21 - FORME TRADIZIONALI E CICLI COSMICI - René Guénon
INDICE
Presentazione 7
I
Alcune considerazioni sulla dottrina dei cicli
cosmici 11
Recensioni 21
II
Atlantide e regione iperborea 27
La situazione della civiltà atlantidea nel
«Manvantara» 37
III
Alcune considerazioni sul nome Adamo 43
Qabbalah 49
Cabala e scienza dei numeri 55
«La Cabala ebraica» 67
Il «Siphra di-Tzeniutha» 87
Recensioni 93
IV
«La Tradizione Ermetica» 99
Ermete 107
La tomba di Ermete 115
Recensioni 125
PRESENTAZIONE
Gli articoli raccolti in questo volume
rappresentano l’aspetto forse più «originale» ‑ e per motti lettori anche il
più sconcertante ‑ dell’opera di René Guénon. Si sarebbe potuto scegliere un
titolo come Frammenti di una
storia sconosciuta, ma d’una storia che ingloba
protostoria e preistoria, poiché inizia con la Tradizione primordiale
contemporanea agli albori della presente umanità.
Si tratta di frammenti destinati a rimanere
tali, nel senso che sarebbe stato certamente impossibile, per lo stesso Guénon,
esporre questa storia senza soluzione di continuità e senza lacune, poiché le
fonti tradizionali che gli hanno fornito i vari elementi erano verosimilmente
molteplici. Anche da un altro punto di vista questi possono definirsi
«frammenti»: nella raccolta, infatti, si son potuti riunire soltanto i testi
che ancora non sono stati incorporati in volumi anteriori, sia dallo stesso
Guénon, sia da coloro i quali hanno provveduto alla compilazione delle raccolte
postume già pubblicate.
A nostro avviso, così come sono, questi
frammenti possono aprire tanti nuovi orizzonti per l’odierno lettore
occidentale, che sarebbe stato un peccato lasciarli sepolti in collezioni di
riviste reperibili solo in qualche grande biblioteca pubblica.
Poco sopra, abbiamo accennato a delle
molteplici fonti tradizionali; a tal proposito,
8 Forme
tradizionali e cicli cosmici
si può ricordare quanto ebbe a scrivere un
giorno René Guénon, vale a dire che le sue fonti non comportavano «attestati o
referenze». Tutto questo è ancor più vero per i testi qui raccolti che per
altri scritti di Guénon. Il presente volume è così destinato, nelle nostre
intenzioni, principalmente a quanti già conoscono nel suo complesso l’opera di
questo autore: l’esposizione della Metafisica fatta da Guénon, sarà per questi
suoi lettori la miglior garanzia per questa storia della Tradizione.
Dei testi che seguono, soprattutto quelli
riguardanti la Regione Iperborea e l’Atlantide costituiranno per alcuni la
pietra dello scandalo, poiché quanto viene detto su tali argomenti si trova in
netto contrasto con le idee generalmente prevalenti nel mondo scientifico
occidentale. Più numerosi sarebbero forse i punti di contatto con i risultati
della ricerca scientifica sovietica; ma la conoscenza che abbiamo di essi è
troppo imperfetta, per poterne trarre delle utili conclusioni.
D’altra parte, dato il carattere chiaramente
preistorico delle epoche alle quali ci riportano le tradizioni iperborea ed
atlantidea, non si potrebbe ricavarne che semplici indizi o fasci d’indizi, per
lo più nei domini dell’etnografia, della linguistica comparata e delle
religioni. Si potrebbero, in tal modo, menzionare la comunanza di certi riti,
la parentela più o meno stretta di certi altri, in particolare della
circoncisione, praticata su entrambe le coste dell’Atlantico. Notevoli
potrebbero essere anche gli apporti dell’architettura e dell’archeologia: si sa
che, dopo averlo negato per generazioni, in seguito alla scoperta di qualche
cripta funeraria, gli scienziati hanno dovuto ammettere che le piramidi del
Nuovo Mondo erano impiegate non soltanto come templi, ma anche come tombe ‑ e
talvolta come osservatori ‑ proprio come quelle egizie.
Resta il fatto che un simile insieme di dati,
dal punto di vista della Scienza ufficiale, ancora una volta può soltanto
recare indizi, non certezze, riguardo alla presenza dell’uomo in un continente
atlantideo, della cui esistenza nelle epoche geologiche anteriori ormai non si
dubita più.
Presentazione 9
Lo studio dei cicli cosmici, con cui s’inizia
la raccolta, data la sua caratteristica di preambolo, non presenta particolari
difficoltà, essendo generalmente nota in Occidente l’esistenza di una dottrina
dei cicli, nella tradizione indù. Si sa ora dell’esistenza di teorie cicliche
anche nella Cabala ebraica e nell’esoterismo islamico.
Per dare maggiore uniformità alla raccolta in
questione, oltre ai saggi sull’Atlantide e sull’Iperborea, si è tenuto conto
solamente di quelli relativi alle tradizioni non cristiane che hanno avuto
un’influenza diretta sul mondo occidentale, vale a dire la tradizione ebraica e
quelle egizia e greco-latina: non vi figurano, pertanto, né il Celtismo né
l’Islam. Questo non per misconoscere ‑ lungi da noi! ‑ l’importanza di queste
due forme tradizionali; soltanto che, nell’opera di Guénon,, quanto concerne il
Celtismo è andato a costituire parte integrante della raccolta a cui si è dato
il titolo di Symboles
fondamentaux de la Science sacrée: è stato così per gli
studi su «Il Santo Graal» (cap. III e cap. IV di quest’opera), su «La triplice
cinta druidica» (cap. X), su «La Terra del Sole» (cap. XII), su «Il Cinghiale e
l’Orsa» (cap. XXIV).
Per quanto riguarda l’Islam, l’unico articolo
di Guénon avente attinenza con il presente argomento è quello intitolato «I
misteri della lettera Nun», che forma il capitolo XXIII della citata raccolta Symboles fondamentaux de la Science sacrée.
Per le tradizioni ebraica ed egizia, si
potranno integrare gli studi inseriti nel presente volume con il XXI capitolo
di Le Règne de la quantitè et
les signes des temps, su «Caino e Abele», e con il
capitolo XX dei Symboles
fondamentaux, intitolato «Sheth».
Fatte queste precisazioni, sarà bene aggiungere
che questo volume non potrà, in ogni caso, essere considerato separatamente. ai
due ora citati ed a Le Roi du
Monde, intesi nella loro globalità.
Concludendo, ci sia consentito far rilevare che
le conoscenze cosmologiche tradizionali racchiuse in questi quattro libri
10 Forme
tradizionali e cicli comici
costituiscono una somma che senza dubbio non ha
uguali in nessuna lingua.
Roger
Maridort
I
ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLA DOTTRINA DEI CICLI COSMICI *
Ci è stato chiesto talvolta, a proposito degli
accenni che siamo stati indotti a fare in diverse occasioni alla dottrina indù
dei cicli cosmici ed a quelle equivalenti che si ritrovano in altre tradizioni,
di darne, se non una esposizione completa, almeno un quadro d’insieme, a grandi
linee. Per la verità, ci sembra questo un compito pressoché impossibile, non
solo per la intrinseca complessità dell’argomento, ma anche e soprattutto per
le grandi difficoltà che si incontrano ad esprimere questi concetti in una
lingua europea, in maniera tale, da renderli comprensibili alla mentalità
occidentale attuale, completamente disabituata ad un tal genere di
considerazioni. Tutto ciò che si può fare, a nostro avviso, è cercare di
chiarire certi punti, con delle osservazioni come quelle che seguono, alle
quali non si può chiedere altro che di fornire delle semplici indicazioni circa
il senso della dottrina in questione, piuttosto che darne una spiegazione
esauriente.
Considereremo un ciclo, nella accezione più
ampia del termine, come la rappresentazione del processo di sviluppo di uno
stato qualsiasi della manifestazione, oppure, se si tratta
* Articolo
pubblicato in inglese sul Journal of the Indian Society of Oriental Art,
numero di giugno-dicembre 1937, dedicato a A.K. Coomaraswamy, in occasione del
suo sessantesimo compleanno. Ripubblicato in Études Traditionnelles, ottobre
1938.
12 Forme
tradizionali e cicli cosmici
di cicli minori, di qualcuna delle modalità
più o meno limitate e particolari di tale stato. D’altronde, in virtù della
legge di corrispondenza che collega tutte le cose nell’Esistenza universale, vi
è sempre e necessariamente una certa analogia sia fra i diversi cicli di uno
stesso ordine, sia tra i cicli principali e le loro suddivisioni secondarie. È
quindi lecito, parlandone, impiegare un unico modo d’espressione, anche se
questo spesso dovrà essere inteso solo simbolicamente, l’essenza stessa di ogni
simbolismo fondandosi appunto sulle corrispondenze e sulle analogie che
realmente esistono nella natura delle cose. Alludiamo qui soprattutto alla
forma «cronologica» assunta dalla dottrina dei cicli: poiché il Kalpa
rappresenta lo sviluppo totale di un mondo, vale a dire di uno stato o grado
dell’Esistenza universale, è evidente che si potrà parlare letteralmente della
durata di un Kalpa, valutata in base ad una qualsiasi unità di misura
del tempo, soltanto se si tratterà del Kalpa che si riferisce ad uno stato
in cui il tempo è una delle condizioni determinanti, quale è propriamente il
nostro mondo. In ogni altro caso, tutte le considerazioni di durata e di
successione non potranno avere che un valore meramente simbolico e dovranno
essere trasposte analogicamente, la successione temporale diventando allora
solo un’immagine della concatenazione, insieme logica e ontologica, di una
serie «extra-temporale» di cause ed effetti. Tuttavia, poiché il linguaggio
umano non può esprimere direttamente condizioni diverse da quelle proprie del
nostro stato, un simbolismo del genere è per ciò stesso sufficientemente
giustificato e dev’essere considerato perfettamente naturale e normale.
Non abbiamo, in questa sede, l’intenzione di
occuparci dei cicli più ampi, come i Kalpa; ci limiteremo a quelli che
si svolgono entro il nostro Kalpa, cioè ai Manvantara e alle loro
suddivisioni. A questo livello, i cicli presentano un carattere sia cosmico che
storico, poiché riguardano particolarmente l’umanità terrestre, pur essendo
nello stesso tempo collegati a tutti gli avvenimenti che si producono nel
nostro
Sulla dottrina dei cicli cosmici 13
mondo al di fuori di essa. In ciò non vi è
nulla di sorprendente, perché il ritenere la storia dell’uomo come isolata in
qualche modo da tutto il resto è un’idea esclusivamente moderna, in netta
opposizione con l’insegnamento di tutte le tradizioni, che, al contrario, sono
unanimi nell’affermare l’esistenza di una correlazione necessaria e costante
tra l’ordine cosmico e quello umano.
I Manvantara, o ere dei successivi Manu,
sono quattordici e formano due serie settenarie, di cui la prima comprende i Manvantara
trascorsi e quello presente, la seconda i Manvantara futuri. Queste due
serie, di cui, come abbiamo visto, una si riferisce al passato, con il presente
che ne è la risultante immediata, e l’altra al futuro, possono essere messe in
corrispondenza con quelle dei sette Swarga e dei sette Pâtâla, i
quali rappresentano rispettivamente l’insieme degli stati superiori ed
inferiori allo stato umano, se ci si pone dal punto di vista della gerarchia
dei gradi dell’Esistenza ovvero della manifestazione universale, o l’insieme di
quelli anteriori e posteriori, a questo stesso stato, nel caso invece che ci si
ponga dal punto di vista del concatenamento causale dei cicli, descritto
simbolicamente, come sempre, mediante l’analogia di una successione temporale.
Quest’ultima angolazione è evidentemente quella che qui più interessa: essa
infatti, ci consente di vedere, all’interno del nostro Kalpa, in virtù
della relazione analogica sopra menzionata, un’immagine ridotta di tutto
l’insieme dei cicli della manifestazione universale e, in questo senso, si
potrebbe dire che la successione dei Manvantara rappresenta in certo
qual modo un riflesso degli altri mondi nel nostro. D’altronde, si può ancora
notare, a conferma di ciò, che le parole Manu e Loka sono
entrambe designazioni simboliche del numero 14; parlare a questo proposito di
una semplice «coincidenza» equivarrebbe a dar prova di una completa ignoranza
delle ragioni profonde, inerenti ad ogni simbolismo tradizionale.
Si può ravvisare ancora un’altra correlazione
con i Manvantara, quella relativa ai sette Dwîpa o «regioni», in
cui
14 Forme
tradizionali e cicli cosmici
si divide il nostro mondo. Infatti, sebbene
questi siano rappresentati, conformemente al senso proprio della parola che li
designa, come altrettante isole o continenti distribuiti in un certo modo nello
spazio, bisogna guardarsi da un’interpretazione strettamente letterale, che li
identifichi senz’altro alle diverse zone della terra, attualmente conosciuta;
essi, in effetti, non «emergono» simultaneamente, bensì successivamente, il che
vuol dire che uno solo di essi si manifesta nel dominio sensibile nel corso di
un certo periodo. Se questo periodo è un Manvantara, si deve concludere
che ogni Dwîpa dovrà apparire due volte nel Kalpa, ossia una
volta in ciascuna delle due serie settenarie di cui dicemmo poc’anzi; e dal
rapporto fra queste due serie, che si corrispondono inversamente, come avviene
in tutti i casi simili, e in particolare per quelle degli Swarga e dei Pâtâla,
si può dedurre che l’ordine di apparizione dei Dwîpa dovrà ugualmente,
nella seconda serie, essere l’inverso di quello che è stato nella prima. Si
tratta, in definitiva, di differenti stati del mondo terrestre, piuttosto che
di «regioni» vere e proprie. Il Jambu-Dwîpa rappresenta in realtà
l’intera superficie terrestre nel suo stato attuale; e se di esso si dice che
si estende a sud del Mêru, cioè della montagna «assiale» intorno alla
quale si compiono le rivoluzioni del nostro mondo, è proprio perché, essendo il
Mêru simbolicamente identico al Polo Nord, effettivamente, rispetto a
questo, tutte le terre sono situate a sud. Per dare maggiori spiegazioni
sull’argomento, bisognerebbe poter sviluppare il simbolismo delle direzioni
dello spazio, secondo cui sono ripartiti i Dwîpa, come pure i rapporti
di corrispondenza esistenti fra questo simbolismo spaziale e il simbolismo
temporale sul quale poggia tutta la dottrina dei cicli; ma, poiché non ci è
possibile inoltrarci qui in considerazioni che da sole richiederebbero un
intero volume, dobbiamo accontentarci di queste sommarie indicazioni, che, del
resto, potranno facilmente completare per proprio conto coloro che hanno già
qualche conoscenza in materia.
Queste nostre osservazioni concernenti i sette
Dwîpa trovano
Sulla dottrina dei cicli cosmici 15
poi conferma nei dati concordanti di altre
tradizioni, nelle quali si parla ugualmente di «sette terre», segnatamente
nell’esoterismo islamico e nella Kabbala ebraica: in quest’ultima, le «sette
terre», pur essendo raffigurate esteriormente come altrettante ripartizioni
della terra di Canaan, sono poste in relazione con i regni dei «sette re di
Edom», i quali corrispondono manifestamente ai sette Manu della prima
serie. Queste terre, inoltre, sono tutte comprese nella «Terra dei Viventi»,
che rappresenta lo sviluppo completo del nostro mondo, realizzato in modo
permanente nel suo stato principale. Si può rilevare qui la coesistenza di due
punti di vista: quello della successione, che si riferisce alla manifestazione
in se stessa, e quello della simultaneità, che si riferisce al suo principio, o
a ciò che si potrebbe chiamare il suo «archetipo». In fondo, la corrispondenza
di questi due punti di vista equivale, in certo qual modo, a quella tra
simbolismo temporale e simbolismo spaziale, cui abbiamo già accennato parlando
dei Dwîpa della tradizione indù.
Nell’esoterismo islamico, le «sette terre»
rappresentano, forse più esplicitamente, altrettante tabaqât o
«categorie» dell’esistenza terrestre, che coesistono e si compenetrano a
vicenda, di cui una soltanto può essere attualmente colta dai sensi, mentre le
altre sono allo stato latente e soltanto eccezionalmente possono essere
percepite, per di più in speciali condizioni. Anche in questo caso, esse si
manifestano esteriormente, una per volta, nei diversi periodi che si succedono
nel corso della intera durata di questo mondo. D’altra parte, ognuna delle
«sette terre» è retta da un Qutb o «Polo», che corrisponde chiaramente
al Manu del periodo durante il quale la rispettiva terra si manifesta.
Questi sette Aqtâb sono subordinati al «Polo» supremo, così come i
diversi Manu lo sono all’Adi-Manu o Manu primordiale; ma,
in ragione della coesistenza delle «sette terre», esercitano anche, sotto un
certo aspetto, le loro funzioni in modo permanente e simultaneo. Si noti, per
inciso, che la designazione «Polo» è strettamente legata al simbolismo «polare»
del Mêru menzionato
16 Forme
tradizionali e cicli cosmici
poco sopra, il quale, nella tradizione
islamica, ha per esatto equivalente il monte Qâf. Aggiungiamo che i
sette «Poli» terrestri vengono considerati come il riflesso dei sette «Poli»
celesti, che presiedono rispettivamente ai sette, cieli planetari; e questo fa
naturalmente pensare ad una corrispondenza con gli Swarga della dottrina
indù, dimostrando ulteriormente la perfetta concordanza che esiste, al
riguardo, fra le due tradizioni.
Considereremo ora le suddivisioni di un Manvantara,
cioè i quattro Yuga. Faremo anzitutto notare, senza insistervi troppo,
che tale divisione quaternaria di un ciclo è suscettibile di molteplici
applicazioni, e che in effetti la si ritrova in molti cicli particolari: come
esempio, possiamo citare le stagioni dell’anno, le settimane del mese lunare,
le quattro età della vita umana; ed anche qui vi è corrispondenza con il
simbolismo spaziale, riferito, in tal caso, principalmente ai quattro punti
cardinali. D’altro canto, si è spesso rilevata la manifesta equivalenza dei
quattro Yuga con le quattro età dell’oro, dell’argento, del rame e del
ferro, quali furono conosciute dall’antichità greco-latina: in entrambe le
rappresentazioni, ogni periodo è ugualmente caratterizzato. da un processo di
degenerazione, rispetto, al precedente. Questo processo che si oppone
nettamente all’idea di «progresso» quale la concepiscono i moderni, si spiega
semplicemente con il fatto che ogni svolgimento ciclico, vale a dire ogni processo
di manifestazione, in cui è implicito necessariamente un allontanamento
graduale dal principio, rappresenta realmente una «discesa»: è questo, del
resto, il significato reale della «caduta» nella tradizione giudaico-cristiana.
La progressiva degenerazione da uno Yuga
all’altro si accompagna ad una diminuzione della rispettiva durata, la quale è
considerata incidere sulla lunghezza della vita umana; ma quel che più importa,
da questo punto di vista, è il rapporto tra le rispettive durate dei diversi
periodi. Se la durata complessiva del Manvantara è rappresentata dal
numero 10, quella del Krita-Yuga o Satya-Yuga lo sarà dal 4,
quella
Sulla dottrina dei cicli cosmici 17
del Trêta-Yuga dal 3, quella del Dwâpara-Yuga
dal 2 e quella del Kali-Yuga dall’1. Questi valori corrispondono altresì
al numero delle zampe del toro simbolico di Dharma che si raffigurano
poggiate sulla terra durante gli stessi periodi. La ripartizione del Manvantara
si effettua quindi secondo la formula 10=4+3+2+1, che è l’inverso della Tetraktys
pitagorica: 1+2+3+4=10. Quest’ultima formula rappresenta ciò che nel linguaggio
dell’ermetismo occidentale viene denominato la «circolatura del quadrato», e
l’altra il problema inverso della «quadratura del cerchio», che esprime appunto
la relazione tra la fine e l’inizio del ciclo, cioè l’integrazione del suo
sviluppo totale. È questo un simbolismo aritmetico e geometrico ad un tempo,
che qui possiamo soltanto indicare di sfuggita, per non allontanarci troppo
dall’argomento principale.
Quanto alle cifre indicate in diversi testi,
in relazione alla durata del Manvantara e, conseguentemente, a quella
degli Yuga, bisogna evitare di considerarle «cronologicamente» nel
significato ordinario della parola, vale a dire come se esprimessero numeri di
anni, da prendersi alla lettera. È questo d’altronde il motivo per cui le
apparenti variazioni tra i dati non implicano in fondo una reale
contraddizione. Per le ragioni che esporremmo in seguito, la sola di queste
cifre da prendere in considerazione è il numero 4.320, dovendosi escludere i
vari zeri che si fanno seguire a questo numero, e che verosimilmente sono
destinati soprattutto a trarre in inganno coloro che volessero dedicarsi a
certi calcoli. Tale precauzione, a prima vista, può sembrare strana, ma poi si
può facilmente comprendere: se la effettiva durata del Manvantara fosse
nota e se, inoltre, fosse possibile determinare con esattezza il suo punto di
partenza, chiunque potrebbe senza difficoltà arrivare a dedurre la previsione
di particolari avvenimenti futuri; ora, nessuna tradizione ortodossa ha mai
incoraggiato studi che permettessero all’uomo di arrivare a conoscere
l’avvenire, in misura più o meno ampia, tale conoscenza presentando
praticamente molti più inconvenienti
18 Forme
tradizionali e cicli cosmici
che vantaggi reali. È questo, dunque, il
motivo per cui il punto di partenza e la durata del Manvantara sono
stati sempre più o meno accuratamente dissimulati, sia aggiungendo o sottraendo
un determinato numero di anni ai dati reali, sia moltiplicando o dividendo la
durata dei periodi ciclici in modo da mantenere soltanto le loro esatte
proporzioni; per di più, diremo che certe corrispondenze, per motivi analoghi,
talvolta sono state perfino invertite.
Se la durata del Manvantara è data dal
numero 4.320, quelle dei quattro Yuga saranno date rispettivamente da
1.728, 1.296, 864 e 432; ma per quale numero si dovranno moltiplicare queste
cifre per ottenere una durata in anni? Si può facilmente notare come tutti
questi numeri ciclici siano in rapporto diretto con la divisione geometrica del
cerchio: così 4.320=360´12; del
resto, non vi è nulla di arbitrario o di meramente convenzionale in questa
divisione, poiché, a causa della corrispondenza tra l’aritmetica e la
geometria, è normale che tale divisione si effettui secondo multipli di 3, 9,
12, mentre la divisione decimale è quella che propriamente si addice alla linea
retta. Questa osservazione, sebbene fondamentale, non permetterebbe tuttavia di
andare molto lontano nella determinazione dei periodi ciclici, se non si
sapesse che la base principale di questi, nell’ordine cosmico, è il periodo
astronomico della precessione degli equinozi, la cui durata è di 25.920 anni,
per cui lo spostamento dei punti equinoziali è di un grado ogni 72 anni. Questo
numero 72 è precisamente un sottomultiplo di 4.320=72´60, e 4.320 è a sua volta un sottomultiplo di 25.920=4.320´6; e il fatto che per la precessione degli equinozi si trovino i numeri
connessi alla divisione del cerchio costituisce una prova ulteriore del
carattere veramente naturale di questa divisione. Ma il problema che ora si
pone è il seguente: quale multiplo o sottomultiplo del suddetto periodo
astronomico corrisponde effettivamente alla durata del Manvantara?
Il periodo che nelle diverse tradizioni appare
con maggior frequenza non è tanto quello della precessione degli equinozi
Sulla dottrina dei cicli cosmici 19
quanto la sua metà: è questo in effetti il
periodo che corrisponde al «grande anno» dei Persiani e dei Greci, spesso
calcolato approssimativamente in 12.000 o 13.000 anni, e la cui esatta durata è
di 12.960 anni. Data l’importanza del tutto particolare attribuita a tale
periodo, si deve presumere che il Manvantara debba comprendere un numero
intero di «grandi anni»: quanti precisamente? A questo proposito, al di fuori
della tradizione indù, troviamo perlomeno un’indicazione precisa, abbastanza
plausibile da poter essere accettata, questa volta alla lettera: presso i
Caldei, la durata del regno di Xisuthros, che è manifestamente identico
a Vaivaswata, il Manu dell’era attuale, era fissata in 64.800
anni, cioè esattamente cinque «grandi anni». Per inciso, facciamo notare che il
numero 5, essendo quello dei bhûtas o elementi del mondo sensibile, deve
necessariamente avere una speciale importanza dal punto di vista cosmologico,
il che tende a confermare la fondatezza di una tale valutazione; si potrebbe
anzi ravvisare una certa correlazione fra i cinque bhûtas e i cinque
«grandi anni» successivi di cui si tratta, tanto più che nelle antiche
tradizioni dell’America centrale si trova una evidente connessione fra gli
elementi e particolari periodi ciclici; è questo però un problema che
richiederebbe una disamina più approfondita. Comunque sia, se è questa
effettivamente la durata del Manvantara, e se si continua a prendere
come base il numero 4.320, che è esattamente un terzo del «grande anno», è
dunque per 15 che questo numero dovrà essere moltiplicato, per avere la durata
del Manvantara. I cinque «grandi anni» saranno naturalmente ripartiti
nei quattro Yuga in modo diseguale, ma secondo rapporti semplici: il Krita-Yuga
ne conterrà 2, il Trêta-Yuga 1½; il Dwâpara-Yuga 1 e il Kali-Yuga
½; questi numeri sono precisamente la metà di quelli che avevamo trovato,
quando consideravamo la durata del Manvantara rappresentata dal numero
10. Calcolati in anni ordinari, i quattro Yuga avranno una durata
rispettivamente di 25.920, 19.440, 12.960, e 6.480 (anni), per un totale di
64.800 anni. Come si vede, queste cifre si mantengono in
20 Forme
tradizionali e cicli cosmici
limiti perfettamente verosimili, potendo ben
corrispondere alla età reale della presente umanità terrestre.
Non andremo oltre con queste considerazioni,
poiché, per quanto concerne il punto di partenza del nostro Manvantara,
e, conseguentemente, l’esatto punto del suo corso, nel quale ci troviamo
attualmente, non è nostra intenzione arrischiarci a determinarli. Sappiamo già,
per i riferimenti che ci danno tutte le tradizioni, di essere ormai da tempo
nel Kali-Yuga; possiamo aggiungere, senza tema di errori, che siamo anzi
in una fase avanzata di esso, fase che viene descritta nei Purâna con
particolari che rispondono in maniera davvero sorprendente ai caratteri della
epoca attuale; ma non sarebbe forse imprudente voler aggiungere altre
precisazioni, ed inoltre ciò non corrisponderebbe inevitabilmente ad una di
quelle predizioni tanto avversate, non senza motivo, dalla dottrina
tradizionale?
RECENSIONI
Mircea Eliade: Le
Mythe de l’éternel retour. Archétypes et répétitions, Gallimard, Parigi
1949.*
Il titolo di questo volumetto, che peraltro
non corrisponde esattamente al suo contenuto, non ci sembra molto felice,
perché fa pensare inevitabilmente alle concezioni moderne cui si applica
d’abitudine la denominazione di «eterno ritorno» e che, oltre a confondere
l’eternità con la durata indefinita, implicano l’esistenza di una ripetizione
impossibile e chiaramente contraria alla vera nozione tradizionale dei cicli,
secondo la quale vi è solamente corrispondenza e non identità. In definitiva,
nell’ordine macrocosmico, vi è una differenza paragonabile a quella che esiste,
nell’ordine microcosmico, fra l’idea della reincarnazione e quella del
passaggio dell’essere attraverso i molteplici stati della manifestazione. Di
fatto, nel libro di Eliade, non si parla di ciò e quel che egli intende per
«ripetizione» non è altro che la riproduzione o piuttosto l’imitazione rituale
di «ciò che fu fatto al principio». In una civiltà integralmente tradizionale,
tutto procede da «archetipi
* Recensione
pubblicata su Études Traditionnelles, dicembre 1949 [tr. it.: Il Mito
dell’Eterno Ritorno, Borla, Torino 1969 ‑ N.d.R.].
22 Forme
tradizionali e cicli cosmici
celesti»: così le città, i templi, le case
sono sempre costruiti secondo un modello cosmico.
Un’altra questione connessa e che pure, in
fondo, differisce da quest’ultima molto meno di quanto l’autore non sembri
pensare, è quella della identificazione simbolica con il «Centro». Di questo
argomento abbiamo avuto occasione di parlare molto spesso; Eliade ha
raggruppato numerosi esempi che si riferiscono alle tradizioni più disparate,
fatto che illustra bene l’universalità e ‑ potremmo dire ‑ la «normalità» di
tali concezioni. Successivamente, passa allo studio dei riti propriamente
detti, sempre dalla medesima angolazione; ma vi è un punto riguardo al quale
dobbiamo avanzare delle serie riserve: egli parla di «archetipi delle attività
profane», mentre, fin tanto che una civiltà conserva un carattere integralmente
tradizionale, non esistono attività profane: crediamo di capire che le attività
che egli definisce in tal modo sono quelle divenute profane in seguito ad una
certa degenerazione, il che è ben diverso, perché allora, per ciò stesso, non
può più trattarsi di «archetipi», il profano essendo tale soltanto per il fatto
di non essere più ricollegato ad alcun principio trascendente; del resto, non
vi è certamente nulla di profano negli esempi che egli menziona (danze rituali,
consacrazione di un re, medicina tradizionale).
Nel prosieguo, Eliade si sofferma più
particolarmente sul ciclo annuale e sui riti che ad esso si riferiscono;
naturalmente, in virtù della corrispondenza esistente fra tutti i cicli, l’anno
stesso può essere inteso come un’immagine ridotta dei grandi cicli della
manifestazione universale, ed è questa considerazione, in particolare, che
spiega perché al suo inizio sia attribuito un carattere «cosmogonico». L’idea
di una «rigenerazione del tempo», che l’autore fa intervenire qui, non è molto
chiara, ma sembra che debba intendersi con essa l’opera divina di conservazione
del mondo manifestato, per la quale l’azione rituale è una vera collaborazione,
in virtù delle correlazioni esistenti fra l’ordine cosmico e quello umano. È
però deplorevole che, per tutto ciò, l’autore ritenga di dover
I ‑ Recensioni 23
parlare di «credenze», mentre si tratta
dell’applicazione di conoscenze reali, e di scienze tradizionali, che hanno un
ben diverso valore rispetto alle scienze profane. E perché poi, in omaggio ad
altri pregiudizi moderni, scusarsi per aver «evitato ogni interpretazione
sociologica o etnografica», quando, al contrario, noi non sapremmo elogiarlo
abbastanza per essersene astenuto, specie se si ricorda fino a che punto altri
studi sono viziati da interpretazioni del genere?
Gli ultimi capitoli sono meno interessanti,
dal nostro punto di vista e, in ogni caso, sono i più criticabili, perché il
loro contenuto non è più un’esposizione di dati tradizionali, bensì delle
riflessioni personali di Eliade, da cui egli stesso cerca di ricavare una sorta
di «filosofia della storia». In proposito, non vediamo come le concezioni
cicliche si opporrebbero in qualche modo alla storia (viene persino usata
l’espressione «rifiuto della storia»): a dire il vero, invece, questa può avere
realmente un senso, in quanto esprima lo svolgersi degli avvenimenti, nel corso
del ciclo umano, sebbene gli storici profani non siano assolutamente capaci di
rendersene conto. Se l’idea di «sventura» può in un certo senso ricollegarsi
all’«esistenza storica», è proprio perché il cammino del ciclo si effettua
secondo un moto discendente; ed è ancora il caso di aggiungere che le
considerazioni finali, sul «terrore della storia», ci sembrano davvero un po’
troppo ispirate da preoccupazioni d’«attualità»?
Gaston Georgel: Les
Rythmes dans l’Histoire, presso l’autore, Belfort.*
Questo libro costituisce un tentativo di
applicare i cicli cosmici alla storia dei popoli, alle fasi di sviluppo e di
decadenza delle civiltà. È davvero un peccato che l’autore, nel por mano al suo
lavoro, non abbia avuto a disposizione dati
* Recensione
pubblicata su Études Traditionnelles, ottobre 1937.
24 Forme
tradizionali e cicli cosmici
tradizionali più completi, e anche che taluno
di essi gli sia pervenuto per il tramite di intermediari poco attendibili, che
vi hanno aggiunto e mescolato le loro fantasie personali. Tuttavia, egli ha
compreso che il fattore essenziale da considerare riguarda il periodo della
precessione degli equinozi e le sue ripartizioni, benché vi aggiunga poi delle
complicazioni in fondo superflue; ma la terminologia adottata per designare
certi periodi secondari tradisce non poche incomprensioni e confusioni. Ad esempio,
la dodicesima parte della precessione non può certo essere denominata «anno
cosmico»: tale appellativo si addice, infatti, più all’intero periodo, ed anche
alla sua metà, che è precisamente il «grande anno» degli Antichi. D’altra
parte, la durata di 25.765 anni si deve probabilmente a qualche calcolo
ipotetico di astronomi moderni, la durata reale indicata tradizionalmente
essendo di 25.920 anni. Per una conseguenza, singolare, di fatto l’autore è
talvolta indotto a prendere i numeri esatti per certe divisioni, ad esempio
2.160 e 540, ma allora li considera soltanto «approssimativi». Aggiungiamo, a
questo proposito, un’altra osservazione: egli crede di trovare una conferma
all’ipotesi del ciclo di 539 anni, in alcuni testi biblici che suggeriscono il
numero 77´7=539; ma, per l’appunto, avrebbe dovuto
considerare qui 77´7+1=540, non foss’altro che per analogia
con l’anno del giubileo, che non era il 49º bensì il 50º, ossia 7´7+1=50.
Quanto alle applicazioni, se è possibile
trovare qui delle corrispondenze e degli accostamenti non solo curiosi ma
davvero degni di nota, dobbiamo pur dire che ve ne sono altri molto meno
sorprendenti ed altri ancora che sembrano un po’ forzati, al punto da ricordare
spiacevolmente la puerilità di certi occultisti. Così pure vi sarebbero da
esprimere non poche riserve su altri punti, per esempio riguardo alle cifre
fantasiose indicate per la cronologia delle civiltà antiche. D’altra parte,
sarebbe stato interessante vedere se l’autore sarebbe riuscito ad ottenere
risultati analoghi ampliando ancor più il campo delle sue indagini,. poiché vi
sono stati e vi sono
I ‑ Recensioni 25
tuttora molti altri popoli, oltre quelli che
egli considera. Comunque, non pensiamo che si possa stabilire un «sincronismo»
generale, poiché, per popoli differenti, ugualmente differente deve essere il
punto di partenza; di più, le diverse civiltà non sono soltanto successive,
esse coesistono anche, come si può constatare ancor oggi.
Concludendo, l’autore ha creduto opportuno
lasciarsi andare ad alcuni tentativi di «previsione del futuro», peraltro in
limiti abbastanza ristretti; e questo è proprio uno dei pericoli di un tal
genere di ricerche, specialmente nella nostra epoca, in cui le cosiddette
«profezie» vanno tanto di moda. In realtà, nessuna tradizione ha mai
incoraggiato simili cose, ed è proprio per ostacolarle nei limiti del
possibile, più che per altre ragioni, che certi aspetti della dottrina dei
cicli sono stati sempre avvolti nell’oscurità.
Gaston Georgel: Les
Rythmes dans l’Histoire, II ed., Éditions «Servir», Besançon.*
Abbiamo recensito questo libro quando fu
pubblicato per la prima volta: a quell’epoca, l’Autore, come del resto afferma
egli stesso nella prefazione della nuova edizione, non sapeva quasi nulla dei
dati tradizionali relativi ai cicli, dovendosi ad un caso fortunato il fatto
che egli fosse riuscito a reperirne alcuni, partendo da un punto di vista
«empirico» e, in particolare, a supporre l’importanza della precessione degli
equinozi. Le osservazioni che facemmo allora lo indussero ad approfondire
quegli studi, della qual cosa non possiamo che rallegrarci, ed ora dobbiamo
ringraziarlo per quanto, in proposito, ha ritenuto di dover dire, riguardo alla
nostra persona. Egli ha dunque modificato e completato la sua opera in parecchi
punti, aggiungendo capitoli o paragrafi nuovi, di cui uno sulla storia della
questione dei cicli,
* Recensione
pubblicata su Études Traditionnelles, gennaio 1949.
26 Forme
tradizionali e cicli cosmici
correggendo diverse inesattezze ed eliminando
le considerazioni dubbie che aveva accolto in un primo tempo, in base alla
fiducia accordata a scrittori occultisti, in mancanza di dati più genuini con
cui poterle confrontare. Ci rammarichiamo soltanto che abbia dimenticato di
sostituire con i numeri esatti 540 e 1.080 quelli di 539 e 1.078 anni, come
invece sembrava preannunciare nella prefazione, tanto più che non ha poi
mancato di correggere in 2.160 quello di 2.156 anni, il che introduce un certo
apparente disaccordo fra i capitoli che si riferiscono rispettivamente a questi
diversi cicli, l’uno multiplo dell’altro. Dispiace poi che abbia mantenuto le
espressioni «anno cosmico» e «stagione cosmica» per designare periodi di durata
troppo ridotta perché esse possano riferirvisi realmente (per la precisione di
2.160 e 540 anni) e che piuttosto potrebbero considerarsi dei «mesi» e delle
«settimane», tanto più che la denominazione di «mese», in definitiva, sarebbe
conveniente per il percorso di un segno zodiacale nel moto di precessione degli
equinozi e che, d’altra parte, il numero 540=77´7+1, così come quello della settupla «settimana di anni» del giubileo
(50=7´7+1) di cui è in certo qual modo una «estensione», ha una particolare
relazione con il settenario.
Peraltro, queste sono pressoché le sole
critiche di dettaglio che abbiamo da formulare stavolta e il libro, nel
complesso, è ben degno di interesse e si distingue da certe altre opere in cui
si avanzano, a proposito delle teorie cicliche, pretese ben più ambiziose e
certo ben poco giustificate; esso, naturalmente, si limita a considerare quelli
che si possono definire i «piccoli cicli» storici, nel quadro delle sole
civiltà occidentali e mediterranee, ma sappiamo che Georgel sta ora preparando,
nello stesso ordine di idee, altri lavori di carattere più generale, e ci
auguriamo che presto possa condurli ugualmente a buon fine.
II
ATLANTIDE E REGIONE IPERBOREA *
Nella rivista Atlantis (giugno 1929),
Paul Le Cour riprende la nota di un nostro articolo dello scorso maggio1
in cui affermavamo la distinzione fra Regione iperborea e Atlantide, contro
coloro che vogliono confonderle e che parlano di «Atlantide iperborea». A dire
il vero, sebbene questa espressione sembri effettivamente appartenere soltanto
a Paul Le Cour, non era a lui solo che pensavamo, scrivendo quella nota, perché
egli non è certo l’unico a confondere le questioni di cui si tratta. Tale
confusione la si trova ugualmente in Herman Wirth, autore di un’importante
opera sulle origini dell’umanità (Der Aufgang der Menschheit), edita di
recente in Germania: questi usa costantemente il termine «nord-atlantico» per
designare la regione che costituì il punto di partenza della tradizione
primordiale. Paul Le Cour, invece, a quanto ci risulta, è proprio il solo ad
averci imprestato l’affermazione della esistenza di una «Atlantide iperborea»;
e se a tal riguardo non lo abbiamo citato, è solamente perché le questioni
personali contano per noi assai poco, unicamente avendo importanza il mettere
in guardia i nostri lettori
* Articolo
pubblicato su Le Voile d’Isis, ottobre 1929.
1 Articolo
intitolato Les pierres de foudre, pubblicato su Le Voile d’Isis,
numero di maggio del 1929, e che ora costituisce il capitolo XXV della raccolta
Symboles fondamentaux de la Science sacrée (1962).
28 Forme
tradizionali e cicli cosmici
contro una falsa interpretazione, quale che
possa essere la sua provenienza. Ci chiediamo in che modo Paul Le Cour ha mai
letto quanto abbiamo scritto, e più che mai ce lo chiediamo ora, che ci fa dire
che il Polo Nord, originariamente, «non era affatto quello d’oggi, ma si
trovava, a quanto pare, in una regione prossima all’Islanda e alla
Groenlandia». Dove avrà trovato affermazioni del genere? Siamo assolutamente
sicuri di non aver mai scritto una sola parola al riguardo, di non aver mai
fatto il minimo accenno alla questione, per noi secondaria, di un possibile
spostamento del polo, dall’inizio del nostro Manvantara2; a
maggior ragione non abbiamo mai precisato la sua collocazione originaria che
del resto, per più d’un motivo, sarebbe difficile da definire rispetto alle
terre attuali.
Le Cour dice ancora che, «malgrado il nostro
induismo, ammettiamo che l’origine delle tradizioni è occidentale»; noi,
invece, non la pensiamo affatto così: infatti, abbiamo sempre sostenuto che
essa è polare, e il polo, a quanto si sa, non è occidentale più di quanto non
sia orientale; insomma, ci ostiniamo a pensare che il Nord e l’Ovest sono due
punti cardinali diversi, così come dicevamo nella nota presa di mira.
Solamente in un’epoca già lontana dalle
origini, la sede della tradizione primordiale, trasferita in altre regioni, ha
potuto divenire e occidentale e orientale, occidentale per taluni periodi,
orientale per altri e, in ogni caso, sicuramente orientale nell’ultima fase,
già molto prima dell’inizio dei cosiddetti tempi «storici» (in quanto sono i
soli accessibili alle indagini della storia «profana»). D’altra parte ‑ lo si
tenga ben presente ‑ non è certo «malgrado il nostro induismo» (Le Cour,
adoperando questo termine, probabilmente non pensava di dir cosa tanto esatta),
ma proprio a causa di esso,
2 Tale questione
sembra essere collegata a quella dell’inclinazione dell’asse terrestre,
inclinazione che, secondo certi dati tradizionali, non sarebbe esistita
dall’origine, ma sarebbe una conseguenza di ciò che gli Occidentali chiamano
«la caduta dell’uomo».
Atlantide e regione iperborea 29
che consideriamo nordica l’origine delle
tradizioni, anzi, più precisamente, polare, poiché questo dicono espressamente
i Vêda, al pari di altri libri sacri3. La terra in cui il
sole faceva il giro dell’orizzonte senza tramontare, doveva in effetti essere
molto vicina al polo, se non identificarsi con esso; è stato anche detto che,
in seguito, i rappresentanti della tradizione si spostarono in una regione, dove
il giorno più lungo era il doppio di quelle più corto, ma questo particolare si
riferisce già ad una fase ulteriore, che, geograficamente, non ha evidentemente
più nulla a che vedere con la regione iperborea.
Può darsi che Le Cour abbia ragione a
distinguere un’Atlantide meridionale da una settentrionale, anche se
probabilmente, in origine, esse non erano separate; tuttavia non è men vero che
la stessa Atlantide settentrionale non aveva nulla di iperboreo. Ciò che
complica non poco la questione, e lo riconosciamo di buon grado, è il fatto che
le medesime designazioni sono state applicate, nel corso del tempo, a territori
ben diversi, e non solo alle successive localizzazioni del centro tradizionale
primordiale, ma anche ai centri secondari che ne derivavano più o meno
direttamente. Abbiamo segnalato questa difficoltà nel nostro studio su Le
Roi du Monde4, dove, proprio alla pagina cui si riferisce Le
Cour, scrivevamo: «Bisogna distinguere la Tula atlantica (luogo
d’origine dei Toltechi, probabilmente situata nell’Atlantide settentrionale)
dalla Tula iperborea; in realtà è quest’ultima che rappresenta il centro
primo e supremo per l’intero Manvantara attuale; essa fu l’“isola sacra”
per eccellenza, e la sua posizione, all’origine, era letteralmente polare.
Tutte le altre “isole sacre”, designate dovunque con nomi dal significato
identico, furono soltanto delle immagini della Tula iperborea;
3 Chi vorrà avere
riferimenti precisi al riguardo potrà trovarne nella ragguardevole opera di
B.G. Tilak, The Arctic Home in the Vêda, che, disgraziatamente, è del
tutto sconosciuta in Europa, certo perché l’autore era un Indù non
occidentalizzato.
4 [Tr. it.: Il
Re del Mondo, Atanòr, Roma 1972 ‑ N.d.R.]
30 Forme
tradizionali e cicli cosmici
e questo vale anche per il centro spirituale
della tradizione atlantica, che regge soltanto un ciclo storico secondario,
subordinato al Manvantara»5. E aggiungevamo in nota: «Nella
determinazione del punto di congiunzione della tradizione atlantica con quella
iperborea, una difficoltà di non poco conto deriva dalla sostituzione di certi
nomi, sostituzione che può dar luogo a molteplici confusioni; ma il problema,
nonostante tutto, non è forse interamente insolubile».
Quando parlavamo di quel «punto di
congiunzione», pensavamo soprattutto al Druidismo, ed ecco che ‑ proprio a
proposito del Druidismo ‑ troviamo ancora in Atlantis (luglio-agosto
1929) un’altra nota che testimonia come, talvolta, sia difficile farsi
comprendere. Riguardo al nostro articolo di giugno sulla «triplice cinta»6,
Le Cour scrive quanto segue: «Fare di questo emblema unicamente un simbolo
druidico, significa limitarne l’importanza; esso è verosimilmente anteriore e
si irradia oltre il mondo druidico». Ora, siamo così lontani dal farne
unicamente un simbolo druidico, che, nell’articolo in questione, dopo aver
riportato, come dice lo stesso Le Cour, degli esempi ripresi in Italia e in
Grecia, abbiamo scritto: «Il fatto che la medesima raffigurazione si ritrovi
presso altri popoli, oltre che fra i Celti, indicherebbe l’esistenza, sotto
altre forme tradizionali, di gerarchie iniziatiche costituite sullo stesso
modello (della gerarchia druidica),
5 A proposito della
Tula atlantica, crediamo sia interessante riportare qui una informazione
che abbiamo rilevato da un resoconto geografico del Journal des Débats
(22 gennaio 1929), su Les Indiens de l’isthme de Panama, di cui perfino
l’autore dell’articolo non ha sicuramente compreso l’importanza: «Nel 1925,
gran parte degli Indiani Cuna si ribellò, uccise i soldati panamensi di stanza
sul loro territorio e fondò la Repubblica indipendente di Tule, che ebbe
per bandiera uno swastika su fondo arancione con bordatura rossa. Questa
repubblica esiste tuttora». Ciò sta ad indicare che, per quanto riguarda le
tradizioni dell’antica America, sussistono delle vestigia in misura molto
maggiore di quanto non si creda.
6 Articolo
intitolato La triple enceinte druidique pubblicato su Le Voile d’Isis,
giugno 1929, che costituisce attualmente il capitolo X di Symboles
fondamentaux de la Science sacrée.
Atlantide e regione iperborea 31
il che è perfettamente normale». Quanto al
problema della priorità, bisognerebbe sapere innanzitutto a che epoca precisa
risale il Druidismo, ed è probabile che esso abbia origini molto più lontane,
nel tempo, di quanto non si creda comunemente, tanto più che i Druidi erano i
custodi di una tradizione di cui una parte notevole era incontestabilmente di
provenienza iperborea.
Approfitteremo di questa occasione, per fare
un altro rilievo, che pure ha la sua importanza: noi diciamo «iperboreo», per
conformarci alla consuetudine invalsa a partire dai Greci; ma l’uso di questa
parola dimostra che i Greci, almeno quelli dell’età «classica», avevano ormai
perduto il senso della designazione originaria. In realtà, basterebbe dire
«Boreo», che è l’esatto equivalente del sanscrito Varâha, o piuttosto,
quando si tratta di una terra, al suo derivato femminile Vârâhî: è la
«terra del cinghiale», che divenne anche la «terra dell’orso», in un’epoca
successiva. durante il. predominio degli Kshatriya, al quale pose fine Parashu-Râma7.
Per terminare questa necessaria messa a punto,
ci resta ancora da dire qualche parola su tre o quattro argomenti che Le Cour
affronta incidentalmente nelle sue due note; vi è innanzitutto un accenno allo swastika,
a proposito del quale egli dice che «ne facciamo il segno del polo». Senza la
minima animosità, vorremmo pregare qui Paul Le Cour di non assimilare il nostro
caso al suo, poiché, infine, bisogna pur dire come stanno le cose: noi lo
consideriamo come un «ricercatore» (e con ciò non si vogliono affatto sminuire
i suoi
7 Il nome di Vârâhî
si applica alla «terra sacra», assimilata simbolicamente ad un aspetto
particolare della Shakti di Vishnu, considerato allora
specialmente nel suo terzo avatâra; a questo proposito, molto vi sarebbe
da dire, e forse, un giorno, torneremo in argomento. Con lo stesso nome, non è
stata mai designata l’Europa, come invece sembra aver creduto Saint-Yves
d’Alveydre; d’altra parte, tali questioni avrebbero potuto essere più chiare,
in Occidente, se Fabre d’Olivet e i suoi discepoli non avessero mescolato
inestricabilmente la storia di Parashu-Râma e quella di Râma-Chandra,
vale a dire il sesto e il settimo avatâra, che sono invece ben distinti,
da ogni punto di vista.
32 Forme
tradizionali e cicli cosmici
meriti), che propone delle spiegazioni in base
alle sue vedute personali, talvolta un po’ arrischiate, e questo è nel suo
diritto, dato che egli non è ricollegato ad alcuna tradizione vivente e non è
in possesso di alcun dato ricevuto per trasmissione diretta.
In altri termini, si potrebbe dire che egli fa
dell’archeologia, mentre noi facciamo della scienza iniziatica, e sono questi
due punti di vista che, anche quando toccano i medesimi argomenti, non
potrebbero coincidere in nessun modo. Noi non «facciamo» dello swastika
il segno del polo: diciamo che esso è il segno del polo, e lo è sempre stato, e
che tale è il suo autentico significato tradizionale; e contro questo fatto ‑
che è ben diverso da quanto dice Le Cour ‑ né noi né Le Cour possiamo far
nulla. Le Cour, il quale, evidentemente, può soltanto fornire delle
interpretazioni più o meno ipotetiche, sostiene che lo swastika «è
soltanto un simbolo, che si riferisce a un ideale ben poco elevato»8;
ed è questo il suo punto di vista, e nulla di più, per cui noi siamo tanto meno
disposti a discuterne, in quanto esso non rappresenta, dopo tutto, che un
semplice apprezzamento, dettato dal sentimento; «elevato» o no, un «ideale» è
per noi qualcosa di vacuo, e, per la verità, si tratta qui di cose ben più
«positive», diremmo, se non si fosse abusato del termine.
Le Cour, poi, non si mostra soddisfatto della
nota che abbiamo dedicato all’articolo di un suo collaboratore, il quale voleva
vedere a tutti i costi un’opposizione fra l’Oriente e l’Occidente, dando prova,
nei confronti dell’Oriente, di un esclusivismo deplorevole9. Egli
scrive in proposito delle cose
8 Vogliamo supporre
che, scrivendo queste parole, Le Cour abbia pensato piuttosto alle
interpretazioni moderne che non a quelle tradizionali dello swastika,
come quella concepita ad esempio dai «razzisti» tedeschi, che si sono
appropriati di questo emblema, paludandolo dell’appellativo barocco ed
insignificante di hakenkreuz o «croce uncinata».
9 Le Cour ci
rimprovera di aver detto a questo proposito che il suo collaboratore «non ha
certamente il dono delle lingue», e trova che la
Atlantide e regione iperborea 33
sbalorditive: «René Guénon, il quale è un
logico puro, è soltanto capace d’indagare, tanto in Oriente che in Occidente,
l’aspetto meramente intellettuale delle cose, come testimoniano i suoi scritti;
e lo dimostra una volta di più, dichiarando che Agni è sufficiente a se
stesso (cfr. Regnabit, aprile 1926) e ignorando la dualità Aor-Agni,
sulla quale torneremo spesso, poiché essa è la pietra angolare del mondo
manifestato». Nonostante la nostra abituale indifferenza rispetto a quanto si
scrive sul nostro conto, non possiamo lasciar dire che siamo «un logico puro»,
quando, al contrario, consideriamo la logica e la dialettica nient’altro che
dei semplici strumenti di esposizione, talvolta utili a questo titolo, ma del
tutto esteriori, privi di interesse per se stessi. Noi ci ricolleghiamo, e lo
ripetiamo ancora una volta, al solo punto di vista iniziatico, e tutto il
resto, vale a dire tutto ciò che costituisce conoscenza «profana», è
completamente privo di valore, ai nostri occhi. Se è vero che parliamo sovente
di «intellettualità pura», è anche vero che questa espressione ha un ben
diverso significato da quello attribuitole da Le Cour, il quale mostra di
confondere «intelligenza» e «ragione», e, per un altro aspetto, prende in
considerazione una «intuizione estetica», mentre non esiste altra vera
intuizione che non sia l’«intuizione intellettuale», d’ordine sovrarazionale.
Vi è qui d’altronde qualcosa di ben più formidabile di quanto non possa
immaginare chi, manifestamente, non sospetta minimamente cosa possa essere la
«realizzazione metafisica», e che probabilmente ci considera semplici teorici,
il che prova una volta di più che egli ha letto davvero male i nostri scritti,
che pure sembrano preoccuparlo stranamente.
Quanto alla storia di Aor-Agni, che noi
non «ignoriamo» affatto, sarebbe ora di smetterla una volta per tutte con tali
fantasticherie, di cui del resto Le Cour non è responsabile:
nostra «è un’affermazione infelice»; il fatto è che
egli confonde semplicemente il «dono delle lingue» con le cognizioni
linguistiche; in realtà, esso non ha assolutamente nulla a che vedere con
l’erudizione.
34 Forme
tradizionali e cicli cosmici
se «Agni è sufficiente a se stesso», è
per la buona ragione che questo termine, in sanscrito, designa il fuoco in
tutti i suoi aspetti, senza alcuna eccezione, e coloro i quali pretendono il
contrario dimostrano semplicemente, in tal modo, una completa ignoranza della
tradizione indù. Non dicevamo nulla di diverso, nella nota del nostro articolo
di Regnabit, che crediamo necessario riprodurre qui testualmente:
«Sapendo che, fra i lettori di Regnabit, alcuni sono a conoscenza delle
teorie di una scuola i cui studi, benché molto interessanti e apprezzabili
sotto molti aspetti, richiedono tuttavia delle riserve, dobbiamo dire qui che
non possiamo accettare l’uso dei termini Aor e Agni per designare
i due aspetti complementari del fuoco (luce e calore). Infatti, la prima di
queste due parole è ebraica, mentre la seconda appartiene al sanscrito, e non è
lecito associare così dei termini presi da tradizioni differenti, quali che
siano le concordanze reali fra di esse, ed anche l’identità congenita che si
cela sotto la diversità delle forme; non bisogna confondere il “sincretismo”
con la vera sintesi. Inoltre, se Aor è esclusivamente la luce, Agni
è il Principio igneo integralmente considerato (l’esatto corrispondente dell’ignis
latino), quindi è insieme luce e calore; limitare questo termine alla
designazione del secondo aspetto è del tutto arbitrario e ingiustificato». C’è
appena bisogno di dire che, nello scrivere questa nota, eravamo ben lungi dal
pensare a Paul Le Cour; infatti, pensavamo unicamente a Hiéron de Paray-le-Monial,
al quale si deve tale bizzarra associazione verbale. Riteniamo di non dover
tenere in alcun conto le fantasticherie uscite dall’immaginazione un po’ troppo
fertile del de Sarachaga, quindi prive di qualsiasi autorità e senza alcun
valore dal punto di vista tradizionale, al quale intendiamo attenerci
rigorosamente10.
10 È lo stesso. de
Sarachaga che scriveva zwadisca per swastika; uno dei suoi
discepoli, al quale una volta lo facemmo notare, ci assicurò che doveva avere i
suoi motivi, per scriverlo così: ecco una giustificazione un po’ troppo
semplicistica!
Atlantide e regione iperborea 35
Infine, Le Cour approfitta dell’occasione per
riaffermare la teoria anti-metafisica e anti-iniziatica dell’«individualismo»
occidentale, ciò che, in definitiva, impegna lui solo, ed è perciò affar suo.
Aggiunge poi, con una sorta di fierezza che dimostra quanto poco egli sia
distaccato dalle contingenze individuali: «Restiamo fermi nelle nostre
convinzioni, perché, nel dominio della conoscenza, noi siamo gli antenati».
Questa pretesa è davvero straordinaria: Le Cour si crede dunque così vecchio?
Gli Occidentali moderni non solo non possono considerarsi antenati di nessuno,
ma non sono neppure dei discendenti legittimi, poiché hanno perduto la chiave
della tradizione loro propria; non è certo «in Oriente che ha avuto luogo una
deviazione», qualunque cosa possano dirne coloro che ignorano tutto delle
dottrine orientali. Gli «antenati», per riprendere il termine di Le Cour, sono
coloro che detengono effettivamente la tradizione primordiale; non potrebbero
essercene altri e, nell’epoca attuale, essi non si trovano di sicuro in
Occidente.
LA SITUAZIONE DELLA CIVILTA ATLANTIDEA NEL «MANVANTARA» *
Abbiamo appena segnalato, con Atlantide et
Hyperborée, la confusione che troppo frequentemente si fa tra la Tradizione
primordiale, in origine «polare» nel senso letterale della parola, e il cui
punto di partenza è quello stesso del presente Manvantara, e la
tradizione derivata e secondaria che fu la tradizione atlantidea, riferentesi
ad un periodo molto più ristretto. Dicemmo allora, e altrove in diverse altre
occasioni1, che tale confusione poteva spiegarsi in certa misura con
il fatto che i centri spirituali subordinati erano costituiti ad immagine del
Centro supremo, e che ad essi erano state applicate le medesime denominazioni.
Così la Tula atlantica, il cui nome si è conservato nell’America
centrale introdottovi dai Toltechi, dovette essere la sede di un potere
spirituale che era come una emanazione di quello della Tula iperborea;
e, poiché il nome Tula designa la Bilancia, la sua doppia applicazione è
in stretta relazione con il trasferimento di questa stessa denominazione dalla
costellazione polare dell’Orsa Maggiore al segno zodiacale che porta ancor oggi
il nome di Bilancia. È altresì alla tradizione atlantidea che bisogna riferire,
ad una certa epoca, il trasferimento
* Articolo
pubblicato su Le Voile d’Isis, agosto-settembre 1931.
1 Si veda in
particolare Le Roi du Monde (1927).
38 Forme
tradizionali e cicli cosmici
del sapta-riksha (dimora simbolica dei
sette Rishi) dall’Orsa Maggiore alle Pleiadi, costellazione egualmente
formata da sette stelle, ma di situazione zodiacale; quel che non permette
dubbi in proposito è il fatto che le Pleiadi erano dette figlie di Atlante, e,
come tali, chiamate anche Atlantidi.
Tutto ciò è in accordo con la situazione
geografica dei centri tradizionali, la quale è legata a sua volta tanto ai loro
caratteri propri che alla loro posizione rispettiva nel periodo ciclico, in
questo campo tutto essendo concatenato molto più strettamente di quanto possa
immaginare chi ignori le leggi di certe corrispondenze. La regione iperborea
corrisponde manifestamente al Nord e l’Atlantide all’Occidente; ed è cosa degna
di nota che le stesse denominazioni di queste regioni, pur nettamente distinte,
si possono prestare ad una analoga confusione, essendo stati ad esse applicati
nomi della stessa radice. Tale radice si trova, infatti, sotto forme diverse
come hiber, iber o eber, e persino ereb per
trasposizione delle lettere, a designare tanto la regione dell’inverno, cioè il
Nord, quanto la regione della sera o del sole al tramonto, cioè l’Occidente, e
i popoli che abitano l’una e l’altra; anche questo è manifestamente un fatto
dello stesso genere di quelli che abbiamo appena menzionato.
La stessa posizione del centro atlantideo
sull’asse Oriente-Occidente indica la sua subordinazione nei confronti del
centro iperboreo, situato, sull’asse polare Nord-Sud. In effetti, benché
l’insieme di questi due assi formi nel sistema completo delle sei direzioni
dello spazio quella che si può chiamare una croce orizzontale, l’asse Nord-Sud
deve essere considerato, come abbiamo spiegato altrove2,
relativamente verticale rispetto all’asse Oriente-Occidente. Si può anche,
conformemente al simbolismo del ciclo annuale, dare al primo di questi assi il
nome di asse solstiziale e al secondo quello di
2 Si veda il nostro
studio su Le Symbolisme de la Croix (1931) [tr. it.: Il simbolismo
della Croce, Rusconi, Milano 1973 – N.d.R.].
Civiltà atlantidea nel «Manvantara» 39
asse equinoziale; ciò permette di comprendere
come il punto di partenza stabilito per l’anno non sia lo stesso in tutte le
forme tradizionali. Il punto di partenza che possiamo chiamare normale,
direttamente in conformità con la Tradizione primordiale, è il solstizio
d’inverno; il far cominciare l’anno ad uno degli equinozi indica il
ricollegamento ad una tradizione secondaria, quale la tradizione atlantidea.
Quest’ultima, d’altra parte, essendo situata
in una regione che corrisponde alla sera nel ciclo diurno, dev’essere
considerata come appartenente ad una delle ultime divisioni del ciclo
dell’umanità terrestre attuale, dunque relativamente recente; e, infatti, senza
cercare di dare delle precisazioni che sarebbero difficilmente giustificabili,
si può dire che essa appartiene certamente alla seconda metà del presente Manvantara3.
Inoltre, siccome l’autunno corrisponde nell’anno a ciò che la sera è nel
giorno, sì può vedere una allusione diretta al mondo atlantideo in quello che
indica la tradizione ebraica (il cui nome, del resto, è di quelli che denotano
un’origine occidentale), e cioè che il mondo fu creato all’equinozio d’autunno
(il primo giorno del mese di Thishri, secondo una particolare
trasposizione delle lettere della parola Bereshith); e forse è proprio
in questo fatto la ragione più immediata (altre ve ne sono di carattere più
profondo) dell’enunciazione della «sera» (ereb) prima del «mattino» (boqer)
nella esposizione dei «giorni» della Genesi4. Ciò potrebbe
trovare una conferma nel fatto che il significato letterale del nome Adam
è «rosso», la tradizione atlantidea essendo stata precisamente
3 Riteniamo che la
durata della civiltà atlantidea dovette essere uguale a un «grande anno» inteso
nel senso del semiperiodo di precessione degli equinozi; quanto al cataclisma
che vi pose termine, taluni dati concordanti sembrano indicare che esso ebbe luogo
7.200 anni prima dell’anno 720 del Kali-Yuga, anno che è ancora il punto
di partenza di un’era conosciuta, ma di cui coloro che ancora attualmente
l’usano non sembrano più sapere l’origine né il significato.
4 Anche presso gli
Arabi, si usa contare le ore del giorno a partire dal maghreb, vale a
dire dal tramonto.
40 Forme
tradizionali e cicli cosmici
la tradizione della razza rossa; sembra anche
che il diluvio biblico corrisponda direttamente al cataclisma in cui spari
l’Atlantide, e di conseguenza non possa essere identificato con il diluvio di Satyavrata
il quale, secondo la tradizione indù, che procede direttamente dalla Tradizione
primordiale, precedette immediatamente l’inizio del nostro Manvantara5.
Resta inteso che questo senso, che si può
chiamare storico, non esclude affatto tutti gli altri; non bisogna d’altronde
mai perdere di vista che, secondo l’analogia esistente tra un ciclo principale
ed i cicli secondari nei quali esso si suddivide, tutte le considerazioni di
questo tipo sono sempre suscettibili di applicazioni a livelli diversi;
vogliamo dire con ciò che il ciclo atlantideo pare essere stato preso come base
della tradizione ebraica, che la trasmissione sia avvenuta attraverso gli
Egiziani, cosa che non ha proprio nulla di inverosimile, o in qualunque altro
modo. Facciamo quest’ultima riserva semplicemente perché sembra particolarmente
difficile determinare come avvenne la congiunzione tra la corrente proveniente
da Occidente, dopo la scomparsa dell’Atlantide, ed un’altra corrente discesa
dal Nord e derivata direttamente dalla Tradizione primordiale, congiunzione da
cui doveva risultare la costituzione delle differenti forme tradizionali
proprie dell’ultima parte del Manvantara. Ad ogni modo, in questo caso
non si tratta di un semplice riassorbimento nella Tradizione primordiale, di
ciò che da essa era uscito ad un’epoca anteriore, bensì d’una specie di fusione
tra due forme già differenziate in precedenza per dar vita ad altre forme
adatte a nuove circostanze di tempo e di luogo; ed il fatto che le due correnti
appaiano allora in qualche modo autonomo può ulteriormente contribuire a
mantenere l’illusione di un’indipendenza della tradizione atlantidea. È fuor di
dubbio che se
5 Al contrario, i
diluvi di Deucalion e di Ogyges, presso i Greci, sembrano
riferirsi a periodi ancor più ristretti ed a cataclismi parziali, posteriori a
quello dell’Atlantide.
Civiltà atlantidea nel «Manvantara» 41
si vuole indagare sulle condizioni nelle quali
tale congiungimento si operò, bisogna dare una particolare importanza alla
tradizione celtica e a quella caldea, il nome delle quali, che è il medesimo,
designava in realtà non un popolo particolare, bensì una casta sacerdotale; ma
chi al giorno d’oggi sa cosa furono le tradizioni dei Celti e dei Caldei,
oppure anche soltanto quella degli antichi Egizi? La prudenza non è mai troppa,
quando si tratta di civiltà completamente scomparse, e certamente non sono tentativi
di ricostruzione cui si dedicano gli archeologi profani che possono chiarire la
questione; tuttavia non è men vero che molte vestigia di un passato dimenticato
emergono dalla terra nella nostra epoca, e ciò non può accadere senza una
ragione. Senza arrischiare la minima previsione su quanto potrà risultare da
queste scoperte, il cui significato generalmente sfugge a coloro che le fanno,
è tuttavia certo che in esse è da vedere un «segno dei tempi»: non è forse vero
che alla fine di un Manvantara tutto deve ritrovarsi e servire da punto
di partenza per l’elaborazione del ciclo futuro?
III
ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL NOME ADAMO *
Nel nostro studio sulla «situazione della
tradizione atlantidea nel Manvantara», abbiamo detto che il nome Adam
significa letteralmente «rosso», e che questo è uno degli indizi del
collegamento della tradizione ebraica con quella atlantidea, che fu quella
della razza rossa. D’altra parte, il nostro confratello Argos, nella sua
interessante storia del «sangue e alcuni suoi misteri», crede di individuare
per questo stesso nome un’origine a prima vista differente: dopo aver ricordato
la consueta interpretazione, secondo cui esso significherebbe «tratto dalla
terra» (adamah), si chiede se piuttosto questo nome non derivi dalla
parola dam «sangue»; ma la differenza è soltanto apparente, perché tutti
questi termini, in realtà, hanno una radice unica.
Innanzitutto, si noti che, dal punto di vista
linguistico, non è ammissibile l’etimologia volgare, la quale giunge a far
derivare Adam da adamah, che viene tradotto con «terra»;
l’ipotesi inversa sarebbe più plausibile; ma, in effetti, i due sostantivi
provengono entrambi da una medesima radice verbale adam, che significa
«essere rosso». Adamah, originariamente almeno, non è la terra in
generale (erets), né l’elemento terra (iabashah, parola il cui
senso primitivo sta ad indicare
* Articolo
pubblicato su Le Voile d’Isis, dicembre 1931.
44 Forme
tradizionali e cicli cosmici
l’«aridità» come qualità caratteristica di
questo elemento); è propriamente l’argilla rossa che, per le sue proprietà
plastiche, è particolarmente adatta a rappresentare una certa potenzialità, una
capacità di ricevere delle forme; e il lavoro del vasaio è stato spesso preso a
simbolo della produzione degli esseri manifestati dalla sostanza primordiale
indifferenziata. Per la stessa ragione, la «terra rossa» sembra avere una
speciale importanza nel simbolismo ermetico, in cui essa può essere vista come una
delle raffigurazioni della «materia prima», sebbene, qualora la si intenda nel
senso letterale, solo relativamente possa rappresentarla, essendo già dotata di
proprietà definite. Si aggiunga che la parentela fra una delle designazioni
della terra e il nome Adam, preso come tipo dell’umanità, si ritrova,
sotto un’altra forma, nella lingua latina, in cui la parola humus,
«terra», è vicina in maniera altrettanto singolare ai termini homo e humanus.
D’altro canto, se si riferisce specificamente il nome Adam alla
tradizione della razza rossa, questa corrisponde alla terra, fra gli elementi,
così come, fra i punti cardinali, è in correlazione con l’Occidente, e
quest’ultima concordanza dà un’ulteriore giustificazione a ciò che avevamo
detto in precedenza.
Quanto alla parola dam, «sangue» (che è
comune all’ebraico e all’arabo), anch’essa deriva dalla stessa radice adam1:
il sangue è propriamente il liquido rosso, ed è questa la sua caratteristica
più immediatamente evidente. La parentela fra tale designazione del sangue e il
nome Adam è dunque incontestabile e si spiega da sola con la derivazione
da una radice comune; ma questa derivazione appare diretta sia per l’uno che
per l’altro, e non è possibile, partendo dalla radice verbale adam,
passare per il tramite dam, per arrivare al nome Adam. Vi
sarebbe, per la verità, un altro modo
1 L’aleph
iniziale, esistente nella radice, scompare nel derivato, il che non è certo un.
fatto eccezionale; questo aleph non è affatto un prefisso con un
significato indipendente, come vorrebbe Latouche, le cui concezioni
linguistiche troppo spesso sono fantasiose.
Considerazioni sul nome Adamo 45
di considerare le cose, meno strettamente
linguistico, e dire che l’uomo è detto «rosso» a causa del suo sangue; ma una
spiegazione siffatta sarebbe poco soddisfacente, poiché il fatto di avere del
sangue non è una caratteristica esclusiva dell’uomo, che, al contrario, l’ha in
comune con le specie animali, sicché essa non può servire a caratterizzarlo
realmente. In effetti, nel simbolismo ermetico, il colore rosso è quello del
regno animale, così come il verde è il colore del regno vegetale e il bianco del
regno minerale2; quanto appena detto a proposito del colore rosso,
si può riferire precisamente al sangue, considerato come la sede o, meglio, il
supporto della vitalità animale propriamente detta. D’altra parte, tornando
alla relazione più particolare del nome Adam con la razza rossa. questa,
malgrado il suo colore, non sembra poter essere messa in rapporto con una
prevalenza del sangue nella costituzione organica, poiché il temperamento
sanguigno, fra gli elementi, corrisponde al fuoco, non alla terra, ed è la
razza nera che viene messa in relazione con l’elemento fuoco, così come, fra i
punti cardinali, essa corrisponde al Sud.
Segnaliamo ancora, fra i derivati della radice
adam, la parola edom, che significa «rosso di capelli» e che
d’altronde differisce dal nome Adam soltanto per le vocali; nella Bibbia,
«Edom» è un soprannome di Esaù, da cui il nome di Edomiti, dato ai suoi
discendenti, e quello di Idumea dato alla loro terra (e che in ebraico suona
ancora Edom, ma al femminile). Tutto questo ci ricorda i «sette re di
Edom» di cui si parla nello Zohar, e la stretta rassomiglianza di Edom
con Adam può essere una delle ragioni per cui questo nome viene scelto
qui per designare le umanità scomparse, cioè quelle dei precedenti Manvantara3.
In tal modo, ci si può rendere conto del rapporto esistente fra la questione
appena accennata
2 Per quanto
riguarda il simbolismo di questi tre colori, rinviamo al nostro studio su L’Ésotérisme
de Dante (1925) [tr. it.: L’esoterismo di Dante, Atanòr, Roma 1972 ‑
N.d.R.].
3 Si veda Le Roi du Monde, cap. VI, in fine.
46 Forme
tradizionali e cicli cosmici
e quella dei cosiddetti «preadamiti»: se si
considera Adam come l’origine della razza rossa e della sua particolare
tradizione, può trattarsi semplicemente delle altre razze che hanno preceduto
quest’ultima nel corso dell’attuale ciclo umano; se lo si considera, in un
significato più ampio, come il prototipo di tutta la presente umanità, si
tratterà di quelle umanità anteriori alle quali, precisamente, alludono i
«sette re di Edom». In ogni caso, le discussioni sorte intorno a tale questione
sono piuttosto prive di senso, in quanto la cosa non dovrebbe presentare alcuna
difficoltà; infatti non ve n’è alcuna, almeno per la tradizione islamica, nella
quale esiste un hadîth (parola del Profeta) che dice: «Prima dell’Adamo
che conosciamo, Dio creò centomila Adamo» (vale a dire un numero
indeterminato), ed è questa l’affermazione più netta possibile della
molteplicità dei periodi ciclici e delle umanità
corrispondenti.
Poiché abbiamo fatto allusione al sangue come
supporto della vitalità, ricorderemo che, come abbiamo già avuto occasione di
spiegare in una delle nostre opere4, il sangue costituisce
effettivamente uno dei legami dell’organismo corporeo con lo stato sottile
dell’essere vivente, che è propriamente l’«anima» (nephesh haiah della Genesi),
vale a dire, nel significato etimologico (anima), il principio animatore
o vivificatore dell’essere. Lo stato sottile, nella tradizione indù, è
denominato Taijasa, per analogia con têjas che è l’elemento
igneo; e come il fuoco, quanto alle sue qualità peculiari, è polarizzato in
luce e calore, così lo stato sottile è vincolato allo stato corporeo in due
modi diversi e complementari: per mezzo del sangue, quanto alla qualità
calorica, del sistema nervoso, quanto alla qualità luminosa. Infatti, anche dal
semplice punto di vista fisiologico, il sangue è il veicolo del calore
portatore di vita, e questo spiega la corrispondenza, da noi
4 L’Homme et son devenir selon le
Vêdânta, 1925, cap. XIV [tr. it.: L’uomo e il suo
divenire secondo il Vêdânta, Edizioni Studi Tradizionali, Torino 1965 ‑
N.d.R.]. Cfr. anche L’Erreur Spirite, 1923, pp. 116-119.
Considerazioni sul nome Adamo 47
testé indicata, del temperamento sanguigno con
l’elemento fuoco. D’altra parte, si può dire che, nel fuoco, la luce
rappresenta l’aspetto superiore, e il calore l’aspetto inferiore: la tradizione
islamica insegna che gli angeli furono creati dal «fuoco divino» (o dalla «luce
divina»), e che coloro i quali si ribellarono con Iblis5 perdettero
la luminosità della loro natura, per conservarne soltanto un oscuro calore6.
Per conseguenza, si può dire che il sangue è in rapporto diretto con l’aspetto
inferiore dello stato sottile; da ciò deriva il divieto di cibarsi del sangue,
la sua assimilazione con quanto vi è di più spesso nella vitalità animale e
che, mescolandosi intimamente agli elementi psichici dell’uomo, può
effettivamente dar luogo a gravissime conseguenze. Di là anche l’uso frequente
del sangue nelle pratiche di magia e anche di stregoneria (in quanto capace di
attrarre le entità «infernali», per conformità di natura): D’altra parte, però,
tutto questo, in determinate condizioni, è suscettibile di una trasposizione in
un ordine superiore, da cui i riti, sia religiosi, sia anche iniziatici (come
il mitriaco «sacrificio del toro») implicanti sacrifici animali; poiché, a
questo proposito, si è fatta allusione al sacrificio di Abele in
contrapposizione a quello incruento di Caino, può darsi che, in una prossima
occasione, torneremo sull’argomento.
5 [L’angelo
ribelle, corrispondente a Lucifero delle religioni giudaico-cristiane – N.d.R.]
6 Un’ulteriore
indicazione in questo senso è data dal rapporto che esiste in arabo fra le
parole nûr, «luce», e nâr, «fuoco» (nel senso di calore).
QABBALAH *
La parola Qabbalah, in ebraico, non
significa altro che «tradizione», nel senso più ampio; e per quanto il più
delle volte, essa designi la tradizione esoterica o iniziatica, quando viene
usata senza ulteriori specificazioni, si arriva perfino ad applicarla alla
tradizione exoterica1. Questo termine, di per sé, è dunque
suscettibile di designare qualsivoglia tradizione, ma, poiché appartiene alla
lingua ebraica, è normale riservarlo, quando ci si serve di un’altra lingua ‑
come abbiamo già rilevato in altre occasioni ‑ alla sola tradizione ebraica,
oppure, per esprimersi con maggior precisione, alla forma specificamente
ebraica della tradizione. Se insistiamo in proposito è perché abbiamo
constatato in certuni una tendenza a dare un altro significato a questa parola,
e a farne la denominazione di un genere speciale di conoscenze tradizionali, di
qualsivoglia provenienza, e questo perché essi credono di scoprire nella parola
ogni sorta di significati più o meno inverosimili, che d’altronde non le
appartengono realmente. Non intendiamo certo perdere il nostro tempo ad
annotare tutte queste
* Articolo
pubblicato su Le Voile d’Isis, maggio 1933.
1 Quando ciò
avviene, possono ingenerarsi equivoci ed errori: ad esempio, sappiamo che
taluni hanno preteso di ricollegare il Talmud alla «Cabala», intesa in
senso esoterico, mentre, di fatto, il Talmud appartiene si alla
«tradizione», ma soltanto nel senso exoterico, religioso, legale.
50 Forme
tradizionali e cicli cosmici
interpretazioni fantasiose, essendo senz’altro
più utile precisare l’autentico, originario significato del termine, ciò che
basta ad annullare tutti gli altri; ed è questo che ci proponiamo di fare qui.
La radice QBL, in ebraico e in arabo2,
esprime essenzialmente il rapporto di due cose poste l’una di fronte all’altra;
da qui procedono tutti i diversi significati delle parole derivate, come, ad
esempio, quelli di incontro e anche di opposizione. Risulta da tale rapporto
anche l’idea di un passaggio dall’uno all’altro dei termini contrapposti, per
cui si hanno idee come quelle di ricevere, accogliere, accettare, che si
esprimono nelle due lingue con il verbo qabal; e di là deriva
direttamente qabbalah, che vuol dire propriamente «ciò che è ricevuto» o
trasmesso (in latino traditum) dall’uno all’altro. Vediamo allora
delinearsi, con l’idea di trasmissione, anche quella di successione; ma è bene
rilevare che il senso primo della radice indica un rapporto che può essere
tanto simultaneo che successivo, tanto spaziale che temporale. Questa
considerazione spiega il duplice significato della preposizione qabal in
ebraico e qabl in arabo, che vuol dire, contemporaneamente, «davanti»
(cioè «di fronte» nello spazio) e «prima» (nel tempo); ed anche in francese la
stretta parentela dei due termini devant e avant, dimostra che
esiste tuttora una certa analogia fra queste due diverse modalità, l’una in
simultaneità, l’altra in successione. Allo stesso modo, ciò consente di
risolvere un’apparente contraddizione: benché l’idea più frequente, quando si
tratta di un rapporto temporale, sia qui quella di anteriorità e pertanto si
riferisca al passato, tuttavia capita anche che alcuni derivati della medesima
radice designino l’avvenire (in arabo mustaqbal, cioè, letteralmente,
ciò a cui si va incontro, da istaqbal, «andare incontro»); ma
2 Richiamiamo
l’attenzione sul fatto, di cui forse si sottovaluta l’importanza, che queste
due lingue, che hanno in comune la maggior parte delle radici, sono spesso
suscettibili di fornire chiarimenti l’una nei confronti dell’altra.
Qabbalah 51
non si dice anche in francese che il passato è
prima (avant) di noi e che l’avvenire è davanti (devant) a noi,
con espressioni paragonabili a quelle appena menzionate? In definitiva, basta,
in ogni caso, che uno dei due termini considerati sia «davanti» o «avanti»
l’altro, si tratti poi di una relazione spaziale o di una relazione temporale.
Tutte queste considerazioni possono essere
ulteriormente confermate dall’esame di un’altra radice, pure comune all’ebraico
e all’arabo, che ha dei significati molto prossimi a quelli appena esaminati,
anzi, si potrebbe dire, in gran parte identici, poiché, sebbene il punto di
partenza sia nettamente differente, i significati derivati finiscono per
ricongiungersi. Si tratta della radice QDM, che esprime in primo luogo l’idea
di «precedere» (qadam), da cui tutto ciò che si riferisce non solo ad
una anteriorità temporale, ma ad una priorità di qualsivoglia ordine. Così, per
le parole derivanti da questa radice, si trovano, oltre ai significati di
origine e di antichità (qedem in ebraico, qidm o qidam in
arabo), quello di preminenza o di precedenza, ed anche quello di cammino, di
progresso o di progressione (in arabo taqaddum)3; e anche qui
la preposizione qadam in ebraico e qoddâm in arabo ha il duplice
significato di «davanti» e di «prima». Ma il senso principale, in questo caso,
designa ciò che è primo, sia gerarchicamente che cronologicamente; così, l’idea
espressa con maggior frequenza è quella di origine o di primordialità e, per
estensione, nell’ordine temporale, di antichità: pertanto, qadmôn in
ebraico, qadîm in arabo hanno il significato di «antico» nell’uso
corrente, ma, quando si riferiscono al dominio dei principi, devono essere,
tradotte con «primordiale»4.
3 È questa la
provenienza della parola qadam, «piede», cioè lo strumento che serve al
cammino.
4 El-insânul-qadîm,
cioè l’«Uomo primordiale», è, in arabo, una delle designazioni dell’«Uomo
universale» (sinonimo di El-insânul-kâmil, che è, letteralmente, l’«Uomo
perfetto» o totale, il quale corrisponde esattamente all’Adam Qadmôn
ebraico.
52 Forme
tradizionali e cicli cosmici
Ancora a proposito di queste parole, è
opportuno segnalare altre considerazioni non prive di interesse: in ebraico, i
derivati della radice QDM servono anche a designare l’Oriente, vale a dire le
regioni dell’«origine», quelle cioè dove appare il sole nascente (oriens
da oriri, da cui discende anche origo in latino), il punto di
partenza del cammino diurno del sole; e, nello stesso tempo, è anche il punto
che si ha davanti quando ci si «orienta», volgendosi verso il levar del sole5.
Così, qedem significa anche «Oriente» e qadmôn «orientale»;
tuttavia non sarebbe lecito vedere in tali denominazioni l’affermazione della
primordialità dell’Oriente, dal punto di vista della storia dell’umanità
terrestre, poiché, come spesso abbiamo avuto occasione di dire, l’origine prima
della tradizione è nordica, anzi «polare», quindi né orientale né occidentale;
d’altronde, la spiegazione che abbiamo appena fornito ci pare esauriente.
Aggiungeremo a questo proposito che le questioni di «orientamento» hanno
generalmente una notevole importanza nel simbolismo tradizionale e nei riti che
si basano su tale simbolismo; esse del resto sono più complesse di quanto si
creda e possono dar luogo ad errori, perché esistono, in forme tradizionali
diverse, parecchi modi di orientamento differenti. Quando ci si volge verso il
sole nascente, come abbiamo appena detto, il Sud è designato come il «lato
destro» (yamîn o yaman; vedi il sanscrito dakshina che ha
il medesimo significato), e il Nord come il «lato sinistro» (shemôl in
ebraico, shimâl in arabo); ma può anche darsi che l’orientamento sia
fatto volgendosi verso il sole al meridiano, e allora il punto che si ha
davanti non è più l’Oriente, ma il
5 È curioso notare
che il Cristo è talvolta chiamato Oriens; questa designazione può
senz’altro ricondursi al simbolismo del sole nascente; ma, in virtù del duplice
significato appena menzionato, essa può, anzi deve soprattutto accostarsi
all’ebraico Elohi Qedem o all’espressione che designa il Verbo come il
«Padre dei Giorni», cioè Colui che è prima dei giorni, vale a dire il Principio
dei cicli della manifestazione, rappresentati simbolicamente come «giorni» in
diverse tradizioni (i «giorni di Brahmâ» nella tradizione indù, i «giorni della
creazione» nella Genesi ebraica).
Qabbalah 53
Sud: questo spiega perché, in arabo, il lato
Sud, fra le altre denominazioni, ha anche quella di qiblah, e perché
l’aggettivo qibli significa «meridionale». Questi ultimi termini ci
riportano alla radice QBL; e si sa che la stessa parola qiblah,
nell’Islam, designa anche l’orientamento rituale, ed è, in ogni caso, la
direzione che si ha davanti. Un altro particolare piuttosto strano è che
l’ortografia della parola qiblah è esattamente identica a quella
dell’ebraico qabbalah.
A questo punto, ci si potrebbe chiedere: per
quale motivo la tradizione, in ebraico, è designata con una parola derivante
dalla radice QBL, e non dalla radice QDM? In proposito, si potrebbe esser
tentati di dire che, costituendo la tradizione ebraica soltanto una forma
secondaria e derivata, ad essa non potrebbe riferirsi una denominazione atta ad
evocare l’idea di origine o di primordialità, questa ragione, tuttavia, non ci
pare essenziale, poiché, direttamente o indirettamente, ogni tradizione si ricollega
alle origini e procede dalla Tradizione primordiale e inoltre abbiamo visto
altrove che ogni lingua sacra, compresi l’ebraico e l’arabo, viene considerata
come rappresentazione di una certa modalità della lingua primitiva. Il vero
motivo, a quanto pare, è che l’idea che qui si deve mettere particolarmente in
rilievo è quella di una trasmissione regolare e ininterrotta, idea che, del
resto, è anche quella espressa propriamente dalla parola stessa «tradizione»,
come accennammo all’inizio. Questa trasmissione costituisce la «catena» (shelsheleth
in ebraico, silsilah in arabo) che congiunge il presente al passato e
che deve perpetuarsi dal presente all’avvenire: è la «catena della tradizione»
(shelsheleth ha-qabbalah) o la «catena iniziatica» di cui abbiamo avuto
occasione di parlare recentemente. Inoltre essa determina una «direzione»
(ritroviamo qui il senso dell’arabo qiblah) che, attraverso la
successione dei tempi, orienta il ciclo verso la sua fine e lo ricongiunge
all’origine, e che, prolungandosi anche al di là di questi due punti estremi,
per il fatto che il suo principio è atemporale e «non umano», lo ricollega
armonicamente agli altri cicli. In tal modo concorre a
54 Forme
tradizionali e cicli cosmici
formare con questi una «catena» più estesa,
denominata, in talune tradizioni orientali, «la catena dei mondi», dove finisce
per integrarsi gradualmente tutto l’ordine della manifestazione universale.
CABALA E SCIENZA DEI NUMERI *
Abbiamo sovente insistito sul fatto che le
«scienze sacre» appartenenti ad una data forma tradizionale ne costituiscono
realmente parte integrante, perlomeno a titolo di elementi secondari e
subordinati, lungi dal rappresentarne solamente delle specie di aggiunte
avventizie, che vi si sarebbero ricollegate più o meno artificialmente. È
indispensabile capire bene questo punto e non perderlo mai di vista se si vuol
penetrare, per poco che sia, il vero spirito di una tradizione; ed è tanto più
necessario richiamare l’attenzione in proposito in quanto si constata
abbastanza di frequente ai nostri giorni, ,in coloro che pretendono di studiare
le dottrine tradizionali, la tendenza a non tener conto delle scienze di cui si
tratta, sia per le particolari difficoltà che presenta la loro assimilazione,
sia perché, oltre alla impossibilità di farle rientrare nel quadro delle
classificazioni moderne, la loro esistenza è particolarmente imbarazzante per
chi si sforza di ricondurre ogni cosa alle visuali exoteriche e di interpretare
le dottrine in termini di «filosofia» o di «misticismo». Senza insistere
ulteriormente sulla vanità di tali studi intrapresi «dall’esterno» e con
intenti esclusivamente profani, tuttavia ripeteremo ancora una volta, poiché ne
constatiamo per così dire ogni giorno l’opportunità,
* Articolo
pubblicato su Le Voile d’Isis, agosto-settembre 1933.
56 Forme
tradizionali e cicli cosmici
che le concezioni deformate alle quali essi
approdano inevitabilmente sono certamente peggiori dell’ignoranza pura e
semplice.
Talvolta capita anche che talune scienze
tradizionali rivestano un’importanza maggiore di quella che abbiamo appena
indicata e che, oltre al valore che possiedono in se stesse nel loro ordine
contingente, siano assunte come mezzi simbolici d’espressione per la parte
superiore ed essenziale della dottrina, al punto che questa diviene
completamente inintelligibile se si pretende di separarla da esse. È quanto
avviene specialmente, per quel che concerne la Cabala ebraica, per la «scienza
dei numeri», che del resto si identifica in gran parte con la «scienza delle
lettere», così come nell’esoterismo islamico, e questo in virtù della
costituzione stessa delle due lingue ebraica ed araba, le quali, come facevamo
notare precedentemente, sono reciprocamente vicine sotto tutti gli aspetti1.
Il ruolo preponderante della scienza dei
numeri nella Cabala è un fatto così evidente che non potrebbe sfuggire neppure
all’osservatore più superficiale, e che non può essere negato né dissimulato
neppure dai critici più affetti da pregiudizi o pieni di partiti presi.
Ciononostante, questi ultimi non mancano di dare a questo fatto almeno delle
interpretazioni erronee, al fine di farlo rientrare bene o male nel quadro
delle loro idee preconcette; perciò ci proponiamo qui soprattutto di dissipare
tali confusioni più o meno volute, e per buona parte dovute agli abusi del
famigerato «metodo storico», che a tutti i costi vuol vedere «prestiti»
dovunque si imbatte in talune similitudini.
Si sa che è di moda, negli ambienti
universitari, la pretesa di ricollegare la Cabala al neo-platonismo, in modo da
1 Si veda il
capitolo precedente, Qabbalah. Preghiamo inoltre i lettori di riportarsi
anche allo studio su La Science des lettres, che forma il capitolo VI
della raccolta Symboles fondamentaux de la Science sacrée.
Cabala e scienza dei numeri 57
diminuirne l’antichità e l’importanza; non
viene infatti riconosciuto come principio indiscutibile che ogni cosa non
potrebbe provenire se non dai Greci? In proposito si dimentica purtroppo che lo
stesso neo-platonismo contiene molti elementi che non hanno niente di
specificamente greco, e che il Giudaismo in particolare aveva, nell’ambiente
alessandrino, una importanza tutt’altro che trascurabile, al punto che, se
davvero vi furono dei «prestiti», essi si operarono probabilmente in senso
inverso, rispetto a quanto si afferma in quegli ambienti. Tale ipotesi sarebbe
molto più verosimile, innanzitutto perché l’adozione di una dottrina straniera
male si concilia con il «particolarismo» che è sempre stato uno dei tratti
dominanti dello spirito giudaico, e poi perché, qualunque cosa si voglia
pensare del neo-platoaismo, esso, in ogni caso, non rappresenta che una
dottrina relativamente exoterica (pur essendo basato su taluni dati d’ordine
esoterico, essa non ne costituisce che una «esteriorizzazione»), e come tale
non ha potuto esercitare un’influenza reale su di una tradizione essenzialmente
iniziatica,, ed anche molto «chiusa», come è ed è sempre stata la Cabala2.
Non ci pare d’altronde che vi siano, fra essa e il neo-platonismo, delle
somiglianze particolarmente sorprendenti, né che, nella forma sotto la quale
quest’ultimo si esprime, i numeri rivestano quell’importanza che è così
caratteristica della Cabala; del resto, la lingua greca non lo avrebbe
consentito, mentre, ripetiamo, vi è là qualcosa che inerisce alla lingua
ebraica stessa e che, conseguentemente, deve essere stata vincolata
dall’origine alla forma tradizionale che essa esprime.
Beninteso, non si vuol contestare che una
scienza tradizionale dei numeri sia esistita anche presso i Greci; essa, come
2 Ouest’ultima
ragione vale ugualmente contro la pretesa di ricollegare l’esoterismo islamico
allo stesso neo-platonismo; solo la filosofia, presso gli Arabi, è di
derivazione greca, come lo è, d’altronde, ovunque lo si ritrovi, tutto ciò che
si può denominare propriamente «filosofia» (in arabo falsafah), e che è
come il marchio di questa origine; ma qui non si tratta affatto di filosofia.
58 Forme
tradizionali e cicli cosmici
si sa, costituì addirittura la base del
Pitagorismo, che non era una semplice filosofia, ma aveva anch’esso un
carattere propriamente iniziatico; ed è questa la fonte, in Platone, non solo
di tutta la parte cosmologica della sua dottrina, così come egli la espone in
particolare nel Timeo, ma anche della sua «teoria delle idee», che, in
fondo, non è altro che una trasposizione, secondo una diversa terminologia,
delle concezioni pitagoriche sui numeri, considerati come principi delle cose.
Se dunque si voleva davvero trovare presso i Greci un termine di paragone per
la Cabala, si doveva risalire al Pitagorismo; ma è proprio qui che si rivela
più chiaramente tutta l’inanità della tesi dei «prestiti»: siamo sì in presenza
di due dottrine iniziatiche che danno similmente un’importanza capitale alla
scienza dei numeri, ma tale scienza viene presentata, da una parte e
dall’altra, sotto forme radicalmente differenti.
Non sarà inutile, a questo punto, qualche
considerazione d’ordine più generale: è perfettamente normale che una medesima
scienza si incontri in tradizioni diverse, poiché la verità, in qualsivoglia
dominio, non potrebbe essere monopolio di una sola forma tradizionale, ad
esclusione delle altre; questo fatto non può dunque meravigliare nessuno,
eccetto, naturalmente, i «critici», che non credono alla verità; e l’ipotesi
contraria sarebbe non solo sbalorditiva, ma anche difficilmente concepibile. In
ciò non vi è nulla che implichi una comunicazione più o meno diretta fra due
differenti tradizioni, se anche non fosse incontestabilmente più antica
dell’altra: non è forse possibile che si attinga una certa verità e che la si
esprima indipendentemente da coloro i quali l’hanno già espressa anteriormente,
e tale indipendenza non sarà tanto più probabile quanto più questa stessa
verità sarà, di fatto, espressa in una maniera diversa? D’altra parte, bisogna
notare che ciò non contraddice affatto l’origine comune di tutte le tradizioni;
la trasmissione dei principi, a partire da questa origine comune, non comporta
necessariamente in maniera esplicita quella di tutti gli sviluppi che vi sono
impliciti e di tutte le applicazioni alle quali possono dar luogo; in una parola,
tutto ciò
Cabala e scienza dei numeri 59
che è «adattamento» può essere considerato
proprio di tale o talaltra forma tradizionale particolare, e, se se ne trova
l’equivalente altrove, ciò si deve al fatto che dai medesimi principi si
dovevano trarre naturalmente le medesime conseguenze, quale che sia poi il modo
speciale in cui possono essere state espresse qua o là (fatta eccezione,
beninteso, per certe espressioni simboliche le quali, essendo identiche
dappertutto, si devono considerare risalenti fino alla Tradizione primordiale).
D’altronde, le differenze formali saranno, in generale, tanto più grandi quanto
più ci si allontanerà dai principi, per discendere ad un ordine contingente; ed
è questa una delle principali difficoltà per la comprensione di certe scienze
tradizionali.
Tali considerazioni, come si comprenderà
facilmente, tolgono quasi ogni interesse a tutto quanto riguarda l’origine
delle tradizioni o la provenienza dei loro elementi costitutivi, dal punto di
vista «storico», nel senso profano, poiché rendono perfettamente inutile la
supposizione di una qualsiasi filiazione diretta. Inoltre, anche laddove si
rileva una somiglianza molto più stretta fra due forme tradizionali, questa
somiglianza può spiegarsi molto meno con dei «prestiti», spesso fortemente
inverosimili, che non con delle «affinità» dovute ad un certo insieme di
condizioni comuni o simili (razza, tipo di linguaggio, modo di vita, etc...)
fra i popoli ai quali tali forme rispettivamente si indirizzano3.
Quanto ai casi di filiazione
3 Questa
osservazione può essere riferita in particolare alla somiglianza di espressione
già segnalata fra la Cabala e l’esoterismo islamico; e, a proposito di
quest’ultimo, c’è un rilievo abbastanza curioso da fare: i suoi avversari
«exoteristi», nello stesso Islam, hanno spesso cercato di togliergli
importanza, attribuendogli un’origine straniera, e, col pretesto che molti dei
più noti çûfi furono persiani, hanno voluto vedervi soprattutto dei
«prestiti» presi dal Mazdeismo, estendendo questa affermazione gratuita anche
alla «scienza delle lettere». Ora, non vi è traccia di alcunché di simile
presso gli antichi Persiani, mentre tale scienza esiste sotto una forma del
tutto simile nel Giudaismo, il che, poi, si spiega molto semplicemente con
quelle «affinità» alle quali alludevamo, per non parlare della comunanza
d’origine più lontana, sulla quale dovremo tornare; tuttavia
60 Forme
tradizionali e cicli cosmici
reale, non è che si debbano escludere
completamente, poiché è evidente che non tutte le forme tradizionali procedono
direttamente dalla Tradizione primordiale, ma che altre forme hanno dovuto
talora fare da intermediarie; ma queste ultime, il più delle volte, sono
completamente scomparse e tali trasmissioni risalgono in genere ad epoche
troppo lontane perché la storia ordinaria, il cui campo d’indagine è in
definitiva molto limitato, possa averne la minima conoscenza, senza contare che
i mezzi con cui esse si sono effettuate non sono di quelli accessibili ai suoi
metodi di ricerca.
Tutto questo ci allontana dal nostro tema solo
in apparenza, e, tornando ai rapporti fra la Cabala e il Pitagorismo, possiamo
ora porci una questione: se la Cabala non può essere derivata direttamente da
esso, anche a voler supporre che essa non sia realmente anteriore, e non fosse
che a causa di una troppo evidente differenza di forma, sulla quale ritorneremo
fra poco con maggior precisione, non si potrebbe almeno ravvisare per entrambe
un’origine comune che sarebbe, secondo le vedute di certuni, la tradizione
degli antichi Egizi (il che, è inutile dirlo, ci riporterebbe stavolta ben al
di là del periodo alessandrino)? È questa, diciamolo subito, una teoria di cui
si è molto abusato; e, per quanto riguarda il Giudaismo, ci è impossibile, a
dispetto di certe asserzioni più o meno fantasiose, scoprirvi il minimo
rapporto con tutto ciò che si può sapere della tradizione egizia (ci riferiamo
alla forma, in quanto essa soltanto può essere messa in discussione, essendo il
fondo necessariamente identico in tutte le tradizioni); senza dubbio vi
sarebbero dei vincoli ben più reali con la tradizione caldea, siano essi dovuti
a derivazione o a semplice affinità, per quanto è possibile afferrare veramente
qualcosa di tradizioni estinte da tanti secoli.
questo fatto, almeno, sarebbe stato il solo a poter
dare una apparente verosimiglianza all’idea di un «prestito» preso da una
dottrina preislamica e non araba, eppure sembra esser loro sfuggito
completamente!
Cabala e scienza dei numeri 61
Per il Pitagorismo, si pone una questione
forse più complessa; e i viaggi di Pitagora, siano poi da intendersi
letteralmente o simbolicamente, non implicano necessariamente «prestiti» da
dottrine di tale o tal altro popolo (almeno per quanto riguarda l’essenziale,
quali che possano essere le questioni di dettaglio), ma piuttosto
l’instaurazione o il rafforzamento di certi legami con delle iniziazioni più o
meno equivalenti. Il Pitagorismo infatti, a quanto sembra, fu soprattutto la
continuazione di qualcosa che preesisteva nella stessa Grecia, e non è il caso
di cercare altrove la sua fonte principale: intendiamo parlare dei Misteri, e
più particolarmente dell’Orfismo, di cui non fu forse che un «riadattamento»,
in quel VI secolo prima dell’era cristiana che, per uno strano sincronismo,
vide operarsi dei cambiamenti di forma contemporaneamente nelle tradizioni di
quasi tutti i popoli. Si dice spesso che i Misteri greci erano essi stessi di
origine egizia, ma un’affermazione così generale è fin troppo «semplicistica»,
e, se può rispondere al vero in certi casi, come quello dei Misteri Eleusini
(ai quali pare si pensi principalmente, in tal caso), ve ne sono altri in cui
ciò non sarebbe in alcun modo sostenibile4. Ora, che si tratti dello
stesso Pitagorismo o del precedente Orfismo, non è certo ad Eleusi che bisogna
cercare il «punto di collegamento», bensì a Delfi; e l’Apollo delfico non è
affatto egizio, ma iperboreo, origine che, in ogni modo, è impossibile ravvisare
per la tradizione ebraica5; questa considerazione ci conduce poi al
punto più importante, in relazione alla questione
4 C’è appena
bisogno di dire che certi racconti, in cui si vedono Mosè e Orfeo ricevere
insieme l’iniziazione nei templi egizi, sono soltanto fantasticherie, prive di
ogni serio fondamento; e cosa non si è raccontato sulla iniziazione egizia,
dopo il Sethos dell’abate Terrasson?
5 Si tratta qui di
derivazione diretta; anche se la Tradizione primordiale è iperborea, e se,
conseguentemente, tutte le forme tradizionali senza eccezione si ricollegano
infine a questa origine, vi sono dei casi, come quello della Tradizione
ebraica, in cui tale collegamento non può essere che molto indiretto,
attraverso una più o meno lunga serie di intermediari, che peraltro sarebbe
molto difficile pretendere di ricostruire con esattezza.
62 Forme
tradizionali e cicli cosmici
della scienza dei numeri, e delle differenti
forme da essa rivestite.
Tale scienza dei numeri, nel Pitagorismo,
appare strettamente collegata a quella delle forme geometriche; d’altronde la
stessa cosa accade in Platone, che per questo aspetto è puramente un
pitagorico. Si potrebbe vedere qui l’espressione di un tratto caratteristico
della mentalità ellenica, legata soprattutto alla considerazione delle forme
visive; ed è noto, infatti, che, fra le scienze matematiche, i Greci
svilupparono più particolarmente la Geometria6. Tuttavia vi è
qualcosa di più, almeno per quanto concerne la «geometria sacra», che è quella
di cui si tratta qui: il Dio «geometra» di Pitagora e di Platone, inteso nel
suo significato più preciso, e, si potrebbe dire, «tecnico», non è altri che
Apollo. In proposito non ci è possibile dar luogo a sviluppi che ci
porterebbero troppo lontano, e forse torneremo in argomento in un’altra
occasione; ci basta ora far notare che questo atto si oppone nettamente
all’ipotesi di un’origine comune del Pitagorismo e della Cabala, proprio sul
punto in cui soprattutto si è cercato di riavvicinarli e che, a dire il vero, è
il solo a poter dare l’idea di un tale accostamento, vale a dire l’apparente
somiglianza delle due dottrine, quanto all’importanza che vi riveste la scienza
dei numeri.
Nella Cabala, la scienza dei numeri non
presenta affatto lo stesso collegamento con il simbolismo geometrico; ed è
facile rendersi conto che è così, perché questo simbolismo non poteva essere
conveniente a dei popoli nomadi come furono essenzialmente, in origine, gli
Ebrei e gli Arabi7.
6 L’algebra,
invece, è di origine indiana e solo molto più tardi fu introdotta in Occidente,
tramite gli Arabi, che le diedero il nome che ha conservato fino ad oggi (el-jabr).
7 Su questo punto,
si veda il capitolo XXI di Le Règne de la quantité et les signes des temps,
intitolato Caïn et Abel [tr. it.: Il Regno della quantità e i segni
dei tempi, Edizioni Studi Tradizionali, Torino 1969 – N.d.R.]. Non bisogna
dimenticare che, come facevamo notare allora, Salomone, per la costruzione del
Tempio, dovette fare appello ad operai stranieri, fatto particolarmente
significativo, a causa della relazione intima esistente fra la geometria e
l’architettura.
Cabala e scienza dei numeri 63
Per contro, vi si ritrova qualcosa che non ha
il suo equivalente presso i Greci: la stretta unione, per molti aspetti si
potrebbe persino dire l’identificazione della scienza dei numeri con quella
delle lettere, in virtù delle corrispondenze numeriche di queste ultime; e
questa è una caratteristica eminente della Cabala8 che non si
riscontra altrove, almeno sotto tale aspetto e in forma così sviluppata, se
non, come abbiamo già detto, nell’esoterismo islamico, cioè, in definitiva,
nella tradizione araba.
A prima vista, potrebbe sembrare strano che
considerazioni di questo ordine siano rimaste estranee ai Greci9,
poiché anche fra di essi le lettere hanno un valore numerico (che del resto è
lo stesso degli alfabeti ebraico e arabo, per quelle che vi hanno il loro
equivalente) e non vi furono mai altri segni di numerazione. La spiegazione di
questo fatto è tuttavia abbastanza semplice: la scrittura greca, in realtà, non
rappresenta che un’importazione straniera (sia essa «fenicia» come per lo più
si dice, sia in ogni caso «cadmea», cioè «orientale» senza ulteriori
precisazioni, e ne fanno fede i nomi stessi delle lettere), ed essa, nel suo
simbolismo numerico o d’altro genere, non ha mai veramente, se così si può
dire, fatto corpo con la stessa lingua10. Al contrario, in lingue
come
8 A tal proposito,
ricordiamo che la parola gematria (che, essendo di origine greca, deve,
come un certo numero di termini della stessa provenienza, essere stata
introdotta in epoca relativamente recente, il che non significa che ciò che
essa designa non sia esistito precedentemente), non deriva da geometria, come
spesso si asserisce, ma da grammateia; quindi, si tratta ancora della
scienza delle lettere.
9 È solo col
Cristianesimo che si può trovare qualcosa di analogo in scritti di espressione
greca, e in tal caso si tratta manifestamente di una trasposizione di dati la
cui origine è ebraica; al riguardo, intendiamo alludere principalmente all’Apocalisse;
e, probabilmente, si potrebbero rilevare altre cose del medesimo ordine in quel
che resta degli scritti che si ricollegano allo Gnosticismo.
10 Anche
nell’interpretazione simbolica delle parole (per esempio nel Cratilo di
Platone), non interviene la considerazione delle lettere che le compongono; del
resto è quanto avviene per il nirukta, nel sanscrito e,
64 Forme
tradizionali e cicli cosmici
quella ebraica e quella araba, il significato
delle parole è inseparabile dal simbolismo letterale, e sarebbe impossibile
darne una completa interpretazione quanto al loro senso più profondo – quello
che è veramente importante dal punto di vista tradizionale e iniziatico (non
bisogna infatti dimenticare che qui si tratta essenzialmente di «lingue sacre»)
– senza tener conto del valore numerico delle lettere che le compongono; i
rapporti esistenti fra parole numericamente equivalenti e le sostituzioni alle
quali danno luogo talvolta costituiscono, a questo proposito, un esempio
particolarmente chiaro11. Vi è dunque qualcosa che, come dicevamo
all’inizio, attiene essenzialmente alla costituzione stessa di queste lingue,
che vi è vincolato in una maniera propriamente «organica», ben lontana
dall’esservisi aggiunta dal di fuori, e in tempi successivi, come nel caso
della lingua greca; e, trovandosi questo elemento contemporaneamente
nell’ebraico e nell’arabo, lo si può legittimamente considerare come procedente
dalla fonte comune di queste due lingue e delle due tradizioni di cui sono
espressione, vale a dire da quella che si può chiamare la tradizione
«abramica».
Quindi, al termine di queste considerazioni,
si impongono alcune conclusioni: se esaminiamo la scienza dei numeri presso i
Greci e presso gli Ebrei, la vediamo rivestita di due forme molto diverse, e da
una parte la vediamo poggiare su di un simbolismo geometrico, dall’altra su di
un simbolismo
se pure esiste in taluni aspetti della Tradizione
indù un simbolismo letterale anche molto sviluppato, esso poggia su principi
completamente diversi da quelli di cui si tratta qui.
11 È questa una
delle ragioni per cui l’idea che qualcuno ha avuto col pretesto della
«comodità», di scrivere l’arabo con i caratteri latini, è del tutto
inaccettabile e persino assurda (per tacere altre considerazioni di carattere
più spiccatamente contingente, come quella della impossibilità di stabilire una
trascrizione davvero esatta, proprio per il motivo che non tutte le lettere
arabe hanno un equivalente nell’alfabeto latino). Del resto, i veri motivi per
cui certi orientalisti propugnano questa idea sono ben diversi da quelli che
essi fanno valere, e vanno ricercati nell’intento «antitradizionale», in
connessione con preoccupazioni d’ordine politico; ma questo è un altro
discorso...
Cabala e scienza dei numeri 65
letterale12. Per conseguenza, non
potrebbe esservi questione di «prestiti», né da una parte né dall’altra, ma
solamente di equivalenze, come se ne riscontrano necessariamente in tutte le
forme tradizionali; lasciamo poi completamente da parte ogni questione di «priorità»,
che in questo caso sarebbe priva di ogni interesse reale e forse sarebbe anche
insolubile, il punto di partenza effettivo potendo trovarsi molto al di là
delle epoche per le quali è possibile stabilire una cronologia anche
minimamente rigorosa. Inoltre, la stessa ipotesi di un’origine comune e non
mediata deve essere ugualmente scartata, poiché vediamo la tradizione di cui fa
parte integrante questa scienza, da una parte risalire ad una fonte
«apollinea», vale a dire direttamente iperborea, dall’altra ad una fonte
«abramica», che verosimilmente si ricollega soprattutto (come del resto
suggeriscono gli stessi nomi degli Ebrei e degli Arabi), alla corrente
tradizionale venuta dall’«isola perduta dell’Occidente»13.
12 Usiamo
l’espressione «poggiare», perché questi simbolismi costituiscono
effettivamente, in entrambi i casi, il «supporto» sensibile; il «corpo», quasi,
della scienza dei numeri.
13 Adoperiamo
costantemente l’espressione «scienza dei numeri» per evitare ogni possibile
confusione con l’aritmetica profana; tuttavia, sarebbe forse possibile adottare
un termine come «aritmologia», ma si deve respingere, per il «barbarismo» della
sua ibrida composizione, quello di «numerologia», di recente invenzione, con
cui, del resto, certuni sembrano voler designare soprattutto una specie di
«arte divinatoria» che non ha pressoché nessun rapporto con la vera scienza
tradizionale dei numeri.
«LA CABALA EBRAICA» *
Fino ad oggi, per lo studio della Cabala, non
esisteva alcun lavoro d’insieme che, presentasse un carattere veramente serio;
infatti, il libro di Adolphe Frank, malgrado la sua fama, mostra soprattutto
fino a qual punto l’autore, imbevuto di pregiudizi universitari e per di più
completamente digiuno di ebraico, era incapace di comprendere l’argomento che
si è sforzato di trattare; quanto a certe compilazioni tanto indigeste quanto
fantasiose, come quella di Papus1, è meglio non parlarne. Vi era
dunque una deplorevole lacuna da colmare, e ci pareva che l’importante lavoro
di Paul Vulliaud2 dovesse essere precisamente destinato a questo;
eppure, benché questo lavoro sia fatto molto coscienziosamente e benché in esso
vi siano molte cose interessanti, dobbiamo confessare che, leggendolo, abbiamo
provato una certa delusione.
Quest’opera, che saremmo stati lieti di poter
raccomandare senza riserve, non dà tutto quello che sembrava promettere il suo
titolo assai generale, e il suo stesso contenuto è ben lungi dall’essere senza
difetti.
* Articolo
pubblicato su Ignis, 1925.
1 [Pseudonimo del
dottor Gérard Encausse (1865-1916), medico francese autore di numerose opere
sull’occultismo – N.d.R.]
2 La Kabbale Juive: histoire et doctrine,
Éd. Nourry, Parigi 1923, due volumi in 8°, rispettivamente
di pp. 520 e 460.
68 Forme
tradizionali e cicli cosmici
A dire il vero, il sottotitolo di «Saggio
critico» avrebbe già potuto metterci in guardia circa lo spirito stesso del
libro, perché sappiamo anche troppo bene cosa intendono gli studiosi
«ufficiali» con il termine «critico»; ma, non appartenendo il Vulliaud a questa
categoria, sulle prime ci siamo soltanto meravigliati che egli abbia fatto uso
di una espressione suscettibile di una così sgradevole interpretazione. In
seguito, abbiamo compreso meglio le intenzioni che, in tal modo, l’autore aveva
voluto fare intravedere; e queste intenzioni le abbiamo trovate chiaramente
espresse in una nota in cui egli dichiara di essersi assegnato un «doppio
scopo»: «Trattare della Cabala e della sua storia, e successivamente illustrare
il metodo scientifico adottato da autori, la maggior parte dei quali hanno una
lusinghiera reputazione» (vol. II, p. 206).
Non si trattava dunque, per Vulliaud, di
seguire gli autori in questione né di assumere i loro pregiudizi, bensì di
combatterli, cosa di cui non possiamo che essere lieti. Solamente, egli ha
voluto combatterli sul loro stesso terreno e, in qualche modo, con le loro
stesse armi, ed è così che ha assunto la veste, per così dire, di critico dei
critici stessi. Infatti anch’egli si pone dal punto di vista della pura e
semplice erudizione; ma, per quanto l’abbia fatto volontariamente, ci si può
chiedere fino a qual punto un atteggiamento siffatto sia stato davvero accorto
e vantaggioso. Il Vulliaud nega di essere cabalista, e lo nega con
un’insistenza che ci ha stupito e che non riusciamo a comprendere bene. Sarebbe
dunque di quelli che si gloriano di essere «profani» e che, sino ad ora,
avevamo incontrato soltanto negli ambienti «ufficiali» e nei confronti dei
quali egli ha dato prova di una giusta severità? Egli arriva fino a
qualificarsi «semplice amatore», nella qual cosa vogliamo ravvisare una
auto-calunnia; non si priva così di una buona parte di quell’autorità che gli
sarebbe necessaria di fronte a degli autori di cui discute le asserzioni? Del
resto, questo partito preso di considerare una dottrina da «profano», vale a
dire «dall’esterno», ci sembra escludere ogni possibilità di comprensione
profonda. Di più, anche
«La Cabala ebraica» 69
se questa non è che un’affettazione, non sarà
meno deplorevole, perché, pur avendo raggiunto per proprio conto tale
comprensione, si baderà allora a non farne trasparire nulla, e l’interesse
della parte dottrinale ne sarà fortemente diminuito.
Quanto alla parte critica, l’autore sembrerà
più un polemista che un giudice qualificato, cosa che equivale ad una vera
degradazione. D’altronde, quando una sola opera ha due finalità, una
probabilmente è di troppo e, nel caso del Vulliaud, è spiacevole che la seconda
di esse, così come sono segnalate più sopra, gli faccia troppo spesso
dimenticare la prima, che era invece di gran lunga la più importante. Le
discussioni e le critiche, infatti, si susseguono da un capo all’altro del suo
lavoro, e persino nei capitoli il cui titolo annuncerebbe un’esposizione
puramente dottrinale, derivandone una certa impressione di disordine e di
confusione. D’altra parte, fra queste critiche alcune sono perfettamente
giustificate, ad esempio quelle riguardanti il Renan e il Frank, ed anche certi
occultisti, sono anzi le più numerose; altre invece sono più che contestabili,
in particolare quelle che si riferiscono a Fabre d’Olivet, contro il quale il
Vulliaud sembra riecheggiare certi odi rabbinici (a meno che non abbia ereditato
l’odio dello stesso Napoleone per l’autore della Langue hébraique restituée,
ma questa seconda ipotesi è molto meno verosimile). In tutti i casi, ed anche
quando si tratta delle critiche più legittime, di quelle che possono utilmente
contribuire a distruggere delle reputazioni usurpate, non sarebbe stato
possibile dire le stesse cose più brevemente, e soprattutto più seriamente e
con un tono meno aggressivo? L’opera ne avrebbe certo tratto giovamento, prima,
perché non avrebbe avuto l’apparenza di un lavoro polemico, che ha invece
troppo spesso e che dei malintenzionati potrebbero facilmente ritorcere contro
l’autore; poi, ciò che è più grave, perché l’essenziale vi sarebbe stato meno
sacrificato a talune considerazioni che, in definitiva, sono soltanto
accessorie e di limitato interesse.
E vi sono altri difetti deplorevoli: le
imperfezioni formali
70 Forme
tradizionali e cicli cosmici
sono talvolta fastidiose; non vogliamo parlare
semplicemente degli errori di stampa, che sono numerosissimi e di cui gli
errata non rettificano che un’infima parte, ma di certe mancate correzioni,
troppo frequenti, che è difficile attribuire al tipografo, anche con una gran
dose di buona volontà. Vi sono pure diversi lapsus, veramente a
sproposito; ne abbiamo rilevato un certo numero e, cosa curiosa, essi si
trovano specialmente nel secondo volume, come se questo fosse stato scritto più
affrettatamente. Così, ad esempio, il Frank non è stato «professore di
filosofia al Collegio Stanislas» (p. .241), ma al Collegio di Francia, il che è
ben differente. Ancora: il Vulliaud denomina «Cappelle» e talora anche
«Capele», l’ebraizzante Louis Cappel, di cui possiamo ristabilire l’esatto nome
con tanta maggior sicurezza in quanto, scrivendo queste righe, abbiamo sotto
gli occhi la sua stessa firma. Il Vulliaud, dunque, avrebbe visto questo nome
solamente sotto una forma latinizzata? Tutto questo non è gran che; ma, alla p.
26, è questione di un nome divino di 26 lettere e, in seguito, si trova che
questo nome ne ha 42; questo passaggio è veramente incomprensibile, e ci
chiediamo se non vi sia qualche omissione. Indicheremo un’altra negligenza del
medesimo ordine, ma che è tanto più grave, in quanto è la causa di una vera
ingiustizia: criticando un redattore dell’Enciclopedia Britannica, il
Vulliaud termina con queste parole: «Non si poteva attendere una salda logica
da un autore che nello stesso articolo ritiene che si siano troppo
sottovalutate le dottrine cabalistiche (absurdly over-estimated) e,
contemporaneamente, che lo Zohar è un farrago ol absurdity» (vol.
II, p. 418). Le parole inglesi sono state citate dallo stesso Vulliaud; ora, over-estimated
non vuol dire «sottovalutato» (che sarebbe under-estimated), ma sibbene
«sopravvalutato», che è precisamente l’opposto; e così, quali che siano poi gli
errori contenuti nell’articolo di quest’autore, la contraddizione che gli viene
rimproverata, in realtà non vi si trova per niente. Certamente, questi sono
soltanto dettagli, ma, quando ci si mostra così severi
«La Cabala ebraica» 71
verso altri e sempre pronti a coglierli in
difetto, non ci si dovrebbe sforzare di essere irreprensibili?
Nella trascrizione delle parole ebraiche vi è
una mancanza di uniformità davvero spiacevole; sappiamo bene che nessuna
trascrizione può essere perfettamente esatta, ma almeno, quando se ne è
adottata una, quale che sia, sarebbe preferibile attenervisi costantemente. Di
più, vi sono alcuni termini che sembra siano stati tradotti con troppa fretta,
e per i quali non sarebbe stato difficile trovare un’interpretazione più
soddisfacente; ne daremo subito un esempio preciso. Alla p. 49 del volume II è
rappresentata una figura di teraphim sulla quale è iscritta, fra le
altre, la parola luz; il Vulliaud ha riprodotto i vari sensi del verbo luz
dati dal Buxtorf, facendo seguire ciascuno di essi dal punto interrogativo,
talmente gli sono sembrati poco applicabili in questo caso, ma non ha pensato
che esiste anche un sostantivo luz, che significa ordinariamente
«mandorla» o «nocciolo» (e pure «mandorlo», perché designa in pari tempo
l’albero e il suo frutto). Ora, questo stesso sostantivo è, nel linguaggio
rabbinico, il nome di una particella corporale indistruttibile, alla quale
l’anima resterebbe legata dopo la morte (ed è curioso notare che questa
tradizione ebraica ha ispirato, con ogni probabilità, talune teorie di
Leibniz); quest’ultimo significato è certamente il più plausibile e d’altronde
è confermato, per noi, dal posto stesso che la parola luz occupa nella
figura.
L’autore ha talvolta il torto di affrontare
incidentalmente argomenti sui quali, evidentemente, è molto meno informato di
quanto non sia sulla Cabala, e di cui avrebbe ben potuto dispensarsi dal
parlare, il che gli avrebbe evitato alcuni abbagli che, per quanto scusabili
siano (poiché è scontato che non è possibile avere pari competenza in tutti i
domini), non possono che nuocere ad un lavoro serio. È così che abbiamo trovato
(vol. II, p. 377) un passaggio dove si parla di una cosiddetta «teosofia cinese»
nella quale abbiamo stentato a riconoscere il Taoismo, che non è una «Teosofia»
secondo nessuna delle accezioni della parola, ed il cui riassunto, fatto
72 Forme
tradizionali e cicli cosmici
non sappiamo in base a quale fonte (perché
qui, per l’appunto, manca il riferimento) è eminentemente fantasioso. Per
esempio «la natura attiva, tien = il cielo» viene contrapposta alla
«natura passiva, kouen = terra»; ora, Kouen non ha mai avuto il
significato di «terra», e le espressioni «natura attiva» e «natura passiva»
fanno molto meno pensare a delle concezioni dell’Estremo Oriente che alla
«natura naturante» ed alla «natura naturata» di Spinoza. Con la massima
semplicità sono state confuse qui due dualità differenti, quella della
«perfezione attiva», Khien, e quella della «perfezione passiva», Kouen
(diciamo «perfezione» e non «natura»), e quella del «cielo», tien, e
della «terra», ti.
Poiché siamo stati indotti a parlare di
dottrine orientali, faremo a questo proposito un’altra osservazione: dopo aver
rilevato molto giustamente il disaccordo che regna fra gli egittologi o gli
altri «specialisti» dello stesso genere, il che fa sì che sia impossibile
fidarsi delle loro opinioni, il Vulliaud segnala che la stessa cosa capita fra
gli indianisti (vol. II, p. 363), il che è esatto; ma come non si è accorto che
quest’ultimo caso non era paragonabile agli altri? Infatti, quando si tratta di
popoli come gli antichi Egiziani e gli Assiri, scomparsi senza lasciare
successori legittimi, non abbiamo evidentemente alcun mezzo di controllo
diretto, ed è lecito dar prova di un certo scetticismo circa il valore di
ricostruzioni frammentarie ed ipotetiche; ma, al contrario, per l’India o la
Cina, le cui civiltà continuano fino ai nostri giorni e sono tuttora viventi, è
perfettamente possibile sapere a cosa attenersi; quel che importa non è tanto
ciò che dicono gli indianisti, ma quel che pensano gli stessi Indù. Il
Vulliaud, che ha cura di ricorrere soltanto a delle fonti ebraiche per sapere
che cosa è veramente la Cabala, ed ha in questo tutte le ragioni, poiché la
Cabala è la stessa tradizione ebraica, potrebbe ammettere che si debba agire
altrimenti quando si vogliano studiare altre tradizioni?
Vi sono altre cose che il Vulliaud non conosce
molto meglio delle dottrine dell’Estremo Oriente, e che pure avrebbero
«La Cabala ebraica» 73
dovuto essergli più accessibili, non
foss’altro che per il fatto di essere occidentali. Così, ad esempio, il
Rosicrucianesimo, su cui non pare saperne molto più degli storici «profani» e
«ufficiali», e di cui sembra essergli sfuggito il carattere essenzialmente
ermetico. Al riguardo, sa soltanto che si tratta di qualcosa di ben diverso
dalla Cabala (l’idea occultista e moderna di una «Rosa-Croce Cabalistica» è
infatti una pura fantasia), ma, per appoggiare questa asserzione e non
limitarsi ad una semplice negazione, sarebbe stato necessario dimostrare
precisamente che la Cabala e l’Ermetismo sono due forme tradizionali distinte
in tutto e per tutto. Sempre in tema di Rosicrucianesimo, non pensiamo che si
possa «procurare una piccola emozione ai notabili della scienza classica»
ricordando che Cartesio ha cercato di mettersi in contatto con i Rosa-Croce
durante il suo soggiorno in Germania (vol. II, p. 235), perché si tratta di un
fatto notorio; quel che è certo è che non vi poté riuscire, e lo spirito stesso
delle sue opere, contrario quanto è possibile ad ogni esoterismo, è insieme la
prova e la spiegazione di questo scacco. È sorprendente veder citare, come
l’indizio di una possibile affiliazione di Cartesio alla Fratellanza, una
dedica (quella del Thesaurus mathematicus), che è manifestamente ironica
e dove al contrario si sente tutto il dispetto di un uomo che non aveva potuto
ottenere l’affiliazione cercata. Ancora più singolari sono gli errori del
Vulliaud riguardo alla Massoneria; subito dopo essersi burlato di Éliphas Lévi3,
il quale in effetti ha aggiunto confusioni a confusioni quando ha voluto
mettersi a parlare di Cabala, il Vulliaud, parlando della Massoneria, formula
delle affermazioni che non sono certo meno divertenti. Citiamo il brano
destinato a dimostrare che non vi è nessun legame fra la Cabala e la
Massoneria: «Vi è un’osservazione da fare, circa il fatto di limitare la
Massoneria alle frontiere europee. La Massoneria è universale, mondiale. È essa
3 [Pseudonimo di
Alphonse-Louis Constant (1810-1875), fondatore del moderno occultismo –N.d.R.]
74 Forme
tradizionali e cicli cosmici
parimenti cabalistica presso i Cinesi e i
Negri?» (vol. II, p. 319). Certamente, le società segrete cinesi e africane (le
ultime si riferiscono più specialmente a quelle del Congo) non hanno avuto
alcun rapporto con la Cabala, ma non ne hanno avuti di più con la Massoneria; e
se questa non è «limitata alle frontiere europee», è unicamente perché gli
Europei l’hanno introdotta nelle altre parti del mondo.
Ed ecco una nota non meno curiosa: «Come si
spiega questa anomalia (se si ammette che la Massoneria è di ispirazione
cabalistica): frammassone Voltaire, che provava solo disprezzo per la razza
ebraica?» (p. 324). Il Vulliaud ignora dunque che Voltaire non fu accolto nella
Loggia «Les Neuf Sœurs» che a titolo puramente onorifico, e soltanto sei
mesi prima della sua morte? D’altronde, se anche avesse scelto un esempio più
felice, questo non avrebbe provato ancora nulla, poiché vi sono molti Massoni,
dovremmo dire addirittura la maggior parte, persino nei gradi più alti, ai
quali è estranea ogni conoscenza reale della Massoneria (e potremmo includere
fra questi certi dignitari del Grande Oriente di Francia che il Vulliaud, senza
dubbio suggestionato dai loro titoli, cita a torto come delle autorità). Il
nostro autore sarebbe stato meglio ispirato invocando, a sostegno della sua
tesi, il fatto che esistono, in Germania e in Svezia, delle organizzazioni
massoniche da cui i Giudei sono rigorosamente esclusi; bisogna pensare che non
ne sapesse niente, poiché non vi ha fatto la minima allusione.
È pure interessante estrarre le frasi che
seguono, dalla nota che conclude il medesimo capitolo (p. 328): «Parecchie
persone potrebbero rimproverarci di aver ragionato come se vi fosse una forma
soltanto di Massoneria. Noi non ignoriamo gli anatemi della Massoneria
spiritualistica contro il Grande Oriente di Francia ma, tutto sommato,
consideriamo il conflitto fra le due scuole massoniche come una lite in
famiglia». Faremo osservare che non esistono soltanto «due scuole massoniche»,
ma ve n’è un gran numero, che il Grande Oriente di Francia, come del resto
quello d’Italia, non è riconosciuto
«La Cabala ebraica» 75
dalle altre organizzazioni, perché rigetta
taluni land marks o principi fondamentali della Massoneria, il che
costituisce dopo tutto una «lite» abbastanza seria (mentre, fra le altre
«scuole», le divergenze sono lungi dall’essere altrettanto gravi). Quanto
all’espressione «Massoneria spiritualistica», essa non corrisponde
assolutamente a niente, visto che si tratta di un’invenzione di alcuni
occultisti, di cui il Vulliaud è, in generale, meno pronto ad accettare le
suggestioni. E, poco oltre, vediamo menzionati come esempi di «Massoneria
spiritualistica» il Ku-Klux-Klan e gli Orangisti (supponiamo si tratti
del Royal Order of Orange), vale a dire due associazioni semplicemente
protestanti, che senza dubbio possono annoverare dei Massoni fra i loro membri,
ma che, in se stesse, non hanno più rapporti con la Massoneria di quanti non ne
abbiano le società segrete del Congo, di cui ci siamo occupati in precedenza.
Sicuramente, il Vulliaud ha tutto il diritto di ignorare tutte queste cose ed
altre ancora e non pensiamo certo di dovergliene fare un rimprovero; ma, ancora
una volta, che cosa l’obbligava a parlarne, visto che queste cose erano un po’
al di fuori dell’argomento e che, d’altra parte, egli non ha avuto la pretesa
di essere assolutamente completo, sul tema? In ogni caso, se ci teneva, avrebbe
durato forse meno fatica a raccogliere, almeno su alcuni punti, delle
informazioni sufficientemente esatte, che non a scoprire una quantità di libri
rari e sconosciuti, che si compiace di citare con una certa ostentazione.
Beninteso, tutte queste riserve non ci
impediscono di riconoscere i meriti effettivi dell’opera, né di rendere omaggio
allo sforzo considerevole di cui è prova; al contrario, se abbiamo tanto
insistito sui suoi difetti, è perché riteniamo che significhi rendere un
servigio ad un autore, fargli delle critiche concernenti punti ben precisi. Ora
dobbiamo dire che il Vulliaud, contrariamente agli autori moderni che lo
contestano (e fra questi, cosa strana, vi sono molti Israeliti), ha molto bene
stabilito l’antichità della Cabala, il suo carattere specificamente giudaico e
strettamente ortodosso; è di moda infatti, tra i
76 Forme
tradizionali e cicli cosmici
critici «razionalisti», contrapporre la
tradizione esoterica al rabbinismo exoterico, come se questi non fossero i due
aspetti complementari di un’unica dottrina. Nello stesso tempo, Vulliaud ha
distrutto un certo numero di leggende troppo diffuse (grazie a questi stessi
«razionalisti») e prive di ogni fondamento, come quella che pretende di
ricollegare la Cabala alle dottrine neo-platoniche, quella di Léon che
attribuisce lo Zohar a Mosè, facendone così un’opera che data soltanto
dal XIII secolo, quella che vuol fare di Spinoza un cabalista, ed altre ancora,
più o meno importanti. Inoltre, egli ha perfettamente stabilito che la Cabala
non è affatto «panteistica», come hanno preteso taluni (certo a causa del fatto
che essi credono di poterla mettere in relazione con le teorie di Spinoza, che
sono, esse sì, davvero «panteistiche»); e giustamente osserva poi che «si è
fatto uno strano abuso di questo termine», applicato a casaccio e attraverso
alle concezioni più disparate, con la sola intenzione di «cercare di ingenerare
spavento» (vol. I, p. 429) e anche, aggiungeremo, perché si crede in tal modo
di essere dispensati da ogni discussione ulteriore. Questa assurda accusa è
gratuitamente e frequentemente rivolta anche contro tutte le dottrine
orientali; ma essa produce sempre il suo effetto sopra taluni spiriti timorati,
benché la parola «panteismo», a forza d’essere adoperata abusivamente, finisca
per non significare più nulla; quando, dunque, si comprenderà che le
denominazioni inventate per i sistemi della filosofia moderna non sono
applicabili che a questi esclusivamente?
Il Vulliaud mostra ancora come una pretesa
«filosofia mistica» dei Giudei, diversa dalla Cabala, è cosa che non è mai
esistita in realtà; ma ha poi il torto di impiegare la parola «misticismo» per
qualificare la Cabala stessa. Certo, questo dipende dal senso che si dà alla
parola, e quello che egli indica (che ne farebbe press’a poco un sinonimo di
«Gnosi» o conoscenza trascendente) sarebbe sostenibile se ci si dovesse
preoccupare soltanto dell’etimologia, poiché è esatto che «misticismo» e
«mistero» hanno la stessa radice (vol. I,
«La Cabala ebraica» 77
pp. 124 e 131-132); ma, in definitiva, bisogna
pure tener conto dell’uso consolidato che ne ha modificato e ristretto
considerevolmente il significato. D’altra parte, in entrambi i casi non ci è
possibile accettare l’affermazione che «il misticismo è un sistema filosofico»
(p. 126); e se troppo spesso, nel Vulliaud, la Cabala assume un’apparenza
«filosofica», è questa una conseguenza del punto di vista «esteriore» al quale
egli ha voluto attenersi. Per noi la Cabala è assai più una metafisica che una
filosofia, ed è ben più iniziatica che mistica; d’altronde, avremo forse
occasione di esporre le differenze essenziali fra la via degli iniziati e
quella dei mistici (le quali, si noti di sfuggita, corrispondono
rispettivamente alla «via secca» ed alla «via umida» degli alchimisti).
Comunque sia, i vari risultati che abbiamo segnalato potrebbero essere ormai
considerati definitivamente acquisiti, se l’incomprensione di qualche preteso
sapiente non venisse sempre a rimettere tutto in discussione, riportandosi a un
punto di vista storico, a cui il Vulliaud ha accordato (saremmo tentati di dire
disgraziatamente, senza per questo misconoscere l’importanza relativa) fin
troppo spazio, rispetto al punto di vista propriamente dottrinale.
Per quest’ultimo, indicheremo come
particolarmente interessanti, nel primo volume i capitoli concernenti En-Soph
e le Sephiroth (cap. LX), la Shekinah e Metatron (cap.
XIII), quantunque sarebbe stato da augurarsi di trovarvi un po’ più di
argomentazioni e di precisazioni, come pure in quello in cui sono esposti i
procedimenti cabalistici (cap. V). In effetti, ci chiediamo se coloro i quali
non hanno alcuna conoscenza precedente della Cabala verrebbero sufficientemente
illuminati dalla lettura di tali capitoli.
Per quanto concerne quelle che si potrebbero
chiamare le applicazioni della Cabala, le quali, benché secondarie rispetto
alla dottrina pura, non sono certo da trascurare, menzioneremo nel secondo
volume i capitoli dedicati al rituale (cap. XIV), agli amuleti (cap. XV) ed
alle concezioni messianiche (cap. XVI). Essi contengono delle cose davvero
nuove o almeno
78 Forme
tradizionali e cicli cosmici
assai poco note; in particolare, si possono
trovare nel cap. XVI numerose notizie sull’aspetto sociale e politico che
contribuisce in buona parte al dare alla tradizione cabalistica il suo
carattere nettamente e peculiarmente giudaico. Per come si presenta nel suo
insieme, l’opera del Vulliaud ci pare soprattutto adatta a rettificare un gran
numero di idee false, il che è sicuramente qualcosa, e anzi molto, ma non è
forse abbastanza per un lavoro così importante e che vuol essere più di una
semplice introduzione. Se l’autore ne darà un giorno una nuova edizione, è
auspicabile che tratti per quanto possibile separatamente la parte dottrinale,
che sfoltisca sensibilmente la prima parte, ampliando ulteriormente la seconda,
anche se, così facendo. correrà il rischio di non passare più per il «semplice
amatore», di cui ha voluto assegnarsi il ruolo troppo limitato.
Per concludere questa disamina del libro del
Vulliaud, faremo ancora qualche osservazione su di una questione che merita una
particolare attenzione, e che ha un certo rapporto con le considerazioni che
abbiamo già avuto occasione di esporre, specialmente nel nostro studio su Le
Roi du Monde; intendiamo parlare della Shekinah e di Metatron.
Nel suo significato più ampio, la Shekinah è la «presenza reale» della
Divinità; e bisogna notare per prima cosa che i passi della Scrittura dove ne è
fatta menzione tutta speciale sono soprattutto quelli in cui si tratta
dell’istituzione di un centro spirituale: la costruzione del Tabernacolo,
l’edificazione dei Templi di Salomone e di Zorobabele. Un tale centro,
costituito in condizioni regolarmente definite, doveva essere, in effetti, il
luogo della manifestazione divina, sempre rappresentata come «Luce»; e, sebbene
il Vulliaud neghi ogni rapporto fra la Cabala e la Massoneria (pur riconoscendo
che il simbolo del «Grande Architetto» è una metafora abituale per i rabbini),
l’espressione di «luogo illuminatissimo e regolarissimo» che quest’ultima ha
conservato, pare proprio essere un ricordo dell’antica scienza sacerdotale che
presiedeva alla costruzione dei templi, e che del resto non era esclusiva dei
Giudei.
«La Cabala ebraica» 79
Non è il caso di occuparci qui della teoria
delle «influenze spirituali» (preferiamo questa espressione a quella di
«benedizioni» per tradurre l’ebraico berakoth, tanto più che è questo il
senso che ha conservato nettamente in arabo la parola Barakah); ma,
anche limitandosi a considerare le cose da questo solo punto di vista, sarebbe
possibile spiegare il detto di Elia Levita, riportato dal Vulliaud: «I Maestri
della Cabala hanno in proposito grandi segreti».
Ora, la questione è tanto più complessa in
quanto la Shekinah si presenta sotto molteplici aspetti; essa ne ha due
principali: l’uno interno e l’altro esterno (vol. I, p. 495); ma qui il
Vulliaud avrebbe potuto spiegarsi un po’ più chiaramente, tanto più che,
malgrado la sua intenzione di limitarsi a trattare della «Cabala ebraica», egli
ha segnalato proprio «i rapporti tra le teologie ebraica e cristiana, a
proposito della Shekinah» (p. 493). Ora vi è, nella tradizione
cristiana, una frase che designa con la massima possibile chiarezza i due
aspetti di cui si tratta: Gloria in excelsis Deo, et in terra Pax hominibus
bonae voluntatis. Le parole Gloria e Pax si riferiscono
rispettivamente all’aspetto interno, in rapporto al Principio, ed a quello
esterno, in rapporto al mondo manifestato; e se si considerano in tal modo
queste due parole, si comprenderà immediatamente perché vengono pronunciate
dagli Angeli (Malakim) per annunciare la nascita del «Dio con noi» o «in
noi» (Emmanuel). Si potrebbe anche, per il primo aspetto, ricordare la
teoria dei teologi circa la «Luce di gloria» nella quale e per la quale si
opera la visione beatifica (in excelsis); e, per il secondo, diremo
ancora che la «Pace» nel senso esoterico, è indicata dappertutto come
l’attributo spirituale dei centri spirituali stabiliti in questo mondo (terra).
D’altronde, il termine arabo Sakinah, manifestamente identico a quello
ebraico, si traduce con «Grande Pace», che è l’esatto equivalente della Pax
Profunda dei Rosa-Croce, e, per questa via, si potrebbe senza dubbio
spiegare che cosa questi intendevano per «Tempio dello Spirito Santo».
Parimenti si potrebbero interpretare in modo preciso un certo numero
80 Forme
tradizionali e cicli cosmici
di testi evangelici, tanto più che «la
tradizione segreta concernente la Shekinah avrebbe qualche rapporto con
la luce del Messia» (p. 503). È dunque senza intenzione che il Vulliaud, dando
quest’ultima indicazione, dice trattarsi della tradizione «riservata a coloro
che perseguono il cammino che conduce al Pardes», cioè, come abbiamo
spiegato altrove, al centro spirituale supremo?
Questo induce ancora ad un’altra osservazione:
poco oltre, è questione di un «mistero relativo al giubileo» (p. 506), il quale
si ricollega in un certo senso all’idea di «Pace» e, a questo proposito, si
cita il seguente passo dello Zohar (III, 586): «Il fiume che esce
dall’Eden porta il nome di Jobel, come quello di Geremia (XVII, 8):
“Esso stenderà le sue radici verso il fiume”, da cui risulta che l’idea
centrale del Giubileo è il ritorno di tutte le cose al loro stato primitivo». È
chiaro che qui si tratta del ritorno allo «stato primordiale» considerato da
tutte le tradizioni e di cui ci siamo occupati nel nostro studio su Dante; e,
quando si aggiunge che «il ritorno di tutte le cose allo stato originario
annunzierà l’era messianica» (p. 507), chi avrà letto questo studio potrà
ricordarsi ciò che abbiamo detto circa i rapporti fra il «Paradiso terrestre» e
la «Gerusalemme celeste». D’altra parte, dovunque e sempre, nelle diverse fasi
della manifestazione ciclica, ciò di cui si tratta è il Pardes, il
centro del mondo, dal simbolismo tradizionale di tutti i popoli paragonato al
cuore, centro dell’essere e «residenza divina» (Brahma-pura nella
dottrina indù), come il tabernacolo che ne è l’immagine e che, per questo
motivo, è chiamato in ebraico mishkan o «abitacolo di Dio» (p. 493),
termine che ha la stessa radice della parola Shekinah. Da un altro punto
di vista, la Shekinak è la sintesi delle Sephiroth; ora,
nell’albero sefìrotico, la «colonna di destra» è il lato della Misericordia, e
la «colonna di sinistra» è il lato del Rigore; dobbiamo dunque ritrovare questi
due aspetti anche nella Shekinah. Infatti, «se l’uomo pecca e
s’allontana dalla Shekinah, cade sotto il potere delle potenze (Sârim)
che dipendono dal Rigore» (pagina 507),
«La Cabala ebraica» 81
e allora la Shekinah è detta «mano di
rigore», il che ricorda immediatamente il ben noto simbolo della «mano di
giustizia». Ma, al contrario, se l’uomo si avvicina alla Shekinah, egli
si libera e la Shekinah è la «mano destra» di Dio, vale a dire che la
«mano di giustizia» diviene allora la «mano benedicente». Sono questi i misteri
della «Casa di giustizia» (Beith-Din), che è ancora un’altra
designazione del Centro spirituale supremo; e c’è appena bisogno di far notare
che i due lati considerati sono quelli in cui si ripartiscono gli eletti e i
dannati nelle rappresentazioni cristiane del «Giudizio ultimo». Si potrebbe
ugualmente stabilire un accostamento con le due vie che i Pitagorici
raffiguravano con la lettera Y, simboleggiate exotericamente dal Mito di Ercole
fra la Virtù e il Vizio; con le due porte celeste e infernale, associate,
presso i Latini, al simbolismo di Giano; con le due fasi cicliche ascendente e
discendente che, presso gli Indù, venivano similmente ricollegate al simbolismo
di Ganesha. Infine, è facile comprendere per questa via l’autentico
significato di espressioni come quelle di «retta intenzione» e di «buona
volontà» (Pax hominibus bonae voluntatis, e chi conosce i numerosi
simboli ai quali abbiamo qui appena accennato, si renderà conto che non a caso
la festa di Natale coincide con il solstizio invernale), quando si ha cura di
lasciare da parte tutte le interpretazioni esteriori, filosofiche e morali,
date loro a partire dagli stoici, fino a Kant.
«La Cabala dà alla Shekinah un
Paraedro, che porta dei nomi identici ai suoi, e che possiede per conseguenza i
medesimi caratteri» (pp. 496-498), e che naturalmente ha tanti aspetti diversi
quanti la stessa Skekinah; il suo nome è Metatron, che è
numericamente equivalente a quello di Shaddai, l’«Onnipotente» (che si
dice sia il nome del Dio di Abramo). L’etimologia del termine Metatron è
molto incerta; a questo proposito, il Vulliaud riferisce parecchie ipotesi, e
una di queste la fa derivare dal caldaico Mitra che significa «pioggia»
e che ha anche, quanto alla sua radice, un certo rapporto con la «luce». Se è
così, d’altronde, la rassomiglianza
82 Forme
tradizionali e cicli cosmici
con il Mitra indù e zoroastriano non
costituisce una ragione sufficiente per ammettere un «prestito» del giudaismo a
dottrine straniere, non più di quanto possa costituirlo la parte attribuita
alla pioggia nelle varie tradizioni orientali. A questo proposito, faremo
notare che la tradizione ebraica parla di una «rugiada di luce» che emana
dall’«Albero della Vita» e per mezzo della quale si effettuerà la resurrezione
dei morti (p. 99), come pure di una «effusione di rugiada» che rappresenta
l’influenza celeste comunicantesi a tutti i mondi (p. 465) e che richiama
singolarmente il simbolismo alchemico e rosicruciano.
«La parola Metatron implica tutte le
accezioni di guardiano, di Signore, di inviato, di mediatore» (p. 499); esso è
«l’Angelo della Faccia», ed anche «il Principe del Mondo» (Sâr ha-ôlam);
esso è «l’autore delle teofanie, delle manifestazioni divine nel mondo
sensibile» (p. 492). Diremmo volentieri che è il «Polo celeste» e, poiché
questo ha il suo riflesso nel «Polo terrestre» con il quale è in relazione
diretta secondo l’«asse del mondo», non è forse questo il motivo per cui si
dice che Metatron stesso istruì Mosè? Citiamo ancora queste righe: «Il
suo nome è Mikael, il Gran Prete che è olocausto e oblazione davanti a
Dio. E tutto ciò che gli Israeliti fanno sulla terra, viene compiuto in
conformità con quanto accade nel mondo celeste. Il Grande Pontefice quaggiù
simboleggia Mikael, principe della Clemenza… In tutti i passi della
Scrittura in cui si parla dell’apparizione di Mikael, si tratta della
gloria della Shekinah» (pp. 500-501). Quello che qui viene detto degli
Israeliti può esser detto di tutti i popoli che possiedono una tradizione
ortodossa; a maggior ragione va detto dei rappresentanti della tradizione
primordiale, da cui derivano tutte le altre e a cui tutte le altre sono
subordinate. D’altra parte, Metatron non ha soltanto l’aspetto della
Clemenza, ma anche quello della Giustizia; nel mondo celeste non vi è soltanto
il «Gran Prete» (Kohen ha-gadol), ma anche il «Gran Principe» (Sâr
ha-gadol), il che significa che in lui si trovano tanto il principio del
potere
«La Cabala ebraica» 83
regale quanto quello del potere sacerdotale o
pontificale, al quale corrisponde propriamente la funzione di «mediatore».
Parimenti, bisogna osservare che Melek,
«re», e Maleak, «angelo» o «inviato», non sono in realtà che due forme
di un’unica parola; di più, Malaki, «il mio inviato» (cioè l’inviato di
Dio ovvero «l’angelo nel quale è Dio», Maleak ha-Elohim) è l’anagramma
di Mikael. Conviene aggiungere che, se Mikael si identifica con Metatron,
come abbiamo appena visto, ciononostante non ne rappresenta che un aspetto;
accanto alla faccia luminosa vi è anche una faccia oscura, e qui siamo di
fronte ad altri misteri. Infatti può sembrare strano che Samuele sia ugualmente
chiamato Sâr ha-ôlam, e siamo alquanto stupiti che il Vulliaud si sia
limitato a registrare questo fatto senza il minimo commento (p. 512). È
quest’ultimo aspetto, e soltanto questo, che è «il genio di questo mondo», in
un senso inferiore, il Princeps huius mundi di cui si parla nel Vangelo;
e il suo rapporto con Metatron di cui è come l’ombra, giustifica
l’impiego di una stessa designazione in un duplice senso, e, nello stesso
tempo, fa comprendere perché il numero 666 dell’Apocalisse è anche un
numero solare (esso è formato in particolare dal nome Sorath, demone del
Sole, ed opposto come tale all’angelo Mikael). Del resto, il Vulliaud
rileva che, secondo Sant’Ippolito, «il Messia e l’Anticristo hanno entrambi per
emblema il leone» (vol. II, p. 373), che è parimenti un simbolo solare; e la
medesima osservazione potrebbe essere fatta per il serpente e per molti altri
simboli. Dal punto di vista cabalistico, si tratta ancora delle due facce
opposte del Metatron; più in generale, vi sarebbe la possibilità di
sviluppare, circa il doppio significato dei simboli, tutta una teoria che
ancora sembra non sia mai stata esposta con chiarezza. Almeno per il momento
non insisteremo oltre su questo aspetto della questione, che è forse uno di
quelli dove si incontrano le maggiori difficoltà, per quanto attiene alla sua
spiegazione.
Ma torniamo ancora alla Shekinah: essa
è rappresentata nel mondo inferiore dall’ultima delle dieci Sephiroth,
che è
84 Forme
tradizionali e cicli cosmici
denominata Malkuth, cioè il «Regno»,
designazione alquanto degna di nota, dal nostro punto di vista (così come
quella di Tsedek, «il Giusto» che ne è talora un sinonimo); e Malkuth
è «il serbatoio dove confluiscono le acque provenienti dal fiume dall’alto,
vale a dire tutte le emanazioni (grazie o influenze spirituali) che essa sparge
in abbondanza» (vol. I, p. 509). Questo «fiume dall’alto» e le acque che ne
discendono ci ricordano stranamente il ruolo attribuito al fiume celeste Gangâ
nella tradizione indù, e si potrebbe anche osservare che la Shakti, di
cui Gangâ è un aspetto, non è priva di una certa analogia con la Shekinah,
non foss’altro che a causa della funzione «provvidenziale» che è loro comune.
Sappiamo bene che l’abituale esclusivismo delle concezioni giudaiche non
accetta di buon grado questi accostamenti, tuttavia essi non sono per questo
meno reali, e per noi, che non abbiamo l’abitudine di lasciarci influenzare da
certi pregiudizi, constatare tali accostamenti presenta un grandissimo interesse,
perché vi troviamo la conferma della essenziale unità dottrinale, che si
dissimula sotto l’apparente diversità delle forme esteriori.
Il serbatoio delle acque celesti è
naturalmente identico al centro spirituale del nostro mondo: di là si dipartono
i quattro fiumi del Pardes, dirigendosi verso i quattro punti cardinali.
Per gli Ebrei, questo centro spirituale è la collina santa di Sion, alla quale
danno l’appellativo di «cuore del mondo», e che in tal modo diviene per essi
l’equivalente del Mêru degli Indù o dell’Alborj dei Persiani. «Il
Tabernacolo della santità di Jehovah, la residenza della Shekinah,
è il Santo dei Santi, cioè il cuore del Tempio che è esso stesso il centro di
Sion (Gerusalemme), come la Santa Sion è il centro della terra di Israele, come
la Terra di Israele è il centro del mondo» (p. 509).
Pure in questa maniera Dante presenta
Gerusalemme come il «polo spirituale», come abbiamo avuto occasione di
spiegare; ma quando si abbandona il punto di vista propriamente ebraico, ciò
diviene soprattutto simbolico e non costituisce
«La Cabala ebraica» 85
più una localizzazione nel senso stretto di
questa parola. Tutti i centri spirituali secondari, costituiti in vista dei
differenti adattamenti della tradizione primordiale a delle condizioni
determinate, sono immagini del centro supremo. In realtà, Sion può non essere
altro che uno di questi centri secondari, e, ciò malgrado, può identificarsi
simbolicamente con il centro supremo, in virtù di questa analogia, e ciò che
abbiamo già detto altrove a proposito della «Terra Santa», che non è solamente
la Terra di Israele, permetterà di comprenderlo più facilmente. Un’altra
espressione ben degna di nota, come sinonimo di «Terra Santa», è quella di
«Terra dei Viventi»; è detto che «la Terra dei Viventi comprende sette terre e
il Vulliaud, a questo proposito, rileva che «questa terra è Chanaan, in cui
vivevano sette popoli» (vol. II, p. 116).
Senza dubbio, nel senso letterale, questo è
esatto; ma, simbolicamente, queste sette terre non potrebbero corrispondere ai
sette Dwîpa che, secondo la tradizione indù, hanno il Mêru per
centro comune? E, se è così, quando gli antichi mondi o le creazioni anteriori
alla nostra sono rappresentati dai «sette re di Edom» (il numero essendo qui in
relazione con i sette «giorni» della Genesi), non è forse questa una
rassomiglianza troppo accentuata per essere accidentale, con le ere dei sette Manu,
contate dall’inizio del Kalpa sino all’epoca attuale? Queste nostre
riflessioni vogliono soltanto essere un esempio delle conseguenze che è
possibile trarre dai dati contenuti nell’opera del Vulliaud; purtroppo, c’è da
temere che la maggior parte dei lettori non possa rendersene conto e dedurle
con i mezzi propri. Ma, facendo seguire così la parte critica della nostra
esposizione da una parte dottrinale, abbiamo fatto un poco, nei limiti che
avevamo dovuto assegnarci, quello che ci saremmo augurati di trovare nello
stesso Vulliaud.
IL «SIPHRA DI-TZENIUTHA» *
Paul Vulliaud ha appena dato alle stampe,
primo di una serie di «testi fondamentali della Cabala», una traduzione del Siphra
di-Tzeniutha, facendolo precedere da una lunga introduzione, molto più
lunga dello stesso testo tradotto, anzi dei due testi tradotti, perché, in
realtà, nel volume in questione vi sono due versioni successive del testo, una
letterale e l’altra parafrasata. Tale introduzione sembra volta soprattutto a
dimostrare l’utilità di questo lavoro, anche dopo lo Zohar di Jean de
Pauly; gran parte di esso è così dedicata ad una storia particolareggiata della
citata traduzione francese dello Zohar, storia nella quale, a quanto
pare, non viene tralasciato quasi nulla della vita dello stesso traduttore,
personaggio in verità molto enigmatico, sulle cui origini non si è ancora fatto
luce definitivamente. Tutta la narrazione è molto strana e, per spiegarci le
lacune e le imperfezioni di quest’opera, non è senza importanza sapere in quali
condizioni fu realizzata e quali strane difficoltà ebbe l’editore con il povero
Jean de Pauly, un po’ affetto da manie di persecuzione. Tuttavia, ci
permettiamo di osservare che questi particolari occupano qui troppo spazio;
leggendone, quasi vien fatto di rimpiangere che il Vulliaud non si sia dedicato
a quella che
* Articolo
pubblicato su Le Voile d’Isis, dicembre 1930.
88 Forme
tradizionali e cicli cosmici
potremmo definire una storiografia minore,
poiché certamente vi avrebbe portato un estro fuori dell’ordinario; ma gli
studi cabalistici avrebbero perso molto.
Quanto allo stato attuale di questi studi,
nella stessa introduzione si trovano delle considerazioni generali, nel corso
delle quali il Vulliaud se la prende, come sa fare, con i «Dottori», cioè con
gli studiosi «ufficiali» ai quali aveva già detto delle dure verità nella sua Kabbale
Juive, e poi con un gesuita, padre Bonsirven, che certuni a quanto sembra
si sforzano attualmente di presentare come la massima autorità in materia di
Giudaismo. Questa discussione offre l’occasione per alcune osservazioni molto
interessanti, in particolare sui procedimenti dei Cabalisti e sul loro modo –
giudicato «stupefacente» dai critici – di citare i testi delle Scritture. Il
Vulliaud, a questo proposito, aggiunge: «L’esegesi contemporanea si è in specie
dimostrata incapace di analizzare convenientemente le “citazioni” dei Vangeli,
perché essa ha deciso di ignorare i procedimenti dell’ermeneutica ebraica;
bisogna invece trasportarsi in Palestina, poiché è in questa regione che è
stata elaborata l’opera evangelica». Tale affermazione, almeno tendenzialmente,
sembra accordarsi con gli studi di un altro gesuita, padre Marcel Jousse; ed è
un peccato che quest’ultimo non sia menzionato, perché sarebbe stato stimolante
il confronto con il suo confratello... D’altra parte, il Vulliaud osserva molto
giustamente che i Cattolici, i quali mettono in ridicolo le formule magiche o
sedicenti tali delle opere cabalistiche, e che si affrettano a qualificarle
«superstiziose», dovrebbero ben accorgersi che i loro rituali sono pieni di
cose dello stesso genere. Analogamente, per quanto riguarda l’accusa di
«erotismo» e di «oscenità» lanciata contro un certo genere di simbolismo: «I
critici di religione cattolica dovrebbero riflettere, prima di aggiungere le
loro voci a quelle dei Giudei e dei Protestanti razionalisti, sul fatto che la
teologia cattolica è suscettibile, come la Cabala, di esser messa agevolmente
in ridicolo, a proposito di quanto ci stiamo occupando». È un bene che queste
cose siano dette
Il «Siphra di-Tzeniutha» 89
da uno scrittore che fa professione di
Cattolicesimo; e specialmente taluni antisemiti e antimassoni fanatici
dovrebbero trarre profitto da questa eccellente lezione.
Molti altri dettagli ci sarebbero da segnalare
nell’introduzione, particolarmente circa l’interpretazione cristiana dello Zohar:
il Vulliaud avanza delle giuste riserve su alcuni accostamenti alquanto
forzati, stabiliti dal Drach e accettati da Jean de Pauly. Torna anche sulla
questione dell’antichità dello Zohar, che gli avversari della Cabala si
ostinano a contestare, sulla base di argomentazioni infondate. Ma c’è un’altra
cosa che sottolineiamo con piacere: il Vulliaud dichiara che «per tradurre
convenientemente taluni passi essenziali, sarebbe stato necessario essere
iniziati ai misteri dell’esoterismo ebraico» e che «de Pauly ha affrontato la
traduzione dello Zohar senza possedere tale iniziazione»; più oltre,
nota che il Vangelo di San Giovanni, così come l’Apocalisse, «era
rivolto a degli iniziati»; e si potrebbero trovare ancora altre frasi del
genere. Vi è dunque, nel Vulliaud, un certo mutamento di atteggiamento di cui
non possiamo che rallegrarci, perché, fino a questo momento, sembrava provare
strani scrupoli a pronunciare la parola «iniziazione», o almeno, quando ne
parlava, era soltanto per prendersi gioco di certi «iniziati» che, per evitare
spiacevoli confusioni, avrebbe fatto meglio a qualificare piuttosto
«pseudo-iniziati». Quanto abbiamo riportato poco sopra dei suoi scritti è
l’esatta verità: a proposito della Cabala, così come per ogni altro esoterismo
veramente degno di questo nome, si tratta di «iniziazione», nel senso proprio
della parola; e riteniamo di dover aggiungere che la cosa va ben oltre la
decifrazione di una sorta di crittografia, come invece sembra pensare
soprattutto il Vulliaud, quando ne tratta come abbiamo appena visto. Senza
dubbio, è anche questione di decifrazione, quindi soltanto di forma esteriore,
che peraltro è lungi dall’essere trascurabile, poiché costituisce il passaggio
obbligato per arrivare alla comprensione della dottrina; tuttavia, non bisogna
confondere i mezzi con il fine, né porli sullo stesso piano.
90 Forme
tradizionali e cicli cosmici
Comunque, è ben certo che i Cabalisti, il più
delle volte, possono parlare in realtà di cose ben diverse da quelle di cui
sembrano parlare, e tali procedimenti non sono affatto loro particolari, poiché
si trovano anche nel Medioevo occidentale; abbiamo avuto occasione di
constatarlo a proposito di Dante e dei «Fedeli d’Amore», e ne abbiamo indicato
allora le principali ragioni, che non sono tutte di semplice prudenza, come
possono essere tentati di supporre i «profani» La stessa cosa si verifica anche
nell’esoterismo islamico, ed è sviluppata ad un punto tale, che nessuno,
crediamo, può averne idea nel mondo occidentale; d’altronde, la lingua araba,
così come quella ebraica, vi si presta mirabilmente. Qui non si trova soltanto
quel simbolismo – il più frequente – che Luigi Valli, nell’opera di cui abbiamo
parlato, ha mostrato essere comune ai Sufi e ai «Fedeli d’Amore»1;
c’è qualcosa di molto meglio: è concepibile, per degli occidentali, che un
semplice trattato di grammatica o di geografia, o addirittura di commercio,
possieda al tempo stesso un altro significato che ne fa un’opera iniziatica di
alto valore? Eppure è così, e quelli appena citati non sono esempi dati a caso:
si tratta di libri che esistono effettivamente e che abbiamo ora fra le mani.
Queste considerazioni ci inducono a formulare
una piccola critica, riguardo alla traduzione fatta dal Vulliaud dello stesso
titolo Siphra di-Tzeniutha: egli scrive «Libro Segreto» e non «Libro del
Segreto», e le giustificazioni che adduce ci sembrano poco concludenti. È
davvero puerile immaginarsi, come pur qualcuno ha fatto, che «questo titolo
ricordava la fuga di Simeone ben Yohai, nel corso della quale questo rabbino
avrebbe composto in segreto l’opuscolo in questione»; e non si riferisce
affatto a ciò il titolo «Libro del
1 [Si tratta di Il
linguaggio segreto di Dante e dei «Fedeli d’Amore» (Optima, Roma 1928), che
Guénon recensisce ampiamente su Le Voile d’Isis del febbraio 1929.
L’articolo è stato tradotto nella Rivista di Studi Tradizionali, n. 28,
luglio-settembre 1968 – N.d.R.]
Il «Siphra di-Tzeniutha» 91
Segreto», che in realtà ha un significato
molto più elevato e profondo che non quello di «Libro Segreto». Vogliamo
alludere qui all’importanza che riveste in talune tradizioni iniziatiche,
quelle stesse di cui ci stiamo occupando ora, la nozione di «segreto» (sôd
in ebraico, sirr in arabo) che non ha nulla a che vedere con la
discrezione o con la dissimulazione, ma che è tale per la stessa natura delle
cose; a questo proposito, dobbiamo forse ricordare che la stessa Chiesa
cristiana, nel suo primo periodo, aveva una «disciplina del segreto», e che la
parola «mistero», nel significato originario, designa propriamente ciò che è
inesprimibile?
Quanto alla traduzione vera e propria, abbiamo
detto che vi erano due versioni, le quali non costituiscono però un doppione,
perché quella letterale, per quanto utile, per chi volesse riferirsi al testo e
seguirlo da vicino, è spesso inintelligibile. Del resto accade sempre così,
come abbiamo detto più volte, quando si tratta di libri sacri o di altri
scritti tradizionali e, se una traduzione deve essere fatta necessariamente
«parola per parola», in maniera scolastica e universitaria, talune espressioni
si dovrebbero dichiarare veramente intraducibili. In realtà, per noi che ci
poniamo da un punto di vista ben diverso da quello degli studiosi di
linguistica, è la versione parafrasata e commentata quella che costituisce il
senso del testo e ne permette la comprensione, laddove la versione «letterale»
produce talvolta l’effetto di una sorta di «logogrifo», come dice il Vulliaud,
o di divagazione incoerente. Ci dispiace soltanto che il commento non sia più
esteso e più esplicito; le note, sebbene numerose e molto interessanti, non
sono sempre sufficientemente «chiarificatrici», per così dire, e c’è da temere
che esse non possano essere comprese da chi non abbia della Cabala una
conoscenza più che elementare. Tuttavia sarà certamente opportuno attendere il
prosieguo di questi «testi fondamentali», che, speriamo, completerà felicemente
questo primo volume. Il Vulliaud ora dovrebbe darci e dare a se stesso un
lavoro similare sull’Iddra Rabba e sull’Iddra Zuta, che, con il Siphra
di-Tzeniutha,
92 Forme
tradizionali e cicli cosmici
come egli stesso dice, lungi dall’essere
semplicemente «delle aggiunte o delle appendici» dello Zohar, «ne
costituiscono, al contrario, le parti centrali», quelle che in qualche modo,
nella forma più concentrata, racchiudono l’essenza della dottrina.
RECENSIONI
Marcel Bulard: Le
scorpion, symbole du peuple juif dans l’art religieux des XIVe, XVe,
XVIe siècles, E. Boccard, Parigi.*
L’autore, partito dall’esame di alcune pitture
della cappella di San Sebastiano di Lans-le-Villard, nella Savoia, ha messo
insieme tutti i documenti similari che ha potuto scoprire, e ne ha fatto uno
studio particolareggiato, corredato da numerose riproduzioni. Si tratta di
raffigurazioni dello scorpione, sia sullo stendardo portato dalla Sinagoga
personificata, sia, più frequentemente, nella rappresentazione di alcune scene
della Passione; in quest’ultimo caso, lo stendardo con lo scorpione è generalmente
associato a stendardi con altri emblemi e soprattutto con le lettere S P Q R,
evidentemente per indicare la contemporanea partecipazione dei Giudei e quella
dei Romani. Particolare curioso, che sembra essere sfuggito all’autore: le
medesime lettere disposte in un diverso ordine (S Q R P) evocano foneticamente
lo stesso nome dello scorpione. Quanto all’interpretazione di questo simbolo,
l’autore, basandosi in parte sui Bestiari e in parte sulla poesia
drammatica del Basso Medioevo, mostra che esso significa
* Recensione
pubblicata su Études Traditionnelles, luglio 1936.
94 Forme
tradizionali e cicli cosmici
soprattutto falsità e perfidia; d’altronde
mette giustamente in rilievo che, all’epoca in questione, il simbolismo,
«dogmatico» in precedenza, era diventato principalmente «morale», il che vuol
dire, in definitiva, che stava per degenerare in semplice «allegoria»,
conseguenza diretta e inevitabile dell’affievolirsi dello spirito tradizionale.
Comunque sia, è nostra opinione che, almeno
originariamente, dietro questa simbologia dovesse esserci dell’altro, forse
un’allusione al segno zodiacale dello Scorpione, al quale si collega l’idea
della morte; d’altra parte, si rilevi che a questo proposito, senza tale
allusione, lo stesso brano del Vangelo in cui lo scorpione viene
contrapposto all’uovo (Luca, XI, 11-12) resterebbe del tutto
incomprensibile. Un altro punto interessante ed enigmatico consiste
nell’attribuzione di simboli comuni, precisamente lo scorpione e il basilisco,
alla Sinagoga e alla Dialettica; al riguardo, ci sembrano davvero insufficienti
a render conto di tale accostamento, alcune spiegazioni che si sono volute
fornire, come quella della fama di abili dialettici, propria dei Giudei. Noi
non possiamo fare a meno di pensare ad una tradizione secondo la quale le opere
di Aristotele, considerato il Maestro della Dialettica, racchiuderebbero un
significato nascosto, che potrà essere penetrato ed applicato soltanto
dall’Anticristo, il quale, d’altra parte, si dice che debba essere di stirpe
giudea; non sarebbe dunque il caso di volgere le ricerche in questa direzione?
Sir Charles Marston: La
Bible a dit vrai, Librairie Plon, Parigi.*
Questo libro contiene innanzitutto, se è
lecito esprimersi così, un’eccellente critica della «critica» biblica, mettendo
perfettamente in risalto quanto c’è di parziale nei suoi metodi
* Recensione
pubblicata su Études Traditionnelles. dicembre 1936.
III ‑ Recensioni 95
e di erroneo nelle sue conclusioni.
D’altronde, sembra che la posizione di questa «critica», che si sentiva così
sicura di se stessa, sia oggi seriamente compromessa agli occhi di molti,
poiché tutte le scoperte archeologiche recenti non fanno che smentirla, ed è
forse la prima volta che tali scoperte servono finalmente a qualcosa la cui
portata superi quella della semplice erudizione… D’altro canto, va da sé che
coloro i quali sanno veramente che cosa è la tradizione non hanno mai avuto
bisogno di un tal genere di prove; ma si deve riconoscere che, basandosi su
fatti in certo modo «materiali» e tangibili, esse sono particolarmente idonee a
toccare lo spirito moderno, sensibile soltanto alle sollecitazioni di
quest’ordine. In particolare, faremo notare che i risultati acquisiti si
oppongono chiaramente a tutte le teorie «evoluzionistiche», dimostrando
l’esistenza del «monoteismo» anche in origine, e non facendone soltanto il
punto terminale di una lunga elaborazione, a partire da uno pseudo «animismo»
primitivo.
Un altro punto interessante si riferisce alla
prova dell’esistenza della scrittura alfabetica all’epoca di Mosè ed anche
prima: alcuni testi pressoché contemporanei di quest’ultimo descrivono riti
simili a quelli del Pentateuco, riti che secondo i «critici» sarebbero
di istituzione «tardiva»; infine, parecchi fatti storici riferiti nella Bibbia,
dei quali si contestava l’autenticità, da ora si trovano ad essere interamente
confermati. Beninteso, accanto a questi, restano ancora molti punti più o meno
dubbi. Il fatto è che, a parer nostro, ci si deve guardare dall’andar troppo
oltre nel senso di un «letteralismo» stretto ed esclusivo, il quale, checché se
ne dica, non ha assolutamente niente di tradizionale, nel vero senso della
parola. È contestabile che si possa parlare di «cronologia biblica» quando si
risale oltre Mosè; l’epoca di Abramo potrebbe essere più remota di quanto non
si pensi; e, per quanto concerne il Diluvio, la data che gli si vuole assegnare
indurrebbe a ridurne l’importanza a quella di una catastrofe locale e del tutto
secondaria, paragonabile ai diluvi di Deucalione e di Ogigia. Quando poi si
tratta delle origini dell’umanità,
96 Forme
tradizionali e cicli cosmici
bisognerebbe guardarsi dall’ossessione del
Caucaso e della Mesopotamia, che non ha nulla di tradizionale, e che è nata
unicamente da interpretazioni formulate quando certe cose non erano ormai più
comprese nel loro significato originario. Non possiamo certo soffermarci su
alcuni argomenti particolari, tuttavia possiamo segnalare questo: una volta
riconosciuto che «Melchisedek è ritenuto un personaggio misterioso» in tutta la
tradizione, come si può sforzarsi di farne semplicemente il re di una qualsiasi
cittadina, che d’altronde non si chiamava Salem, ma Jebus? E, ancora, se si
vuol situare il paese di Madian. al di là del golfo di Akabah, come si
considera la tradizione secondo la quale il luogo del Rovo ardente si trova
nella cripta del monastero di Santa Caterina, proprio alle pendici del Sinai?
Ma, beninteso, tutto questo non sminuisce
affatto il valore delle scoperte davvero importanti, che senza dubbio andranno
moltiplicandosi, tanto più che il loro inizio risale a non più di una diecina
d’anni1; da parte nostra, non possiamo che consigliare la lettura di
questo libro chiaro e coscienzioso a tutti coloro che sono in cerca di
argomenti contro la «critica» distruttiva e antitradizionale. Per finire, ci
sentiamo soltanto in dovere di «mettere in guardia» i lettori, da un altro
punto di vista: l’autore sembra fare affidamento sulla «metapsichica» moderna
per spiegare o almeno far accettare i miracoli, il dono della profezia e, in
generale, i rapporti con quella dimensione che malauguratamente chiama
l’«Invisibile» (parola di cui gli occultisti di tutte le categorie hanno fatto
eccessivo uso e abuso). D’altronde, egli non è il solo: noi stessi abbiamo
rilevato di recente altri esempi di una simile tendenza, che racchiude una
incresciosa illusione ed anche un pericolo, tanto più grande quanto meno se ne
ha la consapevolezza; non si dovrebbe dimenticare che
1 [In rapporto a
quando fu scritto il presente articolo, quindi negli Anni Venti – NA.R.]
III ‑ Recensioni 97
le «astuzie diaboliche» assumono tutte le
forme, adattandosi , alle circostanze, palesando così risorse pressoché
inesauribili!
IV
«LA TRADIZIONE ERMETICA» *
Con il titolo La Tradizione Ermetica nei
suoi simboli, nella sua dottrina e nella sua «Ars Regia»1 Julius
Evola ha dato recentemente alle stampe un’opera interessante da molti punti di
vista, ma che dimostra una volta di più, se ce ne fosse bisogno, l’opportunità
dei nostri scritti ultimi, riguardo ai rapporti fra l’iniziazione sacerdotale e
l’iniziazione regale2. Nel libro citato, infatti, ritroviamo
l’affermazione della autonomia della seconda, alla quale l’autore ricollega
l’Ermetismo, e l’idea di due tipi tradizionali distinti, e persino
irriducibili, l’uno contemplativo e l’altro attivo, che sarebbero, in generale,
rispettivamente caratteristici dell’Oriente e dell’Occidente. Dobbiamo perciò
esprimere alcune riserve sulla interpretazione che viene data del simbolismo
ermetico, nella misura in cui essa risente di una tal concezione, sebbene, per
un altro verso, poi mostri chiaramente come la vera alchimia sia d’ordine
spirituale e non materiale, ciò che è l’esatta verità, una verità troppo spesso
misconosciuta o ignorata
* Articolo
pubblicato su Le Voile d’Isis, aprile 1931.
1 [La prima
edizione di quest’opera, cui si riferisce l’articolo di Guénon, apparve presso
Laterza, Bari 1931. La terza ed ultima edizione, trenta anni dopo, presso le
Edizioni Mediterranee, Roma 1971 – NA.R.]
2 In Aperçus sur l’Initiation, cap. XI (1946).
100 Forme
tradizionali e cicli cosmici
dai moderni che hanno la pretesa di trattare
tali questioni.
Approfitteremo di questa occasione per
precisare ancora qualche nozione importante, e anzitutto il significato che
conviene attribuire alla parola stessa «ermetismo», che ci pare impiegata da
taluni nostri contemporanei spesso a sproposito. Questo termine indica che si
tratta essenzialmente di una tradizione d’origine egizia, successivamente
rivestita d’una forma ellenizzata – certamente all’epoca alessandrina – e sotto
questa forma trasmessa, nel Medioevo, contemporaneamente al mondo islamico e al
mondo cristiano e – aggiungeremmo – al secondo in gran parte per la mediazione
del primo, come testimoniano i numerosi termini arabi o arabizzati, adottati
dagli ermetisti europei, a cominciare proprio dalla parola «alchimia» (el-Kimia)3.
Sarebbe pertanto illegittimo estendere questa
designazione ad altre forme tradizionali, così come sarebbe illegittimo, ad
esempio, denominare «Cabala» qualcosa di diverso dall’esoterismo ebraico. Ciò
non significa, beninteso, che non esistano forme equivalenti altrove, tanto è
vero che questa scienza tradizionale che è l’alchimia presenta delle
corrispondenze puntuali con alcune dottrine indù, tibetane, cinesi, sia pure
con modi d’espressione e metodi di realizzazione naturalmente abbastanza
diversi; tuttavia, quando si pronuncia il nome di «ermetismo», si specifica con
esso una forma nettamente determinata, la cui provenienza è soltanto
greco-egiziana. Infatti, la dottrina così designata si ricollega direttamente
ad Ermete, in quanto considerato dai Greci identico al Thoth
egiziano, e noi faremo notare qui che questo fatto contrasta con la tesi di
Evola, mostrando come tale dottrina derivi essenzialmente da un insegnamento
sacerdotale, poiché Thoth, nella veste di custode e continuatore della
tradizione, non è
3 Questo termine è
arabo nella forma, ma non nella radice; esso deriva verosimilmente dal nome di Kémi
o «Terra nera» dato all’antico Egitto.
«La Tradizione Ermetica» 101
altro che l’immagine medesima dell’antico
sacerdozio egiziano, o piuttosto, per esser più precisi, del principio da cui
questo traeva la sua autorità e in nome del quale formulava e comunicava la
conoscenza iniziatica.
A questo punto, sorge una questione: il
complesso di insegnamenti che va tuttora sotto il nome di «ermetismo»
costituisce una dottrina tradizionale completa? La risposta a tale quesito non
può che essere negativa, poiché non si tratta di una conoscenza d’ordine
propriamente metafisico, bensì soltanto cosmologico (nella duplice applicazione
«macrocosmica» e «microcosmica»). Non è dunque ammissibile che l’ermetismo, nel
significato che questo termine ha assunto a partire dall’epoca alessandrina e
che da allora è stato costantemente mantenuto, rappresenti l’intera tradizione
egiziana. Sebbene in essa il punto di vista cosmologico sembri essere stato
particolarmente importante, come testimoniano anche le vestigia che ne
sussistono – si tratti di testi o di monumenti – non si deve dimenticare che
esso non può mai essere altro che un punto di vista secondario e contingente,
un’applicazione dottrinale alla conoscenza di ciò che si può denominare «mondo
intermedio». Sarebbe interessante, ma senza dubbio piuttosto difficile, cercar
di scoprire come questa parte della tradizione egizia ha potuto trovarsi in
qualche modo isolata e conservarsi apparentemente autonoma, per poi
incorporarsi nell’esoterismo islamico e in quello cristiano del Medioevo (ciò
che non sarebbe stato possibile per una dottrina completa, al punto da divenire
realmente parte integrante dell’uno e dell’altro esoterismo, e fornire ad
entrambi tutto un complesso di simboli che, con una conveniente trasposizione,
ha potuto talvolta servir da veicolo per delle verità d’ordine più elevato).
Non è questa la sede opportuna per inoltrarsi in tali considerazioni storiche,
invero molto complesse; tuttavia, qualunque congettura si voglia accreditare,
dobbiamo dire che il carattere propriamente cosmologico dell’ermetismo, se non
giustifica la concezione di Evola, concorre a spiegarla in una certa misura,
poiché le scienze di quest’ordine sono state effettivamente,
102 Forme
tradizionali e cicli cosmici
in tutte le civiltà tradizionali, soprattutto
appannaggio degli Kshatriya o dei loro equivalenti, mentre la metafisica
pura era riservata ai Brâhmana. Perciò, per effetto della rivolta degli Kshatriya
contro l’autorità spirituale dei Brâhmana, si è potuto assistere
talvolta alla costituzione di correnti tradizionali incomplete, ridotte a
quelle sole scienze separate dal loro principio, e persino deviate in senso
«naturalistico», attraverso la negazione della metafisica e il disconoscimento
del carattere subordinato della scienza «fisica», come pure (le due cose
essendo strettamente connesse) dell’origine sacerdotale di ogni insegnamento
iniziatico, anche di quelli particolarmente destinati ad essere applicati dagli
Kshatriya, come abbiamo spiegato in diverse occasioni4.
Tutto questo non significa certo che
l’ermetismo costituisce di per sé tale deviazione o che implica essenzialmente
qualcosa di illegittimo (il che avrebbe reso impossibile la sua incorporazione
in forme tradizionali ortodosse); tuttavia si deve pur riconoscere che esso può
prestarvisi facilmente, per la sua stessa natura. Più in generale, è questo il
pericolo di tutte le scienze tradizionali, quando vengono ad esser coltivate in
qualche modo per se stesse, ciò che espone al rischio di perder di vista il loro
collegamento con l’ordine principale. L’alchimia, che si potrebbe definire la
«tecnica», per così dire, dell’ermetismo, è realmente un’«arte regale», se con
tale espressione s’intende una modalità dell’iniziazione specialmente
appropriata alla natura degli Kshatriya; ma proprio questa
considerazione indica il suo posto preciso, nell’insieme di una tradizione
regolarmente costituita. Si aggiunga che non bisogna confondere i mezzi di una
realizzazione iniziatica, quali che possano essere, con il suo scopo finale,
che è sempre di conoscenza pura.
Un altro punto che ci pare criticabile nella
tesi di Evola
4 Si veda, in
special modo, Autorité spirituelle et pouvoir temporel (1929) [tr. it.: Autorità
spirituale e potere temporale, Rusconi, Milano 1972 – N.d.R.].
«La Tradizione Ermetica» 103
riguarda l’assimilazione che egli tende quasi
costantemente a stabilire fra l’ermetismo e la «magia»; vero è che sembra
assumere quest’ultima in un significato alquanto differente da quello
ordinariamente attribuitole, ma abbiamo ragione di temere che anche così
possano soltanto prodursi confusioni piuttosto spiacevoli. Infatti,
inevitabilmente, quando si parla di «magia», si pensa ad una scienza destinata
a provocare fenomeni più o meno straordinari, segnatamente (ma non
esclusivamente) nell’ordine sensibile; qualunque possa essere stata l’origine
della parola, questo significato si è talmente compenetrato con essa, che
conviene lasciarglielo. Si tratterà allora della più bassa fra tutte le
applicazioni della conoscenza tradizionale, potremmo dire addirittura la più
disprezzata, l’esercizio della quale viene lasciato a coloro i quali, a causa
delle loro limitazioni individuali, sono incapaci di sviluppare altre
possibilità. Non vediamo perciò quale vantaggio comporti il richiamarne l’idea,
quando si tratta in realtà di cose che, sebbene ancora contingenti, sono
tuttavia notevolmente più elevate; e, se è vero che è solo questione di
terminologia, si deve convenire che pure essa ha la sua importanza. Del resto,
può darsi che vi sia qualcosa di più: la parola «magia», nella nostra epoca,
esercita su taluni uno strano fascino e, come abbiamo già rilevato nel
precedente articolo, al quale alludevamo, all’inizio, la preminenza accordata
ad un tal punto di vista, non foss’altro che nella sfera delle intenzioni, è
ancora legata all’alterazione delle scienze tradizionali, separate dal loro
principio metafisico. È questo senza dubbio lo scoglio contro il quale si
infrangono tutti i tentativi di ricostituire tali scienze, se non si comincia
da quello che è veramente l’inizio da ogni punto di vista, vale a dire dal
principio medesimo, che è anche il fine in vista del quale tutto il resto deve
essere normalmente ordinato.
Per contro, il punto sul quale siamo
completamente d’accordo con Evola e in cui vediamo anche il merito maggiore del
suo libro, è quando insiste sulla natura puramente spirituale ed interiore
della vera alchimia, che non ha assolutamente
104 Forme
tradizionali e cicli cosmici
nulla da spartire con le operazioni materiali
di una qualsiasi chimica, nel senso naturale del termine. Quasi tutti i
moderni, al riguardo, hanno commesso lo stesso strano errore, tanto coloro che
hanno voluto porsi a difesa dell’alchimia, quanto coloro che se ne son fatti
detrattori. Eppure, è facile vedere in quali termini gli antichi ermetisti
parlano dei «soffiatori» e dei «bruciatori di carbone», nei quali bisogna
riconoscere i veri precursori dei chimici attuali, per quanto poco lusinghiero
ciò possa essere per questi ultimi. Ancora nel XVIII secolo, un alchimista come
Pernéty non manca di sottolineare la differenza fra la «filosofia ermetica» e
la «chimica volgare». Così, ciò che ha dato origine alla chimica moderna non è
affatto l’alchimia, con la quale, dopo tutto, essa non ha alcun rapporto (come,
del resto, non ne ha con la «iperchimica» inventata da certi occultisti
contemporanei); essa ne costituisce soltanto una deformazione o deviazione,
originata dall’incomprensione di coloro che, incapaci di penetrare il senso
vero dei simboli, presero tutto alla lettera e, credendo che si trattasse
soltanto di operazioni materiali, si lanciarono in una sperimentazione più o
meno disordinata. Parimenti nel mondo arabo, l’alchimia materiale è sempre
stata considerata ben poco, e talora perfino assimilata ad una sorta di
stregoneria, mentre era tenuta in onore l’alchimia spirituale, la sola vera,
spesso designata col nome di Kimia es-saâdah o «alchimia della felicità»5.
D’altronde, ciò non significa che si debba
negare la possibilità delle trasmutazioni metalliche, che rappresentano
l’alchimia agli occhi dei profani, a patto di non confondere con esse cose di
un ben diverso ordine. Né si vede, a priori, per qual motivo tali trasmutazioni
non potrebbero essere realizzate con procedimenti dipendenti semplicemente
dalla chimica profana (in fondo, l’«iperchimica» alla quale poco sopra
alludevamo non è altro che questo).
5 Esiste un
trattato di El-Ghazâli con questo titolo.
«La Tradizione Ermetica» 105
C’è poi un altro aspetto della questione che
Evola giustamente mette in evidenza: l’essere che è pervenuto alla
realizzazione di determinati stati interiori può, in virtù del rapporto di
analogia esistente fra «microcosmo» e «macrocosmo», produrre esteriormente
degli effetti corrispondenti al grado di realizzazione spirituale raggiunto. È
dunque ammissibile che colui il quale abbia conseguito un certo grado nella
pratica dell’alchimia spirituale sia capace, per ciò stesso, di compiere delle
trasmutazioni metalliche, sia pure a titolo di conseguenza del tutto
accidentale, e senza ricorrere ad alcun procedimento della pseudo-alchimia
materiale, bensì per una sorta di proiezione all’esterno delle energie che egli
porta in sé. Vi è qui una differenza paragonabile a quella che distingue la
«teurgia» o l’azione delle «influenze spirituali», dalla magia e anche dalla
stregoneria: se gli effetti apparenti sono talvolta i medesimi, per le une e
per le altre, le cause che li provocano sono totalmente differenti. Aggiungeremo
d’altronde che coloro i quali realmente sono in possesso di siffatti poteri,
generalmente non ne fanno uso, meno che in determinate particolarissime
circostanze in cui l’esercizio di tali poteri si trovi ad essere legittimato da
altre considerazioni. Comunque, ciò che non bisogna mai perdere di vista e che
sta alla base di ogni insegnamento autenticamente iniziatico, è che ogni
realizzazione degna di questo nome è d’ordine essenzialmente interiore, pur
essendo suscettibile di ripercussioni all’esterno. Solo dentro di sé l’uomo può
trovarne i principi e gli strumenti e può farlo perché dentro di sé porta la
corrispondenza con tutto ciò che esiste: el-insânu ramzul-wujûd, «l’uomo
è un simbolo dell’Esistenza universale»; e, se giunge a penetrare fino al
centro del suo essere, raggiunge perciò stesso la conoscenza totale, con tutto
quello che essa implica: man yaraf nafsahu yaraf Rabbahu, «colui il
quale conosce il proprio Sé conosce il suo Signore», e conosce allora tutte le
cose nella suprema unità del Principio, fuori del quale non vi è nulla che
possa avere il minimo grado di realtà.
ERMETE *
Parlando della tradizione ermetica, dicevamo
che essa si riferisce propriamente ad una conoscenza d’ordine non metafisico,
ma soltanto cosmologico, intendendo quest’ultimo termine nella sua duplice
applicazione «macrocosmica» e «microcosmica». Questa affermazione, benché
espressione della più stretta verità, non ha avuto la ventura di piacere a
certuni che, vedendo l’ermetismo attraverso la loro propria immaginazione,
vorrebbero farvi rientrare tutto indistintamente; il fatto è che costoro non
hanno idea di cosa sia la metafisica pura… Comunque, sia ben chiaro che in tal
modo non abbiamo affatto voluto svalutare le scienze tradizionali ricomprese
nell’ermetismo, né quelle che vi corrispondono sotto altre forme dottrinali
d’Oriente o d’Occidente; tuttavia, bisogna saper mettere ogni cosa al suo
posto, e queste scienze, come tutte le conoscenze specialistiche, sono soltanto
secondarie e derivate in rapporto ai principi, di cui non sono che
l’applicazione ad un ordine inferiore della realtà. Possono sostenere il
contrario solamente coloro i quali vorrebbero attribuire all’«Arte regia» la
preminenza sull’«Arte sacerdotale»1; ed è forse proprio questa, in
fondo, la ragione più
* Articolo
pubblicato su Le Voile d’Isis, aprile 1932.
1 Abbiamo esaminato
questo argomento in Autorité spirituelle et pouvoir temporel.
108 Forme
tradizionali e cicli cosmici
o meno consapevole delle critiche alle quali
abbiamo appena accennato.
Senza preoccuparci oltre di quel che ciascuno
può pensare o dire, poiché non è nostra abitudine tener conto delle opinioni
individuali, le quali non esistono rispetto alla tradizione, non ci sembra
inutile precisare ulteriormente alcuni punti, a conferma di quanto abbiamo già
detto, con particolare riferimento a Ermete: nessuno infatti potrà contestare
che da questo l’ermetismo deriva il suo nome2. L’Ermete greco in
effetti presenta delle caratteristiche che rispondono esattamente a ciò di cui
si tratta, e che si esprimono segnatamente nel suo principale attributo, il
caduceo, di cui senza dubbio dovremo esaminare più esaurientemente il
simbolismo, in altra occasione; per il momento, basti dire che tale simbolismo
si riferisce direttamente ed essenzialmente a quella che si può chiamare
l’«alchimia umana»3, e che concerne le possibilità dello stato
sottile, anche se esse devono essere viste soltanto come strumento preparatorio
per una superiore realizzazione, come avviene, nella tradizione indù, per
A proposito dell’espressione «Arte Regia» che si è
conservata nella Massoneria, si potrà notare qui la curiosa rassomiglianza fra
i nomi di Hermes e Hiram; ciò non vuol dire, evidentemente, che
questi due nomi abbiano un’origine linguistica comune, tuttavia la loro
costituzione è identica, e l’insieme HRM da cui sono formati essenzialmente
potrebbe dar luogo anche ad altri accostamenti.
2 Dobbiamo tener
per fermo che l’ermetismo è di provenienza greco-egizia e che sarebbe un abuso
estendere questa denominazione a ciò che, sotto forme diverse, vi corrisponde
in altre tradizioni, così come sarebbe un abuso, ad esempio, denominare
«Cabala» una dottrina che non fosse specificamente ebraica. Certo, se
scrivessimo in ebraico, diremmo qabbalah per designate la tradizione in
generale, così come, scrivendo in arabo, chiameremmo taçawwuf
l’iniziazione, sotto qualsiasi forma: ma, trasferiti in un’altra lingua, i
termini ebraici, arabi, ecc… devono essere riservati alle forme tradizionali,
di cui le loro lingue d’origine sono l’espressione rispettiva, quali che siano,
peraltro, le comparazioni o anche le assimilazioni alle quali possono
legittimamente dar luogo; e in nessun caso bisogna confondere un certo ordine
di conoscenza, considerato in se stesso, con tale o tal altra forma speciale di
cui è stato rivestito in determinate circostanze storiche.
3 Cfr. L’Homme et son devenir selon le
Vêdânta, cap. XXI (1925).
Ermete 109
le pratiche equivalenti che rientrano nello Hatha-Yoga.
Si potrà d’altronde trasferire tutto ciò all’ordine cosmico, poiché ciò che è
nell’uomo è corrispondentemente nel mondo, e viceversa4; qui poi, in
virtù di questa stessa corrispondenza, si tratterà propriamente del «mondo
intermedio», in cui sono liberate forze la cui natura duale è rappresentata
molto chiaramente dai due serpenti del caduceo. A questo proposito, sarà
opportuno ricordare che Ermete è raffigurato come il messaggero degli Dei e
come il loro interprete (herméneutès), ruolo che è quello di un
intermediario fra i mondi celeste e terrestre, con la funzione ulteriore di
«conduttore delle anime» (psycho pompos), che, in un ordine inferiore,
si riferisce manifestamente al dominio delle possibilità sottili5.
Qualcuno forse potrebbe obiettare, trattandosi
di ermetismo, che qui Ermete sta per il Thoth egizio, al quale è stato
assimilato, e che Thoth rappresenta propriamente la Saggezza, riferita al
sacerdozio, quale custode e continuatore della tradizione; questo è vero, ma,
poiché tale identificazione non ha potuto esser fatta senza ragione, bisogna
riconoscere che in ciò si deve ravvisare più specialmente un certo aspetto di
Thoth, corrispondente ad una certa parte della tradizione, quella cioè
comprendente le conoscenze relative al «mondo intermedio». Infatti, tutto
quanto si può sapere dell’antica
4 Come è detto
nelle Rasâil Ikhwân es-Safâ, «il mondo è un uomo di grandi dimensioni,
l’uomo è un mondo di piccole dimensioni» (el-âlam insân kabir, wa el-insan
âlam çeghir). D’altronde, in virtù di tale corrispondenza, una certa
realizzazione d’ordine «microcosmico» potrà comportare, come conseguenza
accidentale per l’essere che vi è pervenuto, una realizzazione esteriore
riferentesi all’ordine «macrocosmico», senza che quest’ultima sia stata
perseguita di per se stessa, analogamente a quanto si è detto a proposito delle
trasmutazioni metalliche, quando si è trattato della Tradizione Ermetica.
5 Queste due
funzioni di messaggero degli Dei e di «conduttore di anime», astrologicamente
potrebbero essere riferite rispettivamente ad un aspetto diurno e ad uno
notturno; da un altro punto di vista, vi si può anche ritrovare la
corrispondenza con le due correnti discendente e ascendente, simboleggiate dai
due serpenti del caduceo.
110 Forme
tradizionali e cicli cosmici
civiltà egizia, stando alle vestigia che ha
lasciato, mostra appunto che le conoscenze di quest’ordine vi erano molto più
sviluppate e rivestivano un’importanza ben più considerevole che altrove. Del
resto, vi è un altro accostamento, si potrebbe dire anche un’altra equivalenza,
che dimostra come questa obiezione sarebbe senza portata reale: in India, il
pianeta Mercurio (o Ermete) è denominato Budha, parola la cui radice
significa propriamente la Saggezza; anche in questo caso, è sufficiente
determinare l’ordine in cui questa Saggezza, che nella sua essenza è il
principio ispiratore di ogni conoscenza, deve trovare la sua applicazione più
particolare, quando essa è rapportata a questa funzione specializzata6.
A proposito del nome Budha, c’è poi un
fatto curioso da segnalare: esso in realtà è identico a quello dello scandinavo
Odino, Woden o Wotan7; i Romani dunque non
assimilarono arbitrariamente quest’ultimo al loro Mercurio, e d’altronde nelle
lingue germaniche, il mercoledì, o giorno di Mercurio, è ancora oggi designato
come il giorno di Odino. Forse ancor più degno di. nota è il fatto che questo
stesso nome si ritrova esattamente nel Votan delle antiche tradizioni
dell’America centrale; questo del resto ha i medesimi attributi di Ermete:
infatti è Quetzalcohuatl, l’«uccello-serpente», e l’unione di questi due
animali simbolici (corrispondenti rispettivamente ai due elementi aria e fuoco)
viene rappresentata anche dalle ali e dalle serpi del caduceo8.
6 Non bisogna
confondere il nome Budha con quello di Buddha, designazione di Shâkya-Muni,
benché entrambi abbiano evidentemente il medesimo significato radicale e benché
poi taluni attributi del Budha planetario siano stati trasferiti
successivamente al Buddha storico, raffigurandosi quest’ultimo come
«illuminato» dalla irradiazione di questo astro, di cui avrebbe, in qualche
modo, assorbito l’essenza in sé. A tale proposito, notiamo che la madre di Buddha
è denominata Mâyâ-Dêvî e che, presso i Greci e i Latini, Maia era
anche la madre di Ermete o di Mercurio.
7 Si sa che la
trasformazione della b in v o in w è un fenomeno
linguistico frequentissimo.
8 In materia, si
veda il nostro studio su La langue des oiseaux (ora cap. VII della
raccolta Symboles fondamentaux de la Science sacrée), in cui
Ermete 111
Bisognerebbe essere ciechi per non vedere in
fatti del genere un segno dell’unità di fondo di tutte le dottrine
tradizionali; purtroppo, una tal cecità è fin troppo comune nella nostra epoca,
in cui coloro che sanno davvero comprendere i simboli non sono che un’infima
minoranza e in cui, al contrario, troppi sono i «profani» che si ritengono
qualificati per interpretare la «scienza sacra», che essi adattano al capriccio
della loro immaginazione più o meno disordinata.
Un altro punto non meno interessante è questo:
nella tradizione islamica, Seyidna Idris viene assimilato contemporaneamente a
Ermete e a Henoch; tale.duplice assimilazione, sembra indicare una continuità
di tradizione che risalirebbe al di là del sacerdozio egizio, quest’ultimo
avendo solamente raccolto il retaggio di quanto Henoch rappresenta, e che si
riferisce manifestamente ad un’epoca anteriore9. Nello stesso
abbiamo fatto osservare che il serpente è opposto o
associato all’uccello, a seconda che sia considerato nel suo aspetto malefico o
benefico. Aggiungeremo che un’immagine come quella dell’aquila che tiene un
serpente fra gli artigli (come appunto se ne trova in Messico) non evoca
esclusivamente l’idea dell’antagonismo, rappresentata, nella tradizione indù,
dalla lotta di Garuda contro il Nâga; specialmente nel simbolismo
araldico, accade che il serpente sia rimpiazzato dalla spada (sostituzione
particolarmente degna di nota, quando questa ha la forma di spada
fiammeggiante, peraltro da riavvicinare ai fulmini che tiene l’aquila di
Giove), e la spada, nel suo significato più elevato, rappresenta la Saggezza e
la potenza del Verbo (si veda, per esempio, Apocalisse I, 16). C’è da
rilevare che uno dei principali simboli del Thoth egizio era l’ibis,
distruttore di rettili, divenuto, come tale, simbolo del Cristo, ma nel caduceo
ermetico si ha il serpente sotto i suoi due aspetti opposti, come nell’immagine
dell’anfesibena medievale (si veda Le Roi du Monde, cap. III, in fine,
in nota).
9 Non si dovrebbe
forse concludere, in base a questa stessa assimilazione, che il Libro di
Henoch, o almeno quello che è noto con questo titolo, dovrebbe essere
considerato parte integrante del complesso dei «libri ermetici»? D’altra parte,
taluni affermano anche che il profeta Idris si identifica con Buddha;
quanto si è detto poco sopra mostra a sufficienza in che senso debba essere
intesa questa asserzione, che in realtà si riferisce a Budha,
l’equivalente indù di Ermete. Infatti, non potrebbe trattarsi del Buddha
storico,la cui morte è un avvenimento noto, mentre di Idris è detto
espressamente che è stato assunto vivente in cielo, in correlazione con
l’Henoch biblico.
112 Forme
tradizionali e cicli cosmici
tempo, le scienze attribuite a Seyidna Idris e
poste sotto la sua speciale influenza, non sono le scienze puramente
spirituali, ricollegate a Seyidna Aissa, cioè al Cristo; sono le scienze che si
possono definire «intermedie», fra cui figurano in prima linea l’alchimia e
l’astrologia; e sono appunto queste, in effetti, che si possono definire
propriamente scienze «ermetiche». A questo punto, però, è il caso. di fare
un’altra considerazione che, almeno a prima vista, potrebbe essere interpretata
come una strana inversione, rispetto alle abituali corrispondenze: ognuno tra i
sette profeti principali – come vedremo in un altro nostro studio – presiede a
ciascuno dei sette cieli planetari, di cui costituisce il «Polo» (El-Qutb);
ora, non è Seyidna Idris che presiede al cielo di Mercurio, bensì Seyidna
Aissa, essendo il primo preposto al cielo del Sole; ciò, naturalmente, comporta
la medesima trasposizione per le corrispondenze astrologiche delle scienze che
sono loro rispettivamente attribuite. Si solleva in tal modo una questione
molto complessa, che non possiamo pretendere di trattare esaurientemente in
questa sede; vi ritorneremo forse in altra occasione, ma, per il momento, ci
limiteremo a qualche osservazione che forse permetterà di intravederne la
soluzione e che, in ogni caso, mostrerà almeno che in essa vi è ben altro che
una semplice confusione e che ciò che potrebbe passare per tale agli occhi di
un osservatore superficiale ed «esteriore», in realtà poggia, al contrario, su
ragioni molto profonde.
Innanzitutto, non si tratta di un caso
isolato, nel complesso delle dottrine tradizionali; si può infatti trovare
qualcosa di molto simile nell’angelologia ebraica: in generale, Mikael è
l’angelo del Sole e Raphael l’angelo di Mercurio, ma accade talvolta che i
ruoli si invertano. D’altronde, se Mikael, in quanto rappresentante del Metatron
solare, è assimilato esotericamente al Cristo10, Rapbael,
conformemente al significato del suo nome, è il «divino guaritore», e il Cristo
viene
10 Cfr. Le Roi du Monde, cap. III.
Ermete 113
visto anche come «guaritore spirituale» e come
«riparatore»; del resto, si potrebbero trovare ancora altre correlazioni fra il
Cristo e il principio rappresentato da Mercurio fra le sfere planetarie11.
Per la verità, presso i Greci la medicina era
attribuita ad Apollo, cioè al principio solare, e a suo figlio Asklepios
(trasformato in Esculapio dai Latini); ma, nei «libri ermetici», Asklepios
diventa figlio di Ermete; si noti poi che il bastone che costituisce il suo
attributo ha stretti rapporti simbolici con il caduceo12. L’esempio
della medicina permette allora di comprendere come una medesima scienza possa
avere degli aspetti che si riferiscono in realtà a differenti ordini, dal che
derivano corrispondenze ugualmente differenti, anche se gli effetti che si
producono all’esterno sono apparentemente simili, poiché vi è la medicina
puramente spirituale o «teurgica», e vi è la medicina ermetica o «spagirica».
Tutto questo, è in rapporto diretto con la questione che stiamo considerando; e
forse un giorno spiegheremo perché la medicina, dal punto di vista
tradizionale, era ritenuta essenzialmente una scienza sacerdotale.
D’altro canto, vi è quasi sempre una stretta
connessione fra Henoch (Seyidna Idris) ed Elia (Seyidna Dhûl-Kifl), entrambi
assunti in cielo senza essere passati attraverso la morte
11 È forse questa
l’origine dell’errore di certuni, i quali considerano Buddha come il nono avatâra
di Vishnu; in realtà, si tratterebbe di una manifestazione in rapporto con il
principio designato come il Budha planetario; in tal caso, il Cristo
solare sarebbe propriamente il Cristo glorioso, cioè il decimo avatâra,
che dovrà venire alla fine del ciclo. Ricorderemo, a titolo di curiosità, che
il mese di maggio deriva il suo nome da Maia, madre di Mercurio (che è
detta essere una delle Pleiadi), alla quale ,era anticamente consacrato; ora,
nel Cristianesimo, è divenuto il «mese di Maria», con un’assimilazione certo
non solo fonetica, fra Maria e Maia.
12 Attorno al
bastone di Esculapio è avviluppato un solo serpente, quello che rappresenta la
forza benefica, perché quella malefica deve scomparire, trattandosi del genio
della medicina. Parimenti, si noti il rapporto fra lo stesso bastone di
Esculapio, quale segno di guarigione, e il simbolo biblico del «serpente di
bronzo»: a questo proposito, si veda il
114 Forme
tradizionali e cicli cosmici
del corpo13, e la tradizione
islamica li situa tutti e due nella sfera solare. Parimenti, secondo la
tradizione rosicruciana, Elias Artista, che è preposto alla «Grande
Opera» ermetica14, risiede nella «Cittadella solare», che è per
l’appunto il soggiorno degli «Immortali» (nel senso dei Chirajîvîs della
tradizione indù, vale a dire degli esseri «dotati di longevità», o la cui vita
si perpetua per l’intera durata del ciclo)15, e che rappresenta uno
degli aspetti del «Centro del Mondo». Tutto ciò è sicuramente ben degno di
riflessione e, se si considerano anche le tradizioni che, un po’ dovunque,
assimilano simbolicamente il Sole stesso al frutto dell’«Albero della Vita»16,
si comprenderà forse lo speciale rapporto esistente fra l’influenza solare e
l’ermetismo, in quanto quest’ultimo, come i «piccoli misteri» dell’antichità,
ha per scopo essenziale la restaurazione dello «stato primordiale» umano: non è
forse la «Cittadella solare» dei Rosa-Croce che dovrà «discendere dal cielo in
terra», alla fine del ciclo, sotto forma di «Gerusalemme celeste», realizzando
la «quadratura del circolo», secondo la misura perfetta della «canna d’oro»?
nostro studio su Sheth (ora cap. XX della raccolta Symboles fondamentaux
de la Science sacrée).
13 È stato detto
che dovranno manifestarsi nuovamente sulla Terra alla fine del ciclo: sono i
due «testimoni» di cui si parla nel capitolo XI dell’Apocalisse.
14 Egli incarna in
qualche modo la natura del «fuoco filosofale» e si sa che, secondo il racconto
biblico, il profeta Elia fu innalzato al cielo su di un «carro di fuoco»; ciò
si riferisce al veicolo igneo (taijasa nella dottrina indù) che,
nell’essere umano, corrisponde allo stato sottile (cfr. L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta, cap. XIV).
15 Cfr. L’Homme et son devenir selon le
Vêdânta, cap. I. Ricordiamo anche, dal punto di vista
alchemico, la corrispondenza del Sole con l’oro, designato dalla tradizione
indù come la «luce minerale». L’«oro potabile» degli ermetisti è d’altronde la
medesima cosa della «bevanda dell’immortalità», chiamata anche «liquore d’oro»
nel Taoismo.
16 Cfr. Le Symbolisme de la Croix,
cap. IX.
LA TOMBA DI ERMETE *
Ciò che abbiamo detto riguardo a certe imprese
«pseudo-iniziatiche» potrebbe facilmente far comprendere le ragioni per cui
siamo pochissimo invogliati a trattare questioni che tocchino più o meno da
vicino l’antica tradizione egizia. Possiamo ancora aggiungere, a questo
proposito, che il fatto stesso che gli Egiziani attuali non si preoccupino
minimamente delle ricerche concernenti questa civiltà scomparsa, basterebbe a
dimostrare che non è possibile trarre da essa, dal punto di vista che ci
interessa, alcun beneficio effettivo; se così non fosse, è chiaro che essi non
ne avrebbero lasciato, per così dire, il monopolio a degli stranieri, i quali,
d’altronde, non vi hanno mai trovato che una fonte di semplice erudizione. La
verità è che fra l’Egitto antico e l’Egitto attuale non vi è che una
coincidenza geografica, priva della minima continuità storica; così che la
tradizione di cui si tratta è ancor più completamente estranea, nel paese in
cui ebbe vita, di quanto sia attualmente il Druidismo per i popoli che abitano
oggi gli antichi paesi celti; ed il fatto stesso che in Egitto vi siano
monumenti assai più numerosi non cambia in niente questo stato di cose. Teniamo
a precisare bene questo punto
* Articolo
pubblicato su Études Traditionelles, dicembre 1936.
116 Forme
tradizionali e cicli cosmici
una volta per tutte proprio per tagliar corto
alle illusioni che si fanno troppo facilmente a questo proposito coloro i quali
non hanno mai avuto occasione di esaminare le cose da vicino; nello stesso
tempo questa osservazione dovrebbe distruggere ancor più completamente le
pretese di quegli «pseudo-iniziati» che, pur riferendosi all’antico Egitto,
vorrebbero far credere di essere in contatto con qualcosa che sussisterebbe
ancora nell’Egitto attuale. Sappiamo che questa non è affatto una supposizione
puramente immaginaria e che alcuni, contando sull’ignoranza generale, e a
questo riguardo sfortunatamente non si sbagliano, spingono le loro pretese fino
a tal punto.
Nonostante tutto ciò ci troviamo quasi
obbligati a fornire, nella misura del possibile, qualche spiegazione che in
questi ultimi tempi ci è stata richiesta da diverse parti, in seguito
all’incredibile moltiplicarsi di certe storie fantastiche, di cui ci siamo
d’altronde già occupati esaminando alcuni libri pubblicati recentemente.
Bisogna dire, del resto, che queste spiegazioni non faranno riferimento alla
tradizione egizia in sé, bensì a quanto la riguarda nella tradizione araba; a
questo proposito si trovano alcune indicazioni abbastanza curiose che sono
forse suscettibili di chiarire malgrado tutto certi punti oscuri, anche se, da
parte nostra, non intendiamo affatto esagerare l’importanza delle conclusioni
che se ne possono trarre.
Abbiamo già fatto osservare altrove che, di
fatto, non si sa realmente a cosa abbia potuto servire la Grande Piramide, e
potremmo dire la stessa cosa delle Piramidi in generale; è vere che l’opinione
più comunemente diffusa vuol vedervi delle tombe, e senza dubbio questa ipotesi
non ha in sé nulla di impossibile; ma, d’altra parte, sappiamo anche che gli
archeologi moderni, in virtù di certe idee preconcette, si sforzano volentieri
di scoprire tombe dappertutto, anche dove non ve n’è la minima traccia, e questo
non manca di destare in noi una certa diffidenza. In ogni caso non si è mai
trovata fino ad ora alcuna tomba nella Grande Piramide; ma anche se ve ne fosse
una, ciò non servirebbe a risolvere completamente l’enigma poiché,
evidentemente, la cosa non
La tomba di Ermete 117
escluderebbe affatto che essa abbia potuto
avere nello stesso tempo altre funzioni, magari più importanti, quali possono
averne avute anche altre Piramidi che certamente hanno servito da tomba.
D’altronde è anche possibile che, come alcuni hanno pensato, l’utilizzazione
funeraria di questi monumenti sia stata più o meno tardiva, e che non fosse
questa la loro destinazione primitiva, al tempo della loro costruzione.
All’obiezione che certi antichi documenti, di carattere più o meno
tradizionale, sembrerebbero confermare che si tratta di una tomba, diremo
questo, che può sembrare strano di primo acchito, ma che è proprio quello che
tenderebbero a dimostrare le considerazioni che seguiranno: le tombe in
questione non devono essere intese in senso puramente simbolico?
In effetti, da taluni è detto che la Grande
Piramide sarebbe la tomba di Seyidna Idris, ovverosia del Profeta Henoch,
mentre la seconda Piramide sarebbe quella di un altro personaggio che di questi
sarebbe stato il Maestro, e sul quale dovremo ritornare; ma, presentata in
questo modo e presa in senso letterale, la cosa si presenterebbe manifestamente
assurda, dal momento che Henoch non morì, ma fu trasportato vivo in Cielo; come
dunque potrebbe avere una tomba? Ci parrebbe affrettato parlare in questo caso,
alla maniera occidentale, di «leggende» prive di fondamento, poiché è questa la
spiegazione che ne è data: non il corpo d’Idris fu sepolto nella Piramide,
bensì la sua scienza; e da ciò alcuni deducono che si tratti dei suoi libri; ma
quale verosimiglianza può avere il fatto che si siano sotterrati dei libri
puramente e semplicemente, e quale interesse potrebbe avere una cosa simile, da
un qualsiasi punto di vista?1.
Certamente sarebbe stato molto più plausibile
che il contenuto di questi libri fosse scolpito in caratteri geroglifici
all’interno del monumento; ma, disgraziatamente per questa supposizione
1 C’è appena
bisogno di far notare che il caso di libri deposti ritualmente in una vera
tomba è ben diverso da quello che stiamo esaminando.
118 Forme
tradizionali e cicli cosmici
nella Grande Piramide non si trovano né
iscrizioni né figurazioni simboliche di alcuna specie2.
Non resta dunque che una sola ipotesi
accettabile: ed è che la scienza di Idris sia davvero nascosta nella Grande
Piramide, ma perché si trova inclusa nella sua stessa struttura, nella sua
disposizione esterna e interna e nelle sue proporzioni; e tutto ciò che vi può
essere di valido nelle «scoperte» che i moderni hanno fatto o creduto di fare a
tale proposito non costituisce tutto sommato che qualche infimo frammento di
questa antica scienza tradizionale.
In fondo, questa interpretazione si accorda
abbastanza bene con un’altra versione araba sull’origine delle Piramidi, la
quale ne attribuisce la costruzione al re pre-diluviano Surid: questi,
avvertito in sogno dell’imminenza del Diluvio, le fece edificare secondo i
disegni dei saggi, ed ordinò ai sacerdoti di depositarvi i segreti delle loro
scienze ed i precetti della loro saggezza. Ora, si sa che Henoch (o Idris),
anch’egli pre-diluviano, si identifica con Hermes (o Thoth), il quale
rappresenta la fonte da cui traeva le proprie conoscenze il sacerdozio egizio,
e, per estensione, questo stesso sacerdozio in quanto continuatore della
medesima funzione di insegnamento tradizionale; si tratta perciò dunque sempre
della stessa scienza sacra la quale, anche in questo caso, sarebbe stata
deposta nelle Piramidi3.
2 Su questo
argomento si trovano a volte delle strane asserzioni, più o meno completamente
fantastiche; così nell’Occult Magazine, organo della H.B. of L. [Hermetic
Brotherhood of Luxor – N.d.R.], abbiamo rilevato un’allusione alle «78
carte del Libro di Ermete che giace sepolto in una delle Piramidi» (numero del
dicembre 1885, p. 87); si tratta chiaramente dei Tarocchi, ma questi non hanno
mai costituito un Libro di Ermete, di Thoth o di Henoch, se non in certe
concezioni molto recenti; e non sono più «egizi» di quanto siano gli zingari ai
quali pure è stato dato questo nome. A proposito della H.B. of L., si
veda il nostro libro su Le Théosophisme (1921).
3 Un’altra
versione, non più araba ma copta, attribuisce la costruzione delle Piramidi a
Shedîd e Sheddâd, figli di Ad; non sappiamo bene quali conseguenze se ne
potrebbero trarre, e non ci pare il caso di attribuirvi
La tomba di Ermete 119
D’altra parte, questo monumento destinato ad
assicurare la conservazione delle scienze tradizionali in previsione del
cataclisma, ricorda anche un’altra storia abbastanza conosciuta: quella delle
due colonne innalzate, secondo alcuni, proprio da Henoch, secondo altri da
Seth, e sulle quali sarebbe stata scritta l’essenza di tutte le scienze; e la
menzione che vien fatta di Seth ci riporta al personaggio di cui si dice che la
seconda Piramide sia stata il sepolcro. In effetti, se questi fu il maestro di Seyidna
Idris, egli non può essere stato che Seyidna Shîth, cioè Seth, figlio d’Adamo;
è vero che autori arabi antichi lo designano coi nomi apparentemente strani di Aghatîmûn
e di Adhîmûn, ma evidentemente tali nomi non sono altro che deformazioni
del greco Agathodaimôn che, riferendosi al simbolismo del serpente
considerato sotto il suo aspetto benefico, si applica perfettamente a Seth,
come abbiamo già avuto modo di spiegare altrove4.
La particolare connessione che viene così
stabilita fra Seth e Henoch è degna di speciale nota, tanto più che entrambi
sono inoltre messi in rapporto con certe tradizioni concernenti un ritorno al
Paradiso terrestre, vale a dire allo «stato primordiale», e quindi con un
simbolismo polare che non è privo di rapporti con l’orientamento delle
Piramidi, ma questa è ancora un’altra questione: di sfuggita faremo soltanto
osservare che tale fatto, implicando abbastanza chiaramente un riferimento ai
«centri spirituali», tenderebbe a confermare l’ipotesi che vuole assimilare le
Piramidi a un luogo di iniziazione, la qual cosa d’altra parte non sarebbe
stata in
grande importanza perché, a parte il fatto che si
tratta qui di «giganti», non si vede a quale significato simbolico essa
potrebbe dar luogo.
4 Si veda il nostro
studio su Seth che costituisce ora il cap. XX della raccolta Symboles fondamentaux de la
Science sacrée. L’Agathodaimôn dei Greci è
spesso identificato anche con Kneph, rappresentato pure dal serpente, ed
in connessione con l’«Uovo del Mondo», ciò che si riferisce sempre allo stesso
simbolismo. Quanto al Kakodaimôn, aspetto malefico del serpente, esso è
evidentemente identico al Set-Typhon degli Egizi.
120 Forme
tradizionali e cicli cosmici
fondo che il mezzo normale per mantenere
«vive» le conoscenze che vi erano state incorporate, e ciò almeno per tutto il
tempo durante il quale tale iniziazione si sarebbe mantenuta.
Aggiungeremo un’altra osservazione: è detto
che Idris (o Henoch) scrisse numerosi libri ispirati, dopo quelli già scritti
da Adamo stesso e da Seth5; questi libri furono il prototipo dei
libri sacri degli Egizi, ed i «Libri ermetici» più recenti non ne rappresentano
in certo modo che un «riadattamento», alla stessa stregua dei diversi «Libri di
Henoch», i quali sono pervenuti fino a noi sotto questo nome.
D’altra parte i libri di Adamo, di Seth e di
Henoch dovevano naturalmente esprimere, rispettivamente, aspetti differenti
della conoscenza tradizionale, giacché implicavano una relazione più
particolare con questa o quella scienza sacra, come sempre accade quando si
tratta degli insegnamenti trasmessi dai diversi Profeti. Potrebbe essere
interessante, a questo punto, chiedersi se non vi sia qualcosa che corrisponda
in certo qual modo a tali differenze, per ciò che riguarda Henoch e Seth, nella
struttura delle due Piramidi di cui abbiamo parlato, e magari, anche, se per
caso la terza Piramide non abbia allora, secondo lo stesso ordine di idee,
qualche rapporto con Adamo, dal momento che, pur non avendo noi trovato da
nessuna parte allusioni esplicite a questo fatto, sarebbe tutto sommato
abbastanza logico supporre che essa debba completare la terna dei grandi
Profeti pre-diluviani6.
Sia ben chiaro che noi non pensiamo affatto
che questioni simili possano essere risolte attualmente; del resto, tutti i
«ricercatori» moderni sono stati per così dire «ipnotizzati»
5 Il numero di
questi libri varia secondo le indicazioni, ed in molti casi si può trattare
solo di numeri simbolici; questo punto non ha d’altronde che un’importanza
piuttosto secondaria.
6 Va da sé che ciò
non vuol dire affatto che la costruzione delle Piramidi debba essere loro
attribuita materialmente, ma solo che ha potuto costituire una «fissazione»
delle scienze tradizionali ad essi rispettivamente attribuite.
La tomba di Ermete 121
quasi esclusivamente dalla Grande Piramide
anche se, dopo tutto, essa non è poi tanto più grande delle altre due da
potersi notare una gran differenza. Quando costoro assicurano, per giustificare
l’importanza eccezionale che le attribuiscono, che essa è la sola ad essere
esattamente orientata, forse hanno il torto di non riflettere sul fatto che
certe variazioni nell’orientamento potrebbero anche non essere dovute a
negligenza dei costruttori, ma essere invece proprio l’indizio di qualcosa che
si riferisce a differenti «epoche» tradizionali; ma come ci si potrebbe
aspettare che gli Occidentali moderni abbiano, per dirigersi nelle loro
ricerche, delle nozioni sia pure in minima parte giuste e precise su cose di
questo genere?7
Un’altra osservazione che ha pure la sua
importanza è che il nome di Ermete è tutt’altro che sconosciuto alla tradizione
araba8; e forse che è da vedere una semplice «coincidenza» nella
somiglianza che esso presenta con la parola Haram (plurale Ahrâm),
che in arabo designa la Piramide, da cui non differisce se non per la mancanza
di una lettera finale che non fa parte della sua radice? Ermete è detto El-muthalleth
bil-hikam, letteralmente «triplo nella saggezza»9, che equivale
all’epiteto greco Trismegisto, pur essendo più esplicito, poiché la
«grandezza» che esprime quest’ultimo non è, in fondo, che la conseguenza della
saggezza che è l’attributo proprio di Ermete10.
7 L’idea che la
Grande Piramide differisca sostanzialmente dalle altre due sembra essere assai
recente; si dice che il Califfo El-Mamûn, volendo rendersi conto di ciò che
contenevano le Piramidi, decise di farne aprire una; per caso, fu scelta la
Grande Piramide, ma non pare che egli abbia pensato che essa dovesse avere un
carattere assolutamente speciale.
8 Oltre alla forma
corretta Hermes si trova anche, presso alcuni autori, la forma Armis,
che evidentemente ne è una alterazione.
9 Hikam è il
plurale di hikmah, ma le due forme singolare e plurale sono ugualmente
impiegate col significato di «saggezza».
10 Può essere
interessante rilevare che la parola muthalleth designa anche il
triangolo, per cui si potrebbe, senza forzare troppo le cose, trovarvi qualche
rapporto con la forma triangolare delle facce della Piramide la quale pure ha
dovuto essere determinata dalla «saggezza» di coloro che
122 Forme
tradizionali e cicli cosmici
Questa «triplicità» ha d’altronde ancora un
altro significato, trovandosi talvolta sviluppata sotto la forma di tre Ermete
distinti: il primo, chiamato «Ermete degli Ermete» (Hermes El-Harâmesah),
e considerato come pre-diluviano, è quello che si identifica propriamente a
Seyidna Idris; gli altri due, post-diluviani, sono l’«Ermete babilonese» (El-Bâbelî)
e l’«Ermete egizio» (El-Miçrî). Ciò sembrerebbe indicare abbastanza
nettamente che le due tradizioni caldea ed egizia deriverebbero direttamente da
un’identica fonte principale, la quale, dato il carattere pre-diluviano che le
è riconosciuto, non può che essere la tradizione atlantidea11.
Qualunque cosa si possa pensare di queste
considerazioni, che certamente sono altrettanto lontane dal punto di vista
degli egittologi quanto da quello dei moderni investigatori del «segreto della
Piramide», si può dire che quest’ultima rappresenti veramente «la tomba di
Ermete», poiché i misteri
ne tracciarono il progetto; senza contare che il
triangolo si riferisce, sotto un altro aspetto, al simbolismo del «Polo» e,
sotto questo punto di vista, la Piramide stessa non è altro, in fondo, che una
delle immagini della «Montagna sacra».
11 Non è difficile
capire che tutto ciò è in ogni caso da situare già abbastanza lontano dalla
tradizione primordiale; sarebbe d’altronde del tutto inutile designare
quest’ultima come fonte comune di due tradizioni particolari, perché essa è
necessariamente la fonte di tutte le forme tradizionali senza eccezione.
Dall’ordine di enumerazione dei tre Ermete, in quanto esso sembra avere qualche
significato cronologico, si potrebbe anche concludere per una certa anteriorità
della tradizione caldea rispetto a quella egizia.
La tomba di Ermete 123
della sua saggezza e della sua scienza vi sono
stati nascosti in modo tale che certo è ben difficile scoprirveli12.
12 Dal momento che
trattiamo questo argomento, segnaleremo ancora un’altra fantasticheria moderna:
abbiamo constatato che certuni attribuiscono una considerevole importanza al
fatto che la Grande Piramide non sarebbe mai stata terminata; in effetti il
vertice è mancante, ma tutto quel che si può dire a questo riguardo, è che i
più antichi autori di cui si ha testimonianza, i quali sono ancora
relativamente recenti, l’hanno sempre vista tronca come essa è oggi. Da qui a
pretendere che il vertice mancante corrisponda alla «pietra angolare» di cui si
parla in diversi passaggi della Bibbia e del Vangelo, ci corre
parecchio; tanto più che, secondo dati molto più autenticamente tradizionali,
la pietra in questione sarebbe, non un pyramidion, ma piuttosto una
«chiave di volta» (keystone), e se essa fu «scartata dai costruttori»
ciò si deve al fatto che questi, non essendo iniziati che alla Square
Masonry, ignoravano i segreti dell’Arch Masonry.
Cosa abbastanza curiosa, nel sigillo degli Stati
Uniti si ritrova la Piramide tronca, sulla quale è un triangolo raggiante che,
pur essendone separato e addirittura isolato da essa dal cerchio di nuvole che
la circonda, sembra in qualche modo sostituirne la cima; ma in questo sigillo,
da cui certe organizzazioni «pseudo-iniziatiche» cercano d’altronde di trarre
partito in modo alquanto sospetto, vi sono ancora altri dettagli che sono
perlomeno strani: per esempio il numero degli strati della Piramide, che sono
tredici, è detto corrispondere a quello delle tribù d’Israele (contando
separatamente le due mezze tribù dei figli di Giuseppe), e non è detto che
tutto ciò non abbia rapporti con le origini reali di certe divagazioni
contemporanee sulla Grande Piramide, tendenti, come abbiamo detto, a fare di
essa, per fini piuttosto oscuri, una sorta di monumento «giudaico-cristiano».
RECENSIONI
Enel: Les Origines de
la Genèse et l’enseignement des Temples de l’ancienne Égypte, Vol. I (1a
e 2a parte), Institut français d’Archéologie orientale, Le Caire.*
È certamente molto difficile e fors’anche
impossibile sapere attualmente cosa fu in realtà l’antica tradizione egizia,
completamente estinta da tanti secoli; così le diverse interpretazioni e
ricostruzioni tentate dagli egittologi sono in gran parte ipotetiche e,
peraltro, sovente contraddittorie. La presente opera si distingue dai soliti
studi di egittologia, per il lodevole sforzo di comprensione dottrinale,
generalmente assente in essi ed anche per la grande importanza giustamente
attribuita al simbolismo, che gli studiosi «ufficiali», da parte loro, tendono
piuttosto a negare o puramente e semplicemente ad ignorare; si può dire,
tuttavia, che le argomentazioni esposte in quest’opera siano meno ipotetiche
delle altre? Ci permettiamo di esprimere dei dubbi in proposito, constatando
soprattutto che esse si ispirano al partito preso, per così dire, di trovare un
parallelismo costante fra la tradizione egizia e quella ebraica, mentre, se è
vero che il fondo è essenzialmente
* Recensione
pubblicata su Études Traditionnelles, novembre 1936.
126 Forme
tradizionali e cicli cosmici
il medesimo dappertutto, nulla prova che le
due forme in questione siano state realmente tanto vicine una all’altra,
essendo più che contestabile la eventualità di una filiazione diretta che
l’autore sembra supporre fra di esse, e che lo stesso titolo vuol probabilmente
suggerire. Da ciò derivano talune assimilazioni più o meno forzate: ad esempio,
ci chiediamo se l’autore è proprio sicuro che la dottrina egizia abbia
considerato la manifestazione universale sotto l’aspetto di «creazione»,
caratteristica che sembra essere stata esclusiva della tradizione ebraica e di
quelle ad essa collegate. Gli Antichi, i quali certo sapevano meglio di noi
cosa pensare in proposito, sono ben lungi dal fornire indicazioni in tal senso;
restando in argomento, la nostra diffidenza aumenta quando constatiamo che il
medesimo principio viene gratificato ora con l’appellativo di «Creatore» ora
semplicemente con quello di «Demiurgo»; fra queste due qualificazioni
manifestamente incompatibili, sarebbe quanto meno opportuno sceglierne una…
D’altro canto, altrettante riserve richiederebbero talune considerazioni
linguistiche, poiché è chiaro che la lingua in cui si esprimeva la tradizione
egizia noi non la conosciamo certo più della stessa tradizione; si aggiunga poi
che alcune interpretazioni risentono visibilmente dell’influsso di concezioni
occultistiche.
Comunque, tutto questo non vuol dire che il
volume, la cui prima parte è dedicata all’Universo e la seconda all’Uomo, non
contenga parecchie osservazioni degne d’interesse, una parte delle quali
potrebbe anche essere confermata molto più da un raffronto con le tradizioni
orientali, che purtroppo l’autore sembra ignorare quasi completamente, che non
da riferimenti biblici. Naturalmente, qui non è il caso di entrare in dettagli;
a titolo di esempio, in questo ordine di idee, segnaleremo soltanto le note sulla
costellazione della Coscia, designazione dell’Orsa Maggiore, e l’espressione
«Capo della Coscia», da riferirsi al Polo; a questo proposito, ci sarebbero da
fare curiosi accostamenti. Infine, si rilevi l’opinione dell’autore circa, la
Grande Piramide, nella quale egli vede contemporaneamente
IV ‑ Recensioni 127
un «tempio solare» e un monumento destinato a
«immortalare la conoscenza delle leggi dell’Universo»; questa supposizione è
almeno altrettanto plausibile di tante altre che sono state fatte
sull’argomento; ma, quanto all’affermazione dell’autore, per cui «il simbolismo
nascosto delle Scritture ebraiche e cristiane si riferisce direttamente ai
fatti che accaddero nel corso della costruzione della Grande Piramide», ci pare
che sia, da tutti i punti di vista, davvero troppo poco verosimile!
Enel: A
Message from the Sphinx, Rider and Co., Londra.*
Le riserve che abbiamo formulato circa il
carattere Puramente ipotetico di ogni tentativo di ricostruzione e di
interpretazione dell’antica tradizione egizia, a proposito di un’altra opera
dello stesso autore, potrebbero ugualmente farsi su questa, nella prima parte
della quale ritroviamo, in una esposizione sintetica, alcune idee già espresse
nel precedente libro. L’autore comincia con uno studio sulla scrittura
geroglifica, che poggia su principi perfettamente giusti e del resto
generalmente noti, per quanto concerne la pluralità dei significati di tale
scrittura; ma, al momento di applicarli e di entrare in dettaglio, come si può
essere sicuri di non mescolarvi delle fantasie, in misura maggiore o minore?
Osserviamo anche che il termine «ideografico» non si applica – come invece si
sostiene qui – alla semplice rappresentazione di oggetti sensibili, e che,
quando si tratta della scrittura, esso, in definitiva, è sinonimo di
«simbolico». Ci sono poi molte altre improprietà di linguaggio che non sono
meno deplorevoli: così è fuor di dubbio che la
* Recensione
pubblicata su Études Traditionnelles, novembre 1937 [tr. it.: Il
messaggio della sfinge, Atanòr, Roma, 1972 ‑ N.d.R.].
128 Forme
tradizionali e cicli cosmici
dottrina egizia doveva essere, in fondo,
«monoteistica», poiché ogni dottrina tradizionale, senza eccezione, lo è
essenzialmente, nel senso che non può non affermare l’unità principiale; ma, se
in tal modo il termine «monoteismo» presenta un significato accettabile, anche
al di fuori delle forme specificamente religiose, si ha poi il diritto di
definire «panteismo» ciò che si è unanimemente convenuto di chiamare
«politeismo»?
Un equivoco più grave riguarda la magia, che
l’autore, in molti casi, confonde palesemente con la teurgia (confusione che,
in definitiva, riconduce a quella del dominio psichico con lo spirituale).
Infatti egli crede di individuarla dovunque sia questione della «potenza della
parola», il che lo induce a pensare che essa dovesse avere un’importanza
capitale anche in origine, mentre, al contrario, come abbiamo spiegato in
diverse occasioni, il suo predominio, in Egitto come altrove, è stato soltanto
l’effetto di una degenerazione più o meno tardiva. Prima di procedere oltre,
sottolineiamo una concessione alquanto infelice alle teorie «evoluzionistiche»
moderne: se gli uomini di queste antiche epoche avessero avuto la mentalità
grossolana o rudimentale che si attribuisce loro, dove sarebbe stato possibile,
in quelle stesse epoche, reclutare quegli «iniziati», che giustamente poi si
riconoscono in possesso di requisiti del tutto opposti? È necessario operare
una scelta fra l’«evoluzionismo» antitradizionale e l’accettazione dei dati
tradizionali, poiché ogni compromesso può, soltanto condurre ad irrisolvibili
contraddizioni.
La seconda parte è dedicata alla Cabala
ebraica, ciò che potrebbe sorprendere se non si conoscessero le idee
dell’autore in proposito:, in effetti, a parer suo, la tradizione ebraica è
nata direttamente dalla tradizione egizia: esse sono come «due anelli
consecutivi di una stessa catena». Riguardo a questa affermazione, abbiamo già
detto quel che ne pensiamo, tuttavia crediamo sia il caso di fare ancora
qualche precisazione: l’autore giustamente riconosce che la tradizione egizia
derivò dall’Atlantide (che d’altronde – possiamo affermarlo
IV ‑ Recensioni 129
più recisamente di quanto non si faccia nel
testo in esame – non fu certo per questo la sede della tradizione primordiale),
ma essa non fu la sola, potendo dirsi la stessa cosa particolarmente per la
tradizione caldea. Anche l’insegnamento arabo relativo al «triplice Ermete», di
cui abbiamo parlato in altra occasione, indica con sufficiente chiarezza questa
parentela; ma se la fonte principale è la stessa, la differenza fra queste
forme fu probabilmente determinata soprattutto dall’incontro con altre correnti,
l’una proveniente dal Sud per l’Egitto, l’altra dal Nord per la Caldea. Ora, la
tradizione ebraica è essenzialmente «abramica», quindi di origine caldea; senza
dubbio, il «riadattamento» operato da Mosè, per alcune circostanze di luogo,
poté giovarsi accessoriamente di elementi egizi, soprattutto per quanto
concerne talune scienze tradizionali più o meno secondarie; ma in nessun modo
esso avrebbe potuto far uscire questa tradizione dalla sua propria stirpe, per
trasferirla in un’altra, estranea al popolo al quale era espressamente
destinata e nella lingua del quale essa doveva essere formulata. Del resto, dal
momento che si riconosce la comunanza originaria e di fondo di tutte le
dottrine tradizionali, la constatazione di talune similitudini non comporta
affatto l’esistenza di una filiazione diretta: è così, ad esempio, per rapporti
come quelli che l’autore vuole stabilire fra le Sephiroth e l’«Enneade»
egizia, ammettendo che siano giustificati. Tutto considerato, anche se si
ritiene trattarsi di somiglianze riferentisi a tratti troppo particolari per
risalire fino alla tradizione primordiale, l’affinità delle tradizioni egizia e
caldea, in ogni caso sarebbe ampiamente sufficiente a renderne ragione.
Quanto alla pretesa che la scrittura ebraica
primitiva sarebbe derivata dai geroglifici, si tratta di un’ipotesi del tutto
gratuita, poiché di fatto, nessuno sa con precisione cosa fosse questa
scrittura; tutti gli indizi che si possono reperire in proposito tendono anzi a
far ritenere il contrario; non si vede poi come l’associazione dei numeri alle
lettere, essenziale in ebraico, avrebbe potuto essere ricavata dal sistema
geroglifico. Del resto, gli stretti rapporti di somiglianza esistenti fra
l’ebraico
130 Forme
tradizionali e cicli cosmici
e l’arabo, e ai quali il libro in esame non
accenna minimamente, costituiscono manifestamente un ulteriore argomento
contrario a tale ipotesi poiché sarebbe davvero difficile poter sostenere
seriamente che anche la tradizione araba è di provenienza egizia!
Esamineremo brevemente la terza parte, in cui
si trovano innanzitutto talune opinioni sull’arte che, pur contenendo, tutto
sommato, delle giuste intuizioni, hanno il torto di poggiare su di
un’affermazione più che contestabile; non si può dire, almeno senza ulteriori
precisazioni, che «esiste una sola arte», poiché è troppo evidente che l’unità
di fondo, cioè l’unità delle idee espresse simbolicamente, non esclude affatto
la molteplicità delle forme. Nei capitoli successivi, l’autore fornisce un
compendio non delle scienze tradizionali autentiche, come sarebbe stato
auspicabile, ma di qualche residuo più o meno deformato giunto fino alla nostra
epoca, specialmente sotto l’aspetto «divinatorio»; e qui l’influenza esercitata
dalle concezioni «occultistiche» si palesa in un modo particolarmente
spiacevole. Aggiungiamo che è del tutto inesatto dire che talune scienze che
venivano insegnate negli antichi templi equivalevano puramente e semplicemente
alle scienze moderne e «universitarie»; in realtà, anche quando si può
riscontrare un’apparente similitudine quanto all’oggetto di queste scienze, i
rispettivi punti di vista sono totalmente differenti, e c’è sempre un vero
abisso fra le scienze tradizionali e quelle profane.
Infine, non possiamo fare a meno di
sottolineare certi errori di dettaglio, poiché ve ne sono alcuni davvero
sbalorditivi: così, la ben nota immagine dello «sbattimento del mare» è
scambiata per quella di un «dio Samudra Matu» (sic!). Ma è questa una
svista forse più scusabile di altre, riguardanti cose che per l’autore
dovrebbero essere maggiormente familiari della tradizione indù, e, in
particolare, la lingua ebraica. Non parliamo di ciò che può essere solo
questione di trascrizione, benché questa sia terribilmente «trascurata»; ma
come si può denominare costantemente Ain Bekar ciò che si
IV ‑ Recensioni 131
chiama in realtà Aiq Bekar (sistema
criptografico noto tanto all’arabo che all’ebraico, in cui si potrebbe vedere
il prototipo degli alfabeti massonici), e confondere inoltre, quanto ai loro
valori numerici, la forma finale del kaph con quella del noun e
menzionare per di più un «samek finale» che non è mai esistito e che non
è altro che un mem? Come si può dare per certo che i traduttori della Genesi
hanno reso thehôm con le «acque», in un luogo in cui la parola che si
trova nel testo ebraico è maim e non thehôm, oppure che «Ain
Soph significa letteralmente l’Antico degli Anni», mentre la rigorosa
traduzione letterale di tale nome è «senza limite»? Ietsirah è
«Formazione» e non «Creazione» (che si dice Beriah); Zohar non
significa «Carro celeste» (confusione evidente con la Merkabah), ma
«Splendore»; e l’autore sembra ignorare completamente cosa sia il Talmud,
poiché lo considera costituito dal Notarikon, dalla Temourah e
dalla Gematria, che non sono affatto dei «libri», come egli afferma,
bensì dei metodi d’interpretazione cabalistica! Ci fermiamo qui; ma si converrà
che errori simili non incoraggiano certo ad accettare ciecamente le asserzioni
dell’autore su questioni che non consentono verifiche altrettanto agevoli e ad
accordare fiducia senza riserve alle sue teorie egittologiche...
Xavier Guichard: Éleusis-Alésia:
Enquête sur les origines de la civilisation européenne, Imprimerie F.
Paillart, Abbeville.*
Qualunque opinione si abbia delle vedute
esposte in quest’opera, è doveroso, in ogni caso, rendere omaggio alla mole di
lavoro che essa ha richiesto, alla pazienza ed alla perseveranza di cui
l’autore ha dato prova, dedicando a queste ricerche,
* Recensione
pubblicata su Études Traditionnelles, giugno 1938.
132 Forme
tradizionali e cicli cosmici
nel corso di venti anni, tutti i ritagli di
tempo concessigli dalla sua professione. Guichard ha studiato tutti i luoghi
che, non solo in Francia, ma nell’Europa intera, portano un nome apparentemente
derivato, talvolta sotto forme alquanto alterate, da quello di Alesia;
ne ha reperito un numero considerevole ed ha osservato che presentano talune
particolarità topografiche comuni: essi «occupano dei siti circondati da corsi
d’acqua più o meno importanti, che, avvolgendoli, danno loro l’aspetto di
isole» e «tutti posseggono una sorgente minerale». A partire da epoche
«preistoriche» o quanto meno «protostoriche», questi «luoghi alesiani»
sarebbero stati scelti, in virtù della loro situazione privilegiata, come
«luoghi d’assemblea» (sarebbe questo il significato primitivo del nome che li
designa), e ben presto sarebbero divenuti centri abitati, ipotesi che
sembrerebbe confermata dalle numerose vestigia che generalmente vi si scoprono.
Tutto questo, in definitiva, è perfettamente plausibile e tenderebbe soltanto a
dimostrare che, in quelle regioni, la cosiddetta «civiltà» sarebbe di epoca ben
più remota di quanto non si sia soliti supporre, e che senza dubbio, da allora,
non si è avuta alcuna sostanziale soluzione di continuità. Solamente, a questo
proposito, sarebbe forse il caso di avanzare qualche riserva su talune
assimilazioni di nomi: quella stessa fra Alesia ed Eleusis non è
poi così evidente quanto l’autore mostra di credere; peraltro, più in generale,
ci si può rammaricare che alcune delle considerazioni alle quali egli si
abbandona testimoniano di conoscenze linguistiche insufficienti o insicure su
parecchi punti; ma, pur mettendo da parte i casi più o meno dubbi, ce n’è
ancora più che a sufficienza, soprattutto nell’Europa occidentale, per
giustificare le affermazioni riportate poco sopra. Va da sé, del resto, che
l’esistenza di questa antica «civiltà» non può stupire in alcun modo, quali che
possano essere stati la sua origine ed i suoi caratteri; torneremo più in là
sull’argomento.
Ma c’è dell’altro, in apparenza ancor più
straordinario: l’autore ha constatato che i «luoghi alesiani» erano
regolarmente
IV ‑ Recensioni 133
disposti su certe linee radianti attorno ad un
centro e tracciate da un’estremità all’altra dell’Europa; egli ha reperito
ventiquattro di queste linee, che ha denominato «itinerari alesiani», tutte
convergenti sul Monte Poupet, presso Alaise, nel Doubs. Oltre a questo sistema
di linee geodetiche, ve n’è un altro, formato da una «meridiana», da una
«equinoziale» e da due «solstiziali», il cui centro è in un altro punto della
stessa «alesia», segnato da una località che porta il nome di Myon; e vi sono
ancora delle serie di «luoghi alesiani» (di cui certi coincidono con qualcuno
dei precedenti) scaglionati su linee che corrispondono esattamente ai
differenti gradi di longitudine e di latitudine. Tutto questo costituisce un
insieme alquanto complesso, in cui, purtroppo, non si può dire che ogni
elemento appaia come assolutamente rigoroso: ad esempio, le ventiquattro linee
del primo sistema non formano tutte fra loro degli angoli uguali; d’altronde,
basterebbe un lievissimo errore di direzione del punto di partenza per avere
uno scarto considerevole ad una certa distanza, ciò che lascia un margine
abbastanza ampio di «approssimazione»; vi sono poi dei «luoghi alesiani»
isolati al di fuori di queste linee, dunque delle eccezioni o anomalie...
D’altra parte, non è ben chiaro quale speciale importanza potesse avere
l’«alesia» centrale; è possibile che realmente essa ne avesse una, in epoca
remota, ma è certo ben strano che non ne sia rimasta in seguito alcuna traccia,
a parte qualche «leggenda», che, in definitiva, non ha niente di veramente
eccezionale, e che si riferisce anche a molti altri luoghi; in ogni caso, si
tratta di una questione non risolta e forse insolubile, nell’attuale stato di
cose.
Comunque, vi è un’altra obiezione più grave,
di cui l’autore non pare essersi reso conto: da una parte, come abbiamo visto
all’inizio, i «luoghi alesiani» sono definiti da certe condizioni dipendenti
dalla configurazione naturale del suolo; dall’altra, essi sono situati su linee
che sarebbero state tracciate artificialmente dagli uomini di una certa epoca;
come possono conciliarsi due cose d’ordine tanto differente? I «luoghi
alesiani»
134 Forme
tradizionali e cicli cosmici
sono così definiti in due modi distinti, e non
si vede in virtù di che cosa essi possano arrivare a ricongiungersi; ciò
richiederebbe almeno una spiegazione, altrimenti si dovrebbe ammettere che la
questione presenta qualche aspetto poco verosimile. Altro sarebbe affermare che
la maggior parte dei luoghi con caratteristiche «alesiane» si ripartisce
secondo linee determinate; questo sarebbe forse strano, ma, in fondo, non
impossibile: infatti, può darsi che il mondo sia in realtà molto più
«geometrico» di quanto non si pensi; e in questo caso, di fatto, gli uomini
avrebbero dovuto soltanto riconoscere l’esistenza di queste linee e
trasformarle in strade che collegassero i diversi agglomerati «alesiani»; se le
linee in questione non sono una semplice illusione «cartografica», non vediamo
come si possa renderne conto altrimenti.
Abbiamo appena parlato di strade e, in
effetti, è proprio ciò che implica l’esistenza, lungo gli «itinerari alesiani»
di certi «indicatori di distanza», costituiti da località che, per lo più,
portano nomi come Calais, Versailles, Myon, Millières; queste località si
trovano a distanze dal centro che sono dei multipli esatti di una unità di
misura che l’autore designa convenzionalmente «stadio alesiano». Ciò che è
particolarmente degno di nota, è che tale unità di misura, che sarebbe stata il
prototipo dello stadio greco, del miglio romano e della lega gallica, è uguale
alla sesta parte di un grado, donde risulta che gli uomini che ne avevano
fissato la lunghezza dovevano conoscere con precisione le vere dimensioni della
sfera terrestre. A questo proposito, l’autore segnala dei fatti che indicano
come le conoscenze possedute dai geografi dell’antichità «classica», come
Strabone e Tolomeo, lungi dall’essere il risultato delle loro scoperte, non
rappresentassero che i residui di una scienza molto più antica, forse anche
«preistorica», di cui la più gran parte era allora perduta. Stupisce però il
fatto che, ad onta di constatazioni del genere, l’autore accetti le teorie
«evoluzionistiche» sulle quali si basa tutto l’insegnamento «ufficiale»
relativo alla «preistoria»; che egli le ammetta realmente o anche solo che non
osi rischiare
IV ‑ Recensioni 135
di contraddirle, vi è nel suo atteggiamento
qualcosa di non perfettamente logico, che sottrae molta forza alla sua tesi. In
realtà, questo aspetto della questione potrebbe essere chiarito soltanto dalla
nozione delle scienze tradizionali, che invece non appare in nessuna parte di
questo studio, in cui non viene mai espresso il minimo sospetto che abbia
potuto esistere una scienza di origine non «empirica», e che non si sia formata
«progressivamente» con una lunga sequela di osservazioni, per mezzo delle quali
si suppone che l’uomo sia uscito a poco a poco da una pretesa ignoranza
«primitiva», che qui è semplicemente riportata ad un passato un po’ più lontano
di quanto non si pensi comunemente.
Lo stesso modo di considerare la genesi della
«civiltà alesiana» palesa la mancanza di ogni conoscenza tradizionale da parte
dell’autore: la verità è che alle origini, ed anche molto più tardi, tutto
aveva un carattere rituale e «sacrale»; non è quindi il caso di chiedersi se
hanno potuto esercitarsi influenze «religiose» (parola, del resto,
assolutamente impropria) su tale o tal altro punto, secondo un modo di vedere
le cose davvero troppo moderno, che talvolta produce anche l’effetto di
rovesciare completamente taluni rapporti. Così, se si ammette che la
designazione dei «Campi Elisi» è in relazione con i nomi «alesiani» (il che
sembra poi alquanto ipotetico), non bisognerebbe trarne la conclusione che il
soggiorno dei morti fu concepito sul modello dei luoghi abitati presso cui i
loro corpi erano inumati, ma, al contrario, che questi stessi luoghi fossero
scelti o disposti conformemente alle esigenze rituali dipendenti da questa
concezione, e che allora contavano certamente molto più delle semplici preoccupazioni
«utilitaristiche», se pure queste potevano esistere come tali in tempi in cui
la vita umana era interamente governata dalla conoscenza tradizionale. D’altra
parte, è possibile che ci sia stato un legame fra i «miti elisi» e i «culti
ctonici» (e quel che abbiamo detto sul simbolismo della caverna spiegherebbe
anche la loro relazione, in certi casi, con i «misteri» iniziatici), ma sarebbe
opportuno precisare ulteriormente
136 Forme
tradizionali e cicli cosmici
il significato che si annette a questa
affermazione. In ogni caso, la «Dea Madre» era sicuramente qualcosa di
completamente diverso dalla «Natura», a meno che con essa non voglia intendersi
la Natura naturans, la quale implica tutt’altro che una concezione
«naturalistica». Dobbiamo aggiungere che il predominio attribuito alla «Dea
Madre» non sembra poter risalire al di là degli inizi del Kali-Yuga, del
quale anzi essa sarebbe abbastanza chiaramente caratteristica; e questo
particolare permetterebbe forse di «datare» con maggiore esattezza la «civiltà
alesiana», cioè di determinare il periodo ciclico al quale deve essere
riferita: si tratta qui di qualcosa che è certo molto anteriore, rispetto alla
«storia», nel senso ordinario della parola, ma che, malgrado ciò, non è meno
distante dalle autentiche origini.
Infine, l’autore sembra preoccuparsi molto di
provare che la «civiltà europea» ha avuto origine nella stessa Europa, con
esclusione di ogni intervento di influenze straniere e soprattutto orientali;
ma, a dire il vero, non è precisamente così che dovrebbe porsi la questione.
Sappiamo che l’origine prima della tradizione, e, conseguentemente, di ogni
«civiltà», fu in realtà iperborea, quindi né orientale né occidentale; ma,
all’epoca di cui si tratta, è evidente che una corrente secondaria può essere
indicata come la fonte più diretta di questa «civiltà alesiana», e, di fatto,
diversi indizi potrebbero far pensare, a questo proposito, soprattutto alla
corrente atlantidea, nel periodo in cui essa si diffuse dall’Occidente
all’Oriente, dopo la scomparsa della stessa Atlantide. Beninteso, si tratta di
un semplice suggerimento, che però farebbe almeno rientrare facilmente nel
quadro dei dati tradizionali quanto può esserci di veramente fondato nei
risultati di tali ricerche. In ogni caso, è fuor di dubbio che una questione
come quella dei «luoghi alesiani» potrebbe essere trattata in maniera
esauriente ed esatta solamente dal punto di vista della «geografia sacra»; ma
bisogna pur dire che questa, fra le antiche scienze tradizionali, è una di
quelle la cui ricostruzione incontrerebbe attualmente le più grandi difficoltà,
forse
IV ‑ Recensioni 137
anche insormontabili, per molti aspetti; e, di
fronte a certi enigmi che si trovano in tale dominio, è lecito chiedersi se,
pure nel corso di periodi in cui non si è prodotto alcun cataclisma notevole.
la «faccia» del mondo terrestre non sia cambiata talvolta in maniera ben
strana.
Noël De La Houssaye: Les
Bronzes italiotes arcaïques et leur symbolique, Éditions du Trident,
Parigi.*
Questo studio esordisce con alcune
considerazioni sulle origini della moneta nel bacino del Mediterraneo,
questione abbastanza oscura, per la quale, come avviene in tanti altri casi,
non pare possibile risalire oltre il VI secolo a.C. Comunque, l’autore ha ben
compreso che «la moneta era per gli Antichi una cosa sacra», contrariamente
alla concezione tutta profana, propria dei moderni, e che solo ciò consente di
spiegare il carattere dei simboli impressi su di essa; è nostra opinione che si
potrebbe anche procedere oltre, e vedere in questi simboli il segno di un
controllo esercitato da un’autorità spirituale. Le considerazioni successive,
riguardanti particolarmente Roma e l’Italia, hanno più un carattere ipotetico:
l’accostamento del nome di Enea al nome latino del rame1, pur non
essendo inammissibile, sembra tuttavia piuttosto discutibile; e ci pare troppo
ristretta l’interpretazione che vede, nelle differenti tappe del viaggio
leggendario di Enea, niente altro che le tappe della propagazione della moneta bronzea.
Qualunque sia stata l’importanza di quest’ultima, essa, tuttavia, può solo
essere considerata un fatto secondario, certo connesso a tutto l’insieme di una
tradizione. Comunque, ciò che ci pare più inverosimile è l’idea che la leggenda
di Enea possa avere un qualsiasi rapporto con l’Atlantide:
* Recensione
pubblicata su Études Traditionnelles, gennaio 1945.
1 [Aeramen –
N.d.R.]
138 Forme
tradizionali e cicli cosmici
innanzitutto, i suoi viaggi, dall’Asia,Minore
all’Italia, non hanno avuto, evidentemente, un punto di partenza occidentale;
essi poi si riferiscono ad un’epoca che, se pure non può essere determinata con
assoluta precisione, è in ogni caso posteriore di parecchi millenni alla
scomparsa dell’Atlantide; ma questa teoria troppo immaginosa, così come talune
fantasticherie linguistiche sulle quali non è il caso di insistere, si deve
probabilmente al fatto che lo studio in esame fu inizialmente pubblicato, in
parte, sulla rivista Atlantis...
L’enumerazione dei simboli che figurano sulle
monete sembra completa, nei limiti del possibile, e alla fine dell’opera sono
state aggiunte delle tavole sinottiche, che consentono di rendersi conto della
loro ripartizione tutt’intorno al bacino mediterraneo; ma, quanto al
significato di questi simboli, ci sarebbe stato certo molto di più da dire, ed
a questo proposito abbiamo riscontrato delle lacune un poco sorprendenti. Così
non ci spieghiamo come si possa dire che la prua di una nave associata alla figura
di Giano sull’as romano «riguardi Saturno, e lui solo», quando invece è
abbastanza noto che la nave o la barca era fra gli attributi dello stesso
Giano. A proposito di Saturno, poi, è curioso che si possa chiamare «era
pastorale» quella che è in realtà l’«era agricola», cioè esattamente il
contrario, essendo i pastori essenzialmente popoli nomadi, mentre gli
agricoltori sono popoli sedentari; quindi, come potrebbe l’«era pastorale»
coincidere con la «formazione delle città»? Le osservazioni relative ai Dioscuri
non ne chiariscono affatto il significato, e lo stesso si può dire per i
Cabiri; ma, soprattutto, come si spiega il fatto che l’autore non pare abbia
rilevato che il simbolismo di questi ultimi è in stretta relazione con la
metallurgia, e in particolar modo con il rame, ciò che poi sarebbe stato in
stretta connessione con l’argomento da lui trattato?
IV ‑ Recensioni 139
Noël De La Houssaye: Le
Phoenix, poème symbolique, Éditions du Trident, Parigi.*
Non abbiamo titoli per giudicare un poema come
tale, tuttavia, dal punto di vista simbolico, questo ci sembra meno chiaro di
quanto sarebbe stato auspicabile, e persino il carattere «ciclico» e «solare»
del mito della Fenice non viene adeguatamente messo in risalto. Quanto al
simbolo dell’uovo, confessiamo di non esser riusciti a capire come viene
considerato; l’ispirazione dell’opera nel suo complesso, a dispetto del titolo,
dà l’impressione di essere più «filosofica» che simbolica. D’altra parte, l’autore
mostra di credere seriamente all’esistenza di una certa organizzazione
denominata «Fratelli di Heliopolis» e i suoi rapporti con una tradizione
egizia: sovente, in Europa, ci si fanno delle strane idee sull’Egitto… Del
resto, è ben sicuro l’autore che la Fenice fu originariamente associata alla
Heliopolis egizia? È esistita anche una Heliopolis in Siria e, se si osserva
che la Siria non fu sempre e soltanto il paese che porta ancor oggi questo
nome, ci si può avvicinare ulteriormente alle origini; infatti, la verità è che
le diverse «Città del Sole» di epoca relativamente recente non furono mai altro
che immagini secondarie della «Terra solare» iperborea, e che in tal modo,
attraverso tutte le forme derivate che si conoscono «storicamente», il
simbolismo della Fenice si trova in diretto collegamento con la Tradizione
primordiale.
Lettres d’Humanité,
volume III.**
Lettres d’Humanité,
pubblicazione dell’Associazione Guillaume Budé, contiene nel suo volume III
(1944) un curioso
* Recensione
pubblicata su Études Traditionnelles, gennaio 1945.
** Recensione
pubblicata su Études Traditionnelles, gennaio 1945.
140 Forme
tradizionali e cicli cosmici
studio di Paul Maury, intitolato Le Secret
de Virgile et l’architecture des «Bucoliques». Infatti, l’autore vi ha
scoperto l’esistenza di una vera «architettura», straordinaria quasi quanto
quella della Divina Commedia. Riassumerla è impresa alquanto
difficoltosa, tuttavia, tenteremo di indicarne almeno i tratti principali.
L’autore ha rilevato innanzitutto una simmetria fra le Egloghe I e IX (le prove
della Terra), fra la II e l’VIII (le prove dell’Amore), fra la III e la VII (la
Musica liberatrice), fra la IV e la VI (le rivelazioni soprannaturali). Queste,
otto egloghe costituiscono una duplice progressione, ascendente da una parte,
per le prime quattro, discendente dall’altra per le ultime quattro, a guisa di
doppia scala, la cui sommità è occupata dall’Egloga V (Dafne), che l’autore
definisce la «Bucolica maggiore». Rimane l’Egloga X (Gallo), che si contrappone
alla V «come l’amor profano all’amor sacro, l’uomo incarnato, imperfettamente
iniziato, all’ideale dell’uomo rinnovato»; sono questi «i due limiti fra i
quali circolano le anime, fra il globo terracqueo e l’Olimpo». Il tutto forma
allora il disegno di una sorta di «cappella», o piuttosto di una «basilica
pitagorica», di cui l’Egloga V costituisce l’abside, mentre la X si situa
all’estremità opposta, fra queste due, le altre egloghe si dispongono
lateralmente da una parte e dall’altra, e quelle simmetriche sono naturalmente
una di fronte all’altra.
E non è tutto, essendo le osservazioni
successive ancor più straordinarie: si tratta del numero dei versi delle
differenti egloghe, in cui si ritrovano altre simmetrie multiple, che
certamente non possono considerarsi involontarie. A prima vista, per la verità,
alcune di tali simmetrie numeriche sembrano soltanto approssimative; ma le
lievi differenze constatate in tal modo hanno indotto l’autore a determinare ed
a «localizzare» certe alterazioni del testo (versi omessi o aggiunti), del
resto poco frequenti, e che coincidono precisamente con quelle che erano già
state sospettate in precedenza, in base a criteri puramente filologici. Dopo di
ciò, le simmetrie diventano tutte esatte; purtroppo non possiamo riprodurre qui
le
IV ‑ Recensioni 141
diverse tavole in cui esse sono indicate,
senza le quali resterebbero incomprensibili. Pertanto, ci limiteremo a dire che
i numeri principali messi in evidenza e ripetuti con significativa insistenza
sono: 183, per mezzo del quale, stando a Plutarco, «i Pitagorici avevano
rappresentato l’armonia stessa del grande Cosmo», 333 e 666; anche quest’ultimo
è «un numero pitagorico, triangolare di 36, a sua volta triangolo di 8,
l’Ogdoade doppio della Tetrade». Aggiungeremo che è essenzialmente un numero
«solare» e faremo notare che il significato attribuitogli nell’Apocalisse non
costituisce affatto, come afferma l’autore, un «capovolgimento dei valori», ma
rappresenta in realtà un’applicazione dell’aspetto opposto di questo numero
che, come tanti altri simboli, ha in sé contemporaneamente un significato
«benefico» e uno «malefico». Virgilio, evidentemente, si riferiva al primo di
questi significati; ora, è esatto dire che egli abbia voluto fare del 666, in
particolare la «cifra di Cesare», come sembrerebbe confermato dal fatto che,
secondo il commentatore Servio, la Dafne dell’Egloga V, quella centrale, non
sarebbe altri che Cesare stesso? La cosa non sarebbe affatto inverosimile, e
questa interpretazione viene suffragata da altri accostamenti abbastanza
rilevanti; d’altra parte, in ciò non si dovrebbe vedere un’applicazione
semplicemente «politica», nel senso usuale del termine, se si pone mente
all’aspetto non solo «religioso» (come riconosce l’autore), ma anche realmente
«esoterico» della figura di Cesare. Non possiamo dire di più sull’argomento, ma
riteniamo di averne parlato abbastanza, da far risaltare l’interesse di questo
studio, di cui raccomandiamo particolarmente la lettura a coloro che si
interessano al simbolismo dei numeri.
Nella medesima pubblicazione, altri articoli
dedicati a Ippocrate richiedono alcune riflessioni: attualmente, negli ambienti
medici, si parla molto di un «ritorno a Ippocrate», ma, cosa piuttosto strana,
pare lo si consideri in due modi differenti e addirittura opposti, riguardo
alle intenzioni, perché mentre alcuni l’intendono, giustamente, nel senso di
una restaurazione di idee tradizionali, altri, come nel caso in esame,
142 Forme
tradizionali e cicli cosmici
vorrebbero farne il contrario. Costoro,
infatti, pretendono di attribuire alla medicina ippocratica un carattere
«filosofico», cioè, conformemente al significato che essi danno alla parola,
«razionalistico» e persino «laico» (dimenticando che Ippocrate stesso
apparteneva ad una famiglia di sacerdoti, perché, diversamente, non avrebbe
potuto essere medico), opponendolo a questo titolo all’antica medicina
sacerdotale, nella quale, naturalmente, conforme agli abituali pregiudizi
moderni, essi vogliono vedere soltanto «empirismo» e «superstizione»! In
proposito, non crediamo sia inutile attirare l’attenzione dei seguaci
dell’ippocratismo tradizionale e impegnarli, quando se ne presenterà
l’occasione, a rimettere le cose a posto ed a reagire contro questa erronea
interpretazione; sarebbe infatti davvero deplorevole lasciar sviare così dal
suo fine normale e legittimo un movimento che, anche se finora è solamente
indice di una semplice tendenza, non è certo privo di interesse, da parecchi
punti di vista.
Lettres d’Humanité,
volume IV.*
Lettres d’Humanité
(volume IV, 1945) comprende un lungo studio su Le Dieu Janus et les origines
de Rome di Pierre Grimal, in cui si trovano, da un punto di vista storico,
numerose notizie interessanti e poco conosciute, ma da cui purtroppo non si
trae nessuna conclusione realmente importante. Certo, l’autore ha tutte le
ragioni di criticare gli «storici delle religioni» che vogliono ricondurre ogni
cosa a idee «semplicistiche e grossolane» come quelle delle «forze della
natura» o delle «funzioni sociali»; ma le sue spiegazioni, pur essendo sottili,
sono in fondo molto più soddisfacenti? Qualunque idea si abbia della esistenza
più o meno ipotetica
** Recensione
pubblicata su Études Traditionnelles, gennaio-febbraio 1948.
IV ‑ Recensioni 143
di una parola arcaica ianus designante
l’«atto di andare», con il significato conseguente di «passaggio», non vediamo
come si potrebbe sostenere che, in origine, non vi era alcuna parentela fra
questa parola e il nome del dio Giano, poiché una semplice differenza di
declinazione non esclude affatto una comunanza di radice. A dire il vero,
queste sono soltanto sottigliezze filologiche senza alcuna importanza. Anche se
si ammette che, originariamente, il nome di Giano non è stato latino (per il
Grimal, infatti, Giano sarebbe stato dapprima un «dio straniero»), per quale
motivo la radice i, «andare», comune al latino ed al sanscrito, non si
sarebbe trovata anche in altre lingue? Si potrebbe fare anche un’altra ipotesi
abbastanza verosimile: perché i Romani, al momento di adottare questa divinità,
non ne avrebbero tradotto il nome, qualunque fosse, con uno equivalente nella
loro lingua, come fecero poi con i nomi degli dei greci, per assimilarli ai
propri? Insomma, la tesi del Grimal è che l’antico dio Giano non sarebbe stato
affatto un «dio delle porte», e che tale carattere non gli sarebbe stato
aggiunto che «tardivamente», come conseguenza di una confusione fra due termini
differenti, anche se formalmente simili; ma tutto ciò non ci sembra in alcun
modo convincente, poiché la supposizione di una coincidenza che si vorrebbe
«fortuita» non può spiegare mai nulla. D’altronde, è fin troppo evidente che il
significato profondo del simbolismo del «dio delle porte» gli sfugge; ha egli
visto il suo rapporto stretto con il ruolo di Giano per quel che concerne il
ciclo annuale (ciò che poi lo collega direttamente al fatto che lo stesso
Giano, come egli afferma, è stato un «dio del Cielo»), anche nella sua veste di
dio dell’iniziazione? Quest’ultimo punto, del resto, è passato completamente
sotto silenzio; si dice, è vero, che «Giano fu un iniziatore, il dio stesso
degli iniziatori», ma questo termine viene usato soltanto in un’accezione
deviata e profana, che in realtà non ha nulla a che vedere con l’iniziazione…
Seguono delle osservazioni curiose sulla
esistenza di un dio bifrons altrove che a Roma, e segnatamente nel
bacino
144 Forme
tradizionali e cicli cosmici
orientale del Mediterraneo, ma è esagerato
volerne concludere che «Giano a Roma è soltanto l’incarnazione di un Urano
siriano»; come abbiamo detto spesso, le similitudini fra tradizioni differenti
non implicano necessariamente «prestiti» reciproci, ma lo si potrà mai far
comprendere a coloro i quali credono che il «metodo storico» sia applicabile in
ogni caso?
Nello stesso volume, c’è un articolo su Béatrice
dans la vie et l’œuvre de Dante che non presenta alcun interesse dal nostro
punto di vista, ma richiede tuttavia un’osservazione: come è possibile, dopo
tutti gli studi fatti sui «Fedeli d’Amore» da Luigi Valli e molti altri, che si
ignori completamente (o almeno che si ostenti un’ignoranza siffatta), quando si
parla di Dante, l’esistenza di un significato esoterico e iniziatico? Nello
scritto in questione si accenna solamente all’interpretazione teologica del
Mandonnet, certo parziale e insufficiente, ma che, sebbene esclusivamente
exoterica, riconosce, malgrado tutto, un significato superiore al grossolano
«letteralismo» che pretende di vedere in Beatrice soltanto «una donna in carne
e ossa». Ed è proprio questo «letteralismo» che si vuole ancora sostenere con
forza, in quanto si presterebbe ad «una spiegazione più psicologica e più
umana», cioè, in definitiva, più consona al gusto dei moderni, e più conforme a
quei pregiudizi «estetici» e «letterari», del tutto estranei a Dante ed ai suoi
contemporanei!
Georges Dumézil: L’Héritage
indo-européen à Rome, Gallimard, Parigi.*
Il Dumézil, partendo da un punto di vista
semplicemente profano, si è imbattuto, nel corso delle sue ricerche, in taluni
* Recensione
pubblicata su Études Traditionnelles, dicembre 1949.
IV ‑ Recensioni 145
dati tradizionali, da cui ha tratto delle
deduzioni non prive di interesse, ma che non sono sempre interamente
giustificate e che non si potrebbero accettare senza riserve, tanto più che
egli si sforza quasi costantemente di appoggiarle a considerazioni linguistiche,
di cui il meno che si possa dire è che sono fortemente ipotetiche. Poiché
d’altronde questi dati sono necessariamente molto frammentari, l’autore ha
«fissato» la sua attenzione esclusivamente e, in certo modo, sistematicamente
su taluni particolari, ad esempio sulla divisione «tripartita», che egli vuol
ritrovare dappertutto e che sussiste infatti in molti casi; ma che peraltro non
è la sola di cui si debba tener conto, anche limitandosi al dominio in cui egli
si è specializzato.
Nel volume in esame, ha inteso dare un quadro
dello stato attuale dei suoi studi, e bisogna riconoscere che, almeno, non ha
la pretesa di esser pervenuto a risultati definitivi; del resto, le sue
scoperte successive lo hanno già indotto a modificare a più riprese le proprie
conclusioni. Si tratta essenzialmente di isolare gli elementi che, nella
tradizione romana, sembrano risalire direttamente all’epoca in cui i popoli che
si è convenuto di denominare «indo-europei» non si erano ancora suddivisi in
parecchi rami distinti, di cui ciascuno doveva per l’avvenire condurre una
esistenza indipendente dagli altri. Alla base della teoria del Dumézil è la
considerazione della terna di divinità costituite da Jupiter, Mars
e Quirinus1, viste in correlazione con tre funzioni sociali;
d’altra parte, sembra che egli cerchi un po’ troppo di ricondurre ogni cosa al
punto di vista sociale, il che rischia di produrre con una certa facilità un
rovesciamento dei rapporti reali fra i principi e le loro applicazioni.
Inoltre, il suo orizzonte è manifestamente limitato da una certa mentalità
«giuridica», non sappiamo se acquisita dedicandosi soprattutto allo studio
della
1 [Cfr. appunto:
Georges Dumézil, Jupiter, Mars, Quirinus, Boringhieri, Torino 1955 –
N.d.R.]
146 Forme
tradizionali e cicli cosmici
civiltà romana o, al contrario, dovuta ad una
tendenza preesistente, per cui è stato particolarmente attratto da quella
civiltà; comunque le due cose non ci sembrano del tutto senza rapporto fra
loro.
Non è qui il caso di esaminare in dettaglio le
questioni trattate in questo libro, segnaleremo tuttavia un’osservazione
davvero curiosa, tanto più che su di essa poggia una parte considerevole delle
argomentazioni dell’autore; si tratta del fatto che molti racconti altrove
presentati come «miti» si ritrovano, nei loro tratti essenziali, in quella che
viene considerata la storia dei primordi di Roma, dal che si dovrebbe
concludere che i Romani hanno trasformato in «storia antica» ciò che
primitivamente era in realtà la loro «mitologia». A giudicare dagli esempi
forniti dal Dumézil, sembrerebbe esservi qualcosa di vero in questa
interpretazione, anche se, probabilmente, non bisogna abusarne,
generalizzandola oltre misura. Per la verità, ci si potrebbe anche chiedere se
la storia, soprattutto quando si tratta di «storia sacra», non può, in certi
casi, riprodurre effettivamente il mito e offrirne come un’immagine
«umanizzata», ma va da sé che un tale interrogativo, il quale, in definitiva,
si riconduce alla questione del valore simbolico dei fatti storici, non può
neppure porsi per lo spirito moderno.
EDIZIONI MEDITERRANEE – ROMA
Traduzione di Giuseppe Del Ninno
Titolo originale dell’opera: Formes traditionnelles et cycles cosmiques
© 1970 Éditions Gallimard – Paris
© 1974 Edizioni Mediterranee – Roma
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