19B - STUDI SULLA MASSONERIA E IL COMPAGNONAGGIO II - René Guénon
MURATORI E CARPENTIERI *
Fra le iniziazioni di mestiere c’è sempre
stata una sorta di disputa in ordine alla precedenza fra muratori e tagliatori
di pietra, da una parte, e carpentieri, dall’altra; e se si esaminano le cose,
non in relazione all’importanza attuale di queste due professioni nella
costruzione degli edifici, ma in relazione alla loro rispettiva antichità, è
fuori dubbio che i carpentieri possono effettivamente rivendicare il primo
posto. Infatti, come abbiamo già fatto notare in altre occasioni, in linea di
massima le costruzioni furono prima in legno e poi in pietra ed è questo che
spiega, specialmente in India, come non si ritrovi alcuna traccia di esse al di
là di una certa epoca. Evidentemente, tali edifici erano meno duraturi di
quelli costruiti in pietra, di modo che l’impiego del legno corrispondeva, per
i popoli sedentari, ad uno stato di minore fissità che l’impiego della pietra,
oppure, se si preferisce, ad un minore grado di «solidificazione»; il che è in
perfetto accordo con il fatto che tale situazione è rapportata ad una tappa
anteriore lungo il corso del processo ciclico1.
Questa considerazione, per quanto semplice
possa sembrare, è ben lungi dal rivestire poca importanza ai fini della
comprensione di certe particolarità del simbolismo tradizionale: è per questo
che, nei più antichi testi dell’India, tutti i richiami relativi al simbolismo
costruttivo sono sempre riferiti ai carpentieri; e Vishwakârma, il
«Grande Architetto», è
* Maçons et
charpentiers, pubblicato in Études Traditionnelles, dicembre 1946.
1. Si vedano, in merito, le considerazioni da noi
esposte ne Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, con particolare
riferimento ai capp. XXI e XXII. Naturalmente, il cambiamento di cui si tratta,
non dev’essere visto come se si fosse prodotto simultaneamente presso tutti i
popoli, poiché nel corso dell’esistenza di ognuno di essi, vi sono sempre delle
tappe diverse e corrispondenti.
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anch’egli designato con il nome di Twashtri,
che letteralmente significa «Carpentiere». Va da sé che quanto detto fin qui
non implica alcuna modifica del ruolo dell’architetto (Sthapati, che è
poi sempre, in origine, il maestro carpentiere), poiché, salvo l’adattamento
richiesto dalla natura dei materiali impiegati, è sempre allo stesso
«archetipo» o allo stesso «modello cosmico» che egli deve ispirarsi; e questo,
sia che si tratti della costruzione di un tempio o di una casa, sia di quella
di un carro o di una nave (e in questi due ultimi casi, il mestiere di
carpentiere non ha mai perduto la sua primaria importanza, almeno fino a quando
non è stato introdotto l’uso tutto moderno dei metalli, che rappresentano
l’ultimo grado di «solidificazione»)2. È evidente che, anche quando
vi siano parti dell’edificio realizzate sia in legno che in pietra, le cose non
cambiano, se non nella loro forma esteriore, quanto meno per ciò che attiene al
loro significato simbolico; poco importa, a riguardo, che, per esempio, l’«occhio»
della cupola, vale a dire la sua apertura centrale, sia ricoperto da un pancone
o da una pietra lavorata in una data maniera; poiché sia l’uno che l’altra
costituiscono ugualmente, e con lo stesso significato, il «coronamento»
dell’edificio, così come abbiamo spiegato in alcuni dei nostri precedenti
studi; e, a maggior ragione, questo si può dire per le parti dell’intelaiatura
che sono rimaste in legno anche dopo che la pietra è stata usata per la maggior
parte della costruzione, come è il caso delle travi che, partendo dall’«occhio»
della cupola, rappresentano i raggi solari, con tutte le loro corrispondenze
simboliche3. Si può dunque dire che, derivando in definitiva dallo
2. È evidente, che mestieri come quelli di
carradore e di falegname devono essere considerati come delle
particolarizzazioni o delle «specializzazioni» di quello di carpentiere; il
quale, nella sua accezione più generale, che è anche la più antica, comprende
tutto ciò che concerne la lavorazione del legno.
3. Anche quando, in un secondo momento, queste
travi sono state sostituite, in alcuni casi, con delle «nervature» in pietra (e
pensiamo soprattutto
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stesso principio, il mestiere del carpentiere
e quello del muratore forniscono due linguaggi paralleli ed entrambi idonei ad
esprimere le stesse verità di ordine superiore; la differenza consiste solo in
una semplice questione di adattamento secondario, come accade sempre per la
traduzione da una lingua all’altra; sia ben chiaro, però, che quando si ha a
che fare con un determinato simbolismo, come nel caso dei testi tradizionali
dell’India ai quali abbiamo fatto allusione prima, per comprenderne interamente
il senso ed il valore, occorre sapere con precisione qual è, fra i due, il
linguaggio che gli è proprio.
A questo proposito, segnaliamo un punto che ci
sembra avere un’importanza tutta particolare; si sa che, in greco, il termine hylê
ha il significato originario di «legno» e, al tempo stesso, serve a designare
il principio sostanziale, o la materia prima del Cosmo, nonché, per una
applicazione derivata, ogni materia secunda, vale a dire tutto ciò che,
in senso relativo e caso per caso, svolge un ruolo analogo a quello del
principio sostanziale di ogni manifestazione4. D’altronde, questo
simbolismo, in base al quale ciò di cui è fatto il mondo viene assimilato al
legno, è molto diffuso fra le tradizioni più antiche, e, tenendo conto di
quanto abbiamo detto fin qui, è facile comprenderne la ragione in relazione al
simbolismo costruttivo: in effetti, dal momento che gli elementi della
costruzione cosmica sono tratti dal «legno», il «Grande Architetto» deve essere
considerato, innanzi tutto,
alle volte gotiche), il simbolismo resta
sempre il medesimo. In inglese, il termine beam significa, sia «raggio»
che «trave», e in questo doppio significato, sicuramente, non v’è niente di
fortuito, come ha fatto rilevare più volte A. Coomaraswamy; sfortunatamente,
esso è intraducibile in francese, ma, per contro, si parla comunemente dei «raggi»
di una ruota, i quali svolgono, in relazione al mozzo, la stessa funzione delle
travi in relazione all’«occhio» della cupola.
4. Una cosa alquanto curiosa è che, in spagnolo, il
termine madera, derivato direttamente da materia, viene ancora
usato per designare il legno, e in particolare, perfino il legno per
carpenteria.
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come un «maestro carpentiere», ed è così che
accade infatti; esattamente com’è naturale che egli sia un «maestro
carpentiere» là ove i costruttori umani sono essi stessi dei carpentieri, dal
momento che la loro arte, dal punto di vista tradizionale, è essenzialmente una
«imitazione» di quella del «Grande Architetto»5. Per quanto
riguarda, in modo particolare, la tradizione cristiana, e come ha già fatto
notare A. Coomaraswamy, è facile comprendere come il Cristo dovesse apparire
come il «figlio del carpentiere»; e, come spesso abbiamo detto, i fatti
storici, in fondo, sono solo un riflesso di realtà di un altro ordine, ed è
soltanto questo che permette loro di possedere il valore che hanno; ne consegue
che, anche in questo caso, siamo in presenza di un simbolismo molto più
profondo di quello che generalmente si pensa (sempre ammesso che la stragrande
maggioranza dei Cristiani abbia ancora, sia pur vagamente, l’idea che qui possa
esservi un qualunque simbolismo). D’altronde, anche quando si obiettasse
5. Forse, è abbastanza interessante notare
che, nel 22° grado della Massoneria scozzese, il quale, secondo
l’interpretazione ermetica, rappresenta «la preparazione dei materiali
necessari alla Grande Opera», questi stessi materiali sono raffigurati, non dalle
pietre, come avviene nei gradi che costituiscono l’iniziazione propriamente
massonica, ma dal legno da costruzione; in questo grado, dunque,
indipendentemente dalla sua origine storica, si potrebbe vedere come una sorta
di «vestigio» dell’iniziazione dei carpentieri; tanto più che l’ascia, che ne è
il simbolo o l’attributo principale, è essenzialmente un utensile da
carpentiere. Peraltro, occorre sottolineare che il simbolismo dell’ascia è, in
questo caso, del tutto diverso da quello presente nella Craft Masonry,
simbolismo molto più enigmatico e in base al quale l’ascia è associata alla
«pietra cubica a punta»; e noi ne abbiamo fornito la spiegazione nell’articolo Un
geroglifico del Polo (Études Traditionnelles, n° di maggio 1937)
(Oggi cap. XV di Simboli della Scienza sacra ‑ n.d.t. ‑). Per altro
verso, conviene anche ricordare la relazione simbolica che ha l’ascia, in
maniera generale, con il vajra (si vedano i nostri articoli su Le
Pietre del fulmine e Le Armi simboliche) (Rispettivamente, n° di
maggio 1929 e n° di ottobre 1936 de Le Voile d’Isis) (Oggi cap. XXV e
cap. XXVI di Simboli della Scienza sacra ‑ n.d.t. –).
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che in questo caso si tratta di una filiazione
apparente, perfino essa è da ritenere come richiesta dalla coerenza del
simbolismo, poiché si tratta di un aspetto che è solo in relazione con l’ordine
esteriore della manifestazione e non certo con l’ordine principiale; è
esattamente alla stessa maniera che, nella tradizione indù, Agni, in
quanto Avatâra per eccellenza, ha anche lui Twashtri come padre
adottivo, allorché nasce nel Cosmo; e come potrebbe essere altrimenti, quando
questo stesso Cosmo non è altro, simbolicamente, che l’opera dello stesso
«maestro carpentiere»?
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HEREDOM *
Recentemente abbiamo letto delle note relative al termine Heredom1,
in cui venivano indicate alcune delle spiegazioni che, via via, sono state
suggerite, senza però che si giungesse ad alcuna conclusione circa la reale
origine di questa parola; abbiamo pensato quindi che poteva essere interessante
riunire qui alcune considerazioni sull’argomento. Si sa che questa parola
enigmatica (che talvolta è scritta anche Herodom, e di cui si trovano
diverse varianti che, a dire il vero, sembrano più o meno scorrette) è
impiegata per designare un alto grado massonico e, per estensione, anche
l’intero Rito di cui questo grado costituisce l’elemento più caratteristico. A
prima vista, può sembrare che Heredom non sia altro che una forma
leggermente alterata di heirdom, e cioè di «eredità»; nell’«Ordine Reale
di Scozia», l’eredità in questione sarebbe quella dei Templari, i quali,
secondo la «leggenda», si sarebbero rifugiati in Scozia dopo la distruzione del
loro Ordine, e qui sarebbero stati accolti dal re Robert Bruce ed avrebbero
fondato la Loggia Madre di Kilwinning2. Tuttavia, questa etimologia
è ben lontana dallo spiegare tutto, ed è anche molto probabile che questo
significato si sia solo venuto ad aggiungere in un secondo momento, a causa
della similitudine fonetica, ad una parola la cui vera origine era del tutto
diversa.
Lo stesso dicasi dell’ipotesi secondo la
quale Heredom deriverebbe dal greco hieros domos, «dimora sacra»;
sicuramente, anche questa derivazione non è priva di significato, e
* Heredom, pubblicato in Études
Traditionnelles, ottobre 1947.
1. The Speculative Mason, ottobre 1947.
2. Ci sembra del tutto inutile fare intervenire,
qui, l’eredità degli Stuart, come pretendeva Ragon; vero è che certuni hanno
usato questa versione, ma, in ogni caso, essa potrebbe solo essere tardiva ed
occasionale, e sarebbe anche una sorta di travisazione, quasi come quella che
considera Hiram come una raffigurazione di Carlo I d’Inghilterra.
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può anche prestarsi a delle considerazioni
meno «esteriori» delle allusioni di carattere semplicemente storico. Tuttavia,
una tale etimologia è altrettanto dubbia; fra l’altro, essa ci fa pensare a
quell’altra secondo cui, talvolta, si è preteso che il nome di Jerusalem,
a causa della sua forma greca Hierosolyma, fosse un composto ibrido nel
quale rientrasse anche il termine hieros, mentre in realtà si tratta di
un nome puramente ebraico, che significa «dimora della pace» o «visione della
pace», a seconda che la prima parte del nome la si faccia derivare da una delle
due radici: yarah o yara. Tutto questo ci ricorda anche
l’interpretazione del simbolo del grado di Royal Arch, costituito da un
triplice tau, secondo la quale quest’ultimo sarebbe formato dalla
sovrapposizione delle due lettere T ed H, intese come le iniziali delle parole Templum
Hierosolymae; ed in effetti, coloro che sostengono questa ipotesi,
ritengono anche che l’hieros domos, dell’interpretazione precedente,
equivalga al Tempio di Gerusalemme. Certo, noi non vogliamo sostenere che gli
accostamenti di questo genere, siano essi basati sulla consonanza delle parole
o sulla forma delle lettere e dei simboli, siano necessariamente privi di ogni
significato e di ogni ragion d’essere, anzi, ve ne sono alcuni che presentano
un certo interesse ed il cui valore tradizionale non è contestabile; ma è
evidente che occorre aver cura di non confondere mai questi significati
secondari, che peraltro possono essere più o meno numerosi, con il significato
originario, il quale, quando si tratta di una parola, è il solo al quale si può
applicare propriamente il nome di etimologia.
La cosa più strana, forse, è che spesso si sia
preteso che Heredom fosse il nome di una montagna della Scozia; ora, è
appena il caso di dire che, in effetti, non è mai esistita una montagna con
questo nome, né in Scozia né altrove; ma l’idea della montagna dev’essere
associata, in questo caso, a quella di «luogo santo», il che rimanda, in
qualche modo, a hieros domos. Peraltro, questa supposta montagna non
deve essere stata sempre situata in Scozia, poiché una tale localizzazione non
si concilierebbe, per esempio, con l’affermazione
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contenuta nei rituali della Massoneria
adonhiramita, secondo cui la prima Loggia si tenne nella «valle profonda in cui
regnano la pace, le virtù (o la verità) e l’unione, valle che è compresa fra le
tre montagne di Moria, Sinai ed Heredon (sic)». Ora, se ci si
rifà agli antichi manuali della Massoneria operativa, che costituiscono
sicuramente una «fonte» più sicura e tradizionalmente più autentica3,
troviamo degli elementi che rendono la precedente citazione ancora più strana:
qui le tre montagne sacre erano, il Sinai, il Moria e il Tabor; questi «alti
luoghi» erano rappresentati, in certi casi, dai posti occupati dai tre
principali ufficiali di Loggia, di modo che la stessa collocazione di
quest’ultima poteva essere assimilata effettivamente ad una «valle» situata fra
queste tre montagne. Queste tre montagne, in maniera evidente, corrispondono a
tre «rivelazioni» successive: quella di Mosè, quella di Davide e di Salomone
(si sa che Moria è la collina di Gerusalemme su cui venne edificato il Tempio)
e quella del Cristo; dunque, il fatto che sono messe insieme è qualcosa di
facilmente comprensibile; ma dove, quando e come ha potuto generarsi la curiosa
sostituzione di Tabor con Heredom (che, a questo punto, rende
incompatibile l’assimilazione fra hieros domos ed il Tempio di
Gerusalemme, poiché questo è decisamente posto sul monte Moria)? Non è nostra
intenzione risolvere questo enigma, e d’altronde non avremmo a nostra
disposizione gli elementi necessari per farlo, ma ci teniamo a sottoporlo alla
necessaria attenzione.
Per tornare, adesso, alla questione
dell’origine della parola Heredom, è necessario notare che, nell’«Ordine
Reale di Scozia», si usa scrivere certe parole con le sole consonanti, come in
ebraico ed in arabo, di modo che Heredom, o ciò che
3. È nei rituali adonhiramiti che si incontra,
fra le altre bizzarrie, la Shekinah trasformata in «lo Stekenna»,
evidentemente per un errore dovuto all’ignoranza di qualche copista o
«arrangiatore» di rituali manoscritti più antichi; e ciò dimostra a sufficienza
che questo tipo di documenti non può essere utilizzato senza qualche
precauzione.
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si è finito col pronunciare a questo modo, in
realtà è scritto HRDM; inutile dire che, a questo punto, le vocali possono
anche essere diverse, il che spiega le differenti ortografie, che non sono
dovute a dei semplici errori. Ora, HRDM può benissimo leggersi Harodim,
che è il nome di uno dei gradi superiori della Massoneria operativa; questi
gradi di Harodim e di Menatzchim, che, logicamente, erano
sconosciuti ai fondatori della Massoneria «speculativa»4,
permettevano di esercitare la funzione di sovrintendente ai lavori5.
Ne consegue che il nome di Harodim si addiceva perfettamente alla
designazione di un alto grado, e per questa stessa ragione, ci sembra ancora
più verosimile che, in un secondo momento, possa essere stato applicato ad una
delle forme più antiche del grado massonico di Rosa-Croce, che tuttavia resta
sempre recente in rapporto alla Massoneria operativa.
4. Costoro possedevano solo il grado di
Compagno, in qualità di Massoni «accettati»; quanto ad Anderson, è molto
verosimile che abbia ricevuto la speciale iniziazione dei Cappellani in una Lodge
of Jakin (si veda Considerazioni sulla Via Iniziatica, cap. XXIX).
5. Forse, se ne potrebbe ritrovare un vestigio
nella designazione del grado di «Intendente alle Costruzioni», 8° del Rito
Scozzese Antico ed Accettato.
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INIZIAZIONE FEMMINILE
E
INIZIAZIONI DI MESTIERE *
Ci è stato fatto rilevare, spesso, che nelle
forme tradizionali occidentali che ancora sussistono sembra non esista alcuna
possibilità d’ordine iniziatico per le donne, e molti si chiedono quali possano
essere le ragioni di questo stato di cose, che è certamente abbastanza
increscioso, ma al quale, indubbiamente, sarebbe difficile rimediare.
D’altronde, questo dovrebbe far riflettere coloro che immaginano che
l’Occidente ha concesso alla donna un posto privilegiato come non è mai
accaduto in nessun altra civiltà; il che è forse vero, sotto certi aspetti, ma
soprattutto nel senso che, nei tempi moderni, la donna occidentale ha
abbandonato il suo ruolo normale e le è stato concesso di accedere a delle
funzioni che dovrebbero essere riservate all’uomo, di modo che si tratta ancora
di un caso particolare del disordine della nostra epoca. Invece, da altri punti
di vista più legittimi, la donna si trova, in realtà, molto più svantaggiata
che nelle civiltà orientali, ove le è sempre stato possibile, in particolare, accedere
ad una iniziazione di sua pertinenza, sempre che possedesse le qualificazioni
richieste; per esempio, l’iniziazione islamica è sempre stata accessibile alle
donne, e notiamo di sfuggita, che questo fatto è da solo sufficiente a ridurre
a niente alcune delle assurdità che, in Europa, si ha l’abitudine di addebitare
all’Islam.
Per tornare al mondo occidentale, è scontato
che qui non intendiamo riferirci all’antichità, poiché è più che certo che
allora si sono avute delle iniziazioni femminili ed alcune di
* Initiation
Féminine et Initiations de Métier, pubblicato in Études Traditionnelles,
luglio-agosto 1948.
17
esse erano perfino riservate alle donne,
esattamente come ce n’erano di riservate agli uomini; ma, cosa accadeva nel
Medioevo? Sicuramente è possibile che le donne venissero ammesse, allora, in
alcune organizzazioni che possedevano un’iniziazione derivata dall’esoterismo
cristiano, e la cosa è anche abbastanza verosimile1; ma, dal momento
che queste organizzazioni sono fra quelle di cui, ormai da lungo tempo, non è
rimasta alcuna traccia, è parecchio difficile parlarne con certezza e in
maniera esatta; e, in ogni caso, è probabile che si sia trattato di possibilità
molto limitate. Per quanto riguarda l’iniziazione cavalleresca, è fin troppo
evidente che, per la sua stessa natura, non poteva essere minimamente idonea
per le donne; e lo stesso dicasi per le iniziazioni di mestiere, quanto meno
per le più importanti e per quelle che si sono conservate, in qualche modo,
fino ad oggi. E la vera ragione dell’assenza di ogni iniziazione femminile
nell’Occidente attuale, sta proprio nel fatto che tutte le iniziazioni rimaste
sono essenzialmente basate su dei mestieri che potevano essere esercitati solo
dagli uomini; ed è sempre per la stessa ragione che, come dicevamo prima, non
si vede come potrebbe essere colmata questa incresciosa lacuna, a meno che non
si riesca a trovare, uno di questi giorni, il mezzo per realizzare l’ipotesi
che andremo a considerare.
Sappiamo bene che alcuni dei nostri
contemporanei hanno supposto che, dal momento che l’esercizio effettivo del
mestiere è venuto meno, l’esclusione delle donne dall’iniziazione
corrispondente ha perduto la sua ragion d’essere; ma si tratta di un vero nonsenso,
poiché la base di una tale iniziazione non è certo cambiata, per il suddetto
motivo, e, come abbiamo già spiegato altrove2, una tale supposizione
errata implica una completa disconoscenza del significato e della
1. Un caso come quello di Giovanna d’Arco
sembra essere abbastanza significativo a riguardo, nonostante i molteplici
enigmi che lo avvolgono.
2. Considerazioni sulla Via Iniziatica, cap.
XIV.
18
reale portata delle qualificazioni
iniziatiche. Come dicevamo allora, la connessione col mestiere,
indipendentemente dal fatto che venga esercitato esteriormente, resta
necessariamente iscritta nella forma stessa di questa iniziazione e in ciò che
la caratterizza e la costituisce essenzialmente come tale; di modo che
l’iniziazione stessa in nessun caso potrebbe essere valida per chiunque fosse
inadatto ad esercitare il mestiere di cui si tratta. Naturalmente, ci stiamo
riferendo in modo particolare alla Massoneria, poiché nel Compagnonaggio
l’esercizio del mestiere continua ad essere considerato come una condizione
indispensabile per accedervi; del resto, a dire il vero, noi conosciamo solo un
caso in cui si è prodotta la deviazione di cui stiamo parlando, ed è il caso
della «Massoneria mista»; ed è per le ragioni che abbiamo esposte che essa non
potrà mai essere considerata come «regolare» da coloro che comprendono, sia
pure per un po’, i principi stessi della Massoneria. In fondo, l’esistenza di
questa «Massoneria mista» (o Co-Masonry, come è chiamata nei paesi di
lingua inglese) rappresenta, molto semplicemente, il tentativo di trasporre nel
dominio iniziatico, che più di tutti gli altri dovrebbe esserne esente, la
concezione «egualitaria»; concezione che, rifiutandosi di riconoscere le
differenze di natura esistenti fra gli esseri, finisce con l’attribuire alle
donne un ruolo propriamente maschile, e rappresenta, peraltro, in maniera ben
palese, la radice di ogni «femminismo» contemporaneo3.
Le domande che sorgono a questo punto sono:
perché tutti i mestieri compresi nel Compagnonaggio sono esclusivamente
3. Sia ben chiaro che noi qui ci stiamo
riferendo alla Massoneria in cui le donne sono ammesse allo stesso titolo degli
uomini, e non alludiamo certo alla vecchia «Massoneria d’adozione», che aveva
solo lo scopo di venire incontro alle donne che lamentavano la loro esclusione,
conferendo loro un simulacro di iniziazione che, pur essendo del tutto
illusoria e senza alcun valore reale, per lo meno non aveva le pretese e gli
inconvenienti della «Massoneria. mista».
19
maschili? E perché nessun mestiere femminile
sembra aver dato luogo ad una iniziazione similare? E, a onor del vero, la
questione è assai complessa, e qui non pretendiamo certo di risolverla
completamente; tralasciando la ricerca delle contingenze storiche che hanno
potuto influire in merito, ci limiteremo a dire che è possibile che si siano
presentate alcune particolari difficoltà, fra le quali una delle principali,
forse, è legata al fatto che, dal punto di vista tradizionale, i mestieri
femminili, di norma devono essere esercitati all’interno della casa, e non al
di fuori di essa come i mestieri maschili. Tuttavia, una tale difficoltà non è
certo insormontabile e potrebbe solo richiedere qualche speciale modalità ai
fini della costituzione di una organizzazione iniziatica; e, d’altra parte, non
v’è dubbio che vi sono alcuni mestieri femminili che sono perfettamente idonei
per servire da supporto ad una iniziazione. A mo’ d’esempio, abbastanza chiaro
in merito, possiamo citare la tessitura, di cui abbiamo esposto, in uno dei
nostri lavori, il simbolismo particolarmente importante4; e
peraltro, questo mestiere è di quelli che possono essere esercitati sia dagli
uomini che dalle donne; ma come esempio di mestiere esclusivamente femminile
possiamo citare il ricamo, al quale si riallacciano direttamente le
considerazioni sul simbolismo dell’ago, di cui abbiamo parlato in diverse
occasioni, ed anche alcune sul simbolismo del sûtrâtmâ5.
È facile comprendere che da questo punto di
vista potrebbero esistere, quanto meno in linea di principio, delle possibilità
di iniziazione femminile per niente trascurabili; e noi diciamo: in linea di
principio, poiché sfortunatamente, nelle condizioni attuali, non esiste di
fatto alcuna trasmissione
4. Il Simbolismo della Croce, cap. XIV.
5. Si veda in particolare l’articolo Encadrements
et labyrinthes, in Études Traditionnelles, n° di ottobre-novembre
1947 (Oggi cap. LXVI di Simboli della Scienza sacra – n.d.t. ‑): i
disegni di Dürer e di Leonardo da Vinci, di cui si parla, potrebbero essere
considerati come dei modelli da ricamo, e in effetti qualcuno l’ha già fatto.
20
autentica che sia in grado di permettere la
realizzazione di una simile possibilità; non ripeteremo mai abbastanza, visto
che si tratta di qualcosa che molti sembrano perdere sempre di vista, che al di
fuori di una tale trasmissione, non è possibile che si abbia alcuna iniziazione
valida, poiché questa non potrebbe essere costituita minimamente tramite delle
iniziative personali, le quali, comunque siano, di per sé possono solo sfociare
in una pseudo-iniziazione, per il semplice motivo che in simili casi viene
necessariamente a mancare l’elemento sopra-umano, vale a dire l’influenza
spirituale.
Tuttavia, si potrebbe forse intravedere una
soluzione, se si pensa che i mestieri appartenenti al Compagnonaggio hanno
sempre avuto la facoltà, sulla base delle loro affinità più specifiche, di
affiliare tale o tal altro mestiere, conferendogli una inizìazione che non
possedeva precedentemente, e che è regolare per il fatto stesso che è solo un
adattamento di una iniziazione già esistente; è possibile trovare qualche
mestiere che sia in grado di effettuare una tale trasmissione nei confronti di
certi mestieri femminili? La cosa non sembra del tutto impossibile, e forse non
è neanche senza precedenti nel passato6; d’altronde, non bisogna
sottovalutare il fatto che, in tale eventualità, si andrebbe incontro a delle
grandi difficoltà per ciò che concerne l’adattamento necessario, dal momento
che un adattamento fra un mestiere maschile ed uno femminile è molto più delicato
che fra due mestieri maschili: ove trovare, oggigiorno, degli uomini che siano
sufficientemente competenti per realizzare un adattamento simile con uno
spirito rigorosamente tradizionale, e che siano in grado di evitare di
introdurvi la minima fantasia, che rischierebbe di
6. Tempo fa, abbiamo avuto occasione di vedere
segnalato, da qualche parte, che nel XVIII secolo almeno una corporazione
femminile, quella delle spillaie, sarebbe stata affiliata al Compagnonaggio
proprio in questo modo; sfortunatamente, i nostri ricordi non ci permettono di
essere più precisi.
21
compromettere la validità dell’iniziazione
trasmessa7?
Comunque sia, da parte nostra possiamo solo
formulare un semplice suggerimento, poiché naturalmente non spetta a noi andare
oltre in questa direzione; abbiamo sentito così spesso deplorare la mancanza di
una iniziazione femminile occidentale, che ci è sembrato che valesse la pena
indicare, quanto meno, ciò che ci sembra possa costituire l’unica possibilità
attualmente rimasta in questo ambito.
7. Insomma, ci sarebbe il pericolo di
introdurre nel Compagnonaggio, o a fianco di esso, qualcosa che avrebbe lo
stesso valore della «Massoneria d’adozione» di cui dicevamo prima; e coloro che
istituirono quest’ultima sapevano almeno come comportarsi, data la particolare
situazione, mentre invece, nel caso ipotizzato, coloro che volessero istituire
una iniziazione compagnonica femminile, senza tenere conto di certe condizioni
necessarie, a causa della loro incomprensione sarebbero i primi a farsi delle illusioni.
22
PAROLA PERDUTA
E
TERMINI SOSTITUITI *
Si sa che, in quasi tutte le tradizioni, si fa
allusione ad una cosa perduta o sparita, la quale, in definitiva, ha sempre lo
stesso significato, indipendentemente dai modi diversi con cui viene
simboleggiata; potremmo anche dire: gli stessi significati, poiché, come in
ogni simbolismo, ve ne sono diversi, che peraltro sono strettamente collegati
fra loro. In tutto ciò si tratta sempre, in realtà, dell’oscuramento spirituale
sopraggiunto, in virtù delle leggi cicliche, nel corso della storia dell’umanità;
dunque, in primo luogo, si tratta della perdita dello stato primordiale e, per
una diretta conseguenza, anche della perdita della tradizione corrispondente,
poiché questa tradizione fa tutt’uno con la conoscenza stessa che è
essenzialmente implicita nel possesso di questo stato. Abbiamo già esposto
queste considerazioni in uno dei nostri lavori1, riferendoci in modo
particolare al simbolismo del Graal, nel quale, peraltro, si ritrovano molto
chiaramente i due aspetti che abbiamo appena ricordato, riferiti rispettivamente
allo stato primordiale ed alla tradizione primordiale. A questi due aspetti si
potrebbe anche aggiungerne un terzo, relativo al soggiorno primordiale; ma è
evidente che risiedere nel «Paradiso terrestre», vale a dire propriamente al
«Centro del Mondo», equivale perfettamente al possesso stesso dello stato
primordiale.
D’altra parte, occorre sottolineare che
l’oscuramento non s’è prodotto istantaneamente e una volta per tutte, ma, dopo
* Parole
perdue et mots substitués, pubblicato in Études Traditionnelles, nn.
da luglio a dicembre 1948.
1. Il Re del Mondo, cap. V.
23
la perdita dello stato primordiale, esso si è
espresso attraverso diverse tappe successive, corrispondenti ad altrettanti
fasi o epoche dello svolgimento del ciclo umano; di modo che, la perdita di cui
parliamo può anche rappresentare ciascuna di queste tappe, dal momento che un
simile simbolismo è sempre applicabile a tutti i gradi diversi. Il che può
anche essere espresso nel modo seguente: ciò che era andato perduto all’inizio,
venne sostituito con qualcosa che ne svolgeva la funzione nei limiti dei possibile,
ma, in seguito, questo qualcosa andò perduto a sua volta, imponendo ancora
successive sostituzioni. In particolare, lo si può comprendere dalla
costituzione dei centri spirituali secondari, dopo che il centro supremo venne
nascosto agli sguardi dell’umanità, quanto meno dell’umanità nel suo insieme e
in quanto costituita da uomini ordinari o «medi», poiché vi sono sempre e
necessariamente dei casi eccezionali, senza i quali ogni comunicazione con il
centro verrebbe interrotta e la stessa spiritualità, in tutti i suoi gradi,
rimarrebbe interamente inaccessibile. Si può anche dire che le forme
tradizionali particolari, corrispondenti esattamente ai centri secondari di cui
dicevamo prima, sono dei sostituti, più o meno velati, della tradizione
primordiale perduta, o meglio nascosta; sostituti adattati alle diverse
condizioni delle età successive; e, che si tratti di centri o di tradizioni, la
cosa sostituita è come un riflesso, diretto o indiretto, vicino o lontano, a
seconda dei casi, di quella che è andata perduta. In ragione della filiazione
continua, attraverso la quale tutte le tradizioni regolari si riallacciano in
definitiva alla tradizione primordiale, si potrebbe anche dire che esse sono,
rispetto a questa, come dei rami che spuntano da un unico albero, quello stesso
che simboleggia l’«Asse del Mondo» e che si erge al centro del «Paradiso
terrestre», esattamente come nelle leggende medievali in cui si parla dei
diversi rami dell’«Albero della Vita»; e a questo proposito, è assai
significativo che, secondo alcune di queste leggende, è proprio da uno di
questi rami che sarebbe stato ricavato il legno della croce.
24
Un esempio di sostituzione seguita da una
nuova perdita si trova, in particolare, nella tradizione mazdaica; e, a questo
proposito, dobbiamo precisare che ciò che è andato perduto non è rappresentato
solo dalla coppa sacra, cioè dal Graal o da uno dei suoi equivalenti, ma anche
dal suo contenuto; cosa che, d’altronde, si comprende con facilità, poiché
questo contenuto, qualunque sia il nome con cui lo si designa, non è altro, in
definitiva, che la «bevanda d’immortalità», il cui possesso costituisce essenzialmente
uno dei privilegi dello stato primordiale. Per questo si dice che il soma
vedico divenne sconosciuto, a partire da una certa epoca, e che quindi fu
necessario sostituirlo con un’altra bevanda che ne era solo un’immagine; e
sembra anche, quantunque questo non venga indicato formalmente, che questa
nuova bevanda venne perduta a sua volta2. Per quanto riguarda i
Persiani, invece, per i quali l’haoma è l’equivalente del soma
indù, questa seconda perdita è espressamente menzionata: l’haoma bianco
poteva essere raccolto solo sull’Alborj, e cioè sulla montagna polare
che rappresenta il soggiorno primordiale; in seguito esso venne sostituito con
l’haoma giallo, allo stesso modo che, nella regione in cui andarono a
stabilirsi gli antenati degli Iraniani, si ebbe un nuovo Alborj, che era
ormai solo un’immagine del primo; ma, più tardi, andò perduto anche questo haoma
giallo e ne rimase solo più il ricordo. Dal momento che stiamo trattando
quest’argomento, ne approfittiamo per ricordare che, presso altre tradizioni, è
il vino che sostituisce la «bevanda d’immortalità», ed è per questo che esso
viene considerato generalmente, come abbiamo spiegato altrove3, un
simbolo della dottrina nascosta o riservata,
2. Dunque, è del tutto inutile cercare di
sapere quale poteva essere la pianta che produceva il soma; e noi siamo
sempre tentati, indipendentemente da ogni altra considerazione, di essere un
po’ grati a quegli orientalisti che, parlando del soma, ci risparmiano
il convenzionale «cliché» dell’asclepias acida!
3. Il Re del Mondo, cap. VI.
25
vale a dire della conoscenza esoterica ed
iniziatica.
Veniamo adesso ad un’altra forma dello stesso
simbolismo, che peraltro può corrispondere a dei fatti prodottisi realmente nel
corso della storia; ma, sia chiaro, che al pari di tutti i fatti storici, per
noi è solo il loro valore simbolico che li rende interessanti. In linea di
massima, ogni tradizione ha, normalmente, come mezzo d’espressione una certa
lingua, la quale, per ciò stesso, riveste il carattere di lingua sacra; se
questa tradizione viene a mancare, è naturale che la lingua sacra corrispondente
vada parimenti perduta; anche quando ne rimanesse qualcosa esteriormente, si
tratterebbe solo di una sorta di «corpo morto», dal momento che ormai il suo
significato profondo non sarebbe più conosciuto né potrebbe esserlo veramente.
Così sarà successo, all’inizio, per la lingua primitiva con la quale si
esprimeva la tradizione primordiale, ed è per questo che, nei racconti
tradizionali, si trovano effettivamente numerose allusioni a questa lingua
primitiva ed alla sua perdita; e aggiungiamo subito che, quando questa o quella
lingua particolare ed ancora conosciuta sembra essere identificata alla stessa
lingua primitiva, come talvolta capita, questo dev’essere inteso nel senso che
tale lingua ne è in effetti un sostituto e che quindi, nei confronti degli aderenti
alla forma tradizionale corrispondente, ne occupa di fatto il posto. Secondo
alcuni di questi racconti, sembra che la lingua primitiva si sia conservata
fino ad un’epoca che, per quanto possa apparire remota a noi, è nondimeno molto
distante dai tempi primordiali: è il caso del racconto biblico della
«confusione delle lingue», la quale, per quanto si possa tentare di riferirla
ad un periodo storico determinato, può solo corrispondere all’inizio del
Kali-Yuga; ora, è certo che anche molto prima vi sono state delle forme
tradizionali particolari, ed ognuna di esse ha dovuto avere una propria lingua;
ne consegue che questa persistenza della lingua unica delle origini non deve
essere intesa alla lettera, quanto piuttosto nel senso che, fino ad allora, la
coscienza dell’unità essenziale di tutte le tradizioni non era ancora
26
andata perduta4.
In alcuni casi, invece della perdita di una
lingua, si parla solo della perdita di una parola, per esempio: un nome divino,
il quale caratterizza una certa tradizione e la rappresenta, in qualche modo,
sinteticamente; e la sua sostituzione con un nome nuovo segnerà allora il
passaggio da questa tradizione ad un’altra. Qualche volta si parla anche di
«perdite» parziali prodottesi, in certe epoche critiche, nel corso
dell’esistenza di una stessa forma tradizionale: e quando si dice che esse
furono compensate con l’introduzione di qualcosa di equivalente, si vuol
significare che in quel dato momento le circostanze resero necessario un
adattamento della tradizione considerata; diversamente, si vuole indicare un
indebolimento, più o meno grave, di questa tradizione, al quale non si può più
rimediare. Per limitarci all’esempio più conosciuto, citiamo solamente la
tradizione ebraica, in cui si trovano esattamente entrambi i casi considerati:
dopo la schiavitù di Babilonia si rese necessaria l’adozione di una nuova scrittura,
in sostituzione di quella antica che era andata perduta5, e, dato il
valore geroglifico inerente ai caratteri di una lingua sacra, questo
cambiamento dovette necessariamente implicare alcune modifiche della stessa
forma tradizionale, vale a dire un riadattamento6. D’altra parte, al
momento della distruzione del Tempio di Gerusalemme e della dispersione del
4. A questo proposito, si potrebbe far notare
che ciò che viene chiamato il «dono delle lingue» si identifica con la
conoscenza della lingua primitiva intesa in maniera simbolica (si veda il cap.
XXVII di Considerazioni sulla Via Iniziatica).
5. È appena il caso di far notare che, se si
prendesse la cosa alla lettera, essa sarebbe inverosimile: com’è possibile che
un breve periodo di 70 anni sia stato sufficiente perché nessuno conservasse
persino il ricordo degli antichi caratteri? Ma certo non è senza motivo che ciò
accadde in quell’epoca di riadattamento tradizionale che fu il VI secolo a.C.
6. Molto probabilmente, i cambiamenti apportati a
più riprese alla forma dei caratteri cinesi devono essere interpretati allo
stesso modo.
27
popolo ebraico, la vera pronuncia del nome
tetragrammatico andò perduta; si ebbe sì un nome sostitutivo, Adonai, ma
questo non venne mai considerato come l’effettivo equivalente di quello che non
si sapeva più pronunciare. In effetti, la trasmissione regolare dell’esatta
pronuncia del principale nome divino7, indicato come ha-Shem
o il Nome per eccellenza, era essenzialmente legata alla continuazione del
sacerdozio, le cui funzioni potevano essere esercitate solo nel Tempio di
Gerusalemme; dal momento che questo non esistette più, la tradizione ebraica
divenne irrimediabilmente incompleta, come peraltro è provato a sufficienza
dalla cessazione, dei sacrifici, vale a dire di ciò che costituiva la parte
«centrale» dei riti di questa tradizione, esattamente come il Tetragramma
occupava una posizione veramente «centrale» in rapporto agli altri nomi divini;
e in effetti era andato perduto proprio il centro spirituale della tradizione8.
D’altronde, in un esempio come questo, è particolarmente manifesto che gli stessi
fatti storici, incontestabili come tali, non potrebbero essere separati dal
loro significato simbolico, nel quale in fondo risiede tutta la loro ragion
d’essere, e senza il quale diverrebbero completamente inintelligibili.
Come si è potuto notare in ciò che precede, la
nozione della cosa perduta, sotto l’uno o l’altro dei suoi diversi simboli,
esiste fin nell’exoterismo delle diverse forme tradizionali; e anzi si potrebbe
dire, che è proprio all’aspetto exoterico che essa si riferisce, più
esattamente ed in primo luogo, poiché è evidente che è proprio in questo ambito
che la perdita si è prodotta in maniera effettiva, ed è sempre in questo ambito
che può essere considerata come definitiva ed irrimediabile, proprio perché così
è effettivamente per la
7. Questa trasmissione è esattamente
paragonabile a quella di un mantra nella tradizione indù.
8. Il termine diaspora o «dispersione» (in
ebraico galûth) definisce molto bene lo stato di un popolo la cui
tradizione è orinai priva del suo centro normale.
28
generalità dell’umanità terrestre fin tanto
che durerà il ciclo attuale. Per contro, vi è qualcosa che appartiene in
proprio all’ambito esoterico ed iniziatico: ed è la ricerca di questa cosa
perduta, o, come si diceva nel Medioevo, la sua «cerca» (queste); e
questo è facile da capire, poiché l’iniziazione, nella sua prima parte, quella
corrispondente ai «piccoli misteri», ha effettivamente come scopo essenziale la
restaurazione dello stato primordiale. Fra l’altro, occorre ricordare che, come
la perdita si è prodotta gradualmente, in più tappe, per giungere infine allo
stato attuale, così la ricerca dovrà effettuarsi ugualmente con gradualità,
risalendo in senso inverso per le stesse tappe, e cioè rimontando, in qualche
modo, il corso del ciclo storico dell’umanità, da uno stato ad un altro ad esso
anteriore, a poco a poco, fino allo stesso stato primordiale; e queste tappe
differenti possono naturalmente corrispondere ad altrettanti gradi
nell’iniziazione ai «piccoli misteri»9. Aggiungiamo subito che, per
questa stessa gradualità, possono essere riprese, nell’ordine inverso, le
successive sostituzioni di cui abbiamo parlato; ed è questo che spiega come, in
certi casi, ciò che viene indicata come la «parola ritrovata», in realtà sia
solo un «termine sostituito» che rappresenta una delle tappe intermedie.
D’altronde, è abbastanza evidente che tutto ciò che è suscettibile di essere
comunicato esteriormente non potrebbe essere realmente la «parola perduta», ma
solo un suo simbolo, sempre più o meno inadeguato, come ogni espressione delle
verità trascendenti; e questo simbolismo, spesso, è molto complesso, in ragione
stessa della molteplicità dei significati ad esso connessi e dei gradi che
comporta nella sua applicazione.
Nelle iniziazioni occidentali, vi sono almeno
due esempi abbastanza conosciuti della ricerca di cui si tratta (il che non
significa che essi siano sempre ben compresi da coloro che ne parlano): «la
cerca del Graal», nelle iniziazioni cavalleresche
9. Si veda il cap. XXXIX di Considerazioni
sulla Via Iniziatica.
29
del Medioevo, e la «ricerca della parola
perduta», nell’iniziazione massonica; e questi esempi potrebbero essere
considerati rispettivamente come i tipi delle due principali forme del
simbolismo indicato in precedenza. Per quanto riguarda il primo, A.E. Waite ha
fatto rilevare, con ragione, che nei vari racconti si ritrovano parecchie
allusioni, più o meno esplicite, a delle formule e a degli oggetti sostituiti;
e del resto, non è possibile affermare che la stessa «Tavola Rotonda», in
definitiva, non era altro che un «sostituto», dal momento che, pur essendo
destinata a ricevere il Graal, questo in effetti non vi si manifestò mai?
D’altronde, questo non significa, come alcuni potrebbero essere indotti a
credere con eccessiva facilità, che la «cerca» non possa mai essere conclusa,
ma solamente che, nonostante essa possa essere completata da qualcuno in
particolare, non potrà mai essere lo stesso per l’insieme di una collettività,
anche nel caso che questa possieda il carattere iniziatico più incontestabile.
Come già abbiamo detto altrove10, la «Tavola Rotonda» e la sua
cavalleria presentano tutti gli elementi atti ad indicare che si trattava
proprio della costituzione di un centro spirituale autentico; ma, lo ripetiamo,
ogni centro spirituale secondario, essendo solo un’immagine o un riflesso del
centro supremo, può solo svolgere, in realtà, un ruolo di «sostituto»,
esattamente come ogni forma tradizionale particolare è un «sostituto» della
tradizione primordiale.
Se passiamo adesso a considerare la «parola
perduta» e la sua ricerca a partire dalla Massoneria, dobbiamo constatare che,
almeno allo stato attuale delle cose, questo argomento è circondato da
parecchia oscurità; certo, non pretendiamo di dissiparla del tutto, ma pensiamo
che le poche considerazioni che faremo potranno forse essere sufficienti per
chiarire alcuni punti, che a prima vista si rischia di scambiare per delle
contraddizioni. La prima cosa che è opportuno rilevare, è che
10. Si vedano i capp. IV e V de Il Re del
Mondo.
30
il grado di Maestro, così com’è praticato
nella Craft Masonry, insiste sulla «perdita della parola», perdita che
viene presentata come una conseguenza della morte di Hiram; sembra, però, che
non sia presente alcuna manifesta indicazione circa la sua ricerca, e che ancor
meno si parli della «parola ritrovata». Tutto ciò può sembrare veramente
strano, dal momento che la Maestria è l’ultimo grado della Massoneria
propriamente detta e che quindi dovrebbe necessariamente corrispondere, almeno
virtualmente, alla perfezione dei «piccoli misteri», perfezione, senza la
quale, sarebbe ingiustificata perfino la sua stessa designazione. Vero è che si
potrebbe obiettare che l’iniziazione a questo grado, di per sé, è solo un punto
di partenza, e, in definitiva, questo è del tutto normale; ma, allora
occorrerebbe che, fin dalla stessa iniziazione, fosse presente qualcosa in
grado per lo meno di «avviare», se così si può dire, la ricerca, che
costituisce il lavoro ulteriore in grado di condurre alla realizzazione effettiva
della Maestria. Ora, noi pensiamo che, malgrado le apparenze, questo qualcosa è
realmente presente: infatti, la «parola sacra» di questo grado è chiaramente un
«termine sostituito», e peraltro esso è dato solo come tale; ma, c’è di più,
questo «termine sostituito» è di un tipo molto particolare: è stato deformato
in tanti modi diversi, fino a diventare irriconoscibile11, e ne sono
state date diverse interpretazioni, le quali, in maniera accessoria, possono
presentare qualche interesse per le loro allusioni a certi elementi simbolici
del grado, ma che comunque non possono essere giustificate da una qualsivoglia
etimologia ebraica. Ora, se a questo termine si restituisce la sua forma
corretta, ci si accorge che il suo significato è del tutto diverso da quelli
che gli sono stati
11. Queste deformazioni hanno anche generato
due termini, che si presume siano distinti, una «parola sacra» ed una «parola
di passo», intercambiabili a seconda dei diversi riti, ma che in realtà sono
una parola sola.
31
attribuiti: esso, in realtà, non è altro che
un interrogativo, ed è la risposta a tale interrogativo che costituisce la vera
«parola sacra» o la stessa «parola perduta», vale a dire il vero nome del
Grande Architetto dell’Universo12. Una volta che il problema viene
posto in questo modo, ecco che la ricerca può dirsi effettivamente «avviata»,
come abbiamo detto in precedenza; da quel momento, sarà compito di ciascuno, se
ne è capace, trovare la risposta e pervenire alla Maestria effettiva, tramite
il lavoro interiore personale.
Un altro punto da prendere in considerazione è
il seguente: la «parola perduta», in conformità col simbolismo ebraico, è in
genere assimilata al Nome tetragrammatico; ora, se si prendessero le cose alla
lettera, si tratterebbe di un anacronismo evidente, poiché, come abbiamo già
detto, è chiaro che la pronuncia del Nome non andò perduta all’epoca di
Salomone e della costruzione del Tempio. Tuttavia, si avrebbe torto se si
considerasse questo anacronismo come una reale difficoltà, poiché in questo
caso non si fa minimamente questione della «storicità» dei fatti come tali;
essi, da questo punto di vista, interessano poco di per sé, mentre il
Tetragramma viene preso in considerazione solo per il valore di ciò che esso
rappresenta tradizionalmente; d’altronde, è possibilissimo che lo stesso
Tetragramma sia stato anch’esso, in un certo senso, un «termine sostituito»,
dal momento che appartiene propriamente alla tradizione mosaica e che quindi, a
questo titolo, esattamente come per la stessa lingua ebraica, non potrebbe
esser fatto risalire fino alla tradizione
12. Non è nostra intenzione cercare di sapere
se le diverse deformazioni, relative sia al termine in sé che al suo
significato, siano state operate volutamente o no, anche perché sarebbe
indubbiamente una cosa difficile, vista la mancanza di precise informazioni
sulle circostanze che le hanno determinate; ma, in ogni caso, è certo che esse
producono l’effetto di dissimulare completamente ciò che può essere considerato
come il punto essenziale del grado di Maestro, punto che, in tal modo, è
divenuto una sorta di enigma senza alcuna apparente soluzione possibile.
32
primordiale13. Se abbiamo segnalato
questa questione è soprattutto per richiamare l’attenzione su un punto, che in
fondo è molto più importante: nell’exoterismo ebraico, il termine che ha
sostituito il Tetragramma che non si sa più pronunciare è, come abbiamo detto prima,
un altro nome divino, Adonai, anch’esso formato da quattro lettere, ma
considerato meno essenziale dell’altro; è evidente che ci si trova in presenza
di qualcosa che implica una sorta di rassegnazione di fronte ad una perdita
giudicata irreparabile, ed alla quale si cerca solo di rimediare nella misura
in cui lo permettono le condizioni dell’epoca. Nell’iniziazione massonica,
invece, il «termine sostituito» è un interrogativo che apre la possibilità di
ritrovare la «parola perduta», dunque di restaurare lo stato anteriore a questa
perdita; in definitiva, si tratta di una delle differenze fondamentali che
esistono fra il punto di vista exoterico ed il punto di vista iniziatico,
differenza che è espressa simbolicamente in maniera assai evidente14.
Prima di spingerci oltre e al fine di
permettere una migliore comprensione di quanto diremo in seguito, è necessaria
una digressione: l’iniziazione massonica, essendo essenzialmente relativa ai
«piccoli misteri», come tutte le iniziazioni di mestiere, si conclude, per ciò
stesso, col grado di Maestro, poiché la completa realizzazione di questi
implica la restaurazione dello stato primordiale; ma allora, ci si può anche
chiedere quali possano essere, nella Massoneria, il senso ed
13. A proposito del «primo nome di Dio»,
secondo certe tradizioni iniziatiche, si veda il cap. XXV de La Grande Triade.
14. Segnaliamo incidentalmente che nel grado di
Maestro non vi è solamente un «termine sostituito», ma anche un «segno
sostituito»; se la «parola perduta» è identificata simbolicamente col
Tetragramma, alcuni indizi fanno supporre che, correlativamente, il «segno
perduto» dovrebbe essere identificato con la benedizione dei Kohanim.
Anche qui, non bisogna pensare all’espressione letterale di un fatto storico,
poiché, in realtà, questo segno non é mai andato perduto, ma, quanto meno, ci
si potrebbe chiedere legittimamente se non pronunciando più il Tetragramma, si
sia potuto conservare effettivamente tutto il suo valore rituale.
33
il ruolo di quelli che vengono chiamati gli
alti gradi, dei quali certuni, proprio per questa ragione, hanno detto
trattarsi di «superfetazioni», più o meno vane ed inutili. In realtà, occorre
innanzi tutto distinguere15: da una parte, i gradi che hanno un
legame diretto con la Massoneria16 , e dall’altra, quelli che
possono essere considerati come delle vestigia o dei ricordi17 di
antiche organizzazioni iniziatiche occidentali venute ad innestarsi sulla
Massoneria o a «cristallizzarsi» in qualche modo intorno ad essa. Questi ultimi
gradi, se non li si considera solo per il loro interesse semplicemente
«archeologico» (cosa che, evidentemente, equivale ad una giustificazione del
tutto insufficiente dal punto di vista iniziatico), hanno la loro ragion d’essere
nel fatto che costituiscono la conservazione di ciò che può ancora essere
mantenuto delle iniziazioni di cui si tratta, e nella sola maniera rimasta
possibile, dopo la loro sparizione come forme indipendenti; certo, ci sarebbe
molto da dire su questo ruolo da «conservatore» che svolge la Massoneria e
sulla conseguente possibilità che questa ha di supplire, in una certa misura,
all’assenza di iniziazioni di altro ordine nel mondo occidentale attuale; ma
questo aspetto del problema è completamente al di fuori dell’argomento che
stiamo trattando adesso, ed è solo l’altro aspetto che ci interessa
presentemente, quello dei gradi il cui simbolismo si riallaccia, più o meno
strettamente, a quello della Massoneria propriamente detta.
15. Naturalmente, trascuriamo quei gradi,
troppo numerosi in certi «sistemi», che hanno un carattere piuttosto fantasioso
e che riflettono, in modo manifesto, solo le particolari concezioni dei loro
autori.
16. Tuttavia, non si può dire che, a stretto
rigore, essi ne facciano parte integrante, ad eccezione del solo Royal Arch.
17. Abbiamo aggiunto qui il termine «ricordi» per
evitare qualunque discussione sulla filiazione, più o meno diretta, di questi
gradi, discussione che rischierebbe di impegnarci troppo a lungo, soprattutto
per quanto riguarda le organizzazioni che si riallacciano a diverse forme
dell’iniziazione cavalleresca.
34
In linea di massima, questi gradi possono
essere considerati come delle estensioni o degli sviluppi dei grado di Maestro;
è incontestabile che, in linea di principio, questo grado sia sufficiente a se
stesso, ma, di fatto, la enorme difficoltà che esso comporta nel riuscire a
cogliere tutto quello che vi si trova contenuto implicitamente, giustifica
l’esistenza di questi sviluppi ulteriori18. Si tratta dunque di un
aiuto, a favore di coloro che vogliono realizzare ciò che possiedono ancora
solo allo stato virtuale; per lo meno, questa è l’intenzione fondamentale di
questi gradi, al di là delle riserve che si potrebbero esprimere sulla più o
meno grande efficacia pratica di un tale aiuto, di cui il meno che si possa
dire è che, nella maggior parte dei casi, esso è incresciosamente diminuito a
causa dell’aspetto frammentario e troppo spesso alterato con cui si presentano
attualmente i rituali corrispondenti; comunque, noi dobbiamo considerare solo
il principio, che è indipendente da queste considerazioni contingenti.
D’altronde, a onor del vero, se il grado di Maestro fosse più esplicito e se
coloro che vi sono ammessi fossero veramente più qualificati, è al suo interno
che dovrebbero trovar posto questi sviluppi, senza alcun bisogno di altri gradi
nominalmente distinti19.
18. Occorre anche aggiungere, quanto meno come
giustificazione sussidiaria, che dai sette gradi dell’antica Massoneria
operativa si è scesi a tre: dal fatto che i primi non erano tutti conosciuti
dai fondatori della Massoneria speculativa, derivarono delle gravi lacune, le
quali, malgrado certi «ricuperi» posteriori, non poterono essere colmate
completamente nel quadro dei tre gradi simbolici attuali; e vi sono alcuni alti
gradi che sembra siano stati soprattutto dei tentativi per rimediare a queste
mancanze, anche se non si può certo dire che siano pienamente riusciti, poiché
era venuta a mancare la vera trasmissione operativa, cosa indispensabile per lo
scopo che si voleva raggiungere.
19. Il Maestro, per il fatto stesso che possiede
«la pienezza dei diritti massonici», ha, in particolare, quello di accedere a
tutte le conoscenze incluse nella forma iniziatica alla quale appartiene;
peraltro, è proprio questo che si intendeva, molto chiaramente, con l’antica
concezione di «Maestro in tutti i gradi», la quale sembra completamente
dimenticata
35
Ora, ed è a questo che volevamo arrivare, fra
gli alti gradi in questione, ve ne sono un certo numero che insistono in modo
particolare sulla «ricerca della parola perduta», vale a dire su ciò che
costituisce il lavoro essenziale della Maestria, secondo quanto abbiamo
spiegato fin qui; e ve ne sono perfino alcuni che danno una «parola ritrovata»,
cosa questa che sembra implicare il compimento della ricerca; ma, in realtà,
questa «parola ritrovata» è sempre un nuovo «termine sostituito», e, viste le
considerazioni che abbiamo esposto fin qui, è facile capire come non possa
essere diversamente, poiché la vera «parola» è rigorosamente incomunicabile. In
particolare, ritroviamo questa situazione nel grado del Royal Arch, il
solo che, propriamente parlando, possa essere considerato come strettamente
massonico e la cui diretta origine operativa non possa essere messa in dubbio:
esso, in qualche modo, è il complemento normale del grado di Maestro, con una
prospettiva aperta sui «grandi misteri»20. Il termine che in questo
grado designa la «parola ritrovata» si presenta, come tanti altri, sotto una
forma alquanto alterata, e questo ha permesso le supposizioni più diverse in
ordine al suo significato; ma, secondo l’interpretazione più autorevole e più
plausibile, si tratta in realtà di un termine composito, formato dalla riunione
di tre nomi divini, appartenenti ad altrettante diverse tradizioni. Ora, in
tutto ciò si ritrova, quanto meno, un’indicazione interessante sotto due punti
di vista: innanzi tutto l’evidente implicazione che la «parola perduta» è
proprio ritenuta un nome divino; poi, che l’associazione di questi nomi
differenti può solo spiegarsi come una implicita affermazione dell’unità
fondamentale di tutte le forme tradizionali; ma, è ovvio che un tale accostamento,
operato fra nomi
ai giorni nostri.
20. Su questo argomento, si veda quanto abbiamo già
detto in altre occasioni, e soprattutto nel nostro studio su La Pietra
angolare (Études Traditionnelles, nn. di aprile e maggio 1940.)
(Oggi cap. XLIII di Simboli delle Scienza sacra ‑ n.d.t. ‑)
36
provenienti da lingue sacre differenti, è
ancora solo del tutto esteriore e non potrebbe, in alcun modo, simboleggiare
adeguatamente una restituzione della stessa tradizione primordiale, ne consegue
che in realtà si tratta solo di un «termine sostituito»21.
Un altro esempio, di un genere molto diverso,
è quello del grado scozzese di Rosa-Croce, nel quale la «parola ritrovata» si
presenta come un nuovo Tetragramma, che deve rimpiazzare il vecchio che è
andato perduto; in effetti, queste quattro lettere, che del resto sono solo
delle iniziali che non formano affatto una parola vera e propria, non possono
esprimere altro che la situazione della tradizione cristiana nei confronti
della tradizione ebraica, ovvero, la sostituzione dell’«Antica Legge» con la
«Nuova Legge», e sarebbe difficile dire che queste rappresentino uno stato più
prossimo allo stato primordiale, a meno che non lo si voglia intendere nel
senso che il Cristianesimo ha compiuto una «reintegrazione», schiudendo certe
nuove possibilità per il ritorno a tale stato, il che, del resto, è vero, in un
certo modo, per tutte le forme tradizionali costituite in una determinata epoca
e in conformità. con le particolari condizione di essa. È opportuno aggiungere
che al significato semplicemente religioso ed exoterico, si sovrappongono
naturalmente altre interpretazioni, d’ordine principalmente ermetico, le quali,
di per sé, sono sicuramente di un certo interesse; solo che, oltre al fatto che
esse si allontanano dalla considerazione dei nomi divini, che è quella
essenzialmente
21. Sia chiaro che ciò che abbiamo detto qui è
da riferirsi al Royal Arch dei Rito inglese, il quale, nonostante la
similitudine del nome, ha ben scarsi rapporti con il grado chiamato Royal
Arch of Henoch, una versione del quale è diventata il 13º grado del Rito
Scozzese Antico ed Accettato, e nel quale la «parola ritrovata» è rappresentata
dal Tetragramma stesso, scritto su una placca d’oro collocata nella «nona
volta»; l’attribuzione di questo deposito a Henoch costituisce peraltro,
relativamente al Tetragramma ebraico, un evidente anacronismo, ma può essere
considerato come indizio dell’intenzione di risalire fino alla tradizione
primordiale, o quanto meno «antidiluviana».
37
inerente alla «parola perduta», si tratta di
qualcosa che deriva molto più dall’ermetismo cristiano che dalla Massoneria
propriamente detta; e, per quanto vi siano delle affinità fra l’uno e l’altra,
tuttavia non è possibile considerarli come identici, poiché, nonostante fino ad
un certo punto facciano uso degli stessi simboli, derivano decisamente da
«tecniche» iniziatiche notevolmente diverse sotto molti aspetti. D’altra parte,
la «parola» del grado di Rosa-Croce si riferisce chiaramente al punto di vista
di una forma tradizionale ben precisa, e basterebbe solo questo per far capire
che si è ben lontani dal ritorno alla tradizione primordiale, la quale è al di
là di tutte le forme particolari; sotto questo profilo, ed anche sotto diversi
altri aspetti, il grado del Royal Arch avrebbe sicuramente più ragione, di
quanta ne abbia il grado di Rosa-Croce, di considerarsi come il nec plus
ultra dell’iniziazione massonica.
Riteniamo di aver già detto abbastanza su
queste differenti «sostituzioni» e, per concludere, dobbiamo adesso ritornare
al grado di Maestro, al fine di ricercare la soluzione di un altro enigma ad
esso relativo: com’è possibile che la «perdita della parola» venga presentata
come il risultato della morte del solo Hiram, quando invece, secondo la stessa
leggenda, vi erano altri che la possedevano al pari di lui? In effetti, si
tratta di un interrogativo che rende perplessi non pochi Massoni, di quelli che
riflettono anche solo un po’ sul simbolismo, ed alcuni arrivano perfino a
considerare la cosa come inverosimile ed impossibile da spiegare in maniera
accettabile; mentre invece, come vedremo fra poco, le cose stanno diversamente.
L’interrogativo che abbiamo posto, può essere
formulato in maniera più esatta: al momento della costruzione del Tempio, la
«parola» dei Maestri, secondo la stessa leggenda del grado, era in possesso di
tre personaggi che avevano il potere di comunicarla: Salomone, Hiram, re di
Tiro, e Hiram-Abi; ciò posto, com’è possibile che la sola morte di quest’ultimo
bastò a determinare la perdita di questa parola? La risposta è: per comunicare
regolarmente e ritualmente questa
38
parola occorreva il concorso dei «tre primi
Gran Maestri», di modo che l’assenza o la sparizione di uno solo di essi
rendeva impossibile questa comunicazione, esattamente come occorrono tre lati
per formare un triangolo; e, diversamente da come potrebbero pensare coloro che
non sono abituati a cogliere certe corrispondenze simboliche, quello col
triangolo non è un semplice paragone, né un accostamento più o meno immaginario
e privo di fondamento reale. Infatti, una Loggia operativa poteva essere aperta
solo col concorso di tre Maestri22, in possesso di tre bacchette la
cui rispettiva lunghezza era in rapporto con i numeri 3, 4 e 5; solo dopo che
queste tre bacchette erano state accostate e disposte in modo da formare il
triangolo rettangolo pitagorico, poteva aver luogo l’apertura dei lavori. Detto
questo, è facile comprendere che, allo stesso modo, una parola sacra può essere
composta da tre parti, come tre sillabe23, ciascuna della quali può
essere comunicata solo da uno dei tre Maestri, di modo che, se venisse a
mancare uno di essi, la parola rimarrebbe incompleta, al pari del triangolo,
con la conseguenza che non si potrebbe compiere nulla di valevole; e lo vedremo
meglio più avanti.
Segnaliamo, per inciso, un altro caso in cui
si ritrova un simbolismo dello stesso tipo, quanto meno per l’aspetto che qui
ci interessa: in alcune corporazioni del Medioevo, il forziere che conteneva il
«tesoro» era munito di tre serrature, le cui chiavi erano affidate a tre
diversi ufficiali, di modo che
22. In questo caso, i Maestri erano quelli che
possedevano il settimo ed ultimo grado operativo, al quale apparteneva
originariamente la leggenda di Hiram; ed è per questo che essa era sconosciuta
ai Compagni «accettati» che fondarono, di propria iniziativa, la Gran Loggia
d’Inghilterra nel 1717, ed è quindi naturale che questi non potessero
trasmettere niente di più di quello che avevano ricevuto.
23. La sillaba è l’elemento realmente non
scomponibile della parola pronunciata; d’altronde, lo stesso «termine
sostituito», nelle sue diverse forme, è sempre composto da tre sillabe, che
nella pronuncia rituale vengono enunciate separatamente.
39
era necessaria la loro contemporanea presenza
per aprirlo. Naturalmente, coloro che considerano le cose solo in maniera
superficiale, possono anche pensare che si trattasse di una misura
precauzionale contro una possibile infedeltà; ma, come accade sempre in simili
casi, questa spiegazione completamente esteriore e profana è del tutto
insufficiente; ed anche ammettendo che, nel suo ambito, possa essere legittima,
nulla impedisce che lo stesso fatto abbia un significato simbolico ben più
profondo su cui è basato tutto il suo valore reale; supporre diversamente
equivale a disconoscere completamente il punto di vista iniziatico, e, del
resto, il simbolismo della chiave è di un’importanza considerevole in questo
senso ed in grado di giustificare ciò che qui abbiamo affermato24.
Ritornando al già citato triangolo
rettangolo, e dopo quello che abbiamo detto, si può affermare che la morte del
«terzo Gran Maestro» lascia incompleto questo triangolo; e, in un certo senso,
è a questo che corrisponde la forma della squadra del Venerabile,
indipendentemente dai suoi significati strettamente connessi alla squadra
stessa: i suoi lati ineguali, normalmente in rapporto di 3 e 4, sono i cateti,
mentre l’ipotenusa resta assente o, se si vuole, «sottintesa»25.
24. Non possiamo soffermarci sui diversi
aspetti del simbolismo della chiave, e in particolare sul suo carattere
«assiale» (si veda in merito il cap. VI de La Grande Triade); ma,
almeno, dobbiamo segnalare che, negli antichi «catechismi» massonici, la lingua
è presentata come la «chiave del cuore». Ora, il rapporto fra il cuore e la
lingua simboleggia quello esistente fra il «Pensiero» e la «Parola», vale a
dire, secondo il significato kabbalistico dei primi due termini, quello fra i
due aspetti, interiore ed esteriore, del Verbo; è anche per questo che gli
antichi Egizi (che fra l’altro facevano uso di chiavi di legno che avevano
proprio la forma di una lingua) consideravano sacra la persea, il cui frutto ha
la forma di un cuore e le foglie quella di una lingua (cfr. Plutarco, Iside
e Osiride, 68).
25. A proposito di questa squadra, segnaliamo, a
titolo di curiosità, che nella Massoneria mista o Co-Masonry, si è
pensato bene di definire la squadra del Venerabile con i due cateti uguali, per
rappresentare l’uguaglianza fra l’uomo e la donna; cosa che non ha il minimo
rapporto
40
Da notare, che la completa ricostruzione del
triangolo, come figura nelle insegne di Past Master (ex Venerabile),
implica, o per lo meno dovrebbe teoricamente implicare, che questi sia riuscito
a compiere la restituzione di ciò che era andato perduto26.
Quanto alla parola sacra che può essere
comunicata solo col concorso di tre persone, è assai significativo che questa
caratteristica si riscontri proprio nella parola che, nel grado del Royal
Arch, viene considerata come fosse la «parola ritrovata», e la cui
comunicazione regolare è possibile infatti solo in questa particolare maniera;
le tre persone in questione formano a loro volta un triangolo, e le tre parti
della parola, che sono le tre sillabe corrispondenti ad altrettanti nomi divini
di diverse tradizioni, come abbiamo spiegato in precedenza, «passano»
successivamente, se così si può dire, dall’uno all’altro dei lati di questo
triangolo, fino a che la parola sarà interamente «giusta e perfetta».
Nonostante questa parola sia ancora, in realtà, solo un «termine sostituito»,
questo suo modo di comunicazione assume un’importanza incontestabile come
conferma dell’interpretazione di ciò che appare oscuro nel simbolismo del grado
di Maestro, come viene praticato attualmente; soprattutto se si tiene conto del
fatto che il Royal Arch è, sotto l’aspetto della filiazione operativa,
il più «autentico» di tutti i gradi superiori.
A questo proposito, aggiungiamo ancora una
osservazione relativa al Tetragramma ebraico: dal momento che questo è uno dei
nomi divini che sono più frequentemente assimilati alla «parola perduta», in
esso deve essere presente anche qualcosa che corrisponda a quello che abbiamo
appena detto; poiché, trattandosi di una caratteristica veramente essenziale,
essa deve ben esistere, in qualche maniera, in tutto ciò che
col suo vero significato. Si tratta di un
bell’esempio dell’incomprensione del simbolismo, e delle fantasmagoriche
innovazioni a cui questo può dar luogo inevitabilmente.
26. Cfr. La Grande Triade, pp. 82 e 108-109.
41
rappresenta più o meno adeguatamente questa
parola. In sostanza, vogliamo dire che, affinché la corrispondenza simbolica
sia esatta, la pronuncia del Tetragramma dovrebbe essere trisillabica; ma,
siccome il Tetragramma si scrive naturalmente con quattro lettere, si potrebbe
anche dire che, in base al simbolismo numerico, il 4 si riferisce all’aspetto
«sostanziale» della parola (in quanto parola scritta o declamata in conformità
alla scrittura, la quale in questo caso svolge il ruolo di «supporto» corporeo)
e il 3 al suo aspetto «essenziale» (in quanto parola pronunciata integralmente
dalla voce, la quale le fornisce lo «spirito» e la «vita»). Ne consegue che la
forma Jehovah, pur non potendo essere minimamente considerata come la
vera pronuncia del Nome, ormai sconosciuta da tutti, per il fatto che possiede
tre sillabe la rappresenta almeno molto meglio della forma Yahveh (e non
deve sottovalutarsi il fatto che Jehovah è la forma più antica, in
quanto trasposizione approssimativa nelle lingue occidentali, e già questo
dovrebbe far riflettere); d’altronde, la forma Yahveh, non solo è
puramente fantastica, inventata dagli esegeti e dai «critici» moderni, ma
avendo solo due sillabe, evidentemente, è inadatta per una trasmissione rituale
come quella di cui si tratta.
Certo, ci sarebbe ancora molto da dire su
questo argomento, ma pensiamo che sia meglio por fine a queste considerazioni
già troppo estese, ricordando ancora che esse non hanno altra pretesa che
quella di apportare qualche chiarimento su alcuni aspetti di questa questione,
così complessa, della «parola perduta».
42
IL MONOGRAMMA DI CRISTO
E IL CUORE
NEGLI ANTICHI MARCHI CORPORATIVI *
In un articolo, dal carattere puramente
documentario, dedicato allo studio degli Armes avec motifs astrologiques et
talismaniques (Stemmi con motivi astrologici e talismanici), ed apparso
nella Revue de l’histoire des Religions (n° di luglio-ottobre 1924),
l’autore, W. Deonna, di Ginevra, confrontando i segni che figurano su questi
stemmi con altri simboli più o meno simili, si sofferma ad esaminare in modo
particolare il «quatre de chiffre»**, che fu «comune nel XVI e nel
XVII secolo1, come marchio di famiglia e di casato per i privati,
che lo mettevano sulle loro pietre tombali e sui loro stemmi». Egli nota che
questo segno «si presta ad ogni sorta di combinazioni: con la croce, il globo e
il cuore; si associa ai monogrammi dei proprietari e si confonde con dei tratti
occasionali», e ne riproduce un certo numero, a mo’ d’esempi. Noi pensiamo che
si trattasse essenzialmente di un «marchio di maestria», comune a molte
corporazioni differenti fra
* Le Chrisme
et le Cœur dans les anciennes marques corporatives, pubblicato in Études
Traditionnelles, n° di gennaio-febbraio 195l. L’articolo
era stato pubblicato originariamente in Regnabit, n° di novembre 1925.
** L’espressione «quatre de chiffre», che non è
perfettamente traducibile in italiano (si potrebbe rendere con «la cifra a
forma di quattro» o con «il quattro in cifra»), sta ad indicare l’uso del 4
come «segno» o «cifra». Si è preferito, pertanto, mantenere la forma francese,
procurando di evidenziarla fra virgolette. ‑ n.d.t. ‑
1. Lo stesso segno fu spesso impiegato anche nel XV
secolo., per lo meno in Francia, e in particolare nei marchi di stampatori. Ne
abbiamo trovato degli esempi: Wolf (Georges), stampatore libraio a Parigi,
1489; Syber (Jehan), stampatore a Lione, 1478; Rembolt (Bertholde), stampatore
a Parigi, 1489.
43
loro, alle quali erano indubbiamente legati,
spesso per motivi ereditari, i singoli e le famiglie che se ne servivano.
W. Deonna parla poi, in maniera alquanto
sommaria, dell’origine e del significato di questo marchio: «Jusselin lo fa
derivare dal monogramma costantiniano, già liberamente interpretato e alterato
sui documenti merovingi e carolingi2, ma questa ipotesi appare del
tutto arbitraria, e nessuna analogia la impone». Non siamo dello stesso avviso,
anzi, questa assimilazione deve ritenersi del tutto naturale, poiché, per
quanto ci riguarda, l’abbiamo sempre fatta, senza avere alcuna conoscenza degli
speciali lavori esistenti sull’argomento, e addirittura non avremmo mai pensato
che potesse essere contestata, tanto ci sembrava evidente. Ma andiamo avanti, e
vediamo quali sono le altre spiegazioni proposte: «Non è che si tratti del 4 in
cifra araba, cifre che vennero sostituite a quelle romane nei manoscritti
europei anteriori all’XI secolo?... Bisogna supporre che esso rappresenti il
valore mistico della cifra 4, risalente all’antichità e conservato dai
moderni?». W. Deonna non respinge questa ipotesi, ma ne preferisce un’altra:
egli suppone «che si tratti di un segno astrologico», quello di Giove.
A dire il vero, queste diverse ipotesi non si
escludono necessariamente: è possibile che si siano verificate, in questo come
in altri casi, delle sovrapposizioni ed anche delle fusioni di più simboli in
uno, ragion per cui vi si trovano collegati molteplici significati; in tutto
ciò non v’è nulla di cui ci si debba stupire, poiché, come abbiamo detto altre
volte, questa molteplicità di significati è come inerente al simbolismo, e di
esso, in quanto modo di espressione, costituisce perfino uno dei più grandi
vantaggi. Solo che, naturalmente, è necessario poter riconoscere qual è il
significato originario e principale del simbolo; e in questo caso persistiamo
nel
2. Origine du monogramme des tapissiers,
pubblicato nel «Bulletin monumental», 1922, pp.433-435.
44
pensare che questo significato è dato
dall’identificazione con il Monogramma di Cristo, mentre i rimanenti
significati sono ad esso associati solo a titolo secondario.
È certo che il segno astrologico di Giove, di
cui indichiamo le due forme principali (fig. 1), presenta, nel suo aspetto
generale, una rassomiglianza con la cifra 4; ed è anche certo che l’uso di
questo segno può avere un rapporto con l’idea di «maestria», e su questo
ritorneremo più avanti; ma, secondo noi, nel simbolismo del marchio in
questione, questo elemento può subentrare solo in terz’ordine. Del resto,
facciamo notare che la stessa origine di questo segno di Giove è molto incerta,
poiché per alcuni si tratta di una raffigurazione del fulmine, mentre per altri
è semplicemente l’iniziale del nome Zeus.
fig. 1 fig.
2
D’altra parte, ci sembra innegabile che ciò
che W. Deonna chiama «valore mistico» del numero 4, abbia svolto ugualmente un
suo ruolo, ed anche un ruolo importante, tanto che riteniamo gli si debba
attribuire il secondo posto in ordine al complesso significato di questo
simbolismo. In questo senso si può notare che, in tutti i marchi in cui figura,
la cifra 4 ha una forma che è esattamente quella della croce, con due delle sue
estremità unite da una linea obliqua (fig. 2); ora, nell’antichità, e specialmente
presso i pitagorici, la croce era il simbolo del quaternario (o più esattamente
uno dei due simboli, l’altro era il quadrato), e l’associazione della croce col
Monogramma di Cristo ha dovuto stabilirsi in maniera del tutto naturale.
Questa osservazione ci induce a soffermarci su
questo Monogramma; innanzi tutto, dobbiamo dire che è necessario
45
distinguere fra il Monogramma costantiniano
propriamente detto, il segno del Labaro, e quello che viene chiamato il
Monogramma semplice. Quest’ultimo (fig. 3) si presenta come il simbolo
fondamentale da cui, più o meno direttamente, sono derivati gli altri; lo si
considera come formato dall’unione delle lettere I e X, cioè dalle iniziali
delle due parole greche Іεσους Χριστος (Iesous Christos), e in effetti è
proprio questo uno dei significati che ha avuto fin dai primi tempi del
Cristianesimo; ma, di per sé, questo simbolo è molto più antico, ed è uno di
quelli che si trovano diffusi un po’ dappertutto e in tutte le epoche. Si
tratta, insomma, di uno degli esempi di quell’adattamento cristiano dei segni e
dei racconti simbolici precristiani che abbiamo già segnalato a proposito della
leggenda del Graal; e da coloro che, come noi, vedono in questi simboli delle
vestigia della tradizione primordiale, questo adattamento deve essere
considerato, non solo come legittimo, ma in un certo senso come necessario.
fig. 3 fig.
4
La leggenda del Graal è d’origine celtica e,
per una coincidenza abbastanza notevole, il simbolo di cui stiamo parlando si
ritrova in modo particolare presso i Celti, ove costituisce un elemento
essenziale della «rotella» (fig. 4); fra l’altro, questa si è mantenuta nel
corso del Medioevo e non è inverosimile ritenere che si possa collegare perfino
col rosone
46
delle cattedrali3. Infatti, fra la
figura della ruota ed i simboli floreali dai diversi significati, come la rosa
e il loto, esiste una connessione innegabile; e noi ne abbiamo accennato nei
nostri precedenti articoli; ma non approfondiamo l’argomento per non uscire
fuori dal tema in oggetto. Per quanto attiene al significato generale della
ruota, che i moderni generalmente considerano come un simbolo esclusivamente
«solare», seguendo un tipo di spiegazione di cui usano e abusano in ogni
circostanza, diciamo solo, non potendo dilungarci per quanto sarebbe
necessario, che in realtà questo simbolo è qualcosa di diverso da quello che si
crede, poiché innanzi tutto è un simbolo del Mondo, come è facile convincerci
approfondendo, in particolare, lo studio dell’iconografia indù. Per limitarci
alla «rotella» celtica4, segnaliamo anche, da un altro punto di
vista, che la stessa
fig. 5
3. In un precedente articolo, anche W. Deonna
segnala una relazione fra la «rotella» ed il Monogramma di Cristo (Quelques
réflexions sur le Symbolisme, en particulier dans l’art préhistorique, in «Revue
de l’Histoire des Religions», nº di gennaio-aprile 1924); per questo siamo
rimasti ancor più sorpresi nel vedergli negare in seguito la relazione, ancor
più evidente, fra il Monogramma di Cristo e il «quatre de chiffre».
4. Esistono due tipi principali di questa
«rotella», uno a sei raggi (fig. 4) e l’altro a otto raggi (fig. 5), e,
naturalmente, ciascuno di questi numeri ha la sua ragion d’essere ed il suo
significato. Il Monogramma di Cristo fa parte dei primo tipo, mentre è
interessante notare che il secondo tipo presenta una similitudine molto netta
con il loto indù a otto petali.
47
origine e lo stesso significato, molto
probabilmente, debbono essere attribuiti all’emblema che figura nell’angolo
superiore sinistro della bandiera britannica (fig. 6); emblema che differisce
solo per il fatto che i sei raggi sono inscritti in un rettangolo, piuttosto
che in una circonferenza, ed in cui alcuni Inglesi vedono il segno della
supremazia marittima della loro patria5.
fig. 6
A questo punto, cogliamo l’occasione per fare
un’osservazione estremamente importante relativa al simbolismo araldico: la
forma del Monogramma semplice è come una sorta di schema generale, in base al
quale, nei blasoni, vengono disposte le figure più diverse; se si osserva, per
esempio, un’aquila o un qualunque altro uccello araldico, non è difficile
rendersi conto che effettivamente ci si trova al cospetto di questa
disposizione (la testa, la coda, le estremità delle ali e delle zampe
corrispondono ai sei punti estremi della figura 3); se poi si esamina un
emblema come il fiordaliso si farà ancora la stessa constatazione. D’altronde,
in quest’ultimo caso, poco importa la reale origine dell’emblema stesso,
origine che ha dato luogo a tante discussioni: che il fiordaliso sia veramente
un fiore, il che ci rimanderebbe ai simboli floreali che abbiamo ricordato
prima (il giglio
5. Si ritrova propriamente la «rotella», in
maniera ben evidente, quando lo stesso emblema si presenta sullo scudo che
porta la figura allegorica di Albione.
48
naturale ha proprio sei petali), o che sia
stato originariamente una punta di lancia, o un uccello, o un’ape ‑ antico
simbolo caldeo della regalità (geroglifico sâr) ‑, o perfino un rospo6,
oppure, com’è più probabile, che sia derivato dalla sintesi di alcune di queste
figure, resta il fatto che è sempre del tutto conforme allo schema indicato.
Una delle ragioni di questa particolarità, deve ricercarsi nell’importanza dei
significati del numero 6, poiché la figura che stiamo esaminando non è altro,
in fondo, che uno dei simboli geometrici corrispondenti a questo numero. Se si
congiungono le sei estremità, a due a due (fig. 7), si ottiene un altro simbolo
senario molto conosciuto: il doppio triangolo (fig. 8), al quale generalmente
si dà il nome di «sigillo di Salomone»7.
fig. 7 fig.
8 fig.
9
Questa figura è usata spesso dagli Ebrei e
dagli Arabi, ma è anche un emblema cristiano; fu anche uno degli antichi
simboli del Cristo, come è stato indicato da Charbonneau-Lassay, al pari di
un’altra figura equivalente: la stella a sei punte (fig. 9), che ne è solo una
semplice variante, e d’altronde,
6. Questa opinione, per quanto bizzarra possa
sembrare, dev’essere molto antica, poiché sugli arazzi dei XV secolo della
cattedrale di Reims, lo stendardo di Clodoveo porta tre rospi. D’altronde, è
possibilissimo che, originariamente, questo rospo non fosse altro che una rana,
antico simbolo di risurrezione.
7. Talvolta, questa figura è anche chiamata «scudo
di Davide», oppure «scudo di Michele»; e quest’ultima designazione potrebbe
indurre a delle considerazioni molto interessanti.
49
anche il Monogramma di Cristo ne è una
variante, ulteriore motivo perché fra queste diverse figure si possa
tranquillamente stabilire uno stretto accostamento. Fra l’altro, l’ermetismo
cristiano considerava la figura dei due triangoli opposti e intrecciati, di cui
uno è come il riflesso dell’altro, come una rappresentazione dell’unione delle
due nature, divina ed umana, del Cristo; ed il numero 6, fra i suoi
significati, ha proprio quelli di unione e di mediazione, che si confanno
perfettamente al Verbo incarnato. Per altro verso, secondo la Kabbala ebraica,
questo stesso numero 6 è il numero della creazione (l’opera dei sei giorni), ed
anche sotto questo profilo risulta pienamente giustificata la sua attribuzione
al Verbo: come una sorta di traduzione grafica del «per quem omnia facta
sunt» del Credo.
A questo punto, dato l’angolo di visuale in
cui ci siamo portati in questo studio, occorre notare in modo particolare che
il doppio triangolo venne scelto, nel XVI secolo o forse anche prima, come
emblema e come segnale di adunata da certe corporazioni; e soprattutto in
Germania, finì col diventare l’insegna ordinaria delle taverne o delle birrerie
in cui queste corporazioni tenevano le loro riunioni9. Si trattava,
insomma, di una sorta di marchio generico e comune, mentre le figure più o meno
complesse che contenevano il «quatre de chiffre» erano dei marchi personali,
specifici di ogni maestro; ed allora, non è logico supporre che fra questi e
quello doveva esserci un certo legame interno, quello stesso che abbiamo visto
che esiste fra il Monogramma di Cristo e il doppio triangolo?
8. In Cina, sei tratti disposti in un modo
diverso da questo, costituiscono anch’essi un simbolo del Verbo; e
rappresentano anche il termine medio della Grande Triade, e cioè il Mediatore
fra il Cielo e la Terra, che unisce in lui le due nature celeste e terrestre.
9. A questo proposito, segnaliamo di sfuggita, un
fatto curioso e poco noto: la leggenda di Faust, che è all’incirca della stessa
epoca, costituiva il rituale di iniziazione degli stampatori.
50
fig. 10 fig.
11 fig.
12
Il Monogramma costantiniano (fig. 10), formato
dall’unione delle due lettere greche X e P, cioè le prime due lettere di
ΧΡιστος (Christos), a prima vista sembra derivato dal Monogramma
semplice, di cui conserva esattamente la disposizione fondamentale, e da cui si
differenzia solo per l’aggiunta di un occhiello sulla parte superiore, tale da
trasformare la I in P. Ora, se si considera il «quatre de chiffre», nelle sue
forme più semplici e più usuali, la similitudine, se non addirittura
l’identità, con il Monogramma costantiniano risulta in modo innegabile; essa
salta subito all’occhio, soprattutto quando la cifra 4, o il segno che ha
questa forma e che potrebbe addirittura essere una deformazione del P, si trova
girato verso destra (fig. 11), invece di essere girato verso sinistra (fig.
12), poiché, in effetti, si riscontrano entrambi gli orientamenti10.
Inoltre, ci si accorge che è presente un secondo elemento simbolico, che non
esisteva nel Monogramma costantiniano: il segno a forma di croce che deriva, in
modo del tutto naturale, dalla trasformazione del P in 4. Spesso questo segno è
come sottolineato dall’aggiunta di un tratto supplementare, come è possibile
vedere dalle figure sottostanti che abbiamo ripreso dall’articolo di W. Deonna,
10. W. Deonna, nel suo articolo, accompagna la
figura 12 con questa annotazione: «Marchio di Zachariæ Palthenii, stampatore,
Francoforte, 1599».
51
tratto che può essere orizzontale (fig. 13)
oppure verticale (fig. 14), e che costituisce come una sorta di raddoppiamento
della croce11.
fig. 13 fig.
14
Si noterà anche che nella seconda figura tutta
la parte inferiore del Monogramma di Cristo è sparita ed è stata sostituita con
un monogramma personale, esattamente come altrove è sostituita con dei simboli
diversi; ed è forse questo che ha generato dei dubbi sulla identità del segno
che resta sempre lo stesso anche attraverso tutti questi cambiamenti; ma noi
pensiamo che i marchi che presentano il Monogramma di Cristo completo sono
quelli che hanno mantenuto la forma primitiva, mentre gli altri sono solo delle
variazioni successive, in cui la parte conservata servì a rappresentare il
tutto, probabilmente senza che se ne perdesse mai interamente di vista il
significato. Tuttavia, sembra che in certi casi l’elemento a forma di croce
abbia finito col passare in primo piano, o quanto meno questa è l’impressione
che si riporta nel constatare l’associazione del «quatre de chiffre» con altri
segni, ed è proprio questo il punto che ci resta da esaminare.
11. Le due figure sono così indicate: fig. 13,
«marchio con la data 1540, Ginevra, senza dubbio di Jacques Bernard, primo
pastore riformato di Satigny»; fig. 14, «Marchio dello stampatore Carolus
Morellus, Parigi, 1631».
52
Fra i segni in questione, ve n’è uno che
figura nel marchio di un arazzo del XVI secolo, conservato al museo di Chartres
(fig. 15) e la cui natura non lascia adito a dubbi: si tratta evidentemente,
con una leggera modifica alla forma, del «globo del Mondo» (fig. 16), simbolo
formato dal segno ermetico del regno minerale, sormontato da una croce; qui il
«quatre de chiffre» ha sostituito, puramente e semplicemente, la croce12.
fig. 15 fig.
16
Questo «globo del Mondo» è essenzialmente un
segno di potenza, ed è anche il segno del potere temporale e del potere
spirituale messi insieme, poiché, nonostante sia una delle insegne della
dignità imperiale, lo si trova costantemente nella mano del Cristo, e non
solamente nelle rappresentazioni che evocano in modo particolare la Maestà
divina, come nel caso del Giudizio Universale, ma perfino nelle raffigurazioni
del Cristo bambino. Di modo che, quando questo simbolo sostituisce il
Monogramma di Cristo, si può dire che in fondo è sempre un attributo del Cristo
che ne sostituisce un
12. Questo segno del «globo del Mondo» lo
abbiamo visto anche in diversi marchi di stampatori dell’inizio dei XVI secolo.
53
altro (e qui è il caso di ricordarsi del
legame che unisce originariamente il Monogramma di Cristo alla «rotella», altro
simbolo del Mondo); al tempo stesso, a questo nuovo attributo è direttamente
connessa l’idea della «maestria», come nel caso del segno di Giove, che può
essere suggerita in questo caso dalla parte superiore del simbolo, senza però
che essa perda per questo il valore relativo alla croce, e per rendersene conto
in maniera decisiva basta confrontare le due figure precedenti.
Veniamo adesso ad un gruppo di marchi che sono
quelli che hanno motivato direttamente questo studio: la differenza essenziale
che vi è fra questi e quelli che abbiamo esaminato appena adesso, è dovuta al
fatto che il globo è sostituito con un cuore. La cosa curiosa è che, sia questi
che i precedenti, appaiono come strettamente legati fra loro, poiché, in alcuni
di questi (figg. 17 e 18), il cuore è diviso con delle linee che sono disposte
esattamente come quelle presenti nel «globo dei Mondo»13; non si
tratta forse dell’indicazione di una sorta di equivalenza, almeno sotto un
certo aspetto? Ed allora,
fig. 17 fig.
18
13. Le due figure sono così indicate: fig. 17,
«Marchio di arazzo del XVI secolo, museo di Chartres»; fig. 18, «Marchio di
maestria di Samuel de Tournes, su un vaso di stagno di Pierre Royaume, Ginevra,
1609».
54
questo non sarebbe sufficiente per suggerire
che si tratta del «Cuore del Mondo»? In altri esempi, le linee tracciate
all’interno del cuore non sono più diritte, ma curve, e sembrano indicare le
orecchiette, entro le quali sono racchiuse delle iniziali (figg. 19 e 20); ma
questi marchi sembrano essere più recenti dei precedenti14, ragion
per cui, verosimilmente, si tratta di una modifica assai tardiva, e forse
destinata semplicemente a conferire alla figura un aspetto meno geometrico e
più ornamentale. Infine, esistono anche delle varianti più complicate, in cui
il simbolo principale è accompagnato da segni secondari, i quali,
evidentemente, non ne cambiano il significato; anzi, in quello che abbiamo qui
riprodotto (fig. 21), è lecito supporre che le stelle non fanno che accentuare
ancor meglio il carattere celeste che è lecito riconoscergli15.
In altre parole, vogliamo dire che, secondo
noi, in tutti questi marchi bisogna riconoscere il Cuore di Cristo, e che
fig. 19 fig.
20 fig.
21
14. Le due figure sono così indicate: fig. 19,
«Marchio di Jacques Eynard, mercante ginevrino, su una vetrata del XVII
secolo»; fig.20, «Marchio di maestria, su un piatto di stagno di Jacques Morel,
Ginevra, 1719».
15. La figura 21 è così indicata: «Marchio di
maestria, su un piatto di stagno di Pierre Royaume, Ginevra, 1609».
55
non ci sono molte possibilità di vederci
altro, poiché questo cuore è sormontato da una croce, e, in quelli che abbiamo
sott’occhio, perfino da una croce raddoppiata per mezzo di un tratto
orizzontale accanto alla cifra 4.
Apriamo adesso una parentesi, per segnalare un
curioso accostamento: la schematizzazione di queste figure (fig. 22) conduce ad
un simbolo ermetico conosciuto, infatti si tratta dell’immagine rovesciata del
simbolo dello zolfo alchemico (fig. 23). E ritroviamo qui il triangolo
capovolto, di cui abbiamo già indicato l’equivalenza col il cuore e con la
coppa; questo triangolo, se isolato, è il segno alchemico dell’acqua, mentre il
triangolo diritto, con il vertice in alto, è il segno alchernico del fuoco.
fig. 22 fig.
23
Ora, fra i diversi significati che l’acqua
ha sempre nelle più diverse tradizioni, ve n’è uno che è particolarmente
interessante ricordare in questa circostanza: l’acqua è il simbolo della Grazia
e della rigenerazione da essa operata nell’essere che la riceve; e basta porre
mente all’acqua battesimale, o alle quattro fontane di acqua viva del Paradiso
terrestre, o all’acqua che sgorga dal Cuore di Cristo, fonte inesauribile della
Grazia. Infine, facciamo notare un altro aspetto, che rafforza ulteriormente questa
nostra spiegazione: il rovesciamento del simbolo dello zolfo equivale alla
discesa delle influenze spirituali nel «mondo di quaggiù», vale a dire nel
mondo terreno ed umano; in altri termini, si
56
tratta della «rugiada celeste» di cui abbiamo
già parlato16. Sono questi gli emblemi ermetici ai quali alludevamo,
e si converrà che il loro vero significato è ben lontano dalle interpretazioni
falsificate che pretendono di dame certe sette contemporanee!
fig. 24 fig.
25
Detto questo, ritorniamo ai nostri marchi
corporativi, per giungere in breve alle conclusioni che ci sembra si possano
trarre con chiarezza da tutto quello che abbiamo detto fin qui. In primo luogo,
crediamo di aver stabilito a sufficienza che è proprio il Monogramma di Cristo
che costituisce l’elemento fondamentale da cui tutti questi marchi sono
derivati e da cui, quindi, traggono il loro significato principale. In secondo
luogo, quando si nota che, in alcuni di questi marchi, il cuore prende il posto
del Monogramma di Cristo, ed anche di altri simboli che, in maniera innegabile,
si riferiscono direttamente al Cristo stesso, non si ha il diritto di affermare
chiaramente che questo cuore è esattamente il Cuore di Cristo? E inoltre,
16. La figura 24, che è lo stesso simbolo
ermetico accompagnato da delle iniziali, proviene da una lapide funeraria di
Ginevra (Collezione lapidaria, n° 573). La figura 25, che è una modificazione
della prima, è indicata così: «Chiave di volta di una casa di Molard, Ginevra,
demolita nel 1889; marchio di Jean du Villard, con la data 1576».
57
come abbiamo fatto notare prima, il fatto che
questo stesso cuore sia sormontato dalla croce, o da un segno ad essa
equivalente o, meglio ancora, da l’una e l’altro insieme, non è un sostegno più
che solido a favore di questa nostra affermazione, dal momento che non si vede
come una qualunque altra ipotesi possa fornire una spiegazione plausibile? Ed
infine, l’idea di inscrivere il proprio nome, con le iniziali o con un
monogramma, nel Cuore stesso di Cristo, non è proprio un’idea degna della pietà
dei Cristiani dei tempi passati?17
Chiudiamo il nostro studio con quest’ultima
riflessione, accontentandoci per questa volta, con l’aver precisato alcuni
punti interessanti per il simbolismo religioso in generale, di aver apportato
all’antica iconografia del Sacro Cuore un contributo giuntoci da una fonte un
po’ imprevista, e ci auguriamo che, fra i nostri lettori, ci sia qualcuno che
possa ulteriormente ampliare queste ricerche, con l’aiuto di indicazioni
provenienti da altri documenti dello stesso genere, perché indubbiamente, qua e
là, ce ne devono essere parecchi, e basterebbe raccoglierli ed ordinarli per
costituire un insieme di testimonianze veramente impressionante18.
17. Vi è da tener presente che la maggior
parte dei marchi che abbiamo riprodotti, essendo stati ripresi dalla
documentazione di W. Deonna, provengono dalla zona di Ginevra e appartenevano
quindi a dei protestanti; ma non è certo il caso di stupirsi più di tanto, se
si pensa che il cappellano di CromwelI, Thomas Goodwin, dedicò un libro alla
devozione del Cuore di Gesù. Noi pensiamo che bisognerebbe felicitarsi per il
fatto che gli stessi protestanti apportano in tal modo la loro testimonianza a
favore del culto del Sacro Cuore.
18. Sarebbe particolarmente interessante cercare di
sapere se il cuore si riscontra anche nei marchi dei maestri muratori e
tagliatori di pietra, che si vedono su molti monumenti antichi, e in
particolare sui monumenti religiosi. W. Deonna riproduce alcuni marchi di
tagliatori di pietra, rilevati nella cattedrale di San Pietro a Ginevra, fra i
quali si trovano anche dei triangoli capovolti, alcuni dei quali accompagnati
da una croce posta sopra o all’interno; dunque è probabile che il cuore abbia
fatto parte degli emblemi in uso anche in questa corporazione.
58
A PROPOSITO DEI SEGNI CORPORATIVI
E DEI LORO SIGNIFICATI ORIGINARI *
L’articolo in cui abbiamo parlato degli
antichi marchi corporativi, sembra abbia interessato in modo particolare un
certo numero di lettori, ritorniamo quindi su questo argomento, ben poco
conosciuto, per cercare di fornire alcune ulteriori precisazioni, che ci
sembrano utili alla luce delle riflessioni che ci sono state sottoposte da più
parti.
Innanzi tutto, abbiamo ricevuto una conferma
su quanto avevamo detto, alla fine dell’articolo, a proposito dei marchi di
muratori e tagliatori di pietra e dei simboli ermetici ai quali sembra che
questi si ricolleghino direttamente. L’informazione relativa l’abbiamo trovata
in un articolo sul Compagnonaggio che, per una curiosa coincidenza, è stato
pubblicato nello stesso periodo del nostro. Ne riportiamo qui il seguente
brano: «Il Cristianesimo, giunto al suo apogeo, volle uno stile che riassumesse
il suo pensiero, e alle cupole, all’arco a tutto sesto, alle torri massicce,
sostituì le guglie slanciate e l’ogiva, che si diffusero progressivamente. Fu
allora che i Papi crearono a Roma l’Università delle Arti, in cui i monasteri
di tutti i paesi inviavano i propri allievi ed i propri costruttori laici.
Queste élite fondarono così la Maestria universale, in cui il tagliatore di
pietra, lo scultore, il carpentiere ed altri mestieri d’Arte ricevettero la
concezione costruttiva che chiamavano la Grande Opera. La riunione di tutti i
Maestri d’Opera stranieri formò l’associazione simbolica, la cazzuola
sormontata dalla croce; croce ai cui bracci si
* À propos des signs corporatifs et de leur
sens originel, pubblicato in Études Traditionnelles, nº di
aprile-maggio 1951.L’articolo era stato pubblicato originariamente in Regnabit,
n° di febbraio 1926, e faceva seguito a quello sul Monogramma di Cristo e il
Cuore negli antichi marchi corporativi, e ad esso fa riferimento
richiamandone anche le figure che vi sono riprodotte.
59
appendeva la squadra e il compasso, i marchi
universali»1.
La cazzuola sormontata dalla croce è
esattamente il simbolo ermetico che abbiamo riprodotto nella figura 22; e la
cazzuola, a causa della sua forma triangolare, era considerata, in questo
articolo, come un simbolo della Trinità: «Sanctissima Trinitas Conditor
Mundi»2. Del resto, sembra che le antiche corporazioni tenessero
in particolare evidenza il dogma trinitario; e la maggior parte dei loro
documenti inizia con la seguente formula: «In nome della Santissima e
Indivisibile Trinità».
Poiché abbiamo già segnalato l’identità
simbolica fra il triangolo capovolto ed il cuore, è il caso di notare che lo
stesso significato trinitario può essere attribuito anche a quest’ultimo. Ne
abbiamo una prova in una stampa disegnata ed incisa da Callot per una tesi
sostenuta nel 1625, della quale il R.P. Anizan, tempo fa, ha fornito una
spiegazione in questa stessa rivista (dicembre 1922). In cima alla composizione
è raffigurato il Cuore di Cristo, contenente tre iod, la prima lettera
del nome Jehovah in ebraico, e dal momento che queste tre iod
venivano considerate, nel loro insieme, come un nome divino, è del tutto
naturale considerarli come un’espressione della Trinità3. Scriveva
allora il R.P. Anizan: «Oggi adoriamo il “Cuore di Gesù, Figlio dei Padre
Eterno”; il “Cuore di Gesù unito sostanzialmente al Verbo di Dio”; il
“Cuore di Gesù, formato dallo Spirito Santo nel seno della
1. Auguste Bonvous, La Religion de l’Art,
in Le Voile d’Isis, numero speciale dedicato al Compagnonaggio, novembre
1925.
2. Il termine Conditor racchiude
un’allusione al simbolismo della «pietra angolare». Alla fine di questo
articolo è riprodotta una curiosa raffigurazione della Trinità, in cui il
triangolo capovolto occupa un posto importante.
3. Le tre iod poste nel Cuore di Cristo,
sono disposte nell’ordine 2 e 1, di modo che corrispondono ai tre vertici di un
triangolo capovolto. Si può osservare che questa stessa disposizione è molto
frequente per le pezze del blasone, ed in particolare è quella dei tre
fiordalisi negli stemmi dei re di Francia.
60
Vergine Maria”. Come stupirsi che fin dal 1625
sia stato affermato il rapporto augusto del Cuore di Gesù con la Santa Trinità?
Nel XII secolo, i teologi hanno considerato questo Cuore come il “Santo dei
Santi” e come “l’Arca del Testamento”4. Questa verità non poteva
perdersi: la sua stessa espressione implica l’adesione dello spirito; e non
andò affatto perduta. In un Diurnal pubblicato ad Anversa nel 1616, si
legge questa bella preghiera: “O dolcissimo Cuore di Gesù, in cui si trova ogni
bene, organo della sempre adorabile Trinità, a voi mi affido, a voi mi
rimetto interamente”. L’“Organo della Santissima Trinità”, eccolo proprio sotto
i nostri occhi: è il Cuore con le tre iod. E questo Cuore del Cristo,
organo della Trinità, viene chiamato, in questa stampa, il “principio
dell’ordine”: Prædestinatio Christi est ordinis origo». Senza dubbio,
avremo occasione di ritornare su altri aspetti di questo simbolismo, ed in
particolare su ciò che concerne il significato mistico della lettera iod;
ma fin d’ora ci tenevamo a segnalare questi accostamenti molto significativi.
§
Diverse persone, che approvano la nostra
intenzione di restituire agli antichi simboli il loro significato originario e
che gentilmente hanno voluto farcelo sapere, hanno anche espresso l’augurio di
vedere rivendicare decisamente, dal Cattolicesimo, tutti questi simboli, che
gli appartengono di diritto, compresi quelli, come i triangoli per esempio, di
cui si sono impossessati organizzazioni come la Massoneria. L’idea è del tutto
giusta e corrisponde proprio al nostro
4. Queste assimilazioni hanno un rapporto
molto diretto con la questione dei «centri spirituali», di cui abbiamo parlato
nel nostro studio sul Santo Graal; chiariremo meglio questo punto quando
parleremo del simbolismo del cuore nelle tradizioni ebraiche.
61
pensiero, ma, nella mente di qualcuno, è
possibile che sia presente, su un punto, un certo equivoco e persino un vero
errore storico, che è bene dissipare.
Per la verità, non vi sono molti simboli
propriamente ed esclusivamente «massonici»; lo avevamo già fatto notare a
proposito dell’acacia (dicembre 1925, p. 26). In effetti, gli stessi emblemi
più specificamente «costruttivi», come la squadra ed il compasso, erano comuni
ad un gran numero di corporazioni, potremmo perfino dire quasi a tutte5,
senza parlare dell’uso che se ne faceva anche nel simbolismo puramente ermetico6.
La Massoneria impiega dei simboli dal carattere molto vario, almeno in
apparenza, ma dei quali non è che si sia appropriata per distorcerne il vero
significato, come pare che si creda; bensì essa li ha ricevuti, al pari delle
altre corporazioni (perché inizialmente era solo una di esse), in un’epoca in
cui era ancora qualcosa di molto diverso da quello che è diventata oggi, e li
ha semplicemente conservati, anche se, ormai da lungo tempo, non li comprende
più.
Diceva Joseph De Maistre: «Tutto suggerisce
che la Massoneria volgare sia un ramo staccato e forse corrotto di un antico e
rispettabile tronco»7. Ed è proprio così che bisogna intendere la
questione: troppo spesso si ha il torto di pensare solo alla Massoneria moderna,
senza riflettere sul fatto che questa è semplicemente il prodotto di una
deviazione. I primi responsabili di questa deviazione, a quanto sembra, furono
i pastori protestanti Anderson e Desaguliers, che redassero le Costituzioni
della Gran Loggia d’Inghilterra, pubblicate nel 1723, e che fecero sparire
tutti gli antichi documenti sui quali riuscirono a mettere le mani, affinché
5. Il Compagnonaggio proibiva solo ai
ciabattini ed ai fornai l’uso del compasso.
6. La squadra ed il compasso figurano, almeno
dall’inizio del XVII secolo, nelle mani del Rebis ermetico (come, per
esempio, nelle Dodici Chiavi dell’Alchimia di Basilio Valentino).
7. Memoria al duca di Brunswick (1782).
62
non ci si accorgesse delle innovazioni da loro
introdotte, ed anche perché questi documenti contenevano delle formule da loro
stimate alquanto imbarazzanti: come l’obbligo di «fedeltà a Dio, alla Santa
Chiesa e al Re», segno incontestabile dell’origine cattolica della
Massoneria8. Questo lavoro di deformazione, i protestanti l’avevano
preparato sfruttando i quindici anni trascorsi tra la morte di Christophe Wren,
ultimo Gran Maestro della Massoneria antica (1702) e la fondazione della
nuova Gran Loggia d’Inghilterra (1717). Tuttavia, essi mantennero il
simbolismo, senza sospettare che questo, per chiunque lo comprendesse,
testimoniava contro di loro altrettanto eloquentemente che i testi scritti,
testi che, peraltro, non erano riusciti a struggere tutti. Ecco, riassunto
molto brevemente, quanto dovrebbero sapere tutti coloro che vogliono
efficacemente combattere le tendenze della Massoneria attuale9.
Non è nostra intenzione esaminare, in questa
occasione, la questione tanto complessa e controversa delle molteplici origini
della Massoneria, ci limitiamo quindi a prendere in considerazione ciò che si
può chiamare l’aspetto corporativo, rappresentato dalla Massoneria operativa,
vale a dire dalle antiche confraternite di costruttori. Queste, al pari delle
altre corporazioni, possedevano un simbolismo religioso, o, se si preferisce,
ermetico-religioso, in relazione alle concezioni di quell’esoterismo cattolico
che fu così diffuso nel Medioevo e le cui tracce si ritrovano dappertutto, sui
monumenti e perfino nelle stessa letteratura dell’epoca. A dispetto delle
pretese convinzioni di numerosi storici, il legame dell’ermetismo
8. Nel corso del XVIII secolo, la Massoneria
scozzese costituì un tentativo di ritorno alla tradizione cattolica,
rappresentata dalla dinastia degli Stuart, in opposizione alla Massoneria
inglese, divenuta protestante e devota alla Casa d’Orange.
9. Nei paesi latini, si è poi avuta una ulteriore
deviazione, stavolta in senso antireligioso, ma è sulla «protestantizzazione»
della Massoneria anglosassone che conviene insistere in primo luogo.
63
con la Massoneria risale a ben più indietro
dell’affiliazione di Elias Ashmole a questa organizzazione (1646); in merito
noi pensiamo perfino che, nel XVII secolo, si cercò solo di ricostruire, in
qualche modo, una tradizione che in gran parte era già andata perduta.
Addirittura alcuni, che sembrano ben informati sulla storia delle corporazioni,
fissano con più precisione questa data relativa alla perdita dell’antica
tradizione, nel 145910. Ci sembra incontestabile che, nelle
corporazioni del Medioevo, i due aspetti, operativo e speculativo,
siano sempre stati riuniti, e, d’altronde, queste corporazioni impiegavano
delle espressioni chiaramente ermetiche, come quella di «Grande Opera», con le
applicazioni più diverse, ma fra loro sempre analogicamente corrispondenti11.
D’altronde, se si volesse andare veramente
fino alle origini della Massoneria, pur ammettendo che la cosa sia possibile
nonostante le informazioni necessariamente frammentarie di cui si dispone in
questo campo, indubbiamente occorrerebbe risalire a prima del Medioevo, e
perfino a prima del Cristianesimo. Questa considerazione ci induce a completare
ciò che abbiamo detto in questa sede sul simbolismo di Giano (dicembre
1925), poiché proprio questo simbolismo ha un legame molto stretto con
l’argomento che trattiamo adesso12.
10. Albert Bernet, Des Labyrinthes sur le
sol des églises, in Le Voile d’Isis, numero speciale dedicato al
Compagnonaggio, novembre 1925. Tuttavia, quest’articolo contiene una piccola
inesattezza sull’argomento: il documento massonico dell’aprile 1459, non fu
redatto a Strasburgo, ma a Colonia.
11. Facciamo anche notare che, verso il XIV secolo,
se non addirittura molto prima, è esistita una Massenia del Santo Graal,
per mezzo della quale le confraternite dei costruttori erano collegate ai loro
ispiratori ermetici, e che secondo Henri Martin (Histoire de France, I,
III, p. 398) è da considerare come una delle organizzazioni che diedero
realmente origine alla Massoneria, ipotesi che peraltro condividiamo.
12. Già allora, avevamo fatto notare che non era
nostra intenzione presentare uno studio completo su Giano; per farlo,
avremmo dovuto
64
In effetti, nell’antica Roma, i Collegia
fabrorum rendevano un culto particolare a Giano, in onore del quale
celebravano le due feste solstiziali corrispondenti all’apertura delle due
metà, ascendente e discendente, del ciclo zodiacale, vale a dire ai punti
dell’anno che, nel simbolismo astronomico a cui abbiamo già accennato,
rappresentano le porte delle due vie, celeste ed infernale (Janua Cœli e
Janua Inferni). Negli anni a seguire, le corporazioni dei costruttori
mantennero sempre l’uso di queste due feste, ma, col Cristianesimo, queste
feste vennero identificate con quelle dei due San Giovanni, d’inverno e
d’estate (da qui l’espressione di «Loggia di San Giovanni» che si è conservata
perfino nella Massoneria moderna); ed anche qui ci troviamo di fronte ad un
altro esempio di quell’adattamento dei simboli precristiani che abbiamo
segnalato a più riprese.
Da quanto abbiamo appena detto, possiamo
trarre due conseguenze che ci sembrano degne di interesse. Innanzi tutto,
presso i Romani, Giano era, come abbiamo già detto, il dio delle
iniziazioni ai mestieri, e nelle stesso tempo era il dio delle corporazioni
artigianali; cosa che non può essere considerata come una semplice coincidenza,
più o meno fortuita. Doveva esserci, necessariamente, una relazione fra queste
due funzioni riferite alla stessa entità simbolica; in altri termini, era
necessario che le corporazioni in questione fossero in possesso fin da allora,
come lo furono anche dopo, di una tradizione dal carattere realmente
«iniziatico». D’altronde, riteniamo che non si trattasse di un caso speciale ed
isolato, e che si potrebbero fare le stesse constatazioni anche presso molti
altri popoli; e forse, sulla vera origine delle arti
esporre il simbolismo analogo che si riscontra
presso popoli diversi, e in particolare quello di Ganêsha in India; la
qual cosa avrebbe comportato degli sviluppi troppo ampi. La figura di Giano
che ci era servita come punto di partenza per il nostro studio, è stata
nuovamente riprodotta in seno all’articolo di Charbonneau-Lassay contenuto
nello stesso numero di Regnabit (dicembre 1925, p. 15).
65
e dei mestieri, si potrebbe anche pervenire a
delle considerazioni del tutto insospettate dai moderni, per i quali tali
tradizioni sono diventate lettera morta.
L’altra conseguenza è questa: il fatto che i
costruttori del Medioevo conservarono la tradizione che anticamente era
collegata al simbolismo di Giano, spiega, fra le altre cose,
l’importanza che aveva per loro la raffigurazione dello zodiaco, che si vede
così frequentemente riprodotto sui portali delle chiese, e che è generalmente
disposto in modo da rendere abbastanza evidente il carattere ascendente e
discendente delle sue due metà. A nostro avviso, in questo, vi era anche
qualcosa di veramente fondamentale in ordine alla concezione dei costruttori
delle cattedrali, in quanto si proponevano così di fare delle loro opere come
una sorta di compendio sintetico dell’Universo. E se non sempre è presente lo
zodiaco, si riscontrano molti altri simboli che gli sono equivalenti, almeno in
un certo senso, e che sono suscettibili di stimolare idee analoghe,
relativamente all’aspetto che stiamo considerando (fatti salvi, comunque, gli
altri significati più specifici): le rappresentazioni del Giudizio Universale,
certi alberi emblematici, sono cose che rientrano tutte nel nostro caso, come
abbiamo già spiegato altrove. E potremmo spingerci ancora oltre, e dire che
questa concezione, in qualche modo, è implicita nella stessa pianta della
cattedrale, ma la giustificazione di questa affermazione ci condurrebbe ben
oltre i limiti di questa breve nota13.
13. Dobbiamo rettificare una inesattezza che
si è insinuata in una nota del nostro articolo dedicato ai marchi corporativi
(novembre 1925, p. 395), e che degli amici provenzali ci hanno gentilmente
segnalato. La stella che figura negli stemmi della Provenza non ha otto punte,
ma solo sette; essa, dunque, si riallaccia ad una serie di simboli (le figure
del settenario) diversa da quella che trattavamo. D’altra parte, in Provenza vi
è anche la stella di Baux, che ha sedici punte (due volte otto), ed anche questa
ha un’importanza simbolica molto particolare, legata all’origine leggendaria
che le viene attribuita, poiché gli antichi signori di Baux si dicevano
discendenti di Baldassarre, uno dei tre Re Magi.
66
RECENSIONI DI LIBRI
RECENSIONI DI LIBRI, PUBBLICATE NELLA RIVISTA
ÉTUDES
TRADITIONNELLES DAL 1946
AL 1950
Pierre Lhermier, Le
mystérieux Comte de Sàint-Germain, Rose-Croix et diplomate (Il misterioso
Conte di Saint-Germain, Rosa-Croce e diplomatico), Editions Colbert, Paris.
Questo libro, pubblicato dopo la morte del
suo autore, è uno studio storico molto superficiale e, a dire il vero, non
chiarisce molto il «mistero» in questione. Per prima cosa, Lhermier, presenta
le diverse ipotesi che sono state prospettate a proposito del conte di
Saint-Germain; egli non si pronuncia su nessuna di esse, tuttavia sembra
propenso ad ammettere che potesse appartenere alla famiglia degli Stuart, o
quanto meno al loro seguito. Una delle ragioni fornite a giustificazione di
questa ipotesi, si basa, peraltro, su una confusione assai sorprendente:
«Saint-Germain era Rosa-Croce ‑ scrive egli testualmente ‑ vale a dire che
apparteneva alla Massoneria di rito scozzese a tendenza cattolica e
stuardiana...». Ora, la Massoneria «giacobita» non era affatto il Rito scozzese
e non comportava alcun grado di Rosa-Croce; peraltro, anche questo grado di
Rosa-cCoce, nonostante il titolo, non ha niente a che vedere con il
Rosacrucianesimo di cui Saint-Germain fu uno degli ultimi rappresentanti. La
gran parte del volume è occupata dal racconto, intriso di aneddoti diversi, dei
viaggi durante i quali il nostro eroe avrebbe compiuto, per conto di Luigi XV,
delle missioni segrete relative a diverse questioni politiche e finanziarie; ed
anche questa parte contiene dei punti poco chiari, senza contare che, in ogni
caso, essa tratta dell’aspetto più esteriore dell’esistenza enigmatica di
Saint-Germain. Segnaliamo che, secondo l’autore, alcune conversazioni
straordinarie tenute da Saint-Germain, in particolare a proposito dell’età che
gli si attribuiva,
69
in realtà dovrebbero essere considerate
opera di un mistificatore chiamato Gauve, che, sembra, si facesse passare per
lui su istigazione del duca di Choiseul, il quale voleva in tal modo screditare
l’uomo in cui vedeva un pericoloso rivale. Sorvoliamo sull’identificazione di
Saint-Germain con alcuni personaggi misteriosi, e su molte altre cose più o
meno ipotetiche; ma non possiamo fare a meno di segnalare che gli viene
attribuita, sulla base di alcuni indizi piuttosto vaghi, una sorta di filosofia
«panteista» e «materialista» che sicuramente non potrebbe avere nulla di
iniziatico! Nelle ultime pagine, l’autore ritorna su ciò che egli chiama la
«setta dei Rosa-Croce», in maniera un po’ contraddittoria rispetto alla
citazione che abbiamo riportato prima; ora, dal momento che egli ne parla
basandosi su delle «fonti» come A. Besant, F. Wittemans e lo stesso Spencer
Lewis, Imperator dell’A.M.O.R.C., senza contare un certo «Fr.
Syntheticus, scrittore occultista la cui opera fa testo» (!), non è certo il
caso di stupirsi di fronte a tante nozioni estremamente confuse ed al fatto che
non hanno molto a che vedere con la verità, nonostante l’autore si picchi di
attenersi ad un punto di vista storico. Tutto ciò prova ancora una volta che un
certo scetticismo non è sempre la migliore garanzia contro il pericolo di
accettare senza alcun controllo le peggiori fantasticherie; sicuramente, in
casi del genere, poche conoscenze tradizionali, sia pure elementari, sarebbero
molto più efficaci.
G. de Chateaurhin, Bibliographie
du Martinisme (Bibliografia del Martinismo), Derain et Raclet, Lyon.
Questa bibliografia (il cui autore ci sembra
sia strettamente apparentato a Gérard van Rijnberk, di cui esaminammo a suo
tempo il libro su Martines de Pasqually) include sotto la comune denominazione
di «Martinismo» parecchie cose del tutto diverse fra loro, secondo l’abitudine
ormai consolidata degli occultisti contemporanei e basata sulla loro ignoranza
della storia della Massoneria del XVIII secolo; vi si trovano
70
confusi: l’Ordine degli Eletti Cohen,
di Martines de Pasqually, il Regime Scozzese Rettificato, di J.-B.
Willermoz, il misticismo di L.-C. de Saint-Martin, ed infine il Martinismo
propriamente detto, cioè la più recente organizzazione fondata da Papus.
Pensiamo che sarebbe stato meglio dividere il tutto in sezioni, corrispondenti
a questi diversi soggetti, invece che limitarsi ad una divisione fra «opere
dedicate in particolare al Martinismo» ed «opere nelle quali si tratta del
Martinismo incidentalmente»; tale suddivisione, al massimo, poteva rientrare in
ciascuna di queste sezioni; quanto alle «fonti dottrinali», che sono citate a
parte, si tratta unicamente degli scritti di Martines de Pasqually e di L.-C.
de Saint-Martin, e, in effetti, non ve ne sono altre. Sarebbe stato anche
opportuno distinguere, in una maniera qualunque, soprattutto per le opere
recenti, quelle che hanno un carattere sia martinista che massonico da quelle
che invece hanno un carattere ostile (e che sono soprattutto le opere antimassoniche),
da quelle, ancora, che si collocano da un punto di vista «neutrale» e puramente
storico; in tal modo il lettore avrebbe potuto orientarsi con maggiore
facilità. Tutto sommato, la lista ci sembra abbastanza completa, anche se manca
il Discours d’initiation di Stanislas de Guaita, che avrebbe meritato di
essere menzionato; non vediamo, però, che interesse potrebbe esserci nel
segnalare Le Diable au XIX siècle (senza contare l’opuscolo Le Diable
et l’Occultisme che Papus scrisse in risposta a questo); tanto più che,
invece, ci si è dimenticati di citare il Lucifer démasqué di Jean Kostka
(Jules Doinel), in cui il Martinismo è esaminato molto più direttamente.
Dr. R. Swinburne
Clymer, The Rosicrucian Fraternity in America, vol. II, Ed. «The
Rosicrucian Foundation», Quakertown, Pennsylvania.
Ci eravamo occupati a suo tempo (n° di aprile
1937) del primo volume e le circostanze non ci avevano permesso, fino
71
ad oggi, di parlare di questo secondo
volume, che è veramente enorme (quasi mille pagine!). Anche se il principale
avversario del dr. Clymer, l’Imperator dell’A.M.O.R.C., è morto
nel frattempo, evidentemente ciò non toglie nulla all’interesse che questo
lavoro riveste da un particolare punto di vista, poiché si tratta di un tipico
caso di ciarlataneria pseudo-iniziatica, al quale si aggiungono, come avevamo
già spiegato, delle influenze dal carattere ancora più sospetto. D’altronde,
come hanno già fatto notare altri prima di noi, bisogna riconoscere che il dr.
Clymer fa un gran torto alla sua causa impiegando troppo spesso un linguaggio
«argotico» ed ingiurioso, di cui il meno che si possa dire è che manca
completamente di dignità; ma, in fondo, la cosa non ci riguarda, poiché non
siamo minimamente tentati di prendere posizione in una simile disputa. In ogni
caso, indipendentemente da ciò che si possa pensare della fondatezza delle sue
pretese, la sua esposizione è molto «istruttiva», sotto diversi aspetti: si
vede così, fra le altre cose, come un avvocato possa accordarsi con il collega
della parte avversa, per sistemare una questione all’insaputa del suo cliente e
a discapito dei suoi interessi; e disgraziatamente è probabile che tali
costumanze non siano esclusive dell’America! D’altronde, lo ripetiamo ancora
una volta, è veramente difficile comprendere come delle organizzazioni che si
dicono iniziatiche possano portare le loro controversie al cospetto di una
giurisdizione profana; anche se in realtà esse non lo sono veramente, questo
non cambia nulla, poiché, a rigor di logica, dovrebbero comportarsi almeno come
se lo fossero, visto che ci tengono a farsi considerare tali. Ne deriva
necessariamente che, delle due l’una: o il giudice è un profano, ed allora è
incompetente per definizione, o è un Massone, ed allora, trattandosi di
questioni massoniche fortemente confuse con storie di altro genere, dovrà
trovarsi in una situazione piuttosto falsa e particolarmente imbarazzante,
dibattuto com’è fra i suoi obblighi di discrezione iniziatica ed i doveri
derivanti dalla sua carica pubblica... In ordine alle questioni di cui stiamo
parlando, dobbiamo rilevare che il dr. Clymer
72
ha delle idee tutte speciali sulla
regolarità massonica: nei confronti di due organizzazioni entrambe irregolari,
e che hanno peraltro la stessa origine, egli ne elogia una e subissa l’altra di
ingiurie e di denunce; il fatto è che, molto semplicemente, la prima ha aderito
alla sua «Federazione», mentre la seconda ha aderito alla «Federazione» rivale.
A onor del vero, però, questi motivi piuttosto meschini non impediscono che la
documentazione relativa a quest’ultima, denominata F.U.D.O.S.I., cioè Federatio
Universalis Dirigens Ordines Societasque Initationis (alla faccia del
latino!), sia una delle cose più interessanti contenute nel libro, seguendo
sempre lo stesso punto di vista; gli intrighi che esistono in questi ambienti
sedicenti «fraterni» sono decisamente edificanti! Vi ritroviamo, fra l’altro,
delle vecchie conoscenze, fra cui alcuni superstiti dei vecchio movimento
occultista francese, che sembra non vogliano decidersi a sparire del tutto...
Naturalmente, si parla nuovamente di Theodor Reuss, alias «Frater Peregrinus»,
di Aleister Crowley e del loro O.T.O., senza contare molti altri
personaggi (reali e immaginari) e gruppi dal carattere altrettanto strano; da
tutto questo può venir fuori un’importante raccolta di documenti, che
dovrebbero essere consultati da chi, un giorno, volesse scrivere in modo particolareggiato
la fantastica storia delle pseudo-iniziazioni moderne.
Études
Traditionnelles, maggio
1946.
Albert Lantoine, Les
Sociétés secrètes actuelles en Europe et en Amérique (Le Società segrete
attuali in Europa e in America), Presses Universitaires de France, Paris.
Questo piccolo volume, che doveva già
apparire nel 1940, ma che a causa degli avvenimenti sopraggiunti ha potuto
essere pubblicato solo cinque anni dopo, fa parte di una collana che è
destinata, chiaramente, al «gran pubblico», il che spiega il suo carattere un
po’ superficiale. Vi si trova,
73
tuttavia, una lodevole distinzione fra
«società segrete iniziatiche» e «società segrete politiche», in base alla quale
il libro è diviso in due parti, dal momento che queste diverse società «non
hanno niente in comune, salvo la similitudine delle loro etichette». Quanto a
dire che le prime si differenziano dalle seconde perché per loro «la
solidarietà non è d’ordine sentimentale, ma spirituale», sicuramente è esatto,
ma insufficiente, tanto più che lo «spirituale» sembra essere concepito solo
come una semplice questione di «pensiero», il che è ben lontano dal vero punto
di vista iniziatico; in ogni caso, la questione è effettivamente molto più
complessa, e noi ci permettiamo di rimandare a quanto abbiamo già esposto nel
nostro Considerazioni sulla Via Iniziatica (cap. XII). Per altro verso,
ci è assolutamente impossibile concordare con certe vedute su una pretesa
opposizione fra la religione e tutto ciò che ha un carattere segreto, in
generale, ed iniziatico, in particolare; una chiara distinzione fra exoterismo
ed esoterismo è già sufficiente per rimettere le cose al loro posto e per far
sparire ogni opposizione, poiché la verità è che si tratta di due domini
completamente differenti. ‑ La prima parte inizia con un breve capitolo sulle
«piccole società iniziatiche», la cui assenza non avrebbe tolto nulla a questo
lavoro, poiché le poche informazioni che esso contiene sono derivate da delle
fonti parecchio profane, e, per di più, vi si trova una frase piuttosto
infelice, che sembra avallare le pretese delle organizzazioni
pseudo-iniziatiche di ogni genere: non è certo per il semplice fatto che un
gruppo pratichi un simulacro o una parodia dell’iniziazione che «ha il diritto
di dirsi iniziatico»! Aggiungiamo subito che il capitolo sul Compagnonaggio,
anche se non contiene niente di inesatto, è comunque di una deplorevole
insufficienza; si è forse ritenuto opportuno concedere a questo argomento un
spazio così limitato, per il fatto che lo si considera come fosse una «cosa del
passato», dunque «inattuale»? La cosa più interessante e meglio concepita è
sicuramente il riassunto della storia della Massoneria in Europa, e in
particolare in Francia, e lo si comprende facilmente, poiché, in qualche modo,
è questa la «specializzazione»
74
dell’autore; ma ciò che concerne le origini
è terribilmente semplificato; e perché poi, sempre questa specie di timore di
spingersi al di là del 1717? Quanto alla Massoneria americana, è evidente che
l’autore ne ha una conoscenza alquanto incompleta; in particolare, per quanto
riguarda gli alti gradi, sembra ignorare perfino l’esistenza di tutto ciò che
non è Rito Scozzese Antico ed Accettato, anche se questo Rito è ben lungi
dall’essere il più diffuso nei paesi anglosassoni... Nel libro si trovano anche,
per quanto riguarda l’America, alcune indicazioni storiche su gli Odd
Fellows e sui Knights of Pythias, come anche su certe associazioni
di negri il cui carattere è malamente definito: anche qui ritroviamo la
spiacevole tendenza a credere che basti che l’ammissione dei membri sia fatta
per mezzo di una qualche «cerimonia», perché si possa parlare di iniziazione. ‑
La seconda parte, dedicata alle «società segrete politiche», passa in rassegna,
per l’Europa, le società irlandesi, i Comitadjis della Macedonia, gli Ustascia
della Croazia; e per l’America, i Cavalieri di Colombo, l’Ordine
degli Hibernians, il Ku-Klux-Klan (di cui è detto peraltro molto
poco), le società ebraiche e qualche altra organizzazione meno importante. ‑ La
conclusione ha un tono «distaccato», persino un po’ scettico, che è piuttosto
deludente; ma, dopo tutto, forse è quasi inevitabile che sia così per coloro
che, inseriti nelle attuali organizzazioni iniziatiche occidentali, non sono
riusciti a scoprire che cos’è veramente l’iniziazione.
John Charpentier, L’Ordre
des Templiers (L’Ordine dei Templari), Éd. «La
Colombe», Paris.
L’autore di questo libro ha pubblicato, in
precedenza, alcuni romanzi nei quali fa svolgere ai Templari, o ai loro
continuatori reali o presunti, un ruolo che sembra testimoniare delle idee
piuttosto singolari sull’argomento; temevamo perciò di ritrovare, anche qui,
delle fantasie dello stesso genere, ma fortunatamente non è così: questa volta
si tratta di
75
uno studio storico impostato con serietà, il
che è certamente preferibile. La sola cosa che dispiace, tanto più che si
tratta dell’aspetto più interessante della questione, è che è quasi impossibile
comprendere qual è il vero pensiero dell’autore in ordine all’esoterismo dei
Templari: all’origine non vi sarebbe stato «alcun esoterismo» (ma, la stessa
cavalleria, in maniera generale, non aveva in realtà un certo carattere
iniziatico?); esso si sarebbe introdotto solo più tardi; ma da dove sarebbe
derivato? Dall’Oriente, senza dubbio; tuttavia, dalle relazioni che i Templari
ebbero con gli Ismaeliti, avrebbero tratto solo l’idea di una certa gerarchia
di gradi (che peraltro, qui, sembra confusa con le funzioni) e quella di un
«universalismo pacifista» (sic), che in effetti è, forse, la stessa
concezione dell’Impero così come l’ha esposta Dante. Discutendo la questione
della pretesa «eresia» dei Templari, Charpentier utilizza largamente gli
articoli di Probst-Biraben e di Maitrot de la Motte-Capron, e siccome noi ne
abbiamo già parlato (nº di ottobre-novembre 1945), su questo sorvoliamo. Egli
non crede che i Templari siano stati veramente degli eretici, ma ammette che
abbiano potuto essere degli «gnostici»; d’altronde, egli fa notare, molto
giustamente, che «sotto questa etichetta si trovano riunite parecchie nozioni
eteroclite, senza alcun rapporto fra loro, e talvolta perfino inconciliabili»,
e che per di più «sullo gnosticismo non si possiedono altre informazioni che
quelle che ci sono state fornite dai loro avversari». Ma ecco dove le cose si
complicano stranamente: per un verso, «i Templari si riallacciano lontanamente»
allo gnosticismo valentiniano; per l’altro, «per parlare dello gnosticismo dei
Templari occorrerebbe che, alla stessa epoca, fosse esistita una Gnosi attiva»,
il che non è. Per sovrappiù, non doveva trattarsi di una dottrina, poiché «non
se ne è raccolta alcuna testimonianza probante», e i Templari «si son fatti
propagandisti (?) solo di idee sociali e politiche, fondate sulla solidarietà».
Tuttavia, sarebbe esistita fra loro una trasmissione orale (ma di che cosa?),
e, finalmente, si scopre che possedevano un esoterismo d’origine pitagorica,
senza che si riesca ad indovinare da dove e
76
come l’avessero ricevuto; è veramente
parecchio difficile riuscire a raccapezzarsi in tutto ciò! Non riusciamo
parimenti a comprendere come si possa pensare che il «Giovannismo» derivi, non
da San Giovanni Evangelista, ma da San Giovanni Battista; mentre, per ciò che
riguarda il Pitagorismo, segnaliamo che, forse, la chiave dell’enigma è da
ricercare nelle relazioni che i Templari avevano con le corporazioni dei
costruttori (che qui sono menzionate solo incidentalmente)... Nell’ultimo
capitolo, si parla della Massoneria «templare», la quale viene «liquidata» in
maniera veramente sommaria (annotiamo, di sfuggita, il curioso lapsus che ha
portato a trasformare «Naymus Grecus» in «Magnus Grecus»), e dei Neo-Templari
di Fabré-Palaprat; e qui siamo rimasti veramente stupiti nel vederci annoverati
fra coloro che «hanno accreditato la tesi secondo la quale Larmenius sarebbe
stato il legittimo erede di Molay»! Ora, per quel che possiamo ricordare, non
abbiamo mai scritto in nessun posto una sola parola sulla questione; e, in ogni
caso, saremmo tanto meno tentati di sostenere una simile tesi per quanto poco
siamo certi che il detto Larmenius sia realmente esistito, dal momento che
consideriamo con estremo sospetto tutto ciò (ivi compreso l’«alfabeto segreto»)
che proviene da una fonte neo-templare; e vogliamo sperare che, con
l’occasione, si vorrà tenere conto di questa rettifica.
Jean Mallinger, Pythagore
et les Mystères (Pitagora e i Misteri), Éditions Niclaus, Paris.
Quando si viene a sapere che l’autore di
questo libro fu uno dei promotori della F.U.D.O.S.I., di cui abbiamo
avuto modo di parlare poco tempo fa (n° di maggio 1946), certe cose che
diversamente potrebbero apparire piuttosto enigmatiche, ecco che si illuminano
di una luce particolare. Si spiega, così, con estrema facilità, la dedica alla
memoria del capo dei «Pitagorici del Belgio»; costoro, in effetti, hanno
costituito un «Ordine di Ermete Trismegisto» (denominazione
77
che non ha certo nulla di specificamente
pitagorico), il quale fu uno dei primi ad aderire alla suddetta F.U.D.O.S.I..
Ed ancora: ciò che normalmente si chiama «stato primordiale», qui viene detto
«stato antico e primitivo»; e in realtà, non si tratta di una semplice
stranezza linguistica, come potrebbe credere un lettore non informato, ma di
una maniera discreta di alludere al titolo di un’organizzazione massonica
irregolare, di cui Mallinger è uno dei dignitari; certo, che se fosse
appartenuto ad una cert’altra organizzazione dello stesso genere, senza dubbio
avrebbe parlato di «stato primitivo ed originario»! Un’uscita curiosa contro il
«grembiule in pelle», che fra l’altro si basa solo su una confusione fra due
cose del tutto differenti dal punto di vista simbolico, sembra anch’essa
dovuta, in realtà, solo al desiderio di distinguersi nei confronti della
Massoneria regolare... Quanto alla base stessa di questo lavoro, la parte
propriamente storica, cioè la biografia di Pitagora, fatta sulla base delle «fonti»
conosciute, in definitiva non apporta niente di nuovo; forse i fatti vi sono
presentati, talvolta, in maniera «tendenziosa», per esempio quando si
attribuisce a Pitagora la preoccupazione molto moderna di «propaganda», o
quando si descrive l’organizzazione del suo Ordine in una maniera che lascia
pensare che il punto di vista «sociale» fosse come il fine ultimo verso cui
tendeva tutto il resto. Nella seconda parte, si parla innanzi tutto dei diversi
tipi di misteri che esistevano, in Grecia ed altrove, al tempo di Pitagora, e
poi dei misteri pitagorici; ed anche qui, si sente che l’esposizione è
influenzata, in una certa misura, dall’idea che l’autore ha della sua
iniziazione, idea fortemente impregnata di «umanitarismo» e nella quale i
«poteri» svolgono una parte considerevole. Dal modo in cui parla di un «ritorno
a Pitagora», c’è proprio da temere, malgrado quello che dice altrove sulla
«catena apostolica» (sic) e sulla necessità di un «rito immutabile e
tradizionale», che egli appartenga alla schiera di coloro che credono che, per
la validità dell’iniziazione, non sia indispensabile una trasmissione continua
e senza interruzione; e quando parla della «permanenza dell’ordine» e delle
«sue pulsazioni ancora
78
sensibili ai giorni nostri», è lecito
chiedersi che cosa intenda con esattezza, soprattutto quando si ha avuto modo
di vedere tanti occultisti che immaginano che una «catena» iniziatica possa
perpetuarsi molto semplicemente in «astrale»!
Études
Traditionnelles,
ottobre-novembre 1946.
Paul Chacornac, Le
Comte de Saint-Germain (Il Conte di Saint-Germain), Chacornac Frères,
Paris.
Questo nuovo libro del nostro Direttore
rappresenta il risultato di lunghe e pazienti ricerche svolte nel corso di
molti anni; si resta stupiti nel vedere quale enorme quantità di opere e di
documenti di ogni tipo è stato necessario consultare per poter controllare
accuratamente ogni informazione, e non si potrebbe mai apprezzare abbastanza la
scrupolosa onestà di un simile lavoro. Non tutti i punti sono stati chiariti,
cosa impossibile del resto, ma sono già tanti quelli che lo sono, ed anche in
un modo che sembra proprio definitivo. Per far ciò è stato necessario, innanzi
tutto, far luce sugli scambi di persona che sono stati commessi fra il conte di
Saint-Germain ed altri personaggi, in particolare con il luogotenente generale
Claude-Louis de Saint-Germain; è questo uno degli scambi più frequenti, ma,
nonostante la similitudine del nome e del titolo spieghi tale errore, esso non
è meno stupefacente, poiché si tratta sempre di un uomo che ha svolto un ruolo
storico perfettamente noto e nel quale non vi è nulla di oscuro o di
misterioso. Vi è anche lo scambio col principe Rakoczi, del quale certuni hanno
approfittato negli ultimi anni, ma la cui pretesa storia non è altro che un
intreccio di assurdità; la cosa più probabile è che questo nome sia servito, in
certe circostanze, semplicemente a dissimulare la vera origine del conte di
Saint-Germain. Vi sono anche diversi altri personaggi reali o supposti, alcuni
dei quali devono un simulacro di esistenza alle fantasie derivate dal fatto che
lo stesso conte di Saint-Germain, in epoche differenti e in
79
differenti paesi, assunse dei nomi diversi.
Sgombrato così il terreno, diviene molto più facile seguire il nostro
personaggio, dalla sua prima apparizione a Londra, nel 1745, fino alla sua
morte «ufficiale», presso il principe di Hesse, nel 1784; e dopo aver fatto
giustizia delle narrazioni di Casanova e di altri «memorialisti» ben poco degni
di fede, delle mistificazioni dell’illusionista Gauve e di alcune altre storie
che furono falsamente addebitate al conte di Saint-Germain, come il ruolo
attribuitogli da alcuni nella rivoluzione russa del 1762, cosa che, peraltro,
non ha certo niente dell’«avventuriero» e del «ciarlatano» che certuni hanno
preteso di vedervi, ecco che, in realtà, resta un uomo dotato di un notevole
talento nei campi più disparati, in possesso di conoscenze poco comuni sugli
argomenti più diversi, indipendentemente dalla fonte da cui le aveva tratte, e
un uomo che ebbe sempre degli amici e degli ammiratori in qualunque luogo si
trovasse e che, come sempre accade in simili casi, ebbe anche dei nemici che si
accanirono nel far fallire le sue imprese, si trattasse della sua missione
diplomatica in Olanda o dell’industria che più tardi volle costruire nelle
Fiandre sotto il nome di de Sormont... Ma, a fianco di questo aspetto
propriamente «storico» della sua vita, o anche in seguito ad esso, vi è anche
un aspetto «leggendario», che non ha smesso di svilupparsi fino ai nostri
giorni, soprattutto per ciò che riguarda la «sopravvivenza» del conte di
Saint-Germain e le diverse riapparizioni che gli sono state attribuite dopo la
data della sua morte «ufficiale», che abbiamo chiamato così proprio per queste
vicende. Sicuramente, in questi racconti sono presenti parecchie stravaganze,
non ultime quelle che i teosofisti hanno diffuso a proposito del loro «Maestro
R.», sfruttando a loro vantaggio l’identificazione col principe Rakoczi; ma vi
sono anche delle cose che sembra più difficile rigettare puramente e
semplicemente, e sulle quali, anche se sono state deformate e mal interpretate,
ci si può chiedere se, quanto meno, non contengano una parte di verità.
L’argomento, dunque, resta ancora un enigma, e, a dire il vero, ve n’è anche un
altro, di tipo puramente storico, poiché, fino ad
80
oggi, il mistero della nascita del conte di
Saint-Germain non è stato chiarito; su quest’ultimo punto, l’autore considera
una soluzione che prospetta solo a mo’ di ipotesi, ma che in ogni caso è resa
parecchio verosimile da tutto un insieme di accostamenti parecchio evidenti.
Secondo questa ipotesi, il conte di Saint-Germain sarebbe stato il figlio
naturale di Marianna de Neubourg, vedova dei re Carlo II di Spagna, e del conte
di Melgar, ammiraglio di Castiglia, soprannominato «il banchiere di Madrid» per
la sua immensa fortuna, e questo ha potuto causare la confusione per cui alcuni
hanno preteso che fosse figlio di un banchiere ebreo. Se questa supposizione è
esatta, molte cose si spiegano con facilità, e in particolare le considerevoli
risorse di cui disponeva palesemente il conte di Saint-Germain, i suoi gioielli
ed i suoi quadri d’autore e, cosa ancora più importante, la fiducia che gli
manifestarono sempre i sovrani ed i grandi personaggi che, da Luigi XV al
principe di Hesse, dovevano essere a conoscenza di questa origine che li
rendeva parenti, ma che essendo una sorta di «segreto di stato» doveva essere
accuratamente nascosta agli occhi degli estranei. Quanto all’altro enigma,
quello «leggendario», nell’ultimo capitolo si cerca di spiegarlo per quanto è
possibile e di interpretarlo alla luce delle dottrine tradizionali; e dal
momento che questo capitolo è stato già pubblicato anche sulla rivista (nº di
dicembre 1945), ci limiteremo a ricordarne solo il grande interesse, senza
insistervi ulteriormente. Siamo convinti che ormai non sarà più possibile
parlare del conte di Saint-Germain senza fare riferimento a questo lavoro, a
meno che non ci si voglia ancora limitare alle fantasticherie di cui si è
troppo abusato, fino ad oggi, in certi ambienti; e, da parte nostra, non
possiamo che felicitarci vivamente col suo autore.
Émile Dermenghem, Joseph
de Maistre mystique (Joseph de Maistre mistico), Éd. «La
Colombe», Paris.
È appena stata
pubblicata una nuova edizione di questo
81
libro, in cui sono state aggiunte numerose
note che chiariscono alcuni punti e che segnalano i lavori pubblicati nel
frattempo sugli argomenti ad essi relativi. Per i lettori che non conoscono
ancora questo libro, diciamo che esso espone, nella maniera più completa
possibile, la carriera massonica di Joseph de Maistre, i suoi rapporti con le
organizzazioni iniziatiche collegate alla Massoneria del suo tempo e con i
personaggi appartenenti a queste organizzazioni, e l’influenza considerevole
che le loro dottrine esercitarono sul suo pensiero. Il tutto è parecchio
interessante, tanto più che le idee religiose e sociali di Joseph de Maistre
sono state spesso mal comprese e, talvolta, perfino deformate e interpretate in
un senso che non corrispondeva affatto alle sue vere intenzioni; la conoscenza
delle influenze di cui si tratta era la sola che poteva permettere la
necessaria messa a punto. La principale critica che solleviamo è quella
relativa al titolo stesso del libro, poiché, a dire il vero, noi non vediamo niente
di «mistico» nel suo contenuto; ed anche quando Joseph de Maistre si allontanò
da ogni attività di tipo iniziatico, non sembra proprio che si sia volto al
misticismo, come è accaduto per altri; non sembra neanche che si sia verificato
in lui un reale mutamento di orientamento, quanto una semplice attitudine alla
riservatezza, che egli riteneva, a torto o a ragione, che gli fosse imposta
dalle sue funzioni diplomatiche; ma possiamo veramente sperare che, nello
spirito di alcuni, la confusione fra i due domini iniziatico e mistico possa
mai essere interamente dissipata?
Louis-Claude de
Saint-Martin, Tableau naturel des rapports qui existent entre Dieu, l’Homme
et l’Univers (Tavola naturale dei rapporti che esistono fra Dio, l’Uomo e
l’Universo), introduzione di Philippe Lavastine, Éditions du Griffon d’Or,
Rochefort-sur-Mer.
Questa edizione è certamente più accurata di
quella «martinista» del 1900, tuttavia permangono molti errori che
82
sarebbe stato facile eliminare. L’autore
dell’introduzione ha riassunto in poche pagine la dottrina di Saint-Martin; ma
non è che abbia cercato di attenuare la differenza esistente fra i due periodi
della sua vita, cioè fra la sua attività iniziatica dell’inizio ed il suo
misticismo successivo?
Études
Traditionnelles, giugno
1947.
J.-M. Ragon, De la
Maçonnerie occulte et de l’Initiation hermétique (Della Massoneria occulta
e dell’Iniziazione ermetica), introduzione di A. Volguine, Éditions des Cahiers
Astrologiques, Nice.
Ecco un altro libro che «ha fatto epoca»,
soprattutto nella sua prima parte, ove sono passate in rassegna le cose tanto
diverse che si ha l’abitudine di annoverare sotto la denominazione assai vaga
di «scienze occulte». A parte certe considerazioni sui numeri e sulle parole
sacre, a dire il vero, non v’è nulla di propriamente massonico, salvo il fatto
che si pensa che i Massoni dovrebbero includere queste scienze fra i loro
studi; l’autore aveva anche formulato il progetto di costituire tre gradi, o
«scuole d’istruzione», che si sarebbero occupate proprio di queste scienze e
che, in qualche modo, avrebbero costituito una sorta di «duplicato» dei tre
gradi simbolici; la cosa piuttosto singolare è che egli abbia potuto supporre
che questi nuovi gradi sarebbero stati, in rapporto ai primi tre, quello che i
«grandi misteri» sono in rapporto ai «piccoli misteri»; il che rivela
sicuramente una concezione iniziatica alquanto limitata... D’altra parte, è
interessante notare il posto preponderante che, in questo libro, occupa il
magnetismo, di modo che, come abbiamo fatto notare in altre occasioni, anche
qui si potrà constatare una ulteriore conferma dell’influenza veramente nefasta
che questo esercitò sugli ambienti massonici dalla fine del XVIII secolo, cioè
fin dall’epoca stessa di Mesmer, il cui «Rito dell’Armonia Universale» è
ricordato anche qui, ed il cui ruolo sembra
83
essere stato, soprattutto, quello di
distogliere i Massoni dalle preoccupazioni più serie e più autenticamente
iniziatiche, anche se tale ruolo venne svolto probabilmente in maniera
incosciente; d’altronde, in Ragon, si nota con troppa evidenza a quali concezioni
grossolanamente materialiste del «mondo invisibile» possano condurre certe
teorie «fluidiche». La seconda parte, sull’iniziazione ermetica, è di un
interesse più immediato dal punto di vista propriamente massonico, soprattutto
per la documentazione che contiene e malgrado la forma piuttosto bizzarra e
fantasiosa che assumono qui certi miti, in particolare quelli egizi, la cui
«interpretazione filosofica» somiglia parecchio a quella di Pernéty e ad essa
si ispira chiaramente per la maggior parte. Quanto alla concezione che lo
stesso Ragon ha dell’ermetismo, sarebbe difficile dire con esattezza a che cosa
volesse parare, ma c’è da pensare che sia stato ben lontano dal riconoscere che
i simboli alchemici posseggono un doppio significato: il modo in cui talvolta
parla di «scienze utili», o cerca di giustificare il suo interesse per il
magnetismo, sembrano proprio indicare che, per lui, l’iniziazione non doveva
avere uno scopo tanto diverso da quello di formare dei «benefattori
dell’umanità». ‑ Nella sua introduzione, A. Volguine insiste soprattutto
sull’astrologia e sui suoi rapporti col simbolismo massonico, e ciò è
facilmente comprensibile, trattandosi della sua «specialità»; ma rimprovera al
Ragon di negare l’astrologia e di considerarla solo come una «superstizione».
Ora, dobbiamo dire che riferendoci al capitolo che parla dell’argomento,
abbiano notato che le cose non stanno esattamente così: vi è detto che
l’astrologia «è sicuramente. la prima e, per conseguenza, la più antica delle
scienze e delle superstizioni», e dal contesto risulta chiaramente che questi
due ultimi termini si riferiscono rispettivamente alla vera astrologia, l’uno,
ed agli abusi, più o meno ciarlataneschi, che ne sono derivati, l’altro. Quanto
all’affermazione che la prima è scomparsa da lungo tempo, non saremo certo noi
a contraddirla, ma aggiungiamo solo che i tentativi operati attualmente per
ricostituirla, sebbene non rientrino fra gli
84
abusi di cui abbiamo detto, tuttavia sono
ancora delle deformazioni, anche se di tipo diverso... Da un altro punto di
vista, stupisce veramente che si possa credere che gli antichi gradi ermetici
di cui Ragon cita i rituali abbiano potuto far parte della «scala dei 33
gradi», i quali appartengono esclusivamente al Rito Scozzese Antico ed
Accettato e non hanno niente a che vedere con gli altri «sistemi» degli alti
gradi, passati o presenti; tuttavia, vogliamo pensare che questa confusione sia
solo apparente e sia dovuta solo ad una formulazione poco chiara e
insufficientemente esplicita. Vi è ancora un altro punto che dobbiamo segnalare
e che sfortunatamente non è coperto dalla stesso dubbio di prima: si tratta di
un certo «Ordine Massonico Astrologico Umanista», in sette gradi, fondato in
Belgio nel 1927, da alcuni membri della Massoneria mista e che qui è
considerato «perfettamente regolare»; come è possibile che una organizzazione
essenzialmente irregolare possa dar vita ad un Rito regolare? Ecco un problema
che non cercheremo certo di risolvere, e a nostro avviso, si tratta
semplicemente di un’ulteriore prova del fatto che certuni hanno delle idee poco
chiare sulla questione della regolarità massonica!
Études
Traditionnelles,
luglio-agosto 1947.
Albert Lantoine, La
Franc-Maçonnerie. Extrait de l’Histoire générale des religions (La
Massoneria. Brani scelti dalla Storia generale delle
Religioni), A. Quillet, Paris.
Questo studio, abbondantemente illustrato
con interessanti riproduzioni di antichi documenti, si apre con delle
considerazioni sulla «genesi del concetto di tolleranza», di cui ci siamo già
occupati al momento della loro pubblicazione, in forma di articolo, ne Le
Symbolisme (si veda: Études Traditionnelles, n° di aprile-maggio
1947, p. 136). Il piano generale dell’opera in cui dovrebbe rientrare, esige
indubbiamente che la Massoneria venga presentata come una sorta di
85
«religione», mentre invece essa è tutt’altra
cosa, in realtà, e questo implica necessariamente una certa confusione fra i
due domini exoterico ed esoterico. D’altronde, non pensiamo che sia solo per
questo motivo che l’autore si rassegna un po’ troppo facilmente di fronte alle
infiltrazioni dello spirito profano che si sono avute a partire dal 1717; si
rende conto a sufficienza che influenze di questo genere non avrebbero potuto
minimamente esercitarsi in una organizzazione iniziatica rimasta interamente ciò
che doveva essere? Comunque sia, è il caso di elogiarlo per non aver
disprezzato oltre misura l’antica Massoneria operativa, come capita invece a
molti altri; solo che, egli ritiene che nel XVII secolo questa fosse già
ridotta quasi a niente, ormai preda di una maggioranza di Massoni «accettati»
che avrebbero preparato la sua trasformazione in Massoneria speculativa: vi
sono parecchi motivi per dubitare dell’esattezza di una tale supposizione...
Noi preferiamo le parti del libro che si occupano delle epoche più recenti e
meglio conosciute, l’autore vi si trova molto più a suo agio, nella sua veste
più congeniale, quella dello storico, e come tale egli dà prova, com’è suo
costume, di una notevole imparzialità. In particolare, egli fa giustizia, in
maniera eccellente, della fin troppo diffusa leggenda sul ruolo che la
Massoneria francese del XVIII secolo avrebbe svolto nella preparazione della
Rivoluzione e persino nel suo svolgimento, leggenda che in un primo tempo venne
diffusa dagli avversari della Massoneria, ma che in seguito venne accettata, e
forse anche ampliata, da certi Massoni troppo minati dallo spirito moderno.
Peraltro, egli riconosce chiaramente che l’intrusione della politica, avvenuta
in tempi successivi, può essere considerata solo come una deviazione «verso
degli scopi troppo terreni», e questo indipendentemente dalle ragioni che
possono spiegarla; ma sembra che egli confidi nel fatto che un raddrizzamento
sia sempre possibile, e, sicuramente, nessuno meglio di noi si augura che
questo sia vero. Quanto alla sua conclusione, in cui la Massoneria viene presa
in considerazione come la possibile «futura, cittadella delle religioni», molti
penseranno probabilmente
86
che si tratti solo di un bel sogno; per
quanto ci riguarda, diciamo invece che questo non è affatto il ruolo di una
organizzazione iniziatica che si attenga strettamente al proprio dominio, e
che, se in effetti una tale organizzazione può «venire in aiuto alle religioni»
in un periodo di oscuramento spirituale quasi completo, ciò è possibile solo in
un modo assai differente da quello supposto dall’autore, e questo modo, pur
dovendo essere meno appariscente esteriormente, sarebbe tuttavia ancora più
efficace.
C. Chevillon, La Tradition universelle (La
Tradizione universale), Paul Derain, Lyon.
A causa della tragica morte dell’autore,
avvenuta nel 1944, avremmo voluto parlare solo bene di questo suo libro
postumo, ma sfortunatamente vi abbiamo ritrovato lo stesso carattere vago e
inconsistente, che già avevamo notato nei suoi precedenti lavori. Tuttavia, è
riscontrabile un certo miglioramento, nel senso che giunto a parlare della
«Tradizione universale», sembra che per ciò stesso abbia rinunciato finalmente
all’attitudine «antiorientale» che gli conoscevamo; questo, comunque, non lo
porta molto oltre, poiché in effetti si tratta solo di vedute che si possono
definire «filosofiche» e che rimangono interamente esteriori. Certo, ciò non
significa che, qua e là, non si incontrino delle riflessioni perfettamente
giuste, per esempio sul carattere puramente negativo della scienza moderna; ma,
quello che non comprendiamo è che certuni possano pensare che tutto questo
possa identificarsi con l’espressione di un punto di vista più o meno
esoterico. Inoltre, la presentazione di ciò che l’autore crede sia «lo spirito
della antica saggezza», derivato dall’insieme delle diverse dottrine
tradizionali, è fortemente intaccato da idee che, in realtà, ne sono parecchio
lontane, in particolare per quanto si riferisce alla concezione
«reincarnazionista»; nell’insieme se ne ricava un’impressione piuttosto
deludente, ed è meglio non insistervi oltre.
87
G. Persigout, Le Cabinet de Réflexion ‑
Considerations historiques et philosophiques sur le contenu et la portée
ésotérique de l’Épreuve de la Terre (Il Gabinetto di Riflessione ‑
Considerazioni storiche e filosofiche sul contenuto e sulla portata esoterica
della Prova della Terra), R. Méré, Paris.
Questo grosso volume è costituito dalla
raccolta, con qualche aggiunta, degli articoli che sono apparsi sull’argomento
ne Le Symbolisme, e di cui ci siamo già occupati a suo tempo. Nella
prefazione, l’autore ha voluto rispondere ad alcune obiezioni che avevamo
formulato allora, ma, francamente, dobbiamo confessargli che il modo con cui lo
fa non è tale da farci minimamente modificare il nostro giudizio. Egli cerca
soprattutto di giustificare i suoi frequenti riferimenti a delle concezioni
filosofiche e scientifiche delle più profane: «Rivolgendoci al mondo profano ‑
egli dice ‑ è giocoforza partire dalle scienze profane per condurlo sul piano
delle scienze tradizionali». Ora, per un verso, si tratta di una cosa del tutto
impossibile: poiché lo stesso punto di vista delle scienze profane è
incompatibile con quello delle scienze tradizionali, e poi le prime, lungi dal
condurre verso le seconde, possono solo costituire un ostacolo per la loro
comprensione; per altro verso, non riusciamo veramente a capire come e perché,
quando si tratta di questioni di carattere iniziatico, si possa pensare di
«rivolgersi al mondo profano», strana idea questa, che da parte nostra non
abbiamo certo mai avuta! Inoltre, ci chiediamo dove voglia andare a parare
quest’altra frase: «In definitiva, non è certo col volerli orientalizzare a
tutti i costi che si indurranno gli spiriti moderni dell’Occidente a pensare
diversamente che in Occidentale». Questo discorso somiglia tanto a certe
insinuazioni che, a volte, abbiamo già avuto modo di incontrare altrove, ma in
cui non ci riconosciamo minimamente, poiché non abbiamo mai avuto la minima
intenzione di «orientalizzare a tutti i costi» chicchessia; ciò che vorremmo,
invece, è indurre, molto semplicemente, coloro che ne sono capaci «a
88
pensare diversamente che in moderno», poiché,
in realtà, lo spirito moderno fa solo tutt’uno con lo spirito antitradizionale.
Che poi costoro aderiscano ad una tradizione orientale o occidentale, a seconda
di come meglio convenga in base alle loro attitudini, questo interessa solo
ciascuno di loro, e non potrebbe riguardarci in alcun modo; d’altronde, è forse
colpa nostra se attualmente in Occidente, tutto ciò che è tradizione è talmente
indebolito che molti ritengono più vantaggioso rivolgersi altrove? Non
insisteremo oltre, ed aggiungiamo solo che, malgrado l’apparenza di un piano di
stesura prestabilito, questo lavoro si presenta in maniera confusa sotto
diversi aspetti; cosa che, peraltro, capita sempre quando si vogliono inserire
troppe cose in un solo libro; e dobbiamo anche dire che le poche spiegazioni
supplementari relative alla teoria del «Panpsichismo universale»,
sfortunatamente, non la rendono certo più chiara; in ogni caso, temiamo proprio
che in questa teoria le personali vedute dell’autore occupino un posto più
grande di quello dei dati tradizionali.
Études
Traditionnelles,
settembre 1947.
J.-H. Probst‑Biraben, Les
Mystères des Templiers (I Misteri dei Templari), Éditions des Cahiers
Astrologiques, Nice.
In questo volume l’autore ha ripreso, in
gran parte, il contenuto degli articoli che aveva pubblicato, sullo stesso
argomento, qualche anno fa, ne Le Mercure de France, e di cui ci siamo
occupati in precedenza (Études Traditionnelles, n° di ottobre-novembre
1946). Egli ha cercato di precisare meglio alcuni punti e alla parte
propriamente storica ha dato uno sviluppo più «coerente»; e sembra anche che
non sia più disposto a ricondurre tutto a questioni di ordine finanziario
(forse questo modo di vedere le cose era soprattutto quello del suo scomparso
collaboratore), ma quando parla del ruolo
89
dei Templari in Oriente, egli fa un
accostamento con certe moderne concezioni di «politica coloniale», che ci
sembra veramente alquanto increscioso, tanto più che egli giunge perfino a
ricordare il caso di agenti europei che entrarono in contatto con delle turuq
islamiche per svolgere nel modo migliore e con il minimo rischio ciò che
possiamo solo considerare come un volgare e spregevole bisogno di spionaggio!
Parimenti, dispiace che non abbia rettificato alcune asserzioni inesatte o
contestabili, senza parlare della trascrizione piuttosto strana dei termini
arabi: per esempio, continua a prendere completamente sul serio il famoso
«alfabeto segreto», senza tenere conto della grave obiezione contro la sua
autenticità costituita dalla distinzione fra le lettere U e V, come noi avevamo
segnalato; come non ci spieghiamo perché continui a qualificare il neo-templare
Maillard de Chambure: «autore disinteressato». Anche sulla questione dei
pretesi idoli e del «Bafometto», le cose sono rimaste quasi allo stesso punto,
e le singolari spiegazioni di von Hammer non sono state meglio chiarite; punti
sui quali ci limitiamo a rinviare a ciò che abbiamo già detto. Una parte più
nuova, e forse quella che, a nostro avviso, è la più interessante del libro,
riguarda le relazioni dell’Ordine del Tempio con le corporazioni artigianali,
tanto orientali che occidentali, e in particolare con la corporazione dei
costruttori; vi si trovano delle cose che, senza dubbio, restano
necessariamente ipotetiche in una certa misura, ma che comunque sono molto
plausibili, e noi pensiamo che sarebbe molto opportuno svolgere in questa
direzione delle ricerche più approfondite. Per delle ragioni che abbiamo
indicato altrove, è soprattutto nel dominio dell’ermetismo e delle scienze
tradizionali dello stesso ordine che si trovava, in modo del tutto naturale, il
terreno comune fra l’iniziazione cavalleresca e le iniziazioni di mestiere. A
proposito dell’ermetismo, l’autore fornisce, di alcuni simboli, una spiegazione
che sfortunatamente resta un po’ superficiale, e per ciò che riguarda i
«graffiti» del castello di Chinon, egli prende veramente troppo sul serio,
malgrado alcune riserve, le interpretazioni più o meno bizzarre di Paul
90
Le Cour; ma almeno bisogna riconoscergli di
aver taciuto su certe iscrizioni che quest’ultimo aveva creduto di rilevare, e
che, come abbiamo avuto modo di constatare sul posto, erano interamente
immaginarie... Un ultimo capitolo è dedicato agli «eredi e successori dei
Templari», veri o supposti; non ci soffermeremo su ciò che è sufficientemente
conosciuto e rileviamo solo la storia alquanto enigmatica dei «Signori del
Tempio» (la stessa denominazione suona persino un po’ falsa e sembra proprio
profana), la cui esistenza, fra il XV e il XVII secolo, è documentata dagli
atti degli svariati processi in cui furono coinvolti; il fatto che fossero
conosciuti ufficialmente rende poco verosimile la supposizione che
costituissero una sorta di «terz’ordine» di autentica filiazione templare, e
confessiamo che non riusciamo a capire che cos’è che possa suggerire l’idea di
una possibile connessione con l’ipotetico Larmenius; non è possibile che si
trattasse, molto semplicemente, di una qualunque associazione esterna, di una
confraternita religiosa o d’altro genere, incaricata di amministrare certi beni
appartenuti all’Ordine del Tempio, e che è da qui che traeva il nome con cui
era conosciuta? Quanto ai documenti di cui l’autore ha avuto comunicazione,
redatti in latino e datati dell’inizio del XIX secolo, da numerosi particolari
ci sembra del tutto evidente che possono essere stati emessi solo dai
Neo-Templari di Fabré-Palaprat (le citazioni di Capo Verde e di altri luoghi,
che si riscontrano in certi titoli, sono puramente fantastiche), e non
comprendiamo come si possa avere il minimo dubbio in proposito. Aggiungiamo che
le iniziali V.D.S.A. non significano Victorissimus Dominus Supremæ
Aulæ (?), ma Viva Dio Santo Amore, grido di guerra dei Templari, di
cui si sono appropriati i loro pretesi successori, al pari di tutto quello di
cui sono venuti a conoscenza, per darsi un’apparenza di autenticità; com’è
possibile che dopo aver menzionato proprio questo grido di guerra, non ci si è
accorti che si trattava della stessa cosa? Comunque sia, in questo libro vi
sono sicuramente delle indicazioni interessanti sotto diversi punti di vista,
ma, pur ammettendo che sia possibile, rimane ancora parecchio da
91
fare per chiarire definitivamente i «misteri
dei Templari».
Rituel de la
Maçonnerie Egyptienne de Cagliostro, annotè par le dr. Marc Haven et précédé d’une
introduction de Daniel Nazir (Rituale della Massoneria Egiziana di Cagliostro,
annotato dal dr. Marc Haven e preceduto da una introduzione di Daniel Nazir),
Éditions des Cahiers Astrologiques, Nice.
Già da molto tempo il dr. Marc Haven aveva
intenzione di pubblicare una edizione completa di questo Rituale, il quale
costituisce un documento interessante per la storia della Massoneria; ma le
circostanze non gli permisero mai di realizzare questo progetto, e nemmeno di
scrivere i commenti che dovevano accompagnarlo; le sue note, che si riducono a
ben poca cosa e che non apportano chissà quanti chiarimenti, in realtà sono
solo delle semplici indicazioni che lui stesso aveva raccolte in vista di
questo lavoro. Quanto all’introduzione, per coloro che conoscono le opere di
Marc Haven essa non contiene niente di nuovo, poiché è composta interamente con
dei brani tratti da queste opere, di modo che, in definitiva, è solo il testo
del Rituale che rende interessante questo volume. Sostanzialmente, si tratta di
un «sistema» di alti gradi, come ve ne sono stati tanti nella seconda metà del
XVIII secolo, e la sua divisione in tre gradi, che rappresenta una sorta di
parallelismo con quelli della Massoneria simbolica, deriva da una concezione di
cui si possono trovare altri esempi. In realtà, è appena il caso di dire che
non c’è niente di «egiziano» che possa giustificare la sua denominazione, a
meno che non si consideri come tale la piramide che figura in certi quadri,
senza peraltro che venga fornita la minima spiegazione in ordine al suo
simbolismo. Si ritrovano, qui, alcune delle fantasie pseudo-egiziane che si
incontrano in altri Riti, fantasie che verso quell’epoca andavano di moda, se
così si può dire, soprattutto in seguito al Séthos dell’abate Terrasson;
in fondo, le invocazioni contenute in questo
92
Rituale, ed in particolare l’uso che si fa
dei Salmi, e i nomi ebraici che vi si trovano, gli danno un carattere
nettamente giudeo-cristiano. Naturalmente, ciò che vi è di più particolare sono
le «operazioni», che sarebbe interessante confrontare con quelle degli Eletti
Cohen: lo scopo che hanno è apparentemente assai simile, ma i procedimenti
impiegati sono diversi, sotto molti aspetti. Si tratta di qualcosa che sembra
derivare soprattutto dalla «magia cerimoniale», e che è anche parecchio vicino
al magnetismo, dato il ruolo svolto dai «soggetti» (le fanciulle chiamate
«Colombe»); sicuramente, dal punto di vista propriamente iniziatico, tutto ciò
potrebbe dar adito a numerose e pesanti obiezioni. Un altro punto che richiede
alcune precisazioni è il carattere dei gradi femminili: essi conservano in gran
parte il comune simbolismo della Massoneria d’adozione, ma, a dire il vero,
questa rappresentava solo un simulacro di iniziazione, destinato a dare un
minimo di soddisfazione alle donne che rimproveravano alla Massoneria di
trascurarle, e, in linea di massima, essa non era mai presa troppo sul serio,
essendo il suo ruolo limitato a delle cose di ordine del tutto esteriore, come
l’organizzazione delle feste «semi-profane» e l’aiuto fornito nelle opere di
beneficenza. Al contrario, sembra proprio che Cagliostro abbia avuto
l’intenzione di conferire alle donne una reale iniziazione, o quanto meno ciò
che egli considerava come tale, poiché le faceva partecipare a delle
«operazioni» del tutto simili a quelle delle Logge maschili; ci si trova quindi
di fronte, non solo ad una semplice eccezione, ma, trattandosi di un Rito
massonico, ad una vera «irregolarità». Se si volesse entrare nei dettagli, si
riscontrerebbero ulteriori stranezze, anche fra i gradi maschili, per esempio
la strana maniera con cui è modificata e spiegata la leggenda di Hiram; e tutto
ciò, nell’insieme, condurrebbe naturalmente alla seguente questione:
evidentemente, Cagliostro, al pari di tanti altri, ha voluto costituire un
sistema particolare che, indipendentemente dal suo valore proprio, fosse basato
sulla Massoneria; ma ha mai avuto realmente una conoscenza sufficientemente
approfondita di questa, per poter operare
93
correttamente il suo adattamento? Forse gli
ammiratori entusiasti di Cagliostro si indigneranno per il fatto che si possa
sollevare un tale dubbio, mentre i suoi detrattori, probabilmente, cercheranno
di trarne delle conseguenze eccessive, ma, a nostro avviso, gli uni non
avrebbero più ragione degli altri e la cosa più probabile, per molti versi, è
che la verità su questo personaggio enigmatico non la si trova in nessuna di
queste opinioni estreme.
W.-R. Chettéoui, Cagliostro
et Catherine II, Éditions des Champs-Élysées, Paris.
Fra le numerose commedie scritte da Caterina
II, ve ne sono tre che sono dirette contro quelli che lei chiamava «i
visionari», nome sotto il quale includeva i Massoni, i membri di altre
organizzazioni iniziatiche, ed anche gli «illuminati» ed i «mistici» più o meno
indipendenti; fra tutti, sembra che Cagliostro abbia attirato maggiormente la
sua ostilità. Queste commedie sono state tradotte, qui, per la prima volta in
francese: la prima, L’Impostore, mette in scena un personaggio che è
evidentemente una caricatura di Cagliostro; la seconda, L’Ingannato, è
un attacco violento contro le organizzazioni massoniche o similari; quanto alla
terza, Lo Stregone siberiano, non contiene delle allusioni alle
dette organizzazioni, come sembra credere il traduttore, ma è ancora Cagliostro
ad esservi preso palesemente di mira. A queste tre commedie è aggiunto un
piccolo libello intitolato Le Secret de la Société Anti-Absurde dévoilé par
quelqu’un qui n’en est pas (Il Segreto della Società Anti-Assurdo svelato
da qualcuno che non lo è), che è una parodia dei rituali e dei catechismi
massonici, il tutto svolto, in qualche modo, secondo il contrario del loro
significato e in nome del «buon senso». L’insieme testimonia di una
incomprensione ed è impregnato di uno spirito il più rigorosamente
razionalisti, come peraltro c’era da aspettarsi da parte di un discepolo dei
«filosofi»; dunque,
94
non è certo qua in mezzo che si potrebbero
cercare delle informazioni degne di fede sull’argomento in questione, e non si
tratta neanche di capolavori dal punto di vista letterario, ma
incontestabilmente siamo in presenza di una vera curiosità storica. Questa
traduzione è preceduta da una lunga introduzione, che all’inizio contiene delle
interessanti informazioni sulla Massoneria in Russia nel XVIII secolo;
sfortunatamente, le conoscenze di Chettéoui in fatto di storia massonica non
sembrano molto sicure, poiché egli commette alcune confusioni, che peraltro
sono del genere di quelle che si commettono comunemente nel mondo profano: per
esempio, la Rosa-Croce d’Oro, anche se reclutava i suoi membri fra i Massoni,
non aveva di per sé alcun carattere massonico, contrariamente a quanto afferma
l’autore. Quanto al miscuglio di cose molto diverse che si dissimulano sotto il
volgare appellativo di «Martinismo», non è certo colpa sua, ma sembra che non
sia stato capace di sbrogliare correttamente la matassa; non crede egli, in
effetti, che vi siano stati realmente degli «iniziati» di Saint-Martin? Un
altro errore più sorprendente, ed anche del tutto inspiegabile, è quello che fa
della Stretta Osservanza una «forma derivata dall’Ordine dei Templari
annientato quaranta anni prima»! Da parte nostra aggiungiamo che, dopo il
Convento di Wilhelmsbad, la Stretta Osservanza non è più esistita, in quanto
venne sostituita dal Regime Scozzese Rettificato; è alquanto curioso che non si
riesca mai a fare questa distinzione, che tuttavia ha pure qualche
importanza... Il seguito dell’introduzione contiene una presentazione della
carriera di Cagliostro, condotta soprattutto sulla base di quanto ha scritto
Marc Haven, e che tende a presentarlo come un vero «Maestro»; peraltro, quando
l’autore parla del suo Maestro sconosciuto, si ha l’impressione che
sotto la copertura di Cagliostro, voglia forse alludere ad altri personaggi,
come lo stesso Marc Haven. Non ci soffermeremo su altri particolari, come le
storie dei guaritori, che sono ben lontane dall’avere quell’importanza
«spirituale» che viene loro attribuita, o come la
95
credenza, del tutto ingiustificata,
sull’autenticità di quei tali pseudo-Vangeli diffusi, or non è molto, dai
teosofisti e dalla loro «Chiesa libero-cattolica»; ma dobbiamo far notare un
punto che ci riguarda direttamente, e che dei fatti recenti hanno reso
piuttosto divertente per noi, se non per tutti. In effetti, Chettéoui ha
provato il bisogno di introdurre con noncuranza, nel suo libro, una nota così
concepita: «Non dispiaccia all’intellettualismo negatore di un René Guénon, la
Francia ha l’insigne privilegio di possedere la più alta Scuola iniziatica
dell’Occidente; questa Scuola dai metodi sperimentati è destinata ad avere nel
mondo un’immensa diffusione». E perché non si possano avere dubbi su ciò a cui
si allude, il passo al quale si riferisce questa nota è immediatamente seguito
da una lunga citazione del fondatore di una sedicente «Scuola Divina», che,
ahimé!, ha avuto in seguito delle disavventure sulle quali è meglio non
insistere, tanto che, in fatto di «immensa diffusione», la detta Scuola ha solo
lasciato degli spiacevoli ricordi. Da notare che non c’era alcun motivo
plausibile per chiamarci in causa, poiché, fino ad oggi, non abbiamo mai avuto
occasione di dire alcun che sulla pseudo-iniziazione di cui si tratta,
pubblicamente almeno; tuttavia, riconosciamo molto volentieri che il nostro
atteggiamento nei suoi confronti non avrebbe potuto essere diverso da quello
supposto, e si dovrà ammettere che gli avvenimenti ci avrebbero dato ragione
tanto prontamente quanto completamente. Chettéoui deve crederci se gli diciamo
che, per parlare del suo libro, abbiamo proprio aspettato questo epilogo che ci
attendevamo da tempo! Del resto, secondo quanto ci è stato riferito da più
parti, pensiamo che lui stesso abbia rivisto adesso le illusioni che si era fatto
in proposito, in attesa (e ce lo auguriamo per lui) che riveda anche quelle che
ancora conserva su alcune altre cose! Sic transit gloria mundi...
Études
Traditionnelles,
aprile-maggio 1948.
96
J.-H. Probst-Biraben, Rabelais
et les secrets du Pantagruel (Rabelais e i segreti del Pantagruele),
Éditions des Cahiers Astrologiques, Nice.
Si è molto spesso parlato dell’esoterismo di
Rabelais, ma generalmente in modo vago, e si deve riconoscere che il soggetto
non è certo dei più facili; in molti brani delle sue opere si ha proprio
l’impressione di trovarsi in presenza di un «linguaggio segreto», più o meno
paragonabile a quello dei Fedeli d’Amore, anche se di un altro genere;
ma sembra proprio che, per poterlo tradurre, occorra una «chiave» che fino ad
ora non è stata trovata. D’altronde, questa questione è strettamente connessa a
quella dell’iniziazione che avrebbe ricevuto Rabelais: che egli sia stato
collegato all’ermetismo, non dovrebbero esserci dubbi, poiché le conoscenze
esoteriche di cui dà prova appartengono palesemente all’ordine «cosmologico» e
non sembra che lo oltrepassino mai; corrispondono quindi perfettamente al
dominio proprio dell’ermetismo, ma bisognerebbe sapere con esattezza di quale
corrente ermetica si trattava, e questa è una cosa abbastanza complessa,
poiché, all’epoca, gli ermetisti erano divisi in tante scuole diverse, alcune
delle quali erano già deviate in senso «naturalista»; senza voler approfondire
ulteriormente tale questione, dobbiamo dire che proprio sull’ortodossia
iniziatica di Rabelais esistono pareri discordanti. Comunque sia,
Probst-Biraben si è dimostrato molto prudente e bisogna essergli grati per non
essersi lasciato andare, come spesso accade in simili casi, a delle
speculazioni troppo ipotetiche; egli non ha certo avuto la pretesa di risolvere
tutti gli enigmi, cosa che probabilmente sarebbe impossibile, ma è riuscito a
mettere insieme molti dati ed indizi di ogni tipo, tali da comporre un libro
particolarmente degno di interesse. Diciamo subito che, per quanto riguarda la
provenienza esoterica delle idee espresse da Rabelais, secondo noi, la parte meno
convincente è quella che si riferisce alle sue concezioni sociali, poiché non
vediamo in queste i segni ben chiari di una
97
tale influenza, ed è possibile che esse
siano derivate piuttosto da una fonte exoterica, e pensiamo alle sue origini
francescane; lo stesso dicasi per le sue vedute sull’educazione, che possono
benissimo essergli state ispirate, in gran parte, dalle relazioni profane che
ebbe con gli «umanisti» suoi contemporanei. Per altro verso, e questa è la cosa
più importante dal nostro punto di vista, nelle sue opere vi sono un gran
numero di simboli che derivano chiaramente dall’ermetismo, e la loro
elencazione è parecchio interessante e potrebbe dar luogo a molti accostamenti;
vi si trovano anche delle allusioni all’astrologia, sparse qua e là, ma
soprattutto, come c’era da aspettarsi, all’alchimia, senza contare tutto quello
che fa del Pantagruele un vero «repertorio di scienze congetturali». A
questo proposito, notiamo che, se si riuscisse a sapere con precisione a quali
scuole appartenevano i diversi personaggi che, qua e là, Rabelais mette in
ridicolo, questo permetterebbe forse di capire, in una certa misura e per
esclusione, qual era la scuola a cui apparteneva lui stesso, poiché sembra
proprio che queste sue critiche nascondano delle rivalità fra scuole esoteriche
diverse; in ogni caso, è incontestabile che egli conoscesse perfettamente la
distinzione fra l’alchimia volgare dei «fabbricanti dell’oro» e la vera
alchimia spirituale. Alcune delle cose più straordinarie, e delle più
palesemente appariscenti, sono le descrizioni dal carattere chiaramente
iniziatico che si incontrano nel V libro del Pantagruele; vero è che
alcuni pretendono che questo libro non sia suo, perché venne pubblicato dieci
anni dopo la sua morte, ma la cosa più verosimile è che egli lo lasciò
incompiuto e che dei discepoli o degli amici lo ultimarono in base alle
indicazioni ricevute da lui, e questo perché esso rappresenta effettivamente il
coronamento, in qualche modo normale, dell’intera opera. Un’altra questione che
presenta un interesse tutto particolare è quella dei rapporti che Rabelais ebbe
con la «gente di mestiere» e le loro organizzazioni iniziatiche; si trovano
infatti molte allusioni, più o meno camuffate, ma comunque ancora assai chiare
per coloro che conoscono queste cose, a certi riti ed a certi segni di
riconoscimento che non possono
98
avere chissà quale diversa provenienza,
poiché hanno un carattere «compagnonico» molto marcato, e noi aggiungiamo che è
possibilissimo che le conoscenze sulla tradizione pitagorica, che traspaiono
dall’uso che egli fa di frequente dei numeri simbolici, derivino proprio da
questi ambienti; che egli sia stato affiliato a qualcuna di queste
organizzazioni in qualità di cappellano, è un’ipotesi molto verosimile, e per
di più non bisogna dimenticare che vi sono sempre stati dei rapporti molto
stretti fra le iniziazioni ermetiche e quelle artigianali, le quali, nonostante
le differenze di forma, si riferiscono tutte, propriamente, allo stesso dominio
dei «piccoli misteri». Nel libro di Probst-Biraben si trovano abbondanti
precisazioni su tutti i punti a cui abbiamo qui accennato; esso è di quelli la
cui lettura è parecchio istruttiva, ed in forza della sua stessa pacatezza e
della diffidenza che l’autore dimostra nei confronti delle interpretazioni
troppo azzardate, dovrebbe far riflettere i critici universitari negatori
dell’esoterismo, quanto meno quelli il cui partito preso non è del tutto
irrimediabile.
G. van Rijnberk, Épisodes de la vie ésotérique
(1780-1824) (Episodi di vita esoterica, 1780-1824), P. Derain, Lyon.
Questo libro contiene un gran numero di
documenti inediti e molto interessanti, che gettano una luce curiosa su certi
ambienti massonici della fine del XVIII secolo e sul modo in cui vi si
infiltrarono molte idee e molte pratiche che in realtà non avevano gran che in
comune con il vero esoterismo; e ci si potrebbe anche chiedere se queste cose
non vennero introdotte proprio per distogliere questi stessi ambienti
dall’esoterismo, come abbiamo già fatto notare a proposito del magnetismo, il
quale, in tutto questo, ha sicuramente. svolto un ruolo preponderante. La parte
principale è costituita da brani tratti dalla corrispondenza di J.-B. Willermoz
col principe Carlo di Hesse-Kassel, entrambi titolari dei più alti gradi di
diversi Riti massonici ed entrambi interessati alle
99
cose che abbiamo detto prima, anche se in
maniera un po’ differente, ma in fondo quasi equivalente. Per prima cosa, nei
commenti di van Rijnberk, vi sarebbero da rilevare alcune inesattezze a
proposito dei Riti massonici: per esempio, sembra che non sappia che il titolo
di «Cavaliere Benefacente della Città Santa» è quello dell’ultimo grado del
Regime Scozzese Rettificato, di cui non menziona neanche il nome (come accade
d’altronde anche ad altri autori che hanno parlato di Willermoz); fra l’altro,
sembra credere che Swedenborg, il quale molto probabilmente non fu mai un
Massone, abbia esercitato, personalmente, una certa influenza nella Massoneria
svedese, mentre invece tutto quello che è possibile ammettere è che qualcuno
dei suoi discepoli vi abbia diffuso alcune delle sue idee, a titolo puramente
personale. Ma queste questioni occupano solo una minima parte del libro, mentre
invece la parte più importante è quella relativa al magnetismo, alle
«rivelazioni» dei sonnambuli e ad altre cose dello stesso genere; naturalmente
è impossibile esaminare tutto questo nei particolari, quindi ci limiteremo ad
alcune osservazioni di ordine generale. Alcuni accostamenti dimostrano
chiaramente che, su molti punti e in particolare su quelli relativi alle loro
descrizioni degli stati postumi, i sonnambuli subirono, probabilmente in modo
inconscio, l’influenza delle concezioni dei diversi «filosofi mistici» loro
contemporanei; certo, questo non ci sorprende affatto, anzi è il contrario che
sarebbe stato alquanto sorprendente, ma si tratta di una constatazione che è
sempre bene sottolineare. A fianco dei sonnambuli vi erano quelli che l’autore
chiama i «medium scrivani», anche se, forse, non sempre si distinguono molto
chiaramente gli uni dagli altri; ma questa espressione è un anacronismo, poiché
essa appartiene al vocabolario dello spiritismo, il quale è nato solo molto più
tardi; peraltro, l’autore impiega talvolta anche lo stesso termine
«spiritismo», in un modo che, evidentemente, è del tutto improprio; quel che è
vero è che il magnetismo preparò, in qualche modo, la strada allo spiritismo
(ed è proprio questa una delle ragioni che lo rendono più chiaramente
sospetto),
100
e che i sonnambuli furono, in qualche modo,
i precursori dei medium; tuttavia permangono delle notevoli differenze di cui
non si può fare a meno di tenere conto. Fra questi «medium scrivani», quello
che indubbiamente svolse un ruolo dei più importanti fu l’«agente» di
Willermoz, sul quale gli occultisti diffusero parecchie leggende senza alcun
fondamento e di cui Alice Joly ha già scoperto e fatto conoscere la vera
identità; ma vi furono anche altri casi, molto meno conosciuti, di «scrittura
automatica», ivi compreso quello dello stesso principe Carlo di Hesse che,
contrariamente al caso della signorina de Vallière, si produsse
indipendentemente da ogni pratica magnetica. Un altro punto che, forse, ha un
rapporto molto stretto con il precedente è quello che, in base a certi passaggi
dei suoi scritti, il principe di Hesse ammetteva una specie di
«reincarnazione», quanto meno in certi casi particolari; ma, dal momento che
non è molto chiaro il modo in cui la concepiva, sarebbe difficile dire se si
trattava della reincarnazione propriamente detta, così come la insegneranno più
tardi gli spiritisti ed i teosofisti; in ogni caso, è fuori dubbio che è
proprio in quel tempo, e precisamente in Germania, che questa idea incominciò a
prendere corpo. Non è nostra intenzione intraprendere una messa a punto delle
vedute di van Rijnberk sull’argomento, vedute che risentono visibilmente delle
concezioni «neo-spiritualiste», ma non possiamo impedirci di segnalare, per
inciso, l’errore assai divertente che gli fa confondere nirmâna con nirvâna!
Sempre presso il principe di Hesse, si producevano dei fenomeni bizzarri,
visioni o manifestazioni luminose (soprattutto connessi ad un’immagine del
Cristo), alle quali egli attribuiva un carattere «oracolare», e delle quali non
si può capire bene in che misura fossero «obiettivi» o solo «soggettivi», per
usare una terminologia attuale. Comunque sia, questi fenomeni, che peraltro
sembra fossero provocati da dei «lavori» compiuti secondo il rituale dei Fratelli
Iniziati dell’Asia, ricordano molto da vicino i «passaggi» degli Eletti
Cohen, i quali, è il caso di dirlo, attribuivano ugualmente a queste cose
un’importanza veramente eccessiva; ora, che
101
cose del genere vengano considerate, quando
si producono in maniera più o meno accidentale, come dei «segni» esteriori
dell’acquisizione di certi risultati, è cosa ancora ammissibile, ma non è
assolutamente accettabile considerare il loro perseguimento, in qualche modo,
come lo scopo supremo di una organizzazione iniziatica, poiché è del tutto
impossibile riuscire a comprendere quale interesse reale può avere tutto ciò
dal punto di vista spirituale. Ci sarebbe molto da dire a questo proposito,
poiché è più che certo che il gusto per i fenomeni straordinari, al quale
peraltro si riallaccia la passione per le esperienze magnetiche, da allora
divenne, e tale rimarrà in seguito per gli Occidentali, uno dei principali
scogli che farà deviare certe aspirazioni impedendo loro di pervenire al loro
normale compimento. Aggiungiamo solo che, presso il principe di Hesse, i
fenomeni in questione rivestivano talvolta un carattere stravagante, che in
effetti non avevano mai avuto presso gli Eletti Cohen; e nello stesso ordine di
idee, segnaliamo anche le operazioni evocatorie di von Wächter, rese ancora più
sospette dal loro tono ulteriormente accentuato da «magia cerimoniale», senza
parlare delle storie favolose con cui furono avvolte e delle quali non si sa
bene che cosa volessero dissimulare. ‑ Nella seconda parte del libro si parla
di alcuni «personaggi enigmatici e misteriosi»; un capitolo è dedicato alla
marchesa di La Croix, e qui si ha l’impressione che si trattasse soprattutto di
una persona squilibrata, mentre un altro capitolo è dedicato a certi aspetti
della vita del conte di Saint-Germain, e in particolare alle sue relazioni con
il principe Carlo di Hesse. Il capitolo più curioso è quello che descrive la
movimentata carriera di ser Bernard Müller, alchimista o sedicente tale, che si
era attribuito la missione di «strumento» di un fantasmagorico «chiliasmo»,
secondo le sue stesse parole; questi, essendosi guadagnata la fiducia del
celebre professor Molitor, si fece da lui introdurre negli ambienti massonici
tedeschi, e ne approfittò per entrare in relazione con molti principi, tanto
che per molti anni venne protetto dal principe Carlo di Hesse; in seguito, dopo
diverse disavventure, finì con l’emigrare in
102
America insieme ad una cinquantina di
discepoli, i cui discendenti esistevano ancora un po’ di anni fa. ‑ La
conclusione di van Rijnberk ci sembra comporti una riserva: siamo perfettamente
d’accordo con lui quando dice che uomini come Willermoz e il principe di Hesse
furono seri, sinceri e ben intenzionati, ma, quando egli incoraggia a «seguire
il loro esempio», ci sembra che quest’esempio dovrebbe soprattutto servire da
lezione per evitare di commettere gli stessi loro errori e perché non ci si
lasci distogliere dalla retta via iniziatica e dall’esoterismo autentico per
correre dietro a delle vane fantasticherie.
Études
Traditionnelles,
aprile-maggio 1950.
Henri-Félix Marcy, Essai
sur l’origine de la FrancMaçonnerie et l’histoire du Grand Orient de France.
Torne Iº, Des origines à la fondation du Grand Orient
de France (Saggio sull’origine della Massoneria e sulla storia del Grande
Oriente di Francia. Tomo I, Dalle origini alla fondazione del Grande Oriente di
Francia), Éditions du Foyer Philosophique, Paris.
Questo lavoro è fatto in maniera
coscienziosa, ma unicamente in base ai metodi della storia profana, i quali,
soprattutto in simili casi, non possono dare dei risultati completamente
soddisfacenti, non foss’altro che per l’assenza quasi totale di documenti
scritti. La forma mentale dell’autore è palesemente molto «razionalista» e
risente pesantemente della sua educazione universitaria, di modo che gli
sfuggono molte cose, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto iniziatico della
questione, ed è certo per questo che il legame che unisce la Massoneria
operativa alla Massoneria speculativa gli sembra troppo «debole», come dice
all’inizio. Ciò nonostante, il seguito della sua esposizione non giustifica poi
molto questa sua asserzione, poiché, almeno, non è di quelli che negano contro
ogni evidenza l’esistenza di una filiazione
103
diretta dall’una all’altra, anche se
misconosce l’importanza del legame del tutto reale, e potremmo anche dire dei
tutto essenziale, costituito dal simbolismo. Fatte queste riserve, bisogna
riconoscere che quest’opera, nei limiti del punto di vista a cui si attiene,
apporta un gran numero di informazioni interessanti, in particolare nel
capitolo che è dedicato alla storia dell’architettura del Medioevo, e più
precisamente dal XIII al XV secolo. Una cosa curiosa da notare è che i «maestri
d’opera» francesi pare che abbiano avuto una parte preponderante nella
costruzione delle grandi cattedrali degli altri paesi, per cui l’autore pensa
di poter concludere che la Massoneria operativa debba esser nata in Francia;
certo, si tratta solo di un’ipotesi, ma egli ne trova una conferma nella
similitudine presente nell’organizzazione delle Hütten tedesche e delle Lodges
inglesi e scozzesi, a fronte del fatto che è poco verosimile che queste abbiano
avuto dei rapporti diretti fra loro. Forse vi è un po’ di esagerazione in tutto
questo, dovuta ad una prospettiva esclusivamente «nazionalista», ma è anche
vero che gli elementi «leggendari» contenuti in certi manoscritti inglesi degli
Old Charges sembrano suggerire qualcosa del genere, pur riferendola però
ad un’epoca di molto anteriore a quella delle cattedrali «gotiche»; da parte
nostra, aggiungiamo solamente che, pur ammettendo che la Massoneria operativa
sia stata importata in Inghilterra e in Germania dalla Francia, questo non
pregiudica niente in ordine alla sua origine, poiché, sempre secondo le stesse
«leggende», essa inizialmente sarebbe arrivata dall’Oriente e apparentemente
sarebbe stata introdotta in Francia da architetti bizantini. D’altra parte, a
questo proposito, si potrebbe sollevare una questione importante che l’autore
non prende in considerazione, e che peraltro nessuno storico massonico sembra
abbia cercato di delucidare: si tratta della possibile «sopravvivenza» della
Massoneria operativa, nella stessa Francia, fin verso la fine del XVII secolo o
l’inizio del XVIII; infatti, di fronte a certi particolari che differenziano i
rituali francesi dai rituali speculativi inglesi, particolari che chiaramente
possono solo provenire da una «fonte» anteriore
104
al 1717, ci si può chiedere se essi abbiano
un’origine operativa diretta o se, come pensano molti, siano dovuti ad una
importazione scozzese verificatasi negli ultimi anni dei XVII secolo; entrambe
le ipotesi sono plausibili e in effetti si tratta di un enigma che non è mai
stato risolto. Il capitolo seguente ripercorre, dall’inizio, e forse un po’
sommariamente, ciò che già si conosce della storia della Massoneria operativa
in Scozia e in Inghilterra, luoghi dove è possibile seguirne le tracce fino alla
fine del Medioevo, diversamente da come accade nel continente; d’altronde,
sembra proprio che solo in Scozia essa sia rimasta fino all’ultimo più «viva»
che altrove. Si parla poi della preponderanza acquisita dai Massoni
«accettati», quanto meno in certe Logge, e di come questo condusse alla
Costituzione della Massoneria speculativa, con la riunione di quattro Logge di
Londra, nel 1717, che formarono la Gran Loggia d’Inghilterra, a fianco della
quale continuarono ad esistere per loro conto le Logge scozzesi e, nella stessa
Inghilterra, quelle che provenivano dall’antica Loggia di York. A questo punto,
occorre lodare in modo particolare l’autore per non essersi fatto ingannare
dalla maniera con cui si presenta abitualmente la distruzione, avvenuta nel
1720, dei documenti che erano stati raccolti nel corso degli anni precedenti;
egli sottolinea il fatto che Anderson «evita di dare delle precisazioni sui
manoscritti distrutti» e che «la sua spiegazione circa le cause della
distruzione è oscura»; e, anche se non lo dice del tutto chiaramente, si
capisce che egli pensa che Anderson, insieme ai suoi «soci» Payne e
Desaguliers, dovettero entrarci in qualche modo in quest’«atto di vandalismo»,
come lo chiama Thory. Infatti, è abbastanza chiaro, come l’autore dimostra in
seguito, che i fondatori della Massoneria speculativa, agendo in tal modo,
avessero lo scopo, non di impedire «che queste carte potessero cadere in mano
di estranei», come si è preteso molto ingenuamente, ma di far sparire tutto ciò
che potesse costituire una prova dei cambiamenti che avevano apportati alle
antiche Costituzioni; peraltro, non ci riuscirono completamente, poiché
attualmente si è a conoscenza di un centinaio
105
di manoscritti sui quali non riuscirono a
mettere le mani e che quindi sfuggirono alla distruzione. Per ritornare ad
Anderson, un giornale, annunciando la sua morte nel 1739, lo definisce «un
compagno molto lepido», cosa che può giustificarsi con il ruolo sospetto che
egli svolse nello scisma speculativo e con i modi fraudolenti con cui presentò
la sua redazione delle nuove Costituzioni, come fossero conformi ai documenti
«tratti dagli antichi archivi»; A. E. Waite ha scritto di lui che «soprattutto
era capace di sciupare tutto ciò che toccava»; e non si arrivò al punto che,
dopo quegli avvenimenti, alcune Logge operative presero la decisione di non
ammettere mai più nessuno che portasse il nome di Anderson? Quando si pensa che
è questo l’uomo di cui tanti Massoni odierni si compiacciono di invocare
costantemente l’autorità, considerandolo quasi come il vero fondatore della
Massoneria, o prendendo quanto meno come dei veri Landmarks tutti gli
articoli delle sue Costituzioni, non ci si può impedire di considerare che la
cosa appare un po’ come una beffa... Se l’autore si è dimostrato più attento di
molti altri, su questa questione della falsificazione di Anderson, dispiace che
non abbia fatto altrettanto in merito all’origine del grado di Maestro:
infatti, seguendo un’opinione comunemente diffusa, egli crede che si tratti di
una innovazione introdotta fra il 1723 e il 1738; ma è anche vero che non si
può esigere da uno storico una eccessiva competenza in tutto ciò che attiene al
rituale ed al simbolismo. ‑ L’ultimo capitolo contiene la storia della
Massoneria francese derivata dalla Gran Loggia d’Inghilterra, dai primi anni,
1725 o 1726, fino alla morte del conte di Clermont, avvenuta nel 177l;
naturalmente il periodo più oscuro è quello degli inizi, e a questo proposito
notiamo che l’autore ha svolto una eccellente messa a punto della questione
tanto controversa dei primi Gran Maestri. Dopo che l’astronomo Lalande pubblicò
la sua «Memoria storica», nel 1773, questa questione si era talmente
ingarbugliata da diventare quasi insolubile; ma oggi sembra che la successione
dei Gran Maestri possa essere stabilita proprio in modo definitivo, tranne per
il fatto che forse
106
bisognerebbe aggiungere in cima alla lista
un altro nome, quello del duca di Wharton, il quale sembra che abbia svolto, in
un periodo compreso fra il 1730 e il 1735, la funzione di Gran Maestro
provinciale per la Francia, in nome della Gran Loggia d’Inghilterra, di cui era
stato Gran Maestro in precedenza. È un peccato che l’autore non abbia
raccontato in seguito a quali circostanze il Grande Oriente fu indotto, nel
1910, a sopprimere i due primi nomi che fino ad allora figuravano nella lista
dei Gran Maestri, eppure sarebbe bastata una semplice rettifica; la cosa buffa
è che questa soppressione fu semplicemente causata dai libelli di un avversario
occultista, molto erudito fra l’altro, ma che eccelleva soprattutto nel
«truccare» i documenti storici per far dire loro ciò che voleva; abbiamo avuto
modo di seguire la questione molto da vicino e, malgrado il tempo trascorso,
abbiamo delle buone ragioni per non dimenticarla, dal momento che abbiamo avuto
il privilegio, all’epoca, di essere oggetto dell’ostilità dello stesso
personaggio! Quanto al seguito della storia della Massoneria, l’importanza
attribuita al famoso discorso di Ramsay, forse, è eccessiva, e, in ogni caso, è
sicuramente inesatto dire che esso «contiene la dottrina della Massoneria»; in
realtà, questo discorso esprime solamente la particolare concezione che
possedeva il suo autore, sul quale, lo diciamo di sfuggita, vengono forniti dei
particolari biografici molto curiosi; è vero invece che questo discorso
eserciterà in seguito una incontestabile influenza sulla formazione degli alti
gradi, ma, sia chiaro che, nonostante le fantasiose leggende diffuse in certi
ambienti, né Ramsay né Fénelon c’entrano per niente. A proposito degli alti
gradi, dobbiamo dire che la loro storia, tracciata peraltro con molta brevità,
resta alquanto confusa nel suo insieme, malgrado le precisazioni apportate su
alcuni punti relativi soprattutto alla datazione; d’altronde essa è
effettivamente parecchio complicata ed è anche possibile che non si riuscirà
mai a chiarirla completamente; del resto, quando si riesce a sapere che un tal
grado è stato menzionato per la prima volta ad una certa data, si è fatto
realmente un passo avanti per la
107
conoscenza delle sue vere origini? Non ci
soffermeremo ulteriormente su gli altri punti, molto più conosciuti, come i
fastidi che i Massoni dovettero subire, a più riprese, ad opera delle autorità
governative, o il rifiuto di tenere conto, in Francia, delle condanne papali,
che gli stessi ecclesiastici considerarono come inesistenti, o la scissione
provocata nella Gran Loggia dalla nomina di Lacorne come sostituto particolare
del conte di Clermont, tutte cose che concludono il periodo preso in esame in questo
primo volume. C’è da augurarsi che la seconda parte di questo lavoro, che dovrà
contenere la storia del Grande Oriente, apporti ancora un serio contributo allo
studio di queste questioni, che spesso sono state trattate in maniera alquanto
parziale, in un senso o nell’altro, e talvolta perfino in maniera troppo
immaginaria.
Études
Traditionnelles,
settembre 1950.
108
RECENSIONI DI RIVISTE
RECENSIONI DI RIVISTE, PUBBLICATE IN
ÉTUDES
TRADITIONNELLES DAL 1945
AL 1950
‑ Siamo ancora costretti a ritornare sulla
questione dei Templari, poiché siamo venuti a conoscenza, tardivamente
purtroppo, di tutta una serie di articoli pubblicati sull’argomento ne Le
Mercure de France, a firma di J.-H. Probst-Biraben e A. Maitrot de la
Motte-Capron:
1º ‑ Les Templiers et leur alphabet
secret (I Templari e il loro alfabeto segreto), (n° del 1º agosto 1939);
2º ‑ Les idoles des Chevaliers du Temple
(Gli idoli dei Cavalieri del Tempio), (nº del 15 settembre 1939);
3º ‑ Les Coffrets mystérieux des
Templiers (Gli scrigni misteriosi dei Templari), (n° del 1º novembre
1939);
4º ‑ Les Templiers et les Gardiens du
Temple (I Templari e i Guardiani del Tempio), (nº del lº dicembre 1939);
5º ‑ Le roi de France et les Templiers
(Il re di Francia e i Templari), (nº del 1º gennaio 1940).
1º ‑ L’autenticità dell’«alfabeto segreto»
ci appare molto dubbia: sembra che nessuno abbia mai visto realmente i
manoscritti antichi in cui questo si sarebbe dovuto trovare, e tutta questa
storia, in definitiva, è basata solo sulle affermazioni dell’abate Grégoire e
di Maillard de Chambure; peraltro, non vediamo come il secondo possa essere
considerato «più serio» del primo, poiché, se l’abate Grégoire ricevette le sue
informazioni dai «Neo-Templari», Maillard de Chambure era lui stesso membro di
questa organizzazione; la «fonte» è dunque la stessa, e sicuramente è assai
poco degna di fede. Inoltre, la croce di forma complicata che serve da «chiave»
all’alfabeto in questione è proprio quella dei «Neo-Templari», e sembra che non
sia mai stata usata dai veri Templari; e vi è ancora almeno un particolare
alquanto sospetto: si tratta della distinzione fra la U e la V, del tutto
sconosciuta nel Medioevo, e ci stupiamo che gli autori non l’abbiano
111
fatto notare, mentre invece si preoccupano
per la presenza della W, la quale, dopo tutto, potrebbe forse giustificarsi più
facilmente. In tali condizioni, è lecito chiedersi se è proprio il caso di
abbandonarsi a delle «speculazioni» ipotetiche sul simbolismo di questo
alfabeto, che ha esattamente lo stesso valore della collezione di «reliquie» di
Fabré-Palaprat; d’altronde, se esso è stato inventato ultimamente, è molto
probabile che le irregolarità nell’ordine di formazione delle lettere non
abbiano niente di esoterico, ma siano solo motivate dalla volontà di renderne
meno facile la decifrazione; in ogni caso, per quanto riguarda il senso di
rotazione, nel quale si è voluto vedere «un’influenza orientale molto netta»,
sfortunatamente c’è da dire che, se si tratta dell’Oriente islamico, tale
orientamento dovrebbe essere esattamente al contrario. Per altro verso, è ben
strano che gli autori sembra che si sforzino per ridurre tutto il mistero
dell’Ordine del Tempio ad un problema di operazioni finanziarie, il che sarebbe
certo molto poco esoterico; in effetti, nell’articolo successivo, arrivano a
scrivere che «il vero idolo dei Templari fu la potenza finanziaria
internazionale»! Segnaliamo anche due inesattezze storiche: Jacques de Molay
non morì nel 1312, ma, nel 1314, e non si ebbe mai alcuna decisione papale di
soppressione dell’Ordine, il quale venne solamente sospeso «provvisoriamente»
dal Concilio di Vienne.
2º ‑ Per quanto riguarda i pretesi «idoli»,
le testimonianze ottenute nel corso del processo, le cui condizioni peraltro
non permettono certo di considerarle tanto valide, sono tutte contraddittorie
fra loro; è molto probabile che certi storici specializzati in «teste» si
riferiscano molto semplicemente a dei reliquari; e in ogni caso, è scontato, al
di là di ciò che può pensarne l’ignoranza occidentale, che degli idoli di
qualunque genere non avrebbero potuto essere ripresi, in alcun modo, da un
ambiente islamico; su tutte queste storie siamo del tutto d’accordo con gli
autori. Quanto al famoso «Bafometto», il cui nome ha dato adito a tante
ipotesi, tutte assai poco soddisfacenti, noi possiamo fornire, incidentalmente,
la spiegazione del cosiddetto Bahumid di von Hammer: è esatto
112
che questa parola non esiste in arabo, ma in
realtà bisogna leggervi bahîmah, e se questa non si può tradurre con
«vitello» (interpretazione che, forse, è stata influenzata dall’enigmatica
«testa di vitello» dei Drusi, molto più che dal «bue Api o dal Vitello d’Oro»),
è pur sempre il termine che designa, in generale, ogni sorta di animale; ora,
se effettivamente è poco probabile che «Bafometto» derivi dall’arabo bahîmah,
termine che doveva essere sconosciuto agli inquisitori del processo, è
possibilissimo invece che derivi dal suo equivalente ebraico, vale a dire dal Behemoth
biblico, e forse non occorre cercare altrove la soluzione di questo enigma...
Per ciò che concerne le quattro statue che, sempre secondo von Hammer, si
trovavano nel gabinetto di Vienne (che ne è stato di queste dopo il 1818?), non
si comprende che cos’è che ha permesso di considerarle come dei «Bafometti»; e
francamente, cosa si può pensare di queste statue che, in base alla loro
fisionomia, vengono dette, una «romana», un’altra «faraonica» e le altre due
«persiane», nonostante tutte portino delle iscrizioni arabe, di un arabo molto
storpiato peraltro, se le decifrazioni indicate sono esatte? Bisogna
riconoscere che, in tutto questo, vi è qualcosa che puzza di imbroglio, forse
ancor più che nel caso degli scrigni di cui parleremo fra poco... Non ci
attarderemo a discutere nei particolari l’interpretazione delle frasi arabe, la
cui stessa lettura è molto dubbia; ci limitiamo a rilevare un errore materiale:
è esatto che kenîsah (e non kensen) indica esclusivamente una
chiesa cristiana (anche un musulmano si serve di questo termine, esattamente
come un cristiano, quando vuol parlare di questa chiesa, poiché non esiste
altro modo per designarla); ma non possiamo accettare che si dica che «Maulana
non è mai usato», poiché in molti paesi islamici (e ve ne sono altri oltre il
Maghreb) esso è l’appellativo che si usa più comunemente per rivolgersi ai
sovrani e perfino ad altre persone rispettabili.
3º ‑ Si parla poi dei due famosi scrigni
della collezione del duca di Blacas (per quale malaugurata disdetta sembra che
siano andati perduti?); e come per il famoso «Bafometto», nulla prova che
questi abbiamo mai avuto il minimo rapporto
113
con i Templari; secondo gli autori, si
tratterebbe semplicemente di «urne da speziale» impiegati da medici greci ed
arabi. Questa spiegazione, di per sé, non ha niente di inverosimile e non
prenderemo in esame l’interpretazione delle figure su cui essa si basa,
interpretazione che nel suo insieme ne val bene un’altra e che contiene anche
degli errori in certi particolari (per esempio, non si capisce perché uno
stesso segno indicherebbe, in un contesto, un numero di ingredienti, e in un
altro, un numero di mesi o di anni); ma la cosa curiosa è costituita dai
problemi che sembrano sorgere a proposito del coperchio di uno degli scrigni:
il suo simbolismo è chiaramente alchemico (per quale motivo alcuni hanno
preteso che la figura principale dovesse essere un «Bafometto», quando invece
si tratta del Rebis?) e, anche qui, vi sono delle iscrizioni che, se sono state
trascritte esattamente, sono redatte in un arabo impossibile, cosa che, del
resto, non dovrebbe poi stupire tanto, se si ammette l’ipotesi degli autori;
secondo loro, infatti, questo coperchio sarebbe stato aggiunto in un secondo
momento e sarebbe stato fabbricato da alchimisti occidentali verso la fine del
Medioevo o al principio del Rinascimento; d’altronde, le ragioni di questa
datazione così tardiva non sono indicate chiaramente, come pure quelle
dell’affermazione che «non si comprende perché un Templare dovesse interessarsi
all’alchimia»; ora, indipendentemente dalla questione degli scrigni, si
potrebbe parimenti affermare che non si comprende perché un Templare non se ne
dovesse interessare!
4º ‑ In quest’altro articolo si parla
soprattutto delle possibili relazioni fra i Templari e gli Ismaeliti, indicati
ordinariamente col nome di «Assassini»; gli autori si affannano inutilmente a
spiegare che bisognerebbe scrivere Assacine e non Assassin, senza
rendersi conto che non si tratterebbe certo di una migliore traslitterazione
(in particolare, l’introduzione della e muta è solo una concessione
alquanto strana alla pronuncia francese) e che niente impedisce che il termine
«assassino» derivi proprio da lì e che non si tratti di un semplice
«accostamento per assonanza»; sia chiaro, però,
114
che questa derivazione non indica affatto
ciò che erano realmente gli Ismaeliti, ma indicherebbe solamente l’opinione
volgare che di essi avevano gli Occidentali. Alla fine dell’articolo si trovano
molte asserzioni contraddittorie: si sostiene che i Templari «non fossero degli
iniziati», sol perché è poco verosimile che abbiano ricevuto l’iniziazione
dagli Ismaeliti, come se non potessero avere una propria iniziazione,
soprattutto se si ammette che erano «gioanniti»! Poi si afferma anche che
«avevano una profonda conoscenza del simbolismo e dell’esoterismo
medio-orientale e mediterraneo», cosa che non si concilia molto con l’assenza
di iniziazione, né con le preoccupazioni tutte profane che si attribuiscono
loro in un altro articolo; quanto al fatto che le prove di questa conoscenza
sarebbero costituite dall’alfabeto «neo-templare», forse si tratta di una
argomentazione assai poco solida, nonostante la cura che dichiarano di porre
gli autori nel non «superare i limiti permessi dalla critica storica».
5º ‑ Infine, l’ultimo articolo sembra volto
a giustificare tutti: il re di Francia, il papa, i Templari e i giudici: ognuno
di loro avrebbe avuto ragione dal suo particolare punto di vista; non ci
soffermeremo su queste cose e ci accontentiamo di notare che a questo punto i
Templari sono descritti come in possesso, non solo di un segreto finanziario,
ma anche di un segreto «sinarchico», il che, se non altro, è meno
grossolanamente materiale (ma parlare a questo proposito di «affare laico», si
pensa veramente che possa significare «calarsi nell’atmosfera del XIV
secolo»?); comunque sia, la conclusione che si può trarre soprattutto da questi
ampi studi, è che è veramente molto difficile cercare di raccapezzarsi in mezzo
a tutte queste cose!
‑ Ne Les Cahiers du Sud (n°
di marzo 1940), Jean Richer pubblica uno studio su Jules Romains et la
tradition occulte (Jules Romains e la tradizione occulta); a dire il vero,
non sappiamo che cosa sia veramente una «tradizione occulta», ma pensiamo che
indubbiamente si volesse dire «esoterica», ammesso che questo stesso termine
sia il più esatto nel caso
115
in questione, dal momento che si tratta
soprattutto dell’India. Sicuramente, è possibile che Jules Romains abbia letto
alcuni libri relativi alle dottrine indù, ma non ci sembra che ne abbia tratto
un gran profitto, poiché gli accostamenti indicati sono piuttosto vaghi e, in
ogni caso, si riferiscono solo a cose molto superficiali. Ridurre i diversi
stati di cui si parla nel Vêdânta a dei «regimi di coscienza», vale a
dire a qualcosa di puramente psicologico, significa proprio aver capito ben
poco di quello di cui si parla in realtà; e per quanto riguarda lo Yoga, se
l’autore dell’articolo dichiara, con ragione, che i «suoi fini sono
spirituali», sembra invece che Jules Romains ne abbia compreso solo certi
effetti «psico-fisiologici» più o meno straordinari; cosa che peraltro non ha
niente di sorprendente, poiché gli Occidentali, anche senza essere dei
«letterati», si interessano generalmente solo a questo aspetto «fenomenico» e
del tutto contingente. A proposito di quella specie di «sdoppiamento» che gli
occultisti hanno bizzarramente denominato «uscita in astrale» (e che non ha
assolutamente niente in comune con lo stato di samâdhi), è piuttosto
stupefacente che si possa scrivere che si tratta esattamente di ciò che «gli
antichi conoscevano sotto il nome di Misteri o di Iniziazione»; ecco delle ben
strane fantasie, che non potrebbero essere ancor più lontane dalla verità! In
una nota troviamo anche la curiosa asserzione che «la Massoneria deve molto
all’Egitto»; se è vero che certi particolari «sistemi» sono basati su questa
fantastica teoria (e in una maniera che dimostra a sufficienza il carattere
artificiale di un tale collegamento e l’ignoranza dei loro autori in fatto di
«egittologia»), è altrettanto vero che è impossibile trovare nella Massoneria
propriamente detta la sia pur piccola cosa che porti il segno di un’origine
egizia; e, se è possibile stabilire delle comparazioni su alcuni punti, come
per esempio fra la leggenda di Hiram ed il mito di Osiride, si tratta di cose
di cui si ritrova l’equivalente nelle più diverse tradizioni, cose che non si
spiegano certo con gli «imprestiti», né con una filiazione più o meno diretta,
ma solo per mezzo dell’unità essenziale di tutte le tradizioni.
116
‑ Nel Grand Lodge Bulletin
dello Iowa (nº di aprile 1940), vi è una nota dedicata alla questione
dei globi, celeste e terrestre, che talvolta sono posti sulle due colonne;
sembra abbastanza evidente che si tratti di una innovazione del tutto moderna,
non certo in forza di una pretesa ignoranza che alcuni si compiacciono di
attribuire agli antichi, ma molto semplicemente perché tali globi non figurano
in nessun simbolismo tradizionale. Quanto al fatto di farli derivare dal globo
alato egizio, si tratta di un’ipotesi assai poco verosimile, poiché la loro
posizione e la loro duplicazione sarebbero allora del tutto anormali e non si
accorderebbero col significato di tale globo alato. D’altra parte, dobbiamo far
notare un errore linguistico molto grave: il prefisso ya, in ebraico
come in arabo, è semplicemente il segno della terza persona del futuro dei
verbi e non ha alcun rapporto con il nome divino Yah.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
gennaio-febbraio-marzo 1940), G. Persigout studia L’Antre, synthèse
obscure des trois Mondes (L’Antro, sintesi oscura dei tre Mondi); benché ci
citi a più riprese e si appoggi peraltro su delle analogie alchemiche, non
siamo molto sicuri che abbia compreso interamente il simbolismo della caverna
iniziatica: sono troppe le considerazioni estranee all’argomento che egli vi
introduce. Il simbolismo tradizionale del diamante, sicuramente, non ha niente
a che vedere con le teorie sul carbonio della chimica moderna, né il simbolismo
tradizionale della luce con le ipotesi biologiche sull’«origine della vita».
Alcune analisi dei termini ebraici sono alquanto fantastiche; e, in ogni caso,
se si vogliono dire delle cose esatte sull’argomento, occorre guardarsi bene
dal confondere la he con la heth! Siamo rimasti sorpresi nel
vedere attribuire, in una nota, La Clef de la Magie noire (La Chiave
della Magia nera), a Éliphas Lévi, infatti, verificata la citazione, si tratta
in realtà de La Chiave dei grandi Misteri.
In un articolo su L’Art divinatoire
(L’Arte divinatoria), «Diogène Gondeau» sembra confondere l’intuizione con
l’immaginazione; per di più, non fa la minima allusione al
117
fatto che certe «arti divinatorie» non sono
altro che resti, più o meno informi, di antiche scienze tradizionali,
nonostante sia questo, in fondo, il solo aspetto realmente interessante della
questione.
François Ménard, in un breve articolo su Le
Rameau d’olivier (Il Ramo d’ulivo), ne espone il simbolismo in modo
abbastanza incompleto; egli parla con ragione del ruolo dell’olio, in diversi
riti, come supporto della «forza spirituale», ma per il resto si tratta quasi
solamente di un elogio un po’ troppo esclusivo del «clima mediterraneo».
Études
Traditionnelles, gennaio
1945.
‑ The Speculatiye Mason (nº
di luglio 1940) contiene: un articolo sulla prima tracing board
(Quadro di Loggia d’Apprendista) considerata come immagine del Cosmo;
un’analisi molto ben fatta della Bhagavad-Gîtâ, forse un po’ influenzata
da preoccupazioni di «attualità»; ed uno studio su Lady Godiva, leggenda
medievale anglosassone che sembra avere le sue radici nelle tradizioni
precristiane.
Il numero di ottobre contiene una
cronistoria della costruzione dell’abbazia di Sant’Albano, in relazione con
certe leggende della Massoneria operativa; ed uno studio su Mary Ann Atwood,
autrice dell’opera anonima intitolata A suggestive Inquiry into the Hermetic
Mystery (Una suggestiva ricerca sul Mistero Ermetico), studio che prosegue
nel numero di gennaio 1941.
Nel numero di aprile 1941, segnaliamo
un compendio delle antiche tradizioni relative ad Atlantide e delle scoperte
geologiche che sembrano confermarle; vi è anche uno studio sui rapporti fra
Kabbala e Massoneria, che prosegue nei numeri di luglio e di ottobre.
Quest’ultimo studio contiene un gran numero di indicazioni curiose, ma alcuni
punti sono alquanto contestabili, mentre tutti gli accostamenti segnalati non
sono molto probanti, né tutte le fonti citate sono ugualmente valide; noi
riteniamo che si possa parlare di
118
un’influenza più o meno diretta della
Kabbala solo nei casi in cui si tratti di particolari molto precisi, e non in
presenza di similitudini che possono esistere normalmente tra tutte le
tradizioni iniziatiche, inoltre è il caso di far notare che la scienza dei
numeri è lungi dall’essere propria solo alla Kabbala ebraica.
Nel numero di luglio, si trova uno
studio storico sullo sviluppo del grado di Compagno nei primi tempi della
Massoneria speculativa, studio che continua nel numero di ottobre; un
altro articolo sul simbolismo del centro esamina in modo particolare le sue
connessioni con la Stella polare, il filo a piombo e lo swastika, così
come venivano considerati nei rituali operativi; troviamo infine una nota sui tokens
(segni) delle antiche corporazioni.
Il numero di ottobre, contiene una
buona critica nei confronti degli storici massonici che vogliono attenersi
esclusivamente al metodo cosiddetto «scientifico» (e soprattutto profano,
diciamo noi) e che non ammettono alcuna «evidenza» che non provenga
esclusivamente dai documenti scritti; in questo stesso numero e nei seguenti (nn.
di gennaio, aprile, luglio e ottobre 1942) si trova uno studio molto
dettagliato sul simbolismo del rituale di iniziazione al grado di Apprendista.
Il numero di gennaio 1942, contiene
la traduzione del nostro articolo sui Miti, Misteri e Simboli, e quella
dell’articolo di Marius Lepage su La Spada fiammeggiante, apparso
recentemente su Le Symbolisme e di cui abbiamo parlato a suo tempo.
Il numero di aprile contiene un
articolo sul personaggio enigmatico che in certe copie degli Old Charges
viene indicato col nome di Naymus Grecus e di cui si dice che abbia
introdotto la Massoneria in Francia all’epoca di Carlo Martello; vi si parla
anche dell’ipotesi che tenta di identificarlo con Anthemius di Tralles,
l’architetto di Santa Sofia a Costantinopoli. Segnaliamo anche uno studio assai
breve, ma interessante, che prosegue nel numero di luglio, su Pitagora
e gli antichi Misteri, nel corso del quale, naturalmente, viene ricordato
il Peter Gower degli Old Charges, nonché la confusione
119
fra «Phoenicians» (Fenici) e «Venetians»
(Veneziani).
Nel numero di luglio, vi è una nota
su alcune vestigia degli antichi Misteri che si sono conservate fino ai nostri
giorni, in modo inaspettato, nel Teatro delle marionette (ed è questo un
esempio di ciò che noi abbiamo già detto sulle origini reali del «folklore»);
vi è poi un articolo sui titoli cavallereschi in uso nella «Rosa-Croce di
Heredom», e in particolare sul significato di Via Determinata, che è il
titolo adottato dall’autore.
Nel numero di ottobre, oltre al
seguito del precedente articolo, troviamo uno studio sul significato dei
«colpi» rituali dei diversi gradi (che nella Massoneria latina costituiscono la
cosiddetta «batteria»); poi una nota sulla «morsa» (clamp o cramp,
detta anche lewis), strumento impiegato per sollevare le pietre dal
suolo fino al posto in cui dovevano essere poste nella costruzione, e che
appartiene in modo particolare al simbolismo della Mark Masonry.
Études
Traditionnelles, dicembre
1945.
‑ Malgrado la morte del suo fondatore,
Oswald Wirth, avvenuta nel 1943, Le Symbolisme ha ripreso le
pubblicazioni a partire dal dicembre 1945, sotto la direzione di J. Corneloup.
In questo nuovo numero del dicembre 1945, l’articolo intitolato Plaidoyer
pour le Grand Architecte de l’Univers (A difesa del Grande Architetto
dell’Universo), di J. Corneloup, insiste molto giustamente sull’importanza
essenziale del simbolismo, nei confronti del quale i Massoni attuali
testimoniano troppo spesso «un rispetto più verbale che reale», dimostrando di
non comprenderne veramente né il senso né la portata. Facciamo notare in modo
particolare l’affermazione che «la caratteristica propria di un simbolo, è di
poter essere inteso in modo diverso, a seconda dell’angolazione sotto cui lo si
considera», di modo che «un simbolo che ammettesse solo una interpretazione non
sarebbe più un vero simbolo»; notiamo anche la formale dichiarazione che,
contrariamente a quel che pretendono alcuni, «la Massoneria
120
non è e non potrebbe essere agnostica».
Malgrado ciò, per quanto riguarda il simbolismo del Grande Architetto
dell’Universo, ci sembra che questo studio non vada in modo sufficiente al
fondo della questione, per di più esso si rifà a certe considerazioni proprie
della scienza moderna che, sicuramente, non hanno niente a che vedere con il
punto di vista iniziatico. D’altra parte, ci chiediamo com’è possibile
affermare che «Hiram è estraneo alla Massoneria operativa, che lo ha ripreso da
una dubbia leggenda ebraica»; ecco un’affermazione molto contestabile e che, in
ogni caso, avrebbe un gran bisogno di essere spiegata.
Nel numero di gennaio 1946, François
Ménard esamina Les sources des idées traditionnelles actuelles (Le fonti
delle idee tradizionali attuali); ci sembra che egli esageri l’influenza che il
platonismo, foss’anche quello di Fabre d’Olivet, ha esercitato sull’occultismo
del secolo scorso; ma ha perfettamente ragione quando segnala il carattere
eterogeneo della sedicente «tradizione occidentale», che alcuni han voluto
contrapporre alle tradizioni orientali, «è dall’Oriente che ci è sempre venuta
la luce ‑ egli dice ‑ e adesso il suo puro chiarore spirituale ci giunge
direttamente, grazie a degli interpreti autorizzati e qualificati».
J.-H. Probst-Biraben riassume i dati
concernenti Les couleurs symboliques (I colori simbolici) nelle
tradizioni dei diversi popoli; e si sofferma in particolare sull’ermetismo e
sulle applicazioni relative al blasone; fa anche notare che nell’uso che la
Massoneria fa dei colori è presente, in rapporto all’ordine abituale tenuto
dagli ermetisti, una inversione che è forse dovuta all’assetto artificiale
degli alti gradi, i quali inizialmente non avevano alcun legarne fra loro.
Nel numero di febbraio, Marius
Lepage, parlando Du but et des moyens de la Franc-Maçonnerie (Dello
scopo e dei mezzi della Massoneria), precisa che questa differisce
completamente dai diversi tipi di associazioni profane, per il fatto stesso che
è una iniziazione; le considerazioni che egli espone sul simbolismo della Luce,
sul Vangelo di San Giovanni, sulla virtù dei Riti, sulla «liberazione» come
scopo
121
supremo dell’iniziazione, sono tutte
eccellenti per la maggior parte; ma perché si deve ancora fare confusione con
la «mistica»? Il significato attuale di questo termine è troppo distante dalla
sua accezione etimologica, perché sia possibile un suo riutilizzo; ormai da
lungo tempo, ciò che viene chiamato «mistica» o «misticismo» non è più la
«scienza del mistero» e ancor meno la «scienza degli iniziati»; quindi, dire
che «vi è una tecnica della mistica, identica per tutte le religioni e per
tutte le iniziazioni» significa, non solo confondere fra loro i due domini
exoterico ed esoterico, ma dimenticare che una delle caratteristiche tipiche
del misticismo è proprio quella di non avere alcuna «tecnica», essendo questa
incompatibile con la sua stessa natura.
Nel numero di marzo, François Ménard
e Marius Lepage ritornano sulla questione del Grande Architetto dell’Universo;
ora, se è legittimo dire che esso «non è la Divinità, ma un aspetto accessibile
della Divinità», che mette l’accento sull’«aspetto ordinatore e costruttore dell’Inconcepibile
Principio», ci sembra tuttavia che questa non è una buona ragione per
assimilarlo alla concezione gnostica del «Demiurgo», cosa che gli conferisce un
carattere piuttosto «malefico», che si accorda assai poco con il posto che esso
occupa nel simbolismo massonico e perfino con la stessa conclusione degli
autori, secondo la quale, meditando sulla formula dei Grande Architetto
dell’Universo, «il Massone che “comprende bene l’Arte” saprà e “sentirà” che
l’Ordine supera il semplice “deismo” profano, per giungere ad una comprensione
più approfondita del Principio Supremo».
J.-H. Probst-Biraben segnala, con ragione,
l’insufficienza delle concezioni dei sociologi attuali su La nature des
rites (La natura dei riti), ai quali essi attribuiscono, molto spesso, solo
un carattere sentimentale, nel contempo artistico e utilitaristico; a nostro
avviso, ci si poteva anche spingere più in là, seguendo lo stesso filo
conduttore, poiché nelle opere profane che trattano di questa questione è
possibile tenere conto solo della «documentazione», mentre tutto il resto
dimostra soprattutto l’incomprensione dei loro autori.
122
Nel numero di aprile, un articolo di
J. Corneloup, intitolato Hypothèses de travail (Ipotesi. di lavoro),
accentua ancora di più la confusione fra il punto di vista iniziatico e quello
della scienza profana, confusione che già avevamo segnalato; la scienza profana
potrà fare tutte le ipotesi che vuole, e in fondo è tutto quello che essa può
fare, ma che senso ha parlare di ipotesi nel dominio del simbolismo (e
intendiamo riferirci al vero simbolismo, che non ha niente in comune con gli
pseudo-simboli inventati dai moderni studiosi), quando la sola ammissione della
possibilità che possa trovarvi posto alcunché di ipotetico equivale al
disconoscere completamente il carattere proprio della conoscenza iniziatica?
In un articolo intitolato Noël
(Natale), Marius Lepage studia i diversi aspetti del simbolismo del solstizio
d’inverno; dobbiamo rilevare che noi non abbiamo mai detto, come egli sembra
credere, che il nome di Giano è derivato dal sanscrito yâna, ma
abbiamo solo sostenuto che entrambi hanno la stessa radice, il che è del tutto
incontestabile, mentre l’etimologia ebraica da lui considerata è del tutto
inverosimile.
Nel numero di maggio, in un altro
articolo di J. Corneloup, intitolato Une méthode, un but, une sauvegarde
(Un metodo, uno scopo, una salvaguardia), leggiamo che «lo scopo che si propone
il metodo simbolico è la ricerca della Verità»; noi pensiamo che si tratti di
un lapsus e che l’autore volesse dire «la conoscenza della Verità», poiché è
evidente che la ricerca non potrà mai essere uno scopo; ma, anche se si tratta
solo di un lapsus, esso è pur sempre abbastanza significativo in ordine al
fatto che tradisce le tendenze proprie dello spirito moderno. Per altro verso,
non è esatto dire che «la Massoneria è la forma moderna dell’iniziazione»,
innanzi tutto perché niente di tutto quello che ha un carattere iniziatico, e
in generale tradizionale, può essere qualificato di «moderno» senza incorrere
in una contraddizione, secondo poi, perché storicamente questo equivale col
disconoscere i precedenti antichi e medievali della Massoneria; ci si immagina
ancora forse che questa risalga solo al 1717? Questo articolo termina con delle
considerazioni sulla «legge del silenzio», che sono
123
molto assennate, ma che sono ben lontane dal
rappresentare tutto ciò che è possibile dire sull’argomento, poiché esse non
parlano della vera natura del segreto iniziatico.
Nel numero di giugno. Albert Lantoine
espone La genèse du concept de tolérance (La genesi del concetto di
tolleranza), da cui sembra risultare che quest’idea, in definitiva, sia stata
«lanciata», come un’azione politica, da Guglielmo di Hannover, e che questa
azione abbia influito direttamente sulla costituzione della Massoneria nella
sua nuova forma «speculativa». Tutto ciò conferma ulteriormente quello che noi
abbiamo sempre detto circa il ruolo svolto dalle influenze profane in questa
costituzione, influenze che sono così penetrate in un dominio che normalmente
avrebbe dovuto essere loro interdetto; ma com’è possibile che coloro che, con i
loro studi storici, giungono a tali constatazioni, non si accorgano poi come
questi stessi fatti costituiscono il marchio di una grave degenerazione dal
punto di vista iniziatico?
Études
Traditionnelles,
aprile-maggio 1947.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
luglio 1946), J. Corneloup, in un articolo intitolato Maçonnerie
éducative ou Maçonnerie initiatique (Massoneria educativa o Massoneria
iniziatica), sottolinea, a giusta ragione, che «le Logge si sono preoccupate di
dare dei lumi ai loro membri, invece di aiutarli a ricercare la Luce;
in altri termini, i Massoni hanno dedicato il meglio del loro tempo e dei loro
sforzi all’impegno educativo della Massoneria, trascurando ed anche ignorando
l’impegno iniziatico»; ma, quando egli aggiunge che, d’altronde «l’iniziazione
non è in contrasto con l’educazione» e che quest’ultima è anche «una delle vie
che preparano all’iniziazione», sarebbe stato opportuno precisare meglio di che
genere di educazione si tratta, poiché vi è una certa educazione profana che è
esattamente l’opposto di una tale preparazione. D’altra parte, mentre è esatto
dire che, dell’iniziazione, non è possibile dare una definizione
124
propriamente detta, e noi aggiungeremmo:
perché ogni definizione è necessariamente una limitazione, le poche nozioni qui
esposte per «permettere di farsene un’idea» sono veramente alquanto sommarie e
si ha l’impressione che la «facoltà di comprensione» di cui si parla non vada
molto lontano. Aggiungiamo anche che non si comprende molto bene come si possa
parlare di «riunione in una stessa organizzazione, nel XVII secolo, di Massoni
operativi e Massoni accettati», come se questi ultimi non fossero stati sempre
dei membri non «professionali» della Massoneria operativa; ed anche
un’allusione agli «eggregori» ci sembra che rifletta qualche cosa della
confusione che abbiamo già segnalato in un recente articolo.
Nel numero di agosto, Marius Lepage
cerca di fissare una differenza fra Rites et rituels (Riti e rituali);
naturalmente si tratta dei rituali scritti, di cui egli sottolinea, molto
giustamente, il carattere di semplici «promemoria». Egli rimpiange il fatto che
«la Massoneria non possiede l’organismo che permette di mantenere i riti nella
loro purezza primitiva ed autentica»; d’altronde, egli pensa che «pur
conservando integralmente intatti i principi fondamentali dell’iniziazione
formale, i riti devono materializzarsi in dei rituali adatti alla mentalità
degli uomini ai quali sono rivolti», e questo è anche giusto, tuttavia
occorrerebbe precisare che questo adattamento è legittimo solo entro certi
limiti, poiché esso non dovrebbe mai implicare alcuna concessione allo spirito
antitradizionale che caratterizza il mondo moderno. Sfortunatamente, in questo
articolo vi è ancora una certa confusione fra «iniziazione» e «religione», e
perfino un’affermazione sull’origine «magica» dei riti, la quale è più che contestabile;
peraltro, si tratta di aspetti sui quali ci siamo spiegati più volte perché sia
il caso di insistervi in questa sede.
Nel numero di settembre, Jules
Boucher parla De l’Initiation (Dell’Iniziazione), in un articolo che
esprime uno spiacevole pessimismo; sicuramente, non si ha torto nel denunciare
i misfatti del razionalismo e nel deplorare la banalità di certe «speculazioni»
che non hanno niente di iniziatico; ma sembra che l’autore disconosca
totalmente il valore proprio
125
dell’iniziazione virtuale, e conclude così:
«È possibile opporsi alla decadenza della Massoneria? Per farlo, occorrerebbe
ritrovare la «Parola perduta», e ci sembra proprio che questa Parola (questo
Verbo iniziatico) sia orinai definitivamente perduta». Questo articolo è
seguito da una risposta di Marius Lepage, che rimette le cose a posto in
maniera corretta, e di cui citiamo alcuni passi: «Noi viviamo anni di
accelerato oscuramento di tutti i principi spirituali che hanno sostenuto la
sostanza del mondo fino ad oggi; questo mondo si avvia rapidamente alla fine...
L’incomprensione degli uomini nei confronti dell’espressione umana del sacro è
proprio il segno più evidente della prossimità della fine dei tempi. Perché
affliggersene? Ciò che dev’essere, sarà, e ogni cosa concorre alla sua fine. La
decadenza apparente di tutte le organizzazioni iniziatiche è solo l’effetto
della corruzione degli uomini, sempre più lontani dal Principio. In che cosa
tutto questo può interessarci, se siamo certi che questa fine del mondo si
integra nell’armonia universale e se abbiamo ben compreso l’insegnamento della
Camera di Mezzo?... È in seno alle organizzazioni iniziatiche, a dispetto della
loro deviazione e della loro alterazione, che si ritroveranno gli ultimi
testimoni dello Spirito, quelli per mezzo dei quali la Lettera si sarà
conservata e verrà trasmessa agli adepti che riceveranno l’incarico di farla
conoscere agli uomini di un altro ciclo. Ecco perché non dobbiamo disperare;
sappiamo forse quando e come, le parole che pronunciamo faranno vibrare in
qualcuno dei nostri Fratelli i centri sottili, e faranno di lui un guardiano
della tradizione?».
Nel numero di novembre François
Ménard espone alcune considerazioni su La Justice (La Giustizia) e sul
simbolismo della bilancia, in rapporto con la legge delle «azioni e reazioni
concordanti» che regge la manifestazione universale.
Alcune Notes sur la Maçonnerie indienne
(Note sulla Massoneria indiana), a firma di Silas H. Shepherd, contengono delle
interessanti informazioni sulla tradizione, così poco conosciuta, degli Indiani
dell’America del Nord; d’altronde, il titolo è inesatto, poiché si tratta
evidentemente di una forma
126
di iniziazione del tutto diversa da quella
massonica, ed alla quale non si può dare il nome di quest’ultima, se non in
maniera abusiva.
Uno studio di J.-H. Probst-Biraben su L’ésotérisme
héraldique et les symboles (L’esoterismo araldico e i simboli), pubblicato
nei numeri di luglio e di ottobre, riunisce una documentazione assai
considerevole sull’argomento; egli si sofferma in particolare sull’origine
orientale degli stemmi e sui loro rapporti con l’ermetismo, rapporti che,
peraltro, hanno in comune con «le figure dei tarocchi e i marchi corporativi»,
e sicuramente anche con altre cose che nel Medioevo avevano un carattere
similare; «senza la conoscenza del simbolismo ermetico, l’arte araldica resta
in gran parte incomprensibile». Ciò che troviamo piuttosto sorprendente è che
l’autore non voglia ammettere che «dei simboli esoterici siano stati introdotti
negli scudi dagli stessi nobili», perché costoro «generalmente non erano né
istruiti né soprattutto iniziati», e non ne avrebbero neppure sospettato il
senso reale; non ha mai sentito parlare dell’esistenza di una iniziazione
cavalleresca, e immagina forse che l’istruzione esteriore debba costituire una
condizione preliminare dell’iniziazione? Che dei chierici e degli artigiani
abbiano talvolta collaborato alla composizione degli stemmi, è certamente
possibile, ma questo non accadeva semplicemente perché dovevano esserci fra
costoro ed i nobili delle relazioni d’ordine iniziatico di cui si ritrovano
anche ben altri indizi, soprattutto proprio nel dominio dell’ermetismo?
Un’altra idea contestabile è quella secondo la quale esistono dei simboli che
possono essere chiamati propriamente «mediterranei»; noi confessiamo che non si
comprende bene a quale forma tradizionale potrebbe corrispondere una simile
denominazione.
I numeri da luglio a novembre
contengono anche un lungo studio di François Ménard su La Vierge hermétique
(La Vergine ermetica), nel quale sono affrontate delle questioni molto diverse,
ma che si riferiscono tutte all’ordine cosmologico, in particolare a come
questo viene preso in considerazione nelle forme tradizionali occidentali.
All’inizio l’autore
127
esamina il simbolismo del «vaso ermetico»,
che corrisponde a certi aspetti della Vergine; poi cerca di precisare il senso
della «Saggezza ermetica» di Khunrath, e giunge alla conclusione che «la
Vergine è il principio essenziale dell’ermetismo», ma «questo aspetto è anche
ortodosso, vale a dire che è in rapporto con il dominio metafisico, che, come
si sa, è quello del Principio supremo» e questo rapporto corrisponde, peraltro,
a quello che deve esistere normalmente fra l’«arte reale» e l’«arte sacerdotale».
Poi, a proposito della Vergine vista come «Luce di gloria», troviamo una sorta
di fantasia scientifica sulla «luce coronale», piuttosto incresciosa a nostro
avviso, innanzi tutto perché le cose di questo genere hanno solo un carattere
parecchio ipotetico, e poi perché, al pari di tutto ciò che deriva dalla
scienza profana, non hanno realmente niente in comune con i dati tradizionali,
né ermetici né di altro genere, anzi ricordano un po’ troppo il genere di
speculazione caro agli occultisti. E possiamo dire quasi altrettanto del «ciclo
dell’azoto e la trama del mondo sensibile», benché l’autore, a proposito della
forza le cui diverse modalità costituiscono questa «trama», abbia preso la
precauzione di far notare che «l’ermetismo ha questo vantaggio considerevole
sulla scienza moderna, che è quello di conoscere questa forza, per così dire,
dal di dentro, vale a dire che l’ha identificata con la luce che è nell’uomo ed
ha riconosciuto che, ad un certo grado, la sua volontà ben diretta può agire su
di essa e ottenere così dei risultati definiti, per mezzo di una tecnica
sicura»; da parte nostra, diciamo più chiaramente che, in questi due casi,
dell’ermetismo e della scienza moderna, in realtà si tratta, molto
semplicemente, di conoscenze rispettive che non appartengono allo stesso
ordine. In seguito l’autore affronta la questione della «Vergine zodiacale» e
del mito di Cerere, con cui la prima è in relazione in quanto «segno di terra»;
segue poi un abbozzo delle diverse tappe della realizzazione ermetica, secondo la
descrizione simbolica che ne dà Dante nella Divina Commedia. Volendo poi
«delucidare il mistero geroglifico di Hokmah», l’autore commette
sfortunatamente un grave errore: confonde
128
la he finale con una heth, cosa
che, naturalmente, falsa completamente il suo calcolo e la sua interpretazione.
Quanto alla conclusione, in base alla quale «la Vergine ermetica, in quanto si
trova in contatto con le cose sensibili e materiali, è la forma della Dea
(cioè, in definitiva, della Shakti) più adatta al nostro Occidente ed
alla nostra epoca di materialismo eccessivo», ci sembra abbastanza in
contraddizione col fatto che, in questo Occidente moderno, le scienze
tradizionali sono andate completamente perdute!
Études
Traditionnelles,
luglio-agosto 1947.
‑ The Speculative Mason (n°
di ottobre 1947) pubblica un resoconto dell’ultima Conferenza dei Gran
Maestri americani, relativa alla questione delle «qualificazioni fisiche», che
alcuni attualmente vorrebbero abolire per permettere l’accettazione in
Massoneria degli invalidi di guerra. Va da sé che i sostenitori di questo punto
di vista, cosiddetto «liberale», possono far valere solo degli argomenti di
ordine puramente sentimentale, e ritroviamo qui l’idea completamente falsa
secondo la quale le qualificazioni corporali avrebbero perduto la loro ragion
d’essere da quando la Massoneria è divenuta «speculativa»; peraltro, abbiamo
già parlato a lungo dell’argomento in uno dei nostri libri (Considerazioni
sulla Via Iniziatica, cap. XIV). Naturalmente, coloro che sostengono la
tesi contraria considerano le cose in maniera più corretta, tuttavia è quanto
meno sorprendente vedere che essi sembrano preoccupati, innanzi tutto, dal
fatto che gli invalidi ammessi possano diventare, presto o tardi, «un peso per
la Fraternità»! Sono queste delle considerazioni che non hanno certo niente di
iniziatico, e niente potrebbe essere più giusto delle poche parole aggiunte in
conclusione da un redattore della rivista: «Non si tratta di un problema di
sentimenti o di condizioni finanziarie; si tratta di una legge naturale che
esige che si abbia una perfetta rispondenza su tutti i piani, se si vuole che
l’iniziazione sia effettiva».
129
Un articolo alquanto curioso pone la
questione del segno zodiacale sotto la cui influenza si troverebbe
l’Inghilterra; l’autore contesta l’opinione abituale degli astrologi in base
alla quale si tratterebbe dell’Ariete; e questo gli serve soprattutto come
pretesto per poi passare in rassegna i diversi segni e descrivere i caratteri
umani corrispondenti ad ognuno di essi; infine propende in favore del
Sagittario, senza tuttavia giungere ad una conclusione definitiva.
In un altro articolo, si parla del Tracing
board del grado di Maestro; un punto particolarmente importante è quello
che concerne il lucernario (dormer), che in questo quadro è raffigurato
nella parte superiore del Tempio, ed il cui simbolismo, come ha notato
giustamente l’autore, è identico a quello dell’«occhio» della cupola, di cui
abbiamo già parlato in diverse occasioni. «È anche interessante il fatto che
qualche volta si trova il simbolo “G” sospeso all’apertura della cupola, la
quale è illuminata dall’alto, suggerendo così la Luce divina che si diffonde su
tutte le cose»; e noi aggiungiamo che si tratta, chiaramente, di un vestigio
del simbolismo «polare» che era in uso nella Massoneria operativa e che noi
abbiamo segnalato altrove (La Grande Triade, cap. XXV). Fra l’altro,
l’accostamento col «terzo occhio» non è esatto in questo caso, poiché, in
realtà, questo non è affatto situato sulla corona della testa ed è del tutto
diverso dal Brahmâ-randhra; precisiamo anche che è solo al grado di Royal
Arch che potrà essere effettivamente compreso il vero rapporto fra questi
«centri».
Vi è poi un articolo sul grado di
Rosa-Croce, che in realtà è solo la traduzione testuale di un brano del
corrispondente rituale di Ragon, e non riusciamo a capire perché il nome di
Ragon non è nemmeno menzionato, né perché l’articolo porti in calce le iniziali
P.C., che sono forse quelle del traduttore. D’altronde, non si capisce quale
interesse potrebbe esserci nel riprodurre, puramente e semplicemente, senza una
spiegazione o un commento qualsiasi, una serie di affermazioni pseduo-storiche,
la maggior parte delle quali sono completamente errate e non si basano su alcun
serio elemento.
130
Segnaliamo infine una nota intitolata Tetragrammaton,
ma che, in realtà, si riferisce solo al simbolismo dei quattro animali; come
capita spesso, le corrispondenze quaternarie che vi sono indicate sono
parzialmente inesatte; ed è anche spiacevole che sia stata riprodotta, senza
alcuna cautela, l’affermazione del tutto ingiustificata degli occultisti, che
pretendono di ritrovare nella Sfinge egizia una combinazione dei quattro
animali: eppure non è certo difficile rendersi conto, per lo meno, che questa
Sfinge non ha mai avuto delle ali!
Études
Traditionnelles, marzo
1948.
‑ Le Symbolisme ha pubblicato,
nei numeri da dicembre 1946 a maggio 1947 (salvo quello di marzo,
interamente dedicato alla memoria di Oswald Wirth), uno studio su. Le
Triangle et l’Hexagramme (Il Triangolo e l’Esagramma) firmato «Maen-Nevez,
Maître d’Œvre»; in esso si trovano delle considerazioni importanti ed altre che
lo sono meno, e a nostro avviso le più interessanti sono quelle relative ai
simboli propriamente operativi e «compagnonici». L’autore riproduce un marchio
di tagliatore di pietra, rilevato a Vitré, nel quale figura il «quatre de
chiffre», di cui abbiamo parlato in un apposito articolo, ma di cui sembra che
egli non abbia cercato di approfondire il significato, nonostante abbia preso
questo marchio come punto di partenza per degli sviluppi che non sempre vi si
riferiscono in maniera diretta; tuttavia è riuscito, in maniera notevole, a
«piazzare» il marchio in questione su una delle «griglie» grafiche impiegate a
questo scopo dalle antiche corporazioni di costruttori. Dobbiamo anche segnalare,
in modo particolare, le considerazioni esposte dall’autore sulla costruzione in
legno e in pietra, con particolare riferimento all’architettura nordica; esse
sono da accostare a ciò che abbiamo avuto modo di dire, qui, sull’argomento,
riferendoci ad altre tradizioni (Muratori e carpentieri, n° di dicembre
1946). A proposito di simboli «trinitari» si parla di un curioso quadro
«compagnonico» che è stato
131
riprodotto una volta in un numero speciale
de Le Voile d’Isis (n° di novembre 1925); la rassomiglianza di questa
figura con quella del dio gallico tricefalo non è contestabile, ma forse
l’autore, che si interessa in modo del tutto particolare al Celtismo, ha finito
coll’esagerarne l’importanza; in ogni caso, vi è un’altra cosa che è molto
strana, e che crediamo non sia mai stata presa in considerazione: il disegno in
questione è perfettamente somigliante a certi quadri provenienti dal Monte
Athos (meno il fatto che in questi le iscrizioni, naturalmente, sono in greco
anziché in latino), quadri che, a quanto sembra, vengono impiegati dai monaci
come supporto per la contemplazione; questo fatto, forse, potrebbe far luce, in
maniera inattesa, su certe «affinità» del Compagnonaggio. Per altro verso, ci
capita di segnalare un piccola inesattezza: non è Shiva, ma Brahmâ
ad essere rappresentato con quattro facce nell’iconografia indù; per contro,
esistono delle raffigurazioni di Shiva con tre facce (in connessione con
il «triplice tempo»), e in questa occasione sarebbe stato più opportuno
menzionare queste. Le considerazioni sull’esagramma sono ispirate in gran parte
ai lavori di Matila Ghyka e richiedono solo una osservazione: è esatto che il
triangolo dritto ed il triangolo capovolto corrispondono rispettivamente al
fuoco e all’acqua, di cui peraltro sono i simboli alchemici, tuttavia questa è
solo un’applicazione fra le tante, mentre l’autore la considera in maniera
troppo esclusiva. Noi non conosciamo l’opera di R.-J. Gorsleben alla quale egli
si riferisce, ma, basandoci sulle citazioni che riporta, ci sembra che non
possa essere utilizzata senza una certa precauzione, poiché c’è da temere che
le interpretazioni dei simboli contengano una dose piuttosto fantastica di
«modernismo».
Il numero di maggio contiene alcune
riflessioni molto sensate su Le secret maçonnique (Il segreto
massonico); esse, anche senza approfondire molto la questione (cosa peraltro
non tanto possibile in un articolo di sole quattro pagine), tuttavia concordano
con quanto abbiamo scritto noi stessi sulla vera natura del segreto iniziatico
(Considerazioni sulla Via Iniziatica, cap. XIII).
132
In questo stesso numero, François Ménard
critica in maniera eccellente il libro di Paul Le Cour, Hellénisme et
Christianisme (Ellenismo e Cristianesimo), con una severità che è
sicuramente del tutto giustificata.
Nel numero di giugno, Marius Lepage
studia La Maçonnerie nègre aux États-Unis (La Massoneria negra negli
Stati Uniti), argomento che è generalmente assai poco conosciuto, per il fatto
che questa Massoneria non ha relazioni di sorta con le Grandi Logge «bianche»
che la considerano come «clandestina» (o più esattamente «non riconosciuta»,
poiché in realtà la sua origine è perfettamente regolare), il che peraltro non
impedisce che essa abbia raggiunto uno sviluppo molto più considerevole di
quanto si potrebbe supporre; la cosa più sorprendente è che negli Stati Uniti
vi è un gran numero di Massoni «bianchi» che non hanno neanche sentito parlare
delle sua esistenza.
Nel numero di luglio-agosto. con il
titolo Initiation et règlement (Iniziazione e regolamento),
Marius Lepage insiste, molto giustamente, sul fatto che una qualità iniziatica
non può perdersi in nessun caso; si tratta di qualcosa contro la quale i
regolamenti amministrativi sono impotenti, e le esclusioni che essi raccomandano
sono solo delle misure di ordine meramente esteriore che non fanno perdere la
qualità di Massone, esattamente come nella Chiesa cattolica l’«interdizione» di
un prete non può abolire il suo carattere di sacerdote. La distinzione fra i
due ambiti, iniziatico ed amministrativo, dovrebbe essere osservata sempre
accuratamente, e sarebbe auspicabile che i regolamenti fossero redatti in
maniera da non contenere nulla che fosse in contraddizione con i principi
iniziatici, cosa questa che significherebbe, in definitiva, eliminare tutto ciò
che è stato semplicemente copiato dalle istituzioni profane e che non potrebbe
convenire alla vera natura della Massoneria.
Sempre Marius Lepage, ha redatto una nota su
Stanislas de Guaita et le «Problème du Mal» (Stanislas de Guaita e il
«Problema dei Male»), in cui annuncia l’intenzione di pubblicare la parte di
questo libro che l’autore lasciò incompiuta,
133
insieme alle integrazioni che Oswald Wirth
aveva incominciato ad aggiungervi, ma che non ebbe modo di ultimare.
Ancora nello stesso numero, notiamo un
articolo di J. Corneloup, intitolato Variations symbolistes sur un thème
mathématique (Variazioni simboliche su un tema matematico); si tratta del
simbolismo delle «sezioni coniche», ma, sfortunatamente, le considerazioni
esposte in proposito restano un po’ vaghe, e soprattutto ci sembra che l’autore
non sia riuscito a trarre con esattezza le conseguenze derivanti dal fatto che
la parabola è una forma intermedia fra l’ellisse e l’iperbole. Quanto al timore
da lui espresso «di essere accusato di aver abusivamente introdotto la poesia
nella scienza», noi riteniamo che un tale rimprovero sarebbe alquanto
ingiustificato, poiché simbolismo e poesia (almeno secondo il modo in cui i
moderni intendono quest’ultima) sono sicuramente due cose del tutto diverse;
diremo perfino che, se si comprende la scienza nel senso tradizionale e non nel
senso profano, niente potrebbe essere veramente più «scientifico» del
simbolismo.
Études
Traditionnelles, giugno
1948.
‑ In The Speculative Mason (n°
di aprile 1948) notiamo uno studio su La Morte del Compagno; si
tratta naturalmente dell’iniziazione al grado di Maestro e dell’identificazione
del recipiendario con Hiram, in virtù della quale «egli deve elevarsi ad un
livello in cui agirà per dei motivi superiori a lui stesso e che hanno un
carattere universale», concetto che, giustamente, è accostato a quello del
distacco dai frutti dell’azione presente nella Bhagavad-Gîtâ.
Autori diversi si occupano dello studio del
motto «Conosci te stesso»; in linea di massima, questi lavori insistono
soprattutto sulla necessità di orientare la coscienza verso l’interiore,
facendola passare gradualmente dallo stato tutto superficiale nel quale vive
l’uomo ordinario a stati successivi, via via più profondi, fino a quando, dopo
essersi liberato
134
così da tutte le limitazioni contingenti,
non pervenga al centro stesso dell’essere, ove risiede il vero «Sé».
Études
Traditionnelles,
settembre 1948.
‑ Ne Le Symbolisme (nº di
settembre-ottobre 1947), P. O’Neill, in un articolo intitolato À propos
des «Résolutions de New York» (A proposito delle «Risoluzioni di New
York»), esamina alcuni aspetti della divergenza che esiste fra la Massoneria
anglosassone e la Massoneria francese, divergenza che sembra dovuta soprattutto
al fatto che esse, pur partendo entrambe dalle concezioni espresse dalle
Costituzioni di Anderson, nel corso del loro sviluppo se ne sono poi
allontanate, in qualche modo, in maniera divergente; tanto che, mentre la
Massoneria francese ha accentuato sempre più la tendenza alla
«modernizzazione», quella inglese invece, grazie all’azione svolta dagli
«antichi», si è riavvicinata alla vera tradizione, che Anderson aveva intaccato
in maniera incresciosa.
Nel numero di novembre, col titolo Initiation
et mythe adamique (Iniziazione e mito adamitico), Gaston Moyse espone
alcune riflessioni a proposito della sostituzione, in un tempio massonico,
delle due colonne con due statue che raffigurano un uomo ed una donna; è
scontato che le due colonne simboleggiano effettivamente i due principi
complementari che possono essere designati come maschile e femminile, tuttavia
riteniamo che una tale raffigurazione antropomorfa, oltre a non avere nulla di
tradizionale, restringa di molto la portata di questo simbolismo, attirando
l’attenzione esclusivamente su ciò che, in realtà, è una semplice applicazione
particolare di esso.
In entrambi questi due numeri e nel numero
di dicembre troviamo uno studio di Louis Coulon, intitolato Specimen
d’une interprétation hiéroglyphique d’après le P. Kircher (Saggio di
interpretazione geroglifica secondo P. Kircher); si tratta della spiegazione di
una figura della tavola isiaca del
135
museo di Torino, composta da uno scarabeo
dalla testa d’uomo accompagnato da diversi simboli accessori. I commenti di P.
Kircher, secondo cui questa figura «riassume i più grandi misteri e nasconde le
più alte potenze», non mancano certo di interesse, ma dobbiamo dire che è
parecchio dubbio che li si possano considerare, nel loro insieme, come
l’espressione di idee autenticamente egizie. D’altronde, è certo che il pezzo
in questione non è molto antico, poiché vi si trovano, non un’iscrizione
geroglifica, ma quattro caratteri che possono solo essere delle lettere greche,
più o meno malformate, e difficili da interpretare proprio per questa stessa
ragione (in ogni caso, non crediamo che possano formare la parola philo);
ne deriva che il pezzo può risalire solo al periodo alessandrino. Ma la cosa
curiosa, e di cui pare che nessuno si sia accorto, è che questa figura è
palesemente il prototipo di un’altra che si trova, sembra, in un’opera araba di
Ibn Wahshiyah; si tratta di un vero enigma e sarebbe interessante che qualcuno
facesse delle ricerche in proposito; ma, in questo caso, per prima cosa
bisognerebbe assicurarsi che von Hammer, la cui «documentazione» è sempre molto
sospetta, non c’entri in qualche modo, come noi sospettiamo.
Nel numero di dicembre, Marius Lepage
ha dedicato un articolo a Stanislas de Guaita, in occasione del cinquantenario
della morte; mentre, a partire dal numero di gennaio 1945, la rivista ha
incominciato a pubblicare i frammenti del suo Problème du Mal, insieme
ai commenti di Oswald Wirth.
Nei numeri di dicembre 1947, gennaio e
febbraio 1948, J.-H. Probst-Biraben studia L’hermétisme des anciens
littérateurs méditerranéens (L’ermetismo degli antichi scrittori
mediterranei); in realtà, si tratta soprattutto del Roman de la Rose
(Romanzo della Rosa), ed anche di Dante e di Rabelais; vi si trovano degli
accostamenti interessanti, in particolare nei confronti del Sufismo; ma noi ci
chiediamo perché al giorno d’oggi vi è così tanta gente che sembra credere che
esista un simbolismo specificamente «mediterraneo».
Nel numero di gennaio, Albert
Lantoine esamina a lungo il libro di Chettéoui su Cagliostro et Catherine II,
di cui noi
136
abbiamo già parlato (nº di aprile-maggio
1948); egli cerca soprattutto di chiarire le diverse ragioni dell’ostilità di
Caterina II nei confronti della Massoneria in generale e di Cagliostro in
particolare; sul carattere ed il ruolo di quest’ultimo, le sue conclusioni
sono, se non favorevoli, almeno assai moderate.
Nei numeri di marzo, aprile e maggio,
J. Corneloup fa la storia delle Constitutions du Grand-Orient de France
(Costituzioni del Grande Oriente di Francia) e delle loro modifiche avvenute
nel corso del XIX secolo, soprattutto quella del 1877 che ebbe delle
incresciose conseguenze. La cosa veramente singolare è che i processi verbali
del Convento di cui si tratta, non parlano minimamente della soppressione della
formula del «Grande Architetto dell’Universo», e non vi si trova nemmeno
traccia alcuna di un voto relativo ad una «riforma dei rituali» che avrebbe
dovuto implicare tale soppressione, voto che tuttavia certamente c’è stato;
quali possono mai essere le ragioni di questa sorprendente lacuna? A questo
proposito segnaliamo un altro punto curioso, di cui non si parla nell’articolo:
si tratta della decisione di sopprimere tutti gli «emblemi aventi un carattere
religioso o monarchico»; questa decisione, che dovette esser presa dal Gran
Collegio dei Riti, sembra che si ricolleghi proprio alla stessa «riforma»; ma,
noi abbiamo sotto gli occhi un documento che dimostra che già dal 1876, sullo
scudo del suddetto Gran Collegio dei Riti, la divisa scozzese Deus meumque
jus era stata cambiata in Suum cuisque jus, mentre l’aquila a due
teste aveva già subito la metamorfosi in quel qualcosa che un giorno qualcuno
definì «una sorta di chimera apocalittica»; come e perché questi cambiamenti
(che d’altronde non si accordavano molto con la rivendicazione di regolarità
del Grande Oriente in ordine agli alti gradi del Rito Scozzese) sono stati
operati almeno un anno prima del voto, di cui invece, logicamente, avrebbero
dovuto essere la conseguenza? Da parte nostra non pensiamo di fornire una
spiegazione, non avendo a nostra disposizione tutti gli elementi necessari, ma
riteniamo che sarebbe certo interessante cercare di chiarire quest’altro
mistero.
137
Nel numero di giugno segnaliamo due
articoli: uno su Le symbolisme du troisième degré (Il simbolismo del
terzo grado) e le sue relazioni con l’insieme del simbolismo massonico; e
l’altro su Le symbolisme et le folklore (Il simbolismo e il folklore),
il quale, malgrado certe giuste considerazioni, testimonia un eccessivo
«eclettismo» relativo a diverse teorie moderne, senza peraltro andare in fondo
alla questione.
Études
Traditionnelles,
ottobre-novembre 1948.
‑ The Speculative Mason (n°
di luglio 1948) contiene una serie di studi sui diversi simboli che
figurano nel Tracing Board del 1º grado; essa è preceduta da una
presentazione storica alla quale si accompagnano delle interessanti indicazioni
relative al rituale operativo. Da questa presentazione, risulta in particolare
che la forma adottata attualmente in Inghilterra per il Tracing Board è
molto moderna, poiché data dal 1849; anteriormente, sembra che vi sia stata una
grande diversità nei disegni impiegati dalle diverse Logge, anche se,
naturalmente, i simboli principali vi erano sempre presenti. L’autore ha
ragione di deplorare che le interpretazioni puramente «moraleggianti», che
hanno acquisito una sorta di autorità per il fatto che sono state incorporate
nei rituali stampati, siano divenute, per ciò stesso, un impedimento per la
ricerca di una spiegazione di tipo più esoterico.
Segnaliamo anche l’inizio di uno studio
intitolato On asking questions (Sulle domande da formulare); non si
tratta delle domande da formulare all’esterno, ma di uno sforzo di
concentrazione che deve condurre a trovare le risposte in noi stessi, poiché
«il seme della saggezza è in noi e la sua crescita si effettua dall’interno
all’esterno», e come insegna la Bhagavad-Gîtâ, tutto è contenuto nella
vera conoscenza spirituale, la quale in definitiva non è altro che la
conoscenza di «Sé».
‑Abbiamo ricevuto la prima annata (da
settembre 1947 a giugno 1948)
138
della rivista The Masonic Light,
pubblicata a Montréal; essa contiene soprattutto delle ricerche storiche, la
maggior parte delle quali si riferiscono alla questione, molto oscura e
controversa, delle origini della Massoneria in Canada; comunque, malgrado
questo carattere piuttosto «locale», esse sono ugualmente degne di interesse.
Per contro, abbiamo notato l’assenza, quasi totale, di articoli che si
occupino, più o meno direttamente, del simbolismo; e ci chiediamo quali possano
mai essere le ragioni di una lacuna così sorprendente. D’altra parte, i
redattori di questa rivista constatano con dispiacere l’ignoranza generale di
tutto ciò che concerne la Massoneria degli altri paesi, e si ripropongono di
rimediare a questo spiacevole stato di cose, che peraltro non è certo esclusivo
del Canada; senza dubbio avranno molto da fare in questa direzione, a giudicare
da certe note più o meno contraddittorie, in particolare riguardanti la
Massoneria francese, sulla quale si ha l’impressione che, nonostante ci si dia
da fare, le idee rimangano un po’ confuse. A questo proposito, da un punto di
vista generale, facciamo notare che sarebbe molto interessante studiare un po’
più a fondo la questione dell’esistenza della Massoneria in Francia prima della
data comunemente ammessa del 1725; questione che qui troviamo menzionata in
maniera incidentale e che, peraltro, sembra molto difficile da chiarire
completamente; lo stesso dicasi per quello che viene chiamato «rito scozzese»
che, secondo certuni, sarebbe esistito in Francia fin dal 1688, e del quale non
si sa bene quale fosse la vera natura. Tutto ciò, forse, aiuterebbe a capire
certe particolarità dei rituali francesi, che non possono certo derivare da
quelli che erano praticati nella Gran Loggia d’Inghilterra. Notiamo anche un
particolare molto divertente: costituito dallo stupore manifestato nello
scoprire l’esistenza del Martinismo, il quale fra l’altro non è mai stato
qualcosa di molto nascosto; scoperta avvenuta in seguito al ritrovamento
fortuito, a Montréal, di un rituale della branca americana del dr. Blitz; nel
contempo viene sollevato un interrogativo a proposito del significato del nome
di Éliphas Lévi, interrogativo al quale possiamo rispondere
139
con estrema facilità: si tratta, non della
traduzione, ma della «ebraicizzazione», per equivalenza fonetica
approssimativa, dei due nomi propri del personaggio, Alphonse Louis; mentre Zahed
(e non Zaheb) è la traduzione in ebraico di Constant (e non Contant) che
era il suo cognome; non v’è dunque niente di enigmatico.
Études
Traditionnelles,
gennaio-febbraio 1949.
‑ In The Speculative Mason (n°
di gennaio 1949), segnaliamo delle note sul Compagnonaggio, a dire il vero
un po’ sommarie; ed un articolo sull’astrologia, che, in linea di massima,
espone delle vedute esatte circa la parte di verità che contiene questa
scienza, così come viene oggi presentata, e circa le fantasie che hanno finito
col mischiarvisi; l’autore di questo articolo attribuisce poca importanza
all’aspetto delle «predizioni», cosa che ci trova del tutto concordi.
Il numero di aprile contiene una
interessantissima descrizione dei riti celebrati annualmente dalla Massoneria
operativa, per commemorare la fondazione del Tempio di Salomone; vi si trovano
delle considerazioni che si accostano parecchio ad alcune di quelle che noi
abbiamo esposto nel nostro studio sulla Parola perduta e termini sostituiti
(nn. da luglio-agosto a dicembre 1948).
In entrambi questi due numeri si trova uno
studio intitolato The Freemason of Irish Mythology (Il Massone nella
mitologia irlandese), non ancora completato, che contiene delle informazioni
curiose e poco conosciute sull’antica tradizione irlandese.
Notiamo anche degli articoli sullo «Zodiaco
arcaico del Somerset», di cui abbiamo parlato anche noi nel nostro articolo La
Terre du Soleil (in Le Voile d’Isis, gennaio 1936) (La Terra del
Sole, oggi cap. XII di Simboli della Scienza sacra ‑ n.d.t. ‑); ci
sembra, però, che l’origine «sumerica» che gli viene attribuita in base ad
alcune sue particolarità sia assai poco verosimile; mentre ci è impossibile
prendere sul serio lavori come quelli di L.A. Waddell,
140
che testimoniano soprattutto una prodigiosa
immaginazione.
‑ The Masonic Light di
Montréal (nn. da settembre 1948 a giugno 1949) ha pubblicato una strana
serie di articoli che presentano una nuova teoria, sull’origine della
Massoneria, che l’autore vorrebbe riferire, non a Salomone, ma a Mosè, il che è
piuttosto paradossale. Per mezzo di considerazioni basate soprattutto sui numeri,
considerazioni che, però, non sempre sono chiare ed alle quali, forse, sarebbe
stato opportuno aggiungere delle figure, l’autore cerca di stabilire che il
simbolismo del Tabernacolo sarebbe stato molto più completo di quello del
Tempio di Salomone, il quale, secondo lui, ne sarebbe stato solo una specie di
imitazione imperfetta, dal momento che alcuni segreti erano andati perduti col
tempo. A dire il vero, è del tutto naturale che il Tempio di Salomone presenti
certi rapporti col Tabernacolo, poiché era destinato a svolgere la stessa
funzione; ed è altrettanto naturale che fra loro vi siano certe differenze,
corrispondenti al passaggio degli Ebrei dallo stato nomade a quello sedentario;
non comprendiamo quindi come l’uno o l’altro possano presentare motivi tali da
giustificare una tale svalutazione. D’altra parte, il Tabernacolo non era,
evidentemente, un edificio costruito in pietra, e ci sembra che questo, da
solo, possa bastare per escludere che si possa parlare di Massoneria nei suoi
confronti; è cosa certa che il mestiere di carpentiere è molto diverso da
quello di muratore, e le antiche differenze che esistevano fra loro e che si
sono conservate fino ad oggi, dimostrano appieno che ogni assimilazione è
impossibile (si veda il nostro articolo sull’argomento, nel n° di dicembre
1946, intitolato Muratori e Carpentieri). Il fatto, poi, che i nomi dei
principali operai che lavorarono alla costruzione del Tabernacolo siano stati
introdotti in alcuni alti gradi, è una questione del tutto diversa, che non ha
niente a che vedere con la Massoneria propriamente detta. Ora, se si volesse
risalire oltre Salomone, a maggior ragione ci si potrebbe spingere ancora più
in là di Mosè, fino allo stesso Abramo; infatti, a
141
questo proposito, è presente un indizio
molto chiaro: il fatto che il nome divino invocato in modo particolare da
Abramo si è sempre conservato nella Massoneria operativa; d’altronde, questa
connessione fra Abramo e la Massoneria è facilmente comprensibile per chiunque
abbia qualche conoscenza della tradizione islamica, poiché essa è in rapporto
diretto con la costruzione della Kaabah.
Segnaliamo anche un articolo che si prefigge
di provare che, in realtà, vi sarebbero stati due Hiram, padre e figlio: è il
primo che sarebbe stato assassinato durante la costruzione del Tempio, mentre
il secondo avrebbe completato la sua opera in seguito; l’argomentazione è
ingegnosa, ma non è molto convincente, e l’interpretazione dei testi biblici
sulla quale essa si fonda, ci sembra un po’ troppo forzata.
Fra gli altri articoli contenuti nella
stessa rivista, di cui molti sono interessanti dal punto di vista storico, ne
segnaliamo solo due, nei quali si affronta la questione della «modernizzazione»
della Massoneria; sostenitori ed avversari presentano a turno le rispettive
argomentazioni, e tutto ciò che se ne può dire è che i primi, in forza del
punto di vista molto profano dal quale si pongono, dimostrano soprattutto che
non comprendono molto di ciò che è il carattere essenziale della Massoneria.
Études
Traditionnelles,
ottobre-novembre 1949.
‑ Ne Le Symbolisme (n° di
ottobre 1948), Marius Lepage, in un articolo intitolato La délivrance
spirituelle par la Franc-Maçonnerie (La liberazione spirituale per mezzo
della Massoneria), precisa i caratteri generali dell’epoca attuale e denuncia,
molto giustamente, la confusione che ne deriva in tutti i campi, in particolare
nel dominio intellettuale, in cui le cose sono ad un punto tale che le parole
sembrano aver perduto completamente il loro significato. Sfortunatamente, lui
stesso commette in seguito una confusione, quando dice che in Occidente sembra
che siano rimaste solo due organizzazioni
142
che possono dirsi «iniziatiche»: la Chiesa
cattolica e la Massoneria; ora, mentre ciò è vero per quest’ultima, non lo è
per la Chiesa, poiché una religione, o più in generale un exoterismo
tradizionale, non ha assolutamente niente di iniziatico. Questa confusione
implica a sua volta molte incresciose conseguenze, poiché, mettendo sullo
stesso piano e, in qualche modo, in concorrenza le due organizzazioni di cui si
tratta, mentre in realtà i loro domini sono totalmente diversi, si rischia
sicuramente di dar man forte a coloro che vogliono che fra di esse vi sia una
radicale opposizione. Peraltro, anche qui se ne può trovare un esempio,
abbastanza chiaro: nel modo in cui l’autore esclude i dogmi della caduta e
quindi della redenzione, pretendendo perfino di considerarli come uno dei
principali elementi che differenziano la Chiesa dalla Massoneria.
Ed è proprio questo che ha fatto notare, nel
numero di gennaio 1949, un lettore che si firma J.G., e che ha addotto
un’eccellente spiegazione sull’interpretazione dei dogmi, avendo cura di
indicare con esattezza la distinzione esistente fra i due punti di vista,
exoterico ed iniziatico. Riportiamo un brano della sua conclusione: «Se
l’exoterismo può battersi con un altro exoterismo sulla realtà delle
definizioni dogmatiche che esso propone, per contro sembra impossibile che il
discepolo di un esoterismo possa negare il dogma religioso. “Se egli comprende
bene l’Arte”, lo interpreterà, ma non lo negherà mai; altrimenti scenderebbe
sullo stesso terreno delle limitazioni exoteriche. Si creerebbe una incresciosa
confusione se si volesse giudicare un exoterismo con l’ottica esoterica e in
nome dell’esoterismo...».
Nel numero di novembre 1948, e poi
nei due numeri di gennaio e febbraio 1949, si trovano degli articoli
firmati «La Lettre G», i quali cercano di fornire una spiegazione del Marxismo,
al di là di ogni preoccupazione di carattere politico, rapportandolo alle
condizioni del periodo ciclico in cui ci troviamo attualmente, e di cui esso,
in effetti, è solo una della manifestazioni caratteristiche. Da parte nostra,
dobbiamo fare delle riserve su un punto che potrebbe generare un
143
equivoco, indubbiamente perché non è stato
chiarito a sufficienza: dal punto di vista iniziatico, sicuramente, ci si deve
sforzare di comprendere tutto, il che è possibile solo ponendo ogni cosa al suo
posto sulla base dei dati tradizionali, ed infatti l’autore si è proposto di
agire in questo modo; ma, questo non significa minimamente che si possano
«integrare nelle nozioni tradizionali» delle cose che derivano da uno spirito
essenzialmente antitradizionale, vale a dire, non solo il marxismo, ma ogni altra
concezione specificamente moderna, a qualunque ordine essa appartenga.
Nel numero di novembre 1948, un
articolo di J.B., su La Gnose et les Eons (La Gnosi e gli Eoni), cerca
di mettere un po’ d’ordine in ciò che è rimasto delle teorie delle diverse
scuole gnostiche, il che non è certo un compito facile. All’inizio vi è una
curiosa contraddizione: è detto, innanzi tutto, che «la Gnosi è la conoscenza
trascendentale», ma, qualche rigo dopo, si legge che «la Gnosi è un
sincretismo»; evidentemente, le due cose sono inconciliabili e la
contraddizione può spiegarsi col fatto che una stessa parola è stata usata con
due significati totalmente differenti: nel primo caso si tratta effettivamente
della «Gnosi», intesa nel senso proprio ed etimologico di conoscenza pura,
mentre nel secondo caso, in realtà, si tratta solo dello Gnosticismo; e tutto
questo dimostra, ancora una volta, quanto sia importante aver cura di evitare
ogni confusione verbale.
Nello stesso numero segnaliamo un
interessante articolo di Marius Lepage su La Lettre G (La Lettera G);
egli cita inizialmente quello che abbiamo scritto, sull’argomento, ne La
Grande Triade, poi si riconduce a diversi documenti che sono stati
pubblicati recentemente, sia sulla Massoneria operativa che sui primi tempi
della Massoneria speculativa; documenti da cui risulta che, al grado di
Compagno, la lettera “G” era considerata come l’iniziale della parola
«Geometria», mentre fu solo al grado di Maestro che venne considerata,
inizialmente, come la prima lettera di God. Abbiamo avuto modo di dire
più volte che, da parte nostra, non crediamo affatto all’origine recente
attribuita comunemente
144
al grado di Maestro; ma questo non significa
che i due significati così richiamati debbano essere necessariamente
incompatibili fra loro, poiché, molto semplicemente, essi si sovrappongono
l’uno all’altro, come accade spesso nel simbolismo; comunque avremo modo,
forse, di ritornare su questa questione.
Nel numero di dicembre troviamo un
articolo su Le symbolisme du point (Il simbolismo del punto), firmato
«Timotheus», il quale riunisce alcuni dati tratti principalmente
dall’esoterismo islamico e dalla Kabbala, accostandoli a dei testi di autori
occidentali, come Saint-Martin e Novalis; confronta poi questi dati con il loro
riflesso inverso che si riscontra attualmente nel surrealismo, che egli
presenta, indubbiamente non senza ragione, come ispirato dalla
contro-iniziazione.
Il numero di febbraio 1949 contiene
un importante Contribution à l’étude des landmarks (Contributo allo
studio dei Landmarks), a firma di G. Mercier, si tratta soprattutto di cercare
di risolvere la questione tanto controversa del numero dei landmarks, e
l’autore pensa giustamente che la cosa è possibile solo se ci si riferisce alla
Massoneria operativa; basandosi sui procedimenti da essa impiegati per
determinare l’orientamento e i limiti, o i confini (che è il significato
originale della parola landmarks), di un edificio, e svolgendo una serie
di considerazioni che sfortunatamente è impossibile riassumere, egli riesce a
fissare il loro numero in 22, numero del quale mette in risalto il valore
simbolico e le molteplici corrispondenze; e trova una conferma di questo
risultato nella raffigurazione del tracing board.
Nel numero di marzo, lo stesso autore
pubblica un articolo sulla Corde nouée et houppe dentelée (Cordicella a
nodi e fiocco dentellato), argomento che tocca da vicino quelli della «catena
d’unione» e delle «comici» che noi abbiamo trattato in questa rivista (nn. di
settembre e di ottobre-novembre 1947) (Oggi capp. LXV e LXVI di Simboli
della Scienza sacra ‑ n.d.t. ‑); egli espone ancora delle interessanti
considerazioni sul simbolismo numerico; a dire il vero, non si parla
145
poi tanto del «fiocco dentellato», cosa
peraltro inevitabile, poiché non si sa con esattezza che cosa potesse designare
originariamente questa espressione, e noi pensiamo che possa trattarsi, non del
tesselated border (contorno a mosaico) della Massoneria inglese, ma di
qualcosa di simile al «baldacchino celeste» della tradizione estremo-orientale.
In questo stesso numero, «La Lettre G» parla
de L’Opportunisme de l’initié (L’Opportunismo dell’iniziato), che «non è
la sottomissione alla moda dell’epoca, né la volgare imitazione delle idee
correnti», ma consiste invece, come nella tradizione taoista, nello sforzarsi
di svolgere il ruolo di «reggitore invisibile» nei confronti del mondo delle
cose relative e delle contingenze.
Nel numero di aprile, lo stesso
autore prende in esame La tolérance, vertu initiatique (La Tolleranza,
virtù iniziatica), che non ha niente in comune con quella specie di
indifferenza alla verità ed all’errore che comunemente viene designata con
questo stesso nome. Dal punto di vista iniziatico, basta limitarsi ad ammettere
come ugualmente valide tutte le diverse espressioni dell’unica Verità, vale a
dire, in definitiva, che basta riconoscere l’unità fondamentale di tutte le
tradizioni; ma, dato il senso tutto profano che ormai ha assunto il termine
«tolleranza», il quale fra l’altro evoca, di per sé, l’idea di dover sopportare
con una specie di condiscendenza delle opinioni che non si condividono, non
sarebbe meglio cercare di sostituirlo con un altro che non si presti a questa
confusione?
Questo numero si apre con un articolo in
memoria di Albert Lantoine, lo storico ormai conosciuto della Massoneria;
sfortunatamente, noi non crediamo che egli ne abbia mai compreso veramente il
senso profondo e la portata iniziatica, e d’altronde lui stesso dichiarava
molto volentieri che non si riconosceva alcuna competenza in merito al
simbolismo; tuttavia, nell’ordine d’idee al quale si riferivano i suoi lavori
egli ha sempre dato prova di una indipendenza e di una imparzialità degni del
più grande elogio, e queste sono delle qualità fin troppo rare per non sentirsi
in dovere di render loro l’omaggio dovuto.
146
Sempre nel numero di aprile, J.-H.
Probst-Biraben studia i Couleurs et symboles hermètiques des anciens
peintres italiens (Colori e simboli ermetici degli antichi pittori
italiani); vi si trovano diverse considerazioni interessanti, ma non se ne
ricava alcuna conclusione ben precisa, salvo la constatazione che all’epoca dei
Rinascimento alcune conoscenze esoteriche venivano frequentemente espresse in
opere la cui apparenza esteriore era puramente religiosa; peraltro, alla fine
dell’articolo, ritroviamo l’idea di una «tradizione mediterranea», la cui
realtà ci sembra più che problematica.
Nel numero di maggio, «Timotheus», in
un articolo intitolato Psychanalyse collective et symbolisme maçonnique
(Psicanalisi collettiva e simbolismo massonico), si basa sulle teorie di Jung
per interpretare l’idea di tradizione e l’origine del simbolismo; dal momento
che in un nostro recente articolo su Tradizione e «inconscio» (n° di
luglio-agosto 1949) abbiamo già parlato dei pericolosi errori che implicano le
concezioni di questo genere, è inutile insistervi adesso; esprimiamo solo il
seguente interrogativo: quando si rapporta il surrealismo all’azione della
contro-iniziazione, come è possibile non rendersi conto che lo stesso vale, e a
maggior ragione, per la psicanalisi?
In questo numero e in quello di giugno,
François Ménard prende in esame ciò che lui chiama La sagesse «taoïste» des
Essais de Montaigne (La saggezza «taoista» dei Saggi di Montaigne); è
chiaro che qui si tratta solo di un modo di dire, poiché, sicuramente,
Montaigne non ha potuto conoscere il Taoismo e, senza dubbio, non ha mai
ricevuto alcuna iniziazione, di modo che la sua «saggezza» è, in definitiva, di
un ordine molto esteriore; ma alcuni «riscontri» non sono per questo meno
curiosi, e del resto sappiamo che anche altri hanno notato una strana
somiglianza tra i modi con cui si sviluppano il pensiero di Montaigne e quello
cinese, entrambi secondo una sorta di «spirale»; d’altronde è notevole il fatto
che Montaigne abbia ritrovato, almeno teoricamente e con i suoi soli mezzi,
alcune idee tradizionali che sicuramente non
147
potevano derivargli dai moralisti che aveva
studiato e che gli servirono come punto di partenza per le sue riflessioni.
Nel numero di giugno, J.-H.
Probst-Biraben, ne L’hermétisme de Rabelais et les Compagnonnages
(L’ermetismo di Rabelais e il Compagnonaggio), affronta la questione molto
enigmatica delle relazioni di Rabelais con gli ermetisti e le organizzazioni
iniziatiche del suo tempo; egli rileva i numerosi passi della sua opera che
sembra contengano delle allusioni ai riti di confraternite operative, e pensa
che l’autore ha dovuto essere affiliato a qualcuna di queste, indubbiamente in
qualità di cappellano; il che non ha nulla di inverosimile.
Nel numero di luglio, con il titolo Franc-Maçonnerie
et Tradition initiatique (Massoneria e Tradizione iniziatica), J. Corneloup
espone delle idee che egli ritiene corrispondano all’attuale sviluppo di certe
tendenze, relative alla restaurazione dello spirito tradizionale in seno alla
Massoneria; l’intenzione è sicuramente eccellente, ma sparsi qua e là si
trovano alcuni errori: non bisognerebbe dimenticare che la Massoneria è una
forma iniziatica tipicamente occidentale, e quindi non è possibile «agganciare»
ad essa un elemento orientale; anche se, legittimamente, può essere preso in
considerazione un certo aiuto dell’Oriente per rivivificare le assopite
tendenzialità spirituali, non è certo in questo modo che bisogna concepirlo; ma
questo è un argomento che richiederebbe un discorso molto complesso, che non
possiamo intraprendere in questa sede.
François Ménard apporta un interessante Contribution
à l’étude des outils (Contributo allo studio degli utensili), ispirandosi
allo «spirito operativo», e tale contributo potrebbe servire, in qualche modo,
come base per la restaurazione dei rituali del grado di Compagno, sui quali
esistono non poche divergenze circa il numero degli utensili che devono essere
presenti e l’ordine col quale devono essere presentati; egli prende in
considerazione quattro coppie di utensili: squadra e compasso, martello e
scalpello, perpendicolare e livella, regolo e leva, in cui ognuna rappresenta i
due principi cosmologici complementari; considera poi un utensile isolato,
148
la cazzuola, che «corrisponde alla stessa
mano dell’operaio divino, costruttore del mondo».
Marius Lepage parla De l’origine du mot
«Franc-Maçon» (Dell’origine del termine «Franco-Muratore»); negli antichi
documenti inglesi si ritrova l’espressione freestone masons, «muratori
di pietra franca», impiegata come equivalente di freemasons, di modo che
quest’ultima dovrebbe essere solo un’abbreviazione della prima;
l’interpretazione più comunemente conosciuta di «liberi muratori» sarebbe solo
intervenuta nel corso del XVII secolo; tuttavia, non è possibile che questo
doppio significato, in fondo del tutto naturale e alquanto giustificato nei
fatti, sia già esistito fin da tempi più remoti, anche se i documenti scritti
non contengono nulla che lo indichi espressamente?
Infine, in Sagesse et Initiation
(Saggezza e Iniziazione), «La lettre G» critica molto giustamente coloro che,
in mezzo all’instabilità del mondo moderno, hanno la pretesa di «costruire una
nuova saggezza» su delle basi instabili come tutto il resto; non può esservi
vera saggezza diversa da quella che si fonda su ciò che non cambia mai, vale a
dire sullo Spirito e l’intelletto puro, e solo la via iniziatica può permettere
di raggiungerla.
Études
Traditionnelles, dicembre
1949.
‑ The Speculative Mason dedica
una gran parte del suo numero di luglio 1949 ad un importante studio
che, prendendo spunto da un articolo di Marius Lepage ne Le Symbolisme
(si veda la ns. recensione nel nº di dicembre 1949), apporta delle informazioni
inedite e molto interessanti sulla questione della «lettera G» e sui suoi
rapporti con lo swastika, nella Massoneria operativa; non ci soffermiamo
adesso sulla questione perché pensiamo di trattarla in un apposito articolo.
Nello stesso numero, un articolo sulle
«dimensioni del Tempio», considerate da punto di vista astrologico, contiene
delle considerazioni assai curiose, ma forse un po’ troppo
149
influenzate da certe concezioni
«neo-spiritualiste».
Notiamo anche un articolo sul «pregiudizio
del colore» presente nella Massoneria americana, articolo che fornisce delle
precisazioni storiche poco note, la cui natura è tale da causare un certo
stupore in coloro che non sono informati su questa questione.
‑ The Masonic Light di
Montréal (nº di settembre 1949) contiene un articolo sugli emblemi
scoperti nell’antico Collegium dei Massoni operativi di Pompei; ed un
altro che pone, senza peraltro risolverla, la questione del successore di
Salomone come Gran Maestro della Massoneria.
Segnaliamo anche la riproduzione di alcuni
brani tratti da un libretto pubblicato da una organizzazione inglese detta The
Honourable Fraternity of Ancient Masonry (Onorevole Fraternità della
Massoneria Antica), nata dagli scismi che si sono prodotti in seno alla Co-Masonry,
e divenuta in seguito esclusivamente femminile. La cosa più curiosa è che le
persone che hanno redatto questo libretto si dimostrano alquanto male informate
sulle origini della loro stessa organizzazione: credono infatti che Maria
Deraismes ricevette l’iniziazione nella Gran Loggia Simbolica Scozzese, con la
quale né la Deraismes né il «Diritto Umano» che essa fondò e di cui la Co-Masonry
è la branca anglosassone, ebbero mai alcun rapporto; per di più questa Gran
Loggia divenne a sua volta «mista» solo molto tempo dopo; la verità è che Maria
Deraismes venne iniziata in una Loggia dipendente dal Grande Oriente di
Francia, Loggia che venne subito «messa in sonno» proprio a causa di questa
irregolarità. La cosa veramente singolare è che i dirigenti di questa nuova
organizzazione abbiano potuto illudersi fino al punto di indirizzare alla Gran
Loggia d’Inghilterra, nel 1920, una domanda di riconoscimento, nella quale
pretendevano di assimilare l’ammissione delle donne in Massoneria al fatto che
queste, ormai, potevano accedere a delle carriere profane un tempo loro
interdette; a questa domanda fu risposto, per pura
150
cortesia, ma in modo deciso, che era più che
evidente che le cose non potevano andare in modo diverso.
Nel numero di ottobre della stessa
rivista, troviamo un articolo sul simbolismo della Stella fiammeggiante, la cui
maggiore preoccupazione è di mostrare che si sono avute numerose divergenze
circa la sua interpretazione e perfino nei confronti della sua stessa
raffigurazione. Per esempio, quando nell’Enciclopedia di Mackey si dice che la
Stella fiammeggiante non deve essere confusa con la stella a cinque punte, ciò
implica che essa dev’essere raffigurata con sei punte; ed in effetti talvolta
accade proprio così, e, senza dubbio, è proprio questo che ha permesso di
presentarla come un simbolo della Provvidenza, e di assimilarla alla stella di
Betlemme, poiché il sigillo di Salomone è anche detto «Stella dei Magi». Ma
questo è anch’esso un errore, poiché la stella a sei punte è un simbolo
essenzialmente macrocosmico, mentre invece la stella a cinque punte è un
simbolo microcosmico; ora, il significato della Stella fiammeggiante è innanzi
tutto di tipo microcosmico, e vi sono perfino dei casi in cui non può significare
niente di diverso, come quando è raffigurata fra la squadra ed il compasso (si
veda La Grande Triade, cap. XX). D’altra parte, quando ci si pone da un
punto di vista propriamente cosmico, l’identificazione assai strana della
Stella fiammeggiante col Sole, costituisce un’altra deformazione, che forse può
considerarsi come voluta, poiché essa è in palese connessione con il
cambiamento del simbolismo polare in simbolismo solare; in realtà, sotto questo
profilo, la Stella fiammeggiante può essere identificata solo con la stella
polare, e la lettera G, inscritta nel suo centro, lo prova a sufficienza, come
abbiamo avuto occasione di indicare (si veda La Grande Triade, cap.
XXV), e come è anche confermato dalle considerazioni esposte nello studio de The
Speculative Mason che abbiamo indicato prima.
Études
Traditionnelles,
gennaio-febbraio 1950.
151
‑ The Speculative Mason (nº
di ottobre 1949), dopo aver dato uno sguardo generale al contenuto dei
manoscritti degli Old Charges, di cui oggi se ne conoscono quasi un
centinaio, e dopo aver messo in risalto le indicazioni in essi contenute circa
l’esistenza di un segreto, indicazioni che ovviamente non potevano essere molto
esplicite in documenti scritti e perfino «semi-pubblici», studia in particolare
la questione del nome con cui viene chiamato l’architetto del Tempio di
Salomone. Cosa singolare, questo nome non è mai quello di Hiram; nella maggior
parte di questi manoscritti si trova, sia Amon, sia qualche altro nome
che sembra proprio una forma corrotta di questo; sembrerebbe dunque che il nome
di Hiram sia stato sostituito a questo in un secondo momento, probabilmente
perché la Bibbia ne fa menzione, anche se, in realtà, essa non gli attribuisce
la qualifica di architetto, mentre sempre nella Bibbia non si parla affatto di Amon.
La cosa strana è che questo nome di Amon, in ebraico, ha proprio il
senso di artigiano e di architetto; ci si può dunque chiedere se, per caso, non
si tratti di un nome comune che è stato assunto come nome proprio, oppure,
viceversa, se questa designazione non venne usata per gli architetti perché
essa era stata inizialmente il nome proprio di chi aveva edificato il Tempio.
Comunque sia, la radice del termine Amon, da cui deriva anche amen,
in ebraico ed anche in arabo, esprime le idee di fermezza, di costanza, di
fede, di fedeltà, di sincerità, di verità, che si accordano molto bene con il
carattere attribuito dalla leggenda massonica al terzo Gran Maestro. Quanto al
nome dei dio egizio Amon, benché la sua forma sia identica, ha un
significato differente, quello di «nascosto» o di «misterioso»; tuttavia, è
possibile che, in fondo, queste diverse idee siano in rapporto fra loro, più di
quanto possa apparire a prima vista. In ogni caso, è quanto meno strano
constatare che le tre parti della «parola» del Royal Arch, alle quali ci
siamo riferiti in uno dei nostri studi (Parola perduta e termini sostituiti,
ottobre-novembre 1948), e che sono considerate come dei nomi divini relativi
alle tre tradizioni, ebraica, caldea ed egizia, nella Massoneria operativa sono
rispettivamente
152
riferite a Salomone, Hiram, re di Tiro, e al
terzo Gran Maestro; e questo potrebbe far pensare che la connessione «egizia»
suggerita dall’antico nome di questo terzo Gran Maestro, potrebbe non essere
puramente accidentale. A questo proposito aggiungiamo un’altra osservazione,
che non è meno priva di interesse: si è supposto che quello che veniva indicato
come un nome divino egizio, fosse in realtà il nome di una città, essendo
intervenuta la confusione fra il nome della divinità ed il nome del luogo in cui
veniva adorata; tuttavia, questo nome rientra realmente nella composizione di
uno dei nomi principali di Osiride, anche se la forma è un po’ diversa, ma pur
sempre molto simile se si tiene conto della indeterminazione delle vocali;
questo nome di Osiride, fra l’altro, è anche definito il «nome reale», e, cosa
ancora più singolare, ha propriamente il senso di «essere», esattamente come la
parola greca che è quasi identica e che, secondo alcuni, potrebbe aver
contribuito a creare questa confusione; non è nostra intenzione trarre da tutto
ciò alcuna conclusione, ma ricordiamo solo che in questioni di questo genere
non bisogna mai fidarsi eccessivamente delle soluzioni che sembrano le più
semplici, soprattutto quando non si esaminano le cose in profondità.
Fra gli altri articoli, ne segnaliamo uno
che è intitolato The Tables of King Salomon and King Arthur (Le Tavole
di Re Salomone e di Re Artù); le «tavole» di cui si tratta hanno entrambe lo
stesso simbolismo astronomico e la priorità è qui rivendicata a quella di Re
Artù, poiché viene identificata allo zodiaco arcaico del Somerset, la cui
origine sarebbe di molto anteriore all’epoca di Salomone; ma, a dire il vero,
questa questione della priorità sembra perdere molta della sua importanza se si
pensa, come noi facciamo, che si tratterebbe di rappresentazioni diverse
derivate dallo stesso prototipo, senza alcun filiazione dell’una nei confronti
dell’altra.
Segnaliamo anche certe riflessioni sul
simbolismo della Mark Masonry, ed un articolo intitolato The A.B.C.
of Astrology (L’ABC dell’Astrologia), costituito da una breve presentazione
delle caratteristiche dei pianeti e dei segni zodiacali,
153
nella quale sono presenti certe vedute
moderne che richiederebbero più di una riserva.
‑ The Masonic Light (nº di
novembre 1949) dedica due articoli ad alcune questioni relative al
simbolismo; in uno si parla del ramo d’acacia, simbolo di immortalità e di
innocenza secondo il significato del suo nome in greco; per quanto riguarda,
poi, il riferimento all’iniziazione, non pensiamo che, propriamente parlando,
lo si possa considerare come un terzo significato, poiché l’iniziazione, di per
sé, è direttamente connessa alle idee di risurrezione e di immortalità.
L’altro articolo si riferisce al regolo di
24 pollici; e qui è il caso di sottolineare che l’adozione più o meno recente
del sistema metrico decimale in certi paesi non deve per niente implicare la
modifica di questa misura nei rituali, misura che è la sola ad avere un valore
tradizionale. D’altra parte, l’autore fa notare come questo regolo non figuri,
ovunque, fra gli utensili del primo grado; questo è esatto, ma egli ha
completamente dimenticato il ruolo che esso svolge nel rituale del terzo grado,
ed è proprio qui che appare nel modo più netto il suo rapporto simbolico con il
giorno diviso in 24 ore. Facciamo anche notare come la suddivisione delle 24
ore in tre gruppi di otto, benché menzionata in certe istruzioni per i nuovi
iniziati, rappresenti solo un «impiego del tempo» molto banale; ed è questo un
esempio della tendenza «moralizzante» che, sfortunatamente, ha prevalso
nell’interpretazione corrente dei simboli; invece, la ripartizione in due serie
di dodici corrispondenti alle ore del giorno e della notte (come nel numero
delle lettere che compongono le due parti della formula della shahâdah
islamica) potrebbe dar luogo a delle considerazioni molto più interessanti. Per
quanto riguarda l’equivalenza, più o meno approssimativa, del moderno pollice
inglese con l’antico pollice egizio, si tratta indubbiamente di una cosa assai
ipotetica; d’altronde, le variazioni che hanno subito le misure che vengono
designate con lo stesso nome, a seconda dei paesi e delle epoche, non sembra
che siano state studiate come meriterebbero, e bisogna riconoscere
154
che un tale studio non sarebbe esente da
difficoltà, poiché non si sa che cosa fossero con esattezza, per esempio, i
diversi tipi di cubiti, di piedi e di pollici che furono in uso, talvolta
simultaneamente, presso certi popoli dell’antichità.
Fra gli articoli storici ne segnaliamo uno
in cui sono esposti i fatti che condussero, fra il 1830 e il 1840, certe Logge
operative inglesi a rinunciare ad ogni carattere massonico per trasformarsi in
semplici Trade Unions; ci chiediamo se non è proprio una cosa del genere
che potrebbe spiegare certe lacune prodottesi, verso la stessa epoca, nei
rituali operativi, lacune che in seguito vennero certo colmate, ma soprattutto
con l’aiuto dei rituali della Massoneria speculativa. Per una curiosa
coincidenza, nel corso del XIX secolo, si produsse in Francia qualcosa di
simile, in relazione però ai rituali del Compagnonaggio, ai quali si rimediò
proprio con lo stesso sistema; cosa questa che potrebbe dar luogo a qualche
dubbio sulla reale antichità di ciò che questi rituali, come oggi si
presentano, hanno in comune con quelli della Massoneria, dato che questi
elementi comuni potrebbero essere, almeno in parte, solo una conseguenza di una
tale ricostruzione.
Études
Traditionnelles,
aprile-maggio 1950.
‑ The Speculative Mason (nº
del 1º trimestre 1950) contiene un buon articolo sull’orientamento, e in
particolare su quello dei templi e delle chiese, nei confronti del quale le
considerazioni «utilitaristiche» con le quali i moderni pretendono di spiegare
tutto sono evidentemente senza alcun valore; tuttavia, sarebbe stato opportuno
indicare con maggiore chiarezza che, nelle civiltà tradizionali, non esisteva
alcuna differenza fra l’orientamento particolare dei templi e quello delle case
e delle città, dal momento che l’«utilitarismo» si è introdotto solo insieme al
punto di vista profano, il quale, a poco a poco, ha invaso tutto, a tal punto
che nei tempi moderni l’orientamento degli stessi edifici sacri, apparendo
155
come «inutile», ha finito con l’essere del
tutto abbandonato. A proposito dei «governatori» dei quattro punti cardinali,
ci sembra che sarebbe stato molto facile citare delle autorità migliori della
Blavatsky; comunque sia, siamo d’accordo con l’autore, quando si chiede: «Qual
è il valore di un qualunque fenomeno fisico, se esso non è in grado condurre
alla sua controparte di ordine superiore?» E in effetti, è proprio in questo
che consiste la differenza essenziale fra la scienza tradizionale e la scienza
profana dei moderni; ed è proprio per questo che quest’ultima non ha il minimo
valore reale in quanto a «conoscenza».
Segnaliamo anche: un articolo sul simbolismo
del centro, considerato come «il punto intorno al quale non si può errare»; due
altri articoli sul significato del rituale, sfortunatamente molto sommari; ed
alcune impressioni sul Mark Degree.
‑In The Masonic Light (nº
di dicembre 1949), notiamo un articolo sull’Order of the Eastern Star
(Ordine della Stella d’Oriente), organizzazione femminile riservata alle spose,
madri, sorelle e figlie dei Massoni, la quale, tuttavia, non ha e non pretende
avere alcun carattere massonico.
Segnaliamo anche un altro articolo su
Shakespeare e la Massoneria, che è un’analisi del libro, pubblicato da tempo,
di Alfred Dodd, Shakespeare Creator of Freemasonry, di cui abbiamo
parlato a suo tempo (Études Traditionnelles, febbraio 1938).
Nel numero di gennaio 1950, è
presente un articolo che è il seguito di quello su Shakespeare, e nel quale si
parla della teoria «baconiana», alla quale in effetti si riallaccia l’opera di
Alfred Dodd; nell’articolo sono formulate delle obiezioni molto giuste in
ordine all’attribuzione a Bacone della fondazione della Massoneria.
Nello stesso numero, vi è uno studio che
affronta i diversi punti relativi alla questione della regolarità massonica;
evidentemente, i Massoni dei diversi paesi sono ben lungi dall’essere d’accordo
su ciò che deve essere considerato
156
come essenziale ai fini di questa
regolarità, d’altronde, si sa che un elenco realmente autorizzato di Landmarks
non è mai stato fissato da nessuno in maniera definitiva.
Dobbiamo anche segnalare un articolo
piuttosto bizzarro, intitolato The Freeing of the Medieval Mason
(L’Affrancamento del Massone Medievale), nel quale si sostiene che il segreto
dei Massoni operativi del Medioevo era costituito soprattutto dal possesso e
dall’uso della notazione aritmetica e del calcolo algebrico, i quali erano
stati introdotti in Europa dagli Arabi; e dal momento che questa provenienza
rendeva tali elementi sospetti, agli occhi dell’autorità ecclesiastica, al
punto tale da procurare delle accuse di stregoneria, ecco che diventò
pericoloso servirsene apertamente; tutto questo,, sicuramente, è molto distante
dal punto di vista iniziatico!
Nel numero di febbraio, sono
denunciate e rettificate un certo numero di concezioni erronee relative alla
Massoneria; la cosa non deve poi stupire più di tanto, anche se si tratta di
Massoni, poiché noi stessi abbiamo avuto modo di constatare che molti di essi
sono lontani dal farsi un’idea esatta dei rapporti esistenti, per esempio, fra
la Massoneria propriamente detta e i diversi Riti degli alti gradi, o perfino
fra la prima e certe organizzazioni «collaterali».
Un articolo sul simbolismo della Stella
polare, che ha molti punti di contatto con la questione che trattiamo in questo
stesso numero (La Lettera G e lo swastika, oggi cap. XVII di Simboli
della Scienza sacra ‑ n.d.t. ‑) e che parla in particolare dello swastika
come simbolo del Polo, sfortunatamente è sciupato dalla presenza di un punto di
vista «evoluzionista», secondo il quale l’uomo ha incominciato a formulare
alcune osservazioni molto semplici, per poi giungere, poco la volta, a trarne
determinate conclusioni; ed anche lo stesso simbolismo avrebbe questa origine
empirica; non c’è neanche bisogno di dire che concezioni come queste, tutte
moderne e del tutto profane, sono assolutamente incompatibili con la minima
nozione di ciò che è realmente la tradizione.
Il numero di marzo contiene un
saggio sulla storia dell’architettura, nel quale si trovano alcune informazioni
interessanti;
157
ma è quanto mai «semplicistico» e, fra
l’altro, poco conforme allo spirito tradizionale, voler spiegare, con una serie
di fattori puramente esteriori, le differenze che esistono nell’architettura a
seconda dei tempi e dei luoghi; d’altronde, l’autore sembra che non abbia idea
del ruolo essenziale svolto, in tutta l’architettura tradizionale,
dall’imitazione di un «modello cosmico», e tuttavia è proprio questo che, in
primo luogo, fornisce all’architettura stessa il suo valore iniziatico, senza
del quale la stessa iniziazione massonica non sarebbe mai esistita.
Un piccolo appunto secondario: perché
nell’epigrafe riprodotta su ogni numero, si dice che Voltaire fosse membro
della «Loggia delle Sette Sorelle», quando invece non dovrebbe neanche essere
citato come un Massone, dal momento che venne iniziato, honoris causa,
solo qualche mese prima della sua morte? Fra l’altro ci risulta che le Muse
siano sempre state nove!
Études
Traditionnelles,
luglio-agosto 1950.
158
APPENDICE
Sono qui raccolti gli articoli e le recensioni
che René Guénon ha firmato con degli pseudonimi.
ARTICOLI
Gli articoli che seguono vengono presentati,
diversamente che nell’edizione francese, secondo l’ordine cronologico della
prima pubblicazione.
In qualche modo si potrebbe pensare che,
forse, sarebbe stato più opportuno porli all’inizio della presente raccolta,
sia per la loro datazione, sia, soprattutto per il loro contenuto; ma il fatto
che nessuno di essi sia stato firmato René Guénon induce a considerare che un
tale «caso» può anche avere, forse, un suo particolare significato. Non si può
non tenere presente infatti due elementi di non poco conto:
1º, per un verso, la forma ed il contenuto di
questi articoli, pur rivelando la presenza di argomentazioni e riflessioni che
si ritroveranno poi in tutta l’opera dell’autore, appaiono tuttavia legati ad
una serie di fattori contingenti riconducibili sia agli ambienti in cui si era
introdotto René Guénon all’epoca, sia, e conseguentemente, al suo «percorso»
personale; per altro verso, si riconoscono facilmente i segni di un
insegnamento che René Guénon, all’epoca, doveva aver già acquisito.
2º, il periodo in questione e le esperienze
condotte allora da René Guénon, vanno viste alla luce di quanto lui stesso
dichiarerà successivamente, e a più riprese; come si è già avuto modo di
leggere nel corso della presente raccolta, ove si ritrovano dichiarazioni come
questa: «Se, in una certa epoca, abbiamo dovuto introdurci in tale o tal
altro ambiente, è per delle ragioni che riguardano solo noi;...» (vol. I,
p. 177) (n.d.t.).
162
LA GNOSI E LA MASSONERIA *
«La Gnosi ‑ dice l’Ill\F\ Albert Pike ‑ è l’essenza e il midollo
della Massoneria». Qui, per Gnosi, bisogna intendere la Conoscenza tradizionale
che costituisce il fondo comune di tutte le iniziazioni, le cui dottrine ed i
cui simboli si sono trasmessi, dall’antichità più remota fino ai nostri giorni,
attraverso tutte le Fraternità segrete, la cui lunga catena non s’è mai
interrotta.
Ogni dottrina esoterica può trasmettersi
solo tramite una iniziazione, ed ogni iniziazione comprende necessariamente
diverse fasi successive, alle quali corrispondono altrettanti gradi diversi.
Questi gradi e queste fasi possono sempre riassumersi in numero di tre; e le si
può considerare come indicative delle tre età dell’iniziato o delle tre epoche
della sua educazione; mentre le si può caratterizzare con le tre seguenti
parole: nascere, crescere, produrre. Ed ecco, a questo proposito, cosa dice il
F\ Oswald Wirth:
«L’iniziazione massonica ha lo scopo di
illuminare gli uomini, al fine di far loro apprendere come lavorare utilmente,
in piena conformità con le stesse finalità della loro esistenza. Ora, per
illuminare gli uomini, occorre innanzi tutto liberarli da tutto ciò che può
impedir loro di vedere la Luce. E questo si ottiene sottoponendoli a certe
purificazioni, destinate ad eliminare le scorie eterogenee, causa dall’opacità
degli involucri che servono da scorza protettrice al nocciolo spirituale umano.
Allorché questi divengono limpidi, la loro perfetta trasparenza lascia
penetrare i raggi della Luce esterna fino al centro cosciente dell’iniziato.
Tutto il suo essere, allora, se ne satura progressivamente, fino a quando non
diverrà un Illuminato, nel senso più elevato del termine,
* La Gnose et la Franc-Maçonnerie,
pubblicato su La Gnose, marzo 1910, e firmato «Palingenius».
163
detto anche Adepto, e ormai egli stesso
trasformato in un focolare raggiante di Luce.
«L’iniziazione massonica comporta quindi tre
fasi distinte, relative alla scoperta, all’assimilazione ed alla propagazione
della Luce. Queste fasi sono rappresentate dai tre gradi di Apprendista,
Compagno e Maestro, che corrispondono alla triplice missione dei Massoni, la
quale consiste prima nel ricercare, poi nel possedere ed infine nel diffondere
la Luce.
«Il numero di questi gradi è assoluto: ve ne
possono essere solo tre, né di più né di meno. L’invenzione dei diversi
sistemi, detti degli alti gradi, si fonda su un equivoco, che ha condotto alla
confusione fra i gradi iniziatici, strettamente limitati a tre, ed i gradi
dell’iniziazione, la cui molteplicità è necessariamente indefinita.
«I gradi iniziatici corrispondono al
triplice programma perseguito tramite l’iniziazione massonica. Essi, con il
loro esoterismo, apportano una soluzione alle tre domande dell’enigma della
Sfinge: da dove veniamo? chi siamo? dove andiamo?, e per ciò stesso
corrispondono a tutto quello che può interessare l’uomo. Essi sono immutabili
nei loro caratteri fondamentali, e nella loro trinità formano un tutto
completo, al quale non v’è niente da aggiungere né da togliere: l’Apprendistato
e il Compagnonaggio sono i due pilastri che sorreggono la Maestria.
«Quanto ai gradi dell’iniziazione, essi
permettono all’iniziato di penetrare, più o meno profondamente, l’esoterismo di
ciascun grado; ne deriva un numero indefinito di modi diversi atti a prendere
possesso dei tre gradi di Apprendista, Compagno e Maestro. Si può anche
possedere la sola forma esteriore, la lettera incompresa; e in Massoneria, come
dappertutto, vi sono molti chiamati e pochi eletti, poiché solo ai veri
iniziati è dato di comprendere lo spirito intimo dei gradi iniziatici. Del
resto, ognuno consegue un risultato diverso, e il più sovente si giunge ad
uscire appena dall’ignoranza esoterica, senza avanzare in maniera decisiva
verso la Conoscenza, verso la Gnosi perfetta.
164
«Questa, che in Massoneria è raffigurata dalla
lettera G\ della Stella Fiammeggiante, si applica al
programma di ricerche intellettuali e di avanzamento morale di tutti e tre i
gradi di Apprendista, Compagno e Maestro. Con l’Apprendistato essa cerca di
penetrare il mistero dell’origine delle cose, con il Compagnonaggio essa svela
il segreto della natura dell’uomo e con la Maestria rivela gli arcani del
destino futuro degli esseri. Inoltre, essa insegna all’Apprendista come elevare
fino alla più alta potenza le forze che egli porta in se stesso; mostra al
Compagno come attirare a sé le forze ambientali; e insegna al Maestro come
reggere da sovrano la natura sottomessa allo scettro della sua intelligenza. In
tutto questo non bisogna dimenticare che l’iniziazione massonica si richiama
alla Grande Arte, all’Arte Sacerdotale e Reale degli antichi iniziati».1
Senza voler trattare qui la questione tanto
complessa delle origini storiche della Massoneria, ci limiteremo a ricordare
che La Massoneria moderna, come noi la conosciamo attualmente, è il risultato
di una fusione parziale fra i Rosa-Croce, i quali avevano conservato la
dottrina gnostica fin dal Medioevo, e le antiche corporazioni di Massoni
Costruttori, i cui utensili, peraltro, erano già stati impiegati come simboli
dai filosofi ermetici, come è facile constatare, in particolare, in una delle
figure di Basilio Valentino2.
Ma, tralasciando per il momento il ristretto
punto di vista dello Gnosticismo, ci preme insistere soprattutto sul fatto che
l’iniziazione massonica, come d’altronde ogni iniziazione, ha lo scopo di
ottenere la Conoscenza integrale, che è la Gnosi nel vero senso della parola.
Possiamo anche dire che è proprio questa stessa Conoscenza che, propriamente
parlando,
1. L’Initiation Maçonnique, articolo
pubblicato su L’Initiation, anno 4º, n° 4, gennaio 1891.
2. Si veda in proposito Le Livre de l’Apprenti
(Il Libro dell’Apprendista), del F\ Oswald
Wirth, pp.24-29 della nuova edizione.
165
costituisce realmente il segreto massonico, ed
è per questo che tale segreto è essenzialmente incomunicabile.
Per finire, ed allo scopo di eliminare ogni
equivoco, diciamo anche che, secondo noi, la Massoneria non può né deve
collegarsi ad alcuna opinione filosofica particolare; che essa non è né
spiritualista né materialista, e tanto meno deista o atea o panteista, nel
senso che hanno ordinariamente queste denominazioni; poiché essa dev’essere
puramente e semplicemente la Massoneria. Ciascuno dei suoi membri, entrando nel
Tempio, deve spogliarsi della sua personalità profana e astrarsi da tutto ciò
che è estraneo ai principi fondamentali della Massoneria; principi sui quali
tutti devono unirsi per lavorare in comune alla Grande Opera della Costruzione
universale.
166
L’ORTODOSSIA MASSONICA *
Si è tanto scritto sulla questione della
regolarità massonica, e ne sono state date tante di quelle definizioni, perfino
contraddittorie, che questo problema, lungi dall’essere risolto, ha finito
forse col diventare ancora più oscuro. Sembra che esso sia stato posto
malamente, poiché si cerca sempre di fondare la regolarità su delle
considerazioni puramente storiche, sulla prova vera o presunta di una
trasmissione ininterrotta dei poteri, a partire da un’epoca più o meno remota;
ora, è proprio il caso di confessare che, da questo punto di vista, sarebbe
facile trovare delle irregolarità all’origine di tutti i Riti praticati
attualmente. Ma noi pensiamo che tale elemento è lungi dall’avere l’importanza
che alcuni, per delle ragioni diverse, hanno voluto attribuirgli, e riteniamo
che la vera regolarità risiede essenzialmente nell’ortodossia massonica; e
questa ortodossia consiste, innanzi tutto, nel seguire fedelmente la
Tradizione, nel conservare con cura i simboli e le forme rituali che esprimono
questa Tradizione e ne costituiscono come la veste, e nel rigettare ogni
innovazione sospetta di modernismo. È a ragion veduta che impieghiamo il
termine modernismo, per indicare la tendenza, troppo diffusa, che in
Massoneria, come peraltro dappertutto, si caratterizza per l’abuso della
critica, il rifiuto del simbolismo, la negazione di tutto ciò che costituisce
la scienza esoterica e tradizionale.
Tuttavia, non vogliamo certo affermare che
la Massoneria, per rimanere ortodossa, deve rinchiudersi in uno stretto
formalismo, o che il ritualismo deve essere qualcosa di assolutamente
immutabile, al quale non si possa aggiungere o togliere niente senza rendersi
colpevoli di una sorta di
* L’Orthodoxie Maçonnique, pubblicato
ne La Gnose, aprile 1910, n° 6, pp. 105-107, e firmato «Palingenius».
167
sacrilegio; ciò significherebbe dar prova di
un dogmatismo che è del tutto estraneo ed anche contrario allo spirito
massonico. La Tradizione non è per niente estranea all’evoluzione ed al
progresso; i rituali possono e devono modificarsi tutte le volte che si rende
necessario, per adattarsi alle condizioni variabili di tempo e di luogo, ma,
sia chiaro, solo nella misura in cui le modificazioni non toccano alcun punto
essenziale. I cambiamenti relativi ai dettagli del rituale, importano poco,
posto che l’insegnamento iniziatico che se ne ricava non subisca alcuna
alterazione; e la molteplicità dei Riti non presenterebbe gravi inconvenienti,
anzi potrebbe comportare certi vantaggi, se sfortunatamente essa, molto spesso,
servendo da pretesto per gli incresciosi dissensi fra Obbedienze rivali, non
producesse l’effetto di compromettere l’unità, ideale se si vuole, ma pur
sempre reale della Massoneria universale.
La cosa maggiormente deplorevole è che
troppo spesso si deve constatare, presso un gran numero di Massoni, l’ignoranza
completa del simbolismo e della sua interpretazione esoterica, e l’abbandono
degli studi iniziatici, senza i quali il ritualismo non è altro che un insieme
di cerimonie prive di senso, come nelle religioni exoteriche. Da questo punto
di vista, e in particolare in Francia e in Italia, vi sono oggi delle
negligenze veramente imperdonabili; noi possiamo citare a mo’ d’esempio quella
che commettono i Maestri che rinunciano a portare il grembiule, mentre invece,
come ha giustamente fatto notare recentemente l’Ill\F\ dr. Blatin in una comunicazione che deve
ancora essere presente nella memoria di tutti i FF\, è proprio questo grembiule il vero abbigliamento del Massone, mentre
invece il cordone è solamente una decorazione. Una cosa ancora più grave è la
soppressione o la semplificazione eccessiva delle prove iniziatiche, sostituite
con l’enunciazione di formule pressoché insignificanti; e a questo proposito
non potremmo fare di meglio che riprodurre le poche righe che seguono, le quali
ci forniscono, nel contempo, una definizione generale del simbolismo che
168
possiamo considerare come perfettamente
esatta:
«Il Simbolismo massonico è la forma sensibile
di una sintesi filosofica di ordine trascendente o astratto. Le concezioni
rappresentate dai Simboli della Massoneria non possono dar luogo ad alcun
insegnamento dogmatico; esse sfuggono alle formule concrete del linguaggio
parlato e non si lasciano tradurre in parole. Sono questi, come si dice molto
giustamente, i Misteri che si nascondono alla curiosità profana, vale a dire le
Verità che lo spirito può conoscere solo dopo essere stato giudiziosamente
preparato. La preparazione alla comprensione dei Misteri è allegoricamente
rappresentata, nelle iniziazioni massoniche, tramite le prove dei tre gradi
fondamentali dell’ordine. Contrariamente a quanto si è supposto, queste prove
non hanno per niente lo scopo di far venir fuori il coraggio o le qualità
morali del recipiendario; esse rappresentano un insegnamento che colui che
riflette dovrà discernere, per poi meditare nel corso di tutta la sua carriera
di Iniziato»1.
Da quanto precede si comprende come
l’ortodossia massonica, così come noi l’abbiamo definita, è legata all’insieme
del simbolismo, considerato come un tutto armonico e completo, e non
esclusivamente a tale o a tal altro simbolo particolare, o perfino ad una
formula come questa: A\G\D\G\A\D\U\, di cui
talvolta si è voluto fare una caratteristica della Massoneria regolare, come se
essa potesse costituire da sola una condizione necessaria e sufficiente della
regolarità, e della cui soppressione, nel 1877, si è spesso rimproverata la
Massoneria francese. Approfittiamo di questa occasione per protestare
fortemente contro una campagna molto più ridicola che odiosa, condotta da
qualche tempo contro la Massoneria francese, e nella stessa Francia, in nome
1. Rituel interprétatif pour le Grade
d’Apprenti (Rituale interpretativo per il Grado di Apprendista), redatto dal
Groupe Maçonnique d’Études Initiatiques (Gruppo Massonico di Studi Iniziatici),
1893.
169
di un preteso spiritualismo che nel caso in
specie non c’entra per niente, e ad opera di certe persone che si fregiano di
qualifiche massoniche più che dubbie; se queste persone, a cui non vogliamo
fare l’onore di nominarli, credono che i loro procedimenti assicurino la
riuscita della pseudo-Massoneria che cercano invano di diffondere con la
copertura di diverse etichette, si sbagliano terribilmente.
Non abbiamo intenzione di trattare qui,
almeno per ora, la questione del G\A\D\U\; essa è già
stata oggetto, negli ultimi numeri de L’Acacia, di una discussione molto
interessante fra i FF\ Oswald Wirth e Ch.-M. Limousin,
discussione che sfortunatamente è stata interrotta dalla morte di quest’ultimo,
la quale costituisce un vero lutto per tutta la Massoneria. Ci limiteremo a
dire solamente che il simbolo del G\A\D\U\ non è
l’espressione di un dogma, e se esso fosse compreso nel modo giusto, potrebbe
essere accettato da tutti i Massoni, senza distinzione di opinioni filosofiche,
poiché esso non implica per niente il riconoscimento da parte loro di un Dio
qualunque, come troppo spesso si è creduto. È spiacevole che la Massoneria
francese si sia sbagliata a questo proposito, ma è giusto riconoscere che essa
non ha fatto altro che condividere un errore ormai generalizzato; se si
arriverà a dissipare questa confusione, tutti i Massoni comprenderanno che,
invece di sopprimere G\A\D\U\; occorre
cercare di farsene un’idea razionale e occorre considerarlo al pari di tutti
gli altri simboli iniziatici, come sostiene il F\ Oswald Wirth del quale condividiamo interamente le conclusioni.
Possiamo sperare che verrà un giorno, non
lontano, in cui si stabilirà definitivamente l’accordo sui principi
fondamentali della Massoneria e sui punti essenziali della dottrina
tradizionale. Tutte le branche della Massoneria universale ritorneranno allora
alla vera ortodossia, da cui diverse fra loro si sono allontanate, e tutte si
uniranno infine per lavorare alla realizzazione della Grande Opera, che
consiste nel compimento integrale del progresso in tutti i domini dell’attività
umana.
170
GLI ALTI GRADI MASSONICI *
In un precedente articolo, abbiamo visto che
l’iniziazione massonica comporta tre fasi e che quindi si possono avere solo
tre gradi, che rappresentano queste stesse fasi; da questo sembra derivare che
tutti i sistemi degli alti gradi siano completamente inutili, almeno
teoricamente, poiché i rituali dei tre gradi simbolici descrivono, nel loro
insieme, il ciclo completo dell’iniziazione. In effetti, invece, dal momento
che l’iniziazione massonica è simbolica, essa forma dei Massoni che sono solo
il simbolo dei Massoni veri, e si limita semplicemente ad indicare loro il
programma delle operazioni che dovranno effettuare per pervenire
all’iniziazione reale. È a quest’ultimo scopo che tendevano, almeno
originariamente, i diversi sistemi degli alti gradi, i quali sembra proprio che
siano stati istituiti per realizzare nella pratica la Grande Opera di cui la
Massoneria simbolica insegnava la teoria.
Tuttavia, bisogna riconoscere che ben pochi
di questi sistemi raggiungono realmente lo scopo prefissosi; nella maggioranza
dei casi si riscontrano delle incoerenze, delle lacune, delle superfetazioni,
ed alcuni rituali hanno un valore iniziatico alquanto debole, soprattutto
allorché li si confronta con quelli dei gradi simbolici. Questi difetti,
d’altronde, sono tanto più consistenti per quanto il sistema comporti un
maggior numero di gradi; e se è così per lo Scozzesismo, a 25 o a 33 gradi, che
ne sarà dei Riti a 90, 97 o 120 gradi? Questa molteplicità di gradi è così
inutile che si è costretti a conferirli in serie. Nel XVIII secolo, ognuno
volle inventare un sistema per conto suo, sempre ancorato, beninteso, alla
Massoneria simbolica, di cui venivano sviluppati i principi fondamentali, ma
troppo spesso interpretati in base alle concezioni personali
* Les Hauts Grades Maçonniques,
pubblicato ne La Gnose, maggio 1910, e firmato «Palingenius».
171
dell’autore, come. è facile constatare in.
quasi tutti i Riti ermetici, kabbalistici e filosofici, e negli Ordini
cavallereschi ed illuministi. E in effetti, fu allora che nacque questa
prodigiosa diversità di Riti, di cui molti esistettero solo sulla carta e di
cui è quasi impossibile individuare la storia; tutti coloro che hanno tentato
di porre un po’ d’ordine in tanto caos hanno dovuto rinunciarvi, tranne quando
non hanno preferito fornire delle spiegazioni più o meno fantastiche, e
talvolta perfino completamente immaginarie, sulla origine di questi sistemi.
A questo proposito, non abbiamo certo
l’intenzione di segnalare tutte le affermazioni cosiddette storiche che abbiamo
riscontrato presso diversi autori, ma, certo è che, contrariamente a quanto si
è spesso preteso, il cavaliere Ramsay non fu affatto l’inventore degli alti
gradi, e se si può parlare di una sua responsabilità, è solo indirettamente,
poiché coloro che concepirono il sistema dello Scozzesismo si ispirarono ad un
suo discorso pronunciato nel 1737, nel quale ricollegava la Massoneria sia ai Misteri
dell’antichità, e sia, in maniera più immediata, agli Ordini religiosi e
militari del Medioevo. Ma Ramsay è tanto poco l’autore dei rituali degli alti
gradi scozzesi, per quanto Elias Ashmole è l’autore dei rituali dei gradi
simbolici, come pretenderebbe un’opinione alquanto diffusa e ripresa da Ragon e
da altri storici. «Elias Ashmole, colto antiquario, adepto dell’ermetismo e
delle conoscenze segrete allora in voga, fu ricevuto Massone il 16 ottobre
1646, a Warrington, piccola città della contea di Lancaster. Egli riapparve in
loggia solo dopo 35 anni, l’11 marzo 1682, per la seconda ed ultima volta nella
sua vita, come testimonia il suo diario, che egli non ha mai cessato di
compilare giorno per giorno con una minuzia scrupolosa»1.
Noi pensiamo, d’altronde, che i rituali
iniziatici non possono essere considerati come l’opera di una o più
individualità
1. Oswald Wirth, Le Livre de l’Apprenti,
p.30 della 2º edizione.
172
determinate, ma che si sono formati
progressivamente per un processo che è impossibile precisare e che sfugge ad
ogni possibile definizione. Per contro, i rituali di quegli alti gradi che sono
quasi insignificanti presentano tutti i caratteri di una composizione fittizia,
artificiale, interamente frutto della mentalità di un individuo. In definitiva,
per non attardarci ancora su delle considerazioni senza grande interesse, basta
considerare tutti i sistemi, nel loro insieme, come le diverse manifestazioni della
tendenza realizzatrice di uomini che non si accontentavano della pura teoria e
volendo passare alla pratica, dimenticavano troppo spesso che l’iniziazione
reale deve necessariamente essere in gran parte personale.
Abbiamo semplicemente voluto dire ciò che
pensiamo dell’istituzione degli alti gradi e della loro ragion d’essere; noi li
consideriamo di una utilità pratica incontestabile, ma a condizione,
sfortunatamente troppo spesso irrealizzata, soprattutto oggi, che essi
assolvano veramente la funzione per cui sono stati creati. Per far ciò, sarebbe
necessario che le Officine di questi alti gradi fossero riservate agli studi
filosofici e metafisici, troppo trascurati nelle Logge simboliche; non si
dovrebbe mai dimenticare il carattere iniziatico della Massoneria, che non è e
non può essere, checché se ne dica, né un club politico né un’associazione di
mutuo soccorso. Senza dubbio, non è possibile comunicare ciò che è
essenzialmente inesprimibile, ed è per questo che i veri arcani si difendono da
soli contro ogni indiscrezione; ma, quanto meno, è possibile fornire le chiavi
che permettono a ciascuno di ottenere l’iniziazione reale con i propri sforzi e
con la propria meditazione, e si può anche, secondo la tradizione e la pratica
costante dei Templi e dei Collegi iniziatici di tutti i tempi e di tutti i
paesi, porre colui che aspira all’iniziazione nelle condizioni più favorevoli
per la realizzazione, e fornirgli l’aiuto necessario, senza il quale gli
sarebbe quasi impossibile portarla a compimento. Non ci dilunghiamo oltre,
ritenendo di aver detto abbastanza perché si intraveda ciò che potrebbero
essere gli alti gradi massonici se, invece di volerli
173
sopprimere puramente e semplicemente, se ne
facessero dei veri centri iniziatici, incaricati di trasmettere la scienza
esoterica e di conservare integralmente il sacro deposito della Tradizione
ortodossa, una ed universale.
174
A PROPOSITO DEL
GRANDE ARCHITETTO DELL’UNIVERSO *
Verso la fine del nostro precedente studio1,
abbiamo fatto allusione a certi astronomi contemporanei ai quali capita
talvolta di andare oltre il dominio loro proprio, per abbandonarsi a delle
digressioni impregnate di una filosofia che non è certo ingiusto definire tutta
sentimentale, poiché nella sua espressione essa è essenzialmente poetica. Dire
sentimentalismo significa sempre dire antropomorfismo, poiché ve ne sono
diversi tipi, e quello di cui parliamo si caratterizza per il fatto che
all’inizio si è manifestato in reazione alla cosmogonia geocentrica delle
religioni rivelate e dogmatiche, per poi sfociare, per un verso, nelle
concezioni strettamente sistematiche di quegli studiosi che vogliono limitare
l’universo a misura della loro attuale comprensione2, e per l’altro,
in credenze che, quanto meno, sono tanto singolari e tanto poco razionali
quanto quelle che pretendono di rimpiazzare, proprio in forza del loro
carattere tutto sentimentale di credenze3. Su entrambi questi
prodotti di una stessa mentalità
* À propos du Grand Architecte de l’Univers,
pubblicato ne La Gnose, n° di luglio-agosto 1911, e firmato
«Palingenius».
1. Si veda Le Symbolisme de la Croix, in La Gnose,
2º anno, n° 6, p. 166. Ecco il passo in questione: «Se ci è impossibile
ammettere lo stretto punto di vista geocentrico, non per questo approviamo
quella sorta di lirismo scientifico, o sedicente tale, che sembra essere
particolarmente caro a certi astronomi, ed in cui si parla in continuazione di
«spazio infinito» e di «tempo eterno», che sono delle pure assurdità; anche in
questo caso si tratta, come vedremo più avanti, di un altro aspetto della tendenza
all’antropomorfismo».
2. «L’uomo è la misura di tutte le cose», ha detto
un filosofo greco; ma è evidente che questo dev’essere inteso in relazione
all’Uomo Universale e non all’uomo individuale contingente.
3. A titolo d’esempio, e per limitarci alle
concezioni direttamente suggerite dall’astronomia, citiamo la strana teoria
della migrazione
175
avremo modo di ritornare in seguito, ma è
opportuno constatare che talvolta essi si uniscono, e a questo, proposito è
appena il caso di ricordare la famosa «religione positivista» che Augusto Comte
istituì verso la fine della sua vita. D’altronde, non si creda che noi siamo
minimamente ostili ai positivisti, al contrario, noi abbiamo per loro, quando
sono strettamente positivisti4, ed anche quando il loro positivismo
resta forzatamente incompleto, ben altra stima che per i filosofi dottrinari
moderni, si dichiarino essi monisti o dualisti, spiritualisti o materialisti.
Ma torniamo ai nostri astronomi; fra loro, il
più conosciuto dal grande pubblico (ed è solo per questo che lo citiamo al
posto di qualche altro, foss’anche di un valore scientifico superiore) è
sicuramente Camille Flammarion, il quale, anche in quei suoi lavori che
sembrerebbe dovessero essere puramente astronomici, scrive cose come queste:
«... Se i mondi morissero per sempre, se i
soli una volta estinti non si riilluminassero più, è probabile che non vi
sarebbero più stelle in cielo.
«Perché?
«Perché la creazione è così antica che
possiamo considerarla come eterna nel passato5. Dopo l’epoca della
loro
dell’essere individuale attraverso i diversi
sistemi planetari; si tratta di un errore del tutto analogo a quello della
reincarnazione (si veda La Gnose, 2º anno, n° 3, p. 94, nota 1: «Una
limitazione della Possibilità universale è, nel senso proprio del termine, una
impossibilità; vedremo peraltro che questo esclude la teoria reincarnazionista,
al pari dell’«eterno ritorno» di Nietzsche, nonché la ripetizione simultanea,
nello spazio, di individui supposti identici, come immagina Blanqui».). Per
l’esposizione di questa concezione, oltre alle opere di Flammarion, si veda
Figuier, Le Lendemain de la Mort ou la Vie future selon la Science.
4. Ma, beninteso, il positivista, se vuol rimanere
coerente con se stesso, non può mai assumere un atteggiamento di negazione o
un’attitudine sistematica, in qualsivoglia maniera, poiché dire negazione
significa dire limitazione, e viceversa.
5. È una concezione singolare questa di una
cosiddetta eternità
176
formazione, gli innumerevoli soli dello spazio
hanno avuto tutto il tempo per spegnersi. Relativamente all’eternità passata (sic)
vi sono solo dei nuovi soli che brillano. I primi si sono spenti. Dunque,
l’idea della successione si impone da sola al nostro spirito6.
«Quale che sia l’intima credenza che ognuno di
noi ha acquisito nella sua coscienza in merito alla natura dell’Universo, è
impossibile ammettere l’antica teoria di una creazione fatta una volta per
tutte7. L’idea di Dio non è, essa stessa, identica all’idea di
Creatore? Non appena Dio esiste, egli crea; se egli avesse creato solo una
volta non vi sarebbero più soli nell’immensità, né pianeti che attingerebbero
da essi la luce, il calore, l’elettricità e la vita8. Occorre,
necessariamente, che la creazione sia perpetua9. E se Dio non
esistesse, l’antichità, l’eternità dell’Universo si imporrebbe. con forza
ancora maggiore»10.
L’autore dichiara che l’esistenza di Dio è
«una questione di filosofia pura e non di scienza positiva», il che non gli
impedisce di voler dimostrare, in un altro testo11, se non
temporale, che si compone di durate successive
e che sembra dividersi in due metà, una passata ed una futura; in realtà, si
tratta delle indefinità della durata, alla quale corrisponde l’immortalità
umana. Avremo occasione di ritornare su questa idea di una pseudo-etemità
divisibile e sulle conseguenze che hanno preteso di trarne alcuni filosofi
contemporanei.
6. È quasi superfluo richiamare l’attenzione sulla
quantità di pure ipotesi che sono accumulate in queste poche righe.
7. Ci si chiede in nome di quale principio viene
proclamata questa impossibilità, dal momento che si tratta di una credenza
(testualmente), vale a dire di qualcosa che deriva solo dalla coscienza
individuale.
8. Da questa frase risulta chiaramente che,
secondo l’autore, Dio ha un inizio ed è sottomesso al tempo, come peraltro allo
spazio.
9. Ma perpetuo, termine che indica solo la durata
indefinita, non è per niente sinonimo di eterno; ed una antichità, per quanto
grande possa essere, non ha alcun rapporto con l’eternità.
10. Astronomie
populaire, pp.380-38l.
11. Dieu dans la Nature, o «lo
Spiritualismo e il Materialismo davanti alla Scienza moderna».
177
scientificamente, quanto meno con degli
argomenti scientifici, questa stessa esistenza di Dio, o piuttosto sarebbe
meglio dire di un dio, ed anche di un dio molto poco luminoso12,
poiché non è altro che un aspetto del Demiurgo; ed è lo stesso autore che lo
dice, quando afferma che «l’idea di Dio è identica a quella di Creatore» e
quando egli parla della creazione, è sempre e solo del mondo fisico che si
tratta, vale a dire del contenuto dello spazio che l’astronomo ha la
possibilità di esplorare con il suo telescopio13 . Del resto, vi
sono degli studiosi che si definiscono atei solo perché è loro impossibile
farsi, dell’Essere Supremo, una concezione diversa da questa, concezione che
ripugna fortemente alla loro ragione (il che, almeno, testimonia in loro
favore); ma Flammarion non è fra questi, poiché, al contrario, non perde
occasione per fare professione di fede deista. E anche nel libro che abbiamo
citato, subito dopo il passo precedente, egli è indotto, sulla base di
considerazioni che peraltro sono mutuate da una filosofia tutta atomista, a
formulare la seguente conclusione: «La vita è universale ed eterna»14.
E pretende di essere giunto a tale conclusione per mezzo della sola scienza
positiva (tramite un mucchio di ipotesi!); ma la cosa più strana è che questa
stessa conclusione sia stata da tempo affermata ed insegnata dogmaticamente dal
Cattolicesimo, come derivante esclusivamente dal dominio della fede15.
Se la scienza e la fede dovevano alfine concordare con
12. Si sa che il termine Dio deriva dal
sanscrito Deva, che significa «luminoso»; d’altronde, è chiaro che qui
si tratta della Luce spirituale e non della luce fisica che ne è solo un
simbolo.
13. In effetti, la scienza moderna, almeno in linea
di principio, ammette solo ciò che è suscettibile di porsi sotto il controllo
di uno o più dei cinque sensi corporali; dal suo punto di vista strettamente
specializzato, tutto il resto dell’Universo è puramente e semplicemente
considerato come inesistente.
14. Astronomie
populaire, p.387.
15. Avremo modo di ritornare su questa questione
della «vita eterna», ma per intanto possiamo far notare che questa pretesa
eternizzazione
178
tanta esattezza, era proprio il caso di
rimproverare con tanto acredine alla religione cattolica le poche seccature che
dovette subire Galileo ad opera dei suoi rappresentanti, per il fatto di aver
insegnato che la Terra ruotava intorno al Sole, esprimendo così un’opinione
contraria ad un geocentrismo che allora si voleva fondare sull’interpretazione
exoterica (ed erronea) della Bibbia, ma i cui più ardenti difensori (poiché ve
ne sono ancora), ai nostri giorni, non si trovano forse più fra i fedeli delle
religioni rivelate?16
Constatando così come Flammarion mischi il
sentimentalismo alla scienza, col pretesto dello «spiritualismo», non ci
sorprende che egli sia giunto rapidamente ad un «animismo» che si differenzia
dallo spiritismo ordinario solo per la forma, per salvare le apparenze
«scientifiche»; «animismo» pari a quello di un Crookes, o di un Lombroso (negli
ultimi anni della sua vita), o di un Richet, tutti esempi dello scacco della
scienza sperimentale al cospetto della mentalità costituitasi da tempo in
Occidente sotto l’influenza delle religioni antropomorfe. Ma ciò che stupisce
ancor di più, se non si sapesse quanto la concezione di un Dio individuale, più
ancora che «personale», non sia in grado di soddisfare tutte le mentalità,
di un’esistenza individuale contingente non è
altro che la conseguenza della confusione fra eternità ed immortalità.
D’altronde, questa illusione è più facilmente scusabile, entro certi limiti, di
quelle degli spiritisti e di altri psichisti che credono di poter dimostrare
l’immortalità «scientificamente», vale a dire in maniera sperimentale, quando
invece, evidentemente, l’esperienza potrebbe solo dimostrare nient’altro che
una sopravvivenza di alcuni degli elementi dell’individualità dopo la morte dell’elemento
corporale fisico; è opportuno aggiungere che, dal punto di vista della scienza
positiva, perfino questa semplice sopravvivenza di elementi materiali è
ancora ben lontana dall’essere saldamente stabilita, malgrado le pretese di
diverse scuole neo-spiritualiste.
16. Alludiamo, in modo particolare, a certi gruppi
di occultisti le cui teorie sono peraltro molto poco serie perché si possa loro
concedere il minimo interesse; questa semplice indicazione è certo sufficiente
per mettere in guardia i nostri lettori nei confronti di elucubrazioni di
questo genere.
179
e perfino neanche tutti i sentimentalismi, è
il fatto di ritrovare questa stessa «filosofia scientifica», sulla quale
Flammarion fonda il suo neo-spiritualismo, perfino esposta in termini pressoché
identici, negli scritti di altri studiosi, i quali se ne servono proprio al
contrario: per giustificare una concezione materialista dell’Universo.
Beninteso, noi non possiamo approvare gli uni più degli altri, poiché lo
spiritualismo ed il «vitalismo» o l’«animismo» degli uni sono del tutto
estranei alla pura metafisica, al pari del materialismo e del «meccanicismo»
degli altri, e tutti hanno dell’Universo una concezione ugualmente limitata,
quantunque presentata in maniera diversa17; tutti scambiano per
infinito e per eternità ciò che, in realtà, è solo l’indefinità spaziale e
l’indefinità temporale. «La creazione si sviluppa nell’infinito e
nell’eternità», scrive infatti Flammarion18, e noi sappiamo in quale
senso ristretto egli intende la creazione; ma lasciamolo alle sue affermazioni
e veniamo adesso, senz’altro indugio, a quello che è il preciso argomento del
presente articolo.
\
Ne L’Acacia di marzo, 1911, è apparso
un articolo del F\ M.-I. Nergal, su La question du Grand
Architecte de l’Univers (La questione del Grande Architetto dell’Universo);
questione che era già stata trattata precedentemente (1908), nella stessa
rivista, dal compianto F\ Ch.-M.
Limousin e dal F\ Oswald Wirth, e di cui abbiamo brevemente
parlato più di un anno fa19.
17. Vi sarebbero da fare delle curiose
considerazioni circa le differenti limitazioni dell’Universo concepite dagli
studiosi e dai filosofi moderni; e forse un giorno tratteremo tale questione.
18. Astronomie
populaire, p.21l.
19. Si veda L’Ortodossia Massonica, in La Gnose,
aprile 1910, n° 6, pp. 105-107.
180
Ora, se abbiamo citato Flammarion come un
semplice esempio della tendenza neo-spiritualista di alcuni studiosi
contemporanei, possiamo ora segnalare il F\ Nergal come un esempio della tendenza materialista di certi altri.
Infatti, egli stesso si dichiara tale con tutta chiarezza, rigettando tutte le
altre denominazioni che (come in particolare quella di «monista») potrebbero
dar adito a qualche equivoco: e si sa che, in realtà, i veri materialisti sono
in numero assai limitato. Inoltre, a costoro riesce difficile mantenere sempre
un atteggiamento strettamente logico: mentre credono di essere degli spiriti
rigorosamente scientifici20, la loro concezione dell’Universo è solo
una filosofia come tutte le altre, nella cui definizione rientrano un gran
numero di elementi di ordine sentimentale; e ve ne sono di quelli che si
spingono così lontano nel senso della preponderanza accordata (almeno
praticamente) al sentimento nei confronti dell’intellettualità, che si arriva a
dei casi di vero misticismo materialista. Infatti, non è un concetto
eminentemente mistico e religioso quello che, in nome di una morale assoluta (o
cosiddetta tale), sia in grado di esercitare sulla mentalità di un materialista
un’influenza tale da fargli confessare che, quand’anche non avesse alcun motivo
razionale per essere un materialista, continuerebbe ad esserlo unicamente
perché è «più bello fare il bene» senza alcuna speranza di ricompensa
possibile? E certamente questa è una di quelle «ragioni» che la ragione ignora;
ma crediamo proprio che lo stesso F\ Nergal
accordi una eccessiva importanza alle considerazioni di ordine morale, per
poter negare ogni valore ad un tale argomento21.
20. Se lo fossero realmente, si limiterebbero
ad essere unicamente positivisti, senza preoccuparsi né del materialismo né
dello spiritualismo, dal momento che le affermazioni (ed anche le negazioni)
dell’uno e dell’altro oltrepassano la portata dell’esperienza sensibile.
21. Nello stesso articolo di cui si tratta, il F\ Nergal parla de «l’ideale della bellezza e del sentimento che
costituiscono il quadro in cui si muovono le sincerità dalle forti e profonde
convinzioni fondate sui
181
Comunque sia, nell’articolo che abbiamo
citato, il F\ Nergal definisce l’Universo come
«l’insieme dei mondi che gravitano attraverso gli infiniti (sic)»22;
non sembra proprio di leggere Flammarion? Ed è proprio con un’affermazione
equivalente a questa che noi abbiamo interrotto le nostre considerazione su
quest’ultimo, e lo facciamo notare subito per rendere manifesta la similitudine
di certe concezioni proprie a degli uomini che poi, in ragione delle loro
tendenze individuali, ne traggono delle dottrine filosofiche diametralmente
opposte.
Siamo convinti che la questione del Grande
Architetto dell’Universo, peraltro strettamente connessa alle considerazioni
che abbiamo svolto fin qui, sia una di quelle sulla quale è opportuno ritornare
ogni tanto, e poiché il F\ Nergal si
augura che il suo articolo possa suscitare delle risposte, esporremo qui alcune
delle riflessioni che esso ci ha suggerite, senza alcuna pretesa dogmatica,
beninteso, poiché l’interpretazione del simbolismo massonico non potrebbe
ammetterne nessuna23.
Abbiamo già detto che, secondo noi, il Grande
Architetto dell’Universo è unicamente un simbolo iniziatico, che deve
metodi e sulle discipline scientifiche»,
sincerità che egli oppone a quella «dello spiritualismo del F\ G..., frutto naturale della sua educazione letteraria».
22. Si potrebbe credere che in questo caso si
tratti di una universalizzazione eccessiva della legge di gravitazione, se non
si facesse caso al fatto che, per l’autore, come per Flammarion, si tratta
sempre dell’Universo fisico derivante dal dominio dell’astronomia, il quale non
è altro che uno degli elementi della manifestazione universale, che non è per
niente infinito e che ancor meno costituisce una pluralità di infiniti, la cui
coesistenza per altro è una pura e semplice impossibilità (si veda l’articolo Il
Demiurgo, in La Gnose, anno l°, n° 1, p. 8) (Pubblicato in italiano
dalla Rivista di Studi Tradizionali, Torino, n° 33, luglio-dicembre 1970
‑ n.d.t. ‑).
23. Si veda l’articolo L’Ortodossia Massonica
(alla citazione del Rituel interprétatif pour le Grade d’Apprenti), in La
Gnose, aprile 1910, n° 6.
182
essere considerato al pari di tutti gli altri
simboli e di cui, quindi, bisogna cercare di farsi un’idea razionale24;
ciò significa che questa concezione non può avere niente in comune con il Dio
delle religioni. antropomorfe, il quale è, non solo irrazionale, ma perfino
anti-razionale25. Tuttavia, quando diciamo che «ognuno può
attribuire a questo simbolo il significato relativo alla sua personale
concezione filosofica» o metafisica, siamo lungi dall’assimilarlo ad un’idea
così vaga ed insignificante come quella dell’«Inconoscibile» di Spencer, o, in
altri termini, a «ciò che la scienza non riesce a cogliere»; ed è certo che,
come dice giustamente il F\ Nergal, «se
nessuno contesta che esiste del non conosciuto26, assolutamente
niente ci autorizza a pretendere, come fa qualcuno, che questo non conosciuto
rappresenti uno spirito, una volontà». Senza dubbio, «il non conosciuto
indietreggia», e può arretrare indefinitamente; esso è dunque limitato, il che
significa che costituisce solo una frazione dell’Universalità; ne consegue che
una tale concezione non potrebbe essere quella del Grande Architetto
dell’Universo, la quale, per essere veramente universale, deve implicare tutte
le possibilità particolari contenute nell’unità armonica dell’Essere Totale27.
Il F\ Nergal ha
ragione anche quando dice che spesso «la
24. Si veda l’articolo L’Ortodossia
Massonica.
25. Ciò che diciamo qui dell’antropomorfismo può
applicarsi ugualmente al sentimentalismo in generale ed al misticismo sotto
tutte le sue forme.
26. Il quale, beninteso, è tale in rapporto alle
individualità umane considerate nel loro stato attuale; ma «non conosciuto» non
significa necessariamente «inconoscibile»: niente è inconoscibile allorché si
considerano tutte le cose dal punto di vista dell’Universalità.
27. Non bisogna dimenticare che, come abbiamo già
fatto notare a più riprese, la possibilità materiale è solo una di queste
possibilità particolari, e che ne esistono altre in numero indefinito. E
ciascuna di esse è ugualmente suscettibile di sviluppo indefinito nella sua
manifestazione, vale a dire nel passare dalla potenza all’atto (si veda in
particolare Le Symbolisme de la Croix, in La Gnose, anno 2º, nn.
dal 2 al 6).
183
formula del Grande Architetto dell’Universo
non corrisponde che ad un vuoto assoluto, anche presso coloro che la
sostengono», ma è poco verosimile che si possa dire lo stesso per coloro che
l’hanno creata, poiché essi potevano solo scrivere sul frontone del loro
edificio iniziatico tutt’altro che una parola priva di senso. Per ritrovare il
loro pensiero è sufficiente, con tutta evidenza, chiedersi qual è il
significato proprio di questo termine, ed è proprio da questo punto di vista
che noi riteniamo che esso è tanto più appropriato all’uso che ne è stato
fatto, per quanto corrisponde ammirabilmente all’insieme del simbolismo
massonico, che esso domina ed illumina interamente, al pari della concezione
ideale che presiede alla costruzione del Tempio Universale.
In effetti, il Grande Architetto non è il
Demiurgo, egli è qualcosa di più, e perfino di infinitamente di più, poiché
rappresenta una concezione molto più elevata: egli traccia il piano ideale28
che è realizzato in atto, e cioè manifestato nel suo sviluppo indefinito (ma
non infinito), dagli esseri individuali che sono contenuti (come possibilità
particolari, elementi ed agenti di questa manifestazione) nel suo Essere
Universale; ed è la collettività di questi esseri individuali, considerata nel
suo insieme, che in realtà costituisce il Demiurgo, l’artigiano o l’operaio
dell’Universo29. Questa concezione del Demiurgo, che è quella che
abbiamo esposto in precedenza in un altro studio, corrisponde, nella Kabbala,
28. «L’Architetto è colui che concepisce
l’edificio, colui che ne dirige la costruzione», dice lo stesso F\ Nergal, ed anche qui siamo perfettamente d’accordo con lui; ma, se in
questo modo si può dire che egli è veramente «l’autore dell’opera», ciò non
significa che ne è materialmente (o formalmente, in maniera più generale) «il
creatore», poiché l’architetto che traccia il piano non dev’essere confuso con
l’operaio che lo esegue; si tratta della stessa differenza che, da un altro
punto di vista, esiste fra la Massoneria speculativa e la Massoneria operativa.
29. Si veda l’articolo Il Demiurgo, in La
Gnose, anno 1°, nn. dall’1 al 4 (Pubblicato in italiano dalla Rivista di
Studi Tradizionali, Torino, nº 33, luglio-dicembre 1970 ‑ n.d.t. ‑).
184
a l’Adam Protoplastes (primo formatore)30,
mentre invece il Grande Architetto è identico all’Adam Qadmon, e cioè
all’Uomo Universale31.
Questo è sufficiente per far comprendere la
profonda differenza che esiste fra il Grande Architetto della Massoneria e gli
dei delle diverse religioni, i quali sono solo degli aspetti diversi del
Demiurgo. D’altronde, il F\ Nergal
sbaglia quando assimila il Dio antropomorfo dei Cristiani exoterici a Jehovah,
e cioè a הוה׳, Ierogramma
dello stesso Grande Architetto dell’Universo (la cui idea,
malgrado questa designazione nominale, è ancora più indefinita di quanto
l’autore possa minimamente supporre), e ad Allâh, altro Tetragramma la
cui composizione geroglifica designa molto chiaramente il Principio della
Costruzione Universale32; tali simboli non sono affatto delle
personificazioni, tanto più che è proibito rappresentarli con delle figure di
qualunque tipo.
D’altra parte, dopo quanto abbiamo detto, si
capisce che non si è fatto altro che rimpiazzare l’antica formula «Alla Gloria
Del Grande Architetto Dell’Universo» (o «Alla Gloria Del Sublime Architetto Dei
Mondi», del Rito Egiziano) con altre ad essa equivalenti: infatti nella formula
sostitutiva «Alla Gloria Dell’Umanità», quest’ultima dev’essere intesa
30. E non «primo formato», come è stato detto
talvolta a torto, esprimendo un controsenso manifesto nella traduzione del
temine greco Protoplastes.
31. Si veda l’articolo Il Demiurgo, in La
Gnose, anno 1º, n° 2, pp.25-27 (Pubblicato in italiano dalla Rivista di
Studi Tradizionali, Torino, n° 33, luglio-dicembre 1970 ‑ n.d.t. ‑).
32. Infatti, simbolicamente, le quattro lettere che
formano in arabo il nome di Allâh equivalgono rispettivamente al regolo,
alla squadra, al compasso ed al cerchio; e quest’ultimo, nella Massoneria a
simbolismo esclusivamente rettilineo, viene rimpiazzato dal triangolo (Si veda L’Universalité
en l’Islam, in La Gnose, anno 2º, nº 4, p. 126) (L’articolo, di
Abdul Hâdi, è stato pubblicato in italiano dalla Rivista di Studi
Tradizionali, Torino, nº 16, luglio-settembre 1965 ‑ n.d.t. ‑).
185
nella sua totalità, che costituisce l’Uomo
Universale33; o anche nell’altra: «Alla Gloria Della Massoneria
Universale», quest’ultima si identifica all’Umanità integrale considerata nel
compimento (ideale) della grande Opera costruttiva34.
Potremmo dilungarci ulteriormente su questo
argomento, che naturalmente è suscettibile di indefiniti sviluppi, ma per
concludere praticamente, diremo che l’ateismo in Massoneria non è, e non può
essere altro, che una maschera, la quale nei paesi latini, e particolarmente in
Francia, ha avuto indubbiamente la sua utilità, e si potrebbe quasi dire la sua
necessità; e questo per dei motivi diversi che non dobbiamo certo esaminare in
questa sede; ma oggigiorno tale ateismo è
33. È appena il caso di dire che, in effetti,
ogni individuo finirà col farsi dell’Umanità integrale una concezione che sarà
più o meno limitata, secondo la capacità di comprensione attuale della sua
percezione intellettuale (che potremmo anche chiamare il suo «orizzonte
intellettuale»); ma noi dobbiamo prendere in considerazione la formula solo nel
suo senso vero e completo, sfrondandola da tutte le contingenze relative alle
concezioni individuali.
34. Dobbiamo far notare che il primo precetto del
Codice Massonico è esattamente formulato nel modo seguente: «Onora il G\A\D\U\», e non «Adora il G\A\D\U\»; e ciò al
fine di evitare financo la minima parvenza di idolatria. In effetti, però, si
tratterebbe proprio di una semplice apparenza, poiché, come provano peraltro le
considerazioni da noi esposte fin qui, la formula implicante l’adorazione
sarebbe sufficientemente giustificata dalla dottrina dell’«Identità Suprema»,
la quale, considerata in questo senso, può esprimersi con una equazione
numerica (letterale) ben nota nella Kabbala musulmana. Secondo lo stesso
Corano, Allâh «ordinò agli angeli di adorare Adamo, ed essi l’adorarono;
l’orgoglioso Iblîs si rifiutò di obbedire, e (per questo) venne annoverato fra
gli infedeli» [C. II, v.32 (Sûra XV, âyât 28-35)]. ‑ Un’altra questione,
connessa alla precedente, e che dal punto di vista rituale e storico può essere
interessante, al fine di determinare il significato ed il valore originario del
simbolo del G\A\, consiste
nel cercare di sapere se è più esatto dire «Alla Gloria Del G\A\D\U\», secondo l’uso prevalso nella Massoneria francese, oppure «In Nome
Del G\A\D\U\», secondo la formula inglese (I\T\N\O\T\G\A\O\T\U\).
186
divenuto piuttosto pericoloso e compromettente
per il prestigio e l’influenza esteriore dell’Ordine. Tuttavia, ciò non
significa che, per questo, si debba imitare la tendenza pietista che domina
ancora la Massoneria anglosassone e chiedere l’istituzione di una professione
di fede deista implicante la credenza in un Dio personale e più o meno
antropomorfo. Lungi da noi un simile pensiero; anzi, se una simile
dichiarazione dovesse mai essere richiesta in una qualunque Fraternità
iniziatica, saremmo, sicuramente i primi a rifiutarci di sottoscriverla. Ma la
formula simbolica di riconoscimento del G\A\D\U\ non
comporta nulla di simile; essa è sufficiente, e lascia ad ognuno la piena
libertà delle sue convinzioni personali (carattere che peraltro ha in comune
con la formula islamica del Monoteismo)35 , e dal punto di vista
strettamente massonico non si può ragionevolmente esigere niente di più o di
diverso di questa semplice affermazione dell’Essere Universale, che corona così
armoniosamente l’imponente edificio del simbolismo rituale dell’Ordine.
35. Non bisogna confondere «teismo» con
«deismo», poiché lo ζθεο greco comporta un significato molto più
universale che il Dio delle religioni exoteriche moderne; d’altronde avremo
modo di ritornare su questo punto.
187
CONCEZIONI SCIENTIFICHE
E IDEALE MASSONICO *
Nell’articolo primo della Costituzione del
Grande Oriente di Francia, è scritto che «la Massoneria, considerando le
concezioni metafisiche come appartenenti al dominio esclusivo
dell’apprezzamento individuale dei suoi membri, respinge ogni affermazione
dogmatica». Che una simile dichiarazione possa comportare degli eccellenti
risultati pratici, non ne dubitiamo; ma, da un punto di vista un po’ meno
contingente, comprenderemmo meglio che venissero prese in considerazione, non
tanto le «concezioni metafisiche», quanto proprio le concezioni religiose e
filosofiche, come pure quelle scientifiche e sociali, in quanto queste derivano
esclusivamente dall’apprezzamento individuale. E questo comporterebbe la più
esatta applicazione dei principi della «mutua tolleranza» e della «libertà di
coscienza», in virtù dei quali «la Massoneria non ammette fra i suoi membri
alcuna distinzione di credenza o di opinione», secondo i termini della
Costituzione della Gran Loggia di Francia.
La Massoneria, se è fedele ai suoi principi,
deve ugualmente rispettare tutte le credenze religiose o filosofiche e tutte le
opinioni scientifiche o sociali, alla sola condizione che esse siano sincere.
Dogmatismo religioso o dogmatismo scientifico valgono l’uno quanto l’altro; ed
è del tutto certo che lo spirito massonico esclude necessariamente ogni
dogmatismo, foss’anche «razionalista», e questo in forza dello stesso carattere
particolare dell’insegnamento simbolico ed iniziatico1. Ma quale
rapporto può esistere fra la Metafisica
* Conceptions
Scientifiques et Idéal Maçonnique, pubblicato ne La Gnose, ottobre
1911, a firma «Palingenius».
1. Si vedano gli articoli, L’Ortodossia
Massonica e A proposito del Grande Architetto dell’Universo.
189
ed una qualunque affermazione dogmatica? Noi
non ne scorgiamo alcuno, e su questo punto vedremo di insistere un po’.
In effetti, che cos’è il dogmatismo, in
linea generale, se non la tendenza, di origine puramente sentimentale e molto
umana, di presentare come delle verità incontestabili le proprie concezioni
individuali (sia che si tratti di un uomo o di una collettività), con tutti gli
elementi relativi ed incerti che esse comportano inevitabilmente? Da qui, a
pretendere di imporre ad altri queste cosiddette verità, non vi è che un passo
e la storia ci dimostra quanto sia facile compierlo; tuttavia, tali concezioni,
con il loro carattere relativo ed ipotetico, dunque illusorio in larga misura,
non potranno mai costituire che delle «credenze» o delle «opinioni», e niente
di più.
Ciò posto, diventa evidente che non può
trattarsi di dogmatismo là dove non potrebbe esserci che della certezza, con
l’esclusione di qualunque ipotesi come di ogni considerazione di ordine
sentimentale che tende così spesso, ed anche così tanto a sproposito, a
sconfinare nel terreno dell’intellettualità. È questo il caso della certezza
matematica, che non lascia spazio alla «credenza» o alla «opinione» e che è
perfettamente indipendente da tutte le contingenze individuali; e questo
nessuno si sognerebbe di contestarlo e meno di tutti gli stessi positivisti.
Ma, al di fuori delle matematiche pure, vi è la minima possibilità, per una
certezza simile, in seno a tutto il dominio scientifico? Noi pensiamo di no, ma
la cosa ci interessa solo relativamente, poiché per contro esiste tutto il
resto, che non appartiene più al dominio scientifico e che costituisce
propriamente la Metafisica. Infatti, la vera Metafisica non è altro che
l’insieme sintetico della Conoscenza certa e immutabile, al di fuori e al di là
di tutto ciò che è contingente e variabile; di conseguenza, possiamo concepire
la verità metafisica solo come assiomatica nei suoi principi e teorematica
nelle sue deduzioni, dunque altrettanto rigorosa che la verità matematica, di
cui essa è il prolungamento illimitato. Così intesa, la Metafisica non ha nulla
che possa offendere perfino i positivisti, e costoro non possono rifiutarsi di
190
ammettere, senza contraddire la logica, che
esistono delle verità dimostrabili (e perfettamente dimostrate per altri
diversi da loro) al di fuori dei limiti attuali della loro comprensione, verità
che non hanno niente in comune col dogma, poiché il carattere essenziale di
quest’ultimo è proprio l’opposto, e cioè l’indimostrabilità, che è la sola cosa
che gli permette di porsi al di fuori, se non al di sopra, di ogni discussione.
Questo ci induce a pensare che, se la
Metafisica è tale come l’abbiamo definita, non è certo questo che vuole
intendere il testo da noi citato, quando parla di «concezioni metafisiche»;
testo che il F\ A. Noailles, in un articolo su La
Morale laïque et scientifique (La Morale laica e scientifica), pubblicato
su L’Acacia di giugno-luglio 1911, ha presentato come «l’attestazione
senza possibile contestazione di un punto di vista esclusivamente laico e
scientifico delle cose». Certo, non contraddirremmo l’autore, se egli si fosse
preoccupato di precisare che il punto di vista deve essere esclusivamente
scientifico per tutte le cose che derivano dal dominio scientifico; ma sarebbe
un errore voler estendere lo stesso punto di vista e lo stesso metodo al di là
di questo dominio particolare, a delle cose alle quali non si possono più
applicare in alcun modo. Se insistiamo sulla necessità di stabilire delle
profonde distinzioni fra domini differenti, in cui l’attività umana si esercita
con dei mezzi non meno differenti, è perché queste distinzioni fondamentali si
dimenticano troppo spesso, con la conseguenza di strane confusioni, in
particolare per quanto attiene alla Metafisica; queste confusioni spetta a noi
dissiparle, al pari delle prevenzioni che esse comportano, ed è per questo che
riteniamo che le presenti considerazioni non saranno affatto inopportune.
Se dunque, come sembra, si è chiamata
«concezione metafisica» qualcosa del tutto diverso dalla Metafisica vera, si
tratta solo di un errore materiale sul significato dei termini, e non vogliamo
credere che ci sia mai stato niente di più. Questo errore si spiega molto
facilmente con la completa ignoranza nella quale l’intero Occidente moderno è
caduto
191
nei confronti della Metafisica; esso è dunque
ben scusabile per le circostanze stesse che l’hanno reso possibile, circostanze
che possono spiegare anche molti altri errori connessi al precedente.
Tralasciamo dunque questo punto, e ritorniamo alle distinzioni di cui parlavamo
prima; per quanto riguarda le dottrine religiose ci siamo già spiegati a
sufficienza2 e per ciò che concerne i sistemi filosofici, siano essi
spiritualisti o materialisti, crediamo di aver detto assai chiaramente ciò che
ne pensiamo3; quindi non ce ne occuperemo più per il momento,
limitandoci a ciò che riguarda in modo particolare le concezioni scientifiche e
sociali.
Nell’articolo citato, il F\ Noailles stabilisce una distinzione fra «le verità di fede, che
appartengono al dominio dell’inconoscibile e che, in quanto tali, si possono
accettare o meno, e le verità scientifiche, apporti successivi e dimostrabili
dello spirito umano, che ogni essere ragionevole può controllare, rivedere e
far sue». Innanzi tutto ricordiamo che, se è incontestabile che attualmente vi
è del non conosciuto per gli individui umani, non possiamo assolutamente
ammettere con questo che esista dell’«inconoscibile»4; per noi, le
pretese «verità di fede» non possono essere altro che dei semplici oggetti di
credenza, con la conseguenza che il fatto di accettarli o di rigettarli è solo
il risultato di preferenze tutte sentimentali. Quanto alle «verità
scientifiche», verità alquanto relative e sempre soggette a revisione, visto
che sono derivate dall’osservazione e dalla sperimentazione (è scontato che
consideriamo a sé stanti le verità matematiche, che hanno tutt’altra fonte),
noi pensiamo che, in forza della loro stessa relatività, sono dimostrabili solo
in una certa misura e
2. Si veda l’articolo La Religion et les
religions, in La Gnose, settembre-ottobre 1910, n° 10, p. 219. Si
vedano anche gli articoli di Matgioi su L’erreur métaphysique des religions
à forme sentimentale, in La Gnose, luglio-agosto 1910, n° 9, p. 177,
e 1911, nº 3, p. 77.
3. Si veda l’art. A proposito del Grande
Architetto dell’Universo.
4. Si veda l’art. A proposito dei Grande
Architetto dell’Universo.
192
non in maniera rigorosa ed assoluta.
D’altronde, quando la scienza pretende di uscire dal dominio dell’esperienza
strettamente immediata, le concezioni sistematiche alle quali esse perviene
sono veramente esenti da ogni sentimentalismo di base? Noi pensiamo di no5,
e non vediamo come la fede nelle ipotesi scientifiche possa essere più
legittima in se stessa, o meno scusabile per le condizioni che la producono,
della fede nel dogmi religiosi o filosofici.
Il fatto è che, in effetti, esistono anche dei
veri dogmi scientifici, che non differiscono poi tanto dagli altri, se non per
l’ordine delle questioni a cui si riferiscono; ed allora la vera Metafisica,
così come noi la intendiamo (ed intenderla diversamente equivarrebbe a non
intenderla affatto) è indipendente sia dagli uni che dagli altri. Per citare
degli esempi di questi dogmi scientifici, basta fare riferimento ad un altro
articolo dello stesso F\ Nergal,
pubblicato recentemente ne L’Acacia, dal titolo Les Abbés savants et
notre Idéal maçonnique (Gli Abati sapienti e il nostro Ideale massonico);
in questo articolo l’autore si lamenta, molto stranamente peraltro,
dell’ingerenza della Chiesa Cattolica, o meglio di alcuni dei suoi
rappresentanti, nel dominio delle scienze dette positive, e si preoccupa delle
conseguenze che possono derivarne; ma non è questa la questione che ci
interessa. Ciò che vogliamo prendere in esame è la maniera con cui sono
presentate, come fossero delle verità indubitabili ed universali (anche se in
un senso molto ristretto)6, delle semplici ipotesi, la cui stessa
probabilità è spesso lontana dall’essere dimostrata pur nella sua relatività, e
che, in ogni caso, possono corrispondere, al massimo, a delle possibilità
speciali e strettamente limitate. Questa illusione sulla portata di certe
concezioni non è specifica del F\ Nergal, la
cui buona fede e la cui sincera convinzione non potrebbero certo essere messe
in
5. Si veda l’art. A Proposito del Grande
Architetto dell’Universo.
6. Si veda l’art. A Proposito del Grande
Architetto dell’Universo.
193
dubbio da tutti coloro che lo conoscono; ma
essa è condivisa, altrettanto sinceramente (almeno per quanto è possibile
credere) dalla quasi totalità degli studiosi contemporanei.
Ma, diciamo subito, che in ogni caso vi è un
punto sul quale siamo d’accordo con il F\ Nergal: ed
è quando lui dichiara che «la scienza non è né religiosa né antireligiosa, ma
areligiosa (a privativo)», ed è evidente che non può essere altrimenti,
poiché la scienza e la religione non appartengono allo stesso dominio. Solo
che, se è così, e se lo si riconosce, non ci si deve limitare solo a rinunciare
a conciliare la scienza e la religione, cosa che potrebbe interessare solo un
cattivo teologo7 o uno studioso limitato e dalle vedute ristrette;
bisogna anche rinunciare a contrapporre l’una all’altra, e a ricercare fra loro
delle contraddizioni e delle incompatibilità che non potrebbero esistere,
poiché i loro rispettivi punti di vista non hanno niente in comune, tale da
permettere una comparazione fra loro. E questo dovrebbe valere anche per la
«scienza delle religioni», se esistesse veramente così come pretende di essere,
cioè operante su un terreno strettamente scientifico; e se essa non fosse
soprattutto il pretesto per una esegesi a tendenza protestante o modernista
(che poi sono quasi la stessa cosa); fino a prova contraria, noi ci permettiamo
di dubitare formalmente del valore dei suoi risultati8.
Un altro punto sul quale il F\ Nergal si fa delle soverchie illusioni, è quello relativo al possibile
risultato delle ricerche sulla «filiazione degli esseri»; quand’anche l’una o
l’altra delle molteplici ipotesi che sono state formulate in proposito
arrivasse un giorno ad essere provata in maniera irrefutabile, perdendo così il
suo carattere ipotetico, non riusciamo a capire
7. D’altronde, fu questa la vera ragione del
processo di Galileo.
8. Si veda l’articolo La
Religion et les religions, ne La Gnose, settembre-ottobre 1910, n°.
10, p.219. ‑ D’altra parte, noi riteniamo che non si possa
considerare Loisy ancora come un cattolico. ‑ Infine, ci chiediamo che cosa
possa propriamente voler dire «la madre di Brahama» (sic); non abbiamo
mai trovato niente di simile in tutta la Teogonia indù.
194
come questo potrebbe infastidire una religione
qualunque (di cui non ci facciamo certo paladini), a meno che i rappresentanti
autorizzati di questa (e non solo alcune individualità stimabili, ma senza
alcuna ufficialità) non dovessero esprimere, imprudentemente e maldestramente,
un giudizio non richiesto sulla soluzione di tale questione scientifica, la
quale non rientra minimamente nella loro competenza9; ed anche in
questo caso, dal momento che essi, così facendo, avrebbero chiaramente
esorbitato dai loro poteri, i quali sono solo relativi a ciò che si riferisce
direttamente alla loro «fede», sarebbe sempre permesso ai loro «fedeli», pur
rimanendo tali, di tenere in conto la loro opinione sull’argomento al pari di
una qualunque altra opinione individuale10. Quanto alla Metafisica
(e lo diciamo adesso per dare un esempio della completa separazione dei due
domini metafisico e scientifico), essa non ha di che preoccuparsi in merito ad
una questione come questa, la quale risulta priva di ogni interesse alla luce
della teoria della molteplicità degli stati dell’essere, teoria che permette di
considerare tutte le cose sia sotto l’aspetto della simultaneità, sia ( e
perfino contemporaneamente) sotto l’aspetto della successione, e che riduce le
idee di «progresso» e di «evoluzione» al loro giusto valore, di nozioni
puramente relative e contingenti. A proposito della «discendenza dell’uomo», la
sola annotazione interessante che si possa fare, dal nostro punto di vista
(facendo attenzione al fatto che si deformerebbe comunque il nostro pensiero,
se si volesse interpretare ciò che segue in senso «trasformista»), è che, se
l’uomo è spiritualmente il principio di tutta la Creazione, egli deve esserne
materialmente la risultante11, poiché
9. Non è detto nella stessa Bibbia volgare
che «Dio ha lasciato il Mondo alle dispute degli uomini»?
10. Questo è strettamente conforme alla
definizione del dogma cattolico dell’«infallibilità pontificia», anche inteso
nel suo significato più letterale.
11. Ed è per questo che tutte le tradizioni sono
concordi nel considerarlo
195
«ciò che è in basso è come ciò che è in alto,
ma in senso inverso».
Non insisteremo oltre su questo aspetto
dell’argomento, e ci limitiamo ad aggiungere solo questo: il F\ Nergal conclude dicendo che «la scienza non può avere che uno scopo,
una più perfetta conoscenza dei fenomeni»; noi diciamo semplicemente che il suo
scopo non può che limitarsi alla «conoscenza dei fenomeni», poiché non potremmo
ammettere che possa esserci del «più perfetto» o del «meno perfetto». La
scienza, essendo eminentemente relativa, può necessariamente cogliere solo
delle verità non meno relative: solo la Conoscenza integrale è «la Verità»,
così come «l’Ideale» non è «la più grande perfezione possibile della specie
umana» solamente, esso deve essere la Perfezione, che risiede nella Sintesi
Universale di tutte le specie, di tutte le umanità12.
Ci rimane adesso da esaminare ciò che concerne
le concezioni sociali; e diciamo subito che, con questa espressione, non ci
riferiamo solamente alle questioni politiche, che peraltro sono, in modo
evidente, fuori questione; non è a caso infatti che la Massoneria ne interdice
la discussione, e si può perfino dire, senza per questo essere minimamente
reazionari, che è lecito ammettere che la «democrazia repubblicana» non è
l’ideale sociale di tutti i Massoni diffusi sui due Emisferi. Ma, in questa
espressione «concezioni sociali», facciamo rientrare anche tutto ciò che
concerne la morale, poiché non ci è possibile considerare quest’ultima come
fosse qualcosa di diverso di un’«arte sociale», come afferma giustamente il F\ Noailles nell’articolo che abbiamo già citato; ne consegue che non ci
spingeremo, come fa quest’ultimo,
come formato dalla sintesi di tutti gli
elementi e di tutti i regni della Natura.
12. La Tradizione, infatti, non ammette solo la
pluralità dei mondi abitati, ma anche la pluralità delle umanità diffuse su
questi mondi (si veda Simon et Théophane, Les Enseignements secrets de la
Gnose, pp.27-30); avremo ancora occasione di ritornare su questo argomento.
196
fino a «lasciare il campo aperto a tutte le
speculazioni metafisiche», proprio in un dominio in cui la Metafisica non ha
niente a che vedere. Infatti, dal momento che si tratta di relazioni sociali, e
nonostante tutto quello che è stato detto a riguardo da filosofi e moralisti,
non può trattarsi d’altro che di considerazioni basate sull’interesse, sia esso
fondato peraltro sull’utilità pratica e puramente materiale o su una preferenza
di ordine sentimentale, oppure, come nel caso più comune, su una combinazione
di entrambi. In questo campo, dunque, tutto deriva dai soli apprezzamenti
individuali, e la questione, per una qualunque collettività, si riduce alla
ricerca di un terreno d’intesa sul quale si possa conciliare la diversità di
questi molteplici apprezzamenti, corrispondenti ad altrettanti interessi
diversi. Se, per rendere la vita sociale sopportabile o perfino semplicemente
possibile, occorrono necessariamente delle convenzioni, si dovrebbe avere
almeno la franchezza di confessare che si tratta proprio di semplici
convenzioni, nelle quali non può esservi niente di assoluto, e che devono
variare continuamente a seconda delle circostanze di tempo e di luogo, da cui
esse dipendono completamente. Entro questi limiti che segnano il suo carattere
relativo, la morale, attenendosi «alla ricerca delle regole d’azione in forza
del fatto che gli uomini vivono in società» (ed essendo queste regole soggette
a modificazione in relazione alla forma della società), avrà un valore
chiaramente stabilito ed una utilità innegabile; ma essa non può pretendere
niente di più, al pari di una qualunque religione, nel senso occidentale del
termine, né può vantarsi, senza finire col superare i suoi limiti, come spesso
accade, di stabilire qualcosa di diverso da una pura e semplice credenza; e in
forza della sua componente sentimentale, la morale, sia essa «laica» che
«scientifica», conterrà sempre una parte di credenza, poiché l’individuo umano,
nel suo stato attuale, salvo rare eccezioni, è fatto in modo da non poterne
fare a meno.
Ma è possibile che l’ideale massonico si fondi
su delle contingenze simili? Ed è possibile che debba così dipendere
197
dalle tendenze individuali di ogni uomo e di
ogni frazione dell’umanità? Noi pensiamo di no; e anzi riteniamo che questo
ideale, per essere realmente «l’Ideale», deve porsi al di fuori e al di sopra
di tutte le opinioni e di tutte le credenze, come di tutti i partiti e di tutte
le sette, come anche di tutti i sistemi e di tutte le scuole particolari,
poiché non vi è altro modo che questo per «tendere all’Universale... scartando
ciò che divide per conservare ciò che unisce»; e questa convinzione deve essere
condivisa da tutti coloro che intendono lavorare, non alla vana edificazione
della «Torre di Babele», ma alla realizzazione effettiva della Grande Opera
della Costruzione Universale.
198
LA STRETTA OSSERVANZA
E I
SUPERIORI INCOGNITI *
Le nostre ricerche sul Regime Scozzese
Rettificato ci hanno indotto ad intraprendere, come loro complemento
indispensabile, uno studio sulla Stretta Osservanza, tanto approfondito
per quanto lo permette un soggetto così oscuro e che ha dato adito a tante
controversie. In attesa di pubblicare questo studio, riteniamo interessante
annotare i documenti che vengono pubblicati da altre parti sull’argomento,
accostandoli a quelli che già conosciamo.
Segnaliamo, innanzi tutto, un interessante
articolo pubblicato sulla Bastille del 6 e del 13 settembre 1913,
intitolato Quelques imposteurs F\-M\: Starck et Coucoumous (Alcuni impostori Massoni: Starck e Coucoumous) e a firma di Benjamin
Fabre, autore del recente lavoro su Franciscus, Eques a Capite Galeato.
In particolare si parla dei Clercs de la Late Observance (Chierici della
Larga Osservanza) scisma analogo a quello dei Clercs de la Stricte
Observance (Chierici della Stretta Osservanza) a cui abbiamo accennato a
proposito del Rito fondato a Malta, nel 1771, dal mercante danese Kolmer.
Ecco in che termini l’Eques a Capite
Galeato si è espresso nei confronti dei Chierici della Larga Osservanza1,
«essendo uno dei commissari agli Archivi dei Philaleti»2:
* La Stricte Observance et les Supérieurs
Inconnus, pubblicato ne La France antimaçonnique, dal 20 novembre al
4 dicembre 1913, senza alcuna firma. L’articolo, con lo stesso titolo, è stato
poi pubblicato in Études Traditionnelles, giugno 1952.
1. O dell’Alta Osservanza (?), come dice
Thory, Acta Latomorum, t. I, p. 103.
2. Fu segretario generale del Convento di Parigi
nel 1785, e in quell’occasione venne incaricato, prima da solo e poi insieme al
F\
199
«Agli occhi di un osservatore imparziale,
questi Chierici sono ancora un problema. È stato detto che si trattava
dei Gesuiti (!), i quali volevano perpetuarsi in segreto, formando la classe
ecclesiastica dell’ordine interno del Regime della Stretta Osservanza3.
« È stato detto anche che si trattava di una
nuova Confederazione che, spinta dall’orgoglio e dalla cupidigia, voleva
dominare in questo Regime per mezzo di certi sistemi e di certe idee
scientifiche tratte dai manoscritti e dai libri rari dei Rosa-Croce del XVII
secolo4.
barone di Gleichen, di mettersi in contatto
con Cagliostro, per sondare le sue intenzioni; ma avvenne un fatto degno di
nota: egli partì precipitosamente quando venne incaricato di scrivere una certa
lettera alla Loggia Madre del Rito Egiziano, e dovette essere sostituito
dal F\ de Beyerlé (Eques a Fascia nella Stretta Osservanza). I
documenti relativi a questa questione fra Cagliostro ed il Convento di
Parigi, sono stati pubblicati dal F\ Thory nei
suoi Acta Latomorum, t. II, pp. 102-127.
3. Il F\ Ragon e
molti altri autori massonici, compreso il F\ Limousin, si son fatti propagatori di questa leggenda, come dell’altra
che attribuisce ai Gesuiti la stessa creazione della Stretta Osservanza;
il F\ de Ribeaucourt parla anche di «Superiori Incogniti di gesuitica
memoria». In effetti, si è preteso che le iniziali S.I. (o S.J.)
dovessero essere interpretate come Societas Jesu, e si è sostenuto una
specie di giuoco di parole, probabilmente voluto, basato sul termine Clerici,
il quale dovrebbe avere il senso di sapienti, possessori di certe
particolari conoscenze, piuttosto che quello di ecclesiastici. Certi
altri hanno perfino preteso che i Gesuiti fossero gli ispiratori del Grande
Oriente di Francia; sembra proprio che si tratti di una vera ossessione.
4. Si tratta dei Rosa-Croce che
pubblicarono, verso il 1610, la Fama Fraternitatis, seguita da diversi
altri manifesti, e che Cartesio cercò invano per tutta la Germania. Diverse
società moderne, a pretesa iniziatica, sono basate sullo studio delle dottrine
e delle teorie contenute in questi scritti; i loro adepti (?) credono
anche di potersi ricollegare misticamente a coloro che ne furono gli
autori. Le tendenze di questi ultimi erano chiaramente protestanti ed
antipapali, al punto tale che Kazauer ha interpretato le tre lettere F.R.C.
(Fratres Rosæ-Crucis), come Fratres Religionis Calvinisticæ,
«perché essi arricchiscono le loro opere con dei testi cari ai Riformati»
(citato da Sédir, Histoire des Rose-Croix, p. 65). Questa spiegazione,
pur non essendo esatta letteralmente,
200
«È stato detto, altresì, che si trattava del Clero
dell’Ordine degli Antichi Templari, che si era perpetuato (sic), e
che, a differenza dei semplici Cavalieri, possedeva la dottrina e la
pratica delle Scienze Occulte, di cui ciascuno ampliava la gamma a seconda
della capacità delle sue idee e a seconda dei propri gusti5.
«In verità questi Chierici, per
l’ambiguità delle loro risposte e delle loro costituzioni e per l’astuzia della
loro condotta, contribuivano alla formazione di ogni possibile opinione che si
volesse esprimere nei loro confronti».
E Benjamin Fabre aggiunge: «Il loro scopo pare
sia stato quello di sovrapporsi al Regime della Stretta Osservanza6,
per assumere la direzione di tutte le sue Logge, nell’intera Europa e perfino
nel Nuovo Mondo. I loro adepti dovevano infatti possedere tutti i gradi
conferiti dalla Stretta
è forse più giusta di quella che identifica i Superiori
Incogniti con i Gesuiti, o dell’opinione del F\ Ragon che attribuiva agli stessi Gesuiti l’invenzione del grado
massonico che porta proprio il nome di Rosa-Croce.
5. Abbiamo evidenziato questa frase poiché essa è
particolarmente importante in relazione all’adattamento
dell’insegnamento iniziatico alle capacità, intellettuali o di altro genere, di
coloro che vi erano ammessi. Alcuni occultisti contemporanei, perseguitati
sempre dalla stessa ossessione, sostengono che i veri successori dei Templari,
nell’epoca in questione, furono i Gesuiti, che avrebbero ripreso per
conto loro il piano di vendetta contro la Monarchia, ed i cui agenti più attivi
sarebbero stati Fénelon (!) e Ramsay (si veda Papus, Martinésisme,
Willermosisme, Martinisme e Franc-Maçonnerie, pp. 10-11). È sotto
l’influenza delle stesse idee che, contro ogni possibile verosimiglianza, si è
giunti a fare dei Gesuiti gli ispiratori ed i capi segreti degli Illuminati
di Baviera; e non ci si sente minimamente in imbarazzo nel presentare il
barone di Hundt come «il creatore dell’Alta Massoneria tedesca o Illuminismo
tedesco» (sempre Papus, p. 67): singolare maniera di scrivere la storia!
6. Esattamente come questo, al pari di tutti gli
altri sistemi di Alti Gradi, si sovrapponeva all’organizzazione
tutta esteriore della Massoneria Simbolica.
201
Osservanza»7.
Fu nel 1767 che si produsse la scissione in
seno al Regime della Stretta Osservanza, scissione che si manifestò
inizialmente a Vienne e che «sembra sia stata suscitata da un Potere occulto».
A partire da quel momento, «sembra che, per una ragione o per un’altra, il
barone di Hundt, Eques ab Ense, fosse caduto in disgrazia ed avesse
perduto ciò che fino ad allora era stata la sua forza, vale a dire la
comunicazione con i Superiori Incogniti». Quando si riunì il Convento
di Brunswick, nel 1775, «il barone di Hundt, rappresentante del Gran
Maestro Eques a Penna Rubra, … era ridotto all’ombra di se stesso».
Forse la disgrazia aveva colpito ancora più in alto del capo delle Stretta
Osservanza, e riguardava questo stesso Gran Maestro, intermediario
fra Hundt ed i veri Superiori Incogniti8.
\
7. I Chierici della Larga Osservanza
«si offrivano di comunicare alle Logge della Stretta Osservanza i veri
statuti e le vere istruzioni dell’Ordine dei Templari» (Acta
Latomorum, t. I, p. 90). I loro Superiori conosciuti erano il barone
di Raven (Theodosius, Eques a Margarita) a Ranefeld nel
Macklemburg, il predicatore e dottore in teologia Starck (Archidemides, Eques
ab Aquila Fulva) a Darmstadt e a Königsberg, e il consigliere privato
Duffel a Lille (Acta Latomorum, t. I, p. 91, e t. II, pp. 313, 369, 383).
8. Il misterioso Gran Maestro di cui si
tratta non dev’essere confuso con il Superiore Generale delle Logge
della Stretta Osservanza; a questa dignità venne eletto, nel 1772, al Convento
di Kohlo, presso Pförten nella Bassa Lusazia, il duca Federico di
Brunswick-Œls, Eques a Leone Aureo (Acta Latomorum, t. I, p. 103,
e t. II, p. 296). Non si tratta neanche del Gran Maestro dei Templari,
anch’esso riconosciuto ufficialmente dalla Stretta Osservanza, e poi
dalla Riforma di Wilhelmsbad: dal 1743 al 1788, questa dignità venne
riconosciuta al pretendente Carlo Edoardo Stuart, Eques a Sole Aureo, il
cui successore fu il duca Ferdinando di Brunswick, Eques a Victoria, dal
1788 al 1792, seguito a sua volta dal principe Carlo di Hesse, Eques a Leone
Resurgente (Acta Latomorum, t. I, p. 283, e t. II, pp. 295, 333,
384).
202
Uno dei capi dello scisma fu il F\ Starck, predicatore alla corte di Prussia, dottore in teologia
(protestante)... e in scienze massoniche, nelle quali aveva avuto per maestri
Gugumus e l’oste Schrœpfer. Il primo (il cui nome, data l’incerta ortografia,
era scritto anche Gugomos, Gouygomos, Kukumus, Cucumur, ecc.) figura nella
lista dei membri della Stretta Osservanza, con il nome caratteristico di
Eques a Cygno Trionphante9 e con il titolo di «luogotenente
al servizio della Prussia». Secondo una lettera del F\ principe di Carolath al F\ marchese di
Savalette de Langes10, «Coucoumous (sic) o Kukumus,
appartenente ad una famiglia originaria della Svevia, passò successivamente per
quasi tutti i servizi della Germania, sia militari che civili; egli si fece
apprezzare per i suoi talenti, ma, al tempo stesso, fu malvisto per la sua
incostanza e la sua cattiva condotta... Fu ciambellano del duca di Wirtemberg (sic)».
Il F\ Clavel,
nella sua Histoire pittoresque de la Franc-Maçonnerie (p. 187), racconta
che «questo Gugomos era apparso nella Germania del Nord, presentandosi come un
inviato da Cipro11, da parte dei Superiori Incogniti della Santa
Sede (?). Egli si attribuiva i titoli di gran sacerdote, di cavaliere, di
principe, e prometteva che avrebbe insegnato l’arte di fabbricare l’oro, quella
di evocare i morti, e avrebbe indicato il luogo dov’erano nascosti i tesori dei
Templari. Ben presto, però, venne smascherato, tentò di fuggire, ma venne
arrestato e costretto a ritrattare per iscritto tutto ciò di cui si vantava, e
a confessare che era solo un semplice impostore»12.
9. Thory (Acta Latomorum, t. II, pp.
136 e 328) riporta Cyano al posto di Cygno, ma evidentemente si
tratta di un errore.
10. Citata nell’articolo di Benjamin Fabre.
11. Non sarebbe corretto intendere questo nome alla
lettera, poiché l’Alta Massoneria del XVIII secolo usava una geografia tutta
convenzionale, di cui parleremo a suo tempo.
12. Il F\ Clavel ha
tratto, quasi testualmente, questo brano dagli Acta Latomorum di Thory
(t. I, pp. 117-118).
203
Ciò che vedremo. in seguito non ci permette di
concordare completamente con la precedente descrizione: è possibile che
Gugornos sia stato effettivamente un impostore e che abbia agito come tale in
determinate circostanze, ma ha dovuto essere anche qualcos’altro, almeno
durante una parte della sua carriera; è questo che si evince dal seguito della
lettera del F\ principe di Carolath: «Da lungo tempo
egli si occupava di Scienze Occulte, ma fu in Italia che apprese bene queste
cose; si assicura che egli ne ritornò con le più rare conoscenze, che non mancò
di praticare non appena tornato in patria. Per mezzo di certe «scritture», che
tuttavia non erano autentiche, e di certe fumigazioni, egli evocava degli
spiriti, degli spettri; e si assicura anche che avesse al suo comando una
specie di folgore».
Ora, secondo certe testimonianze che non
abbiamo motivo di mettere in dubbio, esistono ancora, nell’Africa del Nord,
certi rabbini13 che hanno proprio «una specie di folgore al loro
comando», e che, per mezzo di «scritture» o di figure kabbalistiche, producono,
all’interno della sala in cui compiono certe «operazioni», una vera tempesta in
miniatura, con formazione di nubi, fulmini, tuoni, ecc.14. E
probabilmente è proprio questo che faceva, o quasi, Gugomos; e questo
accostamento, significativo in ordine a certe influenze ebraiche, ci fa pensare
a quel «misterioso adepto nascosto sotto il nome di Valmont, che dall’Africa
veniva spesso in Italia e in Francia, e che iniziò il F\ barone di Wæchter»15.
13. Gli Ebrei dell’Africa del Nord sono dei Sephardim,
vale a dire dei discendenti di Ebrei spagnoli e portoghesi, e pretendono di
possedere una «tradizione» (Kabbala) molto più pura di quella degli Ashkenazim
o Ebrei tedeschi.
14. A questo proposito, ricordiamo l’esistenza dei
«facitori di pioggia», comuni ad un gran numero di popoli, in particolare fra i
popoli neri dell’Africa, ove vengono annoverati fra i membri più influenti
delle diverse società segrete.
15. «Il barone di Wæchter, ambasciatore danese a
Ratisbona, zelatore ardente del Sistema della Stretta Osservanza, nella
quale era conosciuto
204
Sarebbe stato interessante avere delle
informazioni più precise sulle «scritture» di cui Gugornos si serviva nelle sue
«operazioni». D’altronde, nessuno fra i Philaleti, come fra tanti altri
FF\ di Regimi diversi e rivali che si sforzavano, con tanto zelo e
con così poco successo, di produrre «la Luce dalle Tenebre» e «l’Ordine dal
Caos», poteva vantarsi, soprattutto a quell’epoca16, di possedere le
«scritture autentiche»; il che equivale col dire che nessuno, in
definitiva, poteva vantare il collegamento con una «Potenza legittima»
agli occhi degli autentici Superiori Incogniti. Talvolta si verificavano
delle distruzioni o delle sparizioni di archivi, in maniera molto opportuna,
perfino troppo opportuna per non dover destare dei sospetti; peraltro, la Gran
Loggia d’Inghilterra era stata la prima a dare l’esempio in tal senso, fin
dalle sue origini (1717-1721) e sotto l’ispirazione del Rev. F\ Anderson (ex cappellano di una Loggia operativa)17.
Ma proseguiamo con le nostre citazioni: «Il
trambusto causato da tante cose meravigliose, attirò l’attenzione di tutti,
sempre limitatamente al mondo massonico, poiché bisogna riconoscere che mai
egli mostrò (sic) queste cose a dei profani». In questo, Gugomos, si
attenne ad una condotta conforme alle regole della più elementare prudenza; ma
avrebbe dovuto mostrarsi più circospetto perfino in seno agli ambienti
massonici, nel suo interesse e nell’interesse della sua «missione», poiché lo
sfoggio che faceva delle sue «conoscenze» e dei suoi poteri fu, forse, una
delle cause che gli attirarono addosso la disgrazia, come vedremo fra poco.
col nome caratteristico di Eques a Ceraso»
(Thory, Acta Latomorum, t. II, p. 392). Benjamin Fabre ha già dedicato
altri articoli a questo personaggio.
16. La lettera del principe di Carolath è del 1781,
l’anno precedente la riunione del Convento di Wilhelmsbad.
17. Possiamo anche aggiungere che quest’esempio è
ancora seguito, al momento opportuno, perfino nella nostra epoca, da diverse
Obbedienze massoniche.
205
«Ben presto, pieno di fiducia, ebbe l’ardire
di convocare un Congresso Generale, in cui voleva ostentare le sue rare
conoscenze. Ma, o prodigio!, gli venne a mancare la forza e non fu in grado di
produrre ciò di cui si andava vantando; fu allora che venne escluso dall’Ordine
a causa della sua cattiva condotta. Attualmente egli continua a girovagare,
quantunque si assicuri che abbia ricuperato una parte delle sue conoscenze. Si
ignora il suo attuale soggiorno».
Dunque, Gugomos, palesemente abbandonato dai Superiori
Incogniti,. di cui era solo uno strumento, perdette tutti i suoi poteri
proprio nel momento in cui ne avrebbe avuto maggiormente bisogno. È possibile
che, in quell’occasione, egli abbia fatto ricorso a dei trucchi, per tentare di
dar credito a dei titoli che non poteva più giustificare col possesso dei veri
poteri, di cui era solo il depositario momentaneo; e questi titoli non erano di
natura tale da poter essere provati con un qualunque documento scritto, che,
peraltro, gli stessi FF\ degli Alti
Gradi non sarebbero stati capaci di decifrare18. In queste
condizioni, Gugomos, sottoposto a domande indiscrete, poté evitarle solo
confessandosi «impostore», il che lo fece «escludere dall’Ordine», e cioè dagli
Alti Gradi conosciuti, organizzazione interna nei confronti della
Massoneria Simbolica, ma pur sempre esterna nei confronti di
altri gradi diversi, quelli stessi ai quali Gugomos era collegato
precedentemente, ma solo come semplice ausiliario piuttosto che come un vero
iniziato.
Questa disavventura non può sorprenderci poi
tanto, dal
18. Lo stesso barone di Hundt non fu in grado
di dare la spiegazione della sua patente cifrata. Più tardi, i membri del Grande
Oriente di Francia dovranno rinunciare a leggere le due colonne di segni
convenzionali che figurano sul «titolo costitutivo» del Rito Primitivo
(si veda il cap. V della prima parte dell’opera di Benjamin Fabre). Ricordiamo
ciò che dice a questo proposito l’Eques a Capite Galeato: «... che
queste colonne servono a certi Grandi Ufficiali (?) a riconoscersi fra
loro, quando si incontrano in una delle nostre Logge, visto che non portano
alcun certificato né alcun indizio della loro qualifica» (p. 36).
206
momento che la storia dell’Alta Massoneria
dell’epoca ci fornisce ben altri esempi: lo stesso accadde, all’incirca, al
barone di Hundt, a Starck, a Schrœpfer, ecc., senza parlare di Cagliostro. Per
di più, sappiamo che ancora ai nostri giorni cose simili accadono a degli
inviati o agenti di certi Superiori Incogniti, veramente superiori
e veramente incogniti: allorché essi si compromettono, oppure, senza
aver commesso altri errori, falliscono nella loro missione, vengono subito
revocati tutti i loro poteri19. D’altronde, questa disgrazia può
anche essere solo temporanea, e forse è questo che si verificò con Gugomos; ma
il corrispondente del F\ Savalette
de Langes si sbaglia o si esprime male quando scrive che, in seguito, egli
avrebbe «ricuperato una parte delle sue conoscenze», poiché, se i poteri
possono essere sempre tolti o restituiti secondo il giudizio dei Superiori
Incogniti, ciò non potrebbe evidentemente accadere, in alcun modo, per le conoscenze,
le quali vengono acquisite una volta per tutte per mezzo dell’iniziazione, per
quanto imperfetta questa possa essere.
Il principe di Carolath, che è molto severo
nei confronti di Gugomos, esita tuttavia ad accusarlo di impostura; egli evita
di pronunciarsi, e sembra mettere in dubbio la qualità delle sue «conoscenze»,
piuttosto che la loro stessa realtà: «Wæchter, in questo Congresso Massonico
(del 1775) finì col confondere Kukumus20. Egli era convinto che
Kukumus
19. Sicuramente, tutto questo apparirà come
una fantasia a certi antimassoni, storici scrupolosi fedeli al «metodo
positivo», per i quali l’esistenza dei Superiori Incogniti non è altro
che una «pretesa massonica di provata falsità»; ma noi abbiamo le nostre
ragioni per non sottoscrivere un tale giudizio troppo... definitivo, e siamo
coscienti del fatto che non diciamo niente che non sia rigorosamente esatto; in
quanto agli altri, ognuno è libero di riferirsi solo a dei documenti scritti e
di conservare tutte le sue «convinzioni»... negative!
20. Thory, dopo aver parlato di Gugomos (che, lo
ricordiamo, aveva ricevuto almeno una parte della sua iniziazione in Italia),
aggiunge: «Il barone di Wæchter (Eques a Ceraso) venne inviato in Italia
dall’antica Gran Loggia Scozzese della Franconia. Il motivo nascosto di
questo
207
non fosse in possesso della vera luce e
che persistendo nei rapporti che forse intratteneva con degli spiriti impuri,
contribuisse ad aumentare la propria perversità e quella degli altri e a
costruire nuove catene invece di liberarsi delle vecchie». In effetti, sembra
proprio che Gugomos, sedotto soprattutto dal possesso di certi poteri d’ordine
molto inferiore, si sia dedicato quasi esclusivamente alla loro pratica; e
forse fu questa un’altra della cause della sua disgrazia, poiché è possibile
che la cosa non corrispondesse alle vedute dei suoi Superiori Incogniti21.
In un’altra lettera, anch’essa indirizzata al
F\ Savalette de Langes, ed in cui si parla ancora di Gugomos o Kukurnus,
il F\ barone di Gleichen scrive che quest’ultimo «è un impostore», ma si
affretta ad aggiungere: «Ma io non so nulla della sua dottrina, nella
quale mi è stato assicurato vi fosse veramente del malvagio». Dunque,
indipendentemente dai suoi poteri, Gugomos possedeva almeno un rudimento
di dottrina, cosa forse meno interessante ai suoi occhi, e che tuttavia
costituiva una «conoscenza» più reale, come dovette poi constatare a proprie
spese; ma questa dottrina, da chi l’aveva ricevuta? Quest’interrogativo,
di tutt’altra importanza rispetto a quella del suo valore morale, eminentemente
sospetto, equivale esattamente a quest’altro: chi erano i suoi Superiori
Incogniti? E certo non possiamo condividere la soluzione proposta dal
barone di Gleichen, afflitto da una ossessione di cui conosciamo già diversi
esempi: «La maggior
viaggio consisteva nel riunire i Massoni
italiani a quelli della Franconia, mentre il motivo apparente consisteva nel
ricercare il segreto dell’Ordine, che si diceva fosse conosciuto in certe
contrade. Egli vi istituì alcuni Capitoli» (Acta Latomorum, t. I, p.
118).
21. In una seconda lettera dei principe di
Carolath, troviamo un’altra frase che rafforza l’idea della ispirazione
ebraica: «Al Congresso di Wiesbaden, Kukumus pretese di fare un
sacrificio, che sarebbe stato consumato dal fuoco del cielo, in forza
dell’ardore delle sua preghiera». In questa stessa ottica si potrebbero trovare
delle curiose informazioni, studiando gli Eletti Cohen ed anche il Rito
Egiziano di Cagliostro.
208
parte crede (sic) che fosse un
emissario dei Gesuiti (!), i quali effettivamente hanno operato diversi
tentativi per unirsi alla Massoneria». Solo che, a questo punto, anche altri
potevano aver operato dei tentativi del genere; gli Ebrei, per esempio, che
erano esclusi da una parte della Massoneria, ed ancora oggi lo sono in Svezia e
in molte Gran Logge della Germania. Quest’ultimo paese è esattamente quello che
ha visto nascere la maggior parte di questi Regimi, il cui prototipo fu
la Stretta Osservanza; certo, questo non vuol dire che tutti abbiano
avuto, di fatto, la stessa origine, cosa che riteniamo poco verosimile;
ma si comprende facilmente come fosse possibile, impadronendosi degli Alti
gradi per mezzo di emissari senza mandato ufficiale, dirigere invisibilmente
tutta la Massoneria, e questo basta a spiegare la molteplicità dei tentativi
fatti per giungere a tanto22.
\
A questo punto apriamo una parentesi: talvolta
si è rimproverato a qualcuno di voler trovare dappertutto l’influenza degli
Ebrei; e forse non bisognerebbe guardare le cose in maniera tanto esclusiva; ma
vi sono altri che, cadendo nell’eccesso opposto, pretendono di escluderla
sempre. È
22. Per concludere con Gugomos, notiamo ancora
che, secondo l’Eques a Capite Galeato, egli esigeva da tutti i suoi
discepoli delle prove: «queste prove consistevano principalmente in grandi
digiuni e nel fornire la soluzione di problemi molto sottili».
L’impiego di questi due procedimenti iniziatici è da sottolineare, poiché esso
permette di stabilire certe analogie istruttive, delle quali avremo modo di
riparlare. Sembra che, al pari del barone di Hundt, «Kukumus esibisca una
patente straordinaria»; ora, come avevamo osservato prima, questo non prova
nulla a favore o contro la realtà della sua «missione»; esattamente come il
rifiuto, da parte dei FF\ degli Alti
Gradi, di riconoscere dei Superiori Incogniti e di sottomettersi ad essi
(senza conoscerli), non implica necessariamente la negazione della loro
esistenza, checché ne possano dire gli storici «Positivisti».
209
quello che è accaduto a proposito del
misterioso Falc (è così che lo scrive il F\ Savalette de Langes), che alcuni «credevano il capo di tutti gli
Ebrei»23: infatti lo si vuole identificare, non con
Falck-Scheck, rabbino capo d’Inghilterra, ma con il F\ Ernest Falcke (Epimenides, Eques a Rostro), borgomastro
di Hannover, cosa che non spiegherebbe minimamente le dicerie diffuse all’epoca
su di lui. Comunque sia, il ruolo di questo personaggio enigmatico, al pari di
quello di tanti altri, resta ancora da chiarire, e la cosa sembra ancora più
difficile che per Gugomos.
Per quanto riguarda Falck-Scheck, nella Notice
historique sur le Martinèsisme et le Martinisme (Notizia storica sul
Martinesismo e sul Martinismo), su cui ritorneremo, abbiamo rilevato (p. 64) un
particolare che merita di essere citato: «La signora de la Croix, esorcista, e
molto spesso posseduta lei stessa, si vantava soprattutto di aver distrutto un
talismano di lapislazzuli che il duca di Chartres (Philippe-Égalité, più tardi
duca di Orleans e Gran Maestro della Massoneria francese) aveva ricevuto in Inghilterra
dal celebre Falk-Scheck, rabbino capo degli Ebrei, talismano che doveva
condurre il principe al trono, e che si frantumò sul suo seno in virtù delle
sue preghiere». Che la sua pretesa fosse giustificata o meno, resta il fatto
che questa storia getta una luce singolare su certe influenze occulte che
contribuirono a preparare la Rivoluzione.
\
Benjamin Fabre dedica il seguito del suo
articolo24 al F\ Schrœpfer
«che ebbe, anche lui, una carriera movimentata»
23. Si veda l’opera di Benjamin Fabre, p. 84.
24. La Bastille, n° del 13 settembre 1913.
210
conclusasi col suicidio25, carriera
che «nella corrispondenza di Savalette de Langes, ci viene presentata in una
luce alquanto curiosa».
Il F\ Bauer
descrive così una delle evocazioni fatta da Schrœpfer e di cui era stato
testimone: «Nel corso di una assemblea di FF\, sia a Leipzig che a Francoforte, tutta gente di lettere, scienze,
ecc., dopo aver cenato in una Loggia ordinaria, ci faceva togliere tutti i
metalli e preparava una piccola tavola apposta per lui, sulla quale si trovava
un foglio dipinto (sic) con ogni sorta di figure e di caratteri, che non
conoscevo per niente. Poi, ci faceva recitare una preghiera molto lunga e molto
efficace e ci raccoglieva entro un cerchio. Verso l’una del mattino (sic),
sentivamo un rumore di catene e, poco dopo, i tre grandi colpi in maniera
assordante, nella stessa sala in cui eravamo coricati a terra. Dopo, cominciava
una specie di orazione con il suo aiutante, in un linguaggio che io non
capivo; e dalla porta, che prima era stata chiusa con un chiavistello,
entrava un fantasma nero, che lui chiamava lo spirito malvagio, e con il
quale parlava lo stesso linguaggio. Lo spirito gli rispondeva ed usciva ad un
suo comando. Verso le due, ne arrivava un altro, con lo stesso cerimoniale,
bianco stavolta, che lui chiamava lo spirito buono, e che rimandava come
il primo. Sicché ognuno si accomiatava da lui con la testa piena di
chimere...».
L’Eques a Capite Galeato dice anche,
che un altro testimone gli «aveva fatto capire che questi fatti, così famosi,
erano prodotti solo con degli accorgimenti fisici, aiutati dalla prevenzione o
dalla credulità degli spettatori». Tuttavia, il dr. Kœrner confessa «di non
essere ancora riuscito a conciliare
25. Ecco cosa scrive Thory, in merito: «1768 -
29 ottobre - Schrœpfer intraprese il mestiere di barista ed aprì un
caffè a Leipzig. In una Loggia della città istituì il suo sistema, fondato
sulle evocazioni e la magia. In seguito venne perseguito e denunciato come
impostore e truffatore; sei anni dopo (l’8 ottobre 1774) si fece saltare le
cervella nella Rosenthal, presso Leipzig, all’età di 35 anni» (Acta
Latomorum, t. I, p. 94).
211
(sic) i racconti contraddittori che si
fanno su quest’uomo»; ed il F\ Massenet
assicura che «è questo stesso uomo che ha mostrato il maresciallo di Sassonia26
al principe Carlo di Curlandia27, in presenza di sei testimoni, i
quali riferiscono tutti le stesse circostanze e confermano tutti il fatto,
quantunque non abbiano mai avuto alcuna tendenza a credere niente del genere».
Quanto a noi, che dobbiamo credere di tutto
questo? Sicuramente, è molto più difficile per noi, che per i suoi
contemporanei, riuscire a farci un’idea precisa e definitiva sulla natura delle
«opere pneumatologiche» di Schrœpfer; i cui stessi allievi, come il barone di
Beust, ciambellano dell’Elettore di Sassonia, si trovavano, secondo Savalette
de Langes, «allo stesso punto» dei Philaleti nella ricerca della «vera
luce». Dopo «tanti dottori, Teosofi, Hermetici, Kabbalisti, Pneumatologi»
il risultato è davvero ben misero28!
Tutto quello che si può dire con certezza è
che, se Schrœpfer ha mai posseduto dei veri poteri, questi dovevano essere di
un ordine ancora più basso di quelli di Gugomos. In definitiva, i personaggi di
questo genere furono, chiaramente, solo degli iniziati alquanto imperfetti e,
in un modo o nell’altro, sparirono senza lasciar niente dietro di loro, dopo
avere svolto un ruolo effimero come agenti subalterni, e forse indiretti, dei
26. Questo doveva accadere fra il 1768 e il
1774; il maresciallo di Sassonia, morto nel 1750, era anch’egli un Massone, e
«al pari del principe di Conti, ebbe molti voti per la Gran Maestria (francese)
nell’assemblea che elesse il conte di Clermont nel 1743» (Acta Latomorum,
t. II, p. 378).
27. «Carlo, duca di Curlandia, membro della Stretta
Osservanza col nome caratteristico di Eques a Coronis» (Acta
Latomorum, t. II, p. 304).
28. Lo si può giudicare dalle domande (Proponenda)
sottoposte al Convento di Parigi, convocato nel 1785 dai Philaleti
(si veda Thory, op. cit., t. II, pp. 98-99). Ai giorni nostri, certi
occultisti hanno trattato le stesse questioni in maniera un po’ troppo
fantasiosa, cosa che prova che anch’essi si trovano sempre «allo stesso punto».
212
veri Superiori Incogniti29.
Come dice, molto giustamente, Benjamin Fabre,
«Kabbalisti ebraizzanti e maghi, e al tempo stesso impostori e furfanti, ecco
cosa furono i maestri di Starck»; ed aggiunge: «E di tanta profittevole scuola
questo intelligente discepolo seppe approfittare molto bene, come vedremo in
seguito».
\
L’articolo seguente30, infatti, è
sempre dedicato al F\ Starck (Archidemides, Eques ab
Aquila Fulva), che vediamo, al Convento di Brunswick (22 maggio
1775), alle prese con il barone di Hundt (Eques ab Ense), fondatore
della Stretta Osservanza, che egli «contribuì ad allontanare dalla
presidenza dell’Ordine», senza però riuscire a far prevalere le proprie
pretese. Tratteremo questo punto in un’altra occasione, e quindi. non vi
insistiamo per adesso; segnaliamo solo che, nel 177931, Starck fece
un altro tentativo che non ebbe maggior successo e che Thory riporta in questi
termini: «Il dottor Starck (sic) convocò, a Mittau, i Fratelli e
i Chierici della Stretta Osservanza, e cercò di conciliare
le loro controversie, ma il suo tentativo non riuscì» (Acta Latomorum,
t. I, p. 141).
29. Sembra che questo giudizio possa
applicarsi anche a Kolmer, a cui abbiamo già accennato, e perfino a Schrœder,
il maestro dei Rosa-Croce di Wetzlar, il quale talvolta viene confuso
erroneamente con Schrœpfere che Thory segnala in termini molto schematici: «Schrœder,
soprannominato il Cagliostro della Germania, introdusse in una Loggia di
Sarrebourg, nel 1779, un nuovo sistema di magia, di teosofia e di alchimia» (Acta
Latomorum, t. I, p. 141, e t. II, p. 379).
30. La Bastille, n° del 20 settembre 1913.
31. Precisamente lo stesso anno in cui apparve
Schrœder, o quanto meno il suo sistema; e forse non si tratta solo di
una coincidenza, perché è possibile che vi sia un legame fra tutti questi
personaggi, anche a loro insaputa.
213
Ecco come l’Eques a Capite Galeato
descrive la fine, vera o supposta, dei Chierici della Larga Osservanza:
«In uno dei Conventi Provinciali del Regime della Stretta Osservanza,
in Germania, furono loro rivolte parecchie domande, alle quali non seppero o
non vollero rispondere. Da quel che si dice, due di loro (Starck e il barone di
Raven), che vengono ritenuti gli ultimi (di questi Chierici o Clerici),
diedero le loro dimissioni, l’uno nelle mani dell’altro, rinunciando alla
propagazione del loro Ordine segreto.
«Alcuni credono che queste dimissioni fossero
solo simulate, e, non avendo trovato nella Stretta Osservanza dei
propagatori che rispondessero alle loro aspettative, fecero finta di
rinunciare, allo scopo di far perdere le loro tracce e di farsi dimenticare.
«Comunque sia, il F\ Starck, Massone erudito e dotto ministro del Santo Vangelo, il quale,
a quanto mi è stato assicurato, era uno dei Chierici, ha pubblicato un
gran numero di opere, tramite le quali è possibile valutare in qualche modo le
conoscenze e lo scopo del suo Ordine segreto.
«Le opere di cui sono venuto a conoscenza
sono: Apologia dei F\M\; Ephestion; Scopo dell’Ordine dei F\M\32; Antichi
e Nuovi Misteri. Le prime due sono state tradotte»33.
Da parte nostra dobbiamo aggiungere che, nel
1780, «egli attaccò pubblicamente il sistema dei Templari, come
sedizioso e contrario al potere costituito, per mezzo di un libretto
intitolato: La Pietra d’inciampo e la Roccia dello scandalo»34.
32. Über den
Zweck des Freymaurer Ordens, 1781 (Thory, Acta Latomorum, t. I, p.
368).
33. Thory cita anche le seguenti: San Nicasio, o
Lettere interessanti sulla Massoneria, Leipzig, 1785-1786 (Acta
Latomorum, t. I, p. 373); Il Cattolicesimo nascosto dei Gesuiti, e le
loro macchinazioni per fare dei proseliti (Über Kripto-Katholicismus
etc.), Francoforte, 1787-1789 (ibid., p. 376).
34. Der Stein des
Antosses, etc. (Thory, Acta Latomorum, t. I, pp. 146 e 367).
214
È possibile che i Chierici si siano
mantenuti in segreto; in ogni caso, Starck non scomparve dalla scena massonica,
poiché sappiamo che convocò il Convento di Parigi nel 178535.
Malgrado la sua disavventura, egli aveva conservato una notevole autorità; e
non è il caso di stupirsi, poiché sappiamo che alla morte del barone di Hundt,
anch’egli «Massone erudito» ed anch’egli perlomeno sospetto di impostura e di
mistificazione, venne coniata una medaglia in suo onore36.
Quanto alle conoscenze particolari che i Chierici
pretendevano di possedere in maniera esclusiva, citiamo quello che dice in
merito il F\ Meyer37, in una lettera del
1780, indirizzata a Savalette de Langes: «Voi sapete che vi erano dei Clerici
nel Capitolo di un certo Ordine che non nomino neanche38, e si
pretende che fossero i soli depositari della scienza o del segreto. Questa
giustificazione39 non trova d’accordo i Massoni moderni, che si
piccano di essere almeno curiosi. Dopo essere stati nominati Cavalieri,
essi chiedono, oltre alla spada, il turibolo. La facilità con cui viene
comunicato questo grado non recita certo a suo favore; di modo che, coloro che
lo posseggono conoscono solo qualche parola enigmatica in più». Dunque, i FF\ che erano già in
35. Cfr. l’elenco fornito da Thory, Acta
Latomorum, t. II, p. 96.
36. Thory (Acta Latomorum, t. I, p. 123)
aggiunge che questa medaglia «porta una immagine molto rassomigliante di questo
celebre Massone».
37. Questo F\ Meyer venne
convocato al Convento di Parigi del 1785, e Thory lo chiama anche «de
Meyer, maggiore russo a Strasburgo» (Acta Latomorum, t. II, p. 95). Fra
l’altro, Thory lo identifica, forse a torto, con lo scrittore che tradusse
dall’inglese in tedesco un’opera intitolata: La Massoneria non è altro che
il cammino per l’Inferno (ibid., t. I, p.361 e t. II, p. 354).
38. Evidentemente si tratta dei Templari.
39. E cioè questo accostamento fra i Chierici
della Stretta Osservanza ed i presunti Chierici dell’Ordine che
l’autore non vuole neanche nominare, e che R. Guénon ritiene si tratti dei Templari:
vedi nota precedente. ‑ n.d.t. ‑
215
possesso degli Alti Gradi e che accedevano a
questo sistema, più interno o presunto tale, non si trovavano
certo avvantaggiati nella conoscenza del segreto della Massoneria, né,
per questo, diventavano dei veri iniziati.
Questa constatazione ci ricorda le seguenti
parole del F\ Ragon: «Nessun grado conosciuto insegna o
svela la verità; si ha solamente un indebolimento del velo... I
gradi praticati fino ad oggi hanno fatto dei Massoni non degli iniziati»40
. Di modo che, non è certo dietro i diversi sistemi, e né tampoco dietro
questo o quello di essi, che è possibile scoprire i Superiori Incogniti;
ma per quanto riguarda le prove della loro esistenza e della loro azione, più o
meno immediata, è difficile trovarle solo per coloro che non vogliono vederle;
ed è questo che, soprattutto, volevamo mettere in rilevo, mentre per il momento
ci asteniamo dal formulare altre conclusioni.
40. Rituel du Grade de Maître (Rituale
dei grado di Maestro), p.34. Ragon continua poi citando le parole del F\ G. Casanova sul segreto della Massoneria, parole che confermano
ulteriormente questa sua affermazione.
216
A PROPOSITO DEI SUPERIORI INCOGNITI
E DELL’ASTRALE *
Allorché scrivevamo il nostro precedente
articolo su «La Stretta Osservanza e i Superiori Incogniti», in cui
segnalavamo la strana ossessione che induce, certi scrittori massonici ed
occultisti, a vedere ovunque, nella Massoneria del XVIII secolo e
nell’Illuminismo, l’azione dei Gesuiti, non pensavamo certo di dover constatare
una simile ossessione anche fra alcuni antimassoni. E in effetti, ci è stato
segnalato un articolo apparso nella Revue Internationale des Sociétés
Secrètes, nella sezione Antimassonica dell’Indice Documentario
(n° del 20 ottobre 1913, pp. 3/725-737), a firma di A. Martigue, nel quale si
legge questa frase, veramente sorprendente: «Non bisogna dimenticare, quando si
studiano gli Illuminati, che Weishaupt fu allievo, poi professore, presso i
Gesuiti, e che si è ispirato, deformandoli beninteso, per usarli a favore del
male, ai metodi che i RR. Padri di Ingolstadt usavano a fin di bene con
tanto successo... salvo quando questi metodi sono serviti per formare Weishaupt
ed i suoi primi discepoli!».
Ecco delle insinuazioni che, malgrado tutte le
precauzioni con cui si è cercato di dissimularle, rivestono un carattere
particolarmente grave per degli antimassoni che scrivono pubblicamente; A.
Martigue è forse in grado di giustificarle? Potrebbe forse spiegarci in che
modo i RR. Padri del XVIII secolo possono essere chiamati responsabili, anche
indiretti, delle dottrine rivoluzionarie del F\ Weishaupt e dei suoi adepti? Fino a quando non avremo una tale
dimostrazione,
* À propos des
Supérieurs Inconnus et de l’Astral, pubblicato ne La France
Antimaçonnique, il 18 dicembre 1913, e firmato «Le Sphinx». L’articolo, con lo stesso titolo, è stato poi pubblicato in Études
Traditionnelles, settembre 1952.
217
dobbiamo pensare che è come se si volesse
accusare i RR. Padri del XIX secolo di essere responsabili delle teorie
anarchiche sviluppate oggi dal loro ex allievo e novizio: il F\ Sébastien Faure! Certo, che si potrebbe arrivare chissà dove, seguendo
una tale direzione, ma questo non sarebbe né serio né degno di uno scrittore
che si dichiara in possesso di «metodi rigorosi ed esatti».
E in effetti, A. Martigue, poco dopo la
frase che abbiamo riportato, e a proposito di uno studio intitolato Les
Pièges de la Secte: Le Génie des Cospirations (Le Trappole della Setta: il
Genio delle Cospirazioni), pubblicato nei Cahiers Romains dell’Agence
Internationale Roma, continua nel modo seguente: «L’autore sembra conoscere
solo le opere del P. Deschamps, di Barruel, di Claudio Janet e di
Crétineau-Joly. È già tanto, ma non è sufficiente: questi eccellenti lavori,
che dovranno sicuramente essere sempre consultati con profitto da coloro che
studiano il fenomeno massonico, sono stati scritti da maestri rispettabili, i
cui sforzi devono essere riconosciuti e lodati da tutti, tuttavia è impossibile
non constatare che essi appartengono ad un’epoca in cui la scienza e la
critica storica non erano ancora giunte al punto in cui si trovano adesso. I
nostri metodi, che tendono a perfezionarsi ogni giorno, sono ben altrimenti
rigorosi ed esatti. Ecco perché, dal punto di vista dell’esattezza
scientifica, è pericoloso trascurare i lavori più moderni; ed è anche più
increscioso disdegnarli per partito preso».
Bisogna proprio essere ben sicuri di sé e di
tutto ciò che si afferma, per permettersi di rimproverare una mancanza di
«esattezza scientifica» ai quattro autori che sono fra i maestri incontestati
dell’antimassonismo. Sicuramente, A. Martigue ha fiducia nei «progressi della
scienza e della critica»; ma, dal momento che questi «progressi» servono a
giustificare delle cose come l’esegesi modernista e la pretesa «scienza delle
religioni», ci è difficile considerarli come un argomento convincente. Non ci
aspettavamo una dichiarazione così... evoluzionista, da parte di A. Martigue, e
ci chiediamo se i metodi che egli raccomanda caldamente, e che oppone
218
«ai metodi ed alle abitudini manchevoli di
certuni» (a chi allude?), non si avvicinino stranamente al «metodo positivista»
di cui abbiamo già parlato... Infine, se egli conosce «le carte dello stesso
Weishaupt», come dà ad intendere, noi speriamo che non tarderà a comunicarci le
scoperte che vi ha fatto, in particolare su ciò che riguarda i rapporti fra
Weishaupt ed «i RR. Padri di Ingolstadt»; niente potrebbe provare meglio il
valore dei suoi metodi.
Tuttavia, non sarebbe forse meglio limitarsi
al ruolo che forse hanno svolto gli Ebrei, sia all’origine dell’Illuminismo
bavarese, sia nei retroscena di certi «sistemi» dell’Alta Massoneria? E in
effetti, nello studio pubblicato in questi Cahiers Romains, si legge la
seguente frase: «Gli espedienti di questo genio (Weishaupt) furono senza dubbio
sostenuti dagli Ebrei, eredi degli odi implacabili della vecchia Sinagoga,
poiché il famoso Bernard Lazare non ha battuto ciglio davanti alla
testimonianza che “intorno a Weishaupt vi erano degli Ebrei” [L’antisémitisme,
son histoire et ses causes, pp. 339-340 (L’Antisemitismo, la sua storia e
le sue cause)]».
Abbiamo rilevato questa osservazione perché
abbiamo già avuto occasione di parlare di questa influenza degli Ebrei, ma in
questo studio vi sono ben altre cose interessanti da segnalare, cose che il
redattore della Revue Internationale des Sociétés Secrètes tratta con
una prevenzione che sfiora la parzialità. Dopo avergli rimproverato «l’assenza
di varietà nella documentazione», pur riconoscendone il «valore reale»,
aggiunge: «Vi è un’altra lacuna alquanto spiacevole, per chi intende occuparsi
dell’Illuminismo, e si tratta dell’ignoranza della mistica e dell’occultismo»
Ritorneremo fra poco su questo punto, ma possiamo dire subito che la mistica,
la quale deriva dalla teologia, è una cosa del tutto diversa dall’occultismo:
gli occultisti sono, in genere, profondamente ignoranti in fatto di mistica, e
quest’ultima non ha niente a che fare con lo pseudo-misticismo.
Sfortunatamente, vi è qualcosa che ci fa
temere che i rimproveri di A. Martigue non siano causati solo da un impeto di
malumore: si tratta del fatto che l’articolo dei
219
Cahiers Romains
contiene una critica, molto giusta secondo noi, della recensione fatta da
Gustave Bord, nella stessa Revue Internationale des Sociétés Secrètes1,
del libro di Benjamin Fabre, Un Initié des Sociétés Secrètes supérieures:
Franciscus, Eques a Capite Galeato. Nell’articolo dei Cahiers Romains
si legge fra l’altro: «Parlando di alcuni avventurieri massonici che cercarono
di imporsi sui «gonzi» delle Logge, esibendosi come inviati dei misteriosi S.I.
(Superiori Incogniti), centro nascosto di tutta la Setta, G. Bord
constata che si trattava solo di una vanteria, e quindi ne ha dedotto che
questi S.I. non esistevano. La deduzione è molto arrischiata. Se gli
avventurieri in questione si sono presentati falsamente come dei missi
dominici dei S.I., non solo questo non significa che questi non
esistessero, ma piuttosto dimostra che vi era la convinzione generale della
loro esistenza, poiché sarebbe stato ben strano che questi impostori avessero
inventato di sana pianta, non solo i mandati, ma anche i mandanti. È evidente
che i loro calcoli di riuscita dovevano basarsi proprio su questa convinzione
generale, ed è altrettanto evidente che tale convinzione non depone certo
contro l’esistenza dei Superiori Incogniti».
Effettivamente la cosa è veramente evidente,
per chiunque non sia accecato dalla preoccupazione di sostenere ad ogni costo
la tesi opposta; ma «non è che forse proprio lo stesso G. Bord, contraddicendo
i maestri dell’antimassonismo, finisca coi negare l’evidenza e col misconoscere
assolutamente (secondo le sue stesse parole) “l’ambito, la tattica e la forza
dell’avversario”?... certo che vi sono degli antimassoni ben strani!». E da
parte nostra aggiungiamo che è precisamente questa recensione di Gustave Bord,
tanto poco imparziale quanto gli apprezzamenti di A. Martigue, che avevamo in
mente quando facevamo allusione al «metodo positivista» di certi storici.
1. N° del 5 settembre 1913, pp.3/071 e
seguenti.
220
Ed ecco. che adesso, A. Martigue, a sua
volta, rimprovera a Benjarnin Fabre e a Copin-Albancelli «il desiderio di
apportare nuovi argomenti ad una tesi preconcetta sull’esistenza dei dirigenti
sconosciuti della Setta»; non è forse a G. Bord che si dovrebbe rimproverare di
avere una «tesi preconcetta» sulla non esistenza dei Superiori Incogniti?
Vediamo allora che cosa ne pensa A. Martigue: «Quanto alla tesi che viene
opposta a G. Bord, a proposito dei Superiori Incogniti, è necessario
fare una distinzione: se il direttore dei Cahiers Romains intende che
si tratti di uomini in carne ed ossa, allora crediamo che egli sia in errore e
che G. Bord abbia ragione». E dopo aver enumerato alcuni dei capi dell’Alta
Massoneria del XVIII secolo, continua: «... Se essi si fossero presentati come
inviati di uomini viventi, si potrebbe, a giusta ragione, trattarli da
impostori, esattamente come si fa oggi, giustamente, con gente come la
Blavatsky, Annie Besant ed altri capi della Teosofia, quand’essi parlano di Mahâtmâ
che vivono in una loggia del Tibet». Al che si può subito obiettare che i
cosiddetti Mahâtmâ, in effetti, sono stati inventati sul modello, più o
meno deformato, dei veri Superiori Incogniti, poiché sono poche le
imposture che non si basano su una imitazione della realtà, e d’altronde è
proprio l’abile miscuglio di vero e di falso che le rende più pericolose e più
difficili da smascherare. D’altra parte, come abbiamo già detto, niente ci impedisce
di considerare come impostori, in certe circostanze, degli uomini che comunque
potevano anche essere realmente degli agenti subalterni del Potere occulto, e
ne abbiamo spiegato le ragioni; quindi non vediamo la necessità di dover
giustificare tali personaggi dall’accusa di impostura, anche nel caso che si
volesse supporre che i Superiori Incogniti fossero «degli uomini in
carne ed ossa». Ma, in ogni caso, che cos’erano in realtà costoro, secondo A.
Martigue? E il seguito della nostra citazione ci darà la risposta, e si
tratterà dell’elemento più sorprendente del suo articolo.
«Ma non è di questo che si tratta, poiché
questa interpretazione è tutta exoterica, buona per i profani e per gli adepti
221
non iniziati». Veramente, fino ad oggi abbiamo
sempre creduto che l’«adeptato» fosse uno stadio superiore dell’«iniziazione»,
ma andiamo avanti. «Il significato esoterico è sempre stato molto diverso. Per
i veri iniziati, i famosi Superiori Incogniti esistono veramente, ma
essi vivono... in Astrale. Ed è da lì che, per mezzo della teurgia,
l’occultismo, lo spiritismo, la chiaroveggenza, ecc., essi dirigono i capi
delle Sette, almeno a quanto affermano esse stesse.» Dunque, è a delle
concezioni così fantasiose che conduce la conoscenza dell’occultismo, o quanto
meno di certo occultismo, malgrado tutto il «rigore» e tutta l’«esattezza» dei
«metodi scientifici e critici» e delle «prove storiche indiscutibili che si
esigono oggigiorno dagli storici e dagli eruditi»?
Delle due l’una, o A. Martigue ammette
l’esistenza dell’«Astrale» e dei suoi abitanti, Superiori Incogniti o
altri, ed allora siamo in diritto di osservare che «vi sono degli antimassoni
ben strani» oltre a Gustave Bord; o non l’ammette, come riteniamo che sia,
viste le ultime parole della sua frase, ed allora non può certo dire che coloro
che l’ammettono sono dei «veri iniziati». Noi pensiamo, invece, che si tratti
di iniziati molto imperfetti, e che è fin troppo evidente che gli spiritisti,
per esempio, non possono essere considerati degli iniziati, a nessun titolo.
Non bisognerebbe dimenticare che lo spiritismo ha avuto inizio con le
manifestazioni di Hydesville, del 1847, e che era sconosciuto in Francia prima
della comparsa del F\ Rivail, detto Allan Kardec. Si pretende
che questi abbia fondato «la sua dottrina con l’aiuto delle comunicazioni che
aveva ottenuto, e che furono poi raccolte, controllate, riviste e corrette da
degli spiriti superiori»2. E questo, secondo la definizione
di A. Martigue, sarebbe senza dubbio un notevole esempio dell’intervento dei Superiori
Incogniti, se, sfortunatamente, non sapessimo che gli «spiriti superiori»
che svolsero tale lavoro non erano poi tanto
2. Dr. Gibier, Le Spiritisme, pp.
136-137.
222
«disincarnati» e non lo sono perfino
tuttora: infatti, se Eugène Nus e Victorien Sardou, dopo di allora, sono
«passati ad un altro piano di evoluzione», per usare il linguaggio degli
spiritisti, Camille Flammarion invece continua sempre a celebrare la festa del
Sole ad ogni solstizio d’estate.
Dunque, per i capi dell’Alta Massoneria del
XVIII secolo non poteva trattarsi di spiritismo, che non esisteva ancora, e
tanto meno di occultismo, poiché, anche se allora vi erano delle «scienze
occulte», non esisteva alcuna dottrina chiamata «occultismo»; sembra che sia
stato Éliphas Lévi ad usare per primo questa denominazione, la quale, dopo la
sua morte (1875), è stata fatta propria da una certa scuola, della quale dal
punto di vista iniziatico è meglio non dire niente. Sono questi quegli stessi
«occultisti» che parlano continuamente del «mondo astrale», dei quale si
servono per spiegare ogni sorta di cose, soprattutto quelle cose che ignorano.
E fu sempre Éliphas Lévi che diffuse l’uso del termine «astrale», il quale,
benché risalga a Paracelso, sembra sia stato quasi sconosciuto agli Alti
Massoni del XVIII secolo, che in ogni caso, lo avrebbero usato secondo un senso
senza dubbio diverso da quello che gli conferiscono gli odierni occultisti. A.
Martigue, del quale non contestiamo le conoscenze sull’occultismo, è proprio
sicuro che queste stesse conoscenze non lo inducano precisamente ad «una
interpretazione tutta exoterica» di Swedenborg, per esempio, e di tutti quelli
che cita, assimilandoli così, pressappoco, ai «medium» degli spiritisti?
Citiamo testualmente: «I Superiori
Incogniti sono gli Angeli che dettano a Swedenborg le sue opere, la Sophia
di Gichtel e di Böhme, la Cosa di Martines Pasqualis (sic), il Filosofo
Sconosciuto di Saint-Martin, le manifestazioni della Scuola del Nord, il Guru
dei Teosofi, lo spirito che si incarna nei medium, solleva i piedi del tavolino
o detta le elucubrazioni della tavoletta, ecc. ecc.». Per quanto ci riguarda,
non pensiamo che tutte queste cose si equivalgano, neanche a voler prendere in
considerazione «delle varianti e delle sfumature»: così facendo si finisce col
cercare i Superiori Incogniti proprio là dove essi non potrebbero
essere. Degli
223
spiritisti abbiamo appena finito di dire in
cosa consistono i loro spiriti superiori, e per quanto riguarda i
«Teosofi», o piuttosto i «teosofisti», si sa molto bene cosa pensare delle loro
pretese. D’altronde, a proposito di questi, notiamo che essi annunciano
l’incarnazione del loro «Grande Istruttore» (Mahâguru), dimostrando così
che non è certo sul «piano astrale» che contano di ricevere i suoi
insegnamenti. Per altro verso, non riteniamo che Sophia (che rappresenta
un principio) si sia mai manifestata in maniera sensibile a Böhme o a Gichtel.
Quanto a Swedenborg, egli ha descritto simbolicamente delle «gerarchie
spirituali» i cui gradini potrebbero essere benissimo occupati da iniziati
viventi, e lo ha fatto in maniera analoga a quella che, in particolare, si
riscontra nell’esoterismo musulmano. Per quanto concerne Martines de Pasqually,
è certo difficile sapere esattamente che cosa questi intendesse con
quest’appellativo misterioso de «la Cosa», ma, ovunque abbiamo visto
impiegata da lui questa parola, sembra proprio che abbia voluto indicare solo
delle «operazioni», o ciò che più comunemente si intende col termine Arte.
Sono i moderni occultisti che hanno voluto vedervi delle «apparizioni» pure e
semplici, in conformità con le loro idee; ma, il F\ Franz von Baader ci avverte che «si avrebbe torto a pensare che la sua
fisica (di Martines) si riduca agli spettri ed agli spiriti»3. In
realtà, al pari di tutto quello che è relativo all’Alta Massoneria dell’epoca,
si trattava di qualcosa di ben più profondo e di ben più realmente «esoterico»,
cosa che la conoscenza dell’odierno occultismo non è minimamente in grado di
penetrare. Ma la cosa più singolare è, forse, che A. Martigue parli del «Filosofo
Sconosciuto di Saint-Martin», quando invece si sa perfettamente che
Saint-Martin ed il Filosofo Sconosciuto sono solo la stessa persona,
poiché il secondo non è che lo pseudonimo del primo. Vero è che in certi
ambienti circolano delle
3. Les
enseignements secrets de Martines de Pasqually, p. 18.
224
leggende in proposito, che sono ben
conosciute, ma non è difficile mettere ogni cosa al suo posto: «I Superiori
Incogniti, o S.I., sono stati attribuiti, da un autore fantasioso,
al teosofo Saint-Martin, forse perché questi firmava le sue opere: un
Filosofo Sconosciuto, nome di un grado dei Philaleti (regime del
quale peraltro egli non fece mai parte); ma è anche vero che lo stesso
fantasista ha attribuito il libro, Degli Errori e della Verità, del Filosofo
Sconosciuto, ad un Agente Sconosciuto, così come è vero che egli
stesso si designa con le iniziali S.I.; è proprio vero che, in fatto di sconosciuto,
si sa come si incomincia e non si sa come si finisce!»4 . Da questo
si capisce quanto possa essere pericoloso accettare, senza alcun controllo, le
affermazioni di certi occultisti; è soprattutto in questi casi che è opportuno
mostrarsi prudenti e, secondo il consiglio dello stesso A. Martigue, «non
esagerare in niente».
Del pari, si avrebbe certamente torto a
prendere sul serio questi stessi occultisti, allorché si presentano come i
discendenti ed i continuatori dell’antica Massoneria; e tuttavia, troviamo come
un’eco di queste «fantastiche» asserzioni in una frase di A. Martigue: «Questa
questione (dei Superiori Incogniti) solleva dei problemi che noi
studiamo nell’occultismo, problemi di cui i Massoni del XVIII secolo cercarono
ardentemente la soluzione». Senza contare che questa frase, interpretata alla
lettera, potrebbe far pensare che il redattore della Revue Internationale
des Sociétés Secrètes sia un «occultista», per lo meno agli occhi «di
lettori superficiali che non hanno il tempo di sviscerare queste cose». E
prosegue: «Ma, questa questione può essere compresa solo se si conoscono a
fondo le scienze occulte e la mistica»; ed è proprio questo il rimprovero che
egli vuole muovere nei confronti del collaboratore dell’Agence
Internazionale Roma.
4. Notice
historique sur le Martinésisme et le Martinisme, nota a pp. 35-36.
225
Ma, non si rende conto che in questo modo egli
accusa soprattutto se stesso, dal momento che questa conoscenza dovrebbe
sicuramente estendersi ben oltre quello che lui suppone? «Ed è per questo che
così pochi antimassoni riescono a penetrare questi arcani, che non saranno mai
compresi da coloro che si attengono all’ambito positivista». E, a nostro
avviso, questa è la cosa più giusta che egli abbia detto; ma, non è un po’ in
contraddizione con ciò che ci ha detto prima dei suoi «metodi»? Ed allora, se
egli non condivide la concezione «positivista» della storia, perché difende a
spada tratta Gustave Bord, anche li dov’è palesemente impossibile?
«È impossibile comprendere gli scritti di
uomini che vivevano nel soprannaturale e che da questo si lasciavano guidare,
come i teosofi swedenborghiani o i martinisti del XVIII secolo, se prima non ci
si preoccupa di studiare il linguaggio e l’oggetto che esponevano nelle loro
lettere e nelle loro opere. E la cosa è ancora più difficile se, per partito
preso, si pretende di negare l’esistenza dell’atmosfera soprannaturale nella
quale erano immersi e che respiravano giorno per giorno». Ora, a parte il fatto
che questo si ritorce contro lo stesso G. Bord e contro le sue conclusioni, noi
non vediamo per quale ragione si debba passare da un estremo all’altro, ed
attribuire più importanza di quanto ne meritino alle «elucubrazioni» delle
tavolette degli spiritisti o a quelle di qualche pseduo-iniziato, al punto da
ricondurre tutto il «soprannaturale» in questione, fra l’altro
indipendentemente dalla sua diversa qualità, alla ristretta interpretazione
dell’«Astrale».
Altro appunto: A. Martigue parla di «teosofi
swedenborghiani o martinisti», come se queste due denominazioni fossero quasi
equivalenti; bisogna dunque pensare che egli sarebbe disposto a credere
all’autenticità di certe filiazioni che, invece, sono ben lontane dal fondarsi
su un qualunque «dato scientifico» o «base positiva»? «A questo proposito,
riteniamo doveroso dire che, quando Papus afferma che Martines de Pasqually
ricevette l’iniziazione da Swedenborg,
226
nel corso di un viaggio a Londra, e che il
sistema da lui propagato sotto il nome di rito degli Eletti Cohen non è
altro che uno Swedenborghismo adattato, questo autore abusa, o cerca di
abusare, dei suoi lettori, al solo scopo di sostenere una tesi molto personale.
In effetti, per giungere a simili conclusioni, non basta aver letto Ragon, che
a sua volta lo aveva appreso da Reghelini, e che afferma che Martines ha
derivato il rito degli Eletti Cohen dallo svedese Swedenborg. Papus
avrebbe dovuto astenersi dal riproporre, ampliandola, una opinione che non
poggia su niente di serio. Sarebbe bastato ricercare le fonti del documento in
suo possesso, per accorgersi che ci sono ben pochi rapporti fra la dottrina ed
il rito di Swedenborg e la dottrina ed il rito degli Eletti Cohen...
Quanto al preteso viaggio a Londra, esso esiste solo nell’immaginazione di
Papus»5. È veramente increscioso, per uno storico, lasciarsi
irretire dalla propria immaginazione... «in Astrale»; e, sfortunatamente, gli
stessi appunti si possono sollevare anche nei confronti di molti altri
scrittori, i quali si sforzano di stabilire gli accostamenti più inverosimili
«al solo scopo di sostenere una tesi molto personale», e spesso anche fin
troppo personale!
Ma ritorniamo a A. Martigue, il quale ci
avverte, ancora una volta, che «senza l’aiuto di queste scienze, dette occulte,
è del tutto impossibile comprendere la Massoneria del XVIII secolo, e persino
quella di oggi, anche se la cosa potrà stupire i non iniziati». A questo punto,
forse, qualche esempio ci avrebbe aiutato a comprendere il suo pensiero; ma,
andiamo avanti: «È da questa ignoranza (dell’occultismo), che è condivisa non
solo dai profani, ma anche dai Massoni, perfino degli alti gradi, che derivano
gli errori come quelli di cui ci stiamo occupando. Quest’errore ha spinto
l’antimassoneria alla ricerca di Superiori Incogniti che, sotto le sembianze
5. Notice
historique sur le Martinésisme et le Martinisme, nota a p. 17.
227
dei veri iniziati, sono semplicemente
delle manifestazioni extra-naturali di esseri che vivono nel Mondo Astrale». Come abbiamo già detto, riteniamo che coloro che sostengono questa
tesi non sono dei «veri iniziati», ma, se A. Martigue lo crede veramente, dal
momento che l’afferma, non comprendiamo perché poi si affretti ad aggiungere:
«Cosa questa che non pregiudica per niente la loro esistenza (dei Superiori
Incogniti), né quella del Mondo Astrale»; senza neanche accorgersi che,
così facendo, rimette tutto in discussione. Egli «pretende di indicare solo ciò
che pensavano gli Alti Massoni del XVIII secolo», ma è proprio sicuro di
interpretare fedelmente il loro pensiero? Ed è sicuro di non aver introdotto,
molto semplicemente, una nuova complicazione nei problemi di cui questi FF\ «cercarono ardentemente la soluzione», la quale doveva aiutarli a
diventare i «veri iniziati» che, evidentemente, non erano ancora, dal momento
che non l’avevano ancora trovata? Il fatto è, che i «veri iniziati» sono più
rari di quel che si pensi, ma questo non vuol dire che non esistano del tutto,
o che esistano solo «in Astrale»; e per quale motivo, benché viventi sulla
terra, questi «adepti», nel significato vero e completo del termine, non
potrebbero essere i veri Superiori Incogniti?
«Ne consegue (?) che, scrivendo le parole Superiori
Incogniti, S.I., gli Illuminati, i Martinisti, i membri della
Stretta Osservanza e tutti i Massoni del XVIII secolo, intendessero proprio
degli esseri considerati come aventi un’esistenza reale superiore, sotto la
direzione dei quali era posta ogni Loggia ed ogni adepto iniziato (sic)».
Ma, l’aver trasformato i Superiori Incogniti in «esseri astrali», e
l’aver assegnato loro questo ruolo di «aiuti invisibili» (invisible helpers),
come dicono i teosofisti, non significa averli accostati un po’ troppo alle
«guide spirituali» che dirigono, anch’essi da un «piano superiore», i medium ed
i gruppi spiritici? E non è certo «in questo senso che scrivevano Eques a
Capite Galeato ed i suoi corrispondenti», a meno che non si voglia parlare
di un’«esistenza superiore» che poteva essere «realizzata» da certe categorie
di iniziati, che sono «invisibili» e
228
«in astrale» solo per i profani e per gli
pseudo-iniziati ai quali abbiamo già accennato. L’intero occultismo
contemporaneo, perfino con l’aggiunta dello spiritismo, del teosofismo e degli
altri movimenti «neo-spiritualisti», può solo condurre, checché ne dica A.
Martigue, ad «una interpretazione tutta exoterica». Ma, se è così difficile
conoscere con esattezza il pensiero degli Alti Massoni del XVIII secolo e,
quindi, «interpretare le loro lettere secondo il senso che loro stessi le
davano», è davvero indispensabile arrivare a tanto per «non sbagliarsi
completamente nel corso di questi studi, già così difficili, anche quando si è
sulla strada giusta»? E, fra gli antimassoni, vi è forse qualcuno che possa
dire di trovarsi «sulla strada giusta», diversamente da tutti gli altri? Le
questioni che essi hanno deciso di studiare sono già parecchio complesse, di
per sé, perché sia il caso di farvi intervenire l’«Astrale», anche li dove non
vi ha niente a che fare. Ed è per questo che è sempre «increscioso parlare di
partito preso», anche a nome della «scienza» e della «critica», nei confronti
di lavori che, come giustamente afferma il redattore dei Cahiers Romains,
«non sono certo definitivi, ma questo non impedisce che rivestano una notevole
importanza, così come sono». Sicuramente Gustave Bord mira ad essere
imparziale, ma, possiede veramente questa qualità, in modo tale da poter
costituire l’ideale di Martigue: quello dello «storico accorto che sa cogliere
ovunque l’aspetto giusto, e la cui sana critica permette di giudicare il valore
dei documenti»? Ancora una volta è il caso di ricordare che vi possono essere
vari modi per venirsi a trovare «sulla via giusta», ed è sufficiente
trovarvisi, in una maniera o in un’altra, per «non sbagliarsi completamente»,
senza neanche dover pensare che sia «indispensabile illuminare la strada giusta
alle tenebrose luci (?!) dell’occultismo», cosa che, in verità, è molto poco
chiara!
Martigue conclude in questi termini:
«Nell’attesa, riconosciamo volentieri che se il redattore dei Cahiers
Romains intende il potere occulto nello stesso modo che abbiamo appena
indicato, egli ha ragione di affermare: “Constatiamo che, fino ad ora, non è
stato presentato alcun argomento
229
probante contro il potere centrale occulto
della Setta”. Ma, se con queste parole egli intende riferirsi ad un comitato di
uomini in carne ed ossa, contrariamente a quanto ritenevano i Massoni iniziati
del XVIII secolo, siamo obbligati a rimandargli l’argomentazione e ad affermare
che “Constatiamo che, fino ad ora, non è stato presentato alcun documento
probante a favore di questo incognito comitato dirigente”. E il compito di
produrre la prova decisiva spetta a coloro che sostengono questa esistenza. Noi
restiamo in attesa, e la questione resta dunque aperta». In effetti, la
questione è sempre aperta, e sicuramente è «fra le più importanti»; ma, chi ha
mai preteso che i Superiori Incogniti, anche «in carne ed ossa»,
costituiscano un «comitato» o perfino una «società» nel senso ordinario della
parola? Anzi, si comprende come una tale possibilità sia poco soddisfacente,
quando si sa che esistono certe organizzazioni veramente segrete, molto più
prossime al «potere centrale» di quanto lo sia la Massoneria esteriore, ed i
cui membri non svolgono riunioni né hanno insegne né diplomi né mezzi esteriori
di riconoscimento. D’accordo per il rispetto dei documenti, ma si deve anche
comprendere quanto sia difficile scoprirne dei «probanti» allorché si ha a che
fare con cose che, come dicevamo precedentemente, «sono di natura tale da non
poter essere provate da alcun documento scritto». Anche qui, dunque, non
bisogna esagerare, e soprattutto bisogna evitare di lasciarsi assorbire
esclusivamente dalla preoccupazione «documentaria», al punto da perdere di
vista, per esempio, che l’antica Massoneria riconosceva diversi tipi di Logge
che lavoravano «a dei piani diversi», come direbbe un occultista, e una cosa
del genere, nel pensiero degli Alti Massoni d’allora, non significava affatto
che le «tornate» di alcune di queste Logge avessero luogo «in Astrale» né che i
loro «archivi» dovessero essere accessibili quasi esclusivamente agli
«studenti» della scuola di Leadbeater. Se oggi vi sono dei S.I.
«fantastici» che pretendono di riunirsi «in Astrale», ciò accade, molto
semplicemente, perché non si potrebbe confessare che non si riuniscono affatto;
e se i loro «gruppi di
230
studio» sono stati trasferiti «su un altro
piano», non si tratta altro che di qualcosa che è comune a tutti gli esseri «in
sonno» o «disincarnati», siano essi individui o collettività, «comitati»
profani o «società» sedicenti «iniziatiche». Fra costoro vi è una gran quantità
di persone che vorrebbero farsi passare per «mistici», mentre invece sono dei
volgari «mistificatori», e che non si preoccupano minimamente di mettere
insieme ciarlataneria ed occultismo, senza neanche possedere qualcuno di quei
«poteri» inferiori ed occasionali che talvolta hanno potuto esibire tipi come
Gugomos o Schrœpfer. Tanto che forse sarebbe più il caso di studiare con
maggior cura le «operazioni» e le «dottrine» di questi ultimi, nonostante si
tratti di iniziati dei più imperfetti, piuttosto che quelle dei pretesi «Maghi»
contemporanei, che non sono iniziati affatto, o meglio che non sono iniziati a
niente di serio, che è poi la stessa cosa.
Ben inteso, tutto ciò non significa che non
sia opportuno studiare e conoscere l’occultismo contemporaneo e
«volgarizzatore», ma solo limitandosi ad assegnargli quell’importanza molto
relativa che esso merita, evitando di ricercarvi un «esoterismo» profondo che
non è possibile trovarvi, ed avendo cura di mostrarne all’occasione tutta
l’inanità, al fine di mettere in guardia coloro che sarebbero tentati di
lasciarsi sedurre dalle tronfie apparenze di una «scienza iniziatica» tutta
superficiale e di seconda o di terza mano. Non bisogna farsi alcuna illusione:
se l’azione dei veri Superiori Incogniti è presente in minima parte,
malgrado tutto, fin nei movimenti «neo-spiritualisti» in questione,
indipendentemente dai loro titoli e dalle loro pretese, si tratta di qualcosa
che si esprime in maniera così indiretta e così lontana come nella Massoneria più
esteriore e più moderna. E basta a provarlo ciò che abbiamo detto fin qui; ma
avremo occasione di presentare, a questo proposito, ulteriori esempi non meno
significativi.
231
ALCUNI DOCUMENTI INEDITI SU
L’ORDINE DEGLI ELETTI COHEN *
Abbiamo parlato, a più riprese, dell’Ordine
degli Eletti Cohen, fondato da Martines de Pasqually. Nella sua prefazione,
al Trattato della Reintegrazione degli Esseri, il «Cavaliere della Rosa
Crescente», da noi già più volte citato, scrive:
«Quest’uomo (Martines), di un disinteresse e
di una sincerità al di sopra di ogni sospetto, si sforzò di ricondurre ai
principi essenziali della Massoneria alcune Logge che, all’epoca, se ne erano
allontanate sensibilmente (si tratta della seconda metà del XVIII secolo), in
seguito ad una serie di avvenimenti che qui è inutile riportare.
«Il compito di Martines era difficile:
percorrendo successivamente, dal 1760 al 1772, le principali città della
Francia, egli selezionò in seno ad alcune officine massoniche, coloro che
ritenne potessero costituire il nocciolo, il centro delle sue ulteriori
operazioni. In nome del suo Tribunale Sovrano, assegnò a Parigi, nel
1767, delle patenti costitutive a delle Logge clandestine della provincia, e
non esitò a reclutare anche altrove degli uomini che gli sembrarono degni del
ministero che avrebbero dovuto esercitare1.
«È così che si formò ciò che Matter chiama
giustamente il Martinismo2, il quale, sotto il nome di Rito
degli Eletti Cohen, non è altro che una branca molto ortodossa della vera
* Quelques Documents inédits sur l’Ordre
des Élus Cohens, pubblicato ne La France Antimaçonnique, nn. del 23
aprile, 21 maggio, 25 maggio e 9 luglio 1914, e firmato «Le Sphinx».
1. Nel pensiero del fondatore, si trattava di un
vero ministero sacerdotale, poiché il termine Cohen, in ebraico,
significa prete; in qualche modo, dunque, si trattava di un tentativo di
restaurazione del sacerdozio giudaico in seno alla Massoneria interna.
2. Per quanto ci riguarda, riteniamo che questo
termine non sia giusto; lo sarebbe solo se il sistema degli Eletti
Cohen fosse stato solamente
233
Massoneria, innestata sull’antico tronco e
basata su un insieme di insegnamenti tradizionali molto precisi, trasmessi
seguendo esattamente la possibilità recettiva acquisita dai suoi membri per
mezzo di un lavoro interamente personale. Teoria e pratica vi erano
strettamente congiunte».
Abbiamo citato questo brano per fissare il
vero carattere degli Eletti Cohen. Ed ecco adesso alcuni elementi
relativi al ruolo svolto in questo Ordine da Louis-Claude de Saint-Martin,
ugualmente opportuni da ricordare al fine di dissipare certe confusioni:
«Pochi anni dopo la partenza di Martines de
Pasqually per le Antille (1772), l’Ordine, che era stato costituito con tanta
fatica, subì una scissione: alcuni discepoli rimasero legati fedelmente agli
insegnamenti ricevuti dal Maestro, mentre altri, seguendo l’esempio di
Saint-Martin, abbandonarono la pratica attiva per seguire la via incompleta e
passiva del misticismo3. Tale mutamento di direzione nella vita di
Saint-Martin potrebbe apparire sorprendente se non fossimo a conoscenza del
fatto che, durante i cinque anni che egli trascorse alla Loggia di Bordeaux, si
era sempre più allontanato dalle operazioni esteriori del Maestro...
«L’insegnamento di Rodolfo di Salzmann
contribuì molto a dotare la Francia di un mistico notevole, ma non permise a
Saint-Martin di accedere alla dottrina dell’eminente teurgo di Bordeaux (cioè
di Martines)...
«Ci siamo dilungati sui particolari della
vita di Saint-Martin per quel tanto che basta a dimostrare quanto abbiano torto
quegli storici male informati che attribuiscono al teosofo di Amboise la
successione del teurgo di Bordeaux, al pari
relativo alle idee personali di Martines, il
che non è, e proprio sulla base di quanto si afferma nel seguito della stessa
citazione; ma l’autore aveva dei particolari motivi per citare così
benevolmente il Matter.
3. Come abbiamo già segnalato, sono questi gli
elementi che caratterizzano chiaramente l’opposizione fra la via dei «mistici»
e quella degli «iniziati».
234
di quelli, ancor più male documentati, che ne
hanno fatto il fondatore di un Ordine del Martinismo. Saint-Martin non
fondò mai alcun Ordine; egli non ebbe mai una tal pretesa, e il termine Martinisti
designa semplicemente coloro che avevano adottato un modo di vedere conforme al
suo, tendente piuttosto a liberarsi dal dogmatismo rituale delle Logge e a
respingerlo come inutile».4
Quindi, tutto ciò che concerne gli Eletti
Cohen deve essere riferito esclusivamente, a Martines5, mentre
chiamare quest’Ordine, o la dottrina che in esso vi si professava, col nome di Martinismo
è un non senso: ed è questo che innanzi tutto tenevamo a mettere in risalto.
\
I documenti che sono stati pubblicati su l’Ordine
degli Eletti Cohen sono poco numerosi; i più importanti sono quelli di cui
abbiamo già parlato, e che formano i due volumi della Bibliothéque
Rosicrucienne, pubblicati sotto gli auspici del Rito di Misraïm. Il
primo è costituito dall’opera dello stesso Martines, intitolata Traité de la
Réintégration des Êtres dans leurs premières propriètès, vertus et puissance
spirituelles et divines (Trattato della Reintegrazione degli Esseri nelle
loro primarie proprietà, virtù e potenza spirituali e divine). Il secondo
contiene gli Enseignements secrets de Martines de Pasqually (Gli
Insegnamenti segreti di Martines de Pasqually),
4. Segnaliamo questo brano, in particolare
per coloro che pretendono, per esempio, che «l’introduzione delle Logge
Martiniste in Russia dati dallo stesso saint Martin (sic)»; e li
rimandiamo anche alle pp. 175-192 della Notice historique sur le
Martinésisme et le Martinisme, dello stesso autore. Le «Logge Martiniste»
sono solo esistite nell’immaginazione degli occultisti contemporanei.
5. Il che non significa, lo ripetiamo, che si
trattasse di un lavoro personale, poiché esso era invece «basato su un
insieme di insegnamenti tradizionali molto precisi».
235
come sono stati raccolti ed esposti da Franz
von Baader.
D’altra parte, l’opera di Papus su Martines
de Pasqually contiene delle lettere di diversa provenienza, di cui alcune
sono interessanti, ma che non sempre sono presentate in maniera perfettamente
intelligibile. La stessa opera, in appendice, contiene i Catechismi dei
seguenti gradi: 1º Apprendista Eletto Cohen; 2º Compagno Eletto Cohen;
3º Maestro Particolare Eletto Cohen; 4º Maestro Eletto Cohen; 5º Gran
Maestro Cohen, soprannominato Grande Architetto; 6º Grande Eletto
di Zorabel, cosiddetto Cavaliere d’Oriente.6
Pensiamo che in questo elenco, che come si
vede è assai corto, non abbiamo omesso niente di importante; ed i pochi
frammenti autentici relativi agli Eletti Cohen sono interessanti proprio
in ragione della loro stessa rarità.
\
I documenti che ci apprestiamo a pubblicare
qui consistono in una serie di Istruzioni consegnate agli Eletti
Cohen di Lione all’inizio del 1774. Essi appartenevano alla Loggia La
Beneficenza, presieduta da Willermoz; ma questa Loggia, nel suo insieme,
non ha mai praticato il Rito degli Eletti Cohen, come invece, a torto,
hanno preteso alcuni. A questo proposito, il «Cavaliere della Rosa Crescente»
scrive7: «Facciamo osservare a Papus, il quale parla di una Loggia
di Eletti Cohen costituita a Lione a partire dal 1765 sotto la
presidenza di Willermoz, che ancora all’inizio del 1770, a Lione, vi erano solo
sei Eletti Cohen, appena iniziati, fra cui
6. In questa raccolta manca il Catechismo
del settimo e ultimo grado, quello di Rosa-Croce, il quale, peraltro,
era in realtà il decimo, tenendo conto dei «gradi d’accesso», vale a dire dei
tre gradi simbolici ordinari che necessariamente precedono tutti gli altri.
7. Notice historique
sur le Martinésisme et le Martinisme, p. 33, nota 2.
236
Willermoz». A quell’epoca essi sollecitarono
Martines al fine di ottenere la fondazione di una officina regolare; ma,
sembra, che questi tentativi non furono coronati da successo.
Dunque, è molto probabile che a Lione non vi
sia mai stata una organizzazione completa degli Eletti Cohen, tanto più
che Saint-Martin, che trascorse proprio a Lione l’intero 1774 e che vi scrisse
il suo libro Des Erreurs et de la Vérité, parla semplicemente «di un
circolo che egli istruiva presso il sig. Villermas (sic)»8,
espressione che non può certo applicarsi ad una Loggia regolare «giusta e
perfetta». D’altronde, in seguito al Convento di Lione, nel 1778, «la
Loggia La Beneficenza adottò definitivamente il Regime Scozzese
Rettificato», che Papus «pensò bene di battezzare Willermosismo»9,
ma che non ebbe mai niente in comune con l’Ordine degli Eletti Cohen. La
maggior parte degli archivi di Lione, oggi perduti, si riferivano naturalmente
al Regime Scozzese Rettificato e solo l’ignoranza ha permesso che
talvolta certi autori commettessero delle singolari confusioni10.
Per tornare alle Istruzioni, noi non
pensiamo che siano state redatte dallo stesso Martines, il quale, partito per
Port-au-Prince il 5 maggio del 1772, vi morì il 20 settembre 1774. Tuttavia, è
certo che esse sono ispirate direttamente ai suoi insegnamenti, poiché
presentano in modo particolare, in diversi punti, delle manifeste analogie con
alcuni passi del Trattato della Reintegrazione degli Esseri, scritto a
Bordeaux nel corso dell’anno 1770.
Riproduciamo integralmente le sei Istruzioni
in nostro possesso, rispettando scrupolosamente tutte le particolarità del
linguaggio, dello stile ed anche dell’ortografia, presenti nel manoscritto
originale. Ci limiteremo ad aggiungere, quando si renderà opportuno, alcune
brevi note, riservandoci di commentare ulteriormente i punti più interessanti.
8. Ibid.,
pp.41-42.
9. Ibid.,
pp. 175-176.
10. Ibid., pp.
177-178, in nota.
237
INSTRUCTIONS SUR LA
CRÉATION UNIVERSELLE
MATÉRIELLE
TEMPORELLE ET LE NOMBRE SENAIRE
QUI LA PRODUIT ET
SES RAPPORTS AVEC L’HOMME
(Istruzioni sulla Creazione universale
materiale temporale ed il
numero senario che la produce ed i suoi
Rapporti con l’uomo)
1º ISTRUZIONE 11
Volendo il Creatore formare questo
Universo fisico di materia apparente per la manifestazione della sua Potenza,
della sua Giustizia e della sua Gloria, il piano che ne concepì si presentò
alla sua immaginazione divina sotto una forma triangolare, quasi come il piano
o il disegno di un tavolo si presenta all’immaginazione del pittore che
l’intraprende prima di dare inizio all’esecuzione. Essendo il piano
triangolare, l’opera che ne è derivata doveva portarne l’impronta ed essere
triangolare o ternaria come lui, ed in effetti lo è12.
Io dico che la Creazione universale
materiale è stata operata dal Creatore per la manifestazione della sua Potenza,
della sua Giustizia e della sua Gloria; la sua Potenza si è manifestata in
effetti tramite l’atto stesso della Creazione che è stata prodotta dal niente
per mezzo della sua sola volontà; la sua Giustizia lo è stata tramite la
punizione dei primi spiriti prevaricatori che egli ha scacciato dalla sua
presenza. Il Creatore essendo immutabile nei suoi decreti non ha potuto
privarli delle virtù e delle potenze che erano innate in loro tramite il loro
principio di emanazione divina, ma egli ha cambiato la loro Legge d’azione
spirituale, egli ha formato questo Universo materiale ove li ha relegati perché
fosse un luogo di privazione e perché essi vi esercitassero nel corso di una
eternità la loro azione, Potenza e Volontà malvagie nei Limiti loro fissati; da
questa manifestazione di Potenza e di Giustizia del Creatore risulta senza
contraddizione quella della sua Gloria, questo Universo doveva ancora servire
per la manifestazione della sua Bontà infinita e della sua misericordia, cosa
che verrà spiegata a suo tempo.
La Creazione Universale è stata operata
tramite il numero senario,
11. Questa prima istruzione è la sola che
non porta la data nel manoscritto; come si vedrà in seguito essa è del 7
gennaio 1774.
12. In queste istruzioni si tratta dunque,
essenzialmente, del «piano del Grande Architetto dell’Universo», realizzato
tramite la Creazione. Tuttavia, si vedrà in seguito che le due espressioni di
«Creatore» e di «Grande Architetto» non sono sinonimi.
238
così come fa capire Mosè tramite i sei
giorni di cui parla nella Genesi, che sono solo un velo che egli ha impiegato
per esprimere ciò che voleva dire. Il Creatore è uno spirito puro, il semplice
eterno che non può essere soggetto al tempo, d’altronde il tempo ha inizio solo
al momento della Creazione universale di cui parliamo, tutto ciò che l’ha
preceduta non poteva essere temporale. Dunque non può trattarsi di sei giorni
né di alcun Lasso di tempo determinato che Mosè ha voluto parlare, ma piuttosto
dei sei pensieri divini che hanno realmente operato la Creazione; noi
impareremo a conoscerli tramite l’addizione misteriosa che l’Ordine insegna
delle tre facoltà divine che sono il pensiero, la volontà e l’azione, oppure in
un altro senso che spiegheremo a suo tempo, l’intenzione, il Verbo e
l’operazione.
Il Pensiero è uno, semplice, indivisibile
come lo Spirito che lo produce, esso è il principio di ogni atto spirituale
libero e per questo occupa il primo posto fra le tre facoltà spirituali di cui
parliamo; e per questo lo computiamo 1. Esso genera la Volontà senza la
quale ogni pensiero sarebbe nullo e non produrrebbe niente; per il suo rango
binario essa vale Due, e aggiungendovi il pensiero da cui deriva, noi la
computiamo 3, il che completa13 il primo ternario spirituale.
Ma il pensiero e la Volontà sarebbero nulle e non produrrebbero alcun effetto
se non fossero messe in atto. È questa facoltà produttrice dell’effetto che noi
chiamiamo azione; questa azione per il suo rango ternario vale 3, e
aggiungendovi il ternario precedente del pensiero e della Volontà da cui essa
deriva, completa il numero senario che ha operato la Creazione universale.
La tavola delle tre facoltà potenti innate
nel Creatore ci dà al tempo stesso un’idea dei mistero incomprensibile della
Trinità; il Pensiero attribuito al Padre 1, il Verbo o l’intenzione
attribuito al Figlio 2, e l’operazione attribuita allo Spirito 3.
Come la Volontà segue il Pensiero, e l’azione è il risultato del pensiero e
della volontà, così il Verbo procede dal Pensiero, e l’operazione procede dal
pensiero e dal Verbo, la cui addizione misteriosa di questi tre numeri dà
ugualmente il numero senario principio di tutta la Creazione temporale. Con
questo esame voi riconoscete tre facoltà realmente distinte e procedenti le une
dalle altre e producenti dei risultati differenti, e tuttavia tutte riunite nel
solo, lo stesso essere unico e indivisibile.
Vi è stato insegnato che l’uomo fu creato
a immagine e a somiglianza di Dio. Il Creatore essendo puro spirito, non è per
la sua forma corporale che l’uomo
13. Il manoscritto contiene la parola
«forma», aggiunta al di sopra della parola «completa».
239
può essere a sua immagine e a sua
somiglianza, può dunque esserlo solo per le sue facoltà spirituali, poiché
l’essere spirituale minore o l’uomo è una emanazione della divinità e deve
partecipare all’essenza stessa di questa divinità e delle sue facoltà. Ne
abbiamo un’immagine molto debole ma sensibile nella produzione giornaliera di
tutti gli esseri temporali, ma l’essere prodotto, quantunque simile all’essere
produttore e partecipante della sua natura, non è per questo l’essere
produttore stesso; così l’uomo viene da Dio, partecipa della sua essenza e
delle sue facoltà senza essere Dio lui stesso; senza distruggere l’immagine e
la somiglianza che legano l’uno all’altro, vi sarà sempre l’immensa differenza
che deve esserci tra il Creatore e la Creatura. Così dunque siccome l’uomo
sente in lui la Potenza o le tre facoltà distinte del Pensiero della Volontà e
dell’azione, possiamo dire con verità che egli è realmente per queste tre
facoltà spirituali che sono unite in lui la vera immagine del Creatore, come egli
ne è la somiglianza tramite le tre facoltà potenti che sono parimenti innate in
lui, il Pensiero, il Verbo o l’intenzione, e l’operazione, di cui parleremo in
un altro momento e che non bisogna confondere con il pensiero la volontà e
l’azione.
Dopo aver spiegato il numero senario
tramite la virtù del quale s’è operata la Creazione, vengo a parlare del numero
ternario produttore delle forme e del numero novenario che attribuiamo alla
materia, poiché non bisogna confondere questa materia apparente e palpabile che
colpisce i nostri sensi con i principi impalpabili che la costituiscono; è
l’unione di questi principi messi in azione che compone i corpi.
____________________________________
Note sulle cose trattate nella prima
istruzione
nell’assemblea generale del 7 gennaio
177414.
Sulla Creazione Universale materiale
temporale operata in virtù del numero senario dei pensieri divini velati nella
Genesi dai sei giorni di Mosè.
Addizione misteriosa delle tre facoltà
divine, Pensiero, Volontà, Azione.
Piano della Creazione presente
all’immaginazione del Creatore sotto la forma di Ñ e.
14. Questa nota contiene, in forma di
sommario, il seguito della prima istruzione, che sembra non sia stata redatta
interamente. Pensiamo che l’espressione «assemblea generale» debba intendersi
nel senso di una riunione comune di tutti i gradi.
240
Impronta di questo triangolo in tutte le
produzioni della Creazione.
Numero ternario delle essenze spirituali
produttrici delle forme chiamate misteriosamente zolfo, sale e mercurio.
Essenze principi degli elementi, elementi
principi dei corpi.
Prodotti dagli spiriti dell’asse, fuoco
centrale o fuoco increato.
Essenze spirituali nel rispetto le une
delle altre.
Nel loro stato di indifferenza avente il
loro vitriolo innato senza azione formanti il Cahos.
Inviluppo del Cahos formato dagli spiriti
dell’asse.
Vegliardi nell’infanzia, il loro essere
spirituale talvolta occupato altrove.
Cerchio sensibile terrestre a ovest,
visuale a nord, razionale a sud, sensibile nel seno della madre, visibile
durante la vita, razionale nel corso della Reintegrazione, sensibile dalla
terra alla luna, visuale dalla luna al Sole, razionale dal Sole a Saturno.
Esseri spirituali minori condotti e
diretti dai maggiori in questi tre cerchi.
Libero arbitrio distrutto dalla funzione
del maggiore, felix culpa.
Spiriti minori ternari sono corporali
senza intelligenza.
L’asse ordinario è la linea orizzontale
che sostiene e attraversa la Creazione.
L’asse fuoco increato è ad un tempo
l’inviluppo, il sostegno e il centro della Creazione, ed è increato perché gli
spiriti ternari che lo producono sono emanati e non creati.
L’uomo destinato a molestare gli spiriti
perversi.
Egli disturba l’opera dei Creatore
attentando alla sua vita, commettendo degli eccessi. Il suo corpo è un tempio.
I giovani indeboliscono gli attacchi del nemico. I cinque sensi sono le porte
dei nemico e del guardiano.
L’anima corporale o veicolo risiede nel
sangue, l’anima spirituale del pari agisce sul sangue o veicolo accettato15.
____________________________________
15. Richiamiamo l’attenzione sul ruolo che
qui viene attribuito al sangue: si tratta dell’indicazione di una teoria di
origine essenzialmente ebraica.
241
2º ISTRUZIONE
di Lunedì 20 Gennaio 177416
Emanazione quaternaria dell’uomo
proveniente dalla quadrupla essenza divina rappresentata dal pensiero 1,
la volontà 2, l’azione 3, e l’operazione 4, la cui
addizione misteriosa completa il numero denario 10 o Å, vale a dire la circonferenza che è l’insieme della potenza eterna e
della creazione universale e il suo centro che rappresenta l’unità indivisibile
da cui tutto è derivato ed in cui tutto sarà reintegrato.
*
Emanazione quaternaria e potenza privilegi
dell’uomo rappresentati con i quattro segni o caratteri applicati su di lui
nella recezione ai primi gradi dell’ordine, il 1º sul cuore ricorda la sua
stessa esistenza spirituale, il 2º sulla parte destra il buon compagno che gli
viene assegnato per dirigerlo, il 3º in cima alla testa lo spirito maggiore
della doppia potenza che aziona e domina17 le altre due, e infine il
4º [composto] dalla perpendicolare condotta dalla testa allo stomaco
rappresenta la divinità stessa che presiede, dirige e governa, e da cui
derivano tutte le potenze.
I primi tre formano un triangolo che
rappresenta la potenza dell’uomo sulla creazione universale al suo inizio di
emanazione quaternaria ove ricevette le leggi, i precetti e i comandamenti, che
egli ha perduto tramite la prevaricazione e che può riconquistare solo
rimettendosi in corrispondenza diretta col suo numero quaternario raffigurato
dalla perpendicolare che costituisce il centro del triangolo, questo triangolo
raffigura anche la potenza ternaria che gli è stata resa dopo la sua
riconciliazione sui tre orizzonti terrestri ovest, nord e sud, e sulle tre
parti della creazione universale, terrestre, celeste e sovraceleste, ma potenza
inutile e senza azione se egli non ottiene la potenza quaternaria divina
raffigurata dalla perpendicolare.
*
16. Questa data, indicata nel manoscritto, è
certamente errata; confrontandola con le altre è facile comprendere che la data
esatta è quella del 10 gennaio. Si tenevano due riunioni settimanali, al lunedì
ed al venerdì.
17. Il manoscritto contiene la parola «dirige»,
aggiunta al di sopra della parola «domina».
242
Corrispondenza quaternaria dell’uomo:
L’uomo o l’essere spirituale minore 1,
Lo spirito buon compagno 2,
Lo spirito maggiore di doppia potenza 3,
Il Creatore 4 – 10.
*
L’uomo fu emanato e posto al centro delle
sei circonferenze o pensieri divini per comandare, dirigere, conservare e
difendere la creazione universale, egli aveva una potenza proporzionata a
questi atti, ma dopo la prevaricazione fu necessario che il Creatore lo
rimpiazzasse con un essere rivestito di una doppia potenza molto più
consistente, poiché egli doveva operare tutti gli stessi atti per i quali era
stato designato l’uomo, e in più a dirigere sia direttamente sia per mezzo dei
suoi agenti, a conservare, sostenere e difendere l’essere spirituale minore e
la sua forza contro le insidie e gli attacchi giornalieri degli spiriti
perversi ai quali si è assoggettato con la prevaricazione.
*
Figura triangolare dell’uomo formata
dall’estremità delle mani le braccia tese fino a quella dei piedi dominata
dalla testa o dalla perpendicolare celeste che costituisce il centro.
*
Divisione ternaria: le ossa del...18
il Bacino o il ventre 1, le costole o capacità del petto 2, la
testa 3, costituiscono le tre parti che non possono essere separate
senza distruggere; le quattro membra sono delle aderenze della parte
vegetativa, esse formano un ricettacolo di cui il Busto è il centro, la loro
Riunione ripete il numero settenario che dirige la Creazione.
18. Nel manoscritto vi è uno spazio lasciato
in bianco.
243
3º ISTRUZIONE
di Venerdì 14 Gennaio 177419
Apertura delle 4 porte del Tempio e delle
3 porte dell’Atrio.
I 3 cerchi sensibile, visuale, razionale,
e i loro 3 rapporti.
Il settenario della Creazione e la sua
durata.
Il numero binario opposizione delle due
potenze.
Il numero quinario divisione del denario.
Il quaternario Buono opposto al pensiero e
all’intelletto malvagi.
Il minore diviene un intelletto malvagio e
perverte i suoi simili.
Il novenario, 3 essenze, tre elementi, tre
principi corporali.
Il novenario dalla moltiplicazione dei tre
misti.
Il novenario dal numero senario di
fattura, di creazione, e le tre essenze create.
Spiriti superiori 10, maggiori 8,
inferiori 7, minori terrestri 3, o dº superiori 10, maggiori 8, inferiori 3,
minori uomo 4, o tutto è stato fatto col senario ed è diretto dal 7rio
[settenario].
La giunzione dello spirito maggiore si fa
a 7 anni.
Gli uomini e la Religione non puniscono
prima di 7 anni.
Produttori.
Veicolo inserito nel Caos sviluppa la
reazione con la discesa dello Spirito agente superiore, non vi è azione senza
reazione.
Esplosione del Caos con il ritiro
dell’agente maggiore Divino.
Estensione del Caos, Limiti della
Creazione fissati dagli Spiriti dell’asse, essi mantengono i limiti della
Creazione.
Essa serve da barriera alla volontà
malvagia dei primi spiriti perversi. Essi vi esercitano la loro malvagità e
cercano senza tregua di degradarla.
Ternario dei tre fuochi dell’asse, della
terra e del Sole.
Effetti di questi tre fuochi agenti gli
uni sugli altri.
Mercurio passivo e attivo, zolfo
vegetativo e attivo, sale sensitivo20.
19. Anche qui troviamo una sorta di
sommario, le cui indicazioni troppo brevi non sono sempre perfettamente
comprensibili.
20. Come si è già notato, qui il linguaggio
alchemico viene usato di tanto in tanto, e non in maniera costante come nei
Riti propriamente ermetici; il primo posto è riservato al simbolismo dei numeri
ed alla loro interpretazione kabbalistica.
244
4º ISTRUZIONE
di Lunedì 17 Gennaio 1774
Tutti gli esseri provenienti dal Creatore
sono dei templi. Occorre distinguere le differenti portate del tempio.
Tempio materiale, il più piccolo atomo di
materia ne è uno, poiché egli ha il suo veicolo che l’anima.
Tempio spirituale degli esseri che
azionano e dirigono la Creazione temporale senza essere soggetti al tempo,
com’era Adamo nel suo primo inizio.
Templi spirituali temporali elevati
visibilmente su questa superficie nel corso della durata dei tempi per la
Risurrezione.
I 7 giorni principali, quello di Adamo, di
Enoch, di Melchisedech, di Mosè, di Salomone, di Zorobabel e di Cristo, tipi
della liberazione e della risurrezione.
Gli altri, come Noè, Abramo, ecc., giorni
di tipo diverso.
Il corpo dell’uomo è una loggia o un
tempio, che è la ripetizione del Tempio generale, particolare e universale.
La massoneria consiste nell’elevare degli
edifici sulle loro basi. Noi siamo dunque dei muratori spirituali.
La massoneria apocrifa derivata
dall’ordine chiama le sue assemblee logge e noi tempio. Essi si chiamano
massoni, e noi oggi, per distinguerci, ci chiamiamo Filosofi eletti Coën.
Il Tempio di Salomone su cui è fondata
tutta la massoneria occupa fra i sette principali templi spirituali temporali,
un posto notevole con le sue allusioni infinite nella Creazione universale.
Rapporti della divisione ternaria: il
vestibolo ove si assembrava la moltitudine dei leviti per assistere ai
sacrifici, il Tempio ove si assembravano i Sacerdoti che aiutavano il Sommo
Sacerdote nelle sue funzioni, il Santo dei Santi ove entrava solo il Sommo
Sacerdote per eseguire i suoi lavori particolari.
245
Rapporti con la parte terrestre, celeste e
sovraceleste della Creazione, e con il ventre, il petto o sede dell’anima per
il sangue, e la testa dell’uomo.
Gli abiti dei G.P. [Sommo Sacerdote] erano
allegoricamente [riferiti] alle sue funzioni o lavori particolari. Egli correva
il rischio di morire se si presentava impuro o mal preparato nel Santo dei
Santi; egli portava dei sonagli alla base del suo vestito, per far notare la
sua inattività se essa era di lunga durata; egli vi entrava con dei cordoni
molto lunghi che pendevano dal di dietro e la cui estremità rimaneva dentro il
Tempio, essi servivano ai sacerdoti che non potevano entrare nel Santo dei Santi
per ritirare il suo corpo nel caso che dovesse soccombere.
I Sacerdoti dei nostri giorni hanno
mantenuto questi cordoni, la stola o ricettacolo, camice, mitra, etc.
Tutti i templi spirituali sono stati
fondati su sette Colonne che sono allegoricamente [riferiti] ai sette doni che
lo Spirito accorda all’uomo al suo inizio e la cui facoltà di azione si può
sviluppare in lui solo tramite la giunzione della corrispondenza diretta col
suo quaternario di emanazione divina.
Queste sette Colonne erano rappresentate
nel Tempio di Salomone dal candelabro a 7 braccia che portavano sette stelle o
lampade accese e raffiguravano i sette pianeti che sono le sette colonne della
Creazione universale. Il G.P. [Sommo Sacerdote] trasponeva questo candelabro a
seconda delle diverse parti sulle quali doveva operare.
L’uomo fu creato alle 3, numero delle
essenze spirituali che hanno cooperato alla formazione dei corpi; egli
prevaricò alle 5, numero della giunzione del suo quaternario divino alla
pretesa unità malvagia, e fu composto di corpo alle 6, numero della fattura
dell’Universo sul quale egli doveva comandare, e fu scacciato alle 9, numero
della materia di cui venne rivestito.
Tre parole di potenza, Mor. Ya. In.21,
tramite le quali egli deve operare la sua potenza, che sono raffigurate da
queste parole, leggi,
21. La prima di queste tre parole è Moriah
(si veda oltre); la seconda è, verosimilmente, Jéhovah, ma non sappiamo
con quale ortografia; la terza deve essere Inri.
246
precetti e comandamenti, in virtù delle
quali egli opera, diretto dal Creatore, i tre atti di potenza che erano innati
in lui sul generale, il particolare e l’Universale, o terrestre, celeste e
sovraceleste; ma egli anche contro il beneplacito del Creatore volle operare
sul divino e perdette l’uso delle sue tre potenze. Esse gli sono state rese
tramite la Riconciliazione; ma queste tre facoltà che sono in lui restano senza
azione e senza vita, se esse non sono attivate dalla potenza quaternaria Divina
che ciascuno deve lavorare per ottenere.
Queste tre potenze, parole o facoltà sono
rappresentate al Candidato nei suoi primi gradi tramite i tre segni posti su di
lui a D sul cuore, sulla parte destra e sulla
testa; la linea perpendicolare tracciata dalla fronte allo stomaco rappresenta
la potenza Divina quaternaria che costituisce il centro delle tre altre e senza
la quale esse sono nulle.
Il Tempio di Salomone fu costruito [su] la
Montagna del Monte Mor.22 terra elevata al di sopra di tutte che
corrisponde al Giardino dell’Eden, o paradiso terrestre, nel quale fu creato il
primo uomo23, esso fu eretto senza alcun utensile di metallo per
raffigurare che la Creazione universale era derivata dalla sola volontà e
potenza del Creatore, e senza alcuna materia appariscente, per raffigurare
anche che il corpo di materia del primo uomo al pari di quello del Cristo è
stato formato senza l’ausilio di alcuna operazione fisica materiale. Esso venne
costruito in sei anni e dedicato il 7º, per raffigurare i sei giorni o i sei
pensieri divini che hanno operato la fattura dell’Universo, e il 7º che è la
benedizione del Creatore alla sua opera, [per raffigurare] la presentazione che
a lui ne fa il G.A. [Grande Architetto] e l’incorporazione temporale degli
agenti maggiori emanati per mantenerlo e dirigerlo sotto la direzione dello
Spirito maggiore o G.A.24.
Origine del Sabato, necessità
dell’osservarlo, modo di farlo, tutti i giorni e tutte le ore meritano la
protezione dei 7 agenti principali25 e del
22. Moriah, che Martines, nel suo Trattato
della Reintegrazione degli Esseri, scrive Morija. Egli dice (p.216):
«Questa parola si divide in due parti: la prima, mor, significa distruzione
delle forme corporali apparenti, e ija significa visione del
Creatore».
23. Il significato simbolico che viene qui dato
del monte Moriah ricorda in modo notevole quello del Meru indù.
24. Qui viene presentata una distinzione fra il
«Creatore» ed il «Grande Architetto», ma il modo con cui è espressa è piuttosto
oscuro; questo punto, quindi, necessiterebbe di uno studio più approfondito.
25. Da notare una cosa alquanto curiosa: il
termine agens, per anagramma, può anche
247
loro capo l’8º. L’8º dirige il 7º, il 7º
dirige e governa l’opera della creazione senaria, come il senario sarà
distrutto dal ritrarsi del 7º, dopo che 1’8º reintegrerà tutto ciò che esso ha
formato.
I sette sigilli del Libro dell’Apocalisse
sul quale è sdraiato l’Agnello o 8º che è il solo ad averne la chiave.
Nel Tempio di Salomone, vi erano quattro
geroglifici da un numero ciascuno.
____________________________________
5º ISTRUZIONE
di Venerdì 21 Gennaio 1774
All’entrata del Tempio di Salomone vi
erano due colonne uguali di 18 cubiti di altezza. Quella di destra si chiamava Jak.26,
che significa egli stabilirà; quella di sinistra si chiamava Bo.27,
che significa confusione28; la prima faceva allusione alla
corporizzazione dell’uomo nel suo corpo di natura, la seconda a quella della
donna. Esse erano uguali perché l’essere spirituale minore dell’uomo e della
donna avendo la stessa origine, la stessa emanazione, sono uguali ed hanno lo
stesso atto da compiere. Esse si dividevano in tre parti: 10-4-4. Che
rappresenta nel 10 la corrispondenza del minore con la Divinità, della
circonferenza col centro; nel 4, della superficie terrestre con la parte
celeste, e nell’altro 4, della parte celeste con quella sovraceleste.
La parola Jak., egli stabilirà,
annuncia, la potenza del comandamento che era riservato all’uomo al suo inizio.
La parola Bo., confusione,
leggersi anges. [L’accostamento è
possibile in francese, ove i due termini significano rispettivamente: agenti
e angeli. Ciò non toglie che esso riveste comunque l’interesse segnalato
da R. Guénon, dato che Martines si esprimeva in francese ed era propenso a
simili operazioni. ‑ n.d.t. ‑]
26. Jakin.
27. Boaz o Booz.
28. Non sappiamo da dove possa derivare questa
interpretazione, poiché il significato letterale di questa parola è «nella
forza».
248
esprime quella derivata dalla
prevaricazione del primo uomo che fu una ripetizione di quella dei primi
Spiriti che egli doveva contenere, molestare e poteva servire loro da
intelletto buono, e per mezzo della comunicazione che aveva con essi [poteva]
ispirare loro il pentimento e farli cessare dal fare il male; ma irretendo
l’uomo essi si sono privati di questa unica risorsa.
L’uomo malgrado la sua caduta ha sempre lo
stesso compito da svolgere, per il quale è stato destinato, e deve per
conseguenza lavorare alla Riconciliazione, solo mezzo per riacquistare le sue
tre potenze sull’Ovest, Nord e Sud, che rappresentano il terrestre, il celeste
e il sovraceleste, e di mettersi in corrispondenza col suo quaternario,
molestare senza tregua gli spiriti perversi rifiutando le loro insidie,
distruggendo senza posa i loro progetti malvagi, e infine riprendere su di essi
l’autorità che era stata loro riservata, poiché se la misericordia divina
volesse mai operare qualche Bene in loro favore, solo per la comunicazione
dell’uomo con loro essi potranno concepirne il desiderio, poiché l’uomo è stato
posto a questo fine e i decreti immutabili di Dio devono avere il loro
compimento. L’uomo che rimette a loro la sua volontà contraddice l’opera dei
disegni del Creatore e rinuncia per quanto egli può alla sua destinazione
primaria; tramite il congiungimento della volontà e dell’azione che egli attua
con il loro capo, egli diviene uno con lui e diviene inferiore a lui e a lui
soggetto; egli è munito di un intelletto demoniaco per sedurre e pervertire i
suoi simili col suo esempio, e si rende più colpevole che loro stessi e deve
per conseguenza attendersi una sorte peggiore della loro, poiché egli rafforza
la parte che era incaricato di distruggere.
Il numero di confusione della seconda
colonna è indicato dal rango binario che occupa la prima lettera della parola
Booz nell’Alfabeto ebraico.
Queste due colonne hanno anche un’altra
applicazione, quella del mezzogiorno designava l’anima dell’uomo o la minore,
quella del nord lo spirito Buono che gli è stato dato per dirigerla; se la
parte del mezzogiorno nella Creazione universale è quella ove gli spiriti
perversi sono particolarmente relegati, quella del Nord deve essere abitata da
degli esseri capaci e incaricati di contenerli, cosa che la Sacra Scrittura dà
spesso a intendere sia parlando dei Demone del Mezzogiorno, sia parlando dello
Spirito Santo che fa sempre arrivare dalla parte di Tramontana29.
29. Ordinariamente, la corrispondenza
indicata nel simbolismo massonico è diversa: il Nord è designato come la
regione tenebrosa, mentre il Mezzogiorno come la regione luminosa.
249
Queste cose venivano parimenti figurate
dalle due colonne, l’una di pietra o di mattoni, che era stata eretta nella
parte Nord dalla posterità di Seth, l’altra con quella della terra che era
stata eretta nella parte del mezzogiorno da quella di Caino. La prima
annunciava la forza e la sottilità delle opere spirituali. Buona, essa
resistette alle inondazioni del Diluvio e fu conservata per molto tempo dopo.
L’altra annunciava la debolezza e la corruzione delle opere della materia, cosa
che era anche indicata col numero della confusione delle sue proporzioni. Così
venne completamente distrutta dalle acque del diluvio.
Era vietato ai figli di Dio unirsi con le
figlie degli uomini30. Questo divieto non deve affatto intendersi
materialmente. Gli uomini di quel tempo non potevano moltiplicarsi che secondo
le leggi fisiche della natura a cui erano assoggettati come tutti gli altri
animali, dovevano essere liberi di unirsi indistintamente con le donne delle
due razze; ma era vietato ai figli di Dio, cioè a quelli che osservavano le
leggi, precetti e comandamenti di Dio, di unirsi con le donne che li avevano
dimenticati o li disprezzavano, per timore che si lasciassero pervertire e
indurre allo stesso oblio col loro esempio.
Dopo Adamo fino al diluvio vi sono state
solo due nazioni: quella dei Figli di Seth posta a Nord chiamata dei Figli di
Dio, perché la loro legge si era conservata, e quella di Caino chiamata delle
Figlie degli Uomini relegata a mezzogiorno. Le due nazioni per il luogo in cui
dimoravano raffiguravano gli spiriti perversi relegati a mezzogiorno della
Creazione e lo spirito buono nella parte del Nord.
Si contano solo due nazioni derivanti da
Adamo poiché Abele suo secondo figlio non lasciò alcuna posterità materiale.
Egli era vissuto solo per operare con la sua morte la riconciliazione di suo
padre Adamo e per costituire il tipo della Rigenerazione universale. Caino e la
sua posterità costituiscono il tipo degli spiriti perversi primari emanati dai
loro capi; Seth e la sua posterità costituivano il tipo dei minori o dell’uomo
secondo emanato, ma divenuto il primogenito nell’ordine spirituale.
Occorre notare che è in questa posterità
di Seth e di Enoch suo figlio, che sono passati tutti i tipi spirituali
sopraggiunti fra gli uomini per istruirli fino a Noè.
All’origine si vede Adamo padre temporale
di tutta la sua posterità, che costituisce il tipo del Creatore, Abele che
costituisce quello del Rigeneratore, e Seth quello dello Spirito che istruisce
e dirige.
30. All’inizio di questo paragrafo il
manoscritto porta una croce sul margine.
250
Quantunque tutti gli uomini abbiano lo
stesso compito di molestia da compiere, non ne deriva l’assoluta necessità per
il compimento dei decreti dei Creatore e il bene della creazione che tutti lo
compiano, può essere sufficiente un piccolo numero o persino uno solo, cosa che
è provata in diversi passi della scrittura, in cui per salvare una parte
considerevole, ci si accontenta di trovare dieci Giusti o perfino uno.
La posterità degli uomini è salvata da
Noè, trovato il solo giusto agli occhi dei Creatore.
Noè al tempo del diluvio, vecchio di 600
anni, costituisce il tipo del Creatore, galleggiante sulle acque e che conserva
nell’arca il germe di tutte le riproduzioni animali.
Le dimensioni dell’arca hanno anche un
rapporto sensibile con la creazione universale, cosa che ricorda le tre essenze
spirituali da cui sono derivate tutte le forme corporali. Per le sue dimensioni
di lunghezza ‑ 300 cubiti ‑, di larghezza ‑ 50 ‑, di altezza ‑ 30 ‑, vi si
riconosce il numero della Creazione, e per il prodotto totale, quello della
confusione derivante dalle due potenze in contraddizione per sostenerla da una
parte e liberarla dall’altra.
Con il 5 il numero che è stato motivo
della sua costruzione.
Il Tempio di Salomone aveva 60 cubiti di
lunghezza, 20 di larghezza e 30 di altezza.
L’arca aveva 20 cubiti di lunghezza, di
larghezza e di altezza31.
Il Tempio aveva 40 cubiti di lunghezza32
e 20 di larghezza.
Davanti al Tempio, un vestibolo di 20
cubiti di lunghezza per 20 di larghezza.
Stessi rapporti nelle dimensioni del
Tempio di Salomone, larghezza di 20, lunghezza di 60, altezza di 30, diviso in
tre zone o parti distinte, l’atrio, il Tempio, il Santuario nel quale era il
Santo dei Santi, che indica la corrispondenza dell’immensità divina con la
terra raffigurata dall’atrio tramite il celeste e... 33.
Dopo Noè, vi sono state tre nazioni, Cam,
Sem e Japhet. Cam il primogenito, relegato a mezzogiorno, rappresenta il tipo
di Caino e dei primi spiriti
31. Queste dimensioni sono evidentemente
false, e peraltro in contraddizione con ciò che precede.
32. Senza l’atrio o vestibolo.
33. Senza dubbio «il sovraceleste»; nel
manoscritto la fine di questa frase è lasciata in bianco.
251
emanati prevaricatori. Sem, padre della
posterità degli Israeliti tramite Abramo, costituisce il tipo di quello di
Seth. Japhet è il padre della terza nazione che è quella dei Gentili presso i
quali è stata trasportata la luce a causa dei disprezzo che hanno manifestato
gli Ebrei discendenti di Sem come punizione del loro abbandono della legge
divina, e i Cristiani di oggi o i Gentili derivati da Japhet, per la pura
misericordia del Creatore, sono divenuti i primogeniti nell’ordine della Grazia
rispetto ai discendenti di Sem; ma dal momento che questi discendenti di Sem
sono stati il popolo scelto dal Creatore per manifestarvi le sue meraviglie e
la sua gloria e dato che i suoi decreti devono sempre compiersi, essi alla fine
dei tempi rientreranno nei loro diritti e, per una completa riconciliazione,
essi ridiventeranno i primogeniti dei Gentili, i quali per l’abuso delle loro
luci, conoscenze ed aiuti, meriteranno di esserne privati a loro volta, cosa
che è già cominciata a manifestarsi nel presente Secolo.
Gli Egiziani derivati da Cam rappresentano
con il loro Re per tutto ciò che è detto di loro nelle Sacre Scritture, gli
Spiriti perversi demoniaci ed il loro capo. La terra d’Egitto raffigura la
parte della Creazione ove essi sono relegati per operare le loro malvagie
volontà, cosa che aiuta a capire molti passi.
Privati di tutta la luce celeste, i loro
occhi ottenebrati dalla nube tenebrosa che nasconde loro la colonna di fuoco
che illumina i giusti, essi seguono ciecamente la strada che è stata tracciata
davanti a loro, sono inghiottiti dalle acque, e lo stesso varco che ha messo in
salvo gli Israeliti precipita i loro nemici negli abissi. Le diverse soste che
essi fanno nel deserto dopo questo passaggio sembrano indicare i penosi lavori
del minore nel cerchio sensibile. La legge che riceve ai piedi del Sinai non indica
certo il suo ritorno alla sua primaria potenza nel cerchio visuale, ed infine
l’entrata degli Israeliti nella Terra promessa l’entrata del minore nel luogo
della Reintegrazione spirituale o l’esercizio intero della sua potenza nel
cerchio razionale34.
[La 6º Istruzione non è mai stata pubblicata
in quanto
La France antimaçonnique non è più uscita. ‑ n.d.e.]
34. Il manoscritto, a questo punto, contiene
tre «ecc.», seguiti dall’appunto: «note da rivedere».
252
RECENSIONI
La seguente recensione è stata pubblicata ne La
Gnose, gennaio 1912, e firmata con l’iniziale P.
Rev. John T. Lawrence (P.A.G.C., Eng.), By-ways
of Free-masonry (Aspetti secondari della Massoneria), A. Lewis, 13,
Paternoster Row, London E.C.; e presso l’autore, St. Peter’s Vicarage,
Accrington.1
L’autore della serie di saggi riuniti sotto
questo titolo ha voluto dimostrare, come egli stesso dichiara nella prefazione
(e noi pensiamo che ci sia riuscito), che la letteratura massonica può svolgere
degli argomenti degni di interessi anche al di fuori degli studi puramente
storici ed archeologici, i quali attualmente sembra che costituiscano la sua
sola preoccupazione, almeno in Inghilterra. Si è quindi proposto di trattare in
questo volume diverse questioni che, in qualche modo, si pongono giornalmente
in relazione a quelli che si possono definire «gli aspetti secondari della
Massoneria»; ed affronta per primo il problema del numero dei gradi, di cui
abbiamo già parlato in questa rivista2.
Secondo il Libro delle Costituzioni «vi sono
solo tre gradi, compreso l’Holy Royal Arch»3, e questa è, in
effetti, la sola risposta conforme alla più stretta ortodossia4 . Ne
deriva, per prima cosa, che l’«Arch Masonry» non è veramente ed
1. Lo stesso autore (vecchio direttore di The
Indian Masonic Review) ha pubblicato precedentemente diverse altre opere su
argomenti massonici: Masonic Jurisprudence and Symbolism, Sidelights
on Free-masonry, ecc.
2. Si veda l’articolo La Gnosi e la Massoneria.
3. Il grado di «Holy Royal Arch Mason», così com’è
praticato nei capitoli inglesi ed americani dell’«Arch Masonry», non dev’essere
confuso con il 13º grado della gerarchia scozzese che porta il titolo di
«Cavaliere del Real Arco».
4. Occorre fare attenzione al fatto che questi tre
«gradi» di cui si tratta sono esattamente quelli che noi abbiamo chiamato i
«gradi iniziatici», distinguendoli dai «gradi dell’iniziazione» propriamente
detti, «la cui molteplicità è necessariamente indefinita» (si veda la lunga
citazione da L’Initiation Maçonnique di Oswald Wirth, nell’articolo La
Gnosi e la Massoneria).
255
originariamente distinta dalla «Craft
Masonry», ma in seno a questa (e senza rappresentare minimamente un grado
speciale), essa viene a sovrapporsi alla «Square Masonry» per costituire il
complemento della Maestria5.
Un’altra conseguenza che se ne ricava è che
non possono essere considerati come essenzialmente massonici, e neanche come
facenti effettivamente parte della Massoneria, i diversi ordini, riti o sistemi
detti degli alti gradi; questi sono in realtà solo delle organizzazioni
collaterali, che sono venute ad innestarsi successivamente, ed in epoche
diverse, ma sempre relativamente recenti, sulla primitiva Fraternità degli
«Antichi Massoni Liberi ed Accettati»6, e che, molto spesso, hanno
in comune con quest’ultima, e perfino fra loro, solo il fatto di reclutare i
loro membri esclusivamente fra coloro che
5. Per «Square Masonry» bisogna intendere la
Massoneria a simbolismo puramente rettilineo, mentre per «Arch Masonry» si
intende la Massoneria a simbolismo curvilineo (avente cioè il cerchio come
forma primaria, come si vede in particolare nel tracciato dell’ogiva), dal
momento che le figure geometriche tratte dall’antica Massoneria operativa
avevano naturalmente solo più il carattere di simboli nella Massoneria
speculativa, come era già accaduto, anche per gli utensili costruttivi, presso
gli antichi Ermetisti (si veda, del F\ Oswald
Wirth, La Hiérarchie Opérative et le Grade de Royale Arche e Il Libro
dell’Apprendista, pp.24-29). Nell’antica Massoneria francese, l’espressione
«passare dal triangolo al cerchio» era anche impiegata per indicare il
passaggio dai «gradi simbolici» ai «gradi di perfezione», come si può vedere in
particolare dal Catechismo degli Eletti Cohen [su questo argomento si veda
anche l’articolo A proposito del Grande Architetto dell’Universo; mentre
sulla soluzione del problema ermetico della «quadratura del cerchio», si veda
l’articolo Remarque sur la production des Nombres, ne La Gnose,
anno 1º, n° 8, p. 156 (Questo articolo è stato pubblicato in italiano dalla Rivista
di Studi Tradizionali, Torino, n° 34, gennaio-giugno 1971 ‑ n.d.t. ‑)].
6. Nella Massoneria americana, «Gran Loggia degli
Antichi Liberi ed Accettati Massoni» è ancora il titolo distintivo di tutte le
obbedienze che si attengono rigorosamente alla pratica dei tre gradi simbolici,
e che non ne riconoscono ufficialmente alcun altro; vero è che il Rito Scozzese
si dichiara anche «Antico ed Accettato», e che vi sono
256
sono in possesso di tale o tal altro grado
massonico7.
Fra queste, in primo luogo, si può annoverare
la «Mark Masonry», che, in un certo senso, si potrebbe considerare come una
continuazione del grado di compagno (Fellow Craft)8, e che, a
sua volta, serve da base per l’organizzazione dei «Royal Ark Mariners»9;
lo stesso dicasi per i diversi ordini cavallereschi, la maggior parte dei quali
ammettono come membri solo dei «Royal Arch Masons», e fra i quali si possono
citare in modo particolare gli «Ordini uniti del Tempio e di Malta», e
l’«Ordine della Croce Rossa di Roma e di Costantino»10.
Fra gli altri sistemi di alti gradi praticati
in Inghilterra (ad esclusione del «Rito Scozzese Antico ed Accettato»), citiamo
solo l’«Ordine Reale di Scozia» (comprendente i due gradi di H.R.D.M. e di
R.S.Y.C.R.S.11), il Rito dei «Royal And Select Masters» (o «Cryptic
Masonry»), e il Rito degli «Allied Masonic Degrees», senza parlare dell’ordine
del
degli altri sistemi a gradi multipli, di
origine ancora più recente, che si proclamano «Antico e Primitivo», o anche
«Primitivo e Originario», ma ciò avviene a dispetto di ogni evidenza storica.
7. Accade anche, e molto spesso, che i loro rituali
non sono altro che degli sviluppi più o meno felici di quelli della Massoneria
simbolica (si veda l’articolo Gli Alti Gradi Massonici).
8. La leggenda del «Mark Degree», che è suddiviso
in «Mark Man» e in «Mark Master», è fondata su questa frase della Scrittura:
«La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo» (Salmo 118,
22), citata nel Vangelo (Mt 21, 42; Lc 20, 17). Fra gli emblemi caratteristici
di questo grado, la «chiave di volta» (keystone) svolge un ruolo analogo
a quello della squadra nella «Craft Masonry».
9. La leggenda di questo grado addizionale, poco
importante di per sé, si richiama al Diluvio biblico, come indica peraltro la
sua denominazione.
10. La croce, in tutte le sue diverse forme, è
l’emblema principale di tutti questi ordini cavallereschi, il cui rituale è
essenzialmente «cristiano e trinitario».
11. Abbreviazioni di Heredom (o Harodim,
parola di derivazione molto controversa) e di Rosy Cross.
257
«Secret Monitor»12 , di quello dei
«Rosicruciens»13, ecc.
Ci siamo limitati a parlare dei capitoli che
trattano alcuni punti specifici della Massoneria inglese; ma rivestono un
interesse molto più generale i capitoli in cui l’autore (che, lo diciamo di
sfuggita, si dimostra un po’ troppo severo nei confronti del Grande Oriente di
Francia)14 prende in esame diversi argomenti di carattere simbolico
e più precisamente speculativo, sui quali espone delle considerazioni che
possono contribuire a chiarire diverse questioni relative alla leggenda dei
gradi simbolici ed al suo valore dal punto di vista della realtà storica.
Sfortunatamente la mancanza di spazio ci
permette solo di citare i titoli, tradotti, dei più importanti fra questi
capitoli: Il Re Salomone, La Bibbia e il Rituale15, I
due San Giovanni16,
12. La leggenda su cui si fonda il rituale di
quest’ordine (che sembra essere originario dell’Olanda) è la storia
dell’amicizia fra Davide e Gionata (1 Sam, 20, 18 ss). All’ordine del «Secret
Monitor» è sovrapposto quello della «Scarlet Cord», la cui leggenda si trova
nel Libro di Giosuè (2, 18).
13. Quest’ordine, che comprende nove gradi e che ha
un contenuto interamente letterario ed archeologico, non ha niente in comune,
nonostante il suo titolo, con la «Rosa-Croce» del 18º grado della gerarchia
scozzese.
14. Si vedano a proposito gli articoli: L’Ortodossia
Massonica, A proposito del Grande Architetto dell’Universo e Concezioni
scientifiche e Ideale massonico. Non vogliamo affrontare, almeno per il
momento, la questione tanto dibattuta dei «Landmarks» della Massoneria.
15. Ci permettiamo di fare un appunto su tale
argomento: secondo noi, la Bibbia ebraica costituisce solo una parte del
«Volume of the Sacred Law», il quale, nella sua universalità, deve
necessariamente comprendere le Scritture Sacre di tutti i popoli.
16. Il punto di vista dell’autore, strettamente
«evangelico» è del tutto diverso da quello utilizzato dal F\ Ragon, quando ha trattato questa questione nel suo La Messe et ses
Mystères, cap. XXI [si veda l’articolo L’Archéomètre, anno 1º, n°
11, pp.244-245 (Oggi raccolto in italiano nel volume, L’Archeometra,
p.34 ‑ n.d.t. ‑)]
258
Il Tetragramma17, La Pietra Cubica18, La
Scala di Giacobbe19, La Terra Sacra, Il Ramo d’Acacia.
Raccomandiamo la lettura di questo libro interessante, a tutti coloro che si
occupano di studi massonici, e che possiedono una conoscenza sufficiente della
lingua inglese.
17. Sembra che, all’inizio di questo capitolo, vi sia una certa confusione fra
i due nomi divini הוהא (che significa «Io sono») e הוהי, entrambi di quattro
lettere ed entrambi derivati dalla stessa radice היה, «essere».
18. Secondo il nostro punto di vista, è spiacevole
che l’autore si sia attenuto ad una interpretazione esclusivamente morale di
questo simbolo, come anche di molti altri, La «pietra cubica» è chiamata in
inglese «perfect ashlar», mentre invece «rough ashlar» è la denominazione della
«pietra grezza».
19. Su questo simbolo si veda l’articolo L’archéomètre,
anno 2º, n° 12, pp. 311-313 (Oggi raccolto in italiano nel volume L’Archeometra,
pp. 91-93 ‑ n.d.t. ‑). L’autore fa notare, giustamente, che la Scala (a sette
gradini, formati rispettivamente dai metalli che corrispondono ai diversi
pianeti) figurava anche nei Misteri di Mithra: su questi ultimi e sui loro
rapporti con la Massoneria si veda l’articolo del F\ Jules Doinel, Discours sur L’Origine des Initiations, in La
Gnose, anno 1°, n° 6.
259
Le note che seguono sono state pubblicate,
tradotte da Pietro Nutrizio, nel n° 54-55, gennaio-dicembre 1981, della Rivista
di Studi Tradizionali, Torino.
La rivista massonica inglese The
Speculative Mason ‑ che cessò la pubblicazione negli anni cinquanta ‑ con
una rubrica dal titolo «Notes and Querries», dava l’opportunità ai
lettori di porre domande riguardanti la Massoneria, domande alle quali
rispondevano la redazione o gli stessi lettori della rivista. Alcune risposte
vennero fornite da René Guénon, esse portavano la firma «A.W.Y.», le iniziali
del suo nome arabo, «Abdel Wâhid Yahyà». Le risposte sono precedute dal testo
delle relative domande (Nota della Rivista di Studi Tradizionali,
Torino)
H.R.A. ‑ La «Stella di Davide» è il doppio
triangolo oppure la stella a cinque punte? Ho sentito applicare questa
denominazione a tutti e due i simboli, ma qual è allora il «Sigillo di
Salomone»?
A.W.Y. ‑ Il doppio triangolo è chiamato dai
kabbalisti sia «Sigillo di Salomone», sia «Stella di Davide» ed anche «Scudo di
Michele» (Mikael-Malaki, il «Mio Angelo», cioè l’«Angelo nel quale è il Mio
Nome»); in arabo è chiamato «Khâtem Seyidna Suleymân» e «Dir’a
Seyidna Dâwûd». Nessuna di queste denominazioni può applicarsi alla stella
a cinque punte, il Pentalfa dei Pitagorici o Pentagramma, che è la Stella
Fiammeggiante della Massoneria. Esiste un altro simbolo arabo, denominato «Uqdat
Seyidna Suleymân», ovvero «Nodo di Salomone», il cui significato è molto
simile a quello del Sigillo di Salomone, conformemente all’adagio ermetico:
«Ciò che è in alto è come ciò che è in basso».
Studioso ‑ Le Colonne di Henoch sono in relazione
con le Colonne del Portico? Nella mia Loggia nessuno sembra saper qualcosa
sulle Colonne di Henoch.
A.W.Y. ‑ Si dice che le Colonne di Henoch, o
di Seyidna Idris, come egli viene chiamato nella tradizione islamica, furono da
lui costruite impiegando due differenti materiali, l’uno resistente all’acqua e
l’altro al fuoco; su ciascuna era inciso l’essenziale di tutte le scienze. Esse
furono erette rispettivamente in Siria e in Etiopia, e si dice che quella che
aveva resistito alle acque del Diluvio esista tuttora in Siria. La Siria,
infatti, viene qui da noi messa in rapporto con il Nord e con l’acqua, e l’Etiopia
con il Sud e con il fuoco; il che giustifica pienamente la relazione esistente
fra le Colonne di Henoch e quelle del portico. Del resto, dovunque si trovino
due colonne, esse hanno sempre in comune un significato «binario», che si
tratti di quelle di Salomone, di Henoch, d’Ercole, ecc. V’è pure da notare che
la Siria e l’Etiopia, nella
261
tradizione a cui ci riferiamo, non si
identificano necessariamente con i paesi che portano attualmente questi due
nomi, trattandosi di due denominazioni che hanno soprattutto un senso simbolico
e nascosto; è fuori di dubbio che le Colonne di Henoch rappresentano due centri
spirituali ed iniziatici ai quali era stato affidato il deposito della
conoscenza primordiale per preservarlo nel corso delle epoche successive.
The
Speculative Mason,
aprile 1935.
V.C. ‑ Perché per primo il piede sinistro?
A.W.Y. ‑ La preminenza del piede sinistro
non è uniformemente riconosciuta da tutti i rituali massonici; dove esiste, la
si ricollega generalmente al fatto che il lato sinistro è quello del cuore;
questa spiegazione viene data anche, e forse a maggior ragione, per la
posizione del braccio sinistro sul braccio destro nel grado scozzese di R.C.
Sebbene il simbolismo del cuore sia in effetti molto importante in tutte le
tradizioni (ed anche molto diverso da quello che immaginano i moderni), c’è
qualcos’altro a proposito del piede sinistro che è in stretta relazione con la
questione delle circumambulazioni compiute da sinistra a destra: l’argomento è
quindi connesso con un problema d’ordine molto più generale. A seconda delle
varie tradizioni, esistono a questo riguardo notevole differenze: in India e
nel Tibet le circumambulazioni si compiono da sinistra a destra (cioè tenendo
il centro alla propria destra, da cui la denominazione di pradakshina);
nella tradizione islamica avviene invece il contrario. Si può anche dire che
ciò è in corrispondenza con la direzione della scrittura nelle lingue sacre (il
sanscrito e l’arabo) in cui queste due tradizioni trovano rispettivamente la
loro espressione. Il movimento da destra a sinistra è anche conosciuto nella
Massoneria Operativa: esso è «polare» mentre l’opposto è «solare»; e le forme
«polari» sono sempre più antiche di quella «solari». Quanto alla preminenza
della destra o della sinistra, noteremo che vi furono
262
talvolta, e in una stessa tradizione,
cambiamenti connessi a determinate leggi dei cicli cosmici; tali cambiamenti si
verificarono soprattutto nell’antica Cina; anche se, a ben guardare, si
constaterà che il «posto d’onore», venga esso considerato «polarmente», cioè
alla destra, o «solarmente» alla sinistra, si trova sempre all’Oriente.
Cambiamenti dello stesso genere avvennero pure nel passaggio dalla Massoneria
Operativa alla Massoneria Speculativa. Da tutto ciò risulta che si tratta di un
problema estremamente complicato, legato com’è all’origine stessa della
Tradizione.
J.B.V. ‑ Mi è stato riferito che non molto tempo fa
vi erano in Egitto alcune Ghilde di Massoni Operativi. Esistono ancora?
Potrebbe A.W.Y. darmi qualche informazione in merito?
A.W.Y. ‑ Non c’è dubbio che alcuni secoli fa
esistessero, non solo in Egitto, ma anche in altre parti del mondo islamico,
delle Ghilde di Massoni Operativi o di altri artigiani. Questi Massoni
orientali utilizzavano «marcature» simili a quelle dei loro colleghi occidentali
del Medioevo, denominate in arabo Khatt el-Bannâin (la «scrittura dei
costruttori»); ma tutto ciò appartiene a un passato ormai lontano. Tuttavia,
nelle turuq islamiche, o confraternite esoteriche (le quali sono
anch’esse «operative», sebbene in un senso differente e più profondo di quello
puramente «professionale»), si sono conservati alcuni elementi che presentano
una strana rassomiglianza con quelli del Compagnonaggio occidentale, quali
l’impiego di nastri e di bastoni aventi esattamente la stessa forma; quanto al
simbolismo di questi ultimi, molto vi sarebbe da dire alla luce delle scienze
segrete attribuite a Seyidna Suleymân (poiché ognuno dei maggiori Profeti ha le
sue scienze proprie, caratterizzate dal Cielo a cui presiede). Vi si trovano
anche altre caratteristiche molto interessanti da un punto di vista più
specificamente massonico: per esempio, in alcune turuq, il dhikr
non può essere ritualmente compiuto se non vi sono almeno sette fratelli;
nell’investitura di un naqîb vi è qualcosa che richiama il cable-tow,
ecc. Esiste
263
d’altronde un’interpretazione simbolica delle
lettere arabe che formano il nome di Allâh che è puramente massonica,
provenendo probabilmente dalle summenzionate Ghilde: l’alif è il regolo,
i due lam la squadra e il compasso, la ha il triangolo (o il
cerchio, secondo un’altra interpretazione; la differenza corrisponde a quella
esistente fra la Square e l’Arch Masonry): il nome intero è
dunque un simbolo dello Spirito della Costruzione Universale. Queste sono
alcune delle notizie attinenti all’argomento che conosciamo per esperienza
diretta e per tradizione orale.
The
Speculative Mason,
luglio 1935
Studioso ‑ Sono particolarmente interessato a una
frase contenuta nella risposta di A.W.Y. riguardante il Sigillo di Salomone, in
cui si dice che l’«Uqdat Seyidna Suleymân ha un significato molto simile
a quello del Sigillo di Salomone, ecc.». Qual è la forma dell’Uqdat Seyidna
Suleymân?
AW.Y. ‑ Questa è la forma del «Nodo di
Salomone»:
Ne esistono beninteso altre varianti più o
meno complicate, ma questa presenta l’essenziale dal punto di vista simbolico.
Passando a un altro argomento, teniamo a
precisare che con la frase «ed anche molto diverso da quello che immaginano
264
i moderni» volevamo dire che il vero
simbolismo del cuore in tutte le tradizioni, si riferisce al puro intelletto
superiore (ben distinto dalla ragione) e mai al sentimento o
all’emozione. Questo si deve sempre tenere presente non solo quando si parla
del cuore dell’uomo, ma anche del «Cuore del Mondo».
The
Speculative Mason,
ottobre 1935.
Studioso ‑ Le tre montagne sacre degli Operativi
sono il Sinai, il Tabor e il Moriah. Se si prende quest’ultimo come centro, il
Tabor si trova al Nord e il Sinai al Sud. Perché sono state scelte queste
montagne? Al Tabor, nel Vecchio Testamento, non viene attribuito un carattere
sacro. Mi piacerebbe anche avere qualche notizia sul loro significato
esoterico.
A.W.Y. ‑ Il Sinai, il Moriah e il Tabor sono
tre luoghi privilegiati di «visione», anche se per il Sinai sarebbe più
appropriato parlare di «audizione» (e la forma di molte pietre che vi si
trovano rassomiglia stranamente a quella dell’orecchio umano); del resto,
quando si parla di «rivelazione», «visione» e «audizione» sono quasi
equivalenti; nella tradizione indù viene detto, infatti, che i Rishi
(parola che significa letteralmente «veggenti», così come l’ebraico roeh,
termine antico per nabi o profeta) «udirono» i Veda. Dal nostro punto di
vista islamico queste tre montagne sono rispettivamente poste in relazione con
le tre grandi epoche profetiche di Seyidna Mûsa (Mosè), di Seyidna Dâwûd e
Seyidna Suleymân (Davide e Salomone) e di Seyidna Aissa (Gesù), e quindi con i
tre grandi libri della rivelazione divina: Et-Tawrâh (il Pentateuco), Ez-Zebûr
(i Salmi) e El-Ingîl (il Vangelo). A proposito del Sinai, è interessante
notare che questa regione, in un’epoca molto remota, era la sede dei «Misteri»
legati alla metallurgia, cioè dei misteri Cabirici, i cui membri si chiamavano
«Cainiti»; il che, in ogni caso, è in
265
stretta relazione con il significato di
«Tubalcain», ben noto in Massoneria.
The
Speculative Mason,
gennaio 1936.
D. ‑ Vorrei sapere qualcosa riguardo alla «Casa
della Saggezza» del Cairo. Makrisi, parlandone, dà la descrizione di
iniziazioni, gradi, ecc. ed alcuni scrittori occidentali ritengono che in essa
ci siano molti elementi massonici e che forse si possa addirittura rintracciare
in essa l’origine della Massoneria occidentale. Von Hammer cita Makrisi; ma non
conoscendo l’arabo non ho gli elementi per sapere se Von Hammer sia affidabile
su questo argomento. In occasione di due soggiorni in Egitto ho cercato senza
successo di scoprire se esiste attualmente in Egitto qualche insegnamento
esoterico, massonico o d’altra natura. Sarei molto grato ad A.W.Y. se potesse
darmi una risposta, essendo sinceramente e seriamente interessato a questo
problema.
A.W.Y. ‑ La «Casa della Saggezza» (Dâr
El-Hekmah) era, all’epoca dei Fatimidi, un centro iniziatico; ma, anche se
è stata impropriamente chiamata «Gran Loggia» da alcuni scrittori occidentali,
essa non aveva niente a che vedere né con la Massoneria né con la sua origine
(sarebbe più esatto dire una delle sue origini, poiché la Massoneria ha
in realtà più di un’origine).
È vero che gli Ismaeliti avevano, e hanno
tuttora, iniziazioni e gradi così come ne hanno altre organizzazioni come i Duruz
(i Drusi) della Siria, i quali impiegano anche certi segni molto simili a
quelli della Massoneria; però queste rassomiglianze si trovano un po’
dappertutto, e se vi è un’origine comune, bisognerebbe cercarla molto
lontano... D’altra parte, gli Ismaeliti, i Drusi, i Nosairi, ecc. sono soltanto
«sette» (firâq), in cui esiste sempre qualche confusione fra
l’exoterismo e l’esoterismo; e nelle loro iniziazioni
266
è presente un certo «lato oscuro», dovuto alla
loro deviazione dalla tradizione autentica: esse sono delle alterazioni, non
la «fonte» dell’iniziazione. Tali «sette» non hanno nessun rapporto con le vere
Turuq, cioè le confraternite esoteriche ortodosse dell’Islâm;
l’insegnamento esoterico oggi esistente in Egitto, e in tutte le altre parti
del mondo islamico, è principalmente quello delle Turuq, le quali sono
72 (che potrebbe essere un numero simbolico, ma che, secondo un elenco
stabilito dal fu Seyid Taufiq El-Bakri, sembrerebbe sia anche il numero
esatto). Questo insegnamento, oltre alla dottrina «più elevata», comprende
numerose scienze sconosciute all’Occidente, per lo meno all’epoca attuale
(poiché sembra che la situazione fosse un po’ diversa nel Medioevo), e alcune
di esse possono essere capite solo se si conosce la lingua araba, alla quale
sono intimamente legate (così come certe parti della Kabbala sono legate alla
lingua ebraica). Nell’ambiente copto (quindi cristiano) si dice che alcuni
monaci conservino ancora qualche conoscenza esoterica, ma è estremamente
difficile per i Musulmani ottenere informazioni al riguardo.
The Speculative
Mason, gennaio 1937
267
ELENCO DELLE RECENSIONI DI LIBRI
DATA AUTORE
E TITOLO
con indicati volume (I) e pagina (83)
Gennaio 1912 J.T. Lawrence, By-Ways of
Freemasonry, Ed. A. Lewis, London II - 255
Luglio 1929 L’Élue du Dragon, Éd. Les
Étincelles I - 83
Ottobre 1930 L. de Poncins, Les Forces
secrètes de la Révolution, Éd. Bossard I - 85
Lettera di Giovanni
Pontano sul «Fuoco filosofico», Casa Ed. Toscana,
Siena I - 86
Giugno 1932 Henry-Jean Bolle, Le Temple,
Ordre initiatique du moyen âge,
Ass. Maçon. Inter., Genève I - 86
Léon de
Poncins, Refusé par la Presse, Éd. A. Redier I - 87
Ottobre 1933 R. Duguet, La Cravate blanche,
Nouvelles Éditions Latines, Paris I - 88
P. de
Dienval, La Clé des Songes, Imprimerie Centrale
de la Bourse, Paris I - 89
Gennaio 1935 L. Fry, Léo Taxil et la
Franc-Maçonnerie, British- American
Press, Chatou I - 92
Dicembre 1935 C. Savoire, Regards sur les
Temples de la Franc- Maçonnerie,
Éditions Initiatiques, Paris I - 95
Luglio 1936 A. Lantoine, Histoire de la
Franc-Maçonnerie française…, Éd. E. Nourry, Paris I - 96
A.
Lebey, La Vérité sur la Franc-Maçonnerie…, Éd. E. Figuière, Paris I - 97
E.
Malynski et L. de Poncins, La Guerre occulte, Éd. G. Beauchesne, Paris I - 99
269
Ottobre 1936 L. de Poncins, La
Mystérieuse Internationale Juive, Éd. G. Beauchesne, Paris I - 100
Hiram, J.-B.
Willermoz et le Rite Templier à l’O\ de Lyon, Éd. Féd. Nat. Catholique I
- 101
J.
Charpentier, Le Maître du Secret: Un complot maçonnique…, Éd. H.-G.
Peyre I
- 102
Aprile 1937 M. Favone, Les disciples
d’Hiram en province: La F\-M\ dans..., Éd. D. Aîné, Paris I - 104
R. Swinburne Clymer, The
Rosicrucian Fraternity in…, vol. I, Ed. The Rosicr. Found. I
- 105
Gennaio 1938 V.-E. Michelet, Les Compagnons
de la Hiérophanie, Éd. Dorbon Aîné, Paris I - 110
Febbraio 1938 A. Dodd, Shakespeare Creator od
Freemasonry, Ed. Rider
& Co., London I - 112
Marzo 1938 A. Lebey, La Fayette ou le
Militant Franc-Maçon, Éd. Librairie Mercure, Paris I - 116
E.
Gauthéron, Les Loges maçonniques dans la Haute-Loire,
Éd. Main de Bronze I
- 118
Novembre 1938 0. Wirth, Qui est régulier? Le pur
Maçonnisme sous le régime..., Éd. du Symbolisme I
- 119
Gennaio 1939 G. Persigout, Rosicrucisme et
Cartésianisme: «X Novembris 1619»…, Éd. La Paix I - 120
Aprile 1939 C. Chevillon, Le vrai
visage de la Franc-Maçonnerie: …, Éd. Derain et Raclet, Lyon I - 122
Giugno 1939 A. Joly, Un Mystique
Iyonnais et les secrets de la F\-M\ …, Éd. Protat Frères, Mâcon I
- 123
G. van
Rijnberk, Un Thaumaturge…: Martines de Pasqually, t. II, Éd. Derain et Raclet I - 126
Marzo 1940 C. Clyde Hunt, Masonic
Symbolisme, Ed. Laurance Press Co., Cedar Rapids I - 128
270
Marzo 1940 G. Leti et L. Lachat, L’Ésotérisme
à la scène: La Flûte Enchantée,…, Éd. D. et Raclet I
- 130
Maggio 1946 P. Lhermier, Le mystérieux
Comte de Saint-Germain, …, Éd. Colbert, Paris II - 69
G. de
Chateaurhin, Bibliographie du Martinisme, Éd. Derain et Raclet, Lyon II - 70
R. Swinburne Clymer, The
Rosicrucian Fraternity in..., vol. II, Ed. The Rosic. Found. II
- 71
Ottobre-nov. 1946 A. Lantoine, Les Sociétés secrètes
actuelles en Eu... et in Am…, Éd. Presse Universit. II
- 73
J.
Charpentier, L’Ordre des Templiers, Éd. «La
Colombe», Paris II - 75
J. Mallinger, Pythagore et les Mystères,
Éd. Niclaus, Paris II - 77
Giugno 1947 P. Chacornac, Le Comte de
Saint-Germain, Éd. Chacornac Frères,
Paris II
- 79
E.
Dermenghem, Joseph de Maistre mystique, Éd. «La
Colombe» II - 81
L.-C. de Saint-Martin, Tableau naturel…,
Éd. Griffon d’Or, Rochefort-sur-Mer II - 82
Luglio-ago. 1947 J.-M. Ragon, De la Maçonnerie
occulte et de l’Initiation…, Éd. Cahiers Astrolog., Nice II - 83
Settembre 1947 A. Lantoine, La Franc-Maçonnerie,
Extraits de l’Hist…, Éd. A. Quillet, Paris II
- 85
C.
Chevillon, La Tradition universelle, Éd. Paul Derain, Lyon II - 87
G.
Persigout, Le Cabinet de Réflexion, Considérations historiques..., Éd.
Méré, Paris II - 88
Aprile-mag. 1948 J.-H. Probst-Biraben, Les Mystères
des Templiers, Éd. des Cahiers Astroligiques, Nice II
- 89
271
Aprile-mag. 1948 Rituel de la Maçonnerie
Égyptienne de Cagliostro, Éd. des
Cahiers Astrologiques, Nices II - 92
W.-R.
Chettétoui, Cagliostro et Catherine II, Éd. des Champs-Élysées II - 94
Aprile-mag. 1950 J.-H. Probst-Biraben, Rabelais et les
secrets du Pantagruel, Éd. Cahiers Astrologiques II - 97
G. van
Rijnberk, Épisodes de la vie ésotérique (1780-1824), Éd. Derain II - 99
Settembre 1950 H.-F. Marcy, Essai sur l’origine
de la F\-M\ …, t. I, Éd. du Foyer Philosophique II - 103
272
ELENCO DELLE RECENSIONI DI RIVISTE
(viene indicata la data, la rivista ed il suo
numero)
DATA NOME
E NUMERO
Luglio 1929 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di marzo
Le
Symbolisme, n° di aprile
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° dell’1-5
R.I.S.S.,
n° del 19-5
Dicembre 1929 R.I.S.S.,
nn. Del 29-9, 6-10, 20 e 27-10
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° dell’1-10
Gennaio 1930 R.I.S.S.,
nn. del 10, 17 e 24-11 e dell’1-12-1929
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° dell’1-11-1929
Febbraio 1930 Le
Symbolisme, nn. di novembre e dicembre 1929
Saturn
Gnosis, (primi numeri)
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° dell’1-12-1929
R.I.S.S.,
n° del 29-12-1929
La
Foi Catholique
Giugno 1930 Le
Symbolisme, n° di marzo
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, nn. di febb. E mar.
Le
Compagnonnage, n° di marzo
Hain
der Isis, (primi numeri), genn., febb., marzo
R.I.S.S.,
nn. del 9 e 23-2 e del 6-4
273
Giugno 1930 R.I.S.S.
(partie ocuultiste), nn. dell’1-3 e 1-4
Luglio 1930 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di aprile
Le
Symbolisme, n° di aprile
R.I.S.S.,
n° del 23-3
Ottobre 1930 Le
Symbolisme, nn. di maggio, giugno e luglio
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, nn. di mag. e giu.
R.I.S.S.
(partie occultiste), nn. dell’1-5, 1-6, 1-7
R.I.S.S.,
nn. del 6-7 e del 20-7
Novembre 1930 Le
Symbolisme, n° di agosto-settembre
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° dell’1-8
R.I.S.S.,
nn. del 27-7 e del 3-8
Dicembre 1930 Le
Symbolisme, nn. di ottobre e novembre
Hain
der Isis, nn. di agosto, settembre e ottobre
Les Cahiers de l’Ordre, n° di settembre
R.I.S.S. (partie occultiste), nn. dell’1-9 e
1-10
R.I.S.S.,
n° del 12-10
Febbraio 1931 Eudia,
n° di novembre 1930
Le
Symbolisme, n° di dicembre 1930
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° del 10-1930
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° dell’1-11-1930
R.I.S.S.,
n° del 7-12-1930
Marzo 1931 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° del 12-1930
La
F1èche, n° 3 del 15-12-1930
274
Marzo 1931 R.I.S.S.
(partie occultiste), nn. 1-12-30 e 1-1-31
Aprile 1931 Le
Symbolisme, nn. di gennaio e febbraio
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° dell’1-2
Giugno 1931 Le
Symbolisme, nn. di marzo e aprile
R.I.S.S.
(partie occultiste), nn. dell’1-3 e 1-4
Luglio 1931 R.I.S.S.
(partie occultiste), n° dell’1-5
R.I.S.S.,
n° del 10-17 maggio
Ottobre 1931 Le
Symbolisme, n° di luglio
R.I.S.S.
(partie occultiste), nn. dell’1-6 e 1-7
R.I.S.S.,
nn. del 28-6, 5-7, 12-7
Novembre 1931 Le
Symbolisme, nn. di agosto-settembre e ottobre
R.I.S.S.
(partie occultiste), nn. dell’1-8 e 1-9
Gennaio 1932 R.I.S.S.
(partie occultiste), nn. 1-10 e 1-11-1931
R.I.S.S.,
n° del 25-10-1931
Les Cahiers de l’Ordre, n° di ottobre 1931
Febbraio 1932 Le
Symbolisme, n° di dicembre 1931
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° dell’1-12-1931
Marzo 1932 Le
Symbolisme, n° di gennaio 1932
Grand Lodge Bulletin dello Iowa, n° del 12-1931
Les
Cahiers de l’Ordre, nn. di novem. e dicem 1931
R.I.S.S. (partie occultiste), n° di gennaio
1932
Maggio 1932 Le
Symbolisme, nn. di febbraio e marzo
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, nn. di gen. e febb.
275
Maggio 1932 La
Flèche, n° del 15-2
Les Cahiers de l’Ordre, n° di ottobre 1931
R.I.S.S. (partie occultiste), n° dell’1-2
Giugno 1932 Le
Symbolisme, n° di aprile
R.I.S.S.
(partie occultiste), nn. dell’1-3 e 1-4
Luglio 1932 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di maggio
Le
Symbolisme, nn. di maggio e giugno
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° dell’1-5
Ottobre 1932 Le
Symbolisme, n° di luglio
The
Speculative Freemason, n° di luglio
Biblioteca
«Las Sectas» (primo numero)
Dicembre 1932 The
Speculative Mason, n° di ottobre
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di settembre
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° di lugl.-agosto-sett.
Gennaio 1933 Atlantis,
n° di settembre-ottobre 1932
Le
Symbolisme, n° di novembre 1932
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° del 10-1932
R.I.S.S.,
n° speciale di ottobre 1932
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° di ottobre 1932
Febbraio 1933 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° dell’11-1932
Le
Symbolisme, nn. del 12-1932 e dell’1-1933
R.I.S.S.
(partie occultiste), nn. di novembre 1932
R.I.S.S.,
n° di novembre-dicembre 1932
276
Marzo 1933 The
Speculative Mason, n° di gennaio 1933
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, 12-1932 e 1-1933
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° di gennaio 1933
Aprile 1933 Le
Symbolisme, n° di febbraio
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di febbraio
Die Säule, n° del 1933
R.I.S.S., n° del 15-2
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° di febbraio
Atlantis
Giugno 1933 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di marzo
Le
Symbolisme, nn. di marzo e aprile
R.I.S.S.,
n° dell’1-3
R.I.S.S.
(partie occultiste), n° di marzo
Atlantis,
n° di marzo-aprile
Luglio 1933 Le
Symbolisme, n° di maggio
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di maggio
R.I.S.S.,
n° del 15-5
L’Écho de Paris, n° del 22-5
Ottobre 1933 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di giugno
Le
Symbolisme, nn. di giugno, luglio e ago.-sett.
R.I.S.S.,
n° dell’1-6
Dicembre 1933 The
Speculative Mason, n° di luglio
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di settembre
277
Dicembre 1933 Le
Symbolisme, n° di ottobre
R.I.S.S.,
n° del 15-8
Gennaio 1934 The Speculative Mason,
nn.. del 4 e del 10-1933
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° del 10-1933
Le
Symbolisme, n° di novembre 1933
R.I.S.S.,
n° del 15-1-1933
Marzo 1934 Atlantis,
n° di novembre-dicembre 1933
The
Speculative Mason, n° di gennaio 1934
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° del 12-1933
Le
Symbolisme, nn. del 12-1933 e dell’1-1934
R.I.S.S.,
n° dell’1-1-1934
Maggio 1934 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, nn. di gen. e febb.
Le
Symbolisme, nn. di febbraio e marzo
Luglio 1934 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di aprile
Le
Symbolisme, n° di maggio
Documents du temps présent (primo numero)
Ottobre 1934 The
Speculative Mason, n° di luglio
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, nn. di mag. e giu.
Le
Symbolisme, nn. di giugno e luglio
R.I.S.S.,
nn. del 1-7 e del 15-7
Gennaio 1935 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, ott. e nov. 1934
Le
Symbolisme, nn. di ago.-sett., ott. e nov. 1934
R.I.S.S.,
n° del 15-11-1934
278
Maggio 1935 Le
Symbolisme, nn. di febbraio e marzo
R.I.S.S.,
supplemento al n° di febbraio
Novembre 1935 Le Mercure de France, n° del
15-7
Grand Lodge Bulletin dello Iowa, n° di giugno
Le
Symbolisme, nn. di apr., mag., giu., lug., ago.-sett.
The
Speculative Mason, n° di luglio
Dicembre 1935 The
Speculative Mason, n° di ottobre
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di settembre
Le
Symbolisme, n° di ottobre
Gennaio 1936 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di ottobre 1935
Le
Symbolisme, n° di novembre 1935
Marzo 1936 The
Speculative Mason, n° di gennaio 1936
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, 11 e 12-1935
Le
Symbolisme, n° di dicembre 1935
Maggio 1936 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di febbraio
Le
Symbolisme, n° di marzo
Giugno 1936 The
Speculative Mason, n° di aprile
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di marzo
Le
Symbolisme, n° di aprile
R.I.S.S.,
n° dell’1-4
Luglio 1936 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, nn. di apr. e mag.
Les Archives de Trans-Provence (nn. dal 1931)
Ottobre 1936 The
Speculative Mason, n° di luglio
279
Ottobre 1936 Le
Symbolisme, nn. di giugno e luglio
R.I.S.S.,
n° dell’1-6
Dicembre 1936 Les Archives de Trans-Provence,
ago.-sett. e ott.
The Speculative Mason, n° di ottobre
Le
Symbolisme, n° di ottobre
Febbraio 1937 Atlantis,
n° di novembre 1936
Le
Symbolisme, nn. di novembre e dicembre 1936
Aprile 1937 The
Rosicrucian Magazine, n° di febbraio
The
Speculative Mason, n° di gennaio
Le
Symbolisme, n° di febbraio
Maggio 1937 Atlantis,
n° di marzo
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di febbraio
Le
Symbolisme, n° di marzo
La
Juste Parole (primi numeri)
Giugno 1937 La
Vita Italiana, n° di aprile
Les Archives de Trans-Provence, n° di marzo
The Speculative Mason, n° di aprile
Luglio 1937 Le
Symbolisme, n° di maggio
Settembre 1937 La
Vita Italiana, n° di giugno
Le Mercure de France, n° dell’1-6
Les
Archives de Trans-Provence, nn. Mag., giu., lug.
The
Speculative Mason, n° di luglio
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di maggio
280
Settembre .1937 Le
Symbolisme, nn. di giungo e luglio
Dicembre 1937 Le
Symbolisme, nn. di agosto-settembre e ottobre
Les Archives de Trans-Provence, n° di ago.-sett.
The Speculative Mason, n° di ottobre
Gennaio 1938 Les
Archives de Trans-Provence, n° di ottobre 1937
R.I.I.S.,
nn. del 15-9, 1-10 e del 15-11-1937
Le Symbolisme, n° di novembre 1937
Febbraio 1938 Les Archives de Trans-Provence,
n° del 12-1937
Grand Lodge Bulletin dello Iowa, n° del
12-1937
Le
Symbolisme, nn. del 12-1937 e dell’1-1938
Marzo 1938 The
Speculative Mason, n° di gennaio 1938
Aprile 1938 Le
Mercure de France, n° dell’1-2-1938
Les Archives de Trans-Provence, n° del 12-1937
Le Symbolisme, n° di febbraio 1938
France-Amérique du Nord, n° del 30-1-1938
Giugno 1938 The
Speculative Mason, n° di aprile
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, nn. di febb. e mar.
Le
Symbolisme, nn. di marzo e aprile
Luglio 1938 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di maggio
Le
Symbolisme, n° di maggio
R.I.S.S.,
nn. dell’1-5 e del 15-5
Ottobre 1938 The
Speculative Mason, n° di luglio
Le
Symbolisme, nn. di giungo e luglio
281
Ottobre 1938 R.I.S.S.,
nn. del 15-6, 1-7 e 15-7
Novembre 1938 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di settembre
France-Amérique du Nord, n° dell’11-9
Dicembre 1938 The
Speculative Mason, n° di ottobre
Le
Symbolisme, nn. di ago.-sett. e ottobre
Gennaio 1939 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di ottobre 1938
Le
Symbolisme, nn. di novembre e dicembre 1938
Febbraio 1939 The
Speculative Mason, n° di gennaio
Marzo 1939 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di gennaio
Le
Symbolisme, n° di gennaio
Maggio 1939 Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di febbraio
Le
Symbolisme, n° di marzo
Luglio 1939 The
Speculative Mason, n° di aprile
Gennaio 1940 The
Speculative Mason, nn. di luglio e ottobre 1939
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, n° di sett. 1939
Le
Symbolisme, nn. di mag., giug., lug. e ago.-sett. 39
Maggio 1940 Le
Compagnon du Tour de France, nn. di gen. e mar.
Grand
Lodge Bulletin dello Iowa, nn. di gen. e feb.
Le
Symbolisme, n° di otto.-novem.-dicem. 1939
Gennaio 1945 Le Mercure de France, nn.
dell’1-8, 15-9, 1.11.1939 e 1-1-1940
Les
Cahiers du Sud, n° di marzo 1940
Grand Lodge Bulletin dello Iowa, n° di aprile
1940
282
Gennaio 1945 Le
Symbolisme, n° di genn.-febb.-marzo 1940
Dicembre 1945 The
Speculative Mason, nn. di lug. e ott. 1940, gen., apr., lug. e ott. 1941,
gen., apr., lug. e ott. 1942
Apr.-magg. 1947 Le
Symbolisme, nn. di dicembre 1945, gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio
e giugno 1946
Lug.agos. 1947 Le
Symbolisme, nn. di luglio, agosto, settembre, ottobre e novembre 1946
Marzo 1948 The
Speculative Mason, n° di ottobre 1947
Giugno 1948 Le
Symbolisme, nn. di dicembre 1946, gennaio, febbraio, aprile, maggio, giugno
e lug.-agosto 1947
Settembre 1948 The
Speculative Mason, n° di aprile 1948
Ott.-nov.. 1948 Le
Symbolisme, nn. di sett., ott., novem. e dicem. 1947, genn., febb., mar.,
apr., magg. e giugno 1948
Genn.-febb. 1949 The
Speculative Mason, n° di luglio 1948
The
Masonic Light, (prima annata) nn. dal settembre 1947 al giugno 1948
Ott.-nov. 1949 The Speculative Mason, nn.
di genn. e aprile 1949
The
Masonic Light, nn. dal settem. 1948 al giu. 1949
Dicembre 1949 Le
Symbolisme, nn. di ott., nov. e dic. 1948, febbraio, marzo, aprile, maggio,
giugno e luglio 1949
Genn.-febb. 1950 The
Speculative Mason, n° di luglio 1949
The
Masonic Light, nn. di sett. e ott. 1949
Apr.-mag. 1950 The
Speculative Mason, n° di ottobre 1949
The Masonic Light, n° di novembre 1949
Lug.-agos.
1950 The Speculative Mason,
n° del l° trimestre 1950
The Masonic Light, nn. di dicembre 1949,
gennaio, febbraio e marzo 1950.
283
Stampato nel mese di Aprile 1991
INDICE
DEL SECONDO VOLUME
ARTICOLI
Muratori
e Carpentieri p.
7
Heredom p.
13
Iniziazione
femminile e Iniziazioni di mestiere p.
17
Parola
perduta e termini sostituiti p.
23
Il
Monogramma di Cristo e il Cuore negli antichi
marchi corporativi p.
43
A
proposito degli antichi segni corporativi e
dei loro significati originari p.
59
RECENSIONI DI LIBRI (in Études
Traditionnelles)
1946 p.
69
1947 p.
79
1948 p.
89
1950 p.
96
RECENSIONI DI RIVISTE (in Études
Traditionnelles)
1945 p.
111
1947 p.
120
1948 p.
129
1949 p.
138
1950 p.
149
APPENDICE
Articoli
La
Gnosi e la Massoneria p.
163
L’Ortodossia
massonica p.
167
Gli
Alti Gradi massonici p.
171
A
proposito del Grande Architetto dell’Universo p.
175
Concezioni
scientifiche e Ideale massonico p.
189
La
Stretta Osservanza e i Superiori Incogniti p.
199
A
proposito dei Superiori Incogniti e dell’Astrale p. 217
Alcuni
documenti inediti sull’Ordine degli Eletti Cohen p. 233
Recensione pubblicata su La Gnose p.
255
Note pubblicate su The Speculative Mason p.
261
Elenco delle recensioni di libri p.
269
Elenco delle recensioni di riviste p.
273
– ARKTOS –
OGGERO EDITORE
MCMXCI
Traduzione di Calogero Cammarata
© 1991 Arktos – Giovanni Oggero Editore
ARTICOLI
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