente a che vedere con l’occultismo, cui è ben anteriore, anche nella
sua forma “speculativa”; per quanto riguarda il simbolismo alchimistico, o più
esattamente ermetico, esso non ha sicuramente nulla di profano, e si riferisce
come abbiamo spiegato altrove all’ambito dei “piccoli misteri”, che è
precisamente l’ambito proprio delle iniziazioni di mestiere in generale e della
massoneria in particolare.
Non è semplicemente per fare questa puntualizzazione, per
270 Simboli della Scienza
sacra
quanto necessaria, che abbiamo citato la frase iniziale, ma soprattutto
perché essa ci è parsa suscettibile di fornire l’occasione di apportare alcune
precisazioni utili sul simbolismo della pietra grezza e della pietra tagliata.
È vero che nella massoneria la pietra grezza ha un significato diverso da
quello che possiede nel caso degli altari ebraici, cui bisogna aggiungere
quello dei monumenti megalitici; ed è così in quanto tale significato non si
riferisce allo stesso tipo di tradizione. Ciò è facilmente comprensibile per
tutti coloro che conoscono le considerazioni da noi fatte sulle differenze
essenziali che esistono, in linea generale, fra le tradizioni dei popoli nomadi
e quelle dei popoli sedentari; e d’altronde, quando Israele passò dal nomadismo
alla sedentarietà, la proibizione di elevare edifici in pietre tagliate
scomparve, perché non aveva più ragione d’essere: ne è testimone la costruzione
del Tempio di Salomone, che sicuramente non fu un’impresa profana, e alla quale
si ricollega, almeno simbolicamente, l’origine stessa della massoneria. Poco
importa a questo riguardo che gli altari abbiano dovuto allora continuare a
essere fatti di pietre grezze, caso questo tutto particolare, per il quale il
simbolismo primitivo poteva venire conservato senza alcun inconveniente, mentre
è fin troppo evidentemente impossibile costruire il più modesto edificio con
pietre simili. Il fatto poi che «niente di metallico si possa trovare» negli
altari, come segnala ancora l’autore dell’articolo in questione, si riferisce a
un altro ordine di idee, che abbiamo pure spiegato, e che si ritrova del resto
nella stessa massoneria con il simbolo della “spogliazione dei metalli”.
Ora, è indubbio che, in virtù delle leggi cicliche, alcuni popoli
“preistorici” come quelli che elevarono i monumenti megalitici, quali che siano
stati, fossero in uno stato necessariamente più vicino al principio di coloro
che vennero dopo di loro, ma anche che tale stato non potesse perpetuarsi
indefinitamente, e che i mutamenti nelle condizioni dell’umanità alle diverse
epoche della sua storia dovessero esigere adattamenti successivi della
tradizione; ciò è potuto anche succedere nel corso dell’esistenza di uno stesso
popolo e senza che vi sia stata in essa alcuna soluzione di continuità, come
mostra l’esempio appena citato degli Ebrei. D’altra parte, è anche del tutto
certo, e l’abbiamo detto altrove, che fra i popoli sedentari il sostituirsi
delle costruzioni di pietra alle costruzioni di legno corrisponda a un grado
più accentuato di “solidificazione”, in conformità con le tappe della “discesa”
ciclica; ma, dal momento che tale nuovo sistema di costruzione era reso
necessario dalle mutate condizioni ambientali, bisognava che in una civiltà
tradizionale esso ricevesse dalla tradizione stessa, per mezzo di riti e
simboli appropriati, la consacrazione che
Pietra grezza e pietra tagliata 271
sola era suscettibile di legittimarlo e quindi di integrarlo a tale
civiltà, e proprio per questo abbiamo parlato al riguardo di adattamento.
Simile legittimazione implicava quella di tutti i mestieri, a cominciare dal
taglio delle pietre richieste per la costruzione, ed essa non poteva essere
veramente effettiva se non a condizione che l’esercizio di ogni mestiere fosse
ricollegato a una iniziazione corrispondente, poiché, conformemente alla
concezione tradizionale, esso doveva rappresentare l’applicazione regolare dei
principi nel proprio ordine contingente. Così fu sempre e dappertutto, salvo
naturalmente nel mondo occidentale moderno la cui civiltà ha perso il proprio
carattere tradizionale, e questo non è vero soltanto per i mestieri edili, che
qui consideriamo più particolarmente, ma anche per tutti gli altri la cui
costituzione fu allo stesso modo resa necessaria da certe circostanze di tempo
o di luogo; ed è importante sottolineare che tale legittimazione, con tutto
quel che comporta, fu sempre possibile in tutti i casi, tranne che per i
mestieri puramente meccanici che nacquero solo nell’epoca moderna. Ora, per i
tagliapietre e per i costruttori che impiegavano i prodotti del loro lavoro, la
pietra grezza poteva forse rappresentare altro che la “materia prima”
indifferenziata, o il “caos” con tutte le corrispondenze sia microcosmiche sia
macrocosmiche, mentre la pietra completamente tagliata in tutte le sue facce
rappresentava al contrario il compimento o la perfezione dell’“opera”? Ecco
qual è la spiegazione della differenza che esiste fra il significato simbolico
della pietra grezza in casi come quelli dei monumenti megalitici e degli altari
primitivi, e quello della stessa pietra grezza nella massoneria. Aggiungeremo,
senza potervi insistere ulteriormente, che questa differenza corrisponde a un
duplice aspetto della materia prima, a seconda che essa venga considerata come
la “Vergine universale” o come il “caos” che si trova all’origine di ogni
manifestazione; similmente, nella tradizione indù, Prakriti, se da una
parte è la pura potenzialità che letteralmente è al di sotto di ogni esistenza,
è nel contempo un aspetto della “Madre divina”; ed è chiaro che questi due
punti non si escludono affatto a vicenda, il che giustifica del resto la
coesistenza degli altari di pietre grezze e degli edifici di pietre tagliate.
Queste poche considerazioni mostreranno ancora una volta come,
nell’interpretazione dei simboli così come in ogni altra cosa, bisogna sempre
saper disporre ogni elemento al suo posto esatto, senza di che si corrono
grossi rischi di cadere nei più grossolani errori.
Simbolismo assiale e
simbolismo del passaggio
50. I simboli dell’analogia
Potrebbe sembrare strano ad alcuni che si parli dei simboli dell’analogia,
poiché, se il simbolismo stesso è, come si dice spesso, fondato sull’analogia,
qualunque simbolo dev’essere l’espressione di una analogia; ma questo modo di
considerare le cose non è esatto: il simbolismo è fondato, nella sua
definizione più generale, sulle corrispondenze che esistono tra i diversi
ordini della realtà, ma non tutte le corrispondenze sono analogiche. Intendiamo
qui l’analogia esclusivamente nella sua accezione più rigorosa, cioè, secondo
la formula ermetica, come il rapporto di «ciò che è in basso» con «ciò che è in
alto», rapporto che, come abbiamo spiegato spesso a proposito dei numerosi casi
in cui abbiamo avuto occasione di esaminarlo, implica essenzialmente la considerazione
del “senso inverso” dei suoi due termini; tale considerazione è del resto
iscritta così chiaramente, e in modo così palese, nei simboli di cui stiamo per
parlare, che può meravigliare che essa sia passata così spesso inosservata,
anche da parte di coloro che pretendono di riferirsi a questi simboli, ma che
mostrano con ciò la loro incapacità di comprenderli e di interpretarli
correttamente.
La costruzione dei simboli in questione poggia sulla figura della ruota a
sei raggi; come abbiamo già detto, la ruota in genere è anzitutto un simbolo
del mondo, e in essa la circonferenza rappresenta la manifestazione prodotta
dai raggi emanati dal centro; ma naturalmente il numero dei raggi che vi sono
tracciati, diverso secondo i casi, vi aggiunge altri significati particolari.
D’altra parte, in certi simboli derivati la circonferenza stessa può anche non
essere raffigurata; ma, per la loro costruzione geometrica, questi simboli
devono essere nondimeno considerati inscritti in una circonferenza, e per
questo si deve ritenerli collegati al simbolo della ruota, anche se la forma
esterna di quest’ultima, cioè la circonferenza che ne determina il contorno e
il limite, non vi appare più in maniera esplicita e visibile, il che indica
soltanto che non sulla manifestazione in se stessa e sull’ambito speciale in
cui essa si sviluppa deve rivolgersi in tal caso l’attenzione, rimanendo in
certo modo tale ambito in uno stato di indeterminazione anteriore al tracciato
effettivo della circonferenza.
La figura più semplice, base di tutte le altre, è quella costituita
unicamente dall’insieme dei sei raggi; questi, essendo opposti a due a due a
partire dal centro, formano tre diametri, uno verticale, e gli altri due
obliqui e ugualmente inclinati da entrambe le parti di quello. Se si considera
che il sole occupi il centro, essi sono i sei raggi di cui abbiamo parlato in
un precedente studio; e, in tal caso, il “settimo raggio” è rappresentato
appunto
276 Simboli della Scienza
sacra
dal centro stesso. Quanto al rapporto da noi indicato con la croce a tre
dimensioni, esso si stabilisce in modo del tutto immediato: l’asse verticale
rimane immutato, e i due diametri obliqui sono la proiezione, nel piano della
figura, dei due assi che formano la croce orizzontale; quest’ultima
considerazione, necessaria alla completa intelligenza del simbolo, è d’altronde
al di fuori di quelle che ne fanno propriamente una rappresentazione
dell’analogia, per le quali basta prendere il simbolo nella forma che esso
rappresenta, senza che vi sia bisogno di accostarlo ad altri simboli cui si
associa per i vari aspetti del suo complesso significato.
Nel simbolismo cristiano, questa figura è quel che si chiama il monogramma
semplice di Cristo; lo si considera formato allora dall’unione delle due
lettere I e X, cioè dalle iniziali greche delle due parole Jêsous Christos,
ed è un significato, questo, che essa pare aver ricevuto fin dai primi tempi
del cristianesimo; inutile dire che questo simbolo è in sé ben anteriore, e, di
fatto, è uno di quelli che si trovano diffusi dappertutto e in tutte le epoche.
Il monogramma costantiniano, formato dall’unione delle lettere greche X e P, le
prime due di Christos, sembra a prima vista immediatamente derivato dal
monogramma semplice, di cui conserva esattamente la disposizione fondamentale,
e da cui si distingue solo per l’aggiunta, nella parte superiore del diametro
verticale, di un “occhiello” destinato a trasformare la I in P Questo
“occhiello”, di forma naturalmente più o meno perfettamente circolare, può
essere considerato, messo in quella posizione, come corrispondente alla
raffigurazione del disco solare che appare al vertice dell’asse verticale o
dell’“Albero del Mondo”; e questa osservazione riveste una particolare
importanza in rapporto a quanto dovremo dire a proposito del simbolo
dell’albero.1
È interessante notare, per quel che concerne più specificamente il
simbolismo araldico, che i sei raggi costituiscono una specie di schema
generale secondo cui sono state disposte nel blasone le più varie figure. Si
guardi, ad esempio, un’aquila o qualsiasi altro uccello araldico, e non sarà
difficile rendersi conto che vi si trova effettivamente questa disposizione,
per cui la testa, la coda,
1. Certe forme intermedie
mostrano d’altronde una parentela fra il monogramma di Cristo e la “croce
ansata” egiziana, il che può essere del resto facilmente compreso riferendosi a
quel che abbiamo detto sopra a proposito della croce a tre dimensioni; in certi
casi l’“occhiello” della P prende anche la forma propria al simbolo egiziano
della “treccia di Horus”. Un’altra variante del monogramma è
rappresentata dal “quatre de chiffre” degli antichi marchi corporativi,
i cui molteplici significati richiedono d’altronde uno studio speciale.
Segnaliamo ancora che il monogramma è talvolta circondato da un cerchio, il che
lo assimila nel modo più chiaro possibile alla ruota a sei raggi.
I simboli dell’analogia 277
le estremità delle ali e delle zampe corrispondono rispettivamente alle
punte dei sei raggi; si guardi poi un emblema come la fleur de lis, e si
farà la stessa constatazione. Poco importa, del resto, in quest’ultimo caso,
l’origine storica dell’emblema, che ha dato luogo a numerose ipotesi diverse:
sia che la fleur de lis sia veramente un fiore, il che si accorderebbe
con l’equivalenza fra la ruota e certi simboli floreali come il loto, la rosa e
il giglio (quest’ultimo, poi, ha davvero sei petali), sia che fosse
originariamente un ferro di lancia, o un uccello, o un’ape, l’antico simbolo
caldeo della regalità (geroglifico sâr), o addirittura un rospo,2
sia che, com’è più probabile, esso risulti da una specie di “convergenza” e di
fusione di parecchie di queste figure, che lascia sussistere solo i loro tratti
comuni, fatto sta che esso è strettamente conforme allo schema di cui parliamo,
ed è questo che importa essenzialmente per determinare il significato
principale.
D’altra parte, se si congiungono le estremità dei sei raggi a due a due, si
ottiene la ben nota figura dell’esagramma o “sigillo di Salomone”, formata da
due triangoli equilateri opposti e intrecciati; la stella a sei punte
propriamente detta, che ne differisce per il fatto che in quest’ultima è
tracciato il solo contorno esterno, è evidentemente una variante del medesimo
simbolo. L’ermetismo cristiano del Medioevo vedeva tra l’altro nei due
triangoli dell’esagramma una rappresentazione delle due nature, la divina e
l’umana, nella persona di Cristo; e il numero sei, cui questo simbolo
naturalmente si riferisce, ha tra i suoi significati quelli di unione e di
mediazione, che qui convengono alla perfezione.3 Il medesimo numero
è anche, secondo la Cabala ebraica, il numero della creazione (l’“opera dei sei
giorni” della Genesi, in relazione con le sei direzioni dello spazio),
e, sempre sotto questo profilo, l’attribuzione del suo simbolo al Verbo si
giustifica altrettanto bene: si tratta insomma di una specie di traduzione
grafica dell’omnia per ipsum facta sunt del Vangelo di san Giovanni.
Ora, ed è qui soprattutto che volevamo arrivare nel presente studio, i due
triangoli opposti del “sigillo di Salomone” rappresentano due ternari di cui
uno è quasi il riflesso o l’immagine
2. Questa opinione, per
quanto bizzarra possa sembrare, deve essere stata accettata abbastanza
anticamente, poiché negli arazzi del secolo XV della cattedrale di Reims lo
stendardo di Clodoveo porta tre rospi. È possibilissimo d’altronde che in
origine questo rospo sia stato in realtà una rana, animale che, per via delle
sue metamorfosi, è un antico simbolo di “resurrezione”, e che aveva conservato
questo significato nel cristianesimo dei primi secoli.
3. Nel simbolismo
estremo-orientale, sei tratti altrimenti disposti, sotto forma di linee
parallele, rappresentano ugualmente il termine mediano della “Grande Triade”,
cioè il Mediatore fra il cielo e la terra, l’“Uomo vero” che unisce in sé le
due nature, celeste e terrestre.
278 Simboli della Scienza
sacra
rovesciata dell’altro; e proprio in questo il simbolo è un’esatta
raffigurazione dell’analogia. Nella figura dei sei raggi, si possono anche
prendere i due ternari formati rispettivamente dalle estremità dei tre raggi
superiori e da quelle dei tre raggi inferiori; essendo allora interamente
situati da una parte e dall’altra del piano di riflessione, essi sono separati
invece di intrecciarsi come nel caso precedente; ma il loro rapporto inverso è
esattamente lo stesso. Per precisare ulteriormente questo senso del simbolo,
viene talora indicata nell’esagramma una parte del diametro orizzontale (e si
deve notare che lo è anche nella fleur de lis); tale diametro
orizzontale rappresenta evidentemente la traccia del piano di riflessione o
della “superficie delle Acque”. Aggiungiamo che si avrebbe ancora un’altra
rappresentazione del “senso inverso” supponendo che i due diametri obliqui
formino il contorno apparente di due coni opposti al vertice e aventi come asse
il diametro verticale; anche qui, il loro vertice comune, che è il centro della
figura, è situato nel piano di riflessione, e ognuno dei due coni è l’immagine
rovesciata dell’altro.
Infine, la figura dei sei raggi, talora un po’ modificata, ma sempre
perfettamente riconoscibile, forma anche lo schema di un altro importantissimo
simbolo, quello dell’albero a tre rami e tre radici, in cui ritroviamo
palesemente i due ternari inversi di cui abbiamo appena parlato. Tale schema
può d’altronde essere, considerato nei due sensi opposti, di modo che i rami
possono prendervi il posto delle radici e viceversa; riprenderemo questa
considerazione quando studieremo in maniera più completa alcuni aspetti del
simbolismo dell’“Albero del Mondo”.
51. L’Albero del Mondo
Abbiamo già parlato in varie occasioni dell’“Albero del Mondo” e del suo
simbolismo “assiale”;1 senza tornare qui su ciò che abbiamo detto
allora, aggiungeremo alcune osservazioni che vertono su certi punti più
particolari di questo simbolismo, e specialmente, sul caso in cui l’albero
appare rovesciato, cioè con le radici in alto e i rami in basso, questione alla
quale Ananda K. Coomaraswamy ha dedicato uno studio speciale, The Inverted
Tree.2 È facile capire che se ciò accade è anzitutto perché la
radice rappresenta il principio, mentre i rami rappresentano lo spiegamento
della manifestazione; ma a questa spiegazione generale è opportuno aggiungere
certe considerazioni di carattere più complesso, che d’altronde poggiano sempre
sull’applicazione del “senso inverso” dell’analogia, cui si riferisce
palesemente la posizione rovesciata dell’albero. A tale riguardo, abbiamo già
indicato che appunto sul simbolo propriamente detto dell’analogia, cioè sulla
figura dei sei raggi le cui estremità sono raggruppate in due ternari capovolti
l’uno rispetto all’altro, si costruisce lo schema dell’albero a tre rami e tre
radici, schema che del resto può essere considerato nei due sensi opposti, il
che mostra come le due posizioni corrispondenti dell’albero debbano riferirsi a
due punti di vista diversi e complementari, a seconda che lo si guardi dal
basso verso l’alto o dall’alto verso il basso, cioè, in definitiva, a seconda
che ci si ponga dal punto di vista della manifestazione o da quello del
principio.3
Come prova di questa considerazione, A.K. Coomaraswamy cita i due alberi
rovesciati descritti da Dante4 vicino al vertice della “montagna”,
quindi immediatamente sotto il piano in cui è situato il Paradiso terrestre,
mentre, allorché si giunge a quest’ultimo,
1. Si veda in particolare Le
Symbolisme de la Croix, capp. IX e XXV.
2. In L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cap. V, abbiamo citato i testi della Katha
Upanishad, VI, 1, e della Bhagavad-Gîtâ, XV, 1, in cui l’albero è
presentato sotto questo aspetto; Coomaraswamy ne cita inoltre parecchi altri
non meno espliciti, in particolare Rig-Vêda, I, 24, 7 e Maîtri
Upanishad, VI, 4.
3. Abbiamo fatto notare
altrove come si possa pensare che l’albero ternario sintetizzi in sé l’unità e
la dualità che, nel simbolismo biblico, sono rispettivamente rappresentate
dall’“Albero della Vita” e dall’“Albero della Scienza”: la forma ternaria si
trova in particolare nelle tre “colonne” dell’“albero sefirotico” della Cabala,
e va da sé che la “colonna di mezzo” è allora propriamente “assiale” (si veda Le
Symbolisme de la Croix, cap. IX); per ricondurre questa forma a quella
dello schema appena indicato, bisogna riunire le estremità delle “colonne”
laterali con due linee che s’incrocino sulla “colonna di mezzo” nel punto
centrale, cioè in Tiphereth, il cui carattere “solare” giustifica
d’altronde interamente questa posizione di centro “raggiante”.
4. Purgatorio,
XXII-XXV.
280 Simboli della Scienza
sacra
gli alberi appaiono raddrizzati nella loro posizione normale; e così questi
alberi, che sembrano in realtà essere solo aspetti diversi dell’“Albero” unico,
«sono rovesciati soltanto al di sotto del punto in cui ha luogo la
rettificazione e la rigenerazione dell’uomo». È, importante osservare che, per
quanto il Paradiso terrestre sia effettivamente ancora una parte del “cosmo”,
la sua posizione è virtualmente “sopra-cosmica”; si potrebbe dire che esso
rappresenta il «vertice dell’essere contingente», (bhavâgra), di modo
che il suo piano si identifica con la “superficie delle Acque”. Con
quest’ultima, che dev’essere essenzialmente considerata come un “piano di
riflessione”, siamo ricondotti al simbolismo dell’immagine rovesciata per
riflesso, di cui abbiamo parlato a proposito dell’analogia: «ciò che è in
alto», o al di sopra della “superficie delle Acque”, cioè la sfera principiale
o “sopra-cosmica”, si riflette in senso inverso in «ciò che è in basso», o al
di sotto di tale superficie, cioè nella sfera “cosmica”; in altri termini,
tutto quel che è al di sopra del “piano di riflessione” è diritto, e tutto quel
che è al di sotto è rovescio. Quindi, se si suppone che l’albero si elevi al di
sopra delle Acque, quel che noi vediamo finché siamo nel ”cosmo” è la sua
immagine rovesciata, con le radici in alto e i rami in basso; al contrario, se
ci poniamo al di sopra delle Acque, non vediamo più questa immagine, che ora è
per così dire sotto i nostri piedi, bensì la sua fonte, cioè l’albero reale,
che naturalmente ci si presenta nella sua posizione diritta; l’albero è sempre
lo stesso, ma è cambiata la nostra posizione in rapporto a esso, e di
conseguenza anche il punto di vista da cui lo consideriamo.
Questo è confermato anche dal fatto che in certi testi tradizionali indù si
parla di due alberi, uno “cosmico” e l’altro “sopracosmico”; siccome questi due
alberi sono naturalmente sovrapposti, uno può essere considerato il riflesso
dell’altro, e nel contempo i loro tronchi sono continui, in modo da essere
quasi due parti di un tronco unico, il che corrisponde alla dottrina di
“un’essenza e due nature” in Brahma. Nella tradizione avestica, se ne
trova l’equivalente nei due alberi Haoma, il bianco e il giallo, uno
celeste (o piuttosto “paradisiaco”, poiché cresce in cima alla montagna Alborj)
e l’altro terrestre; il secondo appare un “sostituto” del primo per l’umanità
allontanata dalla “dimora primordiale”, come la visione indiretta dell’immagine
è un “sostituto” della visione diretta della realtà. Anche lo Zohar
parla di due alberi, uno superiore e l’altro inferiore; e in alcune
raffigurazioni, in particolare su un sigillo assiro, si distinguono chiaramente
due alberi sovrapposti.
L’Albero del Mondo 281
L’albero rovesciato non è solo un simbolo “macrocosmico” come quello che
abbiamo appena visto; è talvolta anche, e per le stesse ragioni, un simbolo
“microcosmico”, cioè un simbolo dell’uomo; così Platone dice che «l’uomo è una
pianta celeste, il che significa che è come un albero rovesciato, le cui radici
tendono verso il cielo e i rami in basso verso la terra». Nella nostra epoca,
gli occultisti hanno molto abusato di questo simbolismo, che per essi è una
semplice comparazione il cui senso profondo sfugge loro completamente, e che
essi interpretano nel modo più grossolanamente “materializzato”, tentando di
giustificarla con considerazioni anatomiche o piuttosto “morfologiche” di una
straordinaria puerilità; ecco un esempio, fra tanti altri, della deformazione
cui essi sottopongono le nozioni tradizionali frammentarie che essi hanno
cercato, senza capirle, di incorporare nelle proprie concezioni.5
Dei due termini sanscriti che servono principalmente a designare l’“Albero
del Mondo”, uno, nyagrodha, dà luogo a una osservazione interessante
sotto lo stesso profilo, poiché significa letteralmente “che cresce verso il
basso”, non solo perché tale crescita è di fatto rappresentata da quella delle
radici aeree nella specie d’albero che porta questo nome, ma anche perché,
quando si tratta dell’albero simbolico, esso è considerato proprio rovesciato.6
A questa posizione dell’albero si riferisce dunque propriamente il nome di nyagrodha,
mentre l’altra designazione, quella di ashwattha, sembra essere, almeno
in origine, quella dell’albero diritto, per quanto questa distinzione non si
sia mantenuta sempre così chiaramente in seguito; la parola ashwattha
viene interpretata come “stazione del cavallo” (ashwa-stha), dovendosi
ritenere che quest’ultimo, simbolo qui di Agni o del Sole, o di entrambi
a un tempo, sia giunto al termine della sua corsa si fermi quando l’“Asse del
Mondo” è stato raggiunto.7 Ricorderemo al questo proposito che in
varie tradizioni l’immagine del sole è collegata a quella dell’albero anche in
un altro modo, poiché esso vi è rappresentato come il frutto dell’“Albero del
Mondo”; esso lascia il suo albero all’inizio di un ciclo e viene a
5. L’assimilazione
dell’uomo a un albero, ma senza allusioni a una posizione rovesciata di
quest’ultimo, svolge un ruolo abbastanza importante nel rituale della
Carboneria.
6. Cfr. Aitarêya
Brâhmana, VII, 30; Shatapatha Brâhmana, XII, 2, 7, 3.
7. Similmente, secondo la
tradizione greca, le aquile, altro simbolo solare, partite dalle estremità
della terra si fermano all’Omphalos di Delfi, che rappresenta il “Centro
del Mondo”.
282 Simboli della Scienza
sacra
posarvisi alla fine, di modo che, anche in questo caso, l’albero è
effettivamente la “stazione del Sole”.8
Per quanto riguarda Agni, vi è da dire qualcos’altro ancora: esso è
identificato con l’“Albero del Mondo”, donde il suo nome di Vanaspati o
“Signore degli alberi”; e tale identificazione, che conferisce all’“Albero”
assiale una natura ignea, lo collega visibilmente al “Roveto ardente”, che, del
resto, in quanto luogo e supporto di manifestazione della Divinità, dev’essere
concepito anch’esso in una posizione “centrale”. Abbiamo parlato in precedenza
della “colonna di fuoco” o della “colonna di fumo” di Agni come
sostituti, in certi casi, dell’albero o del pilastro in quanto rappresentazione
“assiale”; l’osservazione appena fatta perfeziona questa equivalenza e le
conferisce tutto il suo significato;9 A.K. Coomaraswamy cita a
questo proposito un passo dello Zohar in cui l’“Albero della Vita”, che
peraltro è detto «estendersi dall’alto verso il basso», quindi rovesciato, è
rappresentato come un “Albero di Luce”, il che si accorda perfettamente con
tale identificazione; e possiamo aggiungervi un’altra concordanza tratta dalla
tradizione islamica e che non è meno notevole. Nella Sûrat En-Nûr,10
si parla di un “albero benedetto”, cioè carico di influenze spirituali,11
il quale non è «né orientale né occidentale», il che definisce chiaramente la
sua posizione “centrale” o “assiale”;11 e quest’albero è un ulivo il
cui olio alimenta la luce di una lampada; tale luce simboleggia la luce di Allah,
che in realtà è Allah stesso, poiché, com’è detto all’inizio del
medesimo versetto, «Allah è la Luce dei cieli e della terra». È evidente
che, se l’albero qui è un ulivo, è a causa del potere illuminante dell’olio che
ne è tratto, e quindi della natura ignea e luminosa che si trova in esso; è
dunque proprio, anche qui, l’“Albero di Luce” di cui si è appena parlato.
D’altra parte, almeno in uno dei testi indù che descrivono l’albero rovesciato,13
quest’ultimo è espressamente identificato con Brahma; se altrove lo è
con Agni
8. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cap. IX. Il carattere cinese che raffigura il
tramonto del sole lo rappresenta mentre si posa sul suo albero alla fine del
giorno.
9. Si può osservare che
questa “colonna di fuoco” e questa “colonna di fumo” si ritrovano esattamente
nelle colonne che guidano alternativamente gli Ebrei alla loro uscita
dall’Egitto (Esodo, XIV) e che erano d’altronde una -manifestazione
della Shekinah o “Presenza divina”.
10. Corano, XXIV,
35.
11. Nella Cabala ebraica,
queste stesse influenze spirituali sono simboleggiate dalla “rugiada di luce”,
che emana dall’“Albero della Vita”.
12. Allo stesso modo e nel
senso più letteralmente “geografico”, il Polo non è situato né a Oriente né a
Occidente.
13. Maîtri Upanishad,
VI, 4.
L’Albero del Mondo 283
non c’è nessuna contraddizione, poiché Agni nella tradizione vêdica
è solo uno dei nomi e degli aspetti di Brahma; nel testo coranico è Allah
sotto forma di Luce a illuminare tutti i mondi;14 sarebbe
sicuramente difficile spingere oltre la somiglianza, e abbiamo anche qui un
esempio fra i più sorprendenti dell’accordo unanime di tutte le tradizioni.
14. Questa Luce è anche,
secondo il seguito del testo, “luce su luce”, quindi una doppia luce
sovrapposta, il che evoca la sovrapposizione dei due alberi di cui abbiamo
parlato sopra; si ritrovano anche qui “un’essenza”, quella della Luce unica, e
“due nature”, quella dell’alto e quella del basso, o il non-manifestato e il
manifestato, cui corrispondono rispettivamente la luce nascosta nella natura
dell’albero e la luce visibile nella fiamma della lampada, la prima delle quali
è il “supporto” essenziale della seconda.
52. L’Albero e il Vajra
Abbiamo considerato precedentemente lo schema dell’albero a tre rami e tre
radici, costruito sul simbolo generale dell’analogia e suscettibile di essere
considerato nei due sensi opposti; aggiungeremo a questo proposito ancora
alcune osservazioni complementari, che faranno risaltare meglio la stretta
connessione esistente fra simboli apparentemente diversi dell’“Asse del Mondo”.
Fig. 17
Infatti, come è facile rendersi conto dalla figura sopra riportata, lo
schema in questione è identico, in fondo, alla figura del doppio vajra,
le cui due estremità opposte riproducono anch’esse il simbolismo analogico di
cui abbiamo parlato. In uno dei nostri studi precedenti in cui si è trattato
del vajra, avevamo già indicato questa somiglianza a proposito della
triplicità che spesso si incontra nel simbolismo “assiale”, per rappresentare
sia l’asse stesso, che occupa naturalmente la posizione centrale, sia le due
correnti cosmiche di destra e di sinistra che lo accompagnano, triplicità di
cui sono un esempio certe raffigurazioni dell’“Albero del Mondo”; facevamo
notare che, «in tal caso, la doppia triplicità dei rami e delle radici richiama
ancora più esattamente quella delle due estremità del vajra», che, come
è noto, sono a forma di tridente o trishûla.1
Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, se l’accostamento così stabilito fra
l’albero e il simbolo del fulmine, che possono sembrare a prima vista due cose
ben distinte, possa essere spinto anche oltre questo significato “assiale” che
è manifestamente comune a entrambi; la risposta a questa domanda si trova in
quel che abbiamo detto sulla natura ignea dell’“Albero del Mondo” col quale Agni
stesso, in quanto Vanaspati, è identificato nel simbolismo vêdico, e di
cui, quindi, la “colonna di fuoco” è un esatto equivalente quale
rappresentazione dell’asse. È ovvio che il fulmine è anch’esso di natura ignea
o luminosa; il lampo del resto
1. Les armes
symboliques [qui sopra, come cap. 26]. Sulle raffigurazioni del vajra
si veda A.K. Coomaraswamy, Elements of Buddhist Iconography.
L’Albero e il Vajra 285
è uno dei simboli più consueti dell’“illuminazione”, intesa in senso
intellettuale o spirituale. L’“Albero di Luce” di cui abbiamo parlato
attraversa e illumina tutti i mondi; secondo il passo dello Zohar citato
a tale proposito da A.K. Coomaraswamy, «l’illuminazione incomincia al vertice e
si estende in linea retta attraverso il tronco intero»; e questa propagazione
della luce può facilmente evocare l’idea del lampo. Del resto, in genere
l’“Asse del Mondo” è sempre considerato più o meno esplicitamente come
luminoso; abbiamo già avuto occasione di ricordare che Platone, in particolare,
lo descrive come un «Asse luminoso di diamante», il che, precisamente, si
riferisce ancora in modo diretto a uno degli aspetti del vajra, poiché
quest’ultimo ha sia il senso di “fulmine” sia quello di “diamante”.2
C’è dell’altro: una delle designazioni più diffuse dell’albero assiale, in
varie tradizioni, è quella di “Albero della Vita”; ora è noto quale relazione
immediata stabiliscano le dottrine tradizionali fra la “Luce” e la “Vita”;
avendo già trattato la questione,3 non vi insisteremo ulteriormente;
ricorderemo ancora soltanto, in relazione immediata con il nostro tema, il
fatto che la Cabala ebraica unisce le due nozioni nel simbolismo della “rugiada
di luce” che emana dall’“Albero della Vita”. Inoltre, in altri passi dello Zohar
citati pure da Coomaraswamy nel corso del suo studio sull’“albero rovesciato”,
e in cui si parla di due alberi, uno superiore e l’altro inferiore, quindi in
qualche modo sovrapposti, questi due alberi sono designati rispettivamente come
“Albero della Vita” e “Albero della Morte”. Anche questo, che ricorda
d’altronde la funzione dei due alberi simbolici del Paradiso terrestre, è
particolarmente significativo per completare l’accostamento ora in esame,
poiché tali significati di “vita” e di “morte” sono effettivamente collegati
anche al duplice aspetto del fulmine rappresentato dalle due direzioni opposte
del vajra, come abbiamo spiegato in precedenza.4 Come abbiamo
detto allora, si tratta in realtà, nel senso più generale, del duplice potere
di produzione e di distruzione di cui la vita e la morte sono l’espressione nel
nostro mondo, e che è in relazione con le due fasi di “espirazione” e di
“inspirazione” della manifestazione universale; e la corrispondenza di queste
due fasi è chiaramente
2. Abbiamo anche fatto, a
questo proposito, un accostamento con il simbolismo buddistico del “Trono di
diamante”, situato ai piedi dell’albero assiale; in tutto ciò, bisogna
considerare nel diamante, da una parte, la sua luminosità, e, dall’altra, il
carattere di indivisibilità e di inalterabilità che è un’immagine
dell’immutabilità essenziale dell’asse.
3. Verbum, Lux et Vita.
4. Si veda Les armes
symboliques.
286 Simboli della Scienza
sacra
indicata anche in uno dei testi dello Zohar cui abbiamo appena
accennato, poiché i due alberi vi sono rappresentati come ascendente e
discendente, in modo da prendere quasi il posto l’uno dell’altro, secondo
l’alternarsi del giorno e della notte; tutto ciò non rende forse pienamente
evidente la perfetta coerenza di tale simbolismo?
53. L’Albero della Vita e la
bevanda d’immortalità
Parlando dell’“Albero del Mondo” abbiamo menzionato in particolare, tra le
sue diverse raffigurazioni, l’albero Haoma della tradizione avestica;
quest’ultimo (e più precisamente lo Haoma bianco, albero “paradisiaco”,
giacché l’altro, lo Haoma giallo, è solo un suo ulteriore “sostituto”) è
in particolare relazione con il suo aspetto di “Albero della Vita”, poiché il
liquore che ne viene estratto, chiamato anch’esso haoma, è identico al soma
vêdico, che, com’è noto, si identifica con l’amrita ovvero “bevanda d’immortalità”.
Anche se il soma è dato come estratto di una semplice pianta piuttosto
che di un albero, non c’è alcuna valida obiezione contro questo accostamento
con il simbolismo dell’“Albero del Mondo”; infatti, esso è designato da
molteplici nomi e, accanto a quelli che si riferiscono ad alberi propriamente
detti, si trova anche quello di “pianta” (oshadhi) e anche quello di
“canna” (vêtasa).1
Se ci si riferisce al simbolismo biblico del Paradiso terrestre, la sola
notevole differenza che vi si constata al riguardo è che l’immortalità è data,
non da un liquore tratto dall’“Albero della Vita”, ma dal suo frutto stesso; si
tratta dunque di un “cibo d’immortalità”, piuttosto che di una bevanda;2
ma, in ogni caso, è sempre un prodotto dell’albero o della pianta, e un
prodotto nel quale si trova concentrata la linfa che è in certo qual modo
l’“essenza” stessa del vegetale.3 C’è inoltre da notare che di tutto
il simbolismo vegetale del Paradiso terrestre, solo l’“Albero della Vita”
sussiste con questo carattere nella descrizione della Gerusalemme celeste,
mentre tutto il resto del suo simbolismo è minerale; e tale albero porta allora
dodici frutti che sono i dodici “Soli”, cioè l’equivalente dei dodici Âditya
della tradizione indù, mentre l’albero è la loro natura comune, all’unità della
quale essi infine ritornano;4 ci si ricorderà qui di quel che
abbiamo detto sull’albero considerato come “stazione del Sole”, e sui simboli
che raffigurano il sole che viene a posarsi sull’albero alla fine di un ciclo.
Gli Âditya sono i figli di Âditi, e l’idea di “indivisibilità”
espressa da questo nome implica evidentemente “indissolubilità”, quindi
“immortalità”;
l. Cfr. A.K. Coomaraswamy,
The Inverted Tree, p. 12.
2. Presso i Greci,
l’“ambrosia”, distinta dal “nettare”, è pure un cibo, per quanto il suo nome
sia etimologicamente identico a quello dell’amrita.
3. In sanscrito, la parola
rasa ha sia il senso di “linfa” sia quello di “essenza”.
4. Cfr. Le Roi du Monde,
capp. IV e XI; ci si potrà riferire anche a quanto abbiamo detto sulla “bevanda
d’immortalità” e sui suoi “sostituti” tradizionali (ibidem, capp. V e
VI).
288 Simboli della Scienza
sacra
Âditi non è d’altronde senza rapporti, sotto certi aspetti, con l’“essenza
vegetativa”, per il fatto stesso che essa è considerata come “dea della terra”,5
mentre è anche, per altri versi, la “madre dei Dêva”; e l’opposizione
fra Âditi e Diti, da cui procede quella fra i Dêva e gli Asura,
può essere ricollegata sotto lo stesso profilo a quella fra l’“Albero della
Vita” e l’“Albero della Morte” di cui abbiamo parlato nel precedente studio.
Tale opposizione si ritrova d’altronde nello stesso simbolismo del sole, poiché
quest’ultimo si identifica con la “Morte” (Mrityu), se si considera la
sua faccia volta verso il “mondo di giù”,6 e nello stesso tempo è
anche la “porta d’immortalità”, di modo che si potrebbe dire che l’altra sua
faccia, quella volta verso la sfera “extra-cosmica”, si identifica con
l’immortalità stessa. Quest’ultima osservazione ci riconduce a quanto abbiamo
detto in precedenza a proposito del Paradiso terrestre, che è ancora
effettivamente una parte del “cosmo”, ma la cui posizione è comunque virtualmente
“sopra-cosmica”: così si spiega il fatto che, di qui, si possa raggiungere il
frutto dell’“Albero della Vita”, il che equivale a dire che l’essere che è
pervenuto al centro del nostro mondo (o di ogni altro stato di esistenza) ha
già conquistato l’immortalità; e ciò che è vero del Paradiso terrestre lo è
naturalmente anche della Gerusalemme celeste, poiché entrambi sono in
definitiva solo i due aspetti complementari che assume una sola e identica
realtà a seconda che sia considerata in rapporto all’inizio o alla fine di un
ciclo cosmico.
È ovvio che tutte queste considerazioni si riallacciano al fatto che nelle
varie tradizioni alcuni simboli vegetali appaiono come “pegno di resurrezione e
di immortalità”: il “ramo d’oro” dei Misteri antichi, l’acacia che lo
sostituisce nell’iniziazione massonica, come pure i rami o le palme nella
tradizione cristiana e anche, per il ruolo che svolgono in genere nel
simbolismo, gli alberi che rimangono sempre verdi e quelli che producono gomme
o resine incorruttibili.7 D’altro canto, il fatto che il vegetale
sia talora considerato nella tradizione indù di natura “asurica” non può
costituire un’obiezione; di fatto, la crescita del vegetale è in parte aerea,
ma in parte anche sotterranea, il che implica in qualche modo una duplice
natura, che corrisponde ancora in un certo senso all’“Albero della Vita” e
all’“Albero della Morte”. È del resto la radice, cioè la parte sotterranea, a
costituire
5. Cfr. A.K. Coomaraswamy,
The Inverted Tree, p. 28.
6. Si potrebbero anche
sviluppare a questo proposito alcune considerazioni sul rapporto del sole e
delle sue rivoluzioni con il tempo (Kâla) che “divora” gli esseri
manifestati.
7. Cfr. L’Ésotérisme de
Dante, cap. V, e Le Roi du Monde, cap. IV.
L’Albero della Vita e la bevanda
d’immortalità 289
il “supporto” originario della vegetazione aerea, il che corrisponde alla
“priorità” di natura degli Asura in rapporto ai Dêva; inoltre,
non è certo senza ragione che al centro delle rappresentazioni della lotta fra
i Dêva e gli Asura vi sia la contesa per il possesso della
“bevanda d’immortalità”.
Dalla stretta relazione della “bevanda d’immortalità” con l’“Albero della
Vita”, risulta una importantissima conseguenza sotto lo speciale punto di vista
delle scienze tradizionali: l’“elisir di vita” appare dunque più specificamente
in rapporto con quello che si può chiamare l’aspetto “vegetale” dell’alchimia,8
nella quale corrisponde a quel che è la “pietra filosofale” per il suo aspetto
“minerale”; si potrebbe dire insomma che l’“elisir” è l’“essenza vegetale” per
eccellenza. Non si deve d’altronde opporre a ciò l’uso di un’espressione come
quella di “liquore d’oro”, che, come quella di “ramo d’oro” appena ricordata,
allude in realtà al carattere “solare” della cosa in questione; è evidente che
tale carattere deve avere la sua espressione nell’ordine vegetale come in
quello minerale; e ricorderemo ancora a tale riguardo la rappresentazione del
sole come “frutto dell’Albero della Vita”, frutto designato d’altronde
precisamente anche come “pomo d’oro”. È chiaro che dal momento che consideriamo
queste cose nel loro principio, dobbiamo intendere qui il vegetale e il
minerale soprattutto simbolicamente, si tratta cioè anzitutto delle loro
“corrispondenze”, o di ciò che rappresentano rispettivamente nell’ordine
cosmico; d’altronde ciò non impedisce affatto che si possa anche intenderli in
senso letterale quando si giunge a certe applicazioni più particolari. Sotto
questo profilo, si ritroverebbe ancora senza difficoltà l’opposizione di cui
abbiamo parlato, legata alla duplice natura del vegetale: è così che l’alchimia
vegetale, nell’applicazione medica di cui è suscettibile, ha come “rovescio”,
se così ci si può esprimere, la “scienza dei veleni”; del resto, in virtù di
tale opposizione, tutto ciò che sotto un certo aspetto è “rimedio” è
contemporaneamente, sotto un aspetto contrario, “veleno”.9 Non è
certo possibile seguire qui tutti gli sviluppi che possono derivare da
quest’ultima osservazione; ma essa permetterà almeno di intravedere le precise
applicazioni cui può dar luogo, in un ambito come quello della medicina
tradizionale, un simbolismo così intrinsecamente “principiale” come quello
dell’“Albero della Vita” e dell’“Albero della Morte”.
8. Questo aspetto si è
sviluppato soprattutto nella tradizione taoista, in modo più esplicito che
altrove.
9. In sanscrito la parola visha
“veleno” o “bevanda di morte”, è considerata l’antitesi di amrita o
“bevanda d’immortalità”.
54. Il simbolismo della scala
Abbiamo già accennato in precedenza al simbolismo che si è conservato fra
gli Indiani dell’America del Nord, e secondo il quale i diversi mondi sono
rappresentati da una serie di caverne sovrapposte e gli esseri passano da un
mondo all’altro salendo lungo un albero centrale. Un simbolismo simile si
trova, in vari casi, realizzato da riti nei quali il fatto di arrampicarsi su
un albero rappresenta l’ascensione dell’essere lungo l’“asse”; tali riti sono
sia vêdici sia “sciamanici”, e la loro stessa diffusione è un indizio del loro
carattere veramente “primordiale”.
L’albero può essere sostituito qui da qualche altro simbolo “assiale”
equivalente; l’albero di una nave ne è un esempio; conviene notare, a questo
proposito, che dal punto di vista tradizionale la costruzione di una nave è,
così come quella di una casa o di un carro, la realizzazione di un “modello
cosmico”; ed è anche interessante notare che la “coffa”, che è posta nella
parte superiore dell’albero e lo circonda, occupa in questo caso esattamente il
posto dell’“occhio” della cupola, il cui centro si ritiene venga attraversato
dall’asse anche quando questo non è raffigurato materialmente. D’altra parte,
gli studiosi di folklore potranno anche osservare che il popolare
“albero della cuccagna” delle fiere non è nient’altro che il vestigio
incompreso di un rito simile a quelli cui abbiamo or ora accennato; anche in
questo caso, un particolare piuttosto significativo è costituito dal cerchio
sospeso alla parte alta dell’albero, che si deve raggiungere arrampicandovisi
(cerchio che per altro l’albero attraversa e oltrepassa come quello della nave
oltrepassa la coffa e quello dello stûpa la cupola); questo cerchio è
inoltre palesemente la rappresentazione dell’“occhio solare”, e si converrà che
non può certo essere stata la presunta “anima popolare” a inventare tale
simbolismo!
Un altro simbolo assai diffuso, che si ricollega immediatamente allo stesso
ordine di idee, è quello della scala, essa pure un simbolo “assiale”; come dice
A.K. Coomaraswamy, «l’Asse dell’Universo è come una scala sulla quale si
effettua un perpetuo movimento ascendente e discendente».1 Far sì
che si compia tale movimento è infatti la destinazione essenziale della scala;
e poiché, come abbiamo appena visto, anche l’albero o l’albero di una nave
svolgono la stessa funzione, si può ben dire che la scala sia in questo senso
il suo equivalente. Da un altro lato, la particolare forma della scala richiede
alcune osservazioni; i suoi due
1. The Inverted Tree,
p. 20.
Il simbolismo della scala 291
montanti verticali corrispondono alla dualità dell’“Albero della Scienza”,
o, nella Cabala ebraica, alle due “colonne” di destra e di sinistra dell’albero
sefirotico; né l’uno né l’altro è dunque propriamente “assiale”, e la “colonna
di mezzo”, che è l’asse vero e proprio, non è raffigurata in modo sensibile
(come nei casi in cui non lo è neppure il pilastro centrale di un edificio);
d’altronde, l’intera scala nel suo complesso è in certo modo “unificata” dai
pioli che congiungono i due montanti, e che, essendo posti orizzontalmente fra
questi, hanno necessariamente i loro punti centrali proprio sull’asse.2
Si vede come la scala offra così un simbolismo completo: si potrebbe dire. che
essa è come un “ponte” verticale che si eleva attraverso tutti i mondi e
permette di percorrerne l’intera gerarchia passando di piolo in piolo; nello
stesso tempo, i pioli sono i mondi stessi, cioè i diversi livelli o gradi
dell’Esistenza universale.3
Tale significato è evidente nel simbolismo biblico della scala di Giacobbe,
lungo la quale gli angeli salgono e scendono; ed è noto che Giacobbe, nel luogo
in cui aveva avuto la visione di questa scala, posò una pietra che «eresse come
un pilastro», la quale è anche una figura dell’“Asse del Mondo”, e viene così
in certo modo a sostituirsi alla scala stessa.4 Gli angeli
rappresentano propriamente gli stati superiori dell’essere; a essi
corrispondono quindi più particolarmente i pioli, il che si spiega con il fatto
che la scala dev’essere considerata con la base poggiata a terra, cioè, per
noi, è necessariamente il nostro mondo il “supporto” a partire dal quale si
deve effettuare l’ascensione. Se anche si supponesse che la scala si prolunghi
sottoterra per comprendere la totalità dei mondi, come in realtà dev’essere, la
sua parte inferiore sarebbe in ogni caso invisibile, così come è invisibile per
gli esseri giunti a una “caverna” situata a un certo livello tutta la parte
dell’albero centrale che si prolunga al di sotto di essa; in altri termini, i
pioli inferiori sono già stati percorsi, e non è più il caso di prenderli in
considerazione per quanto concerne la realizzazione ulteriore dell’essere, alla
quale potrà concorrere solo il percorso dei pioli superiori.
Per questo, soprattutto quando la scala è usata come un elemento
2. Nell’antico ermetismo
cristiano si trova l’equivalente di questo in un certo simbolismo della lettera
H, con le sue due gambe verticali unite dal tratto orizzontale.
3. Il simbolismo del
“ponte” potrebbe naturalmente dar luogo, sotto i suoi vari aspetti, a molte
altre considerazioni; si potrebbe anche ricordare, per certi rapporti con tale
tema, il simbolismo islamico della “tavola custodita” (el-lawhul-mahfûz),
prototipo “atemporale” delle Scritture sacre che, partendo dal più alto dei
cieli, discende verticalmente attraversando tutti i mondi.
4. Cfr. Le Roi du Monde,
cap. IX.
292 Simboli della Scienza
sacra
di certi riti iniziatici, i suoi pioli sono espressamente considerati come
rappresentazioni dei diversi cieli, cioè degli stati superiori dell’essere; è
così che in particolare nei misteri mitriaci la scala aveva sette pioli che
erano messi in rapporto con i sette pianeti ed erano formati, si dice, dai
metalli a essi rispettivamente corrispondenti; e il percorso di questi pioli
raffigurava quello di altrettanti gradi successivi dell’iniziazione. Questa
scala a sette pioli si ritrova in certe organizzazioni iniziatiche medioevali
da cui passò probabilmente più o meno direttamente negli alti gradi della
massoneria scozzese, come abbiamo detto altrove a proposito di Dante;5
qui i pioli sono riferiti ad altrettante “scienze”, ma ciò non costituisce
alcuna differenza di fondo, poiché secondo Dante stesso tali “scienze” si
identificano con i “cieli”.6 È ovvio che, per corrispondere così a
stati superiori e a gradi di iniziazione, queste scienze dovevano essere delle
scienze tradizionali intese nel loro senso più profondo e più propriamente
esoterico, e questo anche per quelle tra esse i cui nomi, in virtù del processo
degenerativo al quale abbiamo spesso accennato, designano ormai per i moderni
solo scienze o arti profane, cioè qualcosa che, in rapporto a quelle scienze
vere, non è in realtà niente di più che una scorza vuota e un “residuo” privo
di vita.
In certi casi, si trova anche il simbolo di una scala doppia, il che
implica l’idea che la salita dev’essere seguita da una ridiscesa; si sale
allora da un lato per pioli che sono “scienze”, cioè gradi di conoscenza
corrispondenti alla realizzazione di altrettanti stati, e si ridiscende
dall’altro lato per pioli che sono “virtù”, cioè i frutti di questi stessi
gradi di conoscenza applicati ai loro rispettivi livelli.7 Si può
del resto notare che anche nel caso della scala semplice uno dei montanti può
essere considerato in certo modo come “ascendente” e l’altro come
“discendente”, a seconda del significato generale delle due correnti cosmiche
di destra e di sinistra con le quali questi due montanti sono pure in
corrispondenza, per via della loro posizione “laterale” in rapporto al vero
asse che, per quanto invisibile, è nondimeno l’elemento principale del simbolo,
quello a cui tutte le parti devono sempre essere riferite se si vuole capirne
integralmente il significato.
A queste diverse indicazioni aggiungeremo ancora, per concludere, quella di
un simbolismo un po’ differente che s’incontra anche in certi rituali
iniziatici, cioè la salita di una scala a chiocciola;
5. L’Ésotérisme de
Dante, capp. II e III.
6. Convito, II,
cap. XIV.
7. Bisogna dire che questa
corrispondenza della salita e della ridiscesa sembra talora rovesciata; ma ciò
può dipendere semplicemente da qualche alterazione del senso primitivo, come
succede spesso a causa dello stato più o meno confuso e incompleto in cui i
rituali iniziatici occidentali sono giunti fino all’epoca attuale.
Il simbolismo della scala 293
in questo caso si potrebbe dire che si tratta di un’ascensione meno
diretta, poiché, invece di compiersi verticalmente secondo la direzione
dell’asse stesso, essa si compie secondo le curve dell’elica che si avvolge
intorno all’asse, di modo che il suo processo appare “periferico” più che
“centrale”; ma, in linea di principio, il risultato finale dev’essere comunque
identico, giacché si tratta sempre di una salita attraverso la gerarchia degli
stati dell’essere, dato che le spire successive dell’elica sono fra l’altro,
come abbiamo ampiamente spiegato altrove,8 una esatta
rappresentazione dei gradi dell’Esistenza universale.
8. Si veda Le
Symbolisme de la Croix.
55. La “cruna dell’ago”
Come abbiamo detto in precedenza, una delle rappresentazioni del simbolo
della “porta stretta” è la “cruna dell’ago”, menzionata in particolare con
questo significato in un testo evangelico molto noto.1 L’espressione
inglese needle’s eye, letteralmente “occhio dell’ago”, è particolarmente
significativa al riguardo, poiché lega più direttamente questo simbolo ad
alcuni suoi equivalenti, quale l’“occhio” della cupola nel simbolismo
architettonico: si tratta di raffigurazioni diverse della “porta solare”, designata
anche come “Occhio del Mondo”. Si osserverà anche che l’ago, quando è, posto
verticalmente, può essere inteso come una figura dell’“Asse del Mondo”; e
allora, siccome l’estremità perforata è in alto, c’è un’esatta coincidenza fra
la posizione dell’“occhio” dell’ago e quella dell’“occhio” della cupola.
Questo stesso simbolo ha altri agganci interessanti, segnalati da Ananda K.
Coomaraswamy:2 in un Jâtaka in cui si parla di un ago
miracoloso (identico in realtà al vajra), la cruna dell’ago è designata
in pâli dalla parola pâsa.3 Questa parola è identica al
sanscrito pâsha, che ha originariamente il senso di “nodo” o di “anello
di fibbia”; ciò sembra anzitutto indicare, come ha notato Coomaraswamy, che, in
epoca antichissima, gli aghi non fossero perforati come lo sono stati più
tardi, ma semplicemente ricurvi a una delle estremità, in modo da formare una
specie di anello di fibbia nel quale si passava il filo; ma la cosa più
importante per noi da considerare è il rapporto che esiste fra tale
applicazione della parola pâsha alla cruna dell’ago e gli altri suoi
significati più consueti, che sono del resto derivati anch’essi dall’idea prima
di “nodo”.
Il pâsha, infatti, nel simbolismo indù è il più delle volte un nodo
scorsoio”, o un “lasso” che serve a prendere gli animali a caccia; sotto questa
forma è uno dei principali emblemi di Mrityu o di Yama, e anche
di Varuna; e gli “animali” che essi prendono per mezzo del pâsha
sono in realtà tutti gli esseri viventi (pashu). Di qui anche il senso
di “legame”: quando è preso, l’animale si trova legato dal nodo scorsoio che lo
stringe; allo stesso modo, l’essere vivente è legato dalle condizioni
limitative che lo trattengono nel suo stato particolare di esistenza
manifestata. Per uscire da tale stato di pashu, bisogna che l’essere si
liberi da queste condizioni, cioè, in termini simbolici, che egli
1. Matteo, , 24.
2. Some Pâli Words,
s. v. Pâsa, pp. 166-167.
3. Jâtaka, 3, 282: pâsê
vijjhiwâ, “traforata da una cruna” o da un “occhio”.
La “cruna dell’ago” 295
sfugga al pâsha, ovvero che passi attraverso il nodo scorsoio senza
che questo si chiuda su di lui; è lo stesso che dire che questo essere passa
per le mascelle della Morte senza che esse si chiudano su di lui.4
L’anello del pâsha è quindi effettivamente, come dice Coomaraswamy, un
altro aspetto della “porta stretta”, esattamente come l’“infilatura dell’ago”
rappresenta il passaggio di questa stessa “porta solare” nel simbolismo del
ricamo; aggiungeremo che il filo che passa per la cruna dell’ago ha anche un
equivalente in un altro simbolismo, quello del tiro con l’arco, nel quale la
freccia trafigge il bersaglio nel centro; e quest’ultimo è d’altronde designato
in francese dalla parola but, termine anch’esso molto significativo al
riguardo, poiché il passaggio in questione, attraverso il quale si effettua
l’“uscita dal cosmo”, è anche lo scopo (but) che l’essere deve
raggiungere per essere infine “liberato” dai legami dell’esistenza manifestata.
Quest’ultima osservazione ci porta a precisare, con Coomaraswamy, che solo
per quanto concerne l’“ultima morte”, quella che precede immediatamente la
“liberazione”, e dopo la quale non c’è ritorno a uno stato condizionato,
l’“infilatura dell’ago” rappresenta veramente il passaggio attraverso la “porta
solare”, poiché in ogni altro caso non può ancora trattarsi di una “uscita dal
cosmo”. Tuttavia, analogicamente e in senso relativo, si può anche parlare di
“passare per la cruna dell’ago”,5 o di “sfuggire al pâsha”,
per designare ogni passaggio da uno stato a un altro, poiché tale passaggio è
sempre una “morte” in rapporto allo stato antecedente, e nel contempo una
“nascita” in rapporto allo stato susseguente, come abbiamo già spiegato in
parecchie occasioni.
C’è anche un altro aspetto importante del simbolismo del pâsha di
cui non abbiamo ancora parlato: è quello che si riferisce più in particolare al
“nodo vitale”,6 e ci resta da mostrare come anche ciò si ricolleghi
strettamente allo stesso ordine di considerazioni. Infatti, il “nodo vitale”
rappresenta il legame che tiene uniti fra di loro i diversi elementi
costitutivi dell’individualità; esso mantiene quindi l’essere nella sua
condizione di pashu, poiché quando questo legame si scioglie o si spezza
ne consegue il disgregamento degli elementi, e questo disgregamento è
propriamente la morte dell’individualità, che comporta il passaggio dell’essere
a un altro stato. Trasponendo tutto ciò sul piano
4. Cfr. le raffigurazioni
simboliche di Shinje, la forma tibetana di Yama.
5. Cfr. Dante, Purgatorio,
X, 16.
6. Questo simbolo del
“nodo vitale” è rappresentato, nei riti del compagnonnage, da una
cravatta annodata in modo speciale; l’equivalenza con il nodo scorsoio o
l’anello di fibbia del pâsha è qui evidente.
296 Simboli della Scienza
sacra
della “liberazione” finale, si può dire che quando l’essere riesce a
passare attraverso la fibbia del pâsha senza che essa si chiuda e lo
riprenda di nuovo, è come se questa fibbia si fosse sciolta per lui, e in modo
definitivo; si tratta insomma solo di due maniere diverse di esprimere la
stessa cosa. Non insisteremo ulteriormente sulla questione del “nodo vitale”,
che potrebbe portarci a molti altri sviluppi; abbiamo indicato tempo fa come
esso corrisponda nel simbolismo architettonico al “punto sensibile” di un
edificio, tenendo presente che quest’ultimo è l’immagine sia di un essere
vivente sia di un mondo, a seconda che lo si consideri dal punto di vista
“microcosmico” o dal punto di vista “macrocosmico”; ma ora quel che abbiamo
appena detto basta a mostrare che lo “scioglimento” di tale nodo, che è anche
il “nodo gordiano” della leggenda greca, equivale in fondo anche al passaggio
dell’essere attraverso la “porta solare”.
56. Il passaggio delle acque
Ananda K. Coomaraswamy ha segnalato che, sia nel buddismo sia nel
brahmanesimo, la “Via del Pellegrino”, rappresentata come un “viaggio”, può
essere messa in rapporto con il fiume simbolico della vita e della morte in tre
modi: il viaggio può essere compiuto sia risalendo la corrente verso la
sorgente delle acque, sia attraversando il fiume verso l’altra riva, sia infine
discendendo la corrente verso il mare.1 Com’egli fa notare molto
giustamente, quest’uso di diversi simbolismi, contrari solo in apparenza, ma
aventi in realtà un medesimo significato spirituale, si accorda con la natura
stessa della metafisica, che non è mai “sistematica”, pur essendo sempre
perfettamente coerente; bisogna quindi fare solo attenzione al senso preciso
nel quale il simbolo del “fiume”, con la sua sorgente, le sue rive e la sua
foce, deve essere inteso in ciascun caso.
Il primo caso, quello della “risalita della corrente”, è forse per certi
riguardi il più notevole, poiché bisogna allora concepire il fiume come se si
identificasse con l’“Asse del Mondo”: è il “fiume celeste” che scende verso la
terra, e che nella tradizione indù è designato con nomi come quelli di Gangâ
e di Saraswatî, che sono propriamente i nomi di certi aspetti della Shakti.
Nella Cabala ebraica questo “fiume della vita” trova la sua corrispondenza nei
“canali” dell’albero sefirotico, per mezzo dei quali le influenze del “mondo di
su” vengono trasmesse al “mondo di giù”, e che sono anche in relazione diretta
con la Shekinah, che equivale in fondo alla Shakti; vi si parla
anche delle acque che «scorrono verso l’alto», espressione del ritorno verso la
sorgente celeste, rappresentato allora non proprio dalla risalita della
corrente, ma da una inversione della direzione della corrente stessa. In ogni
modo, si tratta sempre di un “capovolgimento”, che d’altra parte, come nota
Coomaraswamy, era raffigurato nei riti vêdici dal capovolgimento del palo
sacrificale, altra immagine dell’“Asse del Mondo”; dal che si vede
immediatamente come tutto ciò si leghi strettamente al simbolismo dell’“albero
rovesciato” di cui abbiamo parlato in precedenza.
Si può notare ancora come tutto questo presenti tanto una somiglianza
quanto una differenza con il simbolismo dei quattro fiumi del Paradiso
terrestre: questi ultimi scorrono orizzontalmente sulla superficie della terra,
e non verticalmente secondo la direzione assiale; ma essi hanno la loro
sorgente ai piedi dell’“Albero della Vita”, che naturalmente è anche l’“Asse
del Mondo”,
1. Some Pâli Words,
s. v. Samudda, pp. 184-188.
298 Simboli della Scienza
sacra
e così pure l’albero sefirotico della Cabala. Si può dunque dire che le
influenze celesti, le quali scendono attraverso l’“Albero della Vita” e
arrivano così al centro del mondo terrestre, si diffondono poi in esso secondo
questi quattro fiumi, oppure, sostituendo l’“Albero della Vita” con il “fiume
celeste”, si può dire che questo, arrivando a terra, si divide e scorre secondo
le direzioni dello spazio. In tali condizioni, si potrà considerare che la
“risalita della corrente” si effettui in due fasi: la prima, sul piano
orizzontale, conduce al centro di questo mondo; la seconda, a partire di là, si
compie verticalmente secondo l’asse, ed era quest’ultima a essere considerata
nel caso precedente; aggiungiamo che, dal punto di vista iniziatico, queste due
fasi successive hanno la loro corrispondenza nei rispettivi ambiti dei “piccoli
misteri” e dei “grandi misteri”.
Il secondo caso, quello del simbolismo della traversata da una riva
all’altra, è probabilmente più noto e più comune; il “passaggio del ponte” (che
può anche essere quello di un guado) si ritrova in quasi tutte le tradizioni, e
anche, in special modo, in certi rituali iniziatici;2 la traversata
può anche effettuarsi su una zattera o in una barca, il che si ricollega allora
al simbolismo universale della navigazione.3 Il fiume che si deve
così attraversare è più in particolare il “fiume della morte”; la riva da cui
si parte è il mondo soggetto al cambiamento, cioè l’ambito dell’esistenza
manifestata (considerata il più delle volte particolarmente nel suo stato umano
e corporeo, poiché da questo dobbiamo in effetti partire), e l’“altra riva” è
il Nirvâna, lo stato dell’essere definitivamente liberato dalla morte.
Per quanto concerne infine il terzo caso, quello della “discesa della
corrente”, l’Oceano4 vi deve essere considerato non come una distesa
di acqua da attraversare, bensì come la meta da raggiungere, quindi come
rappresentazione del Nirvâna; il simbolismo delle due rive è qui allora
diverso da quello di poco fa, e fornisce anche un esempio del doppio
2. Donde il significato
simbolico di parole come Pontifex e Tirthankara, di cui abbiamo
parlato altrove; di qui anche, in sanscrito, vari termini che contengono
etimologicamente l’idea di “attraversare” compreso quello di Avatâra, il
quale esprime letteralmente una “traversata discendente” (avatarana),
cioè la “discesa” di un Salvatore.
3. Coomaraswamy nota a
questo proposito che il simbolo della barca salvatrice (in sanscrito nâvâ,
in latino navis) si ritrova nella designazione della “navata” di una
chiesa; tale barca è un attributo di san Pietro dopo esserlo stata di Giano, e
così anche le chiavi, come abbiamo spiegato altrove.
4. Samudra (in pâli
samudda) è letteralmente la “raccolta delle acque”, il che ricorda
l’espressione della Genesi: «Che le acque che sono nei cieli siano
raccolte in un sol luogo»; è il luogo in cui vanno a riunirsi tutti i fiumi,
così come, nei diversi simbolismi della cupola, della ruota e del parasole, le
travi o i raggi convergono tutti verso la parte centrale.
Il passaggio delle acque 299
senso dei simboli, poiché non si tratta più di passare dall’una all’altra
riva, ma di evitarle ugualmente entrambe: esse sono rispettivamente il “mondo
degli uomini” e il “mondo degli dei”, o ancora le condizioni “microcosmiche” (adhyâtma)
e “macrocosmiche” (adhidêvata). Per giungere allo scopo vi sono anche
altri pericoli da evitare nella corrente stessa; essi sono simboleggiati in
particolare dal coccodrillo che si tiene “controcorrente”, il che implica che
il viaggio si effettui nel senso di quest’ultima; tale coccodrillo, alle cui
mascelle aperte si tratta di sfuggire, rappresenta la Morte (Mrityu), e
come tale è il “guardiano della Porta”, raffigurata allora dalla foce del fiume
(che si dovrebbe più esattamente considerare, come dice Coomaraswamy, come una
“bocca” del mare nella quale il fiume si riversa); abbiamo dunque qui ancora un
altro simbolo della “Porta”, che si aggiunge a tutti quelli che abbiamo già
avuto occasione di studiare.
57. I sette raggi e l’arcobaleno
Abbiamo già parlato in varie occasioni del simbolismo dei “sette raggi” del
sole; ci si potrebbe chiedere se questi “sette raggi” non abbiano qualche
rapporto con quelli che si designano di solito come i “sette colori
dell’arcobaleno”, poiché essi rappresentano letteralmente le varie radiazioni
di cui si compone la luce solare. Un rapporto infatti c’è, ma nello stesso
tempo questi presunti “sette colori” sono un tipico esempio del modo in cui un
dato tradizionale autentico può venire talora deformato dall’incomprensione
comune. Tale deformazione, in un caso come questo, è del resto abbastanza
facilmente spiegabile: si sa che dev’esserci un settenario, ma, non potendosene
trovare uno dei termini, si sostituisce a esso un altro che non ha in realtà
alcuna ragione d’essere; il settenario sembra così ricostituito, ma lo è in
modo tale che il suo simbolismo ne risulta completamente falsato. Se ora si
chiede perché uno dei termini del vero settenario sfugga così all’uomo comune,
la risposta è facile: è che questo termine corrisponde al “settimo raggio” cioè
al raggio “centrale” o “assiale”, che passa “attraverso il sole”, e che, non
essendo un raggio come gli altri, non è suscettibile di essere rappresentato
alla stessa maniera;1 per questo, e anche per tutto l’insieme delle
sue connessioni simboliche e propriamente iniziatiche, esso presenta quindi un
carattere particolarmente misterioso; e da questo punto di vista si potrebbe
dire che la sostituzione di cui sopra ha l’effetto di dissimulare il mistero
agli occhi dei profani; poco importa d’altronde che la sua origine sia,stata
intenzionale o dovuta soltanto a un equivoco involontario, il che sarebbe senza
dubbio abbastanza difficile da determinare con esattezza.2
Di fatto, l’arcobaleno non ha sette colori, ma soltanto sei; e non è
necessario riflettere molto a lungo per rendersene conto,
1. Riferendosi all’inizio
del Tao-te-king, si potrebbe dire che ogni altro raggio è “una via”, ma
che il settimo è “la Via”.
2. Abbiamo trovato,
sfortunatamente senza riferimento preciso, un’indicazione abbastanza curiosa a
questo riguardo: l’imperatore Giuliano fa da qualche parte allusione al “dio
dai sette raggi” (Eptakis), il cui carattere “solare” è evidente, come
se si trattasse di un argomento sul quale, nell’insegnamento dei Misteri,
conveniva osservare la più grande discrezione; se venisse stabilito che la
nozione erronea dei “sette colori” risale fino all’antichità, ci si potrebbe
chiedere se non sia stata diffusa volontariamente dagli iniziati a questi
stessi Misteri, che avrebbero trovato così il modo di assicurare la
conservazione di un dato tradizionale senza farne tuttavia conoscere
esteriormente il vero significato; in caso contrario, bisognerebbe supporre che
il termine sostituito sia stato in qualche modo inventato dall’uomo comune, che
aveva avuto semplicemente conoscenza dell’esistenza di un settenario e ne
ignorava la costituzione reale; può darsi del resto che la verità risiedesse in
una combinazione di queste due ipotesi, poiché è possibilissimo che l’opinione
attualmente corrente sui “sette colori” rappresenti l’esito di parecchie
deformazioni successive del dato iniziale.
I sette raggi e l’arcobaleno 301
poiché basta richiamarsi alle più elementari nozioni della fisica: ci sono
tre colori fondamentali, il blu, il giallo, il rosso, e tre colori a essi
complementari, cioè rispettivamente l’arancione, il violetto, e il verde, ossia
in tutto sei colori. C’è anche, ovviamente, un numero indefinito di sfumature
intermedie fra questi colori, dal momento che la transizione dall’uno all’altro
si opera in realtà in modo continuo e insensibile; ma non c’è evidentemente
alcuna valida ragione di aggiungere una qualunque di queste sfumature alla
lista dei colori fondamentali, altrimenti tanto varrebbe considerarne un gran
numero, e allora la stessa limitazione dei colori a sette diventerebbe in fondo
incomprensibile; non sappiamo se alcuni avversari del simbolismo abbiano mai
fatto questa osservazione ma, in caso affermativo, sarebbe davvero sorprendente
che essi non ne abbiano approfittato per qualificare questo numero come
“arbitrario”. L’indaco, che di solito si enumera fra i colori dell’arcobaleno,
non è in realtà niente di più che una semplice sfumatura intermedia fra il
violetto e il blu,3 e non ci sono maggiori ragioni per considerarlo
un colore distinto di quante ce ne sarebbero per considerare allo stesso modo
ogni altra sfumatura quale, ad esempio, un blu-verde o un blu-giallo; inoltre,
l’introduzione di questa sfumatura nell’enumerazione dei colori distrugge
completamente l’armonia della loro ripartizione, che, se ci si riferisce invece
alla nozione corretta, si effettua regolarmente secondo uno schema geometrico semplicissimo,
e nel contempo assai significativo dal punto di vista simbolico. Infatti, si
possono mettere i tre colori fondamentali ai tre vertici di un triangolo, e i
tre colori complementari a quelli di un secondo triangolo rovesciato rispetto
al primo, in modo tale che ogni colore fondamentale e il suo complementare si
collochino in punti diametralmente opposti; e si vede che la figura così
formata non è altro che quella del “sigillo di Salomone”. Se si traccia il
cerchio nel quale è inscritto il doppio triangolo, ciascun colore complementare
vi occuperà il punto situato in mezzo all’arco compreso fra quelli in cui sono
posti i due colori fondamentali dalla cui combinazione esso è prodotto (e che
sono, beninteso, i due colori fondamentali diversi da quello di cui il
3. La stessa denominazione
di “indaco” è palesemente abbastanza moderna, ma può darsi che abbia sostituito
qualche altra denominazione più antica, o che la sfumatura corrispondente
all’indaco sia stata, in una certa epoca, sostituita a un’altra per completare
il settenario comune dei colori; per verificarlo, bisognerebbe naturalmente
intraprendere ricerche storiche abbastanza complesse, per le quali non
disponiamo né del tempo né del materiale necessario; del resto questo punto ha
per noi un’importanza del tutto secondaria, poiché il nostro scopo è solo
quello di mostrare in che cosa la concezione attuale espressa dall’enumerazione
consueta dei colori dell’arcobaleno sia erronea e come essa deformi il vero
dato tradizionale.
302 Simboli della Scienza
sacra
colore considerato è complementare); le sfumature intermedie
corrisponderanno naturalmente a tutti gli altri punti della circonferenza,4
ma, nel doppio triangolo, che è ciò che qui interessa, non c’è evidentemente
posto che per sei colori.5 Queste considerazioni potrebbero sembrare
addirittura troppo semplici perché sia utile insistervi tanto; ma, a dire il
vero, bisogna molto spesso ricordare cose di questo genere per rettificare le
idee comunemente accettate, poiché ciò che dovrebbe essere più palese è proprio
quello che la maggior parte delle persone non sa vedere; il vero “buon senso” è
ben diverso dal “senso comune” con il quale c’è la spiacevole abitudine di
confonderlo, ed è sicuramente ben lungi dall’essere, come ha preteso Descartes,
«la cosa più diffusa al mondo»!
Per risolvere la questione del settimo termine che deve realmente
aggiungersi ai sei colori per completare il settenario, dobbiamo riferirci alla
rappresentazione geometrica dei “sette raggi”, così come l’abbiamo spiegata in
un’altra occasione per mezzo delle sei direzioni dello spazio, che formano la
croce a tre dimensioni, e il centro stesso da cui tali direzioni provengono. È
importante notare anzitutto la stretta somiglianza di questa rappresentazione
con quella di cui abbiamo appena parlato a proposito dei colori: come questi,
le sei direzioni vi sono opposte a due a due, secondo tre linee rette che,
estendendosi da una parte e dall’altra del centro, corrispondono alle tre
dimensioni dello spazio; e, se si vuol darne una rappresentazione piana, si può
evidentemente raffigurarle solo mediante tre diametri che formano la ruota a
sei raggi (schema generale del “monogramma di Cristo” e di vari altri simboli
equivalenti); ora, questi diametri sono quelli che uniscono i vertici opposti
dei due triangoli del “sigillo di Salomone”, sicché le due rappresentazioni
sono in
4. Se si volesse
considerare un colore intermedio fra ciascuno dei sei colori principali, come
lo è l’indaco tra il violetto e il blu, si avrebbero in tutto dodici colori, e
non sette; e se si volesse spingere ancor più in là la distinzione delle
sfumature bisognerebbe, sempre per ragioni evidenti di simmetria, stabilire uno
stesso numero di divisioni in ciascun intervallo compreso fra due colori; si
tratta, in definitiva, di un’applicazione del tutto elementare del principio di
ragion sufficiente.
5. Possiamo osservare di
sfuggita che il fatto che i colori visibili occupino così la totalità della
circonferenza e vi si congiungano senza soluzione di continuità mostra come
essi formino realmente un ciclo completo (il violetto partecipa infatti sia del
blu cui è vicino sia del rosso che si trova sull’altro bordo dell’arcobaleno),
e come, di conseguenza, le altre radiazioni solari non visibili, come quelle
che la fisica moderna chiama “raggi infrarossi” e “ultravioletti”, non
appartengano affatto alla luce ma siano di natura del tutto diversa; non si
tratta dunque, come taluni sembrano credere, di “colori” che un’imperfezione
dei nostri organi ci impedirebbe di vedere, poiché tali presunti colori non
potrebbero trovar posto in alcuna parte della circonferenza, e non si potrebbe
sicuramente sostenere che quest’ultima sia una figura imperfetta o che presenti
una qualche discontinuità.
I sette raggi e l’arcobaleno 303
realtà identiche.6 Ne risulta che il settimo termine dovrà, in
rapporto ai sei colori, svolgere lo stesso ruolo del centro in rapporto alle
sei direzioni; e, di fatto, si porrà anch’esso al centro dello schema, cioè nel
punto in cui le opposizioni apparenti, che sono realmente dei complementarismi,
si risolvono nell’unità. Ciò equivale a dire che questo settimo termine non è
un colore più di quanto il centro non sia una direzione, ma che, come il centro
è il principio da cui procede tutto lo spazio con sei direzioni, dev’essere
anche il principio da cui sono derivati i sei colori e nel quale essi sono
sinteticamente contenuti. Può essere dunque solo il bianco, che è
effettivamente “incolore”, come il punto è “senza dimensioni”; esso non appare
nell’arcobaleno, più di quanto il “settimo raggio” non appaia in una
rappresentazione geometrica; ma tutti i colori non sono che il prodotto di una
differenziazione della luce bianca, allo stesso modo in cui le direzioni dello
spazio non sono che lo sviluppo delle possibilità contenute nel punto
primordiale.
Il vero settenario è quindi formato qui dalla luce bianca e dai sei colori
nei quali si differenzia; e va da sé che il settimo termine è in realtà il
primo, poiché è il principio di tutti gli altri, che senza di esso non
potrebbero esistere in alcun modo; ma è anche l’ultimo nel senso che tutti
rientrano alla fine in esso: la riunione di tutti i colori ricostituisce la
luce bianca che li ha originati. Si potrebbe dire che in un settenario così
costituito uno è al centro e sei sulla circonferenza; in altri termini, un
simile settenario è formato dall’unità e dal senario, in cui l’unità
corrisponde al principio non-manifestato e il senario all’insieme della
manifestazione. Possiamo fare un accostamento fra questo e il simbolismo della
“settimana” nella Genesi ebraica, poiché anche qui il settimo termine è
essenzialmente diverso dagli altri sei: la creazione, infatti, è l’“opera dei
sei giorni” e non dei sette; e il settimo giorno è quello del “riposo”. Tale
settimo termine, che si potrebbe definire “sabbatico”, è veramente anche il
primo, poiché questo “riposo” non è altro che il rientro del Principio creatore
nello stato iniziale di non-manifestazione, stato da cui è uscito del resto
solo in apparenza, in rapporto alla creazione e per produrla secondo il ciclo
senario, ma da cui, in sé, non è mai uscito in realtà. Allo stesso modo in cui
il punto non
6. Segnaliamo ancora che
si potrebbe considerare una moltitudine indefinita di direzioni facendo
intervenire tutte le direzioni intermedie, che corrisponderebbero così alle
sfumature intermedie fra i sei colori principali; ma è opportuno considerare
distintamente solo le sei direzioni “orientate” che formano il sistema di
coordinate rettangolari cui tutto lo spazio è riferito e dal quale è in qualche
modo “misurato”; anche sotto questo profilo la corrispondenza fra le sei
direzioni e i sei colori è dunque perfettamente esatta.
304 Simboli della Scienza
sacra
è coinvolto nello spiegamento dello spazio, per quanto sembri uscire da se
stesso per descriverne le sei direzioni, né la luce bianca nell’irradiazione
dell’arcobaleno, per quanto sembri dividervisi per formare i sei colori, anche
il Principio non-manifestato, senza il quale la manifestazione non potrebbe in
alcun modo esserci, anche se sembra agire ed esprimersi nell’“opera dei sei
giorni”, non è tuttavia assolutamente coinvolto in questa manifestazione; e il
“settimo raggio” è la “Via” attraverso la quale l’essere, che ha percorso il
ciclo della manifestazione, ritorna al non-manifestato ed è unito
effettivamente al Principio, dal quale comunque anche nella manifestazione non
è mai stato separato se non in modo illusorio.
58. Janua Coeli
Nel suo importante studio Swayamâtrinnâ: Janua Coeli,1
Ananda K. Coomaraswamy espone il simbolismo della sovrastruttura dell’altare
vêdico, e più in particolare dei tre mattoni perforati (swayamâtrinnâ)
che costituiscono una delle sue parti essenziali. Questi mattoni, che possono
anche essere delle pietre (sharkara), dovrebbero in linea di principio,
secondo la loro denominazione, essere perforati “di per se stessi”, cioè
naturalmente, per quanto in pratica tale perforazione abbia potuto talora
essere artificiale. Comunque sia, si tratta di tre mattoni o pietre di forma
anulare, che sovrapposti corrispondono ai “tre mondi” (Terra, Atmosfera e
Cielo), e che con altri tre mattoni che rappresentano le “Luci universali” (Agni,
Vâyu e Âditya), formano l’Asse verticale dell’Universo. Si trova
d’altronde su antiche monete indiane (e raffigurazioni simili si riscontrano
anche su certi sigilli babilonesi) una rappresentazione dei “tre mondi” sotto
forma di tre anelli legati tra di loro da una linea verticale che passa per i
loro centri.2
Di questi tre mattoni sovrapposti il più basso corrisponde
architettonicamente al focolare (con il quale lo stesso altare è d’altronde
identificato, essendo parimenti il luogo della manifestazione di Agni
nel mondo terrestre), e il più alto all’“occhio” o apertura centrale della
cupola;3 essi formano così, come dice Coomaraswamy, sia un “camino”
sia un “cammino” (e l’accostamento di queste due parole non è certo privo di
significato anche se forse esse non sono direttamente legate dall’etimologia),4
«per il quale Agni si incammina e noi stessi dobbiamo incamminarci verso
il Cielo». Inoltre, permettendo il passaggio da un mondo a un altro, passaggio
che si effettua necessariamente secondo l’Asse dell’Universo, e nei due sensi
opposti, essi sono la via per la quale i Dêva salgono e scendono
attraverso questi mondi,
1. In «Zalmoxis», II,
1939.
2. Nell’architettura
islamica si vede assai di frequente, al vertice di un minareto o di una qubbah,
un insieme di tre globi sovrapposti e sormontati da una mezzaluna, questi tre
globi rappresentano anch’essi tre mondi, che sono âlam el-mulk, âlam
el-malakût e âiam el-jabbarût, e la mezzaluna che li domina,
simbolo della Maestà divina (El-Jalâl), corrisponde al quarto mondo, âlam
el-ezzah (il quale è “extra cosmico”, quindi al di là della “porta” in
questione); l’asta verticale che sostiene il tutto è evidentemente identica
all’antenna di uno stûpa, come pure ai vari altri simboli assiali
similari di cui abbiamo parlato in altre occasioni.
3. si veda La Porte
étroite [qui sopra, come cap. 41].
4. Coomaraswamy ricorda in
proposito il caso di personaggi “folkloristici” quali san Nicola e le varie
personificazioni del Natale rappresentati mentre scendono e risalgono per il
camino, il che non manca infatti di presentare un certo rapporto con l’argomento
in questione.
306 Simboli della Scienza
sacra
servendosi delle tre “Luci universali” come di altrettanti pioli,
conformemente a un simbolismo il cui esempio più conosciuto è quello della
“scala di Giacobbe”.5 Ciò che unisce questi mondi ed è loro in
qualche modo comune, benché sotto modalità diverse, è il “Soffio totale” (sarva-prâna),
cui corrisponde qui il vuoto centrale dei mattoni sovrapposti;6 è
anche, secondo un altro modo d’espressione in fondo equivalente, il sûtrâtmâ
che, come abbiamo già spiegato altrove, collega tutti gli stati dell’essere fra
di loro e al suo centro totale, generalmente simboleggiato dal sole, di modo
che il sûtrâtmâ stesso è allora rappresentato come un “raggio solare” e
più precisamente come il “settimo raggio” che passa direttamente attraverso il
sole.7
È effettivamente a questo passaggio “attraverso il Sole” che si riferisce
più propriamente il simbolismo del mattone superiore, poiché quest’ultimo, come
dicevamo poco fa, corrisponde all’“occhio” della cupola o del “tetto cosmico”
(e ricordiamo a questo proposito che il sole è anche designato come l’“Occhio
del Mondo”), cioè l’apertura attraverso la quale si compie (e infatti essa può
compiersi solo “dall’alto”) l’uscita dal Cosmo, che nel simbolismo
architettonico viene rappresentato, con i vari mondi che racchiude,
dall’edificio nel suo insieme. A questa apertura superiore fa riscontro
nell’essere umano il brahma-randhra, cioè l’orifizio situato alla corona
della testa e per mezzo del quale l’arteria sottile assiale sushumnâ è
in continuità costante con il “raggio solare” chiamato pure sushumnâ, il
quale non è altro che il sûtrâtmâ considerato nel suo rapporto
particolare con quest’essere; anche il mattone superiore può inoltre venire
assimilato al cranio dell’“Uomo cosmico”, se si adotta il simbolismo “antropomorfico”
per rappresentare l’insieme del Cosmo. D’altra parte, nel simbolismo zodiacale,
questa stessa apertura corrisponde al Capricorno che è la “porta degli dei” e
si riferisce al dêva-yâna, nel quale si compie il passaggio “oltre il
Sole”, mentre il Cancro è la “porta degli uomini” e si riferisce al pitri-yâna,
attraverso cui l’essere non esce dal Cosmo;8 e si può dire inoltre
che
5. Si veda Le
symbolisme de l’échelle [qui sopra, come cap. 54]. È chiaro che i Dêva
sono nella tradizione indù la stessa cosa che gli Angeli nelle tradizioni
giudaico-cristiana e islamica.
6. Questo è evidentemente
in rapporto con il simbolismo generale della respirazione e con quello dei
“soffi vitali”.
7. Tutto questo simbolismo
deve essere inteso sia nel senso macrocosmico sia nel senso microcosmico,
poiché si applica tanto ai mondi considerati nel loro insieme, come si vede
qui, quanto a ciascun essere manifestato in tali mondi. È naturalmente attraverso
il cuore, cioè attraverso il centro, che si stabilisce tale connessione di
tutte le cose con il sole; ed è noto che il cuore stesso corrisponde al sole e
ne è quasi l’immagine in ogni essere particolare.
8. Si veda Les portes
solsticiales e Le symbolisme du Zodiaque chez les pythagoriciens
[qui pubblicati, come cap. 35 e cap. 36, rispettivamente].
Janua Coeli 307
queste due “porte solstiziali” corrispondono per gli esseri che passano per
l’una o per l’altra ai casi in cui la “porta solare” è rispettivamente aperta o
chiusa. Come precisa A.K. Coomaraswamv, i due yâna, che sono così messi
in relazione con le due metà del ciclo annuale, sono riferiti al nord e al sud
in quanto il movimento apparente del sole è, da una parte, una salita verso il
nord partendo dal Capricorno, e, dall’altra, una discesa verso il sud partendo
dal Cancro.
È quindi il sole, o piuttosto ciò che esso rappresenta nell’ordine
principiale (poiché è ovvio che in realtà si tratta del “Sole spirituale”),9
a essere veramente, in quanto “Occhio del Mondo”, la “porta del Cielo” o Janua
Coeli, descritta anche in termini diversi come una “cruna”,10
come una “bocca”,11 e ancora come il mozzo della ruota di un carro;
il significato assiale di quest’ultimo simbolo è del resto evidente.12
È opportuno tuttavia fare una distinzione, allo scopo di evitare quel che
potrebbe, almeno per taluni, dar luogo a confusione: abbiamo detto infatti in
altre occasioni, a proposito dell’aspetto lunare del simbolismo di Giano (o più
esattamente di Janus-Jana, identificato con Lunus-Luna), che la
luna è sia Janua Coeli sia Janua Inferni; in questo caso, invece
delle due metà ascendente e discendente del ciclo annuale, per stabilire una
corrispondenza analoga13 bisognerebbe naturalmente considerare le
due metà crescente e decrescente della lunazione o del ciclo mensile. Ora, se
il sole e la luna possono essere considerati entrambi come Janua Coeli,
il fatto è che in realtà il cielo non è preso nello stesso senso in entrambi i
casi: generalmente parlando, infatti, questo termine può essere usato per
designare tutto ciò che si riferisce agli stati sopra-umani; ma è evidente che
c’è una grande differenza tra quegli stati che appartengono ancora al Cosmo14
e ciò che, al contrario, è al di là del Cosmo. Per quanto concerne la “porta
solare”, si tratta del cielo che si può dire supremo ed “extra-cosmico”; per
contro, per quanto concerne la “porta lunare”, si tratta soltanto dello Swarga,
cioè di quello dei “tre mondi” che, pur essendo il più
9. Coomaraswamy usa spesso
l’espressione Supernal Sun che non ci sembra possibile rendere in modo
esatto e letterale.
10. Si veda Le “trou de
l’aiguille” [qui sopra, come cap. 55].
11. Torneremo più
dettagliatamente su questo punto.
12. Le due ruote del
“carro cosmico”, poste alle due estremità del suo assale (che è allora l’Asse
dell’Universo), sono il cielo e la terra (si veda Le dôme et la roue
[qui sopra, come cap. 40]); qui naturalmente si tratta della ruota “celeste”.
13. Analoga, diciamo, ma
non equivalente, poiché anche nel caso del pitri-yâna, non si può mai
dire che il sole sia Janua Inferni.
14. Sono propriamente gli
stati di manifestazione informale; il Cosmo deve essere considerato comprensivo
di tutta la manifestazione tanto formale che informale, mentre ciò che è oltre
il Cosmo è il non-manifestato.
308 Simboli della Scienza
sacra
elevato, è comunque compreso nel Cosmo come gli altri due. Per tornare
all’esame di quello posto più in alto dei tre mattoni perforati dell’altare
vêdico, si può dire che la “porta solare” si situa nella sua faccia superiore
(che è il vero vertice dell’edificio totale), e la “porta lunare” nella sua
faccia inferiore, poiché questo stesso mattone rappresenta lo Swarga;
d’altronde, la sfera lunare è effettivamente descritta a contatto con la parte
superiore dell’atmosfera o del mondo intermedio (Antariksha), che qui è
rappresentato dal mattone mediano.15 Si può quindi dire, nei termini
della tradizione indù, che la “porta lunare” dà accesso all’Indra-loka
(poiché Indra è il reggente dello Swarga) e la “porta solare” al Brahma-loka;
nelle tradizioni dell’antichità occidentale all’Indra-loka corrisponde
l’“Eliso” e al Brahma-loka l’“Empireo”, essendo il primo “intra-cosmico”
e il secondo “extra-cosmico”; e dobbiamo aggiungere che solo la “porta solare”
è propriamente la “porta stretta” di cui abbiamo parlato in precedenza, e
attraverso la quale l’essere, uscendo dal Cosmo ed essendo per ciò stesso
definitivamente affrancato dalle condizioni di ogni esistenza manifestata,
passa veramente “dalla morte all’immortalità”.
15. Tale mondo intermedio
e la terra (Bhûmi) appartengono entrambi all’ambito dello stato umano,
di cui costituiscono rispettivamente le modalità sottile e grossolana; per
questo, come nota molto giustamente Coomaraswamy segnalando la corrispondenza
del simbolismo vêdico dei mattoni perforati con quello delle giade rituali pi
e tsung della tradizione cinese, che rappresentano rispettivamente il
cielo e la terra, il pi, che è un disco forato al centro, corrisponde al
mattone superiore, mentre lo tsung, la cui forma è quella di un cilindro
cavo all’interno e di un parallelepipedo a base quadrata all’esterno, deve
essere considerato corrispondente all’insieme degli altri due mattoni, venendo
così a essere raffigurato in un solo oggetto l’intero ambito umano.
59. Kâla-mukha
Nel corso dello studio di cui abbiamo appena parlato,1 A.K.
Coomaraswamy esamina incidentalmente un altro simbolo il cui significato è in
rapporto con la Janua Coeli: si tratta di una “testa di mostro” che
sotto forme varie, spesso più o meno stilizzate, si riscontra nei paesi più
diversi, in cui ha ricevuto nomi anch’essi diversi, in particolare quelli di Kâla-mukha
e Kîrti-mukha in India, e quello di T’ao-t’ie in Cina; la si
ritrova anche, non solo in Cambogia e a Giava, ma fin nell’America Centrale, ed
essa non è neppure estranea all’arte medioevale europea. È importante notare
anzitutto che questa raffigurazione è generalmente posta sull’architrave di una
porta o sulla chiave di volta di un arco, o ancora al vertice di una nicchia (torana)
contenente l’immagine di una divinità; in un modo o nell’altro, essa appare il
più delle volte legata all’idea di porta, il che ne determina chiaramente il
valore simbolico.2
Di questa figura è stato dato un certo numero di spiegazioni (non parliamo,
beninteso, di coloro che vogliono vedervi solo un motivo “decorativo” ), che
possono contenere una parte di verità, ma la maggior parte delle quali sono
insufficienti, non foss’altro perché non si potrebbero applicare a tutti i casi
indistintamente. Così, K. Marchal ha osservato che nelle raffigurazioni da lui
studiate più in particolare mancava quasi sempre la mascella inferiore; unendo
a questo fatto la forma rotonda degli occhi3 e l’evidenza dei denti,
ne concluse che probabilmente dovesse trattarsi in origine dell’immagine di un
cranio umano.4 Tuttavia la mascella inferiore non è sempre assente,
ed esiste in particolare nel T’ao-t’ie cinese, per quanto essa vi
presenti un aspetto abbastanza singolare, come se fosse tagliata in due parti
simmetriche che fossero state schiacciate da ciascun lato della testa, cosa che
secondo Carl Hentze risponderebbe all’aspetto della pelle stesa di una tigre o
di un orso;5 questa interpretazione può essere esatta
1. Swayamâtrinnâ: Janua
Coeli, in «Zalmoxis», II, 1939.
2. Coomaraswamy fornisce
la riproduzione di una figura di T’ao-t’ie dell’epoca Han, alla quale è
come sospeso un anello, che potrebbe essere in certo modo considerata il
prototipo della forma comune dei picchiotti, in uso fino ai nostri giorni,
quella di una maschera di animale che tiene un anello in bocca; quest’anello è
anch’esso un simbolo della “porta stretta”, come lo sono in altri casi le fauci
aperte del mostro.
3. In realtà, questa forma
è in genere un carattere della rappresentazione tradizionale delle entità
“terribili”; è così che la tradizione indù lo attribuisce agli Yaksha e
ad altri geni “custodi”, e la tradizione islamica ai Jinn.
4. The Head of the
Monster in Khmer and Far Eastern Decoration, nel «Journal of the Indian
Society of Oriental Art», 1948.
5. Le Culte de l’ours
et du tigre et le “T’ao-t’ie”, in «Zalmoxis», I, 1938.
310 Simboli della Scienza
sacra
in questo caso particolare, ma non lo sarebbe in altri casi, ove il mostro
ha una bocca di forma normale e più o meno largamente aperta; e anche per
quanto concerne il T’ao-t’ie questa spiegazione ha in definitiva solo un
valore “storico” e non modifica affatto l’interpretazione simbolica.
Il T’ao-t’ie non è d’altronde in realtà né una tigre né un orso, né
alcun altro animale determinato, e Hentze descrive così il carattere composito
di questa maschera fantastica: «fauci di carnivoro armate di grandi zanne,
corna di bufalo o di ariete, muso e ciuffi di gufo, monconi d’ala e artigli di
uccello da preda, ornamento frontale a forma di cicala». Tale figura è assai
antica in Cina, poiché la si trova quasi costantemente sui bronzi della
dinastia Chang;6 il nome di T’ao-t’ie, tradotto di solito con
“ghiottone” o “orco”, sembra essergli stato dato solo molto più tardi, ma
questo appellativo è comunque giusto, poiché si tratta in effetti di un mostro
“divoratore”. Questo vale anche per i suoi equivalenti appartenenti ad altre
tradizioni, e che, anche se non presentano un carattere composito come quello
del T’ao-t’ie, sembrano in ogni caso non potersi mai ricondurre alla
rappresentazione di un unico animale: così in India può essere un leone (e
allora si è soliti dargli in particolare il nome di Kâla), o un Makara
(simbolo di Varuna, il che è da tener presente in vista delle
considerazioni che seguiranno), o anche un’aquila, cioè un Garuda; ma,
pur sotto tutte queste forme, il significato essenziale rimane sempre lo
stesso.
In quanto al significato, Hentze, nell’articolo appena citato, vede
anzitutto nel T’ao-t’ie un “demonio delle tenebre”; ciò può essere vero
in un certo senso, ma a condizione che venga spiegato e precisato, come del
resto ha fatto egli stesso successivamente in un altro lavoro.7 Non
è un “demonio” nel senso comune della parola, ma nel senso originario dell’Asura
vêdico, e le tenebre di cui si parla sono in realtà le “tenebre superiori”;8
in altri termini, si tratta di un simbolo dell’“Identità Suprema” che assorbe
ed emette a volta a volta la “Luce del Mondo”. Il T’ao-t’ie e gli altri
mostri simili corrispondono dunque a Vritra e ai suoi vari equivalenti,
e anche a Varuna, dal quale la luce o la pioggia è alternativamente
trattenuta e liberata, alternanza che
6. Cfr. H.G. Creel, Studies
in Early Chinese Culture; quest’autore insiste particolarmente sugli
elementi di tale rappresentazione presi dal bue e dall’ariete, e vi scorge un
possibile rapporto con il fatto che all’epoca dei Chang, questi animali erano
quelli che venivano più spesso usati nei sacrifici.
7. Die Sakralbronzen
und ihre Bedeutung in der Frühchinesischen Kulturen, Anversa, 1941. Non
conosciamo direttamente quest’opera ma dobbiamo a Coomaraswamy l’indicazione
dell’interpretazione data al T’ao-t’ie.
8. Si veda il nostro
studio su Les deux nuits.
Kâla-mukha 311
è quella dei cicli involutivi ed evolutivi della manifestazione universale;9
così Coomaraswamy ha potuto dire con ragione che tale faccia, quali che siano i
suoi diversi aspetti, è veramente la “Faccia di Dio” che nello stesso tempo
«uccide e vivifica».10 Non è dunque precisamente un “teschio” come
vorrebbe Marchal, a meno che quest’ultimo non sia preso come un simbolo; ma è
piuttosto, come dice ancora Coomaraswamy, la “testa della Morte”, cioè di Mrityu,
di cui Kâla è pure uno dei nomi.11
Kâla è propriamente il Tempo “divoratore”,12 ma designa anche, per
trasposizione, il Principio stesso in quanto “distruttore”, o piuttosto
“trasformatore”, in rapporto alla manifestazione che esso riconduce allo stato
non-manifestato riassorbendola in certo modo in sé, che è il senso più elevato
nel quale la Morte possa essere intesa. È anche assimilato simbolicamente al
sole, ed è noto d’altronde che il leone, di cui assume la maschera (sinha-mukha),
è più particolarmente un simbolo solare; questo ci riconduce a quanto abbiamo
detto in precedenza a proposito della Janua Coeli, e Coomaraswamy
ricorda a tale riguardo che Cristo, il quale ha detto: «Io sono la Porta», è
altresì tanto il “Leone di Giuda” quanto il “Sole degli uomini”.13
Nelle chiese bizantine la figura del Pantokrator o del Cristo “in
maestà” occupa nella volta la posizione centrale, cioè quella che corrisponde
precisamente all’“occhio” della cupola; ora quest’ultimo, come abbiamo spiegato
altrove, rappresenta, all’estremità superiore dell’“Asse del Mondo”, la porta
attraverso la quale si effettua l’“uscita dal cosmo”.14
Per tornare a Kâla, la raffigurazione composita conosciuta a Giava
sotto il nome di Kâla-makara, nella quale i tratti del leone sono
combinati con quelli del Makara, ha anch’essa un significato
essenzialmente solare, e nello stesso tempo, per il suo aspetto
9. La luce e la pioggia
sono due simboli delle influenze celesti; torneremo su questa equivalenza.
10. El-Muhyî e El-Mumît
sono due nomi divini nella tradizione islamica.
11. Coomaraswamy segnala a
questo proposito certe impugnature di sciabole indonesiane su cui sono
raffigurati mostri divoratori; è evidente che in questa sede un simbolo della
Morte è particolarmente appropriato. D’altra parte, si può anche fare un accostamento
con certe rappresentazioni di Shinje, la forma tibetana di Yama,
che tiene dinanzi a sé la “ruota dell’Esistenza” e sembra apprestarsi a
divorare tutti gli esseri che vi sono raffigurati (si veda M. Pallis, Peaks
and Lamas, p. 146).
12. Questa parola ha come
primo senso quello di “nero”, il che ci riconduce ancora al simbolismo delle
“tenebre”, il quale è d’altronde applicabile, all’interno della manifestazione,
a ogni passaggio da uno stato a un altro.
13. La “porta solare” (sûrya-dwâra)
è la “porta della Liberazione” (mukti-dwâra); la porta (dwâra) e
la bocca (mukha) sono in questo caso simboli equivalenti. Il sole, in
quanto “Faccia di Dio”, è pure rappresentato da una maschera di leone su un
sarcofago cristiano di Ravenna.
14. Si veda La Porte
étroite [qui sopra, come cap. 41].
312 Simboli della Scienza
sacra
di Makara, si riferisce più precisamente al simbolismo di Varuna.
In quanto quest’ultimo si identifica a Mrityu o a Yama,15
il Makara è il coccodrillo (shishumâra o shimshumârî)
dalle mascelle aperte che sta “controcorrente”, la quale corrente rappresenta
l’unica via per la quale ogni essere deve necessariamente passare; il
coccodrillo si presenta così come il “guardiano della porta” che l’essere deve
varcare per essere liberato dalle condizioni limitative (simboleggiate anche
dal pâsha di Varuna) che lo trattengono nell’ambito
dell’esistenza contingente e manifestata.16 D’altra parte, questo
stesso Makara è nello Zodiaco indù il segno del Capricorno, cioè la
“porta degli Dei”;17 esso ha quindi due aspetti apparentemente
opposti, “benefico e “malefico” se si vuole, che corrispondono anche alla
dualità di Mitra e di Varuna (riuniti in una coppia indissolubile
sotto la forma duale Mitrâvarunau), o del “Sole diurno” e del “Sole
notturno”, il che equivale a dire che, a seconda dello stato cui è pervenuto
l’essere che gli si presenta dinanzi, la sua bocca è per quest’ultimo la “porta
della Liberazione” o le “mascelle della Morte”.18 Quest’ultimo caso
è quello dell’uomo comune, che deve, passando per la morte, tornare a un altro
stato di manifestazione, mentre il primo è quello dell’essere «qualificato a
passare attraverso il centro del Sole»,19 per mezzo del “settimo
raggio”, perché si è già identificato con il Sole stesso, e così, alla domanda
«chi sei?» che gli viene rivolta quando arriva a questa porta, egli può veramente
rispondere: «Io sono Te».
15. Si veda Le “trou de
l’aiguille” [qui sopra, come cap. 55].
16. Si veda Le Passage
des eaux [qui sopra, come cap. 56]. Questo coccodrillo è l’Ammit
degli antichi Egizi, mostro che attende il risultato della psychostasis
o “pesatura delle anime”, per divorare coloro che non avranno superato la
prova. È anche il coccodrillo che a fauci spalancate apposta il “matto” della
ventunesima lama dei Tarocchi, questo “matto” è generalmente interpretato come
l’immagine del profano che non sa né da dove viene né dove va, e che cammina
ciecamente senza aver coscienza dell’abisso nel quale è sul punto di
precipitare.
17. Si veda Quelques
aspects du symbolisme du poisson [qui sopra, come cap. 22]. Invece
dell’aspetto del coccodrillo “divoratore”, il Makara assume allora
quello del delfino “salvatore”.
18. In certe tradizioni,
alla dualità Mitrâvarunau corrisponde l’associazione dei simboli
dell’Amore e della Morte, che abbiamo avuto occasione di segnalare a proposito
dei “Fedeli d’Amore”. Questa stessa dualità è anche, in un certo senso, quella
dei “due emisferi”, alla quale si riferisce in particolare il simbolismo dei Dioscuri;
si veda La double spirale [cap. V de La Grande Triade].
19. Jaiminîya Upanishad
Brâhmana, I, 6, 1.
60. La luce e la pioggia
Abbiamo accennato poc’anzi a un certo rapporto esistente fra la luce e la
pioggia, in quanto entrambe simboleggiano le influenze celesti o spirituali.
Tale significato è evidente per quel che concerne la luce; per quanto riguarda
la pioggia, l’abbiamo indicato altrove,1 precisando che in tale caso
si tratta soprattutto della discesa di queste influenze nel mondo terrestre, e
facendo notare che tale è in realtà il senso profondo, e del tutto indipendente
da ogni applicazione “magica”, dei riti assai diffusi che hanno lo scopo di
“far piovere”.2 La luce e la pioggia hanno del resto entrambe un
potere “vivificante”, che rappresenta bene l’azione delle influenze celesti;3
a questo carattere si ricollega anche in particolar modo il simbolismo della
rugiada, che, come è naturale, è strettamente legato a quello della pioggia, ed
è comune a numerose forme tradizionali, dall’ermetismo4 e dalla
Cabala ebraica5 alla tradizione estremo-orientale.6
È importante notare che la luce e la pioggia, quando sono considerate in
tale prospettiva, non sono riferite soltanto al cielo in generale, ma anche e
più specificamente al sole; e ciò è strettamente conforme alla natura dei
fenomeni fisici corrispondenti, cioè della luce e della pioggia intese in senso
letterale. Infatti, da una parte, il sole è realmente la sorgente diretta della
luce nel nostro mondo; e, dall’altra, è sempre il sole che, facendo evaporare
le acque, le aspira in certo qual modo verso le regioni superiori
dell’atmosfera, da cui ridiscendono poi sulla terra in forma di pioggia.
Bisogna notare ancora a tale riguardo che l’azione del sole nel produrre la
pioggia è dovuta propriamente al suo calore; ritroviamo così i due termini
complementari, luce e calore, nei quali si polarizza l’elemento igneo, come
abbiamo già detto in altre occasioni; e questa osservazione fornisce la
spiegazione del duplice senso che presenta una raffigurazione simbolica che
sembra essere stata in genere abbastanza poco compresa.
1. La Grande Triade,
cap. XIV.
2. Il simbolismo della
pioggia si è conservato, attraverso la tradizione ebraica, fin nella stessa
liturgia cattolica: Rorate Coeli desuper, et nubes pluant Justum (Isaia,
XLV, 8).
3. Si veda a questo
proposito, per quanto concerne la luce, Aperçus sur l’Initiation, cap.
XLVII.
4. La tradizione
rosacrociana associa in modo del tutto speciale la rugiada e la luce,
stabilendo un accostamento per assonanza fra Ros-Lux e Rosa-Crux.
5. Ricorderemo anche, a
questo proposito, che il nome di Metatron, attraverso le diverse
interpretazioni che ne sono date, è ricollegato sia alla “luce” sia alla
“pioggia”; e il carattere propriamente “solare” di Metatron pone tutto
ciò in rapporto diretto con le considerazioni che seguiranno.
6. Si veda Le Roi du
Monde, cap. III, e Le Symbolisme de la Croix, cap. IX.
314 Simboli della Scienza
sacra
Il sole è stato spesso rappresentato, in tempi e luoghi diversissimi, e in
Occidente fino al Medioevo, con raggi di due specie, alternativamente
rettilinei e ondulati; un notevole esempio di questa raffigurazione si trova su
una tavoletta assira del British Museum che risale al I secolo avanti Cristo,7
in cui il sole appare come una specie di stella a otto raggi:8
ciascuno dei quattro raggi verticali e orizzontali è costituito da due linee
rette che formano fra di loro un angolo molto acuto, e ciascuno dei quattro
raggi intermedi da un insieme di tre linee ondulate parallele. In altre
raffigurazioni equivalenti, i raggi ondulati sono formati, come i raggi
diritti, da due linee che si congiungono alle estremità, e riproducono allora
l’aspetto ben noto della “spada fiammeggiante”;9 comunque sia, è
ovvio che gli elementi essenziali da considerare sono rispettivamente la linea
retta e la linea ondulata, cui in definitiva possono essere ricondotte le due
specie di raggi nelle rappresentazioni più semplificate; ma qual è esattamente
in questo contesto il significato di queste due linee?
Anzitutto, secondo il senso che può sembrare più naturale trattandosi di
una raffigurazione del sole, la linea retta rappresenta la luce e la linea
ondulata il calore; ciò corrisponde del resto al simbolismo delle due lettere
ebraiche resh e shin, in quanto elementi rispettivi delle radici ar
e ash, che esprimono precisamente queste due modalità complementari del
fuoco.10 Soltanto, quel che sembra complicare le cose è che, per
altri versi, la linea ondulata è anche un simbolo ovunque ricorrente
dell’acqua; nella medesima tavoletta assira che abbiamo menzionato poco fa le
acque sono raffigurate da una serie di linee ondulate del tutto simili a quelle
che si vedono nei raggi del sole. La verità è che, in conseguenza di quanto
abbiamo già spiegato, non vi è in ciò alcuna contraddizione: la pioggia, alla
quale si addice in modo del tutto naturale il simbolo generale dell’acqua, si
può veramente ritenere che proceda dal
7. Questa tavoletta è
riprodotta in The Babylonian Legends of the Creation and the Fight between
Bel and the Dragon as told by Assurian Tablets from Nineveh (pubblicazione
del British Museum).
8. Il numero 8 può avere
qui un certo rapporto con il simbolismo cristiano del Sol Justitiae
(cfr. il simbolismo dell’ottava lama dei Tarocchi); il Dio solare dinanzi al
quale è posta questa raffigurazione tiene d’altronde in mano «un disco e una
sbarra che sono rappresentazioni convenzionali della riga per misurare e della
verga di giustizia»; a proposito del primo emblema, ricorderemo il rapporto che
esiste fra il simbolismo della “misura” e quello dei “raggi solari” (si veda Le
Règne de la Quantité et les Signes des Temps, cap. III).
9. Segnaleremo
incidentalmente che questa forma ondulata è anche talora una rappresentazione
del lampo, il quale del resto è anch’esso in rapporto con la pioggia, in quanto
quest’ultima appare quasi una conseguenza dell’azione del fulmine sulle nubi
che libera le acque contenute in esse.
10. Si veda Fabre
d’Olivet, La Langue hébraïque restituée.
La luce e la pioggia 315
sole; e inoltre, siccome essa è un effetto del calore solare, la sua
rappresentazione può legittimamente confondersi con quella del calore stesso.11
Così, la duplice radiazione che consideriamo è proprio sotto un certo profilo
luce e calore; ma nello stesso tempo, sotto un altro profilo, è anche luce e
pioggia, per mezzo delle quali il sole esercita la sua azione vivificante su
tutte le cose.
A proposito di questo problema, si deve ancora notare quanto segue: il
fuoco e l’acqua sono due elementi opposti, sebbene tale opposizione sia in
realtà solo l’apparenza esteriore di una complementarità; ma, al di là
dell’ambito in cui si affermano le opposizioni, essi devono, come tutti i
contrari, congiungersi e unirsi in un certo modo. Nel Principio stesso, di cui
il sole è un’immagine sensibile, essi in certo modo si identificano, il che
giustifica ancora più completamente la raffigurazione appena studiata; e anche
a livelli inferiori a quello, ma corrispondenti a stati di manifestazione
superiori al mondo corporeo, cui appartengono il fuoco e l’acqua sotto
l’aspetto “grossolano” che dà propriamente luogo alla loro opposizione, può
esserci fra di essi un’altra associazione equivalente per così dire a una
identità relativa. Ciò è vero per le “acque superiori”, che sono le possibilità
della manifestazione informale, e sono, in un certo senso, rappresentate
simbolicamente dalle nuvole da cui la pioggia cade sulla terra,12
mentre il fuoco vi risiede sotto forma di fulmine;13 e lo è ancora,
nell’ordine della manifestazione formale, per certe possibilità appartenenti
all’ambito sottile. È particolarmente interessante notare, sotto questo
profilo, che gli alchimisti «intendono con le acque, i raggi e il bagliore del
loro fuoco»,
11. Secondo il linguaggio
della tradizione estremo-orientale, siccome la luce è yang, il calore,
considerato oscuro, è yin in rapporto a essa, allo stesso modo in cui
l’acqua, d’altra parte, è yin in rapporto al fuoco; la linea retta è qui
dunque yang e la linea ondulata yin da entrambi questi punti di
vista.
12. La pioggia infatti,
per rappresentare le influenze spirituali, dev’essere considerata come un’acqua
“celeste”, ed è noto che i Cieli corrispondono agli stati informali;
l’evaporazione delle acque terrestri per l’azione del calore solare è
d’altronde l’immagine di una “trasformazione”, di modo che si può parlare quasi
di un passaggio alternato dalle “acque inferiori” alle “acque superiori” e
viceversa.
13. Ciò va ricollegato
all’osservazione fatta sopra a proposito del lampo e permette di giustificare
completamente la somiglianza che esiste fra la rappresentazione di quest’ultimo
e il simbolo dell’acqua. Nell’antico simbolismo estremo-orientale, c’è solo una
leggerissima differenza fra la raffigurazione del tuono (lei-wen) e
quella delle nubi (yun-wen); entrambe consistono in alcune serie di
spirali, talvolta arrotondate e talvolta quadrate; si dice di solito che le
prime sono yun-wen e le seconde lei-wen ma esistono forme
intermedie, che rendono tale distinzione in realtà assai poco avvertibile;
inoltre, entrambe sono ugualmente in relazione con il simbolismo del Drago
(cfr. H.G. Creel, Studies in Early Chinese Culture, pp. 236-237).
Notiamo anche che questa rappresentazione del tuono per mezzo di spirali è
un’ulteriore conferma di quanto abbiamo detto altrove sul rapporto esistente
fra il simbolo della doppia spirale e quello del vajra (La Grande
Triade, cap. VI).
316 Simboli della Scienza
sacra
e che essi danno il nome di “abluzione”, non all’«azione di lavare qualcosa
con l’acqua o altro liquido», ma a una purificazione che si opera per mezzo del
fuoco, di modo che «gli antichi celavano questa abluzione sotto l’enigma della
salamandra, che essi dicono nutrirsi del fuoco, e del lino incombustibile,14
che vi si purifica e vi si pulisce senza consumarsi».15 Si può
capire da ciò come, nel simbolismo ermetico, compaiano frequenti allusioni a un
“fuoco che non brucia” e a un’“acqua che non bagna” e anche come il mercurio
“animato”, cioè vivificato dall’azione dello zolfo, sia descritto come “acqua
ignea”, e talora anche come “fuoco liquido”.16
Per tornare al simbolismo del sole, aggiungeremo soltanto che le due specie
di raggi di cui abbiamo parlato si ritrovano in certe raffigurazioni simboliche
del cuore, e il sole, o ciò che esso rappresenta, è in effetti considerato come
il “Cuore del Mondo”, tanto che, anche qui, si tratta in realtà della medesima
cosa; ma questo punto, cioè la rappresentazione del cuore come centro di luce e
di calore al tempo stesso, potrà dar luogo a ulteriori considerazioni.
14. Questo “lino
incombustibile” (asbestos) è in realtà l’amianto.
15. Dom A.-J. Pernéty, Dictionnaire
mytho-hermétique, p. 2.
16. Si veda La Grande
Triade, cap. XII.
61. La Catena dei mondi
Nella Bhagavad-Gîtâ è detto: «In Me tutte le cose sono infilate come
una collana di perle su un filo».1 Si tratta qui del simbolismo del sûtrâtmâ,
di cui abbiamo già parlato in altre occasioni: è Âtmâ che, come un filo
(sûtra), penetra e lega fra di loro tutti i mondi, e nel contempo è
anche -il “soffio” che, secondo altri testi, li sostiene e li fa sussistere, e
senza il quale essi non potrebbero avere alcuna realtà né esistere in alcun
modo. Parliamo qui dei mondi ponendoci dal punto di vista macrocosmico, ma
dev’essere chiaro che si potrebbero altrettanto bene considerare, dal punto di
vista microcosmico, gli stati della manifestazione di un essere, e che il
simbolismo sarebbe esattamente lo stesso in entrambe le applicazioni.
Ogni mondo, od ogni stato d’esistenza, può essere rappresentato da una
sfera attraversata diametralmente dal filo, che così costituisce l’asse che
congiunge i due poli di questa sfera; si vede in tal modo che l’asse di questo
mondo non è propriamente parlando che una porzione dell’asse dell’intera
manifestazione universale, e così si stabilisce la continuità effettiva di
tutti gli stati inclusi in tale manifestazione. Prima di procedere oltre
nell’esame di questo simbolismo, dobbiamo anzitutto dissipare una confusione
abbastanza incresciosa a proposito di quello che dev’essere considerato, in
questa rappresentazione, l’“alto” e il “basso”: nell’ambito delle apparenze
“fisiche”, se si parte da un punto qualunque della superficie di una sfera, il
basso è sempre indicato dalla direzione che va verso il centro della sfera
stessa; si è osservato però che tale direzione non si ferma al centro, ma lo
oltrepassa continuando verso il punto opposto della superficie, poi oltre la
sfera stessa, e si è creduto di poter dire che la discesa doveva proseguire
anch’essa, donde si è dovuto concludere che non ci sarebbe soltanto una
«discesa verso la materia», cioè, per quel che concerne il nostro mondo, verso
quanto c’è di più grossolano nell’ordine corporeo, ma anche una «discesa verso
lo spirito»,3 tanto che, se si dovesse ammettere una simile
concezione, lo spirito avrebbe anch’esso un aspetto “malefico”. In realtà, le
1. Sarvam idam,
“questo tutto”, cioè la totalità della manifestazione, comprendente tutti i
mondi, e non solo «tutto ciò che è in questo mondo» com’è detto in una
traduzione recentemente pubblicata «secondo Shrî Aurobindo».
2. Bhagavad-Gîtâ,
VII, 7.
3. R.P.V. Poucel, La
Parabole du Monde, p. III. L’abuso che troppo spesso si fa ai nostri giorni
delle parole “spirito” e “spirituale” ha certo parte in questo equivoco; ma si
sarebbe appunto dovuto denunciare l’abuso invece di dar a vedere di accettarlo
e di trarne così conseguenze erronee.
318 Simboli della Scienza
sacra
cose devono essere considerate in tutt’altro modo: in tale raffigurazione
il punto più basso è il centro4 e, al di là di esso, si può solo
risalire, come Dante risalì dall’Inferno continuando a seguire la stessa
direzione secondo la quale aveva dapprima effettuato la discesa, o almeno
quella che pare geometricamente essere la stessa direzione,5 poiché
la montagna del Paradiso terrestre è situata, nel suo simbolismo spaziale, agli
antipodi di Gerusalemme.6 Del resto, basta riflettere un istante per
rendersi conto che altrimenti la rappresentazione non potrebbe essere coerente,
poiché non si accorderebbe affatto con il simbolismo della gravitazione, che
qui è particolarmente importante tener presente, e inoltre come potrebbe quello
che è il basso per un punto della sfera essere nello stesso tempo l’alto per il
punto diametralmente opposto a esso, e come si sarebbero presentate le cose se
si fosse invece partiti da quest’ultimo punto?7 È vero soltanto che
il punto d’arresto della discesa non si situa nell’ordine corporeo, poiché
esiste realmente l’“infra-corporeo” nei prolungamenti del nostro mondo; ma
questo “infra-corporeo” è la sfera psichica inferiore, che non solo non
potrebbe essere assimilata ad alcunché di spirituale, ma è proprio quel che c’è
di più lontano da ogni spiritualità, a tal punto che sembrerebbe in qualche
modo esserne sotto tutti gli aspetti il contrario, se fosse tuttavia consentito
dire che lo spirito ha un contrario; la confusione appena segnalata non è
quindi altro, in definitiva, che un caso particolare della troppo diffusa
confusione fra psichico e spirituale.8
Si potrebbe obiettare a quel che abbiamo detto solo che, per il fatto
stesso che gli stati dell’esistenza manifestata sono gerarchizzati, cioè che vi
sono tra di loro stati superiori e stati inferiori gli uni in rapporto agli
altri, c’è anche, sul “filo” stesso che li
4. È invece il punto più
alto quando occorre operare una sorta di rovesciamento della figura per
applicare il “senso inverso”, che d’altronde è quello che corrisponde alla vera
funzione del centro come tale (si veda La Grande Triade, cap. XXIII).
5. Facciamo questa riserva
perché il passaggio stesso per il centro o il punto più basso implica in realtà
un “raddrizzamento” (rappresentato in Dante dal modo in cui egli gira attorno
al corpo di Lucifero), cioè un cambiamento di direzione, o, più precisamente
ancora, un cambiamento del senso “qualitativo” nel quale questa direzione è
percorsa.
6. Si veda L’Ésotérisme
de Dante, cap. VIII.
7. Per un errore del tutto
simile, ma limitato all’ordine “fisico” e al senso letterale, si sono talora
rappresentati gli abitanti degli antipodi con la testa in giù.
8. Aggiungiamo a questo
proposito che, contrariamente a quanto dice ancora nello stesso passo l’autore
appena citato, non può esserci “illusione spirituale”; la costante paura (e,
bisogna pur dirlo, troppo spesso giustificata in una certa misura), che hanno
la maggior parte dei mistici di essere ingannati dal diavolo, prova assai
chiaramente che essi non vanno oltre la sfera psichica, poiché, come abbiamo
già spiegato altrove, il diavolo può aver presa direttamente solo su questa (e
indirettamente poi sulla sfera corporea), e tutto ciò che appartiene realmente
all’ordine spirituale gli è, per la sua stessa natura, assolutamente precluso.
La Catena dei mondi 319
unisce, una direttrice che va verso l’alto e una opposta che va verso il
basso. Ciò è vero in un certo senso, ma bisogna aggiungere anzitutto che tale
distinzione non tocca per nulla il sûtrâtmâ, che è dovunque e sempre
identico a se stesso, quale che sia la natura o la qualità degli stati che
penetra e sostiene; inoltre, questo concerne il concatenamento stesso dei
mondi, e non ciascun mondo preso a parte e considerato isolatamente dagli altri.
Di fatto, uno qualunque di questi mondi, in tutta l’estensione di cui è
suscettibile, costituisce solo un elemento infinitesimale nell’insieme della
manifestazione universale, di modo che si dovrebbe, a rigore, considerare la
sua rappresentazione ridotta a un punto; si potrebbe anche, applicando il
simbolismo geometrico del senso verticale e del senso orizzontale, raffigurare
i mondi con una serie indefinita di dischi orizzontali infilati in un asse
verticale;9 in ogni modo, si vede anche che, nei limiti di ogni
mondo, l’asse può essere veramente raggiunto solo in un unico punto, e quindi
solo uscendo da tali limiti si può considerare sull’asse un alto e un basso, o
una direzione discendente.
Possiamo aggiungere ancora un’altra osservazione: l’asse in questione è
assimilabile, secondo un altro simbolismo di cui abbiamo già parlato, al
“settimo raggio” del sole; se si rappresenta un mondo con una sfera, esso non
dovrebbe quindi essere in realtà nessuno dei diametri di questa sfera, poiché,
se si considerano i tre diametri perpendicolari che formano gli assi di un
sistema di coordinate a tre dimensioni, le sei direzioni opposte a due a due
che essi determinano non sono che gli altri sei raggi del sole; il “settimo
raggio” dovrebbe essere perpendicolare a tutti quanti, poiché solo esso, in
quanto asse della manifestazione universale, è quella che si potrebbe chiamare
la verticale assoluta, in rapporto alla quale gli assi di coordinate del mondo
considerato sono tutti relativamente orizzontali. È evidente che non lo si può
rappresentare geometricamente,11 il che mostra come ogni
rappresentazione sia per forza di cose inadeguata; o, almeno, il “settimo
raggio” può essere rappresentato realmente solo da un unico punto, che coincide
con il centro della sfera; e questo indica ancora una volta che per ogni essere
chiuso nei limiti di un certo mondo, cioè nelle condizioni speciali di un certo
stato di esistenza determinata, l’asse stesso è veramente “invisibile”,
9. Questa rappresentazione
mostra anche chiaramente che, essendo la continuità esclusivamente stabilita
dall’asse, la comunicazione fra i vari stati può effettivamente operarsi solo
mediante i loro rispettivi centri.
10. Taluni potrebbero
esser tentati di fare intervenire qui la “quarta dimensione”, ma anche questa
non è rappresentabile, perché in realtà non è altro che una costruzione
algebrica espressa in linguaggio geometrico.
320 Simboli della Scienza
sacra
e può esserne percepito solo il punto che è la sua “traccia” in questo
mondo. Va da sé, d’altronde, che quest’ultima osservazione, necessaria perché
il simbolismo dell’asse e dei suoi rapporti coi mondi che lega fra di loro
possa essere concepito nel modo più completo possibile, non impedisce
assolutamente che, di fatto, la “catena dei mondi” venga rappresentata il più
delle volte, come abbiamo detto all’inizio, da una serie di sfere11
infilate come perle di una collana;12 e, a dire il vero, non sarebbe
possibile darne altrimenti una raffigurazione sensibile.
È importante notare ancora che la “catena” può essere percorsa in realtà in
un solo senso, corrispondente a quella che abbiamo chiamato la direzione
ascendente dell’asse; ciò è particolarmente chiaro quando si fa uso di un
simbolismo temporale, assimilando i mondi o gli stati d’esistenza a cicli
successivi, di modo che, in rapporto a un dato stato, i cicli anteriori
rappresentano gli stati inferiori e i cicli posteriori gli stati superiori, il
che implica che la loro concatenazione debba essere ritenuta irreversibile.
Tale irreversibilità è d’altronde implicita nella concezione di questa stessa
concatenazione in termini propriamente “causali”, sebbene quest’ultima supponga
essenzialmente la simultaneità e non più la successione, poiché in un rapporto
di causa ed effetto i due termini non possono mai essere invertiti; e, in
fondo, la nozione di una concatenazione causale costituisce il vero senso di
ciò che è tradotto simbolicamente dalle apparenze di una successione ciclica,
dal momento che il punto di vista della simultaneità risponde sempre a un
ordine di realtà più profondo di quello della successione.
La “catena dei mondi” è generalmente raffigurata in forma circolare13
poiché, se ogni mondo è considerato come un ciclo, e simboleggiato come tale da
una figura circolare o sferica, l’intera manifestazione, che è l’insieme di
tutti i mondi, apparirà
11. In certi casi, queste
sfere sono sostituite da rondelle forate al centro, che corrispondono ai
dischi, considerati come orizzontali in rapporto all’asse, di cui abbiamo
parlato poco fa.
12. Si può del resto
legittimamente pensare che in origine tale collana non sia stata altro che un
simbolo, anch’essa, della “catena dei mondi”, poiché, come abbiamo detto molto
spesso, il fatto di attribuire a un oggetto un carattere semplicemente “decorativo”
o “ornamentale” non è che il risultato di un certo processo degenerativo che
porta a un’incomprensione del punto di vista tradizionale.
13. Questa forma non si
oppone per nulla alla “verticalità” dell’asse o del filo che lo rappresenta,
poiché, dovendo naturalmente supporsi di lunghezza indefinita, quest’ultimo è
assimilabile, in ciascuna porzione, a una retta sempre verticale, cioè perpendicolare
alla sfera di esistenza costituita dal mondo che attraversa, sfera che, come
abbiamo detto sopra, è solo un elemento infinitesimale della manifestazione,
giacché quest’ultima comprende necessariamente una moltitudine indefinita di
mondi.
La Catena dei mondi 321
in certo qual modo come un “ciclo dei cicli”. Così, non solo la catena
potrà essere percorsa in maniera continua dall’origine fino al termine, ma
potrà poi esserlo di nuovo, e sempre nello stesso senso, il che corrisponde del
resto, nello spiegamento della manifestazione, a un livello diverso da quello
in cui si situa il semplice passaggio da un mondo a un altro,14 e,
siccome tale percorso può essere continuato indefinitamente, in questo modo è
espressa ancor più tangibilmente l’indefinitezza della manifestazione stessa.
Tuttavia è essenziale aggiungere che, se la catena si chiude,15 il
punto in cui essa si chiude non è assolutamente paragonabile agli altri suoi
punti, perché non appartiene alla serie degli stati manifestati; l’origine e la
fine si ricongiungono e coincidono, o piuttosto sono in realtà una sola e
identica cosa, ma può essere così unicamente perché esse si situano, non a un
livello qualunque della manifestazione, ma al di là di essa e nel Principio
stesso.16
In varie forme tradizionali, il simbolo più comune della “catena dei mondi”
è la corona del rosario; e faremo anzitutto notare a questo proposito, in
relazione a quanto abbiamo detto all’inizio sul “soffio” che sostiene i mondi,
che la formula pronunciata su ogni grano corrisponde, almeno in teoria se non
sempre di fatto, a una respirazione, le cui due fasi simboleggiano
rispettivamente, come è noto, la produzione di un mondo e il suo
riassorbimento. L’intervallo fra due respirazioni, che corrisponde naturalmente
al passaggio da un grano all’altro, e contemporaneamente a un istante di
silenzio, rappresenta per ciò stesso un pralaya; il senso generale di
questo simbolismo è quindi abbastanza chiaro, quali che siano le forme più
particolari che esso può assumere secondo i casi. Bisogna anche notare che
l’elemento più essenziale, in realtà, è qui il filo che collega i grani; ciò
può sembrare del tutto evidente, poiché non può esserci rosario se non c’è
anzitutto il filo nel quale i grani vengono poi a infilarsi
14. Nei termini della
tradizione indù, tale passaggio da un mondo a un altro è un pralaya, e
il passaggio per il punto in cui le estremità della catena si congiungono è un mahâpralaya;
ciò si potrebbe del resto applicare anche analogicamente, a un grado più
particolarizzato, se, invece di considerare i mondi in rapporto alla totalità
della manifestazione, si considerassero soltanto le diverse modalità di un
certo mondo in rapporto all’integralità di questo mondo stesso.
15. Forse sarebbe più
esatto in un certo senso dire che essa sembra chiudersi, per non lasciar
supporre che un nuovo percorso di tale catena possa essere solo una specie di
ripetizione del percorso precedente, il che è cosa impossibile; ma in un altro
senso o sotto un altro punto di vista essa si chiude realmente, per il fatto
che dal punto di vista principiale (e non più dal punto di vista della
manifestazione) la fine è necessariamente identica all’origine.
16. Ci si potrà rifare a
quanto abbiamo detto in La jonction des extrêmes.
322 Simboli della Scienza
sacra
«come perle di una collana». Se tuttavia è necessario attirarvi
l’attenzione, il motivo è che dal di fuori si vedono i grani piuttosto che il
filo; e anche questo è molto significativo, perché sono i grani che
rappresentano la manifestazione, mentre il sûtrâtmâ, rappresentato dal
filo, è in se stesso non manifestato.
In India, il rosario è chiamato aksha-mâlâ o “ghirlanda di aksha”
(e anche aksha-sûtra); ma cosa bisogna intendere esattamente per aksha?
Il problema, a dire il vero, è abbastanza complesso;17 la radice
verbale aksh, da cui deriva la parola, significa raggiungere, penetrare,
passare attraverso, da cui per aksha il senso principale di “asse”; e
del resto aksh e “asse” sono parole palesemente identiche. Rifacendosi
alle considerazioni già esposte si può subito vedervi un rapporto diretto con
il significato essenzialmente “assiale” del sûtrâtmâ; ma come mai aksha
ha finito per designare non più il filo, ma i grani del rosario? Per capirlo,
bisogna rendersi conto che nella maggior parte delle sue applicazioni
secondarie questa designazione è stata per così dire trasferita (con un
passaggio, diremmo, dal senso attivo al senso passivo) dall’asse stesso a ciò
che esso attraversa, e più particolarmente al suo punto di penetrazione. È
così, per esempio, che aksha è l’“occhio” di una ruota, cioè il suo
mozzo;18 e l’idea di “occhio” (significato che la parola aksha
ha specialmente nei suoi composti) ci riconduce del resto alla concezione
simbolica dell’asse come “raggi solari”, che illuminano i mondi per il fatto
stesso che esso li penetra. Aksha è anche un dado da gioco,
apparentemente a causa degli “occhi” o punti segnati sulle sue diverse facce;19
ed è pure il nome di una specie di seme di cui sono fatti di solito i rosari,
perché la perforazione dei grani di quest’ultimo è ancora un “occhio”,
destinato precisamente a permettere il passaggio del filo “assiale”.20
Ciò conferma nuovamente quanto dicevamo poco fa sull’importanza fondamentale di
quest’ultimo nel simbolo della “catena dei mondi”, poiché da esso in definitiva
derivano la loro denominazione i grani di cui si compone, allo stesso modo in
cui, si potrebbe dire, i mondi sono
17. Dobbiamo le
indicazioni che seguono su questo argomento alla cortesia di A.K. Coomaraswamy.
18. Ci si ricorderà qui di
quanto abbiamo detto in precedenza su parecchi simboli affini, come l’“occhio”
della cupola e l’“occhio” dell’ago.
19. C’è anche da notare,
dal punto di vista della dottrina dei cicli, che le designazioni di queste
facce, secondo il numero dei loro punti, sono identiche a quelle degli Yuga.
20. Al nome del seme rudrâksha
viene attribuito il significato di “con un occhio rosso” (per natura e prima
della perforazione); il rosario è chiamato anche rudrâhsha-valaya,
anello o cerchio di rudrâksha.
La Catena dei mondi 323
realmente “mondi” solo in quanto sono penetrati dal sûtrâtmâ.21
Il numero dei grani del rosario varia secondo le tradizioni, e può anche
variare secondo certe applicazioni più speciali; ma, almeno nelle forme
orientali, è sempre un numero ciclico: così per esempio in India e nel Tibet
tale numero è il più delle volte 108. In realtà, gli stati che costituiscono la
manifestazione universale sono in numero indefinito, ma è evidente che questo
numero non potrebbe essere rappresentato adeguatamente da un simbolo di ordine
sensibile come quello in questione, e occorre per forza che i grani siano in
numero definito.22 Stando così le cose, un numero ciclico conviene
nel modo più naturale a una figura circolare come quella che stiamo
considerando e che rappresenta anch’essa un ciclo, o piuttosto, come abbiamo
detto in precedenza, un “ciclo di cicli”.
Nella tradizione islamica, il numero dei grani è 99, numero anch’esso
“circolare” per il suo fattore 9, che viene qui riferito inoltre ai nomi
divini;23 siccome ogni grano rappresenta un mondo, ciò può essere
ugualmente riferito agli angeli considerati come “reggitori delle sfere”,24
ciascuno dei quali in certo modo rappresenta o esprime un attributo divino,25
cui sarà legato più particolarmente quel mondo di cui è lo “spirito”. D’altra
parte, è detto che manca un grano per completare il centinaio (il che equivale
a ricondurre la molteplicità all’unità), poiché 99=100-1, e che questo grano,
quello che si riferisce al “Nome dell’Essenza” (Ismudh-Dhât), si può
trovare solo nel Paradiso;26 è un punto che richiede ancora qualche
spiegazione.
Il numero 100, come 10 di cui è il quadrato, può normalmente riferirsi solo
a una misura rettilinea e non a una misura circolare,27 di modo che
non lo si può contare sulla circonferenza della
21. È noto che la parola
sanscrita loka, “mondo”, è etimologicamente in rapporto con la luce e la
vista, e quindi con il simbolismo dell’“occhio” e con quello del “raggio
solare”.
22. In modo simile del
resto l’indefinito è spesso espresso simbolicamente nel linguaggio da un numero
come diecimila, come abbiamo spiegato altrove (cfr. Les Principes du Calcul
infinitésimal, cap. IX).
23. I 99 grani sono per di
più distribuiti in tre serie di 33; si ritrovano dunque qui i multipli di cui
abbiamo già segnalato in altre occasioni l’importanza simbolica.
24. Ci si ricorderà che
anche in Occidente san Tommaso d’Aquino ha insegnato espressamente la dottrina
secondo cui angelus movet stellam; questa dottrina era d’altronde molto
corrente nel Medioevo, ma è di quelle che i moderni, anche quando si dicono
“tomisti” preferiscono passar sotto silenzio per non urtare troppo le
concezioni “meccanicistiche” comunemente accettate.
25. Per quanto abbiamo già
indicato questo fatto a varie riprese, ci proponiamo di tornarvi ancora più
specificamente in un prossimo articolo.
26. Nella corrispondenza
con gli angeli appena menzionata, questo centesimo grano dovrebbe essere
riferito all’“Angelo della Faccia” (che è in realtà più che un angelo), Metatron
o Er-Rûh.
27. Cfr. La Grande
Triade, cap. VIII.
324 Simboli della Scienza
sacra
“catena dei mondi”; ma l’unità mancante corrisponde precisamente a quello
che abbiamo chiamato il punto di unione delle estremità di questa catena, punto
che, ricordiamolo nuovamente, non appartiene alla serie degli stati
manifestati. Nel simbolismo geometrico, questo punto, invece di essere sulla
circonferenza che rappresenta l’insieme della manifestazione, sarà al centro
stesso della circonferenza, dal momento che il rientro nel Principio è sempre
raffigurato come un ritorno al centro.28 Il Principio, infatti, può
in certo modo apparire nella manifestazione solo nei suoi attributi, cioè,
secondo il linguaggio della tradizione indù, nei suoi aspetti “non-supremi”,
che sono, si potrebbe dire ancora, le forme assunte dal sûtrâtmâ in
rapporto ai diversi mondi che attraversa (per quanto, in realtà, il sûtrâtmâ
non venga per nulla modificato da tali forme, che sono in definitiva solo
apparenze dovute alla manifestazione stessa); ma il Principio in sé, cioè il
“Supremo” (Paramâtmâ e non più sûtrâtmâ), o l’“Essenza”
considerata nella sua assoluta indipendenza da ogni attribuzione o
determinazione, non potrebbe essere considerato in rapporto con la
manifestazione, fosse pure in modo illusorio, benché la manifestazione ne
proceda e ne dipenda interamente in tutto ciò che essa è, altrimenti non
sarebbe in alcun modo reale:29 la circonferenza esiste solo grazie
al centro; ma il centro non dipende dalla circonferenza in alcun modo né sotto
alcun punto di vista. Il ritorno al centro può del resto essere considerato a
due livelli diversi, e il simbolismo del “Paradiso” di cui parlavamo poco fa è
ugualmente applicabile in entrambi i casi: se, dapprima si considerano solo le
molteplici modalità di un certo stato d’esistenza quale lo stato umano,
l’integrazione di queste modalità farà capo al centro di tale stato, il quale è
effettivamente il Paradiso (El-Jannah) inteso nella sua accezione più
immediata e più letterale; ma è ancora solo un senso relativo, e, se si tratta
della totalità della manifestazione, per esserne liberati senza alcuna traccia
dell’esistenza condizionata, bisogna effettuare una trasposizione dal centro di
uno stato al centro dell’essere totale, che è propriamente quel che viene
designato per analogia come il “Paradiso dell’Essenza” (Jannatu-dh-Dhât).
Aggiungeremo che in quest’ultimo caso il “centesimo grano” del rosario, è, a
dire il vero, l’unico che sussista, poiché tutti gli altri sono alla fine
riassorbiti in esso: nella realtà assoluta, infatti, non c’è più posto per
28. È questo “ritorno” che
viene espresso nel Corano (II, 156) dalle parole inna li’Llahi wa innâ
ilayhi râjiûn.
29. La trascendenza
assoluta del Principio in sé comporta necessariamente l’“irreciprocità di
relazione” che, come abbiamo spiegato altrove, esclude formalmente ogni
concezione “panteistica” o “immanentistica”.
La Catena dei mondi 325
nessuno dei nomi che esprimono “distintamente” la molteplicità degli
attributi; non c’è più neanche Allahumma (nome equivalente all’ebraico Elohim),
che sintetizza tale molteplicità di attributi nell’unità dell’Essenza; non c’è
nient’altro che Allah, esaltato ammâ yaçifûn, cioè al di là di
tutti gli attributi, che della Verità divina sono soltanto gli aspetti rifratti
che gli esseri contingenti sono capaci come tali di concepire e di esprimere.
62. Le “radici delle piante”
Secondo la tradizione cabalistica, tra coloro che penetrarono nel Pardes,1
ve ne furono alcuni che «devastarono il giardino», e si dice che queste
devastazioni consistettero più precisamente nel «tagliare le radici delle
piante». Per capire che cosa significhino queste frasi bisogna anzitutto
riferirsi al simbolismo dell’albero rovesciato, di cui abbiamo già parlato in
altre occasioni:2 le radici sono in alto, cioè nel Principio stesso;
tagliarle equivale dunque a considerare le “piante”, o gli esseri che esse
simboleggiano, come se avessero in certo qual modo un’esistenza e una realtà
indipendenti dal Principio. Nel caso in questione, tali esseri sono
principalmente gli angeli, perché ciò si riferisce naturalmente a gradi
d’esistenza di ordine sopra-umano; ed è facile capire quali possano esserne le
conseguenze, in particolare per quella che si è convenuto di chiamare la
“Cabala pratica”. Infatti, l’invocazione degli angeli così considerati, non
come quegli “intermediari celesti” che essi sono dal punto di vista
dell’ortodossia tradizionale, ma come vere potenze indipendenti, costituisce
propriamente l’“associazione” (in arabo shirk), nel senso che dà a
questa parola la tradizione islamica, poiché potenze simili appaiono allora
inevitabilmente associate alla Potenza divina stessa, invece di esserne
semplicemente derivate. Le stesse conseguenze si ritrovano anche, e a maggior
ragione, nelle applicazioni inferiori che rientrano nell’ambito della magia,
ambito in cui d’altronde si trovano necessariamente rinchiusi prima o poi
coloro che commettono tale errore, poiché, per ciò stesso, non potrebbe più
trattarsi realmente per essi di “teurgia”, divenendo impossibile ogni effettiva
comunicazione con il Principio dal momento in cui “le radici sono tagliate”.
Aggiungeremo che le medesime conseguenze si estendono sino alle forme più
degenerate della magia, come la “magia cerimoniale”; solo che in quest’ultimo
caso, se l’errore è sempre essenzialmente lo stesso, i pericoli ne sono almeno
ridotti per l’irrilevanza dei risultati che si possono ottenere.3
Infine, è opportuno notare come ciò dia immediatamente
1. Il Pardes,
raffigurato simbolicamente come un “giardino”, deve essere considerato qui una
rappresentazione dell’ambito della conoscenza superiore e riservata: le quattro
lettere P R D S, riferite ai quattro fiumi dell’Eden, designano allora
rispettivamente i diversi sensi contenuti nelle Sacre Scritture, cui
corrispondono altrettanti gradi di conoscenza; è ovvio che coloro i quali
«devastarono il giardino» erano pervenuti effettivamente solo a un grado in cui
è ancora possibile smarrirsi.
2. Si veda in particolare L’Arbre
du Monde [qui sopra, come cap. 51].
3. Sulla, questione della
“magia cerimoniale”, cfr. Aperçus sur l’Initiation, cap. XX. L’uso dei
nomi divini e angelici nelle loro forme ebraiche è probabilmente una delle
ragioni principali che hanno condotto A. E. Waite a pensare che ogni specie
Le “radici delle piante” 327
la spiegazione di uno almeno dei sensi nei quali l’origine di simili
deviazioni viene talora attribuita agli “angeli decaduti”; gli angeli, infatti,
sono realmente “decaduti” quando sono considerati in questa maniera, poiché
proprio dalla partecipazione al Principio essi ricevono tutto quello che
costituisce il loro essere, tanto che, quando questa partecipazione è
misconosciuta, non resta più che un aspetto puramente negativo, come una sorta
d’ombra rovesciata in rapporto a quest’essere stesso.4
Secondo la concezione ortodossa, un angelo, in quanto “intermediario
celeste”, non è altro in fondo che l’espressione di un attributo divino
nell’ordine della manifestazione informale, poiché soltanto questo permette di
stabilire, per mezzo di esso, una reale comunicazione fra lo stato umano e il
Principio stesso, di cui l’angelo rappresenta così un aspetto più
particolarmente accessibile agli esseri che si trovano nello stato umano. Del
resto lo dimostrano assai chiaramente i nomi stessi degli angeli, che sono
sempre, di fatto, la designazione di certi attributi divini; qui soprattutto il
nome corrisponde infatti pienamente alla natura dell’essere e si identifica
veramente con la sua essenza. Finché non si perde di vista questo significato,
le “radici” non possono dunque esser “tagliate”. Si potrebbe dire, quindi, che
un errore a tale proposito, che faccia cioè credere che il nome divino
appartenga in proprio all’angelo come tale e in quanto essere “separato”,
diviene possibile solo quando l’intelligenza della lingua sacra viene a
oscurarsi, e, se ci si rende conto di tutte le possibili implicazioni di questa
osservazione, si potrà capire come essa sia suscettibile di una portata molto
più profonda di quanto non sembri forse a prima vista.5 Queste
considerazioni danno anche tutto il suo valore all’interpretazione cabalistica
di Malaki, “Il Mio angelo” o “Il Mio inviato”,6 come
«l’angelo nel quale è il Mio nome», cioè in definitiva nel quale è Dio stesso,
almeno
di magia cerimoniale
dovesse la sua origine agli Ebrei (The Secret Tradition in Freemasonry,
pp. 397-399); quest’opinione non ci sembra interamente fondata, perché la
verità è piuttosto che si tratta di elementi desunti da forme di magia più
antiche e più autentiche, e che queste, nel mondo occidentale, non potevano
disporre per le loro formule di nessuna lingua sacra all’infuori dell’ebraico.
4. Si potrebbe dire, e
poco importa se letteralmente o simbolicamente, che in tali condizioni colui
che crede di invocare un angelo rischia di vedersi invece apparire dinanzi un
demone.
5. Ricorderemo a questo
proposito quanto abbiamo indicato sopra sulla corrispondenza dei vari gradi
della conoscenza con i sensi più o meno “interiori” delle Sacre Scritture; è
ovvio che si tratta di qualcosa che non ha niente in comune con il sapere tutto
esteriore che solo può fornire lo studio di una lingua profana, e anche,
aggiungeremo, quello di una lingua sacra con procedimenti profani come quelli
dei linguisti moderni.
6. È noto che il
significato etimologico della parola “angelo” (in greco aggelos) è
quello di “inviato” o di “messaggero”, e che la corrispondente parola ebraica maleak
ha anch’essa il medesimo significato.
328 Simboli della Scienza
sacra
sotto un qualche suo aspetto “attributivo”.7 Questa
interpretazione si applica in primo luogo e per eccellenza a Metatron,
l’“Angelo della Faccia”,8 o a Mikael (di cui Malaki è
l’anagramma) in quanto, nel suo ruolo “solare”, esso si identifica in certo
modo a Metatron; ma è applicabile a ogni angelo, poiché ogni angelo è
veramente, in rapporto alla manifestazione, e nel senso più rigoroso della
parola, il “portatore” di un nome divino, e anzi, visto dal lato della “Verità”
(El-Haqq), non è in realtà nient’altro che questo nome stesso. Tutta la
differenza sta nel fatto che esiste una certa gerarchia che si può stabilire
fra gli attributi divini, a seconda che essi procedano più o meno direttamente
dall’Essenza, sicché si potrà ritenere che la loro manifestazione si situi a
livelli diversi, e tale è in definitiva il fondamento delle gerarchie
angeliche; questi attribuii o questi aspetti devono essere concepiti del resto
in numero indefinito dal momento che sono considerati “distintamente”, e a ciò
corrisponde la stessa moltitudine degli angeli.9
Ci si potrebbe chiedere perché finora si sia parlato soltanto degli angeli,
mentre in verità ogni essere, qualunque sia e a qualunque ordine di esistenza
appartenga, dipende pure interamente dal Principio in tutto ciò che è, e tale
dipendenza, che è nello stesso tempo una partecipazione, è, si potrebbe dire,
la misura stessa della sua realtà; e per di più ogni essere ha, anche in se
stesso, e più precisamente nel suo “centro”, almeno virtualmente, un principio
divino senza il quale la sua esistenza non sarebbe nemmeno un’illusione, ma
piuttosto un nulla puro e semplice. Ciò del resto corrisponde esattamente
all’insegnamento cabalistico secondo cui i “canali” attraverso i quali le
influenze emanate dal Principio che si comunicano agli esseri manifestati non
si fermano a un certo livello, ma si estendono progressivamente a tutti i gradi
dell’Esistenza universale, e sino ai più bassi,10 sicché, per
riprendere il precedente simbolismo, non potrebbe esserci da nessuna parte un
essere assimilabile a una “pianta senza
7. Cfr. Le Roi du Monde,
p. 33. Dal punto di vista principiale, è l’angelo o piuttosto l’attributo che
esso rappresenta che è in Dio, ma il rapporto appare invertito riguardo alla
manifestazione.
8. Il nome di Metatron
è numericamente equivalente al nome divino Shaddai.
9. Sia chiaro che qui si
tratta di una moltitudine “trascendentale”, e non di una indefinitezza numerica
(cfr. Les Principes du calcul infinitésimal, cap. III); gli angeli non
sono assolutamente “numerabili”, perché non appartengono alla sfera d’esistenza
che è condizionata dalla quantità.
10. Il simbolismo di
questi “canali” che discendono gradualmente attraverso tutti gli stati, può
aiutare a capire, se li si considera nel senso ascendente, come gli esseri
situati a un livello superiore possano in genere svolgere la parte di
“intermediari” per coloro che sono situati a un livello inferiore, poiché la
comunicazione con il Principio è possibile per questi ultimi solo passando per
il loro ambito.
Le “radici delle piante” 329
radici”. È ovvio tuttavia che la partecipazione di cui stiamo parlando ha
gradi diversi e che tali gradi corrispondono precisamente a quelli
dell’Esistenza; essi perciò hanno una realtà tanto maggiore quanto più sono
elevati, cioè vicini al Principio (per quanto non ci sia sicuramente alcuna
misura comune fra un qualsiasi stato della manifestazione, fosse anche il più
elevato di tutti, e lo stato principiale). Su questo punto, come del resto
sotto ogni riguardo, è opportuno fare innanzitutto una distinzione fra il caso
degli esseri situati nell’ambito della manifestazione informale o
sopra-individuale, cui si riferiscono gli stati angelici, e quello degli esseri
situati nell’ambito della manifestazione formale o individuale; e anche questo
richiede una spiegazione precisa.
Solo nell’ordine informale si può dire che un essere esprima o manifesti
veramente e nel modo più integrale possibile, un attributo del Principio; è la
distinzione di tali attributi che in questo caso produce la distinzione stessa
degli esseri, che può essere definita come “distinzione senza separazione” (bhêdâbhêdâ
nella terminologia indù),11 poiché è ovvio che, in definitiva, tutti
gli attributi sono realmente “uno”; ed è anche la più piccola limitazione
concepibile in uno stato che, essendo manifestato, è ancora per ciò stesso
condizionato. D’altra parte, siccome la natura di ogni essere viene qui in
certo qual modo interamente ricondotta all’espressione di un attributo unico, è
evidente che questo essere possiede così, in se stesso, un’unità di tutt’altro
ordine e ben altrimenti reale che l’unità assolutamente relativa, frammentaria
e “composita” a un tempo, che appartiene agli esseri individuali in quanto
tali; e, in fondo, proprio per via di questa riduzione della natura angelica a
un attributo definito, senza alcuna “composizione” che non sia la mescolanza di
atto e di potenza necessariamente inerente a ogni manifestazione,12
san Tommaso d’Aquino ha potuto considerare le differenze esistenti fra gli
angeli paragonabili a differenze specifiche e non a differenze individuali.13
Se ora si vuol trovare nell’ordine della manifestazione formale una
corrispondenza o un riflesso di quanto abbiamo appena detto, non bisognerà
considerare gli esseri individuali presi singolarmente (e ciò risulta con
sufficiente chiarezza dalla nostra ultima osservazione), ma piuttosto i “mondi”
o gli stati d’esistenza, poiché ciascuno di essi, nel suo insieme e quasi
11. Cfr. Le Règne de la
Quantité et les Signes des Temps, cap. IX.
12. Si potrebbe dire che
l’essere angelico è in atto in rapporto all’attributo che esprime, ma in
potenza in rapporto a tutti gli altri attributi.
13. Cfr. Le Règne de la
Quantité et les Signes des Temps, cap. XI.
330 Simboli della Scienza
sacra
“globalmente”, è legato in special modo a un certo attributo divino di cui
sarà, se è lecito esprimersi così, quasi la produzione particolare;14
e questo si ricollega direttamente alla concezione degli angeli come “reggitori
delle sfere” e alle considerazioni da noi già fatte a questo proposito nel
nostro precedente studio sulla “catena dei mondi”.
14. Va da sé che tale modo
di parlare è valido solo nella misura e dal punto di vista in cui gli attributi
stessi possono essere considerati “distintamente” (e possono esserlo solo in
rapporto alla manifestazione), e che l’indivisibile unità dell’Essenza divina,
cui alla fine tutto ritorna, non potrebbe assolutamente esserne intaccata.
63. Il simbolismo del ponte
Anche se abbiamo già parlato del simbolismo del ponte in varie occasioni,
aggiungeremo qualche altra considerazione, relativamente a uno studio su questo
argomento1 di Doña Luisa Coomaraswamy, studio nel quale ella insiste
particolarmente su un punto che mostra lo stretto rapporto di tale simbolismo
con la dottrina del sûtrâtmâ. Si tratta del senso originario della
parola sêtu, che è il più antico tra i vari termini sanscriti che
designano il ponte, e il solo che si trovi nel Rig-Vêda: questa parola,
derivata dalla radice si, “attaccare”, indica propriamente un “legame”;
e infatti il ponte gettato su un fiume è proprio ciò che lega una riva
all’altra; ma, a parte questa osservazione di ordine generale, è implicito in
tale termine qualcosa di molto più preciso. Bisogna rappresentarsi il ponte
come formato, originariamente, da alcune funi, che ne costituiscono il più
ortodosso modello naturale, o da una corda fissata nello stesso modo di quelle,
per esempio ad alberi che crescono sulle due rive, le quali sembrano così
effettivamente “attaccate” l’una all’altra da questa corda. Le due rive
rappresentano simbolicamente due diversi stati dell’essere ed è evidente che
qui la corda equivale al “filo” che unisce tali stati fra di loro, cioè al sûtrâtmâ
stesso; il carattere di un simile legame, al tempo stesso sottile e resistente,
è anche un’immagine adeguata della sua natura spirituale; e per questo il
ponte, assimilato anche a un raggio di luce, è spesso tradizionalmente
descritto sottile come il filo di una spada, o altrimenti, se è fatto di legno,
appare formato da una sola trave o da un solo tronco d’albero.2
Questa sottigliezza mette pure in risalto il carattere “periglioso” della via
di cui parliamo, che d’altronde è la sola possibile, ma che non tutti riescono
a percorrere, anzi che pochissimi sono in grado di percorrere senza aiuto e con
i propri mezzi soltanto,3 perché c’è sempre un certo pericolo nel
passare da uno stato a un altro; ma questo si riferisce specialmente al duplice
senso, “benefico” e “malefico”, che presenta il ponte, alla stregua di tanti
altri simboli, e sul quale torneremo fra poco.
I due mondi rappresentati dalle due rive sono, nel senso più generale, il
cielo e la terra, che erano uniti in principio e furono
1. The Perilous Bridge
of Welfare, in «Harvard Journal of Asiatic Studies», agosto 1944.
2. Ricordiamo in proposito
il duplice senso della parola inglese beam, che designa sia una trave
sia un raggio luminoso, come abbiamo già fatto notare altrove (Maçons et
Charpentiers, in «Études Traditionnelles», dicembre 1946).
3. È un privilegio solo
degli “eroi solari” nei miti e nei racconti in cui figura il passaggio del
ponte.
332 Simboli della Scienza
sacra
separati per il fatto stesso della manifestazione, il cui intero ambito è
allora assimilato a un fiume o a un mare che si estende fra di essi.4
Il ponte equivale quindi esattamente al pilastro assiale che lega il cielo e la
terra pur mantenendoli separati; e proprio in virtù di questo significato esso
deve essere concepito essenzialmente come verticale,5 al pari di
tutti gli altri simboli dell’“Asse del Mondo”, per esempio l’assale del “carro
cosmico” quando le sue due ruote rappresentano ugualmente il cielo e la terra;6
questo stabilisce pure l’identità fondamentale del simbolismo del ponte con
quello della scala, di cui abbiamo parlato in altra occasione.7
Cosi, il passaggio del ponte non è in definitiva altro che il percorso
dell’asse, che solo infatti unisce i vari stati fra di loro; la riva da cui
parte è, di fatto, questo mondo, cioè lo stato in cui l’essere che lo deve
percorrere si trova in quel momento, mentre la riva a cui giunge dopo avere
attraversato gli altri stati della manifestazione è il mondo principiale; una
delle due rive è la regione della morte, in cui tutto è sottoposto al
cambiamento, e l’altra è quella dell’immortalità.8
Ricordavamo poco fa che l’asse lega e separa a un tempo il cielo e la
terra; parimenti, se il ponte è realmente la via che unisce le due rive e
permette di passare dall’una all’altra, può
4. In ogni applicazione
più ristretta dello stesso simbolismo, si tratterà sempre di due stati che, a
un certo “livello di riferimento”, saranno in un vicendevole rapporto
corrispondente a quello fra il cielo e la terra.
5. A tale riguardo, e in
relazione con quanto si è appena detto, ricorderemo il “numero della corda” che
è stato così spesso descritto, nel quale una corda lanciata in aria rimane o
sembra rimanere verticale mentre un uomo o un ragazzo vi si arrampica sino a
sparire alla vista; anche se si tratta solo, almeno di solito, di un fenomeno
di suggestione, poco importa dal punto di vista in cui noi ci poniamo, e si
tratta comunque, esattamente come la salita lungo un palo, di una figurazione
estremamente significativa del nostro tema.
6. La signora Coomaraswamy
fa notare che, se ci sono casi in cui il ponte è descritto a forma di arco, il
che lo identifica più o meno esplicitamente con l’arcobaleno, tali casi sono in
realtà ben lungi dall’essere i più frequenti nel simbolismo tradizionale.
Aggiungeremo che del resto ciò non si trova necessariamente in contraddizione
con la concezione verticale del ponte, poiché, come abbiamo detto a proposito
della “catena dei mondi”, una linea curva di lunghezza indefinita può essere
assimilata, in ciascuna sua porzione, a una retta che sarà sempre “verticale”
nel senso che sarà perpendicolare all’ambito di esistenza che attraversa; per
di più, anche dove non ci sia identificazione fra il ponte e l’arcobaleno,
quest’ultimo è nondimeno considerato, nel suo significato più generale, come un
simbolo dell’unione fra cielo e terra.
7. Le symbolisme de
l’échelle [qui sopra, come cap. 54].
8. È evidente che nel
simbolismo generale del passaggio delle acque che deve condurre “dalla morte
all’immortalità” la traversata per mezzo di un ponte o di un guado corrisponde
solo al caso in cui il passaggio viene effettuato andando da una riva all’altra,
con l’esclusione di quelli in cui è descritto come la risalita di una corrente
verso la sorgente, oppure come la sua discesa verso il mare, e nei quali il
viaggio deve necessariamente compiersi con altri mezzi, per esempio in
conformità al simbolismo della navigazione, che d’altronde è applicabile a
tutti i casi (si veda Le passage des eaux [qui sopra, come cap. 56]).
Il simbolismo del ponte 333
comunque costituire anche, in un certo senso, un ostacolo posto fra di
esse, e questo ci riconduce al suo carattere “periglioso”. La cosa è d’altronde
implicita anche nel significato della parola sêtu, che è un legame nella
duplice accezione in cui lo si può intendere: da una parte, ciò che unisce due
cose fra di loro, ma anche, dall’altra, un impaccio nel quale un essere si
trova preso; una corda può servire ugualmente a due fini, e anche il ponte apparirà
sotto l’uno o l’altro aspetto, cioè sarà in definitiva “benefico” o “malefico”,
a seconda che l’essere riesca o meno a superarlo. Si può osservare che il
duplice significato simbolico del ponte risulta anche dal fatto che questo può
essere percorso nelle due direzioni opposte, mentre dev’esserlo tuttavia
soltanto in una, quella che va da “questa riva” verso “l’altra”, poiché ogni
ritorno sui propri passi costituisce un pericolo da evitare,9 salvo
nell’unico caso dell’essere che, già liberato dall’esistenza condizionata, può
ormai “muoversi a suo piacere” attraverso tutti i mondi, e per il quale del
resto tale ritorno non è altro che un’apparenza puramente illusoria. In tutti
gli altri casi, la parte del ponte già percorsa deve normalmente essere
“perduta di vista” e divenire come se non esistesse più, allo stesso modo in
cui la scala simbolica è sempre considerata con la base nell’ambito in cui
attualmente si trova l’essere che vi sale, e la sua parte inferiore scompare
per lui a mano a mano che si effettua l’ascesa.10 Finché l’essere
non è giunto al mondo principiale, da cui potrà in seguito ridiscendere nella
manifestazione senza esserne minimamente toccato, la realizzazione può
compiersi in effetti solo nel senso ascendente; e, per colui che si attaccasse
alla via per se stessa, prendendo così il mezzo per il fine, tale via
diverrebbe veramente un ostacolo invece di condurlo effettivamente alla
liberazione, il che implica una continua distruzione dei legami che lo uniscono
agli stadi già percorsi, fino al momento in cui l’asse sia ridotto alla fine al
punto unico che contiene tutto ed è il centro dell’essere totale.
9. Donde le allusioni che
assai di frequente si trovano nei miti e nelle leggende di qualsiasi
provenienza al pericolo di voltarsi durante il cammino e di “guardare
indietro”.
10. Si verifica quasi un
“riassorbimento” dell’asse da parte dell’essere che lo percorre, come abbiamo
già spiegato ne La Grande Triade, cui rimanderemo anche per qualche
altro punto a ciò connesso, in particolare per quel che concerne
l’identificazione di quest’essere con l’asse stesso, quale che sia il simbolo
dal quale esso è rappresentato, e di conseguenza anche con il ponte, il che
fornisce il vero senso della funzione “pontificale”, e a ciò assai chiaramente
allude, in mezzo ad altre formule tradizionali, questa frase del Mabinogion
celtico citato come epigrafe dalla signora, Coomaraswamy: «Colui che vuol
essere Capo, deve essere il Ponte».
64. Il ponte e l’arcobaleno
Abbiamo segnalato, a proposito del simbolismo del ponte e del suo
significato essenzialmente “assiale”, che l’assimilazione tra questo simbolismo
e quello dell’arcobaleno non è così frequente come si pensa di solito. Vi sono
sicuramente casi in cui tale assimilazione esiste, e uno dei più chiari è
quello che si riscontra nella tradizione scandinava, in cui il ponte di Byfrost
viene esplicitamente identificato con l’arcobaleno. Altrove, quando il ponte
viene descritto ascendente in una parte del suo percorso e declinante
nell’altra, vale a dire a forma di arcata, sembra piuttosto che queste
descrizioni siano state molto spesso influenzate da un raffronto secondario con
l’arcobaleno, senza che ciò implicasse una vera identificazione tra questi due
simboli. Questo raffronto si spiega d’altronde facilmente per il fatto stesso
che l’arcobaleno è in genere ritenuto simboleggiare l’unione del cielo e della
terra; fra il modo grazie al quale si stabilisce la comunicazione della terra
con il cielo e il segno della loro unione vi è una connessione evidente, ma che
non comporta di necessità una assimilazione o una identificazione. Aggiungeremo
subito che questo stesso significato dell’arcobaleno, che si ritrova in una
forma o in un’altra nella maggior parte delle tradizioni, risulta direttamente
dalla sua stretta relazione con la pioggia, poiché quest’ultima, come abbiamo
spiegato altrove, rappresenta la discesa delle influenze celesti nel mondo
terrestre.1
L’esempio più conosciuto in Occidente di questo significato tradizionale
dell’arcobaleno è naturalmente il testo biblico in cui esso viene espresso con
chiarezza;2 vi è detto in particolare: «Io porrò il mio arco nelle
nubi, e sarà come segno dell’alleanza fra me e la terra»; ma occorre notare che
questo «segno dell’alleanza» non vi è per nulla presentato come se dovesse
permettere il passaggio da un mondo all’altro, passaggio al quale d’altra parte
questo testo non fa la benché minima allusione. In altri casi, il medesimo
significato si trova espresso in forme assai diverse: presso i Greci, ad
esempio, l’arcobaleno era assimilato al velo di Iride, o forse a Iride stessa
in un’epoca in cui, nelle raffigurazioni simboliche, l’“antropomorfismo” non
era stato ancora da essi spinto così in là come doveva accadere più tardi; qui,
tale significato è implicato dal fatto che Iride era la “messaggera degli Dei”
e svolgeva di conseguenza il ruolo di intermediaria fra il cielo e la terra; ma
va da sé che tale rappresentazione
1. Si veda La lumière
et la pluie [qui sopra, come cap. 60]; cfr. anche La Grande Triade,
cap. XIV.
2. Genesi, IX,
12-17.
Il ponte e l’arcobaleno 335
è sotto ogni aspetto assai remota dal simbolismo del ponte. In fondo
l’arcobaleno sembra in genere essere stato soprattutto messo in relazione con
le correnti cosmiche per mezzo delle quali si opera uno scambio di influenze
tra il cielo e la terra, molto più che con l’asse secondo il quale si effettua
la comunicazione diretta fra i diversi stati; e d’altra parte questo meglio si
accorda con la sua forma curva;3 infatti, per quanto, come abbiamo
fatto notare in precedenza, questa stessa forma non sia necessariamente in
contraddizione con un’idea di “verticalità”, non è men vero che quest’idea non
può certo essere suggerita da apparenze immediate come lo è al contrario nel
caso di tutti i simboli propriamente assiali.
Bisogna riconoscere che il simbolismo dell’arcobaleno è in realtà molto
complesso e presenta molteplici aspetti; ma, fra questi, forse uno dei più
importanti, anche se a prima vista può sembrare abbastanza sorprendente, e in
ogni caso quello che si riferisce più manifestamente a ciò che abbiamo indicato
per ultimo, è quello che lo assimila a un serpente e che si ritrova in
tradizioni assai diverse. È stato notato che i caratteri cinesi che designano
l’arcobaleno hanno il radicale “serpente”, per quanto questa assimilazione non
trovi altre espressioni formali nella tradizione estremo-orientale, sicché vi
si potrebbe vedere quasi un ricordo di qualcosa che risale probabilmente a
molto addietro.4 Sembrerebbe che questo simbolismo non sia rimasto
del tutto sconosciuto agli stessi Greci, almeno nel periodo arcaico, poiché
secondo Omero l’arcobaleno era rappresentato sulla corazza di Agamennone da tre
serpenti azzurrini, «imitazione dell’arco di Iride, e segno memorabile agli
umani che Zeus impresse nelle nubi».5 In ogni caso, in alcune
regioni dell’Africa, e in particolare nel Dahomey, il “serpente celeste” viene
assimilato all’arcobaleno, e al tempo stesso è considerato il signore delle
pietre preziose e della ricchezza; può sembrare peraltro che si faccia qui una
certa confusione tra due aspetti differenti del simbolismo del serpente,
poiché, se il ruolo di signore o di custode dei tesori è abbastanza spesso
attribuito effettivamente, fra altre entità descritte sotto varie forme, a
serpenti o a draghi, questi hanno un carattere sotterraneo assai più che
celeste; ma può anche darsi
3. S’intende che una forma
circolare, o semicircolare come quella dell’arcobaleno, può sempre essere
considerata, da questo punto di vista, come la proiezione piana di una porzione
d’elica.
4. Cfr. Arthur Waley, The
Book of Songs, p. 328.
5. Iliade, XI.
Siamo spiacenti di non aver potuto trovare il riferimento in maniera più
precisa, tanto più che la raffigurazione dell’arcobaleno per mezzo di tre
serpenti sembra a prima vista abbastanza strana e meriterebbe probabilmente di
essere esaminata più da vicino [L’indicazione completa è: Iliade, XI,
26-28. N.d.T.].
336 Simboli della Scienza
sacra
che esista fra questi due aspetti in apparenza opposti una corrispondenza
paragonabile a quella esistente fra i pianeti e i metalli.6 Da un
altro lato, è perlomeno curioso notare che in questa prospettiva il “serpente
celeste” ha una somiglianza abbastanza sorprendente con il “serpente verde” del
ben noto racconto simbolico di Goethe, il quale si trasforma in ponte, poi si
frammenta in gemme; se infatti lo consideriamo in rapporto con l’arcobaleno,
ritroviamo in questo caso la sua identificazione con il ponte, il che sarebbe
tutto sommato tanto meno sorprendente in quanto Goethe, su questo punto, può
avere benissimo pensato più particolarmente alla tradizione scandinava. Bisogna
dire del resto che il racconto in questione non è affatto chiaro, sia riguardo
alla provenienza dei vari elementi del simbolismo cui Goethe ha potuto
ispirarsi, sia riguardo al suo stesso significato, e che tutte le
interpretazioni che si è tentato di darne sono nell’insieme davvero poco
soddisfacenti;7 non vogliamo insistervi ulteriormente ma ci è parso
che poteva,essere interessante mostrare occasionalmente l’accostamento un po’
inatteso al quale dà luogo.8 Si sa che uno dei principali
significati simbolici del serpente si richiama alle correnti cosmiche alle
quali facevamo allusione sopra, correnti che, in definitiva, non sono altro che
l’effetto e quasi l’espressione delle azioni e reazioni delle forze emanate
rispettivamente dal cielo e dalla terra.9 È questo che fornisce la
sola spiegazione plausibile dell’assimilazione dell’arcobaleno al serpente, e
tale spiegazione si accorda in modo perfetto con il carattere per altro
riconosciuto all’arcobaleno di essere segno dell’unione del cielo e della
terra, unione che in effetti è in certo modo manifestata da queste correnti, le
quali senza di essa non potrebbero
6. Cfr. Le Règne de la
Quantité et les Signes des Temps, cap. XXII.
7. C’è d’altronde spesso
qualcosa di confuso e di nebuloso nel modo in cui Goethe si serve del
simbolismo, e si può constatarlo anche nell’adattamento che egli ha fatto della
leggenda di Faust; aggiungiamo che ci sarebbe più di una domanda da porsi sulle
fonti alle quali ha potuto attingere più o meno direttamente, come sull’esatta
natura dei collegamenti iniziatici che egli ha potuto avere al di fuori della
massoneria.
8. Non possiamo prendere
in considerazione, per quanto riguarda l’assimilazione più o meno completa del
serpente di Goethe all’arcobaleno, il colore verde che gli viene attribuito,
per quanto taluni abbiano voluto fare del verde una sorta di sintesi dell’arcobaleno,
poiché ne sarebbe il colore centrale; ma, in realtà, esso non vi occupa una
posizione veramente centrale che a condizione di ammettere l’introduzione
dell’indaco nella lista dei colori, e abbiamo in precedenza spiegato le ragioni
per cui questa introduzione è in realtà insignificante e sprovvista di ogni
valore dal punto di vista simbolico (si veda Les sept rayons et
l’arc-en-ciel [qui sopra, come cap. 57]). A questo proposito, faremo notare
che l’asse corrisponde propriamente al “settimo raggio”, e di conseguenza al
colore bianco, mentre la differenziazione stessa dei colori dell’arcobaleno
indica una certa “esteriorità” in rapporto a questo raggio assiale.
9. Si veda La Grande
Triade, cap. V.
Il ponte e l’arcobaleno 337
prodursi. Bisogna aggiungere che il serpente, quando possiede questo
significato, è il più delle volte associato a simboli assiali come l’albero o
il bastone, cosa che non è difficile a spiegarsi, dal momento che è appunto la
direzione dell’asse a determinare quella delle correnti cosmiche, senza
tuttavia che questa si confonda in alcun modo con quella, esattamente come, per
riprendere qui il simbolismo corrispondente nella sua più rigorosa forma
geometrica, un’elica tracciata su un cilindro non si confonde con l’asse stesso
di questo cilindro. Fra il simbolo dell’arcobaleno e quello del ponte, una
connessione simile sarebbe insomma da considerarsi come la più normale; ma, in
seguito, questa connessione ha condotto in alcuni casi a una sorta di fusione
dei due simboli, che sarebbe interamente giustificata solo se si considerasse
nel contempo la dualità delle correnti cosmiche nel suo risolversi nell’unità
di una corrente assiale. Occorre tuttavia tener conto anche del fatto che le
raffigurazioni del ponte sono diverse a seconda che esso venga o no assimilato
all’arcobaleno, e, a tale riguardo, ci si potrebbe chiedere se non vi sia tra
il ponte rettilineo10 e il ponte ad arco, almeno teoricamente, una
differenza di significato corrispondente in qualche maniera a quella che
esiste, come abbiamo indicato altrove, fra la scala verticale e quella a
spirale,11 differenza che è quella tra la via “assiale” che
riconduce direttamente l’essere allo stato principiale e la via piuttosto
“periferica” che implica il passaggio distinto attraverso una serie di stati
gerarchizzati, per quanto, in un caso come nell’altro, lo scopo finale sia
necessariamente lo stesso.12
10. Ricorderemo che questa
forma rettilinea, e naturalmente verticale, è quella che corrisponde
particolarmente al senso preciso dell’espressione eç-çirâtul-mustaqîm
nella tradizione islamica (cfr. Le Symbolisme de la Croix, cap. XXV).
11. Si veda Le
symbolisme de l’échelle [qui sopra, come cap. 54].
12. L’impiego iniziatico
della scala a spirale si spiega con l’identificazione dei gradi d’iniziazione
con altrettanti stati differenti dell’essere; si può citare come esempio, nel
simbolismo massonico, la scala a chiocciola (winding stairs) di 15
gradini, ripartiti in 3+5+7, che conduce alla “Camera del Mezzo”. Nell’altro
caso, gli stessi stati gerarchizzati sono rappresentati ugualmente dai gradini,
ma la disposizione e la forma stessa di questi, indicano che non ci si può
fermare e che essi non sono che il mezzo di un’ascensione continua, mentre è
sempre possibile restare più o meno a lungo sui gradini di una scala, o almeno
sui “pianerottoli” che esistono tra le differenti serie nelle quali sono
divisi.
65. La catena d’unione
Tra i simboli massonici che sembrano essere il più delle volte piuttosto
mal compresi ai giorni nostri si trova quello della “catena d’unione”,1
che circonda la Loggia nella sua parte superiore. Taluni vogliono vedervi la
cordicella di cui si servivano i massoni operativi per tracciare e delimitare
il contorno di un edificio; hanno sicuramente ragione, ma non basta, e
bisognerebbe almeno chiedersi qual era il valore simbolico di quella
cordicella.2 Si potrebbe anche trovare anormale la posizione
assegnata a un “arnese” che serviva a effettuare un tracciato sul suolo, e
anche questo non può non richiedere qualche spiegazione.
Per un’esatta comprensione dell’argomento bisogna anzitutto ricordarsi che,
dal punto di vista tradizionale, qualsiasi edificio era sempre costruito
secondo un modello cosmico; d’altronde è espressamente specificato che la
Loggia è un’immagine del Cosmo, e probabilmente è questo l’ultimo ricordo di
tale principio che sia sopravvissuto sino al giorno d’oggi nel mondo
occidentale. Stando così le cose, l’ubicazione di un edificio doveva essere
determinata e “incorniciata” da qualcosa che in certo modo corrispondesse a
quella che si potrebbe chiamare la “cornice” stessa del Cosmo. Vedremo fra poco
di che cosa si tratti, ma possiamo dire subito che il tracciato
“materializzato” dalla cordicella ne rappresentava propriamente parlando una
proiezione terrestre. Del resto abbiamo già visto qualcosa di simile a
proposito della pianta delle città fondate secondo le regole tradizionali;3
di fatto, questo caso e quello degli edifici presi isolatamente non
differiscono sostanzialmente a questo riguardo, poiché si tratta sempre
dell’imitazione di un medesimo modello cosmico.
Quando l’edificio è costruito, anzi fin da quando incomincia a essere
innalzato, la cordicella non ha evidentemente più alcuna funzione da svolgere;
così la posizione della “catena d’unione” non si riferisce precisamente al
tracciato che essa è servita a effettuare, ma piuttosto al suo prototipo
cosmico. E il richiamarsi al prototipo cosmico ha sempre comunque la sua ragion
d’essere nella determinazione del significato simbolico della Loggia e delle
sue varie parti. La cordicella stessa, sotto la forma di “catena d’unione”,
diventa allora il simbolo della “cornice” del Cosmo;
1. Nel compagnonnage,si
dice “catena di alleanza”.
2. Questo simbolo
porta,anche un’altra denominazione, quella di “fiocco dentellato”, che sembra
designare piuttosto l’orlo di un baldacchino; ora, è noto che il baldacchino è
un simbolo del cielo (ad esempio il baldacchino del carro nella tradizione estremo-orientale);
ma, come si vedrà, non c’è in questo nessuna reale contraddizione.
3. Si veda Le Zodiaque
et les points cardinaux [qui sopra, come cap. 13].
La catena d’unione 339
e la sua posizione si comprende facilmente se, com’è effettivamente, tale
“cornice” ha un carattere celeste e non più terrestre;4 grazie a
questa trasposizione, aggiungeremo, la terra non fa altro che restituire al
cielo quello che gli aveva in un primo tempo preso in prestito.
Il senso del simbolo è reso particolarmente chiaro dal fatto che, mentre la
cordicella, in quanto “arnese”, è naturalmente una semplice linea, la “catena
d’unione” ha al contrario dei nodi posti a distanze regolari;5
questi nodi sono o devono essere di norma dodici,6 il che rende
evidente la loro corrispondenza con i segni dello Zodiaco.7 Proprio
lo Zodiaco infatti, all’interno del quale si muovono i pianeti, costituisce
veramente l’“involucro” del Cosmo, cioè quella “cornice” di cui abbiamo
parlato,8 ed è ovvio che si tratta realmente, come abbiamo detto, di
una “cornice” celeste.
Ma c’è ancora altro da dire, e non meno importante: cioè che una “cornice”
ha tra le sue funzioni, e forse anche come funzione principale, quella di
mantenere al loro posto i vari elementi che contiene o racchiude al suo
interno, in modo da formare un tutto ordinato, il che è poi anche, come è noto,
il significato etimologico della parola “Cosmo”.9 Essa deve in
qualche maniera “legare”
4. Per questo
l’assimilazione all’orlo di un baldacchino è anch’essa giustificata, mentre non
lo sarebbe evidentemente per la proiezione terrestre di tale “cornice” celeste.
5. Questi nodi sono detti
“lacci d’amore”; il nome, come la loro particolare forma, conserva forse in
certo senso l’impronta del secolo XVIII, ma può anche darsi che vi si trovi un
vestigio di qualcosa che risale a molto più addietro, e che potrebbe persino
ricollegarsi abbastanza direttamente al simbolismo dei “Fedeli d’Amore”.
6. Il “Quadro di Loggia”,
per altro inusitato di fatto, che figura all’inizio della Maçonnerie occulte
di Ragon, è palesemente scorretto, sia per il numero dei nodi della “catena
d’unione”, sia per la posizione abbastanza strana e anzi inspiegabile che viene
attribuita ai segni zodiacali.
7. Taluni pensano che
questi dodici nodi implichino, almeno “idealmente”, l’esistenza di un numero
uguale di colonne, cioè dieci oltre alle due colonne dell’Occidente cui
corrispondono le estremità della “catena d’unione”. C’è da notare in proposito
che una disposizione simile, benché in forma circolare, si trova in certi
monumenti megalitici di cui è pure evidente il rapporto con lo Zodiaco.
8. A proposito della
divisione zodiacale delle città, rimanderemo ancora allo studio a cui ci siamo
già riferiti sopra; conviene notare, in rapporto con quanto ci rimane qui da
dire, che proprio questa divisione assegna i rispettivi posti ai vari elementi
che, una volta riuniti, costituiscono la città. Si trova un altro esempio di
“involucro” zodiacale nel simbolismo estremo-orientale del Ming-tang,
con le sue dodici aperture, che abbiamo spiegato altrove (La Grande Triade,
cap. XVI).
9. Si può dire che il
nostro mondo è “ordinato” dall’insieme delle determinazioni temporali e
spaziali che sono legate allo Zodiaco, da una parte per il rapporto diretto di
quest’ultimo con il ciclo annuale e, dall’altra, per la sua corrispondenza con
le direzioni dello spazio (ovviamente quest’ultimo punto è in stretta relazione
anche con il problema dell’orientazione tradizionale degli edifici).
340 Simboli della Scienza
sacra
o “unire” questi elementi fra di loro, cosa del resto espressa formalmente
dalla designazione “catena d’unione”, e proprio da ciò risulta anche, per
quanto concerne quest’ultima, il suo significato più profondo, poiché, come
tutti i simboli che si presentano sotto forma di catena, di corda o di filo,
esso si riferisce in definitiva al sûtrâtmâ. Ci limiteremo a richiamare
l’attenzione su questo punto senza entrare per questa volta in più ampie
spiegazioni, perché dovremo presto ritornarvi, essendo tale carattere ancora
più evidente nel caso di certe altre “cornici” simboliche che ora esamineremo.
66. Cornici e labirinti
A.K. Coomaraswamy ha studiato1 il significato simbolico di certi
“nodi” che si trovano nelle incisioni di Albrecht Dürer: tali “nodi” sono dei
grovigli assai complicati formati dal tracciato di una linea continua, il tutto
disposto in una figura circolare; in parecchi casi il nome di Dürer è iscritto
nella parte centrale. Questi “nodi” sono stati accostati a una figura simile
generalmente attribuita a Leonardo da Vinci, al centro della quale si leggono
le parole Academia Leonardi Vinci; taluni hanno voluto vedere in
quest’ultima la “firma collettiva” di un’“Accademia” esoterica come ne
esistevano molte in Italia a quell’epoca, e certo non senza ragione. Infatti,
questi disegni sono stati talvolta chiamati “dedali” o “labirinti”, e, come fa
osservare Coomaraswamy, malgrado la differenza delle forme che in parte può
essere dovuta a ragioni di ordine tecnico, essi hanno effettivamente uno
stretto rapporto con i labirinti, e in particolar modo con quelli che erano
tracciati sul pavimento di certe chiese del Medioevo; ora, si pensa che anche
questi costituiscano una “firma collettiva” delle corporazioni dei costruttori.
In quanto simboleggiano il legame che unisce tra loro i membri di
un’organizzazione iniziatica o almeno esoterica, questi tracciati offrono evidentemente
una sorprendente somiglianza con la “catena d’unione” massonica; e, se si
rammentano i nodi di quest’ultima, anche il nome di “nodi” (Knoten) dato
a tali disegni, a quanto sembra dal Dürer stesso, è assai significativo. Per
questa ragione, come per un’altra sulla quale torneremo in seguito, è anche
importante notare che si tratta di linee che non presentano alcuna soluzione di
continuità;2 i labirinti delle chiese potevano anch’essi venire
percorsi da un capo all’altro senza incontrarvi in alcun punto interruzioni che
costringessero a fermarsi o a tornare sui propri passi, di modo che in realtà
costituivano semplicemente una strada molto lunga che bisognava percorrere
tutta prima di giungere al centro.3 In certi casi, come ad Amiens,
il “capomastro” stesso si è fatto rappresentare nella parte centrale, così come
Leonardo e Dürer vi hanno iscritto i loro nomi; con
1. The Iconography of
Dürer’s “Knots” and Leonardo’s “Concatenation”, in «The Art Quarterly»,
primavera 1944.
2. Ci si potrà ricordare
qui del pentalpha che, come segno di riconoscimento dei pitagorici,
doveva essere tracciato in modo continuo.
3. Cfr. W.R. Lethaby, Architecture,
Mysticism and Myth, cap. VII. Questo autore, che era egli stesso
architetto, ha riunito nel suo libro un gran numero di interessanti
informazioni riguardo al simbolismo architettonico, ma sfortunatamente non è
stato in grado di coglierne il vero significato.
342 Simboli della Scienza
sacra
ciò, essi si situavano simbolicamente in una “Terra Santa”,4
cioè in un luogo riservato agli “eletti”, come abbiamo spiegato altrove,5
o in un centro spirituale che era, in ogni caso, un’immagine o un riflesso del
vero “Centro del Mondo”, così come nella tradizione estremo-orientale
l’Imperatore si situava sempre nel luogo centrale.6
Questo ci conduce direttamente a considerazioni di un altro ordine, che si
riferiscono a un senso più “interiore” e più profondo di tale simbolismo:
siccome l’essere che percorre il labirinto o qualsiasi altra raffigurazione
equivalente riesce alla fine a trovare in questo modo il “luogo centrale”,
cioè, dal punto di vista della realizzazione iniziatica, il proprio centro,7
il percorso stesso con tutte le sue complicazioni è evidentemente una
rappresentazione della molteplicità degli stati o delle modalità dell’esistenza
manifestata,8 attraverso la serie indefinita dei quali l’essere ha
dovuto “errare” prima di potersi stabilire in questo centro. La linea continua
è allora l’immagine del sûtrâtmâ che lega tutti gli stati fra di loro, e
d’altronde, nel caso del “filo di Arianna” relativo al percorso del labirinto,
quest’immagine si presenta con una tale chiarezza che ci si stupisce che sia
possibile non accorgersene;9 qui trova la sua giustificazione
l’osservazione con cui abbiamo terminato il nostro studio precedente sul
simbolismo della “catena d’unione”. D’altra parte, abbiamo insistito, in
special modo sul carattere di “cornice” che quest’ultima presenta; ora, basta
guardare le figure di Dürer e di Leonardo per rendersi conto che anch’esse
formano delle vere “cornici” intorno alla parte centrale, e questa è
un’ulteriore somiglianza fra i due simboli. Vi sono altri casi in cui
ritroveremo
4. È noto che i labirinti
in questione erano comunemente chiamati “via di Gerusalemme”, e che il loro
percorso era considerato sostitutivo del pellegrinaggio in Terrasanta; a
Saint-Omer, il centro conteneva una rappresentazione del Tempio di Gerusalemme.
5. Si veda La Caverne
et le Labyrinthe [qui sopra, come cap. 29].
6. Si veda La Grande
Triade, cap. XVI. Si potrebbe ricordare, a proposito di questo
accostamento, il titolo di Imperator dato al capo di certe
organizzazioni rosacrociane.
7. Si può naturalmente
trattare, secondo i casi, o del centro di uno stato particolare d’esistenza,
oppure di quello dell’essere totale, il primo dei quali corrisponde al termine
dei “piccoli misteri” e il secondo a quello dei “grandi misteri”.
8. Diciamo “modalità” per
il caso in cui si considera soltanto l’insieme di un unico stato di
manifestazione, com’è necessariamente per quanto concerne i “piccoli misteri”.
9. È anche importante
notare, sotto lo stesso profilo, che i disegni di Dürer e di Leonardo hanno una
palese somiglianza con gli “arabeschi”, come ha segnalato Coomarassvamy; le
ultime vestigia di tracciati di questo genere nel mondo occidentale si trovano
nei paraffi e altri ornamenti complicati, sempre formati da una sola linea
continua, che rimasero cari ai calligrafi e agli altri maestri di scrittura fin
verso la metà del secolo XIX, per quanto allora questi non ne comprendessero
probabilmente più il simbolismo.
Cornici e labirinti 343
nuovamente il medesimo carattere, in un modo che mette una volta di più in
risalto la perfetta concordanza delle diverse tradizioni.
In un libro di cui abbiamo già parlato altrove,10 Jackson Knight
ha segnalato che erano stati trovati in Grecia, presso Corinto, due modellini
d’argilla di case risalenti all’epoca arcaica detta “età geometrica”;11
sui muri esterni si vedono dei meandri che circondano la casa il cui tracciato
sembra in certo modo aver costituito un “sostituto” del labirinto. Nella misura
in cui quest’ultimo rappresentava una difesa, sia contro i nemici umani, sia
soprattutto contro le influenze psichiche ostili, si può anche pensare che
questi meandri abbiano un valore protettivo, e anzi doppiamente, impedendo non
soltanto alle influenze malefiche di penetrare nella dimora, ma anche alle
influenze benefiche di uscirne e di disperdersi al di fuori. Può benissimo
darsi che in certe epoche non si sia visto altro in essi; ma non bisogna
dimenticare che la riduzione dei simboli a un uso più o meno “magico”
corrisponde già a uno stato di degenerazione dal punto di vista tradizionale,
nel quale il loro senso profondo è stato ormai dimenticato.12
All’origine quindi c’è stato di sicuro qualcos’altro, ed è facile capire di
cosa si tratti in realtà se si rammenta che ogni edificio è costruito
tradizionalmente secondo un modello cosmico; finché non vi fu alcuna
distinzione fra “sacro” e “profano”, cioè finché non ebbe origine il modo di
vedere profano per effetto di un indebolimento della tradizione, fu sempre e
dovunque così anche per le case private. La casa era allora un’immagine del
Cosmo, cioè quasi un “piccolo mondo” chiuso e completo in se stesso; e se si
osserva che essa è “incorniciata” dal meandro esattamente allo stesso modo in
cui la Loggia, il cui significato cosmico non è andato perduto, è
“incorniciata” dalla “catena d’unione”, l’identità dei due simboli appare del
tutto evidente: in entrambi i casi, non si tratta in definitiva d’altro che di
una rappresentazione della “cornice” stessa del Cosmo.
Un altro esempio notevole dal punto di vista del simbolismo della “cornice”
ci è fornito da certi caratteri cinesi, riferiti in origine a riti di
fissazione o di stabilizzazione13 che consistevano
10. Cumaean Gates;
si veda in proposito il nostro studio su La Caverne et le Labyrinthe.
11. La riproduzione di
questi due modelli si trova a p. 67 del libro citato.
12. Naturalmente, questo
senso profondo non esclude un’applicazione “magica” né qualsiasi altra
applicazione legittima, ma la degenerazione consiste nel fatto che il principio
è stato perso di vista e che se ne considera ormai esclusivamente una semplice
applicazione isolata e di ordine inferiore.
13. Questi riti
corrispondono evidentemente a un caso particolare di ciò che viene designato
nel linguaggio ermetico come “coagulazione” (si veda La Grande Triade,
cap. VI).
344 Simboli della Scienza
sacra
nel tracciare dei cerchi concentrici o una spirale intorno agli oggetti; il
carattere hêng, che designa tale rito, era formato nell’antica scrittura
da una spirale o da due cerchi concentrici fra due linee rette. In tutto il
mondo antico, le nuove fondazioni, che si trattasse di campi, di città o di
villaggi, erano “stabilizzate” tracciando spirali o cerchi intorno a esse,14
e aggiungeremo che anche qui si può vedere la reale identità delle “cornici” e
dei labirinti. A proposito del carattere chich, che i commentatori
recenti rendono semplicemente con “grande”, l’autore appena citato dice che
esso denota la magia che assicura l’integrità degli spazi “incorniciandoli” con
segni protettori; tale è lo scopo dei disegni su margini nelle antiche opere
d’arte. Un chich fu è una benedizione che è stata direttamente o
simbolicamente “incorniciata” in questa maniera; anche un flagello può essere
“incorniciato” per impedire che si diffonda. Anche in questo caso si tratta
esplicitamente solo di “magia”, o di ciò che si suppone sia tale; ma l’idea di
“fissazione” o di “stabilizzazione” mostra abbastanza chiaramente di che cosa
in fondo si tratti: si tratta della funzione essenziale della “cornice”, come
abbiamo detto in precedenza, di raccogliere e di mantenere al loro posto i
diversi elementi che essa circonda. In Lao-tseu ci sono del resto alcuni passi
in cui figurano i caratteri in questione e che sono assai significativi al
riguardo: «Quando si fa in modo di incorniciare (o circoscrivere, ying,
carattere che evoca un’idea simile a quella di hêng) i sette spiriti
animali e di abbracciare l’Unità, si può essere chiusi, impenetrabili e
incorruttibili»;15 e altrove: «Grazie a una conoscenza
convenientemente incorniciata (chich), noi camminiamo senza difficoltà
nella grande Via».16 Nel primo brano, si tratta evidentemente di
stabilire o di mantenere l’ordine normale dei diversi elementi costitutivi
dell’essere al fine di unificarlo; nel secondo, una «conoscenza bene
incorniciata» è propriamente una conoscenza in cui ogni cosa è messa
esattamente nel posto che le conviene. Del resto, il significato cosmico della
“cornice” non è assolutamente scomparso neppure in questo caso; infatti,
secondo tutte le concezioni tradizionali l’essere umano non è forse il
“microcosmo”, e la conoscenza non deve anch’essa comprendere in certo modo la
totalità del Cosmo?
14. A. Waley, The Book
of Changes, nel «Bulletin of the Museum of Far Eastern Antiquities», n° 5,
Stockholm, 1934.
15. Tao-te-king,
cap. X, traduzione inedita di Jacques Lionnet.
16. Ibidem, cap.
LIII, stessa traduzione.
67. Il quatre de chiffre
Fra gli antichi marchi corporativi ce n’è uno di carattere particolarmente
enigmatico: è quello cui si dà il nome di quatre de chiffre, perché ha
infatti la forma della cifra 4, alla quale si aggiungono spesso alcune linee
supplementari, orizzontali o verticali, e che in genere si combina sia con vari
altri simboli sia con lettere o monogrammi per formare un insieme complesso in
cui occupa sempre la parte superiore. Questo segno era comune a un gran numero
di corporazioni, se non a tutte, e non sappiamo perché uno scrittore
occultista, che per giunta ne attribuisce del tutto gratuitamente l’origine ai
Catari, abbia di recente preteso che esso appartenesse esclusivamente a una
“società segreta” di tipografi e di librai; è esatto che esso si trova in molti
marchi tipografici, ma non è meno frequente fra i tagliapietre, fra i pittori
di vetrate, fra gli arazzieri, per citare solo alcuni esempi che bastano a
mostrare come tale opinione sia insostenibile. È stato anche notato che alcuni
privati o famiglie avevano fatto riprodurre questo segno sulle loro case, sulle
loro lapidi o sui loro blasoni; ma qui, in certi casi, nulla prova che non lo
si debba attribuire all’opera di un tagliapietre piuttosto che al proprietario
in persona, e, negli altri, si tratta certamente di personaggi uniti da qualche
legame, talvolta ereditario, a determinate corporazioni.1 Comunque
sia, non c’è dubbio che il segno in questione ha carattere corporativo ed è in
relazione diretta con le iniziazioni di mestiere; anzi, a giudicare dall’uso
che ne viene fatto, è proprio il caso di pensare che fosse essenzialmente un
marchio del grado di maestro.
In quanto al significato del quatre de chiffre, che è ciò che a noi
evidentemente interessa di più, gli autori che ne hanno parlato sono lungi
dall’essere tutti d’accordo, tanto più che sembrano in genere ignorare che un
simbolo può benissimo essere realmente suscettibile di parecchie interpretazioni
differenti, ma che non si escludono per nulla. Questo fatto non deve
minimamente stupire, qualunque cosa ne pensino coloro che si attengono
strettamente a un punto di vista profano, poiché non solo la molteplicità dei
significati è, generalmente parlando, inerente al simbolismo stesso, ma, oltre
a ciò, in questo caso come in molti altri, può esserci sovrapposizione e anche
fusione di parecchi simboli in uno solo. W. Deonna, cui capitò una volta di
citare il
1. Altrove abbiamo
accennato a legami del genere a proposito dei massoni “accettati” (Aperçus
sur l’Initiation, cap. XXIX).
346 Simboli della Scienza
sacra
quatre de chiffre tra altri simboli che figuravano su antiche armi,2
nel parlare in tale occasione, d’altronde abbastanza sommariamente,
dell’origine e del significato di questo marchio, accennò all’opinione secondo
la quale esso rappresenta quello che egli chiama piuttosto bizzarramente «il
valore mistico della cifra 4»; senza respingere del tutto tale interpretazione,
egli ne preferisce comunque un’altra, e suppone «che si tratti di un segno
astrologico», quello di Giove. Quest’ultimo presenta effettivamente nel suo
aspetto generale una somiglianza con la cifra 4; ed è anche certo che l’uso di
questo segno può avere qualche rapporto con l’idea di “maestria”; ma, malgrado
questo, pensiamo, contrariamente al parere di Deonna, che si tratti solo di
un’associazione secondaria che, per quanto legittima,3 non fa altro
che aggiungersi al significato primo e principale del simbolo.
Non ci pare discutibile, infatti, che si tratti anzitutto di un simbolo
quaternario, non tanto a causa della sua somiglianza con la cifra 4, che
potrebbe in definitiva essere solo in certo modo “avventizia”, quanto per
un’altra ragione più decisiva: la cifra 4, in tutti i marchi in cui figura, ha
una forma che è esattamente quella di una croce in cui l’estremità superiore
del braccio verticale e una delle estremità del braccio orizzontale sono unite
da una linea obliqua; ora, non si può contestare che la croce, senza
pregiudizio di tutti gli altri suoi significati, sia essenzialmente un simbolo
del quaternario.4 Un’ulteriore conferma di questa interpretazione
viene dal fatto che vi sono dei casi in cui il quatre de chiffre in
associazione con altri simboli occupa palesemente il posto tenuto dalla croce
in altre raffigurazioni più comuni che per tutto il resto sarebbero identiche;
così è in particolare quando si trova il quatre de chiffre nella figura
del “globo del Mondo”, o anche quando esso sormonta un cuore, come avviene
frequentemente soprattutto nei marchi tipografici.5
Non è tutto, anzi c’è qualcosa che non è forse meno importante, per quanto
Deonna si sia rifiutato di ammetterlo: nell’articolo a cui ci siamo riferiti
sopra, dopo aver segnalato che si è voluto
2. Armes avec motits
astrologiques et talismaniques, nella «Revue de l’Histoire des Religions»,
luglio-ottobre 1924.
3. Troviamo d’altronde un
altro caso della stessa associazione del simbolismo di Giove a quello del
quaternario nella quarta lama dei Tarocchi.
4. La croce rappresenta
l’aspetto “dinamico” del quaternario, mentre il quadrato ne rappresenta
l’aspetto “statico”.
5. Il cuore sormontato da
una croce è naturalmente nell’iconografia cristiana la rappresentazione del
“Sacro Cuore”, che d’altronde dal punto di vista simbolico è un’immagine del
“Cuore del Mondo”; si deve osservare che, siccome lo schema geometrico del cuore
è un triangolo con la punta diretta verso il basso, quello del simbolo intero
non è altro che il simbolo alchimistico dello zolfo in posizione rovesciata,
che rappresenta il compimento della “Grande Opera”.
Il quatre de chiffre 347
«far derivare questo marchio dal monogramma costantiniano, già liberamente
interpretato e deformato nei documenti merovingi e carolingi»,6 egli
dice che «tale ipotesi appare del tutto arbitraria» e che «nessuna analogia la
impone». Siamo ben lungi dall’essere d’accordo; del resto è strano constatare
come fra gli esempi riprodotti dallo stesso Deonna ce ne siano due che
rappresentano il monogramma di Cristo completo, in cui la P è puramente e
semplicemente sostituita dal quatre de chiffre; questo non avrebbe
almeno dovuto consigliarlo a una maggiore prudenza? C’è anche da notare che si
trovano indifferentemente due orientazioni opposte del quatre de chiffre;7
ora, quando è volto a destra invece di essere volto a sinistra secondo la
normale posizione della cifra 4, esso presenta una somiglianza particolarmente
notevole con la P. Abbiamo già spiegato8 come vadano distinti il
monogramma semplice e quello detto “costantiniano”: il primo è composto da sei
raggi opposti a due a due a partire da un centro, cioè da tre diametri, uno
verticale e gli altri due obliqui, e come “Monogramma di Cristo” lo si
considera formato dall’unione delle due lettere greche I e X; il secondo, che
allo stesso modo unisce le due lettere X e P, ne deriva immediatamente grazie
all’aggiunta, sulla parte superiore del diametro verticale, di un “occhiello”
destinato a trasformare la I in P, ma che ha anche altri significati, e si
presenta del resto in parecchie forme diverse.9 Ciò rende ancora
meno sorprendente la sua sostituzione con il quatre de chiffre, che è in
definitiva solo una ulteriore variante.10 Tutto ciò d’altronde
diventa chiaro se si osserva che la linea
6. Bisognerebbe d’altronde
aver cura di distinguere fra le deformazioni accidentali, dovute
all’incomprensione dei simboli, e le deformazioni intenzionali e significative.
7. Diciamo
indifferentemente, ma può darsi che ciò corrispondesse a qualche differenza di
riti o di corporazioni; aggiungiamo incidentalmente a questo proposito che
anche se la presenza di un segno quaternario nei marchi indicasse il possesso
del quarto grado di un’organizzazione iniziatica, il che non è impossibile per
quanto sia senz’altro difficile a stabilirsi, questo non modificherebbe
evidentemente in nulla il valore inerente a tale segno.
8. Les symboles de
l’analogie [qui sopra, come cap. 50].
9. Abbiamo accennato al
caso in cui l’“occhiello” della P prende la forma propria al simbolo egiziano
della “treccia di Horus”; in questo caso, la P ha contemporaneamente una
somiglianza particolarmente chiara con certi aghi “preistorici” che, come ha
segnalato Coomaraswamy, invece di essere perforati, come avverrà più tardi,
erano semplicemente incurvati a un’estremità, in modo da formare una specie di
fibbia attraverso la quale si passava il filo (si veda Le “trou de
l’aiguille” [qui sopra, come cap. 55]).
10. A proposito del
Monogramma “costantiniano” di Cristo, segnaleremo che l’unione delle iniziali
delle quattro parole dell’iscrizione In hoc signo vinces che lo
accompagna dà IHSV, cioè il nome di Gesù; questo fatto sembra passare
generalmente inosservato, ma è espressamente indicato nel simbolismo
dell’“Ordine della Croce Rossa di Roma e di Costantino”, che è un side-degree,
cioè un “annesso” agli alti gradi della massoneria inglese.
348 Simboli della Scienza
sacra
verticale nel monogramma di Cristo come nel quatre de chiffre è in
realtà una figura dell’“Asse del Mondo”; al suo vertice, l’“occhiello” della P
è, come l’“occhio” dell’ago, un simbolo della “porta stretta”; e, per quanto
riguarda il quatre de chiffre, basta ricordarsi del suo rapporto con la
croce e del carattere ugualmente “assiale” di quest’ultima, e considerare
inoltre che l’aggiunta della linea obliqua che completa la figura congiungendo
le estremità dei due bracci della croce, e chiudendo così uno dei suoi angoli,
collega ingegnosamente al significato quaternario, che non esiste nel caso del
monogramma di Cristo, lo stesso simbolismo della “porta stretta”; e si dovrà
riconoscere che in questo fatto c’è qualcosa che si addice perfettamente a un
marchio del grado di maestro.
68. Legami e nodi
Abbiamo già parlato a più riprese del simbolismo del filo, che presenta
molteplici aspetti, ma il cui significato essenziale e propriamente metafisico
è sempre la rappresentazione del sûtrâtmâ, il quale, tanto dal punto di
vista macrocosmico quanto dal punto di vista microcosmico, collega tutti gli
stati d’esistenza fra di loro e al Principio comune. Poco importa che si
tratti, nelle diverse raffigurazioni cui questo simbolismo dà luogo, di un filo
propriamente detto, di una corda o di una catena, oppure di un tracciato
grafico come quelli che abbiamo segnalato in precedenza,1 o ancora
di un percorso realizzato con procedimenti architettonici come nel caso del
labirinto,2 percorso di cui un essere è obbligato a seguire il
tracciato da un capo all’altro per giungere al proprio fine; l’essenziale in
tutti i casi è che si abbia a che fare con una linea senza soluzioni di
continuità. Il tracciato di tale linea può anche essere più o meno complicato,
il che di solito corrisponde a modalità o ad applicazioni particolari del suo
simbolismo generale: così, il filo o il suo equivalente può ripiegarsi su se
stesso in modo da formare intrecci o nodi; e nel complesso della struttura ogni
nodo rappresenta il punto in cui agiscono le forze determinanti la
condensazione e la coesione di un “aggregato” che corrisponde a questo o
quell’altro stato di manifestazione, di modo che si potrebbe dire che è il nodo
a mantenere l’essere nello stato considerato e che il suo scioglimento provoca
la morte immediata a tale stato; d’altronde ciò risulta espresso molto
chiaramente dal termine “nodo vitale”. Naturalmente, il fatto che i nodi
riferentisi a stati diversi figurino tutti assieme e in modo permanente nel
tracciato simbolico non dev’essere considerato un’obiezione a quanto abbiamo
appena detto, poiché, oltre a essere evidentemente imposto dalle condizioni
tecniche della raffigurazione stessa, esso risponde in realtà al punto di vista
in cui tutti gli stati sono considerati simultaneamente, punto di vista che è
sempre più principiale di quello della successione. Faremo notare a questo
proposito che, nel simbolismo della tessitura da noi studiato altrove,3
i punti di incrocio dei fili dell’ordito e di quelli della trama, da cui è
formato l’intero tessuto, hanno anch’essi un significato simile, dato che
questi fili sono in certo qual modo le “linee di forza” che definiscono la
struttura del Cosmo.
1. Si veda Encadrements
et labyrinthes [qui sopra, come cap. 66].
2. Si veda La Caverne
et le Labyrinthe [qui sopra, come cap. 29].
3. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cap. XIV.
350 Simboli della Scienza
sacra
In un recente articolo,4 Mircea Eliade ha parlato di
“ambivalenza” del simbolismo dei legami e dei nodi, ed è questo un punto che
merita di essere esaminato con una certa attenzione; si può naturalmente
vedervi un caso particolare del duplice senso in genere inerente ai simboli, ma
bisogna ancora rendersi conto di cosa ne giustifichi l’esistenza in quelli di
cui stiamo trattando.5 Anzitutto, è opportuno notare a questo
riguardo che un legame può essere concepito come qualcosa che incatena o come
qualcosa che unisce, e anche nel linguaggio corrente la parola possiede questi
due significati; vi corrispondono nel simbolismo dei legami due punti di vista
che si potrebbero dire opposti l’uno all’altro e, se quello che appare in modo
più immediato è il punto di vista che considera il legame un impedimento, il
fatto è che si tratta in definitiva di quello dell’essere manifestato in quanto
tale, nel senso che esso si considera “legato” a certe speciali condizioni
d’esistenza e da esse rinchiuso entro i limiti del suo stato contingente.
Sempre da questo punto di vista, il significato del nodo è quasi un
rafforzamento di quello del legame in generale poiché, come dicevamo sopra, il
nodo rappresenta più propriamente ciò che fissa l’essere in un determinato
stato; e la porzione di legame dalla quale esso è formato è, si potrebbe dire,
tutto quello che può vederne quest’essere finché permane incapace di uscire dai
limiti dello stato in cui si trova, sfuggendogli allora necessariamente la
connessione che il legame stesso stabilisce con gli altri stati. L’altro punto
di vista può essere definito veramente universale, perché è quello che
abbraccia la totalità degli stati, e per capirlo basta riportarsi alla nozione
di sûtrâtmâ: il legame, considerato allora in tutta la sua estensione,6
è ciò che li unisce non solo fra di loro ma anche, ripetiamolo, al loro
Principio comune, di modo che, ben lungi dall’essere ancora un impedimento,
esso diventa al contrario il mezzo con il quale l’essere può raggiungere
effettivamente il suo Principio e la via
4. Le “Dieu lieur” et
le symbolisme des nœuds, nella «Revue de l’Histoire des Religions»,
luglio-dicembre 1948 (si veda la nostra recensione in «Études Traditionnelles»,
luglio-agosto 1949).
5. Segnaleremo in via
accessoria che nelle applicazioni rituali e specialmente “magiche” a questo
duplice senso corrisponde un uso “benefico” o “malefico”, secondo i casi, dei
legami e dei nodi; ma quel che ci interessa qui è il principio di tale ambivalenza,
al di fuori di ogni applicazione particolare che è sempre soltanto una semplice
derivazione. Eliade ha del resto insistito anch’egli con ragione
sull’insufficienza delle interpretazioni “magiche” alle quali certuni vogliono
limitarsi, disconoscendo completamente il senso profondo dei simboli che, come
anche nel caso delle interpretazioni “sociologiche”, comporta una specie di
rovesciamento dei rapporti fra il principio e le sue applicazioni contingenti.
6. S’intende che tale
estensione deve essere considerata indefinita, per quanto non possa mai esserlo
di fatto in una raffigurazione.
Legami e nodi 351
stessa che lo conduce a tale fine. In questo caso il filo o la corda hanno
un valore propriamente “assiale”, e l’ascensione su una corda tesa
verticalmente può rappresentare, al pari dell’ascensione su un albero o su un
palo, il processo di ritorno al Principio.7 D’altra parte, la
connessione con il Principio per mezzo del sûtrâtmâ è illustrata in modo
particolarmente efficace dal gioco delle marionette:8 una marionetta
rappresenta l’essere individuale, e il burattinaio che la fa muovere per mezzo
di un filo è il “Sé”; senza questo filo, la marionetta rimarrebbe inerte, così
come, senza il sûtrâtmâ, ogni esistenza non sarebbe che un puro nulla,
e, secondo una formula estremo-orientale, «tutti gli esseri sarebbero vuoti».
Nel primo dei due punti di vista di cui abbiamo parlato poco fa esiste
ancora una certa ambivalenza di un altro ordine, che dipende dalla diversità
dei modi in cui un essere, a seconda del suo grado spirituale, può valutare lo
stato nel quale si trova, e che il linguaggio rende abbastanza bene con i
significati che dà alla parola “attaccamento”. Infatti, se si prova
attaccamento per qualcuno o per qualcosa, si considera naturalmente un male
esserne separati, anche se questa separazione comporta in realtà la liberazione
da certe limitazioni, nelle quali ci si trova così mantenuti da questo stesso
attaccamento. In modo più generale, l’attaccamento di un essere al suo stato,
mentre gli impedisce di liberarsi dagli impedimenti che vi ineriscono, gli fa
nel contempo considerare come una sventura l’abbandonarlo, o, in altri termini,
gli fa attribuire un carattere “malefico” alla morte a questo stato, morte
risultante dalla rottura del “nodo vitale” e dalla dissoluzione dell’aggregato
che costituisce la sua individualità.9 Solo l’essere al quale un
certo grado di sviluppo spirituale permette invece di aspirare a superare le
condizioni del suo stato può “sentirle” come pastoie, quali in realtà esse
sono, e il “distacco” che da questo momento esso prova nei loro confronti è
già, almeno virtualmente, una rottura di tali pastoie, o, se si preferisce
7. Questo è in India il
vero significato di quello che i viaggiatori hanno chiamato il “numero della
corda”,, qualunque cosa se ne voglia del resto pensare in quanto fenomeno più o
meno autenticamente “magico”, il che non ha evidentemente alcuna importanza per
quel che concerne il suo significato simbolico che solo ci interessa.
8. Cfr. A.K. Coomaraswamy,
“Spiritual Paternity” and the “Puppet-complex”, in «Psychiatry», agosto
1945 (si veda la nostra recensione in «Études Traditionnelles»,
ottobre-novembre 1947).
9. Va osservato che si
dice comunemente che la morte è lo “scioglimento” dell’esistenza individuale;
questa espressione, che d’altronde è in relazione anche con il simbolismo del
teatro, è letteralmente esatta, per quanto coloro che la adoperano non se ne
rendano probabilmente conto.
352 Simboli della Scienza
sacra
un altro modo di parlare forse più esatto, poiché non c’è mai rottura nel
senso proprio della parola, una trasformazione di “ciò che incatena” in “ciò
che unisce”, che in fondo non è altro che il riconoscimento o la presa di
coscienza della vera natura del sûtrâtmâ.
Simbolismo del cuore
69. Il cuore raggiante e il cuore
fiammeggiante
Parlando, a proposito de «la luce e la pioggia», delle rappresentazioni del
sole con raggi alternativamente rettilinei e ondulati, abbiamo segnalato che
queste due specie di raggi si ritrovano anche, in modo del tutto simile, in
certe raffigurazioni simboliche del cuore; uno degli esempi più interessanti
che se ne possono fornire è quello del cuore raffigurato su un piccolo
bassorilievo di marmo nero risalente a quanto pare al secolo XVI e proveniente
dalla Certosa di Saint-Denis d’Orques, che è stato studiato tempo fa da L.
Charbonneau-Lassay.1 Questo cuore raggiante è posto al centro di due
cerchi sui quali si trovano rispettivamente i pianeti e i segni dello Zodiaco,
il che lo caratterizza espressamente come “Centro del Mondo”, sotto il duplice
aspetto del simbolismo spaziale e del simbolismo temporale;2 questa
raffigurazione è evidentemente “solare”, ma, d’altronde, il fatto che il sole,
inteso in senso “fisico”, si trovi anch’esso sul cerchio planetario, come
accade normalmente nel simbolismo astrologico, dimostra bene come qui si tratti
propriamente del “Sole spirituale”.
È quasi superfluo ricordare che l’assimilazione del sole e del cuore, in
quanto aventi entrambi un significato “centrale”, è comune a tutte le dottrine
tradizionali, in Occidente come in Oriente; così, per esempio, Proclo si
rivolge al sole: «Occupando al di sopra dell’etere il trono di mezzo, e avendo
per faccia un cerchio sfolgorante che è il Cuore del Mondo, tu riempi tutto di
una provvidenza in grado di risvegliare l’intelligenza».3 Citiamo
questo testo in particolare, invece di molti altri, per via della menzione
formale dell’intelligenza che vi compare; e, come abbiamo spesso avuto
occasione di spiegare, il cuore è anche considerato in ogni tradizione
anzitutto come sede dell’intelligenza.4 D’altronde, secondo
Macrobio, «il nome di Intelligenza del
1. Le Marbre
astronomique de Saint-Denis d’Orques, in «Regnabit», febbraio 1924.
2. Nella medesima
raffigurazione ci sono anche altri particolari che hanno un grande interesse
dal punto di vista simbolico: così, tra l’altro, il cuore reca una ferita, o
almeno qualcosa che ne ha l’aspetto esteriore, a forma di iod ebraico,
il che si riferisce sia all’“Occhio del cuore” sia al “germe” avatârico che
risiede al “centro”, che lo si intenda nel senso macrocosmico (come è
palesemente nel nostro caso) o nel senso microcosmico (si veda Aperçus sur
l’Initiation, cap. XLVIII).
3. Inno al Sole,
traduzione francese di Mario Meunier.
4. S’intende (e vi
ritorneremo d’altronde più avanti) che qui si tratta dell’intelligenza pura,
nel senso universale, e non della ragione, che ne è solo un riflesso
nell’ordine individuale ed è riferita al cervello, il quale si trova allora nei
confronti del cuore in un rapporto analogo a quello della luna rispetto al sole
nel mondo.
356 Simboli della Scienza
sacra
Mondo che si dà al sole risponde a quello di Cuore del Cielo;5
fonte della luce eterea, il Sole è per questo fluido quel che il cuore è per
l’essere animato»;6 e Plutarco scrive che il Sole «con la forza di
un cuore, sparge e diffonde da sé il calore e la luce, come se fossero il
sangue e il soffio».7 Ritroviamo in quest’ultimo brano, sia per il
cuore che per il sole, l’indicazione del calore e della luce, che corrispondono
alle due specie di raggi che abbiamo esaminato; se il “soffio” è riferito alla
luce, il fatto è che esso è propriamente il simbolo dello spirito, che coincide
essenzialmente con l’intelligenza; in quanto al sangue, esso è evidentemente il
veicolo del “calore animatore”, il che si riferisce in special modo alla
funzione “vitale” del principio centro dell’essere.8
In certi casi, per quanto concerne il cuore, la raffigurazione comporta uno
solo dei due aspetti di luce e calore: la luce è naturalmente rappresentata da
un irradiamento di tipo normale, cioè formato unicamente di raggi rettilinei;
in quanto al calore, esso è rappresentato il più delle volte da fiamme uscenti
dal cuore. Si può d’altronde osservare che l’irradiamento, anche quando i due
aspetti vi sono riuniti, sembra in genere suggerire una preponderanza
riconosciuta all’aspetto luminoso; questa interpretazione è confermata dal
fatto che le rappresentazioni del cuore raggiante, con o senza la distinzione
delle due specie di raggi, sono le più antiche e risalgono per lo più a epoche
in cui l’intelligenza era ancora riferita tradizionalmente al cuore, mentre
quelle del cuore fiammeggiante si sono diffuse soprattutto con le idee moderne
che riducono il cuore a corrispondere ormai solo al sentimento.9 Si
sa fin troppo bene, infatti, che si è giunti ad attribuire al cuore soltanto
questo e nessun altro significato e a dimenticare completamente la sua
relazione con l’intelligenza; l’origine di questa deviazione è indubbiamente
imputabile
5. L’espressione “Cuore
del Cielo”, applicata al sole, si ritrova anche nelle antiche tradizioni
dell’America centrale.
6. Sogno di Scipione,
I, 20.
7. Della faccia che si
vede nel cerchio della luna, 15, 4. Questo testo e il precedente sono
citati in nota dal traduttore a proposito del passo di Proclo sopra riportato.
8. Aristotele assimila la
vita organica al calore, e in ciò egli è d’accordo con tutte le dottrine
orientali; anche Descartes pone nel cuore un “fuoco senza luce”, che per lui è
però solo il principio di una teoria fisiologica esclusivamente “meccanicistica”
come tutta la sua fisica, il che non ha, beninteso, nulla in comune con il
punto di vista tradizionale degli antichi.
9. A tale riguardo è
notevole che, in particolare nel simbolismo cristiano, le più antiche
raffigurazioni conosciute del Sacro Cuore appartengano tutte al tipo del cuore
raggiante, mentre in quelle che non risalgono oltre il secolo XVII si riscontra
in modo costante e quasi esclusivo il cuore fiammeggiante; ecco un esempio
abbastanza significativo dell’influenza esercitata dalle concezioni moderne fin
nell’ambito religioso.
Il cuore raggiante e il cuore
fiammeggiante 357
in gran parte al razionalismo, in quanto esso pretende di affermare una
pura e semplice identificazione fra l’intelligenza e la ragione, sennonché non
con quest’ultima è in rapporto il cuore, bensì con l’intelletto trascendente,
che appunto è ignorato o addirittura negato dal razionalismo. È vero d’altra
parte che, dato che il cuore è considerato il centro dell’essere, gli si
possono riferire almeno indirettamente tutte le modalità di quest’ultimo,
compreso il sentimento, o quella che gli psicologi chiamano “affettività”; ma è
pur sempre opportuno rispettare i rapporti gerarchici senza dimenticare che
solo l’intelletto è veramente “centrale”, mentre tutte le altre modalità hanno
un carattere più o meno “periferico”. Soltanto che, siccome l’intuizione intellettuale
che risiede nel cuore era misconosciuta,10 e la ragione che ha sede
nel cervello aveva usurpato la sua funzione “illuminatrice”,11 al
cuore non restava più che la possibilità di essere considerato come sede
dell’affettività;12 d’altronde, il mondo moderno doveva anche veder
nascere, come una specie di contropartita del razionalismo, quel che si può
chiamare il sentimentalismo, cioè la tendenza a vedere nel sentimento quanto vi
è di più profondo e di più elevato nell’essere e ad affermare la sua supremazia
sull’intelligenza; ed è ovvio che una cosa simile, come tutto quello che in
realtà è solo esaltazione dell’“infrarazionale” in una forma o nell’altra, si è
potuta verificare unicamente perché l’intelligenza era stata dapprima ridotta
alla sola ragione.
Ora, se si vuole stabilire, al di fuori della deviazione moderna di cui
sopra ed entro limiti legittimi, un certo rapporto del cuore con l’affettività,
si dovrà ritenere che tale rapporto risulti direttamente dalla considerazione
del cuore come “centro vitale” e sede del “calore animatore”, poiché vita e
affettività sono due cose assai vicine l’una all’altra, se non addirittura
strettamente connesse, mentre il rapporto con l’intelligenza è evidentemente di
tutt’altro ordine. Questa stretta relazione fra la vita e l’affettività è del
resto chiaramente espressa anche dal simbolismo, poiché entrambe vi sono
rappresentate sotto l’aspetto del calore;13 e proprio in virtù di
questa assimilazione, fatta allora in modo
10. È questa intuizione
intellettuale a essere simboleggiata propriamente dall’“occhio del cuore”.
11. Cfr. quello che
abbiamo detto altrove sul senso razionalistico dato ai “lumi” nel secolo XVIII,
in particolare in Germania, e sul connesso significato della denominazione
degli Illuminati di Baviera (Aperçus sur l’Initiation, cap. XII).
12. Accade così che
Pascal, contemporaneo agli inizi del razionalismo propriamente detto, intende
già il “cuore” nel senso esclusivo di “sentimento”.
13. Qui si tratta
naturalmente della vita organica, nell’accezione più letterale, e non del senso
superiore nel quale la “vita” è invece messa in relazione con la luce, come si
vede in particolare all’inizio del Vangelo di san Giovanni (cfr. Aperçus sur
l’Initiation, cap. XLVII).
358 Simboli della Scienza
sacra
abbastanza poco cosciente, nel linguaggio comune si parla correntemente del
calore del sentimento o dell’affetto.14 A questo proposito bisogna
anche notare che, quando il fuoco si polarizza in questi due aspetti
complementari della luce e del calore, questi ultimi si trovano per così dire
nella loro manifestazione in ragione inversa l’uno rispetto all’altro; ed è noto
che, anche dal semplice punto di vista della fisica, una fiamma è
effettivamente tanto più calda quanto meno è luminosa. Allo stesso modo, il
sentimento è in verità un calore senza luce,15 e si può trovare
nell’uomo anche una luce senza calore, quella della ragione, che non è altro
che una luce riflessa, fredda come la luce lunare che la simboleggia.
Nell’ordine dei principi, invece, i due aspetti si riuniscono e si congiungono
indissolubilmente, come tutti i complementari, perché sono costitutivi di una
stessa natura essenziale; così è dunque dell’intelligenza pura, che appartiene
propriamente a quest’ordine principiale, e ciò conferma ancora una volta che,
come indicavamo in precedenza, l’irradiamento simbolico nella sua duplice forma
può esserle integralmente riferito. Il fuoco che si trova al centro dell’essere
è appunto sia luce sia calore; ma se si vogliono tradurre questi due termini
rispettivamente con intelligenza e amore, per quanto in fondo siano solo due
aspetti inseparabili di una sola e identica cosa, perché tale traduzione sia
accettabile e legittima si dovrà aggiungere che l’amore in questione è
altrettanto diverso dal sentimento cui si dà lo stesso nome quanto
l’intelligenza pura è diversa dalla ragione.
Si può facilmente comprendere, infatti, come certi termini tratti
dall’affettività siano come molti altri suscettibili di una trasposizione
analogica in un ordine superiore, poiché tutte le cose hanno effettivamente,
oltre al loro senso immediato e letterale, valore di simboli in rapporto a
realtà più profonde; e così è palesemente, in particolare, tutte le volte che
nelle dottrine tradizionali si parla di amore. Nei mistici stessi, malgrado
certe inevitabili confusioni, il linguaggio affettivo appare soprattutto un
modo d’espressione simbolica poiché, quale che sia in essi la parte
incontestabilmente attribuibile al sentimento nel senso comune della parola, è
comunque inammissibile che si tratti soltanto di emozioni e affetti puramente
umani riferiti tali e quali a un oggetto sopra-umano, con buona pace degli
psicologi
14. Nei moderni il cuore
fiammeggiante è del resto preso abbastanza comunemente per rappresentare
l’amore, non solo in senso religioso, ma anche in senso puramente umano; questa
rappresentazione era molto corrente soprattutto nel secolo XVIII.
15. Per questo gli antichi
rappresentavano cieco l’amore.
Il cuore raggiante e il cuore
fiammeggiante 359
moderni che sostengono il contrario. Tuttavia la trasposizione diventa
ancora più evidente quando si constata che le applicazioni tradizionali
dell’idea di amore non sono limitate alla sfera exoterica e specialmente
religiosa, ma si estendono anche a quella esoterica e iniziatica; così accade
in particolare in numerosi rami o scuole dell’esoterismo islamico, e parimenti
in certe dottrine del Medioevo occidentale, in particolare nelle tradizioni
proprie degli Ordini cavallereschi,16 e anche nella dottrina iniziatica,
del resto connessa, che ha trovato espressione in Dante e nei “Fedeli d’Amore”.
Aggiungeremo che la distinzione fra l’intelligenza e l’amore così inteso
corrisponde nella tradizione indù alla distinzione fra Jnâna-mârga e Bhakti-mârga;
l’allusione appena fatta agli Ordini cavallereschi indica d’altronde che la via
dell’amore è più appropriata per gli Kshatriya, mentre la via
dell’intelligenza o della conoscenza è naturalmente quella che si addice
soprattutto ai Brahmani; ma si tratta in definitiva di una differenza
che verte unicamente sulla maniera di considerare il Principio, in conformità
con la differenza stessa delle nature individuali, e che non potrebbe
assolutamente toccare l’indivisibile unità del Principio stesso.
16. È noto che la base
principale di queste tradizioni era il Vangelo di san Giovanni: «Dio è Amore»
dice san Giovanni, il che si può certamente comprendere solo attraverso la
trasposizione di cui sopra; e il grido di guerra dei Templari era: «Viva Dio Amore
Santo».
70. Cuore e cervello
Abbiamo letto nella rivista «Vers l’Unité» (luglio-agosto e
settembre-ottobre 1926) uno studio a firma, della signora Th. Darel in cui si
trovano alcune considerazioni per certi versi abbastanza vicine a quelle che da
parte nostra abbiamo avuto occasione di esporre. Forse ci sarebbero da fare
alcune riserve su certe espressioni che non ci paiono avere tutta la precisione
desiderabile; ma riteniamo comunque interessante riprodurre vari brani di
questo studio.
«... Se c’è un movimento essenziale, esso è quello che ha fatto dell’uomo
un essere verticale, dalla stabilità volontaria, un essere i cui slanci ideali,
le cui preghiere, i cui sentimenti più elevati e più puri salgono come incenso
verso il cielo. Di quest’essere, l’Essere supremo fece un tempio nel Tempio e
per questo lo dotò di un cuore, cioè di un punto d’appoggio immutabile,
di un centro di movimento tale da rendere l’uomo degno delle sue origini,
simile alla sua Causa prima. Contemporaneamente, l’uomo fu provvisto, è vero,
di un cervello; ma questo cervello, la cui innervazione è propria
dell’intero regno animale, si trova de facto soggetto a un ordine di
movimento secondario (in rapporto al movimento iniziale). Il cervello,
strumento del pensiero racchiuso nel mondo e trasformatore a uso dell’uomo e
del mondo di questo pensiero latente, fa sì che quest’ultimo possa
attuarsi per suo tramite. Ma solo il cuore, grazie a una aspirazione e una
espirazione segrete, permette all’uomo di essere pensiero vivente,
rimanendo unito al suo Dio. Così, grazie a questa pulsazione regale, l’uomo
conserva la sua parola di divinità e opera sotto l’egida del suo Creatore,
rispettoso della sua Legge, felice di una felicità che solo lui, uomo, può
negarsi abbandonando la via segreta che conduce dal suo cuore al Cuore
universale, al Cuore divino... Ricaduto al livello dell’animalità, per quanto
abbia il diritto di chiamarla superiore, l’uomo può fare uso ormai solo del
cervello e dei suoi annessi. Facendo questo, egli vive delle sue sole
possibilità trasformatrici; vive del pensiero latente diffuso nel mondo; ma non
è più in suo potere di essere pensiero vivente. Tuttavia le religioni, i santi,
i monumenti stessi elevati sotto il segno di un’ordinazione spirituale
scomparsa, parlano all’uomo della sua origine e dei privilegi che a essa si
ricollegano. Per quanto poco egli lo voglia, la sua attenzione rivolta
esclusivamente ai bisogni inerenti al suo stato relativo può esercitarsi a
ristabilire in lui l’equilibrio, a ricuperare la felicità... L’eccesso dei suoi
smarrimenti conduce l’uomo a riconoscerne l’inanità. Senza fiato, eccolo con un
movimento istintivo ripiegarsi su se stesso, rifugiarsi nel proprio cuore, e
timidamente cercare di
Cuore e cervello 361
scendere nella sua cripta silenziosa. Qui i vani rumori del mondo tacciono.
Se ne rimangono, vorrà dire che la muta profondità non è ancora raggiunta, la
soglia augusta non è ancora varcata... Il mondo e l’uomo sono uno. E il
Cuore dell’uomo, il Cuore del Mondo sono un solo Cuore».
I nostri lettori non stenteranno a ritrovare qui l’idea del cuore come
centro dell’essere, idea che, come abbiamo spiegato (e vi ritorneremo ancora),
è comune a tutte le tradizioni antiche, derivate da quella tradizione
primordiale le cui vestigia si riscontrano ancora dovunque per chi le sappia
vedere. Vi ritroveranno anche l’idea della caduta che scaglia l’uomo lontano
dal suo centro originale e interrompe la sua comunicazione diretta con il
“Cuore del Mondo”, che era stabilita in modo normale e permanente nello stato
edenico.1 Vi ritroveranno infine, per quanto concerne il ruolo
centrale del cuore, l’indicazione del doppio movimento centripeto e centrifugo,
paragonabile alle due fasi della respirazione;2 è vero che, nel
passo che stiamo per citare ora, la dualità di questi movimenti è riferita a
quella del cuore e del cervello, il che sembra a prima vista introdurre una
certa confusione, per quanto anche questo si possa sostenere quando ci si pone
da un punto di vista un po’ diverso, in cui cuore e cervello vengono in certo
modo a costituire due poli nell’essere umano.
«Nell’uomo la forza centrifuga ha come organo il Cervello, la forza
centripeta il Cuore. Il Cuore, sede e conservatore del movimento
iniziale, è rappresentato nell’organismo corporeo dal movimento di diastole e
sistole che riporta continuamente al suo propulsore il sangue generatore di
vita fisica e di qui lo rimanda a irrigare il suo campo d’azione. Ma il Cuore è
altro ancora. Come il sole che, pur spandendo effluvi di vita, custodisce il
segreto della sua regalità mistica, il Cuore ricopre alcune funzioni sottili
non discernibili da parte di chi non si sia chinato sulla vita profonda e non
abbia concentrato l’attenzione sul regno interiore di cui è il Tabernacolo...
Il Cuore è, a nostro modo di vedere, la sede e il conservatore della vita
cosmica. Lo sapevano le religioni che hanno fatto del Cuore il simbolo sacro, e
i costruttori di cattedrali che hanno eretto il luogo santo nel cuore del
Tempio. Lo sapevano anche coloro che, nelle tradizioni più antiche, nei riti
più segreti, facevano astrazione dall’intelligenza discorsiva imponendo il
silenzio al proprio cervello per entrare nel Santuario ed elevarvisi oltre il
proprio essere relativo sino all’Essere dell’essere. Questo parallelismo del
Tempio e del Cuore ci riconduce al duplice modo di movimento che da una parte
(modo
1. Si veda Le
Sacré-Cœur et la légende du Saint Graal [qui sopra, come cap. 3].
2. Si veda L’idée du
Centre dans les traditions antiques [qui sopra, come cap. 8].
362 Simboli della Scienza
sacra
verticale) eleva l’uomo oltre se stesso e lo libera dal processo proprio
alla manifestazione e dall’altra (modo orizzontale o circolare) lo rende
partecipe di questa manifestazione nella sua interezza».
Il paragone fra Cuore e Tempio, cui qui si allude, noi l’abbiamo trovato in
particolar modo nella Cabala ebraica,3 e, come indicavamo in
precedenza, a esso si possono ricollegare le espressioni di certi teologi
medioevali che assimilano il Cuore di Cristo al Tabernacolo o all’arca
dell’Alleanza.4 D’altra parte, per quanto riguarda la considerazione
del movimento verticale e orizzontale, essa si riferisce a un aspetto del
simbolismo della croce, specialmente sviluppato in certe scuole esoteriche
musulmane, e di cui forse un giorno parleremo; proprio di questo simbolismo
infatti si parla nel seguito dello stesso studio, e noi ne stralceremo
un’ultima citazione, il cui inizio potrà essere accostato a quanto abbiamo
detto, a proposito dei simboli del centro, sulla croce nel cerchio e sullo swastika.5
«La Croce è il segno cosmico per eccellenza. Per quanto è possibile
risalire indietro nei tempi, la Croce rappresenta ciò che unisce nel loro
duplice significato il verticale e l’orizzontale; essa rende partecipe di un
solo centro, di un solo generatore il movimento che è loro proprio... Come non
riconoscere il senso metafisico di un segno suscettibile di rispondere in modo
così completo alla natura delle cose? Per il fatto di essere diventata il
simbolo quasi esclusivo della divina crocifissione, la Croce non ha fatto che
accentuare il suo significato sacro. Infatti, se fin dalle origini questo segno
stava a rappresentare i rapporti del mondo e dell’uomo con Dio, diventava
impossibile non identificare la Redenzione con la Croce, non inchiodare sulla
Croce l’Uomo il cui Cuore rappresenta al massimo grado il divino in un mondo
dimentico di tale mistero. Se facessimo qui dell’esegesi, sarebbe facile
mostrare fino a che punto i Vangeli e il loro simbolismo profondo siano a tale
riguardo significativi. Cristo è più di un fatto, del grande Fatto di duemila
anni fa. La sua figura è di tutti i secoli. Essa sorge dalla tomba in cui
discende l’uomo relativo, per risuscitare incorruttibile nell’Uomo divino,
nell’Uomo riscattato dal Cuore universale che batte nel cuore dell’Uomo, e il
cui sangue è sparso per la salvezza dell’uomo e del mondo».
L’ultima osservazione, per quanto espressa in termini un po’ oscuri, si
accorda in fondo con quel che abbiamo detto sul valore simbolico che
possiedono, oltre alla loro propria realtà (e beninteso
3. Le Cœur du Monde
dans la Kabbale hébraïque.
4. À propos des signes
corporatifs et de leur sens original.
5. L’idée du Centre
dans les traditions antiques.
Cuore e cervello 363
senza che quest’ultima ne sia assolutamente intaccata), i fatti storici, e
soprattutto i fatti della storia sacra;6 ma non è su queste
considerazioni che ci proponiamo ora di insistere. Vogliamo invece ritornare,
approfittando dell’occasione che ci viene offerta, sul problema dei rapporti
fra il cuore e il cervello, o fra le facoltà rappresentate da questi due organi;
abbiamo già dato alcune indicazioni su questo argomento,7 ma non
crediamo inutile apportarvi nuovi sviluppi.
Abbiamo visto poco fa come si possano in un certo senso considerare il
cuore e il cervello come due poli, cioè come due elementi complementari; questo
punto di vista della complementarità corrisponde effettivamente a una realtà in
un certo ordine, a un certo livello, se così possiamo dire; è anche meno
esteriore e meno superficiale del punto di vista dell’opposizione pura e
semplice, che pure racchiude anch’esso una parte di verità, ma solo quando ci
si limita alle più immediate apparenze. Prendendo in considerazione il
carattere complementare del cuore e del cervello, la loro opposizione risulta
già conciliata e risolta, almeno fino a un certo punto, dal momento che i due
termini si equilibrano in certa maniera l’uno con l’altro. Tuttavia questo
punto di vista è ancora insufficiente per il fatto stesso che lascia malgrado
tutto sussistere una dualità: dire che ci sono nell’uomo due poli o due centri,
fra i quali d’altronde può esserci antagonismo o armonia a seconda dei casi, è
vero quando lo si considera in un certo stato; ma non si tratta forse di uno
stato che si potrebbe dire “decentrato” o “disunito” e che, in quanto tale,
caratterizza propriamente solo l’uomo decaduto, quindi separato dal suo centro
originale, come ricordavamo sopra? Nel momento stesso della caduta Adamo
diventa «conoscitore del bene e del male» (Genesi, III, 22), cioè
incomincia a considerare tutte le cose sotto l’aspetto della dualità; la natura
duale dell’“Albero della Scienza” gli appare quand’egli si trova scacciato dal
luogo dell’unità prima, alla quale corrisponde l’“Albero della Vita”.8
Comunque sia, quel che è certo è che, se la dualità esiste davvero
nell’essere, ciò può valere solo da un punto di vista contingente e relativo;
se ci si pone da un altro punto di vista, più profondo e più essenziale, o se
si considera l’essere nello stato che corrisponde a quest’ultimo, l’unità di
tale essere deve trovarsi
6. Les Arbres du
Paradis, in «Regnabit», marzo 1926, p. 295.
7. Le cœur rayonnant et
le cœur enflammé, in «Regnabit», marzo 1926 [qui sopra, come cap. 69].
8. Si veda Les Arbres
du Paradis. Da certi paralleli che si possono stabilire fra il simbolismo
biblico e apocalittico e il simbolismo indù, risulta assai chiaramente che
l’essenza dell’“Albero della Vita” è propriamente l’“Indivisibile” (in
sanscrito Âditi); ma questo ci allontanerebbe troppo dal nostro tema.
364 Simboli della Scienza
sacra
ristabilita.9 Allora il rapporto fra i due elementi che dapprima
erano apparsi opposti, poi complementari, diventa diverso: è un rapporto non
più di correlazione o di coordinazione, ma di subordinazione. I due termini di
questo rapporto, infatti, non possono più essere posti su uno stesso piano,
come se fra di loro vi fosse una sorta di equivalenza; al contrario, l’uno
dipende dall’altro come se trovasse in esso il suo principio; e questo è
proprio il caso di ciò che rappresentano rispettivamente il cervello e il
cuore.
Per rendere comprensibile questo concetto, ritorneremo al simbolismo che
abbiamo già indicato,10 secondo il quale il cuore viene assimilato
al sole e il cervello alla luna. Ora il sole e la luna, o piuttosto i principi
cosmici rappresentati da questi due astri, sono spesso raffigurati come
complementari, e da un certo punto di vista lo sono effettivamente; si
stabilisce quindi fra di loro una specie di parallelismo o di simmetria, di cui
sarebbe facile trovare esempi in tutte le tradizioni. È così che l’ermetismo fa
del sole e della luna (o dei loro equivalenti alchemici, l’oro e l’argento)
l’immagine dei due principi, attivo e passivo, o maschile e femminile secondo
un altro modo espressivo, che sono in effetti i due termini di un vero
complementarismo.11 D’altronde, se si considerano le apparenze del
nostro mondo, come è legittimo fare, il sole e la luna hanno effettivamente
ruoli paragonabili e simmetrici, essendo secondo l’espressione biblica «i due
grandi luminari uno dei quali presiede al giorno e l’altro alla notte» (Genesi,
I, 16); e certe lingue estremo-orientali (cinese, annamita, malese) li
designano con termini ugualmente simmetrici, che significano “occhio del
giorno” e “occhio della notte”. Però, se si va oltre le apparenze, non è più
possibile mantenere questa specie di equivalenza, poiché il sole è di per sé
una sorgente di luce, mentre la luna non fa che riflettere la luce che riceve
dal sole.12 La luce lunare è in realtà solo un riflesso
9. Ci si può ricordare qui
dell’adagio scolastico: Esse et unum convertuntur.
10. Le cœur rayonnant
et le cœur enflammé.
11. Bisogna notare
d’altronde che sotto un certo profilo ciascun termine può a sua volta
polarizzarsi in attivo e passivo, donde le raffigurazioni del sole e della luna
come androgini; è così che Janus, in uno dei suoi aspetti, è Lunus-Luna,
come abbiamo segnalato in precedenza. Si può capire da considerazioni analoghe
come la forza centrifuga e la forza centripeta siano, da un certo punto di
vista, riferite rispettivamente al cervello e al cuore, e come, da un altro
punto di vista, lo siano entrambe al cuore, in quanto corrispondenti a due fasi
complementari della sua funzione centrale.
12. Ciò potrebbe essere
generalizzato: la “ricettività” caratterizza dappertutto e sempre il principio
passivo, di modo che non c’è una vera equivalenza fra quest’ultimo e il
principio attivo, per quanto, in un certo senso, siano necessari l’uno all’altro,
essendo l’uno attivo e l’altro passivo solo nella loro relazione reciproca.
Cuore e cervello 365
della luce solare; quindi si potrebbe dire che la luna, in quanto
“luminare”, esiste soltanto grazie al sole.
Ciò che è vero per il sole e la luna lo è anche per il cuore e il cervello,
o, per dir meglio, per le facoltà cui corrispondono questi due organi e che
sono da essi simboleggiate, cioè l’intelligenza intuitiva e l’intelligenza
discorsiva o razionale. Il cervello, in quanto organo o strumento di
quest’ultima, svolge in verità solo una funzione di “trasmettitore” e, se
vogliamo, di “trasformatore”; non è senza motivo che la parola “riflessione” è
applicata al pensiero razionale, per mezzo del quale le cose sono viste come in
uno specchio, quasi per speculum, come dice san Paolo. E non è
neppure senza motivo che una medesima radice man o men è servita
a formare in varie lingue numerose parole che designano da una parte la luna
(greco mênê, inglese moon, tedesco Mond),13 e
dall’altra la facoltà razionale o la “mente” (sanscrito manas, latino mens,
inglese mind),14 e quindi anche l’uomo considerato in special
modo nella sua natura razionale mediante la quale lo si definisce
specificamente (sanscrito mânava, inglese man, tedesco Mann
e Mensch).15 La ragione, infatti, che è solo una facoltà di
conoscenza mediata, è la modalità propriamente umana dell’intelligenza;
l’intuizione intellettuale può essere definita sopra-umana perché è una
partecipazione diretta all’intelligenza universale, che, risiedendo nel cuore,
cioè proprio al centro dell’essere dove è il suo punto di contatto con il
Divino, penetra quest’essere nell’interno e lo illumina con il suo
irradiamento.
La luce è il simbolo più comune della conoscenza; è dunque naturale
rappresentare mediante la luce solare la conoscenza diretta, cioè intuitiva,
che è quella dell’intelletto puro, e mediante la luce lunare la conoscenza
riflessa, cioè discorsiva, che è quella della ragione. Come la luna può emanare
luce solo se è a sua volta illuminata dal sole, così la ragione può funzionare
validamente nell’ordine di realtà che le è proprio soltanto sotto la
13. Di qui anche il nome
del mese (latino mensis, inglese month, tedesco Monat) che
è propriamente la “lunazione”. Alla stessa radice si ricollegano pure l’idea di
misura (latino mensura) e quella di divisione o di ripartizione; ma la
cosa ci porterebbe troppo lontano.
14. La memoria si trova
anch’essa designata da parole similari (greco mnêsis, mnêmosyne);
anch’essa è infatti una facoltà “riflettente”, e la luna, in un certo aspetto
del suo simbolismo, è considerata rappresentare la “memoria cosmica”.
15. Di qui viene pure il
nome della Minerva (o Menerva) degli Etruschi e dei Latini; c’è
da notare che l’Athêna dei Greci, che le viene assimilata, si dice sia
scaturita dal cervello di Zeus; essa ha come emblema la civetta, che per
il suo carattere di uccello notturno si riferisce anch’essa al simbolismo
lunare; a questo riguardo, la civetta si contrappone all’aquila, che, potendo
guardare direttamente il sole, rappresenta spesso l’intelligenza intuitiva, o
la contemplazione diretta della luce intelligibile.
366 Simboli della Scienza
sacra
garanzia di principi che la illuminino e la dirigano, e che essa riceve
dall’intelletto superiore. Su questo punto c’è un equivoco che è importante
chiarire: i filosofi moderni16 prendono uno strano abbaglio
parlando, come fanno, di “principi razionali”, come se questi principi fossero
propri della ragione, come se fossero in qualche modo opera sua, mentre, per
governare la ragione è al contrario assolutamente necessario che essi le si
impongano, quindi che vengano da più in alto; è questo un esempio dell’errore
razionalistico, e ci si può così rendere conto della differenza essenziale che
esiste fra il razionalismo e il vero intellettualismo. Basta riflettere un
attimo per capire che un principio, nel vero senso della parola, per il fatto
stesso di non poter essere tratto o dedotto da altro, può essere colto solo in
modo immediato, quindi intuitivamente, e non potrebbe essere oggetto di una
conoscenza discorsiva come quella che caratterizza la ragione; per servirci
della terminologia scolastica, l’intelletto puro è habitus principiorum,
mentre la ragione è soltanto habitus conclusionum.
Dai caratteri fondamentali dell’intelletto e della ragione risulta ancora
un’altra conseguenza: una conoscenza intuitiva, per il fatto di essere
immediata, è necessariamente infallibile;17 al contrario, l’errore
può sempre introdursi in ogni conoscenza indiretta o mediata qual è la
conoscenza razionale; e da questo si vede quanto avesse torto Descartes a voler
attribuire l’infallibilità alla ragione. Aristotele esprime lo stesso concetto in
questi termini:18 «Fra gli abiti dell’intelligenza,19 in
virtù dei quali noi raggiungiamo la verità, ve ne sono alcuni che sono sempre
veri, e altri che possono indurre in errore. Il ragionamento appartiene a
quest’ultimo caso; ma l’intelletto è sempre conforme alla verità e nulla è più
vero dell’intelletto. Ora, siccome i principi sono più notori della
dimostrazione, e ogni scienza è accompagnata da
16. Precisiamo che con
questa espressione intendiamo coloro che rappresentano la mentalità moderna,
quale abbiamo spesso avuto occasione di definire (si veda in particolare la
nostra comunicazione pubblica nel numero del giugno 1926 [qui sopra, come cap.
1]); lo stesso punto di vista della filosofia moderna e il suo speciale modo di
porre i problemi sono incompatibili con la metafisica vera.
17. San Tommaso nota
tuttavia (S. Th., I, q, 58, a. 5 e q. 85, a. 6) che l’intelletto può
errare nella semplice percezione del suo proprio oggetto; ma questo errore non
si produce che per accidens, a causa di un’affermazione di ordine
discorsivo che è intervenuta; in questo caso dunque non si tratta più, a dire
il vero, dell’intelletto puro. È chiaro d’altronde che l’infallibilità non si
applica che alla sola comprensione delle verità intuitive, e non alla loro
formulazione o alla loro traduzione in modo discorsivo.
18. Ultimi Analitici.
19. Si rende di solito con
“abito” la parola greca exis, quasi intraducibile in italiano, e che
corrisponde più esattamente al latino habitus, che significa insieme
natura, disposizione, stato, modo di essere.
Cuore e cervello 367
ragionamento, la conoscenza dei principi non è una scienza (ma un modo di
conoscenza superiore alla conoscenza scientifica o razionale, che costituisce
propriamente la conoscenza metafisica). D’altronde solo l’intelletto è più vero
della scienza (o della ragione che edifica la scienza); dunque i principi
dipendono dall’intelletto». E per affermare meglio il carattere intuitivo
dell’intelletto Aristotele aggiunge: «I principi non si dimostrano, ma se ne
percepisce direttamente la verità».20
Questa percezione diretta della verità, questa intuizione intellettuale e
sopra-razionale di cui i moderni sembrano aver perduto fin la semplice nozione,
è veramente la “conoscenza del cuore” secondo un’espressione che di frequente
si trova nelle dottrine orientali. Tale conoscenza è del resto qualcosa di
incomunicabile in sé; bisogna averla “realizzata”, almeno in una certa misura,
per sapere che cos’è realmente; e tutto ciò che se ne può dire ne fornisce solo
un’idea più o meno approssimativa, sempre inadeguata. Soprattutto, sarebbe un
errore credere che si possa effettivamente comprendere quale sia il genere di
conoscenza di cui parliamo quando ci si accontenta di esaminarla
“filosoficamente”, cioè dal di fuori, perché non bisogna mai dimenticare che la
filosofia non è che una conoscenza puramente umana o razionale, come lo è ogni
“sapere profano”. Al contrario, sulla conoscenza sopra-razionale si fonda
essenzialmente la “scienza sacra”, nel senso in cui usiamo quest’espressione
nei nostri scritti; e tutto quanto abbiamo detto sull’uso del simbolismo e
dell’insegnamento che vi è contenuto si riferisce ai mezzi che le dottrine
tradizionali mettono a disposizione dell’uomo per permettergli di giungere a
questa conoscenza per eccellenza, di cui ogni altra conoscenza, nella misura in
cui ha anch’essa una qualche realtà, non è che una partecipazione più o meno
lontana, un riflesso più o meno indiretto, così come la luce della luna è solo
un pallido riflesso di quella del sole. La “conoscenza del cuore” è la percezione
diretta della luce intelligibile, di quella Luce del Verbo di cui parla san
Giovanni all’inizio del suo Vangelo, Luce irradiata dal “Sole spirituale “che è
il vero Cuore del Mondo”.
20. Ricordiamo anche
alcune definizioni di san Tommaso d’Aquino: «Ratio discursum quemdam
designat, quo ex uno in aliud cognoscendum anima humana pervenit; intellectus
vero simplicem et absolutam cognitionem (sine aliquo motu vel discursu, statim
in prima et subita acceptione) designare videtur» (De Veritate, q. XV,
a. 1).
71. L’emblema del Sacro Cuore in
una società segreta americana
È noto che l’America del Nord è la terra d’elezione delle società. segrete
e semi-segrete, che vi pullulano in abbondanza al pari delle sette religiose o
pseudo-religiose di ogni genere, le quali vi assumono del resto anch’esse
abbastanza spesso questa forma. In questo bisogno di mistero, le cui
manifestazioni sono spesso ben strane, si deve forse vedere una specie di
contrappeso all’eccessivo sviluppo dello spirito pratico, che, d’altra parte, è
considerato generalmente, e giustamente, una delle principali caratteristiche
della mentalità americana? Da parte nostra pensiamo di sì, e vediamo
effettivamente in questi due estremi, così singolarmente associati, due
prodotti di un solo e identico squilibrio, che ha raggiunto in questo paese il
suo punto più alto, ma che attualmente minaccia, occorre pur dirlo, di
estendersi a tutto il mondo occidentale.
Fatta questa osservazione generale, si deve riconoscere che fra le
molteplici società segrete americane ci sarebbero parecchie distinzioni da
fare; sarebbe un grave errore immaginarsi che tutte abbiano lo stesso carattere
e tendano a un medesimo fine. Ve ne sono alcune che si dichiarano
specificamente cattoliche, come i “Cavalieri di Colombo”; ce ne sono di
ebraiche, ma soprattutto ce ne sono di protestanti; e anche in quelle neutre
dal punto di vista religioso l’influenza del protestantesimo è spesso preponderante.
È una ragione per stare in guardia: la propaganda protestante è assai
insinuante e assume tutte le forme per adattarsi ai vari ambienti in cui vuol
penetrare; non c’è dunque niente di strano se essa si esercita in maniera più o
meno dissimulata, sotto la maschera di associazioni come quelle in questione.
Conviene anche dire che alcune di tali associazioni hanno un carattere di
scarsa serietà, anzi sono abbastanza puerili; i loro pretesi segreti sono
perfettamente inesistenti, e non hanno altra ragione d’essere che quella di
eccitare la curiosità e di fare proseliti; il solo pericolo che rappresentano
le società di questo tipo è insomma che esse sfruttano e sviluppano quello
squilibrio mentale cui abbiamo accennato poco fa. Così si vedono semplici
società di mutuo soccorso far uso di un rituale sedicente simbolico, più o meno
imitato da forme massoniche, ma eminentemente fantasioso, e che tradisce
l’ignoranza completa dei loro autori in materia dei più elementari dati del
vero simbolismo.
Accanto a queste associazioni semplicemente “fraterne”, come dicono gli
Americani, e che sembrano essere le più largamente
L’emblema del Sacro Cuore in una
società segreta americana 369
diffuse, ve ne sono altre che hanno pretese iniziatiche o esoteriche, ma
non meritano per lo più di essere prese maggiormente sul serio, pur essendo
forse più pericolose per queste medesime pretese, capaci di ingannare e di
sviare gli spiriti ingenui o male informati. Il titolo di “Rosacroce”, per
esempio, sembra esercitare una seduzione del tutto particolare ed è stato
assunto da un buon numero di organizzazioni i cui capi non hanno neppure la più
piccola nozione di quel che furono un tempo i veri Rosacroce; e che dire dei
raggruppamenti con etichette orientali, o di quelli che pretendono di
ricollegarsi ad antiche tradizioni, e nei quali si trovano esposte in realtà
solo le idee più occidentali e più moderne?
Fra vecchie note riguardanti alcune di queste organizzazioni, ne abbiamo
ritrovata una che ha attratto la nostra attenzione, e che, a causa di una sua
frase, ci è parsa meritare di esser riprodotta qui, per quanto i termini ne
siano ben poco chiari e lascino sussistere un dubbio sul senso preciso che si
debba attribuirle. Ecco, riprodotta esattamente, la nota in questione, che si
riferisce a una società chiamata Order of Chylena, sulla quale però non
possediamo altre informazioni:1 «Quest’ordine fu fondato da Albert
Staley, a Philadelphia (Pennsylvania), nel 1879. Il suo manuale ha come titolo The
Standart United States Guide. L’ordine ha cinque punti di compagnonnage,
derivati dal vero punto E Pluribus Unum (motto degli Stati Uniti). Il
suo stendardo porta le parole Evangel ed Evangeline, inscritte in stelle
a sei punte. La Filosofia della vita universale sembra essere il suo
studio fondamentale, e la parola perduta del Tempio ne è un elemento. Ethiopia,
Lei, è la Fidanzata; Chylena, Lui, è il Redentore. Lo “lo Sono” sembra
essere il [qui un segno formato da due cerchi concentrici]. “Voi vedete il
Sacro Cuore; il contorno vi mostra questo Me [o più esattamente questo “Io”]”,2
dice Chylena».
A prima vista, sembra difficile scoprirvi qualcosa di chiaro o anche di
intelligibile: vi si trovano certo alcune espressioni desunte dal linguaggio
massonico, come i “cinque punti di compagnonnage” e la “parola perduta
del Tempio”; vi si trova anche un simbolo assai noto e di uso molto diffuso,
quello della stella a sei punte o “sigillo di Salomone”, di cui abbiamo già
avuto occasione di parlare;3 vi si riconosce anche l’intenzione di
dare all’organizzazione un carattere propriamente americano;
1. È la traduzione di una
notizia estratta da un opuscolo intitolato Arcane Associations, edito
dalla Societas Rosicruciana d’America (Manchester, N. H., 1905).
2. Il testo inglese dice: You
see this Sacred Heart; the outline shows you that I.
3. Le Chrisme et le
Cœur dans les anciennes marques corporatives.
370 Simboli della Scienza
sacra
ma che cosa può mai significare tutto il resto? Soprattutto, che cosa
significa l’ultima frase, e si deve forse scorgervi l’indizio di una qualche
contraffazione del Sacro Cuore, da unire a quelle sulle quali
Charbonneau-Lassay ha intrattenuto tempo fa i lettori di «Regnabit»?4
Dobbiamo confessare che finora non abbiamo potuto scoprire cosa significhi
il nome di Chylena, né come possa essere impiegato per designare il
“Redentore”, e neppure in quale senso, religioso o no, debba essere intesa
questa parola. Sembra tuttavia che nella frase in cui si tratta della
“Fidanzata” o del “Redentore” ci sia un’allusione biblica, probabilmente
ispirata al Cantico dei Cantici; ed è abbastanza strano che questo
stesso “Redentore”“ ci mostri il Sacro Cuore (è il suo proprio cuore?) come se
fosse veramente Cristo in persona; ma, ancora una volta, perché questo nome di Chylena?
D’altra parte, si può anche chiedersi cosa c’entri il nome di Evangeline,
l’eroina della celebre poesia di Longfellow; ma esso sembra preso come una
forma femminile del nome Evangel di fronte al quale è posto; è forse
l’affermazione di uno “spirito evangelico”, nel senso un pochino speciale in
cui lo intendono le sette protestanti, che fanno sfoggio così volentieri di
tale denominazione? Infine, se il nome di Ethiopia si applica alla razza
negra, il che ne costituisce la più naturale interpretazione,5 forse
bisognerebbe concluderne che la “redenzione” più o meno “evangelica” (cioè
protestante) di quest’ultima è uno degli scopi che si prefiggono i membri
dell’associazione. Se fosse così, il motto E Pluribus Unum potrebbe
logicamente interpretarsi nel senso di un tentativo di accostamento, se, non di
fusione, fra le varie razze che costituiscono la popolazione degli Stati Uniti,
e che il loro naturale antagonismo ha sempre così profondamente diviso; è solo
un’ipotesi, ma almeno non ha niente di inverosimile.
Se si tratta di un’organizzazione di ispirazione protestante, ciò non è una
ragione sufficiente per pensare che il vero significato dell’emblema del Sacro
Cuore vi sia necessariamente distorto; certi protestanti hanno avuto infatti
per il Sacro Cuore una reale e sincera devozione.6 Tuttavia, nel
caso attuale, la mescolanza di idee eteroclite di cui sono testimonianza le
poche righe da noi riprodotte ci induce alla diffidenza; ci chiediamo cosa può
4. Les Représentations
blasphématoires du Cœur de Jésus, agosto-settembre 1924.
5. Il Nigra sum, sed
formosa del Cantico dei Cantici forse giustificherebbe il fatto che
tale appellativo venga applicato alla “Fidanzata”.
6. Abbiamo già citato
l’esempio del cappellano di Cromwell, Thomas Goodwin, che dedicò un libro alla
devozione del Cuore di Gesù (Le Chrisme et le Cœur dans les anciennes
marques corporatives, in «Regnabit», novembre 1925, p. 402, nota 1).
L’emblema del Sacro Cuore in una
società segreta americana 371
essere questa Filosofia della vita universale che sembra avere per
centro il principio dell’«Io Sono» (I Am). Tutto ciò potrebbe
sicuramente intendersi in un senso del tutto legittimo, e anche ricollegarsi in
certo modo alla concezione del cuore come centro dell’essere; ma, date le
tendenze dello spirito moderno, di cui la mentalità americana è l’espressione più
completa, c’è in effetti da temere che esso sia inteso nel senso individuale (o
se si preferisce “individualistico”) e puramente umano. Ecco su cosa vogliamo
attirare l’attenzione concludendo l’esame di questa specie d’enigma.
La tendenza moderna, quale la vediamo affermarsi nel protestantesimo, è
anzitutto la tendenza all’individualismo, che si manifesta chiaramente con il
“libero esame”, negazione di ogni autorità spirituale legittima e tradizionale.
Questo stesso individualismo, dal punto di vista filosofico, si afferma anche
nel razionalismo, che è la negazione di ogni facoltà conoscitiva superiore alla
ragione, cioè alla modalità individuale e puramente umana dell’intelligenza; e
tale razionalismo è più o meno direttamente derivato in tutte le sue forme dal
cartesianismo, al quale ci fa pensare naturalmente quell’«Io Sono», che prende
il soggetto pensante, e niente più, come unico punto di partenza di ogni
realtà. L’individualismo, così inteso nell’ordine intellettuale, ha come
conseguenza pressoché inevitabile quella che si potrebbe chiamare una
“umanizzazione” della religione che finisce col degenerare in “religiosità”,
cioè con l’essere ormai solo una semplice faccenda di sentimento, un insieme di
aspirazioni vaghe e senza oggetto definito; il sentimentalismo è del resto per
così dire complementare al razionalismo.7 Anche senza parlare di
concezioni come quella dell’“esperienza religiosa” di William James si
troverebbero facilmente esempi di questa deviazione più o meno accentuata nella
maggior parte delle molteplici varietà del protestantesimo, e soprattutto del protestantesimo
anglosassone, in cui il dogma in certo modo si dissolve e svanisce per lasciar
sussistere solo quel “moralismo” umanitario le cui manifestazioni più o meno
chiassose sono uno dei tratti caratteristici della nostra epoca. Da questo
“moralismo” che è il logico risultato del protestantesimo al “moralismo”
puramente laico e “areligioso” (per non dire antireligioso), c’è solo un passo,
e taluni lo compiono abbastanza agevolmente; si tratta insomma di gradi diversi
nello sviluppo di una stessa tendenza.
In queste condizioni, non c’è da meravigliarsi che a volte si faccia uso di
una fraseologia e di un simbolismo le cui origini
7. Si veda Le cœur
rayonnant et le cœur enflammé [qui sopra, come cap. 69].
372 Simboli della Scienza
sacra
sono propriamente religiose, ma che si trovano spogliati di tale carattere
e sviati dal loro significato primo, e possono facilmente ingannare coloro che
non sono consci di questa deformazione; che quest’inganno sia intenzionale o
no, il risultato è lo stesso. Così si è contraffatta la figura del Sacro Cuore
per rappresentare il “Cuore dell’Umanità” (intesa poi in senso esclusivamente
collettivo e sociale), come ha segnalato Charbonneau-Lassay nell’articolo cui
alludevamo sopra, e nel quale egli citava a tale proposito un testo in cui si
parla «del Cuore di Maria che simboleggia il cuore materno della Patria umana,
cuore femminile, e del Cuore di Gesù che simboleggia il cuore paterno
dell’Umanità, cuore maschile; cuore dell’uomo, cuore della donna, entrambi
divini nel loro principio spirituale e naturale».8 Non sappiamo
esattamente perché questo testo ci sia tornato invincibilmente alla memoria in
presenza del documento relativo alla società segreta americana di cui s’è
appena parlato; senza poter essere assolutamente affermativi in proposito,
abbiamo l’impressione di trovarci dinanzi a qualche cosa dello stesso genere.
Comunque sia, questo camuffamento del Sacro Cuore in “Cuore dell’Umanità”
costituisce, propriamente parlando, una forma di “naturalismo”, che rischia di
degenerare presto in una grossolana idolatria; la “religione dell’Umanità” non
è nell’epoca contemporanea monopolio esclusivo di Auguste Comte e di alcuni
suoi discepoli positivisti, cui bisogna almeno riconoscere il merito di avere
espresso francamente quello che altri occultano in formule perfidamente
equivoche. Abbiamo già, notato le deviazioni che taluni ai giorni nostri fanno
subire correntemente alla parola stessa “religione” applicandola a cose
puramente umane;9 questo abuso, spesso inconscio, non potrebbe
essere forse il risultato di un’azione che è invece perfettamente cosciente e
voluta, azione esercitata da coloro, chiunque siano, che sembrano essersi
assunti il compito di deformare sistematicamente la mentalità occidentale
dall’inizio dei tempi moderni? Si è talora tentati di crederlo, soprattutto
quando si vede, a partire dall’ultima guerra, instaurarsi un po’ dovunque una
specie di culto laico e “civico”, una pseudo-religione da cui è assente ogni
idea del Divino; non vogliamo insistere per il momento, ma non siamo i soli a
credere che si tratti di un sintomo inquietante. Per concludere, questa volta
diremo che tutto ciò si ricollega a una stessa idea centrale, che è la
divinizzazazione dell’umanità, non nel senso in cui il cristianesimo
8. Citazione da L’Écho
de l’Invisible (1917), in Les Représentations blasphématoires du Cœur de
Jésus, in «Regnabit», agosto-settembre 1924, pp. 192-193.
9. Si veda la nostra
comunicazione su La réforme de la mentalité moderne [qui sopra, come
cap. 1].
L’emblema del Sacro Cuore in una
società segreta americana 373
permette in una certa misura di prenderla in considerazione, ma nel senso
di una sostituzione dell’umanità a Dio; stando così le cose, è facile capire
come i propagatori di un’idea simile cerchino di impadronirsi dell’emblema del
Sacro Cuore, in modo da fare di questa divinizzazione dell’umanità, una parodia
dell’unione delle due nature, la divina e l’umana, nella persona di Cristo.
72. L’Occhio che vede tutto
Uno dei simboli comuni al cristianesimo e alla massoneria è il triangolo
nel quale è inscritto il Tetragramma ebraico,1 o qualche volta
semplicemente uno iod, prima lettera del Tetragramma, che in questo caso
può esserne considerato un’abbreviazione,2 e che d’altronde, in
virtù del suo significato principiale,3 è esso stesso un nome
divino, anzi il primo di tutti secondo certe tradizioni.4 Talvolta
lo iod stesso è sostituito da un occhio, che viene generalmente
designato come l’“Occhio che vede tutto” (The All-Seeing Eye); la
somiglianza di forma fra lo iod e l’occhio può effettivamente prestarsi
a un’assimilazione, che del resto ha numerosi significati sui quali, senza
pretendere di svilupparli qui interamente, può essere interessante fornire
almeno alcune indicazioni.
Anzitutto, è opportuno osservare che il triangolo in questione occupa
sempre una posizione centrale5 e inoltre, nella massoneria, è
espressamente collocato fra il sole e la luna. Da ciò risulta che l’occhio
contenuto in questo triangolo non dovrebbe essere rappresentato come un occhio
comune, destro o sinistro, poiché sono in realtà il sole e la luna che
corrispondono rispettivamente all’occhio destro e all’occhio sinistro
dell’“Uomo Universale”, quando quest’ultimo s’identifica con il Macrocosmo.6
Perché il simbolismo sia del tutto corretto, quest’occhio dovrebbe essere un
occhio “frontale” o “centrale” cioè un “terzo occhio”, la cui somiglianza con
lo iod colpisce ancor più; ed è effettivamente quel “terzo occhio” che
“vede tutto” nella perfetta
1. Nella massoneria,
questo triangolo è spesso designato con il nome di delta, perché la
lettera greca così chiamata ha effettivamente una forma triangolare; ma non
pensiamo che si debba vedere in questo accostamento una qualsivoglia
indicazione circa le origini del simbolismo in questione; è evidente d’altronde
che il significato di quest’ultimo è essenzialmente ternario, mentre il delta
greco, malgrado la sua forma, corrisponde a 4 nell’ordine alfabetico e per
valore numerico.
2. In ebraico, il
tetragramma è talvolta rappresentato in forma abbreviata anche da tre iod,
che hanno una palese relazione, con il triangolo stesso; quando sono disposti a
triangolo, essi corrispondono chiaramente ai tre punti del compagnonnage
e della massoneria.
3. Lo iod è
considerato l’elemento primo a partire dal quale sono formate tutte le lettere
dell’alfabeto ebraico.
4. Si veda in proposito La
Grande Triade, cap. XXV.
5. Nelle chiese cristiane
dove figura, questo triangolo è posto normalmente sopra l’altare; siccome poi
quest’ultimo è sormontato dalla croce, l’insieme della croce e del triangolo
riproduce abbastanza curiosamente il simbolo alchemico dello zolfo.
6. Si veda L’Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cap. XII. A questo proposito, e più
particolarmente nei riguardi del simbolismo massonico, è bene notare che gli
occhi sono propriamente le “luci” che illuminano il microcosmo.
L’Occhio che vede tutto 375
simultaneità dell’eterno presente.7 A tale riguardo, esiste
quindi nelle raffigurazioni comuni un’inesattezza, che vi introduce
un’asimmetria ingiustificabile, e che probabilmente è dovuta al fatto che la
rappresentazione del “terzo occhio” sembra piuttosto inusitata nell’iconografia
occidentale; ma chiunque capisca bene questo simbolismo può facilmente
rettificarla.
Il triangolo diritto si riferisce propriamente al Principio; ma, quando è
rovesciato per riflesso nella manifestazione, lo sguardo dell’occhio che
contiene appare in certo modo diretto “verso il basso”, cioè dal Principio
verso la manifestazione stessa, e, oltre al suo senso generale di
“onnipresenza”, esso allora assume più chiaramente il significato particolare
di “Provvidenza”. D’altra parte, se tale riflesso viene considerato più
particolarmente nell’essere umano, si deve notare che la forma del triangolo
rovesciato non è altro che lo schema geometrico del cuore;9 l’occhio
che si trova al suo centro è allora propriamente l’“occhio del cuore” (l’aynul-qalb
dell’esoterismo islamico), con tutti i significati in ciò impliciti. Conviene
inoltre aggiungere che è proprio lì che, secondo un’altra nota espressione, il
cuore è “aperto” (el-qalbul-maftûh); quest’apertura, occhio o iod,
può essere raffigurata simbolicamente come una “ferita”, e ricorderemo a tale
proposito il cuore raggiante di Saint-Denis d’Orques, di cui abbiamo già
parlato in precedenza,10 e una delle particolarità più notevoli del
quale è precisamente il fatto che la ferita, o ciò che esteriormente sembra
tale, assume visibilmente la forma di uno iod.
Non è ancora tutto: nello stesso tempo in cui raffigura l’“occhio del
cuore” come abbiamo appena detto, lo iod, secondo un altro suo
significato geroglifico, rappresenta anche un “germe” contenuto nel cuore, che
viene così assimilato simbolicamente a un frutto; e questo può d’altronde
essere inteso sia in senso macrocosmico sia in senso microcosmico.11
Nella sua applicazione all’essere umano, quest’ultima osservazione è da
accostare ai rapporti
7. Dal punto di vista del
“triplice tempo”, la luna e l’occhio sinistro corrispondono al passato, il sole
e l’occhio destro al futuro, e il “terzo occhio” al presente, cioè
all’“istante” indivisibile che, fra il passato e il futuro, è come un riflesso
dell’eternità nel tempo.
8. Si può fare un
accostamento fra questo e il significato del nome di Avalokitêshwara,
interpretato di solito come “il Signore che guarda in basso”.
9. In arabo, il cuore è qalb,
e “rovesciato” si dice maqlûb, parola che è un derivato della stessa
radice.
10. Si veda Le cœur
rayonnant et le cœur enflammé [qui sopra, come cap. 69].
11. Si veda Aperçus sur
l’Initiation, cap. XLVIII. Dal punto di vista macrocosmico, l’assimilazione
di cui si parla è equivalente a quella del cuore con l’“Uovo del Mondo”; nella
tradizione indù, il “germe” contenuto in esso è Hiranyagarbha.
376 Simboli della Scienza
sacra
del “terzo occhio” con il luz,12 di cui l’“occhio
frontale” e l’“occhio del cuore” rappresentano in definitiva due
“localizzazioni” diverse, e che è anche il “nocciolo” o il “germe
d’immortalità”.13 Inoltre, è sotto certi aspetti significativo che
l’espressione araba aynul-khuld presenti il duplice senso di “occhio
d’immortalità” e di “fonte d’immortalità”; questo ci riconduce all’idea di
“ferita” di cui parlavamo sopra, poiché nel simbolismo cristiano il doppio
getto di sangue e d’acqua che esce dall’apertura del cuore di Cristo14
si riferisce anch’esso alla “fonte d’immortalità”. Proprio questo “liquore
d’immortalità”, secondo la leggenda, fu raccolto nel Graal da Giuseppe
d’Arimatea; e infine ricorderemo a tale proposito che anche la coppa è un
equivalente simbolico del cuore,15 e che, esattamente come
quest’ultimo, essa è anche uno dei simboli tradizionalmente schematizzati nella
forma del triangolo rovesciato.
12. Le Roi du Monde,
cap. VII.
13. A proposito dei
simboli che hanno attinenza con il luz, faremo notare che la forma della
“mandorla” (che è anche il significato della parola luz) o vesica
Piscis del Medioevo (cfr. La Grande Triade, cap. II) evoca pure
quella del “terzo occhio”; la figura del Cristo glorioso, nel suo interno, pare
così identificarsi con il “Purusha nell’occhio” della tradizione indù;
l’espressione insânul-ayn, usata in arabo per designare la pupilla, si
riferisce anch’essa allo stesso simbolismo.
14. Il sangue e l’acqua
sono qui due complementari; si potrebbe dire, usando il linguaggio della
tradizione estremo-orientale, che il sangue è yang e l’acqua yin,
l’uno in rapporto all’altra (sulla natura ignea del sangue, cfr. L’Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cap. XIII).
15. Inoltre, la leggenda
dello smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero mette anche il Graal in
relazione diretta con il “terzo occhio” (cfr. Le Roi du Monde, cap. V).
Sulla “pietra caduta dai cieli”, si veda ugualmente Lapsit exillis [qui
sopra, come cap. 44].
73. Il granello di senape 1
A proposito del simbolismo della lettera ebraica iod raffigurata
all’interno del cuore2 abbiamo segnalato che nel cuore raggiante del
marmo astronomico di Saint-Denis d’Orques la ferita ha la forma di uno iod,
e questa somiglianza è troppo evidente e troppo significativa per non essere
intenzionale; d’altra parte, in una stampa disegnata e incisa da Callot per una
tesi sostenuta nel 1625, si vede il cuore di Cristo che contiene tre iod.
Che questa lettera, la prima del Nome tetragrammatico e quella a partire dalla
quale sono formate tutte le altre lettere dell’alfabeto ebraico, sia sola a
rappresentare l’Unità divina,3 o venga ripetuta tre volte con un
significato “trinitario”,4 essa comunque è sempre essenzialmente
l’immagine del Principio. Lo iod nel cuore è dunque il Principio che
risiede nel centro, sia, dal punto di vista macrocosmico, nel “Centro del
Mondo” che è il “Palazzo Santo” della Cabala,5 sia anche, dal punto
di vista microcosmico, e almeno virtualmente, nel centro di ogni essere, che è
sempre simboleggiato dal cuore nelle varie dottrine tradizionali,6
ed è il punto più interno, il punto di contatto con il Divino. Secondo la
Cabala la Shekinah o “Presenza divina”, identificata con la “Luce del
Messia”,7 abita (shakan) al tempo stesso nel tabernacolo,
chiamato per questa ragione mishkan, e nel cuore dei fedeli;8
ed esiste uno strettissimo rapporto fra questa dottrina e il significato del
nome Emmanuel, applicato al Messia e interpretato come “Dio in noi”. Ma
ci sono ancora al riguardo molte altre considerazioni da sviluppare,
soprattutto partendo
1. Questo articolo, che
era stato scritto tempo fa per la rivista «Regnabit», ma che non poté esservi
pubblicato perché l’ostilità di certi ambienti “neo-scolastici” ci obbligò
allora a sospendere la nostra collaborazione, si pone in special modo nella “prospettiva”
della tradizione cristiana, con l’intento di mostrarne il perfetto accordo con
le altre forme della tradizione universale; esso completa le poche indicazioni
da noi fornite sullo stesso argomento ne L’Homme et son devenir selon le
Vêdânta, cap. III. Vi abbiamo apportato solo pochissime modifiche per
precisare ulteriormente alcuni punti, e soprattutto per aggiungere dei
riferimenti alle nostre diverse opere laddove la cosa ci è parsa essere di
qualche utilità per i lettori.
2. Cfr. L’Oeil qui voit
tout [qui sopra, cap. 72].
3. Cfr. La Grande
Triade, pp. 169-171.
4. Questo significato
esiste certamente almeno quando la raffigurazione dei tre iod è dovuta
ad autori cristiani, come nel caso della stampa appena menzionata; in modo più
generale (poiché non si deve dimenticare che i tre iod si incontrano
anche come forma abbreviata del tetragramma nella tradizione giudaica stessa),
essa è in rapporto con il simbolismo universale del triangolo, di cui, d’altra
parte, abbiamo indicato anche la relazione con quello del cuore.
5. Cfr. Le Symbolisme
de la Croix, cap. IV.
6. Cfr. L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cap. III.
7. Cfr. Le Roi du Monde,
cap. III.
8. Cfr. Le Symbolisme
de la Croix, cap. VII. La residenza di Es-Sakinah nel cuore dei
fedeli è affermata anche dalla tradizione islamica.
378 Simboli della Scienza
sacra
dal fatto che lo iod ha il senso di “principio” e nel contempo anche
quello di “germe”: lo iod nel cuore è quindi in certo modo il germe
racchiuso nel frutto; c’è l’indicazione di un’identità, almeno sotto un certo
aspetto, fra il simbolismo del cuore e quello dell’“Uovo del Mondo”, e da ciò
si può anche capire perché il nome di “germoglio” sia applicato al Messia in
vari passi della Bibbia.9 È soprattutto l’idea del germe nel cuore
che deve attirare la nostra attenzione; tanto più in quanto tale idea è in diretta
relazione con il significato profondo di una delle più celebri parabole
evangeliche, quella del grano di senape.
Per capir bene questa relazione, occorre rifarsi in primo luogo alla
dottrina indù, che dà al cuore, in quanto centro dell’essere, il nome di “Città
divina” (Brahma-pura), e applica, cosa assai degna di nota, a questa
“Città divina” espressioni identiche ad alcune di quelle impiegate nell’Apocalisse
per descrivere la “Gerusalemme Celeste”.10 Il Principio divino, in
quanto risiede al centro dell’essere, è spesso designato simbolicamente come
“l’Etere nel cuore” dato che l’elemento primordiale da cui tutti gli altri
procedono è assunto naturalmente per designare il Principio; e questo “Etere” (Âkâsha)
è la stessa cosa dell’Avir ebraico, dal cui mistero scaturisce la luce (Aor),
che realizza l’estensione mediante il suo irradiamento all’esterno,11
«facendo del vuoto (thohû) qualcosa e di ciò che non era ciò che è»,12
mentre, per una concentrazione correlativa a questa espansione luminosa, resta
all’interno del cuore lo iod, cioè «il punto nascosto divenuto
manifestato», uno in tre e tre in uno.13 Ma lasceremo ora da parte
questo punto di vista cosmogonico, per applicarci di preferenza al punto di
vista relativo a un essere particolare, quale l’essere umano, pur avendo la
massima cura di notare che fra questi due punti di vista, macrocosmico e
microcosmico, esiste una corrispondenza in virtù della quale è sempre possibile
una trasposizione dall’uno all’altro.
Nei testi sacri indiani, troviamo queste parole: «Questo Âtmâ (lo
Spirito divino), che risiede nel cuore, è più piccolo di un grano di riso, più
piccolo di un grano d’orzo, più piccolo di un grano di senape, più piccolo di
un grano di miglio, più piccolo
9. Isaia, IV, 2; Geremia,
XXIII, 5; Zaccaria, III, 8, e VI, 12. Cfr. Aperçus sur l’Initiation,
capp. XLVII e XLVIII, e anche il nostro studio già citato su L’Oeil qui voit
tout.
10. Cfr. L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cap. III.
11. Cfr. Le Règne de la
Quantité et les Signes des Temps, cap. III.
12. È il Fiat Lux (Yehi
Aor) della Genesi, prima affermazione del Verbo divino nell’opera
della creazione; vibrazione iniziale che apre la strada allo sviluppo delle
possibilità contenute potenzialmente, allo stato “informe e vuoto” (thohû
va-bohû), nel caos originario (cfr. Aperçus sur l’Initiation, cap.
XLVI).
13. Cfr. Le Symbolisme
de la Croix, cap. IV.
Il granello di senape 379
del germe che è in un grano di miglio; questo Âtmâ che risiede nel
cuore è anche più grande della terra, più grande dell’atmosfera, più grande del
cielo, più grande di tutti i mondi insieme».14 È impossibile non
restare colpiti dalla somiglianza dei termini di questo passo con quelli della
parabola evangelica alla quale facevamo allusione poco fa: «Il Regno dei Cieli
è simile a un granello di senape, che un uomo prende e semina nel proprio campo;
questo granello è la più piccola di tutte le sementi, ma quando è cresciuto è
più grande di tutti gli altri ortaggi, e diventa un albero, in modo che gli
uccelli del cielo vengono a posarsi sui suoi rami».15
A questo accostamento, che sembra imporsi, si potrebbe fare una sola
obiezione: è veramente possibile assimilare all’«Âtmâ che risiede nel
cuore» quello che il Vangelo designa come “Regno dei Cieli” o “Regno di Dio”?
Lo stesso Vangelo fornisce la risposta a questa domanda, risposta nettamente
affermativa; infatti, ai Farisei che chiedevano quando sarebbe venuto il “Regno
di Dio”, intendendolo in un senso esteriore e temporale, Cristo dice queste
parole: «Il Regno di Dio non viene in modo da colpire lo sguardo; non si dirà:
È qui, o: È là; poiché il Regno di Dio è dentro di voi, Regnum Dei intra vos
est».16 L’azione divina si esercita sempre dall’interno,17
e per questo essa non colpisce lo sguardo, volto necessariamente verso le cose
esterne; sempre per questo la dottrina indù dà al Principio l’epiteto di
“ordinatore interno” (antar-yâmî),18 dato che la sua
operazione si compie dall’interno verso l’esterno, dal centro alla
circonferenza, dal non-manifestato alla manifestazione, di modo che il suo
punto di partenza sfugge a tutte le facoltà che appartengono all’ordine
sensibile o che ne procedono più o meno direttamente.19 Il “Regno di
Dio”, come pure la “Casa di Dio” (Beith-El),20 si identifica
naturalmente con il centro, cioè con quel che vi è
14. Chhândogya
Upanishad, 3° Prapâthaka, 14° Khanda, shruti 3.
15. Matteo, XIII,
31-32; cfr. Marco, IV, 30-32; Luca, XIII, 18-19.
16. Luca, XVIII,
21. Ricordiamo a questo proposito il seguente testo taoista (già da noi citato
in modo più completo ne L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, cap.
X): «Non chiedete se il Principio è in questo o in quello. È in tutti gli
esseri. Per questo gli si danno gli epiteti di grande, supremo, intero,
universale, totale... È in tutti gli esseri, per una terminazione di norma (il
punto centrale o l’“invariabile mezzo”) ma non è identico agli esseri, non
essendo né diversificato (nella molteplicità) né limitato» (Tchoang-tseu,
cap. XXII).
17. «Al centro di tutte le
cose, e superiore a tutte, è l’azione produttrice del Principio supremo» (Tchoang-tseu,
cap. IX).
18. Cfr. L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cap. XV.
19. L’azione
“ordinatrice”, che fa uscire il mondo dal caos (è noto che kosmos, in
greco, significa sia “ordine” sia “mondo”), si identifica essenzialmente con la
vibrazione iniziale di cui parlavamo sopra.
20. Cfr. Le Roi du
Monde, cap. IX.
380 Simboli della Scienza
sacra
di più interiore, sia in rapporto all’insieme di tutti gli esseri, sia in
rapporto a ciascuno di essi preso singolarmente.
Detto questo, si vede chiaramente che l’antitesi contenuta nel testo
evangelico, la figura del granello di senape che è «la più piccola di tutte le
sementi», ma che diviene «il più grande di tutti gli ortaggi», corrisponde
esattamente alla duplice gradazione discendente e ascendente che esprime, nel
testo indù, l’idea dell’estrema piccolezza e quella dell’estrema grandezza. Del
resto ci sono nel Vangelo,altri passi in cui il granello di senape è ancora
preso a rappresentare quanto vi è di più piccolo: «Se aveste fede quanto un
granello di senape...»;21 e ciò non manca di ricollegarsi a quanto
precede, poiché la fede, grazie alla quale vengono colte in un certo modo le
cose d’ordine soprasensibile, è di solito riferita al cuore.22 Ma
che cosa significa questa opposizione secondo la quale il «Regno dei Cieli», o
«l’Âtmâ che risiede nel cuore», è insieme quel che c’è di più piccolo e
quel che c’è di più grande? È evidente che ciò va inteso sotto due diversi
aspetti; ma quali sono questi due aspetti? Per capirlo, basta in fondo sapere
che, quando si passa analogicamente dall’inferiore al superiore, dall’esterno
all’interno, dal materiale allo spirituale, una simile analogia, per essere
correttamente applicata, dev’essere intesa in senso inverso: così, come l’immagine
di un oggetto in uno specchio è rovesciata rispetto all’oggetto, ciò che è più
grande o primo nell’ordine principiale è, almeno in apparenza, più piccolo e
ultimo nell’ordine della manifestazione.23 Questa applicazione del
senso inverso è indicata anche da altri detti evangelici, almeno in uno dei
loro significati: «Gli ultimi saranno i primi, e i primi saranno gli ultimi»;24
«Chiunque si esalta sarà umiliato, e chiunque si umilia sarà esaltato»;25
«Colui che si farà umile come un fanciullo, è il primo nel Regno dei Cieli»;26
«Se qualcuno vuol essere il primo, si farà l’ultimo di tutti, e il servo di
tutti»;27 «Colui che fra voi è più piccolo, quello è grande».28
Per limitarci al caso di cui trattiamo qui in particolare, e per rendere la
cosa più facilmente comprensibile, possiamo prendere dei termini di paragone
dall’ordine matematico, servendoci dei due simbolismi geometrico e aritmetico,
fra i quali esiste al riguardo
21. Luca, XVII, 6.
22. Si potrebbe anche
trovarvi più in particolare a questo riguardo un certo rapporto con il
simbolismo dell’“occhio del cuore”.
23. Cfr. L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cap. III.
24. Matteo, XX, 16;
cfr. ibidem., XIX, 30; Marco, X, 31.
25. Luca, XVIII,
14.
26. Matteo, XVIII,
4.
27. Marco, IX, 34.
28. Luca, IX, 48.
Il granello di senape 381
una perfetta concordanza. È così che il punto geometrico è nullo
quantitativamente29 e non occupa alcuno spazio, per quanto sia il
principio dal quale è prodotto l’intero spazio, il quale non è che lo sviluppo
delle sue proprie virtualità, essendo “effettuato” mediante la sua irradiazione
secondo le “sei direzioni”.30 È così anche che l’unità aritmetica è
il più piccolo dei numeri, se la si considera situata nella loro molteplicità,
mentre è il più grande teoricamente, perché li contiene tutti virtualmente e
produce tutta la loro serie con la sola ripetizione indefinita di se stessa. È
così ancora, per tornare al simbolismo di cui si parlava all’inizio, che lo iod
è la più piccola di tutte le lettere dell’alfabeto ebraico, e tuttavia da esso
derivano le forme di tutte le altre lettere.31 A questo duplice
aspetto si ricollega d’altronde il duplice senso geroglifico dello iod,
come “principio” e come “germe”: nel mondo superiore, è il principio, che
contiene tutte le cose; nel mondo inferiore, è il germe, che è contenuto in
tutte le cose; si tratta del punto di vista della trascendenza e di quello
dell’immanenza, conciliati nell’unica sintesi dell’armonia totale.32
Il punto è sia principio che germe degli spazi; l’unità è sia principio che
germe dei numeri; allo stesso modo, il Verbo divino, a seconda che lo si
consideri nel suo eterno sussistere in se stesso o nel suo farsi “Centro del
Mondo”,33 è sia principio che germe di tutti gli esseri.34
Il Principio divino che risiede al centro dell’Essere è rappresentato dalla
dottrina indù come un seme o una semente (dhâtu), come un germoglio (bhija),35
perché è in certo modo solo virtualmente in quest’essere, finché l’“Unione” non
è effettivamente
29. Questa nullità
corrisponde a quello che il taoismo chiama il “nulla di forma”.
30. Sui rapporti fra il
punto e l’estensione, cfr. Le Symbolisme de la Croix, cap. XVI.
31. Donde questa
espressione: «Fino a quando non passeranno il cielo e la terra uno iota
solo (cioè un solo iod) o un solo apice (parte della lettera, forma
elementare assimilata allo iod) della Legge non passerà, fino a che non
sia tutto adempiuto» (Matteo, V, 18).
32. L’identità essenziale
dei due aspetti è rappresentata anche dall’equivalenza numerica dei nomi El
Eliôn, «il Dio Altissimo», ed Emmanuel, «Dio in noi» (cfr. Le Roi
du Monde, cap. VI).
33. Nella tradizione indù,
il primo di questi due aspetti del Verbo è Swayambhû, e il secondo è Hiranyagarbha.
34. Da un altro punto di
vista, questa considerazione del senso inverso potrebbe anche essere applicata
alle due fasi complementari della manifestazione universale: evoluzione e
involuzione, espirazione e aspirazione, espansione e concentrazione, “soluzione”
e “coagulazione” (cfr. La Grande Triade, cap. VI).
35. Si osserverà a questo
proposito l’affinità delle parole latine gramen, grano, e germen,
germoglio. In sanscrito, la parola dhâtu serve anche a designare la
radice verbale, quasi fosse la “semente” il cui. sviluppo dà origine all’intero
linguaggio (cfr. L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, cap. XI).
382 Simboli della Scienza
sacra
realizzata.36 D’altra parte questo stesso essere e l’intera
manifestazione cui appartiene esistono solo grazie al Principio, hanno realtà
solo grazie a una partecipazione alla sua essenza e nella misura stessa di tale
partecipazione. Lo Spirito divino (Âtmâ), essendo il Principio unico di
tutte le cose, supera immensamente ogni esistenza;37 per questo è
detto più grande di ciascuno dei “tre mondi”, terrestre, intermedio e celeste
(i tre termini dei Tribhuvana), che sono i diversi modi della
manifestazione universale, e più grande anche dell’insieme di questi “tre
mondi”, perché è al di là di ogni manifestazione, essendo il Principio
immutabile, eterno, assoluto e incondizionato.38
Nella parabola del granello di senape c’è un altro punto che richiede una
spiegazione in rapporto con quanto precede:39 è detto che il seme,
sviluppandosi, diventa un albero; ora, è noto che l’albero è, in tutte le
tradizioni, uno dei principali simboli dell’“Asse del Mondo”.40
Questo significato si applica qui perfettamente: il seme è il centro; l’albero
che ne esce è l’asse, direttamente originato da tale centro, ed espande
attraverso tutti i mondi i suoi rami, sui quali vengono a posarsi gli “uccelli
del cielo”, che, come in certi testi indù, rappresentano gli stati superiori
dell’essere. Tale asse invariabile è infatti il “supporto divino” di ogni
esistenza; è, come insegnano le dottrine estremo-orientali, la direzione
secondo la quale si esercita l’“Attività del Cielo”, il luogo di manifestazione
della “Volontà del Cielo”.41 Non è forse una delle ragioni per le
quali, nel Pater, subito dopo la richiesta: «Venga il tuo regno» (e qui
si tratta proprio del “Regno di Dio” ) viene questa: «Sia fatta la tua volontà
così in cielo come in terra», espressione dell’unione “assiale” di tutti i
mondi fra di loro e con il Principio divino, della piena
36. Diciamo “virtualmente”
piuttosto che “potenzialmente”, perché non può esserci nulla di potenziale
nell’ordine divino; solo dalla parte dell’essere individuale e in rapporto a
esso si potrebbe parlare qui di potenzialità. La potenzialità peggiore è l’indifferenziazione
assoluta della “materia prima” in senso aristotelico, identica
all’indistinzione del caos primordiale.
37. Prendiamo la parola
“esistenza” nella sua rigorosa accezione etimologica: existere, è ex-stare,
avere il proprio essere da qualcosa di diverso da se stessi, dipendere da un
principio superiore; l’esistenza così intesa è quindi propriamente l’essere
contingente, relativo, condizionato, il modo d’essere di ciò che non ha in sé
la propria ragion sufficiente.
38. I “tre mondi” non sono
menzionati nella parabola del granello di senape, ma sono rappresentati dalle
tre misure di farina nella parabola del lievito, che segue subito dopo (Matteo,
XIII, 33; Luca, XIII, 20-21).
39. Segnaliamo anche che
il “campo” (kshêtra), nella terminologia indù, è la designazione
simbolica dell’ambito nel quale si sviluppano le possibilità di un essere.
40. Cfr. Le Symbolisme
de la Croix, cap. IX.
41. Cfr. Le Symbolisme
de la Croix, cap. XXIII. Useremmo qui volentieri l’espressione di “luogo
metafisico”, per analogia con quella di “luogo geometrico”, che fornisce un
simbolo quanto più esatto possibile di ciò di cui stiamo parlando.
Il granello di senape 383
realizzazione di quella armonia totale cui abbiamo accennato, e che può
compiersi solo se tutti gli esseri fanno convergere le loro aspirazioni in
un’unica direzione, quella dell’asse stesso?42 «Che tutti siano una
sola cosa» dice Cristo «come tu Padre sei in me, e io in te, che anch’essi
siano una sola cosa in noi... Che siano una cosa sola, come noi siamo una cosa
sola, io in loro e tu in me, che siano perfezionati in unità».43
Questa unione perfetta è il vero avvento del “Regno dei Cieli”, venuto dal di dentro
per schiudersi al di fuori, nella pienezza dell’ordine universale, compimento
di ogni manifestazione e restaurazione dell’integrità dello “stato
primordiale”. È la venuta della “Gerusalemme Celeste alla fine dei tempi”:44
«Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini: egli abiterà con loro, ed essi
saranno il suo popolo, e Dio stesso sarà con loro come loro Dio.45
Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e la morte non esisterà più...».46
«Non vi sarà più alcuna maledizione. Il trono di Dio e dell’Agnello sarà nella
città; i suoi servi lo serviranno; essi vedranno il suo volto, e il suo nome
sarà sulle loro fronti.47 Non vi sarà più notte,48 non
avranno bisogno né di lucerna né di luce, perché il Signore Iddio li
illuminerà; ed essi regneranno per i secoli dei secoli».49
42. Va notato che la
parola “concordia” significa letteralmente “unione dei cuori” (cum-cordia);
in tal caso, il cuore è preso per rappresentare principalmente la volontà.
43. Giovanni, XVII,
21-23.
44. Per ricollegare più
strettamente questo pensiero a quanto abbiamo appena detto sul simbolismo
dell’albero, ricorderemo ancora che l’“Albero della Vita” è posto al centro
della “Gerusalemme Celeste” (cfr. Le Roi du Monde, cap. XI, e Le
Symbolisme de la Croix, cap. IX).
45. Ci si potrà
naturalmente riferire a quanto abbiamo detto sopra sulla Shekinah e su Emmanuel.
46. Apocalisse,
XXI, 3-4. La “Gerusalemme Celeste”, in quanto “Centro del Mondo”, si identifica
effettivamente con la “dimora d’immortalità” (cfr. Le Roi du Monde, cap.
VII).
47. Si può vedervi
un’allusione al “terzo occhio”, avendo quest’ultimo la forma di uno iod
come abbiamo spiegato nel nostro studio su L’Oeil qui voit tout; dal
momento in cui saranno ristabiliti nello “stato primordiale”, essi
possiederanno effettivamente per ciò stesso il “senso dell’eternità”.
48. La notte è presa qui
naturalmente nel suo senso inferiore, nel quale è assimilata al caos, ed è
evidente che la perfezione del “cosmo” è all’opposto del caos (si potrebbe dire
all’altro estremo della manifestazione), di modo che essa può venire considerata
come un “giorno” perpetuo.
49. Apocalisse,
XXII, 3-5. Cfr. anche ibidem, XXI, 23: «E la città non ha bisogno di
essere illuminata dal sole o dalla luna, perché la gloria di Dio la illumina, e
ne è lampada l’Agnello». La “gloria di Dio” è ancora una designazione della Shekinah,
la cui manifestazione è infatti rappresentata sempre come “Luce” (cfr. Le
Roi du Monde, cap. III).
74. L’Etere nel cuore 1
Alludendo in precedenza a quello che la dottrina indù chiama simbolicamente
«l’Etere nel cuore», abbiamo indicato che ciò che viene così designato è in
realtà il Principio divino che risiede, almeno virtualmente, al centro di ogni
essere. Qui come del resto in tutte le dottrine tradizionali, si ritiene
infatti che il cuore rappresenti il centro vitale dell’essere,2 e
questo nel senso più completo che si possa concepire, poiché non si tratta
soltanto dell’organo corporeo e della sua funzione fisiologica, ma questa
nozione si applica ugualmente, per trasposizione analogica, a tutti i punti di
vista e in tutti gli ambiti in cui si estendono le possibilità dell’essere
considerato, dell’essere umano per esempio, dato che il suo caso, per il fatto
stesso di essere il nostro, è evidentemente quello che ci interessa nel modo
più diretto. Più precisamente ancora, il centro vitale è fatto corrispondere al
più piccolo ventricolo cardiaco; ed è chiaro che questo (ove troviamo
d’altronde l’idea di “piccolezza” di cui abbiamo parlato a proposito del
granello di senape) assume un significato del tutto simbolico quando lo si
traspone oltre l’ambito corporeo; ma si deve tenere ben presente che, come ogni
simbolismo vero e autenticamente tradizionale, esso è fondato sulla realtà, per
un’effettiva relazione esistente fra il centro considerato nel senso superiore
o spirituale e il punto determinato dell’organismo che gli serve da
rappresentazione.
Per tornare all’“Etere nel cuore”, ecco uno dei testi fondamentali che vi
fanno riferimento: «In questa dimora di Brahma (cioè nel centro vitale
di cui s’è appena parlato) vi è un piccolo loto, una dimora nella quale vi è
una piccola cavità (dahara) occupata dall’Etere (Âkâsha); si deve
ricercare ciò che è in questo luogo, e lo si conoscerà».3 Ciò che
così risiede nel centro dell’essere, non è semplicemente l’elemento etereo,
principio degli altri quattro elementi sensibili, come potrebbero credere
coloro i quali si fermassero al senso più esteriore, cioè a quello che si
riferisce unicamente al mondo corporeo, in cui tale elemento funge
effettivamente da principio, poiché a partire da esso, per differenziazione
delle qualità complementari (che diventano in
1. Come l’altro nostro
articolo su Le grain de sénevé [qui sopra, come cap. 73], questo, che
doveva seguirlo, era stato scritto originariamente per «Regnabit»; a esso si
applicano, perciò, le stesse osservazioni e, per quanto la maggior parte delle
considerazioni che contiene non siano probabilmente del tutto nuove per i
lettori di «Études Traditionnelles», abbiamo pensato che poteva essere
abbastanza interessante ritrovarle presentate qui sotto una luce un po’
diversa.
2. Si veda L’Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cap. III.
3. Chhândogya Upanishad,
8° Prapâthaka, l° Khanda, shruti 2.
L’Etere nel cuore 385
apparenza opposte nella loro manifestazione esterna) e per rottura
dell’equilibrio primordiale in cui esse erano contenute allo stato
“indistinto”, si sono prodotte e sviluppate tutte le cose di questo mondo.4
Solo che si tratta di un principio relativo, come relativo è questo stesso
mondo, essendo soltanto un modo particolare della manifestazione universale; è
comunque vero che proprio questa funzione dell’Etere, in quanto primo fra gli
elementi, rende possibile la trasposizione che è opportuno effettuare; ogni
principio relativo, per il fatto di essere nondimeno veramente principio nel
suo ordine, è un’immagine naturale, seppure più o meno lontana, e quasi un
riflesso del Principio assoluto e supremo. E appunto solo a titolo di
“supporto” per questa trasposizione è qui designato l’Etere, come indica
esplicitamente la fine del testo da noi citato, poiché, se si trattasse
semplicemente di quello che le parole usate esprimono in maniera letterale e
immediata, non ci sarebbe ovviamente nulla da cercare; ciò che si deve cercare
è la realtà spirituale che corrisponde analogicamente all’Etere, e di cui
quest’ultimo è per così dire l’espressione in rapporto al mondo sensibile. Il
risultato di questa ricerca è quella che propriamente viene chiamata la
“conoscenza del cuore” (hârda-vidyâ), e quest’ultima è nello stesso
tempo la “conoscenza della cavità” (dahara-vidyâ), equivalenza che in
sanscrito si traduce con il fatto che le parole corrispondenti (hârda e dahara)
sono formate dalle stesse lettere poste semplicemente in un ordine diverso; in
altri termini, è la conoscenza di ciò che vi è di più profondo e di più
interiore nell’essere.5
S’intende che, allo stesso modo della denominazione “Etere”, anche termini
come “loto” e “cavità” che incontriamo qui devono essere intesi simbolicamente;
dal momento in cui si supera l’ordine sensibile, non, può del resto essere più
assolutamente questione di localizzazione nel senso proprio della parola, visto
che ciò di cui stiamo parlando non è più soggetto alla condizione spaziale. Le
espressioni che si riferiscono allo spazio, e anche al tempo, assumono allora
valore di puri simboli; e questo genere di simbolismo è d’altronde naturale e
inevitabile dal momento che si deve necessariamente far uso di un modo
d’espressione adatto allo stato umano individuale e terrestre, di un linguaggio
che è quello di esseri che vivono attualmente nello spazio e nel tempo. Anzi
queste due forme, spaziale e temporale,
4. Si veda il nostro
studio su La Théorie hindoue des cinq éléments, in «Études
Traditionnelles», agosto-settembre 1935.
5. A proposito della
cavità o “caverna” del cuore, considerata in special modo come il “luogo” in
cui si compie la nascita dell’Avatâra, si veda anche Aperçus sur
l’Initiation, cap. XLVIII.
386 Simboli della Scienza
sacra
che sono in certo qual modo complementari l’una dell’altra per certi versi,
sono di uso generale e quasi costante, sia congiuntamente in una medesima
rappresentazione, sia per dare due diverse rappresentazioni di una stessa
realtà6 che comunque, in se stessa, è al di là dello spazio e del
tempo. Quando per esempio si dice che l’intelligenza risiede nel cuore, va da
sé che non si tratta assolutamente di localizzare l’intelligenza, di assegnarle
delle “dimensioni” e una posizione determinata nello spazio; spettava alla
filosofia moderna e puramente profana, con Descartes, di porre la questione,
contraddittoria nei termini stessi, di una “sede dell’anima”, e di pretendere
di situarla letteralmente in una certa regione del cervello; le antiche
dottrine tradizionali non hanno sicuramente mai dato luogo a simili confusioni,
e i loro interpreti autorizzati hanno sempre saputo perfettamente a cosa
attenersi a proposito di ciò che doveva essere inteso simbolicamente, facendo
corrispondere fra di loro i vari ordini di realtà senza mescolarli, e
osservando rigorosamente la loro ripartizione gerarchica secondo i gradi
dell’esistenza universale. Tutte queste considerazioni ci sembrano d’altronde
così evidenti che saremmo tentati di scusarci di insistervi tanto; se lo facciamo,
la ragione è che sappiamo fin troppo bene che cosa gli orientalisti, nella loro
ignoranza dei più elementari dati del simbolismo, siano giunti a fare delle
dottrine che essi studiano dal di fuori, senza mai cercare di acquisirne una
conoscenza diretta, e come, prendendo tutto nel senso più grossolanamente
materiale, essi deformino tali dottrine sino a presentarne a volte una vera e
propria caricatura; e la ragione è anche che sappiamo come l’atteggiamento
degli orientalisti non sia qualcosa di eccezionale, ma derivi invece da una
mentalità che appartiene, almeno in Occidente, alla stragrande maggioranza dei
nostri contemporanei, e non è altro in fondo che la mentalità specificamente
moderna.
Il loto ha un simbolismo dai molteplici aspetti, e abbiamo già parlato di
alcuni di essi in altre occasioni;7 in uno di questi aspetti,
precisamente quello cui si riferisce il testo che citavamo prima, esso è usato
per rappresentare i vari centri, anche secondari, dell’essere umano, sia centri
fisiologici (in particolare plessi nervosi), sia soprattutto centri psichici
(corrispondenti a questi stessi plessi in virtù del legame esistente fra lo
stato corporeo e lo stato sottile nel composto che costituisce propriamente
l’individualità umana). Nella tradizione indù, questi centri sono chiamati di
6. Per esempio la
rappresentazione geometrica degli stati molteplici dell’essere e la loro
rappresentazione sotto forma di una serie di “cicli” successivi.
7. Si veda in particolare Les
fleurs symboliques [qui sopra, come cap. 9].
L’Etere nel cuore 387
solito “loti” (padma o kamala), e sono raffigurati con un
diverso numero di petali, i quali hanno tutti allo stesso modo un significato
simbolico, come pure i colori che a essi sono inoltre collegati (senza parlare
di certi suoni che a essi si fanno corrispondere, e che sono i mantra,
riferiti a diverse modalità vibratorie, in armonia con le facoltà spaziali
rette rispettivamente dai centri in questione e in certo modo derivate dalla
loro irradiazione, raffigurata dallo sbocciare dei petali del loto);8
essi sono anche chiamati “ruote” (chakra), il che, notiamolo di
sfuggita, conferma ancora una volta la strettissima relazione esistente in
genere, come abbiamo altrove indicato, fra il simbolismo della ruota e quello
di fiori come il loto e la rosa.
Ancora un’altra osservazione si impone prima di procedere oltre: e cioè
che, in questo caso come in tutti gli altri dello stesso genere, si avrebbe
davvero torto se si credesse che la considerazione dei sensi superiori si
opponga all’ammissione del senso letterale, che lo annulli o lo distrugga, o
che in qualche maniera lo renda falso; la sovrapposizione di una pluralità di
sensi che, lungi dall’escludersi, si armonizzano invece e si completano, è,
come abbiamo già varie volte spiegato, un carattere del tutto generale del vero
simbolismo. Se ci si limita a considerare il mondo corporeo, è proprio l’Etere,
in quanto primo fra gli elementi sensibili, che vi svolge il ruolo “centrale”
che va riconosciuto a tutto ciò che è principio in un ordine qualsiasi: il suo
stato di omogeneità e di perfetto equilibrio può venire rappresentato dal punto
primordiale neutro, anteriore a tutte le distinzioni e a tutte le opposizioni,
da cui queste partono e in cui alla fine tornano a risolversi, nel duplice
movimento alternato di espansione e concentrazione, espirazione e inspirazione,
diastole e sistole, nel quale essenzialmente consistono le due fasi
complementari di ogni processo di manifestazione. Questo si ritrova del resto
con la massima esattezza nelle antiche concezioni cosmologiche dell’Occidente,
in cui i quattro elementi differenziati sono stati disposti alle estremità dei
quattro bracci di una croce e così contrapposti a due a due: fuoco e acqua,
aria e terra, secondo la loro partecipazione alle qualità fondamentali parimenti
opposte a coppie: caldo e freddo, secco e umido, in conformità con la teoria
aristotelica;9 e, in alcune di queste raffigurazioni, quella che gli
alchimisti chiamavano la “quintessenza” (quinta essentia), cioè il
quinto elemento, che non è altro se non l’Etere (primo nell’ordine
8. Su tutto ciò, si veda Kundalinî-Yoga,
in «Études Traditionnelles», ottobre-novembre 1933.
9. Anche su questo
rinvieremo per maggiori particolari al nostro studio già menzionato sopra su La
Théorie hindoue des cinq éléments.
388 Simboli della Scienza
sacra
di sviluppo della manifestazione, ma ultimo nell’ordine inverso che è
quello del riassorbimento o del ritorno all’omogeneità primordiale), appare al
centro della croce in forma di rosa a cinque petali, che richiama
evidentemente, in quanto fiore simbolico, il loto delle tradizioni orientali
(qui il centro della croce corrisponde alla “cavità” del cuore, che questo
simbolismo sia applicato dal punto di vista macrocosmico o dal punto di vista
microcosmico), mentre, d’altra parte, lo schema geometrico sul quale è
tracciata non è altro che la stella pentagrammatica o il pentalpha
pitagorico.10 È questa un’applicazione particolare del simbolismo
della croce e del suo centro, perfettamente conforme al suo significato
generale quale l’abbiamo esposto altrove;11 e, nel contempo, queste
considerazioni relative all’Etere devono naturalmente essere accostate anche
alla teoria cosmogonica che si trova nella Cabala ebraica, per quanto concerne
l’Avir, e che abbiamo ricordato in precedenza.12
Ma nelle dottrine tradizionali una teoria fisica (nell’antico senso della
parola) non può mai considerarsi sufficiente; essa è solo un punto di partenza,
un “supporto” che permette, per mezzo delle corrispondenze analogiche, di
elevarsi alla conoscenza degli ordini superiori; è noto che si tratta del resto
di una delle differenze essenziali esistenti fra il punto di vista della
scienza sacra o tradizionale e, quello della scienza profana quale la
concepiscono i moderni. Ciò che risiede nel cuore non è dunque soltanto l’Etere
nel senso proprio della parola; siccome il cuore è il centro dell’essere umano
considerato nella sua integralità, e non nella sua sola modalità corporea, in
tale centro c’è l’“anima vivente” (jîvâtmâ), che contiene in modo
principiale tutte le possibilità che si sviluppano nel corso dell’esistenza
individuale, come l’Etere contiene in modo principiale tutte le possibilità
della manifestazione corporea o sensibile. È assai notevole, per quanto riguarda
le concordanze fra le tradizioni orientali e occidentali, il fatto che anche
Dante parli dello «spirito della vita, lo quale dimora nella segretissima
camera del cuore»,13 cioè appunto in quella stessa “cavità” di cui
si parla nella dottrina indù; e la cosa forse più singolare è che l’espressione
che egli usa in proposito, “spirito della vita”, è una traduzione il più
possibile letterale e rigorosa del termine sanscrito jîvâtmâ, di cui è
tuttavia
10. Ricorderemo che una
figura simile, di carattere chiaramente ermetico e rosacrociano, e che è
propriamente quella della Rota Mundi, è stata posta da Leibniz
all’inizio del suo trattato De Arte combinatoria (si veda Les
Principes du Calcul infinitésimal, premessa).
11. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cap. VII.
12. Si veda Le grain de
sénevé.
13. Vita Nova, 2.
L’Etere nel cuore 389
ben poco verosimile che egli abbia potuto aver conoscenza per una via
qualsiasi.
Non è tutto: ciò che si riferisce all’“anima vivente” in quanto dimorante
nel cuore riguarda, per lo meno direttamente, solo un ambito intermedio, che
costituisce quello che si può chiamare propriamente l’ordine psichico (nel
senso originario della parola greca psyché), e non supera la
considerazione dell’individualità umana come tale; di qui bisogna dunque
elevarsi a un senso ancora superiore, che è il senso puramente spirituale o
metafisico. È quasi superfluo far notare come la sovrapposizione di questi tre
sensi corrisponda esattamente alla gerarchia dei “tre mondi”. Così, ciò che
risiede nel cuore è l’elemento etereo, ma non è questo soltanto, da un primo
punto di vista; da un secondo punto di vista, è l’“anima vivente”, ma non è
neppure soltanto questo, poiché ciò che il cuore rappresenta è essenzialmente
il punto di contatto dell’individuale con l’universale, o, in altri termini,
dell’umano con il Divino, punto di contatto che si identifica naturalmente con
il centro stesso dell’individualità. Di conseguenza, bisogna fare intervenire
qui un terzo punto di vista, che si può definire “sopra-individuale”, poiché,
esprimendo i rapporti dell’essere umano con il Principio, esso sfugge per ciò
stesso ai limiti della condizione individuale, ed è appunto partendo da questo
punto di vista che è detto infine che ciò che risiede nel cuore è Brahma
stesso, il Principio divino da cui procede e dipende interamente ogni
esistenza, e che penetra, sostiene e illumina dall’interno tutte le cose. Si
può dire che anche l’Etere, nel mondo corporeo, produca tutto e penetri tutto,
e per questo tutti i testi sacri dell’India e i loro commenti autorizzati lo
presentano come un simbolo di Brahma;14 quel che viene
designato come «l’Etere nel cuore», nel senso più elevato, è dunque Brahma,
e quindi la “conoscenza del cuore”, quando raggiunge il suo grado più profondo,
si identifica veramente con la “conoscenza divina” (Brahma-vidyâ).15
Con ciò si fa in certo modo risiedere il principio divino al centro di ogni
essere, il che è conforme a quanto dice san Giovanni quando parla della «vera
Luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo»; ma tale “presenza
divina”, assimilabile
14. «Brahma è come
l’Etere, che è dovunque, e penetra simultaneamente l’esterno e l’interno delle
cose» (Sankarâchârya, Âtmâ-Bodha).
15. Questa stessa
conoscenza divina può essere a sua volta di due specie, “non suprema” (apara)
o “suprema” (para), che corrispondono rispettivamente al mondo celeste e
a ciò che si trova al di là dei “tre mondi”; ma tale distinzione, malgrado la
sua estrema importanza dal punto di vista della metafisica pura, non deve
intervenire nelle considerazioni che ora esponiamo, al pari di quella fra i due
diversi gradi in cui può anche essere considerata l’“Unione” stessa.
390 Simboli della Scienza
sacra
alla Shekinah ebraica, può essere solo virtuale, nel senso che
l’essere può non averne effettivamente coscienza; essa diventa pienamente
effettiva per quest’essere solo quando egli ne ha preso coscienza e l’ha
“realizzata” mediante l’“Unione”, intesa nel senso del sanscrito Yoga.
Allora, attraverso la conoscenza più reale e immediata, quest’essere sa che «l’Âtmâ
che risiede nel cuore» non è semplicemente lo jîvâtmâ, l’anima
individuale e umana, ma è anche l’Âtmâ assoluto e incondizionato, lo
Spirito universale e divino, e che entrambi, in questo, punto centrale, si
trovano in un contatto indissolubile e d’altronde inesprimibile, poiché in
verità sono una sola cosa, come, secondo l’espressione di Cristo, «il Padre mio
e io siamo una sola cosa». Colui che è effettivamente pervenuto a tale
conoscenza ha veramente raggiunto il centro e non solo il proprio centro ma
anche, e per ciò stesso, il centro di tutte le cose; egli ha realizzato
l’unione del suo cuore con il “Sole spirituale” che è il vero “Cuore del Mondo”.
Il cuore così considerato è, secondo gli insegnamenti della tradizione indù, la
“Città divina” (Brahma-pura); e quest’ultima è descritta, come abbiamo
già indicato in precedenza, in termini simili a quelli che l’Apocalisse
applica alla “Gerusalemme Celeste,”, la quale infatti è anch’essa una delle
raffigurazioni del “Cuore del Mondo”.
75. La Città divina
Abbiamo già parlato in varie occasioni del simbolismo della “Città divina”
(Brahma-pura nella tradizione indù):1 è noto che con questo
termine si designa propriamente il centro dell’essere, rappresentato dal cuore
che d’altronde gli corrisponde effettivamente nell’organismo corporeo; ed è
altrettanto noto che tale centro è la residenza di Purusha, identificato
con il Principio divino (Brahma) in quanto quest’ultimo è l’“ordinatore
interno” (antar-yâmî) che regge tutto l’insieme delle facoltà di tale
essere mediante l’attività “non-agente” che è la conseguenza immediata della
sua sola presenza. Al nome di Purusha si dà per questa ragione il
significato di puri-shaya, cioè colui che risiede o giace (shaya)
nell’essere come in una città (pura); questa interpretazione dipende
evidentemente dal Nirukta, ma A.K. Coomaraswamy ha fatto notare che, per
quanto non sia così nella maggior parte dei casi, essa poteva anche
rappresentare nel contempo una vera derivazione etimologica;2 questo
punto merita, a causa di tutti gli accostamenti cui dà luogo, che vi indugiamo
un po’ più a lungo.
Anzitutto, c’è da notare che le radici del greco polis e del latino civitas,
che designano la città, corrispondono rispettivamente ai due elementi di cui è
formata la parola puru-sha, anche se, per via di certi mutamenti
fonetici da una lingua all’altra, la cosa può non risultare molto evidente a
prima vista. Infatti, la radice sanscrita pri o pur diventa nelle
lingue europee ple o pel,3 di modo che pura e polis
sono strettamente equivalenti; dal punto di vista qualitativo, questa radice
esprime l’idea di pienezza (sanscrito puru e pûrna, greco pleos,
latino plenus, inglese full), e, dal punto di vista quantitativo,
quella di pluralità (greco polys, latino plus, tedesco viel).
Una città esiste evidentemente in virtù della pluralità di individui che la
abitano e ne costituiscono la “popolazione” (anche la parola populus ha
la stessa origine), il che potrebbe giustificare l’uso di termini come quelli
in oggetto per designarla; ma questo è solo l’aspetto più esteriore, e molto
più importante quando si vuol andare al fondo delle cose è la considerazione
dell’idea di pienezza. Si sa al riguardo che il
1. Si veda L’Homme et
son devenir selon le Vêdânta, cap. III; cfr. anche i nostri studi su Le
grain de sénevé e L’Éther dans le cœur [qui pubblicati come cap. 73
e cap. 74, rispettivamente].
2. What is
civilization? (Albert Schweitzer Festschrift); ricaviamo da questo
studio parte delle considerazioni che seguono, in particolare per quanto
concerne il punto di vista linguistico.
3. È noto che le lettere r
e l sono foneticamente vicinissime e si mutano facilmente l’una
nell’altra.
392 Simboli della Scienza
sacra
pieno e il vuoto, considerati come correlativi, sono una delle
rappresentazioni simboliche tradizionali del complementarismo del principio
attivo e del principio passivo; nel presente caso, si può dire che Purusha
riempie con la sua presenza la “Città divina” con tutti i suoi annessi e
connessi, cioè l’integralità dell’essere, che senza questa presenza non sarebbe
che un “campo” (kshêtra) vuoto, o, in altri termini, una pura
potenzialità sprovvista di ogni esistenza attualizzata. È Purusha che,
secondo i testi delle Upanishad, illumina “questo tutto” (sarvam idam)
con il suo irradiamento, immagine della sua attività “non-agente” mediante la
quale è realizzata ogni manifestazione, secondo la “misura” determinata
dall’effettiva estensione di tale irradiamento,4 così come, nel
simbolismo apocalittico della tradizione cristiana, la “Gerusalemme Celeste” è
tutta illuminata dalla luce dell’Agnello che giace nel suo centro “quasi
immolato”, quindi in uno stato di “non-azione”.5 Possiamo ancora
aggiungere a questo proposito che l’immolazione dell’Agnello «fin dal principio
del mondo» è in realtà la stessa cosa del sacrificio vêdico di Purusha
che in apparenza si divide, all’origine della manifestazione, per risiedere
contemporaneamente in tutti gli esseri e in tutti i mondi,6 in modo
che, pur rimanendo sempre essenzialmente uno e contenendo tutto principialmente
nella sua stessa unità, esso appare esteriormente molteplice, il che
corrisponde ancora esattamente alle due idee di pienezza e di pluralità di cui
si è appena parlato; e sempre per questo è detto che «ci sono nel mondo due Purusha,
uno distruttibile e l’altro indistruttibile: il primo è ripartito fra tutti gli
esseri; il secondo è l’immutabile».7
D’altra parte, il latino civitas deriva da una radice kei che
nelle lingue occidentali equivale alla radice sanscrita shî (da cui shaya);
il suo senso primo è quello di riposo (greco keisthai, giacere), di cui
quello di residenza, o di dimora stabile come sono quelle di una città, non è
in fondo che una conseguenza diretta. Purusha, giacendo nella “Città
divina”, può esserne detto l’unico “cittadino” (civis),8
poiché la moltitudine degli abitanti che la popolano esiste veramente solo
grazie a lui, essendo interamente prodotta dalla sua luce e animata dal suo
alito (prâna),
4. Si veda Le Règne de la
Quantité et les Signes des Temps, cap. III.
5. Ricorderemo ancora che
la manifestazione della Shekinah o “presenza divina” è sempre rappresentata
come una luce.
6. Si veda «Rassembler ce
qui est épars» [qui sopra, come cap. 46].
7. Bhagavad-Gîtâ, XV, 16;
secondo il seguito di questo testo, Purushottama, che è identico a Paramâtmâ, è
al di là di questi due aspetti, poiché è il Principio supremo, trascendente
rispetto a ogni manifestazione: esso non è “nel mondo”, ma sono invece tutti i
mondi a essere in lui.
8. L’espressione greca
equivalente monos politès è stata applicata a Dio da Filone.
La Città divina 393
dato che i raggi luminosi e il soffio vitale sono qui, di fatto, soltanto
due aspetti del sûtrâtmâ. Se si considera la “Città divina” (o il «Regno
di Dio» che è «dentro di noi», secondo l’espressione evangelica) nella sua più
stretta accezione unicamente come il centro dell’essere, va da sé che in realtà
vi risiede solo Purusha; ma l’estensione del termine all’essere intero
con tutte le sue facoltà e tutti i suoi elementi costitutivi è ugualmente
legittima per le ragioni appena esposte, e non muta nulla a questo riguardo,
poiché tutto ciò dipende interamente da Purusha e gli deve persino la
sua esistenza stessa. Le funzioni vitali e le facoltà dell’essere sono spesso
paragonate, nel loro rapporto con Purusha, ai sudditi o ai servi di un
re, e vi è fra di loro una gerarchia simile a quella delle diverse caste nella
società umana;9 il palazzo in cui risiede il re e da cui egli dirige
tutto è il centro o il cuore della città,10 la sua parte essenziale,
di cui tutto il resto è in certo qual modo solo il prolungamento o
l’“estensione” (senso pure contenuto nella radice kei); s’intende però
che i sudditi non sono mai, nei confronti del re, in uno stato di dipendenza
assoluta come quello in questione, perché, anche se la funzione regale è unica
nella città e la posizione del “governante” è essenzialmente diversa da quella
dei “governati”,11 il re è comunque un essere umano come i suoi
sudditi, e non un principio di un altro ordine. Un’altra immagine ancora più
esatta ci è fornita dal gioco delle marionette, poiché esse sono animate solo
dalla volontà di un uomo che le fa muovere a suo piacimento (e il filo per
mezzo del quale le fa muovere è naturalmente ancora una volta un simbolo del sûtrâtmâ);
e si trova al riguardo un “mito” assai sorprendente nel Kathâ-Sarit-Sâgara.12
Vi si parla di una città interamente popolata di automi di legno, che si
comportano in tutto e per tutto come esseri viventi, salvo che manca loro la
parola; al centro sta un palazzo in cui risiede un uomo che è l’“unica
coscienza” (êkakam chêtanam) della città e la causa di tutti i movimenti
degli automi che egli stesso ha fabbricato; ed è il caso di notare
9. Questo punto di vista è
stato sviluppato in particolare da Platone nella sua Repubblica.
10, In origine, questo
palazzo era nel contempo anche un tempio; tale duplice carattere si ritrova
talvolta ancora nelle epoche “storiche”, e ricorderemo qui in particolare
l’esempio del Ming-tang in Cina (si veda La Grande Triade, cap.
XVI).
11. Nella loro relazione,
il “governante” è “in atto” e i “governati” sono “in potenza”, secondo il
linguaggio aristotelico e scolastico; per questo, nella concezione
tradizionale, il re e il suo regno si trovano in un rapporto di principio
attivo e principio passivo; ma, per contro, il re, in quanto esercita il potere
temporale, diventa a sua volta principio passivo in rapporto all’autorità
spirituale (cfr. A.K. Coomaraswamy, Spiritual Authority and Temporal Power
in the Theory of Indian Government).
12. Si veda A.K.
Coomaraswamy, “Spiritual Paternity” and the “Puppet-Complex”, in
«Psychiatry», agosto 1945.
394 Simboli della Scienza
sacra
che quest’uomo è detto essere falegname, circostanza che lo assimila a Vishwakarma,
cioè al Principio divino in quanto costruttore e ordinatore dell’Universo.13
Quest’ultima osservazione ci induce a precisare che il simbolismo della
“Città divina” è suscettibile di un’applicazione “macrocosmica” come pure di
un’applicazione “microcosmica”, per quanto fino a ora noi abbiamo considerato
quasi esclusivamente quest’ultima; si potrebbe anche parlare di parecchie
applicazioni “macrocosmiche” a diversi livelli, a seconda che si tratti di un
mondo particolare, cioè di uno stato determinato d’esistenza (e a questo caso
si riferisce propriamente il simbolismo della “Gerusalemme Celeste”, che
abbiamo ricordato sopra), o di tutto l’insieme della manifestazione universale.
In ogni caso, che si consideri il centro di un mondo o il centro di tutti i
mondi, in questo centro vi è un Principio divino (il Purusha che risiede
nel sole, che è lo Spiritus Mundi delle tradizioni occidentali) che
svolge, per tutto ciò che è manifestato nell’ambito corrispondente, la stessa
funzione di “ordinatore interno” del Purusha che risiede nel cuore di
ogni essere per tutto ciò che è racchiuso nelle possibilità di tale essere.
Basta allora trasporre senz’altra modificazione, per applicarlo alla
moltitudine degli esseri manifestati, quello che nell’applicazione
“microcosmica” è detto delle varie facoltà di un essere in particolare; il
simbolismo del sole come “Cuore del Mondo”14 spiega del resto perché
il sûtrâtmâ che lega ogni essere al Purusha centrale sia
rappresentato allora dal “raggio solare” chiamato sushumnâ.15
Le diverse rappresentazioni del sûtrâtmâ mostrano anche che la divisione
apparente di Purusha, tanto nell’ordine “macrocosmico” come in quello
“microcosmico”, non dev’essere concepita come una frammentazione che sarebbe in
contraddizione con la sua unità essenziale, ma come un’“estensione”
paragonabile a quella dei raggi a partire dal centro; e nello stesso tempo,
siccome il sûtrâtmâ è assimilato a un filo (sûtra) dalla parola
stessa, questo simbolismo è anche in stretto rapporto con quello della
tessitura.16
13. Si veda Maçons et
Charpentiers, in «Études Traditionnelles», dicembre 1946.
14. S’intende che non si
tratta di «quel sole che vedono tutti gli uomini», ma del sole spirituale «che
pochi conoscono con l’intelletto» (Atharva-Vêda, X, 8, 14) e che viene
rappresentato immutabilmente allo zenith.
15. Cfr. L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cap. XX; questo “raggio solare” è anche identico
alla “corda d’oro” di cui parla Platone.
16. Si veda Le
Symbolisme de la Croix, cap. XIV: ricorderemo qui più in particolare il
simbolismo del ragno al centro della tela, immagine del sole i cui raggi, che
sono emanazioni o “estensioni” di esso (così come la tela del ragno è formata
dalla sua propria sostanza), costituiscono in qualche modo il “tessuto” del
mondo, che essi attualizzano a mano a mano che si estendono in tutte le
direzioni a partire dalla loro sorgente.
La Città divina 395
Ci resta ancora un punto da indicare brevemente: e cioè che, per essere
legittima e valida dal punto di vista tradizionale, vale a dire insomma per
essere veramente “normale”, la costituzione e l’organizzazione di ogni città o
società umana deve per quanto è possibile prendere come modello la “Città
divina”; diciamo per quanto è possibile, perché, almeno nelle condizioni
attuali del nostro mondo, l’imitazione di questo modello (che è propriamente un
“archetipo”) sarà per forza sempre imperfetta, come mostra quanto abbiamo detto
sopra a proposito del paragone di Purusha con un re; ma, comunque sia,
soltanto nella misura in cui essa verrà realizzata si avrà il diritto di
parlare di “civiltà”. Basta dire che tutto ciò che porta questo nome nel mondo
moderno, e che si pretende persino di considerare come la “civiltà” per eccellenza,
non ne può essere che una caricatura, anzi spesso sotto molti aspetti
esattamente il contrario; non solo una civiltà antitradizionale come la nostra
non merita in realtà questo nome, ma è anche, a rigore, l’antitesi della vera
civiltà.
Indicazioni bibliografiche
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mentalité moderne, «Regnabit», giugno 1926.
Le Verbe et le Symbole, «Regnabit», gennaio
1926.
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légende du Saint Graal, «Regnabit», agosto-settembre 1925.
Le Saint Graal, «Le Voile d’Isis»,
febbraio-marzo 1934.
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«inconscient», «Études Traditionnelles», luglio-agosto 1949.
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febbraio 1931.
La Langue des Oiseaux, «Le Voile d’Isis»,
novembre 1931.
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traditions antiques, «Regnabit», maggio 1926.
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Traditionnelles», agosto 1936.
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«Le Voile d’Isis», agosto-settembre 1929.
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La Tétraktys et le carré
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Un hiéroglyphe du Pôle, «Études
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Les «têtes noires», «Études
Traditionnelles», gennaio-febbraio 1948.
La lettre G et le swastika, «Études
Traditionnelles», luglio-agosto 1950.
Quelques aspects du
symbolisme de Janus, «Le Voile d’Isis», luglio 1929.
L’hiéroglyphe du Cancer, «Le Voile d’Isis»,
luglio 1931.
Sheth, «Le Voile d’Isis»,
ottobre 1931.
Sur la signification des
fêtes «carnavalesques», «Études Traditionnelles», dicembre 1945.
Quelques aspects du
symbolisme du poisson, «Études Traditionnelles», febbraio 1936.
Les mystères de la lettre
Nûn,
«Études Traditionnelles», agosto-settembre 1938.
Le Sanglier et l’Ourse, «Études
Traditionnelles», agosto-settembre 1936.
Les pierres de foudre, «Le Voile d’Isis»,
maggio 1929.
Les armes symboliques, «Études
Traditionnelles», ottobre 1936.
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398 Simboli della Scienza
sacra
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Le Cœur et la Caverne, «Études
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La Montagne et la Caverne, «Études
Traditionnelles», gennaio 1938.
Le Cœur et l’Oeuf du
Monde,
«Études Traditionnelles», febbraio 1938.
La Caverne et l’Oeuf du
Monde,
«Études Traditionnelles», marzo 1938.
La Sortie de la caverne, «Études
Traditionnelles», aprile 1938.
Les Portes solsticiales, «Études
Traditionnelles», maggio 1938.
Le symbolisme du Zodiaque
chez les pythagoriciens, «Études Traditionnelles», giugno 1938.
Le symbolisme solsticial
de Janus, «Études Traditionnelles», luglio 1938.
A propos des deux saints Jean, «Études
Traditionnelles», giugno 1949.
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Traditionnelles», ottobre 1938.
Le Dôme et la Roue, «Études
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La Porte étroite, «Études
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L’Octogone, «Études
Traditionnelles», luglio-agosto 1949.
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Traditionnelles», aprile-maggio 1940.
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El-Arkân, «Études
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Pierre noire et pierre
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Pierre brute et pierre
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Les symboles de
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L’Arbre du Monde, «Études
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breuvage d’immortalité, «Études Traditionnelles», aprile 1939.
Le symbolisme de
l’échelle, «Études Traditionnelles», maggio 1939.
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Traditionnelles», febbraio 1940.
Indicazioni bibliografiche 399
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La chaîne d’union, «Études
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Le «quatre de chiffre», «Études
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Liens et nœuds, «Études
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Le cœur rayonnant et le
cœur enflammé, «Études Traditionnelles», giugno-luglio 1946.
Cœur et cerveau, «Regnabit», gennaio
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L’emblème du Sacré-Cœur
dans une société secrète américaine, «Regnabit», marzo 1927.
L’Oeil qui voit tout, «Études
Traditionnelles», aprile-maggio 1948.
Le grain de sénevé, «Études
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L’Éther dans le cœur, «Études
Traditionnelles», aprile-maggio 1949.
La Cité divine, «Études
Traditionnelles», settembre 1950.
Adelphi Edizioni
TITOLO ORIGINALE:
Symboles fondamentaux de la Science sacrée
Traduzione di Francesco Zambon
© 1962 ÉDITIONS GALLIMARD PARIS
© 1975 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO
063763
Quarta edizione: settembre 1987
I edizione gli Adelphi: agosto 1990
IV edizione gli Adelphi: novembre 1997
ISBN 88-459-0764-3
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