19A - STUDI SULLA MASSONERIA E IL COMPAGNONAGGIO I - René Guénon

 

JOSEPH DE MAISTRE

E

LA MASSONERIA *

 

 

 

Émile Dermenghem, a cui si deve già un notevole studio su Joseph de Maistre mystique, ha pubblicato un manoscritto inedito dello stesso autore: si tratta della memoria da questi indirizzata nel 1782, in occasione del Convento di Wilhelmsbad, al duca Ferdinand di Brunswick (Eques a Victoria), Gran Maestro del Regime Scozzese Rettificato1.

Il primo di questi due volumi è estremamente interessante nel suo insieme e contiene un gran numero di citazioni e di accostamenti alquanto istruttivi, sebbene dobbiamo sollevare alcune riserve in merito a certe interpretazioni relative al «relativismo», al «pragmatismo» e all’«intuizionismo», che ci sembrano un po’ troppo moderne e che non lasciano vedere abbastanza nettamente la distinzione essenziale che conviene stabilire tra le dottrine esoteriche e la filosofia profana. Vi sarebbero anche da prendere alcune precauzioni circa l’impiego di certe parole: teosofia, ermetismo, occultismo, illuminismo, che Dermenghem prende quasi indifferentemente le une per le altre, e che invece hanno dei significati molto diversi. Del resto, lo stesso Joseph de Maistre si irritava per le confusioni che avevano corso nel mondo profano a proposito dell’illuminismo; e quando faceva uso di questa parola,

 

* Joseph de Maistre e la Massoneria, pubblicato nella rivista italiana Ignis, novembre-dicembre 1925. Lo stesso articolo, ridotto nella sua parte iniziale, venne poi pubblicato nella rivista francese Vers l’Unité, marzo 1927, coi titolo Un projet de Joseph de Maistre pour l’union des peuples; l’edizione francese del presente libro riporta quest’ultima versione.

1. Joseph de Maistre, La Franc-Máçonnerie, Mémoire au duc de Brunswick, introduzione di É. Dermenghem, ed. F. Rieder e C., Paris, 1925.

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con un’accezione piuttosto sfavorevole, era per designare esclusivamente le teorie proprie agli Illuminati di Baviera, associazione puramente politica che non aveva nulla di iniziatico, poiché l’«illuminazione» (in tedesco aufklärung) vi era intesa nel più stretto senso razionalista. D’altro canto, per quanto riguarda l’occultismo, Dermenghem nota bene che «questa parola non è affatto del XVIII secolo»; ma la cosa che essa esprime non lo è parimenti, poiché l’una e l’altra non risalgono, in realtà, che ad Éliphas Levi. Del resto, Dermenghem accetta, a volte, troppo facilmente le asserzioni degli occultisti, e specialmente di Papus e della sua scuola: non parla egli infatti, seguendoli, di una «tradizione occidentale», identificata con la «Cabala giudeo-cristiana» (che ne è qui dell’ermetismo?) ed opponentesi ad una «tradizione orientale», rappresentata principalmente dal... teosofismo della Blavatsky? Rincresce sempre in opere serie e sotto ogni altro aspetto interamente degne di elogio, vedere accolte fantasie del genere2.

Un altro punto che si presterebbe a discussione è questo: cosa deve intendersi esattamente per il «Martinismo» a cui Joseph de Maistre era affiliato? Senza dubbio Dermenghem non crede affatto alla fondazione di un «Ordine martinista» da parte di Louis-Claude de Saint-Martin; egli ha letto, d’altronde, la lunga introduzione del «Cavaliere della Rosa Crescente» (Abel Haatan) al libro di Franz von Baader su gli Enseignements secrets de Martines de Pasqually, che non lascia sussistere alcuna delle confusioni create e mantenute da coloro che ne avevano interesse3. Quello che egli chiama

 

 

2. Ci stupisce anche che Dermenghem ripeta, senza alcuna verifica, che Dutoit-Mambrini fosse un discepolo di Saint-Martin, quando parecchi passi della sua Philosophie divine et humaine provano nettamente il contrario.

3. Ecco un esempio di queste confusioni: nel Regime Scozzese Rettificato, il grado di Cavaliere Benefacente della Città Santa è chiamato talvolta «Scozzese di Saint-Martin», perché la leggenda di questo grado rappresenta San Martino che divide il suo mantello per darne la metà ad

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«Martinismo» è piuttosto l’organizzazione istituita da Martines de Pasqually, e per la quale altri hanno coniato la denominazione di «Martinesismo»; questa organizzazione, cui d’altronde non è certo che Joseph de Maistre sia stato collegato, era il Rito degli Eletti Cohen (o Coën, come si scriveva allora), e la designazione di «Martinismo» non gli venne mai applicata che dai profani; perché non restituirgli il suo vero nome? Dermenghem fa ben menzione degli Eletti Cohen, ma in maniera tale che si potrebbe credere che si tratti di un’altra cosa, forse di una organizzazione speciale fondata a Lione da Willermoz; Papus, dal canto suo, aveva ritenuto bene di chiamare «Willermosismo» il Regime Scozzese Rettificato. La verità è che Willermoz (Eques ab Eremo) svolse una parte importante nell’uno e nell’altro di questi due Riti, ma non ne fondò mai nessuno e non ne fu mai neppure il capo supremo; ma tutta questa storia è stata talmente ingarbugliata, che sono ben scusabili alcuni abbagli ed alcune inesattezze in uno scrittore che, senza dubbio, non ha fatto su queste questioni uno studio particolare e profondo4.

Fatte queste osservazioni, e prima di occuparci particolarmente della Mémoire au duc de Brunswick, crediamo necessario riassumere la carriera massonica di Joseph de Maistre. Già prima del 1774, all’età di appena 21 anni, faceva parte della Loggia Madre dei Trois Mortiers, di Chambery, fondata nel 1749 e collegata alla Gran Loggia d’Inghilterra. Il 4 settembre 1778, passò alla Loggia Scozzese La Parfaite Sincérité, alle dipendenze del Collegio metropolitano di Francia e del Direttorio della provincia di Auvergne, la cui

 

 

 

un povero; naturalmente, Papus non ha mancato di scorgervi un grado «martinista»!

4. A Dermenghem fa perfino difetto la conoscenza di certi segni, che sono tuttavia di uso corrente: nella Mémoire au duc de Brunswick, i due rettangoli intrecciati che figurano ad un certo punto del manoscritto (p. 58) non significano «Riti», ma «Logge»; come pure la croce che si trova un po’ prima (p. 53), e che non è stata interpretata, significa «Capitolo» (degli «Scozzesi di Sant’Andrea»).

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sede era Lione. Questa Loggia apparteneva al Regime Scozzese Rettificato, e non diciamo al Rito della Stretta Osservanza, perché questo, proprio in quel momento, aveva cessato di esistere: venne abolito dal Convento delle Gallie, tenutosi a Lione negli ultimi due mesi di questo stesso anno 1778, e proprio allora venne sostituito col Regime Rettificato. All’interno della Loggia La Parfaite Sincérité fu stabilito, nel 1779, un Collegio particolare, composto di quattro membri che possedevano il grado di Gran Professo, «Cavaliere Benefacente della Città Santa», vale a dire l’ultimo grado del Regime Rettificato; uno di questi quattro Gran Professi era Joseph de Maistre (Eques a Floribus). La rivoluzione francese provocò la sospensione delle riunioni massoniche: la Loggia La Parfaite Sincérité fu posta in sonno nel 1791 e l’attività di Joseph de Maistre venne così interrotta; egli non doveva mai più riprenderla, tuttavia mantenne sempre il suo attaccamento all’ordine, perché assai più tardi, durante il suo soggiorno in Russia, espresse il rincrescimento per il fatto che la sua situazione di ambasciatore non gli permetteva di prender parte alle riunioni dei «Fratelli».

Nel settembre 1780, il duca Ferdinand di Brunswick, desiderando «portare l’ordine e la saggezza nell’anarchia massonica», indirizzò a tutte le Logge della sua obbedienza il seguente questionario:

 

l° ‑ L’ordine ha origine da un’antica società? E qual’è questa società?

2° ‑ Vi sono realmente dei Superiori Incogniti? Quali?

3° ‑ Qual’è il vero fine dell’Ordine?

4° ‑ Questo fine è la restaurazione dell’Ordine dei Templari?

5° ‑ In qual modo devono essere organizzati il cerimoniale ed i riti, per essere i più perfetti possibili?

6° ‑ L’Ordine deve occuparsi di scienze segrete?

 

Fu per rispondere a questi quesiti che Joseph de Maistre scrisse una memoria particolare, distinta dalla risposta collettiva

 

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della Loggia La Parfaite Sincérité; e in essa si proponeva di esprimere «le vedute di alcuni Fratelli più felici di altri, che sembrano destinati a contemplare delle verità di ordine superiore»; e questa memoria è anche, come dice Dermenghem, «la prima opera importante che sia uscita dalla sua penna».

Joseph de Maistre non ammetteva l’origine templare della Massoneria e non riconosceva reale interesse alla questione che vi si riferisce; giunse perfino ad affermare: «Che importa all’universo della distruzione dell’Ordine dei T.?». Ed invece, importa parecchio, poiché è da li che ha avuto inizio la rottura dell’Occidente con la propria tradizione iniziatica, rottura che, in verità, è la causa prima di tutta la deviazione intellettuale del mondo moderno; infatti, questa deviazione risale a ben oltre la Rinascenza, la quale ne è solo una delle tappe principali, ed occorre riandare fino al XIV secolo per ritrovare il suo punto di partenza. Joseph de Maistre, che peraltro aveva una conoscenza assai vaga delle cose del Medioevo, ignorava quali fossero stati i mezzi di trasmissione della dottrina iniziatica ed i rappresentanti della vera gerarchia spirituale; non di meno egli affermava nettamente l’esistenza di entrambi, cosa che è già molto se si tiene conto, come è necessario fare, della condizione delle varie organizzazioni massoniche alla fine del XVIII secolo. Tutte, comprese quelle che pretendevano di dare ai loro membri una iniziazione reale e non limitarsi ad un formalismo tutto esteriore, cercavano di ricollegarsi a qualcosa la cui esatta natura era loro sconosciuta, e cercavano di ritrovare una tradizione i cui segni esistevano ancora dappertutto, ma il cui principio era andato perduto; nessuna possedeva più i «veri caratteri», come si diceva allora, e il Convento di Wilhelmsbad fu un tentativo per ristabilire l’ordine in mezzo al caos dei Riti e dei gradi5. «Certo ‑ diceva Joseph de Maistre ‑ l’Ordine non ha

 

5. Ordo ab Chao, sarà un po’ più tardi la divisa del Rito Scozzese Antico ed Accettato. Lo stesso problema venne affrontato dal Convento tenutosi a Parigi nel 1785, sotto gli auspici dei Filaleti, da cui Joseph de

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potuto aver inizio con quello che vediamo adesso. Tutto suggerisce che la Massoneria volgare sia un ramo staccato e forse corrotto di un antico e rispettabile tronco.» È la precisa verità, ma come fare per sapere quale fu questo tronco? Egli, citando un passo di un libro inglese che tratta di alcune confraternite di costruttori, aggiungeva «È degno di nota il fatto che questo genere di organismi si costituiscano in coincidenza con la distruzione dei T.» Questa osservazione avrebbe potuto aprirgli ben altri orizzonti, e stupisce che non l’abbia condotto ad una maggiore riflessione, tanto più che il solo fatto d’averla scritta non si accorda certo con quanto da lui dichiarato precedentemente; d’altronde, tutto questo riguarda solo un aspetto della questione così complessa delle origini della Massoneria.

Un altro aspetto della questione è rappresentato dai tentativi di ricollegare la Massoneria ai Misteri antichi: «I Fratelli più colti del nostro Regime pensano che vi sono dei validi motivi per credere che la vera Massoneria non è altro che la Scienza dell’uomo per eccellenza, vale a dire la conoscenza della sua origine e del suo destino. Alcuni aggiungono che questa Scienza non differisce sostanzialmente dalla antica iniziazione greca o egizia». Joseph de Maistre obiettava che è impossibile sapere con esattezza cosa fossero questi antichi Misteri e che cosa vi fosse insegnato, e sembra che se ne facesse un’idea assai mediocre, il che forse stupisce ancora di più dell’attitudine analoga da lui assunta nei confronti dei Templari. In effetti, dal momento che non esitava ad affermare che presso tutti i popoli si riscontrano «dei resti della Tradizione primitiva», com’è che poi non arriva a pensare che i Misteri dovevano avere per scopo principale proprio la conservazione del deposito di questa stessa Tradizione? Ciò nonostante, egli ammetteva che, in un certo senso, l’iniziazione

 

 

Maistre ricevette ugualmente un questionario, come tutti i Massoni più istruiti d’allora.

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ereditata dalla Massoneria risalisse «all’origine delle cose», all’inizio del mondo: «La vera religione ha molto più che diciotto secoli: essa nacque il giorno in cui nacquero i giorni». Anche qui, ciò che gli sfuggiva erano i mezzi di trasmissione, e non si può fare a meno di notare che egli si adagiava con troppa facilità su questa sua ignoranza, anche se è vero che all’epoca in cui scrisse questa memoria aveva solo ventinove anni.

Anche la risposta ad un altra questione prova che l’iniziazione di Joseph de Maistre, malgrado l’alto grado da lui posseduto, era lungi dall’essere perfetta; e quanti altri Massoni dei gradi più elevati, allora come oggi, erano nella stessa condizione o addirittura ne sapevano ancora meno! Ci riferiamo alla questione dei «Superiori Incogniti»; ecco quello che lui rispose: «Abbiamo dei Maestri? No, non ne abbiamo. La prova è semplice, ma decisiva: non li conosciamo... Come avremmo potuto contrarre un qualche impegno tacito con dei Superiori nascosti, dal momento che se si fossero fatti conoscere ci sarebbe, forse, dispiaciuto e ci saremmo ritirati?» Evidentemente egli ignorava di che cosa si tratti in realtà, e quale possa essere il modo d’agire dei veri «Superiori Incogniti»; quanto al fatto che essi fossero sconosciuti agli stessi capi della Massoneria, questo prova solamente che l’effettivo ricollegamento alla vera gerarchia iniziatica non esisteva più, ed il rifiuto di riconoscere l’esistenza di questi Superiori doveva far sparire la residua possibilità ancora esistente di ristabilire questo collegamento.

La parte più interessante della memoria è, senza dubbio, quella che contiene la risposta alle due ultime domande; e subito salta all’occhio ciò che concerne le cerimonie. Joseph de Maistre, per il quale «la forma è una grande cosa», non parlava del carattere essenzialmente simbolico del rituale e della sua portata iniziatica, il che è una deplorevole lacuna; ma insisteva su ciò che si potrebbe chiamare il valore pratico di questo stesso rituale, e ciò che ne disse è di una grande verità psicologica: «Trenta o quaranta persone silenziosamente allineate lungo i muri di una camera tappezzata di nero

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o di verde, distinte da degli abiti singolari, che parlano solo dopo averne avuto il permesso, ragioneranno saggiamente su ogni argomento proposto. Eliminate le tappezzerie e gli abiti, spegnete una delle nove lampade, permettete anche solo di spostare gli scanni: vedrete questi stessi uomini precipitarsi gli uni sugli altri, non intendersi più, o parlare del giornale e delle donne; e il più ragionevole fra loro sarà già a casa prima di aver avuto il tempo di riflettere di essersi comportato come gli altri... Evitiamo soprattutto di abolire il giuramento, come proposto da alcuni, forse con delle buone ragioni, ma che non si è in grado di comprendere. I teologi che hanno voluto dimostrare che il nostro giuramento è illecito hanno ragionato molto male. Vero è che solo l’autorità civile può esigere e ricevere il giuramento in relazione ai diversi atti della società, ma non si può contestare ad un essere intelligente il diritto di attestare con un giuramento una determinazione interiore del suo libero arbitrio. Il sovrano può esercitare il suo imperio solo sulle azioni. Il mio braccio va a lui, ma la mia volontà a me!»

Seguiva quindi una specie di piano di lavoro per i diversi gradi, in cui ciascuno doveva avere il suo particolare obiettivo; ed è questa la parte, su cui vogliamo soffermarci in modo particolare; ma è necessario dissipare subito una confusione. Dal momento che la divisione adottata da Joseph de Maistre comporta solo tre gradi, sembra che Dermenghern ne abbia dedotto che egli volesse ridurre la Massoneria ai soli tre gradi simbolici; questa interpretazione è inconciliabile con la stessa costituzione del Regime Scozzese Rettificato, il quale è essenzialmente un Rito degli alti gradi. Dermenghem non ha notato che Joseph de Maistre scriveva «gradi o classi», e in verità si tratta proprio di tre classi, ognuna delle quali può essere suddivisa in diversi gradi veri e propri. Ecco come sembra debba stabilirsi questa ripartizione: la prima classe comprende i tre gradi simbolici; la seconda classe corrisponde ai gradi capitolari, il più importante dei quali, e in effetti il solo praticato nel Regime Rettificato, è quello di Scozzese di Sant’Andrea; la terza classe, infine, è formata dai gradi

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superiori di Novizio, Scudiero e Gran Professo o Cavaliere Benefacente della Città Santa. Quello che prova anche che è così che bisogna intendere la cosa, è che quando l’autore parla della terza classe, esclama: «Che vasto campo aperto allo zelo ed alla perseveranza dei G. P.!»; si tratta evidentemente dei Gran Professi, a cui egli apparteneva, e non dei semplici Maestri della «Loggia azzurra». Dunque, non si tratta affatto di sopprimere gli alti gradi, ma al contrario di dar loro dei compiti relativi al loro proprio carattere.

Il compito assegnato alla prima classe è, per prima cosa, la pratica della beneficenza «che dev’essere lo scopo apparente di tutto l’Ordine»; ma ciò non è sufficiente, occorre aggiungerne un secondo, già più intellettuale: «Non solo, nel primo grado, si formerà il cuore del Massone, ma si illuminerà il suo spirito assegnandolo allo studio della morale e della politica, che è la morale degli Stati. Nelle Logge si discuterà delle questioni relative a queste due scienze, e ogni tanto si chiederà anche il parere dei Fratelli per iscritto... Ma il grande compito dei Fratelli sarà soprattutto di procurarsi una conoscenza approfondita della loro patria, di ciò che essa possiede e di ciò di cui manca, delle cause di disagio e dei mezzi di rigenerazione.»

«La seconda classe della Massoneria dovrà avere il compito, secondo il sistema proposto, dell’istruzione dei governi e della riunione di tutte le sette cristiane». Riguardo al primo punto, «ci si occuperà, con cura infaticabile, di eliminare gli ostacoli di ogni specie che le passioni interpongono fra la verità e l’orecchio dell’autorità... I confini dello Stato non dovranno limitare l’attività di questa seconda classe, e i Fratelli delle diverse nazioni potranno talvolta, con zelante accordo, operare il più gran bene». Riguardo al secondo punto, «Non sarebbe degno di noi proporci il progredire dei Cristianesimo, come uno degli scopi del nostro Ordine? Questo progetto dovrà comportare due aspetti, poiché è necessario che ogni comunione lavori per suo conto e lavori per avvicinarsi alle altre... Occorre stabilire dei comitati di corrispondenza, composti soprattutto da preti di diverse

 

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comunioni che avremo già aggregati ed iniziati. Lavoreremo lentamente, ma sicuramente. Non intraprenderemo alcuna iniziativa che non sia atta a perfezionare la Grande Opera... Tutto ciò che può contribuire al progredire della religione, all’estirpazione delle opinioni pericolose, in una parola, ad innalzare il trono della verità sulle rovine della superstizione e del pirronismo, sarà competenza di questa classe.»

Infine, la terza classe si occuperà di quello che Joseph de Maistre chiama il «Cristianesimo trascendente», che per lui è «la rivelazione della rivelazione» e costituisce l’essenziale di quelle «scienze segrete» alle quali allude nell’ultimo quesito; in tal modo si potrà «trovare la soluzione di parecchie penose difficoltà presenti nelle conoscenze che possediamo». E precisa: «I Fratelli ammessi alla classe superiore, nei loro studi e nelle loro riflessioni più profonde, avranno per oggetto le ricerche di fatto e le conoscenze metafisiche... Tutto è mistero nei due Testamenti, e gli eletti dell’una e dell’altra legge non erano che dei veri iniziati. Occorre dunque interrogare questa venerabile Antichità e chiederle in che modo concepiva le allegorie sacre. Chi può dubitare che questo tipo di ricerca ci fornirà delle armi vittoriose contro gli scrittori moderni, che si ostinano a vedere nella Scrittura solamente il senso letterale? Essi sono già contraddetti dalla sola espressione, Misteri della religione, che impieghiamo continuamente senza penetrarne il senso. Questa parola mistero, in principio, non significava altro che una verità nascosta sotto dei segni, da coloro che la possedevano»6. È possibile affermare più nettamente e più esplicitamente l’esistenza dell’esoterismo in generale e dell’esoterismo cristiano in particolare? A sostegno di questa affermazione egli

 

 

6. Egli aggiunge, in nota: «Non sembra che si possa ragionevolmente contestare l’opinione dell’abate Pluche (Histoire du Ciel, p. 404) che fa derivare il mysterion dei greci da mistar, mistor o mistarim, espressioni che in fenicio significano: velamen, absconsis, latibulum

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riporta diverse citazioni di autori ecclesiastici ed ebrei, tratte dal Monde Primitif di Court de Gébelin. In questo vasto campo di ricerche ciascuno avrà modo di applicarsi a seconda delle sue attitudini: «Che gli uni si immergano coraggiosamente negli studi eruditi, tanto da poter moltiplicare i nostri testi e delucidare quelli che già possediamo. Che altri, condotti dal loro genio alle contemplazioni metafisiche, cerchino nella natura stessa delle cose le prove della nostra dottrina. Che altri ancora, infine (e piaccia a Dio che ve ne siano tanti!) ci dicano quanto hanno appreso su questo Spirito che soffia dove vuole, come vuole e quando vuole.» Il richiamo all’ispirazione diretta, espressa in quest’ultima frase, è sicuramente la cosa più notevole.

Questo progetto non venne attuato, e non si sa neanche se il duca di Brunswick ne venne a conoscenza; tuttavia, esso non è poi così chimerico come potrebbero pensare alcuni, e noi crediamo che sia del tutto idoneo a suscitare, oggi, delle interessanti riflessioni, esattamente come lo fu all’epoca in cui venne concepito; ed è per questo che abbiamo tenuto a citarne diversi passi. In sostanza, l’idea generale che se ne ricava potrebbe essere formulata così: senza pretendere minimamente di negare o di sopprimere le differenze e le specificità nazionali, di cui invece occorre prendere coscienza, per prima cosa, nel modo più approfondito possibile e a dispetto di quanto pretendono gli attuali internazionalisti, si tratta di restaurare l’unità sovra-nazionale, piuttosto che internazionale, dell’antica Cristianità, unità distrutta dalle molteplici sette che hanno «lacerato la veste senza cuciture»; da lì, si tratta poi di elevarsi all’universalità, realizzando il Cattolicesimo nel vero senso della parola, nel senso in cui lo intendeva Wronski, secondo cui questo Cattolicesimo avrebbe avuto un’esistenza pienamente reale solo quando fosse riuscito ad integrare le tradizioni contenute nei Libri sacri di tutti i popoli. È essenziale sottolineare che questa unione, come viene auspicata da Joseph de Maistre, dovrà compiersi, innanzi tutto, nell’ordine puramente intellettuale; ed è proprio quello che noi abbiamo sempre sostenuto, poiché

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pensiamo che non può aversi una vera intesa fra i popoli, soprattutto fra quelli che appartengono a delle diverse civiltà, se questa non è fondata su dei principi, nel senso vero della parola. Senza questa base strettamente dottrinale, non può edificarsi niente di solido; tutte le combinazioni politiche ed economiche saranno sempre impotenti a riguardo, non meno delle considerazioni sentimentali; mentre invece, se venisse realizzato l’accordo sui principi, l’intesa in tutti gli altri campi ne deriverebbe necessariamente.

Senza dubbio la Massoneria della fine del XVIII secolo non possedeva più ciò che era necessario per compiere questa «Grande Opera», e d’altronde, alcune condizioni richieste dalla bisogna probabilmente sfuggivano allo stesso Joseph de Maistre; ma questo non significa necessariamente che un tal piano non potrebbe mai essere ripreso, sotto una forma o sotto un’altra, da qualche organizzazione avente un carattere veramente iniziatico e in possesso del «filo d’Arianna» che gli permettesse di districarsi in seno al labirinto delle innumerevoli forme sotto le quali è nascosta la Tradizione unica, per ritrovare infine la «Parola Perduta» e far uscire «la Luce dalle Tenebre», «l’Ordine dal Caos». Noi non vogliamo minimamente anticipare l’avvenire, ma certi segni permettono di pensare, malgrado le apparenze sfavorevoli del mondo attuale, che la cosa non è forse del tutto impossibile; e concludiamo citando una frase un po’ profetica dello stesso Joseph de Maistre, tratta dal secondo colloquio delle sue Serate di Pietroburgo: «Occorre tenerci pronti per un avvenimento immenso nell’ordine divino, verso il quale marciamo ad una velocità così accelerata che non può non colpire tutti gli osservatori. Oracoli temibili annunciano già che i tempi sono arrivati

 

 

 

 

 

 

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COLONIA O STRASBURGO? *

 

 

 

La questione presa in esame nel numero di ottobre 1926 de Le Voile d’Isis, ci sembra che debba essere vista sotto due aspetti: uno di carattere storico ed uno di carattere simbolico; e in fondo, la divergenza segnalata si riferisce solo al primo di questi due punti di vista. D’altronde, la contraddizione è, forse, solo apparente: se la cattedrale di Strasburgo è veramente il centro ufficiale di un certo rito «compagnonico», quella di Colonia non sarà parimenti il centro di un altro rito? E non è proprio per questa ragione che vi sarebbero due documenti massonici distinti, uno composto a Strasburgo e l’altro a Colonia, i quali potrebbero generare così una certa confusione? Certo, sarebbe necessaria una verifica, e occorrerebbe anche sapere se questi due documenti portano la stessa data o meno..La cosa è interessante soprattutto dal punto di vista storico e, nonostante per noi questo sia il meno importante, esso riveste ugualmente un certo valore, poiché in qualche modo è connesso al punto di vista simbolico: in effetti, non è arbitrariamente che un determinato luogo sia stato scelto come centro dalle organizzazioni del tipo di cui si tratta.

Comunque sia, noi siamo totalmente d’accordo con Albert Berriet, quando dice che il «punto sensibile» deve esistere in tutte le cattedrali che sono state costruite secondo le vere regole dell’arte, e quando dichiara che «occorre soprattutto servirsene dal punto di vista simbolico». A questo proposito, vi è da fare un curioso accostamento: Wronski affermava che in tutti i corpi vi è un punto particolare, che se fosse colpito, l’intero corpo si disgregherebbe subito, in qualche modo si volatilizzerebbe per la dissociazione di tutte

 

 

 

* Cologne ou Strasbourg?, pubblicato ne Le Voile d’Isis, gennaio 1927.

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le sue molecole; ed egli pretendeva di aver trovato il modo per calcolare la posizione di questo centro di coesione. Non si tratta esattamente della stessa cosa e cioè del «punto sensibile» delle cattedrali, soprattutto se lo si considera in maniera simbolica, come pensiamo si debba fare?

La questione, vista sotto il suo aspetto più generale, è poi quella che si potrebbe chiamare del «nodo vitale», il quale esiste in ogni composto, come punto di congiunzione dei suoi elementi costitutivi. La cattedrale, costruita secondo le regole, forma un vero insieme organico, e per questo ha anch’essa un «nodo vitale». Il problema legato a questo punto è lo stesso di quello che, nell’antichità, veniva espresso dal famoso simbolo del «nodo gordiano»; ma, certo i massoni moderni sarebbero alquanto sorpresi se si dicesse loro che la loro spada può svolgere ritualmente lo stesso ruolo di quella di Alessandro...

Si può ancora aggiungere che l’effettiva soluzione dei problema in questione, è connessa al «potere delle chiavi» (potestas ligandi et solvendi), inteso nel suo significato ermetico; oppure si potrebbe dire, ed è poi la stessa cosa, che essa corrisponde alla seconda fase del coagula et solve degli alchimisti. Come abbiamo fatto notare nell’articolo su Regnabit al quale si riferisce Paul Redonnel, non bisogna dimenticare che Janus era per i Romani il dio dell’iniziazione ai Misteri, ma era anche il patrono dei Collegia Fabrorun, delle corporazioni di artigiani che sono continuate ad esistere per tutto il Medioevo e, col compagnonaggio, fin nei tempi moderni; ma oggigiorno, senza dubbio, sono assai poco numerosi coloro che comprendono ancora qualcosa del profondo simbolismo della «Loggia di San Giovanni».

 

 

 

 

 

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A PROPOSITO DEI

COSTRUTTORI DEL MEDIOEVO *

 

 

 

Un articolo di Armand Bédarride, apparso nel numero di maggio 1929 de Le Symbolisme, e del quale abbiamo già parlato nelle nostre recensioni delle riviste, ci sembra possa dar luogo ad alcune utili riflessioni. Questo articolo, intitolato Les Idées des nos Précurseurs, tratta delle corporazioni del Medioevo, viste come le trasmettitrici del loro spirito e delle loro tradizioni alla Massoneria moderna.

Innanzi tutto, notiamo che la distinzione fra «Massoneria operativa» e «Massoneria speculativa» ci sembra debba essere intesa in un senso del tutto diverso da quello che ordinariamente le viene attribuito. In effetti, molto spesso ci si immagina che i Massoni «operativi» fossero solo dei semplici operai o artigiani, e niente di più, e si pensa che il simbolismo, nei suoi significati più o meno profondi, sia sopraggiunto solo tardivamente, in seguito all’ammissione nelle organizzazioni corporative di persone estranee all’arte del costruire. Questo, comunque, non è il caso di Bédarride, il quale invece cita un gran numero d’esempi, in particolare nei monumenti religiosi, di figure il cui carattere simbolico è incontestabile; in particolare egli parla delle due colonne della cattedrale di Würtzbourg, «che provano ‑ dice ‑ che i Massoni costruttori del XIV secolo praticavano un simbolismo filosofico», il che è esatto, ma, è ovvio, solo a condizione che lo si intenda nel senso di «filosofia ermetica» e non secondo l’accezione corrente; poiché allora si tratterebbe semplicemente della filosofia profana, la quale, fra l’altro, non ha mai fatto uso di un simbolismo qualunque. Gli esempi si potrebbero moltiplicare indefinitamente: la stessa pianta

 

* A propos des constructeurs du Moyen Age, pubblicato ne Le Voile d’Isis, gennaio 1927.

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delle cattedrali è eminentemente simbolica, come abbiamo avuto modo di sottolineare in altre occasioni; e occorre aggiungere che, fra i simboli usati nel Medioevo, oltre a quelli di cui i Massoni moderni hanno conservato il ricordo, pur non comprendendone più il significato, ce ne sono molti altri di cui essi non hanno la minima idea1.

Secondo noi, occorre andare in qualche modo contro l’opinione corrente e considerare la «Massoneria speculativa», sotto molti aspetti, come una degenerazione della «Massoneria operativa». In effetti, quest’ultima era veramente completa nel suo ordine, dal momento che possedeva insieme la teoria e la pratica corrispondente; e questa sua denominazione, sotto questo aspetto, può essere intesa come un’allusione alle «operazioni» dell’«arte sacra», di cui la costruzione secondo le regole tradizionali era una delle applicazioni. Quanto alla «Massoneria speculativa», che d’altronde è nata nel momento in cui le corporazioni di costruttori erano in piena decadenza, la sua denominazione indica molto chiaramente che essa è limitata alla «speculazione» pura e semplice, vale a dire ad una teoria senza alcuna realizzazione; e certamente sarebbe un errore dei più strani se si volesse considerare un tal fatto come un «progresso». Se si fosse trattato solo di un impoverimento, il male non sarebbe poi così grande com’è in realtà, ma, come abbiamo detto più volte, all’inizio del XVIII secolo si è verificata in più una vera deviazione al momento della costituzione della Gran Loggia d’Inghilterra, la quale fu il punto di partenza di tutta la Massoneria moderna. Per il momento non insisteremo oltre, ma teniamo a sottolineare che, se si vuol comprendere

 

 

1. Ultimamente, abbiamo avuto modo di rilevare, nella cattedrale di Strasburgo e in altri edifici dell’Alsazia, un gran numero di marchi di tagliatori di pietra, i quali risalgono ad epoche diverse, dal XII secolo fino all’inizio del XVII secolo; fra questi marchi ve ne sono alcuni molto curiosi, in particolare abbiamo ritrovato lo swastika, al quale allude Bédarride, in una delle torrette del campanile di Strasburgo.

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veramente lo spirito dei costruttori del Medioevo, queste osservazioni sono del tutto essenziali; diversamente ci se ne fa un’idea falsa o, quanto meno, molto incompleta.

Un’altra idea che è altrettanto importante rettificare, è quella secondo la quale l’impiego di forme simboliche sarebbe stato semplicemente imposto da ragioni di prudenza. Che, talvolta, queste ragioni siano esistite non lo contestiamo, ma si tratta solo dell’aspetto più esteriore e meno interessante della questione; lo abbiamo già detto a proposito di Dante e dei «Fedeli d’Amore»2, e lo possiamo ripetere per ciò che riguarda le corporazioni dei costruttori, tanto più che han dovuto esserci dei legami molto stretti fra tutte queste organizzazioni, molto diverse in apparenza, ma tutte partecipi delle stesse conoscenze tradizionali3. Ora, il simbolismo è precisamente il modo d’espressione normale delle conoscenze di questo tipo, ed è questa la sua vera ragion d’essere, in tutti i tempi ed in tutti i paesi, anche lì ove non vi è proprio nulla da dissimulare; e questo, molto semplicemente, perché vi sono delle cose che, per loro stessa natura, non possono esprimersi altrimenti che sotto tale forma.

L’errore di cui si tratta, che si commette troppo spesso e di cui ritroviamo in un certo modo l’eco nell’articolo di Bédarride, ci sembra avere due cause principali: la prima è che, generalmente, si conosce molto male in che cosa consistesse il Cattolicesimo del Medioevo. Non bisogna dimenticare che, come vi è un esoterismo musulmano, all’epoca vi era anche un esoterismo cattolico, vale a dire un esoterismo che aveva il suo punto d’appoggio nei simboli e nei riti della religione cattolica e che si sovrapponeva a questa senza

 

 

 

2. Si veda Le Voile d’Isis, febbraio 1929. (Si tratta dell’art. Il Linguaggio Segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore, oggi raccolto, come capp. IV e V, in Considerazioni sull’Esoterismo Cristiano, Arktos, Carmagnola ‑ n.d.t.).

3. I Compagnoni del «Rito di Salomone» hanno conservato fino ad oggi il ricordo del loro legame con l’Ordine del Tempio.

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opporvisi in alcun modo; non c’è dubbio che certi ordini religiosi furono ben lontani dall’essere estranei a tale esoterismo. Se la tendenza della maggior parte dei Cattolici attuali è di negare l’esistenza di queste cose, ciò prova solamente che essi non sono meglio informati, a proposito, del resto dei nostri contemporanei.

La seconda causa dell’errore in questione consiste nel fatto di immaginare che ciò che si nasconde sotto i simboli siano quasi unicamente delle concezioni sociali o politiche4, in realtà si tratta di ben altro. Le concezioni di questo genere, agli occhi di coloro che possedevano certe conoscenze, potevano avere solo un’importanza parecchio secondaria, quella di una possibile applicazione fra tante altre; e aggiungiamo anche che ovunque hanno finito con l’occupare uno spazio troppo grande e col diventare predominanti, esse sono state invariabilmente una causa di degenerazione e di deviazione5. E non è esattamente questo che ha fatto perdere alla Massoneria moderna la comprensione di ciò che essa conserva ancora dell’antico simbolismo e delle tradizioni di cui sembra essere, bisogna ben dirlo, malgrado tutte le sue insufficienze, l’unica erede nel mondo occidentale? Se ci si obietta che, a riprova delle preoccupazioni sociali dei costruttori, esistono le figure satiriche e più o meno licenziose che si riscontrano talvolta nelle loro opere, è facile rispondere: queste figure sono destinate, soprattutto, a confondere i profani, i quali si fermano all’apparenza e non riescono a cogliere quello che di più profondo esse dissimulano. D’altronde, si tratta di qualcosa che è ben lungi dall’essere specifico dei costruttori; certi scrittori, come Boccaccio e Rabelais

 

 

 

4. Questo modo di vedere le cose è, in gran parte, quello di Aroux e di Rossetti per ciò che riguarda l’interpretazione di Dante, e lo si riscontra anche in molti passi della Storia della Magia di Éliphas Levi.

5. In merito, è molto eloquente l’esempio di certe organizzazioni musulmane, in cui le preoccupazioni politiche hanno soffocato, in qualche modo, la originaria spiritualità.

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soprattutto, e molti altri ancora, hanno adottato la stessa finzione ed hanno usato lo stesso procedimento. C’è da credere che questo stratagemma sia ben riuscito, poiché ancora oggi, e senza dubbio più che mai oggi, i profani continuano a cascarci.

Se si vuole andare in fondo alla questione, occorre vedere nel simbolismo dei costruttori l’espressione di alcune scienze tradizionali, che si riallacciano a quello che, in maniera generale, si può indicare col nome di «ermetismo». Ora, dal momento che noi parliamo qui di «scienze», attenzione a non pensare che si tratti di qualcosa di paragonabile alla scienza profana, la sola conosciuta da quasi tutti i moderni; e sembra che una tale assimilazione traspaia anche in Bédarride, il quale parla di «forma mutevole delle conoscenze positive della scienza», il che si adatta propriamente ed esclusivamente alla scienza profana; e che, prendendo alla lettera delle immagini puramente simboliche, crede di scoprirvi delle idee «evoluzioniste» ed anche «trasformiste», idee che sono in totale contraddizione con ogni dato tradizionale. Già in molti nostri lavori abbiamo sviluppato a lungo la distinzione essenziale fra la scienza sacra o tradizionale e la scienza profana, e quindi non pensiamo di ripetere qui tutte quelle considerazioni, non di meno abbiamo ritenuto opportuno richiamare una volta di più l’attenzione su questo punto capitale.

E concludiamo in breve: non è senza ragione che Giano, presso i Romani, fosse insieme il dio dell’iniziazione ai misteri e il dio delle corporazioni di artigiani; e non è parimenti senza ragione che i costruttori del Medioevo conservassero le due feste solstiziali dello stesso Giano, feste divenute, col Cristianesimo, quelle dei due San Giovanni, d’inverno e d’estate; e quando si conosca il nesso esistente fra San Giovanni e l’aspetto esoterico del Cristianesimo, non si comprende immediatamente che in effetti si tratta sempre della stessa iniziazione ai misteri, pur celata sotto un nuovo adattamento richiesto dalle circostanze e dalle «leggi cicliche»?

 

 

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IL COMPAGNONAGGIO

E

GLI ZINGARI *

 

 

 

In un articolo di C. Milcent, pubblicato nel giornale Le Compagnonnage, maggio 1926, e ripreso ne Le Voile d’Isis, novembre 1927, abbiamo notato questa frase: «Ciò che mi ha sorpreso ed anche reso un po’ scettico, è quando il C\ Bernet ci dice che egli presiede annualmente, a Saintes-Maries-de-la-Mer, all’elezione del Re degli Zingari.» Tempo fa, avevamo fatto anche noi la stessa osservazione, ma non avevamo voluto sollevare la questione; ora che essa è stata posta pubblicamente non abbiamo più motivo per non parlarne, tanto più che così potremo contribuire a chiarire alcuni punti che non sono privi di interesse.

Innanzi tutto, non è un Re che eleggono gli Zingari, ma una Regina, e poi questa elezione non si ripete ogni anno; ciò che si svolge ogni anno è solamente, con o senza elezioni, la riunione degli Zingari, nella cripta della chiesa di Saintes-Maries-de-la-Mer. D’altra parte, è possibilissimo che alcuni, senza essere degli zingari, vengano ammessi ad assistere a questa riunione ed ai riti che vi si compiono, in ragione delle loro qualità o delle loro funzioni; ma, quanto a «presiedervi» è cosa ben diversa, e il minimo che possiamo dire è che si tratta di una cosa estremamente inverosimile. Dal momento che l’affermazione in questione è apparsa, perla prima volta, in una intervista pubblicata, diverso tempo fa, dall’Intransigeant, vogliamo credere che, per quel che contiene di inesatto, la responsabilità sia semplicemente da addebitare al giornalista, il quale, come spesso avviene, avrà esagerato per

 

 

* Le Compagnonnage et les Bohémiens, pubblicato ne Le Voile d’Isis, ottobre 1928.

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sollecitare la curiosità dei suo pubblico, ignorante come lui della questione e quindi incapace di accorgersi dei suoi errori. Comunque, non intendiamo insistere più del necessario, anche perché non è questo l’aspetto più interessante della questione; ciò che ci interessa è il problema, più generale, dei rapporti che possono esistere fra gli Zingari e le organizzazioni del Compagnonaggio.

Nel suo articolo, Milcent continua dicendo: «che gli Zingari praticano il rito ebraico e che vi potrebbero essere dei rapporti con i C\ tagliatori di pietra, Stranieri del Dovere della Libertà». La prima parte di questa frase ci sembra contenga ancora un’inesattezza, o quanto meno un equivoco: è vero che la Regina degli Zingari porta il nome, o piuttosto il titolo, di Sarah, che è anche il nome dato alla santa che riconoscono come loro patrona ed il cui corpo riposa nella cripta di Saintes-Maries; è anche vero che questo titolo, forma femminile di Sar, è ebraico e significa «principessa»; ma tutto ciò è sufficiente perché si possa parlare di «rito ebraico»? L’Ebraismo appartiene ad un popolo presso il quale la religione è strettamente solidale con la razza; ora, gli Zingari, qualunque sia la loro origine, non hanno certo niente in comune con la razza ebraica; ma non è possibile che, malgrado ciò, vi siano dei rapporti dovuti ad una certa affinità di ordine più misterioso?

Quando si parla di Zingari, è indispensabile fare una distinzione, che troppo spesso si dimentica: in realtà, vi sono due tipi di Zingari, i quali sembrano del tutto estranei fra di loro e che si trattano perfino da nemici; essi non hanno gli stessi caratteri etnici, né parlano la stessa lingua né esercitano gli stessi mestieri. Vi sono gli Zingari orientali, o Zingari, che sono soprattutto domatori di orsi e calderai; e vi sono gli Zingari meridionali, o Gitani, chiamati anche, in Linguadoca e in Provenza, «Carachi», che sono quasi esclusivamente mercanti di cavalli; e sono solo questi ultimi che si riuniscono a Saintes-Maries. Il marchese di Baroncelli-Javon, in uno studio molto curioso su Les Bohémiens des Saintes-Maries-de-la-Mer, elenca molti tratti che questi hanno in comune con

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i Pellerossa d’America, e sulla base di questi accostamenti e dell’interpretazione delle loro tradizioni, non esita ad attribuire loro un’origine atlantidea; pur essendo solo un’ipotesi, essa è in ogni caso degna di nota. Ma ecco dell’altro, che non abbiamo visto segnalato da nessuno, e che non è meno straordinario: come vi sono due tipi di Zingari, così vi sono due tipi di Ebrei, Ashkenazim e Sephardim, per i quali si potrebbero fare delle analoghe osservazioni, sia per quanto riguarda le differenze dei tratti fisici, della lingua, delle abitudini, sia in relazione al fatto che non sempre intrattengono rapporti cordiali, poiché entrambi hanno la pretesa di rappresentare il puro Ebraismo, sia sotto l’aspetto della razza, che sotto quello della tradizione. A proposito della lingua, vi è perfino una rassomiglianza che colpisce: né gli Ebrei né gli Zingari hanno veramente una lingua completa che appartenga loro in proprio, quanto meno per l’uso corrente; essi si servono delle lingue delle regioni ove vivono, mischiandovi alcuni termini loro propri, ebraici per gli Ebrei, e per gli Zingari termini derivanti da una lingua ancestrale, di cui rappresentano gli ultimi resti; d’altronde, questa rassomiglianza può benissimo spiegarsi sulla base delle condizioni d’esistenza dei due popoli, i quali sono costretti a vivere dispersi fra gli stranieri; ma c’è qualcosa di più difficilmente spiegabile: si dà il caso che le regioni percorse dagli Zingari orientali e da quelli meridionali, sono esattamente le stesse abitate rispettivamente dagli Ashkenazim e dai Sephardim; non si peccherebbe di troppo «semplicismo» se ci si limitasse a vedervi solo una pura coincidenza?

Queste considerazioni fanno pensare che, se non vi sono dei rapporti etnici fra Zingari ed Ebrei, forse ve ne sono di altro tipo, che, senza precisarne ulteriormente la natura, possiamo qualificare come tradizionali. E questo ci porta direttamente all’oggetto di questa nota, da cui ci siamo allontanati solo in apparenza: le organizzazioni del Compagnonaggio, per i quali evidentemente la questione etnica non si pone, non potrebbero avere anch’esse dei rapporti dello stesso genere, sia con gli Ebrei, sia con gli Zingari, sia, ad un

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tempo, con entrambi? Almeno per il momento, non è nostra intenzione cercare di spiegare l’origine e la ragione di questi rapporti; ci accontenteremo perciò di richiamare l’attenzione su alcuni punti più precisi. I Compagnoni, non sono divisi in molti riti rivali e non si sono trovati spesso su posizioni di più o meno aperta ostilità? E i loro viaggi non comportano degli itinerari a seconda dei riti e con dei punti di partenza ugualmente differenti? Non hanno, in qualche modo, una lingua speciale, basata sicuramente sulla lingua ordinaria, ma dalla quale si distingue per l’introduzione di termini particolari, esattamente come nel caso degli Ebrei e degli Zingari? Non ci si serve del termine «gergo» per indicare il linguaggio convenzionale in uso in certe società segrete e in particolare nel Compagnonaggio, e gli Ebrei non danno, talvolta, lo stesso nome alla lingua che essi parlano? E in certe località di campagna, gli Zingari non sono conosciuti con l’appellativo di «passanti», in base al quale d’altronde vengono confusi con i venditori ambulanti, e questo appellativo, come si sa, non è anche applicato ai Compagnoni? Ed infine, la leggenda dell’«Ebreo errante» non sarebbe, come tante altre, di origine «compagnonica»?

Senza dubbio, potremmo moltiplicare ancora questi interrogativi, ma pensiamo che bastino, e che delle ricerche in questo senso potrebbero chiarire in modo sorprendente alcuni enigmi. Del resto, potremmo ritornare noi stessi sull’argomento, se è il caso, ed apportare ancora delle indicazioni complementari; ma i Compagnoni attuali sono realmente interessati a tutto ciò che concerne le loro tradizioni?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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UN NUOVO LIBRO

SULL’ORDINE DEGLI «ELETTI COHEN» *

 

 

 

R. Le Forestier, che si è specializzato negli studi storici sulle organizzazioni segrete, massoniche e non, della seconda metà del XVIII secolo, ha pubblicato, qualche mese fa, un importante volume su La Franc-Maçonnerie occultiste au XVIII siècle et l’Ordre des Élus Coens1. Questo titolo richiede una piccola riserva, poiché il termine «occultista», che sembra proprio non sia mai stato impiegato prima di Éliphas Levi, vi figura un po’ come un anacronismo; forse sarebbe stato più appropriato usarne un altro, e non per una semplice questione di parole, ma perché tutto ciò che si chiama propriamente «occultismo» in verità è un prodotto del XIX secolo.

L’opera è divisa in tre parti: la prima tratta delle «dottrine e pratiche degli Eletti Coens»; la seconda, dei rapporti fra «gli Eletti Coens e la tradizione occultista» (e qui sarebbe stato più appropriato usare il termine «esoterica»); la terza, infine, dell’«organizzazione e storia dell’Ordine». Tutto quello che è propriamente storico è molto ben fatto, ed è fondato sullo studio molto serio dei documenti che l’autore ha potuto reperire, e non possiamo che raccomandarne la lettura; infatti non v’è nulla che lasci a desiderare, tranne alcune lacune relative alla biografia di Martines de Pasqually, sulla quale restano ancora certi punti oscuri; peraltro, Le Voile d’Isis pubblicherà prossimamente dei nuovi documenti che contribuiranno forse a chiarirli.

La prima parte è un’eccellente veduta d’insieme sul contenuto del Trattato della Reintegrazione degli Esseri, opera assai confusa, scritta in uno stile scorretto e talvolta poco

* Un nouveau livre sur l’Ordre des Élus Coens, pubblicato ne Le Voile d’Isis, dicembre 1929.

1. Dorbon Aîné, editore.

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intelligibile, e d’altronde rimasta incompiuta: non è facile trarne un’esposizione coerente, ed è il caso di elogiare Le Forestier per esservi riuscito. Tuttavia, sussiste una certa ambiguità in relazione alla natura delle «operazioni» degli Eletti Cohen: erano realmente «teurgiche» o solamente «magiche»? L’autore sembra non accorgersi che si tratta di due cose sostanzialmente differenti, che non appartengono allo stesso ordine; è possibile che questa confusione sia esistita presso gli stessi Eletti Cohen, la cui iniziazione sembra essere rimasta, sotto diversi aspetti, sempre molto incompleta, ma certo sarebbe stato meglio farlo notare. Diremmo volentieri che sembra essersi trattato di un rituale di «magia cerimoniale» con pretese teurgiche, cosa che lasciava aperta la porta a parecchie illusioni; e l’importanza attribuita a delle semplici manifestazioni «fenomeniche», e ciò che Martines chiamava «passaggi» non era altro che questo, prova effettivamente che il dominio dell’illusione non era stato superato. Quel che c’è di più pericoloso in questa storia, a nostro avviso, è il fatto che il fondatore degli Eletti Cohen abbia potuto credersi in possesso di conoscenze trascendenti, mentre invece si trattava solo di conoscenze che, per quanto reali, erano ancora di un ordine alquanto secondario. Per le stesse ragioni, in lui doveva anche essere presente una certa confusione fra il punto di vista «iniziatico» ed il punto di vista «mistico», poiché le dottrine da lui esposte hanno sempre una forma religiosa, mentre invece le sue «operazioni» non hanno per niente questo carattere; dispiace che Le Forestier sembri accettare questa confusione e che non abbia lui stesso un’idea precisa della distinzione esistente fra i due punti di vista in questione. D’altronde, occorre notare che quella che Martines chiama «reintegrazione» non supera le possibilità dell’essere umano individuale; questo punto è chiaramente espresso dall’autore, ma sarebbe stato il caso di trame delle conseguenze molto importanti in ordine ai limiti dell’insegnamento che il capo degli Eletti Cohen poteva fornire ai suoi discepoli, e quindi anche in ordine ai limiti della «realizzazione» a cui era in grado di condurli.

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La seconda parte è la meno soddisfacente, e Le Forestier, forse senza volerlo, non ha sempre saputo liberarsi di un certo spirito che possiamo chiamare «razionalista», che probabilmente egli deve alla sua formazione universitaria. Da certe rassomiglianze fra le diverse dottrine tradizionali, non bisogna necessariamente concludere che si tratti di «imprestiti» o di influenze dirette; ovunque si trovino espresse le stesse verità, è normale che esistano rassomiglianze simili; e questo si applica in particolare alla scienza dei numeri, i cui significati non sono affatto una invenzione umana o una concezione più o meno arbitraria. Lo stesso dicasi per l’astrologia: si è in presenza di leggi cosmiche che non dipendono certo da noi; e non si capisce perché tutto quello che si riferisce ad essa dovrebbe essere stato tratto dai Caldei, come se costoro avessero avuto fin dall’inizio il monopolio della loro conoscenza; e lo stesso vale per l’angelologia, la quale peraltro è strettamente connessa all’astrologia, e che non è possibile considerare come fosse ignorata dagli Ebrei fino all’epoca della cattività di Babilonia, a meno che non si vogliano accettare tutti i pregiudizi della «critica» moderna. Aggiungiamo ancora che Le Forestier, sembra che non abbia un’esatta nozione di ciò che è la Kabbala, il cui nome significa semplicemente «tradizione» nel senso più generale, e che egli assimila, talvolta, ad un certo stato particolare della redazione scritta di tale o tal’altro insegnamento, cosicché arriva a dire che «la Kabbala nacque nella Francia del Sud e nella Spagna settentrionale» e finisce col datarne l’origine al XIII secolo; anche qui, lo spirito «critico», che ignora per partito preso ogni trasmissione orale, è veramente spinto un po’ troppo oltre. Notiamo infine un ultimo punto: il termine Pardes (che, come abbiamo spiegato in altre circostanze, è il sanscrito Paradêsha, «contrada suprema», e non una parola persiana che significa «parco degli animali», che fra l’altro ci sembra non abbia un gran senso, a dispetto dell’accostamento con i Kerubim di Ezechiele) non indica affatto una semplice «speculazione mistica», quanto l’ottenimento reale di un certo stato, che consiste nella restaurazione dello «stato

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primordiale» o «edenico», il che indubbiamente presenta una stretta similitudine con la «reintegrazione», come la considerava Martines2.

Fatte tutte queste riserve, è certo che la forma con cui Martines rivestì il suo insegnamento è proprio di ispirazione ebraica, cosa che, d’altronde, non implica che lui stesso fosse d’origine ebraica (è questo uno di quei punti che non è stato ancora sufficientemente chiarito), né che non sia stato sinceramente cristiano. A riguardo, Le Forestier ha ragione quando parla di «Cristianesimo esoterico», ma non vediamo perché alle concezioni di questo genere si dovrebbe rifiutare il diritto di dirsi autenticamente cristiane: attenersi alle idee moderne di una religione esclusivamente e strettamente exoterica, significa negare al Cristianesimo ogni significato veramente profondo, e significa anche disconoscere tutto quello che si è avuto di diverso nel Medioevo, e di cui, forse, troviamo proprio gli ultimi riflessi, ormai alquanto indeboliti, in organizzazioni come quella degli Eletti Cohen3. Noi sappiamo bene che cos’è, in tutto questo, che dà fastidio ai nostri contemporanei: si tratta della loro preoccupazione di ridurre tutto ad una questione di «storicità», preoccupazione che ormai sembra essere comune sia ai sostenitori che agli avversari del Cristianesimo, nonostante gli avversari siano

 

 

 

 

2. A questo proposito abbiamo rilevato una svista assai divertente, in una delle lettere di Willermoz al barone di Turkeim, pubblicate da Émile Dermenghem a seguito dei Sommeils: Willermoz protesta contro l’affermazione in base alla quale il libro Des Erreurs et de la Vérité, di Saint-Martin, «proveniva dai Parti» (in francese: Parthes); quello che lui pensava fosse il nome dei popolo, che in effetti non aveva niente a che vedere con l’argomento, è evidentemente il termine Pardes, il quale gli era indubbiamente sconosciuto. Dal momento che il barone di Turkeim aveva parlato, nell’occasione, «del Parthes, opera classica dei Cabbalisti», pensiamo che si debba trattare in realtà dell’opera intitolata Pardes Rimonim.

3. Invece di «Cristianesimo esoterico» sarebbe meglio dire «esoterismo cristiano», cioè un esoterismo avente la sua base nel Cristianesimo;

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stati certamente i primi a porre la questione in tal modo. Diciamolo chiaramente, se il Cristo dovesse essere considerato unicamente come un personaggio storico, la cosa sarebbe ben poco interessante; la considerazione del Cristo-principio ha ben altra importanza; e d’altronde, l’una cosa non esclude per niente l’altra, poiché, come abbiamo detto spesso, gli stessi fatti storici hanno un valore simbolico ed esprimono i principi secondo la loro modalità e nel loro ordine; ma, adesso, non possiamo insistere oltre su questo punto, che del resto ci sembra abbastanza chiaro.

La terza parte è dedicata alla storia dell’Ordine degli Eletti Cohen, la cui esistenza effettiva fu assai breve, ed alla presentazione di ciò che si conosce dei rituali dei suoi diversi gradi, i quali pare che non siano mai stati completati e messi a punto, al pari dei rituali delle famose «operazioni». Forse non è molto esatto chiamare «scozzesi», come fa Le Forestier, tutti i sistemi di alti gradi massonici, senza eccezione, né vedere, in qualche modo, una semplice mascheratura nel carattere massonico dato da Martines agli Eletti Cohen; ma la discussione approfondita di queste questioni rischierebbe di condurci troppo in là4. Vogliamo solo richiamare l’attenzione, in modo particolare, sulla denominazione di «Réau-Croix», data da Martines al grado più elevato del suo «regime», come si diceva allora, e nel quale Le Forestier non vede altro che l’imitazione o la contraffazione del nome «Rosa-Croce» (Rose-Croix); secondo noi, si tratta di altro. Nello spirito di Martines,

 

 

e questo per sottolineare che ciò di cui si tratta non appartiene al dominio religioso; lo stesso vale naturalmente per l’esoterismo musulmano.

4. A proposito dei diversi sistemi di alti gradi, siamo un po’ sorpresi di vedere attribuire all’aristocrazia «di nascita e di denaro», l’organizzazione del «Consiglio degli Imperatori d’Oriente e d’Occidente», il cui fondatore sembra proprio sia stato, molto semplicemente, «il signor Pirlet, sarto», come dicono i documenti dell’epoca; per quanto male informato possa essere stato Thory su alcuni punti, non ha certo inventato questa indicazione (Acta Latomorum, t. I, p. 79).

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il «Réau-Croix» doveva essere, invece, il vero «Rosa-Croce», dal momento che il grado che porta questo nome, nella Massoneria ordinaria, era, secondo l’espressione che egli impiegava abbastanza spesso, solo un «apocrifo»; ma, da dove deriva questo nome bizzarro di «Réau-Croix», e cosa potrà mai significare? Secondo Martines, il vero nome d’Adamo era «Roux in lingua volgare e Réau in ebraico», col significato di «Uomo-Dio fortissimo in saggezza, virtù e potenza», interpretazione che, almeno a prima vista, sembra alquanto fantasiosa. La verità è che Adam, letteralmente, significa proprio «rosso»; adamah è l’argilla rossa e damh è il sangue, ugualmente rosso; Edom, nome dato ad Esaù, ha anche il significato di «rosso»; e questo colore rosso, molto spesso, è preso come simbolo di forza o di potenza, il che giustifica in parte la spiegazione di Martines. Quanto alla forma Réau, essa sicuramente non ha nulla di ebraico, ma pensiamo che bisogna vedervi un’assimilazione fonetica con roéh, «veggente», che fu la prima denominazione dei profeti, ed il cui senso è paragonabile a quello del sanscrito rishi; questo genere di simbolismo fonetico non ha niente di eccezionale, come abbiamo avuto modo di dire in diverse occasioni5, e non ci sarebbe nulla di strano se Martines se ne fosse servito per alludere ad uno dei principali caratteri inerenti lo «stato edenico», e quindi per significare il possesso di questo stesso stato. Se è così, l’espressione «Réau-Croix», con l’aggiunta della Croce del «Riparatore» a questo primo nome Réau, sta ad indicare «il minore ristabilito nelle sue prerogative», per usare il linguaggio del Trattato della Reintegrazione degli Esseri, vale a dire l’«uomo rigenerato», che è effettivamente il «secondo Adamo» di San Paolo, ed

 

 

 

 

5. Le Forestier, d’altronde, segnala un altro esempio dei genere, sempre nello stesso Martines. ed è l’assimilazione che questi stabilisce, per una sorta di anagramma, fra «Noachites» e «Chinois». (In italiano: Noachiti e Cinesi, non rendono più possibile la stessa trasposizione. ‑ n.d.t.)

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anche il vero «Rosa-Croce»6. Dunque, in realtà si tratta, non di una imitazione del termine «Rosa-Croce», del quale sarebbe stato molto più facile appropriarsi puramente e semplicemente, come hanno fatto tanti altri, ma di una delle numerose interpretazioni o adattamenti che possono legittimamente operarsi; sia ben chiaro, comunque, che questo non significa che le pretese di Martines in ordine agli effetti reali della sua «ordinazione a Réau-Croix» fossero pienamente giustificate.

Per concludere questo esame alquanto sommario, segnaliamo ancora un ultimo punto: Le Forestier ha perfettamente ragione quando, nell’espressione «forma gloriosa», impiegata frequentemente da Martines, ed ove «gloriosa» è in qualche modo sinonimo di «luminosa», vede un’allusione alla Shekinah (che in qualche vecchio manuale massonico, per una deformazione assai bizzarra, viene chiamata Stekenna)7; e si tratta esattamente della stessa cosa anche nel caso del «corpo glorioso», espressione corrente nel Cristianesimo, anche exoterico, fin da San Paolo: «Seminato nella corruzione, risusciterà nella gloria...»; così come nella designazione «luce di gloria», in cui si attua, secondo la teologia più ortodossa, la «visione beatifica». Tutto ciò dimostra molto bene che non vi è alcuna opposizione fra l’exoterismo e l’esoterismo; c’è solo sovrapposizione del secondo sul primo: alle verità espresse dall’exoterismo, in maniera più o meno velata, l’esoterismo fornisce la pienezza del loro significato superiore e profondo.

 

 

 

6. D’altronde, la Croce, di per sé, è il simbolo dell’«Uomo Universale», e si può dire che essa rappresenta la forma stessa dell’uomo ricondotto al suo centro originario, da cui era stato separato a causa della «caduta» o, secondo il vocabolario di Martines, della «prevaricazione».

7. Il termine «gloria», applicato al triangolo raggiante e contenente il Tetragramma, che si ritrova sia nelle chiese che nelle Logge, è effettivamente una delle designazioni della Shekinah, come abbiamo spiegato ne Il Re del Mondo.

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A PROPOSITO DEI

«ROSA-CROCE DI LIONE» *

 

 

 

Gli studi su Martines de Pasqually ed i suoi discepoli, ultimamente si moltiplicano in maniera assai curiosa: dopo il libro di Le Forestier, di cui abbiamo parlato qui il mese scorso, ecco che Paul Vulliaud pubblica a sua volta un volume intitolato Les Rose-Croix lyonnais au XVIII siécle1. Questo titolo non ci sembra molto giustificato, poiché, a dire il vero, a parte l’introduzione, nel libro non si parla per niente di Rosa-Croce; forse l’autore si è ispirato alla famosa denominazione di «Réau-Croix», della quale dei resto non si è preoccupato di cercare la spiegazione? È possibile; ma l’impiego di questo termine non implica alcuna filiazione storica fra i Rosa-Croce veri e propri e gli Eletti Cohen, e in ogni caso, non v’è alcuna ragione per includere sotto la stessa denominazione, organizzazioni come la Stretta Osservanza e il Regime Scozzese Rettificato, le quali, né nel loro spirito né nella loro forma, avevano di certo alcun carattere rosacruciano. Ma diremo di più: nei riti massonici ove esiste un «grado di Rosa-Croce», questi deve al Rosacrucianesimo solamente il simbolo, e qualificare i possessori di questo grado come dei «Rosa-Croce», senza alcun chiarimento, equivale all’attuazione di un equivoco alquanto spiacevole; e qualcosa del genere è presente nel titolo adottato da P. Vulliaud. Per lui, anche altri termini, come quello di «Illuminati» per esempio, non sembrano avere un significato ben preciso; essi appaiono un po’ a caso e si sostituiscono indifferentemente gli uni agli altri, il che non può che creare confusione nel lettore, il quale ha già il suo bel da fare a raccapezzarsi fra la moltitudine di

 

 

* A propos des «Rose-Croix lyonnais», pubblicato ne Le Voile d’Isis, gennaio 1930.

1. «Bibliothèque des Initiations modernes», E. Nourry, editore.

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Riti e di Ordini esistenti all’epoca. Tuttavia, non vogliamo pensare che lo stesso Vulliaud si sia un po’ perso in mezzo a tanta confusione, e in questo impiego inesatto del vocabolario tecnico preferiamo vedere una conseguenza quasi obbligata dell’atteggiamento «profano» che egli si compiace di ostentare; anche se questo non manca di procurarci una certa sorpresa, poiché, fino ad oggi, avevamo incontrato delle persone che si gloriavano di dirsi «profani» solo negli ambienti universitari e «ufficiali», e crediamo che P. Vulliaud non abbia per questi maggiore stima di quanta ne abbiamo noi stessi.

Quest’atteggiamento comporta anche un’altra conseguenza: P. Vulliaud ha ritenuto di dover adottare, quasi costantemente, un tono ironico che è alquanto fastidioso, e che rischia di dare l’impressione di una parzialità da cui uno storico dovrebbe accuratamente guardarsi. Già dal libro Joseph de Maistre Franc-Maçon, dello stesso autore, si ricavava un po’ troppo la stessa impressione; è poi così difficile per un non-Massone (non diciamo un «profano») affrontare le questioni di questo genere senza impiegare un linguaggio polemico che converrebbe lasciare alle pubblicazioni esclusivamente antimassoniche? Per quanto ne sappiamo, solo Le Forestier fa eccezione, e ci dispiace che P. Vulliaud non ne rappresenti un’altra, tanto più che i suoi studi abituali avrebbero dovuto condurlo ad una maggiore serenità.

Sia chiaro comunque, che tutto questo non toglie nulla alla validità e all’interesse dei numerosi documenti pubblicati da Vulliaud, quantunque alcuni di essi non sono poi tanto inediti quanto egli ha creduto che fossero2; e non possiamo non stupirci che abbia dedicato un intero capitolo ai Sommeils,

 

 

 

2. Le cinque «istruzioni» agli Eletti Cohen riprodotte al capitolo IX, erano già state pubblicate nel 1914, dalla France Antimaçonnique; ad ognuno il suo! (Si tratta di un articolo pubblicato dallo stesso René Guénon, e qui raccolto nel secondo volume: Alcuni documenti inediti sull’Ordine degli Eletti Cohen. ‑ n.d.t.)

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senza neanche annotare che sullo stesso argomento, e con lo stesso titolo, era già stato pubblicato uno studio di É. Dermenghem. Per contro, crediamo che gli estratti dei «quaderni iniziatici» trascritti da Louis-Claude de Saint-Martin siano veramente inediti; peraltro, il carattere strano di questi quaderni solleva non poche questioni che non sono mai state chiarite.

Tempo fa, abbiamo avuto occasione di vedere qualcuno di questi documenti, e gli scarabocchi bizzarri e incomprensibili di cui sono pieni ci hanno dato la netta impressione che l’«agente sconosciuto» che ne fu l’autore non fosse altro che un sonnambulo (non diciamo un «medium», ché sarebbe un grosso anacronismo); si tratta dunque, molto semplicemente, del risultato di esperienze dello stesso genere di quelle dei Sommeils, il che ne diminuisce di parecchio la portata «iniziatica». In ogni caso, una cosa è certa, ed è che tutto questo non ha assolutamente niente a che vedere con gli Eletti Cohen, i quali, d’altronde, a quel tempo non esistevano più come organizzazione; e aggiungiamo che non vi è neanche niente che si riferisca al Regime Scozzese Rettificato, malgrado vi si trovi spesso citata la «Loggia della Beneficenza». Secondo noi, la verità è che Willermoz ed altri membri di questa Loggia, i quali si interessavano di magnetismo, avrebbero formato una sorta di «gruppo di studio», come si direbbe oggi, al quale avrebbero dato il titolo discretamente ambizioso di «Società degli Iniziati»; questo titolo, che si riscontra nei documenti, non potrebbe spiegarsi altrimenti, e dimostra molto chiaramente, proprio per l’impiego del termine «società», che il gruppo in questione, anche se composto da Massoni, non aveva in sé alcun carattere massonico. Ancora oggi, si verifica spesso che dei Massoni costituiscano, per uno scopo qualsiasi, quello che si usa chiamare un «gruppo fraterno», le cui riunioni sono prive di una qualunque forma rituale; la «Società degli Iniziati» non sarà stata altro che questo, e comunque questa ci sembra l’unica soluzione plausibile in grado di spiegare questa storia alquanto oscura.

 

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Noi pensiamo che i documenti che si riferiscono agli Eletti Cohen abbiano un’altra importanza dal punto di vista iniziatico, malgrado le lacune che sono sempre esistite, in tal senso, negli insegnamenti di Martines e che abbiamo segnalato nel nostro ultimo articolo. Vulliaud ha tutte le ragioni per insistere sull’errore di coloro che vorrebbero fare di Martines un kabbalista; quanto si trova in lui di ispirazione incontestabilmente ebraica, non implica in effetti alcuna conoscenza di ciò che può essere propriamente designato col termine Kabbala, termine che troppo spesso viene impiegato a sproposito. D’altra parte, la cattiva ortografia e lo stile difettoso di Martines, che Vulliaud sottolinea con troppa compiacenza, non provano nulla contro la reale consistenza delle sue conoscenze in un certo ordine; bisogna guardarsi dal confondere l’istruzione profana col sapere iniziatico; un iniziato di un livello molto elevato (e non è questo il caso di Martines) può anche essere del tutto illetterato, e questo si riscontra spesso in Oriente. Sembra, peraltro, che Vulliaud si sia compiaciuto nel presentare il personaggio enigmatico e complesso di Martines, sotto la luce più fosca; sicuramente Le Forestier si è dimostrato più imparziale; e resta da dire che, dopo tutto questo, rimangono ancora molti punti oscuri.

Il persistere di queste oscurità prova quanto sia difficile studiare cose come queste, che a volte sembrano essere state ingarbugliate a ragion veduta; e occorre essere grati a Vulliaud per avervi apportato il suo contributo; ed anche se egli si astiene dal formulare una qualunque conclusione, il suo lavoro fornisce almeno una documentazione in gran parte inedita e, nell’insieme, interessante3. Perciò, dato che questo

 

 

 

3. Segnaliamo, di sfuggita, un errore storico che è veramente troppo vistoso per non essere l’effetto di una semplice distrazione: Vulliaud scrive che «Albéric Thomas, in concorrenza con Papus, fondò insieme ad altri il Rito di Misraïm» (nota a p. 42); ora, questo Rito venne fondato in Italia verso il 1805 ed introdotto in Francia nel 1814 dai fratelli Bédarride.

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lavoro dovrà avere un seguito, ci auguriamo che Vulliaud non faccia attendere a lungo i suoi lettori, che vi troveranno sicuramente ancora parecchie cose curiose e degne di attenzione, e forse anche lo spunto per delle riflessioni che l’autore, chiuso nel suo ruolo di storico, non vuole esprimere personalmente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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A PROPOSITO

DEI PELLEGRINAGGI *

 

 

 

La recente riproduzione, ne Le Voile d’Isis, del notevole articolo di Grillot de Givry sui luoghi di pellegrinaggio, ci induce a ritornare sull’argomento, al quale peraltro avevamo già accennato in questa stessa sede, come ha ricordato Clavelle nella presentazione dell’articolo in questione.

Innanzi tutto, notiamo che il termine latino peregrinus, da cui deriva «pellegrino», significa sia «viaggiatore» che «straniero». Questa semplice osservazione, da sola, permette già degli accostamenti assai curiosi: in effetti, per un verso, fra i Compagnoni ve ne sono di quelli che si qualificano come «passanti» e degli altri come «stranieri», il che corrisponde esattamente ai due significati di peregrinus (che si ritrovano anche nell’ebraico gershôn); per altro verso, nella Massoneria, anche moderna e «speculativa», le prove simboliche dell’iniziazione sono chiamate «viaggi». D’altronde, come abbiamo segnalato in altre occasioni, in molte tradizioni i diversi stadi iniziatici sono spesso descritti come delle tappe di un viaggio: talvolta si tratta di un viaggio ordinario, tal’altra di una navigazione. Questo simbolismo del viaggio è forse molto più diffuso di quello della guerra, del quale abbiamo parlato nel nostro ultimo articolo; e del resto, essi hanno un certo reciproco rapporto, che a volte si è anche espresso esteriormente in seno agli eventi storici; pensiamo in particolare allo stretto legame che esisteva, nel Medioevo, fra i pellegrinaggi in Terra Santa e le Crociate. Aggiungiamo anche che, perfino nel linguaggio religioso più ordinario, la vita terrena, considerata come un periodo di prove, viene spesso assimilata ad un viaggio, e viene anche detta più espressamente un pellegrinaggio, mentre il mondo celeste,

* A propos des pèlerinages, pubblicato ne Le Voile d’Isis, giugno 1930.

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meta di questo pellegrinaggio, viene simbolicamente identificato alla «Terra Santa» o «Terra dei Viventi»1.

Lo stato di «erranza», se così si può dire, o di migrazione, è dunque, in maniera generale, uno stato di «probazione»; ed anche qui possiamo far osservare che in effetti è proprio questa la sua caratteristica in seno ad organizzazioni come quella del Compagnonaggio. Inoltre, ciò che è vero, a riguardo, per gli individui può esserlo anche, almeno in certi casi, per dei popoli considerati collettivamente: un esempio molto chiaro è quello degli Ebrei che, prima di raggiungere la Terra Promessa, peregrinarono per quarant’anni nel deserto. Occorre però fare una distinzione, poiché questo stato di «erranza», essenzialmente transitorio, non dev’essere confuso con lo stato di nomade, che per certi popoli è uno stato normale: anche quando raggiunsero la Terra Promessa, e fino al tempo di Davide e di Salomone, gli Ebrei rimasero un popolo nomade, ma, evidentemente, questo nomadismo non aveva certo lo stesso carattere della loro peregrinazione nel deserto2. È anche opportuno considerare un terzo caso di «erranza», che in maniera più appropriata può essere chiamato di «tribolazione»: è lo stato degli Ebrei dopo la loro dispersione, ed anche quello degli Zingari, se si tiene conto della rassomiglianza; ma questo terzo caso ci condurrebbe troppo lontano e ci limitiamo a dire che anch’esso è applicabile sia agli individui che alle collettività. Da quanto abbiamo detto, si

 

 

 

1. Per quanto concerne il simbolismo della «Terra Santa», rinviamo il lettore al nostro studio su Il Re del Mondo, ed anche al nostro articolo sul numero speciale de Le Voile d’Isis dedicato ai Templari. [L’articolo richiamato si trova oggi inserito in due raccolte: come cap. III di Considerazioni sull’Esoterismo Cristiano (I Guardiani della Terra Santa) e cap. XI di Simboli della Scienza Sacra (I Custodi della Terra Santa). ‑ n.d.t.]

2. La distinzione fra popoli nomadi (pastori) e sedentari (agricoltori), che risale alle origini dell’umanità terrestre, ha una grande importanza per la comprensione dei caratteri specifici delle diverse forme tradizionali.

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comprende quanto queste cose siano complesse e quante distinzioni debbano farsi al cospetto di uomini che si presentano esteriormente con le stesse apparenze, magari confusi con dei pellegrini, intesi nel senso ordinario della parola; tanto più che c’è ancora da aggiungere che, a volte, accade che degli iniziati, o perfino degli «adepti», raggiunta la meta, riprendano questa apparenza di «viaggiatori», per delle speciali ragioni.

Ma ritorniamo ai pellegrini: si sa che i loro segni distintivi erano, la conchiglia (detta di San Giacomo) e il bastone; quest’ultimo, che ha anche uno stretto rapporto con la canna dei Compagnoni, è un attributo naturale del viaggiatore, ma ha anche molti altri significati, e forse un giorno dedicheremo uno studio speciale a questa questione. Per quanto riguarda la conchiglia, in alcune regioni essa era chiamata «creusille», e questa parola deve essere accostata a «creuset» (crogiolo), il che ci riconduce all’idea delle prove, viste in particolare sotto l’aspetto del simbolismo alchemico e intese nel senso di «purificazione»: la Katharsis dei Pitagorici, che era proprio la fase preparatoria dell’iniziazione3.

Dal momento che la conchiglia era considerata, in modo particolare, come l’attributo di San Giacomo, siamo indotti a fare una considerazione concernente il pellegrinaggio a San Giacomo di Compostela. Le strade seguite un tempo dai pellegrini erano spesso chiamate, e lo sono ancora oggi, «cammini di San Giacomo»; ma questa espressione ha, al tempo stesso, tutt’altra applicazione: infatti, il «cammino di San Giacomo», nel linguaggio popolare di quei posti, è anche la Via Lattea; e questo forse non stupirà poi tanto, se ci si sofferma sul fatto che Compostela, etimologicamente, non è altro che il «campo stellato». Ritroviamo qui un’altra idea, quella dei «viaggi celesti», i quali peraltro sono in relazione

 

3. Ci si può riferire a quanto abbiamo già detto ne Il Re del Mondo, circa la designazione degli iniziati, in diverse tradizioni, con dei termini che si richiamano all’idea di «purezza».

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con i viaggi terrestri; e questo è un altro di quei punti sul quale, per il momento, non ci è possibile insistere: facciamo solo notare che da tutto questo è possibile avvertire una certa corrispondenza fra la situazione geografica dei luoghi di pellegrinaggio e l’ordinamento stesso della sfera celeste; e in tal modo, la «geografia sacra», alla quale abbiamo più volte accennato, si integra in una vera «cosmografia sacra».

Sempre a proposito dei percorsi di pellegrinaggio, è il caso di ricordare che Joseph Bédier ha avuto il merito di riconoscere il legame esistente fra i santuari che ne segnavano le tappe e la formazione delle chansons de geste; e ci sembra che questo fatto possa essere generalizzato: infatti si potrebbe dire lo stesso per ciò che concerne la diffusione di un gran numero di leggende, la cui reale portata iniziatica, sfortunatamente, è quasi sempre misconosciuta dai moderni. In ragione della pluralità dei loro significati, i racconti di questo tipo potevano essere indirizzati, al tempo stesso, alla folla dei pellegrini ordinari e... agli altri; ciascuno poteva comprenderli in funzione della propria capacità intellettiva e solo qualcuno riusciva a penetrarne il significato profondo, così come si verifica in tutti gli insegnamenti iniziatici. È anche il caso di notare che, per quanto diverse fossero le persone che percorrevano queste strade, ivi compresi i venditori ambulanti ed i mendicanti, fra loro si stabiliva, senza dubbio per delle ragioni molto difficili da precisare, una certa solidarietà, che finiva col tradursi nell’adozione di uno speciale e comune linguaggio convenzionale: l’«argot della Conchiglia» o il «linguaggio dei pellegrini». In uno dei suoi recenti libri, Léon Daudet, ha fatto notare una cosa interessante: molte delle parole e delle locuzioni appartenenti a questo linguaggio si ritrovano in Villon e in Rabelais4; e su Rabelais dice anche qualcosa che, da questo punto di vista, è abbastanza degno di nota: per diversi anni «egli peregrinò nel Poitou,

 

 

4. Les Horreurs de la Guerre, pp. 145, 147 e 167.

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provincia che a quel tempo era celebre per i misteri e le farse che vi si rappresentavano e per le leggende che vi circolavano; nel Pantagruel si ritrovano tracce di queste leggende e di queste farse, insieme ad un certo numero di termini appartenenti esclusivamente agli abitanti del Poitou»5. Abbiamo riportato questa frase perché, oltre al fatto che vengono menzionate queste leggende di cui abbiamo parlato, essa solleva anche un’altra questione, connessa al nostro argomento, quella dell’origine del teatro: esso, all’inizio, era essenzialmente ambulante, per un verso, e, per l’altro, rivestiva un carattere religioso, almeno nelle sue forme esteriori; carattere religioso che è da accostare a quello dei pellegrini e delle persone che ne assumevano le apparenze. Quello che dà ancora maggiore importanza a questo fatto è che esso non era qualcosa di specifico dell’Europa del Medioevo; la storia del teatro nella Grecia antica è del tutto analoga e si potrebbero trovare esempi simili nella maggior parte dei paesi d’Oriente.

Ma dobbiamo limitarci, ed allora prenderemo in esame solo un ultimo punto, a proposito dell’espressione «nobili viaggiatori», applicata agli iniziati, o quanto meno ad alcuni fra loro, proprio in forza delle loro peregrinazioni. Su questo argomento O. V. de L. Milosz ha scritto: «... nobili viaggiatori, è il nome segreto degli iniziati dell’antichità, trasmesso dalla tradizione orale a quelli del Medioevo e dei tempi moderni. Esso è stato pronunciato per l’ultima volta in pubblico il 30 maggio 1786, a Parigi, nel corso di una seduta del Parlamento, dedicata all’interrogatorio di un celebre accusato (Cagliostro), vittima del libellista Théveneau de Morande. Le peregrinazioni degli iniziati si differenziavano dagli ordinari viaggi di studio, solo per il fatto che i loro itinerari coincidevano rigorosamente, sotto l’apparenza di corse avventurose, con le aspirazioni e le attitudini più segrete dell’adepto. Gli esempi più illustri di questi pellegrinaggi

 

 

 

5. Les Horreurs de la Guerre, p. 173.

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ci sono offerti da Democrito, che venne iniziato ai segreti dell’alchimia dai sacerdoti egizi e dal mago Ostane, ed anche alle dottrine asiatiche tramite i suoi soggiorni in Persia e, secondo alcuni storici, in India; da Talete, formatosi nei templi d’Egitto e della Caldea; da Pitagora, che visitò tutti i paesi conosciuti dagli antichi (e molto verosimilmente anche l’India e la Cina), ed il cui soggiorno in Persia fu contrassegnato dalle conversazioni avute con il mago Zarata, quello in Gallia dalla sua collaborazione con i Druidi, ed infine quello in Italia dai suoi discorsi all’Assemblea degli Anziani di Crotone. A questi esempi sarebbe opportuno aggiungere i soggiorni di Paracelso in Francia, Austria, Germania, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Olanda, Danimarca, Svezia, Ungheria, Polonia, Lituania, Valacchia, Carnia, Dalmazia, Russia e Turchia; e quelli di Nicola Flamel in Spagna, ove Mastro Canches gli insegnò a decifrare le famose figure geroglifiche del Libro di Abramo l’Ebreo. Il poeta Robert Browning ha definito la natura segreta di questi pellegrinaggi scientifici in una strofa particolarmente ricca di intuizione: ‑ Vedo il mio cammino come l’uccello la sua rotta, senza traccia / Un giorno, il Suo giorno prescelto, arriverò / Egli mi guida, Egli guida l’uccello ‑. Gli anni di viaggio di Wilhelm Meister hanno lo stesso significato iniziatico»6. Abbiamo riprodotto il brano per intero, malgrado la sua lunghezza, per gli esempi interessanti che contiene; indubbiamente se ne potrebbero trovare ancora molti altri, più o meno conosciuti, ma questi sono particolarmente caratteristici, anche se, forse, non si riferiscono tutti ai casi da noi prima indicati, poiché occorre evitare di confondere i «viaggi di studio», anche se veramente iniziatici, con le missioni speciali degli adepti o anche di certi iniziati di grado inferiore.

Ma ritorniamo all’espressione «nobili viaggiatori», perché ci interessa richiamare l’attenzione sull’aggettivo «nobili»,

 

 

 

6. Les Arcanes, p. 81-82

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il quale sembra suggerire che tale espressione non è usata per indicare una qualunque iniziazione, indistintamente, ma più propriamente quella di Kshatriya, cioè quella che si può chiamare «arte reale», secondo il vocabolo conservato fino ad oggi dalla Massoneria. In altri termini, si tratterebbe di una iniziazione relativa, non al puro ordine metafisico, ma all’ordine cosmologico ed alle applicazioni che da esso derivano, o a tutto quello che in Occidente è stato annoverato sotto la designazione generale di «ermetismo»7. Se in effetti è così, Clavelle ha avuto perfettamente ragione di dire che, dal momento che San Giovanni corrisponde al punto di vista puramente metafisico della Tradizione, San Giacomo corrisponderebbe al punto di vista delle «scienze tradizionali»; e senza necessariamente ricorrere all’accostamento, del resto abbastanza plausibile, con il «mastro Giacomo» del Compagnonaggio, bisogna dire che molti indizi concordanti tendono a provare che questa corrispondenza è realmente giustificata. È proprio a quest’ordine cosmologico, che può essere definito «intermedio», che si riferisce effettivamente tutto quello che si è diffuso per mezzo dei pellegrinaggi, esattamente come le tradizioni del Compagnonaggio e quelle degli Zingari. La conoscenza dei «piccoli misteri», che è quella delle leggi del «divenire», si acquisisce percorrendo la «ruota delle cose»; ma la conoscenza dei «grandi misteri», essendo quella dei principi immutabili, esige la contemplazione immobile nella «grande solitudine», nel punto fisso che è il centro della ruota, nel polo invariabile attorno al quale si compiono, senza che esso vi partecipi, le rivoluzioni dell’Universo manifestato.

 

 

 

 

 

7. Sulla distinzione fra iniziazione sacerdotale ed iniziazione regale rimandiamo al nostro ultimo libro, Autorità spirituale e Potere temporale.

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L’ENIGMA DI

MARTINES DE PASQUALLY *

 

 

 

La storia delle organizzazioni iniziatiche è spesso molto difficile da chiarificare, ed è facile comprenderlo se si pensa alla natura stessa dell’argomento; in effetti vi sono troppi elementi che sfuggono inevitabilmente ai mezzi di ricerca di cui dispongono gli storici comuni. Per rendersene conto non c’è neanche bisogno di risalire ad epoche remote, basta prendere in considerazione il XVIII secolo, epoca nella quale sono presenti quelle che sembrano essere le ultime vestigia di diverse correnti iniziatiche che un tempo esistevano nel mondo occidentale; vestigia frammiste, peraltro, con le diverse manifestazioni dello spirito moderno, relative a quanto questo possiede di più profano e di più antitradizionale; per di più, nel corso di questo secolo apparvero dei personaggi non meno enigmatici delle organizzazioni alle quali erano legati o a cui essi si ispiravano. Uno di questi fu Martines de Pasqually, a proposito del quale abbiamo già avuto occasione di far notare quanti punti oscuri rimangano sulla sua biografia, malgrado tutti i documenti scoperti e gli studi condotti in questi ultimi anni, su di lui e sul suo Ordine degli Eletti Cohen, da R. Le Forestier e da P. Vulliaud1. Ancora ultimamente è stato pubblicato un altro libro2 , di Gérard van Rijnberk, che contiene anch’esso una interessante documentazione, in gran parte inedita; ma, anche questo nuovo studio,

 

* L’enigme de Martines de Pasqually, pubblicato ne Le Voile d’Isis, maggio-luglio 1936.

1. Si vedano gli articoli, Un nuovo libro sull’Ordine degli Eletti Cohen e A proposito della Rosa-Croce di Lione (oggi facenti parte della presente raccolta).

2. Un thaumaturge au XVIII siècle: Martines de Pasqually, sa vie, son œuvre, son Ordre (Félix Alcan, Parigi).

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forse, pone molti più problemi di quanti ne risolva3.

L’autore sottolinea, per prima cosa, l’incertezza che regna sul nome stesso di Martines, ed enumera le molte varianti che si riscontrano negli scritti che si occupano della questione; vero è che non è il caso di attribuire a queste differenze un’eccessiva importanza, poiché, nel XVIII secolo, non si rispettava certo l’ortografia dei nomi propri, ma egli aggiunge: «Quanto a lui, che meglio di chiunque altro avrebbe dovuto conoscere l’esatta ortografia del proprio nome e del proprio pseudonimo di capo di iniziazione, ha sempre firmato: Don Martines de Pasqually (e solo una volta: de Pascally de La Tour). Nell’unico atto autentico che si conosce, l’atto di battesimo di suo figlio, il suo nome è anche formulato così: Jacques Delivon Joacin Latour de La Case, don Martines de Pasqually». È inesatto che l’atto in questione, che fu pubblicato da Papus4, sia «l’unico atto autentico che si conosca», poiché altri due, che senza dubbio sono sfuggiti all’attenzione di van Rijnberk, sono stati pubblicati su questa stessa rivista5: l’atto di matrimonio di Martines ed il «certificato di cattolicità», che gli venne rilasciato al momento della sua partenza per San Domingo. Il primo porta: «Jaque Delyoron Joachin Latour De la Case Martines Depasqually, figlio legittimo del fu sig. Delatour de la Case e della signora

 

 

3. Segnaliamo, di sfuggita, un piccolo errore: van Rijnberk, parlando dei suoi predecessori, attribuisce a René Philipon le notizie storiche firmate «Un Cavaliere della Rosa Crescente», notizie che sono servite da prefazione alle edizioni dei Trattato della Reintegrazione degli Esseri di Martines de Pasqually, e degli Enseignements secrets de Martines de Pasqually di Franz von Baader, entrambi pubblicati nella «Bibliothèque Rosicrucienne». Stupiti da questa affermazione, abbiamo chiesto delucidazioni allo stesso Philipon, il quale ci ha risposto che egli ha solamente tradotto l’opuscolo di von Baader, e che, come pensavamo, le notizie in questione sono in realtà di Albéric Thomas.

4. Martines de Pasqually, pp. 10-11.

5. Le mariage de Martines de Pasqually, n° di gennaio 1930.

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Suzanne Dumas de Rainau»6; il secondo porta solamente: «Jacques Pasqually de Latour»; quanto alla firma dello stesso Martines, sul primo di questi documenti si ha: «Don Martines Depasqually», e sul secondo: «Depasqually de la Tour». Il fatto che il padre, nell’atto di matrimonio, sia chiamato semplicemente «Delatour de la Case» (allo stesso modo del figlio nell’atto di battesimo, anche se in una nota marginale si ritrova «de Pasqually», sicuramente perché questo era il nome più conosciuto), sembra venire a sostegno di ciò che scrive in seguito van Rijnberk: «Si sarebbe tentati di dedurne che il suo vero nome fosse, de La Case, o de Las Cases, e che “Martines de Pasqually” fosse solo un geronimo»

Sennonché, questo nome, La Case o Las Cases, che può essere una forma francesizzata del nome spagnolo Las Casas, solleva ulteriori problemi; innanzi tutto, occorre notare che il secondo successore di Martines, come «Gran Sovrano» dell’Ordine degli Eletti Cohen (il primo era stato Caignet de Lestère) si chiamava Sébastien de Las Casas: vi era qualche rapporto di parentela con lo stesso Martines? La cosa non è impossibile: costui era di San Domingo e Martines si recò in quest’isola per ricevere un’eredità, il che potrebbe far supporre che una parte della sua famiglia si fosse stabilita lì7. Ma vi è anche un’altra cosa ancora più strana: L.-Cl. de Saint-Martin,

 

 

 

6. Si sarà notato che quest’atto porta «Delyoron», mentre l’atto di battesimo porta «Delivon» (o forse Delivron); fra l’altro, questo nome, che è intercalato fra due nomi propri, non ci sembra un nome di famiglia. D’altra parte, molti sanno che la separazione delle particelle (che non costituiscono necessariamente un segno di nobiltà), allora era dei tutto facoltativa.

7. È anche vero che a San Domingo abitavano dei parenti della moglie, di modo che si potrebbe pensare che l’eredità gli fosse venuta da parte loro; tuttavia, la lettera pubblicata da Papus (Martines de Pasqually, p. 58), pur non essendo perfettamente chiara, recita piuttosto a favore della prima ipotesi, poiché non sembra che i suoi due cognati che abitavano a San Domingo, avessero un qualche interesse nella «donazione» che gli era stata fatta.

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nel suo Crocodile, presenta un «Ebreo spagnolo» di nome Eléazar, al quale assegna, in modo evidente, i tratti del suo antico maestro Martines; ed ecco in quali termini questo Eléazar spiega i motivi che lo avevano costretto a lasciare la Spagna e a rifugiarsi in Francia: «Avevo a Madrid un amico cristiano, appartenente alla famiglia de Las-Casas, verso la quale ho, seppure indirettamente, degli obblighi rilevanti. Dopo aver avuto una discreta fortuna nel commercio, all’improvviso egli si rovinò completamente a causa di una bancarotta fraudolenta. lo mi recai immediatamente da lui, per condividere la sua pena e per offrirgli le poche risorse che mi permetteva la mia modesta fortuna; ma queste mie risorse erano insufficienti per coprire il suo dissesto, ed allora, cedendo all’amicizia che mi legava a lui, mi lasciai coinvolgere nella faccenda, fino ad usare dei mezzi particolari che mi permisero, ben presto, di scoprire la frode dei suoi rapinatori e perfino il luogo segreto ove avevano nascoste le ricchezze che gli avevano sottratto. Con gli stessi mezzi gli facilitai la possibilità di recuperare e di riprendere possesso dei suoi averi, senza che i suoi stessi nemici si rendessero conto di essere stati spogliati a loro volta. Certo ebbi torto ad usare questi mezzi per un simile scopo, poiché essi devono essere utilizzati solo nell’amministrazione di cose che non hanno niente a che vedere con le ricchezze di questo mondo; e pertanto ne fui punito. Il mio amico, cresciuto all’ombra di una fede timida e sospettosa, credette che io avessi usato dei sortilegi: il suo pio zelo ebbe la meglio sulla riconoscenza, proprio come il mio zelo nell’aiutarlo aveva avuto la meglio sul mio dovere, ed egli mi denunciò alla sua chiesa, come stregone e come ebreo. Subito vennero informati gli inquisitori, e fui condannato al rogo ancor prima di essere arrestato; ma al momento in cui decisero di perseguirmi, fui avvisato della minaccia, tramite le stesse vie particolari e, senz’altro indugio, mi rifugiai nella vostra patria» (Le Crocodile, canto 23).

Indubbiamente, nel Crocodile vi sono molte cose puramente fantastiche, e sarebbe difficile vedervi delle allusioni precise ad avvenimenti o a personaggi reali, tuttavia è alquanto

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inverosimile che il nome, de Las Casas, si ritrovi qui solo per caso. Ed è per questo che abbiamo ritenuto fosse interessante riprodurre l’intero brano, nonostante la sua lunghezza; quali rapporti potevano esserci fra l’ebreo Eléazar, che assomiglia parecchio a Martines per i «poteri» e per la dottrina che gli sono attribuiti, e la famiglia de Las Casas? E quale poteva essere la natura di questi «obblighi rilevanti» che egli aveva nei suoi confronti? Per il momento ci limitiamo solo a formulare questi interrogativi, senza pretendere di dar loro una qualsiasi risposta, vedremo più avanti se sarà possibile prenderne in considerazione qualcuna, più o meno plausibile8.

Passiamo ora ad altri punti della biografia di Martines, i quali riservano parimenti delle sorprese: van Rijnberk dice che «si ignora completamente l’anno ed il luogo di nascita», ma fa notare che Willermoz scrisse al barone di Türkheim che Martines era morto «in età avanzata», e aggiunge: «Quando Willermoz scrisse quella frase, aveva egli stesso 91 anni, e dal momento che gli uomini hanno generalmente la tendenza a valutare l’età degli altri mortali in base ad una misura che si accresce con i propri anni, non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che l’età avanzata attribuita a Martines dal novantenne Willermoz, non dovesse essere inferiore ai 70 anni. Ora, Martines è morto nel 1774, e quindi dovrebbe essere nato, al massimo, nei primi dieci anni del XVIII secolo». In tal modo egli propende per l’ipotesi di Gustave Bord, che data la nascita di Martines verso il 1710 o il 1715; ma, anche accettando la prima data, ne deriva che Martines

 

 

 

 

8. Ancora un accostamento singolare: Saint-Martin ci presenta Las Casas, l’amico dell’ebreo Eléazar, come uno che è stato derubato dei suoi averi; ora, Martines, nella lettera che abbiamo già citato, dice: «In questo paese (cioè San Domingo) mi è stata fatta donazione di una grossa fortuna, che io vado a ritirare dalle mani di un uomo che la detiene ingiustamente»; e, guarda caso, questa lettera è stata scritta dallo stesso Saint-Martin, sotto dettatura di Martines.

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sarebbe morto a 64 anni, che, in verità, non è poi un’età così «avanzata», soprattutto nei confronti di quella di Willermoz… E poi, sfortunatamente, uno dei documenti che van Rijnberk sembra non conoscere, smentisce formalmente questa ipotesi: il «certificato di cattolicità» venne rilasciato nel 1772 al «Signor Jacques Pasqually de Latour, scudiero, nato a Grenoble, età 45 anni»; ne deriva che sarebbe nato verso il 1727; e se è morto a San Domingo nel 1774, non avrebbe raggiunto che la poco «avanzata» età di 47 anni!

Questo stesso documento conferma, inoltre, che, come molti sostengono in contrasto con l’opinione di van Rijnberk che non è d’accordo, Martines nacque a Grenoble. D’altronde, questo non significa, evidentemente, che egli non fosse d’origine spagnola, poiché, fra le varie ipotesi che sono state formulate, è a favore di questa origine che concordano i maggiori indizi, compreso lo stesso nome, Las Casas; ma, in questo caso, bisognerebbe ammettere che il padre si sia stabilito in Francia prima della sua nascita e che forse è in Francia che si sposò. E questo trova conferma nell’atto di matrimonio di Martines, poiché il nome della madre, così com’è indicato: «signora Suzanne Dumas de Rainau», ci sembra che non possa essere che francese, mentre quello del padre, «Delatour de la Case», può essere semplicemente francesizzato. In fondo, la sola ragione seria che può far dubitare che Martines sia nato in Francia (poiché non si possono certo prendere in considerazione tutte le affermazioni contraddittorie, che sono solo delle semplici supposizioni), è data dalle particolarità del linguaggio che si riscontra nei suoi scritti, ma, in definitiva, questo fatto può spiegarsi benissimo: in parte con l’educazione ricevuta da un padre spagnolo e in parte con i soggiorni che egli fece, probabilmente, in diversi paesi; ma su quest’ultimo punto ritorneremo più tardi.

Per una coincidenza assai curiosa, e che non contribuisce certo a semplificare le cose, sembra accertato che, alla stessa epoca, vivesse a Grenoble una famiglia che portava realmente il nome Pascalis; ma Martines, a giudicare dai nomi riportati dagli atti che lo riguardano, deve esserle stato

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completamente estraneo. Forse è a questa famiglia che apparteneva l’operaio carrozziere Martin Pascalis, che è stato anche chiamato Martin Pascal, o anche Pascal Martin (poiché anche qui non si è molto sicuri), sempre che si tratti di un’altra persona e che non sia invece da identificare con lo stesso Martines, il quale, in un certo momento della sua vita, potrebbe aver dovuto esercitare questo mestiere per vivere, visto che, apparentemente, la sua situazione economica non fu mai molto brillante; e questa è un’altra di quelle cose che non è mai stata chiarita in maniera soddisfacente.

Per altro verso, molti hanno pensato che Martines fosse ebreo; certo non lo era per religione, poiché è abbondantemente provato che era cattolico; ma è pur vero che, come dice van Rijnberk, «ciò non pregiudica niente in relazione alla razza». E, in effetti, nella vita di Martines vi sono alcuni indizi che potrebbero far supporre che fosse d’origine ebraica, ma questi non hanno alcunché di decisivo e possono spiegarsi benissimo con delle affinità di tutt’altro genere che la razza. Franz von Baader dice che Martines fu «insieme ebreo e cristiano»; e questo non richiama alla mente i rapporti fra l’ebreo Eléazar e la famiglia cristiana dei Las Casas? Ma anche il fatto di presentare Eléazar come un «ebreo spagnolo», può essere benissimo una semplice allusione, non tanto all’origine personale di Martines, quanto all’origine della sua dottrina, nella quale, in effetti, gli elementi ebraici predominano incontestabilmente.

Comunque sia, nella biografia di Martines restano sempre un certo numero di incoerenze e di contraddizioni, fra le quali la più vistosa è, senza dubbio, quella relativa alla sua età; ma forse, senza accorgersene, van Rijnberk ne indica la soluzione, quando suggerisce che «Martines de Pasqually» doveva essere un «geronimo», vale a dire un nome iniziatico. In effetti, perché questo stesso «geronimo» non avrebbe potuto essere usato da diverse individualità, come è accaduto in altri casi del genere? E chi può dire se gli «obblighi rilevanti» che il personaggio che Saint-Martin chiama l’«ebreo Eléazar» aveva con la famiglia de Las Casas, non fossero dovuti al

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fatto che questa gli avesse fornito, in una maniera o in un’altra, una sorta di «copertura» per la sua attività iniziatica? Indubbiamente sarebbe imprudente fare delle ulteriori precisazioni; tuttavia, cercheremo di vedere se ciò che si può riuscire a conoscere dell’origine delle conoscenze di Martines, non sia in grado di fornirci qualche nuovo chiarimento.

Nella stessa lettera, datata luglio 1821, in cui Willermoz afferma che Martines è morto «in età avanzata», troviamo un altro brano degno di nota, in base al quale Martines avrebbe ricevuto l’iniziazione da suo padre stesso: «Nel suo Ministero, egli era succeduto al padre, uomo colto, distinto e più prudente del figlio, non molto ricco e residente in Spagna. Egli aveva fatto entrare il figlio Martines, ancora giovane, nelle guardie valloni, dove ebbe una divergenza che provocò un duello, nel quale uccise il suo avversario; dovette quindi fuggire precipitosamente e il padre si vide costretto a consacrarlo suo successore prima della partenza. Dopo una lunga assenza, sentendo prossima la fine, il padre fece ritornare con urgenza il figlio e gli trasmise le ultime ordinazioni.» A dire il vero, questa storia delle guardie valloni, della quale peraltro non è stato possibile trovare alcuna conferma, ci sembra assai sospetta, soprattutto se essa dovesse implicare, come dice van Rijnberk, «che Martines era nato in Spagna», cosa che, nonostante tutto, non è per niente evidente; d’altronde, quando Willermoz dichiara che «ha conosciuto il figlio solo nel 1767, a Parigi, molto tempo dopo la morte del padre»9 è

 

 

9. Il 1767 è anche l’anno del matrimonio di Martines; è dunque molto probabile che i due fratelli domiciliati a San Domingo, e per i quali egli sarebbe venuto, allora, a Parigi per sollecitare la croce di San Luigi, non siano altro che i suoi due cognati «enormemente ricchi» dei quali si parla, come abbiamo già detto, nella lettera del 17 e 30 aprile 1772 citata da Papus (Martines de Pasqually, p. 58). Questo trova ulteriore conferma in un’altra lettera, dell’1 novembre 1771, in cui si dice: «Voglio farvi sapere che finalmente ho ottenuto la croce di San Luigi per mio cognato» (ibid. p. 55); quindi, egli non l’aveva ottenuta immediatamente nel 1767, almeno per uno dei due, diversamente da quello che scrisse

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chiaro che su questo punto non ha potuto apportare una testimonianza diretta. Comunque stiano le cose in ordine a questo problema secondario, resta il fatto che Martines avrebbe ricevuto dal padre, non solo l’iniziazione, ma anche la trasmissione di certe funzioni iniziatiche, poiché il termine «ministero» non può essere interpretato diversamente; e, a questo proposito, van Rijnberk segnala una lettera scritta nel 1779 dal Massone Falcke, nella quale si legge: «Martines Pascalis, uno Spagnolo, pretende di possedere delle conoscenze segrete, come un’eredità di famiglia, la quale abita in Spagna e le possiederebbe da trecento anni; essa le avrebbe acquisite tramite l’Inquisizione, nella quale avrebbero servito i suoi antenati.» Ci si trova al cospetto di una cosa alquanto inverosimile, poiché non si capisce veramente che tipo di deposito iniziatico avrebbe mai potuto possedere e comunicare l’Inquisizione; ma bisogna tenere presente che, nel brano del Crocodile che abbiamo riportato prima, Las Casas denuncia il suo amico, l’Ebreo Eléazar, all’Inquisizione, proprio a causa delle conoscenze segrete di quest’ultimo; non si direbbe che anche qui ci si trovi di fronte a qualcosa che è stata ingarbugliata a ragion veduta?10

A questo punto, ci si potrebbe sicuramente chiedere: quando Martines, o il personaggio che Willermoz ha conosciuto sotto questo nome a partire dal 1767, parla di suo padre, bisogna intenderlo letteralmente o non si tratta, piuttosto, del suo «padre spirituale», indipendentemente da chi egli fosse realmente? Infatti, si può benissimo parlare di

 

 

 

Willermoz, la cui memoria ha potuto benissimo ingannarlo in proposito; stupisce che van Rijnberk non abbia pensato a fare questi confronti, che a noi sembrano sufficientemente esplicativi in ordine al problema in questione, il quale, del resto, è del tutto accessorio.

10. Facciamo notare un’altra stranezza, dalla quale peraltro non pretendiamo di trarre alcuna conseguenza: Falcke parla al presente di Martines, il quale tuttavia, a quel tempo, avrebbe dovuto già essere morto da cinque anni.

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«filiazione» iniziatica, ed è evidente che essa non debba necessariamente corrispondere alla filiazione intesa nel suo significato comune; forse, anche in questo caso, si potrebbe ricordare il duo Las Casas, Eléazar. Tuttavia, è necessario precisare che una trasmissione iniziatica ereditaria, comprendente anche l’esercizio di una certa funzione, non è per niente un fatto eccezionale; ma, in assenza di dati sufficienti, è difficile decidere se fu questo il caso di Martines. Tutt’al più se ne potrebbe trovare una traccia, in senso affermativo, in alcuni particolari relativi alla successione di Martines: questi trasmise al suo primogenito, subito dopo il battesimo, la prima consacrazione nella gerarchia degli Eletti Cohen, il che può far pensare che volesse designarlo come suo successore.

Questo figlio sparì all’epoca della Rivoluzione, e Willermoz dice che non è riuscito a sapere che fine abbia fatto; e, cosa ancora più singolare, si conosce la data di nascita del secondo figlio, ma poi non se ne parla più. In ogni caso, quando Martines morì, nel 1774, il suo primogenito era sicuramente vivo; tuttavia non fu lui a succedergli come «Gran Sovrano», bensì Caignet de Lestère, ed in seguito, alla morte di quest’ultimo nel 1778, Sébastien de Las Casas; che ne è, in tutto questo, della trasmissione ereditaria? Il fatto che il figlio fosse troppo giovane per poter assolvere alle sue funzioni (aveva solo sei anni) non giustifica nulla, poiché Martines avrebbe potuto benissimo designare un sostituto fino alla sua maggiore età, e di questo non s’è mai parlato. Tuttavia, e la cosa è anch’essa curiosa, sembra proprio che fra Martines ed i suoi due successori ci fosse una qualche parentela: infatti, in una lettera11, egli parla di suo «cugino Cagnet», il quale, tenuto conto delle abituali variazioni ortografiche dell’epoca, non dovrebbe essere altri che Caignet de Lestère; mentre

 

 

 

11. «Vi informo anche che ho rilasciato le patenti costitutive a mio cugino Cagnet» (lettera dell’1 novembre 1771, citata da Papus, Martines de Pasqually, p. 56).

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invece, per Sébastien de Las Casas abbiamo già detto che la parentela è suggerita dallo stesso nome; ad ogni modo, questa trasmissione a dei parenti più o meno lontani, mentre invece vi era un erede diretto, non può certo essere assimilata alla «successione dinastica» di cui parla van Rijnberk, ed alla quale egli attribuisce «una certa importanza esoterica», che non riusciamo a spiegarci molto bene.

Che Martines sia stato iniziato dal padre o da qualcun altro, non è certo la questione essenziale, poiché questo fatto non aiuta a comprendere quella che invece è la sola cosa che importi: da quale tradizione derivava questa iniziazione? Ciò che potrebbe forse fornire alcune indicazioni più precise, sono i viaggi che Martines fece probabilmente prima dell’inizio della sua attività iniziatica in Francia; sfortunatamente, anche su questo punto si hanno solo delle informazioni vaghe ed incerte, e la stessa asserzione in base alla quale egli sarebbe andato in Oriente, non significa niente di preciso, tanto più che molto spesso, in simili casi, si tratta solo di viaggi leggendari, o meglio, simbolici. In proposito, van Rijnberk ritiene di potersi fidare di un passo del Trattato della Reintegrazione degli Esseri, nel quale Martines sembra affermare di essere stato in Cina, mentre non si riscontra nulla di simile per dei paesi molto meno lontani; ma questo viaggio, se veramente fu fatto, è forse il meno interessante di tutti, dal punto di vista in cui ci poniamo in questo momento, poiché è chiaro che, né negli insegnamenti di Martines né nelle sue «operazioni» rituali, vi è alcunché che abbia il minimo rapporto diretto con la tradizione estremo-orientale. Tuttavia, in una lettera di Martines, si trova questa frase abbastanza interessante: «Il mio stato e la mia qualità di uomo vero mi hanno sempre tenuto nella posizione in cui sono»12; sembra che non sia mai stata notata l’espressione «uomo vero», che è specifica del Taoismo, ma che è anche, senza dubbio, la sola del

 

 

12. Papus, Martines de Pasqually, p. 124.

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genere che si possa trovare in Martines13.

Comunque sia, se Martines nacque verso il 1727, i suoi viaggi non potettero durare per molti anni, anche a non voler calcolare il tempo del suo supposto servizio nelle guardie valloni, e questo perché la sua attività iniziatica conosciuta ebbe inizio nel 1754, anno in cui avrebbe dovuto avere solo 27 anni14. Si ammette facilmente che sia stato in Spagna, soprattutto in base alle sue origini famigliari, ed anche in Italia; e in effetti, questo è più che plausibile, ed è dal soggiorno in questi due paesi che egli ha forse ricavato alcune delle singolarità più evidenti del suo linguaggio; ma, a parte la spiegazione di questo dettaglio del tutto esteriore, tali soggiorni non chiariscono quasi niente, poiché, a quell’epoca, cos’è che poteva ancora sussistere in questi paesi dal punto di vista iniziatico? Sicuramente, occorre cercare altrove, e, a nostro avviso, l’indicazione più esatta è quella fornitaci da un brano di una nota del principe Christian di Hesse-Darmstadt: «Pasquali pretendeva che le sue conoscenze derivassero dall’Oriente, ma c’è da pensare che le avesse ricevute dall’Africa», e con questo nome bisogna intendere, con tutta probabilità, gli Ebrei sefarditi che si stabilirono nell’Africa del Nord dopo la loro espulsione dalla Spagna15. In effetti, questo potrebbe spiegare molte cose: innanzi tutto, la predominanza degli elementi ebraici nella dottrina di Martines; poi, le relazioni che sembra egli abbia intrattenute con gli Ebrei,

 

13. D’altra parte, non bisogna credere che quando Martines parla della Cina, questo debba essere sempre preso alla lettera, poiché, come ha anche segnalato Le Forestier, Martines impiegava il termine «Chinois» (Cinesi) come una sorta di anagramma di «Noachites» (Noachiti).

14. Sia chiaro che in questa osservazione occorre tener presente la riserva che i viaggi di cui si parla, invece di essere attributi al solo Martines, dovrebbero forse essere riferiti anche al suo iniziatore.

15. I trecento anni di cui parla Falcke, coinciderebbero approssimativamente con l’epoca in cui gli Ebrei furono espulsi dalla Spagna; con tutto ciò, non vogliamo sostenere che è il caso di attribuire una grande importanza a questo accostamento.

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anch’essi sefarditi, di Bordeaux; senza contare, come abbiamo già fatto notare, la presentazione di Eléazar come di un «ebreo spagnolo», da parte di Saint-Martin; infine, la necessità in cui si venne a trovare, per poter portare a termine il lavoro iniziatico in un ambiente non ebraico, di «innestare». per così dire, la dottrina ricevuta da questa fonte, in seno ad una forma iniziatica diffusa nel mondo occidentale, forma iniziatica che, nel XVIII secolo, non poteva essere altra che la Massoneria.

Quest’ultimo punto solleva nuovi problemi sui quali avremo modo di ritornare; per adesso, dobbiamo far notare che il fatto stesso che Martines non menzioni mai l’esatta origine delle sue conoscenze, o che egli le riferisca vagamente all’«Oriente», è cosa del tutto comprensibile: dal momento che non poteva trasmettere, tale e quale, l’iniziazione da lui ricevuta, non era tenuto ad indicarne la provenienza, cosa che, quanto meno, sarebbe stata inutile; sembra anche che, nei suoi libri, non abbia mai fatto espressamente allusione ai suoi predecessori, tranne una volta, ed anche allora senza mai aggiungervi la minima precisazione, quindi senza affermare niente di più che la semplice esistenza di una trasmissione iniziatica16. In ogni caso, è più che sicuro che la forma di questa iniziazione non era quella dell’Ordine degli Eletti Cohen, poiché questa non esisteva prima dello stesso Martines, e sappiamo che è stata da lui elaborata un po’ la volta, dal 1754 al 1774, senza neanche che sia riuscito mai a finire di organizzarla completamente17.

 

 

 

16. «Non ho mai cercato di indurre in errore qualcuno, né di ingannare le persone che sono venute da me in buona fede per ricevere alcune conoscenze che mi sono state trasmesse dai miei predecessori» (in Papus, Martines de Pasqually, p. 122).

17. Quando Willermoz dice che «nel suo Ministero, egli era succeduto al padre», non bisogna dedurne una precisazione come quella espressa affrettatamente da van Rijiiberk: «come Sovrano Maestro dell’Ordine», per la semplice ragione che, in quel momento, non era in questione alcun Ordine.

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A questo punto, dobbiamo cercare di dare risposta ad una obiezione che, inevitabilmente, può sorgere nella mente di qualcuno: se Martines era «incaricato» da qualche organizzazione iniziatica, com’è possibile che il suo Ordine non fosse, in qualche modo, interamente «predisposto» fin dall’inizio, con i suoi rituali ed i suoi gradi, e che invece sia sempre rimasto allo stato di abbozzo imperfetto, senza che niente venisse fissato in maniera definitiva? Senza dubbio, molti dei sistemi degli alti gradi che nacquero alla stessa epoca si trovavano nelle medesime condizioni, ed alcuni esistettero solo «sulla carta»; ma, se essi erano semplicemente il frutto delle particolari concezioni di un individuo o di un gruppo, una tale situazione non ha nulla di cui stupirsi, mentre invece, nel caso di un rappresentante autorizzato di una vera organizzazione iniziatica, sembrerebbe che le cose avrebbero dovuto svolgersi in tutt’altra maniera. Ora, un tal modo di porre la questione, equivale a considerarla in maniera alquanto superficiale; nella realtà, è necessario tenere conto del fatto che l’«incarico» di Martines comportava proprio il lavoro di «adattamento» che, solo in seguito, avrebbe dovuto sfociare nella formazione dell’Ordine degli Eletti Cohen; lavoro che i suoi predecessori non dovevano fare perché, per un motivo o per un altro, non era ancora giunto il momento, e, forse, anche perché non avrebbero potuto farlo: e diremo fra poco il motivo. Martines non riuscì a completare interamente il suo lavoro, ma ciò non prova niente contro quello che esisteva al punto di partenza; in verità, sembra che vi siano state due cause che abbiano concorso a questo scacco parziale: da un lato, è possibile che una serie di circostanze sfavorevoli abbiano continuamente ostacolato i propositi di Martines; dall’altro, è possibile che lui stesso non sia stato all’altezza del compito, malgrado i «poteri» d’ordine psichico che possedeva in maniera manifesta e che avrebbero dovuto facilitarglielo, e questo, sia che tali poteri li possedesse in maniera del tutto naturale e spontanea, come accade talvolta, sia che fosse stato «preparato» appositamente, com’è più probabile. Lo stesso Willermoz riconosceva che «le sue

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incoerenze verbali e le sue imprudenze gli hanno procurato dei rimproveri e molte contrarietà»18; sembra che queste imprudenze consistessero, soprattutto, nel fare promesse che non poteva mantenere, quanto meno immediatamente, e nell’ammettere troppo facilmente degli individui che non erano sufficientemente «qualificati». Indubbiamente, al pari di molti altri, dopo aver ricevuto la «preparazione» necessaria, ha poi dovuto lavorare da sé, a proprio rischio e pericolo; comunque, non sembra che abbia mai commesso degli errori tali da comportare la revoca del suo «incarico», poiché proseguì attivamente il suo lavoro fino all’ultimo momento e ne assicurò la trasmissione prima di morire.

Del resto, siamo ben lontani dal pensare che l’iniziazione da lui ricevuta fosse al di là di un certo grado, ancora molto limitato, e, in ogni caso, essa non era tale da oltrepassare il dominio dei «piccoli misteri»; e neanche pensiamo che le sue conoscenze, quantunque molto reali, avessero veramente il carattere «trascendente» che lui stesso sembra voler loro attribuire; già in altra occasione abbiamo chiarito questo punto19, ed abbiamo segnalato, come tratti caratteristici, l’aspetto da «magia cerimoniale» che rivestono le «operazioni» rituali, e l’importanza attribuita a dei risultati di ordine puramente «fenomenico». Tuttavia, questo non significa che tali «operazioni» ed i loro risultati, e, a maggior ragione, i «poteri» di Martines, possano essere ridotti al rango di semplici «fenomeni metapsichici», come si intendono oggi; van Rijnberk, che sembra essere di quest’avviso, evidentemente si fa delle grosse illusioni circa la portata di questi «fenomeni metapsichici» e delle teorie psicologiche moderne; illusioni che, per quanto ci riguarda, è del tutto impossibile condividere.

Ma vi è ancora un’altra considerazione da fare, di un’importanza

 

 

18. Lettera già citata, al barone Türkheim, luglio 1821.

19. Si veda l’art. Un nuovo libro sull’Ordine degli Eletti Cohen.

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tutta particolare: il fatto stesso che l’Ordine degli Eletti Cohen fosse una nuova forma, non gli permetteva di costituire, da solo e in maniera indipendente, una iniziazione valevole e regolare; per questa ragione, non poteva fare altro che reclutare i suoi membri fra gli appartenenti ad una organizzazione iniziatica, di modo che veniva a sovrapporsi a questa come un insieme di gradi superiori; e, come abbiamo già detto prima, questa organizzazione iniziatica, in grado di fornirgli la base indispensabile di cui altrimenti sarebbe rimasto privo, non poteva essere, inevitabilmente, che la Massoneria. Di conseguenza, una delle condizioni richieste per la «preparazione» di Martines, oltre agli insegnamenti ricevuti per altra via, doveva essere l’acquisizione dei gradi massonici; condizione, questa, che verosimilmente mancava ai suoi «predecessori», ed è per questo che non avrebbero potuto fare ciò che poi fece lui. In effetti, è proprio come Massone, e non altrimenti, che Martines si presentò agli inizi, ed è «all’interno» delle Logge preesistenti che egli intraprese, con più o meno successo, a seconda dei casi, e al pari di tutti i fondatori dei sistemi di alti gradi, l’edificazione dei «Templi» in cui alcuni membri di queste Logge, scelti fra i più idonei, lavoravano secondo il rito degli Eletti Cohen. E almeno su questo punto non ci dovrebbero essere equivoci: se Martines ricevette un «incarico», se dovette assolvere una «missione», si trattò proprio della fondazione di un rito o «regime» massonico degli alti gradi, nel quale egli introdusse, rivestendoli con una forma appropriata, gli insegnamenti che aveva attinto ad un’altra fonte iniziatica.

Quando si esamina l’attività iniziatica di Martines, non bisogna mai perdere di vista quanto abbiamo appena indicato, cioè la sua doppia appartenenza alla Massoneria e ad un’altra organizzazione molto più misteriosa, la prima considerata come indispensabile perché potesse assolvere il compito assegnatogli dalla seconda. Peraltro, vi è qualcosa di enigmatico persino nella sua affiliazione massonica, sulla quale non è possibile apportare alcuna precisazione (cosa che, del resto, non è per niente eccezionale all’epoca in

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questione, dal momento che vi era un’incredibile varietà di riti e di «regimi»), ma che, in ogni caso, è anteriore al 1754, poiché a quella data egli compare non solo come Massone, come abbiamo già detto, ma già in possesso degli alti gradi «scozzesi»20. Ed è proprio questo che gli permette di intraprendere l’edificazione dei suoi «Templi», con più o meno successo, a seconda dei casi, ben all’«interno» delle Logge esistenti in diverse città del Mezzogiorno della Francia, fino a quando, nel 1761, non si stabilisce definitivamente a Bordeaux; non è nostra intenzione ripercorrere, qui, tutte le vicissitudini conosciute, e ricorderemo solamente che, in quel momento, l’Ordine degli Eletti Cohen era ben lungi dall’aver ricevuto la sua forma definitiva; tant’è vero che né la lista dei gradi né, a maggior ragione, i loro rituali finirono mai con l’essere completamente definiti.

L’altro aspetto della questione è, dal nostro punto di vista, il più importante; e a questo proposito, per prima cosa, è essenziale rilevare che lo stesso Martines non ebbe mai la pretesa di porsi a capo supremo di una gerarchia iniziatica. Il suo titolo di «Gran Sovrano» non costituisce, in merito, una valida obiezione, poiché il termine «Sovrano» figura anche nei titoli di diversi gradi e di diverse funzioni massoniche, senza che questo implichi minimamente che coloro che li portano siano esenti da ogni subordinazione; fra gli stessi Eletti Cohen, i «Réaux-Croix» erano anch’essi qualificati «Sovrani», e Martines era «Gran Sovrano» o «Sovrano dei Sovrani» per il semplice motivo che la sua giurisdizione si estendeva su tutti questi altri. D’altronde, la prova più evidente

 

 

20. A questo proposito, dobbiamo manifestare il nostro dubbio sul carattere massonico che il «Cavaliere della Rosa Crescente» attribuisce ai titolo di «scudiero»: è del tutto esatto che si tratti di un grado scozzese, che peraltro sussiste ancora oggi nel Regime Rettificato, ma, nel caso di Martines, per il fatto che sia citato in documenti ufficiali profani, sembrerebbe indicare invece che si tratti, molto semplicemente, di un titolo nobiliare; anche se è vero che l’una cosa non esclude l’altra.

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di ciò che abbiamo appena detto, la si trova in un brano di una lettera di Martines a Willermoz, datata 2 ottobre 1768: «L’apertura delle circonferenze che ho fatto il 12 settembre scorso, è solo per aprire l’operazione degli equinozi prescritti, al fine di non venir meno al rnio obbligo spirituale e temporale; essi sono aperti fino ai solstizi e sono proseguiti da me, al fine di poter essere pronto ad operare e a pregare in favore della salute e della tranquillità dell’anima e dello spirito di questo capo principale che vi è ignoto, così com’è ignoto a tutti i vostri fratelli «Réaux-Croix», e che io devo tacere fino a quando lui stesso non si farà conoscere. Io non temo alcun avvenimento spiacevole, né per me in particolare né per alcuno dei nostri fratelli in generale, ma temo per l’Ordine in generale, in quanto l’Ordine perderebbe molto se perdesse un simile capo. Su questo argomento posso solo parlarvi allegoricamente»21. Quindi, Martines, in base alle sue stesse dichiarazioni, non era affatto il «capo principale» dell’Ordine degli Eletti Cohen; ma dal momento che vediamo che è solo lui che, quasi sotto i nostri occhi, costituisce l’Ordine, ne deriva che questo «capo principale» doveva essere quello (o uno di quelli) dell’organizzazione che ispirava questa nuova formazione; e la paura espressa da Martines non consisterebbe nel fatto che la sparizione di questo personaggio potesse comportare l’interruzione prematura di certe comunicazioni? Peraltro, è abbastanza evidente che il modo in cui Martines ne parla può solo applicarsi ad un uomo vivente e non certo a qualche entità più o meno fantasmagorica; gli occultisti hanno diffuso tante di quelle idee stravaganti

 

 

 

21. Citato da P. Vulliaud, Les Rose-Croix lyonnais au XVIII siècle, p. 72. ‑ Veramente non sappiamo perché Vulliaud, in questa occasione, parli di «Superiori Incogniti», e dica anche che Martines ne parla in questa lettera, quando invece questi non fa la minima allusione ad una designazione di questo genere. D’altra parte, quando Martines scrive, qui, «allegoricamente», è molto probabile che volesse dire «enigmaticamente», poiché in tutta questa lettera non v’è traccia di «allegoria».

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di questo genere, che una tale precisazione non è proprio per niente superflua.

Sempre in merito a questo «capo principale», forse si potrebbe parlare di un capo nascosto di qualche organizzazione massonica22; ma questa ipotesi viene smentita da un documento prodotto da van Rijnberk: il sunto, fatto dal barone Türkheim, di una lettera che Willermoz gli aveva inviata il 25 marzo 1822; ed eccone l’inizio: «Per quanto riguarda Pasqually, egli aveva sempre detto che nella sua qualità di Sovrano Réaux, costituito tale per la sua regione, nella quale era compresa tutta l’Europa, poteva costituire e mantenere successivamente dodici Réaux, che lui chiamava suoi Emuli e che sarebbero stati alle sue dipendenze»21. Da qui risulta che Martines aveva ricevuto i suoi «poteri», d’altronde accuratamente delimitati, da una organizzazione che si estendeva ben oltre l’Europa, e a quell’epoca questo non era certo il caso della Massoneria24; e questa organizzazione doveva avere la sua sede fuori dall’Europa, poiché, in caso contrario, la «deputazione» ricevuta da Martines per questa regione non avrebbe potuto implicare una vera «sovranità».

 

 

 

22. Se fosse così, questo personaggio dovrebbe forse identificarsi, almeno agli occhi di alcuni, con il pretendente Carlo Edoardo Stuart, al quale è stato attribuito un ruolo del genere, a torto o a ragione. Richiamiamo questa supposizione perché essa potrebbe assumere una certa verosimiglianza per il fatto che il «Cavaliere della Rosa Crescente» parla «dei segni di stima e di riconoscenza che il pretendente Stuart sembrava testimoniare a Martines», all’epoca in cui questi si presentò alle Logge di Tolosa, vale a dire nel 1760, otto anni prima della lettera che abbiamo appena citato; ma ciò che diremo in seguito dimostrerà che in realtà debba trattarsi di tutt’altra cosa.

23. Si tratta di coloro che erano anche chiamati «Sovrani», come dicevamo prima; da notare questo numero di dodici, che riappare costantemente quando si tratta della costituzione di centri iniziatici, qualunque sia la forma tradizionale a cui appartengano.

24. In questo caso, è inutile tenere in conto l’America, poiché, dal punto di vista massonico, essa allora non era altro che una dipendenza europea.

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Se, invece, ciò che abbiamo detto prima sull’origine sefardita dell’iniziazione di Martines è esatto, questa sede poteva benissimo trovarsi nell’Africa del Nord, ed è, di gran lunga, proprio questa la supposizione più verosimile che si possa avanzare; ma, in questo caso, è chiaro che non si sarebbe potuto trattare di un’organizzazione massonica, e che non è in questa direzione che bisogna cercare la «potenza» dalla quale Martines era stato costituito «Sovrano Réaux» per una regione che coincideva con la zona d’influenza dell’intera Massoneria; e questo giustifica, inoltre, la fondazione, da parte sua, dell’Ordine degli Eletti Cohen, sotto la speciale forma di un «regime» massonico degli alti gradi25.

La fine di quest’Ordine non è meno avvolta nell’oscurità di quanto lo siano i suoi inizi: i due successori di Martines non eserciteranno per molto tempo le funzioni di «Gran Sovrano», poiché, il primo, Caignet de Lestère, morì nel 1778, quattro anni dopo la morte di Martines; e il secondo, Sébastien de Las Casas, si ritirò due anni più tardi, nel 1780; che cosa rimase dopo, dell’Ordine, in quanto organizzazione regolarmente costituita? Sembra proprio che non sia rimasto gran che: se alcuni «Templi» continuarono ad esistere anche un po’ dopo il 1780, anch’essi cessarono ben presto ogni attività. Quanto alla designazione di un altro «Gran Sovrano» dopo il ritiro di Sébastien de Las Casas, non se ne parla da nessuna parte; tuttavia, vi sarebbe una lettera di Bacon de La Chevalerie, datata 26 gennaio 1807, in cui si parla del «silenzio assoluto degli Eletti Cohen, che agiscono sempre

 

 

25. I termini impiegati da Willermoz, sembrerebbero indicare che la regione posta sotto l’autorità di Martines, non comprendesse solo l’Europa; e in effetti essa doveva comprendere anche l’America, com’è dimostrato dall’importanza assunta successivamente da San Domingo nella storia della sua vita e del suo Ordine; il che conferma anche la coincidenza del campo d’azione che gli era stato attribuito con l’insieme dei paesi ove esisteva la Massoneria, ed anzi dove essa era la sola organizzazione iniziatica esistente al momento, ed in grado di fornire una base al lavoro di cui era stato incaricato.

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nel più gran riserbo, in ossequio agli ordini supremi del Sovrano Maestro, il G\ Z\ W\ J\»; ma cosa si potrebbe mai dedurre da questa indicazione, tanto strana quanto enigmatica, e che forse è del tutto fantastica? In ogni caso, nella lettera del 1822, che abbiamo già citata, Willermoz dichiara che «di tutti i Réaux che ha conosciuto in modo particolare, non ne resta nessuno vivo, per cui gli è impossibile indicarne uno dopo di lui»; e se non c’erano più «Réaux-Croix», non era più possibile alcuna trasmissione in grado di perpetuare l’Ordine degli Eletti Cohen.

Tuttavia, oltre alla «sopravvivenza diretta», per usare l’espressione di van Rijnberk, questi prende in considerazione una «sopravvivenza indiretta», costituita da quelle che egli chiama le due «metamorfosi willermoziana e martinista»; ma si tratta di un equivoco che è utile chiarire. Il Regime Scozzese Rettificato non è affatto una metamorfosi degli Eletti Cohen, bensì una derivazione della Stretta Osservanza, il che è totalmente diverso; e, se è vero che Willermoz, per la parte preponderante avuta nell’elaborazione dei rituali di questi alti gradi, ed in particolare del grado di «Cavaliere Benefacente della Città Santa», avrà potuto introdurre in essi alcune idee da lui attinte nell’organizzazione di Martines, non è men vero che gli Eletti Cohen, in gran maggioranza, gli rimproverarono pesantemente l’interesse che egli, in tal modo, rivolgeva ad un altro rito, cosa questa che, ai loro occhi, equivaleva quasi ad un tradimento; esattamente come rimproverarono a Saint-Martin un cambiamento di attitudine di altro genere.

Il caso di Saint-Martin comporta una più ampia attenzione, a causa di tutto quello che si è preteso di farne derivare, nella nostra epoca; la verità è che, se Saint-Martin abbandonò tutti i riti massonici ai quali era ricollegato, compreso il rito degli Eletti Cohen, lo fece solo per adottare un’attitudine esclusivamente mistica, dunque incompatibile con il punto di vista iniziatico; quindi non fu certo per fondare a sua volta un nuovo Ordine. In effetti, il nome di «Martinismo», usato unicamente nel mondo profano, si applicava solo alle particolari

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dottrine di Sant-Martin e ai loro aderenti, sia che questi fossero o meno in diretta relazione con lui; e la cosa più importante è che fu lo stesso Saint-Martin a chiamare «Martinisti», con una certa ironia, i semplici lettori delle sue opere. Tuttavia, sembrerebbe che alcuni dei suoi discepoli abbiano ricevuto da lui, individualmente, un certo «deposito»; il quale, a dire il vero, era costituito solo «da due lettere e da qualche punto»; ed è proprio questa trasmissione che sarebbe stata all’origine del «Martinismo» moderno. Ma, anche se la cosa è realmente vera, in che modo una tale comunicazione, effettuata senza alcun rito, avrebbe mai potuto costituire una qualunque iniziazione? Le due lettere in questione sono “S. I.”, e sembra che abbiano esercitato, su alcuni, una vera fascinazione, a parte l’interpretazione che si è voluta loro attribuire (e ve ne sono tante); ma, in ordine al caso in esame, da dove mai esse potevano provenire? Certo non si tratta di una reminiscenza dei «Superiori Incogniti» della Stretta Osservanza, e, del resto, non è neanche il caso di andare ad indagare così lontano, poiché alcuni Eletti Cohen usavano includere queste lettere nella loro firma. Van Rijnberk avanza, a riguardo, un’ipotesi alquanto plausibile, in base alla quale esse sarebbero state il segno distintivo dei membri del «Tribunale Sovrano» incaricato dell’amministrazione dell’Ordine (e del quale fece parte lo stesso Saint-Martin, ed anche Willermoz); e quindi, si tratterebbe dell’indicazione di una funzione e non di un grado. C’è da dire però che, malgrado tutto, potrebbe sembrare strano che Saint-Martin abbia pensato di adottare queste lettere, piuttosto che quelle di R. C., per esempio, senza che esse avessero un qualche significato simbolico loro proprio; perché, in definitiva, i loro diversi usi potrebbero solo essere derivati da tale significato. Comunque sia, vi è un fatto curioso che dimostra come Saint-Martin vi annettesse effettivamente una certa importanza: nel Crocodile egli ha composto, con queste due iniziali, la denominazione di un’immaginaria «Società degli Indipendenti», la quale, peraltro, non è né una vera società né una qualunque reale organizzazione, quanto piuttosto una

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sorta di comunione mistica alla quale presiede Madama Jof, vale a dire la Fede personificata26; altra cosa singolare: verso la fine della storia, l’ebreo Eléazar viene ammesso in questa «Società degli Indipendenti», e senza dubbio in questo si può riconoscere un’allusione, non tanto a qualcosa di relativo a Martines, quanto al passaggio di Saint-Martin dalla dottrina degli Eletti Cohen a quel misticismo in cui doveva confinarsi nel corso dell’ultima parte della sua vita. Ora, non è possibile che, nel comunicare ai suoi più intimi discepoli le lettere “S. I.”, come una sorta di segno di riconoscimento, Saint-Martin volesse significare, in qualche modo, che essi potevano considerarsi come dei membri di quella che aveva voluto rappresentare come la «Società degli Indipendenti»?

Queste ultime osservazioni faranno comprendere perché noi siamo ben lontani dal poter condividere le vedute fin troppo «ottimistiche» di van Rijnberk; egli infatti, quando si chiede se l’Ordine degli Eletti Cohen «appartiene completamente ed esclusivamente al passato», è incline a rispondere negativamente, pur riconoscendo l’assenza di ogni filiazione diretta. In realtà, è vero che il Regime Scozzese Rettificato esiste ancora, contrariamente a quanto egli sembra credere, ma esso non deriva ad alcun titolo da ciò di cui stiamo parlando; e per quanto riguarda il «Martinismo» moderno, possiamo assicurargli che esso ha ben poco a che fare con Saint-Martin, e assolutamente nulla con Martines e gli Eletti Cohen.

 

 

 

 

 

 

 

26. Anche Willermoz si servì di queste iniziali, per dare il nome di «Società degli Iniziati» al gruppo, molto reale stavolta, che fondò per lo studio di certi fenomeni di sonnambulismo.

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RECENSIONI DI LIBRI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI DI LIBRI, PUBBLICATE NELLA RIVISTA

LE VOILE D’ISIS, DAL 1929 AL 1936

 

 

 

L’Élue du Dragon (L’Eletta del Drago), ed. «Les Etincelles».

Questo romanzo fantastico e anonimo, intorno al quale si fa un gran parlare in questo momento, in certi ambienti antimassonici, viene spacciato per un compendio, più o meno «accomodato», delle memorie di una certa Clotilde Bersone, sedicente alto dignitario di una «Gran Loggia degli Illuminati» che dirigerebbe occultamente tutti i rami della Massoneria universale, poi convertitasi, in seguito a diverse disavventure, e rifugiatasi in un convento. Si pretende che, nella biblioteca di questo convento, che non viene indicato in nessun modo, esista un doppio manoscritto autentico di queste memorie, datato 1885; e si aggiunge che «queste sono state accuratamente copiate, compilate ed arricchite con note critiche di una rara pertinenza, dal R. P. X***, della Compagnia di Gesù, recentemente scomparso». Gli Études, i cui redattori sanno il fatto loro, quanto meno su questo argomento, hanno già messo in guardia i loro lettori contro questa storia, che annoverano molto giustamente fra le «fiabe malsane», ricordando a questo proposito le invenzioni di Léo Taxil e le «rivelazioni» dell’immaginaria Diana Vaughan. E, in effetti, vi è una strana somiglianza fra quest’ultima e l’attuale Clotilde Bersone, la cui esistenza non ci sembra debba essere meno problematica; ma vi è della gente che è veramente incorreggibile, e che ha continuato a credere ai racconti di Taxil anche dopo che lui stesso aveva confessato le sue menzogne, così come continua a credere all’autenticità dei «Protocolli dei Savi di Sion», malgrado tutte le precisazioni apportate sulla loro reale origine; e questa gente non mancherà adesso di prestar fede a questa nuova stravaganza.

Che l’autore del romanzo abbia inventato tutto da sé o che sia stato turlupinato da altri, resta il fatto che, con tutta

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evidenza, qui si tratta di una mistificazione bella e buona; d’altronde, le frodi di questo genere, per quanto abili possano essere, portano sempre dei marchi che non permettono di sbagliarsi quando si è, anche solo un po’, al corrente di certe cose. E infatti, noi ne abbiamo rilevati parecchi, in particolare nella descrizione dell’organizzazione della pretesa «Alta Loggia»: che dire, per esempio, del titolo di «Grande Oriente», che viene dato al suo capo, e che applicato così ad un uomo è totalmente sprovvisto di significato? Che dire di questa fantasiosa gerarchia nella quale gli «adepti» occupano il rango più basso, al di sotto degli «affiliati» e degli «iniziati»? Proprio nel nostro articolo del febbraio scorso, abbiamo avuto occasione di segnalare l’errore che i «profani» commettono quasi costantemente in ordine al termine «adepto», il quale in realtà designa il grado supremo di una gerarchia iniziatica; naturalmente, il nostro autore non ha mancato di cadervi! Ma vi è ancora di meglio: si fa citare a Clotilde Bersone (p. 61) il «Nemak Adonaï dei Rosa-Croce» (sic); cosicché questa «iniziata» di una Massoneria superiore non conoscerebbe neanche i gradi della Massoneria ordinaria!

Se questi particolari caratteristici, in ragione del loro carattere tecnico, possono sfuggire alla maggior parte dei lettori, costoro, però, dovrebbero rimanere colpiti dalle inverosimiglianze un po’ troppo pesanti che offre la parte «storica» del racconto. Com’è possibile che un’organizzazione veramente segreta possa contare dei membri tanto numerosi ed anche tanto mediocri, sotto molti aspetti? E com’è possibile che, in simili condizioni, non sia mai trapelata alcuna indiscrezione che ne facesse conoscere l’esistenza in pubblico? A chi, se non agli ingenui di cui dicevamo prima, si potrebbe sperare di far credere che l’intero personale governativo della terza Repubblica si dà a delle evocazioni diaboliche; e che dei politici limitati come Grévy o Jules Ferry, che non hanno certo niente dei «Superiori Incogniti», siano dei mistici luciferini di alto rango? Ma ecco qualcosa ancora più convincente: al capitolo secondo della terza parte, l’imperatore Guglielmo I viene descritto, nel 1879, come interamente

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estraneo alla Massoneria e del tutto ignorante della materia; mentre invece, la verità è che, all’epoca indicata, questo supposto «profano» era Massone da ormai 39 anni! Infatti, egli venne iniziato nella Gran Loggia Nazionale di Germania, a Berlino, il 22 maggio 1840, qualche settimana prima della morte del padre Federico Guglielmo III; lo stesso giorno ricevette i tre gradi simbolici e venne nominato membro delle tre Grandi Logge e patrono di tutte le Logge di Prussia; svolse, peraltro, un ruolo attivo nella Massoneria e fu lui stesso ad iniziare il figlio, il futuro Federico III, il 5 novembre 1853, designandolo poi patrono delle Logge prussiane al momento in cui divenne re, nel 1861. Ecco dunque un errore storico abbastanza ponderoso, dopo di che si potrà giudicare il valore di tutte le altre affermazioni, più o meno verificabili, contenute nello stesso volume. Non ci saremmo certo soffermati così a lungo su questo scherzo di cattivo gusto, se qualcuno, come dicevamo all’inizio, non si sforzasse di farlo prendere sul serio; e riteniamo che, quando se ne presenta l’occasione, sia un preciso dovere denunciare le mistificazioni, da qualunque parte esse provengano; soprattutto in un’epoca come la nostra, tutto ciò che rischia di accrescere lo squilibrio mentale non dovrebbe essere considerato come inoffensivo.

Le Voile d’Isis, luglio 1929.

 

 

Léon de Poncins, Les Forces secrètes de la Révolution (Le Forze segrete della Rivoluzione), nouvelle édition revue et mise à jour, Editions Bossard.

Si tratta di un’opera antimassonica, del tipo che si può definire «ragionevole», nel senso che, attenendosi quasi esclusivamente all’ambito politico, ci risparmia le diavolerie alla Léo Taxil. L’autore è anche molto prudente nel tener conto di certi documenti sospetti; ma la sua tesi sull’unità della Massoneria è ben poco solida, ed esagera di molto l’influenza ebraica. Inoltre, si è fatta un’idea del tutto fantasiosa

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degli alti gradi, che, talvolta, finisce col confondere con certe organizzazioni non massoniche.

 

 

Lettera di Giovanni Pontano sul «Fuoco Filosofico», introduzione, traduzione e note di Mario Mazzoni, Casa Editrice Toscana, San Gimignano, Siena.

In questo opuscolo, il secondo di una serie dedicata all’ermetismo e di cui abbiamo già segnalato il primo, il testo propriamente detto è alquanto breve: la lettera, in effetti, è molto corta, ma importante per l’argomento che tratta. Essa è preceduta da un’introduzione che, pur contenendo molte indicazioni interessanti, forse non chiarisce a sufficienza la questione del «Fuoco Filosofico»; seguono poi alcune appendici, nelle quali troviamo, per prima, la traduzione di un brano del libro di David-Neel, Mistici e Maghi del Tibet; poi, una nota sulla fabbricazione dell’«Oro Filosofico» secondo gli «Illuminati di Avignone»; infine, il seguito dello studio dei simboli ermetici, iniziato nel primo opuscolo. Dispiace che i nomi propri siano, troppo spesso, deformati, e che nelle note si debbano rilevare degli errori storici sorprendenti: per esempio, Nicola Flamel che diviene un medico, Guillaume Postel un amico (dunque un contemporaneo) di Éliphas Levi, e l’alchimista Geber che sarebbe vissuto nell’VIII secolo prima dell’era cristiana!

Le Voile d’Isis, ottobre 1930.

 

 

Henri-Jean Bolle, Le Temple, Ordre initiatique du moyen âge (Il Tempio, Ordine iniziatico del Medioevo), Association Maçonnique Internationale, Genève.

Questo opuscolo inizia con una breve considerazione sulla storia dell’Ordine del Tempio; l’autore cerca poi di individuare quale potesse essere la sua dottrina, ed infine di vedere

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«in che misura essa si accosti, sia per filiazione storica, sia spiritualmente, alla Massoneria, la quale, secondo molti dei suoi sistemi, considera l’Ordine come uno dei suoi antenati». La conclusione è che questa tradizione, anche se leggendaria, «ha quanto meno il merito di non essere anacronistica» ed «è ben ricca di un senso profondo», mentre la sua mancanza di fondamento storico, anche se fosse provato, «non potrebbe costituire un argomento contro gli alti gradi». In tutto ciò, sotto diversi aspetti, vi sono parecchie insufficienze (e non ci riferiamo solo a quelle lacune che, in casi simili, sono inevitabili); in effetti, l’autore non si rende conto appieno, forse, di che cosa sia la vera iniziazione, la quale implica ben altro che le idee di «tolleranza» o di «libertà di coscienza». Tuttavia, questo lavoro, così com’è, testimonia di certe preoccupazioni che, tenuto conto della loro origine, sono interessanti da segnalare.

 

 

Léon de Poncins, Refusé par la Presse (Rifiutati dalla stampa), Editions Alexis Redier.

Questo volume esce come una continuazione dell’altro intitolato Les Forces secrètes de la Révolution, di cui ci siamo occupati a suo tempo; il suo titolo è dovuto al fatto che i capitoli che lo compongono erano originariamente degli articoli separati, che l’autore aveva sottoposto per la pubblicazione a giornali e riviste e che questi non avevano accettato. Saremmo poco gentili se criticassimo un lavoro ove siamo lungamente citati per tutto quel che concerne la «crisi del mondo moderno» ed i problemi ad essa connessi, e che, per di più, porta in epigrafe una frase del nostro Teosofismo. Diciamo solo che le particolari preoccupazioni dell’autore, esclusivamente politiche secondo noi, talvolta lo inducono a presentare certi testi secondo un’intenzione che non è esattamente quella che noi avevamo quando li scrivemmo: per esempio, nel passo che egli cita a pagina 55, non è per niente alla Massoneria che ci riferivamo... Ma, è anche vero che

 

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queste citazioni, fatte con simpatia, ci compensano gradevolmente degli insulti e delle manifestazioni astiose di certi altri «anti-massoni»!

Le Voile d’Isis, giugno 1932.

 

 

Roger Duguet, La Cravate blanche (La Cravatta bianca), Nouvelles Editions Latines, Paris.

In questo romanzo, che si presenta come «una sorta di risposta a L’Élue du Dragon», di fantastica memoria, il vecchio redattore della R.I.S.S. (Revue International des Sociétés Secrètes) ha voluto presentare alcuni retroscena, veri o supposti, della politica contemporanea; ma, a nostro avviso, non è questa la parte più interessante del suo libro. Senza dubbio si sarà tentati di considerarlo come un «romanzo in codice», e non ci si sbaglierebbe di molto; tuttavia, con ogni probabilità, sarebbe vano tentare di dare un nome a ciascuno dei personaggi, poiché in quello principale, il generale di Bierne, noi abbiamo, sì, riconosciuto dei tratti chiaramente riferiti alla figura di mons. Jouin, ma frammisti ad altri che, altrettanto chiaramente, non hanno niente a che vedere con lui; bisogna dunque convenire che ci troviamo al cospetto di personaggi «compositi». Comunque sia, si tratta di un racconto edificante, sugli intrighi che si sarebbero realmente svolti intorno alla R.I.S.S.; e, di tanto in tanto, si ha l’impressione che l’autore, in questo modo, si sia voluto vendicare per il fatto di essere stato allontanato da certi ambienti; i documenti di Aleister Crowley, gli interventi di agenti segreti inglesi ed americani, lo spionaggio dissimulato «sotto la maschera dell’esoterismo»: tutto ciò ci ricorda parecchie cose... Vi è anche un «veggente» (in effetti, ce n’è sempre uno in avventure del genere) e, come per caso, i ruoli più odiosi sono attribuiti a dei preti! Quanto alla trama, dobbiamo confessare che non crediamo affatto all’esistenza di una società segreta degli «Ottimisti», che avrebbe per Gran

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Maestro Pierre Laval e che darebbe l’imbeccata al mondo intero, compresi i più alti dignitari della Chiesa. Fantasticherie a parte, tutto ciò non è molto più verosimile della «Gran Loggia degli Illuminati» e si può star certi che per diffondere nel mondo certe suggestioni vi sono dei mezzi ben più sottili. E poi, era proprio necessario questo nome di «Ottimisti» che, quanto meno per la sua consonanza (anche ammettendo che un simile accostamento sia solo imputabile alla «malizia del caso»), evoca in maniera piuttosto fastidiosa gli «Optimati» del fu Léo Taxil?

 

 

Pierre de Dienval, La Clé des Songes (La Chiave dei Sogni), Imprimerie Centrale de la Bourse, Paris.

«Il mondo nel quale ci muoviamo è molto più falso di una scena di teatro»: niente di più vero; ma lo è esattamente come pretende l’autore di questo libro? La sua tesi è che esiste un certo «segreto monetario» che, secondo lui, sarebbe la vera «pietra filosofale»; questo segreto sarebbe detenuto, contemporaneamente, da due gruppi di «iniziati», uno inglese e l’altro ebraico, i quali lotterebbero fra loro per il dominio del mondo, accordandosi occasionalmente contro dei terzi; questo segreto, poi, sarebbe quello della Massoneria, la quale è solo uno strumento creato dal gruppo inglese per assicurarsi l’influenza su tutti i paesi. In tutto ciò vi sono delle idee che, a prima vista, ricordano stranamente quelle che furono esposte, a suo tempo, nelle pubblicazioni del Hiéron di Paray-le-Monial e nelle opere di Francis André (la sig.na Bessonnet-Favre); e questo accostamento è valido perfino per alcuni particolari relativi a molte considerazioni storiche, o sedicenti tali: ruolo attribuito ai Templari, da un lato, e ruolo di Giovanna d’Arco, dall’altro; preteso «celtismo» della razza «francese» (?), e così via. Tuttavia, vi è una differenza essenziale: invece di essere di matrice cattolica, questo libro è abbastanza chiaramente irreligioso; non solo l’autore, spinto dal suo antiebraismo, nega furiosamente l’ispirazione divina

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della Bibbia (che, secondo lui, «non è per niente un libro religioso, nel senso che i Francesi danno a questa parola» … come se dovesse esserci una concezione specificamente «francese» della religione!), ma si capisce molto bene che in fondo, per lui, ogni religione non è altro che qualcosa di puramente umano... e politico. Fra l’altro, egli considera seriamente l’ipotesi in base alla quale, il ruolo svolto fino ad oggi dalla Massoneria sarebbe stato affidato alla Chiesa cattolica, grazie all’«asservimento del Papa» (sic); e, a sentir lui, quest’ipotesi sarebbe già in parte realizzata: infatti, denuncia la canonizzazione di Giovanna d’Arco, canonizzazione che, ai suoi occhi, ha il torto di privare quest’ultima del «suo carattere di eroina nazionale», secondo «una manovra condotta con il concorso odioso dei capi ufficiali della Chiesa cattolica, passati progressivamente al servizio dei maestri occulti dell’Inghilterra». Ma lasciamo da parte queste cose e, senza attardarci a rilevare le numerosissime fantasie pseudo-storiche di cui è pieno questo libro, veniamo all’essenziale: innanzi tutto, l’autore, in modo evidente, non ha la minima nozione di che cosa sia l’iniziazione; e se gli «alti iniziati» (che egli immagina come costituenti un «comitato superiore», senza dubbio alla maniera degli amministratori di una società finanziaria) avessero solo le preoccupazioni da lui indicate, sarebbero molto semplicemente gli ultimi dei profani. In seguito, il preteso «segreto», così come lui lo espone e come lui stesso ammette, è di una semplicità infantile; ma, se è così, com’è che questo «segreto» riesce ad essere così ben custodito e non è mai stato scoperto, come è accaduto per tanti altri nelle epoche più diverse? Infatti, si tratterebbe solo di una legge elementare riguardante gli scambi e l’autore ne traccia anche il grafico, nel quale, cosa spassosa, vuole ritrovare la spiegazione del «triangolo equilatero intrecciato con un compasso» (?), che egli crede sia «l’emblema della Massoneria» (la quale, lo diciamo di sfuggita, non fu affatto «fondata da Ashmole nel 1646»); eccoci così di fronte a qualcosa che, quanto meno, è un po’ banale come simbolismo!

Siamo ben lontani dal contestare che esista, o sia esistita,

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una «scienza monetaria» tradizionale, e che questa scienza abbia dei segreti; ma, questi segreti, sebbene non abbiano niente a che vedere con la «pietra filosofale», sono di natura del tutto diversa dalle cose di cui si parla qui; per di più, continuando a ripetere, fino alla nausea, che la moneta è cosa puramente «materiale» e «quantitativa», si finisce proprio col concordare con coloro che si pretenderebbe criticare, i quali sono, in realtà, i distruttori di questa scienza tradizionale, esattamente come sono i distruttori di ogni conoscenza avente lo stesso carattere, poiché sono proprio loro che hanno sradicato dallo spirito moderno ogni nozione che va al di là del dominio della «materia» e della «quantità». Costoro, quantunque non siano degli «iniziati» (poiché dipendono dalla «contro-iniziazione»), non sono affatto vittime di questo «materialismo» che, al contrario, hanno imposto al mondo moderno per dei fini tutt’altro che «economici»; e, quali che siano gli strumenti di cui si servono a seconda delle circostanze, resta il fatto che sono un po’ più difficili da identificare di quanto possa esserlo un «comitato» o un «gruppo» qualunque di Inglesi o di Ebrei... Per quanto concerne la vera «scienza monetaria», diciamo semplicemente questo: se essa fosse di ordine «materiale» non si capirebbe assolutamente perché, li dove ebbe un’esistenza effettiva, le questioni ad essa relative non venissero lasciate alla discrezione del potere temporale (infatti, come si sarebbe mai potuto accusare quest’ultimo di «alterare le monete» se la sovranità relativa fosse stata la sua?), ma, al contrario, fossero sottomesse al controllo dell’autorità spirituale (ne abbiamo accennato in Autorità spirituale e potere temporale); controllo che era confermato per mezzo di marchi di cui si ritrovano le ultime vestigia, incomprese, nelle iscrizioni che, ancora fino a poco tempo fa, figuravano sull’orlo delle monete; ma come far comprendere tutto questo a gente che spinge il proprio «nazionalismo» (un’altra di quelle suggestioni destinate a distruggere sistematicamente lo spirito tradizionale) fino a formulare un elogio ditirambico di Filippo il Bello? Dopo tutto, è un errore dire che i metalli «monetari» non hanno

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un valore proprio; e anche se il loro valore è essenzialmente simbolico (oro e argento, Sole e Luna), non per questo è meno reale, poiché è proprio tramite il simbolismo che le cose di questo mondo sono collegate alle realtà superiori.

A queste obiezioni fondamentali, dobbiamo aggiungere alcune constatazioni piuttosto strane: il capitolo dedicato all’Intelligence Service è molto deludente, per non dire sconcertante, poiché, se vi si trovano delle elaborazioni ingegnose, ma ipotetiche, in particolare relative all’affare Dreyfus, non vi è citato un solo fatto certo e preciso, quando invece non ne mancano proprio, anche fra quelli noti pubblicamente, e non si sarebbe avuto che l’imbarazzo della scelta... Per altro verso, l’autore rinvia ad uno studio che ha già dedicato a delle questioni connesse con quelle che tratta qui: e guarda caso, questo feroce antimassone ha fatto apparire questo studio su una pubblicazione di cui ci sono perfettamente noti i legami massonici! Con questo, però, non vogliamo mettere in dubbio la buona fede di nessuno, poiché sappiamo fin troppo bene quanta gente ci sia che si lascia «menare» senza averne il minimo sospetto; ma noi siamo convinti che questo libro è un altro di quelli che sono più adatti a confondere le idee, piuttosto che a chiarirle; e per noi che osserviamo le cose in maniera molto disinteressata, non è possibile esimerci dal constatare che le opere di questo genere, attualmente, si moltiplicano in maniera anormale ed assai inquietante... Comunque sia, la migliore prova che l’autore non ha messo le mani sul «grande arcano» che s’immagina di svelare, è data, molto semplicemente, dal fatto che ha potuto pubblicare il suo volume senza intralci!

Le Voile d’Isis, ottobre 1933.

 

 

L. Fry, Léo Taxil et la Franc-Maçonnerie (Leo Taxil e la Massoneria), British-American Press, Chatou.

Questo grosso volume, pubblicato dagli «Amici di mons.

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Jouin», che sono verosimilmente i vecchi collaboratori della R.I.S.S., contiene le lettere indirizzate all’abate di Bessonies da Léo Taxil e da diverse altre persone che furono coinvolte, da vicino o da lontano, nella singolare storia che tutti conoscono; vi è anche riportato il famoso discorso con cui Taxil confessò la sua «mistificazione», insieme con i chiarimenti dell’editore delle Memorie di Diana Vaughan. A dire il vero, si fa presto a parlare di «mistificazione», ma la questione è molto più complessa e non è facile da risolvere; sembra proprio che, quanto meno, si sia trattato di altra cosa e che Taxil non abbia fatto che mentire ancora una volta nel dichiarare di aver inventato tutto di propria iniziativa. Ci si trova di fronte ad un abile miscuglio di vero e di falso, ed è esatto che, come è detto nell’introduzione, «l’impostura esiste solo in quanto è basata su certi aspetti della verità idonei a ispirare fiducia»; ma qual è esattamente il «fondo di verità» contenuto in questa storia? Che nel mondo via siano dei «satanisti» e dei «luciferini», ed anche molti di più di quanto generalmente si creda, è incontestabile, ma queste cose non hanno niente a che vedere con la Massoneria; ed imputando ad essa ciò che esiste realmente altrove, non si avrebbe avuto proprio lo scopo di distogliere l’attenzione e di sviare le ricerche? Se è così, chi può aver ispirato Taxil ed i suoi collaboratori conosciuti, se non degli agenti, più o meno diretti, di quella «contro-iniziazione» da cui derivano tutte queste cose tenebrose? D’altronde, in tutto ciò è presente una strana atmosfera di «suggestione»; ed è possibile rendersene conto vedendo, per esempio, come un uomo dalla così incontestabile buona fede, il signor de La Rive (che conosciamo troppo bene per poterlo affermare) sia giunto fino a tradurre, senza esitare, con «À Notre Dieu Lucifer Très Saint et Infini Toujours» (Al Nostro Dio Lucifero Santissimo e Infinito Sempre), una «formula inedita» (A\N\D\L\T\S\E\I\ T\) che significa molto semplicemente «Au Nom de la Très Sainte et Indivisible Trinité» (In Nome della Santissima ed Indivisibile Trinità)!

Non pensiamo certo di esaminare adesso tutti i procedimenti di deformazione impiegati negli scritti di Taxil; ma ne

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segnaliamo alcuni. Uno dei più diffusi consiste nel servirsi di termini veramente esistenti, ma attribuendo loro un significato immaginario: cosi, è vero che è esistito un «Rito del Palladio», ma esso non ebbe mai niente di luciferino; i «Triangoli», in Massoneria, non sono affatto delle «Logge occulte», ma delle semplici Logge in formazione, che non hanno ancora il numero di membri richiesto per essere «giuste e perfette»; e ci limitiamo a questi due esempi, anche in considerazione del ruolo particolarmente importante che svolsero in tutta la faccenda. Per quanto riguarda, invece, quello che viene considerato come il punto centrale, a torto o a ragione, e cioè l’esistenza di Diana Vaughan, l’enigma non è stato affatto chiarito e forse non lo sarà mai: che una o più persone abbiano potuto presentarsi con questo nome, in diverse circostanze, è più che probabile, ma come sperare di identificarle? Nel volume sono stati riprodotti, sotto il titolo Le Mystère de Léo Taxil et la vraie Diana Vaughan, gli articoli già apparsi sull’argomento nella R.I.S.S. e di cui abbiamo già parlato a suo tempo; è curioso che la nuova prova che si pretende di apportare sia in relazione con la storia delle religiose di Loigny, ma non per questo essa è più convincente; in fondo tutto ciò non è molto probante, né in un senso né nell’altro... Ma adesso sorge una questione, che è forse di un interesse molto più attuale di tutto il resto: come mai sembra che si tenga tanto, da una certa parte, a riesumare questa vecchia storia? Ci viene spiegato che «il Palladio, messo in sonno nel 1897, sembra essere sul punto di risvegliarsi»; «forse è una leggenda, ma essa poggia su una base fatta di teorie e di fatti conosciuti»; dobbiamo dunque prepararci ad assistere al tentativo di chiarire infine questa base reale oppure vedremo prendere una nuova forma a questa leggenda, come ne L’Élue du Dragon, forma non meno «mitica» della precedente? In ogni caso, l’introduzione confonde stranamente le cose più diverse, mettendo sullo stesso piano i più volgari gruppi «pseudo-iniziatici» e le organizzazioni dal carattere sicuramente più sospetto, senza parlare di alcune affermazioni puramente fantastiche, come quella che fa di

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Ram Mohun Roy «un discepolo dei Lama del Tibet» e del Brahmo-Somaj «un circolo di occultismo orientale e di mistica, fondato in Inghilterra nel 1830»! Ma l’ultimo pezzo della raccolta è la riproduzione di un articolo della R.I.S.S., intitolato Les Missionnaires du Gnosticisme, che in realtà è dedicato all’O.T.O.; questo articolo, che sembra non avere alcun rapporto con tutto il resto, non ne costituirebbe, forse, in qualche modo la «chiave»? Qui ci limitiamo a porre l’interrogativo, ma se la risposta dovesse rivelarsi affermativa, tutto questo potrebbe chiarire in modo singolare molte cose; e senza dubbio non si è ancora finito con tutte queste «diavolerie»!

Le Voile d’Isis, gennaio 1935.

 

 

Camille Savoire, Regards sur les Temples de la Franc-Maçonnerie (Uno sguardo sui Templi della Massoneria), «Les Éditions Initiatiques», Paris.

Questo libro comprende dei capitoli dal carattere più diverso: alcuni soprattutto «autobiografici», in cui l’autore mostra, in particolare, come abbia finito col modificare, a poco a poco, le sue concezioni, in un certo senso accostandosi notevolmente allo spirito tradizionale; altri di una portata più generale, in cui egli espone il suo modo di vedere la Massoneria da diversi punti di vista; l’intenzione è sicuramente eccellente, quantunque, sotto il profilo iniziatico e simbolico, le considerazioni sviluppate restino ancora un po’ «esteriori». Alla fine del volume sono riprodotti diversi documenti, destinati a dare della Massoneria un’idea più esatta di quella che vige ordinariamente nel mondo profano; un’appendice, poi, indica le ragioni del risveglio in Francia del «Regime Rettificato», di cui l’autore è il principale promotore: «una famiglia massonica sottratta ad ogni influenza politica», come lui dite, è sicuramente, nelle circostanze attuali, la cosa più auspicabile, se non si vogliono perdere irrimediabilmente

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le ultime vestigia di iniziazione occidentale che ancora sussistono... Ci permettiamo di segnalare un errore storico molto strano (p. 282): L.-Cl. de Saint-Martin non fu mai «canonico della Collegiata» (di Lione?), ma officiante, e se fu membro di diversi riti massonici, tuttavia non ne fondò nessuno; per di più, non vi è mai stato alcun «sistema massonico» col nome autentico di «Martinismo»: la verità è che quando Saint-Martin si ritirò dalle diverse organizzazioni di cui faceva parte, fu solo per adottare un’attitudine molto più mistica che iniziatica, certamente incompatibile con la costituzione di un qualunque «Ordine».

Le Voile d’Isis, dicembre 1935.

 

 

Albert Lantoine, Histoire de la Franc-Maçonnerie francaise: La Franc-Maçonnerie dans l’État (Storia della Massoneria francese: La Massoneria nello Stato), Éd. Émile Nourry, Paris.

Questo libro è il seguito di un altro volume intitolato La Franc-Maçonnerie chez elle, apparso una dozzina d’anni fa, ma che si può leggere benissimo anche separatamente. L’autore, nello studiare i rapporti che la Massoneria ha avuto con i diversi governi che si sono succeduti in Francia, da Luigi XV alla terza Repubblica, dà prova di una notevole imparzialità; e questa qualità è tanto più lodevole per il fatto che si incontra molto raramente quando è in causa un simile oggetto, il quale è generalmente trattato con un partito preso fortemente accentuato, sia in un senso che nell’altro. In tal modo egli finirà sicuramente col dispiacere sia alla maggior parte dei Massoni, sia ai loro avversari; per esempio, quando demolisce la leggenda secondo la quale la Massoneria avrebbe giuocato un ruolo considerevole nella preparazione della Rivoluzione; e in effetti, in maniera curiosa, questa leggenda, che deve la sua nascita a degli scrittori come l’abate Barruel, ha finito con l’essere adottata, molto più tardi, dagli stessi

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Massoni. A questo proposito vi è da notare che fra i personaggi del XVIII secolo che comunemente sono considerati come facenti parte della Massoneria, ve ne sono molti per i quali non esiste un minimo indizio serio a riprova di questa loro appartenenza; fra gli altri, è questo il caso della gran maggioranza degli Enciclopedisti. Ove l’autore si discosta un po’ dalla sua attitudine imparziale, ci sembra, è quando parla di ciò che definisce «la responsabilità degli alti gradi» nell’origine della leggenda suddetta; egli parla come chi non riesce neanche a pensare che in questi gradi possa esserci qualche significato più o meno profondo, a tal punto che arriva a definirli «giuochi senza importanza», ma «di una considerevole inettitudine», il che corrisponde ad un punto di vista abbastanza «profano»; e perché, quanto meno, non rileva l’enorme fantasia presente nelle interpretazioni dei termini ebraici che figurano in un rituale ripreso (p. 152) da un avversario?

Peraltro, questo aspetto è collegato ad una critica più generale che non possiamo non formulare nei confronti di questo lavoro: ed è che talvolta emerge con forza una certa tendenza a trattare con troppa leggerezza tutto ciò che riguarda il simbolismo e il rituale; ma, proprio per il tipo di argomentazione svolta, questo difetto non è poi tanto appariscente, e, in definitiva, non toglie nulla al merito e all’interesse molto concreti che presenta questo lavoro dal punto di vista propriamente storico; e, in fondo, è proprio questo il punto di vista che ha inteso assumere l’autore.

 

André Lebey, La Vérité sur la FrancMaçonnerie par des documents, avec le Secret du Triangle (La verità sulla Massoneria tramite i documenti, e il Segreto del Triangolo), Éditions Eugène Figuière, Paris.

Questo libro è una raccolta di discorsi pronunciati al Gran Capitolo del Grande Oriente di Francia; e l’autore, riunendoli semplicemente senza aggiungervi alcun commento, si propone di mostrare in che cosa consistano i lavori degli alti

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gradi, e di rettificare, nel contempo, le false idee che generalmente il pubblico si fa in proposito. Non potendo riassumere né enumerare tutti i diversi argomenti che vi sono trattati, ne segnaliamo solo alcuni, fra quelli che l’autore ha proposto allo studio delle Officine degli alti gradi, in quanto ritenuti particolarmente importanti. Il primo è quello relativo ai rapporti fra l’Oriente e l’Occidente, sul quale egli sviluppa delle considerazioni interessanti, anche se bisogna rammaricarsi per la sua conoscenza un po’ troppo indiretta dell’Oriente, che lo induce ad accordare troppa importanza a certi modi di vedere occidentali alquanto contestabili, come quelli di Spengler e di Keyserling per esempio, ed alle dichiarazioni di alcuni Orientali molto meno «rappresentativi» di quanto lui sembra credere. A tal proposito, aggiungiamo che l’idea di un’intesa fra le diverse civiltà, basata sulla costituzione di un «nuovo umanesimo», esteso ben al di là degli angusti limiti della sola «cultura greco-latina», pur essendo sicuramente lodevole, sarebbe ancora del tutto insufficiente dal punto di vista orientale, al pari di tutto quello che si rifà a degli elementi di ordine puramente «umano».

L’ultimo capitolo, Le Secret du Temple, richiama all’attenzione dei Massoni, oggigiorno troppo dimentichi di certe cose, i legami, certamente più che «ideali» (al di là di quel che ne dicono alcuni), che li legano ai Templari; si tratta solo di un rapido accenno storico, ma non di meno molto degno di interesse. Non sembra che vi possano essere dubbi sul fatto che, come dice l’autore, i Templari abbiano posseduto un «grande segreto di riconciliazione» fra Ebraismo, Cristianesimo ed Islamismo, e che ci sia stato perfino ben altra cosa, di cui questo segreto non era che la conseguenza; come abbiamo già detto in un’altra occasione, non è forse vero che bevevano lo stesso «vino» dei Kabbalisti e dei Sufi, e che Boccaccio, loro erede in quanto «Fedele d’Amore», fece dire a Melchisedek che la verità delle tre religioni è indiscutibile... perché esse non sono altro che una sola, nella loro essenza profonda?

 

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Emmnuel Malynski e Léon de Poncins, La Guerre occulte (La Guerra occulta), Gabriel Beauchesne, Paris.

Esattamente come nel precedente lavoro di Léon de Poncins, di cui abbiamo già parlato, anche qui vi sono molte considerazioni del tutto giuste relative alla critica del mondo moderno; gli autori, che denunciano con ragione gli errori comuni, come quello di credere che le rivoluzioni siano dei «movimenti spontanei», appartengono alla schiera di coloro che pensano che la deviazione moderna, di cui essi studiano in modo specifico le tappe segnate nel corso del XIX secolo, debba necessariamente corrispondere ad un «piano» ben occultato e lucido, quantomeno nelle menti di coloro che dirigono questa «guerra occulta» contro tutto ciò che presenta un carattere tradizionale, sia dal punto di vista intellettuale che sociale. E noi abbiamo delle forti riserve da esprimere solamente per ciò che concerne la ricerca delle «responsabilità»; d’altronde, la cosa non è né semplice né facile, bisogna riconoscerlo, poiché, per definizione stessa, ciò di cui si tratta non si mostra certo all’esterno e gli pseudo-dirigenti che appaiono non sono che degli strumenti più o meno incoscienti.

In ogni caso, qui troviamo la tendenza ad esagerare considerevolmente il ruolo attribuito agli Ebrei, fino a supporre che siano solo loro, in definitiva, a guidare nascostamente il mondo, senza peraltro fare certe necessarie distinzioni fra di essi; come non accorgersi, per esempio, che coloro che partecipano attivamente a certi avvenimenti non sono altro che degli Ebrei interamente staccati dalla loro tradizione, i quali, come accade sempre in simili casi, hanno solo conservato i difetti della loro razza e gli aspetti negativi della sua particolare mentalità? Tuttavia, vi sono dei passi (in particolare da p. 105 a p. 110) che sfiorano molto da vicino alcune verità concernenti la «contro-iniziazione»: è proprio esatto che in tutto ciò non si tratta di «interessi» di alcun genere, i quali possono solo servire a muovere dei volgari strumenti, quanto, invece, di una «fede» che costituisce «un

 

 

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mistero metapsichico insondabile per l’intelligenza, anche elevata, dell’uomo ordinario»; ed è altrettanto vero che «nella storia è presente una corrente di satanismo»... Ma, questa corrente non è solo diretta contro il Cristianesimo (ed è forse questa maniera un po’ troppo ristretta di considerare le cose, a causare molti «errori di prospettiva»), lo è anche, ed esattamente allo stesso titolo, contro tutte le tradizioni, siano esse d’Occidente o d’Oriente, compreso l’Ebraismo. Quanto alla Massoneria, forse stupiremo alquanto gli autori dicendo che l’infiltrazione delle idee moderne, a scapito dello spirito iniziatico, ne ha fatto, non tanto uno degli agenti della «cospirazione», quanto al contrario una delle prime vittime; e comunque, riflettendo su certi sforzi attuali di «democratizzazione» dello stesso Cattolicesimo, che a loro non sono certo sfuggiti, essi dovrebbero poter arrivare a comprendere, per analogia, che cos’è che noi intendiamo... E arriviamo a dire che una certa volontà di fuorviare le ricerche, suscitando e alimentando diverse «ossessioni» (poco importa che sia quella della Massoneria, degli Ebrei, dei Gesuiti, del «pericolo giallo» o ancora di qualche altra), fa anch’essa parte integrante del «piano» che loro si propongono di smascherare; e gli autentici «retroscena» di certi gruppi antimassonici sono, a riguardo, particolarmente istruttivi. Sappiamo fin troppo bene che insistendo in questa direzione si rischia sicuramente di non essere graditi a nessuno, sia da una parte che dall’altra, ma è questa una ragione sufficiente per non dire la verità?

Le Voile d’Isis, luglio 1936.

 

 

Léon ee Poncins, La mystérieuse Internationale juive (La misteriosa internazionale ebraica), G. Beauchesne, Paris.

Ciò che abbiamo detto ultimamente a proposito de La Guerre occulte, di cui Léon de Poncins era anche uno degli autori, e in relazione a certe esagerazioni concernenti il ruolo

 

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degli Ebrei nel mondo ed alla necessità di fare in ogni caso certe distinzioni, si applica anche a questo nuovo volume. Sicuramente vi è molto di vero in ciò che vi è esposto in ordine alle due «Internazionali», l’una rivoluzionaria e l’altra finanziaria, le quali, senza dubbio, sono meno opposte, in realtà, di quanto potrebbero credere gli osservatori superficiali; ma tutto questo, che peraltro fa parte di un insieme molto più vasto, è veramente sotto la direzione degli Ebrei (sarebbe meglio dire: di certi Ebrei), oppure non è utilizzato in realtà da «qualcosa» che li travalica? Noi pensiamo, del resto, che vi sarebbe da fare uno studio molto curioso sulle ragioni per cui l’Ebreo, quando ha tradito la propria tradizione, diviene più facilmente di altri lo strumento delle «influenze» che presiedono alla deviazione moderna; si tratterebbe, in qualche modo, dell’inverso della «missione degli Ebrei», e una tale ricerca potrebbe condurre molto lontano... L’autore ha perfettamente ragione quando parla di «congiura del silenzio», in merito a certe questioni; ma cosa direbbe se gli capitasse di interessarsi direttamente di cose molto più concretamente «misteriose», ed alle quali, lo diciamo di sfuggita, le pubblicazioni «anti-giudeo-massoniche» sono le prime a guardarsi bene dal fare mai la minima allusione?

 

Hiram, J.-B Willermoz et le Rite Templier à l’O\ de Lyon (J.-B. Willermoz e il Rito Templare all’O\ di Lione), Fédération Nationale Catholique, Paris.

Il contenuto di questo libro era già stato pubblicato, in una serie di articoli, nella R.I.S.S.; e tanto basta per dire con quale spirito sia stato concepito... Certamente, i documenti che vi sono riprodotti, e fra i quali il più importante è costituito dalla corrispondenza di Willermoz in occasione dei lunghi e complessi negoziati che dovevano poi condurre alla costituzione del Direttorio Scozzese Rettificato della provincia di Auvergne, questi documenti, dicevamo, conservano sempre, di per sé, il loro interesse storico; ma che dire dei commenti

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con cui si è ritenuto opportuno presentarli? Vi si trovano delle cose talmente inverosimili che finiscono col diventare comiche; una di queste è la presentazione di Willermoz e di alcuni altri personaggi (fra i quali i canonici lionesi del tempo, che sono particolarmente maltrattati) come dei servitori del «culto del demonio» e come delle persone che congiuravano per ottenere il «ritorno al paganesimo»! Noi non siamo certo di quelli che sono disposti a negare «l’intervento del demonio nelle cose di questo mondo», anzi, proprio al contrario; ma che lo si cerchi lì dove egli è realmente; è anche vero, però, che questo sarebbe un po’ più difficile e più pericoloso che il seguire delle false piste, sulle quali lo stesso demonio, o alcuni dei suoi rappresentanti, hanno ritenuto vantaggioso lanciare i ricercatori più o meno ingenui, proprio per impedire che rischino di scoprire la verità...

 

 

John Charpentier, Le maître du Secret: Un complot maçonnique sous Louis XVI (Il Maestro del Segreto: un complotto massonico sotto Luigi XVI), H.-G. Peyre, Paris.

Non si tratta, come si sarebbe tentati di credere, del famoso «affare del Collier», ma di una storia tutta fittizia, in cui si vedono chiaramente apparire un certo numero di personaggi reali, mentre quelli che svolgono i ruoli principali sono anch’essi personaggi immaginari. In sostanza, proprio come indicato nel sottotitolo, si tratta di una sorta di romanzo antimassonico, che si distingue soprattutto per il carattere «anacronistico» di certi discorsi: il linguaggio potrebbe essere quello di alcuni Massoni politicanti dei nostri giorni, ma sicuramente non è quello dei Massoni del XVIII secolo! Vi si trova anche una strana storia di «elementi Templari iniziati o speculativi» (sic), che si sarebbero perpetuati dopo la distruzione del loro Ordine ed il cui capo sarebbe designato come il «Maestro del Segreto»; essi avrebbero interrotto ogni relazione con gli altri Templari sopravvissuti, i quali avrebbero

 

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fondato la Massoneria per proseguire la loro vendetta; l’autore (al quale segnaliamo, fra l’altro, un grosso errore circa il simbolismo templare del numero 11, di cui abbiamo parlato ne L’Esoterismo di Dante) sarebbe probabilmente molto in imbarazzo se dovesse giustificare, in modo appena serio, tutte queste affermazioni...

Le Voile d’Isis, ottobre 1936.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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RECENSIONI DI LIBRI, PUBBLICATE NELLA RIVISTA

ÉTUDES TRADITIONNELLES, DAL 1937 AL 1940

 

 

 

Maurice Favone, Les disciples d’Hiram en province: La Franc-Maçonnerie dans la Marche (I discepoli di Hiram in provincia: La Massoneria nella Marche), Dorbon Aîné, Paris.

Questo piccolo volume ha soprattutto un interesse «storico locale», e sicuramente servirebbero molte «monografie» del genere per poter giungere a delle conclusioni di ordine generale; tuttavia, alcune idee espresse nell’introduzione hanno una portata che supera questo interesse ristretto. Intanto, per quanto riguarda le origini della Massoneria, il fatto che gli abitanti della Marche «si siano distinti nell’arte del costruire fin dai tempi più antichi» non ci sembra che abbia un rapporto diretto con lo sviluppo, in questa regione, della Massoneria «speculativa», nonostante quello che si afferma nel testo; l’autore sembra dimenticare che la Massoneria «speculativa» venne importata dall’Inghilterra, e che quello che in Francia rappresentava l’antica Massoneria «operativa» si è sempre perpetuato nel Compagnonaggio e non altrove, specialmente per i tagliatori di pietra. Un altro punto di vista molto più esatto è quello che si riferisce al ruolo della Massoneria nel XVIII secolo: le sue ricerche lo hanno portato alla convinzione che questa non ha per nulla preparato la Rivoluzione, contrariamente a quanto si sostiene nella leggenda, diffusa dapprima dagli antimassoni e poi dagli stessi Massoni; questa, però, non è una buona ragione per concludere che «la Rivoluzione è opera del popolo», il che è completamente inverosimile; certo, essa non si «è fatta» da sola, quantunque non l’abbia fatta la Massoneria, ma non riusciamo a comprendere come sia possibile, per chi rifletta anche solo un po’, prestar fede all’inganno «democratico» delle rivoluzioni spontanee... Per concludere, non possiamo esimerci

 

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dal rilevare alcune inesattezze molto strane: l’autore non sembra neanche dubitare che una Loggia ed un Capitolo sono due cose del tutto diverse; e gli segnaliamo anche che le «Logge d’Adozione» che attualmente dipendono dalla Gran Loggia di Francia non sono, neanche per sogno, «sotto il segno del Diritto Umano».

 

 

Dr. R. Swinburne Clymer, The Rosicrucian Fraternity in America, vol. I, Ed. «The Rosicrucian Foundation», Quakertown, Pennsylvania.

Questo grosso volume è composto da un insieme di fascicoli, che sembra siano stati pubblicati, in un primo tempo, separatamente: alcuni si riferiscono alla storia delle organizzazioni «rosacruciane», o sedicenti tali, in America; gli altri forniscono un tipico esempio dei dissidi che si producono talvolta fra le suddette organizzazioni, dissidi ai quali abbiamo accennato in un recente articolo. Peraltro, ci si potrebbe chiedere perché l’autore si limita a denunciare esclusivamente una sola delle organizzazioni rivali, quella conosciuta col nome di A.M.O.R.C., mentre invece ne esistono certamente più di una dozzina che egli, logicamente, dovrebbe considerare egualmente «illegittime», dal momento che anch’esse fanno uso di un titolo del quale egli rivendica il monopolio; non sarà che, in questo caso, la «concorrenza» sia stata complicata dal fatto che le due avversarie pretendono di costituire sotto i loro auspici, e ognuna per suo conto, una «Federazione universale degli Ordini e delle Società iniziatiche», ragion per cui una di esse è di troppo? Comunque sia, non si comprende certo come delle associazioni che si dicono iniziatiche possano essere registrate o incorporate né come possano portare le loro divergenze davanti ai tribunali profani né tampoco in che modo dei certificati rilasciati dalle amministrazioni statali possano stabilire qualcosa di diverso da una semplice «priorità» nell’uso pubblico di una denominazione, il che, evidentemente, non ha niente a che vedere con una

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qualsiasi prova della loro legittimità; tutto ciò testimonia di una mentalità piuttosto strana e, in ogni caso, alquanto «moderna»... Detto questo, bisogna riconoscere, senza che peraltro equivalga minimamente a dar ragione alle rivendicazioni del dr. Clymer, che questi presenta una documentazione molto edificante sui «plagi» del suo avversario, dimostrando che i sedicenti «insegnamenti segreti» di quest’ultimo sono tratti, testualmente, da libri pubblicati e conosciuti, come quelli di Franz Hartrnann e di Eckartshausen. A proposito di quest’ultimo, vi è qualcosa di molto divertente: l’autore dichiara di aver «fatto delle accurate ricerche, ma non è riuscito a trovare nessuno scrittore, riconosciuto o meno come un’autorità, che citi o classifichi Eckartshausen come Rosacruciano»; gli segnaliamo volentieri la «fonte» che gli è sfuggita: nella Storia dei Rosa-Croce di Sédir, fra le notizie biografiche su diversi personaggi supposti «rosacruciani», ve n’è una, l’ultima della serie, che è dedicata a Eckartshausen (1a edizione francese, pp. 159-160; 2a edizione francese, p. 359); anche in questo caso, dunque, l’Imperatore dell’A.M.O.R.C. non ha meriti di originalità! Del resto, a condizione di essere al corrente di certe cose, si potrebbero ancora rilevare ben altri «plagi» a carico di questi, plagi di un genere un po’ diverso: nella riproduzione di un diploma, l’intestazione è formulata a nome di un sedicente «Gran Collegio dei Riti», ma, in realtà, questo titolo è sempre appartenuto solamente al Grande Oriente di Francia; ora, dal momento che sappiamo molto bene in quale circostanza l’Imperatore ne ha avuto conoscenza, e constatando che la data del diploma in questione è posteriore a quella di tale circostanza, non v’è dubbio che si tratti di una «imitazione», senza neanche parlare dei particolari, molto significativi a riguardo, di un sigillo più o meno abilmente modificato... Tuttavia, vi sono delle cose di un genere ancora più propriamente fantastico: come il diploma di un’inesistente «Rosa-Croce d’Egitto», quantunque, a dire il vero, la «catena» con cui è contornato ci sembra che, anch’essa, si ispiri a qualche modello preesistente; ma, a questo proposito, perché il dr.

 

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Clymer pretende che, in una iscrizione redatta in francese (peraltro approssimativo), si debba dire Rose-Cross e non Rose-Croix? Vero è che non ci si può attendere chissà quale conoscenza linguistica da parte di qualcuno che scrive i titoli della propria organizzazione in un latino che riteniamo più caritatevole non riprodurre!

Ma passiamo a qualcosa di più importante: è chiaro che l’Imperatore ha inizialmente fabbricato di tutto punto il suo A.M.O.R.C., nonostante la fantastica storia di una patente che avrebbe ricevuto a Tolosa nel 1915 ed il cui supposto firmatario non è stato mai scoperto; ma, dopo, egli è entrato in contatto con le molteplici organizzazioni dirette dal famoso Aleister Crowley, di cui è divenuto, in qualche modo, uno dei luogotenenti; e questo dimostra chiaramente che dalla «pseudo-iniziazione» alla «contro-iniziazione» il passaggio è spesso fin troppo facile... Certo, non è che qualificare Crowley di «mago nero» significhi diffamarlo, poiché, in realtà, questa qualità gli è stata riconosciuta «ufficialmente», per così dire, da un giudizio emesso contro di lui a Londra un po’ di anni fa; diciamo comunque, con tutta imparzialità, che questa qualifica meriterebbe di essere appoggiata con delle argomentazioni più solide di quelle avanzate dal dr. Clymer, il quale, anche qui, dà prova di una stupefacente ignoranza del simbolismo. Abbiamo spesso fatto notare che gli stessi simboli possono essere intesi con dei significati opposti: ciò che importa, in simili casi, è l’intenzione con cui essi vengono impiegati, insieme con l’interpretazione che ne viene fatta; ma è evidente che queste cose non possono essere riconosciute sulla base dell’aspetto esteriore dei simboli stessi, poiché questo non subisce alcun cambiamento; e, fra l’altro, rientra proprio nella più elementare abilità di un «mago nero» la possibilità di trarre partito da un tale equivoco. Per di più, occorre tener conto dei «plagi» puri e semplici, che non mancano neanche in Crowley: il suo emblema della colomba del Graal deriva direttamente da Péladan... Ciò che è particolarmente curioso, nel dr. Clymer, è quello che possiamo definire come l’ossessione del triangolo rovesciato: ci sembra che

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non possano esserci dubbi sul fatto che esso, nel simbolismo più ortodosso, abbia dei significati molto importanti, che forse qualche giorno esporremo; e com’è che il dr. Clymer non sa che questo triangolo figura negli alti gradi della Massoneria scozzese, ove non v’è certo traccia di «magia nera»? Un problema che confessiamo di non saper risolvere, è quello di capire in che modo un cordone portato «appeso al collo» (en sautoir) potrebbe non avere la punta in basso; ma noi crediamo che nessuno, prima del dr. Clymer, abbia mai avuto l’idea di vedere nella forma di un tal cordone (o di una mozzetta di un canonico, se si vuole) la figura di un triangolo rovesciato. Non vi sono poi chissà quali deduzioni da trarre, se non vedervi un altro esempio di «contraffazione», dal fatto che i capi delle organizzazioni pseudo-massoniche facciano precedere la loro firma da una triplice croce, unicamente per imitare i membri degli autentici Supremi Consigli; questo non ha certo niente a che vedere con un «simbolo dell’Anticristo»! Crowley, e l’Imperatore dietro di lui, impiegano una croce sovraccarica di segni diversi; ma, se li si esamina attentamente, si scopre, in definitiva, che si tratta di lettere ebraiche e di simboli alchemici ed astrologici, tutte cose che non hanno niente di originale né di caratteristico; e dal momento che fra questi segni figurano quelli dei quattro elementi, com’è possibile trovarvi il triangolo rovesciato? Vi è perfino un presunto «gallo nero», il cui aspetto, a prima vista, può dare un’impressione «sinistra»; ma, anche qui, si tratta, molto semplicemente ... della riproduzione abbastanza fedele di una di quelle bizzarre figure composite, che gli archeologi chiamano «grylloi», e la cui origine viene attribuita, a torto o a ragione, agli Gnostici basilidi; precisiamo che il «grylloi» in questione è stato pubblicato nella raccolta di Rossi e Maffai, Gemme antiche, tomo I, n° 21, e riprodotto nella Histoire critique du Gnosticisme, di Matter, tavola If, fig. 2b. Tutto ciò non prova che una cosa: che si dovrebbe essere sempre molto sicuri di ciò di cui si parla, e che è imprudente lasciarsi condurre dalla propria immaginazione; ma ora basta con tutte queste «curiosità»...

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Per quanto riguarda certe procedure da «pubblicità», più o meno ciarlatanesche, che denuncia il dr. Clymer, non c’è neanche bisogno di dire che siamo pienamente d’accordo con lui; ma, si ricorda lui stesso, anche se è passato un quarto di secolo circa, di una piccola rivista intitolata The Egyptian, nella quale si potevano leggere degli annunci il cui stile non differiva molto da quest’altro? Sull’aspetto storico del libro insisteremo meno a lungo, per il momento almeno; notiamo solo, per prima cosa, che la Militia Crucifera Evangelica, che è una delle origini rivendicate dal dr. Clymer, era un’organizzazione specificamente luterana, quindi nient’affatto rosacruciana né iniziatica; d’altronde, è dubbio che la sua recente «ricostituzione» americana possa avvalersi di una filiazione autentica, poiché, fra il 1598 ed il 1901, vi è una lacuna che sembra assai difficile da colmare... Fra le «autorità» invocate, vi è anche Georges Lippard, autore poco conosciuto di certi racconti fantastici a tendenza quasi esclusivamente politica e sociale, alcuni capitoli dei quali sono riprodotti in questo libro; e in questi racconti compaiono dei presunti Rosa-Croce, di cui tutto quello che si può dire è che fanno molto più la figura di cospiratori che di iniziati; ciò nonostante, è su questi racconti che si fonda, in definitiva, tutta la storia dell’introduzione dell’Ordine in America nel XVIII secolo; senza con questo volersi dimostrare troppo difficili, ci si potrebbe certo augurare di meglio! Dopo di che, come «ricollegamento» più sicuro, restano solo i legami che uniscono il dr. Clymer e la sua organizzazione a P.B. Randolph e ai suoi successori; ma, soprattutto dal punto di vista rosacruciano, poiché è di questo che si tratta, questi rapporti, possono essere considerati come una garanzia sufficiente e realmente valida? Per adesso non formuliamo alcuna risposta, benché i nostri lettori non avranno certo dubbi su ciò che ne pensiamo; e per concludere, ci limitiamo solo a segnalare un capitolo dedicato alle relazioni di Randolph con alcuni dei suoi contemporanei, e dal momento che questa storia non è del tutto priva di interesse, ci ripromettiamo di riprenderla un’altra volta (rileviamo, di sfuggita, un errore assai

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curioso: l’opera del nostro direttore, Paul Chacornac, su Éliphas Levi, viene qui attribuita a... Paul Redonnel).

Études Traditionnelles, aprile 1937.

 

 

Victor-Émile Michelet, Les Compagnons de la Hiérophanie (I Compagnoni della Ierofania), Dorbon Aîné, Paris.

Sotto questo titolo un po’ strano, l’autore ha riunito i suoi «ricordi del movimento ermetista della fine del XIX secolo»; a dire il vero, per maggiore esattezza occorrerebbe sostituire «ermetista» con «occultista», poiché è proprio di questo che si trattava; ma in effetti, mancando di base seria, si può dire che fu solo un semplice «movimento» e niente di più: che ne è rimasto al giorno d’oggi? Il libro interessa coloro che hanno conosciuto questo ambiente, ormai scomparso da anni, ed anche coloro che, non avendolo potuto conoscere, vogliono farsene un’idea sulla base delle impressioni di un testimone diretto; d’altronde, non bisogna aspettarsi la minima valutazione dottrinale, poiché l’autore si è limitato unicamente all’aspetto «pittoresco» e aneddotico, che presenta perfino in maniera un po’ incompleta, perché sembra che in tale ambiente non abbia incontrato che degli «scrittori» o, quanto meno, che abbia considerato solo sotto questo aspetto tutti i personaggi da lui incontrati; è proprio vero che ognuno considera sempre le cose a seconda della sua «ottica» particolare! Per di più, vi sarebbero delle riserve da fare su alcuni punti di cui egli parla per sentito dire: per esempio, in merito alle relazioni stabilite da Papus e da «Monsieur Philippe» con la corte di Russia, le cose non si sono svolte esattamente come lui le racconta; in ogni caso, affermare che «Joseph de Maistre aveva creato un Centro Martinista a Pietroburgo» è cosa di pura fantasia; e lo stesso vale per lo zar Alessandro I che fu «iniziato al Martinismo»… quando ancora questo non esisteva neanche. La verità è che Joseph de Maistre ed Alessandro I furono entrambi «Cavalieri Benefacenti della

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Città Santa»; ma questa designazione non è quella di un «vecchio Ordine la cui creazione viene attribuita volgarmente sia a Louis-Claude de Saint-Martin sia a Martines de Pasqually, ma che in realtà conta sei secoli d’esistenza»; si tratta, molto semplicemente, del nome dell’ultimo grado del Regime Scozzese Rettificato, così intitolato al Convento di Lione del 1778 su suggerimento di Willermoz e adottato definitivamente al Convento di Wilhelmsbad del 1782; il che è ben lontano dalla datazione di sei secoli! E vi sono anche altri passi che testimoniano un’informazione più o meno insufficiente; per esempio quello in cui si parla di Henri Favre, di cui si dice che «ha pubblicato solo le Batailles du Ciel»; ora. noi siamo in possesso di un grosso volume di questo autore, Les Trois Testaments, examen méthodique, fonctionnel, distributif et pratique de la Bible, pubblicato nel 1872 e dedicato ad Alessandro Dumas figlio; d’altronde, dobbiamo riconoscere che non abbiamo mai visto quest’opera citata in alcun posto, ed è per questo che la segnaliamo qui, a titolo di curiosità. Notiamo anche che la famosa storia dell’abate Boullan, in questo libro appare ridotta a proporzioni veramente infime, anche se bisogna riconoscere che il ruolo svolto dagli occultisti in questo affare non debba essere preso troppo sul serio (il vero punto di partenza fu uno scherzo di Papus, il quale mostrava a tutti una bocca che diceva rappresentasse Boullan e nella quale egli aveva piantato una sciabola giapponese per praticargli, a suo dire, una fattura); ma la figura stessa di questo successore di Vintras è certamente più inquietante di quanto possa esserlo un semplice «principiante della stregoneria», e in lui vi era ben altro che le «poche nozioni elementari di magia» che potevano derivargli dagli «insegnamenti dei seminari»; in effetti, questa storia del «Carmelo» vintrasiano si riallaccia a tutto un insieme di avvenimenti molto tenebrosi che si svolsero nel corso del XIX secolo, dei quali, constatando certe «ramificazioni» sotterranee, non ci sentiamo di affermare che non abbiano più un seguito ai nostri giorni...

Études Traditionnelles, gennaio 1938.

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Alfred Dodd, Shakespeare Creator of Freemasonry (Shakespeare Creatore della Massoneria), Rider & C., London.

L’autore di questo libro aveva già pubblicato, un po’ di anni fa, un’edizione dei sonetti di Shakespeare, con lo scopo di ricostituire il loro assetto primitivo e di provare che, in realtà, si tratta dei poemi «personali» di Francesco Bacone, il quale, secondo lui, era il figlio della regina Elisabetta; inoltre, Lord Saint-Alban, vale a dire lo stesso Bacone, sarebbe l’autore del rituale della Massoneria moderna e il suo primo Gran Maestro. In questo caso, non è più in ballo la questione dell’identità di Shakespeare, questione che ha provocato e provoca ancora tante controversie; si tratta solo di far vedere che Shakespeare, chiunque sia stato, ha introdotto nelle sue opere, in maniera più o meno nascosta e talvolta interamente crittografica, un numero enorme di allusioni alla Massoneria. A dire il vero, fin qui non v’è nulla che possa stupire coloro che non accettano l’opinione troppo «semplicistica» secondo la quale la Massoneria sarebbe stata interamente creata agli inizi del XVIII secolo; le «decifrazioni» dell’autore non sono certo tutte ugualmente convincenti, in particolare le iniziali possono sempre prestarsi a delle molteplici interpretazioni, più o meno plausibili, salvo quando si presentano chiaramente in gruppo per formare delle abbreviazioni il cui uso è ben conosciuto in Massoneria; però, anche tralasciando questi casi dubbi, sembra proprio che ne restino abbastanza per confermare questa parte della tesi dell’autore. Sfortunatamente, lo stesso non si può dire per le conseguenze eccessive che egli pretende di trarne, immaginando di avere scoperto, con questo, il «fondatore della Massoneria moderna»: se Shakespeare, o il personaggio conosciuto con questo nome, fu Massone, dovette essere necessariamente un Massone operativo (che non significa affatto un operaio), poiché la fondazione della Gran Loggia d’Inghilterra segna proprio l’inizio, non della Massoneria senza aggettivo, ma di quello «sminuimento», se così si può dire, che è la Massoneria operativa [speculativa] o moderna. Solo che, per comprendere questo,

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bisognerebbe evitare di partire da quello strano preconcetto che la Massoneria operativa fosse qualcosa di molto simile ai «sindacati» del nostro tempo, e che i suoi membri fossero unicamente dediti a «questioni di salario e di orario di lavoro»! Con tutta evidenza, l’autore non ha la minima nozione della mentalità e delle conoscenze del Medioevo, e per sovrappiù, egli va contro tutti i fatti storici quando afferma che la Massoneria operativa avrebbe cessato di esistere fin dal XV secolo e di conseguenza non avrebbe potuto aver alcuna continuità con la Massoneria speculativa, anche se questa rimonta, secondo la sua ipotesi, alla fine del XVI secolo; non riusciamo a capire perché certi editti contro la Massoneria avrebbero prodotto un maggiore effetto, in Inghilterra, di quanto ne produssero altri similari contro il Compagnonaggio, in Francia; d’altronde, che si voglia o no, è un fatto che le Logge operative sono sempre esistite, prima e dopo il 1717. Questo modo di considerare la questione conduce ancora a ben altre cose inverosimili: i manoscritti degli Old Charges sarebbero solo dei falsi, fabbricati da quegli stessi che avrebbero composto il rituale, al fine di sviare le ricerche e di far credere ad una filiazione inesistente, dissimulando il loro vero scopo che sarebbe stato di far rivivere i misteri antichi sotto una forma. modernizzata; l’autore non si rende conto come questa opinione, che finisce col negare l’esistenza di una trasmissione regolare e con l’ammettere invece solo una semplice ricostruzione «ideale», tolga alla Massoneria anche ogni valore iniziatico reale! Passi per le considerazioni relative agli «operai illetterati» di cui sarebbe stata composta esclusivamente l’antica Massoneria operativa, la quale invece «accettò» sempre dei membri che non erano né operai né illetterati (in ognuna delle sue Logge vi erano obbligatoriamente, almeno un ecclesiastico ed un medico); ma non riusciamo a capire in che modo, il fatto di non sapere leggere e scrivere (cosa questa che, intesa letteralmente e non simbolicamente, è di nessuna importanza dal punto di vista iniziatico) potesse impedire di apprendere e di praticare un rituale che, propriamente, non doveva mai essere

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affidato alla scrittura! Sembrerebbe, a prestar fede all’autore, che i costruttori inglesi del Medioevo non avessero a disposizione neanche un linguaggio qualunque col quale potersi esprimere! Anche se è vero che le parole e le frasi del rituale, nella loro forma attuale, portano l’impronta dell’epoca di Elisabetta, ciò non prova minimamente che non si tratti, molto semplicemente, di una nuova versione, redatta all’epoca, di un rituale molto più antico, poi conservatasi tale e quale per il fatto che la lingua non ha più subito dei cambiamenti notevoli; pretendere che il rituale non risalga a tempi più remoti, equivale, più o meno, col sostenere che la Bibbia dati anch’essa dalla stessa epoca, perché di allora è lo stile della «versione autorizzata»; e per una curiosa coincidenza, vi sono alcuni che attribuiscono tale versione sempre a Bacone, il quale, lo diciamo di sfuggita, avrebbe dovuto vivere un bel po’ di tempo per poter scrivere tutto quello che gli si attribuisce... L’autore ha perfettamente ragione quando dice che «le questioni massoniche devono essere studiate massonicamente», ma è proprio per questo che egli avrebbe dovuto evitare, per prima cosa, il pregiudizio essenzialmente profano dei «grandi uomini»; se la Massoneria è veramente un’organizzazione iniziatica, essa non può essere stata «inventata» in un dato momento e il suo rituale non potrebbe essere l’opera di un determinato individuo (né, beninteso, di un «comitato» o di un gruppo qualunque); che questo individuo sia uno scrittore celebre ed anche «geniale» non cambia assolutamente niente. Quanto a dire che Shakespeare non avrebbe osato mettere nei suoi lavori delle allusioni massoniche se non fosse stato, in quanto fondatore, al di sopra dell’obbligo del segreto, è questa una ragione alquanto debole, soprattutto se si pensa che molti altri han fatto altrettanto, e perfino in maniera molto meno camuffata: il carattere massonico del Flauto magico di Mozart, per esempio, è sicuramente molto più apparente di quello de La Tempesta...

Un altro punto su cui l’autore sembra farsi parecchie illusioni, è costituito dal valore delle conoscenze che potevano possedere i fondatori della Gran Loggia d’Inghilterra; è

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vero che Anderson si preoccupò di dissimulare molte cose, e forse più «per ordine» ricevuto che di sua iniziativa, ma certo per dei fini che non avevano niente di iniziatico; e se la Gran Loggia conserva realmente alcuni segreti relativi all’origine della Massoneria, come spiegare che numerosi storici, che ne furono dei membri eminenti, abbiano dato prova di una completa ignoranza a riguardo? Del resto, due o tre osservazioni di minore importanza finiranno col dimostrare quanto si abbia torto a non diffidare della propria immaginazione (e forse anche di certe rivelazioni «psichiche» alle quali sembrava riferirsi discretamente la precedente opera dell’autore): a proposito di un passo di Anderson, non è proprio il caso di chiedersi «qual è il grado che fa un Expert Brother», come se si trattasse di qualcosa di misterioso (e d’altronde l’autore ha delle idee del tutto fantastiche sugli alti gradi), poiché questa espressione, Expert Brother, era impiegata, all’epoca, semplicemente come sinonimo di Fellow Craft; il Compagno era «esperto», nel senso latino del termine, mentre l’Apprendista non lo era ancora. Il «giovane dal talento straordinario», al quale allude Thomas de Quincey, non è affatto Shakespeare o Bacone, ma, in modo del tutto evidente, Valentin Andreae; le lettere A.L. e A.D. che, insieme a delle date, figurano sul gioiello dell’Arco Reale, non sono certo state messe lì per formare le parole a lad, che si applicherebbero al «giovane» in questione; come si fa a non sapere che queste lettere significano semplicemente Anno Lucis eAnno Domini, soprattutto quando, in qualche modo, ci si picca di essere «specializzati» nell’interpretazione delle iniziali?

Potremmo rilevare altre cose del genere, ma riteniamo che sia poco utile insistere ulteriormente; facciamo solo notare che è ben difficile capire con esattezza che cosa intenda l’autore con Rosicrosse Masons; egli ne parla come di una «società letteraria», la quale anche se fosse segreta, non avrebbe nulla di iniziatico; è pur vero, comunque, che per lui la stessa Massoneria è solo un «sistema etico», il che non è certo né una cosa migliore né di un ordine più profondo; e che pensare di una organizzazione il cui più grande segreto

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sarebbe quello di conservare l’identità del suo fondatore? Non è certo con il nome di un’individualità qualunque, foss’anche quella di un «grand’uomo», che si potrà mai rispondere alla domanda posta con una «parola» che è stata deformata in tanti modi diversi; domanda che, fra l’altro, curiosamente, si legge più chiaramente in arabo che in ebraico: Mâ el-Bannâ?

Études Traditionnelles, febbraio 1938.

 

 

André Lebey, La Fayette ou le Militant Franc-Maçon (La Fayette o il Militante Massone), Librairie Mercure, Paris.

Questi due volumi contengono uno studio molto coscienzioso e notevolmente imparziale, non solo su un uomo, come potrebbe far pensare il titolo, ma su tutta un’epoca, e su un’epoca che fu particolarmente movimentata e carica di avvenimenti. L’autore non è di quelli per i quali la storia è una semplice questione di curiosità e di erudizione, più o meno vana; al contrario, egli ritiene, molto giustamente, che in essa occorre ricercare degli insegnamenti per il presente e deplora che, specialmente in Francia, si sappia approfittare così poco delle lezioni che se ne potrebbero trarre; ma, in fondo, non è naturale e in qualche modo logico che accada questo in un’epoca come la nostra, ove una cieca credenza nel «progresso» spinge a disdegnare il passato piuttosto che ad ispirarvisi? Egli non nasconde le debolezze del suo eroe, che avendo incominciato la sua vita come uomo d’azione, si lascia poi sfuggire quasi tutte le occasioni che gli si offrono, e più spesso si lascia coinvolgere dagli avvenimenti piuttosto che dominarli; e se fu così, sembra proprio che questo accada soprattutto perché l’azione politica esige troppi compromessi, inconciliabili con la fedeltà a delle convinzioni nettamente definite e ben radicate; ed anche perché occorre tenere conto delle molteplici contingenze che, a colui che si mantiene ad

 

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un punto di vista troppo «ideale», appaiono trascurabili. Per altro verso, un uomo come La Fayette, per la sua onestà e la sua sincerità, rischiava di diventare troppo facilmente lo strumento di gente meno scrupolosa; e in effetti, sembra abbastanza chiaro che un Talleyrand ed un Fouché lo «manovrassero» quasi a proprio piacimento; ed altri, senza dubbio, spingendolo avanti, non pensavano che a farsi scudo col suo nome e ad approfittare della popolarità che lo circondava. Ci si potrebbe chiedere se non avesse finito col rendersene conto, in una certa misura, verso la fine della sua vita, quando scriveva frasi come questa: «Era nel mio destino, fin dall’età di diciannove anni, di essere una sorta di rappresentante tipico di certe dottrine, di un certo orientamento, che, senza mettermi al di sopra, mi tenevano non di meno separato dagli altri». Un «modello», un personaggio più «rappresentativo» che d’azione, ecco, in effetti, ciò che egli fu nel corso della sua lunga carriera...

Nella stessa Massoneria, sembra che non abbia mai svolto un ruolo molto importante, ed è sempre al «personaggio» che venivano indirizzati gli onori che gli furono decretati; e se la Carboneria lo mise a capo dell’Alta Vendita, egli si comportò come nelle altre occasioni «seguendo sempre la maggioranza, convinto com’era che essa tenesse conto del suo modo di vedere, che in effetti accettava all’inizio, pronta però ad aggirarlo o a superarlo»; il che, del resto, non costituisce forse un caso tanto eccezionale: di quanti «dirigenti» apparenti si potrebbe dire altrettanto! D’altronde, certe allusioni alle «forze equivoche, di polizia o altre, che agiscono dietro le quinte dei governi», dimostrano che l’autore sospetti l’esistenza di molti «retroscena», riconoscendo che, sfortunatamente, non è mai riuscito a sapere con esattezza di cosa si trattasse; e a riguardo si rende conto che «sarebbe indispensabile essere informati con certezza per poter raddrizzare la politica e liberarla dall’abiezione che la porta a condurre il mondo allo sfacelo»; e noi aggiungiamo che è in tutti i campi, non solo in quello della politica, che una tale operazione sarebbe necessaria oggigiorno...

 

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E. Gautheron, Les Loges maçonniques dans la Haute-Loire (Le Logge massoniche nell’Alta Loira), Éditions de la Main de Bronze, Le Puy.

Come dice l’autore, questo volume è «una pagina di storia locale ed un contributo alla storia della Massoneria in Francia»; d’altronde, esso è quasi esclusivamente «documentario», ed è solo nella conclusione che si riesce a cogliere una certa tendenza antimassonica. Infatti, i documenti che vi sono pubblicati non apportano niente di imprevisto o di particolarmente importante; tuttavia, ciò non vuol dire che non abbiano un certo interesse, poiché fanno conoscere, quanto meno, alcuni personaggi assai curiosi sotto molti aspetti. L’autore ha un’idea un po’ troppo semplicistica delle origini della Massoneria: i costruttori del Medioevo costituivano ben altro che una volgare associazione «di protezione e di mutuo soccorso»; inoltre, in ogni tempo vi sono stati dei Massoni «accettati», che non erano per niente dei «falsi Massoni» né dei personaggi che dovevano dissimulare una attività politica qualunque; la preponderanza acquisita da questi elementi non professionali, in seno ad alcune Logge, rese possibile la degenerescenza «speculativa», ma la loro stessa esistenza non era per niente un fatto nuovo o anormale. Peraltro, dobbiamo rilevare un errore marginale: una «Loggia capitolare» non è una Loggia «i cui membri possono arrivare al grado di Rosa-Croce», cosa che è possibile a tutti i Massoni, ma una Loggia sulla quale, in base ad un tipo di organizzazione che fra l’altro è propria del Grande Oriente di Francia, si «fonda» un Capitolo di Rosa-Croce, e dove possono essere ricevuti anche membri di altre Logge; in un altro punto, la denominazione di «Sovrano Capitolo» è dovuta, senza dubbio, ad una abbreviazione mal compresa.

Études Traditionnelles, maggio 1938.

 

 

 

 

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Oswald Wirth, Qui est régulier? Le pur Maçonnisme sous le régime des Grandes Loges inauguré en. 1717 (Chi è regolare? Il puro Massonismo sotto il regime delle Grandi Logge del 1717), Éditions du Symbolisme, Paris.

Questo volume è composto dalla riunione di diversi articoli apparsi precedentemente ne Le Symbolisme. Noi abbiamo già parlato della maggior parte di essi, al momento della loro prima pubblicazione, e questo ci dispensa dal ritornarvi nei particolari. L’argomento trattato è la controversia che divide la Massoneria anglosassone dalla Massoneria detta «latina», e in particolare francese; l’autore rimprovera alla prima di non essere rimasta fedele al «puro Massonismo», di modo che l’accusa di «irregolarità» che questa rivolge alla seconda dovrebbe ribaltarsi contro di essa. Per lui, questo «puro Massonismo», come si sa, è rappresentato essenzialmente dalle Costituzioni di Anderson; ma è proprio questo che bisognerebbe contestare, se si vuole portare la questione sul suo vero terreno: l’autentica espressione del «puro Massonismo», non può essere rappresentato che dagli Old Charges della Massoneria operativa, da cui le Costituzioni di Anderson si allontanano parecchio. Che la Gran Loggia d’Inghilterra, in un secondo momento, si sia riavvicinata, in qualche misura, agli Old Charges, è fuori dubbio, ma non si può rimproverare qualcuno perché ha rimediato ad un errore, foss’anche parzialmente e tardivamente (che poi quest’errore sia stato volontario o involontario, o l’uno e l’altro insieme, qui poco importa). La Massoneria francese, invece, ha continuato ad accentuare lo stesso errore, di modo che, partite dallo stesso punto, le due avversarie si sono sempre più allontanate l’una dall’altra, tanto da rendere difficile un’intesa. In fondo, il solo torto della Gran Loggia d’Inghilterra, in merito alla questione, è di non riconoscere chiaramente la sua vera posizione attuale nei confronti delle Costituzioni di Anderson, cosa che porrebbe fine ad ogni discussione, facendo cadere l’unico argomento che le si oppone con qualche

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parvenza di fondamento; ma potrebbe farlo, senza confessare, con ciò stesso, il suo proprio difetto originario, che in effetti è quello di tutti i regimi delle grandi Logge, vale a dire della stessa Massoneria speculativa? E questa confessione, se un giorno essa si decidesse a farla, dovrebbe logicamente condurla a prendere in considerazione una restaurazione integrale dell’antica tradizione operativa; ma dove sono, attualmente, quelli capaci di compiere una tale restaurazione?

Queste poche riflessioni, sicuramente molto lontane dal punto di vista dell’autore del libro, mostrano a sufficienza tutta la difficoltà della questione, la quale, in definitiva, scaturisce dal fatto che nessuna delle due parti è in grado di dire dov’è realmente il «puro Massonismo», sia perché lo ignora, sia perché questo equivarrebbe a condannare, sì la parte avversaria, ma anche se stessa, o comunque ad intraprendere un impegno probabilmente impossibile. In ogni caso, fino a quando ci si ostinerà a non voler risalire oltre il 1717, per ritrovare i veri principi, è più che certo che non si potrà arrivare ad una soluzione soddisfacente; d’altronde, rimarrebbe da sapere se vi è qualcuno che voglia realmente arrivarvi, e, sfortunatamente, le preoccupazioni assai strane, dal punto di vista iniziatico, che vanno affacciandosi sull’argomento, inducono a dubitarne...

Études Traditionnelles, novembre 1938.

 

 

G. Persigout, Rosicrucisme et Cartésianisme: «X Novembris 1619», Essai d’exégèse hermétique du Songe cartésien (Rosacrucianesimo e Cartesianesimo: «X Novembris 1619», Saggio di esegesi ermetica del Sogno cartesiano), Éditions «La Paix», Paris.

Quest’opuscolo, che peraltro rappresenta una piccola parte di un lavoro più vasto, si riferisce ad una questione di cui abbiamo già avuto occasione di parlare, un po’ di tempo fa (n° di aprile 1938, pp. 155-156), in occasione di un articolo

 

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di un altro autore apparso su Le Mercure de France, non abbiamo quindi bisogno di ripetere tutte le ragioni che rendono inammissibile l’ipotesi di una iniziazione rosacruciana di Cartesio. L’autore del presente studio, fra l’altro, non è poi più categorico di altri, talvolta parla persino solo di «atmosfera rosacruciana» che esisteva in Germania a quel tempo e dalla quale Cartesio avrebbe potuto essere stato influenzato in un dato momento, quello in cui avrebbe avuto il famoso sogno. Ridotta a queste proporzioni, la cosa è sicuramente molto meno inverosimile, soprattutto se si aggiunge che questa influenza, in fondo, sarebbe stata solo passeggera, dunque alquanto superficiale. Tuttavia, questo non spiegherebbe il fatto che le diverse fasi del sogno corrispondono a delle prove iniziatiche, poiché si tratta di cose che non si possono scoprire con la semplice immaginazione, salvo che nelle fantasticherie degli occultisti; ma, una tale corrispondenza esiste realmente? A dispetto di tutta l’ingegnosità di cui dà prova l’autore nelle sue interpretazioni, dobbiamo dire che essa non è molto evidente, e che presenta anche una spiacevole lacuna, poiché, pur con la migliore volontà del mondo, non si capisce come la presentazione di un «melone» possa sostituire la prova dell’acqua... È ben poco probabile, d’altra parte, che questo sogno sia solo una finzione, il che in fondo sarebbe più interessante poiché dimostrerebbe, quanto meno, un’intenzione simbolica cosciente di Cartesio; in questo caso, egli avrebbe potuto tentare, sotto questa forma, una descrizione camuffata di certe prove iniziatiche; ma, anche qui, di quale iniziazione si sarebbe trattato?

A stretto rigore, tutto quello che è possibile ammettere, è che sia stato ricevuto, come avvenne più tardi per Leibnitz, in qualche organizzazione di ispirazione più o meno rosacruciana, da cui peraltro si sarebbe ritirato in seguito (e la rottura, se fu così, sarebbe stata alquanto violenta, a giudicare dal tono della dedica di «Polybius il Cosmopolita»); inoltre, sarebbe stato necessario che una tale organizzazione fosse già alquanto degenerata, per ammettere tanto alla leggera dei candidati così poco «qualificati»... Ma, tutto sommato, e

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per le ragioni che abbiamo già esposto, noi continuiamo a pensare che Cartesio (che d’altronde è veramente troppo paradossale voler continuare a difendere dall’accusa di «razionalismo»), in fatto di idee rosacruciane, conobbe indubbiamente solo quanto poteva circolare allora nel mondo profano, e che, se certe influenze si esercitarono su di lui in qualche altro modo, coscientemente o più probabilmente incoscientemente, la fonte da cui esse emanavano era qualcosa del tutto diversa da una iniziazione autentica e legittima; il posto stesso che occupa la sua filosofia nella storia della deviazione moderna, non è un indizio ampiamente sufficiente per giustificare una tale supposizione?

Études Traditionnelles, gennaio 1939.

 

C. Chevillon, Le vrai visage de la Franc-Maçonnerie: Ascèse, apostolat, culture (Il vero volto della Massoneria: Ascesi, apostolato, cultura), Éditions des Annales Initiatiques, Librairie P. Derain et L. Raclet, Lyon.

L’autore di questo libretto è poco soddisfatto dello stato presente della Massoneria, o piuttosto delle organizzazioni massoniche, ed è di quelli che vorrebbero trovare un rimedio alla loro degenerescenza; sfortunatamente, è molto difficile scoprire, nelle riflessioni da lui espresse a questo proposito, qualcosa di più e di meglio di questa semplice buona intenzione, la quale non è certo sufficiente per giungere ad un effettivo risultato. Noi pensiamo che per «ascesa» bisognerebbe intendere propriamente, soprattutto se si vuole applicare questo termine nell’ambito iniziatico, un metodo di sviluppo spirituale; ma qui, in effetti, si parla solo di sviluppare le «facoltà psicologiche», considerate secondo la loro classificazione più banalmente «universitaria»: sensibilità, intelligenza, volontà; è chiaro che intelligenza, in simili circostanze, non significa altro che ragione; e ciò che è più curioso è il fatto che l’autore crede di poter mettere la volontà in

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rapporto con il «mondo delle idee pure»... Quanto alla sua idea di «apostolato», essa sembra derivare soprattutto da una confusione fra la «realizzazione» e l’azione esteriore, il che è il meno iniziatico possibile; e, in fondo, noi non vediamo chissà quale grande differenza fra le sue preoccupazioni sociali e quelle che, introdottesi nella Massoneria moderna, hanno contribuito alla deviazione che egli deplora. Infine, la «cultura», e cioè l’educazione tutta esteriore, concepita alla maniera profana, non ha alcun rapporto con l’ottenimento della vera conoscenza; e se è sicuramente giusto dire che «il Massone deve acquisire il senso dell’Eterno», per poter dare un valore reale a questa affermazione occorrerebbe non attenersi ad un «verbalismo» più o meno vuoto, che è forse filosofico, ma che non riflette niente di veramente iniziatico né, d’altronde, di specificamente massonico; sempre che si intenda questo termine «iniziatico» secondo la concezione tradizionale, e non secondo ciò che esso rappresenta per la maggior parte dei nostri contemporanei, ivi compresa la grande maggioranza degli stessi Massoni!

Études Traditionnelles, aprile 1939.

 

 

Alice Joly, Un Mystique lyonnais et les secrets de la Franc-Maçonnerie (1730-1824) (Un Mistico di Lione e i segreti della Massoneria, 1730-1824), Éd. Protat Frères, Mâcon.

Questo grosso volume è una biografia, la più completa possibile, di Jean-Baptiste Willermoz, fatta molto coscienziosamente e seriamente documentata, ma che non è esente da certi difetti, probabilmente inevitabili, peraltro, quando accade, come qui, che si studino delle questioni come quelle di cui si tratta ponendosi da un punto di vista del tutto profano. In questo genere di cose, perché si possa giungere ad una vera comprensione, non basta certo una qualche simpatia esteriore né una curiosità che si spinga fino alla ricerca dei minimi particolari aneddotici; noi ammiriamo la pazienza

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capace di trattare in tal modo un soggetto per il quale si prova solo un interesse poco profondo, ma dobbiamo confessare che, all’accumulo dei fatti nudi e crudi, preferiamo una visione più «sintetica» che permetta di coglierne il senso, ed anche di evitare molti errori e confusioni più o meno gravi. Una di queste confusioni appare nel titolo stesso, ove Willermoz è definito «mistico», quando invece niente del genere traspare da quanto è detto nel libro; d’altronde, la verità è che non lo fu per niente; se gli si può rimproverare di aver preferito abbandonare gli Eletti Cohen, ciò non avvenne perché si rivolse al misticismo, come Saint-Martin, ma solo perché allora egli si interessò più attivamente di altre organizzazioni iniziatiche. D’altra parte, l’autrice manca, in modo del tutto evidente, di ogni conoscenza «tecnica» delle cose di cui parla, il che causa degli strani equivoci: per esempio, essa prende i diversi Riti massonici per delle «società»; ignora la differenza che esiste fra una «Gran Loggia» ed un «Grande Oriente»; chiama «rettificazione» il ricollegamento di una Loggia alla Stretta Osservanza, mentre invece questo termine indica la modificazione che subirono le stesse Logge della Stretta Osservanza quando questa cessò di esistere come tale e venne rimpiazzata da quello che, proprio per questo, si chiamò (ed ancora si chiama) Regime Scozzese Rettificato, nell’elaborazione del quale Willermoz svolse una parte considerevole.

Detto questo, riconosciamo volentieri che quest’opera contiene una messe di informazioni alla quale sarà sempre utile riferirsi quando si vorranno studiare le organizzazioni nelle quali Willermoz svolse un suo ruolo; ma la parte più interessante, a nostro avviso, è quella che riguarda l’interessamento manifestato da Willermoz per il magnetismo, e le conseguenze piuttosto spiacevoli che ne derivarono, poiché quello non fu certo il momento più felice della sua carriera. D’altronde, in questa storia vi è qualcosa di veramente singolare che richiede una riflessione dalla portata più generale: al di là di ciò che si può pensare delle caratteristiche di Mesmer, sul quale sono stati formulati gli apprezzamenti più diversi, sembra proprio che egli sia

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stato «suscitato» in tutta fretta, per far deviare quelle organizzazioni massoniche che, nonostante le loro manchevolezze in termini di conoscenza effettiva, lavoravano ancora seriamente e si sforzavano di riannodare il filo della vera tradizione; una volta distolta, la maggior parte della loro attività venne allora assorbita da esperienze piuttosto puerili e che, in ogni caso, non avevano niente di iniziatico, senza parlare degli scompigli e dei dissensi che ne derivarono. La «Società degli Iniziati» organizzata da Willermoz non aveva, di per sé, alcun carattere massonico, ma, per la qualità dei suoi membri, finì per esercitare una sorta di influenza direttrice sulle Logge di Lione, e questa influenza, in definitiva, era quella dei sonnambuli che vi si consultavano per ogni minima cosa; come stupirsi, allora, se in tali condizioni si ebbero dei risultati pietosi?

Abbiamo sempre pensato che il famoso «Agente Sconosciuto» che dettava tante elucubrazioni confuse e spesso del tutto incomprensibili fosse, molto semplicemente, uno di questi sonnambuli, e ci ricordiamo di averlo anche scritto qui, un po’ di anni fa, a proposito di un libro di Vulliaud; la Joly ce ne fornisce adesso una conferma che non dovrebbe più dare adito a dubbi, poiché è riuscita a scoprire l’identità della persona in questione: si tratta della signora De Vallière, sorella del commendatore De Monspey, che trasmetteva i suoi messaggi a Willermoz; fosse solo per questo fatto, che risolve definitivamente l’enigma in questione e pone anche fine a certe leggende «occultiste», le ricerche dell’autrice non sarebbero certo state inutili.

Ci permettiamo ancora una piccola considerazione: alcuni nomi propri sono deformati in maniera alquanto sorprendente; non ci riferiamo a quelli dei personaggi del XVIII secolo, ben sapendo che la loro ortografia è talvolta difficile da stabilire con esattezza, ma perché, nelle note, Vulliaud e Dermenghem sono sempre chiamati «Vulliand» e «Dermenghen»? Certo questa non è una cosa di capitale importanza, ma proprio in un lavoro da «archivista» appare un po’ fastidiosa...

 

 

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Dr. Gérard van Rijnberk, Un Thaumaturge au XVIII siécle: Martines de Pasqually, sa vie, son œuvre, son Ordre, tome second (Un Taumaturgo del XVIII secolo: Martines de Pasqually, la sua vita, la sua opera, il suo Ordine ‑ volume secondo), P. Derain et L. Raclet, Lyon.

A suo tempo, abbiamo esaminato a lungo il primo volume di quest’opera; il secondo ne è solo un complemento, che l’autore ha pensato di dover aggiungere a causa di alcuni fatti di cui è venuto a conoscenza in un secondo momento; ne ha anche approfittato per completare la bibliografia, e vi ha aggiunto la riproduzione integrale delle lettere di Martines a Willermoz, attualmente conservate alla Biblioteca di Lione, e delle quali aveva solo pubblicato dei brani più o meno estesi. Cita anche gli articoli in cui abbiamo parlato del suo libro, ma sembra che non abbia ben compreso la nostra posizione, poiché ci definisce un «saggista», il che è proprio incredibile, e ritiene che noi ci «sforziamo di esprimere delle idee originali e delle vedute personali», il che è l’esatto opposto delle nostre intenzioni e del nostro punto di vista rigorosamente tradizionale. Trova «sorprendente» il nostro appunto sul fatto che «il Regime Scozzese Rettificato non è affatto una metamorfosi degli Eletti Cohen, bensì una derivazione della Stretta Osservanza»; tuttavia è così, e chiunque abbia la minima idea della storia e della costituzione dei Riti massonici non può avere alcun dubbio in proposito; anche se Willermoz, redigendo le istruzioni di certi gradi, vi ha introdotto delle idee più o meno ispirate agli insegnamenti di Martines, questo non cambia assolutamente niente né della filiazione né del carattere generale del Rito in questione; inoltre, il Regime Rettificato non ha niente a che vedere con la «Massoneria Templare», come sostiene van Rijnberk, anzi è proprio il contrario, poiché uno dei punti principali della «rettificazione» consisteva proprio nel ripudio dell’origine templare della Massoneria.

Un capitolo curioso è quello ove l’autore cerca di chiarire la filiazione del «Martinismo», la quale, malgrado tutto, resta

 

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ancora alquanto oscura e dubbia su alcuni punti; d’altronde, al di là del punto di vista semplicemente storico, la questione non ha poi quell’importanza che alcuni vorrebbero attribuirle, poiché, in ogni caso, è abbastanza chiaro che quello che Saint-Martin era in grado di trasmettere a suoi discepoli, al di fuori di ogni organizzazione regolarmente costituita, non potrebbe essere considerato, in nessun modo, come avente il carattere di una iniziazione.

Un altro punto interessante è quello relativo al significato delle lettere "S. I.”, interpretate spesso come le iniziali di «Superiori Incogniti», ma che in realtà sono state utilizzate per molte altre cose: noi abbiamo già fatto notare che esse sono solo le iniziali della «Società degli Indipendenti» di cui si parla nel Crocodile, ed anche le iniziali della «Società degli Iniziati» di Willermoz; come dice van Rijnberk, gli esempi dei genere si potrebbero moltiplicare, e lui stesso nota che esse sono anche l’abbreviazione di «Sovrano Giudice» (Souverain Juge), titolo dei membri del «Tribunale Sovrano» degli Eletti Cohen; e noi aggiungiamo che in un altro Rito della stessa epoca vi era un grado di «Saggio Illuminato» e nello stesso Rito Scozzese Antico ed Accettato vi è il grado di «Segretario Intimo», che è il sesto; il che è alquanto strano se si pensa all’accostamento con i «sei punti» (e notiamo, di sfuggita, per gli amatori delle «coincidenze», che nella Stretta Osservanza, l’atto di obbedienza ai «Superiori Incogniti» era anche in sei punti!); ma perché queste due lettere godono di un tale favore? L’autore ha proprio ragione, quando pensa che ciò è dovuto al loro valore simbolico, che egli ha pure intravisto riferendosi ad una delle tavole di Khunrath; solo che ha dimenticato di fare una distinzione fra due simboli connessi e tuttavia un po’ diversi: il «serpente di bronzo», che in effetti dà le lettere S. T. (iniziali, a loro volta, di «Sovrano Tribunale») e l’albero o il bastone attorno al quale si arrotola il serpente e che è rappresentato solo da un asse verticale: ed è quest’ultimo simbolo che dà le lettere "S. I.”; e di esso si trova un altro esempio nel serpente e la freccia che figurano sul sigillo di Cagliostro.

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Dal momento che abbiamo finito col parlare di questa questione, aggiungiamo che, essenzialmente, la lettera "S" rappresenta la molteplicità e la lettera “I” l’unità, ed è evidente che la loro corrispondenza rispettiva col serpente e con l’albero assiale concorda perfettamente con questo significato; è completamente esatto che in tutto questo vi è qualcosa che «deriva da un esoterismo profondo», di ben altra autenticità e profondità della «Santa Iniziazione»... martinista, la quale sicuramente non ha maggiori titoli, per rivendicare la proprietà di questo antico simbolo, di quanti ne abbia per rivendicare quella del numero 6 e del sigillo di Salomone!

Études Traditionnelles, giugno 1939.

 

 

Charles Clyde Hunt, Masonic Symbolism (Simbolismo massonico), Laurance Press Co., Cedar Rapids, Iowa.

L’autore, Gran Segretario della Gran Loggia dello Iowa, aveva pubblicato, una dozzina d’anni fa, un libro intitolato Some Thoughts on Masonic Symbolism; il presente volume ne è una riedizione, ma considerevolmente aumentata, per l’aggiunta di un numero quasi doppio di nuovi capitoli; questi erano già apparsi, separatamente, come articoli, nel Grand Lodge Bulletin, e abbiamo avuto occasione di citarli nel corso della loro pubblicazione. Forse sarebbe stato più utile, ci sembra, conservare il primo titolo, poiché non si tratta, come potrebbe far credere il titolo attuale, di un lavoro d’insieme sul simbolismo massonico; ma piuttosto di una serie di studi condotti tutti su dei punti più o meno particolari. D’altra parte, ciò che colpisce subito, dando uno sguardo a questi studi così riuniti, è che le interpretazioni fornite sono quasi esclusivamente basate su un determinato indirizzo: dato dal fatto che la Massoneria è una forma iniziatica

 

 

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propriamente occidentale; tuttavia, molte delle questioni poste, potrebbero essere ampiamente delucidate tramite una comparazione con i dati di altre tradizioni. Inoltre, gli stessi testi biblici sono presi prevalentemente in considerazione secondo il loro significato più letterale, vale a dire che le spiegazioni proposte sono soprattutto di ordine storico, per un verso, e morale, per l’altro, e questo è chiaramente insufficiente, dal momento che in questo contesto occorrerebbe porsi, non dal punto di vista religioso, ma dal punto di vista iniziatico; e qui sembra che vi sia una certa tendenza a confondere i due domini, cosa che, d’altronde, è alquanto diffusa in seno alla Massoneria anglosassone.

L’autore sembra assegnare alla Massoneria, come scopo principale, ciò che egli chiama la «costruzione del carattere» (character-building); questa espressione, in fondo, non è altro che una semplice metafora, piuttosto che un vero simbolo; il termine «carattere» è abbastanza vago e, in ogni caso, non sembra che possa indicare nulla che superi l’ordine psicologico; ancora una volta, si tratta dunque di qualcosa di molto exoterico; mentre invece se si fosse parlato di «costruzione spirituale» si sarebbe potuto avere un senso molto più profondo, soprattutto aggiungendovi le precisazioni più propriamente «tecniche» che sarebbe stato facile ricavare dal simbolismo massonico; ammesso che quando si parla dei simboli si sappia evitare di «moralizzare» puramente e semplicemente, poiché un tal modo di considerarli non ha certo nulla di iniziatico e non giustifica neanche l’affermazione del carattere esoterico della Massoneria. Tuttavia, quanto abbiamo detto, non toglie nulla al merito e all’interesse del libro, limitatamente all’ambito particolare in cui esso si pone, vale a dire soprattutto per quel che riguarda il contributo che apporta alla delucidazione di un certo numero di punti oscuri o generalmente mal compresi; e di questi ve ne sono fin troppi nello stato attuale della tradizione massonica, cioè da quando questa si è ridotta ad essere solamente «speculativa».

 

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Giuseppe Leti et Louis Lachat, L’Ésotérisme à la scène: La Flúte Enchantée, Parsifal, Faust (L’Esoterismo sulla scena: Il Flauto magico, Parsifal, Faust), Derain et Raclet, Lyon.

Il titolo di questo libro è, forse, insufficientemente preciso, poiché le tre opere in oggetto sono state prese in esame (o quanto meno, tale è stata l’intenzione degli autori), non tanto dal punto di vista dell’esoterismo in generale, quanto dal punto di vista specifico del simbolismo massonico. D’altra parte, è possibile sollevare subito un’obiezione, poiché, se il carattere massonico del Flauto Magico è abbastanza conosciuto e non può essere messo in dubbio, non è lo stesso per le altre due opere; e se è possibile far valere, quanto meno, il fatto che Gœthe fu Massone, al pari di Mozart, non si può dire altrettanto di Wagner. Se nel Parsifal vi sono dei punti di raffronto col simbolismo massonico, sembra proprio che questo sia dovuto alla sua derivazione dalla leggenda del Graal o dalla «corrente» medievale alla quale essa si riallaccia, piuttosto che all’adattamento fatto da Wagner; il quale non è stato necessariamente cosciente dell’originario carattere iniziatico del racconto, ed al quale si è talvolta rimproverato di aver alterato questo carattere sostituendolo con un misticismo un po’ nebuloso.

Tutte le similitudini che indicano gli autori, in fondo possono spiegarsi con ciò che essi chiamano «l’eredità degli ermetici» nella Massoneria, cosa che corrisponde proprio a quello che abbiamo appena detto; d’altra parte, essi vi mischiano delle considerazioni alquanto vaghe, che non derivano né dal simbolismo né dall’esoterismo, ma solo da una «ideologia»; e se quest’ultima è rappresentativa della concezione che loro hanno della Massoneria, di certo non ha niente a che vedere con la Massoneria stessa, e vi si è potuta introdurre, almeno in certe sue branche, grazie a quella degenerescenza di cui abbiamo spesso parlato. Quanto al caso di Gœthe, esso è assai complesso; sarebbe opportuno esaminare più da vicino, in che misura il suo Faust è realmente

 

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«segnato dallo spirito massonico», come dice un critico qui citato, il quale, forse, per «spirito massonico» non intende che quello derivante dall’idea. che comunemente se ne fa il pubblico; certo è che tale «spirito» è più contestabile per il Faust che per altre opere dello stesso autore, come il Wilhelm Meister o il racconto enigmatico Il Serpente Verde; e a dire il vero, nel Faust, che è un insieme un po’ «caotico», vi sono delle parti la cui ispirazione sembra piuttosto antitradizionale; le influenze che si sono esercitate su Gœthe sicuramente non sono state solo massoniche, e potrebbe essere interessante cercare di determinarle con maggiore esattezza...

D’altronde, nel presente libro vi sono parecchie osservazioni interessanti; ma esse, che avrebbero un gran bisogno di essere chiarite e ordinate, possono esser tali solo per chi non sia affetto, come accade chiaramente per gli autori, dalle idee moderne, «progressiste» e «umanitarie», le quali sono agli antipodi di ogni vero esoterismo.

Études Traditionnelles, marzo 1940.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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RECENSIONI DI RIVISTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENZIONI DI RIVISTE, PUBBLICATE NE

LE VOILE D’ISIS DAL 1929 AL 1936

 

 

 

– Il Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di marzo) contiene parecchie notizie interessanti dal punto di vista simbolico, e soprattutto storico; una di esse riguarda le modificazioni subite dal grembiule, nella Massoneria inglese.

In un altro articolo si può leggere di come i Massoni americani si stupiscano per la libertà con la quale alcune pubblicazioni «d’oltre mare» trattano delle questioni relative ad alcune parti «esoteriche» del rituale.

 

– La mentalità dei Massoni americani, ed anche inglesi, è alquanto particolare sotto molti aspetti; ne Le Symbolisme (n° di aprile), un articolo di Oswald Wirth, intitolato L’Eglise maçonnique anglo-saxonne (La Chiesa massonica anglosassone), apporta delle curiose precisazioni a riguardo.

Secondo un’informazione contenuta nella stessa rivista, si è appena costituita a Berlino una «Loggia mistico-magica», intitolata Fraternitas Saturni, che sembra sia collegata, più o meno direttamente, alle vecchie organizzazioni di Theodor Reuss, fondatore dell’O.T.O. (Ordo Templi Orientis).

 

– Proprio la Revue Internationale des Sociétés Secrètes (parte occultista, n° del 1° maggio), pubblica alcuni documenti su questo O.T.O., il cui capo attuale, quanto meno nei paesi di lingua inglese, sembra essere Sir Aleister Crowley, recentemente espulso dalla Francia (il quale, fra l’altro, ha dovuto anche raccogliere, un po’ di tempo fa, l’eredità dell’Ordine S.S.S. e della Fraternità Z.Z.R.R.Z.Z., di cui la R.I.S.S. sembra ignorare l’esistenza). Naturalmente, questi documenti sono accompagnati da un commento tendenzioso, in cui l’O.T.O. viene presentato come una «Alta Loggia», e Aleister Crowley come un successore degli «Illuminati» di cui si parla ne L’Élue du Dragon; il che equivale col dare

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eccessiva importanza alle fantasie più o meno sospette di alcune individualità senza alcun mandato e senza alcuna autorità! Ma è evidente che, dal punto di vista tutto speciale da cui si pone questa rivista, la cosa perderebbe molto del suo interesse se si dovesse riconoscere che si tratta solo di una turlupinatura; e d’altronde, in che altro modo si potrebbe qualificare un’organizzazione nella quale chiunque, alla sola condizione di pagare la somma di 20 dollari, si trova immediatamente ammesso al terzo grado?

Nella nota che abbiamo dedicato a L’Élue du Dragon, in un’altra parte della rivista, facevamo allusione a della gente che crede ancora alle storie fantastiche di Léo Taxil; ora, dopo aver redatto la nota in questione, abbiamo trovato, nella Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 19 maggio), un articolo il cui scopo è, giustamente, di far capire che Léo Taxil ha mentito sì, ma solo quando ha confessato le sue menzogne! Abbiamo conosciuto bene alcune delle persone interessate a questo tipo di pubblicazioni, e possediamo diversi documenti che si riferiscono a questa storia; anche noi quindi potremmo dire la nostra su questa faccenda, se lo giudicassimo opportuno, ma per il momento non ne vediamo la necessità. Suggeriamo solo alla R.I.S.S. un’idea che ci sembra perfettamente in linea col suo programma: perché non pubblicare un giorno i documenti dell’Ordine del Labaro?

Le Voile d’Isis, luglio 1929.

 

 

La Revue Internationale des Sociétés Secrètes prosegue la pubblicazione della serie intitolata Diana Vaughan a-t-elle existé? (È veramente esistita Diana Vaughan?) (nn. del 29 settembre e 20 ottobre): ci si propone di dimostrare la concordanza fra certe affermazioni contenute nelle «Memorie» e diversi libri antichi, e più o meno rari, sui Rosa-Croce; la conclusione che ci sembra si possa trarre in modo del tutto naturale, è che l’autore di queste «Memorie», chiunque sia stato, conoscesse i libri in questione, altrettanto bene che

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i redattori della rivista; ma, probabilmente, questo sarebbe troppo semplice e, in ogni caso, sarebbe poco soddisfacente per la tesi che qui si vuole sostenere a tutti i costi.

Nel n° del 6 ottobre è inserito, senza rettifiche e senza commenti, un articolo di un corrispondente della Polonia, che ha scambiato un tempio degli Old Fellows per una Loggia massonica; ammiriamo una volta di più la competenza di questi «specialisti»!

Nel n° del 27 ottobre, un articolo intitolato La Mode du Triangle (La moda del triangolo), ci ricorda certe elucubrazioni alla Taxil sul simbolismo massonico della Torre Eiffel; sembra che i grandi magazzini vendano delle bambole «che sono state sottoposte, nella Alte Logge, a degli incantesimi e a dei malefizi»; sembra anche che il triangolo è «il simbolo della religione di Satana», cosa di cui certo non potremmo dubitare, vedendolo figurare in tante chiese cattoliche. Le persone capaci di scrivere simili cose, se sono sincere, sono dei veri invasati, che bisognerebbe compatire, ma a cui bisognerebbe impedire di propagare le loro manie fortemente contagiose e di sconvolgere altri spiriti deboli.

Nello stesso numero, un altro articolo presenta Sundar Singh come un «Saggio indù», mentre invece si tratta di un Sikh convertitosi al protestantesimo, dunque doppiamente «non-indù»; notiamo a questo proposito che sâdhou (e non sanhou) non ha mai avuto il significato di «monaco bramino», espressione che peraltro non corrisponde ad alcuna realtà; è dunque facile emettere affermazioni su degli argomenti di cui si ignora perfino il significato delle parole!

La «parte occultista» (n° del 1° ottobre) è dedicata questa volta, prevalentemente, a difendere L’Élue du Dragon dai gesuiti degli Études e della Civiltà Cattolica, opponendo loro alcuni vecchi confratelli che, sembra, vedessero le cose in modo diverso (il che non implica necessariamente che sia anche più giusto). Per l’occasione, A. Tarannes si appella a L’«Hydre aux trois têtes» (L’Idra dalle tre teste), del R.P. Rinieri, S.J., libretto nel quale, peraltro, non si parla né dell’idra né del drago, se non in un senso del tutto figurato;

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seguono poi le Trois lettres du R.P. HaraId Richard, S.J., sur l’occultisme contemporain (Tre lettere del R.P. Harald Richard, S.J., sull’occultismo contemporaneo), il loro autore è proprio quel Gesuita che si pretende abbia copiato ed annotato i manoscritti originali di Clotilde Bersone; la prima di queste lettere parla di alcuni guaritori, più o meno spiritisti, e tutto il suo interesse è dato dal fatto che alcuni prelati, ed anche un cardinale, vi sono accusati di essere andati a trovare i detti guaritori «non solo per farsi curare, ma per chiedere loro dei consigli su tutte le questioni importanti». Una frase del preambolo ci lascia interdetti: vi è detto che queste lettere sono state «compilate con l’aiuto di numerose confidenze fatte a dei famigliari»; ma allora, è questo che sono in realtà queste lettere? Un giorno, forse, sapremo come stanno le cose, quando sarà messa in pratica la minaccia di «pubblicare dei fac-simile di documenti autentici, in cui appaiono chiaramente nomi e giudizi dai quali certe personalità ecclesiastiche e religiose non hanno nulla da guadagnare»; certo che tutto ciò è alquanto edificante!

Le Voile d’Isis, dicembre 1929.

 

 

‑ Nella Revue Internationale des Sociétés Secrètes, prosegue la serie degli articoli sulle «Memorie» di Diana Vaughan (nn. del 10 novembre e del 1º dicembre), che non ci fanno modificare, in niente, le riflessioni che abbiamo già formulato sull’argomento. Nell’ultimo articolo vi è un equivoco alquanto curioso: nel citare un passo in cui è menzionato il «trattato della Generazione e della Corruzione», che è un’opera di Aristotele, l’autore dell’articolo ha creduto che si trattasse di una «teoria immaginata da Robert Fludd»!

Un’altra curiosità l’abbiamo rilevata nel racconto di una festa compagnonica (n° del 10 novembre): vi si dice che «la designazione C\, che sta per Compagno, tradisce apertamente

 

 

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la parentela massonica». Ora, l’uso dei tre punti nelle abbreviazioni è, invece, d’origine puramente corporativa; è da lì che è passato in certi rami della Massoneria «speculativa»; ma vi sono anche altri, specialmente nei paesi anglosassoni, che l’ignorano completamente.

I numeri del 17 e del 24 novembre contengono uno studio storico sul Rito di Misraïm, studio che sfortunatamente non chiarisce bene la questione alquanto oscura delle sue origini.

Nella «parte occultista» (n° del 1º novembre, A. Tarannes si accontenta questa volta di riprodurre, senza molti commenti, un certo numero di segni compagnonici (marchi di tagliatori di pietre), rilevati nella Chiesa Saint-Ouen di Rouen.

Un altro collaboratore tratta, a suo modo, La Musique et l’Ésotérisme (La Musica e l’Esoterismo), sembra che egli abbia scoperto con un po’ di ritardo il numero speciale de Le Voile d’Isis dedicato a questo argomento, ed addebita ai redattori di questo numero le intenzioni più inverosimili. D’altra parte, noi non avevamo mai sospettato che la «propaganda» potesse avere un carattere esoterico, cosa che ci sembra una contraddizione in termini, né che esistesse una «fede nell’esoterismo», dal momento che in quest’ultimo è essenzialmente ed esclusivamente questione di conoscenza.

Notiamo infine, nello stesso numero, la seconda delle Trois lettres du R.P. Harald Richard, S.J., sur l’Occultisme contemporain; questa volta si parla di rabdomanti, che sono denunciati, molto semplicemente, come dei sostenitori del demonio; e si coglie l’occasione per far notare caritatevolmente che «oggigiorno vi sono fin troppi curati e religiosi che son diventati rabdomanti». Nella stessa lettera, si parla anche «del pendolo di Chevreuil, nome di un capo spiritista vivente, che non bisogna confondere con Chevreul, lo studioso morto centenario nel 1896»; sfortunatamente è proprio del pendolo di Chevreul che si tratta, mentre lo spiritista Chevreuil, suo quasi omonimo, non c’entra assolutamente niente.

Le Voile d’Isis, gennaio 1930.

 

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‑ Ne Le Symbolisme (n° di novembre), un articolo di Oswald Wirth, intitolato Le respect de la Bible (Il rispetto della Bibbia) ritorna ancora sulle divergenze esistenti fra le concezioni massoniche dei paesi anglosassoni e quelle dei paesi latini; anche qui ritroviamo quella spiacevole tendenza «razionalista» che abbiamo già segnalata; trattare le Scritture sacre, non importa quali, come qualcosa di puramente umano, denota un’attitudine molto «profana».

Il numero di dicembre contiene un interessante studio di Armand Bédarride su L’Initiation maçonnique (l’Iniziazione massonica); in certe allusioni alle dottrine orientali si trovano alcune confusioni, probabilmente dovute a delle informazioni di fonte soprattutto teosofica, ma è giusto far notare che l’idea di una via unica ed esclusiva è specifica dell’Occidente; solo che, la «via di mezzo» ha un altro significato, molto più profondo di quello che gli dà l’autore.

 

‑ Abbiamo ricevuto i primi numeri della rivista tedesca Saturn Gnosis, organo di quella Fraternitas Saturni di cui avevamo già parlato; si tratta di una pubblicazione di grande formato, con una buona veste editoriale; ma gli articoli che contiene, a dispetto del loro tono un po’ pretenzioso, riflettono quasi esclusivamente le concezioni di un «occultismo» ordinario, di tendenze molto moderne ed assai eclettiche, poiché lo stesso teosofismo e l’antroposofismo steineriano vi trovano la loro collocazione. La Fraternitas Saturni, nata da una scissione prodottasi in seno ad un movimento chiamato «pansofico», si qualifica come «la prima Loggia ufficiale dell’Età dell’Aquario»; decisamente, quest’Età dell’Aquario preoccupa molta gente. Notiamo anche che si parla parecchio di «magia», il che corrisponde, peraltro, ad una condizione di spirito abbastanza diffusa attualmente in Germania; e che un vasto spazio viene dedicato agli insegnamenti del «Maestro Therion», sedicente «inviato della Grande Fraternità Bianca», che poi non è altri che Aleister Crowley.

 

 

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‑ Anche nella «parte occultista» della Revue Internationale des Sociétés Secrètes (nº del lº dicembre) si parla della Fraternitas Saturni, dell’O.T.O. e di Aleister Crowley. A proposito di Theodore Reuss, ci si dichiara disposti «a pubblicare i fac-simile di tutti i diplomi, lettere di garanzia o affiliazioni che collegano questo eccentrico alla Massoneria regolare»; siamo veramente curiosi di vedere tutto ciò; ma, sfortunatamente è probabile che questi documenti derivino, molto semplicemente, dalle organizzazioni di John Yarker o dal famoso Rito Cerneau.

Nello stesso numero, e in due posti diversi, si è sentito il bisogno di rivolgerci delle battute che vorrebbero essere sgradevoli e che sono solo divertenti: ci si accanisce a trattarci da «erudito», con una insistenza che è veramente comica, quando si sa bene quanto noi teniamo in poco conto la semplice erudizione. Pensiamo che sia opportuno, però, far notare che è da quasi un quarto di secolo che ci occupiamo di studi esoterici e non abbiamo mai «mutato» in niente; che i nostri articoli venissero pubblicati su Regnabit o su Le Voile d’Isis o su qualche altra pubblicazione, sono sempre stati concepiti esattamente nello stesso spirito; ma, dal momento che siamo completamente indipendenti, riteniamo di poter dare la nostra collaborazione a chi ci pare, senza doverne rendere conto a nessuno. Se questi Signori ritengono «di non avere alcuna lezione da ricevere» da noi (e in questo si sbagliano parecchio, perché eviterebbero alcune grosse sciocchezze), per parte nostra ne abbiamo ancor meno da ricevere da loro; e se pensano che le loro piccole ingiurie possano toccarci minimamente, si sbagliano di grosso.

Questo numero si apre con un articolo dedicato all’«Ordine Eudiaco» di Henri Durville, il quale peraltro è stato confuso con i suoi fratelli; il che dimostra ancora una volta tutto l’affidamento delle informazioni della R.I.S.S.; definire poi questa organizzazione una «nuova società segreta» è veramente eccessivo. La verità è molto più semplice; ma, se la si dicesse, tutto finirebbe in brevissimo tempo e questo non

 

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soddisferebbe abbastanza la curiosità di una certa clientela...

L’ultima delle Trois lettres du R.P. Harald Richard., S.J., sur l’occultisme contemporain, intitolata Le double jeu de Satan (Il doppio giuoco di Satana) è, al pari delle altre, un ammasso di storielle assai dozzinali.

Quanto al seguito degli articoli intitolati Diana Vaughan a-t-elle existé? (n° del 29 dicembre), è sempre qualcosa di assai poco concludente.

 

‑ Proprio a proposito di Diana Vaughan, ecco che l’abate Toumentin, scomparso dalla scena antimassonica da diversi anni, è risuscitato per pubblicare su La Foi Catholique dei suoi ricordi sulla mistificazione di Léo Taxil, i quali non sembrano destinati a far piacere ai promotori del «neo-taxilismo», tanto più che la redazione di questa rivista li ha presentati con una nota molto dura, ove leggiamo, fra l’altro: «Non ci spieghiamo bene il motivo di questo incredibile tentativo di risurrezione del “taxilismo”. E lo si spiega ancora meno se si pensa che le nuove prove, annunciate, conclamate a suon di tromba, si riducono esattamente a niente». Siamo perfettamente d’accordo; e la nota in questione si conclude con questa frase, che potrebbe fornire la chiave di parecchie cose: «L’Intelligence Service, quest’anno, è stato prodigo nella diffusione di segreti di questa specie. Il che non è affatto rassicurante». Di tutto questo, fino ad oggi, la R.I.S.S. non ha fatto parola.

Le Voile d’Isis, febbraio 1930.

 

 

Le Symbolisme (n° di marzo) pubblica il testo di una conferenza di A. Dreyfus-Hirtz su Les forces supérieures de l’esprit (Le forze superiori dello spirito), che contiene alcune idee interessanti, ma espresse in maniera un po’ confusa.

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (nn. di febbraio e marzo) troviamo diversi articoli sul simbolismo dell’ape e

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dell’alveare, da cui risulta che le idee di industriosità e di carità che attualmente vi si annettono sono molto recenti, mentre, all’origine, l’ape era soprattutto un simbolo di risurrezione e di immortalità.

 

Le Compagnonnage (nº di marzo) pubblica un processo verbale di riconoscimento dei Compagnoni del Dovere conciatori di pelli, del 1300; nonostante l’ortografia arcaica di questo documento, ci sembra un po’ dubbio che possa risalire veramente ad un’epoca così remota; non è che si tratti piuttosto del 1500?

 

‑ Abbiamo ricevuto i primi tre numeri (gennaio, febbraio e marzo) della rivista tedesca Hain der Isis, diretta dal dr. Henri Birven, e dedicata «alla Magia come problema culturale e concezione del niondo»; anche qui ritroviamo alcuni scritti del «Maestro Therion», altrimenti detto Aleister Crowley; senz’altro avremo occasione di riparlarne.

 

‑ Sembra che nessuno abbia il diritto di parlare favorevolmente delle nostre opere; per lo meno questa è la pretesa della Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 9 febbraio), la quale si permette di rimproverare una rivista svizzera, per aver pubblicato una recensione del nostro ultimo libro, tenuto conto che finge di scambiarla per un annuncio pubblicitario, quando si sa benissimo che noi non usiamo questo genere di réclame; siamo al limite del grottesco!

Gli articoli della serie Diana Vaughan a-t-elle existé? diventano sempre più insignificanti: uno (n° del 9 febbraio) è dedicato a delle storielle più o meno stravaganti sulla morte di Spinoza, che i Rosa-Croce (?) avrebbero avvelenato dopo essersi serviti di lui; un altro (n° del 23 febbraio), che parla di Bacone, finisce col trattare Joseph de Maistre, a proposito della sua Mémoire au duc de Brunswick, da «ingenuo sempliciotto» (sic); e anche questa è un po’ grossa.

Dopo Léo Taxil, adesso sembra che si voglia riabilitare l’ex rabbino Paul Rosen (n° del 6 aprile); a quando la riabilitazione

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di Domenico Margiotta e di qualche altro ancora?

Nella «parte occultista» (nn. del 1º marzo e del 1º aprile) troviamo la prima parte di uno studio su Bô Yin Râ, la cui dottrina è chiamata «un saggio contemporaneo di mistica nietzschiana».

Nel primo di questi due numeri, de Guillebert prosegue le sue malsane fantasticherie, questa volta a proposito di un libro di L. Hoyack, Retour à l’univers des anciens (Ritorno all’universo degli antichi); nel secondo numero egli insegna con fare compassato che l’idolatria consiste nel culto delle lettere dell’alfabeto, o meglio delle consonanti; il che è un po’ sorprendente.

Infine, nel n° del 1º aprile, un altro collaboratore che si firma Jean Claude, commenta alla sua maniera un testo alchemico di Basilio Valentino, nel quale crede di trovare delle importanti indicazioni sulle origini della Massoneria; è appena il caso di dire che si tratta di un lavoro di pura immaginazione.

Le Voile d’Isis, giugno 1930.

 

 

‑ Il Grand Lodge Bulletin dello Iowa (nº di aprile) continua lo studio del simbolismo dell’alveare e riproduce un vecchio articolo nel quale il parallelismo fra l’alveare e la Loggia massonica sembra essere un po’ troppo forzato.

 

‑ Ne Le Symbolisme (nº di aprile) segnaliamo un articolo di Oswald Wirth intitolato L’Enigme de la Franc-Maçonnerie (L’Enigma della Massoneria), a proposito di un recente libro di G. Huard.

 

Diana Vaughan a-t-elle existé?, quest’interrogativo continua ad essere all’ordine del giorno della Revue Internationale des Sociétés Secrètes; questa volta (nº del 23 marzo) si parla di Filalete, altrimenti detto Thomas Vaughan, supposto antenato dell’eroina di Léo Taxil. In merito vengono riprodotti

 

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alcuni brani dell’abate Lenglet-Dufresnoy e di Louis Figuier, con la pretesa che essi contengano degli «enigmi indecifrabili» e che «occorrerebbe che venisse Diana Vaughan per fornircene la chiave»; e questa chiave è... che «il Mercurio dei Saggi e Satana sono tutt’uno»! A quale clientela di ignoranti la R.I.S.S. può sperare di far accettare simili enormità?

Le Voile d’Isis, luglio 1930.

 

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di maggio) un articolo di Armand Bédarride, intitolato Un problème de méthode (Un problema di metodo), mette in risalto alcune delle differenze che esistono fra l’insegnamento iniziatico e l’insegnamento profano.

Nel nº di giugno, Oswald Wirth prende in considerazione un Dédoublement de la Franc-Maçonnerie (Sdoppiamento della Massoneria); si avrebbero «dei Massoni secondo la lettera ed altri secondo lo spirito»; l’intenzione è sicuramente eccellente, ma, dato lo stato attuale della Massoneria, ci sembra molto difficile da realizzare.

Nel n° di luglio vi è un altro articolo di Oswald Wirth su L’hérésie biblique (L’eresia biblica) (a proposito della Massoneria anglosassone) che è svolto da un punto di vista molto esteriore: la disconoscenza del vero carattere dei Libri sacri, qualunque essi siano, da parte di uomini che dicono di rifarsi ad una tradizione iniziatica, ci causa sempre un certo stupore.

 

‑ Il Grand Lodge Bulletin dello Iowa, col suo n° di maggio, termina lo studio sul simbolismo dell’alveare.

Il n° di giugno contiene alcune indicazioni interessanti su dei vecchi libri, nei quali si parla della Massoneria.

 

‑ Nella «parte occultista» della Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del lº maggio), de Guillebert, in un articolo intitolato Science et Magie (Scienza e Magia), immagina di scoprire delle intenzioni «esoteriche» nelle

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teorie più «profane» della scienza contemporanea.

In un altro articolo (n° del 1º giugno) intitolato Occultisme scientifique (Occultismo scientifico), egli continua il discorso e se la prende in modo particolare con Maxwell, Jollivet-Castelot e Paul Choisnard, in cui vede gli agenti di un piano che tenta di annettere la scienza ufficiale all’«occultismo»!

Peraltro, per quanto riguarda Choisnard, finisce con l’essere costretto a ritrattare, nel numero successivo (n° del 1º luglio), con un post scriptum ad un articolo su Jacob Böhme, ispirato al numero speciale de Le Voile d’Isis, e redatto in maniera tale che è quasi impossibile distinguere le citazioni dalle riflessioni personali dell’autore. Facciamo solo notare la straordinaria affermazione che Jacob Böhme era Ebreo; ma è proprio un’ossessione!

Nei nn. del 1º maggio e del 1º luglio, troviamo anche l’ultima parte dello studio su Bô Yin Râ, che avevamo già segnalato, e nel n° di giugno una risposta alle precisazioni di Henri Durville a proposito de L’Ordine Eudiaco. In fondo, Durville dovrebbe sentirsi lusingato nel vedersi considerato come un’«Autorità Superiore», in grado di trasmettere un’«Iniziazione Superiore», e più vicino alle «Alte Potenze Occulte» di quanto lo sia la stessa Massoneria! Questa controversia non ci interessa, ma dobbiamo rilevare un errore materiale: i libri di Éliphas Levi non sono mai stati «messi all’indice dalla Chiesa» (cfr. P. Chacornac, Éliphas Levi, p. 184, ove è chiarita questa questione).

Fuori dalla «parte occultista», segnaliamo un articolo intitolato Les Porte-lumière des Ténèbres (I Portabandiera delle Tenebre) (nº del 6 luglio), a proposito di un recente libro inglese dedicato alla Stella Matutina, continuazione della vecchia Golden Dawn, e ad altre organizzazioni più o meno dipendenti da Aleister Crowley.

Infine, per concludere, una cosa divertente che abbiamo trovato in un articolo su Un Congrès universel des religions contre la guerre (Un Congresso universale delle religioni contro la guerra) (n° del 20 luglio): descrivendo la copertina dei resoconti dei lavori del «Comitato preparatorio», viene

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segnalata «un’iscrizione in esperanto (o ido o altro): Santi Pax Salaam». Ora, questa iscrizione è composta, molto semplicemente, dalla parola «Pace» in sanscrito, in latino e in arabo; che ammirabili linguisti questi redattori della R.I.S.S.!

Le Voile d’Isis, ottobre 1930.

 

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di agosto-settembre) Oswald Wirth pubblica un articolo su L’Étude du Tarot (Lo studio dei Tarocchi), come «introduzione alla decifrazione dei ventidue arcani»; notiamo che vi è contenuto un apprezzamento elogiativo su Éliphas levi, qualificato come «geniale occultista», apprezzamento che ci sembra un po’ in contraddizione con quanto l’autore ha scritto in altre occasioni.

 

‑ Nella Revue Internationale des Sociétés Secrètes («parte occultista», n° del 1º agosto) de Guillebert intitola Précision (Precisazione) un articolo... molto poco preciso. Un certo Tozza, che ha pubblicato nel Lotus Bleu un articolo che, con un po’ di buona volontà, si può far rientrare nella definizione bizzarra che lo stesso de Guillebert ha dato dell’«occultismo», si vede attribuire, in materia «iniziatica», un’autorità di cui sicuramente sarà il primo a sorprendersi. Quanto alla pretesa di far andare d’accordo, sotto lo stesso fin troppo comodo vocabolo di «occultismo», le cose più diverse, compreso lo spiritismo, è chiaro che si tratta di pura e semplice immaginazione... o di uno scherzo di cattivo gusto; ed è appena il caso di aggiungere che l’autore dell’articolo, che impiega ad ogni pie’ sospinto la parola «iniziazione», non ha la minima nozione del suo vero significato.

Nel n° del 27 luglio, vi è un nuovo articolo su Diana Vaughan, che ripercorre alcuni episodi relativi alle polemiche che scoppiarono al momento della pubblicazione delle sue Memorie. Si vorrebbe trarre profitto dal fatto che Waite credette all’esistenza di Diana Vaughan, e sembrerebbe che egli dovesse sapere di che cosa si trattava... in qualità

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di membro della Societas Rosicruciana d’Inghilterra; quando appena si sa che cosa sia realmente questa Societas Rosicruciana, non si può fare a meno di ridere (per non dire di più) di simili affermazioni.

Nel n° del 3 agosto una nota intitolata La Rose-Croix du XX siècle (La Rosa-Croce del XX secolo), ma nella quale non si parla affatto di Rosa-Croce, inizia con un compendio della storia del «Martinismo» in Russia, all’epoca di Saint-Martin, e termina con un’accusa di «luciferismo» contro il filosofo Vladimir Soloviev ed i suoi «discepoli», Dimitri Merejkovsky, Nicolas Berdiaef e Valentin Speransky. A forza di vedere del «satanismo» dappertutto, i redattori della R.I.S.S. finiranno col non essere più tanto sicuri, forse, di non aver subito anche loro un certo contagio!

Le Voile d’Isis, novembre 1930.

 

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di ottobre), un articolo intitolato La Maçonnerie sacerdotale (La Massoneria sacerdotale) (sarebbe stato meglio dire «pseudo-sacerdotale») e firmato Diogène Gondeau, costituisce una buona critica delle visioni dell’Ill\F\ (e mons.) Leadbeater e della storia fantastica del «Capo di tutti i veri Massoni».

Un altro articolo di A. Siouville, su L’Oraison Dominicale, non è altro che un saggio di esegesi modernista: sembra che il Pater abbia «un carattere puramente ebraico»; non riusciamo a comprendere come tutto questo possa aiutare a penetrarne il significato profondo.

Nel n° di novembre, Oswald Wirth continua a prendersela con La Maçonnerie dogmatique (Massoneria dogmatica), vale a dire con la Massoneria anglosassone, a proposito delle questioni di «regolarità».

Due risposte a degli articoli precedenti: Apologie de la Bible (Apologia della Bibbia) di Elie Benveniste, il quale d’altronde non vi vede altro che il Decalogo, il che è un punto di vista alquanto ristretto; e Plaidoyer pour l’Occultisme

 

 

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(Difesa dell’Occultismo), di Marius Lepage, che ci sembra molto entusiasta di questo «occultismo» contemporaneo, ove si trova un po’ di tutto salvo la vera conoscenza iniziatica (che la maggior parte dei suoi avversari, peraltro, non possiede di certo); la giovane età che egli confessa scusa le sue illusioni, che il tempo si incaricherà senza dubbio di dissipare.

 

Hain der Isis (nn. di agosto. settembre e ottobre) continua a presentarsi soprattutto come l’organo dei discepoli o dei sostenitori di Aleister Crowley. A proposito di quest’ultimo, segnaliamo che è stata annunciata la sua sparizione: sarebbe annegato volontariamente in Portogallo, il 24 settembre scorso; non sappiamo se la notizia sia stata confermata.

 

Les Cahiers de l’Ordre, organo antimassonico, che aveva interrotto le pubblicazioni all’inizio dell’anno, le ha riprese a settembre. Vi abbiamo notato la propaganda di un «Partito nazional-popolare francese antiebraico», il quale, a imitazione dei «razzisti» tedeschi, ha preso come emblema lo swastika; a cosa mai possono servire i simboli quando non li si comprende più?

 

‑ Il n° del 1º settembre della Revue Internationale des Sociétés Secrètes («parte occultista»), si apre con uno studio di de Guillebert, intitolato Antisémitisme (Antisemitismo), meno «eccentrico» di molti altri dello stesso autore, ma nel quale, come sempre, l’influenza ebraica è presentata in maniera esagerata.

Segue poi uno «sguardo alle riviste», in cui dobbiamo rilevare uno strano procedimento, già usato nei confronti di alcuni articoli de Le Voile d’Isis di giugno, che consiste nell’accostare dei tratti di frasi diverse, isolate dal loro contesto, permettendo così, evidentemente, di ricavarne il significato che si vuole. Segnaliamo anche, che ci si fa dire che la conoscenza dei «piccoli misteri» si acquisirebbe percorrendo i «nomi delle cose»; il che non ha alcun significato; noi avevamo scritto: la «ruota delle cose».

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Sempre nello stesso numero, un articolo del dr. G. Mariani, intitolato Les Doctrines Kaïnites dans la F\M\: un conte symbolique de Gérard de Nerval (Le Dottrine Cainite nella M\: un racconto simbolico di Gérard de Nerval), attribuisce una importanza alquanto eccessiva ad una fantasia nella quale il suo autore ha mischiato degli elementi di diversa provenienza insieme ai prodotti della sua immaginazione; la verità è che questo racconto della regina di Saba è una «fonte» alla quale hanno attinto numerosi antimassoni, che non hanno esitato a presentarlo come l’autentica leggenda di Hiram. Quanto alle allusioni al «Re del mondo», contenute nell’articolo, per adesso ci limitiamo a prenderne nota, attendendo il seguito... se ce ne sarà uno.

Nel n° dei 1º ottobre (sempre nella «parte occultista»), de Guillebert intitola il suo articolo, Les Polaires (I Polari); dovremo forse parlare molto presto di questa bizzarra storia, la quale peraltro, qui, è usata solo come pretesto per delle considerazioni molto confuse sulla «mistica occulta».

Il dr. Mariani studia L’Occultisme dans les pays anglosaxons (L’Occultismo nei paesi anglosassoni), basandosi su i «Light-Bearers of Darkness» (I Portabandiera delle Tenebre) di «Inquire Within»; l’autore di questo libro, di cui abbiamo già parlato, ha largamente utilizzato il nostro lavoro sul Teosofismo, ma a fianco ad alcune informazioni serie ed esatte egli ne pone molte altre che possono essere accettate solo col beneficio d’inventario.

Notiamo infine, a proposito di Diana Vaughan (n° del 12 ottobre), un articolo intitolato Puissance dogmatique (Potenza dogmatica), nel quale ci si sforza di provare che ciò che è così chiamato nella Massoneria scozzese sarebbe qualcosa di diverso dal Supremo Consiglio di ciascun paese; l’argomentazione non sta in piedi...e non senza motivo.

Le Voile d’Isis, dicembre 1930.

 

 

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‑ Il n° di novembre di Eudia è dedicato al Livre du Sômatiste (Libro del Somatico), uscito da poco; questa designazione di «somatico» (dal greco soma, corpo) è quella del primo dei tre «gradi minori» dell’«iniziazione eudiaca»; il secondo è quello di «dianotico» (da dianoia, intendimento), e il terzo è quello di «pneumatico» (da pneuma, soffio); quanto ai «gradi maggiori», ancora non se ne parla... Troppe fantasie sugli antichi misteri egizi; non è certo con dei tentativi di ricostruzione di questo genere, senza la minima trasmissione regolare (e non senza motivo!), che si arriverà mai a realizzare una iniziazione autentica ed effettiva.

 

‑ Ne Le Symbolisme di dicembre, vi è un nuovo articolo di Diogène Gondeau su Occultisme et Franc-Maçonnerie (Occultismo e Massoneria), che fa una distinzione molto giusta e ragionevole fra l’occultismo serio e... il resto; ma, per evitare ogni possibile confusione, non sarebbe meglio abbandonare puramente e semplicemente a quest’ultimo questa denominazione tanto screditata, la quale peraltro è stata inventata da poco e quindi non ha neanche ciò che si potrebbe chiamare un valore «storico»?

 

‑ Nel Gran Lodge Bulletin dello Iowa (n° di ottobre) si trova una discussione sul tempo che si presume sia trascorso fra la morte di Hiram e la scoperta del suo corpo da parte di Salomone: alcuni dicono quattordici giorni, altri quindici. I brani citati contengono delle considerazioni interessanti, in particolare sulle corrispondenze astronomiche (si tratterebbe della durata della semi-lunazione decrescente) e sugli accostamenti che è opportuno fare con la leggenda di Osiris.

 

‑ Il n° del 1º novembre della Revue Internationale des Sociétés Secrètes («parte occultista») è composto quasi interamente da un articolo del dr. G. Mariani su Le Christ-Roi et le Roi du Monde (Il Cristo Re e il Re del Mondo), il quale contiene molte frasi elogiative nei nostri confronti, frasi che

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nascondono delle insinuazioni alquanto perfide. Non esamineremo nei particolari, almeno per ora, tutti i punti sui quali ci sarebbe qualcosa da dire, ve ne sono troppi infatti; ci limiteremo solo ai più importanti. Per prima cosa, com’è possibile sostenere seriamente, dopo le spiegazioni che abbiamo esposte nel nostro libro, che il «Re del Mondo» (designazione peraltro fortemente esoterica, come abbiamo avuto cura di far notare) non è altri che il Princeps hujus mundi del Vangelo? Questo non è affatto quello che noi pensiamo, e riteniamo anche che non si possa identificare, almeno in buona fede, l’Agartha con la «Gran Loggia Bianca», cioè con la caricatura che ne è derivata dalla immaginazione dei Teosofisti; né pensiamo che si possa interpretare in senso «infernale» la sua collocazione «sotterranea», cioè nascosta agli uomini ordinari nel corso del Kali-Yuga. D’altronde, quando l’autore, a proposito dei testi ebraici, afferma che sono solo «certi Kabbalisti» che danno al «loro Dio» (sic) il titolo di «Re del Mondo», dimostra di ignorare le formule delle preghiere ebraiche più comuni, in cui questa espressione di Melek ha-Olam ritorna costantemente. Ma vi è di meglio: si sostiene che il «Re del Mondo» è l’Anticristo (e la redazione della rivista ha creduto opportuno, a questo punto, aggiungere una nota che chiama a sostegno il Segreto della Salette!); fino ad oggi non avevamo mai sospettato che l’Anticristo esistesse già, né soprattutto che fosse sempre esistito fin dall’origine dell’umanità! In verità, questo fornisce all’autore la possibilità di presentarci, in modo a malapena dissimulato, come particolarmente incaricato di preparare la prossima manifestazione del suddetto Anticristo; potremmo limitarci a sorridere di queste storie fantastiche, se non sapessimo fin troppo bene quanto esse siano idonee ad interessare morbosamente certe persone che non hanno proprio bisogno di queste cose... D’altra parte, si pretende di identificare la «nostra dottrina» (sic) con l’«eresia di Nestorio», che in realtà per noi non ha il minimo interesse, per la semplice ragione che noi non ci poniamo mai dal punto di vista della religione exoterica, con la quale, peraltro, coloro che vengono

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comunemente detti «Nestoriani», ed ai quali noi abbiamo alluso, non avevano sicuramente niente a che vedere; si dimentica, più o meno volontariamente, che questa dottrina è anteriore di ben sei secoli al Cristianesimo e che non è con quest’ultimo che il mondo è cominciato; e si dimentica anche che l’iniziazione degli Kshatriya, da cui derivano apparentemente questi pretesi «Nestoriani», comporta, in ogni caso, solo le applicazioni contingenti e secondarie della detta dottrina; noi, peraltro, abbiamo spiegato più volte la differenza fra i Brâhmani e gli Kshatriya, ed abbiamo fatto capire che il ruolo di questi ultimi non potrebbe in alcun caso essere il nostro. Infine, notiamo una deduzione veramente mostruosa, contro la quale non potremmo mai protestare abbastanza: si osa accusarci (invocando l’autorità di un certo Robert Desoille, che non conosciamo minimamente) di tendenze «materialiste» e «politiche»! Ora, e tutto quello che abbiamo scritto lo prova sovrabbondantemente, noi proviamo solo la più grande indifferenza per la politica e per tutto quello che ad essa si ricollega, da vicino o da lontano, e non esageriamo affatto dicendo che le cose che non derivano dall’ambito spirituale, per noi non contano; d’altronde, che si pensi che noi abbiamo torto o ragione, poco importa, il fatto incontestabile è che è così e basta; dunque, o l’autore dell’articolo è incosciente o inganna i suoi lettori per uno scopo che non vogliamo neanche tentare di definire. D’altra parte, noi abbiamo personalmente ricevuto, dallo stesso dr. G. Mariani, una lettera così strana, che la prima di queste due ipotesi ci sembra la meno inverosimile, e dal momento che l’articolo avrà un seguito, se sarà il caso vi ritorneremo.

Segnaliamo anche, nel n° del 7 dicembre della stessa rivista, la conclusione della lunga serie di articoli intitolata Diana Vaughan a-t-elle existé? In definitiva, questa conclusione vuole dimostrare che non è possibile che Taxil abbia inventato tutto; in effetti, si sa bene che questi ha pescato un po’ dappertutto in diversi documenti, peraltro travisandoli spesso, e si sa che aveva anche dei collaboratori, non fosse altri che il famoso dr. Hacks; quanto invece a pretendere che

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in questa documentazione, tanto abbondante quanto eccentrica, vi sia la prova dell’esistenza di Diana Vaughan e delle sue «carte di famiglia», questo è veramente poco serio. Sembra anche che Taxil non avrebbe potuto, da sé, fare «questa rivelazione sensazionale che l’essenza dell’alchimia è il patto con Satana»; e a questo punto, tutti coloro che hanno la minima nozione di ciò che è l’alchimia non potranno impedirsi dallo scoppiare a ridere!

Le Voile d’Isis, febbraio 1931.

 

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di dicembre), si parla della questione dei «gioielli mobili ed immobili», questione sulla quale i rituali inglesi ed americani sono ben lontani dall’essere d’accordo: gli uni chiamano «mobili» quelli che gli altri chiamano «immobili», e viceversa.

 

‑ Abbiamo precedentemente segnalato l’apparizione di una pubblicazione intitolata La Flèche, che fin dai suoi esordi ci era parsa molto sospetta; noi non abbiamo visto il n° 2, che sembra sia stato sequestrato; ma il n° 3 (del 15 dicembre) contiene una esplicita professione di «luciferismo», ed anche di «satanismo», redatta in termini che sembrano, in gran parte, provenire dalle elucubrazioni alla Taxil o all’Élue du Dragon; certo non possiamo prendere sul serio queste storie, ma non possiamo neanche sottovalutare le intenzioni che si nascondono in tutto questo. Il vero esoterismo e la tradizione iniziatica non hanno niente a che vedere con queste divagazioni malsane; e il fatto che si pretenda di mischiarvele ci induce a chiederci se non siamo in presenza di una nuova montatura alla Diana Vaughan...

 

‑ Il n° del 1º dicembre («parte occultista»), della Revue Internationale des Sociétés Secrètes, contiene un articolo di de Guillebert sulla traduzione del Siphra di-Tzeniutha di P. Vulliaud; questo articolo, il cui tono uniformemente elogiativo

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ci ha un po’ sorpreso, inizia con dei ricordi sul fu Le Chartier e la sua cerchia (il che ci riporta ancora all’affare Taxil); sappiamo da molto tempo che de Guillebert è stato effettivamente in relazioni con questo strano ambiente, ma è la prima volta, salvo errore, che lo leggiamo per mano dello stesso interessato; e perché allora, lui che ha conosciuto molto bene Jules Doinel, prova il bisogno di fame un «vintrasiano»? Per altro verso, è curioso constatare che, mentre in questo articolo si parla della serietà degli studi kabbalistici, una nota posta alla fine dello stesso numero parla di «grossolane superstizioni della cabala» (sic); forse i redattori dovrebbero preoccuparsi di mettersi un po’ d’accordo fra loro!

Ancora in questo stesso numero, vi è un articolo del dr. Mariani su Un guérisseur: le «Professeur» Michaux (Un guaritore: il «Professor» Michaux), che è una critica molto divertente e in gran parte giustificata; vi è poi il seguito, già annunciato, dell’articolo su Le Christ-Roi et le Roi du Monde; queste note, che riguardano l’Asgard dei Dialogues philosophiques (Dialoghi filosofici) di Renan, e il Mundus Subterraneus di P. Kircher, non aggiungono un gran che all’articolo in questione.

Nel n° del 1º gennaio (sempre nella «parte occultista»), de Guillebert pubblica un suo articolo intitolato Ésotérisme, Érotisme (Esoterismo, Erotismo); si tratta della questione de La Flèche, che evidentemente viene sfruttata nell’ottica delle tesi particolari sostenute dalla R.I.S.S.; ma che rapporto c’è fra questa questione e le ricerche chimiche, o «iperchimiche» se si vuole, di Jollivet-Castelot?

Vi è poi un articolo di Gustave Bord su Le Serpent Vert (Il Serpente Verde) di Gœthe, che è un saggio di interpretazione forse ancora più oscuro dello stesso racconto; crediamo di capire che il suo autore si sforza di ricondurre tutto il simbolismo ad un significato esclusivamente politico o sociale; ma non riusciamo a sapere, alla fine, se egli ammette o no l’esistenza reale del «segreto della Massoneria».

Le Voile d’Isis, marzo 1931.

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‑ Ne Le Symbolisme (n° di gennaio), sotto il titolo Le Devoir latin (Il Dovere latino), Oswald Wirth continua a prendersela con la Massoneria anglosassone; le rimprovera di essere infedele allo spirito delle Costituzioni del 1723, nelle quali egli ritiene di vedere l’espressione della «Massoneria tradizionale», quando invece queste rappresentano una rottura con la tradizione.

Il n° di febbraio della stessa rivista è occupato, in gran parte, dalle discussioni sulla Bibbia; ognuno vuole dire la sua e se ne ricava un’impressione un po’ caotica; dubitiamo molto che dallo scontro di tutte queste idee disparate possa scaturire il minimo chiarimento.

 

‑ Nella Revue Internationale des Sociétés Secrètes («parte occultista», n° del 1º febbraio) il dr. G. Mariani intitola Philosophie, Religion, Magie (Filosofia, Religione, Magia), una sorta di sommario dal quale sarebbe difficile trarre la minima nozione esatta, e di cui appare poco chiara perfino l’intenzione.

Sotto il titolo Les Revues (Le Riviste), H. de Guillebert si occupa soprattutto de Le Voile d’Isis, e in particolare dei nostri articoli e delle nostre recensioni; egli resta fedele al suo metodo delle citazioni monche, per non dire truccate (vogliamo credere che le omissioni che le snaturano siano dovute alla negligenza dei tipografi o dei correttori); la cosa buffa è che rimprovera a noi di «troncare o truccare i testi delle cronache incriminate, per renderne più facile la correzione»! Questo ci fa pensare alla storia evangelica della pagliuzza e della trave; forse, de Guillebert vorrebbe che riproducessimo «in extenso» tutti gli articoli che menzioniamo, o quanto meno i suoi... Tuttavia, vi è un punto sul quale siamo completamente d’accordo con lui: che «la discussione non è sempre il mezzo migliore per far scaturire la chiarezza»; ma questa dichiarazione non è certo al suo posto in una pubblicazione dedita alla polemica! Per il resto, ci limiteremo a far notare: 1º, che noi avevamo rilevato il carattere sospetto de La Flèche prima ancora della R.I.S.S.; 2º, che una porcheria,

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da qualunque parte provenga, per noi non cambia la sua caratteristica, e dal momento che noi siamo completamente indipendenti non proviamo alcun imbarazzo nel denunciarla; e non siamo certo noi che potevamo qualificare come «fatti di conoscenza» (sic) un’elucubrazione pornografica come quella che il nostro contraddittore si permette di riprodurre; 3º, che noi respingiamo con forza ogni solidarietà con i teosofisti, occultisti o altri «neo-spiritualisti» di tutti i generi e di tutte le scuole, i quali non rappresentano che delle contraffazioni dell’esoterismo, come tutti i nostri scritti, peraltro, provano sovrabbondantemente, e pretendere il contrario può solo voler dire ignoranza o mala fede; 4º ed ultimo, che noi non conosciamo affatto dei «fratelli in iniziazione» nel mondo occidentale, ove, d’altronde, non abbiamo mai incontrato un iniziato autentico. Preghiamo de Guillebert ed i suoi collaboratori di prendere nota di queste osservazioni, una volta per tutte, poiché la pazienza ha un limite, e ormai siamo in presenza di accostamenti il cui carattere diffamatorio non potrebbe essere contestato.

Le Voile d’Isis, aprile 1931.

 

 

‑ Ne Le Symbolisme (nn. di marzo e aprile), si svolge il seguito della discussione sulla presenza della Bibbia nelle Logge, sulla sua sostituzione con un «libro bianco», ecc.; discussione piena di confusione e costantemente influenzata dai punti di vista più «profani»; in questo caso, non è solo in senso simbolico che si può parlare della «Parola perduta»!

 

‑ Nella Revue Internationale des Sociétés Secrètes (nº del 1º marzo, «parte occultista»), H. de Guillebert intitola Sous le signe du Tétragramme (Sotto il segno del Tetragramma) un articolo nel quale continua ad esporre le sue concezioni molto particolari sulla Kabbala e sull’alfabeto ebraico.

Nello stesso numero e nel seguente (n° del 1º aprile) troviamo la prima parte di uno studio del dr. Mariani che ha per titolo L’Islam et l’Occultisme (L’Islam e l’Occultismo);

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l’impiego di questo termine «occultismo», che in Oriente non significa nulla, è piuttosto fastidioso; peraltro, vi sono delle giuste critiche nei confronti di certi orientalisti, e l’indicazione di alcuni accostamenti curiosi, ma che avrebbero un gran bisogno di essere «delucidati», e soprattutto interpretati al di fuori di ogni partito preso.

 

‑ La direzione de Le Voile d’Isis ha ricevuto la seguente lettera:

 

«Monsieur,

 

«Nel n° 134 de Le Voile d’Isis, avete pubblicato alcune righe che il sig. Guénon mi fa l’onore di dedicare al mio articolo, Le Christ-Roi et le Roi du Monde (R.I.S.S.).

«Il sig. Guénon, che senza dubbio non ha avuto il tempo di rivolgere al mio studio che solo un’attenzione superficiale, ha male interpretato il mio pensiero, su due punti almeno.

«1º È inesatto che io confonda l’Agartha con la Gran Loggia Bianca. Al contrario, parlando del ruolo che quest’ultima svolge nell’opera di M.me Blavatsky, io cito il seguente passo del sig. Guénon (p.3, nota 4, § 3): “Se i Mahâtmâs sono stati inventati ‑ cosa che per noi è sicura ‑ non solo questo è avvenuto per servire da copertura alle influenze che agiscono effettivamente dietro M.me Blavatsky, ma questa invenzione è stata anche concepita sulla base di un modello preesistente”.

«Quest’ultima parte della frase mi autorizza quindi a scrivere (p. 9): “Il Re del Mondo stesso siede circondato da un consiglio di dodici saggi, ‑ che noi identifichiamo alla Gran Loggia Bianca”. È evidente che questa identificazione è stata fatta solo per comodità di linguaggio; io ho evitato, servendomene, perifrasi ed inutili ripetizioni.

«2º È inesatto che il sig. R. Desoille ed io abbiamo addebitato al sig. Guénon delle tendenze materialiste e politiche. Ecco precisamente cosa ho scritto, su un’osservazione

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del mio amico (p. 25): “Ci troviamo in presenza di due tradizioni simmetriche: una che regola i destini spirituali, mistici di questo mondo; questo Principio, in Dio, si presenta come il Cristo-Re, di cui San Michele è il luogotenente...; l’altra, relativa al principio che dirige i destini materiali, politici di questo mondo; questo principio, in Satana, si presenta come l’Anticristo, di cui il Re del Mondo è il luogotenente... Il sig. Guénon, con la sua antipatia per il misticismo (misticismo e non mistica speculativa), tendente naturalmente verso un’interpretazione materialista, ha visto solo la seconda tradizione”.

«Da questo brano risulta chiaramente che gli aggettivi “materiali” e “politici” si riferiscono al Re del Mondo e non al sig. Guénon; non ho ancora spinto la mia stravaganza fino a credere che vi sia identità fra queste due personalità.

«Inoltre, è evidente che il significato del termine “materialismo” dell’ultimo paragrafo deve essere inteso solo come in opposizione a quello di “misticismo” del rigo precedente.

«Infine io richiamo l’attenzione sul fatto che la nota 4 (p. 25), in cui nomino il sig. Desoille, si riferisce, come vi è scritto, all’intero paragrafo (relativo al doppio aspetto del problema, teoria tradizionale peraltro) e non all’ultimo paragrafo (relativo al sig. Guénon), il mio amico, ancor più di me, rifugge da ogni polemica.

«Confesso d altronde molto volentieri di ignorare, in mancanza di pratica, le preghiere ebraiche; io sostengo solo che il titolo di Re del Mondo non si trova in alcun testo biblico ammesso dal Cristianesimo e citato nell’enciclica Quas primas sulla Regalità di Gesù.

«Vi chiedo, Monsieur, di voler portare questa lettera a conoscenza dei vostri lettori e del sig. Guénon: in effetti io ho molta stima sia per la sua personalità che per il suo valore intellettuale, e sarei addolorato se questa discussione, invece di mantenersi su un terreno puramente speculativo, sfociasse in una polemica indegna di lui, e ‑ oso sperare ‑ di me stesso.

 

 

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«Vi prego, Monsieur, di gradire l’espressione della mia perfetta considerazione.

«Paris, 1º marzo 1931, Christo regnante.

 

«G. Mariani».

 

Ringraziamo il nostro contraddittore del tono cortese della sua lettera, ma dobbiamo dire che, in fondo, essa non spiega nulla e non apporta, sul suo pensiero, molte più precisazioni del suo articolo, che, del resto, abbiamo letto con tutta l’attenzione necessaria. Se è solo «per comodità di linguaggio» che ha parlato in quel modo della «Gran Loggia Bianca», in ciò è stato ispirato molto male: una cosa non può essere designata convenientemente tramite il nome della sua contraffazione o della sua parodia; non era ancora più semplice, allora, parlare dell’Agartha? D’altra parte, noi non avremmo mai potuto supporre che occorresse che un testo fosse «ammesso dal Cristianesimo» per essere considerato come appartenente all’ebraismo autentico! Infine, sul punto più grave, e cioè sul passo dell’articolo in cui si parla di «tendenze materiali e politiche», constatiamo subito che l’autore si fa un’idea singolarmente bassa del «Re del Mondo», tanto che di fatto porrebbe questo personaggio al di sotto dell’ultimo degli iniziati, dal momento che gli attribuisce un carattere e delle preoccupazioni puramente «profane»; notiamo poi che egli dà al termine «materialismo» un significato del tutto arbitrario, facendone l’opposto di «misticismo», quando invece tutti sanno, a quanto ci consta, che non è mai stato impiegato in questo senso. Comunque sia, resta il fatto che è proprio a noi che si riferiscono le parole «tendendo naturalmente verso un’interpretazione materialista», e per questo non possiamo che rinnovare le nostre più indignate proteste. A riguardo, facciamo notare che, mentre il punto di vista «materialista» è in tutte le maniere al di sotto del misticismo, il nostro punto di vista, al contrario, è al di sopra di questo, tanto che lo stesso misticismo ci appare come qualcosa di

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ancora troppo «materiale», come si avrà avuto modo di vedere in tutto quello che abbiamo scritto a proposito; la confusione qui commessa dal dr. Mariani prova semplicemente, e una volta di più, quanto sia difficile a certa gente fare la distinzione necessaria tra il dominio iniziatico e il dominio profano. Quanto alla ripugnanza che egli professa nei confronti della polemica, ce ne felicitiamo sinceramente, chiedendoci però come possa conciliarla con la sua collaborazione alla R.I.S.S.! Che si rassicuri, comunque: noi non accettiamo mai alcuna polemica, non ci riconosciamo il diritto di abbandonare il nostro terreno per porci su quello dell’avversario. Per quanto riguarda il sig. Desoille, ci ricordiamo di aver inteso pronunciare il suo nome solo una volta, prima di aver letto l’articolo del dr. Mariani, ma in una circostanza talmente bizzarra che, ritrovandolo nella nota in questione, non abbiamo potuto fare a meno di evitare un accostamento; ma questa è un’altra storia, che interessa solo noi, e non abbiamo l’abitudine di intrattenere i nostri lettori con delle questioni personali...

Le Voile d’Isis, giugno 1931.

 

 

‑ Nella Revue Internationale des Sociétés Secrètes (nº del 1º maggio, «parte occultista»), Henri de Guillebert, col titolo Bons et mauvais procédés (Buone e cattive maniere), si rivolge ancora a noi, pretendendo di opporci il Symbolisme de l’Univers (Il Simbolismo dell’Universo) di Hoyack, al che rispondiamo, molto semplicemente, che le vedute di questi hanno solo l’importanza delle concezioni individuali, senza alcun carattere tradizionale, e sono tanto meno suscettibili di «distruggere» ciò che noi abbiamo scritto, per quanto non crediamo affatto al valore delle «visioni intuitive»; la vera intuizione intellettuale non ha niente di «visionario». D’altra parte, de Guillebert sembra alquanto scontento di quello che abbiamo detto a proposito di Le Chartier, e vorrebbe farci passare per un «nuovo arrivato» in merito a questa storia, che egli sicuramente credeva perduta nella notte dei tempi; ma

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qui non si tratta di intuizione né di ragionamento, ma di fatti, molto semplicemente. Le questioni che il nostro contraddittore ci pone, con un tono che vorrebbe essere insolente, non ci impressionano neanche un po’; se noi adesso non gli rispondiamo è perché riteniamo di non poter essere interrogati da chi non ha alcuna qualità per farlo; intendiamo essere il solo giudice di ciò che abbiamo da dire e del momento opportuno per dirlo. Quindi, facciamo solo sapere a de Guillebert che siamo in possesso di un importante manoscritto di Le Chartier, intitolato Le Gennaïth-Menngog de Rabbi Eliézer ha‑Kabir, che è esattamente quanto di più straordinario si possa immaginare del genere «pornografia erudita», e che ci è bastato confrontare con certi articoli apparsi in tutti i primi numeri della R.I.S.S., quasi vent’anni fa, per identificare subito le origini intellettuali, se così si può dire, dell’autore degli articoli stessi, il quale, a quel tempo, si nascondeva sotto lo strano ed «anticristico» pseudonimo di Armilous. Abbiamo anche alcune lettere dello stesso Le Chartier, delle quali una contiene la traduzione (?) del vero Gennaïth-Menngog, quello di Taxil-Vaughan, ed un’altra, con la firma in ebraico rabbinico, contiene una ben strana allusione ad un personaggio misterioso che egli chiama «suo Maestro»; e tutto questo non data dell’altro ieri... Quanto al «vintraismo» di Jules Doinel, quantunque questi sia passato effettivamente per molte dottrine diverse, noi continuiamo a non crederci, tanto più che le spiegazioni fornite non concordano con la realtà dei fatti e con le date. Aggiungiamo che, se abbiamo parlato di «confessioni», è perché questo termine viene impiegato ad ogni pie’ sospinto, nello stile speciale della R.I.S.S., per qualificare le più naturali dichiarazioni... quando provengono dagli avversari; la nostra intenzione ironica non è stata capita. Infine, se «la R.I.S.S. non ha alcuna speciale teoria», de Guillebert ne ha sicuramente una, e potrebbe essere molto istruttivo ricercarne la provenienza!

Nello stesso numero, troviamo il seguito dello studio del dr. Mariani, intitolato L’Islam e l’Occultisme; in esso una documentazione molto buona, nonostante alcuni errori ed

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alcune confusioni, è rovinata da delle interpretazioni di una rivoltante parzialità.

Un altro numero (del 10-17 maggio) è interamente occupato da un articolo intitolato Les Missionnaires du Gnosticisme (I Missionari dello Gnosticismo), in realtà si tratta dell’O.T.O. e del suo fondatore, il fu Theodore Reuss; tutto ciò non ha niente a che vedere con lo Gnosticismo, ma vi sono delle parole che sono sempre di sicuro effetto quando si tratta di impressionare certi spiriti, e questa è una di quelle, come «illuminismo» ne è un’altra. Giustamente, l’autore anonimo dell’articolo vorrebbe far prendere sul serio i nuovi «Illuminati» di Leopold Engel, la cui pretesa di ricollegarsi a Weishaupt poggia assolutamente sul nulla. E il dr. Mariani, da parte sua, non scrive che «il sufismo è solo il nome arabo dell’illuminismo», cosa che non significa assolutamente niente?

Le Voile d’Isis, luglio 1931.

 

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di luglio), Oswald Wirth descrive L’Initiation chez les Yagans (L’Iniziazione presso gli Yagan), abitanti della Terra del Fuoco.

 

‑ Nella Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 1° giugno, «parte occultista»), H. de Guillebert si abbandona ancora a delle sgarbate riflessioni sui nostri articoli; e stavolta gli risponderemo molto semplicemente: 1°, se le nostre recensioni vengono fatte con un certo ritardo, è perché noi siamo molto lontani dalle «sale di redazione»... e dal mondo occidentale; 2°, né lui né altri possono «discutere le nostre idee», per la semplice ragione che noi non esponiamo ciò che ci appartiene in proprio, ma solo delle idee tradizionali; 3°, per quanto strano possa sembrargli, «la personalità di René Guénon» ci interessa forse ancor meno che a lui, posto che le personalità, o piuttosto le individualità, non contano nell’ordine di cose di cui ci occupiamo; e poi, dopo tutto, è proprio sicuro che attualmente ci sia al mondo

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qualcuno che porta questo nome? Che lo si consideri una pura designazione convenzionale, adottata per comodità di linguaggio, al pari di una qualunque altra: è tutto quello che chiediamo...

Nel n° del 1° luglio, lo stesso autore intitola Les deux sciences (Le due scienze), un articolo così confuso che non abbiamo potuto indovinare di quali scienze si tratti.

Con il titolo Le Pouvoir directeur occulte du Monde (Il Potere che dirige occultamente il Mondo), il dr. Mariani analizza un libro di una certa Bailey, che sembra essere un bell’esempio di divagazioni teosofiste sulla «Gran Loggia Bianca».

Sempre in questi due numeri, il dr. Mariani continua il suo studio su L’Islam e l’Occultisme; ammiriamo la sua fiducia nelle informazioni degli orientalisti...

Nel n° del 28 giugno, troviamo una cosiddetta recensione del numero speciale de Le Voile d’Isis sulla Tradition rosicrucienne (Tradizione rosacruciana); l’autore ha abilmente firmato con la sola iniziale, H., ma è facilmente riconoscibile dalla delirante interpretazione di alcune figure simboliche; al suo fianco, Freud farebbe la figura di un essere ragionevole! Questa volta è troppo, e non ci abbasseremo a rispondere a simili bazzecole.

Il n° del 5 luglio contiene alcuni nuovi documenti su Aleister Crowley e l’O.T.O.

Nel n° del 12 luglio, il dr. Mariani pubblica uno studio storico su Cazotte, che egli chiama Un transfuge de l’Illuminisme au XVIII siècle (Un transfuga dell’Illuminismo del XVIII secolo); l’articolo termina con uno strano e imprevedibile attacco contro Le Forestier, qualificato di M\ del tutto gratuitamente.

 

– In seguito alla nostra ultima risposta al dr. Mariani, Robert Desoille ci ha indirizzato una lunga lettera, dalla quale risulta che egli si occupa unicamente «di argomenti riguardanti la fisica e la psicologia», e che professa una sorta di indifferenza nei confronti delle questioni dottrinali; di

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questo gli diamo atto ben volentieri.

Sembra che l’osservazione da lui fatta al suo amico aveva il solo scopo di evitargli «il rimprovero di trattare il problema in modo settario» (era ora!); ci sembra che non è esattamente in questo modo che il dr. Mariani ha presentato le cose, perfino nella sua lettera, ma questa divergenza non ci riguarda per niente; che si spieghino fra loro...

In merito alla storia a cui alludevamo alla fine della nostra risposta, poiché Desoille sembra ci tenga a conoscerla, eccola in poche parole: un certo giorno, un personaggio dall’aspetto alquanto losco si presentò da noi col pretesto di chiedere un impiego come segretario, e si disse inviato «da uno dei nostri amici»; siccome noi insistemmo per sapere il nome di questo «amico», egli ci fece il nome di Desoille, che ignoravamo completamente; notando il nostro stupore, ce ne diede subito un altro, altrettanto sconosciuto; naturalmente ci affrettammo a congedare l’individuo, ma ci rimase impresso il nome di Desoille.

Le Voile d’Isis, ottobre 1931.

 

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di agosto-settembre), con il titolo Église et Franc-Maçonnerie (Chiesa e Massoneria), troviamo un curioso studio firmato François Ménard e Marius Lepage; in esso il simbolismo dei Tarocchi è applicato alla questione dei rapporti fra le due potenze.

Nel n° di ottobre, vi è un articolo di Oswald Wirth su Rudyard Kipling Franc-Maçon (Rudyard Kipling Massone).

Un altro di Legrain, intitolato Symbolisme et graphologie (Simbolismo e grafologia), che ci sembra riveli la concezione molto rudimentale del suo autore circa il simbolismo, associata peraltro a tutti i pregiudizi dello scientismo evoluzionista.

 

‑ Nella Revue Internationale des Sociétés Secrètes (nn. del 1° agosto e del 1° settembre, «parte occultista»), il dr.

 

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Mariani, continuando il suo studio su L’Islam et l’Occultisme, mischia stranamente le organizzazioni iniziatiche e le «sette» eterodosse (compreso perfino il Bahaismo occidentalizzato), seguendo un procedimento che, per quanto concerne anche il mondo cristiano, è stato frequentemente impiegato dai nemici dell’esoterismo, disconoscendo o facendo finta di non sapere che religione ed iniziazione costituiscono due domini completamente distinti.

Nel n° del 1° agosto, lo stesso autore parla del nostro ultimo libro e di quello di Émile Dermenghem; lo fa alla sua maniera abituale, di cui il meno che si possa dire è che manca di franchezza. Non ci soffermeremo a rilevare le affermazioni più o meno bizzarre con cui ci prende di mira, ma che non ci toccano per niente; citiamo solo, in un altro ordine di idee, questa frase particolarmente indicativa di una certa mentalità: «Il cattolicesimo ha solo un significato, e noi l’abbiamo appreso col catechismo». Se veramente fosse così, che pietà! L’articolo termina poi con delle perfide insinuazioni nei confronti delle «Edizioni Véga», mentre viene enunciata nei nostri confronti, con un’intenzione che evitiamo di qualificare, ma che comprendiamo fin troppo bene, una «predizione» che è esattamente l’opposto della verità; non diremo di più per il momento, poiché senza dubbio dovremo ritornarvi su... Diciamo solo, che non abbiamo mai pensato minimamente di fare de Le Voile d’Isis una «cosa» nostra, e se alcuni dei suoi collaboratori si ispirano volentieri ai nostri lavori, ciò avviene del tutto spontaneamente e senza che noi si sia mai fatto nulla per indurveli. In questo vediamo solo un omaggio reso alla dottrina che esponiamo, in maniera perfettamente indipendente da ogni considerazione individuale; del resto, se si continuerà ad... avvelenarci con la «personalità di René Guénon», qualche giorno finiremo col sopprimerla completamente! Ma i nostri avversari possono star certi che non ne trarranno alcun vantaggio, anzi proprio il contrario...

Le Voile d’Isis, novembre 1931.

 

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‑ Il n° del 1° ottobre della Revue Internationale des Sociétés Secrètes («parte occultista») si apre con una strana lettera, provocata dalle insinuazioni lanciate, nel n° del 1° agosto, contro le «Edizioni Véga»; in essa, col pretesto di una «messa a punto», si risponde con altre... falsità ancora più pesanti; non è il caso di insistere adesso, ma a causa del pregiudizio che tutto ciò ci procura (poiché è chiaro che siamo sempre noi ad essere presi di mira), esprimiamo le dovute riserve per le conseguenze che potrebbe comportare questa faccenda singolare.

In una serie di recensioni che seguono, ecco una nuova diatriba contro le dottrine orientali, accostata, come per caso, a dei complimenti a Paul Le Cour e ad un elogio ditirambico al F\ Oswald Wirth; il che è sicuramente un po’ banale; è questa l’«unione sacra» per la «difesa dell’Occidente»?

Ciò che aiuta a crederlo è che, nel numero seguente, Gabriel Huan, di cui si è già parlato qui, riceve a sua volta le felicitazioni dal «dr. G. Mariani»...

Il n° del 25 ottobre riporta delle informazioni relative ad una strana storia di stregoneria, accaduta in Finlandia, e di cui si attribuisce la responsabilità ad una setta inglese chiamata Panacea Society. Noi abbiamo sotto gli occhi un libretto diffuso proprio da questa società, nel quale si dice che essa «è nata dallo studio delle opere di otto Profeti moderni, da parte di un gruppo di persone che scoprirono che una Visitazione di Guarigione e di Soccorso (sic) doveva essere attesa in Inghilterra, all’incirca fra il 1923 e il 1927»; la lista dei «Profeti» in questione si apre col nome di Jane Leade; fra le altre, molto meno conosciute, figura al secondo posto Joanna Southcott, del Devonshire. morta nel 1814. Ora, nelle informazioni citate dalla R.I.S.S., Joanna Southcott diventa «Joanna Scout» e vi si dice che è sotterrata nel cimitero di Helsingfors, quando sembrerebbe certo che non ha mai lasciato l’Inghilterra; cosa potranno mai significare tutte queste anomalie?

Nel n° del 1° novembre («parte occultista»), sotto il titolo Lumières suspectes (Luci sospette), il «dr. G. Mariani» pubblica

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un articolo conoscitivo sui «Polari», molto esatto nell’insieme; ma perché la storia delle prefazioni dell’Asia Mysteriosa, di cui abbiamo già parlato qui, vi è presentata in maniera tale che è impossibile comprendere che la nostra prefazione venne ritirata prima ancora della pubblicazione del libro? Verso la fine, vi è anche una nota nella quale è messo al presente ciò che avrebbe dovuto essere al passato... ed anche al «passato remoto»; è questa una maniera fin troppo comoda di presentare i fatti a propria convenienza!

Nelle recensioni delle riviste, sempre del «dr. G. Mariani», segnaliamo solo una nota molto lunga sulla psicanalisi di Freud, redatta a proposito di un articolo di Robert Desoille pubblicato su Action et Pensée; in essa si dice che: «la parte della psicanalisi di Freud che ci sembra più interessante, la più vera, almeno in linea di principio, è quella relativa alla simbolica»; ecco una concessione alquanto incresciosa...

Infine, una cosa molto spassosa, per terminare: in un nostro recente articolo su Sheth, noi abbiamo fatto allusione ai misteri del «dio dalla testa d’asino»; il «dr. G. Mariani», senza peraltro farvi riferimento, si mette a parlare anche lui del «dio dalla testa d’asino», nella R.I.S.S., che imprudenza! Il «sapiente dottore» sembra veramente ancora troppo giovane per il ruolo che vorrebbe giuocare... o che si vuole fargli giuocare.

 

‑ Il «demonismo» della R.I.S.S. sembra essere contagioso: Les Cahiers de l’Ordre, altra pubblicazione antimassonica che fino ad oggi era sembrata alquanto ragionevole, pubblica (n° speciale di ottobre) delle «istruzioni dei capi segreti della Massoneria Luciferina nel 1870», che sembrano provenire direttamente dal laboratorio del fu Léo Taxil, benché ci si sia preoccupati di farci sapere che alcuni (indicati solo con le iniziali) ne sarebbero stati al corrente ancor prima delle «rivelazioni» dello stesso Taxil, di modo che «si può anche pensare che questo documento facesse parte dei testi autentici a cui si ispirò e su cui lavorò Taxil»; come risposta anticipata alle possibili obiezioni, non c’è male... Questo

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«documento» è seguito da un «commento» nel corso del quale vengono denunciati alcuni pretesi agenti esecutivi del «piano luciferino»: intanto i «surrealisti», il che equivale col dar troppo credito ad un piccolo gruppo di giovanotti che si divertono con delle facezie di dubbio gusto; poi, i «Polari», ai quali, negli ambienti antimassonici, si dà decisamente molta più importanza di quanta ne meritino; e infine La Flèche, che, almeno questa, si dichiara effettivamente «luciferina» ed anche «satanista», il che non è una ragione per prenderla sul serio; d’altronde, noi avevamo previsto che questa storia sarebbe esplosa in questa direzione, ma, a dire il vero, non è a Les Cahiers de l’Ordre che pensavamo allora.

Le Voile d’Isis, gennaio 1932.

 

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di dicembre), un altro articolo di Oswald Wirth su L’Unité rnaçonnique (L’Unità massonica) critica ancora una volta le tendenze della Massoneria anglosassone, troviamo anche una concezione del «Massonismo» che ha il torto di misconoscere completamente l’efficacia propria dei riti; non può esservi iniziazione, non solamente simbolica, ma reale, sotto una forma qualsiasi, al di fuori del ricollegamento effettivo ad una organizzazione tradizionale.

Sempre dello stesso autore, vi è l’ultima parte dello studio su L’Initiation chez les Yagans, ormai in corso da diversi numeri.

Armand Bédarride cerca di dare una Définition de l’Œuvre (Definizione dell’Opera); egli sembra avvertire certe cose, ma ricade, quasi subito, nel punto di vista «morale ed umanitario»; se si trattasse solo di questo, l’uso del simbolismo e del rituale sarebbe veramente abbastanza inutile.

 

La Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 1° dicembre, «parte occultista») annuncia la morte del suo collaboratore Henri de Guillebert des Essarts; c’è da augurarsi che il suo tenebroso segreto sia sceso con lui nella tomba.

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Il resto del numero è occupato da un lungo articolo su Richard Wagner et la mystique guerrière de l’Allemagne (Richard Wagner e la mistica guerriera della Germania) firmato «Le Capitoul»; vi si trova un po’ di tutto, ma soprattutto delle considerazioni stravaganti sulla «Cabale» (sic), con un insieme caotico di citazioni eteroclite che vanno dal Dictionnaire de la Conversation alla Revue Spirite e al Bulletin des Polaires, per finire con le Paroles d’un Croyant; sembra che si tratti di provare che «Richard Wagner è proprio il cantore dei “Protocolli di Israele” (sic), ai quali l’armata tedesca serve da mezzo di esecuzione»! Segnaliamo una strana ipotesi, in base alla quale il Baphomet, il cui nome «somiglia a Mahomet» (dimenticando che questa è una forma storpiata di Mohammed), sarebbe stato «la rappresentazione dello stesso dio degli Egizi, Serapis-Helios (si veda il Larousse), un corpo d’uomo con una testa di toro»; per la verità, questo «dio dalla testa di toro» ci sembra più fenicio che egizio, a meno che non sia, molto semplicemente, il «Minotauro» raffigurato al centro del «Labirinto» che i costruttori del Medioevo tracciarono sul lastricato di certe chiese; ma non è, piuttosto, che l’autore, più accorto del suo confratello il «dr. G. Mariani», non abbia osato riparlare del «dio dalla testa d’asino»?

Le Voile d’Isis, febbraio 1932.

 

 

Le Symbolisme (n° di gennaio) contiene uno «studio ritualico» di Marius Lepage su L’Incenération du testament philosophique (L’incenerimento del testamento filosofico).

Armand Bédarride prosegue il suo lavoro sulla Modernisation de la Maçonnerie (Modernizzazione della Massoneria): qui esamina la questione dei rituali e del loro adattamento; egli protesta con ragione contro l’intrusione dello spirito «scientista», che alcuni spingono fino a voler fare dei rituali qualcosa che assomigli a dei «manuali scolastici»! Notiamo in questo articolo l’affermazione, sottolineata dall’autore,

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che la filosofia massonica è più «orientale che occidentale»; questo è molto vero, ma quanti sono quelli che lo comprendono oggigiorno?

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di dicembre), vi è un articolo dedicato ad Albert Pike, in cui si dimostra, tramite delle citazioni dalle sue opere, come questi avesse uno spirito religioso il più lontano possibile da quel «Sovrano Pontefice luciferino» delle leggende di Léo Taxil.

Un altro articolo tratta della costruzione del Tempio di Gerusalemme e delle «miniere di Salomone».

 

Les Cahiers de l’Ordre (n° di novembre) esumano un libro sulle «messe nere», pubblicato una ventina d’anni fa da un «neo-spiritualista», il quale, si dice, per questo fatto avrebbe attraversato ogni sorta di disavventura; sembra che se ne prepari una riedizione, attorno alla quale ci si sforzerà, senza dubbio, di fare un po’ di chiasso negli ambienti antimassonici; e a questo proposito, un richiamo all’Élue du Dragon non ispira certo una gran fiducia...

Segnaliamo anche, a titolo di curiosità, una «profezia» del 1553 che viene interpretata come se annunciasse «l’avvento e l’annientamento della Massoneria».

Il n° di dicembre della stessa rivista è occupato in gran parte da un Tableau de la Sociologie chrétienne (Quadro della Sociologia cristiana), in cui vi sono certe idee assai curiose, ma ben miscelate; perché questa preoccupazione di trovare dei punti d’appoggio nella scienza moderna, quando questa cambia incessantemente?

Vi sono poi alcuni articoli tratti da pubblicazioni massoniche, che si dice siano state «trovate in un taxi»; come è possibile che nelle pubblicazioni antimassoniche si finisce sempre col trovare storie di questo genere, degne dei più volgari romanzi polizieschi?

 

‑ Attualmente sembra che gli Albigesi vadano «di moda»: se ne è fatto l’oggetto di un romanzo, si riprendono gli scavi

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per ritrovarne le vestigia; così la Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° di gennaio, «parte occultista») pubblica anch’essa delle Notes sur l’Albigéisme (Note sul movimento degli Albigesi), le quali d’altronde non apportano niente di nuovo, ed in cui l’enigma delle origini, in particolare, non è per niente chiarito. Dal momento che alla fine di questo articolo troviamo anche un’allusione al «Re del Mondo», poniamo a riguardo una domanda ben precisa: questa gente che si dice cattolica considera Melkisedec: come l’Anticristo e la Lettera agli Ebrei come di ispirazione diabolica oppure, molto semplicemente, non sa di che cosa parla?

Nello stesso numero, il «dr. G. Mariani» lancia ancora contro di noi degli attacchi che vorrebbero essere minacciosi, ma che sono soprattutto volgari; non ci è possibile rispondere a delle così basse sciocchezze... E poi ha l’ardire di pretendere che «non attacca mai le persone»; che fa di diverso? Siccome, evidentemente, sarebbe molto comodo poterci coinvolgere impunemente e senza rischiare alcuna risposta più o meno imbarazzante, egli ci invita a «librarci (sic) nel puro dominio delle idee» e a non discostarcene; niente potrebbe essere più gradito, a noi che intendiamo proprio evitare di porci da un qualunque lato di una qualsiasi «barricata», sempre che avessimo a che fare con dei contraddittori capaci di porsi a loro volta sullo stesso terreno; ma sfortunatamente non è questo il caso. Per di più, diciamo al «dr. G. Mariani»: 1°, che egli fa confusione fra delle... entità diverse, le cui attività più o meno esteriori non ebbero mai alcun rapporto fra loro, e di cui alcune, per giunta, hanno cessato d’esistere ormai da molto tempo; 2°, che l’infallibilità, che del resto non appartiene mai agli individui come tali, ma solo in quanto essi rappresentano la dottrina tradizionale, è lungi dall’essere una cosa straordinaria ed esorbitante, mentre invece ciò che stupisce è, come abbiamo scritto in qualcuno dei nostri lavori, non tanto che il Papa sia infallibile, ma che sia il solo ad esserlo in tutto il mondo occidentale; 3°, che tale «distinto filo-atlante» non è per niente nostro «condiscepolo»,

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e che noi non abbiamo assolutamente niente a che vedere con gli pseudo-esoteristi occidentali, a qualunque specie appartengano; questo lo abbiamo detto tante di quelle volte, che pretendere o insinuare il contrario equivale ad una diffamazione bella e buona; il «dr. G. Mariani» saprà certo a quali conseguenze espone così il suo autore...

Su un altro versante, troviamo delle nuove gentilezze, per non dire di più, indirizzate a G. Huan e al F\ Oswald Wirth, le quali confermano ciò che abbiamo già detto due mesi fa; decisamente si tratta proprio dell’«unione sacra per la difesa dell’Occidente», ed i pretesi antimassoni, in realtà, sono solo degli «anti-orientali»; noi non ne dubitavamo da ormai molto tempo, ma non possiamo che esser loro grati per avercelo dimostrato con tanta evidenza!

Le Voile d’Isis, marzo 1932.

 

 

Le Symbolisme (n° di febbraio) contiene un articolo di Oswald Wirth su Le Rosicrucisme (abitualmente si dice «Rosicrucianisme») (Il Rosacrucianesimo): si tratta di spiegazioni enfatiche sul simbolismo della rosa, della croce e dei numeri; a dire il vero, non si tratta neanche più di simbolismo, ma, al massimo, di allegoria; e l’autore dà dell’«iniziazione cristiana» un’idea... che non ha niente di iniziatico.

In un altro articolo intitolato L’Église maçonnique anglaise (La Chiesa massonica inglese) e firmato Diogène Gondeau, troviamo uno strano errore: gli Old Charges sono confusi con le Costituzioni del 1723, i cui autori si impegnarono, per quanto possibile, a far sparire proprio gli Old Charges, vale a dire i documenti dell’antica «Massoneria operativa». Vero è che, in una recente opera antimassonica, il cui autore è tuttavia un ex Massone, le stesse Costituzioni sono, non meno stranamente, identificate ai landmarks, i quali invece sono essenzialmente delle regole che non furono mai scritte ed alle quali non si può assegnare alcuna origine storica definita.

Nel n° di marzo, Oswald Wirth parla de La conception

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initiatique de Gœthe (La concezione iniziatica di Gœthe), in occasione del centenario della sua morte: da alcune citazioni dal Wilhelm Meister sembra risultare che Gœthe abbia in qualche modo disconosciuto il valore del rituale; tuttavia vogliamo credere che, quanto meno, egli sia andato un po’ più in là di un «razionalismo umanitario».

Armand Bédarride tratta de L’étude de la morale (Lo studio della morale); vi sarebbe molto da dire sull’argomento, in particolare per quanto attiene alla connessione fra la degenerescenza «moralista» e le influenze protestanti che si sono esercitate all’origine della Massoneria moderna; se in realtà doveva solo trattarsi di morale, a che serviva il simbolismo? Ci limitiamo a sottolineare, ancora una volta, quanto sia spiacevole che una poco chiara nozione della «regolarità» iniziatica conduca ad un «eclettismo» che pone ogni cosa sullo stesso piano e concede alle concezioni profane uno spazio del tutto illegittimo.

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di gennaio), troviamo il seguito dello studio sulla costruzione del Tempio di Salomone.

Nel n° di febbraio vi è uno studio su «la pietra angolare e la chiave di volta», che fanno parte del simbolismo della Massoneria dell’Arco Reale.

 

La Flèche è riapparsa dopo un’assenza di qualche mese, vi ritroviamo, senza alcun cambiamento, le tendenze più che sospette che avevamo già segnalate. Il numero del 15 febbraio contiene una risposta al «dr. G. Mariani» (qualificato peraltro di «distinto critico»!); vi si legge, a proposito del «capo spirituale» che avrebbe ispirato l’«azione magica» di cui questa pubblicazione si dichiara l’organo, una storia parecchio strana, ma alla quale siamo tentati di prestar fede, fino a nuovi e più ampi ragguagli.

 

‑ A proposito de La Flèche, abbiamo constatato che l’articolo già riprodotto ne Les Cahiers de l’Ordre (n° di ottobre),

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era stato a sua volta ripreso dall’opera antimassonica alla quale abbiamo accennato prima; questa volta, però, invece di indicarne la provenienza, si dice solamente che si tratta di «un brano di una rivista a piccola tiratura di un gruppo luciferino molto chiuso, d’origine caucasica». Senza dubbio, è necessario ingigantire l’importanza dell’avversario ed ammantarlo di mistero, per poter fornire a se stessi una ragion d’essere; ma, francamente, gli antimassoni che impiegano questi sistemi sono realmente i più qualificati per poter biasimare poi il ciarlatanismo di certi pseudo-esoteristi?

 

‑ Nella Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 1° febbraio, «parte occultista»), il primo articolo si intitola felicemente Les poisons de l’Orient (I veleni dell’Oriente); questa volta esso è firmato solo con le iniziali G.M., precedute da questa nota un po’ enigmatica: «redatto questo 28 maggio (sic) 1932, per la Saint-Charlernagne1, sulla scorta delle note del nostro rimpianto collaboratore» (si tratterebbe forse di H. de Guillebert?). Dopo aver presentato come un «perfetto Francese» il pangermanista Gobineau, cosa che non corrisponde proprio alla più felice delle idee, l’autore vi espone una caricatura delle dottrine orientali, in cui il grottesco fa a gara con l’odioso; vi si trova quasi un errore per ogni parola, compreso il ritornello del «panteismo», che decisamente resta sempre la grossa risorsa di tutta questa gente; non insistiamo oltre... Ma tutto ciò si conclude con una confessione delle più esatte: «Al cospetto dei veleni dell’Oriente, io mi sento solidale con gli Ugonotti»; e dopo aver citato la nostra allusione all’«unità di fronte» (noi avevamo scritto «unione sacra») per la «difesa dell’Occidente», aggiunge: «Ci auguriamo che sia effettivamente un buon profeta». Il «dr. G. Mariani» (poiché, quanto meno qui, è certo lui che parla, e che, per un «sincronismo» interessante, si riferisce, nello stesso paragrafo, al libro di P. Allo) decisamente non è in grado di giuocare il suo ruolo: è esattamente questo che noi

1. [La Saint-Charlemagne, in Francia, è rimasta come festa delle scuole e ricorre il 28 gennaio; da qui l’ironia di R.G. – n.d.t. –]

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volevamo fargli dire! Quanto a noi, gli rispondiamo recisamente e senza la minima ketmah, rigirandogli la sua stessa frase: al cospetto dei veleni dell’Occidente moderno noi ci sentiamo solidali con l’intero Oriente!

Dopo questo articolo, vi sono alcune «diavolerie» senza importanza, quindi un altro articolo intitolato Les «Grands Serviteurs intellectuels» occultes ou une esquisse des positions de M. René Guénon (I «Grandi Servitori intellettuali» occulti o un abbozzo delle posizioni di René Guénon), ripreso dalle Nouvelles critiques d’Ordre, che noi non conosciamo, ma che sembra siano un supplemento dei Cahiers de l’Ordre. Questo scritto, la cui ignominia supera ogni possibile immaginazione, possiede tutti gli ingredienti di una nota poliziesca di infima categoria; il suo redattore anonimo è, peraltro, male informato e, su alcuni punti, dà prova di un’immaginazione così delirante che ci chiediamo se non sia stato ispirato da qualche «chiaroveggente»... molto poco «veggente»! Infatti, tutti sanno che il nostro lavoro non è per niente «filosofico» e ancor meno «storico-sociale»; ma, per presentarlo come tale, senza far risaltare questa falsità anche agli occhi dei più sprovveduti, si è avuto cura di citare solamente alcuni titoli delle nostre opere, passando le altre sotto silenzio, e per una di esse si è arrivati perfino a tenere in conto una fascetta che le era stata apposta contro il nostro parere dal primo editore, preoccupato, per ragioni puramente commerciali, di farla rientrare a qualunque costo in una «collana» con la quale essa non aveva alcun rapporto. D’altra parte, si ritiene di metterci in imbarazzo, evocando delle vecchie storie delle quali si vorrebbe anche dare l’impressione che si riferiscano al presente (abbiamo già avuto occasione di notare questo sistema truffaldino), e nei confronti delle quali noi restiamo perfettamente indifferenti come se non ci riguardassero affatto; non finiremmo mai se dovessimo attribuire una qualunque importanza a tutti i gradi e a tutti i titoli con cui, un tempo, ci hanno gratificato tantissime organizzazioni, fra le quali ve n’erano di quelle che esistevano solo sulla carta; per quella, poi, che è specialmente citata in questa

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circostanza, già noi stessi abbiamo avuto modo di definirla, in uno dei nostri libri (Il Teosofismo, p. 260 – ed. italiana –) in maniera non certo lusinghiera; siamo quindi noi ad avere il diritto di chiedere: «Allora, chi è in errore?» Se, in una certa epoca, abbiamo dovuto introdurci in tale o in tal altro ambiente, è per delle ragioni che riguardano solo noi; e se attualmente, per altre ragioni di cui non dobbiamo rendere conto a nessuno, non siamo membri di alcuna organizzazione occidentale, di qualunque natura essa sia, sfidiamo chiunque ad apportare la minima giustificazione ad una qualunque affermazione contraria. Se abbiamo risposto favorevolmente a certe richieste di collaborazione (richieste che ci sono state espressamente indirizzate, e non «infiltrazioni» di nostra iniziativa, che sarebbero assolutamente inconcepibili con il nostro carattere), da qualunque parte ci siano giunte, anche questo è solo affar nostro; e quali che siano le pubblicazioni in cui sono apparsi i nostri articoli, contemporaneamente o meno, noi vi abbiamo sempre esposto precisamente le stesse idee, sulle quali non abbiamo mai cambiato opinione. Non possiamo permettere che si dica che abbiamo «combattuto in apparenza» lo spiritismo e il teosofismo, quando in realtà i sostenitori di questi movimenti sembrano proprio temere solo noi; e sfidiamo questo poliziotto anonimo a citare gli «scritti cattolici ortodossi» di cui avremmo parlato ne Le Voile d’Isis (rivista interamente indipendente, e non «occultista») con dei «sarcasmi d’idee e di principi» (sic), convinti come siamo che possa solo trattarsi delle elucubrazioni dei suoi confratelli della R.I.S.S.! Per di più, noi non siamo i «servitori» di nessuno e di niente, se non della sola Verità; e non chiediamo niente a chicchessia, non lavoriamo «per conto» di nessuno e facciamo a meno di qualunque «appoggio»; abbiamo quindi il diritto assoluto di vivere come meglio ci aggrada e di risiedere ove riteniamo opportuno, senza che nessuno possa averci niente a che fare; e non siamo per niente disposti ad ammettere la minima ingerenza in questo campo. D’altronde, il nostro lavoro è rigorosamente indipendente da ogni considerazione individuale, e, di conseguenza,

 

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non ha niente a che vedere con queste cose che non possono veramente interessare ad alcuno; e aggiungiamo anche che non comprendiamo affatto perché saremmo obbligati a vivere sempre nella pelle di uno stesso personaggio, si chiami «René Guénon» o in altro modo... Quanto alle altre affermazioni contenute nel rapporto di polizia in questione, ignoriamo del tutto se quella tal libreria «protegge un gruppo filosofico e metafisico a tendenze esoteriche e teosofiche»; la sola cosa che sappiamo è che, se questo gruppo esiste realmente, non può che esserci molto ostile; ma questa insinuazione, fondata o meno, ha tuttavia l’utilità di provare a qualcuno che la menzogna ed il tradimento non sempre tornano utili ai loro autori… Infine, abbiamo avuto lo stupore di apprendere che abbiamo «numerosi amici» in Germania; francamente non lo sospettavamo neanche, poiché essi hanno sempre avuto la negligenza di non farsi conoscere, con la logica conseguenza che questo è uno dei pochi paesi in cui non abbiamo alcuna relazione; il nostro poliziotto non poteva sbagliare più maldestramente! D’altronde, anche se questo fosse stato vero, non avrebbe potuto minimamente essere una ragione per «orientarci verso la Germania» (che sarebbe piuttosto un «occidentarci»), poiché questa ci interessa meno che meno di tutte le altre nazioni europee; innanzi tutto la politica non è per niente cosa che ci riguardi e poi, visti dall’Oriente, i popoli occidentali si assomigliano tutti terribilmente... A questo punto, per essere chiari, ci sono solo due parole, atte a qualificare delle infamie così mostruose: calunnia e diffamazione; normalmente, storie del genere condurrebbero i loro autori davanti ai tribunali, e a noi ha sempre ripugnato ricorrere a simili mezzi, ma, in presenza di questa marea montante di fango e di insanie, per quanto grande sia la nostra pazienza, finiremo coll’averne fin troppo e col prendere tutte le misure necessarie perché infine ci si lasci nella pace a cui abbiamo diritto nel modo più incontestabile; che stiano attenti!

Le Voile d’Isis, maggio 1932.

 

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‑ Ne Le Symbolisme (n° di aprile), Oswald Wirth, in un articolo titolato Babel et Maçonnerie (Babele e Massoneria), deplora la diversità caotica dei rituali, nella quale egli vede, con una certa ragione, un segno dell’ignoranza della vera tradizione: egli si chiede «come venirne fuori», ma alla fine non trova alcun rimedio ben preciso da proporre e non ce ne meravigliamo, poiché il «lavoro di approfondimento» di cui parla, in termini piuttosto vaghi, non è molto alla portata dei «razionalisti», le cui attitudini a «sondare il mistero» ci sembrano più che dubbie.

Armand Bédarride parla de La Religion et la Maçonnerie (La Religione e la Massoneria); innanzi tutto occorrerebbe intendersi sul significato preciso da dare al termine «religione», e certo non sono le definizioni dei filosofi profani, la maggior parte dei quali confonde, più o meno, «religione» con «religiosità», che possono contribuire a chiarire la questione. Vi sarebbe molto da dire anche su questo misterioso «noachismo», che sicuramente viene da molto lontano, e di cui i Massoni attuali non sembrano conoscere abbastanza il significato; ma già quelli del XVIII secolo, allorché si servivano di questa parola, ne sapevano forse molto di più?

 

‑ Nella Revue International des Sociétés Secrètes, il n° del 1° marzo («parte occultista»), è occupato quasi interamente dalla traduzione di brani dell’opera del «Maestro Therion», alias Aleister Crowley, su La Magie en théorie et en pratique (La Magia nella teoria e nella pratica), e da quella delle Costituzioni dell’O.T.O.

Vi è poi una breve nota intitolata Précisions (Precisazioni), che ha la pretesa di costituire una messa a punto dell’infame articolo delle Nouvelles critiques d’Ordre, riprodotto nel numero precedente; come mai questa nota non è stata posta immediatamente dopo l’articolo in questione, se non per il fatto che, per prima cosa, bisognava lasciare alla calunnia il tempo di fare il suo cammino senza rischiare di alleggerirla neanche un po’? D’altronde, ad onor del vero, non si rettifica poi un gran che, almeno per quanto riguarda

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noi, anzi, la direzione della famosa libreria riceve ogni possibile soddisfazione, e la cosa non ci sorprende affatto; si riconosce tuttavia che noi non «viaggiamo»... Quanto agli «appoggi» che ci vengono forniti, non ci soffermeremo a rilevare delle insinuazioni delle quali confessiamo di non comprendere proprio niente; ci stupiamo solo che questa gente possa crederci così... ingenui da aver loro fornito una «chiave» in chiare lettere nella dedica di un nostro libro; è il colmo del grottesco!

Nel n° del 1° aprile (parte occultista), troviamo il seguito dei brani tratti da Aleister Crowley, il cui interesse non appare con molta chiarezza, ed un articolo su L’Efficience morale nouvelle (La nuova efficienza morale), una specie di iniziativa «mistico-commerciale», di quelle di cui ne nascono tutti i giorni in America.

La rivista e la bibliografia forniscono ancora l’occasione per qualche attacco nei nostri confronti, ma di una così penosa povertà che non ci perdiamo neanche del tempo: occorre proprio essere a corto d’argomenti per limitare la recensione de Gli Stati molteplici dell’essere alla riproduzione di una frase con la quale un universitario dimostrava la sua perfetta incomprensione de Il Simbolismo della Croce! Per quanto riguarda il resto, non abbiamo l’abitudine di rispondere a delle volgarità; aggiungiamo solamente che è alquanto imprudente evocare il ricordo dell’Élue du Dragon; se sarà il caso di ritornare un giorno su queste «diavolerie», non saranno certe sparizioni che ce lo impediranno.

È vero che il «dr. G. Mariani» avrebbe trovato una morte tragica, verso la fine di dicembre, in un incidente aereo? Se è così, la nota pubblicata alla fine del suo articolo, nel n° del 1° febbraio, si riferiva a lui e non a H. de Guillebert, come avevamo pensato; ma allora, com’è che la R.I.S.S. non ha pubblicato chiaramente questa notizia né ha dedicato il più piccolo necrologio a questo «compianto collaboratore»? Teme forse che la cupa atmosfera da dramma che circonda l’accaduto possa impressionare spiacevolmente i suoi lettori? Che sarà mai questo nuovo mistero?

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In effetti, in questo numero del 1° aprile, vi è una frase ove si parla di «Mariani» al passato, ma questo non potrebbe essere sufficiente; comunque non vorremmo pensare che si tratti di una morte simulata... alla maniera dello pseudo-suicidio di Aleister Crowley! Aspettiamo dei chiarimenti su questo strano affare; e se tardassero troppo a venire, potremmo fornire noi delle precisazioni, citando le nostre fonti, il che sicuramente non piacerebbe a nessuno. Comunque sia, questa «sparizione» è avvenuta poco dopo quella di H. de Guillebert; ma, in effetti, perché questi si è subito ammutolito dopo la nostra allusione all’affare Le Chartier, ed ha atteso il nostro articolo su Sheth per morire?... Si comprenderà finalmente, alla redazione della R.I.S.S., e altrove, che vi sono delle cose che non si toccano impunemente?

Le Voile d’Isis, giugno 1932.

 

 

‑ Il Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di maggio), contiene degli articoli sulla «Parole du Maître» («Parola da Maestro»), (cioè la «Parola perduta»), la leggenda del fabbro e del re Salomone e la dedicazione del Tempio di Salomone.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di maggio), Oswald Wirth, in un articolo intitolato Évolution maçonnique (Evoluzione massonica), dichiara che «in Massoneria l’ignoranza è profonda» e che «il rimedio lo si può trovare solo nell’istruzione»; tuttavia egli ritiene che «si preannuncia un rinnovamento della Massoneria», il che ci sembra alquanto ottimista, poiché, a giudicare dalla sua rivista, noi vediamo sempre meno tracce di spirito iniziatico.

Armand Bédarride parla de La croyance en Dieu (La credenza in Dio), e nel n° di giugno, del Grand Architecte de l’Univers (Grande Architetto dell’Universo); questi articoli richiedono le stesse riserve dei precedenti, in ordine allo spazio eccessivo che viene concesso alle considerazioni profane; fra l’altro, la questione dell’influenza della Kabbala

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ci sembra un po’ troppo semplificata.

Sempre nel n° di giugno, una nota su Le Niveau (La Livella), di Robert Tatin, è di un simbolismo alquanto vago.

Un’altra sul nome Thubal-Kaïn, di Marius Lepage, è certo ingegnosa, ma sfortunatamente è basata in gran parte su un dato completamente inesatto: Thubal e Habel in realtà derivano da due radici diverse e non possono quindi essere minimamente assimilati.

In questo stesso numero di giugno, un articolo di Oswald Wirth, intitolato La Méthaphysique et le Rêve (La Metafisica e il Sogno), ha suscitato in noi un certo stupore: in effetti egli incomincia col parlare dei nostri ultimi lavori, poi li lascia bruscamente da parte per partire in quarta contro i «ragionatori», gli «amanti della discussione», le «astrazioni» della filosofia, e non ha certo torto, poiché noi ne abbiamo un’opinione ancora più negativa; ma ciò è assai curioso, da parte di chi ostenta volentieri uno spirito piuttosto «razionalista». Comunque sia, la metafisica, in realtà, non ha niente a che vedere con tutto questo, non più di quanto il simbolismo, scienza eminentemente «esatta», abbia a che vedere con il sogno o la fantasticheria, che non hanno assolutamente niente di iniziatico; e quando si riconosce esplicitamente che non si comprende niente della metafisica, ci si dovrebbe astenere dal parlarne: Ne, sutor, ultra crepidam!

 

‑La Revue Internazionale des Sociétés Secrètes (n° del 1° maggio, «parte occultista») continua a pubblicare le traduzioni dei brani di Aleister Crowley e riproduce un articolo di un giornale canadese, articolo intitolato Querelles françaises à propos du mouvement féministe des Adorateurs du Démon (Dispute francesi a proposito del movimento femminista degli Adoratori del Demonio), e che ha tutta l’aria di una grossa turlupinatura: questo ci ricorda la fotografia di presunti Devil-worshippers (Adoratori del Demonio) parigini, pubblicata un po’ di anni fa in una rivista inglese, e che molto semplicemente riprendeva una riunione di giocatori di «corno da caccia» in una cantina!

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La «rivista delle riviste», adesso a firma di Raymond Dulac, contiene ancora qualcuna delle abituali amenità nei nostri confronti; bisogna proprio ripetere ancora che Le Voile d’Isis non è affatto una «rivista occultista» e che noi non abbiamo la minima simpatia per i moderni tentativi di costituzione di una «religione universale»? Quel che noi sosteniamo, invece, è che la Tradizione unica esiste dall’origine del mondo, ed è questo che cerchiamo di far intendere con gli accostamenti che stabiliamo; ma sembra che «le leggi del linguaggio si oppongano» a questi accostamenti quando questi disturbano qualcuno, mentre invece tutto diventa lecito in caso contrario… Quanto ai «criteri» ed ai «garanti» della Tradizione, si tratta di cose per le quali non proviamo per niente il bisogno di istruire questi Signori; non è a loro che è rivolto il nostro insegnamento! Per di più, non ci abbasseremo a rilevare le loro meschine battute; diciamo solamente che non vi è alcun interesse ad occuparsi di un nome che per noi rappresenta solo una... firma ed al quale diamo esattamente la stessa importanza dell’abito che indossiamo o della penna con cui scriviamo; tutte cose che stanno sullo stesso piano e che non ci toccano più di tanto. Infine, un’ultima osservazione: gli Occidentali hanno un diavolo che calza loro a pennello e che nessuno invidia loro; che si aggiustino con lui come vogliono o come possono, ma che si astengano dal mischiarci in storie che non ci riguardano per niente: Lakum dînukum wa liya dîni!

Le Voile d’Isis, luglio 1932.

 

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di luglio), troviamo un articolo di Oswald Wirth intitolato La Propagande initiatique (La Propaganda iniziatica), due termini che fanno a pugni fra loro: sembra che «non ci troviamo più ai tempi delle persecuzioni, in cui gli Iniziati si imponevano il silenzio»; noi pensiamo invece che questo silenzio, che ha delle ragioni molto diverse e molto più importanti che la semplice prudenza, non

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è mai stato così necessario come nelle condizioni attuali; e del resto, per quanto riguarda l’affermazione che «noi abbiamo conquistato la libertà di parlare», per quanto ci riguarda, abbiamo degli eccellenti motivi per considerarla come un’amara burla... D’altronde, non vediamo a cosa potrebbe condurre la diffusione di una pseudo-iniziazione che non fosse più effettivamente collegata a niente; per di più, ci troviamo di fronte ad una incredibile disconoscenza dell’efficacia dei riti, e citiamo solamente questa frase molto significativa: «I Massoni non spingono la superstizione fino al punto di annettere una virtù sacramentale al compimento dei loro riti». Per essere esatti, noi riteniamo, invece, che essi siano alquanto «superstiziosi», nel senso più strettamente etimologico del termine, dal momento che conservano dei riti di cui ignorano totalmente la virtù; ci riproponiamo, d’altronde, di ritornare sull’argomento in un prossimo articolo.

Segnaliamo anche l’analisi di un articolo olandese su Les deux Colonnes (Le due Colonne), ed una nota su Les anciens Landmarks (Gli antichi Landmarks), che non testimoniano un grande sforzo di comprensione.

 

The Speculative Freemason (n° di luglio) contiene diversi articoli interessanti; uno di essi è dedicato ad un libro intitolato Classical Mythology and Arthurian Romance (Mitologia classica e romanzo arturiano) del prof. C.B. Lewis, che pretende assegnare delle «fonti classiche» alla leggenda del Santo Graal, le cui origini dovrebbero essere ricercate specialmente a Dodòna e a Creta (il che, in verità, sarebbe piuttosto «preclassico»); al pari dell’autore dell’articolo, pensiamo che non si debba parlare di «imprestiti», ma che le similitudini molto reali che sono segnalate in questo libro debbano essere interpretate in modo del tutto diverso: come dei segni dell’origine comune delle diverse tradizioni.

Un altro articolo, sui cambiamenti apportati ai rituali dalla Massoneria moderna, contiene delle considerazioni sull’antica Massoneria operativa e sui suoi rapporti con la Massoneria speculativa; alcune di esse sono contestabili, ma nell’insieme

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possono fornire l’occasione per delle utili riflessioni.

 

– Con il titolo Biblioteca «Las Sectas», è apparsa a Barcellona una nuova pubblicazione antimassonica che si presenta con dei fascicoli trimestrali; come fa subito pensare lo stesso titolo, ritroviamo anche qui, relativamente all’impiego del termine «sette», le abituali confusioni che abbiamo già segnalato in un recente articolo; ma, fatta questa riserva, dobbiamo riconoscere che il primo fascicolo è, nel suo insieme, di un livello superiore a quello delle pubblicazioni francesi dello stesso genere. Ciò che è curioso, è la sorprendente ed ingenua fiducia dimostrata dalla maggior parte dei redattori nei confronti delle teorie delle scienze moderne, e in particolare della psicologia; il primo articolo, molto significativo a riguardo, si appella alla «psicologia dei popoli primitivi» (è veramente strano che uno scrittore cattolico non si accorga di ciò che si nasconde sotto l’uso di questo termine, per designare i selvaggi) ed alla «psicologia infantile», per ridurre la lotta fra le «sette» ed il cristianesimo, ad una lotta fra il «mito» e la«scienza»; la qual cosa è forse ingegnosa, ma sicuramente niente di più.

Vi è poi l’inizio di un lungo studio sullo spiritismo; peraltro questa prima parte si riferisce soprattutto alla «metapsichica» e relativamente ai rapporti reali, quantunque dissimulati, di questa con lo spiritismo, contiene alcune riflessioni che non mancano di esattezza.

Da notare anche uno studio «psichiatrico» su Lutero, di cui si vuol provare «scientificamente» la follia; certo noi non siamo di quelli che si sentono portati a prendere le difese di questo personaggio poco interessante, ma non possiamo impedirci di fare una semplice osservazione: fra gli argomenti invocati figurano le manifestazioni diaboliche, naturalmente chiamate per l’occasione «allucinazioni auditive»; sarebbero allora da interpretare alla stessa maniera anche i fatti del tutto simili che si riscontrano nella vita di certi santi? Se no, come è probabile (e si avrebbe certo ragione, a dispetto della «scienza»), non si può dire che un tale comportamento

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soffre di una certa parzialità? E questa parzialità, per una bizzarra ironia delle parole, non è una delle caratteristiche di ciò che si chiama, spirito «settario»?

Le Voile d’Isis, ottobre 1932.

 

 

The Speculative Mason (n° di ottobre) contiene un articolo dedicato al simbolismo delle «pietre bianche» di cui si parla nel Pastore e nella Visione di Erma.

Un altro articolo prende in considerazione i rapporti fra la Massoneria operativa e quella speculativa, in una maniera in qualche modo inversa rispetto all’opinione corrente: non solo entrambe sarebbero coesistite, fin da tempi molto remoti, ma la Massoneria operativa sarebbe stata, per così dire, dipendente dalla Massoneria speculativa. Vi è del vero in questa tesi, benché i termini nei quali essa è espressa non siano esenti da obiezioni: se per «speculativa» si intende una Massoneria «dottrinale», che dirigeva o ispirava il lavoro degli artigiani, questo si accorda perfettamente con quanto abbiamo spesso indicato noi stessi in relazione all’origine propriamente iniziatica delle arti e dei mestieri; e senza dubbio è questo che ha voluto indicare l’autore, il quale, infatti, riconosce che questa Massoneria cosiddetta «speculativa», in realtà era «operativa in un senso superiore». Solo che, proprio per quanto appena detto, l’uso del termine «speculativa» risulta essere improprio; noi riteniamo che questo termine, anticamente, non fosse in uso, e che esso suggerisca piuttosto una sorta di degenerescenza: una Massoneria divenuta unicamente «teorica», dunque non più operante in vista di alcuna «realizzazione», tanto spirituale che materiale. D’altronde, diverse affermazioni contenute nell’articolo sono contestabili; per esempio, perché prendere sul serio le fantasie «egittologiche» del dr. Churchward? In ogni caso vi sono dei punti che meriterebbero di essere esaminati più da vicino, come l’orientazione delle Logge ed il posto degli ufficiali, l’impiego del nome El Shaddai nella

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Massoneria operativa, il ruolo che in essa svolge il simbolismo «polare», che in realtà è di un ordine più elevato del simbolismo «solare» e, al tempo stesso, più prossimo alle origini, come capiscono facilmente tutti coloro che hanno qualche vera nozione del «Centro del Mondo».1

 

‑ Il Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di settembre) contiene uno studio sul simbolismo della lettera “G”, la quale, originariamente, dovrebbe corrispondere, non allo iod ebraico, ma al gamma greco, che per la sua forma a squadra sarebbe stato già impiegato dai Pitagorici. La cosa, in sé, non ha niente di impossibile; tuttavia, a parte il fatto che lo iod è talvolta tracciato, kabbalisticamente, con questa stessa forma a squadra (corrispondente all’insieme dei tre middoth supremi), anche l’assimilazione fonetica fra iod e God è certamente meno fantasiosa che la trascrizione della stessa parola God in caratteri greci allo scopo di rintracciarvi così, la squadra, il cerchio ed il triangolo (ΓΟΔ). Ma la verità è che la lettera “G” può avere origini diverse, così come ha significati diversi; e la stessa Massoneria ha un’unica origine o piuttosto non ha raccolto, nel Medioevo, l’eredità di diverse organizzazioni che esistevano prima?

 

‑ La Revue Internationale des Sociétés Secrètes («parte occultista», n° di luglio-agosto-settembre) continua a pubblicare la traduzione di brani del «Maestro Therion» (Aleister Crowley); in fondo la cosa è veramente poco interessante, e d’altronde la traduzione sembra alquanto mal fatta: troviamo infatti le espressioni «Grand Travail» (Gran Lavoro) e «Grand

1. Segnaliamo al nostro confratello, un errore da lui commesso, nella recensione dei nostro articolo sulla chirologia islamica, e che riveste una certa importanza: il periodo alla fine del quale la mano destra deve essere esaminata di nuovo, è di quattro mesi e non di quattro settimane; esso quindi non ha alcun rapporto con la «rivoluzione della luna»; e d’altronde, l’unica spiegazione astrologica da considerare è quella da noi indicata, fondata sulla corrispondenza dei segni zodiacali con gli elementi. [Il presente brano costituiva una nota di testo. ‑ n.d.t. ‑]

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Ouvrage» (Grande Opera), che evidentemente rendono Great Work; il traduttore non sa che in francese vi è qualcosa che si chiama «Grand Œuvre» (Grande Opera)?

Vi è poi un articolo dedicato ad una iniziativa americana, o di stile americano (poiché la sede conosciuta è a Bruxelles), denominata The Theiron School of Life (Scuola di Vita Theiron); l’autore si chiede se, a causa della similitudine del nome Theiron con quello di Therion, non si tratti di qualcosa che abbia a che fare con l’O.T.O. Questa ipotesi ci sembra poco plausibile, poiché Crowley è un ciarlatano molto più abile di coloro che elaborano le sciocchezze di cui la presente è solo un campione; pertanto siamo più propensi a ritenere che si tratti della semplice contraffazione dello pseudonimo, destinata a provocare una confusione che si ritiene possa essere vantaggiosa; non abbiamo avuto perfino un prestigiatore che si esibiva col nome Pappus?

Un certo Raymond Dulac (?), che sembra proprio abbia rilevato il compito, del «fu Mariani», continua a prendersela con noi: sembra che abbiamo attribuito una citazione in maniera errata; è possibile, soprattutto quando non si è un «erudito» e non si hanno sottomano i mezzi per verificare tutto, d’altronde, nel caso in questione, l’errore non comporta alcun cambiamento rispetto a quanto abbiamo detto, e in fondo è questa la sola cosa che importa; comunque sia, bisogna essere proprio demoniaci, nel senso vero e non figurato, per qualificare di «frode» un simile lapsus. Ce ne sono di ben più gravi nella sua recensione: ove ha letto che noi abbiamo mai parlato di «gruppi esoterici»? Inoltre, noi non siamo proprio per niente un «filosofo» e ci facciamo beffe della filosofia, come di ogni altro genere di conoscenza profana; e cos’è questa frase ambigua ove si allude agli «Ebrei della scuola sociologica», come se non fosse più che notorio che noi proviamo solo disprezzo per le teorie universitarie e che siamo quanto più totalmente «antievoluzionisti» è possibile? Chi si vorrebbe ingannare con tali volgari tiritere? Infine, che pensare delle pretese di questo personaggio che, non solo «chiede delle prove» (tanto varrebbe tentare

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di provare l’esistenza della luce ad un cieco), ma «aspetta che gli si indichi il contenuto e i depositari della Tradizione»? Per chi ci prende dunque? Noi non siamo usi né a spiare né a tradire, e non intendiamo certo, in alcun modo, fare l’ausiliario dei volgari bisogni di questo Signore; per di più, non è certo per dei profani di questa risma che scriviamo!

Le Voile d’Isis, dicembre 1932.

 

 

‑ In Atlantis (n° di settembre-ottobre), il primo articolo è intitolato D’Atlas à saint Christophe (Da Atlante a San Cristoforo); il soggetto è interessante, ma è trattato in maniera molto incompleta.

In un altro articolo, ci siamo stupiti di vedere il Taoismo associato allo Stoicismo e al «Marcaurelismo» (sic), ed avente per scopo un «dominio di sé» che «non ha alcun rapporto con la Conoscenza»; non è incredibile?

Ancora, Paul Le Cour, che, sia detto senza offesa, parla della Massoneria quasi come un cieco dei colori, pretende che questa «si fondi sugli equinozi», mentre invece «la Chiesa cattolica si fonda sui solstizi»; non ha mai, dunque, sentito parlare delle «feste solstiziali» massoniche, altrimenti dette dei due San Giovanni d’estate e d’inverno? E, per colmo di sfortuna, egli segnala come un’«importante rivista massonica»... l’Equinox di Aleister Crowley!

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di novembre), un articolo intitolato Orient et Occident (questo titolo è molto usato ultimamente), di Diogène Gondeau, respinge l’idea di un «complemento rituale» basato sulle dottrine orientali, per delle ragioni che, come è facile capire, non hanno niente a che vedere con quelle da noi qui indicate; il Buddismo, questa deviazione, non è scambiato per il prototipo della saggezza orientale, definita peraltro «saggezza da nevrastenici», come se la nevrastenia non fosse invece un male esclusivamente occidentale? Quale strano bisogno, dunque, induce tanta gente a

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parlare di ciò che non conosce?

Altrove, l’opera di Charles Henry viene qualificata come «rosacruciana»; c’è da chiedersi se le parole abbiano ancora un senso!

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (nº di ottobre) vi è uno studio su Jah-Bel-On, in cui Mackey ha voluto vedere la riunione dei principali nomi divini, nelle tre lingue siriaca, caldea ed egizia; cosa che rivela una lettura linguistica un po’ fantasiosa; si suggerisce anche l’idea che si tratti di una espressione simbolica dei tre attributi di onnipresenza, onnipotenza e onniscienza, il che in effetti è più accettabile.

 

‑ La Revue Internationale des Sociétés Secrètes dedica un numero speciale alle risposte contro una recente campagna di stampa di cui è stata oggetto; effettivamente è increscioso che mons. Jouin sia stato coinvolto in tal modo all’indomani della sua morte, e d’altronde noi continuiamo a ritenere che egli non ebbe mai chiaro il ruolo che gli si faceva giuocare; ma vi è molto di vero in ciò che è stato detto su certi altri personaggi, nonostante le strane confusioni (non tutte rilevate) e le ancora più inspiegabili lacune... Ci limitiamo a notare che, nel corso di questa risposta, viene denunciato come «massonico» il metodo che consiste nel qualificare di «occultista» qualcuno che si occupa di occultismo, foss’anche per combatterlo; ora, si constata che questo metodo è esattamente uno di quelli che sono stati costantemente impiegati contro di noi da diverse pubblicazioni, in testa alle quali figura... la stessa R.I.S.S.!

La «parte occultista» (nº di ottobre) contiene un articolo su Les inquiétants progrès du spiritisme (Gli inquietanti progressi dello spiritismo); sul quale siamo perfettamente d’accordo.

Negli estratti dal Magik di Crowley, rileviamo un particolare curioso: il Ramo dOro di Frazer vi è «vivamente raccomandato»; certo la cosa è compromettente per questo etnologo, ma non ci stupisce più di tanto...

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Le cronache di Raymond Dulac richiedono, ancora una volta, alcune osservazioni: 1º, ignoriamo completamente l’esistenza di una certa rivista che, sembra, abbia mischiato delle citazioni dai nostri libri a delle «pubblicità farmaceutiche» e a delle «storie oscene»; non siamo minimamente responsabili di tali procedimenti né siamo solidali con chi li impiega; se la cosa è vera, non possiamo che protestare energicamente contro l’abuso che si fa dei nostri scritti e del nostro nome. 2º, l’espressione «Maestro del Mondo», che incontriamo per la seconda volta ad opera della penna di costui, fino ad oggi ci era nota solo come il titolo di un romanzo «avveniristico» ultra fantastico di mons. Benson, già denunciato dalla R.I.S.S. come un agente segreto del «Kabbalismo» ebraico! 3º, lo pseudo-esoterismo non è affatto dello «pseudo-occultismo»; al contrario, è occultismo del più autentico, dal momento che questo non è stato mai nient’altro che una contraffazione o una caricatura, più o meno grossolana, dell’esoterismo.

Per altro verso, pur essendo grati a Raymond Dulac per aver protestato, con un «disgusto» del tutto giustificato, contro certe ignominie di cui non vale neanche la pena parlare, gli facciamo notare che noi non intendiamo affatto appartenere ad alcun «campo», e le persone con le quali non intendiamo intrattenerci, neanche solo per presentarci, si astengano dal darci una qualunque «assistenza». Esprimiamo inoltre l’augurio che gli abomini in questione gli aprano gli occhi, sui reali retroscena dell’infernale campagna nella quale, da un po’ di tempo, è coinvolto anche lui (noi vogliamo credere che, al pari di altri, egli sia solo uno strumento inconsapevole), e su quelli relativi alla stessa pubblicazione alla quale collabora. Fra il «F\ Fomalhaut» (che forse si credeva Edipo, ma che si sbagliava di molto) e messer de Guillebert, da un lato ‑ per citare solo coloro che sono veramente morti ‑, e la direttrice de La Flèche (che, fra l’altro, ha appena pubblicato un «rituale di iniziazione satanica», e che quindi ha almeno il merito di essere chiara) e quell’individuo talmente turpe che evitiamo perfino di nominare (che ci ripugnerebbe perfino

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avere vicino), dall’altro, non v’è poi tutta quella distanza che si pensa; e per sorvegliare il percorso che conduce dagli uni agli altri, il «punto geometrico» in cui ci troviamo (mettiamo pure che si tratti del vertice di una Piramide, se si vuole) è particolarmente ben situato! È anche il caso di far notare che, su questo percorso, abbiamo rilevato le tracce di un «asino rosso» e... del Dragon de l’Élue?

Le Voile d’Isis, gennaio 1933.

 

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di novembre) si conclude lo studio su Jah-Bel-On; vi sono poi degli articoli e delle note sul simbolismo delle rette parallele, sulla «Parola perduta» e sulle relazioni fra Mormonismo e Massoneria.

 

‑Ne Le Symbolisme (n° di dicembre) Oswald Wirth, in un articolo intitolato Nos Mystères (I Nostri Misteri), riconosce che «la morale non è tutto in Massoneria» e che «la Massoneria moderna viene meno al suo programma, perché trascura l’Arte propriamente detta, cioè il lavoro costruttivo al quale deve volgersi l’individuo».

Armand Bédarride parla De l’universalité du symbolisme (Dell’universalità del simbolismo), ma limitandosi ad un punto di vista esclusivamente «psicologico».

La stessa osservazione è valida per un suo articolo successivo (n° di gennaio), in cui, con un titolo un po’ inaspettato La Lance d’Achille (La Lancia di Achille), tratta della «potenza della psicologia collettiva nella Loggia»; nei riti vi è ben altro che un «meccanismo» destinato a produrre una sorta di suggestione.

 

‑ Il n° di novembre della Revue Internationale des Sociétés Secrètes («parte occultista») è un «numero speciale sulla Morte e i Defunti»; di modo che contiene tutta una serie di articoli dal carattere un po’ macabro, dei quali il più importante è intitolato Les raisons occultes de la crémation des cadavres

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(Le ragioni occulte della cremazione dei cadaveri).

Nel n° di dicembre, a fianco di uno studio su Les Sybilles et la Nativité (Le Sibille e la Natività), del quale non si comprendono bene le intenzioni, e di un altro, molto incompleto, sull’Alphabet secret des F\M\ (Alfabeto segreto dei M\), troviamo un articolo fantasioso che si è pensato spiritosamente di chiamare Entretiens d’Œdipe (Dialoghi d’Edipo); se si sapesse quanto tutto ciò ci è indifferente e come alcune allusioni, che vorrebbero essere perfide, siano ben lontane dallo sfiorarci... tanto più che quelli di noi che si pretende di prendere di mira sono morti da un bel po’ di tempo!

Ma veniamo a delle cose un po’ più serie: nel n° di novembre, Raymond Dulac, a proposito del nostro articolo di ottobre sulle «condizioni dell’iniziazione», fa alcune riflessioni che sono completamente estranee alla questione, dove ha visto che abbiamo parlato di San Francesco d’Assisi? Possiamo assicurargli che non vi abbiamo pensato minimamente; e, d’altra parte, che cos’è questa «iniziazione visibile (?) del battesimo, dell’ordine sacro e della professione religiosa»? Non abbiamo detto molto esplicitamente, a più riprese, che i riti religiosi non sono affatto dei riti iniziatici?

Egli ritorna sull’argomento nel n° di dicembre, in una sorta di articolo-programma intitolato Occultisme et Mysticisme (Occultismo e Miisticismo); a quanto ha immaginato di poterci obiettare, rispondiamo con due parole: i mistici non sono affatto degli iniziati e la loro «via» non ci riguarda in alcun modo... non più, d’altronde, di quella degli occultisti, ammesso che quest’ultimi ne abbiamo una.

Infine, sempre nel n° di novembre, lo stesso Raymond Dulac si mostra poco soddisfatto delle poche righe che abbiamo scritto a proposito della morte di mons. Jouin, rivelandosi così per un tipo un po’ difficile; arriva perfino a dire che «questo non gli basta», avrebbe dunque. la tracotanza di pretendere di dettarci ciò che dobbiamo scrivere? Questa pretesa non l’ammettiamo né per lui né per nessun altro; questi Signori sono ancora troppo piccini! Per di più, noi non «frughiamo nella roba» di nessuno; questo mestiere non è il

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nostro, e le nostre informazioni personali ci bastano a sufficienza... D’altronde, sembra proprio che R. Dulac sia rimasto particolarmente turbato dalla recente campagna che ha preso di mira la R.I.S.S., perché non si è reso conto che questa nostra nota non poteva essere stata redatta che prima che venissimo minimamente a conoscenza della campagna in questione, infatti, data la nostra lontananza ed il tempo necessario alla composizione, il contrario sarebbe stato materialmente impossibile. Egli dichiara inoltre che «aspetta che gli si provi» che mons. Jouin sia stato vittima di strani collaboratori; e certo non avrà atteso a lungo: la lettera dell’«ex Mariani», pubblicata qui il mese scorso, è giunta mirabilmente a proposito! ‑ Ed infine, perché nel rispondere alla campagna citata si è ritenuto opportuno passare sotto silenzio un articolo, e uno solo... vi si parlava forse de L’Élue du Dragon?

Le Voile d’Isis, febbraio 1933.

 

 

The Speculative Mason (n° di gennaio) contiene degli studi su L’Asino d’Oro di Apuleio, e sul nome divino e la luce secondo i manoscritti «bardici»; vi. sono anche delle note interessanti su varie questioni.

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di dicembre) vi è uno studio sul Simbolismo del Nome divino nella Bibbia e negli Apocrifi (lo studio continua nel n° di gennaio), oltre a diversi articoli sulla «Parola perduta»; uno di questi, a proposito delle allusioni alla «cerca» dei poeti, segnala l’importanza del simbolismo del viaggio e della navigazione. Per altro verso, è spiacevole che si sia avuta l’idea di riprodurre un vecchio articolo che presenta con toni seri le funambolesche scoperte del nome di Jehovah nel Tao-Tê-King!

 

‑ Nella Revue Internationale des Sociétés Secrètes (nº di gennaio, «parte occultista»), il primo articolo è intitolato: Pour la «Défense de l’Occident» (Per la «Difesa dell’Occidente»);

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in esso si esprime amaro rammarico perché il «bel. libro» (!) di Henri Massis non ha incontrato in tutti gli ambienti cattolici una piena ammirazione. Certo che è veramente difficile rimanere seri, quando si vede affermare che «l’Occidente è, in effetti, profondamente cristiano», mentre invece oggi è esattamente il contrario; e quando si legge che «non è in Occidente che la xenofobia anima le folle»; ma allora, dov’è stato inventato il «nazionalismo»?

Negli Entretiens d’Œdipe (Dialoghi di Edipo), le vipere continuano a distillare il loro veleno; per fortuna, noi siamo immuni dal morso dei serpenti e dalla puntura degli scorpioni... Dal momento che non è possibile immaginare continuamente qualcosa di nuovo, ecco che ritroviamo qui alcune storie che ci sembra di avere già visto (non è che si tratta degli articoli del «fu Mariani»?), insieme all’infame calunnia che consiste nel presentarci come un «occultista», noi che siamo, a ragion veduta, il solo da cui rifuggono gli occultisti! Aggiungiamo che, se vi è (o vi è stato) un «affare Mariani», non potrebbe esistere un «affare Guénon-Mariani», poiché noi non ci abbassiamo a questi livelli; per di più, pur ammettendo che talvolta ci conviene fingere di essere rimasti «ingannati» dalle storie di qualcuno, per condurlo ove vogliamo, la cosa è solo affar nostro; ma i veri gonzi sono gli sciagurati che servono inconsciamente da trastullo a certe «potenze»... la cui più grande abilità è di far credere loro che non esistono.

Nelle cronache di Raymond Dulac, ci limiteremo a rilevare sommariamente ciò che ci riguarda più direttamente: e subito, possiamo assicurargli che il «soggettivismo» orientale esiste solo nell’immaginazione degli Occidentali; che noi siamo ben «più realisti» di questi e che non siamo certo noi che ci compiaciamo con le fole «psicologiche» ed altri «giuochi di pensiero»; la fantasticheria non è proprio di nostro gusto, ed il simbolismo, così come il rituale, è per noi una scienza esatta. Quanto alle obiezioni che egli solleva a proposito dei nostri articoli sull’iniziazione, ci basta chiedergli: 1º, se egli considera i sacramenti cattolici come «psicochimici» perché hanno un supporto materiale; 2º, se egli

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assimila, puramente e semplicemente, alle forze fisiche, in ragione dei suoi effetti d’ordine sensibile, l’«influenza» che folgorava coloro che toccavano imprudentemente l’Arca dell’Alleanza, oppure, per non riandare così indietro nel tempo, quella che produce le guarigioni di Lourdes; 3º ed ultimo, se, col pretesto che «lo spirito soffia dove vuole», la Chiesa cattolica ammette all’ordinazione degli individui afflitti da una qualunque infermità corporale. Ancora una volta, in queste cose non si tratta di morale o di sentimento, bensì di scienza e di tecnica; peraltro, non sappiamo con esattezza che cosa voglia dire con i suoi «due formalismi», ma una cosa è certa, che egli parla con molta leggerezza di ciò che non conosce: mentre la Chiesa ha dei registri per i battezzati, il che del resto è perfettamente normale per una organizzazione exoterica, l’«immatricolazione», sotto qualsiasi forma, è una cosa del tutto sconosciuta alle organizzazioni iniziatiche orientali. Possiamo parlare ancor più agevolmente di queste cose, proprio perché le prendiamo in considerazione in maniera interamente disinteressata, dal momento che non abbiamo il compito di conferire la minima iniziazione a chicchessia. Infine, per, quanto concerne i rapporti con la... bottega ove è stato fuorviato da certe organizzazioni di spionaggio «tentacolare», Raymond Dulac non ci dice niente di nuovo; ma non ci dispiace di averne trovato la confessione di suo pugno, appena dissimulata!

Le Voile d’Isis, marzo 1933.

 

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di febbraio), Oswald Wirth si rammarica per un lavoro apparso nelle pubblicazioni della Loggia inglese Quatuor Coronati, lavoro che, svalutando le Costituzioni di Anderson, « suona le campane a morto per la Massoneria, così come noi la intendiamo»; da parte nostra, invece, ci auguriamo che esso segni il ritorno ad una concezione più tradizionale! In merito al lavoro svolto da Anderson, noi non pensiamo che le suddette Costituzioni siano

 

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semplicemente il prodotto della fantasia di una individualità senza mandato, al contrario, non v’è dubbio che l’opera di Anderson costituì una «protestantizzazione» voluta e cosciente della Massoneria.

Un articolo di Marius Lepage, intitolato Le Cœur et l’Esprit (Il Cuore e lo Spirito), contiene molte confusioni: non si vede come «spirito» possa essere sinonimo di «ragione», mentre il «cuore», in senso tradizionale, non ha niente a che vedere con il sentimento; quanto bisogno ci sarebbe, ai nostri giorni, di rimettere un po’ d’ordine nelle nozioni più elementari!

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di febbraio) vengono presentate le molteplici interpretazioni che sono state proposte per la «parola sacra» del grado di Maestro: si tratta incontestabilmente di una frase ebraica, ma deformata in maniera tale che non si può essere sicuri del suo vero significato.

 

‑ Nel Die Säule (n° del 1933) troviamo uno studio sulla pittura cinese dei paesaggi e degli articoli in occasione della morte di Gustav Meyrink.

 

‑ Nella Revue Internationale des Sociétés Secrètes (nº del 15 febbraio), Raymond Dulac, in un articolo intitolato L’Unité des Sociétés Secrètes (L’Unità delle Società Segrete), utilizza largamente i nostri libri ed i nostri articoli; inutile dire che lo fa in maniera tendenziosa, che non ha niente in comune con le intenzioni che noi avevamo nello scriverli. Gli facciamo notare ancora una volta, senza peraltro illuderci circa il risultato, che le vere organizzazioni iniziatiche non sono né delle «sette» né dei «gruppi» né tampoco delle «società», tutte cose con le quali noi non abbiamo niente a che vedere, e nei confronti delle quali non ammettiamo la minima compromissione; a riguardo siamo di una intransigenza assoluta.

Nella «parte occultista» (n° di febbraio), vi è il seguito dello studio, già segnalato, su Les Sibylles et la Nativité, del

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quale continuiamo a non comprendere lo scopo preciso.

Negli Entretiens d’Œdipe l’autore ha ritenuto, senza dubbio, di fare un’altra battuta di spirito, questa volta vantando si di «aver collaborato a Le Voile d’Isis» (ove quelli che «cercano l’occultismo», come egli dice, restano peraltro molto delusi, mentre invece, con la R.I.S.S., possono soddisfarsene a sazietà, perché crediamo che non sia possibile fare di meglio per venire incontro ai gusti degli amatori delle diavolerie!). Per la finezza che lo contraddistingue, questo Edipo da «Caffè Concerto», potrebbe sicuramente finire, «molto volgarmente», con l’essere divorato, non tanto dalla Sfinge (sarebbe troppo onore per lui!), quanto dalla... «Coccodrilla»!

Nello stesso numero, un articolo di Raymond Dulac, intitolato Les superstitions de janvier (Le superstizioni di gennaio) (certo che alla R.I.S.S. sono proprio i più qualificati per parlare di «superstizioni»!), è solo un pretesto per cavillare su quanto abbiamo detto, in diverse occasioni, a proposito di Giano e degli accostamenti che è opportuno fare fra i suoi attributi e quelli di San Pietro1 Non v’è niente di «mistico» in ciò che noi scriviamo; questo lo lasciamo fare ad altri... E, mentre abbandoniamo volentieri il «sincretismo» al nostro contraddittore, dobbiamo fargli sapere che la «sintesi» non è affatto un «giuoco»; sono invece un giuoco, ed anche di pessimo gusto, le facezie alle quali egli si abbandona nei confronti della Bibbia, in particolare a proposito dell’Arca di Noè: «Jahweh (sic) che fa passare la chiave sotto la porta», mentre il patriarca «era occupato a ricoverare gli animali»! Nel suo caso, la cosa più triste è che, pare, sia un prete; si è forse assunto il compito di dimostrare, con il suo esempio, che fra «clero» e «sacerdozio» vi è più che una sfumatura? In ogni caso, pensiamo che sia opportuno avvertirlo, caritatevolmente, che ha toccato un argomento proibito:

1. Il Giano a quattro facce, che sembra disorientarlo, è spiegabile facilmente: due facce solstiziali e due equinoziali, corrispondenti alle quattro chiavi che formano lo swastika detto «clavigero», particolarmente diffuso presso gli Etruschi. [Questo inciso, costituiva una nota di testo. ‑ n.d.t. ‑].

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quello del «potere delle chiavi», che, nella sua ignoranza, egli dichiara «assolutamente proprio al Cristianesimo»; dunque non sa che da poco è stato deciso, in ben alto loco, che bisogna mantenere il più assoluto silenzio su questa questione essenzialmente «ermetica» e... più che pericolosa?

 

‑ È stata appena pubblicata una nuova edizione de L’Élue du Dragon, con una nuova prefazione di «Roger Duguet», nella quale si dice che «è possibile che certe descrizioni di scene magiche, molto inverosimili, siano da interpretare in un senso più allegorico che letterale», e che certi nomi propri «non devono esser presi alla lettera»; si tratta di una marcia indietro abbastanza sensibile rispetto alla posizione ultra-affermativa della prima presentazione! Fra l’altro, vi è anche questa frase: «All’Hiéron di Paray-le-Monial ‑ che fu per diverso tempo un centro occultista appena dissimulato ‑ esiste un doppio manoscritto autentico di queste Memorie, datato 1885». L’intenzione dell’inciso non è perfettamente chiara; ma ciò che lo è di gran lunga, è che quanto qui dichiarato è in perfetta contraddizione con la prima versione, secondo la quale i manoscritti in questione si trovavano «nella biblioteca di un convento»; cosa ci sarà mai anche sotto questa storia?

 

‑ Per una coincidenza piuttosto singolare, Paul Le Cour, nell’ultimo numero di Atlantis, annunciava l’apertura di una sottoscrizione per tentare di pubblicare, col titolo Lettres du Hiéron du Val d’Or (Lettere dall’Hiéron della Val d’Or), la sua corrispondenza con l’ultimo segretario dello Hiéron... E proprio nello stesso periodo, come abbiamo a suo tempo segnalato, piombava in estasi davanti al «dio dalla testa d’asino», poiché nell’onagro vedeva Aor-Agni! Dove finiranno mai col condurci simili imprudenze?

Le Voile d’Isis, aprile 1933.

 

 

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‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di marzo) vi è uno studio sul significato dell’espressione oblong square, che in francese si traduce con «carré long» (quadrilungo), ma che in inglese può indicare sia un utensile che una figura geometrica, in quanto che il termine square ha il significato sia di «squadra» che di «quadrato»; sembra, tuttavia, che questa espressione si applichi principalmente alla forma rettangolare della Loggia.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di marzo), troviamo un articolo di Oswald Wirth su Le Point au centre du Cercle (Il Punto al centro del Cerchio), simbolo al quale la Massoneria anglosassone attribuisce una particolare importanza; la figura è completata da due tangenti parallele, riferite ai due San Giovanni, che corrispondono ai due solstizi che delimitano il ciclo annuale. L’idea del centro richiederebbe qualcosa di meglio che poche considerazioni, tanto vaghe quanto elementari, e peraltro noi abbiamo trattato questo argomento, un po’ di tempo fa, su Regnabit; quanto ai due San Giovanni, definiti qui, puramente e semplicemente, i «patroni cristiani della Massoneria», c’è da credere che l’autore dell’articolo non abbia mai sentito parlare dei due volti di Giano...

Armand Bédarride parla de L’Algèbre symbolique (L’Algebra simbolica), ma si dibatte in una deplorevole imprecisione; tuttavia questo è un altro di quegli argomenti che potrebbe essere particolarmente interessante.

Nel n° di aprile troviamo un altro articolo dello stesso autore, Après l’algèbre, les beaux-arts (Dopo l’algebra, le belle arti), e qui sembra che si trovi più a suo agio, senza dubbio perché l’argomento si presta meglio a degli sviluppi letterari e «psicologici».

Nello stesso numero, ha inizio uno studio su L’Initiation chez les Primitifs de l’Oubanghi-Chari (L’Iniziazione presso i Primitivi dell’Oubangui-Chari); questo termine «primitivi» è alquanto fastidioso, al pari di certe riflessioni «etnologiche» che sono le più idonee per fornire le idee più false in ordine all’iniziazione; quanto meglio sarebbe, in simili casi,

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limitarsi ad una esposizione puramente «documentaria»!

 

‑ La lettura della Revue Internationale des Sociétés Secrètes lascia generalmente un’impressione piuttosto sinistra; tuttavia, talvolta accade che vi si trovi qualcosa di divertente... Infatti, nel n° del 1º marzo, fin dalla prima pagina, si parla de «la natura dell’uomo fatto da Dio a sua immagine di un corpo e di un’anima» da cui sembrerebbe risultare, abbastanza chiaramente, che anche Dio debba avere «un corpo e un’anima»; forse che la R.I.S.S. affidi la redazione del suo «editoriale» ad un Mormone?

Poco dopo, in un altro articolo, leggiamo questa frase sorprendente: «Augustin Cochin aveva già notato la perfetta identità delle Società di pensieri (sic) nei cinque emisferi». In quale strano «iperspazio» dovrebbero trovarsi?

La «parte occultista» (n° di marzo), contiene un articolo su L’Occultisme mondain (L’Occultismo mondano), a proposito di un libro, già vecchio, di Fernand Divoire; da parte nostra facciamo solo un’osservazione: se è esatto che non abbiamo niente a che vedere con i «mondani» e i «salotti», ancor meno ci rivolgiamo ai «professori»; quanto al fatto che si continua a parlare del «nostro occultismo», quante volte ancora dobbiamo protestare contro questa infame calunnia?

Lo pseudo Edipo vuol parlare, questa volta, dei «poteri magici», ma in realtà parla soprattutto di quelli dei guaritori, che per la precisione non hanno proprio niente di magico.

Raymond Dulac ha inventato qualcosa che chiama «iniziatismo»; gli consigliamo di brevettarlo subito... Per quanto riguarda le riflessioni con le quali, in qualche maniera, stabilisce un parallelo fra certi articoli de Le Symbolisme ed i nostri, bisogna dire che esse dimostrano la sua spiacevole mancanza del senso delle proporzioni; ma forse sono destinate, soprattutto, ad introdurre una insinuazione che può solo essere completamente grottesca, per coloro che sanno fino a che punto noi siamo poco «concilianti». Teniamo a ripetere che non è nel nostro ruolo agire pro o contro una organizzazione qualunque; ciò vuol dire, precisamente, che non facciamo

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propaganda a chicchessia e che non intendiamo entrare in controversie che non ci riguardano; questo è tutto! Passiamo all’ultimo paragrafo, ove sono accostati artificiosamente dei brani di frasi prese da diversi nostri lavori; possiamo solo disprezzare questo procedimento disonesto, che ritroviamo anche in un «post-scriptum» applicato, stavolta, alle nostre risposte ai suoi attacchi. Su questo punto gli ripetiamo solo che: basta saper leggere per constatare che non abbiamo mai parlato, in alcun posto, di San Francesco d’Assisi (che egli chiama, comicamente, «il nostro San Francesco», mentre invece alcuni suoi pari lo denunciano con furore come uno «gnostico travestito»!); d’altra parte, non può esserci «iniziazione del battesimo», ecc., per la semplice ragione che un rito religioso e un rito iniziatico sono due cose totalmente differenti; e infine, se qualcuno è qualificato per appellarsi ai «lettori in buona fede», questi non è certo lui!

 

‑ Il numero di marzo-aprile di Atlantis ha per titolo Le XVIII Siècle et le Monde primitif (Il XVIII secolo ed il Mondo primitivo); si tratta dei «ricercatori di Atlantide» dell’epoca, e la loro storia è presentata in maniera tale che non sarebbe difficile, come al solito, rilevare alcune fantasie; per esempio: gli Illuminati di Baviera non furono affatto una «setta massonica», ma un’organizzazione che, dall’esterno, cercò di impossessarsi della Massoneria, il che è completamente diverso; siamo proprio sicuri che Louis-Claude de Saint-Martin venne chiamato il Filosofo Sconosciuto «perché non firmava i suoi lavori»? Non dimentichiamo di segnalare una nuova trovata linguistica di Paul Le Cour: «l’accostamento che si può fare fra i termini Rivoluzione e Rivelazione»!

Le Voile d’Isis, giugno 1933.

 

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di maggio), Oswald Wirth intitola Les Faux Initiés (I Falsi Iniziati), un articolo nel quale critica giustamente, ma superficialmente, le pretese di certi occultisti;

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sarebbe molto meglio se lui stesso avesse una nozione più precisa di ciò che è realmente l’iniziazione.

Segnaliamo anche la fine dello studio su L’Initiation chez les Primitifs de l’Oubanghi-Chari, ed una nota, L’Outil méconnu (L’utensiile sconosciuto), in cui si pretende di ridurre la «nappa dentellata» ad una raffigurazione (o una alterazione) del «cordone», il che è veramente un po’ semplicistico.

 

‑ Vi è un rapporto molto stretto fra quest’ultima questione e quella trattata nel Grand Lodge Bulletin (n° di maggio): il simbolismo della corda; questa, nella Massoneria anglosassone, viene chiamata cable tow, espressione la cui origine è peraltro incerta, al pari di quella di molti altri termini specificamente massonici. L’accostamento indicato, con la pavitra o cordone brahamanico, è interessante, ma ci sembra che un raffronto con la pâsha, sarebbe forse più eloquente; e a questo proposito ci sarebbero molte cose da dire sul simbolismo del «nodo vitale».

 

‑ La Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 15 maggio) dedica un articolo a La Croix gammée (La croce gammata); è lo swastika che ci si ostina a chiamare in questo modo, nonostante la croce gammata sia qualcosa del tutto diversa; d’altronde, troviamo una enumerazione nebulosa e disordinata di un certo numero di opinioni disparate emesse sul significato di questo simbolo.

 

‑ Ma ciò che, sullo stesso argomento, supera veramente ogni immaginazione, è una nota apparsa ne L’Écho de Paris (n° del 22 maggio), ove si afferma che «la swatiska (sic) simboleggia la potenza di Satana, o quella delle divinità malefiche che si avvinghiano al destino umano»! Il malcapitato pubblico che si affida ciecamente alla affermazioni dei giornali è veramente ben informato!

Le Voile d’Isis, luglio 1933.

 

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‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di giugno) viene ultimato lo studio sul cable tow.

 

‑ Nel numero di giugno de Le Symbolisme, Oswald Wirth intitola il suo articolo, L’Erreur occultiste (L’Errore occultista); questo titolo è eccellente, e noi stessi l’abbiamo preso in considerazione da molto tempo per un libro che dovrebbe essere, in qualche modo, parallelo all’Errore dello spiritismo, ma che le circostanze non ci lasceranno mai il tempo di scrivere. Sfortunatamente, il contenuto dell’articolo vale molto meno del titolo: si riduce a delle vaghe considerazioni generali che non provano gran che, per non dire poi che l’autore ha dell’iniziazione un’idea che, pur essendo differente da quella degli occultisti, non è per questo più esatta; arriva perfino a scrivere che «il primo iniziato ha dovuto necessariamente iniziarsi da sé», il che indica una totale ignoranza dell’origine e della natura «non umane» dell’iniziazione.

D’altronde, egli aggrava ancora di più la sua posizione nell’articolo seguente (n° di luglio), dal titolo La Vertu des Rites (La Virtù dei Riti), in cui dichiara a tutte lettere che «l’iniziazione è umana e non viene considerata di istituzione divina»; e, per meglio dimostrare che non ne capisce niente, dice anche che «i riti iniziatici sono laici» (!), cosa che peraltro non gli impedisce di aggiungere, qualche rigo più in là e senza curarsi della contraddizione, che «le iniziazioni sacerdotali hanno svolto un ruolo importante nel passato». Per di più, immagina che i «Grandi Misteri» dell’antichità fossero «quelli dell’al di là», cosa che rassomiglia un po’ troppo allo spiritismo, e che i misteri di Eleusi consistevano nella «salvezza dell’anima dopo la morte», il che è solo relativo alla religione exoterica, senza parlare neanche dell’anacronismo dell’espressione utilizzata. Egli confonde anche la magia con la religione; due cose che non hanno alcun rapporto fra loro; e sembra che confonda anche «sacerdozio» con «clero», cosa che, tutto sommato, rappresenta la sua migliore scusa... Ci dispiace insistere ulteriormente, ma ciò che egli dice della trasmissione iniziatica e dell’«influenza

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spirituale» testimonia una incomprensione che sarebbe difficile superare; si riscontrano delle negazioni che sono veramente terribili... ma solo per il loro autore; e leggendo certe frasi sui «riti eseguiti laicamente» (noi tradurremmo volentieri: «eseguiti da ignoranti», anche perché questa espressione sarebbe, così, più conforme alla realtà attuale ed al significato originale del termine «laico»), non possiamo impedirci di pensare che Homais non è poi morto!

Nel n° di agosto-settembre, troviamo ancora un articolo che è l’eco del precedente, Le Signal de la Tour (Il Segnale della Torre), di W. Nagrodski, anche se il suo tono è un po’ equivoco; in effetti, è molto difficile capire con esattezza che cosa vuole dire qualcuno che, credendosi capace di giudicare ciò che ignora sulla base di quanto conosce, finisce col mettere sullo stesso piano delle cose molto diverse; in ogni caso, la maniera astiosa con cui parla della «tradizione», e l’insistenza «da scuola elementare» con la quale viene ripetuta, a dritta e a manca, la parola «cervello», indicano a sufficienza con quale spirito vengono elaborate queste riflessioni... Ma ci chiediamo se è senza malizia e solo per disattenzione che l’autore, terminando il suo articolo, rivela una contraddizione del «Maestro Oswald Wirth», allorché ricorda, molto inopportunamente, che questi ha raccomandato, nei suoi libri, come «letture da scegliere», numerose opere di quegli stessi occultisti che oggi denuncia con tanta veemenza ne Le Symbolisme!

Notiamo ancora, in quest’ultimo numero, con il titolo Mysticisme et Philosophie (Misticismo e Filosofia) e a firma di «Diogène Gondeau», un dialogo… che non ha certo niente di platonico: raffronti da caserma, elogio sfacciato di ogni mediocrità, insulsaggini e meschinità su tutta la linea...

 

‑ La Revue Internationale des Sociétés Secrètes, nel suo nº del 1º giugno, annuncia la soppressione della sua «parte occultista», per mancanza di abbonati... e di redattori; per l’occasione evoca il ricordo «dei due collaboratori di gran talento e particolarmente competenti in occultismo, H. de Guillebert

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e il dr. Mariani, che da soli assicuravano la redazione di questo supplemento e che sfortunatamente sparirono nel 1932». Francamente, ci vuole proprio un bel... coraggio, dopo quello che sanno i nostri lettori su questa storia, per avere l’ardire di ricordare in tal modo la «sparizione» dell’«ex-Mariani»! D’altra parte, il «supplemento» ha continuato ad essere pubblicato per più di un anno senza questi due collaboratori; e questo ci induce a constatare che è in atto un’altra e più recente sparizione, di cui però non si fa parola... ed allora ci arrischiamo noi a porre la domanda, forse alquanto indiscreta pur nella sua semplicità: che ne è di Raymond Dulac?

Le Voile d’Isis, ottobre 1933.

 

 

The Speculative Mason (nº di luglio), contiene un articolo dedicato al recente libro di A.E. Waite, The Holy Grail (Il Santo Graal), di cui ci proponiamo di parlare prossimamente; un altro articolo parla della storia della città di York, considerata come il più antico centro della Massoneria in Inghilterra.

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di settembre), vi è uno studio sui diversi significati della parola Shiboleth.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di ottobre), vi è un articolo di Oswald Wirth su L’Individualisme religieux (L’Individualismo religioso), ove ritroviamo tutta la mancanza di cognizione che abbiamo già segnalato tante volte; e, in questa occasione, anche una concezione dell’«alchimia spirituale» che è veramente infantile.

«Diogène Gondeau» intitola L’Intempérance mystique (L’Intemperanza mistica) un articolo che dimostra come egli non abbia capito niente di Omar ibn El-Fârid, ma che fa anche capire quanto sia scabroso presentare come «mistiche» delle cose che non lo sono affatto: se egli avesse detto chiaramente e senza equivoci che il «vino» simboleggia la «dottrina

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segreta» riservata agli iniziati, sarebbe poi stato difficile, anche per «Diogène Gondeau», lasciarsi andare a simili commenti e a tante pietose battute.

Un Massone americano, dichiarando che l’esclusione della donna dalla Massoneria «è un anacronismo, dal momento che la costruzione materiale è stata abbandonata», dimostra di ignorare totalmente la questione delle «qualificazioni» richieste da certe forme iniziatiche.

Marius Lepage cerca di prendere la difesa degli occultisti, contro W. Nagrodski, il cui recente articolo sembra abbia causato un certo scompiglio...

Lo stesso W. Nagrodski, in una piccola nota, contrappone la Massoneria anglosassone, che «ama trarre tutto il simbolismo massonico dalla Bibbia», alla Massoneria latina, che ha «posto le sue origini negli ambienti dei costruttori»; ora, dal momento che gli stessi costruttori usavano incontestabilmente il simbolismo biblico, certo non avremmo mai potuto sospettare che potesse esserci anche un minimo di incompatibilità!

 

‑ La Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 15 agosto) pubblica un articolo firmato «Anbowa» (sic) e intitolato La Kabbale juive, premier exemple de l’infiltration des Sectes (ancora: sic); ritroviamo qui tutte le abituali calunnie degli ignoranti contro la Kabbala, e l’autore arriva perfino a confondere i Kabbalisti con i Farisei; questa gente farebbe appena bene se incominciasse a prendersi il disturbo di studiare un po’ quello di cui pretende parlare!

Le Voile d’Isis, dicembre 1933.

 

 

‑ Il numero di aprile di The Speculative Mason (che non ci era giunto in tempo), contiene un interessante articolo su Le sette arti liberali, in cui sono esposte delle idee molto giuste sul vero significato che avevano le scienze presso gli antichi, tanto differente dalla concezione tutta profana dei

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moderni; vi sono anche delle curiose considerazioni sul valore numerico di certi termini greci.

Segnaliamo anche un articolo sul T\B\ (tracing board o quadro di Loggia) del terzo grado, per il quale ci doliamo solo che contenga un fantasioso accostamento fra acacia e âkâsha.

Nel nº di ottobre vi è un articolo sul simbolismo della cerimonia di iniziazione al 2º grado; e un altro sugli Stranieri e Pellegrini, che mostra l’analogia abbastanza evidente che esiste tra il Pilgrim’s Progress (Il Cammino del Pellegrino) di John Bunyan e le diverse fasi dell’iniziazione massonica.

 

‑ Il Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di ottobre) contiene uno studio sul grembiule massonico.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di novembre) Oswald Wirth parla del Travail maçonnique... (Lavoro massonico... ), senza riuscire a superare i punti di vista psicologico e morale, i quali non sono «di competenza dell’iniziazione», checché lui ne dica; tutt’al più, si potrebbe trattare dell’inizio di un lavoro preparatorio, il quale conduce solamente alla soglia dei «piccoli Misteri».

Col titolo: Eclaircissons un problème (Chiariamo un problema), Armand Bédarride pone la questione del metodo di lavoro massonico; e si erge, molto giustamente, contro l’empirismo che pretende che ogni conoscenza venga dall’esterno, dimostrando che il lavoro iniziatico, invece, ha il suo punto di partenza all’interno dell’essere umano; dispiace solo che si sia sentito in dovere di usare spesso delle citazioni tratte dai filosofi profani, incompetenti per definizione stessa ed il cui parere, quindi, non può rivestire alcuna importanza.

W. Nagrodski, per calmare l’agitazione causata dal suo precedente articolo nei lettori de Le Symbolisme, si sforza di giustificare la sua posizione... citando Éliphas Levi.

 

‑ La Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 15 novembre) contiene la prima parte di un lungo articolo, in

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occasione della morte. di Annie Besant; articolo che è una sorta di riassunto del nostro Teosofismo, peraltro assai ben fatto e generalmente esatto (vi è solo un errore di poca importanza: non fu la Besant a convocare il «Parlamento delle Religioni» a Chicago nel 1893, lei si limitò ad approfittarne largamente per propagandare le idee teosofiste); ma perché ci si costringe a ripetere, ancora una volta, che Le Voile d’Isis non è una rivista «occultista»?

Le Voile d’Isis, gennaio 1934.

 

 

‑ Nel nº di novembre-dicembre di Atlantis, questa volta si parla soprattutto di «Atlantismo», e con questo termine bisogna intendere il tentativo di. ricostruzione della tradizione atlantidea, che Paul Le Cour si ostina a confondere con la Tradizione primordiale unica, ma che al tempo stesso definisce come la «religione della bellezza», il che è abbastanza speciale, ed anche doppiamente speciale. Com’è abituale, vi si trovano parecchie fantasticherie, sia linguistiche che di altro genere; notiamo fra l’altro questa curiosa affermazione: «La più antica di tutte le religioni ebbe il suo punto di partenza ad Atlantide; questa religione è il Cristianesimo». Veramente lo si fa incominciare troppo presto o troppo tardi, a seconda di come lo si vuole intendere...

Naturalmente, si parla anche di Aor-Agni: sembra che Aor sia rappresentato dalla Chiesa e Agni dalla Massoneria; ma è difficile riuscire a capire come l’interpretazione proposta possa conciliarsi col fatto che la Massoneria, nel suo simbolismo, abbia le due colonne (che d’altronde ha anche la Chiesa, con San Pietro e San Paolo). Quanto ad una cosiddetta «Massoneria cristiana» che avrebbe come emblema i «tre punti di Agni» ed i «tre punti di Aor», riuniti in maniera da formare il «sigillo di Salomone», noi abbiamo già visto una cosa del genere... in una organizzazione che non era massonica. Ma la cosa più divertente è sicuramente l’idea di risvegliare il «Grande Occidente», di funambolesca memoria.

 

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Vero è che sapevamo già da un po’ di tempo che Paul Le Cour non teme il ridicolo!

 

The Speculative Mason (n° di gennaio), dedica un articolo al simbolismo della formazione della Loggia e del rituale d’apertura.

In un altro studio, più importante, si parla del significato dell’espressione «Massone Libero ed Accettato» (Free and Accepted Mason); troviamo qui, una considerazione che condividiamo completamente: se il simbolismo massonico riflettesse solo delle idee morali, «la Massoneria non conterrebbe nulla che non fosse già conosciuto da ogni non massone»; e «la semplice associazione di queste idee con gli utensili dei costruttori, non sarebbe niente di più che un giuoco da ragazzi»; mentre si tratta, in realtà, di «un genere di conoscenza che si richiama alle cose eterne e che non può essere ottenuta nei collegi e nelle Università». In questo articolo vi sono anche degli accostamenti numerici che richiederebbero un esame più approfondito; alcuni sono notevoli, altri più contestabili; la principale difficoltà, a nostro avviso, consiste nel trasporre i valori numerici delle lettere ebraiche nell’alfabeto latino, cosa che può facilmente dar luogo a degli errori; ma se ci si limita a considerare il tutto solo come un tentativo (e l’autore non pretende di più), non si può negare che abbia un certo interesse.

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di dicembre), troviamo uno studio sul simbolismo dei gradi capitolari (Royal Arch), che sfortunatamente si attiene quasi esclusivamente al significato morale; torniamo così al «giuoco da ragazzi», e quando di tratta degli alti gradi la cosa diventa sempre più spiacevole...

 

‑ Ne Le Symbolisme (nº di dicembre), Oswald Wirth parla de L’Initié, homme-modèle (L’Iniziato, uomo modello); ma, ahimé!, l’idea che se ne fa è, molto semplicemente, quella stessa per cui il volgo usa in maniera abusiva la parola saggio,

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nel senso esteriore e «mondano» del termine; tutto ciò non ha sicuramente niente a che vedere con la vera saggezza, che è «sopra-umana» (che è ancora più che «sopra-terrena»), né con l’iniziazione, il che è lo stesso. D’altronde, né la barakah, cioè l’«influenza spirituale», né la virtù propria dei riti sono cose di ordine «magico», come egli afferma con tutta la sicurezza che viene a certuni dall’ignoranza di ciò di cui parlano; la magia non ha proprio niente in comune con l’iniziazione, la quale non si occupa di fenomeni bizzarri né di puerili «poteri»; e non ci permetteremmo mai di parlare di «iniziazione magica», anche distinguendola dall’«iniziazione pura». Fra l’altro, non possiamo che ammirare il modo in cui si stravolge il senso delle parole: «uomo perfetto», «uomo modello»; noi conosciamo, sì, delle espressioni iniziatiche che potrebbero tradursi pressappoco così, El-Insânul-Kâmil e El-Mathalul-âlâ, ma esse, per noi, significano tutt’altra cosa!

Armand Bédarride conclude lo studio iniziato nel numero precedente; e noi notiamo questo passo: «Dopo questa metamorfosi spirituale (dell’iniziazione) l’uomo, posto di fronte ad una “cosa”, al pari di un profano, non la vedrà più sotto lo stesso aspetto e con le stesse sfumature, non ne riceverà più la stessa impressione e non reagirà più allo stesso modo...; l’oggetto non è mutato, è il soggetto che è divenuto un altro». Ciò è del tutto esatto; solo che noi temiamo che lo stesso autore attribuisca a questa «trasmutazione» un significato semplicemente «psicologico»; in ogni caso, egli si limita alla distinzione del «soggettivo» e dell’«oggettivo», il che non conduce molto lontano; e, a proposito del metodo iniziatico, egli parla volentieri di «idealismo», cosa che è fortemente inadeguata e risente terribilmente della filosofia profana; riuscirebbe a seguirci se gli dicessimo che si tratta, essenzialmente, di andare «al di là del pensiero»?

Nel n° di gennaio, una trattazione elementare delle origini della Massoneria, di Eugène-Bernard Leroy, contiene solo quanto è già stato detto comunemente su questa questione molto complessa e abbastanza oscura.

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In un breve articolo intitolato Initiés et Initiateurs (Iniziati e Iniziatori), Fernand Varache si misura in una difficile impresa: conciliare l’esistenza ed il ruolo dell’iniziatore con l’affermazione, falsa e un po’ ridicola, che «ci si inizia da sé».

Infine, col titolo Notions initiatiques (Nozioni iniziatiche), a firma di Elie Benveniste, troviamo esposte alcune idee che ci ricordano una vecchia conoscenza: la famosa «tradizione cosmica» del fu Max Théon...

 

‑ Nella Revue Internationale des Sociétés Secrètes (nº del 1º gennaio), troviamo il seguito dell’articolo sul Teosofismo, che abbiamo già segnalato; questa volta, si tratta in particolare della «Co-Massoneria». Segnaliamo solo, per rispetto della verità (suum cuique...), che Annie Besant. contrariamente a ciò che qui è stato detto, sembra proprio che non abbia avuto niente a che fare con l’instaurazione dei rapporti fra la Massoneria mista del «Droit Humaine» (Diritto Umano) ed il Grande Oriente di Francia; relazioni che, peraltro, per delle ragioni ben conosciute, dal punto di vista anglosassone potevano essere solo imbarazzanti.

Le Voile d’Isis, marzo 1934.

 

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di gennaio), troviamo un compendio storico delle origini della Massoneria del Royal Arch.

Nello stesso numero e nel n° di febbraio, vi è un saggio, abbastanza curioso, che cerca di ricostruire la composizione delle colonne del Tempio di Salomone.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di febbraio), Oswald Wirth parla de La Dignité humaine (La Dignità umana), soggetto piuttosto banale; sembra che «assistiamo ad un risveglio della coscienza umana illuminata»; non ne avevamo il minimo sospetto...

Eugène-Bernard Leroy parla di Ce que la Maçonnerie n’est pas (Ciò che la Massoneria non è); mentre «Diogène

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Gondeau» dedica ad Albert Pike una nota poco benevola.

Nel n° di marzo, Qswald Wirth dedica il suo articolo a L’Erreur humaine (L’errore umano); ciò che dice potrebbe essere giusto... se non ci fosse alcuna facoltà di conoscenza superiore alla ragione; mentre invece, molto semplicemente, esso equivale alla negazione della conoscenza iniziatica!

Eugène-Bernard Leroy parlando de L’Esprit de la Maçonnerie (Lo Spirito della Massoneria), lo confina entro un punto di vista «filosofico» alquanto profano.

«Diogène Gondeau», in un articolo su Les Grades symboliques d’après Albert Pike (I Gradi simbolici secondo Albert Pike), rimprovera a questi di averne misconosciuto l’esoterismo; forse non del tutto a torto, ma lui lo conosce forse meglio?

Le Voile d’Isis, maggio 1934.

 

 

‑Il Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di aprile) contiene la storia delle Grandi Logge rivali, esistite in Inghilterra dal 1717 fino alla «fusione» del 1813.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di maggio), Oswald Wirth continuando ad esporre le Notions élémentaires de Maçonnisme (Nozioni elementari di Massonismo), parla de La Construction universelle (La Costruzione universale); ci chiediamo che senso possa avere, per lui, l’«universalità», dal momento che tutto quello che egli prende in considerazione, si limita semplicemente ad una «realizzazione di un ideale umano che si presti ad una ricostruzione umanitaria che assicuri sempre meglio la felicità di tutti»!

Altri articoli prendono spunto da certi attacchi diretti attualmente contro la Massoneria; Albert Lantoine afferma, con ragione, che «una società segreta, o che si ritiene tale, non deve preoccuparsi dei pettegolezzi che circolano sul suo conto» e deve opporvi solo il silenzio; Marius Lepage rileva alcune storie fantasmagoriche a cui sono ricorsi certi antimassoni,

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storie che proverebbero che la discendenza di Léo Taxil non è certo lì per estinguersi...

 

‑ Una nuova pubblicazione, intitolata Documents du temps présent (Documenti del nostro tempo), dedica il suo primo numero a La Franc-Maçonnerie; il testo, di André Lebey, comprende un compendio della storia della Massoneria, dopo un esame della sua condizione attuale; il testo è corredato da numerose ed interessanti illustrazioni.

Le Voile d’Isis, luglio 1934.

 

 

‑ In The Speculative Mason (nº di luglio), troviamo diversi studi: sull’iniziazione al primo grado, sui Landmarks (soggetto particolarmente difficile, poiché le liste fornite dai diversi autori massonici variano considerevolmente e contengono degli articoli alquanto discutibili) e sui numeri nella Massoneria e nella musica.

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (nn. di maggio e giugno), si trova uno studio storico sulle organizzazioni avverse alla Massoneria inglese, nel XVIII secolo: il Noble Order of Bucks, i Gregorians e i Gormogons; sembra, soprattutto, che queste organizzazioni abbiano voluto combattere la Massoneria parodiandola; tuttavia, è possibile che, nell’ultima, vi sia stato qualcosa di più serio, nel senso che sarebbe servita da copertura a dei vecchi Massoni operativi, avversari della «riforma» di Anderson e di Desaguliers.

 

‑ Ne Le Symbolisme, Oswald Wirth parla de L’Architecture morale (L’Architettura morale) (n° di giugno) e de La Religion du Travail (La Religione del Lavoro) (nº di luglio); egli si attiene sempre allo stesso ordine di considerazioni «elementari»... e assai poco iniziatiche, anche quando il soggetto si presterebbe invece ad essere trattato in ben altro modo; coloro che avranno letto l’ultimo di questi articoli, e

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che si sono poi riferiti al nostro recente studio su L’Iniziazione e i Mestieri, comprenderanno ciò che vogliamo dire.

In questi due stessi numeri, W. Nagrodski presenta uno studio su Le Secret de la lettre G (Il Segreto della lettera G), ispirato ai lavori di. Matila Ghyka, se le considerazioni geometriche sulla «Stella fiammeggiante» sono sicuramente giuste, ciò che si riferisce alla «lettera G», che sarebbe la rappresentazione di un nodo, è invece alquanto contestabile; ciò non significa, però, che non ci sarebbe molto da dire sul simbolismo del «nodo vitale», specialmente in rapporto alla Massoneria operativa, ma l’autore ha sfiorato la questione senza sospettare minimamente queste implicazioni.

Nel n° di luglio notiamo, infine, un articolo di «Diogène Gondeau» su La Religion spirite (La Religione dello spiritismo); ci associamo volentieri alle sue critiche, ma non all’ottimismo che esprime nel considerare la possibilità di una «epurazione» dello spiritismo, il quale, del resto, non potrebbe mai essere altro che una «pseudo-religione».

 

‑ La Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 1º luglio) pubblica, col titolo Guerre occulte (Guerra occulta), un articolo dedicato a due libri: La Clé des songes (La Chiave dei sogni) di cui abbiamo già parlato qualche mese fa, e Les sept têtes du Dragon vert (Le sette teste del Dragone verde), di cui non ci siamo occupati, ma ove abbiamo trovato, quando l’abbiamo letto, molti dettagli sospetti; su entrambi questi libri, quantunque da punti di vista diversi, per una volta ci troviamo perfettamente d’accordo con gli apprezzamenti della R.I.S.S.

Il n° del 15 luglio contiene il testo di una conferenza di J. de Boistel su La Théosophie (La Teosofia), condotta in gran parte sulla scorta del nostro libro, come peraltro ha indicato molto lealmente lo stesso autore; con l’aggiunta, però, di alcune informazioni provenienti da altre fonti, che non sono tutte ugualmente sicure; ne deriva anche qualche errore, che ci stupiamo non sia stato rilevato. Per quanto ci riguarda, dobbiamo fare una rettifica: tralasciamo i titoli fantasiosi

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che, ancora una volta, si è sentito il bisogno di affibbiarci, poiché la cosa ci è indifferente; ma non possiamo permettere che si dica che noi dirigiamo Le Voile d’Isis, la qual cosa, d’altronde, sarebbe veramente un po’ difficile vista la distanza che ci separa; la verità è che noi siamo solo uno dei collaboratori della rivista, e. niente di più. D’altra parte, quando in un passo tratto dal Teosofismo, parlavamo di certi «gruppi misteriosi», è del tutto inesatto che volevamo riferirci alla Massoneria, come afferma l’autore con una strana sicurezza; si trattava di cose dal carattere ancora più nascosto ed aventi dei rapporti assai stretti con ciò che noi abbiamo chiamato la «contro-iniziazione»; ci permettiamo di aggiungere che abbiamo avuto modo di constatare delle «influenze» dello stesso genere, in un certo ambito che, ancora poco tempo fa, aveva a che fare molto da vicino con la R.I.S.S. Ma dobbiamo riconoscere che questa rivista è notevolmente cambiata, e a suo vantaggio, dopo certe «sparizioni»; ci chiediamo solo, come mai queste sparizioni possano rimanere in parte inspiegate: non è spiacevole dal momento che ci si assume l’incarico di denunciare i tanti tenebrosi misteri altrui?

Le Voile d’Isis, ottobre 1934.

 

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di ottobre),troviamo il seguito dello studio sulle organizzazioni avverse alla Massoneria inglese, nel XVIII secolo; questa volta si parla di: Antediluvian Masons, Honorary Masons, Apollonian Masons, Real Masons, Modern Masons; e su di essi vi sono così pochi dati che non si può neanche sapere, in maniera certa, se si trattasse di formazioni massoniche dissidenti o irregolari, oppure di semplici imitazioni «pseudo-massoniche».

Nel numero di novembre, un articolo mette in evidenza il significato massonico di alcuni passi della Bibbia.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di agosto-settembre), Oswald Wirth, col titolo Constructivisme et Franc-Maçonnerie

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(Costruttivismo e Massoneria), parla di ciò che egli chiama il «Massonismo», che per lui equivale allo «spirito della Massoneria», «divenuto duraturo dopo due secoli di gestazione»; noi invece ci chiediamo, ahimé!, che ne è di questo spirito dopo due secoli di degenerescenza?

Vi sono poi alcune note su L’Initiation des Maoris (L’Iniziazione dei Maori), tratte da uno studio pubblicato su una rivista massonica neo-zelandese.

Un dialogo intitolato Pratique occulte. (Pratica occulta), a firma di «Diogène Gondeau», raccomanda il Pater come «grande formula magica contro la stregoneria»; è molto giusto, ma nondimeno un po’ «semplicistico»...

W. Nagrodski applica a La Rose et la Croix (La Rosa e la Croce), delle elaborazioni basate sulla «proporzione armonica»; a dire il vero, occorre un po’ di buona volontà per identificare lo schema così ottenuto, col «segno della Rosa-Croce».

Nel n° di ottobre, Oswald Wirth spiega come egli concepisce L’Enseignement des Maîtres (L’Insegnamento dei Maestri), sulla base di vedute di una «saggezza» strettamente profana; tuttavia, siamo d’accordo con lui sull’impiego del simbolismo laddove il linguaggio ordinario sarebbe insufficiente; e sul potere del pensiero indipendentemente da ogni espressione; ma, per l’appunto, tutto ciò va ben al di là di quanto lui possa supporre.

Armand Bédarride vuole «laicizzare le virtù teologali», e incomincia, naturalmente, da La Foi (La Fede); ha riflettuto sul fatto che così facendo, riducendole cioè ad essere solo puramente «umane», non potrebbero più essere «teologali», per definizione stessa, ma semplicemente «morali»? E ha pensato che, mantenendo gli stessi termini, questi finirebbero col designare delle cose del tutto diverse?

«Diogène Gondeau» sfiora Le Problème spirite (La Questione dello Spiritismo) in maniera tale, come dice lui stesso, da lasciare «la porta aperta alle supposizioni»; anche un po’ troppo, diremmo noi, tanto che potrebbe passarvi di tutto...

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Nel n° di novembre, Armand Bédarride, questa volta, prova a «laicizzare» L’Espérance (La Speranza).

«Diogène Gondeau» ritorna ancora su Les Esprits (Gli Spiriti), o su ciò che è così chiamato, e trova la scusa per professare un invincibile attaccamento all’umanità terrena!

In una nota intitolata Les Croix symboliques (Le Croci simboliche), W. Nagrodski espone l’applicazione della «sezione aurea» ai tracciati della croce di Malta, della croce teutonica e della croce della Legion d’Onore.

Infine, Oswald Wirth conclude le sue Notions élémentaires de Maçonnisme, affermando che «la concezione costruttiva si rivolge a tutti gli spiriti aperti», il che, ci sembra, è abbastanza vicino al disconoscimento della necessità di ogni «qualificazione» iniziatica.

 

‑ La Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 15 novembre) pubblica un articolo di J. de Boistel, intitolato Les Satellites de la F\-M\ (I Satelliti della M\); non potevano esserci dubbi che si trattasse di una molteplice varietà di organizzazioni «neo-spiritualiste», in cui «la Massoneria» non c’entra assolutamente niente, anche se accade spesso che dei Massoni figurino fra i loro membri; senza contare che non si dovrebbero prendere sul serio i titoli «pseudo-massonici» con cui amano fregiarsi certi personaggi. Vi sono anche delle nozioni inverosimili sulla Kabbala e sulla Gnosi (vale a dire lo Gnosticismo), ed una enumerazione di ogni sorta di cose, le quali, anche se presentano dei tratti in comune (che non sono neanche quelli qui indicati), tuttavia non possono essere messe sullo stesso piano, come se avessero quasi la stessa importanza; qui il senso delle proporzioni difetta completamente... Infine, l’autore ha sentito il bisogno di dedicarci un brano, nel quale si è accontentato di copiare, parola per parola, senza peraltro indicarne la provenienza, una buona parte di quell’ignobile nota anonima di tipo poliziesco, pubblicata originariamente in un supplemento dei Cahiers de l’Ordre, e già riprodotta a suo tempo dalla R.I.S.S. nella sua defunta «parte occultista»; dopo la risposta che fornimmo

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allora, possiamo lasciare che ognuno giudichi da sé tali sistemi, che noi preferiamo astenerci dal qualificare!

Le Voile d’Isis, gennaio 1935.

 

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di febbraio), Oswald Wirth parla de La Genèse du «Serpent Vert» (La Genesi del «Serpente Verde») di Gœthe; gli enigmi che sorgono a proposito di questo racconto sembrano ancora ben lontani dall’essere chiariti.

Col titolo Un rapprochement intéressant (Un accostamento interessante), Armand Bédarride raffronta gli insegnamenti di Confucio a quelli della Massoneria.

Vi è anche un articolo di Marius Lepage su La Chaîne d’Union (La Catena d’Unione).

Nel n° di marzo, Oswald Wirth intitola il suo articolo, La Sagesse parlée (La Saggezza parlata); in effetti, si tratta di alcune considerazioni sull’insufficienza delle parole e sul ruolo dei simboli per rimediarvi.

Notiamo un nuovo articolo sul Féminisme initiatique (Femminismo iniziatico), di Gertrud Gäffgen, che è suscettibile delle stesse osservazioni del precedente.

Col titolo La Matière et les Sens (La Materia e i Sensi), Armand Bédarride si serve di una finzione, immaginando gli abitanti di Giove come dotati di sensi completamente diversi dai nostri, cosa che peraltro non ha niente di inverosimile in sé, per dimostrare che la stessa nozione di «materia» è molto poco attendibile.

 

‑ La Revue Internationale des Sociétés Secrètes pubblica da qualche tempo un supplemento mensile intitolato L’Action Antimaçonnique; nel n° di febbraio di questo supplemento vi è un articolo intitolato Chez les Grands Initiés (Con i Grandi Iniziati), titolo che induce in errore, poiché in realtà si tratta solo di «pseudo-iniziati». La cosa curiosa è che si prova il bisogno di parlare di Aleister Crowley; e ancora più

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strano è il fatto che sembra si creda al suo preteso suicidio del 1930. Non è proprio possibile che i redattori della R.I.S.S. siano così male informati: il personaggio è vivo e vegeto e, un po’ di mesi fa, ha perduto, a Londra, un processo per diffamazione che aveva avuto l’ardire di intentare contro qualcuno che lo aveva tacciato di «mago nero», e numerosi giornali ne hanno parlato; ci chiediamo quindi, cosa mai possa voler dire un simile comportamento della R.I.S.S.... Ma, in questo stesso articolo, vi è ancora dell’altro, ugualmente degno di nota: l’ultima frase, in corsivo, è tratta testualmente da un nostro scritto, tranne una parola, senza alcuna indicazione sul fatto che si tratti di una citazione; certo, che si è indotti a pensare che quando qualcuno ci attacca, uno degli scopi che si prefigge, è di impedire alla sua «clientela» di leggere i nostri scritti per poterli poi «saccheggiare» a proprio agio!

Le Voile d’Isis, maggio 1935.

 

 

‑ Ne Le Mercure de France (n° del 15 luglio), segnaliamo un articolo intitolato L’Infidélité des Franc-Maçons (L’Infedeltà dei Massoni), firmato con lo pseudonimo di «Inturbitus». Vi si trovano delle considerazioni interessanti, che non sempre, però, sono perfettamente chiare, in particolare sulla distinzione fra iniziazione sacerdotale, cavalleresca e artigianale, le quali, in definitiva, corrispondono sia all’organizzazione tradizionale della società occidentale del Medioevo, sia a quella delle caste, in India; in tutto questo non si capisce molto bene qual è il posto assegnato all’ermetismo; e, d’altra parte, bisognerebbe spiegare perché la Massoneria, nonostante le sue forme artigianali, porta anche il nome di «arte reale». Sulla questione delle iniziazioni artigianali o corporative, l’autore cita a lungo il Nombre d’Or (Numero d’Oro) di Matila Ghyka; sfortunatamente, la parte di questo testo che si riferisce all’argomento in questione, è sicuramente quella che richiede le maggiori riserve, e le informazioni che vi si

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trovano non provengono tutte da fonti sicure... Comunque sia, prendere l’espressione «Massoneria operativa» in un senso esclusivamente corporativo, equivale forse col delimitare eccessivamente la questione; l’autore riconosce, tuttavia, che questa antica Massoneria ha sempre ammesso dei membri che non erano operai (termine che non necessariamente debba essere inteso nel senso di «non operativi»), ma sembra che non si renda esattamente conto di che cosa costoro potessero fare; per esempio: sa che cos’era una L\ of J\? In verità, se la Massoneria è veramente degenerata, divenendo semplicemente «speculativa» (e noi diciamo «semplicemente» per sottolineare che questo cambiamento implica una diminuzione), ciò va inteso in un senso e in modo diverso da come pensa l’autore, e, d’altronde, questo non intacca la giustezza di certe riflessioni relative alla costituzione della Gran Loggia d’Inghilterra. In ogni caso, la Massoneria, sia «operativa» che «speculativa», comporta essenzialmente, e per definizione stessa, l’uso di forme simboliche, che sono quelle dei costruttori; «sopprimere il rituale di iniziazione artigianale», come consiglia l’autore, equivarrebbe, molto semplicemente, a sopprimere la stessa Massoneria, anche se lui precisa di non «volerla distruggere», riconoscendo che «si interromperebbe così la trasmissione iniziatica», il che fra l’altro è un po’ contraddittorio. Comprendiamo bene che, secondo lui, si tratterebbe di sostituire la Massoneria con un’altra organizzazione iniziatica; ma, prima di tutto, perché questa dovrebbe reclutare i suoi membri fra i Massoni, piuttosto che in qualche altro ambiente, dal momento che non avrebbe più alcun rapporto di filiazione con la Massoneria stessa? Poi, non si capisce da dove proverrebbe questa organizzazione, e a che cosa si ricollegherebbe effettivamente, dal momento che non se ne può inventare una, almeno umanamente, e non potrebbe trattarsi del prodotto di semplici iniziative individuali, anche quando si tratti di persone che «si trovano in una catena iniziatica ortodossa», perché questo, evidentemente, non è sufficiente per legittimare, da parte loro, la creazione di nuove forme

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rituali. Si vede bene, quali difficoltà, probabilmente insormontabili, sollevi un discorso del genere, se non è preceduto da una attenta riflessione; ci si concederà, dunque, di restare scettici circa la possibilità di realizzazione di un tale progetto, che, in realtà, non è ancora messo a punto... Il vero rimedio contro la degenerescenza attuale della Massoneria, e senza dubbio il solo, può consistere, supponendo che sia ancora possibile, nel cambiamento di mentalità dei Massoni, o, quanto meno, di quelli fra loro che sono in grado di comprendere la loro iniziazione, ai quali, per la verità, fino ad oggi non è stata offerta alcuna occasione per farlo; poco importerebbe il loro numero, poiché, in presenza di un lavoro serio e realmente iniziatico gli elementi «non qualificati» si eliminerebbero da sé; e con loro sparirebbero, per forza di cose, anche gli agenti della «contro-iniziazione», a cui alludevamo, in quanto al loro ruolo, nel passo del Teosofismo citato alla fine di questo articolo, proprio perché non vi sarebbe più nulla su cui potrebbe far presa la loro azione. Operare «un raddrizzamento della Massoneria nel senso tradizionale», non significherebbe «mirare alla luna», checché ne dica «Inturbitus», né costruire sulle nuvole; si tratterebbe solamente di utilizzare le possibilità di cui si dispone, per quanto ridotte queste possano essere all’inizio; ma, in un’epoca come la nostra, chi oserà intraprendere.una simile opera?

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di giugno), un articolo è dedicato alla ricerca del significato originario dell’espressione due guard; le diverse interpretazioni proposte sono molto forzate e poco soddisfacenti; ne suggeriamo un’altra che ci sembra più plausibile: nella Massoneria francese, si dice «mettersi all’ordine», e questa è senz’altro un’espressione del tutto diversa; ma, nel Compagnonaggio, si dice «mettersi al dovere»; ora, questa espressione, due guard o duguard (poiché non si è d’accordo neanche sull’ortografia), che non è inglese e che sembra sia stata introdotta relativamente da poco, non è possibile, molto semplicemente, che sia una cattiva trasposizione fonetica del termine

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«devoir» (dovere)? In seno alla Massoneria vi sono diversi esempi di trascrizioni o trasposizioni alquanto straordinarie: come quella di Pìtagora in Peter Gower, che tanto incuriosì a suo tempo il filosofo Locke...

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di agosto-settembre), Oswald Wirth parla del Travail initiatique (Lavoro iniziatico), o piuttosto dell’idea, molto poco iniziatica, che egli se ne fa; d’altronde, lui stesso confessa che «questo manca di trascendenza, poiché si tratta solo di perseguire un obiettivo morale»; e non siamo noi che glielo facciamo dire! Ma egli ne approfitta per partire nuovamente in quarta contro un fantasma che riveste col nome di «metafisica», e che in effetti rappresenta tutto quello che lui non capisce;e diciamo fantasma a ragion veduta, poiché ci è impossibile scorgervi la minima sembianza della vera metafisica, la quale non può «ragionare nel vuoto» né in qualunque altra cosa, poiché essa è essenzialmente «sovra-razionale», e sicuramente non ha niente a che vedere né con le «nuvole» né con le «astrazioni», che lascia volentieri ai filosofi, compresi quelli che si vantano di possedere solo delle «concezioni positive»: proclamarsi «discepoli della Vita, che rimedia al male passeggero, per assicurare il. trionfo ultimo del Vero, del Bene e dei Bello», queste sì che sono delle belle astrazioni, e perfino delle autentiche «astrazioni personificate», che non hanno assolutamente niente di metafisico, a dispetto delle maiuscole di cui fanno sfoggio!

Notiamo anche un articolo dal tono un po’ enigmatico, intitolato Les Châteaux de cartes (I Castelli di carta), di Léo Heil; vi si dice che «la civiltà contiene forse in se stessa il principio della sua rovina», poiché «essa ha ucciso l’ideale»; occorrerebbe precisare che qui si tratta solo della civiltà occidentale moderna, e noi diremmo, in maniera più «positiva», che essa ha distrutto lo spirito tradizionale... Per rimediare ad un tare errore, o per scoprire come fare, si formula l’augurio che si costituisca «una associazione molto chiusa»; ora, a parte il fatto che non si prende neanche in

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considerazione la questione della regolarità iniziatica, questo ci fa un po’ pensare, in maniera ancora più vaga, alla nuova organizzazione progettata da «Inturbitus»; ma, per lo meno, quest’autore riconosceva che «siamo in pieno sogno», ed allora, se questo non può essere molto utile, non sarà neanche molto pericoloso!

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di aprile), Oswald Wirth, parlando de L’Avenir maçonnique (L’Avvenire massonico), denuncia «l’errore del 1717, che ci ha procurato i governi massonici, ad imitazione delle istituzioni profane, con la caricatura di un potere esecutivo, di un parlamento, di un’amministrazione burocratica e di relazioni diplomatiche»; su questo, almeno, siamo abbastanza d’accordo, come dimostra tutto quello che abbiamo scritto, anche qui, su certe organizzazioni iniziatiche che sono degenerate in «società».

Armand Bédarride intitola il suo articolo Le Gnosticisme maçonnique (Lo Gnosticismo, massonico); ma in realtà, qui si parla solo della «Gnosi», che non significa niente altro che «Conoscenza», e che non ha necessariamente alcun rapporto con la particolare forma dottrinale che si chiama «Gnosticismo»; la parentela dei due termini dà spesso luogo ad una confusione alquanto strana e incresciosa, sotto molti aspetti.

F. Ménard espone delle considerazioni sul simbolismo di alcune Fêtes celtiques (Feste celtiche).

Col titolo, Un Mahâtmâ occidental (Un Mahâtmâ occidentale), «Diogène Gondeau», prendendo spunto da un libro pubblicato recentemente in America, parla del Conte di Saint-Germain e delle manifestazioni che gli sono attribuite oggi, dagli occultisti e dai teosofisti, in particolare come cosiddetto «capo supremo della Co-Massoneria».

Nel n° di maggio, con il titolo La double source des actions vitales (La duplice fonte delle azioni vitali), Oswald Wirth si sforza, inutilmente, di stabilire un accostamento fra le teorie filosofiche di Bergson e certi dati dell’ermetismo.

Marius Lepage parla, elogiandolo, di un manoscritto di

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Sédir, pubblicato da poco, La dispute de Shiva contre Jésus (La disputa di Shiva contro Gesù); ma, quello che dice, sembra proprio, ahimé!, che testimoni una enorme incomprensione della dottrina indù…

«Diogène Gondeau» intitola Grands et Petits Mystères (Grandi e Piccoli Misteri) quella che vorrebbe essere una risposta a Le Voile d’Isis, e cioè, in realtà, alle nostre recensioni; d’altronde, le sue riflessioni sbagliano completamente bersaglio, poiché non siamo certo noi ad aver raccomandato la «contemplazione del soggettivo» (sic), espressione della quale non riusciamo, peraltro, neanche a comprendere il significato; per di più, noi lo lasciamo molto volentieri al «fedele compimento della sua missione terrena» ed alla sua ambizione di «far onore alla specie umana», ma non possiamo impedirci dal fargli notare che l’ultimo dei profani potrebbe benissimo fare altrettanto!

 

‑ In The Speculative Mason (n° di luglio), un articolo intitolato Stranieri e Pellegrini, contiene delle considerazioni molto interessanti; tuttavia, le distinzioni proposte per questi due termini, come se essi si riferissero, in qualche modo, a due gradi diversi e successivi, non ci sembrano molto fondate: lo stesso termine latino peregrinus contiene questi due significati; nel Compagnonaggio vi sono «stranieri» e «passanti» (viaggiatori o pellegrini), ma queste denominazioni corrispondono ad una differenza di rito e non di grado; e, nella stessa Massoneria, l’espressione rituale «viaggiare in paesi stranieri» (To travel in foreign countries) non associa strettamente i due significati?

Un altro articolo espone alcune considerazioni sul Punto nel cerchio; ma come è possibile trattare questo argomento senza nemmeno fare allusione al simbolismo del centro, che in questo caso è l’essenziale, e che ha un posto tanto importante in tutte le tradizioni?

Notiamo ancora il seguito dello studio storico sui Culdèi, che avevamo già segnalato.

 

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‑ Ne Le Symbolisme (n° di giugno), Oswald Wirth espone l’idea, che lui ha, del Traditionalisme (Tradizionalismo); questo vocabolo serve sicuramente ad indicare parecchie cose diverse, le quali, spesso,. non hanno molto a che vedere con il vero spirito tradizionale...

J. Corneloup, col titolo La Rose sur la Croix (La Rosa sulla Croce), pubblica uno studio sui simboli del 18º grado scozzese, il quale è effettivamente «ispirato all’esoterismo cristiano», e più esattamente alla sua forma ermetica, ma proprio perché si tratta di esoterismo e di iniziazione, questo grado non potrebbe avere un’«essenza mistica»; la frequenza con cui si commette questa confusione ha veramente qualcosa di strano.

Nel numero di luglio, Oswald Wirth ritorna su Les méfaits du gouvernementalisme maçonnique (I misfatti del «governamentalismo» massonico); certo, egli non ha torto nell’affermare che tutto ciò che è «costituito sulla base di un modello politico profano» non ha, effettivamente, niente a che vedere con ciò che dev’essere un’organizzazione iniziatica; ma, come è possibile sostenere che «i Massoni non sono ancora adulti dal punto di vista iniziatico» e che «incominciano appena, a farsi un’idea dell’iniziazione», quando invece la verità è che hanno incominciato a perderla questa idea (pur conservando la cosa in sé, fors’anche inconsciamente), proprio a partire dal giorno in cui furono introdotte le forme profane in questione; e che da quel momento la degenerazione non ha fatto altro che accentuarsi?

«Diogène Gondeau» si dà ad alcune riflessioni su L’Enfer (L’Inferno), di cui vuole fare «una realtà psicologica»; sembra che sia «dar prova di spirito, penetrare il senso profondo dei simboli tradizionali»; se non si fosse preoccupato di avvertirci, certo non avremmo neanche sospettato della «profondità» di un tal modo di vedere!

I due numeri (di giugno e di luglio) contengono uno studio di Armand Bédarride su Le Problème religieux (Il Problema religioso); l’opposizione che egli cerca di stabilire fra i «miti» e i «dogmi», non ci sembra molto giustificata, come

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si potrà comprendere facilmente dalle considerazioni che abbiamo esposto nel nostro articolo che tratta proprio dello stesso argomento. Vi sono diversi punti che richiederebbero di essere esaminati più da vicino, in particolare per quel che riguarda il ruolo attribuito al protestantesimo e all’umanesimo; in questa sede, non possiamo certo scendere nei particolari, quindi diciamo solamente che il «sentimento religioso», sotto qualunque forma esso si presenti, è molto lontano dall’essere sufficiente per costituire una religione; e volerlo identificare a quest’ultima è ancora uno degli errori dovuti a quel «psicologismo» di cui, sfortunatamente, sono imbevuti tanti nostri contemporanei.

Le Voile d’Isis, novembre 1935.

 

 

‑ In The Speculative Mason (nº di ottobre), continua lo studio sui Culdèi, condotto in vista dei loro rapporti col Santo Graal, in quanto considerati come elementi di raccordo fra la tradizione druidica e quella cristiana, in particolare per aver conservato il simbolismo del «paiuolo» o recipiente sacro dei Druidi; raccordo valido anche per la Massoneria, sia perché erano dei costruttori, nel senso letterale del termine, sia per alcune particolarità del loro rituale e per le allusioni che vi si riscontrano in merito ad una cerimonia di «morte e risurrezione», paragonabile a ciò che di simile era presente negli antichi misteri.

Un altro articolo presenta, insieme ad alcuni commenti, un documento massonico pubblicato nel 1730, che sembra riferirsi alla Massoneria operativa, così com’era praticata verso l’inizio del XVIII secolo.

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di settembre), troviamo uno studio dedicato agli esordi della Gran Loggia d’Inghilterra, in cui è possibile notare come questa storia sia rimasta avvolta nell’oscurità: benché la Gran Loggia fosse stata organizzata nel 1717, i suoi verbali hanno inizio con la

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riunione del 24 giugno 1723; nelle Costituzioni datate sempre 1723, non si parla della organizzazione della Loggia, ed è solo all’edizione del 1738 che Anderson aggiungerà una storia dei suoi primi anni, la quale, per di più, differisce in molti punti rispetto ad altre conosciute; non ci sarebbero state delle buone ragioni per avvolgere, così, nel mistero il passaggio dalla Massoneria operativa alla Massoneria speculativa?

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di ottobre), Armand Bédarride tratta de La Mort du Compagnon (La morte del Compagno); si tratta della «seconda morte» iniziatica, ma considerata in maniera piuttosto superficiale, come se essa fosse semplicemente «una metamorfosi psicologica da effettuare nella pratica della vita», la qual cosa costituisce sicuramente una nozione parecchio insufficiente.

Segnaliamo anche uno studio di R. Salgues su L’Étoile flamboyante, canon dell’esthétique (La Stella fiammeggiante, canone dell’estetica), ispirato soprattutto ai lavori di Matila Ghyka sul Nombre d’or (Numero d’oro).

Le Voile d’Isis, dicembre 1935.

 

 

‑ Nel Gran Lodge Bulletin dello Iowa (n° di ottobre), continua lo studio sugli esordi della Gran Loggia d’Inghilterra; questa volta si parla soprattutto degli attacchi diretti contro la Massoneria nel corso della prima metà del XVIII secolo; si vede come l’«antimassonismo» non sia una cosa recente, anche se, a seconda delle epoche, esso abbia rivestito delle forme notevolmente diverse.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di novembre), Oswald Wirth .parla delle Bases intellectuelles de la Maçonnerie (Basi intellettuali della Massoneria), vale a dire, in definitiva, della questione dei Landmarks; ma ne parla in modo tale che è ben lontano dall’apportarvi una soluzione: in effetti, egli ritiene che la Massoneria debba «evolversi ed istruirsi per prendere

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piena coscienza di sé», mentre, in realtà, per avere una tale coscienza, bisognerebbe ritornare allo spirito tradizionale delle origini; peraltro, dev’essere chiaro che queste origini non datano certo dal 1717…

G. Persigout, in un articolo che intitola «Topographie mentale» du Cabinet de Réflexion («Topografia mentale» del Gabinetto di Riflessione), espone delle vedute assai curiose, ma riferite a dei dati un po’ confusi e di valore molto differente;. il tutto necessiterebbe di «chiarificazione», cosa sicuramente possibile, a condizione di non far intervenire né l’occultismo né la filosofia, trattandosi di una questione d’ordine strettamente iniziatico.

Le Voile d’Isis, gennaio 1936.

 

 

In The Speculative Mason (n° di gennaio), segnaliamo in modo particolare un interessante articolo sulle scoperte archeologiche fatte a Ras Shamrah, e che sembrano destinate a sconvolgere le asserzioni dell’«ipercritica» moderna, contrarie all’antichità dei testi biblici. Gli accostamenti linguistici dell’autore esigono, talvolta, delle riserve, ed alcune sembrano dovute unicamente ad una trascrizione manchevole o insufficiente; fra le altre, è di un certo rilievo la confusione fra le lettere aleph e ayin. Non si capisce nemmeno come il nome di El-Khidr (che certo non è «adorato dai Musulmani», ma semplicemente venerato come un profeta), possa essere derivato da quello caldeo di Xisuthros, senza contare che El non è affatto il nome divino ebraico, ma, molto semplicemente, l’articolo arabo; tutto ciò, comunque, non toglie nulla all’essenziale, cioè alla comparazione fra le tavolette di Ras Shamrah e l’Antico Testamento.

Notiamo anche la riproduzione di un curioso manoscritto massonico che porta la data del 1696.

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (nn. di novembre e dicembre), vi è uno studio storico sulla «Gran Loggia di

 

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York», la cui esistenza è conosciuta in maniera certa dal 1725 al 1792, ma che sembra risalire a molto prima; pare anche che questa facesse risalire la sua origine alla riunione tenutasi per la prima volta a York nel 926; naturalmente, i documenti in grado di stabilire una così lontana filiazione non esistono, ma certo questa non è una ragione sufficiente per rifiutarla come se fosse puramente leggendaria, checché ne dicano gli storici imbevuti della superstizione del documento scritto.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di dicembre), troviamo un articolo di G. Persigout su Le Savoir et la Vie (Il Sapere e la Vita), elementi che per lui corrispondono alla speculazione ed all’azione, e che vorrebbe «riconciliare, “interiorizzandoli”, secondo le regole dell’esoterismo tradizionale». Egli esamina la questione del reclutamento e della selezione, ed esprime delle vedute molto giuste, anche se l’idea di «qualificazione» iniziatica non è chiaramente fissata; ma è dubbio che la preparazione dei candidati possa essere realizzata in maniera efficace tramite delle semplici conferenze; fossero pure di «propaganda iniziatica», due termini il cui accostamento costituisce, peraltro, una vera contraddizione.

Le Voile d’Isis, marzo 1936.

 

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di febbraio), troviamo uno studio sulla Gran Loggia d’Athol, detta degli «Antichi», che fu organizzata nel 1751, probabilmente da Massoni irlandesi residenti a Londra, a cui si unirono i membri delle Logge inglesi rimaste indipendenti dopo la fondazione della Gran Loggia d’Inghilterra, e contrarie alle innovazioni introdotte da questa, la quale, per questo motivo, fu detta dei «Moderni»; l’unione delle due Gran Logge rivali si ebbe nel 1813.

 

‑ Per Le Symbolisme (nº di marzo), Albert Lantoine ha scritto una curiosissima Apologie pour les Jésuites (Apologia

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dei Gesuiti), facendo rilevare che le accuse lanciate da alcuni contro di questi, sono del tutto simili a quelle che. altri rivolgono alla Massoneria.

Col titolo La Flamme ne meurt pas (La Fiamma non si spegne), Marius Lepage espone alcune riflessioni sullo stato attuale della Massoneria; egli cita, in particolare, un passo di ciò che noi abbiamo scritto a proposito di un articolo pubblicato su Le Mercure de France, sembra, però, che non ne abbia completamente afferrato il senso: perché pensare che la questione che noi poniamo alla fine debba necessariamente fare appello ad «un uomo»?

G. Persigout studia La Caverne, image et porte souterraine du Monde (La Caverna, immagine e porta sotterranea del Mondo); egli segnala, molto giustamente, il carattere di santuario posseduto dalle caverne preistoriche, e vi scorge un legame con l’origine del culto delle pietre sacre; ma su questa questione vi sarebbero ben altre cose da dire e forse un giorno avremo la possibilità di ritornarvi.

Le Voile d’Isis, maggio 1936.

 

 

The Speculative Mason (nº di aprile), contiene un articolo intitolato The preparation for death of a Master Mason (La preparazione alla morte di un Maestro Massone), nel quale si trovano delle interessanti osservazioni sul vero significato dell’«immortalità»; d’altronde, ciò che vi è detto sembra che possa applicarsi, in maniera generale, soprattutto alla «morte iniziatica».

Segnaliamo anche uno studio comparativo dei diversi manoscritti massonici che sono stati pubblicati precedentemente; ne risultano delle curiose constatazioni, relative alle deformazioni che hanno subito, col tempo, alcuni termini che erano già in uso nella Massoneria operativa.

 

‑ Nel Gran Lodge Bulletin dello Iowa (n° di marzo), continua lo studio sulla Gran Loggia d’Athol o degli «Antichi»;

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è interessante notare che fra le innovazioni rimproverate ai «Moderni», figura, a fianco di alcune variazioni nel rituale e nei mezzi di riconoscimento, il fatto di non osservare regolarmente le feste dei due San Giovanni.

 

‑ Ne Le Symbolisme (nº di aprile), Oswald Wirth presenta un articolo oltremodo generico su Les vrais Landmarks (I veri Landmarks), che non apporta nuovi chiarimenti su questa questione così controversa; facciamo solo notare che non è certo allontanandosi sempre di più dalla tradizione operativa, che la Massoneria potrà rimanere realmente iniziatica.

Albert Lantoine intitola Les Indésirables (Gli Indesiderabili), un articolo veramente duro sui politici e soprattutto sui parlamentari.

G. Persigout, facendo seguito al suo precedente articolo, parla de L’Antre, lieu d’évocations et d’oracles (L’Antro, luogo di evocazioni e di oracoli); egli considera le cose da un punto di vista un po’ troppo esclusivamente «fisico»; ma alcune annotazioni, che si limita a tratteggiare, potrebbero, se approfondite, condurre a delle considerazioni di una certa importanza, relativamente alla «geografia sacra».

 

‑ Da diverso tempo, non abbiamo avuto occasione di occuparci della Revue Internationale des Sociétés Secrètes, dal momento che questa sembrava volersi limitare all’ambito politico, che non ci interessa minimamente; ma ecco che, nel numero del 1º aprile, ha deciso di pubblicare un articolo su L’Occultisme contemporain (L’Occultismo contemporaneo), a firma di J. Ravens, che ricorda stranamente i «metodi» di alcuni suoi defunti collaboratori. In esso ci si destreggia in una sapiente confusione fra cose che derivano dall’iniziazione, dalla pseudo-iniziazione e dalla contro-iniziazione; e contemporaneamente si parla dell’astrologia con uno strano riguardo, il che, a dire il vero, è d’obbligo in una rivista fondata dall’astrologo Fomalhaut! In cima ad un elenco di pubblicazioni «occultiste», si è sentito il bisogno di piazzare Le Voile d’Isis; ma quante volte bisogna protestare contro

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questa calunnia? Per quanto riguarda in particolare noi, si afferma che abbiamo fatto parte del Rito «giudeo-egiziano» (?) di Misraïm, cosa che, non solo è completamente falsa, ma anche materialmente impossibile: dato il tempo trascorso da quando questo Rito ha cessato ogni attività, bisognerebbe che noi si avesse un’età che siamo ben lontani dall’aver raggiunto! E ancora grazie, che da parte di questi Signori si abbia avuta l’onestà di riconoscere che fra noi e cene organizzazioni dal carattere più che sospetto, «sono stati tagliati i ponti»; e, dopo la lettura di quest’articolo, ci dispiace non poter essere altrettanto certi che lo stesso sia avvenuto fra la R.I.S.S. e… certe altre cose, alle quali eravamo già stati costretti ad alludere e che sembra siano state considerate piuttosto imbarazzanti...

Le Voile d’Isis, giugno 1936.

 

 

Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (nº di aprile), continua l’esame delle principali divergenze fra gli «Antichi» ed i «Moderni»; al di là delle differenze di tipo piuttosto «amministrativo», notiamo che gli «Antichi» impiegavano un alfabeto massonico d’origine «operativa», così com’è interessante la controversia relativa al posto che dovrebbe occupare, in Massoneria, il grado di Royal Arch.

Nel numero di maggio, si parla ancora di qualche altra Gran Loggia dissidente, poco importante peraltro, e la cui durata fu solo effimera. Un punto assai curioso è l’esistenza, in Inghilterra, nel XVIII secolo, di una Scotts Masonry, che sembra sia consistita in una sorta di grado speciale, sul quale, però, non si hanno informazioni precise; è possibile che si trattasse di qualcosa. di simile al grado di «Maestro Scozzese», praticato in Francia nello stesso periodo?

 

Les Archives de Trans-en-Provence, pubblicano, dal 1931 (ma noi ne siamo venuti a conoscenza solo di recente), degli studi interessanti sulle origini della Massoneria moderna, dovuti al loro

 

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direttore, J. Barles; egli ha intrapreso queste ricerche in maniera del tutto indipendente e senza alcun partito preso, ed è senza dubbio per questo che, su molti punti, si accosta alla verità, molto più di tutti gli storici più o meno «ufficiali». Per lui, la vera Massoneria non è certo «l’istituzione nata nel 1717», come sostengono in molti; piuttosto, egli ritiene quest’ultima come il risultato di uno scisma, come è effettivamente. Quanto alle ragioni di questo scisma, noi riteniamo che egli abbia la tendenza ad esagerare il ruolo che vi hanno potuto svolgere i protestanti francesi rifugiatisi in Inghilterra, in seguito alla revoca dell’editto di Nantes, d’altronde, la cosa è spiegabile col fatto che questo elemento è stato il punto di partenza delle sue ricerche); in effetti, con la sola eccezione di Desaguliers, si sa che costoro non parteciparono attivamente all’organizzazione della Gran Loggia.

D’altronde, questo non cambia nulla della sostanza del problema: i fondatori della Gran Loggia, indipendentemente dalla loro origine, erano incontestabilmente degli «Orangisti»; e si ebbe allora un’intrusione da parte della politica, alla quale i Massoni fedeli all’antico spirito iniziatico del loro Ordine si opposero, non meno che alle diverse innovazioni che ne derivarono. Barles fa rilevare, molto giustamente, come le Logge che si unirono nel 1717 fossero tutte di recente costituzione; e, per altro verso, fa notare anche che, a quell’epoca, vi erano molte più Logge operative in attività, di quanto ordinariamente si sostiene. Tuttavia, c’è un punto sul quale ci permettiamo di non condividere la sua opinione, ed è quello relativo all’incendio degli archivi della Loggia di San Paolo: la cosa più verosimile è che i responsabili non furono affatto i Massoni tradizionali, perché temevano la pubblicazione degli Old Charges, cosa che non è mai rientrata seriamente nelle intenzioni di nessuno, ma, al contrario, gli stessi innovatori, che avevano raccolto questi antichi documenti solo per farli sparire, dopo averne utilizzato la parte che più poteva loro convenire; e questo al fine di eliminare ogni possibile prova dei cambiamenti da loro apportati. Spiace anche che l’autore abbia creduto che «speculativo» volesse semplicemente

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dire «non professionale»; sull’argomento rimandiamo all’articolo pubblicato in questo stesso numero e nel quale spieghiamo il vero significato dei termini «operativo» e «speculativo». In questo stesso articolo spieghiamo anche il significato dell’espressione «Massoni liberi e accettati», sulla quale l’autore commette un altro errore, dal momento che non conosce l’interpretazione tradizionale, la quale, peraltro, non ha mai dato luogo ad alcuna divergenza. Sembra anche che egli non conosca le relazioni simboliche con le quali si spiega il ruolo dei due San Giovanni, nella Massoneria, né sappia qual è l’antica origine delle «feste solstiziali»; ma, ad ogni buon conto, queste diverse lacune sono abbastanza scusabili in chi, evidentemente, non ha mai fatto degli studi speciali sull’argomento. Per altro verso, segnaliamo che Barles ha ritrovato, da solo, qualcosa che si ricollega ad un segreto «operativo», alquanto dimenticato ai nostri giorni: si tratta della corrispondenza «psichica» dei segni e dei toccamenti, vale a dire, insomma, della loro corrispondenza con la «localizzazione» dei centri sottili dell’essere umano; corrispondenza alla quale, qualche volta, ci è capitato di alludere; egli ne trae la conclusione, e a buona ragione, che si tratti dell’indicazione di un legame diretto con le grandi iniziazioni dell’antichità. Certamente, avremo modo di ritornare su questi lavori, via via che verranno pubblicati, e per adesso ci limitiamo a ribadirne tutto il merito e tutto l’interesse.

Le Voile. d’Isis, luglio 1936.

 

 

The Speculative Mason (n° di luglio) contiene due note sul simbolismo della Mark Masonry, ed anche l’inizio di uno studio sui rapporti particolari esistenti fra quest’ultima ed il grado simbolico di Compagno: su questo punto, come su diversi altri, il passaggio da «operativo» a «speculativo» sembra aver introdotto parecchie strane confusioni.

Il seguito dello studio, da noi già segnalato, Preparation for death of a Master Mason, tratta delle diverse fonti di

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conoscenza di cui l’uomo dispone nella sua ricerca della verità, e, innanzi tutto, della fonte interiore, alla quale si riferisce il precetto degli antichi Misteri, «Conosci te stesso».

Notiamo ancora la prima parte delle «riflessioni sui Landmarks», che, sfortunatamente, hanno un carattere piuttosto «ingarbugliato», dal momento che si ispirano a delle concezioni occultiste combinate con quelle della scienza moderna, molto più che alle concezioni della Massoneria tradizionale.

 

‑ Ne Le Symbolisme (nn. di giugno e di luglio), una Allocution de bienvenue à un nouvel initié (Allocuzione di benvenuto ad un nuovo Iniziato), di Luc Bonnet, contiene delle considerazioni su come lo studio dei simboli possa condurre alle «scienze tradizionali»; dispiace, però, che queste siano presentate in maniera alquanto «modernizzata»: per esempio, fra la concezione antica dei temperamenti e quella che ne hanno oggi gli «psicanalisti» vi sono dei rapporti parecchio distanti fra loro; come pure fra ciò che oggi si usa chiamare «astrologia scientifica» e la vera astrologia tradizionale.

Nel numero di giugno, Oswald Wirth si sforza di dare un’interpretazione «razionalizzante», se così si può dire, alla «caduta» ed alla «redenzione»,. interpretazione che certamente non ha niente di esoterico; mentre nel numero di luglio, espone delle riflessioni sull’«arte del vivere», che sono una nuova occasione per dimostrare fino a che punto egli ignori la metafisica in generale e le dottrine tradizionali in particolare.

Sempre nel numero di luglio, Albert Lantoine giustifica l’esistenza del «governo massonico», cioè dell’organizzazione amministrativa delle Obbedienze, con delle considerazioni di ordine storico.

Infine, G. Persigout continua la sua serie di studi con Le Royaume des Ombres et les Rites sacrifìcatoires (Il Regno delle Ombre e i Riti sacrificali), che egli mette in rapporto con la «prova della terra»; in effetti, qui si tratta proprio della

 

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«discesa agli Inferi», intesa nel suo significato iniziatico; ma, nel sacrificio in generale, ed anche nei «misteri del sangue», vi è ben altro. che quanto possono vedervi i moderni «storici delle religioni» o i sociologi inventori della pretesa «mentalità primitiva».

 

‑ La Revue Internationale des Sociétés Secrètes (nº del 1º giugno) ritorna, ancora, sull’affare Taxil: questa volta se la prende con un settimanale cattolico, che non viene nominato, ma che viene indicato molto chiaramente; perché ha pubblicato, sull’argomento, un articolo che non è piaciuto; il suo autore, in effetti, s’è permesso di affermare che in quella impostura la Massoneria non c’entrava per niente. La conclusione è fin troppo evidente: per questi Signori della R.I.S.S., quando uno è cattolico non ha il diritto di dire ciò che ritiene essere la verità, se per caso questa verità non si accorda con le esigenze di una certa polemica!

Alla fine di quest’articolo, si parla a lungo dell’ex rabbino Paul Rosen, alias Moïse Lid-Nazareth; e dal momento che si pensa che «sarebbe interessante conoscere meglio questa personalità originale nel suo genere», noi siamo in grado di fornire almeno due indicazioni, peraltro non ugualmente importanti. Intanto, egli vendette a buon prezzo, a degli antimassoni e ad altri (Papus, in particolare, fu uno dei suoi «clienti»), non una, ma più biblioteche, che aveva raccolto successivamente e che, grazie ad una certa palandrana truccata, non gli erano certo costate molto care... Questo è l’aspetto, in qualche modo, pittoresco del personaggio, ma vi è anche l’aspetto sinistro: effettivamente, vi sono tutti gli elementi per considerarlo, nell’affare Taxil, come uno degli agenti più diretti della «contro-iniziazione» (e questo spiega, fra l’altro, il suo apparente doppio ruolo); ma egli non era il solo, ve n’erano degli altri... e pensiamo che la R.I.S.S. non ci tenga tanto a che vengano conosciuti!

Le Voile d’Isis, ottobre 1936.

 

 

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‑ Ne Les Archives de Trans-en-Provence (n° di agosto-settembre), J. Barles, continuando gli studi su Le schisme maçonnique anglais de 1717 (Lo scisma massonico inglese del 1717), di cui abbiamo già parlato, completa le indicazioni che aveva fornito in precedenza sulla biografia di Desaguliers. A parte, egli pubblica un documento che ritiene sia di natura tale da permettere di risolvere affermativamente la questione controversa dell’iniziazione massonica di Napoleone 1º: si tratta del verbale di una cerimonia, tenutasi nella Loggia di Alessandria (Italia) nel 1805, in cui effettivamente Napoleone viene qualificato come Massone, a più riprese; ma noi conosciamo molti altri documenti dello stesso genere, e sappiamo che non sono affatto sufficienti. per convincere certi storici...

Nel n° di ottobre, Barles, riproducendo la nostra precedente recensione, solleva delle obiezioni su due punti, e alle quali dobbiamo fornire una risposta. Prima di tutto, è vero che numerosi protestanti francesi si erano rifugiati a Londra, all’inizio del XVIII secolo, ma, ad eccezione di Desaguliers, nulla indica, che siano mai stati Massoni; e non si capisce in che modo, la presenza di migliaia di profani, qualunque fosse la loro posizione sociale, potesse influire direttamente su degli avvenimenti propriamente relativi al dominio iniziatico. Poi, per ciò che riguarda l’incendio degli archivi della Loggia di San Paolo, è verosimile che la responsabilità non possa essere attribuita a Payne, e forse neanche a Desaguliers, ma, J. Barles, è proprio sicuro che si possa dire altrettanto per Anderson, personaggio molto più sospetto, sotto parecchi punti di vista?

 

‑ In The Speculative Mason (n° di ottobre), il seguito dello studio sulla Preparation for death of a Master Mason, indica come seconda fonte della conoscenza, il «Libro della Natura», considerato come simboleggiante le realtà dell’ordine spirituale, e con degli esempi tratti dal rituale.

Una notizia storica è dedicata agli Hammermen di Scozia,

 

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corporazione che includeva tutti i mestieri che avessero il martello come utensile principale.

Notiamo anche, la fine dell’articolo sulla Mark Masonry, nel quale si dimostra che questa non è un semplice sviluppo del grado di Compagno, come spesso si è sostenuto.

Troviamo anche la fine dell’articolo sulle «riflessioni sui Landmarks», in cui l’autore sembra non rendersi conto che quello che è suscettibile di modifica, per ciò stesso, non potrebbe essere annoverato come un Landmark; come sembra non comprendere che l’ammissione delle donne è impedita dal carattere stesso dell’iniziazione massonica, o che l’esistenza degli alti gradi non necessita dell’avallo dei Landmarks, perché questi ultimi concernono esclusivamente la Massoneria simbolica e quindi non possono che ignorarli.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di ottobre), Oswald Wirth intitola il suo articolo Soyons humains (Siamo umani), che, nel suo pensiero, equivale col dire che bisogna essere solo umani; ma, dal momento che vi sono dei «problemi insolubili» per lui, questo gli dà il diritto di concludere che essi sono ugualmente insolubili anche per gli altri? Quanto al suo «adattamento» della Trinità cristiana al «Dio-Umanità», com’è che non ci si rende conto che le cose di questo genere si prestano fin troppo bene ad essere sfruttate da certi avversari?

«Diogène Gondeau» prova a parlare de La Râja-Yoga (La Râja-Yoga), che egli conosce, ahimé!, solo attraverso certe elucubrazioni teosofiste come lo stesso titolo, peraltro, basta a dimostrare.

Su Les Mystères et les èpreuves souterraines (I Misteri e le prove sotterranee), G. Persigout espone delle considerazioni che sono di un certo interesse, ma che, per il loro carattere troppo «mischiato», potrebbero dar luogo, nuovamente, alle stesse critiche che abbiamo già formulato a proposito dei suoi precedenti studi.

Le Voile d’Isis, dicembre 1936.

 

 

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RECENSIONI DI RIVISTE, PUBBLICATE IN

ÉTUDES TRADITIONNELLES DAL 1937 AL 1940

 

 

 

‑ In Atlantis (n° di novembre), Paul Le Cour pubblica un lungo articolo intitolato Église, Maçonnerie, Tradition (Chiesa, Massoneria, Tradizione), le cui intenzioni «concilianti» sono apparentemente eccellenti, ma che contiene molte confusioni ed anche degli errori materiali. L’autore ritiene di poter ritrovare la fantasiosa dualità Aor-Agni nel simbolismo delle due colonne, il che lo induce ad attribuire una di esse alla Chiesa e l’altra alla Massoneria, mentre, in realtà, esse figurano entrambe. nella Massoneria, e nella stessa Chiesa forse sarebbe possibile ritrovare qualcosa che equivale allo stesso simbolo complessivo (in particolare, alcune raffigurazioni di San Paolo potrebbero prestarsi ad una simile interpretazione). D’altra parte, i rapporti fra ciò che è rappresentato dalle due colonne non sono certo quelli fra l’exoterismo e l’esoterismo; per giunta, se l’esoterismo, nella tradizione cristiana, è spesso riferito alla «Chiesa di San Giovanni», l’exoterismo non è mai riferito alla «Chiesa di Gesù» (?), bensì alla «Chiesa di San Pietro». Sorvoliamo sulla curiosa battuta contro San Tommaso d’Aquino, che Paul Le Cour, a torto, considera un «razionalista» ed anche responsabile de «la concezione della necessità della forza per sostenere il diritto», della quale «oggi vediamo delle applicazioni paurose»... Le considerazioni sull’origine della Massoneria sono alquanto vaghe, e le relazioni fra questa e l’Accademia platonica di Firenze sono ben lontane dall’essere chiare; ma che dire della confusione fra Scozzesismo e Massoneria anglosassone, quando addirittura la prima ragion d’essere dello Scozzesismo fu proprio di opporsi alle tendenze protestanti ed «orangiste» rappresentate dalla Massoneria anglosassone dopo la fondazione della Gran Loggia d’Inghilterra?

 

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‑ Ne Le Symbolisme (n° di novembre), Oswald Wirth intitola Spéculatif et opératif (Speculativo e operativo), ciò che vorrebbe essere una sorta di risposta al nostro articolo, «Operativo» e «Speculativo»; l’inversione dei termini è senza dubbio voluta, ma, salvo alcune parole alquanto acide nei nostri confronti, non siamo riusciti a distinguere con esattezza ciò che lui ci rimprovera, poiché finisce col dichiarare che «è necessario intendersi sul significato dei termini che usiamo»; occorrerebbe anche che tale significato non venisse sminuito o ridotto in maniera inaccettabile... Quando noi diciamo che l’iniziazione comporta essenzialmente un elemento «sopra-umano», o ancora, che non può esserci alcuna iniziazione senza riti; questo non può lasciare adito al minimo equivoco; si tratta di questioni «tecniche» precise, e non di vaghe considerazioni più o meno «metaforiche» o immaginarie. D’altra parte, non abbiamo mai detto che «la Massoneria deve ritornare ad essere operativa, dopo essersi definita speculativa a titolo transitorio»; noi abbiamo detto, e la cosa è ben diversa, che la Massoneria speculativa rappresenta una riduzione ed anche una degenerazione rispetto alla Massoneria operativa; certo, ci auguriamo che questa degenerescenza possa essere transitoria, ma, sfortunatamente, non vediamo nulla, attualmente, che indichi che potrà essere così.

G. Persigout studia il Cadre initiatique du Cabinet de réflexion (Quadro iniziatico del Gabinetto di riflessione); a questo proposito, egli parla di catarsi, il cui processo ha effettivamente un rapporto evidente con la «discesa agli Inferi»; ed anche del simbolismo della «pietrificazione», la cui connessione con l’argomento ci sembra molto meno evidente, malgrado la caverna ove risiede Medusa...

Nel numero di dicembre, Oswald Wirth vuole stabilire una distinzione fra La Théosophie et l’Art royal (La Teosofia e l’Arte reale); ma egli ha veramente torto, quando sembra ammettere che il teosofismo, malgrado tutto, possa rappresentare qualcosa di reale dal punto di vista iniziatico.

Albert Lantoine dimostra che Le Péché originel (Il Peccato

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originale) della Massoneria francese è consistito nell’accettare la democrazia nella sua Costituzione; sottolinea, molto giustamente, che «la democrazia si preoccupa di eliminare l’élite», e che, «per un gruppo selezionato, la democratizzazione non può essere che un fattore dissolvente»; da parte nostra aggiungiamo solo che, essa è anche in contraddizione diretta con il principio di selezione e con ogni organizzazione costituita in maniera gerarchica.

Un breve articolo su L’Initiation et L’Évangile (L’Iniziazione e il Vangelo), a firma «Bardanin», ci sembra che implichi una certa confusione fra il punto di vista iniziatico ed il punto di vista religioso; l’uno non può rimpiazzare l’altro o essergli equivalente, poiché, nei due, né il dominio né lo scopo sono uguali; la «Liberazione» è qualcosa di completamente diverso dalla «salvezza», e nell’antichità non era certo quest’ultima che veniva messa in relazione con la conoscenza iniziatica.

Études Traditionnelles, febbraio 1937.

 

 

‑ Recentemente, abbiamo accennato al sigillo degli Stati Uniti, rilevando la stranezza del suo simbolismo e il profitto che cercano di trame certe organizzazioni; quanto dicemmo allora trova anche conferma, sebbene siamo certi che la cosa sia involontaria, in un articolo pubblicato in The Rosicrucian Magazine (n° di febbraio), ove si parla dello stesso argomento; lasciamo da parte certi calcoli più o meno fantastici, e facciamo solo notare che, per quanto concerne il sigillo in sé, oltre ai tredici filari della piramide tronca, di cui abbiamo parlato, il 13 è presente in un gran numero di particolari differenti, con una insistenza veramente straordinaria...

 

The Speculative Mason (n° di gennaio), contiene un articolo sul significato della funzione del 2º Sorvegliante, ma sfortunatamente esso si limita a delle considerazioni soprattutto

 

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estetiche e morali, di tipo alquanto superficiale.

In un altro articolo, troviamo un buon esempio della confusione, che segnalavamo ultimamente, fra i riti e le cerimonie; peraltro, l’intenzione dell’autore è chiaramente favorevole ai riti, contrariamente a quanto avviene spesso in simili casi, ma da tale confusione le cerimonie finiscono col trarre un beneficio alquanto immeritato, comprese quelle che sono le più rigorosamente profane!

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di febbraio), Oswald Wirth parla della Loi de Création (Legge della Creazione) di Wronski, a proposito del volume che abbiamo recensito un po’ di tempo fa; non se l’abbia a male, ma i «concetti» degli antichi costruttori, che peraltro non «immaginavano» niente, erano veramente molto più «trascendenti» di tutte le «astrazioni» dei filosofi; le quali sono solo delle speculazioni nel vuoto e, forse, ci appaiono ancora più deprimenti che a lui.

Albert Lantoine segnala, molto giustamente, gli inconvenienti dell’organizzazione di una Justice maçonnique (Giustizia massonica) ricalcata sul modello dei codici profani; ma perché affermare che «le piccole istituzioni tendono ad imitare la grande istituzione», quando invece è l’organizzazione della società profana che dovrebbe apparire normalmente come una ben piccola cosa a confronto di ciò che appartiene all’ordine iniziatico?

G. Persigout studia Le Problème alchimique de la Trasmutation morale (Il problema alchemico della Trasmutazione morale); vi è un equivoco, poiché, come abbiamo detto spesso, se veramente si trattasse solo di «morale», sarebbe alquanto inutile ricorrere ad un qualunque simbolismo, alchemico o di altro tipo; d’altronde, quando si accettano le vedute degli storici profani, talvolta si è indotti a degli errori curiosi, se non altro sul significato di certe espressioni, come quella di «arte sacerdotale», per esempio...

Études Traditionnelles, aprile 1937.

 

 

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‑ In Atlantis (n° di marzo), Paul Le Cour dedica un lungo studio a Claude de Saint-Martin; l’idea di porsi, in qualche modo, sotto il patronato di questi è alquanto inaspettata, come riconosce lo stesso Le Cour, ed egli ne spiega l’origine con il racconto di antiche esperienze spiritiche, che peraltro egli abbellisce col nome più rispettabile di «ricerche metapsichiche»; e dobbiamo proprio riconoscere che gli è proprio rimasto qualcosa di queste sue idee di allora, poiché, pur dichiarando queste cose «ingannevoli, se non pericolose», tuttavia crede ancora che i morti si manifestino realmente e personalmente tramite simili mezzi... D’altra parte, egli si fa delle illusioni sul valore stesso di Saint-Martin, il quale, in realtà, non capì mai gran che dell’iniziazione, come ebbe a dimostrare molto chiaramente dandosi al misticismo. La storia dei suoi rapporti con Martines de Pasqually (definito da Le Cour, «ebreo portoghese», senza un’ombra di esitazione) è semplificata in modo sorprendente; ma questo non è niente, di fronte all’affermazione che egli abbandonò la Massoneria «quando questa divenne atea e materialista»: bisogna proprio pensare che, fra tutti i Massoni del suo tempo, egli fu il solo ad accorgersi di un simile cambiamento! Ciò che invece è del tutto conforme alla verità, è che non fondò mai alcuna organizzazione, con la conseguenza che «lo si può definire martinista, ma solo a titolo individuale»; evidentemente è sempre lecito adottare le idee di qualcun altro, se lo si ritiene conveniente, e per farlo, non necessariamente occorre essere «favorito dalle sue manifestazioni post-mortem»...

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin, dello Iowa (n° di febbraio) troviamo uno studio sul significato del termine cowan, di origine apparentemente scozzese, ma di derivazione incerta, risalente alla Massoneria operativa, in cui designava colui che costruiva dei muri a secco, senza calce; dunque non si trattava di un profano che cercava indebitamente di carpire i segreti della Massoneria, come si pensa comunemente; quanto invece di un operaio che non era qualificato per partecipare al lavoro dei Massoni regolari ed aveva, dal punto di vista

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corporativo, un rango inferiore, ma in ogni caso riconosciuto e ben definito.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di marzo), Oswald Wirth parla de La Mission éducative de la Franc-Maçonnerie (La Missione educativa della Massoneria), idea che non conduce chissà dove, poiché «educazione» non è certo «iniziazione»; e dire che «il potere spirituale effettivo appartiene a chi si dedica a pensare con giustezza e a volere il bene con abnegazione», significa semplicemente immaginare che le buone intenzioni possano essere sufficienti per sostituire ogni conoscenza ed ogni «realizzazione» di ordine superiore.

G. Persigout studia Les Rites agraires et les abords de l’Antre (I Riti agrari e i dintorni dell’Antro); lo spazio maggiore è occupato dalle interpretazioni «naturaliste» dei moderni, con le loro «feste stagionali» ed i loro «costumi popolari», insieme ad altre cose che, sicuramente, non hanno alcun rapporto con i dati tradizionali sul vero significato dei riti e dei simboli.

 

‑ Abbiamo ricevuto i primi numeri di una nuova rivista intitolata La Juste Parole, la quale presenta una caratteristica abbastanza eccezionale, quella di essere, ad un tempo, «filosemita» e antimassonica. Fra le altre cose, troviamo una precisazione relativa all’Ordine ebraico B’nai B’rith (Figli dell’Alleanza), il quale, contrariamente all’opinione diffusa in certi ambienti, non ha nulla di massonico; forse sarebbe opportuno aggiungere che esso tende un po’ ad imitare la Massoneria (in merito, l’uso del termine «Logge» costituisce un indizio), come tutte le organizzazioni «fraterne» di origine americana.

Un altro articolo cerca di chiarire che non esiste alcuna «Giudeo-Massoneria»; e questo è del tutto esatto, ma, come mai ritroviamo anche qui, nei confronti della Massoneria, tutti i luoghi comuni cari a coloro che sostengono la tesi opposta?

Segnaliamo anche un articolo sulla «macellazione rituale»,

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che induce ad una curiosa osservazione: in tutte le discussioni che trattano questo tema, sostenitori ed avversari si appellano solo ad argomentazioni «igieniche» ed «umanitarie», che non hanno niente a che vedere col tema stesso; tuttavia, qui si fa appello anche al testo biblico, che parla della connessione del sangue con l’anima (intesa nel senso rigoroso di principio vitale), ma sembra che non si sospetti neanche come questo sia il solo aspetto che conti realmente; la mentalità moderna è decisamente qualcosa di molto strano!

Études Traditionnelles, maggio 1937.

 

 

‑ Ne La Vita Italiana (n° di aprile), J. Evola pubblica un articolo intitolato Dall’«esoterismo» al sovversivismo massonico, nel quale critica, su alcuni punti, l’attitudine antimassonica volgare: egli infatti riconosce nella Massoneria l’esistenza di una tradizione simbolica e rituale, in rapporto con «delle dottrine o delle correnti preesistenti rispetto alla sua forma attuale ed aventi un carattere spirituale incontestabile»; egli protesta, inoltre, contro l’interpretazione in base alla quale tali correnti avrebbero costituito una sorta di tradizione «anticristiana», il che ha ancora meno senso allorché si esaminano questi precedenti e «ci si trova al cospetto di tradizioni effettivamente anteriori al Cristianesimo»; egli segnala anche il carattere gerarchico ed aristocratico che queste tradizioni ebbero sempre alla loro origine. Ma, dal momento che si tratta di qualcosa che sembra essere inconciliabile con le tendenze che si riscontrano nella Massoneria attuale, egli si chiede se effettivamente si è avuta una filiazione ininterrotta, o se, piuttosto, non si è prodotta una sorta di «sovversione»; è anche incline a pensare che gli elementi tradizionali abbiano potuto essere semplicemente «derivati» da fonti diverse, senza che necessariamente vi sia stata una filiazione regolare; e questo spiegherebbe, secondo lui, una deviazione che sarebbe stata impossibile «se l’organizzazione

 

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massonica fosse stata diretta da dei capi qualificati». Noi non possiamo concordare con lui su questo punto, e ci dispiace che si sia astenuto dallo studiare più a fondo la questione delle origini, poiché avrebbe potuto rendersi conto che si tratta proprio di una organizzazione iniziatica autentica, la quale ha solo subito una degenerazione; l’inizio di tale degenerazione, come abbiamo detto spesso, coincide con la trasformazione della Massoneria operativa in Massoneria speculativa, ma con questo non si può parlare di discontinuità: anche se si è verificato uno «scisma», la filiazione non è stata interrotta, e, malgrado tutto, essa resta legittima; la Massoneria non è un’organizzazione fondata agli inizi del XVIII secolo e, per di più, l’incomprensione dei suoi aderenti, ed anche dei suoi dirigenti, non altera in nulla il valore proprio dei riti e dei simboli, di cui essa rimane la depositaria.

 

‑ Ne Les Archives de Trans-en-Provence (n° di marzo), J. Barles affronta la questione dei rapporti fra la Massoneria ed i Rosa-Croce, ma, sfortunatamente, con delle informazioni alquanto insufficienti ed anche di dubbia qualità: egli si rifà all’Histoire des Rose-Croix (Storia dei Rosa-Croce), teosofista, di F. Wittemans, e tiene conto di una affermazione fantasiosa dell’Imperator dell’A.M.O.R.C. Del resto, non bisogna confondere i Rosa-Croce con i Rosacruciani, ed anche fra questi ultimi ci sarebbero tante distinzioni da fare; comunque, una cosa è certa: se nella Massoneria inglese vi sono stati dei Rosacruciani autentici e non degenerati, non è certo dalla parte «speculativa» che è possibile trovarli. Segnaliamo anche che è opportuno diffidare della leggenda, che attualmente si cerca di accreditare per delle ragioni poco chiare, secondo la quale Newton avrebbe svolto un qualche ruolo nella Massoneria unicamente perché fu in relazioni personali con Desaguliers; si tratta di una supposizione del tutto gratuita; e peraltro, noi non vediamo perché un «grand’uomo», dal punto di vista profano, dovrebbe necessariamente avere una qualunque importanza nell’ordine iniziatico.

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The Speculative Mason (n° di aprile) dà una descrizione dettagliata dei riti di incoronazione dei re d’Inghilterra e degli oggetti che vi vengono impiegati.

Un articolo dedicato alle «tre colonne», in relazione ai tre ordini architettonici, contiene degli accostamenti interessanti con «l’albero sefirotico» e con certi dati che si riscontrano in diverse altre tradizioni.

Uno studio sul simbolismo delle mani e dei «segni manuali», considerati come resti di un vero linguaggio (e in definitiva, i mudrâs della tradizione indù non sono altro che questo), non sembra affatto che vada in fondo alla questione, benché si spinga fino ai dati preistorici; in particolare, il problema della variazione dei rapporti fra la destra e la sinistra richiederebbe un esame più approfondito. Notiamo anche, a proposito di una allusione a certe pratiche di «magia nera», che vi è tutto un versante realmente «sinistro» al quale sarebbe il caso, probabilmente, di ricollegare il ruolo importante svolto dalle apparizioni delle mani nei fenomeni di ossessione e nelle manifestazioni spiritiche; riteniamo che questa osservazione non sia mai stata fatta e che, in ogni caso, essa è degna di interesse.

Segnaliamo infine l’articolo che parla del significato della Mark Masonry e delle caratteristiche che la distinguono dalla Craft Masonry.

Études Traditionnelles, giugno 1937.

 

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di maggio), Oswald Wirth parla del rituale di incoronazione dei re d’Inghilterra, basandosi sull’articolo di The Speculative Mason di cui abbiamo già parlato; ma il titolo che egli sceglie, L’Initiation royale (L’Iniziazione reale), è del tutto inesatto, poiché in realtà in quel rituale non v’è nulla di iniziatico; che la consacrazione dei re sia stata, originariamente, la fase finale della loro specifica iniziazione, è un fatto, ma attualmente, e senza dubbio già da un bel po’ di tempo, essa si è ridotta ad essere un rito puramente

 

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exoterico; e questo non ha molti più rapporti con l’iniziazione reale, di quanti ne abbia l’attuale ordinazione dei preti nei confronti dell’iniziazione sacerdotale.

Col titolo Le Secret mal gardé (Il Segreto mal conservato), Albert Lantoine mette in evidenza gli inconvenienti della strana «modernizzazione» con cui, nella Massoneria francese, i mezzi di riconoscimento tradizionali sono stati via via rimpiazzati, quasi interamente, con degli «accertamenti di identità» simili a quelli in uso in una qualunque associazione profana.

François Ménard, in una breve nota, parla Du Geste (Del Gesto) dal punto di vista rituale; si tratta soprattutto della corrispondenza dei segni iniziatici con i centri sottili dell’essere umano, a cui abbiamo avuto occasione di accennare e che meriterebbe sicuramente uno studio più approfondito.

Études Traditionnelles, luglio 1937.

 

 

‑ Ne La Vita Italiana (n° di giugno), un articolo di Gherardo Maffei, sui rapporti fra Giudaismo e Massoneria, rivela una tendenza simile a quella presente nell’articolo di J. Evola, e di cui abbiamo già parlato. L’autore fa notare, molto giustamente, che in relazione alle origini della Massoneria la presenza di numerosi elementi ebraici nel suo simbolismo non prova niente; tanto più che, a fianco di quelli, se ne trovano molti altri che derivano da tradizioni completamente diverse; inoltre, questi elementi ebraici si riferiscono ad un aspetto esoterico che sicuramente non ha niente a che vedere con gli aspetti politici, o di altro genere, che sono messi in luce da coloro che combattono il Giudaismo attuale, e fra i quali, molti pretendono di associarlo strettamente alla Massoneria. Naturalmente, tutto questo è cosa diversa dalle influenze che, in effetti, possono esercitarsi ai nostri giorni in seno alla Massoneria, esattamente come altrove, ma è proprio questa distinzione che troppo spesso si dimentica, vuoi per ignoranza che per partito preso; e noi aggiungiamo anche,

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per maggior chiarezza, che l’azione dei Massoni e delle stesse organizzazioni massoniche, nella misura in cui essa è in contrasto con i principi iniziatici, non può essere attribuita alla Massoneria come tale.

 

‑ Ne Le Mercure de France (n° del 1º giugno), Gabriel Louis-Jaray esamina, sulla scorta delle recenti pubblicazioni sulla Massoneria francese del XVIII secolo, il ruolo che questa ha potuto svolgere nei rapporti che la Francia ha avuto con l’Inghilterra e gli Stati Uniti. L’argomento viene affrontato da un punto di vista esclusivamente politico, ed è per questo che l’autore non riesce a cogliere le cose in profondità; peraltro sono presenti alcuni errori, fra i quali ve n’è uno che abbiamo già riscontrato altrove e che suscita sempre un certo stupore: si tratta della confusione fra la Massoneria «simbolica», derivata dalla Gran Loggia d’Inghilterra, e la Massoneria «scozzese», vale a dire la Massoneria degli alti gradi, la quale, per di più, si oppose decisamente alle tendenze «orangiste» che permeavano la prima. Tuttavia, vi è un punto che ci sembra presenti un certo interesse: si tratta dello strano ruolo svolto da Franklin, che pur essendo un Massone (quantunque la qualifica di «gran patriarca» che qui gli viene attribuita non corrisponda a niente di reale), molto probabilmente era anche tutt’altra cosa, e soprattutto sembra che sia stato, in seno alla Massoneria e fuori di essa, l’agente di certe influenze estremamente sospette. La Loggia Le Nove Sorelle, di cui fu membro ed anche Venerabile, costituì, per la speciale mentalità che vi regnava, un caso del tutto eccezionale nella Massoneria dell’epoca; senza dubbio si trattò dell’unico centro in cui le influenze di cui si tratta trovarono, allora, la possibilità di esercitare effettivamente la loro azione distruttrice ed antitradizionale; e secondo quanto abbiamo già detto, non è certo alla Massoneria in se stessa che si deve imputare l’iniziativa e la responsabilità di una tale azione.

 

‑ Ne Les Archives de Trans-en-Provence (nn. di maggio, giugno e luglio), J. Barles, proseguendo le sue ricerche sulle

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origini della Gran Loggia d’Inghilterra, esamina in modo particolare alcuni elementi della biografia di Desaguliers: le sue opere scientifiche e certi aspetti della sua attività profana, l’accoglienza che gli venne riservata dalla Loggia di Edimburgo nel 1721 (segnaliamo di sfuggita che deacon significa «diacono» e non «decano», che in inglese si dice dean) e la visita da lui effettuata alla Loggia di Bussy, a Parigi, nel 1735. Forse non era il caso di trarre da tutto ciò chissà quali conseguenze; soprattutto occorre tener presente che il sapere profano e le associazioni destinate a svilupparlo e a diffonderlo, sono relative ad un dominio completamente diverso da quello in cui si collocano le questioni di ordine propriamente massonico; senza contare che le stesse individualità, talvolta, possono ritrovarsi da una parte e dall’altra, la qual cosa, evidentemente, riguarda ed impegna solo queste stesse individualità: e noi non vediamo bene che rapporto, più o meno diretto, possa esserci fra questi due ordini di cose. Quanto al significato reale dei termini «operativo» e «speculativo», sul quale J. Barles sembra ancora perplesso, per aiutarlo a chiarire questa importante questione, non possiamo fare altro che pregarlo di volersi riferire alle spiegazioni precise che abbiamo date sull’argomento in un apposito articolo.

 

‑In The Speculative Mason (n° di luglio) vi è un articolo dedicato al simbolismo del rituale del Royal Arch.

Un altro, sulle antiche origini degli utensili impiegati dai costruttori, contiene interessanti informazioni di tipo documentario, ma sfortunatamente un po’ intaccate dal pregiudizio «progressista», comune nei nostri contemporanei.

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di maggio), troviamo un breve studio sulle «cifre» o alfabeti crittografici già in uso nella Massoneria, i quali presentano un’evidente somiglianza con certi alfabeti kabbalistici; ne esistono diverse varianti, ma la «chiave» è sempre la medesima, e senza dubbio ci sarebbe molto di più da dire su quest’ultima e sugli accostamenti ai quali può dar luogo.

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‑ Ne Le Symbolisme (n° di giugno), Oswald Wirth, pur affermando l’unità de La Tradition des Sages (La Tradizione dei Saggi) sotto le sue diverse espressioni simboliche, si industria, una volta di più, a restringerne la portata, in un modo che noi conosciamo già fin troppo bene; aggiungiamo solo che, diversamente da ciò che deriva dal suo tentativo di interpretazione «evoluzionista», lo «stato edenico d’innocenza» sicuramente non ha niente a che vedere né con l’istinto né con l’animalità!

Nel numero di luglio, Oswald Wirth, a proposito della questione del Rituel féminin (Rituale femminile), pur dichiarando che il simbolismo delle Logge d’Adozione «non ha propriamente un altissimo valore iniziatico», ritiene, tuttavia, che esso possa servire almeno come preparazione e punto di partenza; ma la vera questione non è questa: dal momento che questo rituale è stato inventato artificialmente di tutto punto e non contiene la minima traccia di una «trasmissione» autentica, esso, in realtà, non potrà mai rappresentare niente di più che un semplice simulacro di iniziazione.

Albert Lantoine intitola Paroles pour les Égarés (Parole per gli Sviati), un richiamo alla regola in base alla quale «la Massoneria deve bandire dai suoi lavori ogni discussione politica o religiosa»; ed in effetti, l’introduzione di discussioni di questo tipo è solo possibile a causa della deplorevole confusione che si attua fra domini del tutto diversi.

In entrambi i numeri (giugno e luglio), proseguono gli studi di G. Persigout; questa volta si occupa de La «Pierre brute» et la «Pierre cachée des Sages» (La «Pietra grezza» e la «Pietra nascosta dei Saggi»); l’autore continua a dar prova di un «eclettismo» veramente eccessivo, e le fantasticherie del fu Leadbeater vengono accostate alle teorie «ufficiali» sulle epoche preistoriche; non sarebbe meglio attenersi esclusivamente a delle «fonti» più autorevoli dal punto di vista tradizionale ed iniziatico?

Études Traditionnelles, settembre 1937.

 

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‑ Ne Le Symbolisme (n° di agosto-settembre), col titolo De l’Équerre au Compas (Dalla Squadra al Compasso), che peraltro sarebbe suscettibile di ben altre letture simboliche che quella suggerita dall’autore (che ci ricorda, in particolare, il significato del quadrato e del cerchio nella tradizione estremo-orientale), Oswald Wirth denuncia giustamente, una volta ancora, l’errore di introdurre in una organizzazione iniziatica delle istituzioni amministrative ricalcate sul modello profano; ma, al tempo stesso, egli ripete ancora l’errore corrente sul vero significato dei termini «operativo» e «speculativo», che per lui sono solo poco più che dei sinonimi di «operaio» e «borghese»! Per altro verso, contrariamente a quanto egli sembra credere, è già tanto se si riuscisse a conservare scrupolosamente ed integralmente il rituale, anche senza comprenderlo, e questo non significherebbe certo «giuocare», poiché non si tratterebbe comunque di una parodia; e se l’iniziazione, in queste condizioni, resta semplicemente virtuale invece di essere effettiva, è proprio questo che rende la Massoneria moderna, «speculativa», vale a dire priva delle «realizzazioni» che, invece, era possibile perseguire nella Massoneria «operativa»; e senza dubbio quest’ultima possibilità era dovuta, in parte, al fatto che la Massoneria operativa aveva per base la pratica concreta del mestiere di costruttore, ma era anche dovuta ad altre ragioni relative alla «tecnica» iniziatica in generale, evidentemente inaccessibile agli «spiriti eminenti» che organizzarono la Gran Loggia d’Inghilterra; ed è andata ancora bene a costoro, poiché vi furono dei Massoni «operativi» che, un po’ più tardi, vollero correggere gli incresciosi effetti della loro ignoranza, quanto meno dal punto di vista rituale...

In un articolo intitolato Les Dieux reviennent (Gli Dei ritornano), Albert Lantoine si leva contro l’influenza dello spirito «demagogico» dei nostri tempi, che in relazione al reclutamento massonico si traduce in una eccessiva importanza attribuita alla quantità a detrimento della qualità; d’altronde, egli crede di scorgere alcuni indizi di un inizio di reazione contro tale tendenza, e noi ci auguriamo che non si sbagli...

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G. Persigout studia, questa volta, la divisa ermetica Visita Interiora Terræ... (dimentica comunque di segnalare la variante, Inferiora, che esprime forse un significato ancora più completo); studia anche i rapporti fra le «rettificazioni» alchemiche e le «purificazioni» iniziatiche, e la corrispondenza delle une e delle altre con gli elementi.

 

‑ Ne Les Archives de Trans-en-Provence (n° di agosto-settembre), J. Barles prende in esame il lavoro di preparazione del Libro delle Costituzioni della Gran Loggia d’Inghilterra; vi sarebbe parecchio da dire sulla maniera particolare con cui vennero utilizzati gli Old Charges... e su come vennero tendenziosamente travisati. Ci limitiamo a far notare che, dal punto di vista iniziatico, gli innovatori erano ben lungi dal costituire un’«élite», quale che fosse la loro «cultura» profana, e che, invece di «elevare il livello intellettuale dell’antica Massoneria», diedero soprattutto prova d’ignoranza e di incomprensione nei confronti della sua tradizione; peraltro, essi non conoscevano tutti i gradi, e questo spiega anche tanti errori; e non potevano certo «appartenere all’Ordine della Rosa-Croce», tanto più che un tale nome non è mai stato, nella realtà, quello di alcuna organizzazione.

 

The Speculative Mason (n° di ottobre) contiene uno studio sulla divisa «Libertà, Eguaglianza, Fraternità», che, lungi dall’essere realmente d’origine massonica, come si crede comunemente, apparve per la prima volta in uno scritto antimassonico, Les Franc-Maçons écrasés (I Massoni annientati), pubblicato nel 1747; è anche vero che essa venne ben presto adottata dalla Massoneria francese, ma, inizialmente, in un senso puramente spirituale, peraltro conforme agli insegnamenti del rituale, e senza che avesse niente in comune con l’interpretazione profana che, sfortunatamente, prevalse in un secondo tempo.

Un articolo intitolato Building in Harmony (Costruire armoniosamente) dà una curiosa descrizione della costruzione di un violino.

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‑ Ne Le Symbolisme (nº di ottobre), Albert Lantoine dedica un lungo articolo alla questione del Grand Architecte de l’Univers (Grande Architetto dell’Universo), ed alle controversie che ne derivarono e ancora ne derivano; alcune interpretazioni moderne sono sicuramente molto falsate e fantasiose, come egli sostiene, ma, per altro verso, ci si può accontentare di dichiarare, senza ulteriori precisazioni, che «il Grande Architetto è il termine massonico di Dio»? È necessario fare le opportune distinzioni fra gli aspetti divini, e tradizionalmente lo si è sempre fatto: ogni nome speciale deve corrispondere ad una funzione o ad un determinato attributo; e se un exoterismo semplicista può, a rigore, trascurare tali distinzioni, non è ammissibile che questo accada dal punto di vista iniziatico; solo che, per comprendere realmente le cose di quest’ordine, occorre risalire alle origini più lontane e non fare cominciare la Massoneria nel XVIII secolo...

Études Traditionnelles, dicembre 1937.

 

 

Ne Les Archives de Trans-en-Provence (n° di ottobre), J. Barles continua il suo esame sulla redazione dei Libro delle Costituzioni, compiuta da James Anderson; questi, nella nota inserita nell’edizione del 1738, ha presentato naturalmente come una revisione necessaria ciò che in realtà fu un lavoro di alterazione preordinata degli Old Charges; fra l’altro, segnaliamo che in questa stessa nota tutti i fatti relativi alla fondazione ed agli inizi della Gran Loggia d’Inghilterra, sono tendenziosamente travisati, come risulta da uno studio storico pubblicato nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa e di cui abbiamo parlato a suo tempo. Ci permettiamo di segnalarlo all’attenzione di J. Barles, il quale si limita a dire, seguendo mons. Jouin, che «è permesso di chiedersi se la scelta di Anderson, non motivata da alcuna ragione superiore, fu delle più giudiziose»; è proprio sicuro che non vi fossero, invece, dei seri motivi per «accomodare» le cose in

 

 

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quel modo tutto speciale, e che per questa bisogna Anderson non fosse proprio il più qualificato, rispetto ad altri che avrebbero potuto avere certi scrupoli?

 

‑ La Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 15 novembre) pubblica la copia di un documento che, in parte, può aiutare a far luce sulla questione, ancora alquanto oscura, degli inizi della Massoneria in Francia: si tratta di un manoscritto del 1735-36, contenente una traduzione delle Costituzioni di Anderson, con delle leggere modifiche o adattamenti ad uso delle Logge francesi. Questa versione è accompagnata da un «nulla osta» che è la parte veramente interessante del manoscritto, poiché da esso risulta che: il duca di Wharton fu «Gran Maestro delle Logge del regno di Francia» fino ad una data indeterminata, ma anteriore al 1735; Jacques Hector Maclean esercitò la stessa funzione nel 1735 e venne sostituito l’anno successivo da Charles Radcliffe, conte di Derwentwater. Questi fatti sono in grado di invalidare le conclusioni della campagna condotta, tempo fa, da Téder, contro l’autenticità dei due primi Gran Maestri della Massoneria francese, Lord Derwentwater e Lord Harnouester (i quali peraltro sono una sola persona, in quanto il secondo nome è, verosimilmente, un’alterazione del primo); campagna ricordata in un precedente articolo della stessa rivista (n° del 15 settembre-1º ottobre), ed in seguito alla quale questi due nomi furono soppressi, nel 1910, dalla lista dei Gran Maestri nell’Annuario del Grande Oriente di Francia. Tuttavia, restano in piedi alcuni interrogativi: il duca di Wharton fu Gran Maestro della Gran Loggia d’Inghilterra nel 1722, ed è possibile che questo gli permettesse di avere sotto la sua giurisdizione le Logge francesi, prima che queste fossero organizzate per loro conto; solo che, ordinariamente, la costituzione della prima Loggia a Parigi viene datata nel 1725; bisognerebbe forse farla risalire a qualche anno indietro? Ma, in questo caso, nascerebbe un altro interrogativo: la redazione delle Costituzioni di Anderson fu completata solo nel 1723, allo scadere della gran Maestranza del duca

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di Wharton... E neanche l’esatta situazione dei due altri personaggi apparirebbe molto chiara: erano dei «Gran Maestri provinciali» dipendenti dalla gran Loggia d’Inghilterra o erano i Gran Maestri di una Gran Loggia completamente indipendente? Infine, secondo lo stesso documento, sembra proprio che il grado di Maestro sia stato conosciuto e praticato dai Massoni «speculativi» francesi prima ancora che da quelli inglesi; ed allora, ci si può chiedere come l’avessero ricevuto: altro problema che sarebbe interessante chiarire.

 

‑ Ne Le Symbolisme (nº di novembre), col titolo Ivresse bachique et Sommeils initiatiques (Ebrezza bacchica e Sonni iniziatici), G. Persigout cerca di fissare una distinzione fra quelli che egli chiama «i culti popolari e le religioni dei misteri»; tolta la terminologia piuttosto fastidiosa, questa distinzione, in definitiva, dovrebbe essere semplicemente quella fra l’exoterismo e l’esoterismo; ma non è esatto supporre che il primo sia mai stato come una sorta di «volgarizzazione» e di deviazione del secondo, poiché ognuno di essi ha il suo ambito ben definito e parimenti legittimo; in tutto ciò persistono ancora delle confusioni.

Études Traditionnelles, gennaio 1938.

 

 

‑ Ne Les Archives de Trans-en-Provence (n° di novembre), J. Barles tratta, questa volta, della Gran Maestranza del duca di Wharton, di cui abbiamo già parlato ultimamente a proposito di un articolo della Revue Internationale des Sociétés Secrètes. Questo argomento è uno di quelli che sembrano difficili da chiarire: il duca di Wharton, in un primo tempo, sarebbe stato eletto irregolarmente, nel 1722, ma in seguito, per evitare dei dissensi, il suo predecessore, il duca di Montagu, si dimise in suo favore il 3 gennaio 1723, e il 17 gennaio si ebbe il suo regolare insediamento; fu allora che Desaguliers venne nominato Gran Maestro Vicario. Le Costituzioni di Anderson furono presentate alla Gran Loggia

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nel 1723, approvate e firmate dal duca di Wharton e da Desaguliers; ma la cosa singolare è che questa approvazione non porta alcuna data; la ratificazione avvenne nell’assemblea del 17 gennaio, come supposto da mons. Jouin, citato da J. Barles, o invece il 25 marzo, come sostiene Thory (Acta Latomorum, t. I, p. 20), che peraltro annovera questi documenti, per un palese errore, nel 1722? Comunque sia, non comprendiamo perché J. Barles ritenga possibile una identificazione fra due personaggi del tutto diversi: Philippe, duca di Wharton, e Francis, conte di Dalkeith; in effetti, il secondo succedette al primo come Gran Maestro, il 24 giugno 1723, ed almeno qui non v’è niente di oscuro. E lo stesso si può dire per la restante attività del duca di Wharton: nel 1724 aderì ad una sorta di contraffazione della Massoneria, conosciuta col nome di Gormogons; lo stesso anno venne sul continente, si convertì al cattolicesimo ed aderì apertamente al partito degli Stuart; nel 1728, costituì una Loggia a Madrid, cosa che sta ad indicare che, in realtà, non aveva rinunciato alla Massoneria; infine, morì e Tarragona nel 173 l. Per il periodo 1724-1728 sembra che manchino del tutto le informazioni, e questo fatto è alquanto spiacevole, poiché tale periodo potrebbe essere interessante per le connessioni che ha con le origini della Massoneria francese: in effetti, se nel 1723 non c’erano ancora delle Logge in Francia, e se, comunque, il duca di Wharton non avrebbe potuto essere il loro Gran Maestro, per il fatto stesso che era Gran Maestro della Gran Loggia d’Inghilterra, da cui le eventuali Logge francesi sarebbero dipese inizialmente, ne consegue che egli avrebbe potuto assumere la qualifica di Gran Maestro delle Logge francesi, solo in questo periodo, 1724-1728, nel corso del quale è molto probabile che abbia soggiornato effettivamente in Francia; dunque, coloro che volessero chiarire questa questione, dovrebbero condurre le ricerche soprattutto in questa direzione.

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di dicembre), troviamo un articolo dedicato al confronto dei due Riti

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praticati in America: il Rito di York ed il Rito Scozzese, i quali differiscono, non solo per i gradi nei quali lavorano, ma anche per la loro organizzazione. L’origine del Rito di York è, in qualche modo, «preistorica», poiché risalirebbe al VII secolo; è a questo Rito che si riferiscono gli antichi documenti massonici detti Old Charges, e una copia di essi, per le Logge operative, equivaleva alla bolla rilasciata oggi da una Gran Loggia alle Logge moderne. Il Rito di York è basato sulle Costituzioni di Athelstan del 926; il Rito Scozzese sulle Costituzioni di Federico il Grande del 1786; la cosa alquanto curiosa è che l’origine di questi due documenti, di epoca così differente, viene contestata dagli storici; d’altronde, è scontato che il diritto ad adottarli validamente come legge fondamentale è, in ogni caso, del tutto indipendente da ogni questione d’origine.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di dicembre), col titolo Le Plagiat des Religions (I Plagi delle Religioni), Albert Lantoine esamina le rassomiglianze che esistono nel simbolismo delle diverse religioni, ivi compreso quello del Cristianesimo, della Massoneria e delle antiche iniziazioni; non c’è da stupirsi, dice, di fronte a queste similitudini, che derivano, non da un volgare plagio, ma da una inevitabile concordanza; il che è esatto, ma bisognerebbe spingersi oltre, in questa direzione, ed egli ha il torto di misconoscere la reale filiazione, non solamente «libresca» o «ideale», che esiste fra le diverse forme tradizionali, sotto il loro duplice aspetto exoterico, di cui la religione è un caso particolare, ed esoterico o iniziatico; non si tratta affatto di «imprestiti», sia ben chiaro, ma di legami che ricollegano ogni tradizione autentica e legittima ad una sola e medesima tradizione primordiale.

G. Persigout completa il suo studio sull’Ivresse bachique et Sommeils initiatiques, di cui abbiamo già parlato.

Nel n° di gennaio, François Ménard esamina le difficoltà che si incontrano nel cercare di far comprendere la Notion de Connaissance ésotérique (Nozione di Conoscenza esoterica) nel mondo moderno e soprattutto nei confronti di coloro che

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sono imbevuti dei pregiudizi dovuti alla «cultura» universitaria; egli sottolinea, giustamente, come tutti i «progressi» delle scienze, così come esse vengono concepite oggigiorno, non permettono di avanzare d’un sol passo sulla via della vera conoscenza, e come, contrariamente alla pretesa di esprimere ogni cosa in termini chiari (che egli imputa al «materialismo scientifico», ma che in realtà è d’origine cartesiana), si renda sempre necessario riservare una parte all’inesprimibile, la cui conoscenza costituisce propriamente l’esoterismo, nel senso più rigoroso del termine.

Études Traditionnelles, febbraio 1938.

 

 

‑ Nello Speculative Mason (n° di gennaio) vi sono due articoli dedicati rispettivamente alla «luce» e all’«arcobaleno», visti in relazione al simbolismo del Royal Arch.

In un altro articolo viene preso in esame quello che viene chiamato il Plot Manuscript (Manoscritto di Plot), vale a dire un antico manoscritto massonico che non è mai stato ritrovato e che è conosciuto solo tramite le citazioni fatte da Robert Plot, nella sua Natural History of Staffordshire (Storia naturale dello Staffordshire), pubblicata nel 1686. A questo proposito, facciamo notare che se si considera, da un lato, l’attitudine denigratoria tenuta da Plot nei confronti della Massoneria, e, dall’altro, i suoi legami con Elias Ashmole, ci si trova di fronte ad un elemento che non contribuisce certo a rendere verosimile il ruolo iniziatico che alcuni attribuiscono, molto gratuitamente, a quest’ultimo. Per altro verso, è strano riscontrare che Plot sia la «fonte» di uno degli argomenti contro la filiazione «operativa» della Massoneria moderna, fatti valere da Alfred Dodd nel suo libro su Shakespeare, di cui abbiamo parlato un mese fa; ci riferiamo all’editto che aboliva la Massoneria sotto Enrico VI. Tuttavia, nel manoscritto si dice anche che questo re, che allora aveva tre o quattro anni, abrogò questo stesso editto non

 

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appena raggiunse la maggiore età, e contemporaneamente approvò gli Charges; il Plot afferma che questo fatto è «improbabile», senza fornire una valida ragione, e Dodd, da parte sua, si accontenta di passarlo sotto silenzio. Le recenti scoperte, peraltro, apportano delle conferme notevoli al contenuto di questi vecchi manoscritti, smentendo al tempo stesso gli storici moderni che li hanno criticati a sproposito: un esempio è costituito dal caso di Edwin, la cui esistenza è stata tanto. discussa; alcuni manoscritti sbagliano solo nel presentarlo come figlio del re Athelstan, mentre invece era suo fratello; ma, dal momento che è stato trovato un documento in cui la sua firma è seguita dal titolo di erede al trono, questa stessa confusione è perfettamente spiegabile; ed è questo un altro esempio, abbastanza istruttivo, di quanto valga la «critica» moderna!

Études Traditionnelles, marzo 1938.

 

 

‑ Ne Le Mercure de France (n° del 1º febbraio), un articolo di Albert Shinz, su Le Songe de Descartes (Il Sogno di Cartesio), solleva nuovamente una questione che ha già dato luogo a molte discussioni, più o meno confuse, relative ad una pretesa affiliazione rosacruciana di Cartesio. La sola cosa che non sembra dubbia, è che i manifesti rosacruciani, o sedicenti tali, che furono pubblicati nei primi anni del XVII secolo, risvegliarono nel filosofo una certa curiosità, ed egli, nel corso dei suoi viaggi in Germania, cercò di entrare in contatto con i loro autori, che d’altronde egli considerava semplicemente come dei «nuovi studiosi», il che dimostra che non era certo fra i più «informati»; ma questi rosacruciani, chiunque fossero (e in ogni caso non erano certo dei «Rosa-Croce autentici», come pretenderebbe Maritain, che fece pubblicare un articolo sull’argomento nel n° di dicembre 1920 della Revue Universelle), pare che non abbiano ritenuto opportuno soddisfare il suo desiderio; ed anche se gli

 

 

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capitò di incontrarne qualcuno, è molto probabile che non ne abbia mai saputo niente. La stizza che seguì a questo scacco, è chiaramente espressa nella dedica di un’opera intitolata Thesaurus Mathematicus, che egli pensò di scrivere con lo pseudonimo di «Polybius il Cosmopolita», ma che rimase sempre incompleta; perché si possa giudicare in piena cognizione di causa, vale la pena di riprodurre integralmente tale dedica, tradotta: «Opera nella quale si danno i veri mezzi per risolvere tutte le difficoltà di questa scienza, e si dimostra che relativamente ad essa lo spirito umano non può andare oltre; per provocare l’esitazione o schernire la temerarietà di coloro che promettono delle nuove meraviglie in tutte le scienze; e nello stesso tempo per alleggerire nelle loro penose fatiche i Fratelli della Rosa-Croce, che, stretti notte e giorno nei nodi gordiani di questa scienza, vi consumano inutilmente l’olio del loro genio; dedicata ancora agli studiosi del mondo intero e specialmente agli illustrissimi Fratelli Rosa-Croce di Germania». La cosa piuttosto stupefacente è che alcuni hanno preteso proprio di vedere in questo brano un indizio di «rosacrucianesimo»; com’è possibile non percepire tutta l’ironia maligna e rabbiosa di una simile dedica, senza parlare della manifesta ignoranza ribadita dall’autore nell’assimilare i Rosa-Croce agli studiosi ed ai «ricercatori» profani? Vero è che il partito preso è spesso presente, in un senso o nell’altro, ma, in ogni caso, accomunare cartesianesimo ed esoterismo nell’ammirazione o nell’odio, significa sempre dar prova di una profonda incomprensione, quanto meno nei riguardi dell’esoterismo! Con tutta sicurezza, Cartesio è il prototipo del filosofo profano, la cui mentalità antitradizionale è radicalmente incompatibile con ogni iniziazione; d’altronde, questo non significa che non sia stato permeabile a certe «suggestioni» dal carattere sospetto; e non è forse in questo senso che si potrebbe interpretare, nel modo più verosimile, la pretesa «illuminazione» da lui avuta sotto l’apparenza di un sogno piuttosto incoerente e stravagante?

 

 

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‑Ne Les Archives de Trans-en-Provence (n° di dicembre) J. Barles esamina l’attività di Desaguliers. nel periodo 1723-1724: durante quest’anno egli continuò ad esercitare la funzione di Gran Maestro Vicario, mentre era Gran Maestro il conte di Dalkeith; il 24 giugno 1724, quest’ultimo venne sostituito dal duca di Richmond, che prese come Vicario il cavaliere Martin Folkes (che Thory, senza dubbio per errore, menziona con questa qualifica alla data del 1723). Aggiungiamo che Desaguliers riprese la medesima funzione l’anno seguente, col conte d’Abercorn; non vediamo quindi come si possa sostenere che «la sua collaborazione col duca di Wharton non gli fu favorevole»; e d’altra parte, sembra che J. Barles continui a confondere, come nel suo precedente articolo, il conte di Dalkeith con il suo predecessore, il duca di Wharton, il che, evidentemente, altera la concatenazione dei fatti presi in esame.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di febbraio), O. Wirth ritorna ancora su ciò che egli chiama il Massonismo, che fra l’altro sembra associare strettamente alla sola concezione «speculativa»; egli sostiene che «ciò che manca alla Massoneria moderna è l’istruzione massonica»; il che è fin troppo vero, ma i primi responsabili di questo stato di cose, non sono proprio i «pensatori» che mutilano questa istruzione, riducendo la Massoneria ad una dimensione solamente «speculativa»?

G. Persigout dedica il suo articolo a La sortie de l’Antre et la «Délivrance» (L’Uscita dall’Antro e la «Liberazione»); sembra proprio che si tratti dello stesso argomento che trattiamo noi in questo stesso numero, tuttavia le considerazioni che egli espone hanno ben pochi rapporti con le nostre; in effetti, viene soprattutto trattata una questione molto diversa: del «vaso sacro» e della «bevanda d’immortalità». Segnaliamo all’autore che, secondo la tradizione indù, Dhanvantari (il cui ruolo è paragonabile a quello dell’Asklepios o Esculapio dei Greci) non ha «portato dal cielo» il vaso contenente l’amrita, bensì essa è stata prodotta dallo «sbattimento

 

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dell’Oceano», mentr’egli teneva il vaso in una mano; il che è molto diverso dal punto di vista simbolico.

 

‑ Nel giornale France-Amérique du Nord (n° del 30 gennaio), Gabriel Louis-Jaray pubblica il testo delle considerazioni da noi esposte, tempo fa, a proposito di un suo articolo apparso ne Le Mercure de France; e lo accompagna con alcuni commenti che sembrano indicare che non ne abbia compreso interamente il significato: noi non abbiamo detto che Franklin «era probabilmente massone», poiché è del tutto certo che lo fosse; né che «la Massoneria simbolica derivata dalla Gran Loggia d’Inghilterra perdette la sua influenza» all’epoca di cui si tratta, poiché la stessa Loggia Le Nove Sorelle derivava esattamente da questa Massoneria simbolica; solo che, in effetti, all’epoca era già da un bel po’ che la Massoneria francese si era resa indipendente dalla Gran Loggia d’Inghilterra, che gli aveva dato vita circa un cinquantennio prima. Gabriel Louis-Jaray chiede anche a Études Traditionnelles (nonostante la nostra recensione non fosse anonima!) di «precisare come vede (sic) il ruolo “strano” di Franklin»; la risposta è presto detta: quando diciamo che questo personaggio sembra essere stato principalmente «l’agente di certe influenze estremamente sospette», per i nostri lettori è del tutto evidente che tali influenze sono quelle della «contro-iniziazione». Va da sé che si tratta di qualcosa che oltrepassa di parecchio il punto di vista «politico esteriore» a cui l’autore dice di volersi attenere; peraltro, una tale espressione implica, di per sé, una concezione «particolaristica» nella quale non potrebbe rientrare nulla di ciò che è oggetto dei nostri studi. Del resto, se aggiungiamo che lo stesso Cromwell ci sembra abbia svolto, precedentemente, un ruolo del tutto simile a quello di Franklin, forse Gabriel Louis-Jaray comprenderà che non si tratta semplicemente di politica «inglese» o «anti-inglese», ma di qualcosa in cui, effettivamente, l’Inghilterra, l’America o qualunque altra nazione rientrano come strumenti da «utilizzare» volta a volta, a seconda delle circostanze, per dei fini che indubbiamente

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non hanno niente a che vedere con i loro interessi particolari; servirsi di qualcuno, uomo o popolo che sia, non è certo lo stesso che servirlo, anche se capita che gli effetti esteriori possano accidentalmente coincidere.

Études Traditionnelles, aprile 1938.

 

 

The Speculative Mason (nº di aprile), pubblica il seguito di The Preparation for Death of a Master Mason: questa volta si parla della concezione «ciclica» della vita, vista nella sua corrispondenza analogica col ciclo annuale.

Segnaliamo anche un articolo sulle allusioni massoniche contenute nelle opere di Rudyard Kipling; ed un altro sul simbolismo della cazzuola nella Mark Masonry.

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di febbraio), si parla del ruolo svolto, nella Massoneria, dal «Libro delle Costituzioni» e dagli Old Charges che lo hanno preceduto.

Nel numero di marzo, a proposito dell’espressione «Loggia azzurra», impiegata correntemente come sinonimo di «Loggia simbolica» (che lavora, cioè, nei tre gradi di Apprendista, Compagno e Maestro), viene preso in esame il simbolismo del colore azzurro e le sue connessioni storiche con il Tabernacolo ed il Tempio di Salomone.

 

‑ Ne Le Symbolisme (nº di marzo), G. Persigout studia le Ascensions mithriaque, pythagoricienne, judéo-chrétienne et hermétique (Ascensione mitriaca, pitagorica, giudeo-cristiana ed ermetica), vale a dire il significato che, in queste diverse tradizioni, hanno «l’azione purificatrice del Fuoco, il desiderio ascensionale dell’Anima ed il mistero finale della Liberazione»; sfortunatamente, l’esposizione manca di chiarezza, e il troppo spazio concesso a delle informazioni di fonte profana vi svolge sicuramente la sua parte; il «sincretismo psichico delle tradizioni religiose», in particolare, ci ricorda le peggiori incomprensioni degli «storici delle religioni»,

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che scambiano per degli «imprestiti» puramente esteriori tutte le similitudini simboliche che incontrano, senza riuscire a penetrarne il significato profondo.

Nel numero di aprile, F. Ménard studia Le Principe d’analogie (Il Principio di analogia), insistendo soprattutto, a giusta ragione, sull’applicazione del «senso inverso».

Études Traditionnelles, giugno 1938.

 

 

‑ Il Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di maggio) esamina le ragioni secondo le quali, nella Massoneria operativa, la prima pietra d’un edificio doveva essere posta nell’angolo nord-est (quanto meno simbolicamente allorché la disposizione dei luoghi non permetteva l’esattezza di questo orientamento); si tratta di una questione che, in fondo, è collegata a quella delle «circumambulazioni», con particolare riferimento al corso del ciclo diurno.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di maggio), Oswald Wirth prende in esame La Rénovation du Rituel (Il Rinnovamento del Rituale), soggetto alquanto pericoloso, poiché c’è da temere fortemente che un tale «rinnovamento» si traduca soprattutto in una «alterazione»; non riusciamo a comprendere come l’introduzione di «mezzi moderni» possa aggiungere qualcosa al valore di un rituale iniziatico; il quale, fra l’altro, non ha nulla da guadagnare dall’essere attorniato da «cerimonie» superflue; e, d’altra parte, quante possibilità vi sono che gli incaricati di questo compito siano in grado di discernere l’essenziale, il quale non potrebbe essere modificato in nessun caso, pena l’irregolarità o la stessa nullità dal punto di vista della trasmissione iniziatica?

G. Persigout parla di Correspondances, Analogie, Intériorité (Corrispondenze, Analogia, Interiorità); non si capisce perché protesti contro l’espressione «corrispondenza analogica», la quale non identifica, come egli sembra credere,

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le corrispondenze all’analogia e non costituisce affatto un pleonasmo puro e semplice; infatti, esistono delle corrispondenze che sono analogiche ed altre che non lo sono. Non comprendiamo neanche perché le corrispondenze dovrebbero costituire un «sistema» per il fatto che hanno un «contenuto dottrinale», né perché questo contenuto dovrebbe limitarsi ad essere quello delle scienze chiamate «positive», le quali in realtà non sono altro che le scienze profane, quando invece le vere corrispondenze sono quelle che si fondano sulle scienze tradizionali; ma vedendo come l’autore, per svolgere la sua tesi, cita ed utilizza le idee di certi filosofi contemporanei, non ci stupisce poi tanto il fatto che non comprenda chiaramente la distinzione fra questi due ordini di conoscenza...

 

‑ La Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 1º maggio) completa l’esame della biografia del duca di Wharton: ne risulta che egli soggiornò quasi un anno in Francia, fra il 1728 e il 1729; se ne deduce, in maniera molto plausibile, che fu durante questo periodo che dovette svolgere la funzione di Gran Maestro delle Logge francesi; altrettanto verosimile è che egli sia stato il primo a portare questo titolo, anche se l’introduzione della Massoneria in Francia risale al 1725.

Nel numero del 15 maggio si cerca di stabilire la cronologia dei successori del duca di Wharton: se il cavaliere Jarnes Hector Macleane gli succedette immediatamente, significa che venne eletto quando il duca di Wharton lasciò la Francia per andare in Spagna, e cioè nel 1729; e indubbiamente rimase in carica fino al 1736; fu allora che venne sostituito con Charles Radcliffe, conte di Derwentwater, il cui nome è stato stranamente trasformato in «d’Harnouester»; ed a lui seguì, nel 1738, il duca d’Antin, primo Gran Maestro francese; a partire da allora la storia è meglio conosciuta e la serie dei Gran Maestri non presenta alcuna oscurità.

Études Traditionnelles, luglio 1938.

 

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‑ In The Speculative Mason (n° di luglio), è preso in esame il Passing, cioè l’iniziazione al grado di Compagno, chiamata così perché rappresenta una fase transitoria fra l’Apprendistato e la Maestranza; l’interpretazione che viene fornita della «Geometria», in quanto associata in modo particolare a questo grado, richiederebbe alcune riserve e soprattutto parecchi complementi.

Il seguito di The Preparation for Death of a Master Mason tratta dei diversi stadi della vita umana, con particolare riferimento ai quattro âshramas della tradizione indù, e del processo di «morte graduale» nel corso della stessa vita, che è come una preparazione verso la liberazione finale.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di giugno), segnaliamo un breve studio di François Ménard sul Symbolisme du Tablier (Simbolismo del Grembiule), posto in relazione con alcuni dei centri sottili dell’essere umano; il che ne fa una cosa del tutto diversa dal semplice «simbolo del lavoro», come viene exotericamente considerato, a meno che non si precisi che si tratta di un lavoro propriamente iniziatico; l’autore fa notare, giustamente, che l’equivoco che si produce abitualmente in proposito è paragonabile esattamente a quello legato al significato del termine «operativo».

Nel numero di luglio, Oswald Wirth e Albert Lantoine rimproverano ancora alla Massoneria inglese di misconoscere il «puro Massonismo», che loro credono sia rappresentato dalle Costituzioni di Anderson; mentre invece esse se ne allontanano alquanto, e solo le modifiche loro apportate, in un secondo momento, sotto la spinta degli «Antichi» ne hanno permesso un certo riavvicinamento, nei limiti di quanto poteva permettere la riduzione «speculativa». La dichiarazione iniziale delle Costituzioni venne modificata solo nel 1815, in seguito alla fusione fra «Antichi» e «Moderni», e non nel 1738 come ritengono alcuni, a torto; la seconda redazione di Anderson, quella appunto del 1738, conteneva solamente delle allusioni al «vero Noachita» e ai «tre grandi articoli di Noè», che Oswald Wirth trova «enigmatici»,

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e che in effetti lo sono, nel senso che rivelano il ricordo di qualcosa che può risalire a molto lontano; ma, nel pensiero molto poco esoterico di Anderson, i tre articoli in questione non potevano significare altro che «paternità divina, fraternità umana e immortalità», il che, in verità, non ha niente di misterioso... Quanto alla questione dei Landmarks, esaminata in modo particolare da Albert Lantoine, essa è sicuramente oscura in più di un aspetto; ma di chi è la responsabilità principale, se non dei fondatori della Massoneria «speculativa» con le loro conoscenze del tutto insufficienti, senza parlare delle preoccupazioni di ordine «extra-iniziatico» che influirono enormemente sul loro lavoro e che non contribuirono certo a fare di esso un «capolavoro» nel senso propriamente «operativo» del termine?

 

‑ Nella Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n° del 15 giugno), proseguono gli articoli su Les Ancêtres de la Franc-Maçonnerie en France (Gli Antenati della Massoneria in Francia), e questa volta si parla della «leggenda degli Stuart»; l’autore critica giustamente Gustave Bord, il quale, in quanto storico, «si è sempre attenuto alla lettera dei documenti», cosa che è alquanto insufficiente; ma, i suoi stessi argomenti non sono certo più convincenti: se si può sicuramente ammettere che l’attività massonica dei loro sostenitori fu più considerevole di quella degli stessi Stuart, è quanto meno difficile supporre che essa si esercitò interamente a loro insaputa e che il loro ruolo non fosse neanche quello che si potrebbe chiamare, rappresentativo; perché a questo si riduce in effetti la funzione di molti dignitari «ufficiali», nella Massoneria come altrove. In ogni caso, l’affermazione che non v’è mai stata una Massoneria «giacobita» o «orangista», ma che si è sempre e solo avuta «la Massoneria», puramente e semplicemente, non potrebbe essere più falsa; a partire dal 1717, invece, vi sono state solo delle organizzazioni massoniche differenti, con tendenze molto divergenti fra loro, e le attuali differenze fra la Massoneria «latina» e quella «anglosassone», per citare solo un esempio

 

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fra i più manifesti, dimostrano chiaramente che, a questo riguardo, non è cambiato niente dal XVIII secolo ad oggi!

Nei numeri del 1º e del 15 luglio, questa serie di articoli viene ultimata, con uno studio sulla biografia di Ramsay che, a dire il vero, è alquanto parziale; se si può concludere con certezza che il famoso discorso che gli viene attribuito è autentico, tuttavia non si può trarre alcuna conclusione circa il suo effettivo ruolo nella istituzione degli alti gradi detti «scozzesi»; ed è questo il punto che sarebbe stato più interessante chiarire. Quanto all’idea di interpretare il discorso di Ramsay, traducendo «Crociati» con «Rosa-Croce», si tratta di un lavoro di pura fantasia; d’altronde, l’autore sembra che, del Rosacrucianesimo e dei suoi rapporti con la Massoneria, abbia una concezione veramente straordinaria, che non corrisponde ad alcuna realtà.

Études Traditionnelles, ottobre 1938.

 

 

‑ Il Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di settembre) contiene uno studio sulla chiave come simbolo del silenzio; in effetti, questo è uno dei suoi molteplici significati, peraltro molto secondario; ed è lecito pensare che la sua importanza, in seno alla stessa Massoneria, sia legata piuttosto, e in primo luogo, alla sua relazione col simbolismo di Giano.

 

‑ Nel France-Amérique du Nord (n° dell’11 settembre), Gabriel Louis-Jaray riprende le note che abbiamo scritto a proposito del suo ultimo articolo su Franklin, facendole seguire da questa considerazione: «Tutti coloro che si interessano all’importante ruolo svolto da Franklin, in Inghilterra contro la Francia, ed in Francia contro l’Inghilterra, ed alle sue vedute, opposte per molti aspetti a quelle di Washington, avrebbero piacere che René Guénon spiegasse, a beneficio di chi segue questa vicenda, come egli concepisce l’azione di Franklin e la «contro-iniziazione» di cui parla. Nel suo libro, La Massoneria e la rivoluzione intellettuale del secolo XVIII,

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Bernard Fay, che dedica un intero capitolo a Franklin, lo qualifica come «Massone ortodosso dei più autentici». Come storico, chiederei a René Guénon di spiegarci il suo punto di vista, poiché non sembra combaciare con quello di Bernard Fay». È piuttosto divertente che ci si voglia opporre l’opinione di Bernard Fay, il quale, pur ammettendo che sia uno storico imparziale (il che è molto dubbio, da quanto ne sappiamo, anche se non abbiamo avuto occasione di leggere il suo libro), in ogni caso non può essere in grado di sapere in che consista realmente l’ortodossia massonica. Al pari di La Fayette, Washington, sì, era un onesto «Massone ortodosso»; e la stessa divergenza che vi era fra lui e Franklin, non indicherebbe da sola che quest’ultimo era tutt’altra cosa? Ma c’è di più, noi non possiamo rispondere a Gabriel Louis-Jaray «come storico», poiché non è questo il nostro punto di vista, né possiamo ripetere tutto ciò che abbiamo scritto sulla questione della «contro-iniziazione»; siamo costretti a pregarlo di volersi riferire a questi nostri scritti, se la cosa lo interessa, e in special modo richiamiamo la sua attenzione sulle indicazioni che abbiamo dato sui particolari sospetti del sigillo degli Stati Uniti; gli segnaliamo inoltre che deve esistere un ritratto di Franklin, dell’epoca, che porta questa divisa, dal fin troppo evidente carattere «luciferino»: «Eripuit cœlo fulmen sceptrumque Tyrannis».

Études Traditionnelles, novembre 1938.

 

 

In The Speculative Mason (n° di ottobre), il seguito dello studio su The Preparation for Death of a Master Mason, prende in esame la «Tradizione Sacra», che nelle Logge viene raffigurata simbolicamente per mezzo della Bibbia, dal momento che questa è effettivamente il Libro sacro dell’Occidente, a partire dall’epoca cristiana; anche se tale tradizione non deve essere intesa come circoscritta a questo solo Libro, ma, al contrario, come comprendente, allo stesso titolo, le Scritture ispirate appartenenti a tutte le

 

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diverse forme tradizionali, le quali sono altrettante branche derivate dalla stessa saggezza primordiale ed universale.

Un altro articolo si occupa ancora della questione dei Landmarks, che, come tutti sanno, è un argomento di discussione interminabile; in questo articolo troviamo qualche chiarimento: si fa riferimento al significato originale del termine, che veniva usato, nella Massoneria operativa, per designare le tracce con le quali venivano fissati il centro e gli angoli di un edificio, prima della sua costruzione; il che, per trasposizione, permette di interpretare il carattere generalmente riconosciuto ai Landmarks, nel senso di una verità immutabile, universale ed intemporale in se stessa, suscettibile, al tempo stesso, in relazione ai differenti domini d’esistenza e d’azione, di applicazioni che sono come altrettanti riflessi, su piani diversi, di un «Archetipo» puramente spirituale; va da sé che, a queste condizioni, i veri Landmarks non possono, in alcun modo, essere assimilati ad un insieme di regole scritte, le quali, al massimo, potrebbero esprimere il più indiretto e il più lontano di questi riflessi.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di agosto-settembre), O. Wirth critica, assai giustamente, l’eccessiva tendenza dei Massoni americani ad ornarsi di titoli e di insegne di ogni genere; ma forse egli non sottolinea chiaramente la distinzione che è necessario fare, fra i gradi autentici dei diversi riti massonici e le molteplici organizzazioni «parallele», le quali, anche quando sono esclusivamente riservate ai Massoni, non per questo hanno un carattere meno «parodistico», proprio per il fatto che sono sprovviste di ogni valore iniziatico reale.

Nel numero di ottobre, egli se la prende, ancora una volta, con la presenza obbligatoria della Bibbia nelle Logge anglosassoni; ora, se la si considera come simboleggiante la «Tradizione Sacra», nel senso che abbiamo indicato prima, non vediamo quali difficoltà potrebbero sorgere; ma è anche vero, che per comprendere questo aspetto della questione, bisognerebbe evitare di guardare alla Bibbia attraverso le opinioni dei «critici» moderni, che si trovano all’opposto di

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ogni conoscenza d’ordine esoterico ed iniziatico.

Nei due numeri, Ubaldo Triaca espone le sue «vedute personali» su una Rénovation maçonnique (Rinnovamento massonico) che potrebbe metter fine alle attuali divergenze; egli rimprovera alle Obbedienze «latine» di aver permesso, troppo spesso, l’instaurarsi di una tendenza antireligiosa, mentre invece la Massoneria dovrebbe essere con la religione nel rapporto esoterismo exoterismo; alle Obbedienze anglosassoni, rimprovera invece di confondere il punto di vista massonico con quello della religione exoterica, ed è sempre la questione della Bibbia a costituire il principale pregiudizio; il che dimostra che l’idea di un significato profondo delle Scritture sacre è decisamente alquanto dimenticata oggigiorno. D’altronde, spiegare il ruolo della Bibbia tramite l’influenza dell’ambiente protestante è cosa del tutto insufficiente e superficiale; e per quanto riguarda la proposta di rimpiazzare l’intera Bibbia col solo Vangelo di San Giovanni, non comprendiamo che cosa cambierebbe in realtà, poiché, sia nell’una che nell’altro vi è sempre, in definitiva, una porzione, più o meno estesa, della «Tradizione sacra», e quindi tale porzione sarebbe sempre assunta per rappresentarne simbolicamente la totalità.

Études Traditionnelles, dicembre 1938.

 

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (nº di ottobre) vengono presi in esame alcuni punti, generalmente poco conosciuti, riguardanti le funzioni del Maestro (e cioè il Venerabile) e dei due Sorveglianti; è curioso notare che il termine «Sorvegliante», in uso nella Massoneria latina, non è la traduzione esatta dell’inglese Warden, bensì dei termine Overseer, che veniva ugualmente usato nella Massoneria operativa, ma non più nella Massoneria speculativa inglese, almeno per quanto riguarda la Craft Masonry; è possibile che si tratti di un vestigio di qualcosa risalente, nel continente, a prima del 1717?

 

 

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‑ Ne Le Symbolisme (n° di novembre), Ubaldo Triaca, concludendo le sue riflessioni sulla Rénovation maçonnique, afferma chiaramente che «la tendenza che vorrebbe condurre la Massoneria verso una fede politica determinata ed una relativa azione esteriore di impegno, è solo una concezione da profani che hanno completamente perduto il senso profondo dell’Iniziazione».

Nel numero di dicembre, in un articolo intitolato L’Enfer dantesque et le Mystère de la Chute (L’Inferno dantesco e il Mistero della Caduta), G. Persigout prende in esame soprattutto la questione della dualità, che, sotto forme diverse, condiziona necessariamente ogni manifestazione; dobbiamo far rilevare che il riconoscimento di questa dualità non implica, in alcun modo, il «dualismo», contrariamente a quanto si potrebbe credere a causa di un infelice errore di terminologia; il quale, peraltro, è imputabile, non tanto all’autore, quanto a qualcuno dei filosofi e degli studiosi moderni che egli cita nel suo articolo; ed è questo un ulteriore esempio delle confusioni che dominano il linguaggio attuale.

Études Traditionnelles, gennaio 1939.

 

 

The Speculative Mason (n° di gennaio), contiene uno studio dedicato alle due Colonne del Tempio, ed incomincia con l’esame della loro rispettiva posizione, sulla quale è sorprendente che, fra i diversi riti massonici, si abbiano tante divergenze e perfino tanti disaccordi; eppure i testi biblici sono sufficientemente espliciti a riguardo. Quanto ai nomi delle due Colonne, è esatto che si ha torto nel volervi vedere due nomi propri, ma, d’altra parte, la spiegazione che qui viene suggerita contiene un errore linguistico: iakin è una parola sola, una forma verbale che significa «egli stabilirà», e la sua prima sillaba non ha niente a che vedere col nome divino Iah.

Nel seguito di The Preparation for Death of a Master Mason, a proposito dei principali insegnamenti della «Tradizione sacra», quando si parla della doppia natura mortale ed

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immortale dell’uomo, sono presenti delle considerazioni in cui la «metempsicosi» viene confusa con la «reincarnazione», e che comunque tradiscono una influenza parecchio marcata delle concezioni teosofiste.

Études Traditionnelles, febbraio 1939.

 

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin (n° di gennaio), troviamo un articolo dedicato all’«età della Massoneria» o, per meglio dire, teso a dimostrare che non è possibile determinarla; il punto di vista degli storici moderni, che non vogliono risalire a prima della fondazione della Gran Loggia d’Inghilterra del 1717, è sicuramente ingiustificato, perfino tenendo conto del loro partito preso che pretende appoggiarsi solo su dei documenti scritti, poiché ne esistono effettivamente di anteriori a tale data, pur nella loro rarità. D’altronde, vi è da notare che questi documenti si presentano tutti come delle copie di altri molto più antichi, e che la Massoneria vi è sempre considerata come risalente ad una antichità molto remota; che l’organizzazione massonica sia stata introdotta in Inghilterra nel 926, o addirittura nel 627, come si rileva da questi documenti, non significa che si trattasse di una «novità», poiché essa era un prolungamento delle organizzazioni già esistenti in Italia, e senza dubbio anche altrove; di modo che, anche se alcune forme esteriori si sono necessariamente modificate, a seconda dei paesi e delle epoche, si può dire che la Massoneria esiste veramente from time immemorial (da tempo immemorabile) o, in altri termini, che essa non ha un punto di inizio determinabile storicamente.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di gennaio), in un articolo su Le Centre du Monde et de l’Être (Il Centro del Mondo e dell’Essere), in cui viene preso in esame il ritorno all’Unità principiale, G. Persigout dichiara che «il libero accesso alla Conoscenza esoterica esige, ad un tempo, il ripudio del dualismo cartesiano e dell’evoluzionismo spenceriano»; il

 

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che è perfettamente giusto, ma questo «ripudio» dovrebbe estendersi parimenti, e senza distinzione, ad ogni altro punto di vista filosofico profano; non vediamo, per esempio, in che cosa le speculazioni di Blondel sulla «filosofia dell’azione», citate a più riprese nel corso dell’articolo, possano essere meno lontane da ogni dottrina esoterica o iniziatica, o perfino dalla dottrina semplicemente tradizionale, nel suo significato più generale.

Un breve articolo intitolato Connais-toi toi-même (Conosci te stesso) è un palese esempio delle confusioni che possono generare le illusioni «psicologiche» e «scientiste» dei moderni, nonché della perfetta incomprensione del punto di vista iniziatico, che ne è l’inevitabile conseguenza.

Études Traditionnelles, marzo 1939.

 

 

‑ Il Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di febbraio) contiene delle considerazioni relative al modo in cui potrebbe essere formulata una «dichiarazione di principi massonici»; la cosa più notevole, in questo articolo, è che l’essenziale è completamente ignorato, poiché non si trova la minima allusione al carattere propriamente iniziatico della Massoneria. Tale constatazione, logicamente, induce a chiedersi se tale dichiarazione, nelle intenzioni di coloro che la ritengono utile, non debba rivolgersi piuttosto al pubblico profano; ma, in questo caso si tratterebbe di una cosa che non ha alcuna ragion d’essere e che, per definizione, un’organizzazione iniziatica realmente fedele ai suoi principi non dovrebbe neanche pensare. Se, invece, tale dichiarazione dovesse servire all’istruzione degli stessi Massoni, essa potrebbe svolgere un tale ruolo solo malamente; cosa inevitabile, in effetti, poiché sarebbe in palese contraddizione col metodo tradizionale di insegnamento per mezzo dei simboli, senza neanche parlare dell’impossibilità di costringere i veri principi entro delle formule verbali, impossibilità che, peraltro, è proprio quella che rende indispensabile l’uso del simbolismo. Dunque, in

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ogni caso, il fatto stesso che questa questione possa essere posta e discussa da delle «autorità», testimonia una incresciosa incomprensione del punto di vista iniziatico; e se certi Massoni si rammaricano per il fatto che ignorano «la natura essenziale della Massoneria», non è certo con dei mezzi di tal fatta che la loro ignoranza potrà essere dissipata.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di marzo), G. Persigout studia Le Symbolisme du crâne et de la mort (Il Simbolismo del teschio e della morte); egli espone un certo numero di osservazioni interessanti, alcune delle quali, peraltro, sono ispirate a quanto noi stessi abbiamo detto qui a proposito del simbolismo della caverna e della cupola; ma perché sente il bisogno di mischiarvi delle vedute «preistoriche», di cui il meno che si possa dire è che sono estremamente confuse, nonostante le giustissime riserve sull’«evoluzionismo» ed il «naturalismo» che dominano le spiegazioni «scientifiche» moderne? Peraltro, fra i punti che l’autore tocca di sfuggita, e che meriterebbero un esame più approfondito, notiamo in particolare quanto concerne la «danza dei morti»; e in effetti ci si trova al cospetto di qualcosa di molto enigmatico, che non deriva affatto dalla «storia profana», come egli sembra credere (tra l’altro, questa storia non potrebbe mai essere in grado di spiegare realmente alcunché), ma, al contrario, è in stretta relazione con certe organizzazioni iniziatiche della fine del Medioevo; sembra che non si sia mai cercato di precisare né il ruolo né la natura di queste organizzazioni, e forse in questo si potrebbe essere aiutati, in una certa misura, dalle considerazioni sui rapporti esoterici esistenti fra l’«amore» e la «morte». Segnaliamo, incidentalmente, che il termine «macabro» non è altro che l’arabo maqbarah, «cimitero» (o più esattamente il suo plurale, maqâbir), e che la sua origine non ha certo niente a che vedere con San Macario, anche se in un secondo momento si è giunti a stabilire un tale accostamento, a causa di quelle assonanze fonetiche che talvolta hanno dei curiosi effetti.

Études Traditionnelles, maggio 1939.

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The Speculative Mason (n° di aprile) contiene il seguito degli studi che abbiamo già segnalato; a proposito delle «colonne», si parla stavolta dei diversi ordini architettonici e delle difficoltà alle quali danno luogo le corrispondenze simboliche loro attribuite; in effetti, sembra che questo sia uno di quei punti in cui si sono introdotte alcune di quelle confusioni già tanto numerose nella Massoneria moderna.

In The Preparation for Death of a Master Mason, si parla questa volta della costituzione dell’uomo e della distinzione dei suoi diversi elementi, soprattutto in base alle fonti ermetiche e neoplatoniche; l’autore fa notare, molto giustamente, gli inconvenienti derivanti dall’uso vago e confuso che i moderni fanno del termine «anima» (soul), nel quale comprendono indistintamente delle cose di ordine completamente diverso.

Citiamo anche una nota in cui, a proposito dell’assenza del grado di Maestro nei primi anni della Massoneria speculativa, si dice chiaramente che «questa situazione anormale era dovuta alle difettose qualificazioni dei membri delle quattro Logge che formarono la Gran Loggia del 1717», e che non possedevano tutti i gradi della gerarchia operativa; il riconoscimento di questa verità è molto raro e merita di essere sottolineato in modo particolare.

Études Traditionnelles, luglio 1939.

 

 

‑ In The Speculative Mason (nº di luglio), nel seguito di The Preparation for Death of a Master Mason, l’autore insiste sulla necessità, per lo sviluppo spirituale, di considerare ogni cosa con un significato diverso dall’ordinario, vale a dire, insomma, dal punto di vista «sacro»; ed egli espone l’applicazione di questo metodo al simbolismo massonico.

Un altro articolo riprende la questione delle due colonne e delle confusioni che si sono generate in merito; una confusione delle più curiose è quella che ha trasformato le colonne sulle quali erano incisi i principi delle scienze tradizionali,

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come quelle di cui si parla nella leggenda di Enoch, in colonne cave, destinate a contenere all’interno gli archivi della Massoneria!

Nel numero di ottobre, una nota sulle «virtù cardinali» dimostra che, presso Platone e Plotino, queste avevano un significato tutt’altro che «morale» e molto più profondo.

Un’altra, sul «potere del pensiero», è troppo visibilmente influenzata dalle teorie psicologiche moderne, che sono ben lontane da ogni dato iniziatico relativo a quest’argomento.

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (n° di settembre), un articolo precisa le posizioni delle due colonne del Tempio di Salomone, argomento che ha dato luogo ad interminabili discussioni, quando bastava riferirsi ai testi biblici e saperli leggere; il punto importante, e che qui viene ben precisato, è che, in questi testi, la «destra» e la «sinistra» designano rispettivamente, in maniera costante, il Sud ed il Nord, vale a dire i punti che sono a destra ed a sinistra di chi guarda ad Oriente.

 

‑ Ne Le Symbolisme (nn. di maggio e giugno), G. Persigout, ritornando sulla figura di Éliphas Levi, che aveva già presa in esame nel suo precedente articolo, parla de L’Hexagramme pentalphique et magique (L’Esagramma pentalfico e magico); egli prova ad interpretare l’enigmatico Sator arepo tenet opera rotas, inscritto nel «quadrato magico», ma questa sua interpretazione non sembra essere meno ipotetica di tante altre. Per di più, in tutto questo studio, egli mostra una forte tendenza ad «incupire» le cose, e parla di «Esagramma deviato» e di «Binario impuro», attardandosi sui significati più bassi, invece di ricercare i significati più elevati e, al tempo stesso, più «legittimi»; l’influenza della psicanalisi si va veramente sentire un po’ troppo e vi scorgiamo anche l’ombra inquietante del fu H. de Guillebert des Essarts...

Nel numero di maggio, uno studio di Marius Lepage, su L’Épée flamboyante (La Spada fiammeggiante), sembra girare intorno al soggetto, se cosi si può dire, senza che esso

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venga realmente affrontato; la maggior parte dell’articolo, infatti, tratta del simbolismo della spada, in generale.

Nel numero di luglio, G. Persigout studia Le symbolisme du Sceau de Salomon (Il simbolismo del Sigillo di Salomone); ritroviamo qui il miscuglio di «documentazione» tradizionale e profana, che abbiamo già segnalato in merito a quest’autore, a più riprese, e che non contribuisce certo a chiarire le questioni; in particolare, la sua concezione dell’«Androgino» primordiale è lungi dal delinearsi con tutta la chiarezza auspicabile.

Nel numero di agosto-settembre, un articolo su Les Nombres en Architecture opérative (I Numeri nell’Architettura operativa), di Morvan Marchal, contiene delle riflessioni parecchio sensate sull’arte tradizionale dell’antichità e del Medioevo, sulla sua superiorità nei confronti dell’«accademismo» e del «disordine architettonico attuale», e sul carattere di «decadenza» di un’arte che «pretende rifarsi alla libera fantasia individuale ed al solo dominio soggettivo»; era proprio necessario che tutto questo, alla fine, fosse sciupato da un passo ove si parla di «animalità ancestrale» ed il cui tono «progressista» è stranamente in contraddizione con le considerazioni precedenti?

Études Traditionnelles, gennaio 1940.

 

 

Le Compagnon du Tour de France (nn. di gennaio e marzo) contiene un buon articolo su L’Outil (L’Utensile), del C\ Georges Olivier, dal quale riprendiamo alcune considerazioni molto giuste: «L’utensile genera il mestiere, il mestiere le arti; nel Medioevo, mestiere ed arte erano una cosa sola... L’utensile è a misura dell’uomo, esso porta in sé, su di sé, la personalità del suo maestro… Nell’officina, l’utensile assume, agli occhi dell’iniziato, il valore di un oggetto sacro. L’officina non è un tempio in cui si medita, in cui si studia, in cui si compie un lavoro: una parte dell’opera universale?... In tutti i tempi, indubbiamente, l’utensile venne

 

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considerato come un simbolo... Nei nostri musei si trovano degli stendardi ricamati con la figura del santo che porta l’utensile e la divisa della corporazione di mestiere: vestigia e testimonianze di un’epoca in cui la vita economica e la vita spirituale erano fortemente compenetrate, in cui il lavoro materializzava la fede, ed in cui la fede spiritualizzava il lavoro. Simboli, altresì, e sotto punti di vista diversi, sono la squadra ed il compasso dei Compagnoni che, insieme all’utensile distintivo della professione, sono stati così considerati come l’unione dell’intellettuale e del manuale in uno stesso operaio: l’Artigiano». C’è da augurarsi che queste riflessioni cadano sotto gli occhi di coloro che pretendono di sostenere la superiorità dello «speculativo» sull’«operativo» e che sarebbero ben lieti di poter sostenere che il simbolismo è appannaggio dei soli «speculativi»! Da parte nostra, solleviamo solo una riserva: non è esatto dire che la macchina è un «utensile perfezionato», poiché, in un certo senso, essa è piuttosto il contrario; infatti, mentre l’utensile è, in qualche modo, un «prolungamento» dell’uomo, la macchina lo riduce invece ad essere solo il suo servitore; e se è vero che «l’utensile genera il mestiere», non è meno vero che la macchina lo uccide; ma, in fondo, forse, questo è proprio il pensiero dello stesso autore, poiché egli in seguito dice che «ai giorni nostri, la macchina soppianta l’utensile, la fabbrica l’officina, la società lavoratrice si scinde in due classi con l’intellettualizzazione del tecnico e la meccanizzazione della manovalanza, le quali preannunciano la decadenza dell’uomo e della società».

 

‑ Nel Grand Lodge Bulletin dello Iowa (nn. di gennaio e febbraio), si parla del simbolismo delle chiavi nella Massoneria; un elemento assai curioso da notare è dato dal fatto che la chiave viene considerata come una rappresentazione della lingua; accostamento che qui viene spiegato sulla base della forma delle antiche chiavi egizie; inoltre, la chiave è ordinariamente un simbolo del potere ed anche del segreto; tutto ciò è esatto, ma la cosa che più conta, è che la chiave è innanzi

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tutto ed essenzialmente un simbolo «assiale», come abbiamo avuto occasione di dire altrove.

Nel secondo articolo, si parla di «chiavi» di tutt’altro tipo, quelle degli alfabeti crittografici che sono, o sono stati, in uso nella Massoneria; è interessante notare che alfabeti simili, costruiti sullo stesso principio, esistono, non solo in ebraico (un tale alfabeto, impiegato dai Kabbalisti, lo si trova nella Filosofia Occulta di Cornelio Agrippa), ma anche in arabo; questo fa pensare che ci si trova al cospetto di qualcosa che risale a tempi molto lontani, e che la denominazione «chiave del cifrario di Salomone», dopo tutto, potrebbe non essere così tanto «leggendaria» quanto i moderni sono inclini a supporla.

 

‑ Ne Le Symbolisme (n° di ottobre-novembre-dicembre), Gaston Moyse protesta contro l’opinione volgare «che si ostina a vedere una stretta parentela fra le Società dette del “Libero Pensiero” e la Massoneria»; egli sottolinea, a ragione, che il «vero libero pensatore», proclamandosi nemico di tutti i riti, per ciò stesso, deve logicamente essere un avversario della Massoneria; e afferma con chiarezza che «fra le Società del Libero Pensiero esiste solo una contraffazione caricaturale della Massoneria»; non si potrebbe dire di meglio, e da parte nostra aggiungiamo solo che questa «contraffazione» presenta tutti i caratteri sinistri propri di quegli organismi che abbiamo spesso denunciato come costituenti uno dei sintomi più inquietanti della degenerazione della nostra epoca.

Un articolo intitolato La «Loi» d’Analogie (La Legge dell’Analogia), di J. Corneloup, porta i segni di una mentalità alquanto profana: l’autore confonde palesemente analogia con somiglianza, e se non ha torto a stigmatizzare certi abusi, il tutto non ha niente a che vedere con la vera analogia, di cui egli non parla affatto; d’altronde, coloro che invocano le teorie della fisica moderna a sostegno delle proprie vedute personali non sono né simbolisti né metafisici, checché se ne dica; e quanto all’affermazione che «la psicologia è il vero

 

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dominio dell’iniziazione», sarebbe certo difficile trovarsi più lontano di così dalla verità!

G. Persigout prende in esame Les trois Renoncements du Myste (Le tre rinunce del Mista), simboleggiate dalla «spoliazione dai metalli», dalla «lustrazione» e dalla «redazione del testamento»; insieme ad alcune considerazioni interessanti, troviamo ancora molte confusioni; per non insistere oltre misura, diremo solamente che la «via reale» è propria solo dell’«Eroe», e non del «Saggio», né del «Santo»; e che, in un altro ordine di idee, è quanto meno un procedimento un po’ sommario quello col quale si vorrebbero ricercare dei significati simili fra le parole ebraiche tenendo conto solo della loro lettera iniziale; quanto poi a voler «tradurre in termini ermetici» il pensiero di certi filosofi contemporanei, ci sembra che si voglia tributare a costoro un onore veramente immeritato.

Études Traditionnelles, maggio 1940.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FINE

DEL PRIMO VOLUME

 

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Stampato nel mese di Aprile 1991

 

 

INDICE

DEL PRIMO VOLUME

 

ARTICOLI

                Joseph de Maistre e la Massoneria                                                                p. 11

                Colonia o Strasburgo?                                                                                                                     p. 23

                A proposito dei Costruttori del Medioevo                                                    p. 25

                Il Compagnonaggio e gli Zingari                                                                                    p. 31

                Un nuovo libro sull’Ordine degli Eletti Cohen                                            p. 35

                A proposito dei «Rosa-Croce di Lione»                                                                        p. 43

                A proposito dei Pellegrinaggi                                                                                           p. 49

                L’enigma di Martines de Pasqually                                                               p. 57

RECENSIONI DI LIBRI

                Pubblicate su Le Voile d’Isis

                                                                               1929                                                                                                     p. 83

                                                                               1930                                                                                                     p. 85

                                                                               1932                                                                                                     p. 86

                                                                               1933                                                                                                     p. 88

                                                                               1935                                                                                                     p. 92

                                                                               1936                                                                                                     p. 96

                Pubblicate su Études Traditionnelles

                                                                               1937                                                                                                     p. 104

                                                                               1938                                                                                                     p. 110

                                                                               1939                                                                                                     p. 120

                                                                               1940                                                                                                     p. 128

RECENSIONI DI RIVISTE

                Pubblicate su Le Voile d’Isis

                                                                               1929                                                                                                     p. 135

                                                                               1930                                                                                                     p. 138

                                                                               1931                                                                                                     p. 151

                                                                               1932                                                                                                     p. 167

                                                                               1933                                                                                                     p. 189

                                                                               1934                                                                                                     p. 207

                                                                               1935                                                                                                     p. 216

                                                                               1936                                                                                                     p. 228

                Pubblicate su Études Traditionnelles

                                                                               1937                                                                                                     p. 240

                                                                               1938                                                                                                     p. 255

                                                                               1939                                                                                                     p. 273

                                                                               1940                                                                                                     p. 278







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OGGERO EDITORE

MCMLXXXXI

 

 

NOTA

 

La presente raccolta di articoli di René Guénon è comprensiva delle recensioni di libri e di articoli relativi allo stesso argomento: la Massoneria. Gli articoli e le recensioni furono pubblicati a suo tempo in diverse riviste, annotate a margine.

La prima edizione è stata curata e pubblicata in Francia dalle Éditions Traditionnelles, nel 1964; è stata poi ristampata più volte, senza alcuna variazione, fino al 1985.

Per la traduzione è stata utilizzata quest’ultima edizione.

 

Traduzione di Calogero Cammarata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

© 1991 Arktos – Giovanni Oggero Editore

 

NOTIZIA

 

(Le informazioni di carattere biografico sono quanto di più distante dalla mentalità di René Guénon che, molto giustamente ricordava sempre come fossero importanti solo le idee ed i comportamenti manifestati, piuttosto che le speculazioni voyeuriste sulla vita privata di una persona. Ci limitiamo, pertanto, a fornire le date essenziali della sua opera.)

 

René Guénon nasce a Blois, Loir et Cher, il 15 novembre 1886; nel 1903 completa i suoi studi e nel 1904 si stabilisce a Parigi, ove, oltre ad interessi accademici poco sentiti, ha modo di curare composite relazioni con gli ambienti che definirà «neospiritualisti».

Dal 1906 al 1912 intrattiene rapporti, più o meno impegnativi, con personaggi ed organismi che saranno altrettanti punti di riferimento per la sua formazione, sia m senso costruttivo che critico: da Papus (1906) alla «Chiesa Gnostica» (1908), da L. Champrenaud (Abdul-Haqq) al conte di Pouvourville (Matgioi) (1909), dalla Massoneria (Loggia Thébah, della G\L\N\ di Francia) (1907) al pittore J. G. Angelii (Abdul-Hadi) (1910). Nel 1909 fonda la rivista La Gnose (1909-1912) ed intrattiene i primi rapporti con ambienti cattolici, indù e islamici.

Dal 1913 al 1921 approfondisce i suoi rapporti con elementi indù e col Taçawwuf e nel 1921 inizia in maniera consistente la sua opera di informazione tradizionale, di messa a punto e di rettificazione, che si esprimerà tramite i suoi scritti (libri, articoli, lettere).

Dal 1921 al 1930 pubblica i suoi primi otto libri, ove si delineano gli insegnamenti tradizionali e l’evidente deviazione del mondo moderno. Dal 1925 al 1927 collabora anche alla rivista cattolica Regnabit, mentre dal 1928 ha inizio la sua collaborazione con la rivista Le Voile d’Isis, che nel 1937 diventerà Études Traditionnelles, collaborazione, parecchio marcata d’altronde, che durerà fino alla sua morte. Contemporaneamente scrive degli articoli per altre riviste, anche di diverse nazioni, come l’Inghilterra e l’Italia.

Nel 1930 si stabilisce definitivamente al Cairo, ove realizza, anche dal punto di vista dell’esistenza quotidiana, quel suo ricollegamento all’ambito esoterico della tradizione islamica che comporta inevitabilmente, e logicamente un pari collegamento all’Islam e che certamente è qualcosa di molto diverso dalla fin troppo banale pretesa di «conversione» che si tenta di attribuirgli. Dal Cairo mantiene un costante collegamento con l’Occidente, tramite la pubblicazione dei suoi restanti scritti, costituiti prevalentemente da articoli e recensioni, ma soprattutto tramite una copiosa corrispondenza con amici e collaboratori.

Muore il 7 gennaio 1951.

 

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SCRITTI DI RENÉ GUÉNON

 

 

La data si riferisce alla prima edizione francese

 

 

Introduzione Generale allo Studio delle Dottrine Indù, 1921

(Ed. Studi Tradizionali, Torino)

Il Teosorismo ‑ Storia di una pseudo-religione, 1921

(Ed. Arktos, Carmagnola)

Errore dello Spiritismo, 1923

(Ed. Rusconi, Milano)

Oriente e Occidente, 1924

(Ed. Studi Tradizionali, Torino)

L’Uomo e il suo Divenire secondo il Vêdânta, 1925

(Ed. Studi Tradizionali, Torino)

L’Esoterismo di Dante, 1925

(Ed. Atanòr, Roma)

Il Re del Mondo, 1927

(Ed. Atanòr, Roma)

La Crisi del Mondo Moderno, 1927

(Ed. Mediterranee, Roma)

Autorità Spirituale e Potere Temporale, 1929

(Ed. Rusconi, Milano)

San Bernardo, 1929

(Ed. Arktos, Carmagnola)

Il Simbolismo della Croce, 1931

(Ed. Rusconi, Milano)

Gli Stati Molteplici dell’Essere, 1932

(Ed. Studi Tradizionali, Torino)

La Metarisica Orientale, 1985

(Ed. Arktos, Carmagnola)

Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, 1945

(Ed. Adelphi, Milano)

Principi dei Calcolo Infinitesimale, 1946

(Ed. Arktos, Carmagnola)

La Grande Triade, 1946

(Ed. Atanòr, Roma)

Considerazioni sulla Via Iniziatica, 1946

(Ed. Bocca, Milano)

(Vi sono anche altre edizioni italiane, riprese da quest’ultima)

Iniziazione e Realizzazione Spirituale, 1946

(Ed. Studi Tradizionali, Torino)

 

Considerazioni sull’Esoterismo Cristiano, 1954

(Ed. Arktos, Carmagnola)

Simboli della Scienza Sacra, 1962

(Ed. AdeIphi, Milano)

Studi sulla Massoneria e il Compagnonaggio, 1964

(Ed. Arktos, Carmagnola)

Études sur l’Hindouisme, 1966

(Éditions Traditionnelles, Paris)

Forme Tradizionali e Cicli Cosmici, 1970

(Ed. Mediterranee, Roma)

Considerazioni sull’Esoterismo Islamico e il Taoismo, 1973

(Ed. Arktos, Carmagnola)

Recensioni, 1973

(Ed. all’insegna del Veltro, Parma)

Mélanges, 1976

(Éd. Gallimard, Paris)

(Ne esiste un’edizione italiana, un po’ difforme, non meglio identificata)

L’Archeometra

(Ed. Atanòr, Roma)

(Con questo titolo viene presentata una raccolta di articoli pubblicati da René Guénon sulla rivista “La Gnose”, e relativi all’opera, dallo stesso titolo, di A. Saint-Yves d’Alveydre)

 

La Rivista di Studi Tradizionali di Torino, dal 1963, cura la traduzione di molti degli scritti di René Guénon.

Edizioni ridotte di Études sur l’Hindouisme, sono state pubblicate in italiano dalle Edizioni Basaia, Roma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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