19A - STUDI SULLA MASSONERIA E IL COMPAGNONAGGIO I - René Guénon
JOSEPH DE MAISTRE
E
LA MASSONERIA *
Émile Dermenghem, a cui si deve già un
notevole studio su Joseph de Maistre mystique, ha pubblicato un
manoscritto inedito dello stesso autore: si tratta della memoria da questi
indirizzata nel 1782, in occasione del Convento di Wilhelmsbad, al duca
Ferdinand di Brunswick (Eques a Victoria), Gran Maestro del Regime
Scozzese Rettificato1.
Il primo di questi due volumi è estremamente
interessante nel suo insieme e contiene un gran numero di citazioni e di
accostamenti alquanto istruttivi, sebbene dobbiamo sollevare alcune riserve in
merito a certe interpretazioni relative al «relativismo», al «pragmatismo» e
all’«intuizionismo», che ci sembrano un po’ troppo moderne e che non lasciano
vedere abbastanza nettamente la distinzione essenziale che conviene stabilire
tra le dottrine esoteriche e la filosofia profana. Vi sarebbero anche da prendere
alcune precauzioni circa l’impiego di certe parole: teosofia, ermetismo,
occultismo, illuminismo, che Dermenghem prende quasi indifferentemente le une
per le altre, e che invece hanno dei significati molto diversi. Del resto, lo
stesso Joseph de Maistre si irritava per le confusioni che avevano corso nel
mondo profano a proposito dell’illuminismo; e quando faceva uso di questa
parola,
* Joseph de Maistre e la Massoneria,
pubblicato nella rivista italiana Ignis, novembre-dicembre 1925. Lo
stesso articolo, ridotto nella sua parte iniziale, venne poi pubblicato nella
rivista francese Vers l’Unité, marzo 1927, coi titolo Un projet de
Joseph de Maistre pour l’union des peuples; l’edizione francese del
presente libro riporta quest’ultima versione.
1. Joseph de Maistre, La
Franc-Máçonnerie, Mémoire au duc de Brunswick, introduzione di É.
Dermenghem, ed. F. Rieder e C., Paris, 1925.
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con un’accezione piuttosto sfavorevole, era
per designare esclusivamente le teorie proprie agli Illuminati di Baviera,
associazione puramente politica che non aveva nulla di iniziatico, poiché
l’«illuminazione» (in tedesco aufklärung) vi era intesa nel più stretto
senso razionalista. D’altro canto, per quanto riguarda l’occultismo, Dermenghem
nota bene che «questa parola non è affatto del XVIII secolo»; ma la cosa che
essa esprime non lo è parimenti, poiché l’una e l’altra non risalgono, in
realtà, che ad Éliphas Levi. Del resto, Dermenghem accetta, a volte, troppo
facilmente le asserzioni degli occultisti, e specialmente di Papus e della sua
scuola: non parla egli infatti, seguendoli, di una «tradizione occidentale»,
identificata con la «Cabala giudeo-cristiana» (che ne è qui dell’ermetismo?) ed
opponentesi ad una «tradizione orientale», rappresentata principalmente dal...
teosofismo della Blavatsky? Rincresce sempre in opere serie e sotto ogni altro
aspetto interamente degne di elogio, vedere accolte fantasie del genere2.
Un altro punto che si presterebbe a
discussione è questo: cosa deve intendersi esattamente per il «Martinismo» a
cui Joseph de Maistre era affiliato? Senza dubbio Dermenghem non crede affatto
alla fondazione di un «Ordine martinista» da parte di Louis-Claude de
Saint-Martin; egli ha letto, d’altronde, la lunga introduzione del «Cavaliere
della Rosa Crescente» (Abel Haatan) al libro di Franz von Baader su gli Enseignements
secrets de Martines de Pasqually, che non lascia sussistere alcuna delle
confusioni create e mantenute da coloro che ne avevano interesse3.
Quello che egli chiama
2. Ci stupisce anche che Dermenghem ripeta,
senza alcuna verifica, che Dutoit-Mambrini fosse un discepolo di Saint-Martin,
quando parecchi passi della sua Philosophie divine et humaine provano
nettamente il contrario.
3. Ecco un esempio di queste confusioni: nel Regime
Scozzese Rettificato, il grado di Cavaliere Benefacente della Città
Santa è chiamato talvolta «Scozzese di Saint-Martin», perché la leggenda di
questo grado rappresenta San Martino che divide il suo mantello per darne la
metà ad
12
«Martinismo» è piuttosto l’organizzazione
istituita da Martines de Pasqually, e per la quale altri hanno coniato la
denominazione di «Martinesismo»; questa organizzazione, cui d’altronde non è
certo che Joseph de Maistre sia stato collegato, era il Rito degli Eletti
Cohen (o Coën, come si scriveva allora), e la designazione di «Martinismo»
non gli venne mai applicata che dai profani; perché non restituirgli il suo
vero nome? Dermenghem fa ben menzione degli Eletti Cohen, ma in maniera tale
che si potrebbe credere che si tratti di un’altra cosa, forse di una
organizzazione speciale fondata a Lione da Willermoz; Papus, dal canto suo,
aveva ritenuto bene di chiamare «Willermosismo» il Regime Scozzese
Rettificato. La verità è che Willermoz (Eques ab Eremo) svolse una
parte importante nell’uno e nell’altro di questi due Riti, ma non ne fondò mai
nessuno e non ne fu mai neppure il capo supremo; ma tutta questa storia è stata
talmente ingarbugliata, che sono ben scusabili alcuni abbagli ed alcune
inesattezze in uno scrittore che, senza dubbio, non ha fatto su queste
questioni uno studio particolare e profondo4.
Fatte queste osservazioni, e prima di
occuparci particolarmente della Mémoire au duc de Brunswick, crediamo
necessario riassumere la carriera massonica di Joseph de Maistre. Già prima del
1774, all’età di appena 21 anni, faceva parte della Loggia Madre dei Trois
Mortiers, di Chambery, fondata nel 1749 e collegata alla Gran Loggia
d’Inghilterra. Il 4 settembre 1778, passò alla Loggia Scozzese La Parfaite
Sincérité, alle dipendenze del Collegio metropolitano di Francia e del
Direttorio della provincia di Auvergne, la cui
un povero; naturalmente, Papus non ha mancato
di scorgervi un grado «martinista»!
4. A Dermenghem fa perfino difetto la conoscenza di
certi segni, che sono tuttavia di uso corrente: nella Mémoire au duc de
Brunswick, i due rettangoli intrecciati che figurano ad un certo punto del
manoscritto (p. 58) non significano «Riti», ma «Logge»; come pure la croce che
si trova un po’ prima (p. 53), e che non è stata interpretata, significa
«Capitolo» (degli «Scozzesi di Sant’Andrea»).
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sede era Lione. Questa Loggia apparteneva al Regime
Scozzese Rettificato, e non diciamo al Rito della Stretta Osservanza,
perché questo, proprio in quel momento, aveva cessato di esistere: venne
abolito dal Convento delle Gallie, tenutosi a Lione negli ultimi due mesi di
questo stesso anno 1778, e proprio allora venne sostituito col Regime
Rettificato. All’interno della Loggia La Parfaite Sincérité fu
stabilito, nel 1779, un Collegio particolare, composto di quattro membri che
possedevano il grado di Gran Professo, «Cavaliere Benefacente della Città
Santa», vale a dire l’ultimo grado del Regime Rettificato; uno di questi
quattro Gran Professi era Joseph de Maistre (Eques a Floribus). La
rivoluzione francese provocò la sospensione delle riunioni massoniche: la
Loggia La Parfaite Sincérité fu posta in sonno nel 1791 e l’attività di
Joseph de Maistre venne così interrotta; egli non doveva mai più riprenderla,
tuttavia mantenne sempre il suo attaccamento all’ordine, perché assai più
tardi, durante il suo soggiorno in Russia, espresse il rincrescimento per il
fatto che la sua situazione di ambasciatore non gli permetteva di prender parte
alle riunioni dei «Fratelli».
Nel settembre 1780, il duca Ferdinand di
Brunswick, desiderando «portare l’ordine e la saggezza nell’anarchia
massonica», indirizzò a tutte le Logge della sua obbedienza il seguente
questionario:
l° ‑ L’ordine ha origine da un’antica società?
E qual’è questa società?
2° ‑ Vi sono realmente dei Superiori
Incogniti? Quali?
3° ‑ Qual’è il vero fine dell’Ordine?
4° ‑ Questo fine è la restaurazione
dell’Ordine dei Templari?
5° ‑ In qual modo devono essere organizzati il
cerimoniale ed i riti, per essere i più perfetti possibili?
6° ‑ L’Ordine deve occuparsi di scienze
segrete?
Fu per rispondere a questi quesiti che Joseph
de Maistre scrisse una memoria particolare, distinta dalla risposta collettiva
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della Loggia La Parfaite Sincérité; e
in essa si proponeva di esprimere «le vedute di alcuni Fratelli più felici di
altri, che sembrano destinati a contemplare delle verità di ordine superiore»;
e questa memoria è anche, come dice Dermenghem, «la prima opera importante che
sia uscita dalla sua penna».
Joseph de Maistre non ammetteva l’origine
templare della Massoneria e non riconosceva reale interesse alla questione che
vi si riferisce; giunse perfino ad affermare: «Che importa all’universo della
distruzione dell’Ordine dei T.?». Ed invece, importa parecchio, poiché è da li
che ha avuto inizio la rottura dell’Occidente con la propria tradizione
iniziatica, rottura che, in verità, è la causa prima di tutta la deviazione
intellettuale del mondo moderno; infatti, questa deviazione risale a ben oltre
la Rinascenza, la quale ne è solo una delle tappe principali, ed occorre
riandare fino al XIV secolo per ritrovare il suo punto di partenza. Joseph de
Maistre, che peraltro aveva una conoscenza assai vaga delle cose del Medioevo,
ignorava quali fossero stati i mezzi di trasmissione della dottrina iniziatica
ed i rappresentanti della vera gerarchia spirituale; non di meno egli affermava
nettamente l’esistenza di entrambi, cosa che è già molto se si tiene conto,
come è necessario fare, della condizione delle varie organizzazioni massoniche
alla fine del XVIII secolo. Tutte, comprese quelle che pretendevano di dare ai
loro membri una iniziazione reale e non limitarsi ad un formalismo tutto
esteriore, cercavano di ricollegarsi a qualcosa la cui esatta natura era loro
sconosciuta, e cercavano di ritrovare una tradizione i cui segni esistevano
ancora dappertutto, ma il cui principio era andato perduto; nessuna possedeva
più i «veri caratteri», come si diceva allora, e il Convento di Wilhelmsbad fu
un tentativo per ristabilire l’ordine in mezzo al caos dei Riti e dei gradi5.
«Certo ‑ diceva Joseph de Maistre ‑ l’Ordine non ha
5. Ordo ab Chao, sarà un po’ più tardi
la divisa del Rito Scozzese Antico ed Accettato. Lo stesso problema
venne affrontato dal Convento tenutosi a Parigi nel 1785, sotto gli auspici dei
Filaleti, da cui Joseph de
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potuto aver inizio con quello che vediamo
adesso. Tutto suggerisce che la Massoneria volgare sia un ramo staccato e forse
corrotto di un antico e rispettabile tronco.» È la precisa verità, ma come fare
per sapere quale fu questo tronco? Egli, citando un passo di un libro inglese
che tratta di alcune confraternite di costruttori, aggiungeva «È degno di nota
il fatto che questo genere di organismi si costituiscano in coincidenza con la
distruzione dei T.» Questa osservazione avrebbe potuto aprirgli ben altri orizzonti,
e stupisce che non l’abbia condotto ad una maggiore riflessione, tanto più che
il solo fatto d’averla scritta non si accorda certo con quanto da lui
dichiarato precedentemente; d’altronde, tutto questo riguarda solo un aspetto
della questione così complessa delle origini della Massoneria.
Un altro aspetto della questione è
rappresentato dai tentativi di ricollegare la Massoneria ai Misteri antichi: «I
Fratelli più colti del nostro Regime pensano che vi sono dei validi motivi per
credere che la vera Massoneria non è altro che la Scienza dell’uomo per
eccellenza, vale a dire la conoscenza della sua origine e del suo destino.
Alcuni aggiungono che questa Scienza non differisce sostanzialmente dalla
antica iniziazione greca o egizia». Joseph de Maistre obiettava che è
impossibile sapere con esattezza cosa fossero questi antichi Misteri e che cosa
vi fosse insegnato, e sembra che se ne facesse un’idea assai mediocre, il che
forse stupisce ancora di più dell’attitudine analoga da lui assunta nei
confronti dei Templari. In effetti, dal momento che non esitava ad affermare
che presso tutti i popoli si riscontrano «dei resti della Tradizione
primitiva», com’è che poi non arriva a pensare che i Misteri dovevano avere per
scopo principale proprio la conservazione del deposito di questa stessa Tradizione?
Ciò nonostante, egli ammetteva che, in un certo senso, l’iniziazione
Maistre ricevette ugualmente un questionario,
come tutti i Massoni più istruiti d’allora.
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ereditata dalla Massoneria risalisse
«all’origine delle cose», all’inizio del mondo: «La vera religione ha molto più
che diciotto secoli: essa nacque il giorno in cui nacquero i giorni». Anche
qui, ciò che gli sfuggiva erano i mezzi di trasmissione, e non si può fare a
meno di notare che egli si adagiava con troppa facilità su questa sua
ignoranza, anche se è vero che all’epoca in cui scrisse questa memoria aveva
solo ventinove anni.
Anche la risposta ad un altra questione prova
che l’iniziazione di Joseph de Maistre, malgrado l’alto grado da lui posseduto,
era lungi dall’essere perfetta; e quanti altri Massoni dei gradi più elevati,
allora come oggi, erano nella stessa condizione o addirittura ne sapevano
ancora meno! Ci riferiamo alla questione dei «Superiori Incogniti»; ecco quello
che lui rispose: «Abbiamo dei Maestri? No, non ne abbiamo. La prova è semplice,
ma decisiva: non li conosciamo... Come avremmo potuto contrarre un qualche
impegno tacito con dei Superiori nascosti, dal momento che se si fossero fatti
conoscere ci sarebbe, forse, dispiaciuto e ci saremmo ritirati?» Evidentemente
egli ignorava di che cosa si tratti in realtà, e quale possa essere il modo
d’agire dei veri «Superiori Incogniti»; quanto al fatto che essi fossero
sconosciuti agli stessi capi della Massoneria, questo prova solamente che
l’effettivo ricollegamento alla vera gerarchia iniziatica non esisteva più, ed
il rifiuto di riconoscere l’esistenza di questi Superiori doveva far sparire la
residua possibilità ancora esistente di ristabilire questo collegamento.
La parte più interessante della memoria è,
senza dubbio, quella che contiene la risposta alle due ultime domande; e subito
salta all’occhio ciò che concerne le cerimonie. Joseph de Maistre, per il quale
«la forma è una grande cosa», non parlava del carattere essenzialmente
simbolico del rituale e della sua portata iniziatica, il che è una deplorevole
lacuna; ma insisteva su ciò che si potrebbe chiamare il valore pratico di
questo stesso rituale, e ciò che ne disse è di una grande verità psicologica:
«Trenta o quaranta persone silenziosamente allineate lungo i muri di una camera
tappezzata di nero
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o di verde, distinte da degli abiti singolari,
che parlano solo dopo averne avuto il permesso, ragioneranno saggiamente su
ogni argomento proposto. Eliminate le tappezzerie e gli abiti, spegnete una
delle nove lampade, permettete anche solo di spostare gli scanni: vedrete
questi stessi uomini precipitarsi gli uni sugli altri, non intendersi più, o
parlare del giornale e delle donne; e il più ragionevole fra loro sarà già a
casa prima di aver avuto il tempo di riflettere di essersi comportato come gli
altri... Evitiamo soprattutto di abolire il giuramento, come proposto da
alcuni, forse con delle buone ragioni, ma che non si è in grado di comprendere.
I teologi che hanno voluto dimostrare che il nostro giuramento è illecito hanno
ragionato molto male. Vero è che solo l’autorità civile può esigere e ricevere
il giuramento in relazione ai diversi atti della società, ma non si può
contestare ad un essere intelligente il diritto di attestare con un giuramento
una determinazione interiore del suo libero arbitrio. Il sovrano può esercitare
il suo imperio solo sulle azioni. Il mio braccio va a lui, ma la mia volontà a
me!»
Seguiva quindi una specie di piano di lavoro
per i diversi gradi, in cui ciascuno doveva avere il suo particolare obiettivo;
ed è questa la parte, su cui vogliamo soffermarci in modo particolare; ma è
necessario dissipare subito una confusione. Dal momento che la divisione
adottata da Joseph de Maistre comporta solo tre gradi, sembra che Dermenghern
ne abbia dedotto che egli volesse ridurre la Massoneria ai soli tre gradi
simbolici; questa interpretazione è inconciliabile con la stessa costituzione
del Regime Scozzese Rettificato, il quale è essenzialmente un Rito degli
alti gradi. Dermenghem non ha notato che Joseph de Maistre scriveva «gradi o
classi», e in verità si tratta proprio di tre classi, ognuna delle quali può
essere suddivisa in diversi gradi veri e propri. Ecco come sembra debba
stabilirsi questa ripartizione: la prima classe comprende i tre gradi
simbolici; la seconda classe corrisponde ai gradi capitolari, il più importante
dei quali, e in effetti il solo praticato nel Regime Rettificato, è quello di Scozzese
di Sant’Andrea; la terza classe, infine, è formata dai gradi
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superiori di Novizio, Scudiero e
Gran Professo o Cavaliere Benefacente della Città Santa. Quello
che prova anche che è così che bisogna intendere la cosa, è che quando l’autore
parla della terza classe, esclama: «Che vasto campo aperto allo zelo ed alla
perseveranza dei G. P.!»; si tratta evidentemente dei Gran Professi, a cui egli
apparteneva, e non dei semplici Maestri della «Loggia azzurra». Dunque, non si
tratta affatto di sopprimere gli alti gradi, ma al contrario di dar loro dei
compiti relativi al loro proprio carattere.
Il compito assegnato alla prima classe è, per
prima cosa, la pratica della beneficenza «che dev’essere lo scopo apparente
di tutto l’Ordine»; ma ciò non è sufficiente, occorre aggiungerne un secondo,
già più intellettuale: «Non solo, nel primo grado, si formerà il cuore del
Massone, ma si illuminerà il suo spirito assegnandolo allo studio della morale
e della politica, che è la morale degli Stati. Nelle Logge si discuterà delle
questioni relative a queste due scienze, e ogni tanto si chiederà anche il
parere dei Fratelli per iscritto... Ma il grande compito dei Fratelli sarà
soprattutto di procurarsi una conoscenza approfondita della loro patria, di ciò
che essa possiede e di ciò di cui manca, delle cause di disagio e dei mezzi di
rigenerazione.»
«La seconda classe della Massoneria dovrà
avere il compito, secondo il sistema proposto, dell’istruzione dei governi e
della riunione di tutte le sette cristiane». Riguardo al primo punto, «ci si
occuperà, con cura infaticabile, di eliminare gli ostacoli di ogni specie che
le passioni interpongono fra la verità e l’orecchio dell’autorità... I confini
dello Stato non dovranno limitare l’attività di questa seconda classe, e i
Fratelli delle diverse nazioni potranno talvolta, con zelante accordo, operare
il più gran bene». Riguardo al secondo punto, «Non sarebbe degno di noi
proporci il progredire dei Cristianesimo, come uno degli scopi del nostro
Ordine? Questo progetto dovrà comportare due aspetti, poiché è necessario che
ogni comunione lavori per suo conto e lavori per avvicinarsi alle altre...
Occorre stabilire dei comitati di corrispondenza, composti soprattutto da preti
di diverse
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comunioni che avremo già aggregati ed
iniziati. Lavoreremo lentamente, ma sicuramente. Non intraprenderemo alcuna
iniziativa che non sia atta a perfezionare la Grande Opera... Tutto ciò
che può contribuire al progredire della religione, all’estirpazione delle
opinioni pericolose, in una parola, ad innalzare il trono della verità sulle
rovine della superstizione e del pirronismo, sarà competenza di questa classe.»
Infine, la terza classe si occuperà di quello
che Joseph de Maistre chiama il «Cristianesimo trascendente», che per lui è «la
rivelazione della rivelazione» e costituisce l’essenziale di quelle «scienze
segrete» alle quali allude nell’ultimo quesito; in tal modo si potrà «trovare
la soluzione di parecchie penose difficoltà presenti nelle conoscenze che
possediamo». E precisa: «I Fratelli ammessi alla classe superiore, nei loro
studi e nelle loro riflessioni più profonde, avranno per oggetto le ricerche di
fatto e le conoscenze metafisiche... Tutto è mistero nei due Testamenti, e gli
eletti dell’una e dell’altra legge non erano che dei veri iniziati.
Occorre dunque interrogare questa venerabile Antichità e chiederle in che modo
concepiva le allegorie sacre. Chi può dubitare che questo tipo di
ricerca ci fornirà delle armi vittoriose contro gli scrittori moderni, che si
ostinano a vedere nella Scrittura solamente il senso letterale? Essi sono già
contraddetti dalla sola espressione, Misteri della religione, che
impieghiamo continuamente senza penetrarne il senso. Questa parola mistero,
in principio, non significava altro che una verità nascosta sotto dei segni, da
coloro che la possedevano»6. È possibile affermare più nettamente e
più esplicitamente l’esistenza dell’esoterismo in generale e dell’esoterismo
cristiano in particolare? A sostegno di questa affermazione egli
6. Egli aggiunge, in nota: «Non sembra che si
possa ragionevolmente contestare l’opinione dell’abate Pluche (Histoire du
Ciel, p. 404) che fa derivare il mysterion dei greci da mistar,
mistor o mistarim, espressioni che in fenicio significano: velamen,
absconsis, latibulum.»
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riporta diverse citazioni di autori
ecclesiastici ed ebrei, tratte dal Monde Primitif di Court de Gébelin.
In questo vasto campo di ricerche ciascuno avrà modo di applicarsi a seconda
delle sue attitudini: «Che gli uni si immergano coraggiosamente negli studi
eruditi, tanto da poter moltiplicare i nostri testi e delucidare quelli che già
possediamo. Che altri, condotti dal loro genio alle contemplazioni metafisiche,
cerchino nella natura stessa delle cose le prove della nostra dottrina. Che
altri ancora, infine (e piaccia a Dio che ve ne siano tanti!) ci dicano quanto
hanno appreso su questo Spirito che soffia dove vuole, come vuole e quando
vuole.» Il richiamo all’ispirazione diretta, espressa in quest’ultima frase, è
sicuramente la cosa più notevole.
Questo progetto non venne attuato, e non si sa
neanche se il duca di Brunswick ne venne a conoscenza; tuttavia, esso non è poi
così chimerico come potrebbero pensare alcuni, e noi crediamo che sia del tutto
idoneo a suscitare, oggi, delle interessanti riflessioni, esattamente come lo
fu all’epoca in cui venne concepito; ed è per questo che abbiamo tenuto a
citarne diversi passi. In sostanza, l’idea generale che se ne ricava potrebbe
essere formulata così: senza pretendere minimamente di negare o di sopprimere
le differenze e le specificità nazionali, di cui invece occorre prendere
coscienza, per prima cosa, nel modo più approfondito possibile e a dispetto di
quanto pretendono gli attuali internazionalisti, si tratta di restaurare
l’unità sovra-nazionale, piuttosto che internazionale, dell’antica Cristianità,
unità distrutta dalle molteplici sette che hanno «lacerato la veste senza
cuciture»; da lì, si tratta poi di elevarsi all’universalità, realizzando il
Cattolicesimo nel vero senso della parola, nel senso in cui lo intendeva
Wronski, secondo cui questo Cattolicesimo avrebbe avuto un’esistenza pienamente
reale solo quando fosse riuscito ad integrare le tradizioni contenute nei Libri
sacri di tutti i popoli. È essenziale sottolineare che questa unione, come
viene auspicata da Joseph de Maistre, dovrà compiersi, innanzi tutto,
nell’ordine puramente intellettuale; ed è proprio quello che noi abbiamo sempre
sostenuto, poiché
21
pensiamo che non può aversi una vera intesa
fra i popoli, soprattutto fra quelli che appartengono a delle diverse civiltà,
se questa non è fondata su dei principi, nel senso vero della parola. Senza
questa base strettamente dottrinale, non può edificarsi niente di solido; tutte
le combinazioni politiche ed economiche saranno sempre impotenti a riguardo,
non meno delle considerazioni sentimentali; mentre invece, se venisse
realizzato l’accordo sui principi, l’intesa in tutti gli altri campi ne
deriverebbe necessariamente.
Senza dubbio la Massoneria della fine del
XVIII secolo non possedeva più ciò che era necessario per compiere questa
«Grande Opera», e d’altronde, alcune condizioni richieste dalla bisogna
probabilmente sfuggivano allo stesso Joseph de Maistre; ma questo non significa
necessariamente che un tal piano non potrebbe mai essere ripreso, sotto una
forma o sotto un’altra, da qualche organizzazione avente un carattere veramente
iniziatico e in possesso del «filo d’Arianna» che gli permettesse di
districarsi in seno al labirinto delle innumerevoli forme sotto le quali è
nascosta la Tradizione unica, per ritrovare infine la «Parola Perduta» e far
uscire «la Luce dalle Tenebre», «l’Ordine dal Caos». Noi non vogliamo
minimamente anticipare l’avvenire, ma certi segni permettono di pensare,
malgrado le apparenze sfavorevoli del mondo attuale, che la cosa non è forse
del tutto impossibile; e concludiamo citando una frase un po’ profetica dello
stesso Joseph de Maistre, tratta dal secondo colloquio delle sue Serate di
Pietroburgo: «Occorre tenerci pronti per un avvenimento immenso nell’ordine
divino, verso il quale marciamo ad una velocità così accelerata che non può non
colpire tutti gli osservatori. Oracoli temibili annunciano già che i tempi
sono arrivati.»
22
COLONIA O STRASBURGO? *
La questione presa in esame nel numero di
ottobre 1926 de Le Voile d’Isis, ci sembra che debba essere vista sotto
due aspetti: uno di carattere storico ed uno di carattere simbolico; e in
fondo, la divergenza segnalata si riferisce solo al primo di questi due punti
di vista. D’altronde, la contraddizione è, forse, solo apparente: se la
cattedrale di Strasburgo è veramente il centro ufficiale di un certo rito
«compagnonico», quella di Colonia non sarà parimenti il centro di un altro
rito? E non è proprio per questa ragione che vi sarebbero due documenti
massonici distinti, uno composto a Strasburgo e l’altro a Colonia, i quali
potrebbero generare così una certa confusione? Certo, sarebbe necessaria una
verifica, e occorrerebbe anche sapere se questi due documenti portano la stessa
data o meno..La cosa è interessante soprattutto dal punto di vista storico e,
nonostante per noi questo sia il meno importante, esso riveste ugualmente un
certo valore, poiché in qualche modo è connesso al punto di vista simbolico: in
effetti, non è arbitrariamente che un determinato luogo sia stato scelto come
centro dalle organizzazioni del tipo di cui si tratta.
Comunque sia, noi siamo totalmente d’accordo
con Albert Berriet, quando dice che il «punto sensibile» deve esistere in tutte
le cattedrali che sono state costruite secondo le vere regole dell’arte, e
quando dichiara che «occorre soprattutto servirsene dal punto di vista
simbolico». A questo proposito, vi è da fare un curioso accostamento: Wronski
affermava che in tutti i corpi vi è un punto particolare, che se fosse colpito,
l’intero corpo si disgregherebbe subito, in qualche modo si volatilizzerebbe per
la dissociazione di tutte
* Cologne ou
Strasbourg?, pubblicato ne Le Voile d’Isis, gennaio 1927.
23
le sue molecole; ed egli pretendeva di aver
trovato il modo per calcolare la posizione di questo centro di coesione. Non si
tratta esattamente della stessa cosa e cioè del «punto sensibile» delle
cattedrali, soprattutto se lo si considera in maniera simbolica, come pensiamo
si debba fare?
La questione, vista sotto il suo aspetto più
generale, è poi quella che si potrebbe chiamare del «nodo vitale», il quale
esiste in ogni composto, come punto di congiunzione dei suoi elementi
costitutivi. La cattedrale, costruita secondo le regole, forma un vero insieme
organico, e per questo ha anch’essa un «nodo vitale». Il problema legato a
questo punto è lo stesso di quello che, nell’antichità, veniva espresso dal
famoso simbolo del «nodo gordiano»; ma, certo i massoni moderni sarebbero
alquanto sorpresi se si dicesse loro che la loro spada può svolgere ritualmente
lo stesso ruolo di quella di Alessandro...
Si può ancora aggiungere che l’effettiva
soluzione dei problema in questione, è connessa al «potere delle chiavi» (potestas
ligandi et solvendi), inteso nel suo significato ermetico; oppure si
potrebbe dire, ed è poi la stessa cosa, che essa corrisponde alla seconda fase
del coagula et solve degli alchimisti. Come abbiamo fatto notare
nell’articolo su Regnabit al quale si riferisce Paul Redonnel, non
bisogna dimenticare che Janus era per i Romani il dio dell’iniziazione
ai Misteri, ma era anche il patrono dei Collegia Fabrorun, delle
corporazioni di artigiani che sono continuate ad esistere per tutto il Medioevo
e, col compagnonaggio, fin nei tempi moderni; ma oggigiorno, senza dubbio, sono
assai poco numerosi coloro che comprendono ancora qualcosa del profondo
simbolismo della «Loggia di San Giovanni».
24
A PROPOSITO DEI
COSTRUTTORI DEL MEDIOEVO *
Un articolo di Armand Bédarride, apparso nel
numero di maggio 1929 de Le Symbolisme, e del quale abbiamo già parlato
nelle nostre recensioni delle riviste, ci sembra possa dar luogo ad alcune
utili riflessioni. Questo articolo, intitolato Les Idées des nos Précurseurs,
tratta delle corporazioni del Medioevo, viste come le trasmettitrici del loro
spirito e delle loro tradizioni alla Massoneria moderna.
Innanzi tutto, notiamo che la distinzione fra
«Massoneria operativa» e «Massoneria speculativa» ci sembra debba essere intesa
in un senso del tutto diverso da quello che ordinariamente le viene attribuito.
In effetti, molto spesso ci si immagina che i Massoni «operativi» fossero solo
dei semplici operai o artigiani, e niente di più, e si pensa che il simbolismo,
nei suoi significati più o meno profondi, sia sopraggiunto solo tardivamente,
in seguito all’ammissione nelle organizzazioni corporative di persone estranee
all’arte del costruire. Questo, comunque, non è il caso di Bédarride, il quale
invece cita un gran numero d’esempi, in particolare nei monumenti religiosi, di
figure il cui carattere simbolico è incontestabile; in particolare egli parla
delle due colonne della cattedrale di Würtzbourg, «che provano ‑ dice ‑ che i
Massoni costruttori del XIV secolo praticavano un simbolismo filosofico», il
che è esatto, ma, è ovvio, solo a condizione che lo si intenda nel senso di
«filosofia ermetica» e non secondo l’accezione corrente; poiché allora si
tratterebbe semplicemente della filosofia profana, la quale, fra l’altro, non
ha mai fatto uso di un simbolismo qualunque. Gli esempi si potrebbero
moltiplicare indefinitamente: la stessa pianta
* A propos des
constructeurs du Moyen Age, pubblicato ne Le Voile d’Isis, gennaio
1927.
25
delle cattedrali è eminentemente simbolica,
come abbiamo avuto modo di sottolineare in altre occasioni; e occorre
aggiungere che, fra i simboli usati nel Medioevo, oltre a quelli di cui i
Massoni moderni hanno conservato il ricordo, pur non comprendendone più il
significato, ce ne sono molti altri di cui essi non hanno la minima idea1.
Secondo noi, occorre andare in qualche modo
contro l’opinione corrente e considerare la «Massoneria speculativa», sotto
molti aspetti, come una degenerazione della «Massoneria operativa». In effetti,
quest’ultima era veramente completa nel suo ordine, dal momento che possedeva
insieme la teoria e la pratica corrispondente; e questa sua denominazione,
sotto questo aspetto, può essere intesa come un’allusione alle «operazioni»
dell’«arte sacra», di cui la costruzione secondo le regole tradizionali era una
delle applicazioni. Quanto alla «Massoneria speculativa», che d’altronde è nata
nel momento in cui le corporazioni di costruttori erano in piena decadenza, la
sua denominazione indica molto chiaramente che essa è limitata alla
«speculazione» pura e semplice, vale a dire ad una teoria senza alcuna
realizzazione; e certamente sarebbe un errore dei più strani se si volesse
considerare un tal fatto come un «progresso». Se si fosse trattato solo di un
impoverimento, il male non sarebbe poi così grande com’è in realtà, ma, come
abbiamo detto più volte, all’inizio del XVIII secolo si è verificata in più una
vera deviazione al momento della costituzione della Gran Loggia d’Inghilterra,
la quale fu il punto di partenza di tutta la Massoneria moderna. Per il momento
non insisteremo oltre, ma teniamo a sottolineare che, se si vuol comprendere
1. Ultimamente, abbiamo avuto modo di
rilevare, nella cattedrale di Strasburgo e in altri edifici dell’Alsazia, un
gran numero di marchi di tagliatori di pietra, i quali risalgono ad epoche
diverse, dal XII secolo fino all’inizio del XVII secolo; fra questi marchi ve
ne sono alcuni molto curiosi, in particolare abbiamo ritrovato lo swastika,
al quale allude Bédarride, in una delle torrette del campanile di Strasburgo.
26
veramente lo spirito dei costruttori del
Medioevo, queste osservazioni sono del tutto essenziali; diversamente ci se ne
fa un’idea falsa o, quanto meno, molto incompleta.
Un’altra idea che è altrettanto importante
rettificare, è quella secondo la quale l’impiego di forme simboliche sarebbe
stato semplicemente imposto da ragioni di prudenza. Che, talvolta, queste
ragioni siano esistite non lo contestiamo, ma si tratta solo dell’aspetto più
esteriore e meno interessante della questione; lo abbiamo già detto a proposito
di Dante e dei «Fedeli d’Amore»2, e lo possiamo ripetere per ciò che
riguarda le corporazioni dei costruttori, tanto più che han dovuto esserci dei
legami molto stretti fra tutte queste organizzazioni, molto diverse in
apparenza, ma tutte partecipi delle stesse conoscenze tradizionali3.
Ora, il simbolismo è precisamente il modo d’espressione normale delle
conoscenze di questo tipo, ed è questa la sua vera ragion d’essere, in tutti i
tempi ed in tutti i paesi, anche lì ove non vi è proprio nulla da dissimulare;
e questo, molto semplicemente, perché vi sono delle cose che, per loro stessa
natura, non possono esprimersi altrimenti che sotto tale forma.
L’errore di cui si tratta, che si commette
troppo spesso e di cui ritroviamo in un certo modo l’eco nell’articolo di
Bédarride, ci sembra avere due cause principali: la prima è che, generalmente,
si conosce molto male in che cosa consistesse il Cattolicesimo del Medioevo.
Non bisogna dimenticare che, come vi è un esoterismo musulmano, all’epoca vi
era anche un esoterismo cattolico, vale a dire un esoterismo che aveva il suo
punto d’appoggio nei simboli e nei riti della religione cattolica e che si
sovrapponeva a questa senza
2. Si veda Le Voile d’Isis, febbraio
1929. (Si tratta dell’art. Il Linguaggio Segreto di Dante e dei Fedeli
d’Amore, oggi raccolto, come capp. IV e V, in Considerazioni
sull’Esoterismo Cristiano, Arktos, Carmagnola ‑ n.d.t.).
3. I Compagnoni del «Rito di Salomone» hanno
conservato fino ad oggi il ricordo del loro legame con l’Ordine del Tempio.
27
opporvisi in alcun modo; non c’è dubbio che
certi ordini religiosi furono ben lontani dall’essere estranei a tale
esoterismo. Se la tendenza della maggior parte dei Cattolici attuali è di
negare l’esistenza di queste cose, ciò prova solamente che essi non sono meglio
informati, a proposito, del resto dei nostri contemporanei.
La seconda causa dell’errore in questione
consiste nel fatto di immaginare che ciò che si nasconde sotto i simboli siano
quasi unicamente delle concezioni sociali o politiche4, in realtà si
tratta di ben altro. Le concezioni di questo genere, agli occhi di coloro che
possedevano certe conoscenze, potevano avere solo un’importanza parecchio
secondaria, quella di una possibile applicazione fra tante altre; e aggiungiamo
anche che ovunque hanno finito con l’occupare uno spazio troppo grande e col
diventare predominanti, esse sono state invariabilmente una causa di
degenerazione e di deviazione5. E non è esattamente questo che ha
fatto perdere alla Massoneria moderna la comprensione di ciò che essa conserva
ancora dell’antico simbolismo e delle tradizioni di cui sembra essere, bisogna
ben dirlo, malgrado tutte le sue insufficienze, l’unica erede nel mondo
occidentale? Se ci si obietta che, a riprova delle preoccupazioni sociali dei
costruttori, esistono le figure satiriche e più o meno licenziose che si
riscontrano talvolta nelle loro opere, è facile rispondere: queste figure sono
destinate, soprattutto, a confondere i profani, i quali si fermano
all’apparenza e non riescono a cogliere quello che di più profondo esse
dissimulano. D’altronde, si tratta di qualcosa che è ben lungi dall’essere
specifico dei costruttori; certi scrittori, come Boccaccio e Rabelais
4. Questo modo di vedere le cose è, in gran
parte, quello di Aroux e di Rossetti per ciò che riguarda l’interpretazione di
Dante, e lo si riscontra anche in molti passi della Storia della Magia
di Éliphas Levi.
5. In merito, è molto eloquente l’esempio di certe
organizzazioni musulmane, in cui le preoccupazioni politiche hanno soffocato,
in qualche modo, la originaria spiritualità.
28
soprattutto, e molti altri ancora, hanno
adottato la stessa finzione ed hanno usato lo stesso procedimento. C’è da
credere che questo stratagemma sia ben riuscito, poiché ancora oggi, e senza
dubbio più che mai oggi, i profani continuano a cascarci.
Se si vuole andare in fondo alla questione,
occorre vedere nel simbolismo dei costruttori l’espressione di alcune scienze
tradizionali, che si riallacciano a quello che, in maniera generale, si può
indicare col nome di «ermetismo». Ora, dal momento che noi parliamo qui di
«scienze», attenzione a non pensare che si tratti di qualcosa di paragonabile
alla scienza profana, la sola conosciuta da quasi tutti i moderni; e sembra che
una tale assimilazione traspaia anche in Bédarride, il quale parla di «forma mutevole
delle conoscenze positive della scienza», il che si adatta propriamente ed
esclusivamente alla scienza profana; e che, prendendo alla lettera delle
immagini puramente simboliche, crede di scoprirvi delle idee «evoluzioniste» ed
anche «trasformiste», idee che sono in totale contraddizione con ogni dato
tradizionale. Già in molti nostri lavori abbiamo sviluppato a lungo la
distinzione essenziale fra la scienza sacra o tradizionale e la scienza
profana, e quindi non pensiamo di ripetere qui tutte quelle considerazioni, non
di meno abbiamo ritenuto opportuno richiamare una volta di più l’attenzione su
questo punto capitale.
E concludiamo in breve: non è senza ragione
che Giano, presso i Romani, fosse insieme il dio dell’iniziazione ai misteri e
il dio delle corporazioni di artigiani; e non è parimenti senza ragione che i
costruttori del Medioevo conservassero le due feste solstiziali dello stesso
Giano, feste divenute, col Cristianesimo, quelle dei due San Giovanni,
d’inverno e d’estate; e quando si conosca il nesso esistente fra San Giovanni e
l’aspetto esoterico del Cristianesimo, non si comprende immediatamente che in effetti
si tratta sempre della stessa iniziazione ai misteri, pur celata sotto un nuovo
adattamento richiesto dalle circostanze e dalle «leggi cicliche»?
29
IL COMPAGNONAGGIO
E
GLI ZINGARI *
In un articolo di C. Milcent, pubblicato nel
giornale Le Compagnonnage, maggio 1926, e ripreso ne Le Voile d’Isis,
novembre 1927, abbiamo notato questa frase: «Ciò che mi ha sorpreso ed anche
reso un po’ scettico, è quando il C\ Bernet ci
dice che egli presiede annualmente, a Saintes-Maries-de-la-Mer, all’elezione
del Re degli Zingari.» Tempo fa, avevamo fatto anche noi la stessa
osservazione, ma non avevamo voluto sollevare la questione; ora che essa è
stata posta pubblicamente non abbiamo più motivo per non parlarne, tanto più
che così potremo contribuire a chiarire alcuni punti che non sono privi di
interesse.
Innanzi tutto, non è un Re che eleggono gli
Zingari, ma una Regina, e poi questa elezione non si ripete ogni anno; ciò che
si svolge ogni anno è solamente, con o senza elezioni, la riunione degli
Zingari, nella cripta della chiesa di Saintes-Maries-de-la-Mer. D’altra parte,
è possibilissimo che alcuni, senza essere degli zingari, vengano ammessi ad
assistere a questa riunione ed ai riti che vi si compiono, in ragione delle
loro qualità o delle loro funzioni; ma, quanto a «presiedervi» è cosa ben
diversa, e il minimo che possiamo dire è che si tratta di una cosa estremamente
inverosimile. Dal momento che l’affermazione in questione è apparsa, perla
prima volta, in una intervista pubblicata, diverso tempo fa, dall’Intransigeant,
vogliamo credere che, per quel che contiene di inesatto, la responsabilità sia
semplicemente da addebitare al giornalista, il quale, come spesso avviene, avrà
esagerato per
* Le
Compagnonnage et les Bohémiens, pubblicato ne Le Voile d’Isis,
ottobre 1928.
31
sollecitare la curiosità dei suo pubblico,
ignorante come lui della questione e quindi incapace di accorgersi dei suoi
errori. Comunque, non intendiamo insistere più del necessario, anche perché non
è questo l’aspetto più interessante della questione; ciò che ci interessa è il
problema, più generale, dei rapporti che possono esistere fra gli Zingari e le
organizzazioni del Compagnonaggio.
Nel suo articolo, Milcent continua dicendo:
«che gli Zingari praticano il rito ebraico e che vi potrebbero essere dei
rapporti con i C\ tagliatori di pietra, Stranieri del
Dovere della Libertà». La prima parte di questa frase ci sembra contenga ancora
un’inesattezza, o quanto meno un equivoco: è vero che la Regina degli Zingari
porta il nome, o piuttosto il titolo, di Sarah, che è anche il nome dato
alla santa che riconoscono come loro patrona ed il cui corpo riposa nella
cripta di Saintes-Maries; è anche vero che questo titolo, forma femminile di Sar,
è ebraico e significa «principessa»; ma tutto ciò è sufficiente perché si possa
parlare di «rito ebraico»? L’Ebraismo appartiene ad un popolo presso il quale
la religione è strettamente solidale con la razza; ora, gli Zingari, qualunque
sia la loro origine, non hanno certo niente in comune con la razza ebraica; ma
non è possibile che, malgrado ciò, vi siano dei rapporti dovuti ad una certa
affinità di ordine più misterioso?
Quando si parla di Zingari, è indispensabile
fare una distinzione, che troppo spesso si dimentica: in realtà, vi sono due
tipi di Zingari, i quali sembrano del tutto estranei fra di loro e che si
trattano perfino da nemici; essi non hanno gli stessi caratteri etnici, né
parlano la stessa lingua né esercitano gli stessi mestieri. Vi sono gli Zingari
orientali, o Zingari, che sono soprattutto domatori di orsi e calderai;
e vi sono gli Zingari meridionali, o Gitani, chiamati anche, in
Linguadoca e in Provenza, «Carachi», che sono quasi esclusivamente mercanti di
cavalli; e sono solo questi ultimi che si riuniscono a Saintes-Maries. Il
marchese di Baroncelli-Javon, in uno studio molto curioso su Les Bohémiens
des Saintes-Maries-de-la-Mer, elenca molti tratti che questi hanno in
comune con
32
i Pellerossa d’America, e sulla base di questi
accostamenti e dell’interpretazione delle loro tradizioni, non esita ad
attribuire loro un’origine atlantidea; pur essendo solo un’ipotesi, essa è in
ogni caso degna di nota. Ma ecco dell’altro, che non abbiamo visto segnalato da
nessuno, e che non è meno straordinario: come vi sono due tipi di Zingari, così
vi sono due tipi di Ebrei, Ashkenazim e Sephardim, per i quali si
potrebbero fare delle analoghe osservazioni, sia per quanto riguarda le
differenze dei tratti fisici, della lingua, delle abitudini, sia in relazione
al fatto che non sempre intrattengono rapporti cordiali, poiché entrambi hanno
la pretesa di rappresentare il puro Ebraismo, sia sotto l’aspetto della razza,
che sotto quello della tradizione. A proposito della lingua, vi è perfino una
rassomiglianza che colpisce: né gli Ebrei né gli Zingari hanno veramente una
lingua completa che appartenga loro in proprio, quanto meno per l’uso corrente;
essi si servono delle lingue delle regioni ove vivono, mischiandovi alcuni
termini loro propri, ebraici per gli Ebrei, e per gli Zingari termini derivanti
da una lingua ancestrale, di cui rappresentano gli ultimi resti; d’altronde,
questa rassomiglianza può benissimo spiegarsi sulla base delle condizioni
d’esistenza dei due popoli, i quali sono costretti a vivere dispersi fra gli
stranieri; ma c’è qualcosa di più difficilmente spiegabile: si dà il caso che
le regioni percorse dagli Zingari orientali e da quelli meridionali, sono
esattamente le stesse abitate rispettivamente dagli Ashkenazim e dai Sephardim;
non si peccherebbe di troppo «semplicismo» se ci si limitasse a vedervi solo
una pura coincidenza?
Queste considerazioni fanno pensare che, se
non vi sono dei rapporti etnici fra Zingari ed Ebrei, forse ve ne sono di altro
tipo, che, senza precisarne ulteriormente la natura, possiamo qualificare come
tradizionali. E questo ci porta direttamente all’oggetto di questa nota, da cui
ci siamo allontanati solo in apparenza: le organizzazioni del Compagnonaggio,
per i quali evidentemente la questione etnica non si pone, non potrebbero avere
anch’esse dei rapporti dello stesso genere, sia con gli Ebrei, sia con gli
Zingari, sia, ad un
33
tempo, con entrambi? Almeno per il momento,
non è nostra intenzione cercare di spiegare l’origine e la ragione di questi
rapporti; ci accontenteremo perciò di richiamare l’attenzione su alcuni punti
più precisi. I Compagnoni, non sono divisi in molti riti rivali e non si sono
trovati spesso su posizioni di più o meno aperta ostilità? E i loro viaggi non
comportano degli itinerari a seconda dei riti e con dei punti di partenza
ugualmente differenti? Non hanno, in qualche modo, una lingua speciale, basata
sicuramente sulla lingua ordinaria, ma dalla quale si distingue per
l’introduzione di termini particolari, esattamente come nel caso degli Ebrei e
degli Zingari? Non ci si serve del termine «gergo» per indicare il linguaggio
convenzionale in uso in certe società segrete e in particolare nel
Compagnonaggio, e gli Ebrei non danno, talvolta, lo stesso nome alla lingua che
essi parlano? E in certe località di campagna, gli Zingari non sono conosciuti
con l’appellativo di «passanti», in base al quale d’altronde vengono confusi
con i venditori ambulanti, e questo appellativo, come si sa, non è anche
applicato ai Compagnoni? Ed infine, la leggenda dell’«Ebreo errante» non
sarebbe, come tante altre, di origine «compagnonica»?
Senza dubbio, potremmo moltiplicare ancora
questi interrogativi, ma pensiamo che bastino, e che delle ricerche in questo
senso potrebbero chiarire in modo sorprendente alcuni enigmi. Del resto,
potremmo ritornare noi stessi sull’argomento, se è il caso, ed apportare ancora
delle indicazioni complementari; ma i Compagnoni attuali sono realmente
interessati a tutto ciò che concerne le loro tradizioni?
34
UN NUOVO LIBRO
SULL’ORDINE DEGLI «ELETTI COHEN» *
R. Le Forestier, che si è specializzato negli
studi storici sulle organizzazioni segrete, massoniche e non, della seconda
metà del XVIII secolo, ha pubblicato, qualche mese fa, un importante volume su La
Franc-Maçonnerie occultiste au XVIII siècle et l’Ordre des Élus Coens1.
Questo titolo richiede una piccola riserva, poiché il termine «occultista», che
sembra proprio non sia mai stato impiegato prima di Éliphas Levi, vi figura un
po’ come un anacronismo; forse sarebbe stato più appropriato usarne un altro, e
non per una semplice questione di parole, ma perché tutto ciò che si chiama
propriamente «occultismo» in verità è un prodotto del XIX secolo.
L’opera è divisa in tre parti: la prima tratta
delle «dottrine e pratiche degli Eletti Coens»; la seconda, dei rapporti fra
«gli Eletti Coens e la tradizione occultista» (e qui sarebbe stato più
appropriato usare il termine «esoterica»); la terza, infine,
dell’«organizzazione e storia dell’Ordine». Tutto quello che è propriamente
storico è molto ben fatto, ed è fondato sullo studio molto serio dei documenti
che l’autore ha potuto reperire, e non possiamo che raccomandarne la lettura;
infatti non v’è nulla che lasci a desiderare, tranne alcune lacune relative
alla biografia di Martines de Pasqually, sulla quale restano ancora certi punti
oscuri; peraltro, Le Voile d’Isis pubblicherà prossimamente dei nuovi
documenti che contribuiranno forse a chiarirli.
La prima parte è un’eccellente veduta
d’insieme sul contenuto del Trattato della Reintegrazione degli Esseri,
opera assai confusa, scritta in uno stile scorretto e talvolta poco
* Un nouveau
livre sur l’Ordre des Élus Coens, pubblicato ne Le Voile d’Isis,
dicembre 1929.
1. Dorbon Aîné, editore.
35
intelligibile, e d’altronde rimasta
incompiuta: non è facile trarne un’esposizione coerente, ed è il caso di
elogiare Le Forestier per esservi riuscito. Tuttavia, sussiste una certa
ambiguità in relazione alla natura delle «operazioni» degli Eletti Cohen: erano
realmente «teurgiche» o solamente «magiche»? L’autore sembra non accorgersi che
si tratta di due cose sostanzialmente differenti, che non appartengono allo
stesso ordine; è possibile che questa confusione sia esistita presso gli stessi
Eletti Cohen, la cui iniziazione sembra essere rimasta, sotto diversi aspetti,
sempre molto incompleta, ma certo sarebbe stato meglio farlo notare. Diremmo
volentieri che sembra essersi trattato di un rituale di «magia cerimoniale» con
pretese teurgiche, cosa che lasciava aperta la porta a parecchie illusioni; e
l’importanza attribuita a delle semplici manifestazioni «fenomeniche», e ciò
che Martines chiamava «passaggi» non era altro che questo, prova effettivamente
che il dominio dell’illusione non era stato superato. Quel che c’è di più
pericoloso in questa storia, a nostro avviso, è il fatto che il fondatore degli
Eletti Cohen abbia potuto credersi in possesso di conoscenze trascendenti,
mentre invece si trattava solo di conoscenze che, per quanto reali, erano
ancora di un ordine alquanto secondario. Per le stesse ragioni, in lui doveva
anche essere presente una certa confusione fra il punto di vista «iniziatico»
ed il punto di vista «mistico», poiché le dottrine da lui esposte hanno sempre
una forma religiosa, mentre invece le sue «operazioni» non hanno per niente
questo carattere; dispiace che Le Forestier sembri accettare questa confusione
e che non abbia lui stesso un’idea precisa della distinzione esistente fra i
due punti di vista in questione. D’altronde, occorre notare che quella che
Martines chiama «reintegrazione» non supera le possibilità dell’essere umano
individuale; questo punto è chiaramente espresso dall’autore, ma sarebbe stato
il caso di trame delle conseguenze molto importanti in ordine ai limiti dell’insegnamento
che il capo degli Eletti Cohen poteva fornire ai suoi discepoli, e quindi anche
in ordine ai limiti della «realizzazione» a cui era in grado di condurli.
36
La seconda parte è la meno soddisfacente, e Le
Forestier, forse senza volerlo, non ha sempre saputo liberarsi di un certo
spirito che possiamo chiamare «razionalista», che probabilmente egli deve alla
sua formazione universitaria. Da certe rassomiglianze fra le diverse dottrine
tradizionali, non bisogna necessariamente concludere che si tratti di
«imprestiti» o di influenze dirette; ovunque si trovino espresse le stesse
verità, è normale che esistano rassomiglianze simili; e questo si applica in
particolare alla scienza dei numeri, i cui significati non sono affatto una
invenzione umana o una concezione più o meno arbitraria. Lo stesso dicasi per
l’astrologia: si è in presenza di leggi cosmiche che non dipendono certo da
noi; e non si capisce perché tutto quello che si riferisce ad essa dovrebbe
essere stato tratto dai Caldei, come se costoro avessero avuto fin dall’inizio
il monopolio della loro conoscenza; e lo stesso vale per l’angelologia, la
quale peraltro è strettamente connessa all’astrologia, e che non è possibile
considerare come fosse ignorata dagli Ebrei fino all’epoca della cattività di
Babilonia, a meno che non si vogliano accettare tutti i pregiudizi della
«critica» moderna. Aggiungiamo ancora che Le Forestier, sembra che non abbia
un’esatta nozione di ciò che è la Kabbala, il cui nome significa semplicemente
«tradizione» nel senso più generale, e che egli assimila, talvolta, ad un certo
stato particolare della redazione scritta di tale o tal’altro insegnamento,
cosicché arriva a dire che «la Kabbala nacque nella Francia del Sud e nella
Spagna settentrionale» e finisce col datarne l’origine al XIII secolo; anche
qui, lo spirito «critico», che ignora per partito preso ogni trasmissione
orale, è veramente spinto un po’ troppo oltre. Notiamo infine un ultimo punto:
il termine Pardes (che, come abbiamo spiegato in altre circostanze, è il
sanscrito Paradêsha, «contrada suprema», e non una parola persiana che
significa «parco degli animali», che fra l’altro ci sembra non abbia un gran
senso, a dispetto dell’accostamento con i Kerubim di Ezechiele) non
indica affatto una semplice «speculazione mistica», quanto l’ottenimento reale
di un certo stato, che consiste nella restaurazione dello «stato
37
primordiale» o «edenico», il che indubbiamente
presenta una stretta similitudine con la «reintegrazione», come la considerava
Martines2.
Fatte tutte queste riserve, è certo che la
forma con cui Martines rivestì il suo insegnamento è proprio di ispirazione
ebraica, cosa che, d’altronde, non implica che lui stesso fosse d’origine
ebraica (è questo uno di quei punti che non è stato ancora sufficientemente
chiarito), né che non sia stato sinceramente cristiano. A riguardo, Le
Forestier ha ragione quando parla di «Cristianesimo esoterico», ma non vediamo
perché alle concezioni di questo genere si dovrebbe rifiutare il diritto di
dirsi autenticamente cristiane: attenersi alle idee moderne di una religione
esclusivamente e strettamente exoterica, significa negare al Cristianesimo ogni
significato veramente profondo, e significa anche disconoscere tutto quello che
si è avuto di diverso nel Medioevo, e di cui, forse, troviamo proprio gli
ultimi riflessi, ormai alquanto indeboliti, in organizzazioni come quella degli
Eletti Cohen3. Noi sappiamo bene che cos’è, in tutto questo, che dà
fastidio ai nostri contemporanei: si tratta della loro preoccupazione di
ridurre tutto ad una questione di «storicità», preoccupazione che ormai sembra
essere comune sia ai sostenitori che agli avversari del Cristianesimo,
nonostante gli avversari siano
2. A questo proposito abbiamo rilevato una
svista assai divertente, in una delle lettere di Willermoz al barone di
Turkeim, pubblicate da Émile Dermenghem a seguito dei Sommeils:
Willermoz protesta contro l’affermazione in base alla quale il libro Des
Erreurs et de la Vérité, di Saint-Martin, «proveniva dai Parti» (in
francese: Parthes); quello che lui pensava fosse il nome dei popolo, che in
effetti non aveva niente a che vedere con l’argomento, è evidentemente il
termine Pardes, il quale gli era indubbiamente sconosciuto. Dal momento
che il barone di Turkeim aveva parlato, nell’occasione, «del Parthes,
opera classica dei Cabbalisti», pensiamo che si debba trattare in realtà
dell’opera intitolata Pardes Rimonim.
3. Invece di «Cristianesimo esoterico» sarebbe
meglio dire «esoterismo cristiano», cioè un esoterismo avente la sua base nel
Cristianesimo;
38
stati certamente i primi a porre la questione
in tal modo. Diciamolo chiaramente, se il Cristo dovesse essere considerato
unicamente come un personaggio storico, la cosa sarebbe ben poco interessante;
la considerazione del Cristo-principio ha ben altra importanza; e d’altronde,
l’una cosa non esclude per niente l’altra, poiché, come abbiamo detto spesso,
gli stessi fatti storici hanno un valore simbolico ed esprimono i principi
secondo la loro modalità e nel loro ordine; ma, adesso, non possiamo insistere
oltre su questo punto, che del resto ci sembra abbastanza chiaro.
La terza parte è dedicata alla storia
dell’Ordine degli Eletti Cohen, la cui esistenza effettiva fu assai breve, ed
alla presentazione di ciò che si conosce dei rituali dei suoi diversi gradi, i
quali pare che non siano mai stati completati e messi a punto, al pari dei
rituali delle famose «operazioni». Forse non è molto esatto chiamare
«scozzesi», come fa Le Forestier, tutti i sistemi di alti gradi massonici,
senza eccezione, né vedere, in qualche modo, una semplice mascheratura nel
carattere massonico dato da Martines agli Eletti Cohen; ma la discussione
approfondita di queste questioni rischierebbe di condurci troppo in là4.
Vogliamo solo richiamare l’attenzione, in modo particolare, sulla denominazione
di «Réau-Croix», data da Martines al grado più elevato del suo «regime», come
si diceva allora, e nel quale Le Forestier non vede altro che l’imitazione o la
contraffazione del nome «Rosa-Croce» (Rose-Croix); secondo noi, si tratta di
altro. Nello spirito di Martines,
e questo per sottolineare che ciò di cui si
tratta non appartiene al dominio religioso; lo stesso vale naturalmente per
l’esoterismo musulmano.
4. A proposito dei diversi sistemi di alti gradi,
siamo un po’ sorpresi di vedere attribuire all’aristocrazia «di nascita e di
denaro», l’organizzazione del «Consiglio degli Imperatori d’Oriente e
d’Occidente», il cui fondatore sembra proprio sia stato, molto semplicemente,
«il signor Pirlet, sarto», come dicono i documenti dell’epoca; per quanto male
informato possa essere stato Thory su alcuni punti, non ha certo inventato
questa indicazione (Acta Latomorum, t. I, p. 79).
39
il «Réau-Croix» doveva essere, invece, il vero
«Rosa-Croce», dal momento che il grado che porta questo nome, nella Massoneria
ordinaria, era, secondo l’espressione che egli impiegava abbastanza spesso,
solo un «apocrifo»; ma, da dove deriva questo nome bizzarro di «Réau-Croix», e
cosa potrà mai significare? Secondo Martines, il vero nome d’Adamo era «Roux
in lingua volgare e Réau in ebraico», col significato di «Uomo-Dio
fortissimo in saggezza, virtù e potenza», interpretazione che, almeno a prima
vista, sembra alquanto fantasiosa. La verità è che Adam, letteralmente,
significa proprio «rosso»; adamah è l’argilla rossa e damh è il
sangue, ugualmente rosso; Edom, nome dato ad Esaù, ha anche il
significato di «rosso»; e questo colore rosso, molto spesso, è preso come
simbolo di forza o di potenza, il che giustifica in parte la spiegazione di
Martines. Quanto alla forma Réau, essa sicuramente non ha nulla di
ebraico, ma pensiamo che bisogna vedervi un’assimilazione fonetica con roéh,
«veggente», che fu la prima denominazione dei profeti, ed il cui senso è
paragonabile a quello del sanscrito rishi; questo genere di simbolismo
fonetico non ha niente di eccezionale, come abbiamo avuto modo di dire in
diverse occasioni5, e non ci sarebbe nulla di strano se Martines se
ne fosse servito per alludere ad uno dei principali caratteri inerenti lo
«stato edenico», e quindi per significare il possesso di questo stesso stato.
Se è così, l’espressione «Réau-Croix», con l’aggiunta della Croce del
«Riparatore» a questo primo nome Réau, sta ad indicare «il minore
ristabilito nelle sue prerogative», per usare il linguaggio del Trattato
della Reintegrazione degli Esseri, vale a dire l’«uomo rigenerato», che è
effettivamente il «secondo Adamo» di San Paolo, ed
5. Le Forestier, d’altronde, segnala un altro
esempio dei genere, sempre nello stesso Martines. ed è l’assimilazione che
questi stabilisce, per una sorta di anagramma, fra «Noachites» e «Chinois». (In
italiano: Noachiti e Cinesi, non rendono più possibile la stessa trasposizione.
‑ n.d.t.)
40
anche il vero «Rosa-Croce»6.
Dunque, in realtà si tratta, non di una imitazione del termine «Rosa-Croce»,
del quale sarebbe stato molto più facile appropriarsi puramente e
semplicemente, come hanno fatto tanti altri, ma di una delle numerose
interpretazioni o adattamenti che possono legittimamente operarsi; sia ben
chiaro, comunque, che questo non significa che le pretese di Martines in ordine
agli effetti reali della sua «ordinazione a Réau-Croix» fossero pienamente
giustificate.
Per concludere questo esame alquanto sommario,
segnaliamo ancora un ultimo punto: Le Forestier ha perfettamente ragione
quando, nell’espressione «forma gloriosa», impiegata frequentemente da
Martines, ed ove «gloriosa» è in qualche modo sinonimo di «luminosa», vede
un’allusione alla Shekinah (che in qualche vecchio manuale massonico,
per una deformazione assai bizzarra, viene chiamata Stekenna)7;
e si tratta esattamente della stessa cosa anche nel caso del «corpo glorioso»,
espressione corrente nel Cristianesimo, anche exoterico, fin da San Paolo:
«Seminato nella corruzione, risusciterà nella gloria...»; così come nella
designazione «luce di gloria», in cui si attua, secondo la teologia più
ortodossa, la «visione beatifica». Tutto ciò dimostra molto bene che non vi è
alcuna opposizione fra l’exoterismo e l’esoterismo; c’è solo sovrapposizione
del secondo sul primo: alle verità espresse dall’exoterismo, in maniera più o
meno velata, l’esoterismo fornisce la pienezza del loro significato superiore e
profondo.
6. D’altronde, la Croce, di per sé, è il
simbolo dell’«Uomo Universale», e si può dire che essa rappresenta la forma
stessa dell’uomo ricondotto al suo centro originario, da cui era stato separato
a causa della «caduta» o, secondo il vocabolario di Martines, della
«prevaricazione».
7. Il termine «gloria», applicato al triangolo
raggiante e contenente il Tetragramma, che si ritrova sia nelle chiese che
nelle Logge, è effettivamente una delle designazioni della Shekinah,
come abbiamo spiegato ne Il Re del Mondo.
41
A PROPOSITO DEI
«ROSA-CROCE DI LIONE» *
Gli studi su Martines de Pasqually ed i suoi
discepoli, ultimamente si moltiplicano in maniera assai curiosa: dopo il libro
di Le Forestier, di cui abbiamo parlato qui il mese scorso, ecco che Paul
Vulliaud pubblica a sua volta un volume intitolato Les Rose-Croix lyonnais
au XVIII siécle1. Questo titolo non ci sembra molto
giustificato, poiché, a dire il vero, a parte l’introduzione, nel libro non si
parla per niente di Rosa-Croce; forse l’autore si è ispirato alla famosa
denominazione di «Réau-Croix», della quale dei resto non si è preoccupato di
cercare la spiegazione? È possibile; ma l’impiego di questo termine non implica
alcuna filiazione storica fra i Rosa-Croce veri e propri e gli Eletti Cohen, e
in ogni caso, non v’è alcuna ragione per includere sotto la stessa
denominazione, organizzazioni come la Stretta Osservanza e il Regime Scozzese
Rettificato, le quali, né nel loro spirito né nella loro forma, avevano di
certo alcun carattere rosacruciano. Ma diremo di più: nei riti massonici ove
esiste un «grado di Rosa-Croce», questi deve al Rosacrucianesimo solamente il
simbolo, e qualificare i possessori di questo grado come dei «Rosa-Croce»,
senza alcun chiarimento, equivale all’attuazione di un equivoco alquanto
spiacevole; e qualcosa del genere è presente nel titolo adottato da P.
Vulliaud. Per lui, anche altri termini, come quello di «Illuminati» per
esempio, non sembrano avere un significato ben preciso; essi appaiono un po’ a
caso e si sostituiscono indifferentemente gli uni agli altri, il che non può che
creare confusione nel lettore, il quale ha già il suo bel da fare a
raccapezzarsi fra la moltitudine di
* A propos des
«Rose-Croix lyonnais», pubblicato ne Le Voile d’Isis, gennaio 1930.
1. «Bibliothèque des
Initiations modernes», E. Nourry, editore.
43
Riti e di Ordini esistenti all’epoca.
Tuttavia, non vogliamo pensare che lo stesso Vulliaud si sia un po’ perso in
mezzo a tanta confusione, e in questo impiego inesatto del vocabolario tecnico
preferiamo vedere una conseguenza quasi obbligata dell’atteggiamento «profano»
che egli si compiace di ostentare; anche se questo non manca di procurarci una
certa sorpresa, poiché, fino ad oggi, avevamo incontrato delle persone che si
gloriavano di dirsi «profani» solo negli ambienti universitari e «ufficiali», e
crediamo che P. Vulliaud non abbia per questi maggiore stima di quanta ne
abbiamo noi stessi.
Quest’atteggiamento comporta anche un’altra
conseguenza: P. Vulliaud ha ritenuto di dover adottare, quasi costantemente, un
tono ironico che è alquanto fastidioso, e che rischia di dare l’impressione di
una parzialità da cui uno storico dovrebbe accuratamente guardarsi. Già dal
libro Joseph de Maistre Franc-Maçon, dello stesso autore, si ricavava un
po’ troppo la stessa impressione; è poi così difficile per un non-Massone (non
diciamo un «profano») affrontare le questioni di questo genere senza impiegare
un linguaggio polemico che converrebbe lasciare alle pubblicazioni
esclusivamente antimassoniche? Per quanto ne sappiamo, solo Le Forestier fa
eccezione, e ci dispiace che P. Vulliaud non ne rappresenti un’altra, tanto più
che i suoi studi abituali avrebbero dovuto condurlo ad una maggiore serenità.
Sia chiaro comunque, che tutto questo non
toglie nulla alla validità e all’interesse dei numerosi documenti pubblicati da
Vulliaud, quantunque alcuni di essi non sono poi tanto inediti quanto egli ha
creduto che fossero2; e non possiamo non stupirci che abbia dedicato
un intero capitolo ai Sommeils,
2. Le cinque «istruzioni» agli Eletti Cohen
riprodotte al capitolo IX, erano già state pubblicate nel 1914, dalla France
Antimaçonnique; ad ognuno il suo! (Si tratta di un articolo pubblicato
dallo stesso René Guénon, e qui raccolto nel secondo volume: Alcuni documenti
inediti sull’Ordine degli Eletti Cohen. ‑ n.d.t.)
44
senza neanche annotare che sullo stesso
argomento, e con lo stesso titolo, era già stato pubblicato uno studio di É.
Dermenghem. Per contro, crediamo che gli estratti dei «quaderni iniziatici»
trascritti da Louis-Claude de Saint-Martin siano veramente inediti; peraltro,
il carattere strano di questi quaderni solleva non poche questioni che non sono
mai state chiarite.
Tempo fa, abbiamo avuto occasione di vedere
qualcuno di questi documenti, e gli scarabocchi bizzarri e incomprensibili di
cui sono pieni ci hanno dato la netta impressione che l’«agente sconosciuto»
che ne fu l’autore non fosse altro che un sonnambulo (non diciamo un «medium»,
ché sarebbe un grosso anacronismo); si tratta dunque, molto semplicemente, del
risultato di esperienze dello stesso genere di quelle dei Sommeils, il
che ne diminuisce di parecchio la portata «iniziatica». In ogni caso, una cosa
è certa, ed è che tutto questo non ha assolutamente niente a che vedere con gli
Eletti Cohen, i quali, d’altronde, a quel tempo non esistevano più come
organizzazione; e aggiungiamo che non vi è neanche niente che si riferisca al
Regime Scozzese Rettificato, malgrado vi si trovi spesso citata la «Loggia
della Beneficenza». Secondo noi, la verità è che Willermoz ed altri membri di
questa Loggia, i quali si interessavano di magnetismo, avrebbero formato una
sorta di «gruppo di studio», come si direbbe oggi, al quale avrebbero dato il
titolo discretamente ambizioso di «Società degli Iniziati»; questo titolo, che
si riscontra nei documenti, non potrebbe spiegarsi altrimenti, e dimostra molto
chiaramente, proprio per l’impiego del termine «società», che il gruppo in
questione, anche se composto da Massoni, non aveva in sé alcun carattere
massonico. Ancora oggi, si verifica spesso che dei Massoni costituiscano, per
uno scopo qualsiasi, quello che si usa chiamare un «gruppo fraterno», le cui
riunioni sono prive di una qualunque forma rituale; la «Società degli Iniziati»
non sarà stata altro che questo, e comunque questa ci sembra l’unica soluzione
plausibile in grado di spiegare questa storia alquanto oscura.
45
Noi pensiamo che i documenti che si
riferiscono agli Eletti Cohen abbiano un’altra importanza dal punto di vista
iniziatico, malgrado le lacune che sono sempre esistite, in tal senso, negli
insegnamenti di Martines e che abbiamo segnalato nel nostro ultimo articolo.
Vulliaud ha tutte le ragioni per insistere sull’errore di coloro che vorrebbero
fare di Martines un kabbalista; quanto si trova in lui di ispirazione
incontestabilmente ebraica, non implica in effetti alcuna conoscenza di ciò che
può essere propriamente designato col termine Kabbala, termine che troppo
spesso viene impiegato a sproposito. D’altra parte, la cattiva ortografia e lo
stile difettoso di Martines, che Vulliaud sottolinea con troppa compiacenza,
non provano nulla contro la reale consistenza delle sue conoscenze in un certo
ordine; bisogna guardarsi dal confondere l’istruzione profana col sapere
iniziatico; un iniziato di un livello molto elevato (e non è questo il caso di
Martines) può anche essere del tutto illetterato, e questo si riscontra spesso
in Oriente. Sembra, peraltro, che Vulliaud si sia compiaciuto nel presentare il
personaggio enigmatico e complesso di Martines, sotto la luce più fosca;
sicuramente Le Forestier si è dimostrato più imparziale; e resta da dire che,
dopo tutto questo, rimangono ancora molti punti oscuri.
Il persistere di queste oscurità prova quanto
sia difficile studiare cose come queste, che a volte sembrano essere state
ingarbugliate a ragion veduta; e occorre essere grati a Vulliaud per avervi
apportato il suo contributo; ed anche se egli si astiene dal formulare una
qualunque conclusione, il suo lavoro fornisce almeno una documentazione in gran
parte inedita e, nell’insieme, interessante3. Perciò, dato che
questo
3. Segnaliamo, di sfuggita, un errore storico
che è veramente troppo vistoso per non essere l’effetto di una semplice
distrazione: Vulliaud scrive che «Albéric Thomas, in concorrenza con Papus,
fondò insieme ad altri il Rito di Misraïm» (nota a p. 42); ora, questo Rito
venne fondato in Italia verso il 1805 ed introdotto in Francia nel 1814 dai
fratelli Bédarride.
46
lavoro dovrà avere un seguito, ci auguriamo
che Vulliaud non faccia attendere a lungo i suoi lettori, che vi troveranno
sicuramente ancora parecchie cose curiose e degne di attenzione, e forse anche
lo spunto per delle riflessioni che l’autore, chiuso nel suo ruolo di storico,
non vuole esprimere personalmente.
47
A PROPOSITO
DEI PELLEGRINAGGI *
La recente riproduzione, ne Le Voile d’Isis,
del notevole articolo di Grillot de Givry sui luoghi di pellegrinaggio, ci
induce a ritornare sull’argomento, al quale peraltro avevamo già accennato in
questa stessa sede, come ha ricordato Clavelle nella presentazione
dell’articolo in questione.
Innanzi tutto, notiamo che il termine latino peregrinus,
da cui deriva «pellegrino», significa sia «viaggiatore» che «straniero». Questa
semplice osservazione, da sola, permette già degli accostamenti assai curiosi:
in effetti, per un verso, fra i Compagnoni ve ne sono di quelli che si
qualificano come «passanti» e degli altri come «stranieri», il che corrisponde
esattamente ai due significati di peregrinus (che si ritrovano anche
nell’ebraico gershôn); per altro verso, nella Massoneria, anche moderna
e «speculativa», le prove simboliche dell’iniziazione sono chiamate «viaggi».
D’altronde, come abbiamo segnalato in altre occasioni, in molte tradizioni i
diversi stadi iniziatici sono spesso descritti come delle tappe di un viaggio:
talvolta si tratta di un viaggio ordinario, tal’altra di una navigazione.
Questo simbolismo del viaggio è forse molto più diffuso di quello della guerra,
del quale abbiamo parlato nel nostro ultimo articolo; e del resto, essi hanno
un certo reciproco rapporto, che a volte si è anche espresso esteriormente in
seno agli eventi storici; pensiamo in particolare allo stretto legame che
esisteva, nel Medioevo, fra i pellegrinaggi in Terra Santa e le Crociate.
Aggiungiamo anche che, perfino nel linguaggio religioso più ordinario, la vita terrena,
considerata come un periodo di prove, viene spesso assimilata ad un viaggio, e
viene anche detta più espressamente un pellegrinaggio, mentre il mondo celeste,
* A propos des pèlerinages, pubblicato
ne Le Voile d’Isis, giugno 1930.
49
meta di questo pellegrinaggio, viene
simbolicamente identificato alla «Terra Santa» o «Terra dei Viventi»1.
Lo stato di «erranza», se così si può dire, o
di migrazione, è dunque, in maniera generale, uno stato di «probazione»; ed
anche qui possiamo far osservare che in effetti è proprio questa la sua
caratteristica in seno ad organizzazioni come quella del Compagnonaggio.
Inoltre, ciò che è vero, a riguardo, per gli individui può esserlo anche,
almeno in certi casi, per dei popoli considerati collettivamente: un esempio
molto chiaro è quello degli Ebrei che, prima di raggiungere la Terra Promessa,
peregrinarono per quarant’anni nel deserto. Occorre però fare una distinzione,
poiché questo stato di «erranza», essenzialmente transitorio, non dev’essere
confuso con lo stato di nomade, che per certi popoli è uno stato normale: anche
quando raggiunsero la Terra Promessa, e fino al tempo di Davide e di Salomone,
gli Ebrei rimasero un popolo nomade, ma, evidentemente, questo nomadismo non
aveva certo lo stesso carattere della loro peregrinazione nel deserto2.
È anche opportuno considerare un terzo caso di «erranza», che in maniera più
appropriata può essere chiamato di «tribolazione»: è lo stato degli Ebrei dopo
la loro dispersione, ed anche quello degli Zingari, se si tiene conto della
rassomiglianza; ma questo terzo caso ci condurrebbe troppo lontano e ci
limitiamo a dire che anch’esso è applicabile sia agli individui che alle
collettività. Da quanto abbiamo detto, si
1. Per quanto concerne il simbolismo della
«Terra Santa», rinviamo il lettore al nostro studio su Il Re del Mondo,
ed anche al nostro articolo sul numero speciale de Le Voile d’Isis
dedicato ai Templari. [L’articolo richiamato si trova oggi inserito in due
raccolte: come cap. III di Considerazioni sull’Esoterismo Cristiano (I
Guardiani della Terra Santa) e cap. XI di Simboli della Scienza Sacra
(I Custodi della Terra Santa). ‑ n.d.t.]
2. La distinzione fra popoli nomadi (pastori) e
sedentari (agricoltori), che risale alle origini dell’umanità terrestre, ha una
grande importanza per la comprensione dei caratteri specifici delle diverse
forme tradizionali.
50
comprende quanto queste cose siano complesse e
quante distinzioni debbano farsi al cospetto di uomini che si presentano
esteriormente con le stesse apparenze, magari confusi con dei pellegrini,
intesi nel senso ordinario della parola; tanto più che c’è ancora da aggiungere
che, a volte, accade che degli iniziati, o perfino degli «adepti», raggiunta la
meta, riprendano questa apparenza di «viaggiatori», per delle speciali ragioni.
Ma ritorniamo ai pellegrini: si sa che i loro
segni distintivi erano, la conchiglia (detta di San Giacomo) e il bastone;
quest’ultimo, che ha anche uno stretto rapporto con la canna dei Compagnoni, è
un attributo naturale del viaggiatore, ma ha anche molti altri significati, e
forse un giorno dedicheremo uno studio speciale a questa questione. Per quanto
riguarda la conchiglia, in alcune regioni essa era chiamata «creusille», e
questa parola deve essere accostata a «creuset» (crogiolo), il che ci riconduce
all’idea delle prove, viste in particolare sotto l’aspetto del simbolismo
alchemico e intese nel senso di «purificazione»: la Katharsis dei
Pitagorici, che era proprio la fase preparatoria dell’iniziazione3.
Dal momento che la conchiglia era considerata,
in modo particolare, come l’attributo di San Giacomo, siamo indotti a fare una
considerazione concernente il pellegrinaggio a San Giacomo di Compostela. Le
strade seguite un tempo dai pellegrini erano spesso chiamate, e lo sono ancora
oggi, «cammini di San Giacomo»; ma questa espressione ha, al tempo stesso,
tutt’altra applicazione: infatti, il «cammino di San Giacomo», nel linguaggio
popolare di quei posti, è anche la Via Lattea; e questo forse non stupirà poi
tanto, se ci si sofferma sul fatto che Compostela, etimologicamente, non è
altro che il «campo stellato». Ritroviamo qui un’altra idea, quella dei «viaggi
celesti», i quali peraltro sono in relazione
3. Ci si può riferire a quanto abbiamo già
detto ne Il Re del Mondo, circa la designazione degli iniziati, in
diverse tradizioni, con dei termini che si richiamano all’idea di «purezza».
51
con i viaggi terrestri; e questo è un altro di
quei punti sul quale, per il momento, non ci è possibile insistere: facciamo
solo notare che da tutto questo è possibile avvertire una certa corrispondenza
fra la situazione geografica dei luoghi di pellegrinaggio e l’ordinamento
stesso della sfera celeste; e in tal modo, la «geografia sacra», alla quale
abbiamo più volte accennato, si integra in una vera «cosmografia sacra».
Sempre a proposito dei percorsi di
pellegrinaggio, è il caso di ricordare che Joseph Bédier ha avuto il merito di
riconoscere il legame esistente fra i santuari che ne segnavano le tappe e la
formazione delle chansons de geste; e ci sembra che questo fatto possa
essere generalizzato: infatti si potrebbe dire lo stesso per ciò che concerne
la diffusione di un gran numero di leggende, la cui reale portata iniziatica,
sfortunatamente, è quasi sempre misconosciuta dai moderni. In ragione della
pluralità dei loro significati, i racconti di questo tipo potevano essere
indirizzati, al tempo stesso, alla folla dei pellegrini ordinari e... agli
altri; ciascuno poteva comprenderli in funzione della propria capacità
intellettiva e solo qualcuno riusciva a penetrarne il significato profondo,
così come si verifica in tutti gli insegnamenti iniziatici. È anche il caso di
notare che, per quanto diverse fossero le persone che percorrevano queste
strade, ivi compresi i venditori ambulanti ed i mendicanti, fra loro si stabiliva,
senza dubbio per delle ragioni molto difficili da precisare, una certa
solidarietà, che finiva col tradursi nell’adozione di uno speciale e comune
linguaggio convenzionale: l’«argot della Conchiglia» o il «linguaggio
dei pellegrini». In uno dei suoi recenti libri, Léon Daudet, ha fatto notare
una cosa interessante: molte delle parole e delle locuzioni appartenenti a
questo linguaggio si ritrovano in Villon e in Rabelais4; e su
Rabelais dice anche qualcosa che, da questo punto di vista, è abbastanza degno
di nota: per diversi anni «egli peregrinò nel Poitou,
4. Les
Horreurs de la Guerre, pp. 145, 147 e 167.
52
provincia che a quel tempo era celebre per i
misteri e le farse che vi si rappresentavano e per le leggende che vi
circolavano; nel Pantagruel si ritrovano tracce di queste leggende e di
queste farse, insieme ad un certo numero di termini appartenenti esclusivamente
agli abitanti del Poitou»5. Abbiamo riportato questa frase perché,
oltre al fatto che vengono menzionate queste leggende di cui abbiamo parlato,
essa solleva anche un’altra questione, connessa al nostro argomento, quella
dell’origine del teatro: esso, all’inizio, era essenzialmente ambulante, per un
verso, e, per l’altro, rivestiva un carattere religioso, almeno nelle sue forme
esteriori; carattere religioso che è da accostare a quello dei pellegrini e
delle persone che ne assumevano le apparenze. Quello che dà ancora maggiore
importanza a questo fatto è che esso non era qualcosa di specifico dell’Europa
del Medioevo; la storia del teatro nella Grecia antica è del tutto analoga e si
potrebbero trovare esempi simili nella maggior parte dei paesi d’Oriente.
Ma dobbiamo limitarci, ed allora prenderemo in
esame solo un ultimo punto, a proposito dell’espressione «nobili viaggiatori»,
applicata agli iniziati, o quanto meno ad alcuni fra loro, proprio in forza
delle loro peregrinazioni. Su questo argomento O. V. de L. Milosz ha scritto:
«... nobili viaggiatori, è il nome segreto degli iniziati
dell’antichità, trasmesso dalla tradizione orale a quelli del Medioevo e dei
tempi moderni. Esso è stato pronunciato per l’ultima volta in pubblico il 30
maggio 1786, a Parigi, nel corso di una seduta del Parlamento, dedicata
all’interrogatorio di un celebre accusato (Cagliostro), vittima del libellista
Théveneau de Morande. Le peregrinazioni degli iniziati si differenziavano dagli
ordinari viaggi di studio, solo per il fatto che i loro itinerari coincidevano
rigorosamente, sotto l’apparenza di corse avventurose, con le aspirazioni e le
attitudini più segrete dell’adepto. Gli esempi più illustri di questi
pellegrinaggi
5. Les
Horreurs de la Guerre, p. 173.
53
ci sono offerti da Democrito, che venne
iniziato ai segreti dell’alchimia dai sacerdoti egizi e dal mago Ostane, ed
anche alle dottrine asiatiche tramite i suoi soggiorni in Persia e, secondo
alcuni storici, in India; da Talete, formatosi nei templi d’Egitto e della
Caldea; da Pitagora, che visitò tutti i paesi conosciuti dagli antichi (e molto
verosimilmente anche l’India e la Cina), ed il cui soggiorno in Persia fu
contrassegnato dalle conversazioni avute con il mago Zarata, quello in Gallia
dalla sua collaborazione con i Druidi, ed infine quello in Italia dai suoi
discorsi all’Assemblea degli Anziani di Crotone. A questi esempi sarebbe
opportuno aggiungere i soggiorni di Paracelso in Francia, Austria, Germania,
Spagna, Portogallo, Inghilterra, Olanda, Danimarca, Svezia, Ungheria, Polonia,
Lituania, Valacchia, Carnia, Dalmazia, Russia e Turchia; e quelli di Nicola
Flamel in Spagna, ove Mastro Canches gli insegnò a decifrare le famose figure
geroglifiche del Libro di Abramo l’Ebreo. Il poeta Robert Browning ha definito
la natura segreta di questi pellegrinaggi scientifici in una strofa
particolarmente ricca di intuizione: ‑ Vedo il mio cammino come l’uccello la
sua rotta, senza traccia / Un giorno, il Suo giorno prescelto, arriverò / Egli
mi guida, Egli guida l’uccello ‑. Gli anni di viaggio di Wilhelm Meister
hanno lo stesso significato iniziatico»6. Abbiamo riprodotto il
brano per intero, malgrado la sua lunghezza, per gli esempi interessanti che
contiene; indubbiamente se ne potrebbero trovare ancora molti altri, più o meno
conosciuti, ma questi sono particolarmente caratteristici, anche se, forse, non
si riferiscono tutti ai casi da noi prima indicati, poiché occorre evitare di
confondere i «viaggi di studio», anche se veramente iniziatici, con le missioni
speciali degli adepti o anche di certi iniziati di grado inferiore.
Ma ritorniamo all’espressione «nobili
viaggiatori», perché ci interessa richiamare l’attenzione sull’aggettivo
«nobili»,
6. Les Arcanes,
p. 81-82
54
il quale sembra suggerire che tale espressione
non è usata per indicare una qualunque iniziazione, indistintamente, ma più
propriamente quella di Kshatriya, cioè quella che si può chiamare «arte
reale», secondo il vocabolo conservato fino ad oggi dalla Massoneria. In altri
termini, si tratterebbe di una iniziazione relativa, non al puro ordine
metafisico, ma all’ordine cosmologico ed alle applicazioni che da esso
derivano, o a tutto quello che in Occidente è stato annoverato sotto la
designazione generale di «ermetismo»7. Se in effetti è così,
Clavelle ha avuto perfettamente ragione di dire che, dal momento che San
Giovanni corrisponde al punto di vista puramente metafisico della Tradizione,
San Giacomo corrisponderebbe al punto di vista delle «scienze tradizionali»; e senza
necessariamente ricorrere all’accostamento, del resto abbastanza plausibile,
con il «mastro Giacomo» del Compagnonaggio, bisogna dire che molti indizi
concordanti tendono a provare che questa corrispondenza è realmente
giustificata. È proprio a quest’ordine cosmologico, che può essere definito
«intermedio», che si riferisce effettivamente tutto quello che si è diffuso per
mezzo dei pellegrinaggi, esattamente come le tradizioni del Compagnonaggio e
quelle degli Zingari. La conoscenza dei «piccoli misteri», che è quella delle
leggi del «divenire», si acquisisce percorrendo la «ruota delle cose»; ma la
conoscenza dei «grandi misteri», essendo quella dei principi immutabili, esige
la contemplazione immobile nella «grande solitudine», nel punto fisso che è il
centro della ruota, nel polo invariabile attorno al quale si compiono, senza
che esso vi partecipi, le rivoluzioni dell’Universo manifestato.
7. Sulla distinzione fra iniziazione
sacerdotale ed iniziazione regale rimandiamo al nostro ultimo libro, Autorità
spirituale e Potere temporale.
55
L’ENIGMA DI
MARTINES DE PASQUALLY *
La storia delle organizzazioni iniziatiche è
spesso molto difficile da chiarificare, ed è facile comprenderlo se si pensa
alla natura stessa dell’argomento; in effetti vi sono troppi elementi che
sfuggono inevitabilmente ai mezzi di ricerca di cui dispongono gli storici
comuni. Per rendersene conto non c’è neanche bisogno di risalire ad epoche
remote, basta prendere in considerazione il XVIII secolo, epoca nella quale
sono presenti quelle che sembrano essere le ultime vestigia di diverse correnti
iniziatiche che un tempo esistevano nel mondo occidentale; vestigia frammiste,
peraltro, con le diverse manifestazioni dello spirito moderno, relative a
quanto questo possiede di più profano e di più antitradizionale; per di più,
nel corso di questo secolo apparvero dei personaggi non meno enigmatici delle
organizzazioni alle quali erano legati o a cui essi si ispiravano. Uno di
questi fu Martines de Pasqually, a proposito del quale abbiamo già avuto
occasione di far notare quanti punti oscuri rimangano sulla sua biografia,
malgrado tutti i documenti scoperti e gli studi condotti in questi ultimi anni,
su di lui e sul suo Ordine degli Eletti Cohen, da R. Le Forestier e da P.
Vulliaud1. Ancora ultimamente è stato pubblicato un altro libro2
, di Gérard van Rijnberk, che contiene anch’esso una interessante
documentazione, in gran parte inedita; ma, anche questo nuovo studio,
* L’enigme de Martines de Pasqually,
pubblicato ne Le Voile d’Isis, maggio-luglio 1936.
1. Si vedano gli articoli, Un nuovo libro
sull’Ordine degli Eletti Cohen e A proposito della Rosa-Croce di Lione (oggi
facenti parte della presente raccolta).
2. Un thaumaturge
au XVIII siècle: Martines de Pasqually, sa vie, son œuvre, son Ordre (Félix
Alcan, Parigi).
57
forse, pone molti più problemi di quanti ne
risolva3.
L’autore sottolinea, per prima cosa,
l’incertezza che regna sul nome stesso di Martines, ed enumera le molte
varianti che si riscontrano negli scritti che si occupano della questione; vero
è che non è il caso di attribuire a queste differenze un’eccessiva importanza,
poiché, nel XVIII secolo, non si rispettava certo l’ortografia dei nomi propri,
ma egli aggiunge: «Quanto a lui, che meglio di chiunque altro avrebbe dovuto
conoscere l’esatta ortografia del proprio nome e del proprio pseudonimo di capo
di iniziazione, ha sempre firmato: Don Martines de Pasqually (e solo una volta:
de Pascally de La Tour). Nell’unico atto autentico che si conosce, l’atto di
battesimo di suo figlio, il suo nome è anche formulato così: Jacques Delivon
Joacin Latour de La Case, don Martines de Pasqually». È inesatto che l’atto in
questione, che fu pubblicato da Papus4, sia «l’unico atto autentico
che si conosca», poiché altri due, che senza dubbio sono sfuggiti
all’attenzione di van Rijnberk, sono stati pubblicati su questa stessa rivista5:
l’atto di matrimonio di Martines ed il «certificato di cattolicità», che gli
venne rilasciato al momento della sua partenza per San Domingo. Il primo porta:
«Jaque Delyoron Joachin Latour De la Case Martines Depasqually, figlio
legittimo del fu sig. Delatour de la Case e della signora
3. Segnaliamo, di sfuggita, un piccolo errore:
van Rijnberk, parlando dei suoi predecessori, attribuisce a René Philipon le
notizie storiche firmate «Un Cavaliere della Rosa Crescente», notizie che sono
servite da prefazione alle edizioni dei Trattato della Reintegrazione degli
Esseri di Martines de Pasqually, e degli Enseignements secrets de
Martines de Pasqually di Franz von Baader, entrambi pubblicati nella
«Bibliothèque Rosicrucienne». Stupiti da questa affermazione, abbiamo chiesto
delucidazioni allo stesso Philipon, il quale ci ha risposto che egli ha
solamente tradotto l’opuscolo di von Baader, e che, come pensavamo, le notizie
in questione sono in realtà di Albéric Thomas.
4. Martines de
Pasqually, pp. 10-11.
5. Le mariage de
Martines de Pasqually, n° di gennaio 1930.
58
Suzanne Dumas de Rainau»6; il
secondo porta solamente: «Jacques Pasqually de Latour»; quanto alla firma dello
stesso Martines, sul primo di questi documenti si ha: «Don Martines
Depasqually», e sul secondo: «Depasqually de la Tour». Il fatto che il padre,
nell’atto di matrimonio, sia chiamato semplicemente «Delatour de la Case» (allo
stesso modo del figlio nell’atto di battesimo, anche se in una nota marginale
si ritrova «de Pasqually», sicuramente perché questo era il nome più
conosciuto), sembra venire a sostegno di ciò che scrive in seguito van
Rijnberk: «Si sarebbe tentati di dedurne che il suo vero nome fosse, de La
Case, o de Las Cases, e che “Martines de Pasqually” fosse solo un geronimo»
Sennonché, questo nome, La Case o Las Cases,
che può essere una forma francesizzata del nome spagnolo Las Casas, solleva
ulteriori problemi; innanzi tutto, occorre notare che il secondo successore di
Martines, come «Gran Sovrano» dell’Ordine degli Eletti Cohen (il primo era
stato Caignet de Lestère) si chiamava Sébastien de Las Casas: vi era qualche
rapporto di parentela con lo stesso Martines? La cosa non è impossibile: costui
era di San Domingo e Martines si recò in quest’isola per ricevere un’eredità,
il che potrebbe far supporre che una parte della sua famiglia si fosse
stabilita lì7. Ma vi è anche un’altra cosa ancora più strana: L.-Cl.
de Saint-Martin,
6. Si sarà notato che quest’atto porta
«Delyoron», mentre l’atto di battesimo porta «Delivon» (o forse Delivron); fra
l’altro, questo nome, che è intercalato fra due nomi propri, non ci sembra un
nome di famiglia. D’altra parte, molti sanno che la separazione delle
particelle (che non costituiscono necessariamente un segno di nobiltà), allora
era dei tutto facoltativa.
7. È anche vero che a San Domingo abitavano dei
parenti della moglie, di modo che si potrebbe pensare che l’eredità gli fosse
venuta da parte loro; tuttavia, la lettera pubblicata da Papus (Martines de
Pasqually, p. 58), pur non essendo perfettamente chiara, recita piuttosto a
favore della prima ipotesi, poiché non sembra che i suoi due cognati che
abitavano a San Domingo, avessero un qualche interesse nella «donazione» che
gli era stata fatta.
59
nel suo Crocodile, presenta un «Ebreo
spagnolo» di nome Eléazar, al quale assegna, in modo evidente, i tratti del suo
antico maestro Martines; ed ecco in quali termini questo Eléazar spiega i
motivi che lo avevano costretto a lasciare la Spagna e a rifugiarsi in Francia:
«Avevo a Madrid un amico cristiano, appartenente alla famiglia de Las-Casas,
verso la quale ho, seppure indirettamente, degli obblighi rilevanti. Dopo aver
avuto una discreta fortuna nel commercio, all’improvviso egli si rovinò
completamente a causa di una bancarotta fraudolenta. lo mi recai immediatamente
da lui, per condividere la sua pena e per offrirgli le poche risorse che mi
permetteva la mia modesta fortuna; ma queste mie risorse erano insufficienti
per coprire il suo dissesto, ed allora, cedendo all’amicizia che mi legava a
lui, mi lasciai coinvolgere nella faccenda, fino ad usare dei mezzi particolari
che mi permisero, ben presto, di scoprire la frode dei suoi rapinatori e
perfino il luogo segreto ove avevano nascoste le ricchezze che gli avevano
sottratto. Con gli stessi mezzi gli facilitai la possibilità di recuperare e di
riprendere possesso dei suoi averi, senza che i suoi stessi nemici si
rendessero conto di essere stati spogliati a loro volta. Certo ebbi torto ad
usare questi mezzi per un simile scopo, poiché essi devono essere utilizzati
solo nell’amministrazione di cose che non hanno niente a che vedere con le
ricchezze di questo mondo; e pertanto ne fui punito. Il mio amico, cresciuto
all’ombra di una fede timida e sospettosa, credette che io avessi usato dei
sortilegi: il suo pio zelo ebbe la meglio sulla riconoscenza, proprio come il
mio zelo nell’aiutarlo aveva avuto la meglio sul mio dovere, ed egli mi
denunciò alla sua chiesa, come stregone e come ebreo. Subito vennero informati
gli inquisitori, e fui condannato al rogo ancor prima di essere arrestato; ma
al momento in cui decisero di perseguirmi, fui avvisato della minaccia, tramite
le stesse vie particolari e, senz’altro indugio, mi rifugiai nella vostra
patria» (Le Crocodile, canto 23).
Indubbiamente, nel Crocodile vi sono
molte cose puramente fantastiche, e sarebbe difficile vedervi delle allusioni
precise ad avvenimenti o a personaggi reali, tuttavia è alquanto
60
inverosimile che il nome, de Las Casas, si
ritrovi qui solo per caso. Ed è per questo che abbiamo ritenuto fosse
interessante riprodurre l’intero brano, nonostante la sua lunghezza; quali
rapporti potevano esserci fra l’ebreo Eléazar, che assomiglia parecchio a
Martines per i «poteri» e per la dottrina che gli sono attribuiti, e la
famiglia de Las Casas? E quale poteva essere la natura di questi «obblighi
rilevanti» che egli aveva nei suoi confronti? Per il momento ci limitiamo solo
a formulare questi interrogativi, senza pretendere di dar loro una qualsiasi
risposta, vedremo più avanti se sarà possibile prenderne in considerazione
qualcuna, più o meno plausibile8.
Passiamo ora ad altri punti della biografia di
Martines, i quali riservano parimenti delle sorprese: van Rijnberk dice che «si
ignora completamente l’anno ed il luogo di nascita», ma fa notare che Willermoz
scrisse al barone di Türkheim che Martines era morto «in età avanzata», e
aggiunge: «Quando Willermoz scrisse quella frase, aveva egli stesso 91 anni, e
dal momento che gli uomini hanno generalmente la tendenza a valutare l’età
degli altri mortali in base ad una misura che si accresce con i propri anni, non
dovrebbero esserci dubbi sul fatto che l’età avanzata attribuita a Martines dal
novantenne Willermoz, non dovesse essere inferiore ai 70 anni. Ora, Martines è
morto nel 1774, e quindi dovrebbe essere nato, al massimo, nei primi dieci anni
del XVIII secolo». In tal modo egli propende per l’ipotesi di Gustave Bord, che
data la nascita di Martines verso il 1710 o il 1715; ma, anche accettando la
prima data, ne deriva che Martines
8. Ancora un accostamento singolare:
Saint-Martin ci presenta Las Casas, l’amico dell’ebreo Eléazar, come uno che è
stato derubato dei suoi averi; ora, Martines, nella lettera che abbiamo già
citato, dice: «In questo paese (cioè San Domingo) mi è stata fatta donazione di
una grossa fortuna, che io vado a ritirare dalle mani di un uomo che la detiene
ingiustamente»; e, guarda caso, questa lettera è stata scritta dallo stesso
Saint-Martin, sotto dettatura di Martines.
61
sarebbe morto a 64 anni, che, in verità, non è
poi un’età così «avanzata», soprattutto nei confronti di quella di Willermoz… E
poi, sfortunatamente, uno dei documenti che van Rijnberk sembra non conoscere,
smentisce formalmente questa ipotesi: il «certificato di cattolicità» venne
rilasciato nel 1772 al «Signor Jacques Pasqually de Latour, scudiero, nato a
Grenoble, età 45 anni»; ne deriva che sarebbe nato verso il 1727; e se è morto
a San Domingo nel 1774, non avrebbe raggiunto che la poco «avanzata» età di 47
anni!
Questo stesso documento conferma, inoltre,
che, come molti sostengono in contrasto con l’opinione di van Rijnberk che non
è d’accordo, Martines nacque a Grenoble. D’altronde, questo non significa,
evidentemente, che egli non fosse d’origine spagnola, poiché, fra le varie
ipotesi che sono state formulate, è a favore di questa origine che concordano i
maggiori indizi, compreso lo stesso nome, Las Casas; ma, in questo caso,
bisognerebbe ammettere che il padre si sia stabilito in Francia prima della sua
nascita e che forse è in Francia che si sposò. E questo trova conferma
nell’atto di matrimonio di Martines, poiché il nome della madre, così com’è
indicato: «signora Suzanne Dumas de Rainau», ci sembra che non possa essere che
francese, mentre quello del padre, «Delatour de la Case», può essere
semplicemente francesizzato. In fondo, la sola ragione seria che può far
dubitare che Martines sia nato in Francia (poiché non si possono certo prendere
in considerazione tutte le affermazioni contraddittorie, che sono solo delle
semplici supposizioni), è data dalle particolarità del linguaggio che si
riscontra nei suoi scritti, ma, in definitiva, questo fatto può spiegarsi
benissimo: in parte con l’educazione ricevuta da un padre spagnolo e in parte
con i soggiorni che egli fece, probabilmente, in diversi paesi; ma su
quest’ultimo punto ritorneremo più tardi.
Per una coincidenza assai curiosa, e che non
contribuisce certo a semplificare le cose, sembra accertato che, alla stessa
epoca, vivesse a Grenoble una famiglia che portava realmente il nome Pascalis;
ma Martines, a giudicare dai nomi riportati dagli atti che lo riguardano, deve
esserle stato
62
completamente estraneo. Forse è a questa
famiglia che apparteneva l’operaio carrozziere Martin Pascalis, che è stato
anche chiamato Martin Pascal, o anche Pascal Martin (poiché anche qui non si è
molto sicuri), sempre che si tratti di un’altra persona e che non sia invece da
identificare con lo stesso Martines, il quale, in un certo momento della sua
vita, potrebbe aver dovuto esercitare questo mestiere per vivere, visto che,
apparentemente, la sua situazione economica non fu mai molto brillante; e questa
è un’altra di quelle cose che non è mai stata chiarita in maniera
soddisfacente.
Per altro verso, molti hanno pensato che
Martines fosse ebreo; certo non lo era per religione, poiché è abbondantemente
provato che era cattolico; ma è pur vero che, come dice van Rijnberk, «ciò non
pregiudica niente in relazione alla razza». E, in effetti, nella vita di
Martines vi sono alcuni indizi che potrebbero far supporre che fosse d’origine
ebraica, ma questi non hanno alcunché di decisivo e possono spiegarsi benissimo
con delle affinità di tutt’altro genere che la razza. Franz von Baader dice che
Martines fu «insieme ebreo e cristiano»; e questo non richiama alla mente i
rapporti fra l’ebreo Eléazar e la famiglia cristiana dei Las Casas? Ma anche il
fatto di presentare Eléazar come un «ebreo spagnolo», può essere benissimo una
semplice allusione, non tanto all’origine personale di Martines, quanto
all’origine della sua dottrina, nella quale, in effetti, gli elementi ebraici
predominano incontestabilmente.
Comunque sia, nella biografia di Martines
restano sempre un certo numero di incoerenze e di contraddizioni, fra le quali
la più vistosa è, senza dubbio, quella relativa alla sua età; ma forse, senza
accorgersene, van Rijnberk ne indica la soluzione, quando suggerisce che
«Martines de Pasqually» doveva essere un «geronimo», vale a dire un nome
iniziatico. In effetti, perché questo stesso «geronimo» non avrebbe potuto
essere usato da diverse individualità, come è accaduto in altri casi del
genere? E chi può dire se gli «obblighi rilevanti» che il personaggio che
Saint-Martin chiama l’«ebreo Eléazar» aveva con la famiglia de Las Casas, non
fossero dovuti al
63
fatto che questa gli avesse fornito, in una
maniera o in un’altra, una sorta di «copertura» per la sua attività iniziatica?
Indubbiamente sarebbe imprudente fare delle ulteriori precisazioni; tuttavia,
cercheremo di vedere se ciò che si può riuscire a conoscere dell’origine delle
conoscenze di Martines, non sia in grado di fornirci qualche nuovo chiarimento.
Nella stessa lettera, datata luglio 1821, in
cui Willermoz afferma che Martines è morto «in età avanzata», troviamo un altro
brano degno di nota, in base al quale Martines avrebbe ricevuto l’iniziazione
da suo padre stesso: «Nel suo Ministero, egli era succeduto al padre, uomo
colto, distinto e più prudente del figlio, non molto ricco e residente in
Spagna. Egli aveva fatto entrare il figlio Martines, ancora giovane, nelle
guardie valloni, dove ebbe una divergenza che provocò un duello, nel quale
uccise il suo avversario; dovette quindi fuggire precipitosamente e il padre si
vide costretto a consacrarlo suo successore prima della partenza. Dopo una
lunga assenza, sentendo prossima la fine, il padre fece ritornare con urgenza
il figlio e gli trasmise le ultime ordinazioni.» A dire il vero, questa storia
delle guardie valloni, della quale peraltro non è stato possibile trovare
alcuna conferma, ci sembra assai sospetta, soprattutto se essa dovesse
implicare, come dice van Rijnberk, «che Martines era nato in Spagna», cosa che,
nonostante tutto, non è per niente evidente; d’altronde, quando Willermoz
dichiara che «ha conosciuto il figlio solo nel 1767, a Parigi, molto tempo dopo
la morte del padre»9 è
9. Il 1767 è anche l’anno del matrimonio di
Martines; è dunque molto probabile che i due fratelli domiciliati a San
Domingo, e per i quali egli sarebbe venuto, allora, a Parigi per sollecitare la
croce di San Luigi, non siano altro che i suoi due cognati «enormemente ricchi»
dei quali si parla, come abbiamo già detto, nella lettera del 17 e 30 aprile
1772 citata da Papus (Martines de Pasqually, p. 58). Questo trova
ulteriore conferma in un’altra lettera, dell’1 novembre 1771, in cui si dice:
«Voglio farvi sapere che finalmente ho ottenuto la croce di San Luigi per mio
cognato» (ibid. p. 55); quindi, egli non l’aveva ottenuta immediatamente
nel 1767, almeno per uno dei due, diversamente da quello che scrisse
64
chiaro che su questo punto non ha potuto
apportare una testimonianza diretta. Comunque stiano le cose in ordine a questo
problema secondario, resta il fatto che Martines avrebbe ricevuto dal padre,
non solo l’iniziazione, ma anche la trasmissione di certe funzioni iniziatiche,
poiché il termine «ministero» non può essere interpretato diversamente; e, a
questo proposito, van Rijnberk segnala una lettera scritta nel 1779 dal Massone
Falcke, nella quale si legge: «Martines Pascalis, uno Spagnolo, pretende di possedere
delle conoscenze segrete, come un’eredità di famiglia, la quale abita in Spagna
e le possiederebbe da trecento anni; essa le avrebbe acquisite tramite
l’Inquisizione, nella quale avrebbero servito i suoi antenati.» Ci si trova al
cospetto di una cosa alquanto inverosimile, poiché non si capisce veramente che
tipo di deposito iniziatico avrebbe mai potuto possedere e comunicare
l’Inquisizione; ma bisogna tenere presente che, nel brano del Crocodile
che abbiamo riportato prima, Las Casas denuncia il suo amico, l’Ebreo Eléazar,
all’Inquisizione, proprio a causa delle conoscenze segrete di quest’ultimo; non
si direbbe che anche qui ci si trovi di fronte a qualcosa che è stata
ingarbugliata a ragion veduta?10
A questo punto, ci si potrebbe sicuramente
chiedere: quando Martines, o il personaggio che Willermoz ha conosciuto sotto
questo nome a partire dal 1767, parla di suo padre, bisogna intenderlo
letteralmente o non si tratta, piuttosto, del suo «padre spirituale»,
indipendentemente da chi egli fosse realmente? Infatti, si può benissimo
parlare di
Willermoz, la cui memoria ha potuto benissimo
ingannarlo in proposito; stupisce che van Rijnberk non abbia pensato a fare
questi confronti, che a noi sembrano sufficientemente esplicativi in ordine al
problema in questione, il quale, del resto, è del tutto accessorio.
10. Facciamo notare un’altra stranezza, dalla quale
peraltro non pretendiamo di trarre alcuna conseguenza: Falcke parla al presente
di Martines, il quale tuttavia, a quel tempo, avrebbe dovuto già essere morto
da cinque anni.
65
«filiazione» iniziatica, ed è evidente che
essa non debba necessariamente corrispondere alla filiazione intesa nel suo
significato comune; forse, anche in questo caso, si potrebbe ricordare il duo
Las Casas, Eléazar. Tuttavia, è necessario precisare che una trasmissione
iniziatica ereditaria, comprendente anche l’esercizio di una certa funzione,
non è per niente un fatto eccezionale; ma, in assenza di dati sufficienti, è
difficile decidere se fu questo il caso di Martines. Tutt’al più se ne potrebbe
trovare una traccia, in senso affermativo, in alcuni particolari relativi alla
successione di Martines: questi trasmise al suo primogenito, subito dopo il
battesimo, la prima consacrazione nella gerarchia degli Eletti Cohen, il che
può far pensare che volesse designarlo come suo successore.
Questo figlio sparì all’epoca della
Rivoluzione, e Willermoz dice che non è riuscito a sapere che fine abbia fatto;
e, cosa ancora più singolare, si conosce la data di nascita del secondo figlio,
ma poi non se ne parla più. In ogni caso, quando Martines morì, nel 1774, il
suo primogenito era sicuramente vivo; tuttavia non fu lui a succedergli come
«Gran Sovrano», bensì Caignet de Lestère, ed in seguito, alla morte di
quest’ultimo nel 1778, Sébastien de Las Casas; che ne è, in tutto questo, della
trasmissione ereditaria? Il fatto che il figlio fosse troppo giovane per poter
assolvere alle sue funzioni (aveva solo sei anni) non giustifica nulla, poiché
Martines avrebbe potuto benissimo designare un sostituto fino alla sua maggiore
età, e di questo non s’è mai parlato. Tuttavia, e la cosa è anch’essa curiosa,
sembra proprio che fra Martines ed i suoi due successori ci fosse una qualche
parentela: infatti, in una lettera11, egli parla di suo «cugino
Cagnet», il quale, tenuto conto delle abituali variazioni ortografiche
dell’epoca, non dovrebbe essere altri che Caignet de Lestère; mentre
11. «Vi informo anche che ho rilasciato le
patenti costitutive a mio cugino Cagnet» (lettera dell’1 novembre 1771, citata
da Papus, Martines de Pasqually, p. 56).
66
invece, per Sébastien de Las Casas abbiamo già
detto che la parentela è suggerita dallo stesso nome; ad ogni modo, questa
trasmissione a dei parenti più o meno lontani, mentre invece vi era un erede
diretto, non può certo essere assimilata alla «successione dinastica» di cui
parla van Rijnberk, ed alla quale egli attribuisce «una certa importanza
esoterica», che non riusciamo a spiegarci molto bene.
Che Martines sia stato iniziato dal padre o da
qualcun altro, non è certo la questione essenziale, poiché questo fatto non
aiuta a comprendere quella che invece è la sola cosa che importi: da quale
tradizione derivava questa iniziazione? Ciò che potrebbe forse fornire alcune
indicazioni più precise, sono i viaggi che Martines fece probabilmente prima
dell’inizio della sua attività iniziatica in Francia; sfortunatamente, anche su
questo punto si hanno solo delle informazioni vaghe ed incerte, e la stessa asserzione
in base alla quale egli sarebbe andato in Oriente, non significa niente di
preciso, tanto più che molto spesso, in simili casi, si tratta solo di viaggi
leggendari, o meglio, simbolici. In proposito, van Rijnberk ritiene di potersi
fidare di un passo del Trattato della Reintegrazione degli Esseri, nel
quale Martines sembra affermare di essere stato in Cina, mentre non si
riscontra nulla di simile per dei paesi molto meno lontani; ma questo viaggio,
se veramente fu fatto, è forse il meno interessante di tutti, dal punto di
vista in cui ci poniamo in questo momento, poiché è chiaro che, né negli
insegnamenti di Martines né nelle sue «operazioni» rituali, vi è alcunché che
abbia il minimo rapporto diretto con la tradizione estremo-orientale. Tuttavia,
in una lettera di Martines, si trova questa frase abbastanza interessante: «Il
mio stato e la mia qualità di uomo vero mi hanno sempre tenuto nella posizione
in cui sono»12; sembra che non sia mai stata notata l’espressione
«uomo vero», che è specifica del Taoismo, ma che è anche, senza dubbio, la sola
del
12. Papus, Martines
de Pasqually, p. 124.
67
genere che si possa trovare in Martines13.
Comunque sia, se Martines nacque verso il
1727, i suoi viaggi non potettero durare per molti anni, anche a non voler
calcolare il tempo del suo supposto servizio nelle guardie valloni, e questo
perché la sua attività iniziatica conosciuta ebbe inizio nel 1754, anno in cui
avrebbe dovuto avere solo 27 anni14. Si ammette facilmente che sia
stato in Spagna, soprattutto in base alle sue origini famigliari, ed anche in
Italia; e in effetti, questo è più che plausibile, ed è dal soggiorno in questi
due paesi che egli ha forse ricavato alcune delle singolarità più evidenti del
suo linguaggio; ma, a parte la spiegazione di questo dettaglio del tutto
esteriore, tali soggiorni non chiariscono quasi niente, poiché, a quell’epoca,
cos’è che poteva ancora sussistere in questi paesi dal punto di vista
iniziatico? Sicuramente, occorre cercare altrove, e, a nostro avviso,
l’indicazione più esatta è quella fornitaci da un brano di una nota del
principe Christian di Hesse-Darmstadt: «Pasquali pretendeva che le sue conoscenze
derivassero dall’Oriente, ma c’è da pensare che le avesse ricevute
dall’Africa», e con questo nome bisogna intendere, con tutta probabilità, gli
Ebrei sefarditi che si stabilirono nell’Africa del Nord dopo la loro espulsione
dalla Spagna15. In effetti, questo potrebbe spiegare molte cose:
innanzi tutto, la predominanza degli elementi ebraici nella dottrina di
Martines; poi, le relazioni che sembra egli abbia intrattenute con gli Ebrei,
13. D’altra parte, non bisogna credere che
quando Martines parla della Cina, questo debba essere sempre preso alla
lettera, poiché, come ha anche segnalato Le Forestier, Martines impiegava il
termine «Chinois» (Cinesi) come una sorta di anagramma di «Noachites»
(Noachiti).
14. Sia chiaro che in questa osservazione occorre
tener presente la riserva che i viaggi di cui si parla, invece di essere
attributi al solo Martines, dovrebbero forse essere riferiti anche al suo
iniziatore.
15. I trecento anni di cui parla Falcke,
coinciderebbero approssimativamente con l’epoca in cui gli Ebrei furono espulsi
dalla Spagna; con tutto ciò, non vogliamo sostenere che è il caso di attribuire
una grande importanza a questo accostamento.
68
anch’essi sefarditi, di Bordeaux; senza
contare, come abbiamo già fatto notare, la presentazione di Eléazar come di un
«ebreo spagnolo», da parte di Saint-Martin; infine, la necessità in cui si
venne a trovare, per poter portare a termine il lavoro iniziatico in un
ambiente non ebraico, di «innestare». per così dire, la dottrina ricevuta da
questa fonte, in seno ad una forma iniziatica diffusa nel mondo occidentale,
forma iniziatica che, nel XVIII secolo, non poteva essere altra che la
Massoneria.
Quest’ultimo punto solleva nuovi problemi sui
quali avremo modo di ritornare; per adesso, dobbiamo far notare che il fatto
stesso che Martines non menzioni mai l’esatta origine delle sue conoscenze, o
che egli le riferisca vagamente all’«Oriente», è cosa del tutto comprensibile:
dal momento che non poteva trasmettere, tale e quale, l’iniziazione da lui
ricevuta, non era tenuto ad indicarne la provenienza, cosa che, quanto meno,
sarebbe stata inutile; sembra anche che, nei suoi libri, non abbia mai fatto
espressamente allusione ai suoi predecessori, tranne una volta, ed anche allora
senza mai aggiungervi la minima precisazione, quindi senza affermare niente di
più che la semplice esistenza di una trasmissione iniziatica16. In
ogni caso, è più che sicuro che la forma di questa iniziazione non era quella
dell’Ordine degli Eletti Cohen, poiché questa non esisteva prima dello stesso
Martines, e sappiamo che è stata da lui elaborata un po’ la volta, dal 1754 al
1774, senza neanche che sia riuscito mai a finire di organizzarla completamente17.
16. «Non ho mai cercato di indurre in errore
qualcuno, né di ingannare le persone che sono venute da me in buona fede per
ricevere alcune conoscenze che mi sono state trasmesse dai miei predecessori»
(in Papus, Martines de Pasqually, p. 122).
17. Quando Willermoz dice che «nel suo Ministero,
egli era succeduto al padre», non bisogna dedurne una precisazione come quella
espressa affrettatamente da van Rijiiberk: «come Sovrano Maestro dell’Ordine»,
per la semplice ragione che, in quel momento, non era in questione alcun
Ordine.
69
A questo punto, dobbiamo cercare di dare
risposta ad una obiezione che, inevitabilmente, può sorgere nella mente di
qualcuno: se Martines era «incaricato» da qualche organizzazione iniziatica,
com’è possibile che il suo Ordine non fosse, in qualche modo, interamente
«predisposto» fin dall’inizio, con i suoi rituali ed i suoi gradi, e che invece
sia sempre rimasto allo stato di abbozzo imperfetto, senza che niente venisse
fissato in maniera definitiva? Senza dubbio, molti dei sistemi degli alti gradi
che nacquero alla stessa epoca si trovavano nelle medesime condizioni, ed
alcuni esistettero solo «sulla carta»; ma, se essi erano semplicemente il
frutto delle particolari concezioni di un individuo o di un gruppo, una tale
situazione non ha nulla di cui stupirsi, mentre invece, nel caso di un
rappresentante autorizzato di una vera organizzazione iniziatica, sembrerebbe
che le cose avrebbero dovuto svolgersi in tutt’altra maniera. Ora, un tal modo
di porre la questione, equivale a considerarla in maniera alquanto
superficiale; nella realtà, è necessario tenere conto del fatto che
l’«incarico» di Martines comportava proprio il lavoro di «adattamento» che,
solo in seguito, avrebbe dovuto sfociare nella formazione dell’Ordine degli
Eletti Cohen; lavoro che i suoi predecessori non dovevano fare perché, per un
motivo o per un altro, non era ancora giunto il momento, e, forse, anche perché
non avrebbero potuto farlo: e diremo fra poco il motivo. Martines non riuscì a
completare interamente il suo lavoro, ma ciò non prova niente contro quello che
esisteva al punto di partenza; in verità, sembra che vi siano state due cause
che abbiano concorso a questo scacco parziale: da un lato, è possibile che una
serie di circostanze sfavorevoli abbiano continuamente ostacolato i propositi
di Martines; dall’altro, è possibile che lui stesso non sia stato all’altezza
del compito, malgrado i «poteri» d’ordine psichico che possedeva in maniera
manifesta e che avrebbero dovuto facilitarglielo, e questo, sia che tali poteri
li possedesse in maniera del tutto naturale e spontanea, come accade talvolta,
sia che fosse stato «preparato» appositamente, com’è più probabile. Lo stesso
Willermoz riconosceva che «le sue
70
incoerenze verbali e le sue imprudenze gli
hanno procurato dei rimproveri e molte contrarietà»18; sembra che
queste imprudenze consistessero, soprattutto, nel fare promesse che non poteva
mantenere, quanto meno immediatamente, e nell’ammettere troppo facilmente degli
individui che non erano sufficientemente «qualificati». Indubbiamente, al pari
di molti altri, dopo aver ricevuto la «preparazione» necessaria, ha poi dovuto
lavorare da sé, a proprio rischio e pericolo; comunque, non sembra che abbia
mai commesso degli errori tali da comportare la revoca del suo «incarico»,
poiché proseguì attivamente il suo lavoro fino all’ultimo momento e ne assicurò
la trasmissione prima di morire.
Del resto, siamo ben lontani dal pensare che
l’iniziazione da lui ricevuta fosse al di là di un certo grado, ancora molto
limitato, e, in ogni caso, essa non era tale da oltrepassare il dominio dei
«piccoli misteri»; e neanche pensiamo che le sue conoscenze, quantunque molto
reali, avessero veramente il carattere «trascendente» che lui stesso sembra
voler loro attribuire; già in altra occasione abbiamo chiarito questo punto19,
ed abbiamo segnalato, come tratti caratteristici, l’aspetto da «magia
cerimoniale» che rivestono le «operazioni» rituali, e l’importanza attribuita a
dei risultati di ordine puramente «fenomenico». Tuttavia, questo non significa
che tali «operazioni» ed i loro risultati, e, a maggior ragione, i «poteri» di
Martines, possano essere ridotti al rango di semplici «fenomeni metapsichici»,
come si intendono oggi; van Rijnberk, che sembra essere di quest’avviso,
evidentemente si fa delle grosse illusioni circa la portata di questi «fenomeni
metapsichici» e delle teorie psicologiche moderne; illusioni che, per quanto ci
riguarda, è del tutto impossibile condividere.
Ma vi è ancora un’altra considerazione da
fare, di un’importanza
18. Lettera già citata, al barone Türkheim,
luglio 1821.
19. Si veda l’art. Un nuovo libro sull’Ordine
degli Eletti Cohen.
71
tutta particolare: il fatto stesso che
l’Ordine degli Eletti Cohen fosse una nuova forma, non gli permetteva di
costituire, da solo e in maniera indipendente, una iniziazione valevole e
regolare; per questa ragione, non poteva fare altro che reclutare i suoi membri
fra gli appartenenti ad una organizzazione iniziatica, di modo che veniva a
sovrapporsi a questa come un insieme di gradi superiori; e, come abbiamo già
detto prima, questa organizzazione iniziatica, in grado di fornirgli la base
indispensabile di cui altrimenti sarebbe rimasto privo, non poteva essere,
inevitabilmente, che la Massoneria. Di conseguenza, una delle condizioni
richieste per la «preparazione» di Martines, oltre agli insegnamenti ricevuti
per altra via, doveva essere l’acquisizione dei gradi massonici; condizione,
questa, che verosimilmente mancava ai suoi «predecessori», ed è per questo che
non avrebbero potuto fare ciò che poi fece lui. In effetti, è proprio come
Massone, e non altrimenti, che Martines si presentò agli inizi, ed è «all’interno»
delle Logge preesistenti che egli intraprese, con più o meno successo, a
seconda dei casi, e al pari di tutti i fondatori dei sistemi di alti gradi,
l’edificazione dei «Templi» in cui alcuni membri di queste Logge, scelti fra i
più idonei, lavoravano secondo il rito degli Eletti Cohen. E almeno su questo
punto non ci dovrebbero essere equivoci: se Martines ricevette un «incarico»,
se dovette assolvere una «missione», si trattò proprio della fondazione di un
rito o «regime» massonico degli alti gradi, nel quale egli introdusse,
rivestendoli con una forma appropriata, gli insegnamenti che aveva attinto ad
un’altra fonte iniziatica.
Quando si esamina l’attività iniziatica di
Martines, non bisogna mai perdere di vista quanto abbiamo appena indicato, cioè
la sua doppia appartenenza alla Massoneria e ad un’altra organizzazione molto
più misteriosa, la prima considerata come indispensabile perché potesse
assolvere il compito assegnatogli dalla seconda. Peraltro, vi è qualcosa di
enigmatico persino nella sua affiliazione massonica, sulla quale non è
possibile apportare alcuna precisazione (cosa che, del resto, non è per niente
eccezionale all’epoca in
72
questione, dal momento che vi era
un’incredibile varietà di riti e di «regimi»), ma che, in ogni caso, è
anteriore al 1754, poiché a quella data egli compare non solo come Massone,
come abbiamo già detto, ma già in possesso degli alti gradi «scozzesi»20.
Ed è proprio questo che gli permette di intraprendere l’edificazione dei suoi
«Templi», con più o meno successo, a seconda dei casi, ben all’«interno» delle
Logge esistenti in diverse città del Mezzogiorno della Francia, fino a quando,
nel 1761, non si stabilisce definitivamente a Bordeaux; non è nostra intenzione
ripercorrere, qui, tutte le vicissitudini conosciute, e ricorderemo solamente
che, in quel momento, l’Ordine degli Eletti Cohen era ben lungi dall’aver
ricevuto la sua forma definitiva; tant’è vero che né la lista dei gradi né, a
maggior ragione, i loro rituali finirono mai con l’essere completamente
definiti.
L’altro aspetto della questione è, dal nostro
punto di vista, il più importante; e a questo proposito, per prima cosa, è
essenziale rilevare che lo stesso Martines non ebbe mai la pretesa di porsi a
capo supremo di una gerarchia iniziatica. Il suo titolo di «Gran Sovrano» non
costituisce, in merito, una valida obiezione, poiché il termine «Sovrano»
figura anche nei titoli di diversi gradi e di diverse funzioni massoniche,
senza che questo implichi minimamente che coloro che li portano siano esenti da
ogni subordinazione; fra gli stessi Eletti Cohen, i «Réaux-Croix» erano
anch’essi qualificati «Sovrani», e Martines era «Gran Sovrano» o «Sovrano dei
Sovrani» per il semplice motivo che la sua giurisdizione si estendeva su tutti
questi altri. D’altronde, la prova più evidente
20. A questo proposito, dobbiamo manifestare
il nostro dubbio sul carattere massonico che il «Cavaliere della Rosa
Crescente» attribuisce ai titolo di «scudiero»: è del tutto esatto che si
tratti di un grado scozzese, che peraltro sussiste ancora oggi nel Regime
Rettificato, ma, nel caso di Martines, per il fatto che sia citato in documenti
ufficiali profani, sembrerebbe indicare invece che si tratti, molto
semplicemente, di un titolo nobiliare; anche se è vero che l’una cosa non
esclude l’altra.
73
di ciò che abbiamo appena detto, la si trova
in un brano di una lettera di Martines a Willermoz, datata 2 ottobre 1768:
«L’apertura delle circonferenze che ho fatto il 12 settembre scorso, è solo per
aprire l’operazione degli equinozi prescritti, al fine di non venir meno al
rnio obbligo spirituale e temporale; essi sono aperti fino ai solstizi e sono
proseguiti da me, al fine di poter essere pronto ad operare e a pregare in
favore della salute e della tranquillità dell’anima e dello spirito di questo capo
principale che vi è ignoto, così com’è ignoto a tutti i vostri fratelli
«Réaux-Croix», e che io devo tacere fino a quando lui stesso non si farà
conoscere. Io non temo alcun avvenimento spiacevole, né per me in particolare
né per alcuno dei nostri fratelli in generale, ma temo per l’Ordine in
generale, in quanto l’Ordine perderebbe molto se perdesse un simile capo. Su
questo argomento posso solo parlarvi allegoricamente»21. Quindi,
Martines, in base alle sue stesse dichiarazioni, non era affatto il «capo principale»
dell’Ordine degli Eletti Cohen; ma dal momento che vediamo che è solo lui che,
quasi sotto i nostri occhi, costituisce l’Ordine, ne deriva che questo «capo
principale» doveva essere quello (o uno di quelli) dell’organizzazione che
ispirava questa nuova formazione; e la paura espressa da Martines non
consisterebbe nel fatto che la sparizione di questo personaggio potesse
comportare l’interruzione prematura di certe comunicazioni? Peraltro, è
abbastanza evidente che il modo in cui Martines ne parla può solo applicarsi ad
un uomo vivente e non certo a qualche entità più o meno fantasmagorica; gli
occultisti hanno diffuso tante di quelle idee stravaganti
21. Citato da P.
Vulliaud, Les Rose-Croix lyonnais au XVIII siècle, p. 72. ‑ Veramente non sappiamo perché Vulliaud, in questa occasione, parli di
«Superiori Incogniti», e dica anche che Martines ne parla in questa lettera,
quando invece questi non fa la minima allusione ad una designazione di questo
genere. D’altra parte, quando Martines scrive, qui, «allegoricamente», è molto
probabile che volesse dire «enigmaticamente», poiché in tutta questa lettera
non v’è traccia di «allegoria».
74
di questo genere, che una tale precisazione
non è proprio per niente superflua.
Sempre in merito a questo «capo principale»,
forse si potrebbe parlare di un capo nascosto di qualche organizzazione
massonica22; ma questa ipotesi viene smentita da un documento
prodotto da van Rijnberk: il sunto, fatto dal barone Türkheim, di una lettera
che Willermoz gli aveva inviata il 25 marzo 1822; ed eccone l’inizio: «Per
quanto riguarda Pasqually, egli aveva sempre detto che nella sua qualità di
Sovrano Réaux, costituito tale per la sua regione, nella quale era compresa
tutta l’Europa, poteva costituire e mantenere successivamente dodici Réaux, che
lui chiamava suoi Emuli e che sarebbero stati alle sue dipendenze»21.
Da qui risulta che Martines aveva ricevuto i suoi «poteri», d’altronde
accuratamente delimitati, da una organizzazione che si estendeva ben oltre
l’Europa, e a quell’epoca questo non era certo il caso della Massoneria24;
e questa organizzazione doveva avere la sua sede fuori dall’Europa, poiché, in
caso contrario, la «deputazione» ricevuta da Martines per questa regione non
avrebbe potuto implicare una vera «sovranità».
22. Se fosse così, questo personaggio dovrebbe
forse identificarsi, almeno agli occhi di alcuni, con il pretendente Carlo
Edoardo Stuart, al quale è stato attribuito un ruolo del genere, a torto o a
ragione. Richiamiamo questa supposizione perché essa potrebbe assumere una
certa verosimiglianza per il fatto che il «Cavaliere della Rosa Crescente»
parla «dei segni di stima e di riconoscenza che il pretendente Stuart sembrava
testimoniare a Martines», all’epoca in cui questi si presentò alle Logge di
Tolosa, vale a dire nel 1760, otto anni prima della lettera che abbiamo appena
citato; ma ciò che diremo in seguito dimostrerà che in realtà debba trattarsi
di tutt’altra cosa.
23. Si tratta di coloro che erano anche chiamati
«Sovrani», come dicevamo prima; da notare questo numero di dodici, che riappare
costantemente quando si tratta della costituzione di centri iniziatici,
qualunque sia la forma tradizionale a cui appartengano.
24. In questo caso, è inutile tenere in conto
l’America, poiché, dal punto di vista massonico, essa allora non era altro che
una dipendenza europea.
75
Se, invece, ciò che abbiamo detto prima
sull’origine sefardita dell’iniziazione di Martines è esatto, questa sede
poteva benissimo trovarsi nell’Africa del Nord, ed è, di gran lunga, proprio
questa la supposizione più verosimile che si possa avanzare; ma, in questo
caso, è chiaro che non si sarebbe potuto trattare di un’organizzazione
massonica, e che non è in questa direzione che bisogna cercare la «potenza»
dalla quale Martines era stato costituito «Sovrano Réaux» per una regione che
coincideva con la zona d’influenza dell’intera Massoneria; e questo giustifica,
inoltre, la fondazione, da parte sua, dell’Ordine degli Eletti Cohen, sotto la
speciale forma di un «regime» massonico degli alti gradi25.
La fine di quest’Ordine non è meno avvolta
nell’oscurità di quanto lo siano i suoi inizi: i due successori di Martines non
eserciteranno per molto tempo le funzioni di «Gran Sovrano», poiché, il primo,
Caignet de Lestère, morì nel 1778, quattro anni dopo la morte di Martines; e il
secondo, Sébastien de Las Casas, si ritirò due anni più tardi, nel 1780; che
cosa rimase dopo, dell’Ordine, in quanto organizzazione regolarmente
costituita? Sembra proprio che non sia rimasto gran che: se alcuni «Templi»
continuarono ad esistere anche un po’ dopo il 1780, anch’essi cessarono ben
presto ogni attività. Quanto alla designazione di un altro «Gran Sovrano» dopo
il ritiro di Sébastien de Las Casas, non se ne parla da nessuna parte;
tuttavia, vi sarebbe una lettera di Bacon de La Chevalerie, datata 26 gennaio
1807, in cui si parla del «silenzio assoluto degli Eletti Cohen, che agiscono
sempre
25. I termini impiegati da Willermoz,
sembrerebbero indicare che la regione posta sotto l’autorità di Martines, non
comprendesse solo l’Europa; e in effetti essa doveva comprendere anche
l’America, com’è dimostrato dall’importanza assunta successivamente da San
Domingo nella storia della sua vita e del suo Ordine; il che conferma anche la
coincidenza del campo d’azione che gli era stato attribuito con l’insieme dei
paesi ove esisteva la Massoneria, ed anzi dove essa era la sola organizzazione
iniziatica esistente al momento, ed in grado di fornire una base al lavoro di
cui era stato incaricato.
76
nel più gran riserbo, in ossequio agli ordini
supremi del Sovrano Maestro, il G\ Z\ W\ J\»; ma cosa
si potrebbe mai dedurre da questa indicazione, tanto strana quanto enigmatica,
e che forse è del tutto fantastica? In ogni caso, nella lettera del 1822, che
abbiamo già citata, Willermoz dichiara che «di tutti i Réaux che ha conosciuto
in modo particolare, non ne resta nessuno vivo, per cui gli è impossibile
indicarne uno dopo di lui»; e se non c’erano più «Réaux-Croix», non era più
possibile alcuna trasmissione in grado di perpetuare l’Ordine degli Eletti
Cohen.
Tuttavia, oltre alla «sopravvivenza diretta»,
per usare l’espressione di van Rijnberk, questi prende in considerazione una
«sopravvivenza indiretta», costituita da quelle che egli chiama le due
«metamorfosi willermoziana e martinista»; ma si tratta di un equivoco che è
utile chiarire. Il Regime Scozzese Rettificato non è affatto una metamorfosi
degli Eletti Cohen, bensì una derivazione della Stretta Osservanza, il che è
totalmente diverso; e, se è vero che Willermoz, per la parte preponderante
avuta nell’elaborazione dei rituali di questi alti gradi, ed in particolare del
grado di «Cavaliere Benefacente della Città Santa», avrà potuto introdurre in
essi alcune idee da lui attinte nell’organizzazione di Martines, non è men vero
che gli Eletti Cohen, in gran maggioranza, gli rimproverarono pesantemente
l’interesse che egli, in tal modo, rivolgeva ad un altro rito, cosa questa che,
ai loro occhi, equivaleva quasi ad un tradimento; esattamente come
rimproverarono a Saint-Martin un cambiamento di attitudine di altro genere.
Il caso di Saint-Martin comporta una più ampia
attenzione, a causa di tutto quello che si è preteso di farne derivare, nella
nostra epoca; la verità è che, se Saint-Martin abbandonò tutti i riti massonici
ai quali era ricollegato, compreso il rito degli Eletti Cohen, lo fece solo per
adottare un’attitudine esclusivamente mistica, dunque incompatibile con il
punto di vista iniziatico; quindi non fu certo per fondare a sua volta un nuovo
Ordine. In effetti, il nome di «Martinismo», usato unicamente nel mondo profano,
si applicava solo alle particolari
77
dottrine di Sant-Martin e ai loro aderenti,
sia che questi fossero o meno in diretta relazione con lui; e la cosa più
importante è che fu lo stesso Saint-Martin a chiamare «Martinisti», con una
certa ironia, i semplici lettori delle sue opere. Tuttavia, sembrerebbe che
alcuni dei suoi discepoli abbiano ricevuto da lui, individualmente, un certo
«deposito»; il quale, a dire il vero, era costituito solo «da due lettere e da
qualche punto»; ed è proprio questa trasmissione che sarebbe stata all’origine
del «Martinismo» moderno. Ma, anche se la cosa è realmente vera, in che modo
una tale comunicazione, effettuata senza alcun rito, avrebbe mai potuto
costituire una qualunque iniziazione? Le due lettere in questione sono “S. I.”,
e sembra che abbiano esercitato, su alcuni, una vera fascinazione, a parte
l’interpretazione che si è voluta loro attribuire (e ve ne sono tante); ma, in
ordine al caso in esame, da dove mai esse potevano provenire? Certo non si
tratta di una reminiscenza dei «Superiori Incogniti» della Stretta Osservanza,
e, del resto, non è neanche il caso di andare ad indagare così lontano, poiché
alcuni Eletti Cohen usavano includere queste lettere nella loro firma. Van
Rijnberk avanza, a riguardo, un’ipotesi alquanto plausibile, in base alla quale
esse sarebbero state il segno distintivo dei membri del «Tribunale Sovrano»
incaricato dell’amministrazione dell’Ordine (e del quale fece parte lo stesso
Saint-Martin, ed anche Willermoz); e quindi, si tratterebbe dell’indicazione di
una funzione e non di un grado. C’è da dire però che, malgrado tutto, potrebbe
sembrare strano che Saint-Martin abbia pensato di adottare queste lettere,
piuttosto che quelle di R. C., per esempio, senza che esse avessero un qualche
significato simbolico loro proprio; perché, in definitiva, i loro diversi usi
potrebbero solo essere derivati da tale significato. Comunque sia, vi è un
fatto curioso che dimostra come Saint-Martin vi annettesse effettivamente una
certa importanza: nel Crocodile egli ha composto, con queste due
iniziali, la denominazione di un’immaginaria «Società degli Indipendenti», la
quale, peraltro, non è né una vera società né una qualunque reale
organizzazione, quanto piuttosto una
78
sorta di comunione mistica alla quale presiede
Madama Jof, vale a dire la Fede personificata26; altra cosa
singolare: verso la fine della storia, l’ebreo Eléazar viene ammesso in questa
«Società degli Indipendenti», e senza dubbio in questo si può riconoscere
un’allusione, non tanto a qualcosa di relativo a Martines, quanto al passaggio
di Saint-Martin dalla dottrina degli Eletti Cohen a quel misticismo in cui
doveva confinarsi nel corso dell’ultima parte della sua vita. Ora, non è
possibile che, nel comunicare ai suoi più intimi discepoli le lettere “S. I.”,
come una sorta di segno di riconoscimento, Saint-Martin volesse significare, in
qualche modo, che essi potevano considerarsi come dei membri di quella che
aveva voluto rappresentare come la «Società degli Indipendenti»?
Queste ultime osservazioni faranno comprendere
perché noi siamo ben lontani dal poter condividere le vedute fin troppo
«ottimistiche» di van Rijnberk; egli infatti, quando si chiede se l’Ordine
degli Eletti Cohen «appartiene completamente ed esclusivamente al passato», è
incline a rispondere negativamente, pur riconoscendo l’assenza di ogni
filiazione diretta. In realtà, è vero che il Regime Scozzese Rettificato esiste
ancora, contrariamente a quanto egli sembra credere, ma esso non deriva ad
alcun titolo da ciò di cui stiamo parlando; e per quanto riguarda il
«Martinismo» moderno, possiamo assicurargli che esso ha ben poco a che fare con
Saint-Martin, e assolutamente nulla con Martines e gli Eletti Cohen.
26. Anche Willermoz si servì di queste
iniziali, per dare il nome di «Società degli Iniziati» al gruppo, molto reale
stavolta, che fondò per lo studio di certi fenomeni di sonnambulismo.
79
RECENSIONI DI LIBRI
RECENSIONI DI LIBRI, PUBBLICATE NELLA RIVISTA
LE VOILE D’ISIS, DAL
1929 AL 1936
L’Élue du Dragon
(L’Eletta del Drago), ed. «Les Etincelles».
Questo romanzo fantastico e anonimo, intorno
al quale si fa un gran parlare in questo momento, in certi ambienti
antimassonici, viene spacciato per un compendio, più o meno «accomodato», delle
memorie di una certa Clotilde Bersone, sedicente alto dignitario di una «Gran
Loggia degli Illuminati» che dirigerebbe occultamente tutti i rami della
Massoneria universale, poi convertitasi, in seguito a diverse disavventure, e
rifugiatasi in un convento. Si pretende che, nella biblioteca di questo
convento, che non viene indicato in nessun modo, esista un doppio manoscritto
autentico di queste memorie, datato 1885; e si aggiunge che «queste sono state
accuratamente copiate, compilate ed arricchite con note critiche di una rara
pertinenza, dal R. P. X***, della Compagnia di Gesù, recentemente scomparso».
Gli Études, i cui redattori sanno il fatto loro, quanto meno su questo
argomento, hanno già messo in guardia i loro lettori contro questa storia, che
annoverano molto giustamente fra le «fiabe malsane», ricordando a questo
proposito le invenzioni di Léo Taxil e le «rivelazioni» dell’immaginaria Diana
Vaughan. E, in effetti, vi è una strana somiglianza fra quest’ultima e
l’attuale Clotilde Bersone, la cui esistenza non ci sembra debba essere meno
problematica; ma vi è della gente che è veramente incorreggibile, e che ha
continuato a credere ai racconti di Taxil anche dopo che lui stesso aveva
confessato le sue menzogne, così come continua a credere all’autenticità dei
«Protocolli dei Savi di Sion», malgrado tutte le precisazioni apportate sulla
loro reale origine; e questa gente non mancherà adesso di prestar fede a questa
nuova stravaganza.
Che l’autore del romanzo abbia inventato tutto
da sé o che sia stato turlupinato da altri, resta il fatto che, con tutta
83
evidenza, qui si tratta di una mistificazione
bella e buona; d’altronde, le frodi di questo genere, per quanto abili possano
essere, portano sempre dei marchi che non permettono di sbagliarsi quando si è,
anche solo un po’, al corrente di certe cose. E infatti, noi ne abbiamo
rilevati parecchi, in particolare nella descrizione dell’organizzazione della
pretesa «Alta Loggia»: che dire, per esempio, del titolo di «Grande Oriente»,
che viene dato al suo capo, e che applicato così ad un uomo è totalmente sprovvisto
di significato? Che dire di questa fantasiosa gerarchia nella quale gli
«adepti» occupano il rango più basso, al di sotto degli «affiliati» e degli
«iniziati»? Proprio nel nostro articolo del febbraio scorso, abbiamo avuto
occasione di segnalare l’errore che i «profani» commettono quasi costantemente
in ordine al termine «adepto», il quale in realtà designa il grado supremo di
una gerarchia iniziatica; naturalmente, il nostro autore non ha mancato di
cadervi! Ma vi è ancora di meglio: si fa citare a Clotilde Bersone (p. 61) il «Nemak
Adonaï dei Rosa-Croce» (sic); cosicché questa «iniziata» di una
Massoneria superiore non conoscerebbe neanche i gradi della Massoneria
ordinaria!
Se questi particolari caratteristici, in
ragione del loro carattere tecnico, possono sfuggire alla maggior parte dei
lettori, costoro, però, dovrebbero rimanere colpiti dalle inverosimiglianze un
po’ troppo pesanti che offre la parte «storica» del racconto. Com’è possibile
che un’organizzazione veramente segreta possa contare dei membri tanto numerosi
ed anche tanto mediocri, sotto molti aspetti? E com’è possibile che, in simili
condizioni, non sia mai trapelata alcuna indiscrezione che ne facesse conoscere
l’esistenza in pubblico? A chi, se non agli ingenui di cui dicevamo prima, si
potrebbe sperare di far credere che l’intero personale governativo della terza
Repubblica si dà a delle evocazioni diaboliche; e che dei politici limitati
come Grévy o Jules Ferry, che non hanno certo niente dei «Superiori Incogniti»,
siano dei mistici luciferini di alto rango? Ma ecco qualcosa ancora più
convincente: al capitolo secondo della terza parte, l’imperatore Guglielmo I
viene descritto, nel 1879, come interamente
84
estraneo alla Massoneria e del tutto ignorante
della materia; mentre invece, la verità è che, all’epoca indicata, questo
supposto «profano» era Massone da ormai 39 anni! Infatti, egli venne iniziato
nella Gran Loggia Nazionale di Germania, a Berlino, il 22 maggio 1840, qualche
settimana prima della morte del padre Federico Guglielmo III; lo stesso giorno
ricevette i tre gradi simbolici e venne nominato membro delle tre Grandi Logge
e patrono di tutte le Logge di Prussia; svolse, peraltro, un ruolo attivo nella
Massoneria e fu lui stesso ad iniziare il figlio, il futuro Federico III, il 5
novembre 1853, designandolo poi patrono delle Logge prussiane al momento in cui
divenne re, nel 1861. Ecco dunque un errore storico abbastanza ponderoso, dopo
di che si potrà giudicare il valore di tutte le altre affermazioni, più o meno
verificabili, contenute nello stesso volume. Non ci saremmo certo soffermati
così a lungo su questo scherzo di cattivo gusto, se qualcuno, come dicevamo
all’inizio, non si sforzasse di farlo prendere sul serio; e riteniamo che,
quando se ne presenta l’occasione, sia un preciso dovere denunciare le
mistificazioni, da qualunque parte esse provengano; soprattutto in un’epoca
come la nostra, tutto ciò che rischia di accrescere lo squilibrio mentale non
dovrebbe essere considerato come inoffensivo.
Le Voile d’Isis,
luglio 1929.
Léon de Poncins, Les
Forces secrètes de la Révolution (Le Forze segrete della Rivoluzione),
nouvelle édition revue et mise à jour, Editions Bossard.
Si tratta di un’opera antimassonica, del tipo
che si può definire «ragionevole», nel senso che, attenendosi quasi
esclusivamente all’ambito politico, ci risparmia le diavolerie alla Léo Taxil.
L’autore è anche molto prudente nel tener conto di certi documenti sospetti; ma
la sua tesi sull’unità della Massoneria è ben poco solida, ed esagera di molto
l’influenza ebraica. Inoltre, si è fatta un’idea del tutto fantasiosa
85
degli alti gradi, che, talvolta, finisce col
confondere con certe organizzazioni non massoniche.
Lettera di Giovanni Pontano sul «Fuoco
Filosofico», introduzione, traduzione e note di Mario
Mazzoni, Casa Editrice Toscana, San Gimignano, Siena.
In questo opuscolo, il secondo di una serie
dedicata all’ermetismo e di cui abbiamo già segnalato il primo, il testo
propriamente detto è alquanto breve: la lettera, in effetti, è molto corta, ma
importante per l’argomento che tratta. Essa è preceduta da un’introduzione che,
pur contenendo molte indicazioni interessanti, forse non chiarisce a
sufficienza la questione del «Fuoco Filosofico»; seguono poi alcune appendici,
nelle quali troviamo, per prima, la traduzione di un brano del libro di
David-Neel, Mistici e Maghi del Tibet; poi, una nota sulla fabbricazione
dell’«Oro Filosofico» secondo gli «Illuminati di Avignone»; infine, il seguito
dello studio dei simboli ermetici, iniziato nel primo opuscolo. Dispiace che i
nomi propri siano, troppo spesso, deformati, e che nelle note si debbano
rilevare degli errori storici sorprendenti: per esempio, Nicola Flamel che
diviene un medico, Guillaume Postel un amico (dunque un contemporaneo) di
Éliphas Levi, e l’alchimista Geber che sarebbe vissuto nell’VIII secolo prima
dell’era cristiana!
Le Voile d’Isis,
ottobre 1930.
Henri-Jean Bolle, Le
Temple, Ordre initiatique du moyen âge (Il Tempio, Ordine iniziatico del
Medioevo), Association Maçonnique Internationale, Genève.
Questo opuscolo inizia con una breve
considerazione sulla storia dell’Ordine del Tempio; l’autore cerca poi di
individuare quale potesse essere la sua dottrina, ed infine di vedere
86
«in che misura essa si accosti, sia per
filiazione storica, sia spiritualmente, alla Massoneria, la quale, secondo
molti dei suoi sistemi, considera l’Ordine come uno dei suoi antenati». La
conclusione è che questa tradizione, anche se leggendaria, «ha quanto meno il
merito di non essere anacronistica» ed «è ben ricca di un senso profondo»,
mentre la sua mancanza di fondamento storico, anche se fosse provato, «non
potrebbe costituire un argomento contro gli alti gradi». In tutto ciò, sotto
diversi aspetti, vi sono parecchie insufficienze (e non ci riferiamo solo a
quelle lacune che, in casi simili, sono inevitabili); in effetti, l’autore non
si rende conto appieno, forse, di che cosa sia la vera iniziazione, la quale
implica ben altro che le idee di «tolleranza» o di «libertà di coscienza».
Tuttavia, questo lavoro, così com’è, testimonia di certe preoccupazioni che,
tenuto conto della loro origine, sono interessanti da segnalare.
Léon de Poncins, Refusé
par la Presse (Rifiutati dalla stampa), Editions Alexis Redier.
Questo volume esce come una continuazione
dell’altro intitolato Les Forces secrètes de la Révolution, di cui ci
siamo occupati a suo tempo; il suo titolo è dovuto al fatto che i capitoli che
lo compongono erano originariamente degli articoli separati, che l’autore aveva
sottoposto per la pubblicazione a giornali e riviste e che questi non avevano
accettato. Saremmo poco gentili se criticassimo un lavoro ove siamo lungamente
citati per tutto quel che concerne la «crisi del mondo moderno» ed i problemi
ad essa connessi, e che, per di più, porta in epigrafe una frase del nostro Teosofismo.
Diciamo solo che le particolari preoccupazioni dell’autore, esclusivamente
politiche secondo noi, talvolta lo inducono a presentare certi testi secondo
un’intenzione che non è esattamente quella che noi avevamo quando li scrivemmo:
per esempio, nel passo che egli cita a pagina 55, non è per niente alla
Massoneria che ci riferivamo... Ma, è anche vero che
87
queste citazioni, fatte con simpatia, ci
compensano gradevolmente degli insulti e delle manifestazioni astiose di certi
altri «anti-massoni»!
Le Voile d’Isis,
giugno 1932.
Roger Duguet, La
Cravate blanche (La Cravatta bianca), Nouvelles Editions Latines, Paris.
In questo romanzo, che si presenta come «una
sorta di risposta a L’Élue du Dragon», di fantastica memoria, il vecchio
redattore della R.I.S.S. (Revue International des Sociétés Secrètes)
ha voluto presentare alcuni retroscena, veri o supposti, della politica
contemporanea; ma, a nostro avviso, non è questa la parte più interessante del
suo libro. Senza dubbio si sarà tentati di considerarlo come un «romanzo in
codice», e non ci si sbaglierebbe di molto; tuttavia, con ogni probabilità,
sarebbe vano tentare di dare un nome a ciascuno dei personaggi, poiché in
quello principale, il generale di Bierne, noi abbiamo, sì, riconosciuto dei
tratti chiaramente riferiti alla figura di mons. Jouin, ma frammisti ad altri
che, altrettanto chiaramente, non hanno niente a che vedere con lui; bisogna
dunque convenire che ci troviamo al cospetto di personaggi «compositi».
Comunque sia, si tratta di un racconto edificante, sugli intrighi che si
sarebbero realmente svolti intorno alla R.I.S.S.; e, di tanto in tanto,
si ha l’impressione che l’autore, in questo modo, si sia voluto vendicare per
il fatto di essere stato allontanato da certi ambienti; i documenti di Aleister
Crowley, gli interventi di agenti segreti inglesi ed americani, lo spionaggio
dissimulato «sotto la maschera dell’esoterismo»: tutto ciò ci ricorda parecchie
cose... Vi è anche un «veggente» (in effetti, ce n’è sempre uno in avventure
del genere) e, come per caso, i ruoli più odiosi sono attribuiti a dei preti!
Quanto alla trama, dobbiamo confessare che non crediamo affatto all’esistenza
di una società segreta degli «Ottimisti», che avrebbe per Gran
88
Maestro Pierre Laval e che darebbe l’imbeccata
al mondo intero, compresi i più alti dignitari della Chiesa. Fantasticherie a
parte, tutto ciò non è molto più verosimile della «Gran Loggia degli
Illuminati» e si può star certi che per diffondere nel mondo certe suggestioni
vi sono dei mezzi ben più sottili. E poi, era proprio necessario questo nome di
«Ottimisti» che, quanto meno per la sua consonanza (anche ammettendo che un
simile accostamento sia solo imputabile alla «malizia del caso»), evoca in maniera
piuttosto fastidiosa gli «Optimati» del fu Léo Taxil?
Pierre de Dienval, La
Clé des Songes (La Chiave dei Sogni), Imprimerie Centrale de la Bourse,
Paris.
«Il mondo nel quale ci muoviamo è molto più
falso di una scena di teatro»: niente di più vero; ma lo è esattamente come
pretende l’autore di questo libro? La sua tesi è che esiste un certo «segreto
monetario» che, secondo lui, sarebbe la vera «pietra filosofale»; questo
segreto sarebbe detenuto, contemporaneamente, da due gruppi di «iniziati», uno
inglese e l’altro ebraico, i quali lotterebbero fra loro per il dominio del
mondo, accordandosi occasionalmente contro dei terzi; questo segreto, poi,
sarebbe quello della Massoneria, la quale è solo uno strumento creato dal
gruppo inglese per assicurarsi l’influenza su tutti i paesi. In tutto ciò vi
sono delle idee che, a prima vista, ricordano stranamente quelle che furono
esposte, a suo tempo, nelle pubblicazioni del Hiéron di Paray-le-Monial
e nelle opere di Francis André (la sig.na Bessonnet-Favre); e questo
accostamento è valido perfino per alcuni particolari relativi a molte
considerazioni storiche, o sedicenti tali: ruolo attribuito ai Templari, da un
lato, e ruolo di Giovanna d’Arco, dall’altro; preteso «celtismo» della razza
«francese» (?), e così via. Tuttavia, vi è una differenza essenziale: invece di
essere di matrice cattolica, questo libro è abbastanza chiaramente irreligioso;
non solo l’autore, spinto dal suo antiebraismo, nega furiosamente l’ispirazione
divina
89
della Bibbia (che, secondo lui, «non è per
niente un libro religioso, nel senso che i Francesi danno a questa parola» …
come se dovesse esserci una concezione specificamente «francese» della
religione!), ma si capisce molto bene che in fondo, per lui, ogni religione non
è altro che qualcosa di puramente umano... e politico. Fra l’altro, egli
considera seriamente l’ipotesi in base alla quale, il ruolo svolto fino ad oggi
dalla Massoneria sarebbe stato affidato alla Chiesa cattolica, grazie
all’«asservimento del Papa» (sic); e, a sentir lui, quest’ipotesi
sarebbe già in parte realizzata: infatti, denuncia la canonizzazione di
Giovanna d’Arco, canonizzazione che, ai suoi occhi, ha il torto di privare
quest’ultima del «suo carattere di eroina nazionale», secondo «una manovra
condotta con il concorso odioso dei capi ufficiali della Chiesa cattolica,
passati progressivamente al servizio dei maestri occulti dell’Inghilterra». Ma
lasciamo da parte queste cose e, senza attardarci a rilevare le numerosissime
fantasie pseudo-storiche di cui è pieno questo libro, veniamo all’essenziale:
innanzi tutto, l’autore, in modo evidente, non ha la minima nozione di che cosa
sia l’iniziazione; e se gli «alti iniziati» (che egli immagina come costituenti
un «comitato superiore», senza dubbio alla maniera degli amministratori di una
società finanziaria) avessero solo le preoccupazioni da lui indicate, sarebbero
molto semplicemente gli ultimi dei profani. In seguito, il preteso «segreto»,
così come lui lo espone e come lui stesso ammette, è di una semplicità
infantile; ma, se è così, com’è che questo «segreto» riesce ad essere così ben
custodito e non è mai stato scoperto, come è accaduto per tanti altri nelle
epoche più diverse? Infatti, si tratterebbe solo di una legge elementare riguardante
gli scambi e l’autore ne traccia anche il grafico, nel quale, cosa spassosa,
vuole ritrovare la spiegazione del «triangolo equilatero intrecciato con un
compasso» (?), che egli crede sia «l’emblema della Massoneria» (la quale, lo
diciamo di sfuggita, non fu affatto «fondata da Ashmole nel 1646»); eccoci così
di fronte a qualcosa che, quanto meno, è un po’ banale come simbolismo!
Siamo ben lontani dal contestare che esista, o
sia esistita,
90
una «scienza monetaria» tradizionale, e che
questa scienza abbia dei segreti; ma, questi segreti, sebbene non abbiano
niente a che vedere con la «pietra filosofale», sono di natura del tutto
diversa dalle cose di cui si parla qui; per di più, continuando a ripetere,
fino alla nausea, che la moneta è cosa puramente «materiale» e «quantitativa»,
si finisce proprio col concordare con coloro che si pretenderebbe criticare, i
quali sono, in realtà, i distruttori di questa scienza tradizionale,
esattamente come sono i distruttori di ogni conoscenza avente lo stesso
carattere, poiché sono proprio loro che hanno sradicato dallo spirito moderno
ogni nozione che va al di là del dominio della «materia» e della «quantità».
Costoro, quantunque non siano degli «iniziati» (poiché dipendono dalla
«contro-iniziazione»), non sono affatto vittime di questo «materialismo» che,
al contrario, hanno imposto al mondo moderno per dei fini tutt’altro che
«economici»; e, quali che siano gli strumenti di cui si servono a seconda delle
circostanze, resta il fatto che sono un po’ più difficili da identificare di
quanto possa esserlo un «comitato» o un «gruppo» qualunque di Inglesi o di
Ebrei... Per quanto concerne la vera «scienza monetaria», diciamo semplicemente
questo: se essa fosse di ordine «materiale» non si capirebbe assolutamente
perché, li dove ebbe un’esistenza effettiva, le questioni ad essa relative non
venissero lasciate alla discrezione del potere temporale (infatti, come si
sarebbe mai potuto accusare quest’ultimo di «alterare le monete» se la
sovranità relativa fosse stata la sua?), ma, al contrario, fossero sottomesse
al controllo dell’autorità spirituale (ne abbiamo accennato in Autorità
spirituale e potere temporale); controllo che era confermato per mezzo di
marchi di cui si ritrovano le ultime vestigia, incomprese, nelle iscrizioni
che, ancora fino a poco tempo fa, figuravano sull’orlo delle monete; ma come
far comprendere tutto questo a gente che spinge il proprio «nazionalismo»
(un’altra di quelle suggestioni destinate a distruggere sistematicamente lo
spirito tradizionale) fino a formulare un elogio ditirambico di Filippo il
Bello? Dopo tutto, è un errore dire che i metalli «monetari» non hanno
91
un valore proprio; e anche se il loro valore è
essenzialmente simbolico (oro e argento, Sole e Luna), non per questo è meno
reale, poiché è proprio tramite il simbolismo che le cose di questo mondo sono
collegate alle realtà superiori.
A queste obiezioni fondamentali, dobbiamo
aggiungere alcune constatazioni piuttosto strane: il capitolo dedicato all’Intelligence
Service è molto deludente, per non dire sconcertante, poiché, se vi si
trovano delle elaborazioni ingegnose, ma ipotetiche, in particolare relative
all’affare Dreyfus, non vi è citato un solo fatto certo e preciso, quando
invece non ne mancano proprio, anche fra quelli noti pubblicamente, e non si
sarebbe avuto che l’imbarazzo della scelta... Per altro verso, l’autore rinvia
ad uno studio che ha già dedicato a delle questioni connesse con quelle che
tratta qui: e guarda caso, questo feroce antimassone ha fatto apparire questo
studio su una pubblicazione di cui ci sono perfettamente noti i legami
massonici! Con questo, però, non vogliamo mettere in dubbio la buona fede di
nessuno, poiché sappiamo fin troppo bene quanta gente ci sia che si lascia
«menare» senza averne il minimo sospetto; ma noi siamo convinti che questo
libro è un altro di quelli che sono più adatti a confondere le idee, piuttosto
che a chiarirle; e per noi che osserviamo le cose in maniera molto
disinteressata, non è possibile esimerci dal constatare che le opere di questo
genere, attualmente, si moltiplicano in maniera anormale ed assai
inquietante... Comunque sia, la migliore prova che l’autore non ha messo le
mani sul «grande arcano» che s’immagina di svelare, è data, molto
semplicemente, dal fatto che ha potuto pubblicare il suo volume senza intralci!
Le Voile d’Isis,
ottobre 1933.
L. Fry, Léo Taxil et la Franc-Maçonnerie
(Leo Taxil e la Massoneria), British-American Press, Chatou.
Questo grosso volume, pubblicato dagli «Amici
di mons.
92
Jouin», che sono verosimilmente i vecchi
collaboratori della R.I.S.S., contiene le lettere indirizzate all’abate
di Bessonies da Léo Taxil e da diverse altre persone che furono coinvolte, da
vicino o da lontano, nella singolare storia che tutti conoscono; vi è anche
riportato il famoso discorso con cui Taxil confessò la sua «mistificazione»,
insieme con i chiarimenti dell’editore delle Memorie di Diana Vaughan. A
dire il vero, si fa presto a parlare di «mistificazione», ma la questione è
molto più complessa e non è facile da risolvere; sembra proprio che, quanto
meno, si sia trattato di altra cosa e che Taxil non abbia fatto che mentire
ancora una volta nel dichiarare di aver inventato tutto di propria iniziativa.
Ci si trova di fronte ad un abile miscuglio di vero e di falso, ed è esatto
che, come è detto nell’introduzione, «l’impostura esiste solo in quanto è
basata su certi aspetti della verità idonei a ispirare fiducia»; ma qual è
esattamente il «fondo di verità» contenuto in questa storia? Che nel mondo via
siano dei «satanisti» e dei «luciferini», ed anche molti di più di quanto
generalmente si creda, è incontestabile, ma queste cose non hanno niente a che
vedere con la Massoneria; ed imputando ad essa ciò che esiste realmente
altrove, non si avrebbe avuto proprio lo scopo di distogliere l’attenzione e di
sviare le ricerche? Se è così, chi può aver ispirato Taxil ed i suoi
collaboratori conosciuti, se non degli agenti, più o meno diretti, di quella
«contro-iniziazione» da cui derivano tutte queste cose tenebrose? D’altronde,
in tutto ciò è presente una strana atmosfera di «suggestione»; ed è possibile
rendersene conto vedendo, per esempio, come un uomo dalla così incontestabile
buona fede, il signor de La Rive (che conosciamo troppo bene per poterlo affermare)
sia giunto fino a tradurre, senza esitare, con «À Notre Dieu Lucifer Très Saint
et Infini Toujours» (Al Nostro Dio Lucifero Santissimo e Infinito Sempre), una
«formula inedita» (A\N\D\L\T\S\E\I\ T\) che significa molto semplicemente «Au Nom de la Très Sainte et
Indivisible Trinité» (In Nome della Santissima ed Indivisibile Trinità)!
Non pensiamo certo di esaminare adesso tutti i
procedimenti di deformazione impiegati negli scritti di Taxil; ma ne
93
segnaliamo alcuni. Uno dei più diffusi
consiste nel servirsi di termini veramente esistenti, ma attribuendo loro un
significato immaginario: cosi, è vero che è esistito un «Rito del Palladio», ma
esso non ebbe mai niente di luciferino; i «Triangoli», in Massoneria, non sono
affatto delle «Logge occulte», ma delle semplici Logge in formazione, che non
hanno ancora il numero di membri richiesto per essere «giuste e perfette»; e ci
limitiamo a questi due esempi, anche in considerazione del ruolo particolarmente
importante che svolsero in tutta la faccenda. Per quanto riguarda, invece,
quello che viene considerato come il punto centrale, a torto o a ragione, e
cioè l’esistenza di Diana Vaughan, l’enigma non è stato affatto chiarito e
forse non lo sarà mai: che una o più persone abbiano potuto presentarsi con
questo nome, in diverse circostanze, è più che probabile, ma come sperare di
identificarle? Nel volume sono stati riprodotti, sotto il titolo Le Mystère
de Léo Taxil et la vraie Diana Vaughan, gli articoli già apparsi
sull’argomento nella R.I.S.S. e di cui abbiamo già parlato a suo tempo;
è curioso che la nuova prova che si pretende di apportare sia in relazione con
la storia delle religiose di Loigny, ma non per questo essa è più convincente;
in fondo tutto ciò non è molto probante, né in un senso né nell’altro... Ma
adesso sorge una questione, che è forse di un interesse molto più attuale di
tutto il resto: come mai sembra che si tenga tanto, da una certa parte, a
riesumare questa vecchia storia? Ci viene spiegato che «il Palladio, messo in
sonno nel 1897, sembra essere sul punto di risvegliarsi»; «forse è una
leggenda, ma essa poggia su una base fatta di teorie e di fatti conosciuti»;
dobbiamo dunque prepararci ad assistere al tentativo di chiarire infine questa
base reale oppure vedremo prendere una nuova forma a questa leggenda, come ne L’Élue
du Dragon, forma non meno «mitica» della precedente? In ogni caso,
l’introduzione confonde stranamente le cose più diverse, mettendo sullo stesso
piano i più volgari gruppi «pseudo-iniziatici» e le organizzazioni dal
carattere sicuramente più sospetto, senza parlare di alcune affermazioni
puramente fantastiche, come quella che fa di
94
Ram Mohun Roy «un discepolo dei Lama del
Tibet» e del Brahmo-Somaj «un circolo di occultismo orientale e di
mistica, fondato in Inghilterra nel 1830»! Ma l’ultimo pezzo della raccolta è
la riproduzione di un articolo della R.I.S.S., intitolato Les
Missionnaires du Gnosticisme, che in realtà è dedicato all’O.T.O.;
questo articolo, che sembra non avere alcun rapporto con tutto il resto, non ne
costituirebbe, forse, in qualche modo la «chiave»? Qui ci limitiamo a porre
l’interrogativo, ma se la risposta dovesse rivelarsi affermativa, tutto questo
potrebbe chiarire in modo singolare molte cose; e senza dubbio non si è ancora
finito con tutte queste «diavolerie»!
Le Voile d’Isis,
gennaio 1935.
Camille Savoire, Regards
sur les Temples de la Franc-Maçonnerie (Uno sguardo sui Templi della
Massoneria), «Les Éditions Initiatiques», Paris.
Questo libro comprende dei capitoli dal
carattere più diverso: alcuni soprattutto «autobiografici», in cui l’autore
mostra, in particolare, come abbia finito col modificare, a poco a poco, le sue
concezioni, in un certo senso accostandosi notevolmente allo spirito
tradizionale; altri di una portata più generale, in cui egli espone il suo modo
di vedere la Massoneria da diversi punti di vista; l’intenzione è sicuramente
eccellente, quantunque, sotto il profilo iniziatico e simbolico, le
considerazioni sviluppate restino ancora un po’ «esteriori». Alla fine del
volume sono riprodotti diversi documenti, destinati a dare della Massoneria
un’idea più esatta di quella che vige ordinariamente nel mondo profano;
un’appendice, poi, indica le ragioni del risveglio in Francia del «Regime
Rettificato», di cui l’autore è il principale promotore: «una famiglia
massonica sottratta ad ogni influenza politica», come lui dite, è sicuramente,
nelle circostanze attuali, la cosa più auspicabile, se non si vogliono perdere
irrimediabilmente
95
le ultime vestigia di iniziazione occidentale
che ancora sussistono... Ci permettiamo di segnalare un errore storico molto
strano (p. 282): L.-Cl. de Saint-Martin non fu mai «canonico della Collegiata»
(di Lione?), ma officiante, e se fu membro di diversi riti massonici, tuttavia
non ne fondò nessuno; per di più, non vi è mai stato alcun «sistema massonico»
col nome autentico di «Martinismo»: la verità è che quando Saint-Martin si
ritirò dalle diverse organizzazioni di cui faceva parte, fu solo per adottare
un’attitudine molto più mistica che iniziatica, certamente incompatibile con la
costituzione di un qualunque «Ordine».
Le Voile d’Isis,
dicembre 1935.
Albert Lantoine, Histoire
de la Franc-Maçonnerie francaise: La Franc-Maçonnerie dans l’État (Storia
della Massoneria francese: La Massoneria nello Stato), Éd. Émile Nourry, Paris.
Questo libro è il seguito di un altro volume
intitolato La Franc-Maçonnerie chez elle, apparso una dozzina d’anni fa,
ma che si può leggere benissimo anche separatamente. L’autore, nello studiare i
rapporti che la Massoneria ha avuto con i diversi governi che si sono succeduti
in Francia, da Luigi XV alla terza Repubblica, dà prova di una notevole
imparzialità; e questa qualità è tanto più lodevole per il fatto che si
incontra molto raramente quando è in causa un simile oggetto, il quale è
generalmente trattato con un partito preso fortemente accentuato, sia in un
senso che nell’altro. In tal modo egli finirà sicuramente col dispiacere sia
alla maggior parte dei Massoni, sia ai loro avversari; per esempio, quando
demolisce la leggenda secondo la quale la Massoneria avrebbe giuocato un ruolo
considerevole nella preparazione della Rivoluzione; e in effetti, in maniera
curiosa, questa leggenda, che deve la sua nascita a degli scrittori come
l’abate Barruel, ha finito con l’essere adottata, molto più tardi, dagli stessi
96
Massoni. A questo proposito vi è da notare che
fra i personaggi del XVIII secolo che comunemente sono considerati come facenti
parte della Massoneria, ve ne sono molti per i quali non esiste un minimo
indizio serio a riprova di questa loro appartenenza; fra gli altri, è questo il
caso della gran maggioranza degli Enciclopedisti. Ove l’autore si discosta un
po’ dalla sua attitudine imparziale, ci sembra, è quando parla di ciò che
definisce «la responsabilità degli alti gradi» nell’origine della leggenda suddetta;
egli parla come chi non riesce neanche a pensare che in questi gradi possa
esserci qualche significato più o meno profondo, a tal punto che arriva a
definirli «giuochi senza importanza», ma «di una considerevole inettitudine»,
il che corrisponde ad un punto di vista abbastanza «profano»; e perché, quanto
meno, non rileva l’enorme fantasia presente nelle interpretazioni dei termini
ebraici che figurano in un rituale ripreso (p. 152) da un avversario?
Peraltro, questo aspetto è collegato ad una
critica più generale che non possiamo non formulare nei confronti di questo
lavoro: ed è che talvolta emerge con forza una certa tendenza a trattare con
troppa leggerezza tutto ciò che riguarda il simbolismo e il rituale; ma,
proprio per il tipo di argomentazione svolta, questo difetto non è poi tanto
appariscente, e, in definitiva, non toglie nulla al merito e all’interesse
molto concreti che presenta questo lavoro dal punto di vista propriamente
storico; e, in fondo, è proprio questo il punto di vista che ha inteso assumere
l’autore.
André Lebey, La
Vérité sur la FrancMaçonnerie par des documents, avec le Secret du Triangle
(La verità sulla Massoneria tramite i documenti, e il Segreto del Triangolo),
Éditions Eugène Figuière, Paris.
Questo libro è una raccolta di discorsi
pronunciati al Gran Capitolo del Grande Oriente di Francia; e l’autore,
riunendoli semplicemente senza aggiungervi alcun commento, si propone di
mostrare in che cosa consistano i lavori degli alti
97
gradi, e di rettificare, nel contempo, le
false idee che generalmente il pubblico si fa in proposito. Non potendo
riassumere né enumerare tutti i diversi argomenti che vi sono trattati, ne
segnaliamo solo alcuni, fra quelli che l’autore ha proposto allo studio delle
Officine degli alti gradi, in quanto ritenuti particolarmente importanti. Il
primo è quello relativo ai rapporti fra l’Oriente e l’Occidente, sul quale egli
sviluppa delle considerazioni interessanti, anche se bisogna rammaricarsi per
la sua conoscenza un po’ troppo indiretta dell’Oriente, che lo induce ad
accordare troppa importanza a certi modi di vedere occidentali alquanto
contestabili, come quelli di Spengler e di Keyserling per esempio, ed alle
dichiarazioni di alcuni Orientali molto meno «rappresentativi» di quanto lui
sembra credere. A tal proposito, aggiungiamo che l’idea di un’intesa fra le
diverse civiltà, basata sulla costituzione di un «nuovo umanesimo», esteso ben
al di là degli angusti limiti della sola «cultura greco-latina», pur essendo
sicuramente lodevole, sarebbe ancora del tutto insufficiente dal punto di vista
orientale, al pari di tutto quello che si rifà a degli elementi di ordine
puramente «umano».
L’ultimo capitolo, Le Secret du Temple,
richiama all’attenzione dei Massoni, oggigiorno troppo dimentichi di certe
cose, i legami, certamente più che «ideali» (al di là di quel che ne dicono
alcuni), che li legano ai Templari; si tratta solo di un rapido accenno
storico, ma non di meno molto degno di interesse. Non sembra che vi possano
essere dubbi sul fatto che, come dice l’autore, i Templari abbiano posseduto un
«grande segreto di riconciliazione» fra Ebraismo, Cristianesimo ed Islamismo, e
che ci sia stato perfino ben altra cosa, di cui questo segreto non era che la
conseguenza; come abbiamo già detto in un’altra occasione, non è forse vero che
bevevano lo stesso «vino» dei Kabbalisti e dei Sufi, e che Boccaccio, loro
erede in quanto «Fedele d’Amore», fece dire a Melchisedek che la verità delle
tre religioni è indiscutibile... perché esse non sono altro che una sola, nella
loro essenza profonda?
98
Emmnuel Malynski e Léon de Poncins, La Guerre
occulte (La Guerra occulta), Gabriel Beauchesne, Paris.
Esattamente come nel precedente lavoro di Léon
de Poncins, di cui abbiamo già parlato, anche qui vi sono molte considerazioni
del tutto giuste relative alla critica del mondo moderno; gli autori, che
denunciano con ragione gli errori comuni, come quello di credere che le
rivoluzioni siano dei «movimenti spontanei», appartengono alla schiera di
coloro che pensano che la deviazione moderna, di cui essi studiano in modo
specifico le tappe segnate nel corso del XIX secolo, debba necessariamente
corrispondere ad un «piano» ben occultato e lucido, quantomeno nelle menti di
coloro che dirigono questa «guerra occulta» contro tutto ciò che presenta un
carattere tradizionale, sia dal punto di vista intellettuale che sociale. E noi
abbiamo delle forti riserve da esprimere solamente per ciò che concerne la
ricerca delle «responsabilità»; d’altronde, la cosa non è né semplice né
facile, bisogna riconoscerlo, poiché, per definizione stessa, ciò di cui si
tratta non si mostra certo all’esterno e gli pseudo-dirigenti che appaiono non
sono che degli strumenti più o meno incoscienti.
In ogni caso, qui troviamo la tendenza ad
esagerare considerevolmente il ruolo attribuito agli Ebrei, fino a supporre che
siano solo loro, in definitiva, a guidare nascostamente il mondo, senza
peraltro fare certe necessarie distinzioni fra di essi; come non accorgersi,
per esempio, che coloro che partecipano attivamente a certi avvenimenti non
sono altro che degli Ebrei interamente staccati dalla loro tradizione, i quali,
come accade sempre in simili casi, hanno solo conservato i difetti della loro
razza e gli aspetti negativi della sua particolare mentalità? Tuttavia, vi sono
dei passi (in particolare da p. 105 a p. 110) che sfiorano molto da vicino
alcune verità concernenti la «contro-iniziazione»: è proprio esatto che in
tutto ciò non si tratta di «interessi» di alcun genere, i quali possono solo
servire a muovere dei volgari strumenti, quanto, invece, di una «fede» che
costituisce «un
99
mistero metapsichico insondabile per
l’intelligenza, anche elevata, dell’uomo ordinario»; ed è altrettanto vero che
«nella storia è presente una corrente di satanismo»... Ma, questa corrente non
è solo diretta contro il Cristianesimo (ed è forse questa maniera un po’ troppo
ristretta di considerare le cose, a causare molti «errori di prospettiva»), lo
è anche, ed esattamente allo stesso titolo, contro tutte le tradizioni, siano
esse d’Occidente o d’Oriente, compreso l’Ebraismo. Quanto alla Massoneria, forse
stupiremo alquanto gli autori dicendo che l’infiltrazione delle idee moderne, a
scapito dello spirito iniziatico, ne ha fatto, non tanto uno degli agenti della
«cospirazione», quanto al contrario una delle prime vittime; e comunque,
riflettendo su certi sforzi attuali di «democratizzazione» dello stesso
Cattolicesimo, che a loro non sono certo sfuggiti, essi dovrebbero poter
arrivare a comprendere, per analogia, che cos’è che noi intendiamo... E
arriviamo a dire che una certa volontà di fuorviare le ricerche, suscitando e
alimentando diverse «ossessioni» (poco importa che sia quella della Massoneria,
degli Ebrei, dei Gesuiti, del «pericolo giallo» o ancora di qualche altra), fa
anch’essa parte integrante del «piano» che loro si propongono di smascherare; e
gli autentici «retroscena» di certi gruppi antimassonici sono, a riguardo,
particolarmente istruttivi. Sappiamo fin troppo bene che insistendo in questa
direzione si rischia sicuramente di non essere graditi a nessuno, sia da una
parte che dall’altra, ma è questa una ragione sufficiente per non dire la
verità?
Le Voile d’Isis,
luglio 1936.
Léon ee Poncins, La mystérieuse Internationale
juive (La misteriosa internazionale ebraica), G. Beauchesne, Paris.
Ciò che abbiamo detto ultimamente a proposito
de La Guerre occulte, di cui Léon de Poncins era anche uno degli autori,
e in relazione a certe esagerazioni concernenti il ruolo
100
degli Ebrei nel mondo ed alla necessità di
fare in ogni caso certe distinzioni, si applica anche a questo nuovo volume.
Sicuramente vi è molto di vero in ciò che vi è esposto in ordine alle due
«Internazionali», l’una rivoluzionaria e l’altra finanziaria, le quali, senza
dubbio, sono meno opposte, in realtà, di quanto potrebbero credere gli
osservatori superficiali; ma tutto questo, che peraltro fa parte di un insieme
molto più vasto, è veramente sotto la direzione degli Ebrei (sarebbe meglio
dire: di certi Ebrei), oppure non è utilizzato in realtà da «qualcosa» che li
travalica? Noi pensiamo, del resto, che vi sarebbe da fare uno studio molto
curioso sulle ragioni per cui l’Ebreo, quando ha tradito la propria tradizione,
diviene più facilmente di altri lo strumento delle «influenze» che presiedono
alla deviazione moderna; si tratterebbe, in qualche modo, dell’inverso della
«missione degli Ebrei», e una tale ricerca potrebbe condurre molto lontano...
L’autore ha perfettamente ragione quando parla di «congiura del silenzio», in
merito a certe questioni; ma cosa direbbe se gli capitasse di interessarsi
direttamente di cose molto più concretamente «misteriose», ed alle quali, lo
diciamo di sfuggita, le pubblicazioni «anti-giudeo-massoniche» sono le prime a
guardarsi bene dal fare mai la minima allusione?
Hiram, J.-B
Willermoz et le Rite Templier à l’O\ de Lyon (J.-B. Willermoz e il Rito Templare all’O\ di Lione), Fédération Nationale
Catholique, Paris.
Il contenuto di questo libro era già stato
pubblicato, in una serie di articoli, nella R.I.S.S.; e tanto basta per
dire con quale spirito sia stato concepito... Certamente, i documenti che vi
sono riprodotti, e fra i quali il più importante è costituito dalla
corrispondenza di Willermoz in occasione dei lunghi e complessi negoziati che
dovevano poi condurre alla costituzione del Direttorio Scozzese Rettificato
della provincia di Auvergne, questi documenti, dicevamo, conservano sempre, di
per sé, il loro interesse storico; ma che dire dei commenti
101
con cui si è ritenuto opportuno presentarli?
Vi si trovano delle cose talmente inverosimili che finiscono col diventare
comiche; una di queste è la presentazione di Willermoz e di alcuni altri
personaggi (fra i quali i canonici lionesi del tempo, che sono particolarmente
maltrattati) come dei servitori del «culto del demonio» e come delle persone
che congiuravano per ottenere il «ritorno al paganesimo»! Noi non siamo certo
di quelli che sono disposti a negare «l’intervento del demonio nelle cose di
questo mondo», anzi, proprio al contrario; ma che lo si cerchi lì dove egli è
realmente; è anche vero, però, che questo sarebbe un po’ più difficile e più
pericoloso che il seguire delle false piste, sulle quali lo stesso demonio, o
alcuni dei suoi rappresentanti, hanno ritenuto vantaggioso lanciare i
ricercatori più o meno ingenui, proprio per impedire che rischino di scoprire
la verità...
John Charpentier, Le maître du Secret: Un
complot maçonnique sous Louis XVI (Il Maestro del Segreto: un complotto
massonico sotto Luigi XVI), H.-G. Peyre, Paris.
Non si tratta, come si sarebbe tentati di
credere, del famoso «affare del Collier», ma di una storia tutta fittizia, in
cui si vedono chiaramente apparire un certo numero di personaggi reali, mentre
quelli che svolgono i ruoli principali sono anch’essi personaggi immaginari. In
sostanza, proprio come indicato nel sottotitolo, si tratta di una sorta di
romanzo antimassonico, che si distingue soprattutto per il carattere
«anacronistico» di certi discorsi: il linguaggio potrebbe essere quello di
alcuni Massoni politicanti dei nostri giorni, ma sicuramente non è quello dei
Massoni del XVIII secolo! Vi si trova anche una strana storia di «elementi
Templari iniziati o speculativi» (sic), che si sarebbero perpetuati dopo
la distruzione del loro Ordine ed il cui capo sarebbe designato come il
«Maestro del Segreto»; essi avrebbero interrotto ogni relazione con gli altri
Templari sopravvissuti, i quali avrebbero
102
fondato la Massoneria per proseguire la loro
vendetta; l’autore (al quale segnaliamo, fra l’altro, un grosso errore circa il
simbolismo templare del numero 11, di cui abbiamo parlato ne L’Esoterismo di
Dante) sarebbe probabilmente molto in imbarazzo se dovesse giustificare, in
modo appena serio, tutte queste affermazioni...
Le Voile d’Isis,
ottobre 1936.
103
RECENSIONI DI LIBRI, PUBBLICATE NELLA RIVISTA
ÉTUDES
TRADITIONNELLES, DAL 1937
AL 1940
Maurice Favone, Les
disciples d’Hiram en province: La Franc-Maçonnerie dans la Marche (I
discepoli di Hiram in provincia: La Massoneria nella Marche), Dorbon Aîné,
Paris.
Questo piccolo volume ha soprattutto un
interesse «storico locale», e sicuramente servirebbero molte «monografie» del
genere per poter giungere a delle conclusioni di ordine generale; tuttavia,
alcune idee espresse nell’introduzione hanno una portata che supera questo
interesse ristretto. Intanto, per quanto riguarda le origini della Massoneria,
il fatto che gli abitanti della Marche «si siano distinti nell’arte del
costruire fin dai tempi più antichi» non ci sembra che abbia un rapporto
diretto con lo sviluppo, in questa regione, della Massoneria «speculativa»,
nonostante quello che si afferma nel testo; l’autore sembra dimenticare che la
Massoneria «speculativa» venne importata dall’Inghilterra, e che quello che in
Francia rappresentava l’antica Massoneria «operativa» si è sempre perpetuato
nel Compagnonaggio e non altrove, specialmente per i tagliatori di pietra. Un
altro punto di vista molto più esatto è quello che si riferisce al ruolo della
Massoneria nel XVIII secolo: le sue ricerche lo hanno portato alla convinzione
che questa non ha per nulla preparato la Rivoluzione, contrariamente a quanto
si sostiene nella leggenda, diffusa dapprima dagli antimassoni e poi dagli
stessi Massoni; questa, però, non è una buona ragione per concludere che «la
Rivoluzione è opera del popolo», il che è completamente inverosimile; certo,
essa non si «è fatta» da sola, quantunque non l’abbia fatta la Massoneria, ma
non riusciamo a comprendere come sia possibile, per chi rifletta anche solo un
po’, prestar fede all’inganno «democratico» delle rivoluzioni spontanee... Per
concludere, non possiamo esimerci
104
dal rilevare alcune inesattezze molto strane:
l’autore non sembra neanche dubitare che una Loggia ed un Capitolo sono due
cose del tutto diverse; e gli segnaliamo anche che le «Logge d’Adozione» che
attualmente dipendono dalla Gran Loggia di Francia non sono, neanche per sogno,
«sotto il segno del Diritto Umano».
Dr. R. Swinburne
Clymer, The Rosicrucian Fraternity in America, vol. I, Ed. «The
Rosicrucian Foundation», Quakertown, Pennsylvania.
Questo grosso volume è composto da un insieme
di fascicoli, che sembra siano stati pubblicati, in un primo tempo,
separatamente: alcuni si riferiscono alla storia delle organizzazioni
«rosacruciane», o sedicenti tali, in America; gli altri forniscono un tipico
esempio dei dissidi che si producono talvolta fra le suddette organizzazioni,
dissidi ai quali abbiamo accennato in un recente articolo. Peraltro, ci si
potrebbe chiedere perché l’autore si limita a denunciare esclusivamente una
sola delle organizzazioni rivali, quella conosciuta col nome di A.M.O.R.C.,
mentre invece ne esistono certamente più di una dozzina che egli, logicamente,
dovrebbe considerare egualmente «illegittime», dal momento che anch’esse fanno
uso di un titolo del quale egli rivendica il monopolio; non sarà che, in questo
caso, la «concorrenza» sia stata complicata dal fatto che le due avversarie
pretendono di costituire sotto i loro auspici, e ognuna per suo conto, una
«Federazione universale degli Ordini e delle Società iniziatiche», ragion per
cui una di esse è di troppo? Comunque sia, non si comprende certo come delle
associazioni che si dicono iniziatiche possano essere registrate o
incorporate né come possano portare le loro divergenze davanti ai tribunali
profani né tampoco in che modo dei certificati rilasciati dalle amministrazioni
statali possano stabilire qualcosa di diverso da una semplice «priorità»
nell’uso pubblico di una denominazione, il che, evidentemente, non ha niente a
che vedere con una
105
qualsiasi prova della loro legittimità; tutto
ciò testimonia di una mentalità piuttosto strana e, in ogni caso, alquanto
«moderna»... Detto questo, bisogna riconoscere, senza che peraltro equivalga
minimamente a dar ragione alle rivendicazioni del dr. Clymer, che questi
presenta una documentazione molto edificante sui «plagi» del suo avversario,
dimostrando che i sedicenti «insegnamenti segreti» di quest’ultimo sono tratti,
testualmente, da libri pubblicati e conosciuti, come quelli di Franz Hartrnann
e di Eckartshausen. A proposito di quest’ultimo, vi è qualcosa di molto
divertente: l’autore dichiara di aver «fatto delle accurate ricerche, ma non è
riuscito a trovare nessuno scrittore, riconosciuto o meno come un’autorità, che
citi o classifichi Eckartshausen come Rosacruciano»; gli segnaliamo volentieri
la «fonte» che gli è sfuggita: nella Storia dei Rosa-Croce di Sédir, fra
le notizie biografiche su diversi personaggi supposti «rosacruciani», ve n’è
una, l’ultima della serie, che è dedicata a Eckartshausen (1a
edizione francese, pp. 159-160; 2a edizione francese, p. 359); anche
in questo caso, dunque, l’Imperatore dell’A.M.O.R.C. non ha meriti di
originalità! Del resto, a condizione di essere al corrente di certe cose, si
potrebbero ancora rilevare ben altri «plagi» a carico di questi, plagi di un
genere un po’ diverso: nella riproduzione di un diploma, l’intestazione è
formulata a nome di un sedicente «Gran Collegio dei Riti», ma, in realtà,
questo titolo è sempre appartenuto solamente al Grande Oriente di Francia; ora,
dal momento che sappiamo molto bene in quale circostanza l’Imperatore ne
ha avuto conoscenza, e constatando che la data del diploma in questione è
posteriore a quella di tale circostanza, non v’è dubbio che si tratti di una
«imitazione», senza neanche parlare dei particolari, molto significativi a
riguardo, di un sigillo più o meno abilmente modificato... Tuttavia, vi sono
delle cose di un genere ancora più propriamente fantastico: come il diploma di
un’inesistente «Rosa-Croce d’Egitto», quantunque, a dire il vero, la «catena»
con cui è contornato ci sembra che, anch’essa, si ispiri a qualche modello
preesistente; ma, a questo proposito, perché il dr.
106
Clymer pretende che, in una iscrizione redatta
in francese (peraltro approssimativo), si debba dire Rose-Cross e non Rose-Croix?
Vero è che non ci si può attendere chissà quale conoscenza linguistica da parte
di qualcuno che scrive i titoli della propria organizzazione in un latino che
riteniamo più caritatevole non riprodurre!
Ma passiamo a qualcosa di più importante: è
chiaro che l’Imperatore ha inizialmente fabbricato di tutto punto il suo
A.M.O.R.C., nonostante la fantastica storia di una patente che avrebbe ricevuto
a Tolosa nel 1915 ed il cui supposto firmatario non è stato mai scoperto; ma,
dopo, egli è entrato in contatto con le molteplici organizzazioni dirette dal
famoso Aleister Crowley, di cui è divenuto, in qualche modo, uno dei
luogotenenti; e questo dimostra chiaramente che dalla «pseudo-iniziazione» alla
«contro-iniziazione» il passaggio è spesso fin troppo facile... Certo, non è
che qualificare Crowley di «mago nero» significhi diffamarlo, poiché, in
realtà, questa qualità gli è stata riconosciuta «ufficialmente», per così dire,
da un giudizio emesso contro di lui a Londra un po’ di anni fa; diciamo
comunque, con tutta imparzialità, che questa qualifica meriterebbe di essere
appoggiata con delle argomentazioni più solide di quelle avanzate dal dr.
Clymer, il quale, anche qui, dà prova di una stupefacente ignoranza del
simbolismo. Abbiamo spesso fatto notare che gli stessi simboli possono essere
intesi con dei significati opposti: ciò che importa, in simili casi, è
l’intenzione con cui essi vengono impiegati, insieme con l’interpretazione che
ne viene fatta; ma è evidente che queste cose non possono essere riconosciute
sulla base dell’aspetto esteriore dei simboli stessi, poiché questo non subisce
alcun cambiamento; e, fra l’altro, rientra proprio nella più elementare abilità
di un «mago nero» la possibilità di trarre partito da un tale equivoco. Per di
più, occorre tener conto dei «plagi» puri e semplici, che non mancano neanche
in Crowley: il suo emblema della colomba del Graal deriva direttamente da
Péladan... Ciò che è particolarmente curioso, nel dr. Clymer, è quello che
possiamo definire come l’ossessione del triangolo rovesciato: ci sembra che
107
non possano esserci dubbi sul fatto che esso,
nel simbolismo più ortodosso, abbia dei significati molto importanti, che forse
qualche giorno esporremo; e com’è che il dr. Clymer non sa che questo triangolo
figura negli alti gradi della Massoneria scozzese, ove non v’è certo traccia di
«magia nera»? Un problema che confessiamo di non saper risolvere, è quello di
capire in che modo un cordone portato «appeso al collo» (en sautoir)
potrebbe non avere la punta in basso; ma noi crediamo che nessuno, prima del dr.
Clymer, abbia mai avuto l’idea di vedere nella forma di un tal cordone (o di
una mozzetta di un canonico, se si vuole) la figura di un triangolo rovesciato.
Non vi sono poi chissà quali deduzioni da trarre, se non vedervi un altro
esempio di «contraffazione», dal fatto che i capi delle organizzazioni
pseudo-massoniche facciano precedere la loro firma da una triplice croce,
unicamente per imitare i membri degli autentici Supremi Consigli; questo non ha
certo niente a che vedere con un «simbolo dell’Anticristo»! Crowley, e
l’Imperatore dietro di lui, impiegano una croce sovraccarica di segni diversi;
ma, se li si esamina attentamente, si scopre, in definitiva, che si tratta di
lettere ebraiche e di simboli alchemici ed astrologici, tutte cose che non
hanno niente di originale né di caratteristico; e dal momento che fra questi
segni figurano quelli dei quattro elementi, com’è possibile trovarvi il
triangolo rovesciato? Vi è perfino un presunto «gallo nero», il cui aspetto, a
prima vista, può dare un’impressione «sinistra»; ma, anche qui, si tratta,
molto semplicemente ... della riproduzione abbastanza fedele di una di quelle
bizzarre figure composite, che gli archeologi chiamano «grylloi», e la cui
origine viene attribuita, a torto o a ragione, agli Gnostici basilidi;
precisiamo che il «grylloi» in questione è stato pubblicato nella raccolta di
Rossi e Maffai, Gemme antiche, tomo I, n° 21, e riprodotto nella Histoire
critique du Gnosticisme, di Matter, tavola If, fig. 2b. Tutto ciò non prova
che una cosa: che si dovrebbe essere sempre molto sicuri di ciò di cui si
parla, e che è imprudente lasciarsi condurre dalla propria immaginazione; ma
ora basta con tutte queste «curiosità»...
108
Per quanto riguarda certe procedure da
«pubblicità», più o meno ciarlatanesche, che denuncia il dr. Clymer, non c’è
neanche bisogno di dire che siamo pienamente d’accordo con lui; ma, si ricorda
lui stesso, anche se è passato un quarto di secolo circa, di una piccola
rivista intitolata The Egyptian, nella quale si potevano leggere degli annunci
il cui stile non differiva molto da quest’altro? Sull’aspetto storico del libro
insisteremo meno a lungo, per il momento almeno; notiamo solo, per prima cosa,
che la Militia Crucifera Evangelica, che è una delle origini rivendicate
dal dr. Clymer, era un’organizzazione specificamente luterana, quindi
nient’affatto rosacruciana né iniziatica; d’altronde, è dubbio che la sua
recente «ricostituzione» americana possa avvalersi di una filiazione autentica,
poiché, fra il 1598 ed il 1901, vi è una lacuna che sembra assai difficile da
colmare... Fra le «autorità» invocate, vi è anche Georges Lippard, autore poco
conosciuto di certi racconti fantastici a tendenza quasi esclusivamente
politica e sociale, alcuni capitoli dei quali sono riprodotti in questo libro;
e in questi racconti compaiono dei presunti Rosa-Croce, di cui tutto quello che
si può dire è che fanno molto più la figura di cospiratori che di iniziati; ciò
nonostante, è su questi racconti che si fonda, in definitiva, tutta la storia
dell’introduzione dell’Ordine in America nel XVIII secolo; senza con questo
volersi dimostrare troppo difficili, ci si potrebbe certo augurare di meglio!
Dopo di che, come «ricollegamento» più sicuro, restano solo i legami che
uniscono il dr. Clymer e la sua organizzazione a P.B. Randolph e ai suoi
successori; ma, soprattutto dal punto di vista rosacruciano, poiché è di questo
che si tratta, questi rapporti, possono essere considerati come una garanzia
sufficiente e realmente valida? Per adesso non formuliamo alcuna risposta,
benché i nostri lettori non avranno certo dubbi su ciò che ne pensiamo; e per
concludere, ci limitiamo solo a segnalare un capitolo dedicato alle relazioni
di Randolph con alcuni dei suoi contemporanei, e dal momento che questa storia
non è del tutto priva di interesse, ci ripromettiamo di riprenderla un’altra
volta (rileviamo, di sfuggita, un errore assai
109
curioso: l’opera del nostro direttore, Paul
Chacornac, su Éliphas Levi, viene qui attribuita a... Paul Redonnel).
Études Traditionnelles,
aprile 1937.
Victor-Émile Michelet,
Les Compagnons de la Hiérophanie (I Compagnoni della Ierofania), Dorbon
Aîné, Paris.
Sotto questo titolo un po’ strano, l’autore ha
riunito i suoi «ricordi del movimento ermetista della fine del XIX secolo»; a
dire il vero, per maggiore esattezza occorrerebbe sostituire «ermetista» con
«occultista», poiché è proprio di questo che si trattava; ma in effetti,
mancando di base seria, si può dire che fu solo un semplice «movimento» e
niente di più: che ne è rimasto al giorno d’oggi? Il libro interessa coloro che
hanno conosciuto questo ambiente, ormai scomparso da anni, ed anche coloro che,
non avendolo potuto conoscere, vogliono farsene un’idea sulla base delle
impressioni di un testimone diretto; d’altronde, non bisogna aspettarsi la
minima valutazione dottrinale, poiché l’autore si è limitato unicamente
all’aspetto «pittoresco» e aneddotico, che presenta perfino in maniera un po’
incompleta, perché sembra che in tale ambiente non abbia incontrato che degli
«scrittori» o, quanto meno, che abbia considerato solo sotto questo aspetto
tutti i personaggi da lui incontrati; è proprio vero che ognuno considera
sempre le cose a seconda della sua «ottica» particolare! Per di più, vi
sarebbero delle riserve da fare su alcuni punti di cui egli parla per sentito
dire: per esempio, in merito alle relazioni stabilite da Papus e da «Monsieur
Philippe» con la corte di Russia, le cose non si sono svolte esattamente come
lui le racconta; in ogni caso, affermare che «Joseph de Maistre aveva creato un
Centro Martinista a Pietroburgo» è cosa di pura fantasia; e lo stesso vale per
lo zar Alessandro I che fu «iniziato al Martinismo»… quando ancora questo non
esisteva neanche. La verità è che Joseph de Maistre ed Alessandro I furono
entrambi «Cavalieri Benefacenti della
110
Città Santa»; ma questa designazione non è
quella di un «vecchio Ordine la cui creazione viene attribuita volgarmente sia
a Louis-Claude de Saint-Martin sia a Martines de Pasqually, ma che in realtà
conta sei secoli d’esistenza»; si tratta, molto semplicemente, del nome
dell’ultimo grado del Regime Scozzese Rettificato, così intitolato al Convento
di Lione del 1778 su suggerimento di Willermoz e adottato definitivamente al
Convento di Wilhelmsbad del 1782; il che è ben lontano dalla datazione di sei
secoli! E vi sono anche altri passi che testimoniano un’informazione più o meno
insufficiente; per esempio quello in cui si parla di Henri Favre, di cui si
dice che «ha pubblicato solo le Batailles du Ciel»; ora. noi siamo in
possesso di un grosso volume di questo autore, Les Trois Testaments, examen
méthodique, fonctionnel, distributif et pratique de la Bible, pubblicato
nel 1872 e dedicato ad Alessandro Dumas figlio; d’altronde, dobbiamo
riconoscere che non abbiamo mai visto quest’opera citata in alcun posto, ed è
per questo che la segnaliamo qui, a titolo di curiosità. Notiamo anche che la
famosa storia dell’abate Boullan, in questo libro appare ridotta a proporzioni
veramente infime, anche se bisogna riconoscere che il ruolo svolto dagli
occultisti in questo affare non debba essere preso troppo sul serio (il vero
punto di partenza fu uno scherzo di Papus, il quale mostrava a tutti una bocca
che diceva rappresentasse Boullan e nella quale egli aveva piantato una
sciabola giapponese per praticargli, a suo dire, una fattura); ma la figura
stessa di questo successore di Vintras è certamente più inquietante di quanto
possa esserlo un semplice «principiante della stregoneria», e in lui vi era ben
altro che le «poche nozioni elementari di magia» che potevano derivargli dagli
«insegnamenti dei seminari»; in effetti, questa storia del «Carmelo»
vintrasiano si riallaccia a tutto un insieme di avvenimenti molto tenebrosi che
si svolsero nel corso del XIX secolo, dei quali, constatando certe
«ramificazioni» sotterranee, non ci sentiamo di affermare che non abbiano più
un seguito ai nostri giorni...
Études Traditionnelles,
gennaio 1938.
111
Alfred Dodd, Shakespeare
Creator of Freemasonry (Shakespeare Creatore della Massoneria), Rider &
C., London.
L’autore di questo libro aveva già pubblicato,
un po’ di anni fa, un’edizione dei sonetti di Shakespeare, con lo scopo di
ricostituire il loro assetto primitivo e di provare che, in realtà, si tratta
dei poemi «personali» di Francesco Bacone, il quale, secondo lui, era il figlio
della regina Elisabetta; inoltre, Lord Saint-Alban, vale a dire lo stesso
Bacone, sarebbe l’autore del rituale della Massoneria moderna e il suo primo
Gran Maestro. In questo caso, non è più in ballo la questione dell’identità di
Shakespeare, questione che ha provocato e provoca ancora tante controversie; si
tratta solo di far vedere che Shakespeare, chiunque sia stato, ha introdotto
nelle sue opere, in maniera più o meno nascosta e talvolta interamente
crittografica, un numero enorme di allusioni alla Massoneria. A dire il vero,
fin qui non v’è nulla che possa stupire coloro che non accettano l’opinione
troppo «semplicistica» secondo la quale la Massoneria sarebbe stata interamente
creata agli inizi del XVIII secolo; le «decifrazioni» dell’autore non sono
certo tutte ugualmente convincenti, in particolare le iniziali possono sempre
prestarsi a delle molteplici interpretazioni, più o meno plausibili, salvo
quando si presentano chiaramente in gruppo per formare delle abbreviazioni il cui
uso è ben conosciuto in Massoneria; però, anche tralasciando questi casi dubbi,
sembra proprio che ne restino abbastanza per confermare questa parte della tesi
dell’autore. Sfortunatamente, lo stesso non si può dire per le conseguenze
eccessive che egli pretende di trarne, immaginando di avere scoperto, con
questo, il «fondatore della Massoneria moderna»: se Shakespeare, o il
personaggio conosciuto con questo nome, fu Massone, dovette essere
necessariamente un Massone operativo (che non significa affatto un operaio),
poiché la fondazione della Gran Loggia d’Inghilterra segna proprio l’inizio,
non della Massoneria senza aggettivo, ma di quello «sminuimento», se così si
può dire, che è la Massoneria operativa [speculativa] o moderna. Solo
che, per comprendere questo,
112
bisognerebbe evitare di partire da quello
strano preconcetto che la Massoneria operativa fosse qualcosa di molto simile
ai «sindacati» del nostro tempo, e che i suoi membri fossero unicamente dediti
a «questioni di salario e di orario di lavoro»! Con tutta evidenza, l’autore
non ha la minima nozione della mentalità e delle conoscenze del Medioevo, e per
sovrappiù, egli va contro tutti i fatti storici quando afferma che la
Massoneria operativa avrebbe cessato di esistere fin dal XV secolo e di
conseguenza non avrebbe potuto aver alcuna continuità con la Massoneria
speculativa, anche se questa rimonta, secondo la sua ipotesi, alla fine del XVI
secolo; non riusciamo a capire perché certi editti contro la Massoneria
avrebbero prodotto un maggiore effetto, in Inghilterra, di quanto ne produssero
altri similari contro il Compagnonaggio, in Francia; d’altronde, che si voglia
o no, è un fatto che le Logge operative sono sempre esistite, prima e dopo il
1717. Questo modo di considerare la questione conduce ancora a ben altre cose
inverosimili: i manoscritti degli Old Charges sarebbero solo dei falsi,
fabbricati da quegli stessi che avrebbero composto il rituale, al fine di
sviare le ricerche e di far credere ad una filiazione inesistente, dissimulando
il loro vero scopo che sarebbe stato di far rivivere i misteri antichi sotto
una forma. modernizzata; l’autore non si rende conto come questa opinione, che
finisce col negare l’esistenza di una trasmissione regolare e con l’ammettere
invece solo una semplice ricostruzione «ideale», tolga alla Massoneria anche
ogni valore iniziatico reale! Passi per le considerazioni relative agli «operai
illetterati» di cui sarebbe stata composta esclusivamente l’antica Massoneria
operativa, la quale invece «accettò» sempre dei membri che non erano né operai
né illetterati (in ognuna delle sue Logge vi erano obbligatoriamente, almeno un
ecclesiastico ed un medico); ma non riusciamo a capire in che modo, il fatto di
non sapere leggere e scrivere (cosa questa che, intesa letteralmente e non simbolicamente,
è di nessuna importanza dal punto di vista iniziatico) potesse impedire di
apprendere e di praticare un rituale che, propriamente, non doveva mai essere
113
affidato alla scrittura! Sembrerebbe, a
prestar fede all’autore, che i costruttori inglesi del Medioevo non avessero a
disposizione neanche un linguaggio qualunque col quale potersi esprimere! Anche
se è vero che le parole e le frasi del rituale, nella loro forma attuale,
portano l’impronta dell’epoca di Elisabetta, ciò non prova minimamente che non
si tratti, molto semplicemente, di una nuova versione, redatta all’epoca, di un
rituale molto più antico, poi conservatasi tale e quale per il fatto che la lingua
non ha più subito dei cambiamenti notevoli; pretendere che il rituale non
risalga a tempi più remoti, equivale, più o meno, col sostenere che la Bibbia
dati anch’essa dalla stessa epoca, perché di allora è lo stile della «versione
autorizzata»; e per una curiosa coincidenza, vi sono alcuni che attribuiscono
tale versione sempre a Bacone, il quale, lo diciamo di sfuggita, avrebbe dovuto
vivere un bel po’ di tempo per poter scrivere tutto quello che gli si
attribuisce... L’autore ha perfettamente ragione quando dice che «le questioni
massoniche devono essere studiate massonicamente», ma è proprio per questo che
egli avrebbe dovuto evitare, per prima cosa, il pregiudizio essenzialmente
profano dei «grandi uomini»; se la Massoneria è veramente un’organizzazione
iniziatica, essa non può essere stata «inventata» in un dato momento e il suo
rituale non potrebbe essere l’opera di un determinato individuo (né, beninteso,
di un «comitato» o di un gruppo qualunque); che questo individuo sia uno
scrittore celebre ed anche «geniale» non cambia assolutamente niente. Quanto a
dire che Shakespeare non avrebbe osato mettere nei suoi lavori delle allusioni
massoniche se non fosse stato, in quanto fondatore, al di sopra dell’obbligo
del segreto, è questa una ragione alquanto debole, soprattutto se si pensa che
molti altri han fatto altrettanto, e perfino in maniera molto meno camuffata:
il carattere massonico del Flauto magico di Mozart, per esempio, è
sicuramente molto più apparente di quello de La Tempesta...
Un altro punto su cui l’autore sembra farsi
parecchie illusioni, è costituito dal valore delle conoscenze che potevano
possedere i fondatori della Gran Loggia d’Inghilterra; è
114
vero che Anderson si preoccupò di dissimulare
molte cose, e forse più «per ordine» ricevuto che di sua iniziativa, ma certo
per dei fini che non avevano niente di iniziatico; e se la Gran Loggia conserva
realmente alcuni segreti relativi all’origine della Massoneria, come spiegare
che numerosi storici, che ne furono dei membri eminenti, abbiano dato prova di
una completa ignoranza a riguardo? Del resto, due o tre osservazioni di minore
importanza finiranno col dimostrare quanto si abbia torto a non diffidare della
propria immaginazione (e forse anche di certe rivelazioni «psichiche» alle
quali sembrava riferirsi discretamente la precedente opera dell’autore): a
proposito di un passo di Anderson, non è proprio il caso di chiedersi «qual è
il grado che fa un Expert Brother», come se si trattasse di qualcosa di
misterioso (e d’altronde l’autore ha delle idee del tutto fantastiche sugli
alti gradi), poiché questa espressione, Expert Brother, era impiegata,
all’epoca, semplicemente come sinonimo di Fellow Craft; il Compagno era
«esperto», nel senso latino del termine, mentre l’Apprendista non lo era
ancora. Il «giovane dal talento straordinario», al quale allude Thomas de
Quincey, non è affatto Shakespeare o Bacone, ma, in modo del tutto evidente,
Valentin Andreae; le lettere A.L. e A.D. che, insieme a delle
date, figurano sul gioiello dell’Arco Reale, non sono certo state messe lì per
formare le parole a lad, che si applicherebbero al «giovane» in
questione; come si fa a non sapere che queste lettere significano semplicemente
Anno Lucis eAnno Domini, soprattutto quando, in qualche modo, ci
si picca di essere «specializzati» nell’interpretazione delle iniziali?
Potremmo rilevare altre cose del genere, ma
riteniamo che sia poco utile insistere ulteriormente; facciamo solo notare che
è ben difficile capire con esattezza che cosa intenda l’autore con Rosicrosse
Masons; egli ne parla come di una «società letteraria», la quale anche se
fosse segreta, non avrebbe nulla di iniziatico; è pur vero, comunque, che per
lui la stessa Massoneria è solo un «sistema etico», il che non è certo né una
cosa migliore né di un ordine più profondo; e che pensare di una organizzazione
il cui più grande segreto
115
sarebbe quello di conservare l’identità del
suo fondatore? Non è certo con il nome di un’individualità qualunque,
foss’anche quella di un «grand’uomo», che si potrà mai rispondere alla domanda
posta con una «parola» che è stata deformata in tanti modi diversi; domanda
che, fra l’altro, curiosamente, si legge più chiaramente in arabo che in
ebraico: Mâ el-Bannâ?
Études Traditionnelles,
febbraio 1938.
André Lebey, La
Fayette ou le Militant Franc-Maçon (La Fayette o il Militante Massone),
Librairie Mercure, Paris.
Questi due volumi contengono uno studio molto
coscienzioso e notevolmente imparziale, non solo su un uomo, come potrebbe far
pensare il titolo, ma su tutta un’epoca, e su un’epoca che fu particolarmente
movimentata e carica di avvenimenti. L’autore non è di quelli per i quali la
storia è una semplice questione di curiosità e di erudizione, più o meno vana;
al contrario, egli ritiene, molto giustamente, che in essa occorre ricercare
degli insegnamenti per il presente e deplora che, specialmente in Francia, si
sappia approfittare così poco delle lezioni che se ne potrebbero trarre; ma, in
fondo, non è naturale e in qualche modo logico che accada questo in un’epoca
come la nostra, ove una cieca credenza nel «progresso» spinge a disdegnare il
passato piuttosto che ad ispirarvisi? Egli non nasconde le debolezze del suo
eroe, che avendo incominciato la sua vita come uomo d’azione, si lascia poi
sfuggire quasi tutte le occasioni che gli si offrono, e più spesso si lascia
coinvolgere dagli avvenimenti piuttosto che dominarli; e se fu così, sembra
proprio che questo accada soprattutto perché l’azione politica esige troppi
compromessi, inconciliabili con la fedeltà a delle convinzioni nettamente
definite e ben radicate; ed anche perché occorre tenere conto delle molteplici
contingenze che, a colui che si mantiene ad
116
un punto di vista troppo «ideale», appaiono
trascurabili. Per altro verso, un uomo come La Fayette, per la sua onestà e la
sua sincerità, rischiava di diventare troppo facilmente lo strumento di gente
meno scrupolosa; e in effetti, sembra abbastanza chiaro che un Talleyrand ed un
Fouché lo «manovrassero» quasi a proprio piacimento; ed altri, senza dubbio,
spingendolo avanti, non pensavano che a farsi scudo col suo nome e ad
approfittare della popolarità che lo circondava. Ci si potrebbe chiedere se non
avesse finito col rendersene conto, in una certa misura, verso la fine della
sua vita, quando scriveva frasi come questa: «Era nel mio destino, fin dall’età
di diciannove anni, di essere una sorta di rappresentante tipico di certe
dottrine, di un certo orientamento, che, senza mettermi al di sopra, mi
tenevano non di meno separato dagli altri». Un «modello», un personaggio più
«rappresentativo» che d’azione, ecco, in effetti, ciò che egli fu nel corso
della sua lunga carriera...
Nella stessa Massoneria, sembra che non abbia
mai svolto un ruolo molto importante, ed è sempre al «personaggio» che venivano
indirizzati gli onori che gli furono decretati; e se la Carboneria lo mise a
capo dell’Alta Vendita, egli si comportò come nelle altre occasioni «seguendo
sempre la maggioranza, convinto com’era che essa tenesse conto del suo modo di
vedere, che in effetti accettava all’inizio, pronta però ad aggirarlo o a
superarlo»; il che, del resto, non costituisce forse un caso tanto eccezionale:
di quanti «dirigenti» apparenti si potrebbe dire altrettanto! D’altronde, certe
allusioni alle «forze equivoche, di polizia o altre, che agiscono dietro le
quinte dei governi», dimostrano che l’autore sospetti l’esistenza di molti
«retroscena», riconoscendo che, sfortunatamente, non è mai riuscito a sapere
con esattezza di cosa si trattasse; e a riguardo si rende conto che «sarebbe
indispensabile essere informati con certezza per poter raddrizzare la politica
e liberarla dall’abiezione che la porta a condurre il mondo allo sfacelo»; e
noi aggiungiamo che è in tutti i campi, non solo in quello della politica, che
una tale operazione sarebbe necessaria oggigiorno...
117
E. Gautheron, Les
Loges maçonniques dans la Haute-Loire (Le Logge massoniche nell’Alta
Loira), Éditions de la Main de Bronze, Le Puy.
Come dice l’autore, questo volume è «una
pagina di storia locale ed un contributo alla storia della Massoneria in
Francia»; d’altronde, esso è quasi esclusivamente «documentario», ed è solo
nella conclusione che si riesce a cogliere una certa tendenza antimassonica.
Infatti, i documenti che vi sono pubblicati non apportano niente di imprevisto
o di particolarmente importante; tuttavia, ciò non vuol dire che non abbiano un
certo interesse, poiché fanno conoscere, quanto meno, alcuni personaggi assai
curiosi sotto molti aspetti. L’autore ha un’idea un po’ troppo semplicistica
delle origini della Massoneria: i costruttori del Medioevo costituivano ben
altro che una volgare associazione «di protezione e di mutuo soccorso»;
inoltre, in ogni tempo vi sono stati dei Massoni «accettati», che non erano per
niente dei «falsi Massoni» né dei personaggi che dovevano dissimulare una
attività politica qualunque; la preponderanza acquisita da questi elementi non
professionali, in seno ad alcune Logge, rese possibile la degenerescenza
«speculativa», ma la loro stessa esistenza non era per niente un fatto nuovo o
anormale. Peraltro, dobbiamo rilevare un errore marginale: una «Loggia
capitolare» non è una Loggia «i cui membri possono arrivare al grado di
Rosa-Croce», cosa che è possibile a tutti i Massoni, ma una Loggia sulla quale,
in base ad un tipo di organizzazione che fra l’altro è propria del Grande
Oriente di Francia, si «fonda» un Capitolo di Rosa-Croce, e dove possono essere
ricevuti anche membri di altre Logge; in un altro punto, la denominazione di
«Sovrano Capitolo» è dovuta, senza dubbio, ad una abbreviazione mal compresa.
Études Traditionnelles,
maggio 1938.
118
Oswald Wirth, Qui
est régulier? Le pur Maçonnisme sous le régime des Grandes Loges inauguré en.
1717 (Chi è regolare? Il puro Massonismo sotto il
regime delle Grandi Logge del 1717), Éditions du Symbolisme, Paris.
Questo volume è composto dalla riunione di
diversi articoli apparsi precedentemente ne Le Symbolisme. Noi abbiamo
già parlato della maggior parte di essi, al momento della loro prima
pubblicazione, e questo ci dispensa dal ritornarvi nei particolari. L’argomento
trattato è la controversia che divide la Massoneria anglosassone dalla
Massoneria detta «latina», e in particolare francese; l’autore rimprovera alla
prima di non essere rimasta fedele al «puro Massonismo», di modo che l’accusa
di «irregolarità» che questa rivolge alla seconda dovrebbe ribaltarsi contro di
essa. Per lui, questo «puro Massonismo», come si sa, è rappresentato
essenzialmente dalle Costituzioni di Anderson; ma è proprio questo che
bisognerebbe contestare, se si vuole portare la questione sul suo vero terreno:
l’autentica espressione del «puro Massonismo», non può essere rappresentato che
dagli Old Charges della Massoneria operativa, da cui le Costituzioni di
Anderson si allontanano parecchio. Che la Gran Loggia d’Inghilterra, in un
secondo momento, si sia riavvicinata, in qualche misura, agli Old Charges,
è fuori dubbio, ma non si può rimproverare qualcuno perché ha rimediato ad un
errore, foss’anche parzialmente e tardivamente (che poi quest’errore sia stato
volontario o involontario, o l’uno e l’altro insieme, qui poco importa). La
Massoneria francese, invece, ha continuato ad accentuare lo stesso errore, di
modo che, partite dallo stesso punto, le due avversarie si sono sempre più
allontanate l’una dall’altra, tanto da rendere difficile un’intesa. In fondo,
il solo torto della Gran Loggia d’Inghilterra, in merito alla questione, è di
non riconoscere chiaramente la sua vera posizione attuale nei confronti delle
Costituzioni di Anderson, cosa che porrebbe fine ad ogni discussione, facendo
cadere l’unico argomento che le si oppone con qualche
119
parvenza di fondamento; ma potrebbe farlo,
senza confessare, con ciò stesso, il suo proprio difetto originario, che in
effetti è quello di tutti i regimi delle grandi Logge, vale a dire della stessa
Massoneria speculativa? E questa confessione, se un giorno essa si decidesse a
farla, dovrebbe logicamente condurla a prendere in considerazione una
restaurazione integrale dell’antica tradizione operativa; ma dove sono,
attualmente, quelli capaci di compiere una tale restaurazione?
Queste poche riflessioni, sicuramente molto
lontane dal punto di vista dell’autore del libro, mostrano a sufficienza tutta
la difficoltà della questione, la quale, in definitiva, scaturisce dal fatto
che nessuna delle due parti è in grado di dire dov’è realmente il «puro
Massonismo», sia perché lo ignora, sia perché questo equivarrebbe a condannare,
sì la parte avversaria, ma anche se stessa, o comunque ad intraprendere un
impegno probabilmente impossibile. In ogni caso, fino a quando ci si ostinerà a
non voler risalire oltre il 1717, per ritrovare i veri principi, è più che
certo che non si potrà arrivare ad una soluzione soddisfacente; d’altronde,
rimarrebbe da sapere se vi è qualcuno che voglia realmente arrivarvi, e,
sfortunatamente, le preoccupazioni assai strane, dal punto di vista iniziatico,
che vanno affacciandosi sull’argomento, inducono a dubitarne...
Études Traditionnelles,
novembre 1938.
G. Persigout, Rosicrucisme et Cartésianisme: «X
Novembris 1619», Essai d’exégèse hermétique du Songe cartésien
(Rosacrucianesimo e Cartesianesimo: «X Novembris 1619», Saggio di esegesi
ermetica del Sogno cartesiano), Éditions «La Paix», Paris.
Quest’opuscolo, che peraltro rappresenta una
piccola parte di un lavoro più vasto, si riferisce ad una questione di cui
abbiamo già avuto occasione di parlare, un po’ di tempo fa (n° di aprile 1938,
pp. 155-156), in occasione di un articolo
120
di un altro autore apparso su Le Mercure de
France, non abbiamo quindi bisogno di ripetere tutte le ragioni che rendono
inammissibile l’ipotesi di una iniziazione rosacruciana di Cartesio. L’autore
del presente studio, fra l’altro, non è poi più categorico di altri, talvolta
parla persino solo di «atmosfera rosacruciana» che esisteva in Germania a quel
tempo e dalla quale Cartesio avrebbe potuto essere stato influenzato in un dato
momento, quello in cui avrebbe avuto il famoso sogno. Ridotta a queste proporzioni,
la cosa è sicuramente molto meno inverosimile, soprattutto se si aggiunge che
questa influenza, in fondo, sarebbe stata solo passeggera, dunque alquanto
superficiale. Tuttavia, questo non spiegherebbe il fatto che le diverse fasi
del sogno corrispondono a delle prove iniziatiche, poiché si tratta di cose che
non si possono scoprire con la semplice immaginazione, salvo che nelle
fantasticherie degli occultisti; ma, una tale corrispondenza esiste realmente?
A dispetto di tutta l’ingegnosità di cui dà prova l’autore nelle sue
interpretazioni, dobbiamo dire che essa non è molto evidente, e che presenta
anche una spiacevole lacuna, poiché, pur con la migliore volontà del mondo, non
si capisce come la presentazione di un «melone» possa sostituire la prova
dell’acqua... È ben poco probabile, d’altra parte, che questo sogno sia solo
una finzione, il che in fondo sarebbe più interessante poiché dimostrerebbe,
quanto meno, un’intenzione simbolica cosciente di Cartesio; in questo caso,
egli avrebbe potuto tentare, sotto questa forma, una descrizione camuffata di
certe prove iniziatiche; ma, anche qui, di quale iniziazione si sarebbe
trattato?
A stretto rigore, tutto quello che è possibile
ammettere, è che sia stato ricevuto, come avvenne più tardi per Leibnitz, in
qualche organizzazione di ispirazione più o meno rosacruciana, da cui peraltro
si sarebbe ritirato in seguito (e la rottura, se fu così, sarebbe stata
alquanto violenta, a giudicare dal tono della dedica di «Polybius il
Cosmopolita»); inoltre, sarebbe stato necessario che una tale organizzazione
fosse già alquanto degenerata, per ammettere tanto alla leggera dei candidati
così poco «qualificati»... Ma, tutto sommato, e
121
per le ragioni che abbiamo già esposto, noi
continuiamo a pensare che Cartesio (che d’altronde è veramente troppo
paradossale voler continuare a difendere dall’accusa di «razionalismo»), in
fatto di idee rosacruciane, conobbe indubbiamente solo quanto poteva circolare
allora nel mondo profano, e che, se certe influenze si esercitarono su di lui
in qualche altro modo, coscientemente o più probabilmente incoscientemente, la
fonte da cui esse emanavano era qualcosa del tutto diversa da una iniziazione
autentica e legittima; il posto stesso che occupa la sua filosofia nella storia
della deviazione moderna, non è un indizio ampiamente sufficiente per
giustificare una tale supposizione?
Études Traditionnelles,
gennaio 1939.
C. Chevillon, Le
vrai visage de la Franc-Maçonnerie: Ascèse, apostolat, culture (Il vero
volto della Massoneria: Ascesi, apostolato, cultura), Éditions des Annales
Initiatiques, Librairie P. Derain et L. Raclet, Lyon.
L’autore di questo libretto è poco soddisfatto
dello stato presente della Massoneria, o piuttosto delle organizzazioni
massoniche, ed è di quelli che vorrebbero trovare un rimedio alla loro
degenerescenza; sfortunatamente, è molto difficile scoprire, nelle riflessioni
da lui espresse a questo proposito, qualcosa di più e di meglio di questa
semplice buona intenzione, la quale non è certo sufficiente per giungere ad un
effettivo risultato. Noi pensiamo che per «ascesa» bisognerebbe intendere
propriamente, soprattutto se si vuole applicare questo termine nell’ambito
iniziatico, un metodo di sviluppo spirituale; ma qui, in effetti, si parla solo
di sviluppare le «facoltà psicologiche», considerate secondo la loro
classificazione più banalmente «universitaria»: sensibilità, intelligenza,
volontà; è chiaro che intelligenza, in simili circostanze, non significa altro
che ragione; e ciò che è più curioso è il fatto che l’autore crede di poter
mettere la volontà in
122
rapporto con il «mondo delle idee pure»...
Quanto alla sua idea di «apostolato», essa sembra derivare soprattutto da una
confusione fra la «realizzazione» e l’azione esteriore, il che è il meno
iniziatico possibile; e, in fondo, noi non vediamo chissà quale grande
differenza fra le sue preoccupazioni sociali e quelle che, introdottesi nella
Massoneria moderna, hanno contribuito alla deviazione che egli deplora. Infine,
la «cultura», e cioè l’educazione tutta esteriore, concepita alla maniera
profana, non ha alcun rapporto con l’ottenimento della vera conoscenza; e se è
sicuramente giusto dire che «il Massone deve acquisire il senso dell’Eterno»,
per poter dare un valore reale a questa affermazione occorrerebbe non attenersi
ad un «verbalismo» più o meno vuoto, che è forse filosofico, ma che non
riflette niente di veramente iniziatico né, d’altronde, di specificamente
massonico; sempre che si intenda questo termine «iniziatico» secondo la
concezione tradizionale, e non secondo ciò che esso rappresenta per la maggior
parte dei nostri contemporanei, ivi compresa la grande maggioranza degli stessi
Massoni!
Études Traditionnelles,
aprile 1939.
Alice Joly, Un
Mystique lyonnais et les secrets de la Franc-Maçonnerie (1730-1824) (Un
Mistico di Lione e i segreti della Massoneria, 1730-1824), Éd. Protat Frères,
Mâcon.
Questo grosso volume è una biografia, la più
completa possibile, di Jean-Baptiste Willermoz, fatta molto coscienziosamente e
seriamente documentata, ma che non è esente da certi difetti, probabilmente
inevitabili, peraltro, quando accade, come qui, che si studino delle questioni
come quelle di cui si tratta ponendosi da un punto di vista del tutto profano.
In questo genere di cose, perché si possa giungere ad una vera comprensione,
non basta certo una qualche simpatia esteriore né una curiosità che si spinga
fino alla ricerca dei minimi particolari aneddotici; noi ammiriamo la pazienza
123
capace di trattare in tal modo un soggetto per
il quale si prova solo un interesse poco profondo, ma dobbiamo confessare che,
all’accumulo dei fatti nudi e crudi, preferiamo una visione più «sintetica» che
permetta di coglierne il senso, ed anche di evitare molti errori e confusioni
più o meno gravi. Una di queste confusioni appare nel titolo stesso, ove
Willermoz è definito «mistico», quando invece niente del genere traspare da
quanto è detto nel libro; d’altronde, la verità è che non lo fu per niente; se gli
si può rimproverare di aver preferito abbandonare gli Eletti Cohen, ciò non
avvenne perché si rivolse al misticismo, come Saint-Martin, ma solo perché
allora egli si interessò più attivamente di altre organizzazioni iniziatiche.
D’altra parte, l’autrice manca, in modo del tutto evidente, di ogni conoscenza
«tecnica» delle cose di cui parla, il che causa degli strani equivoci: per
esempio, essa prende i diversi Riti massonici per delle «società»; ignora la
differenza che esiste fra una «Gran Loggia» ed un «Grande Oriente»; chiama
«rettificazione» il ricollegamento di una Loggia alla Stretta Osservanza,
mentre invece questo termine indica la modificazione che subirono le stesse
Logge della Stretta Osservanza quando questa cessò di esistere come tale e venne
rimpiazzata da quello che, proprio per questo, si chiamò (ed ancora si chiama)
Regime Scozzese Rettificato, nell’elaborazione del quale Willermoz svolse una
parte considerevole.
Detto questo, riconosciamo volentieri che
quest’opera contiene una messe di informazioni alla quale sarà sempre utile
riferirsi quando si vorranno studiare le organizzazioni nelle quali Willermoz
svolse un suo ruolo; ma la parte più interessante, a nostro avviso, è quella
che riguarda l’interessamento manifestato da Willermoz per il magnetismo, e le
conseguenze piuttosto spiacevoli che ne derivarono, poiché quello non fu certo
il momento più felice della sua carriera. D’altronde, in questa storia vi è qualcosa
di veramente singolare che richiede una riflessione dalla portata più generale:
al di là di ciò che si può pensare delle caratteristiche di Mesmer, sul quale
sono stati formulati gli apprezzamenti più diversi, sembra proprio che egli sia
124
stato «suscitato» in tutta fretta, per far
deviare quelle organizzazioni massoniche che, nonostante le loro manchevolezze
in termini di conoscenza effettiva, lavoravano ancora seriamente e si
sforzavano di riannodare il filo della vera tradizione; una volta distolta, la
maggior parte della loro attività venne allora assorbita da esperienze
piuttosto puerili e che, in ogni caso, non avevano niente di iniziatico, senza
parlare degli scompigli e dei dissensi che ne derivarono. La «Società degli
Iniziati» organizzata da Willermoz non aveva, di per sé, alcun carattere
massonico, ma, per la qualità dei suoi membri, finì per esercitare una sorta di
influenza direttrice sulle Logge di Lione, e questa influenza, in definitiva,
era quella dei sonnambuli che vi si consultavano per ogni minima cosa; come
stupirsi, allora, se in tali condizioni si ebbero dei risultati pietosi?
Abbiamo sempre pensato che il famoso «Agente
Sconosciuto» che dettava tante elucubrazioni confuse e spesso del tutto
incomprensibili fosse, molto semplicemente, uno di questi sonnambuli, e ci
ricordiamo di averlo anche scritto qui, un po’ di anni fa, a proposito di un
libro di Vulliaud; la Joly ce ne fornisce adesso una conferma che non dovrebbe
più dare adito a dubbi, poiché è riuscita a scoprire l’identità della persona
in questione: si tratta della signora De Vallière, sorella del commendatore De
Monspey, che trasmetteva i suoi messaggi a Willermoz; fosse solo per questo
fatto, che risolve definitivamente l’enigma in questione e pone anche fine a
certe leggende «occultiste», le ricerche dell’autrice non sarebbero certo state
inutili.
Ci permettiamo ancora una piccola
considerazione: alcuni nomi propri sono deformati in maniera alquanto
sorprendente; non ci riferiamo a quelli dei personaggi del XVIII secolo, ben
sapendo che la loro ortografia è talvolta difficile da stabilire con esattezza,
ma perché, nelle note, Vulliaud e Dermenghem sono sempre chiamati «Vulliand» e
«Dermenghen»? Certo questa non è una cosa di capitale importanza, ma proprio in
un lavoro da «archivista» appare un po’ fastidiosa...
125
Dr. Gérard van Rijnberk, Un Thaumaturge au XVIII
siécle: Martines de Pasqually, sa vie, son œuvre, son Ordre, tome second
(Un Taumaturgo del XVIII secolo: Martines de Pasqually, la sua vita, la sua
opera, il suo Ordine ‑ volume secondo), P. Derain et L. Raclet, Lyon.
A suo tempo, abbiamo esaminato a lungo il
primo volume di quest’opera; il secondo ne è solo un complemento, che l’autore
ha pensato di dover aggiungere a causa di alcuni fatti di cui è venuto a
conoscenza in un secondo momento; ne ha anche approfittato per completare la
bibliografia, e vi ha aggiunto la riproduzione integrale delle lettere di
Martines a Willermoz, attualmente conservate alla Biblioteca di Lione, e delle
quali aveva solo pubblicato dei brani più o meno estesi. Cita anche gli
articoli in cui abbiamo parlato del suo libro, ma sembra che non abbia ben
compreso la nostra posizione, poiché ci definisce un «saggista», il che è
proprio incredibile, e ritiene che noi ci «sforziamo di esprimere delle idee
originali e delle vedute personali», il che è l’esatto opposto delle nostre
intenzioni e del nostro punto di vista rigorosamente tradizionale. Trova
«sorprendente» il nostro appunto sul fatto che «il Regime Scozzese Rettificato
non è affatto una metamorfosi degli Eletti Cohen, bensì una derivazione della
Stretta Osservanza»; tuttavia è così, e chiunque abbia la minima idea della
storia e della costituzione dei Riti massonici non può avere alcun dubbio in
proposito; anche se Willermoz, redigendo le istruzioni di certi gradi, vi ha
introdotto delle idee più o meno ispirate agli insegnamenti di Martines, questo
non cambia assolutamente niente né della filiazione né del carattere generale
del Rito in questione; inoltre, il Regime Rettificato non ha niente a che
vedere con la «Massoneria Templare», come sostiene van Rijnberk, anzi è proprio
il contrario, poiché uno dei punti principali della «rettificazione» consisteva
proprio nel ripudio dell’origine templare della Massoneria.
Un capitolo curioso è quello ove l’autore
cerca di chiarire la filiazione del «Martinismo», la quale, malgrado tutto,
resta
126
ancora alquanto oscura e dubbia su alcuni
punti; d’altronde, al di là del punto di vista semplicemente storico, la
questione non ha poi quell’importanza che alcuni vorrebbero attribuirle,
poiché, in ogni caso, è abbastanza chiaro che quello che Saint-Martin era in
grado di trasmettere a suoi discepoli, al di fuori di ogni organizzazione
regolarmente costituita, non potrebbe essere considerato, in nessun modo, come
avente il carattere di una iniziazione.
Un altro punto interessante è quello relativo
al significato delle lettere "S. I.”, interpretate spesso come le iniziali
di «Superiori Incogniti», ma che in realtà sono state utilizzate per molte
altre cose: noi abbiamo già fatto notare che esse sono solo le iniziali della
«Società degli Indipendenti» di cui si parla nel Crocodile, ed anche le
iniziali della «Società degli Iniziati» di Willermoz; come dice van Rijnberk,
gli esempi dei genere si potrebbero moltiplicare, e lui stesso nota che esse
sono anche l’abbreviazione di «Sovrano Giudice» (Souverain Juge), titolo
dei membri del «Tribunale Sovrano» degli Eletti Cohen; e noi aggiungiamo che in
un altro Rito della stessa epoca vi era un grado di «Saggio Illuminato» e nello
stesso Rito Scozzese Antico ed Accettato vi è il grado di «Segretario Intimo»,
che è il sesto; il che è alquanto strano se si pensa all’accostamento con i
«sei punti» (e notiamo, di sfuggita, per gli amatori delle «coincidenze», che
nella Stretta Osservanza, l’atto di obbedienza ai «Superiori Incogniti» era
anche in sei punti!); ma perché queste due lettere godono di un tale favore?
L’autore ha proprio ragione, quando pensa che ciò è dovuto al loro valore
simbolico, che egli ha pure intravisto riferendosi ad una delle tavole di
Khunrath; solo che ha dimenticato di fare una distinzione fra due simboli
connessi e tuttavia un po’ diversi: il «serpente di bronzo», che in effetti dà
le lettere S. T. (iniziali, a loro volta, di «Sovrano Tribunale») e l’albero o
il bastone attorno al quale si arrotola il serpente e che è rappresentato solo
da un asse verticale: ed è quest’ultimo simbolo che dà le lettere "S. I.”;
e di esso si trova un altro esempio nel serpente e la freccia che figurano sul
sigillo di Cagliostro.
127
Dal momento che abbiamo finito col parlare di
questa questione, aggiungiamo che, essenzialmente, la lettera "S"
rappresenta la molteplicità e la lettera “I” l’unità, ed è evidente che la loro
corrispondenza rispettiva col serpente e con l’albero assiale concorda
perfettamente con questo significato; è completamente esatto che in tutto
questo vi è qualcosa che «deriva da un esoterismo profondo», di ben altra
autenticità e profondità della «Santa Iniziazione»... martinista, la quale
sicuramente non ha maggiori titoli, per rivendicare la proprietà di questo
antico simbolo, di quanti ne abbia per rivendicare quella del numero 6 e del
sigillo di Salomone!
Études Traditionnelles,
giugno 1939.
Charles Clyde
Hunt, Masonic Symbolism (Simbolismo massonico), Laurance Press Co.,
Cedar Rapids, Iowa.
L’autore, Gran Segretario della Gran Loggia
dello Iowa, aveva pubblicato, una dozzina d’anni fa, un libro intitolato Some
Thoughts on Masonic Symbolism; il presente volume ne è una riedizione, ma
considerevolmente aumentata, per l’aggiunta di un numero quasi doppio di nuovi
capitoli; questi erano già apparsi, separatamente, come articoli, nel Grand
Lodge Bulletin, e abbiamo avuto occasione di citarli nel corso della loro
pubblicazione. Forse sarebbe stato più utile, ci sembra, conservare il primo
titolo, poiché non si tratta, come potrebbe far credere il titolo attuale, di
un lavoro d’insieme sul simbolismo massonico; ma piuttosto di una serie di
studi condotti tutti su dei punti più o meno particolari. D’altra parte, ciò
che colpisce subito, dando uno sguardo a questi studi così riuniti, è che le
interpretazioni fornite sono quasi esclusivamente basate su un determinato
indirizzo: dato dal fatto che la Massoneria è una forma iniziatica
128
propriamente occidentale; tuttavia, molte
delle questioni poste, potrebbero essere ampiamente delucidate tramite una
comparazione con i dati di altre tradizioni. Inoltre, gli stessi testi biblici
sono presi prevalentemente in considerazione secondo il loro significato più
letterale, vale a dire che le spiegazioni proposte sono soprattutto di ordine
storico, per un verso, e morale, per l’altro, e questo è chiaramente
insufficiente, dal momento che in questo contesto occorrerebbe porsi, non dal
punto di vista religioso, ma dal punto di vista iniziatico; e qui sembra che vi
sia una certa tendenza a confondere i due domini, cosa che, d’altronde, è
alquanto diffusa in seno alla Massoneria anglosassone.
L’autore sembra assegnare alla Massoneria,
come scopo principale, ciò che egli chiama la «costruzione del carattere» (character-building);
questa espressione, in fondo, non è altro che una semplice metafora, piuttosto
che un vero simbolo; il termine «carattere» è abbastanza vago e, in ogni caso,
non sembra che possa indicare nulla che superi l’ordine psicologico; ancora una
volta, si tratta dunque di qualcosa di molto exoterico; mentre invece se si
fosse parlato di «costruzione spirituale» si sarebbe potuto avere un senso
molto più profondo, soprattutto aggiungendovi le precisazioni più propriamente
«tecniche» che sarebbe stato facile ricavare dal simbolismo massonico; ammesso
che quando si parla dei simboli si sappia evitare di «moralizzare» puramente e
semplicemente, poiché un tal modo di considerarli non ha certo nulla di
iniziatico e non giustifica neanche l’affermazione del carattere esoterico
della Massoneria. Tuttavia, quanto abbiamo detto, non toglie nulla al merito e
all’interesse del libro, limitatamente all’ambito particolare in cui esso si
pone, vale a dire soprattutto per quel che riguarda il contributo che apporta
alla delucidazione di un certo numero di punti oscuri o generalmente mal
compresi; e di questi ve ne sono fin troppi nello stato attuale della
tradizione massonica, cioè da quando questa si è ridotta ad essere solamente
«speculativa».
129
Giuseppe Leti et Louis
Lachat, L’Ésotérisme à la scène: La Flúte Enchantée, Parsifal, Faust (L’Esoterismo
sulla scena: Il Flauto magico, Parsifal, Faust), Derain et Raclet, Lyon.
Il titolo di questo libro è, forse,
insufficientemente preciso, poiché le tre opere in oggetto sono state prese in
esame (o quanto meno, tale è stata l’intenzione degli autori), non tanto dal
punto di vista dell’esoterismo in generale, quanto dal punto di vista specifico
del simbolismo massonico. D’altra parte, è possibile sollevare subito
un’obiezione, poiché, se il carattere massonico del Flauto Magico è
abbastanza conosciuto e non può essere messo in dubbio, non è lo stesso per le
altre due opere; e se è possibile far valere, quanto meno, il fatto che Gœthe
fu Massone, al pari di Mozart, non si può dire altrettanto di Wagner. Se nel Parsifal
vi sono dei punti di raffronto col simbolismo massonico, sembra proprio che
questo sia dovuto alla sua derivazione dalla leggenda del Graal o dalla
«corrente» medievale alla quale essa si riallaccia, piuttosto che
all’adattamento fatto da Wagner; il quale non è stato necessariamente cosciente
dell’originario carattere iniziatico del racconto, ed al quale si è talvolta rimproverato
di aver alterato questo carattere sostituendolo con un misticismo un po’
nebuloso.
Tutte le similitudini che indicano gli autori,
in fondo possono spiegarsi con ciò che essi chiamano «l’eredità degli ermetici»
nella Massoneria, cosa che corrisponde proprio a quello che abbiamo appena
detto; d’altra parte, essi vi mischiano delle considerazioni alquanto vaghe,
che non derivano né dal simbolismo né dall’esoterismo, ma solo da una
«ideologia»; e se quest’ultima è rappresentativa della concezione che loro
hanno della Massoneria, di certo non ha niente a che vedere con la Massoneria
stessa, e vi si è potuta introdurre, almeno in certe sue branche, grazie a
quella degenerescenza di cui abbiamo spesso parlato. Quanto al caso di Gœthe,
esso è assai complesso; sarebbe opportuno esaminare più da vicino, in che
misura il suo Faust è realmente
130
«segnato dallo spirito massonico», come dice
un critico qui citato, il quale, forse, per «spirito massonico» non intende che
quello derivante dall’idea. che comunemente se ne fa il pubblico; certo è che
tale «spirito» è più contestabile per il Faust che per altre opere dello
stesso autore, come il Wilhelm Meister o il racconto enigmatico Il
Serpente Verde; e a dire il vero, nel Faust, che è un insieme un po’
«caotico», vi sono delle parti la cui ispirazione sembra piuttosto
antitradizionale; le influenze che si sono esercitate su Gœthe sicuramente non
sono state solo massoniche, e potrebbe essere interessante cercare di
determinarle con maggiore esattezza...
D’altronde, nel presente libro vi sono
parecchie osservazioni interessanti; ma esse, che avrebbero un gran bisogno di
essere chiarite e ordinate, possono esser tali solo per chi non sia affetto,
come accade chiaramente per gli autori, dalle idee moderne, «progressiste» e
«umanitarie», le quali sono agli antipodi di ogni vero esoterismo.
Études Traditionnelles,
marzo 1940.
131
RECENSIONI DI RIVISTE
RECENZIONI DI RIVISTE, PUBBLICATE NE
LE VOILE D’ISIS DAL
1929 AL 1936
– Il Grand Lodge Bulletin
dello Iowa (n° di marzo) contiene parecchie notizie interessanti dal
punto di vista simbolico, e soprattutto storico; una di esse riguarda le
modificazioni subite dal grembiule, nella Massoneria inglese.
In un altro articolo si può leggere di come
i Massoni americani si stupiscano per la libertà con la quale alcune
pubblicazioni «d’oltre mare» trattano delle questioni relative ad alcune parti
«esoteriche» del rituale.
– La mentalità dei Massoni americani, ed
anche inglesi, è alquanto particolare sotto molti aspetti; ne Le
Symbolisme (n° di aprile), un articolo di Oswald Wirth,
intitolato L’Eglise maçonnique anglo-saxonne (La Chiesa massonica
anglosassone), apporta delle curiose precisazioni a riguardo.
Secondo un’informazione contenuta nella
stessa rivista, si è appena costituita a Berlino una «Loggia mistico-magica»,
intitolata Fraternitas Saturni, che sembra sia collegata, più o meno
direttamente, alle vecchie organizzazioni di Theodor Reuss, fondatore dell’O.T.O.
(Ordo Templi Orientis).
– Proprio la Revue Internationale des
Sociétés Secrètes (parte occultista, n° del 1° maggio), pubblica
alcuni documenti su questo O.T.O., il cui capo attuale, quanto meno nei
paesi di lingua inglese, sembra essere Sir Aleister Crowley, recentemente
espulso dalla Francia (il quale, fra l’altro, ha dovuto anche raccogliere, un
po’ di tempo fa, l’eredità dell’Ordine S.S.S. e della Fraternità
Z.Z.R.R.Z.Z., di cui la R.I.S.S. sembra ignorare l’esistenza).
Naturalmente, questi documenti sono accompagnati da un commento tendenzioso, in
cui l’O.T.O. viene presentato come una «Alta Loggia», e Aleister Crowley
come un successore degli «Illuminati» di cui si parla ne L’Élue du Dragon;
il che equivale col dare
135
eccessiva importanza alle fantasie più o meno
sospette di alcune individualità senza alcun mandato e senza alcuna autorità!
Ma è evidente che, dal punto di vista tutto speciale da cui si pone questa
rivista, la cosa perderebbe molto del suo interesse se si dovesse riconoscere
che si tratta solo di una turlupinatura; e d’altronde, in che altro modo si
potrebbe qualificare un’organizzazione nella quale chiunque, alla sola
condizione di pagare la somma di 20 dollari, si trova immediatamente ammesso al
terzo grado?
Nella nota che abbiamo dedicato a L’Élue du
Dragon, in un’altra parte della rivista, facevamo allusione a della gente
che crede ancora alle storie fantastiche di Léo Taxil; ora, dopo aver redatto
la nota in questione, abbiamo trovato, nella Revue Internationale des
Sociétés Secrètes (n° del 19 maggio), un articolo il cui scopo
è, giustamente, di far capire che Léo Taxil ha mentito sì, ma solo quando ha
confessato le sue menzogne! Abbiamo conosciuto bene alcune delle persone
interessate a questo tipo di pubblicazioni, e possediamo diversi documenti che
si riferiscono a questa storia; anche noi quindi potremmo dire la nostra su
questa faccenda, se lo giudicassimo opportuno, ma per il momento non ne vediamo
la necessità. Suggeriamo solo alla R.I.S.S. un’idea che ci sembra
perfettamente in linea col suo programma: perché non pubblicare un giorno i
documenti dell’Ordine del Labaro?
Le Voile d’Isis,
luglio 1929.
– La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes prosegue la pubblicazione della serie intitolata Diana
Vaughan a-t-elle existé? (È veramente esistita Diana Vaughan?) (nn. del
29 settembre e 20 ottobre): ci si propone di dimostrare la concordanza fra
certe affermazioni contenute nelle «Memorie» e diversi libri antichi, e
più o meno rari, sui Rosa-Croce; la conclusione che ci sembra si possa trarre
in modo del tutto naturale, è che l’autore di queste «Memorie», chiunque
sia stato, conoscesse i libri in questione, altrettanto bene che
136
i redattori della rivista; ma, probabilmente,
questo sarebbe troppo semplice e, in ogni caso, sarebbe poco soddisfacente per
la tesi che qui si vuole sostenere a tutti i costi.
Nel n° del 6 ottobre è inserito, senza
rettifiche e senza commenti, un articolo di un corrispondente della Polonia,
che ha scambiato un tempio degli Old Fellows per una Loggia massonica;
ammiriamo una volta di più la competenza di questi «specialisti»!
Nel n° del 27 ottobre, un articolo
intitolato La Mode du Triangle (La moda del triangolo), ci ricorda certe
elucubrazioni alla Taxil sul simbolismo massonico della Torre Eiffel; sembra
che i grandi magazzini vendano delle bambole «che sono state sottoposte, nella
Alte Logge, a degli incantesimi e a dei malefizi»; sembra anche che il
triangolo è «il simbolo della religione di Satana», cosa di cui certo non
potremmo dubitare, vedendolo figurare in tante chiese cattoliche. Le persone
capaci di scrivere simili cose, se sono sincere, sono dei veri invasati, che
bisognerebbe compatire, ma a cui bisognerebbe impedire di propagare le loro
manie fortemente contagiose e di sconvolgere altri spiriti deboli.
Nello stesso numero, un altro articolo
presenta Sundar Singh come un «Saggio indù», mentre invece si tratta di un Sikh
convertitosi al protestantesimo, dunque doppiamente «non-indù»; notiamo a
questo proposito che sâdhou (e non sanhou) non ha mai avuto il
significato di «monaco bramino», espressione che peraltro non corrisponde ad
alcuna realtà; è dunque facile emettere affermazioni su degli argomenti di cui
si ignora perfino il significato delle parole!
La «parte occultista» (n° del 1° ottobre)
è dedicata questa volta, prevalentemente, a difendere L’Élue du Dragon
dai gesuiti degli Études e della Civiltà Cattolica, opponendo
loro alcuni vecchi confratelli che, sembra, vedessero le cose in modo diverso
(il che non implica necessariamente che sia anche più giusto). Per l’occasione,
A. Tarannes si appella a L’«Hydre aux trois têtes» (L’Idra dalle tre teste),
del R.P. Rinieri, S.J., libretto nel quale, peraltro, non si parla né dell’idra
né del drago, se non in un senso del tutto figurato;
137
seguono poi le Trois lettres du R.P. HaraId
Richard, S.J., sur l’occultisme contemporain (Tre lettere del R.P. Harald
Richard, S.J., sull’occultismo contemporaneo), il loro autore è proprio quel
Gesuita che si pretende abbia copiato ed annotato i manoscritti originali di
Clotilde Bersone; la prima di queste lettere parla di alcuni guaritori, più o
meno spiritisti, e tutto il suo interesse è dato dal fatto che alcuni prelati,
ed anche un cardinale, vi sono accusati di essere andati a trovare i detti
guaritori «non solo per farsi curare, ma per chiedere loro dei consigli su
tutte le questioni importanti». Una frase del preambolo ci lascia interdetti:
vi è detto che queste lettere sono state «compilate con l’aiuto di numerose
confidenze fatte a dei famigliari»; ma allora, è questo che sono in realtà
queste lettere? Un giorno, forse, sapremo come stanno le cose, quando sarà
messa in pratica la minaccia di «pubblicare dei fac-simile di documenti
autentici, in cui appaiono chiaramente nomi e giudizi dai quali certe
personalità ecclesiastiche e religiose non hanno nulla da guadagnare»; certo
che tutto ciò è alquanto edificante!
Le Voile d’Isis,
dicembre 1929.
‑ Nella Revue Internationale des
Sociétés Secrètes, prosegue la serie degli articoli sulle «Memorie»
di Diana Vaughan (nn. del 10 novembre e del 1º dicembre), che non ci
fanno modificare, in niente, le riflessioni che abbiamo già formulato
sull’argomento. Nell’ultimo articolo vi è un equivoco alquanto curioso: nel
citare un passo in cui è menzionato il «trattato della Generazione e della
Corruzione», che è un’opera di Aristotele, l’autore dell’articolo ha creduto
che si trattasse di una «teoria immaginata da Robert Fludd»!
Un’altra curiosità l’abbiamo rilevata nel
racconto di una festa compagnonica (n° del 10 novembre): vi si dice che
«la designazione C\, che sta per Compagno, tradisce
apertamente
138
la parentela massonica». Ora, l’uso dei tre
punti nelle abbreviazioni è, invece, d’origine puramente corporativa; è da lì
che è passato in certi rami della Massoneria «speculativa»; ma vi sono anche
altri, specialmente nei paesi anglosassoni, che l’ignorano completamente.
I numeri del 17 e del 24 novembre
contengono uno studio storico sul Rito di Misraïm, studio che
sfortunatamente non chiarisce bene la questione alquanto oscura delle sue
origini.
Nella «parte occultista» (n° del 1º
novembre, A. Tarannes si accontenta questa volta di riprodurre, senza molti
commenti, un certo numero di segni compagnonici (marchi di tagliatori di
pietre), rilevati nella Chiesa Saint-Ouen di Rouen.
Un altro collaboratore tratta, a suo modo, La
Musique et l’Ésotérisme (La Musica e l’Esoterismo), sembra che egli abbia
scoperto con un po’ di ritardo il numero speciale de Le Voile d’Isis
dedicato a questo argomento, ed addebita ai redattori di questo numero le
intenzioni più inverosimili. D’altra parte, noi non avevamo mai sospettato che
la «propaganda» potesse avere un carattere esoterico, cosa che ci sembra una
contraddizione in termini, né che esistesse una «fede nell’esoterismo», dal
momento che in quest’ultimo è essenzialmente ed esclusivamente questione di
conoscenza.
Notiamo infine, nello stesso numero, la
seconda delle Trois lettres du R.P. Harald Richard, S.J., sur l’Occultisme
contemporain; questa volta si parla di rabdomanti, che sono denunciati,
molto semplicemente, come dei sostenitori del demonio; e si coglie l’occasione
per far notare caritatevolmente che «oggigiorno vi sono fin troppi curati e
religiosi che son diventati rabdomanti». Nella stessa lettera, si parla anche
«del pendolo di Chevreuil, nome di un capo spiritista vivente, che non bisogna
confondere con Chevreul, lo studioso morto centenario nel 1896»;
sfortunatamente è proprio del pendolo di Chevreul che si tratta, mentre lo
spiritista Chevreuil, suo quasi omonimo, non c’entra assolutamente niente.
Le Voile d’Isis,
gennaio 1930.
139
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
novembre), un articolo di Oswald Wirth, intitolato Le respect de la
Bible (Il rispetto della Bibbia) ritorna ancora sulle divergenze esistenti
fra le concezioni massoniche dei paesi anglosassoni e quelle dei paesi latini;
anche qui ritroviamo quella spiacevole tendenza «razionalista» che abbiamo già
segnalata; trattare le Scritture sacre, non importa quali, come qualcosa di
puramente umano, denota un’attitudine molto «profana».
Il numero di dicembre contiene un
interessante studio di Armand Bédarride su L’Initiation maçonnique
(l’Iniziazione massonica); in certe allusioni alle dottrine orientali si
trovano alcune confusioni, probabilmente dovute a delle informazioni di fonte
soprattutto teosofica, ma è giusto far notare che l’idea di una via unica ed
esclusiva è specifica dell’Occidente; solo che, la «via di mezzo» ha un altro
significato, molto più profondo di quello che gli dà l’autore.
‑ Abbiamo ricevuto i primi numeri della
rivista tedesca Saturn Gnosis, organo di quella Fraternitas
Saturni di cui avevamo già parlato; si tratta di una pubblicazione di
grande formato, con una buona veste editoriale; ma gli articoli che contiene, a
dispetto del loro tono un po’ pretenzioso, riflettono quasi esclusivamente le
concezioni di un «occultismo» ordinario, di tendenze molto moderne ed assai
eclettiche, poiché lo stesso teosofismo e l’antroposofismo steineriano vi
trovano la loro collocazione. La Fraternitas Saturni, nata da una
scissione prodottasi in seno ad un movimento chiamato «pansofico», si qualifica
come «la prima Loggia ufficiale dell’Età dell’Aquario»; decisamente, quest’Età
dell’Aquario preoccupa molta gente. Notiamo anche che si parla parecchio di
«magia», il che corrisponde, peraltro, ad una condizione di spirito abbastanza
diffusa attualmente in Germania; e che un vasto spazio viene dedicato agli
insegnamenti del «Maestro Therion», sedicente «inviato della Grande Fraternità
Bianca», che poi non è altri che Aleister Crowley.
140
‑ Anche nella «parte occultista» della Revue
Internationale des Sociétés Secrètes (nº del lº dicembre) si
parla della Fraternitas Saturni, dell’O.T.O. e di Aleister
Crowley. A proposito di Theodore Reuss, ci si dichiara disposti «a pubblicare i
fac-simile di tutti i diplomi, lettere di garanzia o affiliazioni che collegano
questo eccentrico alla Massoneria regolare»; siamo veramente curiosi di vedere tutto
ciò; ma, sfortunatamente è probabile che questi documenti derivino, molto
semplicemente, dalle organizzazioni di John Yarker o dal famoso Rito Cerneau.
Nello stesso numero, e in due posti diversi,
si è sentito il bisogno di rivolgerci delle battute che vorrebbero essere
sgradevoli e che sono solo divertenti: ci si accanisce a trattarci da
«erudito», con una insistenza che è veramente comica, quando si sa bene quanto
noi teniamo in poco conto la semplice erudizione. Pensiamo che sia opportuno,
però, far notare che è da quasi un quarto di secolo che ci occupiamo di studi
esoterici e non abbiamo mai «mutato» in niente; che i nostri articoli venissero
pubblicati su Regnabit o su Le Voile d’Isis o su qualche altra
pubblicazione, sono sempre stati concepiti esattamente nello stesso spirito;
ma, dal momento che siamo completamente indipendenti, riteniamo di poter dare
la nostra collaborazione a chi ci pare, senza doverne rendere conto a nessuno. Se
questi Signori ritengono «di non avere alcuna lezione da ricevere» da noi (e in
questo si sbagliano parecchio, perché eviterebbero alcune grosse sciocchezze),
per parte nostra ne abbiamo ancor meno da ricevere da loro; e se pensano che le
loro piccole ingiurie possano toccarci minimamente, si sbagliano di grosso.
Questo numero si apre con un articolo dedicato
all’«Ordine Eudiaco» di Henri Durville, il quale peraltro è stato
confuso con i suoi fratelli; il che dimostra ancora una volta tutto
l’affidamento delle informazioni della R.I.S.S.; definire poi questa
organizzazione una «nuova società segreta» è veramente eccessivo. La verità è
molto più semplice; ma, se la si dicesse, tutto finirebbe in brevissimo tempo e
questo non
141
soddisferebbe abbastanza la curiosità di una
certa clientela...
L’ultima delle Trois lettres du R.P. Harald
Richard., S.J., sur l’occultisme contemporain, intitolata Le double jeu
de Satan (Il doppio giuoco di Satana) è, al pari delle altre, un ammasso di
storielle assai dozzinali.
Quanto al seguito degli articoli intitolati
Diana Vaughan a-t-elle existé? (n° del 29 dicembre), è sempre
qualcosa di assai poco concludente.
‑ Proprio a proposito di Diana Vaughan, ecco
che l’abate Toumentin, scomparso dalla scena antimassonica da diversi anni, è
risuscitato per pubblicare su La Foi Catholique dei suoi ricordi
sulla mistificazione di Léo Taxil, i quali non sembrano destinati a far piacere
ai promotori del «neo-taxilismo», tanto più che la redazione di questa rivista
li ha presentati con una nota molto dura, ove leggiamo, fra l’altro: «Non ci spieghiamo
bene il motivo di questo incredibile tentativo di risurrezione del “taxilismo”.
E lo si spiega ancora meno se si pensa che le nuove prove, annunciate,
conclamate a suon di tromba, si riducono esattamente a niente». Siamo
perfettamente d’accordo; e la nota in questione si conclude con questa frase,
che potrebbe fornire la chiave di parecchie cose: «L’Intelligence Service,
quest’anno, è stato prodigo nella diffusione di segreti di questa specie. Il
che non è affatto rassicurante». Di tutto questo, fino ad oggi, la R.I.S.S.
non ha fatto parola.
Le Voile d’Isis,
febbraio 1930.
‑ Le Symbolisme (n° di
marzo) pubblica il testo di una conferenza di A. Dreyfus-Hirtz su Les
forces supérieures de l’esprit (Le forze superiori dello spirito), che
contiene alcune idee interessanti, ma espresse in maniera un po’ confusa.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin
dello Iowa (nn. di febbraio e marzo) troviamo diversi articoli sul
simbolismo dell’ape e
142
dell’alveare, da cui risulta che le idee di
industriosità e di carità che attualmente vi si annettono sono molto recenti,
mentre, all’origine, l’ape era soprattutto un simbolo di risurrezione e di
immortalità.
‑ Le Compagnonnage (nº di
marzo) pubblica un processo verbale di riconoscimento dei Compagnoni del
Dovere conciatori di pelli, del 1300; nonostante l’ortografia arcaica di questo
documento, ci sembra un po’ dubbio che possa risalire veramente ad un’epoca
così remota; non è che si tratti piuttosto del 1500?
‑ Abbiamo ricevuto i primi tre numeri (gennaio,
febbraio e marzo) della rivista tedesca Hain der Isis,
diretta dal dr. Henri Birven, e dedicata «alla Magia come problema culturale e
concezione del niondo»; anche qui ritroviamo alcuni scritti del «Maestro
Therion», altrimenti detto Aleister Crowley; senz’altro avremo occasione di
riparlarne.
‑ Sembra che nessuno abbia il diritto di
parlare favorevolmente delle nostre opere; per lo meno questa è la pretesa
della Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 9
febbraio), la quale si permette di rimproverare una rivista svizzera, per
aver pubblicato una recensione del nostro ultimo libro, tenuto conto che finge
di scambiarla per un annuncio pubblicitario, quando si sa benissimo che noi non
usiamo questo genere di réclame; siamo al limite del grottesco!
Gli articoli della serie Diana Vaughan
a-t-elle existé? diventano sempre più insignificanti: uno (n° del 9
febbraio) è dedicato a delle storielle più o meno stravaganti sulla morte
di Spinoza, che i Rosa-Croce (?) avrebbero avvelenato dopo essersi serviti di
lui; un altro (n° del 23 febbraio), che parla di Bacone, finisce col
trattare Joseph de Maistre, a proposito della sua Mémoire au duc de
Brunswick, da «ingenuo sempliciotto» (sic); e anche questa è un po’
grossa.
Dopo Léo Taxil, adesso sembra che si voglia
riabilitare l’ex rabbino Paul Rosen (n° del 6 aprile); a quando la
riabilitazione
143
di Domenico Margiotta e di qualche altro
ancora?
Nella «parte occultista» (nn. del 1º marzo
e del 1º aprile) troviamo la prima parte di uno studio su Bô Yin Râ, la cui
dottrina è chiamata «un saggio contemporaneo di mistica nietzschiana».
Nel primo di questi due numeri, de Guillebert
prosegue le sue malsane fantasticherie, questa volta a proposito di un libro di
L. Hoyack, Retour à l’univers des anciens (Ritorno all’universo degli
antichi); nel secondo numero egli insegna con fare compassato che l’idolatria
consiste nel culto delle lettere dell’alfabeto, o meglio delle consonanti; il
che è un po’ sorprendente.
Infine, nel n° del 1º aprile, un altro
collaboratore che si firma Jean Claude, commenta alla sua maniera un testo
alchemico di Basilio Valentino, nel quale crede di trovare delle importanti
indicazioni sulle origini della Massoneria; è appena il caso di dire che si
tratta di un lavoro di pura immaginazione.
Le Voile d’Isis, giugno 1930.
‑ Il Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (nº di aprile) continua lo studio del simbolismo dell’alveare e
riproduce un vecchio articolo nel quale il parallelismo fra l’alveare e la
Loggia massonica sembra essere un po’ troppo forzato.
‑ Ne Le Symbolisme (nº di
aprile) segnaliamo un articolo di Oswald Wirth intitolato L’Enigme de la
Franc-Maçonnerie (L’Enigma della Massoneria), a proposito di un recente
libro di G. Huard.
‑ Diana Vaughan a-t-elle existé?,
quest’interrogativo continua ad essere all’ordine del giorno della Revue
Internationale des Sociétés Secrètes; questa volta (nº del 23 marzo)
si parla di Filalete, altrimenti detto Thomas Vaughan, supposto antenato
dell’eroina di Léo Taxil. In merito vengono riprodotti
144
alcuni brani dell’abate Lenglet-Dufresnoy e di
Louis Figuier, con la pretesa che essi contengano degli «enigmi indecifrabili»
e che «occorrerebbe che venisse Diana Vaughan per fornircene la chiave»; e
questa chiave è... che «il Mercurio dei Saggi e Satana sono tutt’uno»! A quale
clientela di ignoranti la R.I.S.S. può sperare di far accettare simili
enormità?
Le Voile d’Isis,
luglio 1930.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
maggio) un articolo di Armand Bédarride, intitolato Un problème de
méthode (Un problema di metodo), mette in risalto alcune delle differenze
che esistono fra l’insegnamento iniziatico e l’insegnamento profano.
Nel nº di giugno, Oswald Wirth prende
in considerazione un Dédoublement de la Franc-Maçonnerie (Sdoppiamento
della Massoneria); si avrebbero «dei Massoni secondo la lettera ed altri
secondo lo spirito»; l’intenzione è sicuramente eccellente, ma, dato lo stato
attuale della Massoneria, ci sembra molto difficile da realizzare.
Nel n° di luglio vi è un altro articolo
di Oswald Wirth su L’hérésie biblique (L’eresia biblica) (a proposito
della Massoneria anglosassone) che è svolto da un punto di vista molto
esteriore: la disconoscenza del vero carattere dei Libri sacri, qualunque essi
siano, da parte di uomini che dicono di rifarsi ad una tradizione iniziatica,
ci causa sempre un certo stupore.
‑ Il Grand Lodge Bulletin
dello Iowa, col suo n° di maggio, termina lo studio sul simbolismo
dell’alveare.
Il n° di giugno contiene alcune
indicazioni interessanti su dei vecchi libri, nei quali si parla della
Massoneria.
‑ Nella «parte occultista» della Revue
Internationale des Sociétés Secrètes (n° del lº maggio), de
Guillebert, in un articolo intitolato Science et Magie (Scienza e
Magia), immagina di scoprire delle intenzioni «esoteriche» nelle
145
teorie più «profane» della scienza
contemporanea.
In un altro articolo (n° del 1º giugno)
intitolato Occultisme scientifique (Occultismo scientifico), egli
continua il discorso e se la prende in modo particolare con Maxwell,
Jollivet-Castelot e Paul Choisnard, in cui vede gli agenti di un piano che
tenta di annettere la scienza ufficiale all’«occultismo»!
Peraltro, per quanto riguarda Choisnard,
finisce con l’essere costretto a ritrattare, nel numero successivo (n° del
1º luglio), con un post scriptum ad un articolo su Jacob Böhme, ispirato al
numero speciale de Le Voile d’Isis, e redatto in maniera tale che è
quasi impossibile distinguere le citazioni dalle riflessioni personali
dell’autore. Facciamo solo notare la straordinaria affermazione che Jacob Böhme
era Ebreo; ma è proprio un’ossessione!
Nei nn. del 1º maggio e del 1º luglio,
troviamo anche l’ultima parte dello studio su Bô Yin Râ, che avevamo già
segnalato, e nel n° di giugno una risposta alle precisazioni di Henri
Durville a proposito de L’Ordine Eudiaco. In fondo, Durville dovrebbe
sentirsi lusingato nel vedersi considerato come un’«Autorità Superiore», in
grado di trasmettere un’«Iniziazione Superiore», e più vicino alle «Alte
Potenze Occulte» di quanto lo sia la stessa Massoneria! Questa controversia non
ci interessa, ma dobbiamo rilevare un errore materiale: i libri di Éliphas Levi
non sono mai stati «messi all’indice dalla Chiesa» (cfr. P. Chacornac, Éliphas
Levi, p. 184, ove è chiarita questa questione).
Fuori dalla «parte occultista», segnaliamo un
articolo intitolato Les Porte-lumière des Ténèbres (I Portabandiera
delle Tenebre) (nº del 6 luglio), a proposito di un recente libro
inglese dedicato alla Stella Matutina, continuazione della vecchia Golden
Dawn, e ad altre organizzazioni più o meno dipendenti da Aleister Crowley.
Infine, per concludere, una cosa divertente
che abbiamo trovato in un articolo su Un Congrès universel des religions
contre la guerre (Un Congresso universale delle religioni contro la guerra)
(n° del 20 luglio): descrivendo la copertina dei resoconti dei lavori
del «Comitato preparatorio», viene
146
segnalata «un’iscrizione in esperanto (o ido o
altro): Santi Pax Salaam». Ora, questa iscrizione è composta, molto
semplicemente, dalla parola «Pace» in sanscrito, in latino e in arabo; che
ammirabili linguisti questi redattori della R.I.S.S.!
Le Voile d’Isis,
ottobre 1930.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
agosto-settembre) Oswald Wirth pubblica un articolo su L’Étude du Tarot
(Lo studio dei Tarocchi), come «introduzione alla decifrazione dei ventidue
arcani»; notiamo che vi è contenuto un apprezzamento elogiativo su Éliphas
levi, qualificato come «geniale occultista», apprezzamento che ci sembra un po’
in contraddizione con quanto l’autore ha scritto in altre occasioni.
‑ Nella Revue Internationale des
Sociétés Secrètes («parte occultista», n° del 1º agosto) de
Guillebert intitola Précision (Precisazione) un articolo... molto poco
preciso. Un certo Tozza, che ha pubblicato nel Lotus Bleu un
articolo che, con un po’ di buona volontà, si può far rientrare nella
definizione bizzarra che lo stesso de Guillebert ha dato dell’«occultismo», si
vede attribuire, in materia «iniziatica», un’autorità di cui sicuramente sarà
il primo a sorprendersi. Quanto alla pretesa di far andare d’accordo, sotto lo
stesso fin troppo comodo vocabolo di «occultismo», le cose più diverse,
compreso lo spiritismo, è chiaro che si tratta di pura e semplice
immaginazione... o di uno scherzo di cattivo gusto; ed è appena il caso di
aggiungere che l’autore dell’articolo, che impiega ad ogni pie’ sospinto la
parola «iniziazione», non ha la minima nozione del suo vero significato.
Nel n° del 27 luglio, vi è un nuovo
articolo su Diana Vaughan, che ripercorre alcuni episodi relativi alle
polemiche che scoppiarono al momento della pubblicazione delle sue Memorie.
Si vorrebbe trarre profitto dal fatto che Waite credette all’esistenza di Diana
Vaughan, e sembrerebbe che egli dovesse sapere di che cosa si trattava... in
qualità
147
di membro della Societas Rosicruciana
d’Inghilterra; quando appena si sa che cosa sia realmente questa Societas
Rosicruciana, non si può fare a meno di ridere (per non dire di più) di
simili affermazioni.
Nel n° del 3 agosto una nota intitolata
La Rose-Croix du XX siècle (La Rosa-Croce del XX secolo), ma nella quale
non si parla affatto di Rosa-Croce, inizia con un compendio della storia del
«Martinismo» in Russia, all’epoca di Saint-Martin, e termina con un’accusa di
«luciferismo» contro il filosofo Vladimir Soloviev ed i suoi «discepoli»,
Dimitri Merejkovsky, Nicolas Berdiaef e Valentin Speransky. A forza di vedere
del «satanismo» dappertutto, i redattori della R.I.S.S. finiranno col
non essere più tanto sicuri, forse, di non aver subito anche loro un certo
contagio!
Le Voile d’Isis,
novembre 1930.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
ottobre), un articolo intitolato La Maçonnerie sacerdotale (La
Massoneria sacerdotale) (sarebbe stato meglio dire «pseudo-sacerdotale») e
firmato Diogène Gondeau, costituisce una buona critica delle visioni dell’Ill\F\ (e mons.) Leadbeater e della
storia fantastica del «Capo di tutti i veri Massoni».
Un altro articolo di A. Siouville, su L’Oraison
Dominicale, non è altro che un saggio di esegesi modernista: sembra che il Pater
abbia «un carattere puramente ebraico»; non riusciamo a comprendere come tutto
questo possa aiutare a penetrarne il significato profondo.
Nel n° di novembre, Oswald Wirth
continua a prendersela con La Maçonnerie dogmatique (Massoneria
dogmatica), vale a dire con la Massoneria anglosassone, a proposito delle
questioni di «regolarità».
Due risposte a degli articoli precedenti: Apologie
de la Bible (Apologia della Bibbia) di Elie Benveniste, il quale d’altronde
non vi vede altro che il Decalogo, il che è un punto di vista alquanto
ristretto; e Plaidoyer pour l’Occultisme
148
(Difesa dell’Occultismo), di Marius Lepage,
che ci sembra molto entusiasta di questo «occultismo» contemporaneo, ove si
trova un po’ di tutto salvo la vera conoscenza iniziatica (che la maggior parte
dei suoi avversari, peraltro, non possiede di certo); la giovane età che egli
confessa scusa le sue illusioni, che il tempo si incaricherà senza dubbio di
dissipare.
‑ Hain der Isis (nn. di
agosto. settembre e ottobre) continua a presentarsi soprattutto come
l’organo dei discepoli o dei sostenitori di Aleister Crowley. A proposito di
quest’ultimo, segnaliamo che è stata annunciata la sua sparizione: sarebbe
annegato volontariamente in Portogallo, il 24 settembre scorso; non sappiamo se
la notizia sia stata confermata.
‑ Les Cahiers de l’Ordre,
organo antimassonico, che aveva interrotto le pubblicazioni all’inizio
dell’anno, le ha riprese a settembre. Vi abbiamo notato la propaganda di
un «Partito nazional-popolare francese antiebraico», il quale, a imitazione dei
«razzisti» tedeschi, ha preso come emblema lo swastika; a cosa mai possono
servire i simboli quando non li si comprende più?
‑ Il n° del 1º settembre della Revue
Internationale des Sociétés Secrètes («parte occultista»), si apre con
uno studio di de Guillebert, intitolato Antisémitisme (Antisemitismo),
meno «eccentrico» di molti altri dello stesso autore, ma nel quale, come
sempre, l’influenza ebraica è presentata in maniera esagerata.
Segue poi uno «sguardo alle riviste», in cui
dobbiamo rilevare uno strano procedimento, già usato nei confronti di alcuni
articoli de Le Voile d’Isis di giugno, che consiste nell’accostare dei
tratti di frasi diverse, isolate dal loro contesto, permettendo così,
evidentemente, di ricavarne il significato che si vuole. Segnaliamo anche, che
ci si fa dire che la conoscenza dei «piccoli misteri» si acquisirebbe
percorrendo i «nomi delle cose»; il che non ha alcun significato; noi avevamo
scritto: la «ruota delle cose».
149
Sempre nello stesso numero, un articolo del
dr. G. Mariani, intitolato Les Doctrines Kaïnites dans la F\M\: un conte symbolique de Gérard de Nerval (Le
Dottrine Cainite nella M\: un
racconto simbolico di Gérard de Nerval), attribuisce una importanza alquanto
eccessiva ad una fantasia nella quale il suo autore ha mischiato degli elementi
di diversa provenienza insieme ai prodotti della sua immaginazione; la verità è
che questo racconto della regina di Saba è una «fonte» alla quale hanno attinto
numerosi antimassoni, che non hanno esitato a presentarlo come l’autentica
leggenda di Hiram. Quanto alle allusioni al «Re del mondo», contenute
nell’articolo, per adesso ci limitiamo a prenderne nota, attendendo il
seguito... se ce ne sarà uno.
Nel n° dei 1º ottobre (sempre nella
«parte occultista»), de Guillebert intitola il suo articolo, Les Polaires
(I Polari); dovremo forse parlare molto presto di questa bizzarra storia, la
quale peraltro, qui, è usata solo come pretesto per delle considerazioni molto
confuse sulla «mistica occulta».
Il dr. Mariani studia L’Occultisme dans les
pays anglosaxons (L’Occultismo nei paesi anglosassoni), basandosi su i «Light-Bearers
of Darkness» (I Portabandiera delle Tenebre) di «Inquire Within»;
l’autore di questo libro, di cui abbiamo già parlato, ha largamente utilizzato
il nostro lavoro sul Teosofismo, ma a fianco ad alcune informazioni
serie ed esatte egli ne pone molte altre che possono essere accettate solo col
beneficio d’inventario.
Notiamo infine, a proposito di Diana Vaughan (n°
del 12 ottobre), un articolo intitolato Puissance dogmatique
(Potenza dogmatica), nel quale ci si sforza di provare che ciò che è così
chiamato nella Massoneria scozzese sarebbe qualcosa di diverso dal Supremo
Consiglio di ciascun paese; l’argomentazione non sta in piedi...e non senza
motivo.
Le Voile d’Isis,
dicembre 1930.
150
‑ Il n° di novembre di Eudia
è dedicato al Livre du Sômatiste (Libro del Somatico), uscito da poco;
questa designazione di «somatico» (dal greco soma, corpo) è quella del
primo dei tre «gradi minori» dell’«iniziazione eudiaca»; il secondo è quello di
«dianotico» (da dianoia, intendimento), e il terzo è quello di
«pneumatico» (da pneuma, soffio); quanto ai «gradi maggiori», ancora non
se ne parla... Troppe fantasie sugli antichi misteri egizi; non è certo con dei
tentativi di ricostruzione di questo genere, senza la minima trasmissione
regolare (e non senza motivo!), che si arriverà mai a realizzare una
iniziazione autentica ed effettiva.
‑ Ne Le Symbolisme di dicembre,
vi è un nuovo articolo di Diogène Gondeau su Occultisme et Franc-Maçonnerie
(Occultismo e Massoneria), che fa una distinzione molto giusta e ragionevole
fra l’occultismo serio e... il resto; ma, per evitare ogni possibile
confusione, non sarebbe meglio abbandonare puramente e semplicemente a
quest’ultimo questa denominazione tanto screditata, la quale peraltro è stata
inventata da poco e quindi non ha neanche ciò che si potrebbe chiamare un
valore «storico»?
‑ Nel Gran Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di ottobre) si trova una discussione sul tempo che si presume
sia trascorso fra la morte di Hiram e la scoperta del suo corpo da parte di
Salomone: alcuni dicono quattordici giorni, altri quindici. I brani citati
contengono delle considerazioni interessanti, in particolare sulle
corrispondenze astronomiche (si tratterebbe della durata della semi-lunazione
decrescente) e sugli accostamenti che è opportuno fare con la leggenda di
Osiris.
‑ Il n° del 1º novembre della Revue
Internationale des Sociétés Secrètes («parte occultista») è composto
quasi interamente da un articolo del dr. G. Mariani su Le Christ-Roi et le
Roi du Monde (Il Cristo Re e il Re del Mondo), il quale contiene molte
frasi elogiative nei nostri confronti, frasi che
151
nascondono delle insinuazioni alquanto
perfide. Non esamineremo nei particolari, almeno per ora, tutti i punti sui
quali ci sarebbe qualcosa da dire, ve ne sono troppi infatti; ci limiteremo
solo ai più importanti. Per prima cosa, com’è possibile sostenere seriamente,
dopo le spiegazioni che abbiamo esposte nel nostro libro, che il «Re del Mondo»
(designazione peraltro fortemente esoterica, come abbiamo avuto cura di far
notare) non è altri che il Princeps hujus mundi del Vangelo? Questo non
è affatto quello che noi pensiamo, e riteniamo anche che non si possa
identificare, almeno in buona fede, l’Agartha con la «Gran Loggia
Bianca», cioè con la caricatura che ne è derivata dalla immaginazione dei
Teosofisti; né pensiamo che si possa interpretare in senso «infernale» la sua
collocazione «sotterranea», cioè nascosta agli uomini ordinari nel corso del Kali-Yuga.
D’altronde, quando l’autore, a proposito dei testi ebraici, afferma che sono
solo «certi Kabbalisti» che danno al «loro Dio» (sic) il titolo di «Re
del Mondo», dimostra di ignorare le formule delle preghiere ebraiche più
comuni, in cui questa espressione di Melek ha-Olam ritorna
costantemente. Ma vi è di meglio: si sostiene che il «Re del Mondo» è
l’Anticristo (e la redazione della rivista ha creduto opportuno, a questo
punto, aggiungere una nota che chiama a sostegno il Segreto della Salette!);
fino ad oggi non avevamo mai sospettato che l’Anticristo esistesse già, né
soprattutto che fosse sempre esistito fin dall’origine dell’umanità! In verità,
questo fornisce all’autore la possibilità di presentarci, in modo a malapena
dissimulato, come particolarmente incaricato di preparare la prossima
manifestazione del suddetto Anticristo; potremmo limitarci a sorridere di
queste storie fantastiche, se non sapessimo fin troppo bene quanto esse siano
idonee ad interessare morbosamente certe persone che non hanno proprio bisogno
di queste cose... D’altra parte, si pretende di identificare la «nostra
dottrina» (sic) con l’«eresia di Nestorio», che in realtà per noi non ha
il minimo interesse, per la semplice ragione che noi non ci poniamo mai dal
punto di vista della religione exoterica, con la quale, peraltro, coloro che
vengono
152
comunemente detti «Nestoriani», ed ai quali
noi abbiamo alluso, non avevano sicuramente niente a che vedere; si dimentica,
più o meno volontariamente, che questa dottrina è anteriore di ben sei secoli
al Cristianesimo e che non è con quest’ultimo che il mondo è cominciato; e si
dimentica anche che l’iniziazione degli Kshatriya, da cui derivano
apparentemente questi pretesi «Nestoriani», comporta, in ogni caso, solo le
applicazioni contingenti e secondarie della detta dottrina; noi, peraltro,
abbiamo spiegato più volte la differenza fra i Brâhmani e gli Kshatriya, ed
abbiamo fatto capire che il ruolo di questi ultimi non potrebbe in alcun caso
essere il nostro. Infine, notiamo una deduzione veramente mostruosa, contro la
quale non potremmo mai protestare abbastanza: si osa accusarci (invocando
l’autorità di un certo Robert Desoille, che non conosciamo minimamente) di
tendenze «materialiste» e «politiche»! Ora, e tutto quello che abbiamo scritto
lo prova sovrabbondantemente, noi proviamo solo la più grande indifferenza per
la politica e per tutto quello che ad essa si ricollega, da vicino o da
lontano, e non esageriamo affatto dicendo che le cose che non derivano
dall’ambito spirituale, per noi non contano; d’altronde, che si pensi che noi
abbiamo torto o ragione, poco importa, il fatto incontestabile è che è così e
basta; dunque, o l’autore dell’articolo è incosciente o inganna i suoi lettori
per uno scopo che non vogliamo neanche tentare di definire. D’altra parte, noi
abbiamo personalmente ricevuto, dallo stesso dr. G. Mariani, una lettera così
strana, che la prima di queste due ipotesi ci sembra la meno inverosimile, e
dal momento che l’articolo avrà un seguito, se sarà il caso vi ritorneremo.
Segnaliamo anche, nel n° del 7 dicembre
della stessa rivista, la conclusione della lunga serie di articoli intitolata Diana
Vaughan a-t-elle existé? In definitiva, questa conclusione vuole dimostrare
che non è possibile che Taxil abbia inventato tutto; in effetti, si sa bene che
questi ha pescato un po’ dappertutto in diversi documenti, peraltro
travisandoli spesso, e si sa che aveva anche dei collaboratori, non fosse altri
che il famoso dr. Hacks; quanto invece a pretendere che
153
in questa documentazione, tanto abbondante
quanto eccentrica, vi sia la prova dell’esistenza di Diana Vaughan e delle sue
«carte di famiglia», questo è veramente poco serio. Sembra anche che Taxil non
avrebbe potuto, da sé, fare «questa rivelazione sensazionale che l’essenza
dell’alchimia è il patto con Satana»; e a questo punto, tutti coloro che hanno
la minima nozione di ciò che è l’alchimia non potranno impedirsi dallo
scoppiare a ridere!
Le Voile d’Isis,
febbraio 1931.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin
dello Iowa (n° di dicembre), si parla della questione dei «gioielli
mobili ed immobili», questione sulla quale i rituali inglesi ed americani sono
ben lontani dall’essere d’accordo: gli uni chiamano «mobili» quelli che gli
altri chiamano «immobili», e viceversa.
‑ Abbiamo precedentemente segnalato
l’apparizione di una pubblicazione intitolata La Flèche, che fin
dai suoi esordi ci era parsa molto sospetta; noi non abbiamo visto il n° 2, che
sembra sia stato sequestrato; ma il n° 3 (del 15 dicembre) contiene una
esplicita professione di «luciferismo», ed anche di «satanismo», redatta in
termini che sembrano, in gran parte, provenire dalle elucubrazioni alla Taxil o
all’Élue du Dragon; certo non possiamo prendere sul serio queste storie,
ma non possiamo neanche sottovalutare le intenzioni che si nascondono in tutto
questo. Il vero esoterismo e la tradizione iniziatica non hanno niente a che
vedere con queste divagazioni malsane; e il fatto che si pretenda di
mischiarvele ci induce a chiederci se non siamo in presenza di una nuova
montatura alla Diana Vaughan...
‑ Il n° del 1º dicembre («parte
occultista»), della Revue Internationale des Sociétés Secrètes,
contiene un articolo di de Guillebert sulla traduzione del Siphra
di-Tzeniutha di P. Vulliaud; questo articolo, il cui tono uniformemente
elogiativo
154
ci ha un po’ sorpreso, inizia con dei ricordi
sul fu Le Chartier e la sua cerchia (il che ci riporta ancora all’affare
Taxil); sappiamo da molto tempo che de Guillebert è stato effettivamente in
relazioni con questo strano ambiente, ma è la prima volta, salvo errore, che lo
leggiamo per mano dello stesso interessato; e perché allora, lui che ha
conosciuto molto bene Jules Doinel, prova il bisogno di fame un «vintrasiano»?
Per altro verso, è curioso constatare che, mentre in questo articolo si parla
della serietà degli studi kabbalistici, una nota posta alla fine dello stesso
numero parla di «grossolane superstizioni della cabala» (sic); forse i
redattori dovrebbero preoccuparsi di mettersi un po’ d’accordo fra loro!
Ancora in questo stesso numero, vi è un
articolo del dr. Mariani su Un guérisseur: le «Professeur» Michaux (Un
guaritore: il «Professor» Michaux), che è una critica molto divertente e in
gran parte giustificata; vi è poi il seguito, già annunciato, dell’articolo su Le
Christ-Roi et le Roi du Monde; queste note, che riguardano l’Asgard
dei Dialogues philosophiques (Dialoghi filosofici) di Renan, e il Mundus
Subterraneus di P. Kircher, non aggiungono un gran che all’articolo in
questione.
Nel n° del 1º gennaio (sempre nella
«parte occultista»), de Guillebert pubblica un suo articolo intitolato Ésotérisme,
Érotisme (Esoterismo, Erotismo); si tratta della questione de La Flèche,
che evidentemente viene sfruttata nell’ottica delle tesi particolari sostenute
dalla R.I.S.S.; ma che rapporto c’è fra questa questione e le ricerche
chimiche, o «iperchimiche» se si vuole, di Jollivet-Castelot?
Vi è poi un articolo di Gustave Bord su Le
Serpent Vert (Il Serpente Verde) di Gœthe, che è un saggio di
interpretazione forse ancora più oscuro dello stesso racconto; crediamo di
capire che il suo autore si sforza di ricondurre tutto il simbolismo ad un
significato esclusivamente politico o sociale; ma non riusciamo a sapere, alla
fine, se egli ammette o no l’esistenza reale del «segreto della Massoneria».
Le Voile d’Isis, marzo
1931.
155
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
gennaio), sotto il titolo Le Devoir latin (Il Dovere latino), Oswald
Wirth continua a prendersela con la Massoneria anglosassone; le rimprovera di
essere infedele allo spirito delle Costituzioni del 1723, nelle quali egli
ritiene di vedere l’espressione della «Massoneria tradizionale», quando invece
queste rappresentano una rottura con la tradizione.
Il n° di febbraio della stessa rivista
è occupato, in gran parte, dalle discussioni sulla Bibbia; ognuno vuole dire la
sua e se ne ricava un’impressione un po’ caotica; dubitiamo molto che dallo
scontro di tutte queste idee disparate possa scaturire il minimo chiarimento.
‑ Nella Revue Internationale des
Sociétés Secrètes («parte occultista», n° del 1º febbraio) il
dr. G. Mariani intitola Philosophie, Religion, Magie (Filosofia,
Religione, Magia), una sorta di sommario dal quale sarebbe difficile trarre la
minima nozione esatta, e di cui appare poco chiara perfino l’intenzione.
Sotto il titolo Les Revues (Le
Riviste), H. de Guillebert si occupa soprattutto de Le Voile d’Isis, e
in particolare dei nostri articoli e delle nostre recensioni; egli resta fedele
al suo metodo delle citazioni monche, per non dire truccate (vogliamo credere
che le omissioni che le snaturano siano dovute alla negligenza dei tipografi o
dei correttori); la cosa buffa è che rimprovera a noi di «troncare o truccare i
testi delle cronache incriminate, per renderne più facile la correzione»!
Questo ci fa pensare alla storia evangelica della pagliuzza e della trave;
forse, de Guillebert vorrebbe che riproducessimo «in extenso» tutti gli
articoli che menzioniamo, o quanto meno i suoi... Tuttavia, vi è un punto sul
quale siamo completamente d’accordo con lui: che «la discussione non è sempre
il mezzo migliore per far scaturire la chiarezza»; ma questa dichiarazione non
è certo al suo posto in una pubblicazione dedita alla polemica! Per il resto,
ci limiteremo a far notare: 1º, che noi avevamo rilevato il carattere sospetto
de La Flèche prima ancora della R.I.S.S.; 2º, che una porcheria,
156
da qualunque parte provenga, per noi non
cambia la sua caratteristica, e dal momento che noi siamo completamente
indipendenti non proviamo alcun imbarazzo nel denunciarla; e non siamo certo
noi che potevamo qualificare come «fatti di conoscenza» (sic)
un’elucubrazione pornografica come quella che il nostro contraddittore si
permette di riprodurre; 3º, che noi respingiamo con forza ogni solidarietà con
i teosofisti, occultisti o altri «neo-spiritualisti» di tutti i generi e di
tutte le scuole, i quali non rappresentano che delle contraffazioni
dell’esoterismo, come tutti i nostri scritti, peraltro, provano
sovrabbondantemente, e pretendere il contrario può solo voler dire ignoranza o
mala fede; 4º ed ultimo, che noi non conosciamo affatto dei «fratelli in iniziazione»
nel mondo occidentale, ove, d’altronde, non abbiamo mai incontrato un iniziato
autentico. Preghiamo de Guillebert ed i suoi collaboratori di prendere nota di
queste osservazioni, una volta per tutte, poiché la pazienza ha un limite, e
ormai siamo in presenza di accostamenti il cui carattere diffamatorio non
potrebbe essere contestato.
Le Voile d’Isis,
aprile 1931.
‑ Ne Le Symbolisme (nn. di
marzo e aprile), si svolge il seguito della discussione sulla presenza
della Bibbia nelle Logge, sulla sua sostituzione con un «libro bianco», ecc.;
discussione piena di confusione e costantemente influenzata dai punti di vista
più «profani»; in questo caso, non è solo in senso simbolico che si può parlare
della «Parola perduta»!
‑ Nella Revue Internationale des
Sociétés Secrètes (nº del 1º marzo, «parte occultista»), H. de
Guillebert intitola Sous le signe du Tétragramme (Sotto il segno del
Tetragramma) un articolo nel quale continua ad esporre le sue concezioni molto
particolari sulla Kabbala e sull’alfabeto ebraico.
Nello stesso numero e nel seguente (n° del
1º aprile) troviamo la prima parte di uno studio del dr. Mariani che ha per
titolo L’Islam et l’Occultisme (L’Islam e l’Occultismo);
157
l’impiego di questo termine «occultismo», che
in Oriente non significa nulla, è piuttosto fastidioso; peraltro, vi sono delle
giuste critiche nei confronti di certi orientalisti, e l’indicazione di alcuni
accostamenti curiosi, ma che avrebbero un gran bisogno di essere «delucidati»,
e soprattutto interpretati al di fuori di ogni partito preso.
‑ La direzione de Le Voile d’Isis ha
ricevuto la seguente lettera:
«Monsieur,
«Nel n° 134 de Le Voile d’Isis, avete
pubblicato alcune righe che il sig. Guénon mi fa l’onore di dedicare al mio
articolo, Le Christ-Roi et le
Roi du Monde (R.I.S.S.).
«Il sig. Guénon, che senza dubbio non ha avuto
il tempo di rivolgere al mio studio che solo un’attenzione superficiale, ha
male interpretato il mio pensiero, su due punti almeno.
«1º È inesatto che io confonda l’Agartha con la
Gran Loggia Bianca. Al contrario, parlando del ruolo che quest’ultima svolge
nell’opera di M.me Blavatsky, io cito il seguente passo del sig. Guénon (p.3,
nota 4, § 3): “Se i Mahâtmâs sono stati inventati ‑ cosa che per noi è sicura ‑
non solo questo è avvenuto per servire da copertura alle influenze che agiscono
effettivamente dietro M.me Blavatsky, ma questa invenzione è stata anche concepita sulla base di un modello
preesistente”.
«Quest’ultima parte della frase mi autorizza
quindi a scrivere (p. 9): “Il Re del Mondo stesso siede circondato da un
consiglio di dodici saggi, ‑ che noi identifichiamo alla Gran Loggia Bianca”. È
evidente che questa identificazione è stata fatta solo per comodità di
linguaggio; io ho evitato, servendomene, perifrasi ed inutili ripetizioni.
«2º È inesatto che il sig. R. Desoille ed io
abbiamo addebitato al sig. Guénon delle tendenze materialiste e politiche. Ecco
precisamente cosa ho scritto, su un’osservazione
158
del mio amico (p. 25):
“Ci troviamo in presenza di due tradizioni simmetriche: una che regola i
destini spirituali, mistici di questo mondo; questo Principio, in Dio, si presenta come il Cristo-Re,
di cui San Michele è il luogotenente...; l’altra, relativa al principio che
dirige i destini materiali, politici di questo mondo; questo principio, in Satana, si presenta come l’Anticristo,
di cui il Re del Mondo è il luogotenente... Il sig. Guénon, con la sua
antipatia per il misticismo (misticismo e non mistica
speculativa), tendente naturalmente verso
un’interpretazione materialista, ha visto solo la seconda tradizione”.
«Da questo brano risulta chiaramente che gli
aggettivi “materiali” e “politici” si riferiscono al Re del Mondo e non al sig. Guénon; non ho ancora
spinto la mia stravaganza fino a credere che vi sia identità fra queste due
personalità.
«Inoltre, è evidente che il significato del
termine “materialismo” dell’ultimo paragrafo deve essere inteso solo come in
opposizione a quello di “misticismo” del rigo precedente.
«Infine io richiamo l’attenzione sul fatto che
la nota 4 (p. 25), in cui nomino il sig. Desoille, si riferisce, come vi è scritto,
all’intero paragrafo (relativo al doppio aspetto del problema, teoria
tradizionale peraltro) e non all’ultimo paragrafo (relativo al sig. Guénon), il
mio amico, ancor più di me, rifugge da ogni polemica.
«Confesso d altronde molto volentieri di
ignorare, in mancanza di pratica, le preghiere ebraiche; io sostengo solo che
il titolo di Re del Mondo non si trova in alcun testo biblico ammesso dal
Cristianesimo e citato nell’enciclica Quas primas sulla Regalità di Gesù.
«Vi chiedo, Monsieur, di voler portare questa
lettera a conoscenza dei vostri lettori e del sig. Guénon: in effetti io ho
molta stima sia per la sua personalità che per il suo valore intellettuale, e
sarei addolorato se questa discussione, invece di mantenersi su un terreno
puramente speculativo, sfociasse in una polemica indegna di lui, e ‑ oso
sperare ‑ di me stesso.
159
«Vi prego, Monsieur, di gradire l’espressione
della mia perfetta considerazione.
«Paris, 1º marzo 1931, Christo regnante.
«G.
Mariani».
Ringraziamo il nostro contraddittore del tono
cortese della sua lettera, ma dobbiamo dire che, in fondo, essa non spiega
nulla e non apporta, sul suo pensiero, molte più precisazioni del suo articolo,
che, del resto, abbiamo letto con tutta l’attenzione necessaria. Se è solo «per
comodità di linguaggio» che ha parlato in quel modo della «Gran Loggia Bianca»,
in ciò è stato ispirato molto male: una cosa non può essere designata
convenientemente tramite il nome della sua contraffazione o della sua parodia;
non era ancora più semplice, allora, parlare dell’Agartha? D’altra
parte, noi non avremmo mai potuto supporre che occorresse che un testo fosse
«ammesso dal Cristianesimo» per essere considerato come appartenente
all’ebraismo autentico! Infine, sul punto più grave, e cioè sul passo
dell’articolo in cui si parla di «tendenze materiali e politiche», constatiamo
subito che l’autore si fa un’idea singolarmente bassa del «Re del Mondo», tanto
che di fatto porrebbe questo personaggio al di sotto dell’ultimo degli iniziati,
dal momento che gli attribuisce un carattere e delle preoccupazioni puramente
«profane»; notiamo poi che egli dà al termine «materialismo» un significato del
tutto arbitrario, facendone l’opposto di «misticismo», quando invece tutti
sanno, a quanto ci consta, che non è mai stato impiegato in questo senso.
Comunque sia, resta il fatto che è proprio a noi che si riferiscono le parole
«tendendo naturalmente verso un’interpretazione materialista», e per questo non
possiamo che rinnovare le nostre più indignate proteste. A riguardo, facciamo
notare che, mentre il punto di vista «materialista» è in tutte le maniere al di
sotto del misticismo, il nostro punto di vista, al contrario, è al di sopra di
questo, tanto che lo stesso misticismo ci appare come qualcosa di
160
ancora troppo «materiale», come si avrà avuto
modo di vedere in tutto quello che abbiamo scritto a proposito; la confusione
qui commessa dal dr. Mariani prova semplicemente, e una volta di più, quanto
sia difficile a certa gente fare la distinzione necessaria tra il dominio
iniziatico e il dominio profano. Quanto alla ripugnanza che egli professa nei
confronti della polemica, ce ne felicitiamo sinceramente, chiedendoci però come
possa conciliarla con la sua collaborazione alla R.I.S.S.! Che si
rassicuri, comunque: noi non accettiamo mai alcuna polemica, non ci
riconosciamo il diritto di abbandonare il nostro terreno per porci su quello
dell’avversario. Per quanto riguarda il sig. Desoille, ci ricordiamo di aver
inteso pronunciare il suo nome solo una volta, prima di aver letto l’articolo
del dr. Mariani, ma in una circostanza talmente bizzarra che, ritrovandolo
nella nota in questione, non abbiamo potuto fare a meno di evitare un
accostamento; ma questa è un’altra storia, che interessa solo noi, e non abbiamo
l’abitudine di intrattenere i nostri lettori con delle questioni personali...
Le Voile d’Isis, giugno 1931.
‑ Nella Revue Internationale des
Sociétés Secrètes (nº del 1º maggio, «parte occultista»), Henri
de Guillebert, col titolo Bons et mauvais procédés (Buone e cattive
maniere), si rivolge ancora a noi, pretendendo di opporci il Symbolisme de
l’Univers (Il Simbolismo dell’Universo) di Hoyack, al che rispondiamo,
molto semplicemente, che le vedute di questi hanno solo l’importanza delle
concezioni individuali, senza alcun carattere tradizionale, e sono tanto meno
suscettibili di «distruggere» ciò che noi abbiamo scritto, per quanto non
crediamo affatto al valore delle «visioni intuitive»; la vera intuizione
intellettuale non ha niente di «visionario». D’altra parte, de Guillebert
sembra alquanto scontento di quello che abbiamo detto a proposito di Le
Chartier, e vorrebbe farci passare per un «nuovo arrivato» in merito a questa
storia, che egli sicuramente credeva perduta nella notte dei tempi; ma
161
qui non si tratta di intuizione né di
ragionamento, ma di fatti, molto semplicemente. Le questioni che il nostro
contraddittore ci pone, con un tono che vorrebbe essere insolente, non ci
impressionano neanche un po’; se noi adesso non gli rispondiamo è perché
riteniamo di non poter essere interrogati da chi non ha alcuna qualità per
farlo; intendiamo essere il solo giudice di ciò che abbiamo da dire e del
momento opportuno per dirlo. Quindi, facciamo solo sapere a de Guillebert che
siamo in possesso di un importante manoscritto di Le Chartier, intitolato Le
Gennaïth-Menngog de Rabbi Eliézer ha‑Kabir, che è esattamente quanto di più
straordinario si possa immaginare del genere «pornografia erudita», e che ci è
bastato confrontare con certi articoli apparsi in tutti i primi numeri della R.I.S.S.,
quasi vent’anni fa, per identificare subito le origini intellettuali, se così
si può dire, dell’autore degli articoli stessi, il quale, a quel tempo, si
nascondeva sotto lo strano ed «anticristico» pseudonimo di Armilous.
Abbiamo anche alcune lettere dello stesso Le Chartier, delle quali una contiene
la traduzione (?) del vero Gennaïth-Menngog, quello di Taxil-Vaughan, ed
un’altra, con la firma in ebraico rabbinico, contiene una ben strana allusione
ad un personaggio misterioso che egli chiama «suo Maestro»; e tutto questo non
data dell’altro ieri... Quanto al «vintraismo» di Jules Doinel, quantunque
questi sia passato effettivamente per molte dottrine diverse, noi continuiamo a
non crederci, tanto più che le spiegazioni fornite non concordano con la realtà
dei fatti e con le date. Aggiungiamo che, se abbiamo parlato di «confessioni»,
è perché questo termine viene impiegato ad ogni pie’ sospinto, nello stile
speciale della R.I.S.S., per qualificare le più naturali
dichiarazioni... quando provengono dagli avversari; la nostra intenzione
ironica non è stata capita. Infine, se «la R.I.S.S. non ha alcuna
speciale teoria», de Guillebert ne ha sicuramente una, e potrebbe essere molto
istruttivo ricercarne la provenienza!
Nello stesso numero, troviamo il seguito dello
studio del dr. Mariani, intitolato L’Islam e l’Occultisme; in esso una
documentazione molto buona, nonostante alcuni errori ed
162
alcune confusioni, è rovinata da delle
interpretazioni di una rivoltante parzialità.
Un altro numero (del 10-17 maggio) è
interamente occupato da un articolo intitolato Les Missionnaires du
Gnosticisme (I Missionari dello Gnosticismo), in realtà si tratta dell’O.T.O.
e del suo fondatore, il fu Theodore Reuss; tutto ciò non ha niente a che vedere
con lo Gnosticismo, ma vi sono delle parole che sono sempre di sicuro effetto
quando si tratta di impressionare certi spiriti, e questa è una di quelle, come
«illuminismo» ne è un’altra. Giustamente, l’autore anonimo dell’articolo
vorrebbe far prendere sul serio i nuovi «Illuminati» di Leopold Engel, la cui
pretesa di ricollegarsi a Weishaupt poggia assolutamente sul nulla. E il dr.
Mariani, da parte sua, non scrive che «il sufismo è solo il nome arabo
dell’illuminismo», cosa che non significa assolutamente niente?
Le Voile d’Isis,
luglio 1931.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
luglio), Oswald Wirth descrive L’Initiation chez les Yagans (L’Iniziazione
presso gli Yagan), abitanti della Terra del Fuoco.
‑ Nella Revue Internationale des
Sociétés Secrètes (n° del 1° giugno, «parte occultista»), H. de
Guillebert si abbandona ancora a delle sgarbate riflessioni sui nostri
articoli; e stavolta gli risponderemo molto semplicemente: 1°, se le nostre
recensioni vengono fatte con un certo ritardo, è perché noi siamo molto lontani
dalle «sale di redazione»... e dal mondo occidentale; 2°, né lui né altri
possono «discutere le nostre idee», per la semplice ragione che noi non
esponiamo ciò che ci appartiene in proprio, ma solo delle idee tradizionali;
3°, per quanto strano possa sembrargli, «la personalità di René Guénon» ci
interessa forse ancor meno che a lui, posto che le personalità, o piuttosto le
individualità, non contano nell’ordine di cose di cui ci occupiamo; e poi, dopo
tutto, è proprio sicuro che attualmente ci sia al mondo
163
qualcuno che porta questo nome? Che lo si
consideri una pura designazione convenzionale, adottata per comodità di
linguaggio, al pari di una qualunque altra: è tutto quello che chiediamo...
Nel n° del 1° luglio, lo stesso autore
intitola Les deux sciences (Le due scienze), un articolo così confuso
che non abbiamo potuto indovinare di quali scienze si tratti.
Con il titolo Le Pouvoir directeur occulte
du Monde (Il Potere che dirige occultamente il Mondo), il dr. Mariani
analizza un libro di una certa Bailey, che sembra essere un bell’esempio di
divagazioni teosofiste sulla «Gran Loggia Bianca».
Sempre in questi due numeri, il dr. Mariani
continua il suo studio su L’Islam e l’Occultisme; ammiriamo la sua
fiducia nelle informazioni degli orientalisti...
Nel n° del 28 giugno, troviamo una
cosiddetta recensione del numero speciale de Le Voile d’Isis sulla Tradition
rosicrucienne (Tradizione rosacruciana); l’autore ha abilmente firmato con
la sola iniziale, H., ma è facilmente riconoscibile dalla delirante
interpretazione di alcune figure simboliche; al suo fianco, Freud farebbe la
figura di un essere ragionevole! Questa volta è troppo, e non ci abbasseremo a
rispondere a simili bazzecole.
Il n° del 5 luglio contiene alcuni
nuovi documenti su Aleister Crowley e l’O.T.O.
Nel n° del 12 luglio, il dr. Mariani
pubblica uno studio storico su Cazotte, che egli chiama Un transfuge de
l’Illuminisme au XVIII siècle (Un transfuga dell’Illuminismo del XVIII
secolo); l’articolo termina con uno strano e imprevedibile attacco contro Le
Forestier, qualificato di M\ del tutto
gratuitamente.
– In seguito alla nostra ultima risposta al
dr. Mariani, Robert Desoille ci ha indirizzato una lunga lettera, dalla quale
risulta che egli si occupa unicamente «di argomenti riguardanti la fisica e la
psicologia», e che professa una sorta di indifferenza nei confronti delle
questioni dottrinali; di
164
questo gli diamo atto ben volentieri.
Sembra che l’osservazione da lui fatta al suo
amico aveva il solo scopo di evitargli «il rimprovero di trattare il problema
in modo settario» (era ora!); ci sembra che non è esattamente in questo modo
che il dr. Mariani ha presentato le cose, perfino nella sua lettera, ma questa
divergenza non ci riguarda per niente; che si spieghino fra loro...
In merito alla storia a cui alludevamo alla
fine della nostra risposta, poiché Desoille sembra ci tenga a conoscerla,
eccola in poche parole: un certo giorno, un personaggio dall’aspetto alquanto
losco si presentò da noi col pretesto di chiedere un impiego come segretario, e
si disse inviato «da uno dei nostri amici»; siccome noi insistemmo per sapere
il nome di questo «amico», egli ci fece il nome di Desoille, che ignoravamo
completamente; notando il nostro stupore, ce ne diede subito un altro, altrettanto
sconosciuto; naturalmente ci affrettammo a congedare l’individuo, ma ci rimase
impresso il nome di Desoille.
Le Voile d’Isis,
ottobre 1931.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
agosto-settembre), con il titolo Église et Franc-Maçonnerie (Chiesa
e Massoneria), troviamo un curioso studio firmato François Ménard e Marius
Lepage; in esso il simbolismo dei Tarocchi è applicato alla questione dei
rapporti fra le due potenze.
Nel n° di ottobre, vi è un articolo di
Oswald Wirth su Rudyard Kipling Franc-Maçon (Rudyard Kipling Massone).
Un altro di Legrain, intitolato Symbolisme
et graphologie (Simbolismo e grafologia), che ci sembra riveli la
concezione molto rudimentale del suo autore circa il simbolismo, associata
peraltro a tutti i pregiudizi dello scientismo evoluzionista.
‑ Nella Revue Internationale des
Sociétés Secrètes (nn. del 1° agosto e del 1° settembre, «parte
occultista»), il dr.
165
Mariani, continuando il suo studio su L’Islam
et l’Occultisme, mischia stranamente le organizzazioni iniziatiche e le
«sette» eterodosse (compreso perfino il Bahaismo occidentalizzato), seguendo un
procedimento che, per quanto concerne anche il mondo cristiano, è stato
frequentemente impiegato dai nemici dell’esoterismo, disconoscendo o facendo
finta di non sapere che religione ed iniziazione costituiscono due domini
completamente distinti.
Nel n° del 1° agosto, lo stesso autore
parla del nostro ultimo libro e di quello di Émile Dermenghem; lo fa alla sua
maniera abituale, di cui il meno che si possa dire è che manca di franchezza.
Non ci soffermeremo a rilevare le affermazioni più o meno bizzarre con cui ci prende
di mira, ma che non ci toccano per niente; citiamo solo, in un altro ordine di
idee, questa frase particolarmente indicativa di una certa mentalità: «Il
cattolicesimo ha solo un significato, e noi l’abbiamo appreso col
catechismo». Se veramente fosse così, che pietà! L’articolo termina poi con
delle perfide insinuazioni nei confronti delle «Edizioni Véga», mentre viene
enunciata nei nostri confronti, con un’intenzione che evitiamo di qualificare,
ma che comprendiamo fin troppo bene, una «predizione» che è esattamente
l’opposto della verità; non diremo di più per il momento, poiché senza dubbio
dovremo ritornarvi su... Diciamo solo, che non abbiamo mai pensato minimamente
di fare de Le Voile d’Isis una «cosa» nostra, e se alcuni dei suoi
collaboratori si ispirano volentieri ai nostri lavori, ciò avviene del tutto
spontaneamente e senza che noi si sia mai fatto nulla per indurveli. In questo
vediamo solo un omaggio reso alla dottrina che esponiamo, in maniera
perfettamente indipendente da ogni considerazione individuale; del resto, se si
continuerà ad... avvelenarci con la «personalità di René Guénon», qualche
giorno finiremo col sopprimerla completamente! Ma i nostri avversari possono
star certi che non ne trarranno alcun vantaggio, anzi proprio il contrario...
Le Voile d’Isis,
novembre 1931.
166
‑ Il n° del 1° ottobre della Revue
Internationale des Sociétés Secrètes («parte occultista») si apre con
una strana lettera, provocata dalle insinuazioni lanciate, nel n° del 1°
agosto, contro le «Edizioni Véga»; in essa, col pretesto di una «messa a
punto», si risponde con altre... falsità ancora più pesanti; non è il caso di
insistere adesso, ma a causa del pregiudizio che tutto ciò ci procura (poiché è
chiaro che siamo sempre noi ad essere presi di mira), esprimiamo le dovute
riserve per le conseguenze che potrebbe comportare questa faccenda singolare.
In una serie di recensioni che seguono, ecco
una nuova diatriba contro le dottrine orientali, accostata, come per caso, a
dei complimenti a Paul Le Cour e ad un elogio ditirambico al F\ Oswald Wirth; il che è sicuramente un po’ banale; è questa l’«unione
sacra» per la «difesa dell’Occidente»?
Ciò che aiuta a crederlo è che, nel numero
seguente, Gabriel Huan, di cui si è già parlato qui, riceve a sua volta le
felicitazioni dal «dr. G. Mariani»...
Il n° del 25 ottobre riporta delle
informazioni relative ad una strana storia di stregoneria, accaduta in
Finlandia, e di cui si attribuisce la responsabilità ad una setta inglese
chiamata Panacea Society. Noi abbiamo sotto gli occhi un libretto
diffuso proprio da questa società, nel quale si dice che essa «è nata dallo
studio delle opere di otto Profeti moderni, da parte di un gruppo di persone
che scoprirono che una Visitazione di Guarigione e di Soccorso (sic)
doveva essere attesa in Inghilterra, all’incirca fra il 1923 e il 1927»; la
lista dei «Profeti» in questione si apre col nome di Jane Leade; fra le altre,
molto meno conosciute, figura al secondo posto Joanna Southcott, del
Devonshire. morta nel 1814. Ora, nelle informazioni citate dalla R.I.S.S.,
Joanna Southcott diventa «Joanna Scout» e vi si dice che è sotterrata nel
cimitero di Helsingfors, quando sembrerebbe certo che non ha mai lasciato
l’Inghilterra; cosa potranno mai significare tutte queste anomalie?
Nel n° del 1° novembre («parte
occultista»), sotto il titolo Lumières suspectes (Luci sospette), il
«dr. G. Mariani» pubblica
167
un articolo conoscitivo sui «Polari», molto
esatto nell’insieme; ma perché la storia delle prefazioni dell’Asia
Mysteriosa, di cui abbiamo già parlato qui, vi è presentata in maniera tale
che è impossibile comprendere che la nostra prefazione venne ritirata prima
ancora della pubblicazione del libro? Verso la fine, vi è anche una nota nella
quale è messo al presente ciò che avrebbe dovuto essere al passato... ed anche
al «passato remoto»; è questa una maniera fin troppo comoda di presentare i
fatti a propria convenienza!
Nelle recensioni delle riviste, sempre del
«dr. G. Mariani», segnaliamo solo una nota molto lunga sulla psicanalisi di
Freud, redatta a proposito di un articolo di Robert Desoille pubblicato su Action
et Pensée; in essa si dice che: «la parte della psicanalisi di Freud che ci
sembra più interessante, la più vera, almeno in linea di principio, è quella
relativa alla simbolica»; ecco una concessione alquanto incresciosa...
Infine, una cosa molto spassosa, per
terminare: in un nostro recente articolo su Sheth, noi abbiamo fatto
allusione ai misteri del «dio dalla testa d’asino»; il «dr. G. Mariani», senza
peraltro farvi riferimento, si mette a parlare anche lui del «dio dalla testa
d’asino», nella R.I.S.S., che imprudenza! Il «sapiente dottore» sembra
veramente ancora troppo giovane per il ruolo che vorrebbe giuocare... o che si
vuole fargli giuocare.
‑ Il «demonismo» della R.I.S.S.
sembra essere contagioso: Les Cahiers de l’Ordre, altra
pubblicazione antimassonica che fino ad oggi era sembrata alquanto ragionevole,
pubblica (n° speciale di ottobre) delle «istruzioni dei capi segreti
della Massoneria Luciferina nel 1870», che sembrano provenire direttamente dal
laboratorio del fu Léo Taxil, benché ci si sia preoccupati di farci sapere che
alcuni (indicati solo con le iniziali) ne sarebbero stati al corrente ancor
prima delle «rivelazioni» dello stesso Taxil, di modo che «si può anche pensare
che questo documento facesse parte dei testi autentici a cui si ispirò e su cui
lavorò Taxil»; come risposta anticipata alle possibili obiezioni, non c’è
male... Questo
168
«documento» è seguito da un «commento» nel
corso del quale vengono denunciati alcuni pretesi agenti esecutivi del «piano
luciferino»: intanto i «surrealisti», il che equivale col dar troppo credito ad
un piccolo gruppo di giovanotti che si divertono con delle facezie di dubbio
gusto; poi, i «Polari», ai quali, negli ambienti antimassonici, si dà
decisamente molta più importanza di quanta ne meritino; e infine La Flèche,
che, almeno questa, si dichiara effettivamente «luciferina» ed anche
«satanista», il che non è una ragione per prenderla sul serio; d’altronde, noi
avevamo previsto che questa storia sarebbe esplosa in questa direzione, ma, a
dire il vero, non è a Les Cahiers de l’Ordre che pensavamo allora.
Le Voile d’Isis,
gennaio 1932.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
dicembre), un altro articolo di Oswald Wirth su L’Unité rnaçonnique
(L’Unità massonica) critica ancora una volta le tendenze della Massoneria
anglosassone, troviamo anche una concezione del «Massonismo» che ha il torto di
misconoscere completamente l’efficacia propria dei riti; non può esservi
iniziazione, non solamente simbolica, ma reale, sotto una forma qualsiasi, al
di fuori del ricollegamento effettivo ad una organizzazione tradizionale.
Sempre dello stesso autore, vi è l’ultima
parte dello studio su L’Initiation chez les Yagans, ormai in corso da
diversi numeri.
Armand Bédarride cerca di dare una Définition
de l’Œuvre (Definizione dell’Opera); egli sembra avvertire certe cose, ma
ricade, quasi subito, nel punto di vista «morale ed umanitario»; se si
trattasse solo di questo, l’uso del simbolismo e del rituale sarebbe veramente
abbastanza inutile.
La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes (n° del 1° dicembre, «parte occultista») annuncia la
morte del suo collaboratore Henri de Guillebert des Essarts; c’è da augurarsi
che il suo tenebroso segreto sia sceso con lui nella tomba.
169
Il resto del numero è occupato da un lungo
articolo su Richard Wagner et la mystique guerrière de l’Allemagne (Richard
Wagner e la mistica guerriera della Germania) firmato «Le Capitoul»; vi si
trova un po’ di tutto, ma soprattutto delle considerazioni stravaganti sulla
«Cabale» (sic), con un insieme caotico di citazioni eteroclite che vanno
dal Dictionnaire de la Conversation alla Revue Spirite e al Bulletin
des Polaires, per finire con le Paroles d’un Croyant; sembra che si
tratti di provare che «Richard Wagner è proprio il cantore dei “Protocolli di
Israele” (sic), ai quali l’armata tedesca serve da mezzo di esecuzione»!
Segnaliamo una strana ipotesi, in base alla quale il Baphomet, il cui
nome «somiglia a Mahomet» (dimenticando che questa è una forma storpiata
di Mohammed), sarebbe stato «la rappresentazione dello stesso dio degli
Egizi, Serapis-Helios (si veda il Larousse), un corpo d’uomo con una testa di
toro»; per la verità, questo «dio dalla testa di toro» ci sembra più fenicio
che egizio, a meno che non sia, molto semplicemente, il «Minotauro» raffigurato
al centro del «Labirinto» che i costruttori del Medioevo tracciarono sul
lastricato di certe chiese; ma non è, piuttosto, che l’autore, più accorto del
suo confratello il «dr. G. Mariani», non abbia osato riparlare del «dio dalla
testa d’asino»?
Le Voile d’Isis,
febbraio 1932.
‑ Le Symbolisme (n° di
gennaio) contiene uno «studio ritualico» di Marius Lepage su L’Incenération
du testament philosophique (L’incenerimento del testamento filosofico).
Armand Bédarride prosegue il suo lavoro sulla Modernisation
de la Maçonnerie (Modernizzazione della Massoneria): qui esamina la
questione dei rituali e del loro adattamento; egli protesta con ragione contro
l’intrusione dello spirito «scientista», che alcuni spingono fino a voler fare
dei rituali qualcosa che assomigli a dei «manuali scolastici»! Notiamo in
questo articolo l’affermazione, sottolineata dall’autore,
170
che la filosofia massonica è più «orientale
che occidentale»; questo è molto vero, ma quanti sono quelli che lo comprendono
oggigiorno?
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di dicembre), vi è un articolo dedicato ad Albert Pike, in cui
si dimostra, tramite delle citazioni dalle sue opere, come questi avesse uno
spirito religioso il più lontano possibile da quel «Sovrano Pontefice
luciferino» delle leggende di Léo Taxil.
Un altro articolo tratta della costruzione del
Tempio di Gerusalemme e delle «miniere di Salomone».
‑ Les Cahiers de l’Ordre (n°
di novembre) esumano un libro sulle «messe nere», pubblicato una ventina
d’anni fa da un «neo-spiritualista», il quale, si dice, per questo fatto
avrebbe attraversato ogni sorta di disavventura; sembra che se ne prepari una
riedizione, attorno alla quale ci si sforzerà, senza dubbio, di fare un po’ di
chiasso negli ambienti antimassonici; e a questo proposito, un richiamo all’Élue
du Dragon non ispira certo una gran fiducia...
Segnaliamo anche, a titolo di curiosità, una
«profezia» del 1553 che viene interpretata come se annunciasse «l’avvento e
l’annientamento della Massoneria».
Il n° di dicembre della stessa rivista
è occupato in gran parte da un Tableau de la Sociologie chrétienne
(Quadro della Sociologia cristiana), in cui vi sono certe idee assai curiose,
ma ben miscelate; perché questa preoccupazione di trovare dei punti d’appoggio
nella scienza moderna, quando questa cambia incessantemente?
Vi sono poi alcuni articoli tratti da
pubblicazioni massoniche, che si dice siano state «trovate in un taxi»; come è
possibile che nelle pubblicazioni antimassoniche si finisce sempre col trovare
storie di questo genere, degne dei più volgari romanzi polizieschi?
‑ Attualmente sembra che gli Albigesi vadano
«di moda»: se ne è fatto l’oggetto di un romanzo, si riprendono gli scavi
171
per ritrovarne le vestigia; così la Revue
Internationale des Sociétés Secrètes (n° di gennaio, «parte
occultista») pubblica anch’essa delle Notes sur l’Albigéisme (Note sul
movimento degli Albigesi), le quali d’altronde non apportano niente di nuovo,
ed in cui l’enigma delle origini, in particolare, non è per niente chiarito.
Dal momento che alla fine di questo articolo troviamo anche un’allusione al «Re
del Mondo», poniamo a riguardo una domanda ben precisa: questa gente che si
dice cattolica considera Melkisedec: come l’Anticristo e la Lettera agli
Ebrei come di ispirazione diabolica oppure, molto semplicemente, non sa di
che cosa parla?
Nello stesso numero, il «dr. G. Mariani»
lancia ancora contro di noi degli attacchi che vorrebbero essere minacciosi, ma
che sono soprattutto volgari; non ci è possibile rispondere a delle così basse
sciocchezze... E poi ha l’ardire di pretendere che «non attacca mai le
persone»; che fa di diverso? Siccome, evidentemente, sarebbe molto comodo
poterci coinvolgere impunemente e senza rischiare alcuna risposta più o meno
imbarazzante, egli ci invita a «librarci (sic) nel puro dominio delle
idee» e a non discostarcene; niente potrebbe essere più gradito, a noi che
intendiamo proprio evitare di porci da un qualunque lato di una qualsiasi
«barricata», sempre che avessimo a che fare con dei contraddittori capaci di
porsi a loro volta sullo stesso terreno; ma sfortunatamente non è questo il
caso. Per di più, diciamo al «dr. G. Mariani»: 1°, che egli fa confusione fra
delle... entità diverse, le cui attività più o meno esteriori non ebbero mai
alcun rapporto fra loro, e di cui alcune, per giunta, hanno cessato d’esistere
ormai da molto tempo; 2°, che l’infallibilità, che del resto non appartiene mai
agli individui come tali, ma solo in quanto essi rappresentano la dottrina
tradizionale, è lungi dall’essere una cosa straordinaria ed esorbitante, mentre
invece ciò che stupisce è, come abbiamo scritto in qualcuno dei nostri lavori,
non tanto che il Papa sia infallibile, ma che sia il solo ad esserlo in tutto
il mondo occidentale; 3°, che tale «distinto filo-atlante» non è per niente
nostro «condiscepolo»,
172
e che noi non abbiamo assolutamente niente a
che vedere con gli pseudo-esoteristi occidentali, a qualunque specie
appartengano; questo lo abbiamo detto tante di quelle volte, che pretendere o
insinuare il contrario equivale ad una diffamazione bella e buona; il «dr. G.
Mariani» saprà certo a quali conseguenze espone così il suo autore...
Su un altro versante, troviamo delle nuove
gentilezze, per non dire di più, indirizzate a G. Huan e al F\ Oswald Wirth, le quali confermano ciò che abbiamo già detto due mesi
fa; decisamente si tratta proprio dell’«unione sacra per la difesa
dell’Occidente», ed i pretesi antimassoni, in realtà, sono solo degli
«anti-orientali»; noi non ne dubitavamo da ormai molto tempo, ma non possiamo
che esser loro grati per avercelo dimostrato con tanta evidenza!
Le Voile d’Isis, marzo
1932.
‑ Le Symbolisme (n° di
febbraio) contiene un articolo di Oswald Wirth su Le Rosicrucisme
(abitualmente si dice «Rosicrucianisme») (Il Rosacrucianesimo): si tratta di
spiegazioni enfatiche sul simbolismo della rosa, della croce e dei numeri; a
dire il vero, non si tratta neanche più di simbolismo, ma, al massimo, di
allegoria; e l’autore dà dell’«iniziazione cristiana» un’idea... che non ha
niente di iniziatico.
In un altro articolo intitolato L’Église
maçonnique anglaise (La Chiesa massonica inglese) e firmato Diogène
Gondeau, troviamo uno strano errore: gli Old Charges sono confusi con le
Costituzioni del 1723, i cui autori si impegnarono, per quanto possibile, a far
sparire proprio gli Old Charges, vale a dire i documenti dell’antica
«Massoneria operativa». Vero è che, in una recente opera antimassonica, il cui
autore è tuttavia un ex Massone, le stesse Costituzioni sono, non meno
stranamente, identificate ai landmarks, i quali invece sono
essenzialmente delle regole che non furono mai scritte ed alle quali non si può
assegnare alcuna origine storica definita.
Nel n° di marzo, Oswald Wirth parla
de La conception
173
initiatique de Gœthe (La concezione iniziatica di Gœthe), in occasione del centenario della
sua morte: da alcune citazioni dal Wilhelm Meister sembra risultare che
Gœthe abbia in qualche modo disconosciuto il valore del rituale; tuttavia
vogliamo credere che, quanto meno, egli sia andato un po’ più in là di un
«razionalismo umanitario».
Armand Bédarride tratta de L’étude de la
morale (Lo studio della morale); vi sarebbe molto da dire sull’argomento,
in particolare per quanto attiene alla connessione fra la degenerescenza
«moralista» e le influenze protestanti che si sono esercitate all’origine della
Massoneria moderna; se in realtà doveva solo trattarsi di morale, a che serviva
il simbolismo? Ci limitiamo a sottolineare, ancora una volta, quanto sia
spiacevole che una poco chiara nozione della «regolarità» iniziatica conduca ad
un «eclettismo» che pone ogni cosa sullo stesso piano e concede alle concezioni
profane uno spazio del tutto illegittimo.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di gennaio), troviamo il seguito dello studio sulla costruzione
del Tempio di Salomone.
Nel n° di febbraio vi è uno studio su
«la pietra angolare e la chiave di volta», che fanno parte del simbolismo della
Massoneria dell’Arco Reale.
‑ La Flèche è riapparsa dopo
un’assenza di qualche mese, vi ritroviamo, senza alcun cambiamento, le tendenze
più che sospette che avevamo già segnalate. Il numero del 15 febbraio
contiene una risposta al «dr. G. Mariani» (qualificato peraltro di «distinto
critico»!); vi si legge, a proposito del «capo spirituale» che avrebbe ispirato
l’«azione magica» di cui questa pubblicazione si dichiara l’organo, una storia
parecchio strana, ma alla quale siamo tentati di prestar fede, fino a nuovi e
più ampi ragguagli.
‑ A proposito de La Flèche, abbiamo constatato
che l’articolo già riprodotto ne Les Cahiers de l’Ordre (n° di
ottobre),
174
era stato a sua volta ripreso dall’opera
antimassonica alla quale abbiamo accennato prima; questa volta, però, invece di
indicarne la provenienza, si dice solamente che si tratta di «un brano di una
rivista a piccola tiratura di un gruppo luciferino molto chiuso, d’origine
caucasica». Senza dubbio, è necessario ingigantire l’importanza dell’avversario
ed ammantarlo di mistero, per poter fornire a se stessi una ragion d’essere;
ma, francamente, gli antimassoni che impiegano questi sistemi sono realmente i
più qualificati per poter biasimare poi il ciarlatanismo di certi
pseudo-esoteristi?
‑ Nella Revue Internationale des
Sociétés Secrètes (n° del 1° febbraio, «parte occultista»), il
primo articolo si intitola felicemente Les poisons de l’Orient (I veleni
dell’Oriente); questa volta esso è firmato solo con le iniziali G.M., precedute
da questa nota un po’ enigmatica: «redatto questo 28 maggio (sic) 1932,
per la Saint-Charlernagne1, sulla scorta delle note del nostro
rimpianto collaboratore» (si tratterebbe forse di H. de Guillebert?). Dopo aver
presentato come un «perfetto Francese» il pangermanista Gobineau, cosa che non
corrisponde proprio alla più felice delle idee, l’autore vi espone una
caricatura delle dottrine orientali, in cui il grottesco fa a gara con
l’odioso; vi si trova quasi un errore per ogni parola, compreso il ritornello
del «panteismo», che decisamente resta sempre la grossa risorsa di tutta questa
gente; non insistiamo oltre... Ma tutto ciò si conclude con una confessione
delle più esatte: «Al cospetto dei veleni dell’Oriente, io mi sento solidale
con gli Ugonotti»; e dopo aver citato la nostra allusione all’«unità di fronte»
(noi avevamo scritto «unione sacra») per la «difesa dell’Occidente», aggiunge:
«Ci auguriamo che sia effettivamente un buon profeta». Il «dr. G. Mariani»
(poiché, quanto meno qui, è certo lui che parla, e che, per un «sincronismo»
interessante, si riferisce, nello stesso paragrafo, al libro di P. Allo)
decisamente non è in grado di giuocare il suo ruolo: è esattamente questo che
noi
1. [La Saint-Charlemagne, in Francia, è
rimasta come festa delle scuole e ricorre il 28 gennaio; da qui l’ironia di
R.G. – n.d.t. –]
175
volevamo fargli dire! Quanto a noi, gli
rispondiamo recisamente e senza la minima ketmah, rigirandogli la sua
stessa frase: al cospetto dei veleni dell’Occidente moderno noi ci sentiamo
solidali con l’intero Oriente!
Dopo questo articolo, vi sono alcune
«diavolerie» senza importanza, quindi un altro articolo intitolato Les
«Grands Serviteurs intellectuels» occultes ou une esquisse des positions de M.
René Guénon (I «Grandi Servitori intellettuali» occulti o un abbozzo delle
posizioni di René Guénon), ripreso dalle Nouvelles critiques d’Ordre,
che noi non conosciamo, ma che sembra siano un supplemento dei Cahiers de
l’Ordre. Questo scritto, la cui ignominia supera ogni possibile
immaginazione, possiede tutti gli ingredienti di una nota poliziesca di infima
categoria; il suo redattore anonimo è, peraltro, male informato e, su alcuni
punti, dà prova di un’immaginazione così delirante che ci chiediamo se non sia
stato ispirato da qualche «chiaroveggente»... molto poco «veggente»! Infatti,
tutti sanno che il nostro lavoro non è per niente «filosofico» e ancor meno
«storico-sociale»; ma, per presentarlo come tale, senza far risaltare questa
falsità anche agli occhi dei più sprovveduti, si è avuto cura di citare
solamente alcuni titoli delle nostre opere, passando le altre sotto silenzio, e
per una di esse si è arrivati perfino a tenere in conto una fascetta che le era
stata apposta contro il nostro parere dal primo editore, preoccupato, per
ragioni puramente commerciali, di farla rientrare a qualunque costo in una
«collana» con la quale essa non aveva alcun rapporto. D’altra parte, si ritiene
di metterci in imbarazzo, evocando delle vecchie storie delle quali si vorrebbe
anche dare l’impressione che si riferiscano al presente (abbiamo già avuto
occasione di notare questo sistema truffaldino), e nei confronti delle quali
noi restiamo perfettamente indifferenti come se non ci riguardassero affatto;
non finiremmo mai se dovessimo attribuire una qualunque importanza a tutti i
gradi e a tutti i titoli con cui, un tempo, ci hanno gratificato tantissime
organizzazioni, fra le quali ve n’erano di quelle che esistevano solo sulla
carta; per quella, poi, che è specialmente citata in questa
176
circostanza, già noi stessi abbiamo avuto modo
di definirla, in uno dei nostri libri (Il Teosofismo, p. 260 – ed.
italiana –) in maniera non certo lusinghiera; siamo quindi noi ad avere il
diritto di chiedere: «Allora, chi è in errore?» Se, in una certa epoca, abbiamo
dovuto introdurci in tale o in tal altro ambiente, è per delle ragioni che
riguardano solo noi; e se attualmente, per altre ragioni di cui non dobbiamo
rendere conto a nessuno, non siamo membri di alcuna organizzazione occidentale,
di qualunque natura essa sia, sfidiamo chiunque ad apportare la minima
giustificazione ad una qualunque affermazione contraria. Se abbiamo risposto
favorevolmente a certe richieste di collaborazione (richieste che ci sono state
espressamente indirizzate, e non «infiltrazioni» di nostra iniziativa, che
sarebbero assolutamente inconcepibili con il nostro carattere), da qualunque
parte ci siano giunte, anche questo è solo affar nostro; e quali che siano le
pubblicazioni in cui sono apparsi i nostri articoli, contemporaneamente o meno,
noi vi abbiamo sempre esposto precisamente le stesse idee, sulle quali non
abbiamo mai cambiato opinione. Non possiamo permettere che si dica che abbiamo
«combattuto in apparenza» lo spiritismo e il teosofismo, quando in realtà i
sostenitori di questi movimenti sembrano proprio temere solo noi; e sfidiamo
questo poliziotto anonimo a citare gli «scritti cattolici ortodossi» di cui
avremmo parlato ne Le Voile d’Isis (rivista interamente indipendente, e
non «occultista») con dei «sarcasmi d’idee e di principi» (sic),
convinti come siamo che possa solo trattarsi delle elucubrazioni dei suoi
confratelli della R.I.S.S.! Per di più, noi non siamo i «servitori» di
nessuno e di niente, se non della sola Verità; e non chiediamo niente a
chicchessia, non lavoriamo «per conto» di nessuno e facciamo a meno di
qualunque «appoggio»; abbiamo quindi il diritto assoluto di vivere come meglio
ci aggrada e di risiedere ove riteniamo opportuno, senza che nessuno possa
averci niente a che fare; e non siamo per niente disposti ad ammettere la
minima ingerenza in questo campo. D’altronde, il nostro lavoro è rigorosamente
indipendente da ogni considerazione individuale, e, di conseguenza,
177
non ha niente a che vedere con queste cose che
non possono veramente interessare ad alcuno; e aggiungiamo anche che non
comprendiamo affatto perché saremmo obbligati a vivere sempre nella pelle di
uno stesso personaggio, si chiami «René Guénon» o in altro modo... Quanto alle
altre affermazioni contenute nel rapporto di polizia in questione, ignoriamo
del tutto se quella tal libreria «protegge un gruppo filosofico e metafisico a
tendenze esoteriche e teosofiche»; la sola cosa che sappiamo è che, se questo
gruppo esiste realmente, non può che esserci molto ostile; ma questa
insinuazione, fondata o meno, ha tuttavia l’utilità di provare a qualcuno che
la menzogna ed il tradimento non sempre tornano utili ai loro autori… Infine,
abbiamo avuto lo stupore di apprendere che abbiamo «numerosi amici» in
Germania; francamente non lo sospettavamo neanche, poiché essi hanno sempre
avuto la negligenza di non farsi conoscere, con la logica conseguenza che
questo è uno dei pochi paesi in cui non abbiamo alcuna relazione; il nostro
poliziotto non poteva sbagliare più maldestramente! D’altronde, anche se questo
fosse stato vero, non avrebbe potuto minimamente essere una ragione per
«orientarci verso la Germania» (che sarebbe piuttosto un «occidentarci»),
poiché questa ci interessa meno che meno di tutte le altre nazioni europee;
innanzi tutto la politica non è per niente cosa che ci riguardi e poi, visti
dall’Oriente, i popoli occidentali si assomigliano tutti terribilmente... A
questo punto, per essere chiari, ci sono solo due parole, atte a qualificare
delle infamie così mostruose: calunnia e diffamazione; normalmente, storie del
genere condurrebbero i loro autori davanti ai tribunali, e a noi ha sempre
ripugnato ricorrere a simili mezzi, ma, in presenza di questa marea montante di
fango e di insanie, per quanto grande sia la nostra pazienza, finiremo
coll’averne fin troppo e col prendere tutte le misure necessarie perché infine
ci si lasci nella pace a cui abbiamo diritto nel modo più incontestabile; che
stiano attenti!
Le Voile d’Isis,
maggio 1932.
178
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
aprile), Oswald Wirth, in un articolo titolato Babel et Maçonnerie
(Babele e Massoneria), deplora la diversità caotica dei rituali, nella quale
egli vede, con una certa ragione, un segno dell’ignoranza della vera
tradizione: egli si chiede «come venirne fuori», ma alla fine non trova alcun
rimedio ben preciso da proporre e non ce ne meravigliamo, poiché il «lavoro di
approfondimento» di cui parla, in termini piuttosto vaghi, non è molto alla
portata dei «razionalisti», le cui attitudini a «sondare il mistero» ci
sembrano più che dubbie.
Armand Bédarride parla de La Religion et la
Maçonnerie (La Religione e la Massoneria); innanzi tutto occorrerebbe
intendersi sul significato preciso da dare al termine «religione», e certo non
sono le definizioni dei filosofi profani, la maggior parte dei quali confonde,
più o meno, «religione» con «religiosità», che possono contribuire a chiarire
la questione. Vi sarebbe molto da dire anche su questo misterioso «noachismo»,
che sicuramente viene da molto lontano, e di cui i Massoni attuali non sembrano
conoscere abbastanza il significato; ma già quelli del XVIII secolo, allorché
si servivano di questa parola, ne sapevano forse molto di più?
‑ Nella Revue International des Sociétés
Secrètes, il n° del 1° marzo («parte occultista»), è occupato
quasi interamente dalla traduzione di brani dell’opera del «Maestro Therion»,
alias Aleister Crowley, su La Magie en théorie et en pratique (La Magia
nella teoria e nella pratica), e da quella delle Costituzioni dell’O.T.O.
Vi è poi una breve nota intitolata Précisions
(Precisazioni), che ha la pretesa di costituire una messa a punto dell’infame
articolo delle Nouvelles critiques d’Ordre, riprodotto nel numero
precedente; come mai questa nota non è stata posta immediatamente dopo
l’articolo in questione, se non per il fatto che, per prima cosa, bisognava
lasciare alla calunnia il tempo di fare il suo cammino senza rischiare di
alleggerirla neanche un po’? D’altronde, ad onor del vero, non si rettifica poi
un gran che, almeno per quanto riguarda
179
noi, anzi, la direzione della famosa libreria
riceve ogni possibile soddisfazione, e la cosa non ci sorprende affatto; si
riconosce tuttavia che noi non «viaggiamo»... Quanto agli «appoggi» che ci
vengono forniti, non ci soffermeremo a rilevare delle insinuazioni delle quali
confessiamo di non comprendere proprio niente; ci stupiamo solo che questa
gente possa crederci così... ingenui da aver loro fornito una «chiave» in
chiare lettere nella dedica di un nostro libro; è il colmo del grottesco!
Nel n° del 1° aprile (parte
occultista), troviamo il seguito dei brani tratti da Aleister Crowley, il cui
interesse non appare con molta chiarezza, ed un articolo su L’Efficience
morale nouvelle (La nuova efficienza morale), una specie di iniziativa
«mistico-commerciale», di quelle di cui ne nascono tutti i giorni in America.
La rivista e la bibliografia forniscono ancora
l’occasione per qualche attacco nei nostri confronti, ma di una così penosa
povertà che non ci perdiamo neanche del tempo: occorre proprio essere a corto
d’argomenti per limitare la recensione de Gli Stati molteplici dell’essere
alla riproduzione di una frase con la quale un universitario dimostrava la sua
perfetta incomprensione de Il Simbolismo della Croce! Per quanto
riguarda il resto, non abbiamo l’abitudine di rispondere a delle volgarità;
aggiungiamo solamente che è alquanto imprudente evocare il ricordo dell’Élue
du Dragon; se sarà il caso di ritornare un giorno su queste «diavolerie»,
non saranno certe sparizioni che ce lo impediranno.
È vero che il «dr. G. Mariani» avrebbe trovato
una morte tragica, verso la fine di dicembre, in un incidente aereo? Se è così,
la nota pubblicata alla fine del suo articolo, nel n° del 1° febbraio, si
riferiva a lui e non a H. de Guillebert, come avevamo pensato; ma allora, com’è
che la R.I.S.S. non ha pubblicato chiaramente questa notizia né ha
dedicato il più piccolo necrologio a questo «compianto collaboratore»? Teme
forse che la cupa atmosfera da dramma che circonda l’accaduto possa
impressionare spiacevolmente i suoi lettori? Che sarà mai questo nuovo mistero?
180
In effetti, in questo numero del 1° aprile,
vi è una frase ove si parla di «Mariani» al passato, ma questo non potrebbe
essere sufficiente; comunque non vorremmo pensare che si tratti di una morte
simulata... alla maniera dello pseudo-suicidio di Aleister Crowley! Aspettiamo
dei chiarimenti su questo strano affare; e se tardassero troppo a venire,
potremmo fornire noi delle precisazioni, citando le nostre fonti, il che
sicuramente non piacerebbe a nessuno. Comunque sia, questa «sparizione» è
avvenuta poco dopo quella di H. de Guillebert; ma, in effetti, perché questi si
è subito ammutolito dopo la nostra allusione all’affare Le Chartier, ed ha
atteso il nostro articolo su Sheth per morire?... Si comprenderà
finalmente, alla redazione della R.I.S.S., e altrove, che vi sono delle
cose che non si toccano impunemente?
Le Voile d’Isis, giugno 1932.
‑ Il Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di maggio), contiene degli articoli sulla «Parole du Maître»
(«Parola da Maestro»), (cioè la «Parola perduta»), la leggenda del fabbro e del
re Salomone e la dedicazione del Tempio di Salomone.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
maggio), Oswald Wirth, in un articolo intitolato Évolution maçonnique
(Evoluzione massonica), dichiara che «in Massoneria l’ignoranza è profonda» e
che «il rimedio lo si può trovare solo nell’istruzione»; tuttavia egli ritiene
che «si preannuncia un rinnovamento della Massoneria», il che ci sembra
alquanto ottimista, poiché, a giudicare dalla sua rivista, noi vediamo sempre
meno tracce di spirito iniziatico.
Armand Bédarride parla de La croyance en
Dieu (La credenza in Dio), e nel n° di giugno, del Grand
Architecte de l’Univers (Grande Architetto dell’Universo); questi articoli
richiedono le stesse riserve dei precedenti, in ordine allo spazio eccessivo
che viene concesso alle considerazioni profane; fra l’altro, la questione
dell’influenza della Kabbala
181
ci sembra un po’ troppo semplificata.
Sempre nel n° di giugno, una nota su Le
Niveau (La Livella), di Robert Tatin, è di un simbolismo alquanto vago.
Un’altra sul nome Thubal-Kaïn, di
Marius Lepage, è certo ingegnosa, ma sfortunatamente è basata in gran parte su
un dato completamente inesatto: Thubal e Habel in realtà derivano
da due radici diverse e non possono quindi essere minimamente assimilati.
In questo stesso numero di giugno, un articolo
di Oswald Wirth, intitolato La Méthaphysique et le Rêve (La Metafisica e il
Sogno), ha suscitato in noi un certo stupore: in effetti egli incomincia col
parlare dei nostri ultimi lavori, poi li lascia bruscamente da parte per
partire in quarta contro i «ragionatori», gli «amanti della discussione», le
«astrazioni» della filosofia, e non ha certo torto, poiché noi ne abbiamo
un’opinione ancora più negativa; ma ciò è assai curioso, da parte di chi
ostenta volentieri uno spirito piuttosto «razionalista». Comunque sia, la
metafisica, in realtà, non ha niente a che vedere con tutto questo, non più di
quanto il simbolismo, scienza eminentemente «esatta», abbia a che vedere con il
sogno o la fantasticheria, che non hanno assolutamente niente di iniziatico; e
quando si riconosce esplicitamente che non si comprende niente della
metafisica, ci si dovrebbe astenere dal parlarne: Ne, sutor, ultra crepidam!
‑La Revue Internazionale des Sociétés
Secrètes (n° del 1° maggio, «parte occultista») continua a
pubblicare le traduzioni dei brani di Aleister Crowley e riproduce un articolo
di un giornale canadese, articolo intitolato Querelles françaises à propos
du mouvement féministe des Adorateurs du Démon (Dispute francesi a
proposito del movimento femminista degli Adoratori del Demonio), e che ha tutta
l’aria di una grossa turlupinatura: questo ci ricorda la fotografia di presunti
Devil-worshippers (Adoratori del Demonio) parigini, pubblicata un po’ di
anni fa in una rivista inglese, e che molto semplicemente riprendeva una
riunione di giocatori di «corno da caccia» in una cantina!
182
La «rivista delle riviste», adesso a firma di
Raymond Dulac, contiene ancora qualcuna delle abituali amenità nei nostri
confronti; bisogna proprio ripetere ancora che Le Voile d’Isis non è
affatto una «rivista occultista» e che noi non abbiamo la minima simpatia per i
moderni tentativi di costituzione di una «religione universale»? Quel che noi
sosteniamo, invece, è che la Tradizione unica esiste dall’origine del mondo, ed
è questo che cerchiamo di far intendere con gli accostamenti che stabiliamo; ma
sembra che «le leggi del linguaggio si oppongano» a questi accostamenti quando
questi disturbano qualcuno, mentre invece tutto diventa lecito in caso
contrario… Quanto ai «criteri» ed ai «garanti» della Tradizione, si tratta di
cose per le quali non proviamo per niente il bisogno di istruire questi
Signori; non è a loro che è rivolto il nostro insegnamento! Per di più, non ci
abbasseremo a rilevare le loro meschine battute; diciamo solamente che non vi è
alcun interesse ad occuparsi di un nome che per noi rappresenta solo una...
firma ed al quale diamo esattamente la stessa importanza dell’abito che
indossiamo o della penna con cui scriviamo; tutte cose che stanno sullo stesso
piano e che non ci toccano più di tanto. Infine, un’ultima osservazione: gli
Occidentali hanno un diavolo che calza loro a pennello e che nessuno invidia
loro; che si aggiustino con lui come vogliono o come possono, ma che si
astengano dal mischiarci in storie che non ci riguardano per niente: Lakum
dînukum wa liya dîni!
Le Voile d’Isis,
luglio 1932.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
luglio), troviamo un articolo di Oswald Wirth intitolato La Propagande
initiatique (La Propaganda iniziatica), due termini che fanno a pugni fra
loro: sembra che «non ci troviamo più ai tempi delle persecuzioni, in cui gli
Iniziati si imponevano il silenzio»; noi pensiamo invece che questo silenzio,
che ha delle ragioni molto diverse e molto più importanti che la semplice
prudenza, non
183
è mai stato così necessario come nelle
condizioni attuali; e del resto, per quanto riguarda l’affermazione che «noi
abbiamo conquistato la libertà di parlare», per quanto ci riguarda, abbiamo
degli eccellenti motivi per considerarla come un’amara burla... D’altronde, non
vediamo a cosa potrebbe condurre la diffusione di una pseudo-iniziazione che
non fosse più effettivamente collegata a niente; per di più, ci troviamo di
fronte ad una incredibile disconoscenza dell’efficacia dei riti, e citiamo
solamente questa frase molto significativa: «I Massoni non spingono la
superstizione fino al punto di annettere una virtù sacramentale al compimento
dei loro riti». Per essere esatti, noi riteniamo, invece, che essi siano
alquanto «superstiziosi», nel senso più strettamente etimologico del termine,
dal momento che conservano dei riti di cui ignorano totalmente la virtù; ci
riproponiamo, d’altronde, di ritornare sull’argomento in un prossimo articolo.
Segnaliamo anche l’analisi di un articolo
olandese su Les deux Colonnes (Le due Colonne), ed una nota su Les
anciens Landmarks (Gli antichi Landmarks), che non testimoniano un grande
sforzo di comprensione.
‑ The Speculative Freemason (n°
di luglio) contiene diversi articoli interessanti; uno di essi è dedicato
ad un libro intitolato Classical Mythology and Arthurian Romance
(Mitologia classica e romanzo arturiano) del prof. C.B. Lewis, che pretende
assegnare delle «fonti classiche» alla leggenda del Santo Graal, le cui origini
dovrebbero essere ricercate specialmente a Dodòna e a Creta (il che, in verità,
sarebbe piuttosto «preclassico»); al pari dell’autore dell’articolo, pensiamo
che non si debba parlare di «imprestiti», ma che le similitudini molto reali
che sono segnalate in questo libro debbano essere interpretate in modo del
tutto diverso: come dei segni dell’origine comune delle diverse tradizioni.
Un altro articolo, sui cambiamenti apportati
ai rituali dalla Massoneria moderna, contiene delle considerazioni sull’antica
Massoneria operativa e sui suoi rapporti con la Massoneria speculativa; alcune
di esse sono contestabili, ma nell’insieme
184
possono fornire l’occasione per delle utili
riflessioni.
– Con il titolo Biblioteca «Las Sectas»,
è apparsa a Barcellona una nuova pubblicazione antimassonica che si presenta
con dei fascicoli trimestrali; come fa subito pensare lo stesso titolo,
ritroviamo anche qui, relativamente all’impiego del termine «sette», le
abituali confusioni che abbiamo già segnalato in un recente articolo; ma, fatta
questa riserva, dobbiamo riconoscere che il primo fascicolo è, nel suo insieme,
di un livello superiore a quello delle pubblicazioni francesi dello stesso
genere. Ciò che è curioso, è la sorprendente ed ingenua fiducia dimostrata
dalla maggior parte dei redattori nei confronti delle teorie delle scienze
moderne, e in particolare della psicologia; il primo articolo, molto
significativo a riguardo, si appella alla «psicologia dei popoli primitivi» (è
veramente strano che uno scrittore cattolico non si accorga di ciò che si
nasconde sotto l’uso di questo termine, per designare i selvaggi) ed alla
«psicologia infantile», per ridurre la lotta fra le «sette» ed il cristianesimo,
ad una lotta fra il «mito» e la«scienza»; la qual cosa è forse ingegnosa, ma
sicuramente niente di più.
Vi è poi l’inizio di un lungo studio sullo
spiritismo; peraltro questa prima parte si riferisce soprattutto alla
«metapsichica» e relativamente ai rapporti reali, quantunque dissimulati, di
questa con lo spiritismo, contiene alcune riflessioni che non mancano di
esattezza.
Da notare anche uno studio «psichiatrico» su
Lutero, di cui si vuol provare «scientificamente» la follia; certo noi non
siamo di quelli che si sentono portati a prendere le difese di questo
personaggio poco interessante, ma non possiamo impedirci di fare una semplice
osservazione: fra gli argomenti invocati figurano le manifestazioni diaboliche,
naturalmente chiamate per l’occasione «allucinazioni auditive»; sarebbero
allora da interpretare alla stessa maniera anche i fatti del tutto simili che
si riscontrano nella vita di certi santi? Se no, come è probabile (e si avrebbe
certo ragione, a dispetto della «scienza»), non si può dire che un tale
comportamento
185
soffre di una certa parzialità? E questa
parzialità, per una bizzarra ironia delle parole, non è una delle
caratteristiche di ciò che si chiama, spirito «settario»?
Le Voile d’Isis,
ottobre 1932.
‑ The Speculative Mason (n°
di ottobre) contiene un articolo dedicato al simbolismo delle «pietre
bianche» di cui si parla nel Pastore e nella Visione di Erma.
Un altro articolo prende in considerazione i
rapporti fra la Massoneria operativa e quella speculativa, in una maniera in
qualche modo inversa rispetto all’opinione corrente: non solo entrambe
sarebbero coesistite, fin da tempi molto remoti, ma la Massoneria operativa
sarebbe stata, per così dire, dipendente dalla Massoneria speculativa. Vi è del
vero in questa tesi, benché i termini nei quali essa è espressa non siano
esenti da obiezioni: se per «speculativa» si intende una Massoneria
«dottrinale», che dirigeva o ispirava il lavoro degli artigiani, questo si
accorda perfettamente con quanto abbiamo spesso indicato noi stessi in
relazione all’origine propriamente iniziatica delle arti e dei mestieri; e
senza dubbio è questo che ha voluto indicare l’autore, il quale, infatti,
riconosce che questa Massoneria cosiddetta «speculativa», in realtà era
«operativa in un senso superiore». Solo che, proprio per quanto appena detto,
l’uso del termine «speculativa» risulta essere improprio; noi riteniamo che
questo termine, anticamente, non fosse in uso, e che esso suggerisca piuttosto
una sorta di degenerescenza: una Massoneria divenuta unicamente «teorica»,
dunque non più operante in vista di alcuna «realizzazione», tanto spirituale
che materiale. D’altronde, diverse affermazioni contenute nell’articolo sono
contestabili; per esempio, perché prendere sul serio le fantasie
«egittologiche» del dr. Churchward? In ogni caso vi sono dei punti che
meriterebbero di essere esaminati più da vicino, come l’orientazione delle Logge
ed il posto degli ufficiali, l’impiego del nome El Shaddai nella
186
Massoneria operativa, il ruolo che in essa
svolge il simbolismo «polare», che in realtà è di un ordine più elevato del
simbolismo «solare» e, al tempo stesso, più prossimo alle origini, come
capiscono facilmente tutti coloro che hanno qualche vera nozione del «Centro
del Mondo».1
‑ Il Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di settembre) contiene uno studio sul simbolismo della lettera
“G”, la quale, originariamente, dovrebbe corrispondere, non allo iod
ebraico, ma al gamma greco, che per la sua forma a squadra sarebbe stato
già impiegato dai Pitagorici. La cosa, in sé, non ha niente di impossibile;
tuttavia, a parte il fatto che lo iod è talvolta tracciato, kabbalisticamente,
con questa stessa forma a squadra (corrispondente all’insieme dei tre middoth
supremi), anche l’assimilazione fonetica fra iod e God è
certamente meno fantasiosa che la trascrizione della stessa parola God
in caratteri greci allo scopo di rintracciarvi così, la squadra, il cerchio ed
il triangolo (ΓΟΔ). Ma la verità è che la lettera “G” può avere origini
diverse, così come ha significati diversi; e la stessa Massoneria ha un’unica
origine o piuttosto non ha raccolto, nel Medioevo, l’eredità di diverse
organizzazioni che esistevano prima?
‑ La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes («parte occultista», n° di luglio-agosto-settembre)
continua a pubblicare la traduzione di brani del «Maestro Therion» (Aleister
Crowley); in fondo la cosa è veramente poco interessante, e d’altronde la
traduzione sembra alquanto mal fatta: troviamo infatti le espressioni «Grand
Travail» (Gran Lavoro) e «Grand
1. Segnaliamo al nostro confratello, un errore
da lui commesso, nella recensione dei nostro articolo sulla chirologia
islamica, e che riveste una certa importanza: il periodo alla fine del quale la
mano destra deve essere esaminata di nuovo, è di quattro mesi e non di quattro
settimane; esso quindi non ha alcun rapporto con la «rivoluzione della luna»; e
d’altronde, l’unica spiegazione astrologica da considerare è quella da noi
indicata, fondata sulla corrispondenza dei segni zodiacali con gli elementi.
[Il presente brano costituiva una nota di testo. ‑ n.d.t. ‑]
187
Ouvrage» (Grande Opera), che evidentemente
rendono Great Work; il traduttore non sa che in francese vi è qualcosa
che si chiama «Grand Œuvre» (Grande Opera)?
Vi è poi un articolo dedicato ad una
iniziativa americana, o di stile americano (poiché la sede conosciuta è a
Bruxelles), denominata The Theiron School of Life (Scuola di Vita
Theiron); l’autore si chiede se, a causa della similitudine del nome Theiron
con quello di Therion, non si tratti di qualcosa che abbia a che fare
con l’O.T.O. Questa ipotesi ci sembra poco plausibile, poiché Crowley è
un ciarlatano molto più abile di coloro che elaborano le sciocchezze di cui la
presente è solo un campione; pertanto siamo più propensi a ritenere che si
tratti della semplice contraffazione dello pseudonimo, destinata a provocare
una confusione che si ritiene possa essere vantaggiosa; non abbiamo avuto
perfino un prestigiatore che si esibiva col nome Pappus?
Un certo Raymond Dulac (?), che sembra proprio
abbia rilevato il compito, del «fu Mariani», continua a prendersela con noi:
sembra che abbiamo attribuito una citazione in maniera errata; è possibile,
soprattutto quando non si è un «erudito» e non si hanno sottomano i mezzi per
verificare tutto, d’altronde, nel caso in questione, l’errore non comporta
alcun cambiamento rispetto a quanto abbiamo detto, e in fondo è questa la sola
cosa che importa; comunque sia, bisogna essere proprio demoniaci, nel senso vero
e non figurato, per qualificare di «frode» un simile lapsus. Ce ne sono di ben
più gravi nella sua recensione: ove ha letto che noi abbiamo mai parlato di
«gruppi esoterici»? Inoltre, noi non siamo proprio per niente un «filosofo» e
ci facciamo beffe della filosofia, come di ogni altro genere di conoscenza
profana; e cos’è questa frase ambigua ove si allude agli «Ebrei della scuola
sociologica», come se non fosse più che notorio che noi proviamo solo disprezzo
per le teorie universitarie e che siamo quanto più totalmente
«antievoluzionisti» è possibile? Chi si vorrebbe ingannare con tali volgari
tiritere? Infine, che pensare delle pretese di questo personaggio che, non solo
«chiede delle prove» (tanto varrebbe tentare
188
di provare l’esistenza della luce ad un
cieco), ma «aspetta che gli si indichi il contenuto e i depositari della
Tradizione»? Per chi ci prende dunque? Noi non siamo usi né a spiare né a
tradire, e non intendiamo certo, in alcun modo, fare l’ausiliario dei volgari
bisogni di questo Signore; per di più, non è certo per dei profani di questa
risma che scriviamo!
Le Voile d’Isis,
dicembre 1932.
‑ In Atlantis (n° di
settembre-ottobre), il primo articolo è intitolato D’Atlas à saint
Christophe (Da Atlante a San Cristoforo); il soggetto è interessante, ma è
trattato in maniera molto incompleta.
In un altro articolo, ci siamo stupiti di
vedere il Taoismo associato allo Stoicismo e al «Marcaurelismo» (sic),
ed avente per scopo un «dominio di sé» che «non ha alcun rapporto con la
Conoscenza»; non è incredibile?
Ancora, Paul Le Cour, che, sia detto senza
offesa, parla della Massoneria quasi come un cieco dei colori, pretende che
questa «si fondi sugli equinozi», mentre invece «la Chiesa cattolica si fonda
sui solstizi»; non ha mai, dunque, sentito parlare delle «feste solstiziali»
massoniche, altrimenti dette dei due San Giovanni d’estate e d’inverno? E, per
colmo di sfortuna, egli segnala come un’«importante rivista massonica»... l’Equinox
di Aleister Crowley!
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
novembre), un articolo intitolato Orient et Occident (questo titolo
è molto usato ultimamente), di Diogène Gondeau, respinge l’idea di un
«complemento rituale» basato sulle dottrine orientali, per delle ragioni che,
come è facile capire, non hanno niente a che vedere con quelle da noi qui
indicate; il Buddismo, questa deviazione, non è scambiato per il prototipo
della saggezza orientale, definita peraltro «saggezza da nevrastenici», come se
la nevrastenia non fosse invece un male esclusivamente occidentale? Quale
strano bisogno, dunque, induce tanta gente a
189
parlare di ciò che non conosce?
Altrove, l’opera di Charles Henry viene
qualificata come «rosacruciana»; c’è da chiedersi se le parole abbiano ancora
un senso!
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (nº di ottobre) vi è uno studio su Jah-Bel-On, in cui Mackey
ha voluto vedere la riunione dei principali nomi divini, nelle tre lingue
siriaca, caldea ed egizia; cosa che rivela una lettura linguistica un po’
fantasiosa; si suggerisce anche l’idea che si tratti di una espressione
simbolica dei tre attributi di onnipresenza, onnipotenza e onniscienza, il che
in effetti è più accettabile.
‑ La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes dedica un numero speciale alle risposte contro una
recente campagna di stampa di cui è stata oggetto; effettivamente è increscioso
che mons. Jouin sia stato coinvolto in tal modo all’indomani della sua morte, e
d’altronde noi continuiamo a ritenere che egli non ebbe mai chiaro il ruolo che
gli si faceva giuocare; ma vi è molto di vero in ciò che è stato detto su certi
altri personaggi, nonostante le strane confusioni (non tutte rilevate) e le
ancora più inspiegabili lacune... Ci limitiamo a notare che, nel corso di
questa risposta, viene denunciato come «massonico» il metodo che consiste nel
qualificare di «occultista» qualcuno che si occupa di occultismo, foss’anche
per combatterlo; ora, si constata che questo metodo è esattamente uno di quelli
che sono stati costantemente impiegati contro di noi da diverse pubblicazioni,
in testa alle quali figura... la stessa R.I.S.S.!
La «parte occultista» (nº di ottobre)
contiene un articolo su Les inquiétants progrès du spiritisme (Gli
inquietanti progressi dello spiritismo); sul quale siamo perfettamente
d’accordo.
Negli estratti dal Magik di Crowley,
rileviamo un particolare curioso: il Ramo dOro di Frazer vi è «vivamente
raccomandato»; certo la cosa è compromettente per questo etnologo, ma non ci
stupisce più di tanto...
190
Le cronache di Raymond Dulac richiedono,
ancora una volta, alcune osservazioni: 1º, ignoriamo completamente l’esistenza
di una certa rivista che, sembra, abbia mischiato delle citazioni dai nostri
libri a delle «pubblicità farmaceutiche» e a delle «storie oscene»; non siamo
minimamente responsabili di tali procedimenti né siamo solidali con chi li
impiega; se la cosa è vera, non possiamo che protestare energicamente contro
l’abuso che si fa dei nostri scritti e del nostro nome. 2º, l’espressione
«Maestro del Mondo», che incontriamo per la seconda volta ad opera della penna
di costui, fino ad oggi ci era nota solo come il titolo di un romanzo
«avveniristico» ultra fantastico di mons. Benson, già denunciato dalla R.I.S.S.
come un agente segreto del «Kabbalismo» ebraico! 3º, lo pseudo-esoterismo non è
affatto dello «pseudo-occultismo»; al contrario, è occultismo del più
autentico, dal momento che questo non è stato mai nient’altro che una
contraffazione o una caricatura, più o meno grossolana, dell’esoterismo.
Per altro verso, pur essendo grati a Raymond
Dulac per aver protestato, con un «disgusto» del tutto giustificato, contro
certe ignominie di cui non vale neanche la pena parlare, gli facciamo notare
che noi non intendiamo affatto appartenere ad alcun «campo», e le persone con
le quali non intendiamo intrattenerci, neanche solo per presentarci, si
astengano dal darci una qualunque «assistenza». Esprimiamo inoltre l’augurio
che gli abomini in questione gli aprano gli occhi, sui reali retroscena
dell’infernale campagna nella quale, da un po’ di tempo, è coinvolto anche lui
(noi vogliamo credere che, al pari di altri, egli sia solo uno strumento
inconsapevole), e su quelli relativi alla stessa pubblicazione alla quale
collabora. Fra il «F\ Fomalhaut» (che forse si credeva Edipo,
ma che si sbagliava di molto) e messer de Guillebert, da un lato ‑ per citare
solo coloro che sono veramente morti ‑, e la direttrice de La Flèche
(che, fra l’altro, ha appena pubblicato un «rituale di iniziazione satanica», e
che quindi ha almeno il merito di essere chiara) e quell’individuo talmente
turpe che evitiamo perfino di nominare (che ci ripugnerebbe perfino
191
avere vicino), dall’altro, non v’è poi tutta
quella distanza che si pensa; e per sorvegliare il percorso che conduce dagli
uni agli altri, il «punto geometrico» in cui ci troviamo (mettiamo pure che si
tratti del vertice di una Piramide, se si vuole) è particolarmente ben
situato! È anche il caso di far notare che, su questo percorso, abbiamo
rilevato le tracce di un «asino rosso» e... del Dragon de l’Élue?
Le Voile d’Isis,
gennaio 1933.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di novembre) si conclude lo studio su Jah-Bel-On; vi
sono poi degli articoli e delle note sul simbolismo delle rette parallele,
sulla «Parola perduta» e sulle relazioni fra Mormonismo e Massoneria.
‑Ne Le Symbolisme (n° di
dicembre) Oswald Wirth, in un articolo intitolato Nos Mystères (I
Nostri Misteri), riconosce che «la morale non è tutto in Massoneria» e che «la
Massoneria moderna viene meno al suo programma, perché trascura l’Arte
propriamente detta, cioè il lavoro costruttivo al quale deve volgersi
l’individuo».
Armand Bédarride parla De l’universalité du
symbolisme (Dell’universalità del simbolismo), ma limitandosi ad un punto
di vista esclusivamente «psicologico».
La stessa osservazione è valida per un suo
articolo successivo (n° di gennaio), in cui, con un titolo un po’
inaspettato La Lance d’Achille (La Lancia di Achille), tratta della
«potenza della psicologia collettiva nella Loggia»; nei riti vi è ben altro che
un «meccanismo» destinato a produrre una sorta di suggestione.
‑ Il n° di novembre della Revue
Internationale des Sociétés Secrètes («parte occultista») è un «numero
speciale sulla Morte e i Defunti»; di modo che contiene tutta una serie di
articoli dal carattere un po’ macabro, dei quali il più importante è intitolato
Les raisons occultes de la crémation des cadavres
192
(Le ragioni occulte della cremazione dei
cadaveri).
Nel n° di dicembre, a fianco di uno
studio su Les Sybilles et la Nativité (Le Sibille e la Natività), del
quale non si comprendono bene le intenzioni, e di un altro, molto incompleto,
sull’Alphabet secret des F\M\ (Alfabeto segreto dei M\), troviamo
un articolo fantasioso che si è pensato spiritosamente di chiamare Entretiens
d’Œdipe (Dialoghi d’Edipo); se si sapesse quanto tutto ciò ci è
indifferente e come alcune allusioni, che vorrebbero essere perfide, siano ben
lontane dallo sfiorarci... tanto più che quelli di noi che si pretende
di prendere di mira sono morti da un bel po’ di tempo!
Ma veniamo a delle cose un po’ più serie: nel n°
di novembre, Raymond Dulac, a proposito del nostro articolo di ottobre
sulle «condizioni dell’iniziazione», fa alcune riflessioni che sono
completamente estranee alla questione, dove ha visto che abbiamo parlato di San
Francesco d’Assisi? Possiamo assicurargli che non vi abbiamo pensato
minimamente; e, d’altra parte, che cos’è questa «iniziazione visibile
(?) del battesimo, dell’ordine sacro e della professione religiosa»? Non
abbiamo detto molto esplicitamente, a più riprese, che i riti religiosi non
sono affatto dei riti iniziatici?
Egli ritorna sull’argomento nel n° di
dicembre, in una sorta di articolo-programma intitolato Occultisme et
Mysticisme (Occultismo e Miisticismo); a quanto ha immaginato di poterci
obiettare, rispondiamo con due parole: i mistici non sono affatto degli
iniziati e la loro «via» non ci riguarda in alcun modo... non più, d’altronde,
di quella degli occultisti, ammesso che quest’ultimi ne abbiamo una.
Infine, sempre nel n° di novembre, lo
stesso Raymond Dulac si mostra poco soddisfatto delle poche righe che abbiamo
scritto a proposito della morte di mons. Jouin, rivelandosi così per un tipo un
po’ difficile; arriva perfino a dire che «questo non gli basta», avrebbe
dunque. la tracotanza di pretendere di dettarci ciò che dobbiamo scrivere?
Questa pretesa non l’ammettiamo né per lui né per nessun altro; questi Signori
sono ancora troppo piccini! Per di più, noi non «frughiamo nella roba» di
nessuno; questo mestiere non è il
193
nostro, e le nostre informazioni personali ci
bastano a sufficienza... D’altronde, sembra proprio che R. Dulac sia rimasto
particolarmente turbato dalla recente campagna che ha preso di mira la R.I.S.S.,
perché non si è reso conto che questa nostra nota non poteva essere stata
redatta che prima che venissimo minimamente a conoscenza della campagna
in questione, infatti, data la nostra lontananza ed il tempo necessario alla
composizione, il contrario sarebbe stato materialmente impossibile. Egli
dichiara inoltre che «aspetta che gli si provi» che mons. Jouin sia stato
vittima di strani collaboratori; e certo non avrà atteso a lungo: la lettera
dell’«ex Mariani», pubblicata qui il mese scorso, è giunta mirabilmente a
proposito! ‑ Ed infine, perché nel rispondere alla campagna citata si è
ritenuto opportuno passare sotto silenzio un articolo, e uno solo... vi si
parlava forse de L’Élue du Dragon?
Le Voile d’Isis,
febbraio 1933.
‑ The Speculative Mason (n°
di gennaio) contiene degli studi su L’Asino d’Oro di Apuleio, e sul
nome divino e la luce secondo i manoscritti «bardici»; vi. sono anche delle
note interessanti su varie questioni.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin
dello Iowa (n° di dicembre) vi è uno studio sul Simbolismo del Nome
divino nella Bibbia e negli Apocrifi (lo studio continua nel n° di gennaio),
oltre a diversi articoli sulla «Parola perduta»; uno di questi, a proposito
delle allusioni alla «cerca» dei poeti, segnala l’importanza del simbolismo del
viaggio e della navigazione. Per altro verso, è spiacevole che si sia avuta
l’idea di riprodurre un vecchio articolo che presenta con toni seri le
funambolesche scoperte del nome di Jehovah nel Tao-Tê-King!
‑ Nella Revue Internationale des
Sociétés Secrètes (nº di gennaio, «parte occultista»), il primo
articolo è intitolato: Pour la «Défense de l’Occident» (Per la «Difesa
dell’Occidente»);
194
in esso si esprime amaro rammarico perché il
«bel. libro» (!) di Henri Massis non ha incontrato in tutti gli ambienti
cattolici una piena ammirazione. Certo che è veramente difficile rimanere seri,
quando si vede affermare che «l’Occidente è, in effetti, profondamente
cristiano», mentre invece oggi è esattamente il contrario; e quando si legge
che «non è in Occidente che la xenofobia anima le folle»; ma allora, dov’è
stato inventato il «nazionalismo»?
Negli Entretiens d’Œdipe (Dialoghi di
Edipo), le vipere continuano a distillare il loro veleno; per fortuna, noi
siamo immuni dal morso dei serpenti e dalla puntura degli scorpioni... Dal
momento che non è possibile immaginare continuamente qualcosa di nuovo, ecco
che ritroviamo qui alcune storie che ci sembra di avere già visto (non è che si
tratta degli articoli del «fu Mariani»?), insieme all’infame calunnia che
consiste nel presentarci come un «occultista», noi che siamo, a ragion veduta, il
solo da cui rifuggono gli occultisti! Aggiungiamo che, se vi è (o vi è
stato) un «affare Mariani», non potrebbe esistere un «affare Guénon-Mariani»,
poiché noi non ci abbassiamo a questi livelli; per di più, pur ammettendo che
talvolta ci conviene fingere di essere rimasti «ingannati» dalle storie di
qualcuno, per condurlo ove vogliamo, la cosa è solo affar nostro; ma i veri
gonzi sono gli sciagurati che servono inconsciamente da trastullo a certe
«potenze»... la cui più grande abilità è di far credere loro che non esistono.
Nelle cronache di Raymond Dulac, ci
limiteremo a rilevare sommariamente ciò che ci riguarda più direttamente: e
subito, possiamo assicurargli che il «soggettivismo» orientale esiste solo
nell’immaginazione degli Occidentali; che noi siamo ben «più realisti» di
questi e che non siamo certo noi che ci compiaciamo con le fole «psicologiche»
ed altri «giuochi di pensiero»; la fantasticheria non è proprio di nostro
gusto, ed il simbolismo, così come il rituale, è per noi una scienza esatta.
Quanto alle obiezioni che egli solleva a proposito dei nostri articoli
sull’iniziazione, ci basta chiedergli: 1º, se egli considera i sacramenti
cattolici come «psicochimici» perché hanno un supporto materiale; 2º, se egli
195
assimila, puramente e semplicemente, alle
forze fisiche, in ragione dei suoi effetti d’ordine sensibile, l’«influenza»
che folgorava coloro che toccavano imprudentemente l’Arca dell’Alleanza,
oppure, per non riandare così indietro nel tempo, quella che produce le
guarigioni di Lourdes; 3º ed ultimo, se, col pretesto che «lo spirito soffia
dove vuole», la Chiesa cattolica ammette all’ordinazione degli individui
afflitti da una qualunque infermità corporale. Ancora una volta, in queste cose
non si tratta di morale o di sentimento, bensì di scienza e di tecnica;
peraltro, non sappiamo con esattezza che cosa voglia dire con i suoi «due
formalismi», ma una cosa è certa, che egli parla con molta leggerezza di ciò
che non conosce: mentre la Chiesa ha dei registri per i battezzati, il che del
resto è perfettamente normale per una organizzazione exoterica,
l’«immatricolazione», sotto qualsiasi forma, è una cosa del tutto sconosciuta
alle organizzazioni iniziatiche orientali. Possiamo parlare ancor più
agevolmente di queste cose, proprio perché le prendiamo in considerazione in
maniera interamente disinteressata, dal momento che non abbiamo il compito di
conferire la minima iniziazione a chicchessia. Infine, per, quanto concerne i
rapporti con la... bottega ove è stato fuorviato da certe organizzazioni di
spionaggio «tentacolare», Raymond Dulac non ci dice niente di nuovo; ma non ci
dispiace di averne trovato la confessione di suo pugno, appena dissimulata!
Le Voile d’Isis, marzo
1933.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
febbraio), Oswald Wirth si rammarica per un lavoro apparso nelle
pubblicazioni della Loggia inglese Quatuor Coronati, lavoro che,
svalutando le Costituzioni di Anderson, « suona le campane a morto per
la Massoneria, così come noi la intendiamo»; da parte nostra, invece, ci
auguriamo che esso segni il ritorno ad una concezione più tradizionale! In
merito al lavoro svolto da Anderson, noi non pensiamo che le suddette Costituzioni
siano
196
semplicemente il prodotto della fantasia di
una individualità senza mandato, al contrario, non v’è dubbio che l’opera di
Anderson costituì una «protestantizzazione» voluta e cosciente della
Massoneria.
Un articolo di Marius Lepage, intitolato Le
Cœur et l’Esprit (Il Cuore e lo Spirito), contiene molte confusioni: non si
vede come «spirito» possa essere sinonimo di «ragione», mentre il «cuore», in
senso tradizionale, non ha niente a che vedere con il sentimento; quanto
bisogno ci sarebbe, ai nostri giorni, di rimettere un po’ d’ordine nelle
nozioni più elementari!
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di febbraio) vengono presentate le molteplici interpretazioni
che sono state proposte per la «parola sacra» del grado di Maestro: si tratta
incontestabilmente di una frase ebraica, ma deformata in maniera tale che non
si può essere sicuri del suo vero significato.
‑ Nel Die Säule (n° del 1933)
troviamo uno studio sulla pittura cinese dei paesaggi e degli articoli in
occasione della morte di Gustav Meyrink.
‑ Nella Revue Internationale des
Sociétés Secrètes (nº del 15 febbraio), Raymond Dulac, in un
articolo intitolato L’Unité des Sociétés Secrètes (L’Unità delle Società
Segrete), utilizza largamente i nostri libri ed i nostri articoli; inutile dire
che lo fa in maniera tendenziosa, che non ha niente in comune con le intenzioni
che noi avevamo nello scriverli. Gli facciamo notare ancora una volta, senza
peraltro illuderci circa il risultato, che le vere organizzazioni iniziatiche
non sono né delle «sette» né dei «gruppi» né tampoco delle «società», tutte
cose con le quali noi non abbiamo niente a che vedere, e nei confronti delle
quali non ammettiamo la minima compromissione; a riguardo siamo di una
intransigenza assoluta.
Nella «parte occultista» (n° di febbraio),
vi è il seguito dello studio, già segnalato, su Les Sibylles et la Nativité,
del
197
quale continuiamo a non comprendere lo scopo
preciso.
Negli Entretiens d’Œdipe l’autore ha
ritenuto, senza dubbio, di fare un’altra battuta di spirito, questa volta
vantando si di «aver collaborato a Le Voile d’Isis» (ove quelli che
«cercano l’occultismo», come egli dice, restano peraltro molto delusi, mentre
invece, con la R.I.S.S., possono soddisfarsene a sazietà, perché
crediamo che non sia possibile fare di meglio per venire incontro ai gusti
degli amatori delle diavolerie!). Per la finezza che lo contraddistingue,
questo Edipo da «Caffè Concerto», potrebbe sicuramente finire, «molto
volgarmente», con l’essere divorato, non tanto dalla Sfinge (sarebbe troppo
onore per lui!), quanto dalla... «Coccodrilla»!
Nello stesso numero, un articolo di Raymond
Dulac, intitolato Les superstitions de janvier (Le superstizioni di
gennaio) (certo che alla R.I.S.S. sono proprio i più qualificati per
parlare di «superstizioni»!), è solo un pretesto per cavillare su quanto
abbiamo detto, in diverse occasioni, a proposito di Giano e degli accostamenti
che è opportuno fare fra i suoi attributi e quelli di San Pietro1
Non v’è niente di «mistico» in ciò che noi scriviamo; questo lo lasciamo fare
ad altri... E, mentre abbandoniamo volentieri il «sincretismo» al nostro
contraddittore, dobbiamo fargli sapere che la «sintesi» non è affatto un
«giuoco»; sono invece un giuoco, ed anche di pessimo gusto, le facezie alle
quali egli si abbandona nei confronti della Bibbia, in particolare a proposito
dell’Arca di Noè: «Jahweh (sic) che fa passare la chiave sotto la
porta», mentre il patriarca «era occupato a ricoverare gli animali»! Nel suo
caso, la cosa più triste è che, pare, sia un prete; si è forse assunto il
compito di dimostrare, con il suo esempio, che fra «clero» e «sacerdozio» vi è
più che una sfumatura? In ogni caso, pensiamo che sia opportuno avvertirlo,
caritatevolmente, che ha toccato un argomento proibito:
1. Il Giano a quattro facce, che sembra
disorientarlo, è spiegabile facilmente: due facce solstiziali e due
equinoziali, corrispondenti alle quattro chiavi che formano lo swastika detto
«clavigero», particolarmente diffuso presso gli Etruschi. [Questo inciso,
costituiva una nota di testo. ‑ n.d.t. ‑].
198
quello del «potere delle chiavi», che, nella
sua ignoranza, egli dichiara «assolutamente proprio al Cristianesimo»; dunque
non sa che da poco è stato deciso, in ben alto loco, che bisogna mantenere il
più assoluto silenzio su questa questione essenzialmente «ermetica» e... più
che pericolosa?
‑ È stata appena pubblicata una nuova edizione
de L’Élue du Dragon, con una nuova prefazione di «Roger Duguet», nella
quale si dice che «è possibile che certe descrizioni di scene magiche, molto
inverosimili, siano da interpretare in un senso più allegorico che letterale»,
e che certi nomi propri «non devono esser presi alla lettera»; si tratta di una
marcia indietro abbastanza sensibile rispetto alla posizione ultra-affermativa
della prima presentazione! Fra l’altro, vi è anche questa frase: «All’Hiéron
di Paray-le-Monial ‑ che fu per diverso tempo un centro occultista appena
dissimulato ‑ esiste un doppio manoscritto autentico di queste Memorie,
datato 1885». L’intenzione dell’inciso non è perfettamente chiara; ma ciò che
lo è di gran lunga, è che quanto qui dichiarato è in perfetta contraddizione
con la prima versione, secondo la quale i manoscritti in questione si trovavano
«nella biblioteca di un convento»; cosa ci sarà mai anche sotto questa storia?
‑ Per una coincidenza piuttosto singolare,
Paul Le Cour, nell’ultimo numero di Atlantis, annunciava
l’apertura di una sottoscrizione per tentare di pubblicare, col titolo Lettres
du Hiéron du Val d’Or (Lettere dall’Hiéron della Val d’Or), la sua
corrispondenza con l’ultimo segretario dello Hiéron... E proprio nello
stesso periodo, come abbiamo a suo tempo segnalato, piombava in estasi davanti
al «dio dalla testa d’asino», poiché nell’onagro vedeva Aor-Agni!
Dove finiranno mai col condurci simili imprudenze?
Le Voile d’Isis, aprile 1933.
199
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di marzo) vi è uno studio sul significato dell’espressione oblong
square, che in francese si traduce con «carré long» (quadrilungo), ma che
in inglese può indicare sia un utensile che una figura geometrica, in quanto
che il termine square ha il significato sia di «squadra» che di
«quadrato»; sembra, tuttavia, che questa espressione si applichi principalmente
alla forma rettangolare della Loggia.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
marzo), troviamo un articolo di Oswald Wirth su Le Point au centre du
Cercle (Il Punto al centro del Cerchio), simbolo al quale la Massoneria
anglosassone attribuisce una particolare importanza; la figura è completata da
due tangenti parallele, riferite ai due San Giovanni, che corrispondono ai due
solstizi che delimitano il ciclo annuale. L’idea del centro richiederebbe
qualcosa di meglio che poche considerazioni, tanto vaghe quanto elementari, e
peraltro noi abbiamo trattato questo argomento, un po’ di tempo fa, su Regnabit;
quanto ai due San Giovanni, definiti qui, puramente e semplicemente, i «patroni
cristiani della Massoneria», c’è da credere che l’autore dell’articolo non
abbia mai sentito parlare dei due volti di Giano...
Armand Bédarride parla de L’Algèbre
symbolique (L’Algebra simbolica), ma si dibatte in una deplorevole
imprecisione; tuttavia questo è un altro di quegli argomenti che potrebbe
essere particolarmente interessante.
Nel n° di aprile troviamo un altro
articolo dello stesso autore, Après l’algèbre, les beaux-arts (Dopo
l’algebra, le belle arti), e qui sembra che si trovi più a suo agio, senza
dubbio perché l’argomento si presta meglio a degli sviluppi letterari e
«psicologici».
Nello stesso numero, ha inizio uno studio su
L’Initiation chez les Primitifs de l’Oubanghi-Chari (L’Iniziazione
presso i Primitivi dell’Oubangui-Chari); questo termine «primitivi» è alquanto
fastidioso, al pari di certe riflessioni «etnologiche» che sono le più idonee
per fornire le idee più false in ordine all’iniziazione; quanto meglio sarebbe,
in simili casi,
200
limitarsi ad una esposizione puramente
«documentaria»!
‑ La lettura della Revue Internationale
des Sociétés Secrètes lascia generalmente un’impressione piuttosto
sinistra; tuttavia, talvolta accade che vi si trovi qualcosa di divertente...
Infatti, nel n° del 1º marzo, fin dalla prima pagina, si parla de «la
natura dell’uomo fatto da Dio a sua immagine di un corpo e di un’anima» da cui
sembrerebbe risultare, abbastanza chiaramente, che anche Dio debba avere «un
corpo e un’anima»; forse che la R.I.S.S. affidi la redazione del suo
«editoriale» ad un Mormone?
Poco dopo, in un altro articolo, leggiamo
questa frase sorprendente: «Augustin Cochin aveva già notato la perfetta
identità delle Società di pensieri (sic) nei cinque emisferi». In quale
strano «iperspazio» dovrebbero trovarsi?
La «parte occultista» (n° di marzo),
contiene un articolo su L’Occultisme mondain (L’Occultismo mondano), a
proposito di un libro, già vecchio, di Fernand Divoire; da parte nostra
facciamo solo un’osservazione: se è esatto che non abbiamo niente a che vedere
con i «mondani» e i «salotti», ancor meno ci rivolgiamo ai «professori»; quanto
al fatto che si continua a parlare del «nostro occultismo», quante volte ancora
dobbiamo protestare contro questa infame calunnia?
Lo pseudo Edipo vuol parlare, questa volta,
dei «poteri magici», ma in realtà parla soprattutto di quelli dei guaritori,
che per la precisione non hanno proprio niente di magico.
Raymond Dulac ha inventato qualcosa che
chiama «iniziatismo»; gli consigliamo di brevettarlo subito... Per quanto
riguarda le riflessioni con le quali, in qualche maniera, stabilisce un
parallelo fra certi articoli de Le Symbolisme ed i nostri, bisogna dire
che esse dimostrano la sua spiacevole mancanza del senso delle proporzioni; ma
forse sono destinate, soprattutto, ad introdurre una insinuazione che può solo
essere completamente grottesca, per coloro che sanno fino a che punto noi siamo
poco «concilianti». Teniamo a ripetere che non è nel nostro ruolo agire pro o
contro una organizzazione qualunque; ciò vuol dire, precisamente, che non
facciamo
201
propaganda a chicchessia e che non intendiamo
entrare in controversie che non ci riguardano; questo è tutto! Passiamo
all’ultimo paragrafo, ove sono accostati artificiosamente dei brani di frasi
prese da diversi nostri lavori; possiamo solo disprezzare questo procedimento
disonesto, che ritroviamo anche in un «post-scriptum» applicato, stavolta, alle
nostre risposte ai suoi attacchi. Su questo punto gli ripetiamo solo che: basta
saper leggere per constatare che non abbiamo mai parlato, in alcun posto, di San
Francesco d’Assisi (che egli chiama, comicamente, «il nostro San Francesco»,
mentre invece alcuni suoi pari lo denunciano con furore come uno «gnostico
travestito»!); d’altra parte, non può esserci «iniziazione del battesimo»,
ecc., per la semplice ragione che un rito religioso e un rito iniziatico sono
due cose totalmente differenti; e infine, se qualcuno è qualificato per
appellarsi ai «lettori in buona fede», questi non è certo lui!
‑ Il numero di marzo-aprile di Atlantis
ha per titolo Le XVIII Siècle et le Monde primitif (Il XVIII secolo ed
il Mondo primitivo); si tratta dei «ricercatori di Atlantide» dell’epoca, e la
loro storia è presentata in maniera tale che non sarebbe difficile, come al
solito, rilevare alcune fantasie; per esempio: gli Illuminati di Baviera non furono
affatto una «setta massonica», ma un’organizzazione che, dall’esterno, cercò di
impossessarsi della Massoneria, il che è completamente diverso; siamo proprio
sicuri che Louis-Claude de Saint-Martin venne chiamato il Filosofo
Sconosciuto «perché non firmava i suoi lavori»? Non dimentichiamo di
segnalare una nuova trovata linguistica di Paul Le Cour: «l’accostamento che si
può fare fra i termini Rivoluzione e Rivelazione»!
Le Voile d’Isis, giugno 1933.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
maggio), Oswald Wirth intitola Les Faux Initiés (I Falsi Iniziati),
un articolo nel quale critica giustamente, ma superficialmente, le pretese di
certi occultisti;
202
sarebbe molto meglio se lui stesso avesse una
nozione più precisa di ciò che è realmente l’iniziazione.
Segnaliamo anche la fine dello studio su L’Initiation
chez les Primitifs de l’Oubanghi-Chari, ed una nota, L’Outil méconnu
(L’utensiile sconosciuto), in cui si pretende di ridurre la «nappa dentellata»
ad una raffigurazione (o una alterazione) del «cordone», il che è veramente un
po’ semplicistico.
‑ Vi è un rapporto molto stretto fra
quest’ultima questione e quella trattata nel Grand Lodge Bulletin
(n° di maggio): il simbolismo della corda; questa, nella Massoneria
anglosassone, viene chiamata cable tow, espressione la cui origine è
peraltro incerta, al pari di quella di molti altri termini specificamente
massonici. L’accostamento indicato, con la pavitra o cordone
brahamanico, è interessante, ma ci sembra che un raffronto con la pâsha,
sarebbe forse più eloquente; e a questo proposito ci sarebbero molte cose da
dire sul simbolismo del «nodo vitale».
‑ La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes (n° del 15 maggio) dedica un articolo a La Croix
gammée (La croce gammata); è lo swastika che ci si ostina a chiamare
in questo modo, nonostante la croce gammata sia qualcosa del tutto diversa;
d’altronde, troviamo una enumerazione nebulosa e disordinata di un certo numero
di opinioni disparate emesse sul significato di questo simbolo.
‑ Ma ciò che, sullo stesso argomento, supera
veramente ogni immaginazione, è una nota apparsa ne L’Écho de Paris
(n° del 22 maggio), ove si afferma che «la swatiska (sic)
simboleggia la potenza di Satana, o quella delle divinità malefiche che si
avvinghiano al destino umano»! Il malcapitato pubblico che si affida ciecamente
alla affermazioni dei giornali è veramente ben informato!
Le Voile d’Isis,
luglio 1933.
203
‑ Nel Grand Lodge Bulletin
dello Iowa (n° di giugno) viene ultimato lo studio sul cable tow.
‑ Nel numero di giugno de Le
Symbolisme, Oswald Wirth intitola il suo articolo, L’Erreur
occultiste (L’Errore occultista); questo titolo è eccellente, e noi stessi
l’abbiamo preso in considerazione da molto tempo per un libro che dovrebbe
essere, in qualche modo, parallelo all’Errore dello spiritismo, ma che
le circostanze non ci lasceranno mai il tempo di scrivere. Sfortunatamente, il
contenuto dell’articolo vale molto meno del titolo: si riduce a delle vaghe
considerazioni generali che non provano gran che, per non dire poi che l’autore
ha dell’iniziazione un’idea che, pur essendo differente da quella degli
occultisti, non è per questo più esatta; arriva perfino a scrivere che «il
primo iniziato ha dovuto necessariamente iniziarsi da sé», il che indica una
totale ignoranza dell’origine e della natura «non umane» dell’iniziazione.
D’altronde, egli aggrava ancora di più la sua
posizione nell’articolo seguente (n° di luglio), dal titolo La Vertu
des Rites (La Virtù dei Riti), in cui dichiara a tutte lettere che
«l’iniziazione è umana e non viene considerata di istituzione divina»; e, per
meglio dimostrare che non ne capisce niente, dice anche che «i riti iniziatici
sono laici» (!), cosa che peraltro non gli impedisce di aggiungere, qualche
rigo più in là e senza curarsi della contraddizione, che «le iniziazioni
sacerdotali hanno svolto un ruolo importante nel passato». Per di più, immagina
che i «Grandi Misteri» dell’antichità fossero «quelli dell’al di là», cosa che
rassomiglia un po’ troppo allo spiritismo, e che i misteri di Eleusi
consistevano nella «salvezza dell’anima dopo la morte», il che è solo relativo
alla religione exoterica, senza parlare neanche dell’anacronismo
dell’espressione utilizzata. Egli confonde anche la magia con la religione; due
cose che non hanno alcun rapporto fra loro; e sembra che confonda anche
«sacerdozio» con «clero», cosa che, tutto sommato, rappresenta la sua migliore
scusa... Ci dispiace insistere ulteriormente, ma ciò che egli dice della
trasmissione iniziatica e dell’«influenza
204
spirituale» testimonia una incomprensione che
sarebbe difficile superare; si riscontrano delle negazioni che sono veramente
terribili... ma solo per il loro autore; e leggendo certe frasi sui «riti
eseguiti laicamente» (noi tradurremmo volentieri: «eseguiti da ignoranti»,
anche perché questa espressione sarebbe, così, più conforme alla realtà attuale
ed al significato originale del termine «laico»), non possiamo impedirci di
pensare che Homais non è poi morto!
Nel n° di agosto-settembre, troviamo
ancora un articolo che è l’eco del precedente, Le Signal de la Tour (Il
Segnale della Torre), di W. Nagrodski, anche se il suo tono è un po’ equivoco;
in effetti, è molto difficile capire con esattezza che cosa vuole dire qualcuno
che, credendosi capace di giudicare ciò che ignora sulla base di quanto
conosce, finisce col mettere sullo stesso piano delle cose molto diverse; in
ogni caso, la maniera astiosa con cui parla della «tradizione», e l’insistenza
«da scuola elementare» con la quale viene ripetuta, a dritta e a manca, la
parola «cervello», indicano a sufficienza con quale spirito vengono elaborate
queste riflessioni... Ma ci chiediamo se è senza malizia e solo per
disattenzione che l’autore, terminando il suo articolo, rivela una
contraddizione del «Maestro Oswald Wirth», allorché ricorda, molto
inopportunamente, che questi ha raccomandato, nei suoi libri, come «letture da
scegliere», numerose opere di quegli stessi occultisti che oggi denuncia con
tanta veemenza ne Le Symbolisme!
Notiamo ancora, in quest’ultimo numero, con il
titolo Mysticisme et Philosophie (Misticismo e Filosofia) e a firma di
«Diogène Gondeau», un dialogo… che non ha certo niente di platonico: raffronti
da caserma, elogio sfacciato di ogni mediocrità, insulsaggini e meschinità su
tutta la linea...
‑ La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes, nel suo nº del 1º giugno, annuncia la soppressione
della sua «parte occultista», per mancanza di abbonati... e di redattori; per
l’occasione evoca il ricordo «dei due collaboratori di gran talento e
particolarmente competenti in occultismo, H. de Guillebert
205
e il dr. Mariani, che da soli assicuravano la
redazione di questo supplemento e che sfortunatamente sparirono nel 1932».
Francamente, ci vuole proprio un bel... coraggio, dopo quello che sanno i
nostri lettori su questa storia, per avere l’ardire di ricordare in tal modo la
«sparizione» dell’«ex-Mariani»! D’altra parte, il «supplemento» ha continuato
ad essere pubblicato per più di un anno senza questi due collaboratori; e
questo ci induce a constatare che è in atto un’altra e più recente sparizione,
di cui però non si fa parola... ed allora ci arrischiamo noi a porre la
domanda, forse alquanto indiscreta pur nella sua semplicità: che ne è di
Raymond Dulac?
Le Voile d’Isis,
ottobre 1933.
‑ The Speculative Mason (nº
di luglio), contiene un articolo dedicato al recente libro di A.E. Waite, The
Holy Grail (Il Santo Graal), di cui ci proponiamo di parlare prossimamente;
un altro articolo parla della storia della città di York, considerata come il
più antico centro della Massoneria in Inghilterra.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di settembre), vi è uno studio sui diversi significati della
parola Shiboleth.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
ottobre), vi è un articolo di Oswald Wirth su L’Individualisme religieux
(L’Individualismo religioso), ove ritroviamo tutta la mancanza di cognizione
che abbiamo già segnalato tante volte; e, in questa occasione, anche una
concezione dell’«alchimia spirituale» che è veramente infantile.
«Diogène Gondeau» intitola L’Intempérance
mystique (L’Intemperanza mistica) un articolo che dimostra come egli non
abbia capito niente di Omar ibn El-Fârid, ma che fa anche capire quanto sia
scabroso presentare come «mistiche» delle cose che non lo sono affatto: se egli
avesse detto chiaramente e senza equivoci che il «vino» simboleggia la
«dottrina
206
segreta» riservata agli iniziati,
sarebbe poi stato difficile, anche per «Diogène Gondeau», lasciarsi andare a
simili commenti e a tante pietose battute.
Un Massone americano, dichiarando che
l’esclusione della donna dalla Massoneria «è un anacronismo, dal momento che la
costruzione materiale è stata abbandonata», dimostra di ignorare totalmente la
questione delle «qualificazioni» richieste da certe forme iniziatiche.
Marius Lepage cerca di prendere la difesa
degli occultisti, contro W. Nagrodski, il cui recente articolo sembra abbia
causato un certo scompiglio...
Lo stesso W. Nagrodski, in una piccola nota,
contrappone la Massoneria anglosassone, che «ama trarre tutto il simbolismo
massonico dalla Bibbia», alla Massoneria latina, che ha «posto le sue origini
negli ambienti dei costruttori»; ora, dal momento che gli stessi costruttori
usavano incontestabilmente il simbolismo biblico, certo non avremmo mai potuto
sospettare che potesse esserci anche un minimo di incompatibilità!
‑ La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes (n° del 15 agosto) pubblica un articolo firmato
«Anbowa» (sic) e intitolato La Kabbale juive, premier exemple de
l’infiltration des Sectes (ancora: sic); ritroviamo qui tutte le
abituali calunnie degli ignoranti contro la Kabbala, e l’autore arriva perfino
a confondere i Kabbalisti con i Farisei; questa gente farebbe appena bene se
incominciasse a prendersi il disturbo di studiare un po’ quello di cui pretende
parlare!
Le Voile d’Isis,
dicembre 1933.
‑ Il numero di aprile di The
Speculative Mason (che non ci era giunto in tempo), contiene un
interessante articolo su Le sette arti liberali, in cui sono esposte
delle idee molto giuste sul vero significato che avevano le scienze presso gli
antichi, tanto differente dalla concezione tutta profana dei
207
moderni; vi sono anche delle curiose
considerazioni sul valore numerico di certi termini greci.
Segnaliamo anche un articolo sul T\B\ (tracing board o quadro di
Loggia) del terzo grado, per il quale ci doliamo solo che contenga un
fantasioso accostamento fra acacia e âkâsha.
Nel nº di ottobre vi è un articolo sul
simbolismo della cerimonia di iniziazione al 2º grado; e un altro sugli Stranieri
e Pellegrini, che mostra l’analogia abbastanza evidente che esiste tra il Pilgrim’s
Progress (Il Cammino del Pellegrino) di John Bunyan e le diverse fasi
dell’iniziazione massonica.
‑ Il Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di ottobre) contiene uno studio sul grembiule massonico.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
novembre) Oswald Wirth parla del Travail maçonnique... (Lavoro
massonico... ), senza riuscire a superare i punti di vista psicologico e
morale, i quali non sono «di competenza dell’iniziazione», checché lui ne dica;
tutt’al più, si potrebbe trattare dell’inizio di un lavoro preparatorio, il
quale conduce solamente alla soglia dei «piccoli Misteri».
Col titolo: Eclaircissons un problème
(Chiariamo un problema), Armand Bédarride pone la questione del metodo di
lavoro massonico; e si erge, molto giustamente, contro l’empirismo che pretende
che ogni conoscenza venga dall’esterno, dimostrando che il lavoro iniziatico,
invece, ha il suo punto di partenza all’interno dell’essere umano; dispiace
solo che si sia sentito in dovere di usare spesso delle citazioni tratte dai
filosofi profani, incompetenti per definizione stessa ed il cui parere, quindi,
non può rivestire alcuna importanza.
W. Nagrodski, per calmare l’agitazione
causata dal suo precedente articolo nei lettori de Le Symbolisme, si
sforza di giustificare la sua posizione... citando Éliphas Levi.
‑ La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes (n° del 15 novembre) contiene la prima parte di un
lungo articolo, in
208
occasione della morte. di Annie Besant;
articolo che è una sorta di riassunto del nostro Teosofismo, peraltro
assai ben fatto e generalmente esatto (vi è solo un errore di poca importanza:
non fu la Besant a convocare il «Parlamento delle Religioni» a Chicago nel
1893, lei si limitò ad approfittarne largamente per propagandare le idee
teosofiste); ma perché ci si costringe a ripetere, ancora una volta, che Le
Voile d’Isis non è una rivista «occultista»?
Le Voile d’Isis,
gennaio 1934.
‑ Nel nº di novembre-dicembre di Atlantis,
questa volta si parla soprattutto di «Atlantismo», e con questo termine bisogna
intendere il tentativo di. ricostruzione della tradizione atlantidea, che Paul
Le Cour si ostina a confondere con la Tradizione primordiale unica, ma che al
tempo stesso definisce come la «religione della bellezza», il che è abbastanza
speciale, ed anche doppiamente speciale. Com’è abituale, vi si trovano
parecchie fantasticherie, sia linguistiche che di altro genere; notiamo fra
l’altro questa curiosa affermazione: «La più antica di tutte le religioni ebbe
il suo punto di partenza ad Atlantide; questa religione è il
Cristianesimo». Veramente lo si fa incominciare troppo presto o troppo tardi, a
seconda di come lo si vuole intendere...
Naturalmente, si parla anche di Aor-Agni:
sembra che Aor sia rappresentato dalla Chiesa e Agni dalla
Massoneria; ma è difficile riuscire a capire come l’interpretazione proposta
possa conciliarsi col fatto che la Massoneria, nel suo simbolismo, abbia le due
colonne (che d’altronde ha anche la Chiesa, con San Pietro e San Paolo). Quanto
ad una cosiddetta «Massoneria cristiana» che avrebbe come emblema i «tre punti
di Agni» ed i «tre punti di Aor», riuniti in maniera da formare
il «sigillo di Salomone», noi abbiamo già visto una cosa del genere... in una
organizzazione che non era massonica. Ma la cosa più divertente è sicuramente
l’idea di risvegliare il «Grande Occidente», di funambolesca memoria.
209
Vero è che sapevamo già da un po’ di tempo che
Paul Le Cour non teme il ridicolo!
‑ The Speculative Mason (n°
di gennaio), dedica un articolo al simbolismo della formazione della Loggia
e del rituale d’apertura.
In un altro studio, più importante, si parla
del significato dell’espressione «Massone Libero ed Accettato» (Free and
Accepted Mason); troviamo qui, una considerazione che condividiamo
completamente: se il simbolismo massonico riflettesse solo delle idee morali,
«la Massoneria non conterrebbe nulla che non fosse già conosciuto da ogni non
massone»; e «la semplice associazione di queste idee con gli utensili dei
costruttori, non sarebbe niente di più che un giuoco da ragazzi»; mentre si
tratta, in realtà, di «un genere di conoscenza che si richiama alle cose eterne
e che non può essere ottenuta nei collegi e nelle Università». In questo
articolo vi sono anche degli accostamenti numerici che richiederebbero un esame
più approfondito; alcuni sono notevoli, altri più contestabili; la principale
difficoltà, a nostro avviso, consiste nel trasporre i valori numerici delle
lettere ebraiche nell’alfabeto latino, cosa che può facilmente dar luogo a
degli errori; ma se ci si limita a considerare il tutto solo come un tentativo
(e l’autore non pretende di più), non si può negare che abbia un certo
interesse.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di dicembre), troviamo uno studio sul simbolismo dei gradi
capitolari (Royal Arch), che sfortunatamente si attiene quasi
esclusivamente al significato morale; torniamo così al «giuoco da ragazzi», e
quando di tratta degli alti gradi la cosa diventa sempre più spiacevole...
‑ Ne Le Symbolisme (nº di
dicembre), Oswald Wirth parla de L’Initié, homme-modèle (L’Iniziato,
uomo modello); ma, ahimé!, l’idea che se ne fa è, molto semplicemente, quella
stessa per cui il volgo usa in maniera abusiva la parola saggio,
210
nel senso esteriore e «mondano» del termine;
tutto ciò non ha sicuramente niente a che vedere con la vera saggezza, che è
«sopra-umana» (che è ancora più che «sopra-terrena»), né con l’iniziazione, il
che è lo stesso. D’altronde, né la barakah, cioè l’«influenza
spirituale», né la virtù propria dei riti sono cose di ordine «magico», come
egli afferma con tutta la sicurezza che viene a certuni dall’ignoranza di ciò
di cui parlano; la magia non ha proprio niente in comune con l’iniziazione, la quale
non si occupa di fenomeni bizzarri né di puerili «poteri»; e non ci
permetteremmo mai di parlare di «iniziazione magica», anche distinguendola
dall’«iniziazione pura». Fra l’altro, non possiamo che ammirare il modo in cui
si stravolge il senso delle parole: «uomo perfetto», «uomo modello»; noi
conosciamo, sì, delle espressioni iniziatiche che potrebbero tradursi
pressappoco così, El-Insânul-Kâmil e El-Mathalul-âlâ, ma esse,
per noi, significano tutt’altra cosa!
Armand Bédarride conclude lo studio iniziato
nel numero precedente; e noi notiamo questo passo: «Dopo questa metamorfosi
spirituale (dell’iniziazione) l’uomo, posto di fronte ad una “cosa”, al pari di
un profano, non la vedrà più sotto lo stesso aspetto e con le stesse sfumature,
non ne riceverà più la stessa impressione e non reagirà più allo stesso
modo...; l’oggetto non è mutato, è il soggetto che è divenuto un altro». Ciò è
del tutto esatto; solo che noi temiamo che lo stesso autore attribuisca a questa
«trasmutazione» un significato semplicemente «psicologico»; in ogni caso, egli
si limita alla distinzione del «soggettivo» e dell’«oggettivo», il che non
conduce molto lontano; e, a proposito del metodo iniziatico, egli parla
volentieri di «idealismo», cosa che è fortemente inadeguata e risente
terribilmente della filosofia profana; riuscirebbe a seguirci se gli dicessimo
che si tratta, essenzialmente, di andare «al di là del pensiero»?
Nel n° di gennaio, una trattazione
elementare delle origini della Massoneria, di Eugène-Bernard Leroy, contiene
solo quanto è già stato detto comunemente su questa questione molto complessa e
abbastanza oscura.
211
In un breve articolo intitolato Initiés et
Initiateurs (Iniziati e Iniziatori), Fernand Varache si misura in una
difficile impresa: conciliare l’esistenza ed il ruolo dell’iniziatore con
l’affermazione, falsa e un po’ ridicola, che «ci si inizia da sé».
Infine, col titolo Notions initiatiques
(Nozioni iniziatiche), a firma di Elie Benveniste, troviamo esposte alcune idee
che ci ricordano una vecchia conoscenza: la famosa «tradizione cosmica» del fu
Max Théon...
‑ Nella Revue Internationale des
Sociétés Secrètes (nº del 1º gennaio), troviamo il seguito
dell’articolo sul Teosofismo, che abbiamo già segnalato; questa volta,
si tratta in particolare della «Co-Massoneria». Segnaliamo solo, per rispetto
della verità (suum cuique...), che Annie Besant. contrariamente a ciò
che qui è stato detto, sembra proprio che non abbia avuto niente a che fare con
l’instaurazione dei rapporti fra la Massoneria mista del «Droit Humaine»
(Diritto Umano) ed il Grande Oriente di Francia; relazioni che, peraltro, per
delle ragioni ben conosciute, dal punto di vista anglosassone potevano essere
solo imbarazzanti.
Le Voile d’Isis, marzo
1934.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di gennaio), troviamo un compendio storico delle origini della
Massoneria del Royal Arch.
Nello stesso numero e nel n° di febbraio,
vi è un saggio, abbastanza curioso, che cerca di ricostruire la composizione
delle colonne del Tempio di Salomone.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
febbraio), Oswald Wirth parla de La Dignité humaine (La Dignità
umana), soggetto piuttosto banale; sembra che «assistiamo ad un risveglio della
coscienza umana illuminata»; non ne avevamo il minimo sospetto...
Eugène-Bernard Leroy parla di Ce que la
Maçonnerie n’est pas (Ciò che la Massoneria non è); mentre «Diogène
212
Gondeau» dedica ad Albert Pike una nota
poco benevola.
Nel n° di marzo, Qswald Wirth dedica il
suo articolo a L’Erreur humaine (L’errore umano); ciò che dice potrebbe
essere giusto... se non ci fosse alcuna facoltà di conoscenza superiore alla
ragione; mentre invece, molto semplicemente, esso equivale alla negazione della
conoscenza iniziatica!
Eugène-Bernard Leroy parlando de L’Esprit
de la Maçonnerie (Lo Spirito della Massoneria), lo confina entro un punto
di vista «filosofico» alquanto profano.
«Diogène Gondeau», in un articolo su Les
Grades symboliques d’après Albert Pike (I Gradi simbolici secondo Albert
Pike), rimprovera a questi di averne misconosciuto l’esoterismo; forse non del
tutto a torto, ma lui lo conosce forse meglio?
Le Voile d’Isis,
maggio 1934.
‑Il Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di aprile) contiene la storia delle Grandi Logge rivali,
esistite in Inghilterra dal 1717 fino alla «fusione» del 1813.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
maggio), Oswald Wirth continuando ad esporre le Notions élémentaires de
Maçonnisme (Nozioni elementari di Massonismo), parla de La Construction
universelle (La Costruzione universale); ci chiediamo che senso possa
avere, per lui, l’«universalità», dal momento che tutto quello che egli prende
in considerazione, si limita semplicemente ad una «realizzazione di un ideale
umano che si presti ad una ricostruzione umanitaria che assicuri sempre meglio
la felicità di tutti»!
Altri articoli prendono spunto da certi
attacchi diretti attualmente contro la Massoneria; Albert Lantoine afferma, con
ragione, che «una società segreta, o che si ritiene tale, non deve preoccuparsi
dei pettegolezzi che circolano sul suo conto» e deve opporvi solo il silenzio;
Marius Lepage rileva alcune storie fantasmagoriche a cui sono ricorsi certi
antimassoni,
213
storie che proverebbero che la discendenza di
Léo Taxil non è certo lì per estinguersi...
‑ Una nuova pubblicazione, intitolata Documents
du temps présent (Documenti del nostro tempo), dedica il suo primo
numero a La Franc-Maçonnerie; il testo, di André Lebey, comprende un
compendio della storia della Massoneria, dopo un esame della sua condizione
attuale; il testo è corredato da numerose ed interessanti illustrazioni.
Le Voile d’Isis,
luglio 1934.
‑ In The Speculative Mason (nº
di luglio), troviamo diversi studi: sull’iniziazione al primo grado, sui Landmarks
(soggetto particolarmente difficile, poiché le liste fornite dai diversi autori
massonici variano considerevolmente e contengono degli articoli alquanto
discutibili) e sui numeri nella Massoneria e nella musica.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (nn. di maggio e giugno), si trova uno studio storico sulle
organizzazioni avverse alla Massoneria inglese, nel XVIII secolo: il Noble
Order of Bucks, i Gregorians e i Gormogons; sembra,
soprattutto, che queste organizzazioni abbiano voluto combattere la Massoneria
parodiandola; tuttavia, è possibile che, nell’ultima, vi sia stato qualcosa di
più serio, nel senso che sarebbe servita da copertura a dei vecchi Massoni
operativi, avversari della «riforma» di Anderson e di Desaguliers.
‑ Ne Le Symbolisme, Oswald Wirth
parla de L’Architecture morale (L’Architettura morale) (n° di giugno)
e de La Religion du Travail (La Religione del Lavoro) (nº di luglio);
egli si attiene sempre allo stesso ordine di considerazioni «elementari»... e
assai poco iniziatiche, anche quando il soggetto si presterebbe invece ad
essere trattato in ben altro modo; coloro che avranno letto l’ultimo di questi
articoli, e
214
che si sono poi riferiti al nostro recente
studio su L’Iniziazione e i Mestieri, comprenderanno ciò che vogliamo
dire.
In questi due stessi numeri, W. Nagrodski
presenta uno studio su Le Secret de la lettre G (Il Segreto della
lettera G), ispirato ai lavori di. Matila Ghyka, se le considerazioni
geometriche sulla «Stella fiammeggiante» sono sicuramente giuste, ciò che si
riferisce alla «lettera G», che sarebbe la rappresentazione di un nodo, è
invece alquanto contestabile; ciò non significa, però, che non ci sarebbe molto
da dire sul simbolismo del «nodo vitale», specialmente in rapporto alla
Massoneria operativa, ma l’autore ha sfiorato la questione senza sospettare
minimamente queste implicazioni.
Nel n° di luglio notiamo, infine, un
articolo di «Diogène Gondeau» su La Religion spirite (La Religione dello
spiritismo); ci associamo volentieri alle sue critiche, ma non all’ottimismo
che esprime nel considerare la possibilità di una «epurazione» dello
spiritismo, il quale, del resto, non potrebbe mai essere altro che una
«pseudo-religione».
‑ La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes (n° del 1º luglio) pubblica, col titolo Guerre
occulte (Guerra occulta), un articolo dedicato a due libri: La Clé des
songes (La Chiave dei sogni) di cui abbiamo già parlato qualche mese fa, e Les
sept têtes du Dragon vert (Le sette teste del Dragone verde), di cui non ci
siamo occupati, ma ove abbiamo trovato, quando l’abbiamo letto, molti dettagli
sospetti; su entrambi questi libri, quantunque da punti di vista diversi, per
una volta ci troviamo perfettamente d’accordo con gli apprezzamenti della R.I.S.S.
Il n° del 15 luglio contiene il testo
di una conferenza di J. de Boistel su La Théosophie (La Teosofia),
condotta in gran parte sulla scorta del nostro libro, come peraltro ha indicato
molto lealmente lo stesso autore; con l’aggiunta, però, di alcune informazioni
provenienti da altre fonti, che non sono tutte ugualmente sicure; ne deriva anche
qualche errore, che ci stupiamo non sia stato rilevato. Per quanto ci riguarda,
dobbiamo fare una rettifica: tralasciamo i titoli fantasiosi
215
che, ancora una volta, si è sentito il bisogno
di affibbiarci, poiché la cosa ci è indifferente; ma non possiamo permettere
che si dica che noi dirigiamo Le Voile d’Isis, la qual cosa, d’altronde,
sarebbe veramente un po’ difficile vista la distanza che ci separa; la verità è
che noi siamo solo uno dei collaboratori della rivista, e. niente di più.
D’altra parte, quando in un passo tratto dal Teosofismo, parlavamo di
certi «gruppi misteriosi», è del tutto inesatto che volevamo riferirci alla
Massoneria, come afferma l’autore con una strana sicurezza; si trattava di cose
dal carattere ancora più nascosto ed aventi dei rapporti assai stretti con ciò
che noi abbiamo chiamato la «contro-iniziazione»; ci permettiamo di aggiungere
che abbiamo avuto modo di constatare delle «influenze» dello stesso genere, in
un certo ambito che, ancora poco tempo fa, aveva a che fare molto da vicino con
la R.I.S.S. Ma dobbiamo riconoscere che questa rivista è notevolmente
cambiata, e a suo vantaggio, dopo certe «sparizioni»; ci chiediamo solo, come
mai queste sparizioni possano rimanere in parte inspiegate: non è spiacevole
dal momento che ci si assume l’incarico di denunciare i tanti tenebrosi misteri
altrui?
Le Voile d’Isis,
ottobre 1934.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin
dello Iowa (n° di ottobre),troviamo il seguito dello studio sulle
organizzazioni avverse alla Massoneria inglese, nel XVIII secolo; questa volta
si parla di: Antediluvian Masons, Honorary Masons, Apollonian
Masons, Real Masons, Modern Masons; e su di essi vi sono così
pochi dati che non si può neanche sapere, in maniera certa, se si trattasse di
formazioni massoniche dissidenti o irregolari, oppure di semplici imitazioni
«pseudo-massoniche».
Nel numero di novembre, un articolo
mette in evidenza il significato massonico di alcuni passi della Bibbia.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
agosto-settembre), Oswald Wirth, col titolo Constructivisme et
Franc-Maçonnerie
216
(Costruttivismo e Massoneria), parla di ciò
che egli chiama il «Massonismo», che per lui equivale allo «spirito della
Massoneria», «divenuto duraturo dopo due secoli di gestazione»; noi invece ci
chiediamo, ahimé!, che ne è di questo spirito dopo due secoli di
degenerescenza?
Vi sono poi alcune note su L’Initiation des
Maoris (L’Iniziazione dei Maori), tratte da uno studio pubblicato su una
rivista massonica neo-zelandese.
Un dialogo intitolato Pratique occulte.
(Pratica occulta), a firma di «Diogène Gondeau», raccomanda il Pater
come «grande formula magica contro la stregoneria»; è molto giusto, ma
nondimeno un po’ «semplicistico»...
W. Nagrodski applica a La Rose et la Croix
(La Rosa e la Croce), delle elaborazioni basate sulla «proporzione armonica»; a
dire il vero, occorre un po’ di buona volontà per identificare lo schema così
ottenuto, col «segno della Rosa-Croce».
Nel n° di ottobre, Oswald Wirth spiega
come egli concepisce L’Enseignement des Maîtres (L’Insegnamento dei
Maestri), sulla base di vedute di una «saggezza» strettamente profana;
tuttavia, siamo d’accordo con lui sull’impiego del simbolismo laddove il
linguaggio ordinario sarebbe insufficiente; e sul potere del pensiero
indipendentemente da ogni espressione; ma, per l’appunto, tutto ciò va ben al
di là di quanto lui possa supporre.
Armand Bédarride vuole «laicizzare le virtù
teologali», e incomincia, naturalmente, da La Foi (La Fede); ha
riflettuto sul fatto che così facendo, riducendole cioè ad essere solo
puramente «umane», non potrebbero più essere «teologali», per definizione
stessa, ma semplicemente «morali»? E ha pensato che, mantenendo gli stessi
termini, questi finirebbero col designare delle cose del tutto diverse?
«Diogène Gondeau» sfiora Le Problème
spirite (La Questione dello Spiritismo) in maniera tale, come dice lui
stesso, da lasciare «la porta aperta alle supposizioni»; anche un po’ troppo,
diremmo noi, tanto che potrebbe passarvi di tutto...
217
Nel n° di novembre, Armand Bédarride,
questa volta, prova a «laicizzare» L’Espérance (La Speranza).
«Diogène Gondeau» ritorna ancora su Les
Esprits (Gli Spiriti), o su ciò che è così chiamato, e trova la scusa per
professare un invincibile attaccamento all’umanità terrena!
In una nota intitolata Les Croix
symboliques (Le Croci simboliche), W. Nagrodski espone l’applicazione della
«sezione aurea» ai tracciati della croce di Malta, della croce teutonica e
della croce della Legion d’Onore.
Infine, Oswald Wirth conclude le sue Notions
élémentaires de Maçonnisme, affermando che «la concezione costruttiva si
rivolge a tutti gli spiriti aperti», il che, ci sembra, è abbastanza vicino al
disconoscimento della necessità di ogni «qualificazione» iniziatica.
‑ La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes (n° del 15 novembre) pubblica un articolo di J. de
Boistel, intitolato Les Satellites de la F\-M\ (I Satelliti della M\); non potevano esserci dubbi che si trattasse di una molteplice
varietà di organizzazioni «neo-spiritualiste», in cui «la Massoneria» non
c’entra assolutamente niente, anche se accade spesso che dei Massoni figurino
fra i loro membri; senza contare che non si dovrebbero prendere sul serio i
titoli «pseudo-massonici» con cui amano fregiarsi certi personaggi. Vi sono
anche delle nozioni inverosimili sulla Kabbala e sulla Gnosi (vale a dire lo
Gnosticismo), ed una enumerazione di ogni sorta di cose, le quali, anche se
presentano dei tratti in comune (che non sono neanche quelli qui indicati), tuttavia
non possono essere messe sullo stesso piano, come se avessero quasi la stessa
importanza; qui il senso delle proporzioni difetta completamente... Infine,
l’autore ha sentito il bisogno di dedicarci un brano, nel quale si è
accontentato di copiare, parola per parola, senza peraltro indicarne la
provenienza, una buona parte di quell’ignobile nota anonima di tipo poliziesco,
pubblicata originariamente in un supplemento dei Cahiers de l’Ordre, e
già riprodotta a suo tempo dalla R.I.S.S. nella sua defunta «parte
occultista»; dopo la risposta che fornimmo
218
allora, possiamo lasciare che ognuno giudichi
da sé tali sistemi, che noi preferiamo astenerci dal qualificare!
Le Voile d’Isis,
gennaio 1935.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
febbraio), Oswald Wirth parla de La Genèse du «Serpent Vert» (La
Genesi del «Serpente Verde») di Gœthe; gli enigmi che sorgono a proposito di
questo racconto sembrano ancora ben lontani dall’essere chiariti.
Col titolo Un rapprochement intéressant
(Un accostamento interessante), Armand Bédarride raffronta gli insegnamenti di
Confucio a quelli della Massoneria.
Vi è anche un articolo di Marius Lepage su La
Chaîne d’Union (La Catena d’Unione).
Nel n° di marzo, Oswald Wirth intitola
il suo articolo, La Sagesse parlée (La Saggezza parlata); in effetti, si
tratta di alcune considerazioni sull’insufficienza delle parole e sul ruolo dei
simboli per rimediarvi.
Notiamo un nuovo articolo sul Féminisme
initiatique (Femminismo iniziatico), di Gertrud Gäffgen, che è suscettibile
delle stesse osservazioni del precedente.
Col titolo La Matière et les Sens (La
Materia e i Sensi), Armand Bédarride si serve di una finzione, immaginando gli
abitanti di Giove come dotati di sensi completamente diversi dai nostri, cosa
che peraltro non ha niente di inverosimile in sé, per dimostrare che la stessa
nozione di «materia» è molto poco attendibile.
‑ La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes pubblica da qualche tempo un supplemento mensile intitolato L’Action
Antimaçonnique; nel n° di febbraio di questo supplemento vi è un
articolo intitolato Chez les Grands Initiés (Con i Grandi Iniziati),
titolo che induce in errore, poiché in realtà si tratta solo di
«pseudo-iniziati». La cosa curiosa è che si prova il bisogno di parlare di
Aleister Crowley; e ancora più
219
strano è il fatto che sembra si creda al suo
preteso suicidio del 1930. Non è proprio possibile che i redattori della R.I.S.S.
siano così male informati: il personaggio è vivo e vegeto e, un po’ di mesi fa,
ha perduto, a Londra, un processo per diffamazione che aveva avuto l’ardire di
intentare contro qualcuno che lo aveva tacciato di «mago nero», e numerosi
giornali ne hanno parlato; ci chiediamo quindi, cosa mai possa voler dire un
simile comportamento della R.I.S.S.... Ma, in questo stesso articolo, vi
è ancora dell’altro, ugualmente degno di nota: l’ultima frase, in corsivo, è
tratta testualmente da un nostro scritto, tranne una parola, senza alcuna
indicazione sul fatto che si tratti di una citazione; certo, che si è indotti a
pensare che quando qualcuno ci attacca, uno degli scopi che si prefigge, è di
impedire alla sua «clientela» di leggere i nostri scritti per poterli poi
«saccheggiare» a proprio agio!
Le Voile d’Isis,
maggio 1935.
‑ Ne Le Mercure de France (n°
del 15 luglio), segnaliamo un articolo intitolato L’Infidélité des
Franc-Maçons (L’Infedeltà dei Massoni), firmato con lo pseudonimo di
«Inturbitus». Vi si trovano delle considerazioni interessanti, che non sempre,
però, sono perfettamente chiare, in particolare sulla distinzione fra
iniziazione sacerdotale, cavalleresca e artigianale, le quali, in definitiva,
corrispondono sia all’organizzazione tradizionale della società occidentale del
Medioevo, sia a quella delle caste, in India; in tutto questo non si capisce
molto bene qual è il posto assegnato all’ermetismo; e, d’altra parte,
bisognerebbe spiegare perché la Massoneria, nonostante le sue forme
artigianali, porta anche il nome di «arte reale». Sulla questione delle iniziazioni
artigianali o corporative, l’autore cita a lungo il Nombre d’Or (Numero
d’Oro) di Matila Ghyka; sfortunatamente, la parte di questo testo che si
riferisce all’argomento in questione, è sicuramente quella che richiede le
maggiori riserve, e le informazioni che vi si
220
trovano non provengono tutte da fonti
sicure... Comunque sia, prendere l’espressione «Massoneria operativa» in un
senso esclusivamente corporativo, equivale forse col delimitare eccessivamente
la questione; l’autore riconosce, tuttavia, che questa antica Massoneria ha
sempre ammesso dei membri che non erano operai (termine che non necessariamente
debba essere inteso nel senso di «non operativi»), ma sembra che non si renda
esattamente conto di che cosa costoro potessero fare; per esempio: sa che
cos’era una L\ of J\? In verità, se la Massoneria è veramente degenerata, divenendo
semplicemente «speculativa» (e noi diciamo «semplicemente» per sottolineare che
questo cambiamento implica una diminuzione), ciò va inteso in un senso e in
modo diverso da come pensa l’autore, e, d’altronde, questo non intacca la
giustezza di certe riflessioni relative alla costituzione della Gran Loggia
d’Inghilterra. In ogni caso, la Massoneria, sia «operativa» che «speculativa»,
comporta essenzialmente, e per definizione stessa, l’uso di forme simboliche,
che sono quelle dei costruttori; «sopprimere il rituale di iniziazione
artigianale», come consiglia l’autore, equivarrebbe, molto semplicemente, a
sopprimere la stessa Massoneria, anche se lui precisa di non «volerla
distruggere», riconoscendo che «si interromperebbe così la trasmissione
iniziatica», il che fra l’altro è un po’ contraddittorio. Comprendiamo bene
che, secondo lui, si tratterebbe di sostituire la Massoneria con un’altra
organizzazione iniziatica; ma, prima di tutto, perché questa dovrebbe reclutare
i suoi membri fra i Massoni, piuttosto che in qualche altro ambiente, dal
momento che non avrebbe più alcun rapporto di filiazione con la Massoneria
stessa? Poi, non si capisce da dove proverrebbe questa organizzazione, e a che
cosa si ricollegherebbe effettivamente, dal momento che non se ne può inventare
una, almeno umanamente, e non potrebbe trattarsi del prodotto di semplici
iniziative individuali, anche quando si tratti di persone che «si trovano in
una catena iniziatica ortodossa», perché questo, evidentemente, non è
sufficiente per legittimare, da parte loro, la creazione di nuove forme
221
rituali. Si vede bene, quali difficoltà,
probabilmente insormontabili, sollevi un discorso del genere, se non è
preceduto da una attenta riflessione; ci si concederà, dunque, di restare
scettici circa la possibilità di realizzazione di un tale progetto, che, in
realtà, non è ancora messo a punto... Il vero rimedio contro la degenerescenza
attuale della Massoneria, e senza dubbio il solo, può consistere, supponendo
che sia ancora possibile, nel cambiamento di mentalità dei Massoni, o, quanto
meno, di quelli fra loro che sono in grado di comprendere la loro iniziazione,
ai quali, per la verità, fino ad oggi non è stata offerta alcuna occasione per
farlo; poco importerebbe il loro numero, poiché, in presenza di un lavoro serio
e realmente iniziatico gli elementi «non qualificati» si eliminerebbero da sé;
e con loro sparirebbero, per forza di cose, anche gli agenti della
«contro-iniziazione», a cui alludevamo, in quanto al loro ruolo, nel passo del Teosofismo
citato alla fine di questo articolo, proprio perché non vi sarebbe più nulla su
cui potrebbe far presa la loro azione. Operare «un raddrizzamento della
Massoneria nel senso tradizionale», non significherebbe «mirare alla luna»,
checché ne dica «Inturbitus», né costruire sulle nuvole; si tratterebbe
solamente di utilizzare le possibilità di cui si dispone, per quanto ridotte
queste possano essere all’inizio; ma, in un’epoca come la nostra, chi oserà
intraprendere.una simile opera?
‑ Nel Grand Lodge Bulletin
dello Iowa (n° di giugno), un articolo è dedicato alla ricerca del
significato originario dell’espressione due guard; le diverse
interpretazioni proposte sono molto forzate e poco soddisfacenti; ne suggeriamo
un’altra che ci sembra più plausibile: nella Massoneria francese, si dice
«mettersi all’ordine», e questa è senz’altro un’espressione del tutto diversa;
ma, nel Compagnonaggio, si dice «mettersi al dovere»; ora, questa espressione, due
guard o duguard (poiché non si è d’accordo neanche sull’ortografia),
che non è inglese e che sembra sia stata introdotta relativamente da poco, non
è possibile, molto semplicemente, che sia una cattiva trasposizione fonetica
del termine
222
«devoir» (dovere)? In seno alla Massoneria vi
sono diversi esempi di trascrizioni o trasposizioni alquanto straordinarie:
come quella di Pìtagora in Peter Gower, che tanto incuriosì a suo tempo
il filosofo Locke...
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
agosto-settembre), Oswald Wirth parla del Travail initiatique
(Lavoro iniziatico), o piuttosto dell’idea, molto poco iniziatica, che egli se
ne fa; d’altronde, lui stesso confessa che «questo manca di trascendenza,
poiché si tratta solo di perseguire un obiettivo morale»; e non siamo noi che
glielo facciamo dire! Ma egli ne approfitta per partire nuovamente in quarta
contro un fantasma che riveste col nome di «metafisica», e che in effetti
rappresenta tutto quello che lui non capisce;e diciamo fantasma a ragion
veduta, poiché ci è impossibile scorgervi la minima sembianza della vera
metafisica, la quale non può «ragionare nel vuoto» né in qualunque altra cosa,
poiché essa è essenzialmente «sovra-razionale», e sicuramente non ha niente a
che vedere né con le «nuvole» né con le «astrazioni», che lascia volentieri ai
filosofi, compresi quelli che si vantano di possedere solo delle «concezioni
positive»: proclamarsi «discepoli della Vita, che rimedia al male passeggero,
per assicurare il. trionfo ultimo del Vero, del Bene e dei Bello», queste sì
che sono delle belle astrazioni, e perfino delle autentiche «astrazioni
personificate», che non hanno assolutamente niente di metafisico, a dispetto
delle maiuscole di cui fanno sfoggio!
Notiamo anche un articolo dal tono un po’
enigmatico, intitolato Les Châteaux de cartes (I Castelli di carta), di
Léo Heil; vi si dice che «la civiltà contiene forse in se stessa il principio
della sua rovina», poiché «essa ha ucciso l’ideale»; occorrerebbe precisare che
qui si tratta solo della civiltà occidentale moderna, e noi diremmo, in maniera
più «positiva», che essa ha distrutto lo spirito tradizionale... Per rimediare
ad un tare errore, o per scoprire come fare, si formula l’augurio che si
costituisca «una associazione molto chiusa»; ora, a parte il fatto che non si
prende neanche in
223
considerazione la questione della regolarità
iniziatica, questo ci fa un po’ pensare, in maniera ancora più vaga, alla nuova
organizzazione progettata da «Inturbitus»; ma, per lo meno, quest’autore
riconosceva che «siamo in pieno sogno», ed allora, se questo non può essere
molto utile, non sarà neanche molto pericoloso!
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
aprile), Oswald Wirth, parlando de L’Avenir maçonnique (L’Avvenire
massonico), denuncia «l’errore del 1717, che ci ha procurato i governi
massonici, ad imitazione delle istituzioni profane, con la caricatura di un
potere esecutivo, di un parlamento, di un’amministrazione burocratica e di
relazioni diplomatiche»; su questo, almeno, siamo abbastanza d’accordo, come
dimostra tutto quello che abbiamo scritto, anche qui, su certe organizzazioni
iniziatiche che sono degenerate in «società».
Armand Bédarride intitola il suo articolo Le
Gnosticisme maçonnique (Lo Gnosticismo, massonico); ma in realtà, qui si
parla solo della «Gnosi», che non significa niente altro che «Conoscenza», e
che non ha necessariamente alcun rapporto con la particolare forma dottrinale
che si chiama «Gnosticismo»; la parentela dei due termini dà spesso luogo ad
una confusione alquanto strana e incresciosa, sotto molti aspetti.
F. Ménard espone delle considerazioni sul
simbolismo di alcune Fêtes celtiques (Feste celtiche).
Col titolo, Un Mahâtmâ occidental (Un
Mahâtmâ occidentale), «Diogène Gondeau», prendendo spunto da un libro
pubblicato recentemente in America, parla del Conte di Saint-Germain e delle
manifestazioni che gli sono attribuite oggi, dagli occultisti e dai teosofisti,
in particolare come cosiddetto «capo supremo della Co-Massoneria».
Nel n° di maggio, con il titolo La
double source des actions vitales (La duplice fonte delle azioni vitali),
Oswald Wirth si sforza, inutilmente, di stabilire un accostamento fra le teorie
filosofiche di Bergson e certi dati dell’ermetismo.
Marius Lepage parla, elogiandolo, di un
manoscritto di
224
Sédir, pubblicato da poco, La dispute de
Shiva contre Jésus (La disputa di Shiva contro Gesù); ma, quello che dice,
sembra proprio, ahimé!, che testimoni una enorme incomprensione della dottrina
indù…
«Diogène Gondeau» intitola Grands et Petits
Mystères (Grandi e Piccoli Misteri) quella che vorrebbe essere una risposta
a Le Voile d’Isis, e cioè, in realtà, alle nostre recensioni;
d’altronde, le sue riflessioni sbagliano completamente bersaglio, poiché non
siamo certo noi ad aver raccomandato la «contemplazione del soggettivo» (sic),
espressione della quale non riusciamo, peraltro, neanche a comprendere il
significato; per di più, noi lo lasciamo molto volentieri al «fedele compimento
della sua missione terrena» ed alla sua ambizione di «far onore alla specie
umana», ma non possiamo impedirci dal fargli notare che l’ultimo dei profani
potrebbe benissimo fare altrettanto!
‑ In The Speculative Mason (n°
di luglio), un articolo intitolato Stranieri e Pellegrini, contiene
delle considerazioni molto interessanti; tuttavia, le distinzioni proposte per
questi due termini, come se essi si riferissero, in qualche modo, a due gradi
diversi e successivi, non ci sembrano molto fondate: lo stesso termine latino peregrinus
contiene questi due significati; nel Compagnonaggio vi sono «stranieri» e
«passanti» (viaggiatori o pellegrini), ma queste denominazioni corrispondono ad
una differenza di rito e non di grado; e, nella stessa Massoneria,
l’espressione rituale «viaggiare in paesi stranieri» (To travel in foreign
countries) non associa strettamente i due significati?
Un altro articolo espone alcune considerazioni
sul Punto nel cerchio; ma come è possibile trattare questo argomento
senza nemmeno fare allusione al simbolismo del centro, che in questo caso è
l’essenziale, e che ha un posto tanto importante in tutte le tradizioni?
Notiamo ancora il seguito dello studio storico
sui Culdèi, che avevamo già segnalato.
225
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
giugno), Oswald Wirth espone l’idea, che lui ha, del Traditionalisme
(Tradizionalismo); questo vocabolo serve sicuramente ad indicare parecchie cose
diverse, le quali, spesso,. non hanno molto a che vedere con il vero spirito
tradizionale...
J. Corneloup, col titolo La Rose sur la
Croix (La Rosa sulla Croce), pubblica uno studio sui simboli del 18º grado
scozzese, il quale è effettivamente «ispirato all’esoterismo cristiano», e più
esattamente alla sua forma ermetica, ma proprio perché si tratta di esoterismo
e di iniziazione, questo grado non potrebbe avere un’«essenza mistica»; la
frequenza con cui si commette questa confusione ha veramente qualcosa di
strano.
Nel numero di luglio, Oswald Wirth
ritorna su Les méfaits du gouvernementalisme maçonnique (I misfatti del
«governamentalismo» massonico); certo, egli non ha torto nell’affermare che
tutto ciò che è «costituito sulla base di un modello politico profano» non ha,
effettivamente, niente a che vedere con ciò che dev’essere un’organizzazione
iniziatica; ma, come è possibile sostenere che «i Massoni non sono ancora
adulti dal punto di vista iniziatico» e che «incominciano appena, a farsi
un’idea dell’iniziazione», quando invece la verità è che hanno incominciato a
perderla questa idea (pur conservando la cosa in sé, fors’anche
inconsciamente), proprio a partire dal giorno in cui furono introdotte le forme
profane in questione; e che da quel momento la degenerazione non ha fatto altro
che accentuarsi?
«Diogène Gondeau» si dà ad alcune riflessioni
su L’Enfer (L’Inferno), di cui vuole fare «una realtà psicologica»;
sembra che sia «dar prova di spirito, penetrare il senso profondo dei simboli
tradizionali»; se non si fosse preoccupato di avvertirci, certo non avremmo
neanche sospettato della «profondità» di un tal modo di vedere!
I due numeri (di giugno e di luglio)
contengono uno studio di Armand Bédarride su Le Problème religieux (Il
Problema religioso); l’opposizione che egli cerca di stabilire fra i «miti» e i
«dogmi», non ci sembra molto giustificata, come
226
si potrà comprendere facilmente dalle
considerazioni che abbiamo esposto nel nostro articolo che tratta proprio dello
stesso argomento. Vi sono diversi punti che richiederebbero di essere esaminati
più da vicino, in particolare per quel che riguarda il ruolo attribuito al
protestantesimo e all’umanesimo; in questa sede, non possiamo certo scendere
nei particolari, quindi diciamo solamente che il «sentimento religioso», sotto
qualunque forma esso si presenti, è molto lontano dall’essere sufficiente per costituire
una religione; e volerlo identificare a quest’ultima è ancora uno degli errori
dovuti a quel «psicologismo» di cui, sfortunatamente, sono imbevuti tanti
nostri contemporanei.
Le Voile d’Isis,
novembre 1935.
‑ In The Speculative Mason (nº
di ottobre), continua lo studio sui Culdèi, condotto in vista dei
loro rapporti col Santo Graal, in quanto considerati come elementi di raccordo
fra la tradizione druidica e quella cristiana, in particolare per aver
conservato il simbolismo del «paiuolo» o recipiente sacro dei Druidi; raccordo
valido anche per la Massoneria, sia perché erano dei costruttori, nel senso
letterale del termine, sia per alcune particolarità del loro rituale e per le
allusioni che vi si riscontrano in merito ad una cerimonia di «morte e
risurrezione», paragonabile a ciò che di simile era presente negli antichi
misteri.
Un altro articolo presenta, insieme ad alcuni
commenti, un documento massonico pubblicato nel 1730, che sembra riferirsi alla
Massoneria operativa, così com’era praticata verso l’inizio del XVIII secolo.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di settembre), troviamo uno studio dedicato agli esordi della
Gran Loggia d’Inghilterra, in cui è possibile notare come questa storia sia
rimasta avvolta nell’oscurità: benché la Gran Loggia fosse stata organizzata
nel 1717, i suoi verbali hanno inizio con la
227
riunione del 24 giugno 1723; nelle
Costituzioni datate sempre 1723, non si parla della organizzazione della
Loggia, ed è solo all’edizione del 1738 che Anderson aggiungerà una storia dei
suoi primi anni, la quale, per di più, differisce in molti punti rispetto ad
altre conosciute; non ci sarebbero state delle buone ragioni per avvolgere,
così, nel mistero il passaggio dalla Massoneria operativa alla Massoneria
speculativa?
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
ottobre), Armand Bédarride tratta de La Mort du Compagnon (La morte
del Compagno); si tratta della «seconda morte» iniziatica, ma considerata in
maniera piuttosto superficiale, come se essa fosse semplicemente «una
metamorfosi psicologica da effettuare nella pratica della vita», la qual cosa
costituisce sicuramente una nozione parecchio insufficiente.
Segnaliamo anche uno studio di R. Salgues su L’Étoile
flamboyante, canon dell’esthétique (La Stella fiammeggiante, canone
dell’estetica), ispirato soprattutto ai lavori di Matila Ghyka sul Nombre
d’or (Numero d’oro).
Le Voile d’Isis,
dicembre 1935.
‑ Nel Gran Lodge Bulletin
dello Iowa (n° di ottobre), continua lo studio sugli esordi della Gran
Loggia d’Inghilterra; questa volta si parla soprattutto degli attacchi diretti
contro la Massoneria nel corso della prima metà del XVIII secolo; si vede come
l’«antimassonismo» non sia una cosa recente, anche se, a seconda delle epoche,
esso abbia rivestito delle forme notevolmente diverse.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
novembre), Oswald Wirth .parla delle Bases intellectuelles de la
Maçonnerie (Basi intellettuali della Massoneria), vale a dire, in
definitiva, della questione dei Landmarks; ma ne parla in modo tale che
è ben lontano dall’apportarvi una soluzione: in effetti, egli ritiene che la
Massoneria debba «evolversi ed istruirsi per prendere
228
piena coscienza di sé», mentre, in realtà, per
avere una tale coscienza, bisognerebbe ritornare allo spirito tradizionale
delle origini; peraltro, dev’essere chiaro che queste origini non datano certo
dal 1717…
G. Persigout, in un articolo che intitola «Topographie
mentale» du Cabinet de Réflexion («Topografia mentale» del Gabinetto di
Riflessione), espone delle vedute assai curiose, ma riferite a dei dati un po’
confusi e di valore molto differente;. il tutto necessiterebbe di
«chiarificazione», cosa sicuramente possibile, a condizione di non far
intervenire né l’occultismo né la filosofia, trattandosi di una questione
d’ordine strettamente iniziatico.
Le Voile d’Isis,
gennaio 1936.
In The Speculative Mason (n°
di gennaio), segnaliamo in modo particolare un interessante articolo sulle
scoperte archeologiche fatte a Ras Shamrah, e che sembrano destinate a
sconvolgere le asserzioni dell’«ipercritica» moderna, contrarie all’antichità
dei testi biblici. Gli accostamenti linguistici dell’autore esigono, talvolta,
delle riserve, ed alcune sembrano dovute unicamente ad una trascrizione
manchevole o insufficiente; fra le altre, è di un certo rilievo la confusione
fra le lettere aleph e ayin. Non si capisce nemmeno come il nome
di El-Khidr (che certo non è «adorato dai Musulmani», ma semplicemente
venerato come un profeta), possa essere derivato da quello caldeo di Xisuthros,
senza contare che El non è affatto il nome divino ebraico, ma, molto
semplicemente, l’articolo arabo; tutto ciò, comunque, non toglie nulla
all’essenziale, cioè alla comparazione fra le tavolette di Ras Shamrah e
l’Antico Testamento.
Notiamo anche la riproduzione di un curioso
manoscritto massonico che porta la data del 1696.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (nn. di novembre e dicembre), vi è uno studio storico sulla «Gran
Loggia di
229
York», la cui esistenza è conosciuta in
maniera certa dal 1725 al 1792, ma che sembra risalire a molto prima; pare
anche che questa facesse risalire la sua origine alla riunione tenutasi per la
prima volta a York nel 926; naturalmente, i documenti in grado di stabilire una
così lontana filiazione non esistono, ma certo questa non è una ragione
sufficiente per rifiutarla come se fosse puramente leggendaria, checché ne
dicano gli storici imbevuti della superstizione del documento scritto.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
dicembre), troviamo un articolo di G. Persigout su Le Savoir et la Vie
(Il Sapere e la Vita), elementi che per lui corrispondono alla speculazione ed
all’azione, e che vorrebbe «riconciliare, “interiorizzandoli”, secondo le
regole dell’esoterismo tradizionale». Egli esamina la questione del
reclutamento e della selezione, ed esprime delle vedute molto giuste, anche se
l’idea di «qualificazione» iniziatica non è chiaramente fissata; ma è dubbio
che la preparazione dei candidati possa essere realizzata in maniera efficace
tramite delle semplici conferenze; fossero pure di «propaganda iniziatica», due
termini il cui accostamento costituisce, peraltro, una vera contraddizione.
Le Voile d’Isis, marzo
1936.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin
dello Iowa (n° di febbraio), troviamo uno studio sulla Gran Loggia
d’Athol, detta degli «Antichi», che fu organizzata nel 1751, probabilmente da
Massoni irlandesi residenti a Londra, a cui si unirono i membri delle Logge
inglesi rimaste indipendenti dopo la fondazione della Gran Loggia
d’Inghilterra, e contrarie alle innovazioni introdotte da questa, la quale, per
questo motivo, fu detta dei «Moderni»; l’unione delle due Gran Logge rivali si
ebbe nel 1813.
‑ Per Le Symbolisme (nº di
marzo), Albert Lantoine ha scritto una curiosissima Apologie pour les
Jésuites (Apologia
230
dei Gesuiti), facendo rilevare che le accuse
lanciate da alcuni contro di questi, sono del tutto simili a quelle che. altri
rivolgono alla Massoneria.
Col titolo La Flamme ne meurt pas (La
Fiamma non si spegne), Marius Lepage espone alcune riflessioni sullo stato
attuale della Massoneria; egli cita, in particolare, un passo di ciò che noi
abbiamo scritto a proposito di un articolo pubblicato su Le Mercure de
France, sembra, però, che non ne abbia completamente afferrato il senso:
perché pensare che la questione che noi poniamo alla fine debba necessariamente
fare appello ad «un uomo»?
G. Persigout studia La Caverne, image et
porte souterraine du Monde (La Caverna, immagine e porta sotterranea del
Mondo); egli segnala, molto giustamente, il carattere di santuario posseduto
dalle caverne preistoriche, e vi scorge un legame con l’origine del culto delle
pietre sacre; ma su questa questione vi sarebbero ben altre cose da dire e
forse un giorno avremo la possibilità di ritornarvi.
Le Voile d’Isis,
maggio 1936.
‑ The Speculative Mason (nº
di aprile), contiene un articolo intitolato The preparation for death of
a Master Mason (La preparazione alla morte di un Maestro Massone), nel
quale si trovano delle interessanti osservazioni sul vero significato
dell’«immortalità»; d’altronde, ciò che vi è detto sembra che possa applicarsi,
in maniera generale, soprattutto alla «morte iniziatica».
Segnaliamo anche uno studio comparativo dei
diversi manoscritti massonici che sono stati pubblicati precedentemente; ne
risultano delle curiose constatazioni, relative alle deformazioni che hanno
subito, col tempo, alcuni termini che erano già in uso nella Massoneria
operativa.
‑ Nel Gran Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di marzo), continua lo studio sulla Gran Loggia d’Athol o degli
«Antichi»;
231
è interessante notare che fra le innovazioni
rimproverate ai «Moderni», figura, a fianco di alcune variazioni nel rituale e
nei mezzi di riconoscimento, il fatto di non osservare regolarmente le feste
dei due San Giovanni.
‑ Ne Le Symbolisme (nº di
aprile), Oswald Wirth presenta un articolo oltremodo generico su Les
vrais Landmarks (I veri Landmarks), che non apporta nuovi chiarimenti su
questa questione così controversa; facciamo solo notare che non è certo
allontanandosi sempre di più dalla tradizione operativa, che la Massoneria
potrà rimanere realmente iniziatica.
Albert Lantoine intitola Les Indésirables
(Gli Indesiderabili), un articolo veramente duro sui politici e soprattutto sui
parlamentari.
G. Persigout, facendo seguito al suo
precedente articolo, parla de L’Antre, lieu d’évocations et d’oracles
(L’Antro, luogo di evocazioni e di oracoli); egli considera le cose da un punto
di vista un po’ troppo esclusivamente «fisico»; ma alcune annotazioni, che si
limita a tratteggiare, potrebbero, se approfondite, condurre a delle
considerazioni di una certa importanza, relativamente alla «geografia sacra».
‑ Da diverso tempo, non abbiamo avuto
occasione di occuparci della Revue Internationale des Sociétés Secrètes,
dal momento che questa sembrava volersi limitare all’ambito politico, che non
ci interessa minimamente; ma ecco che, nel numero del 1º aprile, ha
deciso di pubblicare un articolo su L’Occultisme contemporain
(L’Occultismo contemporaneo), a firma di J. Ravens, che ricorda stranamente i
«metodi» di alcuni suoi defunti collaboratori. In esso ci si destreggia in una
sapiente confusione fra cose che derivano dall’iniziazione, dalla
pseudo-iniziazione e dalla contro-iniziazione; e contemporaneamente si parla
dell’astrologia con uno strano riguardo, il che, a dire il vero, è d’obbligo in
una rivista fondata dall’astrologo Fomalhaut! In cima ad un elenco di
pubblicazioni «occultiste», si è sentito il bisogno di piazzare Le Voile
d’Isis; ma quante volte bisogna protestare contro
232
questa calunnia? Per quanto riguarda in
particolare noi, si afferma che abbiamo fatto parte del Rito «giudeo-egiziano»
(?) di Misraïm, cosa che, non solo è completamente falsa, ma anche
materialmente impossibile: dato il tempo trascorso da quando questo Rito ha
cessato ogni attività, bisognerebbe che noi si avesse un’età che siamo ben
lontani dall’aver raggiunto! E ancora grazie, che da parte di questi Signori si
abbia avuta l’onestà di riconoscere che fra noi e cene organizzazioni dal
carattere più che sospetto, «sono stati tagliati i ponti»; e, dopo la lettura
di quest’articolo, ci dispiace non poter essere altrettanto certi che lo stesso
sia avvenuto fra la R.I.S.S. e… certe altre cose, alle quali eravamo già
stati costretti ad alludere e che sembra siano state considerate piuttosto
imbarazzanti...
Le Voile d’Isis, giugno 1936.
Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (nº di aprile), continua l’esame delle principali divergenze fra
gli «Antichi» ed i «Moderni»; al di là delle differenze di tipo piuttosto
«amministrativo», notiamo che gli «Antichi» impiegavano un alfabeto massonico
d’origine «operativa», così com’è interessante la controversia relativa al
posto che dovrebbe occupare, in Massoneria, il grado di Royal Arch.
Nel numero di maggio, si parla ancora
di qualche altra Gran Loggia dissidente, poco importante peraltro, e la cui
durata fu solo effimera. Un punto assai curioso è l’esistenza, in Inghilterra,
nel XVIII secolo, di una Scotts Masonry, che sembra sia consistita in
una sorta di grado speciale, sul quale, però, non si hanno informazioni
precise; è possibile che si trattasse di qualcosa. di simile al grado di
«Maestro Scozzese», praticato in Francia nello stesso periodo?
‑ Les Archives de Trans-en-Provence,
pubblicano, dal 1931 (ma noi ne siamo venuti a conoscenza solo di recente),
degli studi interessanti sulle origini della Massoneria moderna, dovuti al loro
233
direttore, J. Barles; egli ha intrapreso
queste ricerche in maniera del tutto indipendente e senza alcun partito preso,
ed è senza dubbio per questo che, su molti punti, si accosta alla verità, molto
più di tutti gli storici più o meno «ufficiali». Per lui, la vera Massoneria
non è certo «l’istituzione nata nel 1717», come sostengono in molti; piuttosto,
egli ritiene quest’ultima come il risultato di uno scisma, come è
effettivamente. Quanto alle ragioni di questo scisma, noi riteniamo che egli
abbia la tendenza ad esagerare il ruolo che vi hanno potuto svolgere i
protestanti francesi rifugiatisi in Inghilterra, in seguito alla revoca
dell’editto di Nantes, d’altronde, la cosa è spiegabile col fatto che questo
elemento è stato il punto di partenza delle sue ricerche); in effetti, con la
sola eccezione di Desaguliers, si sa che costoro non parteciparono attivamente
all’organizzazione della Gran Loggia.
D’altronde, questo non cambia nulla della
sostanza del problema: i fondatori della Gran Loggia, indipendentemente dalla
loro origine, erano incontestabilmente degli «Orangisti»; e si ebbe allora
un’intrusione da parte della politica, alla quale i Massoni fedeli all’antico
spirito iniziatico del loro Ordine si opposero, non meno che alle diverse
innovazioni che ne derivarono. Barles fa rilevare, molto giustamente, come le
Logge che si unirono nel 1717 fossero tutte di recente costituzione; e, per
altro verso, fa notare anche che, a quell’epoca, vi erano molte più Logge
operative in attività, di quanto ordinariamente si sostiene. Tuttavia, c’è un
punto sul quale ci permettiamo di non condividere la sua opinione, ed è quello
relativo all’incendio degli archivi della Loggia di San Paolo: la cosa più
verosimile è che i responsabili non furono affatto i Massoni tradizionali,
perché temevano la pubblicazione degli Old Charges, cosa che non è mai
rientrata seriamente nelle intenzioni di nessuno, ma, al contrario, gli stessi
innovatori, che avevano raccolto questi antichi documenti solo per farli
sparire, dopo averne utilizzato la parte che più poteva loro convenire; e
questo al fine di eliminare ogni possibile prova dei cambiamenti da loro
apportati. Spiace anche che l’autore abbia creduto che «speculativo» volesse
semplicemente
234
dire «non professionale»; sull’argomento
rimandiamo all’articolo pubblicato in questo stesso numero e nel quale
spieghiamo il vero significato dei termini «operativo» e «speculativo». In
questo stesso articolo spieghiamo anche il significato dell’espressione
«Massoni liberi e accettati», sulla quale l’autore commette un altro errore,
dal momento che non conosce l’interpretazione tradizionale, la quale, peraltro,
non ha mai dato luogo ad alcuna divergenza. Sembra anche che egli non conosca
le relazioni simboliche con le quali si spiega il ruolo dei due San Giovanni,
nella Massoneria, né sappia qual è l’antica origine delle «feste solstiziali»;
ma, ad ogni buon conto, queste diverse lacune sono abbastanza scusabili in chi,
evidentemente, non ha mai fatto degli studi speciali sull’argomento. Per altro
verso, segnaliamo che Barles ha ritrovato, da solo, qualcosa che si ricollega
ad un segreto «operativo», alquanto dimenticato ai nostri giorni: si tratta
della corrispondenza «psichica» dei segni e dei toccamenti, vale a dire,
insomma, della loro corrispondenza con la «localizzazione» dei centri sottili
dell’essere umano; corrispondenza alla quale, qualche volta, ci è capitato di
alludere; egli ne trae la conclusione, e a buona ragione, che si tratti
dell’indicazione di un legame diretto con le grandi iniziazioni dell’antichità.
Certamente, avremo modo di ritornare su questi lavori, via via che verranno
pubblicati, e per adesso ci limitiamo a ribadirne tutto il merito e tutto
l’interesse.
Le Voile. d’Isis,
luglio 1936.
‑ The Speculative Mason (n°
di luglio) contiene due note sul simbolismo della Mark Masonry, ed
anche l’inizio di uno studio sui rapporti particolari esistenti fra
quest’ultima ed il grado simbolico di Compagno: su questo punto, come su
diversi altri, il passaggio da «operativo» a «speculativo» sembra aver
introdotto parecchie strane confusioni.
Il seguito dello studio, da noi già segnalato,
Preparation for death of a Master Mason, tratta delle diverse fonti di
235
conoscenza di cui l’uomo dispone nella sua
ricerca della verità, e, innanzi tutto, della fonte interiore, alla quale si
riferisce il precetto degli antichi Misteri, «Conosci te stesso».
Notiamo ancora la prima parte delle
«riflessioni sui Landmarks», che, sfortunatamente, hanno un carattere
piuttosto «ingarbugliato», dal momento che si ispirano a delle concezioni
occultiste combinate con quelle della scienza moderna, molto più che alle
concezioni della Massoneria tradizionale.
‑ Ne Le Symbolisme (nn. di
giugno e di luglio), una Allocution de bienvenue à un nouvel initié
(Allocuzione di benvenuto ad un nuovo Iniziato), di Luc Bonnet, contiene delle
considerazioni su come lo studio dei simboli possa condurre alle «scienze
tradizionali»; dispiace, però, che queste siano presentate in maniera alquanto
«modernizzata»: per esempio, fra la concezione antica dei temperamenti e quella
che ne hanno oggi gli «psicanalisti» vi sono dei rapporti parecchio distanti
fra loro; come pure fra ciò che oggi si usa chiamare «astrologia scientifica» e
la vera astrologia tradizionale.
Nel numero di giugno, Oswald Wirth si
sforza di dare un’interpretazione «razionalizzante», se così si può dire, alla
«caduta» ed alla «redenzione»,. interpretazione che certamente non ha niente di
esoterico; mentre nel numero di luglio, espone delle riflessioni
sull’«arte del vivere», che sono una nuova occasione per dimostrare fino a che
punto egli ignori la metafisica in generale e le dottrine tradizionali in
particolare.
Sempre nel numero di luglio, Albert
Lantoine giustifica l’esistenza del «governo massonico», cioè
dell’organizzazione amministrativa delle Obbedienze, con delle considerazioni
di ordine storico.
Infine, G. Persigout continua la sua serie di
studi con Le Royaume des Ombres et les Rites sacrifìcatoires (Il Regno
delle Ombre e i Riti sacrificali), che egli mette in rapporto con la «prova
della terra»; in effetti, qui si tratta proprio della
236
«discesa agli Inferi», intesa nel suo
significato iniziatico; ma, nel sacrificio in generale, ed anche nei «misteri
del sangue», vi è ben altro. che quanto possono vedervi i moderni «storici
delle religioni» o i sociologi inventori della pretesa «mentalità primitiva».
‑ La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes (nº del 1º giugno) ritorna, ancora, sull’affare Taxil:
questa volta se la prende con un settimanale cattolico, che non viene nominato,
ma che viene indicato molto chiaramente; perché ha pubblicato, sull’argomento,
un articolo che non è piaciuto; il suo autore, in effetti, s’è permesso di
affermare che in quella impostura la Massoneria non c’entrava per niente. La
conclusione è fin troppo evidente: per questi Signori della R.I.S.S.,
quando uno è cattolico non ha il diritto di dire ciò che ritiene essere la
verità, se per caso questa verità non si accorda con le esigenze di una certa
polemica!
Alla fine di quest’articolo, si parla a lungo
dell’ex rabbino Paul Rosen, alias Moïse Lid-Nazareth; e dal momento che si
pensa che «sarebbe interessante conoscere meglio questa personalità originale
nel suo genere», noi siamo in grado di fornire almeno due indicazioni, peraltro
non ugualmente importanti. Intanto, egli vendette a buon prezzo, a degli
antimassoni e ad altri (Papus, in particolare, fu uno dei suoi «clienti»), non
una, ma più biblioteche, che aveva raccolto successivamente e che, grazie ad una
certa palandrana truccata, non gli erano certo costate molto care... Questo è
l’aspetto, in qualche modo, pittoresco del personaggio, ma vi è anche l’aspetto
sinistro: effettivamente, vi sono tutti gli elementi per considerarlo,
nell’affare Taxil, come uno degli agenti più diretti della «contro-iniziazione»
(e questo spiega, fra l’altro, il suo apparente doppio ruolo); ma egli non era
il solo, ve n’erano degli altri... e pensiamo che la R.I.S.S. non ci
tenga tanto a che vengano conosciuti!
Le Voile d’Isis,
ottobre 1936.
237
‑ Ne Les Archives de Trans-en-Provence
(n° di agosto-settembre), J. Barles, continuando gli studi su Le
schisme maçonnique anglais de 1717 (Lo scisma massonico inglese del 1717),
di cui abbiamo già parlato, completa le indicazioni che aveva fornito in
precedenza sulla biografia di Desaguliers. A parte, egli pubblica un documento
che ritiene sia di natura tale da permettere di risolvere affermativamente la
questione controversa dell’iniziazione massonica di Napoleone 1º: si tratta del
verbale di una cerimonia, tenutasi nella Loggia di Alessandria (Italia) nel
1805, in cui effettivamente Napoleone viene qualificato come Massone, a più
riprese; ma noi conosciamo molti altri documenti dello stesso genere, e
sappiamo che non sono affatto sufficienti. per convincere certi storici...
Nel n° di ottobre, Barles, riproducendo
la nostra precedente recensione, solleva delle obiezioni su due punti, e alle
quali dobbiamo fornire una risposta. Prima di tutto, è vero che numerosi
protestanti francesi si erano rifugiati a Londra, all’inizio del XVIII secolo,
ma, ad eccezione di Desaguliers, nulla indica, che siano mai stati Massoni; e
non si capisce in che modo, la presenza di migliaia di profani, qualunque fosse
la loro posizione sociale, potesse influire direttamente su degli avvenimenti
propriamente relativi al dominio iniziatico. Poi, per ciò che riguarda
l’incendio degli archivi della Loggia di San Paolo, è verosimile che la
responsabilità non possa essere attribuita a Payne, e forse neanche a
Desaguliers, ma, J. Barles, è proprio sicuro che si possa dire altrettanto per
Anderson, personaggio molto più sospetto, sotto parecchi punti di vista?
‑ In The Speculative Mason (n°
di ottobre), il seguito dello studio sulla Preparation for death of a
Master Mason, indica come seconda fonte della conoscenza, il «Libro della
Natura», considerato come simboleggiante le realtà dell’ordine spirituale, e
con degli esempi tratti dal rituale.
Una notizia storica è dedicata agli Hammermen
di Scozia,
238
corporazione che includeva tutti i mestieri
che avessero il martello come utensile principale.
Notiamo anche, la fine dell’articolo sulla Mark
Masonry, nel quale si dimostra che questa non è un semplice sviluppo del
grado di Compagno, come spesso si è sostenuto.
Troviamo anche la fine dell’articolo sulle
«riflessioni sui Landmarks», in cui l’autore sembra non rendersi conto
che quello che è suscettibile di modifica, per ciò stesso, non potrebbe essere
annoverato come un Landmark; come sembra non comprendere che
l’ammissione delle donne è impedita dal carattere stesso dell’iniziazione
massonica, o che l’esistenza degli alti gradi non necessita dell’avallo dei Landmarks,
perché questi ultimi concernono esclusivamente la Massoneria simbolica e quindi
non possono che ignorarli.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
ottobre), Oswald Wirth intitola il suo articolo Soyons humains
(Siamo umani), che, nel suo pensiero, equivale col dire che bisogna essere solo
umani; ma, dal momento che vi sono dei «problemi insolubili» per lui, questo
gli dà il diritto di concludere che essi sono ugualmente insolubili anche per
gli altri? Quanto al suo «adattamento» della Trinità cristiana al
«Dio-Umanità», com’è che non ci si rende conto che le cose di questo genere si
prestano fin troppo bene ad essere sfruttate da certi avversari?
«Diogène Gondeau» prova a parlare de La
Râja-Yoga (La Râja-Yoga), che egli conosce, ahimé!, solo attraverso certe
elucubrazioni teosofiste come lo stesso titolo, peraltro, basta a dimostrare.
Su Les Mystères et les èpreuves
souterraines (I Misteri e le prove sotterranee), G. Persigout espone delle
considerazioni che sono di un certo interesse, ma che, per il loro carattere
troppo «mischiato», potrebbero dar luogo, nuovamente, alle stesse critiche che
abbiamo già formulato a proposito dei suoi precedenti studi.
Le Voile d’Isis,
dicembre 1936.
239
RECENSIONI DI RIVISTE, PUBBLICATE IN
ÉTUDES
TRADITIONNELLES DAL 1937
AL 1940
‑ In Atlantis (n° di novembre),
Paul Le Cour pubblica un lungo articolo intitolato Église, Maçonnerie,
Tradition (Chiesa, Massoneria, Tradizione), le cui intenzioni «concilianti»
sono apparentemente eccellenti, ma che contiene molte confusioni ed anche degli
errori materiali. L’autore ritiene di poter ritrovare la fantasiosa dualità Aor-Agni
nel simbolismo delle due colonne, il che lo induce ad attribuire una di esse
alla Chiesa e l’altra alla Massoneria, mentre, in realtà, esse figurano
entrambe. nella Massoneria, e nella stessa Chiesa forse sarebbe possibile
ritrovare qualcosa che equivale allo stesso simbolo complessivo (in
particolare, alcune raffigurazioni di San Paolo potrebbero prestarsi ad una
simile interpretazione). D’altra parte, i rapporti fra ciò che è rappresentato
dalle due colonne non sono certo quelli fra l’exoterismo e l’esoterismo; per
giunta, se l’esoterismo, nella tradizione cristiana, è spesso riferito alla
«Chiesa di San Giovanni», l’exoterismo non è mai riferito alla «Chiesa di Gesù»
(?), bensì alla «Chiesa di San Pietro». Sorvoliamo sulla curiosa battuta contro
San Tommaso d’Aquino, che Paul Le Cour, a torto, considera un «razionalista» ed
anche responsabile de «la concezione della necessità della forza per sostenere
il diritto», della quale «oggi vediamo delle applicazioni paurose»... Le
considerazioni sull’origine della Massoneria sono alquanto vaghe, e le
relazioni fra questa e l’Accademia platonica di Firenze sono ben lontane
dall’essere chiare; ma che dire della confusione fra Scozzesismo e Massoneria
anglosassone, quando addirittura la prima ragion d’essere dello Scozzesismo fu
proprio di opporsi alle tendenze protestanti ed «orangiste» rappresentate dalla
Massoneria anglosassone dopo la fondazione della Gran Loggia d’Inghilterra?
240
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
novembre), Oswald Wirth intitola Spéculatif et opératif (Speculativo
e operativo), ciò che vorrebbe essere una sorta di risposta al nostro articolo,
«Operativo» e «Speculativo»; l’inversione dei termini è senza dubbio
voluta, ma, salvo alcune parole alquanto acide nei nostri confronti, non siamo
riusciti a distinguere con esattezza ciò che lui ci rimprovera, poiché finisce
col dichiarare che «è necessario intendersi sul significato dei termini che
usiamo»; occorrerebbe anche che tale significato non venisse sminuito o ridotto
in maniera inaccettabile... Quando noi diciamo che l’iniziazione comporta
essenzialmente un elemento «sopra-umano», o ancora, che non può esserci alcuna
iniziazione senza riti; questo non può lasciare adito al minimo equivoco; si
tratta di questioni «tecniche» precise, e non di vaghe considerazioni più o
meno «metaforiche» o immaginarie. D’altra parte, non abbiamo mai detto che «la
Massoneria deve ritornare ad essere operativa, dopo essersi definita speculativa
a titolo transitorio»; noi abbiamo detto, e la cosa è ben diversa, che la
Massoneria speculativa rappresenta una riduzione ed anche una degenerazione
rispetto alla Massoneria operativa; certo, ci auguriamo che questa
degenerescenza possa essere transitoria, ma, sfortunatamente, non vediamo
nulla, attualmente, che indichi che potrà essere così.
G. Persigout studia il Cadre initiatique du
Cabinet de réflexion (Quadro iniziatico del Gabinetto di riflessione); a
questo proposito, egli parla di catarsi, il cui processo ha
effettivamente un rapporto evidente con la «discesa agli Inferi»; ed anche del
simbolismo della «pietrificazione», la cui connessione con l’argomento ci
sembra molto meno evidente, malgrado la caverna ove risiede Medusa...
Nel numero di dicembre, Oswald Wirth
vuole stabilire una distinzione fra La Théosophie et l’Art royal (La
Teosofia e l’Arte reale); ma egli ha veramente torto, quando sembra ammettere
che il teosofismo, malgrado tutto, possa rappresentare qualcosa di reale dal
punto di vista iniziatico.
Albert Lantoine dimostra che Le Péché
originel (Il Peccato
241
originale) della Massoneria francese è
consistito nell’accettare la democrazia nella sua Costituzione; sottolinea,
molto giustamente, che «la democrazia si preoccupa di eliminare l’élite», e
che, «per un gruppo selezionato, la democratizzazione non può essere che un
fattore dissolvente»; da parte nostra aggiungiamo solo che, essa è anche in
contraddizione diretta con il principio di selezione e con ogni organizzazione
costituita in maniera gerarchica.
Un breve articolo su L’Initiation et
L’Évangile (L’Iniziazione e il Vangelo), a firma «Bardanin», ci sembra che
implichi una certa confusione fra il punto di vista iniziatico ed il punto di
vista religioso; l’uno non può rimpiazzare l’altro o essergli equivalente,
poiché, nei due, né il dominio né lo scopo sono uguali; la «Liberazione» è
qualcosa di completamente diverso dalla «salvezza», e nell’antichità non era
certo quest’ultima che veniva messa in relazione con la conoscenza iniziatica.
Études Traditionnelles,
febbraio 1937.
‑ Recentemente, abbiamo accennato al sigillo
degli Stati Uniti, rilevando la stranezza del suo simbolismo e il profitto che
cercano di trame certe organizzazioni; quanto dicemmo allora trova anche
conferma, sebbene siamo certi che la cosa sia involontaria, in un articolo
pubblicato in The Rosicrucian Magazine (n° di febbraio),
ove si parla dello stesso argomento; lasciamo da parte certi calcoli più o meno
fantastici, e facciamo solo notare che, per quanto concerne il sigillo in sé,
oltre ai tredici filari della piramide tronca, di cui abbiamo parlato, il 13 è
presente in un gran numero di particolari differenti, con una insistenza
veramente straordinaria...
‑ The Speculative Mason (n°
di gennaio), contiene un articolo sul significato della funzione del 2º
Sorvegliante, ma sfortunatamente esso si limita a delle considerazioni
soprattutto
242
estetiche e morali, di tipo alquanto
superficiale.
In un altro articolo, troviamo un buon esempio
della confusione, che segnalavamo ultimamente, fra i riti e le cerimonie;
peraltro, l’intenzione dell’autore è chiaramente favorevole ai riti,
contrariamente a quanto avviene spesso in simili casi, ma da tale confusione le
cerimonie finiscono col trarre un beneficio alquanto immeritato, comprese
quelle che sono le più rigorosamente profane!
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
febbraio), Oswald Wirth parla della Loi de Création (Legge della
Creazione) di Wronski, a proposito del volume che abbiamo recensito un po’ di
tempo fa; non se l’abbia a male, ma i «concetti» degli antichi costruttori, che
peraltro non «immaginavano» niente, erano veramente molto più «trascendenti» di
tutte le «astrazioni» dei filosofi; le quali sono solo delle speculazioni nel
vuoto e, forse, ci appaiono ancora più deprimenti che a lui.
Albert Lantoine segnala, molto giustamente,
gli inconvenienti dell’organizzazione di una Justice maçonnique
(Giustizia massonica) ricalcata sul modello dei codici profani; ma perché
affermare che «le piccole istituzioni tendono ad imitare la grande
istituzione», quando invece è l’organizzazione della società profana che
dovrebbe apparire normalmente come una ben piccola cosa a confronto di ciò che
appartiene all’ordine iniziatico?
G. Persigout studia Le Problème alchimique
de la Trasmutation morale (Il problema alchemico della Trasmutazione
morale); vi è un equivoco, poiché, come abbiamo detto spesso, se veramente si
trattasse solo di «morale», sarebbe alquanto inutile ricorrere ad un qualunque
simbolismo, alchemico o di altro tipo; d’altronde, quando si accettano le
vedute degli storici profani, talvolta si è indotti a degli errori curiosi, se
non altro sul significato di certe espressioni, come quella di «arte
sacerdotale», per esempio...
Études Traditionnelles,
aprile 1937.
243
‑ In Atlantis (n° di marzo),
Paul Le Cour dedica un lungo studio a Claude de Saint-Martin; l’idea di
porsi, in qualche modo, sotto il patronato di questi è alquanto inaspettata,
come riconosce lo stesso Le Cour, ed egli ne spiega l’origine con il racconto
di antiche esperienze spiritiche, che peraltro egli abbellisce col nome più
rispettabile di «ricerche metapsichiche»; e dobbiamo proprio riconoscere che
gli è proprio rimasto qualcosa di queste sue idee di allora, poiché, pur
dichiarando queste cose «ingannevoli, se non pericolose», tuttavia crede ancora
che i morti si manifestino realmente e personalmente tramite simili mezzi...
D’altra parte, egli si fa delle illusioni sul valore stesso di Saint-Martin, il
quale, in realtà, non capì mai gran che dell’iniziazione, come ebbe a
dimostrare molto chiaramente dandosi al misticismo. La storia dei suoi rapporti
con Martines de Pasqually (definito da Le Cour, «ebreo portoghese», senza
un’ombra di esitazione) è semplificata in modo sorprendente; ma questo non è niente,
di fronte all’affermazione che egli abbandonò la Massoneria «quando questa
divenne atea e materialista»: bisogna proprio pensare che, fra tutti i Massoni
del suo tempo, egli fu il solo ad accorgersi di un simile cambiamento! Ciò che
invece è del tutto conforme alla verità, è che non fondò mai alcuna
organizzazione, con la conseguenza che «lo si può definire martinista, ma solo
a titolo individuale»; evidentemente è sempre lecito adottare le idee di
qualcun altro, se lo si ritiene conveniente, e per farlo, non necessariamente
occorre essere «favorito dalle sue manifestazioni post-mortem»...
‑ Nel Grand Lodge Bulletin,
dello Iowa (n° di febbraio) troviamo uno studio sul significato del
termine cowan, di origine apparentemente scozzese, ma di derivazione
incerta, risalente alla Massoneria operativa, in cui designava colui che
costruiva dei muri a secco, senza calce; dunque non si trattava di un profano
che cercava indebitamente di carpire i segreti della Massoneria, come si pensa
comunemente; quanto invece di un operaio che non era qualificato per
partecipare al lavoro dei Massoni regolari ed aveva, dal punto di vista
244
corporativo, un rango inferiore, ma in ogni
caso riconosciuto e ben definito.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
marzo), Oswald Wirth parla de La Mission éducative de la
Franc-Maçonnerie (La Missione educativa della Massoneria), idea che non
conduce chissà dove, poiché «educazione» non è certo «iniziazione»; e dire che
«il potere spirituale effettivo appartiene a chi si dedica a pensare con
giustezza e a volere il bene con abnegazione», significa semplicemente
immaginare che le buone intenzioni possano essere sufficienti per sostituire
ogni conoscenza ed ogni «realizzazione» di ordine superiore.
G. Persigout studia Les Rites agraires et
les abords de l’Antre (I Riti agrari e i dintorni dell’Antro); lo spazio
maggiore è occupato dalle interpretazioni «naturaliste» dei moderni, con le
loro «feste stagionali» ed i loro «costumi popolari», insieme ad altre cose
che, sicuramente, non hanno alcun rapporto con i dati tradizionali sul vero
significato dei riti e dei simboli.
‑ Abbiamo ricevuto i primi numeri di una nuova
rivista intitolata La Juste Parole, la quale presenta una
caratteristica abbastanza eccezionale, quella di essere, ad un tempo,
«filosemita» e antimassonica. Fra le altre cose, troviamo una precisazione
relativa all’Ordine ebraico B’nai B’rith (Figli dell’Alleanza), il
quale, contrariamente all’opinione diffusa in certi ambienti, non ha nulla di
massonico; forse sarebbe opportuno aggiungere che esso tende un po’ ad imitare
la Massoneria (in merito, l’uso del termine «Logge» costituisce un indizio),
come tutte le organizzazioni «fraterne» di origine americana.
Un altro articolo cerca di chiarire che non
esiste alcuna «Giudeo-Massoneria»; e questo è del tutto esatto, ma, come mai
ritroviamo anche qui, nei confronti della Massoneria, tutti i luoghi comuni
cari a coloro che sostengono la tesi opposta?
Segnaliamo anche un articolo sulla
«macellazione rituale»,
245
che induce ad una curiosa osservazione: in
tutte le discussioni che trattano questo tema, sostenitori ed avversari si
appellano solo ad argomentazioni «igieniche» ed «umanitarie», che non hanno
niente a che vedere col tema stesso; tuttavia, qui si fa appello anche al testo
biblico, che parla della connessione del sangue con l’anima (intesa nel senso
rigoroso di principio vitale), ma sembra che non si sospetti neanche come
questo sia il solo aspetto che conti realmente; la mentalità moderna è
decisamente qualcosa di molto strano!
Études Traditionnelles,
maggio 1937.
‑ Ne La Vita Italiana (n° di
aprile), J. Evola pubblica un articolo intitolato Dall’«esoterismo» al
sovversivismo massonico, nel quale critica, su alcuni punti, l’attitudine
antimassonica volgare: egli infatti riconosce nella Massoneria l’esistenza di
una tradizione simbolica e rituale, in rapporto con «delle dottrine o delle
correnti preesistenti rispetto alla sua forma attuale ed aventi un carattere
spirituale incontestabile»; egli protesta, inoltre, contro l’interpretazione in
base alla quale tali correnti avrebbero costituito una sorta di tradizione
«anticristiana», il che ha ancora meno senso allorché si esaminano questi
precedenti e «ci si trova al cospetto di tradizioni effettivamente anteriori al
Cristianesimo»; egli segnala anche il carattere gerarchico ed aristocratico che
queste tradizioni ebbero sempre alla loro origine. Ma, dal momento che si
tratta di qualcosa che sembra essere inconciliabile con le tendenze che si
riscontrano nella Massoneria attuale, egli si chiede se effettivamente si è avuta
una filiazione ininterrotta, o se, piuttosto, non si è prodotta una sorta di
«sovversione»; è anche incline a pensare che gli elementi tradizionali abbiano
potuto essere semplicemente «derivati» da fonti diverse, senza che
necessariamente vi sia stata una filiazione regolare; e questo spiegherebbe,
secondo lui, una deviazione che sarebbe stata impossibile «se l’organizzazione
246
massonica fosse stata diretta da dei capi
qualificati». Noi non possiamo concordare con lui su questo punto, e ci
dispiace che si sia astenuto dallo studiare più a fondo la questione delle
origini, poiché avrebbe potuto rendersi conto che si tratta proprio di una
organizzazione iniziatica autentica, la quale ha solo subito una degenerazione;
l’inizio di tale degenerazione, come abbiamo detto spesso, coincide con la
trasformazione della Massoneria operativa in Massoneria speculativa, ma con
questo non si può parlare di discontinuità: anche se si è verificato uno
«scisma», la filiazione non è stata interrotta, e, malgrado tutto, essa resta
legittima; la Massoneria non è un’organizzazione fondata agli inizi del XVIII
secolo e, per di più, l’incomprensione dei suoi aderenti, ed anche dei suoi
dirigenti, non altera in nulla il valore proprio dei riti e dei simboli, di cui
essa rimane la depositaria.
‑ Ne Les Archives de Trans-en-Provence
(n° di marzo), J. Barles affronta la questione dei rapporti fra la
Massoneria ed i Rosa-Croce, ma, sfortunatamente, con delle informazioni
alquanto insufficienti ed anche di dubbia qualità: egli si rifà all’Histoire
des Rose-Croix (Storia dei Rosa-Croce), teosofista, di F. Wittemans, e
tiene conto di una affermazione fantasiosa dell’Imperator dell’A.M.O.R.C.
Del resto, non bisogna confondere i Rosa-Croce con i Rosacruciani, ed anche fra
questi ultimi ci sarebbero tante distinzioni da fare; comunque, una cosa è
certa: se nella Massoneria inglese vi sono stati dei Rosacruciani autentici e
non degenerati, non è certo dalla parte «speculativa» che è possibile trovarli.
Segnaliamo anche che è opportuno diffidare della leggenda, che attualmente si
cerca di accreditare per delle ragioni poco chiare, secondo la quale Newton
avrebbe svolto un qualche ruolo nella Massoneria unicamente perché fu in
relazioni personali con Desaguliers; si tratta di una supposizione del tutto
gratuita; e peraltro, noi non vediamo perché un «grand’uomo», dal punto di
vista profano, dovrebbe necessariamente avere una qualunque importanza
nell’ordine iniziatico.
247
‑ The Speculative Mason (n°
di aprile) dà una descrizione dettagliata dei riti di incoronazione dei re
d’Inghilterra e degli oggetti che vi vengono impiegati.
Un articolo dedicato alle «tre colonne», in
relazione ai tre ordini architettonici, contiene degli accostamenti
interessanti con «l’albero sefirotico» e con certi dati che si riscontrano in
diverse altre tradizioni.
Uno studio sul simbolismo delle mani e dei
«segni manuali», considerati come resti di un vero linguaggio (e in definitiva,
i mudrâs della tradizione indù non sono altro che questo), non sembra
affatto che vada in fondo alla questione, benché si spinga fino ai dati
preistorici; in particolare, il problema della variazione dei rapporti fra la
destra e la sinistra richiederebbe un esame più approfondito. Notiamo anche, a
proposito di una allusione a certe pratiche di «magia nera», che vi è tutto un
versante realmente «sinistro» al quale sarebbe il caso, probabilmente, di
ricollegare il ruolo importante svolto dalle apparizioni delle mani nei
fenomeni di ossessione e nelle manifestazioni spiritiche; riteniamo che questa
osservazione non sia mai stata fatta e che, in ogni caso, essa è degna di
interesse.
Segnaliamo infine l’articolo che parla del
significato della Mark Masonry e delle caratteristiche che la
distinguono dalla Craft Masonry.
Études Traditionnelles,
giugno 1937.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
maggio), Oswald Wirth parla del rituale di incoronazione dei re
d’Inghilterra, basandosi sull’articolo di The Speculative Mason di cui
abbiamo già parlato; ma il titolo che egli sceglie, L’Initiation royale
(L’Iniziazione reale), è del tutto inesatto, poiché in realtà in quel rituale
non v’è nulla di iniziatico; che la consacrazione dei re sia stata,
originariamente, la fase finale della loro specifica iniziazione, è un fatto,
ma attualmente, e senza dubbio già da un bel po’ di tempo, essa si è ridotta ad
essere un rito puramente
248
exoterico; e questo non ha molti più rapporti
con l’iniziazione reale, di quanti ne abbia l’attuale ordinazione dei preti nei
confronti dell’iniziazione sacerdotale.
Col titolo Le Secret mal gardé (Il
Segreto mal conservato), Albert Lantoine mette in evidenza gli inconvenienti
della strana «modernizzazione» con cui, nella Massoneria francese, i mezzi di
riconoscimento tradizionali sono stati via via rimpiazzati, quasi interamente,
con degli «accertamenti di identità» simili a quelli in uso in una qualunque
associazione profana.
François Ménard, in una breve nota, parla Du
Geste (Del Gesto) dal punto di vista rituale; si tratta soprattutto della
corrispondenza dei segni iniziatici con i centri sottili dell’essere umano, a
cui abbiamo avuto occasione di accennare e che meriterebbe sicuramente uno
studio più approfondito.
Études Traditionnelles,
luglio 1937.
‑ Ne La Vita Italiana (n° di
giugno), un articolo di Gherardo Maffei, sui rapporti fra Giudaismo e
Massoneria, rivela una tendenza simile a quella presente nell’articolo di J.
Evola, e di cui abbiamo già parlato. L’autore fa notare, molto giustamente, che
in relazione alle origini della Massoneria la presenza di numerosi elementi
ebraici nel suo simbolismo non prova niente; tanto più che, a fianco di quelli,
se ne trovano molti altri che derivano da tradizioni completamente diverse;
inoltre, questi elementi ebraici si riferiscono ad un aspetto esoterico che
sicuramente non ha niente a che vedere con gli aspetti politici, o di altro
genere, che sono messi in luce da coloro che combattono il Giudaismo attuale, e
fra i quali, molti pretendono di associarlo strettamente alla Massoneria.
Naturalmente, tutto questo è cosa diversa dalle influenze che, in effetti,
possono esercitarsi ai nostri giorni in seno alla Massoneria, esattamente come
altrove, ma è proprio questa distinzione che troppo spesso si dimentica, vuoi
per ignoranza che per partito preso; e noi aggiungiamo anche,
249
per maggior chiarezza, che l’azione dei
Massoni e delle stesse organizzazioni massoniche, nella misura in cui essa è in
contrasto con i principi iniziatici, non può essere attribuita alla Massoneria
come tale.
‑ Ne Le Mercure de France (n°
del 1º giugno), Gabriel Louis-Jaray esamina, sulla scorta delle recenti
pubblicazioni sulla Massoneria francese del XVIII secolo, il ruolo che questa
ha potuto svolgere nei rapporti che la Francia ha avuto con l’Inghilterra e gli
Stati Uniti. L’argomento viene affrontato da un punto di vista esclusivamente
politico, ed è per questo che l’autore non riesce a cogliere le cose in
profondità; peraltro sono presenti alcuni errori, fra i quali ve n’è uno che
abbiamo già riscontrato altrove e che suscita sempre un certo stupore: si
tratta della confusione fra la Massoneria «simbolica», derivata dalla Gran
Loggia d’Inghilterra, e la Massoneria «scozzese», vale a dire la Massoneria
degli alti gradi, la quale, per di più, si oppose decisamente alle tendenze
«orangiste» che permeavano la prima. Tuttavia, vi è un punto che ci sembra
presenti un certo interesse: si tratta dello strano ruolo svolto da Franklin,
che pur essendo un Massone (quantunque la qualifica di «gran patriarca» che qui
gli viene attribuita non corrisponda a niente di reale), molto probabilmente
era anche tutt’altra cosa, e soprattutto sembra che sia stato, in seno alla
Massoneria e fuori di essa, l’agente di certe influenze estremamente sospette.
La Loggia Le Nove Sorelle, di cui fu membro ed anche Venerabile,
costituì, per la speciale mentalità che vi regnava, un caso del tutto
eccezionale nella Massoneria dell’epoca; senza dubbio si trattò dell’unico
centro in cui le influenze di cui si tratta trovarono, allora, la possibilità
di esercitare effettivamente la loro azione distruttrice ed antitradizionale; e
secondo quanto abbiamo già detto, non è certo alla Massoneria in se stessa che
si deve imputare l’iniziativa e la responsabilità di una tale azione.
‑ Ne Les Archives de Trans-en-Provence
(nn. di maggio, giugno e luglio), J. Barles, proseguendo le sue ricerche
sulle
250
origini della Gran Loggia d’Inghilterra,
esamina in modo particolare alcuni elementi della biografia di Desaguliers: le
sue opere scientifiche e certi aspetti della sua attività profana,
l’accoglienza che gli venne riservata dalla Loggia di Edimburgo nel 1721
(segnaliamo di sfuggita che deacon significa «diacono» e non «decano»,
che in inglese si dice dean) e la visita da lui effettuata alla Loggia
di Bussy, a Parigi, nel 1735. Forse non era il caso di trarre da tutto ciò
chissà quali conseguenze; soprattutto occorre tener presente che il sapere
profano e le associazioni destinate a svilupparlo e a diffonderlo, sono
relative ad un dominio completamente diverso da quello in cui si collocano le
questioni di ordine propriamente massonico; senza contare che le stesse
individualità, talvolta, possono ritrovarsi da una parte e dall’altra, la qual
cosa, evidentemente, riguarda ed impegna solo queste stesse individualità: e
noi non vediamo bene che rapporto, più o meno diretto, possa esserci fra questi
due ordini di cose. Quanto al significato reale dei termini «operativo» e
«speculativo», sul quale J. Barles sembra ancora perplesso, per aiutarlo a
chiarire questa importante questione, non possiamo fare altro che pregarlo di
volersi riferire alle spiegazioni precise che abbiamo date sull’argomento in un
apposito articolo.
‑In The Speculative Mason (n°
di luglio) vi è un articolo dedicato al simbolismo del rituale del Royal
Arch.
Un altro, sulle antiche origini degli utensili
impiegati dai costruttori, contiene interessanti informazioni di tipo
documentario, ma sfortunatamente un po’ intaccate dal pregiudizio
«progressista», comune nei nostri contemporanei.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin
dello Iowa (n° di maggio), troviamo un breve studio sulle «cifre» o
alfabeti crittografici già in uso nella Massoneria, i quali presentano
un’evidente somiglianza con certi alfabeti kabbalistici; ne esistono diverse
varianti, ma la «chiave» è sempre la medesima, e senza dubbio ci sarebbe molto
di più da dire su quest’ultima e sugli accostamenti ai quali può dar luogo.
251
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
giugno), Oswald Wirth, pur affermando l’unità de La Tradition des Sages
(La Tradizione dei Saggi) sotto le sue diverse espressioni simboliche, si
industria, una volta di più, a restringerne la portata, in un modo che noi
conosciamo già fin troppo bene; aggiungiamo solo che, diversamente da ciò che
deriva dal suo tentativo di interpretazione «evoluzionista», lo «stato edenico
d’innocenza» sicuramente non ha niente a che vedere né con l’istinto né con
l’animalità!
Nel numero di luglio, Oswald Wirth, a
proposito della questione del Rituel féminin (Rituale femminile), pur
dichiarando che il simbolismo delle Logge d’Adozione «non ha propriamente un
altissimo valore iniziatico», ritiene, tuttavia, che esso possa servire almeno
come preparazione e punto di partenza; ma la vera questione non è questa: dal
momento che questo rituale è stato inventato artificialmente di tutto punto e
non contiene la minima traccia di una «trasmissione» autentica, esso, in
realtà, non potrà mai rappresentare niente di più che un semplice simulacro di
iniziazione.
Albert Lantoine intitola Paroles pour les
Égarés (Parole per gli Sviati), un richiamo alla regola in base alla quale
«la Massoneria deve bandire dai suoi lavori ogni discussione politica o
religiosa»; ed in effetti, l’introduzione di discussioni di questo tipo è solo
possibile a causa della deplorevole confusione che si attua fra domini del
tutto diversi.
In entrambi i numeri (giugno e luglio),
proseguono gli studi di G. Persigout; questa volta si occupa de La «Pierre
brute» et la «Pierre cachée des Sages» (La «Pietra grezza» e la «Pietra
nascosta dei Saggi»); l’autore continua a dar prova di un «eclettismo»
veramente eccessivo, e le fantasticherie del fu Leadbeater vengono accostate
alle teorie «ufficiali» sulle epoche preistoriche; non sarebbe meglio attenersi
esclusivamente a delle «fonti» più autorevoli dal punto di vista tradizionale
ed iniziatico?
Études Traditionnelles,
settembre 1937.
252
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
agosto-settembre), col titolo De l’Équerre au Compas (Dalla Squadra
al Compasso), che peraltro sarebbe suscettibile di ben altre letture simboliche
che quella suggerita dall’autore (che ci ricorda, in particolare, il
significato del quadrato e del cerchio nella tradizione estremo-orientale),
Oswald Wirth denuncia giustamente, una volta ancora, l’errore di introdurre in
una organizzazione iniziatica delle istituzioni amministrative ricalcate sul
modello profano; ma, al tempo stesso, egli ripete ancora l’errore corrente sul
vero significato dei termini «operativo» e «speculativo», che per lui sono solo
poco più che dei sinonimi di «operaio» e «borghese»! Per altro verso,
contrariamente a quanto egli sembra credere, è già tanto se si riuscisse a
conservare scrupolosamente ed integralmente il rituale, anche senza
comprenderlo, e questo non significherebbe certo «giuocare», poiché non si
tratterebbe comunque di una parodia; e se l’iniziazione, in queste condizioni,
resta semplicemente virtuale invece di essere effettiva, è proprio questo che
rende la Massoneria moderna, «speculativa», vale a dire priva delle
«realizzazioni» che, invece, era possibile perseguire nella Massoneria
«operativa»; e senza dubbio quest’ultima possibilità era dovuta, in parte, al
fatto che la Massoneria operativa aveva per base la pratica concreta del
mestiere di costruttore, ma era anche dovuta ad altre ragioni relative alla
«tecnica» iniziatica in generale, evidentemente inaccessibile agli «spiriti
eminenti» che organizzarono la Gran Loggia d’Inghilterra; ed è andata ancora
bene a costoro, poiché vi furono dei Massoni «operativi» che, un po’ più tardi,
vollero correggere gli incresciosi effetti della loro ignoranza, quanto meno
dal punto di vista rituale...
In un articolo intitolato Les Dieux
reviennent (Gli Dei ritornano), Albert Lantoine si leva contro l’influenza
dello spirito «demagogico» dei nostri tempi, che in relazione al reclutamento
massonico si traduce in una eccessiva importanza attribuita alla quantità a
detrimento della qualità; d’altronde, egli crede di scorgere alcuni indizi di
un inizio di reazione contro tale tendenza, e noi ci auguriamo che non si
sbagli...
253
G. Persigout studia, questa volta, la divisa
ermetica Visita Interiora Terræ... (dimentica comunque di segnalare la
variante, Inferiora, che esprime forse un significato ancora più
completo); studia anche i rapporti fra le «rettificazioni» alchemiche e le
«purificazioni» iniziatiche, e la corrispondenza delle une e delle altre con
gli elementi.
‑ Ne Les Archives de Trans-en-Provence
(n° di agosto-settembre), J. Barles prende in esame il lavoro di
preparazione del Libro delle Costituzioni della Gran Loggia d’Inghilterra; vi
sarebbe parecchio da dire sulla maniera particolare con cui vennero utilizzati gli
Old Charges... e su come vennero tendenziosamente travisati. Ci limitiamo a
far notare che, dal punto di vista iniziatico, gli innovatori erano ben lungi
dal costituire un’«élite», quale che fosse la loro «cultura» profana, e che,
invece di «elevare il livello intellettuale dell’antica Massoneria», diedero
soprattutto prova d’ignoranza e di incomprensione nei confronti della sua
tradizione; peraltro, essi non conoscevano tutti i gradi, e questo spiega anche
tanti errori; e non potevano certo «appartenere all’Ordine della Rosa-Croce»,
tanto più che un tale nome non è mai stato, nella realtà, quello di alcuna
organizzazione.
‑ The Speculative Mason (n°
di ottobre) contiene uno studio sulla divisa «Libertà, Eguaglianza,
Fraternità», che, lungi dall’essere realmente d’origine massonica, come si
crede comunemente, apparve per la prima volta in uno scritto antimassonico, Les
Franc-Maçons écrasés (I Massoni annientati), pubblicato nel 1747; è anche
vero che essa venne ben presto adottata dalla Massoneria francese, ma,
inizialmente, in un senso puramente spirituale, peraltro conforme agli
insegnamenti del rituale, e senza che avesse niente in comune con
l’interpretazione profana che, sfortunatamente, prevalse in un secondo tempo.
Un articolo intitolato Building in
Harmony (Costruire armoniosamente) dà una curiosa descrizione della
costruzione di un violino.
254
‑ Ne Le Symbolisme (nº di
ottobre), Albert Lantoine dedica un lungo articolo alla questione del Grand
Architecte de l’Univers (Grande Architetto dell’Universo), ed alle
controversie che ne derivarono e ancora ne derivano; alcune interpretazioni
moderne sono sicuramente molto falsate e fantasiose, come egli sostiene, ma,
per altro verso, ci si può accontentare di dichiarare, senza ulteriori
precisazioni, che «il Grande Architetto è il termine massonico di Dio»? È
necessario fare le opportune distinzioni fra gli aspetti divini, e
tradizionalmente lo si è sempre fatto: ogni nome speciale deve corrispondere ad
una funzione o ad un determinato attributo; e se un exoterismo semplicista può,
a rigore, trascurare tali distinzioni, non è ammissibile che questo accada dal
punto di vista iniziatico; solo che, per comprendere realmente le cose di
quest’ordine, occorre risalire alle origini più lontane e non fare cominciare
la Massoneria nel XVIII secolo...
Études Traditionnelles,
dicembre 1937.
Ne Les Archives de Trans-en-Provence
(n° di ottobre), J. Barles continua il suo esame sulla redazione dei
Libro delle Costituzioni, compiuta da James Anderson; questi, nella nota
inserita nell’edizione del 1738, ha presentato naturalmente come una revisione
necessaria ciò che in realtà fu un lavoro di alterazione preordinata degli Old
Charges; fra l’altro, segnaliamo che in questa stessa nota tutti i fatti
relativi alla fondazione ed agli inizi della Gran Loggia d’Inghilterra, sono
tendenziosamente travisati, come risulta da uno studio storico pubblicato nel Grand
Lodge Bulletin dello Iowa e di cui abbiamo parlato a suo tempo. Ci
permettiamo di segnalarlo all’attenzione di J. Barles, il quale si limita a
dire, seguendo mons. Jouin, che «è permesso di chiedersi se la scelta di
Anderson, non motivata da alcuna ragione superiore, fu delle più giudiziose»; è
proprio sicuro che non vi fossero, invece, dei seri motivi per «accomodare» le
cose in
255
quel modo tutto speciale, e che per questa
bisogna Anderson non fosse proprio il più qualificato, rispetto ad altri che
avrebbero potuto avere certi scrupoli?
‑ La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes (n° del 15 novembre) pubblica la copia di un documento
che, in parte, può aiutare a far luce sulla questione, ancora alquanto oscura,
degli inizi della Massoneria in Francia: si tratta di un manoscritto del
1735-36, contenente una traduzione delle Costituzioni di Anderson, con delle
leggere modifiche o adattamenti ad uso delle Logge francesi. Questa versione è
accompagnata da un «nulla osta» che è la parte veramente interessante del
manoscritto, poiché da esso risulta che: il duca di Wharton fu «Gran Maestro
delle Logge del regno di Francia» fino ad una data indeterminata, ma anteriore
al 1735; Jacques Hector Maclean esercitò la stessa funzione nel 1735 e venne
sostituito l’anno successivo da Charles Radcliffe, conte di Derwentwater.
Questi fatti sono in grado di invalidare le conclusioni della campagna
condotta, tempo fa, da Téder, contro l’autenticità dei due primi Gran Maestri
della Massoneria francese, Lord Derwentwater e Lord Harnouester (i quali peraltro
sono una sola persona, in quanto il secondo nome è, verosimilmente,
un’alterazione del primo); campagna ricordata in un precedente articolo della
stessa rivista (n° del 15 settembre-1º ottobre), ed in seguito alla
quale questi due nomi furono soppressi, nel 1910, dalla lista dei Gran Maestri
nell’Annuario del Grande Oriente di Francia. Tuttavia, restano in piedi alcuni
interrogativi: il duca di Wharton fu Gran Maestro della Gran Loggia d’Inghilterra
nel 1722, ed è possibile che questo gli permettesse di avere sotto la sua
giurisdizione le Logge francesi, prima che queste fossero organizzate per loro
conto; solo che, ordinariamente, la costituzione della prima Loggia a Parigi
viene datata nel 1725; bisognerebbe forse farla risalire a qualche anno
indietro? Ma, in questo caso, nascerebbe un altro interrogativo: la redazione
delle Costituzioni di Anderson fu completata solo nel 1723, allo scadere della
gran Maestranza del duca
256
di Wharton... E neanche l’esatta situazione
dei due altri personaggi apparirebbe molto chiara: erano dei «Gran Maestri
provinciali» dipendenti dalla gran Loggia d’Inghilterra o erano i Gran Maestri
di una Gran Loggia completamente indipendente? Infine, secondo lo stesso
documento, sembra proprio che il grado di Maestro sia stato conosciuto e
praticato dai Massoni «speculativi» francesi prima ancora che da quelli
inglesi; ed allora, ci si può chiedere come l’avessero ricevuto: altro problema
che sarebbe interessante chiarire.
‑ Ne Le Symbolisme (nº di
novembre), col titolo Ivresse bachique et Sommeils initiatiques
(Ebrezza bacchica e Sonni iniziatici), G. Persigout cerca di fissare una
distinzione fra quelli che egli chiama «i culti popolari e le religioni dei
misteri»; tolta la terminologia piuttosto fastidiosa, questa distinzione, in
definitiva, dovrebbe essere semplicemente quella fra l’exoterismo e
l’esoterismo; ma non è esatto supporre che il primo sia mai stato come una
sorta di «volgarizzazione» e di deviazione del secondo, poiché ognuno di essi
ha il suo ambito ben definito e parimenti legittimo; in tutto ciò persistono
ancora delle confusioni.
Études Traditionnelles,
gennaio 1938.
‑ Ne Les Archives de Trans-en-Provence
(n° di novembre), J. Barles tratta, questa volta, della Gran Maestranza
del duca di Wharton, di cui abbiamo già parlato ultimamente a proposito di un
articolo della Revue Internationale des Sociétés Secrètes. Questo
argomento è uno di quelli che sembrano difficili da chiarire: il duca di
Wharton, in un primo tempo, sarebbe stato eletto irregolarmente, nel 1722, ma
in seguito, per evitare dei dissensi, il suo predecessore, il duca di Montagu,
si dimise in suo favore il 3 gennaio 1723, e il 17 gennaio si ebbe il suo
regolare insediamento; fu allora che Desaguliers venne nominato Gran Maestro
Vicario. Le Costituzioni di Anderson furono presentate alla Gran Loggia
257
nel 1723, approvate e firmate dal duca di
Wharton e da Desaguliers; ma la cosa singolare è che questa approvazione non
porta alcuna data; la ratificazione avvenne nell’assemblea del 17 gennaio, come
supposto da mons. Jouin, citato da J. Barles, o invece il 25 marzo, come
sostiene Thory (Acta Latomorum, t. I, p. 20), che peraltro annovera
questi documenti, per un palese errore, nel 1722? Comunque sia, non
comprendiamo perché J. Barles ritenga possibile una identificazione fra due
personaggi del tutto diversi: Philippe, duca di Wharton, e Francis, conte di
Dalkeith; in effetti, il secondo succedette al primo come Gran Maestro, il 24
giugno 1723, ed almeno qui non v’è niente di oscuro. E lo stesso si può dire
per la restante attività del duca di Wharton: nel 1724 aderì ad una sorta di
contraffazione della Massoneria, conosciuta col nome di Gormogons; lo
stesso anno venne sul continente, si convertì al cattolicesimo ed aderì
apertamente al partito degli Stuart; nel 1728, costituì una Loggia a Madrid,
cosa che sta ad indicare che, in realtà, non aveva rinunciato alla Massoneria;
infine, morì e Tarragona nel 173 l. Per il periodo 1724-1728 sembra che
manchino del tutto le informazioni, e questo fatto è alquanto spiacevole,
poiché tale periodo potrebbe essere interessante per le connessioni che ha con
le origini della Massoneria francese: in effetti, se nel 1723 non c’erano
ancora delle Logge in Francia, e se, comunque, il duca di Wharton non avrebbe
potuto essere il loro Gran Maestro, per il fatto stesso che era Gran Maestro
della Gran Loggia d’Inghilterra, da cui le eventuali Logge francesi sarebbero
dipese inizialmente, ne consegue che egli avrebbe potuto assumere la qualifica
di Gran Maestro delle Logge francesi, solo in questo periodo, 1724-1728, nel
corso del quale è molto probabile che abbia soggiornato effettivamente in
Francia; dunque, coloro che volessero chiarire questa questione, dovrebbero
condurre le ricerche soprattutto in questa direzione.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di dicembre), troviamo un articolo dedicato al confronto dei
due Riti
258
praticati in America: il Rito di York ed il
Rito Scozzese, i quali differiscono, non solo per i gradi nei quali lavorano,
ma anche per la loro organizzazione. L’origine del Rito di York è, in qualche
modo, «preistorica», poiché risalirebbe al VII secolo; è a questo Rito che si
riferiscono gli antichi documenti massonici detti Old Charges, e una
copia di essi, per le Logge operative, equivaleva alla bolla rilasciata oggi da
una Gran Loggia alle Logge moderne. Il Rito di York è basato sulle Costituzioni
di Athelstan del 926; il Rito Scozzese sulle Costituzioni di Federico il Grande
del 1786; la cosa alquanto curiosa è che l’origine di questi due documenti, di
epoca così differente, viene contestata dagli storici; d’altronde, è scontato
che il diritto ad adottarli validamente come legge fondamentale è, in ogni
caso, del tutto indipendente da ogni questione d’origine.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
dicembre), col titolo Le Plagiat des Religions (I Plagi delle
Religioni), Albert Lantoine esamina le rassomiglianze che esistono nel
simbolismo delle diverse religioni, ivi compreso quello del Cristianesimo,
della Massoneria e delle antiche iniziazioni; non c’è da stupirsi, dice, di
fronte a queste similitudini, che derivano, non da un volgare plagio, ma da una
inevitabile concordanza; il che è esatto, ma bisognerebbe spingersi oltre, in
questa direzione, ed egli ha il torto di misconoscere la reale filiazione, non
solamente «libresca» o «ideale», che esiste fra le diverse forme tradizionali,
sotto il loro duplice aspetto exoterico, di cui la religione è un caso
particolare, ed esoterico o iniziatico; non si tratta affatto di «imprestiti»,
sia ben chiaro, ma di legami che ricollegano ogni tradizione autentica e
legittima ad una sola e medesima tradizione primordiale.
G. Persigout completa il suo studio sull’Ivresse
bachique et Sommeils initiatiques, di cui abbiamo già parlato.
Nel n° di gennaio, François Ménard
esamina le difficoltà che si incontrano nel cercare di far comprendere la Notion
de Connaissance ésotérique (Nozione di Conoscenza esoterica) nel mondo
moderno e soprattutto nei confronti di coloro che
259
sono imbevuti dei pregiudizi dovuti alla
«cultura» universitaria; egli sottolinea, giustamente, come tutti i «progressi»
delle scienze, così come esse vengono concepite oggigiorno, non permettono di
avanzare d’un sol passo sulla via della vera conoscenza, e come, contrariamente
alla pretesa di esprimere ogni cosa in termini chiari (che egli imputa al
«materialismo scientifico», ma che in realtà è d’origine cartesiana), si renda
sempre necessario riservare una parte all’inesprimibile, la cui conoscenza costituisce
propriamente l’esoterismo, nel senso più rigoroso del termine.
Études Traditionnelles,
febbraio 1938.
‑ Nello Speculative Mason (n°
di gennaio) vi sono due articoli dedicati rispettivamente alla «luce» e
all’«arcobaleno», visti in relazione al simbolismo del Royal Arch.
In un altro articolo viene preso in esame
quello che viene chiamato il Plot Manuscript (Manoscritto di Plot), vale
a dire un antico manoscritto massonico che non è mai stato ritrovato e che è
conosciuto solo tramite le citazioni fatte da Robert Plot, nella sua Natural
History of Staffordshire (Storia naturale dello Staffordshire), pubblicata
nel 1686. A questo proposito, facciamo notare che se si considera, da un lato,
l’attitudine denigratoria tenuta da Plot nei confronti della Massoneria, e,
dall’altro, i suoi legami con Elias Ashmole, ci si trova di fronte ad un
elemento che non contribuisce certo a rendere verosimile il ruolo iniziatico
che alcuni attribuiscono, molto gratuitamente, a quest’ultimo. Per altro verso,
è strano riscontrare che Plot sia la «fonte» di uno degli argomenti contro la
filiazione «operativa» della Massoneria moderna, fatti valere da Alfred Dodd
nel suo libro su Shakespeare, di cui abbiamo parlato un mese fa; ci riferiamo
all’editto che aboliva la Massoneria sotto Enrico VI. Tuttavia, nel manoscritto
si dice anche che questo re, che allora aveva tre o quattro anni, abrogò questo
stesso editto non
260
appena raggiunse la maggiore età, e
contemporaneamente approvò gli Charges; il Plot afferma che questo fatto
è «improbabile», senza fornire una valida ragione, e Dodd, da parte sua, si
accontenta di passarlo sotto silenzio. Le recenti scoperte, peraltro, apportano
delle conferme notevoli al contenuto di questi vecchi manoscritti, smentendo al
tempo stesso gli storici moderni che li hanno criticati a sproposito: un
esempio è costituito dal caso di Edwin, la cui esistenza è stata tanto.
discussa; alcuni manoscritti sbagliano solo nel presentarlo come figlio del re
Athelstan, mentre invece era suo fratello; ma, dal momento che è stato trovato
un documento in cui la sua firma è seguita dal titolo di erede al trono, questa
stessa confusione è perfettamente spiegabile; ed è questo un altro esempio,
abbastanza istruttivo, di quanto valga la «critica» moderna!
Études Traditionnelles,
marzo 1938.
‑ Ne Le Mercure de France (n°
del 1º febbraio), un articolo di Albert Shinz, su Le Songe de Descartes
(Il Sogno di Cartesio), solleva nuovamente una questione che ha già dato luogo
a molte discussioni, più o meno confuse, relative ad una pretesa affiliazione
rosacruciana di Cartesio. La sola cosa che non sembra dubbia, è che i manifesti
rosacruciani, o sedicenti tali, che furono pubblicati nei primi anni del XVII
secolo, risvegliarono nel filosofo una certa curiosità, ed egli, nel corso dei
suoi viaggi in Germania, cercò di entrare in contatto con i loro autori, che
d’altronde egli considerava semplicemente come dei «nuovi studiosi», il che
dimostra che non era certo fra i più «informati»; ma questi rosacruciani,
chiunque fossero (e in ogni caso non erano certo dei «Rosa-Croce autentici»,
come pretenderebbe Maritain, che fece pubblicare un articolo sull’argomento nel
n° di dicembre 1920 della Revue Universelle), pare che non abbiano
ritenuto opportuno soddisfare il suo desiderio; ed anche se gli
261
capitò di incontrarne qualcuno, è molto
probabile che non ne abbia mai saputo niente. La stizza che seguì a questo
scacco, è chiaramente espressa nella dedica di un’opera intitolata Thesaurus
Mathematicus, che egli pensò di scrivere con lo pseudonimo di «Polybius il
Cosmopolita», ma che rimase sempre incompleta; perché si possa giudicare in
piena cognizione di causa, vale la pena di riprodurre integralmente tale
dedica, tradotta: «Opera nella quale si danno i veri mezzi per risolvere
tutte le difficoltà di questa scienza, e si dimostra che relativamente ad essa
lo spirito umano non può andare oltre; per provocare l’esitazione o schernire
la temerarietà di coloro che promettono delle nuove meraviglie in tutte le
scienze; e nello stesso tempo per alleggerire nelle loro penose fatiche i
Fratelli della Rosa-Croce, che, stretti notte e giorno nei nodi gordiani di
questa scienza, vi consumano inutilmente l’olio del loro genio; dedicata ancora
agli studiosi del mondo intero e specialmente agli illustrissimi Fratelli
Rosa-Croce di Germania». La cosa piuttosto stupefacente è che alcuni hanno
preteso proprio di vedere in questo brano un indizio di «rosacrucianesimo»;
com’è possibile non percepire tutta l’ironia maligna e rabbiosa di una simile
dedica, senza parlare della manifesta ignoranza ribadita dall’autore
nell’assimilare i Rosa-Croce agli studiosi ed ai «ricercatori» profani? Vero è
che il partito preso è spesso presente, in un senso o nell’altro, ma, in ogni
caso, accomunare cartesianesimo ed esoterismo nell’ammirazione o nell’odio,
significa sempre dar prova di una profonda incomprensione, quanto meno nei
riguardi dell’esoterismo! Con tutta sicurezza, Cartesio è il prototipo del
filosofo profano, la cui mentalità antitradizionale è radicalmente
incompatibile con ogni iniziazione; d’altronde, questo non significa che non
sia stato permeabile a certe «suggestioni» dal carattere sospetto; e non è
forse in questo senso che si potrebbe interpretare, nel modo più verosimile, la
pretesa «illuminazione» da lui avuta sotto l’apparenza di un sogno piuttosto
incoerente e stravagante?
262
‑Ne Les Archives de Trans-en-Provence
(n° di dicembre) J. Barles esamina l’attività di Desaguliers. nel
periodo 1723-1724: durante quest’anno egli continuò ad esercitare la funzione
di Gran Maestro Vicario, mentre era Gran Maestro il conte di Dalkeith; il 24
giugno 1724, quest’ultimo venne sostituito dal duca di Richmond, che prese come
Vicario il cavaliere Martin Folkes (che Thory, senza dubbio per errore,
menziona con questa qualifica alla data del 1723). Aggiungiamo che Desaguliers
riprese la medesima funzione l’anno seguente, col conte d’Abercorn; non vediamo
quindi come si possa sostenere che «la sua collaborazione col duca di Wharton
non gli fu favorevole»; e d’altra parte, sembra che J. Barles continui a
confondere, come nel suo precedente articolo, il conte di Dalkeith con il suo
predecessore, il duca di Wharton, il che, evidentemente, altera la
concatenazione dei fatti presi in esame.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
febbraio), O. Wirth ritorna ancora su ciò che egli chiama il Massonismo,
che fra l’altro sembra associare strettamente alla sola concezione
«speculativa»; egli sostiene che «ciò che manca alla Massoneria moderna è
l’istruzione massonica»; il che è fin troppo vero, ma i primi responsabili di
questo stato di cose, non sono proprio i «pensatori» che mutilano questa
istruzione, riducendo la Massoneria ad una dimensione solamente «speculativa»?
G. Persigout dedica il suo articolo a La
sortie de l’Antre et la «Délivrance» (L’Uscita dall’Antro e la
«Liberazione»); sembra proprio che si tratti dello stesso argomento che
trattiamo noi in questo stesso numero, tuttavia le considerazioni che egli
espone hanno ben pochi rapporti con le nostre; in effetti, viene soprattutto
trattata una questione molto diversa: del «vaso sacro» e della «bevanda
d’immortalità». Segnaliamo all’autore che, secondo la tradizione indù, Dhanvantari
(il cui ruolo è paragonabile a quello dell’Asklepios o Esculapio dei
Greci) non ha «portato dal cielo» il vaso contenente l’amrita, bensì
essa è stata prodotta dallo «sbattimento
263
dell’Oceano», mentr’egli teneva il vaso in una
mano; il che è molto diverso dal punto di vista simbolico.
‑ Nel giornale France-Amérique du Nord
(n° del 30 gennaio), Gabriel Louis-Jaray pubblica il testo delle
considerazioni da noi esposte, tempo fa, a proposito di un suo articolo apparso
ne Le Mercure de France; e lo accompagna con alcuni commenti che
sembrano indicare che non ne abbia compreso interamente il significato: noi non
abbiamo detto che Franklin «era probabilmente massone», poiché è del tutto
certo che lo fosse; né che «la Massoneria simbolica derivata dalla Gran Loggia
d’Inghilterra perdette la sua influenza» all’epoca di cui si tratta, poiché la
stessa Loggia Le Nove Sorelle derivava esattamente da questa Massoneria
simbolica; solo che, in effetti, all’epoca era già da un bel po’ che la
Massoneria francese si era resa indipendente dalla Gran Loggia d’Inghilterra,
che gli aveva dato vita circa un cinquantennio prima. Gabriel Louis-Jaray
chiede anche a Études Traditionnelles (nonostante la nostra recensione
non fosse anonima!) di «precisare come vede (sic) il ruolo “strano” di
Franklin»; la risposta è presto detta: quando diciamo che questo personaggio
sembra essere stato principalmente «l’agente di certe influenze estremamente
sospette», per i nostri lettori è del tutto evidente che tali influenze sono
quelle della «contro-iniziazione». Va da sé che si tratta di qualcosa che
oltrepassa di parecchio il punto di vista «politico esteriore» a cui l’autore
dice di volersi attenere; peraltro, una tale espressione implica, di per sé,
una concezione «particolaristica» nella quale non potrebbe rientrare nulla di
ciò che è oggetto dei nostri studi. Del resto, se aggiungiamo che lo stesso
Cromwell ci sembra abbia svolto, precedentemente, un ruolo del tutto simile a
quello di Franklin, forse Gabriel Louis-Jaray comprenderà che non si tratta
semplicemente di politica «inglese» o «anti-inglese», ma di qualcosa in cui,
effettivamente, l’Inghilterra, l’America o qualunque altra nazione rientrano
come strumenti da «utilizzare» volta a volta, a seconda delle circostanze, per
dei fini che indubbiamente
264
non hanno niente a che vedere con i loro
interessi particolari; servirsi di qualcuno, uomo o popolo che sia, non è certo
lo stesso che servirlo, anche se capita che gli effetti esteriori possano
accidentalmente coincidere.
Études Traditionnelles,
aprile 1938.
‑ The Speculative Mason (nº
di aprile), pubblica il seguito di The Preparation for Death of a Master
Mason: questa volta si parla della concezione «ciclica» della vita, vista
nella sua corrispondenza analogica col ciclo annuale.
Segnaliamo anche un articolo sulle allusioni
massoniche contenute nelle opere di Rudyard Kipling; ed un altro sul simbolismo
della cazzuola nella Mark Masonry.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di febbraio), si parla del ruolo svolto, nella Massoneria, dal
«Libro delle Costituzioni» e dagli Old Charges che lo hanno preceduto.
Nel numero di marzo, a proposito
dell’espressione «Loggia azzurra», impiegata correntemente come sinonimo di
«Loggia simbolica» (che lavora, cioè, nei tre gradi di Apprendista, Compagno e
Maestro), viene preso in esame il simbolismo del colore azzurro e le sue
connessioni storiche con il Tabernacolo ed il Tempio di Salomone.
‑ Ne Le Symbolisme (nº di
marzo), G. Persigout studia le Ascensions mithriaque, pythagoricienne,
judéo-chrétienne et hermétique (Ascensione mitriaca, pitagorica,
giudeo-cristiana ed ermetica), vale a dire il significato che, in queste
diverse tradizioni, hanno «l’azione purificatrice del Fuoco, il desiderio
ascensionale dell’Anima ed il mistero finale della Liberazione»; sfortunatamente,
l’esposizione manca di chiarezza, e il troppo spazio concesso a delle
informazioni di fonte profana vi svolge sicuramente la sua parte; il
«sincretismo psichico delle tradizioni religiose», in particolare, ci ricorda
le peggiori incomprensioni degli «storici delle religioni»,
265
che scambiano per degli «imprestiti» puramente
esteriori tutte le similitudini simboliche che incontrano, senza riuscire a
penetrarne il significato profondo.
Nel numero di aprile, F. Ménard studia Le
Principe d’analogie (Il Principio di analogia), insistendo soprattutto, a
giusta ragione, sull’applicazione del «senso inverso».
Études Traditionnelles,
giugno 1938.
‑ Il Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di maggio) esamina le ragioni secondo le quali, nella
Massoneria operativa, la prima pietra d’un edificio doveva essere posta
nell’angolo nord-est (quanto meno simbolicamente allorché la disposizione dei
luoghi non permetteva l’esattezza di questo orientamento); si tratta di una
questione che, in fondo, è collegata a quella delle «circumambulazioni», con
particolare riferimento al corso del ciclo diurno.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
maggio), Oswald Wirth prende in esame La Rénovation du Rituel (Il
Rinnovamento del Rituale), soggetto alquanto pericoloso, poiché c’è da temere
fortemente che un tale «rinnovamento» si traduca soprattutto in una
«alterazione»; non riusciamo a comprendere come l’introduzione di «mezzi
moderni» possa aggiungere qualcosa al valore di un rituale iniziatico; il
quale, fra l’altro, non ha nulla da guadagnare dall’essere attorniato da
«cerimonie» superflue; e, d’altra parte, quante possibilità vi sono che gli
incaricati di questo compito siano in grado di discernere l’essenziale, il
quale non potrebbe essere modificato in nessun caso, pena l’irregolarità o la
stessa nullità dal punto di vista della trasmissione iniziatica?
G. Persigout parla di Correspondances,
Analogie, Intériorité (Corrispondenze, Analogia, Interiorità); non si
capisce perché protesti contro l’espressione «corrispondenza analogica», la
quale non identifica, come egli sembra credere,
266
le corrispondenze all’analogia e non
costituisce affatto un pleonasmo puro e semplice; infatti, esistono delle
corrispondenze che sono analogiche ed altre che non lo sono. Non comprendiamo
neanche perché le corrispondenze dovrebbero costituire un «sistema» per il
fatto che hanno un «contenuto dottrinale», né perché questo contenuto dovrebbe
limitarsi ad essere quello delle scienze chiamate «positive», le quali in
realtà non sono altro che le scienze profane, quando invece le vere
corrispondenze sono quelle che si fondano sulle scienze tradizionali; ma
vedendo come l’autore, per svolgere la sua tesi, cita ed utilizza le idee di
certi filosofi contemporanei, non ci stupisce poi tanto il fatto che non
comprenda chiaramente la distinzione fra questi due ordini di conoscenza...
‑ La Revue Internationale des Sociétés
Secrètes (n° del 1º maggio) completa l’esame della biografia del
duca di Wharton: ne risulta che egli soggiornò quasi un anno in Francia, fra il
1728 e il 1729; se ne deduce, in maniera molto plausibile, che fu durante
questo periodo che dovette svolgere la funzione di Gran Maestro delle Logge
francesi; altrettanto verosimile è che egli sia stato il primo a portare questo
titolo, anche se l’introduzione della Massoneria in Francia risale al 1725.
Nel numero del 15 maggio si cerca di
stabilire la cronologia dei successori del duca di Wharton: se il cavaliere
Jarnes Hector Macleane gli succedette immediatamente, significa che venne
eletto quando il duca di Wharton lasciò la Francia per andare in Spagna, e cioè
nel 1729; e indubbiamente rimase in carica fino al 1736; fu allora che venne
sostituito con Charles Radcliffe, conte di Derwentwater, il cui nome è stato
stranamente trasformato in «d’Harnouester»; ed a lui seguì, nel 1738, il duca
d’Antin, primo Gran Maestro francese; a partire da allora la storia è meglio
conosciuta e la serie dei Gran Maestri non presenta alcuna oscurità.
Études Traditionnelles,
luglio 1938.
267
‑ In The Speculative Mason (n°
di luglio), è preso in esame il Passing, cioè l’iniziazione al grado
di Compagno, chiamata così perché rappresenta una fase transitoria fra
l’Apprendistato e la Maestranza; l’interpretazione che viene fornita della
«Geometria», in quanto associata in modo particolare a questo grado, richiederebbe
alcune riserve e soprattutto parecchi complementi.
Il seguito di The Preparation for Death
of a Master Mason tratta dei diversi stadi della vita umana, con
particolare riferimento ai quattro âshramas della tradizione indù, e del
processo di «morte graduale» nel corso della stessa vita, che è come una
preparazione verso la liberazione finale.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
giugno), segnaliamo un breve studio di François Ménard sul Symbolisme du
Tablier (Simbolismo del Grembiule), posto in relazione con alcuni dei
centri sottili dell’essere umano; il che ne fa una cosa del tutto diversa dal
semplice «simbolo del lavoro», come viene exotericamente considerato, a meno
che non si precisi che si tratta di un lavoro propriamente iniziatico; l’autore
fa notare, giustamente, che l’equivoco che si produce abitualmente in proposito
è paragonabile esattamente a quello legato al significato del termine
«operativo».
Nel numero di luglio, Oswald Wirth e
Albert Lantoine rimproverano ancora alla Massoneria inglese di misconoscere il
«puro Massonismo», che loro credono sia rappresentato dalle Costituzioni di
Anderson; mentre invece esse se ne allontanano alquanto, e solo le modifiche
loro apportate, in un secondo momento, sotto la spinta degli «Antichi» ne hanno
permesso un certo riavvicinamento, nei limiti di quanto poteva permettere la
riduzione «speculativa». La dichiarazione iniziale delle Costituzioni venne
modificata solo nel 1815, in seguito alla fusione fra «Antichi» e «Moderni», e
non nel 1738 come ritengono alcuni, a torto; la seconda redazione di Anderson,
quella appunto del 1738, conteneva solamente delle allusioni al «vero Noachita»
e ai «tre grandi articoli di Noè», che Oswald Wirth trova «enigmatici»,
268
e che in effetti lo sono, nel senso che
rivelano il ricordo di qualcosa che può risalire a molto lontano; ma, nel
pensiero molto poco esoterico di Anderson, i tre articoli in questione non
potevano significare altro che «paternità divina, fraternità umana e
immortalità», il che, in verità, non ha niente di misterioso... Quanto alla
questione dei Landmarks, esaminata in modo particolare da Albert
Lantoine, essa è sicuramente oscura in più di un aspetto; ma di chi è la
responsabilità principale, se non dei fondatori della Massoneria «speculativa»
con le loro conoscenze del tutto insufficienti, senza parlare delle
preoccupazioni di ordine «extra-iniziatico» che influirono enormemente sul loro
lavoro e che non contribuirono certo a fare di esso un «capolavoro» nel senso
propriamente «operativo» del termine?
‑ Nella Revue Internationale des
Sociétés Secrètes (n° del 15 giugno), proseguono gli articoli su
Les Ancêtres de la Franc-Maçonnerie en France (Gli Antenati della Massoneria in
Francia), e questa volta si parla della «leggenda degli Stuart»; l’autore
critica giustamente Gustave Bord, il quale, in quanto storico, «si è sempre
attenuto alla lettera dei documenti», cosa che è alquanto insufficiente; ma, i
suoi stessi argomenti non sono certo più convincenti: se si può sicuramente
ammettere che l’attività massonica dei loro sostenitori fu più considerevole di
quella degli stessi Stuart, è quanto meno difficile supporre che essa si
esercitò interamente a loro insaputa e che il loro ruolo non fosse neanche
quello che si potrebbe chiamare, rappresentativo; perché a questo si riduce in
effetti la funzione di molti dignitari «ufficiali», nella Massoneria come
altrove. In ogni caso, l’affermazione che non v’è mai stata una Massoneria
«giacobita» o «orangista», ma che si è sempre e solo avuta «la Massoneria»,
puramente e semplicemente, non potrebbe essere più falsa; a partire dal 1717,
invece, vi sono state solo delle organizzazioni massoniche differenti, con
tendenze molto divergenti fra loro, e le attuali differenze fra la Massoneria
«latina» e quella «anglosassone», per citare solo un esempio
269
fra i più manifesti, dimostrano chiaramente
che, a questo riguardo, non è cambiato niente dal XVIII secolo ad oggi!
Nei numeri del 1º e del 15 luglio,
questa serie di articoli viene ultimata, con uno studio sulla biografia di
Ramsay che, a dire il vero, è alquanto parziale; se si può concludere con
certezza che il famoso discorso che gli viene attribuito è autentico, tuttavia
non si può trarre alcuna conclusione circa il suo effettivo ruolo nella
istituzione degli alti gradi detti «scozzesi»; ed è questo il punto che sarebbe
stato più interessante chiarire. Quanto all’idea di interpretare il discorso di
Ramsay, traducendo «Crociati» con «Rosa-Croce», si tratta di un lavoro di pura
fantasia; d’altronde, l’autore sembra che, del Rosacrucianesimo e dei suoi
rapporti con la Massoneria, abbia una concezione veramente straordinaria, che
non corrisponde ad alcuna realtà.
Études Traditionnelles,
ottobre 1938.
‑ Il Grand Lodge Bulletin
dello Iowa (n° di settembre) contiene uno studio sulla chiave come
simbolo del silenzio; in effetti, questo è uno dei suoi molteplici significati,
peraltro molto secondario; ed è lecito pensare che la sua importanza, in seno
alla stessa Massoneria, sia legata piuttosto, e in primo luogo, alla sua
relazione col simbolismo di Giano.
‑ Nel France-Amérique du Nord (n°
dell’11 settembre), Gabriel Louis-Jaray riprende le note che abbiamo
scritto a proposito del suo ultimo articolo su Franklin, facendole seguire da
questa considerazione: «Tutti coloro che si interessano all’importante ruolo
svolto da Franklin, in Inghilterra contro la Francia, ed in Francia contro
l’Inghilterra, ed alle sue vedute, opposte per molti aspetti a quelle di
Washington, avrebbero piacere che René Guénon spiegasse, a beneficio di chi
segue questa vicenda, come egli concepisce l’azione di Franklin e la
«contro-iniziazione» di cui parla. Nel suo libro, La Massoneria e la
rivoluzione intellettuale del secolo XVIII,
270
Bernard Fay, che dedica un intero capitolo a
Franklin, lo qualifica come «Massone ortodosso dei più autentici». Come
storico, chiederei a René Guénon di spiegarci il suo punto di vista, poiché non
sembra combaciare con quello di Bernard Fay». È piuttosto divertente che ci si
voglia opporre l’opinione di Bernard Fay, il quale, pur ammettendo che sia uno
storico imparziale (il che è molto dubbio, da quanto ne sappiamo, anche se non
abbiamo avuto occasione di leggere il suo libro), in ogni caso non può essere in
grado di sapere in che consista realmente l’ortodossia massonica. Al pari di La
Fayette, Washington, sì, era un onesto «Massone ortodosso»; e la stessa
divergenza che vi era fra lui e Franklin, non indicherebbe da sola che
quest’ultimo era tutt’altra cosa? Ma c’è di più, noi non possiamo rispondere a
Gabriel Louis-Jaray «come storico», poiché non è questo il nostro punto di
vista, né possiamo ripetere tutto ciò che abbiamo scritto sulla questione della
«contro-iniziazione»; siamo costretti a pregarlo di volersi riferire a questi
nostri scritti, se la cosa lo interessa, e in special modo richiamiamo la sua
attenzione sulle indicazioni che abbiamo dato sui particolari sospetti del
sigillo degli Stati Uniti; gli segnaliamo inoltre che deve esistere un ritratto
di Franklin, dell’epoca, che porta questa divisa, dal fin troppo evidente
carattere «luciferino»: «Eripuit cœlo fulmen sceptrumque Tyrannis».
Études Traditionnelles,
novembre 1938.
In The Speculative Mason (n°
di ottobre), il seguito dello studio su The Preparation for Death of a
Master Mason, prende in esame la «Tradizione Sacra», che nelle Logge viene
raffigurata simbolicamente per mezzo della Bibbia, dal momento che questa è
effettivamente il Libro sacro dell’Occidente, a partire dall’epoca cristiana;
anche se tale tradizione non deve essere intesa come circoscritta a questo solo
Libro, ma, al contrario, come comprendente, allo stesso titolo, le Scritture
ispirate appartenenti a tutte le
271
diverse forme tradizionali, le quali sono
altrettante branche derivate dalla stessa saggezza primordiale ed universale.
Un altro articolo si occupa ancora della
questione dei Landmarks, che, come tutti sanno, è un argomento di
discussione interminabile; in questo articolo troviamo qualche chiarimento: si
fa riferimento al significato originale del termine, che veniva usato, nella
Massoneria operativa, per designare le tracce con le quali venivano fissati il
centro e gli angoli di un edificio, prima della sua costruzione; il che, per
trasposizione, permette di interpretare il carattere generalmente riconosciuto
ai Landmarks, nel senso di una verità immutabile, universale ed
intemporale in se stessa, suscettibile, al tempo stesso, in relazione ai
differenti domini d’esistenza e d’azione, di applicazioni che sono come
altrettanti riflessi, su piani diversi, di un «Archetipo» puramente spirituale;
va da sé che, a queste condizioni, i veri Landmarks non possono, in
alcun modo, essere assimilati ad un insieme di regole scritte, le quali, al
massimo, potrebbero esprimere il più indiretto e il più lontano di questi
riflessi.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
agosto-settembre), O. Wirth critica, assai giustamente, l’eccessiva
tendenza dei Massoni americani ad ornarsi di titoli e di insegne di ogni
genere; ma forse egli non sottolinea chiaramente la distinzione che è
necessario fare, fra i gradi autentici dei diversi riti massonici e le
molteplici organizzazioni «parallele», le quali, anche quando sono
esclusivamente riservate ai Massoni, non per questo hanno un carattere meno
«parodistico», proprio per il fatto che sono sprovviste di ogni valore
iniziatico reale.
Nel numero di ottobre, egli se la
prende, ancora una volta, con la presenza obbligatoria della Bibbia nelle Logge
anglosassoni; ora, se la si considera come simboleggiante la «Tradizione
Sacra», nel senso che abbiamo indicato prima, non vediamo quali difficoltà
potrebbero sorgere; ma è anche vero, che per comprendere questo aspetto della
questione, bisognerebbe evitare di guardare alla Bibbia attraverso le opinioni
dei «critici» moderni, che si trovano all’opposto di
272
ogni conoscenza d’ordine esoterico ed
iniziatico.
Nei due numeri, Ubaldo Triaca espone le
sue «vedute personali» su una Rénovation maçonnique (Rinnovamento
massonico) che potrebbe metter fine alle attuali divergenze; egli rimprovera
alle Obbedienze «latine» di aver permesso, troppo spesso, l’instaurarsi di una
tendenza antireligiosa, mentre invece la Massoneria dovrebbe essere con la
religione nel rapporto esoterismo exoterismo; alle Obbedienze anglosassoni,
rimprovera invece di confondere il punto di vista massonico con quello della
religione exoterica, ed è sempre la questione della Bibbia a costituire il
principale pregiudizio; il che dimostra che l’idea di un significato profondo
delle Scritture sacre è decisamente alquanto dimenticata oggigiorno.
D’altronde, spiegare il ruolo della Bibbia tramite l’influenza dell’ambiente
protestante è cosa del tutto insufficiente e superficiale; e per quanto
riguarda la proposta di rimpiazzare l’intera Bibbia col solo Vangelo di San
Giovanni, non comprendiamo che cosa cambierebbe in realtà, poiché, sia nell’una
che nell’altro vi è sempre, in definitiva, una porzione, più o meno estesa,
della «Tradizione sacra», e quindi tale porzione sarebbe sempre assunta per
rappresentarne simbolicamente la totalità.
Études Traditionnelles,
dicembre 1938.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (nº di ottobre) vengono presi in esame alcuni punti, generalmente
poco conosciuti, riguardanti le funzioni del Maestro (e cioè il Venerabile) e
dei due Sorveglianti; è curioso notare che il termine «Sorvegliante», in uso
nella Massoneria latina, non è la traduzione esatta dell’inglese Warden,
bensì dei termine Overseer, che veniva ugualmente usato nella Massoneria
operativa, ma non più nella Massoneria speculativa inglese, almeno per quanto
riguarda la Craft Masonry; è possibile che si tratti di un vestigio di
qualcosa risalente, nel continente, a prima del 1717?
273
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
novembre), Ubaldo Triaca, concludendo le sue riflessioni sulla Rénovation
maçonnique, afferma chiaramente che «la tendenza che vorrebbe condurre la
Massoneria verso una fede politica determinata ed una relativa azione esteriore
di impegno, è solo una concezione da profani che hanno completamente perduto il
senso profondo dell’Iniziazione».
Nel numero di dicembre, in un articolo
intitolato L’Enfer dantesque et le Mystère de la Chute (L’Inferno
dantesco e il Mistero della Caduta), G. Persigout prende in esame soprattutto
la questione della dualità, che, sotto forme diverse, condiziona
necessariamente ogni manifestazione; dobbiamo far rilevare che il
riconoscimento di questa dualità non implica, in alcun modo, il «dualismo»,
contrariamente a quanto si potrebbe credere a causa di un infelice errore di
terminologia; il quale, peraltro, è imputabile, non tanto all’autore, quanto a
qualcuno dei filosofi e degli studiosi moderni che egli cita nel suo articolo;
ed è questo un ulteriore esempio delle confusioni che dominano il linguaggio
attuale.
Études Traditionnelles,
gennaio 1939.
‑ The Speculative Mason (n°
di gennaio), contiene uno studio dedicato alle due Colonne del Tempio, ed
incomincia con l’esame della loro rispettiva posizione, sulla quale è
sorprendente che, fra i diversi riti massonici, si abbiano tante divergenze e
perfino tanti disaccordi; eppure i testi biblici sono sufficientemente
espliciti a riguardo. Quanto ai nomi delle due Colonne, è esatto che si ha
torto nel volervi vedere due nomi propri, ma, d’altra parte, la spiegazione che
qui viene suggerita contiene un errore linguistico: iakin è una parola
sola, una forma verbale che significa «egli stabilirà», e la sua prima sillaba
non ha niente a che vedere col nome divino Iah.
Nel seguito di The Preparation for Death of
a Master Mason, a proposito dei principali insegnamenti della «Tradizione
sacra», quando si parla della doppia natura mortale ed
274
immortale dell’uomo, sono presenti delle
considerazioni in cui la «metempsicosi» viene confusa con la «reincarnazione»,
e che comunque tradiscono una influenza parecchio marcata delle concezioni
teosofiste.
Études Traditionnelles,
febbraio 1939.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin (n°
di gennaio), troviamo un articolo dedicato all’«età della Massoneria» o,
per meglio dire, teso a dimostrare che non è possibile determinarla; il punto
di vista degli storici moderni, che non vogliono risalire a prima della
fondazione della Gran Loggia d’Inghilterra del 1717, è sicuramente
ingiustificato, perfino tenendo conto del loro partito preso che pretende
appoggiarsi solo su dei documenti scritti, poiché ne esistono effettivamente di
anteriori a tale data, pur nella loro rarità. D’altronde, vi è da notare che
questi documenti si presentano tutti come delle copie di altri molto più
antichi, e che la Massoneria vi è sempre considerata come risalente ad una
antichità molto remota; che l’organizzazione massonica sia stata introdotta in
Inghilterra nel 926, o addirittura nel 627, come si rileva da questi documenti,
non significa che si trattasse di una «novità», poiché essa era un
prolungamento delle organizzazioni già esistenti in Italia, e senza dubbio
anche altrove; di modo che, anche se alcune forme esteriori si sono
necessariamente modificate, a seconda dei paesi e delle epoche, si può dire che
la Massoneria esiste veramente from time immemorial (da tempo
immemorabile) o, in altri termini, che essa non ha un punto di inizio
determinabile storicamente.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
gennaio), in un articolo su Le Centre du Monde et de l’Être (Il
Centro del Mondo e dell’Essere), in cui viene preso in esame il ritorno
all’Unità principiale, G. Persigout dichiara che «il libero accesso alla
Conoscenza esoterica esige, ad un tempo, il ripudio del dualismo cartesiano e
dell’evoluzionismo spenceriano»; il
275
che è perfettamente giusto, ma questo
«ripudio» dovrebbe estendersi parimenti, e senza distinzione, ad ogni altro
punto di vista filosofico profano; non vediamo, per esempio, in che cosa le
speculazioni di Blondel sulla «filosofia dell’azione», citate a più riprese nel
corso dell’articolo, possano essere meno lontane da ogni dottrina esoterica o
iniziatica, o perfino dalla dottrina semplicemente tradizionale, nel suo
significato più generale.
Un breve articolo intitolato Connais-toi
toi-même (Conosci te stesso) è un palese esempio delle confusioni che
possono generare le illusioni «psicologiche» e «scientiste» dei moderni, nonché
della perfetta incomprensione del punto di vista iniziatico, che ne è
l’inevitabile conseguenza.
Études Traditionnelles,
marzo 1939.
‑ Il Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (n° di febbraio) contiene delle considerazioni relative al modo in
cui potrebbe essere formulata una «dichiarazione di principi massonici»; la
cosa più notevole, in questo articolo, è che l’essenziale è completamente
ignorato, poiché non si trova la minima allusione al carattere propriamente
iniziatico della Massoneria. Tale constatazione, logicamente, induce a
chiedersi se tale dichiarazione, nelle intenzioni di coloro che la ritengono
utile, non debba rivolgersi piuttosto al pubblico profano; ma, in questo caso
si tratterebbe di una cosa che non ha alcuna ragion d’essere e che, per
definizione, un’organizzazione iniziatica realmente fedele ai suoi principi non
dovrebbe neanche pensare. Se, invece, tale dichiarazione dovesse servire
all’istruzione degli stessi Massoni, essa potrebbe svolgere un tale ruolo solo
malamente; cosa inevitabile, in effetti, poiché sarebbe in palese
contraddizione col metodo tradizionale di insegnamento per mezzo dei simboli,
senza neanche parlare dell’impossibilità di costringere i veri principi entro
delle formule verbali, impossibilità che, peraltro, è proprio quella che rende
indispensabile l’uso del simbolismo. Dunque, in
276
ogni caso, il fatto stesso che questa
questione possa essere posta e discussa da delle «autorità», testimonia una
incresciosa incomprensione del punto di vista iniziatico; e se certi Massoni si
rammaricano per il fatto che ignorano «la natura essenziale della Massoneria»,
non è certo con dei mezzi di tal fatta che la loro ignoranza potrà essere
dissipata.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
marzo), G. Persigout studia Le Symbolisme du crâne et de la mort (Il
Simbolismo del teschio e della morte); egli espone un certo numero di
osservazioni interessanti, alcune delle quali, peraltro, sono ispirate a quanto
noi stessi abbiamo detto qui a proposito del simbolismo della caverna e della
cupola; ma perché sente il bisogno di mischiarvi delle vedute «preistoriche»,
di cui il meno che si possa dire è che sono estremamente confuse, nonostante le
giustissime riserve sull’«evoluzionismo» ed il «naturalismo» che dominano le
spiegazioni «scientifiche» moderne? Peraltro, fra i punti che l’autore tocca di
sfuggita, e che meriterebbero un esame più approfondito, notiamo in particolare
quanto concerne la «danza dei morti»; e in effetti ci si trova al cospetto di
qualcosa di molto enigmatico, che non deriva affatto dalla «storia profana»,
come egli sembra credere (tra l’altro, questa storia non potrebbe mai essere in
grado di spiegare realmente alcunché), ma, al contrario, è in stretta relazione
con certe organizzazioni iniziatiche della fine del Medioevo; sembra che non si
sia mai cercato di precisare né il ruolo né la natura di queste organizzazioni,
e forse in questo si potrebbe essere aiutati, in una certa misura, dalle
considerazioni sui rapporti esoterici esistenti fra l’«amore» e la «morte».
Segnaliamo, incidentalmente, che il termine «macabro» non è altro che l’arabo maqbarah,
«cimitero» (o più esattamente il suo plurale, maqâbir), e che la sua
origine non ha certo niente a che vedere con San Macario, anche se in un
secondo momento si è giunti a stabilire un tale accostamento, a causa di quelle
assonanze fonetiche che talvolta hanno dei curiosi effetti.
Études Traditionnelles,
maggio 1939.
277
‑ The Speculative Mason (n°
di aprile) contiene il seguito degli studi che abbiamo già segnalato; a
proposito delle «colonne», si parla stavolta dei diversi ordini architettonici
e delle difficoltà alle quali danno luogo le corrispondenze simboliche loro
attribuite; in effetti, sembra che questo sia uno di quei punti in cui si sono
introdotte alcune di quelle confusioni già tanto numerose nella Massoneria
moderna.
In The Preparation for Death of a Master
Mason, si parla questa volta della costituzione dell’uomo e della
distinzione dei suoi diversi elementi, soprattutto in base alle fonti ermetiche
e neoplatoniche; l’autore fa notare, molto giustamente, gli inconvenienti
derivanti dall’uso vago e confuso che i moderni fanno del termine «anima» (soul),
nel quale comprendono indistintamente delle cose di ordine completamente
diverso.
Citiamo anche una nota in cui, a proposito
dell’assenza del grado di Maestro nei primi anni della Massoneria speculativa,
si dice chiaramente che «questa situazione anormale era dovuta alle difettose
qualificazioni dei membri delle quattro Logge che formarono la Gran Loggia del
1717», e che non possedevano tutti i gradi della gerarchia operativa; il
riconoscimento di questa verità è molto raro e merita di essere sottolineato in
modo particolare.
Études Traditionnelles,
luglio 1939.
‑ In The Speculative Mason (nº
di luglio), nel seguito di The Preparation for Death of a Master Mason,
l’autore insiste sulla necessità, per lo sviluppo spirituale, di considerare
ogni cosa con un significato diverso dall’ordinario, vale a dire, insomma, dal
punto di vista «sacro»; ed egli espone l’applicazione di questo metodo al
simbolismo massonico.
Un altro articolo riprende la questione
delle due colonne e delle confusioni che si sono generate in merito; una
confusione delle più curiose è quella che ha trasformato le colonne sulle quali
erano incisi i principi delle scienze tradizionali,
278
come quelle di cui si parla nella leggenda di
Enoch, in colonne cave, destinate a contenere all’interno gli archivi della
Massoneria!
Nel numero di ottobre, una nota sulle
«virtù cardinali» dimostra che, presso Platone e Plotino, queste avevano un
significato tutt’altro che «morale» e molto più profondo.
Un’altra, sul «potere del pensiero», è troppo
visibilmente influenzata dalle teorie psicologiche moderne, che sono ben
lontane da ogni dato iniziatico relativo a quest’argomento.
‑ Nel Grand Lodge Bulletin
dello Iowa (n° di settembre), un articolo precisa le posizioni delle due
colonne del Tempio di Salomone, argomento che ha dato luogo ad interminabili
discussioni, quando bastava riferirsi ai testi biblici e saperli leggere; il
punto importante, e che qui viene ben precisato, è che, in questi testi, la
«destra» e la «sinistra» designano rispettivamente, in maniera costante, il Sud
ed il Nord, vale a dire i punti che sono a destra ed a sinistra di chi guarda
ad Oriente.
‑ Ne Le Symbolisme (nn. di
maggio e giugno), G. Persigout, ritornando sulla figura di Éliphas Levi,
che aveva già presa in esame nel suo precedente articolo, parla de L’Hexagramme
pentalphique et magique (L’Esagramma pentalfico e magico); egli prova ad
interpretare l’enigmatico Sator arepo tenet opera rotas, inscritto nel
«quadrato magico», ma questa sua interpretazione non sembra essere meno
ipotetica di tante altre. Per di più, in tutto questo studio, egli mostra una
forte tendenza ad «incupire» le cose, e parla di «Esagramma deviato» e di
«Binario impuro», attardandosi sui significati più bassi, invece di ricercare i
significati più elevati e, al tempo stesso, più «legittimi»; l’influenza della
psicanalisi si va veramente sentire un po’ troppo e vi scorgiamo anche l’ombra
inquietante del fu H. de Guillebert des Essarts...
Nel numero di maggio, uno studio di
Marius Lepage, su L’Épée flamboyante (La Spada fiammeggiante), sembra
girare intorno al soggetto, se cosi si può dire, senza che esso
279
venga realmente affrontato; la maggior parte
dell’articolo, infatti, tratta del simbolismo della spada, in generale.
Nel numero di luglio, G. Persigout
studia Le symbolisme du Sceau de Salomon (Il simbolismo del Sigillo di
Salomone); ritroviamo qui il miscuglio di «documentazione» tradizionale e
profana, che abbiamo già segnalato in merito a quest’autore, a più riprese, e
che non contribuisce certo a chiarire le questioni; in particolare, la sua
concezione dell’«Androgino» primordiale è lungi dal delinearsi con tutta la
chiarezza auspicabile.
Nel numero di agosto-settembre, un
articolo su Les Nombres en Architecture opérative (I Numeri
nell’Architettura operativa), di Morvan Marchal, contiene delle riflessioni
parecchio sensate sull’arte tradizionale dell’antichità e del Medioevo, sulla
sua superiorità nei confronti dell’«accademismo» e del «disordine
architettonico attuale», e sul carattere di «decadenza» di un’arte che
«pretende rifarsi alla libera fantasia individuale ed al solo dominio
soggettivo»; era proprio necessario che tutto questo, alla fine, fosse sciupato
da un passo ove si parla di «animalità ancestrale» ed il cui tono
«progressista» è stranamente in contraddizione con le considerazioni
precedenti?
Études Traditionnelles,
gennaio 1940.
‑ Le Compagnon du Tour de France
(nn. di gennaio e marzo) contiene un buon articolo su L’Outil (L’Utensile),
del C\ Georges Olivier, dal quale riprendiamo alcune considerazioni molto
giuste: «L’utensile genera il mestiere, il mestiere le arti; nel Medioevo,
mestiere ed arte erano una cosa sola... L’utensile è a misura dell’uomo, esso
porta in sé, su di sé, la personalità del suo maestro… Nell’officina,
l’utensile assume, agli occhi dell’iniziato, il valore di un oggetto sacro.
L’officina non è un tempio in cui si medita, in cui si studia, in cui si compie
un lavoro: una parte dell’opera universale?... In tutti i tempi, indubbiamente,
l’utensile venne
280
considerato come un simbolo... Nei nostri
musei si trovano degli stendardi ricamati con la figura del santo che porta
l’utensile e la divisa della corporazione di mestiere: vestigia e testimonianze
di un’epoca in cui la vita economica e la vita spirituale erano fortemente
compenetrate, in cui il lavoro materializzava la fede, ed in cui la fede
spiritualizzava il lavoro. Simboli, altresì, e sotto punti di vista diversi,
sono la squadra ed il compasso dei Compagnoni che, insieme all’utensile
distintivo della professione, sono stati così considerati come l’unione
dell’intellettuale e del manuale in uno stesso operaio: l’Artigiano». C’è da
augurarsi che queste riflessioni cadano sotto gli occhi di coloro che
pretendono di sostenere la superiorità dello «speculativo» sull’«operativo» e
che sarebbero ben lieti di poter sostenere che il simbolismo è appannaggio dei
soli «speculativi»! Da parte nostra, solleviamo solo una riserva: non è esatto
dire che la macchina è un «utensile perfezionato», poiché, in un certo senso,
essa è piuttosto il contrario; infatti, mentre l’utensile è, in qualche modo,
un «prolungamento» dell’uomo, la macchina lo riduce invece ad essere solo il
suo servitore; e se è vero che «l’utensile genera il mestiere», non è meno vero
che la macchina lo uccide; ma, in fondo, forse, questo è proprio il pensiero
dello stesso autore, poiché egli in seguito dice che «ai giorni nostri, la
macchina soppianta l’utensile, la fabbrica l’officina, la società lavoratrice
si scinde in due classi con l’intellettualizzazione del tecnico e la
meccanizzazione della manovalanza, le quali preannunciano la decadenza
dell’uomo e della società».
‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello
Iowa (nn. di gennaio e febbraio), si parla del simbolismo delle chiavi
nella Massoneria; un elemento assai curioso da notare è dato dal fatto che la
chiave viene considerata come una rappresentazione della lingua; accostamento
che qui viene spiegato sulla base della forma delle antiche chiavi egizie;
inoltre, la chiave è ordinariamente un simbolo del potere ed anche del segreto;
tutto ciò è esatto, ma la cosa che più conta, è che la chiave è innanzi
281
tutto ed essenzialmente un simbolo «assiale»,
come abbiamo avuto occasione di dire altrove.
Nel secondo articolo, si parla di «chiavi» di
tutt’altro tipo, quelle degli alfabeti crittografici che sono, o sono stati, in
uso nella Massoneria; è interessante notare che alfabeti simili, costruiti
sullo stesso principio, esistono, non solo in ebraico (un tale alfabeto,
impiegato dai Kabbalisti, lo si trova nella Filosofia Occulta di
Cornelio Agrippa), ma anche in arabo; questo fa pensare che ci si trova al
cospetto di qualcosa che risale a tempi molto lontani, e che la denominazione
«chiave del cifrario di Salomone», dopo tutto, potrebbe non essere così tanto
«leggendaria» quanto i moderni sono inclini a supporla.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
ottobre-novembre-dicembre), Gaston Moyse protesta contro l’opinione volgare
«che si ostina a vedere una stretta parentela fra le Società dette del “Libero
Pensiero” e la Massoneria»; egli sottolinea, a ragione, che il «vero libero
pensatore», proclamandosi nemico di tutti i riti, per ciò stesso, deve
logicamente essere un avversario della Massoneria; e afferma con chiarezza che
«fra le Società del Libero Pensiero esiste solo una contraffazione caricaturale
della Massoneria»; non si potrebbe dire di meglio, e da parte nostra
aggiungiamo solo che questa «contraffazione» presenta tutti i caratteri
sinistri propri di quegli organismi che abbiamo spesso denunciato come
costituenti uno dei sintomi più inquietanti della degenerazione della nostra
epoca.
Un articolo intitolato La «Loi» d’Analogie
(La Legge dell’Analogia), di J. Corneloup, porta i segni di una mentalità
alquanto profana: l’autore confonde palesemente analogia con somiglianza, e se
non ha torto a stigmatizzare certi abusi, il tutto non ha niente a che vedere
con la vera analogia, di cui egli non parla affatto; d’altronde, coloro che
invocano le teorie della fisica moderna a sostegno delle proprie vedute
personali non sono né simbolisti né metafisici, checché se ne dica; e quanto
all’affermazione che «la psicologia è il vero
282
dominio dell’iniziazione», sarebbe certo
difficile trovarsi più lontano di così dalla verità!
G. Persigout prende in esame Les trois
Renoncements du Myste (Le tre rinunce del Mista), simboleggiate dalla
«spoliazione dai metalli», dalla «lustrazione» e dalla «redazione del
testamento»; insieme ad alcune considerazioni interessanti, troviamo ancora
molte confusioni; per non insistere oltre misura, diremo solamente che la «via
reale» è propria solo dell’«Eroe», e non del «Saggio», né del «Santo»; e che,
in un altro ordine di idee, è quanto meno un procedimento un po’ sommario
quello col quale si vorrebbero ricercare dei significati simili fra le parole
ebraiche tenendo conto solo della loro lettera iniziale; quanto poi a voler
«tradurre in termini ermetici» il pensiero di certi filosofi contemporanei, ci
sembra che si voglia tributare a costoro un onore veramente immeritato.
Études Traditionnelles,
maggio 1940.
FINE
DEL PRIMO VOLUME
283
Stampato nel mese di Aprile 1991
INDICE
DEL PRIMO VOLUME
ARTICOLI
Joseph
de Maistre e la Massoneria p.
11
Colonia
o Strasburgo? p.
23
A
proposito dei Costruttori del Medioevo p.
25
Il
Compagnonaggio e gli Zingari p.
31
Un
nuovo libro sull’Ordine degli Eletti Cohen p.
35
A
proposito dei «Rosa-Croce di Lione» p.
43
A
proposito dei Pellegrinaggi p.
49
L’enigma
di Martines de Pasqually p.
57
RECENSIONI DI LIBRI
Pubblicate su Le Voile d’Isis
1929 p.
83
1930 p.
85
1932 p.
86
1933 p.
88
1935 p.
92
1936 p.
96
Pubblicate su Études
Traditionnelles
1937 p.
104
1938 p.
110
1939 p.
120
1940 p.
128
RECENSIONI DI RIVISTE
Pubblicate su Le Voile d’Isis
1929 p.
135
1930 p.
138
1931 p.
151
1932 p.
167
1933 p.
189
1934 p.
207
1935 p.
216
1936
p.
228
Pubblicate su Études
Traditionnelles
1937 p.
240
1938 p.
255
1939 p.
273
1940 p.
278
– ARKTOS –
OGGERO EDITORE
MCMLXXXXI
NOTA
La presente raccolta di articoli di René Guénon è comprensiva delle recensioni di libri e di articoli relativi allo stesso argomento: la Massoneria. Gli articoli e le recensioni furono pubblicati a suo tempo in diverse riviste, annotate a margine.
La prima edizione è stata curata e pubblicata in Francia dalle Éditions Traditionnelles, nel 1964; è stata poi ristampata più volte, senza alcuna variazione, fino al 1985.
Per la traduzione è stata utilizzata quest’ultima edizione.
Traduzione di Calogero Cammarata
© 1991 Arktos – Giovanni Oggero Editore
NOTIZIA
(Le informazioni di carattere biografico sono quanto di più distante dalla mentalità di René Guénon che, molto giustamente ricordava sempre come fossero importanti solo le idee ed i comportamenti manifestati, piuttosto che le speculazioni voyeuriste sulla vita privata di una persona. Ci limitiamo, pertanto, a fornire le date essenziali della sua opera.)
René Guénon nasce a Blois, Loir et Cher, il 15 novembre 1886; nel 1903 completa i suoi studi e nel 1904 si stabilisce a Parigi, ove, oltre ad interessi accademici poco sentiti, ha modo di curare composite relazioni con gli ambienti che definirà «neospiritualisti».
Dal 1906 al 1912 intrattiene rapporti, più o meno impegnativi, con personaggi ed organismi che saranno altrettanti punti di riferimento per la sua formazione, sia m senso costruttivo che critico: da Papus (1906) alla «Chiesa Gnostica» (1908), da L. Champrenaud (Abdul-Haqq) al conte di Pouvourville (Matgioi) (1909), dalla Massoneria (Loggia Thébah, della G\L\N\ di Francia) (1907) al pittore J. G. Angelii (Abdul-Hadi) (1910). Nel 1909 fonda la rivista La Gnose (1909-1912) ed intrattiene i primi rapporti con ambienti cattolici, indù e islamici.
Dal 1913 al 1921 approfondisce i suoi rapporti con elementi indù e col Taçawwuf e nel 1921 inizia in maniera consistente la sua opera di informazione tradizionale, di messa a punto e di rettificazione, che si esprimerà tramite i suoi scritti (libri, articoli, lettere).
Dal 1921 al 1930 pubblica i suoi primi otto libri, ove si delineano gli insegnamenti tradizionali e l’evidente deviazione del mondo moderno. Dal 1925 al 1927 collabora anche alla rivista cattolica Regnabit, mentre dal 1928 ha inizio la sua collaborazione con la rivista Le Voile d’Isis, che nel 1937 diventerà Études Traditionnelles, collaborazione, parecchio marcata d’altronde, che durerà fino alla sua morte. Contemporaneamente scrive degli articoli per altre riviste, anche di diverse nazioni, come l’Inghilterra e l’Italia.
Nel 1930 si stabilisce definitivamente al Cairo, ove realizza, anche dal punto di vista dell’esistenza quotidiana, quel suo ricollegamento all’ambito esoterico della tradizione islamica che comporta inevitabilmente, e logicamente un pari collegamento all’Islam e che certamente è qualcosa di molto diverso dalla fin troppo banale pretesa di «conversione» che si tenta di attribuirgli. Dal Cairo mantiene un costante collegamento con l’Occidente, tramite la pubblicazione dei suoi restanti scritti, costituiti prevalentemente da articoli e recensioni, ma soprattutto tramite una copiosa corrispondenza con amici e collaboratori.
Muore il 7 gennaio 1951.
5
SCRITTI DI RENÉ GUÉNON
La data si riferisce alla prima edizione francese
Introduzione Generale allo Studio delle Dottrine Indù, 1921
(Ed. Studi Tradizionali, Torino)
Il Teosorismo ‑ Storia di una pseudo-religione, 1921
(Ed. Arktos, Carmagnola)
Errore dello Spiritismo, 1923
(Ed. Rusconi, Milano)
Oriente e Occidente, 1924
(Ed. Studi Tradizionali, Torino)
L’Uomo e il suo Divenire secondo il Vêdânta, 1925
(Ed. Studi Tradizionali, Torino)
L’Esoterismo di Dante, 1925
(Ed. Atanòr, Roma)
Il Re del Mondo, 1927
(Ed. Atanòr, Roma)
La Crisi del Mondo Moderno, 1927
(Ed. Mediterranee, Roma)
Autorità Spirituale e Potere Temporale, 1929
(Ed. Rusconi, Milano)
San Bernardo, 1929
(Ed. Arktos, Carmagnola)
Il Simbolismo della Croce, 1931
(Ed. Rusconi, Milano)
Gli Stati Molteplici dell’Essere, 1932
(Ed. Studi Tradizionali, Torino)
La Metarisica Orientale, 1985
(Ed. Arktos, Carmagnola)
Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, 1945
(Ed. Adelphi, Milano)
Principi dei Calcolo Infinitesimale, 1946
(Ed. Arktos, Carmagnola)
La Grande Triade, 1946
(Ed. Atanòr, Roma)
Considerazioni sulla Via Iniziatica, 1946
(Ed. Bocca, Milano)
(Vi sono anche altre edizioni italiane, riprese da quest’ultima)
Iniziazione e Realizzazione Spirituale, 1946
(Ed. Studi Tradizionali, Torino)
Considerazioni sull’Esoterismo Cristiano, 1954
(Ed. Arktos, Carmagnola)
Simboli della Scienza Sacra, 1962
(Ed. AdeIphi, Milano)
Studi sulla Massoneria e il Compagnonaggio, 1964
(Ed. Arktos, Carmagnola)
Études sur l’Hindouisme, 1966
(Éditions Traditionnelles, Paris)
Forme Tradizionali e Cicli Cosmici, 1970
(Ed. Mediterranee, Roma)
Considerazioni sull’Esoterismo Islamico e il Taoismo, 1973
(Ed. Arktos, Carmagnola)
Recensioni, 1973
(Ed. all’insegna del Veltro, Parma)
Mélanges, 1976
(Éd. Gallimard, Paris)
(Ne esiste un’edizione italiana, un po’ difforme, non meglio identificata)
L’Archeometra
(Ed. Atanòr, Roma)
(Con questo titolo viene presentata una raccolta di articoli pubblicati da René Guénon sulla rivista “La Gnose”, e relativi all’opera, dallo stesso titolo, di A. Saint-Yves d’Alveydre)
La Rivista di Studi Tradizionali di Torino, dal 1963, cura la traduzione di molti degli scritti di René Guénon.
Edizioni ridotte di Études sur l’Hindouisme, sono state pubblicate in italiano dalle Edizioni Basaia, Roma.
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