23 - MÉLANGES - René Guénon
PARTE PRIMA
METAFISICA
E
COSMOLOGIA
IL DEMIURGO *
Di tutti i problemi che costantemente hanno
preoccupato gli uomini, ve ne è uno, quello dell’origine del male, che pare
esser sempre stato il più difficile da risolvere, tanto da rivelarsi un
ostacolo insormontabile per la maggior parte dei filosofi e soprattutto dei
teologi: Si Deus est, unde Malum? Si non est, unde Bonum? Il dilemma è effettivamente
insolubile per coloro che considerano la Creazione come l’opera diretta di Dio
e che, di conseguenza, sono obbligati a ritenerlo responsabile sia del Bene che
del Male. Si dirà senza dubbio che questa responsabilità è in una certa misura
attenuata dalla libertà delle creature; ma se le creature possono scegliere tra
il Bene ed il Male, è segno che entrambi esistono già, almeno in principio, e
se esse talvolta sono piuttosto propense a decidersi per il Male invece di
essere sempre portate al Bene, ciò è dovuto al fatto che sono imperfette;
* È questo, crediamo, il primo scritto di René
Guénon; esso fu pubblicato nel 1909 nel n. 1 di La Gnose. L’Autore,
allora ventiduenne, firmava con lo pseudonimo di Palingenius. (R.S.T.,
n. 33)
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ma come ha potuto Dio, se è perfetto, creare
esseri imperfetti?
È evidente che il perfetto non può generare
l’imperfetto, perché, se così fosse, il perfetto dovrebbe contenere in se
stesso l’imperfetto allo stato principiale ed allora non sarebbe più il
perfetto. L’imperfetto non può dunque procedere dal perfetto per via di
emanazione; potrebbe solo risultare dalla creazione ex nihilo; ma com’è
possibile ammettere che qualcosa possa venire dal nulla, o, in altri termini,
che possa esistere qualcosa che non abbia un principio? D’altronde, l’ammettere
la creazione ex nihilo equivarrebbe ad ammettere l’annientamento finale
degli esseri creati, poiché ciò che ha avuto un inizio deve anche avere una
fine, e non vi sarebbe nulla di più illogico del parlare in tal caso di
immortalità; del resto la creazione così intesa non è che un’assurdità, perché
essa contraddice quel principio di causalità che nessun uomo ragionevole può in
buona fede negare, per cui possiamo dire con Lucrezio «Ex nihilo nihil, ad
nihilum nil posse reverti».
Niente può esistete che non abbia un
principio; ma qual è questo principio? e non vi è in realtà un principio unico
di tutte le cose? Se si considera l’Universo totale, è evidente che esso
comprende tutte le cose, perché tutte le parti sono contenute nel Tutto;
d’altra parte, il Tutto è propriamente illimitato, perché, se avesse un limite,
ciò che è al di là di questo limite non sarebbe compreso nel Tutto,
supposizione, questa, assurda. Ciò che non ha limiti può essere chiamato
1’Infinito, e, comprendendo esso tutto, questo Infinito è il principio di tutte
le cose. D’altronde, l’Infinito è necessariamente unico, perché due infiniti
che non fossero identici si escluderebbero a vicenda; ne consegue dunque che
non vi è che un Principio unico di tutte le cose, e questo Principio è la
Perfezione, poiché l’Infinito può esser tale solamente se esso è perfetto.
Così la Perfezione è il Principio supremo, la
Causa prima; essa contiene tutte le cose in potenza, ed essa ha prodotto ogni
cosa; ma allora, poiché non v’è che un Principio unico, che ne è di tutte le
opposizioni che si colgono abitualmente nell’Universo: l’Essere ed il
Non-Essere, lo Spirito
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e la Materia, il Bene ed il Male? Ci
ritroviamo così di fronte alla domanda formulata all’inizio e che ora possiamo
porre in un modo più generale: come ha potuto l’Unità produrre la Dualità?
Certuni hanno creduto di dover ammettere
l’esistenza di due principi distinti, opposti l’uno all’altro; ma questa
ipotesi è da scartarsi per quanto abbiamo precedentemente detto. Infatti questi
due principi non possono essere entrambi infiniti, perché allora si
escluderebbero a vicenda o si confonderebbero; se solo uno fosse infinito, esso
sarebbe il principio dell’altro; e, se entrambi fossero finiti, non sarebbero
veri principi, poiché dire che il finito può esistere di per se stesso
equivarrebbe a sostenere che qualcosa possa venire dal nulla: infatti tutto ciò
che è finito ha un inizio, logico anche se non cronologico. In tal caso,
essendo entrambi finiti, essi devono procedere da un principio comune,
quest’ultimo infinito, e così siamo ricondotti a considerare un Principio
unico. Del resto, molte dottrine, abitualmente ritenute «dualistiche», non lo
sono che apparentemente; nel Manicheismo, così come nella religione di
Zoroastro, il dualismo era una dottrina puramente exoterica che celava la vera
dottrina esoterica dell’Unità: Ormuzd e Ahriman sono entrambi generati da
Zervané-Akerene e dovranno fondersi in lui alla fine dei tempi.
La Dualità, nell’impossibilità di
esistere di per stessa, è dunque necessariamente prodotta dall’Unità; ma in che
modo può prodursi? Per comprenderlo dobbiamo anzitutto considerare la Dualità
nel suo aspetto meno particolaristico, quello dell’opposizione tra l’Essere ed
il Non-Essere; ma poiché l’uno e l’altro sono necessariamente contenuti nella
Perfezione totale, appare subito evidente che tale opposizione non può essere
che apparente. Sarebbe dunque più giusto parlare solo di distinzione; ma in
cosa consiste tale distinzione? esiste in realtà indipendentemente da noi, od è
semplicemente una conseguenza del nostro modo di vedere le cose?
Se per Non-Essere si intende il nulla, è
inutile parlarne: infatti cosa si può dire del nulla? Non così se si considera
il Non-Essere come possibilità d’Essere; l’Essere è allora la
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manifestazione del Non-Essere inteso in
questo modo, ed è contenuto allo stato potenziale in tale Non-Essere. Il
rapporto tra il Non-Essere e l’Essere è dunque il rapporto tra il
non-manifestato ed il manifestato, e si può affermare che il non-manifestato è
superiore al manifestato, di cui è il principio, poiché contiene in potenza
tutto il manifestato ed anche ciò che non è, che non fu, né sarà mai
manifestato. Nello stesso tempo, è evidente che non si può parlare qui di una
distinzione reale, poiché il manifestato è contenuto in principio nel
non-manifestato; tuttavia, noi non possiamo concepire direttamente il
non-manifestato se non attraverso il manifestato; questa distinzione dunque
esiste, ma unicamente per noi.
Se ciò vale per la Dualità colta nel suo
aspetto di distinzione tra l’Essere ed il Non-Essere, a maggior ragione varrà
per tutti gli altri aspetti della Dualità. A questo punto ci si accorge quanto
illusoria sia la distinzione tra Spirito e Materia, sulla quale nondimeno,
soprattutto nei tempi moderni, è stato costruito un così gran numero di sistemi
filosofici aventi appunto tale distinzione a fondamento delle loro teorie, va
da sé che se tale distinzione venisse meno, nulla più rimarrebbe di tutti questi
sistemi. Inoltre possiamo notare che la Dualità non può esistere senza il
Ternario: se il Principio supremo, differenziandosi, dà luogo a due elementi, i
quali del resto sono distinti solo in quanto li reputiamo tali, questi due
elementi ed il loro Principio comune formano un Ternario, sicché in realtà è il
Ternario e non il Binario ad essere immediatamente prodotto dalla prima
differenziazione dell’Unità primordiale.
Ritorniamo ora alla distinzione tra il
Bene ed il Male, la quale è appunto un aspetto particolare della Dualità.
Quando si oppone il Bene al Male, generalmente si fa consistere il Bene nella
Perfezione. o quantomeno in una tendenza alla Perfezione, ed allora il Male non
è nient’altro che l’imperfezione: ma come può l’imperfetto opporsi alla
Perfezione, Abbiamo visto che la Perfezione è il principio di tutte le cose e
che, d’altra parte, non può produrre l’imperfetto, donde risulta che in realtà
l’imperfetto non esiste, o almeno non può esistere che come elemento
costitutivo
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della Perfezione totale; ma allora esso non
può essere realmente imperfetto, e quel che noi chiamiamo imperfezione non è
che relatività. Per cui un «errore» non è che una verità relativa: tutti gli
errori, infatti, devono essere contenuti nella Verità totale, poiché,
diversamente, questa trovandosi limitata da qualcosa di esteriore a se stessa
non sarebbe perfetta, cioè non sarebbe la Verità. Gli errori, o piuttosto le
verità relative, non sono che frammenti della Verità totale; è dunque la
frammentazione a produrre la relatività, per cui la si potrebbe ritenere la
causa del Male, sempre che «relatività» fosse realmente sinonimo di
«imperfezione»; sennonché il Male non è tale se non quando lo si distingue dal
Bene.
D’altra parte, se si chiama Bene il Perfetto,
il relativo non ne è realmente distinto, poiché v’è contenuto in principio;
dunque, dal punto di vista universale, il Male non esiste. Esso esiste solo, se
si considerano le cose sotto un aspetto frammentario ed analitico, separandole
dal loro Principio comune invece di vederle sinteticamente contenute in questo
Principio, che è la Perfezione. Così si crea l’imperfetto; e distinguendo il
Male dal Bene, li si crea entrambi proprio con questa distinzione, poiché il
Bene ed il Male sono tali solamente se messi in opposizione l’uno all’altro;
inoltre, se il Male non esiste, non si può neppure parlare di Bene nel senso
ordinariamente attributo a questa parola, ma solamente di Perfezione. È dunque
la fatale illusione del Dualismo ad attuare il Bene ed il Male, ossia,
considerando le cose da un punto di vista particolare, a sostituire la
Molteplicità all’Unità, imprigionando così gli esseri su cui esercita il suo
potere nel dominio della confusone e della divisione: tale dominio è l’Impero
del Demiurgo.
II
Quanto abbiamo detto sulla distinzione tra il
Bene ed il Male permette di comprendere il simbolismo della Caduta originale,
almeno nella misura in cui queste cose possono venir espresse. La
frammentazione della Verità totale,
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o del Verbo, che è in fondo la stessa
cosa, frammentazione che produce la relatività, è identica alla segmentazione
dell’Adam Kadmon, le cui separate particelle costituiscono l’Adam
Protoplastes, cioè il primo formatore; la causa di tale segmentazione è Nahash,
l’Egoismo o il desiderio dell’esistenza individuale. Nahash non è
affatto una causa esteriore all’uomo, ma è in lui, inizialmente allo stato
potenziale, diventandogli esteriore nella misura in cui l’uomo stesso
l’esteriorizza; questo istinto di separatività, per la sua natura di
provocatore di divisione, spinge l’uomo a gustare del frutto dell’Albero della
Scienza del Bene e del Male. Allora gli occhi dell’uomo si aprono, perché ciò
che era interiore è diventato esteriore in conseguenza della separazione che si
è prodotta tra gli esseri; questi appaiono allora rivestiti di forme, le quali
limitano e definiscono le loro esistenze individuali; e l’uomo pure è rivestito
di una forma, o, secondo l’espressione biblica, di una «tunica di pelle»; egli
si trova così racchiuso nel dominio del Bene e del Male, nell’Impero del
Demiurgo.
Da questa breve esposizione per sommi
capi e molto incompleta, risulta che il Demiurgo non è affatto una potenza
esteriore all’uomo: non è che la stessa volontà dell’uomo allorquando realizza
la distinzione tra il Bene ed il Male. Ma in seguito, limitato in quanto essere
individuale da quella volontà che in realtà è la sua, l’uomo la ritiene come
qualcosa di esteriore, e così essa diventa distinta da lui, non solo, ma
opponendosi essa agli sforzi che l’uomo compie per uscire dal dominio in cui
s’è egli stesso racchiuso, egli la considera come una potenza ostile, e la
chiama Shaitan, l’Avversario. Facciamo notare, del resto, che questo
Avversario, che noi stessi abbiamo creato e che creiamo ad ogni istante
(infatti non si deve pensare che la cosa si svolga in un tempo o in un luogo
determinato) non è affatto cattivo in se stesso, ma è solamente l’insieme di
tutto ciò che ci è contrario.
Da un punto di vista più generale, il
Demiurgo, quale potenza distinta ed in quanto tale, è appunto il «Principe di
questo Mondo» di cui si parla nel Vangelo di S. Giovanni; anche qui, egli non è
propriamente parlando né
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buono né cattivo, o piuttosto egli è
l’uno e l’altro, poiché contiene in se stesso il Bene ed il Male. Il suo
dominio è il Mondo inferiore, che si oppone al Mondo superiore o all’Universo
principiale da cui è stato separato, ma occorre rilevare che questa separazione
non è mai stata reale in senso assoluto; essa è reale solo nella misura in cui
la realizziamo, perché questo Mondo inferiore è contenuto allo stato potenziale
nell’Universo principiale, essendo evidente che una parte non può realmente
uscire dal Tutto. È questo, d’altronde, che impedisce alla Caduta di continuare
indefinitamente: questa è un’espressione del tutto simbolica, e la profondità
della Caduta è semplicemente la misura del grado di separazione. Con questa
restrizione, il Demiurgo si oppone all’Adam Kadmon o all’Umanità
principiale, manifestazione del Verbo, solamente come una sorta di riflesso,
poiché non ne è affatto un’emanazione e non esiste di per se stesso; ciò è
rappresentato dalla figura dei due Vegliardi dello Zohar e anche dai due
triangoli del Sigillo di Salomone.
Ciò ci induce a considerare il Demiurgo
come un riflesso tenebroso ed invertito dell’Essere, poiché altro non può
essere in realtà. Esso non è dunque un essere, ma, secondo quanto abbiamo
precedentemente detto, può venire inteso come la collettività degli esseri
nella misura in cui essi sono distinti o, se si preferisce, in quanto essi
hanno un’esistenza individuale. Noi siamo esseri distinti perché creiamo noi
stessi la distinzione, la quale non esiste se non nella misura in cui la
creiamo; creando questa distinzione, siamo gli elementi del Demiurgo, e,
fintantoché siamo esseri distinti, apparteniamo al dominio di questo stesso
Demiurgo, il quale è appunto la «Creazione».
Tutti gli elementi della Creazione,
cioè le creature, sono dunque contenuti nel Demiurgo, stesso, il quale non può
trarli che da se stesso, perché la creazione ex nihilo è impossibile.
Considerato come Creatore, il Demiurgo produce per prima cosa la divisione,
dalla quale non è realmente distinto, poiché egli non esiste che nella misura
in cui la divisione stessa esiste; inoltre, siccome la divisione è la fonte
dell’esistenza individuale, ed essendo questa definita dalla forma, il Demiurgo
deve essere considerato come formatore, ed
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allora egli è identico all’Adam
Protoplastes, così come già abbiamo visto. Si può ancora dire che il
Demiurgo crea la Materia ‑ intendendo con questa parola il caos primordiale,
crogiuolo di tutte le forme – per poi organizzare questa Materia caotica e
tenebrosa, ove regna la confusione, e farne scaturire le molteplici forme il
cui insieme costituisce la Creazione.
Si deve ora dire che questa Creazione
sia imperfetta? Certamente non la si può considerare perfetta; ma se ci si pone
dal punto di vista universale, essa è uno degli elementi costitutivi della
Perfezione totale. La Creazione è imperfetta solo se la si considera
analiticamente e separata dal suo Principio, e lo è d’altronde nella misura
stessa in cui essa è il dominio del Demiurgo; ma, se l’imperfetto non è che un
elemento del Perfetto, esso non sarà veramente imperfetto, per cui in realtà il
Demiurgo ed il suo dominio non esistono, dal punto di vista universale, così
come non esiste la distinzione tra il Bene e il Male. Ne consegue pure, sempre
dallo stesso punto di vista, che la Materia non esiste: l’apparenza materiale
non è che un’illusione, anche se non bisogna concludere che gli esseri che
hanno questa apparenza non esistano, perché altrimenti si cadrebbe in un’altra
illusione, quella di un idealismo esagerato e mal compreso.
Se la Materia non esiste, per ciò stesso
sparisce la distinzione tra Spirito e Materia. Tutto è Spirito in realtà, ma
questo termine deve essere inteso in un senso del tutto diverso da quello
attribuitogli dalla maggioranza dei filosofi moderni. Costoro, infatti, pur
opponendo lo Spirito alla Materia, non lo considerano affatto indipendente
dalla forma, per cui si può domandare in che cosa esso si differenzi dalla
Materia; e se si afferma che esso è inesteso, a differenza della Materia che è
estesa, come si può sostenere che l’inesteso possa esser rivestito di una
forma? Del resto, perché questo volere definire lo Spirito? Che ciò avvenga con
il pensiero o altrimenti, è sempre con una forma che si cerca di definirlo, ed
allora non si tratterà più dello Spirito. In realtà, lo Spirito universale è
l’Essere, e non questo o quell’altro essere particolare; è il Principio di
tutti gli esseri, e tutti li contiene: perciò tutto è Spirito.
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Quando l’uomo perviene alla conoscenza
reale di questa verità, identifica se stesso ed ogni cosa allo Spirito
Universale, ed allora ogni distinzione per lui scompare, ed egli contempla
tutte le cose come in se stesso e non più come esteriori, perché l’illusione
svanisce di fronte alla Verità, come l’ombra davanti al sole. Così, da questa
stessa conoscenza l’uomo si trova liberato dai legami della Materia e
dell’esistenza individuale, non è più soggetto alla dominazione del «Principe
di questo Mondo», egli non appartiene più all’Impero del Demiurgo.
III
Da quanto detto in precedenza risulta
che l’uomo, nella sua esistenza terrestre, può liberarsi dal dominio del
Demiurgo o del Mondo ilico e che questa liberazione si opera mediante la Gnosi,
cioè mediante la Conoscenza integrale. Tale Conoscenza non ha niente in comune
con la scienza analitica e non la presuppone per nulla. È un’illusione troppo
diffusa ai giorni nostri credere che si possa arrivare alla sintesi totale
attraverso l’analisi; al contrario, la scienza è del tutto relativa e, limitata
com’è al solo Mondo ilico, non esiste più di quanto esista quest’ultimo, dal
punto di vista universale. D’altra parte dobbiamo anche notare che i differenti
Mondi, o secondo l’espressione generalmente ammessa, i diversi piani
dell’Universo, non sono affatto luoghi o regioni, ma modalità dell’esistenza o
stati dell’essere. Il che permette di comprendere come un uomo vivente sulla
terra possa, in realtà, appartenere non soltanto al Mondo ilico, ma al Mondo
psichico o anche al Mondo pneumatico. Ed è questo che costituisce la «seconda
nascita»; tuttavia, essa corrisponde propriamente parlando solo alla nascita al
Mondo psichico, mediante la quale l’uomo diventa cosciente in entrambi questi
due piani, ma senza accedere ancora al Mondo pneumatico, cioè senza
identificarsi allo Spirito universale. Quest’ultimo viene raggiunto unicamente
da chi possiede integralmente la triplice Conoscenza, mediante la quale è per
sempre Liberato dalle nascite mortali:
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è ciò che si intende con l’espressione
«solo i Pneumatici sono salvati». Lo stato degli Psichici non è insomma che uno
stato transitorio: è lo stato dell’esser già preparato a ricevere la Luce, pur
non percependola ancora, che non ha ancora preso coscienza della Verità una ed
immutabile.
Parlando di nascite mortali, intendiamo
le modificazioni dell’essere, il suo passaggio attraverso forme molteplici e
variabili; in ciò non vi è nulla che rassomigli alla dottrina della
reincarnazione quale la concepiscono gli spiritisti ed i teosofisti, dottrina
della quale un giorno avremo l’occasione di dare maggiori spiegazioni. Il
Pneumatico è liberato dalle nascite mortali, è cioè liberato dalla forma,
dunque dal mondo demiurgico; egli non è più soggetto al cambiamento e, di
conseguenza, egli è non agente; su questo punto ritorneremo più avanti. Lo
Psichico, invece, non va oltre il Mondo della Formazione, quello che è
designato simbolicamente come il Primo Cielo o la sfera della Luna, donde egli
ritorna al mondo terrestre; ciò, in realtà, non significa che assumerà un corpo
sulla Terra, ma semplicemente ch’egli dovrà rivestire nuove forme prima di
ottenere la Liberazione.
Quanto abbiamo sin qui esposto dimostra
l’accordo, anzi, l’identità reale, nonostante certe differenze
nell’espressione, tra la dottrina gnostica e le dottrine orientali, e più
particolarmente con il Vêdânta; il più ortodosso di tutti i sistemi metafisici
fondati sul Brahmanesimo. Possiamo quindi completare le nostre considerazioni
riguardanti i diversi stati dell’essere con alcune citazioni tratte dal Trattato
della Conoscenza dello Spirito di Shankarâchârya.
«Non vi è altro mezzo se non la
Conoscenza per ottenere la liberazione completa e finale; essa è il solo
strumento che scioglie i legami delle passioni; senza la Conoscenza, la
Beatitudine non può esser ottenuta.
«L’azione, non opponendosi
all’ignoranza, non può rimuoverla; ma la Conoscenza dissolve l’ignoranza così
come la Luce dissipa le tenebre».
L’ignoranza è qui lo stato dell’essere
avvolto nelle tenebre del Mondo ilico, legato all’apparenza illusoria della
Materia e alle distinzioni individuali; come abbiamo già visto, tutte queste
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illusioni scompaiono per mezzo della
Conoscenza, la quale non appartiene affatto al dominio dell’azione e le è
superiore.
«Quando l’ignoranza che nasce dagli
attaccamenti terrestri viene allontanata, lo Spirito brilla di splendore suo
proprio in uno stato indiviso, così come il sole risplende nel cielo
allorquando le nubi si sono disperse».
Ma, prima di pervenire a questo grado,
l’essere passa attraverso uno stato intermedio, quello corrispondente al Mondo
psichico, ove egli non crede più di essere il corpo materiale bensì l’anima
individuale; nondimeno la distinzione continua per lui a sussistere, poiché non
è ancora uscito dal dominio del Demiurgo.
«Immaginando d’essere l’anima
individuale, l’uomo è colto dalla paura, come chi per errore scambia un pezzo
di corda per un serpente; tuttavia il suo timore viene allontanato dalla
percezione che egli non è l’anima, ma lo Spirito universale».
Colui che ha preso coscienza dei due
Mondi manifestati, cioè del Mondo ilico, ossia l’insieme delle manifestazioni
grossolane a materiali, e del Mondo psichico, ossia l’insieme delle
manifestazioni sottili, è un «nato due volte», Dwija; ma colui che è
cosciente dell’Universo non-manifestato o del Mondo senza forma, cioè del Mondo
pneumatico, e che è arrivato alla identificazione di se stesso con lo Spirito
universale, Âtmâ: quegli solo può esser chiamato Yogi, cioè
«unito» allo Spirito universale.
«Lo Yogi, il cui intelletto è perfetto,
contempla tutte le cose in quanto facenti parte di se stesso, e così, con
l’occhio della Conoscenza, percepisce che ogni cosa è Spirito».
Notiamo per inciso che il Mondo ilico
viene paragonato allo stato di veglia, il Mondo psichico allo stato di sogno,
ed il Mondo pneumatico allo stato di sonno profondo. Al di sopra dell’Universo
pneumatico, secondo la dottrina gnostica, vi è il Pleroma, il quale può esser
inteso come costituito dall’insieme degli attributi della Divinità. Esso non è
un quarto Mondo, ma lo Spirito universale stesso, Principio supremo dei Tre
Mondi, né manifestato, né non-manifestato, indefinibile, inconcepibile e
incomprensibile.
Lo Yogi, o il Pneumatico, che sono in
fondo la stessa
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cosa, si percepisce, non più come una
forma grossolana, né come una forma sottile, ma come un essere senza forma;
egli si identifica allora allo Spirito universale, stato che è così descritto
da Shankarâchârya:
«Egli è Brahma, dopo il cui possesso non
vi è più nulla da possedere; dopo il godimento della cui felicità non v’è altra
felicità che possa esser desiderata; e dopo l’ottenimento della cui conoscenza
non v’è altra conoscenza che possa esser ottenuta.
«Egli è Brahma, la cui vista elimina
quella di ogni altro oggetto, l’identificazione con il quale impedisce ogni
ulteriore nascita, dopo la cui percezione, non v’è più nulla da percepire.
«Egli è Brahma, che è dovunque: nello
spazio mediano, in ciò che gli è superiore ed in ciò che gli è inferiore. Egli
è il Vero, il Vivente, il Beato, senza dualità, indivisibile, eterno ed unico.
«Egli è Brahma, senza dimensioni,
increato, incorruttibile, senza forma, senza qualità o caratteristiche.
«Egli è Brahma, dal quale tutte le cose
sono illuminate, la cui luce fa brillare il sole e gli altri corpi luminosi, ma
che non è punto reso manifesto dalla loro luce.
«Egli stesso penetra la sua propria
essenza eterna e contempla il Mondo intero apparendo come Brahma.
«Brahma non rassomiglia affatto al
Mondo, e al di fuori di Brahma non vi è nulla; tutto ciò che sembra esistere al
di fuori di Lui è un’illusione.
«Di tutto quanto viene visto, di tutto
quanto viene udito, nulla esiste che non sia Brahma, e, mediante la conoscenza
del Principio, Brahma viene contemplato come l’Essere vero, vivente, beato,
senza dualità.
«L’occhio della Conoscenza contempla
l’Essere vero, vivente, beato, che tutto penetra; ma l’occhio dell’ignoranza
non può scoprirlo, né percepirlo, come il cieco non può vedere la luce.
«Quando il Sole della Conoscenza
spirituale sorge nel cielo del cuore, esso scaccia le tenebre e tutto penetra
abbracciando ed illuminando ogni cosa».
Facciamo notare che il Brahma di cui si
parla qui è il Brahma superiore, da non confondere con il Brahma inferiore,
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il quale non è altro che il Demiurgo,
considerato come riflesso dell’Essere. Per lo Yogi, non vi è che il Brahma
superiore, che contiene tutte le cose e al di fuori del quale non v’è nulla:
per lui, il Demiurgo e la sua opera di divisone non esistono più.
«Colui che ha compiuto il pellegrinaggio del
suo proprio spirito, un pellegrinaggio che nulla ha a che vedere con lo spazio
e con il tempo, un pellegrinaggio che si svolge dappertutto, nel quale non si
prova né il freddo, né il caldo, che procura una felicità perpetua e una
liberazione da ogni pena: quegli è senza azione, conosce tutte le cose, ed
ottiene l’eterna Beatitudine».
IV
Dopo aver esposto le caratteristiche dei tre
Mondi e degli stati dell’Essere che vi corrispondono, ed aver indicato, per
quanto possibile, che cosa sia l’essere liberato dalla dominazione demiurgica,
dobbiamo nuovamente ritornare sulla questione della distinzione tra il Bene ed
il Male, onde vedere quali conseguenze possano trarsi da queste ultime
considerazioni.
Di primo acchito si potrebbe esser tentati di
pensare così: se la distinzione tra il Bene ed il Male è illusoria, se essa in
realtà non esiste, lo stesso può dirsi della morale, poiché la morale si fonda
proprio su tale distinzione. Ma sarebbe andar troppo lontano. La morale esiste,
ma nella stessa misura in cui esiste la distinzione tra il Bene ed il Male,
cioè relativamente al dominio del Demiurgo, mentre dal punto di vista
universale, essa non ha alcuna ragione d’essere. Infatti la morale può trovare
applicazione solo nell’azione; l’azione presuppone il cambiamento, il quale non
è possibile che nel formale o nel manifestato; per contro, il Mondo senza forma
è immutabile, superiore al cambiamento, e quindi anche all’azione, perciò
l’essere che non appartiene più all’Impero del Demiurgo è senza azione.
Ciò dimostra che occorre fare molta attenzione
a non confondere i diversi piani dell’Universo, perché quel che si
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afferma a proposito di un piano può non
esser vero per un altro. Ad esempio, la morale esiste necessariamente nel piano
sociale, che è essenzialmente il dominio dell’azione, mentre non se ne può più
parlare quando si passa a considerare il piano metafisico o universale, poiché
allora non v’è più alcun genere di azione.
Chiarito questo punto, dobbiamo far
rilevare che l’essere che è superiore all’azione possiede tuttavia la pienezza
dell’attività; ma si tratta di un’attività potenziale, quindi di un’attività
che non si esplica in azioni. Questo essere non è affatto immobile, come a
torto si potrebbe dire, ma immutabile, cioè superiore al cambiamento. In
effetti, egli si identifica con l’Essere, il quale è sempre identico a se
stesso conformemente all’espressione biblica: «L’Essere è l’Essere». Il che ci
induce ad un accostamento con la dottrina taoista, secondo la quale l’attività
del Cielo è non-agente: il Saggio, in cui si riflette l’Attività del Cielo, si
attiene al non-agire. Tuttavia questo Saggio, che in precedenza abbiamo
chiamato Pneumatico o Yogi, può presentare le apparenze dell’azione, così come
la Luna può assumere le apparenze del movimento allorquando le nubi le passano
davanti, ma il vento che sospinge le nubi non ha influenza alcuna sulla Luna.
Similmente, l’agitazione del Mondo demiurgico non influisce sul Pneumatico, e,
a questo proposito, possiamo ancora citare alcuni passi di Shankarâchârya:
«Lo Yogi, avendo attraversato il mare
delle passioni, si unisce alla Tranquillità e si allieta nello Spirito.
«Avendo rinunciato ai piaceri offerti
dagli oggetti perituri e godendo delle delizie spirituali, egli è calmo e
sereno come la fiamma di una lampada, e si delizia nella sua propria essenza.
«Durante la sua permanenza nel corpo,
non è modificato dalle proprietà di questo, così come il firmamento non è
turbato dal movimento che si svolge nel suo seno; conoscendo tutte le cose, le
contingenze non lo toccano».
Possiamo così comprendere il vero
significato della parola Nirvâna, di cui sono state date tante e così
false interpretazioni. Essa significa letteralmente «cessazione del soffio e
dell’agitazione», dunque lo stato di un essere che non
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è più soggetto all’agitazione, che è
definitivamente libero dalla forma. Un errore molto diffuso, almeno in
Occidente, è quello di ritenere che non vi sia più nulla quando si sia in
assenza di una forma, mentre, in realtà, la forma è nulla e l’informale è
tutto; per cui il Nirvâna, lungi dall’essere l’annientamento, come hanno
preteso certi filosofi, è. al contrario la pienezza dell’essere.
Da tutto quanto abbiamo sinora esposto
si potrebbe concludere che non occorra affatto agire; ma ciò è ancora inesatto,
se non in principio, almeno nell’applicazione che se ne vorrebbe fare. Infatti
l’azione è propriamente la condizione degli esseri individuali appartenenti
all’Impero del Demiurgo. Il Pneumatico, o il Saggio, è in realtà senza azione,
ma, risiedendo in un corpo, è del tutto simile agli altri uomini; tuttavia sa
che si tratta solo di un’apparenza illusoria, e ciò è sufficiente affinché egli
sia realmente affrancato dall’azione, poiché è mediante la Conoscenza che si
ottiene la Liberazione. Essendo affrancato dall’azione, non è più soggetto alla
sofferenza; questa non è che un risultato dello sforzo, ed è in ciò che
consiste la cosiddetta imperfezione, anche se in realtà non vi è nulla di
imperfetto.
È evidente che l’azione non può
esistere per colui che contempla tutte le cose in se stesso, come esistenti
nello Spirito universale, senza che vi si distinguano oggetti individuali, così
come è espresso dalle seguenti parole dei Vêda: «Gli oggetti
differiscono solamente per i loro nomi, accidenti e designazioni, così come le
suppellettili ricevono nomi differenti, sebbene siano in realtà solamente
diverse forme di terra». La terra, principio di tutte queste forme, è di per se
stessa senza forma, ma tutte le contiene in potenza: tale è anche lo Spirito
universale.
L’azione implica il cambiamento, cioè
la distruzione incessante di forme che scompaiono per essere sostituite da
altre: tali sono le modificazioni che noi chiamiamo nascita e morte, cioè i
molteplici cambiamenti di stato che devono essere attraversati dall’essere che
non ha ancora raggiunto la liberazione o la «trasformazione» finale, parola,
questa, da intendersi nel suo significato etimologico, che è quello di
passaggio al di là della forma. L’attaccamento alle cose
33
individuali, o alle forme transitorie e
periture è proprio dell’ignoranza; le forme non sono niente per l’essere che è
liberato dalla forma, ed è per questo motivo che egli, anche durante la
permanenza nel corpo, non è modificato dalle proprietà di quest’ultimo.
«Così egli si muove, libero come il vento,
poiché i suoi movimenti non sono ostacolati dalle passioni.
«Quando le forme sono distrutte, lo Yogi
entra, con tutti gli esseri, nell’Essenza che tutto penetra. Egli è senza
qualità e senza azione; imperituro, senza volizione; felice, immutabile,
eternamente libero e puro.
«Egli è come l’etere che è diffuso
dappertutto, e che penetra nel contempo l’esterno e l’interno delle cose; egli
è incorruttibile, imperituro; egli è sempre lo stesso in tutte le cose, puro,
impassibile, senza forma, immutabile,
«Egli è il supremo Brahma, che è eterno, puro,
libero, solo, incessantemente colmo di beatitudine, senza dualità, Principio di
ogni esistenza, e senza fine».
Questo è lo stato al quale perviene l’essere
mediante la Conoscenza spirituale, liberato per sempre dalle condizioni
dell’esistenza individuale, liberato cioè dall’Impero del Demiurgo.
34
MONOTEISMO E ANGELOLOGIA *
Quanto abbiamo detto in altri nostri studi
permette di capire di quale natura sia l’errore che può dare origine al
politeismo: quest’ultimo, che non è dopo tutto se non il caso più spinto di
«associazione»1, consiste nell’ammettere una pluralità di principi
considerati completamente indipendenti, mentre invece non sono e non possono
essere in realtà che aspetti più o meno secondari del Principio supremo. È
evidente che non si può trattare che della conseguenza di un’incomprensione di
talune verità tradizionali, e precisamente di quelle che si riferiscono agli
aspetti, o attributi, divini: simile incomprensione è sempre possibile in
individui isolati e più o meno numerosi, ma la sua generalizzazione, che
corrisponde allo stato di degenerazione estrema di una forma tradizionale in
procinto di scomparire, è stata senza alcun dubbio molto più rara di quanto
abitualmente si crede. Comunque sia, nessuna tradizione può essere in se stessa
politeista; postulare un politeismo all’origine,
* Études
Traditionnelles, ottobre-novembre 1946. (R.S.T.,
n. 8)
1. Vi è «associazione» quando si ammette che
qualche cosa all’infuori del Principio, non importa di che genere, possieda una
esistenza che gli appartiene in proprio; ovviamente, però, da ciò al politeismo
propriamente detto possono esistere molteplici gradazioni.
35
secondo le prospettive «evoluzionistiche»
della maggioranza dei moderni, invece di vedervi semplicemente quella
deviazione di cui si tratta di fatto, significa rovesciare ogni ordine normale.
Qualunque vera tradizione è essenzialmente monoteista; per usare un linguaggio
più preciso, ogni tradizione afferma innanzi tutto l’unità del Principio
supremo2, da cui tutto deriva e da cui tutto dipende integralmente,
ed è questa affermazione, nell’espressione che riveste specialmente nelle
tradizioni a forma religiosa, a costituire il monoteismo propriamente detto;
con la riserva di questa spiegazione, necessaria ad evitare ogni confusione di
prospettive, possiamo però di fatto estendere senza inconvenienti il
significato del termine monoteismo e applicarlo a ogni affermazione dell’unità
principiale. Ma si badi che quando diciamo che è necessariamente il monoteismo
ad essere esistito all’origine, è per noi ovvio che ciò non ha niente di comune
con l’ipotesi d’una pretesa «semplicità primitiva» che non è indubbiamente mai
esistita3; a evitare ogni equivoco in
2. Quando si tratta veramente del Principio supremo
occorrerebbe, a stretto rigore, parlare di «non dualità», giacché l’unità, che
ne è del resto un’immediata conseguenza, si situa soltanto al livello
dell’Essere; sennonché questa distinzione, pur avendo la più grande importanza
secondo la prospettiva metafisica, non intacca minimamente il valore di quanto
abbiamo qui espresso, e come possiamo generalizzare il senso del vocabolo
«monoteismo», così possiamo pure e in modo correlativo, a semplificazione del linguaggio,
parlare soltanto di unità del Principio.
3. Cfr. Le Règne de
la Quantité et les Signes des Temps, cap. XI. È
alquanto difficile capire, inoltre, come qualcuno possa credere
contemporaneamente in una «semplicità primitiva» e nel politeismo originario, e
la cosa tuttavia succede; ecco un altro esempio caratteristico delle
innumerevoli contraddizioni della mentalità moderna.
36
proposito, è sufficiente considerare che il
monoteismo può includere tutti i possibili sviluppi sulla molteplicità degli
attributi divini, e inoltre tener presente che l’angelologia, la quale è
strettamente legata alla considerazione degli attributi, come abbiamo detto in
precedenza, occupa effettivamente un posto importante nelle forme tradizionali
in cui il monoteismo si afferma nel modo più esplicito e rigoroso. Non sussiste
dunque a ciò nessuna incompatibilità, e la stessa invocazione degli angeli, a
condizione che essi siano tenuti unicamente in conto di «intermediari celesti»,
vale a dire considerati come rappresentanti o esprimenti questo o quell’aspetto
divino nell’ordine della manifestazione informale, è perfettamente legittima e
normale nell’ambito del monoteismo più rigoroso.
A tal proposito dobbiamo segnalare alcuni
abusi della prospettiva «storica», o sedicente tale, così cara a tanti nostri
contemporanei; in primo luogo intendiamo riferirci alla teoria dei «prestiti»
di cui già ci toccò parlare in diverse altre occasioni. Abbiamo effettivamente
visto piuttosto sovente degli autori sostenere, ad esempio, che gli Ebrei, non
conoscendo l’angelologia prima della cattività babilonese, dovettero averla
semplicemente copiata dai Caldei; altri ne conosciamo i quali sostengono che
qualsiasi angelologia, dovunque s’incontri, trae invariabilmente le sue origini
dal Mazdeismo. È chiaro tuttavia che asserzioni di questo genere presuppongono
implicitamente che non si tratti d’altro che di semplici «idee», nel senso
moderno e psicologico della parola, o di concezioni senza
37
alcun fondamento reale, mentre per noi, come
per chiunque si ponga da un angolo visuale tradizionale, si tratta al contrario
della conoscenza di un determinato ordine di realtà; non si riesce
assolutamente a capire perché tale conoscenza dovrebbe essere stata «presa a
prestito» da una all’altra dottrina, mentre è perfettamente concepibile che
essa sia, in modo uguale e con la stessa validità, parte integrante sia
dell’una che dell’altra, entrambe essendo espressioni di una sola e medesima
verità. Conoscenze equivalenti possono, e anzi devono, ritrovarsi dappertutto;
e per conoscenze che si equivalgono noi intendiamo conoscenze identiche nel
fondo, ma presentate ed espresse in modi diversi per adattarsi alla particolare
costituzione di questa o di quella forma tradizionale4. In questo
senso si può dire che l’angelologia, o ciò che le è equivalente, quale che sia
il nome con cui verrà secondo i casi designato, esiste in tutte le tradizioni;
per fornire un esempio è sufficiente ricordare che nella tradizione indù i Dêva
sono in realtà l’equivalente esatto degli angeli nelle tradizioni ebraica
cristiana e islamica. In ogni caso non sarà inutile ripetere che ciò di cui
stiamo trattando può venir definito come la parte di una dottrina tradizionale
che si riferisce agli stati non formali, o superindividuali, della
manifestazione, sia in modo esclusivamente teorico, sia in previsione di una
effettiva realizzazione di questi
4. Facemmo altrove allusione alla relazione che
esiste tra l’angelologia e le lingue sacre delle diverse tradizioni; si tratta
di un esempio tipico dell’adattamento di cui stiamo dicendo.
38
stati stessi5. È evidente che si
tratta di qualcosa che non ha, in sé, la minima relazione con qualsivoglia
politeismo, anche se il politeismo, come abbiamo detto, può essere il risultato
della sua incomprensione; sennonché, quando coloro che credono nell’esistenza di
tradizioni politeiste parlano di «prestiti», come quelli di cui abbiamo dato
testé qualche esempio, sembrano invece con ciò voler suggerire che
l’angelologia non sarebbe che una «contaminazione» del politeismo nel
monoteismo stesso! Come dire che, giacché l’idolatria può nascere da una
incomprensione di certi simboli, il simbolismo non è che una derivazione
dell’idolatria; tutto sommato si tratterebbe di un caso del tutto simile, e
pensiamo che questo paragone sia pienamente sufficiente a fare apparire
l’assurdità intrinseca di un tal modo di affrontare la questione.
A conclusione di queste osservazioni,
destinate a completare il presente studio, citeremo un passo di Jacob Boehme,
il quale, nella terminologia che gli è propria e in una forma forse un po’
oscura come spesso gli capita, ci pare esprimere correttamente le relazioni
degli angeli con gli aspetti divini: «La creazione degli angeli ha un inizio,
ma le forze dalle quali essi furono creati non ha mai conosciuto inizio, bensì
esse assistevano alla nascita dall’eterno principio... Essi promanano dal
5. Come esempio del primo caso si può citare la
parte della teologia cristiana che ha attinenza con gli angeli (del resto, e
più generalmente, l’exoterismo non può ovviamente porsi, a questo proposito,
che dal solo punto di visto teorico), e come esempio del secondo, la «Cabbala
pratica» nella tradizione ebraica.
39
Verbo rivelato, dalla natura eterna,
tenebrosa, ignea e luminosa, dal desiderio della rivelazione divina, e furono
trasformati in immagini “creaturate” (vale a dire scomposte in creature
isolate)»6. Sempre Boehme, altrove, dice: «Ogni principe angelico è
una proprietà uscita dalla voce di Dio, e porta il gran nome di Dio»7.
A.K. Coomaraswamy, citando quest’ultima frase e accostandola a diversi testi
riferentisi agli Dei, tanto nella tradizione greca quanto nella tradizione
indù, aggiunge queste parole che si accordano completamente con quanto stiamo
esponendo: «Ci occorre appena dire che simile molteplicità di Dei non è un
politeismo, poiché essi tutti sono i sudditi angelici della Deità suprema da
cui traggono la loro origine e nel quale, come così spesso viene ricordato,
ritornano uno solo»8.
6. Mysterium Magnum,
VIII, 1.
7. De Signatura
Rerum, XVI, 5. Quanto alla prima creazione o «uscita
dalla voce di Dio», confrontare Considerazioni sulla Via iniziatica,
cap. XLVII.
8. «What is
Civilization?» in Albert Schweitzer Festschrift. A.K. Coomaraswamy ricorda anche al proposito l’identificazione fatta da
Filone degli angeli con le «Idee» intese nel senso platonico, vale a dire con
le «Ragioni Eterne» contenute nell’intelletto divino, o, secondo il linguaggio
della teologia cristiana, nel Verbo considerato quale «luogo dei possibili».
40
SILENZIO E SOLITUDINE *
Presso gli Indiani dell’America
Settentrionale, in tutte le tribù senza eccezione, esiste, oltre ai diversi
riti aventi un carattere collettivo, la pratica di una adorazione solitaria e
silenziosa, considerata la più profonda e dell’ordine più elevato1.
Infatti i riti collettivi presentano pur sempre un aspetto relativamente
esteriore, anche se occorre fare, come in tutte le tradizioni, una distinzione
fra i riti che potrebbero essere qualificati exoterici, cioè quelli a cui tutti
partecipano indistintamente, ed i riti iniziatici. Ma dev’essere chiaro che,
lungi dall’escludere i riti collettivi o di opporvisi in qualche modo,
l’adorazione di cui parliamo vi si sovrappone come un qualcosa appartenente ad
un altro ordine; e bisogna pure precisare che per essere veramente efficace e
produrre risultati effettivi deve presupporre l’iniziazione come una condizione
necessaria2.
* Études
Traditionnelles, marzo 1949. (R.S.T., n. 22)
1. Le notizie e le citazioni che utilizzeremo nel
corso di questo articolo sono tratte principalmente dal libro di Paul Coze, L’Oiseau
Tonnerre. Questo autore dimostra una notevole simpatia nei confronti degli
Indiani e della loro tradizione; la sola riserva che dobbiamo fare è che egli
sembra molto sensibile alle concezioni «metapsichiche», le quali influenzano
chiaramente alcune sue interpretazioni e comportano talvolta una certa
confusione tra lo psichico e lo spirituale; ma questo rilievo è estraneo all’argomento
che tratteremo.
2. Beninteso, come sempre, intendiamo l’iniziazione
nel suo vero senso, e non in quello in cui gli etnologi impiegano questa parola
per designare i riti d’aggregazione ad una tribù; bisogna saper distinguere
nettamente le due cose, poiché entrambe esistono presso gli Indiani.
41
Di questa adorazione si è parlato talvolta
come di una «preghiera», il che evidentemente non è esatto: essa non comporta
mai una qualsivoglia domanda; inoltre, le preghiere, generalmente formulate in
canti rituali, vengono indirizzate alle diverse manifestazioni divine3,
ed avremo modo di vedere che qui in realtà si tratta di tutt’altra cosa.
Sarebbe certamente più corretto parlare di «incantazione», prendendo questo
termine nel senso che abbiamo definito in un altro nostro scritto4;
si potrebbe pure dire che è una «invocazione» intesa in un senso esattamente
corrispondente a quello del dhikr nella tradizione islamica, precisando
tuttavia che si tratta essenzialmente di una invocazione silenziosa e del tutto
interiore5. Ecco quanto fa notare al riguardo Ch. Eastman6:
«L’adorazione del Grande Mistero era silenziosa, solitaria, senza alcuna
complicazione interiore; essa era silenziosa perché ogni discorso è
necessariamente debole ed imperfetto. Anche le anime dei nostri antenati
raggiungevano Dio durante un’adorazione senza parole; essa era solitaria perché
pensavano che Dio è più vicino a noi nella solitudine, e ciò avveniva senza
l’intervento di preti che agissero da intermediari tra l’uomo ed il Creatore»7.
Difatti, in un caso del genere,
3. Nella tradizione degli Indiani, queste
manifestazioni divine sembrano in generale ripartirsi secondo una divisione
quaternaria, conformemente ad un simbolismo cosmologico applicabile sia alla
prospettiva macrocosmica che a quella microcosmica.
4. Cfr. Aperçus sur
l’initiation, cap. XXIV.
5. A questo proposito è interessante notare che
certe turûq islamiche, in particolare quella dei Naqshabendiyah,
praticano anche un dhikr silenzioso.
6. Ch. Eastman, citato da Paul Coze, è di origine
Sioux e sembra che, nonostante la sua educazione «bianca», abbia ben conservato
la coscienza della sua propria tradizione; abbiamo del resto buone ragioni per
pensare che il suo caso sia in realtà lungi dall’essere così eccezionale se non
ci si arresta alle sole apparenze.
7. Questo termine, il cui impiego è qui unicamente
dovuto ad un’abitudine propria del linguaggio europeo, non è di certo il
termine
42
non possono esserci intermediari, poiché si
tratta di una adorazione tendente a stabilire una comunicazione diretta con il
Principio supremo, designato qui come il «Grande Mistero».
Non solo è unicamente nel silenzio e con il
silenzio che tale comunicazione può essere stabilita, poiché il «Grande
Mistero» è al di là di ogni forma di espressione, ma è il silenzio stesso ad
essere il «Grande Mistero». Per comprendere correttamente quest’ultima
affermazione, possiamo anzitutto ricordare che il vero «Mistero» è
essenzialmente ed esclusivamente l’inesprimibile, che evidentemente può essere
rappresentato solo dal silenzio8; inoltre, essendo il «Grande
Mistero» il non-manifestato, il silenzio stesso, che è propriamente uno stato
di non-manifestazione, costituisce in qualche modo una partecipazione od un
conformarsi alla natura del Principio supremo. D’altra parte, si potrebbe dire
che il silenzio, riferito al Principio, è il Verbo non ancora proferito; è per
questo motivo che «il silenzio sacro è la voce del Grande Spirito», in quanto
questo è identificato al Principio stesso9; e questa voce, la quale
corrisponde alla modalità principiale del suono che la tradizione indù designa
come para o non-manifestata10, è la risposta all’invocazione
dell’essere in adorazione: invocazione e risposta egualmente silenziose,
essendo entrambe una aspirazione ed un’illuminazione puramente interiori. Ma
affinché ciò avvenga bisogna che il silenzio sia in realtà qualche cosa di più
della semplice assenza
esatto se si vuole andare al fondo delle cose,
poiché, in realtà, il «Dio creatore» ha un suo posto solo tra gli aspetti
manifestati del Divino.
8. Cfr. Aperçus sur
l’initiation, cap. XVII.
9. Dobbiamo fare questa restrizione perché, in
certi casi, l’espressione «il Grande Spirito» sta ad indicare solamente una
particolare manifestazione divina.
10. Cfr. Aperçus
sur l’initiation, cap XLVII.
43
di parole o discorsi, anche se proferiti solo
mentalmente: questo silenzio è essenzialmente, per gli Indiani, il «perfetto
equilibrio delle tre componenti dell’essere» cioè, secondo la terminologia
occidentale, lo spirito, l’anima ed il corpo, perché l’essere intero con tutti
i suoi elementi costitutivi, deve partecipare all’adorazione affinché un
risultato pienamente valido possa essere ottenuto. La necessità di tale
condizione d’equilibrio è facile da comprendere se si tien conto che
l’equilibrio è, nella manifestazione, come l’immagine o il riflesso
dell’indistinzione principiale del non-manifestato, indistinzione che è ben
rappresentata anche dal silenzio, cosicché non ci si deve assolutamente stupire
dell’assimilazione che così si stabilisce tra quest’ultimo e l’equilibrio11.
Quanto alla solitudine, occorre notare che la
sua associazione con il silenzio è in qualche modo normale, anzi necessaria, e
che colui che fa entro di sé il silenzio perfetto in presenza di altri esseri,
si isola per ciò stesso da loro; del resto, silenzio e solitudine sono entrambi
compresi nel significato del termine sanscrito mauna che, nella
tradizione indù, è senza dubbio quello che si applica esattamente ad uno stato
identico a quello qui considerato12. La molteplicità, essendo
inerente alla manifestazione ed accentuandosi a mano a mano che si discende ai
suoi gradi più inferiori, non fa quindi che allontanare dal non-manifestato;
anche l’essere che vuole mettersi in comunicazione con il Principio deve
anzitutto, nella misura del possibile, fare l’unità in se stesso mediante
l’armonizzazione e l’equilibrio di tutti i suoi elementi, e deve pure, nello
stesso tempo, isolarsi dalla molteplicità che lo circonda. L’unificazione così
ottenuta,
11. È appena il caso di ricordare che
l’indistinzione principiale non ha nulla in comune con ciò che si può anche
designare con la stessa parola, ma presa in un senso inferiore, ossia la pura
potenzialità indifferenziata della materia prima.
12. Cfr L’uomo e il suo divenire secondo il
Vêdânta, cap. XXIII.
44
anche se ancora relativa nella maggioranza dei
casi, costituisce nondimeno, compatibilmente alle possibilità attuali
dell’essere, una certa conformità alla «non-dualità» del Principio. E, al suo
limite superiore, l’isolamento assume il significato del termine sanscrito kaivalya
che, esprimendo nel contempo le idee di perfezione e di totalità, nella sua più
alta accezione sta ad indicare lo stato assoluto ed incondizionato, quello
dell’essere che è pervenuto alla Liberazione finale.
Ad un grado molto meno elevato, appartenente
ancora alle fasi iniziali della realizzazione, si può fare la seguente
osservazione: là ove vi è necessariamente dispersione, la solitudine, in quanto
si oppone alla molteplicità e coincide con un certo grado dell’unità,
costituisce essenzialmente una forma di concentrazione; ed è ben nota
l’importanza che viene data alla concentrazione da tutte le dottrine
tradizionali senza eccezione, in quanto mezzo e condizione indispensabile di
ogni realizzazione.
Ci sembra superfluo insistere ulteriormente su
questo punto, ma vi è un’altra conseguenza sulla quale teniamo a richiamare più
particolarmente l’attenzione concludendo questo nostro studio: il metodo di cui
si tratta, opponendosi ad ogni dispersione delle potenze dell’essere, esclude
lo sviluppo isolato e più o meno disordinato dei suoi elementi costitutivi e,
in particolare, quello degli elementi psichici coltivati come fini a se,
stessi, sviluppo che è sempre contrario all’armonia e all’equilibro dell’insieme.
Paul Coze, nel suo libro innanzi citato, fa osservare come «sembri che ‑ per
gli Indiani ‑ al fine di sviluppare l’orenda13, l’elemento
intermediario
13. Questa parola appartiene propriamente alla
lingua degli Irochesi, ma gli scrittori europei hanno preso l’abitudine, per
maggiore semplicità, d’impiegarla in sostituzione di altri termini aventi lo
stesso significato usati dai diversi popoli indiani: essa designa l’insieme di
tutte le varie modalità della forza psichica e vitale; è dunque
45
tra il materiale e lo spirituale, occorra per
prima cosa dominare la materia e tendere al divino»; ciò equivale dunque a dire
che essi considerano legittimo accostare il dominio psichico solo «dall’alto»,
essendo i risultati di quest’ordine ottenuti soltanto in modo del tutto
accessorio e come per «soprappiù», il che è l’unico mezzo per evitarne i
pericoli; e, aggiungiamo, questo è certamente ciò che si può immaginare di più
lontano da quella volgare «magia» che troppo sovente è stata loro attribuita da
osservatori profani e superficiali, i quali non hanno saputo vedere altro senza
dubbio perché non avevano la minima nozione di quel che può essere la vera
spiritualità.
pressappoco l’esatto equivalente del prana
della tradizione indù e del K’i della tradizione estremo-orientale.
46
SPIRITO E INTELLETTO *
Ci è stato fatto osservare che mentre spesso
si afferma che lo spirito altro non è se non Âtmâ, vi sono tuttavia casi
in cui questo stesso spirito sembra identificarsi soltanto con Buddhi;
si tratta forse di una contraddizione? Certamente non si può farne una semplice
questione di terminologia perché allora, se così fosse, non sarebbe possibile
limitarsi a ciò ma si dovrebbero accettare indistintamente i molteplici
significati, più o meno vaghi ed abusivi, che volgarmente vengono attribuiti al
termine «spirito», quando, al contrario, noi ci siamo sempre applicati con cura
al fine di eliminarli; e tanto meno l’insufficienza anche troppo evidente delle
lingue occidentali, per quanto riguarda l’espressione delle idee d’ordine
metafisico, deve impedire che si prendano tutte le necessarie precauzioni ad
evitare confusioni. Diciamo subito che a giustificare il doppio impiego di uno
stesso termine, sta la corrispondenza esistente tra «livelli» diversi di
realtà, corrispondenza che rende possibile la trasposizione di certi termini
dall’uno all’altro di tali livelli.
Il caso in questione è in definitiva
paragonabile a quello del termine «essenza» il quale è analogamente
suscettibile d’essere applicato in molte maniere diverse: in quanto correlativo
di «sostanza» designa propriamente, dal punto di vista della manifestazione
universale,
* Études
Traditionnelles, luglio-agosto 1947. (R.S.T.,
n. 16)
47
Purusha
considerato in relazione a Prakriti; ma può anche essere trasposto al di
là di questa dualità, cosa che necessariamente accade quando si parla
dell’«Essenza divina», anche se, come molto spesso si verifica in Occidente,
coloro i quali fanno uso di questa espressione non vanno al di là dell’Essere
puro nella loro concezione della Divinità1. Si può del pari parlare
dell’essenza di un essere come complementare della sua sostanza, ma si può
anche definire come essenza ciò che costituisce la realtà ultima, immutabile e
incondizionata di questo essere, per il fatto che la prima non è altro in
definitiva, se non l’espressione della seconda nei confronti della
manifestazione. Ora, se si dice che lo spirito d’un essere fa tutt’uno con la
sua essenza, ciò si può ugualmente intendere nell’uno o nell’altro di questi
due sensi; e, se ci si pone dal punto di vista della realtà assoluta, lo
spirito o l’essenza non sono e non possono essere nient’altro che Âtmâ.
Soltanto, bisogna far bene attenzione che Âtmâ, comprendendo in sé e
principialmente ogni realtà, non può di per se stesso entrare in relazione con
checchessia; così, quando si abbiano in vista i principi costitutivi di un
essere nei suoi stati condizionati, ciò che in esso si considera come spirito,
per esempio nella terna «Spirito, anima, corpo», non può più essere l’Âtmâ
incondizionato, ma ciò che in qualche modo lo rappresenta più direttamente
nella manifestazione. Potremmo aggiungere che non si tratta neanche più
dell’essenza correlativa della sostanza, in quanto, se è vero che è nei
confronti della manifestazione che la si deve prendere in esame, essa non è
tuttavia nella manifestazione stessa; non potrà trattarsi quindi che del primo
e più elevato di tutti i principi manifestati, cioè Buddhi.
1. Nella tradizione indù, l’uso del termine Purushottama
indica appunto la stessa trasposizione in rapporto a ciò che Purusha
designa nel suo significato più abituale.
48
Dal momento che ci si pone dal punto di vista
di uno stato di manifestazione quale lo stato individuale umano, bisogna anche
far intervenire quella che nella fattispecie si potrebbe chiamare una questione
di «prospettiva»; così, quando parliamo dell’universale distinguendolo
dall’individuale, dobbiamo comprendervi non solo il non-manifestato, ma anche
tutto ciò che nella manifestazione stessa è d’ordine sopra-individuale, cioè la
manifestazione informale a cui Buddhi essenzialmente appartiene.
Parimenti, poiché l’individualità come tale comprende insieme gli elementi
psichici e corporei, non possiamo definire spirituali se non i principi che
trascendono questa individualità, com’è appunto il caso di Buddhi o
dell’intelletto; per questo possiamo dire, come spesso abbiamo fatto, che per
noi l’intellettualità pura e la spiritualità in fondo sono sinonimi; e
d’altronde lo stesso intelletto è suscettibile di una trasposizione analoga a
quelle di cui parlavamo prima, dal momento che non si trova in generale nessuna
difficoltà a parlare di «Intelletto divino». A questo proposito faremo ancora
osservare, che quantunque i guna siano inerenti a Prakriti, non
si può non considerare sattwa come una tendenza che orienta l’essere
verso gli stati superiori; si tratta insomma di una conseguenza della stessa
«prospettiva» che fa apparire gli stati superiori come gradi intermedi fra lo
stato umano e lo stato incondizionato, anche se fra questo ed un qualsiasi
stato condizionato, fosse pure il più elevato di tutti, non vi è in realtà
alcuna comune misura2.
Una cosa su cui è bene insistere in modo
particolare è la natura essenzialmente sopra-individuale dell’intelletto puro;
d’altronde, soltanto ciò che appartiene a quest’ordine può veramente essere
detto «trascendente», poiché questo termine non può normalmente essere
applicato
2. Cfr. F. Schuon, «Des
modes de la réalisation spirituelle» nel n. di aprile-maggio 1947 di Études
Traditionnelles.
49
se non a quanto è al di là del dominio
individuale. L’intelletto non è quindi mai individualizzato; e questo, dal
punto di vista speciale del mondo corporeo, si può anche esprimere con
l’affermazione che lo spirito, quali che siano le apparenze, in realtà non è
mai «incarnato», cosa d’altronde ugualmente vera in tutte le accezioni in cui
il termine «spirito» può essere legittimamente impiegato3. Ne
risulta che la distinzione fra lo spirito e gli elementi d’ordine individuale è
molto più profonda di tutte quelle che si possono stabilire in seno a questi
ultimi, e in particolare fra gli elementi psichici e gli elementi corporei,
cioè tra quelli che appartengono rispettivamente alla manifestazione sottile e
alla manifestazione grossolana, entrambe le quali non sono in definitiva se non
modalità della manifestazione formale4.
Ma non è tutto: non soltanto Buddhi,
come prima tra le manifestazioni di Prakriti, costituisce il legame fra
tutti gli stati di manifestazione, ma, se si considerano le cose a partire
dall’ordine principiale, essa appare altresì come il raggio luminoso
direttamente emanato dal Sole spirituale, il quale è lo stesso Âtmâ; si
può dunque dire che essa è anche la prima manifestazione di Âtmâ5,
benché sia fuori causa che questo, non potendo in sé essere infirmato o
modificato da alcuna contingenza, rimane
3. Si potrebbe anche dire che è questo in linea
generale a mettere in evidenza la più netta ed importante fra le accezioni ed i
significati illegittimi che troppo spesso vengono attribuiti a questo stesso
termine.
4. È anche per questa ragione che l’uomo, a rigore,
non può parlare del «suo spirito» come parla della «sua anima» e del «suo
corpo», nel possessivo essendo implicito che si tratta di un elemento
appartenente propriamente all’«io» cioè all’ordine individuale. Nella divisione
ternaria degli elementi dell’essere, l’individuo, come tale, è composto
dall’anima e dal corpo, mentre lo spirito (in mancanza del quale d’altronde
esso non potrebbe esistere in alcun modo) è trascendente nei suoi confronti.
5. Cfr. La Grande Triade, cap. XI, pag. 97,
nota I.
50
sempre non-manifestato6. Orbene, la
luce è essenzialmente una e la sua natura non è diversa nel Sole e nei suoi
raggi, i quali ultimi non si distinguono se non in modo illusorio nei confronti
del Sole stesso (benché questa distinzione non sia meno reale per l’occhio che
percepisce questi raggi e che rappresenta qui l’essere nella manifestazione)7;
in ragione di questa «connaturalità» essenziale, Buddhi non è dunque in
definitiva che l’espressione stessa di Âtmâ nella manifestazione. Questo
raggio luminoso che lega tra loro tutti gli stati è anche simbolicamente
rappresentato come il soffio in virtù del «quale» essi sussistono, il che, si
osserverà, è strettamente conforme al significato etimologico dei termini
designanti lo spirito (si tratti del latino spiritus o del greco pneuma);
e così, come abbiamo già spiegato in altre occasioni, egli è propriamente il sûtrâtmâ;
ciò equivale anche a dire che egli in realtà è Âtmâ stesso o, più
precisamente, ch’egli è l’apparenza che Âtmâ assume se invece di
considerare unicamente il principio supremo (il quale sarebbe allora
rappresentato come il Sole contenente in sé tutti i suoi raggi allo stato
«indistinto»), si considerano anche gli stati di manifestazione, tale apparenza
(quella che sembra dare al raggio un’esistenza distinta dalla sua sorgente)
essendo tale unicamente dal punto di vista degli esseri i quali sono situati in
questi stati, in quanto è evidente che l’«esteriorità» di costoro nei confronti
del Principio non può se non essere puramente illusoria.
6. Secondo la formula delle Upanishad, Egli
è «ciò per cui tutto è manifestato e che in se stesso non è manifestato da
niente».
7. È noto che la luce è il simbolo tradizionale
della natura stessa dello spirito: altrove abbiamo fatto osservare, a questo
proposito, che si trovano ugualmente espressioni come «luce spirituale» e «luce
intelligibile» quasi esse fossero in qualche modo sinonimi, il che implica
manifestamente ancora un’assimilazione tra lo spirito e l’intelletto.
51
La conclusione che discende immediatamente da
tutto ciò è la seguente: finché l’essere si trova nello stato umano, e non solo
in questo ma in qualsiasi stato manifestato individuale o sopra-individuale,
non può esservi per lui alcuna differenza effettiva tra lo spirito e
l’intelletto né, per conseguenza, fra la spiritualità e l’intellettualità vera.
In altri termini, per giungere allo scopo supremo e definitivo non c’è altra
via per tale essere che il raggio stesso mediante il quale egli è unito al sole
spirituale; qualunque sia la diversità apparente delle vie al punto di
partenza, esse presto o tardi devono unificarsi tutte in questa sola via
«assiale»; e quando l’essere avrà seguito quest’ultima fino alla fine, «entrerà
nel suo proprio Sé» al di fuori del quale egli non è mai stato se non in modo
illusorio, poiché questo «Sé», lo si chiami analogicamente spirito, essenza, o
in qualsiasi altro modo, è identico alla realtà assoluta nella quale tutto è
contenuto, cioè all’Âtmâ supremo ed incondizionato.
52
LE IDEE ETERNE *
In un precedente articolo abbiamo fatto
osservare, a proposito dell’assimilazione dello spirito all’intelletto, come
non vi siano difficoltà a parlare d’«Intelletto divino», il che evidentemente
implica una trasposizione di questo termine al di là del dominio della
manifestazione; questo punto merita peraltro ulteriori precisazioni, poiché è
in esso che si trova in definitiva la ragion d’essere dell’assimilazione in
questione. Noteremo subito che, anche a questo riguardo, ci si può porre da
livelli diversi a seconda che le nostre considerazioni si arrestino all’Essere
o che vadano al di là di esso; è evidente d’altronde che quando sono i teologi
a prendere in esame l’Intelletto divino o il Verbo come «luogo dei possibili»,
essi non abbiano in vista altro che le possibilità di manifestazione, le quali,
come tali, sono comprese nell’Essere; mentre la trasposizione che consente di
passare da quest’ultimo al Principio supremo non appartiene più al dominio
della teologia, ma unicamente a quello della metafisica.
Ci si potrebbe chiedere se questa concezione
dell’Intelletto divino e quella del «mondo intelligibile» di Platone si
identifichino o, in altre parole, se le «idee» in senso platonico siano le
stesse eternamente contenute nel Verbo. In entrambi i casi si tratta pur sempre
degli
* Études
Traditionnelles, settembre 1947. (R.S.T., n.
19)
53
«archetipi» degli esseri manifestati;
tuttavia, almeno a prima vista, può sembrare che il «mondo intelligibile»
corrisponda piuttosto a quello della manifestazione informale e non a quello
dell’Essere puro, cioè, per dirlo alla maniera indù, che sia piuttosto Buddhi
considerata nell’universale che non Âtmâ, sia pur restringendo il
concetto di quest’ultimo alla sola considerazione dell’Essere. È evidente che
questi due punti di vista sono entrambi perfettamente legittimi1; ma
se è così, le «idee» platoniche non si possono dire propriamente «eterne» in
quanto questo termine non trova applicazione alcuna nel dominio della
manifestazione, sia pure al livello più elevato e più vicino al Principio,
mentre invece le «idee» contenute nel Verbo sono necessariamente eterne come
Lui, stante che tutto ciò che appartiene all’ordine principiale è assolutamente
permanente ed immutabile, cioè privo di qualsiasi specie di successione2.
Nonostante ciò ci pare molto probabile che anche per lo stesso Platone fosse
sempre possibile il passaggio dall’uno all’altro di questi punti di vista,
com’è del resto nella realtà delle cose; comunque sia non insisteremo oltre a
questo proposito, preferendo lasciare ad altri di prendere in esame più da
presso quest’ultima questione che in definitiva è più d’interesse storico che
dottrinale.
È molto strano tuttavia che taluni considerino
le idee eterne come semplici «virtualità» in rapporto agli esseri manifestati
di cui esse sono gli «archetipi» principiali; questa è un’illusione senza
dubbio dovuta alla distinzione
1. Qui non facciamo alcuna distinzione fra il
dominio dell’Essere e ciò che sta al di là, perché è evidente che le
possibilità di manifestazione, considerate più specialmente in quanto comprese
nell’Essere, non differiscono in realtà minimamente da queste stesse
possibilità in quanto contenute, come tutte le altre, nella Possibilità Totale;
la differenza sta esclusivamente nel punto di vista o nel «livello» da cui ci
si pone, a seconda che si consideri o meno il rapporto di tali possibilità con
la manifestazione stessa.
2. È forse interessante osservare che l’«idea» o
l’«archetipo» considerato nell’ordine della manifestazione informale, e in
rapporto a ciascun essere, corrisponde in fondo, benché in una forma espressiva
diversa, alla concezione cattolica dell’«Angelo custode».
54
volgare tra «possibile» e «reale», distinzione
che, come altrove3 abbiamo spiegato, non può avere il minimo valore
dal punto di vista metafisico. Questa illusione è più grave di quanto sembri,
perché porta in sé una vera e propria contraddizione di cui è veramente
incomprensibile come non ci si accorga; in effetti, nulla di virtuale può
esservi nel Principio, bensì la permanente attualità di tutte le cose in un
eterno presente, ed è appunto questa attualità che costituisce l’unico
fondamento reale di ogni esistenza. E tuttavia, certa gente va così lontano nel
suo errore, da considerare le idee eterne come specie di immagini (il che, per
inciso, implica un’ulteriore contraddizione per la pretesa di introdurre
qualcosa di formale perfino nel Principio) senza rapporti più effettivi con gli
esseri che non le loro immagini riflesse in uno specchio; si tratta, per essere
precisi, di un vero e proprio rovesciamento del rapporto del Principio con la
manifestazione, la cui evidenza è tale da evitarci ulteriori spiegazioni.
Certamente la verità è ben lungi da tutte queste erronee concezioni: l’idea di
cui stiamo parlando è il principio stesso dell’essere, cioè quella che ne
determina la vera realtà, e senza la quale esso è puro e semplice nulla;
sostenere il contrario equivale a tagliare ogni legame fra l’essere manifestato
ed il Principio, e se contemporaneamente si attribuisce a tale essere una
esistenza reale, questa esistenza, lo si voglia o no, non potrà che essere
indipendente dal Principio, per cui, come già facemmo osservare in altra
occasione4, si arriva così inevitabilmente all’errore di
«associazione». E una volta riconosciuto che l’esistenza degli esseri
manifestati, per tutto quanto è in essa di realtà positiva, non può
3. Cfr. Gli stati molteplici dell’essere,
cap. II.
4. Cfr. «Le “radici delle piante”», in Simboli
della Scienza sacra, cap. LXII.
55
essere null’altro che una «partecipazione»
dell’essere principiale, non ci possono essere dubbi a questo proposito; se
contemporaneamente si ammettessero tale «partecipazione» e la pretesa
«virtualità» delle idee eterne, si tratterebbe soltanto di una contraddizione
in più. In effetti, ad essere virtuale non è affatto la nostra realtà nel
Principio, bensì esclusivamente la coscienza che possiamo averne in quanto
esseri manifestati, il che evidentemente è tutta un’altra cosa; ed è soltanto
attraverso la realizzazione metafisica che si può rendere effettiva la
coscienza di che cosa sia il nostro essere vero, fuori e di là da qualsiasi
divenire, cioè non la coscienza di un qualcosa che in certo qual modo passi
dalla «potenza» all’«atto», bensì, nel suo significato più reale, di quello che
siamo principialmente ed eternamente.
Ora, per riallacciare quanto detto a proposito
delle idee eterne a ciò che si riferisce all’intelletto manifestato, bisogna
naturalmente ritornare ancora alla dottrina del sûtrâtmâ in qualsiasi
forma la si esprima, poiché i diversi simboli che tradizionalmente si possono
impiegare sono in fondo perfettamente equivalenti. Così, riprendendo la
rappresentazione cui eravamo ricorsi in precedenza, si potrà dire che
l’intelletto divino è il Sole spirituale, mentre l’intelletto manifestato è un
raggio di questo5; e non ci può essere discontinuità fra il
Principio e la manifestazione come non ve n’è fra il Sole ed i suoi raggi6.
È dunque in virtù dell’intelletto
5. In realtà tale raggio è unico finché Buddhi
viene considerata nell’Universale (si tratta allora del «piede unico del Sole»
di cui si parla nella tradizione indù) mentre si moltiplica in apparenza
indefinitamente in rapporto agli esseri particolari (il raggio sushumnâ
mediante il quale ogni essere, in qualunque stato si trovi, è allacciato in
modo permanente al Sole spirituale).
6. Sono questi raggi, secondo il simbolismo da noi
esposto altrove, a realizzare la manifestazione «misurandola» mediante la loro
effettiva estensione a partire dal Sole (vedere Le Règne de la quantité et
les signes des temps, cap. III).
56
che qualsiasi essere, in tutti i suoi stati di
manifestazione, è riallacciato direttamente al Principio, e questo perché il
Principio, in quanto contiene eternamente la «Verità» di tutti gli esseri, non
è Esso stesso altro che l’Intelletto divino7.
7. Secondo la tradizione islamica, el-haqiqah,
o la «verità» di ogni essere risiede nel Principio divino in quanto questo è
lui stesso El-Haqq o la «Verità» in senso assoluto.
57
«CONOSCI TE STESSO» *
Si cita abitualmente la frase «Conosci te
stesso», ma spesso se ne perde di vista l’esatto significato. La confusione che
regna riguardo a questa espressione è eliminabile risolvendo due questioni:
quella riguardante la sua origine e quella relativa al suo senso reale ed alla
sua ragion d’essere. Alcuni lettori potrebbero pensare che le due questioni
siano affatto distinte e che non abbiano tra loro nessuna relazione.
Riflettendovi, e dopo attento esame, apparirà chiaramente che esse sono invece
in stretto rapporto.
Se si domandasse a coloro che hanno studiato
la filosofia greca chi fu l’uomo a pronunciare per primo queste sagge parole, i
più non esiterebbero a rispondere che fu Socrate, mentre altri vorrebbero
attribuirle a Platone ed altri ancora a Pitagora. Di fronte a questi pareri
discordi e divergenze di opinione, abbiamo il diritto di
* Articolo, tradotto dall’autore dall’arabo,
pubblicato nel maggio 1931 nella rivista El-Maarifa, alla quale René
Guénon collaborò per breve tempo all’inizio del periodo trascorso in Egitto. (R.S.T.,
n. 23)
58
concludere che questa frase non ha per autore
nessuno di questi filosofi e che quindi bisogna cercarne l’origine altrove. Ci
sembra giusto arrivare a tale conclusione tenendo anche conto del fatto che due
di questi filosofi, Pitagora e Socrate, non hanno lasciato alcun scritto.
Quanto a Platone, nessun studioso di
filosofia, per quanto estesa sia la sua competenza, sarebbe in grado di
distinguere ciò che è stato detto da lui oppure dal suo maestro Socrate. Quasi
tutta la dottrina di quest’ultimo ci è pervenuta attraverso Platone, ed inoltre
si sa che è proprio dall’insegnamento di Pitagora che Platone ha tratto alcune
delle conoscenze di cui fa mostra nei suoi dialoghi. Con ciò vediamo quanto sia
difficile stabilire qual parte spetti a ciascuno dei tre filosofi. Quel che si
attribuisce a Platone è spesso attribuito anche a Socrate; inoltre, delle
teorie considerate, alcune sono anteriori a entrambi e provengono dalla scuola
di Pitagora o da Pitagora stesso.
A dire il vero, l’origine dell’espressione che
stiamo considerando è ben anteriore a questi tre filosofi; anzi, essa è ancora
più antica della storia della filosofia, non solo, ma si trova addirittura al
di là dei confini della ricerca filosofica.
Si dice che queste parole fossero scritte sul
frontone del tempio d’Apollo a Delfo. Esse furono in seguito adottate da
Socrate ed anche da altri filosofi come uno dei principi del loro insegnamento,
nonostante la differenza che poté esistere tra questi diversi insegnamenti ed i
fini perseguiti dalle varie scuole. È d’altronde probabile che, prima di
Socrate, anche Pitagora avesse impiegato questa espressione. Con ciò questi
filosofi si proponevano di mostrare che il loro insegnamento non era un
insegnamento strettamente personale, risalendo esso ad un’epoca più antica e ad
una visione più elevata, in stretta relazione con la sorgente stessa
dell’ispirazione originaria, spontanea e divina. Essi erano cioè molto diversi
59
dai filosofi moderni, i quali impiegano tutti
i loro sforzi per esprimere qualche cosa di nuovo al fine di presentarlo come
una creazione del proprio pensiero e di apparire come i soli autori delle loro
opinioni, quasi la verità potesse essere la proprietà di un uomo.
Vediamo ora perché i filosofi dell’antichità
hanno voluto far risalire il loro insegnamento a questa espressione, o ad altre
analoghe, e perché si può affermare che questa massima appartiene ad un ordine
di realtà superiore alla filosofia. Per rispondere alla seconda parte della
questione, diremo che la risposta si trova nel senso originario ed etimologico
del termine «filosofia», che si dice fosse stato impiegato per la prima volta
da Pitagora. La parola filosofia esprime propriamente il fatto di amare sophia,
la saggezza, l’ispirazione ad essa, o la disposizione richiesta per ottenerla.
Questa parola è sempre stata impiegata per
qualificare una preparazione a questa acquisizione della saggezza, ed in
particolar modo gli studi che potevano aiutare il philosophos, o chi
aveva per essa una certa attitudine, a diventare sophos, cioè saggio.
Così come il mezzo non può essere preso per un
fine, analogamente l’amore per la saggezza non può costituire la saggezza
stessa. E poiché la saggezza è di per sé identica alla vera conoscenza
interiore, si può dire che la conoscenza filosofica non è che una conoscenza
superficiale ed esteriore. Essa non ha dunque in sé e per sé un valore proprio.
Essa costituisce solamente un primo grado nella via della conoscenza superiore
ed effettiva che è la saggezza.
È ben noto a chi abbia studiato i filosofi
antichi che questi disponevano di due specie di insegnamento, l’uno exoterico e
l’altro esoterico. Tutto quanto si poneva per iscritto apparteneva solamente al
primo. Quanto al secondo è impossibile conoscerne esattamente la natura, sia
perché era riservato solo a certuni, sia perché aveva
60
un carattere segreto; caratteristiche queste
che non avrebbero avuto una ragione d’essere se non si fosse trattato di
qualche cosa superiore alla semplice filosofia.
Si può perlomeno ritenere che questo
insegnamento esoterico fosse in stretta e diretta relazione con la saggezza e
non si rivolgesse solamente alla ragione o alla logica, com’è nel caso della
filosofia, la quale appunto per ciò è sinonimo di conoscenza razionale. I
filosofi dell’antichità ammettevano che la conoscenza razionale, cioè la
filosofia, non rappresentasse il più elevato grado di conoscenza, cioè la
saggezza.
Forse che la saggezza può essere insegnata,
come la conoscenza esteriore, mediante le parole o i libri? Ciò è realmente
impossibile, e ne vedremo il motivo. Ma possiamo già affermare che la
preparazione filosofica non era sufficiente, neanche come semplice
preparazione, poiché essa non riguarda che una facoltà limitata quale la
ragione, mentre la saggezza è inerente alla realtà dell’essere come totalità.
Esiste dunque una preparazione alla saggezza
superiore alla filosofia, che non si rivolge alla ragione, ma all’anima ed allo
spirito, e che potremmo chiamare preparazione interiore; e sembra che essa
abbia caratterizzato i più alti gradi della scuola di Pitagora. Essa ha esteso
la sua influenza, attraverso la scuola di Platone, sino al neo-platonismo della
scuola alessandrina, nel quale essa riappare chiaramente, così come presso i
neo-pitagorici della stessa epoca.
Anche se per questa preparazione interiore si
impiegavano ancora parole, queste non potevano più essere intese se non come
simboli destinati a fissare la contemplazione interiore. L’uomo aveva così
accesso a certi stati che gli permettevano di andare al di là della conoscenza
discorsiva alla quale era anteriormente pervenuto, e, essendo ciò al di sopra
della ragione, anch’egli si trovava al di sopra della filosofia, poiché il
termine
61
«filosofia» fu sempre impiegato per designare
qualche cosa appartenente al solo dominio della ragione.
Tuttavia è sorprendente che i moderni,
considerino la filosofia, così definita, come se fosse di per se stessa
sufficiente, dimenticando in tal modo ciò che vi è di più elevato.
L’insegnamento esoterico esisteva già nei
paesi dell’Oriente prima di diffondersi in Grecia ove fu designato dal termine
«misteri». I primi filosofi, in particolare Pitagora, vi ricollegavano il loro
insegnamento, non essendo esso che un’espressione nuova di idee antiche.
Esistevano più sorta di misteri aventi diverse origini. Quelli che ispirarono
Pitagora e Platone erano in rapporto con il culto di Apollo. I «misteri» ebbero
sempre un carattere riservato e segreto (la stessa parola mistero etimologicamente
significa silenzio totale), le cose alle quali essi si riferivano non
potendo essere espresse con parole, ma solamente insegnate con un metodo basato
sul silenzio. Ma i moderni, ignorando qualsiasi altro metodo che non sia quello
implicante l’uso di parole, e che potremmo chiamare il metodo dell’insegnamento
exoterico, hanno erroneamente ritenuto che nei misteri non vi fosse
insegnamento alcuno.
Possiamo affermare che questo insegnamento
silenzioso si serviva di immagini, simboli ed altri mezzi, aventi lo scopo di
condurre l’uomo a stati interiori che gli permettevano di pervenire
gradualmente alla conoscenza effettiva; cioè alla saggezza.
Quanto ai «misteri» ricollegati al culto di
Apollo e ad Apollo stesso, occorre tener presente che egli era il dio del sole
e della luce, essendo questa, in senso spirituale, la sorgente di ogni
conoscenza così come delle scienze e delle arti.
Si dice che il culto di Apollo fosse venuto
dal nord, come è tramandato da una tradizione molto antica che si ritrova in
libri sacri quali il Vêda indù e l’Avesta persiano.
62
Questa origine nordica era anche riferita più
particolarmente a Delfo, che si diceva fosse un centro spirituale universale;
c’era infatti nel suo tempio una pietra chiamata omphalos,
simboleggiante il centro del mondo.
Si ritiene che la funzione di Pitagora ed il
suo nome stesso abbiano un legame certo con il culto di Apollo. Quest’ultimo
era chiamato Pythios, ed è detto che Pytho era il nome originale
di Delfo. La donna che riceveva l’ispirazione degli Dei nel tempio si chiamava
Pizia. Il nome di Pitagora significa dunque guida della Pizia, il che si
applica anche ad Apollo. Si racconta pure che fu la Pizia a dichiarare che Socrate
era il più saggio degli uomini. Sembra con ciò che Socrate avesse un legame con
il centro spirituale di Delfo, così come Pitagora.
Aggiungiamo che se tutte le scienze erano
attribuite ad Apollo, ciò avveniva ancor più particolarmente per la geometria e
la medicina. Nella scuola pitagorica, la geometria e tutte le diverse scienze
matematiche occupavano il primo posto nella preparazione della conoscenza
superiore. Proprio in vista di questa conoscenza, tali scienze non erano
affatto trascurate, venendo impiegate come simboli della verità spirituale.
Anche Platone considerava la geometria un’indispensabile preparazione per ogni
altro insegnamento, e, sulla porta della sua scuola, aveva fatto scrivere le
parole: «Nessuno può entrare qui se non è geometra». Il senso di tali parole
diventa evidente raffrontandolo con un’altra affermazione dello stesso Platone:
«Dio fa sempre della geometria» e tenendo presente che Platone, parlando di Dio
come geometra, faceva ancora allusione ad Apollo.
Non ci si deve dunque stupire che i filosofi
dell’antichità abbiano utilizzato la frase scolpita sul frontone del tempio di
Delfo, poiché ora sappiamo dei legami che li ricollegavano ai riti ed al
simbolismo di Apollo.
Dopo quanto abbiamo detto possiamo facilmente
comprendere il vero significato della frase qui studiata
63
ed il perché dell’erronea interpretazione dei
moderni. Quest’ultima è dovuta al fatto che essi considerano la massima in
questione come la semplice osservazione di un filosofo al quale, naturalmente,
attribuiscono un modo di pensare analogo al loro. Ma in realtà il pensiero
antico differiva profondamente dal pensiero moderno. Molti intendono questa
frase in un senso psicologico; ma quel che essi chiamano psicologia consiste
unicamente nello studio dei fenomeni mentali, i quali non sono che
modificazioni esteriori ‑ e non essenziali ‑ dell’essere.
Altri, soprattutto tra coloro che
attribuiscono la massima a Socrate, vi vedono una preoccupazione d’ordine
morale. Tutte queste interpretazioni «esteriori», pur non essendo completamente
false, non giustificano il carattere sacro che la frase aveva all’origine, il
quale implica invece un significato molto più profondo di quello che si
vorrebbe così attribuirle. Essa significa anzitutto che nessun insegnamento
exoterico può dare quella conoscenza reale che l’uomo deve ricercare solamente
in se stesso, poiché ogni conoscenza non può essere acquisita che mediante una
comprensione personale.
Senza questa comprensione nessun insegnamento
può condurre ad un risultato efficace, e l’insegnamento che non suscita in
colui che lo riceve una risonanza personale non può procurare alcuna specie di
conoscenza. Per questo motivo Platone dice che «tutto ciò che l’uomo impara è
già in lui». Tutte le esperienze e tutto quel che lo circonda non sono che
occasioni per aiutarlo a prender coscienza di ciò che ha dentro di sé. Questo
risveglio viene chiamato da Platone anamnésis, che significa appunto
«reminiscenza».
Se questo è vero per ogni conoscenza, lo è
ancor di più per una conoscenza più elevata e più profonda, e, per l’uomo che
avanza verso questa conoscenza, tutti i mezzi esteriori e variabili diventano
sempre più insufficienti,
64
perdendo infine ogni utilità. Pur essendo di
aiuto per avvicinarsi di qualche grado alla saggezza, tali mezzi non possono
tuttavia procurare l’ottenimento della conoscenza reale, ed è per questo che
nell’India si dice correntemente che il vero guru, o maestro, si trova
nell’uomo stesso e non nel mondo esteriore, anche se un aiuto esteriore può
essere utile, all’inizio, per preparare l’uomo a trovare in sé e da se stesso
ciò che non può trovare altrove, e, in particolare, ciò che è al di là della conoscenza
razionale. A tal fine, occorre realizzare certi stati interiori del proprio
essere nella direzione di quel centro, simbolizzato dal cuore, dove la
coscienza dell’uomo deve appunto essere trasferita onde renderlo capace di
pervenire alla conoscenza reale. Questi stati erano realizzati nei misteri
dell’antichità e rappresentavano i vari gradi della trasposizione dal «mentale»
al cuore.
Come abbiamo detto, nel tempio di Delfo
esisteva una pietra chiamata omphalos, che, per la corrispondenza
esistente tra il macrocosmo ed il microcosmo, rappresentava sia il centro
dell’essere umano che il centro del mondo, vale a dire l’uomo, per cui era ben
noto che tutto ciò che è nell’uno è in rapporto diretto con ciò che è nell’altro.
Avicenna ha detto: «Tu ti credi un nulla, ma è in te che risiede il mondo».
È curioso notare che nell’antichità era molto
diffusa la credenza che l’omphalos fosse caduto dal cielo, e per avere
un’idea del sentimento dei Greci nei confronti di questa pietra, diremmo che
esso era somigliante a quello che noi proviamo per la sacra pietra nera della Kaabah.
La similitudine esistente tra il macrocosmo ed
il microcosmo fa sì che l’uno sia l’immagine dell’altro, e la corrispondenza
degli elementi che li compongono mostra che l’uomo deve per prima cosa
conoscere se stesso per potere in seguito conoscere tutte le cose, poiché, in
verità, può trovare dentro di sé tutte le cose. Per questo motivo, certe
scienze, soprattutto quelle che facevano
65
parte della conoscenza degli antichi e che
sono quasi completamente ignorate dai nostri contemporanei, possiedono un
doppio significato. Apparentemente queste scienze sì riferiscono al macrocosmo
e possono venir giustamente considerate da questo punto di vista. Ma esse
possiedono nello stesso tempo anche un senso più profondo, quello che concerne
l’uomo stesso, nonché la via interiore mediante la quale egli può realizzare la
conoscenza in se stesso, pervenendo così a una realizzazione che coincide con quella
del suo proprio essere. Aristotele ha detto: «L’essere è tutto quel che egli
conosce», di modo che, là ove vi è conoscenza effettiva ‑ e non la sua
apparenza o la sua ombra ‑ la conoscenza e l’essere sono una sola e medesima
cosa.
L’ombra, secondo Platone, è la conoscenza
offerta dai sensi ed anche la conoscenza razionale, la quale, sebbene elevata,
ha origine dai sensi. Quanto alla conoscenza reale, essa supera il livello
della ragione, e la sua realizzazione, o la realizzazione dell’essere stesso, è
simile alla formazione del mondo, in conformità alla corrispondenza di cui
abbiamo dianzi parlato. Si comprende così perché certe scienze possono
descrivere la reale conoscenza sotto le apparenze di tale formazione; questo
doppio significato era presente negli antichi misteri, e lo si incontra anche
nelle varie specie di insegnamento miranti allo stesso scopo esistenti tra i
popoli dell’Oriente. Sembra che pure in Occidente questo insegnamento sia
esistito per tutto il medioevo, anche se oggigiorno è completamente sparito al
punto che la più parte degli Occidentali non sa più nulla della sua natura e
persino della sua esistenza.
Da tutto quanto abbiamo detto appare evidente
che la via che conduce alla reale conoscenza non è la ragione, ma lo spirito e
l’intero essere, poiché essa non è altro che la realizzazione di questo essere
in tutti i suoi stati, la quale coincide con il raggiungimento della conoscenza
66
e l’ottenimento della saggezza suprema. In
realtà, le cose che appartengono all’anima, ed anche allo spirito,
rappresentano solamente gradi della via verso l’essenza intima, il vero sé, che
può essere trovato unicamente quando l’essere ha raggiunto il suo proprio
centro; qui, essendo tutte le sue potenze unite e concentrate in un solo punto,
a tale essere appaiono tutte le cose, poiché in questo punto sono contenute
come nel loro primo ed unico principio, ed allora egli può conoscere tutte le
cose in se stesso e da se stesso, cioè la totalità dell’esistenza nell’unità
della propria essenza.
È facile vedere quanto ciò sia lontano dalla
moderna psicologia e come anzi, vada ben oltre una conoscenza più vera e più
profonda dell’anima, rappresentando questa solo un primo passo. Occorre inoltre
notare che la parola nafs, anche se si trova nella traduzione in arabo
di «conosci te stesso», non può qui essere intesa nel significato corrente di
«anima», poiché il suo equivalente greco psyché non compare
nell’originale. Non si deve dunque attribuire a questa parola [nafs] il
suo senso corrente, dacché è certo che essa possiede un altro significato molto
più elevato che la rende assimilabile alla parola essenza e che si riferisce al
Sé o all’essere reale: in un hadith, che è come un complemento
della massima greca, è infatti detto: «Chi conosce se stesso, conosce il suo
Signore».
Quando l’uomo conosce se stesso nella sua
essenza profonda, cioè nel centro del suo essere, allora egli conosce il suo
Signore, e conosce nello stesso tempo tutte le cose che da Lui vengono e a Lui
ritornano. Egli conosce tutte le cose nell’unità suprema del Principio divino,
al di fuori del quale, secondo le parole di Muhyiddin Ibn ‘Arabi, «non vi è
assolutamente nulla che esista», poiché nulla può esistere al di fuori
dell’Infinito.
67
CONSIDERAZIONI
SULLA PRODUZIONE DEI NUMERI *
«All’inizio, prima dell’origine di tutte le
cose, era l’Unità», dicono le teogonie più elevate dell’Occidente, quelle che
cercano di cogliere l’Essere al di là della sua manifestazione ternaria, e che
non si fermano all’universale apparenza del Binario. Ma le teogonie
dell’Oriente e dell’Estremo Oriente dicono: «Prima dell’inizio, ancor prima
dell’Unità primordiale, era lo Zero», poiché esse sanno che oltre l’Essere si
trova il Non-Essere, che oltre il manifestato c’è il non-manifestato, che ne è
il principio, e che il Non-Essere non è affatto il Nulla, bensì che esso è la
Possibilità infinita identica al Tutto Universale, quest’ultima essendo al
tempo stesso la Perfezione assoluta e la Verità integrale.
* Pubblicato in La Gnose,
giugno-luglio-agosto 1910. (R.S.T., n. 34)
68
Secondo la Cabala, l’Assoluto, per
manifestarsi, si concentrò in un punto infinitamente luminoso, attorno al quale
erano le tenebre; questa luce nelle tenebre, questo punto nell’estensione
metafisica senza limiti, questo nulla che è tutto entro un tutto che non è
nulla, se così possiamo esprimerci, è l’Essere nel seno del Non-Essere, la
Perfezione attiva nella Perfezione passiva. Il punto luminoso è l’Unità,
affermazione dello Zero metafisico, rappresentato dall’estensione illimitata,
immagine dell’infinita Possibilità universale. L’Unità, dal momento in cui si
afferma come il centro donde usciranno in guisa di tanti raggi le indefinite
manifestazioni dell’essere, è unita allo Zero che la conteneva principialmente
allo stato di non-manifestazione; già qui appare in potenza il Denario, che
sarà il numero perfetto, lo sviluppo completo dell’Unità primordiale.
La Possibilità totale è allo stesso tempo la
Passività universale, poiché essa contiene tutte le possibilità particolari, di
cui alcune saranno manifestate e passeranno dalla potenza all’atto sotto
l’azione dell’Essere-Unità. Ogni manifestazione è un raggio della circonferenza
che rappresenta la manifestazione totale; e questa circonferenza, i cui punti
sono in numero indefinito, è ancora lo Zero in rapporto al suo centro che è
l’Unità. Ma la circonferenza non era tracciata nell’Abisso del Non-Essere ed
essa segna soltanto il limite della manifestazione, del dominio dell’Essere nel
seno del Non-Essere; essa è dunque lo Zero realizzato, e, attraverso l’insieme
della sua manifestazione secondo questa circonferenza indefinita, l’Universo
compie il suo sviluppo nel Denario.
D’altra parte, dal momento in cui l’Unità si
afferma, prima ancora di ogni manifestazione, se questa unità si opponesse allo
Zero che la contiene in principio, si vedrebbe apparire il Binario nel seno
stesso dell’Assoluto,
69
nella prima differenziazione che porta alla
distinzione del Non-Essere e dell’Essere; ma abbiamo visto nel nostro studio
sul Demiurgo cosa, sia questa distinzione. Abbiamo dimostrato allora che
l’Essere, o la perfezione attiva, Khien, non è in realtà distinto dal
Non-Essere, o perfezione passiva, Khouen, che questa distinzione, punto
di partenza di ogni manifestazione, non esiste che nella misura in cui noi
stessi la poniamo, poiché non possiamo concepire il Non-Essere che attraverso
l’Essere, il non-manifestato che per mezzo del manifestato; la differenziazione
dell’Assoluto in Essere e Non-Essere non esprime dunque che il modo secondo cui
noi ci rappresentiamo le cose, e nulla più.
Inoltre, considerando le cose sotto questo
aspetto, si può dire che l’Assoluto è il principio comune dell’Essere e del
Non-Essere, del manifestato e del non-manifestato, benché in realtà sia
identico al Non-Essere, poiché quest’ultimo è il Principio dell’Essere, a sua
volta Principio primo di ogni manifestazione. Dunque, se a questo punto si
volesse considerare il Binario, ci si troverebbe immediatamente di fronte al
Ternario; ma perché questo sia veramente un Ternario, cioè già una
manifestazione, bisognerebbe che l’Assoluto fosse l’Unità primordiale, e
abbiamo visto che l’Unità rappresenta soltanto l’Essere, affermazione
dell’Assoluto. È questo Essere-Unità che si manifesterà nella molteplicità
indefinita dei numeri, che esso contiene tutti in potenza d’essere e che
emanerà come altrettanti sottomultipli di se stesso; e tutti i numeri sono
compresi nel Denario, realizzato nello sviluppo del cielo della manifestazione
totale dell’Essere: ne considereremo ora la produzione a partire dall’Unità
primordiale.
In uno studio precedente abbiamo visto che
tutti i numeri possono essere considerati come prodotti a coppie
70
dall’Unità; queste coppie di numeri inversi o
complementari, che si possono pensare come le sigizie degli Eoni nel seno del
Pleroma, esistono nell’Unità allo stato indifferenziato o non-manifestato:
Ognuno di questi gruppi non è affatto distinto dall’Unità, né distinto dagli altri
nell’Unità; esso diventa tale solo in quanto si considerino separatamente due
elementi che lo costituiscono; è allora che nasce la Dualità, secondo la quale
si pone la distinzione tra due principi, non opposti come si dice a torto
ordinariamente, ma complementari: attivo e passivo, positivo e negativo,
maschile e femminile. Questi due principi coesistono però nell’Unità
primordiale; così, con l’Unità che li contiene, i due elementi complementari
costituiscono il Ternario, che è la prima manifestazione dell’Unità, poiché il
due, essendo derivato dall’uno, non può essere senza che contemporaneamente non
sia il tre:
E, come noi non possiamo concepire il
Non-Essere che attraverso l’Essere, così non possiamo concepire l’Essere-Unità
che attraverso la sua manifestazione ternaria, conseguenza necessaria ed
immediata della differenziazione o polarizzazione che il nostro intelletto crea
nell’Unità. Questa manifestazione ternaria, qualunque sia l’aspetto sotto il
quale si consideri, è sempre una Trinità indissolubile, cioè una Tri-Unità,
poiché i suoi termini non sono realmente distinti, essendo nient’altro che
l’Unità stessa concepita come contenente in se stessa i due poli mediante cui
si produrrà tutta la manifestazione.
71
Questa polarizzazione si ritrova subito nel
Ternario, poiché, se si considerano i tre termini di questo come aventi
un’esistenza indipendente, si otterrà per ciò stesso il numero Senario,
implicante un nuovo ternario che è il riflesso del primo:
Questo secondo ternario non ha di per sé
esistenza reale; rispetto al primo è come il Demiurgo rispetto al Logos
emanatore, un’immagine tenebrosa ed invertita, e vedremo infatti in seguito che
il Senario è il numero della Creazione. Accontentiamoci, per il momento, di
osservare che questo numero è da noi realizzato nel momento in cui distinguiamo
tra di loro i tre termini della Tri-Unità, invece di considerare sinteticamente
l’Unità principiale, indipendentemente da ogni distinzione, cioè da ogni manifestazione.
Se si riguarda il ternario come manifestazione
dell’Unità, bisogna al tempo stesso considerare l’Unità in quanto non
manifestata, ed allora questa Unità, assieme al Ternario, produce il
Quaternario, che può essere rappresentato a questo punto dal centro e dai tre
vertici di un triangolo. Si può anche dire che il Ternario, simboleggiato da un
triangolo i cui vertici corrispondono ai primi tre numeri, suppone
necessariamente il Quaternario, il cui primo termine, non espresso, è allora lo
Zero, il quale infatti non può essere rappresentato. Nel Quaternario, si può
così considerare il primo termine, sia come lo Zero, sia come l’unità
primordiale; nel primo caso, il secondo termine sarà l’Unità in quanto essa si
manifesta e gli altri due costituiranno la sua duplice manifestazione; nel
secondo caso, invece, questi ultimi, i due elementi complementari di cui più
sopra abbiamo detto, dovranno logicamente precedere il quarto termine, che
altro non è che la loro unione, realizzante tra essi l’equilibrio in cui si riflette
l’Unità principiale.
72
Infine, se si considera il Ternario nel suo
aspetto più inferiore, come costituito dai due termini complementari e dal
termine equilibrante, quest’ultimo, essendo l’unione degli altri due, partecipa
dell’uno e dell’altro, in guisa che si può considerarlo come doppio, e, qui
ancora, il Ternario implica immediatamente un Quaternario che è il suo
sviluppo.
Qualunque sia il modo secondo cui si considera
il Quaternario, si può dire che contenga tutti i numeri, poiché, se si
considerano i suoi termini come distinti, si vede che implica il Denario:
È per questo che tutte le tradizioni dicono:
uno ha prodotto due, due ha prodotto tre, tre ha prodotto tutti i numeri;
l’espansione dell’Unità nel Quaternario realizza immediatamente la sua
manifestazione totale, che è il Denario.
Il Quaternario è rappresentato geometricamente
dal quadrato, se lo si considera in modo statico, e dalla croce, se lo si
considera allo stato dinamico; quando la croce ruota attorno al suo centro,
genera la circonferenza, che, col suo centro, rappresenta il Denario. Questo è
ciò che si chiama la circolatura del quadrato, ed è la rappresentazione
geometrica del fatto aritmetico che abbiamo or ora enunciato; inversamente il
problema ermetico della quadratura del cerchio sarà rappresentato dalla
divisione del cerchio in quattro parti uguali per mezzo di due diametri
ortogonali, e si esprimerà numericamente con l’equazione precedente scritta in
senso inverso:
Il Denario, considerato come risultante
dall’addizione dei primi quattro numeri, è ciò che Pitagora chiamava
73
la Tetractys; il simbolo che la
rappresentava, nel suo complesso, era di forma ternaria, mentre ognuno dei suoi
lati perimetrali comprendeva quattro elementi. e si componeva in tutto di dieci
elementi: ne abbiamo dato la figura, in nota, nella traduzione del capitolo dei
Philosophumena relativo a Pitagora.
Se il Ternario è il numero che rappresenta la
prima manifestazione dell’Unità principiale, il Quaternario ne rappresenta
l’espansione totale, simboleggiato dalla croce le cui braccia sono formate da
due rette indefinite ortogonali; esse si estendono così indefinitamente,
orientate verso i quattro punti cardinali dell’indefinita circonferenza
pleromatica dell’Essere, punti che la Cabala rappresenta con le quattro lettere del Tetragramma הוהי .
Il Quaternario è il numero del Verbo manifestato, dell’Adam
Kadmon, e si può dire che è essenzialmente il numero dell’Emanazione,
poiché l’Emanazione è la manifestazione del Verbo; da esso derivano gli altri
gradi della manifestazione dell’Essere, in logica successione, mediante lo
sviluppo dei numeri che in se stesso contiene, ed il cui insieme costituisce il
Denario.
Se si considera l’espansione quaternaria
dell’Unità come distinta da questa Unità stessa, essa produce, aggiungendovisi,
il numero cinque: ciò è anche simboleggiato dalla croce con il suo centro e le
sue quattro braccia. D’altronde, si verificherà la stessa cosa per ogni nuovo
numero, quando lo si consideri come distinto dall’Unità, benché esso non lo sia
affatto in realtà, essendone una manifestazione; questo numero, aggiungendosi
all’Unità primordiale, darà luogo al numero successivo; avendo segnalato una
volta per tutte questo modo di produzione successiva dei numeri, non dovremo
più tornarci sopra in seguito.
Se il centro della croce è considerato come il
punto di partenza delle quattro braccia, esso rappresenta l’Unità
74
primordiale; se invece lo si considera come il
loro punto di intersezione, non rappresenta che l’equilibrio, riflesso di
questa Unità. In questo secondo significato, è designato cabalisticamente
mediante la lettera scin, la quale posta al centro del tetragramma הוהי, le cui quattro
lettere figurano sulle quattro braccia della croce, forma il nome
pentagrammatico הושהי, sul significato del quale non insisteremo qui, non avendo voluto che
segnalare questo dato di sfuggita. Le cinque lettere del Pentagramma si pongono
alle cinque punte della Stella Fiammeggiante, figurazione del Quinario, che
simboleggia più particolarmente il Microcosmo o l’uomo individuale. La ragione
di questo è la seguente: se si considera il Quaternario come l’Emanazione o la
manifestazione totale del Verbo, ogni essere emanato, sottomultiplo di questa
emanazione, sarà ugualmente caratterizzato dal numero quattro; esso diventerà
un essere individuale nella misura in cui si distinguerà dall’Unità o dal
centro emanatore, e abbiamo appena visto che questa distinzione del Quaternario
dall’Unità è precisamente l’origine del Quinario.
Abbiamo detto, nel nostro studio sul Demiurgo,
che la distinzione che determina l’esistenza individuale è il punto di partenza
della Creazione; infatti, questa esiste nella misura in cui l’insieme degli
esseri individuali, caratterizzato dal numero cinque, si considera come
distinto dall’Unità, il che dà luogo al numero sei. Questo numero può, come
abbiamo visto in precedenza, essere considerato come formato di due ternari di
cui l’uno è il riflesso inverso dell’altro: è ciò che rappresentano i due triangoli
del Sigillo di Salomone, simbolo del Macrocosmo o del Mondo creato.
Le cose sono distinte da noi nella misura in
cui noi stessi le distinguiamo; e nella stessa misura esse ci appaiano
esteriori, diventando nel contempo distinte tra
75
loro; esse appaiono allora come rivestite di
forme, e questa Formazione, che è l’immediata conseguenza della Creazione, è
caratterizzata dal numero che segue il Senario, cioè dal Settenario. Ci
limiteremo ad indicare la concordanza di quanto precede con il primo capitolo
della Genesi: le sei lettere della parola תישאדב, le sei fasi della Creazione, e la funzione
formatrice dei sette Elohim,
rappresentanti l’insieme delle sette sfere planetarie, che si potrebbero anche
porre in corrispondenza coi primi sette numeri, la sfera più inferiore, che è
quella della luna, essendo designata come il mondo della formazione.
Il Settenario, quale noi l’abbiamo
considerato, può essere raffigurato, sia dal doppio triangolo con il suo
centro, sia da una stella a sette punte, attorno alla quale sono scritti i
segni dei sette pianeti: è il simbolo delle forze naturali, cioè del Settenario
allo stato dinamico. Se lo si considerasse staticamente, si potrebbe
riguardarlo come formato dalla riunione di un Ternario e d’un Quaternario, e
sarebbe allora rappresentato da un quadrato sormontato da un triangolo; vi
sarebbe molto da dire sul significato di tutte queste forme geometriche, ma
queste considerazioni ci porterebbero troppo lontano dall’argomento di questo
studio.
La Formazione sfocia in ciò che si potrebbe
chiamare la realizzazione materiale, che per noi segna il limite della
manifestazione dell’Essere, e che sarà contrassegnata allora dal numero otto.
Questo corrisponde al Mondo terrestre, compreso entro le sette sfere planetarie
e che deve essere qui considerato come simboleggiante tutto il Mondo materiale;
ben inteso, ogni Mondo non è affatto un luogo, ma uno stato o una modalità
dell’essere. Il numero otto corrisponde anche ad un’idea di equilibrio, poiché
la realizzazione materiale è, come abbiamo detto sopra, una limitazione, un
punto d’arresto,
76
in qualche modo, nella distinzione che noi
creiamo nelle cose e il cui grado misura ciò che, simbolicamente, è designato
come la profondità della caduta; abbiamo già detto che la caduta non è altro
che un modo di esprimere questa distinzione stessa, che crea l’esistenza
individuale separandoci dall’Unità principiale. Il numero otto è rappresentato,
nel suo aspetto statico, da due quadrati di cui uno è inscritto nell’altro, di
guisa che i suoi vertici cadono nei punti medi dei lati di quest’ultimo. Sotto
l’aspetto dinamico, è raffigurato da due croci concentriche, disposte in guisa
che le braccia dell’una siano le bisettrici degli angoli formati dalle braccia
dell’altra. Se il numero otto si aggiunge all’Unità, forma il numero nove, che,
limitando così per noi la manifestazione dell’Essere, poiché esso corrisponde
alla realizzazione materiale distinta dall’Unità, sarà rappresentato dalla
circonferenza e designerà la Molteplicità. Abbiamo detto d’altra parte che
questa circonferenza, i cui punti in moltitudine indefinita sono tutte le
manifestazioni formali dell’Essere (qui non diciamo più tutte le
manifestazioni, ma solamente le manifestazioni formali), può essere considerata
come lo Zero realizzato. Infatti, il numero nove, aggiunto all’Unità, dà il
numero dieci, che risulta così dall’unione dello Zero con l’Unità, e che è
raffigurato dalla circonferenza con il suo centro.
D’altra parte, il Novenario può ancora essere
considerato come un Ternario triplice, da questo punto di vista, che è quello
statico, esso è rappresentato da tre triangoli sovrapposti, di guisa che ognuno
sia il riflesso di quello che gli è immediatamente superiore, donde risulta che
il triangolo intermedio è capovolto. Questa figura è il simbolo dei tre Mondi e
dei loro rapporti; per questo il Novenario è spesso considerato come il numero
della gerarchia.
77
Infine, il Denario, corrispondente alla
circonferenza col suo centro, è la manifestazione totale dell’Essere, lo
sviluppo completo dell’Unità; si può dunque considerarlo come questa Unità
realizzata nella Molteplicità. A partire da esso, la serie dei numeri
ricomincia per formare un nuovo ciclo:
,
quindi comincia un nuovo ciclo, e così di
seguito indefinitamente. Ognuno di questi cicli può essere considerato come
riproducente il primo, ma ad un altro stadio, o, se si vuole, in un’altra
modalità: questi cicli saranno simboleggiati dunque da altrettanti cerchi
disposti parallelamente gli uni sopra gli altri, in piani diversi: ma, poiché
in realtà non vi è discontinuità fra essi, bisogna che questi cerchi non siano
curve chiuse, in guisa che la fine di ognuno di essi sia al tempo stesso
l’inizio del seguente. Non sono più allora dei cerchi, ma le spire successive
di un’elica tracciata su di un cilindro, e queste spire successive sono in
moltitudine indefinita, il cilindro stesso essendo indefinito; ognuna di queste
spire si proietta su di un piano perpendicolare all’asse del cilindro secondo
un cerchio, ma, in realtà, il suo punto di partenza e il suo punto di arrivo
non sono sullo stesso piano. Dovremo tornare su questo argomento in un altro
studio, nel quale prenderemo in considerazione la rappresentazione geometrica
dell’evoluzione.
Dovremo ora esaminare un altro modo di
produzione dei numeri, quello per moltiplicazione, e più particolarmente per
moltiplicazione di un numero per se stesso, il che dà luogo successivamente
alle diverse potenze di questo numero. Ma la corrispondente rappresentazione
geometrica ci porterebbe a considerazioni circa la dimensione dello spazio,
argomento che preferiamo studiare
78
a parte; dovremo allora considerare in
particolare le successive potenze del Denario, e ciò ci condurrà ad un nuovo
modo di affrontare la questione dei limiti dell’indefinito, e del passaggio
dall’indefinito all’Infinito.
Nelle considerazioni che precedono, abbiamo
semplicemente voluto indicare come la produzione dei numeri a partire
dall’Unità simboleggi diverse fasi della manifestazione dell’Essere nella loro
successione logica a partire dal principio, cioè dall’Essere stesso, identico
all’Unità; e addirittura, se si fa intervenire lo Zero come anteriore all’Unità
primordiale, si può risalire così al di là dell’Essere, sino al Non-Essere,
cioè sino all’Assoluto.
P.S. – Nella prima parte di questo
studio, vi è un punto che si può prestare ad equivoci, tanto più facili a
verificarsi in quanto queste idee sono estremamente difficili di esprimersi
chiaramente ed in maniera esatta in lingue occidentali, così poco adatte
all’esposizione delle dottrine metafisiche. Questa confusione possibile
concerne la frase seguente: «L’Essere, o perfezione attiva, non è realmente
distinto dal Non-Essere, o perfezione passiva». Al fine di prevenirla, il
nostro Maestro e collaboratore Matgioi ha voluto fornire una nota di
chiarimento; di essa lo ringraziamo vivamente, riproducendola qui di seguito,
persuasi che i nostri lettori ne comprenderanno tutta l’importanza.
Il Non-Essere. che noi denominiamo così
in mancanza d’altro, e che possiamo rappresentare mediante lo Zero metafisico,
non si chiama né Khien, né Khouen. Esso non ha nome: «Il nome che
ha un nome non è il «Nome», dice Lao-Tse: di ciò bisogna sempre ricordarsi.
Ma, per pensarci. bisogna pure rendere
intelligibile la concezione del Non-Essere. Questa concepibilità è KHIEN
(possibilità della volontà del Non-Essere, e naturalmente di onnipotenza).
79
Ma, per parlarne, bisogna sensibilizzare
questa concezione. Si ha allora KHOUEN (possibilità dell’azione come motivo e
come scopo)..D’altra parte, dal momento che si dice: perfezione attiva, o:
perfezione passiva, non si dice più: Perfezione.
Khien è
dunque la volontà capace di manifestarsi; Khouen è l’oggetto
intelligente di questa manifestazione. Diciamo, se volete, che Khien è
la facoltà agente (Cielo), e che Khouen è la facoltà plastica (Terra).
Ma qualunque sia il Principio mediante il quale li si determina, dobbiamo aver
presente che Khien e Khouen non esistono metafisicamente che
perché noi esistiamo e vogliamo conoscere.
Essi sono i termini del Binario. La loro
congiunzione (Ternario) presiede alla realizzazione di tutte le cose
(Quaternario). Questa realizzazione si svolge nella corrente delle Forme,
secondo la Via, vortice sferico e non circolare1, di cui lo Zero
Metafisico, che non ha né inizio, né fine, né movimento, è tuttavia, in
potenza, il generatore, lo scopo e il motore.
1. Questo è un punto sul quale dovremo tornare in
altri studi, che completeranno il presente, ai quali, d’altronde, abbiamo già
alluso in questo articolo; daremo allora a questo proposito tutte le
spiegazioni necessarie.
80
PARTE SECONDA
SCIENZE
E
ARTI TRADIZIONALI
L’INIZIAZIONE E I MESTIERI *
Abbiamo detto spesso che la concezione
«profana» delle scienze e delle arti, quale ha corso attualmente in Occidente,
è cosa modernissima, e presuppone una degenerazione nei confronti di uno stato
anteriore in cui le une e le altre avevano un carattere del tutto diverso. La
stessa cosa si può dire dei mestieri; e d’altronde la distinzione fra le arti e
i mestieri, o fra «artista» e «artigiano», è essa pure specificamente moderna,
quasi fosse nata dalla deviazione profana e non avesse senso che per essa. L’«artifex»
è per gli antichi, indifferentemente, l’uomo che esercita un’arte o un
mestiere; non artista né artigiano, nel senso che queste parole hanno
oggigiorno, egli è qualcosa di più dell’uno e dell’altro perché,
originariamente almeno, la sua attività è connessa a principi di un ordine
molto più profondo. Infatti, in tutte le civiltà tradizionali, qualsiasi
attività umana è considerata sempre ed essenzialmente come derivante dai
principi; in tal modo essa risulta come «trasformata», e, in luogo d’essere ridotta
alla sua sola manifestazione esteriore (quale, tutto sommato, la riduce ad
essere il punto di vista profano), appare integrata alla tradizione e
costituisce, per colui che la compie, un mezzo di partecipazione effettiva a
quest’ultima.
* Le Voile d’Isis,
aprile 1934. (R.S.T., n. 2, 54/55, 66)
83
Così è anche dal semplice punto di vista
exoterico: se si considerano per esempio civiltà quali la civiltà islamica o
quella cristiana del medio evo, è facile rendersi conto del carattere
«religioso» che vi rivestono gli atti più ordinari dell’esistenza. Qui la
religione non è più qualcosa che occupa un posto a parte, senza nessun rapporto
con tutto il resto, come per gli Occidentali moderni (per quelli almeno che
consentono ancora ad ammettere una religione); al contrario, essa compenetra
tutta l’esistenza dell’essere umano, o, per dir meglio, tutto ciò che forma
quest’esistenza, ed in particolare la vita sociale, la quale si trova come
inglobata nel suo dominio, sì che in realtà non può sussistere nulla di
«profano» se non per coloro che, per una ragione o per l’altra, sono esclusi
dalla tradizione, il qual caso rappresenta una semplice anomalia. Altrove, dove
non esiste nulla a cui s’applichi propriamente il nome di «religione», c’è
nondimeno una legislazione tradizionale e «sacra» che, pur avendo carattere
diverso, adempie esattamente la stessa funzione, sicché queste considerazioni
si possono applicare a tutte le civiltà tradizionali senza eccezione.
Ma non è tutto: passando dall’exoterismo
all’esoterismo (impieghiamo questi due termini per comodità, benché essi non
convengano qui con egual rigore a tutti i casi), constatiamo in generale
l’esistenza di un’iniziazione legata ai mestieri e basata su di essi; questo
significa che i mestieri sono suscettibili di un significato superiore e più
profondo; sarebbe nostra intenzione dare qui un’idea
84
di come essi possano effettivamente fornire
una via d’accesso al dominio iniziatico.
Aiuta a comprendere ciò la nozione di quello
che la dottrina indù chiama swadharma, o compimento, da parte di ogni
essere, di un’attività conforme alla sua natura propria; ed è pure in grazia di
questa nozione, o piuttosto per la sua assenza, che si rivela più nettamente il
difetto della concezione profana. In conseguenza di quest’ultima, infatti, un
uomo può adottare una professione qualsiasi, o cambiarla a suo piacere, come se
la professione fosse qualcosa di puramente esteriore a lui, senza nessun legame
reale con quello che egli è veramente, con ciò che lo fa se stesso e non altro.
Nella concezione tradizionale, invece, ognuno deve normalmente adempiere la
funzione a cui è destinato dalla propria natura, e non può adempierne un’altra
senza provocare un disordine grave, che avrà la sua ripercussione su tutta
l’organizzazione sociale di cui fa parte; ben di più, se tale disordine viene a
generalizzarsi, esso giungerà ad avere degli effetti sullo stesso ambiente
cosmico, tutte le cose essendo legate tra loro secondo corrispondenze rigorose.
Senza insistere ulteriormente su quest’ultimo punto, che tuttavia potrebbe
trovare abbastanza facilmente la sua applicazione alle condizioni dell’epoca
attuale, faremo notare che l’opposizione delle due concezioni può, almeno sotto
un certo aspetto, essere ricondotta a quella di un punto di vista
«quantitativo» e di un punto di vista «qualitativo»: nella concezione
tradizionale sono le qualità essenziali degli esseri a determinare la loro
attività; nella concezione profana gli individui sono
85
invece considerati come mere «unità»
intercambiabili, quasi fossero in se stessi sprovvisti di ogni qualità.
Quest’ultima concezione, che è una conseguenza
delle moderne idee di «eguaglianza» e di «uniformità» (quest’ultima è
letteralmente il contrario della vera unità, implicando la molteplicità pura e
«inorganica» di una specie di «atomismo sociale»), non può logicamente sfociare
che nell’esercizio di un’attività puramente «meccanica», la quale non lascia
sussistere più nulla di propriamente umano; ed è purtroppo questo che si può
constatare ai nostri giorni. Deve quindi esser chiaro che i mestieri «meccanici»
dei moderni, prodotto esclusivo della deviazione profana, non possono
assolutamente offrire le possibilità di cui intendiamo parlare; a dire il vero,
essi non possono nemmeno essere considerati mestieri, se si vuol conservare a
questa parola il suo senso tradizionale, il solo che ci interessi
presentemente.
Non è difficile capire come il mestiere, che è
qualcosa, dell’uomo stesso, quasi un’espansione od una manifestazione della sua
natura propria, possa servire di base a un’iniziazione, e come esso sia anzi,
nella generalità dei casi, ciò che di più adatto vi è a questo fine. Infatti,
anche se lo scopo essenziale dell’iniziazione è il superamento delle
possibilità dell’individuo umano, non è men vero che essa non può far altro che
prendere come punto di partenza l’individuo tal quale esso è; di qui la diversità
delle vie iniziatiche. ovvero, in altri termini, la diversità dei mezzi usati
quali «supporti» in conformità con la differenza delle nature individuali,
86
differenza che per altro si farà sentire in
seguito tanto meno quanto più l’essere avanzerà nella sua via. I mezzi così
impiegati non possono avere efficacia se non corrispondono alla natura stessa
degli esseri a cui si applicano, e dovendosi procedere da ciò che è più
accessibile a ciò che è meno accessibile, dall’esterno all’interno, è normale
che si assumano nell’attività per il cui mezzo tale natura si manifesta
esteriormente. È ovvio però che questa attività può adempire efficacemente tale
funzione soltanto quando traduca realmente la natura interiore dell’essere; si
tratta dunque d’una vera e propria «qualificazione», nel senso iniziatico della
parola; «qualificazione» che, in condizioni normali, dovrebbe essere richiesta
per l’esercizio stesso del mestiere. Si passa così alla differenza fondamentale
che separa l’insegnamento iniziatico dall’insegnamento profano: ciò che è
semplicemente «appreso» dall’esterno è in questo campo senza nessun valore,
perché si tratta di «svegliare» le possibilità latenti che l’essere porta in se
stesso1.
Da queste ultime considerazioni si può anche
capire come l’iniziazione, prendendo per «supporto» il mestiere, avrà nello
stesso tempo, e in qualche modo inversamente, una ripercussione sull’esercizio
del mestiere stesso. L’essere infatti, avendo pienamente realizzato le
possibilità di cui la sua attività professionale non è che un’espressione
esteriore, e possedendo in tal modo la conoscenza effettiva di ciò che
costituisce il principio di tale attività,
1. È questo, in fondo, il vero significato della
«reminiscenza» platonica.
87
compirà da quel momento in modo cosciente
quello che prima era soltanto una conseguenza affatto «istintiva» della sua
natura; e così, se la conoscenza iniziatica è per lui nata dal mestiere,
quest’ultimo, a sua volta, diventerà il campo d’applicazione di questa
conoscenza, dalla quale non potrà più essere separato. Vi sarà allora una
perfetta corrispondenza fra interiore ed esteriore, e l’opera potrà essere, non
più soltanto più o meno superficiale, ma l’espressione realmente adeguata di
colui che l’ha concepita ed eseguita, e costituirà il suo «capolavoro» nel vero
senso della parola.
Ciò, come si vede, è ben lontano dalla pretesa
«ispirazione» incosciente, o, se si vuole, subcosciente, nella quale i moderni
vogliono vedere il segno del vero artista, considerandolo superiore
all’artigiano secondo la distinzione più che contestabile di cui hanno preso
l’abitudine. Artista od artigiano, colui che agisce secondo un’«ispirazione» di
questo genere non è, in ogni caso, che un profano; egli mostra così senza
dubbio di portare in sé determinate possibilità, ma finché non ne avrà preso
effettivamente coscienza, anche se raggiunge quel che si è convenuto di
chiamare il «genio», la cosa non cambierà; non potendo esercitare nessun
controllo su queste possibilità, i suoi risultati saranno in qualche modo
soltanto accidentali, ciò che è riconosciuto d’altronde comunemente quando si
dice che l’«ispirazione» viene talvolta a mancare. La sola cosa che si può
accordare per avvicinare il caso di cui stiamo trattando a quello nel quale
interviene una conoscenza vera, è che l’opera la quale, coscientemente o incoscientemente,
deriva veramente
88
dalla natura di colui che la eseguisce, non
darà mai l’impressione d’uno sforzo più o meno penoso, comportante sempre
qualche imperfezione perché anormale; al contrario, essa trarrà la sua stessa
perfezione dalla propria conformità con la natura, ciò che implica il suo
esatto adattamento al fine a cui è destinata.
Volendo ora definire più rigorosamente la
sfera di quelle che possono chiamarsi le iniziazioni di mestiere, diremo che
esse appartengono all’ordine dei «piccoli misteri», riferendosi allo sviluppo
delle possibilità propriamente inerenti allo stato umano. Questo sviluppo, se
non è il fine ultimo della iniziazione, tuttavia ne costituisce
obbligatoriamente la prima fase; bisogna infatti che esso si effettui nella sua
integralità prima di poter passare oltre lo stato umano; ma, al di là di
quest’ultimo, è evidente che le differenze su cui si appoggiano le iniziazioni
di mestiere scompaiono completamente e non possono quindi più essere di alcuna
conseguenza.
Come abbiamo spiegato in altre occasioni, i
«piccoli misteri» conducono alla restaurazione di ciò che le dottrine
tradizionali designano come lo «stato primordiale»; ma quando l’essere è
pervenuto a questo stato, che appartiene ancora al dominio dell’individualità
umana (ed è il punto di comunicazione di quest’ultima con gli stati superiori),
le differenziazioni che danno origine alle diverse funzioni «specializzate»
scompaiono, pur se, o piuttosto, proprio perché esse tutte vi hanno ugualmente
la loro origine; è a questa sorgente comune che bisogna risalire per possedere
in tutta la sua pienezza
89
ciò che comporta l’esercizio di qualsiasi
funzione. Se consideriamo la storia dell’umanità come viene insegnata dalle
dottrine tradizionali, ossia in conformità con le leggi cicliche, dobbiamo dire
che l’uomo, all’origine, quando era nel pieno possesso del suo stato
d’esistenza, possedeva naturalmente le facoltà corrispondenti a tutte le
funzioni, anteriormente a ogni loro distinzione. La divisione delle funzioni si
produsse in uno stadio ulteriore e ormai inferiore allo «stato primordiale»,
nel quale però ogni essere umano, pur non avendo più che determinate
possibilità, possedeva ancora spontaneamente, di esse, una coscienza effettiva.
Soltanto in una fase di maggiore oscuramento tale coscienza venne a perdersi e
da allora l’iniziazione diventò necessaria per permettere all’uomo di
ritrovare, con questa coscienza, lo stato anteriore al quale esso è legata; è
questo infatti il primo dei suoi scopi, quello che essa si pone più
immediatamente. Perché ciò sia possibile è necessaria una trasmissione risalente,
attraverso una «catena» ininterrotta, fino allo stato da ricostituire, e così,
di gradino in gradino, fino allo «stato primordiale» vero e proprio; ma, poiché
l’iniziazione non vi si arresta, e i «piccoli misteri» non sono che la
preparazione ai «grandi misteri», ovvero alla presa di possesso degli stati
superiori dell’essere, è necessario risalire oltre le origini stesse
dell’umanità.
Di fatto, non c’è vera iniziazione, anche al
grado più elementare e inferiore, senza l’intervento di un elemento «non
umano», il quale è, secondo quanto abbiamo esposto in altre occasioni,
l’«influenza spirituale» regolarmente comunicata per mezzo del
90
rito iniziatico. Le cose stando a questo modo,
appare chiaramente fuori luogo una ricerca «storica» dell’origine
dell’iniziazione, questione sprovvista di ogni significato, così come senza
significato è la ricerca dell’origine dei mestieri, delle arti e delle scienze
nella loro concezione tradizionale e «legittima»; arti, scienze e mestieri
derivano ugualmente, attraverso differenziazioni e adattamenti molteplici ma
secondari, dallo «stato primordiale», il quale li contiene tutti in principio.
Per questa ragione essi sono legati agli altri ordini d’esistenza al di là
della stessa umanità, ciò che d’altra parte è necessario perché essi possano,
ognuno al suo livello e nella propria misura, concorrere effettivamente alla
realizzazione del piano del Grande Architetto dell’Universo.
91
LE CONTRAFFAZIONI
DELL’IDEA TRADIZIONALE *
Abbiamo già altre volte richiamato
l’attenzione sul carattere di «contraffazione» che implica l’abuso fatto, ai
giorni nostri, di parole come «principi», «tradizione», «religione» e altre
ancora, abuso il più delle volle incosciente, certo, ma che nondimeno risponde
nettamente ai piani di sovversione di ogni ordine normale secondo i quali è
diretta tutta la mentalità attuale.
Potremmo anche dire che questo carattere si
ritrova, in modo molto più generale e sotto varie forme, in tutto il complesso
che costituisce propriamente la civiltà moderna, in cui, sotto ogni punto di
vista, tutto appare sempre più artificiale, snaturato e falsificato; molti che
fanno oggi la critica di questa civiltà ne sono d’altronde colpiti, anche se
non sanno andare
* Études
Traditionnelles, n. 203, novembre 1936. (R.S.T.,
n. 4-5)
92
al fondo delle cose e non hanno il minimo
sospetto di quanto si nasconde in realtà dietro di essa.
Eppure sarebbe sufficiente, ci sembra, un po’
di logica per arrivare a concludere che se tutto è diventato artificiale la
mentalità a cui corrisponde questo stato di cose non deve essere essa stessa
meno artificiale di tutto il resto, ed essere «fabbricata» e non spontanea;
fatta questa semplice riflessione, si dovrebbe essere in grado di vedere gli
indizi concordanti in questo senso moltiplicarsi da ogni parte e quasi
indefinitamente; ma dobbiamo credere che purtroppo sia ben difficile sfuggire
in modo così completo alle «suggestioni» a cui abbiamo fatto allusione ed a cui
il mondo moderno in quanto tale deve la sua esistenza.
Abbiamo già anche detto che questo carattere
di «contraffazione» costituisce di per sé un «marchio» assai significativo
dell’origine reale di ciò che lo porta, vale a dire di tutta quanta la
deviazione moderna, della quale mette bene in evidenza la natura veramente
«satanica».
Ci siamo abbastanza ampiamente spiegati in
altre occasioni sul significato che intendiamo attribuire a quest’ultima parola
perché esista ancora il pericolo d’un equivoco: essa si applica in ultima
analisi a tutto ciò che è negazione e sovversione dell’ordine, in qualsivoglia
dominio; ed è quanto. senza il minimo dubbio, possiamo constatare guardandoci
attorno. Ma, nello stesso tempo, non bisogna dimenticare che questo spirito di
negazione è anche, ed in qualche modo per necessità, spirito di menzogna; esso assume
ogni travestimento, spesso il più inatteso, per non essere riconosciuto per
quel che è, o addirittura per farsi passare per il contrario di ciò che è, e
proprio
93
qui si manifesta la «contraffazione»: non si
dice infatti che «Satana è lo scimiottatore di Dio», ed anche che «si
trasfigura in angelo della luce»?
Ciò vuol dire che egli imita a suo modo,
alterandolo e falsandolo al fine di farlo sempre servire ai suoi scopi, proprio
quello a cui vuole opporsi: farà così in modo che il disordine prenda
l’apparenza di un falso ordine, dissimulerà la negazione di ogni principio con
l’affermazione di falsi principi, e così via. Naturalmente, tutto ciò non potrà
mai essere altro, in fondo, che simulacro e persino caricatura, ma presentati
abbastanza abilmente in modo che la immensa maggioranza degli uomini si lasci
ingannare: e come stupirsi di ciò quando si vede come le soperchierie, anche le
più grossolane, riescono facilmente ad imporsi alla folla e come, al contrario,
è poi difficile arrivare a disingannarla? «Vulgus vult decipi», dicevano
già gli antichi: e certamente si è sempre trovato qualcuno, anche se mai tanti
come ai giorni nostri, disposto ad aggiungere: «ergo decipiatur!».
Ma, nonostante tutto, chi dice contraffazione
dice parodia, trattandosi quasi di sinonimi: vi è invariabilmente, in tutte le
cose di questo genere, un elemento grottesco che può essere più o meno
apparente, ma che, in ogni caso, non dovrebbe sfuggire a osservatori anche poco
perspicaci, se le «suggestioni» che essi subiscono inconsciamente non
abolissero la loro naturale perspicacia a questo riguardo.
Questo è il punto su cui la menzogna, per
abile che sia, non può fare a meno di tradirsi: e, beninteso, anche questo è un
«marchio» d’origine, inscindibile dalla contraffazione, e che normalmente deve
permettere di riconoscerla come tale.
94
Se volessimo qui citare degli esempi fra le
diverse manifestazioni dello spirito moderno non avremmo che l’imbarazzo della
scelta, a partire dagli pseudo-riti «civici» e «laici» che hanno preso ovunque
tanto sviluppo in questi ultimi anni e che mirano a fornire alla massa un
sostituto puramente umano dei veri riti religiosi, fino alle stravaganze di un
sedicente «naturismo» che, a dispetto del suo nome, è non meno artificiale, per
non dire «antinaturale», delle inutili complicazioni dell’esistenza contro cui
ha la pretesa di reagire per mezzo di una ridicola commedia il cui vero scopo è
quello di far credere che lo «stato di natura» si confonde con l’animalità:
tutto, perfino il semplice riposo dell’essere umano, è ora minacciato di
snaturazione dall’idea contraddittoria, ma conforme all’egualitarismo
democratico, di una «organizzazione del riposo»! Abbiamo parlato
intenzionalmente di fatti conosciuti da tutti, appartenenti incontestabilmente
a ciò che si può chiamare «dominio pubblico», e che ciascuno può quindi
constatare senza fatica; non è forse incredibile che coloro i quali ne sentono,
non diciamo il pericolo, ma anche solo il ridicolo, siano tanto rari da
rappresentare delle vere eccezioni? «Pseudo-religione», si dovrebbe dire a
questo proposito, «pseudo-natura», «pseudo-riposo», e così via per tutto il
resto; se si volesse parlare strettamente secondo la verità si dovrebbe sempre
mettere la parola «pseudo» davanti alla designazione di ogni prodotto specifico
del mondo moderno per indicare ciò di cui si tratta in realtà: falsificazioni e
nient’altro, e falsificazioni il cui scopo è fin troppo evidente per coloro che
sono ancora capaci di riflettere.
95
Qualunque sia d’altronde l’idea particolare
che ognuno potrà farsi di ciò che è chiamato «Satana», secondo un punto di
vista teologico o no, tutto ciò non può cambiare nulla di quanto abbiamo detto,
perché è ben chiaro che le «personificazioni» non hanno importanza e non devono
in alcun modo intervenire in queste considerazioni. Ciò che bisogna considerare
è, da una parte, quello spirito di negazione che abbiamo definito
precedentemente e nel quale «Satana» si risolve metafisicamente,
indipendentemente dalle forme speciali che può rivestire per manifestarsi in
questo o quel dominio, e, dall’altra, ciò che lo rappresenta propriamente e lo
«incarna», per così dire, nel mondo terrestre in cui noi osserviamo la sua
azione, e non è altro che quanto abbiamo chiamato «contro-iniziazione». È da
notare che diciamo «contro-iniziazione» e non «pseudo-iniziazione»: in effetti
non bisogna confondere il contraffattore con la contraffazione, e la
«pseudo-iniziazione» in fondo non è che uno dei tanti esempi possibili di contraffazione,
analogo a quanti abbiamo già indicati in differenti campi, anche se, dal punto
di vista da cui ci poniamo, in quanto contraffazione dell’iniziazione, presenta
importanza più particolare della contraffazione di qualsiasi altra cosa. In
realtà la «pseudo-iniziazione» non è che uno dei prodotti dello stato di
disordine e di confusione provocato, nell’epoca attuale, dall’azione «satanica»
che ha il suo punto di partenza cosciente nella «contro-iniziazione»: essa può
essere, in modo incosciente, uno strumento di quest’ultima, ma può anche, ad un
certo grado, essere uno strumento di tutte le altre contraffazioni, se si
considerano queste ultime come altrettanti mezzi che portano alla realizzazione
dello stesso piano di
96
sovversione, anche se ognuna recita
esattamente la parte che le è assegnata nell’insieme: la qual cosa, del resto,
costituisce anch’essa una sorta di contraffazione dell’ordine e dell’armonia
contro cui tutto il piano è diretto.
Prendiamo in esame la «contro-iniziazione»:
essa non è una contraffazione, bensì qualcosa di molto reale nel suo ordine ‑
come è fin troppo ben dimostrato dall’azione che esercita effettivamente ‑ e
che pretende di opporsi alla vera iniziazione, non di imitarla; questa pretesa,
d’altronde, è necessariamente un’illusione, come abbiamo già detto, essendole
il dominio spirituale assolutamente interdetto, e non potendo essa andare in
nessun caso al di là del «mondo intermedio», vale a dire del dominio psichico,
che del resto è, sotto ogni rapporto, il campo d’influenza privilegiato di
«Satana» nell’ordine umano; ma l’intenzione tuttavia esiste, con l’implicito
partito preso di andare propriamente in direzione opposta a quella
dell’iniziazione.
Quanto alla «pseudo-iniziazione», essa non è
che una di quelle parodie di cui abbiamo parlato poco fa, il che significa che
di per sé essa non è niente, che è priva di ogni realtà profonda, o, se
vogliamo, che il suo valore intrinseco non è né positivo, come quello
dell’iniziazione, né negativo come quello della «contro-iniziazione», ma
semplicemente nullo; se pertanto essa non si riduce ad un gioco più o meno
inoffensivo, come si potrebbe credere in queste condizioni, ciò si deve alle
ragioni che abbiamo esposto, in modo generale, circa il vero carattere delle
contraffazioni e dell’ufficio a cui sono destinate; e bisogna ancora
aggiungere, in questo caso speciale, che i riti, in virtù della loro natura
«sacra», nel senso più
97
stretto della parola, sono qualcosa che non è
mai possibile simulare impunemente. Torniamo così alla questione più precisa
delle contraffazioni «pseudo-tradizionali», e di ciò che ne fa la gravità tutta
particolare, gravità che evidentemente raggiunge il suo massimo quando esse
attaccano il lato più «interiore» della tradizione e ciò che ne costituisce lo
spirito stesso, cioè il dominio esoterico o iniziatico.
Si può osservare che la «contro-iniziazione»
cerca di introdurre i suoi agenti nelle organizzazioni «pseudo-iniziatiche»,
che essi «ispirano» così all’insaputa dei loro membri ordinari, ed anche, quasi
sempre, dei loro capi apparenti, i quali non sono meno incoscienti degli altri
di ciò a cui servono effettivamente; ma bisogna dire che li introduce anche in
maniera analoga dovunque possa, per esempio in quei «movimenti» politici o
simili a cui altre volte abbiamo fatto allusione, e fin nell’interno delle organizzazioni
autenticamente iniziatiche o religiose, nelle quali però lo spirito
tradizionale sia troppo indebolito perché esse siano in grado di opporsi a una
simile insidiosa penetrazione. Pertanto, a parte questo ultimo caso che le
permette di esercitare direttamente un’azione dissolvente, le organizzazioni
«pseudo-iniziatiche» sono senza dubbio quelle che soprattutto devono attirare
l’attenzione della «contro-iniziazione» ed essere l’oggetto di sforzi più
particolari da parte sua, proprio perché l’opera che essa si propone di
compiere è soprattutto antitradizionale, e perché anzi è questa, in definitiva,
la sua natura e il suo scopo. È d’altronde molto probabilmente per questa
ragione che esistono tanti legami fra le manifestazioni «pseudo-iniziatiche» e
una quantità di altre cose, che a prima vista sembrerebbero non avere con esse
alcun rapporto, ma che sono tipiche dello spirito
98
moderno sotto qualcuno dei suoi aspetti più
accentuati: perché mai in effetti, se non fosse così, gli «pseudo-iniziati»
avrebbero costantemente una parte così importante in tutte queste cose?
Si potrebbe dire che fra gli strumenti o i
mezzi di ogni genere messi in opera a questo scopo, la «pseudo-iniziazione»,
per la sua stessa natura, deve logicamente occupare il primo posto; non è che
un ingranaggio, beninteso, ma un ingranaggio che può comandarne molti altri,
che da esso ricevono in qualche modo l’impulso. Anche sotto questo aspetto si
manifesta la contraffazione: la «pseudo-iniziazione» imita cioè la funzione di
motore invisibile che nell’ordine normale appartiene in proprio all’iniziazione;
ma si badi bene: l’iniziazione rappresenta veramente e legittimamente lo
spirito, animatore principiale di tutte le cose, mentre in ciò che riguarda la
«pseudo-iniziazione» lo spirito è di necessità assente.
Ne risulta immediatamente che l’azione così
esercitata, invece di essere realmente «organica», non può avere che un
carattere puramente «meccanico», ciò che d’altronde giustifica pienamente il
paragone dei meccanismi, testé impiegato; ed è proprio questo il carattere che
si ritrova ovunque in modo evidente nel mondo moderno, in cui la macchina
diviene sempre più importante e l’essere umano stesso è ridotto in ogni sua
attività ad apparire sempre più simile ad un automa, poiché gli è stata tolta
ogni spiritualità. Ma proprio qui appare chiaramente tutta l’inferiorità delle
produzioni artificiali, anche se un’abilità «satanica» ha presieduto alla loro
elaborazione: si possono, è vero, fabbricare delle macchine, ma non degli
esseri viventi, perché, ancora una volta, è lo spirito che manca e mancherà
sempre.
Abbiamo parlato di «motore invisibile», e, a
parte
99
che anche sotto questo riguardo la volontà di
imitazione non può fare a meno di manifestarsi, è in questa specie di
«invisibilità», per quanto relativa, che risiede il vantaggio incontestabile
che la «pseudo-iniziazione» ha, nel rappresentare la propria parte, su tutto
quanto presenti un carattere più «pubblico». Non si può dire che in generale le
organizzazioni «pseudo-iniziatiche» si prendano molta cura di dissimulare la
loro esistenza; ve ne sono addirittura alcune che arrivano a fare una
propaganda del tutto incompatibile con le loro pretese esoteriche: ma
nonostante ciò esse sono ancora quanto vi è di meno appariscente e di più
adatto all’esercizio di una azione «discreta», ed è quindi con esse che la
«contro-iniziazione» può entrare più direttamente in contatto senza timore che
il suo intervento possa rischiare di essere smascherato; tanto più che in
questi ambienti è sempre facile trovare qualche mezzo per parare alle
conseguenze di una indiscrezione o di una imprudenza. Bisogna anche dire che
una gran parte del pubblico, pur conoscendo più o meno l’esistenza di
organizzazioni «pseudo-iniziatiche», non sa bene di che cosa si tratti, ed è
poco disposto ad annettere ad esse una qualche importanza, non vedendovi che
delle semplici «eccentricità» senza alcuna seria conseguenza; e questa
indifferenza serve involontariamente anch’essa i medesimi disegni, almeno
quanto potrebbe fare un segreto più rigoroso.
Abbiamo cercato di far capire il più
esattamente possibile la parte, anche se incosciente, rappresentata dalla
«pseudo-iniziazione», e la vera natura dei suoi rapporti con la
«contro-iniziazione»: bisognerebbe ancora aggiungere che quest’ultima può, almeno
in certi casi, trovare nella prima un ambiente di osservazione e di selezione
per nuovi elementi da reclutare, ma non è il caso di insistere su questo punto.
100
Ciò di cui non è possibile dare un’idea, anche
approssimativa, è la molteplicità e la complessità incredibile delle
ramificazioni che esistono di fatto fra tutte queste cose, di cui solo uno
studio diretto e dettagliato potrebbe permettere di rendersi conto; ma è chiaro
che qui è soprattutto il «principio», per così dire, che ci interessa.
Tuttavia, non ci fermeremo a questo punto: abbiamo visto perché l’idea
tradizionale è contraffatta dalla «pseudo-iniziazione»; ora ci resta da
esaminare più precisamente come ciò avviene, ed è quanto vedremo nella seconda
parte di questo studio.
Uno dei mezzi più semplici che le
organizzazioni «pseudo-iniziatiche» abbiano a propria disposizione ad uso dei
loro aderenti è certamente il «sincretismo», che consiste, come abbiamo già
altre volte spiegato, nel raffazzonare elementi presi un po’ dovunque, e
nell’ordinarli in qualche modo, superficialmente, senza alcuna reale
comprensione di ciò che essi rappresentano veramente nelle diverse tradizioni a
cui appartengono. Dovendo dare a questo nucleo non ancora omogeneo una certa
apparenza di unità per poterlo presentare come «dottrina», se ne raggrupperanno
gli elementi attorno ad alcune «idee direttrici», che non saranno di origine
tradizionale; si tratterà, al contrario. di concezioni generalmente profane e
moderne, e quindi propriamente antitradizionali; citeremo a titolo d’esempio
l’idea di «evoluzione», che ha molto spesso un ruolo preminente a questo
proposito.
È chiaro come le cose risultino
particolarmente aggravate da quanto abbiamo detto: non si tratta più solo della
costituzione di una specie di «mosaico» di frammenti tradizionali, che tutt’al
più rappresenterebbe
101
un lavoro inutile, ma in sostanza inoffensivo;
bensì di un travisamento e di una manipolazione di elementi presi a prestito,
al fine di attribuire loro un significato tale da accordarsi all’«idea
direttrice», in netto contrasto con la tradizione. Si può ammettere, tuttavia,
che coloro i quali operano in questo senso possano anche non essere del tutto
coscienti di ciò che fanno: bisogna infatti tenere sempre presente la parte che
può avere l’incomprensione pura e semplice, ed anche, soprattutto, il risultato
delle «suggestioni» di cui abbiamo parlato, che possono mietere le prime
vittime proprio fra questi «pseudo-iniziati», prima ancora che essi
contribuiscano ad inculcarle ad altri; ma questa incoscienza non modifica per
nulla i risultati, e non attenua affatto il pericolo che proviene da un tal
genere di cose, che non sono per questo meno adatte a servire gli scopi che si
propone la «contro-iniziazione». Non tratteremo direttamente il caso in cui
agenti della «contro-iniziazione» abbiano provocato o ispirato, con un
intervento più o meno diretto, la formazione di «pseudo-tradizioni». Si
potrebbero certamente portare vari esempi di fatti del genere, ma resterebbe
sempre assai difficile identificare sicuramente questi agenti con coloro che
appaiono come i creatori apparenti e conosciuti di queste forme
«pseudo-iniziatiche», poiché è evidente che la prudenza li obbliga a celarsi
sempre, per quanto possibile, dietro a semplici strumenti incoscienti.
Quando parliamo di incoscienza, intendiamo
dire soprattutto che coloro i quali elaborano una «pseudo-tradizione» ignorano,
il più delle volte, lo scopo a cui serve in realtà: per quanto riguarda il
valore ed il carattere di questa produzione ci è più difficile ammettere
102
in loro una completa buona fede: anche se può
succedere che talvolta siano vittime, almeno in parte, di una illusione.
Bisogna anche, molto spesso, tener conto di certe «anomalie» di ordine psichico
che complicano ancora le cose, e che, del resto, costituiscono un terreno
particolarmente favorevole allo sviluppo ed al potenziamento di influenze e
suggestioni di ogni genere; è sufficiente far notare la funzione nient’affatto
trascurabile che tante volte «veggenti» ed altri «sensitivi» hanno avuto a
questo proposito. Ma, malgrado tutto, si arriva quasi sempre a un punto in cui
la soperchieria cosciente ed il ciarlatanismo diventano, per i dirigenti di una
organizzazione «pseudo-iniziatica», una specie di necessità: ciò avviene, ad
esempio, quando qualcuno finisce per accorgersi di quale sia la reale
provenienza di certi elementi tradizionali; il che li mette nella necessità di
dover ammettere di non essere altro che semplici profani. In questo caso, essi
non esitano di solito ad invertire i rapporti e a dichiarare audacemente che è
proprio la loro «tradizione» a rappresentare la «sorgente» comune di tutte
quelle che hanno plagiato; e anche se non arrivano a convincere tutti, trovano
pur sempre degli ingenui che li credono sulla parola, in numero sufficiente a far
sì che la loro posizione di «capi scuola», a cui generalmente tengono al di
sopra di ogni altra cosa, non rischi d’essere seriamente compromessa: tanto più
che badano abbastanza poco alla qualità dei loro «discepoli», e la quantità
sembra loro ben più importante; ciò che d’altronde sarebbe già sufficiente a
mostrare quanto siano lontani dall’avere la più elementare nozione di quello
che realmente sono l’esoterismo e l’iniziazione.
103
Inutile dire che quanto stiamo descrivendo non
risponde solo a delle possibilità più o meno ipotetiche, bensì a fatti reali e
provati; a citarli tutti, ci troveremmo a dover allungare quasi indefinitamente
la nostra trattazione, ed abbastanza inutilmente, in fondo; ci basti fare
qualche esempio caratteristico. Così, è stato per mezzo del processo
«sincretista» di cui abbiamo parlato, che ha avuto modo di formarsi una falsa
«tradizione orientale», quella dei teosofisti, che di orientale non ha altro
che una terminologia mal compresa e male applicata; e siccome questo mondo è
sempre «diviso contro se stesso», per citare la parola del Vangelo, gli
occultisti francesi, per spirito di opposizione e di «concorrenza», edificarono
a loro volta una falsa «tradizione occidentale» dello stesso genere, in cui
molti elementi, in particolare quelli presi a prestito dalla Cabbala, per la
loro origine difficilmente potrebbero esser definiti occidentali, se non fosse
per il modo particolare in cui essi li interpretano.
I primi presentarono la loro «tradizione» come
l’espressione della «saggezza antica»; i secondi, di pretese forse un po’ più
modeste, cercarono soprattutto di far passare il loro «sincretismo» per una
«sintesi»; pochi infatti hanno abusato di quest’ultima parola quanto essi. Se i
primi si mostrarono più ambiziosi, è forse perché vi furono, all’origine del
loro «movimento», delle influenze piuttosto misteriose di cui essi stessi non
avrebbero saputo certamente determinare la natura reale; per quanto riguarda i
secondi, essi sapevano fin troppo bene che non vi era nulla dietro di loro, e
che la loro opera non era veramente nient’altro che quella di alcune
individualità ridotte ai loro propri limiti: se capitò
104
che in seguito «qualcos’altro» si introdusse
anche là dentro, ciò non avvenne che più tardi; non sarebbe difficile applicare
a questi due casi, considerati sotto questo rapporto, quanto abbiamo detto poco
fa, lasciando a ciascuno la cura di trarne le dovute conseguenze.
Ben inteso, non vi è mai stata alcuna
tradizione che sì sia potuta veramente chiamare «orientale» o «occidentale»,
essendo queste denominazioni evidentemente troppo vaghe per potersi applicare
ad una forma tradizionale definita, poiché, a meno di risalire alla Tradizione
Primordiale che qui è fuori causa per delle ragioni fin troppo facili a
comprendere, e che d’altronde non è né orientale né occidentale, vi sono e vi
saranno sempre molte e differenti forme tradizionali sia in Oriente che in
Occidente. Altri hanno pensato bene, per ispirare più facilmente fiducia, di
appropriarsi del nome stesso di qualche tradizione realmente esistita in
un’epoca più o meno lontana, e di farne il frontespizio di una costruzione
stravagante quanto le precedenti, poiché, anche utilizzando naturalmente tutto
quello che arrivano a sapere della tradizione che hanno scelto, sono d’altronde
obbligati a completare questi dati sempre molto frammentari, e spesso anche in
parte ipotetici, ricorrendo ad altri elementi presi in prestito qua e là, o
magari del tutto immaginari.
In ogni caso, un esame anche superficiale di
tutte queste produzioni è sufficiente a mostrarne lo spirito specificamente
moderno che le anima, e che si traduce invariabilmente nella presenza di
qualcuna di quelle «idee direttrici» di cui abbiamo parlato; non sarebbe quindi
neppure il caso di spingere le ricerche più in là, o di prendersi la briga di
determinare esattamente
105
e in dettaglio la provenienza di questo o
quell’elemento, dell’insieme, poiché questa sola constatazione è già più che
sufficiente a dimostrare senz’ombra di dubbio che ci si trova d’innanzi ad una
pura e semplice contraffazione.
Uno dei migliori esempi che si possa trovare
di quest’ultimo caso, è quello dato dalle varie organizzazioni che, all’epoca
attuale, si definiscono «rosicruciane», e che, naturalmente, non mancano di
essere in contraddizione le une con le altre, e magari di combattersi più o
meno apertamente, tutte con la pretesa di rappresentare una stessa ed unica
«tradizione». Noi ci sentiamo pienamente d’accordo con esse, quando denunciano
le altre concorrenti accusandole di essere illegittime e fraudolente; e d’altronde
capita spesso che in queste dispute, tanto più strane in quanto sorgono in
ambienti in cui non si fa altro che parlare di «fratellanza universale»,
vengano alla luce documenti davvero poco edificanti sul conto degli uni e degli
altri!
Ad ogni modo. non si è mai vista tanta gente
attribuirsi la qualifica di «rosicruciani», o addirittura di «Rosa-Croce», come
da quando non ve ne sono più di autentici; arriviamo a dire che questo fenomeno
dello «pseudo-rosicrucianismo» costituisce veramente una delle migliori prove
che tanto queste designazioni, quando la forma speciale a cui esse erano
legate, non sono più in uso in alcuna iniziazione che abbia conservato fino a
questo momento un’esistenza effettiva. In realtà, se esistesse ancora qualche organizzazione
veramente rosicruciana avrebbe certamente a disposizione i mezzi necessari per
distruggere tutte queste contraffazioni anche senza dover ricorrere a pubbliche
denuncie; ma è molto meno pericoloso
106
farsi passare per la continuazione di qualcosa
che appartiene completamente al passato, soprattutto poi quando non esiste
possibilità di smentita, in quanto l’organizzazione in questione è sempre stata
avvolta da una certa oscurità, al punto che non se ne conosce bene né la fine,
né l’origine; e chi infatti, fra il pubblico profano o anche fra gli
«pseudo-iniziati», può sapere cosa fu realmente la tradizione che si qualificò,
durante un certo periodo, rosicruciana? Analoghe considerazioni potrebbero anche
applicarsi all’abuso che vien fatto attualmente, di nomi designanti certe
«personificazioni», nomi che in altri tempi furono impiegati da organizzazioni
iniziatiche; il fatto stesso che questo abuso sia possibile, porta a concludere
che l’uso legittimo è definitivamente scomparso. Per contro, tutto quanto
abbiamo detto non riguarda un caso come quello della così detta «Grande Loggia
Bianca» di cui, come abbiamo già fatto notare diverse volte, si parla sempre
più di frequente, poiché tale denominazione non ha mai avuto il minimo
carattere autenticamente tradizionale; se questo nome convenzionale può servire
a mascherare qualcos’altro, in ogni caso non è certamente nell’ambito
iniziatico che bisogna cercare.
È stato spesso criticato il sistema usato da
certuni, i quali relegano i «Maestri» di cui si dicono i fiduciari in qualche
regione più o meno inaccessibile dell’Asia centrale, o altrove; si tratta
effettivamente di un modo piuttosto facile per rendere certe asserzioni
inverificabili; ma non è il solo, e la lontananza nel tempo può anche, sotto
questo aspetto, servire esattamente quanto la lontananza nello spazio. Così,
altri non esitano a pretendere di essere depositari di tradizioni scomparse da
secoli, o magari da migliaia di
107
anni; è pur vero che, a meno di arrivare ad
affermare che queste tradizioni si sono perpetuate per tutto questo tempo in
modo così segreto e nascosto che solo loro hanno potuto ritrovarne le tracce,
questo li priva dell’apprezzabile vantaggio di rivendicare una filiazione
diretta e continua, che in tal caso non avrebbe neanche più l’apparenza di
verosimiglianza che può ancora avere quando si tratta di una forma in fondo
abbastanza recente com’è la tradizione rosicruciana; ma questo difetto non pare
che abbia per loro molta importanza, poiché ignorano in modo così completo le
vere condizioni dell’iniziazione, da immaginare che un semplice collegamento
«ideale» possa sostituire un collegamento effettivo; per quanto concerne la
trasmissione iniziatica ci siamo già sufficientemente spiegati, perché sia il
caso di ritornare nuovamente sull’argomento. È d’altronde evidente che una
tradizione si presterà tanto meglio a «ricostituzioni» di fantasia, quanto più
essa è perduta e dimenticata, e quanto meno si sa circa il significato reale
delle vestigia che ne rimangono, che potranno così venire interpretate a
piacimento; ed ognuno non vi metterà naturalmente che quanto è conforme alle
proprie idee; certamente questa è la ragione per cui, sotto questo rapporto, la
tradizione egizia è stata così «sfruttata», e tanti «pseudo-iniziati» di scuole
così differenti le testimoniano una predilezione che altrimenti non si
giustificherebbe. Dobbiamo precisare, per evitare ogni falsa applicazione di
quanto diciamo, che queste considerazioni non riguardano affatto i riferimenti
all’Egitto o altre cose del genere, che possono trovarsi anche in certe
organizzazioni iniziatiche, ma che hanno unicamente un valore di «leggende»
simboliche, senza alcuna pretesa di rifarsi a simili
108
origini; noi consideriamo qui solo il caso di
una restaurazione, valida come tale, di una tradizione o di una iniziazione che
non esiste più, restaurazione che d’altronde, anche nell’ipotesi impossibile di
qualcosa di assolutamente completo ed esatto, non avrebbe ancora in se stessa
altro interesse che quello di una semplice curiosità archeologica.
Ci limiteremo a queste considerazioni,
ritenendole più che sufficienti a far capire cosa sono, in generale, tutte
queste contraffazioni «pseudo-iniziatiche» dell’idea tradizionale: un miscuglio
più o meno coerente ‑ piuttosto meno che più ‑ di elementi in parte presi a
prestito, in parte inventati; il tutto dominato dalle concezioni
anti-tradizionali proprie dello spirito moderno, che in definitiva non servirà
ad altro che a diffondere queste concezioni facendole passare per tradizionali,
e cioè proprio per il contrario di quello che sono; per non parlare
dell’inganno insito nel definire come «iniziazione» una cosa avente un
carattere puramente profano, o meglio «profanatore».
Se dopo quanto abbiamo detto ci venisse fatto
osservare, come circostanza attenuante, che in questo genere di cose malgrado
tutto c’è pur sempre qualche elemento di sicura provenienza tradizionale,
risponderemmo questo: ogni imitazione, per farsi accettare, deve naturalmente
prendere almeno qualcuno dei tratti che essa simula, ma è proprio questo fatto
che ne aumenta ancora il pericolo; la menzogna più abile ed anche più funesta
non è proprio quella che mescola il vero ed il falso inestricabilmente, cercando
di utilizzare quello per il trionfo di questo?
109
LE ARTI E LA LORO CONCEZIONE
TRADIZIONALE *
Spesso abbiamo insistito sul fatto che le
scienze profane non sono nient’altro che il prodotto di una degenerazione
relativamente recente, dovuta all’incomprensione delle antiche scienze
tradizionali, o piuttosto di alcune di esse solamente, essendo le altre
completamente cadute nell’oblio. Lo stesso discorso vale anche per le arti; del
resto, la distinzione tra queste e le scienze era in passato molto meno
accentuata che oggi; il termine latino artes veniva talvolta anche
applicato alle scienze e, nel medioevo, l’enumerazione delle «arti liberali»
comprendeva attività che i moderni farebbero rientrare nell’una e nell’altra
categoria. Basterebbe già da sola questa osservazione per dimostrare che l’arte
era allora altra cosa da ciò che si intende attualmente con questa parola e che
essa comportava una vera e propria conoscenza con la quale faceva in qualche
modo tutt’uno; e tale conoscenza non poteva essere evidentemente che dello
stesso ordine delle scienze tradizionali.
Solo così si può comprendere perché, in certe
organizzazioni iniziatiche del medioevo, come quella dei
* Le Voile d’Isis,
aprile 1935. (R.S.T., n. 37, 54/55)
110
«Fedeli d’Amore», le «sette arti liberali»
fossero messe in corrispondenza con i «Cieli», cioè con stati che si
identificavano con i differenti gradi dell’iniziazione1. Occorreva a
tal fine che le arti, così come le scienze, fossero suscettibili di una
trasposizione che desse loro un vero valore esoterico; e ciò che rende
possibile tale trasposizione è la natura stessa delle conoscenze tradizionali,
le quali, a qualsiasi ordine appartengano, sono sempre essenzialmente collegate
ai principi trascendenti. Queste conoscenze ricevono così un significato che
può esser detto simbolico, perché si fonda sulla corrispondenza esistente tra i
diversi ordini della realtà; dev’essere però ben chiaro che non si tratta di
qualcosa che sarebbe venuto ad aggiungersi in modo accidentale, ma di ciò che
costituisce l’essenza profonda di ogni conoscenza normale e legittima, che è
quindi inerente alle scienze e alle arti sin dalla loro origine e le impregna
nella misura in cui non hanno subito una deviazione.
D’altronde non c’è da stupirsi che le arti
possano essere così intese se si pensa che gli stessi mestieri, secondo la
concezione tradizionale, servono di base ad un’iniziazione, così come l’abbiamo
precisato in un nostro articolo2. Dobbiamo inoltre ricordare quanto
dicemmo allora: la distinzione tra le arti e i mestieri è cose tipicamente
moderna, non essendo insomma che una conseguenza di quella degenerescenza che
ha fatto sorgere il punto di vista profano, il quale non è nient’altro che la
negazione stessa dello spirito tradizionale. In fondo, che si trattasse di arti
o di mestieri, era sempre questione, a livelli diversi, di applicazioni e di
messa in opera di certe conoscenze d’ordine superiore, di grado in grado
collegate alla conoscenza iniziatica
1. Cfr. L’esoterismo di Dante, cap.II.
2. L’iniziazione e i mestieri.
111
stessa; la diretta messa in opera della
conoscenza iniziatica riceveva anche il nome di arte, come risulta dalle
espressioni «arte sacerdotale» e «arte regia», riferentesi alle rispettive
applicazioni nei «grandi» e nei «piccoli misteri».
Se invece consideriamo le arti dando a questa
parola un’accezione più ristretta e nello stesso tempo più abituale, cioè
quella di «belle arti», possiamo dire, tenendo conto di quanto precede, che
ciascuna di esse deve costituire una specie di linguaggio simbolico adatto
all’espressione di certe verità tramite forme che sono per alcune d’ordine
visivo, per altre d’ordine auditivo o sonoro, donde la loro suddivisione
corrente nei due gruppi delle «arti plastiche» e delle «arti fonetiche». In
nostri precedenti studi, abbiamo spiegato che tale distinzione, come pure
quella esistente tra le due specie di riti corrispondenti e fondati sulle
stesse categorie di forme simboliche, si rapporta originariamente alla
differenza esistente tra le tradizioni dei popoli sedentari e quelle dei popoli
nomadi3. Che si tratti di arti dell’uno o dell’altro genere, è
facile constatare che esse presentano, in ogni civiltà, un carattere più
chiaramente simbolico nella misura in cui questa civiltà stessa è più
strettamente tradizionale, poiché a costituire il loro vero valore non è tanto
ciò che esse sono in se stesse quanto le possibilità d’espressione che
forniscono oltre a quelle, limitate, del linguaggio ordinario. In una parola,
le loro produzioni sono innanzitutto destinate a servire da «supporti» alla
meditazione, da «punti d’appoggio» per una comprensione la più profonda e la
più estesa possibile, il
3. Vedere l’articolo Caino e Abele del
gennaio 1932, ed anche Il rito e il simbolo del febbraio 1935 (diventati
rispettivamente il capitolo XXII di Il regno della quantità e i segni dei
tempi ed il capitolo XVI di Aperçus sur l’Initiation).
112
che è la ragion d’essere stessa di ogni
simbolismo4; e tutto, sin nei minimi particolari, dev’essere dettato
da questa esigenza e subordinato a tale fine, senza alcun inutile fronzolo,
privo di significato o destinato ad avere una funzione semplicemente
«decorativa» o «ornamentale»5.
È evidente che tale concezione è la più
lontana possibile da tutte le teorie moderne e profane dell’arte, si tratti di
quella dell’«arte per l’arte», per la quale, in fondo, l’arte è tale solo
quando non significa niente; o di quella dell’«arte moralizzatrice», la quale
non vale evidentemente di più ai fini della conoscenza. L’arte tradizionale non
è nemmeno un «gioco», secondo l’espressione cara a certi psicologi, o un mezzo
per procurare all’uomo una sorta di speciale piacere, qualificato come «superiore»
senza che se ne sappia troppo bene il motivo, poiché, trattandosi di un
piacere, il tutto si riduce a una questione di pure preferenze individuali tra
le quali non si può logicamente stabilire una gerarchia; e non è neppure vana
declamazione sentimentale, per la quale il linguaggio ordinario è di certo più
che sufficiente, senza che ci sia affatto bisogno di ricorrere a forme più o
meno misteriose o enigmatiche e in tutti i casi molto più complicate di ciò che
dovrebbero esprimere. Il che ci permette di ricordare, essendo una di quelle
cose su cui non si insiste mai troppo, la perfetta nullità delle
interpretazioni «morali» che alcuni pretendono di dare ad ogni simbolismo,
compreso lo stesso simbolismo iniziatico: se si trattasse veramente solo di
banalità del genere, non si comprende
4. Corrisponde alla nozione indù del pratîkâ,
il quale non è un «idolo» e nemmeno un prodotto dell’immaginazione o della
fantasia individuale: queste due interpretazioni occidentali, in qualche modo
contrastanti, sono entrambe egualmente false.
5. Il degenerare di certi simboli in «motivi
ornamentali», dovuto alla perdita della comprensione del loro significato, è
uno dei segni caratteristici della deviazione profana.
113
né perché né come ci si sia sempre preoccupati
di «velarle» in qualche modo, cosa a cui non si pensa mai quando sono enunciate
dalla filosofia profana; non sarebbe allora meglio dire senz’altro che non
esistono né simbolismo né iniziazione?
Ciò detto, ci si può domandare quali sono, tra
le diverse scienze tradizionali, quelle da cui le arti dipendono più
direttamente, il che, beninteso, non esclude che esse abbiano anche rapporti
più o meno costanti con le altre, poiché, qui, tutto è strettamente connesso e
si ricollega necessariamente all’unità fondamentale della dottrina, la quale
non può essere distrutta o anche solo intaccata dalla molteplicità delle sue
applicazioni; la concezione di scienze strettamente «specializzate» e del tutto
separate le une dalle altre è nettamente antitradizionale, in quanto esprime
una mancanza di principio; essa è caratteristica dello spirito «analitico» che
ispira e regge le scienze profane, mentre ogni visione tradizionale non può
essere che essenzialmente «sintetica». Si può tuttavia affermare che ciò che
costituisce la base di tutte le arti è principalmente un’applicazione della
scienza del ritmo nelle sue diverse forme, scienza che a sua volta si ricollega
direttamente a quella dei numeri; e dev’essere ben chiaro che quando parliamo
della scienza dei numeri non si tratta affatto dell’aritmetica profana così
come è compresa dai moderni, ma di qualcosa di cui gli esempi più noti si
trovano nella Cabbala e nel Pitagorismo, ed il cui equivalente esiste anche, sotto
forme diverse e con sviluppi più o meno estesi, in tutte le dottrine
tradizionali.
Quanto abbiamo detto è soprattutto evidente
nel caso delle arti «fonetiche», le cui
produzioni sono tutte costituite da insiemi di ritmi che si dispiegano nel
tempo; e la poesia deve al suo carattere ritmico il fatto d’esser stata
primitivamente il modo d’espressione
114
rituale del «linguaggio degli Dei» o della
«lingua sacra» per eccellenza6, funzione di cui essa conservò
qualcosa sino ad un’epoca a noi relativamente vicina, quando non s’era ancora
inventata la «letteratura»7. Quanto alla musica, non è il caso
d’insistervi, essendo la sua base numerica ancora ammessa dagli stessi moderni,
sebbene in un modo falsato in seguito alla perdita dei dati tradizionali;
anticamente, ed un esempio chiarissimo ci è fornito dall’Estremo Oriente,
potevano essere apportate nella musica delle modifiche solo in accordo con
certi cambiamenti che si verificavano nello stato del mondo a seconda dei vari
periodi ciclici, poiché i ritmi musicali erano intimamente connessi all’ordine
umano e sociale e nello stesso tempo all’ordine cosmico, ed esprimevano anche
in un certo modo i rapporti tra loro esistenti: la concezione pitagorica
dell’«armonia delle sfere» si ricollega a questo ordine di idee.
Per le arti plastiche, le cui produzioni si
collocano nello spazio, tale dipendenza non appare così immediatamente, eppure
essa non è meno rigorosamente vera; solo che, qui, il ritmo è fissato per così
dire in modo simultaneo, invece di svilupparsi in successione come nei casi
precedenti. Lo si può comprendere facilmente tenendo presente che, in questo
secondo gruppo, l’arte tipica e fondamentale è l’architettura, di cui le altre,
quali la scultura e la pittura, non sono insomma,
6. Veder l’articolo Il linguaggio degli uccelli,
del novembre 1931 (ripubblicato in Les symboles fondamentaux de la science
sacrée, cap. VII).
7. È assai curioso che gli «eruditi» moderni siano
giunti ad applicare la parola «letteratura» indistintamente ad ogni scritto,
comprese le Sacre Scritture, che essi pretendono di studiare allo stesso titolo
di tutto il resto e con gli stessi metodi; e, quando parlano di «poemi biblici»
o di «poemi vedici», ignorando completamente quel che era la poesia per gli
antichi, il loro intento è ancora e sempre quello di ridurre tutto a qualcosa
di puramente umano.
115
almeno secondo la loro destinazione
originaria, che arti da essa dipendenti; ora, nell’architettura, il ritmo si
esprime direttamente nelle proporzioni esistenti fra le diverse parti della
costruzione, ed anche nelle forme geometriche, le quali non sono in definitiva
che la traduzione spaziale dei numeri e dei loro rapporti . Evidentemente,
anche qui, la geometria deve essere considerata in un modo ben diverso da
quello dei matematici profani e la sua anteriorità rispetto all’architettura
costituisce una più completa smentita nei confronti di coloro che vogliono
attribuire alla geometria un’origine «empirica» ed utilitaria; è questo un
esempio del modo in cui, come abbiamo innanzi spiegato, le scienze, nella
concezione tradizionale, sono tra loro collegate, sì da poter essere giudicate
come espressioni di una stessa verità enunciata con linguaggi diversi: si
tratta cioè di un’applicazione del tutto naturale di quella «legge delle
corrispondenze» che è il fondamento stesso di ogni simbolismo.
Queste poche nozioni, per quanto sommarie e
incomplete, saranno almeno sufficienti per far comprendere ciò che vi è di più
essenziale nella concezione tradizionale delle arti e ciò che le differenzia
profondamente dalla concezione profana, sia riguardo al loro fondamento, in
quanto applicazioni di certe scienze, sia al loro significato, in quanto
modalità diverse del linguaggio simbolico, e sia riguardo al loro fine, in
quanto mezzi per aiutare l’uomo ad avvicinarsi alla vera conoscenza.
116
LE CONDIZIONI
DELL’ESISTENZA CORPOREA *
Secondo il Sankhya di Kapila, esistono
cinque tanmâtra o essenze elementari percettibili (o piuttosto
«concepibili») idealmente, ma incomprensibili e inafferrabili in nessuna
modalità della manifestazione universale, non essendo esse manifestate: per
questa ragione è impossibile attribuire loro denominazioni particolari, poiché
non possono essere definite da alcuna rappresentazione formale. Questi tanmâtra
sono i principi potenziali, o, per impiegare un’espressione che ricorda la
dottrina di Platone, le «idee-archetipi» sia dei cinque elementi del mondo
materiale fisico, sia, beninteso, d’una indefinità d’altre modalità
dell’esistenza manifestata, corrispondenti analogicamente a questi elementi nei
gradi molteplici dell’esistenza; e, secondo la
* Pubblicato nella rivista La Gnose, n. di
gennaio 1912. (R.S.T., n. 35)
117
medesima corrispondenza, queste idee
principiali implicano anche in potenza, rispettivamente, le cinque condizioni
le cui combinazioni costituiscono le delimitazioni di quella particolare
possibilità di manifestazione che noi chiamiamo esistenza corporea. Per cui, i
cinque tanmâtra o idee principiali sono gli elementi «essenziali», le
cause primordiali dei cinque elementi «sostanziali» della manifestazione
fisica, i quali non ne sono che determinazioni particolari, modificazioni
esteriori. Nella modalità fisica, essi s’esprimono nelle cinque condizioni in
cui si articolano le leggi dell’esistenza corporea1; leggi
intermediarie tra il principio e la conseguenza, che traducono la relazione tra
la causa e l’effetto (relazione nella quale si può vedere la causa come attiva
e l’effetto come passivo) o tra l’essenza e la sostanza, considerate come l’àlef
e il tau i due punti estremi della modalità di manifestazione che si
prende in considerazione (i quali, nell’universalità della loro estensione, lo
sono ugualmente per ogni altra modalità). Ma né l’essenza né la sostanza
appartengono per se stesse al dominio di questa manifestazione, non più di
quanto le due estremità dello Yin-Yang siano contenute nel piano della
curva ciclica; esse sono al di qua e al di là di questo piano ed è perciò che,
in realtà, la curva dell’esistenza non è mai chiusa.
I cinque elementi del mondo fisico2
sono, come si
1. I cinque tanmâtra non si possono tuttavia
ritenere manifestati da queste condizioni, non più che dagli elementi e dalle
qualità sensibili a questi corrispondenti; ma, al contrario, è dai cinque tanmâtra
(in quanto principio, supporto e fine) che sono manifestate tutte queste cose,
così come tutto ciò che risulta dalle loro indefinite combinazioni.
2. Ciascuno di questi elementi primitivi viene
denominato bhûta, da bhû, «essere», più particolarmente con il
senso di «sussistere»; questo termine bhûta implica dunque una
determinazione sostanziale, che ben corrisponde, in effetti, alla nozione di
elemento corporeo.
118
sa, l’Etere (Âkâsha), l’Aria (Vâyu),
il Fuoco (Têjas), l’Acqua (Apa), e la Terra (Prithvî);
l’ordine nel quale sono enumerati è quello del loro sviluppo, conformemente
all’insegnamento del Vêda3. Si è voluto sovente assimilare
gli elementi ai differenti stati o gradi di condensazione della materia fisica,
producentisi a cominciare dall’Etere primordiale omogeneo che riempie tutta
l’estensione unendo così tra loro tutte le parti del mondo corporeo; secondo
questa prospettiva si fa corrispondere, procedendo dal più denso al più
sottile, cioè nell’ordine inverso a quello della loro differenziazione, la
Terra allo stato solido, l’Acqua allo stato liquido, l’Aria allo stato gassoso,
e il Fuoco a uno stato ancor più rarefatto, assai simile allo «stato radiante» recentemente
scoperto dai fisici e da essi studiato, con i loro speciali metodi di
osservazione e sperimentazione. Questo punto di vista contiene certamente una
parte di verità, ma è troppo sistematico, ovvero troppo particolareggiato, e
l’ordine che stabilisce tra gli elementi differisce dal precedente in un punto,
giacché colloca il Fuoco prima dell’Aria immediatamente dopo l’Etere, come se
fosse il primo elemento a differenziarsi in seno a questo centro cosmico
originario. Al contrario, secondo l’insegnamento conforme alla dottrina
ortodossa, viene prima l’Aria, ed essa, quale elemento neutro (non contenente
che in potenza la dualità attivo-passiva), produce in se stessa,
differenziandosi per polarizzazione (facendo passare questa dualità dalla
potenza all’atto), il Fuoco, elemento attivo, e l’Acqua, elemento passivo (si
potrebbe anzi dire «reattivo», cioè agente in modo riflesso, correlativamente
all’azione «spontanea» del suo elemento complementare), l’azione e reazione
reciproca
3. L’origine dell’Etere e dell’Aria, non è
menzionata nel testo dei Vêda dove si parla della genesi degli altri tre
elementi (Chhândogha Upanishad), ma è indicata in un altro passaggio (Taittiriyaka
Upanishad).
119
dei quali danno vita (per una sorta di
cristallizzazione o precipitazione residuale) alla Terra, «elemento terminale e
finale» della manifestazione corporea. Potremmo considerare più giustamente gli
elementi come differenti modalità vibratorie della materia fisica, modalità con
le quali essa si rende percettibile successivamente (in successione puramente
logica beninteso)4 a ciascuno dei sensi della nostra individualità
corporea; d’altronde, tutto ciò sarà sufficientemente spiegato e giustificato
dalle considerazioni che esporremo nel seguito di questo studio.
Dobbiamo, innanzitutto, stabilire che l’Etere
e l’Aria sono elementi distinti, contrariamente a quanto sostengono alcune
scuole eterodosse5; ma per rendere più comprensibile quanto diremo
su questa questione, ricorderemo subito che le cinque condizioni alle quali è
sottomessa l’esistenza corporea sono lo spazio, il tempo, la materia, la forma
e la vita. Di conseguenza, per riunire in una sola definizione l’enunciazione
di queste cinque condizioni, si può dire che un corpo è «una forma materiale
vivente nel tempo e nello spazio»; d’altronde quando impieghiamo l’espressione
«mondo fisico» è sempre come sinonimo di «dominio della manifestazione
corporea»6. L’enunciazione di tali condizioni
4. In effetti, non possiamo pensare in nessun modo
di accettare una concezione del genere di quella della «statua ideale» che ha
immaginato Condillac nel suo Traité des Sensations.
5. Particolarmente le scuole Jaina, Bauddha
e Charvaka, con le quali la maggior parte dei filosofi atomisti greci
concorda su questo punto; è necessario tuttavia fare un’eccezione per
Empedocle, il quale ammette i cinque elementi, ma li suppone nel seguente
ordine di sviluppo: l’Etere, il Fuoco, la Terra, l’Acqua e l’Aria; non vi
insisteremo oltre, perché non ci proponiamo d’esaminare qui le opinioni delle
varie scuole greche di «filosofia fisica».
6. La mancanza d’espressioni adeguate, nelle lingue
occidentali, costituisce sovente una grande difficoltà per l’esposizione del
pensiero metafisico, come abbiamo già più volte fatto notare.
120
nell’ordine innanzi esposto è solo provvisoria
e non pregiudica per nulla le relazioni tra loro esistenti, almeno fintantoché
non avremo determinato le loro rispettive corrispondenze con i cinque sensi e
con i cinque elementi, ì quali d’altronde, sono tutti parimenti sottomessi
all’insieme di queste cinque condizioni.
1° Âkâsha, l’Etere, che è considerato
come l’elemento più sottile e quello da cui procedono tutti gli altri
(formando, in rapporto alla sua unità primordiale, un quaternario di
manifestazione), occupa tutto lo spazio fisico, così come abbiamo detto7;
tuttavia, non è immediatamente attraverso di esso che questo spazio è
percepito, e la sua qualità particolare non è l’estensione, ma il suono. Ciò
richiede qualche spiegazione. In effetti, l’Etere, considerato in se stesso è
primitivamente omogeneo; la sua differenziazione, che genera gli altri elementi
(cominciando dall’Aria) ha origine da un movimento elementare producentesi, a
partire da un punto iniziale qualsiasi, in questo ambiente cosmico indefinito.
Questo movimento elementare è il prototipo del movimento vibratorio della
materia fisica; dal punto di vista spaziale esso si propaga intorno al suo
punto di partenza in modo isotropo, cioè mediante onde concentriche producendo
un vortice elicoidale che si sviluppa in tutte le direzioni dello spazio: ne risulta
la figura di una sfera indefinita che non si chiude mai. Per stabilire i
rapporti che uniscono tra di loro le differenti condizioni dell’esistenza
corporea, così come le abbiamo precedentemente enumerate, aggiungeremo che
questa forma sferica è il prototipo di tutte le forme: essa le contiene tutte
in potenza, e la sua prima differenziazione
7. «L’Etere, che è diffuso dappertutto, penetra
nello stesso tempo l’esteriore e l’interiore delle cose» (Shankarâchârya,
citato nel nostro studio Il Demiurgo).
121
in modo polarizzato può essere rappresentata
dalla raffigurazione dello Yin-Yang, com’è facile rendersene conto
riferendosi, per esempio, alla concezione simbolica dell’Androgino di Platone8.
Il movimento, anche il più elementare, suppone
necessariamente lo spazio, come pure il tempo, e si può egualmente dire ch’esso
è in qualche modo la risultante di queste due condizioni, poiché ne dipende
necessariamente, come l’effetto dipende dalla causa (nella quale è contenuto in
potenza)9; ma non è il movimento elementare in se stesso che ci dà
la percezione immediata dello spazio (o più esattamente dell’estensione). In
effetti, è molto importante rilevare che, quando parliamo del movimento che si
produce nell’Etere dando inizio ad ogni differenziazione, si tratta
esclusivamente del movimento elementare, che possiamo chiamare movimento
ondulatorio o vibratorio semplice (di lunghezza d’onda e di periodo
infinitesimale), per indicare il suo modo di propagazione (che è uniforme nello
spazio e nel tempo), o piuttosto la sua rappresentazione geometrica; è
solamente considerando gli altri elementi che potremo individuare le complesse
modificazioni di questo movimento vibratorio, modificazioni che corrispondono per
noi ai diversi ordini di sensazioni. Ciò è tanto più importante in quanto è
precisamente su questo punto che si basa tutta la distinzione fondamentale tra
le qualità proprie dell’Etere e quelle dell’Aria.
Dobbiamo chiederci ora quale sia, tra le
sensazioni corporee, quella che ci fornisce il carattere sensibile
8. Ciò potrebbe anche essere avvalorato da diverse
considerazioni d’ordine embriologico, che ci allontanerebbero troppo dal nostro
argomento, per cui ci limitiamo a questo semplice accenno.
9. Tuttavia, sia ben chiaro che il movimento non
può cominciare, nelle condizioni spaziale e temporale che ne rendono possibile
la produzione, che per l’azione (attività esteriorizzata, in modo riflesso)
d’una causa principiale la quale è indipendente da queste condizioni (vedere
oltre).
122
del movimento vibratorio, che ce lo fa
percepire in modo diretto, senza passare attraverso l’una o l’altra delle
diverse modificazioni di cui è suscettibile. Ora, la fisica elementare stessa
ci insegna che queste condizioni sono adempiute dalla vibrazione sonora, la cui
lunghezza d’onda e velocità di propagazione10 sono comprese nei
limiti apprezzabili dalla nostra percezione sensibile; di conseguenza, si può
dunque dire, che è il senso dell’udito a percepire direttamente il movimento
vibratorio. Si potrà senza dubbio obiettare che non è la vibrazione eterica a
essere percepita in modo sonoro, bensì la vibrazione di un ambiente gassoso,
liquido o solido; tuttavia è anche vero che è l’Etere che costituisce
l’ambiente originario di propagazione del movimento vibratorio, il quale, per
entrare nei limiti di percettibilità che corrispondono all’estensione della
nostra facoltà uditiva, deve solamente essere amplificato, onde propagarsi
attraverso un ambiente più denso (materia ponderabile), senza perdere per questo
il suo carattere di movimento vibratorio semplice (ma la sua lunghezza d’onda e
il suo periodo non saranno più infinitesimali). Per manifestare così la qualità
sonora, è necessario che questo movimento la contenga già in potenza
(direttamente)11 nel suo ambiente originario, l’Etere; di
conseguenza, questa qualità, allo stato potenziale (d’indifferenziazione
primordiale), ben costituisce la natura caratteristica
10. La velocità, in un movimento qualsiasi, è in
ogni momento il rapporto tra lo spazio percorso ed il tempo impiegato a
percorrerlo; e in questa formula generale, tale rapporto (costante o variabile
a seconda che il movimento sia o no uniforme) esprime la legge determinante del
movimento considerato (vedere più oltre).
11. Invero esso possiede in potenza le altre
qualità sensibili, ma indirettamente, poiché non le può manifestare, ovvero
produrle in atto, che mediante differenti complesse modificazioni
(l’amplificazione non costituendone al contrario che una modificazione
semplice, la prima di tutte).
123
dell’Etere in rapporto alla nostra sensibilità
corporea12.
D’altra parte, se si ricerca quale sia fra i
cinque sensi quello per cui il tempo ci è più particolarmente manifesto, è
facile rendersi conto che è il senso dell’udito; è questo d’altronde un fatto
che può essere verificato sperimentalmente da tutti coloro che sono abituati a
controllare l’origine rispettiva delle loro diverse percezioni.
La ragione ne è la seguente: perché il tempo
possa essere percepito materialmente (cioè entrare in relazione con la materia,
specialmente in ciò che concerne il nostro organismo corporeo), occorre che
diventi misurabile essendo questa, nel mondo fisico, una caratteristica propria
di ogni qualità sensibile (allorché la si consideri in quanto tale)13;
ora, il tempo non è misurabile direttamente per noi, poiché non è divisibile in
se stesso, e noi non concepiamo la misura che attraverso la divisione, almeno
in modo usuale e sensibile (poiché si possono concepire tuttavia altri modi di
misura, per esempio l’integrazione). Il tempo non sarà dunque reso misurabile
se non esprimendolo in funzione di una variabile divisibile; e, come vedremo
più avanti, questa variabile non può essere che lo spazio, la divisibilità
12. D’altronde, questa qualità sonora appartiene
pure agli altri quattro elementi, non più come qualità propria o
caratteristica, ma in quanto essi procedono tutti dall’Etere; ogni elemento,
procedendo immediatamente da quello che vien prima nella serie del loro
sviluppo, è percepibile dai sensi corrispondenti ai precedenti elementi e, in
più dal senso che corrisponde alla sua propria natura particolare.
13. Questo carattere è implicito per la presenza
della materia fra le condizioni dell’esistenza fisica; ma per realizzare la
misura, è allo spazio che dobbiamo rapportare tutte le altre condizioni, così
come abbiamo visto per il tempo; noi misuriamo anche la materia con la
divisione, ed essa non è divisibile se non in quanto è estesa, cioè situata
nello spazio (vedere più avanti per la dimostrazione dell’assurdità della
teoria atomista).
124
essendo una qualità essenzialmente inerente a
questo. Di conseguenza, per misurare il tempo, bisognerà considerarlo in quanto
entra in relazione con lo spazio, combinandosi con esso in qualche modo, e il
risultato di questa combinazione sarà il movimento, nel quale, lo spazio
percorso, essendo la somma di una serie di spostamenti elementari considerati
in modo successivo (cioè precisamente nella condizione temporale), è funzione14
del tempo impiegato per percorrerlo; la relazione che esiste tra questo spazio
e questo tempo esprime la legge del movimento considerato15
Inversamente, il tempo potrà allora esprimersi ugualmente in funzione dello
spazio, invertendo il rapporto considerato precedentemente; ciò equivarrà a
considerare il movimento come una rappresentazione spaziale del tempo. La sua
rappresentazione più naturale sarà quella che si tradurrà numericamente
attraverso la funzione più semplice; esso sarà dunque un movimento oscillatorio
(rettilineo o circolare) uniforme (cioè di velocità o di periodo oscillatorio
costante) che non può essere inteso se non come una sorta di amplificazione
(implicante d’altronde una differenziazione rispetto alle direzioni dello
spazio) del movimento vibratorio elementare; poiché questo è anche il carattere
della vibrazione sonora, si comprenderà immediatamente come sia proprio
l’udito, tra i sensi, a procurarci la percezione del tempo.
Dobbiamo però aggiungere che, se lo spazio e
il tempo sono le condizioni necessarie del movimento, non ne sono affatto le
cause prime; sono essi stessi degli effetti, per mezzo dei quali si manifesta
il movimento,
14. Nel senso matematico di quantità variabile
dipendente da un’altra.
15. È la formula della velocità, di cui abbiamo
parlato precedentemente, e che, considerata in ogni istante (cioè in funzione
di variazioni infinitesimali del tempo e dello spazio) rappresenta la derivata
dello spazio rispetto al tempo.
125
che a sua volta è un effetto (secondario
rispetto a questi due, che in tal senso possono essere ritenuti come le sue
cause immediate, poiché è da essi condizionato) delle stesse cause essenziali,
che contengono potenzialmente l’integralità di tutti i loro effetti e che si
sintetizzano nella causa totale e suprema, concepita come la Potenza
Universale, illimitata e incondizionata16. D’altra parte, affinché
il movimento possa attuarsi,
16. Ciò è chiaramente espresso nel simbolismo
biblico in una sua speciale applicazione cosmogonica al mondo fisico: Qaïn
(«il forte e possente trasformatore, colui che centralizza, afferra e assimila
a sé») corrisponde al tempo, Habel («il dolce e pacifico liberatore,
colui che libera e distende, che evapora, che sfugge dal centro») allo spazio,
e Sheth («la base e il fondo delle cose») al movimento (vedere le opere
di Fabre d’Olivet). La nascita di Qaïn precede quella d’Habel,
cioè la manifestazione percettibile del tempo precede (logicamente), quella
dello spazio, così come il suono è la qualità sensibile che si sviluppa per
prima. L’assassinio d’Habel da parte di Qaïn rappresenta allora
la distruzione apparente, nell’esteriorità delle cose, della simultaneità da
parte della successione; la nascita di Sheth è consecutiva a questo
assassinio e come condizionata da ciò che esso rappresenta. Tuttavia Sheth,
o il movimento, non procede affatto da Qaïn e da Habel, o dal
tempo e dallo spazio, benché la sua manifestazione sia una conseguenza
dell’azione dell’uno sull’altro (considerando allora lo spazio passivo rispetto
al tempo); ma, come essi, nasce da Adam stesso, cioè procede
direttamente, come essi, dall’esteriorizzazione delle potenze dell’Uomo
Universale, che l’ha, come dice Fabre d’Olivet, «generato, per mezzo della sua
facoltà assimilatrice, nella sua ombra riflessa».
Il tempo, nei suoi tre aspetti di passato, presente
e futuro, unisce tra loro tutte le modificazioni, considerate come successive,
di ciascuno degli esseri ch’esso conduce, attraverso la Corrente delle Forme,
verso la Trasformazione finale; analogamente, Shiva, sotto l’aspetto di Mahâdêva,
dai tre occhi e brandendo il trishûla (tridente), si tiene al centro
della Ruota delle Cose. Lo spazio prodotto dall’espansione delle potenzialità
del punto principiale e centrale, fa coesistere nella sua unità la molteplicità
delle cose, che, considerate (esteriormente e analiticamente) come simultanee,
sono tutte contenute in esso e penetrate dall’Etere che le riempie interamente;
similmente Vishnu, sotto l’aspetto di Vâsudêva, manifesta le
cose, penetrandole nella loro essenza intima, con molteplici modificazioni,
ripartite sulla circonferenza della Ruota delle Cose, senza che l’unità
126
occorre che vi sia qualcosa che venga mosso,
in altri termini, una sostanza (nel senso etimologico della parola)17
sulla quale esso si eserciti; ciò che viene mosso è la materia, la quale
interviene nella produzione del movimento soltanto come una condizione
puramente passiva. Le reazioni della materia sottoposta al movimento (la
passività implica sempre una reazione) sviluppano in essa le differenti qualità
sensibili, le quali, come già abbiamo detto, corrispondono agli elementi le cui
combinazioni costituiscono quella modalità della materia che sappiamo essere
(in quanto oggetto, non di percezione, ma di pura concezione)18 il substratum
della manifestazione fisica. In questo dominio, l’attività non è dunque
inerente alla materia, né ad essa spontanea, ma le appartiene in un modo
riflesso, in quanto questa materia coesiste con lo spazio ed il tempo, ed è
questa attività della materia in movimento a costituire, non la vita in se
stessa, ma la manifestazione della vita nel dominio che qui consideriamo. Il
primo effetto di tale attività è di dare a questa materia la forma, essendo
necessariamente informe fintantoché rimane nello stato omogeneo e
indifferenziato, che è quello dell’Etere primordiale; essa è solamente
suscettibile di assumere tutte le forme che sono contenute in potenza
nell’estensione integrale della sua possibilità particolare19. Si
può dunque
della sua Essenza suprema ne sia alterata (cfr. Bhagavad-Gîtâ,
X). Infine, il movimento, o meglio il «mutamento» è la legge di ogni
modificazione o diversificazione nel manifestato, legge ciclica ed evolutiva,
che manifesta Prajâpati, o Brahmâ considerato come «il Signore
delle Creature», che è anche «il Sostanziatore e il Sostenitore organico».
17. Ma non nel senso in cui l’intende Spinoza.
18. Cfr. il dogma dell’«Immacolata Concezione»
(vedere: Abdul Hadi, Pages dediées à Mercure, «Études Traditionnelles»
d’agosto e settembre 1946).
19. Vedere Le Demiurge (citazione dal Vêda).
127
dire che è anche il movimento a determinare la
manifestazione della forma in modo fisico o corporeo; e, come ogni forma
procede per differenziazione dalla forma sferica primordiale, così ogni
movimento può ridursi a un insieme di elementi di cui ciascuno è un movimento
vibratorio elicoidale il quale si differenzierà dal vortice sferico elementare
soltanto quando lo spazio non sarà più considerato come isotropo.
2°. Vâyu è l’Aria, più particolarmente
l’Aria in movimento (considerata come principio del movimento differenziato20),
poiché questa parola, nel suo significato primitivo, designa propriamente il
soffio o il vento21. La mobilità è dunque ritenuta la natura
caratteristica di questo elemento, che costituisce la prima differenziazione a
partire dall’Etere primordiale (e che, come questo, è neutro, poiché la
polarizzazione esteriore si produrrà solo nella dualità dei complementari Fuoco
e Acqua). Questa prima differenziazione necessita un movimento complesso,
costituito da un insieme di movimenti vibratori elementari, determinante una
rottura dell’omogeneità dell’ambiente cosmico, e propagantesi lungo certe
particolari e determinate direzioni a partire dal suo punto d’origine.
Prodottasi questa differenziazione,
20. Questa differenziazione implica anzitutto
l’idea di una o più particolari direzioni nello spazio, come vedremo in
seguito.
21. La parola Vâyu deriva dalla radice
verbale vâ, andare, muoversi (che si è conservata sin nel francese: il
va; mentre le radici i e gâ, che si riferiscono alla stessa
idea, si ritrovano rispettivamente nel latino ire e nell’inglese to
go). Analogicamente, l’aria atmosferica, in quanto ambiente
circondante il nostro corpo e percepibile dal nostro organismo, ci è resa
sensibile dal suo spostamento (stato cinetico ed eterogeneo) prima che ne
percepiamo la pressione (stato statico e omogeneo). Ricorderemo che Aer
(dalla radice àlef, resc, la quale si riferisce più particolarmente al
movimento rettilineo) significa, secondo Fabre d’Olivet, «ciò che conferisce a
ogni cosa il principio del movimento».
128
lo spazio non deve più esser considerato
isotropo; esso può, invece, essere riferito a un insieme di più direzioni
definite, prese come assi di coordinate, e che, servendo a misurarlo in una
porzione della sua estensione, ed anche, teoricamente, nella sua totalità,
rappresentano appunto le direzioni dello spazio. Questi assi di coordinate
costituiranno (almeno nella nozione ordinaria del cosiddetto spazio «euclideo»,
il quale corrisponde direttamente alla percezione sensibile dell’estensione
corporea) i tre diametri ortogonali dello sferoide indefinito comprendente
tutta l’estensione del suo dispiegamento, e il loro centro potrà essere un
punto qualsiasi di questa estensione, la quale sarà allora considerata come il
prodotto dello sviluppo di tutte le virtualità spaziali contenute in tale punto
(principialmente indeterminato). Occorre notare che il punto, in se stesso, non
è affatto contenuto nello spazio, né può essere in alcun modo condizionato da
questo, poiché è invece esso a crearlo dalla sua «ipseità» (sdoppiata o
polarizzata in essenza e sostanza)22: il che equivale a dire che lo
contiene in potenza: è lo spazio che procede dal punto e non è il punto ad
esser determinato dallo spazio; ma, secondariamente (ogni manifestazione o
modificazione esteriore non essendo che contingente e accidentale rispetto alla
sua «natura intima»), il punto determina se stesso nello spazio per realizzare
l’estensione attuale delle sue potenzialità d’indefinita moltiplicazione (di se
stesso da parte di se stesso). Si può ancora dire che questo punto primordiale
e principiale riempie
22. Nel dominio di manifestazione considerato,
l’essenza è rappresentata dal centro (punto iniziale) e la sostanza dalla
circonferenza (superficie indefinita d’espansione, terminale di questo punto);
cfr. il significato geroglifico della particella ebraica «àlef-tau»,
formata dalla prima e ultima lettera dell’alfabeto.
129
tutto lo spazio con lo spiegamento delle sue
possibilità (considerate in modo attivo nel punto stesso «effettuante»
dinamicamente l’estensione, e in modo passivo in questa stessa estensione
realizzata staticamente); esso si situa in questo spazio solamente quando è
considerato nelle particolari posizioni che è suscettibile di occupare, cioè in
quelle sue modificazioni che corrispondono precisamente a ognuna delle sue
possibilità speciali. Così, l’estensione esiste già allo stato potenziale nel
punto stesso; essa comincia ad esistere nello stato attuale solo quando questo
punto, nella sua prima manifestazione, si è già in qualche modo sdoppiato per
porsi di fronte a se stesso, perché si può parlare allora della distanza
elementare tra due punti (benché questi non siano in principio e in essenza che
un solo e medesimo punto), mentre che, quando si considerava un punto unico (o
piuttosto, quando si considerava il punto unicamente sotto l’aspetto dell’unità
principiale), non si potrebbe evidentemente parlare di distanza. Tuttavia,
bisogna far notare che la distanza elementare non è ciò che corrisponde a
questo sdoppiamento nel dominio della rappresentazione spaziale o geometrica
(la quale è per noi unicamente un simbolo). Metafisicamente, se si assume il
punto come rappresentazione dell’Essere nella sua unità e identità principiale,
cioè di Âtmâ considerato al di fuori di ogni condizione (o
determinazione) e di ogni differenziazione, l’esteriorizzazione di detto punto
(che può esser vista come una sua immagine, in cui si riflette), e la distanza
che li unisce (pur separandoli nel contempo) e che segna la relazione esistente
tra loro (relazione implicante un rapporto di causalità, reso geometricamente
dal senso della distanza, colta come un segmento avente una certa «direzione» e
andante dal punto-causa verso il punto-effetto), corrispondono rispettivamente
ai tre termini del ternario che abbiamo
130
distinto nell’Essere, considerato come
conoscente se stesso (cioè in Buddhi), termini che, al di fuori di
questa prospettiva, sono tra loro perfettamente identici e vengono designati Sat,
Chit, Ânanda.
Abbiamo detto che il punto è il simbolo
dell’Essere nella sua Unità; ciò può concepirsi nel seguente modo: se
l’estensione a una dimensione, o la linea, è misurata quantitativamente da un
numero a, la misura quantitativa dell’estensione a due dimensioni, o
della superficie, sarà a2, e quella dell’estensione a tre
dimensioni, o del volume, sarà a3. L’aggiungere una
dimensione all’estensione equivale dunque ad aumentare di un’unità l’esponente
della quantità corrispondente (che è la misura di questa estensione) e,
inversamente, togliere una dimensione all’estensione equivale a diminuire di
una unità questo stesso esponente; se si sopprime l’ultima dimensione, quella
della linea (e, conseguentemente, l’ultima unità dell’esponente),
geometricamente, rimane il punto, e, numericamente, resta a0,
cioè dal punto di vista algebrico, l’unità stessa, il che identifica
quantitativamente il punto a questa unità.
È dunque un errore credere, come ritengono
taluni, che il punto possa corrispondere numericamente allo zero, poiché il
punto costituisce già un’affermazione, quella dell’Essere puro (in tutta la sua
universalità); indubbiamente il punto non ha alcuna dimensione, perché, in se
stesso, non è affatto situato nello spazio, il quale, come abbiamo visto,
contiene solamente l’indefinità delle sue manifestazioni (o delle sue
determinazioni particolari); il punto, non avendo dimensioni, non ha neppure
una forma; ma dire che è informale non vuole affatto dire che esso sia nulla
(poiché così viene considerato lo zero da coloro che lo assimilano al punto), e
del resto, sebbene sia senza forma, esso contiene in potenza lo spazio, il
quale, realizzato in atto, sarà a
131
sua volta il contenente di tutte le forme (nel
mondo fisico almeno)23.
Abbiamo detto che l’estensione esiste in atto
dal momento che il punto si è manifestato esteriorizzandosi,
23. Ci si può render conto in modo elementare dello
sviluppo delle potenzialità spaziali contenute nel punto, osservando che lo
spostamento del punto genera la linea, che quello della linea genera la
superficie, la quale a sua volta genera il volume. Sennonché, questa
osservazione presuppone la realizzazione dell’estensione, compresa l’estensione
a tre dimensioni, poiché ciascuno degli elementi successivamente presi in
considerazione non può evidentemente produrre il seguente che spostandosi in
una dimensione che gli è attualmente esteriore (e rispetto alla quale esso si
trovava già situato); al contrario, tutti questi elementi sono realizzati
simultaneamente (il tempo essendo allora fuori causa) nello e attraverso il
dispiegamento originario dello sferoide indefinito e non chiuso che abbiamo
considerato, dispiegamento che si effettua del resto, non in un qualsiasi
spazio «attuale», ma in un puro vuoto privo di ogni attribuzione positiva, di
per se stesso improduttivo, ma che, in potenza passiva, è pieno di tutto ciò
che il punto contiene in potenza attiva (essendo, in qualche modo, l’aspetto
negativo di ciò di cui il punto è l’aspetto positivo). Questo vuoto,
saturo, in modo originariamente omogeneo ed isotropo, delle virtualità del
punto principiale, sarà l’ambiente (o, se si vuole, il «luogo geometrico») di
tutte le sue ulteriori modificazioni e differenziazioni, essendo quindi,
rispetto alla manifestazione universale, ciò che è l’Etere per il mondo fisico.
Il vuoto, così inteso, e in quella pienezza che trae integralmente
dall’espansione delle potenze attive del punto (le quali costituiscono gli
elementi di questa pienezza), ha una sua esistenza (diversamente, esso non
sarebbe, poiché il vuoto non può essere comunemente concepito che come una
«non-entità»); in tal modo, si differenzia totalmente dal «vuoto universale» (sarwa-shûnya)
di cui parlano i Buddisti, i quali pretendono del resto di identificarlo con
l’Etere, e ritenendo quest’ultimo come «non-sostanziale», non lo enumerano tra
gli elementi corporei. D’altronde, il vero «vuoto universale» non è il vuoto
che abbiamo ora considerato, il quale è suscettibile di contenere tutte le
possibilità dell’Essere (simboleggiate spazialmente dalle virtualità del
punto), ma, al contrario, tutto ciò che è al di fuori di esso e dove non può
più esser questione né di «essenza» né di «sostanza»; esso è propriamente il
Non-Essere (o lo zero metafisico) o più esattamente un aspetto di quest’ultimo,
che, del resto, comprende tutto quanto, nella Possibilità totale, non è suscettibile
di alcuno sviluppo in modo esteriore o manifestato e che, appunto per ciò, è
assolutamente inesprimibile.
132
poiché esso l’ha proprio in tal modo
realizzata; ma non bisogna credere che ciò conferisca all’estensione un inizio
temporale, perché si tratta di un punto di partenza puramente logico, di un
inizio ideale dell’estensione compresa nella sua integralità (e non limitata
alla sola estensione corporea)24. Il tempo interviene solo quando si
considerano le due posizioni del punto come successive, mentre che, d’altra
parte, la relazione di causalità esistente tra loro implica la loro
simultaneità; e, sempre considerando questa prima differenziazione sotto
l’aspetto della successione, cioè in modo temporale, la distanza che ne risulta
(come intermediaria tra il punto principiale e la sua riflessione esteriore, il
primo essendo supposto essersi immediatamente situato di fronte alla seconda)25
può esser considerata come misurante l’ampiezza del movimento vibratorio
elementare di cui abbiamo parlato in precedenza.
Tuttavia, se la simultaneità e la successione
non coesistessero, il movimento stesso non sarebbe possibile, perché, in tal
caso, o il punto mobile (o almeno considerato tale nel corso del suo processo
di modificazione) sarebbe là ove non è, il che è assurdo, o non sarebbe in
nessun luogo, il che equivale a dire che non vi sarebbe
24. Questa estensione corporea è la sola che
conoscono gli astronomi, che con i loro metodi d’osservazione non ne possono
studiare che una certa porzione; il che genera in loro l’illusione della
pretesa «infinità dello spazio», essendo portati, a motivo di una vera miopia
intellettuale a considerare «tendente all’infinito» tutto quanto è oltre la
portata della loro esperienza sensibile e che tuttavia, in realtà, è solamente
del semplice indefinito.
25. Questa localizzazione implica già, d’altronde,
un primo riflesso (precedente quello qui considerato), ma con il quale il punto
principiale si identifica con se stesso (determinandosi) per farne il centro
effettivo dell’estensione in via di attuazione, e a partire dal quale si
riflette, in seguito, in tutti gli altri punti (puramente virtuali rispetto ad
esso) di questa estensione che è il suo campo di manifestazione.
133
attualmente alcun spazio in cui il movimento
possa prodursi di fatto26.
È a ciò che si riducono insomma tutte le
argomentazioni che sono state avanzate contro la possibilità del movimento, in
specie da parte di certi filosofi greci; questo problema è d’altronde uno di
quelli che più mettono in imbarazzo gli studiosi e i filosofi moderni. La sua
soluzione è tuttavia molto semplice, ed è data, come l’abbiamo già indicato
altrove, dalla coesistenza della successione e della simultaneità: successione
nelle modalità della manifestazione, nello stato «attuale», ma simultaneità in
principio, nello stato «potenziale», le quali rendono possibile la
concatenazione logica delle cause e degli effetti (essendo ogni effetto
implicito e contenuto in potenza nella sua causa, la quale non è per nulla
alterata o modificata dall’attuazione di questo effetto)27. Dal
punto di vista fisico, la nozione di successione è connessa alla condizione
temporale, e quella della simultaneità alla condizione spaziale28; è
il movimento, risultante, nel suo passaggio dalla potenza all’atto, dall’unione
di queste due condizioni, che concilia (o equilibra) le suddette due nozioni,
facendo coesistere, in modo simultaneo dal punto di vista puramente spaziale
(il quale è essenzialmente statico), un corpo (l’identità
26. Effettivamente, il punto è un «certo luogo» non
appena si situi nello spazio (la sua potenzialità in modo passivo) per
realizzarlo, cioè farlo passare dalla potenza all’atto, e si determini in
questa stessa realizzazione, che ogni movimento, anche elementare, presuppone
necessariamente.
27. Leibnitz sembra aver almeno intravisto questa
soluzione quando formulò la sua teoria dell’«armonia prestabilita», la quale è
stata generalmente assai mal compresa da coloro che hanno voluto darne
un’interpretazione.
28. È mediante queste due nozioni (puramente ideali
quando non vengano considerate da questo particolare punto di vista, dal quale
solamente sono percepibili ai nostri sensi) che Leibnitz definì rispettivamente
il tempo e lo spazio.
134
essendo così conservata attraverso tutte le
modificazioni, contrariamente a quanto sostenuto dalla teoria buddista della
«dissoluzione totale») in una serie indefinita di posizioni (le quali sono
altrettante modificazioni di questo stesso corpo, accidentali e contingenti
rispetto a ciò che costituisce la sua realtà intima, sia sostanziale che
essenziale), posizioni che sono del resto successive dal punto di vista
temporale (il quale è cinetico nella sua relazione con quello spaziale)29.
D’altra parte, poiché il movimento «attuale»
suppone il tempo e la sua coesistenza con lo spazio, dobbiamo rilevare quanto
segue: un corpo può muoversi secondo l’una o l’altra delle tre dimensioni dello
spazio, o secondo una direzione che è una combinazione di queste tre
dimensioni, perché, qualunque sia la direzione (fissa o variabile) del suo
movimento, essa può sempre essere ricondotta ad un insieme più o meno complesso
di componenti dirette secondo i tre assi di coordinate cui può essere riferito
lo spazio considerato; inoltre, in tutti i casi, questo corpo si muove sempre e
necessariamente nel tempo. Di conseguenza, se si passa dalla successione alla
simultaneità, il tempo diventerà un’altra dimensione dello spazio; in altri
termini, sopprimere la condizione temporale equivale ad aggiungere una
dimensione supplementare allo spazio fisico, di cui il nuovo spazio così
ottenuto costituisce un prolungamento o un’estensione. Questa quarta dimensione
corrisponde dunque all’«onnipresenza» nel dominio considerato, ed è mediante
questa trasposizione nel «non-tempo»
29. È evidente che tutte queste posizioni
coesistono simultaneamente in quanto luoghi situati in una medesima estensione,
di cui esse costituiscono differenti porzioni (del resto quantitativamente
equivalenti), tutte egualmente suscettibili di essere occupate da uno stesso
corpo, il quale può essere considerato sia in ognuna di queste posizioni presa
isolatamente, sia in rapporto al loro insieme, al di fuori del punto di vista
temporale.
135
che si può concepire la «permanente attualità»
dell’Universo manifestato; in tal modo si spiegano anche (tenendo presente
d’altronde che tutte le modificazioni non possono assimilarsi al movimento, il
quale è solo una modificazione esteriore di un ordine particolare) tutti i
fenomeni che sono comunemente considerati miracolosi o sovrannaturali30,
e a torto, poiché essi appartengono pur sempre al dominio della nostra
individualità attuale (in una o l’altra delle sue molteplici
30. Vi sono fatti che appaiono inspiegabili solo
perché, per cercarne la spiegazione, non si esce dalle condizioni ordinarie del
tempo fisico. Ad esempio, si sostiene che, la ricostituzione subitanea di
tessuti organici lesionati, constatabile in certi casi riguardati come
«miracolosi», non sia naturale, perché contraria alle leggi fisiologiche
secondo cui avviene la rigenerazione di questi tessuti, la quale si opera
mediante generazioni (o bipartizioni) multiple e successive di cellule,
processo che esige necessariamente la collaborazione del tempo. Innanzitutto,
non è provato che una ricostituzione di questo genere, anche se subitanea, sia
realmente istantanea, cioè non richieda nessun tempo per
prodursi, ed è possibile che, in certe circostanze, la moltiplicazione delle
cellule venga resa molto più rapida che nei casi normali, sì da richiedere una
durata così ridotta da non essere colta dalla nostra percezione sensibile.
Inoltre, anche ammettendo che si tratti di un fenomeno veramente istantaneo,
è ancora possibile che, in certe particolari condizioni, diverse da quelle
ordinarie, ma nondimeno ugualmente naturali, questo fenomeno si compia in
effetti fuori del tempo (il che implica l’«istantaneità» in questione,
la quale, nei casi considerati, equivale alla simultaneità delle
bipartizioni cellulari multiple, o almeno si traduce così nella sua
corrispondenza corporea o fisiologica), o, se si preferisce, si compia nel
«non-tempo», mentre che, nelle condizioni ordinarie, si compie nel tempo.
Non vi sarebbe miracolo per chi potesse comprendere nel suo vero senso e
risolvere il seguente problema, molto più paradossale in apparenza che in
realtà: «com’è possibile, pur vivendo nel presente, far sì che un
avvenimento che si produsse nel passato non abbia avuto luogo?». Ed è
essenziale sottolineare che ciò (che non è più impossibile a priori che
impedire presentemente la realizzazione di un avvenimento nel futuro,
poiché il rapporto di successione non è un rapporto causale) non implica
affatto un ritorno nel passato in quanto tale (ritorno che sarebbe una
impossibilità, così come lo sarebbe pure un trasferimento nel futuro in quanto
tale), poiché non vi è evidentemente né passato, né futuro rispetto all’«eterno
presente».
136
modalità, quella corporea costituendone solo
una), dominio di cui la concezione del «tempo immobile» ci permette di
comprenderne integralmente l’intera indefinità31.
Ritorniamo ora alla concezione del punto
occupante tutta l’estensione con l’indefinità delle sue manifestazioni, cioè
delle sue molteplici e contingenti modificazioni. Sotto l’aspetto dinamico32,
queste devono considerarsi, nell’estensione (di cui esse sono tutti i punti),
come altrettanti centri di forza (ognuno dei quali è potenzialmente il centro
stesso dell’estensione), la forza non essendo nient’altro che l’affermazione
(in modo manifestato) della volontà dell’Essere, simboleggiato dal punto,
volontà che, in senso universale, costituisce la sua potenza attiva o la sua
«energia produttrice», la sua Shakti33, ad esso
indissolubilmente unita, e esercitantesi
31. A questo proposito, possiamo fare un’altra
osservazione sulla rappresentazione numerica di questa indefinità (continuando
a considerarla come simbolo spaziale): la linea è misurata, ossia rappresentata
quantitativamente, da un numero a alla prima potenza; poiché la sua
misura s’effettua prendendo la divisione decimale come base, si può porre a
= 10 n, Per cui si avrà per la superficie: a2 = 100 n2,
e per il volume: a3 = 1.000 n3; per l’estensione a
quattro dimensioni, occorrerà aggiungere un fattore a, e si avrà: a4
= 10.000 n4. Del resto, si può dire che tutte le potenze di 10
sono contenute virtualmente nella sua quarta potenza, così come il Denario,
manifestazione completa dell’Unità, è contenuto nel Quaternario.
32. Occorre notare che «dinamico» non è affatto
sinonimo di «cinetico»; il movimento può esser considerato come la conseguenza
di una certa azione della forza (rendendo così questa azione misurabile con un
corrispettivo spaziale, che permette di definirne l’intensità), ma non può
identificarsi a questa stessa forza; d’altronde, in altre modalità e in altre
condizioni, la forza (o la volontà) in azione produce evidentemente tutt’altra
cosa che il movimento, poiché, come l’abbiamo già notato, questo costituisce
solo un caso particolare tra le indefinite possibili modificazioni comprese nel
mondo esteriore, cioè nell’insieme della manifestazione universale.
33. Questa potenza attiva può d’altronde esser
colta sotto diversi aspetti: come potere creatore, essa viene chiamata Kriyâ-Shakti,
mentre
137
sul dominio d’attività dell’Essere, cioè,
sull’estensione stessa considerata passivamente o sotto l’aspetto statico (come
campo d’azione di uno di questi centri di forza)34. Così, in tutte
le sue manifestazioni e in ognuna di esse, il punto può essere riguardato
(rispetto a queste manifestazioni) come polarizzandosi in modo attivo e
passivo, o, se si preferisce, in modo diretto o riflesso35;
l’aspetto dinamico, attivo o diretto, corrisponde all’essenza, mentre l’aspetto
statico, passivo o riflesso, corrisponde alla sostanza36; ma,
beninteso, la considerazione di questi due aspetti (tra loro complementari) in
ogni modalità della manifestazione non altera
è denominata Jnâna-Shakti come potere di
conoscenza, e Ichchhâ-Shakti, come potere di desiderio, e così di
seguito, considerando l’indefinita molteplicità degli attributi manifestati
dall’Essere nel mondo esteriore, ma senza frazionare, nelle pluralità di questi
aspetti, l’unità della Potenza Universale, la quale è necessariamente
correlativa alla unità essenziale dell’Essere e dettata da questa stessa unità.
– Nell’ordine psicologico, questa potenza attiva è rappresentata da àlef,
scin, tau, la «facoltà volitiva» di àlef, jod, scin,
l’«uomo intellettuale» (vedere Fabre d’Olivet, La Langue hébraïque restituée).
34. La Possibilità Universale, considerata, nella
sua unità integrale (ma, beninteso, con riferimento alle sole possibilità di
manifestazione), come l’aspetto femminile dell’Essere (il cui aspetto maschile
è Purusha, che è l’Essere stesso nella sua identità suprema e «non-agente»),
si polarizza dunque in potenza attiva (Shakti) e potenza passiva (Prakriti).
35. Ma questa polarizzazione resterà potenziale
(dunque del tutto ideale, e non sensibile) fintantoché non esamineremo il
complementarismo attuale del Fuoco e dell’Acqua (restando entrambi, del resto,
polarizzati in potenza); prima, i due aspetti attivo e passivo possono essere
dissociati solo concettualmente, poiché l’aria è ancora un elemento neutro.
36. Di ogni punto dell’estensione, l’aspetto
statico è riflesso rispetto a quello dinamico, il quale è diretto in quanto
partecipa immediatamente dell’essenza del punto principiale (il che implica una
identificazione); quest’ultimo aspetto, tuttavia è riflesso rispetto al punto
principiale considerato di per se stesso nella sua indivisibile unità; non
bisogna mai perdere di vista che la considerazione dell’attività e delle
passività implica sempre una relazione o un rapporto tra due termini
reciprocamente complementari.
138
per nulla l’unità del punto principiale (né
quella dell’Essere di cui esso è il simbolo); e ciò permette di concepire
nettamente l’identità fondamentale dell’essenza e della sostanza, che sono,
come abbiamo detto all’inizio di questo studio, i due poli della manifestazione
universale.
L’estensione, nel nostro mondo fisico, dal
punto di vista sostanziale, non è affatto distinta dall’Etere primordiale (Âkâsha)
fintantoché non si produce un movimento complesso determinante una
differenziazione formale; ma l’indefinità delle combinazioni possibili dei
movimenti dà luogo in seguito, in questa estensione, all’indefinità delle forme
producentesi tutte per differenziazione, come abbiamo già detto, a partire
dalla forma sferica originaria. Il movimento, dal punto di vista fisico, è il
necessario fattore di ogni differenziazione, dunque la condizione di tutte le
manifestazioni formali, e anche, simultaneamente, di tutte le manifestazioni
vitali, essendo, nel dominio qui considerato, le une e le altre sottoposte
ugualmente al tempo e allo spazio, e presupponendo d’altra parte, un «substratum»
materiale, sul quale si esercita quell’attività che si traduce fisicamente con
il movimento.
È opportuno precisare che tutte le forme
corporee sono necessariamente viventi, poiché la vita, come la forma, è una
condizione propria di ogni esistenza fisica37; la vita fisica
comporta del resto una indefinità di gradi, e le sue suddivisioni generali, dal
nostro punto
37. Sia ben inteso che, reciprocamente, la vita,
nel mondo fisico, non può manifestarsi altrimenti che nelle forme: ma ciò non
toglie che sia possibile una vita informale al di fuori di questo mondo fisico;
non è tuttavia legittimo considerare la vita, sia pure in tutta l’indefinità
della sua estensione, come qualcosa di più d’una possibilità contingente
paragonabile a tutte le altre, e intervenente, allo stesso titolo di queste
altre, nella determinazione di certi stati individuali degli esseri manifestati,
stati che procedono da certi aspetti particolareggiati e rifratti dell’Essere
Universale.
139
di vista terrestre almeno, corrispondono ai
regni minerale, vegetale e animale (ma le distinzioni che si fanno tra loro non
hanno che un valore del tutto relativo)38. Ne consegue che, in
questo dominio, qualsiasi forma è sempre in uno stato di movimento o di
attività, che manifesta una sua propria vita, ed è solamente mediante
un’astrazione concettuale che essa può essere ritenuta statica o in riposo39.
Mediante la mobilità, la forma si manifesta
fisicamente e si rivela ai nostri sensi, e, così come la mobilità è la natura
caratteristica dell’Aria (Vâyu), così il tatto è il senso che le
corrisponde propriamente, poiché è mediante il tatto che percepiamo la forma in
modo generale40. Tuttavia, questo senso, a motivo del suo modo
limitato di percezione, che avviene esclusivamente per contatto, non può darci
ancora direttamente ed immediatamente la nozione integrale dell’estensione
38. È impossibile determinare i caratteri che
permettono di stabilire distinzioni certe e precise tra questi tre regni, i
quali sembra che abbiano dei punti di contatto soprattutto nelle loro forme più
elementari, embrionali in qualche modo.
39. Appare dunque sufficientemente chiaro cosa
bisogna pensare, dal punto di vista fisico, del preteso «principio dell’inizio
della materia»: la materia veramente inerte, cioè priva di ogni attribuzione o
proprietà attuale, quindi indistinta e indifferenziata, pura potenza passiva e
ricettiva sulla quale si esercita una attività di cui essa non è affatto la
causa, è concepibile, lo ripetiamo ancora, solo in quanto la si riguardi
separatamente da questa attività di cui essa non è che il «substratum» e
da cui trae tutta la sua realtà attuale; questa attività (alla quale essa non
si oppone che per l’effetto di un riflesso contingente che non le conferisce
alcuna realtà indipendente), per reazione (a motivo di questo stesso riflesso),
fa sì che sia, nelle condizioni particolari dell’esistenza fisica, il luogo di
tutti i fenomeni sensibili (ed anche di altri fenomeni che non rientrano nei
limiti di percezione dei nostri sensi), l’ambiente sostanziale e plastico di
tutte le modificazioni corporee.
40. È opportuno notare a questo proposito che gli
organi del tatto sono ripartiti su tutta la superficie (esterna ed interna) del
nostro organismo che si trova in contatto con l’ambiente atmosferico.
140
corporea (a tre dimensioni)41, la
quale spetterà solo al senso della vista; sennonché l’esistenza attuale di
questa estensione è già sottintesa da quella della forma, poiché quest’ultima
ne condiziona la manifestazione, per lo meno nel mondo fisico42.
D’altra parte, procedendo l’Aria dall’Etere,
il suono è pure in essa percepibile. Poiché il movimento differenziato implica,
come abbiamo già visto, la distinzione delle direzioni dello spazio, la
funzione dell’Aria nella percezione del suono, a parte la sua qualità di
ambiente in cui si amplificano le vibrazioni eteriche, consisterà
principalmente nel farci riconoscere la direzione verso la quale questo suono
si propaga rispetto alla situazione attuale del nostro corpo. Nell’organo
fisiologico dell’udito, la parte connessa alla percezione della direzione
(percezione che diventa effettivamente completa solo con la nozione
dell’estensione a tre dimensioni) è costituita dai «canali semi-circolari», i
quali sono proprio orientati secondo le tre dimensioni dello spazio fisico43.
Infine, a prescindere dalle sue qualità
sensibili, l’Aria è l’ambiente sostanziale donde procede il soffio vitale (prâna):
per questo motivo le cinque fasi della respirazione e dell’assimilazione, che
sono modalità o aspetti del soffio vitale, vengono nel loro insieme
identificate a Vâyu: è questa la funzione particolare dell’Aria
41. Il contatto non può avvenire che tra due
superfici (a causa della impenetrabilità della materia fisica, proprietà questa
sulla quale ritorneremo in seguito), per cui la risultante percezione può dare
luogo, in un modo immediato, solo alla nozione di superficie, in cui
intervengono unicamente due dimensioni dell’estensione
42. Dobbiamo fare questa restrizione per non
limitare le indefinite possibilità delle combinazioni delle diverse condizioni
contingenti d’esistenza, e in particolare di quelle dell’esistenza corporea, le
quali si trovano riunite in un modo necessariamente costante solo nel dominio
di questa speciale modalità.
43. Ciò spiega perché è detto che le direzioni
dello spazio sono le orecchie di Vaishwânara.
141
in relazione alla vita. Constatiamo dunque
che, anche per questo elemento come per il precedente, abbiamo dovuto prendere
in considerazione, come avevamo previsto, la totalità delle cinque condizioni
dell’esistenza corporea e le loro reciproche relazioni; lo stesso sarà per
ciascuno degli altri tre elementi procedenti dai due primi, e di cui dobbiamo
ora occuparci.
(la redazione del testo, purtroppo,
non fu completata)
142
PARTE TERZA
QUALCHE ERRORE
DEI MODERNI
DEL PRETESO «EMPIRISMO»
DEGLI ANTICHI *
Abbiamo già spiegato in diverse occasioni la
differenza fondamentale che esiste tra la natura delle scienze degli antichi e
quelle dei moderni, differenza che è la stessa che passa fra le scienze
tradizionali e le scienze profane; ma questo è un argomento sul quale sono
diffusi tanti errori che non è mai troppa l’insistenza con la quale ci si torna
su.
Si sente così affermare spesso, come cosa da
non lasciar dubbi, che la scienza degli antichi era puramente «empirica», il
che, in fondo, equivale a dire che essa non era nemmeno una scienza nel vero
senso del termine, ma soltanto una specie di conoscenza meramente pratica ed
utilitaria.
È invece facile constatare che le
preoccupazioni di questo genere non hanno mai tenuto tanto posto quanto presso
i moderni, e che, senza neppure risalire più lontano dell’antichità cosiddetta
«classica», tutto ciò che dipende dalla esperimentazione era considerato dagli
antichi come incapace di costituire se non una conoscenza di grado molto
inferiore.
Non ci pare molto evidente come tale
constatazione possa conciliarsi con quello che affermano i moderni i quali,
nello stesso tempo, non mancano quasi mai, in altre occasioni, di rimproverare
agli antichi il loro disdegno per l’esperienza! La fonte
* Études
Traditionnelles, luglio 1934. (R.S.T., n. 1)
144
di questo errore, come di molti altri, è la
concezione «evoluzionistica» o «progressista» per cui si vuole che ogni
conoscenza abbia cominciato con l’essere ad uno stato rudimentale, a partire
dal quale si sarebbe a poco a poco sviluppata ed elevata. In tal modo si
postula una specie di grossolana semplicità primitiva che, naturalmente, non
può essere oggetto di alcuna constatazione, e si pretende di far tutto partire
dal basso, come se non fosse contraddittorio ammettere che il superiore possa
aver origine dall’inferiore. Invero una concezione simile non è un semplice
errore, ma costituisce propriamente una «contro-verità», vogliamo dire con ciò
che essa si situa esattamente agli antipodi della verità, per uno strano
rovesciamento, caratteristico dello spirito moderno.
Al contrario, la verità è che vi è stata,
dalle origini, una specie di degradazione o di «discesa» continua, procedente
dalla spiritualità verso la materialità, vale a dire dal superiore
all’inferiore, e manifestatasi in tutti i domini dell’attività umana; da essa
sono nate, in epoche abbastanza recenti, le scienze profane, separate da ogni
principio trascendente e giustificate unicamente dalle applicazioni pratiche a
cui danno luogo. È questo, in fondo, tutto quel che interessa l’uomo moderno,
il quale non si cura affatto della conoscenza pura, e che, quando parla degli
antichi, come dicevamo prima, non fa che attribuir loro le sue proprie tendenze1,
perché non concepisce nemmeno che
1. È per un’illusione dello stesso genere che i
moderni, poiché sono mossi da interessi soprattutto «economici», pretendono
spiegare tutti gli avvenimenti storici riportandoli a cause di quest’ordine.
145
essi abbiano potuto averne di tutt’affatto
differenti, non più di quanto concepisca che possono esistere delle scienze che
abbiano tutt’altro oggetto e tutt’altro metodo di quelle che egli coltiva in
modo esclusivo.
Conseguenza di questo errore è anche
l’«empirismo» inteso nel senso in cui tale termine designa una teoria
filosofica, l’idea cioè, anch’essa modernissima, che ogni conoscenza derivi
interamente dall’esperienza, e più precisamente dall’esperienza sensibile;
questo non è, del resto, in realtà, che uno dei modi di affermare che tutto
viene dal basso.
È chiaro che, se si esclude quest’idea
preconcetta, non vi è alcuna ragione di supporre che il primo stato di ogni
conoscenza abbia dovuto essere «empirico»; questo accostamento tra i due sensi
della stessa parola non ha certamente niente di fortuito, e potremmo dire che è
l’«empirismo» filosofico dei moderni che li porta ad attribuire agli antichi un
«empirismo» di fatto. Quanto a noi, dobbiamo confessare, che non siamo mai
riusciti a capire nemmeno la possibilità di una tale concezione, talmente essa ci
pare andar contro ad ogni evidenza: che vi siano conoscenze che non vengono
affatto dai sensi è puramente e semplicemente una constatazione di fatto; ma i
moderni, i quali tuttavia pretendono appoggiarsi esclusivamente sui fatti,
fanno vista di non accorgersene e volentieri li negano quando essi non si
accordino con le loro teorie. Insomma, l’esistenza di questa concezione prova
semplicemente, in coloro che l’hanno emessa e in quelli che l’accettano, la
scomparsa completa di certe facoltà d’ordine sopra-sensibile,
146
a cominciare naturalmente dalla intuizione
intellettuale pura. Sparizione di tali facoltà quanto al loro esercizio
effettivo, beninteso, poiché esse sussistono malgrado tutto allo stato latente
in ogni essere umano; sennonché questo stato di atrofia può raggiungere un tale
grado di «solidità» che la loro manifestazione diviene completamente
impossibile, ed è proprio questo che constatiamo presso la gran maggioranza dei
nostri contemporanei.
Le scienze tali quali i moderni le
concepiscono, vale a dire le scienze profane, non presuppongono effettivamente
niente di più e nient’altro che una elaborazione razionale di dati sensibili;
sono dunque esse ad essere veramente «empiriche» quanto al loro punto di
partenza; e si potrebbe dire che i moderni confondono indebitamente l’origine
di tutte le scienze con il punto di partenza di quelle a loro proprie. E
tuttavia, anche in queste ultime, sussistono vestigia degradate o alterate di
conoscenze antiche, la cui natura reale sfugge loro; intendiamo soprattutto
parlare delle scienze matematiche, le cui nozioni essenziali non potrebbero
essere tratte dalla esperienza sensibile. Gli sforzi di certi filosofi per
spiegare «empiricamente» l’origine di tali nozioni sono talvolta d’una comicità
irresistibile. Se qualcuno fosse tentato di protestare sentendoci parlare di
riduzione e di alterazione, gli chiederemmo allora di paragonare per esempio la
scienza tradizionale dei numeri con l’aritmetica profana: potrà così senza
dubbio comprendere abbastanza facilmente quello che vogliamo intendere.
Del resto, la maggior parte delle scienze
profane non deve realmente la sua origine che a dei brandelli
147
o, si potrebbe dire, a dei residui di scienze
tradizionali incomprese: altrove abbiamo citato come particolarmente
caratteristico l’esempio della chimica, le cui origini non si trovano affatto
nella alchimia vera, ma nella sua denaturazione operata dai «soffiatori»,
profani che, ignorando il vero senso dei simboli ermetici, se ne appropriarono
assumendoli nella loro accezione grossolanamente letterale.
Abbiamo pure citato il caso dell’astronomia,
la quale non rappresenta che l’aspetto materiale dell’antica astrologia isolato
da tutto ciò che costituiva lo «spirito» di questa scienza, irrimediabilmente
perduto per i moderni, i quali vanno ripetendo scioccamente che l’astronomia fu
scoperta, in modo del tutto «empirico» dai «pastori caldei», senza nemmeno
sospettare che il termine Caldeo era in realtà la denominazione di una
casta sacerdotale! Gli esempi di questo genere si potrebbero moltiplicare a
piacere, stabilendo, per esempio, un paragone tra le cosmogonie sacre e la
teoria della «nebulosa» e altre ipotesi simili, o, ancora, in un altro ordine
di idee, illustrando la degenerazione della medicina a partire dalla sua antica
dignità di «arte sacerdotale», e via di questo passo. La conclusione sarebbe
sempre la stessa: dei profani si sono impadroniti illegittimamente di frammenti
di conoscenze di cui non potevano afferrare né il significato né l’efficacia, e
ne hanno formato delle scienze cosiddette indipendenti, che valgono esattamente
quanto essi stessi valevano; la scienza moderna, nata in questo modo, non è
dunque che la scienza degli ignoranti (per una curiosa ironia delle
148
cose lo «scientismo» dei nostri tempi tiene
soprattutto a proclamarsi «laico», senza accorgersi che in questo termine è
insita, per l’appunto, la confessione esplicita di tale ignoranza).
Le scienze tradizionali, come sovente abbiamo
detto, sono essenzialmente caratterizzate dal loro riallacciarsi ai principi
trascendenti, da cui esse dipendono strettamente a titolo di applicazioni più o
meno contingenti, e questo è proprio tutto il contrario dell’«empirismo»; ma ai
profani i principi necessariamente sfuggono, ed è per questa ragione che
costoro, fossero pure degli studiosi moderni, non possono mai essere in fondo
che degli «empirici».
Da quando, in seguito alla degradazione a cui
abbiamo fatto allusione, gli uomini non sono più tutti ugualmente qualificati
per qualsiasi conoscenza, e cioè almeno a partire dall’inizio del Kali-Yuga
(l’età del ferro della tradizione greco-romana), perché la loro scienza monca e
falsata abbia potuto farsi prendere sul serio e presentarsi per quello che non
è, fu necessario che la vera conoscenza scomparisse insieme con le
organizzazioni iniziatiche che erano incaricate di conservarla e di
trasmetterla; è precisamente questo che è successo nel mondo occidentale nel
corso degli ultimi secoli.
Aggiungiamo ancora che dal modo con cui i
moderni considerano le conoscenze degli antichi si vede apparire nettamente
questa negazione di ogni elemento «sopra-umano» che costituisce il fondo dello
spirito antitradizionale e che, tutto sommato, non è che una conseguenza
dell’ignoranza
149
profana. Non solo si riduce tutto a
proporzioni puramente umane, ma, conseguentemente a questo rovesciamento di
ogni cosa che la concezione «evoluzionista» comporta. si giunge persino a porre
all’origine qualcosa di «infra-umano»; e la cosa più grave è che, agli occhi
dei nostri contemporanei, tutto ciò sembra essere completamente normale: tutte
queste cose si è giunti a enunciarle come se non potessero nemmeno venire
contestate, e a presentare come «fatti» le ipotesi meno fondate, e tutto ciò
perché evidentemente non si ha nemmeno più l’idea che possa essere altrimenti.
Il più grave è questo, diciamo, perché può far temere che, giunta a tal punto,
la deviazione dello spirito moderno sia completamente irreparabile.
Queste considerazioni potranno anche aiutare a
comprendere perché sia assolutamente vano cercare di stabilire un accordo o un
qualsiasi accostamento tra le conoscenze tradizionali e le conoscenze profane,
e perché le prime non abbiano da chiedere alle seconde una «conferma» di cui in
se stesse non hanno affatto bisogno.
Se insistiamo, è perché sappiamo quanto questo
modo di vedere sia diffuso oggigiorno in coloro che hanno qualche idea delle
dottrine tradizionali, ma un’idea, se si può dire, «esteriore» e insufficiente
sia a permettergli di penetrarne la natura profonda, sia a impedirgli di
rimanere illusi dal prestigio ingannatorio della scienza moderna e delle sue
applicazioni pratiche. Costoro, mettendo in tal modo sullo stesso piano cose
che non sono affatto comparabili, non solo perdono il proprio tempo e sprecano
i loro sforzi, ma rischiano inoltre di
150
deviare essi stessi e far deviare gli altri
verso ogni specie di falsa concezione; le molteplici varietà dell’«occultismo»
stanno a mostrare che questo pericolo c’è ed è persin troppo reale.
151
LA SUPERSTIZIONE DELLA VITA *
Fra le altre cose, gli Occidentali
rimproverano spesso alle civiltà orientali il loro carattere di fissità e di
stabilità, che appare loro come la negazione del progresso; che tale esso sia
effettivamente noi lo riconosciamo volentieri, se non che, per vedere in questo
carattere un difetto, bisogna credere nel progresso. Per noi, esso indica che
tali civiltà partecipano dell’immutabilità dei principi sui quali si
appoggiano, e in ciò si può vedere uno degli aspetti essenziali dell’idea di
tradizione; se la civiltà moderna è invece eminentemente mutevole ciò accade
proprio perché essa manca di principio.
Non bisogna però credere che la stabilità di
cui parliamo giunga al punto di escludere ogni modificazione,
* Si tratta del cap. III della Prima Parte di Oriente
e Occidente.
152
il che sarebbe esagerato; essa riduce invece
la modificazione a non essere mai altro che un adattamento alle circostanze1,
adattamento che non ha nessuna influenza sui principi, e che anzi da questi può
essere rigorosamente dedotto, per poco che si considerino non in se stessi ma
in vista di una determinata applicazione: per questa ragione esistono, oltre
alla metafisica, la quale è autosufficiente in quanto conoscenza dei principi,
tutte le «scienze tradizionali» che abbracciano l’ordine delle esistenze contingenti,
ivi comprese le istituzioni sociali. E nemmeno bisogna confondere
l’immutabilità con l’immobilità; confusioni del genere sono frequenti negli
Occidentali, perché essi sono generalmente incapaci di distinguere la
concezione dall’immaginazione, e perché il loro spirito non può svincolarsi
dalle rappresentazioni sensibili; ciò si nota nettamente in filosofi come Kant,
i quali tuttavia non possono essere considerati dei «sensisti». L’immutabile
non è ciò che è contrario al cambiamento, ma ciò che gli è superiore, così come
il «sopra-razionale» non è l’«irrazionale»; bisogna diffidare di questa
tendenza a catalogare le cose per opposizioni e antitesi artificiali dovute a
un’interpretazione semplicistica e sistematica, la quale deriva soprattutto
dalla incapacità di andare oltre
1. L’attuale previsto ritrarsi delle civiltà
orientali, ed il fatto che la loro essenza spirituale diventi sempre più
nascosta, di fronte all’invadenza antitradizionale di origine occidentale, è
appunto un aspetto dell’adattamento a circostanze indubbiamente transitorie.
153
e di risolvere i contrasti apparenti
nell’unità armonica di una vera sintesi. Ciò non toglie che,. almeno
nell’attuale stato di cose, vi sia realmente una certa opposizione tra
l’Oriente e l’Occidente. sia dal punto di vista in cui ci poniamo che da molti
altri; la divergenza esiste, ma non si dimentichi che essa è unilaterale e non
simmetrica, simile a quella d’un ramo che si separi dal tronco; è soltanto la
civiltà occidentale che, procedendo nella direzione che ha continuato a seguire
nel corso degli ultimi secoli, si è allontanata dalle civiltà orientali, tanto
che tra l’una e le altre sembra non esserci più nessun elemento in comune, se
così si può dire, nessun termine di paragone, nessun terreno favorevole ad
un’intesa e a una conciliazione.
L’Occidentale, ma specialmente l’Occidentale
moderno (è sempre di quest’ultimo che intendiamo parlare), appare
essenzialmente mutevole e incostante, sommerso in un movimento continuo e in
un’agitazione incessante senza che provi il minimo bisogno di uscirne; il suo
stato è, insomma, quello di un essere che non riesce a trovare il suo
equilibrio, ma, non riuscendovi, rifiuta di ammettere che la cosa sia in se
stessa possibile o anche semplicemente auspicabile, giungendo al punto di trar
vanto dalla sua impotenza. Questo cambiamento in cui è rinchiuso e nel quale si
compiace, e dal quale non chiede di essere condotto a nessun punto d’arrivo
perché è giunto ad amarlo di per se stesso: ecco in fondo ciò che egli chiama
«progresso», come se bastasse camminare, in una direzione qualsiasi, per esser
sicuri
154
di andare in avanti; ma verso che cosa, egli
non pensa nemmeno di domandarselo. E la dispersione nella molteplicità, che è
la conseguenza inevitabile di questo cambiamento senza principio e senza scopo,
ed anzi l’unica conseguenza che non sia possibile contestare, egli la chiama
«arricchimento», un’altra parola che, per il grossolano materialismo
dell’immagine che evoca, è ben tipica e rappresentativa della mentalità
moderna.
Il bisogno di attività esteriore spinto a
questo estremo, il gusto dello sforzo per lo sforzo, indipendentemente dai
risultati che se ne possono ottenere, tutto ciò non è affatto naturale per
l’uomo, o per lo meno per l’uomo normale, secondo l’idea che sempre e dovunque
se n’era avuta; eppure per l’Occidentale è diventato in qualche modo naturale,
forse per un effetto di quell’abitudine che Aristotele dice essere una seconda
natura, ma soprattutto a causa dell’atrofia delle facoltà superiori dell’essere,
che è necessariamente correlativa dello sviluppo intensivo degli elementi
inferiori: soltanto chi non ha nessun mezzo per sfuggire all’agitazione può
trovare in essa qualche soddisfazione, come solo chi ha un’intelligenza
limitata all’attività razionale può trovare quest’ultima meravigliosa e
sublime; per essere completamente a proprio agio in una sfera chiusa, qualunque
essa sia, bisogna non concepire la possibilità che esista qualche cosa al di
là. Le aspirazioni dell’Occidentale, unico tra tutti gli uomini (non parliamo
dei selvaggi, riguardo ai quali è del resto difficile sapere qualcosa di
sicuro), sono generalmente limitate strettamente al mondo sensibile
155
e ai suoi annessi, tra i quali comprendiamo
tutto l’ordine sentimentale e buona parte dell’ordine razionale; ci sono
certamente delle lodevoli eccezioni, ma in questa sede non possiamo tener conto
che della mentalità generale e comune, quella cioè che è veramente
caratteristica del luogo e dell’epoca.
Dobbiamo ancora notare, nello stesso ordine
intellettuale, o piuttosto in ciò che ne rimane, uno strano fenomeno che non è
se non un caso particolare del modo di pensare da noi ora descritto: la
passione della ricerca intesa come fine a se stessa, senza nessuna
preoccupazione di vederla diretta ad una soluzione qualsiasi; mentre gli altri
uomini cercano per trovare e per sapere, l’Occidentale dei giorni nostri cerca
per cercare: il detto del Vangelo quaerite et invenietis è per lui
lettera morta in tutta la forza dell’espressione, poiché egli chiama
precisamente «morto» tutto quello che è un risultato definitivo, e, al
contrario, chiama «vivo» quel che non è altro che sterile agitazione. Il gusto
morboso per la ricerca, vera «inquietudine mentale», senza un termine e senza
via d’uscita, si manifesta in modo particolare nella filosofia moderna; la
maggior parte di essa, infatti, non si presenta che come una serie di problemi
del tutto artificiali i quali esistono soltanto perché sono mal posti, e
nascono e sussistono soltanto grazie ad equivoci accuratamente mantenuti;
problemi insolubili in verità, dato il modo in cui sono formulati, ma che non
si sente affatto il bisogno di risolvere, e tutta la loro ragion d’essere
consiste nell’alimentare indefinitamente
156
controversie e discussioni che non approdano a
nulla, e non devono approdare a nulla. Sostituire in tal modo la ricerca alla
conoscenza (a questo proposito abbiamo già segnalato l’abuso, così
significativo, delle «teorie della conoscenza») significa rinunciare
semplicemente all’oggetto proprio dell’intelligenza, e si comprenderà
facilmente come in tali condizioni certuni siano arrivati a sopprimere la
nozione stessa di verità, perché la verità non può essere concepita altrimenti
che come la meta da raggiungere, e costoro, nella loro ricerca, non vogliono
affatto avere una meta; tutto ciò non può dunque avere nulla di intellettuale,
anche prendendo l’intelligenza nel senso più esteso, e non nel più alto e più
puro; se abbiamo potuto parlare di «passione della ricerca», il fatto è che si
tratta proprio di un’invasione della sentimentalità in campi ai quali essa
dovrebbe rimanere estranea. Beninteso, noi non protestiamo contro l’esistenza
della sentimentalità, che è un fatto naturale, ma soltanto contro la sua estensione
anormale e illegittima; bisogna essere capaci di mettere ogni cosa al suo posto
e di lasciarvela, ma per far ciò occorre una comprensione d’ordine universale
che manca al mondo occidentale, in cui il disordine è legge; denunciare il
sentimentalismo non significa affatto negare la sentimentalità, così come
denunciare il razionalismo non significa negare la ragione: tanto il
sentimentalismo quanto il razionalismo non sono altro che degli abusi, anche se
possono apparire all’Occidente moderno come
157
i due termini di un’alternativa da cui è
incapace di uscire.
Abbiamo già detto che il sentimento è
estremamente vicino al mondo materiale; non è senza ragione che il linguaggio
unisce strettamente il sensibile e il sentimentale, e benché occorra evitare di
giungere al punto di confonderli, essi non sono che due modalità di uno stesso
e identico ordine di cose. La mentalità moderna è quasi unicamente rivolta
verso l’esteriore, e cioè verso il mondo sensibile; il sentimento le appare
come interiore ed essa sovente lo vuole opporre, sotto questo aspetto, alla
sensazione; ma tutto ciò è molto relativo, e la verità è che la stessa
«introspezione» dello psicologo non raggiunge altro che dei fenomeni, vale a
dire delle modificazioni esteriori e superficiali dell’essere; di veramente
interiore e profondo non c’è che la parte superiore dell’intelligenza. Questo
sembrerà sorprendente a chi, come gli intuizionisti contemporanei, non
conoscendo che la parte inferiore dell’intelligenza, rappresentata dalle
facoltà sensibili e dalla ragione in quanto si applica agli oggetti sensibili,
la crede più esteriore del sentimento; ma, nei confronti dell’intellettualismo
trascendente degli Orientali, razionalismo e intuizionismo stanno sullo stesso
piano e si fermano entrambi alla parte esteriore dell’essere, a dispetto delle
illusioni grazie alle quali l’una o l’altra di queste concezioni crede di
afferrare qualcosa della sua natura intima.
In definitiva, in tutto ciò non si tratta mai
di passare al di là delle cose sensibili; la differenza non consiste che nei
procedimenti seguiti per raggiungerle,
158
nel modo in cui si reputa opportuno prenderle
in considerazione e nell’affermazione dell’importanza dell’uno o dell’altro dei
loro diversi aspetti: si potrebbe dire che gli uni preferiscono insistere
sull’aspetto «materia», gli altri sull’aspetto «vita». Ed infatti sono questi i
limiti da cui il pensiero occidentale non può liberarsi: i Greci erano incapaci
di liberarsi dalla forma; i moderni sembrano soprattutto incapaci di
svincolarsi dalla materia, e quando tentano di farlo non possono in ogni caso uscire
dal dominio della vita. Tutte queste cose, tanto la vita quanto la materia, e
più ancora che la forma, non sono altro che condizioni di esistenza particolari
del mondo sensibile; sono dunque su un medesimo piano, come abbiamo detto poco
fa. L’Occidentale moderno, salvo casi eccezionali, assume il mondo sensibile
come unico oggetto di conoscenza; che preferisca rivolgere la sua attenzione
all’una o all’altra delle condizioni di questo mondo, che lo studi da questo o
da quel punto di vista, percorrendolo in un senso o in un altro, il campo in
cui si esercita la sua attività mentale rimane sempre invariabilmente lo
stesso; pur se esso pare estendersi di più o di meno, l’allargamento è sempre
assai limitato, quando non si tratti addirittura di un’illusione pura e
semplice.
D’altra parte ci sono, allo stesso livello del
mondo sensibile, diversi prolungamenti che appartengono ancora allo stesso
grado dell’esistenza universale; a seconda che si consideri l’una o l’altra
delle condizioni che definiscono tale mondo si potrà raggiungere talvolta l’uno
e talvolta l’altro
159
di questi prolungamenti, e ciò nondimeno ci si
troverà sempre rinchiusi in un dominio speciale e determinato. Ad esempio,
quando Bergson dice che l’intelligenza ha come oggetto la materia. egli ha il
torto di chiamare intelligenza ciò di cui vuol parlare, e lo fa perché gli è
sconosciuto quello che è veramente intellettuale; ma in fondo avrebbe ragione
se con questa denominazione errata intendesse parlare soltanto della parte più
bassa dell’intelligenza, o, più precisamente. dell’uso che comunemente se ne fa
nell’Occidente attuale. Quanto a lui, ciò che gli interessa essenzialmente è la
vita: è ben noto il posto che occupa nelle sue teorie lo «slancio vitale», e il
significato che egli dà a ciò che chiama la percezione della «durata pura»;
sennonché la vita, qualunque sia il «valore» che le si attribuisce, è
indissolubilmente legata alla materia, ed è sempre il medesimo mondo che viene
considerato seguendo, a seconda dei casi, o una concezione «organicista» e
«vitalista», ovvero una concezione «meccanicista». Quando però nella
costituzione di questo mondo si dà la preponderanza all’elemento vitale
sull’elemento materiale è naturale che il sentimento abbia la meglio sulla
cosiddetta intelligenza; gli intuizionisti con la loro «torsion d’esprit»
e i pragmatisti con la loro «esperienza interiore» fanno semplicemente appello
alle potenze oscure dell’istinto e del sentimento, che essi scambiano per il
fondo stesso dell’essere, e quando portano alle estreme conseguenze il loro
pensiero, o piuttosto la loro tendenza, essi arrivano, alla fine, come William
James, a proclamare la
160
supremazia del «subcosciente», attraverso la
più incredibile sovversione dell’ordine naturale che la storia delle idee abbia
mai dovuto registrare2.
La vita, considerata in se stessa, è sempre
cambiamento, modificazione incessante; è dunque comprensibile che eserciti un
fascino così grande sulla mentalità propria della civiltà moderna, il cui
carattere più notevole è appunto il cambiamento, del che è facile accorgersi a
prima vista, anche limitandosi ad un esame del tutto superficiale. Quando ci si
trova in tal modo rinchiusi nella vita e nelle concezioni che a questa
direttamente si riferiscono, non si può conoscere nulla di ciò che sfugge al
cambiamento, nulla dell’ordine trascendente ed immutabile, che è quello dei
principi universali; non è dunque più possibile nessuna conoscenza metafisica,
e siamo ricondotti sempre, inevitabilmente, a questa constatazione, conseguenza
ineluttabile di ciascuna delle caratteristiche dell’Occidente attuale. Parliamo
di cambiamento, più che di movimento, perché il primo di questi due termini è
più esteso del secondo: il movimento non è che la modalità fisica, o meglio
meccanica, del cambiamento, e vi sono delle concezioni che tengono conto di
altre modalità che a questa non si possono ricondurre, alle quali
2. Si può osservare che, da quando l’Autore scrisse
queste pagine quasi quarant’anni or sono, tale sovversione ha continuato a
procedere a grandi passi, con la tendenza «post-materialista» ad aprire sempre
più le porte al subcosciente ed all’infra-umano, come si può constatare ad
esempio nelle più recenti forme di «scienze psichiche».
161
riservano il carattere più propriamente
«vitale», escludendo il movimento nel senso ordinario, inteso cioè come
semplice cambiamento di posizione. Anche in questo caso non bisogna esagerare
certe opposizioni che appaiono tali soltanto da un punto di vista più o meno
ristretto: una teoria «meccanicistica» è, per definizione, una teoria che
pretende spiegare tutto per mezzo della materia e del movimento; ma,
attribuendo all’idea di vita tutta l’estensione di cui essa è suscettibile, si
potrebbe far rientrare in essa anche il movimento, e allora ci si accorgerebbe
che le due teorie che si professano antagoniste ed opposte sono in fondo molto
più simili di quanto non vogliano ammettere i loro rispettivi fautori3:
di diverso non c’è che una maggiore o minore ristrettezza di vedute da una
parte o dall’altra.
Ad ogni modo, una concezione che si presenti
come una «filosofia della vita» è necessariamente, e proprio per questo, una
«filosofia del divenire»; intendiamo dire che essa è rinchiusa nel divenire e
non può uscirne (divenire e cambiamento essendo sinonimi), il che la porta a
situare in essa tutta la realtà e a negare che possa esistere qualcos’altro al
di fuori o al di là, in quanto la mentalità sistematica è cosiffatta che
immagina di includere la totalità dell’Universo nelle proprie formule; ed ecco ancora
un’altra negazione formale della metafisica. Tale è, in particolare,
l’evoluzionismo
3. In un’altra occasione abbiamo fatto
un’osservazione analoga a proposito delle due varietà di «monismo», l’una
spiritualista e l’altra materialista.
162
in tutte le sue forme, dalle concezioni più
«meccanicistiche», ivi compreso il grossolano «trasformismo», fino alle teorie
del genere di quelle di Bergson; in esse non può trovar posto che il divenire,
e per di più, a dire il vero, del divenire non è presa in considerazione che
una porzione più o meno limitata. L’evoluzione, in definitiva, non è altro che
il cambiamento, con in più un’illusione sul suo significato e la sua natura;
fatta astrazione delle complicazioni, evoluzione e progresso sono la medesima
cosa, ma oggi si preferisce sovente la prima di queste due parole perché ha un
aspetto più «scientifico». L’evoluzionismo è come il prodotto delle due grandi
superstizioni moderne, quella della scienza e quella della vita, e ciò che ne
ha provocato il successo è precisamente il fatto che razionalismo e
sentimentalismo vi trovano tutti e due la loro soddisfazione; e le proporzioni
variabili in cui queste due tendenze a volta a volta si combinano hanno una
grande importanza nel determinare la varietà delle forme che assume tale
teoria. Gli evoluzionisti mettono il cambiamento dappertutto, perfino in Dio,
quando arrivano ad ammetterlo: così Bergson si rappresenta Dio come «un centro
da cui scaturirebbero i mondi, e che non è una cosa, ma uno scaturire
continuo»; ed aggiunge espressamente: «Dio, così definito, non ha fatto
assolutamente nulla; egli è vita incessante, azione, libertà»4. Ecco
dunque ancora quelle
4. L’Évolution
créatrice, pag. 270.
163
idee di vita e di azione che perseguitano i
nostri contemporanei, e che ritroviamo qui in un campo che vorrebbe essere
speculativo; in realtà si tratta della soppressione della speculazione a
vantaggio dell’azione, che tutto invade ed assorbe.
Questa concezione di un Dio in divenire,
immanente e non trascendente, ed anche quella (che praticamente è la stessa
cosa) di una verità che «si fa», che non è altro che una specie di limite
ideale senza nulla di attualmente realizzato, non sono affatto eccezionali nel
pensiero moderno; i pragmatisti, i quali hanno adottato l’idea di un Dio
limitato, per motivi soprattutto «moralistici», non sono stati i primi ad
inventarla, dal momento che ciò eh e è pensato come suscettibile di evoluzione
deve per forza essere concepito come limitato. Il pragmatismo, come indica la
sua stessa denominazione, si presenta prima di tutto come una «filosofia
dell’azione»; il suo postulato, ammesso più o meno esplicitamente, è che l’uomo
non ha altri bisogni oltre a quelli di ordine pratico, i quali sono insieme
materiali e sentimentali: è l’abolizione dell’intellettualità; ma se così è,
perché voler ancora costruire delle teorie? È questo un punto che non si
capisce molto bene; se il pragmatismo, come lo scetticismo, dal quale non
differisce che sotto l’aspetto dell’azione, volesse essere coerente con se
stesso, dovrebbe limitarsi ad una semplice attitudine mentale, alla quale non
può nemmeno tentare di dare logicamente una giustificazione senza smentirsi; ma
senza dubbio è ben difficile mantenersi in una tale riserva. Per quanto
decaduto possa essere dal punto
164
di vista intellettuale, l’uomo non può
impedire a se stesso di ragionare, non foss’altro che per negare la ragione;
d’altronde, i pragmatisti non la negano come fanno gli scettici, ma vogliono
ridurla ad un uso puramente pratico; venendo dopo coloro che vollero ridurre
tutta l’intelligenza alla ragione senza però rifiutare a quest’ultima un uso
teorico, essi si trovano su uno scalino ancora più basso nella discesa. C’è
addirittura un punto riguardo al quale la negazione dei pragmatisti va ancor
più lontano di quella degli scettici puri: questi ultimi non contestano che la
verità esista al di fuori di noi, contestano soltanto che noi possiamo
raggiungerla; invece i pragmatisti, ad imitazione di qualche sofista greco (che
però probabilmente non si prendeva sul serio), giungono al punto di sopprimere
la verità stessa.
Vita e azione sono strettamente solidali, il
dominio dell’una è anche quello dell’altra, ed è in questo campo ristretto che
tutta la civiltà occidentale si mantiene, oggi più che mai. Altrove abbiamo
detto come gli Orientali considerino limitate l’azione e le sue conseguenze, e
come oppongano, sotto questo aspetto, la conoscenza all’azione: la teoria
estremo-orientale del «non agire», la teoria indù della «liberazione», sono
cose inaccessibili alla mentalità occidentale ordinaria, la quale non riesce a concepire
che si possa pensare di liberarsi dall’azione e, a maggior ragione, che sia
effettivamente possibile riuscirci. Per di più, di solito l’azione non è presa
in considerazione che nelle sue forme più esteriori, quelle che corrispondono
al movimento fisico: da ciò deriva
165
quel crescente bisogno di velocità, quella
trepidazione febbrile che sono così peculiari della vita contemporanea; e agire
per il piacere di agire non può avere altro nome che agitazione, perché anche
nell’azione vi sono certi gradi da osservare e certe distinzioni da fare. Non
vi sarebbe niente di più facile che mostrare quanto tutto questo sia
incompatibile con la riflessione e la concentrazione, cioè con i mezzi
essenziali di ogni vera conoscenza; si tratta veramente del trionfo della
dispersione nell’esteriorizzazione più completa che si possa immaginare; si
tratta della rovina definitiva di quel poco di intellettualità che ancora
poteva sussistere, se nulla interviene a reagire in tempo contro tali funeste
tendenze.
Fortunatamente l’eccesso del male può
provocare una reazione, e i pericoli, anche fisici, che sono inerenti ad uno
sviluppo così anormale possono finire con l’ispirare una salutare paura; del
resto per il fatto stesso che, nonostante le apparenze, il dominio dell’azione
non comporta che possibilità molto limitate, non è possibile che questo
sviluppo continui indefinitamente, e, per forza di cose, presto o tardi si
imporrà un cambiamento di direzione. Ma per il momento non dobbiamo prendere in
considerazione le possibilità di un avvenire forse ancora lontano; quel che
dobbiamo esaminare è lo stato attuale dell’Occidente, e tutto quello che di
esso vediamo conferma senza alcun dubbio che progresso materiale e decadenza
intellettuale vanno di pari passo; non vogliamo stabilire quale dei due è la
causa e quale è l’effetto, tanto più che in fondo si tratta di un insieme
166
complesso nel quale le relazioni dei diversi
elementi sono talvolta reciproche e alterne. Senza cercare di risalire alle
origini del mondo moderno e al modo in cui la sua mentalità specifica ha potuto
costituirsi, il che sarebbe necessario per risolvere completamente la
questione, possiamo dire questo: perché l’importanza del progresso materiale
potesse giungere ad oltrepassare certi limiti, furono necessarie anzitutto una
certa sottovalutazione e una certa diminuzione dell’intellettualità; cominciato
questo movimento, dato che la preoccupazione del progresso materiale assorbiva
pressoché tutte le facoltà dell’uomo, l’intellettualità andò gradualmente
indebolendosi fino al punto in cui la vediamo al giorno d’oggi, e, per quanto
ciò possa indubbiamente sembrare difficile, forse si indebolirà ancora di più.
D’altra parte, l’espansione della sentimentalità non è affatto incompatibile
con il progresso materiale, dal momento che si tratta, in fondo, di cose che
sono pressoché del medesimo ordine; ci scusiamo di tornare così sovente su
questo punto, ma è indispensabile se si vuol capire quel che succede attorno a
noi. Questa espansione della sentimentalità, la quale avviene in correlazione
con la regressione dell’intellettualità, è tanto più eccessiva e disordinata in
quanto non incontra nulla che possa contenerla e dirigerla efficacemente; né
questo compito potrebbe essere svolto dallo «scientismo»: quest’ultimo,
infatti, come abbiamo visto, è lungi dall’essere indenne dal contagio
sentimentale ed è caratterizzato soltanto più da una falsa apparenza di
intellettualità.
167
Uno dei sintomi più notevoli della preminenza
assunta dal sentimentalismo è ciò che noi chiamiamo «moralismo», cioè la
tendenza evidente a ricondurre ogni cosa a preoccupazioni di ordine morale, o,
quanto meno, a subordinarvi tutto il resto, e particolarmente ciò che viene
considerato come appartenente alla sfera dell’intelligenza. La morale, di per
sé, è cosa essenzialmente sentimentale; essa rappresenta un punto di vista
quanto mai relativo e contingente. il quale, del resto, è sempre stato proprio
dell’Occidente: ma il «moralismo» propriamente detto è un’esagerazione di tale
punto di vista verificatasi a un’epoca assai recente. La morale, qualunque sia
la base che le viene data e qualunque importanza le venga attribuita, non è e
non può essere che una regola d’azione; è evidente che essa deve avere
un’importanza capitale per uomini che non si interessano di nient’altro che
dell’azione; essi sono tanto più portati a rivolgere la loro attenzione alla
morale in quanto le considerazioni di quest’ordine possono dare l’illusione del
pensiero in un periodo di decadenza intellettuale: è questa la ragione della
nascita del «moralismo».
Un fenomeno analogo era già avvenuto verso la
fine della civiltà greca, ma senza raggiungere, a quanto pare, le proporzioni
che ha assunto nella nostra epoca; infatti, a partire da Kant quasi tutta la
filosofia è compenetrata di «rnoralismo», il che equivale a dire che essa
concede la priorità alla pratica sulla speculazione, e per di più tale pratica
è concepita in modo del tutto speciale; questa tendenza giunge al suo completo
sviluppo con le
168
filosofie della vita e dell’azione di cui
abbiamo parlato. D’altra parte, abbiamo richiamato l’attenzione
sull’ossessione, presente persino nei materialisti più dichiarati, della
cosiddetta «morale scientifica», che rappresenta esattamente la stessa tendenza;
la si chiami scientifica o filosofica, secondo i gusti di ognuno, essa non è
altro che espressione del sentimentalismo, espressione che non ha nemmeno il
pregio di variare in modo sensibile. C’è infatti da notare una cosa curiosa: in
un determinato ambiente le concezioni morali, anche se pretendono di essere
fondate su considerazioni differenti e talvolta contrarie, si somigliano tutte
in modo straordinario; questo fatto indica chiaramente il carattere artificiale
di queste teorie, con le quali ognuno si sforza di giustificare dette regole
pratiche che sono, invariabilmente, quelle che per solito si possono osservare
intorno a lui. Insomma, tali teorie rappresentano semplicemente le preferenze
particolari di coloro che le formulano o che le adottano; e sovente non è
nemmeno estraneo un certo interesse di partito: basta, a provarlo, il modo con
cui la «morale laica» (scientifica o filosofica, poco importa) è messa in
opposizione alla morale religiosa. Del resto, poiché il punto di vista morale
ha una ragion d’essere esclusivamente sociale, la intrusione della politica in
un simile campo non è per nulla sorprendente; forse è persino meno urtante che
l’utilizzazione, per fini analoghi, di teorie che si pretendono puramente
scientifiche; e, dopo tutto, la stessa mentalità «scientista» non è forse stata
creata per servire gli interessi di una
169
determinata politica? Dubitiamo seriamente che
la maggior parte degli assertori dell’evoluzionismo siano liberi da ogni
secondo fine di questo genere. Tanto per dare un altro esempio, la cosiddetta
«scienza delle religioni» assomiglia molto di più a uno strumento di polemica
che a una scienza seria: sono questi alcuni dei casi, ai quali abbiamo già
fatto allusione, in cui il razionalismo è soprattutto una maschera del
sentimentalismo.
E non soltanto negli «scientisti» e nei
filosofi si può notare l’intrusione del «moralismo», a questo proposito c’è
anche da considerare la degenerazione dell’idea religiosa quale si può
osservare nelle innumerevoli sette che hanno avuto origine dal protestantesimo.
Esse sono le sole forme religiose specificamente moderne, e sono caratterizzate
da una riduzione progressiva dell’elemento dottrinale a vantaggio dell’elemento
morale o sentimentale; questo fenomeno è un caso particolare della diminuzione
generale dell’intellettualità. e non a caso l’epoca della Riforma coincide con
quella del Rinascimento, cioè precisamente con l’inizio dell’evo moderno. In
certe derivazioni del protestantesimo attuale la dottrina ha finito con il
dissolversi completamente, e poiché nello stesso tempo il culto si è ridotto a
quasi nulla, l’elemento morale è l’unico che in definitiva continui a
sussistere: il «protestantesimo liberale» non è più nient’altro che un
«moralismo» ad etichetta religiosa; che sia una religione nel vero senso della
parola non è più possibile dirlo, dal momento che dei tre elementi che sono
compresi nella definizione di religione, non ne rimane che
170
uno solo. A queste condizioni estreme si
tratta piuttosto di una specie di pensiero filosofico speciale; d’altronde, i
suoi rappresentanti se la intendono generalmente abbastanza bene con gli
assertori della «morale laica» detta anche «indipendente»; e capita anche
talvolta che solidarizzino con essi apertamente, il che dimostra che sono
coscienti delle proprie affinità reali. Per designare cose di questo genere
usiamo volentieri la parola «pseudo-religione»; ed applichiamo lo stesso
termine anche a tutte le sette «neospiritualiste», che nascono e prosperano
soprattutto nei paesi protestanti, perché il «neospiritualismo» e il
«protestantesimo liberale» procedono dalle stesse tendenze e dalla stessa
mentalità; alla religione viene sostituito, mediante la soppressione
dell’elemento intellettuale (o la sua assenza, se si tratta di nuove
creazioni), la religiosità, cioè una semplice aspirazione sentimentale più o
meno vaga e inconsistente; e tale religiosità sta alla religione più o meno
come l’ombra sta al corpo. È questo il caso dell’«esperienza religiosa» di
Wìlliam James (complicata dal richiamo al «subcosciente»), ed anche della «vita
interiore», nel senso che le hanno attribuito i modernisti, poiché il
modernismo non è stato altro che un tentativo di introdurre nello stesso
cattolicesimo la mentalità di cui stiamo parlando; tale tentativo si spezzò
contro la forza dello spirito tradizionale di cui, a quanto pare, il
cattolicesimo è nell’Occidente moderno l’unico rifugio, a parte eccezioni
individuali che possono sempre esistere al di fuori di ogni organizzazione.
171
È presso i popoli anglosassoni che il
«moralismo» imperversa con la massima intensità, ed è pure presso i popoli
anglosassoni che il gusto dell’azione si afferma nelle forme più estreme e
brutali; come abbiamo detto, questi due fenomeni sono strettamente legati. Vi è
una singolare ironia nella concezione corrente che rappresenta gli Inglesi come
un popolo essenzialmente attaccato alla tradizione; chi pensa in questo modo
confonde semplicemente la tradizione con il costume5. Veramente
straordinaria la facilità con cui ai abusa di certe parole: c’è gente che è
giunta a chiamare «tradizioni» degli usi popolari o addirittura delle abitudini
di origine recentissima, senza nessun valore e senza significato; quanto a noi,
ci rifiutiamo di chiamare con questo nome ciò che è soltanto un rispetto più o
meno meccanico per certe forme esteriori che talvolta non sono più nient’altro
che «superstizioni» nel senso etimologico della parola; la vera tradizione è
nello spirito di un popolo, di una razza o di una civiltà, ed ha ragioni
d’essere ben altrimenti profonde. In realtà, la mentalità anglosassone è almeno
altrettanto antitradizionale quanto la mentalità francese e quella tedesca;
forse lo è in modo un po’ diverso, poiché in Germania, e in una certa misura
anche in Francia, predomina piuttosto la tendenza «scientista»; ma poco importa
che ad avere la prevalenza sia il «moralismo» o lo «scientismo», poiché, lo
ripetiamo
5. Cfr. R. Guénon, «La
coutume contre la tradition», in Initiation et Réalisation spirituelle,
cap. IV.
172
ancora una volta, una separazione completa tra
queste due tendenze sarebbe del tutto artificiale: esse rappresentano le due
facce della mentalità moderna e si ritrovano, in proporzioni diverse, presso
tutti i popoli occidentali.
Sembra che oggigiorno prevalga la tendenza
«moralista», mentre la dominazione dello «scientismo» era più accentuata fino a
pochi anni fa; sennonché ciò che l’una guadagna non va necessariamente perduto
per l’altra, dal momento che esse sono perfettamente conciliabili e che, a
dispetto di tutte le fluttuazioni, la mentalità comune le associa abbastanza
strettamente: in essa c’è posto per tutti gli idoli di cui abbiamo già parlato.
Si tratta soltanto di una specie di cristallizzazione di elementi diversi che adesso
si opera di preferenza prendendo per centro l’idea di «vita» e quel che ad essa
si riferisce, come si operava nel XIX secolo attorno all’idea di «scienza» e
nel XVIII attorno a quella di «ragione»; parliamo di idee, ma sarebbe più
giusto parlare semplicemente di parole, poiché in questi casi quello che si
manifesta in tutta la sua ampiezza è appunto il fascino delle parole. Ciò che
viene generalmente chiamato «ideologia», con una sfumatura peggiorativa da
parte di coloro che non se ne lasciano ingannare (nonostante tutto se ne
incontra ancora qualcuno), non è propriamente altro che verbalismo; a questo
proposito possiamo riprendere il termine «superstizione», nel senso etimologico
al quale avevamo fatto allusione, il quale designa una cosa che sopravvive a se
stessa anche quando ha perduto
173
la sua vera ragion d’essere. In effetti,
l’unica ragion d’essere delle parole è di esprimere delle idee; attribuire un
valore alle parole in se stesse, indipendentemente dalle idee, non mettere
nemmeno un’idea sotto le parole e lasciarsi influenzare dalla loro pura
sonorità, questa è veramente superstizione. Il «nominalismo», ai suoi diversi
gradi, è l’espressione filosofica di questa negazione dell’idea, a cui pretende
sostituire la parola o l’immagine; confondendo la concezione con la
rappresentazione sensibile. esso non lascia sussistere veramente più nulla
della prima, e, in una forma o in un’altra, è estremamente diffuso nella
filosofia moderna, mentre in altri tempi non era che un’eccezione. Tutto ciò è
molto significativo, ma resta da aggiungere che il nominalismo è quasi sempre
solidale con l’empirismo, cioè con la tendenza a ricondurre all’esperienza, e
più particolarmente all’esperienza sensibile, l’origine e il termine di ogni
conoscenza: negazione di tutto ciò che è veramente intellettuale, ecco quel che
ritroviamo sempre, quale elemento comune, in fondo a tutte queste tendenze e a
tutte queste opinioni; tale è la radice di ogni deformazione mentale, e questa
negazione è il presupposto implicito e necessario di tutto ciò che contribuisce
a falsare le concezioni dell’Occidente moderno.
Finora abbiamo soprattutto presentato un
quadro d’insieme dello stato attuale del mondo occidentale prendendolo in esame
dal punto di vista mentale; di qui bisogna incominciare, poiché da questo
dipende tutto il resto, e nessun cambiamento può essere importante e duraturo
se non
174
riguarda anzitutto la mentalità generale. Chi
sostiene il contrario è ancora vittima di un’illusione moderna: vedendo
soltanto le manifestazioni esteriori, egli confonde le cause con gli effetti e
crede volentieri che ciò che non vede non esista; il cosiddetto «materialismo
storico», cioè la tendenza a ridurre tutto ai fatti economici, è un notevole
esempio di tale illusione. Siamo giunti a un punto tale che i fatti di
quest’ordine hanno effettivamente acquistato, nella storia contemporanea, una
importanza che non avevano mai avuto nel passato; tuttavia la loro parte non è
e non potrà mai essere esclusiva. Del resto non ci si lasci ingannare: i
«dirigenti», conosciuti o sconosciuti, sanno bene che per agire efficacemente
hanno anzitutto bisogno di creare e di alimentare delle correnti di idee o di
pseudo-idee, e non mancano di agire in conseguenza; anche quando queste
correnti sono puramente negative, sono pur sempre di natura mentale, ed è nella
mentalità degli uomini che deve dapprima germogliare ciò che in seguito si
realizzerà all’esterno; anche quando si tratta di abolire l’intellettualità,
bisogna in primo luogo convincere gli uomini della sua inesistenza e volgere la
loro attività in un’altra direzione.
Noi non siamo però di quelli che pretendono
che le idee conducano il mondo direttamente; anche questa è una formula di cui
si è troppo abusato, e la maggior parte di coloro che la usano non sanno
affatto che cosa sia un’idea, quando non la confondano completamente con la
parola. In altri termini, sovente essi non sono altro che
175
degli «ideologisti», ed i peggiori sognatori
«moralisti» appartengono precisamente a, questa categoria: in nome delle
chimere che essi chiamano «diritto» e «giustizia», e che non hanno niente a che
vedere con le vere idee, essi hanno esercitato nei recenti avvenimenti
un’influenza troppo nefasta e le cui conseguenze si fanno sentire troppo
pesantemente perché sia necessario insistere su quel che vogliamo dire. Ma in
simili casi non ci sono solamente degli ingenui: come sempre, ci sono anche
quelli che li conducono a loro insaputa, li sfruttano, e se ne servono in vista
di interessi molto più positivi.
Comunque stiano le cose, siamo tentati di
ripeterlo ancora, quel che importa prima di tutto è di saper mettere ogni cosa
al suo vero posto: l’idea pura non ha nessun rapporto immediato con la sfera
dell’azione e non può avere sulle cose esteriori l’influenza diretta che
esercita il sentimento; tuttavia essa ne è il principio, ciò da cui tutto deve
incominciare se non si vuole che sia privo di ogni solida base. Il sentimento,
se non è guidato e controllato dall’idea, non genera altro che errore, disordine
e oscurità; non si tratta di abolire il sentimento, ma di mantenerlo nei suoi
limiti legittimi, e questo vale anche per tutte le altre contingenze. La
restaurazione di una intellettualità vera, non foss’altro che in una élite
ristretta, per lo meno all’inizio, ci pare l’unico mezzo per metter fine alla
confusione mentale che regna in Occidente. Solo in questo modo si possono
dissipare tante vane illusioni che ingombrano la mente dei nostri
contemporanei, tante superstizioni
176
ben più ridicole e prive di fondamento di
tutte quelle che vengono derise ad ogni occasione dalle persone che vogliono
passare per «illuminate»; e soltanto così si potrà trovare una base per
un’intesa con i popoli orientali. Infatti, tutto ciò che abbiamo detto
rappresenta fedelmente, non solo il nostro proprio pensiero, che di per sé non
ha nessuna importanza, ma, cosa ben più degna di considerazione, il giudizio
dell’Oriente nei riguardi dell’Occidente, quando consente ad occuparsene in
altro modo che opponendo alla sua azione invadente quella resistenza del tutto
passiva che l’Occidente non può comprendere perché comporta una potenza
interiore di cui esso non ha l’equivalente, e contro cui nessuna forza bruta
potrebbe prevalere. Questa potenza è al di là della vita, è superiore
all’azione e a tutto ciò che è passeggero, è estranea al tempo ed è come una
partecipazione all’immutabilità suprema; se l’Orientale può subire
pazientemente la dominazione materiale dell’Occidente, è perché conosce la
relatività delle cose transitorie, e perché porta, nel più profondo del suo
essere, la coscienza dell’eternità6.
6. Allo scopo. di prevenire delle obiezioni che
potrebbero avere oggi una parvenza di verità, notiamo che queste osservazioni
si riferiscono agli Orientali in quanto tali, e che quindi non sono applicabili
a coloro che hanno cessato di esserlo per diventare degli «occidentalizzati», e
nella misura in cui lo sono diventati. Naturalmente, ciò non toglie nulla alla
validità delle spiegazioni dell’Autore sulla natura delle civiltà orientali e
dei loro rappresentanti, e del resto nel seguito del volume egli chiarisce
espressamente questo punto.
177
LA SUPERSTIZIONE DEL «VALORE» *
In alcuni nostri scritti abbiamo denunciato un
certo numero di «superstizioni» specificamente moderne che si fondano in
definitiva sul prestigio attribuito a una parola, prestigio che è tanto
maggiore quanto più l’idea da essa evocata è vaga e inconsistente. L’influenza
esercitata da pure e semplici parole, indipendentemente da quel che esse
esprimono o dovrebbero esprimere, non è infatti mai stata così grande come alla
nostra epoca; essa corrisponde invero ad una caricatura della potenza inerente
alle formule rituali; e coloro che sono i più accaniti nel negarle sono anche,
per una singolare nemesi, i primi a lasciarsi sedurre da qualcosa che è in
fondo una sorta di parodia profana. Va da sé che la potenza delle formule e
delle parole non è dello stesso ordine: quella delle formule rituali si basa
essenzialmente sulla «scienza sacra» ed è qualcosa di effettivo che s’esercita
realmente nei più diversi domini a seconda degli effetti che si vogliono
ottenere; al contrario, quella della loro contraffazione profana non è
suscettibile, in modo diretto perlomeno, che d’una azione puramente
«psicologica» e soprattutto sentimentale,
* Études
Traditionnelles, giugno 1940. (R.S.T., n. 39)
178
cioè dipendente dal più illusorio dei domini.
Ma non si deve pensare che una simile azione sia inoffensiva; anzi, queste
illusioni «soggettive», per quanto insignificanti possano essere in se stesse,
presentano nondimeno conseguenze reali nell’attività umana nel suo insieme; e,
soprattutto, contribuiscono grandemente a distruggere ogni forma di vera
intellettualità, il che, del resto, è probabilmente la principale funzione loro
assegnata nel «piano» della sovversione moderna.
Le superstizioni di cui parliamo variano in
una certa misura continuamente, perché anche per queste, come per tutto alla
nostra epoca, v’è una specie di «moda»; ma non vogliamo tuttavia affermare che,
quando nasce una nuova superstizione, essa sostituisca subito e completamente
le precedenti, dacché è facile constatarne la coesistenza nella mentalità
contemporanea; ma è sempre la più recente ad occupare un posto predominante e a
relegare in secondo piano le altre. Possiamo così ad esempio dire che vi fu per
prima la superstizione della «ragione», che raggiunse il suo apogeo verso la
fine del XVIII sec.; poi quella della «scienza» e del «progresso», aventi dei
resto stretti legami con la precedente, che caratterizzarono il XIX secolo.
Venendo ad un’epoca a noi più vicina, fece la sua comparsa la superstizione
della «vita», la quale ebbe il suo punto culminante nei primi anni del nostro
secolo. Poiché tutto cambia con una velocità sempre più crescente, queste
superstizioni, come le teorie scientifiche e filosofiche alle quali sono in un
certo modo connesse, vanno «logorandosi» sempre più rapidamente; per cui v’è da
segnalare la nascita di un’altra nuova superstizione, quella del «valore»,
sorta apparentemente da qualche anno, e che tende già a soppiantare quelle che
l’hanno preceduta.
Non v’è certo in noi la tendenza ad esagerare
l’importanza della filosofia, e specialmente di quella moderna,
179
perché, pur riconoscendo che può essere uno
dei fattori che agiscono sulla mentalità moderna, pensiamo che sia lungi
dall’essere il più importante e che, nella sua forma «sistematica», rappresenti
piuttosto un effetto che una causa; ma proprio per questo motivo, essa esprime
in modo più preciso ciò che esisteva già allo stato latente in tale mentalità,
e di conseguenza non fa che mettere in evidenza, un po’ come una lente
d’ingrandimento, cose che altrimenti sarebbero sfuggite all’attenzione
dell’osservatore o che perlomeno sarebbe stato più difficile individuare. Per
comprendere meglio di che cosa si tratta, sarà bene ricordare anzitutto le
tappe, da noi già indicate altrove, dello scadimento graduale delle concezioni
filosofiche moderne. Per prima, si ebbe una riduzione di tutte le cose
all’«umano» e al «razionale»; quindi una limitazione sempre più stretta del
senso dato al «razionale» stesso, di cui si finì per scorgere soltanto le
funzioni più basse; infine, una discesa nell’«infrarazionale» con il cosiddetto
«intuizionismo» e le diverse teorie ad esso più o meno apparentate. I
«razionalisti» acconsentivano ancora a parlare di «verità», anche se per loro
non poteva trattarsi invero che d’una verità molto relativa; gli
«intuizionisti» hanno voluto sostituire il «vero» con il «reale», termini che
potrebbero in un certo modo equivalersi se le parole venissero prese nel loro
senso normale, cosa che di fatto è ben lungi dal verificarsi; infatti si è
prodotta una strana deformazione per cui, nell’uso corrente, la parola «realtà»
ha finito con il designare esclusivamente le cose d’ordine sensibile, cioè
precisamente quelle che hanno soltanto il minimo grado di realtà. In seguito i
«pragmatisti» hanno preteso di ignorare del tutto la verità e di sopprimerla in
qualche modo sostituendola con l’«utilità»; si è avuta così propriamente una
caduta nel «soggettivo», poiché è evidente che l’utilità d’una cosa non è
affatto
180
una qualità inerente alla cosa stessa, ma
dipende interamente da colui che la considera e ne fa l’oggetto di una specie
di apprezzamento individuale, senza interessarsi minimamente di quel che è la
cosa al di fuori di questo apprezzamento, cioè, in fondo, della sua realtà
effettiva: sarebbe ben difficile spingersi oltre nella negazione di ogni
intellettualità.
Gli «intuizionisti» e i «pragmatisti», ed
anche i rappresentanti di qualche altra scuola di minor importanza, applicano
volentieri alle loro teorie l’etichetta di «filosofia della vita»; ma pare che
tale espressione non riscuota più quel successo che ebbe in un primo tempo e
che a godere di maggiore favore sia oggi quella di «filosofia dei valori».
Questa nuova filosofia sembra battersi contro il concetto di «reale», in
qualsiasi modo lo si voglia intendere, pressappoco come il «pragmatismo» aveva
preso di mira quello di «vero»; la sua affinità con il «pragmatismo» è del
resto sotto certi aspetti evidente, perché il «valore», proprio come l’utilità,
dipende in fondo da un apprezzamento individuale, il cui carattere
«soggettivo», come vedremo in seguito, è forse ancor più accentuato. È
d’altronde possibile che l’attuale successo della parola «valore» sia in parte
dovuto al senso grossolanamente materiale che, senza esserle proprio
originariamente, ha assunto nel linguaggio corrente: quando si parla di «valore»
o di «valutazione» si pensa subito a qualcosa che può essere «contato» o «messo
in cifre», e bisogna convenire che ciò ben s’accorda con la mentalità
«quantitativa» propria del mondo moderno. Ma questa è solo una spiegazione
parziale: non dobbiamo infatti dimenticare che il «pragmatismo», il quale trae
la sua denominazione dal fatto che riduce tutto all’«azione», non intende
l’«utilità» unicamente in senso materiale, ma in senso morale; anche il
«valore» è suscettibile di questi due sensi, ma è il secondo a
181
predominare, perché è l’aspetto morale, o più
esattamente «moralistico», ad avere il maggior rilievo. La «filosofia dei
valori» si presenta anzitutto come una forma di «idealismo» e così si spiega la
sua ostilità nei confronti del «reale», dal momento che nel linguaggio speciale
dei filosofi moderni l’«idealismo» si oppone al «realismo».
Si sa che la filosofia moderna si fonda in
buona parte su equivoci: uno di questi è appunto quello che si cela sotto
l’etichetta di «idealismo», parola che può esser fatta derivare sia da «idea»
che da «ideale»; e a questa duplice derivazione corrispondono infatti i due
caratteri essenziali che si possono facilmente individuare nella «filosofia dei
valori». L’«idea», beninteso, è presa qui in un senso unicamente psicologico,
il solo che i moderni conoscono (e vedremo tra poco che è bene insistere su questo
punto per dissipare un altro equivoco); esso ne rappresenta il lato
«soggettivistico», mentre l’«ideale» ne rappresenta evidentemente quello
«moralistico». In tal modo i due significati dell’«idealismo» si trovano
strettamente associati, sostenendosi per così dire a vicenda, corrispondendo
entrambi a tendenze assai generalizzate della mentalità odierna: da un canto lo
«psicologismo» traduce uno stato d’animo che non è certo esclusivo dei soli
filosofi. di professione e, dall’altro, è purtroppo ben noto il fascino che la
parola «ideale» esercita sulla maggior parte dei nostri contemporanei!
L’incredibile è che tale filosofia abbia la
pretesa di rifarsi all’«idealismo platonico» e non si può fare a meno d’esser
presi da un certo stupore nel veder attribuita a Platone l’affermazione che «la
vera realtà non risiede nell’oggetto, ma nell’idea, cioè in un atto del
pensiero». Diremo subito che non esiste affatto un «idealismo platonico» che
possieda anche solo uno dei significati che i moderni danno alla parola
«idealismo».
182
Le «idee», in Platone, non hanno niente di
«psicologico» né di «soggettivo» e non hanno assolutamente niente in comune con
un «atto del pensiero»; esse sono, invece, i principi trascendenti o gli
«archetipi» di tutte le cose; per questo motivo costituiscono la realtà per
eccellenza, e si potrebbe dire, sebbene Platone non lo esprima in questi
termini (così come, del resto, non enuncia espressamente da nessuna parte
qualcosa che si possa chiamare una «teoria delle idee»), che il «mondo delle
idee» non è altro in definitiva che l’Intelletto divino. Quale rapporto può
avere tutto ciò con il frutto di un «pensiero individuale»? Anche dal semplice
punto di vista della storia della filosofia, si tratta di un errore veramente
madornale: non solo Platone non è né «idealista», né in qualsiasi modo
«soggettivista», ma non si potrebbe essere più integralmente «realisti» di
quanto egli sia; che i nemici dichiarati del «reale» vogliano fame un loro
predecessore è veramente paradossale. Inoltre costoro commettono un altro errore,
di certo non meno grave, quando, per ricollegare il loro «moralismo» a Platone,
invocano la funzione in qualche modo «centrale» che egli assegna all’«idea del
Bene». Esprimendoci con il linguaggio della Scolastica diremmo che essi non
fanno che confondere il «Bene trascendente» con il «Bene morale», dimostrando
così quanto sia grande la loro ignoranza di certe nozioni del resto elementari;
e, quando si vedono i moderni interpretare in tal guisa le concezioni degli
antichi, anche se non si tratta in fondo che di filosofia, ci si può ancora
stupire se deformano nel modo più oltraggioso le dottrine d’un ordine più
profondo?
La verità è che la «filosofia dei valori» non
può rivendicare il sia pur minimo legarne con una qualsiasi antica dottrina se
non ricorrendo ai peggiori giochi di parole sulle «idee» e sul «bene», ai quali
si dovrebbero
183
aggiungere altre confusioni come quella, del
resto molto diffusa, tra «spirito» e «mentale». Tale confusione è tra le più
tipicamente moderne proprio per le componenti «soggettive» e «moralistiche» da
noi già indicate; non è di certo difficile rendersi conto di quanto essa sia
l’opposto dello spirito tradizionale, come d’altronde lo è ogni «idealismo», la
cui conclusione logica è di far dipendere la verità stessa (oggi si dice anche
il «reale») dalle operazioni del «pensiero» individuale; può darsi che, in un’epoca
in cui il disordine intellettuale non era ancora giunto al punto attuale,
talvolta certi «idealisti» siano indietreggiati davanti all’enormità di una
simile conseguenza, ma non crediamo che i filosofi contemporanei possano avere
esitazioni del genere... Ci si può allora domandare a che cosa mira
precisamente l’emergere di questa particolare idea di «valore», lanciata come
una nuova «parola d’ordine» o, se si vuole, come una nuova «suggestione»; la
risposta non è poi così difficile, se si pensa che la deviazione moderna nel
suo insieme può essere descritta come una serie di sostituzioni che sono
soltanto altrettante falsificazioni in ogni campo. È infatti più facile
distruggere una cosa pretendendo di sostituirla, foss’anche con una grossolana
parodia, che riconoscendo apertamente che si vuol lasciare dietro di sé il
nulla; e, anche quando si tratta d’una cosa che ha già cessato d’esistere, vi
può ancora essere l’interesse a fabbricarne un’imitazione per impedire che si
avverta il bisogno di restaurarla, o per creare difficoltà a coloro che
potrebbero avere tale intenzione. Fu così che, per dare solo qualche esempio
del primo caso, l’idea del «libero esame» fu inventata per distruggere
l’autorità spirituale, non negandola puramente e semplicemente, in un primo
tempo almeno, ma sostituendo ad essa una falsa autorità, quella della ragione
individuale; e fu così che il «razionalismo» filosofico si prefisse di
sostituire
184
l’intellettualità con qualcosa che ne è solo
più la caricatura. L’idea del «valore» ci sembra tuttavia rientrare nel secondo
caso: già da molto tempo non si riconosce più difatti nessuna gerarchia reale,
cioè fondata essenzialmente sulla natura stessa delle cose; sennonché, per una
ragione o per l’altra, che non intendiamo qui ricercare, è parso opportuno (non
di certo ai filosofi, perché verosimilmente sono proprio le prime vittime
dell’inganno) instaurare nella mentalità collettiva una falsa gerarchia, fondata
unicamente su apprezzamenti sentimentali, quindi del tutto «soggettiva» (e
tanto più inoffensiva agli occhi dell’«egualitarismo» moderno, in quanto è
relegata nelle nuvole dell’«ideale», ossia tra le chimere dell’immaginazione);
si può dunque dire che i «valori» rappresentano una contraffazione della
gerarchia ad uso di un mondo che è stato condotto alla negazione di ogni vera
intellettualità.
Altrettanto poco rassicurante è che si osi
qualificare «spirituali» questi «valori», e l’abuso di tale aggettivo non è
meno significativo di tutto il resto; infatti, ritroviamo qui un’altra
contraffazione, quella della spiritualità, di cui abbiamo già dovuto denunciare
vari esempi; anche la «filosofia dei valori» ha dunque da svolgere una sua
funzione a questo riguardo? È indubbio, in tutti i casi, che non siamo più
nella fase in cui il «materialismo» e il «positivismo» esercitavano
un’influenza preponderante; si tratta ormai di un’altra cosa, la quale, per
raggiungere il proprio obiettivo, deve assumere una natura più sottile; e, per
esporre chiaramente tutto il nostro pensiero sull’argomento, diremo che
l’«idealismo» e il «soggettivismo», nel campo delle concezioni filosofiche e
per le loro reazioni sulla mentalità generale, sono ormai, e senza dubbio
saranno sempre più, i principali ostacoli a ogni restaurazione della vera
intellettualità.
185
IL SENSO DELLE PROPORZIONI *
Considerando la confusione che regna oggi in
tutti i campi, ci capita spesso di insistere sulla necessità di sapere prima di
tutto mettere ogni cosa al suo posto, di situarla cioè esattamente in rapporto
alle altre, in relazione alla sua propria natura ed importanza.
Ed è proprio questo che in generale i nostri
contemporanei non sanno più fare, non avendo più la nozione di alcuna vera
gerarchia; questa nozione, che in qualche modo è alla base di ogni civiltà
tradizionale, è, proprio per questa ragione, una di quelle che più sono atte a
distruggere le forze di sovversione la cui azione ha prodotto ciò che viene
definito lo spirito moderno.
Accade così che il disordine mentale sia oggi
diffuso ovunque, anche presso coloro i quali si dicono «tradizionalisti» (e
d’altronde abbiamo già dimostrato quanto ciò che implica questa parola sia
insufficiente per reagire efficacemente a questo stato di cose); il senso delle
proporzioni, in particolare, vi è stranamente assente, ad un punto tale da far
accettare normalmente come essenziale tutto ciò che vi è di più contingente, o
magari di più insignificante; non solo, ma da far mettere su un piano di uguaglianza
il normale e l’anormale, il legittimo e l’illegittimo, come se l’uno e l’altro
fossero in certo modo equivalenti ed
* Études
Traditionnelles, dicembre 1937. (R.S.T., n. 6)
186
avessero uno stesso diritto all’esistenza. Un
esempio abbastanza caratteristico di questo stato d’animo ci è fornito da un
filosofo «neo-tomista»1 che, in un suo articolo, dichiara che nelle
«civiltà di tipo sacrale» (noi diremmo tradizionale), come la civiltà islamica
o quella cristiana medioevale, «la nozione di guerra santa poteva avere un
senso», ma che essa «perde ogni significato» in «civiltà di tipo profano» come
quella attuale, in cui «il temporale è più perfettamente differenziato dallo
spirituale e, ormai autonomo, non ha più una funzione strumentale nei confronti
del sacro». Espressioni di questo genere fanno pensare che l’autore non sia in
fondo molto lontano dal vedere in tutto ciò un «progresso», o per lo meno un
qualcosa di definitivamente acquisito, e su cui non è più «ormai» il caso di
ritornare. D’altronde saremmo veramente curiosi di conoscere almeno un altro
esempio di «civiltà di tipo profano», poiché, da parte nostra, non riusciamo a
vederne altre all’infuori della civiltà moderna, che, proprio perché è tale,
non rappresenta propriamente che un’anomalia; il plurale parrebbe essere stato
messo là proprio per permettere di stabilire un parallelismo o, come abbiamo
detto poco fa, un’equivalenza fra questo «tipo profano» ed il «tipo sacrale» o
tradizionale, che è quello di ogni civiltà normale, senza eccezioni.
1. Ad evitare ogni equivoco ed ogni contestazione
precisiamo che, impiegando l’espressione «neo-tomismo», intendiamo designare un
tentativo di «adattamento» del tomismo; il che non è senza gravi concessioni
alle idee moderne, da cui coloro i quali si proclamano volentieri «antimoderni»
sono talvolta influenzati assai più che non si creda; il nostro tempo è pieno
di queste contraddizioni.
187
Va da sé che, trattandosi di una semplice
constatazione di uno stato di fatto, ciò non dovrebbe dar luogo ad obbiezioni;
ma, da questa constatazione all’accettazione di questo stato come costituente
una forma di civiltà legittima allo stesso titolo di quella di cui essa è la
negazione, c’è veramente un abisso. Che la nozione di «guerra santa» sia
inapplicabile nelle circostanze attuali, è un fatto fin troppo evidente, sul
quale chiunque non può non essere d’accordo; ma non si dica per questo che tale
nozione non ha più un senso, perché il «valore intrinseco di un’idea», e
soprattutto di un’idea tradizionale come quella, è del tutto indipendente dalle
contingenze, e non ha alcun rapporto con quella che viene chiamata la «realtà
storica»; essa appartiene a tutt’altro ordine di realtà. Far dipendere il
valore di un’idea, e cioè insomma la sua stessa verità (poiché, trattandosi di
un’idea, non vediamo che altro potrebbe essere il suo valore), dalle
vicissitudini degli eventi umani, è la caratteristica di quello «storicismo» di
cui abbiamo sovente denunciato l’errore, e che non è altro che una delle forme
del «relativismo» moderno; per parte nostra, troviamo spiacevolmente
significativo che proprio un filosofo «tradizionalista» condivida questo modo
di vedere. E, se si attribuisce al punto di vista profano la stessa validità
del punto di vista tradizionale, invece di scorgervi quanto vi è realmente in
esso di degenerazione e di deviazione, come si potrebbe ancora criticare la
troppo famosa «tolleranza», attitudine anch’essa specificamente moderna e
profana, e che consiste, come è noto, nell’accordare ad un errore qualsiasi gli
stessi diritti della verità?
188
Ci siamo un po’ dilungati su questo esempio
perché è veramente rappresentativo di una certa mentalità ma, ben inteso, se ne
potrebbero trovare facilmente molti altri, in un ordine di idee più o meno
analogo. Alle stesse tendenze si ricollega ancora l’importanza che
indebitamente si attribuisce alle scienze profane da parte dei rappresentanti
più o meno autorizzati (ma, in ogni caso, assai poco qualificati) delle
dottrine tradizionali, che arrivano fino al punto di sforzarsi costantemente di
«accomodare» queste ai risultati più o meno ipotetici e sempre provvisori di
quelle scienze, come se, fra le une e le altre, potesse esservi una comune
misura, come se si trattasse di cose situate allo stesso livello. Questa
attitudine, la cui debolezza è particolarmente sensibile nell’apologetica
religiosa, mostra, in coloro che pensano di doverla adottare, una ben strana
ignoranza del valore, o meglio, della dignità delle dottrine che pensano di
difendere in questo modo, mentre non fanno che sminuirle ed avvilirle; costoro
sono portati insensibilmente ed incoscientemente ai peggiori compromessi
cacciandosi a testa bassa nella trappola che viene loro tesa da quelli che
mirano solo a distruggere tutto ciò che ha un carattere tradizionale, e che
sanno benissimo quello che fanno portandoli sul terreno di una vana discussione
profana. È solo mantenendo in modo assoluto la trascendenza della tradizione
che la si rende (o meglio, la si conserva) inaccessibile ad ogni attacco dei
suoi nemici, che non si dovrebbe mai giungere a trattare come «avversari»; ma,
mancando il senso delle proporzioni e della gerarchia, chi può ancora
comprendere tutto ciò?
Abbiamo parlato ora delle concessioni fatte
sotto un punto di vista scientifico, nel senso in cui l’intende
189
il mondo moderno; ma le illusioni fin troppo
frequenti sul valore e la portata del punto di vista filosofico implicano a
loro volta un errore di prospettiva dello stesso genere, poiché questo punto di
vista, per definizione, è profano quanto l’altro. Ci si dovrebbe poter
accontentare di sorridere delle pretese di quelli che vogliono mettere dei
«sistemi» puramente umani, prodotto del semplice pensiero individuale, in
paragone o in opposizione con le dottrine tradizionali, essenzialmente
sopra-umane, se non fosse che essi riescono spessissimo a far prendere anche
troppo sul serio le loro pretese. Se le conseguenze sono forse meno gravi, è
solo perché la filosofia non ha, sulla mentalità generale della nostra epoca,
che una influenza più limitata di quella della scienza profana; tuttavia, anche
qui sarebbe errato concludere che il pericolo è inesistente o trascurabile solo
perché non appare così immediatamente. D’altronde, quand’anche a questo
proposito non vi fosse altro risultato che quello di «neutralizzare» gli sforzi
di molti «tradizionalisti» sospingendoli in un dominio in cui non vi è
possibilità di trarre alcun profitto reale in vista di una restaurazione dello
spirito tradizionale, è sempre tanto di guadagnato per il nemico; le
riflessioni che abbiamo già fatto in altre occasioni, circa certe illusioni di
ordine politico o sociale, troverebbero ugualmente applicazione in questo caso.
A proposito di questo punto di vista
filosofico, lo diciamo di sfuggita, capita qualche volta che le cose prendano
una piega abbastanza divertente: ci riferiamo alle «reazioni» che hanno certi
spiriti polemici, quando per caso si trovano in presenza di qualcuno che si
rifiuta formalmente di seguirli sul terreno
190
della discussione, alla stupefazione mescolata
alla stizza, per non dire alla rabbia, che provano constatando che ogni loro
argomentazione cade nel vuoto; è questa una cosa alla quale non riescono a
rassegnarsi, proprio perché sono evidentemente incapaci di comprenderne le
ragioni. Abbiamo avuto a che fare anche con persone che pretendevano di
obbligarci ad accordare alle piccole costruzioni della loro fantasia
individuale, un interesse che dobbiamo riservare esclusivamente alle sole
verità tradizionali; non potevamo naturalmente fare altro che chiuder loro la
porta in faccia, donde accessi di furore veramente indescrivibili; e in questo
caso non è solo il senso delle proporzioni che manca, è anche il senso del
ridicolo!
Ma torniamo a cose più serie: poiché parliamo
di errori di prospettiva, ne segnaleremo ancora uno che, veramente, è di
tutt’altro ordine, poiché si produce nell’ambito stesso tradizionale; esso non
è altro, in fondo, che un caso particolare della difficoltà che hanno
generalmente gli uomini ad ammettere quanto oltrepassa il loro punto di vista.
Che taluni, o forse anche la maggioranza, abbiano il proprio orizzonte limitato
ad una sola forma tradizionale, o magari ad un certo aspetto di questa forma, e
che siano quindi rinchiusi in un punto di vista che si potrebbe definire più o
meno «locale», è una cosa di per sé perfettamente legittima, e d’altronde
assolutamente inevitabile; ciò che invece non è assolutamente accettabile, è
che costoro si immaginino che questo stesso punto di vista, con tutte le
limitazioni che gli sono proprie, debba essere anche quello di tutti senza
eccezione, compresi quelli che hanno preso coscienza dell’unità essenziale di
tutte le tradizioni. Contro
191
quelli, chiunque siano, che danno prova di una
tale incomprensione, noi dobbiamo difendere, nel modo più fermo, i diritti di
chi si è elevato ad un livello superiore, dal quale la prospettiva è per forza
differente; si inchinino costoro di fronte a tutto ciò che, almeno per il
momento, sono incapaci di capire, e non si immischino in quello che non è di
loro competenza: questo, in fondo, è tutto quello che chiediamo. Riconosciamo
d’altra parte volentieri che, per quanto li riguarda, il loro punto di vista limitato
non è privo di determinati vantaggi, primo fra tutti quello di permettere loro
di attenersi intellettualmente a qualcosa di abbastanza semplice e di
trovarsene soddisfatti, e poi quello di non dar fastidio a nessuno, proprio a
causa della posizione «locale» in cui sono relegati; e questo almeno evita loro
di attirarsi contro forze ostili alle quali non sarebbero probabilmente in
grado di resistere.
192
LE ORIGINI DEL MORMONISMO *
Fra le sette religiose o
pseudo-religiose diffuse in America, quella dei Mormoni è sicuramente una delle
più antiche e delle più importanti, e noi crediamo che non sia senza interesse
esporne le origini.
All’inizio del XIX secolo viveva nella
nuova Inghilterra un pastore presbiteriano chiamato Salomon Spalding, che aveva
lasciato il suo ministero per il commercio, in cui non tardò a fallire; dopo
questo insuccesso, si mise a comporre una specie di romanzo in stile biblico,
intitolato il Manoscritto Ritrovato, su cui contava, forse, per
recuperare la sua fortuna. Ma in ciò si sbagliava, poiché morì senza essere
riuscito a farlo accettare da nessun editore. L’argomento di questo libro si
riferiva alla storia degli Indiani dell’America del Nord, che vi erano
presentati come i discendenti del Patriarca Giuseppe; era un lungo racconto
delle loro guerre e delle loro supposte migrazioni, dall’epoca di Sedecia, re
di Giuda, fino al quinto secolo dell’era cristiana; e questo racconto si
supponeva che fosse stato scritto da diversi successivi cronisti, di cui
l’ultimo, chiamato Mormon, l’avrebbe deposto in qualche nascondiglio
sotterraneo.
In che modo Spalding aveva avuto l’idea
di redigere quest’opera, tra l’altro molto noiosa, prodigiosamente monotona e
scritta in uno stile deplorevole? Non ci sembra assolutamente possibile dirlo,
e ci si può domandare se questa idea gli venne spontaneamente o se gli fu
suggerita da qualcun altro, poiché è lungi dall’essere stato il solo a indagare
su quanto era avvenuto delle dieci tribù perdute d’Israele e a tentare di
* Études Traditionnelles, 1940.
194
risolvere questo problema a suo modo. Si
sa che alcuni hanno voluto ritrovare le tracce di queste tribù in Inghilterra,
e vi sono Inglesi che tengono molto a rivendicare per la loro nazione l’onore
di questa origine; altri sono andati a ricercare queste stesse tribù molto più
lontano e fino in Giappone. Ciò che è certo è che esistono in alcune regioni
dell’Oriente, particolarmente a Cochin, nell’India meridionale, ed anche in
Cina, delle colonie ebraiche molto antiche, le quali pretendono di essersi ivi
stabilite dall’epoca della schiavitù di Babilonia. L’idea di una emigrazione in
America può sembrare molto più inverosimile e tuttavia essa è venuta ad altri
oltre che a Spalding; è questa una coincidenza abbastanza singolare.
Nel 1825, un Israelita di origine
portoghese, Mordecai Manuel Noah, ex-console degli Stati Uniti a Tunisi,
acquistò un’isola chiamata Grand Island, situata nel fiume Niagara, e lanciò un
proclama che impegnava tutti i suoi correligionari a venire a stabilirsi in
quest’isola, cui diede il nome di Ararat. Il 2 settembre dello stesso anno, si
celebrò con gran pompa la fondazione della nuova città; ora, ed è questo che
vogliamo segnalare, gli Indiani erano stati invitati ad inviare dei
rappresentanti a questa cerimonia, quali discendenti delle tribù perdute
d’Israele e dovevano anche trovare un rifugio nel nuovo Ararat. Questo progetto
non ebbe alcun seguito, e la città non fu mai costruita; una ventina di anni
più tardi, Noah scrisse un libro nel quale auspicava il ristabilirsi della
nazione ebraica in Palestina e, per quanto il suo nome sia oggi abbastanza
dimenticato, lo si deve guardare come il vero promotore del Sionismo.
L’episodio che abbiamo riferito è anteriore di quasi cinque anni alla
fondazione del Mormonismo: Spalding era già morto e non pensiamo che Noah sia
stato a conoscenza del suo Manoscritto Ritrovato. In ogni caso, non si
poteva prevedere allora la straordinaria fortuna che era riservata a
quest’opera, e Spalding stesso non aveva probábilmente mai sospettato che
doveva arrivare un giorno in cui sarebbe stata considerata da molti come una
nuova rivelazione divina; in quest’epoca non si era ancora arrivati a comporre
in modo premeditato degli scritti che si dicevano “ispirati”, come la Bibbia
di Oashpe o il Vangelo Acquariano, bizzarre elucubrazioni che
trovano presso gli Americani dei nostri giorni un ambiente atto a riceverli.
***
195
C’era a Palmyra, nel Vermont, un giovane
dalla cattiva reputazione, chiamato Joseph Smith. Costui si era innanzitutto
segnalato all’attenzione dei suoi concittadini durante uno di quei periodi
d’entusiasmo religioso che gli Americani chiamano revivals, diffondendo
il racconto di una visione di cui pretendeva essere stato favorito: poi si era
fatto «cercatore di tesori», vivendo del denaro che gli consegnavano i
creduloni ai quali prometteva di indicare, grazie a certi procedimenti
divinatori, le ricchezze nascoste nel suolo. Fu allora che entrò in possesso
del manoscritto di Spalding, dodici anni dopo la morte del suo autore; sembra
che questo manoscritto gli fosse stato regalato da uno dei suoi compari, Sydney
Rigdon, che l’avrebbe rubato in una tipografia in cui faceva il suo
apprendistato; resta il fatto che la vedova, il fratello e l’ex-socio di
Spalding riconobbero ed affermarono formalmente l’identità del Libro di
Mormon con il Manoscritto Ritrovato. Ma il «cercatore di tesori»
asseriva che, guidato da un angelo, aveva estratto questo libro dalla terra in
cui Mormon lo aveva nascosto, sotto forma di lamine d’oro coperte di caratteri
geroglifici; aggiungeva che l’angelo gli aveva fatto pure scoprire due pietre
traslucide, le quali non erano altro che l’Urim e il Thummim che si trovavano
sul pettorale del sommo sacerdote d’Israele1, il cui possesso, che
procurava il dono delle lingue e lo spirito di profezia, gli aveva permesso di
tradurre le lamine misteriose. Una decina di testimoni dichiararono di aver visto
queste lamine; tre di loro affermarono anche di aver visto l’angelo, che li
aveva poi avvinti e presi sotto la sua protezione. Fra questi ultimi vi era un
certo Martin Harris, che vendette la sua fattoria per sopperire alle spese di
pubblicazione del manoscritto, malgrado i pareri del professor Anthon, di New
York, a cui aveva sottoposto un campione dei pretesi geroglifici, e che l’aveva
messo in guardia contro quella che gli sembrava essere solo una volgare
soperchieria. È da supporre che Smith si fosse procurato alcune lamine d’ottone
e vi avesse tracciato caratteri presi a prestito da diversi alfabeti: secondo
Anthon2, c’era soprattutto una mescolanza di caratteri greci ed
ebraici, come una grossolana imitazione del calendario messicano pubblicato da
Humboldt. È d’altra parte estremamente difficile dire se quelli che aiutarono
Smith ai suoi inizi
1. Esodo XXVIII, 30. Queste due parole
ebraiche significano «luce» e «verità».
2. Lettera a Howe, 17 febbraio 1834.
196
fossero le sue vittime o i suoi
complici: per ciò che concerne Harris, la cui fortuna fu gravemente compromessa
dallo scarso successo che ebbe subito il Libro di Mormon, non tardò a
rinnegare la nuova fede e a rompere l’amicizia con Smith.
Questi ebbe ben presto una rivelazione
che metteva il suo sostentamento a carico dei suoi fedeli; poi, il 6 aprile
1830, un’altra rivelazione lo creò profeta di Dio, con la missione di insegnare
agli uomini una religione nuova e di creare la «Chiesa dei Santi degli Ultimi
Giorni» (Church of Latter-Day Saints), nella quale si doveva entrare con
un nuovo battesimo. Smith ed il suo socio Cowdery si somministrarono l’un
l’altro questo battesimo; la Chiesa non contava allora che sei membri, ma, in
capo a un mese, ne aveva una trentina, fra i quali il padre ed il fratello di
Smith.
Questa Chiesa, insomma, non si
differenziava dalla maggioranza delle sette protestanti; nei tredici articoli
di fede che furono allora formulati dal fondatore, vi è solamente da segnalare
la condanna del battesimo dei fanciulli (art. 4), la credenza «che un uomo può
essere chiamato a Dio con la profezia e con l’imposizione delle mani» (art. 5),
e che i doni miracolosi come «profezie, rivelazione, visioni, guarigione,
esorcismo, interpretazione delle lingue», si sono perpetuati nella Chiesa (art.
7), l’aggiunta del Libro di Mormon alla Bibbia come la «parola di Dio»
(art. 8), infine la promessa che Dio rivelerà ancora grandi cose «che
riguardano il Suo Regno» (art. 9). Citiamo ancora l’art. 10, così concepito:
«Noi crediamo alla riunificazione vera e propria d’Israele e alla restaurazione
delle dieci Tribù; noi crediamo che Sion sarà ricostruita su questo continente,
che il Cristo regnerà personalmente sulla terra e che la terra sarà rinnovata e
riceverà la gloria paradisiaca». L’inizio di questo articolo ricorda
curiosamente i progetti di Noah; il seguito esprime un «millenarismo» che non è
assolutamente eccezionale nelle chiese protestanti, e che, in questa stessa
regione della Nuova Inghilterra, doveva far nascere, verso il 1840, gli
«Avventisti del Settimo Giorno». Infine Smith volle ricostruire
l’organizzazione della Chiesa primitiva: Apostoli, Profeti, Patriarchi,
Evangelisti, Anziani, Diaconi, Pastori e Dottori, più due gerarchie di
pontefici, l’una secondo l’ordine di Aronne, l’altra secondo l’ordine di Melchisedek.
I primi adepti della nuova Chiesa erano
persone pochissimo istruite, per la maggior parte piccoli fattori o artigiani;
il meno ignorante fra loro era Sydney Rigdon, che aveva probabilmente procurato
a Smith il possesso del manoscritto di Spalding; lui stesso fu incaricato, da
una
197
rivelazione, della parte letteraria
dell’opera, e gli si attribuisce la prima parte del libro delle Dottrine e
Alleanze, pubblicato nel 1846, e che è pressappoco il Nuovo Testamento dei
Mormoni; del resto non tardò ad obbligare il profeta, a cui si era così reso
indispensabile, ad avere un’altra rivelazione che facesse loro spartire la
supremazia. Tuttavia, la setta cominciava ad ingrandirsi e a far conoscere la
sua esistenza all’esterno; gli Irvigiani inglesi, che credono anche alla
perpetuazione dei doni miracolosi nella Chiesa, inviarono a Smith una lettera
firmata da un «concilio di pastori» esprimente la loro simpatia. Ma il successo
stesso suscitò a Smith degli avversari che non mancarono di ricordare il suo
passato poco onorevole; così, dal 1831, il profeta ritenne prudente cambiare
residenza: da Fayette, nella contea di Seneca, stato di New York, in cui aveva
fondato la sua Chiesa, andò a stabilirsi a Kirtland, nell’Ohio; poi fece con
Rigdon un viaggio esplorativo nei paesi dell’Ovest, e, al suo ritorno, emise
una serie di rivelazioni che ordinavano ai «Santi» di recarsi nella contea di
Jackson, Missouri, per costruirvi una «Santa Sion». In pochi mesi,
milleduecento credenti risposero a questo richiamo e si misero a dissodare il
terreno e ad erigere la «Nuova Gerusalemme», ma i primi occupanti della regione
fecero loro subire ogni sorta di vessazioni, ed infine li espulsero da Sion. In
questo periodo, Joseph Smith, residente a Kirtland, vi aveva fondato una casa
commerciale e bancaria, dalla cui cassa, come ci insegna la sua autobiografia,
lui stesso e la sua famiglia avevano un diritto illimitato di attingere a piene
mani; nel 1837 la banca fu dichiarata fallita, e Smith e Rigdon, minacciati di
incriminazione per truffa, dovettero fuggire dai loro fedeli del Missouri.
Quattro anni erano già trascorsi dal momento che questi erano stati cacciati da
Sion e si erano ritirati nelle regioni vicine, ove avevano acquistato nuove
proprietà; Smith, dal suo arrivo, dichiarò loro che era venuta l’ora in cui
avrebbe «calpestato i suoi nemici sotto i piedi». Gli abitanti del Missouri,
avuta conoscenza del suo atteggiamento, ne furono esasperati e le ostilità
iniziarono quasi subito; i Mormoni, vinti, dovettero capitolare ed impegnarsi a
lasciare il paese senza perdere tempo; il profeta, consegnato alle autorità,
riuscì a sfuggire alle sue guardie e a raggiungere i suoi discepoli
nell’Illinois. Là, i «Santi» ricominciarono a costruire una città, la città di
Nauvoo, sulla riva del Mississippi; dei proseliti vi arrivarono, anche
dall’Europa, poiché una missione inviata in Inghilterra nel 1837 aveva
amministrato diecimila battesimi, ed una rivelazione ingiunse a questi nuovi
convertiti di accorrere a Nauvoo «con il loro
198
denaro, il loro oro e le loro pietre
preziose». Lo stato dell’Illinois accordò alla città una carta di
incorporazione; Joseph Smith ne fu fatto sindaco, ed organizzò una milizia di
cui fu fatto generale; da allora, comparve spesso a cavallo ed in uniforme. Il
suo consigliere militare era un certo generale Bennet, che aveva servito
nell’esercito degli Stati Uniti; questo Bennet aveva offerto i suoi servigi a
Smith con una lettera in cui, pur professando una completa incredulità quanto
alla sua missione divina, e trattando anche come «allegra mascherata» il
battesimo mormone che aveva ricevuto, prometteva al profeta «un’assistenza
devota e le apparenze di una fede sincera». La prosperità crescente
della setta portò la vanità di Smith a un punto tale che questi osò, nel 1844,
porre la sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti.
È in questo periodo che la poligamia fu
introdotta nel Mormonismo; la rivelazione che l’autorizzò è datata luglio 1843,
ma fu per molto tempo tenuta segreta e riservata a un piccolo numero di
iniziati; il fatto è che in capo a una decina d’anni questa pratica fu
confessata pubblicamente dai capi mormoni 3.
Solamente, per quanto si tacesse la
rivelazione, i risultati erano stati conosciuti malgrado tutto; un movimento di
opposizione, formato nel seno stesso della setta, fece sentire le proprie
proteste in un giornale chiamato «The Expositor». I partigiani del
profeta rasero al suolo la tipografia di questo giornale; i redattori fuggirono
e denunciarono alle autorità Joseph Smith e suo fratello Hiram come
perturbatori dell’ordine pubblico. Un mandato di cattura fu spiccato contro di
loro e, per farlo eseguire, il governo dell’Illinois dovette fare appello alla
milizia; Joseph Smith, vedendo che non poteva resistere, giudicò prudente
consegnarsi; fu rinchiuso con suo fratello nella prigione della contea, a
Carthage. Il 27 luglio 1844 una folla in armi invase la prigione e fece fuoco
sui detenuti; Hiram Smith fu ucciso sul posto e Joseph, volendo fuggire per la
finestra, saltò male e si schiantò alla base del muro; aveva trentatré anni. È
poco verosimile che degli assalitori si siano riuniti spontaneamente
3. La rivelazione di cui si parla è stata
pubblicata nell’organo ufficiale della setta, «The Millenary Star» (La
Stella Millenaria) nel gennaio del 1853. Le altre rivelazioni che abbiamo
menzionate precedentemente sono tutte state raccolte nelle Dottrine e
Alleanze. Noi non abbiamo creduto necessario indicare, per ognuna di esse,
il numero della «sezione» in cui si trova.
199
davanti alla prigione; non si sa da chi
furono diretti o almeno influenzati, ma è molto probabile che qualcuno abbia
avuto interesse a far scomparire Joseph Smith nel momento preciso in cui egli
vedeva realizzarsi tutte le sue ambizioni.
D’altra parte, se questi fu
incontestabilmente un impostore, per quanto alcuni abbiano cercato di mostrarlo
come un fanatico sincero, non è sicuro che abbia lui stesso immaginato tutte le
sue imposture; ci sono troppi casi più o meno simili, in cui i capi apparenti
di un movimento furono spesso solo gli strumenti di ispiratori nascosti, che
essi stessi non conobbero forse mai; e un uomo come Rigdon, per esempio,
potrebbe benissimo avere svolto un ruolo d’intermediario tra Smith e tali
ispiratori. L’ambizione personale che era nel carattere di Smith poteva, unita
alla sua assenza di scrupoli, renderlo idoneo alla realizzazione di disegni più
o meno tenebrosi; ma, al di là di certi limiti, rischiava di diventare
pericoloso, e, come al solito, in simili casi lo strumento è stroncato
ferocemente; è proprio quello che capitò a Smith. Noi indichiamo queste
considerazioni a puro titolo d’ipotesi, non volendo stabilire alcun raffronto;
ma ciò basta per mostrare che è difficile dare un giudizio definitivo sugli individui,
e che la ricerca di vere responsabilità è molto più complicata di quanto non
l’immaginino quelli che si attengono alle apparenze esteriori.
***
Dopo la morte del profeta, quattro
pretendenti, Rigdon, William Smith, Lyman Wight e Brighman Young, si
disputarono la sua successione; fu Brighman Young, ex-operaio carpentiere e
presidente del «Collegio degli Apostoli», che prevalse infine e fu proclamato
«veggente, rivelatore e presidente dei Santi degli Ultimi Giorni». La setta
cominciava ad accrescersi; ma si apprese ben presto che gli abitanti di nove
contee si erano coalizzati con l’intenzione di sterminare i Mormoni. I capi di
questi decisero allora una emigrazione in massa del loro popolo in una regione
lontana e deserta dell’Alta California, che apparteneva al Messico; questa
notizia fu annunciata da una «epistola cattolica» datata 20 gennaio 1846. I
vicini dei Mormoni acconsentirono a lasciarli tranquilli, dietro loro promessa
di partire prima dell’inizio dell’estate seguente; i «Santi» approfittarono di
questo termine per completare il tempio che stavano costruendo sulla sommità
della collina di Nauvoo, cui una rivelazione aveva ricollegato
200
certe benedizioni misteriose; la
consacrazione ebbe luogo in maggio. Gli abitanti dell’Illinois, vedendovi una
mancanza di sincerità e il segno della volontà dei Mormoni di tornare,
cacciarono brutalmente dalle loro dimore quelli che ancora vi si trovavano e il
17 settembre si impossessarono della città abbandonata. Gli emigranti
iniziarono un viaggio penoso, molti rimasero sulla strada, alcuni morirono di
freddo e di privazioni. In primavera, il presidente andò avanti con un corpo di
pionieri; il 21 luglio 1847 raggiunsero la vallata del Gran Lago Salato e,
colpiti dai rapporti della sua configurazione geografica con quella della terra
di Canaan, decisero di fondarvi una «base di Sion» (Stake of Sion),
attendendo il momento in cui avrebbero potuto riconquistare la vera Sion, vale
a dire la città della contea di Jackson che le profezie di Smith assicuravano
dover essere la loro eredità. Quando la colonia fu riunita, contava quattromila
persone; essa aumentò rapidamente e, sei anni più tardi, il numero dei suoi
membri arrivava già a trentamila. Nel 1848 il paese era stato ceduto dal
Messico agli Stati Uniti; gli abitanti domandarono al Congresso di potersi
costituire in Stato sovrano, con il nome di «Stato di Deseret», tratto dal Libro
di Mormon, ma il Congresso eresse solamente il paese a Territorio, con il
nome di Utah, il Territorio potendo diventare Stato libero solo quando la
popolazione avesse raggiunto la cifra di sessantamila uomini, il che impegnò
d’altra parte i Mormoni a intensificare la loro propaganda per arrivarvi al più
presto e poter così legalizzare la poligamia e le loro altre istituzioni
particolari; frattanto, il presidente Brighman Young fu nominato governatore
dell’Utah. A partire da questo momento, la prosperità materiale dei Mormoni
andò sempre aumentando, come il loro numero, malgrado alcuni episodi
sfortunati, fra i quali bisogna notare uno scisma, che si produsse nel 1851:
quelli che non avevano seguito l’emigrazione costituirono una «Chiesa
Riorganizzata» che aveva la sua sede a Lamoni, nello Yowa, che si dichiarava la
sola legittima; collocarono alla loro testa il giovane Joseph Smith, il figlio
del profeta, che era domiciliato a Indipendence, nel Missouri.
Secondo una statistica ufficiale del
1911, questa «Chiesa Riorganizzata» contava allora cinquantamila membri, mentre
il ramo dell’Utah ne contava trecentocinquantamila.
***
201
Il successo del Mormonismo può sembrare
stupefacente; è probabile che sia dovuto all’organizzazione gerarchica e
teocratica della setta, molto abilmente concepita, bisogna riconoscerlo, più
che al valore della sua dottrina, per quanto la sua stessa stravaganza sia
capace di esercitare un’attrazione su certi spiriti; in America soprattutto, le
cose più assurde in questo genere riescono in modo incredibile. Tale dottrina
non è rimasta quella che era all’inizio, e ciò si comprende senza fatica,
poiché nuove rivelazioni potevano modificarla ad ogni istante: è così che la
poligamia era chiamata nel Libro di Mormon «un abominio agli occhi del
Signore», il che non impedì a Joseph Smith di avere un’altra rivelazione con la
quale diventava «la grande benedizione dell’Ultima Alleanza». Le innovazioni
propriamente dottrinali sembra che siano state dovute soprattutto a Orson
Pratt, sotto il cui dominio intellettuale Smith era caduto verso la fine della
sua vita, e che aveva una conoscenza più o meno vaga delle idee di Hegel e di
alcuni altri filosofi tedeschi, volgarizzati da scrittori come Parker e Emerson4.
Le concezioni religiose dei Mormoni sono
del più grossolano antropomorfismo, come provano questi estratti di uno dei
loro catechismi.
«Domanda 28: Che cosa è Dio? ‑ Un essere
intelligente e materiale, avente un corpo e delle membra».
«Domanda 38: È anche capace di passione?
‑ Sì, mangia, beve, odia, ama».
«Domanda 44: Può abitare parecchi luoghi
contemporaneamente? ‑ No».
Questo Dio materiale abita il pianeta
Lolob; ed è anche materialmente che egli è il Padre delle creature e le ha generate,
e il profeta dice nel suo ultimo sermone: «Dio non ha avuto il potere di creare
lo spirito dell’uomo. Questa idea diminuirebbe l’uomo ai miei occhi, ma io so
di più di questo». Quello che sapeva o pretendeva di sapere, è questo:
innanzitutto il Dio dei Mormoni è un Dio che «si evolve»; la sua origine fu «la
fusione di due particole di materia elementare» e, con uno sviluppo
progressivo, raggiunse la forma umana: «Dio, è inutile dirlo, ha
iniziato con l’essere un uomo, e, per mezzo di una continua progressione,
4. Orson Pratt pubblicò nel 1853 un organo chiamato
«The Seer» (Il veggente), da cui prendiamo a prestito una gran parte
delle citazioni che seguono.
202
è diventato quello che è, e può
continuare a progredire nello stesso modo eternamente e indefinitamente.
L’uomo, egualmente, può crescere in conoscenza e in potere finché vuole. Se
dunque l’uomo è dotato di una progressione eterna, verrà certamente un tempo in
cui ne saprà come Dio ne sa ora». Joseph Smith dice ancora: «Il più debole
figlio di Dio che esiste ora sulla terra, possiederà a suo tempo più dominio,
sudditi, potenza e gloria di quanto ne possegga oggi Gesù Cristo o suo Padre,
mentre il potere e l’evoluzione di questi saranno accresciuti nella stessa
proporzione». E Parly Pratt, fratello di Orson, sviluppa così quest’idea: «Che
farà l’uomo quando questo mondo sarà troppo popolato? Farà altri mondi e
s’involerà come uno sciame d’api. E quando un fattore avrà troppi figli per la
sua porzione di terra, dirà loro: Figli miei, la materia è infinita; createvi
un mondo e popolatelo». Le rappresentazioni della vita futura sono d’altra
parte le più materiali possibile, e comportano particolari tanto ridicoli
quanto le descrizioni del Summerland degli spiriti anglosassoni:
«Supponete, dice lo stesso Parly Pratt, che della popolazione della nostra
terra una persona su cento abbia parte alla resurrezione felice; quale porzione
potrebbe avere ognuno dei Santi? Rispondiamo: ognuno di loro potrebbe avere
centocinquanta acri di terra, il che sarebbe pienamente sufficiente per
raccogliere la manna, costruire splendide abitazioni, ed anche per coltivare
dei fiori e tutte le cose che l’agricoltore e il botanico prediligono». Un
altro «Apostolo», Spencer, cancelliere dell’Università di Deseret e autore
dell’Ordine Patriarcale, dice anche: «La residenza futura dei Santi non
è per niente una cosa figurata; come qui, avranno bisogno di case per loro e la
loro famiglia. È da intendersi letteralmente che chi è stato spogliato dei suoi
beni, case, terreni, moglie o figli, ne riceverà cento volte di più... Abramo e
Sara continueranno a moltiplicare non solo qui, ma in tutti i mondi a venire...
La resurrezione vi renderà la vostra moglie, che conserverete per l’eternità, e
voi alleverete dei figli della vostra carne». Certi spiriti, è vero, non
attendono neanche la resurrezione per parlarci di «matrimoni celesti» e di
«figli astrali»!
Ma non è ancora tutto: dall’idea di un
Dio «che diviene», che non è esclusivamente loro e di cui si può citare più di
un esempio nel pensiero moderno, i Mormoni son ben presto passati a quella di
una pluralità di dei che formano una gerarchia indefinita. In effetti, fu
rivelato a Smith «che la nostra attuale Bibbia era soltanto ormai un testo
mutilo e pervertito, che egli aveva la missione di ricondurre alla sua purezza
originale»,
203
e che il primo versetto del Genesi
doveva essere interpretato così: «Il Dio capo generò gli altri dei con il cielo
e la terra». Tra l’altro, «ognuno di questi dei è il Dio speciale degli spiriti
di carne che abita nel mondo che ha formato». Infine, cosa ancora più
straordinaria, una rivelazione di Brighman Young, nel 1853, ci insegna che il
Dio del nostro pianeta è Adamo, e che lui stesso è solo un’altra forma
dell’Arcangelo Michele: «Quando nostro padre Adamo venne nell’Eden, condusse
con sé Eva, una delle sue donne. Portò il proprio aiuto
all’organizzazione di questo mondo. È lui Michele, l’Antico dei Giorni. È
nostro padre e nostro Dio, il solo Dio con il quale abbiamo a che fare».
In queste storie fantastiche ci sono
cose che ci ricordano certe speculazioni rabbiniche, mentre, da un altro lato,
non possiamo impedirci di pensare al «pluralismo» di William James; i Mormoni
non sono fra i primi ad aver formulato la concezione, cara ai pragmatisti, di
un Dio limitato, «l’Invisibile Re» di Wells?
La cosmologia dei Mormoni, per quanto se
ne possa giudicare secondo formule abbastanza vaghe e confuse, è una sorta di
monismo atomista, in cui la coscienza o la intelligenza è considerata come
inerente alla materia: la sola cosa che sia esistita da sempre è «una quantità
indefinita di materia in movimento e intelligente, di cui ogni particola
che esiste ora è esistita in tutte le profondità dell’eternità allo stato di
libera locomozione. Ogni individuo del regno animale o vegetale contiene uno
spirito vivente e intelligente. Le persone non sono che dei tabernacoli in cui
risiede l’eterna verità di Dio. Quando diciamo che c’è solo un Dio e che è
eterno, non designano alcun essere in particolare, ma questa suprema verità che
alita in una grande varietà di sostanze». Questa concezione di un Dio
impersonale, che vediamo qui comparire, sembra essere in contraddizione
assoluta con la concezione antropomorfica ed evoluzionista che abbiamo indicato
precedentemente; ma senza dubbio occorre fare una distinzione ed ammettere che
il Dio corporeo che risiede nel pianeta Lolob è solo il capo di questa
gerarchia di esseri «particolari» che i Mormoni chiamano anche dei, ed ancora
dobbiamo aggiungere che il Mormonismo, i cui dirigenti passano attraverso tutta
una serie di «iniziazioni», ha verosimilmente un exoterismo e un esoterismo. Ma
continuiamo: «Ogni uomo è un aggregato di individui intelligenti che entrano
nella sua formazione di particole di materia». Qui noi troviamo qualche cosa
che ricorda ad un tempo il monadismo leibnitziano, inteso d’altra parte nel suo
senso più
204
esteriore, e la teoria del
«polipsichismo» sostenuta da certi «neospiritualisti». Infine, sempre nello
stesso ordine di idee, il presidente Brighman Young, in uno dei suoi sermoni,
proclamò che «la ricompensa dei buoni sarà una progressione eterna, e la punizione
dei cattivi un ritorno della loro sostanza agli elementi primitivi di tutte le
cose». Nelle diverse scuole di occultismo, si minaccia egualmente di
«dissoluzione finale» quelli che non potranno pervenire ad acquistare
l’immortalità; e ci sono pure alcune sette protestanti, come gli Avventisti in
particolare, che ammettono per l’uomo solo una «immortalità condizionale».
Pensiamo di aver detto abbastanza per
mostrare ciò che valgono le dottrine dei Mormoni, ed anche per far comprendere
che, malgrado la loro singolarità, la loro apparizione non costituisce un
fenomeno isolato; esse rappresentano insomma, in molte loro parti, delle
tendenze che hanno trovato molteplici espressioni nel mondo contemporaneo, e il
cui sviluppo attuale sembra pure il sintomo abbastanza inquietante di uno
squilibrio mentale che rischia di generalizzarsi se non si vigila
accuratamente; gli Americani hanno fatto all’Europa, sotto questo aspetto,
degli spiacevolissimi regali.
205
LA SCIENZA PROFANA
DI FRONTE ALLE DOTTRINE TRADIZIONALI *
Nonostante le nostre frequenti precisazioni
sull’atteggiamento che normalmente dovrebbe essere tenuto nei confronti della
scienza profana da chiunque rappresenti e semplicemente esponga una qualsiasi
dottrina tradizionale, ci pare, a giudicare da talune considerazioni che
ultimamente ci sono pervenute da diverse parti, che non tutti l’abbiano capito
perfettamente.
Dobbiamo però riconoscere che questa
incomprensione ha una scusante, in quanto l’atteggiamento di cui sopra è
difficilmente concepibile per coloro, e sono l’immensa maggioranza dei nostri
contemporanei almeno nel mondo occidentale, i quali sono più o meno contaminati
dallo spirito moderno; rari sono quelli che riescono a sbarazzarsi interamente
dei pregiudizi inerenti alla mentalità che l’educazione ricevuta e l’ambiente
stesso in cui vivono hanno loro imposto. Orbene, uno dei più radicati fra
questi pregiudizi è certamente la credenza
* Études
Traditionnelles, aprile-maggio 1950. (R.S.T.,
n. 24, 67)
206
nel valore della scienza moderna, che in
realtà è un tutt’uno con la scienza profana, da cui deriva inevitabilmente, in
molti, una sorta di volontà più o meno cosciente a non ammettere che i
risultati reali o supposti di questa scienza siano qualcosa di cui si può non
tenere conto alcuno.
Ricorderemo anzitutto che, in qualsiasi
ordine, è proprio il punto di vista profano ad essere illegittimo come tale,
poiché consiste essenzialmente nel considerare le cose senza ricollegarle a
nessun principio trascendente, cioè come se fossero indipendenti da qualsiasi
principio, principio che questo punto di vista ignora puramente e semplicemente
quando non giunge alla sua più o meno esplicita negazione. Questa definizione è
ugualmente applicabile sia al dominio dell’azione che a quello della conoscenza,
e quest’ultimo è evidentemente il caso di tutta quanta la scienza moderna la
quale, di conseguenza, non ha alcun diritto ad essere considerata una vera
conoscenza: infatti, quand’anche le capiti di enunciare delle cose vere, a
parte il fatto che il suo modo di presentarle è pur sempre illegittimo, è
incapace di spiegare la ragione della loro verità, perché questa verità può
soltanto risiedere nella propria dipendenza nei confronti dei principi. È fuori
questione, d’altra parte, che quando parliamo di conoscenza non ci riferiamo
alle applicazioni pratiche cui quella scienza può dar luogo; queste
applicazioni, in effetti, sono del tutto indipendenti dal valore della scienza
come tale, e per conseguenza qui non ci interessano. Gli scienziati stessi, del
resto, riconoscono senza difficoltà di utilizzare forze la cui natura ignorano
completamente, e tale ignoranza ha senza dubbio molto a che vedere con la
pericolosità troppo spesso insita in tali applicazioni; ma questo è un altro
argomento su cui attualmente non possiamo insistere.
Ci si potrebbe chiedere se, nonostante tutto,
una scienza del genere non potrebbe essere resa legittima col
207
ristabilire, per la parte di verità ch’essa
può contenere in un ordine relativo, il legame con quei principi che, soli,
permetterebbero di comprendere queste verità come tali. Certo ciò non è
impossibile in certi casi, ma a questo punto non si avrebbe più a che fare con
la stessa scienza in realtà, poiché si avrebbe allora un completo cambiamento
di prospettiva, in quanto un punto di vista tradizionale verrebbe a sostituire
il punto di vista profano: non bisogna dimenticare, infatti, che una scienza
non si definisce unicamente con il suo oggetto, ma anche con il punto di vista
da cui essa lo considera. E se è così, tutto ciò che si potrebbe conservare
dovrebbe venire nettamente distinto da ciò che invece andrebbe eliminato,
vedansi tutte le false concezioni che troppo facilmente sono riuscite ad
insinuarsi, giusta l’ignoranza dei principi; e la formulazione stessa della
verità dovrebbe quasi sempre essere rettificata essendo stata troppo spesso
influenzata più o meno gravemente da tali false concezioni a cui le suddette
verità si trovano associate nella scienza profana. Abbiamo noi stessi, in un
nostro libro, dato a questo proposito alcune indicazioni riguardanti certe
parti delle matematiche moderne1; non si dica che, in un caso come
questo, la rettificazione della terminologia avrebbe in fondo poca importanza,
o anche che essa non meriterebbe lo sforzo che sarebbe necessario, con il
pretesto che i matematici stessi non sarebbero vittime delle assurdità
implicite nel linguaggio da essi impiegato. Innanzitutto, un linguaggio erroneo
suppone sempre necessariamente qualche confusione nel pensiero stesso: ed è più
grave di quanto si potrebbe credere ostinarsi a non voler dissipare questa
confusione ed a considerarla trascurabile o indifferente. In secondo luogo, anche
se i matematici di professione han finito per accorgersi della falsità
1. Cfr. Les
principes du calcul infinitésimal.
208
di certe idee, non è men vero che, continuando
ad usare espressioni che riflettono queste concezioni, essi contribuiscono a
diffonderle, o a mantenerle, in tutti coloro che ricevono direttamente o
indirettamente il loro insegnamento e che non hanno la possibilità di esaminare
le cose da vicino come loro. Infine, e ciò è ancora più importante, il fatto di
servirsi di una terminologia alla quale non si attribuisce più alcun
significato plausibile non è se non una manifestazione della tendenza sempre
più accentuata della scienza attuale a ridursi ad un «convenzionalismo» vuoto
di senso, tendenza che è caratteristica della fase di «dissoluzione»
susseguente a quella di «solidificazione» propria dell’ultimo periodo del ciclo2.
È certamente curioso, e d’altronde veramente degno di un’epoca di disordine
intellettuale come la nostra, che certuni, volendo dimostrare che le obiezioni
da noi formulate contro la loro scienza non sono realmente applicabili in ciò
che li concerne, mettano precisamente avanti un argomento che, al contrario,
non fa che apportare ad esse una conferma ancor più completa!
Ciò ci conduce direttamente a una
considerazione di ordine più generale: sappiamo che ci si rimprovera talvolta
di dar credito, nelle nostre argomentazioni contro la scienza moderna, a teorie
che gli stessi scienziati attualmente non ammettono più, o sulle quali per lo
meno fanno delle riserve che i loro predecessori non facevano. Per fare un
esempio, è esatto, in effetti, che il trasformismo ha perduto molto terreno
negli ambienti «scientifici», anche se è esagerato dire che non conta più
seguaci; ma non è meno esatto che esso continua a far mostra di sé, come tempo
addietro e con la medesima sicurezza «dogmatica», nei manuali d’insegnamento e
nelle opere di volgarizzazione, in tutto ciò, quindi,
2. Cfr. Le règne de
la quantité et les signes des temps.
209
che è accessibile di fatto ai non
«specialisti», cosicché, per quel che concerne l’influenza da esso esercitata
sull’opinione pubblica non vi è nulla di veramente cambiato, e la sua
«attualità», se così si può dire, rimane tal quale. È quindi comprensibile che
l’importanza da noi attribuita a tutto ciò, constatabile anche per ogni altra
specie di teorie «scadute» o «superate», secondo espressioni di moda, non è
dovuta per nulla ad un nostro particolare interesse per la massa del «grosso
pubblico»; la vera ragione è che, in tal modo, queste teorie influenzano
indistintamente tutti i non «specialisti», tra i quali ci sono sicuramente di
quelli, per quanto poco numerosi, i quali, se non subissero tali influenze,
avrebbero possibilità di comprensione che, per contro, non ci si può aspettare
di trovare negli scienziati irrimediabilmente chiusi nelle loro
«specializzazioni». A dire il vero, se molti di questi scienziati hanno
rinunciato per conto loro alle forme più grossolane del trasformismo, non siamo
affatto sicuri che ciò non sia avvenuto semplicemente per sostituire tali
concezioni con altre le quali, per essere più sottili, non valgono gran che di
più, anzi sono forse più pericolose. In ogni caso, perché mai essi giocano
sull’equivoco continuando a parlare di «evoluzione», se veramente quel che
intendono con ciò non ha più nessun rapporto con quanto si era abituati fin qui
a designare con questa parola? Bisogna forse vedervi ancora una delle
manifestazioni del «convenzionalismo» scientifico attuale, o semplicemente un
esempio della tendenza che hanno oggi le parole, anche nell’uso corrente, a
perdere il loro senso normale? Comunque sia, è assai strano che, mentre certuni
ci accusano di non prendere sufficientemente in considerazione la cosiddetta
«attualità» scientifica, altri al contrario, in altri ambienti, non ci
perdonano certamente di pensare e di dire che il materialismo non è più ora il
solo pericolo da denunciare, e nemmeno il principale o il più temibile;
210
bisogna concludere che è ben difficile
soddisfare tutti, cosa della quale, per parte nostra, non ci siamo mai molto
preoccupati.
Ma torniamo alla questione della
legittimazione delle scienze moderne: se essa, come abbiamo detto, è possibile
per alcune di esse, non lo è tuttavia per tutte, poiché una condizione appare
necessaria: che l’oggetto di una tale scienza sia legittimo in se stesso, anche
se non lo è il modo in cui essa lo considera, in ragione del suo carattere
profano. Non rientrano quindi in queste condizioni quelle scienze, o per meglio
dire pretese scienze, che non sono in realtà nient’altro né più che prodotti
specifici della deviazione moderna. Un caso tipico di questo genere è quello
della psicanalisi: sarebbe infatti vano cercar di ricollegare a dei principi
superiori ciò che non è propriamente se non un’aberrazione dovuta all’azione di
influenze psichiche dell’ordine più basso; altrettanto varrebbe tentare di
legittimare lo spiritismo o le divagazioni «surrealiste», che hanno in fondo
un’origine del tutto simile, con la sola differenza di non essere ammessi nei
programmi dell’insegnamento «ufficiale». Per quanto riguarda invece quelle
scienze moderne che almeno hanno un oggetto legittimo, non bisogna dimenticare
che, per molte, bisognerebbe tener conto del carattere di «residuo» che esse
hanno in rapporto a certe scienze antiche, come abbiamo spiegato in altre
occasioni, cosicché la loro legittimazione equivarrebbe propriamente a una
restaurazione più o meno integrale delle scienze tradizionali corrispondenti di
cui esse non sono in realtà che vestigia degenerate in seguito all’oblio dei
principi. Ma una simile restaurazione non sarebbe priva di difficoltà, perché
tra queste scienze tradizionali ve ne sono alcune, come l’astrologia ad
esempio, la cui vera «chiave» sembra ormai perduta, e che, in ogni caso,
bisognerebbe evitare di confondere con le deformazioni più o meno recenti che
s’incontrano
211
oggi sotto il medesimo nome, e che sono ancor
più fortemente influenzate dalla crescente invadenza della mentalità profana.
La questione che abbiamo esaminato ha
d’altronde attualmente un interesse soltanto «teorico», poiché, di fatto, la
suddetta legittimazione non è stata ancora tentata in nessun caso, per cui,
quando si ha a che fare con la scienza moderna, ci si trova sempre unicamente
in presenza della scienza profana. Quest’ultima quindi non può essere
considerata, in rapporto alle dottrine tradizionali, che come puramente e
semplicemente inesistente; in altri termini, non c’è da preoccuparsi di sapere
se essa si trova in accordo o in disaccordo con quelle dottrine, con le quali,
in ragione del suo difetto di principi, non può avere alcun rapporto effettivo.
Se c’è disaccordo, si può esser certi che l’errore è senz’altro da parte della
scienza profana, i dati tradizionali non potendo essere l’oggetto di alcun
dubbio per chiunque ne comprenda la vera natura; se al contrario c’è un
accordo, tanto meglio per questa scienza, ma per essa solamente, poiché ciò
mostra che è pervenuta, quantunque per vie molto indirette ed incerte, a
cogliere la verità su qualche punto particolare. Questa coincidenza, che ha
solo un carattere accidentale, non tocca per nulla le dottrine tradizionali,
perché queste non hanno nessun bisogno di una «conferma» esteriore: sarebbe
d’altronde una ben strana conferma quella che si pretenderebbe ottenere
appellandosi ad una scienza per cui le verità in questione, così come tutte le
sue teorie non possono apparire se non come semplici ipotesi più o meno
probabili. Non ha senso inoltre, e per le medesime ragioni, il tentativo di
associare a dati tradizionali idee prese a prestito dalla scienza profana o a
queste più o meno direttamente ispirate; è un’impresa del tutto vana, e che può
provenire soltanto da coloro che, come gli occultisti per esempio, ignorano totalmente
la portata reale di quegli
212
elementi frammentari che han potuto attingere
alle diverse tradizioni: l’inanità di questo genere di costruzioni
«sincretistiche» ed ibride, è già stato da noi sufficientemente dimostrata
perché sia necessario soffermarsi nuovamente su questo punto.
D’altra parte, abbiamo anche avuto occasione
di far notare la debolezza, per non dire di più, dell’atteggiamento che si è
convenuto chiamare «apologetico» e che consiste nel voler difendere una
tradizione, contro attacchi come quelli della scienza moderna, discutendo gli
argomenti di questa sul suo terreno, cosa che quasi sempre comporta concessioni
più o meno spiacevoli, ed implica in ogni caso un misconoscimento del carattere
trascendente della dottrina tradizionale. Questo atteggiamento è tipico degli
exoteristi, e si può pensare che, sovente, essi siano spinti in questo senso
soprattutto dal timore che un più o meno grande numero di aderenti alla loro
tradizione si lasci sviare dalle obbiezioni scientifiche o sedicenti tali che
vengono formulate contro di essa; ma a parte il fatto che questa preoccupazione
«quantitativa» è di carattere assai profano, obbiezioni di questo genere
meritano tanto minore importanza quanto più la scienza a cui si ispirano cambia
continuamente, cosa che dovrebbe bastare a provare la loro scarsa solidità.
Quando si vedono, ad esempio, dei teologi preoccupati di «accordare la Bibbia
con la scienza», è fin troppo facile constatare quanto un simile lavoro sia
illusorio, poiché continuamente da rifare nella misura in cui le teorie scientifiche
si modificano, senza contare l’inconveniente di far apparire la tradizione come
solidale con lo stato presente della scienza profana, cioè con teorie che forse
non saranno più ammesse da nessuno nel giro di qualche anno, se pure non sono
già state abbandonate dagli scienziati: che anche questo può succedere, le
obiezioni che ci si propone di combattere essendo piuttosto opera dei
volgarizzatori che non degli
213
scienziati stessi. Invece di abbassare
maldestramente le scritture sacre a un tale livello, questi teologi farebbero
sicuramente molto meglio a cercare di approfondire il più possibile il loro
vero significato, e di esporlo puramente e semplicemente per il beneficio di
coloro che sono capaci di comprenderlo e che, se lo comprendessero
effettivamente, non sarebbero più tentati di lasciarsi influenzare dalle
ipotesi della scienza profana, non più d’altronde che dalla «critica»
dissolvente di una esegesi modernista e razionalista, cioè essenzialmente
antitradizionale, i cui pretesi risultati non devono affatto essere presi in
considerazione da chi ha coscienza di quel che è realmente la tradizione.
Chiunque espone una dottrina tradizionale, sia exoterica che esoterica, ha non
soltanto il diritto più stretto, ma anche il dovere di guardarsi dal minimo
compromesso con la mentalità profana, in qualsiasi dominio; ma dove sono oggi,
in Occidente, quelli che comprendono ancora che così dev’essere? Alcuni diranno
forse, poiché sono i teologi che abbiamo preso come esempio, che ciò riguarda
loro e non noi; ma noi non siamo di quelli che ritengono di potersi
disinteressare degli attacchi portati a una tradizione, e che sono sempre
pronti a felicitarsi se questi attacchi sono rivolti contro una tradizione
diversa dalla loro, come se si trattasse di colpi diretti contro dei
«concorrenti», e come se questi attacchi non colpissero sempre, in definitiva,
lo spirito tradizionale stesso; e il tipo di «apologetica» di cui abbiamo parlato
mostra fin troppo bene a qual punto essi siano riusciti a indebolire questo
spirito tradizionale anche presso coloro che se ne credono i difensori.
C’è ancora un punto che bisogna ben chiarire
per evitare ogni malinteso: non è lecito pensare che chi intende mantenersi in
una posizione rigorosamente tradizionale debba imporsi di non parlare mai delle
teorie scientifiche profane. Egli può e deve al contrario, quando è
214
il caso, denunciarne gli errori e i pericoli,
soprattutto quando vi si trovano affermazioni nettamente in contrasto con i
dati della tradizione; ma dovrà farlo sempre in modo tale che ciò non
costituisca una discussione «da pari a pari», cosa possibile solo alla
condizione di non scendere sul terreno profano. In effetti, in simili casi, si
tratta di dare un giudizio formulato in nome di un’autorità superiore, quella
della dottrina tradizionale, poiché dev’essere chiaro che qui solo questa
dottrina conta, e che le individualità che lo esprimono non hanno di per sé
alcuna importanza. Ora, nessuno ha mai osato pretendere, per quanto ne
sappiamo, che un giudizio possa essere assimilato a una discussione o a una
«polemica». Se, per un partito preso dovuto all’incomprensione e a cui
sfortunatamente spesso si associa la malafede, coloro che misconoscono
l’autorità della tradizione pretendono di vedere della «polemica» là dove non
ve n’è traccia, non c’è evidentemente alcun mezzo per impedirglielo, come non
si può impedire a un ignorante o a uno sciocco di scambiare le dottrine
tradizionali per delle «filosofie»: ma ciò non merita la minima attenzione;
mentre invece tutti coloro che comprendono cos’è la tradizione, e che sono i
soli il cui parere conti, sapranno perfettamente come regolarsi; quanto a noi,
se dei profani volessero indurci a discutere con loro, li avvertiamo una volta
per tutte che, non potendo consentire a discendere al loro livello né a porci
dal loro punto di vista, i loro sforzi cadranno sempre nel vuoto.
215
INDICE
Introduzione 1 pag. 5
PARTE PRIMA – Metafisica e Cosmologia
1. Il demiurgo pag.
19
2. Monoteismo e angelologia pag. 35
3. Silenzio e solitudine 2 pag. 41
4. Spirito e intelletto pag. 47
5. Le Idee eterne pag.
53
6. «Conosci te stesso» pag. 58
7. Considerazioni sulla produzione dei numeri pag. 68
PARTE SECONDA ‑ Scienze e Arte Tradizionali
1. L’iniziazione e i mestieri pag. 83
2. Le contraffazioni dell’Idea Tradizionale 3 pag. 92
3. Le arti e la loro concezione tradizionale pag. 110
4. Le condizioni dell’esistenza corporea pag. 117
PARTE TERZA ‑ Qualche errore dei moderni
1. Del preteso «empirismo» degli antichi pag. 144
2. La superstizione della vita 4 pag. 152
3. La superstizione del «valore» pag. 178
4. Il senso delle proporzioni pag. 186
5. Le origini dei Mormonismo pag. 194
6. La scienza profana di fronte alle dottrine
tradizionali 5 pag.
206
1. Cfr. P. Nutrizio, «Vita semplice di René
Guénon?», R.S.T., n. 19. Non è stato invece tradotto l’«Avant-propos» di
Roger Maridort.
2. Costituisce il cap. I - 5 dell’edizione
francese, Gallimard, 1976.
3. Al suo posto nell’edizione francese si trova
«Remarques sur la notation mathématique».
4. Al suo posto nell’edizione francese si trova «La
diffusion de la connaissance et l’esprit moderne».
5. Costituisce il cap. III – 8 dell’edizione
francese, mancando qui le traduzioni dei capp. III – 6 « La Gnose et les écoles spiritualistes» e
III – 7 «A propos d’une mission dans l’Asie centrale».
Edizione italiana a cura del
Centro Studi Guénoniani
VENEZIA
1a Edizione 1978
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