20 - STUDI SULL'INDUISMO - René Guénon
Nota dell’Editore francese
Studi sull’Induismo, che qui presentiamo, è
composto dall’insieme degli scritti di René Guénon su tale argomento, comparsi
nella rivista «Le Voile d’Isis», diventata «Études Traditionnelles» a partire
dal 1937.
La presente opera consta di 11
capitoli, costituiti da altrettanti articoli disposti in ordine cronologico di
uscita nel tempo (1929-1950), seguiti dalle recensioni di libri e di articoli
di riviste, sempre comparse nell’equivalente periodo (le recensioni di articoli
partono però dal 1933).
Ai testi non sono stati aggiunti
commenti: i lettori troveranno, raggruppati in questo libro, soltanto gli
scritti dell’autore sul tema, fra i più importanti della sua opera.
Les Éditions
Traditionnelles
dicembre 1966
I
Âtmâ-Gîtâ 1
Nel nostro libro più recente
abbiamo accennato a un significato interiore della Bhagavad-Gîtâ, la
quale, quando sia intesa secondo tale punto di vista, prende il nome di Âtmâ-Gîtâ2;
poiché ci sono state chieste alcune spiegazioni in proposito, pensiamo che non
sia privo d’interesse darle in questa occasione.
La Bhagavad-Gîtâ, la quale
come si sa è un episodio staccato del Mahâbhârata3, è stata
così spesso tradotta nelle lingue occidentali che tutti dovrebbero conoscerla
bene; sennonché le cose non stanno realmente così, e questo, a dire il vero,
perché nessuna delle traduzioni testimonia di una vera comprensione. Il suo
stesso titolo viene generalmente reso in modo un po’ inesatto come il «Canto
del Beato», e ciò mentre in realtà il senso principale di Bhagavad è
«glorioso» e «venerabile»; di questa parola esiste anche il senso di «felice»,
ma esso è del tutto secondario, e a ogni buon conto si adatta piuttosto male al
caso in questione4. In effetti, Bhagavat è un attributo che
si applica a
1. Art. pubblicato nella rivista «Le Voile d’Isis», marzo 1930. [N.d.T.]
2. Autorité spirituelle et Pouvoir temporel (trad. it.: Autorità
spirituale e Potere temporale, cap. V, Milano, Luni editrice, 1995).
3. Ricordiamo che i due Itihâsa, vale a dire il Ramâyâna e il
Mahâbhârata, i quali fanno parte della Smriti e hanno di
conseguenza il carattere di scritti tradizionali, sono cosa del tutto diversa
da quel semplici «poemi epici», in senso profano e «letterario», che gli
Occidentali vogliono in genere vedervi.
4. C’è una certa parentela, che può prestarsi a confusione, tra i radicali bhaj
e bhuj; quest’ultimo, il cui senso originario è quello di «mangiare»,
esprime soprattutto le idee di fruizione, di possesso, di felicità; per
converso, con il primo
9
Studi sull’Induismo
tutti gli aspetti divini, così
come a esseri che siano considerati degni di particolare venerazione1;
l’idea di felicità, la quale del resto è, in fondo, di ordine del tutto
individuale e umano, non si ritrova contenuta necessariamente in esso. In
particolare, nulla di stupefacente vi è nel fatto che un simile attributo sia
conferito a Krishna, il quale non soltanto è un personaggio venerabile, ma,
inoltre, in quanto ottavo avatâra di Vishnu, corrisponde
realmente a un aspetto divino; sennonché, nella fattispecie, vi è anche
qualcosa di più.
Per comprendere di cosa si
tratti, occorre ricordarsi che i due punti di vista vishnuita e shivaita,
corrispondenti a due grandi vie appropriate a esseri di natura diversa,
assumono rispettivamente, quale supporto per elevarsi al Principio supremo, uno
dei due aspetti divini, in qualche modo complementari, ai quali essi devono le
loro denominazioni rispettive, e traspongono questo aspetto in modo tale da
identificarlo al Principio stesso, inteso senza nessuna restrizione e al di là
di qualsiasi determinazione o specificazione. È per questa ragione che gli Shaiva
chiamano il Principio supremo Mahâdêva, o Mahêshwara, epiteto che
è propriamente un equivalente di Shiva, mentre i Vaishnava gli
danno, analogamente, qualcuno dei nomi di Vishnu, come Nârâyana o
Bhagavat, quest’ultimo epiteto essendo soprattutto usato da una certa
frazione che per tal ragione porta il nome di Bhâgavata. Tutte queste
cose non sono tali, però, da comportare alcun elemento di contraddizione: i
nomi sono molteplici come le vie a cui si riferiscono, ma tali vie conducono
tutte, più o meno direttamente, verso lo stesso obiettivo; la dottrina indù non
conosce nulla che sia simile all’esclusivismo occidentale, per il quale una
sola e stessa via dovrebbe adattarsi ugualmente a tutti gli esseri, senza
tenere in nessun conto le differenze di natura che esistono fra questi ultimi.
e con i suoi derivati, quali bhâga e soprattutto bhakti, le
idee predominanti che si esprimono sono quelle di venerazione, di rispetto, di
devozione o di attaccamento.
1. I Buddhisti attribuiscono naturalmente questo titolo a Buddha, e i Jaina
lo danno, analogamente, al loro Tirthankara.
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Âtmâ-Gîtâ
Sarà ora più facile comprendere
come Bhagavat, fatto così identico al Principio supremo, altro non sia
con ciò stesso che l’Âtmâ incondizionato; e ciò è vero in tutti i casi,
sia che l’Âtmâ venga considerato nell’ordine «macrocosmico» oppure
nell’ordine «microcosmico», secondo che se ne voglia fare l’applicazione da
punti di vista diversi; non possiamo evidentemente pensare di ripetere qui
tutti gli sviluppi che già abbiamo dato a questo argomento in altri lavori1.
Quella che ora ci interessa più direttamente è l’applicazione che possiamo
chiamare «microcosmica», vale a dire quella che è fatta a ciascun essere
considerato in particolare; sotto questo aspetto, Krishna e Arjuna
rappresentano rispettivamente il «Sé» e l’«io», la personalità e
l’individualità, le quali sono Âtmâ incondizionato e jîvâtmâ.
L’insegnamento che Krishna dà ad Arjuna è, secondo questo punto di vista
interiore, l’intuizione intellettuale, sovrarazionale, attraverso la quale il
«Sé» comunica se stesso all’«io», quando questi sia «qualificato» e preparato
in modo tale che simile comunicazione possa effettivamente stabilirsi.
Sarà opportuno osservare, poiché
ciò riveste la più grande importanza per l’argomento di cui stiamo trattando,
che Krishna e Arjuna vengono rappresentati a bordo di uno stesso cocchio;
questo carro è il «veicolo» dell’essere preso in considerazione nel suo stato
di manifestazione; e mentre Arjuna combatte, Krishna guida il cocchio senza
combattere, senza, cioè, essere egli stesso coinvolto nell’azione. Di fatto, la
battaglia di cui si tratta simboleggia l’azione, in maniera del tutto generale,
sotto una forma appropriata alla natura e alla funzione degli Ksatriya, ai
quali il libro è più specialmente destinato2; il campo di battaglia
(Kshêtra) è la
1. Rimandiamo principalmente, a questo proposito e per tutto ciò che
seguirà, alle considerazioni da noi esposte ne L’Homme et son devenir selon
le Vêdânta (trad. it.: L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta,
Milano, Adelphi).
2. Si può osservare che questo significato è pure, nel modo più esatto,
quello della concezione islamica della «guerra santa» (jihâd);
l’applicazione sociale ed esteriore è in questo caso soltanto secondaria, e ciò
che lo mostra bene è il fatto che essa costituisce solo la «piccola guerra
santa» (jihâd seghîr), mentre la «grande guerra santa» (jihâd
kebîr) è d’ordine puramente interiore e spirituale.
11
Studi sull’Induismo
sfera dell’azione nella quale
l’individuo sviluppa le sue possibilità; e tale azione non tocca assolutamente
l’essere principiale, permanente e immutabile, ma concerne soltanto l’«anima
vivente» individuale (jîvâtmâ). I due che sono a bordo dello stesso
cocchio rappresentano perciò la stessa cosa che è rappresentata dai due uccelli
di cui si parla nelle Upanishad: «Due uccelli, compagni inseparabilmente
uniti, risiedono su uno stesso albero; uno di essi mangia il frutto
dell’albero, l’altro guarda senza mangiare»1. Anche qui, in un
simbolismo diverso per rappresentare l’azione, il primo dei due uccelli è jîvâtmâ,
e il secondo è Âtmâ incondizionato; la stessa cosa si può dire dei «due
che sono entrati nella caverna», di cui si parla in un altro testo2;
e se i due sono sempre strettamente uniti, la ragione ne è che essi in verità
sono uno solo nei confronti della realtà assoluta, perché jîvâtmâ si
distingue da Âtmâ soltanto in modo illusorio.
Per esprimere questa unione, e
per esprimerla precisamente in rapporto diretto con l’Âtmâ-Gîtâ, esiste
inoltre un termine che è particolarmente interessante: si tratta del termine Naranârâyana.
È noto che Nârâyana, «Colui che cammina (o che è portato) sulle acque»,
è uno dei nomi di Vishnu, attribuito per trasposizione a Paramâtmâ,
ovvero al Principio supremo, come dicevamo in precedenza; le acque
rappresentano in questo caso le possibilità formali o individuali3.
D’altra parte, nara o nri è l’uomo, l’essere individuale in
quanto appartenente alla specie umana; sarebbe il caso di far notare la stretta
relazione che esiste tra questa parola e il termine nâra, che denomina
le acque, sennonché questo ci allontanerebbe troppo dal nostro argomento4.
Conseguentemente, Nara e Nârâyana sono rispettivamente
1. Mundaka Upanishad, 3° Mundaka, 1° Khanda, shruti 1; Shwêtâshwatara
Upanishad, 4° Adhyâya, shruti 6.
2. Katha Upanishad, 1° Adhyâya, 3° Valli, shruti 1. La «caverna» non
è altro che la cavità del cuore, la quale rappresenta il luogo dell’unione
dell’individuale con l’Universale, o dell’«io» con il «Sé».
3. Nella tradizione cristiana, il fatto che Cristo cammini sulle acque ha
un significato che si riconduce allo stesso simbolismo.
4. È probabile che per i Greci il nome di Nereo e delle Nereidi, ninfe
delle acque, non fosse senza rapporto con il sanscrito Nârâ.
12
Âtmâ-Gîtâ
l’individuale e l’Universale,
l’«io» e il «Sé», lo stato manifestato di un essere e il suo principio non
manifestato; ed essi sono riuniti indissolubilmente nell’insieme Nara-nârâyana,
del quale talvolta si parla come di due asceti che risiedono sull’Himâlaya, ciò
che ricorda più in particolare l’ultimo dei testi delle Upanishad da noi
menzionati poco fa, testo nel quale i «due che sono entrati nella caverna»
vengono indicati allo stesso tempo come se «abitassero sulla cima più alta»1.
È anche detto che, in questo insieme, Nara è Arjuna, e Nârâyana è
Krishna; sono i due che sono saliti sullo stesso cocchio, e si tratta sempre,
con l’uno o con l’altro nome, e quali che siano le forme simboliche usate, di jîvâtmâ
e di Paramâtmâ.
Queste indicazioni permetteranno
di capire qual è il significato interiore della Bhagavad-Gîtâ,
significato nei confronti del quale tutti gli altri significati sono tutto
sommato soltanto applicazioni più o meno contingenti. Questo è vero in
particolare per il significato sociale, all’interno del quale le funzioni della
contemplazione e dell’azione, le quali si riferiscono rispettivamente al
sovraindividuale e all’individuale, sono considerate quelle del Brâhmano e
dello Ksatriya rispettivamente2. È detto che il Brâhmano è il tipo
degli esseri fissi o immutabili (sthâvara), e che lo Ksatriya è il tipo
degli esseri mobili o mutevoli (jangama)3; si può vedere
senza difficoltà l’analogia esistente tra queste due classi di esseri, da una
parte, e dall’altra la personalità immutabile e l’individualità soggetta al
cambiamento; e ciò mostra in modo immediato il legame esistente tra questo
significato e quello precedente. Si vede, inoltre, che anche là dove si tratti
in modo specifico dello Ksatriya, questi, dal momento che l’azione è la sua
funzione propria, può essere assunto
1. C’è in questo un’indicazione dei rapporti simbolici della caverna con la
montagna; abbiamo avuto occasione di accennare a essi nel nostro Le Roi du
Monde (trad. it.: Il Re del Mondo, Milano, Adelphi).
2. Questo punto di vista è stato da noi sviluppato soprattutto in Autorité
spirituelle et Pouvoir temporel, ed. cit.
3. L’insieme degli esseri è talvolta indicato con il termine composto sthâva-rajangama.
13
Studi sull’Induismo
a simboleggiare l’individualità
intesa in qualsivoglia maniera, individualità che è anch’essa necessariamente
coinvolta nell’azione in ragione delle condizioni stesse della sua esistenza,
mentre il Brâhmano, in ragione della sua funzione di contemplazione o di pura
conoscenza, rappresenta gli stati superiori dell’essere1; cosicché
si potrebbe dire che qualsiasi essere ha in sé sia il Brâhmano sia lo Ksatriya,
ma con una predominanza dell’una o dell’altra delle due nature secondo che le
sue tendenze lo portino principalmente dalla parte della contemplazione o dalla
parte dell’azione. Si capisce così che la portata dell’insegnamento contenuto
nella Bhagavad-Gîtâ è lontano dal limitarsi agli Ksatriya intesi in
senso proprio, anche se la forma sotto cui quest’insegnamento è esposto si
adatta a loro in modo particolare; e se gli Occidentali, nei quali la natura
dello Ksatriya si incontra molto più frequentemente che non quella del
Brâhmano, dovessero ritornare alla comprensione delle idee tradizionali, una
forma come questa è senza dubbio quella che gli sarebbe più immediatamente
accessibile.
1. È questa la ragione per cui si parla del Brâhmano come di un Dêva
sulla terra, tenendo conto che i Dêva corrispondono agli stati
sovraindividuali o informali (quantunque ancora manifestati); questa
denominazione, rigorosamente giusta, non sembra essere mai stata capita dagli
Occidentali.
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II
Lo spirito dell’India 1
L’opposizione tra Oriente e
Occidente, ricondotta ai suoi termini più semplici, in fondo è identica a
quella che spesso ci si compiace di stabilire tra la contemplazione e l’azione.
Su questo argomento ci siamo già espressi in molte occasioni, esaminando i
diversi punti di vista da cui ci si può porre nel prendere in considerazione i
rapporti di questi due termini: si tratta veramente di due contrari, o non
piuttosto di due complementari, o, meglio ancora, tra l’uno e l’altro non ci
sarà forse in realtà una relazione, non di coordinazione, ma di subordinazione?
La cosa migliore che possiamo fare sarà perciò di riassumere molto rapidamente
queste osservazioni, indispensabili per chi voglia comprendere lo spinto
dell’Oriente in generale e quello dell’India in particolare.
Il punto di vista che consiste
nell’opporre in modo puro e semplice l’una all’altra la contemplazione e
l’azione è il più esteriore e il più superficiale di tutti. Nelle apparenze,
l’opposizione di fatto esiste, ma non può assolutamente essere irriducibile;
del resto, questo si potrebbe dire di tutti i contrari, i quali cessano di
essere tali non appena ci si innalzi al di sopra di un certo livello, che è
quello nel quale l’opposizione ha tutta la sua realtà. Chi dice opposizione o
contrasto, dice con ciò stesso disarmonia o squilibrio, vale a dire qualcosa
che non può esistere se non da un punto di vista particolare e limitato;
nell’insieme delle cose l’equilibrio è fatto della somma di tutti gli
squilibri, e tutti i disordini parziali concorrono, volenti o nolenti,
all’ordine totale.
1. Pubblicato in «Le Monde Nouveau», giugno 1930. [N.d.T.]
15
Studi sull’Induismo
Considerando la contemplazione e
l’azione come complementari, ci si pone da un punto di vista già più profondo e
più vero del precedente, poiché grazie a esso l’opposizione si trova conciliata
e risolta, in quanto i suoi due termini si equilibrano in qualche modo l’uno
con l’altro. Si tratterebbe allora di due elementi ugualmente necessari, che si
completano e si sostengono reciprocamente, e costituiscono la duplice attività,
interiore ed esteriore, di uno stesso essere, sia questi ciascun uomo preso in
particolare, o l’umanità intesa collettivamente. Tale concezione è certamente
più armoniosa e più soddisfacente della prima; tuttavia, a sposarla in modo
esclusivo, si sarebbe tentati, in virtù della correlazione così stabilita, di
porre sullo stesso piano la contemplazione e l’azione, cosicché non ci sarebbe
che da sforzarsi di mantenere il più possibile in pari la bilancia tra di loro,
senza mai porsi la questione di una qualsiasi superiorità dell’una rispetto
all’altra. Ora, di fatto tale questione si è sempre posta, e per ciò che
riguarda l’antitesi tra l’Oriente e l’Occidente, possiamo dire che essa
consiste precisamente nel fatto che l’Oriente sostiene la superiorità della
contemplazione, mentre l’Occidente, e in particolare l’Occidente moderno,
afferma al contrario la superiorità dell’azione sulla contemplazione. In questo
caso non si tratta più di punti di vista ciascuno dei quali possa avere la sua
ragione d’essere ed essere accettato per lo meno come espressione di una verità
relativa; siccome un rapporto di subordinazione è irreversibile, le due
concezioni in presenza sono realmente contraddittorie, perciò esclusive l’una
dell’altra, per modo che sono necessariamente l’una vera e l’altra falsa.
Occorre perciò scegliere, e forse la necessità di questa scelta non si è mai
imposta con altrettanta forza e urgenza quanto nelle circostanze attuali; è
anzi probabile che essa si imponga ancora di più in un prossimo avvenire.
In quelli fra i nostri lavori ai
quali abbiamo accennato all’inizio1, abbiamo esposto che la
contemplazione è superiore all’azione, così come ciò che è immutabile è
superiore al cambiamento.
1. Oriente e Occidente, Milano, Luni Editrice, 1993; La Crisi del
Mondo moderno, Roma, Edizioni Mediterranee; Autorità spirituale e Potere
temporale, cit.
16
Lo spirito dell’India
L’azione, la quale è soltanto una
modificazione transitoria e momentanea dell’essere, non può avere in sé il
proprio principio e la propria ragion sufficiente; se essa non si ricollega a
un principio che sia di là dal suo dominio contingente, essa non è che pura
illusione; e tale principio, dal quale essa trae tutta la realtà di cui è
capace, e la sua esistenza e la sua possibilità, può solo trovarsi nella
contemplazione, o, se si preferisce, nella conoscenza. Del pari il cambiamento,
nella sua accezione più generale, è inintelligibile e contraddittorio, vale a
dire impossibile, senza un principio da cui proceda, il quale, proprio perché è
il suo principio, non può essergli soggetto, ed è dunque necessariamente
immutabile; ed è questa la ragione per cui, nell’antichità occidentale,
Aristotele aveva affermato la necessità del «motore immobile» d’ogni cosa. È
evidente che l’azione appartiene al mondo del cambiamento, del «divenire»; solo
la conoscenza permette di uscire da questo mondo e dalle limitazioni che gli
sono inerenti, e, quando raggiunga l’immutabile, possiede essa stessa
l’immutabilità, giacché ogni conoscenza è essenzialmente identificazione con il
proprio oggetto. Precisamente questo ignorano gli Occidentali moderni, i quali,
in fatto di conoscenza, non considerano più che una conoscenza razionale e
discorsiva, perciò indiretta e imperfetta, una conoscenza che potrebbe essere
detta «di riflesso»; conoscenza inferiore che essi, inoltre, sempre più
apprezzano soltanto nella misura in cui possa servire per scopi pratici;
coinvolti nell’azione al punto di negare tutto ciò che la oltrepassa, essi non
si accorgono che questa azione, di conseguenza, degenera, per mancanza di
principio, in un’agitazione tanto sterile quanto vana.
Nell’organizzazione sociale
dell’India, la quale altro non è che un’applicazione della dottrina metafisica
all’ordine umano, i rapporti della conoscenza con l’azione sono rappresentati
dai rapporti delle due prime caste, i Brâhmani e gli Ksatriya, dei quali esse
sono rispettivamente le funzioni proprie. È detto che il Brâhmano è il tipo
degli esseri stabili, e che lo Ksatriya è il tipo degli esseri mobili, o
mutevoli; di conseguenza tutti gli esseri di questo mondo, secondo la loro
natura, sono principalmente
17
Studi sull’Induismo
in relazione o con l’uno o con
l’altro, poiché vi è una corrispondenza perfetta tra l’ordine cosmico e quello
umano. Ciò non significa. beninteso, che l’azione sia preclusa al Brâhmano, o
che la conoscenza sia preclusa allo Ksatriya; ciò significa piuttosto che esse
non convengono loro, in qualche modo, se non per accidens e non
essenzialmente; lo swadharma, la legge propria della casta, in
conformità con la natura dell’essere che le appartiene, è nella conoscenza per
il Brâhmano, nell’azione per lo Ksatriya. Per conseguenza, il Brâhmano è
superiore allo Ksatriya, così come la conoscenza è superiore all’azione; in
altri termini, l’autorità spirituale è superiore al potere temporale, ed è
riconoscendo la sua subordinazione nei confronti della prima che quest’ultimo
sarà legittimo, vale a dire che sarà veramente ciò che deve essere; in caso
contrario, separandosi cioè dal suo principio, esso non potrà esercitarsi se
non in modo disordinato, e andrà fatalmente incontro alla propria perdita.
Agli Ksatriya appartiene
normalmente tutta la potenza esteriore, giacché il campo dell’azione è il mondo
esteriore; ma tale potenza non è nulla senza un principio interiore, puramente
spirituale, principio incarnato dall’autorità dei Brâhmani, e nel quale essa
trova la sua sola garanzia valida. In cambio di questa garanzia, gli Ksatriya
devono, con l’aiuto della forza di cui dispongono, assicurare ai Brâhmani il
mezzo per compiere in pace, al riparo dal disordine e dall’agitazione, la loro
funzione propria di conoscenza e di insegnamento; è quel che si rappresenta con
la raffigurazione di Skanda, il Signore della guerra, che protegge la
meditazione di Ganêsha, Signore della conoscenza. Sono questi i rapporti
regolari dell’autorità spirituale con il potere temporale; se essi fossero
dappertutto e sempre osservati, nessun conflitto potrebbe mai insorgere tra
l’una e l’altro, perché ciascuno occuperebbe il posto che deve convenirgli in
virtù della gerarchia delle funzioni e degli esseri. gerarchia che è rigorosamente
conforme alla natura delle cose. Si vede come la posizione che è affidata agli
Ksatriya, e di conseguenza all’azione, quantunque subordinata, sia molto
lontano dall’essere trascurabile, dal momento che comprende tutto il
18
Lo spirito dell’India
potere esteriore, insieme
militare, amministrativo e giudiziario, che è sintetizzato nella funzione
regale. I Brâhmani non devono esercitare se non un’autorità invisibile, la
quale, in quanto tale, può essere ignorata dalla gente comune, ma è tuttavia il
principio di ogni potere visibile; tale autorità è come il polo attorno al
quale tutte le cose ruotano, l’asse fisso intorno a cui il mondo compie la sua
rivoluzione, il centro immutabile che dirige e regola il movimento cosmico
senza partecipare a esso; ed è questo che rappresenta l’antico simbolo dello swastika,
il quale è, per tal ragione, uno degli attributi di Ganêsha.
È opportuno aggiungere che il
posto da attribuire all’azione sarà, nelle applicazioni, più o meno grande
secondo le circostanze; accade, di fatto, dei popoli come degli individui, e
mentre la natura di alcuni è soprattutto contemplativa, quella di altri è
soprattutto attiva. Senza dubbio non esiste paese nel quale l’attitudine alla
contemplazione sia così diffusa e così generalmente sviluppata quanto in India;
ed è per ciò che quest’ultima può essere considerata la rappresentante per
eccellenza dello spirito orientale. Per contro, fra i popoli occidentali, è
cosa ben certa che quella che predomina nella gran maggioranza degli uomini è
l’attitudine all’azione, ed è altresì certo che, quand’anche tale tendenza non
fosse così esagerata e deviata com’è al presente, essa esisterebbe tuttavia, di
sorta che la contemplazione non potrebbe quivi essere se non il retaggio di un’élite
molto più ristretta. Ciò sarebbe tuttavia sufficiente perché tutto rientri
nell’ordine, poiché la potenza spirituale, esattamente all’opposto della forza
materiale, non è assolutamente fondata sul numero; sennonché, attualmente, gli
Occidentali sono veramente solo uomini senza casta, giacché nessuno di essi
occupa il posto e la funzione che converrebbero alla sua natura. Questo
disordine si sta inoltre estendendo con rapidità – di questo non bisogna
fingere di non accorgersi –, e sembra invadere perfino l’Oriente, anche se lo
tocca ancora soltanto in modo assai superficiale e molto più limitato di quanto
possano immaginare coloro che, conoscendo solo gli Orientali più o meno
occidentalizzati, non sospettano la poca importanza che costoro hanno in
realtà.
19
Studi sull’Induismo
A ogni buon conto, non è men vero
che si tratta di un pericolo che rischia di aggravarsi, per lo meno in modo
transitorio; il «pericolo occidentale» non è un’espressione vana, e
l’Occidente, che ne è la prima vittima, sembra voler trascinare l’umanità intera
nella rovina da cui è minacciato per sua propria colpa.
Tale pericolo è quello
dell’azione disordinata, perché priva del suo principio; simile azione, in se
stessa è un puro nulla, e non può condurre che a una catastrofe. Tuttavia – si
potrà forse dire –, se una cosa del genere esiste, è perché un tale disordine
deve alla fine rientrare nell’ordine universale, del quale è uno degli elementi
alla stessa stregua di tutto il resto; e, da un punto di vista superiore, ciò è
rigorosamente vero. Tutti gli esseri, lo sappiano o no, dipendono interamente
dal loro principio per tutto ciò che sono; anche l’azione disordinata è
possibile soltanto in virtù del principio di ogni azione, ma, dal momento che è
incosciente di tale principio, poiché non riconosce la dipendenza in cui è nei
suoi confronti, essa è senza regola e senza efficacia positiva, e, se così ci
si può esprimere, essa non possiede che il più basso grado di realtà, quello
che è più vicino alla pura e semplice illusione, precisamente perché è il più
lontano possibile dal principio, nel quale solo risiede la realtà assoluta. Dal
punto di vista del principio non c’è che l’ordine; sennonché dal punto di vista
delle contingenze il disordine esiste, e, per quel che riguarda l’umanità
terrestre, ci troviamo in un’epoca in cui il disordine sembra trionfare.
Ci si può chiedere perché le cose
stiano così, e la dottrina indù, con la teoria dei cicli cosmici, fornisce una
risposta per simile domanda. Siamo nel Kali-Yuga, nell’età oscura in cui
la spiritualità è ridotta al suo minimo, in conseguenza delle leggi stesse
dello sviluppo del ciclo umano, le quali inducono una sorta di
materializzazione progressiva nel corso dei suoi diversi periodi, dei quali
questo è l’ultimo; con l’espressione «ciclo umano» intendiamo qui unicamente la
durata di un Manvantara. Verso la fine di quest’epoca tutto è confuso,
le caste sono mescolate, la famiglia stessa non esiste più; non è questo
esattamente quel che vediamo intorno a noi? Dobbiamo concludere
20
Lo spirito dell’India
da ciò che effettivamente il
ciclo attuale stia arrivando alla fine, e che presto vedremo spuntare l’aurora
di un nuovo Manvantara? Si potrebbe essere tentati di crederlo,
soprattutto se si pensa alla velocità crescente con cui precipitano gli
avvenimenti; ma forse il disordine non ha ancora raggiunto il suo punto
estremo, forse l’umanità deve discendere ancora più in basso, negli eccessi di
una civiltà tutta materiale, prima di poter risalire verso il principio e verso
le realtà spirituali e divine. Del resto poco importa: che sia un po’ prima o
un po’ dopo, questo sviluppo discendente che gli Occidentali moderni chiamano
«progresso» troverà il suo limite, e allora l’«età oscura» vedrà la sua fine;
comparirà allora il Kalkin-avatâra, quegli che è montato sul cavallo
bianco, che porta sul capo un triplice diadema, segno della sovranità nei tre
mondi, e brandisce una spada fiammeggiante come la coda di una cometa; allora
il mondo del disordine e dell’errore sarà distrutto e, per la potenza
purificatrice e rigeneratrice di Agni, tutte le cose saranno ristabilite
e restaurate nell’integralità del loro stato primordiale, giacché la fine del
ciclo attuale è nello stesso tempo l’inizio del ciclo futuro. Coloro che sanno
che le cose devono stare così non possono, fosse pure in mezzo alla peggior
confusione, perdere la loro immutabile serenità; per quanto sgradevole sia
vivere in un’epoca di torbidi e di oscurità quasi generale, essi non possono
esserne toccati nel fondo di se stessi, ed è questo che costituisce la forza
dell’élite vera. Senza dubbio, se l’oscurità deve andare estendendosi
sempre di più, tale élite potrà, anche in Oriente, essere ridotta a un
numero esiguo; ma è sufficiente che alcuni conservino integralmente la vera
conoscenza, perché siano pronti, quando i tempi saranno conclusi, a salvare
tutto ciò che potrà ancora essere salvato del mondo attuale, e che diventerà il
germe del mondo futuro.
Questo ruolo di conservazione
dello spirito tradizionale, con tutto quel che comporta in realtà quando sia
inteso nel suo senso più profondo, è soltanto l’Oriente che può attualmente
sostenerlo; non vogliamo dire l’intero Oriente, poiché sfortunatamente il
disordine che proviene dall’Occidente può intaccarlo
21
Studi sull’Induismo
in alcuni dei suoi elementi; è
però soltanto in Oriente che permane una vera élite, nella quale lo
spirito tradizionale si ritrovi in tutta la sua vitalità. Da altre parti, ciò
che ne rimane è ridotto a forme esteriori il cui significato è ormai da molto
tempo quasi completamente incompreso, e se qualcosa dell’Occidente può essere
salvato, ciò non sarà possibile se non con l’aiuto dell’Oriente; sennonché,
perché questo aiuto possa essere efficace, occorrerà che esso trovi un punto
d’appoggio nel mondo occidentale, e queste sono possibilità sulle quali sarebbe
attualmente ben difficile parlare con qualche precisione.
Comunque sia, l’India ha in un
certo senso, nell’insieme dell’Oriente, una situazione privilegiata sotto
l’aspetto che stiamo prendendo in considerazione, e la ragione di ciò consiste
nel fatto che, senza lo spirito tradizionale, l’India non sarebbe più nulla. In
effetti, l’unità indù (si noti che non diciamo l’unità indiana) non è un’unità
né di razza né di lingua, essa è esclusivamente un’unità di tradizione. Sono
Indù tutti coloro che aderiscono effettivamente a tale tradizione, e soltanto
quelli. Questo spiega quel che dicevamo in precedenza circa l’attitudine alla
contemplazione, più generale in India che da ogni altra parte: di fatto, la
partecipazione alla tradizione non è pienamente effettiva se non nella misura
in cui essa comporta la comprensione della dottrina, e quest’ultima consiste
prima di tutto nella conoscenza metafisica, perché è nella sfera metafisica
pura che si trova il principio dal quale tutto il resto deriva. Per questo
l’India si presenta come più particolarmente destinata a sostenere fino alla
fine la supremazia della contemplazione sull’azione, a opporre con la sua élite
una barriera insormontabile contro l’invasione dello spirito occidentale
moderno, a conservare intatta, in seno a un mondo agitato da cambiamenti
incessanti, la coscienza del permanente, dell’immutabile e dell’eterno.
Occorre però capir bene che
immutabile è il solo principio, e che le applicazioni alle quali esso dà luogo
in tutti i campi possono, e debbono, variare secondo le circostanze e secondo
le epoche, giacché, mentre il principio è assoluto, le applicazioni sono
relative e contingenti come il mondo al quale si riferiscono.
22
Lo spirito dell’India
La tradizione permette
adattamenti indefinitamente molteplici e diversi nelle loro modalità; ma tutti
questi adattamenti, quando siano fatti rigorosamente secondo lo spirito
tradizionale, non sono altro che lo sviluppo normale di alcune delle
conseguenze che sono eternamente contenute nel principio; in qualsiasi caso,
non si tratta perciò che di rendere esplicito ciò che fino ad allora era
implicito, e così il fondo, la sostanza stessa della dottrina, rimane sempre
identico sotto tutte le differenze di forma esteriori. Le applicazioni possono
essere di molti tipi; sono applicazioni, in particolare, non soltanto le
istituzioni sociali, alle quali abbiamo già accennato, ma anche le scienze,
quando esse siano veramente quel che devono essere; e questo fa vedere la
differenza essenziale che esiste tra la concezione delle scienze tradizionali e
quella di scienze come quelle che sono state costituite dallo spirito
occidentale moderno. Mentre le prime acquisiscono tutto il loro valore
dall’essere ricollegate alla dottrina metafisica, le seconde, con il pretesto
dell’indipendenza, sono strettamente rinchiuse in se stesse e la sola cosa che
possano pretendere è di spingere sempre più lontano, ma senza uscire dalla loro
sfera limitata né di farne indietreggiare i confini di un passo, un’analisi che
potrebbe proseguire in tal modo indefinitamente senza che si sia mai andati più
avanti nella vera conoscenza delle cose. È forse a causa di un’oscura
sensazione di questa impotenza che i moderni sono giunti a preferire la ricerca
al sapere, o è semplicemente perché simile ricerca senza un termine soddisfa il
loro bisogno di un’agitazione incessante che vuol essere il fine di se stessa?
Cosa potrebbero farsene gli Orientali di quelle scienze vane che l’Occidente ha
la pretesa di portargli, quando posseggono altre scienze, incomparabilmente più
reali e più vaste, e che il più piccolo sforzo di concentrazione intellettuale
fa loro sapere ben più di tutte queste vedute frammentarie e disperse, di
questo ammasso caotico di fatti e di nozioni legati fra di loro soltanto da
ipotesi più o meno fantasiose, edificate con pena solo per esser subito
abbattute e sostituite da altre non meglio fondate? E non si vengano a vantare
oltre misura, credendo con ciò di compensare tutti i loro difetti, le
applicazioni
23
Studi sull’Induismo
industriali e tecniche a cui
queste scienze hanno dato vita; nessuno ha l’idea di contestare che esse
abbiano almeno questa utilità pratica, quando il loro valore speculativo è così
illusorio, ma è questa una cosa a cui l’Oriente non potrà mai interessarsi
veramente, ed esso stima troppo poco questi vantaggi soltanto materiali per
sacrificar loro il suo spirito, giacché sa qual è l’immensa superiorità che ha
il punto di vista della contemplazione su quello dell’azione, e come tutte le
cose che passano non siano se non nulla nei confronti dell’eterno.
La vera India, per noi, non è
perciò quell’India più o meno modernizzata, vale a dire occidentalizzata, che
sognano alcuni giovani indiani allevati nelle Università d’Europa o d’America,
i quali, per fieri che siano del sapere tutto esteriore che hanno così
acquisito, dal punto di vista orientale non sono tuttavia che dei perfetti
ignoranti, e che, a onta delle loro pretese, costituiscono tutto il contrario
di un’élite intellettuale nel senso che intendiamo noi. L’India vera è
quella che rimane sempre fedele all’insegnamento che la sua élite si
trasmette attraverso i secoli; è quella che conserva integralmente il deposito
di una tradizione la cui sorgente si situa più in alto e più lontano
dell’umanità; è l’India di Manu e dei Rishi, l’India di Shrî Râma
e di Shrî Krishna. Sappiamo che essa non fu sempre il paese che viene ora
indicato con questo nome; è anche fuor di dubbio che, dopo la sede artica
primitiva di cui parla il Vêda essa assunse successivamente molte
collocazioni geografiche diverse; forse ne assumerà ancora altre, ma ciò
importa poco, perché essa è sempre là dov’è la dimora di quella grande
tradizione la cui conservazione fra gli uomini è la sua missione e la sua
ragion d’essere. Attraverso la catena ininterrotta dei suoi Saggi, dei suoi Guru
e dei suoi Yogî, essa si mantiene, nel corso di tutte le vicissitudini
del mondo esteriore, salda come il Mêru; essa durerà finché durerà il Sanâtana
Dharma (espressione che si potrebbe tradurre con Lex perennis, per
quanto esattamente lo possa permettere una lingua occidentale), e non cesserà
mai di contemplare ogni cosa, con l’occhio frontale di Shiva, nella
serena immutabilità dell’eterno presente. Tutti gli sforzi ostili non potranno
che infrangersi
24
Lo spirito dell’India
alla fine contro la sola forza
della verità, così come le nubi si dissipano davanti al sole, quand’anche siano
riuscite ad oscurarlo momentaneamente ai nostri sguardi. L’azione distruttrice
del tempo lascia sussistere solo ciò che è superiore al tempo; essa divorerà
tutti coloro che hanno limitato il loro orizzonte al mondo del cambiamento e
posto tutta la realtà nel divenire, coloro che del contingente e del
transitorio si sono fatti una religione. giacché «colui che sacrifica a un dio,
di questo dio diventerà il nutrimento»; ma che potrà contro coloro che portano
in sé la coscienza dell’eternità?
25
III
Kundalinî-Yoga 1
In diverse riprese si è già
parlato su queste pagine degli studi di Arthur Avalon (sir John Woodroffe),
dedicati a uno degli aspetti più mal conosciuti delle dottrine indù; quello che
viene chiamato «tantrismo», in quanto si fonda sui trattati indicati sotto la
dizione generica di tantra, e che è d’altronde molto più ampio e molto
meno nettamente delimitato di quanto generalmente si creda, è infatti stato
quasi sempre trascurato dagli orientalisti, i quali se ne sono tenuti lontani
sia per la difficoltà di capirlo sia per certi pregiudizi; pregiudizi che
d’altronde non sono se non una diretta conseguenza della loro incomprensione.
Uno dei principali lavori di Arthur Avalon, dal titolo The Serpent Power,
è stato ripubblicato di recente2; non ci ripromettiamo di farne qui
un’analisi, che sarebbe quasi impossibile e inoltre poco interessante (sarebbe
meglio, per quelli fra i nostri lettori che conoscono l’inglese, riferirsi al
volume vero e proprio, del quale riusciremmo solo a dare un’idea incompleta),
ma di precisare invece il vero significato del suo contenuto, senza però
obbligarci a seguire l’ordine nel quale gli argomenti sono in esso esposti3.
1. Pubblicato in «Le Voile d’Isis», ottobre e novembre 1933. [N.d.T.]
2. The Serpent Power, 3a edizione riveduta, Ganesh e
Cie., Madras. Il volume comprende la traduzione di due testi, Shatchakra
nirûpana e Pâdukâ-panchaka, preceduta da una lunga e importante
introduzione: il nostro studio si riferisce al contenuto di quest’ultima.
3. Su molti punti non possiamo far meglio che rimandare il lettore al
nostro studio L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, per spiegazioni
che ci è impossibile riprodurre in un articolo, e che per conseguenza dobbiamo
supporre già conosciute.
27
Studi sull’Induismo
Per cominciare, diremo subito che
non possiamo trovarci totalmente d’accordo con l’autore sul significato
fondamentale da attribuire al termine yoga, il quale, essendo
letteralmente quello di «unione», non potrebbe esser capito se non fosse
essenzialmente applicato al fine supremo di qualsiasi «realizzazione»; a questa
considerazione Arthur Avalon oppone che non si può parlare di unione se non tra
due esseri distinti, e che jîvâtmâ non è di fatto distinto da Paramâtmâ.
Ciò è perfettamente giusto, ma benché l’individuo non si distingua di fatto
dall’Universale se non in modo illusorio, occorre non dimenticare che è
dall’individuo che parte necessariamente qualsiasi «realizzazione» (questa
parola non avrebbe altrimenti nessuna ragion d’essere) e che, dal suo punto di
vista, la realizzazione presenta l’apparenza di una «unione», anche se, a dire
il vero, essa non è affatto qualcosa «che dev’essere effettuato», ma soltanto
una presa di coscienza di «ciò che è», vale a dire dell’«Identità suprema». Un
termine come yoga esprime perciò l’aspetto che le cose assumono quando
siano viste dal lato della manifestazione, aspetto che è evidentemente
illusorio allo stesso titolo della manifestazione stessa; ma questo accade in
modo inevitabile per tutte le forme di linguaggio, giacché esse appartengono
alla sfera della manifestazione individuale, e basta esserne avvertiti per non
essere indotti in errore dalla loro imperfezione, né essere tentati di vedere
in ciò l’espressione di un reale «dualismo». È soltanto secondariamente e per
estensione che la parola yoga può poi essere applicata all’insieme dei
mezzi diversi messi in opera per ottenere la «realizzazione», mezzi che sono
solo preparatori e ai quali il nome «unione», in qualsiasi modo si intenda, non
potrebbe propriamente convenire; ma queste considerazioni non infirmano
minimamente l’esposizione di cui parliamo, giacché, quando il termine «yoga»
è preceduto da un qualificativo, per modo che se ne distinguano più sorta, è
chiaramente evidente che esso è usato per indicare i mezzi, i quali soli sono
molteplici, mentre il fine è necessariamente uno, e sempre lo stesso, in tutti
i casi.
Il genere di yoga di cui
qui si tratta si riconduce a quello che è chiamato Laya-Yoga, e consiste
essenzialmente in un processo
28
Kundalinî-Yoga
di «dissoluzione» (laya),
vale a dire di riassorbimento, nel non manifestato, dei diversi elementi
costitutivi della manifestazione individuale, riassorbimento che si effettua
gradualmente secondo un ordine che è rigorosamente l’inverso di quello della
produzione (srishti), o sviluppo (prapancha) della manifestazione1.
Gli elementi, o principi, di cui si tratta, sono i tattwa, che lo Sânkhya
enumera quali produzioni di Prakriti sotto l’influenza di Purusha:
essi sono il «senso interno», cioè il «mentale» (Manas), unito alla
coscienza individuale (ahankâra) e attraverso quest’ultima
all’intelletto (Buddhi o Mahat); i cinque tanmâtra, o
essenze elementari sottili; le cinque facoltà di sensazione (jnânêndrya)
e le cinque facoltà d’azione (karmêndrya) 2; infine, i cinque
bhûta, o elementi corporei3. Ciascun bhûta, con il tanmâtra
al quale corrisponde e le facoltà di sensazione e di
1. Ci rammarichiamo che l’autore si serva frequentemente, e in particolare
per tradurre srishti, della parola «creazione», la quale, come abbiamo
spesso spiegato, non è adeguata al punto di vista della dottrina indù; sappiamo
purtroppo bene a quante difficoltà dia luogo la necessità di servirsi di una
terminologia occidentale, la più inadatta possibile per ciò che si tratta di
esprimere; pensiamo tuttavia che tale parola sia fra quelle che si possono
evitare con facilità, e di fatto noi stessi non ce ne siamo mai serviti. Mentre
siamo in materia di questioni terminologiche, segnaleremo anche l’improprietà
consistente nel tradurre samâdhi con «estasi»; l’uso di questa parola è
tanto più inopportuno in quanto essa è normalmente impiegata, nel linguaggio
occidentale, con riferimento a stati mistici, ossia a cose che sono di ordine
del tutto diverso e con le quali è di importanza essenziale che si eviti ogni
confusione: del resto, essa significa etimologicamente «uscire da se stessi»
(il che è di fatto appropriato per gli stati mistici), mentre il termine samâdhi
indica, propriamente, al contrario, «un rientrare» dell’essere nel suo proprio
Sé.
2. Il termine indriya designa sia una facoltà, sia l’organismo che a
essa corrisponde, ma è preferibile tradurlo genericamente con «facoltà»,
innanzitutto perché ciò è conforme al suo senso primario, che è quello di
«potere», e poi anche perché la considerazione della facoltà è in questo caso
più essenziale di quella dell’organo corporeo, a motivo della preminenza della
manifestazione sottile rispetto alla manifestazione grossolana.
3. Non riusciamo a capire molto bene l’obiezione fatta dall’autore contro
l’uso, a indicare i bhûta, della parola «elementi», che è il termine
tradizionale dell’antica fisica; non è il caso di preoccuparsi del disuso in
cui tale accezione è caduta nei moderni, per i quali, d’altronde, è divenuta
analogamente estranea qualsiasi concezione propriamente «cosmologica».
29
Studi sull’Induismo
azione che da questo procedono,
viene riassorbito in quello che lo precede immediatamente secondo l’ordine di
produzione, in modo tale che l’ordine di riassorbimento è il seguente: 1. la
terra (prithvî), con la qualità olfattiva (gandha), il senso
dell’odorato (ghrâna) e la facoltà di locomozione (pâda); 2.
l’acqua (ap), con la qualità sapida (rasa), il senso del gusto (rasana)
e la facoltà di prensione (pâni); 3. il fuoco (tejas), con la
qualità visiva (rûpa), il senso della vista (chakshus) e la
facoltà di escrezione (pâyu); 4. l’aria (vâyu), con la qualità
tattile (sparsha), il senso del tatto (twach) e la facoltà di
generazione (upastha); 5. l’etere (âkasha), con la qualità sonora
(shabda), il senso dell’udito (shrotra) e la facoltà della parola
(vâch); e infine, nell’ultimo stadio, il tutto è riassorbito nel «senso
interno» (manas), e tutta la manifestazione individuale si trova così
ridotta al suo primo termine, e in qualche modo concentrata in un punto al di
là del quale l’essere passa in un’altra sfera. Saranno dunque questi i sei
gradi preparatori che dovrà attraversare successivamente colui che segue la via
di «dissoluzione», affrancandosi in tal modo gradualmente dalle diverse
condizioni limitative dell’individualità, prima di raggiungere lo stato
sovraindividuale nel quale potrà essere realizzata, nella Coscienza pura (Chit),
totale e informale, l’unione effettiva con il Sé supremo (Paramâtmâ),
unione il cui risultato immediato è la «Liberazione» (Moksha).
Per ben comprendere quel che
segue è importante non perdere mai di vista la nozione dell’analogia
costitutiva del «Macrocosmo» e del «Microcosmo», in virtù della quale tutto
quel che esiste nell’Universo si ritrova anche in un certo modo nell’uomo, cosa
che il Vishwasâra Tantra esprime in questi termini: «Ciò che è
qui è là, quel che non è qui non c’è da nessuna parte» (Yad ihâsti tad
anyatra, yan nêhâstri na tat kwachit). Bisogna aggiungere che, a motivo
della corrispondenza esistente fra tutti gli stati dell’esistenza, ciascuno di
essi contiene in sé, in un certo modo, quasi un riflesso di tutti gli altri,
ciò che permette di «situare», ad esempio, nel campo della manifestazione
grossolana, sia essa presa in considerazione nell’insieme cosmico o nel corpo
umano, «regioni» corrispondenti a modalità diverse della manifestazione
30
Kundalinî-Yoga
sottile, così come a tutta una
gerarchia di «mondi» che rappresentano altrettanti gradi differenti
nell’esistenza universale.
Ciò detto, è facile concepire
come ci siano nell’essere umano dei «centri» che corrispondono rispettivamente
a ciascuno dei gruppi di tattwa da noi enumerati, centri che, anche se
appartengono essenzialmente alla forma sottile (sûkshma-sharîra),
possono in un certo senso essere «localizzati» nella forma corporea o
grossolana (sthûla-skarîra) o, per dir meglio, essere messi in rapporto
con le diverse parti di quest’ultima; tali «localizzazioni» non sono in realtà
se non un modo per esprimere corrispondenze come quelle di cui abbiamo appena
parlato, le quali comportano invero, in modo molto reale, un legame particolare
tra un certo centro sottile e una determinata porzione dell’organismo corporeo.
È per tale motivo che i sei centri in questione sono riferiti alle divisioni
della colonna vertebrale, chiamata Mêru-danda in quanto costituente
l’asse del corpo umano, così come, dal punto di vista «macrocosmico», il Mêru
è l’«asse del mondo»1: i cinque primi, in senso ascendente,
corrispondono rispettivamente alle regioni coccigea, sacrale, lombare, dorsale
e cervicale, e il sesto alla parte encefalica del sistema nervoso centrale; ma
deve essere ben chiaro che questi «centri» non sono centri nervosi nel senso
fisiologico della parola e che non bisogna confonderli con i diversi plessi,
come qualcuno ha voluto fare (il che è del resto in formale contraddizione con
la loro «localizzazione» all’interno della colonna vertebrale), poiché non si
tratta di una identità, ma soltanto di una relazione fra due sfere distinte di manifestazione,
relazione che è d’altronde sufficientemente giustificata dal fatto che è
precisamente attraverso il sistema nervoso che si stabilisce uno dei legami più
diretti tra lo stato corporeo e lo stato sottile2.
1. Desta una certa sorpresa il fatto che l’autore non abbia segnalato il
rapporto esistente tra ciò e il simbolismo della canna brâhmanica (Brama-danda),
e questo ancor più in quanto egli fa a più riprese allusione all’equivalente
simbolismo del caduceo.
2. L’autore fa molto giustamente notare quanto siano sbagliate le
interpretazioni che gli Occidentali avanzano abitualmente, i quali confondono i
due ordini
31
Studi sull’Induismo
Alla stessa stregua, i «canali»
sottili (nâdî) non sono né nervi né vasi sanguigni; essi sono, si
potrebbe dire, le «linee direzionali seguite dalle forze vitali». Di questi
«canali» i tre principali sono sushumnâ, che occupa la posizione
centrale, idâ e pingalâ, le due nâdî di sinistra e di
destra, la prima femminile o negativa, la seconda maschile o positiva; le due
ultime corrispondono di conseguenza a una «polarizzazione» delle correnti
vitali. Sushumnâ è «situata» all’interno dell’asse cerebro-spinale, e si
prolunga fino all’orifizio corrispondente alla corona del capo (Brahma-randhra);
idâ e pingalâ si trovano all’esterno di questo asse, attorno al
quale si intersecano in una sorta di doppia rotazione elicoidale per
raggiungere rispettivamente le due narici di sinistra e di destra, e sono in
tal modo in rapporto con la respirazione alternata dall’una all’altra narice1.
I «centri» di cui abbiamo parlato sono situati lungo il percorso di sushumnâ,
e, più esattamente, al suo interno (in quanto essa è descritta come se
contenesse altri due «canali» concentrici e più tenui, che ricevono i nomi di vajrâ
e chitrâ)2; e poiché sushumnâ è «localizzata»
di manifestazione, e vogliono di conseguenza ricondurre tutte queste cose a
un punto di vista puramente anatomico e fisiologico: gli orientalisti, i quali
non conoscono nessuna scienza tradizionale, credono che si tratti solo di una
descrizione più o meno fantasiosa di determinati organi corporei; gli
occultisti, dal canto loro, per quanto ammettano l’esistenza distinta di un
organismo sottile, immaginano quest’ultimo come una sorta di «doppio» del
corpo, soggetto alle sue stesse condizioni, e ciò è quasi altrettanto inesatto
e non può che portare similmente a rappresentazioni grossolanamente
materializzate; a quest’ultimo proposito, l’autore fa vedere, arrivando ad
alcuni particolari, quanto le concezioni dei teosofisti, in special modo, siano
lontane dalla vera dottrina indù.
1. Nel simbolo del caduceo la bacchetta centrale corrisponde a sushumnâ
e i due serpenti a idâ e pingalâ; queste ultime due sono talvolta
anche rappresentate, sulla canna brâhmanica, dalla traccia di due linee
elicoidali che si arrotolano in senso inverso l’una dall’altra, in guisa tale
da intersecarsi all’altezza di ciascuno dei nodi che raffigurano i diversi
centri. Nelle corrispondenze cosmiche idâ è riferita alla Luna, pingalâ
al Sole, e sushumnâ al principio igneo; è interessante notare la
relazione che ciò presenta con le «Tre Grandi Luci» del simbolismo massonico.
2. Si dice anche che sushumnâ corrisponde per sua natura al fuoco, Vajrâ
al Sole e Chitrâ alla Luna; la parte interna di quest’ultima, che forma
il condotto più centrale, è chiamata Brahma-nâdî.
32
Kundalinî-Yoga
nel canale midollare, è
chiaramente evidente che non può trattarsi in alcun modo di organi corporei.
Tali centri sono chiamati «ruote»
(chakra), e vengono descritti come «loti» (padma), ognuno dei
quali ha un determinato numero di petali (che si irraggiano nell’intervallo
compreso tra vajrâ e chitrâ, ossia all’interno della prima ed
intorno alla seconda). I sei ckakra sono: mûlâdhâra, alla base
della colonna vertebrale; swadhisthâna, che corrisponde alla regione
addominale; manipûra, che corrisponde alla regione ombelicale; anâhata,
che corrisponde alla regione del cuore; vishuddha, che corrisponde alla
regione della gola; âjnâ, che corrisponde alla regione situata tra i due
occhi, vale a dire al «terzo occhio»; infine, alla sommità del capo, intorno al
Brahma-randhra, vi è un settimo «loto», sahasrâra o «loto dal
mille petali», il quale non viene compreso nel numero dei ckakra perché,
come si vedrà in seguito, si riferisce, in quanto «centro di coscienza», a uno
stato che è al di là dei limiti dell’individualità1. Seguendo le
descrizioni indicate per la meditazione (dhyâna), ogni «loto» porta nel
pericarpo lo yantra, o simbolo geometrico del bhûta
corrispondente, nel quale si trova il bîja-mantra di quest’ultimo,
sorretto dal suo «veicolo» simbolico (vâhana); costì risiede pure una
«deità» (dêvâta), accompagnata da una Shakti particolare. Le
«deità» che presiedono al sei chakra, e che altro non sono se non le
«forme di coscienza» attraverso le quali l’essere passa negli stati
corrispondenti, sono rispettivamente, in ordine ascendente, Brahmâ, Vishnu,
Rudra, Isha, Sadâshiva e Shambhu, i quali hanno
inoltre, secondo un punto di vista «macrocosmico», le loro «dimore» nei sei
«mondi» (loka) gerarchicamente sovrapposti: Bhûrloka, Bhuvaloka,
Swarloka, Janaloka, Tapoloka e Maharloka; a Sahasrâra
presiede Paramashiva, la cui dimora è il Satyaloka; sicché tutti
questi mondi hanno una loro corrispondenza nei «centri di coscienza»
dell’essere umano, secondo
1. I sette nodi della canna brâhmanica simboleggiano i sette «loti»; nel
caduceo, invece, sembra che la sfera terminale debba essere riferita solo ad âjnâ,
e le due ali che l’accompagnano sono allora identiche ai due petali di questo
«loto».
33
Studi sull’Induismo
il principio analogico da noi
precedentemente indicato. Infine, ognuno dei petali dei diversi «loti» porta
una lettera dell’alfabeto sanscrito, o forse sarebbe più esatto dire che i
petali sono costituiti dalle lettere stesse1; sarebbe però di poca
utilità scendere ora più nei particolari dell’argomento, e i complementi
necessari troveranno una più adatta collocazione nella seconda parte dello
studio, quando avremo detto cos’è Kundalinî, della quale non abbiamo
finora ancora parlato.
Kundalinî è un aspetto della Shakti
intesa come forza cosmica: si potrebbe dire che essa è questa forza stessa in
quanto risiede nell’essere umano, nel quale agisce come forza vitale; e il nome
Kundalinî significa che essa viene rappresentata arrotolata su se stessa
al modo di un serpente; le sue manifestazioni più generali si effettuano del
resto sotto la forma di un movimento a spirale che si sviluppa a partire da un
punto centrale che ne è il «polo»2. L’«arrotolamento» simboleggia
uno stato di riposo, quello di una energia «statica» dalla quale derivano tutte
le forme di attività manifestata; in altri termini, tutte le forze vitali più o
meno differenziate che sono in costante azione nell’individualità umana, nella
sua duplice modalità sottile e corporea, non sono che aspetti secondari di
questa Shakti, la quale in sé, come Kundalinî, permane immobile
nel «centro-radice» (mûlâdhâra), in quanto fondamento e sostegno di
tutta la manifestazione individuale. Quando essa è «risvegliata», si srotola e
si muove in direzione ascendente, riassorbendo in se stessa le differenti Shakti
secondarie a mano a mano che attraversa i diversi centri di cui abbiamo parlato
in precedenza, per unirsi infine a Paramashiva nel «loto dai mille
petali» (sahasrâra).
1. Il numero dei petali è: 4 per mûlâdhâra, 6 per swâdhistâna,
10 per manipûra, 12 per anâhata, 16 per vishuddha, 2 per âjnâ,
per un totale di 50, numero che è anche quello delle lettere dell’alfabeto
sanscrito; in sahasrâra si ritrovano tutte le lettere, e ognuna di esse
vi è ripetuta 20 volte (5020=1000).
2. Si veda quel che abbiamo detto riguardo alla spirale ne Il simbolismo
della Croce, Milano, Rusconi, 1973; ricordiamo anche la figura del serpente
arrotolato intorno all’«Uovo del mondo» (Brahmânda), e quella dell’omphalos,
del quale ritroveremo precisamente l’equivalente tra poco.
34
Kundalinî-Yoga
La natura di Kundalinî
viene descritta a un tempo come luminosa (jyotirmayî) e sonora (shabdamayî
o mantramayî); è noto che la «luminosità» è considerata caratteristica
propria dello stato sottile, ed è d’altra parte noto anche il ruolo primordiale
del suono nel processo cosmogonico; molto ci sarebbe da dire, inoltre, sulla
stretta relazione esistente tra suono e luce1. Non possiamo
dilungarci qui sulla teoria estremamente complessa del suono (shabda) e
delle sue diverse modalità (para o non manifestata, pashyanti e madhyamâ,
l’una e l’altra appartenenti all’ordine sottile, e infine vaikhari, che
è la parola articolata), teoria sulla quale si fonda tutta la scienza del mantra
(mantra-vidyâ); faremo tuttavia notare che è con essa che si spiega, non
solo la presenza dei bija-mantra degli elementi all’interno dei «loti»,
ma anche quella delle lettere sui loro petali. Dev’essere ben compreso, in
effetti, che qui non si tratta delle lettere in quanto caratteri scritti, né
dei suoni articolati che percepisce l’orecchio; queste lettere sono considerate
essere i bija-mantra, o «nomi naturali», di tutte le attività (kriya)
in connessione con il tattwa del centro corrispondente, o come le
espressioni, in suono grossolano (vaikharî-shabda), dei suoni sottili
prodotti dalle forze che costituiscono queste attività.
Finché Kundalinî permane
in stato di riposo, essa risiede nel mûlâdhâra-chakra, il quale è, come
abbiamo detto, il centro «localizzato» alla base della colonna vertebrale, ed è
la radice (mûla) di sushumnâ e di tutte le nâdî.Quivi è il
triangolo (trikona) chiamato Traipura2, il quale è la
sede della Shakti (shakti-pîtha); questa è arrotolata tre volte e
mezzo3 attorno al linga simbolico di
1. Su questo punto ricorderemo soltanto, a titolo di concordanza
particolarmente impressionante, l’accostamento che all’inizio del Vangelo di S.
Giovanni viene fatto tra i termini Verbum, Lux e Vita,
accostamento che, precisiamo, per essere pienamente compreso deve essere
riferito al mondo di Hiranyagarbha.
2. Il triangolo, in quanto yantra della Shakti, è sempre
tracciato con la base in alto e il vertice in basso; sarebbe facile farne
vedere la concordanza con molti altri simboli del principio femminile.
3. Indicheremo di sfuggita un’analogia tra questi tre giri e mezzo della
posizione arrotolata di Kundalinî e i tre giorni e mezzo durante i
quali, secondo diverse tradizioni, lo spirito permane legato al corpo dopo la
morte, periodo
35
Studi sull’Induismo
Shiva, denominato Swayambhu e
la sua testa ricopre il Brahma-dwâra, ossia l’entrata di sushumnâ1.
Ci sono altri due linga, il primo (Bâna) nell’anâhata ckakra,
il secondo (Itara) nell’âjnâ chakra; essi corrispondono ai
principali «nodi vitali» (granthi), il cui attraversamento costituisce
quelli che potrebbero dirsi i «punti critici» nel processo di Kundalinî-Yoga2;
infine, c’è un quarto linga (Para) in sahasrâra, «dimora»
di Paramashiva.
Quando Kundalinî viene
«risvegliata» per mezzo di pratiche appropriate, pratiche nella cui descrizione
non ci addentreremo, essa penetra all’interno di sushumnâ, e nel corso
della sua ascensione «fora», attraversandoli successivamente, i diversi «loti»,
i quali si schiudono sbocciando al suo passaggio; e, a mano a mano che tocca in
questo modo ciascun centro, essa riassorbe in se stessa, come già abbiamo
detto, i diversi principi della manifestazione individuale che sono collegati
in particolare con tale centro, i quali, riportati così allo stato potenziale,
sono con essa trascinati nel suo movimento verso il centro superiore. Sono,
questi, altrettanti stadi del Laya-Yoga: a ognuno di questi stadi è
fatto corrispondere anche l’ottenimento di determinati «poteri» (siddhi)
speciali, sennonché è opportuno notare che la cosa essenziale non è
assolutamente l’ottenimento di tali
che significa il tempo necessario per lo «snodarsi» della forza vitale,
rimasta in stato «non-risvegliato» nel caso dell’uomo comune. Un giorno
rappresenta una rivoluzione ciclica, corrispondente a un giro della spirale; e
poiché il processo di riassorbimento è sempre l’inverso di quello della
manifestazione, tale «svolgersi» è considerato riassumere in certo qual senso
l’intera vita dell’individuo, ma riepilogata risalendo il corso degli
avvenimenti che l’hanno costituita; non è quasi il caso di ricordare che questi
dati, mal capiti, troppo spesso hanno dato luogo a ogni sorta di
interpretazioni fantasiose.
1. Il mandala, o yantra, dell’elemento Prithvî è un
quadrato, il quale corrisponde in quanto figura piana al cubo, la cui forma
simboleggia le idee di «fondamento» e di «stabilità»; si potrebbe dire, per
adottare il linguaggio della tradizione islamica, che si è qui di fronte a una
corrispondenza con la «pietra nera», equivalente del linga indù, come
pure dell’omphalos, il quale è, come abbiamo esposto in altra sede, uno
dei simboli del «centro del Mondo».
2. Questi tre linga si riferiscono anche alle diverse dislocazioni,
a seconda dello stato di sviluppo dell’essere, del Luz o «nocciolo
d’immortalità», del quale abbiamo parlato ne Le Roi du Monde (trad.
cit.).
36
Kundalinî-Yoga
poteri, anzi, su questo fatto non
si attirerà mai troppo l’attenzione degli Occidentali, giacché la loro tendenza
generale è di attribuire a questo genere di cose, come del resto a tutto ciò
che è «fenomeno», un’importanza che esse non hanno, né possono in realtà avere.
Come l’autore fa osservare con assoluta ragione, lo yogî (o, per parlare
in modo più esatto, quegli che è sulla strada per diventarlo) non aspira al
possesso di nessuno stato condizionato, quand’anche fosse uno stato superiore o
«celeste», per elevato che esso possa essere, ma unicamente alla «Liberazione»;
a maggior ragione egli non può essere attirato da «poteri» la cui fruizione si
situa totalmente nella sfera della manifestazione più esteriore. Colui che
ricerca tali «poteri» per se stessi e di essi fa lo scopo del suo sviluppo,
invece di vedere in essi non altro che semplici risultati accidentali, non sarà
mai un vero yogî, giacché essi costituiranno per lui degli ostacoli
insuperabili, i quali gli impediranno di continuare a seguire la via ascendente
fino al suo termine finale; tutta la sua «realizzazione» non consisterà perciò
mai se non in talune estensioni dell’individualità umana, risultato il cui
valore è rigorosamente nullo nei confronti della meta suprema. Normalmente, i
«poteri» di cui si tratta devono essere considerati soltanto come segni
indicanti che l’essere ha effettivamente raggiunto questo o quello stadio; si
tratta, se si vuole, di un mezzo esteriore di controllo; ma ciò che realmente
importa, in qualunque stadio, è un determinato stato di «coscienza»,
rappresentato, come abbiamo detto, da una «deità» (dêvâta) alla quale
l’essere si identifica in tale grado di «realizzazione»; e questi stessi stati
hanno soltanto il valore di una preparazione graduale all’«unione» suprema, la
quale non ha in rapporto a essi nessuna misura comune, giacché comune misura
non può esserci tra ciò che è condizionato e ciò che condizionato non è.
Non ripeteremo l’enumerazione,
già da noi data nella prima parte del nostro studio, dei centri che
corrispondono ai cinque bhûta e delle loro rispettive «localizzazioni»1;
essi si riferiscono
1. È opportuno osservare che anâhata, riferito alla regione del
cuore, deve essere distinto dal «loto del cuore», di otto petali, dimora di Purusha;
quest’ultimo è «situato» dentro il cuore stesso, inteso come «centro vitale»
dell’individualità.
37
Studi sull’Induismo
ai differenti gradi della
manifestazione corporea, e nel passaggio dall’uno all’altro ciascun gruppo di tattwa
è «dissolto» nel gruppo immediatamente superiore, il più grossolano
riassorbendosi sempre nel più sottile (sthulânâm sûkshme layah). Per
ultimo viene l’âjnâ chakra, nel quale sono i tattwa sottili di
ordine «mentale», e nel cui pericarpo è il monosillabo sacro Om; questo
centro riceve tale denominazione perché è quivi che è ricevuto dall’alto (vale
a dire dalla sfera sovraindividuale) il comando (âjnâ) del Guru
interiore, il quale è Paramashiva, che è in realtà identico al «Sé»1.
La «localizzazione» di questo chakra è in relazione diretta con il
«terzo occhio», il quale è l’«occhio della Conoscenza» (Jnâna chakshus);
il centro cerebrale che vi corrisponde è la ghiandola pineale, la quale certo
non è la «sede dell’anima», secondo la concezione veramente assurda di
Cartesio, ma ha nondimeno un ruolo particolarmente importante in quanto organo
di connessione con le modalità extracorporee dell’essere umano. Come abbiamo
spiegato in altra sede, la funzione del «terzo occhio» si riferisce
essenzialmente al «senso dell’eternità» e alla restaurazione dello «stato
primordiale» (del quale abbiamo anche segnalato in diverse occasioni il
rapporto con Hamsa, sotto la cui forma si afferma che Paramashiva
si manifesti in questo centro); lo stadio di «realizzazione» corrispondente
all’âjnâ chakra comporta perciò la perfezione dello stato umano, e in
esso è il punto di contatto con gli stati superiori, ai quali si riferisce
tutto quel che si trova di là da tale stadio2.
1. Tale comando corrisponde al «mandato del Cielo» della tradizione
estremo-orientale; sotto un altro profilo, la denominazione âjnâ chakra
potrebbe in arabo essere esattamente resa con maqâm el-amr, e ciò
indicherebbe che si tratta del riflesso diretto, nell’essere umano, del «mondo»
chiamato âlam el-amr, così come, dal punto di vista «macrocosmico»,
questo riflesso si situa, nel nostro stato di esistenza, nel luogo centrale del
«Paradiso terrestre»; si potrebbero inoltre dedurre da qui precise considerazioni
sulla modalità delle manifestazioni «angeliche» nei confronti dell’uomo, ma
questo esorbiterebbe completamente dall’argomento che stiamo trattando.
1 La visione del «terzo occhio», grazie alla quale l’essere si affranca
dalla condizione temporale (e che non ha nulla in comune con la
«chiaroveggenza» degli occultisti e dei teosofisti), è legata intimamente alla
funzione «profetica»;
38
Kundalinî-Yoga
Al di sopra di âjnâ vi
sono due chakra secondari chiamati mana e soma1;
e nel pericarpo di sahasrâra vi è un altro «loto» con dodici petali, il
quale contiene il triangolo supremo Kâmakalâ, «dimora» della Shakti2.
Shabdabrahma, ossia lo stato «causale» e non manifesto del suono (shabda),
è rappresentato da Kâmakalâ, che è la «radice» (mûla) di tutti i mantra,
e ha la sua corrispondenza inferiore (che può considerarsi come il suo riflesso
in rapporto con la manifestazione grossolana) nel triangolo Traipura di mûlâdhâra.
Non possiamo pensare di entrare nel dettaglio delle descrizioni estremamente
complesse che vengono date di questi diversi centri per la meditazione, le
quali si riferiscono per la loro maggior parte alla mantra-vidyâ, né
all’enumerazione delle differenti Shakti specifiche che hanno le loro
«sedi» tra âjnâ e sahasrâra. Infine, sahasrâra è chiamato Shivasthâna,
in quanto è la residenza di Paramashiva, in unione con la suprema Nirvâna
Shakti, o «madre dei tre mondi»; essa è la «dimora della beatitudine», in
cui il «Sé» (Âtmâ) è realizzato. Quegli che conosce veramente e
pienamente sahasrâra è affrancato dalla «trasmigrazione» (samsâra)
poiché ha infranto, a motivo di questa conoscenza stessa, tutti i vincoli che
lo mantenevano legato a essa, e ha raggiunto di conseguenza lo stato di jîvan-mukta.
***
Termineremo questo studio con
un’osservazione, che crediamo non sia ancora mai stata fatta da nessun’altra
parte, sulla
a ciò fa allusione la parola sanscrita rishi, che significa
propriamente «veggente» e ha l’esatto equivalente nell’ebraico roèh,
antica denominazione dei profeti, sostituita più tardi dalla parola nâbi
(ossia «quegli che parla per ispirazione»). Segnaliamo inoltre, senza
insistervi particolarmente, che ciò che esponiamo in questa nota e nella
precedente è in rapporto con l’interpretazione esoterica della Sûrat El-Qadr,
la quale tratta della «discesa» del Qorân.
1. Questi due chakra vengono rappresentati come «loti» di 6 e di 16
petali rispettivamente.
2. Una delle ragioni per le quali la Shakti è simboleggiata dal
triangolo è la triplicità della sua manifestazione in quanto Volontà (Ichchhâ),
Azione (Kriyâ) e Conoscenza (Jnâna).
39
Studi sull’Induismo
concordanza dei centri di cui si
è qui parlato, con le Sephiroth della Kabbala, le quali, di fatto,
devono necessariamente avere, come tutte le cose, la loro corrispondenza
nell’essere umano. Un’obiezione potrebbe essere che le Sephiroth sono
dieci, mentre i sei chakra più sahasrâra fanno soltanto sette;
sennonché questa obiezione cade se si osserva che, nella disposizione
dell’«albero sephirotico», vi sono tre coppie poste simmetricamente sulle
«colonne» di destra e di sinistra, per modo che l’insieme delle Sephiroth
si suddivide soltanto su sette livelli diversi; tenendo conto delle loro
proiezioni sull’asse centrale, o «colonna di mezzo», la quale corrisponde a sushumnâ
(le due colonne laterali sono in rapporto con idâ e pingalâ), ci
si trova perciò ricondotti al settenario1.
Partendo dall’alto, non si
incontra inizialmente nessuna difficoltà per quel che riguarda l’accostamento
di sahasrâra, «localizzato» al livello della corona del capo, con la Sephirah
suprema, Kether, il cui nome significa precisamente «corona». Viene poi
l’insieme di Hokmah e Binah, che deve corrispondere ad âjnâ,
la cui dualità potrebbe addirittura essere rappresentata dai due petali di
questo «loto»; del resto, essi danno come «risultante» Daath, ossia la
«Conoscenza», e abbiamo visto che la «localizzazione» di âjnâ si
riferisce anche all’«occhio della Conoscenza»2. La coppia seguente,
vale a dire Hesed e Geburah, può, seguendo un simbolismo assai
generale riguardante gli attributi di «Misericordia» e di «Giustizia», esser
posta, nell’uomo, in relazione con le due braccia3; queste due Sephiroth
si
1. Si noterà la similitudine del simbolismo dell’«albero sephirotico» con
quello del caduceo, secondo quel che abbiamo indicato in precedenza; secondo
un’altra prospettiva, i diversi «canali» che ricollegano le Sephiroth
fra loro non mancano di presentare analogie con le nâdî (ciò,
ovviamente, per quel che riguarda l’applicazione particolare che ne può esser
fatta all’essere umano).
2. La dualità di Hokmah e Binah può d’altronde essere posta
in relazione simbolica con i due occhi destro e sinistro, corrispondenze
«microcosmiche» del Sole e della Luna.
3. Si veda ciò che abbiamo detto, ne Le Roi du Monde, sul simbolismo
delle due mani, precisamente in relazione con la Shekinah (della quale
ricorderemo di sfuggita il rapporto con la Shakti indù) e con l’«albero
sephirotico».
40
Kundalinî-Yoga
localizzeranno perciò al livello
delle due spalle, e di conseguenza a quello della regione gutturale, venendo
così a corrispondere a Vishuddha1. Quanto a Thiphereth,
la sua posizione centrale si riferisce chiaramente al cuore, e ciò comporta
immediatamente una sua corrispondenza con anâhata. La coppia Netsah
e Hod si posizionerà alle anche, punto d’attacco delle membra inferiori,
così come quello di Hesed e Geburah è posizionato alle spalle,
punto d’attacco delle membra superiori; ora, le anche sono situate al livello
della regione ombelicale, perciò di manipûra. E infine, per quanto
riguarda le due ultime Sephiroth, sembra che si debba tener conto di una
inversione, poiché Iesod, secondo il significato stesso del suo nome, è
il «fondamento», il che corrisponde esattamente a mûlâdhâra.
Occorrerebbe perciò accostare Malkuth a swâdhisthâna, cosa che
sembra del resto essere giustificata dal significato dei nomi rispettivi,
giacché Malkuth è il «Regno» e swâdhisthâna significa
letteralmente la «dimora propria» della Shakti.
Nonostante la lunghezza della
nostra esposizione, con essa abbiamo soltanto tracciato un abbozzo di alcuni
aspetti di un argomento che è veramente inesauribile, sperando solo con ciò di
aver potuto fornire qualche delucidazione utile per coloro che vorranno
spingerne lo studio più lontano.
1. È pure all’altezza delle due spalle che si tengono, secondo la
tradizione islamica, i due angeli incaricati di registrare rispettivamente le
azioni buone e quelle cattive dell’uomo, rappresentando inoltre gli attributi
divini della «Misericordia» e della «Giustizia». Faremo ancora notare, a tal
proposito, che si potrebbe anche «situare», in modo analogo, nell’essere umano,
la figura simbolica della «bilancia», di cui si parla nella Siphra
de-Tseniutha.
41
IV
La teoria indù dei cinque
elementi 1
È noto che nella dottrina indù il
punto di vista «cosmologico» è rappresentato principalmente dal Vaishêshika
e, sotto un altro aspetto, dal Sânkhya, quest’ultimo caratterizzabile
come «sintetico», mentre il primo può esser detto «analitico». Il nome del Vaishêshika
è derivato da vishêsha, che significa «carattere distintivo» e, di
conseguenza, «cosa individuale»; esso indica perciò specificamente il ramo
della dottrina che si applica alla conoscenza delle cose in modo distintivo e
individuale. Tale punto di vista è quello che più esattamente corrisponde, con
la riserva delle differenze necessariamente implicite nel modi di pensare
rispettivi dei due popoli, a quella che i Greci, soprattutto nel periodo
«presocratico», chiamavano «filosofia fisica». Noi preferiamo però servirci del
termine «cosmologia», a evitare ogni equivoco e per mettere meglio in rilievo
la profonda differenza che esiste tra ciò di cui è questione e la fisica dei
moderni; del resto, proprio questo si intendeva per «cosmologia» nel Medioevo
occidentale.
Inglobando nel suo oggetto ciò
che si riferisce alle cose sensibili e corporee, le quali sono d’ordine
eminentemente individuale, il Vaishêshika si è occupato della teoria
degli elementi, – i quali sono i principi costitutivi dei corpi –, con maggior
dettaglio di quanto non potessero fare gli altri rami della dottrina; tuttavia
c’è da notare che si è obbligati a far ricorso a questi ultimi,
1. Pubblicato in «Le Voile d’Isis», agosto-settembre 1935. [N.d.T.]
43
Studi sull’Induismo
e soprattutto al Sânkhya,
quando si tratta di ricercare quali siano i principi più universali dai quali
tali elementi procedono. Secondo la dottrina indù gli elementi sono cinque; in
sanscrito essi sono chiamati bhûta, parola derivata dalla radice verbale
bhû, che significa «essere», ma più particolarmente nel senso di
«sussistere», il che vuol dire che designa l’essere umano preso in
considerazione nel suo aspetto «sostanziale» (l’aspetto «essenziale» è espresso
dalla radice as); di conseguenza, su tale parola riverbera anche una
certa idea di «divenire», perché è dalla parte della «sostanza» che si situa la
radice di ogni «divenire», in opposizione all’immutabilità dell’«essenza»; ed è
in questo senso che Prakriti, o la «Sostanza universale», può essere
indicata in modo proprio come la «Natura», termine che, così come il suo
equivalente greco physis, implica precisamente e anzitutto, a motivo
della sua derivazione etimologica, l’idea di «divenire». Gli elementi sono
perciò considerati come determinazioni sostanziali o, in altri termini,
modificazioni di Prakriti, modificazioni che non hanno però se non un
carattere puramente accidentale nei confronti di quest’ultima, così come
l’esistenza corporea stessa, in quanto modalità definita da un certo insieme di
condizioni determinate, non è nulla più di un semplice accidente se messa in
rapporto con l’Esistenza universale intesa nella sua integralità.
Se si considerano ora,
nell’essere, l’«essenza» correlativamente alla «sostanza», essendo questi due
aspetti l’uno complementare dell’altro e corrispondendo essi a quelli che
possiamo chiamare i due poli della manifestazione universale, ciò che equivale a
dire che essi sono le espressioni rispettive di Purusha e Prakriti
in tale manifestazione, occorrerà che alle determinazioni sostanziali
costituite dai cinque elementi corrisponda un ugual numero di determinazioni
essenziali, o «essenze elementari», le quali ne siano, si potrebbe dire, gli
«archetipi», i principi ideali o «formali» nel senso aristotelico dell’ultimo
termine, e appartengano, non più alla sfera corporea, ma a quella della
manifestazione sottile. Il Sânkhya prende in effetti in considerazione,
secondo questa prospettiva, cinque essenze elementari,
44
La teoria indù dei cinque elementi
le quali ricevono il nome di tanmâtra:
questo termine significa letteralmente una «misura», o un’«assegnazione», che
delimita il campo proprio di una determinata qualità o «quiddità»
nell’Esistenza universale. È assiomatico che tali tanmâtra, per il fatto
stesso che si situano nella sfera sottile, non sono assolutamente percepibili
dai sensi al modo degli elementi corporei e delle loro combinazioni; essi sono
unicamente «concepibili» idealmente, e possono ricevere denominazioni
particolari soltanto per analogia con i differenti ordini di qualità sensibili
che gli corrispondono, giacché è la qualità a essere in questo caso
l’espressione contingente dell’essenza. Di fatto, essi sono generalmente
indicati con i nomi stessi di tali qualità: auditiva o sonora (shabda),
tangibile (sparsha), visibile (rûpa, nel duplice senso di forma e
colore), sapida (rasa), olfattiva (gandha); ma, ripetiamo, tali
denominazioni devono essere intese soltanto in quanto analogiche, perché simili
qualità non possono essere considerate se non nello stato principiale, in certo
qual modo, e «non-sviluppato», giacché solo dai bhûta esse saranno, come
vedremo, manifestate effettivamente nella sfera sensibile. La concezione dei tanmâtra
è necessaria quando si voglia riferire la nozione degli elementi ai principi
dell’Esistenza universale, ai quali del resto essa si ricollega inoltre, ma
questa volta dalla parte «sostanziale», per un altro ordine di considerazioni
di cui ci toccherà parlare in seguito; la concezione dei tanmâtra,
invece, non ha evidentemente da intervenire quando ci si limiti allo studio
delle esistenze individuali e delle qualità sensibili in quanto tali, ed è
questa la ragione per cui di essa non si parla nel Vaishêshika, il
quale, per definizione stessa, si situa precisamente da quest’ultimo punto di
vista.
Ricorderemo che i cinque elementi
riconosciuti dalla dottrina indù sono i seguenti: âkâsha, l’etere; vâyu,
l’aria; têjas, il fuoco; ap, l’acqua; prithvî, la terra.
L’ordine seguito è quello del loro sviluppo o della loro differenziazione, a
partire dall’etere, che è l’elemento primordiale; è sempre in quest’ordine che
essi sono enumerati in tutti i testi del Vêda in cui se ne parla, in
particolare nei passi della Chândogya-Upanishad e della Taittirîyaka-Upanishad
45
Studi sull’Induismo
dove è descritta la loro genesi;
e il loro ordine di riassorbimento, o di ritorno allo stato indifferenziato, è
naturalmente l’inverso del loro ordine di sviluppo. Inoltre, a ciascun elemento
corrisponde una qualità sensibile, la quale è considerata la sua qualità
propria, quella che ne manifesta la natura in modo essenziale e attraverso la
quale tale natura ci è conosciuta; la corrispondenza che è in tal modo
stabilita tra i cinque elementi e i cinque sensi è la seguente: all’etere
corrisponde l’udito (shrotra), all’aria il tatto (twach); al
fuoco la vista (chaksus), all’acqua il gusto (rasana); alla terra
l’odorato (ghrâna), e l’ordine di sviluppo dei sensi è anche quello
degli elementi ai quali essi sono legati e dai quali dipendono in modo diretto;
quest’ordine è ovviamente conforme a quello secondo il quale abbiamo enumerato
in precedenza le qualità sensibili riferendole in modo principiale ai tanmâtra.
Per di più, ognuna delle qualità che si manifesta in un elemento si manifesta
anche negli elementi seguenti, e non più in quanto appartiene loro in proprio,
ma in quanto tali elementi procedono dagli elementi precedenti; in effetti
sarebbe contraddittorio supporre che il processo di sviluppo della
manifestazione, che si effettua, come visto, gradualmente, possa provocare, in
uno stadio più avanzato, il ritorno allo stato non manifesto di quel che già si
è sviluppato in stadi di minor differenziazione.
Prima di procedere oltre,
possiamo, per quel che riguarda il numero degli elementi e il loro ordine di
derivazione, così come per la loro corrispondenza con le qualità sensibili, far
notare alcune differenze importanti che esistono fra tutto ciò e le teorie di
quel «filosofi fisici» greci ai quali accennavamo all’inizio. Prima di tutto,
la maggior parte di essi ammettevano solo quattro elementi, perché non
riconoscevano l’etere quale elemento distinto; sotto tale profilo, e fatto
piuttosto curioso da notare, essi sono in accordo con i Giaina e con i
Buddhisti, i quali si oppongono su questo, così come su molti altri punti, alla
dottrina indù ortodossa. Qualche eccezione però esiste, in particolare nel caso
di Empedocle, il quale ammetteva i cinque elementi, ma sviluppantisi nel
seguente ordine: etere, fuoco, terra, acqua e aria, ordine che presenta un
aspetto difficilmente
46
La teoria indù dei cinque elementi
giustificabile; per di più,
secondo qualcuno1, questo filosofo avrebbe anch’egli accettato
quattro elementi soltanto, che sarebbero allora indicati in ordine diverso:
terra, acqua, aria e fuoco. Quest’ordine è esattamente l’inverso di quello che
si trova in Platone; ragione per cui si può forse pensare che esso sia, non già
l’ordine di produzione degli elementi, bensì il loro ordine di riassorbimento
gli uni negli altri. Secondo diverse testimonianze, gli Orfici e i Pitagorici
riconoscevano i cinque elementi, cosa perfettamente normale dato il carattere
propriamente tradizionale delle loro dottrine; del resto, più tardi anche
Aristotele li riconobbe; in tutti i casi, però, l’importanza e la funzione
dell’etere non sono mai state fra i Greci né così accettate né tanto
chiaramente definite quanto fra gli Indù, A onta di certi brani del Fedone
e del Timeo, senza dubbio di ispirazione pitagorica, Platone tiene
generalmente conto solo di quattro elementi: secondo lui il fuoco e la terra
sono gli elementi estremi, e l’aria e l’acqua gli elementi intermedi, e tale
ordine differisce da quello tradizionale degli Indù per l’inversione dell’aria
con il fuoco; ci sarebbe da chiedersi se non si tratti piuttosto di una
confusione tra l’ordine di produzione e una ripartizione secondo quelli che
possiamo definire i «gradi di sottigliezza» degli elementi (gradi che del resto
ritroveremo fra poco), anche se in questo caso ci sarebbe ancora da appurare se
l’enumerazione seguita da Platone corrisponda effettivamente, nell’intenzione
del suo autore, a un ordine di produzione. Platone concorda con la dottrina
indù quando attribuisce al fuoco la visibilità come qualità propria, ma se ne
allontana quando attribuisce la tangibilità alla terra invece di attribuirla
all’aria; inoltre, sembra ben difficile trovare nei Greci una corrispondenza
rigorosamente definita tra gli elementi e le qualità sensibili; ed è facile
capire il perché, giacché, accettando soltanto quattro elementi, si dovrebbe
avvertire immediatamente in tale corrispondenza una lacuna, dal momento che,
per altri versi, il numero cinque è sempre uniformemente ammesso per quel che
riguarda i sensi.
1. Struve, De elementis Empedoclis.
47
Studi sull’Induismo
fuoco
secco caldo
terra
-------------------------------- aria
freddo umido
acqua
In Aristotele si trovano
considerazioni di tipo del tutto diverso, le quali concernono anch’esse le
qualità, ma non nel senso delle qualità sensibili vere e proprie; tali
considerazioni si fondano in effetti sulle combinazioni del caldo e del freddo,
– che sono rispettivamente principi di espansione e di condensazione –, con il
secco e con l’umido; il fuoco è caldo e secco, l’aria calda e umida, l’acqua
fredda e umida, la terra fredda e secca. I raggruppamenti di queste quattro
qualità, le quali si oppongono a due a due, non tengono perciò conto se non dei
quattro elementi ordinari, a esclusione dell’etere, cosa che si giustifica del
resto se si osserva che quest’ultimo, in quanto elemento primordiale, deve
contenere in se stesso gli insiemi delle qualità opposte o complementari, che
in tal modo coesistono allo stato neutro in quanto equilibrantisi perfettamente
l’una con l’altra, e precedentemente alla loro differenziazione, la quale può
essere considerata precisamente come il risultato della rottura di tale
equilibrio originario. L’etere deve perciò essere rappresentato in modo da
situarsi nel punto in cui le opposizioni non esistono ancora, ma a partire dal
quale si producono, vale a dire al centro della figura cruciale i cui rami
corrispondono agli altri quattro elementi; questa rappresentazione è di fatto
quella adottata dagli ermetisti medioevali, i quali riconoscevano espressamente
l’etere con il nome di «quintessenza» (quinta essentia), il che
presuppone però un’enumerazione degli elementi effettuata in ordine ascendente
o «regressivo», ossia inversa di
48
La teoria indù dei cinque elementi
quello di produzione, giacché in
questo caso l’etere sarebbe il primo elemento e non il quinto; da notare anche
che si tratta in realtà di una «sostanza» e non di una «essenza», e a tal
proposito l’espressione usata rivela una confusione frequente nella terminologia
latina medioevale, in cui la distinzione tra «essenza» e «sostanza», nel senso
da noi indicato, non sembra essere mai stata fatta in modo preciso, come
traspare con evidenza nei testi della filosofia scolastica1.
E già che siamo in argomento di
confronti dobbiamo ancora mettere in guardia, sotto un altro profilo, contro un
falso accostamento a cui può dar luogo la dottrina cinese, nella quale pure si
ritrova qualcosa che riceve generalmente la denominazione di «cinque elementi»;
questi ultimi sono enumerati nell’ordine seguente: acqua, legno, fuoco, terra,
metallo, ordine che è considerato, anche in questo caso, come quello della loro
produzione. Può confondere qui il fatto che il numero è lo stesso sia dall’una
che dall’altra parte, e che, su cinque termini. tre hanno denominazioni
equivalenti; sennonché, la domanda da porsi è: a cosa corrispondono gli altri
due, e come si può far coincidere l’ordine qui indicato con quello della
dottrina indù2? La verità è che, nonostante le apparenti
similitudini, si tratta di un punto di vista totalmente diverso, il cui esame
sarebbe però fuori luogo in questa sede, e che per evitare qualsiasi confusione
sarebbe anzi assai meglio tradurre il termine cinese hing con una parola
che
1. Nella figura posta sul frontespizio del Trattato De Arte Combinatoria
di Leibniz, il quale è influenzato dalle concezioni ermetiche, la
«quintessenza» è rappresentata, al centro della croce degli elementi (o, se si
vuole, della croce doppia degli elementi e delle qualità), da una rosa con
cinque petali, e forma quindi il simbolo rosacrociano. L’espressione quinta
essentia può essere altresì riferita alla «quintupla natura dell’etere», la
quale non deve essere intesa come riguardante cinque diversi «eteri», come è
stato immaginato da alcuni moderni (il che è in contraddizione con
l’indifferenziazione dell’elemento primordiale), ma l’etere concepito in sé e
quale principio degli altri quattro elementi; è questa, d’altronde,
l’interpretazione alchemica della rosa a cinque petali alla quale abbiamo fatto
riferimento.
2. Questi «cinque elementi» si dispongono altresì secondo una figura
cruciale formata dalla duplice opposizione dell’acqua e del fuoco, del legno e
del metallo, ma il cui centro è occupato dalla terra.
49
Studi sull’Induismo
non fosse «elementi», ad esempio,
com’è stato proposto1, con il termine «agenti», che è inoltre più
vicino al suo reale significato.
Fatte queste osservazioni
preliminari, volendo ora precisare la nozione degli elementi dobbiamo però
ancora dissipare, ma senza dilungarci eccessivamente, alcuni errori che sono
comunemente diffusi a tal proposito all’epoca nostra. In primo luogo, non c’è
quasi bisogno di dire che se gli elementi sono i principi costitutivi dei
corpi, ciò e da intendere in modo del tutto diverso da quello in cui i chimici
pensano che i corpi siano costituiti quando li considerano come la risultante
della combinazione di determinati «corpi semplici» o pretesi tali: innanzi
tutto la numerosità dei corpi cosiddetti semplici già si oppone a
un’assimilazione di tal genere, e poi non è affatto provato che ci siano corpi
veramente semplici, giacché tale nome è di fatto attribuito ai corpi che i
chimici non sono capaci di scomporre. A ogni buon conto gli elementi non sono
corpi, quand’anche semplici, bensì i principi sostanziali a partire dai quali i
corpi sono formati; non ci si deve lasciare indurre in errore dal fatto che
essi sono indicati analogicamente con nomi che possono essere anche quelli di
certi corpi, ai quali essi non sono, a motivo di ciò, assolutamente identici;
qualsiasi corpo deriva in realtà dall’insieme dei cinque elementi, anche se può
esserci nella sua natura una certa predominanza dell’uno o dell’altro di questi
elementi.
In epoca più recente si sono
voluti identificare gli elementi nei diversi stati fisici della materia
com’essa è intesa dal fisici moderni, cioè, tutto sommato, nei differenti gradi
di condensazione che essa presenta a partire dall’etere primordiale omogeneo
che riempie l’intero spazio, unendo in tal modo fra di loro tutte le parti del
mondo corporeo. Secondo questo modo di vedere, si fa corrispondere, procedendo
da ciò che è più denso verso ciò che è più sottile, ossia secondo un ordine che
è l’inverso di quello che si accetta per la loro differenziazione, la terra
allo
1. Marcel Granet: La Pensée chinoise, p. 313; p. 233 dell’edizione
italiana (Il Pensiero cinese, Milano, Adelphi).
50
La teoria indù dei cinque elementi
stato solido, l’acqua allo stato
liquido, l’aria allo stato gassoso, e il fuoco a uno stato ulteriormente
rarefatto, relativamente simile a quello che taluni fisici hanno chiamato lo
«stato radiante», il quale dovrebbe di conseguenza esser distinto dallo stato
eterico. Siamo qui di fronte a quella inutile preoccupazione, tanto comune ai
giorni nostri, di fare andar d’accordo le idee tradizionali con le concezioni
scientifiche profane; con ciò non vogliamo asserire, però, che anche un simile
punto di vista non possa contenere una certa parte di verità, nel senso che è
ammissibile che ciascuno degli stati fisici abbia determinati rapporti più
particolari con un certo elemento; sennonché si tratta al massimo di una
corrispondenza, e non già di una identificazione, la quale sarebbe del resto
incompatibile con la coesistenza costante di tutti gli elementi in qualsiasi
corpo, in qualunque stato esso si presenti; e ancor meno legittimo sarebbe
procedere su questa linea che non avere la pretesa di assimilare gli elementi
alle qualità sensibili, le quali, sotto un altro punto di vista, per lo meno si
collegano a essi in modo molto più diretto. Secondo un altro aspetto, l’ordine
di condensazione crescente che viene in tal modo a stabilirsi tra gli elementi
è identico a quello che abbiamo trovato in Platone: questi colloca il fuoco
prima dell’aria e subito dopo l’etere, come se il fuoco fosse il primo elemento
che si differenzia all’interno di tale ambiente cosmico originario; non è
perciò in questa maniera che si può trovare la giustificazione dell’ordine
tradizionale affermato dalla dottrina indù. Occorre però fare molta attenzione
a evitare di costringersi esclusivamente in un modo di vedere troppo
sistematico, ossia troppo ristrettamente limitato e particolareggiato; e certo
mal si capirebbe la teoria di Aristotele e degli ermetisti da noi indicata se
si cercasse, con la scusa che essa fa intervenire principi di espansione e di
condensazione, di interpretarla a favore di una assimilazione degli elementi
con i differenti stati fisici di cui si è parlato.
Se proprio preme trovare un punto
di contatto con le teorie fisiche nell’accezione attuale della parola, sarebbe
senza dubbio più giusto prendere in esame gli elementi, con riferimento alla
loro corrispondenza con le qualità sensibili, in quanto rappresentanti
51
Studi sull’Induismo
differenti modalità vibratorie
della materia, modalità attraverso le quali questa si rende successivamente
percepibile a ciascuno dei nostri sensi; e quando diciamo successivamente si
deve però capir bene che si tratta solo di una successione logica1.
Soltanto che, quando si parla in tal modo delle modalità vibratorie della
materia, così come quando si tratta dei suoi stati fisici, occorre por mente a
un particolare punto: fra gli Indù, per lo meno (e in una certa misura anche
fra i Greci), non si trova la nozione di materia com’essa è intesa dai fisici
moderni; la prova di ciò è data dal fatto che, come già ci è occorso di far
notare in altra sede, non esiste in sanscrito nessun termine che si possa,
neppure approssimativamente, tradurre con «materia». Perciò, se è talvolta
permesso servirsi di tale nozione per interpretare le concezioni degli antichi,
allo scopo di farsi capire più facilmente, tuttavia non si deve mai farlo senza
usare di talune precauzioni; a ogni buon conto è possibile, ad esempio, trattare
degli stati vibratori senza che sia necessario far ricorso alle speciali
proprietà che i moderni attribuiscono specificamente alla materia. Ciò
nonostante, una concezione del genere ci sembra più adatta a indicare per
analogia cosa siano gli elementi, aiutandosi, se così si può dire, con un modo
di esprimersi «immaginoso», che non a definirli veramente; e forse è proprio
solo questo che si può fare mediante il linguaggio di cui disponiamo al
presente, in conseguenza dell’oblio in cui sono cadute le idee tradizionali nel
mondo occidentale.
Aggiungeremo tuttavia ancora
questo: le qualità sensibili esprimono, in rapporto con la nostra individualità
umana, le condizioni che caratterizzano e determinano l’esistenza corporea in
quanto modo particolare dell’Esistenza universale, giacché è attraverso tali
qualità che noi conosciamo i corpi, a esclusione di ogni altra cosa; possiamo
perciò vedere negli elementi
1. È sottinteso che non si può pensare in nessun modo di dar corpo,
presupponendo una successione cronologica nell’esercizio dei diversi sensi, a
una concezione del tipo di quella della statua ideale immaginata da Condillac
nel suo troppo famoso Traité des Sensations.
52
La teoria indù dei cinque elementi
anche l’espressione delle
condizioni dell’esistenza corporea, non più dal punto di vista umano, ma dal
punto di vista cosmico. Non ci è possibile dare in questa sede tutti gli
sviluppi che tale questione comporterebbe; si può però capire immediatamente, da
quel che abbiamo detto, come le qualità sensibili procedano dagli elementi in
quanto traduzione o riflessione «microcosmica» delle realtà «macrocosmiche»
corrispondenti. Si può inoltre capire come i corpi, che sono in modo proprio
definiti dall’insieme delle condizioni di cui si tratta, siano per ciò stesso
costituiti come tali dagli elementi nei quali esse si «sostanzializzano»; e
questa, ci sembra, è la nozione più esatta, e insieme la più generale, che si
possa fornire di tali elementi.
Dopo queste, passeremo ad altre
considerazioni che faranno vedere ancor meglio come la concezione degli
elementi si ricolleghi non soltanto a condizioni di esistenza di un ordine più
universale, ma, più precisamente, alle condizioni stesse di ogni manifestazione.
È nota l’importanza che la dottrina indù attribuisce alla considerazione dei
tre guna: tale termine indica delle qualità o attribuzioni costitutive e
primordiali degli esseri considerati nel loro differenti stati di
manifestazione, qualità che essi traggono dal principio «sostanziale» della
loro esistenza, giacché, da un punto di vista universale, esse sono inerenti a Prakriti,
nella quale sono in perfetto equilibrio nell’«indistinzione» della pura
potenzialità indifferenziata. Qualsiasi manifestazione o modificazione della
«sostanza» rappresenta una rottura di questo equilibrio; gli esseri manifestati
partecipano perciò a gradi diversi ai tre guna, ma questi non sono
stati, bensì condizioni generali alle quali gli esseri sono soggetti in ogni
stato, condizioni dalle quali essi sono in certo qual modo legati, e che
determinano la tendenza attuale del loro «divenire». Non è il caso che ci
addentriamo qui nell’esposizione completa di tutto quel che concerne i guna;
ne esamineremo soltanto l’applicazione alla distinzione degli elementi. E
neppure torneremo sulla definizione di ciascuno di essi, definizione che
abbiamo già dato in diverse occasioni; ricorderemo solo, dal momento che è la
cosa più importante per l’argomento che stiamo trattando,
53
Studi sull’Induismo
che sattwa è rappresentato
come una tendenza ascendente, tamas come una tendenza discendente, e rajas,
intermedio tra i due, come un’espansione nel senso orizzontale.
I tre guna si devono
ritrovare in ognuno degli elementi, così come si ritrovano in tutto ciò che
appartiene alla sfera della manifestazione universale; vi si trovano però in
proporzioni differenti, che stabiliscono tra tali elementi una sorta di
gerarchia, la quale può ritenersi analoga a quella che, da un altro punto di
vista, incomparabilmente più ampio, si stabilisce in modo analogo tra i
molteplici stati dell’Esistenza universale, anche se qui non si tratta che di
semplici modalità comprese all’interno di un solo stato. Tamas predomina
nell’acqua e nella terra, ma soprattutto nella terra; fisicamente, a questa
forza discendente e compressiva corrisponde la gravitazione o la pesantezza. Rajas
predomina nell’aria; di conseguenza questo elemento è visto come essenzialmente
provvisto di un movimento trasversale. Nel fuoco predomina sattwa,
perché il fuoco è l’elemento luminoso; la forza ascendente è simboleggiata
dalla tendenza della fiamma a elevarsi, e si traduce fisicamente nel potere
dilatante del calore, in quanto tale potere si oppone alla condensazione dei
corpi.
Per dare un’interpretazione più
precisa di tutto questo, possiamo raffigurare la distinzione degli elementi
come se si effettuasse all’interno di una sfera: in essa le due tendenze
ascendente e discendente delle quali abbiamo parlato si eserciteranno secondo
le due direzioni opposte individuate sullo stesso asse verticale, l’una in
senso contrario dell’altra, e rispettivamente rivolte verso i due poli; quanto
all’espansione in senso orizzontale, che indica un equilibrio tra queste due
tendenze, essa si effettuerà naturalmente nel piano perpendicolare al centro
dell’asse verticale, vale a dire nel piano equatoriale. Se esaminiamo ora gli
elementi pensandoli ripartiti in questa sfera secondo le tendenze in essi
predominanti, la terra, in virtù della tendenza discendente della gravitazione,
dovrà occupare il punto più basso, considerato la regione dell’oscurità e
insieme costituente il fondo delle acque, mentre l’equatore segna la loro
superficie, secondo un simbolismo che è del resto comune a tutte le dottrine
54
La teoria indù dei cinque elementi
cosmogoniche, a qualunque forma
tradizionale appartengano. L’acqua occupa perciò l’emisfero inferiore, e benché
la
sattwa
rajas
tamas
tendenza discendente si affermi
ancora nella natura di questo elemento, non si può dire che la sua azione vi si
eserciti in maniera esclusiva (o quasi esclusiva, giacché la coesistenza
necessaria dei tre guna in tutte le cose impedisce che il limite estremo
sia mai raggiunto di fatto in qualsivoglia modo di manifestazione), perché, se
consideriamo un punto qualsiasi dell’emisfero inferiore a esclusione del polo,
il raggio corrispondente a tale punto avrà una direzione obliqua, intermedia
tra la verticale discendente e l’orizzontale. Possiamo perciò considerare la
tendenza individuata da simile direzione come scomponibile in altre due, di cui
essa è la risultante, le quali saranno rispettivamente l’azione di tamas
e quella di rajas; se riferiamo queste due azioni alle qualità
dell’acqua, la componente verticale, funzione di tamas, corrisponderà
alla densità, e la componente orizzontale, funzione di rajas, alla
fluidità. L’equatore individua la regione intermedia, che è quella dell’aria,
elemento neutro che mantiene l’equilibrio tra le due tendenze opposte, come fa rajas
tra tamas e sattwa, nel punto in cui queste due tendenze si
neutralizzano l’una con l’altra e, estendendosi trasversalmente sulla
superficie delle acque, separa e delimita le zone rispettive dell’acqua e del
fuoco. In effetti l’emisfero superiore è occupato dal fuoco, nel quale
predomina l’azione di sattwa ma in cui ancora si esercita quella di rajas,
poiché la tendenza in ogni punto di tale emisfero, indicata allo stesso modo
dell’emisfero
55
Studi sull’Induismo
âkâsha
tejas
vâyu
ap
prithvîvâyu
inferiore, è ora intermedia tra
l’orizzontale e la verticale ascendente: la componente orizzontale, funzione di
rajas, corrisponderà al calore, e la componente verticale, funzione di sattwa,
corrisponderà alla luce, perché calore e luce sono interpretati come due
termini complementari che si uniscono nella natura dell’elemento igneo.
Non abbiamo finora parlato
dell’etere: siccome esso è il più elevato e il più sottile di tutti gli
elementi, dobbiamo collocarlo nel punto più alto, ossia al polo superiore, che
è la regione della luce pura, per opposizione al polo inferiore che è, come abbiamo
detto, la regione dell’oscurità. Di conseguenza l’etere domina la sfera degli
altri elementi; occorre però considerarlo nello stesso tempo tale da
avviluppare e penetrare tutti questi elementi, dei quali è il principio, e ciò
a motivo dello stato di indifferenziazione che lo caratterizza, e gli consente
di realizzare una vera e propria «onnipresenza» nel mondo corporeo; come
afferma Shankarâchârya nell’Âtmâ-Bodha «l’etere si diffonde dappertutto,
e penetra tanto l’esterno quanto l’interno delle cose». Possiamo perciò dire
che, fra gli elementi, è il solo etere che raggiunge il punto in cui l’azione
di sattwa si esercita al suo grado più alto; sennonché non possiamo
localizzarlo esclusivamente in questo punto, come abbiamo fatto per la terra
nel punto opposto, e dobbiamo considerarlo come tale da occupare nello stesso
tempo la totalità della sfera elementare, qualunque
56
La teoria indù dei cinque elementi
sia la rappresentazione
geometrica a cui si ricorra per simboleggiare l’insieme di tale sfera. Se
abbiamo adottato la rappresentazione costituita da una figura sferica, questo
non è avvenuto soltanto perché quest’ultima è quella che permette l’interpretazione
più facile e più chiara, ma anche – anzi, prima di tutto – perché essa è quella
che meglio di ogni altra si accorda con i principi generali del simbolismo
cosmogonico così come si ritrovano in tutte le tradizioni; a tal proposito si
potrebbero effettuare dei confronti molto interessanti, ma in questa sede non
possiamo addentrarci in tali sviluppi, i quali si allontanerebbero troppo
dall’argomento del presente studio.
Prima di concludere questa parte
della nostra esposizione, ci resta da fare un’ultima osservazione, ed è questa:
se assumiamo come ordine degli elementi quello in cui li abbiamo suddivisi
nella loro sfera, procedendo dall’alto verso il basso, ossia dal più sottile al
più denso, ritroviamo precisamente l’ordine indicato da Platone; sennonché qui
quest’ordine, che possiamo dire gerarchico, non si confonde con l’ordine di
produzione degli elementi, e deve esserne accuratamente distinto. In effetti,
l’aria occupa in esso una posizione intermedia tra il fuoco e l’acqua, ma ciò
nondimeno è prodotta prima del fuoco, e a dire il vero la ragione di questi due
posizionamenti differenti è in fondo la stessa, ed è che l’aria è in certo qual
modo un elemento neutro, il quale, proprio a causa di ciò, corrisponde a uno
stato di minor differenziazione di quello del fuoco e dell’acqua, in quanto le
due tendenze ascendente e discendente vi si equilibrano ancora perfettamente
l’una con l’altra. Per contro, tale equilibrio è rotto nel fuoco a favore della
tendenza ascendente, e nell’acqua a favore della tendenza discendente; e
l’opposizione che si manifesta tra le qualità rispettive di questi due elementi
indica in modo preciso lo stato di maggior differenziazione al quale essi
corrispondono. Se ci si pone dal punto di vista della produzione degli
elementi, occorre considerare allora che la loro differenziazione si effettua a
partire dal centro della sfera, punto primordiale in cui si porrà l’etere che
ne è il principio; da qui avremo in primo luogo l’espansione orizzontale,
corrispondente
57
Studi sull’Induismo
all’aria, poi la manifestazione
della tendenza ascendente, corrispondente al fuoco, e quella della tendenza
discendente, corrispondente prima all’acqua, e dopo alla terra, punto d’arresto
e termine finale di tutta la differenziazione elementare.
Ci tocca ora scendere in qualche
particolare a proposito di ciascuno dei cinque elementi, e prima di tutto
affermare che il primo di essi, âkâsha o etere, è di fatto un elemento
reale e distinto dagli altri. In effetti, come già abbiamo accennato prima,
certuni, in particolare i Buddhisti, non lo riconoscono come tale, e
argomentando che è nirûpa, ossia «senza forma», a motivo della sua
omogeneità, lo considerano una «non-entità» facendolo identico al vuoto,
giacché per loro ciò che è omogeneo può soltanto essere un semplice vuoto. La
teoria del «vuoto universale» (sarva-shûnya) si presenta qui del resto
come una conseguenza diretta e logica dell’atomismo, in quanto, se nel mondo
corporeo soltanto gli atomi hanno un’esistenza positiva, e se essi devono
muoversi per aggregarsi gli uni con gli altri a formare tutti i corpi, tale
movimento potrà effettuarsi solamente nel vuoto. A ogni buon conto simile
conseguenza non è accettata dalla scuola di Kanâda, rappresentativa del Vaishêshika,
ma eterodossa proprio per quanto riguarda la sua accettazione dell’atomismo,
con il quale – beninteso – il punto di vista «cosmologico» non è affatto
solidale in quanto tale; inversamente, i «filosofi fisici» greci che non
contano l’etere fra gli elementi sono lungi dall’essere tutti atomisti, e
sembrano ignorarlo più che non respingerlo in modo dichiarato. Comunque sia,
l’opinione dei Buddhisti è facilmente confutabile se si fa notare che non può
esistere uno spazio vuoto, tale concezione essendo contraddittoria: in tutta la
sfera della manifestazione universale, della quale lo spazio fa parte, non può
esserci vuoto, giacché il vuoto, il quale non può esser concepito se non
negativamente, non è una possibilità di manifestazione; inoltre, la concezione
di uno spazio vuoto corrisponderebbe a quella di un contenente senza contenuto,
il che è evidentemente privo di senso. Conseguentemente, l’etere è ciò che
occupa tutto lo spazio, anche se non si confonde con ciò con lo spazio stesso,
perché quest’ultimo,
58
La teoria indù dei cinque elementi
essendo solo un contenente, ossia
tutto sommato una condizione di esistenza e non un’entità indipendente, non può
in quanto tale essere il principio sostanziale dei corpi, né essere all’origine
degli altri elementi; l’etere perciò non è lo spazio, ma piuttosto il contenuto
dello spazio concepito come preliminare a ogni differenziazione. In tale stato
di indifferenziazione primordiale, stato che è come un’immagine
dell’«indistinzione» di Prakriti con riferimento a quella particolare
sfera di manifestazione che è il mondo corporeo, l’etere contiene già in
potenza, non soltanto tutti gli elementi, ma altresì tutti i corpi, e la sua
stessa omogeneità lo rende capace di ricevere tutte le forme nelle sue
modificazioni. Poiché è il principio delle cose corporee, esso possiede la
quantità, la quale è un attributo fondamentale comune a tutti i corpi; inoltre,
esso è considerato essenzialmente semplice, sempre a motivo della sua
omogeneità, e impenetrabile, giacché è lui stesso che penetra tutto.
Dimostrata in questo modo,
l’esistenza dell’etere si presenta ben diversa da una semplice ipotesi, e ciò
mostra con evidenza la differenza profonda che separa la dottrina tradizionale
da tutte le teorie scientifiche moderne. Tuttavia è il caso di prendere in
considerazione un’ulteriore obiezione: quand’anche l’etere sia un elemento
reale, questo non basta a provare che esso sia anche un elemento distinto; in
altre parole, potrebbe darsi che l’elemento che è diffuso in tutto lo spazio
corporeo (intendiamo con ciò lo spazio atto a contenere corpi) non sia altro
che l’aria, e sarebbe allora quest’ultima che è in realtà l’elemento
primordiale. La risposta a tale obiezione è che ciascuno dei nostri sensi ci fa
conoscere, quale oggetto proprio, una qualità distinta da quelle conosciute
attraverso gli altri sensi; ora, una qualità non può esistere se non in
qualcosa a cui essa possa essere riferita così come un attributo è riferito al
suo soggetto, e poiché ognuna delle qualità sensibili è in tal modo attribuibile
a un elemento di cui essa è la proprietà caratteristica, occorre
necessariamente che ai cinque sensi corrispondano cinque elementi distinti.
La qualità sensibile che è
riferita all’etere è il suono; ciò necessita di qualche spiegazione, che sarà
facilmente capita se si fa
59
Studi sull’Induismo
intervenire il modo di produzione
del suono per un movimento vibratorio, cosa che è ben lontana dall’essere una
scoperta recente come qualcuno potrebbe credere, giacché Kanâda afferma
espressamente che «Il suono si propaga per ondulazioni, onda dopo onda,
increspazione dopo increspazione, irraggiandosi in tutte le direzioni a partire
da un centro fisso». Simile movimento si propaga attorno al suo punto di
partenza in onde concentriche, uniformemente suddivise secondo tutte le
direzioni dello spazio, il che dà origine alla figura di uno sferoide
indefinito e non chiuso. È questo il movimento meno differenziato di tutti, a
motivo di quella che potremmo chiamare la sua «isotropia», ed è questa la
ragione per cui esso potrà dar origine a tutti gli altri movimenti, i quali si
distingueranno da esso nel senso che non si attueranno più in modo uniforme
secondo tutte le direzioni; e, analogamente, tutte le forme più
particolarizzate deriveranno dalla forma sferica originaria. Per cui, la
differenziazione dell’etere primitivamente omogeneo, differenziazione che
genera gli altri elementi, ha come origine un movimento elementare
producentesi, nella maniera da noi descritta, a partire da un punto iniziale
qualsiasi, in tale ambiente cosmico indefinito; ma questo movimento elementare
non è altro se non il prototipo dell’ondulazione sonora. La sensazione uditiva
è del resto la sola che ci faccia percepire direttamente un movimento
vibratorio; quand’anche si ammetta, con la maggioranza dei fisici moderni, che
le altre sensazioni provengono da una trasformazione di simili movimenti, non è
tuttavia meno vero che esse ne differiscono qualitativamente in quanto
sensazioni, che è a tal proposito l’unica considerazione essenziale. Sotto un
altro aspetto, quel che abbiamo detto indica che è nell’etere che risiede la
causa del suono, ma bisogna altresì comprendere che tale causa deve essere
distinta dagli ambienti diversi che possono servire in modo secondario alla
propagazione del suono, e contribuiscono a rendercelo percepibile amplificando
le vibrazioni eteriche elementari, e ciò in maggior misura quanto più densi
siano tali ambienti; aggiungeremo per finire, a questo proposito, che la
qualità sonora è anche sensibile negli altri quattro elementi,
60
La teoria indù dei cinque elementi
e questo perché essi procedono
tutti dall’etere. Fatta astrazione da queste considerazioni, l’attribuzione
della qualità sonora all’etere, ossia al primo degli elementi, ha un’altra
ragione profonda, che si ricollega alla dottrina della primordialità e della
perpetuità del suono; ma questo è un argomento al quale possiamo soltanto fare
un’allusione di sfuggita.
Il secondo elemento, il primo a
differenziarsi partendo dall’etere, è vâyu, o l’aria; il termine vâyu,
dalla radice verbale vâ, che significa «andare» o «muoversi», indica
propriamente il fiato o il vento, e conseguentemente il carattere essenziale di
questo elemento è considerato essere la mobilità. Come già abbiamo detto,
l’aria è, in modo più preciso, vista come dotata di un movimento trasversale,
movimento nel quale non tutte le direzioni dello spazio hanno più la stessa
funzione, come invece avveniva nel movimento sferoidale esaminato in
precedenza, ma si effettua al contrario seguendo una direzione definita e
particolare; si tratta in altre parole del movimento rettilineo, al quale dà
origine la determinazione di tale direzione. La propagazione del movimento
secondo certe direzioni implica una rottura dell’omogeneità dell’ambiente
cosmico; di conseguenza avremo un movimento complesso, il quale, non essendo
più «isotropo», dovrà essere costituito da una combinazione, o coordinazione,
di movimenti vibratoti elementari. Simile movimento dà origine a forme del pari
complesse, e poiché la forma è ciò che concerne in primo luogo il tatto, la
qualità tangibile può essere riferita all’aria come se le appartenesse in
proprio, in quanto questo elemento è, a motivo della sua mobilità, il principio
della differenziazione delle forme. È dunque per effetto della mobilità che
l’aria ci è resa sensibile; analogicamente, del resto, l’aria atmosferica
diventa sensibile al tatto solo attraverso il suo spostarsi; sennonché, in
coerenza con l’osservazione da noi fatta in precedenza in via generale, occorre
evitare di confondere l’elemento aria con l’aria atmosferica – la quale è un
corpo –, come taluni non hanno mancato di fare dopo aver constatato alcuni
accostamenti di questo genere. È per questa ragione che Kanâda afferma che
l’aria è incolore; ma non è difficile capire come le cose
61
Studi sull’Induismo
debbano di fatto stare così,
senza neppure dover riferirsi alle proprietà dell’aria atmosferica, perché il
colore è una qualità del fuoco, e quest’ultimo è logicamente posteriore
all’aria nell’ordine di sviluppo degli elementi; tale qualità non è perciò ancora
manifestata nello stadio rappresentato dall’aria.
Il terzo elemento è tejas,
o il fuoco, il quale si manifesta ai nostri sensi sotto due aspetti principali,
come luce e come calore; la sua qualità propria è la visibilità, e sotto questo
profilo quello che deve esser preso in considerazione è il suo aspetto
luminoso; è una cosa troppo chiara perché ci sia bisogno di spiegazioni,
giacché è evidente che è soltanto in virtù della luce che i corpi si rendono
visibili. Secondo Kanâda «la luce è colorata, ed è il principio della
colorazione dei corpi»; il colore è perciò una proprietà caratteristica della
luce: nella stessa luce il colore è bianco e risplendente; nei diversi corpi
esso è variabile, e fra le sue modificazioni si possono distinguere colori
semplici e colori composti, o miscelati. Ricorderemo che i Pitagorici, a detta
di Plutarco, affermavano analogamente che «i colori non sono se non un riflesso
della luce, modificata in maniere diverse»; sarebbe perciò anche qui
decisamente sbagliato prendere questa constatazione per una scoperta della
scienza moderna. Inoltre, dal punto di vista del suo aspetto calorico, il fuoco
è reso sensibile al tatto, nel quale produce l’impressione della temperatura;
sotto questo aspetto l’aria è neutra, perché è anteriore al fuoco e perché il
calore è un aspetto di quest’ultimo; quanto al freddo, esso è considerato una
proprietà caratteristica dell’acqua. Per cui, tanto per quanto riguarda la
temperatura quanto per quel che concerne l’azione delle due tendenze ascendente
e discendente da noi definite in precedenza, il fuoco e l’acqua si oppongono
l’uno all’altra, mentre l’aria si trova in uno stato di equilibrio tra questi
due elementi. Del resto, se si tien conto che il freddo aumenta la densità dei
corpi contraendoli, mentre il calore li dilata e li rende più sottili, si potrà
riuscire senza difficoltà ad ammettere che la correlazione del calore e del
freddo, rispettivamente con il fuoco e con l’acqua, si trova compresa, a titolo
di applicazione particolare e di semplice conseguenza,
62
La teoria indù dei cinque elementi
nella teoria generale dei tre guna
e della loro ripartizione nell’insieme della sfera elementare.
Il quarto elemento, ap o
acqua, ha quali proprietà caratteristiche, oltre al freddo di cui abbiamo testé
detto, la densità o gravità, che condivide con la terra, e la fluidità o
viscosità, qualità a motivo della quale si distingue da tutti gli altri
elementi; abbiamo già segnalato la correlazione di queste due proprietà con le
azioni rispettive di tamas e di rajas. Inoltre, la qualità
sensibile che corrisponde all’acqua è il sapore; e si può notare,
incidentalmente, quantunque non sia il caso di annettere un’importanza
eccessiva a considerazioni di questo genere, che ciò si riscontra in accordo
con l’opinione dei fisiologi moderni, i quali pensano che un corpo non è
«sapido» se non nella misura in cui può dissolversi nella saliva; in altri
termini, il sapore è, in qualsiasi corpo, una conseguenza della fluidità.
Infine, il quinto e ultimo
elemento è prithvî, o la terra, la quale, non possedendo più la fluidità
dell’acqua, corrisponde alla modalità corporea più condensata di tutte;
conseguentemente, è in questo elemento che si ritrova nelle proporzioni più
alte la gravità, la quale si manifesta nella discesa, o caduta dei corpi. La
qualità sensibile propria della terra è l’odore; è questa la ragione per cui
tale qualità è considerata risiedere in particelle solide che, staccandosi dai
corpi, entrano in contatto con l’organo dell’odorato. Anche su questo punto non
sembra esserci disaccordo con le teorie fisiologiche attuali; sennonché,
quand’anche ci fosse un qualsiasi disaccordo, l’importanza di quest’ultimo
sarebbe in fondo trascurabile, poiché l’errore dovrebbe in tal caso essere
ricercato dalla parte della scienza profana e non da quella della dottrina
tradizionale.
Per terminare, diremo qualche
parola del modo in cui la dottrina indù riguarda gli organi dei sensi nel loro
rapporto con gli elementi: dal momento che ogni qualità sensibile procede da un
elemento nel quale essa essenzialmente risiede, occorre che l’organo per mezzo
del quale tale qualità è percepita sia conforme a questo elemento, vale a dire
che l’organo deve compartire la natura dell’elemento a cui corrisponde. È in
questo modo che
63
Studi sull’Induismo
i veri organi dei sensi sono
costituiti, e, contrariamente all’opinione dei Buddhisti, essi vanno distinti
dagli organi esterni, ossia dalle parti del corpo umano che sono soltanto le
loro sedi e i loro strumenti. È così che il vero organo dell’udito non è il
padiglione auricolare, ma la porzione di etere contenuta nell’orecchio interno,
la quale entra in vibrazione sotto l’influenza di una ondulazione sonora; e
Kanâda fa osservare che non è la prima onda, né le onde intermedie, a far
percepire il suono, ma l’ultima onda che viene a contatto con l’organo
dell’udito. Analogamente, il vero organo della vista non è il globo oculare, né
la pupilla, e neppure la retina, ma un principio luminoso che risiede
nell’occhio, ed entra in comunicazione con la luce emanata dagli oggetti
esterni o da essi riflessa; la luminosità dell’occhio non è abitualmente
visibile, ma può diventare visibile in determinate circostanze, in particolare
negli animali che vedono nell’oscurità della notte. Bisogna inoltre notare che
il raggio luminoso mediante il quale si effettua la percezione visiva, e si
estende tra l’occhio e l’oggetto percepito, può essere inteso nei due sensi,
sia come se partisse dall’occhio per raggiungere l’oggetto, o, reciprocamente,
come se provenisse dall’oggetto e procedesse verso la pupilla oculare; una
simile teoria della visione si ritrova nei Pitagorici, ed è pure in accordo con
la definizione della sensazione data da Aristotele, il quale affermava che essa
è «l’atto comune del senziente e del sentito». Considerazioni di ugual genere
potrebbero farsi per gli organi di ognuno degli altri sensi; noi pensiamo però
che gli esempi che abbiamo già dato siano sufficienti a fornire indicazioni
soddisfacenti.
Questa è, esposta nelle sue
grandi linee e interpretata nel modo più esatto possibile, la teoria indù degli
elementi; essa, oltre a presentare un indubbio interesse di per se stessa, è
tale da far comprendere in modo più generale quale sia il punto di vista
«cosmologico» nelle dottrine tradizionali.
64
V
Dharma 1
La parola dharma sembra
essere uno dei termini sanscriti che mettono maggiormente in imbarazzo i
traduttori, e non senza ragione, giacché di fatto essa presenta molteplici
significati, ed è certamente impossibile renderla sempre uniformemente con una
stessa parola in un’altra lingua; probabilmente sarebbe spesso persin meglio
conservarla nella sua forma originale, spiegandola magari con un commento.
Gualtherus H. Mees, che ha, dedicato a quest’argomento un libro apparso di
recente2, e che, pur limitandosi quasi esclusivamente al punto di
vista sociale, mostra di essere in possesso di una comprensione maggiore di
quella che si incontra nella maggior parte degli Occidentali, fa molto
giustamente notare che, quantunque vi sia in tale termine una certa quale indeterminatezza,
quest’ultima non è assolutamente sinonimo di poca chiarezza, poiché essa non
prova affatto che le concezioni degli antichi mancassero di definitezza, né che
costoro fossero incapaci di distinguere i diversi aspetti del contenuto della
parola in questione; tale pretesa indefinitezza, della quale si potrebbe
trovare molti altri esempi, mostra invece come il pensiero degli antichi
soffrisse di una molto minor ristrettezza di quello dei moderni, e a differenza
1. Pubblicato in «Le Voile d’Isis», ottobre 1935.
2. Dharma and Society (N.V. Service, The Hague; Luzac and Co.,
Loridon). La maggior parte del libro riguarda più da vicino la questione dei varna,
o caste, ma tale punto di vista merita di costituire di per sé l’argomento di
un altro articolo.
65
Studi sull’Induismo
di quest’ultimo non fosse
analitico, ma essenzialmente sintetico. Di questa indeterminatezza permane del
resto ancora qualcosa in un termine come «legge», ad esempio, termine che
contiene anch’esso significati molto diversi gli uni dagli altri; e la parola
«legge» è precisamente, insieme alla parola «ordine», una di quelle che in più
di un caso possono rendere l’idea di dharma nel modo meno imperfetto.
È noto che dharma deriva
dalla radice dhri, che significa «portare», «sopportare», «sostenere»,
«mantenere»1; si tratta perciò propriamente di un principio di
conservazione degli esseri, e conseguentemente di stabilità, per quel tanto,
per lo meno, che quest’ultima è compatibile con le condizioni della
manifestazione, dal momento che tutte le applicazioni del dharma si
riferiscono sempre al mondo manifestato. Per cui non è possibile accettare,
come l’autore sembra disposto a fare, che questo termine possa essere più o
meno un sostituto di Âtmâ, con la sola differenza che sarebbe «dinamico»
invece di essere «statico»; Âtmâ è non-manifestato, perciò immutabile, e
dharma è di esso un’espressione, se si vuole, nel senso che riflette
l’immutabilità principiale nella sfera della manifestazione; dharma è
«dinamico» soltanto nella misura in cui «manifestazione» implica
necessariamente «divenire», ma esso è ciò che fa sì che tale «divenire» non sia
cambiamento puro, ciò che vi conserva sempre, attraverso il cambiamento stesso,
una certa stabilità relativa. A tal proposito, ha la sua importanza osservare
che la radice dhri è quasi identica, nella forma e nel significato, a
un’altra radice, dhru, dalla quale deriva la parola dhruva, che
designa il «polo»; di fatto, è a tale idea di «polo» o di «asse» del mondo
manifestato che occorre riferirsi se si vuol veramente capire la nozione di dharma:
si tratta di ciò che permane invariabile al centro delle rivoluzioni di tutte
le cose e regola il corso del cambiamento proprio in quanto al cambiamento non
partecipa. Bisogna non
1. Checché ne dica l’autore, ci sembra poco verosimile che esista una
comunanza di radice con la parola «forma», e a ogni buon conto non ci rendiamo
ben conto del partito che se ne potrebbe trarre.
66
Dharma
dimenticare che, in virtù del
carattere sintetico del pensiero che esprime, il linguaggio è in questo caso
molto più strettamente legato al simbolismo di quanto non avvenga per le lingue
moderne, e che è d’altronde da quest’ultimo che esso trae quella molteplicità
di significati di cui parlavamo poco fa; e si potrebbe forse anche far vedere
addirittura che la concezione del dharma si ricollega in modo piuttosto
diretto con la rappresentazione simbolica dell’«Asse» attraverso la
raffigurazione dell’«Albero del Mondo».
Considerando le cose sotto un
altro profilo, il Mees segnala con ragione l’apparentamento della nozione di dharma
con quella di rita, termine che ha etimologicamente il significato di
«rettitudine» (allo stesso modo del Te della tradizione
estremo-orientale, il quale è anch’esso assai vicino al dharma), il che
evidentemente ricorda di nuovo l’idea di «asse», idea che è quella di una
direzione costante e invariabile. Il termine rita è allo stesso tempo
identico alla parola «rito», e in effetti si potrebbe dire che quest’ultima,
per lo meno in origine, denomini tutto ciò che è compiuto conformemente
all’ordine; essa giunge ad assumere un’accezione più ristretta solo in
conseguenza della degenerazione che dà origine a un’attività «profana», in
qualsivoglia campo. Quel che si deve capir bene è che il rito conserva sempre
il medesimo carattere, e che è l’attività non rituale a essere qualcosa di
deviato, in qualche modo: tutto ciò che è solo «convenzione» o «costume», senza
una ragione profonda, in origine non esisteva; e il rito, inteso
tradizionalmente, non ha nessuna relazione con questo genere di cose, le quali
non possono mai essere se non contraffazione o parodia. Ma c’è qualcosa di più:
quando parliamo di conformità all’ordine in questo senso, non si deve intenderla
soltanto come conformità all’ordine umano, bensì – e innanzi tutto – all’ordine
cosmico; in qualsiasi concezione tradizionale, in effetti, vi è sempre una
rigorosa corrispondenza tra l’uno e l’altro, ed è precisamente il rito a
mantenere i loro rapporti in modo cosciente, poiché implica in certo qual modo
una collaborazione dell’uomo, nella sfera in cui la sua attività si esercita,
con l’ordine cosmico stesso.
67
Studi sull’Induismo
Analogicamente, la nozione del dharma
non è limitata all’uomo, ma si estende a tutti gli esseri e a tutti i loro
stati di manifestazione; è per questo che una concezione unicamente sociale non
può esser sufficiente a permettere di comprenderla a fondo: una concezione
sociale non è nulla più di un’applicazione particolare, la quale non deve mai
essere separata dalla «legge» o dalla «norma» primordiale e universale di cui
essa non è se non la traduzione in modo specificamente umano. È indubbio che si
possa parlare del dharma proprio di ciascun essere (swadharma) o
di ciascun gruppo di esseri, quale ad esempio una collettività umana; ma, a
essere rigorosi, questo modo di intenderlo non è che una particolarizzazione
del dharma in rapporto con le condizioni speciali di tale essere o di
tale gruppo, la cui natura e costituzione sono necessariamente analoghe a
quelle dell’insieme di cui essi fanno parte, sia che questo insieme sia un
determinato stato di esistenza, o sia esso l’intera manifestazione, giacché
l’analogia si applica sempre, a tutti i livelli e a ogni grado. Si può così
constatare che quella di cui stiamo parlando è lungi dall’essere una concezione
«morale»: se un’idea come quella di «giustizia» può talvolta essere utile per
rendere il senso di dharma è soltanto in quanto essa è un’espressione
umana dell’equilibrio o dell’armonia, vale a dire di uno degli aspetti del
mantenimento della stabilità cosmica. A maggior ragione, un’idea di «virtù» non
può essere qui applicata se non nella misura in cui essa indica che le azioni
di un essere sono conformi alla sua natura propria e, proprio per tal ragione,
all’ordine totale, il quale ha il suo riflesso o la sua immagine nella natura
di ognuno. Analogamente, inoltre, se si prende in esame una collettività umana e
non più un’individualità isolata, l’idea di «legislazione» non rientra in
quella di dharma se non perché tale legislazione deve normalmente essere
un adattamento dell’ordine cosmico all’ambiente sociale; e questo carattere è
particolarmente visibile nel caso dell’istituzione delle caste, come vedremo in
un prossimo articolo. Si spiegano in questo modo, in fondo, tutti i significati
secondari della parola dharma; non intervengono difficoltà se non quando
si voglia considerarli separatamente e senza indagare
68
Dhrma
sulla loro derivazione da un
principio comune, principio che è, si potrebbe dire, l’unità fondamentale a cui
si riconduce la loro molteplicità1.
Prima di concludere queste rapide
considerazioni, ci resta ancora, per situare con maggiore esattezza la nozione
del dharma, da indicare il posto che esso occupa fra gli scopi che le
Scritture tradizionali indù assegnano alla vita umana. Tali scopi sono quattro,
e vengono così enumerati in ordine gerarchicamente ascendente: artha, kâma,
dharma, moksha; quest’ultimo, ossia la «Liberazione», è il solo
scopo supremo, e, poiché è di là dalla sfera della manifestazione, è di un
ordine totalmente diverso dagli altri tre, e senza comune misura con essi, così
come l’assoluto è senza comune misura con il relativo. Per quel che concerne i
primi tre scopi, i quali tutti si riferiscono al manifestato, artha
comprende l’insieme dei beni di tipo corporeo; kâma è il desiderio, la
cui soddisfazione costituisce il bene d’ordine psichico; dharma è
superiore a quest’ultimo, e bisogna considerare la sua realizzazione come se
appartenesse in modo proprio alla sfera spirituale, il che si accorda di fatto
con il carattere di universalità che gli abbiamo riconosciuto. È però
sottinteso, tuttavia, che tutti questi scopi, compreso lo stesso dharma,
poiché sono sempre e soltanto contingenti alla stregua della manifestazione,
fuori della quale non avrebbero ragion d’essere, non possono essere altro che
subordinati allo scopo supremo, nei confronti del quale, in fondo, diventano
soltanto semplici mezzi. Ciascuno di questi scopi è del resto subordinato anche
a quelli che gli sono superiori, per quanto ancora relativi; sennonché, quando
sono enumerati da soli a esclusione di moksha, ciò significa che si
tratta di un punto di vista limitato alla considerazione del manifestato, ed è
solo così che dharma può a volte avere l’apparenza dello scopo più
elevato che sia
1. Non è difficile capire come l’applicazione sociale del dharma si
traduca sempre, volendo servirsi del linguaggio moderno, come «dovere» e non
come «diritto»; il dharma di un essere può evidentemente esprimersi solo
mediante ciò che deve fare egli stesso, e non mediante ciò che gli altri devono
fare nei suoi confronti, che dipende ovviamente dal Dharma di questi
altri esseri.
69
Studi sull’Induismo
proposto all’uomo. Vedremo
inoltre in seguito che questi scopi sono più specialmente in corrispondenza
rispettiva con i differenti varna1; e possiamo dire fin d’ora
che tale corrispondenza si fonda essenzialmente sulla teoria dei tre guna,
ciò che fa vedere, anche qui, come la sfera umana appaia indissolubilmente
legata all’intero ordine cosmico.
1. Si confronti con il capitolo seguente. [N.d.T.]
70
VI
Varna 1
Gualtherus H. Mees, nel suo libro
Dharma and Society di cui abbiamo già parlato, si dilunga soprattutto,
come abbiamo detto, sulla questione delle caste; non accetta però tale parola
nel senso in cui l’intendiamo noi, ma preferisce, senza tradurlo, conservare il
termine sanscrito varna, o renderlo con un’espressione come «classi
naturali», espressione che in effetti definisce abbastanza bene il suo
contenuto, visto che si tratta veramente di una ripartizione gerarchica degli
esseri umani in conformità con la natura propria a ciascuno di essi. Tuttavia,
il rischio è che la parola «classe», anche se accoppiata a un aggettivo che la
qualifica, evochi l’idea di qualcosa di più o meno comparabile con le classi
sociali dell’Occidente, classi che invece sono puramente artificiali, e non
hanno nulla in comune con una gerarchia tradizionale, della quale al massimo
rappresentano una sorta di parodia o di caricatura. Per cui noi, per parte
nostra, riteniamo che la soluzione migliore sia ancora di servirsi della parola
«caste», la quale ha certo solo un valore tutto convenzionale, ma è per lo meno
stata espressamente coniata per designare l’organizzazione indù; sennonché il
Mees questa parola la riserva alle molteplici caste che di fatto esistono
nell’India attuale, nelle quali egli vuol vedere qualcosa di totalmente diverso
dai varna primitivi. Questa maniera di vedere le cose noi non la
possiamo condividere, perché in realtà le caste attuali dell’India
1. Pubblicato in «Le Voile d’Isis», novembre 1935. [N.d.T.]
71
Studi sull’Induismo
non sono che suddivisioni
secondarie, dovute a una complessità o a una differenziazione maggiore
dell’organizzazione sociale, e perché, qualunque sia il loro numero, esse
rientrano tuttavia nell’inquadramento dei quattro varna, che sono i soli
a costituire la gerarchia fondamentale, e si mantengono necessariamente
invariabili, in quanto espressioni dei principi tradizionali e riflesso
dell’ordine cosmico nell’ordine sociale umano.
Sotto la distinzione che il Mees
vuol fare tra varna e «casta» si nasconde un’idea che ci sembra in gran
parte ispirata alle teorie bergsoniane sulle «società aperte» e sulle «società
chiuse», anche se a esse non è mai fatto riferimento espresso: egli cerca di
far distinzione tra due aspetti del dharma di cui il primo
corrisponderebbe più o meno al varna e il secondo alla «casta» e la cui
predominanza si imporrebbe alternativamente in quelli che chiama «periodi di
vita» e «periodi di forma», ai quali attribuisce caratteristiche
rispettivamente «dinamiche» e «statiche». Non abbiamo nessuna intenzione di
discutere in questa sede tali concezioni storico-filosofiche, le quali non si
fondano evidentemente su alcun dato tradizionale; riteniamo più interessante dal
nostro punto di vista mettere in rilievo un malinteso che concerne la parola jâti,
che l’autore pensa indicare quella che egli chiama «casta», mentre essa è in
realtà usata semplicemente in guisa di equivalente o sinonimo di varna.
La parola jâti significa letteralmente «nascita», ma non va compresa, o
per lo meno non va compresa in modo esclusivo o essenziale, nel senso di
«eredità»; essa designa la natura individuale dell’essere, in quanto
necessariamente determinata fin dalla nascita come insieme delle possibilità
che questi svilupperà nel corso della sua esistenza; tale natura deriva innanzi
tutto da quel che l’essere è in se stesso e solo in seconda istanza dagli
influssi dell’ambiente, dei quali fa parte l’eredità propriamente detta; ed è
inoltre opportuno aggiungere che l’ambiente stesso è normalmente determinato da
una certa legge di «affinità», in modo da essere il più possibile conforme alle
tendenze proprie dell’essere che vi nasce; se diciamo «normalmente», è perché
possono esistere eccezioni più o meno numerose, per lo meno in un periodo di
confusione
72
Varna
come il Kali-Yuga. Stando
così le cose, non si vede assolutamente cosa potrebbe essere una casta
«aperta», se con questo termine si vuole intendere (e cosa si potrebbe voler
dire di diverso?) che un individuo avrebbe la possibilità di cambiare di casta
in un determinato momento; ciò implicherebbe in lui un cambiamento di natura
tanto inconcepibile quanto lo sarebbe un cambiamento improvviso di specie nella
vita di un animale o di un vegetale (e del resto si può mettere in rilievo che
la parola jâti ha anche il senso di «specie», cosa che giustifica ancor
più completamente il paragone). Un cambiamento apparente di casta non potrebbe
essere nulla più della riparazione di un errore, nel caso che si fosse
inizialmente attribuita all’individuo una casta che non sia realmente la sua;
sennonché il fatto che tale errore possa talvolta prodursi (e, per precisione,
nuovamente a causa dell’oscuramento del Kali-Yuga) non si oppone
assolutamente, in via generale, alla possibilità di determinare la vera casta
fin dalla nascita; se il Mees sembra credere che la considerazione dell’eredità
sia la sola che intervenga in quel momento, è perché egli senza dubbio ignora
che i mezzi di tale determinazione possono essere forniti da certe scienze
tradizionali, magari anche solo dall’astrologia (la quale ovviamente è in
questo caso ben altra cosa che non la pretesa «astrologia scientifica» di certi
Occidentali moderni, e non ha nulla a che vedere con un’arte «congetturale» o
«divinatoria», né con l’empirismo delle statistiche e del calcolo delle
probabilità).
Chiarito questo punto, possiamo
ritornare alla nozione vera e propria di varna: questa parola significa
specificamente «colore», ma altresì, per estensione, «qualità» in generale, ed
è per questo che può essere usata per designare la natura individuale; molto
giustamente il Mees respinge l’anomala interpretazione proposta da qualcuno,
che vuol vedere nel significato di «colore» la prova che la distinzione dei varna
sarebbe stata in origine fondata su differenze di razza, cosa della quale è
assolutamente impossibile trovare da qualche parte la minima conferma. La
verità è che, se effettivamente sono stati attribuiti al varna dei
colori, ciò è avvenuto per ragioni puramente simboliche; e la
73
Studi sull’Induismo
«chiave» di tale simbolismo si
trova nella corrispondenza coi guna, corrispondenza che, in particolare,
è indicata in modo chiarissimo in questo testo del Vishnu-Purâna:
«Quando Brahmâ, secondo i suoi piani, volle produrre il mondo, dalla sua
bocca ebbero origine esseri in cui prevaleva sattwa; dal suo petto
ebbero origine altri esseri, in cui predominava rajas; altri esseri, nei
quali rajas e tamas erano entrambi forti, originarono dalle sue
cosce; infine, altri esseri ancora ebbero origine dai suoi piedi, e la loro
caratteristica principale era tamas. Di questi esseri furono composti i
quattro varna, i Brâhmana, gli Ksatriya, i Vaishya
e gli Shûdra, i quali avevano avuto origine, rispettivamente, dalla sua
bocca, dal suo petto, dalle sue cosce e dai suoi piedi». Poiché sattwa è
rappresentato dal colore bianco, tale colore è naturalmente attribuito al Brâhmana;
analogamente il rosso, colore che rappresenta rajas, è attribuito agli Ksatriya;
i Vaishya, caratterizzati da una mescolanza dei due guna
inferiori, hanno come colore simbolico il giallo; per finire, il nero, che è il
colore di tamas è di conseguenza quello che si adatta agli Shûdra.
La gerarchizzazione dei varna,
determinata in tal modo dai guna che predominano in essi
rispettivamente, si sovrappone esattamente a quella degli elementi, così come
l’abbiamo esposta nel nostro studio su tale argomento1; e ciò si
deduce immediatamente dal confronto tra la figura della pagina seguente con
quella da noi allora presentata. Perché la somiglianza sia completa, occorre
solo notare che la posizione dell’etere deve essere in tale figura occupata da Hamsa,
vale a dire dalla casta primordiale unica che esisteva nel Krita-Yuga, e
conteneva in principio e allo stato indifferenziato i quattro ulteriori varna,
così come l’etere contiene gli altri quattro elementi.
In un’altra prospettiva, il Mees
prova, pur non arrischiandosi con ragione a spingere troppo in là le analogie,
a indicare una corrispondenza tra i quattro varna e i quattro âshrama,
o stadi regolari dell’esistenza, corrispondenza che noi qui non prenderemo
1. Si veda il cap. IV: «La teoria indù dei cinque elementi».
[N.d.T.]
74
Varna
in esame, e quella tra i quattro varna
e i quattro scopi della vita umana di cui abbiamo parlato in precedenza
trattando del dharma; ma in quest’ultimo caso, lo stesso fatto che si
tratti sempre di una divisione quaternaria lo ha indotto in un errore
manifesto.
hamsa
brâhmana
ksatriya
vaishya
shûdra
Difatti, è chiaramente
inammissibile che ci si ponga come fine, foss’anche il più basso di tutti,
l’ottenimento di qualcosa che corrisponda in modo puro e semplice a tamas;
la ripartizione, se effettuata dal basso in alto, deve in realtà incominciare
dal grado che è immediatamente superiore a quest’ultimo, così com’è indicato
nella nostra seconda figura; ed è facile capire che dharma corrisponde
in effetti a sattwa, kâma a rajas, e artha a una
mescolanza di rajas e di tamas. Contemporaneamente, i rapporti di
questi scopi con il carattere e la funzione dei tre varna superiori
(ossia di quelli i cui membri possiedono le qualità di ârya e di dwija)
si presentano allora per virtù propria: la funzione del Vaishya si
riferisce di fatto all’acquisizione di artha, ovvero dei beni d’ordine
corporeo; kâma, o «il desiderio», è il movente dell’attività che
specificamente si adatta allo Ksatriya; e il Brâhmana è veramente
il rappresentante e il guardiano naturale del dharma. Quanto a moksha,
tale scopo supremo è, come abbiamo già detto, d’ordine totalmente diverso dagli
altri tre e senza nessuna comune misura con essi; si situa perciò di là da
tutto ciò che corrisponde alle funzioni particolari dei varna, e non può
essere contenuto, come sono invece gli
75
Studi sull’Induismo
moksha
dharma
kâma
artha
scopi transitori e contingenti,
nella sfera che rappresenta il campo dell’esistenza condizionata, giacché esso
è precisamente la liberazione da questa stessa esistenza; esso è anche,
ovviamente, di là dai tre guna, i quali riguardano soltanto gli stati
della manifestazione universale.
Queste poche considerazioni
mostrano abbastanza chiaramente che, quando si tratti di istituzioni
tradizionali, un punto di vista unicamente «sociologico» è insufficiente per
arrivare al fondo delle cose, giacché il vero fondamento di tali istituzioni è
d’ordine propriamente «cosmologico»; ma è sottinteso che certe lacune a tal
proposito non devono assolutamente impedirci di riconoscere i meriti del libro
del Mees, meriti che sono certamente molto superiori a quelli della maggior
parte dei lavori che altri Occidentali hanno dedicato allo stesso argomento.
76
VII
Tantrismo e magia 1
In Occidente si ha l’abitudine di
attribuire al Tantrismo un carattere «magico», o per lo meno di credere che la
magia abbia nel Tantrismo una parte predominante; questo, per quel che riguarda
il Tantrismo, è un errore di interpretazione, ma forse è anche un errore di
interpretazione per quel che riguarda la magia, nei confronti della quale i
nostri contemporanei in genere non hanno che idee estremamente vaghe e confuse,
come abbiamo fatto notare in un nostro articolo recente. Su quest’ultimo punto
qui non torneremo; quel che faremo, assumendo la magia in senso rigorosamente
proprio e dando per scontato che essa venga interpretata in tal modo, sarà
invece soltanto di domandarci cos’è che nel Tantrismo può dar pretesto a questa
falsa interpretazione, giacché è sempre più interessante spiegare un errore che
non fermarsi alla sua pura e semplice constatazione.
Per incominciare ricorderemo che
la magia, per quanto basso sia il suo rango proprio, è tuttavia una scienza
tradizionale autentica; in quanto tale, essa può avere un posto legittimo fra
le applicazioni di una dottrina ortodossa, purché si tratti soltanto del posto
subordinato e assai secondario che si attaglia al suo carattere essenzialmente
contingente. D’altro canto, se si tiene conto del fatto che lo sviluppo
effettivo delle scienze tradizionali particolari è determinato dalle condizioni
che sono proprie
1. Pubblicato in «Études Traditionnelles», agosto-settembre 1937. [N.d.T.]
77
Studi sull’Induismo
di questa o di quell’epoca, è
naturale, e in qualche modo normale, che le più contingenti fra di esse si
sviluppino nel periodo in cui l’umanità è più lontana dall’intellettualità
pura, vale a dire nel Kali-Yuga, e che in tal modo esse vi acquistino,
pur restando entro i limiti che sono loro assegnati dalla loro natura stessa,
un’importanza che non avevano mai potuto avere in periodi anteriori. Le scienze
tradizionali, però, quali che esse siano, possono sempre servire come
«supporti» per elevarsi a una conoscenza di ordine superiore, ed è questo, più
di ciò che esse sono di per se stesse, che conferisce loro un valore
propriamente dottrinale; sennonché, come dicevamo in altre sedi, i «supporti»
di tal genere devono, in linea generale, diventare via via più contingenti a
mano a mano che si consuma la «discesa» ciclica, allo scopo di mantenersi
adeguati alle possibilità umane di ciascuna epoca. Lo sviluppo delle scienze
tradizionali inferiori altro non è perciò, in definitiva, se non un caso
particolare di quella necessaria «materializzazione» dei «supporti» della quale
abbiamo parlato; nello stesso tempo è però ovvio che i pericoli di deviazione
diventano tanto maggiori quanto più si proceda in tal senso, ed è questa la
ragione per cui una scienza come la magia è manifestamente fra quelle che danno
più facilmente luogo a ogni sorta di deformazioni e di usi illegittimi; in
tutti i casi, la deviazione è in definitiva attribuibile soltanto alle
condizioni stesse di quel periodo di «oscuramento» che è il Kali-Yuga.
È facile capire come sia diretto
il rapporto che tutte queste considerazioni hanno con il Tantrismo, il quale è
una forma dottrinale particolarmente adatta al Kali-Yuga; e se si
aggiunge, come abbiamo indicato in altre occasioni, che il Tantrismo insiste in
modo speciale sulla «potenza» in quanto mezzo, e addirittura in quanto base
possibile di «realizzazione», non potrà apparire sorprendente che esso debba
per ciò stesso accordare un’importanza abbastanza notevole, o meglio, si
potrebbe dire, la massima importanza compatibile con la loro relatività, alle
scienze che in un modo o nell’altro hanno in sé la capacità di contribuire allo
sviluppo di tale «potenza» in qualsiasi campo. Poiché la magia fa evidentemente
parte delle scienze di questo
78
Tantrismo e magia
tipo, non si potrà contestare che
essa trovi in una situazione simile il suo posto; sennonché è necessario dire
con chiarezza e con decisione che essa non può in alcun modo costituire
l’aspetto essenziale del Tantrismo: il coltivare la magia per se stessa, così
come del resto l’assumere come fine lo studio o la produzione di «fenomeni» di
qualsivoglia genere, significa confinarsi nell’illusione invece di tendere a
liberarsene; è questa la deviazione, e di conseguenza non si tratta più del
Tantrismo, il quale è un aspetto di una tradizione ortodossa e una «via»
destinata a condurre l’essere alla vera «realizzazione».
In genere si riconosce abbastanza
volentieri che esista un’iniziazione tantrica, ma quasi sempre senza rendersi
conto delle reali implicazioni di un simile riconoscimento; tutto ciò che
abbiamo esposto in ripetute occasioni sui fini spirituali di qualsiasi
iniziazione regolare, senza eccezioni, ci dispensa dall’insistere su questo
punto. La magia in sé, poiché si riferisce per definizione esclusivamente alla
sfera «psichica», non ha certo nulla di iniziatico; per cui, se anche accade
che un rituale iniziatico ponga in opera determinati elementi apparentemente
«magici», bisognerà necessariamente che, tenuto conto dello scopo che gli
assegna e del modo in cui li usa in conformità con tale scopo, esso li
«trasformi» in qualcosa di ordine del tutto diverso, nel quale lo «psichico»
non sarà più che il semplice «supporto» dello spirituale; conseguentemente, in
realtà non si tratterà più affatto di magia, così come, ad esempio, non si fa
della geometria quando si esegue ritualmente il tracciato di uno yantra;
il «supporto» assunto nella sua «materialità», se è permesso esprimersi in
questo modo, non deve mai essere confuso con il carattere di ordine superiore
che gli viene essenzialmente conferito dalla sua destinazione. Tale confusione
può esser fatta solo da osservatori superficiali, incapaci di vedere
checchessia di là dalle apparenze formali più esteriori, caso che è in effetti
quello di quasi tutti coloro che, nell’Occidente moderno, hanno voluto
occuparsi di queste cose, e vi hanno introdotto sempre tutta l’incomprensione
inerente alla mentalità profana; è la stessa confusione, del resto, che,
notiamolo di sfuggita, è all’origine
79
Studi sull’Induismo
delle interpretazioni
«naturalistiche» che essi hanno avuto la pretesa di dare a ogni simbolismo
tradizionale.
A queste poche osservazioni ne
aggiungeremo ancora una, ma di tipo un po’ diverso: si sa quale sia
l’importanza degli elementi tantrici che hanno penetrato certe forme del
Buddhismo, ossia quelle che sono conosciute sotto la denominazione generica di Mahâyâna;
sennonché queste forme, lungi dall’essere solo un Buddhismo «corrotto», com’è
di moda chiamarlo in Occidente, costituiscono al contrario il risultato di un
adattamento rigorosamente tradizionale del Buddhismo. Che in taluni casi sia
ormai addirittura difficile trovare i caratteri propri del Buddhismo originario
ha poca importanza; o, piuttosto, non fa che mettere in rilievo le dimensioni
della trasformazione che è stata in tal modo operata1. Allora la
domanda che ci si può porre è la seguente: come avrebbe potuto il Tantrismo
essere il veicolo di una simile trasformazione, se veramente fosse soltanto
magia e nulla più? È questa un’impossibilità di perfetta evidenza per chiunque
abbia la minima conoscenza delle realtà tradizionali; e d’altronde, in fondo
non si tratta che dell’impossibilità a che l’inferiore produca il superiore o
il «più» scaturisca dal «meno»; ma non è forse questa, precisamente,
quell’assurdità, implicita in tutto il pensiero «evoluzionistico» degli
Occidentali moderni, che contribuisce, a causa della sua stessa natura, a
falsare irrimediabilmente tutte le loro concezioni?
1. Questo passo è stato accordato con le modifiche che René Guénon stesso
aveva apportato sulla questione del Buddhismo nella 4a edizione
dell’Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues (trad. it.: Introduzione
generale allo studio delle dottrine indù, 1952). [N.d.T.]
80
VIII
Il quinto Vêda 1
Fra gli errori specificamente
moderni che spesso abbiamo avuto occasione di denunciare, uno di quelli che più
direttamente si oppongono a qualsiasi comprensione vera delle dottrine
tradizionali è quel che si potrebbe chiamare lo «storicismo», il quale in fondo
non è se non una semplice conseguenza della mentalità «evoluzionistica»: esso
consiste, in effetti, nel supporre che ogni cosa deve aver avuto gli inizi più
rudimentali e grossolani, e poi, partendo di qui, aver subito un’elaborazione
progressiva; cosicché questa o quell’altra concezione sarebbe apparsa in un
determinato momento, e tanto più tardivamente quanto più è stimata essere
d’ordine più elevato, ciò implicando che essa può essere soltanto «il prodotto
di una civiltà già avanzata», secondo un’espressione che è diventata tanto
abituale da essere talvolta ripetuta in modo pressoché macchinale da coloro
stessi che cercano di reagire contro simile mentalità, ma hanno intenzioni
soltanto «tradizionalistiche» senza possedere nessuna vera conoscenza tradizionale.
A un simile modo di vedere occorre contrapporre in modo deciso e chiaro
l’affermazione che, al contrario, è all’origine che tutto ciò che appartiene
alla sfera spirituale e intellettuale si trova in uno stato di perfezione dal
quale non ha potuto in seguito che allontanarsi gradualmente nel corso
dell’«oscuramento» che necessariamente accompagna ogni processo ciclico di
manifestazione; questa legge fondamentale,
1. Pubblicato in «Études Traditionnelles», agosto-settembre 1937. [N.d.T.]
81
Studi sull’Induismo
che dobbiamo limitarci a
ricordare senza poterci inoltrare qui in sviluppi più ampi, è evidentemente
sufficiente a ridurre a nulla tutti i risultati della sedicente «critica
storica». Un’altra constatazione che si può fare, è che quest’ultima comporta
un fermo «partito preso» di negazione di qualsiasi elemento sovrumano, vale a
dire una volontà di trattare le dottrine tradizionali come se fossero un
«pensiero» puramente umano, del tutto confrontabile, sotto questo profilo, con
ciò che sono la filosofia e le scienze profane; anche sotto questo aspetto
nessun compromesso è possibile, e d’altronde, in realtà, è il pensiero profano
che è di data recentissima, in quanto esso non ha potuto insorgere se non in
quanto «prodotto di una degenerazione già avanzata», come si potrebbe dire
parafrasando in senso «anti-evoluzionistico» l’espressione da noi prima citata.
Applicando queste considerazioni
generali alla tradizione indù, diremo che, contrariamente alle opinioni degli
orientalisti, non esiste nulla a cui si possa dare il nome di «Vêdismo», o di
«Brâhmanesimo», o di «Induismo», se con queste denominazioni si intendono
dottrine che avrebbero avuto origine in epoche successive e si sarebbero
sostituite le une alle altre, ciascuna di esse caratterizzata da concezioni di
essenza diversa da quella delle altre, se non addirittura più o meno in
contraddizione con queste ultime, concezioni che si sarebbero di conseguenza
formate successivamente in seguito a una «riflessione» immaginata sul modello
di una mera speculazione filosofica. Tali designazioni diverse, se proprio si
tiene a conservarle, devono venir considerate come denominazioni di un’unica e
sola tradizione, alla quale, di fatto, esse possono tutte convenire; e si
potrebbe dire, al massimo, che ognuna di esse si riferisce in modo più diretto
a un determinato aspetto di tale tradizione, aspetti differenti che però sono
strettamente interconnessi gli uni con gli altri e non possono in nessun modo
essere presi isolatamente. Ciò risulta immediatamente dal fatto che la
tradizione in questione, in linea di principio, è contenuta integralmente nel Vêda,
e che di conseguenza tutto ciò che è contrario al Vêda, o non ne è
derivato legittimamente, è per questa ragione stessa
82
Il quinto Vêda
escluso da tale tradizione,
qualunque sia l’aspetto sotto il quale esso sia preso in esame; sono così
assicurate l’unità e l’invariabilità essenziali della dottrina, quali che siano
gli sviluppi e gli adattamenti ai quali essa potrà dar luogo per rispondere in
modo più particolare alle necessità e alle attitudini degli uomini di questa o
di quell’epoca.
In effetti, dev’esser ben
compreso che l’immutabilità della dottrina in sé non pone ostacoli a nessuno
sviluppo e a nessun adattamento, sotto l’unica condizione che sviluppi e
adattamenti siano sempre in rigorosa conformità con i principi, ma inoltre, e allo
stesso tempo, che nulla di questo genere costituisca mai una «novità», dal
momento che, in ogni caso, non potrà mai trattarsi d’altro che di una
«esplicitazione» di quanto la dottrina implicava già da sempre, oppure anche di
una formulazione delle medesime verità in termini differenti con lo scopo di
renderle più facilmente accessibili alla mentalità di un’epoca più «oscura».
Ciò che poteva all’inizio essere afferrato con immediatezza e senza difficoltà
nello stesso principio, gli uomini delle epoche posteriori non furono più in
grado di vederlo, a parte i casi eccezionali, e fu allora necessario supplire a
questo difetto generale di comprensione con un dettaglio di spiegazioni e di
commenti che fino ad allora non erano stati assolutamente necessari; inoltre,
diventando sempre più rare le attitudini a pervenire direttamente alla
conoscenza pura, occorse che si aprissero altre «vie» con la messa in opera di
mezzi sempre più contingenti, seguendo in qualche modo, per rimediare nella
misura del possibile, la «discesa» che di età in età andava effettuandosi lungo
il percorso del ciclo dell’umanità terrestre. Di conseguenza, si potrebbe dire,
questa ricevette, per raggiungere i suoi fini trascendenti, facilitazioni tanto
più grandi quanto maggiormente si abbassava il suo livello spirituale e
intellettuale, al fine di salvare tutto quel che poteva ancora essere salvato,
tenendo conto delle condizioni inevitabilmente determinate dalla legge del
cielo.
È in grazia di queste
considerazioni che si può capire veramente quale posto occupi nella tradizione
indù tutto ciò che
83
Studi sull’Induismo
viene abitualmente indicato con
il nome di «Tantrismo», in quanto rappresenta l’insieme degli insegnamenti e
dei mezzi di «realizzazione» più particolarmente appropriati alle condizioni
del Kali-Yuga. Sarebbe perciò del tutto errato vedere in esso una
dottrina a parte, e a maggior ragione un qualsivoglia «sistema», come troppo
volentieri fanno sempre gli Occidentali; in realtà si tratta piuttosto di uno
«spirito», se così ci si può esprimere, che in modo più o meno diffuso penetra
tutta la tradizione indù nella sua forma attuale, per modo che sarebbe
pressoché impossibile attribuirgli, all’interno di quest’ultima, limiti precisi
e ben definiti; e quando si pensi che l’inizio del Kali-Yuga risale
molto al di là dei tempi cosiddetti «storici», si dovrà riconoscere inoltre che
l’origine stessa del Tantrismo, lungi dall’essere così «tarda» come qualcuno
pretende, sfugge necessariamente ai mezzi limitati di cui dispone
l’investigazione profana. E inoltre, quando qui parliamo di origine, e la
facciamo coincidere con l’origine stessa del Kali-Yuga, anche questo è
vero solo per metà; ossia, più precisamente, ciò è vero soltanto a condizione
di specificare che si tratta unicamente del Tantrismo come tale, vogliamo dire
del Tantrismo in quanto espressione o manifestazione esteriore di qualcosa che,
come tutto il resto della tradizione, esisteva fin dal principio nel Vêda,
anche se non fu formulato in modo più esplicito e sviluppato nelle sue
applicazioni se non quando le circostanze divennero tali da esigerlo. Si vede
perciò come qui occorra tener conto di un duplice punto di vista: da un lato si
può ritrovare il Tantrismo fin nel Vêda, giacché esso vi è incluso
principialmente, sennonché esso non può venire nominato in modo proprio, in
quanto aspetto distinto della dottrina, se non a partire dal momento in cui fu
«esplicitato» per le ragioni da noi indicate, ed è in questo secondo senso
soltanto che esso dev’essere considerato tipico del Kali- Yuga.
La denominazione di questo tipo
di dottrina deriva dal fatto che gli insegnamenti che ne costituiscono il
fondamento sono espressi in trattati che portano la dizione generica di Tantra,
nome che è in rapporto diretto con il simbolismo della tessitura di cui abbiamo
parlato in altre occasioni, giacché, in senso proprio,
84
Il quinto Vêda
Tantra è l’«ordito» di un tessuto;
sempre in altri studi abbiamo già fatto osservare che in diverse tradizioni si
trovano parole di ugual significato applicate ai Libri sacri. Spesso i Tantra
sono interpretati come se costituissero un «quinto Vêda», destinato in
modo particolare agli uomini del Kali-Yuga; e ciò sarebbe totalmente
privo di giustificazione se essi non fossero, come abbiamo spiegato poco fa,
derivati dal Vêda ‑ inteso nella sua accezione più rigorosa ‑ a titolo
di adattamento alle condizioni di un’epoca determinata. È importante aver
presente il fatto che il Vêda è uno, da un punto di vista principiale e
in qualche modo «intemporale», prima di essere diventato triplice, poi
quadruplo, nella sua formulazione; se può essere anche quintuplo nell’età
attuale, a motivo degli sviluppi supplementari richiesti da facoltà di
comprensione meno «aperte» e non più capaci di esercitarsi direttamente anche
nella sfera dell’intellettualità pura, è evidente che ciò non influirà
maggiormente sulla sua unità originaria, la quale è essenzialmente il suo
aspetto «perpetuo» (sanâtana), indipendentemente perciò dalle condizioni
particolari di qualsivoglia epoca.
La dottrina dei Tantra non
è perciò, né può essere altro, che uno sviluppo normale, secondo certi punti di
vista, di quel che è già contenuto nel Vêda, giacché è in virtù di
questo, e in virtù di questo soltanto, che essa può essere, come di fatto è,
parte integrante della tradizione indù; e, per quanto riguarda i mezzi di
«realizzazione» (sâdhana) prescritti dai Tantra, si può affermare
parimenti che, per le stesse ragioni, essi siano legittimamente derivati dal Vêda,
poiché non sono in fondo se non l’applicazione e la messa in opera effettiva di
questa stessa dottrina. Se tali mezzi, ‑ fra i quali bisogna naturalmente
comprendere, che sia a titolo principale o anche semplicemente accessorio, i
riti di qualsiasi genere ‑, sembrano però avere un certo carattere di «novità»
rispetto a quelli che li hanno preceduti, la ragione ne è che in epoche
anteriori non era necessario adottarli, se non forse a solo titolo di pura
possibilità, considerando che gli uomini non ne avevano allora alcun bisogno,
disponendo di altri mezzi che meglio convenivano alla loro natura. Si tratta di
qualcosa
85
Studi sull’Induismo
che è del tutto comparabile con
lo sviluppo speciale di una scienza tradizionale in questa o quell’altra epoca,
sviluppo che anch’esso non costituisce affatto un’«apparizione» spontanea o una
«innovazione» qualsivoglia, giacché, anche in questo caso, non può mai
trattarsi realmente se non di un’applicazione dei principi, di qualcosa,
perciò, che aveva in essi una preesistenza almeno implicita, preesistenza che
di conseguenza era sempre possibile rendere esplicita in qualsiasi momento,
presupponendo, però, che esistesse qualche ragione per farlo; sennonché,
precisamente, tale ragione non si trova di fatto che nelle circostanze
contingenti che condizionano una determinata epoca.
Adesso, che i riti propriamente
«vêdici» ‑ intendiamo dire tali e quali essi erano «al principio» ‑ non siano
più praticabili attualmente, è quel che risulta anche troppo chiaramente dal
fatto stesso che il soma, che ha in essi un ruolo capitale, è perduto da
un tempo che è impossibile valutare «storicamente»; e sia chiaro che, quando
parliamo del soma, esso deve essere inteso rappresentare tutto un
insieme di cose la cui conoscenza, inizialmente manifesta e accessibile a
tutti, è diventata nascosta nel corso del ciclo, per lo meno per la comune
umanità. Era dunque necessario che da quel momento si dessero, per queste cose,
dei «succedanei», i quali non potevano necessariamente trovarsi se non in una
sfera inferiore alla loro, ciò che equivale a dire che i «supporti» grazie ai
quali una «realizzazione» si mantenne possibile divennero sempre più
«materializzati» da un’epoca all’altra, conformemente alla marcia discendente
dello sviluppo ciclico; un rapporto come quello che esiste tra il vino e il soma,
riferendosi al loro uso rituale, potrebbe fornire un esempio simbolico. Simile
«materializzazione» non deve però essere semplicemente intesa nel senso più
limitato e più corrente della parola; nel modo in cui noi la prendiamo in esame
si può dire che essa incominci a prodursi da quando si esce dalla conoscenza
pura, che sola è anche la pura spiritualità; il richiamo a elementi di tipo
sentimentale o volitivo, ad esempio, non è uno dei segni minori di una
«materializzazione» simile, quand’anche tali elementi siano usati in modo
legittimo, vale a dire siano
86
Il quinto Vêda
intesi soltanto come mezzi
subordinati a uno scopo che rimane sempre la conoscenza, giacché, se le cose
così non stessero, non si potrebbe più in nessun modo parlare di
«realizzazione», ma soltanto di una deviazione, di un simulacro o di una
parodia, tutte cose che, è ovvio, sono rigorosamente escluse dall’ortodossia
tradizionale, qualunque ne sia la forma e a qualsiasi livello quest’ultima
possa essere considerata.
Le ultime cose che abbiamo detto
si applicano esattamente al Tantrismo, la cui «via» appare in generale più
«attiva» che «contemplativa», ovvero, in altri termini, come situantesi più dal
lato della «potenza» che non da quello della conoscenza; e un fatto
particolarmente significativo. sotto questo aspetto, è l’importanza che esso dà
a quella che viene chiamata la «via dell’eroe» (vîra-mârga). È evidente
che Vîrya, termine che equivale al latino virtus, per lo meno
nell’accezione che quest’ultimo possedeva prima che gli Stoici lo travisassero
in senso «morale», esprime propriamente la qualità essenziale e in certo qual
modo «tipica», non del Brâhmana, ma dello Ksatriya; e il vîra
si distingue dal pashu, ossia dall’essere assoggettato ai vincoli
dell’esistenza comune, non tanto per una conoscenza effettiva quanto per una
affermazione volontaria di «autonomia», la quale, in questo stadio, può ancora,
secondo l’uso che ne farà, tanto allontanarlo dallo scopo quanto condurlo ad
esso. In effetti, in questo caso il pericolo è che la «potenza» sia ricercata
per se stessa e in tal modo diventi un ostacolo invece di essere un appoggio, e
che l’individuo giunga a considerarsi come il suo proprio fine; ma è evidente
che ciò non rappresenta se non la deviazione e l’abuso, i quali non possono mai
essere che il frutto di una mancata comprensione di cui la dottrina non
potrebbe essere assolutamente ritenuta responsabile; e, per di più, quel che
diciamo riguarda solo la «via» in quanto tale, e non il fine, il quale in realtà
‑ ci teniamo a ripeterlo ‑ è sempre lo stesso e in nessun caso può essere
diverso dalla conoscenza, giacché non è che in virtù di questa e in questa che
l’essere si «realizza» veramente in tutte le sue possibilità. Non è tuttavia
men vero che i mezzi forniti per raggiungere questo fine sono «segnati»,
87
Studi sull’Induismo
come è inevitabile che siano, dai
caratteri specifici del Kali-Yuga: ci si ricordi, a tal proposito, che
la parte sostenuta dall’«eroe» è sempre e dappertutto interpretata come una
«ricerca», ricerca che, se può essere coronata dal successo, rischia però anche
di risolversi in uno scacco, e la «ricerca» stessa presuppone del resto, quando
compare l’«eroe», che qualcosa sia andato perduto anteriormente e che è suo
compito ritrovare; questo compito, adempiuto il quale il vîra diventerà divya,
potrà, se si vuole, essere definito come la ricerca del soma o della
«bevanda di immortalità» (amrita), ciò che è, dal punto di vista
simbolico, l’equivalente esatto di quella che in Occidente fu la «ricerca del Graal»;
e con il ritrovamento del soma la fine del ciclo si ricongiunge con il
suo inizio, nell’«intemporalità».
88
IX
Nâma-Rûpa 1
È noto che nella tradizione indù
si considera l’individualità costituita dall’unione di due elementi, o più
esattamente da due insiemi di elementi, rispettivamente indicati con i termini nâma
e rûpa, termini che significano letteralmente «nome» e «forma», e sono
in genere riuniti nell’espressione composta nâma-rûpa, la quale
comprende in tal modo l’intera individualità. Di tale individualità nâma
corrisponde al lato «essenziale», e rûpa al lato «sostanziale»; si
tratta perciò più o meno dell’equivalente dell’eidos e della hylé
di Aristotele, o di quelle a cui gli scolastici dettero il nome di «forma» e
«materia»; sennonché, in quest’ultimo caso occorre far molta attenzione a
un’imperfezione abbastanza molesta della terminologia occidentale: la «forma»
in effetti equivale allora a nâma, mentre, se si interpreta la stessa
parola nel suo significato abituale, è al contrario rûpa che si è
obbligati a tradurre con «forma»2. Poiché la parola «materia» non
manca di presentare inconvenienti, per ragioni che abbiamo già spiegato in
altre occasioni e sulle quali non ritorneremo ora, noi riteniamo di gran lunga
preferibile l’uso dei termini «essenza» e «sostanza», compresi naturalmente nel
senso relativo in cui è possibile applicarli a una individualità.
1. Pubblicato in «Études Traditionnelles», marzo 1940. [N.d.T.]
2. In inglese si potrebbe fino a un certo punto evitare l’equivoco mediante
la convenzione che si renda lo scolastico «forma» con form e la «forma»
in senso abituale con shape; in francese [e in italiano], però, è
impossibile trovare due parole che permettano una simile distinzione.
89
Studi sull’Induismo
Secondo un altro punto di vista,
un po’ diverso, nâma corrisponde anche alla parte sottile
dell’individualità, e rûpa alla sua parte corporea o sensibile;
sennonché tale distinzione coincide in fondo con la precedente, giacché sono
precisamente queste due parti, quella sottile e quella corporea, che
nell’insieme dell’individualità hanno tutto sommato un ruolo di «essenza» e di
«sostanza» nei confronti l’una dell’altra. In ogni caso, quando l’essere si sia
affrancato dalla condizione individuale, si può dire che egli sia con ciò
stesso «al di là del nome e della forma», giacché questi due termini
complementari sono propriamente costitutivi dell’individualità in quanto tale;
ciò che si deve ben comprendere, allora, è che questa è la situazione di un
essere che sia passato a uno stato sovraindividuale, giacché, in un altro stato
individuale, quindi ancora «formale», esso ritroverebbe necessariamente
l’equivalente di nâma e di rûpa, anche se la «forma» non sarebbe
più, in tal caso, corporea com’essa è nello stato umano.
Occorre tuttavia dire, inoltre,
che nâma è passibile di una certa trasposizione, in virtù della quale
non è più il correlativo di rûpa; ciò si vede in particolare quando si
trova detto che quel che permane quando un uomo muore è nâma1.
Vero è che si potrebbe a tutta prima pensare che si tratti soltanto dei
prolungamenti extracorporei dell’individualità umana; questo modo di vedere è
del resto accettabile, in un certo senso, in quanto rûpa sia
identificato al corpo; in questo caso non si tratterebbe però di una vera
trasposizione, e la parte sottile dell’individualità continuerebbe
semplicemente a essere indicata come nâma anche dopo la scomparsa della
parte corporea. Così potrebbe essere, anche, quando tale nâma sia detto
essere «senza fine», potendo ciò intendersi unicamente con riferimento alla
perpetuità ciclica; un qualsiasi ciclo può infatti essere detto «senza fine»
nel senso che la sua fine si congiunge analogicamente con il suo principio,
come si vede in particolare nell’esempio del ciclo annuale (samvatsara)2.
Però le cose non stanno più così, di tutta
1. Brihad-Aranyaka Upanishad, III, 2, 12.
2. Jaiminîya Upanishad Brâhmana, I, 35.
90
Nâma-Rûpa
evidenza, quando sia precisato
che l’essere che permane come nâma sia passato nel mondo dei dêva1,
vale a dire in uno stato «angelico» o sovraindividuale; essendo tale stato
«informale», non si può più parlare di rûpa, mentre nâma è
trasposto in un senso superiore, cosa che è possibile in virtù del carattere
sovrasensibile che è ad esso attribuito pur nella sua accezione ordinaria e
individuale; in tal caso, l’essere è ancora «al di là della forma», ma non
sarebbe anche «al di là del nome» se non nel caso che esso sia giunto allo
stato incondizionato, e non soltanto a uno stato che, per quanto elevato,
appartenga ancora alla sfera dell’esistenza manifestata. Possiamo far notare
che senza dubbio questo significa, nelle dottrine teologiche occidentali, la concezione
secondo cui la natura angelica (dêvatwa) è una «forma» pura (espressione
che in sanscrito potrebbe esser resa con shuddha-nâma), ovverosia non
unita a una «materia»; in effetti, tenendo conto delle particolarità del
linguaggio scolastico da noi prima segnalate, ciò equivale esattamente a dire
che si tratta di quello che è da noi denominato uno stato «informale»2.
In simile trasposizione, nâma
equivale ancora al greco eidos, inteso però questa volta in senso
platonico più che in senso aristotelico: si tratta dell’«idea», non
nell’accezione psicologica e «soggettiva» attribuitale dal moderni, ma nel
senso trascendente di «archetipo», intesa cioè come realtà del «mondo intelligibile»,
e di cui il «mondo sensibile» offre soltanto un riflesso o un’ombra3;
del resto, seguendo questa interpretazione, si può assumere qui che il «mondo
sensibile» rappresenti simbolicamente l’intero dominio della manifestazione
formale, e il
1. Ibid., III, 9.
2. Non è tuttavia men vero che la natura angelica, così come tutto ciò che
è manifestato, implica necessariamente una mescolanza di «atto» e di «potenza»;
sembra che qualcuno abbia accomunato in modo puro e semplice i due termini alla
«forma» e alla «materia», le quali in effetti vi corrispondono, ma hanno
normalmente un’accezione più limitata; tali differenze di terminologia non
hanno mancato di provocare un certo numero di confusioni.
2. Si ricorderà a tal proposito il simbolismo della caverna di Platone.
91
Studi sull’Induismo
«mondo intelligibile» sia allora
il mondo della manifestazione informale, vale a dire il mondo dei dêva.
In questo stesso modo bisogna intendere l’applicazione del termine nâma
al modello «ideale» che l’artista deve dapprima contemplare interiormente, e
seguendo il quale realizza poi la propria opera in forma sensibile, forma
sensibile che è propriamente rûpa, per modo che, quando l’«idea» abbia
così «preso corpo» l’opera d’arte può essere considerata, proprio alla stregua
dell’essere individuale, una combinazione di nâma e di rûpa1.
Si è così di fronte, per così dire, a una «discesa» (avatarana)
dell’«idea» nella sfera del formale; non, ovviamente, che l’«idea» sia da ciò
«modificata» in se stessa, bensì, piuttosto, essa si riflette in una
determinata forma sensibile, la quale procede da essa e alla quale essa dà in
certo qual modo la vita; si potrebbe anche dire, a tal proposito, che l’«idea»
in sé corrisponde allo «spirito», e che il suo aspetto che «prende corpo»
corrisponde all’«anima». Tale assimilazione con l’opera d’arte permette di
capire in modo ancor più preciso la vera natura del rapporto esistente tra
l’«archetipo» e l’individuo e, di conseguenza, la vera natura del rapporto che
c’è tra i due significati del termine nâma a seconda che esso sia
applicato nella sfera «angelica» o in quella umana, ovverosia a seconda che
esso indichi, da un lato il principio informale o «spirituale» dell’essere, che
può esser detto anche la sua pura «essenza», e dall’altro la parte «sottile»
dell’individualità, la quale è «essenza» solo in un senso del tutto relativo e
in rapporto alla sua parte corporea, ma che, a tale titolo, rappresenta
l’«essenza» nella sfera individuale e può perciò essere considerata come un
riflesso, in essa, della vera «essenza» trascendente.
Resta ora da spiegare il
simbolismo inerente ai termini stessi nâma e rûpa, simbolismo che
permette di passare dal loro significato letterale, ossia dall’accezione che ne
fa gli equivalenti
1. Su questo punto, così come su buona parte delle altre considerazioni che
esponiamo in questo articolo, si veda A.K. Coomaraswamy, The Part of Art in
Indian Life, nella raccolta commemorativa del centenario di Shrî
Râmakrishna, The Cultural Heritage of India, vol. III, pagg. 487-513.
92
Nâma-Rûpa
dei termini «nome» e «forma» alle
applicazioni che abbiamo esaminato poco fa. A prima vista il rapporto può
sembrare più evidente per la «forma» che non per il «nome», forse perché in fin
dei conti non usciamo dalla sfera del sensibile, sfera alla quale si riferisce
in modo diretto il senso abituale delle parole; per lo meno, così è nel caso
dell’esistenza umana; se si trattasse di un altro stato individuale sarebbe in
ogni caso sufficiente tener conto che deve necessariamente esserci una certa
corrispondenza tra la costituzione dell’essere manifestato in tale stato e
quella dell’individuo umano, per la buona ragione che si tratta pur sempre di
uno stato «formale». Per ben capire il vero significato di nâma occorre
invece far ricorso a nozioni meno comunemente diffuse, e bisogna innanzi tutto
ricordarsi che, come abbiamo già spiegato in altra occasione, il «nome» di un
essere, quand’anche inteso letteralmente, è di fatto un’espressione della sua
«essenza»; esso è del resto un «nome» che è nel contempo un «numero» nel senso
pitagorico e kabbalistico, ed è risaputo che, anche sotto il semplice profilo
della filiazione storica, la concezione dell’«idea» platonica, di cui parlavamo
prima, si ricollega in modo diretto a quella del «numero» pitagorico.
Ma non è tutto: è importante far
rilevare anche che il «nome», in senso letterale, è propriamente un suono,
quindi appartiene al campo dell’audizione, mentre la «forma» appartiene a
quello della visione; l’«occhio» (o la vista) è in questo caso assunto come
simbolo dell’esperienza sensibile, mentre l’«orecchio» (o l’udito) è assunto
come simbolo dell’intelletto «angelico» o intuitivo1; ed è in tal
modo, parimenti, che la «rivelazione», ovvero l’intuizione diretta delle verità
intelligibili, viene rappresentata come un’«audizione» (da cui la
significazione tradizionale del termine shruti)2. È cosa
ovvia che, in se stessi,
1. Cfr. Brihad-Aranyaka Upanishad, I, 4,17.
2. È tuttavia opportuno aggiungere che in certi casi la vista e il suo
organo possono anche simboleggiare l’intuizione intellettuale (l’«occhio della
Conoscenza» nella tradizione indù, ovvero l’«occhio del Cuore» nella tradizione
islamica); si tratta però allora di un altro aspetto del simbolismo della luce,
e di conseguenza della «visibilità», diverso da quello che dobbiamo esaminare
ora,
93
Studi sull’Induismo
l’udito e la vista appartengono
entrambi alla sfera del sensibile; ma quanto alla loro trasposizione simbolica,
allorché essi sono in questo modo messi in relazione l’uno con l’altra, vi è da
tener conto, tra di loro, di una certa gerarchia, la quale trae la sua origine
dall’ordine di sviluppo degli elementi, e, di conseguenza, delle qualità
sensibili che ad essi rispettivamente si riferiscono. La qualità auditiva, che
si riconduce all’etere ‑ il primo degli elementi ‑, è più «primordiale» della
qualità visiva, che si riconduce al fuoco; e da questo si può vedere come il
significato del termine nâma si ricolleghi in maniera diretta a idee
tradizionali che nella dottrina indù posseggono un carattere veramente
fondamentale, intendiamo riferirci all’idea della «primordialità del suono» e a
quella della «perpetuità del Vêda».
poiché in quest’ultimo intervengono soprattutto i rapporti della vista e
dell’udito, o delle qualità sensibili corrispondenti; è necessario ricordarsi
sempre che il simbolismo tradizionale non è mai «sistematico».
94
X
Mâyâ 1
Ananda K. Coomaraswamy ha fatto
notare2 come sia preferibile tradurre Mâyâ con «arte»
piuttosto che con «illusione», come di consueto avviene; questa traduzione
corrisponde infatti a un punto di vista che potrebbe essere definito più
principiale. «Chi produce la manifestazione per mezzo della sua “arte”, è
l’Architetto divino, e il mondo è la sua “opera d’arte”; così inteso, il mondo
non è né più né meno irreale di quanto siano le nostre opere d’arte, le quali,
a causa della loro relativa impermanenza, sono anch’esse irreali se paragonate
all’arte che “risiede” nell’artista». In effetti il principale pericolo in cui
si incorre adoperando la parola «illusione» è che troppo facilmente si rischia
di fare di essa un sinonimo di «irrealtà», intesa in senso assoluto, cioè di
considerare le cose che si definiscono illusorie come se non fossero
assolutamente nulla, mentre si tratta soltanto di gradazioni diverse di realtà;
ma su questo punto ritorneremo in seguito. Per ora aggiungeremo soltanto che
tradurre Mâyâ con «magia», come si fa abbastanza di frequente, basandosi
su una similitudine verbale del tutto esteriore e non risultante da nessuna
parentela etimologica, ci sembra più che
1. Da «Études Traditionnelles», luglio-agosto 1947.
2. In occasione della recensione del libro postumo di Heinrich Zimmer, Myths
and Symbols in Indian Art and Civilization, pubblicata nella Review of
Religion, numero di marzo 1947 [l’originale francese riporta a questo punto
la parola «recentemente»].
95
Studi sull’Induismo
altro suggerito da quel
pregiudizio occidentale moderno secondo cui la magia produce effetti puramente
immaginari, privi di ogni realtà; il che equivale a ricadere nell’errore cui
abbiamo accennato prima. In tutti i casi, per coloro stessi che ammettono la
realtà, anche solo relativa, dei fenomeni prodotti dalla magia, non esistono di
fatto motivi validi per attribuire alle produzioni dell’«arte» divina un
carattere specialmente «magico», né per sminuire in qualunque altro modo la
portata del simbolismo che le assimila alle «opere d’arte» intese nel loro
senso più generale1.
« Mâyâ è il “potere”
materno (shakti), in virtù del quale l’Intelletto divino agisce»; per
essere più precisi, essa è Kriyâ-Shakti, cioè l’«Attività divina» (in
quanto considerata distinta dalla «Volontà divina», che è Ichchâ-Shakti).
Come tale essa è inerente a Brahma stesso o al Principio supremo; si
situa quindi a un livello incomparabilmente superiore a quello di Prakriti,
e anche quando questa viene chiamata Mâyâ, come per esempio nel Sânkhya,
non è in realtà che il riflesso della Shakti nell’ordine «cosmologico»2;
si osserva perciò qui un’applicazione del senso inverso dell’analogia, giacché
la suprema Attività si riflette nella pura passività, e l’«onnipotenza»
principiale nella potenzialità della materia prima. Inoltre Mâyâ, per il
fatto stesso di essere l’«arte» divina che risiede nel Principio, è pure
identica alla «saggezza», Sophia, intesa esattamente come nella
tradizione giudaico-cristiana; come tale essa è madre dell’Avatâra:
prima di tutto per la sua generazione eterna, come Shakti del Principio,
la quale peraltro con il Principio stesso non fa che una sola cosa, non essendo
nient’altro che il suo aspetto «materno»3; poi, per la sua nascita
nel mondo manifestato, ciò che dimostra ancor
1. Naturalmente si tratta del senso conforme alla concezione tradizionale
dell’arte, e non alle teorie «estetiche» moderne.
2. Impiegando la terminologia occidentale, si potrebbe qui dire che non
bisogna confondere la Natura naturans con la Natura naturata,
sebbene entrambe siano designate con il termine Natura.
3. Krishna dice: «Benché senza nascita... io nasco dalla mia propria Mâyâ»
(Bhagavad Gîtâ, IV, 6).
96
Mâyâ
più chiaramente la connessione
esistente tra questi due aspetti, superiore e inferiore, di Mâyâ1.
Richiamandoci a quanto abbiamo
detto a proposito dell’«arte» divina, possiamo fare un’altra considerazione
riguardante il significato del «velo di Mâyâ»: quest’ultimo è innanzi
tutto il «tessuto» di cui si compone la manifestazione universale; ritroviamo
dunque il simbolismo tradizionale della tessitura, di cui abbiamo parlato in
altro luogo2. Benché non sembri che ci se ne renda generalmente
conto, questo significato è molto chiaramente indicato da talune
rappresentazioni in cui, su questo velo, sono raffigurati esseri diversi
appartenenti al mondo manifestato. È quindi solo secondariamente che il velo
sembra allo stesso tempo coprire o in qualche modo avvolgere il Principio, e
ciò perché la manifestazione nel suo svilupparsi lo dissimula di fatto ai nostri
occhi; questo punto di vista, che è quello degli esseri manifestati, è del
resto l’inverso di quello principiale, giacché fa apparire la manifestazione
«esteriore» rispetto al Principio, mentre essa, in realtà, non può essergli che
«interiore», poiché nulla, assolutamente, può esistere al di fuori del
Principio, per il fatto stesso che esso, essendo infinito, contiene
necessariamente in sé tutte le cose.
Ed eccoci ricondotti alla
questione dell’illusione: quello che di fatto è illusorio, è il punto di vista
che porta a considerare la manifestazione come esteriore al Principio; è in
questo senso che l’illusione è anche «Ignoranza» (avidyâ), cioè
precisamente il contrario o l’inverso della «Saggezza» di cui prima dicevamo; è
questa, si può affermare, l’altra faccia di Mâyâ, ma a condizione di
precisare che essa esiste unicamente come conseguenza
1. Cfr. La Grande Triade, pp. 21-22 dell’ed. it.; a questo
proposito, dobbiamo far rilevare che la tradizione cristiana, poiché non
considera in modo distinto l’aspetto «materno» del Principio nella sua
concezione della Theotòkos, non può porsi, perlomeno esplicitamente, se
non dal secondo dei due punti di vista innanzi indicati. Come fa notare A.K.
Coomaraswamy, «non è senza significato che il nome della madre del Buddha sia Mâyâ»
(così come, presso i Greci, Maia è la madre di Ermete); si spiega in tal
modo anche l’accostamento che qualcuno ha ritenuto di stabilire tra il nome di Mâyâ
e quello di Maria.
2. Vedi: Le Symbolisme de la Croix, cap. XIV (trad. cit.).
97
Studi sull’Induismo
del modo errato in cui guardiamo
alle sue produzioni. Queste ultime sono in realtà ben diverse da ciò che ci
paiono essere, perché tutte esprimono qualcosa del Principio, così come ogni
opera d’arte esprime qualcosa del suo autore, e in ciò consiste tutta la loro
realtà; essa non è dunque che una realtà dipendente e «partecipata», che può
dirsi nulla se confrontata alla realtà assoluta del Principio1, ma
che, in se stessa, è nondimeno una realtà. L’illusione può dunque, se si vuole,
essere intesa in due sensi diversi: o come una falsa apparenza che le cose
assumono rispetto a noi, o come una loro minor realtà rispetto al Principio; in
entrambi i casi, però, essa implica necessariamente un fondamento reale e, di
conseguenza, non può essere in nessun modo assimilata al nulla.
1. A.K. Coomaraswamy cita a questo proposito un pensiero di S. Agostino: «Quo
comparata nec pulchra, nec bona, nec sunt» (Confessioni, XI, 4).
98
XI
Sanâtana Dharma 1
La nozione del Sanâtana Dharma
è una di quelle che non hanno in Occidente un equivalente esatto, al punto che
appare impossibile trovare un termine o un’espressione che ne renda il
significato in modo completo e in tutte le accezioni; qualsiasi traduzione che
di essa si potrebbe proporre risulterebbe, se non interamente falsa, per lo
meno molto inadeguata. Ananda K. Coomaraswamy pensava che l’espressione che
poteva forse, alla meno peggio, fornirne un sostituto approssimativo era quella
di Philosophia Perennis, intesa al modo del medio evo; se ciò è vero
sotto certi aspetti, tuttavia tra le due nozioni esistono differenze notevoli,
che è tanto più utile esaminare in quanto certuni sembrano troppo facilmente
credere alla possibilità di una loro pura e semplice assimilazione.
In primo luogo dobbiamo osservare
che la difficoltà non verte sulla traduzione del termine sanâtana, di
cui il latino perennis è effettivamente un equivalente; in questo caso
si tratta propriamente di «perennità» o di perpetuità, e non affatto di
eternità come talvolta si dice. Il termine sanâtana comporta infatti
un’idea di durata, mentre al contrario l’eternità è essenzialmente la
«non-durata»; la durata di cui si tratta è indefinita, se si vuole, o più
precisamente «ciclica», nell’accezione del greco aiônios, il quale pure
non ha assolutamente il senso di «eterno» che i modeni,
1. Studio apparso nel libro Approches de l’Inde (Les Cahiers du
Sud, 1949), raccolta di testi e articoli pubblicati a cura di Jacques
Masui. [N.d.T.]
99
Studi sull’Induismo
per una deplorevole confusione,
troppo sovente gli attribuiscono. Perpetuo, in questo senso, è ciò che persiste
in modo continuo dall’inizio alla fine di un ciclo; e secondo la tradizione
indù il ciclo a cui la nozione di Sanâtana Dharma dev’essere riferita è
un Manvantara, ovvero la durata di manifestazione di una umanità
terrestre. Aggiungeremo subito, e più avanti si vedrà tutta l’importanza di
questa, osservazione, che sanâtana ha pure il senso di «primordiale»:
d’altra parte è facile comprendere il rapporto diretto che lega questo nuovo
significato col precedente, giacché non può essere veramente perpetuo se non
ciò che risale all’origine stessa del ciclo. Infine, occorre che sia ben chiaro
che simile perpetuità, con la stabilità che le è necessariamente connessa, pur
se non deve venir confusa con l’eternità, con la quale non ha anzi neppure
possibilità di raffronto, è tuttavia quasi un riflesso, nelle condizioni del
nostro mondo, dell’eternità e dell’immutabilità che sono proprie di quei
principi di cui il Sanâtana Dharma è l’espressione nei suoi confronti.
La parola perennis, in sé,
può anche contenere tutti i significati che abbiamo illustrato; ma sarebbe
piuttosto difficile indagare fino a qual punto gli scolastici del medio evo, al
linguaggio dei quali appartiene in proprio il termine Philosophia Perennis,
ne fossero chiaramente coscienti, perché il loro modo di considerare le cose,
pur essendo evidentemente tradizionale, non si applicava che a una sfera
esteriore e perciò soggetta a molteplici limitazioni. A ogni modo, e pur
ammettendo che si possa, indipendentemente da ogni considerazione di carattere
storico, restituire a questa parola il suo pieno significato, resterebbe sempre
il fatto che a richiedere le riserve più gravi quanto all’assimilazione di cui
stavamo parlando, è l’impiego del termine Philosophia, il quale
corrisponde in certo qual modo proprio alla natura della limitazione del punto
di vista scolastico. Innanzi tutto, e tenuto conto principalmente dell’uso che
di essa fanno abitualmente i moderni, questa parola può troppo facilmente
prestarsi ad equivoci; questi potrebbero in realtà dissiparsi se si avesse cura
di precisare che la Philosophia Perennis non è affatto «una» filosofia,
vale a dire una concezione particolare, più o meno ristretta e
100
Sanâtana Dharma
sistematica, frutto di questo o
quell’autore, ma il fondamento comune dal quale derivano tutte le filosofie in
ciò che hanno di realmente valido; e questo modo di considerarla
corrisponderebbe di fatto al pensiero degli scolastici. Soltanto che anche in tal
caso permarrebbe una improprietà, poiché la realtà di cui stiamo parlando,
quando venga considerata come una autentica espressione della verità, come di
fatto deve, sarebbe ben più Sophia che non Philosophia; la
«saggezza» non deve essere confusa con l’aspirazione che tende ad essa o con la
ricerca che ad essa può condurre, e secondo la sua stessa etimologia la parola
«filosofia» designa propriamente soltanto queste due cose. Si dirà forse che
essa è suscettibile di una certa trasposizione, e anche se non ci pare che ciò
si imponga come forse avverrebbe qualora non si avesse a disposizione nessun
termine veramente migliore, non è nostra intenzione contestarne la possibilità;
ma pur nel caso più favorevole, questo termine sarà sempre ben lontano dal poter
venire accettato come un equivalente di Dharma, perché non potrà mai
designare se non una dottrina la quale, per esteso che sia il campo da essa
abbracciato, rimarrà in ogni caso soltanto teorica e non corrisponderà di
conseguenza a tutto ciò che comprende il punto di vista tradizionale nella sua
integralità. Secondo quest’ultimo infatti, la dottrina non è mai intesa come
una semplice teoria sufficiente a se stessa, ma come una conoscenza da
realizzarsi di fatto, e dalla quale, per di più, discendono delle applicazioni
che si estendono a tutte le modalità della vita umana senza eccezione.
Tale estensione può essere
dedotta dallo stesso significato della parola Dharma, significato che
d’altronde non può venir reso interamente nelle lingue occidentali da un unico
termine: in conseguenza della sua radice dhri, che ha il senso di
portare, sopportare, sostenere, mantenere, questa parola designa innanzi tutto
un principio di conservazione degli esseri, perciò un principio di stabilità,
almeno per quanto quest’ultima sia compatibile con le condizioni della manifestazione.
È importante1
1 Il passo che segue riprende spesso testualmente un passo corrispondente
dello studio su Dharma che costituisce ora il cap. VII di questo libro.
101
Studi sull’Induismo
rilevare che la radice dhri
è quasi identica, nella forma e nel significato, a un’altra radice, dhru,
da cui proviene la parola dhruva, la quale designa il «polo»; ed è
effettivamente all’idea di «polo», o di «asse» del mondo manifestato che ci si
deve riferire se si vuol capire la nozione di Dharma nel suo senso più
profondo: si tratta di ciò che permane invariato al centro delle rivoluzioni di
tutte le cose, e regola il corso del divenire proprio in quanto non vi prende
parte. A questo proposito bisogna tener conto che il linguaggio, a causa del
carattere sintetico del pensiero che esprime, è qui molto più strettamente
legato al simbolismo di quanto non sia nelle lingue moderne, nelle quali un
legame del genere, e in misura ristretta, persiste solamente più in grazia di
una lontana derivazione; così che si potrebbe forse anche far vedere, se non ci
portasse troppo fuori del nostro argomento, come la nozione del Dharma
si ricolleghi piuttosto direttamente alla rappresentazione simbolica
dell’«asse» per mezzo della figura dell’«Albero del mondo».
Si potrebbe dire che il Dharma,
a considerarlo in modo assoluto, è necessariamente sanâtana, e perfino
in un’accezione più estesa di quella che abbiamo indicato prima, perché, invece
di contenersi a un determinato ciclo e agli esseri che in esso si manifestano,
si applica in ugual modo a tutti gli esseri e a ogni stato di manifestazione.
Si ritrova così l’idea di permanenza e di stabilità; ma è assiomatico che
questa idea, in mancanza della quale non si può d’altronde parlare di Dharma,
può venire applicata, in modo relativo, a livelli differenti e in campi più o
meno ristretti, e proprio da ciò sono giustificate tutte le accezioni
secondarie o «specifiche» a cui si presta questa parola. Proprio perché deve
essere concepito come principio di conservazione degli esseri, il Dharma
risiede per essi nella conformità alla propria natura essenziale; si può perciò
parlare, in tal senso, del dharma proprio di ciascun essere, chiamato
più precisamente swadharma, o di ciascuna categoria di esseri, come si
può parlare del dharma di un mondo o d’uno stato di esistenza, o
soltanto di una determinata porzione di questo, e del dharma di un certo
popolo o d’un certo periodo; quando si parla di Sanâtana Dharma
102
Sanâtana Dharma
si tratterà, come abbiamo detto,
dell’insieme di una umanità e per la durata di tutta la sua manifestazione, la
quale costituisce un Manvantara. In questo caso si può anche dire che si
tratta della «legge» o della «norma» propria di tale cielo, formulata fin
dall’origine dal Manu che la governa, vale a dire dall’Intelligenza
cosmica che in essa riflette la Volontà divina ed esprime l’Ordine universale;
in linea di principio è questo il senso vero del Mânava-Dharma, senza
tener conto di tutti gli adattamenti che da esso potranno aver origine e che
d’altra parte riceveranno legittimamente la stessa designazione perché ne
saranno, tutto sommato, come altrettante traduzioni richieste da questa o
quella circostanza di tempo e di luogo. Bisogna tuttavia aggiungere che può
accadere che, usata in un caso come questo, l’idea di «legge» suggerisca di
fatto un certo senso di restrizione, giacché, anche se essa può, come succede
per il suo equivalente ebraico Thorah, essere applicata per estensione
al contenuto di tutto l’insieme delle Scritture sacre, ciò a cui fa pensare in
modo più immediato è naturalmente l’aspetto «legislativo» propriamente detto,
il quale è certamente lungi dal costituire tutta la tradizione, benché ne sia
parte integrante in ogni civiltà che può essere detta normale. Questo aspetto è
in realtà una semplice applicazione al campo sociale, applicazione che però,
come tutte le altre, presuppone di necessità la dottrina puramente metafisica
che è la parte essenziale e fondamentale della tradizione, e la conoscenza
principiale da cui tutto il resto dipende in tutto e per tutto, e senza la
quale nulla di veramente tradizionale, in qualsivoglia ambito, può
assolutamente esistere.
Abbiamo parlato dell’Ordine
universale che, nella manifestazione, è l’espressione della Volontà divina e
riveste in ogni stato d’esistenza modalità particolari, determinate dalle
condizioni proprie di questo stato; il Dharma potrebbe, per lo meno
sotto un certo riguardo, venir definito come conformità all’ordine, e ciò
spiega la stretta parentela che lega questa nozione con quella di rita,
che è anch’essa l’ordine e ha etimologicamente il senso di «rettitudine», come
il Te della tradizione estremo-orientale, con cui il Dharma indù
ha più d’un rapporto, ciò che ricorda evidentemente
103
Studi sull’Induismo
ancora l’idea di «asse», l’idea
cioè di una direzione costante e invariabile. Nello stesso tempo il termine rita
è chiaramente identico alla parola «rito», e quest’ultima, nella sua accezione
primitiva, designa infatti anch’essa tutto quel che è compiuto conformemente
all’ordine; in una civiltà integralmente tradizionale, e a maggior ragione
all’origine, ogni cosa ha un carattere propriamente rituale. Il rito viene ad
assumere un’accezione più ristretta in seguito al processo degenerativo che
porta alla nascita di una attività «profana», e ciò in qualsiasi campo; ogni
distinzione tra «sacro» e «profano» implica infatti che certe cose siano ormai
riguardate da un angolo visuale diverso da quello tradizionale, mentre prima
questo s’applicava in ugual modo a esse tutte, e le cose che vengono in tal
modo viste come «profane» sono per questa ragione stessa diventate adharma
o anrita. È importante comprendere che se il rito, il quale corrisponde
perciò al «sacro», conserva sempre lo stesso carattere «dharmico», se è lecito
esprimersi in questo modo, e si presenta come ciò che è rimasto qual era prima
della degenerazione, è l’attività non rituale a essere veramente deviata o
anormale. In particolare, tutto ciò che è soltanto «convenzione» o «costume»,
senza ragione profonda e d’istituzione puramente umana, in origine non
esisteva, ed è esclusivamente il prodotto di una deviazione; il rito, inteso
tradizionalmente ‑ come dev’essere per meritare questo nome ‑ non ha,
contrariamente a quel che pensano certuni, nessun rapporto con queste cose, che
al massimo possono esserne una contraffazione o una parodia. Per di più, e
anche questo è un punto essenziale, quando parliamo qui di conformità
all’ordine, non è da intendere l’ordine umano soltanto, ma ben di più e
principalmente, l’ordine cosmico; infatti in ogni concezione tradizionale vi è
sempre una stretta corrispondenza tra l’uno e l’altro, ed è precisamente il
rito che mantiene in modo cosciente le relazioni tra i due, in quanto implica
in qualche modo una collaborazione dell’uomo, nella sfera in cui si esercita la
sua attività, all’ordine cosmico stesso.
Conseguenza di ciò è che se il Sanâtana
Dharma è concepito come tradizione integrale, esso comprende in modo
principiale
104
Sanâtana Dharma
tutte le branche dell’attività
umana, le quali d’altronde vengono proprio perciò «trasformate», giacché grazie
a questa integrazione esse partecipano del carattere «non umano» che è proprio
di ogni tradizione o che, meglio ancora, forma l’essenza stessa della
tradizione in quanto tale. Si tratta perciò esattamente del contrario
dell’«umanesimo», il quale è il modo di considerare le cose che pretende di
ridurle a un livello esclusivamente umano e in fondo fa tutt’uno con il punto
di vista profano: è in questo particolarmente che la concezione tradizionale
delle scienze e delle arti si differenzia profondamente dalla loro concezione
profana, e in misura tale da poter dire, senza esagerazione, che ne è separata
da un vero e proprio abisso. Secondo la prospettiva tradizionale ogni scienza e
ogni arte non sono realmente valide e legittime se non in quanto ricollegate al
principi universali, talché le scienze e le arti si presentano in definitiva
come un’applicazione della dottrina fondamentale in un determinato ordine
contingente, così come, in un campo diverso, un’altra applicazione sono la
legislazione e l’organizzazione sociale. Grazie a questa partecipazione
all’essenza della tradizione, scienza e arte possiedono in ogni loro modo di
operazione quel carattere rituale del quale abbiamo detto in precedenza e che
non è assente da nessuna attività finché questa rimanga quel che deve
normalmente essere; aggiungeremo che non è da fare, secondo questo modo di
vedere le cose, nessuna distinzione fra le arti e i mestieri che, nella
tradizione, sono esattamente la stessa cosa. Non è il caso che ci dilunghiamo
ora su queste considerazioni, che sono già state da noi esposte e sviluppate in
altre occasioni; pensiamo però di aver detto abbastanza perché si possa
apprezzare quanto tutto ciò vada, e sotto ogni riguardo, oltre la «filosofia»
in qualunque modo la si intenda.
Dovrebbe essere facile adesso
capire cosa sia in realtà il Sanâtana Dharma; esso non è nient’altro che
la Tradizione primordiale, che sola permane in continuazione e senza
cambiamenti per tutta la durata del Manvantara e così possiede la
perpetuità ciclica, dalla sua primordialità stessa essendo sottratta alle
vicissitudini delle epoche successive, sì che sola può dirsi,
105
Studi sull’Induismo
rigorosamente parlando, veramente
e pienamente integrale. Questa Tradizione primordiale è in tutti i casi, in
conseguenza della marcia discendente del ciclo e dell’oscuramento spirituale
che ne consegue, diventata nascosta e inaccessibile all’umanità ordinaria; essa
è la fonte prima e il fondo comune di tutte le forme tradizionali particolari,
che da essa procedono per adattamento alle condizioni speciali di questo o quel
popolo, in questa o quell’altra epoca; ma nessuna di queste forme potrebbe
identificarsi con il Sanâtana Dharma vero e proprio o esserne
considerata l’espressione adeguata, pur se ne è evidentemente quasi un’immagine
più o meno velata. Ogni tradizione ortodossa è un riflesso e, si potrebbe dire,
un «sostituto» della Tradizione primordiale in tutta la misura che permettono
le circostanze contingenti; se anche non è di fatto il Sanâtana Dharma,
tuttavia una tradizione ortodossa lo rappresenta veramente per coloro che vi
aderiscono e effettivamente vi partecipano, perché è soltanto attraverso a essa
che costoro possono pervenire a raggiungerlo; ed è essa che del Sanâtana
Dharma esprime, se non la totalità, per lo meno tutto ciò che li riguarda
direttamente e nella forma più appropriata alla loro natura individuale. In un
certo senso tutte le diverse forme tradizionali sono, nel Sanâtana Dharma,
contenute in modo principiale, poiché esse ne sono altrettanti adattamenti
regolari e legittimi, e persino gli sviluppi di cui sono suscettibili nel corso
del tempo non possono essere anch’essi che un adattamento di questo tipo; ma
secondo un’altra maniera di vedere, in certo qual modo inversa e complementare
della precedente, esse tutte contengono il Sanâtana Dharma come ciò che
è in esse di più interiore e «centrale», tenuto conto che, nel loro diversi
gradi d’esteriorità, esse sono simili a veli che lo ricoprono e non lo lasciano
trasparire se non in modo attenuato e più o meno parziale.
Siccome ciò è vero di tutte le
forme tradizionali, sarebbe un errore voler assimilare in modo puro e semplice
il Sanâtana Dharma a una di esse, qualunque essa sia, per esempio alla
tradizione indù quale si presenta a noi attualmente; se di fatto questo errore
viene talvolta commesso, non sarà che da parte di coloro
106
Sanâtana Dharma
il cui orizzonte mentale, per le
condizioni in cui si trovano, è esclusivamente limitato a quest’unica
tradizione. Se anche tale assimilazione è in certa misura legittima, secondo
quanto abbiamo appena spiegato, è allora vero che gli aderenti di ognuna delle
altre tradizioni potrebbero dire anch’essi che, nello stesso senso e per le
stesse ragioni, la loro propria tradizione è il Sanâtana Dharma; in
senso relativo questa affermazione sarebbe ancora vera pur essendo in senso
assoluto evidentemente falsa. E tuttavia v’è una ragione grazie alla quale la
nozione del Sanâtana Dharma appare legata più particolarmente alla
tradizione indù: ed è che codesta è, di tutte le forme tradizionali viventi al
presente, quella che più direttamente deriva dalla Tradizione primordiale,
sicché si presenta in qualche modo come la sua continuazione all’esterno, pur
dovendo tener conto, naturalmente, delle condizioni in cui il ciclo umano si
svolge; di questo svolgimento essa dà d’altronde una descrizione più completa
di quante si potrebbero trovare altrove, mentre partecipa in grado più alto di
tutte le altre tradizioni alla perpetuità della Tradizione primordiale.
Inoltre, vale la pena di notare che la tradizione indù e la tradizione islamica
sono le sole ad affermare esplicitamente la validità di tutte le altre
tradizioni ortodosse; e la spiegazione di questo fatto risiede in ciò che,
essendo esse la prima e l’ultima in ordine di tempo nel corso del Manvantara,
devono l’una e l’altra integrare, sia pure in modi diversi, tutte le diverse
forme che sono apparse nell’intervallo, per rendere possibile il «ritorno alle
origini» con cui la fine del ciclo dovrà ritrovare il suo inizio e che, al
punto di partenza di un altro Manvantara, manifesterà nuovamente
all’esterno il vero Sanâtana Dharma.
Ci restano da segnalare due
concezioni sbagliate che sono purtroppo molto diffuse alla nostra epoca e che
sono l’indizio di una incomprensione certamente ben più grave e completa che
non sia l’assimilazione del Sanâtana Dharma a una forma tradizionale
particolare. Una di queste concezioni è quella dei cosiddetti «riformatori»,
quali si incontrano oggidì persino in India, i quali credono di poter ritrovare
il Sanâtana Dharma attraverso una sorta di semplificazione più o meno
arbitraria
107
Studi sull’Induismo
della tradizione la quale in
realtà non corrisponde che alle loro proprie tendenze individuali, e quasi
sempre non fa che rivelare certi pregiudizi provocati dall’influenza dello
spirito moderno e occidentale. È il caso di notare che quel che siffatti «riformatori»
si accaniscono a voler eliminare prima di tutto, è generalmente ciò che ha il
significato più profondo, e questo accade sia perché tale significato sfugge
loro interamente, sia perché si oppone irrimediabilmente alle loro idee
preconcette; tale atteggiamento è abbastanza simile a quello dei «critici» che
respingono come «interpolazioni» tutto quel che in un testo non si accordi con
l’idea che se ne sono fatta o col senso che vorrebbero trovarci. Quando noi
parliamo di «ritorno al principi», come abbiamo fatto prima, si tratta in
realtà di tutt’altra cosa, che non dipende d’altronde nemmeno dall’iniziativa
degli individui in quanto tali; e certo non si vede perché la Tradizione
primordiale dovrebbe essere semplice come pretende questa gente, se non a
motivo di ciò che, per infermità o debolezza intellettuale, ci si augura che
così sia; e perché poi la verità dovrebbe essere obbligata a adattarsi alla
mediocrità delle facoltà di comprensione dell’uomo medio attuale? Basta, per
rendersi conto che non è affatto così, capire, da una parte che il Sanâtana
Dharma contiene tutto quanto è espresso attraverso tutte le forme
tradizionali, senza eccezione, e con qualcosa in più; dall’altra, che sono
necessariamente le verità d’ordine più elevato e profondo a essersi fatte più
inaccessibili in conseguenza dell’oscuramento spirituale e intellettuale che
accompagna la discesa del ciclo; stando così le cose, la semplicità cara ai
modernisti, di qualunque genere essi siano, è dunque lungi, e il più possibile,
dal costituire un segno rivelatore dell’antichità d’una dottrina tradizionale,
e a maggior ragione della sua primordialità.
L’altra concezione errata su cui
intendiamo richiamare l’attenzione è soprattutto tipica delle scuole
contemporanee che si ricollegano a quel che si è convenuto di designare col
nome di «occultismo»: il procedimento di queste ultime è generalmente un «sincretismo»
che accosta le diverse tradizioni, nella misura in cui può conoscerle, in modo
tutto esteriore e superficiale, e
108
Sanâtana Dharma
nemmeno per tentare di dedurre
quanto esse contengono di comune, ma esclusivamente per raffazzonare alla
meglio e disordinatamente qualche elemento preso a prestito dall’una e
dall’altra; il risultato di queste costruzioni, che non si sa se siano più eterogenee
o fantasiose, è poi presentato come l’espressione d’una «saggezza antica» o di
una «dottrina arcaica» dalla quale sarebbero nate tutte le tradizioni e che
dovrebbe perciò identificarsi con la Tradizione primordiale ovvero col Sanâtana
Dharma, anche se tali termini sembrano essere quasi sconosciuti alle scuole
di cui parliamo. È assiomatico che tutto ciò, per quanto possano esserne
ambiziose le pretese, non può avere il minimo valore e corrisponde a un modo di
vedere esclusivamente profano, tanto più che le concezioni di questo genere si
accompagnano quasi invariabilmente al disconoscimento più assoluto della
necessità, per chiunque voglia penetrare a un grado qualunque nel dominio della
spiritualità, di aderire prima d’ogni altra cosa a una tradizione determinata;
e sia ben inteso che noi vogliamo parlare di una adesione effettiva, con tutte
le conseguenze che essa implica, compresa la pratica dei riti di tale
tradizione, e non semplicemente di una vaga simpatia «ideale» come quella che
spinge certi Occidentali a dichiararsi indù o buddhisti senza saper bene di
cosa si tratti e in ogni modo senza nemmeno pensare a ottenere un
ricollegamento reale e regolare a queste tradizioni. E tuttavia è proprio
questo il punto di partenza al quale nessuno può sottrarsi, e soltanto dopo
ognuno potrà, a misura delle sue capacità, cercare di andar più lontano;
infatti non è di speculazioni campate in aria che discorriamo, ma di una
conoscenza che deve essere essenzialmente tesa all’ottenimento di una
realizzazione spirituale. È soltanto in questo modo infatti, dall’interno delle
tradizioni, o potremmo dire più esattamente ancora. dal loro stesso centro ‑ se
si riesce a giungervi ‑ che si può prendere realmente coscienza di quel che fa
la loro unità essenziale e fondamentale, e di conseguenza ottenere veramente la
piena conoscenza del Sanâtana Dharma.
109
Recensioni di libri sull’Induismo
pubblicati dal 1929 al 1950
sulla rivista «Le Voile d’Isis»,
diventata «Études
Traditionnelles»
nel 1937
1929
Les Religions et les Philosophies
dans l’Asie Centrale1. È certo un’idea eccellente quella di aver ripubblicato
una delle opere più interessanti del conte De Gobineau, scrittore rimasto
finora troppo poco conosciuto in Francia; certo di lui si parla molto, per lo
meno da qualche tempo, ma quasi sempre senza averlo letto. Tutto l’opposto
accade in Germania, dove per scopi politici vengono sfruttate le sue teorie
sulle razze, teorie che possono contenere una parte di verità, ma mescolata a
molta fantasia. L’idea di un «indo-germanesimo» non sopporta un esame
approfondito, poiché tra l’India e la Germania non c’è assolutamente nulla in
comune, né dal punto di vista intellettuale né da qualsiasi altro punto di
vista. Ciò nonostante, le idee del conte De Gobineau, anche quando sono false o
chimeriche, non sono mai indifferenti; esse possono sempre fornire materia per
la riflessione, ed è già molto, quando dalla lettura di tanti altri autori non
si trae che un’impressione di vuoto.
In questo caso, però, non si
tratta tanto di teorie, quanto di fatti, che l’autore ha potuto conoscere
abbastanza direttamente nel corso dei viaggi da lui fatti in Persia. Il titolo
potrebbe indurre in errore sul contenuto del libro: non vi si tratta assolutamente
delle regioni abbastanza varie che si riuniscono abitualmente sotto il nome di
Asia Centrale, ma unicamente della Persia; e le «religioni e filosofie» di cui
si parla si riducono tutto sommato alle forme più o meno speciali assunte
dall’Islàm in questo paese. La parte principale e centrale del libro è
costituita dalla storia di quell’eresia musulmana che fu il Bâbismo [o
Babaismo]; ed è utile leggere tale storia per vedere quanto poco il Bâbismo
rassomigli alla sua pretesa continuazione, intendiamo dire a
quell’«adattamento» sentimentale e umanitario che ne è stato fatto, sotto la
dicitura di Behaismo, a uso degli Occidentali, e particolarmente degli
Anglosassoni. Questa parte è incastonata
1. I vol. della Bibliothèque des Lettrés.
113
Studi sull’Induismo
tra altre due, di cui la prima
contiene alcune considerazioni generali sull’lslàm persiano, mentre la terza è
dedicata al teatro in Persia; l’interesse che presenta quest’ultima risiede
soprattutto nel fatto che essa mostra chiaramente come, in questo caso così
come in quello della Grecia antica, e come nel medio evo europeo, le origini
del teatro siano essenzialmente religiose. Noi pensiamo anzi che tale
constatazione potrebbe essere ulteriormente generalizzata, ed è certo che su
questo tema ci sarebbe molto da dire; la creazione di un teatro «profano»
appare in certo qual modo come una deviazione o una degenerazione; e non si
potrebbe forse dire qualcosa di analogo per tutte le arti?
Quanto alle considerazioni
generali dell’inizio, esse richiederebbero di essere discusse molto più
diffusamente di quanto possiamo pensare di far qui; ci dobbiamo contenere alla
segnalazione di qualcuno dei punti più importanti. Una delle affermazioni più
contestabili è quella che tende a spiegare le particolarità dell’Islàm in
Persia come se fossero una specie di sopravvivenza dei Mazdeismo; per quanto ci
riguarda, noi non vediamo nessuna traccia un po’ precisa di simile influenza,
la quale rimane puramente ipotetica e persino piuttosto inverosimile. Le
particolarità in questione si spiegano a sufficienza con le differenze etniche
e mentali esistenti tra i Persiani e gli Arabi, così come quelle che si trovano
nell’Africa del Nord si possono spiegare con i caratteri propri alle razze
berbere; l’Islàm, molto più «universalista» di quanto si creda comunemente,
porta in sé la possibilità di simili adattamenti, senza che ci sia bisogno di
tirare in ballo infiltrazioni straniere. Del resto, la divisione dei Musulmani
in Sunniti e Shiiti è ben lontana dal possedere il rigore che le attribuiscono
le concezioni semplicistiche diffuse in Occidente; lo Shiismo ha molte
gradazioni; esso è così lontano dall’essere esclusivamente proprio della Persia
da poter far dire che, in un certo senso, tutti i Musulmani più o meno sono
Shiiti; questo, però, ci porterebbe a sviluppi troppo estesi. In quanto al
Sufismo, vale a dire all’esoterismo islamico, esso esiste sia presso gli Arabi
sia presso i Persiani e, nonostante le affermazioni dei «critici» europei, si
ricollega alle origini stesse dell’Islàm:
114
Recensioni di libri
sull’Induismo...
in effetti, si dice che il
Profeta insegnò la «scienza segreta» ad Abu-Bakr e ad Alì, ed è da questi
ultimi che le differenti scuole derivano. In linea generale, le scuole arabe
fanno risalire la loro origine soprattutto ad Abu-Bakr, e le scuole persiane ad
Alì; e la differenza principale è che, in queste ultime, l’esoterismo riveste
una forma più «mistica», nel senso che la parola ha preso in Occidente, mentre
nelle prime esso rimane più puramente intellettuale e metafisico; anche qui, le
tendenze di ciascuna razza bastano per dar ragione di una simile differenza, la
quale, d’altronde, è molto più nella forma che nel fondo vero e proprio
dell’insegnamento, per lo meno finché questo si mantiene conforme
all’ortodossia tradizionale.
Adesso, ci si potrebbe chiedere
fino a qual punto il conte De Gobineau fosse pervenuto a penetrare lo spirito
orientale; certamente egli fu quel che si può chiamare un buon osservatore, ma
non crediamo di essere ingiusti nei suoi confronti se diciamo che restò sempre
un osservatore «dall’esterno». Per esempio, egli ha notato che gli Orientali
passano facilmente da una forma dottrinale all’altra, adottando questa o quella
secondo le circostanze; ma non ha visto in ciò che l’effetto di una propensione
alla «dissimulazione». Che in certi casi la prudenza imponga effettivamente una
sorta di dissimulazione, o quel che potrebbe passare per tale, è cosa
innegabile, e più di un esempio si potrebbe trovarne anche al di fuori
dell’Oriente; il linguaggio di Dante e di altri scrittori del medio evo ne
fornirebbe in abbondanza, sennonché per fatti di questo genere c’è anche una
ragione del tutto diversa, d’ordine molto più profondo, la quale sembra
sfuggire completamente agli Occidentali moderni. La verità è che simile distacco
dalle forme esteriori comporta sempre, per lo meno a un certo grado, la
coscienza dell’unità essenziale che si nasconde sotto la diversità di tali
forme; si tratta di ben altro che di un’ipocrisia la quale, in simili
condizioni, non può più esistere, neanche là dove l’osservatore superficiale ne
scopra l’apparenza, poiché passare da una forma a un’altra non ha più in tal
caso maggiore importanza che cambiar di vestito secondo i tempi o i luoghi, o
parlare lingue differenti
115
Studi sull’Induismo
secondo gli interlocutori con i
quali si ha a che fare. Questo, il conte De Gobineau non l’ha certo capito, e
del resto non è il caso di fargliene carico; ma un libro che solleva problemi
del genere, quand’anche all’insaputa del suo autore, non può essere un libro
indifferente, ed è la giustificazione di quel che dicevamo all’inizio, e cioè
che in esso si può sempre trovare qualcosa su cui riflettere; il che è, dopo
tutto, il profitto più grande che una lettura possa, e debba, procurarci.
S. Radhakrishnan: L’Hindouisme
et la Vie, traduzione a cura di P. Masson-Oursel. L’Oriente che viene
presentato agli Occidentali, spesso non ha se non rapporti assai lontani con
l’Oriente vero, e ciò anche quando la presentazione sia fatta da persone che
tuttavia sono Orientali di nascita, ma più o meno completamente
occidentalizzate. È il caso di questo libretto; le opinioni «critiche» degli
eruditi europei, insieme alle tendenze del protestantesimo anglosassone, con il
suo «moralismo» e la sua «esperienza religiosa», occupano certamente un posto
ben più grande dell’induismo ortodosso nelle idee dell’autore, il quale sembra
saper ben poco dello spirito tradizionale; e ciò non desta sorpresa in chi
conosca il movimento «riformista» dei «Servitori dell’India» con il quale egli
è immischiato. È particolarmente sgradevole il fatto che un lavoro come questo
sia firmato con un nome indù, perché ciò rischia molto di indurre in errore il
pubblico non competente e può contribuire a inculcargli ogni sorta di concezioni
false. La parte migliore, o piuttosto la meno peggiore, è quella che, verso la
fine, tratta dell’istituzione delle caste; a ogni buon conto le ragioni
profonde di quest’ultima sono lungi dall’evidenziarsi in modo netto. La
traduzione è a tratti molto difettosa: ad esempio, a p. 34, in francese non si
dice «les tenanciers», ma «les tenants» [i sostenitori] di
un’opinione; a p. 40, il termine inglese «immaterial» non dovrebbe esser
tradotto con «immatérielles» [non materiali], ma con «sans importance»
[senza importanza], che non è esattamente la stessa cosa; a p. 47, un argomento
non si «joint» [combacia], ma si «réfute» [confuta]; a p. 65, le
parole «intransigeance»
116
Recensioni di libri
sull’Induismo...
[intransigenza] e «privation»
[privazione] sono usate in modo assolutamente incomprensibile; a p. 93, «occupationnelles»
è un puro barbarismo ecc.
François Arouet: La fin d’une
parade philosophique: le Bergsonisme. Per quanto poco solida sia la
filosofia bergsoniana, non pensiamo che la si possa demolire a forza di facezie
di dubbio gusto, od opponendole delle concezioni ancora più vuote e più
nebulose di quanto essa stessa sia. L’autore di questo libriccino, il quale ha
ritenuto spiritoso assumere come pseudonimo il nome autentico di Voltaire,
sembra avere le idee così confuse che non siamo riusciti a capire cosa intenda
per «concreto» e cosa per «astratto», anche se queste due parole tornano a ogni
momento sulla punta della sua penna. Tutto sommato, le vere ragioni dell’odio
(il termine non è troppo forte) che egli riserva a Bergson sono molto più
politiche che intellettuali, cosa di cui ci si rende conto alla fine della sua
diatriba: quel che in definitiva egli gli rimprovera è di essere un «filosofo
borghese» e di aver assunto durante la guerra il ruolo di un «pupazzo di cui lo
Stato Maggiore tirava i fili»; tutto ciò è molto poco interessante.
117
Studi sull’Induismo
1932
R.P.G. Dandoy, S.J.: L’Ontologie
du Vêdânta, traduzione dall’inglese a cura di Louis-Marcel Gauthier
(Desclée de Brouwer et Cie.). Avevamo sentito parlare del Padre Dandoy, il
quale dirige a Calcutta la rivista Light of the East, come di qualcuno
che aveva studiato le dottrine indù con simpatia e fuori dei pregiudizi
abituali degli orientalisti; di conseguenza ci aspettavamo di trovare nel suo
libro un’esposizione realmente comprensiva di un aspetto del Vêdânta, ma
dobbiamo dire di essere stati un po’ delusi. Non che il libro non contenga, a
fianco di certi errori e confusioni, anche vedute interessanti, pur se espresse
qualche volta in una terminologia contestabile; sennonché, nell’insieme, il
punto di vista dell’autore è deformato da un’intenzione di controversia. Il
fatto stesso di limitarsi all’ontologia (e sarebbe inoltre stato necessario non
far rientrare di forza nel libro cose che in realtà vanno al di là di questa
sfera) può spiegarsi soltanto con una volontà di stabilire un confronto con la
scolastica, la quale in effetti non va più lontano dell’ontologia; e a tal
proposito dobbiamo fare un’osservazione: se noi abbiamo scritto, come il
traduttore ricorda nella sua prefazione, che il linguaggio scolastico è «il
meno inadeguato fra tutti quelli che l’Occidente mette a nostra disposizione»
per tradurre talune idee orientali, non è con ciò che volessimo dire che esso è
perfettamente adeguato, e, in tutti i casi, esso non si applica più al di là di
un certo punto, al quale si arrestano le corrispondenze che si possono
legittimamente stabilire. Il Padre Dandoy discute come se si trattasse
semplicemente di filosofia e di teologia, e benché ammetta abbastanza
esplicitamente il suo imbarazzo nel «confutare» il Vêdânta, è sottinteso
che gli tocca concludere a favore della scolastica. E tuttavia, dal momento che
non può passare sotto silenzio la «realizzazione», egli scrive che, «poiché è
un’intuizione diretta e indipendente, essa non è influenzata da limitazioni di
essenza filosofica e non deve risolvere difficoltà di ordine filosofico»;
questa sola frase
118
Recensioni di libri
sull’Induismo...
dovrebbe bastare per tagliar
corto con qualsiasi discussione e mostrarne l’inanità. Stranamente, il
Maritain, in alcuni suoi commenti aggiunti alla fine del volume, riconosce
anch’egli che «il significato più profondo del Vêdânta non è filosofico,
razionale o speculativo»; ma non si riduce in tal modo a nulla tutta la tesi
dell’autore? Il Maritain, per conto proprio, attribuisce al Vêdânta un
valore essenzialmente «pragmatistico», che è una parola perlomeno infelice
trattandosi dell’ordine puramente spirituale, il quale con l’azione non ha
nulla a che vedere, e un significato «religioso e mistico», confusione che è
almeno tanto grave quanto quella di fare di esso una filosofia: si tratta
sempre della stessa incapacità di uscire dal punti di vista occidentali... Ma
c’è altro: il Maritain dichiara che «sarebbe una frode (sic) l’assumere,
come ci propongono alcuni fra i più zelanti interpreti occidentali
dell’induismo, il pensiero vêdântico alla stregua del tipo puro della
metafisica per eccellenza». Noi non crediamo che alcun «interprete occidentale»
abbia mai detto questo; per converso, qualcosa del genere siamo noi ad averlo
detto, ma attribuendo alla parola metafisica un senso del tutto diverso da
quello che le dà il Maritain. Se insistiamo su queste cose, è perché vediamo
fin troppo chiaramente il partito che qualcuno può pensare di trarre dalla
pubblicazione di un libro come questo: lo stesso Padre Dandoy sembra
accarezzare il sogno di sostituire in India il Vêdânta con la
scolastica, poiché scrive che «si sopprime soltanto ciò che si rimpiazza», che
è una ammissione piuttosto brutale; ma altri possono avere un’intenzione più
sottile: perché non dovrebbe essere possibile arrivare ad «accomodare» il Vêdânta
in modo tale che il tomismo possa assorbirlo come ha assorbito l’aristotelismo?
Il caso è completamente diverso, giacché l’aristotelismo dopo tutto non è che
una filosofia, mentre il Vêdânta è tutta un’altra cosa; e poi, le
dottrine orientali, in modo generale, sono tali da sfidare qualsiasi tentativo
di annessione o di assimilazione; ma ciò non vuol dire che qualcuno non possa
tentare di misurarsi con un’impresa del genere, e l’interesse subitaneo che
questa gente manifesta per tali dottrine non è di natura da ispirarci una
fiducia
119
Studi sull’Induismo
illimitata. D’altronde, ecco
qualcosa che giustifica anche troppo i nostri sospetti: la R.I.S.S. [Revue
Internationale des Sociétés Secrètes], nel suo numero del 1° aprile scorso,
ha pubblicato un elogio del libro del Padre Dandoy, con l’espressa pretesa di
opporlo ai nostri lavori; essa aggiungeva che questo libro «può essere
consultato con fiducia» perché è «opera di un cattolico», che è una singolare
garanzia di competenza per quel che riguarda le dottrine indù (sarà il caso,
per un’esposizione di dottrina cattolica, di accordare d’ora in poi la
preferenza a un Brâhmano?), «anche se è scritto con una imparzialità a cui
hanno reso omaggio gli stessi pandit indù». In effetti si è avuto cura
di far comparire nella prefazione la testimonianza di un pandit;
sfortunatamente, tale approvazione (la cui portata reale è del resto assai
ridotta per chi conosca gli usi della cortesia orientale) si riferisce non al
libro del Padre Dandoy, ma a un lavoro di un suo collega, il Padre Johanns,
pubblicato nella rivista Light of the East! Di fronte a cose simili, non
abbiamo qualche buona ragione per mantenerci su una posizione di riserbo
sfumata di un po’ di diffidenza? E non ci si stupisca se ci siamo dedicati più
a queste cose che a quel che ha scritto il Padre Dandoy, il quale personalmente
in tutto questo non entra indubbiamente per nulla: il libro non ha una
grandissima importanza di per se stesso; ha soprattutto quella che vogliono
dargli i suoi «presentatori».
120
Recensioni di libri
sull’Induismo...
1933
Henry Valentino: Le voyage
d’un pélerin chinois dans l’Inde des Bouddhas (Parigi, Éditions G.P.
Maisonneuve). È il racconto del celebre viaggio effettuato da Hiuen-tsang nel
secolo VII dell’era cristiana, racconto ricostruito seguendo le traduzioni di
Stanislas Julien (ciò che non è una garanzia di perfetta esattezza), e intorno
al quale, inoltre. si ha l’impressione che sia stata accumulata anche un po’ di
«letteratura»; comunque stiano le cose, è di lettura abbastanza gradevole.
Sfortunatamente, il lavoro è «preceduto da un’esposizione delle dottrine
dell’India antica sulla vita e sulla morte», vale a dire, in realtà, da una
specie di sunto di tutto quel che gli orientalisti si sono compiaciuti di
raccontare in proposito; vale la pena leggere queste interpretazioni,
presentate in tal modo «in prospettiva», se cosi si può dire, per apprezzarne
tutta l’incredibile fantasia; per quanto abituati si sia a queste cose, non si
riesce a frenare una certa reazione di stupefazione di fronte all’accumulazione
di tutte le etichette in «ismo» inventate dagli Occidentali per loro proprio
uso e consumo, e applicate a torto o a ragione a cose alle quali non si
attagliano affatto, o davanti alle innumerevoli confusioni generate
dall’impiego dell’unico termine «anima» a indicare indistintamente gli elementi
più disparati dell’essere umano. Del resto, anche trascurando le questioni di
dettaglio, basta, per individuare lo spirito con cui è redatta questa
esposizione, dire che la nozione stessa di tradizione ne è totalmente assente,
che l’eterodossia vi è messa sullo stesso piano dell’ortodossia e che il tutto
è trattato come un insieme di «speculazioni» puramente umane, le quali si sono
«formate» in quest’epoca o in quell’altra, sono poi «evolute», e via di
seguito; tra un simile modo di vedere e quello che è conforme alla verità,
nessun compromesso è possibile; e forse l’utilità maggiore di questo libro
consiste proprio nel far apparire ciò in modo così chiaro.
121
Studi sull’Induismo
1935
Hari Prasad Shastri: Teachings
from the Bhagawadgita: translation, introduction and comments (Londra,
Luzac and Co.). Esistono già numerose traduzioni della Bhagavad-Gîtâ
nelle diverse lingue occidentali; questa è incompleta, perché il suo autore ha
soppresso i passi che gli sembravano riferirsi a condizioni solo tipiche
dell’India, per conservare soltanto quel che egli ritiene avere il valore di un
insegnamento «universale»; per quel che ci concerne, noi pensiamo che una
mutilazione simile sia invece da deplorare. Inoltre, dominato da un’idea di
«semplicità» eccessiva, egli non dà del testo che un senso piuttosto esteriore,
il quale non fa trasparire nulla dei significati più profondi; e i suoi
commenti si riducono tutto sommato ad assai poca cosa. Un altro rilievo che si
potrebbe fare riguarda i difetti di terminologia, i quali non sono sempre senza
importanza; ci accontenteremo di segnalare, a tal proposito, una confusione tra
«non-dualismo» e «monismo». Un libro che certo non dirà niente di nuovo a chi
conosce già qualcosa delle dottrine indù; ma che forse potrebbe contribuire a
portare al loro studio qualcuno che non le conosce ancora.
Hari Prasad Shastri: The
Avadhut Gita: translation and introduction (edizione a cura dell’autore;
30, Londra, W. II, Landsdowne Crescent). Questo volumetto è molto più
interessante del precedente, trattandosi di un testo poco conosciuto; il
termine Avadhut è grosso modo un sinonimo di jîvan-mukta,
per cui il titolo potrebbe essere tradotto come «Il Canto del Liberato»; il suo
autore è chiamato Dattatreya, ma non gli si conosce nessun altro scritto, e non
si sa con esattezza né dove né quando sia vissuto. Poiché manca il testo in
lingua originale, non siamo ovviamente in grado di verificare l’esattezza della
traduzione nei particolari; siamo però in grado di rilevare un errore per quel
che riguarda âkâsha, che in realtà è l’«etere» e non lo «spazio» (dish
in sanscrito); ci chiediamo anche perché Brahma, sia in questo che
nell’altro libro, è sempre trascritto
122
Recensioni di libri
sull’Induismo...
Brhama. Ma, anche se non riusciamo a
capire come il traduttore abbia potuto trovare un’idea di «amore» in quella che
è un’opera di pura «Conoscenza», lo spirito del testo è, in linea di massima,
visibilmente ben conservato e ben reso nella traduzione. Si tratta di una
notevolissima esposizione di dottrina adwaita, la quale, come si dice
nell’introduzione, «respira il più puro spirito delle Upanishad e di
Shrî Shankarâchârya» e ricorda in particolare l’Âtmâ-Bodha di
quest’ultimo; di conseguenza la sua lettura non si può se non raccomandare.
Paul Brunton: A search in
secret India (Londra, Rider and Co.). Questo racconto di un viaggio in
India, e di incontri con personaggi di carattere assai vario, è interessante e
di gradevole lettura, anche se il tono, soprattutto all’inizio, ci ricorda un
po’ troppo che l’autore è un giornalista di professione. Contrariamente a quel
che capita spesso nei libri occidentali di questo tipo, le storie di «fenomeni»
non occupano uno spazio eccessivo; l’autore ci assicura del resto che non è
questo che lo interessa in particolare, ed è senza dubbio per tale ragione che
gli è stato possibile entrare in contatto con certe cose di un altro ordine,
nonostante sia dotato di uno «spirito critico» che, spinto a un tal punto,
sembra abbastanza difficilmente conciliabile con aspirazioni spirituali
profonde. Siamo di fronte a un curioso esempio delle reazioni specificamente
occidentali, anzi, più propriamente anglosassoni, in presenza dell’Oriente; in
particolare, sotto questo profilo, è da notare come specialmente caratteristica
la difficoltà di accettare l’esistenza e il valore di una «Attività
non-agente». Queste resistenze, con le lotte e le esitazioni che le
accompagnano, durano fino al giorno in cui sono vinte grazie all’influsso di un
misterioso personaggio soprannominato «Maharishee»; le pagine dedicate a
quest’ultimo sono certamente le più notevoli di tutto il libro, che non
possiamo pensare di riassumere, ma che, nel suo insieme, vale sicuramente più
di molti altri lavori di maggiori pretese, e non può che contribuire a
risvegliare nei suoi lettori simpatia per la spiritualità orientale, e forse,
in qualcuno di loro, anche un interesse di carattere più profondo.
123
Studi sull’Induismo
Hari Prasad Shastri: Book of
Ram, the Bible of India by Mahâtma Tulsidas rendered into English (Londra,
Luzac and Co.). Questo «libro di Rama», scritto in hindi nel secolo XVI
dell’era cristiana, non dev’essere confuso con l’antico Râmâyana
sanscrito di Valmiki; anche se si dice che sia stato ispirato a Tulsidas dallo
stesso Râma, la denominazione di «Bibbia dell’India» è piuttosto impropria,
giacché, evidentemente, essa si applicherebbe molto meglio al Vêda. In
questo libro è soprattutto la via di bhakti a essere preconizzata, come
del resto d’uopo in uno scritto che si rivolga alla maggioranza degli uomini;
tuttavia l’insegnamento in esso contenuto è incontestabilmente «non-dualistico»
e indica nettamente l’«Identità Suprema» come fine ultimo di tutta la
«realizzazione». La traduzione ne dà soltanto degli estratti, ma scelti in modo
da veicolarne l’essenziale dal punto di vista dottrinale; le note che la
accompagnano sono in genere chiare, anche se si può rilevare qualche
confusione, in particolare per ciò che riguarda i periodi ciclici. È un peccato
però che si siano voluti tradurre tutti i termini, anche quelli che, non avendo
equivalente reale nelle lingue occidentali, dovrebbero essere conservati nella
lingua originaria con l’aggiunta di una spiegazione; ne risultano qualche volta
delle strane assimilazioni: è il caso di far notare, ad esempio, che la Trimûrti
è tutta un’altra cosa dalla «Santa Trinità»?
Ananda K. Coomaraswamy: The
darker Side of Dawn (Washington, Smithsonian Miscellaneous Collections).
Questo opuscolo contiene interessantissime osservazioni sulle dualità
cosmogoniche, principalmente in quanto siano rappresentate da un’opposizione
tra «luce» e «tenebre», e su alcune questioni connesse, fra le altre il
simbolismo del serpente. Da notare anche un accostamento molto curioso tra
l’argomento del Mahâbhârata e il conflitto vêdico dei Dêva e
degli Asura, il quale potrebbe anche evocare ulteriori rassomiglianze
con ciò che si incontra in altre forme tradizionali, e così quel che si
riferisce al color nero inteso come simbolo del non-manifestato. È solo un
peccato che l’autore si sia limitato a indicare tutte queste
124
Recensioni di libri
sull’Induismo...
considerazioni, in modo un po’
troppo succinto, in appena una ventina di pagine; possiamo soltanto augurarci
che abbia l’occasione di ritornare su questi argomenti per svilupparli in
lavori futuri.
Ananda K. Coomaraswamy: The
Rig-Vêda as Land-Náma Bók (Londra, Luzac and Co.). Questo titolo si
riferisce a un antico libro islandese, letteralmente il «Libro della presa
della terra», qui considerato accostabile al Rig-Vêda sotto certi
riguardi: non si tratta semplicemente di una presa di possesso da parte di
conquistatori; la tesi dell’autore, che ci sembra perfettamente giusta, è che,
in tutti gli scritti tradizionali di questo tipo, in realtà è descritta la
manifestazione degli esseri in origine, e il loro stabilirsi in un mondo
simbolicamente indicato come una «terra», per la qual ragione le allusioni
geografiche e storiche che possono esservi contenute hanno anch’esse soltanto
un valore di simbolo o di analogia, così come può effettivamente accadere per
qualunque avvenimento a motivo delle corrispondenze macrocosmiche e
microcosmiche. Questi modi di vedere sono confortati dall’esame del significato
di un certo numero di termini ricorrenti e caratteristici, e ciò dà luogo a
interessantissime considerazioni riferentisi a svariati punti di dottrina;
siamo ben lontani, in questo lavoro, dalle interpretazioni grossolanamente
materiali degli orientalisti; di fronte a queste cose, vorranno questi ultimi
ammettere che devono riflettere un po’?
Shrî Ramana Maharshi: Five
Himns to Shrî Arunachala (Tiruvannamalai, South India, Shrî Ramanashramam).
L’autore di questi inni altri non è che il «Maharishee» di cui parla Paul
Brunton nel suo libro, A Search in secret India, da noi qui recensito
qualche tempo fa. Arunachala è il nome di un monte considerato luogo sacro e
simbolo del «Cuore del Mondo»; esso rappresenta l’immanenza della «Coscienza
Suprema» in tutti gli esseri. Questi inni respirano una spiritualità incontestabile;
al principio si potrebbe credere che si tratti soltanto di una via di bhakti,
ma l’ultimo di essi ingloba tutte le vie, diverse ma
125
Studi sull’Induismo
non esclusive, nell’unità di una
sintesi che procede da un punto di vista veramente universale. Nella prefazione
di questa traduzione, Grant Duff oppone in modo felice la spiritualità
orientale alla filosofia occidentale; è anche troppo vero che le sottigliezze
della dialettica servono solo a far perdere tempo!
126
Recensioni di libri
sull’Induismo...
1936
Hari Prasad Shastri: A Path to
God-Realization (Londra, The Shanti-Sadan Publishing Committee). L’autore
dichiara che le idee esposte in questo libretto gli sono venute meditando sugli
insegnamenti di Lao-Tzu; a dire il vero, non vi si trova nulla che sia di
ispirazione specificamente taoistica; piuttosto, l’abbozzo elementare di un
metodo «preparatorio» che si potrebbe applicare indipendentemente da qualsiasi
forma tradizionale definita. Le prescrizioni di carattere «morale» e
«devozionale» occupano un posto forse eccessivo, mentre quel che si riferisce
alla conoscenza, e che dovrebbe essere essenziale, è ridotto a poca cosa. Da
notare altresì che in partenza è posta una nozione della «spiritualità» che ci
sembra piuttosto vaga e insufficiente; ma dove non possiamo che approvare
totalmente l’autore è quando dichiara che «i fenomeni psichici» non devono
essere associati con la «vita spirituale», ricordando che Tulsidas, nel suo Râmâyana,
chiede di essere preservato dalla tentazione di tali pretesi «poteri», e che
Shankarâchârya avverte che essi sono soltanto una trappola alla quale è
difficile sfuggire.
Ananda K. Coomaraswamy: Angel
and Titan: An Essay in Vêdic Ontology (Estratto dal «Journal of the
American Oriental Society», vol. 55, N. 4). Questo studio importante fa seguito
a The darker Side of Dawn, da noi precedentemente recensito; l’idea
principale che l’autore sviluppa in esso è che i Dêva, o «Angeli», e gli
Asura, o «Titani», rispettivamente potenze di Luce e potenze di Tenebra
nel Rig-Vêda, quantunque opposti nella loro azione, procedono tuttavia
da una stessa essenza, giacché la loro distinzione si riferisce in realtà al
loro orientamento o stato. L’Asura è un Dêva in potenza, il Dêva
è ancora un Asura a causa della sua natura originaria; e le due
denominazioni possono essere applicate a una sola e stessa entità secondo il
suo modo di operazione, come si può vedere ad esempio nel caso di Varuna.
D’altronde, mentre i Dêva sono abitualmente
127
Studi sull’Induismo
rappresentati sotto forma di
uomini e di uccelli, gli Asura sono rappresentati sotto forma di animali
e particolarmente di serpenti; di qui una serie di considerazioni del maggior
interesse sui diversi aspetti del simbolismo del serpente, principalmente dal
punto di vista cosmogonico. Nel corso del lavoro sono affrontate molte altre
questioni che non possiamo enumerare in dettaglio: citiamo soltanto la natura
di Agni e i suoi rapporti con Indra, il significato del
sacrificio, quello del Soma, il simbolismo del Sole e dei suoi raggi,
del ragno e della sua tela ecc. Il tutto è preso in esame secondo uno spirito
decisamente tradizionale, come mostreranno le poche frasi che estraiamo dalla
conclusione: «Quella che deve essere considerata dal di fuori, e logicamente,
come una duplice operazione di sonno e di risveglio alternati, di potenzialità
e di atto, è interiormente e realmente la pura e semplice natura dell’Identità
Suprema... Né l’ontologia vêdica né le formule con le quali essa si esprime
sono del resto particolari del Rig-Vêda, ma si possono riconoscere in
tutte le forme extra-indiane della tradizione universale e unanime».
Shrî Ramana Maharshi: Truth
revealed (Sad-Vidyâ) (Tiruvannamalai, South India, Shrî Ramanashramam).
Qualche mese fa segnalammo la traduzione di cinque inni del «Maharshi»; la
presente è la traduzione di un lavoro che si riferisce in modo più diretto al
principi dottrinali, e condensa, sotto forma di una breve serie di aforismi,
l’insegnamento essenziale concernente la «Realtà Suprema», ovvero la «Coscienza
Assoluta» che dev’essere realizzata come il «Sé».
Kavyakanta Ganapati Muni: Shrî
Ramana Gita (Tiruvannamalai, South India, Shrî Ramanashramam). Quest’altro
libricino contiene una serie di conversazioni del «Maharshi» con qualcuno dei
suoi discepoli, fra i quali l’autore stesso, su questioni riferentisi alla
realizzazione spirituale e ai mezzi per accedervi; segnaleremo in particolare i
capitoli che riguardano hridaya-vidyâ, il «controllo della mente», i rapporti
tra jnâna e siddha e
128
Recensioni di libri
sull’Induismo...
lo stato del jîvan-mukta.
Non ci è certo possibile riassumere tutte queste cose, ma esse, così come i
contenuti del volume precedente, possono fornire eccellenti punti di partenza
per la meditazione.
Mrs. Rhys Davids: The Birth of
Indian Psychology and its development in Buddhism (Londra, Luzac and Co.).
Ci sembra fortemente dubbio, anche dopo aver letto questo libro, che sia mai
esistito qualcosa che si possa chiamare una «psicologia indiana», o, in altre
parole, che il punto di vista «psicologico», come lo intendono gli Occidentali
moderni, sia mai stato preso in considerazione in India. L’autrice riconosce
che lo studio dell’essere umano è in India sempre stato fatto procedendo
dall’interno all’esterno, e non nel senso inverso come in Occidente; ma è
precisamente per questa ragione che la psicologia, la quale si limita ad
analizzare indefinitamente alcune modificazioni superficiali dell’essere, non
poteva in essa essere oggetto del minimo interesse. È solo nel Buddhismo, e
indubbiamente in quanto conseguenza della sua tendenza a negare, o per lo meno
a ignorare i principi trascendenti, che si incontrano considerazioni che
potrebbero prestarsi, in una certa misura, a essere interpretate in termini di
psicologia; ma anche qui non è il caso di spingere gli accostamenti troppo in
là. Se poi si vuole trovare psicologia addirittura nelle Upanishad,
allora si dà prova di una perfetta incomprensione; incomprensione che si
manifesta del resto anche troppo chiaramente in incredibili confusioni di
linguaggio: l’«anima», lo «spirito», l’«io», il «sé», l’«uomo», sono tutti
termini che vengono usati, a ogni momento, senza far distinzioni e come se
indicassero una sola e stessa cosa! È appena il caso di dire che in questo
libro si vede costantemente prender corpo il partito preso, comune a tutti gli
orientalisti, di tutto ridurre a un «pensiero» puramente umano, che avrebbe
avuto inizio in una specie di stato di «infanzia» e sarebbe poi «evoluto»
progressivamente; tra un simile punto di vista e quello della tradizione non
c’è evidentemente nessun terreno possibile di intesa... Il sedicente «metodo
storico», del resto, è di fatto lungi
129
Studi sull’Induismo
dall’escludere ipotesi più o meno
di fantasia: la Signora Rhys Davids ha immaginato così, sotto il nome di Sakya,
qualcosa che crede sia stato il Buddhismo originario, il quale essa pensa di
poter ricostituire eliminando bellamente, alla stregua di aggiunte «tardive»,
tutto quel che non si accordi con l’idea che si fa lei degli inizi di quella
che chiama una world-religion, e in primo luogo tutto ciò che sembri
presentare un carattere «monastico»; quel che in realtà può provare un
procedimento del genere, è soltanto che è lei a essere afflitta da un violento
pregiudizio «antimonastico»! Del resto, se nelle sue interpretazioni volessimo
rilevare le tracce delle sue proprie preferenze religiose o filosofiche, non la
finiremmo più; ma siccome è decisamente persuasa che chiunque non le condivida
è per ciò stesso privo di qualsiasi «spirito critico», i nostri rilievi non
servirebbero sicuramente a nulla... A ogni modo, dopo la lettura di un lavoro
di questo genere, siamo certamente molto meglio documentati su quel che pensa
l’autore di quanto non lo siamo su quel che hanno potuto pensare veramente
coloro che egli si è proposto di studiare «storicamente»; questo, per lo meno,
non manca di avere un certo interesse «psicologico»!
Hari Prasad Shastri: Meditation,
its theory and practice (Londra, The Shanti-Sadam Publishing Committee).
Questo libriccino contiene un’esposizione piuttosto semplice, ma tuttavia
esatta nell’insieme, di quel che sono la concentrazione e la meditazione e del
modo in cui ci si può esercitare ad esse progressivamente. L’autore fa del
resto notare molto giustamente che la meditazione non è fine a se stessa, ma è
soltanto un metodo per raggiungere la Conoscenza, la quale in fondo non è altro
se non la «realizzazione del Sé». Egli insiste inoltre con molta ragione sulla
necessità dell’insegnamento tradizionale; ma a questo proposito un po’ più di
precisione sarebbe stata augurabile, giacché non pochi lettori potrebbero
credere che sia sufficiente ricollegarsi «idealmente» a una tradizione, magari
anche soltanto studiandone gli insegnamenti nei libri, quando le cose non
stanno affatto così, e occorre invece che il ricollegamento
130
Recensioni di libri
sull’Induismo...
sia diretto ed effettivo. Nello
stesso ordine di idee, noteremo inoltre un’altra lacuna: è verissimo che i mantra
non sono validi se non siano pronunciati nella lingua sacra della tradizione
alla quale appartengono, e non tradotti invece in un’altra lingua qualsivoglia;
ma perché non avvertire che, inoltre, essi non possono avere la loro piena
efficacia se non quando siano stati comunicati mediante una trasmissione
regolare e secondo i riti prescritti tradizionalmente? Forse è per non
rischiare di scoraggiare troppo gli Occidentali, per i quali una simile
condizione non potrebbe essere adempiuta; per quel che ci riguarda, noi
pensiamo però che sia meglio avvertirli della limitatezza dei risultati che
possono normalmente sperare piuttosto che esporli ad andare in seguito incontro
a delusioni più spiacevoli.
Ananda K. Coomaraswamy: Elements
of Buddhist Iconography (Cambridge, Massachusetts, Harvard University
Press). Questo importate lavoro contiene l’interpretazione dei principali
simboli usati dal Buddhismo, i quali gli sono però molto anteriori e in realtà
hanno un’origine vêdica, giacché, come dice assai giustamente l’autore, «il
Buddhismo in India rappresenta uno sviluppo eterodosso, tenuto conto che tutto
quel che nella sua ontologia e nel suo simbolismo è metafisicamente corretto è
derivato dalla tradizione primordiale». I simboli che sono stati applicati al
Buddha sono principalmente quelli dell’Agni vêdico, e questo neanche più
o meno tardivamente, ma, al contrario, fin dall’epoca in cui egli non era
ancora rappresentato in forma umana. Quelli fra tali simboli che vengono qui
studiati specificamente (e di cui le tavole grafiche illustrano una serie di
esempi significativi) sono: l’albero, il quale è, come in tutte le tradizioni,
l’«Albero della Vita» o «Albero del Mondo»; il vajra, nel suo duplice
senso di «folgore» e di «diamante» il secondo di questi significati
corrispondendo alle idee di indivisibilità e di immutabilità; il loto, il quale
rappresenta il «terreno» o «supporto» della manifestazione; la ruota, la quale,
sia come «ruota della Legge» sia come «ruota cosmica», rappresenta l’operazione
dei principi nella manifestazione. L’autore insiste sulla stretta
131
Studi sull’Induismo
relazione che questi simboli
diversi presentano con la concezione dell’«Asse del Mondo», cosa da cui
discende il fatto che le stesse localizzazioni geografiche, nella leggenda
buddhistica, sono in definitiva puramente analogiche. Egli affronta inoltre un
gran numero di altri punti interessanti, quali la rassomiglianza tra il simbolo
del vajra e il trishûla, il significato delle impronte di piedi,
rappresentanti le «tracce» del principio nel mondo manifestato, la colonna di
fuoco in quanto simbolo «assiale» equivalente a quello dell’albero, il
simbolismo del carro e quello del trono ecc. Questo breve compendio basterà,
pensiamo, a far vedere come la portata di questo lavoro sia molto superiore a
quella di uno studio sul Buddhismo; l’esame specifico di quest’ultimo, come
dice l’autore, è, propriamente parlando, soltanto un «accidente»; e in realtà
in questo libro si tratta del simbolismo tradizionale nel suo senso veramente
universale. Possiamo aggiungere che le considerazioni in esso contenute sono di
un tal tipo, da modificare sensibilmente l’idea «razionalistica» che hanno gli
Occidentali del «Buddhismo primitivo», il quale era forse meno completamente
eterodosso di alcune delle sue derivazioni successive; se da qualche parte
«degenerazione» c’è stata, non sarebbe forse precisamente in senso inverso a
quello che presuppongono i pregiudizi degli orientalisti e la naturale simpatia
dei «moderni» per tutto ciò che si presenta come antitradizionale?
Jean Marquès-Rivière: Le
Bouddhisme au Tibet (Parigi, Éditions Baudinière). La prima parte di questo
libro è un’esposizione delle idee fondamentali del Buddhismo in generale, e più
particolarmente del Mahâyâna; la seconda tratta della speciale forma rivestita
dal Buddhismo tibetano, o Lamaismo. Molto giustamente l’autore rettifica alcune
idee errate che hanno corso in Occidente, in particolare riguardo al
«Tantrismo», ma anche riguardo alle interpretazioni «reincarnazionistiche»;
egli inoltre non accetta la concezione che pretende di ridurre il Mahâyâna a un
«Buddhismo corrotto», cosa che comporta, egli dice, «un disconoscimento totale
delle dottrine dell’Oriente e
132
Recensioni di libri
sull’Induismo...
del loro valore proprio». Sotto
molti aspetti il suo libro ha perciò un valore superiore a quello dei lavori
abituali degli «orientalisti»; inoltre, dobbiamo segnalare, fra i più
interessanti, i capitoli dedicati alla meditazione, al simbolismo della «ruota
della vita» e alla «scienza del vuoto». Non tutto però è perfettamente chiaro,
e capita talvolta anche che l’autore ricada in qualcuna delle confusioni
correnti: il Buddhismo non è assolutamente «religioso» nel senso occidentale
della parola, e quel che esso è realmente non ha certamente nulla a che vedere
con il «misticismo»; è questa d’altronde la ragione per cui si trovano in esso
un’iniziazione e un metodo, i quali sono evidentemente incompatibili con
qualsiasi «misticismo», e di cui l’autore in fondo non sembra comprendere né il
carattere né la portata. Forse ciò è dovuto in parte, precisamente, a questa
confusione, e in parte anche all’esagerazione dell’importanza dei «fenomeni» e
dello «sviluppo psichico», che non sono se non cose assai secondarie, quantunque
non presuppongano unicamente, come è detto, «una conoscenza molto spinta della
fisiologia umana»; a ogni buon conto, neanche questo difetto di prospettiva è
sufficiente a spiegare come si possa arrivare a parlare di una «concezione del
tutto meccanicistica e materialistica» precisamente dove è assente proprio la
nozione di «materia», o a definire «puramente umano» ciò che al contrario
implica essenzialmente l’intervento di elementi «sovraumani»; si tratta di una
ignoranza così spinta della vera natura delle «influenze spirituali» che è
permesso restarne stupefatti! La verità è però che le asserzioni che abbiamo
citato si ricollegano a un insieme di riflessioni «tendenziose» le quali,
curiosamente, sembrano non integrarsi nel resto del lavoro, perché si trovano
quasi sempre alla fine dei capitoli, come se fossero state aggiunte, e che
alcune di esse obbediscono a preoccupazioni «apologetiche», se non addirittura
«missionarie», di ordine piuttosto inferiore; in queste condizioni, non c’è
forse da chiedersi legittimamente se simile ignoranza non sia «voluta», per lo
meno in una certa misura? Comunque stiano le cose, è assai spiacevole che un
lavoro che per altri versi presenta meriti ben reali sia in tal modo sfigurato
dall’intrusione
133
Studi sull’Induismo
di uno spirito che preferiamo
limitarci a definire soltanto come una delle forme del «proselitismo»
occidentale, anche se gli starebbe bene un termine ancor più severo...
Hari Prasad Shastri: Vêdânta
light, from Shrî Dadaji Maharaj (Londra, The Shanti-Sadan Publishing
Committee). Questo opuscolo porta la traduzione di alcune conversazioni del guru
dell’autore su diversi argomenti che hanno riferimento con gli insegnamenti del
Vêdânta, in particolare per ciò che riguarda i mezzi preparatori della
realizzazione spirituale; la forma è semplice e il contenuto piuttosto
elementare, ma non vi si trova nulla che sia tale da sollevare obiezioni serie.
Rileveremo soltanto un’affermazione che ci pare un po’ contestabile: come, e in
qual senso, si può attribuire a Zoroastro l’origine del Karma-Yoga?
Ananda K. Coomaraswamy e
Duggirala Gopalakrishnayya: The Mirror of Gesture, being the Abhinaya
Darpana of Nandikeshwara, translated into English, with introduction and
illustrations (New-York, E. Weyhe). Questo libro è la traduzione di un
antico trattato indù sull’arte del teatro e della danza (l’uno e l’altra sono
denominati in sanscrito con la stessa parola: nâtya); qui si tratta,
naturalmente, di un’arte rigorosamente tradizionale, la cui origine è riferita
a Brahmâ stesso e situata all’inizio del Trêta-Yuga. In essa
tutto ha un significato preciso, e di conseguenza nulla può essere demandato
alla fantasia individuale; i gesti (soprattutto i mudrâ, o segni formati
dalla posizione delle mani) costituiscono un vero linguaggio ieratico, che del
resto si ritrova in tutta l’iconografia indù. Per cui questo trattato
dev’essere, nell’intenzione dei suoi traduttori, considerato innanzitutto come
«un’illustrazione dei principi generali di un’arte della comunicazione a gesti,
e di qualsiasi arte tradizionale e normale»; del resto «la divisione moderna
della vita in compartimenti stagni e indipendenti è una pura e semplice
aberrazione, e le arti tradizionali di un popolo non sono una sorta di
escrescenza, ma fanno parte integrante della sua vita». Alla fine, il volume è
corredato da bellissime illustrazioni, costituite
134
Recensioni di libri
sull’Induismo...
dalla riproduzione di esempi
presi dalla scultura e dalla pittura, e insieme con esse si trova la
raffigurazione di un certo numero di atteggiamenti e di mudrâ che
facilitano moltissimo la comprensione del testo.
135
Studi sull’Induismo
1937
C. Kerneiz: Le Hatha-Yoga, ou
l’art de vivre selon l’Inde mystérieuse (Parigi, Éditions Jules
Tallandier). Questo libro è più «sensato» di quanto non siano generalmente le
pubblicazioni occidentali che hanno la pretesa di trattare dello stesso
argomento: contiene riflessioni giustissime sull’inutile agitazione della vita moderna;
gli esercizi che indica sono fra quelli che per lo meno non presentano nessun
serio pericolo; e, su questioni come quella del regime alimentare, dà prova di
una moderazione che contrasta felicemente con certe esagerazioni
anglosassoni... Solo che tutto questo non è affatto lo Hatha-Yoga; se si
vuole, è qualcosa che trae ispirazione dai suoi metodi, fino a un certo punto,
ma per applicarli a fini totalmente diversi. In effetti, lo Hatha-Yoga
non è per nulla un’«arte di vivere»; esso è uno dei modi di preparazione al
vero Yoga, vale a dire alla realizzazione metafisica, e se può produrre
taluni effetti di tipo fisiologico non è che se li prefigga come scopi, non più
di quanto miri, come altri hanno immaginato, a provocare lo sviluppo di
«poteri» psichici: tutte queste cose sono soltanto «accidenti» nel senso più
esatto della parola. Il che vuol dire che esso non deve essere assolutamente
considerato come una specie di «terapeutica»; del resto la miglior prova di ciò
è che una delle condizioni rigorosamente richieste per coloro che vogliano
intraprenderne la pratica è che siano in stato di perfetta salute. Notiamo
d’altronde, a tal proposito, un errore sul significato stesso del termine hatha:
è vero che esso vuol dire «forza», ma nel senso di «sforzo» e addirittura di
«violenza» in una accezione accostabile a quella della parola evangelica: «Il
Regno dei Cieli è dei violenti»; e contiene inoltre ben altre cose, poiché,
simbolicamente, ha è il Sole e tha è la Luna, con tutte le loro
corrispondenze; è quindi fuor di dubbio che siamo molto lontani dalla
fisiologia, dall’igiene e dalla terapeutica... Ed è un altro errore ancora
quello di pensare che lo Hatha-Yoga, qual esso è realmente, possa rivolgersi
a coloro che non sono in nessun modo ricollegati
136
Recensioni di libri
sull’Induismo...
alla tradizione indù; qui, così
come per tutto ciò che non è solo semplice teoria, è implicita una questione di
trasmissione regolare, che assume un’importanza essenziale. È ovvio che tale
questione non ha da intervenire quando ci si proponga, come in questo caso,
soltanto scopi del tutto estranei alla conoscenza tradizionale, ma, ripetiamo
ancora una volta, allora non si tratta più di Hatha-Yoga, e non ci si
deve fare illusioni al proposito; non è nostra intenzione insistere
ulteriormente sull’argomento, ma ci è parso che queste poche precisazioni non
sarebbero state inutili per rimettere un po’ a posto le cose.
E. Techoueyres: À la recherche
de l’Unité; essais de philosophie médicale et scientifique (Parigi,
Librairie J.-B. Baillière et Fils). Il primo di questi «saggi», il quale dà il
titolo al volume, porta questo sottotitolo piuttosto significativo: «Les
aspirations de l’âme hindoue et les tendances de la science occidentale
contemporaine»; è perciò uno di quei tentativi di accostamento dei quali
abbiamo detto spesso quanto siano illusori. Qui, per di più, il tentativo si
accompagna a un abbaglio totale circa la natura delle dottrine indù: l’autore
vede in esse soltanto «filosofia», «ricerca» e «pensiero» puramente umano, i
quali egli crede tendano agli stessi scopi della scienza profana; occorre dire
che sembra esser stato indotto in questo errore da quello che chiama «il
pensiero moderno e sincretistico dell’India», vale a dire dagli scritti di
alcuni autori intaccati dalle idee occidentali, autori che di indù hanno
soltanto l’origine. È un libro che contiene molte confusioni, delle quali
alcune un po’ strane, come quelle che consistono nel prendere il «mentale» per
lo «spirito», nel credere che il «cuore», per gli Indù, rappresenti, come per
gli Occidentali moderni, il sentimento, e, cosa ancor più grave, nel vedere
nell’India una «filosofia del divenire» che «comunica strettamente con le idee
di William James e di Bergson»! Degli altri «saggi», che sono dedicati
soprattutto a questioni di «metodologia» scientifica, diremo solo pochissimo:
nel loro insieme essi sono di ispirazione molto «bergsoniana»; certo, non è
facendo una confusione di tutto che si arriva all’unità;
137
Studi sull’Induismo
occorre al contrario saper
mettere ogni cosa: al suo posto, e gli stessi «antagonismi» non sono per nulla
un «errore», a patto che si confini la loro portata nella sfera a cui realmente
si applicano; ma come si può capire la vera unità quando non si concepisce
nulla al di là del «divenire»?
Paul Brunton: A Hermit in the
Himalaya (Londra, Leonard and Co.). Questo nuovo libro di Paul Brunton è in
certo qual modo il diario di un «ritiro» da lui fatto nella zona dell’Himalaya,
nei pressi della frontiera indo-tibetana, dopo aver cercato invano di ottenere
un’autorizzazione per il soggiorno in Tibet. Non c’è da pensare di trovarvi una
qualsiasi unità: le descrizioni della regione e i racconti di incidenti diversi
e di conversazioni con qualche raro visitatore si mescolano a riflessioni sugli
argomenti più svariati; il tutto, però, si legge gradevolmente. Ma forse la
cosa più curiosa è l’opposizione che vi si sente costantemente emergere tra
certe aspirazioni dell’autore e la sua volontà di restare nonostante tutto «un
uomo del secolo XX» (e noi potremmo aggiungere un «Occidentale»); bene o male
egli la risolve costruendosi per uso proprio una concezione dello yoga
che egli stesso definisce «eterodossa», e limitando ogni sua ambizione, nel
campo spirituale, all’ottenimento di uno stato di calma e di equilibrio
interiore che è in sé certamente cosa assai apprezzabile, ma ancora ben lontana
da qualsiasi vera realizzazione metafisica!
Henri-L. Mieville: Vers une
Philosophie de l’Esprit ou de la Totalité (Parigi, Éditions des Trois
Collines, Lausanne; Librairie Felix Alcan). Non saremmo certamente venuti a
sapere della pubblicazione di questo grosso libro di filosofia protestante se
non ci avessero segnalato che l’autore aveva creduto opportuno effettuare
un’incursione su un terreno assai lontano dal suo, per prendersela con la
tradizione brâhmanica... e con noi; incursione piuttosto infelice, diciamolo
subito, la quale però merita lo stesso qualche parola di chiarimento. La cosa
che più colpisce è che le critiche che egli porta sono quasi interamente
fondate su
138
Recensioni di libri
sull’Induismo...
false interpretazioni dei termini
da noi usati: egli non riesce ad accettare, ad esempio, che si possa «confinare
il pensiero razionale nell’individuale» perché, così dice, esso «in linea di
principio è valido per ogni essere pensante»; sennonché, «ogni essere
pensante», per noi, è precisamente qualcosa che appartiene alla sfera puramente
individuale, e ci sembra di aver preso precauzioni sufficienti per spiegarlo
senza lasciar campo a nessun equivoco. Il «non-dualismo» è per lui la «dottrina
della non dualità dello spirito e della materia», quando abbiamo avuto gran
cura di precisare che non si tratta affatto di questo, e che fra l’altro nella
dottrina indù non si incontra da nessuna parte la nozione di «materia». La
metafisica brâhmanica, o meglio la metafisica senza qualificativi, non
«consiste» certamente affatto in «proposizioni che affermano relazioni tra
concetti»; essa è totalmente indipendente da qualsiasi «immaginazione verbale»,
così come da ogni «pensiero discorsivo»; manifestamente, l’autore fa confusione
con la pseudo-metafisica dei filosofi! Che egli non sia capace di concepire il
Non-Essere di là dall’Essere, o l’unità senza la molteplicità, o anche
«l’intuizione intellettuale come totalmente distinta dalla ragione» è qualcosa
che ammettiamo volentieri, né possiamo farci nulla; ma abbia almeno la
compiacenza di non pretendere di imporci le limitazioni che gli sono proprie.
Ammissibile è anche che gli piaccia dare alle parole un significato diverso da
quello che gli diamo noi; ma quel che ammissibile non è assolutamente più, è
che attribuisca loro questo suo significato anche quando vuole esporre quel che
noi abbiamo detto, al punto di arrivare a dar semplicemente l’impressione di
qualcuno che non sa leggere... Francamente divertente è poi il rimprovero
finale che ci fa di «non essere mai dove l’avversario vorrebbe ingaggiar
battaglia»; pensa egli forse che la dottrina tradizionale accondiscenda a
riconoscere di avere degli «avversari», e che possa abbassarsi a
«combattimenti» o discussioni qualsivogliano? Sono strane illusioni: diciamolo
chiaramente, in questo campo o si capisce o non si capisce, e basta. In simili
condizioni è fin troppo evidente che il cosiddetto «avversario» non potrà mai
far altro che agitarsi a vuoto, e
139
Studi sull’Induismo
che tutti i suoi argomenti
saranno inevitabilmente controproducenti; non è che ci dispiaccia che ci sia
stata fornita una volta di più l’occasione di constatarlo.
Shrî Aurobindo: Aperçus et
Pensées. Traduzione dall’inglese e prefazione di Jean Herbert (Framerie,
Belgio, Union des Imprimeries). Questo libriccino è la prima opera di Shrî
Aurobindo Ghose che sia stata pubblicata in francese: si tratta di una raccolta
di aforismi e di brevi frammenti su argomenti diversi, quali lo scopo reale
dell’esistenza, la natura dell’uomo e il suo rapporto con il mondo e con Dio,
le «catene» che impediscono all’essere di giungere alla liberazione, e altro
ancora; tutte cose, impossibili da riassumere, che sono da leggere e
soprattutto da meditare. C’è da sperare che questa traduzione sia seguita da
quella di altri lavori più importanti di un uomo che, anche se presenta qualche
volta la dottrina sotto una forma forse un po’ troppo «modernizzata», ha
tuttavia incontestabilmente un alto valore intellettuale; certo però noi non
pensiamo che sarebbe auspicabile, come dice l’autore della prefazione, che egli
trovi un Romain Rolland che scriva la sua biografia... e che lo sfiguri con la
sua sentimentalità incomprensiva e tutta occidentale!
Jean Herbert: Quelques grands
penseurs de l’Inde moderne. Conversazioni tenute a «Radio-Genève» nel
giugno 1937 (Framerie, Belgio, Union des Imprimeries). Le conferenze riunite in
questo volumetto destinato evidentemente al «gran pubblico», possono far temere
che il loro autore sia affetto da una certa tendenza alla «volgarizzazione»; e
quest’ultima impone per necessità semplificazioni eccessive, che non si
adattano molto a certi argomenti. Ad esempio, è poi così esatto presentare
quali «pensatori», nel senso che tale parola ha in Occidente, Shrî Râmakrishna,
Shrî Ramana Maharshi, Shrî Aurobindo, del quale abbiamo parlato qui noi stessi,
o non sarebbero essi piuttosto, soprattutto i primi due, qualcosa di
profondamente diverso, di cui non è certo facile dare un’idea al «gran
pubblico» europeo? Altro esempio: è sbagliato dire che a un certo momento
140
Recensioni di libri
sull’Induismo...
Shrî Râmakrishna «lasciò
l’induismo» per «farsi cristiano»; la verità è tutta un’altra, come ha spiegato
proprio da queste pagine Ananda K. Coomaraswamy; ma certo sarebbe ben difficile
far capire come stanno di fatto le cose ad ascoltatori non preparati. Non
insisteremo perciò oltre su questo punto, facendo soltanto un’ultima
osservazione: a proposito di Shrî Ramana Maharshi, l’Herbert dice che il suo
insegnamento «presenta una particolarità notevole, quella di avere la pretesa
di non affermare assolutamente nulla di nuovo»; ora, questa affermazione, lungi
dall’essere una «particolarità», rappresenta invece il solo atteggiamento
normale e valido in qualsiasi civiltà tradizionale; e, aggiungeremo noi, è
precisamente questa la ragione per cui in esse non ci possono essere dei
«pensatori», né, soprattutto, degli inventori di sistemi filosofici, cioè
uomini che mettano l’originalità individuale al di sopra della verità.
Jean Marquès-Rivière: L’Inde
secrète et sa magie (Parigi, Les Oeuvres Françaises). Questo volumetto si
presenta sotto la forma di un resoconto di viaggio non soltanto descrittivo,
accompagnato com’è da considerazioni dottrinali; ad esso però, a dire la
verità, si ha talvolta l’impressione che l’autore abbia mescolato anche qualche
ricordo delle sue letture. Quel che lo fa venire in mente non è tanto che
nell’insieme il libro abbia qualcosa che ricorda il «tono» di quello di Paul
Brunton da noi recensito a suo tempo, e la cui traduzione in francese ricevette
proprio il titolo, un po’ troppo simile. di India segreta; è soprattutto il
fatto che in esso si incontrino qua e là, in affermazioni attribuite a
interlocutori diversi, formule o frasi già lette da altre parti. Esso contiene
inoltre alcune inverosimiglianze: ne sia un esempio una certa storia di
«Rosa-Croce dell’Asia», la quale ci fa ricordare almeno due vicende più che
sospette, che sappiamo essere state, precisamente, conosciute anche
dall’autore; un altro esempio: una corrispondenza astrologica delle diverse
tradizioni, indicata sempre nello stesso capitolo, e nella quale non una
attribuzione è corretta. Ma, insieme a questo, non è men vero che il libro
contiene altre cose che sono eccellenti, ad esempio le riflessioni
141
Studi sull’Induismo
sull’impossibilità in cui si
mettono in generale gli Europei, a causa del loro stesso atteggiamento, di
penetrare checchessia dell’Oriente; sul reale significato dei riti indù; sul
carattere erroneo delle opinioni diffuse in Occidente a proposito del Tantrismo;
o, ancora, sulla natura del solo vero segreto, il quale consiste
nell’«incomunicabile», ciò che non ha certo nulla a che vedere con i pretesi
«segreti occulti» di cui si parlava prima. Tuttavia, quando si pensi alle
precedenti «fluttuazioni» dell’autore, non ci si può impedire dal provare un
po’ di preoccupazione davanti alla simpatia che questi manifesta nuovamente per
l’Oriente e le sue dottrine; sarà veramente un ritorno durevole? A dirla con
molta franchezza, alcune confusioni un po’ «tendenziose», come quella che
consiste nel parlare di «misticismo» là dove si tratta invece di cose del tutto
diverse, confusioni da noi incontrate anche troppo spesso, fanno
involontariamente pensare ad altre simpatie, tanto inattese quanto poco
disinteressate, manifestatesi in questi due ultimi anni, e delle quali abbiamo
dovuto parlare in diverse occasioni; auguriamoci però che questa volta la
simpatia sia di qualità migliore, e non subisca in nessun modo l’influsso dei
secondi fini «missionari» che trapelavano in certi passi del Bouddhisme au
Thibet... Comunque stiano le cose, non dimentichiamoci di segnalare, a
proposito di confusioni, un paragone piuttosto inopportuno tra i metodi indù di
sviluppo spirituale e i metodi psicologici moderni (un’altra delle false assimilazioni
che decisamente sembrano diffondersi sempre più), e, insieme con esso, lo
strano abbaglio che fa prendere all’autore certe facoltà essenzialmente
psichiche per «possibilità del corpo umano»; affiancate alle idee molto giuste
che segnalavamo poco prima, cose del genere costituiscono una nota curiosamente
discordante; per fortuna, però, malgrado il titolo, di magia non è che si parli
molto.
142
Recensioni di libri
sull’Induismo...
1938
Ananda K. Coomaraswamy: The
nature of Buddhist Art (Boston, A. Townshend Johnson). Si tratta
dell’introduzione, pubblicata separatamente, di un importante lavoro su The
Wall-Paintings of India, Central Asia and Ceylon, in collaborazione con
Benjamin Rowland. L’autore fa vedere come per comprendere veramente l’arte
buddhistica, e in particolare le rappresentazioni del Buddha, occorra riferirsi
a concezioni molto anteriori al Buddhismo stesso, giacché esse si ricollegano,
in definitiva, alle fonti vêdiche, e, con ciò, al simbolismo universale, comune
a tutte le tradizioni. L’applicazione più o meno eterodossa che ne è stata
fatta non impedisce che, in linea di principio, la nascita storica del Buddha
rappresenti la manifestazione cosmica di Agni, e che la sua vita possa,
sempre in questo senso, essere detta «mitica», ciò che non vuol dire negarne la
realtà, ma al contrario farne risaltare il significato essenziale.
Inizialmente, il Buddha era raffigurato soltanto con impronte di piedi, o con
simboli come l’albero o la ruota (ed è notevole che, nello stesso modo, anche
Cristo sia stato per molti secoli rappresentato da raffigurazioni puramente
simboliche); la domanda da porsi è: come e perché si arrivò in seguito ad
accettarne un’immagine antropomorfica? In questo fatto occorre vedere in
qualche modo una concessione fatta al bisogni di un’epoca meno intellettuale,
nella quale si era già indebolita la comprensione dottrinale; i «supporti di
contemplazione», se devono essere i più efficaci possibili, devono di fatto
essere adattati alle condizioni di ogni epoca; sennonché è opportuno far notare
che la stessa immagine umana, sia qui sia nel caso delle «deità» indù, è
realmente «antropomorfica» solo in una certa misura, nel senso che non è mai
«naturalistica» e conserva sempre, prima di tutto e in ognuno dei suoi
particolari, un carattere essenzialmente simbolico. Né ciò significa neppure
che si tratti di una rappresentazione «convenzionale» quale la immaginano i
moderni, giacché un simbolo non è per nulla il prodotto
143
Studi sull’Induismo
di un’invenzione umana; «il
simbolismo è un linguaggio gerarchico e metafisico, non un linguaggio
determinato da categorie organiche o psicologiche; il suo fondamento è nella
corrispondenza analogica di tutti gli ordini di realtà, stati d’essere o livelli
di riferimento». La forma simbolica è «rivelata» e «vista» nello stesso senso
in cui le incantazioni vêdiche sono state «rivelate» e «udite», e «non può
esistere nessuna distinzione di principio tra visione e audizione», giacché
quel che importa non è il genere di supporto sensibile usato, ma il significato
che è in qualche modo «incorporato» in esso. L’elemento propriamente
«sovrannaturale» è parte integrante dell’immagine, così come lo è dei racconti
che hanno un valore «mitico», nel senso originario del termine; in entrambi i
casi, si tratta prima di tutto di mezzi destinati, non a comunicare, il che è
impossibile, ma a permettere di realizzare il «mistero», ciò che non potrebbe
fare, evidentemente, né un semplice ritratto, né un fatto storico in quanto tale.
Quella che sfugge inevitabilmente al punto di vista «razionalistico» dei
moderni è perciò la natura stessa dell’arte simbolica in generale, così come
gli sfuggono, e per le stesse ragioni, il senso trascendente dei «miracoli» e
il carattere di «teofania» [manifestazione divina] dello stesso mondo
manifestato; l’uomo queste cose le può capire solo se è allo stesso tempo
sensitivo e spirituale, e se si rende conto che «l’accesso alla realtà non si
ottiene facendo una scelta tra la materia e lo spirito, supposti senza rapporti
tra di loro, ma vedendo invece nelle cose materiali e sensibili una somiglianza
formale con i prototipi spirituali che non possono essere afferrati
direttamente dai sensi»; si tratta «di una realtà considerata a livelli diversi
di riferimento, o, se si preferisce, di diversi ordini di realtà, ma che non si
escludono reciprocamente».
Reginald Reynolds: The White
Sahibs in India [with a preface by Jawaharlal Nehru] (Londra, Martin Secker
and Warburg Ltd.). Questa lunga storia di rapacità mercantile, coadiuvata
talvolta dall’astuzia e tal altra dalla violenza, storia che è quella
dell’«imperialismo» britannico in India dall’epoca della
144
Recensioni di libri
sull’Induismo...
fondazione dell’East India
Company fino ai giorni nostri, durata, vale a dire, per più di tre secoli,
è veramente assai edificante, e ciò tanto più in quanto è stata scritta, per la
sua maggior parte, secondo la testimonianza degli stessi Inglesi. Non possiamo
dilungarci in questa sede su un argomento che è troppo fuori del campo dei
nostri studi; a ogni buon conto raccomandiamo la lettura di questo libro a
tutti coloro che hanno l’ingenuità di credere ai pretesi «benefici» che la
civiltà occidentale moderna si pensa debba portare ai popoli orientali; per
quanto tenaci possano essere le loro illusioni in proposito, è molto
improbabile che esse siano in grado di resistere a una simile raccolta di fatti
precisi e assodati con incontestabile evidenza!
D.S. Sarma: Lectures on the
Bhagavad-Gîtâ, with an English Translation of the Gîtâ (Londra, N. Subba
Rau Pantulu, Rajahmundry; Luzac and Co.). La Bhagavad-Gîtâ è già stata
molto spesso tradotta nelle lingue occidentali, e commentata secondo punti di
vista assai diversi, i quali, sfortunatamente, non sono sempre rigorosamente
conformi allo spirito tradizionale. La presente traduzione, perlomeno, è priva
delle deformazioni «tendenziose» che si incontrano sia in quelle degli
orientalisti sia in quelle dei teosofisti, ma non ha forse tutta la precisione
che si potrebbe desiderare; e simile difetto sembra dovuto soprattutto alla
preoccupazione di evitare per quanto possibile l’uso di una terminologia
«tecnica», il che, in un caso come questo, non va senza presentare
inconvenienti, poiché il linguaggio ordinario è necessariamente vago e
piuttosto strettamente limitato nei suoi mezzi di espressione; inoltre, questa
traduzione sembra caratterizzata da una precisa volontà di «semplificazione»,
che quasi sempre fa in qualche modo prevalere solo il senso esteriore, quello,
vale a dire, la cui comprensione non presuppone nessuna conoscenza dei
molteplici dati tradizionali di ordine diverso che il testo comporta. Le sei
conferenze che la precedono confermano per di più questa impressione:
rivolgendosi a studenti più o meno influenzati dallo spirito moderno, l’autore
si è sforzato di render loro «accettabili»
145
Studi sull’Induismo
gli insegnamenti della Bhagavad-Gîtâ,
cosa che era piuttosto difficile da ottenere senza sminuirli con numerose
concessioni abbastanza inopportune; un esempio indicativo: a onta della
dottrina dei cicli, la quale ha tutta l’aria di causargli qualche difficoltà in
proposito, egli si spinge fino a tentare di conciliare tali insegnamenti con
l’idea di «progresso»! Ma c’è un equivoco, soprattutto, che egli non ha saputo
evitare: è perfettamente esatto dire che la Bhagavad-Gîtâ è capace di
applicazione a tutte le azioni che l’esistenza umana comporta; sennonché,
questo è vero a condizione di considerare tale esistenza in modo tradizionale,
modo che conferisce a tutte le cose un carattere autenticamente «sacro», e non
punto vedendola sotto l’aspetto profano della «vita ordinaria» in senso
moderno; sono, queste, due concezioni che si escludono, e non si può ritornare
alla prima se non rifiutando totalmente la seconda, prendendola decisamente per
quella deviazione illegittima che essa è in realtà. Nulla può essere più
lontano dalla verità che il presentare gli shâstra, o trattati
tradizionali sulle scienze e sulle arti, come se si riferissero a una
«conoscenza profana» (secular knowledge), o che il ridurre il sistema
delle caste a un tentativo di soluzione, effettuato da semplici «pensatori», di
quelli che sono oggi chiamati i «problemi sociali»; ci chiediamo se
l’incomprensione dell’autore si spinga veramente fino a questo punto, o se egli,
invece, non abbia piuttosto soltanto voluto, con ciò, rendere «simpatica» l’antica
«cultura»(!) indù al suo uditorio troppo moderno! Non che non si trovino, nel
corso della sua esposizione, altri modi di vedere più «ortodossi» e
maggiormente degni di interesse; il fatto è che, così stando le cose,
l’intenzione generale di un «adattamento» come quello di cui si fa mostra in
questo libro può soltanto condurre a disconoscere in larga misura il valore e
la portata di tutto ciò che ha il carattere più profondamente tradizionale,
vale a dire di ciò che in realtà costituisce tutto l’essenziale; e non è
imboccando questa strada che sarà mai possibile reagire con efficacia contro la
degenerazione della nostra epoca.
146
Recensioni di libri
sull’Induismo...
Mrs. Rhys Davids: To become or
not to become (that is the question!), Episodes in the history of an Indian
word (Londra, Luzac and Co.). È fin troppo vero che i grammatici, i
filologi e i traduttori hanno spesso fatto dei lavori scadenti, e che avrebbe
il suo bel da fare chi volesse rettificare le loro insufficienze e i loro
errori; su questo, siamo totalmente d’accordo con l’autrice; ma ciò significa
forse anche che dobbiamo darle ragione sul punto particolare di cui qui si
tratta, vale a dire sul verbo bhû e i suoi derivati, quali bhava
e bhavya, nei quali, invece del significato di «essere» che generalmente
gli si attribuisce, essa vuol vedere quasi esclusivamente quello di «divenire»?
La verità ci sembra un po’ diversa, né pensiamo che ci sia bisogno di tante
discussioni e minuziose analisi per arrivare a stabilirla: i due radicali as
e bhû non sono certo sinonimi, ma il loro rapporto corrisponde
esattamente a quello dell’«essenza» e della «sostanza»; a pieno rigor di
termini, la parola «essere» dovrebbe esser riservata alla traduzione del primo
e delle parole che gli si riconducono, mentre l’idea espressa dal secondo è
propriamente quella di «esistenza», intendendo con ciò l’insieme di tutte le
modificazioni che derivano da Prakriti. È scontato che l’idea di
«esistenza» implichi in qualche modo quella di «divenire», ma è altresì ovvio
che essa non vi si riduce integralmente, poiché, nell’aspetto «sostanziale» al
quale essa si riferisce, è compresa anche l’idea di «sussistenza»; a non
tenerne conto, ci chiediamo come si potrebbe tradurre, ad esempio, un termine
come Swayambhû, che per certo non può significare se non «Colui che
sussiste di per se stesso». È indubbio che il linguaggio moderno confonde
comunemente «essere» ed «esistere», così come confonde moltissime altre
nozioni; ma sono precisamente le confusioni di questo tipo che occorrerebbe
dedicarsi innanzitutto a dissipare, per restituire alle parole di cui ci si
serve il loro senso proprio e originario; tutto sommato, non vediamo altro
mezzo se non questo per migliorare le traduzioni, per lo meno in tutta la
misura in cui lo permettono le risorse, nonostante tutto piuttosto limitate,
delle lingue occidentali. Disgraziatamente, una folla di idee preconcette
intervengono troppo
147
Studi sull’Induismo
spesso a complicare le questioni
più semplici; la Rhys Davids, ad esempio, è manifestamente influenzata da certe
concezioni più che contestabili, e non è difficile capire perché tenga tanto
alla parola «divenire»: è semplicemente perché, conformemente alle teorie di
Bergson e di altri filosofi «evoluzionistici» contemporanei, essa considera il
«divenire» più reale dell’«essere»; ossia, in altri termini, di ciò che è una
minor realtà vuol fare, al contrario, la più elevata e fors’anche la sola
realtà; che essa la pensi a questo modo per proprio conto, è certo cosa che
riguarda lei sola; ma che «manipoli» il significato dei testi tradizionali in
modo da adattarlo a tali concezioni tutte moderne, ecco una cosa che è molto
più importuna. Del resto il suo modo di vedere è naturalmente influenzato dallo
«storicismo»: essa crede che certe idee siano apparse in un determinato
momento, e siano poi cambiate da un’epoca all’altra, quasi si trattasse di un
semplice «pensiero» profano; per di più, come già abbiamo avuto modo di
accorgerci, essa possiede una stupefacente facoltà di «immaginare» la storia,
se così si può dire, a misura delle proprie vedute; anzi, ci domandiamo
addirittura se si tratti soltanto di immaginazione, perché, a dire il vero,
certe allusioni abbastanza chiare a esperienze «psichiche» ci fanno seriamente
temere che si tratti di qualcosa di ancor peggiore!
Stella Kramrisch: A Survey of
Painting in the Deccan (Londra, The India Society). Questo volume è una
storia della pittura nel Deccan a partire dall’epoca di Ajantâ fino ai giorni
nostri, per una durata cioè di quasi duemila anni, storia accompagnata da
numerose tavole che ne illustrano con esempi caratteristici i diversi periodi.
La parte più interessante dal punto di vista dal quale qui ci poniamo, è quella
in cui sono esposti i principi della pittura più antica, quella del tipo di
Ajantâ: questa pittura non si prefigge di rappresentare lo spazio com’esso è
percepito dall’occhio, ma piuttosto lo spazio com’esso è concepito nella
«mente» del pittore; di conseguenza essa non può essere interpretata né in
termini di superficie né in termini di profondità; sono le figure e gli oggetti
che in certo qual modo «vengono avanti» e assumono
148
Recensioni di libri
sull’Induismo...
la loro forma attraverso tale
movimento, come se uscissero da un «al di là» indifferenziato del mondo
corporeo per giungere al loro stato di manifestazione. La «prospettiva
multipla» dalla quale gli oggetti sono rappresentati, la simultaneità delle
diverse scene, la quale è quasi una «prospettiva multipla» nel tempo, insieme
con l’assenza d’ombre, sono le caratteristiche di questo spazio mentale,
attraverso le quali esso si distingue dallo spazio sensibile. Le considerazioni
sul ritmo e sulle sue differenti modalità in tale pittura, sul carattere di mudrâ
che hanno essenzialmente tutti i movimenti delle figure, sul valore simbolico
dei colori e su diversi altri punti ancora, considerazioni che non possiamo
pensare di riassumere, non sono meno degne di interesse; e i riferimenti ai
testi tradizionali mostrano con evidenza il fondamento dottrinale e metafisico
su cui riposa interamente questa concezione dell’arte.
Shrî Aurobindo: The Mother
(Calcutta, Arya Publishing House). Questo libretto tratta della Shakti
divina e dell’atteggiamento che debbono avere verso di essa coloro che mirano a
una realizzazione spirituale; tale atteggiamento viene definito un «abbandono»
totale, ma occorre non prendere abbaglio sul significato da attribuire alla
parola. In effetti, nel libro si dice espressamente, fin dall’inizio, che la
collaborazione di due poteri è indispensabile, «un’aspirazione ferma e senza
cedimenti che chiama dal basso, e una Grazia suprema che risponde dall’alto»,
e, più avanti, che, «finché è attiva la natura inferiore (cioè, in altre
parole, finché l’individualità esiste come tale), lo sforzo personale del Sâdhaka
rimane necessario». In tali condizioni, è evidente come non possa assolutamente
trattarsi di un atteggiamento di «passività» qual è quella dei mistici, né, a
maggior ragione, di un «quietismo» qualsiasi; un simile «abbandono» è piuttosto
paragonabile, se non addirittura identico nel suo fondo, a ciò che in termini
islamici è chiamato et-tawkîl alâ’ Llah. Nell’ultimo capitolo,
particolarmente importante e interessante, si espongono i principali aspetti
della Skakti e le loro rispettive funzioni in rapporto con il mondo
manifestato.
149
Studi sull’Induismo
Swâmî-Vivêkânanda: Jnâna-Yoga.
Tradotto dall’inglese a cura di Jean Herbert (Frameries, Belgio, Union des
Imprimeries). La maggioranza dei nostri lettori sono senza dubbio già al
corrente di quel che pensiamo di Vivêkânanda e del modo in cui volle «adattare»
le dottrine indù, e più particolarmente il Vêdânta, alla mentalità
occidentale; non si stupiranno perciò delle numerose riserve che abbiamo da
fare su un libro come questo, il quale del resto non è di fatto che una
raccolta di conferenze rivolte a uditori inglesi e americani. Questo non vuol
dire, certamente, che tutto nel libro sia privo di interesse; ma cose di questo
tipo possono essere lette solo con molta precauzione e sono innocue soltanto
per chi sia capace di operare il lavoro di «filtraggio» indispensabile per
discernere le interpretazioni corrette da quelle più o meno deformate da
inopportune concessioni alle idee moderne, «evoluzionistiche»,
«razionalistiche» o d’altro genere. Ad esempio, è abbastanza sgradevole vedere
qualcuno che ha la pretesa di parlare in nome di una tradizione citare,
approvandole, le teorie degli «scienziati» sull’origine della religione, o
declamare a ogni occasione contro le «superstizioni» e le «assurde storie da
preti»; qualcuno potrà ammirare una cosa del genere prendendola per una prova
di «larghezza di vedute», nel senso in cui l’espressione è intesa oggi; quanto
a noi, in presenza di un simile atteggiamento, possiamo solo porci questa
domanda: si tratta, nei confronti delle verità tradizionali, soltanto di ignoranza
oppure di tradimento? In realtà, su taluni punti l’ignoranza è manifesta: è
così che Vivêkânanda stesso confessa di «non capire granché» della dottrina del
dêva-yâna e del pitri-yâna, la quale ha tuttavia la sua bella
importanza; ma nella maggior parte dei casi si ha l’impressione che sia prima
di tutto preoccupato di presentare le cose in modo che piacciano al suo
«pubblico». Comunque sia, così facendo egli si è attirato un singolare castigo
postumo, se così si può dire: nella lettera che viene presentata in apertura di
volume, Romain Rolland dichiara che «l’intuizione del profeta (sic)
indiano aveva attinto senza saperlo alla ragione virile dei grandi interpreti
del comunismo»; è evidente che Romain Rolland vede le cose attraverso una sua
150
Recensioni di libri
sull’Induismo...
«ottica» tutta speciale, e si
avrebbe torto se lo si prendesse alla lettera; a ogni buon conto, è piuttosto
triste, dopo aver avuto la pretesa di ricoprire un ruolo di «Maestro
spirituale», offrire il fianco a un accostamento simile! Comunque sia, esaminando
il contenuto del libro ci si rende conto che il suo titolo è alquanto
ingannevole; è vero che di questo non è certo Vivêkânanda ad essere
responsabile, ma gli editori inglesi, i quali hanno raccolto le sue conferenze
in simile modo; queste ultime, più che affrontare effettivamente l’argomento,
gli girano per così dire intorno; vi si parla molto di «filosofia» e di
«ragione»; sennonché la vera conoscenza (jnâna) non ha assolutamente
nulla di «filosofico», e lo Jnâna-Yoga non è affatto una speculazione
razionale, bensì una realizzazione sovrarazionale. D’altra parte, è quasi
incredibile che un Indù possa, pur dichiarando di aderire alla sua tradizione,
presentarla come se fosse costituita da «opinioni di filosofi», i quali siano
passati per «stadi successivi», incominciando da idee «rudimentali» per
arrivare a concezioni sempre più «elevate»; sembra quasi di sentire un
orientalista, e senza neppur parlare della formale contraddizione in cui queste
idee «progressistiche» si pongono nei confronti della dottrina dei cicli, viene
da chiedere: che ne è in questi lavori del carattere «non-umano» della
tradizione? Confondere verità di ordine diverso con «opinioni» che si siano
sostituite le une alle altre è un errore gravissimo, e non è il solo; in questo
libro troviamo altre concezioni che, pur se non sono false a tal punto, sono
troppo «semplicistiche» e insufficienti, quali, ad esempio, l’assimilazione
della «Liberazione» (Moksha) con uno stato di «libertà» nel senso comune
dei filosofi, ciò che non porta certo molto lontano: si tratta di cose che in
realtà non hanno comune misura... Anche l’idea di un «Vêdântismo pratico» è
ampiamente contestabile: la dottrina tradizionale non è applicabile alla vita
profana in quanto tale; anzi, perché essa sia «praticata» occorre, al
contrario, che la vita profana non ci sia; e questo comporta molte condizioni
di cui non si parla nel libro, a partire dall’osservanza di quel riti che
Vivêkânanda si vanta di trattare da «superstizioni». Il Vêdânta, per di
più, non è qualcosa che sia mai stato destinato a
151
Studi sull’Induismo
essere «predicato», né a essere
messo «alla portata di tutti»; e spesso queste conferenze danno un po’ troppo
l’impressione che sia proprio questo che si è proposto l’autore... Aggiungiamo
inoltre che anche le parti migliori rimangono in generale assai vaghe, e che
contribuisce a dare questa impressione l’ostinazione dell’autore nell’evitare
quasi tutti i termini «tecnici», quantunque pure le sue limitazioni
intellettuali non vi siano estranee; ci sono delle cose di cui non si può dire
che siano inesatte, ma sono espresse in una maniera tale che non traspare nulla
del loro significato profondo. Segnaliamo infine la presenza di difetti di
terminologia per i quali, non potendo confrontare la traduzione con il testo
inglese, non ci rendiamo conto di a chi vada la responsabilità, se alla prima o
al secondo: ad esempio, manas non è lo «spirito», ahankâra non è
l’«egoismo», e Âtmâ non è l’«Io», anche scritto con la maiuscola; a ogni
modo, abbiamo già detto abbastanza perché si capisca quanto questo lavoro sia
lontano dal poter passare per un’esposizione del puro Vêdânta, e tutto
il resto non sono che particolarità molto secondarie a petto di questa
considerazione essenziale.
Swâmî-Vivêkânanda: Karma-Yoga.
Tradotto dall’inglese a cura di Jean Herbert (Frameries, Belgio, Union des
Imprimeries). Nel suo insieme questo libro è migliore del precedente,
indubbiamente perché tocca un minor numero di questioni di ordine propriamente
dottrinale e intellettuale; è, se si vuole, una specie di commento della Bhagavad-Gîtâ,
della quale prende in considerazione soltanto un aspetto assai parziale, ma
tutto sommato esso è accettabile entro i limiti in cui si contiene; l’idea
dello swadharma, quella del «distacco» nei confronti dei risultati
dell’azione, sono esposte abbastanza correttamente; sennonché l’azione non
dovrebbe essere intesa soltanto nell’accezione troppo ristretta del «lavoro» e,
nonostante tutto, le tendenze «moraleggianti» e «umanitarie» dell’autore sono
qua e là un po’ troppo evidenti perché non si provi un certo fastidio, quando
si sappia quanto esse siano estranee al vero spirito della dottrina indù.
152
Recensioni di libri
sull’Induismo...
Swâmî-Vivêkânanda: Bhakti-Yoga.
Tradotto dall’inglese a cura di Lizelle Reymond e Jean Herbert (Frameries,
Belgio, Union des Imprimeries). In questa raccolta ci sono cose abbastanza
eterogenee, tenuto conto che le considerazioni sugli Avatâra, sulla
necessità del guru, sui mantra e sui pratîka (e non prâtika,
com’è scritto per errore), non hanno un rapporto diretto e specifico con la via
di bhakti, ma hanno in realtà una portata molto più estesa; del resto,
qui esse si riducono a compendi molto affrettati e piuttosto superficiali.
Quanto alla nozione vera e propria di bhakti, idee come quelle di
«amore» e di «rinuncia» forse non sono sufficienti a definirla, soprattutto se,
come qui, non si cerca di ricollegarle al suo significato più fondamentale, che
è quello di «partecipazione». Né forse è molto giusto, neppure, parlare della
«semplicità» del Bhakti-Yoga, quando si riconosca che esso si distingue
nettamente dalle forme inferiori di bhakti; queste ultime sì, possono
essere per i «semplici», ma lo stesso non si può dire di nessuno Yoga;
e, se si parla invece di aspirazione verso un qualunque «ideale», allora non si
tratta più del tutto di bhakti, neppure inferiore, ma di un semplice
trastullo infantile per l’uso dei moderni, che non hanno più legami effettivi
con nessuna tradizione. Da notare, in quanto a errori di dettaglio, la
traduzione assolutamente errata di para e di apara con
«superiore» e «inferiore»; questi due termini possono essere resi soltanto con
«supremo» e con «non-supremo», il che indica una relazione totalmente diversa;
e, tenuto conto di ciò a cui i due termini si applicano, non è difficile capire
che si tratta di molto più di una semplice questione di parole.
Swâmî-Vivêkânanda: Râja-Yoga,
ou la conquête de la Nature intérieure. Tradotto dall’inglese a cura di
Jean Herbert (Frameries, Belgio, Union des Imprimeries). In questo volume, che,
contrariamente ai precedenti, è stato composto in questa forma dallo stesso
autore, si trovano alcune delle confusioni diffuse in Occidente sull’argomento;
quel che stupisce è il ritrovarle in un Orientale; intendiamo parlare delle
false assimilazioni con il «misticismo» e con la «psicologia». In realtà è alla
bhakti che si
153
Studi sull’Induismo
può accostare il misticismo, a
patto di precisare che però non si tratta in questo caso se non di forme
«exoteriche» di bhakti, senza nessun rapporto con lo Yoga; quanto
alla psicologia, essa non può in alcun modo essere una via che porta
all’«Unione», anzi, a dire il vero, essa non porta assolutamente a nulla... Per
di più, l’esposizione è rovinata in molti punti dall’inopportuna mania di
cercare paragoni e accostamenti con la scienza moderna; ne derivano talvolta
abbagli curiosi, come quello consistente nell’identificazione dei chakra
e delle nâdî con organi corporei. Strano anche che un Indù nello Hatha-Yoga
non possa veder altro che una specie di «allenamento» puramente fisiologico; o
lo Hatha-Yoga è una preparazione a qualcuna delle forme del vero Yoga,
o non è niente del tutto. La seconda parte del volume contiene una traduzione
piuttosto libera dei Sûtra di Patanjali, accompagnata da un commento il
quale, però, rappresenta soltanto l’interpretazione di Vivêkânanda;
quest’ultima non corrisponde, in modo generale, che a un significato molto
esteriore, giacché sembra sforzarsi di tutto ricondurre a un livello
«razionale»; Vivêkânanda ha realmente creduto che ciò fosse possibile, o ha
invece solo temuto di urtare i pregiudizi occidentali se fosse andato più
lontano? È difficile dirlo, ma in ogni caso quel che è certo è che egli era
afflitto da una forte tendenza alla «volgarizzazione» e al «proselitismo», e
che a tale tendenza non è mai possibile cedere senza che debba soffrirne la
verità... A questo proposito si potrebbe fare un’esattissima applicazione della
nozione di swadharma: Vivêkânanda avrebbe potuto essere un uomo assai
notevole se avesse avuto una funzione adatta alla sua natura di Ksatriya;
quel che è certo, però, è che il ruolo intellettuale e spirituale di un Brâhmano
non era fatto per lui.
Ananda K. Coomaraswamy: Asiatic
Art (Chicago, The New Orient Society of America). In questo opuscolo, il
cui scopo è di indicare con quale spirito deve essere affrontato lo studio
dell’arte asiatica se si vuol capirla realmente, l’autore insiste nuovamente
sulla nozione dell’arte tradizionale e normale e su ciò che
154
Recensioni di libri
sull’Induismo...
la distingue dai casi anormali,
come quello della decadenza «classica» e quello dell’arte europea a partire dal
Rinascimento. D’altro canto, uno studio «oggettivo», come si dice oggi, vale a
dire in fondo un’osservazione puramente esteriore, in realtà non può condurre a
nulla, giacché non c’è nessuna vera conoscenza dove non c’è alcuna conformità
tra il conoscente e il conosciuto. Nel caso dell’opera d’arte occorre perciò
sapere prima di tutto a quale uso essa era destinata, e inoltre quale
significato doveva comunicare all’intelligenza di coloro che la guardavano.
Sotto questo riguardo, è essenziale rendersi conto che le apparenze che un’arte
tradizionale presenta non sono il semplice richiamo di percezioni visive, ma
l’espressione o la realizzazione sensibile di una «contemplazione» (dhyâna),
la quale è ciò per cui lavora l’artista, e senza cui il prodotto del suo lavoro
non sarebbe veramente un’opera d’arte. E per finire, è un errore pensare, come
fanno generalmente i moderni, che la ripetizione delle formule trasmesse
costituisca una pastoia per le facoltà dell’artista, giacché questi deve aver
realmente fatto proprie queste formule attraverso la sua comprensione, che del
resto è il solo senso in cui si possa parlare di «proprietà» quando si tratta
di idee, e in qualche modo le «ricrea» quando, dopo averle assimilate, le
rimanifesta in conformità con la sua propria natura.
Jean Herbert: Introduction à
l’étude des Yogas hindous (Frameries, Belgio, Union des Imprimeries). Si
tratta di una conferenza che è stata tenuta presso l’«Institut International
de Psychagogie» di Ginevra, e ciò spiega forse perché l’autore definisca
fin dall’inizio il termine Yoga come se «volesse dire, più o meno, una
via che conduce verso uno scopo, una disciplina che ci prepara a qualcosa»; la
definizione è assolutamente inesatta, giacché, per il fatto stesso che
significa «Unione», il termine indica invece lo scopo stesso, e solo per
estensione è applicato anche ai mezzi predisposti per raggiungerlo. Per
converso, l’autore ha invece totalmente ragione quando denuncia la grossolana
semplificazione in virtù della quale gli Occidentali considerano l’essere umano
composto solo di due parti, il corpo e lo spirito,
155
Studi sull’Induismo
sottintendendo che quest’ultimo
comprende indistintamente tutto quel che non è corporeo; ma, ci chiediamo,
perché rovesciare il significato normale dei termini «anima» e «spirito»? Egli
fa veder bene la necessità di vie molteplici, facendo notare che quel che
bisogna considerare non è soltanto lo scopo, che di fatto è uno, ma anche il
punto di partenza, il quale è diverso a seconda degli individui; poi dà un’idea
sommaria dei principali tipi di Yoga, avendo cura di precisare inoltre,
sempre molto giustamente, che essi non hanno nulla di esclusivo, e che nella
pratica si combinano sempre, vuoi più, vuoi meno, fra di loro. Un’altra cosa
che è verissima, è che lo Yoga non ha nulla che possa farlo simile a una
«religione»; sennonché, sarebbe stato necessario aggiungere che non per questo
i metodi indù sono privi, nella loro gran maggioranza, di un carattere rituale
che li lega a una forma tradizionale determinata, fuori della quale perdono la
loro efficacia; solo che, per rendersene conto, bisognerebbe evidentemente non
seguire l’insegnamento di Vivêkânanda... L’autore termina la sua esposizione
con un avvertimento contro i ciarlatani che cercano di trar profitto da qualche
idea ispirata più o meno vagamente allo Yoga per fini che non hanno
assolutamente nulla di spirituale; nelle presenti circostanze un monito del
genere non è certo inutile!
L. Adams Beck: Du Kashmir au
Tibet: à la Découverte du Yoga. Tradotto dall’inglese a cura di Jean
Herbert e Pierre Sauvageot (Parigi e Neuchâtel, Éditions Victor Attinger).
Questo romanzo, scritto con uno spirito di manifesta simpatia per le dottrine
orientali, può risvegliare qualche interesse per queste ultime in persone che
non le conoscano ancora, e forse condurle in seguito a intraprenderne uno
studio più serio. Ciò non significa che il modo in cui certe cose vi sono
presentate sia sempre privo di difetti: ad esempio, le dottrine indù e
buddhistica vi si mescolano talvolta in maniera molto poco verosimile, il che
rischia di suggerire ai lettori idee poco chiare circa i loro rapporti.
Veramente lodevole è, invece, che, a differenza di quel che accade quasi sempre
in lavori di questo tipo, i «fenomeni»
156
Recensioni di libri
sull’Induismo...
più o meno straordinari non vi
occupino che uno spazio assai limitato, e che il loro valore sia in esso
ridotto alle sue giuste proporzioni; quando essi si presentino, possono essere
interpretati come «segni», ma niente di più. Sotto un altro profilo, lo scopo
vero e proprio dello Yoga forse non è indicato con tutta la precisione
che sarebbe necessaria per evitare ogni confusione in coloro che non ne siano
già informati: sarebbe stato opportuno, a questo scopo, far vedere più
chiaramente che l’abilità in un’arte, ad esempio, non può costituire se non una
conseguenza del tutto accessoria, e allo stesso tempo, in taluni casi, una
sorta di «supporto», a condizione che l’orientamento spirituale venga mantenuto
in modo invariabile; assumendola invece come un fine, o anche semplicemente
ricercandola per se stessa, essa diventerà, al contrario, un ostacolo, e avrà,
tutto sommato, da questo punto di vista più o meno gli stessi inconvenienti dei
«poteri» dal carattere in apparenza più strano, giacché in fondo sono tutte
cose che appartengono pur sempre allo stesso ordine contingente.
J. Marquès-Rivière: Le Yoga
tantrique hindou et tibétain (Parigi, Collection «Asie», Librairie Véga).
Ciò che colpisce subito in questo volumetto è la totale mancanza di accuratezza
con cui è stato scritto e stampato; esso formicola letteralmente di svarioni
d’ogni tipo, e sfortunatamente non sempre è possibile assegnarli alla categoria
degli errori tipografici... Per quel che riguarda la sostanza, nonostante le
pretese a un’«informazione diretta», si tratta più che altro di una
compilazione, inteso che la parte più importante del libro è visibilmente
dedotta principalmente dal Serpent Power di Arthur Avalon e che numerose
vi sono anche altre copiature; alcune non sono dichiarate, ma noi abbiamo le
nostre buone ragioni per riconoscerle; solo che, senza dubbio proprio per non
dare l’impressione di «copiare» pedestremente, l’autore ha pensato bene di
sostituire a una terminologia precisa una curiosa accozzaglia di parole vaghe o
improprie. Inoltre, si può notare un intero capitolo sulla «reincarnazione» dal
quale è assolutamente impossibile dedurre
157
Studi sull’Induismo
quel che l’autore pensi realmente
sulla questione, e questo è sicuramente il miglior modo per non scontentare
nessuno; sarà a preoccupazioni di questo tipo che sono anche da attribuire gli
strani riguardi con cui viene segnalato il carattere di pura fantasia di certe
elucubrazioni del fu Leadbeater e di qualcun altro, o una nota che sembra
accettare la realtà delle «comunicazioni» spiritistiche? Non insisteremo
sull’abituale confusione «mistica», né ci attarderemo a rilevare certe
affermazioni più o meno eccentriche, non tutte concernenti, del resto, le
dottrine indù o tibetane (ad esempio la qualifica di «soffiatori» attribuita
agli alchimisti), o le considerazioni sugli «idoli bafomettiani»... C’è da
chiedersi quale sia il vero scopo perseguito dall’autore; a meno che egli non
abbia voluto semplicemente cercare di incuriosire gli eventuali lettori degli
altri suoi libri di cui annuncia la prossima pubblicazione.
Shrî Aurobindo: Lights on Yoga
(Howrah, Shrî Aurobindo Library). Questo libro, composto da estratti di lettere
scritte da Shrî Aurobindo ai suoi discepoli in risposta a loro domande, precisa
il modo in cui egli considera la via e lo scopo dello Yoga: si tratta,
egli dice, «non solo di elevarsi dalla ignorante coscienza mondana ordinaria
alla coscienza divina, ma inoltre di far discendere la potenza sovramentale di
tale coscienza divina nell’ignoranza del mentale, della vita e del corpo, di
trasformarli, di manifestare il Divino anche qui, e di creare una vita divina
nella materia». Tutto sommato, ciò equivale a dire che la realizzazione totale
dell’essere non comprende soltanto il «Supremo», ma anche il «Non-Supremo», i
due aspetti del non-manifestato e del manifestato unendosi infine in essa in
modo indissolubile, così come sono uniti nel Divino. Forse l’insistenza che
l’autore pone nel segnalare in ciò una differenza con «gli altri Yoga»
rischia di dar luogo a un’interpretazione inesatta; di fatto, ciò non presuppone
nessuna «novità», giacché un tale insegnamento è stato in ogni tempo quello
della tradizione indù, come del resto quella delle altre tradizioni (il tasawwuf
islamico, in particolare, è molto esplicito al riguardo); se tuttavia il primo
punto di vista
158
Recensioni di libri
sull’Induismo...
sembra generalmente più in
evidenza rispetto al secondo nelle esposizioni dello Yoga, le ragioni di
ciò sono diverse e di diverso ordine, e un giorno o l’altro forse le
esamineremo; sarà qui sufficiente far notare prima di tutto che l’«ascensione»
deve necessariamente precedere la «ridiscesa», e poi che l’essere che ha
veramente realizzato l’«Identità Suprema» può, in conseguenza di ciò e per ciò
stesso, «muoversi a propria volontà» in tutti i mondi (anche se questo esclude,
beninteso, che egli debba, nella «ridiscesa», trovarsi nuovamente rinchiuso
nelle limitazioni individuali). In tutti i casi, si tratta soltanto di una
semplice questione di «modalità», e non di una reale differenza di scopo, il
che sarebbe inconcepibile; sennonché non è inutile sottolinearlo, perché troppa
gente ha attualmente la tendenza a vedere innovazioni là dove non c’è che
un’espressione perfettamente corretta o un adattamento legittimo delle dottrine
tradizionali, e ad attribuire in questo alle individualità un ruolo e un’importanza
che esse non possono avere in nessun modo. Un altro punto da notare è quello
che riguarda il metodo di realizzazione (sâdhana) che espone e sostiene
Shrî Aurobindo: esso procede, egli dice, «per aspirazione, per concentrazione
verso ciò che è interiore o verso l’alto, per apertura nei confronti
dell’influsso divino»; in effetti questo è in ogni caso l’essenziale, e ci si
può solo domandare se, poiché sembra che si rifiutino così dei mezzi che, quale
che sia il loro carattere «accidentale», costituiscono nondimeno un aiuto non
trascurabile, così facendo non si aumentino le difficoltà di tale
realizzazione, per lo meno nella generalità dei casi, giacché assai poco
numerosi (e soprattutto nelle condizioni della nostra epoca) sono coloro per i
quali la via più diretta è immediatamente accessibile.
Da quanto diciamo non si deve
dedurre che simile via non possa essere adatta a qualcuno, ma soltanto che, a
fianco di essa, gli altri mârga conservano tutta la loro ragion d’essere
per coloro alla cui natura e attitudini essi sono più conformi; del resto,
l’esclusività sotto il profilo del metodo non è mai rientrata nello spirito di
nessuna tradizione, e certamente nessuno Yogî contesterà mai che la via
da lui seguita e nella quale guida i
159
Studi sull’Induismo
suoi discepoli sia in realtà una
via fra molte altre, cosa che, come diciamo da un’altra parte, non compromette
affatto né l’unità dello scopo finale né quella della dottrina. Non possiamo
insistere sui punti di dettaglio, come quelli che si riferiscono alla
distinzione dei diversi elementi dell’essere; dobbiamo però esprimere il
rammarico che la terminologia adottata in questo libro non sia sempre così
chiara come sarebbe stato auspicabile che fosse: indubbiamente non esistono
obiezioni di principio da opporre all’impiego di parole come «Overmind»
e «Supermind», ad esempio, ma siccome non sono certo di uso corrente,
esse richiederebbero una spiegazione; in fondo, però, la semplice indicazione
dei termini sanscriti corrispondenti sarebbe forse stata sufficiente per
rimediare a simile difetto.
Shrî Aurobindo: Bases of Yoga
(Calcutta, Arya Publishing House). Questo lavoro, concepito nello stesso modo
del precedente, aggiunge numerosi chiarimenti su diversi punti, in particolare
sulle difficoltà che si possono presentare nel corso del lavoro di
realizzazione e sul modo di superarle. Esso insiste particolarmente sulla
necessità della calma mentale (la quale non deve essere assolutamente confusa
con la «passività») per giungere alla concentrazione e non lasciarsi più
disturbare dalle fluttuazioni superficiali della coscienza; l’importanza di
queste ultime non deve infatti essere esagerata, poiché «il progresso
spirituale non dipende tanto dalle condizioni esteriori, quanto dal modo in cui
noi reagiamo ad esse interiormente». Non meno necessaria è la «fede» (si tratta
qui, beninteso, di qualcosa di profondamente diverso da una semplice
«credenza», contrariamente a quel che pensano troppo spesso gli Occidentali),
che comporta un’adesione ferma e invariabile dell’intero essere; di qui
l’insufficienza di semplici teorie, le quali non richiedono se non un’adesione
esclusivamente mentale. Segnaliamo anche, fra le altre questioni trattate,
quelle della regolazione dei desideri e del regime di vita da seguire per
ottenere il controllo di sé; non val quasi la pena di dire che in simili
considerazioni non ritroviamo nessuna delle esagerazioni che sono al proposito
diffuse
160
Recensioni di libri
sull’Induismo...
da certe scuole
pseudo-iniziatiche occidentali, ma, al contrario, un avvertimento contro
l’errore che consiste nel confondere dei semplici mezzi con lo scopo. L’ultima
parte del libro è dedicata all’esame dei diversi gradi di coscienza, con la
distinzione essenziale tra il «sovracosciente» e il «subconscio», distinzione
ignorata dagli psicologi, a brevi esposizioni sul sonno e i sogni, e alla
malattia e alla resistenza che può esserle opposta interiormente. In
quest’ultima parte troviamo dei passi che hanno un così stretto riferimento con
quel che abbiamo detto noi stessi sullo «psicologismo», da farci credere non
inutile una citazione anche un po’ lunga: «La psicanalisi di Freud è l’ultima
delle cose che dovrebbero essere accostate allo Yoga; essa esamina una
certa parte, la più oscura, la più pericolosa e la più malsana della natura, il
subconscio vitale inferiore, isola qualcuno dei suoi fenomeni più morbosi, e
attribuisce loro un’azione assolutamente sproporzionata al loro vero ruolo in natura
[…] Provo difficoltà a prendere sul serio questi psicanalisti, quando tentano
di osservare l’esperienza spirituale alla luce vacillante delle loro torce; e
tuttavia, forse bisognerebbe farlo, perché una mezza conoscenza può essere un
grande ostacolo per la manifestazione della verità. Questa nuova psicologia mi
fa pensare a dei bambini che, imparato un rudimentale alfabeto, per di più
incompleto, confondano con atteggiamento di trionfo il loro “a, b, c” del
subconscio con il sovraconscio misterioso, e prendano il loro primo libro di
oscuri rudimenti per il cuore stesso della conoscenza reale. Essi guardano dal
basso verso l’alto, e spiegano le luci superiori con le oscurità inferiori; il
fondamento delle cose, però, è situato in alto, e non in basso, nel
sovraconscio e non nel subconscio [...] Occorre conoscere il tutto prima di
poter conoscere la parte, e il superiore prima di poter capire veramente
l’inferiore. Questa è la promessa di una psicologia più grande che attende il
suo momento, e di fronte alla quale tutti questi poveri brancolamenti
spariranno, e saranno ridotti a nulla». Più chiari di così non si potrebbe
essere, e ci farebbe piacere sapere cosa ne pensano i seguaci delle false
assimilazioni che abbiamo a più riprese denunciato...
161
Studi sull’Induismo
Shrî Aurobindo: Lumières sur
le Yoga (Frameries, Belgio, Union des Imprimeries). È la traduzione
francese, appena uscita, del primo dei due volumi di cui abbiamo parlato in
precedenza; la traduzione, del resto approvata dall’autore, è nel complesso
molto esatta, e, per quel che ci riguarda, avanzeremo riserve su un punto solo:
la parola mind è stata quasi sempre tradotta con «spirito», e qualche
volta anche con «intelletto», mentre in realtà non è né l’uno né l’altro, bensì
il «mentale» [la «mente»] (manas); in qualche caso si è d’altronde
ritenuto utile indicarlo in nota; non sarebbe stato più semplice e più chiaro
introdurre il termine corretto ed esatto nel testo?
Shrî Râmakrishna: Un des
chemins... Adattamento francese a cura di Marie Honegger-Durand; prefazione
di Jean Herbert (Frameries, Belgio, Union des Imprimeries). Il titolo di questa
raccolta di scritti si spiega con il primo dei pensieri che vi sono contenuti:
«Esistono vie che conducono a Dio attraverso il puro amore, attraverso lo
studio, le buone opere, la contemplazione...; sono tutte vie differenti, ma lo
Scopo resta unico». La preoccupazione dell’adattamento a un pubblico
occidentale non ci sembra priva di inconvenienti: per poter fare in completa
sicurezza, come dice Jean Herbert, «quel che Râmakrishna avrebbe fatto se
avesse parlato ai Francesi», occorrerebbe aver raggiunto lo stesso grado
spirituale di Râmakrishna... Per cui, ogni tanto l’espressione è un po’ vaga o
inesatta; per esaminare solo un esempio tipico: perché servirsi del termine
«tolleranza» quando ciò di cui si parla è di tutta evidenza la «pazienza», che
è ben diverso? Ad ogni modo, nonostante simili imperfezioni, questi pensieri
restano nondimeno degnissimi di essere meditati da coloro per cui l’Unità e la
Presenza Divina sono cose diverse da semplici formule verbali. – Sotto
l’aspetto della presentazione esteriore, crediamo che sarebbe stato meglio
introdurre in questo volume un po’ più di «sostanza» (certamente si avrebbe
avuto solo l’imbarazzo della scelta), invece di inserire in ogni pagina un
unico pensiero, quand’anche non occupi più di due o tre righe...
162
Recensioni di libri
sull’Induismo...
Shrî Râmakrishna: Les Paroles
du Maître. Conversazioni raccolte e pubblicate dallo Swâmî Brahmânanda.
Traduzione francese a cura di Marie Honegger-Durand, Dilip Kumar Roy e Jean
Herbert; prefazione dello Swâmî Yatiswarânanda (Frameries, Belgio, Union des
Imprimeries). In questa raccolta il testo è stato seguito molto più fedelmente
che in quella precedente, e l’indicazione di un numero abbastanza nutrito di
termini originali contribuisce a una più esatta comprensione (senza la presenza
del termine sâdhana, ad esempio, si resterebbe perplessi di fronte a
un’espressione così inadeguata quale «esercizi di devozione»); ci si renderà
conto di tale differenza confrontando le versioni di alcuni passi che si
ritrovano nei due volumi. Inoltre, le conversazioni di Râmakrishna raccolte in
questo testo sono state raggruppate metodicamente, da uno dei suoi discepoli,
secondo gli argomenti ai quali si riferiscono; non è ovviamente possibile
presentarne un riassunto o anche solo un compendio, ed è meglio consigliare la lettura
del libro a tutti coloro a cui possa interessare. Non è però il caso di
fermarsi davanti all’apparente semplicità della forma, sotto la quale chi
possiede qualche conoscenza tradizionale scoprirà spesso precisazioni di
carattere molto più «tecnico» di quanto potrà vedervi il lettore ordinario; ma
naturalmente, come in ogni insegnamento di questo tipo, ciascuno afferra quel
che può a misura della propria comprensione, e a ogni buon conto non è mai
senza profitto.
Shrî Ramana Maharshi: Five
Himns to Shrî Arunachala, translated from the Tamil original
(Tiruvannamalai, South India, Shrî Ramanashramam). Abbiamo parlato, al momento
della pubblicazione della prima edizione della traduzione inglese, di questi
inni rivolti alla montagna sacra di Arunachala, interpretata come simbolo del
«Cuore del Mondo»; la seconda edizione, la quale è stata pubblicata da poco, è
stata molto migliorata, sia sotto il riguardo della correttezza della lingua,
sia sotto quello della giustezza dell’espressione; inoltre, alcuni commenti che
tradivano una certa influenza di idee occidentali sono stati
163
Studi sull’Induismo
rettificati in un senso più
tradizionale, e certamente più conforme al vero pensiero dell’autore.
Shrî Ramana Maharshi: Upadesa
Saram, with English translation and notes by B.V. Narasimhaswamy
(Tiruvannamalai, South India, Shrî Ramanashramam). L’Upadesa Saram è un
riassunto in trenta brevi stanze dell’insegnamento di Shrî Ramana sullo
sviluppo spirituale dell’essere umano; esso dà una definizione delle differenti
«vie» (mârga) e fa vedere come esse tendano tutte allo stesso fine, il
quale in definitiva è sempre «l’assorbimento nella fonte o nel cuore
dell’esistenza», che è identico al Brahma Supremo. L’assorbimento
permanente comporta l’«estinzione del mentale» (manonâsha) e, di
conseguenza, dell’individualità in quanto tale; sennonché tale «estinzione»,
lungi dal lasciare dietro di sé un vuoto, fa al contrario apparire una
«pienezza» (pûrna) veramente infinita, la quale altro non è che il «Sé»,
ed è la perfetta unità di Sat-Chit-Ânanda; si tratta del risultato
ultimo della «ricerca» (vichâra) della natura reale dell’essere, che
corrisponde al «Tu sei Ciò» (Tat Twam Asi) delle Upanishad.
Shrî Ramana Maharshi: Who am
I? Translated by S. Seshu Iyer (Tiruvannamalai, South India, Shrî
Ramanashramam). Questo volumetto contiene le precisazioni fornite da Shrî
Ramana in risposta alle domande poste da uno dei suoi discepoli, sulla «via di
ricerca» (vichâra mârga) che egli più particolarmente preconizza:
l’essere che, cercando di conoscere la sua vera natura, si domanda chi è
realmente, vale a dire che cosa è che costituisce la sua propria essenza, deve
rendersi conto prima di tutto, e in via successiva, che non è il corpo, non la
forma sottile, non la forza vitale (prâna), non il mentale, e neppure
l’insieme delle potenzialità che sussistono in uno stato indifferenziato nel
sonno profondo; egli non può perciò identificarsi se non con ciò che permane
dopo che tutti questi elementi avventizi sono stati eliminati, e cioè con la
pura coscienza che è Sat-Chit-Ânanda. Questo è il «Sé» (Âtmâ) che
risiede nel cuore (hridaya), ed è l’unica fonte di tutte le
manifestazioni mentali, vitali,
164
Recensioni di libri
sull’Induismo...
psichiche e corporee; esso può
essere raggiunto attraverso la concentrazione e la meditazione, e lo stato di
«assorbimento» in tale «Sé» non ha nulla in comune con l’esercizio di
qualsivoglia facoltà o «potere» psichico, né, aggiungeremo noi per prevenire un
altro errore di interpretazione troppo frequente in Occidente, con uno stato
«psicologico», poiché è essenzialmente di là dal mentale. Di fatto, è questa
una via di Jnâna Yoga che si trova indicata molto chiaramente nelle
stesse Upanishad; e che potrebbe essere descritta «tecnicamente» come un
processo di riassorbimento graduale dall’esterno verso l’interno, fino al
centro vero e proprio dell’essere; tale via culmina infine nella conoscenza del
«Sé» e nella realizzazione della sua vera natura (swarûpa),
realizzazione che è la Liberazione (Mukti).
Ramânanda Swarnagiri: Crumbs
from His table (Trichinopoly, South India, Shrî Narayanaswamy Iyer). È la
narrazione di una serie di colloqui con Shrî Ramana nel corso dei quali il
metodo di «ricerca» (vichâra) di cui abbiamo parlato prima è in certo
qual modo «posto in azione», e in cui sono trattate questioni come quelle della
«fede» (shraddhâ) che è necessaria all’ottenimento della conoscenza, del
controllo del mentale e della differenza che esiste tra la sua stabilizzazione
temporanea (manolaya) e la sua «estinzione» permanente (manonâsha),
degli ostacoli che si oppongono alla realizzazione del «Sé» e che possono
essere superati con una concentrazione costante, del sonno profondo e dei
differenti gradi di samâdhi. Pare soprattutto specifica
dell’insegnamento di Shrî Ramana l’abituale insistenza a far intraprendere fin
dall’inizio il metodo di vichâra, invece di fermarsi inizialmente a
procedimenti preliminari di «purificazione corporea» psichica e mentale, anche
se egli riconosce nondimeno la necessità di questi ultimi, e che diversi fra i
suoi principali discepoli abbiano espressamente dichiarato che simile metodo
diretto non è adatto a tutti; e, come fa notare l’autore, Shrî Ramana non ha
mai contestato la legittimità degli altri metodi, ma, al contrario, come
abbiamo visto in precedenza, afferma che, più o meno direttamente, essi
conducono tutti allo stesso scopo finale.
165
Studi sull’Induismo
K.: Sat-Darshana Bhashya and
Talks with Maharshi with forty verses in praise of Shrî Ramana
(Tiruvannamalai, South India, Shrî Ramanashramam). Le conversazioni riportate
nella prima parte di questo libro trattano anch’esse di argomenti analoghi a
quelli che abbiamo ricordato poco fa: i rapporti tra il vichâra e la
«Grazia» che a esso risponde interiormente, esercitandosi i due movimenti in
certo qual modo relativamente in senso contrario; l’identità del Sad-guru
con il «Sé»; il carattere positivo dello stato di «silenzio» (mauna),
che non deve assolutamente esser confuso con una semplice mancanza di attività;
la residenza del «Sé» nel centro simbolicamente indicato come «cuore»; la
differenza tra i Siddhi nel senso abituale, o «poteri» ricercati di per
se stessi, e che non sono se non ostacoli nei confronti della realizzazione, i Siddhi
che si producono in modo naturale e normale in quanto manifestazioni
contingenti di un determinato stato interiore, e il significato più elevato
dello stesso termine (Jnâna-siddhi), che è la realizzazione vera e
propria del «Sé». La seconda parte è una traduzione commentata del Sat-Darshana
Bashya, il quale [trattato], scritto originariamente in tamil da Shrî
Ramana, fu reso in sanscrito dal suo discepolo Vasishta Ganapati Muni, ed è,
come indicato dal titolo, un «discorso sulla percezione della verità»: partendo
dalla distinzione di Dio, del mondo manifestato e dell’«anima» (jîva),
si tratta di superarla per raggiungere la realtà suprema, la quale realtà è il
«Sé», il quale appare quando l’«io» e le sue limitazioni si sono dissolti; il jîvan-mukta,
realizzato che abbia il «Sé», è uno con il Supremo, e la sua condizione e il
suo modo d’azione sono incomprensibili per il mentale; tale stato di
realizzazione è sempre lo stesso, sia che sia ottenuto in questa vita, sia che
sia ottenuto in qualche altro mondo, e non c’è nessuna distinzione di gradi
nella Liberazione, che è l’identità cosciente dell’essere con la Verità
suprema.
B.V. Narasimhan Swami. Self
Realisation: Life and Teachings of Ramana Maharshi (Tiruvannamalai, South
India, Shrî Ramanashramam). Questo libro è una biografia di Shrî Ramana:
166
Recensioni di libri
sull’Induismo...
la sua «vocazione» improvvisa
all’étà di diciassette anni, il suo ritiro a vita solitaria ad Arunachala e le
difficoltà d’ogni genere che dovette superare per perseverarvi, i suoi rapporti
con i discepoli e le istruzioni che impartisce loro, il modo in cui tratta gli
animali, la descrizione della vita all’âshrama, tutte cose che non si
riuscirebbe certo a riassumere in poche righe; cosicché possiamo soltanto
consigliare la lettura del libro a coloro che vorranno farsi un’idea un po’
completa della «personalità» del Maharshi. Ci sembra particolarmente importante
far notare che, a motivo del suo carattere di «spontaneità», la realizzazione
di Shrî Ramana rappresenta una via in qualche modo eccezionale, e che, inoltre,
indubbiamente proprio a causa di ciò, egli pare esercitare soprattutto quella
che potrebbe essere detta una «azione di presenza», giacché, quantunque
risponda sempre di buon grado alle domande che gli sono rivolte, non si
potrebbe dire che impartisca un vero e proprio insegnamento regolare. I suoi
discepoli sono d’altronde estremamente diversi sotto ogni aspetto, ed egli
lascia a ognuno la massima libertà, ciò che, bisogna pur dirlo, produce
risultati molto diversi secondo gli individui; ma in fondo, non è forse
inevitabile che ciascuno raccolga soltanto i benefici corrispondenti alle sue
capacità proprie?
«Who»: Mahâ Yoga, or the
Upanishadic lore in the light of the teachings of Maharshi Ramana
(Pudukotah, South India, The New Light Publishing House). L’autore di questo
libretto trova, non senza ragione, una conferma della dottrina delle Upanishad
nella vita e negli insegnamenti di Shrî Ramana; ma il suo punto di vista può
sembrare un po’ strano là dove afferma che sono questi ultimi, per i discepoli
del Maharshi, a costituire la «Rivelazione» che rappresenta l’autorità innanzi
tutto, e che l’antica dottrina vale per essi in virtù del suo accordo con
questi insegnamenti; si tratta di una sorta di rovesciamento dei rapporti, il
quale mette in luce una nozione non molto giusta dell’ortodossia tradizionale.
Per cui pensiamo che convenga lasciare al solo autore la responsabilità delle
sue interpretazioni, per lo
167
Studi sull’Induismo
meno nella misura in cui sono
contaminate da un certo «modernismo», e di diversi accostamenti, poco
giustificati, con concezioni filosofiche e psicologiche occidentali che
rivelano anch’essi la presenza della stessa tendenza. Pur riconoscendo quel che
il suo lavoro contiene per altri versi di assai degno di interesse, c’è ragione
per rammaricarsi che l’argomento non sia stato trattato, nell’insieme, in modo
più conforme alla dottrina a cui si riferisce in modo diretto; ed è probabile
che si possa vedere in ciò uno degli effetti meno felici di quell’assenza di
insegnamento regolare a cui alludevamo tempo fa, la quale non consente di
attribuire in un caso simile alla qualità di «discepolo», per quanto altamente
rivendicata, tutta la pienezza del suo significato.
168
Recensioni di libri
sull’Induismo...
1939
R. Krlshnaswami Aiyar: Thoughts
from the Gîtâ (Mylapore, Madras, The Madras Law Journal Press). Nella
nostra epoca sono stati scritti innumerevoli commentari della Bhagavad-Gîtâ,
ma la maggior parte di essi sono ben lontani dall’essere conformi allo spirito
tradizionale; certo non è il caso di stupirsene quando si tratti di lavori di
orientalisti; più strano, e in un certo senso anche più indisponente, è che
molti commentari indiani contemporanei siano analogamente viziati, vuoi da un
«modernismo» più o meno accentuato, vuoi da preoccupazioni politiche o sociali,
i quali hanno portato i loro autori a ridurre o a deformare in modi diversi il
senso del testo. Questo libro è stato scritto per reagire contro queste
tendenze; ed è in special modo contro coloro che nella Bhagavad-Gîtâ
vorrebbero vedere esclusivamente una specie di trattato di Karma-Yoga
che l’autore fa vedere come essa al contrario insegni molto chiaramente che le
tre vie di Karma, di Bhakti e di Jnâna in realtà non
portano fino allo stesso punto, che la loro predominanza rispettiva corrisponde
piuttosto ad altrettanti gradi successivi, e come sia solo con jnâna che
può essere ottenuta la realizzazione completa e finale; è evidente che non si
tratta assolutamente di «esclusivismo» a favore di questa o di quella via, ma
piuttosto, all’opposto, dell’affermazione che ciascuna di esse ha la sua ragion
d’essere e anche la sua necessità, a condizione che la si situi al posto che
veramente le appartiene. Simile progressione viene osservata in modo correttissimo
lungo tutta l’esposizione, e questa è caratterizzata da un linguaggio
chiarissimo e il più semplice possibile; diremmo forse, addirittura un po’
troppo semplice in alcuni punti, giacché non occorre esagerare con la paura di
servirsi dei termini «tecnici» quando il linguaggio ordinario non ne proponga
l’equivalente; e a tal proposito l’indicazione di un maggior numero di parole
sanscrite avrebbe certo contribuito anche ad accrescere la precisione.
Naturalmente non possiamo dare qui un compendio di tutte le questioni trattate
nel libro; ci
169
Studi sull’Induismo
accontenteremo di segnalare in
modo più particolare quel che si riferisce alla corrispondenza delle diverse
concezioni della Divinità, intese come altrettanti «punti di vista» sempre più
profondi che accompagnano i differenti stadi dello sviluppo spirituale, e ciò
perché pensiamo che sarebbe difficile trovare un’esposizione più facilmente
comprensibile e più completamente soddisfacente di quella che viene offerta
qui.
R. Krishnaswami Aiyar: Thoughts
from the Eternal Law (Mylapore, Madras, The Madras Law Journal Press). In
questo libro, concepito nello stesso spirito del precedente, si parla
essenzialmente, come dice il titolo, del Sanâtana Dharma; e l’autore,
distinguendo quel che si riferisce ai differenti elementi costitutivi
dell’essere umano, si dedica a esporre la vera ragion d’essere dei diversi tipi
di prescrizioni che corrispondono ad essi. Con ragione egli denuncia la
profonda ignoranza di cui danno prova coloro che disconoscono o rifiutano tali
prescrizioni, o alcune di esse, semplicemente perché non sono in grado di
comprenderle realmente, e perché credono, presuntuosamente, che tutto quel che
non conoscono sia privo di valore o addirittura non esista; se alcuni fra
coloro che pretendono di governare attualmente l’India non ignorassero quasi
tutto della tradizione indù, non se la prenderebbero come fanno con istituzioni
come quella delle caste, e saprebbero che l’«intoccabilità» ha anch’essa le sue
ragioni, le quali derivano dalla natura stessa degli esseri e che nessuno ha il
potere di sopprimere. La giustificazione delle prescrizioni propriamente
rituali, quella dell’uso delle pratîka o immagini rappresentanti aspetti
divini, fra altre cose (e anche queste fra quelle contro le quali si
accaniscono più volentieri i sedicenti «riformisti»), sono del pari eccellenti;
su altri punti ci sarebbe forse da fare qualche riserva, in quanto sono
interpretati con un «letteralismo» un po’ troppo esteriore, a detrimento del significato
simbolico che è insieme più profondo e più vero, ma è questo un difetto che si
rileva soltanto in alcuni passi, e non fra i più importanti. Per quel che
riguarda l’affermazione del carattere «universale» della tradizione
170
Recensioni di libri
sull’Induismo...
indù, affermazione della quale
qualcuno potrà forse stupirsi, essa necessiterebbe solo di essere chiarita con
qualche osservazione più precisa; per noi, tale carattere si deve spiegare con
il fatto che la tradizione indù procede direttamente dalla tradizione
primordiale, e per questa ragione in qualche modo la rappresenta; è la
tradizione primordiale che costituisce veramente il Sanâtana Dharma
nella sua essenza, tutto il resto in fondo non sono che adattamenti,
indubbiamente necessari, alle circostanze di tempo e di luogo.
Raihana Tyabji: L’Âme d’une
Gopî. Traduzione e prefazione a cura di Lizelle Reymond (Frameries, Belgio,
Union des Imprimeries). Sotto la forma di un breve romanzo, si tratta della
nota storia di Krishna e delle Gopî: il titolo potrebbe far temere che
sia stata interpretata in modo troppo «psicologico», ma in realtà le cose
stanno diversamente, e se ne deduce anzi piuttosto chiaramente il senso vero.
Le Gopî rappresentano gli esseri individuali, i quali per la via di Bhakti
riescono ad avere, sia pure a gradi diversi, la percezione del Divino; ciascuna
crede però che l’aspetto che ne conosce sia il solo vero, e che quelle che
vedono altri aspetti siano in errore; ma bisogna che esse alla fine giungano a
riconoscere, come Râdhâ, il Divino sotto tutti i suoi travestimenti, vale a
dire sotto le innumerevoli apparenze del mondo manifestato. È interessante
notare come l’autrice sia un’Indiana musulmana, il che non le impedisce affatto
di mostrare una reale comprensione della tradizione indù; e non è forse il caso
di vedere in questo, precisamente, un’applicazione di ciò che abbiamo appena
detto del riconoscimento della Verità una sotto le forme molteplici di cui si
riveste nelle differenti tradizioni?
Swami Vivêkânanda: Conférences
sur Bhakti-Yoga. Tradotto dall’inglese da Lizelle Reymond e Jean Herbert
(Frameries, Belgio, Union des Imprimeries). In questo volume ci si è proposti
di riunire diversi frammenti sparsi nelle opere di Vivêkânanda i quali, pur
riferendosi a Bhakti-Yoga, non avevano trovato posto nel libro omonimo
la cui traduzione era già comparsa
171
Studi sull’Induismo
nella stessa collezione. È
abbastanza strano, però, che non sia possibile conoscerne esattamente la
provenienza: non si sa se si tratti veramente di conferenze diverse, o solo di
note prese da altre persone nel corso delle stesse conferenze; del resto ciò ha
un’importanza solo secondaria, visto che in ogni caso le due raccolte si
completano vicendevolmente.
Naturalmente le idee esposte in
questa richiederebbero le stesse riserve già da noi formulate a proposito della
precedente; anche qui, beninteso, non è che non ci siano delle osservazioni
interessanti, ad esempio sulla necessità del guru o su quella dell’uso
dei simboli, cose che d’altronde non sono specialmente proprie della via di Bhakti;
sennonché si tratta di qualcosa che richiede di essere letto con precauzione e
da parte di persone sufficientemente preparate da poter discernere quel che è
soltanto «adattamento» modernizzato da quel che riflette veramente qualcosa
dell’insegnamento tradizionale. Ci permetteremo una piccola osservazione:
giacché il libro è destinato a completare Bhakti-Yoga, perché è stata
riprodotta tutta la parte intitolata Parâ-Bhakti, la quale, a parte
l’aggiunta di alcune note, fa totalmente doppio uso con quella che si trova
sotto lo stesso titolo nell’altro volume?
Shrî Krishna Prem: The Yoga of
the Bhagavad Gîtâ (Londra, John M. Watkins). L’autore di questo nuovo
commento sulla Bhagavad-Gîtâ è di origine inglese, il che, bisogna
riconoscerlo subito, si vede abbastanza poco, se non in alcuni punti dove
emergono taluni pregiudizi decisamente occidentali contro i «preti» e i
«dogmi», insieme a una certa tendenza a sminuire l’importanza e il valore dei
riti. Sempre in questa luce, si possono lamentare alcuni riferimenti a lavori
«teosofistici» e ad esperienze «metapsichiche»; inutile dire, invece, che
riteniamo perfettamente legittimi gli accostamenti con Plotino e i libri
ermetici, inteso che si tratta, in questo caso, di insegnamenti che, anche se
appartengono ad altre forme tradizionali, non per questo sono meno conformi
allo stesso spirito. Inoltre, l’autore rifiuta risolutamente di tener conto di
tutte le discussioni degli
172
Recensioni di libri sull’Induismo…
orientalisti, dei quali denuncia
assai giustamente il metodo incurabilmente esteriore», che non può portare a
nessuna vera comprensione. Partito dall’idea di spiegare il significato dei
titoli dei differenti capitoli della Bhagavad-Gîtâ, egli ha finito
coll’andare ampiamente fuori da questa cornice, per commentare tutto l’insieme
della Bhagavad-Gîtâ stessa: il suo modo di vedere è che essa costituisca
un vero e proprio manuale di Yoga,assumendo la parola nel suo
significato «totale», vale a dire secondo il senso in cui essa non indica l’una
o l’altra delle «vie» particolari che portano anch’esse tale nome, ma «la via
seguendo la quale l’uomo unisce il suo io finito all’Infinito», e della quale i
diversi Yoga sono soltanto altrettanti aspetti; ed «è non tanto una
sintesi di tali insegnamenti separati, quanto piuttosto il tutto originario e
indiviso di cui essi rappresentano formulazioni parziali». Questo modo di
vedere ci pare totalmente esatto, e il libro, colmo di vedute interessantissime
che non possiamo pensare di riassumere, è certamente uno di quelli,
sfortunatamente troppo rari, che non si leggerà senza trarne un reale profitto.
173
Studi sull’Induismo
1940
Shrî Ramana Maharshi: A
Catechism of Enquiry (Tiruvannamalai, South India, Shrî Ramanashramam).
Questo volumetto è la traduzione di istruzioni date da Shrî Ramana a uno dei
suoi discepoli per guidarlo nella ricerca del «Sé», ricerca che deve condurre
infine alla realizzazione della vera natura dell’essere. Poiché il «Sé» è
identico al «Supremo», ogni adorazione del «Supremo» in fondo non è altro che
una forma della ricerca del «Sé»; quest’ultima, quali che siano i mezzi con i
quali è condotta, costituisce l’unico metodo che permetta di eliminare
gradualmente tutti gli ostacoli e di giungere alla «Liberazione». L’essenza di
questi insegnamenti si può riassumere nelle seguenti parole: «Realizza la
Beatitudine perfetta attraverso la meditazione costante sul Sé».
Shrî Ramana Maharshi: A
Catechism of Instruction (Tiruvannamalai, South India, Shrî Ramanashramam).
Quest’altro libro è stato composto raggruppando gli insegnamenti dati da Shrî
Ramana in risposta a domande poste da suoi discepoli; vi si trattano
principalmente i seguenti argomenti: le caratteristiche essenziali
dell’istruzione spirituale (upadêsha) e i segni distintivi del Guru;
il metodo di realizzazione (sâdhana) e le sue diverse modalità, in
particolare il vichâra-mârga, ossia la ricerca del «Sé» di cui si parla
nel testo precedente; l’«esperienza» (anubhava), ossia la realizzazione
vera e propria e i suoi differenti stadi; e infine, le caratteristiche dello
stato di colui che permane fermamente stabilito nella Conoscenza (ârûdha-sthiti),
stato immutabile di completa identità o assorbimento nel «Sé». Troviamo un po’
fuori posto l’uso della parola «catechismo» nel titolo dei due volumi (dei
quali solo il secondo è del resto redatto in forma «catechistica», cioè secondo
una sequenza di domande e risposte), perché in Occidente essa evocherà quasi
inevitabilmente l’idea di un insegnamento puramente exoterico, per di più di
livello del tutto elementare; esistono «associazioni»
174
Recensioni di libri
sull’Induismo...
delle quali occorre tenere conto
se si vogliono evitare gli equivoci, e sfortunatamente gli Orientali che
scrivono in una lingua occidentale non sempre se ne curano abbastanza.
Shrî Aurobindo: Les bases du
Yoga, preceduto da uno studio di Nolini Kanta Gupta sullo Yoga di
Shrî Aurobindo (Frameries, Belgio, Union des Imprimeries). Abbiamo già parlato
dell’edizione inglese di questo libro; sarebbe perciò bastato che segnalassimo
semplicemente la pubblicazione di questa traduzione francese, sennonché essa è
stata fatta precedere da un’introduzione che, è il caso di dirlo, non manca di
sollevare talune obiezioni. Prima di tutto, quando Shrî Aurobindo parla
personalmente del «nostro Yoga», ciò può capirsi, in un senso del tutto
legittimo, dello Yoga che egli pratica e insegna; ma quando altri
parlano dello «Yoga di Shrî Aurobindo», essi lo fanno talvolta in modo
tale che sembrano volere con ciò attribuirgliene la proprietà, o rivendicare
per lui una specie di «diritto d’autore» su una particolare forma di Yoga,
ciò che non è ammissibile, poiché qui siamo in un campo in cui le individualità
non contano; d’altronde, vogliamo credere che Shrî Aurobindo in questo genere
di cose non c’entri per nulla, e che in esse occorra piuttosto vedere solo la
manifestazione di uno zelo un po’ indiscreto e alquanto goffo da parte di
taluni dei suoi discepoli. Ma in fondo la cosa più grave è forse che
l’introduzione di cui stiamo parlando sia pesantemente viziata da concezioni
«evoluzionistiche»; citeremo soltanto due o tre frasi caratteristiche di questo
suo aspetto: «Fino ad ora la mortalità è stata il principio che ha retto la
vita sulla terra; essa sarà sostituita dalla coscienza dell’immortalità. L’evoluzione
è avvenuta attraverso lotte e sofferenze; d’ora in poi essa sarà una fioritura
spontanea, armoniosa e felice [...] L’uomo è ormai vecchio di più di uno o due
milioni d’anni; è per lui ormai tempo di lasciarsi trasformare in un essere di
tipo superiore». Come possono affermazioni simili conciliarsi con la più
elementare nozione della dottrina tradizionale dei cicli, e, più in
particolare, con il fatto che al presente ci troviamo nel periodo più oscuro
del Kali-Yuga?
175
Studi sull’Induismo
Shrî Aurobindo: La Synthèse
des Yogas. Volume I: Le Yoga des Oeuvres divines (Première partie)
(Frameries, Belgio, Union des Imprimeries). Questo lavoro, apparso in inglese
nella rivista «Arya» dal 1914 al 1921, consta di quattro parti: 1a
Le Yoga des Oeuvres divines; 2a Le Yoga de la Connaissance;
3 a Le Yoga de la Dévotion; 4 a Le Yoga de la
Perfection; il presente volume porta solo la traduzione dei primi sei
capitoli, riveduta e accresciuta dall’autore. Come indicano il titolo e il
sottotitolo, si tratta di una visione d’insieme in cui le diverse forme di Yoga
sono riunite o combinate allo scopo di concorrere alla perfezione (siddhi)
dello «Yoga integrale», del quale esse non sono in realtà che
altrettante ramificazioni; la prima parte è dedicata al Karma-Yoga.
L’autore, com’è ovvio, insiste principalmente sul distacco dal frutto delle
opere, seguendo la dottrina insegnata nella Bhagavad-Gîtâ; egli presenta
questo distacco soprattutto come un «dono di sé» e come un «sacrificio», e
quest’ultimo termine è forse qui un po’ equivoco, giacché, nel suo senso
proprio, esso comporta essenzialmente un elemento rituale che nello scritto non
traspare ben chiaramente, nonostante vi sia fatta allusione al «sacrificio del Purusha»
interpretato come «la divina azione comune proiettata all’inizio di questo
mondo, quale un simbolo della solidarietà dell’universo». D’altronde, e ciò in
modo generale, tutto quel che si riferisce all’aspetto propriamente «tecnico»
della questione è lasciato un po’ nell’ombra; può darsi che ciò sia voluto,
nondimeno la cosa non manca di dare talvolta una certa impressione di «vago»
che rischia di sconcertare il lettore generico, intendiamo il lettore che non
possieda i dati necessari per integrare quel che si presenta in tal modo
incompleto. Inoltre, occorre por mente a non lasciarsi indurre in errore dalla
terminologia adottata, poiché alcune parole sono intese in sensi molto lontani
da quelli che hanno abitualmente; pensiamo in particolare, così dicendo,
all’espressione «essere psichico» di cui l’autore sembra aver quasi fatto un
sinonimo di jîvâtmâ; simile uso del termine «psichico» non è solo
inabituale, ma per di più decisamente contrario al suo significato originario,
e veramente non vediamo come
176
Recensioni di libri
sull’Induismo...
si potrebbe giustificarlo. Tutte
queste imperfezioni non diminuiscono però l’interesse delle considerazioni
esposte in questo libro, anche se esso non fornisce una visione completa
dell’argomento, cosa che sarebbe stata senza dubbio impossibile; a ogni modo le
nostre osservazioni stanno a indicare che esso non è leggibile senza qualche
precauzione.
Shrî Aurobindo: L’Isha
Upanishad (Frameries, Belgio, Union des Imprimeries). Questo volume porta
il testo sanscrito e la traduzione dell’Isha Upanishad, accompagnati da
un commento; esso era apparso in parte nell’edizione francese della rivista «Arya»,
di cui furono pubblicati solo pochi numeri negli anni 1914-1915; la traduzione
dell’originale inglese, rimasta allora inconclusa, è stata ora terminata da
Jean Herbert. All’inizio del suo commento l’autore fa notare come «le Upanishad,
destinate a illuminare più che a istruire, siano redatte per ricercatori già
familiarizzati, per lo meno nel loro insieme, con le idee dei veggenti vêdici e
vêdântici, e in possesso di almeno qualche esperienza personale delle realtà
alle quali si riferiscono. I loro autori si dispensano perciò dall’esprimere le
transizioni di pensiero e dallo sviluppare nozioni implicite o secondarie […]
Sono espresse soltanto le conclusioni, e il ragionamento su cui esse si fondano
rimane sottinteso; le parole lo suggeriscono, ma non lo comunicano apertamente
alle facoltà di comprensione». Ciò è perfettamente esatto, e noi del resto
pensiamo che un tale modo di procedere rispecchi qualcosa di inerente alla
natura stessa dell’insegnamento tradizionale di cui è questione; Shrî Aurobindo
ritiene però che «un metodo di questo tipo non sia più applicabile per il
pensiero moderno»; sennonché, merita forse quest’ultimo che gli siano fatte
concessioni, dal momento che, in quanto specificamente moderno, esso si
presenta troppo evidentemente incapace di ricevere e di capire un qualsiasi
insegnamento tradizionale? È certo che si può tentare di rendere le idee più
esplicite, nel che, tutto sommato, consiste la ragion d’essere di ogni
commento; ma è veramente assai pericoloso il voler «sistematizzarle», giacché
una
177
Studi sull’Induismo
delle caratteristiche essenziali
delle idee di ordine metafisico è precisamente di non potersi prestare a
nessuna «sistematizzazione»; e, per di più, è forse necessario presupporre un
«ragionamento sottinteso» in un testo che enuncia verità la cui vera fonte è
puramente intuitiva? Le nostre osservazioni si riferiscono principalmente alla
«manipolazione» di cui è frutto il commento del quale parlavamo: la sua
divisione in differenti «movimenti di pensiero» (espressione che del resto è
lungi dall’esser chiara) può sembrare piuttosto artificiosa, per lo meno a chi
non sia esclusivamente abituato all’uso delle forme tipiche del «pensiero
moderno». A ogni buon conto, fatte queste riserve, i diversi paragrafi del
commento, presi in se stessi, e indipendentemente dal contesto troppo
«razionale» in cui si è voluto inserirli, contengono gran numero di vedute
molto interessanti, la cui lettura e meditazione non potranno essere senza
profitto, soprattutto se chi legge possiede già una certa conoscenza della
dottrina indù.
J. Marquès-Rivière: Rituel de
Magie tantrique hindoue: Yantra Chintâmani (Le Joyau des Yantras), tradotto
per la prima volta in francese e preceduto da uno studio sul Tantrismo (Parigi,
Librairie Véga, Collection «Asie»). L’autore afferma di aver «scelto il titolo
“Magia tantrica” in mancanza di un nome più adatto, anche se il testo va molto
al di là del concetto corrente che della scienza magica ci si fa in Occidente»;
sarà anche vero, tuttavia, pur volendo trascurare le deformazioni di
significato che questa parola ha subito a causa dell’incomprensione moderna, di
fatto qui si tratta veramente di magia, vale a dire di una scienza tradizionale
ben reale, anche se di tipo inferiore. È perciò solo di un aspetto secondario
del Tantrismo che il libro si occupa, il Tantrismo essendo, come abbiamo
spiegato in altra occasione, innanzi tutto iniziatico e non affatto «magico»
nella sua essenza, contrariamente all’idea errata che ci si fa talvolta di
esso; resta da chiedersi qual è l’interesse che val la pena di attribuire
esattamente a tale aspetto magico e, per quanto ci riguarda, preferiremmo
vedere lo sforzo dei traduttori rivolgersi
178
Recensioni di libri
sull’Induismo...
piuttosto a testi di carattere
più propriamente dottrinale. A ogni buon conto, importa notare che un rituale
del genere, insieme a tutto quel che è a esso legato, non ha valore reale né
efficacia, se non per chi sia effettivamente ricollegato alla tradizione indù;
in tali condizioni, la sua traduzione integrale rappresenta solo una
«curiosità», e sarebbero stati sufficienti pochi esempi per permettere di
rendersi conto della natura dei procedimenti impiegati, che era l’unica cosa
che presentasse qualche interesse in un caso del genere. A nostro modo di
vedere, è l’introduzione a essere più importante che non il testo vero e
proprio, in quanto espone idee generali sia sul Tantrismo sia sugli Yantra;
tali idee in parte sono ispirate al lavori di Arthur Avalon, e in parte fanno
riferimento a quanto l’autore ha potuto vedere personalmente nel corso di un
viaggio in India; peccato che in certe occasioni il testo risenta di una certa
influenza delle teorie «sociologiche» occidentali. Come nei precedenti lavori
dello stesso autore numerose sono le negligenze, di cui alcune piuttosto
strane: ad esempio, Vishwakarman diventa Viskraharman, e può
trattarsi di un errore di stampa, ma l’errore che proprio non si può addebitare
a questa categoria è che Marishi sia stato fatto identico a Mahârishî,
mentre si tratta di tutta evidenza del nome della dea «mahâyânica» Marichi!
Segnaliamo anche che Chintâmâni, tradotto troppo approssimativamente con
«gioiello» (termine che rende soltanto Mâni), è l’equivalente indù della
«pietra filosofale».
C. Kerneiz: Le Karma Yoga, ou
l’action dans la vie selon la Sagesse hindoue (Parigi, Éditions Jules
Tallandier). Questo libro è certo più «inoffensivo» dello Yoga de l’Occident
dello stesso autore, di cui abbiamo avuto modo di parlare in precedenza; ma
questo non vuol dire che esso contenga, nonostante il suo titolo, molta più
«saggezza indù» autentica. Vi troviamo, al contrario, un assortimento di cose
ben occidentali: idee «reincarnazionistiche», considerazioni «morali» nel senso
più comune della parola, tentativi di accostamento con le teorie scientifiche
moderne, e l’inevitabile psicanalisi. Per rendersi
179
Studi sull’Induismo
conto del grado di competenza
dell’autore in fatto di dottrine indù, basta vedere, ad esempio,
l’interpretazione più che fantasiosa data al simbolismo del monosillabo Om
(per lui costituito da due soli elementi), o l’assimilazione che ha la pretesa
di affermare tra Ânanda e la «sessualità»! Segnaliamo inoltre un
abbaglio piuttosto divertente: il termine tibetano Bardo, letteralmente
«tra due», costituisce la denominazione del «mondo intermedio», ovverosia della
sfera psichica; ora, credendo che tale parola si applichi alla «personalità
umana dopo la morte» o all’«entità disincarnata», egli parla della «sorte di un
Bardo», di «comunicazione tra il Bardo e il suo ambiente», e via
di seguito; e a ogni buon conto fa riferimento alla tradizione del Bardo
Tödol: in qual modo l’ha mai letta? Questi pochi esempi ci paiono più che
sufficienti, per cui non insisteremo oltre; compiangiamo gli sfortunati lettori
che, non possedendo da altre fonti nessuna nozione sulle dottrine orientali,
accoglieranno con fiducia la «presentazione» che ne viene loro fatta attraverso
lavori di questo tipo!
Shrî Ramana Maharshi: Maharshi’s
Gospel (Tiruvannamalai, South India, Shrî Ramanashramam). Questo volumetto
è stato pubblicato in occasione del sessantesimo anniversario di Shrî Ramana,
il 27 dicembre 1939; si tratta, come quasi tutti i precedenti, di una raccolta
di risposte da lui date a domande rivoltegli da diversi discepoli. I principali
argomenti a cui esse si riferiscono sono: la rinuncia al frutti dell’azione, il
silenzio e la solitudine, il controllo della mente, i rapporti di Bhakta
e Jnâna, il «Sé» e l’individualità, la realizzazione del «Sé», la
funzione del Guru nel suo duplice significato «esteriore» e «interiore».
In particolare faremo rilevare l’insegnamento che si riferisce all’azione: non
è quest’ultima in sé, a costituire un impedimento alla realizzazione, ma l’idea
che sono «io» che agisco, e lo sforzo fatto tanto per astenersi dall’azione
quanto quello fatto per agire; l’azione compiuta con distacco perfetto non ha
influenza sull’essere. Segnaleremo anche ciò che riguarda gli effetti di quella
che possiamo chiamare un’«azione di presenza»; la comunicazione
180
Recensioni di libri
sull’Induismo...
della Conoscenza può avvenire
realmente soltanto nel silenzio, attraverso un irraggiamento di forza interiore
che è incomparabilmente più potente della parola e di tutte le altre
manifestazioni di una attività esteriore qualsiasi; si tratta, in fin dei conti,
della vera dottrina del «non-agire».
Shrî Ramana Maharshi: Who am
I? (Tiruvannamalai, South India, Shrî Ramanashramam). In occasione della
nuova edizione di questo opuscolo la traduzione è stata migliorata o
addirittura integralmente rifatta; si può forse lamentare soltanto la
diminuzione del numero dei termini sanscriti in trascrizione rispetto alla
prima versione, giacché essi aiutano sempre molto a precisare il senso. Alla
fine è stata però aggiunta la traduzione inglese di un poema sulla «Conoscenza
del Sé» composto da Shrî Ramana su richiesta di uno dei suoi discepoli.
Clarence H. Hamilton: Whei
Shih Er Lun, or the Treatise in twenty stanzas on Representation-only, by
Vasubandhu, translated from the Chinese version of Hsuan Tsang, Tripitaka
Master of the T’ang Dynasty (New Haven, Connecticut, American Society). Il
trattato in questione è il primo dei due testi classici fondamentali della
scuola Vijnaptimâtra (è questa la denominazione tradotta con Representation-only),
uno dei rami della scuola mahâyânica Yogâchâra; questi due testi sono la
Vimshatikâ e la Trimshikâ di Vasubandhu di cui qualche
anno fa Sylvain Lévi aveva fornito una sedicente traduzione francese quasi
totalmente incomprensibile: incaponendosi a voler rendere ogni parola del testo
con un termine unico, anche quando non esistono in francese termini
corrispondenti, si era ridotto a doversi continuamente servire di neologismi
come «inscience», «mentation», «ainsité», «essencité»,
i quali non sono che veri e propri barbarismi, e di espressioni ancora più
inverosimili, quali una «notation de tréfonds», una «imprégnation de
concoction», una «révolution du récipient», una «mise-au-point de
barrage», e via di questo passo, a cui è impossibile assegnare un qualunque
significato; è questo sicuramente un esempio perfettamente indicato
181
Studi sull’Induismo
per far vedere come non abbiamo
mai esagerato quando abbiamo parlato dei difetti di certi lavori degli
«orientalisti» e della loro assoluta inutilità. L’autore della presente
traduzione inglese ci sembra dar prova di molta indulgenza nei confronti del suo
predecessore accontentandosi, come fa, di dichiarare che non ha avuto la
possibilità di seguire il suo «vocabolario specialistico» e attribuendone la
stranezza alla «preoccupazione di conservare le sfumature linguistiche»; la
verità è che, con la pretesa di «rendere esattamente il senso», Sylvain Lévi di
sensi non ne ha dato assolutamente nessuno. Lo Hamilton, fortunatamente, non ha
soggiaciuto a questo difetto; non che la sua traduzione non possa essere
discussa su certi punti, giacché il testo è sicuramente difficilissimo, a
motivo della natura stessa delle idee che vi si esprimono, né, a tal proposito,
ci si dovrebbe troppo fidare delle possibilità della terminologia filosofica
occidentale; ma, a ogni buon conto, essa può per lo meno essere capita, e nel suo
insieme presenta un senso assai plausibile. La traduzione, con il testo cinese
di Hiuen-tsang a fronte, è accompagnata da note che forniscono un buon numero
di delucidazioni, e preceduta da una introduzione che comprende un compendio
storico delle versioni cinesi del trattato e un’analisi del suo contenuto;
quest’ultima è forse un po’ influenzata dall’idea che si tratti di qualcosa di
paragonabile all’«idealismo» occidentale, anche se l’autore riconosce che «la
dottrina idealistica di Vasubandhu è in definitiva al servizio di una
realizzazione sovra-intellettuale» (noi diremmo più esattamente
«sovrarazionale»); ma non è precisamente questo il punto essenziale, il punto
cioè che, differenziando profondamente questa dottrina dalle speculazioni
filosofiche moderne, le conferisce il suo carattere reale e la sua vera
portata?
A.M. Hocart: Les Castes.
Tradotto dal manoscritto inglese a cura di E.J. Lévi e J. Auboyer (Parigi, Paul
Geuthner). Questo studio differisce in modo rimarchevole da quel che si ha
l’abitudine di scrivere in Occidente sullo stesso argomento, e ciò senza dubbio
perché l’autore (il quale sfortunatamente è morto
182
Recensioni di libri
sull’Induismo...
prima della sua pubblicazione)
non era un orientalista di professione, ma aveva avuto occasione di effettuare,
nel corso di una carriera amministrativa a Ceylon e in Polinesia, osservazioni
dirette che gli sono servite come base per il suo lavoro. Ciò gli dà il diritto
di criticare con giusta severità le teorie inventate da quegli «scienziati»
moderni che «erano così inquinati dal loro senso critico da arrivare a pensare
di saperla più lunga sugli antichi degli antichi stessi», e da respingere
pregiudizialmente tutte le spiegazioni tradizionali contenute nei testi antichi
per la sola ragione che questi testi erano tradizionali, mentre un esame
imparziale dei fatti conferma invece il valore di tali spiegazioni e mette in
rilievo l’inanità di quelle che si è avuto la pretesa di opporgli. Uno degli
esempi più rivelatori di simili teorie di fantasia, inventate dal moderni, è
quello secondo cui la distinzione delle caste dovrebbe la sua origine a una
differenza di razza, e ciò a motivo del fatto che la casta è indicata con il
termine varna, termine che letteralmente significa «colore»; l’autore
non ha difficoltà a far vedere come i colori attribuiti alle diverse caste non
possano rappresentare quelli di altrettante razze; come essi siano in realtà
puramente simbolici, e come siano, in accordo con l’insegnamento dei testi
tradizionali, in rapporto con una ripartizione, reperibile presso i popoli più
diversi, in quattro quadranti corrispondenti ai punti cardinali; quest’ultimo
argomento è del resto d’importanza tale, da farci pensare che valga la pena di
delucidarlo in un articolo a parte. È un peccato che l’autore non abbia pensato
che il termine jâti, altra denominazione della casta che significa
«nascita», poteva anch’esso avere un valore simbolico; fondamentalmente tale
parola indica innanzi tutto la natura individuale, giacché sono le virtualità
proprie a ciascun individuo a determinare le condizioni della sua nascita; e
quand’anche la si interpreti nel senso di «lignaggio», occorre però tener conto
del fatto che simile lignaggio può spesso essere inteso soprattutto in senso
spirituale, com’è indicato da certe «genealogie» che altro non sono,
manifestamente, se non «catene» tradizionali. Comunque sia, quel che emerge
nettamente dai fatti esposti è che «il sistema delle caste è un’organizzazione
183
Studi sull’Induismo
sacrificale», noi diremmo
piuttosto «rituale», parola la cui accezione è più ampia, tenuto conto che
esistono evidentemente diversi altri generi di riti oltre ai sacrifici; e se le
caste e le loro suddivisioni sembrano in certa misura essere identiche a mestieri,
ciò avviene precisamente perché esse sono essenzialmente delle funzioni
rituali, poiché «i mestieri e i riti non possono distinguersi con esattezza, e
[che] la parola sanscrita karma, “azione”, “opera”, si applica ad
entrambi»; e [che], aggiungeremo noi, in una società rigorosamente tradizionale
ogni occupazione, di qualunque natura sia, ha necessariamente un carattere
rituale. Questa non è però una ragione per attribuire indistintamente a tutte
queste funzioni, come fa l’autore, la qualifica di «sacerdotali», ciò che
costituirebbe un equivoco inopportuno; la stessa cosa diremo nel caso (giacché
a questo proposito si sente una certa esitazione nelle idee) in cui la
qualifica di «sacerdotali» sia applicata soltanto alle due prime caste; ogni
membro della società ha di necessità certi riti da compiere, ma quel che
caratterizza in proprio la funzione sacerdotale come tale e la distingue da
tutte le altre è innanzitutto l’insegnamento della dottrina. Più grave ancora è
il fatto che l’autore indichi costantemente gli Ksatriya come la prima
casta e i Brâhmana come la seconda, inversione che è contraria a ogni
tradizione e rende inoltre incomprensibili certe cose, come avremo forse
occasione di spiegare in altra sede; evidentemente la sua idea è di porre la regalità
al vertice della gerarchia, e di conseguenza al di sopra del sacerdozio (inteso
questa volta nel suo senso proprio), ma è precisamente questo che è
insostenibile dal punto di vista tradizionale, e dove la cosa esiste di fatto,
essa non è che il segnale di uno stato di degenerazione; è questo il caso,
probabilmente, di talune società polinesiane studiate dall’autore, e anche a
Ceylon è possibile che l’influsso del Buddhismo abbia introdotto alterazioni
dello stesso tipo, anche se l’estinzione delle caste superiori rende la cosa
più difficile da constatare direttamente. Per altri versi, l’autore sembra non
rendersi conto della ragione profonda dei riti, di quello che ne è il principio
stesso, e, più generalmente, dell’elemento «non-umano» che è inerente a
184
Recensioni di libri
sull’Induismo...
ogni istituzione tradizionale: se
la società è costituita ritualmente non è per ragioni più o meno
«psicologiche», ma perché essa è, a motivo di ciò, a immagine delle realtà di
ordine superiore. Quel che abbiamo detto mette perciò in rilievo l’esistenza nel
testo di lacune che possono essere colmate solo con l’aiuto di una conoscenza
più profonda delle dottrine tradizionali; ma questo non vuol dire che il libro
non contenga una gran quantità di dati interessantissimi, che non possiamo
naturalmente pensare di riassumere né di enumerare particolareggiatamente,
molti dei quali potrebbero servire come punto di partenza per considerazioni
che andrebbero molto più in là di quanto l’autore stesso abbia potuto
sospettare. Si potrebbero ancora rilevare alcune inesattezze di terminologia,
quali ad esempio la denominazione di «coltivatori» attribuita al Vaishya,
denominazione troppo limitativa per applicarsi all’intera casta, l’uso errato
della parola «iniziazione» per definire l’ammissione in una casta, o la
confusione dei «Titani», che corrispondono agli Asura, con i «Giganti»,
che sono tutta un’altra cosa; non insisteremo però oltre sui difetti di questo
tipo, i quali nell’insieme hanno un’importanza del tutto secondaria; e se si è
giustificati a rilevare che le osservazioni riferentisi a certi mestieri dell’Egitto
attuale hanno un rapporto assai contestabile con la questione delle caste,
rimangono ancora molti altri punti più validi di paragone a mostrare come tale
istituzione, lungi dall’essere particolare dell’India, come troppo spesso si
crede, rappresenti all’opposto, in realtà, qualcosa di molto generale che si
ritrova, sotto l’una o l’altra forma, nella costituzione di tutte le società
tradizionali; e ciò, possiamo dire, perché è rigorosamente conforme alla natura
stessa delle cose e all’intero ordine cosmico.
185
Studi sull’Induismo
1945-1946
Rabindranath Tagore: Sâdhanâ.
Traduzione e prefazione a cura di Jean Herbert (Frameries, Belgio, Union des
Imprimeries). A nostro modo di vedere, il miglior capitolo di questo libro è il
primo: in esso l’autore protesta molto giustamente contro l’opposizione
artificiale che l’Occidente ha la pretesa di stabilire tra l’uomo e la natura,
opposizione che comporta una negazione dell’unità di fondo di tutto ciò che
esiste; in India, al contrario, «lo stato in cui si realizza la propria
parentela con il tutto e si penetra in tutte le cose per mezzo dell’unione con
Dio (il quale, come del resto è detto nel testo, non ha nulla a che vedere con
la «pura astrazione» dei filosofi moderni) era considerato il fine ultimo e il
compimento dell’umanità». Il seguito, sfortunatamente, è meno soddisfacente: è
comprensibile che un poeta rifugga dal rinunciare al mondo delle forme, e noi
siamo anche disposti ad ammettere che, per seguire la sua propria via, egli
debba, più di ogni altro uomo, assumere come appoggio le forme; ma tale via non
è che una fra molte altre, o, più esattamente, questo non è che il punto di
partenza di una possibile via; se non si procede oltre, non si oltrepasserà mai
il livello della «coscienza cosmica», e questa rappresenta solo una tappa
transitoria, molto lontana dal fine supremo, tappa alla quale può addirittura
essere pericoloso fermarsi troppo. Il nostro timore è proprio che l’autore non
veda nulla al di là di questa tappa, e il modo in cui traduce certi termini
nelle citazioni delle Upanishad da lui fatte porta il marchio di questo
modo di vedere limitato: è forse sostenibile, ad esempio, che Ânanda significhi
la «gioia»? A ogni buon conto, il titolo del libro è piuttosto deludente,
poiché in esso non si parla mai di «realizzazione» in senso metafisico, né
della «tecnica» che può portare effettivamente a quest’ultima; Tagore può
essere un gran poeta, ma non è certo possibile considerarlo un «Maestro
spirituale».
186
Recensioni di libri
sull’Induismo...
Swâmî Siddheswarânanda; Dr. Sarma
K. Lakshman; Swâmî Tapasyânanda: Études sur Ramana Maharshi (Volume
premier). Introduzione e traduzione a cura di Jean Herbert (Frameries, Belgio,
Union des Imprimeries). Nell’introduzione Jean Herbert si scusa per aver
pubblicato soltanto degli studi su Shrî Ramana invece di scritti di
quest’ultimo; è cosa certa che tali scritti sono ben poco numerosi, e che anche
le diverse raccolte dei suoi insegnamenti orali pubblicate finora costituiscono
solo qualcosa di frammentario e di incompleto; ci chiediamo però se le uniche
ragioni di una simile astensione siano queste, e ciò che potrebbe far pensare
che debbano essercene altre è la critica piuttosto amara fatta in
quest’occasione sulle persone che circondano il Maharshi... È però
assolutamente vero che questi «non accetta nessun discepolo» nel senso proprio
della parola, anche se molte persone rivendicano troppo facilmente tale
qualità; siamo dubbiosi, d’altronde, sul fatto che si possa «sperare che un
giorno o l’altro egli accetti di assumere la funzione di guru», giacché
ci sembra accertato che se egli esercita solo quella già da noi chiamata
«azione di presenza» sia a motivo del carattere estremamente eccezionale della
via da lui seguita. – La parte principale del primo volume è costituita da una
traduzione, un po’ modificata in certi punti, del libro pubblicato in
precedenza dal Dr. Sarma K. Lakshman in inglese con il titolo Mahâ-Yoga
e sotto lo pseudonimo di «Who»: a suo tempo ne abbiamo già parlato, e
abbiamo indicato allora le riserve che era il caso di avanzare su di esso dal
punto di vista dottrinale; perciò non ritorneremo sull’argomento se non per
ricordare che lo studio va riguardato come l’esclusiva espressione di idee
proprie del suo autore. La presente traduzione è incastonata tra una prefazione
e un’appendice; nella prima lo Swâmî Siddheshwarânanda si dedica a
caratterizzare la via e l’atteggiamento di Shrî Ramana, e fa notare inoltre,
molto giustamente, gli errori commessi da uno scrittore che ha preteso darne un
apprezzamento secondo la prospettiva della «mistica» occidentale; quanto
all’appendice dello Swâmî Tapasyânanda, essa dà un’impressione di tal
«reticenza» che non si può fare a meno di chiedersi perché l’abbia scritta!
187
Studi sull’Induismo
F.J. Alexander: Le Royaume
Intérieur. Traduzione francese a cura di Marcel Sauton; prefazione dello
Swâmî Siddheswarânanda (Frameries, Belgio, Union des Imprimeries). L’autore di
questo libro era un americano che si entusiasmò per le opere di Vivêkânanda e a
motivo di questa lettura fece un viaggio in India per conoscervi altri
discepoli di Shrî Râmakrishna; ma è visibile che quello che predominò in lui fu
sempre l’influsso postumo di Vivêkânanda. Lo stile del libro è piuttosto
sgradevole, con continue ripetizioni di parole, assolutamente inutili, ed
esclamazioni a proposito di tutto e di nulla; inutile insistere sull’estrema
indeterminatezza della terminologia e sull’improprietà di molte delle parole
usate, anche perché, per di più, non avendo letto l’originale, non ci possiamo
render conto di quale parte abbia avuto in ciò la traduzione, quantunque la
nostra impressione sia che essa aggravi piuttosto tali difetti. Quanto al
contenuto, come si può ben immaginare, esso si presenta assai confuso: a lato
di qualche formula tratta dalla tradizione indù, se ne incontrano molte altre
di specificamente occidentali; in alcuni passi si parla della «purezza» in modo
che ricorda un po’ certe «ossessioni» del moralismo protestante; diffuso è il
ricorso agli «ideali» e alla «formazione del carattere», cose che non ci fanno
uscire dalle abituali banalità moderne; e da questo insieme ben difficile
sarebbe dedurre qualcosa di un po’ definito. Il tutto è del resto abbastanza
«inoffensivo», quantunque da qualche parte ci sia anche un consiglio di
«coltivare la passività» che è terribilmente pericoloso; ma quel che ci
stupisce sempre in questo genere di scritti è l’assenza di «sostanza», se così
si può dire, e la completa mancanza di precisazioni utilizzabili. Per altri
versi l’autore, da un capo all’altro del libro, non fa che parlare del Guru
in modo che ci mette in guardia contro l’idea che egli se ne fa; d’altronde lo
Swâmî Siddheswarânanda, nella sua prefazione, sembra pure lui essersi accorto
di trovarsi in presenza di un equivoco piuttosto sgradevole, equivoco che però
non è riuscito a dissipare: quello di cui si tratta non è certamente un Guru
umano reale, né quel che viene descritto può essere confuso con uno stato
sufficientemente
188
Recensioni di libri
sull’Induismo...
avanzato perché si manifesti il
vero «Guru interiore»; è perciò verosimile che tale «voce» sia soltanto
costituita in qualche modo dal ricordo «idealiziato» di Vivêkânanda, o, ancor
più semplicemente, che sia da vedere in essa soltanto una «finzione» intesa a
esprimere i pensieri sopravvenuti all’autore nel corso delle sue meditazioni.
Ananda K. Coomaraswamy: Hinduism
and Buddhism (New York, Philosophical Library). Questo libro è diviso in
due parti per così dire parallele, di cui la prima si riferisce all’Induismo e
la seconda al Buddhismo, anche se l’autore pensa che sarebbe stato forse meglio
trattare l’insieme come un unico argomento, allo scopo di mettere ancor meglio
in rilievo la reale concordanza dell’uno con l’altro. Per cominciare egli fa
notare assai giustamente che si potrebbe in certo qual modo dare un’idea fedele
dell’Induismo negando categoricamente la maggior parte degli assunti sostenuti
al suo proposito dagli eruditi occidentali, o da taluni Indù moderni e
occidentalizzati. Poi dà alcune precisazioni sul significato del «mito» inteso
nella sua vera accezione, e concepito in quanto valido in essenza al di fuori
di qualsiasi condizione particolare di tempo e di spazio: agrê,
«all’inizio», significa ancora più esattamente «al vertice», vale a dire «nella
causa prima» o «nel Principio» (come nel greco en arché e nel latino in
principio); in ogni descrizione simbolica del processo cosmogonico si
tratta perciò in realtà di un «inizio» intemporale. Il Sacrificio (yajna)
è un’imitazione rituale di «ciò che fu fatto dagli Dei all’inizio»; esso è
quindi un riflesso del «mito», invertito però, come ogni riflesso, nel senso
che quello che era stato un processo di generazione e di divisione diventa ora
un processo di rigenerazione e di reintegrazione. Per poter comprendere tale
operazione occorre innanzi tutto chiedersi «cosa è Dio» e «cosa siamo noi»: Dio
è un’essenza senza dualità (adwaita), ma che sussiste in duplice natura,
da cui la distinzione del «Supremo» (para) e del «Non-Supremo» (apara),
ai quali corrispondono, secondo punti di vista diversi, tutte le dualità di cui
uno dei termini, subordinato all’altro, è contenuto «eminentemente»
189
Studi sull’Induismo
in quest’ultimo; e noi troviamo
in noi stessi simili due termini, i quali sono in tal caso il «Sé» e l’«io». Il
Sacrificio ha come funzione di «riunire ciò che è stato separato», perciò, per
quel che riguarda l’uomo, di ricondurre l’«io» al «Sé»; questa riunione è
spesso rappresentata simbolicamente come un matrimonio, e il termine superiore
e quello inferiore di una simile dualità sono rispettivamente maschile e
femminile l’uno in rapporto all’altro. Non bisogna inoltre dimenticare che, dal
punto di vista integralmente tradizionale, qualsiasi azione deve normalmente
essere considerata «sacra», vale a dire caratterizzata da un aspetto
«sacrificale» (da sacra facere), e ciò fa sì che la nozione del
Sacrificio possa estendersi a tutta la vita umana; è in questo che consiste
propriamente la «via delle opere» (karma-mârga) della Bhagavad-Gîtâ,
concezione che è naturalmente all’opposto di quella profana dei moderni. Da un
altro angolo visuale, il Sacrificio, compiuto in divinis da Vishwakarma,
richiede, nella sua imitazione rituale in questo mondo, una cooperazione di
tutte le arti (vishwâ karmâni), dal che discende che, nell’ordine
sociale tradizionale, tutte le funzioni, quali che esse siano, rivestono
anch’esse un carattere sacro; contemporaneamente, però, l’organizzazione
sociale, non diversamente dalle opere, non può venir considerata fine a se
stessa, e deve essere tale da rendere possibile per ognuno dei suoi membri la
realizzazione della propria perfezione: a questa necessità risponde,
nell’Induismo, l’istituzione dei quattro âshrama, secondo la quale tutto
è ordinato in vista dell’ottenimento della Liberazione finale. Passando poi al
Buddhismo, A.K. Coomaraswamy fa notare come esso sembri tanto più differire
dall’Induismo quanto più lo si studi superficialmente e come, a mano a mano che
lo si approfondisce, diventi sempre più difficile precisare le sue differenze
da quest’ultimo; a tal punto, che si potrebbe dire che in Occidente «il
Buddhismo è stato ammirato soprattutto per quel che non è». D’altronde il Buddha
stesso non ha mai preteso di insegnare una dottrina nuova, né, nei precetti che
dava agli uditori «laici», di patrocinare una «riforma sociale»; di fatto, la
parte essenziale del suo insegnamento
190
Recensioni di libri
sull’Induismo...
era rivolta al membri di un
«ordine monastico» all’interno del quale non poteva esistere nessuna
distinzione sociale, giacché si trattava di uomini che avevano già abbandonato
il mondo, come i sannyâsî dell’Induismo. Qui il «mito» è costituito
dalla «vita» stessa del Buddha, il quale presenta tutti i caratteri distintivi
dell’Avatâra, di fronte ai quali le particolarità individuali si sono
interamente cancellate; la maggior parte dei moderni ha pensato, davanti a ciò,
che si sia trattato del caso di un uomo «divinizzato» a posteriori, ma
questa concezione «evemeristica» è agli antipodi della verità: da tutti i testi
autentici quel che emerge è invece che si tratta della «discesa» di un
Archetipo celeste rivestito di spoglie umane, di cui la «nascita» e il
«risveglio» si potrebbe dire che rappresentino avvenimenti intemporali. Per
quel che riguarda la dottrina, Coomaraswamy si dedica in particolare a mettere
in rilievo la falsità dell’interpretazione secondo cui il Buddha avrebbe negato
l’âtmâ: quando, parlando delle modificazioni individuali, contingenti e
transitorie, egli ha detto, contro coloro che identificavano il loro proprio
essere con tali accidenti (fra i quali avrebbe certamente incluso Cartesio con
il suo «Cogito ergo sum»), che «questo non è il Sé», si è capito invece
che egli abbia detto «il Sé non c’è»; e ciò è tanto più assurdo in quanto egli
stesso, nel suo stato di Buddha, non può essere concepito se non come identico
al «Sé». Non possiamo addentrarci ulteriormente nei particolari, ma dobbiamo ad
ogni buon conto segnalare una eccellente interpretazione del termine Nirvâna;
si tratta di un’altra questione che in effetti ha gran necessità di chiarimenti
dopo tutte le confusioni apportatevi dagli orientalisti. Un altro punto di
grande interesse è il seguente: i nomi e i qualificativi del Buddha sono, in
via generale e alla stessa stregua dei suoi atti, quelli stessi che la
tradizione vêdica attribuisce più in particolare ad Agni e a Indra,
ai quali è pure applicata molto spesso la denominazione di Arnal; ora, Agni
e Indra sono rispettivamente il Sacerdozio e la Regalità in divinis;
è precisamente con queste due possibilità che è nato il Buddha, e si può dire
che, scegliendo la prima, egli le abbia realizzate tutte e due, poiché questo è
uno di quel casi in cui, come
191
Studi sull’Induismo
abbiamo detto prima, uno dei due
termini è contenuto «eminentemente» nell’altro. Abbiamo saputo che una
traduzione francese di questo importante lavoro è attualmente in preparazione,
e ci auguriamo che essa non tardi a essere pubblicata.
Ananda K. Coomaraswamy: Spiritual
Authority ad Temporal Power in the Indian Theory of Government (New Haven,
Connecticut, American Oriental Society). In quest’altro libro, nel quale
ritroviamo, sviluppate, precisate e rinforzate da numerosi riferimenti, alcune
considerazioni già indicate nel precedente, Ananda K. Coomaraswamy rettifica un
errore commesso da qualcuno, in particolare da J. Evola e A.M. Hocart, circa i
rapporti tra il Sacerdozio e la Regalità. Costoro, in effetti, hanno preteso
che il Sacerdozio avesse un ruolo femminile rispetto alla Regalità, il che
naturalmente ha lo scopo di attribuire la supremazia a quest’ultima; sennonché,
questo è un completo rovesciamento dell’ordine gerarchico reale. Di fatto, i
rapporti in questione sono ritualmente espressi da formule di matrimonio come
la seguente: «Io sono Quello, tu sei Questo; io sono il Cielo, tu sei la Terra»
ecc. (Aitareya Brâhmana, VIII, 27); ora, a rivolgere queste parole al Re
al momento della consacrazione (rajasûja), è il Purohita, vale a
dire il Brâhmano, e non il contrario, come si è affermato a torto. Si
tratta di una di quelle coppie i cui due termini non sono per nulla simmetrici,
poiché il primo contiene il secondo in linea di principio, mentre quest’ultimo
è subordinato all’altro e in fondo non esiste se non per virtù sua (ciò che
equivale a dire che essi sono rispettivamente sat e asat): per
questa ragione il Sacerdozio è assolutamente indipendente dalla Regalità,
mentre la Regalità non può esistere in modo valevole senza il Sacerdozio. Ciò è
d’altronde confermato dall’esame dei rapporti tra i loro tipi divini: Agni,
che è il Sacerdozio (brahma) e Indra, che è la Regalità (kshatra),
o Mitra e Varuna, i quali sono anch’essi soggetti a una relazione
simile; la stessa cosa si può dire per Brihaspati e Vâch, vale a
dire insomma per l’Intelletto e la Parola, che corrispondono in questo caso
alla contemplazione e all’azione. Quest’ultimo punto sollecita
192
Recensioni di libri
sull’Induismo...
un’osservazione importante: se la
Parola è riferita alla Regalità, la ragione ne è che, effettivamente, è
mediante i suoi ordini o i suoi editti che il Re agisce e «lavora», e in una
società tradizionale le cose sono normalmente compiute non appena formulate da
colui che ne ha il potere (e a ciò si può accostare il fatto che, nella
tradizione estremo-orientale, è prerogativa del sovrano dare alle cose le loro
«denominazioni corrette»), sicché il Re non può mai parlare secondo la sua
fantasia o i suoi desideri, ma lo deve fare soltanto in conformità all’ordine,
vale a dire conformemente alla volontà del principio dal quale detiene la
propria legittimità e il suo «diritto divino»; si vede da ciò quanto tale
concezione, essenzialmente teocratica, sia lontana da quella di una «monarchia
assoluta» che non abbia altra regola d’azione se non il «piacere proprio» del
sovrano. Incidentalmente, l’autore studia inoltre molte altre coppie dello
stesso genere, quali, ad esempio, Yama e Yamî, gli Ashwin
(paragonabili sotto certi aspetti ai Dioscuri greci), e le coppie come quella
di Krishna e Arjuna, formata da un immortale e da un mortale, la
quale corrisponde naturalmente a Paramâtmâ e jîvâtmâ, ovvero al
«Sé» e all’«io». Un altro caso interessante, in una sfera un po’ diversa, è
quello dell’Armonia (sâma) e delle Parole (rick) nella scienza
dei mantra; è però impossibile riassumere tutte queste cose, o enumerare
esaurientemente tutte le questioni trattate di conseguenza, in occasione di
note alcune delle quali hanno l’importanza di veri e propri studi speciali.
Per tornare all’argomento
principale, l’unione del Sacerdozio e della Regalità rappresenta innanzi tutto
quella del Cielo e della Terra, dall’armonia dei quali dipendono la prosperità
e la fertilità dell’intero Universo; è per tale ragione che la prosperità del
regno dipende in modo simile dall’armonia dei due poteri e dalla loro unione
nel compimento del rito, e il Re, la cui funzione essenziale è di assicurarla,
non può farlo se non a condizione di agire in modo da conservare sempre tale
armonia; si ritrova qui quella corrispondenza tra l’ordine cosmico e l’ordine
umano che è unanimemente affermata da tutte le tradizioni. Sotto un altro
aspetto, il carattere femminile della Regalità nei confronti
193
Studi sull’Induismo
del Sacerdozio spiega quel che
noi stessi abbiamo indicato, come Coomaraswamy ricorda, e cioè che un elemento
femminile, o rappresentato simbolicamente come tale, ha quasi sempre una parte
preponderante nelle dottrine indirizzate agli Ksatriya; egli spiega
inoltre che una via di bhakti è più particolarmente appropriata alla
natura di questi ultimi, come si può vedere ancora ben chiaramente in un caso
come quello della Cavalleria occidentale. Comunque sia, non bisogna dimenticare
che, poiché è qui questione solo di rapporti, quel che è femminile sotto un
certo aspetto può essere contemporaneamente maschile sotto un altro;
conseguentemente, se il Sacerdozio è maschile in rapporto alla Regalità, il Re
è a sua volta maschile in rapporto al suo regno, così come ogni principe lo è
nei confronti del principato sul quale la sua azione si esercita, e in
particolare Agni, Vâyu e Aditya nei confronti dei «tre
mondi» rispettivamente, relazioni che del resto non sono altro che altrettante
particolarizzazioni di quella della Luce nei versi del Cosmo. C’è ancora da
aggiungere che, oltre ai suoi aspetti cosmico (adhidêvata) e politico (adhirâjya)
la stessa dottrina ha anche un’applicazione all’ordine «microcosmico» (adhyâtma),
giacché è l’uomo stesso a essere la «Città divina», e giacché si ritrovano in
lui tutti gli elementi costitutivi corrispondenti a quelli del Cosmo e a quelli
dell’organizzazione sociale, cosicché fra tali elementi devono in ogni caso
essere osservati rapporti simili. I due âtmâ, vale a dire il «Sé» e l’«io»,
corrispondono alla duplice natura, «suprema» e «non-suprema», di Brahma,
e conseguentemente, a livelli diversi, a Mitra e a Varuna, al Dêva
e all’Asura, al brahma e allo kshatra, dal matrimonio dei
quali è sostenuto il regno; «l’aspetto esteriore, attivo, femminile e mortale
della nostra natura permane in modo più eminente nel suo aspetto interiore,
contemplativo, maschile e immortale, al quale esso può e deve essere “ridotto”,
vale a dire ricondotto o riunito». L’«autonomia» (swarâj) consiste, per
un re, nel non lasciarsi governare dalla moltitudine di coloro che devono
essergli subordinati, così come, per ciascuno, nel non lasciarsi governare
dagli elementi inferiori e contingenti del suo essere; da ciò, per lo
stabilimento
194
Recensioni di libri
sull’Induismo...
e il mantenimento dell’ordine
nell’uno e nell’altro caso, i due significati della «guerra santa» di cui
abbiamo parlato in diverse occasioni. In definitiva, in tutti i campi, tutto
dipende essenzialmente dal «controllo di se stessi» (âtmâs imyama); è
questa la ragione per la quale, secondo l’insegnamento di tutte le tradizioni,
l’uomo deve prima di tutto «conoscere se stesso», e per cui, nello stesso
tempo, la «scienza del Sé» (âtmavidyâ) è anche il termine finale di ogni
dottrina, perché «che cos’è il Sé» e «che cos’è Brahma» sono le due
domande che non prevedono veramente se non un’unica e stessa risposta.
Ananda K. Coomaraswamy: The
religious Basis of the Forms of Indian Society. – Indian Culture and English
Influence. – East and West (New York, Orientalia). A.K. Coomaraswamy ha
riunito in questo opuscolo tre studi distinti, nel primo dei quali si è
proposto di far vedere, attraverso l’esempio dell’India, come «in un ordine
sociale tradizionale, le istituzioni rappresentino un’applicazione delle
dottrine metafisiche a circostanze contingenti», per cui tutto ha in esse una
ragion d’essere non semplicemente biologica o psicologica, ma veramente
metafisica. Egli esamina successivamente, secondo questa prospettiva, il
quadruplo fine della vita umana (purushârtha), l’istituzione dei quattro
âshrama, la nozione di dharma con tutto quel che essa implica, e
infine, in relazione con lo swadharma, l’istituzione delle caste, con il
carattere di «vocazione» che in essa riveste essenzialmente l’esercizio di
tutte le professioni, quali che esse siano, così come il carattere sacro e
rituale che ha necessariamente ogni attività là dove le caste stesse sono
considerate «nate dal Sacrificio», di modo che il punto di vista profano non si
incontra da nessuna parte, e l’intera vita vi assume le sembianze del
compimento di un rituale in cui nulla è privo di significato. – Nel secondo
studio l’autore, dopo avere inizialmente citato diverse critiche rivolte alla
civiltà moderna dagli stessi Occidentali, nonché dagli Orientali, delinea gli
effetti distruttivi che ha inevitabilmente l’influenza occidentale in un paese
come l’India, che ancora possiede una civiltà tradizionale; questi effetti non
si
195
Studi sull’Induismo
fanno risentire soltanto nella
sfera propriamente intellettuale, ma anche nello stesso ordinamento sociale,
dove l’influsso in questione tende innanzi tutto a rovesciare un’organizzazione
nella quale, come è stato appena detto, qualsiasi professione è una vera e
propria «vocazione», organizzazione che, – A.M. Hocart l’ha fatto notare molto
appropriatamente –, è di fatto incompatibile con il sistema industriale
dell’Occidente moderno. È contro la concezione stessa di vita che implica
questo sistema che è in primo luogo necessario reagire se si vuol evitare una
catastrofe irrimediabile; e non è certamente proficuo che si continui, con il
pretesto del «progresso», a procedere nella stessa direzione quando questa
porta verso un precipizio. – Nell’ultimo studio, Coomaraswamy fa rilevare come
l’antitesi fra l’Oriente e l’Occidente, quale si presenta attualmente, non
debba essere intesa in senso semplicemente geografico, ma sia in realtà quella
tra lo spirito tradizionale e lo spirito moderno, ciò che è, in fondo, più una
questione di tempo che non di luogo, giacché fino a quando l’Occidente ebbe una
civiltà normale e confrontabile con tutte le altre, una simile opposizione non
poteva esistere in alcun modo. Per annullare questa opposizione non sono certo
sufficienti la buona volontà e la «filantropia», soprattutto in presenza di uno
stato di cose in cui ciò che viene considerato «buono» e ciò che viene
considerato «cattivo» sono entrambi privi in modo uguale di principio, e non
sono in definitiva fondati che su una concezione puramente quantitativa della
vita; quella che innanzi tutto occorre è la comprensione, perché soltanto da
essa tutto può essere risolto, ivi comprese le questioni politiche ed
economiche, che in realtà sono solamente le più esteriori e quelle meno
importanti.
L’autore ritorna a questo punto
sulla concezione della «vocazione», vale a dire della determinazione delle
occupazioni, non per una scelta arbitraria o per considerazioni di profitto o
di ambizione, ma a motivo della natura propria di ciascuno, scelta che
permetterebbe con ciò stesso a tutti gli uomini di lavorare per la propria
perfezione mentre, nello stesso tempo, lavorano a quella dei prodotti del loro
mestiere; il problema della
196
Recensioni di libri
sull’Induismo...
restaurazione di una concezione
simile, problema che dovrebbe essere risolto prima di ogni altro perché si
possa uscire dal disordine attuale, non può esserlo se non attraverso la
comprensione dei principi sui quali è fondata l’organizzazione tradizionale
delle caste. È assiomatico, però, che uno sforzo di riavvicinamento non può
venire se non dall’Occidente, giacché è quest’ultimo che ha abbandonato le
norme un tempo comuni, mentre l’Oriente aderisce ancora ad esse nella sua gran
maggioranza; ed è soltanto con questo Oriente tradizionale che l’Occidente
potrebbe cooperare, mentre con l’Oriente modernizzato esso non potrebbe mai
essere se non in posizione di rivalità. Quando l’Occidente avrà ritrovato il
suo «Sé», che è anche il «Sé» di tutti gli altri uomini, il problema di
comprendere l’Oriente sarà stato risolto anch’esso, e non rimarrà più che il
compito di mettere in pratica ciò che sarà stato compreso; l’altro termine
dell’alternativa è una riduzione del mondo intero allo stato presente
dell’Europa; in definitiva si tratta di scegliere tra un movimento
deliberatamente diretto verso un destino previsto, e una sottomissione passiva
a un’inesorabile fatalità.
197
Studi sull’Induismo
1947
Marco Pallis: Peaks and Lamas
(Londra, Cassel and Co.). Questo lavoro, al quale Coomaraswamy ha già dedicato
una nota in questa rivista al momento della sua uscita (n. di giugno 1940), ha
da allora avuto diverse riedizioni successive, nelle quali l’autore ha
introdotto alcune aggiunte di dettaglio. Riprendendolo in esame, la nostra
intenzione non è di parlare di quanto è propriamente «racconto di viaggio»,
quale che ne sia l’interesse, ma solo di segnalare più particolarmente alcuni
punti che si riferiscono direttamente alla dottrina tibetana. Per cominciare,
rileveremo che il Pallis non accetta il termine «Lamaismo», il quale comporta
in inglese, sembrerebbe, una sfumatura peggiorativa; dobbiamo dire che così non
sembra essere in francese, tanto che noi stessi non avevamo finora visto nessun
inconveniente a usarlo quando se n’era presentata l’occasione; è vero che si
tratta di una denominazione puramente convenzionale, ma è altresì vero che ne
esistono altre che sono nella stessa condizione (ad esempio «Confucianesimo»),
e di esse ci si serve unicamente per ragioni di comodità. Indubbiamente, ci si
può accontentare di parlare semplicemente di Buddhismo tibetano, e forse questa
è in fondo la cosa migliore; a ogni buon conto, quel che dev’essere chiaro è
che tale Buddhismo presenta caratteristiche che lo distinguono nettamente dalle
altre forme, non solo del Buddhismo in genere, ma addirittura del Mahâyâna di
cui è un ramo. – Un capitolo che si presenta di importanza tutta speciale dal
punto di vista dottrinale è quello dal titolo The Round of Existence,
capitolo che contiene un’eccellente esposizione del simbolismo della «Ruota
della Vita», rappresentazione schematica dei molteplici stati dell’esistenza
condizionata. In questa occasione l’autore spiega diversi punti fondamentali
della dottrina buddhistica, in quanto essa mira essenzialmente a far uscire gli
esseri dal concatenamento indefinito di tali stati per condurli al Nirvâna,
riguardo al quale egli rettifica assai giustamente le false interpretazioni che
sono diffuse in Occidente: «Si
198
Recensioni di libri
sull’Induismo...
tratta dell’estinzione
dell’Ignoranza e della serie delle sue conseguenze; una doppia negazione è il
solo mezzo che abbiamo per suggerire debolmente la sua realtà positiva. Colui
che raggiunge questo stato lo conosce; colui che non l’ha raggiunto può soltanto
specularne nei termini della sua propria relatività, che non gli si applicano:
tra tale stato e il Cerchio dell’Esistenza vi è completa discontinuità». Faremo
ancora rilevare le considerazioni concernenti il Metodo e la Saggezza, visti
come complementari e inseparabili l’uno dall’altra, e simboleggiati
rispettivamente dal dorje e dalla campanella, o dilbu. – Un altro
capitolo contiene alcune pagine sul simbolismo dei Tantra, pagine che,
oltre ai chiarimenti che forniscono nel campo dottrinale vero e proprio, in
particolare per quanto riguarda la concezione della Shakti,
costituiscono la più radicale confutazione possibile delle affermazioni
tendenziose che si incontrano un po’ dappertutto sull’argomento, argomento che
è indubbiamente uno di quelli riguardo ai quali l’incomprensione occidentale ha
raggiunto i suoi livelli più alti. Altrove, troviamo spiegazioni sui «Tre
Rifugi», sulla formula Om mani padmê hum e in generale sui mantra
come supporti per la meditazione; e altri punti ancora, che sarebbe troppo
lungo enumerare, sono incidentalmente trattati nel corso del libro. – L’ultima
parte è quasi tutta dedicata all’arte tibetana; vi si tratta inizialmente della
sua condizione attuale, e a tal proposito si può notare come essa sia uno dei
rari esempi che ancora si possano reperire di un’arte tradizionale oggi
realmente viva. L’autore espone talune vedute generali sull’«arte popolare»
ispirate alle indicazioni di A.K. Coomaraswamy, ma osserva che in Tibet è quasi
impossibile trovare un’«arte popolare» distinta da un’arte d’altro tipo,
«poiché tutti gli elementi che hanno concorso a dare la sua forma alla civiltà
tibetana, da qualsiasi fonte siano derivati, sono stati combinati in una
sintesi elaborata in maniera assolutamente completa, e adatta alle necessità di
uomini di ogni rango e capacità». Il Pallis evidenzia poi la stretta
connessione tra l’arte e la dottrina; in questo capitolo, impossibile da
riassumere, rileveremo soltanto le considerazioni sul carattere essenzialmente
intellettuale dell’arte tradizionale, sul rituale
199
Studi sull’Induismo
inteso come «una sintesi di tutte
le arti, poste al servizio della dottrina e mutualmente collaboranti in vista
di un solo fine», fine che è quello di preparare le facoltà intellettuali alla
realizzazione metafisica, e l’assenza di qualsiasi «idolatria» nell’uso in tal
modo fatto delle figure simboliche. Per finire, egli attira l’attenzione sul
pericolo che può risultare, per l’arte e per l’insieme della civiltà
tradizionale, che formano un tutto inscindibile, dalla penetrazione
dell’influsso occidentale, di cui l’interno del Tibet finora ancora non
risente, ma che incomincia già a farsi sentire sulle frontiere. Ricorderemo
inoltre, a tal proposito, alcune riflessioni giustissime sull’importanza del
modo di vestire per la conservazione dello spirito tradizionale; coloro che
vogliono distruggere la tradizione di un popolo sanno indubbiamente molto bene
quel che fanno quando incominciano con l’imporgli di portare l’abito europeo!
Robert Bleichsteiner: L’Église
jaune. Traduzione a cura di Jean Marty (Parigi, Payot). Il titolo di questo
libro richiede che si facciano subito alcune osservazioni: in primo luogo,
pensiamo che sarebbe stato meglio evitare, in un caso del genere, l’uso del
termine «chiesa», a causa del significato specificamente cristiano che è ad
esso collegato e dal quale è quasi impossibile separarlo; in secondo luogo, la
denominazione «Chiesa gialla» dovrebbe in ogni caso potersi applicare a un solo
ramo del Lamaismo (al contrario del Pallis, l’autore si serve volentieri di
quest’ultimo termine), quello che segue la riforma di Tsong-khapa, per
distinguerlo da quella che si potrebbe allora chiamare la «Chiesa rossa», la
quale è rimasta tal quale era prima dell’epoca di tale riforma. Ora, il libro
si occupa in realtà sia dell’una sia dell’altra, vale a dire, in fondo, del
Buddhismo tibetano in generale, e, insieme, del Buddhismo mongolo, che ne è
derivato in via diretta; in realtà, è forse la sola opera di insieme, per lo meno
la sola di accesso facile, che esista sull’argomento, ed è questo che la rende
particolarmente interessante; intendiamo naturalmente parlare di interesse
«documentario», giacché, per quanto riguarda lo «spirito» in cui è stata
scritta, vi sono certamente
200
Recensioni di libri
sull’Induismo...
numerose riserve da fare. Essa
porta in apertura un’esposizione storica abbastanza completa; sfortunatamente,
anche questa esposizione è contagiata da una sorta di scetticismo per tutto
quel che sembra non potersi spiegare secondo le idee occidentali moderne, e
risente un po’ troppo della tendenza a «razionalizzare» ogni cosa. Un punto che
rimane un po’ oscuro è quello che riguarda la religione Bon, anteriore
all’introduzione del Buddhismo, e di cui in effetti si sa molto poco; quanto a
quel che vi si dice di una sedicente «credenza popolare» ancora più antica, è
praticamente impossibile capire di cosa si tratti; forse si vuol parlare di una
forma di «sciamanismo», la quale però dovrebbe essere senza alcun dubbio
anteriore alla attuale degenerazione di quest’ultimo, e in ogni caso non
potrebbe essere «popolare» se non nelle sue sopravvivenze parziali, formanti,
se così si può dire, una sorta di «folklore», dopo che fu sostituita da altre
forme tradizionali. A tal proposito, segnaleremo, anche se si trova in un’altra
parte del libro, un’affermazione piuttosto interessante, o che, per lo meno,
interessante potrebbe essere se se ne sapessero trarre le conseguenze; i punti
di contatto del Lamaismo con lo Sciamanismo «non sono esplicabili con gli
influssi subiti in Mongolia e nel Tibet dal Buddhismo da parte delle teorie che
prevalgono in queste regioni; si tratta esclusivamente di caratteri già
attestati nel Tantrismo indiano e che, da questo paese, sono andati a
combinarsi con le idee del Lamaismo»; sennonché, invece di considerare questi
fatti come gli indizi di una fonte tradizionale comune, la quale può d’altronde
risalire molto lontano nel tempo, l’autore si accontenta di dichiarare che «la
spiegazione di questi interessanti accostamenti deve essere demandata a
ricerche ulteriori»... – Dopo la parte storica, vengono successivamente
studiati i monasteri e i templi, le differenti categorie di «dei» del Lamaismo,
la gerarchia dei monaci (fra i quali quelli che seguono la «via diretta» sono
chiamati «mistici» in modo del tutto inadeguato), le «arti magiche»
(denominazione che qui copre molte cose non certamente tutte di genere magico
nel vero senso della parola), i riti e le feste (fra le quali le danze
simboliche occupano un posto importante,
201
Studi sull’Induismo
e a tal proposito l’autore rileva
a ragione l’errore troppo frequentemente commesso da coloro che le hanno
descritte, e hanno confuso le divinità «terribili» che vi figurano con entità
diaboliche), e inoltre la cosmologia (il cui aspetto simbolico è mal capito),
le scienze (in particolare l’astrologia e la medicina), e infine le arti e la
letteratura. Tutto ciò, ripetiamolo ancora una volta, è interessante sotto il
profilo della documentazione, ma a condizione di non tener conto degli
apprezzamenti dell’autore, che non perde occasione per emettere declamazioni
contro quelli che chiama gli «orrori tantrici» e di trattare di superstizioni
assurde e biasimevoli tutte le cose che sfuggono alla sua comprensione! – Non
sappiamo fino a che punto taluni difetti di espressione siano attribuibili alla
traduzione; probabilmente siamo in questo caso quando ci troviamo davanti a
frasi il cui significato è assai poco chiaro, e di queste sfortunatamente ce
n’è un bel numero; ma sembra difficile non attribuire all’autore stesso l’uso
di alcune espressioni piuttosto stravaganti, tale ad esempio una «pietra
fulminatoria» [pierre fulminaire] per rendere dorje, o il termine
«reincarnazione» per denominare i tulku, che la maggior parte degli
Europei chiamano impropriamente «Buddha viventi», i quali altro non sono che i
supporti umani di certe influenze spirituali. Sotto un altro profilo, è
indisponente che il traduttore abbia creduto bene di adottare per le parole
tibetane una trascrizione di fantasia, che ci sembra essere quella tedesca
appena un po’ modificata, trascrizione che le rende a volte abbastanza
difficili da riconoscere per chi è abituato a vederle scritte sotto un’altra
forma; anche l’assenza di qualsiasi indicazione di vocale lunga nei termini
sanscriti è piuttosto imbarazzante, e tuttavia si tratta di imperfezioni che
non sarebbe stato difficile evitare, poiché riguardano cose che non richiedono
evidentemente nessuno sforzo di comprensione.
202
Recensioni di libri
sull’Induismo...
1948
Ananda K. Coomaraswamy: Am I
my Brother’s Keeper? with an Introduction by Robert Allerton Parker
(New-York, «Asia Press», The John Day Company). Questo libro, l’ultimo
pubblicato dal nostro compianto collaboratore prima della sua scomparsa così
improvvisa e inaspettata, è una raccolta di articoli scelti fra quelli in grado
di interessare un pubblico più esteso di quello a cui poteva rivolgersi la
maggioranza dei suoi altri lavori, e riguardanti in gran parte, sotto i suoi
vari aspetti, la questione dei rapporti tra Oriente e Occidente. Poiché tali
articoli li abbiamo già recensiti, ci limiteremo, come abbiamo fatto per quelli
contenuti in una raccolta precedente, a enumerarli, indicando i numeri della
rivista nei quali ne abbiamo parlato: «Am I my Brother’s Keeper?» (n. di
giugno-luglio 1946); «The Bugbear of Literacy» (n. di giugno-luglio
1946); «Paths that lead to the same Summit» (n. di gennaio-febbraio
1947); «Eastern Wisdom and Western Knowledge» (n. di giugno-luglio
1946); «East and West» (n. di dicembre 1946); «“Spiritual Paternity”
and the “Tuppet Complex”» (n. di ottobre-novembre 1947); e, per finire, «Gradation,
Evolutton, and Reincarnation», del quale si è potuta leggere la traduzione
in questa stessa rivista (n. di ottobre-novembre 1947). – Nella sua
introduzione R.A. Parker, dopo aver tratteggiato la biografia dell’autore,
intraprende una definizione del punto di vista tradizionale al quale questi si
è attenuto nell’insieme della sua opera, e più in particolare nei suoi studi
sull’arte; l’introduttore conclude, trattando di «Eastern Wisdom and Western
Knowledge», con qualche annotazione al nostro indirizzo e a quello delle
«Études Traditionnelles», per le quali gli dobbiamo esprimere tutti i nostri
ringraziamenti.
Swâmî Pavitrânanda: Common
Sense about Yoga (Adwaite Ashrama, Mayavati, Almora, Himalayas). Il titolo
di questo volumetto ci sembra piuttosto infelice, giacché proprio non
203
Studi sull’Induismo
comprendiamo come si possa
ridurre lo Yoga a misura di un punto di vista così strettamente limitato
ed esclusivamente profano come quello che caratterizza ciò che viene
convenzionalmente chiamato il «buon senso». L’insieme, del resto, non modifica
in maniera percepibile l’impressione che ci aveva già dato la lettura di una
traduzione del primo capitolo, intitolata «The “Mysteries” of Yoga»,
apparsa in un numero speciale dei «Cahiers du Sud» sull’India (si veda
al riguardo il n. di dicembre 1945). Indubbiamente, questo non significa che
tutto in questo volume sia da rigettare; l’autore non può che essere approvato
quando denuncia certe idee false e certe fantasmagorie sospette, così come
quando protesta contro le troppo numerose intraprese più o meno ciarlatanesche
che si nascondono oggi sotto il nome usurpato di Yoga, imprese che del
resto devono il loro successo esclusivamente alla completa ignoranza in cui si
trova l’immensa maggioranza degli Occidentali nei confronti delle cose
dell’India (potremmo anzi tranquillamente dire delle cose d’Oriente in
generale); ma se questo aspetto è certamente lontano dall’essere inutile,
tuttavia si tratta ancora soltanto di qualcosa di «negativo», se così si può
dire. I capitoli che seguono prendono successivamente in esame, in particolare,
il Bhakti-Yoga, il Karma-Yoga, lo Jnâna-Yoga e il Râja-Yoga;
crediamo di poter dare un’idea sufficiente del modo in cui questi argomenti
sono trattati, dicendo che è totalmente conforme alle concezioni di
Vivêkânanda, sotto il cui patrocinio si pone d’altronde il libro. L’autore
dichiara espressamente che la sua intenzione è stata «di esporre la scienza
dello Yoga nel modo più semplice e razionale possibile»; la verità è che
le sue vedute sembrano essere anche troppo «semplicistiche », e che egli non
pare rendersi conto dell’esistenza di realtà d’ordine sovrarazionale. Quel che
in definitiva troviamo di più singolare e sgradevole in tutti gli scritti di
questo tipo è, come già abbiamo segnalato, che non vi traspare nulla del
carattere iniziatico dello Yoga, carattere che tuttavia, in fondo, è
quello che ne costituisce la vera e propria essenza, ma che, evidentemente, è
incompatibile con la moderna tendenza di «volgarizzare» tutto.
204
Recensioni di libri
sull’Induismo...
Ananda K. Coomaraswamy: Time
and Eternity (Ascona, Svizzera, Artibus Asiae). In quest’opera postuma il
nostro compianto collaboratore ha ripreso e sviluppato alcune considerazioni da
lui già esposte in parte in diversi articoli, considerazioni che è però molto
utile ritrovare riunite e coordinate in un assieme coerente. Egli si è
soprattutto dedicato a mostrare l’accordo unanime esistente fra le differenti
dottrine tradizionali sulla questione dei rapporti del tempo con l’eternità,
servendosi dell’appoggio di numerosi riferimenti, in capitoli successivi,
tratti dalle dottrine indù, buddhistica, greca, islamica e cristiana; sono
tutte cose chiaramente impossibili da riassumere, e dobbiamo accontentarci di
indicare qualcuna soltanto delle principali idee che ne emergono. Il tempo, il
quale comprende il passato e il futuro, è nel suo insieme assolutamente
continuo, e soltanto logicamente, e non realmente, può essere diviso in parti;
in virtù di tale continuità, che costituisce la durata, esso contrasta con l’eternità,
la quale è, al contrario, l’«istante» intemporale e privo di durata, il vero
presente, del quale non è possibile alcuna esperienza temporale. L’eternità si
riflette o si esprime nell’«adesso», il quale in ogni tempo separa il passato
dal futuro nello stesso momento in cui li unisce; e inoltre questo «adesso», in
quanto è realmente senza durata, e di conseguenza invariabile e immutabile,
nonostante l’illusione del «movimento» dovuta a una coscienza soggetta alle
condizioni di tempo e di spazio, non si distingue veramente dalla stessa
eternità, alla quale l’insieme del tempo è sempre presente nella totalità della
sua estensione. L’indipendenza essenziale e assoluta dell’eternità nei
confronti del tempo e di qualsiasi durata, che la maggioranza dei moderni
sembrano aver tanta difficoltà a concepire, risolve immediatamente tutte le
difficoltà che siano state sollevate riguardo alla Provvidenza e
all’onniscienza divine: queste ultime non si riferiscono al passato e al futuro
in quanto tali, che corrispondono solo al modo di vedere contingente e relativo
dell’essere condizionato dal tempo, bensì a una simultaneità totale, senza
divisioni né successioni di alcun genere. A tal proposito, si può comparare il
rapporto dell’eternità con il tempo a quello
205
Studi sull’Induismo
del centro con la circonferenza:
tutti i punti della circonferenza e tutti i raggi sono sempre visibili
simultaneamente dal centro, senza che tale visione interferisca affatto con i
movimenti che si producono sulla circonferenza o secondo i raggi, e che rappresenteranno
qui rispettivamente la determinazione (concatenamento degli avvenimenti nel
percorso ordinato della circonferenza) e la libera volontà (movimento
centripeto o centrifugo) con le quali di conseguenza non può esserci alcun
conflitto. Un’altra conseguenza è quella che riguarda la creazione: Dio, per il
fatto stesso che non è nel tempo, crea il mondo «adesso» così come l’ha creato
e lo creerà; l’atto creatore è realmente intemporale, e siamo solo noi che lo
situiamo in un’epoca che riferiamo al passato, o ci rappresentiamo
illusoriamente sotto l’aspetto di una successione di avvenimenti ciò che è
essenzialmente simultaneo nella realtà principiale. Nel tempo, tutte le cose si
spostano incessantemente, appaiono, mutano e scompaiono; nell’eternità, al
contrario, tutte le cose permangono in uno stato di costante immutabilità; tra
i due la differenza è propriamente quella del «divenire» e dell’«essere». Il
tempo stesso sarebbe del resto inconcepibile senza quell’«istante» intemporale
che è l’eternità, così come lo spazio sarebbe inconcepibile senza il punto «non
dimensionale»; ed è evidente che, dei due termini, quello che dà all’altro
tutto il suo significato è quello che è più reale nel vero senso della parola.
Mircea Eliade: Techniques du
Yoga (Parigi, Gallimard). In questo volumetto, che tratta a volta a volta
delle dottrine, delle tecniche vere e proprie, dei rapporti dello Yoga
con l’Induismo in generale, e infine della particolare tecnica dello Yoga
nel Buddhismo e nel Tantrismo, si trova incontestabilmente molta più
comprensione di quanta se ne trovi nella maggior parte dei lavori occidentali
dedicati allo stesso argomento. Di questo ci si accorge subito se si osserva
con quale precauzione l’autore ha messo costantemente tra virgolette tutte le
parole che gli sembrano a giusta ragione improprie o non adatte a quel che
devono esprimere, e che invece gli orientalisti usano abitualmente
206
Recensioni di libri
sull’Induismo...
senza la minima esitazione e
senza rendersi minimamente conto della misura in cui falsano in tal modo
l’esposizione delle dottrine. Pur tuttavia, avremmo ancora preferito vederlo
rinunciare all’uso di almeno alcune di tali parole, ad esempio «filosofia»,
«religione», «magia», quando esse siano applicate a cose alle quali non possono
veramente confarsi; perché dare in tal modo l’impressione di volersi fermare a
mezza strada per una sorta di timore di allontanarsi troppo dalla terminologia
comunemente accettata? Sotto un altro riguardo, invece, egli non esita a
servirsi di taluni neologismi, che poi non sarebbero forse neanche tutti
ugualmente utili, ma fra i quali ce n’è almeno uno che ci sembra eccellente e
che approviamo perciò incondizionatamente: si tratta della parola «enstasi»
usata per rendere samâdhi, parola che è perfettamente esatta, mentre
«estasi», a parte il fatto che comporta una assimilazione errata con gli stati
mistici, costituisce di per sé un enorme controsenso; l’estasi, infatti, è
letteralmente una «uscita da sé», mentre, esattamente al contrario, qui si
tratta in realtà di un «rientro in sé». Non ci è possibile segnalare in questa
sede tutti i modi di vedere molto giusti che si incontrano nel corso
dell’esposizione; e se questa solleva talvolta dei problemi che non risolve
tutti, magari in certi casi è perfino un merito, giacché ciò mette in luce la
preoccupazione di non semplificare le cose all’eccesso e di non mascherare le
difficoltà reali, al modo dei troppo numerosi propalatori dello «Yoga
alla portata di tutti». Nel libro si trovano, ciò nonostante, punti che
richiederebbero certe riserve, quali ad esempio una concezione manifestamente
insufficiente, da un punto di vista tradizionale, dell’ortodossia indù e del
modo in cui essa ha potuto incorporare dottrine e pratiche che le erano state
originariamente estranee; la spiegazione è troppo evidentemente esteriore e
darebbe più che altro l’idea di un sincretismo che non quella di una sintesi,
cosa che è certo assai lontana dalla verità; e così sarà sempre,
inevitabilmente, finché non si avrà il coraggio di affermare decisamente e
senza equivoci quel che la tradizione implica di essenzialmente «non-umano». Da
un altro lato, la cura dedicata a distinguere le differenti varietà di Yoga,
pur essendo
207
Studi sull’Induismo
sicuramente giustificata in sé,
rischia forse di far perdere un po’ di vista la loro unità di principio; e
quando alcune di queste varietà sono indicate come «popolari», occorrerebbe
sapere esattamente in qual modo ciò è inteso, poiché può anche sembrare in
contraddizione con il carattere propriamente iniziatico che in altre parti del
libro si riconosce allo Yoga. Disapproviamo inoltre certe concessioni
alle teorie degli etnologi sui «culti della vegetazione» e altre cose dello
stesso genere; sennonché, ritroviamo qua e là, in particolare nella
conclusione, alcune delle idee veramente notevoli che avevamo rilevato
ultimamente in un articolo dello stesso autore (si veda il n. di luglio-agosto
1948 [di questa rivista]). Citeremo, per finire, alcune frasi prese dalle
ultime pagine: «L’archetipo dell’“azione” è la Creazione dei mondi, la
cosmogonia. In certo qual senso lo yogî ripete sul suo proprio essere la
trasformazione del caos in Cosmo; nuovamente, un’interiorizzazione della
Creazione cosmogonica. Prima di distaccarsi dal Cosmo, egli si rende omologo
con quest’ultimo, lo ripete e si appropria dei suoi ritmi e delle sue armonie.
Ma questa “ripetizione” non è un fine in sé; la “cosmificazione” che viene dopo
un caos psicomentale è soltanto una tappa verso la liberazione finale. Lo yogî
deve isolarsi dalla materia, ritirarsi dal Cosmo; tale situazione equivale alla
conquista dell’immortalità; l’essere si riconosce solo nella misura in cui è
eterno. Per cui lo yogî che è riuscito a sottrarsi al Cosmo e a ritirarsi
dall’incessante e doloroso circuito cosmico, per il fatto stesso di aver
abolito la sua condizione umana, ottiene l’immortalità, la quale è libertà,
autonomia, beatitudine ed eternità: egli si è liberato della morte per mezzo
della morte della sua umanità». Per concludere, è un libro che sicuramente
merita di essere letto da tutti coloro che si interessano sul serio a questi
argomenti, e certo non sono molti quelli di cui possiamo dire la stessa cosa.
208
Recensioni di libri
sull’Induismo...
1949
La «Société des Gens de
Lettres» ha conferito al nostro Direttore, Paul Chacornac, il premio Maria
Star 1948 per il suo importante lavoro sul Conte di Saint Germain. Siamo
felici per questo meritatissimo riconoscimento e rivolgiamo all’autore le
nostre sentite felicitazioni.
Marco Pallis: Peaks and Lamas
(New-York, Alfred A. Knopf). Quantunque si sia già parlato in due riprese di
questo lavoro sulla nostra rivista (n. di giugno 1940 e di gennaio-febbraio
1947), dobbiamo ritornare su di esso per segnalare un importante capitolo
intitolato «The Presiding Idea»; questo capitolo è stato aggiunto
dall’autore in occasione dell’edizione americana, e in esso egli si è dedicato
a definire in modo più esplicito il principio di unità proprio della tradizione
tibetana, principio che la distingue dalle altre forme di civiltà tradizionali.
Non fa alcun dubbio che tale principio si trovi nella dottrina buddhistica, ma
simile constatazione è tuttavia insufficiente, giacché in paesi diversi dal
Tibet in cui si è parimenti esercitata, l’influenza del Buddhismo ha prodotto
risultati molto diversi. In effetti, ciò che caratterizza soprattutto la
civiltà tibetana è l’importanza predominante accordata in essa a uno degli
elementi di tale dottrina in proporzioni che non si ritrovano da nessun’altra
parte; questo elemento è la concezione dello stato di Bodhisattwa, vale
a dire dello «stato dell’essere compiutamente risvegliato che, pur non essendo
più vincolato dalla Legge di Causalità, da lui superata, continua ciò
nonostante liberamente a seguire il “Girotondo [Ronde] dell’Esistenza”
in virtù della sua identificazione con tutte le creature che ancora sono
soggette all’illusione egocentrica e alla sofferenza che di essa è la
conseguenza». Una apparente difficoltà deriva dal fatto che lo stato di Bodhisattwa
è per contro comunemente considerato alla stregua di un grado inferiore e
preliminare a quello di Buddha; ora, questa situazione sembra applicarsi male
al caso
209
Studi sull’Induismo
di un essere «che non solamente
ha realizzato il vuoto, in senso trascendente, ma l’ha inoltre realizzato nello
stesso Mondo, in senso immanente, duplice realizzazione che per lui è del resto
una sola», inteso che la Conoscenza suprema che egli possiede è essenzialmente
«senza dualità». La soluzione di una difficoltà simile sembra risiedere nella
distinzione di due impieghi diversi dello stesso termine Bodhisattwa: in
un caso esso è usato per indicare il santo che ancora non ha raggiunto l’ultimo
grado di perfezione, ed è soltanto sul punto di pervenirvi, mentre nell’altro
il termine si applica in realtà a un essere «che è identico al Buddha
per diritto di Conoscenza, ma che, a beneficio delle creature, “ricapitola” per
così dire taluni stadi per ragioni “esemplari”, allo scopo di “indicare la
via”, e in questo senso ridiscende nel “Girotondo”, più che non vi rimanga,
quale che possa essere l’impressione che egli dà in questo senso a esseri
sempre disposti a lasciarsi ingannare dalle apparenze esteriori». Questo modo
di considerare il Bodhisattwa corrisponde perciò né più né meno che a
quella che noi abbiamo chiamato la «realizzazione discendente», e, ovviamente,
esso ha un evidente rapporto con la dottrina degli Avatâra. Più avanti
nel capitolo, che non ci è possibile riassumere qui in modo completo, il Pallis
s’impegna a dissipare le confusioni a cui simile concezione del Bodhisattwa
potrebbe dar luogo se fosse mal interpretata, in conformità con certe tendenze
della mentalità attuale, in termini di sentimentalismo «altruistico» o
sedicentemente «mistico»; dà poi alcuni esempi delle sue costanti applicazioni
nella vita spirituale dei Tibetani. Uno di tali esempi è la pratica
dell’invocazione, largamente diffusa in tutto l’insieme della popolazione; un
altro concerne in special modo la vita dei nalgiorpa, di coloro, cioè,
che sono già in modo variabile avanzati nella via della realizzazione, o le cui
aspirazioni e i cui sforzi, per lo meno, sono definitivamente indirizzati in
tale direzione, e che i Tibetani, anche quelli relativamente ignoranti,
considerano essere i veri protettori dell’umanità, e senza l’attività «non
agente» dei quali essa non tarderebbe a perdersi irrimediabilmente.
Shrî Aurobindo: L’Énigme de ce
Monde (Parigi, Adrien
210
Recensioni di libri
sull’Induismo...
Maisonneuve). Questo opuscolo è
la traduzione di un articolo scritto in inglese nel 1933, in risposta a una
domanda piuttosto «sentimentale» posta da Maurice Magre sul perché della
sofferenza e del male nel nostro mondo. Vi si risponde molto giustamente che
tutte le possibilità devono realizzarsi, e che sono la divisione e la
separazione ad aver dato vita al male, in quanto tali possibilità sono
considerate isolatamente le une dalle altre e dal loro principio; in
definitiva, quello che noi intendiamo come male, vale a dire come una
negazione, è tale solo in conseguenza della nostra ignoranza e del nostro
orizzonte limitato. Più contestabile è che Shrî Aurobindo sembri ammettere, non
soltanto un’evoluzione spirituale per ciascun essere, ma pure una evoluzione
nel senso di una «progressione» del mondo nel suo insieme; è un’idea che ci
appare ben moderna, e non comprendiamo troppo bene come essa possa accordarsi
con le condizioni stesse di sviluppo di qualsiasi manifestazione. Del resto, se
abbiamo ben capito qualcosa che non è espresso in modo troppo esplicito, sembra
che egli consideri la «realizzazione ascendente» come se non fosse sufficiente
a se stessa e come se debba essere completata dalla «realizzazione
discendente»; per lo meno, certe espressioni permettono di interpretare in tal
modo il suo pensiero; sennonché, perché opporre allora la liberazione come la
intende lui a quella che chiama un’«evasione dal mondo»? Finché l’essere
permane nel Cosmo (e con questo termine non intendiamo soltanto questo mondo,
ma la manifestazione nella sua totalità), per quanto elevati siano gli stati
che può raggiungere, si tratta pur sempre solo di stati condizionati, che non
hanno nessuna comune misura con la vera liberazione; quest’ultima non può in
tutti i casi essere ottenuta se non mediante l’uscita dal Cosmo, e solo dopo
l’essere potrà «ridiscendere», in apparenza per lo meno, senza più essere
affatto influenzato dalle condizioni del mondo manifestato. In altri termini,
la «realizzazione discendente», ben lungi dall’opporsi alla «realizzazione
ascendente», al contrario la presuppone di necessità; sarebbe stato utile
precisarlo in modo da non lasciar spazio a nessun equivoco, ma vogliamo credere
che sia questo
211
Studi sull’Induismo
che Shrî Aurobindo vuol
significare quando parla di «un’ascensione dalla quale non si ricade, ma da cui
ci si può involare in una discesa alata di luce, di forza e di Ânanda».
P.B. Saint-Hilaire e G.
Monod-Herzen: Le Message de Shrî Aurobindo et son Ashram (Parigi, Adrien
Maisonneuve). Questo volumetto, di ottima veste tipografica, è diviso in due
parti, di cui la prima è una specie di riassunto dei principali insegnamenti di
Shrî Aurobindo; l’apparenza è che ci si sia compiaciuti a insistere soprattutto
sul loro «adattamento alle condizioni del momento», adattamento che ci sembra
talvolta procedere un po’ troppo avanti nel senso delle concessioni alla
mentalità attuale. La seconda parte è una descrizione dell’Ashram di Pondichery
e delle sue diverse attività; tale descrizione, e soprattutto le fotografie che
la accompagnano, danno anche un’impressione di «modernità» che, bisogna pur
dirlo, è un tantino inquietante; ci si accorge a colpo d’occhio che ci sono
passati degli Europei...
Georges Barbarin: Je et Moi,
ou le dédoublement spirituel (Parigi, Librairie Astra). G. Barbarin scrive
molto, forse troppo, visto che quel che trova da dire presenta spesso un
interesse piuttosto limitato, e, a questo così come a ogni altro proposito, noi
preferiremmo la qualità più che la quantità. Questo nuovo volume si presenta,
per lo meno nei primi capitoli, sotto la forma di una sorta di autobiografia
psicologica: l’autore pensa di aver scoperto in se stesso due elementi
distinti, addirittura più o meno opposti, elementi che egli chiama «Io» e «Me»,
facendoli del resto corrispondere rispettivamente all’«individualità» e alla
«personalità» e invertendo il senso normale delle due parole secondo la
terminologia teosofistica. La sua «principale originalità» è perciò quella di
denominare «Io», non si capisce bene perché, ciò che altri chiamano «Sé»;
sennonché, a esser sinceri,egli si fa molte illusioni sulla portata delle sue
constatazioni, giacché ciò di cui parla è certo qualcosa che è più d’ordine psichico
che di ordine spirituale, e, di fatto, non si vede nulla,
212
Recensioni di libri
sull’Induismo...
in esso, che superi il livello
individuale umano, per cui sembra piuttosto che si tratti semplicemente di due
parti dell’«Io», e a ogni buon conto restiamo ben lontani da quel principio
trascendente che è il vero «Sé», il quale, tra l’altro, non potrebbe prestarsi
a un’analisi del genere. L’autore generalizza poi le sue scoperte facendone
un’applicazione alle collettività umane, e alla fine arriva a parlare
dell’«Uomo-Dio»; le pagine in cui interpreta a modo suo la duplice natura di
Cristo sono ancor più discutibili di tutto il resto, anche se ha la pretesa di
ricercarne la conferma in certi testi evangelici dai quali alla fine tenta di
estrarre qualcosa a cui dà il nome di «Mappa dell’Unità». Tutto sommato siamo
di fronte a qualcosa di passabilmente «semplicistico», il cui effetto non può
essere che quello di contribuire ad alimentare certe confusioni nell’animo dei
nostri contemporanei, già fin troppo portati a immaginar di trovare
«spiritualità» dove di essa non c’è neppure l’ombra; le banalità psicologiche e
sentimentali sono, ohimè!, molto più «alla portata di tutti» di quanto non sia
la vera spiritualità.
The living Thoughts of Gotama the
Buddha,
presented by Ananda K. Coomaraswamy and J.B. Horner (Londra, Cassell and Co).
Benché la parte del libro da attribuire a ciascuno dei due collaboratori non
sia espressamente indicata, ci sembra evidente che il compianto A.K.
Coomaraswamy sia l’autore dell’esposizione della vita del Buddha e della
dottrina buddhistica che costituisce la prima parte del volume, e nella quale
ritroviamo, in forma abbreviata e leggermente semplificata, l’interpretazione
che egli aveva già dato in altri scritti, in particolare in Hinduism and
Buddhism. Poiché i nostri lettori conoscono già i punti principali, ci
limiteremo a ricordare che uno dei più importanti di essi è la confutazione
dell’errore corrente secondo il quale il Buddhismo negherebbe il «Sé»,
confutazione che ha, fra altre conseguenze, quella di rettificare la concezione
«nihilista» che si sono fatti alcuni del Nirvâna. Viene anche refutato
il preteso «ateismo» buddhistico dalla considerazione che «tra l’immutabile
volontà di Dio e la Lex Aeterna non vi è nessuna
213
Studi sull’Induismo
reale distinzione», e che «Dharma,
che è sempre stato un nome divino, è altresì, nello stesso Buddhismo, sinonimo
di Brahma». Segnaliamo, inoltre, che l’autore insiste assai giustamente
sul fatto che né la dottrina della causalità né quella del concatenamento delle
azioni e dei loro effetti implicano, contrariamente a un altro errore troppo
diffuso, l’idea «comune» della «reincarnazione», la quale in realtà non esiste
né nel Buddhismo né in nessun’altra dottrina tradizionale. La scelta dei testi
che fa seguito a questa prima parte, ed è senza dubbio attribuibile a Miss
Horner, comprende un insieme di estratti raggruppati secondo gli argomenti ai
quali si riferiscono, di cui alcuni sembrano essere stati ritradotti dal pâli,
mentre altri sono presi da diverse traduzioni inglesi già esistenti.
D. Hubert Benoit: Métaphysique
et psychanalyse, Essais sur le problème de la réalisation de l’homme
(Parigi, Editions Mazarine). Ci avrebbe fatto piacere poter parlare di questo
libro in modo favorevole, perché l’intenzione dell’autore in se stessa era
assai lodevole; sfortunatamente egli l’ha applicata a qualcosa che, a motivo
della sua natura stessa, non vi si prestava affatto; e siccome dichiara che è
in particolare grazie ai nostri libri che ha scoperto la metafisica
tradizionale, la cosa non manca di darci qualche preoccupazione su ciò che
qualcuno può cercare di trarre da essi... È certo un’ottima cosa che si tenti
di ricollegare una scienza a principi di ordine metafisico, anzi, è il solo
modo per darle, o restituirle, la «legittimità» che le manca nel suo stato
attuale; sennonché occorre, perché una tal «legittimazione» sia possibile, che
si tratti realmente di una scienza atta a esser «legittimata», e non di uno di
quei prodotti specifici della mentalità moderna che tutto sommato non sono se
non elementi di pura e semplice sovversione, com’è il caso della psicanalisi;
tanto varrebbe sforzarsi di dare un fondamento tradizionale allo spiritismo o a
qualsiasi altra aberrazione dello stesso genere! È comunque singolare che
l’autore, benché non sembri avere un’idea molto chiara dell’iniziazione
(infatti arriva a parlare di un’«iniziazione attraverso la lettura di libri»...
) abbia osservato
214
Recensioni di libri
sull’Induismo...
che esiste una rassomiglianza tra
la trasmissione iniziatica e la trasmissione psicanalitica, sennonché non si è
accorto nel modo più assoluto che quest’ultima non costituisce, sotto tale
aspetto, se non una «contraffazione» veramente satanica, la cui azione si
sviluppa «all’inverso», al modo di talune operazioni di stregoneria; dal
momento che egli parla dei nostri libri, non possiamo far di meglio che
invitarlo a riferirsi a quanto vi abbiamo scritto in proposito, che ci pare
essere sufficientemente chiaro. Non insisteremo particolarmente sui contenuti
del lavoro, i quali sono purtroppo quel che possono essere in una simile
condizione, e ci accontenteremo di due o tre osservazioni che non possiamo
veramente dispensarci dal fare poiché è necessario non lasciar prendere corpo a
certe confusioni. In apertura si richiamano sì alcune nozioni di metafisica e
soprattutto di cosmologia tradizionale, ma nel seguito del lavoro tali nozioni
scompaiono quasi totalmente, a esclusione di certe considerazioni in merito alla
«polarità» per le quali non c’era del resto nessun bisogno di far riferimento
alla psicanalisi e al suo linguaggio speciale; il tutto finisce con l’essere
soffocato, se così possiamo dire, dalla mitologia dei «complessi», delle
«interdizioni», delle «compensazioni», delle «fissazioni» e via di questo
passo. Se poi in mezzo a tutto questo guazzabuglio si incontrano alcuni termini
presi dalla metafisica tradizionale, non bisogna credere che siano sempre
intesi nel senso che dovrebbero normalmente avere; di fatto, anche dove si
parla di «essere totale», quel che si intende con questa dizione non va mai al
di là della sfera delle possibilità individuali. L’autore (e questo è
nuovamente assai strano per qualcuno che abbia letto i nostri libri) sembra non
avere la minima idea degli stati molteplici dell’essere, cosicché riduce tutto
alle proporzioni della sola individualità umana; e se è piuttosto difficile
dire a cosa si riduca la «realizzazione» di cui parla, ciò che è in ogni caso
sicuro è che, nonostante l’allusione finale all’«apertura del terzo occhio»,
non si tratta di una realizzazione iniziatica, così come quando concepisce il
«Sé» come un «puro pensiero», è certo che si tratta di qualche cosa che
assomiglia un po’ troppo all’«anima» di Cartesio, ed è sicuramente
215
Studi sull’Induismo
molto lontana dall’Âtmâ
incondizionato; quanto all’«Intelligenza indipendente», che viene denominata
anche, stranamente, «Ragione divina», essa è al massimo, per interpretare le
cose nel modo migliore, un semplice riflesso della Buddhi
nell’individualità umana. Per quel che ci riguarda, una conclusione si impone,
dopo queste constatazioni, ed è la seguente: primo, non metteremo mai in
guardia troppo insistentemente contro le applicazioni che persone qualsiasi
possano pretendere di fare di quanto abbiamo esposto, a nostra insaputa e senza
la nostra approvazione, e, secondo, non intendiamo, di simili applicazioni,
assumere in nessuna misura la responsabilità; come per tutte le altre
deformazioni delle dottrine tradizionali mal comprese, si tratta di cose che è
evidentemente impossibile impedire, sennonché è per lo meno sempre possibile,
quando se ne venga a conoscenza, sconfessarle formalmente, e per quanto
sgradevole ciò possa talvolta essere, questo è un obbligo al quale non ci
sottrarremo mai.
216
Recensioni di libri
sull’Induismo...
1950
Ananda K. Coomaraswamy: Hindouisme
et Bouddhisme. Traduzione dall’inglese a cura di René Allar e Pierre
Ponsoye (Parigi, Gallimard). Dobbiamo segnalare ai nostri lettori questa
eccellente traduzione del lavoro del nostro compianto collaboratore, Hinduism
and Buddhism, comparsa recentemente nella collana Tradition; avendo
già recensito in precedenza l’edizione inglese di questo importante libro (si
veda il n. di agosto 1946), il quale rettifica un gran numero di errori e di
confusioni commessi dagli orientalisti, non ci dilungheremo nuovamente su di
esso. Ricorderemo soltanto che le due parti in certo qual modo parallele in cui
esso si divide mettono in netto rilievo la concordanza che esiste in realtà tra
l’Induismo e il Buddhismo; è chiaro però che, per ciò che riguarda
quest’ultimo, non si tratta di sue scuole più o meno tarde e deviate, come
quelle di cui Shankarâchârya confutò le vedute eterodosse, ma del vero
Buddhismo originale, il quale assomiglia nella minor misura possibile a quello
che è stato presentato sotto lo stesso nome in Occidente, nel quale, come dice
l’autore, «il Buddhismo è stato ammirato soprattutto per quel che non era».
217
Recensioni di articoli
di riviste sull’Induismo,
pubblicate dal 1933 al 1950
nella rivista «Le Voile d’Isis»,
diventata «Études
Traditionnelles»
nel 1937
1933
– In «Psyché» (febbraio), A.
Savoret dedica all’ultimo libro di D.G. Mukerji, Le Visage du Silence,
un articolo che mette in luce un incredibile preconcetto ostile; tutto ben
considerato, quel che egli rimprovera soprattutto alle dottrine indù è di non
avere le caratteristiche di un «misticismo» (e chi mai gli ha detto che
l’avevano, se non gli Occidentali, che non ne capiscono nulla?), e
all’iniziazione di avere dei metodi definiti; è evidente che preferisce i
castelli in aria! La sua diatriba non ha neppure il merito della coerenza,
giacché, dopo essersi preso gioco più che ha potuto di Râmakrishna, l’autore
scrive alla fine: «Chi non si sentirebbe impacciato, di fronte a un simile
gigante?» Capisca chi può...
221
Studi sull’Induismo
1935
– Il «Bulletin of the School of
Oriental Studies» di Londra (vol. VII, parte 3a, 1934) ha pubblicato
un interessantissimo studio di Ananda K. Coomaraswamy su «Kha» e altre
parole indicanti «zero» nelle loro relazioni con la metafisica dello spazio.
Tale studio mette in chiaro rilievo, contro tutte le teorie «empiristiche» dei
moderni, che i termini sanscriti in questione hanno espresso fin dall’inizio
concezioni di tipo metafisico, e che da esse è poi derivata la loro
applicazione, per analogia, a nozioni matematiche; lo studio si conclude con la
citazione di un passo di Orient et Occident (trad. it.: Oriente e
Occidente, Milano, Luni Editrice, 1993) in cui noi definivamo, in
opposizione alla scienza moderna e profana, il carattere delle scienze
tradizionali e la loro dipendenza nei confronti della dottrina metafisica.
– Dello stesso autore, nei
«Technical Studies in the field of the fine arts» pubblicati dalla Harvard
University di Boston (ottobre 1934), uno studio sulla Tecnica e la teoria
della pittura indiana, in cui noteremo, come più particolarmente
interessante dal nostro punto di vista, il fatto che il pittore non eseguiva il
quadro da un modello che fosse posto di fronte a lui, ma seguendo un’immagine
mentale, cosa che avvicinava strettamente la sua arte a una forma di dhyâna-yoga,
e faceva sì che egli vedesse meno i particolari sensibili delle cose di quanto
percepisse i loro prototipi intellettuali.
– Nel «Journal of the Indian
Society of Oriental Art» (giugno 1935), Ananda K. Coomaraswamy ha pubblicato un
interessante articolo sull’Operazione intellettuale nell’arte indiana,
articolo nel quale egli insiste soprattutto sulla funzione che in tale
operazione riveste la «visione contemplativa» (yoga-dhyâna) e non
l’osservazione diretta delle cose naturali, e fa vedere quanto tale concezione,
vicina a quella del medio evo occidentale,
222
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
si opponga invece a quella dei
moderni, per i quali l’opera d’arte è esclusivamente destinata a procurare un
piacere di tipo sensibile.
– Nel «Journal of the American
Oriental Society» (vol. 55, n. 3), lo stesso autore studia i diversi
significati della parola sanscrita chhâyâ, la quale vuol dire prima di
tutto «ombra», e solo dopo «riflesso» e «somiglianza»; nell’occasione sono
indicate notevoli similitudini tra la tradizione vêdica e la tradizione
cristiana, e ciò, come dice molto bene l’autore, «non per mettere in luce qualche
“influsso” dell’una sull’altra, ma per ricordare che nella dottrina vêdica non
c’è niente di eccezionale, e che la voce della tradizione è dappertutto la
stessa».
– La rivista «Yoga» è l’organo di
stampa di uno Yoga Institute la cui organizzazione ci sembra assai
«moderna», e che, anche se ha la sua sede in India, comprende nel suo comitato
direttivo una proporzione abbastanza elevata di elementi occidentali. Nel n. di
giugno-luglio troviamo un articolo sulla «realizzazione del “Sé”» dal carattere
piuttosto elementare, e la cui terminologia non è perfettamente chiara, in
particolare per ciò che riguarda l’uso delle parole «metafisica» e
«misticismo»; un altro articolo enumera i testi che permettono alle donne lo
studio dello Yoga, che è una questione molto controversa; esso porta
anche l’indicazione di alcuni esercizi, ed è visibile la preoccupazione di
adattarli alle capacità dei lay students (lay potrebbe tradursi
abbastanza bene con «profano»); e si ha inoltre l’impressione che il punto di
vista fisiologico e terapeutico ricopra un ruolo non indifferente nel tutto...
– Il «Larousse mensuel» (ottobre)
pubblica un articolo abbastanza lungo sul Pensiero indiano: a dire la
verità si tratta piuttosto del pensiero degli orientalisti sulle dottrine
indiane, visto che tutto sommato non è che un coscienzioso riassunto delle loro
opinioni più ricorrenti in merito all’argomento; ritroviamo la loro concezione
«evoluzionistica», la loro cronologia
223
Studi sull’Induismo
più che contestabile, le loro
etichette filosofiche applicate a proposito e a sproposito, e numerose
interpretazioni di fantasia che non possiamo rilevare nei particolari.
All’inizio l’autore dichiara che, «per comprendere i filosofi (sic)
dell’India, occorre rinunciare alle abitudini intellettuali dell’Occidente
cristiano»; sarebbe stato molto più giusto dire che occorre rinunciare
soprattutto a quelle dell’Occidente moderno, il quale non ha certo niente di
cristiano! Le illustrazioni che accompagnano l’articolo sono di sicuro migliori
del testo, dal quale i lettori non potranno sfortunatamente dedurre che nozioni
ben poco esatte sulle dottrine indù, o anche buddhistiche.
224
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
1936
– Lo «Harvard Journal of Asiatic
Studies» (aprile) pubblica un importante studio di A.K. Coomaraswamy intitolato
Vêdic Exemplarism: si tratta del rapporto tra nâma e rûpa,
considerati in quanto corrispondenti rispettivamente alle idee o ragioni eterne
delle cose e alle cose stesse sotto i loro aspetti accidentali e contingenti; e
l’«esemplarismo, in ultima analisi, è la dottrina tradizionale della relazione,
cognitiva e causale, tra l’uno e il molteplice». Ciò è esemplarmente illustrato
da una applicazione del simbolismo della ruota: «tutti i raggi sono
rappresentati in principio nel loro centro comune», il quale è «un punto unico,
e tuttavia, per ciascun raggio, il suo proprio punto di partenza». I testi
vêdici riferentisi a tale questione danno luogo a numerosi accostamenti, assai
suggestivi, con le dottrine della scolastica medievale e anche del
neoplatonismo; le indichiamo a coloro che si ostinano a non voler capire che le
idee veramente tradizionali sono in fondo dappertutto le medesime.
– Dello stesso autore, nel
«Bulletin of the Museum of Fine Arts» di Boston (aprile), una nota sul
simbolismo del makara, in cui segnaliamo in particolare alcune
interessanti considerazioni sullo stretto rapporto dei simboli dell’Amore e
della Morte, rapporto al quale noi stessi abbiamo avuto l’occasione di fare
qualche allusione a proposito dei «Fedeli d’Amore».
– Il «Journal of the Indian
Society of Oriental Art» (dicembre 1935) ha pubblicato un importante studio di
Ananda K. Coomaraswamy sulla pittura giaina, studio che, impostato secondo le
idee direttive dei suoi Elements of Buddhist Iconography di cui parliamo
in altro luogo, completa in modo felice le vedute esposte in quest’ultimo; e il
sottotitolo: Explicatur reductio haec artis ad theologiam, che si ispira
a un opuscolo di san Bonaventura, ne precisa con evidenza le intenzioni. Così
come il Buddhismo, il Giainismo, quantunque eterodosso, e pur se respinge
225
Studi sull’Induismo
addirittura formalmente la
tradizione vêdica, non ha comunque mutato nulla di essenziale nella concezione
primordiale di un Avatâra eterno, tanto che si possono fare, riguardo
alle rappresentazioni della «vita del Conquistatore» (jina-charitra),
osservazioni parallele a quelle a cui dà luogo la vita del Buddha. L’autore fa
inoltre notare che la rivolta del potere temporale (Kshatra) contro
l’autorità spirituale (Brahma), che riflettono tanto il Giainismo quanto
il Buddhismo, è in certo qual modo prefigurata, in quanto possibilità, da un
certo aspetto «luciferico» dell’Indra vêdico; le dottrine eterodosse che
presentano tale carattere potrebbero perciò essere considerate come la
realizzazione stessa di simile possibilità nel corso di un ciclo storico. Lo
studio si conclude con alcune interessanti considerazioni sul metodo della
«narrazione continua» usato nell’esecuzione dei dipinti in questione, secondo
il quale «una successione di avvenimenti è rappresentata in simultaneità
spaziale», cosa che restituisce in qualche modo, per analogia, il carattere
intemporale del loro archetipo metafisico. Tutte queste considerazioni, è
ovvio, si possono altresì applicare a quel che si ritrova di simile nell’arte
cristiana o in qualsiasi altra arte tradizionale, la quale procede sempre, per
una derivazione continua, dalla «tradizione universale e unanime» (Sanâtana
Dharma), la cui fonte ultima è una «rivelazione» (shruti) «ricevuta
all’inizio dalla Luce delle Luci».
– Nel D.S. Krishnaswamy
Aiyangar Commemoration Volume (Madras, 1936), Ananda K. Coomaraswamy ha
pubblicato uno studio intitolato Vêdic Monotheism, nel quale fa vedere
come, a partire dall’origine, e non più o meno tardivamente come in genere
pretendono i moderni, i molteplici nomi divini abbiano realmente sempre e
soltanto designato aspetti o attributi diversi del principio primo e unico. È
questa del resto la ragione per cui si è potuto dire giustamente che i dêva
sono dei «compartecipi» (bhakta) dell’essenza divina; e che il
significato originario della parola bhakti è di fatto quello di
«partecipazione», quali che siano gli altri sensi più o meno derivati che ha
potuto assumere in seguito.
226
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
– In «Indian Culture» (vol. III,
n. 1), un articolo di A.K. Coomaraswamy, intitolato Rebirth and Omniscience
in Pâli Buddhism porta una critica alle concezioni di Mrs. Rhys Davids che
concorda totalmente con quella da noi stessi formulata poco tempo fa in questa
stessa rubrica, in occasione di una recensione a uno dei suoi lavori. L’autore
protesta a piena ragione contro un certo modo di snaturare i testi privandoli
delle loro parti metafisiche, cosa da cui non può derivare che una completa
deformazione del loro significato. Inoltre egli segnala che, per quanto abbia
studiato la dottrina della morte e della rinascita nel Rig-Vêda, nel Brâhmana,
nelle Upanishad, nella Bhagavad-Gîtâ e nel Buddhismo pâli,
non ha mai trovato in tutti questi testi nessuno «sviluppo» di tale dottrina,
né il minimo insegnamento di un ritorno dell’essere nello stesso mondo
abbandonato con la morte; dappertutto si parla di «trasmigrazione», ma niente
affatto di «reincarnazione».
– Nel «Journal of the Greater
India Society» di Calcutta (vol. III, n. 1) lo stesso autore segnala una
«fonte» del passo di san Dionigi l’Areopagita sul Bello (De Divinis
Nominibus, IV, 5) nel Fedro di Platone (210-11), e un «parallelo»
nella Chândogya Upanishad (IV, 15) il quale presenta una similitudine
stupefacente, addirittura nell’espressione.
– Sempre dello stesso autore, in
«Speculum» (luglio), rivista di studi medievali pubblicata dalla Medioeval
Academy of America (Cambridge, Massachusetts), uno studio su due passi del Paradiso
di Dante (XXVII, 136-138, e XVIII, 110-111), il cui senso si chiarifica e si
precisa in modo rimarchevole con il confronto con i modi di espressione della
tradizione indù. Questa presenza costante di certi termini simbolici e del loro
significato «tecnico» in forme tradizionali così lontane le une dalle altre nel
tempo e nello spazio, non può spiegarsi se non considerando queste
«formulazioni diverse di una comune dottrina» (dharma-paryâya) quali
altrettanti «dialetti di uno stesso e unico linguaggio dello spirito», o come
rami di un’unica e identica «tradizione universale e unanime» (Sanâtana
Dharma).
227
Studi sull’Induismo
– In «Archiv Orientalni» di Praga
(vol. VII), Ananda K. Coomaraswamy ha pubblicato una nota sull’Ashwamêdha,
nella quale mette ammirevolmente in luce l’errore di coloro che introducono
idee e sentimenti del tutto moderni nell’interpretazione dei testi vêdici,
assegnando in tal modo, ad esempio, i loro propri modi di pensare
«naturalistici» agli antichi, ai quali essi erano estranei, cosa che li porta a
disconoscere totalmente il vero significato di simboli come quelli sessuali che
si incontrano in certi riti sacrificali. Occorre ben comprendere che «in un
ordine sociale tradizionale ciò che è corretto, o non lo è, non è determinato
dal sentimento, come accade nel nostro ambiente antitradizionale, ma dalla
conoscenza», e che in esso «la regola è stabilita metafisicamente secondo ciò
che fu fatto dagli Dei all’inizio» e di cui i riti sono un’immagine analogica.
Il simbolismo dell’Ashwamêdha, contrariamente a quel che hanno preteso
diversi orientalisti, si ricollega in modo estremamente diretto con la dottrina
del Rig-Vêda e con quella delle Upanishad, le quali sono del
resto in perfetto accordo con tutte le altre tradizioni ortodosse sull’unione ab
intra dei principi complementari nell’«Identità Suprema», così come su
qualsiasi altro punto essenziale.
228
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
1937
– In «Indian Culture» (vol. III,
n. 4), Ananda K. Coomaraswamy studia La doctrine vêdique du silence, che
ricollega a quanto da noi esposto in questa sede riguardo al «segreto
iniziatico», e ai «miti» e ai «misteri» intesi nel loro significato originario.
Si tratta perciò essenzialmente dell’inesprimibile, il quale è il «Supremo» (para),
mentre la «parola» espressa si riferisce necessariamente al «Non-Supremo» (apara),
i due aspetti apparendo d’altronde inseparabilmente associati in numerosi testi
– così come nel rituale – a costituire insieme la concezione totale del
Principio.
– Nel «Bulletin of the Museum of
Fine Arts» di Boston (agosto), lo stesso autore, a proposito della spiegazione
di un sigillo indiano dell’epoca «Gupta», insiste sull’insufficienza di tutta
la «storia dell’arte», la quale, confinandosi in un punto di vista
esclusivamente estetico, «tiene unicamente conto dell’uso decorativo di un
determinato motivo, e ignora la ragion d’essere degli elementi di cui è formato
e la relazione logica delle sue parti»; questa nota costituisce una eccellente
risposta a certi negatori del simbolismo.
– La rivista «Action et Pensée»,
di Ginevra (settembre), inaugura una sezione dedicata alla «filosofia indù
moderna», sezione che è diretta da Jean Herbert; ciò di cui si parla, nella
misura in cui è «moderno», non può più essere veramente «indù», e rappresenta
semplicemente il prodotto di un influsso occidentale. Questo chiuderebbe il
discorso, però è necessario dire che si ritrova qui, nuovamente, la confusione
da noi segnalata in altra occasione, a proposito delle conferenze di Jean
Herbert. Shrî Râmakrishna, di cui questa volta si parla soprattutto, in effetti
non è assolutamente un «filosofo», né i metodi di «realizzazione spirituale» –
i quali sono anzi quel che c’è di più estraneo e addirittura contrario allo
spirito «moderno» –
229
Studi sull’Induismo
costituiscono una «filosofia
pratica»; e cosa dire della «comunicazione» della redazione, che tende a
comparare tali metodi con quelli della psicologia contemporanea ai quali la
rivista è specificamente dedicata, psicanalisi compresa, e a identificare con
l’«inconscio» ciò che in realtà è «sovraconscio»? La parte più interessante è
costituita dalla traduzione di citazioni di detti di Shrî Râmakrishna; però,
che peccato che il centenario di quest’ultimo sia potuto servire come pretesto
per le declamazioni umanitarie di Romain Rolland! Per finire, una noticina del
Masson-Oursel (il quale, osserviamolo di sfuggita, pare avere una strana
ripugnanza a servirsi della parola «indù») fa soprattutto vedere come il suo
autore non capisca che certe cose possono costituire altrettante vie di
«realizzazione», in particolare l’esercizio delle arti e dei mestieri; arti e
mestieri che per di più lo lasciano stupefatto quando si accorge che non
costituiscono se non una sola e stessa cosa. C’è da sperare che egli prenda conoscenza
dell’articolo di A.K. Coomaraswamy di cui abbiamo parlato, perché esso potrebbe
illuminarlo un pochino su questo argomento, sul quale del resto, senza neanche
che ci sia bisogno di uscire dal mondo occidentale, il più incolto dei «Compagnons»
la saprebbe più lunga di lui!
230
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
1938
– In «The Indian Historical
Quarterly» (vol. XIII, 1937), Ananda K. Coomaraswamy, in un articolo su Janaka
and Yâjnavalkya fa vedere come questi due interlocutori della Brihad-Aranyaka
Upanishad siano tutt’altra cosa che non semplicemente dei personaggi
storici; essi sono, si potrebbe dire, dei «tipi» eterni, e ciò è messo in luce
dai significati contenuti nei loro stessi nomi. Yâjnavalkya, da yajna-vaktri,
«Promulgatore del Sacrificio», il quale è propriamente un nome di Agni,
rappresenta in realtà l’«Avatâra eterno», Janaka è
etimologicamente il «Progenitore», poiché si identifica con l’Asura pitri,
o janitri vêdico; e la qualificazione del regno di Janaka come Vidêha,
«incorporeo», è similmente assai significativa. L’autore prende spunto da
queste constatazioni per esporre numerose considerazioni che è impossibile
riassumere, e sono invece tutte importantissime per la comprensione del vero
simbolismo dei «personaggi» vêdici, così come dei riti in quanto immagini di
«quel che fu fatto all’inizio», indipendentemente da ogni applicazione che può
esserne fatta a circostanze particolari quali gli avvenimenti della vita umana.
applicazione che, al contrario, trae da tale simbolismo tutto il suo valore e
la sua efficacia.
– Il «Christian Social Art
Quarterly», organo della Catholic College Art Association
(Saint-Mary-of-the-Woods, Indiana), pubblica nel suo primo numero (dicembre
1937) una conferenza di Graham Carey dal titolo What is Catholic Art? In
essa l’autore denuncia il «laicismo» e l’«individualismo», che dominano il
mondo moderno in tutti i campi, come essenzialmente anticristiani (e in effetti
essi sono tali, aggiungeremmo noi, in quanto antitradizionali in modo del tutto
generale); egli esamina le false concezioni alle quali queste due tendenze
hanno dato origine nel campo dell’arte, e oppone ad esse l’idea cristiana
dell’arte, la quale in fondo è l’applicazione, nel caso più particolare
dell’arte cattolica, dell’idea «normale» o tradizionale che
231
Studi sull’Induismo
egli stesso e Ananda K.
Coomaraswamy hanno già esposto in diversi altri studi, dei quali abbiamo reso
conto a suo tempo.
– Nella stessa rivista (n. di
gennaio), Félix Guyot (autore, sotto lo pseudonimo di C. Kerneiz, di un libro
sullo Hatha-Yoga di cui abbiamo a suo tempo parlato) pubblica un
articolo sullo Le Yoga hindou et ses bases psychologiques, che contiene
buon numero di affermazioni più che contestabili, a cominciare da quella che
«gli idiomi occidentali sono in grado di esprimere tutti i concetti dello
spirito umano», e che «non esiste termine sanscrito che non possa trovare in
essi la sua traduzione»; nulla di più inesatto potrebbe esser detto, e
affermazioni di questo genere inducono a credere che l’autore non abbia molta
familiarità con i «concetti» orientali. Se poi si pretende che lo Yoga
non «è legato se non in apparenza e artificialmente» a tutto l’insieme della
tradizione indù (e lo stesso si dice per la Kabbala nei confronti della
tradizione ebraica), questo significa dar prova di una spiccata ignoranza della
costituzione delle forme tradizionali, la quale ultima, poi, non è affatto una
questione di «credenze religiose»; se le cose di quest’ordine, le quali inoltre
non sono assolutamente semplici «produzioni dello spirito umano», sono
«indipendenti da qualsiasi base confessionale», ciò avviene unicamente per la
buona ragione che l’idea stessa di ridurre il ricollegamento alla tradizione
(non foss’altro che nella sfera exoterica) alla pietosa mediocrità di una
«confessione» (se vogliamo, anche, di una «denominazione», come dicono i
protestanti), è una di quelle che non potevano nascere se non nell’Occidente moderno!
Né è più vero che lo Yoga sia un «sistema di pensiero», cosa che in
fondo non ci sembra differire molto da una «filosofia», o che il suo punto di
partenza sia un «postulato» che si potrebbe esprimere come «un sunto abbreviato
del Kantismo»(!), accostamento poco lusinghiero per lo Yoga... Per tutto
il resto, ritroviamo più che altro nell’articolo, come d’altronde è indicato
dal suo stesso titolo, quell’interpretazione «psicologistica» sul cui carattere
errato ci siamo spiegati di recente con sviluppi sufficienti a far sì che sia
inutile insisterci di nuovo; diciamo soltanto
232
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
che, anche se si può, in un certo
senso, parlare di «spostamento del fascio luminoso della coscienza
psicologica», esiste un punto, in questo stesso spostamento, a partire dal
quale tale coscienza cessa precisamente di essere psicologica, e che è di là da
questo punto, e non al di qua, che si situa tutto ciò che veramente conta.
– Nel «Journal of the Bihar and
Orissa Research Society» (vol. XXIII, 1937, part IV), Ananda K. Coomaraswamy
studia The Pilgrim’s Way a proposito di un passo dell’Aitarêa
Brâhmana (VII, 15), e sviluppa considerazioni del maggior interesse sul
simbolismo del «pellegrinaggio» o del «viaggio», simbolismo che si incontra in
tutte le tradizioni, e del quale, come ricorda, si è parlato a diverse riprese
in questa rivista.
– Il «Lotus Bleu» (aprile)
pubblica una conferenza di Jean Herbert dal titolo Notes sur la philosophie
contemporaine de l’Inde; l’autore avanza giuste riserve sull’uso di parole
come «filosofia» e «pensatori» quando si tratti dell’Oriente, e in particolare
dell’India; sennonché, dal momento che si riconosce che simili parole possono
solo dar luogo a equivoci, perché sentirsi obbligati a usarle a tutti i costi?
E, passando ad altro, se certamente è assai importante operare una distinzione
tra gli Indù che si mantengono esclusivamente legati alla loro tradizione e
quelli che sono invece stati più o meno influenzati da una «cultura»
occidentale, non meno importante sarebbe distinguere inoltre, fra questi
ultimi, quelli nei quali tale influsso non ha toccato che la forma e i mezzi di
espressione, e quelli che invece sono stati da questo influsso contagiati nel
fondo stesso della loro mentalità e nelle loro concezioni più essenziali; tra
Shrî Aurobindo e Vivêkânanda, per prendere come esempio proprio i nomi citati
nella conferenza, ci pare che ci sia da fare una grande differenza!
– «The Art Bulletin» di Chicago
(vol. XX, 1938) pubblica il seguito di uno studio di Ananda K. Coomaraswamy, Medioeval
Aesthetic, di cui abbiamo a suo tempo segnalato la parte iniziale;
233
Studi sull’Induismo
questa seconda parte comprende la
traduzione annotata del commento di san Tommaso d’Aquino su un testo di san
Dionigi l’Areopagita (De Divinis Nominibus, IV, 5), e una nota sul
rapporto tra la Verità e la Bellezza. Ricordiamo in modo particolare quel che
vi si dice della superiorità della contemplazione sull’azione, «che è il punto
di vista ortodosso costantemente affermato nella tradizione universale, e non
soltanto in Oriente come talvolta è detto, anche se esso può essere stato
oscurato dalle tendenze “moralistiche” della filosofia religiosa dell’Europa
moderna»; della necessità di comprendere intellettualmente un’opera d’arte e
non di unicamente «sentirla», al contrario di quel che sostengono le concezioni
«estetiche» attuali; e per finire, dell’assenza di importanza
dell’individualità dell’artista, la quale spiega l’anonimato tipico delle opere
medioevali, poiché «ciò che importa è quel che è detto e non chi lo dice»: è
questa una verità che i moderni amatori di «personalità» avrebbero interesse a
far propria!
– In «The Indian Historical
Quarterly» (marzo), un importante articolo di A.K. Coomaraswamy sul simbolismo
della cupola [dôme]; poiché dedichiamo in altra parte della rivista un
articolo specifico a questo argomento, aggiungeremo soltanto che l’autore, per
mostrare come non soltanto all’architettura sia legato un significato
«cosmico», ricorda anche a tal proposito il simbolismo della spada, da lui già
trattato in questa sede, e quello del tiro con l’arco, i cui riferimenti
iniziatici sono parimenti assai notevoli.
– Dello stesso autore, in «The
Poona Orientalist» (aprile), un articolo sul simbolismo del chhatra,
ossia del parasole, e dell’ushnîsha, la quale, prima di essere la
protuberanza cranica che si osserva nelle raffigurazioni buddhistiche, è stata
in origine un turbante; i due oggetti facevano parte degli attributi della
regalità, e poiché le ragioni di tale attribuzione sono particolarmente
interessanti, ci riserviamo di tornare del pari sulla questione in un prossimo
articolo.
234
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
– Nella rivista «New Indian
Antiquary» (aprile, maggio e giugno), Ananda K. Coomaraswamy studia diversi
passi difficili e spesso mal interpretati della Katha Upanishad; nel
corso di tale esame egli affronta numerose questioni molto importanti, e noi
qui non possiamo far altro che enumerarne sommariamente alcune delle
principali: il significato reale della «Morte» (Mrityu o Yama),
nel suo aspetto superiore e nella sua identificazione con il Sole, in quanto
guardiano del passaggio chiamato esso stesso «Porta solare», e attraverso il
quale è raggiunto lo stato ultimo ed «extra-cosmico», l’«Empireo», distinto da
un «Elisio» sub-solare ancora soggetto al potere della Morte; le «tre morti»
rappresentate dalle tre notti passate da Nachikêtas (vale a dire,
secondo il significato stesso del suo nome, da «colui che non ha ancora la
conoscenza») sulla soglia della dimora di Mrityu; la corrispondenza dei
tre favori chiesti da Nachikêtas con i «tre passi di Vishnu»; il
senso preciso della parola srishti, che potrebbe essere reso con
«espressione» invece che con «emanazione», per indicare la produzione del mondo
manifestato, e l’applicazione dell’idea di «misura» (mâtrâ) all’atto
stesso di tale produzione; il significato della parola rita, che esprime
propriamente l’ordine cosmico, e con la quale la parola «ordine» (in latino ordo),
così come la parola «rito», è del resto direttamente imparentata; il simbolismo
del «ponte» (sêtu), che coincide con quello del sûtrâtmâ che
collega fra di loro tutti gli stati dell’essere; l’unione del manifestato e del
non-manifestato (vyaktâvyâkta), come «una sola essenza e due nature»,
nell’«Identità Suprema». Notiamo anche certe riflessioni fra le più giuste sul
modo in cui, nella maggior parte dei lavori degli orientalisti,
l’interpretazione dei testi è compromessa da errori di punto di vista quali lo
«storicismo» e il «naturalismo», e l’osservazione che il «pensiero» nel senso
profano del termine, e di conseguenza la «scienza» e la «filosofia» nella loro
accezione moderna, in realtà non appartengono affatto alla sfera della vita
contemplativa, la quale dipende esclusivamente dall’intelletto puro, ma
soltanto a quella della vita attiva; quest’ultima considerazione è
particolarmente interessante per ridurre al loro giusto valore le pretese di
una certa pseudo-intellettualità.
235
Studi sull’Induismo
– In «Action et Pensée»
(settembre), inizio della pubblicazione, sotto il titolo Ce que la Gîtâ peut
nous donner, di una traduzione del primo capitolo degli Essays on the
Gîtâ di Shrî Aurobindo; questi vi precisa il punto di vista dal quale
intende porsi in tale studio per esaminare la Bhagavad-Gîtâ, lasciando
da parte ciò che ha un valore in qualche modo soltanto «locale o temporaneo»,
vale a dire, in fin dei conti, quel che rappresenta solo un adattamento della
dottrina tradizionale a determinate condizioni particolari di tempo e di luogo,
per estrarne unicamente ciò che, per essere totalmente indipendente da tali
circostanze contingenti, si mantiene applicabile sempre e dappertutto; avremo
certo occasione di tornare su questo argomento quando la pubblicazione sarà
terminata. Ci chiediamo, però, perché, nella «presentazione» da cui la
traduzione è preceduta, la Bhagavad-Gîtâ sia considerata «il testo più
importante della filosofia indù»; innanzi tutto, non di «filosofia» si tratta
certamente, e poi, senza affatto contestare né diminuire la grande importanza
che essa ha per certo, dobbiamo far notare che un testo appartenente alla Smriti
è, in ogni caso, meno importante della Shruti su cui tale Smriti
si fonda, e alla quale essa è di conseguenza sempre subordinata.
236
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
1939
– «Action et Pensée» (dicembre)
termina la pubblicazione del capitolo di Shrî Aurobindo intitolato Ce que la
Gîtâ peut nous donner; l’autore vi fa notare che, anche quando vien fatta
allusione a cose che «sembrano a prima vista essere puramente locali e
temporanee», ciò nondimeno ci sono sempre «una verità e un principio più
profondi, che sono coinvolti nel tessuto del pensiero, quand’anche non siano
espressamente enunciati da parole», ciò che in fondo costituisce l’idea stessa
del Sanâtana Dharma, di cui tutte le istituzioni tradizionali non sono
che adattamenti più o meno particolari. Egli insiste inoltre sul carattere
estremamente «sintetico» dell’insegnamento della Bhagavad-Gîtâ, nella
quale «il Sânkhya e lo Yoga sono soltanto due parti convergenti
della stessa verità vêdântica, o meglio, due vie confluenti che conducono alla
realizzazione», e in cui tutte le concezioni del Divino trovano il loro posto e
si integrano nella verità totale. «La Gîtâ, egli dice, non è fatta per
servire come arma nel corso di una disputa dialettica; essa è una porta aperta
sull’intero mondo della verità e dell’esperienza spirituali; la veduta che essa
fornisce abbraccia tutte le province di questa regione suprema; essa ne traccia
la carta, ma non la suddivide in frammenti, e non erige muri né innalza
barriere che limitino la nostra visione».
– «The American Scholar»
(primavera 1939), pubblica una conferenza di Ananda K. Coomaraswamy dal titolo The
Vêdânta and Western Tradition; questa conferenza è stata tenuta davanti a
un uditorio di studenti americani che ovviamente non avevano alcuna conoscenza
delle dottrine orientali; il che significa che l’impresa non era priva di
difficoltà. L’autore vi espone per cominciare, con notevole chiarezza, le
caratteristiche essenziali della metafisica tradizionale, cosa essa è e anche
cosa non è, e insiste in modo particolare sulle differenze capitali che la
separano da tutto quel che abitualmente è chiamato «filosofia».
237
Studi sull’Induismo
Affronta poi i punti principali
della dottrina del Vêdânta e li chiarisce con paralleli tratti da altri
studi tradizionali, soprattutto da quelli dei Greci e del Cristianesimo, il cui
linguaggio dovrebbe normalmente essere più familiare per degli Occidentali, e
nello stesso tempo mette in evidenza, così procedendo, l’universalità della
tradizione. Segnaleremo in particolare le parti dell’esposizione che riguardano
l’Âtmâ e i suoi rapporti con il mondo manifestato, la «trasmigrazione»
distinta dalla «metempsicosi» e l’impossibilità della «reincarnazione», il
processo della realizzazione spirituale; nella parte che tocca quest’ultima
ritroviamo la spiegazione di alcuni dei simboli di cui abbiamo avuto
l’opportunità di parlare recentemente, quali il «raggio solare», la «sommità
dell’albero» e la «porta stretta», insieme con la distinzione tra lo stato
«elisio» e lo stato «empireo» e il passaggio dall’uno all’altro «attraverso il
Sole». In chiusura, l’autore ha cura di precisare che, in qualsiasi dottrina
tradizionale, non si tratta mai di una «ricerca», ma soltanto di una
«presentazione in modo esplicito», e che «la Verità ultima non è qualcosa che
resti da scoprire, ma qualcosa che ognuno deve comprendere per conto proprio, e
che ciascuno deve fare il lavoro da se stesso».
– Sempre di Ananda K.
Coomaraswamy, nel primo numero della nuova rivista romena «Zalmoxis», «rivista
di studi religiosi», un importante studio su The Philosophy of Mediaeval and
Oriental Art, studio che, come l’autore fa notare all’inizio, avrebbe anche
potuto ricevere il titolo di «dottrina tradizionale dell’arte», perché in
realtà può applicarsi a qualsiasi arte senza eccezioni, tranne due sole: quella
della decadenza «classica» e quella dell’epoca moderna. Nella sua esposizione
l’autore si serve dei termini stessi che erano in uso nel Medioevo, giacché è
necessario, per enunciare senza deformazioni le concezioni in questione,
conservare la precisione di un vocabolario «tecnico» che ai nostri giorni non
ha equivalenti, e corrisponde del resto a un «modo di pensare» assai diverso da
quello degli Occidentali moderni, mentre è invece assai vicino a quelli degli
Orientali, al
238
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
punto che, in questo campo, non
si possono prospettare vere equivalenze. Oggi non è più ritenuta opera d’arte
qualsiasi cosa che sia ben eseguita e in conformità con il suo impiego, ma
vengono intese come tali alcune specie particolari di cose, considerate, per di
più, nella loro maggioranza, «inutili» (ossia «prive di uso»), da cui
l’anormale separazione dell’arte e dell’industria. Sotto un altro aspetto, per
i moderni l’opera d’arte non è più qualcosa che debba innanzi tutto essere
capita intellettualmente, ma qualcosa che si rivolge unicamente alla
sensibilità (da cui l’idea di «estetica»); è da notare, a tal proposito, che se
l’arte tradizionale può esser detta «ideale» in quanto è essenzialmente
espressione di idee, ciò è in certo qual modo all’opposto del senso puramente
sentimentale che la parola «ideale» ha assunto nella nostra epoca. La
definizione dell’arte come «imitazione della Natura nel suo modo di operare»
non deve assolutamente essere intesa in un’accezione «naturalistica»: non si
tratta affatto di riprodurre l’apparenza delle cose naturali, ma al contrario
di produrre cose differenti anche se mediante un procedimento analogo a quello
della produzione delle cose naturali; ed è in ciò che l’arte è pure, nella
sfera umana, una vera imitazione dell’attività divina, con la riserva, però,
che l’artigiano umano è obbligato a servirsi di materiali già esistenti, mentre
l’«Artigiano Divino» trae i suoi materiali dalla Possibilità infinita. L’arte
deve partire da un atto di «contemplazione» (in sanscrito dhyâna)
dell’idea o dell’immagine mentale che sarà poi realizzata esteriormente, in
modo adeguato alla natura dei materiali impiegati, per mezzo di utensili che
siano il più possibile adatti, e in vista di uno scopo definito, scopo che è
l’uso stesso al quale l’oggetto prodotto è destinato; è facile riconoscere, a
tal proposito, l’applicazione all’arte della teoria delle «quattro cause», di
cui già abbiamo parlato a più riprese in occasione di altri studi sull’arte
tradizionale.
239
Studi sull’Induismo
1940
– Nello «Harvard Journal of
Asiatic Studies» (luglio), Ananda K. Coomaraswamy studia il significato di
diversi termini pâli che sono stati interpretati in modo inesatto in
pubblicazioni recenti; egli fa notare che essi non possono essere veramente
capiti se non ci si riferisce alla loro forma sanscrita e alle idee che
quest’ultima veicolava nell’ambiente al quale il Buddhismo si rivolgeva in
origine; ciò presuppone una conoscenza dei Vêda e delle Upanishad
la quale, in seguito, è troppo spesso mancata agli stessi commentatori
buddhisti. Gli «articoli» dedicati ad alcuni dei termini in questione
costituiscono un vero e proprio studio della retorica e della dialettica
buddhistiche; altri toccano in modo più diretto punti di dottrina e del
simbolismo, e ritroviamo in essi alcune delle considerazioni già espresse in
questa sede dall’autore; è in uno di questi «articoli» che si trova la nota sul
pâsa di cui parliamo, in altra parte della rivista, nel nostro articolo
sulla «cruna dell’ago».
– Nel «Visva-Bharati QuarterIy»
(febbraio-aprile), un articolo del D. P.T. Raju, dal titolo Traditionalism
and interpretation of experience, studia il punto di vista delle dottrine
indù, o del Sanâtana Dharma, riferendosi principalmente ai nostri
lavori. L’autore, pur dicendosi d’accordo con noi per quanto riguarda il
fondamento dottrinale, non vede inconvenienti nell’impiego di una parola come
«filosofia», applicata ad esempio al Vêdânta; egli sembra non aver
compreso le ragioni che ci obbligano a respingere certi termini a causa delle
idee che evocano in ragione dell’uso corrente, idee che, benché non gli si
applicassero in origine, sono da essi diventate inseparabili; alla stessa
stregua ciò vale anche per la parola «tradizionalismo», la quale, come abbiamo
spiegato, è assai lontana dall’essere un sinonimo di «spirito tradizionale», e
noi la scartiamo, per quel che ci riguarda, nel modo più assoluto. Quanto poi
al «provare la verità della tradizione con gli stessi metodi usati dal filosofo
moderno»,
240
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
come si augura l’autore nella sua
conclusione, i lettori sono abbastanza al corrente di quel che pensiamo di
questo tipo di concessioni fatte alla mentalità profana. Esse sono radicalmente
incompatibili con il carattere trascendente della dottrina tradizionale pura, e
possiamo dire, senza la minima esagerazione, che vanno nella direzione
direttamente opposta a quella di ciò che noi intendiamo realmente.
– In «Action et Pensée» (giugno),
segnaliamo un riassunto di alcune conversazioni tenute dallo Swâmî
Siddheswarânanda su La Méditation; è un peccato che l’idea di
«qualificazione» resti piuttosto vaga, senza precisazioni «tecniche», e
soprattutto che l’autore paia accettare le teorie «evoluzionistiche», o
addirittura «trasformistiche», dei moderni. È però verissimo che il «metodo è
solo un accessorio» e che «l’essenziale è la Liberazione»; ma perché il metodo
sia realmente valido e non «arbitrario», e perché possa condurre veramente allo
scopo, occorre che esso sia conforme ai dati della dottrina tradizionale, della
quale il metodo stesso non è che un’applicazione allo sviluppo delle
possibilità dell’essere umano.
– In «Action et Pensée»
(dicembre), lo Swâmî Siddheswarânanda parla di Shrî Aurobindo, a proposito
della recente pubblicazione della traduzione francese di numerosi suoi libri,
dei quali abbiamo negli ultimi tempi dato la recensione; ci pare che ci sia, nel
modo in cui le cose sono presentate, una certa tendenza a cercar di privare lo Yoga
del suo carattere propriamente indù, e la cosa è alquanto pericolosa, giacché
la maggior parte degli Occidentali non sarebbero che troppo facilmente tentati
di concludere, da ciò, che lo sviluppo spirituale può essere intrapreso e
proseguito al di fuori di ogni ricollegamento tradizionale, e questo errore è
già fin troppo diffuso perché occorra incoraggiarlo. D’altronde, volendo
mostrarsi «accomodanti» all’estremo si va talvolta al di là dell’obiettivo che
ci si era prefisso; così, quando si dice, senza dubbio per dar prova di
benevolenza, che «l’Europa possiede l’organizzazione e la gerarchia»,
241
Studi sull’Induismo
non si rischia forse di aver
l’aria di fare dell’ironia un po’ amara agli occhi di tutti coloro (e qualcuno
ce n’è pure anche fra gli Occidentali) che si rendono conto di quel che è
realmente l’epoca attuale?
– «The Art News» (n. del 17
febbraio, dedicato alle «arti nel Medioevo»), pubblica un articolo di Ananda K.
Coomaraswamy sulla «natura dell’arte medievale», articolo che fa vedere come
questa, in ciò non diversa dall’arte orientale, non possa essere compresa in
nessuno dei modi in cui lo spirito moderno considera l’arte, sia che si tratti
del punto di vista del «realismo» o di quello dell’«estetismo». Nel Medioevo
«l’arte era un genere di conoscenza in conformità con la quale l’artista
immaginava la forma o il disegno dell’opera da fare e mediante la quale
riproduceva tale forma in una materia adatta». Non esisteva a quel tempo alcuna
delle distinzioni che i moderni fanno ora tra le «belle arti» e le «arti
applicate», tra «arte pura» e «arte decorativa»; ogni opera perfetta nel suo
genere, qualsiasi fosse la sua destinazione, era con ciò stesso un’opera
d’arte, e tale perfezione non comportava mai l’aggiunta di «ornamenti» inutili
per la funzione che l’oggetto doveva avere per rispondere a un bisogno spirituale
o materiale. Per capire l’arte del Medioevo occorre prima di tutto capire lo
spirito di quell’epoca, ossia lo spirito del Cristianesimo; «se l’arte ha
potuto esser detta un linguaggio universale, non è perché le facoltà di
sensazione di tutti gli uomini permettono loro di riconoscere quel che vedono,
ma a causa del simbolismo adeguato mediante il quale il suo significato si
esprime», e del quale il simbolismo cristiano rappresenta soltanto un caso
particolare, per modo che, da queste considerazioni, si è condotti in ultima
analisi fino alla «Tradizione universale e unanime» della quale sant’Agostino
ha parlato come di «una Saggezza che non è stata “fatta”, ma che è ora quella
che sempre è stata e che sempre sarà».
– Nella «Nouvelle Revue
Française» (febbraio), Jean Grenier pubblica alcune Réflexions sur la pensée
indienne, a proposito
242
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
di qualche libro recentemente
pubblicato; queste riflessioni sono, alla stregua dei libri di cui si occupano,
caratterizzate da uno spirito molto «universitario», e si presentano come un
compendio delle reazioni degli ambienti di questo tipo nei confronti
dell’India. È comprensibile che per persone imbevute di «storicismo» debba
essere «scoraggiante», e noi diremmo addirittura «irritante», «pensare che i
più grandi uomini e i più grandi fatti dell’India siano sconosciuti e si
dispongano nel tempo a intervalli di vari secoli»; e sarà forse per ridurre a
un grado per loro accettabile questa «indeterminatezza» che questa gente cerca
sempre di diminuire il più possibile l’antichità di tali fatti? Sembra che
«siano stati gli Europei, i quali ci lavorano su da appena un secolo, ad aver
insegnato agli Indù quali sono i loro grandi uomini e le loro grandi imprese»;
per quanto riguarda le «grandi imprese», la pretesa è piuttosto stravagante;
quanto ai «grandi uomini», gli Indù non «modernizzati» ne lasciano volentieri
la superstizione agli Occidentali, incapaci di capire il valore
dell’«anonimato» tradizionale. Non insisteremo sulle riflessioni che si
riferiscono alle dottrine, le quali spesso si riducono a una pura e semplice
ammissione di incapacità a comprenderle (ad esempio: «la Vacuità è il Nulla,
secondo noi», o l’identificazione del Brahma neutro con l’«Essere»);
rileviamo però ancora, a titolo di curiosità, che l’autore crede che i
teosofisti, «per avvicinarsi agli Indù, cerchino di seguire la loro strada»,
quando invece, in realtà, la loro mentalità non è meno tipicamente occidentale
di quella degli orientalisti più «ufficiali»... E tuttavia, in mezzo a tutte
queste cose, trova spazio un’affermazione che non possiamo fare a meno di
registrare con soddisfazione: ed è che, quantunque «l’India sia stata buddhista
solo per pochissimi secoli della sua lunga storia» (e bisognerebbe ancora
specificare che non lo è mai stata per intero), «l’Europa ha conosciuto
soprattutto il Buddhismo, e l’ha conosciuto malissimo, attraverso ogni sorta di
deformazioni, a partire da Schopenhauer per arrivare fino a Deussen»; è
veramente ora che qualcuno incominci ad accorgersene!
243
Studi sull’Induismo
– Nel «Bulletin of the Museum of
Fine Arts» di Boston (aprile), Ananda K. Coomaraswamy studia uno smalto indiano
del secolo XVI che rappresenta i dieci Avâtara di Vishnu, di cui
due sono caratterizzati da dettagli dall’apparenza piuttosto rara, l’esame dei
quali è interessante dal punto di vista simbolico: il nono Avâtara è
rappresentato dalla figura di Jagannâtha, e il decimo da quella di un
cavallo senza cavaliere e munito di un parasole, condotto a mano da un
personaggio che potrebbe essere Indra, ciò che ricorderebbe le
raffigurazioni buddhistiche della «gran partenza»; sennonché, non sarebbe forse
il caso di pensare, inoltre, che questo personaggio coronato può essere quegli
che, secondo certe tradizioni, deve andare a prendere Kalki dalla
misteriosa città di Shambala? A ogni buon conto, deve essere chiaro che
gli accostamenti che si possono ritrovare tra l’iconografia indù e quella
buddhistica in realtà non fanno che «ristabilire un’unità fondamentale che era
stata velata dalla forma pseudo-storica data alla leggenda del Buddha», a
detrimento del suo significato originario e veramente profondo. Segnaliamo
inoltre, in rapporto con un altro argomento, quello del simbolismo del teatro,
l’osservazione che il termine avatarana viene usato per denominare
l’entrata in scena di un attore, «la quale è un’apparizione da dietro un
tendaggio e una “manifestazione” analoga a quella dell’Avatâra sulla
scena del mondo». La spiegazione del ruolo degli Avatâra è, com’è
risaputo, data da Krishna ad Arjuna (Bhagavad-Gîtâ, IV,
6-7), nel dialogo la cui rappresentazione, forse proprio per tale ragione,
occupa la posizione centrale nello smalto in questione, quasi che Krishna,
per «illustrare» in qualche modo le sue parole, mostrasse ad Arjuna
tutti gli altri Avatâra riuniti attorno a lui.
– Il «Lotus Bleu»
(gennaio-febbraio), contiene un articolo di G.-E. Monod-Herzen, dal titolo Tendances
modernes du Yoga, e già il titolo è abbastanza significativo; noi diremmo
piuttosto che certuni hanno voluto associare allo Yoga delle tendenze
moderne che gli sono evidentemente estranee, e l’esempio di Vivêkânanda non fa
che indicarlo fin troppo bene; quanto a
244
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
Shrî Aurobindo, veramente noi non
pensiamo che si abbia il diritto di considerarlo un «modernista», nonostante
certe ambiguità del linguaggio di cui si serve e malgrado le deplorevoli
imprudenze di qualche suo discepolo. Per altri versi, invece, val la pena di
prender nota dell’affermazione che i teosofisti hanno «un atteggiamento opposto
a quello che esigerebbe lo Yoga»; ecco, per lo meno, una verità che ci
sembra incontestabile! Un altro articolo, firmato J. Charpentier, è dedicato al
Mânava-Dharma-Shâstra e porta, per cominciare, un tentativo un po’
strano di spiegazione di certi punti ‑ in particolare l’istituzione delle caste
‑ fondato sulle teorie teosofistiche dei «livelli di evoluzione»; un po’ dopo,
però, vi troviamo qualcosa di ancor più singolare: sembra che ci sia
attualmente «una corrente di propaganda a favore delle Leggi di Manu
nell’Occidente europeo»! Ci sembra molto inverosimile, e ci chiediamo se non si
tratti invece di qualche nuova «contraffazione»; ma se anche fosse vero,
saremmo totalmente d’accordo con l’autore, il quale reputa una simile impresa
assolutamente impossibile; solo che noi la pensiamo così per ragioni
diametralmente opposte alle sue: le Leggi di Manu non sono più
applicabili non perché appartengano «a un passato che ha per noi perduto il suo
valore educativo»(?), ma perché viviamo nella confusione degli ultimi tempi del
Kali-Yuga. L’autore, il quale troppo evidentemente non conosce le leggi
cicliche, ammira il «progresso» in virtù del quale «le leggi non sono più di
origine divina» e «la scienza non è più una rivelazione»; noi al contrario
diciamo, conformemente a tutte le dottrine tradizionali, che questi sono
precisamente i sintomi più evidenti di una degenerazione profana più in basso
della quale è ben difficile cadere!
245
Studi sull’Induismo
1945-1946
– I «Cahiers du Sud» hanno
pubblicato, in giugno-luglio 1941, un voluminoso numero speciale dal titolo Mélanges
sur l’Inde; tale titolo non è forse molto felice come tale, ma bisogna
riconoscere che di fatto esprime bene il carattere del contenuto, il quale è di
fatto assai «confuso»; del resto questo è quel che quasi inevitabilmente non
può non capitare a una rivista «aperta» alla quale manchi un’unità di direzione
dottrinale. La stessa «presentazione» risente un po’ troppo di un simile
«eclettismo»; e, per ciò che ci riguarda, dobbiamo dire che, nonostante il modo
elogiativo in cui si parla di noi, ci pare di scorgere in quanto è detto una
certa incomprensione del punto di vista dal quale ci poniamo, e per di più non
siamo molto lusingati nel vedere il nostro nome accomunato a quello di taluni
altri rappresentanti di «atteggiamenti» diversi, ma tutti assai occidentali,
che con il nostro non hanno certamente niente in comune! L’articolo di
apertura, firmato da Jacques Masul e intitolato Le Message de l’Inde, è
sicuramente animato da intenzioni eccellenti, sennonché l’impressione che
lascia è quella di una certa confusione, quasi che l’autore abbia cercato con
esso di fondere insieme punti di vista differenti e difficilmente conciliabili.
La maggioranza delle traduzioni e un certo numero di articoli sono dovuti a
Jean Herbert e ai suoi collaboratori abituali; siccome gli argomenti che
trattano li ritroviamo per la maggior parte nelle sue recenti pubblicazioni,
delle quali riteniamo di poter parlare prossimamente, qui non li esamineremo
nei particolari. Fra gli altri articoli, Inde et Occident, firmato
Satyanârâyana, è un giudizio assai giusto della civiltà occidentale moderna e
dell’effetto piuttosto sgradevole che essa produce sugli Orientali che vengono
con essa a contatto per la prima volta. Un lungo Aperçu du développement
religieux et philosophique de l’Inde brâhmanique, firmato soltanto con le
iniziali G.B., in fondo non è altro, come del resto il titolo fa prevedere, che
una specie di riassunto delle concezioni orientalistiche, in ciò che esse
246
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
hanno di più contrario allo
spirito tradizionale indù. Nei «Mistères» du Yoga, lo Swâmî Pavitrânanda
ha tutte le ragioni di volersi opporre alle immaginazioni più o meno
stravaganti degli amatori di «poteri» e di «fenomeni», ma non di volervi
sostituire certe vedute di un «semplicismo» un po’ troppo moderno; e nel Fondements
philosophiques du Yoga il prof. Akshaya Kumar Banerji adotta un punto di
vista in effetti anche troppo «filosofico» per poter render ragione di cose che
in realtà sono di un ordine del tutto diverso; in tutte queste considerazioni
il carattere propriamente iniziatico dello Yoga, il quale tuttavia ne
costituisce tutto l’essenziale, è perso totalmente di vista. Noi preferiamo di
gran lunga, nel particolare campo in cui si pone, lo studio di René Daumal
intitolato Pour approcher l’art poétique hindou, il quale espone
brevemente ma chiaramente i principi generali di quest’arte. La science
d’aujourd’hui et la pensée traditionnelle de l’Inde di F. Le Lionnais, è
invero assai rudimentale e privo di nerbo, e certamente ci sarebbero state ben
altre cose da dire a questo riguardo. Per contro, l’articolo di Émile
Dermenghem su L’Inde et l’Islam è molto interessante, e l’unica cosa di
cui rammaricarsi al suo proposito è che il contesto in cui egli è obbligato a
contenersi non gli abbia permesso di dare a talune delle considerazioni che
contiene tutto lo sviluppo che avrebbero meritato. Con le Réflexions sur la
mentalité indienne dans ses rapports avec la nôtre, di Jean Gremer,
ritorniamo, per lo meno per la maggior parte di esse, alle opinioni correnti
degli orientalisti. Verso la fine del volume, sotto il titolo Au seuil de
l’Inde, Benjamin Fondane incomincia col protestare a giusta ragione contro
l’ignoranza di cui gli storici più o meno «ufficiali» della filosofia danno
prova nei confronti di molte delle antiche dottrine d’Occidente, e di quelle,
precisamente, che sarebbero maggiormente degne di interesse, cosa che sarebbe
tuttavia scusabile, a nostro parere, se si facesse notare che tali dottrine sono
di fatto al di là del punto di vista della filosofia, per lo meno come la si
intende oggi, per modo che non dovrebbero neanche figurare nella sua storia;
tutto questo, malauguratamente, soltanto per arrivare a concludere
247
Studi sull’Induismo
con la pretesa che,
contrariamente a quel che pensano gli altri collaboratori, l’Occidente non ha
nulla da invidiare all’India sotto il profilo intellettuale, quasi che, nello
stato attuale delle cose, una tradizione sempre viva potesse essere paragonata
a tradizioni morte da tempo e, per ammissione stessa dell’autore, quasi
interamente dimenticate dagli Occidentali attuali!
– «Zalmoxis», «rivista di studi
religiosi» diretta da Mircea Eliade, ha presentato due numeri, o meglio due
volumi, datati rispettivamente 1938 e 1939, i quali sono però apparsi un po’
più tardi. Il Tomo I porta lo studio di A.K. Coomaraswamy sulla Philosophy
of Mediaeval and Oriental Arts di cui abbiamo parlato a suo tempo (numero
di giugno 1939), il quale era tutto quel che avevamo conosciuto allora di
questa pubblicazione. ‑Nello stesso volume, Raffaele Pettazzoni studia Le
corps parsemé d’yeux, vale a dire i casi piuttosto numerosi, e appartenenti
a tradizioni molto diverse, di divinità o di personaggi mitologici raffigurati
con molteplici occhi. Egli riconosce giustamente che tale simbolismo è legato
all’«idea dell’onnipresenza e dell’onniscienza di Dio»; sembra però che non
veda in esso, in definitiva, se non una rappresentazione del «cielo notturno»,
poiché gli occhi li identifica con le stelle; sennonché, anche ammettendo tale
spiegazione, resterebbe ancora da domandarsi cosa simboleggi il «cielo
notturno» in sé... Aggiungeremo subito, per non aver da ritornare
sull’argomento, che nel Tomo II una annotazione di Coomaraswamy chiarisce
perfettamente le cose: questi fa osservare innanzi tutto che le forme divine di
cui si tratta in queste rappresentazioni sono tutte «solari», ciò che sta a
indicare che in realtà gli occhi corrispondono ai raggi del Sole; «dal punto di
vista della nostra molteplicità il Sole è al centro di una sfera cosmica verso
i limiti della quale i suoi innumerevoli raggi si estendono in tutte le
direzioni», ed «è per mezzo di questi raggi che egli conosce le forme espresse
verso le quali essi si protendono», ciò che rende possibile il farli simili ad
altrettanti occhi; del resto non bisogna dimenticare che «è un essere unico ad
avere una molteplicità di occhi, il cui
248
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
numero dipende dal nostro punto
di vista, e non dall’essere in sé». Coomaraswamy fa inoltre rilevare un errore
piuttosto strano che, riguardo a un passo del Talmud di Babilonia, ha fatto
confondere l’«Angelo della Morte» con Satana; in realtà si tratta di due
«entità» assolutamente distinte. ‑ In un articolo sul Culte de l’étendard
chez le Scythes et dans l’Inde, J. Przyluski osserva che talune colonne, le
quali «erano probabilmente in rapporto con l’asse cosmico», hanno qualche volta
ricevuto «il nome di dhwaja, il quale indica generalmente uno stendardo
mobile»; ma, cosa piuttosto strana dopo una constatazione del genere, sembra
non rendersi conto in modo chiaro del fatto che l’asta di qualunque stendardo è
di fatto, così come la colonna (e più in particolare la colonna isolata), un
simbolo assiale. Quanto alla questione degli «stendardi fissi» e degli
«stendardi mobili», essa ci sembra tutto sommato abbastanza chiara: lo
stendardo fisso, innalzato in genere in prossimità di un Tempio e
sufficientemente alto da «dominarlo al modo di un minareto», era un palo
esattamente accostabile a quello di uno stûpa (e, potremmo aggiungere,
anche simile a quello di un cocchio o di un’imbarcazione, tenuto conto che il
simbolismo è lo stesso in ciascuno dei casi); lo stendardo mobile (la cui asta
era quasi sempre una lancia, che è un altro simbolo assiale assai noto) in
fondo non era che un «sostituto» dello stendardo fisso, destinato ad
accompagnare gli eserciti nel corso delle campagne, cosa che però non lo
privava, evidentemente, del suo carattere di simbolo dell’«asse cosmico», così
come lo spostarsi di un santuario del pari mobile e destinato a seguire le
peregrinazioni di un popolo nomade, tale il caso del Tabernacolo degli Ebrei,
non privava questo santuario del suo carattere di immagine del «centro del
Mondo». ‑ Di un articolo di Carl Hentze sul Culte de l’ours et du tigre et
le T’ao-tié prenderemo soltanto nota senza insistervi in quest’occasione
perché ci proponiamo di tornare prossimamente sulla questione del T’ao-tié
e di altre raffigurazioni similari. ‑ Buddha and the Sun God, di
Benjamin Rowland, mette in rilievo, a proposito di un dipinto scoperto in
Afghanistan, il carattere «solare» del Buddha, carattere che
249
Studi sull’Induismo
l’iconografia evidenzia in modo
particolare, come A.K. Coomaraswamy ha fatto notare in diversi dei suoi lavori.
È interessante notare come in talune serie di scene della vita di Buddha, il
luogo della nascita sia visto come una rappresentazione di Sûrya e del
suo cocchio, cosa che evidentemente si riferisce all’idea dell’Avatâra. ‑
Un articolo di Mircea Eliade, intitolato Metallurgy, Magic and Alchemy,
non è molto più di una raccolta di fatti d’ogni genere aventi qualche rapporto
con gli argomenti indicati nel titolo, fatti dai quali non si trae nessuna
conclusione ben definita: alcuni di essi, riguardanti i fabbri, potrebbero
servire come «illustrazione » di ciò che abbiamo scritto noi a proposito della
metallurgia in un libro recente (Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi,
cap. XXII). Dobbiamo segnalare un errore veramente incredibile, il quale è però
imputabile, a quel che sembra, a R. Eisler, ed è di natura tale da far nascere
qualche dubbio sul valore dei lavori di quest’ultimo: Kaabah è inteso
come il nome della «pietra nera», cosa che non ha nessun senso, giacché tale
pietra non è per nulla cubica; ad essere chiamato «Kaabah» è l’edificio
in uno dei cui angoli essa è incastonata, perché è un edificio a forma di cubo,
e, per soprammercato, questa sedicente «pietra Kaabah» diventa poi una
«dea Kaabah», dea che non è sicuramente mai esistita! Del resto non è
molto difficile indovinare da dove provengano queste idee errate, giacché a tal
proposito viene citato un lavoro di R. Eisler intitolato Kuba‑Kybele;
malauguratamente si tratta di un accostamento non meno fantasioso di quello, da
noi incontrato da altre parti, della stessa Cibele con la «Kabbala» e con una
«cavalla»; etimologicamente, Cibele, così come Pârvati in India, altro
non è se non la «dea della montagna», e ci resta da aggiungere che, nel
simbolismo, la montagna è sempre rappresentata sotto forma conica e non cubica,
o se si vuole, in proiezione verticale, come un triangolo e non come un
quadrato. ‑ Jean Coman dedica un lungo articolo a Orphée, civilistateur de
l’humanité (noi avremmo detto, piuttosto, di una certa parte dell’umanità),
ma riesce a darne soltanto un’idea molto «edulcorata» e non risolve nessuna
questione veramente importante;
250
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
anche i passi in cui si fa
allusione ai Misteri e all’iniziazione (bisognava pure ricordarli...) non
proiettano la minima luce sul senso profondo dell’Orfismo. Curiosamente,
l’autore, parlando degli «uomini primitivi» civilizzati da Orfeo, sembra non
avere il minimo sospetto che simili uomini, più o meno selvaggi (e nel
trattarli da «cannibali» c’è forse anche un po’ di esagerazione), lungi
dall’essere «primitivi», in realtà appartenevano già all’«età del ferro». Non
ci dilungheremo su alcuni articoli «folkloristici» contenuti sia in questo
volume sia nei seguenti, perché essi hanno un carattere puramente documentario
e un interesse soprattutto locale.
– Il Tomo II di «Zalmoxis» si
apre con lo studio di A.K. Coomaraswamy su Swayamâtrinnâ: Janua Coeli,
di cui parliamo più estesamente in altra parte di questa rivista. Seguono due
articoli sul dio getico Zalmoxis, il cui nome fornisce il titolo di
questa rivista: nel primo, Carl Clemen sembra voler vedere in Zalmoxis
soprattutto un «dio della vegetazione», secondo le concezioni «naturalistiche»
fatte diventare di moda da Frazer. Nel secondo articolo, Jean Coman prende in
esame il quesito se si tratti veramente di un dio o di un «profeta», e ha
l’aria di concludere che Zalmoxis sarebbe stato all’inizio un uomo,
«divinizzato» soltanto in seguito, il che ci sembra essere in certo qual modo
un rovesciamento della realtà: in effetti, non c’è proprio nulla di
stupefacente nel fatto che il «profeta», o più esattamente il capo supremo che
era contemporaneamente «re e gran sacerdote», prima della separazione dei due
poteri, abbia ricevuto il nome del principio (indicato secondo l’etimologia più
verosimile come «Signore degli uomini», appellativo che si potrebbe accostare,
in quanto nome divino, all’espressione identica che si trova nell’ultima sûrah
del Corano) di cui era il rappresentante e che «incarnava» in certo qual modo
nel mondo umano; tale nome, applicato in questa maniera secondariamente a un
uomo, era perciò propriamente quello di una funzione, e non di un individuo, e
questo spiega come possa esserci stato, non un solo uomo, ma tutta una
successione di uomini
251
Studi sull’Induismo
dal nome di Zalmoxis.
Mircea Eliade studia, con riferimento a una pubblicazione di N. Cartojan, Les
livres populaires dans la littérature roumaine; si trovano in tale studio
sulle origini del folklore, certe riflessioni che in fondo non mancano di
giustezza, anche se il modo in cui sono espresse non è al riparo da appunti:
parlare di «laicizzazione» del «fantastico» può suonare un po’ strano, ma quando
si aggiunge che tale «laicizzazione» è una «degradazione», si capisce che si
tratta di una degenerazione dovuta alla «volgarizzazione» di qualcosa che
primitivamente era di un ordine del tutto diverso, cosa che, pur senza essere
sufficientemente precisa, è per lo meno conforme alla verità (anche se si
debbono fare riserve in merito al «fantastico», il quale, se si vuol essere
rigorosi, non assume quest’apparenza se non perché non se ne comprende più il
significato simbolico). Veramente stupefacente è invece, per chiunque possieda
qualche nozione tradizionale, che si possano tacciare di «infantilismo» leggende
come quella del «Legno della Croce», che qui trascriviamo, perché il suo
simbolismo abbastanza trasparente ci sembra essere tale da poter interessare i
nostri lettori: «Dopo che Adamo fu seppellito con la corona in testa, dalla
corona spuntò un albero, alto e meraviglioso, il cui tronco si divise in tre
grandi rami. Questi rami si riunirono, poi si separarono e si riunirono di
nuovo, e così via per sette volte. Con il legno di quest’albero fu fatta la
croce sulla quale fu crocifisso il Salvatore». Nella descrizione della crescita
di quest’albero misterioso (il quale, inutile dirlo, è essenzialmente
«assiale») non si ritrovano forse chiaramente le tre nâdî principali e i
sette chakra della tradizione indù? ‑ Sempre di Mircea Eliade, alcune Notes
sur le symbolisme aquatique, le quali però sembra che siano solamente un
inizio, giacché vi si parla esclusivamente delle conchiglie e delle perle, e
dei loro impieghi rituali fondati sul significato di «fecondità» o «fertilità»
che generalmente gli si riconosce, il quale è posto in relazione non solo con
la nascita nell’accezione abituale della parola, ma anche con la «seconda
nascita» nei riti iniziatici, e pure, in quelli funerari, con la «resurrezione»
e di conseguenza con l’immortalità.
252
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
– Nel «Journal of the American
Oriental Society» (1941), A.K. Coomaraswamy studia il significato del termine
sanscrito lîlâ, che significa propriamente «gioco», ed è applicato in
particolare all’attività divina: tale concetto è del resto lungi dall’essere
specifico dell’India, e si ritrova espresso in modo nettissimo, ad esempio, in
Eckhart e in Boehme. Platone, per quanto non descriva espressamente l’attività
divina come un gioco, dice però che noi siamo i «giocattoli» di Dio, il che può
essere illustrato dal movimento dei pezzi del gioco degli scacchi, e
soprattutto dal gioco delle marionette (il filo a cui queste ultime sono appese
e che le fa muovere è un’immagine del sûtrâtmâ di cui parliamo in altro
luogo di questa rivista). A ogni modo, il «gioco» differisce dal «lavoro» in
quanto è un’attività spontanea, non imputabile a nessun bisogno e non
comportante alcuno sforzo, caratteristiche che si applicano anche nel modo più
perfetto possibile all’attività divina; l’autore ricorda inoltre, a tal
proposito, che in origine i giochi avevano un carattere sacro e rituale. Fa poi
vedere, attraverso considerazioni linguistiche, che il prototipo simbolico di
questa concezione si trova nel movimento del fuoco o della luce, espresso dal
verbo lêlây, al quale si ricollega il termine lîlâ; il «gioco» di
una fiamma o di una luce vibrante è un simbolo adeguato della manifestazione
dello Spirito.
– Nel «Journal of Philosophy» (24
settembre 1942), A.K. Coomaraswamy ritorna sull’argomento precedente in una
nota che porta il titolo Play and Seriousness: lo Spirito, o «Sé», non è
influenzato dalla sorte dei veicoli di ordine diverso per mezzo dei quali si
manifesta, e ciò comporta naturalmente, per chi ne abbia coscienza, il
disinteresse o il distacco nei confronti dell’azione e dei suoi frutti, nel senso
indicato dalla Bhagavad-Gîtâ; ma se tale disinteresse ci induce a
considerare la vita come un gioco, sarebbe un errore voler opporre questo
atteggiamento alla «serietà» che caratterizza il lavoro. Nel gioco non c’è da
guadagnare che «il piacere che perfeziona l’operazione», e anche la
comprensione di ciò che, in realtà, costituisce propriamente un rito; ma questo
non significa che dobbiamo giocare
253
Studi sull’Induismo
con noncuranza, atteggiamento che
si accorda solo con il punto di vista profano e anormale dei moderni, i quali
considerano i giochi insignificanti in sé. Noi rappresentiamo un ruolo che è
determinato dalla nostra natura propria, e la nostra unica preoccupazione
dev’essere quella di rappresentarlo bene, senza badare al risultato; l’attività
divina è detta essere un «gioco» perché non può avere come fine una qualsiasi
utilità, ed è nello stesso senso che la nostra vita può anch’essa diventare un
gioco; ma a tale livello il «gioco» e il «lavoro» non si possono più
distinguere l’uno dall’altro.
– Nella stessa rivista,
segnaleremo anche un articolo intitolato The Postulate of an Impoverished
Reality e firmato Iredell Jenkins, nel quale troviamo dei modi di vedere
che concordano in maniera singolare con quelli da noi stessi esposti: il
postulato che domina lo spirito moderno è quello di una pretesa «semplicità»
della natura, e corrisponde alla concezione cartesiana delle idee «chiare e
distinte»; esso è del resto comune sia ai razionalisti, sia agli empiristi;
l’«impoverimento della realtà», che è una delle sue conseguenze, è la riduzione
di ogni cosa al punto di vista quantitativo. Tale postulato comporta innanzi
tutto la negazione di una sfera dell’essere distinta da quella del divenire:
per coloro che condividono questo postulato il mondo fisico è un tutto completo
e sufficiente a se stesso, e da qui discendono la concezione meccanicistica e
materialistica della natura, e anche la negazione di qualsiasi finalità.
Imponendosi alla mentalità generale, tale concezione ha avuto come risultato
l’instaurarsi di un vero e proprio materialismo di fatto, perfino in coloro che
ancora ammettono teoricamente l’esistenza di un qualcosa d’altro ordine, ma
praticamente lo considerano inconoscibile, e di conseguenza trascurabile:
l’autore non dimentica di indicare quale parte abbia la suggestione nella
diffusione di un simile modo di pensare e di reagire, anche se forse non si
spinge abbastanza avanti in questa direzione, visto che sembra non chiedersi se
coloro che propagano e «popolarizzano» questa concezione ristrettamente
limitata della realtà, e dei quali non mette del
254
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
resto in dubbio la buona fede,
siano essi stessi suggestionati prima di suggestionare a loro volta gli altri:
i veri «architetti del pensiero moderno» indubbiamente non sono quelli che si
fanno vedere all’esterno in questo modo... Comunque stiano le cose, esse sono
arrivate a un punto tale che la stessa esperienza non è più riconosciuta valida
se non nella misura in cui si accorda con il postulato della «realtà
impoverita», postulato nel quale è sicuramente giustissimo vedere la causa
principale dell’incapacità del pensiero moderno a dare una vera spiegazione di
checchessia. Aggiungeremo che, se non ci si limitasse al solo campo della
filosofia, si potrebbero scoprire ben altre applicazioni dello stesso
postulato, le quali confermerebbero tutte, e rinforzerebbero, tale conclusione;
in effetti, questo «impoverimento», il quale tende a svuotare ogni cosa del suo
significato, non è forse in fondo, e principalmente, quel che caratterizza
essenzialmente proprio il punto di vista profano in tutta la sua generalità?
– Nella rivista «Asia and the
Americas» (marzo 1945), un articolo di A.K. Coomaraswamy dal titolo Am I my
Brother’s Keeper? è un’eccellente critica del modo in cui gli Occidentali
moderni pretendono imporre dappertutto quella che chiamano «la civiltà».
Coomaraswamy vi denuncia con energia, citando in appoggio buon numero di
opinioni concordanti, le malefatte di quell’«occidentalizzazione» che si fa
sempre più invadente in ogni campo, e il cui scopo non è se non la distruzione
di tutto quel che ha un valore realmente qualitativo per sostituirlo con ciò
che corrisponde al suo proprio «ideale» esclusivamente quantitativo e
materiale, al punto che non è una esagerazione indicarla come un vero e proprio
«assassinio». Non è certo attraverso una qualsivoglia «propaganda», mirante a
un’uniformizzazione esteriore, che potrà mai ottenersi un reale avvicinamento
tra i popoli, e più particolarmente tra l’Oriente e l’Occidente, ben al
contrario; questo risultato si potrà ottenere solo attraverso un accordo sul
principi, e sono precisamente i principi che, sotto ogni angolo visuale, fanno
totalmente difetto alla civiltà occidentale moderna.
255
Studi sull’Induismo
– Nella stessa rivista (febbraio
1944), A.K. Coomaraswamy, intitolando il suo scritto The Bugbear of Literacy,
ritorna più in particolare su quell’aspetto del proselitismo occidentale che,
prendendo le mosse dal pregiudizio secondo il quale la «cultura» consiste
anzitutto nel saper leggere e scrivere, vuole imporre al popoli più diversi un
certo tipo di istruzione elementare e uniforme che per loro non potrebbe avere
il minimo valore perché è in realtà strettamente legata alle speciali
condizioni di civiltà quantitativa dell’Occidente moderno. Anche questo è un
mezzo per distruggere le civiltà che si fondano su basi completamente diverse,
facendo scomparire più o meno rapidamente tutto quel che è sempre stato oggetto
di una trasmissione orale, vale a dire, di fatto, quel che ne costituisce tutto
l’essenziale. Lungi dal contribuire a una comprensione reale e almeno un po’
profonda di una qualche verità, l’«educazione» europea produce soltanto uomini
totalmente ignoranti della loro tradizione (e in definitiva proprio contro la
tradizione in tutte le sue forme è necessariamente rivolta ogni intrapresa
specificamente moderna); per cui, nella maggior parte dei casi, è solamente
negli «illetterati», o in quelli che gli Occidentali e gli «occidentalizzati»
considerano tali, che è ancora possibile trovare la vera «cultura» (se è
permesso servirsi di tale parola in un senso diverso da quello tutto profano
che le si dà in genere) di questo o di quel popolo..., prima che sia troppo
tardi e che il dilagare dell’Occidente abbia finito col rovinare tutto.
L’autore fa un interessante accostamento tra il reale significato della
trasmissione orale e la dottrina platonica della «reminiscenza», e mette
inoltre in evidenza, con appropriati esempi, fino a qual punto il valore simbolico
e universale del linguaggio tradizionale sfugga ai moderni e sia estraneo al
loro punto di vista «letterario», il quale riduce le «figure di pensiero» a non
essere più che semplici «figure di parole».
– Nel «New Indian Antiquari»
(dicembre 1939), in un articolo intitolato The Reinterpretation of Buddhism,
A.K. Coomaraswamy esamina alcuni dei principali punti riguardo ai quali deve
essere rettificata la concezione che ci si era fatta finora del
256
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
Buddhismo, il quale del resto fu
tanto ammirato in Europa soltanto perché era stato molto mal capito. La Rhys
Davids ha contribuito con i suoi libri recenti a tale rettificazione, in
particolare per ciò che riguarda l’interpretazione di anattâ, che non
implica affatto una negazione dell’Âtmâ come così spesso è stato
preteso, ma che non può veramente capirsi se non in virtù della distinzione tra
il «Grande Âtmâ» e il «piccolo âtmâ», vale a dire in fondo tra il
«Sé» e l’«io» (quali che siano i termini che si preferirà adottare per
indicarli nelle lingue occidentali, e fra i quali quello di «anima» è da
evitare soprattutto, in quanto provoca innumerevoli confusioni); ed è solo del
secondo che si nega che possieda una realtà essenziale e permanente. Quando si dice
dell’individualità, intesa sia nella sua parte psichica, sia nella sua parte
corporea, che essa «non è il Sé», già questo presuppone che un «Sé» ci sia,
«Sé» che è l’essere vero e spirituale, completamente distinto e indipendente da
quel composto che gli serve soltanto come veicolo temporaneo, e del quale esso
non è affatto uno degli elementi componenti; e in ciò, in fondo, il Buddhismo
non differisce assolutamente dal Brâhmanesimo. Di conseguenza, lo stato dell’arhat,
il quale è liberato dall’«Io» o «piccolo âtmâ », non dovrà in alcun modo
essere considerato come un «annichilimento» (cosa del resto propriamente
inconcepibile); egli ha cessato di essere «qualcuno», ma, proprio a causa di
ciò egli «è», puramente e semplicemente; è anche vero che egli non è «da
nessuna parte» (e qui la Rhys Davids sembra essersi sbagliata sul senso in cui
ciò va inteso), ma perché il «Sé» non può evidentemente esser soggetto allo
spazio, così come non può essere soggetto alla quantità o a nessun’altra
condizione speciale di esistenza. Un’altra conseguenza importante è che, tanto
nel Buddhismo quanto nel Brâhmanesimo, non vi può esser posto per una «pretesa
reincarnazione»: l’«io», essendo transitorio e impermanente, cessa di esistere
con la dissoluzione del composto che lo costituiva, quindi non vi è nulla che
possa realmente «reincarnarsi»; soltanto lo «Spirito» può essere concepito in
quanto «trasmigrante», o come passante da un’«abitazione» all’altra, ma ciò
precisamente perché esso è, in sé, essenzialmente
257
Studi sull’Induismo
indipendente da qualsiasi
individualità e da ogni stato contingente. ‑ Lo studio termina con un esame del
significato della parola bhû, termine a proposito del cui senso la Rhys
Davids ha insistito troppo esclusivamente sull’idea di «divenire», anche se
tale idea è spesso contenuta in essa di fatto, e del significato della parola jhânâ
(dhyânâ in sanscrito), significato che non è quello di «meditazione», ma
di «contemplazione», e che, essendo uno stato essenzialmente attivo, non ha
nulla in comune con una qualsivoglia «esperienza mistica».
– Il «New Indian Antiquary»
(aprile 1940) ha pubblicato un importante studio di A.K. Coomaraswamy, dal
titolo Âkimchannâ: selfnaughting, il quale si riferisce nuovamente a un
argomento connesso con la questione dell’anattâ, e ne tratta soprattutto
sotto la luce del parallelismo che esiste, a tal proposito, tra le dottrine
buddhistica e cristiana. L’uomo ha due âtmâ, nel senso che è stato
precedentemente indicato, uno razionale e mortale, l’altro spirituale e
assolutamente non condizionato dal tempo e dallo spazio; è il primo che deve
essere «annientato», ovverosia l’uomo deve riuscire a liberarsene attraverso la
conoscenza stessa della sua vera natura. Il nostro essere reale non è
assolutamente impegnato nelle operazioni del pensiero discorsivo e della conoscenza
empirica (con le quali la filosofia vuole in genere provare la validità della
nostra coscienza d’essere, il che è propriamente antimetafisico); ed è a questo
«spirito» soltanto, distinto dal corpo e dall’anima, vale a dire da tutto quel
che è fenomenico e formale, che la tradizione riconosce una libertà assoluta,
la quale, esercitandosi tanto nei confronti del tempo quanto in quelli dello
spazio, comporta necessariamente l’immortalità. Non possiamo riassumere le
numerose citazioni che comprovano nella maniera più decisa possibile che tale
dottrina è tanto cristiana quanto buddhistica (di fatto si può dire che essa è
universale), né i testi che precisano più particolarmente la concezione di âkimchannâ
nella sua forma buddhistica; segnaleremo soltanto che l’anonimato è considerato
come un aspetto essenziale di âkimchannâ, il che è direttamente in
rapporto con
258
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
quel che noi stessi abbiamo
esposto (Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, cap. IX, in cui
abbiamo del resto ricordato l’articolo di cui qui parliamo) circa il
significato superiore dell’anonimato e sul suo ruolo nelle civiltà
tradizionali.
– Sempre nel «New Indian
Antiquary» (giugno 1943), lo stesso autore, in un articolo su Unâtiriktan
and Atyarichyata, fa vedere, attraverso lo studio del significato di questi
termini e dell’uso che di essi si fa nel testi vêdici, che Prajâpati, in
quanto Produttore e Reggitore degli esseri manifestati, dev’essere considerato
come «una riunione di principi congiunti, maschile e femminile», che vengono
rappresentati simbolicamente come un «pieno» e un «vuoto», e sono inoltre posti
in corrispondenza con il Sole e con la Luna. In particolare, ciò deve essere
messo in relazione con il simbolismo del «vaso ricolmo» o «cornucopia»,
del quale una delle forme è il Graal, e il cui carattere «solare» si manifesta
in modo più particolare nel rituale indù.
– Nella «Review of Religion»
(novembre 1941), A.K. Coomaraswamy dedica una «Nota» a The «E» at Delphi,
che egli spiega in relazione con i riti iniziatici e con la domanda «chi sei?»
posta a colui che si presenta alla «porta solare». Il «Conosci te stesso» (gnôthi
seauton) dev’essere interpretato, a tal proposito, come un’espressione
indiretta di tale domanda posta da Apollo, o dio «solare», e la E,
equivalente all’ei secondo Plutarco, fornisce la risposta in forma
enigmatica: «Tu sei», ossia: «Quel che Tu sei (il Sole), io sono»; nessun’altra
vera risposta potrebbe in effetti venir data da chiunque sia, com’è detto nel Jaiminiya
Upanishad Brâhmana (I, 6, 1), «qualificato per entrare in unione con il
Sole».
– Nella stessa rivista (gennaio
1942), in uno scritto dal titolo Eastern Religions and Western Thought,
A.K. Coomaraswamy, a proposito di un volume pubblicato da Sir S. Radhakrishnan,
mette in evidenza le concordanze esistenti fra tutte le forme della tradizione,
orientali o occidentali, le quali sono cosiffatte
259
Studi sull’Induismo
che i testi di qualsivoglia
«dialetto del linguaggio dello spirito» possono essere usati per spiegare e
chiarire quelli di un altro di essi, indipendentemente da qualsiasi
considerazione di tempo o di luogo. Nella stessa occasione egli fa inoltre
vedere, servendosi di esempi che vertono su punti precisi, che Sir S.
Radhakrishnan ha purtroppo, «per educazione o per temperamento, una mentalità
molto più europea che indiana», mentalità che lo spinge fino ad accettare senza
esitare l’idea moderna di «progresso» con tutte le sue conseguenze, e a voler
spiegare cose come l’organizzazione delle caste non in base alla dottrina indù,
ma servendosi delle attuali teorie «sociologiche». Occorre non dimenticare che
ciò che distingue l’Oriente dall’Occidente moderno è che «l’Oriente conserva
ancora coscientemente le basi metafisiche della vita, mentre l’Occidente
moderno non conosce la metafisica tradizionale (che confonde con la
«filosofia», come lo stesso Radhakrishnan), ed è nello stesso tempo attivamente
e coscientemente antitradizionale.
– Ancora nella stessa rivista
(novembre 1942), On being in One’s Right Mind, sempre di A.K.
Coomaraswamy, è una spiegazione del vero significato del termine greco metanoia,
che viene continuamente reso, in modo insufficiente, con «pentimento», mentre
esprime in realtà un cambiamento di noûs, vale a dire una metamorfosi
intellettuale. È questo, in fondo, il significato originario anche della parola
«conversione», la quale implica una sorta di «rovesciamento» la cui portata va
molto al di là della sfera semplicemente «morale» nella quale si è presa
l’abitudine di confinarla in modo pressoché esclusivo; metanoia è una
trasformazione dell’intero essere, in occasione del passaggio «dal pensiero
umano alla comprensione divina». Tutte le dottrine tradizionali mostrano come
il «mentale» nell’uomo sia duplice, a seconda di come è considerato: o rivolto
verso le cose sensibili, che è il mentale inteso nel suo senso abituale e
individuale, o trasposto in un senso superiore, senso secondo il quale esso fa
tutt’uno con l’hêgemôn di Platone o con l’antaryâmî della
tradizione indù; e la metanoia è in modo proprio il passaggio
260
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
cosciente dall’uno all’altro,
passaggio che ha in qualche modo come risultato la nascita di un «uomo nuovo»;
e la nozione e la necessità di una simile metanoia sono, sotto
formulazioni diverse ma in realtà equivalenti, affermate all’unanimità da tutte
le tradizioni.
– Nello «Harvard Journal of
Asiatic Studies» (febbraio 1942), A.K. Coomaraswamy ha pubblicato un importante
studio dal titolo Âtmâyajna: Self-sacrifice, la cui idea principale,
comprovata da molteplici riferimenti ai testi tradizionali, è, come già si sarà
potuto capire dalle citazioni che ne facciamo in altre sedi, che ogni
sacrificio è in realtà un «sacrificio di se stessi», per identificazione del sacrificatore
con la vittima o con l’oblazione. Sotto un altro aspetto, poiché il sacrificio
è l’atto rituale per eccellenza, tutti gli altri partecipano della sua natura e
in certo qual modo si integrano ad esso, cosicché è il sacrificio che determina
necessariamente tutto l’insieme della struttura di una società tradizionale,
nella quale tutto può essere considerato costituire un vero e proprio
sacrificio perpetuo. In questa interpretazione sacrificale della vita, gli
atti, avendo un significato essenzialmente simbolico, devono essere trattati
come supporti di contemplazione (dhiyâlamba), il che presuppone che ogni
pratica comporti e includa una teoria corrispondente. Non è possibile
riassumere tutto quel che vien detto, in tale occasione, sull’Agnihotra,
sul Soma, sull’«uccisione del Drago» (che simboleggia la presa di potere
del «Sé» sull’«io»), sul significato di taluni termini tecnici importanti, sul
sopravvivere «folkloristico» dei riti tradizionali, e su molte altre questioni.
Ci limiteremo a citare alcuni passi che si riferiscono più particolarmente alla
concezione tradizionale dell’azione: «Qualsiasi tipo di atto è ridotto al suo
paradigma o archetipo, e ricondotto di conseguenza a Colui dal quale ogni
azione procede; quando sia stata superata la nozione “colui che agisce sono io»
e gli atti non siano più “nostri”, quando non siamo più “qualcuno”, è allora
che ciò che è fatto non può più influire sulla nostra essenza, così come non
influisce sull’essenza di Colui di cui noi siamo gli
261
Studi sull’Induismo
organi; è soltanto in questo
senso, e non cercando vanamente di non far nulla, che la catena delle cause del
destino può essere frantumata […] Anche se in ultima analisi il sacrificio è
un’operazione interiore, ciò non comporta nessun deprezzamento degli atti
fisici che sono il supporto della contemplazione. La priorità della vita
contemplativa non distrugge la validità reale della vita attiva, così come,
nell’arte, la supremazia dell’actus primus libero e immaginativo non
sopprime l’utilità dell’actus secundus manuale [...] Resta vero che,
come sostiene il Vêdânta, nessun mezzo è in grado di far raggiungere
all’uomo il suo fine ultimo, ma non bisogna mai dimenticare che i mezzi
preparano l’uomo a tale fine».
– Nella stessa rivista (agosto
1944), uno studio di Doña Luisa Coomaraswamy, The Perilous Bridge of Welfare,
si riferisce, come indicato dal titolo, al simbolismo del ponte, il quale,
sotto questa o quella forma, si ritrova in tutte le tradizioni. Per il momento
ci limitiamo a ricordarlo senza esaminarlo da vicino perché, siccome abbiamo
intenzione di dedicare all’argomento un articolo speciale, avremo con ciò
l’occasione di ritornare più estesamente su di esso.
‑ Il «Journal of the American
Oriental Society» (supplemento al n. di aprile-giugno 1944) ha pubblicato due
studi di A.K. Coomaraswamy, di cui il primo si intitola: Recollection,
Indian and Platonic; si tratta della «reminiscenza» platonica e del suo
equivalente nelle tradizioni indù e buddhistica. Tale dottrina, secondo la
quale quel che noi chiamiamo «apprendere» è in realtà un «ricordarsi», implica
che la nostra «conoscenza» altro non sia che una partecipazione all’Onniscienza
di un principio spirituale immanente, così come il bello è tale per
partecipazione alla Bellezza, e ogni essere una partecipazione all’Essere puro.
Questa onniscienza è un correlativo dell’onnipresenza intemporale; non si
dovrebbe perciò parlare di una «prescienza» del futuro in quanto tale, dalla
quale il nostro destino sarebbe arbitrariamente decretato, ed è da questa falsa
concezione che
262
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
provengono tutte le confusioni
che hanno corso sull’argomento. Non si tratta, in queste condizioni, né di una
conoscenza del futuro, né di una conoscenza del passato, ma soltanto di un
«adesso»; l’esperienza della durata è incompatibile con l’onniscienza, e questa
è la ragione per cui l’«io» empirico è incapace di quest’ultima. Del resto,
nella misura in cui siamo capaci di identificarci con il «Sé» onnisciente, ci
eleviamo al di sopra dei concatenamenti di avvenimenti che costituiscono il
destino; di conseguenza, questa dottrina della conoscenza per partecipazione è
inseparabilmente legata alla possibilità di liberazione dalle coppie degli
opposti, di cui il passato e il futuro, il «qui» e il «là», non sono che casi
particolari. Come disse Nicola Cusano, «il muro del Paradiso in cui Dio risiede
è fatto di tali contrari, fra i quali passa la via stretta che ne permette
l’accesso»; in altri termini, la nostra via passa per l’«adesso» e per l’«in
nessun luogo» dei quali non è possibile nessuna esperienza empirica, ma
l’esistere della «reminiscenza» ci assicura che la Via è aperta a coloro che
comprendono la Verità. ‑ Il secondo studio, On the One and Only Transmigrant
è in certo qual modo una spiegazione della parola di Shankarâchârya secondo cui
«veramente non c’è altro trasmigratore (samsârî) se non Îshwara».
Il processo dell’esistenza contingente o del divenire, in qualsiasi mondo si
voglia, è una «reiterazione di morte e nascita»; la Liberazione (Moksha)
è propriamente la liberazione da tale divenire. Nella dottrina tradizionale non
si parla assolutamente di«reincarnazione», a meno di non voler semplicemente
intendere con tale termine la trasmissione degli elementi dell’«io» individuale
e temporale dal padre ai suoi discendenti. La trasmigrazione è cosa del tutto
diversa: quando un essere muore, il «Sé», che è d’ordine universale, trasmigra
(samsarati), ossia continua ad animare esistenze contingenti, le cui
forme sono predeterminate dal concatenamento delle cause mediate. La
Liberazione non è per il nostro «io», ma per quel «Sé» che non diventa mai
«qualcuno», vale a dire che essa non è per noi se non quando noi non siamo più
noi stessi, come individui, ma abbiamo realizzato l’identità espressa dalla
formula upanishadica «tu sei
263
Studi sull’Induismo
Quello» (Tat twam asî).
Questa dottrina, del resto, non è specifica dell’India, come mostrano numerosi
testi appartenenti ad altre forme tradizionali; in questo caso, come in quello
della «reminiscenza», si tratta di una dottrina che fa veramente parte della
tradizione universale.
– Ci sono stati fatti pervenire
alcuni numeri di una rivista intitolata «France-Orient», che si pubblica in
India, e nella quale, in mezzo ad articoli per la più gran parte esclusivamente
letterari o addirittura politici, abbiamo avuto la sorpresa di trovarne, sotto
la rubrica «Lettere orientali», qualcuno che presenta un carattere tutto
diverso. Intendiamo parlare soprattutto degli articoli firmati Alain Daniélou
che fanno riferimento alle scienze e alle arti tradizionali dell’India, e nei
quali, senza toccare direttamente l’aspetto metafisico vero e proprio della
dottrina, l’autore dà prova di possedere conoscenze assai interessanti e si
ispira a uno spirito veramente tradizionale. Nella Science des symboles et
les principes de l’art religieux hindoue (ottobre 1944), egli insiste sulla
necessità «per capire i fondamenti dell’arte tradizionale indù, di conoscere
preventivamente il significato dei simboli da essa usati»; e tale comprensione
«comporta una conoscenza profonda delle leggi che reggono l’Universo». Dopo
aver spiegato come la scienza dei simboli «faccia parte dell’interpretazione
cosmologica dei testi vêdici», il Daniélou porta diversi esempi della sua
applicazione all’iconografia, e fra questi la descrizione di Kâli, la
quale è, come egli dice, «una delle deità indù quasi sempre mal capite». ‑
Nella Théorie hindoue de l’expression musicale (dicembre 1944), A.
Daniélou, dopo aver spiegato l’incompatibilità di tipo tecnico esistente tra la
musica modale e la musica armonica, fornisce una panoramica degli effetti che
si possono ottenere con la prima, ivi compresa un’applicazione terapeutica.
«Come tutte le scienze indù, la scienza musicale è essenzialmente
l’applicazione al mondo dei suoni di una teoria metafisica dei numeri e delle
loro corrispondenze; la teoria musicale indù è sperimentale soltanto nelle sue
limitazioni, mai nei suoi principi». Vengono poi alcune
264
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
considerazioni particolarmente
degne di menzione sulla «spirale dei suoni» e sulla teoria delle shruti,
oltre che sul principio delle corrispondenze, in virtù della cui utilizzazione
«la scienza indù dei suoni sorpassa di gran lunga la scienza moderna». Sembra
del resto che l’autore si sia «specializzato» soprattutto nello studio della
musica orientale, inteso che nella rivista si annuncia la pubblicazione di un
suo lavoro, dal titolo Introduction a l’étude des gammes musicales, che
si basa sugli stessi principi tradizionali. La danse classique hindoue
(febbraio 1945) espone succintamente i principi di quest’arte secondo il Nâtya-Shâstra
e l’Abhinaya-Darpana. ‑ L’alphabet sanscrit et la langue universelle
(aprile-maggio 1945) è forse il più importante degli articoli del Daniélou, o
per lo meno di quelli di cui siamo venuti a conoscenza, perché porta dati
veramente inediti sul Mahêshwara Sûtra e sul valore simbolico delle
lettere del l’alfabeto sanscrito. Non possiamo pensare di riassumerlo in questa
sede, e ci accontenteremo quindi di segnalare le considerazioni sulla
manifestazione della parola, la quale «riproduce il processo stesso della manifestazione
universale», e sulla «lingua vera», costituita da «suoni i cui rapporti formano
una rappresentazione esatta, in modo vibratorio, di taluni principi, di talune
entità cosmiche che, scendendo gradualmente nel manifestato, si suddividono indefinitamente
in “parole”, corrispondendo esattamente alle forme mutevoli del mondo
naturale»; «questa lingua vera rimane sempre il metro sul quale possono
misurarsi le lingue parlate che ne sono le forme più o meno corrotte, e che non
sono belle e intelligibili se non nella misura in cui rimangono in accordo con
i principi della lingua originaria, che gli Indù identificano nella forma della
“Conoscenza Eterna”, il Vêda». Da rammaricarsi soltanto che, spinto
dall’idea, peraltro giustissima in sé, che i principi sono applicabili a tutte
le lingue, l’autore abbia creduto di potere, verso la fine dell’articolo, dare
qualche esempio preso dalle lingue occidentali moderne, di cui alcuni sono
corretti solo per la ragione assai semplice che si tratta di parole che hanno
realmente, dal punto di vista etimologico, la stessa radice delle parole
sanscrite corrispondenti (cosa
265
Studi sull’Induismo
di cui non sembra essersi
accorto), ma di cui altre sono più che contestabili e addirittura si fondano
soltanto su diverse confusioni (ad esempio tra gli elementi secondari delle
parole composte e la loro parte essenziale). Volendo mettersi al riparo da ogni
«fantasia» non si sarà mai troppo prudenti quando si tratta di applicare certi
principi tradizionali a lingue che, come quelle occidentali moderne, sono sotto
ogni aspetto le più lontane possibile da quelle tradizionali; resta tuttavia
inteso che questa riserva su un punto particolare non sminuisce assolutamente
il valore del resto di questo notevole studio.
– Sempre nella stessa rivista
(giugno 1945), un articolo pubblicato con la firma di Shrî Aurobindo ci ha
procurato una penosa sorpresa; diciamo solamente «con la sua firma», perché,
fino a quando non saremo meglio informati, ci rifiutiamo di credere che provenga
realmente da lui, e preferiamo supporre che si tratti solo di un
«arrangiamento», se così si può dire, da imputare all’iniziativa di qualche
discepolo mal disposto. Di fatto, tale articolo, intitolato La Société et la
spiritualité, non contiene praticamente che delle deplorevoli banalità
«progressistiche» e, se non fosse perché qua e là si trovano in esso dei
termini sanscriti, darebbe l’impressione quasi esatta di un sermone di qualche
pastore «liberal-protestante» imbevuto di tutte le idee moderne! Sennonché, per
dire tutto quel che pensiamo, è da un pezzo che ci chiediamo quale possa essere
in realtà la vera parte di Shrî Aurobindo in tutto quel che si fa comparire
sotto il suo nome.
266
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
1947
– Nel «Journal of American
Folklore» (1944), A.K. Coomaraswamy ha fatto apparire A Note on the
Stickfast Motif: si tratta di storie o racconti simbolici, molti dei quali
si trovano nei testi buddhistici e in particolare nel Jâtaka, in cui un
oggetto cosparso di vischio o qualche altra trappola dello stesso genere (la
quale talvolta è, o sembra, animata) è disposta da un cacciatore che
rappresenta la Morte; l’essere che si fa catturare da una simile trappola è in
genere attirato ad essa dalla sete o da qualche altro desiderio che lo spinge a
errare in un terreno che non è il suo, e che raffigura l’attrazione per le cose
sensibili. L’autore fa vedere, attraverso diversi accostamenti, che una storia
di questo tipo può benissimo essere esistita in India ben prima che vi
rivestisse la sua forma specificamente buddhistica, e che essa potrebbe anche
aver avuto in India la sua origine, quantunque non sia detto che le cose siano
andate in modo sicuro così e che si possa anche ammettere che, da qualche fonte
preistorica comune, essa si sia diffusa sia in India sia altrove; ma ciò che in
tutti i casi bisogna dare come assodato, è che lo storico dei «motivi», perché
siano valide le sue investigazioni, non deve soltanto tener conto della loro
«lettera» o della loro forma esteriore, ma anche del loro «spirito», vale a
dire del loro reale significato il che, sfortunatamente, troppo spesso sembrano
dimenticare i «folkloristi».
– Dello stesso autore, in
«Motive» (maggio 1944), un articolo intitolato Paths that lead to the same
Summit, che porta inoltre il sottotitolo Some Observations on
Comparative Religion: egli fa inizialmente vedere quali siano le cause che,
nello studio comparato delle religioni quale si intende oggi, si oppongono
nella maggior parte dei casi a qualsiasi vera comprensione, sia che questo
studio venga effettuato da qualcuno che tiene la propria per la sola vera
religione, sia, al contrario, da qualcuno che della religione ha una concezione
semplicemente
267
Studi sull’Induismo
«etica» e non dottrinale. Lo
scopo essenziale di tale studio dovrebbe essere quello di permettere di
riconoscere l’equivalenza delle formulazioni, differenti in apparenza e in
qualche modo accidentalmente, che si incontrano nelle diverse forme tradizionali,
cosa che fornirebbe agli aderenti rispettivi di queste ultime una base
immediata di intesa e di cooperazione attraverso il riconoscimento dei loro
principi comuni; è però sottinteso che simile atteggiamento non dovrebbe essere
confuso con quella che si è convenuto di chiamare «tolleranza», che in fondo
non è se non indifferenza nei confronti della verità. Sotto un altro profilo,
un’intesa simile implicherebbe naturalmente la rinuncia a qualsiasi
proselitismo e a ogni attività «missionaria» com’è attualmente concepita; del
resto, la sola «conversione» vera, della quale tutti hanno in modo eguale
bisogno, è la metanoia intesa nel suo senso originario di metamorfosi
intellettuale, la quale non porta da una forma di credenza a un’altra, bensì
dall’umano al divino. Seguono poi alcuni esempi caratteristici dei punti di
vista espressi da antichi e da altri «non cristiani» parlando di religioni
diverse dalla propria, esempi che forniscono la testimonianza di una ugual
comprensione di tali forme diverse; e Coomaraswamy fa inoltre vedere quale
profitto lo studioso di «religioni comparate» potrebbe e dovrebbe trarre, per
la comprensione stessa della propria religione, dal riconoscimento di dottrine
similari espresse in un altro linguaggio e con mezzi che possono sembrargli
strani. «Esistono sentieri numerosi che portano alla cima di una sola montagna;
le loro differenze sono tanto più vistose quanto più si è in basso, ma in cima
scompaiono; ciascuno imbocca naturalmente quello che parte dal punto in cui
egli si trova; chi gira intorno alla montagna per cercarne un altro non procede
nella sua ascensione».
– In una serie di annotazioni
intitolate Some Sources of Buddhist Iconography (Dr. B.C. Law Volume,
Part I), A.K. Coomaraswamy fornisce alcuni nuovi esempi della conformità di
tale iconografia con il simbolismo indù anteriore al Buddhismo. La
rappresentazione del Buddha come «pilastro di fuoco»
268
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
è in stretto rapporto con la
descrizione di Brahma quale «Albero della Vita», che è pure un
«cespuglio ardente»; tale pilastro assiale, sostenente il Cielo, è naturalmente
anche un simbolo di Agni e «non c’è dubbio che le rappresentazioni di un
pilastro o di un albero di fuoco sostenuto da un loto siano in definitiva
fondate sul testi vêdici che si riferiscono alla nascita unica e archetipale di
Agni Vanaspati, ovvero l’albero dai mille rami, nato dal loto». ‑
Il prototipo della vittoria del Buddha nella sua disputa contro Kassapa, la cui
legna destinata al fuoco sacrificale non vuole bruciare mentre la sua si
infiamma subito, si trova nella Taittirîya Samhîtâ (II, 5, 8). ‑ La
fiamma sul capo di un Buddha ha la sua spiegazione in questo passo della Bhagavad-Gîtâ
(XIV, II): «Dove c’è Conoscenza, dagli orifici del corpo viene emessa luce». ‑
La lotta del Bodhisattwa con Mâra, subito prima del «Gran
Risveglio», ha come prototipo il combattimento di Indra contro Vritra,
Ahi o Namuchi, i quali tutti vanno fatti simili alla Morte (Mrityu).
Sia nell’uno che nell’altro caso l’eroe, per quanto solo, ha tuttavia un
«seguito» o una «guardia», i quali sono in realtà costituiti dai «respiri» (prânâh)
o «poteri» rigenerati dell’anima, riuniti in samâdhi. Tale stato di
«possesso di se stessi», in cui si dominano le forme della Morte (raffigurate
dall’esercito di Mâra), è spesso indicato come un «sonno», anche se è
invece lo stato più completamente «risvegliato» che ci possa essere; si ritrova
in questo caso, come sempre accade in altri casi simili, un rovesciamento dei
rapporti che esistono, nelle condizioni ordinarie, tra il sonno e la coscienza
dello stato di veglia: «che la nostra vita presentemente attiva sia un “sogno”
dal quale un giorno ci dovremo risvegliare, e che, svegli in tale modo, dovremo
sembrare immersi nel sonno, è questa una concezione che si ritrova costantemente
nelle dottrine metafisiche del mondo intero». ‑ Per finire, si segnala che in
certe rappresentazioni dell’esercito di Mâra sono presenti dei demoni
acefali; ciò si riferisce a una questione che Coomaraswamy ha trattato più per
esteso in altri studi dei quali parleremo prossimamente.
269
Studi sull’Induismo
– In «Psychiatry» (agosto 1945),
A.K. Coomaraswamy esamina due categorie di fatti, che si inscrivono fra quelli
che gli etnologi interpretano male in ragione delle loro idee preconcette sulla
«mentalità primitiva» e della loro tendenza a considerare come mere
particolarità locali quelle che invece sono vere e proprie «sopravvivenze»,
anche se talvolta degenerate in modo variabile, di teorie che si trovano in
tutte le dottrine tradizionali. Il primo caso è quello della «credenza di certi
popoli secondo cui il concepimento e la nascita dei figli avrebbero in realtà
una causa non di ordine fisiologico, ma spirituale, consistente nella presenza
di un’entità di cui l’unione del padre e della madre servirebbe soltanto a
preparare l’incarnazione; ora, in una forma o nell’altra, la stessa cosa si
ritrova espressa in tutte le tradizioni, come dimostrano numerosi esempi
precisi tratti dalle dottrine indù, greche, cristiane e islamiche. Nel secondo
caso si tratta di quello che da parte di qualcuno ha ricevuto la denominazione
di «puppet-complex», vale a dire dell’idea secondo la quale l’individuo
umano è considerato comparabile a una marionetta le cui azioni non sono dirette
dalla sua volontà propria, ma da una volontà superiore, che in definitiva è la
stessa Volontà divina; tale idea, la quale sottintende la dottrina di lîlâ
e quella del sûtrâtmâ, esiste esplicitamente nelle tradizioni indù e
buddhistica, e persino, in maniera non meno netta, nello stesso Platone, dalle
quali essa è passata nel Medioevo occidentale. Come dice Coomaraswamy,
«l’espressione complex, che presuppone una psicosi, è del tutto inadatta
a indicare quella che in realtà è una teoria metafisica»; e d’altra parte «è
impossibile pretendere di aver individuato degli “insegnamenti tradizionali”
nella loro vera prospettiva se si ignora la loro universalità»; contrariamente
a quel che sembrano pensare i partigiani dell’attuale «metodo antropologico»,
la semplice osservazione dei fatti, quali che siano l’accuratezza e l’esattezza
con cui essa è condotta, è sicuramente molto lontana dall’essere sufficiente
per la loro vera comprensione.
270
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
1949
– Nella rivista «Études»
(dicembre 1948), il Rev. Jean Daniélou ha pubblicato un articolo dal titolo Le
Yogî et le Saint, a proposito di diversi libri riguardanti le dottrine
indù, fra cui i nostri: a voler essere franchi dobbiamo dire che, stando a quel
che avevamo avuto occasione di vedere di suo in precedenza, scritto su altri
argomenti, ci saremmo aspettati da parte sua una maggior comprensione. Resta
vero che, in apertura, egli ha cura di demarcare una differenza tra la dottrina
tradizionale autentica come noi la esponiamo e «l’induismo moderno, diremmo
quasi modernista», che altri si prendono cura di presentare, e questo ci sta
sicuramente bene; sennonché, nel prosieguo, questa distinzione essenziale non
viene più così rigorosamente rispettata, per cui non sempre si sa con esattezza
contro chi o che cosa si rivolgano le sue critiche e le sue obiezioni, e alla
fine esse si risolvono malauguratamente in un disconoscimento completo
dell’idea stessa di tradizione. Egli rinverdisce la confusione consistente nel
parlare di «mistica» a proposito dell’India, e sente addirittura il bisogno di
risuscitare quella concezione di una sedicente «mistica naturale» emessa tempo
fa da qualche filosofo «neoscolastico» nelle «Études carmélitaines», i quali
sono però arrivati ora alla conclusione ‑ come si è visto da quel che ne
abbiamo scritto recentemente ‑, che sia meglio adottare un atteggiamento nuovo
e piuttosto diverso al proposito... Non scenderemo nei dettagli degli errori di
interpretazione, i quali, nella loro maggioranza, sono solo conseguenze più o
meno dirette di quell’equivoco: per portare un unico esempio, lo Yoga
non può assolutamente essere paragonato all’«unione mistica», e qualsiasi
accostamento che si voglia avanzare partendo da un’assimilazione del genere
risulterà per ciò stesso falsato. Non riusciamo inoltre a capire come l’autore
abbia potuto, scrivendo che «la mistica indù è una mistica dell’unità
impersonale», mettere in nota un puro e semplice richiamo a uno dei nostri
lavori, ciò che rischia assai di far credere ai suoi lettori che siamo noi ad
aver detto
271
Studi sull’Induismo
qualcosa di equivalente; un
simile modo di procedere ci appare come minimo strano, così com’è pure
difficilmente concepibile che si possa spingere la propria incomprensione fino
a qualificare di «sottile sincretismo» l’affermazione dell’unità trascendente
di tutte le forme tradizionali! La cosa che però è forse più sorprendente è
questa: tutto ciò che il Rev. Daniélou dice circa le insufficienze di qualsiasi
«saggezza umana» è in sé perfettamente giusto, e non soltanto noi siamo
completamente d’accordo con lui su questo tema, ma andremmo volentieri ancora
più in là di lui in tal senso; sennonché quella contro cui non eleveremo mai
troppo alta la nostra protesta è l’applicazione che egli ne vuol fare, giacché,
quando è in questione la tradizione indù, e invero anche qualsiasi altra
tradizione, non è assolutamente di una «saggezza umana» che si tratta, perché
la tradizione, precisamente, non è tale se non a motivo della sua natura
essenzialmente sovraumana. Le intenzioni più «concilianti», quando non comportino
il riconoscimento di questo punto fondamentale, cadono in certo qual modo nel
vuoto, perché, ciò a cui esse si indirizzano non ha nulla in comune con quel
che esiste nella realtà, ed esse, anzi, possono soltanto suscitare una certa
diffidenza; un’allusione fatta a un tentativo che è attualmente in corso, di
creare una mistica cristiana di struttura «induista» fa in effetti sospettare
che qualcuno non abbia rinunciato alle mire «annessionistiche» che noi stessi
avevamo tempo fa denunciato. Comunque stiano le cose, la conclusione che ci
vediamo tenuti a trarre decisamente da tutto questo è che nessuna intesa è
realmente possibile con chiunque abbia la pretesa di riservare a una sola e
unica forma tradizionale, a esclusione di tutte le altre, il monopolio della
rivelazione e del sovrannaturale.
– La «Revue de l’Histoire des
Religions» (luglio-dicembre 1948) porta un articolo di Mircea Eliade dal titolo
Le «dieu-lieur» et le symbolisme des noeuds; in primo luogo si tratta di
Varuna, ma nella stessa India vêdica questi non è l’unico «dio
legatore», e d’altro canto nelle tradizioni più diverse si trovano concetti che
corrispondono allo stesso «archetipo», così come
272
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
riti che utilizzano il simbolismo
delle «legature», applicandolo d’altronde in campi molteplici e diversissimi
gli uni dagli altri. Mircea Eliade nota molto giustamente che tali somiglianze
non implicano necessariamente una filiazione «storica» come quella che danno
per scontata i partigiani della teoria degli «imprestiti», e che tutte queste
cose sono ben lontane dal lasciarsi ridurre esclusivamente a un’interpretazione
«magica» o anche «magico-religiosa», e sono collegate con tutta una serie di
altri simboli quali «la tessitura del Cosmo, il filo del destino umano, il
labirinto, la catena dell’esistenza ecc.», che in fin dei conti si riferiscono
alla struttura stessa del mondo e alla collocazione dell’uomo in quest’ultimo.
Particolarmente importante ci sembra notare qui il rapporto del simbolismo dei
nodi con quello della tessitura, e aggiungere che, in fondo, tutti questi
simboli si ricollegano, vuoi più, vuoi meno, a quello del sûtrâtmâ di
cui abbiamo parlato spesso; per quel che riguarda il simbolismo «labirintico»,
ricorderemo il nostro articolo intitolato Encadrements et labyrinthes
(ottobre-novembre 1947 [ora il cap. 66 di Symboles fondamentaux de la
Science sacrée, trad. it., Milano, Adelphi] e lo studio di A.K.
Coomaraswamy al quale esso si riferiva e che è ricordato anche dall’Eliade; è
però possibile che dobbiamo nuovamente ritornare su tale questione. ‑ Un
articolo di E. Lamotte sulla Légende du Bouddha è, in realtà,
soprattutto un’esposizione delle discordanti vedute che dagli orientalisti sono
state emesse su quest’argomento, e in particolare delle discussioni tra i
sostenitori della spiegazione «mitologica» e quelli della spiegazione
«razionalistica»; stando a quel che vi si dice sullo stato attuale della
questione, sembrerebbe che si sia finito con il riconoscere in modo
generalizzato l’impossibilità di separare gli elementi autenticamente
biografici dagli elementi leggendari. Certo non è che la cosa abbia una grande
importanza, ma dev’essere abbastanza irritante per persone ai cui occhi il
punto di vista storico è praticamente tutto; e come far capire a questi
«critici» che il carattere «mitico», o simbolico, di certi fatti non esclude
necessariamente la loro realtà storica? Essi sono ora ridotti, in mancanza di
meglio, a confrontare i testi, per cercare di farne
273
Studi sull’Induismo
emergere gli «stati successivi»
della leggenda e i diversi fattori che si pensa possano aver contribuito al suo
sviluppo.
– Nel secondo numero di una
rivista intitolata «Hind», la quale sembra ospitare senza far distinzioni le
cose più disparate (sembra che ciò si chiami essere «obiettivi»), ma la cui
tendenza predominante è visibilmente assai «modernistica», l’orientalista Louis
Renou ha pubblicato, intitolandolo L’Inde et la France, una specie di
excursus storico dei lavori sull’India fatti in Francia a partire dal secolo
XVIII fino ai giorni nostri. Nel suo insieme, un lavoro del genere non presenta
evidentemente nessun particolare interesse dal nostro punto di vista; sennonché
esso contiene un paragrafo che merita di essere riportato per intero (esso si
riferisce all’utilità che può presentare il «mantenere un certo contatto con
quella massa anonima di lettori in mezzo ai quali può nascere un giorno una
vocazione», e che è senza alcun dubbio quello che viene chiamato comunemente il
«grosso pubblico»): «tale contatto non deve tuttavia essere perseguito a
detrimento della verità. Si è sempre in presenza di un certo abuso di potere,
quando qualcuno fa affermazioni recise nel campo delle questioni delicate,
soprattutto in un settore quale l’indianismo, nel quale tanti problemi sono
ancora in attesa di soluzione. Ma tutto è questione di misura. Decisamente
disonesto è il servirsi dell’India e della spiritualità indiana per erigere
ambiziose e vane teorie ad uso degli Illuminati d’Occidente. A motivo del
proliferare dei sistemi, della singolarità di talune concezioni, il pensiero
indiano provocava in questo campo, bisogna pur ammetterlo, il sorgere di
qualche tentazione. È prendendo spunto da nozioni e immagini indiane più o meno
deformate che sono nate le sette neo-buddhistiche, i movimenti teosofici che
hanno pullulato in Occidente. Il successo delle elucubrazioni di un René Guénon,
quelle sedicenti rivelazioni sulla Tradizione di cui egli si crede il
detentore, mostrano assai bene il pericolo. Quel che si vuole è distinguere, a
fianco dell’indianismo ufficiale o universitario, votato, come ci si dice, alla
grammatica, un indianismo che, esso solo, va all’essenza delle cose. Un
indianismo,
274
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
in realtà, da viaggiatori
superficiali, da giornalisti, quando non sia da semplici sfruttatori della
pubblica credulità, che si fan belli di istruire un pubblico ignorante sul Vêdânta,
sullo Yoga o sul Tantrismo». Tutti coloro che abbiano la minima
conoscenza della nostra opera saranno in grado di percepire nel suo giusto
valore l’«onestà» di un procedimento che consiste nel situare la frase che ci
concerne, della quale potranno per sovrammercato ammirare la squisita
educazione, tra la menzione dei teosofisti e quella dei viaggiatori e dei
giornalisti; per quanto ottuso possa essere un orientalista, non è però
possibile che lo sia al punto di non avere nessuna consapevolezza dell’enormità
di simili accostamenti. Noi augureremmo a Louis Renou, o a qualunque altro dei
suoi congeneri, di aver fatto anche solo la millesima parte di quel che abbiamo
fatto noi per denunciare la nocività di quelli che egli chiama gli «Illuminati
d’Occidente»! D’altro canto, noi non abbiamo certo niente in comune con i
viaggiatori, superficiali o no, né con i giornalisti, e non abbiamo mai fatto,
neppure occasionalmente, né l’uno né l’altro di questi mestieri; non abbiamo
mai scritto una sola riga all’indirizzo del «grosso pubblico», del quale non ci
curiamo minimamente, e non crediamo che ci sia qualcuno che più di noi possa
spingere in là il disprezzo per tutto ciò che assomiglia a una
«volgarizzazione». Si aggiunga che non abbiamo alcuna pretesa di essere il
«detentore» di checchessia, e che ci limitiamo a esporre come meglio possiamo
ciò di cui abbiamo potuto aver conoscenza in modo diretto, e non certo
attraverso le «elucubrazioni» deformanti degli orientalisti; sennonché, agli
occhi di questi ultimi, è evidentemente un delitto imperdonabile il non
acconsentire a mettersi alla loro scuola e l’avere a cuore, più di ogni altra
cosa, di poter conservare la propria totale indipendenza così da poter dire
«onestamente» e «sinceramente» quel che si sa, senza essere costretti a
snaturarlo per adeguarlo alle loro opinioni profane e ai loro pregiudizi
occidentali. Adesso, che noi siamo arrivati a essere considerati un «pericolo»
sia dagli orientalisti «ufficiali o universitari» e sia dagli «Illuminati
d’Occidente», teosofisti e occultisti di ogni categoria, è una
275
Studi sull’Induismo
constatazione che ci può certo
far solo piacere, perché ciò prova che sia gli uni sia gli altri si sentono
colpiti, e temono di veder seriamente compromessa la credibilità di cui hanno
fruito fino ad ora da parte delle loro «clientele» rispettive... Segnaleremo
ancora che l’articolo in questione si chiude con un elogio a Romain Rolland,
che è un sintomo assai significativo per quel che riguarda la mentalità di
certa gente; dopo l’attacco assai più ridicolo che odioso che Louis Renou ha
creduto bene di indirizzarci, senza neppure tentare di giustificarlo con una
critica in qualche modo precisa, proviamo una certa qual soddisfazione nel
vederlo affermare che «non poteva concludere meglio questo studio se non
evocando la memoria» di un simile personaggio, il cui sentimentalismo
sprovveduto assomiglia da vicino a quello dei teosofisti e altri
«neo-spiritualisti» ed è del resto provvisto di tutto quel che occorre per
piacere al «pubblico ignorante» che si fa abbindolare dalle chiacchiere dei
giornalisti e dei viaggiatori. E per finire, un particolare veramente
divertente: l’articolo è accompagnato, a guisa di illustrazione, dalla
fotografia di un frammento di manoscritto sanscrito il cui cliché è stato
posizionato al contrario: indubbiamente si tratta solo di un errore di
impaginazione, ma ciò nonostante esso assume in certo qual modo il valore di un
simbolo, giacché agli orientalisti capita ben sovente di interpretare i testi
alla rovescia!
– In «Atlantis» (settembre 1948),
Paul Le Cour (che una volta tanto si è deciso a firmare in modo «normale»),
messosi À la recherche d’une doctrine, questa ricerca la incomincia con
una sedicente esposizione del Brâhmanesimo, esposizione che, come c’era da
aspettarsi da lui, ne è soltanto una odiosa caricatura; oltre alle fantasie
abituali sulla «race aryanne» o «argan-ne»1 e su Aor-Agni,
troviamo in questo scritto quasi altrettanti errori quante sono le parole, e
qualcuno di essi, per di più, che non si riferisce neppure al Brâhmanesimo,
come testimonia la dichiarazione
1. Queste due espressioni sono evidentemente intraducibili in italiano.
[N.d.T.]
276
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
veramente enorme che «i Sûfi
sono gli aderenti al Mazdeismo»! Lo scopo principale di un così bel lavoro
sembrerebbe essere non solo quello di denigrare ancora una volta l’India, ma
più specialmente di persuadere i suoi lettori che essa abbia preso tutto
dall’Occidente, soprattutto dalla Grecia e... dal Cristianesimo nestoriano:
evidentemente non sono gli anacronismi che gli fanno paura. Simili cose non
meritano certo che ci si dilunghi a esaminarle nei particolari, e sarebbero
decisamente ridicole se, in fondo, non fosse così triste veder prender corpo a
tanta malevola incomprensione. Per quel che ci riguarda, dobbiamo constatare
che, nonostante tutte le nostre rettifiche, egli si intestardisce a volerci
attribuire, forse per la ventesima volta, una frase, sempre la stessa, che noi
non abbiamo mai scritto; in simili condizioni, è ancora possibile pensare che
lo faccia in completa buona fede? Gli dobbiamo inoltre nuovamente ripetere in
chiare lettere che la nostra intenzione non è mai stata quella di fare il «propagatore»
di checchessia e di non aver mai avuto nessun «discepolo». In una sprezzante
recensione del libro del nostro collaboratore F. Schuon (chissà se si è
nuovamente divertito, secondo il suo solito, a contare le parole di certe
frasi?) si è lasciato sfuggire un’affermazione che val la pena registrare: egli
sostiene che «l’intuizione intellettuale è lo spirito inventivo, la tecnica,
l’istinto degli insetti, dei castori» (come sono «intellettuali», in effetti,
tutte queste cose!), il che equivale a dire che, ad onta di tutte le precise
spiegazioni che ne abbiamo dato, egli continua tranquillamente a confonderla
con l’intuizione bergsoniana, ovvero a confondere ciò che è sovrarazionale con
ciò che è infrarazionale; non basta, questo, a dare una esatta misura della
comprensione di cui è dotato? Ecco qualcuno che è ben qualificato per
denunciare i presunti errori degli altri..., errori che tali non sono se non
per coloro che, come lui, ignorano completamente il senso vero delle dottrine
tradizionali!
– In «Atlantis», Paul Le Cour,
accintosi À la recherche d’une doctrine, aveva dato inizio a quello che
si compiace di chiamare uno «studio obiettivo» con la penosa diatriba contro il
277
Studi sull’Induismo
Brâhmanesimo di cui abbiamo
parlato a suo tempo (si veda la recensione precedente [corrispondente al n. di
gennaio-febbraio 1949 della rivista «Études Traditionnelles»]), e ha continuato
parlando del Buddhismo. Non abbiamo preso conoscenza del numero da lui dedicato
al Buddhismo in generale, ma soltanto di quello seguente (n. di gennaio 1949),
nel quale si tratta più particolarmente del Lamaismo; naturalmente si ritrovano
in esso la maggior parte delle opinioni che circolano un po’ dappertutto in
Occidente: declamazioni contro «le pratiche grossolane e superstiziose», che
prendono di mira soprattutto il Tantrismo; confusione che fa prendere i mantra
per «formule magiche»; attribuzione di un carattere «mistico» a cose che in
realtà hanno un carattere del tutto diverso, errore che si spinge fino alla
menzione di una «iniziazione mistica», da distinguere però da una «iniziazione
esoterica» avente come unico scopo l’«ottenimento dei poteri»! Ma lasciamo
perdere questo insigne pasticcio, e constatiamo soltanto che l’autore annuncia
trionfalmente, nelle sue conclusioni, che il Lamaismo «risale soltanto al
secolo VII della nostra era», come se qualcuno avesse mai preteso il contrario;
è però vero che ciò permette di supporre senza che la cosa appaia troppo
inverosimile, che esso sia stato «influenzato dal Cristianesimo», il che spiega
la sua soddisfazione; a parte questo, nell’articolo non troviamo altro
argomento meritevole di menzione se non un rimprovero piuttosto divertente
rivolto al Buddhismo, il quale, secondo lui, sembra «non preoccuparsi del
demiurgo»! Per quel che riguarda noi, Paul Le Cour ci prende nuovamente per
«propagandisti dell’Induismo»; ragione per cui ci incombe di fargli sapere una
volta ancora che non siamo mai stati i «propagandisti» di nulla, e che, tenuto
conto di tutto quel che abbiamo scritto il più esplicitamente possibile contro
ogni forma di propaganda, la sua affermazione costituisce una calunnia in piena
regola.
P.S. ‑ Ci era stato segnalato
che, in una Histoire de la Littérature française recentemente pubblicata
da Henri Clouard, era presente un passo che parlava di noi; ne eravamo rimasti
molto
278
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
stupiti, visto che la nostra
opera non ha certo, sotto nessun profilo, niente in comune con la letteratura.
Sennonché le cose stanno effettivamente in questo modo, e il passo in
questione, per di più, mette in evidenza una rimarchevole carenza di comprensione!
Dal momento che esso non è troppo lungo, lo citiamo integralmente affinché i
nostri lettori siano in grado di trarre da sé le loro conclusioni: «René
Guénon, colto autore di una Introduzione generale allo studio delle dottrine
indù (1921), il quale ritiene di aver trovato nell’Oriente di Tagore e
persino di Gandhi, il solo rifugio possibile di una intellettualità
disinteressata e pura (Oriente e Occidente, 1924), ha costruito negli Stati
molteplici dell’Essere una metafisica dell’ascensione a Dio attraverso una
serie di purificazioni che equivale a una lunga esperienza mistica. Il lettore
ha il diritto di chiedersi se il Dio di Guénon sia qualcosa di diverso da uno
stato soggettivo di serenità; in tutti i casi accetta di veder trattare la
Scienza e il Progresso da idoli pericolosi; egli si lascia insegnare una
filosofia del distacco. Ma si ricorda con scetticismo e malinconia quei primi
anni del periodo tra le due guerre in cui si vedeva la Germania sconfitta
vaticinare sul declino dell’Occidente, quando la traduzione del libro inglese
di Fernand (sic) Ossendowski, Bêtes, Hommes et Dieux (1924)
faceva furore, e l’Europa sembrava cedere al perniciosi appelli dei paesi
ancestrali d’Asia, tanto fedeli a se stessi, così misteriosi, e dai quali può
sempre sorgere un nuovo Gengis-Khan». ‑ Per prima cosa, noi ci siamo sempre e
soltanto occupati dell’Oriente tradizionale, il quale è certamente molto
distante dall’«Oriente di Tagore e di Gandhi»; quest’ultimo non ci interessa
nel modo più totale, e nessuno dei nostri lavori fa ad esso la minima
allusione. Inoltre, non comprendiamo troppo bene cosa possa voler dire «una
metafisica dell’ascensione a Dio», né come ciò che è metafisico potrebbe
equivalere a una «esperienza mistica»; per di più noi non abbiamo «costruito»
proprio niente, giacché ci siamo sempre limitati a esporre nel modo migliore
che potevamo le dottrine tradizionali. Quanto al Dio che sarebbe uno «stato
soggettivo», quest’espressione ci sembra totalmente priva di senso; dopo che
abbiamo
279
Studi sull’Induismo
così spesso spiegato che tutto
quel che è «soggettivo» o «astratto» non ha per noi nessun valore, com’è
possibile che ci si attribuisca una simile assurdità? Non comprendiamo bene a
cosa mirino gli accostamenti finali, ma quel che sappiamo con esattezza è che
essi non hanno nessun fondamento; si tratta di cose totalmente prive di
serietà... E per finire, ci chiediamo cosa abbia determinato la scelta dei tre
libri, menzionati preferendoli a tutti gli altri, a meno che essi non siano gli
unici che il Clouard ha avuto l’occasione di leggere; ad ogni buon conto, gli
amanti della «letteratura» che si fidano di lui saranno proprio ben informati!
280
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
1950
– Nel n. di aprile 1950 della
rivista «Témoignages», pubblicata dall’Abbazia benedettina della Pierre-qui-vire,
è comparso un lungo articolo dal titolo Sagesse hindoue et sagesse
chrétienne, firmato da Dom Irenée Gros, articolo di cui numerosi aspetti
sono simili a quelli che caratterizzavano quello dedicato dal Rev. Jean
Daniélou allo stesso argomento nelle «Études», e del quale abbiamo presentato
una recensione in precedenza (si veda p. 271, e il n. di giugno 1949 di «Études
Traditionnelles»). Per cominciare, all’inizio si ricordano i nostri lavori,
mentre nel prosieguo non se ne parla assolutamente più; a nostro parere ciò non
ha altro scopo oltre quello di suscitare a nostro detrimento, o meglio, a
detrimento delle dottrine da noi esposte, una confusione con i
«neo-vêdantisti», contaminati in proporzioni variabili dalle idee moderne, e
con i vari «volgarizzatori» che vengono citati di frequente nel corso
dell’articolo. Quanto alle idee di fondo, si tratta ancora e sempre delle
stesse cose: affermazione che il Cristianesimo possiede il monopolio del
sovrannaturale ed è la sola tradizione ad avere un carattere «trascendente»,
per cui, e di conseguenza, tutte le altre sono «puramente umane», ciò che, di
fatto, equivale a dire che esse non sono assolutamente tradizioni, ma sarebbero
invece equiparabili a «filosofie» e niente di più. «La Saggezza divina ‑ vi si
dice espressamente ‑ non ha comune misura con quella saggezza umana che ci
propone l’Oriente; il Cristianesimo è di ordine del tutto diverso»; detto in
altre parole, solo il Cristianesimo è un espressione della Saggezza divina;
sennonché, malauguratamente per l’autore, queste sono solo affermazioni, e in
realtà, per quanto riguarda le dottrine autenticamente tradizionali, siano esse
quella dell’India o qualsiasi altra, così come il Cristianesimo stesso, non è
assolutamente di «saggezza umana» che si tratta, ma sempre di «Saggezza
divina». Abbiamo inoltre avuto l’occasione di fare una curiosa constatazione,
la quale conferma del resto un’impressione che già avevamo avuto a più riprese
in
281
Studi sull’Induismo
casi analoghi, ed è che viene
chiamato «Dio trascendente» il Non-Supremo, mentre si considera il Supremo come
«immanente», quando invece a esser vero è esattamente il contrario; questo
rovesciamento non riusciamo a spiegarcelo, e dobbiamo riconoscere che esso è il
frutto di una mentalità che ci sfugge; ma non è forse qualcosa che potrebbe
gettare un po’ di luce sul modo in cui si intende la «trascendenza» del
Cristianesimo? Ritroviamo ovviamente di nuovo la «mistica naturale»,
espressione che, almeno per quel che riguarda l’Oriente (giacché non sappiamo
se essa corrisponda a qualche realtà in Occidente), è applicata a qualcosa che,
precisamente, non è né mistico né naturale. Tanto maggiore interesse si ha a
vedere qualcosa di esclusivamente «umano» nelle dottrine indù in quanto ciò
faciliterebbe moltissimo le intraprese «annessionistiche» di cui già abbiamo
parlato in diverse occasioni, e che qui tornano in ballo, perché in tal modo si
potrebbe «conquistare la filosofia indù al servizio del Cristianesimo così come
il Medioevo seppe acquisire a sé la filosofia greca»; soltanto che quello con
cui si ha a che fare qui è di un ordine del tutto diverso dalla filosofia greca
e anzi non è affatto una «filosofia», per modo che il paragone cade interamente
nel vuoto. Se si potesse ottenere il risultato cercato ci si degnerebbe di
acconsentire ad accordare alle dottrine indù, o meglio a una certa parte di
esse (poiché si saprebbe scegliere astutamente quel che si riterrebbe essere in
grado di servire), un «posto subordinato», ponendo come condizione che l’India
«rinunci alla sua metafisica», vale a dire che cessi di essere indù; è proprio
vero che il proselitismo occidentale non arretra davanti a nulla, e questo del
resto ci era noto già da molto tempo: ma poiché qui ci troviamo di fronte a due
tradizioni che in quanto tali sono entrambe di essenza sovrannaturale e
«non-umana», e non possono di conseguenza venire a rapporto se non su un piede
di rigorosa parità, o ignorarsi mutuamente, ne consegue che si tratta di una impossibilità
pura e semplice. Aggiungeremo soltanto che il tutto è accompagnato da
argomentazioni puramente verbali, le quali possono sembrare convincenti solo a
chi ne sia già persuaso in partenza, e non hanno
282
Recensioni di articoli di riviste
sull’Induismo...
che il valore di quelle di cui si
servono i filosofi moderni, con intenzioni diverse, quando pretendono di
imporre limiti alla conoscenza e vogliono negare tutto quel che è d’ordine
sovrarazionale; cose di questo genere, da qualunque parte provengano, ci fanno
sempre irresistibilmente pensare a quelli che potrebbero essere i ragionamenti
che avanzerebbe un cieco se si mettesse in capo di provare che la luce non
esiste!
283
Indice
Nota dell’Editore francese 7
I Atmâ-Gîtâ 9
II Lo spirito dell’India 15
III Kundalinî-Yoga 27
IV La teoria indù dei cinque
elementi 43
V Dharma 65
VI Varna 71
VII Tantrismo e magia 77
VIII Il quinto Vêda 81
IX Nâma-Rûpa 89
X Mâyâ 95
XI Sanâtana Dharma 99
Recensioni di libri
sull’Induismo
1929 113 1939 169
1932 116 1940 174
1933 121 1945-1946 186
1935 122 1947 198
1936 127 1948 203
1937 136 1949 209
1938 143 1950 217
285
Recensioni di articoli di
riviste sull’Induismo
1933 221 1940 241
1935 222 1945-1946 246
1936 225 1947 267
1937 229 1949 271
1938 231 1950 281
1939 237
286
LUNI EDITRICE
Titolo originale
Études sur l’Hindouisme
Traduzione di
Pietro Nutrizio
© 1990 Ayants-droits René Guénon
© 1996 Luni Editrice – Milano
ISBN 88-7984-041-X
Stampato il 21 settembre
1996
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