25 - LA TRADIZIONE E LE TRADIZIONI - René Guénon
SCRITTI 1910-1938
INDICE
Prefazione, di Alessandro Grossato 7
Nota ai Testi 11
Il Dalai Lama (1910) 16
La Religione e le religioni (1910) 19
L’insegnamento iniziatico (1913) 24
Le influenze moderniste in India (1913) 31
Il Brahma-Samâj 31
L’Arya-Samâj 40
I Sette Fratelli
(Sat Bhai) 42
Riflessioni a proposito del “Potere Occulto”
(1914) 46
Discorso contro i discorsi (1917) 57
Le dualità cosmiche (1921) 63
Le dottrine indù (1924) 86
La costituzione dell’essere umano secondo i
Buddhisti (1925) 96
La Liberazione secondo i Jaina (1925) 106
F.-Ch. Barlet e le società iniziatiche (1925) 111
Qualche precisazione a proposito della H. B.
of L. (1925) 115
A proposito di qualche simbolo ermetico-religioso
(1925) 118
Le origini del Mormonismo (1926) 125
Il Cristo Sacerdote e Re (1927) 136
Il simbolismo della tessitura (1930) 142
Le influenze erranti (1931) 146
Iniziazione e contro-iniziazione (1933) 151
La “religione” di un filosofo (1934) 156
Il Sufismo (1934) 162
Vi sono ancora delle possibilità iniziatiche
nelle forme tradizionali
occidentali? (1935) 169
“Notes and Queries” da Speculative Mason
(1935-1937) 175
Tradizione e tradizionalismo (1936) 181
Le contraffazioni dell’idea tradizionale (1936) 187
A proposito di “animismo” e di “sciamanismo”
(1937) 199
L’errore dello “psicologismo” (1938) 205
L’illusione della “vita ordinaria” (1938) 214
PREFAZIONE
È passato anche il cinquantenario della morte
di René Guénon, e si resta sempre in attesa che qualcuno finalmente proceda (1)
ad una vera e propria riedizione critica di tutte le sue opere, comprese le
recensioni (2), che tenga conto non solo delle numerose stesure, varianti,
soppressioni ed integrazioni, ma anche delle indicazioni via via fornite nel
tempo dallo stesso Guénon, riguardo alla ristampa di molti suoi scritti (3).
Nel frattempo, e in vista di quanto sopra, resta ancora da esplorare, riordinare
e possibilmente pubblicare, la parte recuperabile dell’enorme quantità di
lettere scritte dal Guénon ai più diversi interlocutori, per un ammontare di
centinaia e centinaia di pagine, oggi sparsamente circolanti, perlopiù in
fotocopia, fra i mille rivoli della diaspora “guénoniana” (4). Un’autentica
miniera delle più varie informazioni d’ordine tradizionale e, talvolta, delle
più riservate. Per quanto riguarda poi più specificamente i lettori italiani
dell’opera di René Guénon, mancava una raccolta veramente ordinata dei numerosi
scritti ancora sparsi, che finora non avevano trovato posto in nessuna delle
diverse antologie
(1) Come sarebbe ormai doveroso nei riguardi di un
autore così importante nella storia intellettuale dell’Occidente.
(2) I cui criteri, di parziale ripubblicazione,
sono spesso stati piuttosto discutibili. Così, per esempio, la miscellanea che
va sotto il nome solo apparentemente esaustivo di Comptes Rendus, uscita
nel 1973, non raccoglie in realtà che una minima parte delle recensioni, e
neanche tutte quelle rimaste “inutilizzate” nelle appendici alle edizioni
postume di diverse opere.
(3) Ad esempio, per quanto riguarda la monografia
sull’esoterismo di Dante, che andrebbe integrata con i numerosi articoli
dedicati alla corrente iniziatica dei Fedeli d’Amore, apparsi successivamente.
(4) Le cui caratteristiche sempre più marcatamente
“settarie” danneggiano oggi non poco, con il loro zelante parassitismo a base
sentimentale, è ormai doveroso dirlo, l’immagine d’un’opera cristallinamente
intellettuale.
7
postume, a causa della loro impostazione più o
meno rigorosamente monotematica. Ne restavano abbastanza da mettere insieme un
volume ancora cospicuo, costituito da testi altrimenti difficilmente reperibili
(5), non pochi dei quali rivestono, come si vedrà, una notevole importanza per
il loro contenuto, anche perché non più ripreso o rielaborato dall’autore in
altre sue opere note, com’è invece avvenuto in tanti altri casi, o addirittura
perché del tutto tralasciati in edizioni successive, com’è il caso di due
lunghi ed importantissimi capitoli presenti nella prima edizione della L’Homme
et son devenir selon le Vêdânta (6), che fra l’altro possono contribuire
non poco a chiarire la posizione di Guénon riguardo al problema dottrinale
costituito dal Buddhismo delle origini. Già da qualche anno avevamo cominciato
a progettare una simile raccolta. Se abbiamo tardato tanto a pubblicarla, è
stato soprattutto perché, pur essendo ormai già più di trent’anni che leggiamo
e studiamo assiduamente Guénon, proprio attendendo a questo lavoro ci siamo
ulteriormente resi conto di quanto inesauribile sia in realtà l’opera di
quest’uomo. Se si fa caso, il numero dei titoli che figura nelle diverse
bibliografie di René Guénon annesse ai diversi studi monografici che gli son
stati sinora dedicati, e che ogni volta si spererebbe finalmente esaustive,
tende sempre ad aumentare! Cosa certamente non dovuta ad ignoranza od imperizia
dei rispettivi curatori, quanto all’obbiettiva difficoltà di circoscrivere in
modo definitivo la sua ricchissima produzione, non solo assai precoce, non solo
sparsa talora su testate minori e pochissimo note, e non solo francesi, ma
anche al fatto che molti articoli e recensioni sono addirittura anonimi, o
firmati con degli pseudonimi (T Palingenius, Le Sphinx, Ignitus,
...) (7), o siglati semplicemente con le iniziali del suo nome islamico
(A.W.Y.), o addirittura, come sembra essersi verificato in più di un caso,
firmati da altre persone, come ad esempio da Abel Clarin de la Rive, il
direttore della celebre rivista La France Antimaçonnique (8).
(5) La presente raccolta lascia comunque fuori
moltissime cose, che d’altra parte potranno trovare la loro giusta collocazione
solo nell’eventuale edizione critica di cui si è detto.
(6) Capitoli espunti dall’autore in tutte le
edizioni successive dell’opera, certo solo perché costituivano in realtà delle
digressioni troppo lunghe nell’economia generale di quell’opera, e non per dei
motivi di presunta “opportunità” come altri hanno scritto, ma che abbiamo
voluto qui finalmente riprendere per il loro obiettivo grande interesse.
(7) Forse non tutti i suoi pseudonimi son stati
ancora identificati.
(8) Noi stessi abbiamo recentemente contribuito ad
una importante integrazione
8
E proprio di fronte alle obiettive difficoltà
che pone ancora al momento una ricerca veramente accurata di tutti i contributi
di Guénon che, in una forma o nell’altra, costellano queste migliaia di pagine,
abbiamo deciso, tranne due anticipazioni particolarmente “gustose”, di
sospendere la nostra ricerca. È facile rendersi conto, sin dalla lettura dell’Indice,
di come gli argomenti trattati nei diversi scritti siano quanto mai vari, e
dunque assai difficilmente ordinabili tematicamente. L’ordinamento più logico e
conforme, che si è dunque imposto come l’unico veramente plausibile, è stato
quello strettamente cronologico di pubblicazione, o comunque di effettiva
stesura. Abbiamo quindi scelto, per la presente raccolta, il titolo di La
Tradizione e le tradizioni che in definitiva riassume efficacemente il
senso di tutti, poiché sintetizza la differenza essenziale che esiste fra la Tradizione
primordiale, intesa soprattutto come dottrina metafisica pura, la quale di
necessità è e resta immutabile nel tempo, e tutti i suoi innumeri adattamenti
ciclici, cioè le diverse tradizioni, comprese le tre religioni abramiche. E
della Tradizione o delle specifiche tradizioni appunto si parla, ovvero del
rapporto fra esoterismo ed exoterismo, e quindi dell’iniziazione in tutte le
sue diverse forme, sia orientali che occidentali, per arrivare alle
contraffazioni pseudo o neospiritualiste dell’idea tradizionale, fino
all’azione sovversiva dell’antitradizione e della controiniziazione. Uno
scenario quanto mai vario, ma in definitiva completo, che non mancherà di
colpire anche molti lettori abituali di René Guénon per il carattere
particolarmente esplicito e quanto mai attuale di molte delle pagine che
seguono. A questo proposito segnaliamo soprattutto l’articolo che si intitola Y
a-t-il encore des possibilités initiatiques dans les formes traditionnelles
occidentales? (9), il quale tocca un problema di costante e centrale
interesse, almeno per quanto riguarda noi occidentali.
ALESSANDRO GROSSATO
di tale bibliografia, individuando e pubblicando il
testo, sinora inedito ed ignoto agli stessi specialisti, della Psychologie,
un breve trattato monografico scritto da Guénon verosimilmente intorno al 1917,
ad uso degli studenti liceali dei suoi corsi di filosofia.
(9) Curiosamente esso era stato inviato dall’autore
nel 1935 ad una rivista rumena, Memra, la quale cessò di uscire prima di
poterne pubblicare la traduzione, già pronta. Com’è ormai noto, dopo la
Francia, l’Italia e la Romania sono i paesi europei nei quali maggiormente agì
l’influenza intellettuale dell’opera di René Guénon.
9
NOTA AI TESTI
Diamo di seguito gli estremi delle prime edizioni
dei testi qui raccolti e tradotti, nonché delle successive ristampe, e delle
eventuali traduzioni in lingua italiana già esistenti.
Le Dalaï-lama. In La
Gnose, n. 5, Parigi, marzo 1910, p. 88-90.
La Religion et les
religions. In La Gnose, n. 10, Parigi, 10 settembre 1910. Ripreso in Vers
la Tradition, n. 83-84, Parigi.
L’enseignement
initiatique. In Le
Symbolisme, gennaio 1913. Ripreso in Voile d’Isis,
Parigi, dicembre 1933. Julius Evola lo tradusse col titolo di Sull’insegnamento
“tradizionale” e sul senso dei simboli per la rubrica Diorama del
quotidiano Il Regime Fascista del 2 marzo 1934. Tutti gli articoli
pubblicati in questo quotidiano sono stati poi raccolti in un volumetto dal
titolo: René Guénon, Precisazioni necessarie, i saggi di “Diorama-Regime
Fascista”, Il cavallo alato, Salerno, 1988.
Les influences
modernistes dans l’Inde.
“Les influences modernistes dans l’Inde. Le Brahma-Samâj. L’Arya-Samâj. Les
Sept Frères (Sat Bhai)”. Scritto originariamente per La
France Antimaçonnique. Organe hebdomadaire du Conseil Antimaçonnique de France, Parigi, 31 luglio e 11 dicembre 1913. Ristampato in Études Traditionnelles, nn. 303-304, Parigi,
ottobre-novembre e dicembre 1952, rispettivamente alle p. 289-297 e 337-343.
Quello che abbiamo qui riunificato, è originariamente un articolo uscito in due
puntate, dedicate rispettivamente a Le Brahma-Samâj e a L’Arya-Samâj.
Réflexions à propos
du “Pouvoir Occulte”. In La
France Antimaçonnique. Organe hebdomadaire du Conseil Antimaçonnique de France,
11
nn. 24-25, Parigi, 11 e 18 giugno 1914,
rispettivamente alle p. 277-280 e 289-293. Firmato con lo pseudonimo di Le
Sphinx.
Discours contre les
discours. Pronunciato originariamente alla fine del giugno 1917, nella veste di
professore di filosofia in occasione della distribuzione dei premi nel Collegio
di Saint-Germain-en-Laye e quindi subito pubblicato nel locale Bulletin
municipal. Ristampato in Études
Traditionnelles, n. 428, Parigi, novembre-dicembre 1971, p. 242-250.
Les dualités
cosmiques. Scritto originariamente, a quel che sembra, nel 1920-21, per La
Revue de Philosophie, rivista alla quale Guénon aveva già collaborato, ma
rimasto allora inedito, perché rifiutato a seguito della reazione di un certo
ambiente cattolico (1), esso fu infine pubblicato quando il figlio più anziano
di René Guénon, Ahmed Abdel Wahed Yahya, ne trasmise il manoscritto autografo,
in Études Traditionnelles, nn. 429-431, Parigi, gennaio-febbraio,
marzo-aprile e maggio-giugno 1972, rispettivamente alle p. 1-10, 49-61 e
97-104.
Les doctrines
hindoues. Nella Revue Bleue, n. 15, marzo 1924, p. 195-199. Prima
traduzione italiana ne La Tavola di Smeraldo, n. 0, Genova, novembre
1983, p. 17-28.
La constitution de
l’être humain selon les Bouddhistes. Costituiva il capitolo XI della prima edizione de L’Homme
et son devenir selon le Vêdânta, Parigi, 1925, p. 111-124. Tradotto
per la prima volta in italiano da Luiz Maio Ruiz, in René Guénon in Italia,
Edizioni Sapere, Padova, 1992.
La Délivrance selon
les Jainas. Costituiva il capitolo XXV della prima edizione de L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta, Parigi, 1925, p. 245-250. Tradotto per la prima
volta in italiano da Luiz Maio Ruiz, in René Guénon in Italia, Edizioni
Sapere, Padova, 1992.
F.-Ch. Barlet et
les sociétés initiatiques. In Voile d’Isis, n. 64, Parigi, aprile 1925,
p. 3-7. Ristampato in Études Traditionnelles, n. 487, Parigi,
gennaio-marzo 1981, p. 217-221.
Quelques précisions
à propos de la H. B. of L. In Voile d’Isis, n. 70, Parigi, ottobre 1925, p. 8-11. Ristampato
in Études Traditionnelles,
(1) Come testimonia
l’articolo di Mme Noële Maurice-Denis Boulet, L’ésotériste René Guénon,
in La Pensée Catholique, nn. 77, 78-79 e 80, 1962.
12
n. 487, Parigi, 1985, p. 592-595. Quest’articolo,
che assieme al precedente costituiva in realtà un unico studio articolato in
due parti successive, raccoglie dei dati interessantissimi sulla famosa Hermetic
Brotherhood of Luxor, spesso citata dal Guénon nelle sue opere.
À propos de
quelques symboles hérmetiques-réligieuses. In Regnabit,
dicembre 1925. Ristampato in Études Traditionnelles, n. 496, Parigi,
1987, p. 23-29. L’articolo prende in esame la singolare immagine di
Cristo-Giano con chiave e scettro, ben nota ai lettori del
Guénon, che vi farà spesso riferimento.
Les origines du
Mormonisme. Nella Revue Bleue, n. 17, 4 settembre 1926. Ristampato in Études
Traditionnelles, n. 235, Parigi, luglio 1939, p. 261-275. Ripreso
nell’antologia postuma: René Guénon, Mélanges, Gallimard, Paris, 1976,
p. 161-175.
Le Christ prêtre et
roi. In Au Christ-Roi
(Revue du Hieron de Paray-le-Monial), maggio-giugno 1927. Ristampato in Études Traditionnelles, n. 369, Parigi,
gennaio-febbraio 1962, p. 1-8. Prima traduzione italiana in Rivista di Studi
Tradizionali, n. 25, Torino, ottobre-dicembre 1967, p. 181-189. L’articolo
riprende da un’altra angolatura il tema dei due poteri spirituale e temporale,
superiormente riassunti in quella “funzione suprema” da cui in realtà
promanano.
Le symbolisme du
tissage. In Le Voile d’Isis, n. 122, Parigi, febbraio 1930, p. 65-70.
Les influences
errantes. Apparso la prima volta, con il titolo di Al-Quwâh as-Sâbihah,
nella rivista in lingua araba El-Marîfah (La Conoscenza), 1931,
con la firma Abdel Wahed Yahya. La versione francese, sembra redatta a suo
tempo dallo stesso Guénon, verrà pubblicata solo nel n. 370 di Études
Traditionnelles, Parigi, marzo-aprile 1962, p. 1-7. Prima traduzione
italiana in Rivista di Studi Tradizionali, n. 46, Torino, gennaio-giugno
1977, p. 1-7.
Initiation et
contre-initiation. In Le Voile d’Isis, n. 158, Parigi, febbraio 1933, p. 3-8.
Ristampato nella ribattezzata Études Traditionnelles, n. 495, Parigi,
gennaio-marzo 1983, p. 49-54. Vi si dimostra la reale natura ed origine
dell’una e dell’altra, la contro-iniziazione derivando in realtà dalla degenerazione
delle vie di “Piccoli Misteri”, a seguito della perdita del punto di vista
metafisico.
13
La religion d’un
philosophe. In Le Voile d’Isis, n. 169, Parigi, gennaio 1934, p. 5-12.
Apparso con il titolo Dove si riduce la “religione” di un filosofo sulla
rubrica Diorama del quotidiano Il Regime Fascista del 1° giugno
1934, tradotto da Julius Evola. Centrato sulla figura di Henri Bergson, prende
in considerazione un interessante esempio dello pseudospiritualismo moderno.
Le Soufisme. In Le Voile d’Isis, nn. 176-177,
Parigi, agosto-settembre 1934, Numéro spécial sur la Tradition Islamique,
p. 289-296. Lucida introduzione ad una delle poche vie
iniziatiche mantenutasi tutt’oggi intatta, anche nella sua parte superiore, e
alla quale, com’è noto, lo stesso René Guénon era ricollegato.
Y a-t-il encore des
possibilités initiatiques dans les formes traditionnelles occidentales? Scritto
originariamente per la rivista rumena Memra (nn. 2-5, gennaio-aprile
1935), la traduzione, già pronta, rimase inedita a causa della brusca fine
della rivista dopo l’uscita di appena due numeri. È stato pubblicato per la
prima volta in Études Traditionnelles, n. 435, Parigi, gennaio-febbraio
1973, p. 1-8. Prima traduzione italiana in Claudio Mutti, Eliade, Vâlsan,
Geticus e gli altri. La fortuna di Guénon fra i Romeni, All’insegna del
Veltro, Parma, 1999, p. 126-132.
Tradition et
traditionalisme. In Études
Traditionnelles, n. 202, Parigi, ottobre 1936, p. 361-368. Tradotto da Evola con lo stesso titolo per la rubrica Diorama
del quotidiano Il Regime Fascista del 17 novembre 1936.
Les contrefaçons de
l’idée traditionnelle. In Études Traditionnelles, nn. 203 e 204, Parigi, novembre e
dicembre 1936, p. 397-404 e 441-449. Prima traduzione in lingua italiana nella Rivista
di Studi Tradizionali, nn. 4 e 5, del luglio-settembre e
dell’ottobre-dicembre 1962, Torino, p. 153-162 e 217-226.
À propos d’animisme
et de chamanisme. In Études
Traditionnelles, n. 210, Parigi, giugno 1937, p. 224-230. Tradotto da Evola col titolo di Esplorazioni sull’altra sponda
per la rubrica Diorama del quotidiano Il Regime Fascista del 31
marzo 1939.
“Notes and
Queries”. In Speculative
Mason, VoI. XXVII, aprile, luglio ed ottobre 1935, p.
77, 78, 118-119 e 156; Vol. XXVIII, gennaio 1936; Vol. XXIX, gennaio 1937, p.
29. Prima traduzione francese col titolo collettivo di Quelques pages
oubliées de René Guénon in Études Traditionnelles,
14
n. 427, Parigi, settembre-ottobre 1971, p. 209-216.
Prima traduzione italiana in Rivista di Studi Tradizionali, nn. 54-55,
Torino, 1981. Si tratta di brevi, succinti interventi siglati semplicemente
A.W.Y., le iniziali del nome islamico di René Guénon (Abdel Wahed Yahya), che
questi scrisse, a partire dal 1935, nella rubrica Notes and Queries
della nota rivista massonica Speculative Mason, come puntuali risposte
alle diverse domande inviate dai lettori.
L’erreur du
«Psychologisme». In Études Traditionnelles, nn. 217 e 218, gennaio e febbraio
1938, Parigi, p. 5-10 e 45-50. Tradotto da Evola con il titolo di Sulla
perversione psicanalitica per la rubrica Diorama del quotidiano Il
Regime Fascista del 19 dicembre 1939.
L’illusion de la
vie ordinaire. In Études Traditionnelles, nn. 219 e 220, Parigi, marzo e aprile
1938, p. 81-86 e 121-126. Prima traduzione italiana in Rivista di Studi
Tradizionali, n. 18, Torino, gennaio-marzo 1966, p. 1-8.
15
IL DALAI LAMA
Da qualche tempo, delle informazioni di fonte
inglese, dunque evidentemente interessate, ci raffigurano il Tibet come invaso
da un esercito cinese, e il Dalai Lama in fuga davanti a questa invasione e
apprestantesi a domandare aiuto al governo delle Indie per ristabilire la sua
autorità minacciata. È del tutto comprensibile che gli Inglesi pretendano di
annettere il Tibet all’India, dalla quale esso è tuttavia separato da ostacoli
naturali difficilmente superabili, e che essi cerchino un pretesto per penetrare
nell’Asia centrale, dove nessuno pensa di richiedere il loro intervento. La
verità è che il Tibet è una provincia cinese, che da molti secoli dipende
amministrativamente dalla Cina, e che, di conseguenza, questa non ha bisogno di
conquistarlo. Quanto al Dalai Lama, non è e non è mai stato un sovrano
temporale, ed il suo potere spirituale è fuori dalla portata di qualunque
invasore, quale esso sia, che potesse introdursi nella regione tibetana. Le
notizie allarmanti che ci si sforza di diffondere attualmente sono dunque prive
di ogni fondamento; in realtà, ci sono stati semplicemente alcuni saccheggi
compiuti da una banda di predoni, ma, come avviene assai frequentemente in
questa contrada, nessuno sogna minimamente di preoccuparsene.
Approfitteremo di questa occasione per
rispondere a talune domande che ci sono state poste riguardo al Dalai Lama; ma,
affinché nessuno possa accusarci di fare affermazioni di dubbio valore e che
non godono di alcuna autorevolezza, ci limiteremo a riprodurre i passaggi
principali di una Corrispondenza dall’Estremo Oriente pubblicata da La
Voie (nn. 8 e 9). Tale corrispondenza apparve nel 1904, quando una
spedizione inglese, comandata dal colonnello Younghusband, tornò da Lhasa con
un preteso trattato in fondo al quale non appariva alcuna firma tibetana. “Gli
Inglesi riportavano dall’Altopiano tibetano un trattato che era stato firmato
solamente dal loro comandante, e che dunque per i Tibetani non rappresentava né
un impegno né un obbligo. L’intrusione
16
inglese a Lhasa non poteva avere nessuna
influenza sul governo tibetano, e meno ancora su quella parte della religione
tibetana che si deve considerare come l’antenata di tutti i dogmi e ancor meno
sul simbolo vivente della Tradizione”.
Ecco alcuni dettagli sul palazzo del Dalai
Lama, nel quale nessuno straniero è mai penetrato: “Questo palazzo non si trova
nella città di Lhasa, ma sulla sommità di una collina isolata al centro della
pianura, ed è situato circa un quarto d’ora a nord della città. Esso è come
circondato e racchiuso da un gran numero di templi costruiti come dei dinh
(pagode confuciane), nei quali abitano i Lama che sono al servizio del Dalai
Lama; i pellegrini non varcano mai la soglia di questi dinh. Lo spazio
che si trova al centro di questi templi disposti in cerchio gli uni a fianco
agli altri, costituisce una grande corte pressoché sempre deserta, al centro
della quale si trovano quattro templi, di forme differenti, ma disposti
regolarmente in quadrato; e al centro di questo quadrato vi è la dimora
personale del Dalai Lama.
“I quattro templi sono di grandi dimensioni,
ma non troppo elevati, e sono costruiti più o meno secondo il modello delle
abitazioni dei viceré o dei governatori delle grandi province dell’Impero
cinese; essi sono occupati dai dodici Lama chiamati Lama-Namshan, che
formano il consiglio circolare del Dalai Lama. Gli appartamenti interni
sono riccamente decorati, ma vi si vedono solo i colori lamaici, ossia il
giallo e il rosso; essi sono divisi in più stanze le più grandi delle quali
sono le sale di preghiera. Ma, salvo assai rare eccezioni, i dodici Lama-Namshan
non possono ricevere nessuno negli appartamenti interni; persino i loro
servitori dimorano negli appartamenti detti esterni, perché, da questi
appartamenti, non si può scorgere il palazzo centrale. Questo occupa il centro
del secondo quadrato, ed è isolato da ogni lato dagli appartamenti dei dodici Lama-Namshan;
è necessaria una dichiarazione speciale e personale del Dalai Lama per
oltrepassare quest’ultimo spazio interno.
“Il palazzo del Dalai Lama non si svela agli
occhi degli abitanti degli appartamenti interni se non con il suo grande
peristilio che ne fa il giro completo, come avviene in tutti gli edifici
dell’Asia meridionale; questo peristilio è sostenuto da quattro ordini di
colonne, che sono, dall’alto in basso, ricoperte d’oro. Nessuno abita il
pianterreno del palazzo, che è composto solamente da vestiboli, sale di
preghiera e gigantesche scalinate. Davanti al quadruplo peristilio, il palazzo
si eleva su tre piani: il primo piano è color della pietra, il secondo è rosso,
il terzo è giallo. Sopra il terzo piano, e a mo’ di copertura, si erge una
cupola del tutto tondeggiante e ricoperta da lamine d’oro; si può vedere
17
questa cupola da Lhasa ed anche da più lontano
nella vallata; ma i templi interni ed esterni nascondono la vista dei piani.
Solo i dodici Lama-Namshan conoscono la distribuzione dei piani del
palazzo centrale, e quel che vi avviene; è al piano rosso, e al centro, che si
tengono le sedute del consiglio circolare. L’insieme di queste costruzioni è
veramente grandioso e maestoso; coloro che hanno l’autorizzazione di circolarvi
sono tenuti a custodire il silenzio” (Nguyên V. Cang, Le Palais du
Dalaï-Lama, n. 8, 15 novembre 1904).
Ed ecco ora quanto concerne il Dalai Lama:
“Quanto alla persona del Dalai Lama, che si credeva di vedere già (all’epoca
dell’intrusione inglese) condizionato e ‘profanato’ da sguardi stranieri,
bisogna dire che questo timore è ingenuo, e che, né ora né mai, potrà avere
fondamento. La persona del Dalai Lama non si mostra se non al piano rosso
del grande palazzo sacro, quando i dodici Lama-Namshan vi si riuniscono a certe
condizioni e per ordine di colui stesso che li regge. Sarebbe sufficiente la
presenza di un solo altro uomo, chiunque egli fosse, perché il Dalai Lama non
apparisse affatto; e in questo vi è più che una semplice impossibilità
materiale di profanare la sua presenza: egli non può essere là ove vi siano i
suoi nemici o anche solo degli stranieri. Il Papa dell’Oriente, come lo
chiamano (assai impropriamente) i fedeli del Papa dell’Occidente, non è di
quelli che si possano spogliare o costringere, perché non è sotto il potere né
sotto il controllo umano; e egli è sempre lo stesso, oggi come in quel
giorno assai lontano in cui egli si rivelò a quel Lama profetico, che i
Tibetani chiamano Issa, e che i Cristiani chiamano Gesù” (Nguyên V. Cang, Le
Dalaï-Lama, n. 9, 15 dicembre 1904).
Questo dimostra a sufficienza che il Dalai
Lama non può essere in fuga, ora non più che al momento in cui queste righe
sono state scritte, e che non si pone neanche il problema di destituirlo o di
eleggere un suo successore; da tutto ciò si può dedurre ugualmente quale valore
abbiano le affermazioni di certi viaggiatori che, avendo più o meno esplorato
il Tibet, pretendono di aver visto il Dalai Lama; non è il caso di attribuire
la benché minima importanza a simili racconti. Non aggiungeremo altro alle parole
che abbiamo citato, parole che promanano da una fonte molto autorevole;
d’altronde si comprenderà che tale questione non è di quelle che conviene
trattare pubblicamente senza riserve, ma abbiamo pensato che non sarebbe stato
né inutile né inopportuno parlarne qui.
18
LA RELIGIONE E LE RELIGIONI
“Onorate la Religione, diffidate dalle
religioni”: è questa una delle massime principali che il Taoismo ha inscritto
sulla porta di tutti i suoi templi; e tale tesi (che d’altronde è stata
sviluppata in questa Rivista anche dal nostro Maestro e collaboratore Matgioi)
non è affatto specifica della metafisica estremo-orientale, ma si deduce
immediatamente anche dagli insegnamenti della Gnosi pura che esclude qualunque
spirito settario o di sistema, dunque qualunque tendenza
all’individualizzazione della Dottrina.
Se la Religione è necessariamente una come la
Verità, le religioni non posson essere altro che delle deviazioni dalla
Dottrina primordiale; e non si devono affatto confondere con lo stesso Albero
della Tradizione i vegetali parassiti, antichi o recenti, che si allacciano al
suo tronco, e che, vivendo completamente della sua stessa sostanza, si sforzano
di soffocarlo: sforzi vani, perché delle modificazioni temporanee non possono
intaccare per nulla la Verità immutabile ed eterna.
Da questo, risulta evidentemente che non può
essere accordata alcuna autorità a nessun sistema religioso che derivi da uno o
più individui, poiché, dinnanzi alla Dottrina vera ed impersonale, gli
individui non esistono affatto; e, con questo, si comprende anche tutta
l’inanità di questa domanda, posta tuttavia così sovente: “Le circostanze della
vita dei fondatori di religioni, così come ci sono state riportate, devono
essere considerate come dei fatti storici reali, o come delle semplici leggende
aventi un carattere puramente simbolico?”.
Che si siano introdotte nel racconto della
vita del fondatore, vero o presunto, di tale o talaltra religione, delle
circostanze che primitivamente erano dei puri simboli, e che in seguito sono
state prese per dei fatti storici da parte di coloro che ne ignoravano il
significato, questo è del tutto verosimile, e persino probabile in più di un
caso. È ugualmente possibile, è vero, che delle simili circostanze si siano
talvolta verificate,
19
nel corso dell’esistenza di certi esseri
aventi una natura del tutto speciale, così come ce l’hanno i Messia o i
Salvatori; ma questo c’importa poco, perché non toglie nulla al loro valore
simbolico, il quale deriva da tutt’altra cosa che dei semplici fatti materiali.
Diremo di più: l’esistenza stessa di tali
esseri, considerati nella loro apparenza individuale, dev’essere anch’essa
considerata come simbolica. “Il Verbo si è fatto carne”, dice il Vangelo di
Giovanni; e dire che il Verbo, manifestandosi, si è fatto carne, significa dire
che si è materializzato, o, per esprimersi in modo più generale ed allo stesso
tempo più esatto, ch’esso si è in qualche modo cristallizzato nella forma; e la
cristallizzazione del Verbo, è il Simbolo. Così, la manifestazione del Verbo, a
qualunque grado e sotto qualunque aspetto essa sia considerata in rapporto a
noi, vale a dire dal punto di vista individuale, è un puro simbolo; le
individualità che rappresentano per noi il Verbo, ch’esse siano o meno dei
personaggi storici, sono tutte simboliche in quanto esse manifestano un
principio, ed è solo il principio che conta.
Non dobbiamo dunque per nulla preoccuparci
della storia delle religioni, il che d’altronde non vuol affatto dire che
questa scienza non abbia altrettanto interesse relativo così come qualunque
altra; ci è persino permesso, ma da un punto di vista che non ha nulla di
gnostico, di augurarci ch’essa un giorno realizzi dei progressi più autentici
di quelli che hanno fatto la reputazione, forse insufficientemente
giustificata, di alcuni dei suoi rappresentanti, e che si sbarazzi prontamente
di tutte le ipotesi troppo fantasiose, per non dire fantastiche, di cui l’hanno
ingombrata degli esegeti male accorti. Ma non è affatto qui il caso d’insistere
su questo argomento, che, non ci stancheremo di ripeterlo, è del tutto al di
fuori della Dottrina e non potrebbe riguardarla in nessun modo, perché si
tratta di una semplice questione di fatti, e, davanti alla Dottrina, non esiste
nient’altro che l’idea pura.
***
Se le religioni, indipendentemente dal
problema della loro origine, appaiono come delle deviazioni della Religione, ci
si deve domandare che cosa questa sia nella sua essenza.
Etimologicamente, la parola Religione,
derivando da religare, rilegare, implica un’idea di legame, e, di
conseguenza, di unione. Dunque, ponendoci nel dominio esclusivamente
metafisico, il solo che c’importi, possiamo dire che la Religione consiste
essenzialmente nell’unione dell’individuo con gli stati superiori del suo
essere, e, attraverso questi, con lo Spirito Universale, unione mediante la
quale scompare
20
l’individualità, così come ogni altra
distinzione illusoria; ed essa, di conseguenza, comprende anche i mezzi per
realizzare questa unione, mezzi che ci sono stati insegnati dai Saggi che ci
hanno preceduto nella Via.
Questo significato è precisamente quello che
ha in sanscrito la parola Yoga, checché pretendano coloro secondo i
quali tale parola designerebbe sia “una filosofia” sia “un metodo di sviluppo
dei poteri latenti dell’organismo umano”.
La Religione, sottolineiamolo, è l’unione con
il Sé interiore, che è a sua volta uno con lo Spirito Universale, ed essa non
pretende affatto di ricollegarci ad un qualche essere esterno rispetto a noi, e
quindi necessariamente illusorio nella misura in cui fosse considerato come
esterno. A fortiori essa non è affatto un legame fra degli individui
umani, cosa che avrebbe ragion d’essere solo nel dominio sociale; quest’ultimo
caso, di contro, è quello della maggior parte delle religioni, che hanno come
principale preoccupazione quella di predicare una morale, vale a dire una legge
che gli uomini devono osservare per vivere in società. In effetti, se si scarta
ogni considerazione mistica o semplicemente sentimentale, è a questo che si
riduce la morale, la quale non avrebbe alcun senso al di fuori della vita
sociale, e che si deve modificare assieme alle condizioni di quella. Se dunque
le religioni possono avere, e certamente hanno infatti, la loro utilità da tale
punto di vista, esse avrebbero dovuto limitarsi a questo ruolo sociale, senza
avanzare alcuna pretesa dottrinale; ma, malauguratamente, le cose sono andate
in modo del tutto diverso, almeno in Occidente.
Diciamo in Occidente, perché, in Oriente, non
poteva prodursi nessuna confusione fra i due domini metafisico e sociale (o
morale), che sono profondamente separati, di modo tale che non è possibile
nessuna azione dell’uno sull’altro; e, in effetti, non vi si può trovare nulla
che corrisponda, anche solo approssimativamente, a quel che gli Occidentali
definiscono come una religione. Al contrario, la Religione, così come l’abbiamo
definita, vi è onorata e praticata costantemente, mentre, nell’Occidente moderno,
la stragrande maggioranza la ignora perfettamente, e non ne suppone neanche
l’esistenza, forse neppure la possibilità.
Senza dubbio ci si obbietterà che tuttavia il
Buddhismo è qualcosa di analogo alle religioni occidentali, ed è vero che è
quel che vi si avvicina di più (ed è forse per questo che taluni studiosi
vogliono vedere, in Oriente, del Buddhismo un po’ dappertutto, persino dove non
ne è presente la benché minima traccia); ma ne è ancora molto lontano, e i
filosofi o gli storici che l’hanno mostrato sotto tale aspetto l’hanno
singolarmente
21
sfigurato. Esso non è più deista che ateo, non
più panteista che nichilista, nel senso che queste denominazioni hanno preso
nella filosofia moderna, e che è anche quello in cui le hanno utilizzate degli
individui che hanno preteso interpretare e discutere delle teorie ch’essi
ignoravano. D’altra parte, non diciamo questo per riabilitare oltre misura il
Buddhismo, che è un’ eresia manifesta (soprattutto nella sua forma originale,
ch’esso ha conservato solo in India, perché le razze gialle l’hanno a tal punto
trasformato che lo si riconosce appena) poiché rigetta l’autorità della
Tradizione ortodossa, allo stesso tempo in cui permette l’introduzione di certe
considerazioni sentimentali nella Dottrina. Ma bisogna riconoscere ch’esso
almeno non arriva fino al punto di porre un Essere Supremo esteriore rispetto a
noi, errore (nel senso di illusione) che ha dato nascita alla concezione
antropomorfica, che non ha tardato a divenire persino del tutto materialistica,
e dalla quale derivano tutte le religioni occidentali.
D’altra parte, non ci si deve illudere
riguardo al carattere, per nulla religioso malgrado le apparenze, di certi riti
esteriori, che si collegano strettamente alle istituzioni sociali; diciamo riti
esteriori, per distinguerli dai riti iniziatici, che sono tutt’altra cosa.
Questi riti esteriori, per il fatto stesso ch’essi sono sociali, non possono
essere affatto religiosi, quale che sia il senso che si dà a questa parola (a
meno che non si voglia con ciò dire ch’essi costituiscono un legame fra degli individui),
e non appartengono ad alcuna setta ad esclusione di altre; ma sono inerenti
all’organizzazione della società, e tutti i membri di questa vi partecipano, a
qualunque organizzazione esoterica essi possano appartenere, così come nel caso
che essi non appartengano a nessuna. Quali esempi di questi riti di carattere
sociale (come le religioni, ma totalmente differenti da esse, come si può
giudicare comparando i risultati degli uni e delle altre nelle organizzazioni
sociali corrispondenti), possiamo citare, in Cina, quelli il cui insieme
costituisce ciò che si chiama Confucianesimo, che non ha nulla di una
religione.
Aggiungiamo che si potrebbero ritrovare le
tracce di qualcosa di questo genere nella stessa antichità greco-romana, nella
quale ciascun popolo, ciascuna tribù, e persino ciascuna città, aveva i propri
riti particolari, in rapporto con le proprie istituzioni, il che non impediva
affatto che un uomo potesse praticare successivamente dei riti assai diversi,
secondo i costumi dei luoghi nei quali si trovava, e questo senza che nessuno
se ne meravigliasse minimamente. Non sarebbe stato così, se tali riti avessero
costituito una sorta di religione di Stato, la cui sola idea sarebbe stata
senza dubbio un nonsenso per un uomo di
22
quell’epoca, come lo sarebbe ancor oggi per un
Orientale, e soprattutto per un Estremo-Orientale.
È facile così accorgersi come gli Occidentali
moderni deformino le cose che sono loro estranee, allorché le considerano
attraverso la mentalità che è loro propria; si deve tuttavia riconoscere, e
questo li giustifica almeno fino ad un certo punto, che è assai difficile per
degli individui di sbarazzarsi dei pregiudizi di cui la loro razza si è
imbevuta da molti secoli. Così non è tanto agli individui che si deve
rimproverare lo stato attuale delle cose, bensì ai fattori che hanno
contribuito a creare la mentalità della razza; e, fra questi fattori, sembra
proprio che si debba assegnare il primo posto alle religioni: la loro utilità
sociale, sicuramente incontestabile, è sufficiente a compensare questo
inconveniente intellettuale?
23
L’INSEGNAMENTO INIZIATICO (1)
Sembra che, in maniera assai generale, non ci
si renda tanto esattamente conto di quel che è, o di quel che dev’essere,
l’insegnamento iniziatico, né di quel che lo caratterizza essenzialmente,
differenziandolo profondamente dall’insegnamento profano. Molti, in una simile
materia, considerano le cose in modo troppo superficiale, si arrestano alle
apparenze ed alle forme esteriori, e così non vedono niente di più, come
particolarità degna di nota, che l’uso del simbolismo, del quale non
comprendono per nulla la ragion d’essere, si può persino dire la necessità, e
che, in tali condizioni, sicuramente non possono far altro che trovare strano e
persino inutile. A parte questo, essi suppongono che la dottrina iniziatica non
sia, in fondo, nient’altro che una filosofia come le altre, forse un poco
differente per il suo metodo, ma in ogni caso niente di più, perché la loro
mentalità è siffatta ch’essi sono incapaci di concepirla altrimenti. Ed anche
coloro che almeno acconsentono di riconoscere all’insegnamento di una tale
dottrina qualche valore da un punto di vista o da un altro, e per dei motivi
qualunque, che abitualmente
(1) Scrive Guénon, introducendo la seconda edizione
di questo suo articolo (v. più sopra la nostra Nota ai Testi): “Come
complemento ai nostri precedenti studi sul problema dell’iniziazione, e più
specialmente su quel che concerne la differenza essenziale che esiste fra i
metodi dell’insegnamento iniziatico e quelli dell’insegnamento profano,
riproduciamo qui, senza modificarne nulla, un articolo che abbiamo pubblicato
in passato nella rivista Le Symbolisme (n. del gennaio 1913). Siccome
senza dubbio la maggior parte dei lettori attuali di Voile d’Isis non ha
mai avuto conoscenza di quest’articolo, riteniamo che la sua riproduzione non
sarà inopportuna; e che allo stesso tempo dimostrerà che, qualunque cosa
possano immaginar certuni, i quali giudicano troppo facilmente il nostro modo
di considerare le cose non è mai cambiato” (N.d.C.).
24
non hanno nulla di iniziatico, anche costoro
non potranno mai arrivare che a farne tutt’al più una sorta di prolungamento
dell’insegnamento profano, di complemento dell’educazione ordinaria, ad uso di
una relativa élite. Ora, sarebbe forse anche meglio negare totalmente il
suo valore, il che equivale in definitiva ad ignorarlo puramente e
semplicemente, piuttosto che denigrarlo a questa maniera e, troppo sovente,
presentare in suo nome ed al suo posto l’espressione di punti di vista
particolari, più o meno coordinati, su ogni sorta di cose che, in realtà, non
sono iniziatiche né in se stesse, né per il modo in cui son trattate.
E, se questa maniera quantomeno difettosa di
considerare l’insegnamento iniziatico non è dovuta, dopo tutto, che
all’incomprensione della sua vera natura, ce n’è un’altra che lo è pressoché
altrettanto, benché in modo apparentemente del tutto opposto rispetto ad essa.
È quella che consiste nel voler ad ogni costo opporlo all’insegnamento profano,
pur d’altra parte attribuendogli come oggetto una certa scienza speciale, più o
meno vagamente definita, messa ad ogni istante in contraddizione ed in conflitto
con le altre scienze, e sempre dichiarata superiore rispetto a queste senza che
se ne sappia troppo il motivo, poiché essa non è né meno sistematica nella sua
esposizione, né meno dogmatica nelle sue conclusioni. I partigiani di un
insegnamento di questo genere, sedicente iniziatico, affermano tuttavia,
quest’è vero, che è di tutt’altra natura rispetto all’insegnamento ordinario,
sia esso scientifico, filosofico o religioso; ma di questo non forniscono
alcuna prova e, malauguratamente, non si limitano affatto a ciò quanto ad
affermazioni gratuite o ipotetiche. Ben di più: raggruppandosi in molteplici
scuole e sotto denominazioni diverse, si contraddicono più fra di loro di
quanto non lo facciano, sovente per partito preso, i rappresentanti delle
diverse branche dell’insegnamento profano, il che però non impedisce affatto a
ciascuno di essi di pretendere di venire creduto sulla parola e di essere
considerato più o meno infallibile.
Ma, se l’insegnamento iniziatico non è né il
prolungamento dell’insegnamento profano, come vorrebbero gli uni, né la sua
antitesi, come sostengono gli altri, se esso non è né un sistema filosofico né
una scienza specializzata, ci si può chiedere cosa sia in realtà, perché non
basta aver detto ciò che non è; bisogna ancora, se non proprio darne una
definizione precisa, cosa che forse è impossibile, almeno cercare di far
comprendere in che cosa consista la sua natura. E far comprendere la sua
natura, almeno nella misura in cui questo può essere fatto, significa allo
stesso tempo spiegare, perciò stesso, perché non è possibile definirla senza
deformarla, ed anche perché ci si sia così generalmente ingannati, e in qualche
modo necessariamente, circa il suo vero carattere.
25
Così, l’uso costante del simbolismo nella
trasmissione di questo insegnamento, di cui forma in un certo modo la base,
potrebbe tuttavia, per chiunque ci riflettesse almeno un poco, essere
sufficiente a far già intravedere, allorché si ammettesse, com’è semplicemente
logico farlo anche senza andare sino in fondo alle cose, che un modo di
espressione del tutto differente dal linguaggio ordinario dev’essere stato
creato per esprimere, almeno in origine, delle idee altrettanto diverse da
quelle che esprime quest’ultimo, e delle concezioni che non si possono affatto
tradurre integralmente mediante delle parole, e per le quali c’è bisogno di un
linguaggio meno limitato, più universale, perché esse stesse appartengono ad un
ordine più universale.
Ma, se le concezioni iniziatiche sono diverse
dalle concezioni profane, è soprattutto perché esse derivano innanzitutto da
una mentalità completamente diversa rispetto a queste, e da cui differiscono
non tanto per il loro oggetto quanto per il punto di vista da cui considerano
questo oggetto. Ora, se questa è la distinzione essenziale che esiste fra i due
ordini di concezioni, è facile ammettere che, da una parte, tutto quel che può
essere considerato dal punto di vista profano può esserlo anche dal punto di
vista iniziatico, ma in tutt’altra maniera e con una diversa comprensione,
mentre, dall’altra parte, ci sono delle cose che sfuggono completamente al
dominio profano e che sono proprie al dominio iniziatico, poiché questo non è
affatto sottomesso agli stessi limiti di quello.
Che il simbolismo, che è per così dire la
forma sensibile di tutto l’insegnamento iniziatico, sia, in effetti, realmente
un linguaggio più universale dei linguaggi volgari, non è permesso dubitarne un
solo istante, se solo si considera che ciascun simbolo è suscettibile di
molteplici interpretazioni, niente affatto in contraddizione fra loro, ma al
contrario che si completano le une con le altre, e tutte ugualmente vere
quantunque procedenti da diversi punti di vista; e, se è così, è perché questo
simbolo è la rappresentazione sintetica e schematica di tutto un insieme di
idee e di concezioni che ciascuno potrà afferrare secondo le proprie attitudini
mentali e nella misura in cui è preparato alla loro comprensione. E così il
simbolo, per chi perverrà a penetrare il suo significato profondo, potrà far
concepire molto più di tutto quel che è possibile esprimere mediante parole; e
ciò dimostra la necessità del simbolismo: esso è l’unico modo per trasmettere
tutto quell’inesprimibile che costituisce il dominio proprio dell’iniziazione,
o piuttosto di depositare le concezioni di quest’ordine come in germe
nell’intelletto dell’iniziato, che dovrà poi farle passare da potenza in atto,
svilupparle ed elaborarle mediante il suo lavoro personale, poiché non si può
fare niente di più
26
che prepararlo tracciando in lui, mediante
formule appropriate, il piano che in seguito dovrà realizzare in se stesso per
pervenire al possesso effettivo dell’iniziazione ch’egli ha ricevuto
dall’esterno solo simbolicamente.
Ma se l’iniziazione simbolica, che è solo la
base o il supporto dell’iniziazione autentica ed effettiva, è la sola che possa
venir data dall’esterno, nondimeno essa può essere conservata e trasmessa anche
da coloro che non ne comprendono né il senso né la portata. È sufficiente che i
simboli siano mantenuti intatti perché siano sempre suscettibili di
risvegliare, in colui che ne è capace, tutte le concezioni di cui essi
rappresentano la sintesi. Ed è in questo che risiede il vero segreto
iniziatico, che è inviolabile per sua stessa natura e che si difende da sé
contro la curiosità dei profani, e del quale il segreto relativo di certi segni
esteriori non è che una rappresentazione simbolica. Non c’è altro mistero che
l’inesprimibile, che per ciò stesso è evidentemente incomunicabile; ciascuno
potrà penetrarlo più o meno a seconda dell’estensione del suo orizzonte
intellettuale; ma, quand’anche egli l’avesse penetrato integralmente, non potrà
mai comunicare ad un altro quel che lui stesso ne avrà compreso; tutt’al più
potrà aiutare a pervenire a una tale comprensione ma solo coloro che vi sono
già qualificati.
Dunque, il segreto iniziatico è qualcosa che
risiede ben al di là di tutti i rituali e di tutte la forme sensibili usate per
la trasmissione dell’iniziazione esteriore e simbolica, il che non impedisce
affatto che tali forme abbiano tuttavia, specialmente nei primi stadi della
preparazione iniziatica, il loro ruolo necessario ed il loro proprio valore,
derivante dal fatto che esse, in definitiva, non fanno altro che tradurre i
simboli fondamentali in gesti, prendendo questa parola nel suo significato più
esteso, e che, in questo modo, fanno vivere all’iniziato l’insegnamento che gli
viene presentato, che è la maniera più adeguata e più generalmente applicabile
di prepararlo all’assimilazione di esso, poiché tutte le manifestazioni
dell’individualità umana si traducono, nelle attuali condizioni di esistenza,
nelle diverse modalità dell’attività vitale. Ma si avrebbe torto nell’andare
oltre e nel pretendere di fare della vita, come molti vorrebbero, una sorta di
principio assoluto; l’espressione d’una idea in modo vitale è innanzitutto un
simbolo come gli altri, allo stesso modo in cui lo è, per esempio, la sua
traduzione nella modalità spaziale, che costituisce un simbolo geometrico o un
ideogramma. E, se ogni processo iniziatico presenta nelle sue diverse fasi una
corrispondenza, sia con la vita umana individuale, sia anche con l’insieme
della vita terrestre, che si può considerare come la stessa evoluzione vitale,
particolare o generale, come lo sviluppo di un piano analogo a quello che
l’iniziato
27
deve realizzare per realizzare se stesso nella
completa espansione di tutte le potenze del suo essere. Si tratta sempre ed
ovunque di piani corrispondenti ad una stessa concezione sintetica, di modo che
essi sono principialmente identici, e, benché tutti differenti ed
indefinitamente variati nella loro realizzazione, essi derivano da un unico
Archetipo ideale, piano universale tracciato da una Forza o Volontà cosmica che
potremmo chiamare, d’altronde senza pregiudicare per nulla la sua natura, il
Grande Architetto dell’Universo.
Dunque ogni essere, individuale o collettivo,
tende, consciamente o no, a realizzare in se stesso, con i mezzi propri alla
sua particolare natura, il piano del Grande Architetto dell’Universo, e a
partecipare così, secondo la funzione che gli appartiene nell’insieme cosmico,
alla realizzazione totale di questo stesso piano, la quale non è, in
definitiva, che l’universalizzazione della sua propria realizzazione personale.
È nel punto preciso della sua evoluzione in cui un essere prende effettivamente
coscienza di tale finalità che comincia per lui la vera iniziazione; e,
allorché egli ha preso coscienza di se stesso, essa lo deve condurre, secondo
la sua via personale, a quella realizzazione integrale che si compie, non nello
sviluppo isolato di certe facoltà speciali e più o meno straordinarie, ma nello
sviluppo completo, armonico e gerarchico di tutte le possibilità virtualmente
implicate nell’essenza di quest’essere. E, poiché il fine è necessariamente lo
stesso per tutto ciò che ha lo stesso principio, è esclusivamente nei mezzi
impiegati per pervenirvi che consiste ciò che determina il valore proprio di un
qualunque essere, considerato nei limiti della funzione speciale che è per lui
determinata dalla sua natura individuale, o da certi elementi di essa; tale
valore dell’essere è d’altronde relativo e non esiste che in rapporto alla sua
funzione, perché non c’è da stabilire nessuna comparazione d’inferiorità o di
superiorità fra differenti funzioni, che corrispondono ad altrettanti ordini
particolari ugualmente differenti, benché tutti siano ugualmente compresi
nell’Ordine universale, di cui essi sono, allo stesso titolo, degli elementi
necessari.
Dunque, l’insegnamento iniziatico, considerato
nella sua universalità, deve comprendere, come altrettante applicazioni, in
varietà indefinita, d’un medesimo principio trascendente ed astratto, tutte le
vie di realizzazione particolari, non solo di ciascuna categoria di esseri, ma
financo di ciascun essere individuale; e, comprendendole così tutte, esso le
totalizza e le sintetizza nell’unità assoluta della Via universale. Così, se i
principi dell’iniziazione sono immutabili, la loro rappresentazione simbolica
può e deve tuttavia variare in modo di adattarsi alle condizioni molteplici e
relative dell’esistenza, condizioni la cui diversità
28
fa sì che, matematicamente, non ci possano
essere due cose identiche in tutto l’universo, perché, se esse fossero
veramente identiche in tutto e per tutto, o, in altri termini, se fossero
perfettamente coincidenti in tutta la loro estensione, evidentemente non
potrebbero essere due cose distinte, bensì una sola e medesima cosa.
Si può dunque dire, in particolare, che è
impossibile che vi siano, per due diversi individui, due iniziazioni
assolutamente simili, anche da un punto di vista esteriore e rituale, e, a
fortiori, dal punto di vista del lavoro interiore dell’iniziato. L’unità e
l’immutabilità del principio non esigono affatto l’uniformità e l’immobilità,
d’altronde irrealizzabili, delle forme esteriori, e questo permette,
nell’applicazione pratica che deve esserne fatta nell’espressione e nella
trasmissione dell’insegnamento iniziatico, di conciliare le due nozioni, così
sovente contrapposte a torto, della tradizione e del progresso, ma tuttavia
riconoscendo a quest’ultimo solo un carattere puramente relativo. Solo la
traduzione esteriore dell’insegnamento iniziatico e la sua assimilazione da
parte di tale o talaltra individualità sono suscettibili di modifica, ma non
questo insegnamento in quanto tale; in effetti, nella misura in cui una tale
traduzione è possibile, essa deve di necessità tener conto delle relatività,
mentre quel che essa esprime ne è indipendente nell’ideale universalità della
sua essenza, e non può dunque esserci progresso da un punto di vista che
comprende tutte le possibilità nella simultaneità di una sintesi unica.
L’insegnamento iniziatico, esteriore e
trasmissibile mediante delle forme, non può essere in realtà che la
preparazione dell’individuo a ricevere il vero insegnamento iniziatico tramite
il risultato del suo lavoro personale. Si può così indicargli la via da
seguire, il piano da realizzare, e disporlo ad acquisire l’attitudine mentale
ed intellettuale necessaria per comprendere dei concetti iniziatici; si può
anche assisterlo e guidarlo controllando il suo lavoro in modo costante, ma
questo è tutto, perché nessun altro, fosse anche un Maestro nell’accezione più
completa della parola, può fare questo lavoro al posto suo. Quel che l’iniziato
deve necessariamente acquisire da sé, perché nessuno né nessuna cosa esteriore
rispetto a lui può comunicarglielo, è precisamente quel che per sua stessa
natura sfugge financo a qualunque curiosità profana, cioè il possesso effettivo
del segreto iniziatico propriamente detto. Ma, perché egli possa arrivare a
realizzare tale possesso in tutta la sua estensione e con tutto ciò che esso
implica, bisogna che l’insegnamento che serve in qualche modo da base e da
supporto al suo lavoro personale si apra a delle possibilità illimitate, e che
gli permetta così di estendere indefinitamente le sue concezioni, invece di
rinchiuderle nei limiti
29
più o meno stretti d’una teoria sistematica o
d’una qualunque formula dogmatica.
Ora, stabilito questo, fin dove può spingersi
tale insegnamento quando esso si estende al di là delle prime fasi della
preparazione iniziatica con le forme esteriori che vi sono più specialmente
connesse? In quali condizioni esso può sussistere come dovrebbe per ricoprire
il ruolo che gli è assegnato ed aiutare effettivamente nel loro lavoro coloro
che vi partecipano, privi come sono di per se stessi delle capacità di
raccoglierne i frutti? Come sono mantenute tali condizioni dalle diverse
organizzazioni rivestite da un carattere iniziatico? Infine, a cosa
corrispondono in modo preciso, nella vera iniziazione, le gerarchie esistenti
in tali organizzazioni? Sono queste altrettante domande cui non è proprio
possibile rispondere in poche parole, e che al contrario meriterebbero tutte di
essere ampiamente sviluppate, d’altronde senza che sia mai possibile,
facendolo, fornire altro che un semplice tema di riflessione e di meditazione,
e senza avere la vana pretesa di esaurire un argomento che si estende e che s’approfondisce
sempre più nella misura in cui si avanza nel suo studio, precisamente per il
fatto che, per colui che lo studia con le necessarie disposizioni di spirito,
si aprono degli orizzonti concettuali davvero illimitati.
30
LE INFLUENZE MODERNISTE IN INDIA (1)
Il Brahma-Samâj
È stata segnalata la presenza, al recente Congrès
du Progrès Religieux di Parigi, di Rabindra Nâth Tagore, di Calcutta. Certi
ammiratori di questo grande poeta moderno del Bengala possono, con qualche
apparenza di ragione, stupirsi di vederlo figurare così fra tanti
rappresentanti accertati del protestantesimo più o meno liberale in tutte le
sue sfumature, e non solamente inglese, ma anche e soprattutto tedesco, che non
è certo migliore dell’altro (2). Ordinariamente, in effetti, queste tendenze si
armonizzano assai poco con il carattere orientale in generale e indù in
particolare; ma forse non ci si ricorda affatto che Rabindra Nâth Tagore, la
cui buona fede non è d’altronde in questione, è uno dei figli di Dwârka Nâth
Tagore, uno dei successori del famoso Râm Mohun Roy alla testa del Brahma-Samâj.
Vedremo che cos’è, o meglio quel che fu questa associazione, che ha contato fra
i suoi defunti protettori il F\ Mahârâja
di Cooch-Behar, Past Senior Grand Warden della Grande Loggia
d’Inghilterra, e membro della Società Teosofica.
Per evitare qualunque accusa di parzialità
riguardo al Brahma-Samâj e allo spirito che animava i suoi fondatori e i
suoi propagandisti, citeremo, sottolineando taluni passaggi, quel che scriveva,
qualche
(1) Presentiamo con questo titolo generale tre
studi da noi pubblicati nei numeri della France Antimaçonnique del
31luglio e dell’11 dicembre 1913.
(2) Si è forse dimenticato di notare, come uno dei
sintomi di questa influenza germanica o quanto meno germanizzante, sia la
convocazione a questo Congresso di Edouard Schuré, rappresentante del gruppo di
Steiner in Francia, con l’esclusione dei Teosofisti fedeli alla direzione
inglese della S\ Annie Besant.
31
anno fa, L. de Milloué, conservatore del Museo
Guimet (3). Questo autore non è sicuramente sospetto: egli è nettamente
favorevole ai tentativi d’inserimento nell’India dell’influenza europea di
ispirazione protestante. Aggiungiamo che le sue concezioni teologiche e
metafisiche non si estendono al di là di quelle del suo correligionario Salomon
Reinach e delle altre spiegazioni di questa pretesa “scienza delle
religioni”, scienza del tutto moderna... e modernista, del pastore Réville e
dell’ex abate Loisy ai FF\ Goblet
d’Alviella (4), Jeanvrot detto Malvert (5), ed altri.
Ecco dunque quel che dice de Milloué (6)
sull’origine del Brahma-Samâj (o in bengali Bramo-Somaj):
“È alla nostra epoca che compete di elevarsi
più in alto (?) e di estendere le riforme, finora d’ordine puramente religioso
e filosofico, alla condizione morale, intellettuale e fisica della popolazione
(7). È certo che il contatto degli Europei, l’esperienza delle loro
istituzioni, l’infiltrazione, per quanto superficiale ch’essa abbia potuto
essere (8), delle loro idee nelle alte classi che sono in rapporti frequenti
(9) con
(3) In un’opera su Le Brâhmanisme, edita nel
1905.
(4) Il F\ Goblet
d’Alviella, Sovrano Gran Commendatore del Supremo Consiglio del Belgio, era
anch’egli presente al Congrès du Progrès Religieux. Secondo il resoconto
che ne dà la Revue Internationale des Sociétés Secrètes (n. del 20
agosto 1913, p. 2822), egli “ha concluso sostenendo l’impossibilità di una
religione universale” pur “credendo che si potrà arrivare ad un’intesa e che il
dovere verso l’umanità ne sarà la base”.
(5) È sotto questo pseudonimo di Malvert che il
defunto F\ Jeanvrot, che fu membro del Consiglio
dell’Ordine del Grande Oriente di Francia, ha pubblicato un’opera divulgativa
intitolata Science et Religion.
(6) Pagine 227-234 dell’opera citata.
(7) Le riforme di cui si tratta non sono forse così
benefiche come vorrebbero far credere, in India come in Francia, i difensori
dell’istruzione… protestante e obbligatoria. Faremo d’altronde notare
che i Buddhisti avevano tentato da lungo tempo, a loro rischio e pericolo, di
attuare certe riforme d’ordine sociale, giungendo persino, rifiutando la
distinzione delle caste stabilita dalla Legge di Manu, fino al rifiuto
di ogni gerarchia regolare. – Segnaliamo, a questo proposito, un esempio
dell’ignoranza dei Teosofisti riguardo a tutto ciò che concerne l’India: in un
articolo intitolato Kshattriya, pubblicato da Le Théosophe (n.
del 16 agosto 1913), un certo Léon Moreau afferma che le “caste sono state
istituite dal Signore Buddha”!
(8) Notiamo di passaggio questo parere.
(9) Ma non sempre piacevoli quanto si vorrebbe!
32
essi, l’ambizione di elevarsi al loro livello
(10), soprattutto la fondazione di scuole, di collegi e di università ove dei
giovani Indù riceveranno l’istruzione da maestri europei (11), sono stati in
gran parte dovuti all’estensione di questo movimento di riforma, che il
governo dell’India (12) ha del resto incoraggiato con tutto il suo
potere.
“L’onore (?) del primo passo su questa strada
appartiene all’illustre Râm Mohun Roy (13) (1774-1833). Nato a Râdhânagar, nel
distretto di Murshidâbâd, da una grande famiglia di Bramini, fu allevato nel Vishnuismo
ortodosso più fervente (14), il che non gli impedirà di ribellarsi, nella sua
giovinezza, contro le superstizioni e le pratiche cultuali dei suoi
correligionari. A sedici anni, egli pubblicò un opuscolo contro l’idolatria che
sollevò un grande scandalo fra i suoi e l’obbligò ad abbandonare per un certo
periodo la casa paterna, periodo di esilio che egli mise a profitto andando a
studiare la letteratura persiana ed araba a Pâtna, il Brahmanesimo sapiente a
Benares, ed il Buddhismo in Tibet. Si dice anche ch’egli apprese il greco, il
latino e l’ebraico al fine di poter leggere tutti i libri sacri delle altre
religioni nella loro lingua originale (15).
“La morte di suo padre, sopravvenuta nel 1803,
lo affrancò dai riguardi ch’egli aveva dovuto mantenere fino ad allora, e
divenne sempre più ardito nelle sue controversie, evitando attentamente
qualunque pratica suscettibile di fargli perdere la sua casta, il che non solo
(10) Non è
che più di un Indù pensi che questo significherebbe piuttosto “abbassarsi”?
(11) Come il Central Hindu College di
Benares, fondato dalla S\ Annie
Besant, e che ha avuto, fino ai nostri giorni, come Principal, il F\ George Arundale.
(12) Si tratta, beninteso, del governo britannico.
(13) In sanscrito Râma Mahâ Râja, “il grande
Re Râma”.
(14) Bisogna sottolineare che è fra i Vishnuiti,
che gli Inglesi trovano più spesso, per le necessità della loro dominazione,
talune complicità talvolta inconsapevoli. Prima di dare il suo appoggio a
movimenti come quelli di cui trattiamo e ad altri che abbiamo già nominato, il
Mahârâja di Cooch-Behar, sebbene ancora molto giovane a quell’epoca, avrebbe
dovuto riflettere sul significato eminentemente shivaita della sciabola
e del filo d’erba, che compaiono nelle armi della sua famiglia e sullo
stendardo dei suoi Stati.
(15) Può anche essere ch’egli sia giunto a
conoscere meglio queste altre religioni che non la sua propria, e non
stentiamo a credere a suoi ammiratori allorquando ci dicono che “egli aveva ben
compreso l’Occidente”; ma cosa vale questo elogio per un Orientale?
33
l’avrebbe privato della grande fortuna che
sarebbe divenuta una delle sue armi più potenti, ma che soprattutto gli avrebbe
tolto ogni considerazione ed autorità presso i suoi compatrioti (16). Ebbe tuttavia il coraggio (17) di accettare delle funzioni di
governo (18), ed occupò per molti anni la carica di Dêvân o consigliere dei
giudici e dei collettori di imposte dei tre distretti di Rangpour, Bhâgalpour e
Râmgard, funzione nella quale seppe rendere distinti servizi al suo paese (19).
A questo punto, pubblicò un nuovo libro sull’Idolatria di tutte le religioni
(20).
“Preso dal desiderio di ricondurre i suoi
correligionari alla pura dottrina dei Vêda (21), aveva fondato a Calcutta,
nel 1816, l’Atmîya-Sabhâ o ‘Società Spirituale’ (22), per la
discussione dei problemi di filosofia e di religione (23). L’ammissione di
Europei a tali riunioni, e la pubblicazione, nel 1820, del suo libro dei Precetti
di Gesù, fecero accusare Râm Mohun Roy di essersi convertito al
Cristianesimo, accusa del tutto gratuita, poiché egli restò sempre
profondamente indù (24) e non ebbe altro
(16) Ammiriamo nondimeno l’abilità del tutto
diplomatica di tale condotta; non è sorprendente che questa abbia attirato
l’attenzione dell’imperatore di Delhi, che giudicherà in seguito Râm Mohum Roy
perfettamente adatto a difendere i suoi diritti davanti al Parlamento
britannico, senza sospettare che un tale ambasciatore, per quanto tenesse conto
innanzitutto della suscettibilità orientale, poteva in realtà servire soprattutto
gli interessi occidentali.
(17) Un altro termine, un po’ più... discreto, non
sarebbe forse più appropriato, se si considera che Râm Mohum Roy teneva alla
sua grande fortuna come ad una delle sue armi più potenti? Non siamo noi
che lo abbiamo fatto dire a de Milloué, per il quale la politica è
probabilmente, come per certe altre autorità scientifiche (?) che noi
potremmo nominare, meno oscura della teogonia e della cosmologia..., o persino
d’un semplice testo scritto in turco antico.
(18) Di quale? Di quello di Delhi o di quello di
Londra?
(19) Si tratta della sua patria, o dell’Impero
di cui era il suddito, o quanto meno il protetto?
(20) I Protestanti non trattano forse altrettanto i
Cattolici come idolatri?
(21) Come il Protestantesimo pretende di “riportare
il Cristianesimo alla dottrina pura della Bibbia e del Vangelo”.
(22) In questa occasione, egli indirizzò un appello
“a tutti i credenti di un solo vero Dio”.
(23) Egli dunque ammetteva il principio protestante
del libero esame, dimenticando che ci sono, in Oriente come in
Occidente, delle questioni che si studiano, ma che non si discutono
affatto.
(24) Fino a che punto? Non bisognerebbe piuttosto
ammettere che, nella sua personalità sottile e complessa, il Cristiano
(protestante) e l’Indù formavano
34
obiettivo che quello di un tentativo di
riconciliazione fra le religioni (25).
“Le relazioni amichevoli ch’egli aveva
stabilito, nel 1828, con il missionario anglicano W. Adam, gli suggerirono
l’idea di organizzare sullo schema dei servizi religiosi protestanti (26), delle
assemblee settimanali consacrate alla lettura di testi vêdici, accompagnate da
sermoni e da canti di inni (27), e alle quali erano ammesse le donne;
questo lo condusse, nel 1830, a fondare con il nome di Brahma-Sabhâ o Brahmîya-Samâj
la prima Chiesa indù riformata (28), in un edificio costruito e
mantenuto a sue spese, ‘in cui Indù, Cristiani e Musulmani possano venire a
pregare insieme’ (29). È allora che l’imperatore di Delhi gli conferirà il
titolo di Râja o principe (30), e lo invierà come ambasciatore in
Inghilterra per difendere i suoi diritti di fronte al Parlamento (31),
due categorie assai distinte, ma di cui l’una non
poteva svilupparsi se non a scapito dell’altra?
(25) Esattamente come i promotori del Parlament
des Religions di Chicago e del Congrès du Progrès Religieux.
(26) Ecco assai chiaramente definita l’ispirazione
del movimento.
(27) Come la “lettura dei testi biblici” alla
quale, in generale, sono consacrati parallelamente i servizi religiosi
protestanti dei quali si parlava.
(28) Qui, il parallelismo voluto con la Chiesa
cristiana riformata prende davvero un carattere un po’ forzoso, perché
l’Induismo ortodosso, sia ch’esso sia vishnuita o shivaita, non
costituirà mai una Chiesa, nel senso in cui questa parola è sempre intesa in
Occidente.
(29) Perché non anche i Parsi e gli Ebrei? – Ma gli
Indù, da parte loro, non tarderebbero affatto a rendersi conto che un sermone
su di una morale più o meno evangelica, ma soprattutto e sempre
puritana, per loro non potrebbe, anche se condito con una lettura vêdica,
costituire che un alimento intellettuale della più deplorevole mediocrità.
(30) Questo titolo sarebbe certamente stato più
appropriato ad uno Kshatriya di valore che ad un Brahmano come
Râm Mohun Roy, il quale d’altra parte teneva molto, se non proprio alla sua
casta, almeno ai privilegi assai apprezzabili ch’essa poteva procurargli.
Questa debolezza molto umana s’incontra, d’altronde spesso, anche in Europa fra
coloro che richiedono con più insistenza l’abolizione di tutti i privilegi
la cui ragion d’essere più o meno profonda sfugge alla loro comprensione; si
potrebbe senza sforzo trovarne degli esempi tra i più famosi politici di tutti
i tempi e di tutti i paesi, anche quando essi si nascondono dietro una maschera
pseudo-religiosa o pseudo-scientifica.
(31) Questo dava allo stesso tempo a Râm Mohun Roy
un’occasione per recarsi in questo paese, come lui desiderava, senza
compromettersi agli occhi dei suoi
35
viaggio nel corso del quale Râm Mohum Roy morì
a Bristol, nel 1833 (32).
“Ma la sua opera non perì con lui. Dopo aver
vegetato per qualche tempo sotto i due successori di Râm Mohum Roy, Dwârka Nâth
Tagore e Râmachandra Vidyâbâgish, il Brahma-Samâj prese un nuovo slancio
dopo la fusione con esso della Tattwa-Bodhini-Sabhâ o Société pour
l’Enseignement de la Vérité (33), che Dêvendra Nâth Tagore, figlio del
precedente, aveva fondato con qualche giovane indù. Esso prese allora il nome
di Adhi-Brahma-Samâj (34), e infine, nel 1844, quello di Brahma-Samâj
di Calcutta, per distinguerlo da alcuni altri Brahma-Samâj istituiti
in altre località. Il programma di questa religione si può riassumere con ‘adorazione
di un Dio unico mediante un culto d’amore e delle buone opere’ (35). Essa
progredì così rapidamente che nel 1847 contava 777 Chiese (36) nelle
diverse parti dell’India. Tuttavia, si erano prodotte divergenze di punti di
vista fra i membri di questa Chiesa (37),
compatrioti, poiché egli attraversava il mare [così
violando un divieto tradizionale – N.d.C.] ma per ordine del Sovrano riconosciuto
(l’Imperatore delle Indie, almeno nominalmente), protettore ed
interprete del Dharma (la Legge).
(32) D’altronde come si è visto, il F\ Mahârâja di Cooch-Behar morì, anche lui, in Inghilterra,
allorché vi giunse per assistere all’incoronazione di Giorgio V. Si direbbe
veramente che vi sia una sorta di potenza malefica inerente al compimento di
certi atti di fedeltà verso l’Impero che ha il suo centro a Londra, e
“sulla quale il sole sempre splende”, e nei riguardi del suo Grazioso
Sovrano, colui che gli Indù autentici chiamano con disprezzo il Mléchha-Râja,
il “re barbaro”.
(33) Tattva è propriamente la Verità
considerata dal punto di vista dell’“Essenza” (Tat), mentre Satya
è la stessa Verità considerata dal punto di vista dell’“Esistenza” (Sat).
(34) Adhi significa Supremo.
(35) Questo programma non comprende dunque niente
di più che le due forme preparatorie dello Yoga che sono
designate con le denominazioni di Bhakti-Yoga e di Karma-Yoga;
pochi Indù potrebbero accontentarsene, e sarebbe necessario aggiungervi almeno
una parte intellettuale (Jnâna-Yoga), ugualmente preparatoria al Râja-Yoga.
(36) Sarebbe stato più interessante essere
informati sul numero dei fedeli piuttosto che su quello delle Chiese.
(37) È anche necessario dire che, fin da
quest’epoca, i Pietisti (questo nome, che si dà agli Indù protestantizzati
e ai loro ispiratori europei, era stato in precedenza attribuito,
soprattutto in Germania, a un movimento protestante al quale si ricollegava,
fra gli altri, il fin troppo celebre filosofo Emmanuel Kant), i Pietisti,
dicevamo, erano così malvisti in India quasi quanto lo sono
36
Dêvendra Nâth Tagore se ne staccò nel 1850
(38), e si mise alla testa di una nuova comunità che si denominò Brahma-Dharma
o Religione di Brahma (39). Essa proclamava che il suo scopo era, non di
distruggere, ma di purificare l’antica religione e i costumi, di correggere i
vizi e gli abusi della società, pur tenendo conto del carattere e del
temperamento del popolo (40).
“Intanto, il Brahma-Samâj ricevette un
nuovo impulso dall’ingresso nei suoi ranghi di un giovane entusiasta e pieno di
idee generose, Kehab Chander Sen (1838-1884), che, per alcuni anni, giocò un
grande ruolo nella società indiana per l’energia e la dedizione con le quali
perseguì le due riforme di cui era divenuto il campione: l’interdizione dei
matrimoni fra bambini e il diritto a risposarsi delle vedove (41). Tuttavia, il
suo carattere integro ed autoritario ad oltranza gli creò presto tali
difficoltà con gli altri capi della comunità che egli se ne staccò nel 1866,
per
oggigiorno i Teosofisti; e non è dir poco,
perché l’impopolarità di Annie Besant uguaglia pressoché quella di cui godeva
il F\ Rudyard Kipling a Lahore, la sua città natale, una tale impopolarità
che il “grand’uomo” anglo-indiano ha creduto più prudente rifugiarsi a Belait...,
anzi, in Inghilterra, sotto la diretta protezione di S.M. l’Imperatore e Re
e della sua polizia metropolitana. Del resto, Rabindra Nâth Tagore deve
ignorare meno di tutti questa storia veridica dell’autore di Kim,
ben nota negli ambienti letterari indù nei quali egli stesso occupa un posto
fra i più illustri, con una reputazione incomparabilmente più onorevole di
quella del F\ Rudyard Kipling.
(38) Indubbiamente si accorse solo allora delle
tendenze che facevano agire i Pietisti, e si rifiutò coscientemente di
essere il loro aiutante, cosa che va tutta a suo onore.
(39) Più esattamente Legge di Brahmâ.
(40) Per essere del tutto corretti nei confronti di
Dêvendra Nâth Tagore, conviene aggiungere qui che, in seguito, egli divenne un
vero Sannyâsi, e che passò dodici anni in un ritiro sull’Himalaya; un
giorno vedremo forse i suoi figli seguire questo esempio? Non ne disperiamo
affatto, dopo aver visto (e questo non per fare un paragone) lo Swâmî
Vivêkânanda in persona, il discepolo infedele dell’illustre Râmâkrishna, del
quale avremo occasione di riparlare, finire la sua vita malgrado tutto da vero
Indù.
(41) Coloro i quali, in India, reclamano queste
riforme ed altre simili, nell’attesa forse di ottenere, mediante l’azione della
Co-Masonry (Massoneria Mista), l’introduzione del divorzio e del
suffragio delle donne, non possono certamente più annoverarsi tra coloro i
quali, per quanto riformisti in una certa misura, vogliono, come
Dêvendra Nâth Tagore, “tenere conto del carattere e del temperamento del
popolo”.
37
fondare una nuova Chiesa detta della
“Nuova Elargizione” (42). La storia di questa Chiesa coincide completamente con
quella dello stesso Chander Sen; essa non prosperò più e sopravvisse a fatica
alla morte del suo fondatore che, finché era vivo, si era alienato anche le
amicizie più fedeli a causa del suo autoritarismo, delle sue tendenze verso
il Cristianesimo protestante, e della contraddizione nella quale si mise
rispetto alle sue stesse dottrine unendo in matrimonio sua figlia, dell’età di
soli quattordici anni, al Mahârâja di Cooch-Behar, il quale a sua volta
non aveva che sedici anni (43).
“Attualmente, il movimento di riforma
provocato dal Brahma-Samâj è sempre fortemente attratto dal
Cristianesimo (44), ed apertamente incoraggiato dal governo e dalle
società missionarie anglo-indiane”.
Grazie a questo esempio, vediamo chiaramente,
una volta di più, come l’infiltrazione protestante agisce dappertutto, sotto
molteplici travestimenti che sono talvolta difficili da riconoscere; ma l’India
è certamente, a causa della mentalità e delle stesse condizioni di esistenza
del suo popolo, uno dei terreni meno favorevoli a questa azione. È per questo
che i recenti processi di Madras non ci hanno affatto sorpreso; c’era ben da
temere la possibile parzialità del giudice inglese a favore della T\Ill\S\ Annie
Besant e del Reverendo C.W. Leadbeater, ma non è meno certo che l’affare
“Alcyone” doveva necessariamente volgersi contro di loro (45).
(42) Si può vedere a qual punto questo movimento
era, come il Protestantesimo di cui seguiva lo spirito, soggetto a tutti i
dissensi che sono una fatale conseguenza dell’ammissione del libero esame.
(43) Lui stesso dunque si rassegnava,
all’occorrenza, ad adottare il costume politico, che consiste nel sacrificare i
propri principi in cambio di alcuni vantaggi sociali. Tuttavia, ci permettiamo
di sorridere del fatto di voler considerare come dei bambini in India,
dei giovani di sedici e quattordici anni. – Siccome il Mahârâja di
Cooch-Behar aveva 49 anni quando morì a Bexhill-on-Sea, nel 1911, questo ci
riporta al 1878.
(44) Sottinteso protestante. – D’altronde,
si sa come i Protestanti di ogni specie amino definirsi Cristiani
senz’altro epiteto, per potersi insinuare più facilmente in tutti gli ambienti.
(45) Dall’inizio del 1912, il Dottor C. Nanjunda
Rao, professore alla Scuola di Medicina di Madras, scriveva quanto segue nell’Anya-Bala-Samâj
Magazine di Mysore: “Le attuali agitazioni dei Teosofisti
costituiscono una severa condanna dei metodi adottati per glorificare
questo giovane Krishnamurti (Alcyone) come un secondo Cristo che viene a
salvare l’umanità afflitta”. –
38
Un’altra conclusione da trarre da quanto si è
letto, è che certe personalità, per quanto notevoli esse possano essere sotto
diversi aspetti, tuttavia non hanno alcun titolo per venire qualificate come
“capi delle religioni orientali” (46), o persino designate come loro
rappresentanti autorizzati, e che la loro partecipazione ad un qualunque
Congresso, non impegnando che loro stesse, ha in definitiva un’importanza molto
relativa (47).
L’Arya-Bala-Samâj (Società della Forza
Ariana) non dev’essere confusa con l’Arya-Samâj (Società Ariana)
di cui parleremo più avanti, e neppure con l’Arya-Bala-Bodhini (Educazione
della Forza Ariana). Quest’ultima organizzazione non fu che una delle
numerose creazioni della Società Teosofica (vedi Le Lotus Bleu,
n. del 27 aprile 1895, p. 95-96). C’era una “Associazione dei giovani Indù”, un
po’ troppo simile, per certi versi, alla Y.M.C.A. (Young Men Christian
Association, “Associazione cristiana dei giovani”) che i Protestanti
stabilirono in ogni paese, e nella quale tutti sono ammessi senza alcuna
distinzione confessionale, il che fornisce naturalmente, ai promotori più o
meno riconosciuti dell’istituzione, delle eccellenti occasioni per dedicarsi
alla propaganda evangelica e biblica.
(46) Revue Internationale des Sociétés Secrètes,
n. del 20 agosto 1913, p. 2807, nota 1. – D’altra parte, non si possono
confondere le religioni orientali autentiche con certe pseudo-religioni che
simulano un carattere orientaleggiante, come il Buddhismo eclettico di
Léon de Rosny, presidente dell’Alliance Scientifique Universelle, o il Buddhismo
Esoterico (?) dei fondatori della Società Teosofica. È assai curioso
notare che è sempre al Buddhismo che si riferiscono preferenzialmente gli orientalisti,
sia ufficiali che ufficiosi, senza dubbio perché questa dottrina,
che essi prendono, d’altronde senza conoscerla perfettamente, come
l’espressione più alta dello spirito orientale, non ne è in realtà altro che
una deviazione, già simile in questo, malgrado la differenza di tempo e
di luogo, a quel che doveva essere, molti secoli più tardi, la religione
riformata nel mondo cattolico dell’Occidente.
(47) Ricordiamo che nel Parlamento delle
Religioni, riunito a Chicago nel 1893, e prototipo di tutti gli altri
Congressi dello stesso genere, si vide comparire il Mongolo induizzato
(?) Gyanendra Nâth Cakravarti, fondatore dello Yoga-Samâj di Allahâbâd e
uno degli “istruttori” della S\ Annie
Besant (vedi La France Antimaçonnique, 25° anno, n. 44, p. 481); lo
Swâmî Vivêkânanda, che snaturò il Vêdânta americanizzandolo, ma
che i Teosofisti considerarono come “uno dei loro Fratelli della razza
primigenia” e “un principe tra gli uomini” (Le Lotus Bleu, n. del
27gennaio 1895, p. 540-541); infine l’Angarika H. Dharmapâla,
“missionario laico” del Maha-Bodhi-Samâj (Società della Grande
Saggezza) di Colombo (Ceylon), presieduto dal Sommo Sacerdote della
Chiesa Buddhista del Sud (?), H. Sumangala, “sotto gli auspici di S.S.
Lozang Thub Dan Gya-Tcho, Gran Lama del Tibet” (?), ma anche, più
direttamente,
39
L’Arya-Samâj
Nel 1870 (48), lo Swâmî Dayânanda
Saraswatî fondò con il nome di Arya-Samâj, o Società Ariana, una
società religiosa avente per fine di “ricondurre la religione ed il culto
alla semplicità vêdica primitiva” (49).
L’autore che abbiamo già citato, de Milloué
dice a questo riguardo (50):
“L’Arya-Samâj ammette l’esistenza e
l’adorazione d’un solo Dio unico (sic); è una sorta di Brahmanesimo
filosofico basato sui quattro Vêda, con l’esclusione dei Brâhmana
e dei Purâna (51). Esso ha inscritto nel suo programma l’interdizione
dei matrimoni fra bambini, il miglioramento della condizione delle donne e
l’istruzione del popolo (52); opera alla quale Swâmî Dayânanda Saraswatî
ha consacrato mediante testamento la sua intera fortuna” (53).
Lalchand Gupta, in un recente articolo su
questa società, pubblicato dall’Indian Review, parla nei seguenti
termini dello Swâmî Dayânanda Saraswatî:
“Istituendo l’Arya-Samâj, Swâmî
Dayânanda non voleva solamente risvegliare l’India dal suo lungo sonno, ma
anche condurre l’umanità
dal Colonnello Olcott, il redattore del Catechismo
Buddhista, che si vantò di aver operato la riconciliazione dei Buddhisti
del Sud con quelli del Nord (Le Lotus Bleu, n. del 27 settembre 1894, p.
347-350). – Al Congrès du Progrès Religieux di Parigi assisteva
ugualmente un Buddhista, D.B. Jayatilaka, che i resoconti qualificano
semplicemente come “professore”; è forse un “nuovo missionario laico” della
stessa provenienza?
(48) Vale a dire solamente cinque anni prima della
creazione della Società Teosofica negli Stati Uniti e l’introduzione del
nuovo Sat Bhai in Inghilterra.
(49) Proprio come i Protestanti pretendono di
riportare “alla semplicità evangelica primitiva”.
(50) Le Brâhmanisme,
p. 233.
(51) Questo è sufficiente per caratterizzare la
tendenza modernista di questo nuovo movimento.
(52) Ci sono sempre pressappoco le stesse
rivendicazioni che formulano tutti questi riformatori; e,
ragionevolmente, questo non permette affatto di presentare, come fa de Milloué,
l’Arya-Samâj come nato da “la reazione contro le tendenze cristiane
(leggi protestanti) di Chander Sen e dei numerosi Brahma-Samâj
indipendenti”.
(53) Questa fortuna servì, fra le altre cose, a
fondare il Dayânanda Anglo-Vêdic College di Lahore.
40
verso il bene comune e la vita comunitaria. I
doni meravigliosi e le simpatie cosmopolite dello Swâmî son cosa
ben nota. Persino i suoi critici ammiravano la sua forza di carattere. Egli era
un ‘patriota del mondo’ e non si lasciò mai rinchiudere nei limiti
artificiali di uno stretto nazionalismo. Però, era anche un vero nazionalista,
perché si compiaceva sempre di consigliare agli Indù di svilupparsi secondo la
loro propria linea evolutiva. Preferiva la cultura indigena all’imitazione
degli ideali stranieri; ma, allo stesso tempo, non si opponeva mai alle relazioni
con gli stranieri. Considerava volentieri l’umanità come una sola
famiglia, della quale ogni uomo è membro. Fu lui che, per primo, affermò
che l’India può donare lo Spiritualismo all’Occidente, e che ogni altra
fede diffusa nel mondo deve la sua origine al Vêda eterno. Per diverse
ragioni, il teismo ha avuto il suo declino nel mondo civilizzato, e la
missione dello Swâmî Dayânanda era di fare dei teisti degli scettici,
o persino dei materialisti. Il suo aspetto era affascinante e allo stesso
tempo esprimeva la sua forza di volontà. Era, forse, uno di quegli uomini che
in genere sono incompresi dal popolo. Su questo punto, potrei dire che il paese
non era sufficientemente avanzato per assimilare, o addirittura per seguire i
suoi insegnamenti. Non è affatto una cosa facile comprendere bene un profeta,
perché egli è talvolta in anticipo di almeno un secolo rispetto al popolo. Le
motivazioni dello Swâmî Dayânanda non hanno ricevuto la loro giusta
interpretazione perché erano, e sono ancora, troppo buone per essere accettate
dalla massa debole ed ignorante. Ma sono sicuro che, se le sue opere saranno
tradotte in inglese, egli sarà senza dubbio ben compreso dall’élite del
mondo occidentale colto (54). Poiché Swâmî Dayânanda era un autentico
amico degli uomini, egli non sopportò mai che qualcuno deviasse dal sentiero
della virtù. Non conosceva compromessi fra la verità e l’errore. Per lui, la
verità era la sola via degna di essere seguita, e, di conseguenza, dovette
misurarsi con innumerevoli difficoltà nel corso della sua opera di
risollevamento. Alla lettera egli fu il Lutero dell’India. L’opera da
lui intrapresa fu proseguita con ardore dall’Arya-Samâj per un certo
tempo; ma, dopo più di dieci anni, ci fu un troppo grande sfoggio di spirito di
parte fra i capi dell’organizzazione intitolata Guru-Kula (Confraternita
degli Istruttori) e nelle sezioni del Collegio dell’Arya-Samâj
stabilite in questa parte del paese (vale a dire nel Sud, l’Indian Review
essendo edita a Madras)... Quel che Swâmî Dayânanda combatteva più
energicamente, era la schiavitù intellettuale e spirituale
(54) Ciò è da riportare a quanto dicevamo di Râm
Mohun Roy.
41
nella quale le masse sono mantenute dalle
classi privilegiate; ma i capi del movimento sembrano diffondere il male una
volta di più con il pretesto del controllo!”.
Abbiamo riprodotto questo brano a titolo di
documento, e soprattutto per i tratti caratteristici che vi si possono rilevare
e che noi abbiamo sottolineato; ma, beninteso, avanziamo ogni riserva, anche e
soprattutto dal punto di vista indù, sugli elogi rivolti allo Swâmî
Dayânanda Saraswatî, il Lutero dell’India, e al suo Arya-Samâj,
le cui relazioni con i fondatori della Società Teosofica sono più che sospette.
I “compromessi fra la verità e l’errore”, allorché favoriscono certi interessi
e certe combinazioni più o meno... diplomatiche non sarebbero state dunque così
estranee quanto ci assicura Lalchand Gupta, a colui che il Colonnello Olcott
definiva “uno dei più nobili Fratelli viventi”?
I Sette Fratelli (Sat Bhai)
Questa Società fu introdotta in Inghilterra,
verso il 1875, da ufficiali dell’armata delle Indie. Essa usò una serie di
appellativi, di parole di passo e di divise simboliche prese in prestito alla
tradizione ed alla lingua indù.
Il Segretario attuale per Londra è il F\ A. Cadbury Jones, 8, Golden Square (Revue Internationale des
Sociétés Secrètes, n. del 15 novembre 1912, p. 1108).
Si trovano delle curiose informazioni su
questo argomento nel romanzo del F\ Rudyard
Kipling intitolato Kim, che si può considerare, in gran parte, come
l’autobiografia dell’autore per quanto concerne la prima parte della sua vita.
Libro molto interessante da leggere da questo punto di vista, soprattutto
quando si conoscano almeno un po’ gli avvenimenti ai quali esso fa allusione.
Secondo quanto vi leggiamo (p. 245 della
traduzione francese, ed. del Mercure de France, 1907) (55) l’antica
società chiamata Sat Bhai e i cui membri si chiamano anche Figli
dell’Incanto, è “indù e tantrica”. “Si suppone fra il pubblico che essa sia
una società estinta, ma io ho confermato mediante alcune comunicazioni che essa
è ancora esistente”, dice Babu Hurree, che inoltre aggiunge: “Voi comprendete
che tutto questo è di mia invenzione”. Quel che si comprende assai bene, in
(55) Fra le molte edizioni italiane di Kim
segnaliamo quelle di Mursia (1989), Garzanti (1993) e Mondadori (2002)
(N.d.C.).
42
effetti, è che, anche se esistono ancora dei
membri autentici dell’antica società, essi non possono avere alcun rapporto con
quella sedicente che fu ricostituita da Inglesi e da individui che
qualificheremo semplicemente come “anglofili”, per evitare di applicar loro un
epiteto più duro, e i cui simili si trovano anche nei ranghi della Società
Teosofica. Ci limitiamo a segnalare, beninteso, una certa similitudine fra
gli elementi di cui si compongono queste due organizzazioni, senza pretendere
con questo di ricollegarle l’una all’altra mediante una filiazione più o meno
indiretta; e tuttavia, esaminando certi dettagli, e studiando più da vicino
certi procedimenti e certi modi d’agire che si ritrovano sempre uguali, si
sarebbe quasi tentati di credere ad un’origine comune.
Abbiamo visto che è verso il 1875, che è
anche, ricordiamocene, la data della fondazione della Società Teosofica,
che la nuova Sat Bhai fu introdotta in Inghilterra da ufficiali
dell’Armata delle Indie, fra i quali si dovevano verosimilmente contare alcuni
di quei “colonnelli senza reggimento” (p. 158) che resero al governo britannico
servizi così importanti e così vari in impieghi quali quelli di capi dei
servizi d’ispezione etnologica, topografica, etc., ed anche nella Massoneria
d’importazione europea (p. 152), nella quale essi s’incontrarono con FF\ Indù quali i LL.AA. Mahârâja di Kapurthala e di Cooch-Behar
(56), ed il F\ Durga Charan Banerjee, capo della polizia
indigena, che fu, nel 1910, Gran Maestro Deputato della Gran Loggia del
Distretto del Bengala.
Notiamo a questo proposito che J.C.
Chatterjee, lo scrittore teosofista ben noto (57), è stato nominato
recentemente Capo del Servizio
(56) Il Mahârâja di Cooch-Behar, morto
nell’ottobre del 1911 in Inghilterra, dov’era giunto per i festeggiamenti
dell’Incoronazione, fu, dal 1887, Past Senior Grand Warden o Primo Gran
Sorvegliante Onorario della Gran Loggia Unita d’Inghilterra; era stato anche
Gran Maestro Deputato della Gran Loggia del Distretto del Bengala (The
Freemason, 21 ottobre 1911). Nel 1890 aveva fondato nei suoi Stati una
branca del Brahma-Samâj, organizzazione della quale abbiamo parlato più
sopra (ibid., 24 giugno 1911). Fu anche membro della Società
Teosofica, della quale egli ugualmente organizzò una sezione nella sua
capitale, il 6 agosto 1890, con l’autorizzazione del Colonnello Olcott (Le
Lotus Bleu, dicembre 1890); nel 1893 venne eletto presidente della sezione
di Darjeeling (ibid., marzo 1893). – Il suo successore, l’attuale Mahârâja,
è il F\ Râj Râjendra Narâyan, che fu investito
delle funzioni di Gran Porta-Stendardo dell’Ordine del Secret Monitor,
al Gran Festival che ebbe luogo a Londra il 23 maggio 1911 (The Freemason,
20 maggio e 3 giugno 1911).
(57) Egli è l’autore della Philosophie
Esothérique de l’Inde e della Vision
43
Archeologico del Kashmir; egli ha forse, come
Babu Hurree, la lodevole ambizione di divenire F.R.S. (p. 232-233). Non
dimentichiamo poi che abbiamo visto, alla testa della Società Teosofica,
un “colonnello” un po’ del genere di quelli di cui abbiamo parlato. È vero che
costui era americano; ma H.-P. Blavatsky non era forse divenuta, essa stessa,
“cittadina americana”… dopo esser stata “garibaldina”? E tuttavia, se il
governo inglese ha sostenuto, come affermano persone ben informate, le spese
dei suoi viaggi in Tibet o nell’Himâlaya, la sua origine russa e la rivalità
dell’Inghilterra e della Russia (vedi p. 317 e seguenti) precisamente in queste
regioni inducono a pensare che questi spostamenti non avevano come fine
esclusivo di andare alla ricerca degli inaccessibili Mahâtmâ. Anche
supponendo che costoro fossero realmente esistiti, rischiavano assai di
giocare, in più di una circostanza, un ruolo pressoché analogo a quello del
vecchio Lama rosso di cui Kim fu il khela.
Abbiamo delle buone ragioni di credere che,
oggi come allora, “il Grande Gioco non si è mai fermato da un estremo all’altro
dell’India” (p. 234), particolarmente fra Adyar e Benares, e che, in
quest’ultima città, esso non si gioca solo attorno al tempio jaina dei Tirthankara.
Come che sia, segnaliamo ancora il singolare processo di educazione, o se si
vuole di iniziazione, che consiste nel cercare di “far vedere delle cose” (p.
204-207 e 230); si sa come Madame Blavatsky ha fatto uso di questo metodo nei
riguardi dei suoi discepoli, senza dubbio per vedere, essa stessa, “se c’erano
delle pagliuzze negli occhi”; e, certo, ha dovuto trovarne abbondantemente, a
giudicare dai racconti che possiamo leggere nelle opere di Sinnett, Il Mondo
Occulto e Il Buddhismo Esoterico. Sarebbe curioso sapere se
Leadbeater ha tentato le stesse esperienze sul suo pupillo Alcyone; se
l’ha fatto, non c’è forse riuscito, più del “medico delle perle” con Kim? Si
potrebbe supporlo, dati gli alti destini che sono predetti al giovane iniziato,
… a meno che non s’intenda fargli giocare un semplice ruolo di facciata, il
che, dopo tutto, è davvero molto probabile.
In diverse società più o meno esoteriche ci
sono, in effetti, iniziati e iniziati; sarebbe così in particolare nella Sat
Bhai rinnovata, se si vuol credere al F\ Rudyard Kipling, che ne dà i segni di riconoscimento e
des Sages de l’Inde;
sta per pubblicare una nuova opera, The Hindu Realisme (Le Théosophe,
1° agosto 1913). – Tutti questi scritti, malgrado i loro titoli e le loro
pretese, sono assai sovente ispirati alla filosofia evoluzionista (e poco
esoterica) di Herbert Spencer piuttosto che dall’antica dottrina orientale.
44
le parole di passo (senza dubbio
trasformandole), assieme alle segrete differenze che permettono di distinguere
i membri delle due categorie (p. 244-246). C’è anche una rimarchevole analogia
fra la turchese dei Figli dell’Incanto e il famoso anello dei 33\; e, sicuramente, tutto questo sembra degno di qualche riflessione.
45
RIFLESSIONI A PROPOSITO DEL “POTERE OCCULTO”
Si è potuto leggere qui, la settimana scorsa,
il rimarchevole articolo di Copin-Albancelli intitolato Gli Occhi che
s’aprono: vi si è visto che il nostro confratello non teme, a proposito del
socialismo, di prender risolutamente in considerazione un’azione dei Superiori
Sconosciuti “di cui la Massoneria non è che lo strumento”, o meglio uno
strumento fra ben altri, e “alle cui suggestioni obbediscono i Massoni”, per la
maggior parte inconsapevolmente. È questa per noi una nuova occasione di
ritornare su alcuni punti di questo problema, così complesso e così
controverso, del Potere Occulto, sul quale l’ultima parola non è stata
detta e forse non lo sarà per lungo tempo ancora, il che non è affatto una
ragione per disperare di veder farsi luce poco a poco.
D’altronde, è necessario dire che esistono dei
“poteri occulti” di ordini differenti, esercitanti la loro azione in domini ben
distinti, attraverso mezzi appropriati ai loro fini rispettivi, e ciascuno dei
quali può avere i suoi Superiori Sconosciuti. Così, un “potere occulto”
d’ordine politico o finanziario non dovrebbe essere confuso con un “potere
occulto” d’ordine puramente iniziatico, ed è facile comprendere che i capi di
quest’ultimo non si interesseranno affatto alle questioni politiche e sociali
in quanto tali: essi potranno addirittura avere un’assai mediocre
considerazione di coloro che si consacrano a questo genere di attività. Per
citare un esempio, nel mondo musulmano, la setta dei Senussi, almeno
attualmente, non persegue che un fine quasi esclusivamente politico: essa è,
proprio per questa ragione, generalmente disprezzata dalle altre organizzazioni
segrete, per le quali il panislamismo non dovrebbe essere che
un’affermazione puramente dottrinale, e che non possono ammettere che si
aggiusti il Djefr alle mire ambiziose della Germania o di qualche altra
potenza europea. Se si vuole un altro esempio, in Cina, è del tutto evidente
che le associazioni rivoluzionarie
46
che sostennero il F\ Sun Yat Sen, di concerto con la Massoneria ed il Protestantesimo
anglosassone (1), non potevano avere relazioni di alcun tipo con le vere
società iniziatiche, il cui carattere, in tutto l’Oriente, è essenzialmente
tradizionalista, e questo, cosa strana, tanto più quant’esso è maggiormente
esente da ogni ritualismo esteriore.
Qui, pensiamo che sia bene aprire una
parentesi per quel che concerne le società iniziatiche estremo-orientali:
giammai esse si metteranno in relazione, non solo con dei raggruppamenti
politici, ma con alcuna organizzazione d’origine occidentale. Questo taglia
corto, in particolare, a certe pretese occultiste, che si ha avuto il gran
torto di prendere sul serio in taluni ambienti antimassonici; ecco, in effetti,
quel che una penna autorizzata ha scritto a tale proposito: «Non più che altre
volte – meno ancora che altre volte – non vi è fraternità possibile fra
collettività gialle e collettività bianche. Non si possono avere che
affiliazioni individuali di bianchi a delle collettività gialle... Ma non vi è
terreno d’intesa pratica fra le società collettive delle due razze; e se, per
assurdo, per iniziativa d’una organizzazione i cui mezzi ci sfuggono, tale
terreno d’iniziativa pratica venisse ad esistere, le collettività gialle
rifiuterebbero di scendervi. È per questo che è impossibile prestar fede ad una
informazione già vecchia – e della quale non avrei certo parlato, se la sua
ripetizione nel volume L’Invasion Jaune, del comandante Driant (2), non
avesse richiamato l’attenzione su di essa – informazione secondo la quale una
società segreta gialla ed un gruppo occultista europeo avrebbero unito
fraternamente i loro fini e i loro simboli. “Siamo orgogliosi d’apprendere,
riferisce l’Initiation del marzo 1897 (ed il comandante Driant lo ripete
ne L’Invasion Jaune, p. 486), al Supremo Consiglio, la creazione a San
Francisco della prima loggia martinista cinese, sulla quale fondiamo delle
grandi speranze, per l’intesa del nostro Ordine con la Società di Hung”.
Ed il comandante Driant aggiunge: “La Società di Hung è la società madre
dei Boxer cinesi. Queste relazioni fra sette sembreranno inverosimili a
numerosi lettori, che non colgono i progressi delle società occulte miranti
all’internazionalismo.
(1) Vedi, nella France Antimaçonnique, Sun
Yat Sen contre Yuan Shi Kai (27a annata, n. 37, p. 440-441) e Le
Protestantisme et la Révolution (28a annata, n. 1, p. 11-12).
(2) Émile Auguste Cyprien Driant (1855-1916) sotto
lo pseudonimo di “Capitaine Danrit” pubblicò fra il 1889 e il 1915 almeno sette
enormi romanzi sulle guerre del futuro per 7600 pagine, oltre diversi romanzi
d’avventura per un totale di 10.000 pagine. L’Invasion Jaune del 1905
era di 1000 pagine (N.d.C.).
47
Esse sono rigorosamente vere”. Tali
affermazioni sono rigorosamente una favola. Non so se dei Cinesi, né qual
genere di Cinesi, si sono introdotti nella loggia martinista di San Francisco,
né se vi sia mai stata una loggia martinista a San Francisco. Quel che so ed
affermo, è che giammai la Società di Hung – poiché vi è una Società
di Hung, sia che la si voglia considerare una società fra tutte, o il nome
speciale e temporaneo d’una setta di questa società – si è affiliata al
Martinismo; che giammai la Società di Hung, né qualunque altra società
segreta cinese di sorta, ha intrattenuto la minima relazione, financo
epistolare, con il Martinismo, né con qualunque altra società occulta
occidentale quale che sia. I Cinesi conoscono troppo bene il temperamento dei
bianchi per fidarsene a tal punto, e quanto poco segrete siano le loro società
occulte» (3).
Si potrebbe dire pressoché lo stesso per
quanto concerne le organizzazioni iniziatiche indù e musulmane, che, in linea
generale, sono altrettanto chiuse di quelle dell’Estremo Oriente, e altrettanto
sconosciute agli Occidentali. Ora è ben inteso che tutto questo non pregiudica
affatto l’esistenza, per l’Occidente, di un “Potere centrale” compatibile con
le condizioni d’una pluralità di organismi distinti e gerarchizzati (non
possiamo più dire qui “sovrapposti” come nelle sfere inferiori). Se si ammette questa
esistenza, si dovrà certamente assegnare, nella costituzione di questo “Potere
centrale”, un ruolo importante all’elemento giudaico; e, allorché si sa quale
avversione provano nei riguardi degli Ebrei gli Orientali in generale ed i
Musulmani in particolare, è lecito domandarsi se la presenza di un tale
elemento non contribuisca a rendere impossibili dei rapporti diretti fra le
società segrete orientali ed occidentali. Vi sono dunque, dal punto di vista
del “potere occulto”, barriere che l’influenza ebraica non potrebbe
oltrepassare; inoltre, anche in Occidente, non vi è certamente da considerare
solo questa influenza ad esclusione di ogni altra, per quanto essa sembri
essere fra le più potenti. Quanto alle comunicazioni indirette possibili,
malgrado tutto, fra il “Potere occulto centrale” dell’Occidente e certi poteri
più o meno analoghi che esistono in Oriente, tutto quel che se ne può dire, è
che esse non potrebbero derivare che “da un’organizzazione i cui mezzi ci
sfuggono”.
Per tornare alla nostra distinzione fra
diversi ordini di “poteri occulti”, dobbiamo aggiungere ch’essa non sopprime
affatto la possibilità d’una certa interpenetrazione di questi diversi ordini
poiché non si
(3) Matgioi, La Voie Rationnelle, capitolo
IX, p. 231-232.
48
devono mai stabilire delle categorie troppo
assolute; noi diciamo interpenetrazione, perché questo termine ci sembra
più preciso di quello di inviluppo, e ch’esso lasci meglio intravedere
la gerarchizzazione necessaria degli organismi multipli. Per sapere fino a dove
si estende questa gerarchizzazione, bisogna domandarsi se esiste ancora,
nell’Occidente contemporaneo, una potenza veramente iniziatica che abbia
lasciato altro che non delle vestigia pressoché incomprese; e, senza voler per
nulla esagerare, si è ben obbligati a convenire che non vi è altro,
apparentemente, che il Kabbalismo che possa contare in questo dominio,
ed anche che gli Ebrei lo riservano gelosamente solo per loro, poiché il
“neokabbalismo” occultizzante non è che una fantasia senza grande importanza.
Tutte le altre correnti, poiché ve ne sono state (4), sembrano essersi perdute
verso la fine del medioevo, se si eccettua qualche caso isolato; in seguito, se
la loro influenza ha potuto, fino ad un certo punto, trasmettersi al di qua di
questa epoca, non è che in un modo indiretto e che, in larga misura, sfugge
necessariamente alla nostra ricerca. D’altra parte, se si considerano i
tentativi che sono stati fatti recentemente in direzione di una “contro-Kabbalah”
(e che si basavano principalmente sul Druidismo), non si può dire
ch’essi abbiano condotto a una qualunque realizzazione, ed il loro scacco e
ancora una prova dell’incontestabile forza che possiede l’elemento ebraico in
seno al “potere occulto” occidentale.
Detto questo, è certo che il Kabbalismo, come
tutto ciò che è d’ordine propriamente iniziatico e dottrinale, è, in se stesso,
del tutto indifferente ad ogni politica; sul terreno sociale, i suoi principi
non possono esercitare che un’ influenza puramente riflessa. Il socialismo,
che, certo, non ha nulla di iniziatico, non può procedere che da un “potere
occulto” semplicemente politico, o politico-finanziario; è verosimile che
questo potere sia ebraico almeno parzialmente, ma sarebbe abusivo qualificarlo
come “kabbalista”. Vi sono di quelli che non sanno guardarsi sufficientemente
da ogni esagerazione a tale riguardo, ed è per questo che abbiamo creduto bene
precisare in quali condizioni è possibile considerare Jaurès (5), per esempio,
come “il servitore dei Superiori Sconosciuti”, o piuttosto di certi Superiori
Sconosciuti.
(4) Vedi L’Ésotérisme de Dante, in la France
Antimaçonnique, 28a annata, n. l0,p. 100-113.
(5) Jean Jaurès (1859-1914), noto uomo politico
francese, fu un socialista riformatore e antimilitarista, fondatore de L’Humanité
(1904). Venne ucciso da un nazionalista alla vigilia della prima guerra
mondiale (N.d.C.).
49
Ora, che Jaurès “sia appena Massone”, non è
un’obiezione seria contro questo modo di considerare il suo ruolo, come fa
giustamente notare Copin-Albancelli. Ignoriamo addirittura, dobbiamo
riconoscerlo, se Jaurès abbia mai ricevuto l’iniziazione massonica; in ogni
caso, egli non è certo un Massone attivo, ma questo non cambia nulla al
riguardo, ed egli può anche non far parte d’alcuna “società segreta” nel senso
proprio della parola; non sarebbe che un agente migliore per i Superiori
Sconosciuti che si servono di lui, perché tale circostanza contribuisce ad
allontanare i sospetti. Quel che diciamo di Jaurès, poiché il nostro
confratello l’ha preso come esempio, potremmo altrettanto dirlo di altri uomini
politici che si trovano pressoché nella stessa situazione; ma l’esempio è
abbastanza tipico perché noi ce ne accontentiamo.
Un altro punto che è da considerare, è che i Superiori
Sconosciuti, di qualunque ordine essi siano, e quale che sia il dominio nel
quale essi vogliano agire, non cercano mai di creare dei “movimenti”, secondo
un’espressione che è oggi molto alla moda: essi creano solamente degli “stati
d’animo”, il che è assai più efficace, ma forse un po’ meno alla portata di
tutti. È incontestabile, anche se alcuni si dichiarano incapaci di
comprenderlo, che la mentalità degli individui e delle collettività può essere
modificata da un insieme sistematico di suggestioni appropriate; in fondo, la
stessa istruzione non è altra cosa che questo, e non vi è in ciò alcun
“occultismo”. Del resto, non si dovrebbe dubitare che una simile facoltà di
suggestione possa essere esercitata, a tutti i gradi e in tutti i domini, da
uomini “in carne ed ossa”, quando si vede, per esempio, una folla intera
suggestionata da un semplice fakir, che d’altronde non è che un iniziato
dell’ordine più inferiore, e i cui poteri sono del tutto comparabili a quelli
che poteva possedere un Gugomos o uno Schroepfer (6). Questo potere di
suggestione non è dovuto, tutto sommato, che allo sviluppo di certe facoltà
speciali; quando esso si applica solo al dominio sociale e si esercita
sull’“opinione”, è soprattutto questione di psicologia: uno “stato d’animo”
determinato richiede delle condizioni favorevoli per stabilirsi e bisogna
sapere, o approfittare di queste condizioni se esse esistono già, o provocarne
da se stessi la realizzazione. Il socialismo risponde a certe condizioni
attuali, ed è questo quel che ne costituisce tutte le sue possibilità di
successo; che le condizioni vengano a cambiare per una ragione o per l’altra,
ed il socialismo, che non potrà mai esser altro che un semplice mezzo d’azione
per dei
(6) Vedi La Stricte
Observance et les Supérieurs Inconnus, nella France Antimaçonnique,
27a annata, n. 47, p. 560-564, e n. 49, p. 585-588.
50
Superiori Sconosciuti, si trasformerà rapidamente in un’altra cosa di cui non possiamo
prevedere il carattere. È forse questo il pericolo più grave, soprattutto se i Superiori
Sconosciuti sanno, come è il caso di ammettere, modificare questa realtà
collettiva che si chiama l’“opinione”; è un lavoro di tal genere che venne
effettuato nel corso del XVIII secolo e che condusse alla Rivoluzione, e,
quando questa scoppiò, i Superiori Sconosciuti non ebbero più bisogno di
intervenire, l’azione dei loro agenti subalterni era pienamente sufficiente. È
necessario, prima che sia troppo tardi, impedire che simili avvenimenti si
rinnovino, ed è per questo, diremo con Copin-Albancelli, che “è molto
importante illuminare la gente sulla questione massonica e su quel che vi si
nasconde dietro”.
***
La Bastille del 23
maggio 1914 ha riprodotto una nota dei Cahiers Romains intitolata Les
cours populaires d’antisectarism, nota nella quale è formulato, come dice
il nostro confratello, “il piano di studi d’insieme senza i quali non vi
sarebbe vittoria definitiva contro la Massoneria e quel che si nasconde dietro
di essa”. Questo piano, d’altronde assai vasto, è presentato come un semplice
“canovaccio” per un “corso pratico antisettario”; vale a dire ch’esso non è
definitivo in tutte le sue parti, ma, così com’è, presenta non di meno un
interesse capitale.
Innanzitutto, i Cahiers Romains
dividono la “scienza antisettaria” in tre parti, che definiscono nel modo
seguente:
“Prima parte. – Nozioni tecniche sulla
Setta e sulle sette. Loro organizzazione. Loro azione. Loro fine.
“Seconda parte. – L’osservazione
metodica applicata all’informazione ed all’azione antisettarie.
“Terza parte. — Cultura ed azione
antisettarie. Prove storiche sulla Setta e sulle sette. Esame pratico di fatti
settari ed antisettari del giorno”.
Questa divisione ha il merito d’essere assai
chiara, ed il suo valore pratico è evidente; è questo l’essenziale, dato lo
scopo che ci si propone. Senza dubbio, può succedere che alcune questioni non
rientrino interamente ed esclusivamente nell’una o l’altra di queste tre parti,
e che così si sia obbligati a ritornare a più riprese su queste stesse
questioni per considerarle da diversi punti di vista; ma, quale che sia la
divisione adottata, questo è un inconveniente che è impossibile evitare, e non
si dovrebbe esagerarne troppo la gravità.
La prima parte si suddivide in due:
51
“l° Il problema fondamentale: le sette formano
la Setta. (Potere settario centrale: Israele e la Setta).
“2° Sette principali: a) Massoneria; b)
Carboneria; c) Martinismo; d) Illuminismo; e) Teosofia; f)
Occultismo vario; g) Sette locali o di razza”.
Dobbiamo grandemente felicitarci di veder
porre qui, in primo luogo, il vero “problema fondamentale”, quello del “Potere
Occulto”, a dispetto di coloro che pretendono risolverlo con una negazione pura
e semplice. Per precisare oltre quel che è solo indicato in questo programma,
sarebbe necessario occuparsi qui della pluralità dei “poteri occulti”, delle
loro rispettive prerogative, della loro gerarchizzazione e delle condizioni
della loro coesistenza, tutte cose di cui abbiamo un po’ accennato precedentemente.
Quanto ai rapporti innegabili che esistono fra “Israele e la Setta”, sarebbe
necessario vedere se essi non implichino, d’altronde correlativamente ad altre
circostanze etniche, una limitazione dell’influenza di certi “poteri occulti”,
come abbiamo parimenti detto, e se questo fatto non conduce a dare a
quest’espressione generale: “la Setta”, un significato più ristretto di quel
che si poteva supporre a priori, ma per questo anche più preciso.
Aggiungiamo che tale restrizione non modificherà per nulla, praticamente, le
conclusioni cui si sarà condotti per quel che concerne l’Occidente moderno;
solo, tali conclusioni non saranno più interamente applicabili, anche per
l’Occidente, se si risalirà oltre il Rinascimento, ed esse lo saranno ancor
meno se si tratterà dell’Oriente, anche contemporaneo.
Detto questo, per quanto riguarda lo studio
delle “sette principali”, ci permetteremo di formulare qualche osservazione che
ha la sua importanza; è evidente, in effetti, che questo studio potrebbe
suddividersi indefinitamente se non si prendesse cura di raggruppare tutte le
sette attorno ad un certo numero fra di esse, la cui scelta, per quanto
forzatamente implicando una certa arbitrarietà, dev’essere innanzitutto quella
dei tipi più “rappresentativi”. Si può ben cominciare, da questo punto di
vista, uno studio della Massoneria, soprattutto perché, di tutte queste sette,
essa è la più generalmente conosciuta e la più facilmente osservabile; su
questo punto, non vi è alcuna contestazione possibile. Solo ci sembra che la
storia della Massoneria moderna, per essere perfettamente compresa, dovrebbe
logicamente essere preceduta da un’esposizione, la più succinta e chiara
possibile, delle sue origini, risalenti, in parte, alle diverse correnti
ermetiche e rosacrociane, e, in parte, all’antica Massoneria operativa (7), e
spiegando quindi la fusione di
(7) Su questa Massoneria operativa e sui suoi
rituali, sono stati pubblicati
52
questi diversi elementi. Inoltre, è necessario
ricordare che la Massoneria moderna, sorta dalla Gran Loggia d’Inghilterra
(1717), è essenzialmente la “Massoneria simbolica”, alla quale, in seguito,
sono venuti a sovrapporsi i molteplici sistemi di alti gradi; fra questi,
ciascuno dei più importanti potrebbe essere oggetto di uno studio speciale, ed
è allora che sarebbe necessario ricercare a qual ordine di influenze occulte
risalga la sua formazione. Questa ricerca sarebbe facilitata da una
classificazione in sistemi ermetici, kabbalistici, filosofici, etc.; l’ordine
rigorosamente cronologico non potrebbe essere seguito che in una prima visione
d’insieme. Sarebbe bene mostrare in particolare il ruolo giocato dal Kabbalismo
nella costituzione di un gran numero di tali sistemi, senza trascurare per
questo di tener conto delle altre influenze, alcune delle quali, almeno nel
loro principio e nella loro ispirazione, possono non essere appartenute al
mondo occidentale. Vale a dire che i quadri di un simile studio devono essere
quanto più ampi possibile, se non si vuole correre il rischio di lasciar fuori
certune categorie di fatti, e precisamente quelle che, ordinariamente, sembrano
le più facilmente spiegabili.
Ora, fra le organizzazioni sovrapposte alla
Massoneria ordinaria, non vi sono che i sistemi di alti gradi; vi sono anche
delle sette che non fanno per nulla parte integrante della Massoneria, benché
reclutino esclusivamente fra i membri di quest’ultima. Tali sono, per esempio,
certi “Ordini di Cavalleria” che esistono ancora ai nostri giorni, in
particolare nei Paesi anglosassoni; ma, anche là, si dovrebbe distinguere fra
le organizzazioni in questione, a seconda ch’esse presentino un carattere
iniziatico, o politico, o semplicemente “fraterno”. Le sette con tendenze
politiche o sociali meritano uno studio particolare; da questo punto di vista,
si possono prendere come tipi, nel XVIII secolo, l’Illuminismo, e, nel XIX, la
Carboneria.
Fino a qui, non abbiamo dunque considerato che
la sola Massoneria e quel che vi si collega direttamente; ma questo studio non
comprende che le sezioni a, b e d del programma dei Cahiers
Romains. Quanto alla sezione c, vale a dire al Martinismo,
bisognerebbe intendersi sul senso del termine, e ci siamo già spiegati a questo
riguardo; ricorderemo dunque solamente che gli “Élus Coën” hanno il loro posto
assegnato fra i sistemi massonici degli alti gradi, e, quanto a Saint-Martin,
lo ritroveremo
assai pochi documenti; noi abbiamo dato, nella France
Antimaçonnique (27a annata, n. 42, p. 493-495), la traduzione
completa dell’apertura della Loggia di primo grado.
53
fra poco. Non resta dunque altro che il
Martinismo contemporaneo, che deve logicamente figurare nel capitolo
sull’Occultismo (sezione f), fra il “neo-kabbalismo” e il
“neo-gnosticismo”. Per contro, riserveremmo volentieri una sezione a parte allo
Spiritismo con le sue numerose varietà, e così pure con tutte le sette più o
meno religiose alle quali esso ha dato nascita, come l’Antoinismo, il
Fraternismo, il Sincerismo, etc.
Per la Teosofia (sezione e), si
dovrebbe innanzitutto distinguere con cura le due accezioni di questo termine,
la prima delle quali va applicata, in linea generale, ad un esoterismo
piuttosto mistico, che conta fra i suoi principali rappresentanti uomini dalle
concezioni d’altronde assai diverse, quali Jacob Boehme, Swedenborg,
Saint-Martin, Eckartshausen, etc. L’altra accezione, del tutto speciale e molto
più recente, è quella che designa ciò che noi chiameremmo più volentieri il
“Teosofismo”, vale a dire le dottrine proprie alla “Società Teosofica”; allo
studio di quest’ultima si collega naturalmente quello degli scismi che ne son
derivati, come l’“Antroposofia” di Rudolf Steiner (8).
Non resta che la sezione d, che
contiene degli elementi assai diversi, e per la quale proporremmo una
suddivisione, distinguendo, in primo luogo, le sette che devono la loro
esistenza all’influenza del Protestantesimo: in questo gruppo si troveranno
l’Orangismo ed il Quietismo, citati dal Cahiers Romains, così come un
buon numero di società segrete americane che studiamo, già da lungo tempo,
nella France Antimaçonnique, e infine certi “movimenti” religiosi come
il Salutismo, l’Avventismo, la “Christians Science”, etc. In un secondo gruppo
figurerebbero le associazioni che presentano un carattere più propriamente
nazionale o “di razza”, come i Feniani, gli Hiberniani, etc.; vi si potrebbe
aggiungere il Druidismo, benché il suo carattere artificiale gli assegni un
posto un po’ a parte. Un terzo capitolo sarebbe riservato alle sette con
tendenze essenzialmente rivoluzionarie: vi si dovrebbero mostrare le rispettive
influenze del socialismo e dell’anarchismo nell’Internazionalismo, nel
Nichilismo, e in qualche organizzazione segreta operaia d’Europa e d’America.
Fatto questo, resterebbe ancora una certa quantità di sette diverse, che non
rientrano in nessuna di queste categorie, e che forse sfuggono persino a
qualunque classificazione.
(8) All’argomento, Guénon dedicherà pochi anni dopo
un saggio critico: Le Théosophisme: histoire d’une pseudo-religion,
Nouvelle Librairie Nationale, Parigi, 1921 (N.d.C.).
54
In tutto ciò, abbiamo completamente lasciato
in margine l’ultima parte della sezione g, vale a dire le “sette segrete
orientali”, perché quelle non possono venire ricondotte allo stesso quadro
delle altre, e perché sarebbe davvero difficile studiarle in modo soddisfacente
in un “corso popolare”, che deve forzatamente restare piuttosto elementare,
almeno quando si tratta di questioni particolarmente ardue, pressoché
incomprensibili senza una preparazione speciale. Il massimo che si possa fare,
in queste condizioni, è di consacrare a simili organizzazioni orientali qualche
indicazione molto sommaria, e questo in una sezione del tutto a parte, e
stabilendovi d’altronde tre grandi divisioni ben distinte, a seconda che si
consideri il mondo musulmano, o il mondo indù, o il mondo estremo orientale
(9). È certo che tutte queste organizzazioni, senza poter rientrare nella
definizione precisa de “la Setta” nel senso che abbiamo indicato, presentano
tuttavia con alcuni elementi di questa una sorta di parallelismo e delle
analogie assai rimarchevoli, derivanti soprattutto dai grandi principi generali
comuni ad ogni iniziazione; ma il loro studio, da questo punto di vista,
troverà un posto migliore nella seconda parte della “scienza antisettaria”.
Questa seconda parte è suddivisa in due come
la prima; qui, citeremo integralmente i Cahiers Romains:
“l° L’‘osservazione’ è fatta d’intuizione,
d’attenzione, d’esperienza. Essa suppone uno spirito intelligente ed attento,
una buona memoria, una cultura competente riguardo alla materia da osservare.
Buon osservatore si nasce, ma un’osservazione razionale rende eccellente
l’osservatore nato, e assai atto colui che non è nato osservatore.
“2° Applicazioni generali e particolari di
queste constatazioni alla nostra materia. Attenzione speciale ai ‘misteri’
della Setta e delle sette, cominciando dal loro simbolismo (fonico, mimico,
grafico: gergo, gesti, figure)”.
Quel che importa far emergere è in primo luogo
che l’“osservazione”, tale e quale è qui intesa e definita, è lungi dal
limitarsi alla ricerca dei “documenti”, nella quale pretendono di confinarsi
certi antimassoni di corte vedute; in secondo luogo che i “misteri” meritano
una “attenzione speciale” e, per “misteri”, si deve intendere evidentemente
tutto quel che ha una portata propriamente iniziatica, e la cui espressione
normale è il simbolismo in tutte le sue forme. Questo studio può, secondo le
circostanze, limitarsi a nozioni più o meno estese, o al contrario
(9) Non si tratta qui, ben inteso, che delle
organizzazioni veramente orientali, e non di quelle che, in Oriente, sono
d’importazione europea o americana.
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venir condotto molto lontano; ed è qui il caso
di far intervenire quel che potremmo chiamare il “simbolismo comparato”, vale a
dire l’esame delle analogie che segnalavamo più sopra. In quest’ordine d’idee,
vi sono due stati d’animo dei quali è particolarmente necessario diffidare: da
una parte è il disprezzo che professano, per ignoranza, la maggior parte dei
Massoni attuali riguardo ai loro propri simboli, vestigia di una iniziazione
che è per loro lettera morta, e, dall’altra parte, la sicurezza piena di malafede
con la quale gli occultisti, non meno ignoranti, danno di ogni cosa le
spiegazioni più fantasiose, e talvolta le più assurde; donde la necessità d’una
estrema prudenza allorché si voglion consultare i lavori correnti sul
simbolismo e sui problemi connessivi. In questo campo, più ancora che in ogni
altro, è necessario farsi delle convinzioni che siano il frutto di un lavoro
personale, il che è senza dubbio molto più difficile, ma anche molto più
sicuro, che non accettare delle opinioni belle e pronte; la comprensione e
l’assimilazione di queste cose non s’acquistano in un giorno, e richiedono
innanzitutto “dell’intuizione, dell’attenzione, e dell’esperienza”.
Quanto alla terza parte della “scienza
antisettaria”, è, anch’essa, suscettibile di avere tanti sviluppi quanti se ne
vorrà; ma ci limiteremo a riportarne le suddivisioni generali. Se mettiamo da
parte, per le ragioni che abbiamo detto, gli studi che concernono l’antichità
ed il medioevo (e che si potrebbero riassumere brevemente in una sorta
d’introduzione a questa terza parte), tali suddivisioni, in numero di tre,
saranno le seguenti:
“l° Ricerche storiche sulla Setta e sulle
sette, dal Rinascimento fino ai nostri tempi, prima e dopo la Rivoluzione, fino
al 1870.
“2° Ricerche pratiche sugli avvenimenti
settari ed antisettari contemporanei (dopo il 1870).
“3° Bibliografia antisettaria”.
Se un tale programma fosse compiuto in tutte
le sue parti, siamo persuasi che si arriverebbe a trarne un insieme di nozioni
molto precise sul “Potere Occulto” e sulle condizioni del suo funzionamento, e
questo senza che sia necessario soffermarsi in una sistematizzazione troppo
stretta. Attendendo un simile risultato, ci auguriamo che le poche riflessioni
che precedono contribuiscano per la loro modesta parte, ad apportare in questi
problemi così complessi un poco d’ordine e di chiarezza.
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DISCORSO CONTRO I DISCORSI
Signor Presidente,
Signore, Signori,
Cari Allievi,
Prendendo oggi la parola davanti a voi per
conformarmi all’uso, mi sento, lo avverto, un po’ imbarazzato allorché il mio
pensiero va alle circostanze tragiche nelle quali noi viviamo da quasi tre anni
(1), e che dovrebbero, sembrerebbe, bandire dai nostri animi ogni
preoccupazione estranea. Così provo un vero scrupolo, e come un bisogno di
scusarmi e di giustificarmi, anche, e forse soprattutto, ai miei propri occhi.
L’ora, in effetti, si presta ai discorsi? ed è logico accettare il compito di
pronunciarne uno, allorché si è convinti, come io lo sono, della perfetta
inutilità di tutte queste esibizioni d’eloquenza più o meno sonora, di cui
certe solennità sono l’occasione abituale? Ma vi sono degli usi ai quali, non
avendo il potere di cambiarli, si è costretti a sottomettersi; e se almeno
questo discorso potesse avere per risultato, assai paradossale in apparenza, di
persuadervi della vanità di questa eloquenza alla quale ho fatto allusione,
credo che noi non avremmo affatto perduto il nostro tempo.
Si è detto, senza dubbio scherzando, che il
linguaggio era stato dato all’uomo per camuffare il suo pensiero; ma ciò
racchiude pur tuttavia una verità più profonda che non si sarebbe tentati di
supporre in un primo momento, a condizione, peraltro, di aggiungere che questo
camuffamento può essere inconscio ed involontario. In effetti, il ruolo
essenziale del linguaggio è di esprimere il pensiero, vale a dire di rivestirlo
d’una forma esteriore e sensibile, per mezzo della quale noi possiamo
comunicarlo ai nostri simili, nella misura, almeno, in cui esso è
(1) Cioè dal 1914, inizio della prima guerra
mondiale (N.d.C.).
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comunicabile; ed è su questa restrizione che
richiamo più particolarmente la vostra attenzione. Si può dire che
l’espressione sia mai adeguata al pensiero, ed ogni traduzione non è forse, per
sua stessa natura, forzatamente infedele? “Traduttore, traditore” dice un
proverbio italiano ben conosciuto, che, per assomigliare un po’ ad un gioco di
parole nella sua estrema concisione, non di meno è giusto, e a tal punto che è
estremamente difficile e raro di trovare, in due lingue differenti, anche assai
vicine l’una all’altra, dei termini che si corrispondano esattamente, di modo
tale che più una traduzione vuol essere letterale, più essa s’allontana, assai
sovente, dallo spirito del testo. E se è così allorché si tratta semplicemente
di passare da una lingua ad un’altra, vale a dire da una certa forma sensibile
ad un’altra forma della stessa natura, di cambiare in qualche modo la veste del
pensiero, quanto dev’essere ancor più difficile far entrare nelle forme strette
e rigide del linguaggio questo pensiero stesso, che è essenzialmente
indipendente da qualunque segno esteriore e radicalmente eterogeneo alla sua
espressione? Per comprendere come il pensiero puro debba essere in questo modo
sminuito, ridotto e come schematizzato, non basta che un istante di riflessione,
a meno che non si condividano le illusioni di certi filosofi i quali, accecati
dallo spirito di sistema, han creduto che ogni pensiero potesse e dovesse
racchiudersi in una sorta di formula concepita secondo il modello matematico.
Quel che è vero, al contrario, è che quanto esprimono le parole o i segni non è
mai la totalità del pensiero, il quale contiene sempre in se stesso una parte
d’inesprimibile, dunque d’incomunicabile, e che questa parte è tanto più grande
quanto il pensiero è di un ordine più elevato, perché esso è allora più
distante da ogni figurazione sensibile. Quel che noi possiamo affidare ai
nostri simili, non è dunque tanto il nostro pensiero di per se stesso, quanto
un suo riflesso più o meno indiretto e lontano, un simbolo più o meno oscuro e
velato; ed è per questo che il linguaggio, veste del pensiero, ne è anche
forzatamente, e per ciò stesso, il travestimento.
Ma, che il linguaggio sia un travestimento del
pensiero, questo suppone ancora, evidentemente, che vi sia un pensiero nascosto
dietro le parole; è sempre così per tutti gli uomini? Si può essere tentati di
dubitarne, e di domandarsi se, per alcuni, le parole non arrivino addirittura a
prendere pressoché interamente il posto di un pensiero assente. Non ce n’è
forse troppi che, incapaci di pensare veramente e profondamente, giungono
tuttavia a darsi, e talvolta a darne agli altri, l’illusione, inanellando con
più o meno abilità ed arte parole che altro non sono che forme vuote, dei suoni
che, magari presentando un insieme armonioso, non son meno privi di significato
reale? Certo, il linguaggio rende al
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pensiero dei grandi e preziosi servizi, non
solo fornendoci un mezzo di trasmetterlo per quanto possibile, ma anche
aiutandoci a precisarlo e permettendoci di meglio definirlo a noi stessi, di
renderlo più completamente e più chiaramente cosciente; ma, a fianco di questi
vantaggi incontestabili, vi sono gravi inconvenienti ai quali il linguaggio dà
luogo, o, se si preferisce, l’abuso del linguaggio, e il minore dei quali non è
certo quel verbalismo che vi denunciavo poc’anzi, verbalismo di cui quel che si
è convenuto chiamare l’eloquenza non ne è troppo sovente che la deplorevole
manifestazione.
Ci si ingannerebbe straordinariamente, in
effetti, se si immaginasse che il successo degli oratori più stimati sia
dovuto, nella maggior parte dei casi, alla verità, alla giustezza o all’altezza
delle idee che essi esprimono. Non è necessario avere delle idee per essere
eloquente, e forse sarebbe piuttosto un ostacolo, soprattutto allorché ci si
vuole rivolgere alla folla; perché, lo si deve riconoscere, la maggioranza
degli uomini ha impressioni ben più che idee, e per questo si lascia così
spesso soggiogare e trascinare da parole che, ordinariamente, sono tanto più
sonore quanto più sono prive di senso, e per ciò stesso tanto più adatte a
prendere il posto del pensiero in coloro che non ne hanno affatto. Così il
potere dell’oratore, e più in particolare dell’oratore popolare, è, pressoché
esclusivamente, un potere d’ordine fisico: i gesti, gli atteggiamenti, la
mimica, le intonazioni della voce, l’armonia delle frasi, ecco quali ne sono i
principali elementi. L’oratore ha, da questo punto di vista, più di un punto di
rassomiglianza con l’attore: quel che importa, è molto meno quel ch’egli dice
che il modo in cui lo dice; è alle facoltà sensibili del suo uditorio che egli
si rivolge, sovente anche ai suoi sentimenti o alle sue passioni, talvolta alla
sua immaginazione, ma ben raramente alla sua intelligenza. E questo ruolo
preponderante dei mezzi fisici nell’arte, arriverei a dire nel gioco
dell’oratore, ci spiega perché i discorsi di coloro che hanno esercitato la più
grande influenza sulle folle, ci appaiono, alla lettura, di una stupefacente
insignificanza, d’una disperante banalità. Anche per questo è molto raro che
uno stesso uomo unisca in sé i doni così diversi dello scrittore e
dell’oratore: lo scrittore, che non ha a sua disposizione gli stessi mezzi
esteriori, ha bisogno di qualità di tutt’altro ordine, forse meno brillanti, ma
anche meno superficiali e in fondo più solide; e d’altronde l’opera
dell’oratore non ha la sua ragion d’essere che in una circostanza determinata e
passeggera, mentre quella dello scrittore deve avere normalmente una portata
più durevole. Almeno, così dovrebbe essere, ma bene inteso, ci sono di fatto
degli scrittori le cui frasi non contengono più pensiero di quelle degli
oratori di cui ho parlato, e della letteratura che in
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definitiva altro non è che della cattiva
eloquenza, e che, fissata sulla carta, non ha neanche il fascino artificiale
che potrebbe prestarle una dizione piacevole o sapiente; e naturalmente,
attaccando l’eloquenza verbale, vi intendo far rientrare anche, e allo stesso
titolo, tutta questa vana letteratura.
Ora, quali sono le cause che danno nascita a
questo verbalismo vuoto e sterile? Esse sono senza dubbio assai complesse, e
non vorrei impegnarmi qui in uno studio troppo approfondito di tale problema.
Può essere che, fra queste cause, ve ne siano d’inerenti alla natura umana in
generale, o più particolarmente al temperamento di questo o quell’altro popolo;
ma è anche, in parte, una questione di educazione. Come un tempo gli Ateniesi,
i Francesi hanno in genere la reputazione di avere un gusto esagerato per l’eloquenza,
alcuni dicono per le chiacchiere; e in questa critica, che ci rivolgono anche i
nostri migliori amici, c’è qualcosa di vero. Piuttosto dovrei dire: c’era
qualcosa di vero, ma al giorno d’oggi, molto fortunatamente per noi, sembra che
le cose siano un po’ cambiate; ma ci tornerò fra poco. Arrivo a dirvi che si
comparavano volentieri, sotto questo rapporto, i Francesi e gli Ateniesi;
bisogna ammettere, per spiegarlo, che il nostro temperamento nazionale si
avvicina stranamente a quello degli antichi Greci? Non lo credo affatto;
crederei piuttosto che una tale similitudine che non si fonda su alcuna
comunità di razza, si giustifica solamente con un’influenza esagerata e troppo
esclusiva che la civiltà ellenica ha esercitato sulla nostra, vale a dire
ch’essa è soprattutto il prodotto artificiale d’una certa educazione.
Sicuramente, non bisogna misconoscere né disprezzare quel che han fatto i Greci
in diversi domini; ma non bisogna neanche credere, nell’eccesso di
un’ammirazione che talvolta arriva al fanatismo, che nulla esista che valga
all’infuori di quel che essi hanno fatto, né rifiutarsi di vedere, a fianco dei
loro meriti che sono assai reali, i loro difetti che non lo sono di meno, e uno
dei più marcati dei quali è precisamente la faziosa tendenza al verbalismo.
Questo difetto è nettamente percepibile financo tra i più grandi di loro; ed
anche in Platone, forse il modello più rappresentativo della mentalità
ellenica, la dialettica troppo sottile, per chi la esamini con ogni
imparzialità ed evitando di lasciarsene impressionare per la bellezza della
forma, in fondo sembra sovente essere un divertimento assai vano, poggiante
molto più sulle parole che sulle idee, e che non potrebbe condurre ad alcuna
conclusione veramente profonda. Ho parlato della bellezza della forma; gli è
che i Greci, non si deve dimenticarlo, erano innanzitutto degli artisti, che lo
erano in tutto ciò che essi facevano, e che spingevano all’estremo il culto
della forma, a detrimento della profondità e dell’estensione del
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pensiero; si potrebbe anche dire, senza alcuna
esagerazione, che non concepivano nulla al di là della forma e dei suoi limiti,
a tal punto che, per loro, finito e perfetto erano dei termini sinonimi. Senza
dubbio, l’arte in se stessa non è né da trascurare né da disprezzare; ma si
deve saper mettere ogni cosa al suo posto, e non permettere a questo culto
della forma, legittimo quando non oltrepassi certi limiti, d’invadere il
dominio del pensiero puro, né d’altra parte, di ripercuotersi oltre misura sul
dominio dell’azione. E tuttavia, non è forse quel che è stato fatto da troppo
lungo tempo, sotto l’influenza e ad imitazione della civiltà greca, o
greco-latina? e quanti fra noi, almeno quelli la cui cultura fu pressoché
esclusivamente letteraria, non hanno almeno da dolersi d’aver ricevuto
un’educazione tutta verbale, che trovava la sua più completa espressione nel
“discorso latino”, esercizio al giorno d’oggi caduto nell’oblio? Si può
deplorare la tendenza che spinge certuni ad abbandonare completamente lo studio
dell’antichità; ma la conoscenza reale ed esatta di questa antichità è
tutt’altra cosa che questa retorica puerile, che consiste in una riunione di
formule copiate servilmente o apprese a memoria, e applicate indistintamente a
tutti i soggetti: in luogo che l’idea fosse indipendente dalla parola, com’essa
dev’essere naturalmente, era la parola che, al contrario, diveniva indipendente
dall’idea e usurpava il suo posto.
D’altronde, i Francesi non hanno mai, come
invece i Greci, abusato dell’eloquenza ed essa non è mai giunta ad assorbire la
totalità della loro esistenza nazionale: la Grecia antica è morta di
quest’abuso; la Francia, invece, non ne morirà. Abbiamo già sufficientemente
dimostrato che fortunatamente eravamo capaci d’altro che discorrere, e
continuiamo a dimostrarlo ogni giorno. Ed è proprio questo, precisamente, che
mostra il carattere del tutto artificiale che aveva presso di noi questo gusto
dell’eloquenza; le circostanze l’hanno rapidamente, se non fatta sparire del
tutto, il che non poteva prodursi in una volta sola, almeno relegata all’ultimo
piano. Si può dire, senza per nulla esagerare, che è una autentica vittoria
quella che abbiamo così riportato su noi stessi, sulle nostre antiche
abitudini; e tali vittorie hanno la loro importanza, perché sono un presupposto
delle altre, di quelle che dobbiamo riportare sul nemico. L’eloquenza non è più
di moda, ed è facile accorgersi ch’essa ha singolarmente perduto il suo
prestigio; dopo l’inizio di questa guerra, in effetti, cos’è che ha più
fortemente colpito gli animi? La proclamazione di Galliéni ai Parigini,
l’ordine del giorno di Joffre per la battaglia della Marna, quello di Pétain a
Verdun: poche righe molto semplici, che esprimono con chiarezza quel che
vogliono dire, senza grandi parole, senza divagazioni e senza inutili orpelli,
senza
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alcuna vana fraseologia; ed è questo che
resterà, credetelo, e che lascerà un’impressione ben altrimenti durevole che
non i più bei discorsi degli uomini politici, alcuni dei quali, tuttavia, sono
pieni d’un incontestabile talento. L’eloquenza ha ricevuto un colpo da cui
forse non si riprenderà mai, e non vi è motivo di dolersene; non lasciamoci più
ingannare dalle parole come ci è capitato troppo spesso, ma sappiamo ormai, in
tutti i domini, guardare in faccia le realtà, vederle tali e quali esse sono:
ecco sicuramente una delle prime lezioni che dovremo trarre dagli avvenimenti
attuali, se non vogliamo aver sofferto invano.
I nostri eroici soldati perdon forse la minima
parte del loro tempo in discorsi ed in dichiarazioni? No, perché essi hanno di
più e di meglio da fare, e lo sanno bene: “Res, non verba”; quel che noi
aspettiamo da loro sono delle azioni, non delle parole ed essi reggono. E anche
voi, cari Allievi, quando sarà venuto il momento per voi di lasciare questo
Collegio, avrete di meglio da fare che indulgere ai giochi dell’eloquenza:
alcuni, forse, saranno ancora chiamati a prender posto accanto ai loro colleghi
più anziani; ma quel che è certo, è che tutti voi, anche i più giovani, avrete
da assolvere altri doveri, un altro compito senza dubbio più oscuro, ma non
meno necessario, per riparare le rovine che questa lunga e terribile lotta avrà
accumulato, e per aiutare i gloriosi superstiti a cogliere ed a far
fruttificare tutte le conseguenze della loro vittoria. Avrete ancora da lottare
su di un altro terreno, perché la maggior parte di voi, verosimilmente, saranno
degli uomini d’azione: sembra infatti, al giorno d’oggi più che mai, che il
dominio del pensiero puro debba restare prerogativa d’una piccola minoranza ed
è forse meglio che sia così, se è vero che la speculazione e l’azione stanno
abitualmente assai male insieme. Per essere pronti ad agire quando lo si dovrà,
e quale che sia la forma nella quale la vostra attività dovrà esercitarsi,
dovrete divenire degli uomini in tutta l’accezione della parola, più
velocemente di quanto lo divenivano i giovani di alcune generazioni che
precedettero la vostra, allorché non c’erano così tanti vuoti da colmare in
tutti i ranghi della nazione. Lavorate dunque da ora, cari Allievi,
preparatevi, con tutte le forze della vostra intelligenza e della vostra
volontà, al ruolo che la patria, un giorno vicino, sarà in diritto di esigere
da voi; abituatevi, senza ritardo, a considerare seriamente l’avvenire,
meditando gli esempi di eroismo che vi hanno dato i vostri colleghi anziani,
esempi che vi inciteranno a non mancare mai al vostro dovere, quale che esso
possa essere, più di quanto essi non abbiano mancato né al loro né alle prove
fra le più temibili che l’umanità, in ogni tempo, abbia attraversato, e il cui
ricordo renderà il vostro stesso impegno più facile e meno duro da compiere.
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LE DUALITÀ COSMICHE
Talvolta succede, anche più spesso di quanto
non si creda comunemente, che le teorie scientifiche più recenti si
ricolleghino, mediante le conseguenze ch’esse implicano, a certe concezioni
antiche, generalmente dimenticate o disprezzate durante l’epoca che precedette
immediatamente la nostra, e che ci si ostina ancora troppo sovente ad ignorare
per partito preso. Questi accostamenti possono sembrare strani a certi spiriti,
e tuttavia sono un dato di fatto, e un dato di fatto estremamente importante
dal punto di vista della storia delle idee: se se ne tenesse conto quanto si
dovrebbe, si potrebbe esser condotti a modificare molte conclusioni. Per quanto
ci riguarda, non esistono idee veramente nuove (parliamo solo delle idee,
beninteso, e non delle loro applicazioni pratiche), ma quel che dà l’illusione
della novità e dell’originalità, è il fatto che le stesse idee hanno potuto, a
seconda delle epoche, venire presentate sotto forme estremamente diverse, per
adattarsi a mentalità altrettanto differenti; si potrebbe dire che non è
affatto il contenuto del pensiero che varia, ma solamente il modo di pensarlo.
Ed è così che, per esempio, la moderna “filosofia della scienza” finisce per
coincidere per certi aspetti con l’antica “cosmologia”, benché essa abbia un punto
di partenza totalmente diverso e proceda per una via in qualche modo inversa.
Certo, non si dovrebbe credere che, partendo dalle scienze, e soprattutto dalle
scienze sperimentali, sia possibile attingere il dominio della metafisica pura;
la distanza è troppo grande e la separazione troppo profonda; ma nondimeno si
può penetrare fino ad un certo punto nel dominio intermedio fra quello della
metafisica e quello della scienza nel senso in cui la intendono i moderni,
dominio che, nell’antichità e nel medioevo, era, così come lo è ancora per gli
Orientali, quel che noi chiameremmo le “scienze tradizionali”. Queste scienze
erano tradizionali soprattutto in quanto avevano, direttamente od
indirettamente, un fondamento d’ordine metafisico, in quanto esse
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in definitiva non erano altro che
un’applicazione dei principi metafisici a tale o talaltro punto di vista più o
meno specifico, e questo era in particolare il caso delle speculazioni
cosmologiche; non è affatto lo stesso per quanto riguarda le conclusioni
filosofiche tratte dalle scienze attuali, ma la coincidenza, quando si
verifica, è ancor più rimarchevole. Il punto di vista degli antichi era
essenzialmente sintetico; quello dei moderni, al contrario, si presenta come
analitico, e, anche se è suscettibile di dare in parte gli stessi risultati,
ciò avviene attraverso un percorso assai più lungo e tortuoso; le conclusioni
ne acquistan forse qualcosa di più quanto a rigore e a precisione?
Ordinariamente lo si crede, in ragione del prestigio che esercita sugli spiriti
la scienza detta positiva; tuttavia, ci sembra che l’origine induttiva delle
concezioni di cui si tratta comunichi loro un carattere che non può essere
altro che quello delle semplici ipotesi, mentre, nell’altro caso, esse
partecipavano della certezza che è inerente alla metafisica vera; ma questa è
divenuta talmente estranea all’intellettualità occidentale moderna che, per
giustificare una simile affermazione, ci si dovrebbe dilungare troppo.
D’altronde qui poco importa, perché la nostra intenzione non è affatto quella
di stabilire attualmente la superiorità dell’uno o dell’altro punto di vista,
ma solo di segnalare alcuni di tali accostamenti ai quali abbiamo fatto
allusione all’inizio, e questo a proposito del recente libro di Émile Lasbax: Le
problème du mal (1), che contiene considerazioni particolarmente
interessanti sotto questo profilo.
Questo libro ci sembra l’espressione d’uno
sforzo molto lodevole di liberarsi dei limiti assai ristretti della filosofia
classica, che talvolta si ha il grande torto di qualificare come
“tradizionale”, poiché, derivata principalmente dalla “rivoluzione cartesiana”,
essa si è presentata fin dalla sua origine come l’effetto d’una rottura con la
tradizione, dunque è come se ci si riavvicinasse ad essa, in una certa misura,
quando ci si allontana da questa filosofia classica, ed anche quando ci si
rende conto che il modo speciale in cui pone e tratta i problemi è ben lungi
dall’essere il solo possibile. È questo, precisamente, quanto Lasbax ci sembra
aver compreso, e forse egli non lo deve unicamente alla preoccupazione di
rinnovare la filosofia ispirandosi alla scienza, perché egli non è fra quelli
che disprezzano il passato quanto più lo ignorano: non potremo seguirlo fino
alle sue conclusioni, troppo mistiche a nostro parere, ma è più che volentieri
che indichiamo, con assoluta imparzialità, il grande
(1) I vol. in 8° della
Bibliothèque de philosophie contemporaine, Parigi, 1919.
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interesse che presentano alcune delle
considerazioni contenute nella sua opera.
Tuttavia ci permetteremo un’osservazione
preliminare: Lasbax, che si crede e si dichiara dualista, lo è veramente? È
lecito dubitarne, quando lo si vede dichiarare, per esempio, che “il dualismo è
una forma d’esistenza successiva all’unità primitiva dell’essere omogeneo ed
immortale; l’unità è all’origine, e la dualità ne è derivata successivamente,
poiché essa risulta dalla scissione dell’essere creato sotto l’influenza di una
volontà negativa” (p. 372). Una dottrina secondo la quale la dualità non è affatto
primitiva non può essere qualificata propriamente come dualista: non si è
dualisti per il solo fatto che si ammette una dualità, anche se ci si rifiuta
di ridurre uno dei suoi termini all’altro; è vero che, in quest’ultimo caso,
non si è neppure monisti, ma questo semplicemente prova che ci sono concezioni
cui non sono applicabili simili denominazioni: sono quelle che risolvono
l’opposizione apparente integrandola in un ordine superiore. Ci sono dottrine
di questo genere che si ha l’abitudine di snaturare interpretandole in un senso
dualista, ed è quanto avviene, in particolare, con quella di Zoroastro, di cui
i Manichei non hanno avuto, a quel che sembra, che una comprensione incompleta
e grossolana: Ahriman non è affatto “l’eterno nemico” di Ormuzd, e non è
sufficiente dire che “egli dev’essere un giorno definitivamente vinto” (p. 11);
in realtà secondo l’Avesta, egli dev’essere riconciliato nell’unità del
Principio supremo, chiamato Akarana, parola che significa ad un tempo
“senza causa” e “senza azione , il che ne fa l’esatto equivalente del “non
agire” della metafisica estremo-orientale, così come del Brahma neutro e
“non qualificato” della dottrina indù. D’altronde, non è in queste dottrine
tradizionali, in modo generale, che si può trovare un vero dualismo, ma
solamente nell’ordine dei sistemi filosofici: quello di Cartesio ne è il
prototipo, con la sua opposizione dello spirito alla materia che non prevede
alcuna conciliazione, e neanche una reale comunicazione fra i suoi due termini.
Siccome non ci proponiamo qui di entrare nella
discussione sul dualismo, ci accontenteremo di dire questo: si può constatare
nelle cose, non tanto una sola dualità, bensì delle molteplici dualità, e tutto
il problema consiste in definitiva nel situare esattamente ciascuna di queste
dualità nell’ordine d’esistenza al quale essa si riferisce e al di fuori del
quale essa non avrebbe più alcun senso. Ora, tutte queste dualità, che possono
essere in molteplicità indefinita, infine non sono forse delle specificazioni o
dei modi di un’unica dualità, più fondamentale di tutte le altre, e che
rivestirebbe aspetti diversi a seconda dei domini più o
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meno particolari nei quali la si considera? In
ogni caso, nell’ordine metafisico puro, non ci potrebbe essere più alcuna
dualità, perché si è al di là di ogni distinzione contingente; ma si può averne
una allorché ci si pone al punto d’inizio dell’esistenza, anche considerata al
di fuori di qualunque modalità specifica e nell’estensione più universale di
cui essa sia suscettibile.
Lasbax si rappresenta la dualità, in tutte le
sue forme, come una lotta fra due principi: è questa un’immagine che, per noi,
non corrisponde veramente alla realtà se non in certi domini, e che, trasposta
al di là dei suoi giusti limiti, rischia fortemente di condurre ad una
concezione del tutto antropomorfica; lo si vede fin troppo bene quando le due
tendenze presenti sono definite, in ultima analisi, come l’espressione di due
volontà opposte. Questo potrebbe essere un simbolismo utile, ma niente di più,
e comunque a condizione di non lasciarsene ingannare; purtroppo, invece di
assegnare semplicemente al punto di vista psicologico il suo posto nell’ordine
cosmico, si tende ad interpretare quest’ultimo psicologicamente. Comprendiamo
bene la ragione d’una simile attitudine: il fatto è che il problema è posto qui
in termini di bene e male, che è un punto di vista del tutto umano; era già
così per Platone allorché, nel X libro delle Leggi, considerava due
“anime del mondo”, una buona e l’altra malvagia. Ed è ancora la stessa ragione
che fa esagerare l’opposizione fra i due principi o le due tendenze, a scapito
di quel che si può definire il loro complementarismo: se si tratta di bene e di
male, non si può evidentemente parlare che di lotta e di opposizione; e Lasbax
arriva al punto di dichiarare che “a dire il vero, la complementarità non è che
un’illusione”, e che “è sull’opposizione che conviene mettere l’accento” (p.
369). Tuttavia, se ci si libera delle considerazioni morali, l’opposizione non
esiste che nel dominio specifico della dualità presa in esame, e, dal punto di
vista superiore nel quale essa è risolta e riconciliata, i suoi due termini non
possono più presentarsi che come complementari; è dunque piuttosto
l’opposizione ad apparirci come illusoria, o almeno come appartenente ad un
grado meno profondo della realtà. È questa una delle grandi differenze fra la
posizione di Lasbax e quella delle antiche dottrine tradizionali: che quelle
non si preoccupavano affatto di stabilire dei “giudizi di valore”; e, secondo
noi, simili giudizi non hanno senso ed importanza se non per l’essere stesso
che li formula, perché non esprimono altro che semplici apprezzamenti puramente
soggettivi; ci terremo dunque, per quanto potremo, al di fuori di questo punto
di vista relativo al “valore” nelle considerazioni che seguono.
66
***
Lasbax, dicevamo più sopra, non ha per nulla
il disprezzo del passato: non solo egli invoca volentieri, in appoggio alle sue
tesi, le antiche tradizioni cosmogoniche dell’Oriente, ma addirittura arriva ad
ammettere la legittimità di speculazioni delle quali è di moda parlare solo per
volgerle in ridicolo. È così che, facendo allusione alla solidarietà che unisce
tutte le parti dell’universo e ai rapporti fra l’umanità e gli astri, egli
dichiara nettamente che l’influenza di questi ultimi su di essa e “così reale
che certi sociologi non hanno temuto di creare, tanto per le società animali
che per le società umane, una teoria esclusivamente cosmogonica delle
migrazioni così come dei fenomeni sociali più complessi, spingendo fino
all’espressione suprema della positività quelle concezioni astrologiche che
Comte attribuiva sdegnosamente al periodo metafisico della sua legge dei tre
stati” (p. 348). Questo è del tutto vero, ed è un esempio di quegli
accostamenti di cui abbiamo indicato l’esistenza; ma c’è un certo merito e
persino un certo coraggio nel dire simili cose, quando tanti altri, che
tuttavia dovrebbero esserne al corrente, mantengono a questo riguardo un
ostinato silenzio. D’altronde, quel che è vero per l’astrologia lo è anche per
molte altre cose, e in particolare per l’alchimia; siamo anche sorpresi del
fatto che Lasbax non abbia mai menzionato quest’ultima, perché accade che le
sue concezioni ci abbiano sovente fatto pensare a qualche teoria degli
ermetisti del medioevo; ma egli cita in quest’ordine d’idee solamente Paracelso
e Van Helmont, e solo riguardo a punti molto particolari, riferentesi
esclusivamente alla fisiologia, e senza parer sospettare il loro ricollegamento
ad una dottrina molto più generale.
Si deve abbandonare la concezione corrente
secondo la quale l’astrologia e l’alchimia non sarebbero state che stadi
inferiori e rudimentali dell’astronomia e della chimica; queste speculazioni
avevano in realtà tutt’altra portata, non erano affatto dello stesso ordine
delle scienze moderne con le quali esse sembrano presentare alcuni rapporti più
o meno superficiali, ed erano innanzitutto teorie cosmologiche. Solo che,
bisogna dire, se queste teorie sono totalmente incomprese da coloro che le
denunciano come vane e chimeriche, esse non lo sono molto meno da parte di
coloro che, ai nostri giorni, al contrario hanno preteso difenderle e
ricostruirle, ma che non vedono nell’astrologia niente di più che un’“arte
divinatoria”, e non sono neanche capaci di fare la distinzione, che si faceva
assai bene un tempo, fra la “chimica volgare” e la “filosofia ermetica”. È
necessario dunque, quando si voglion fare ricerche serie su questo genere di
cose, diffidare grandemente
67
delle interpretazioni proposte dai moderni
occultisti, che, malgrado tutte le loro pretese, non sono depositari di alcuna
tradizione, e che si sforzano di supplire con la fantasia al sapere reale che
fa loro difetto. Detto questo, non vediamo perché astenersi dal menzionare
all’occasione le concezioni degli ermetisti, allo stesso titolo di non importa
qual altra concezione antica; e questo sarebbe anche tanto più deplorevole per
il fatto che esse danno luogo ad accostamenti particolarmente stupefacenti.
Così, per fare un esempio, Lasbax ricorda che
Berzelius “aveva formulato quest’ipotesi ardita, che la spiegazione ultima di
ogni reazione doveva essere ricondotta, in fin dei conti, ad un dualismo
elettrochimico: l’opposizione degli acidi e delle basi” (p. 188). Sarebbe stato
interessante aggiungere che un’idea simile non apparteneva propriamente a
Berzelius e che questi non aveva fatto altro che ritrovare, forse a sua
insaputa, ed esprimendola in altri termini, un’antica teoria alchemica; in
effetti, l’acido e la base rappresentano esattamente, nel dominio della chimica
ordinaria, quel che gli alchimisti chiamavano zolfo e mercurio, e che non si
deve confondere con le materie che portano comunemente gli identici nomi.
Questi due principi, gli stessi alchimisti li designavano ancora, da altri
punti di vista, come il sole e la luna, l’oro e l’argento; ed il loro
linguaggio simbolico, nonostante la sua apparente bizzarria, era più adatto di
ogni altro ad esprimere la corrispondenza fra le molteplici dualità ch’essi
consideravano, fra cui le seguenti: “l’agente ed il paziente, il maschio e la
femmina, la forma e la materia, il fisso e il volatile, il sottile e lo spesso”
(2). Beninteso, non c’è identità fra tutte queste dualità, ma solo
corrispondenza e analogia, e l’uso di tale analogia, ben familiare al pensiero
antico, forniva il principio di certe classificazioni che non sono a nessun
livello assimilabili a quelle dei moderni, e che forse non si dovrebbero
neanche definire propriamente come classificazioni; pensiamo in particolare, a
questo riguardo, agli innumerevoli esempi di corrispondenze che si potrebbero
rilevare nei testi antichi dell’India, e soprattutto nelle Upanishad
(3). C’è in questo l’indice di un modo di pensare che sfugge pressoché
interamente ai moderni, almeno in Occidente: un modo di pensare essenzialmente
sintetico, come abbiamo detto, ma per nulla sistematico, e
(2) Dom A.-J. Pernéty,
Dictionnaire mytho-hermétique (1758), art. Conjonction, p. 87.
(3) Vedasi in particolare la Chândogya Upanishad.
68
che apre delle possibilità di concezione del
tutto insospettate da parte di coloro che non vi sono affatto abituati.
Per quel che concerne queste ultime
osservazioni, pensiamo d’essere d’accordo con Lasbax, che ha delle prime età
dell’umanità terrestre una concezione del tutto diversa da quella che si
ritrova ordinariamente allorché si tratta dell’“uomo primitivo”, concezione
molto più giusta a nostro parere, benché si sia obbligati a fare qualche
restrizione, innanzitutto perché ci sono dei passaggi che ci hanno ricordato un
po’ troppo da vicino certe teorie occultiste sulle antiche razze umane, ed
anche a causa del ruolo attribuito all’affettività nel pensiero antico,
preistorico se si vuole. Sicuramente per quanto indietro si possa risalire, non
troviamo nessuna traccia di questo ruolo preponderante; anzi troveremmo
piuttosto tutto il contrario; ma Lasbax disprezza volentieri l’intelligenza a
vantaggio del sentimento, e ciò, a quel che sembra, per due ragioni: da una
parte l’influenza della filosofia bergsoniana, e, dall’altra, la costante
preoccupazione di ritornare infine al punto di vista morale, che è essenzialmente
sentimentale. Anche da quest’ultimo punto di vista, significa tuttavia andare
un po’ troppo oltre vedere nell’intelligenza una sorta di manifestazione del
principio malvagio; in ogni caso, questo significa farsi un’idea troppo
ristretta dell’intelligenza riducendola alla sola ragione, ed è tuttavia
proprio quel che fanno ordinariamente gli “anti-intellettualisti”.
Notiamo a tale proposito che è proprio
nell’ordine sentimentale che le dualità psicologiche sono più evidenti, e che
sono esclusivamente le dualità di quest’ordine che la dualità morale del bene e
del male traspone alla sua maniera. È singolare che Lasbax non si sia accorto
che l’opposizione fra egoismo e simpatia equivale, non tanto ad un’opposizione
fra intelligenza e sentimento, bensì a un’opposizione fra due modalità del
sentimento; peraltro, egli insiste ad ogni istante su quest’idea che i due termini
opposti, per poter entrare in lotta, debbano appartenere ad uno stesso ordine
d’esistenza, o, com’egli dice, “ad uno stesso piano”. Non amiamo molto
quest’ultimo termine, perché ne hanno fatto uso ed abuso gli occultisti, ed
anche perché l’immagine ch’esso evoca tende a far concepire come una
sovrapposizione il rapporto fra i diversi gradi dell’esistenza, mentre si
tratta piuttosto di una certa interpenetrazione degli stessi. Come che sia, noi
non vediamo, nell’ordine intellettuale, che una sola dualità considerabile,
quella del soggetto conoscente e dell’oggetto conosciuto; ed anche questa
dualità, che non si può rappresentare come una lotta, non corrisponde, a nostro
parere, che ad una fase o ad un momento della conoscenza, ben lungi
dall’esserne assolutamente essenziale; non possiamo insistere qui su
69
questo punto, e ci limiteremo a dire che una
simile dualità scompare come tutte le altre nell’ordine metafisico, che è il
dominio della conoscenza intellettuale pura. Sempre Lasbax, quando vuole
trovare il prototipo di quel ch’egli considera come la dualità suprema, è
naturalmente ricorso all’ordine sentimentale, identificando la “volontà buona”
con l’Amore e la “volontà cattiva” con l’Odio; queste espressioni
antropomorfiche, o più esattamente “antropopatiche”, si comprendono soprattutto
in un teosofo mistico quale Jacob Boehme, per il quale, precisamente, “l’Amore
e la Collera sono i due misteri eterni”; ma è un errore prendere alla lettera
quel che non è in verità che un simbolismo assai specifico, d’altronde meno
interessante che il simbolismo alchemico di cui Boehme fa anche uso in diverse
circostanze.
***
La dualità che le tradizioni cosmogoniche
dell’antichità pongono all’inizio, in modo pressoché generale, è quella della
Luce e delle Tenebre; ed è, in ogni caso, proprio quella che presenta più
nettamente quel carattere d’opposizione sul quale insiste Lasbax. Tuttavia
significherebbe interpretare assai male questa concezione il vedervi
semplicemente il simbolo d’una dualità morale: le nozioni di bene e di male non
hanno potuto riconnettervisi che secondariamente e in un modo piuttosto
accidentale, e questo anche nell’Avesta; altrove, esse non ci sono
affatto, come ad esempio in India, ove la Luce è assimilata alla conoscenza e
le Tenebre all’ignoranza, il che ci trasferisce in tutt’altro dominio. È la
lotta della Luce e delle Tenebre che è rappresentata, negli inni vêdici, dalla
lotta di Indra contro Vritra o Ahi (4), come presso gli Egizi da quella di
Horus contro Tifone. Ora, se vi si vuole vedere la lotta della vita e della
morte, non si tratta che d’una applicazione assai particolare; sappiamo che è
difficile per la mentalità occidentale moderna liberarsi da ciò che chiameremmo
volentieri la “superstizione della vita”, ma nondimeno pensiamo che è
illegittimo identificare con l’esistenza universale quel che non è altro che
una condizione di una delle sue modalità specifiche; tuttavia, non insisteremo
oltre su questo per il momento.
Ciò che è rimarchevole è che l’egoismo, o
piuttosto l’attrazione dell’esistenza individuale, che è per Lasbax la tendenza
malvagia per
(4) È evidentemente per un lapsus che Lasbax
ha scritto (p. 32) Agni in luogo di Ahi, che non è per nulla la
stessa cosa.
70
eccellenza, è esattamente quel che rappresenta
il Nahash ebraico, il serpente della Genesi; e dev’essere
sicuramente la stessa cosa ovunque il serpente simboleggia similmente una
potenza tenebrosa. Solo che, se l’opposizione è fra l’esistenza individuale e
l’esistenza universale, i due principi non sono affatto dello stesso ordine;
Lasbax dirà che la lotta non è fra stati, ma fra tendenze; tuttavia, delle
tendenze sono ancora degli stati almeno virtuali, delle modalità dell’essere.
Ci sembra che quel che si deve dire, è che principi d’ordine differente
possono, per una sorta di riflesso, ricevere un’espressione in un grado
determinato dell’esistenza, di modo tale che, per essere esatti, non sarà fra i
termini della dualità primitiva che vi sarà conflitto, ma solo fra quelli della
dualità riflessa, che in rapporto alla precedente ha il carattere di un
accidente. D’altra parte, non si può neanche dire che ci sia simmetria fra due
termini quali la Luce e le Tenebre, che sono fra loro così come l’affermazione
e la negazione, non essendo le Tenebre che l’assenza o la privazione della
Luce; ma se, in luogo di considerarli “in sé”, ci si pone nel mondo delle
apparenze, sembra di aver a che fare con due entità comparabili, il che rende
possibile la rappresentazione di una lotta; solo che, la portata di questa
lotta si limita evidentemente al dominio in cui essa è suscettibile di
acquisire un significato. Non è men vero che, anche con questa restrizione, la
considerazione della lotta o di quel che può essere così rappresentato
analogicamente sarebbe del tutto impossibile se si cominciasse a porre due
principi non aventi assolutamente nulla in comune fra loro: quel che non ha
nessun punto di contatto non potrebbe entrare in conflitto sotto nessun
rapporto; è quanto in particolare succede per lo spirito e il corpo così come
li concepisce il dualismo cartesiano. Quest’ultima concezione non è del tutto
equivalente a quella, d’altronde per nulla dualista, della forma e della
materia in Aristotele e presso gli scolastici, perché, “come osserva Bergson, i
Greci non avevano ancora elevato delle barriere invalicabili fra l’anima e il
corpo” (p. 68), e noi aggiungeremo che non lo si fece neanche nel medioevo, ma,
nella dottrina aristotelica, si tratta invero più di una complementarietà che
non di un’opposizione, e su questo ritorneremo più avanti.
Sul tema dell’opposizione è il caso di
segnalare specialmente il modo in cui Lasbax considera la dualità delle forze
di espansione e di attrazione: non potremmo riconoscervi come fa lui un caso
particolare della lotta fra la vita e la morte, ma è molto interessante aver
pensato ad assimilare la forza attrattiva alla tendenza individualizzatrice.
Quel che c’è ancora di curioso, è il fatto che questa opposizione della forza
attrattiva e della forza espansiva, presentata qui come ricavata dalle
71
teorie scientifiche moderne, è una delle
interpretazioni di cui è suscettibile il simbolismo di Caino e di Abele nella Genesi
ebraica. Ora, ci chiediamo fino a qual punto si possa dire che la forza
espansiva non agisce affatto a partire da un centro, che non è affatto
“centrifuga”, mentre la forza attrattiva, di contro, sarebbe veramente
“centripeta”; non si dovrebbe cercare di assimilare la dualità delle forze di
espansione e di attrazione a quella dei movimenti di traslazione e di
rotazione: fra queste dualità differenti, ci può essere corrispondenza, ma non
identità, ed è in un caso come questo che ci si deve guardare da ogni
sistematizzazione.
***
Per Lasbax, né l’una né l’altra delle due
opposte tendenze, sotto qualunque forma le si consideri, non esiste mai allo
stato puro nelle cose; esse sono sempre e dovunque simultaneamente presenti ed
agenti, di modo tale che ciascun essere particolare, e persino ciascuna parte
di tale essere, offre come un’immagine della dualità universale. Ritroviamo in
questo la vecchia idea ermetica dell’analogia costitutiva del Macrocosmo e del
Microcosmo, idea che Leibnitz applicava alle sue monadi allorché considerava ciascuna
di esse come contenente la rappresentazione di tutto l’universo. Solo che si
può avere, a seconda dei casi, la predominanza dell’una o dell’altra delle due
tendenze, e queste sembreranno allora incarnarsi negli elementi in opposizione:
si ha così la dualità biologica del sistema cerebrospinale e del sistema
simpatico, oppure, ad un altro grado, quella del nucleo e del citoplasma nella
cellula, all’interno della quale si riproduce così un conflitto analogo a
quello che presenta l’insieme dell’organismo; e quest’ultima dualità è
riconducibile alla dualità chimica dell’acido e della base, che abbiamo già
segnalato.
La considerazione di questa sorta di inviluppo
di dualità multiple, analoghe e non identiche fra loro, solleva una difficoltà:
se ci sono certe dualità che si posson far corrispondere termine a termine, non
può essere così sempre per tutte. Per far comprendere questo, prenderemo come
esempio la teoria degli elementi quale la concepivano i Greci, in particolare
Aristotele, e così come fu trasmessa inalterata al medioevo; vi si trovano due
quaternari, comprendenti ciascuno due dualità: da una parte, quello delle
qualità, caldo e freddo, secco e umido, e, dall’altra parte, quello degli
elementi, fuoco e acqua, aria e terra. Ora le coppie di elementi opposti non
coincidono affatto con le coppie delle qualità opposte, perché ciascun elemento
procede da due qualità combinate,
72
appartenenti a due diverse dualità: il fuoco,
dal caldo e dal secco; l’acqua, dal freddo e dall’umido; l’aria, dal caldo e
dall’umido; la terra, dal freddo e dal secco. Quanto all’etere, considerato
come quinto elemento, e che gli alchimisti chiamavano per questa ragione
“quintessenza” (quinta essentia), esso contiene tutte le qualità in uno
stato d’indifferenziazione e di equilibrio perfetto; esso rappresenta
l’omogeneità primordiale la cui rottura determinerà la produzione degli altri
elementi con le loro opposizioni. Questa teoria è riassunta nella figura, di un
simbolismo d’altronde puramente ermetico, che Leibnitz ha posto in testa al suo
De arte combinatoria.
Ora, il caldo e il freddo sono rispettivamente
dei principi d’espansione e di condensazione, e corrispondono così
rigorosamente alle forze antagoniste del dualismo meccanico; ma si potrebbe
dire altrettanto del secco e dell’umido? Questo sembra molto difficile, ed è
solo per la loro partecipazione al caldo e al freddo che si posson ricondurre
gli elementi, fuoco ed aria da una parte, acqua e terra dall’altra, a queste
due tendenze espansiva ed attrattiva che Lasbax considera in un modo un po’
troppo esclusivo e sistematico. E quel che complica ancor più il problema, è il
fatto che, da punti di vista differenti, delle opposizioni ugualmente
differenti possono venir stabilite fra le stesse cose: è quel che avviene, per
gli elementi, a seconda che ci si rivolga all’alchimia o all’astrologia,
poiché, mentre la prima fa appello alle considerazioni precedenti, la seconda,
col ripartire gli elementi nello zodiaco, oppone il fuoco all’aria e la terra
all’acqua; qui, di conseguenza, l’espansione e la condensazione non figurano
neanche più in un’opposizione o in una qualunque correlazione. Non condurremo
oltre lo studio di questo simbolismo, del quale abbiam solo voluto mostrare la
complessità; né parleremo più della teoria indù degli elementi, le cui basi
sono assai differenti da quelle della teoria greca, e nella quale
l’applicazione dei tre guna fornirebbe tuttavia dei punti di
comparazione assai interessanti per quel di cui qui si tratta.
Se si considera specialmente l’opposizione del
caldo e del freddo, si è condotti a considerare alcuni problemi particolarmente
importanti, che Lasbax pone a proposito dei principi della termodinamica. Egli
discute da questo punto di vista la teoria del Dott. Gustave Le Bon (5),
secondo il quale “conviene distinguere fra due fasi radicalmente opposte della
storia del mondo”, formanti “un ciclo completo: all’inizio la condensazione
dell’energia sotto forma di materia, poi l’uscita di
(5) La naissance et
l’évanouissement de la matière.
73
quest’energia”, vale a dire la dissociazione
della materia; il nostro periodo attuale corrisponderebbe alla seconda fase; e,
“come nulla impedisce di supporre che la materia, ritornata all’etere,
ricominci di nuovo la sua fase condensatrice, i periodi alterni della vita
dell’universo devono succedersi senza fine: l’ipotesi si compie nell’idea
antica del ‘grande anno’, nella concezione nietzschiana dell’eterno ritorno”
(p. 195). Per quanto ci riguarda, questa teoria ci fa pensare meno al “grande
anno” dei Persiani e dei Greci, periodo astronomico che appare soprattutto
legato al fenomeno della precessione degli equinozi, che non ai cicli cosmici
degli Indù, nei quali le due fasi or ora descritte sono rappresentate come il
giorno e la notte di Brahmâ; inoltre, si trova ugualmente nella concezione indù
questa idea della formazione di tutte le cose a partire dall’etere primordiale,
al quale esse devono ritornare nella dissoluzione finale; questo, il Dott. Le
Bon deve assolutamente saperlo altrettanto bene quanto noi, ma non parla mai di
queste coincidenze, del resto assai evidenti. Dobbiamo aggiungere, tuttavia,
che le teorie cosmogoniche dell’India non ammettono affatto l’“eterno ritorno”,
la cui impossibilità è d’altronde metafisicamente dimostrabile: da un ciclo ad
un altro, non c’è mai ripetizione né identità, ma solo corrispondenza ed
analogia, e questi cicli si compiono, secondo l’espressione di Lasbax, “su
piani differenti”; a dire il vero, c’è solo il nostro ciclo attuale che
comincia e si conclude nell’etere considerato come il primo degli elementi
corporei, perché non c’è che questo che si riferisca all’esistenza fisica. Da
questo risulta che le condizioni di un ciclo non sono affatto applicabili agli
altri, benché ci debba sempre essere qualcosa che corrisponda loro
analogicamente: così lo spazio e il tempo non sono che condizioni specifiche
del nostro ciclo, ed è solo in un modo puramente simbolico che se ne potrà
trasporre l’idea al di fuori dei limiti di esso, per rendere in qualche misura
esprimibile quel che non potrebbe altrimenti esserlo affatto, essendo il
linguaggio umano necessariamente legato alle condizioni dell’esistenza attuale.
Quest’ultima osservazione permette di
rispondere all’obiezione che Lasbax rivolge al Dott. Le Bon, e che verte sulla
separazione stabilita da questi fra le due fasi ascendente e discendente della
storia del mondo, che la dottrina indù compara alle due fasi della
respirazione, e che si possono chiamare, se si vuole, evoluzione ed
involuzione, benché questi termini possano prestarsi ad equivoco: questi due
movimenti di senso inverso devono, non tanto occupare due periodi successivi
nel tempo, bensì manifestarsi simultaneamente durante tutta la durata
dell’esistenza del mondo, come succede per i fenomeni corrispondenti di
costruzione e di distruzione dei tessuti nella vita organica
74
degli individui. Questa difficoltà scompare se
si ammette che il punto di vista della successione cronologica non è in realtà
che l’espressione simbolica di una concatenazione logica e causale; ed è
assolutamente necessario che sia così, dal momento che non c’è che un solo
ciclo particolare che sia sottomesso alla condizione temporale, al di fuori
della quale tutti gli stati o i gradi dell’esistenza universale posson essere
considerati in perfetta simultaneità. D’altronde, anche all’interno del ciclo
attuale, le due fasi opposte non sono necessariamente successive, a meno che
non s’intenda con questo solo un ordine di successione logica; e, anche qui, si
deve poter ritrovare in ciascuna parte un’immagine di ciò che esiste nella
totalità del ciclo; ma, in generale, le due tendenze devono predominare
successivamente nello sviluppo cronologico del mondo fisico, altrimenti il
ciclo, per il fatto che è condizionato dal tempo, non arriverebbe mai a
completarsi; non diciamo a chiudersi, perché la concezione dei cicli chiusi è
radicalmente falsa come quella dell’“eterno ritorno” che ne è l’inevitabile
conseguenza.
Segnaliamo ancora che le due fasi di cui
abbiamo parlato si ritrovano ugualmente nelle teorie ermetiche, in cui esse
sono chiamate “coagulazione” e “soluzione”: in virtù delle leggi dell’analogia,
la “grande opera” riproduce in breve l’insieme del ciclo cosmico. Quel che è
assai significativo, dal punto di vista nel quale ci siamo posti, è che gli
ermetisti, invece di separare radicalmente queste due fasi, al contrario le
univano nella raffigurazione del loro androgine simbolico Rebis (res
bina, cosa doppia), che rappresenta la congiunzione dello zolfo e del
mercurio, del fisso e del volatile, in un’unica materia (6).
Ma torniamo all’opposizione del caldo e del
freddo ed alle singolari antinomie che sembrano risultarne: “Infatti, la legge
di Clausius ci rappresenta il mondo in marcia verso la sua quiete e che vi
trova la morte ad una temperatura elevata, poiché il calore è la forma più
‘degradata’ dell’energia utilizzabile. D’altra parte, tutte le induzioni della
fisica stellare ci permettono di affermare che, più noi risaliamo indietro nel
passato, più le temperature dei diversi corpi e dei diversi astri ci apparirebbero
superiori a quelle che sono al giorno d’oggi” (p. 198). Non potrebbe essere
altrimenti, se la fine del ciclo dev’essere analoga al suo inizio:
l’abbassamento della temperatura traduce una tendenza alla differenziazione, di
cui la solidificazione segna l’ultimo grado, il ritorno all’indifferenziazione
dovrà, nello stesso ordine d’esistenza, effettuarsi
(6) Vedasi l’Amphitheatrum Sapientiae Aeternae
di Khunrath, le Clefs d’Alchimie di Basilio Valentino, etc.
75
correlativamente, ed in senso inverso,
attraverso un’elevazione di temperatura. Solamente, bisogna ammettere per
questo che il raffreddamento dei sistemi siderali non si prolungherà
indefinitamente; ed anche, se noi siamo attualmente nella seconda fase del
mondo come pensa il Dott. Le Bon, vuol dire che il punto di equilibrio delle
due tendenze è già superato. L’osservazione, del resto, non ci può per nulla
informare a questo riguardo direttamente, e, in ogni caso, non vediamo con
quale diritto si potrebbe affermare che il raffreddamento progressivo
dev’essere continuo ed indefinito; si tratta di induzioni che superano
considerevolmente la portata dell’esperienza, e tuttavia certuni, in nome
dell’astronomia, non esitano ad opporsi alle conclusioni della termodinamica.
Donde quelle descrizioni della “fine del mondo” per congelamento, che “ci fanno
pensare a quell’ultimo cerchio del Regno del Male in cui Dante pone il
soggiorno di Lucifero nella sua Divina Commedia” (p. 200); ma non si
devono confondere delle cose essenzialmente differenti: quella cui Dante fa
allusione, non è la “fine del mondo”, ma piuttosto il punto più basso del suo
processo di sviluppo, che corrisponde a quel che potremmo chiamare il centro
del ciclo cosmico, se consideriamo le sue due fasi come puramente successive.
Lucifero simboleggia l’“attrazione inversa della natura”, vale a dire la
tendenza all’individualizzazione; il suo soggiorno è dunque il centro di queste
forze attrattive che, nel mondo terrestre, sono rappresentate dalla pesantezza;
e notiamo di passaggio che ciò, specialmente quando lo si applica a questo
stesso mondo terrestre, va nettamente contro l’ipotesi geologica del “fuoco
centrale”, perché il centro della terra deve essere precisamente il punto in
cui la densità e la solidità sono al loro massimo. Come che sia, l’ipotesi del
congelamento finale appare contraria a tutte le concezioni tradizionali: non è
solo per Eraclito e per gli Stoici che “la distruzione dell’universo doveva
coincidere con il suo incendio” (p. 201); la stessa affermazione si ritrova
pressoché ovunque, dai Purâna dell’India all’Apocalisse; e
dobbiamo constatare ancora una volta l’accordo di queste tradizioni con la
dottrina ermetica, secondo la quale il fuoco è l’agente del “rinnovamento della
natura” o della “reintegrazione finale”.
Tuttavia, “la scienza ha cercato di conciliare
le due ipotesi: l’incandescenza finale dell’universo e il suo raffreddamento
progressivo”, per esempio ammettendo, come fa Arrhenius, che “il raffreddamento
distrugge la vita sul nostro pianeta, mentre l’incendio, che si produce molto
tempo dopo, segna la rovina e il crollo di tutto il sistema solare” (p. 201).
Se fosse così, la fine della vita terrestre, invece di segnare il punto
terminale del movimento ciclico, coinciderebbe solamente con il
76
suo punto più basso; il fatto è che, a dire il
vero, la concezione dei cicli cosmici non è completa se non vi s’introduce la
considerazione dei cicli secondari e subordinati, integrantisi nei cicli più
generali; ed è soprattutto a questi cicli parziali che sembra riferirsi l’idea
del “grande anno” presso i Greci. Allora, non c’è solo una “fine del mondo”, ma
ce ne devono essere parecchie, e non dello stesso ordine; congelamento ed
incendio troverebbero così la loro realizzazione a diversi gradi; ma un’interpretazione
come quella di Arrhenius ci sembra avere una portata davvero troppo ristretta.
Abbiamo considerato in precedenza solo un lato
del problema, che resta molto più complesso di quanto abbiamo detto; se ci si
pone da un punto di vista differente, le cose appariranno naturalmente sotto
tutt’altra prospettiva. In effetti, se il calore sembra rappresentare la
tendenza che conduce verso l’indifferenziazione, non è meno vero che, in questa
stessa indifferenziazione, il calore e il freddo devono essere ugualmente
contenuti in modo tale da equilibrarsi perfettamente; la vera omogeneità non si
realizza affatto in uno solo dei termini della dualità, ma soltanto là dove la
dualità ha cessato di esistere. D’altra parte, se si considera il centro del
ciclo cosmico osservando le due tendenze come agenti simultaneamente, ci si
accorge che, lungi dal segnare la vittoria completa, almeno momentanea,
dell’una sull’altra, esso è invece quell’istante in cui la prevalenza comincia
appena a passare dall’una all’altra: è dunque il punto in cui queste due
tendenze sono in equilibrio che, pur instabile, nondimeno è come un’immagine o
un riflesso di quel perfetto equilibrio che si realizza solo
nell’indifferenziato; ed allora questo punto, invece di essere il più basso,
deve essere veramente centrale sotto tutti i rapporti. Sembra dunque che
nessuna delle due forze avverse giunga mai, in tutto il percorso del ciclo, a
raggiungere il termine estremo verso il quale essa tende, perché sempre
contrastata dall’azione dell’altra, che mantiene così un certo equilibrio
almeno relativo; e d’altronde, se l’una o l’altra raggiungesse questo termine
estremo, essa perderebbe allora la sua natura specifica per ritornare
nell’omogeneità primordiale, perché sarebbe pervenuta al punto al di là del
quale la dualità scompare. In altri termini, il punto più alto e il punto più
basso sono come l’“infinito positivo” e l’“infinito negativo” dei matematici,
che si ricongiungono e coincidono; ma questa giunzione degli estremi non ha
alcun rapporto con l’affermazione hegeliana dell’“identità dei contraddittori”:
quel che appare come contrario all’interno del ciclo non lo è più quando si
esce dai suoi limiti, ed è qui che l’opposizione, ormai risolta, lascia posto
alla complementarità. Del resto, quest’aspetto della complementarità appare dal
77
momento in cui si considera un certo
equilibrio fra le due tendenze; ma ecco un’altra antinomia: l’equilibrio
relativo è necessario per mantenere la differenziazione, poiché questa
scomparirebbe se una delle due tendenze prevalesse completamente e definitivamente;
ma l’equilibrio perfetto, di cui questo equilibrio relativo è come una
partecipazione, equivale al contrario all’indifferenziato. Per risolvere
quest’antinomia, è necessario rendersi conto che l’opposizione della
differenziazione e dell’indifferenziato è puramente illusoria, che non è
affatto una vera dualità, perché non c’è nessuna comune misura fra i due
termini; non possiamo entrare negli sviluppi che richiederebbe un simile
argomento; ma quando si è compreso questo, ci si rende conto che, nonostante le
apparenze, le due forze antagoniste non tendono affatto, l’una verso la
differenziazione, l’altra verso l’indifferenziato, ma che differenziazione ed
indifferenziato implicano rispettivamente la manifestazione e la
non-manifestazione dell’una e dell’altra ad un tempo. La manifestazione si
effettua fra due poli estremi, ma che non sono propriamente “due” se non solo
dal punto di vista di questa manifestazione, poiché, al di là di essa, tutto
rientra finalmente nell’unità primigenia. Aggiungiamo che si dovrebbe prendere
la precauzione di non applicare a dei cicli particolari e relativi quel che è
vero solo per l’Universo nella sua totalità, per il quale non potrebbe mai
essere questione né di evoluzione né di involuzione; ma ogni manifestazione ciclica
è nondimeno in rapporto analogico con la manifestazione universale, di cui essa
non è che l’espressione in un ordine d’esistenza determinato; l’applicazione di
questa analogia a ogni grado è la base stessa di tutte le dottrine cosmologiche
tradizionali.
Si è così condotti a considerazioni di una
portata propriamente metafisica; e, quando si traspongono i problemi su questo
piano, ci si può chiedere che cosa divengano quei “giudizi di valore” ai quali
il pensiero moderno attribuisce tanta importanza. Due vie che sono contrarie
solo in apparenza e che conducano in realtà alla stessa meta, sembrano dover
esser proprio dichiarate equivalenti; in ogni caso, il “valore” sarà sempre
cosa eminentemente relativa, poiché concernerà i mezzi e non il fine. Lasbax considera
malvagia la tendenza all’individualizzazione; ha ragione se vuol dire con
questo ch’essa implica essenzialmente la limitazione, ma ha torto se intende
realmente opporre l’esistenza individuale all’esistenza universale, perché,
anche in questo caso, non c’è comune misura, dunque nessuna correlazione o
coordinazione possibile. D’altronde, per ogni individualità, c’è in qualche
modo un punto d’arresto nella limitazione, a partire dal quale questa stessa
individualità può servire di base ad un’espansione in senso inverso;
78
potremmo citare a tale riguardo quella
dottrina araba secondo cui “l’estrema universalità si realizza nell’estrema
differenziazione”, perché l’individualità scompare, in quanto individualità,
per il fatto stesso ch’essa ha realizzato la pienezza delle sue possibilità.
Ecco una conseguenza che dovrebbe soddisfare Lasbax, se il punto di vista del
bene e del male non esercitasse su di lui una così grande influenza; in ogni
caso, malgrado la differenza delle interpretazioni, non crediamo affatto
ch’egli possa contraddire per principio questa tesi, comune a tutte le dottrine
metafisiche dell’Oriente, che il non manifestato è superiore al manifestato.
***
Uno degli aspetti più generali della dualità
cosmica è l’opposizione dei due principi che, nel nostro mondo, sono
rappresentati dallo spazio e dal tempo; e d’altronde, in ciascuno dei due, la
dualità si traduce ancora, in un modo più specifico, mediante una
corrispondente opposizione: nello spazio, fra la concentrazione e l’espansione;
nel tempo fra il passato e l’avvenire (7). I due principi ai quali facciamo
allusione sono quelli che le dottrine dell’India designano con i nomi di Vishnu
e di Shiva: da una parte, principio conservatore delle cose; dall’altra
parte, principio, non tanto distruttore come ordinariamente si dice, ma più
esattamente trasformatore. Tuttavia si deve sottolineare che è la tendenza
attrattiva quella che sembra sforzarsi di mantenere gli esseri individuali
nella loro condizione presente, mentre la tendenza espansiva è manifestamente
trasformatrice, prendendo questa parola in tutto il valore del suo significato
originale. C’è ora questo di curioso, e cioè che Lasbax denuncia la prima come
una tendenza di morte, distruttrice della vera attività vitale, e definisce la
vita come “una volontà di irraggiamento e di espansione” (p. 214); la potenza
distruttrice sarebbe dunque per lui l’antagonista di quella che si considera
abitualmente come tale. A dire il vero, si tratta solo di una questione di
punto di vista, e, per poter parlare di distruzione, bisognerebbe aver cura di
dire in rapporto
(7) Segnaliamo inoltre a questo proposito, per
completare quel che abbiamo detto della teoria degli elementi, la dualità delle
proprietà contenute in uno stesso elemento, che riproduce in qualche modo le
dualità più generali: per esempio, la polarizzazione dell’elemento igneo in
luce e calore, sulla quale dei dati particolarmente curiosi sono forniti dalle
tradizioni musulmane relative alla creazione ed alla caduta.
79
a che cosa la si vuole intendere: così, la
potenza espansiva e trasformatrice è veramente distruggitrice delle limitazioni
dell’individualità e, più in generale, delle condizioni specifiche e
restrittive che definiscono i diversi gradi dell’esistenza manifestata; ma essa
è distruttrice solo in rapporto alla manifestazione, e con la soppressione
delle limitazioni conduce alla pienezza dell’essere. In fondo siamo dunque
d’accordo con Lasbax su questo punto; ma dove divergiamo da lui, è riguardo al
fatto che noi consideriamo la vita come una condizione specifica dell’esistenza
manifestata: se dunque si ammette che il senso della sua attività è diretto
verso l’espansione, si dovrà concluderne che essa tende a distruggere se
stessa; forse il solo modo di sfuggire a questa contraddizione almeno apparente
è quello di rinunciare a porre il problema in termini di vita e di morte perché
un tale punto di vista, checché ne pensi Lasbax, è davvero troppo particolare.
Allo stesso modo, quando si considerano i due principi, come abbiamo fatto, non
è possibile accordare a nessuno dei due un carattere puramente negativo: tutti
e due possono avere un aspetto positivo ed uno negativo, allo stesso modo in
cui possono entrambi avere un lato attivo ed uno passivo (8); senza dubbio,
tutto quel che è limitazione è veramente negativo quando lo si considera
metafisicamente cioè nell’universale, ma, in rapporto alle esistenze
individuali, è una determinazione o una attribuzione positiva; il pericolo, qui
come in tutte le cose, è dunque sempre quello di voler troppo sistematizzare.
Abbiamo fatto in precedenza allusione
all’esistenza di certi “punti d’arresto”, nella storia del mondo così come
nella vita degli individui: è come se, allorquando l’equilibrio è prossimo alla
rottura a causa della prevalenza di una delle due tendenze avverse,
l’intervento d’un principio superiore venisse a dare al corso delle cose un
impulso in senso inverso, dunque in favore dell’altra tendenza. È in questo che
consiste in gran parte la spiegazione della teoria indù degli avatâra,
con la sua duplice interpretazione secondo le concezioni shivaita e vishnuita;
per comprendere questa duplice interpretazione, non si deve pensare solamente
alla corrispondenza delle due tendenze presenti, ma soprattutto a quella sorta
di antinomia alla quale dà luogo la concezione dell’equilibrio cosmico, e che
abbiamo esposto più sopra: se si insiste sulla conservazione, mediante
quest’equilibrio, dello stato attuale di differenziazione, si ha l’aspetto
vishnuita della dottrina; se si considera al contrario
(8) Nel simbolismo indù, ciascun principio ha la
sua shakti, che ne è la forma femminile.
80
l’equilibrio come il riflesso
dell’indifferenziazione principiale nel seno stesso del differenziato, se ne ha
l’aspetto shivaita. In ogni caso, allorché si può parlare d’equilibrio, si deve
senza dubbio insistere meno sull’opposizione dei due principi che sulla loro
complementarità; d’altronde la connessione con l’ordine metafisico non consente
un’attitudine diversa.
A parte quest’ultimo punto, la considerazione
dei due principi di cui abbiamo parlato si accorda con quella di Lasbax, in
primo luogo riguardo al fatto che questi principi, sotto qualunque modalità li
si consideri, appaiono in qualche modo come simmetrici e situantisi ad uno
stesso grado d’esistenza, e in secondo luogo in quanto essi sono ugualmente
attivi l’uno e l’altro, benché in senso contrario. Lasbax dichiara in effetti
che “l’opposizione non è fra un principio attivo che sarebbe lo spirito ed un principio
passivo che sarebbe la materia; i due principi sono, al contrario,
essenzialmente attivi” (p. 428); ma conviene aggiungere ch’egli intende così
caratterizzare “l’ultima dualità del mondo”, ch’egli concepisce in un modo
davvero troppo antropomorfico, come “una lotta di due volontà”. Questo non è
affatto il nostro punto di vista: la dualità che abbiamo considerato come
ultima, benché avente una portata estremamente estesa, non è davvero l’ultima
secondo noi; ma, d’altra parte, la dualità dello spirito e della materia, come
la s’intende dopo Cartesio, non è che un’applicazione assai particolare d’una
distinzione di tutt’altro ordine. Ci meravigliamo che Lasbax scarti così
facilmente la concezione della dualità sotto l’aspetto dell’attivo e del
passivo, allorché insiste tanto, da un altro lato, sulla dualità dei sessi, che
tuttavia non si può altrimenti comprendere per nulla. Non è contestabile, in
effetti, che il principio maschile appaia come attivo e quello femminile come
passivo e che d’altra parte essi siano assai più complementari che veramente
opposti; ma è forse proprio tale complementarismo che infastidisce Lasbax nella
considerazione dell’attivo e del passivo, nella quale non si può affatto
parlare di opposizione nel senso proprio di questa parola, perché i due termini
presenti, ovvero i principi ch’essi rappresentano da un certo punto di vista,
non appartengono affatto ad un solo ed unico ordine di realtà.
Prima di spiegarci oltre su questo argomento,
segnaleremo il modo assai ingegnoso col quale Lasbax estende la dualità dei
sessi fino allo stesso mondo stellare, adattando alla propria concezione la
recente teoria cosmogonica di Belot, ch’egli oppone vantaggiosamente a quella
di Laplace, sulla quale essa in effetti sembra avere una superiorità molto
apprezzabile quanto al suo valore esplicativo. Considerato secondo questa
teoria, “il sistema solare e i sistemi siderali divengono
81
realmente degli organismi; essi formano un
‘regno cosmico’ sottomesso alle stesse leggi della riproduzione del regno
animale o vegetale, e così come il regno chimico nel quale il dualismo si
afferma nell’atomo mediante la coesistenza di elettroni positivi o negativi”
(p. 344). C’è una gran parte di verità, secondo noi, in quest’idea, d’altronde
familiare agli antichi astrologi (9), delle “entità cosmiche” o siderali
analoghe agli esseri viventi; ma l’uso dell’analogia è qui assai delicato e
bisogna aver cura di definire con precisione i limiti nei quali essa è
applicabile, senza di che si rischia di essere costretti ad un’assimilazione
ingiustificata; è quel che è successo a certi occultisti, per i quali gli astri
sono letteralmente degli esseri che possiedono tutti gli organi e tutte le
funzioni della vita animale, e ci avrebbe fatto piacere vedere Lasbax fare
almeno un’allusione a questa teoria per sottolineare in che misura la sua ne
differisce. Ma non insistiamo oltre sui dettagli; l’idea essenziale è che “la
nascita dell’universo materiale”, risultante dallo scontro di due nebulose che
giocano d’altronde dei ruoli diversi, “esige la presenza anteriore di due
progenitori, vale a dire di due individui già differenziati”, e che “la
produzione successiva dei fenomeni fisici non sembri più come una successione
d’innovazioni o di modificazioni accidentali, ma come la ripetizione, su di una
nuova trama, di caratteristiche ancestrali diversamente combinate e trasmesse
attraverso l’eredità” (p. 334). In fondo, la considerazione dell’eredità, così
introdotta, altro non è che un’espressione, in linguaggio biologico, di
quell’incatenamento causale dei cicli cosmici di cui abbiamo parlato più sopra;
sarebbe sempre bene prendere certe precauzioni quando si trasferiscono dei
termini che son stati fatti per essere applicati ad uno specifico dominio, e
bisogna anche dire che, persino in biologia, il ruolo dell’eredità è lungi
dall’essere perfettamente chiaro. Malgrado tutto, c’è in tutto ciò un’idea
assai interessante, ed è già molto arrivare a simili concezioni partendo dalla
scienza sperimentale, la quale, costituita unicamente per lo studio del mondo
fisico, non dovrebbe farci uscire da esso; quando arriviamo ai confini di
questo mondo, come nel presente caso, sarebbe vano cercare di andare ancora più
lontano servendosi degli stessi mezzi specifici d’investigazione. Al contrario,
le dottrine cosmologiche tradizionali, che partono da principi metafisici,
considerano per prima cosa tutto l’insieme della manifestazione universale, ed
in seguito non c’è che da applicare l’analogia a ciascun grado della
manifestazione,
(9) Cfr. le teorie sugli “spiriti planetari”,
l’angelologia giudaica e musulmana.
82
secondo le condizioni particolari che
definiscono questo grado o questo stato di esistenza. Ora, il mondo fisico
rappresenta semplicemente uno stato dell’esistenza manifestata, fra una
indefinità di altri stati; se dunque il mondo fisico ha due “progenitori”, come
dice Lasbax, è per analogia con la manifestazione universale tutta intera, che
ha a sua volta due “progenitori” o, per esprimersi più esattamente e senza
antropomorfismi, due principi generatori (10).
I due principi di cui si tratta ora sono
propriamente i due poli fra i quali si produce ogni manifestazione; essi sono
quel che possiamo chiamare “essenza” e “sostanza”, intendendo queste parole in
senso metafisico, cioè universale, distinto dall’applicazione analogica che
potrà in seguito esserne fatta alle esistenze particolari. C’è in questo come
un raddoppiamento o una polarizzazione dell’essere stesso, non “in sé”, ma in
rapporto alla manifestazione, che sarebbe altrimenti inconcepibile; e l’unità dell’essere
puro non è affatto intaccata da questa prima distinzione, non più di quanto lo
sarà dalla moltitudine delle altre distinzioni contingenti che ne deriveranno.
Non intendiamo sviluppare qui questa teoria metafisica, né mostrare come la
molteplicità può essere contenuta in principio nell’unità; d’altronde, il punto
di vista della cosmologia (non diciamo affatto della cosmogonia, che è ancora
più speciale) non deve risalire al di là della prima dualità, e tuttavia non è
affatto dualista dal momento che esso lascia sussistere la possibilità di una
unificazione che lo superi e che si compie in un ordine superiore. Questa
concezione della prima dualità si ritrova in dottrine che rivestono le forme
più diverse: così, in Cina, è la dualità dei principi Yang, maschile, e Yin,
femminile; nel Sânkhya dell’India, è quella dell’atto puro e della
potenza pura. Esse sono quella di Purusha e di Prakriti; in
Aristotele questi principi complementari hanno la loro espressione relativa in
ciascun ordine di esistenza, ed anche in ciascun essere particolare: per
servirci qui del linguaggio aristotelico, ciascun essere contiene una certa
parte in atto ed un’altra in potenza, il che lo costituisce come un composto di
due elementi, corrispondenti analogicamente ai due principi della
manifestazione universale; i due elementi sono la forma
(10) La teoria della “nascita dell’universo”, così
come la espone Lasbax, permetterebbe ancora degli interessanti raffronti con
simboli come quello dell’“uovo del mondo”, che si ritrovano nella cosmogonia
indù ed in molte altre tradizioni antiche; questi simboli sono d’altronde
applicabili all’intera manifestazione universale, così come ad una qualunque
delle sue modalità, considerata a parte.
83
e la materia, non diciamo lo spirito e il
corpo, perché essi non assumono quest’ultimo aspetto che in un dominio molto
particolare. Sarebbe interessante stabilire a tale riguardo alcune
comparazioni, e studiare per esempio i rapporti che esistono fra queste
concezioni di Aristotele e quelle di Leibnitz, che sono, in tutta la filosofia
moderna, quelle che vi si avvicinano di più, sul presente punto come su molti
altri, ma con una riserva, che, in Leibnitz, l’essere individuale appare un
tutto sufficiente a se stesso, il che non permette affatto il collegamento al
punto di vista propriamente metafisico; i limiti di questo studio non ci
permettono d’insistervi oltre.
Riprendendo per maggior comodità la
rappresentazione dei “piani d’esistenza”, alla quale ricorre così sovente
Lasbax, ma d’altronde attribuendovi un significato puramente simbolico,
potremmo dire che è il caso di considerare, nelle dualità cosmiche, sia una
“opposizione verticale” che una “opposizione orizzontale”. L’opposizione
verticale è quella dei due poli della manifestazione universale, ed essa si
traduce in ogni cosa mediante l’opposizione o meglio mediante il
complementarismo dell’attivo e del passivo in tutte le loro modalità; tale
aspetto, che Lasbax trascura un po’ troppo, è tuttavia quello che corrisponde
alla più fondamentale di tutte le dualità. D’altra parte, l’opposizione
orizzontale, cioè quella in cui i due termini presenti sono simmetrici e
appartengono realmente ad uno stesso piano, è l’opposizione propriamente detta,
quella che può essere rappresentata mediante l’immagine di una “lotta”, anche
se tale immagine non è sempre così giusta quanto può esserlo nell’ordine fisico
o nell’ordine sentimentale. Quanto poi a far corrispondere termine a termine le
dualità che appartengono rispettivamente a due generi diversi, questo non è
possibile senza delle difficoltà; così Lasbax prova un certo imbarazzo a
ricollegare i principi maschile e femminile all’espressione delle sue due
“volontà avverse”: se a lui sembra, come tesi generale, di risolvere il
problema a favore dell’elemento femminile, perché egli crede di affermare con
questo la superiorità della specie sull’individuo, gli si può obiettare che
molte dottrine cosmologiche descrivono tuttavia la forza espansiva come
maschile e la forza attrattiva come femminile, raffigurandole simbolicamente
mediante la dualità del “pieno” e del “vuoto”; questo argomento meriterebbe
qualche riflessione. D’altronde, il “piano dell’esistenza” non è veramente
superiore a quello dell’individuo, esso non ne è in realtà che un’estensione, e
tutti e due appartengono ad uno stesso grado dell’esistenza universale; non si
devono prendere per gradi differenti quelle che non sono altro che modalità
diverse di uno stesso grado, ed è questo l’errore che fa sovente Lasbax, per
esempio quand’egli considera
84
le molteplici modalità possibili
dell’estensione. Insomma, e sarà questa la nostra conclusione, i dati della
scienza, nel senso attuale di questa parola, possono condurci a considerare
un’estensione indefinita in un certo “piano d’esistenza”, quello che è
effettivamente il dominio di tale scienza, e che può contenere molte altre
modalità rispetto al mondo corporeo che cade sotto i nostri sensi; ma, per
passare da lì ad altri piani, è necessario tutt’altro punto di partenza, e la
vera gerarchia dei gradi dell’esistenza dovrebbe essere concepita come
un’estensione graduale e successiva delle possibilità che sono sottoposte a
certe condizioni limitative come lo spazio o il tempo. Questo, per essere
effettivamente compreso, richiederebbe sicuramente degli sviluppi assai estesi;
ma ci siamo qui soprattutto proposti, indicando taluni punti di comparazione
fra teorie di origine e di natura assai diversa, di mostrare alcune vie di
ricerca che sono troppo poco conosciute, perché i filosofi hanno
malauguratamente l’abitudine di rinchiudersi in un cerchio estremamente
ristretto.
85
LE DOTTRINE INDÙ
Le dottrine orientali in generale, e quelle
indù in particolare, sono molto mal conosciute in Occidente; e ci sembra che
questo dipenda soprattutto dal fatto che, per lo più, gli Occidentali non sanno
mettersi nello stato d’animo necessario per comprendere delle civiltà tanto
diverse dalla loro, sotto tutti gli aspetti. L’esempio più chiaro di una simile
incomprensione è forse quello che ci viene fornito dai lavori degli indologi
tedeschi: lavori che possono essere molto pregevoli finché restano sul terreno
dell’erudizione pura e semplice, ma nei quali, quando si tratta
dell’interpretazione delle idee, assai più importante, non si trova più niente
di utilizzabile, perché l’interpretazione è irrimediabilmente falsata dal
partito preso di adeguare le dottrine trattate ai concetti dei filosofi
tedeschi, e di sistemarle, per amore o per forza, entro gli schemi ai quali è
abituata la mentalità europea. Al contrario, invece, ciò di cui ci si dovrebbe
rendere conto prima di tutto è che le forme essenziali del pensiero orientale
differiscono profondamente da quelle del pensiero occidentale, e che persino
denominazioni come, per esempio, “filosofia” e “religione”, non possono venire
propriamente applicate ad esse, se si vuole conservare loro almeno un senso
abbastanza preciso. Non possiamo, naturalmente, illuderci di poter sviluppare
queste considerazioni nell’ambito limitato di un breve articolo (1); vogliamo
soltanto dare, delle dottrine indù, una veduta d’insieme che permetta di
comprendere quale sia la loro vera natura.
Ciò che in primo luogo si deve sapere è che la
civiltà indù, come del resto tutte le civiltà orientali, è essenzialmente
tradizionale; l’idea della
(1) Lo abbiamo fatto, d’altra parte, in un libro
intitolato Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, al
quale ci permettiamo di rimandare i lettori particolarmente interessati a tali
questioni [tr. it.: Introduzione generale allo studio delle dottrine indù,
Adelphi, Milano, 1989 (N.d.C.)].
86
tradizione la domina interamente ed a tutti i
livelli, e vi è in essa un contrasto quasi assoluto con la civiltà occidentale
moderna, dove questa stessa idea non trova molta applicazione, se non
nell’ambito religioso. Beninteso, quando parliamo del fondamento tradizionale
di una civiltà, dobbiamo intendere un principio profondo, di ordine
intellettuale, sul quale essa poggia; ci rifiutiamo assolutamente di dare, come
spesso si fa, il nome di tradizione ad una qualsiasi abitudine, talvolta di
origine del tutto recente, e quasi sempre di scarsa portata, oltre che senza
grande significato.
Per un Europeo, almeno nella nostra epoca, è
molto difficile comprendere a fondo quel che è la tradizione per un Orientale,
e che formidabile potenza vi sia insita: volersi sottrarre ad essa – supponendo
che ciò fosse possibile – sarebbe come mettersi al di fuori della civiltà
stessa, poiché è alla tradizione che si ricollega tutto ciò che costituisce
detta civiltà, dal campo della speculazione pura a quello delle istituzioni
sociali.
E noi sottolineeremo immediatamente, nel campo
dottrinale, una notevole conseguenza di questo carattere: nessuno cerca di
rinnovare, di legare il proprio nome ad un sistema o ad una teoria, di
gloriarsi di una originalità di pensiero, reale o presunta, cose tutte che non
potrebbero avere altro risultato che fargli negare ogni autorità. In genere,
non può trattarsi che di ricavare dalla dottrina tradizionale, tramite sviluppo
o adattamento, ciò che vi è contenuto, almeno implicitamente, dalle origini. Tentare
di scostarsi da questa linea significa mettersi in contrasto con i principi
fondamentali, quindi cadere inevitabilmente in errore. Idee come quelle di
“evoluzione” e “progresso”, tanto care agli Occidentali moderni, non potrebbero
dunque trovare qui il minimo posto, e l’inquietudine intellettuale è
sconosciuta agli Orientali; quando si è in possesso di una base stabile e di
una direzione sicura, non si sente alcun bisogno di cambiamenti. D’altronde,
rispetto alla dottrina tradizionale, le individualità non hanno valore. Questo
è talmente vero, che i loro nomi sono spesso ignorati, e quelli che sono stati
conservati hanno acquisito un valore del tutto simbolico e sono collegati più a
scuole o branche di studio che agli uomini che hanno dovuto portarli originariamente,
i particolari biografici dei quali sono generalmente caduti nell’oblio più
completo; non c’è, dunque, nulla di quanto potrebbe soddisfare una certa vanità
“individualista”, che è probabilmente servita più di qualsiasi altra causa a
spingere numerosi filosofi europei a costruire il loro sistema.
Ma non si cada in inganno, e non si creda che
in queste condizioni il pensiero venga limitato: quanto viene impedito, e,
quanto meno,
87
ridotto al minimo, non sono altro, alla fine,
che divagazioni o fantasie per lo più da rifiutarsi; la tradizione permette, a
quelli che la comprendono, concezioni ben più ampie dei sogni dei filosofi che
passano per i più arditi, ma anche ben più solide e valide; essa apre
all’intelligenza possibilità illimitate come la stessa verità. Non è in Oriente
che si possono incontrare degli uomini che proclamino l’esistenza di qualcosa
di inconoscibile e che, poiché afflitti da “miopia intellettuale”,
pretendano d’imporre agli altri i limiti della propria capacità di comprendere.
E questo ci porta a precisare la natura della dottrina tradizionale,
particolarmente per quanto riguarda l’India: la tradizione indù è puramente
metafisica nella sua essenza; con questo intendiamo che ciò che ne costituisce
la base fondamentale è la conoscenza dei principi d’ordine universale,
conoscenza del tutto intellettuale, che è anche la sola che meriti giustamente
tale qualifica. Ciò che chiamiamo qui metafisica, dato che questo termine,
inteso nel suo senso etimologico, che significa ciò che è al di là della
natura, è il più appropriato di quelli che le lingue occidentali mettono a
nostra disposizione, è tutt’altra cosa dell’accozzaglia delle ipotesi più o
meno plausibili, più o meno coerenti, e più o meno vuote, alla quale i filosofi
moderni si compiacciono di dare lo stesso nome, e che, per noi, altro non è che
“pseudo-metafisica”. Non possiamo qui insistere quanto si dovrebbe sui
caratteri della metafisica vera; diremo soltanto che essa comporta
essenzialmente la certezza assoluta, perché il suo dominio è superiore ad ogni
contingenza, e che non partecipa per nulla della relatività delle scienze
specifiche che sono tutte comprese nella “fisica”, nel senso generico in cui la
consideravano gli antichi, quello di “conoscenza della natura”.
Queste scienze, d’altra parte, non sono
trascurate nella dottrina indù, ma non possono che giocarvi un ruolo secondario
ed avere un rango subordinato, poiché è alla metafisica che appartengono i
principi da cui tutto dipende; esse vengono dunque ad aggiungervisi come
altrettanti prolungamenti, sia per costituire branche le quali – benché
accessorie – fanno parte integrante della dottrina stessa, sia per dar luogo ad
applicazioni diverse, soprattutto nell’ordine sociale. Non diremo nulla di
queste ultime, ma ci preme insistere su tale punto: che non dobbiamo mai
perdere di vista la gerarchizzazione che abbiamo testé indicato, se vogliamo
comprendere qualcosa della civiltà indù, non importa quale sia l’aspetto sotto
il quale ci si proporrà di studiarla più dettagliatamente. Ciò che bisogna
anche considerare è che le scienze orientali che possono essere definite
tradizionali, in quanto si ricollegano direttamente e indirettamente a principi
d’ordine superiore, hanno per ciò stesso un carattere ben diverso dalle scienze
occidentali, e ciò quand’anche
88
– per il loro oggetto – sembrino corrispondere
ad esse quasi perfettamente.
Il fondamento essenziale di tutta la dottrina
indù è rappresentato dall’insieme degli scritti ai quali si dà il nome di Vêda,
che peraltro significa conoscenza tradizionale per eccellenza; in esso
questa dottrina è contenuta tutta intera in principio, e la questione
dell’ordine cronologico nella quale le sue diverse branche si sono sviluppate,
oltre ad essere pressoché insolubile, è lungi dall’avere l’importanza che gli
indologi le attribuiscono, proprio perché in essa non c’è mai stato nulla di
più o altro che una spiegazione che chiarisce, in un ordine o in un altro, le
conseguenze di quanto era stato stabilito in principio. In fondo, in una
dottrina strettamente tradizionale come questa, l’adattamento necessario ad
un’epoca qualsiasi non può consistere che in un adeguato sviluppo, secondo uno
spirito rigorosamente deduttivo ed analogico, e senza variazioni né deviazioni
di sorta, delle soluzioni e dei chiarimenti che convengono più propriamente
alla mentalità di detta epoca. Se è così, si comprende facilmente che le
scienze che hanno un legame con la tradizione non potranno mai essere
considerate come invenzioni spontanee di una qualsiasi individualità;
esse sono, ripetiamo, adattamenti di una verità preesistente, e, fra queste
scienze, ce ne sono anche di quelle che si possono riferire al campo
sperimentale ed all’ordine delle applicazioni pratiche. E così la parola Upavêda
designa delle conoscenze d’ordine inferiore, ma che derivano direttamente dal Vêda,
e sono come delle appendici di esso; ora vi sono quattro Upavêda,
corrispondenti alle quattro grandi sezioni del Vêda; essi sono la
medicina (Âyur-Vêda), la scienza militare (Dhanur-Vêda), la
musica (Gândharva-Vêda), ed infine la meccanica e l’architettura (Sthâpatya-Vêda).
Secondo le concezioni occidentali, sembrerebbe trattarsi di arti piuttosto che
di scienze propriamente dette; ma il principio tradizionale che ad esse è stato
dato ne fa qualche cosa d’altro, in certo modo le intellettualizza.
La medicina, ad esempio, senza perdere nulla
del suo carattere pratico, è qualcosa di ben più esteso di ciò che abitualmente
s’intende con questo nome; oltre alla patologia ed alla terapeutica, essa
comprende molte considerazioni che in Occidente si farebbero rientrare nella
fisiologia ed anche nella psicologia, ma che, peraltro, sono trattate in
maniera molto differente. Dobbiamo aggiungere che è estremamente difficile, per
un Occidentale, giungere ad un sufficiente livello di conoscenza in questo genere
di studi, dove sono usati mezzi di ricerca di tipo diverso da quelli ai quali è
abituato. Può sembrare strano che quanto vi è d’elevato in una tradizione, vale
a dire i principi, sia più facilmente
89
comprensibile che non delle semplici
applicazioni, per uomini di un’altra razza; ma tuttavia è così, e non c’è
bisogno di riflettere a lungo per trovarne la ragione: è che i principi sono
universali ed immutabili, mentre le applicazioni, essendo d’ordine contingente,
sono determinate, in una qualche misura, dalle condizioni dell’ambiente.
Non possiamo cercare di definire, e neppure
semplicemente enumerare tutte le scienze conosciute e praticate dagli Indù; se
ne trovano elenchi differenti che, nondimeno, si possono conciliare osservando
che sono soltanto più o meno complete, più o meno particolareggiate, e che
approfondiscono le distinzioni con maggiore o minore ampiezza.
Il Nîtishâstra (Trattato sulla
politica) di Shukrâchârya enumera trentadue vidyâ (scienze) e
sessantaquattro kalâ (arti), d’importanza assai diversa, aggiungendo che
il numero di vidyâ e di kalâ è, in realtà, infinito, di modo che
nessun elenco potrà mai essere considerato assolutamente e definitivamente
completo. Quanto all’ordine nel quale queste scienze ed arti sono elencate, può
variare anche secondo il punto di vista con cui le si considera; in tutti i
casi, esso è tutt’altro che arbitrario ma non corrisponde all’idea che gli
Occidentali si fanno di una classificazione; in linea di massima, si ha il
grandissimo torto di voler interpretare come classificazioni, nel senso comune
del termine, certe concordanze basate su considerazioni analogiche delle quali,
in Europa, si potrebbe forse trovare qualche equivalente nel medioevo, ma non
nei tempi moderni.
Fra le scienze che hanno carattere più
strettamente tradizionale, ricorderemo soltanto, accanto agli Upavêda,
quelle che sono chiamate i sei Vêdânga, letteralmente “membra del Vêda”;
così vengono designate delle scienze ausiliarie del Vêda, perché esse
sono paragonate alle membra del corpo per mezzo delle quali un essere si muove
esteriormente. La Shikshâ è la scienza dell’articolazione corretta e
della pronuncia esatta, delle leggi dell’eufonia e del valore simbolico delle
lettere. Il Chanda è la scienza della prosodia, che implica, d’altra
parte, la conoscenza profonda del ritmo e dei suoi rapporti cosmici, conoscenza
che è totalmente estranea agli Occidentali. Il Vyâkarana è la
grammatica, che qui è in relazione più stretta che in qualsiasi altro luogo con
il significato logico del linguaggio. Il Nirukta è la spiegazione dei
termini importanti e difficili che s’incontrano nei testi vêdici. Il Jyotisha
è l’astronomia, e, più esattamente, allo stesso tempo l’astronomia e
l’astrologia, che in India non sono mai separate, come non lo sono mai state
presso alcun popolo antico; è bene aggiungere che l’astrologia di cui si tratta
non ha quasi nulla in comune con le speculazioni “divinatorie”, più o meno
fantasiose, alle quali certi nostri contemporanei
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danno lo stesso nome. Infine, il Kalpa
è l’insieme delle prescrizioni relative al compimento dei riti, la conoscenza
delle quali è indispensabile perché essi abbiano la loro completa efficacia. I
trattati che si riferiscono a queste diverse scienze fanno parte della Smriti,
notevolissima raccolta di scritti tradizionali che fanno testo, ma che sono
considerati meno fondamentali della Shruti, che è la raccolta dei testi
vêdici stessi, l’autorità della Smriti è derivata da quella della Shruti
e si basa su un perfetto accordo con quest’ultima.
Vogliamo ancora sottolineare l’importanza che
gli Indù hanno sempre attribuito allo studio delle matematiche, che
comprendono, sotto la denominazione generica di ganita, l’aritmetica (pâtî-ganita
o vyakta-ganita), l’algebra (bîja-ganita) e la geometria (rekhâ-ganita).
Soprattutto le prime due di queste tre sezioni ebbero in India, fin
dall’antichità, un notevole sviluppo, dal quale, peraltro, tramite la
mediazione degli Arabi, l’Europa avrebbe dovuto, più tardi, trarre vantaggio.
Dobbiamo ora soffermarci un po’ a lungo sui
sei darshana nei quali gli orientalisti, sbagliando completamente, hanno
voluto vedere dei “sistemi filosofici”. Propriamente, il termine darshana
significa vista, o se si vuole punto di vista; effettivamente, quelli che sono
così definiti sono dei punti di vista distinti, che costituiscono altrettante
branche della dottrina e che, nella misura in cui sono strettamente ortodossi,
non potrebbero entrare in conflitto o in concorrenza, come farebbero
necessariamente, dei sistemi rivali. Ogni darshana ha, come ogni altro
genere di conoscenza, il suo proprio ambito, e così questi punti di vista si
completano e si uniscono nella totalità della dottrina, della quale, ribadiamo,
sono elementi essenziali; questo soltanto basterebbe, quand’anche mancassero
molte altre considerazioni, a farne tutt’altra cosa che della “filosofia” come
la intendono gli Occidentali, soprattutto moderni.
Osservando i darshana nell’ordine in
cui vengono elencati abitualmente, e che, in qualche modo, è un ordine
ascendente, troviamo subito il Nyâya, che è la logica, ma una logica
che, pur presentando analogie sorprendenti con quella di Aristotele, ne
differisce tuttavia sotto molti punti di vista. Questa logica comprende nella
sua visione le cose considerate come “oggetti di prova”, cioè di conoscenza
ragionata e discorsiva; diciamo le cose stesse e non soltanto i concetti,
perché, per gli Indù, una conoscenza non esiste se non in quanto tocca, a
qualche livello, la natura delle cose; e, se noi conosciamo un oggetto tramite
la mediazione della nozione di esso, è perché questa nozione è essa stessa
qualche cosa dell’oggetto, partecipa della sua natura esprimendola in rapporto
a noi. Si può dunque dire che, presso i Greci, la distinzione tra
91
la cosa e la nozione di essa andava già troppo
lontano, benché l’idea di stabilire una separazione radicale e persino una
contrapposizione tra il soggetto e l’oggetto sia tipica della filosofia moderna,
per la quale essa è una fonte di difficoltà innumerevoli e tanto più
inestricabili in quanto sono puramente artificiali.
Il Vaishêshika è costituito dalla
conoscenza delle cose individuali come tali, considerate in modo discriminante,
nella loro esistenza contingente. È nel complesso dei darshana quello
che si avvicina di più al punto di vista “scientifico” come l’intendono gli
Occidentali, ma tuttavia ne differisce ancora notevolmente, ed è molto più
vicino al punto di vista che presso i Greci costituiva la “filosofia fisica”;
pur essendo analitico, esso non lo è allo stesso modo della scienza moderna, e
non è sottomesso alla ristretta specializzazione che costringe quest’ultimo a
disperdersi nell’infinita descrizione dei fatti sperimentali. Se si deve
applicare una definizione occidentale ad un punto di vista indù, noi
preferiamo, per il Vaishêshika, quello di cosmologia, tanto più
che la cosmologia del medioevo europeo era anche una conoscenza tradizionale,
che si presentava chiaramente come un’applicazione della metafisica alle
contingenze d’ordine sensibile.
Il Sânkya si riferisce ancora al
dominio della natura ma considerato sinteticamente, a partire dai principi che
determinano la sua produzione e dai quali essa trae tutta la sua realtà. Il
nome di questo darshana designa propriamente una dottrina che procede
secondo l’enumerazione regolare dei diversi gradi dell’essere manifestato.
Ricollegando così la conoscenza della natura a certi principi d’ordine
trascendente, questo punto di vista è, in certo qual modo, intermedio fra la
cosmologia e la metafisica, ma non elimina la profonda distinzione che separa
quest’ultima, in ragione del suo carattere soprarazionale, da ogni altro
tipo di speculazione. D’altra parte, pur senza essere ancora nel campo della
metafisica pura, si è già ben lontani dalle limitazioni inerenti a quello che
si è convenuto di chiamare pensiero filosofico; per esempio, la distinzione tra
spirito e materia, intorno alla quale gravita tutta la filosofia moderna, non
vi appare che come un caso molto particolare, una semplice applicazione specifica,
tra una infinità di altre analoghe, di una distinzione la cui portata è ben
altrimenti vasta e veramente universale. Effettivamente, per la dottrina indù,
il mondo corporeo (2) non rappresenta altro che uno stato dell’esistenza
manifestata, e l’esistenza
(2) Non diciamo materiale, perché la nozione di
materia, per lo meno nel senso che le danno i moderni, non si trova presso gli
Indù.
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comporta una molteplicità indefinita di stati,
fra i quali esso non occupa per nulla un livello privilegiato; si vede a che
cosa si può ridurre, in queste condizioni, una concezione come quella del
dualismo cartesiano.
Lo Yoga, il cui nome significa unione,
ha come scopo la realizzazione dell’unione dell’essere umano con l’universale;
questo può sembrare assai enigmatico, ed è difficile spiegarlo chiaramente,
perché non vi è niente di analogo in ciò che si conosce in Occidente. Si deve
dire che la metafisica orientale non si limita a considerazioni puramente
teoriche, ma che in essa la teoria non è altro che la preparazione, d’altronde
indispensabile, di una realizzazione corrispondente, la cui possibilità
si basa sull’identità fondamentale del conoscere e dell’essere,
che altro non sono se non i due aspetti inscindibili di una realtà unica; e
questi due aspetti non possono neanche più risultare distinti nel dominio della
metafisica dove tutto è senza dualità, e dove non sussiste affatto la
distinzione fra soggetto ed oggetto. Anche Aristotele aveva posto in principio
l’identificazione nella conoscenza, dichiarando espressamente che “l’anima è
tutto ciò che conosce”, ma non pare che né lui né i suoi continuatori abbiano
mai tratto da tale affermazione le conseguenze che essa implica; anche la loro
dottrina è, per la metafisica, incompleta, poiché in essa la teoria viene
presentata come autosufficiente e fine a se stessa.
Al contrario, nella dottrina indù ed anche
nelle altre dottrine orientali, la teoria completa è ordinata in vista della
realizzazione, come il mezzo in vista del fine; e, d’altro canto, questa
realizzazione può avere, oltre alla preparazione teorica e dopo di essa,
ulteriori mezzi, di ordine differente, ma che, quale che sia la loro importanza
e la loro effettiva peculiare efficacia, non rivestono mai altro che un ruolo
accessorio e non essenziale. È precisamente la conoscenza di questi mezzi che
costituisce lo Yoga in quanto darshana; diciamo in quanto darshana,
perché il termine yoga non può essere usato così, se non per estensione
del suo significato originario, che indica lo scopo stesso della realizzazione
metafisica.
La Mîmânsâ è lo studio meditato del Vêda,
tramite il quale si determina il senso esatto della Shruti, e se ne
traggono le conseguenze che vi sono implicate, sia sul piano pratico che su
quello puramente intellettuale: è dunque l’insieme dei due ultimi darshana,
che sono rispettivamente la Karma-Mîmânsâ e la Brahma-Mîmânsâ. La
prima, che spesso è anche chiamata semplicemente Mîmânsâ, stabilisce le
prove e le ragioni d’essere delle prescrizioni rituali e regali; essa è in
rapporto diretto con i Vêdânga, dei quali si è detto precedentemente, e
tratta un
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gran numero di questioni giuridiche, il che
non deve stupire, perché nella civiltà indù tutta la legislazione è
essenzialmente tradizionale.
Infine, la Brahma-Mîmânsâ è chiamata
più normalmente Vêdânta, che significa fine del Vêda, dove il
termine fine dev’essere inteso nel duplice significato di conclusione e di
scopo; la sua base si trova nei testi vêdici ai quali si dà il nome di Upanishad.
Qui, siamo nel dominio della metafisica pura; è il principio da cui tutto il
resto deriva e di cui non è che la specificazione e l’applicazione; e, se il Vêdânta
è posto per ultimo tra i darshana, è soltanto perché rappresenta il
compimento di ogni conoscenza. D’altronde, si deve ben capire che se il Vêdânta
è, nella sua essenza, la metafisica completa, i testi che si rifanno ad esso
danno soltanto i mezzi per “avvicinarsi alla conoscenza”; essi non forniscono
altro che un supporto o un punto di partenza per concetti che, essendo
illimitati, non potrebbero essere racchiusi in alcuna formula, e per i quali
qualsiasi espressione, verbale o figurata, è necessariamente inadeguata. In
tutto ciò che ha una portata veramente metafisica, si deve sempre tenere conto dell’inesprimibile,
e quindi dell’incomunicabile, che è proprio quello che ha maggiore importanza;
il che è già vero quando si tratta semplicemente della comprensione teorica, e
lo è in misura ancora maggiore per tale realizzazione metafisica della quale
abbiamo parlato, che non può esser raggiunta se non con uno sforzo
rigorosamente individuale, quale che possa essere, nella fase preparatoria, la
validità dell’aiuto ricevuto dall’esterno. L’unione suprema, che è il
fine ultimo di tale realizzazione, è ancora definita con il termine Moksha,
cioè liberazione dalle condizioni limitanti che possono rendere definita
l’esistenza individuale; essa è perfettamente identica al nirvâna (3),
che non è assolutamente, come crede la maggior parte degli Europei, un
annullamento, niente più che un assorbimento inteso in un senso panteistico
totalmente estraneo agli Indù, ma che è, al contrario, la pienezza della
personalità trascendente, al di là di tutti i particolari stati di esistenza,
che hanno in essa il loro principio e la loro fine.
Poiché abbiamo indicato, per inciso, alcune
delle false interpretazioni che, su questo argomento, trovano credito fra gli
orientalisti,
(3) Questo termine non è esclusivamente buddhista,
come taluni credono; dobbiamo dire a questo proposito, che, se non parliamo qui
del Buddhismo, è perché esso non è indù, poiché nell’India, dove,
d’altra parte, ha cessato d’esistere da molto tempo, non vi è mai stato altro
che una dottrina eterodossa, uno scisma, se confrontato con la tradizione
regolare che è l’unica che può essere propriamente definita indù.
94
aggiungeremo che non si deve tradurre Moksha
con salvezza, prendendo questo termine nella sua accezione religiosa,
come hanno fatto certi autori, così come non si deve confondere la
realizzazione metafisica con gli stati mistici: nonostante certe possibili
analogie, in realtà si tratta di tutt’altra cosa. Poiché se ne presenta
l’occasione, vogliamo anche segnalare che in una recensione, peraltro molto
coscienziosa, sull’opera che abbiamo dedicato alle dottrine indù, abbiamo
letto, con una certa sorpresa, che “questa realizzazione metafisica non è altro
che il sonno quietista”, il che è completamente sbagliato, e, questa volta, le
due cose che si pretende di paragonare così non hanno il benché minimo rapporto
tra loro. È veramente sorprendente che si provi un tale bisogno di collocare
sotto certe etichette cose per le quali esse non sono state assolutamente
fatte, e che superano enormemente gli schemi entro i quali si pretende di
racchiuderle. Se è fin troppo facile parlare della metafisica dando a tale termine
un significato qualsiasi, lo è certamente molto meno, per la maggior parte
degli Occidentali, comprendere che cosa sia questa metafisica vera che è
l’essenza medesima delle dottrine indù: se si sapesse che cos’è, se anche
soltanto lo si sospettasse, ci si guarderebbe bene dal cercare nella “storia
della filosofia” delle similitudini che non vi si possono trovare, e
soprattutto ci si asterrebbe dal volere, come è successo a qualche oppositore
nel quale ci siamo imbattuti, dare un giudizio su una dottrina della quale si
ignora pressoché tutto. Noi, per altro, facciamo questa osservazione soltanto
per sostenere i diritti della verità, e perché riteniamo di dover mettere in
guardia coloro che possono avere avuto conoscenza di certe deformazioni che,
certamente in assoluta buona fede, ha subito il nostro pensiero, o meglio,
tramite noi, il pensiero indù del quale ci siamo resi interpreti.
Comunque sia, e benché abbiamo dovuto
limitarci qui a indicazioni assai sommarie, pensiamo che questa analisi possa
aiutare a comprendere il vero spirito dell’India e a fare intravedere quale
interesse desti lo studio delle sue dottrine, purché tale studio sia intrapreso
come si deve, cioè in maniera veramente diretta, con lo sforzo di assimilare le
idee e i modi di pensare, e non attenendosi a metodi di erudizione esteriore e
superficiale.
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LA COSTITUZIONE DELL’ESSERE UMANO SECONDO I BUDDHISTI
Certe scuole eterodosse, e in particolare i
Buddhisti, hanno considerato la questione della costituzione dell’essere umano
dal punto di vista esclusivo dell’individuo; l’imperfezione d’una simile
concezione è manifesta, perché essa risulta dalla sua stessa relatività, poiché
non permette il ricollegamento a nessun principio d’ordine metafisico.
Tuttavia, al fine di mostrarne pienamente l’insufficienza conformemente alla
dottrina del Vêdânta, è necessario far conoscere, riassumendola quanto
più brevemente è possibile, la teoria dei Buddhisti a questo riguardo e, più
precisamente, quella delle scuole Sautrântika e Vaibhâsika, che
Shankarâchârya si è impegnato a considerare in modo speciale. I Sautrântika
sono così chiamati perché il loro insegnamento è basato principalmente sui Sûtra
attribuiti a Shâkya-Muni; i Vaibhâsika hanno in comune con essi un gran
numero di teorie, benché se ne distinguano su qualche punto molto importante, e
in particolare per il fatto che essi ammettono la percezione diretta degli oggetti
esterni, mentre, per i Sautrântika, questa percezione si opera tramite
forme analogiche presenti al pensiero come conseguenza dell’impressione
sensibile (1).
Queste due scuole concordano nel distinguere
innanzitutto gli oggetti esterni (bâhya) e interni (abhyantara):
i primi sono gli elementi (bhûta o mahâbhûta) e quel che ne
deriva (bhautika), ossia le qualità sensibili e gli organi di senso; i
secondi sono il pensiero (chitta) e tutto
(1) Questa concezione non è senza un qualche
rapporto con quelle delle “specie sensibili” di certi filosofi scolastici,
purché d’altronde non si esageri l’importanza di tale raffronto, perché le
somiglianze di questo genere possono essere esteriori e superficiali, e possono
dissimulare delle differenze di punti di vista di un ordine molto più profondo.
96
quel che ne deriva (chaittika). I
Buddhisti pretendono, al seguito delle diverse altre scuole (in particolare i Vaishêshika
e i Jaina), che gli elementi siano costituiti dall’aggregazione di atomi
corporei (anu o paramânu) in quantità indefinita, una specie
particolare d’atomi corrispondendo d’altronde a ciascun elemento. Faremo notare
di passaggio che questa è un’opinione le cui conseguenze, logicamente dedotte,
implicano delle contraddizioni insolubili; l’atomismo, in tutte le sue forme, è
una concezione nettamente eterodossa, nel senso che abbiamo indicato
all’inizio; ma la sua refutazione non rientra affatto nell’argomento del
presente studio. Inoltre, i Buddhisti non ammettono che quattro elementi (2),
non riconoscendo affatto l’Etere (Âkâsha) come un quinto elemento (o
piuttosto come il primo di tutti), e neppure come una qualunque sostanza (3),
perché quest’Etere, per essi, sarebbe “non sostanziale”, come appartenente alla
categoria informale (nirûpa), che non può essere caratterizzata se non
da attributi puramente negativi; neanche questo è sostenibile, perché l’Etere,
per corrispondere ad uno stato primordiale nel suo ordine, è nondimeno il punto
di partenza della formazione del mondo corporeo, e questi appartiene
interamente al dominio della manifestazione formale, di cui non è persino che
una parte assai ristretta e assai determinata. Come che sia, questa negazione
della “sostanzialità” dell’Etere è il fondamento della teoria del “vuoto
universale” (sarva-shûnya), che è stata sviluppata soprattutto dalla
scuola Mâdhyamika; del resto, la concezione del vuoto è sempre solidale
con l’atomismo, perché essa gli è necessaria per render conto della possibilità
del movimento (4). D’altra parte, sempre secondo i Buddhisti, l’“anima vivente”
individuale (jîvâtmâ) non è nulla di distinto dal pensiero cosciente (chitta),
e non esiste nessuna cosa, caratterizzata da attributi positivi, che sia
irriducibile alle categorie enunciate sopra.
I corpi, che sono oggetto dei sensi, sono
composti dagli elementi, il che è d’altronde conforme alla dottrina ortodossa,
salvo per quel che concerne la costituzione atomica degli elementi stessi; ma
questi corpi
(2) È almeno curioso notare che un buon numero di
filosofi greci considerano solo quattro elementi, che sono precisamente gli
stessi di quelli dei Buddhisti.
(3) Prendiamo qui questo termine “sostanza” nel
senso relativo ch’esso ha ordinariamente; esso è l’equivalente del termine
sanscrito dravya.
(4) Inteso nel suo vero significato, il concetto di
vuoto corrisponde ad una possibilità della non-manifestazione; l’errore
consiste qui nel trasporlo nell’ordine della manifestazione, dov’esso non
rappresenta altro che un’impossibilità.
97
non sono considerati come esistenti in quanto
oggetti determinati, bensì in quanto sono effettivamente percepiti dal
pensiero, che tale percezione sia considerata come diretta o come indiretta
(5). È per questo che i Buddhisti hanno ricevuto l’epiteto di pûrna-vainâshika
o sarva-vainâshika, “sostenenti la dissolubilità di tutte le cose” (vinâsha
significa “distruzione”), tant’è che i Vaishêshika o discepoli di
Kanâda, i quali pretendono che l’identità cessi per un essere con ciascuna
delle sue modificazioni, pur ammettendo che nondimeno esistono certe categorie
immutabili e certi principi superiori al cambiamento, sono chiamati arddha-vainâshika,
“sostenenti una dissolubilità a metà”, vale a dire una dissolubilità solo
parziale, invece della dissolubilità integrale o totale (dal punto di vista
della sostanza) che insegnano i Buddhisti. Quanto al pensiero (chitta),
che risiede nella forma corporea dell’individuo, e che non è qui per nulla
distinto dalla coscienza individuale che gli appartiene in proprio, esso
percepisce gli oggetti esterni e concepisce gli oggetti interni, e,
simultaneamente, sussiste come “se stesso”: è in questo, ma solo in questo, per
i Buddhisti, ch’esso è l’“io stesso” (âtman), il che, come si vede
subito, differisce essenzialmente dalla concezione ortodossa del “Sé”, quale
l’abbiamo esposta più sopra. Non è più questione della personalità intesa
metafisicamente, e tutto si trova ridotto alla considerazione della sola individualità;
è uno degli aspetti tramite i quali il Buddhismo si avvicina manifestamente
alle concezioni occidentali, benché non si possa spingere questa prossimità
sino a fame una assimilazione che la differenza di punti di vista, malgrado
tutto sussistenti, renderebbe affatto illegittima.
Per quel che riguarda gli oggetti interni, i
Buddhisti stabiliscono cinque branche o divisioni (skandha): l° la
divisione delle forme (rûpa-skandha), che comprende gli organi dei sensi
e i loro oggetti, considerati
(5) Dobbiamo ricordare a questo proposito le teorie
di Berkeley, tanto più che, per costui, ci sono due tipi di esseri, le idee e
le menti, che a loro volta non mancano di ricordarci per molti rispetti le due
categorie fondamentali stabilite dai Buddhisti, soprattutto per quanto concerne
la seconda, perché, per quanto concerne la prima, la concezione degli elementi
ed anche l’atomismo non potrebbero trovar posto in Berkeley. D’altronde, i
punti di comparazione che si possono così rilevare sono ancora di quelli cui
non si deve attribuire un’eccessiva importanza, e l’intenzione generale è
certamente assai differente; così la denominazione occidentale e filosofica di
“idealismo” non si addice affatto al Buddhismo, neanche alla scuola Yogâchâra
cui vorrebbero più in particolare applicarla gli orientalisti, ed anche quella
di “fenomenismo” non potrebbe sottrarsi a tutte le obiezioni.
98
unicamente nei loro rapporti con la coscienza
individuale, vale a dire nelle loro qualità percettibili (e anche
effettivamente percepite), eccezion fatta per quel ch’essi sono in se stessi;
queste stesse qualità (âlambana) sono esterne in quanto esse procedono
dagli elementi (bhautika), ma esse sono considerate come interne in
quanto esse sono oggetto di conoscenza; e, allo stesso modo, gli organi dei
sensi, che sono ugualmente esterni nella loro corrispondenza cogli elementi,
sono chaittika nella loro connessione con il pensiero; 2° la divisione
della conoscenza distintiva (vijnâna-skandha), identificata col pensiero
stesso (chitta) concepito come coscienza individuale, e, in seguito con
il “se stesso” (âtman) nel senso ristretto che abbiamo indicato, mentre
le altre quattro divisioni comprendono tutto quel che procede da questo stesso
pensiero (chaitta o chaittika) ed è considerato, per questa
ragione come “appartenente a se stesso” (adhyâtmika); tuttavia,
quest’ultima designazione, presa nel suo significato più esteso, comprende
l’insieme dei cinque skandha; 3° la divisione delle impressioni
coscienti (vêdanâ-skandha), con il piacere e il dolore, o la loro
assenza, e le altre sensazioni analoghe che sono prodotte dalla percezione o
dalla concezione di un oggetto qualunque, sia esterno che interno; 4° la
divisione dei giudizi (sanjnâ-skandha), designante la conoscenza che
nasce dai nomi o dalle parole, così come dai simboli o dai segni ideografici,
conoscenza che implica d’altronde l’esistenza di un rapporto reale fra il segno
e la cosa o l’idea significata (6); 5° la divisione delle operazioni attive (samskâra-skandha),
che comprende affezioni come il desiderio e l’avversione, e tutte le
modificazioni che sono prodotte sotto il loro impulso, vale a dire tutte quelle
la cui causa determinante risiede propriamente nell’attività individuale.
Quanto alla riunione di queste cinque branche
(skandha) che concorrono alla formazione dell’individualità, i Buddhisti
considerano come punto di partenza dell’esistenza individuale l’ignoranza (avidyâ),
cioè l’errore che fa ritenere come permanente quel che è transitorio. Da questo
deriva l’attività riflessa o la passione (samskâra), che comprende
(6) Dobbiamo far notare a questo proposito che,
contrariamente all’opinione di alcuni filosofi moderni, come Berkeley, non
esistono affatto dei segni, persino quelli convenzionali, che siano puramente
arbitrari, perché non si potrebbe fare nessuna convenzione se non si avessero
delle ragioni per farla, e per far quella in particolare piuttosto che non
importa quale altra. Una cosa può essere l’espressione o la traduzione di
un’altra solo alla condizione che ci sia fra di loro una certa relazione
analogica, e così ogni “significazione” deve avere un fondamento nella realtà,
vale a dire nella natura stessa delle cose.
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il desiderio (kâma), l’illusione (mâyâ)
e tutto quel che ne consegue, e che nell’essere embrionale, ancora in potenza,
fa nascere la conoscenza distintiva (vijnâna), all’inizio una pura
possibilità, ma il cui sviluppo produce immediatamente, fin dal suo inizio, la
coscienza dell’“io” (ahankâra). È questa che, unendosi ai diversi
elementi, tanto psichici che corporei, trasmessi dai genitori, dona all’essere
individuale in fase di costituzione il suo nome (nâma) e la sua forma (rûpa),
vale a dire l’“essenza” e la “sostanza” della sua individualità, i due termini
essendo qui presi in un senso relativo, poiché si applicano ad un essere
particolare: essi esprimono allora rispettivamente la partecipazione di
quest’essere a ciascuno dei due principi universali ai quali abbiamo
precedentemente dato le stesse denominazioni, e dai quali deriva effettivamente
tutto quel che è manifestato. Si può anche dire che il nome corrisponde allo
stato sottile, e la forma allo stato grossolano (7); quest’ultima dev’essere
allora intesa in un senso ristretto (quello di sthûla-sharîra), perché,
in senso generale, anche lo stato sottile, così come quello grossolano, fa
parte della manifestazione formale. Questa considerazione del nome e della
forma (generalmente riuniti nell’espressione nâma-rûpa) come elementi
caratteristici dell’individualità, o come costitutivi della “natura
individuale”, non appartiene affatto propriamente al Buddhismo; esso l’ha presa
in prestito, come molte altre cose, alla dottrina ortodossa, e, in diversi
passaggi delle Upanishad, si parla sia dello sviluppo dei nomi e delle
forme (8), sia del loro venir meno per l’essere che è affrancato dalle
condizioni dell’esistenza individuale (9). Dovremo in seguito ritornare su
quest’ultimo problema; ma riprendiamo l’esposizione della teoria buddhista dal
punto in cui l’avevamo lasciata, e cioè dopo la determinazione del nome e della
forma. Dai diversi principi che sono stati fin qui considerati derivano in
seguito sei facoltà, che consistono nella coscienza della conoscenza distintiva
principiale, dei quattro elementi nei loro rapporti con l’individualità, dunque
come principi delle qualità sensibili (âlambana), ed infine dell’insieme
del nome e della forma, vale a dire della stessa individualità; a queste sei
facoltà corrispondono, nel corpo, sei organi che ne sono le
(7) “Ciò che è corporeo, è la forma; gli stati
intellettivi e sensibili, sono il nome” (Milinda-Panha, II, 24).
(8) Vedi in particolare Chândogya Upanishad,
6° Prapâthaka, 3° Khanda, shruti 2 e 3, e 8° Prapâthaka, 14° Khanda, shruti 1; Brihad-Aranyaka
Upanishad, 1° Adhyâya, 4° Brâhmana, shruti 7.
(9) Prashna Upanishad, 6° Prashna, shruti 5;
Mundaka Upanishad, 3° Mundaka, 2° Khanda, shruti 8.
100
sedi rispettive (shad-âyatana).
L’operato di queste facoltà, in unione con il nome e la forma, ha per risultato
l’esperienza (sparsha, letteralmente il tatto, vale a dire, per
estensione, il contatto dei sensi con i loro oggetti), mediante la quale si
produce l’impressione cosciente (vêdanâ). Questa, a sua volta, genera la
sete (trishnâ), cioè l’aspirazione dell’individuo a ricercare le
impressioni piacevoli e ad evitare le impressioni spiacevoli, ed è questa
aspirazione che provoca lo sforzo (upâdâna), elemento iniziale di ogni
attività individuale (10). È questo il punto di partenza dell’esistenza attuale
(bhava) dell’essere, considerata come avente principio alla nascita (jâti)
dell’individuo, mentre tutto ciò che precede può essere rapportato alle
differenti fasi del suo sviluppo embrionale; ed è solamente a partire dalla
nascita che l’individuo è considerato come propriamente “specificato”, cioè
come appartenente ad una specie definita di esseri viventi; è per questo che la
parola jâti è impiegata anche per designare la specie o la natura
specifica, distinta dalla natura individuale che è costituita dal nome e dalla
forma. Si deve aggiungere, d’altronde, che la nascita, intesa in questo senso,
non si deve intendere unicamente come la nascita corporea, ma consiste più
precisamente nella stessa aggregazione delle cinque branche (skandha),
comprendenti tutto l’insieme delle potenzialità che passeranno in atto nel
corso dell’esistenza individuale. Di conseguenza, questa esistenza implica già
dall’origine lo stato particolare dell’individuo, la condizione speciale che
gli è propria, che lo fa essere quel che
(10) Si potrebbe vedere in questo sforzo qualcosa
di analogo alla “virtualità” nel senso speciale in cui la intende Leibnitz,
vale a dire concepita come implicante una tendenza che sarebbe in qualche modo
intermedia fra la potenza e l’atto (concezione che d’altronde include un
elemento contraddittorio, perché, se uno stesso essere può essere
contemporaneamente in potenza sotto un certo rapporto e in atto sotto un altro,
esso non può, sotto lo stesso rapporto, essere contemporaneamente sia in
potenza che in atto); la “sete” o l’aspirazione di cui qui si tratta presenta
anch’essa qualche somiglianza con l’“appetito” che, per lo stesso filosofo, è
inerente ad ogni essere individuale, e che egli considera come il principio
interno di tutti i cambiamenti che si producono in quest’essere. Da un altro
lato, si potrebbe ancora ricordare il ruolo attribuito da Maine de Biran allo
sforzo, mediante il quale l’individuo, opponendosi per così dire al mondo
esterno nel quale esso incontra una resistenza correlativa a tale sforzo (come
lo è la reazione rispetto all’azione), prenderebbe coscienza della distinzione
fra “mio” e “non-mio”; ma, in ogni caso, non si deve dimenticare che tutti
questi accostamenti vertono solo su dei punti assai particolari.
101
egli è, sia in quanto appartiene a tale specie
sia in quanto è il tale individuo di questa specie, e che così lo distingue da
tutti gli altri individui, ciascuno dei quali possiede ugualmente, allo stesso
modo, la sua propria condizione speciale. Come abbiamo indicato, le cinque
branche, nel loro insieme, comprendono tutte le modalità dell’individuo,
considerato nella sua estensione integrale; allorché esse sono giunte al loro
completo sviluppo (completo almeno per un individuo determinato, e tenendo conto
della sua condizione speciale, che comporta tali possibilità ad esclusione di
tutte le altre), la loro maturità porta alla vecchiaia (jara), che si
conclude con la loro separazione. Questa propriamente parlando è la morte (marana),
vale a dire la disgregazione o la dissoluzione dell’individualità attuale,
dissoluzione a seguito della quale l’essere passa in un altro stato, per
percorrere, sottoposto a differenti condizioni, un nuovo ciclo d’esistenza.
Tutti i termini che vengono ad essere considerati successivamente costituiscono
una concatenazione di cause o piuttosto di condizioni (nidâna), ciascuna
delle quali è determinata dalle precedenti e determina a sua volta le seguenti,
donde il nome di teoria della “produzione condizionata” (pratîtya samutpâda);
e si noterà che questi termini si riferiscono esclusivamente al dominio
dell’esistenza individuale.
Tale è dunque l’insegnamento buddhista su
questo problema, e si può constatare che non è affatto metafisico; per il fatto
stesso ch’esso si limita all’individualità, ma che, come dicevamo sopra, esso
si avvicina un poco al punto di vista filosofico per taluni aspetti, benché
esso ne sia ancora, malgrado tutto, molto più distante di quanto credano
ordinariamente i suoi interpreti occidentali. Ora, secondo il Vêdânta
(11), l’aggregato individuale, così come viene definito, non può esistere in
questo modo, vale a dire in quanto riferito a due sorgenti, l’una esterna e
l’altra interna (12), supposte come essenzialmente differenti, perché questo
conduce ad ammettere una fondamentale dualità nelle cose. D’altra parte,
l’esistenza stessa di tale aggregato dipende interamente dalle modificazioni
contingenti dell’individuo, perché esso non
(11) Cfr. Brahma-Sûtra, 2° Adhyâya, 2° Pâda,
sûtra da 18 a 32.
(12) Ancora a questo proposito, potremmo segnalare
una certa analogia con la teoria di Locke, che attribuisce alla conoscenza due
fonti distinte: la sensazione, che è esterna, e la riflessione, che è interna;
ma si tratta di una teoria esclusivamente psicologica, e che non concerne
affatto la formazione dell’essere stesso; il Buddhismo, malgrado tutti i
difetti della sua concezione, va molto più lontano di questo punto di vista
psicologico.
102
può consistere in nient’altro che nella
concatenazione stessa di queste modificazioni (chiamata dai Buddhisti
“concatenazione delle dodici condizioni”, in ragione della concezione che
stiamo per esporre) (13), a meno che non si ammetta un essere permanente di cui
questo stesso aggregato non costituisce che uno stato contingente ed
accidentale, il che è precisamente contrario alla teoria buddhista secondo la
quale il “Sé” (o più esattamente il pensiero in quanto esso è “se stesso”, âtman)
non avrebbe alcuna esistenza reale e propria indipendentemente da tale
aggregato e dalla sua sussistenza. Inoltre, le modificazioni dell’individuo
essendo considerate come momentanee (kshanika), non vi può essere nella
loro successione una vera relazione di causa ad effetto, perché l’una ha
cessato di essere prima che l’esistenza dell’altra sia cominciata. Si deve
notare che, presso i Greci, certi filosofi scettici come Enesidemo e Sesto Empirico,
che hanno anch’essi formulato un argomento di questo genere, l’hanno fatto con una
intenzione del tutto differente, perché hanno preteso servirsene per negare la
causalità, e questo senza dubbio perché essi non concepivano che questa potesse
esistere altrimenti se non in modo successivo, non molto diversamente da come
la concepisce la maggior parte degli Occidentali moderni (14); quel che tale
argomento prova in realtà è precisamente che il rapporto causale non è e non
può affatto essere un rapporto di successione; e che d’altronde sarebbe del
tutto insufficiente, per scartare questa obiezione, voler sostituire alla
nozione di “causa” (hêtu) quella di “condizione” (nidâna) (15).
Si potrebbe trovare qui, benché queste considerazioni sulla causalità siano
suscettibili di un’applicazione molto più estesa, un certo confronto da fare
con gli argomenti di Zenone di Elea, tanto più che questi, nel pensiero del
loro autore, sembrano proprio esser stati destinati a provare, non tanto la
reale impossibilità del movimento, o più in generale del cambiamento, ma solo
la sua incompatibilità con la supposizione, ammessa in particolare dagli
atomisti (e non si deve dimenticare che i Buddhisti sono anch’essi degli
atomisti), di una molteplicità
(13) Le dodici nidâna sono: avidyâ, samskâra,
vijnâna, nâmarûpa, shadâyatana, sparsha, vêdanâ,
trishnâ, upâdâna, bhava, jâti, ed infine jarâmarana.
(14) Notiamo di passaggio che le concezioni
“empiriche” come quella di Stuart Mill, secondo il quale la causa di un
fenomeno non è che un altro fenomeno che ne è “l’antecedente invariabile e
necessario”, non hanno alcun rapporto con la vera nozione di causalità.
(15) Una tale condizione può giocare il ruolo di
quel che si dice una “causa occasionale”, ma non si tratta allora di una causa
nel vero senso di questa parola.
103
assolutamente reale e irriducibile esistente
nella natura delle cose; è dunque, in fondo, contro questa molteplicità stessa
che essi dovevano essere originariamente diretti, quali che siano le
interpretazioni che hanno potuto esserne date in seguito. La possibilità del
cambiamento, per quanto paradossale essa possa apparire a prima vista, è
logicamente incompatibile con la teoria del “fluire di tutte le cose” (πάντα
‘ρεϊ), analoga alla “dissolubilità totale” dei Buddhisti, tale
dissolubilità non è affatto conciliabile con la “stabilità di tutte le cose” (πάντα
μένει) nella “permanente attualità” dell’Universo considerata
principialmente; in altri termini, il cambiamento non può essere sufficiente a
se stesso, e, se non c’è un principio che gli sia superiore, la sua stessa
esistenza è contraddittoria. La soluzione è fornita da una teoria come quella
del “motore immobile” di Aristotele, teoria che appare come una confutazione
anticipata dell’“evoluzionismo” degli Occidentali moderni, così come una
risposta diretta a quei sarva-vainâshika che la Grecia conobbe
altrettanto bene quanto l’India: non si tratta affatto, per combattere coloro
che mettono così tutta la realtà nel “divenire”, di negare puramente e
semplicemente l’esistenza di questo, ma solo di riportarlo al suo livello di
esistenza relativo e contingente, cioè al rango dipendente e subordinato che
conviene a quel che non ha affatto in se stesso la propria ragione sufficiente.
Non si può dunque ammettere il fluire delle cose (che non deve d’altronde in
alcun modo, se non come espressione simbolica, venire assimilato a questa
modalità assai particolare di cambiamento che è il movimento corporeo) se non
come punto di vista speciale, ed unicamente per quel che concerne il dominio
della manifestazione, ed anzi della manifestazione formale; si tratta allora di
quel che la tradizione metafisica estremo-orientale chiama la “corrente delle
forme”.
Ma torniamo alla vera concezione della
causalità, così come essa è insegnata dal Vêdânta: è necessario che
l’effetto preesista nella causa, per quanto “non-sviluppato”, perché nessuna
produzione può essere altro se non uno sviluppo delle possibilità implicite
nella natura stessa dell’agente produttore; è anche necessario che la causa
esista attualmente nel momento stesso in cui si produce l’effetto, senza di che
essa non potrebbe evidentemente produrlo; ed infine questa produzione non
intacca per niente la causa, la cui natura non si trova per nulla alterata o
modificata da questo, quel che passa nell’effetto non essendo affatto una parte
di questa natura, ma solamente la manifestazione esteriore di qualcosa che, in
sé, rimane rigorosamente così com’era. La relazione di causalità è dunque
essenzialmente irreversibile, ed è una relazione di simultaneità, non di
successione; e tanto meno si può, in particolare,
104
considerarla come una relazione di successione
temporale, anche quando essa si estende a modalità d’esistenza che non sono
affatto sottomesse al tempo, e alle quali la considerazione di una tale
successione non potrebbe essere applicabile in alcun modo. D’altronde, se le
modificazioni dell’individuo non sono concepite né come simultanee (coesistenti
in principio in quel che possiamo chiamare il “non-tempo”), né come successive
(determinandosi le une con le altre secondo una certa concatenazione, del resto
puramente logica e non cronologica, poiché il tempo non rappresenta che una
modalità speciale di successione), esse propriamente non sono che una
“non-entità”, poiché quel che è non può anche non essere, in qualunque
condizione si trovi; e questa “non-entità” non può essere la causa di nulla.
“L’entità non può affatto essere un effetto della non-entità: se l’una potesse
procedere dall’altra (mediante una relazione causale), allora un effetto
potrebbe essere prodotto da un essere estraneo (da tutti i punti di vista con
quest’effetto) senza alcuna attività (causale) da parte di quest’essere (16).
Così, un contadino potrebbe raccogliere del riso senza seminare né coltivare il
suo campo; un vasaio farebbe un vaso senza modellare dell’argilla; un tessitore
avrebbe una stoffa senza ordirne la trama; nessun essere avrebbe bisogno di
compiere degli sforzi per il conseguimento (nel senso di ‘realizzazione’) della
Beatitudine Suprema e della Liberazione Eterna” (17).
(16) Ciò corrisponde alla singolare concezione di
Hume, per il quale non c’è alcun rapporto di natura tra quel che chiamiamo
causa ed effetto, di modo tale che “non importa che cosa possa produrre non
importa cosa”.
(17) Commento di Shankarâchârya ai Brahma-Sûtra,
2° Adhyâya, 2° Pâda, sûtra 27.
105
LA LIBERAZIONE SECONDO I JAINA
Per completare quel che precede (1), diremo
ancora qualche parola del punto di vista secondo il quale la Liberazione (Moksha)
è considerata dalla scuola eterodossa dei Jaina (2); costoro la
considerano più specialmente come l’affrancamento dai legami dell’azione (karma),
alla quale sembrano così ricondurre tutti gli altri impedimenti dell’essere,
mentre invece essa non è, in realtà, che una conseguenza o una risultante delle
condizioni stesse dell’esistenza individuale umana. Nel momento in cui l’essere
è liberato da queste condizioni, è evidentemente liberato per ciò stesso anche
dall’azione, e sfugge interamente alla concatenazione causale in virtù della
quale le azioni si generano le une dalle altre in serie indefinite; ma la
Liberazione implica ugualmente, ed innanzitutto, che è liberato dal tempo,
dallo spazio, dal numero, dalla forma, dalla vita (e questo anche se tale
Liberazione si compie “in vita”), e, in modo generale, da qualunque
determinazione
(1) René Guénon si riferisce al capitolo XXIII de L’Homme
et son devenir selon le Vêdânta, intitolato “Vìdêha-mukti et
jîvan-mukti” riguardante la Liberazione finale. Il presente scritto
costituiva infatti originariamente il capitolo XXIV di quell’opera (vedi più
sopra la Nota ai testi) (N.d.C.).
(2) Sulla dottrina dei Jaina e la sua
refutazione, vedi Brahma-Sûtra, 2° Adhyâya, 2° Pâda, sûtra 33-36. –
Dobbiamo ricordare che il Jainismo non è solamente una scuola parzialmente
eterodossa come ne esistono tante altre, ma che, come il Buddhismo, è
interamente al di fuori della tradizione indù. D’altronde, il Buddhismo, che è
posteriore al Jainismo, sembra proprio essergli legato fin dalle sue origini;
in ogni caso, si tratta di due manifestazioni della rivolta degli Kshatriya
contro l’autorità spirituale e la supremazia intellettuale dei Brâhmana;
e aggiungeremmo che tali manifestazioni si riconnettono direttamente alle
condizioni particolari del Kali-Yuga.
106
restrittiva o limitativa (upâdhi), di
qualunque natura essa sia, e qualunque stato d’esistenza essa definisca (3).
I Jaina distinguono due condizioni
dello spirito (usiamo questo termine per tradurre Âtmâ, benché esso sia
fortemente inadeguato, come abbiamo precedentemente spiegato): lo spirito
incatenato (baddhâtma), che rimane prigioniero delle proprie azioni o
delle proprie opere, vale a dire costretto in questa serie indefinita di
modificazioni che le azioni producono incessantemente a causa delle conseguenze
ch’esse implicano; lo spirito liberato (muktâtma), che, avendo
sviluppato completamente in sé la Conoscenza e le altre qualifiche richieste,
non è più sottomesso a questa legge dell’azione e alle sue conseguenze, ovvero
a quel che la tradizione estremo-orientale chiama le “azioni e reazioni
concordanti”. Tale distinzione di baddhâtma e muktâtma
corrisponde, in definitiva, a quella dell’“io” e del “Sé”, dell’individualità e
della personalità, di jîvâtmâ e di Âtmâ incondizionato; ma, nella
forma in cui è espressa, essa ha il torto di sembrare supporre una sorta di
simmetria o di correlazione fra due termini che non hanno affatto comune misura
e che non sono per nulla comparabili, ed anche di presentare esclusivamente
sotto l’aspetto della successione quel che nella realtà è invece anche
simultaneo. D’altronde, bisogna fare, riguardo tale corrispondenza, le riserve
che sempre s’impongono allorché si tratta di una dottrina eterodossa, dunque
dalle concezioni necessariamente ristrette,
(3) Le cinque condizioni che abbiamo enumerato sono
quelle il cui insieme definisce l’esistenza corporea, che naturalmente
supponiamo esser presa come punto di partenza per la realizzazione che conduce
alla Liberazione. D’altronde, è evidentemente impossibile rappresentarsi ed
esprimere mediante parole le condizioni che definiscono degli stati, anche
individuali, diversi dallo stato umano; solo la forma, come abbiamo già detto,
è una condizione comune ad ogni stato individuale; per quanto riguarda le altre
condizioni non ci può essere che una corrispondenza analogica, che le rende
perfettamente concepibili, ma per nulla immaginabili, perché l’immaginazione è
una facoltà d’ordine puramente sensibile, dunque connessa esclusivamente al
dominio corporeo. – Il numero forma la vera base di quel che i fisici moderni
chiamano “materia”, e che i filosofi scolastici chiamavano più precisamente
“materia quantificata”; dunque si potrebbe, se ci si volesse esprimere in un
linguaggio più occidentale, sostituire la materia al numero nella lista delle
condizioni dell’esistenza corporea. Per il momento, non insisteremo oltre su di
esse; abbiamo infatti l’intenzione, se le circostanze ce lo permetteranno, di
consacrare a questo argomento un intero studio specifico.
107
anche laddove essa non è propriamente erronea,
e che non può mai fornire l’equivalente della metafisica pura.
La Liberazione è considerata come la
risultante di una tendenza ascendente dell’essere; questa tendenza, a prima
vista, potrebbe sembrare assimilabile a sattwa; ma, mentre sattwa,
così come gli altri guna, appartiene propriamente a Prakriti, la
tendenza di cui si tratta, per i Jaina, è inerente alla natura stessa
dello spirito, e produce il suo effetto, in qualche modo spontaneamente,
allorché gli ostacoli contingenti sono eliminati. Mediante l’ascesa che così si
effettua, lo spirito passa dall’Etere localizzato (Lokâkâsha) all’Etere
non-localizzato (Alokâkâsha), che è superiore a tutti i Mondi (Loka)
o gradi condizionati dell’Esistenza universale. Tuttavia, se la
“non-localizzazione” deve, come sembra, essere intesa qui in senso proprio,
vale a dire come l’affrancamento dalla condizione spaziale (considerata
integralmente e sotto tutte le sue modalità possibili, e non più solamente
sotto quella modalità che ci è nota nel mondo terrestre e che è definita da un
sistema particolare a tre dimensioni), e a maggior ragione se il significato di
questa “non-localizzazione” è inteso in maniera analoga all’assenza di tutte le
condizioni dell’esistenza manifestata, ci si può domandare come sia possibile
parlare di Etere (Âkâsha), che, secondo la dottrina ortodossa, non è
niente di più né d’altro che il primo degli elementi corporei (bhûta), e
che, di conseguenza, non potrebbe essere considerato al di fuori dei limiti del
mondo sensibile, se non mediante una trasposizione di cui non si trova qui la
minima traccia. È anche dubbio che quest’Etere possa, in un simile caso, essere
in fondo un’altra cosa se non un equivalente del “vuoto universale” (sarva-shûnya)
dei Buddhisti; e quel che indurrebbe ancora a pensare che sia proprio così è il
fatto che, come questi ultimi, anche i Jaina professano la teoria
atomistica (4). Del resto, questo da solo basta a spiegare la presenza di
simili contraddizioni nella loro dottrina, poiché la contraddizione è
formalmente implicita nella posizione stessa dell’atomismo.
Non è tutto: un’altra contraddizione è quella
che consiste nell’ammettere, come condizione necessaria per ottenere la
Liberazione, oltre alla Conoscenza e, per così dire, allo stesso titolo e sullo
stesso piano, la pratica di certe determinate osservanze; sosteniamo che in
questo c’è una contraddizione, perché così si reintroduce la supposizione che
certe azioni possano avere intrinsecamente per effetto di liberare dall’azione.
(4) I Jaina danno all’atomo il nome di pudgala,
mentre i Buddhisti, come i Vaishêshika, lo chiamano anu o paramânu.
108
Mentre invece la dottrina ortodossa, come
abbiamo visto, considera tali osservanze, quali che esse siano, solo come mezzi
accessori o semplici “supporti”, i Jaina li considerano come se
costituissero di per se stessi dei mezzi efficienti, degli elementi essenziali
della realizzazione (sâdhana), da usare obbligatoriamente in vista di
“quel che deve essere realizzato” (sâdhya), cioè la Liberazione. Con
questo, si deve intendere che tali atti manterranno nell’essere la tendenza
retta o armonica (dharma), che ha per effetto l’aspirazione ascendente
verso gli stati superiori, mentre tutto ciò che fa sì che lo spirito continui
ad essere incatenato è considerato come un disturbo o una disarmonia (adharma).
Un ultimo punto sul quale il Jainismo è
chiaramente eterodosso riguardo all’argomento qui considerato, è l’affermazione
che, nelle modificazioni attraverso le quali l’essere passa incessantemente
fintanto che resta sottomesso all’azione, anche lo spirito, che è allora nella
condizione di baddhâtma, sarebbe soggetto a variazioni concomitanti e
concordanti, di una tal sorta che l’essere tutto intero, e fino alla sua più
profonda essenza, sarebbe colpito da queste modificazioni. “Se, nei diversi
stati dell’essere, e nel passaggio da uno stato a un altro, il ‘Sé’ (Âtmâ)
può subire dei cambiamenti comparabili ad un aumento o ad una diminuzione (come
mediante l’addizione o la sottrazione di parti costitutive), per conformarsi
alle modificazioni contingenti (5), allora esso è variabile (in se stesso), e
(come per i Buddhisti secondo i quali nulla è sottratto al cambiamento) non ci
può essere altra realtà se non quella di un’esistenza transitoria e momentanea
(che non possiede affatto l’immutabilità e l’identità essenziali). Se non è
così, è perché le sue condizioni sono sempre state tali e quali esse sono
allorché la Liberazione è ottenuta (contrariamente a quel che pretendono i Jaina);
e, se ha potuto (come essi sostengono) essere assoggettato a condizioni finite
e determinate (o ad una qualunque limitazione) non può possedere l’onnipresenza
(6) e l’eternità (attributi che, tuttavia, gli appartengono
(5) Pensiamo che si potrebbero trovare, anche in
certe scuole filosofiche occidentali, delle teorie secondo le quali il corpo è
in qualche modo la “misura dell’anima”, il che è, in un altro linguaggio e
tenendo conto della differenza dei diversi punti di vista, l’equivalente
dell’opinione di cui qui si tratta.
(6) Non diciamo l’ubiquità, poiché questa non
presuppone affatto l’affrancamento completo dalla condizione spaziale: essa è
solamente, in rapporto a quel che chiamiamo qui l’onnipresenza, non avendo a
disposizione un termine migliore, quel che è la perpetuità o l’indefinità
temporale in rapporto all’eternità; e, in seguito, essa può essere realizzata
entro il limite delle possibilità individuali, purché queste siano sviluppate
in tutta la loro estensione indefinita.
109
necessariamente allorché è affrancato dallo
spazio e dal tempo, come lo è, per gli stessi Jaina, nella condizione di
muktâtmâ)” (7).
Tali sono le principali differenze che
separano i Jaina dalla dottrina ortodossa su questo problema, che non
solo è assolutamente essenziale in sé, ma che ancor più è importante, in quel
che li concerne particolarmente, per il fatto che tutte le loro classificazioni
degli esseri e delle azioni in diverse categorie (padârtha e astikâya)
sono stabilite esclusivamente in rapporto a questo supremo oggetto della
Liberazione finale.
(7) Commento di Shankarâchârya ai Brahma-Sûtra,
2° Adhyâya, 2° Pâda, sûtra 35 e 36.
110
F.-CH. BARLET E LE SOCIETÀ INIZIATICHE
Prima di prender parte agli esordi del
movimento che si può chiamare propriamente occultista, F.-Ch. Barlet era stato
uno dei fondatori della prima branca francese della Società Teosofica.
Poco tempo dopo, entrò in relazione con l’organizzazione designata dalle
iniziali H.B. of L., vale a dire Hermetic Brotherhood of Luxor
(1), che si proponeva come scopo principale “l’istituzione di centri esterni in
Occidente per la resurrezione dei riti delle iniziazioni antiche”.
Quest’organizzazione faceva risalire la sua origine a 4320 anni prima dell’anno
1881 dell’era cristiana; è questa una data evidentemente simbolica, che fa
allusione a certi periodi ciclici (2). Essa pretendeva di ricollegarsi ad una
tradizione propriamente occidentale, perché, secondo i suoi insegnamenti, “gli
Iniziati Ermetici non hanno preso nulla dall’India; la similitudine che appare
fra una quantità di nomi, di dottrine, di riti degli Indù e degli Egiziani,
lungi dal dimostrare che l’Egitto ha tratto le sue dottrine dall’India, fa solo
vedere chiaramente che i tratti principali dei loro rispettivi insegnamenti
erano derivati da una stessa fonte, e che questa fonte originaria non era né
l’India né l’Egitto, ma l’Isola perduta dell’Occidente”. Quanto alla
forma assunta recentemente dall’associazione, ecco quanto ne era detto: “Nel
1870, un adepto dell’antico Ordine, sempre esistente, della H.B. of L.
originale, con il permesso dei suoi fratelli iniziati,
(1) Vi fu anche una Hermetic Brotherhood of
Light, o Fraternité Hermetique de Lumière, che sembra esser stata
una branca dissidente e rivale. D’altronde, si può notare che il nome Luxor
significa ugualmente “Luce”, ed anche doppiamente, perché si scompone in due
parole (Lux-Or) che hanno questo stesso senso rispettivamente in latino
ed in ebraico.
(2) Questi periodi sono quelli di cui è questione
nel Traité des Causes secondes di Tritemio, la cui spiegazione faceva
parte degli insegnamenti della H.B. of L.
111
decise di scegliere in Gran Bretagna un
neofita che potesse corrispondere alle sue vedute. Dopo aver compiuto sul
continente europeo un’importante missione privata, sbarcò in Gran Bretagna nel
1873 e riuscì a trovare un neofita ch’egli istruì gradualmente, dopo aver
sufficientemente provato e fatto verificare l’autenticità delle sue lettere di
credito. Il neofita ottenne in seguito il permesso di stabilire una cerchia
esterna della H.B. of L., per far pervenire tutti coloro che se ne
mostrassero degni alla forma d’iniziazione per la quale essi fossero
qualificati”.
Al momento di aderire alla H.B. of L.,
Barlet ebbe un’esitazione: quest’adesione era compatibile con il fatto di
appartenere alla Società Teosofica? Egli pose questa domanda al suo
iniziatore, un clergyman inglese, che s’affrettò a rassicurarlo
dichiarandogli che “lui stesso ed il suo Maestro (Peter Davidson) erano membri
del Consiglio della Società Teosofica”. Tuttavia, un’ostilità appena mascherata
esisteva realmente fra le due organizzazioni, e questo dopo il 1878, epoca in
cui Madame Blavatsky ed il colonnello Olcott erano stati esclusi dalla H.B.
of L., alla quale erano stati affiliati nel 1875 con la mediazione
dell’egittologo George H. Felt. Senza dubbio fu per dissimulare quest’avventura
poco lusinghiera per i due fondatori che si pretese, nel Theosophist,
che la creazione della cerchia esterna della H.B. of L. non risalisse
che al 1884; ma, cosa singolare, lo stesso Theosophist aveva pubblicato
nel 1885 la riproduzione d’un annuncio dell’Occult Magazine di Glasgow,
organo della H.B. of L., nel quale si faceva appello alle persone che
desideravano “essere ammesse come membri d’una Fraternità Occulta, che non si
vanta del suo sapere, ma che istruisce liberamente e senza riserva tutti coloro
ch’essa trova degni di ricevere i suoi insegnamenti”: allusione indiretta, ma
assai chiara, ai procedimenti del tutto opposti che si rimproveravano alla Società
Teosofica. L’ostilità di quest’ultima doveva manifestarsi nettamente, un
po’ più tardi, a proposito d’un progetto di fondazione d’una sorta di colonia
agricola in America da parte di membri della H.B. of L.; Madame
Blavatsky vi trovò un’occasione favorevole per vendicarsi dell’esclusione di
cui era stata fatta oggetto, e manovrò in modo tale che giunse a far interdire
al segretario generale dell’Ordine, T.H. Burgoyne, l’accesso al territorio
degli Stati Uniti. Solo Peter Davidson, che portava il titolo di “Gran Maestro
provinciale del Nord”, andò a stabilirsi con la sua famiglia a Loudsville, in
Georgia, dove è morto da qualche anno (3).
(3) Allorché la H.B. of L. era già rientrata
in sonno, Peter Davidson fondò una nuova organizzazione chiamata Ordine
della Croce e del Serpente. Un altro
112
Nel luglio 1887, Peter Davidson scriveva a
Barlet una lettera nella quale, dopo aver qualificato il “Buddhismo esoterico”
come “tentativo fatto per pervertire lo spirito occidentale”, diceva: “I veri e
reali Adepti non insegnano affatto queste dottrine del karma e della
reincarnazione portate avanti dagli autori di Bouddhisme Ésotérique ed
altre opere teosofiche... Né nelle suddette opere, né nelle pagine del Theosophist,
non si trova, ch’io sappia, un punto di vista giusto e di senso esoterico su
questi importanti problemi. Uno dei principali scopi della H.B. of L. è
di rivelare, a quelli dei fratelli che se ne sono dimostrati degni, il mistero
completo di questi gravi argomenti... Bisogna anche osservare che la Società
Teosofica non è affatto e non è mai stata, dopo che Madame Blavatsky ed il
colonnello Olcott sono arrivati in India, sotto la direzione o l’ispirazione
della Fraternità autentica e reale dell’Himâlaya, ma sotto quella d’un
Ordine assai inferiore appartenente al culto buddhico (4). Vi parlo d’una cosa
che io so e che ho appreso da un’autorità indiscutibile; ma, se avete
qualche dubbio sulle mie affermazioni, Alexander de Corfou ha numerose lettere
di Madame Blavatsky, in alcune delle quali essa confessa chiaramente ciò
che vi dico”. Un anno più tardi Peter Davidson scriveva, in un’altra lettera,
questa frase un po’ enigmatica: “I veri Adepti ed i Mahâtmâ autentici
sono come i due poli d’una calamita, benché numerosi Mahâtmâ siano
sicuramente membri del nostro Ordine; ma essi non appaiono come Mahâtmâ
che per motivi assai importanti”. In quello stesso periodo, vale a dire verso
la metà dell’anno 1888, Barlet abbandonava la Società Teosofica, in
seguito ai dissensi che erano sopraggiunti in seno alla branca parigina Isis,
e dei quali si può ritrovare l’eco nel Lotus dell’epoca. Ed è così a
poco a poco verso questa data che Papus cominciò ad organizzare il Martinismo;
Barlet fu uno dei primi ai quali egli fece appello per costituire il suo
Supremo Consiglio. Era d’altra parte inteso che il Martinismo non doveva avere
per fine che preparare i suoi membri ad entrare in un Ordine che potesse
conferire una vera iniziazione a coloro che si dimostrassero adatti a
riceverla; e l’Ordine che si aveva in vista a tale scopo non era altri che la H.B.
of L., di cui Barlet era divenuto il rappresentante ufficiale per la
Francia. È per questo che,
dei capi esterni della H.B. of L., da parte
sua, si mise alla testa di un movimento d’un carattere del tutto differente,
nel quale Barlet fu egualmente coinvolto, ma del quale non dobbiamo qui
occuparci.
(4) Si tratta dell’organizzazione che aveva per
capo il Rev. H. Sumangala, direttore del Vidyodaya Parivena di Colombo.
113
nel 1891, Papus scriveva: “Nondimeno delle
società veramente occulte esistono, le quali possiedono ancora la tradizione
integrale; mi riferisco ad uno dei più sapienti fra gli adepti occidentali, in
pratica al mio maestro, Peter Davidson” (5). D’altra parte, questo progetto
fallì, e ci si dovette accontentare, come centro superiore al Martinismo, dell’Ordre
Kabbalistique de la Rose-Croix, che era stato fondato da Stanislas de
Guaita. Barlet era ugualmente membro del Supremo Consiglio di quest’Ordine, e,
quando Guaita morì nel 1896, fu designato a succedergli come Gran Maestro; ma
s’egli ne ebbe il titolo, non ne esercitò mai le funzioni in modo effettivo. In
effetti, l’Ordine non ebbe più riunioni regolari dopo la scomparsa del suo
fondatore, e più tardi, quando Papus pensò per un attimo a farlo rivivere,
Barlet, che allora non frequentava più nessun raggruppamento occultista,
dichiarò di disinteressarsene del tutto; egli pensava, e senza dubbio con
ragione, che simili tentativi, non appoggiandosi su alcuna solida base, non
potevano sfociare che in nuovi scacchi.
Non parleremo di alcune organizzazioni più o
meno effimere, alle quali Barlet aderì forse un po’ troppo facilmente; la sua
grande sincerità, il suo carattere essenzialmente onesto e confidente gli
impedirono, in quelle circostanze, di vedere che certe persone intendevano
servirsi del suo nome come di una garanzia di “rispettabilità”. Alla fine,
queste esperienze malaugurate l’avevano ugualmente reso più circospetto e
condotto a mettere fortemente in dubbio l’utilità di tutte le associazioni che,
sotto pretese iniziatiche, non nascondono pressoché alcun sapere reale, e che
non son altro che un pretesto per fregiarsi di titoli più o meno pomposi; aveva
compreso la vanità di tutte queste forme esteriori dalle quali le
organizzazioni veramente iniziatiche si mantengono interamente libere. Qualche
mese prima della sua morte, parlandoci d’una nuova società sedicente
rosacrociana, importata dall’America, e nella quale lo si sollecitava ad
entrare, ci disse che non se ne sarebbe fatto nulla, perché era assolutamente convinto,
come noi stessi lo siamo, che i veri Rosa-Croce non hanno mai fondato delle
società. Ci fermeremo su questa conclusione, alla quale era arrivato al termine
di tante ricerche, e che dovrebbe far riflettere molto seriamente un buon
numero dei nostri contemporanei, se essi vogliono, come dicevano gli
insegnamenti della H.B. of L., “apprendere a conoscere l’enorme
differenza che esiste fra la verità intatta e la verità apparente”, fra
l’iniziazione reale e le sue innumerevoli contraffazioni.
(5) Traité
méthodique de Science occulte, p. 1039.
114
QUALCHE PRECISAZIONE A PROPOSITO DELLA H.B. OF L.
L’OccultReview, nel suo numero del
maggio 1925, recensendo l’articolo che abbiamo qui consacrato ai rapporti di
F.-Ch. Barlet con diverse società iniziatiche e più particolarmente con la H.B.
of L. (Hermetic Brotherhood of Luxor), ha aggiunto a questo riguardo
alcune informazioni che, purtroppo, sono in gran parte inesatte, e che pensiamo
dover rettificare precisando ciò che abbiamo detto in precedenza.
Innanzitutto, allorché Barlet fu affiliato
alla H.B. of L., la sede di questa non era ancora stata trasportata in
America; tale affiliazione dovette anzi essere un po’ anteriore alla
pubblicazione dell’Occult Magazine, che apparve a Glasgow durante le due
annate 1885 e 1886, e di cui abbiamo sotto gli occhi la collezione completa.
Questa rivista era in effetti l’organo ufficiale della H.B. of L., della
quale recava in epigrafe la divisa Omnia vincit Veritas; non abbiamo
frainteso nulla a questo riguardo, contrariamente a quanto sembra credere il
nostro confratello inglese. A quell’epoca, Peter Davidson risiedeva a Banchory,
Kincardineshire, nel Nuovo Brunswick, e dev’esser solamente verso la fine
dell’anno 1886 ch’egli andò a stabilirsi a Loudsville, in Georgia, ove doveva
trascorrere il resto della sua vita. È assai più tardi ch’egli pubblicò una
nuova rivista intitolata The Morning Star, che fu l’organo dell’Ordine
della Croce e del Serpente, da lui fondato dopo il rientro in sonno della H.B.
of L.
D’altra parte, è nell’Occult Magazine
dell’ottobre 1885 che fu inserita una nota riferentesi per la prima volta al
progetto d’organizzazione d’una colonia agricola della H.B. of L. in
California; questa nota era siglata con le iniziali di T.H. Burgoyne,
segretario dell’Ordine (e non Gran Maestro provinciale del Nord, titolo che
apparteneva a Davidson). Si ritornò spesso sul problema di questo progetto nei
numeri successivi, ma l’idea di stabilire la colonia in California fu assai
presto abbandonata,
115
e ci si rivolse in direzione della Georgia; si
annunciò anche che Burgoyne sarebbe stato a Loudsville a partire dal 15 aprile
1886, ma non fu così, a causa dell’intervento di Madame Blavatsky al quale
abbiamo fatto allusione. Burgoyne aveva subito in passato una condanna per
truffa; Madame Blavatsky, che era al corrente di questo fatto, giunse a
procurarsi dei documenti che ne contenevano la prova e ch’essa inviò in
America, al fine di far interdire a Burgoyne il soggiorno negli Stati Uniti; si
vendicava così dell’esclusione dalla H.B. of L. pronunciata contro di
lei ed il colonnello Olcott otto anni prima, nel 1878. Quanto a Davidson, la
cui onestà non diede mai adito al minimo sospetto, non doveva “fuggire in
America”, secondo l’espressione dell’Occult Review; ma non vi era più
alcun mezzo d’impedirgli di stabilirsi in Georgia con la sua famiglia, per
costituirvi il primo nucleo della futura colonia, la quale non giunse
d’altronde mai ad avere lo sviluppo sperato.
Il redattore dell’Occult Review dice
che dietro Davidson c’era Burgoyne, il che non è esatto, perché le loro
rispettive funzioni non implicavano alcuna subordinazione del primo al secondo;
e, cosa più sorprendente, pretende inoltre che dietro lo stesso Burgoyne ci
fosse un “ex Bramino” chiamato Hurychund Christaman: vi è in questo un
singolare fraintendimento, e che richiede qualche spiegazione. Madame Blavatsky
ed il colonnello Olcott erano stati affiliati alla branca americana della H.B.
of L.: verso il mese d’aprile 1875, con la mediazione di George H. Felt,
che si diceva professore di matematica ed egittologo, e con il quale erano
stati messi in contatto da un giornalista chiamato Stevens. Una delle
conseguenze di questa affiliazione fu che, nelle sedute spiritiche che faceva
allora Madame Blavatsky, le manifestazioni del famoso John King furono
ben presto sostituite da quelle di un sedicente Sérapis; questo avveniva
esattamente il 7 settembre 1875, ed è il 17 novembre dello stesso anno che fu
fondata la Società Teosofica. Circa due anni più tardi, Sérapis
fu a sua volta sostituito da un certo Kashmiri brother; gli è che,
allora, Olcott e Madame Blavatsky avevano fatto conoscenza di Hurrychund
Chintamon (e non Christaman), che non era affatto il capo più o meno occulto
della H.B. of L., bensì il rappresentante in America dell’Arya Samâj,
associazione fondata in India, nel 1870, dallo Swâmî Dayânanda
Saraswatî. Nel settembre od ottobre 1877, fu conclusa, secondo la stessa
espressione di Madame Blavatsky, “un’alleanza offensiva e difensiva” fra l’Arya
Samâj e la Società Teosofica; quest’alleanza doveva d’altronde venir
rotta dallo stesso Dayânanda Saraswatî, che si espresse allora assai
severamente sul conto della Blavatsky. Costei, per motivi che non abbiamo
potuto
116
chiarire, manifestò più tardi un autentico
terrore nei riguardi di Hurrychund Chintamon; ma quel che conta, è che i suoi
rapporti con quest’ultimo coincidono esattamente con il momento in cui essa
cominciò a staccarsi dalla H.B. of L.; questo rilievo è sufficiente a
confutare l’affermazione dell’Occult Review.
Ora, resta da ricercare una spiegazione di
quest’errore: non vi potrebbe semplicemente esser stata della confusione, a
causa della parziale somiglianza dei due nomi, fra Chintamon e Metamon?
Quest’ultimo nome è quello del primo maestro della Blavatsky, il mago Paulos
Metamon, d’origine copta o caldea (non si è mai potuto essere certi a questo
riguardo), ch’essa aveva incontrato in Asia Minore dal 1848, e poi ritrovato al
Cairo nel 1870; ma, si dirà, che rapporto vi è fra questo personaggio e la H.B.
of L.? Per rispondere a tale domanda, è necessario far conoscere al nostro
confratello dell’Occult Review, che sembra ignorarla, l’identità del
vero capo, o, per esprimersi più esattamente, del Gran Maestro della “cerchia
esterna” della H.B. of L.: questo Gran Maestro era il Dott. Max Théon,
che doveva in seguito creare e dirigere il movimento detto “cosmico”; e
d’altronde questo spiega il ruolo che Barlet, antico rappresentante della H.B.
of L. in Francia, ebbe in questo movimento dal suo esordio (vale a dire, se
non ci inganniamo, a partire dal 1899 o 1900). Sull’origine del Dott. Max
Théon, rimasta sempre assai misteriosa, non abbiamo avuto che una sola
testimonianza, ma che merita d’esser presa in seria considerazione: Barlet
stesso, che doveva sapere come comportarsi al riguardo, ci ha assicurato che si
trattava proprio del figlio di Paulos Metamon; se la cosa è vera, tutto si
spiega per ciò stesso.
Non avevamo voluto, nel nostro precedente
articolo, mettere in causa persone ancora attualmente viventi, ed è per questo
motivo che c’eravamo astenuti dal nominare Théon, al quale abbiamo solamente
fatto un’allusione in nota; ma, in seguito all’intervento dell’Occult Review,
una messa a punto era necessaria nell’interesse della verità storica. È anche
da sottolineare che questi chiarimenti ne sollecitano degli altri, perché non
pretendiamo certo di dissipare tutte le oscurità in un solo colpo; vi devon ben
essere ancora alcuni testimoni dei fatti di cui si tratta, e, poiché certe
questioni si trovano poste, non potrebbero costoro far sapere che cosa ne
sanno? Il tempo già lungo che è trascorso da allora e la cessazione
dell’attività della H.B. of L. danno sicuramente loro ogni libertà a
questo riguardo.
117
A PROPOSITO DI QUALCHE SIMBOLO ERMETICO-RELIGIOSO
Abbiamo pensato che non sarebbe stato privo
d’interesse dare qualche spiegazione complementare di taluni simboli già in
precedenza esaminati in questa Rivista. Tali spiegazioni, è vero, non si
riferiscono proprio direttamente al Sacro Cuore (1); ma poiché vi sono dei
lettori che hanno richiesto degli studi sul simbolismo più in generale (vedi
luglio 1925, p. 169), crediamo ch’esse non saranno qui fuori di luogo.
Uno dei simboli ai quali facciamo allusione è
il Janus bifrons che è stato riprodotto da Charbonneau-Lassay di seguito
al suo articolo sui quadranti solari (maggio 1925, p. 484). L’interpretazione
più abituale è quella che considera i due volti di Giano come rappresentanti
rispettivamente il passato e l’avvenire; quest’interpretazione è d’altronde
perfettamente esatta, ma essa non corrisponde che ad uno degli aspetti del
simbolismo assai complesso di Giano. Da questo punto di vista, d’altronde, vi è
già un’osservazione assai importante da fare: tra il passato che non è più e
l’avvenire che non è ancora, il vero volto di Giano, quello che guarda il
presente, non è, si dice, né l’uno né l’altro di quelli che si possono vedere.
Questo terzo volto, in effetti, è invisibile perché il presente, nella
manifestazione temporale, non è che un istante inavvertibile (2); ma, allorché
ci si eleva al di sopra delle condizioni di questa manifestazione transitoria e
contingente, il presente contiene al
(1) Cfr. Le Sacré-Coeur et la légende du Saint
Graal, in Regnabit, agosto-settembre 1925, cui si fa cenno più
sotto; tr. it.: Il Sacro Cuore e la leggenda del Santo Graal, in René
Guénon, Simboli della Scienza Sacra, Adelphi, Milano, 1975 (N.d.C.).
(2) È proprio per questa ragione che certe lingue,
come l’ebraico e l’arabo, non hanno una forma verbale corrispondente al
presente.
118
contrario tutta la realtà. Il terzo volto di
Giano corrisponde, in un altro simbolismo, all’occhio frontale di Shiva,
pure invisibile, poiché non è rappresentato da alcun organo corporeo, e del
quale abbiamo avuto occasione di parlare a proposito del Santo Graal
(agosto-settembre 1925, p. 187), come significante il “senso dell’eternità”.
Secondo la tradizione indù, uno sguardo di questo terzo occhio riduce tutto in
cenere, vale a dire ch’esso distrugge ogni manifestazione; ma, allorché la
successione è trasmutata in simultaneità, il temporale in intemporale, tutte le
cose dimorano nell’“eterno presente”, di modo che la distruzione apparente non
è in realtà che una “trasformazione”. È facile comprendere attraverso queste
considerazioni perché Giano può legittimamente venire considerato come una
raffigurazione di Colui che è, non solo il “Maestro del triplice tempo”
(designazione che è ugualmente applicata a Shiva), ma anche, e
innanzitutto, il “Signore dell’Eternità”. D’altronde, il “Maestro dei tempi”
non può essere lui stesso sottomesso al tempo, allo stesso modo in cui, secondo
l’insegnamento di Aristotele, il motore primo di tutte le cose, o il principio
del movimento universale, è necessariamente immobile. È il Verbo Eterno che le
Sacre Scritture designano come l’“Antico dei Giorni”, il Padre delle età o dei
cicli d’esistenza (è questo il senso proprio del latino saeculum); e la
tradizione indù gli attribuisce anche il titolo equivalente di Purâna-Purusha.
Nei due volti di Giano di cui parlava nel suo
articolo, Charbonneau aveva visto “quello di un uomo anziano, rivolto verso il
tempo trascorso, e l’altro, più giovane, fissato sull’avvenire”; e ciò, in base
a quel che abbiamo detto, era effettivamente molto plausibile. Tuttavia, c’è
sembrato che, in questo caso, si trattasse piuttosto di un Giano androgine, di
cui si trovano ugualmente degli esempi frequenti; abbiamo comunicato
l’osservazione a Charbonneau, il quale, dopo aver nuovamente esaminato la figura
in questione, ha ritenuto come noi che il volto a destra doveva certamente
essere un volto femminile. Sotto questo aspetto, Giano è comparabile al Rebis
degli ermetisti del medioevo (da res bina, cosa doppia, congiunzione di
due nature in un essere unico), che è rappresentato anche sotto la forma di un
personaggio a due teste, una d’uomo e l’altra di donna; la sola differenza è
che questo Rebis è Sol-Luna, come indicano gli emblemi accessori
che ordinariamente lo accompagnano, mentre Janus-Jana è piuttosto Lunus-Luna.
A questo titolo, la sua testa è sovente sormontata dalla mezzaluna, in luogo
della corona ch’egli porta nella raffigurazione riprodotta in Regnabit
(d’altronde ci sarebbe molto da dire sui rapporti fra questa corona e questa
mezzaluna); ed è da notare ancora che il nome di Diana, la dea lunare,
non è che un’altra forma di Jana, l’aspetto
119
femminile di Giano. Ci limitiamo a segnalare
questo aspetto del simbolismo dell’antico dio latino, senza dilungarci oltre,
perché ce ne sono degli altri ancora sui quali crediamo che sia più utile
insistere qui un poco.
Giano è il Janitor che apre e chiude il
ciclo annuale, e le due chiavi ch’egli reca assai frequentemente sono quelle
delle due porte solstiziali. D’altra parte, egli è anche il dio
dell’iniziazione ai misteri (initiatio deriva da in-ire e,
secondo Cicerone, il nome di Giano ha la stessa radice del verbo ire);
sotto questo nuovo rapporto, anche le due chiavi, una d’oro e l’altra
d’argento, erano quelle dei “grandi misteri” e dei “piccoli misteri”; non è
forse naturale che vi si sia riconosciuta una prefigurazione delle chiavi che
aprono e chiudono il Regno dei Cieli? Del resto, in virtù di un certo
simbolismo astronomico che sembra esser stato comune a tutti i popoli antichi,
ci sono dei legami molto stretti fra i due significati che abbiamo indicato; il
simbolismo al quale facciamo allusione è quello del ciclo zodiacale, e non è
senza ragione che questi, con le sue due metà ascendente e discendente che
hanno i loro punti di partenza rispettivi ai due solstizi d’inverno e d’estate,
si trovi raffigurato sul portale di tante chiese del medioevo. Si vede qui
apparire un altro significato dei due volti di Giano: egli è il “Maestro delle
due vie” alle quali danno accesso le due porte solstiziali, quelle due vie di
destra e di sinistra che i Pitagorici rappresentavano mediante la lettera Y
(3), e che la tradizione indù, dal canto suo, designa come la “via degli dei” e
la “via degli antenati” (dêva-yâna e pitri-yâna; la parola
sanscrita yâna ha ancora la stessa radice del latino ire, e la
sua forma l’avvicina singolarmente al nome di Janus). Queste due vie
sono anche, in un certo senso, quella dei cieli e quella degli inferi; e si
noterà che i due lati ai quali esse corrispondono, la destra e la sinistra,
sono quelli in cui si dividono gli eletti e i dannati nelle raffigurazioni del
Giudizio universale che, ugualmente, per una coincidenza assai significativa si
incontrano così frequentemente sul portale delle chiese.
Da un altro lato, secondo la Kabbalah
ebraica, alla destra e alla sinistra corrispondono rispettivamente due
attributi divini: la Misericordia (Hesed) e la Giustizia (Din);
questi due attributi si addicono palesemente al Cristo, e più specificamente
quando si considera il suo ruolo
(3) E quel che rappresentava, in una forma
esoterica, anche il mito di Ercole fra la Virtù e il Vizio. – Abbiamo ritrovato
l’antico simbolo pitagorico, non senza sorpresa, nel marchio dello stampatore
Nicolas du Chemin, disegnato da Jean Cousin.
120
di Giudice dei vivi e dei morti. Gli Arabi,
facendo un’analoga distinzione, parlano di “Bellezza” (Djemâl) e
“Maestà” (Djelâl); e si può comprendere, con queste ultime definizioni,
perché questi due aspetti siano stati raffigurati con un volto femminile ed uno
maschile. Se ritorniamo all’immagine che è stata l’occasione di questa nota,
vediamo che, nel lato dal volto maschile, Giano porta precisamente uno scettro,
emblema di maestà, mentre, nel lato dal volto femminile, egli tiene una chiave;
questa chiave e questo scettro sottintendono dunque all’insieme delle due
chiavi che sono il segno più frequente dello stesso Giano, ed esse rendono
forse ancora più chiaro uno dei significati di esso, che è quello del doppio
potere che promana da un unico principio: il potere sacerdotale ed il potere
regale. È questo, in effetti, ancora un altro significato fra i molti, e spesso
concordanti, che si possono trovare impliciti nel simbolismo di Giano, e che lo
rende equivalente, a tale proposito, ad una raffigurazione del Cristo; ai
lettori di Regnabit non è certo necessario spiegare che al Cristo
appartengono eminentemente e per eccellenza il Sacerdozio e la Regalità
Suprema.
***
La Kabbalah ebraica sintetizza il
simbolismo di cui stiamo parlando nell’immagine dell’albero sefirotico, che
rappresenta l’insieme degli attributi divini, e dove la “colonna di destra” e
la “colonna di sinistra” hanno il significato che abbiamo indicato poco fa; quest’albero
è chiamato l’“Albero della Vita” (Ets ha-Hayim). Risulta ben evidente
che una raffigurazione strettamente equivalente si ritrova nel simbolo
medievale dell’“Albero dei Vivi e dei Morti” , descritto da Charbonneau-Lassay
nel suo recente articolo sugli Alberi emblematici (agosto-settembre
1925, p. 178), e che evoca inoltre l’idea di “posterità spirituale”, molto
importante nelle diverse dottrine tradizionali.
Secondo le Scritture, l’“Albero della Vita” è
stato posto al centro dell’Eden (Genesi, II, 9), e, come abbiamo già
spiegato nel nostro saggio sulla leggenda del Santo Graal, l’Eden è esso stesso
il Centro spirituale del Mondo. Questo albero rappresenterebbe dunque
l’invariabile asse attorno al quale si compie la rivoluzione di tutte le cose
(rivoluzione alla quale si rifà anche il ciclo zodiacale); ed ecco perché
l’“Albero della Vita”, nelle altre tradizioni, è anche chiamato “Albero del
Mondo”. Elenchiamo solamente qualcuno degli alberi che, presso i vari popoli,
sono stati utilizzati per simboleggiare questo “Albero del Mondo”: il fico in
India, la quercia per i Celti e a Dodona, il frassino per gli Scandinavi, il
tiglio per i Germani. Pensiamo che bisogna considerare
121
così anche l’immagine dell’“Albero del Mondo”
o “Albero della Vita” presente nell’ex-libris ermetico del XVIII secolo
che Charbonneau ha riprodotto nello stesso articolo (p. 179): qui, è
rappresentato come un’acacia, simbolo ebraico d’immortalità e
d’incorruttibilità, dunque di resurrezione. È precisamente, sempre secondo la
tradizione ebraica, dall’“Albero della Vita” che emana quella “rugiada celeste”
della quale abbiamo avuto l’occasione di parlare già in diverse riprese, e
grazie alla quale avverrà la resurrezione dei morti.
Malgrado la presenza dell’acacia, l’ex-libris
in questione non ha alcuna caratteristica specificatamente massonica; le due
colonne di destra e di sinistra dell’albero sefirotico non sono affatto
rappresentate, come lo sarebbero in quel caso, con le due colonne del Tempio di
Salomone. Al posto di queste vi sono due prismi triangolari a terminazione
piramidale, posti in senso inverso l’uno rispetto l’altro, e sormontati
rispettivamente dal Sole e dalla Luna. Questi due astri così riportati
costituiscono il motto Sol et Luna che accompagna le antiche
crocifissioni (4), evocando allo stesso tempo l’idea del Rebis ermetico;
si tratta di un’altra conferma del rapporto molto stretto che esiste fra tutti
i simboli che abbiamo qui considerato. Quanto ai due prismi stessi, essi danno
l’immagine dei due ternari opposti che formano il “sigillo di Salomone”, di cui
abbiamo parlato nel nostro articolo sui marchi corporativi (novembre 1925); ed
anche questi due ternari si ritrovano così nella stessa disposizione,
evidentemente voluta, dei rami e delle radici dell’albero medesimo,
disposizione che ricorda assai nettamente quella del fiore del giglio e delle
altre figure araldiche aventi per schema generale il Crisma.
Tutto questo è sicuramente molto curioso e
tale da suscitare nuove riflessioni; speriamo almeno, nel segnalare tutti
questi raffronti, di essere riusciti a far sentire in una certa misura
l’identità profonda di tutte le tradizioni, prova manifesta della loro unità
originaria, e la perfetta conformità del Cristianesimo con la tradizione
primordiale della quale si ritrovano ovunque le vestigia sparse.
***
(4) La croce è posta, in queste rappresentazioni,
tra il sole e la luna, esattamente come l’“Albero della Vita” lo è qui; e c’è
appena bisogno di far notare che anche la croce è un Lignum Vitae.
122
Per terminare, ci teniamo a spendere qualche
parola su di un’obiezione che ci è stata fatta a proposito dei rapporti che
abbiamo sottolineato fra il Santo Graal e il Sacro Cuore, benché, a dire il
vero, la risposta che fu data a quel tempo ci sembrasse del tutto soddisfacente
(vedere Regnabit, ottobre 1925, p. 358-359).
Poco importa, in effetti, che Chrétien de
Troyes e Robert de Boron non abbiano notato, nell’antica leggenda di cui essi
non sono che degli adattatori, tutto il significato che in essa è contenuto;
nondimeno questo significato si trova realmente, e non pretendiamo di aver
fatto altro che renderlo esplicito, senza introdurre nulla di “moderno” nella
nostra interpretazione. Del resto, è ben difficile dire quanto sia giusto ciò
che gli scrittori del XII secolo vedevano o non vedevano della leggenda; e,
essendo assodato il fatto che essi giocavano alla fin fine soltanto un ruolo di
semplici “trasmettitori”, concediamo loro molto volentieri che senza dubbio non
dovessero vedere tutto ciò che volevano i loro ispiratori,ovvero i veri
detentori della dottrina tradizionale.
D’altra parte, per quanto riguarda i Celti,
abbiamo bisogno di ricordare quelle precauzioni che s’impongono quando si
voglia parlare di loro, in totale assenza di documenti scritti; ma perché si
vorrebbe supporre, a dispetto degli indizi contrari che malgrado tutto abbiamo,
ch’essi siano stati meno favoriti degli altri popoli antichi? Ora vediamo
dappertutto, e non solamente in Egitto, l’assimilazione simbolica stabilita fra
il cuore e la coppa o il vaso; ovunque il cuore è considerato come il centro dell’essere,
centro ad un tempo divino e umano nelle molteplici applicazioni alle quali esso
dà luogo; ovunque così, la coppa sacrificale rappresenta il Centro o il Cuore
del Mondo, la “dimora d’immortalità” (5); che altro serve di più? Sappiamo bene
che la coppa e la lancia, o i loro equivalenti, hanno anche altri significati
oltre quelli che abbiamo indicato; ma, senza dilungarci, possiamo dire che
tutti, per quanto certuni possano sembrare estranei agli occhi dei moderni,
sono
(5) Avremmo potuto ricordare anche l’athanor
ermetico, il vaso in cui si compie la “Grande Opera”, e il cui nome, secondo
alcuni, sarebbe derivato dal greco athanatos, “immortale”; il fuoco
invisibile che vi è trattenuto perpetuamente corrisponde al calore vitale che
risiede nel cuore. Avremmo potuto ugualmente fare dei raffronti con un altro
simbolo assai diffuso, quello dell’uovo, che significa resurrezione ed immortalità,
e sul quale avremo forse l’occasione di ritornare. – Segnaliamo d’altra parte,
almeno a titolo di curiosità, che la coppa dei Tarocchi (la cui origine è del
resto molto misteriosa) è stata sostituita dal cuore nelle comuni carte da
gioco, il che è ancora un indice dell’equivalenza di questi due simboli.
123
perfettamente concordanti fra loro, e che
esprimono in realtà le applicazioni d’uno stesso principio su diversi piani,
secondo una legge di corrispondenza sulla quale si fonda l’armoniosa
molteplicità dei sensi che sono inclusi in tutto il simbolismo.
Ora, che non solo il Centro del Mondo
s’identifichi effettivamente col Cuore di Cristo, ma che questa identità sia
stata nettamente indicata dalle antiche dottrine, è ciò che speriamo di poter
mostrare in altri saggi. Evidentemente, l’espressione “Cuore di Cristo”, in
questo caso, dev’essere presa in un senso che non è proprio quello che possiamo
chiamare il senso “storico”; ma bisogna ancora dire che i fatti storici stessi,
come tutto il resto, traducono secondo il loro modo proprio le realtà superiori
e si conformano a questa legge di corrispondenza alla quale abbiamo fatto
allusione, la sola legge che permetta di spiegare certe “prefigurazioni”. Si
tratta, se si vuole, del Cristo-principio, cioè del Verbo manifestato nel punto
centrale dell’Universo; ma chi oserebbe pretendere che il Verbo Eterno e la sua
manifestazione storica, terrestre ed umana, non siano affatto realmente e
sostanzialmente un solo ed unico Cristo sotto due aspetti differenti? Ancora si
toccano qui i rapporti fra ciò che è temporale e ciò che è eterno; forse non
conviene affatto insistere ancora su ciò, perché queste cose sono giustamente
di quelle che soltanto il simbolismo permette di esprimere nella misura in cui
esse sono esprimibili. In ogni caso, è sufficiente saper leggere i simboli per
trovarvi tutto ciò che noi stessi vi troviamo; ma malauguratamente, soprattutto
nella nostra epoca, nessuno li sa più leggere.
124
LE ORIGINI DEL MORMONISMO
Fra le sette religiose o pseudo religiose
diffuse in America quella dei Mormoni è sicuramente una delle più antiche e
delle più importanti, e crediamo che non sia privo d’interesse esporne le
origini.
All’inizio del XIX secolo viveva nella Nuova
Inghilterra un pastore presbiteriano chiamato Salomon Spalding, che aveva
abbandonato il suo ministero per il commercio, attività nella quale non tardò a
fare fallimento; dopo questo scacco, si mise a comporre una sorta di romanzo in
stile biblico, che intitolò il Manoscritto ritrovato, e sul quale egli
faceva conto, a quel che sembra, per ristabilire la sua fortuna, cosa di cui
s’illudeva poiché morì senza averlo potuto far accettare da alcun editore. Il
soggetto di questo libro si riferiva alla storia degli Indiani dell’America del
Nord, che vi erano presentati come i discendenti del patriarca Giuseppe; c’era
un lungo racconto delle loro guerre e delle loro presunte emigrazioni,
dall’epoca di Sedecia, re di Giuda, fino al V secolo dell’era cristiana; e si
immaginava che questo racconto fosse stato scritto da diversi cronisti
successivi, l’ultimo dei quali, chiamato Mormon, l’avrebbe deposto in qualche
nascondiglio sotterraneo.
Come aveva avuto Spalding l’idea di redigere
quest’opera, d’altronde molto noiosa, prodigiosamente monotona e scritta in uno
stile deplorevole? Non ci sembra proprio possibile dirlo, e ci si può chiedere
se tale idea gli venne spontaneamente o se gli fu suggerita da qualcun altro
poiché egli fu ben lungi dall’essere il solo a ricercare che cos’erano divenute
le dieci tribù perdute d’Israele e a cercare di risolvere questo problema alla
sua maniera. Si sa che alcuni hanno voluto ritrovare le tracce di queste tribù
in Inghilterra, e ci sono persino degli Inglesi che ci tengono molto a
rivendicare per la loro nazione l’onore di una simile origine; altri hanno
cercato queste stesse tribù molto più lontano e fino in Giappone. Quel che vi è
di certo è che esistono in alcune regioni dell’Oriente, specialmente a Cochin,
nell’India meridionale,
125
e anche in Cina, delle colonie ebraiche molto
antiche, che pretendono di esservisi stabilite dall’epoca della cattività di
Babilonia. L’idea di una emigrazione in America può sembrare molto più
inverosimile e tuttavia essa è venuta anche ad altri oltre che a Spalding; c’è
a questo riguardo una coincidenza assai singolare. Nel 1825, un Israelita
d’origine portoghese, Mordecaï Manuel Noah, già console degli Stati Uniti a
Tunisi, acquistò un’isola chiamata Grand Island, situata sul fiume
Niagara, e lanciò un proclama che invitava tutti i suoi correligionari a
venirsi a stabilire in quest’isola, alla quale egli diede il nome di Ararat. Il
2 settembre dello stesso anno, si celebrò in pompa magna la fondazione della
nuova città; ora, ed è questo che vogliamo segnalare, gli Indiani erano stati
invitati a mandare dei rappresentanti a questa cerimonia, in qualità di
discendenti delle tribù perdute di Israele, ed anch’essi dovevano trovare un
rifugio nel nuovo Ararat. Questo progetto non ebbe alcun seguito, e la città non
fu mai costruita; una ventina d’anni più tardi, Noah scrisse un libro nel quale
preconizzava il ristabilimento della nazione in Palestina, e, benché il suo
nome sia oggi quasi dimenticato, lo si deve considerare come il vero promotore
del Sionismo. L’episodio che abbiamo riferito è precedente di circa cinque anni
alla fondazione del Mormonismo; Spalding era già morto, e non pensiamo proprio
che Noah abbia avuto conoscenza del suo Manoscritto ritrovato. In ogni
caso, allora non si poteva proprio prevedere la straordinaria fortuna che era
riservata a quest’opera, e Spalding stesso non avrebbe probabilmente mai
immaginato che sarebbe venuto un giorno nel quale essa sarebbe stata
considerata da delle moltitudini come una nuova rivelazione divina; a quell’epoca
non si era ancora arrivati a comporre con progetto premeditato degli scritti
sedicenti “ispirati”, come la Bibbia di Oahspe o il Vangelo
Acquariano, bizzarre elucubrazioni che trovano presso gli Americani dei
nostri giorni un ambiente del tutto preparato a riceverle.
***
C’era a Palmyra, nel Vermont, un giovane dalla
pessima reputazione, chiamato Joseph Smith; inizialmente si era segnalato
all’attenzione dei suoi concittadini, durante uno di quei periodi di entusiasmo
religioso che gli Americani chiamano revivals, diffondendo il racconto
di una visione ch’egli pretendeva gli fosse stata concessa; poi era divenuto
“cercatore di tesori”, vivendo del denaro che gli affidavano le persone credule
alle quali prometteva di indicare, grazie a certi procedimenti divinatori, le
ricchezze nascoste nel suolo. Fu allora che mise le
126
mani sul manoscritto di Spalding, dodici anni
dopo la morte del suo autore; si crede che questo manoscritto gli fu dato da
uno dei suoi compari, Sydney Rigdon, che l’avrebbe rubato in una stamperia dove
faceva il suo apprendistato; comunque sia la vedova, che il fratello e il
vecchio socio di Spalding riconobbero ed attestarono formalmente l’identità del
Libro di Mormon con il Manoscritto ritrovato. Ma il “cercatore di
tesori” pretese di aver tirato fuori, guidato da un angelo, dalla terra in cui
Mormon l’aveva nascosto, questo libro, sotto forma di tavolette d’oro coperte
da caratteri geroglifici; aggiunse che l’angelo gli aveva fatto scoprire anche
due pietre traslucide, che altro non erano che l’Urim e il Thummim
che comparivano sul pettorale del Sommo Sacerdote d’Israele (1), il cui
possesso, procurando il dono delle lingue e lo spirito della profezia, gli
aveva permesso di tradurre le tavolette misteriose. Una decina di testimoni
dichiararono di aver visto queste tavolette; tre di loro affermarono persino di
aver visto anch’essi l’angelo, che li aveva quindi rapiti e presi sotto la
propria custodia. Fra questi ultimi c’era un certo Martin Harris, che vendette
la sua fattoria per provvedere alle spese di pubblicazione, malgrado gli
avvertimenti del Professor Anthon, di New York, al quale aveva sottoposto un
campione dei pretesi geroglifici, il quale lo aveva messo in guardia contro
quel che gli sembrava non essere altro che un volgare imbroglio. C’è da
supporre che Smith si fosse procurato delle tavolette di ottone e che vi avesse
tracciato dei caratteri tratti da diversi alfabeti; secondo Anthon (2), c’era
soprattutto una mescolanza di caratteri greci ed ebraici, così come una
grossolana imitazione del calendario messicano pubblicato da Humboldt. D’altronde
è estremamente difficile dire se coloro che aiutarono Smith ai suoi esordi
furono sue vittime o suoi complici; per quanto riguarda Harris, la cui fortuna
fu gravemente compromessa per lo scarso successo ch’ebbe all’inizio il Libro
di Mormon, non tardò a rinnegare la novella fede e a rompere l’amicizia con
Smith. Costui ebbe presto una rivelazione che rimetteva il suo mantenimento a
carico dei suoi seguaci; poi, il 6 aprile 1830, un’altra rivelazione venne a
costituirlo profeta di Dio, con la missione d’insegnare agli uomini una nuova
religione e di fondare la “Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni” (Church of
Latter-Day Saints), nella quale si doveva entrare con un nuovo battesimo.
Smith e il suo socio Cowdery si amministrarono l’un
(1) Esodo, XXVIII, 30. – Queste due parole
ebraiche significano “luce” e “verità”.
(2) Lettera a Howe, 17 febbraio 1834.
127
l’altro il battesimo; la Chiesa contava allora
solo sei membri, ma, in capo a un mese, essa ne aveva una trentina, fra i quali
il padre e i fratelli di Smith. Questa Chiesa, in definitiva, non si
differenziava affatto dalla maggioranza delle sette protestanti; fra i tredici
articoli di fede che furono allora formulati dal fondatore, è il caso di
segnalare solo la condanna del battesimo dei neonati (articolo 4), la credenza
“che un uomo può essere ricondotto a Dio tramite la profezia e l’imposizione
delle mani” (articolo 5), e che i doni miracolosi quali “profezia, rivelazione,
visioni, guarigione, esorcismo, interpretazione delle lingue”, si sono
perpetuati nella Chiesa (articolo 7), l’aggiunta del Libro di Mormon
alla Bibbia quale “parola di Dio” (articolo 8), ed infine la promessa “che Dio
rivelerà ancora delle grandi cose riguardanti il Suo Regno” (articolo 9).
Citeremo ancora l’articolo 10, così concepito: “Noi crediamo all’adunanza
letterale d’Israele e alla restaurazione delle dieci tribù; crediamo che Sion
sarà ricostruita in questo continente, che il Cristo regnerà personalmente
sulla terra, e che la terra sarà rinnovata e riceverà la gloria paradisiaca”.
L’esordio di questo articolo ricorda curiosamente i progetti di Noah; il
seguito è l’espressione di un “millenarismo” che non è assolutamente
eccezionale nelle Chiese protestanti, e che, in questa stessa regione della
Nuova Inghilterra, doveva ancora dar nascita, verso il 1840, agli “Avventisti
del Settimo Giorno”. Infine, Smith volle ricostituire l’organizzazione della
Chiesa primitiva: Apostoli, Profeti, Patriarchi, Evangelisti, Anziani, Diaconi,
Pastori e Dottori, più due gerarchie di pontefici, una secondo l’ordine di
Aronne, l’altra secondo l’ordine di Melchissedec.
I primi fedeli della nuova Chiesa erano
persone assai poco istruite, in maggior parte piccoli fattori o artigiani; il
meno ignorante fra loro era Sydney Rigdon, quello che aveva probabilmente
fornito a Smith il manoscritto di Spalding; così fu lui che, tramite una
rivelazione, venne incaricato della parte letteraria dell’opera, e a lui si
attribuì la prima parte del Libro delle Dottrine e Alleanze, pubblicato
nel 1846, e che è in qualche modo il Nuovo Testamento dei Mormoni; del resto,
egli non tardò ad obbligare il profeta, al quale si era reso così
indispensabile, di avere un’altra rivelazione che spartisse fra i due la
supremazia. Pur tuttavia, la setta cominciò ad ingrandirsi e a far conoscere la
propria esistenza all’esterno: gli Invirgiani inglesi, i quali credono
ugualmente alla perpetuazione dei doni miracolosi nella Chiesa, inviarono a
Smith una lettera firmata da un “concilio di pastori” ed esprimente la loro
simpatia. Ma lo stesso successo procurò a Smith degli avversari che non
mancarono di ricordare il suo passato poco onorevole; così, dal 1831, il
Profeta giudicò prudente cambiare residenza: da Favette, nella contea
128
di Seneca, Stato di New York, dove aveva
istituito la sua Chiesa, andò a stabilirsi a Kirtland, nell’Ohio; poi fece con
Rigdon un viaggio d’esplorazione nei paesi dell’Ovest, e, al suo ritorno, rese
nota una serie di rivelazioni che ordinavano ai “Santi” di recarsi nella contea
di Jackson, Stato del Missouri, per edificarvi una “santa Sion”. In qualche
mese, duecento credenti risposero a quest’appello e si misero a lavorare al
dissodamento del paese e all’erezione della “nuova Gerusalemme”; ma i precedenti
occupanti della regione fecero subir loro ogni sorta di vessazioni ed infine li
espulsero da Sion. Durante questo periodo, Joseph Smith dimorò a Kirtland, dove
aveva fondato un istituto commerciale e bancario, nella cassa del quale, come
apprendiamo dalla sua propria autobiografia, lui stesso e la sua famiglia
avevano diritto illimitato di attingere a piene mani; nel 1837, la banca fu
messa in fallimento, e Smith e Rigdon, minacciati di incriminazione per truffa,
dovettero rifugiarsi presso i loro fedeli del Missouri. Quattro anni erano già
trascorsi dopo che costoro erano stati cacciati da Sion, ma essi si erano
ritirati nelle regioni vicine, dove avevano acquistato delle nuove proprietà;
Smith, dal suo arrivo, dichiarò ch’era giunta l’ora in cui egli sarebbe andato
a “calpestare i suoi nemici sotto i suoi piedi”. Gli abitanti del Missouri,
essendo giunti a conoscenza delle sue intenzioni ne furono esasperati, e le
ostilità iniziarono pressoché immediatamente; i Mormoni, sconfitti, dovettero
capitolare ed impegnarsi ad abbandonare il paese senza alcun indugio; il
profeta, consegnato alle autorità, riuscì a sfuggire ai carcerieri e a
ricongiungersi ai suoi discepoli nell’Illinois. Qui, i “Santi” si rimisero a
costruire una città, la città di Nauvoo, sulla riva del Mississippi; vi
giunsero dei proseliti, persino dall’Europa, perché una missione inviata in
Inghilterra nel 1837 vi aveva effettuato diecimila battesimi, e una rivelazione
intimò a questi nuovi convertiti di accorrere a Nauvoo “con il loro denaro, il loro
oro e le loro pietre preziose”. Lo Stato dell’Illinois accordò alla città un
documento d’incorporazione; Joseph Smith ne fu nominato sindaco, ed organizzò
una milizia di cui fu nominato generale; dopo di allora, egli ostentò persino
di apparire spesso a cavallo e in uniforme. Il suo consigliere militare era un
certo generale Bennet, che aveva servito nell’esercito degli Stati Uniti;
questo Bennet aveva offerto i suoi servigi a Smith in una lettera nella quale,
pur professando una completa incredulità riguardo alla missione divina di
costui, e considerando persino come una “gioiosa mascherata” il battesimo
mormone che aveva ricevuto, prometteva al profeta “un’assistenza devota e le apparenze
di una fede sincera”. La crescente prosperità della setta portò ad un tal punto
la vanità di Smith
129
ch’egli, nel 1844, osò porre la propria
candidatura alla presidenza degli Stati Uniti.
È intorno a quest’epoca che la poligamia fu
introdotta nel Mormonismo; la rivelazione che l’autorizzò risale al luglio del
1843, ma essa fu per lungo tempo tenuta segreta e riservata ad un piccolo
numero di iniziati; fu solo dopo una decina d’anni che tale pratica venne
promulgata pubblicamente dai capi mormoni (3). Solo che per quanto si fosse
voluto tacere la rivelazione, malgrado tutto i risultati erano stati
conosciuti; un corpo di opposizione, formatosi nel seno stesso della setta,
fece udire le sue proteste in un giornale intitolato The Expositor. I
partigiani del profeta rasero al suolo la sede di questo giornale; i redattori
s’infuriarono e denunciarono alle autorità Joseph Smith e suo fratello Hiram
come perturbatori dell’ordine pubblico. Un mandato d’arresto venne spiccato
contro di loro, e, per farlo eseguire, il governatore dell’Illinois dovette
fare appello alle milizie; Joseph Smith vedendo che non poteva resistere,
giudicò prudente arrendersi; fu rinchiuso assieme a suo fratello nella prigione
della contea a Carthage. Il 27 luglio 1844, una folla in armi invase la
prigione e fece fuoco sui detenuti; Hiram Smith fu ucciso sul posto, e Joseph,
nel tentativo di scappare dalla finestra, sbagliò il proprio slancio
sfracellandosi al suolo; aveva trentanove anni. È poco verosimile che gli
assaltatori si siano riuniti spontaneamente davanti alla prigione; non si sa da
chi essi furono diretti o quantomeno influenzati, ma è del tutto possibile che
qualcuno abbia avuto interesse a far sparire Joseph Smith nel momento preciso
in cui egli vedeva realizzarsi tutte le sue ambizioni.
D’altronde, anche se costui fu
incontestabilmente un impostore, benché qualcuno abbia cercato di presentarlo
come un fanatico sincero, non è affatto sicuro che lui stesso abbia immaginato
tutte le sue imposture; ci sono troppi altri casi più o meno simili, nei quali
i capi apparenti di un movimento furono spesso solo gli strumenti di ispiratori
nascosti, che essi stessi forse non sempre conobbero; e un uomo come Rigdon,
per esempio, potrebbe aver giocato molto bene un ruolo di intermediario fra
Smith e simili ispiratori. L’ambizione personale che era nel carattere di Smith
poteva, assieme alla sua assenza di scrupoli,
(3) La rivelazione di cui si parla è stata
pubblicata nell’organo ufficiale della setta, The Millenary Star, nel
gennaio 1853. – Le altre rivelazioni che abbiamo citato precedentemente sono
tutte state raccolte in Doctrines et Alliances; non abbiamo creduto
necessario indicare qui, per ciascuna di esse, il numero della “sezione” in cui
essa si trova.
130
renderlo adatto alla realizzazione di progetti
più o meno tenebrosi, ma, al di là di certi limiti, essa rischiava di diventare
pericolosa, e generalmente, in simili casi, lo strumento viene rotto senza
pietà; è precisamente quanto successe a Smith. Facciamo queste considerazioni a
semplice titolo d’ipotesi, non volendo stabilire alcun accostamento; ma questo
è sufficiente per mostrare che è difficile dare un giudizio definitivo sugli
individui, e che la ricerca delle vere responsabilità è molto più complessa di
quanto immaginano coloro che si limitano alle apparenze esteriori.
***
Dopo la morte del profeta, quattro
pretendenti, Rigdon, William Smith, Lyman Wight e Brigham Young, si disputarono
la sua successione; fu Brigham Young, vecchio operaio carpentiere e presidente
del “Collegio degli Apostoli”, che alla fine vinse e fu proclamato “veggente,
rivelatore e presidente dei Santi degli Ultimi Giorni”. La setta continuò ad
accrescersi; ma presto si apprese che gli abitanti delle nove contee si erano
uniti con l’intenzione di sterminare i Mormoni. I capi di costoro decisero
allora un’emigrazione in massa del loro popolo in una regione lontana e deserta
dell’Alta California, che apparteneva al Messico; questa notizia fu annunciata
con una “epistola cattolica” datata 20 gennaio 1846. I vicini dei Mormoni
acconsentirono a lasciarli tranquilli, ottenendo la promessa ch’essi sarebbero
partiti prima dell’inizio dell’estate successiva; i “Santi” approfittarono di
questa dilazione per completare il tempio che stavano costruendo sulla sommità
della collina di Nauvoo, e al quale una rivelazione aveva legato certe
misteriose benedizioni; la consacrazione ebbe luogo in maggio. Gli abitanti
dell’Illinois, notando in questo una mancanza di sincerità ed il segno della
volontà di ritornare da parte dei Mormoni, cacciarono brutalmente dalle loro
dimore tutti coloro che vi si trovavano ancora e, il 17 settembre, presero
possesso della città abbandonata. Gli emigranti intrapreso un viaggio penoso;
molti restarono lungo la strada, altri ancora morirono di freddo e di
privazioni. In primavera, il presidente si spinse avanti con un corpo di
pionieri; il 21luglio 1847, raggiunsero la vallata del Gran Lago Salato e,
colpiti dalle rassomiglianze della sua configurazione geografica con quella
della terra di Canaan, decisero di fondarvi un “caposaldo di Sion” (stake of
Sion), attendendo il momento in cui avrebbero potuto riconquistare la vera
Sion, vale a dire la città della contea di Jackson che le profezie di Smith li
rassicurava dover divenire loro retaggio. Quando la colonia fu riunita, contava
quattromila persone;
131
aumentò rapidamente e, sei anni più tardi, il
numero dei suoi membri s’innalzava già a trentamila. Nel 1848, il territorio
era stato ceduto dal Messico agli Stati Uniti; gli abitanti chiesero al
Congresso di essere riconosciuti come Stato sovrano, con il nome di “Stato di
Deseret”, tratto dal Libro di Mormon; ma il Congresso si limitò a
configurare il paese come Territorio con il nome di Utah, il Territorio non
potendosi trasformare in libero Stato che quando la sua popolazione avesse
raggiunto la cifra di sessantamila abitanti, il che impegnò d’altronde i
Mormoni ad intensificare la loro propaganda per potervi giungere al più presto
e per poter così legalizzare la poligamia e le loro altre particolari
istituzioni; in attesa, il presidente Brigham Young fu d’altronde nominato
governatore dello Utah. A partire da questo momento, la prosperità materiale
dei Mormoni andò sempre crescendo, e così il loro numero, malgrado qualche
episodio sfavorevole, fra i quali va ricordato uno scisma che si produsse nel
1851: coloro che non avevano seguito l’emigrazione costituirono una “Chiesa
Riorganizzata” avente la sua sede a Lamoni, nell’Iowa, e che si pretendeva la
sola legittima; essi posero alla propria testa il giovane Joseph Smith, figlio
del profeta, che era rimasto a Independence, nel Missouri. Secondo una
statistica ufficiale del 1911, questa “Chiesa Riorganizzata” contava allora
cinquantamila membri, mentre la branca dello Utah ne contava
trecentocinquantamila.
***
Il successo del Mormonismo può sembrare
sorprendente; è probabile ch’esso sia dovuto più all’organizzazione gerarchica
e teocratica della setta, assai abilmente concepita, bisogna riconoscerlo, che
al valore della sua dottrina, per quanto la stessa stravaganza di questa sia
suscettibile di esercitare un’attrattiva su certi spiriti; soprattutto in
America, le cose più assurde di questo genere riescono in un modo incredibile.
Tale dottrina non è rimasta quello che era in origine, e questo si comprende
senza difficoltà, poiché delle nuove rivelazioni potevano venirla a modificare
in ogni momento: così la poligamia era definita nel Libro di Mormon
“un’abominazione agli occhi del Signore”, il che non impedì affatto a Joseph
Smith di avere un’altra rivelazione grazie alla quale essa divenne “la grande
benedizione dell’ultima Alleanza”. Le innovazioni propriamente dottrinali
sembrano dovute soprattutto ad Orson Pratt, sotto il dominio intellettuale del
quale Smith era caduto verso la fine della sua vita, e che aveva una
132
conoscenza più o meno vaga delle idee di Hegel
e di qualche altro filosofo tedesco, rese popolari da scrittori come Parker ed
Emerson (4).
Le concezioni religiose dei Mormoni sono del
più grossolano antropomorfismo, come provano questi estratti da uno dei loro
catechismi:
“Domanda 28. Chi è Dio? – Un essere
intelligente e materiale, avente un corpo e delle membra.
“Domanda 38. È Egli suscettibile di
passioni? – Sì, Egli mangia, beve, odia, ama.
“Domanda 44. Può Egli abitare numerosi
luoghi alla volta? – No”.
Questo Dio materiale abita il pianeta Colob;
è dunque in senso materiale che è il Padre delle creature e che le ha generate,
ed il profeta precisa nel suo ultimo sermone: “Dio non ha avuto il potere di
creare lo spirito dell’uomo. Quest’idea sminuirebbe l’uomo ai miei occhi; ma io
ne so di più”. Quel ch’egli sapeva o pretendeva di sapere, è quanto segue:
innanzitutto, il Dio dei Mormoni è un dio che “evolve”; la sua origine fu “la
fusione di due particelle di materia elementare”, e, attraverso uno sviluppo progressivo,
attinse la forma umana: “Dio, non occorre dirlo, ha cominciato con l’essere un
uomo e, attraverso una via in continuo progresso, è divenuto quello che è, e
può continuare a progredire allo stesso modo eternamente ed indefinitamente.
L’uomo, allo stesso modo, può crescere nella conoscenza e nel potere quanto gli
piacerà. Se dunque l’uomo è dotato di un progresso eterno, verrà certamente un
tempo in cui egli sarà allo stesso livello di quel che è Dio adesso”. Joseph
Smith dice ancora: “Il più debole figlio di Dio che esiste ora sulla terra,
possiederà in futuro più dominio, sudditi, potenza e gloria di quanta ne
possieda oggi Gesù Cristo o suo Padre, mentre il potere e l’elevazione di
questi si saranno accresciuti nella stessa proporzione”. E Parly Pratt,
fratello di Orson, sviluppò così quest’idea: “Che cosa farà l’uomo allorché
questo mondo sarà troppo popolato? Egli farà degli altri mondi e
s’involerà come uno sciame d’api. E quando un fattore avrà troppi figli per il
suo pezzo di terra, dirà loro: Figli miei, la materia è infinita; createvi un
mondo e popolatelo”. Le rappresentazioni della vita futura sono d’altronde le
più materiali possibili, e comprendono dettagli altrettanto ridicoli quanto le
descrizioni del Summerland degli spiritisti anglosassoni: “Supponete”,
dice lo stesso Parly Pratt, “che della popolazione della nostra terra, una
persona
(4) Orson Pratt pubblicò nel 1853 un bollettino
intitolato The Seer, dal quale trarremo gran parte delle citazioni che
seguono.
133
su cento abbia preso parte alla beata
resurrezione; quale porzione potrà averne ciascuno dei Santi? Rispondiamo:
ciascuno di essi potrà avere centocinquanta acri di terra, il che sarà del
tutto sufficiente per raccogliere la manna, costruire delle splendide
abitazioni ed anche per coltivare dei fiori e tutte le cose che amano
l’agricoltore ed il botanico”. Un altro “Apostolo”, Spencer, Rettore
dell’Università di Deseret e autore dell’Ordine Patriarcale, dice a sua
volta: “La residenza futura dei Santi non è affatto qualcosa di figurato; così
come qui in basso, essi avranno bisogno di case per sé e per le loro famiglie.
È in senso letterale che coloro che son stati spogliati dei loro beni, case,
fondi di terreno, moglie o figli, ne riceveranno cento volte di più... Abramo e
Sara continueranno a moltiplicarsi non solo quaggiù ma anche in tutti i mondi a
venire... La resurrezione vi restituirà la vostra propria moglie, che
custodirete per l’eternità, e alleverete dei figli della vostra stessa carne”.
Certi spiritisti, è vero, non attendono affatto la resurrezione per parlarci di
“matrimoni celesti” e di “figli astrali”!
Ma non è ancora tutto: dall’idea di un Dio “in
divenire”, che non appartiene loro esclusivamente e di cui si può trovare più
di un esempio nel pensiero moderno, i Mormoni son rapidamente passati a quella
d’una pluralità di dei formanti una gerarchia indefinita. In effetti, fu
rivelato a Smith “che la nostra Bibbia attuale non era nient’altro che
un testo troncato e pervertito, ch’egli aveva la missione di riportare alla sua
purità originale”, e che il primo versetto della Genesi doveva essere
interpretato così: “Dio il capo generò gli altri dei con il cielo e la terra”.
Inoltre, “ciascuno di questi dei è il Dio speciale degli spiriti carnali che
vivono nel mondo ch’egli ha formato”. Infine, cosa ancor più straordinaria, una
rivelazione di Brigham Young, nel 1853, ci informa che il Dio del nostro
pianeta è Adamo, che a sua volta è un’altra forma dell’arcangelo Michele:
“Quando nostro padre Adamo giunse nell’Eden, recò con sé Eva, una delle sue
donne. Egli aiutò nell’organizzazione del mondo. È lui Michele, l’Antico
dei Giorni. Egli è nostro padre e nostro Dio, il solo Dio con il quale noi
abbiamo a che fare”. In queste storie fantastiche, ci sono cose che ci
ricordano certe speculazioni rabbiniche, mentre, da un altro lato, non possiamo
fare a meno di pensare al “pluralismo” di William James; il Mormonismo non fu
forse tra i primi ad aver formulato la concezione, cara ai pragmatisti, di un
Dio limitato, il “Re Invisibile” di Wells (5)?
(5) In God the Invisible King (1917),
Herbert George Wells espone il suo credo religioso di matrice non cristiana
(N.d.C.).
134
La cosmologia dei Mormoni, per quanto se ne può
giudicare da formulazioni assai vaghe e confuse, è una sorta di monismo
atomista, nel quale la coscienza o l’intelligenza è considerata come inerente
alla materia: la sola cosa che sia esistita da tutta l’eternità è “una quantità
indefinita di materia mutevole ed intelligente, di cui ciascuna
particella che esiste ora è esistita in tutte le profondità dell’eternità allo
stato di libero movimento. Ciascun individuo appartenente al regno animale o
vegetale racchiude uno spirito vivo ed intelligente. Le persone non sono che
dei tabernacoli in cui risiede l’eterna verità di Dio. Quando diciamo che non
vi è che un Dio e che Egli è eterno, noi non indichiamo nessun essere in
particolare, bensì questa suprema Verità che abita in una grande varietà di
sostanze”. Questa concezione di un Dio impersonale, che vediamo qui apparire,
sembra essere in assoluta contraddizione con la concezione antropomorfica ed
evoluzionista che abbiamo precedentemente indicato; ma senza dubbio è
necessario fare una distinzione ed ammettere che il Dio corporeo che risiede
nel pianeta Colob non è che il capo di questa gerarchia di esseri
“particolari” che i Mormoni chiamano anche dei; e dobbiamo ancora aggiungere
che il Mormonismo, i cui dirigenti passano attraverso tutta una serie di
“iniziazioni”, ha verosimilmente un exoterismo ed un esoterismo. Ma
continuiamo: “Ciascun uomo è un aggregato di altrettanti individui intelligenti
che entrano nella formazione delle sue particelle di materia”. Qui, troviamo
qualcosa che ricorda ad un tempo sia il monadismo leibnitziano, inteso
d’altronde nel suo senso più esteriore, che la teoria del “polipsichismo”
sostenuta da certi “neospiritualisti”. Infine, sempre riguardo allo stesso
ordine di idee, il presidente Brigham Young, in uno dei suoi sermoni, proclamò
che “la ricompensa dei buoni sarà un progresso eterno, e la punizione dei
cattivi un ritorno della loro sostanza agli elementi primitivi di tutte le
cose”. In diverse scuole di occultismo, si minacciano ugualmente di
“dissoluzione finale” coloro che non potranno giungere ad acquistare
l’immortalità; e c’è anche qualche setta protestante, come in particolare gli
Avventisti, che ammettono per l’uomo solo un’“immortalità condizionata”.
Pensiamo di aver detto abbastanza per mostrare
cosa valgono le dottrine dei Mormoni, ed anche per far comprendere che,
malgrado la loro singolarità, la loro apparizione non costituisce affatto un
fenomeno isolato: in definitiva essi presentano, in molte loro componenti,
delle tendenze che hanno trovato molteplici espressioni nel mondo
contemporaneo, ed il cui sviluppo attuale ci sembra anch’esso come un sintomo
molto inquietante di uno squilibrio mentale che rischia di generalizzarsi se
non si veglia attentamente; gli Americani, da questo punto di vista, hanno
fatto all’Europa dei doni assai spiacevoli.
135
IL CRISTO SACERDOTE E RE
Tra i numerosi simboli che sono stati
applicati a Cristo, e dei quali molti si ricollegano alle tradizioni più
antiche, ce ne sono di quelli che rappresentano soprattutto l’autorità
spirituale, sotto tutti i suoi aspetti, ma ce ne sono anche di quelli che, nel
loro uso abituale, fanno più o meno allusione al potere temporale. È così che,
per esempio, si trova di frequente posto nella mano del Cristo, il “Globo del
Mondo”, insegna dell’Impero, vale a dire della Regalità universale. Il fatto è
che nella persona del Cristo, le due funzioni sacerdotale e regale, alle quali
sono collegate rispettivamente l’autorità spirituale ed il potere temporale,
sono davvero inseparabili l’una dall’altra; tutte e due gli appartengono,
eminentemente e per eccellenza, come al principio comune dal quale esse
derivano, l’una e l’altra, in tutte le loro manifestazioni.
Senza dubbio, può sembrare che, in modo
generale, la funzione sacerdotale del Cristo sia stata messa più
particolarmente in evidenza; questo si comprende, perché lo spirituale è
superiore al temporale, e lo stesso rapporto gerarchico dev’essere osservato
tra le funzioni che a loro corrispondono rispettivamente. La regalità è
veramente di “diritto divino” fintanto ch’essa riconosce la propria
subordinazione rispetto all’autorità spirituale, che sola può conferirle
l’investitura e la consacrazione che le danno la sua piena ed intera
legittimità. Tuttavia, da un certo punto di vista, si possono anche considerare
le due funzioni sacerdotale e regale come, in qualche modo, complementari l’una
dell’altra, ed allora, benché la seconda, a dire il vero, abbia il suo
principio immediato nella prima, c’è tuttavia fra loro, quando le si considera
come così separate, una sorta di parallelismo. In altri termini, dal momento
che il sacerdote di solito non è allo stesso tempo re, è necessario che il
sacerdote ed il re traggano i loro poteri da una fonte comune; la differenza
gerarchica fra i due consiste nel fatto che il sacerdote riceve il suo potere
direttamente da questa fonte, mentre il re, a causa del carattere
136
più esteriore e propriamente terrestre della
sua funzione, non può ricevere il suo se non attraverso l’intermediazione del
sacerdote. Costui, in effetti, gioca veramente il ruolo di “mediatore” tra il
Cielo e la Terra; e non è senza motivo che la pienezza del sacerdozio ha
ricevuto il nome simbolico di “pontificato”, perché, così come dice anche San
Bernardo, “il Pontefice, come indica l’etimologia del suo nome, è una specie di
ponte tra Dio e l’uomo” (1). Se dunque si vuole risalire all’origine prima dei
poteri del sacerdote e del re, è solo nel mondo celeste che la si può trovare;
questa fonte primordiale dalla quale proviene ogni autorità legittima, questo
Principio nel quale risiedono ad un tempo il Sacerdozio e la Regalità supreme,
non può essere altro che il Verbo Divino.
Quindi, il Cristo manifestazione del Verbo in
questo mondo, deve essere veramente allo stesso tempo sacerdote e re; ma, cosa
che può sembrare strana a prima vista, la sua filiazione umana parrebbe
designarlo anzitutto per la funzione regale e non per la funzione sacerdotale.
Egli è chiamato il “Leone della tribù di Giuda”; il leone, animale solare ed
emblema regale di questa tribù e specialmente della famiglia di Davide che è la
sua, diventa così il suo emblema personale. Se il sacerdozio ha la preminenza sulla
regalità, come si spiega che il Cristo sia nato in questa tribù regale di Giuda
e in questa famiglia di Davide, e non nella tribù sacerdotale di Levi e nella
famiglia di Aronne? È un mistero di cui San Paolo fornisce una spiegazione in
questi termini: “Se il sacerdozio di Levi, sotto il quale il popolo ha ricevuto
la legge, avesse potuto rendere gli uomini giusti e perfetti, che bisogno ci
sarebbe stato che si ordinasse un altro sacerdote, che fosse chiamato sacerdote
secondo l’ordine di Melchissedec, e non secondo quello di Aronne? Ora, essendo
stato cambiato il sacerdozio, è necessario che anche la legge sia cambiata. In
effetti colui a cui sono predette queste cose è di un’altra tribù, nella quale
nessuno ha mai servito l’altare, poiché è certo che nostro Signore è venuto da
Giuda, che è una tribù alla quale Mosè non ha mai attribuito il sacerdozio. E
questo appare ancora più chiaramente per il fatto che si ordina un altro
sacerdote secondo l’ordine di Melchissedec, il quale non è affatto sancito dalla
legge di un’ordinanza e da una successione carnale, ma dalla potenza della sua
vita immortale, così come afferma la Scrittura con queste parole: ‘Tu sei
sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchissedec’” (2).
(1) Tractatus de
Moribus et Officio episcoporum, III, 9.
(2) Epistola agli Ebrei, VII, 11-17.
137
Così il Cristo è sacerdote, ma per diritto
puramente spirituale; egli lo è secondo l’ordine di Melchissedec, e non secondo
l’ordine di Aronne né a causa della successione carnale; in virtù di questa, è
la regalità che gli appartiene, e ciò è del tutto conforme alla natura delle
cose. Ma, d’altronde, il sacerdozio secondo l’ordine di Melchissedec implica in
sé anche la regalità; è sotto tale aspetto, precisamente, che l’uno e l’altro
non possono essere separati, perché Melchissedec è, anche lui, sacerdote e re
allo stesso tempo, e così egli è realmente il rappresentante del Principio nel
quale i due poteri sono uniti, come il sacrificio che egli offre con il pane e
con il vino è la rappresentazione stessa dell’Eucarestia. È in ragione di
questa duplice prefigurazione che si applica al Cristo la parola dei Salmi: “Tu
es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchissedec” (3).
Ricordiamo il testo del passaggio biblico ove
è narrato l’incontro di Melchissedec con Abramo: “E Melchissedec, re di Salem,
fece portare del pane e del vino; ed egli era sacerdote di Dio l’Altissimo. Ed
egli benedisse Abramo (4) dicendo: ‘Benedetto sia Abramo da parte di Dio
l’Altissimo possessore dei Cieli e della Terra; e benedetto sia Dio l’Altissimo
che ha consegnato i tuoi nemici fra le tue mani’. E Abramo gli diede la decima
di tutto quanto aveva preso (5). Ed ecco in quali termini San Paolo commenta il
testo: ‘Questo Melchissedec, re di Salem, sacerdote di Dio l’Altissimo, che si
presentò davanti ad Abramo mentre questi tornava dalla disfatta dei re, che lo
benedisse e a cui Abramo diede la decima di tutto il bottino, che è anzitutto,
secondo il significato del suo nome, re di giustizia (6), poi re di Salem, cioè
re della Pace; che è senza padre, senza madre, la cui vita non ha inizio né
fine, ma che così è fatto simile al Figlio di Dio, questo Melchissedec resta
sacerdote in perpetuità’” (7).
Ora, Melchissedec viene rappresentato come
superiore ad Abramo poiché lo benedice, e, “inoppugnabilmente, è l’inferiore ad
essere benedetto dal superiore” (8); Abramo, dal canto suo, riconosce tale
superiorità poiché gli dà la decima, cosa questa che rappresenta il segno della
sua dipendenza. Ne risulta che il sacerdozio secondo l’ordine di Melchissedec
(3) Salmo CIX, 4.
(4) È soltanto più tardi che il nome di Abram
fu cambiato in Abraham (Genesi, XVII).
(5) Genesi, XVI, 18-20.
(6) È in effetti ciò che significa letteralmente Melki-Tsedeq
in ebraico.
(7) Epistola agli Ebrei, VII, 1-3.
(8) Ibid., VII, 7.
138
è superiore al sacerdozio secondo l’ordine di
Aronne, poiché è Abramo che deriva dalla famiglia di Levi e per conseguenza
dalla famiglia di Aronne.
È quel che afferma ancora San Paolo: “Qui (nel
sacerdozio levitico), sono gli uomini mortali a percepire le decime; ma là si
tratta di un uomo di cui si attesta che è vivente. E proprio Levi, che
percepisce la decima (sul popolo di Israele), l’ha pagata per così dire nella
persona di Abramo, poiché egli era ancora in Abramo, suo avo, quando
Melchissedec si presentò davanti a questo patriarca” (9). E tale superiorità
corrisponde a quella della Nuova Alleanza sulla Legge Antica: “in quanto consta
che tale sacerdozio non è stato stabilito senza giuramento (infatti mentre gli
altri sacerdoti sono stati stabiliti senza giuramento, questo lo è stato con
giuramento), avendogli detto Dio: ‘il Signore ha giurato, ed il suo giuramento,
che tu sarai eternamente sacerdote secondo l’ordine di Melchissedec, rimarrà
immutabile; è pertanto vero che l’alleanza di cui Gesù è il mediatore e il
garante è più perfetta della prima’” (10).
Abbiamo tenuto a ricordare qui questi testi
essenziali, senza peraltro pretendere, cosa che ci porterebbe troppo lungi, di
sviluppare tutti i significati in essi contenuti, perché vi si trovano verità
d’ordine molto profondo e che non si lasciano penetrare di primo acchito; San
Paolo stesso ce ne avverte dicendo: “Su questo soggetto abbiamo molte cose da
dire, e cose difficili da spiegare per voi che siete diventati lenti a capire”
(11). Chi mai potrebbe dire oggi che le cose di questo genere sono divenute completamente
estranee alla immensa maggioranza degli uomini, uomini il cui spirito è rivolto
esclusivamente alle realtà del mondo materiale ignorando per partito preso
tutto ciò che supera tale dominio strettamente limitato? Soprattutto, abbiamo
voluto far vedere come l’ordine di Melchissedec sia ad un tempo sacerdotale e
regale, e che per conseguenza l’applicare a Cristo queste parole della
Scrittura ad esso riferite costituisce l’espressa affermazione di questo doppio
carattere; ed anche che l’unione dei due poteri in una stessa persona
rappresenta un principio superiore all’uno e all’altro degli ordini ove
rispettivamente si esercitano questi due poteri considerati separatamente; ed è
per ciò che Melchissedec è veramente, per tutto quanto di lui è detto, “fatto
simile al Figlio di Dio” (12). Ma Cristo, essendo egli
(9) Ibid., VII,
8-10.
(10) Ibid., VII,
20-22.
(12) L’unione dei due poteri potrebbe anche, in
ragione dei loro rispettivi
139
stesso Figlio di Dio, non è soltanto la
rappresentazione del principio dei due poteri; egli è anche quel principio in
tutta la sua realtà trascendente “per la potenza della sua vita immortale”;
ogni autorità ha in lui la sua sorgente perché egli è il “Verbo Eterno da cui
sono fatte tutte le cose”, come afferma San Giovanni all’inizio del suo
Vangelo, “e niente di ciò che è stato, è stato fatto senza di lui”.
A queste considerazioni fondamentali
aggiungeremo solo qualche osservazione complementare: anzitutto è importante
osservare che la Giustizia e la Pace, le quali, come si è visto, sono gli
attributi di Melchissedec secondo il significato stesso del suo nome e del
titolo che gli viene attribuito, sono anche attributi che convengono a Cristo,
chiamato in particolare “Sole di Giustizia” e “Principe della Pace”. Inoltre,
bisogna dire che le idee di Giustizia e di Pace, sia nel Cristianesimo, come
nelle antiche tradizioni, e pure nella tradizione giudaica ove esse sono
frequentemente associate, hanno un significato molto diverso da quello profano,
e che richiederebbe uno studio approfondito (13).
Un’altra osservazione che può apparire
singolare a chi non conosca il genio della lingua ebraica, ma che non per
questo è meno importante, è la seguente: Melchissedec è sacerdote di Dio
l’Altissimo, El Elion; e El Elion è l’equivalente di Emmanuel
avendo i due nomi esattamente lo stesso numero (14). Tale equivalenza sta ad
indicare che si tratta di due designazioni dello stesso principio divino
soltanto sotto due rapporti diversi: nel mondo celeste esso è El Elion,
mentre nella sua manifestazione nel mondo terrestre è Emmanuel (“Dio con
noi” o “Dio in noi”). Ne risulta questa conseguenza: il sacerdozio di
Melchissedec è il sacerdozio di El Elion; il sacerdozio cristiano, che è
una partecipazione al sacerdozio stesso del Cristo, è quello di Emmanuel;
se dunque El Elion e Emmanuel non sono che un solo ed unico
principio, anche questi due sacerdozi non fanno che uno, ed il sacerdozio
cristiano, che del resto comporta essenzialmente l’offerta eucaristica nella
specie del pane e del vino, è veramente “secondo l’ordine di Melchissedec”.
rapporti con i due ordini divino ed umano, essere
considerata in un certo senso come prefigurazione dell’unione delle due nature
divina ed umana nella persona di Cristo.
(13) Questa differenza è affermata nettamente da
certi testi evangelici, come per esempio questo: “Vi lascio la pace, vi do la
mia pace; non ve la do come la dà il mondo” (Giovanni, XIV, 27).
(14) In ebraico, ogni lettera dell’alfabeto ha un
valore numerico; ed il valore numerico di un nome è la somma di quelli delle
lettere di cui è formato; così il numero dei due nomi El Elion ed Emmanuel
è 197.
140
Infine Melchissedec non è il solo personaggio
che appaia nelle Scritture con il doppio carattere di sacerdote e di re; nel
Nuovo Testamento, infatti, ritroviamo queste due funzioni unite nei Re Magi, il
che può far pensare che vi sia uno stretto legame tra essi e Melchissedec, o,
in altri termini, che in entrambi i casi si tratti di rappresentanti di una
sola e stessa autorità. Orbene, i Re Magi, attraverso l’omaggio che essi
rendono a Cristo attraverso i presenti che gli offrono, riconoscono espressamente
in lui la sorgente di tale autorità ovunque essa si eserciti: il primo gli
offre l’oro e lo saluta come re; il secondo gli offre l’incenso e lo saluta
come sacerdote; il terzo infine gli offre la mirra o balsamo d’incorruttibilità
(15) e lo saluta come profeta o maestro spirituale per eccellenza, il che
corrisponde direttamente al principio comune dei due poteri sacerdotale e
regale. In questo modo viene reso omaggio a Cristo, già dalla nascita, nei tre
“mondi” di cui parlano tutte le dottrine orientali: il mondo terrestre, il
mondo intermedio ed il mondo celeste; e coloro che gli rendono omaggio non sono
altro che gli autentici depositari della Rivelazione fatta all’umanità fin dal
Paradiso Terrestre. O perlomeno, questa è la conclusione che, per noi, si ricava
nettamente paragonando le testimonianze concordanti che s’incontrano, a questo
proposito, presso tutti i popoli; e del resto, nelle diverse forme ch’essa ha
rivestito nel corso dei tempi, sotto i veli più o meno spessi che talora la
dissimularono agli sguardi di coloro che restano fermi alle apparenze
esteriori, quella grande Tradizione Primordiale fu sempre, in realtà, l’unica
vera religione di tutta l’umanità. Il modo di procedere dei rappresentanti di
questa Tradizione, come ce lo riporta il Vangelo, non deve forse essere
riguardato, a ben comprendere di che si tratta, come una delle più belle prove
della divinità del Cristo, e contemporaneamente come il riconoscimento decisivo
del Sacerdozio e della Regalità supreme che veramente gli appartengono “secondo
l’ordine di Melchissedec”?
(15) Gli alberi da gomma o resine incorruttibili
svolgono una funzione importante nel simbolismo, con il significato di
resurrezione ed immortalità; in particolare, essi sono stati presi talvolta, a
questo titolo, come emblemi di Cristo. È vero che è stato dato anche alla mirra
un altro significato, riferendolo esclusivamente all’umanità di Cristo; ma
pensiamo che si tratti di un’interpretazione tutta moderna, il cui valore dal
punto di vista tradizionale è assai contestabile.
141
IL SIMBOLISMO DELLA TESSITURA
Nelle dottrine orientali, i libri tradizionali
sono frequentemente designati con termini che, nel loro senso letterale, si
riferiscono alla tessitura. Così, in sanscrito, sûtra significa
propriamente “filo” (questa parola è identica al latino sutura, la
stessa radice, con il significato di “cucire”, si ritrova identica in entrambe
le lingue): un libro può essere formato da un insieme di sûtra, come un
tessuto è formato da un insieme di fili (1); tantra ha sia il
significato di “filo” che quello di “tessuto”, e designa più specificamente
l’“ordito” di un tessuto (2). Ugualmente, in cinese, ching è l’“ordito”
di una stoffa, e wei è la sua “trama”; il primo di questi due termini
designa allo stesso tempo un libro fondamentale, e il secondo designa i suoi
commentari. Una simile distinzione fra l’“ordito” e la “trama” nell’insieme
delle Scritture tradizionali corrisponde, secondo la terminologia indù, a
quella fra la Shruti, che è il frutto dell’ispirazione diretta, e la Smriti,
che è il prodotto della riflessione che si esercita sui dati forniti dalla Shruti.
Per meglio comprendere il significato di
questo simbolismo bisogna rimarcare per prima cosa che l’ordito, formato da
fili tesi sul telaio, rappresenta l’elemento immutabile e principiale, mentre i
fili della trama, passando fra quelli dell’ordito con il va e vieni della
spola, rappresentano l’elemento variabile e contingente, cioè le applicazioni
del principio a queste o quelle condizioni particolari. D’altra parte, se si
considerano un filo dell’ordito ed un filo della trama, ci si accorge
(1) È quantomeno curioso constatare che la parola
araba sûrat, che designa i capitoli del Corano, è composta esattamente
dagli stessi elementi del termine sanscrito sûtra: questa parola
d’altronde ha un significato simile a quello di “riga” o “filo” e la sua
origine è sconosciuta.
(2) La radice tan di questa parola esprime
in primo luogo l’idea di estensione.
142
immediatamente che la loro unione forma il
simbolo della croce, di cui essi sono rispettivamente la linea verticale e
quella orizzontale; ed ogni punto del tessuto, essendo così il punto d’incontro
fra due fili perpendicolari tra loro, è per ciò stesso il centro di una tale
croce. Ora, secondo il simbolismo generale della croce, la linea verticale
rappresenta ciò che unisce fra loro tutti gli stati di un essere o tutti i
gradi dell’esistenza, mentre la linea orizzontale rappresenta lo sviluppo di
uno di questi stati o di questi gradi. Se si confronta tutto ciò a quanto
abbiamo indicato prima, si può dire che la direzione orizzontale raffigura per
esempio lo stato umano, e la direzione verticale ciò che è trascendente
rispetto a questo stato; tale carattere trascendente è propriamente quello
della Shruti, che è essenzialmente “non-umana”, mentre la Smriti
comporta le applicazioni d’ordine umano ed è il risultato dell’esercizio delle
facoltà umane.
Possiamo aggiungere qui un’altra osservazione
che farà risaltare la concordanza dei vari simbolismi più strettamente legati
fra loro di quanto non si possa supporre a prima vista: sotto un aspetto un po’
differente rispetto a quello che abbiamo considerato, la linea verticale
rappresenta il principio attivo o maschile (Purusha), e la linea
orizzontale il principio passivo o femminile (Prakriti), essendo tutta
la manifestazione prodotta dall’influenza “non-agente” del primo sul secondo.
Ora, da un altro punto di vista, la Shruti è assimilata alla luce
diretta, rappresentata dal Sole, e la Smriti alla luce riflessa,
rappresentata dalla Luna; ma, al tempo stesso, il Sole e la Luna, in pressoché
tutte le tradizioni, simboleggiano anche rispettivamente il principio maschile
ed il principio femminile della manifestazione universale (3).
Per ritornare al simbolismo della tessitura,
esso non è applicato solamente alle Scritture tradizionali; è usato anche per
rappresentare il mondo, o più esattamente l’insieme di tutti i mondi, cioè
degli stati o dei gradi, in moltitudine indefinita, che costituiscono
l’esistenza universale. Così, nelle Upanishad, il Brahma Supremo
è designato come “Colui sul quale i mondi sono tessuti, come l’ordito e la
trama”, o con altre formule simili (4). L’ordito e la trama naturalmente hanno,
anche qui, rispettivamente gli stessi significati che abbiamo definito; e,
tuttavia,
(3) Per un più ampio sviluppo dei rapporti fra la Shruti
e la Smriti, rinviamo a quel che ne abbiamo detto ne L’Homme et son
devenir selon le Vêdânta, p. 22-23, e in Autorité spirituelle et
pouvoir temporel, p. 134-136.
(4) Mundaka Upanishad, 2° Mundaka, 2°
Khanda, shruti 5; Brihad-Aranyaka Upanishad, 3° Adhyâya, 8° Brâhmana,
shruti 7 e 8.
143
esistono molte altre relazioni fra queste due
applicazioni al punto che lo stesso Universo, secondo certe tradizioni, è
talvolta simboleggiato da un libro: ricorderemo a questo proposito solamente il
Liber Mundi dei Rosa-Croce, ed anche il simbolo ben conosciuto del
“Libro della Vita”, che darebbe luogo a delle osservazioni molto interessanti,
ma che si scosterebbero un po’ troppo dal nostro argomento perché si possa
pensare di trattarle ora (5).
Un’altra forma dello stesso simbolismo, che
s’incontra anche nella tradizione indù, è l’immagine del ragno che tesse la sua
tela, immagine che è ancora più esatta per il fatto che il ragno forma questa
tela con la sua propria sostanza (6). A causa della forma circolare della tela,
che è d’altronde lo schema in piano dello sferoide cosmogonico, l’ordito è qui
rappresentato dai fili disposti a raggiera a partire dal centro, e la trama dai
fili disposti in circonferenze concentriche (7). Per tornare alla rappresentazione
ordinaria della tessitura, non c’è che da considerare il centro come
indefinitamente lontano, di modo tale che i raggi divengono paralleli, secondo
la direzione verticale, mentre le circonferenze concentriche divengono delle
rette perpendicolari a questi raggi, cioè orizzontali.
L’ordito, secondo quanto abbiamo detto più
sopra, rappresenta i principi che uniscono tra loro tutti i mondi o tutti gli
stati, ciascuno dei suoi fili collegando i punti corrispondenti nei differenti
stati; la trama, costituisce l’insieme degli avvenimenti che si producono in
ciascuno dei mondi, e ciascun filo di questa trama è anche lo sviluppo degli
avvenimenti in un mondo determinato. Si potrebbe riprendere qui anche il
simbolismo del libro, e dire che tutti gli avvenimenti, considerati nella
simultaneità dell’“intemporale”, sono così iscritti in questo libro, di cui
ciascuno di essi è per così dire un carattere, che d’altra parte s’identifica
con un punto del tessuto.
(5) C’è in particolare una relazione assai curiosa
fra questo simbolo del “Libro della Vita” e quello dell’“Albero della Vita”;
forse vi ritorneremo in qualche altra occasione. [Guénon si occuperà
dell’Albero della Vita e dell’Albero del Mondo in due articoli per Études
Traditionnelles del febbraio e aprile 1939; tr. it.: L’Albero del Mondo
e L’Albero della Vita e la bevanda dell’immortalità, in Simboli della
Scienza sacra, cit. (N.d.C.)].
(6) Commento di Shankarâchârya ai Brahma-Sûtra,
2° Adhyâya, 1° Pâda, sûtra 25.
(7) Il ragno, tenendosi al centro, dà l’immagine
del Sole circondato dai suoi raggi; esso può così essere preso come una
raffigurazione del “Cuore del Mondo”.
144
Da un altro punto di vista, si può ancora dire
che la manifestazione di un essere in un certo stato di esistenza è, come ogni
avvenimento quale che sia, determinato dall’incontro fra un filo dell’ordito
con un filo della trama. Ciascun filo dell’ordito è allora un essere
considerato nella sua natura essenziale, che, in quanto proiezione diretta del
“Sé” principiale, costituisce il legame fra tutti i suoi stati, mantenendo la
sua propria unità attraverso la loro indefinita molteplicità. In tal caso, il filo
della trama che viene incontrato dall’ordito in un certo punto corrisponde ad
uno stato definito d’esistenza, e la loro intersezione determina le relazioni
di quest’essere, per quanto riguarda la sua manifestazione in questo stato, con
l’ambiente cosmico nel quale esso si situa sotto questo rapporto. La natura
individuale di un essere umano, per esempio, è il risultato dell’incontro fra
questi due fili; in altri termini, sarà sempre il caso di distinguere due sorte
di elementi, che dovranno essere rapportati rispettivamente alla direzione
verticale ed alla direzione orizzontale: i primi esprimono quel che appartiene
in proprio all’essere considerato, mentre i secondi provengono dalle condizioni
dell’ambiente.
Aggiungiamo che i fili di cui è formato il
“tessuto del mondo” sono anche designati, secondo un altro simbolismo,
equivalente, come i “capelli di Shiva”. Si potrebbe dire che essi sono
in qualche modo le “linee di forza” dell’Universo manifestato, e che le
“direzioni dello spazio” sono la loro rappresentazione nell’ordine corporeo. Si
vede senza sforzo di quante applicazioni diverse siano suscettibili tutte
queste considerazioni; ma abbiamo voluto indicare qui il significato essenziale
di questo simbolismo della tessitura che è, crediamo, assai poco conosciuto in
Occidente (8).
(8) Si trovano tuttavia delle tracce di un
simbolismo dello stesso genere nell’antichità greco-romana, specificamente nel
mito delle Parche: ma esso sembra riferirsi solo ai fili della trama, ed il suo
carattere “fatale” può in effetti spiegarsi con l’assenza della nozione
dell’ordito, vale a dire mediante il fatto che l’essere è considerato
unicamente nel suo stato individuale, senza alcun intervento del suo principio
personale trascendente.
145
LE INFLUENZE ERRANTI
Trattando dei diversi elementi che producono i
fenomeni che gli spiritisti attribuiscono a quelli che essi definiscono
“spiriti”, abbiamo fatto allusione alle forze sottili che i Taoisti cinesi
chiamano “influenze erranti”. Daremo a questo riguardo alcune spiegazioni
complementari, per eliminare la confusione nella quale incorrono troppo
facilmente coloro che – purtroppo numerosi nella nostra epoca – conoscono le
scienze moderne dell’Europa più delle scienze antiche dell’Oriente.
Abbiamo fatto notare che le influenze di cui
si tratta qui, essendo di natura psichica sono più sottili delle forze del
mondo sensibile o corporeo. Non conviene dunque confonderle con queste ultime,
anche se taluni dei loro effetti sono simili. Tale rassomiglianza potrebbe
farle assimilare soprattutto a quelle dell’elettricità; ciò si spiega
semplicemente mediante l’analogia delle leggi che reggono i diversi stati e i
diversi mondi, mediante la corrispondenza grazie alla quale si realizzano
l’ordine e l’armonia di tutti i gradi dell’Esistenza.
Queste “influenze erranti” comprendono varietà
assai distinte le une dalle altre. Certamente, anche nel mondo sensibile
troviamo influenze molto varie; ma nel mondo psichico le cose sono ancora più
complesse, per il fatto stesso che il dominio psichico è assai meno ristretto
del dominio sensibile.
Questa denominazione generale di “influenze
erranti” si applica a tutte le energie non individualizzate, vale a dire a
tutte quelle che agiscono nell’ambiente cosmico senza entrare nella
costituzione di un qualunque essere definito. In alcuni casi, queste forze sono
tali per loro stessa natura; in altri casi, esse derivano da elementi psichici
disintegrati, provenienti da antichi organismi viventi e particolarmente da
esseri umani, come abbiamo detto nel nostro precedente articolo.
In realtà, si tratta in tal caso di un certo
ordine di forze naturali che hanno le loro proprie leggi e che non possono
sfuggire a tali leggi più
146
di quanto lo possano le altre forze naturali.
Se la maggior parte delle volte sembra che gli effetti di queste forze si
manifestino in un modo capriccioso ed incoerente, ciò non è dovuto che
all’ignoranza delle leggi che li governano. È per esempio sufficiente
confrontare gli effetti del fulmine, che non mancano affatto di stranezza, con
quelli delle forze di cui parliamo, per comprendere che in realtà non vi è in
questo nulla di straordinario. E coloro che conoscono le leggi di queste forze
sottili possono intercettarle ed utilizzarle come le altre forze.
È importante distinguere due eventualità
riguardo alla direzione di simili forze e alla loro utilizzazione. Si può
arrivare a tale risultato, sia con l’aiuto di intermediari facenti parte del
mondo sottile, come gli esseri conosciuti con il nome di djnn, sia con
l’aiuto di esseri umani viventi, che naturalmente possiedano a loro volta gli
stati corrispondenti al mondo sottile, il che permette loro di esercitarvi
ugualmente un’azione. Gli esseri che così dirigono queste forze mediante la
loro volontà – sia che si tratti di uomini o di djnn – conferiscono ad
esse una sorta di individualità fittizia e temporanea che altro non è che il
riflesso della loro propria individualità e come un’ombra di quest’ultima. Ma
succede anche frequentemente che queste stesse forze siano attirate
inconsciamente da esseri che ne ignorano le leggi ma che sono predisposti ad
esse da particolarità naturali, come ad esempio le persone che al giorno d’oggi
si è convenuto di chiamare “medium”.
Costoro prestano alle forze con le quali
entrano così in relazione un’apparenza di individualità, ma a scapito
dell’integrità dei loro propri stati psichici che subiscono in conseguenza di
ciò uno squilibrio che può spingersi fino ad una parziale disintegrazione
dell’individualità.
C’è da fare un’osservazione molto importante
riguardo a questo genere d’intercettazione inconscia o involontaria, a seguito
della quale l’essere è in balia delle forze esterne, invece che dirigerle. Una
tale attrazione può essere esercitata su queste forze, non solo da esseri umani
o “medium” come si è detto, ma anche attraverso altri esseri viventi ed
anche oggetti inanimati, o persino mediante luoghi determinati nei quali esse
vengono a concentrarsi di modo che producono fenomeni assai singolari. Questi esseri
o questi oggetti giocano – se ci è permesso di impiegare un termine improprio,
ma giustificato dall’analogia con le leggi delle forze fisiche – un ruolo di
“condensatori”. Questa condensazione può effettuarsi spontaneamente; ma,
d’altronde, è possibile per coloro che conoscono le leggi di queste forze
sottili, di fissarle mediante certi procedimenti, prendendo come supporto
talune sostanze o taluni oggetti la cui natura è determinata dal risultato che
se ne vuole ottenere. Viceversa, è possibile a queste persone anche di
dissolvere gli
147
agglomerati di forza sottile, sia che essi
siano stati formati volontariamente da essi o da altri, sia che essi si siano
costituiti spontaneamente. A tale riguardo, il potere delle punte metalliche è
stato da sempre conosciuto, e in questo c’è una rimarchevole analogia coi
fenomeni elettrici. Succede anche che, allorquando si colpisce con una punta il
punto preciso in cui si trova quel che si potrebbe chiamare il “nodo” della
condensazione, ne scaturiscano delle scintille. Se, così come succede spesso, questa
condensazione era stata prodotta da uno stregone, costui può essere ferito o
ucciso per la reazione a tale colpo, a qualunque distanza egli si trovi. Di
tali fenomeni ne sono stati osservati in ogni epoca ed in ogni luogo.
Si possono comprendere le due operazioni qui
sopra menzionate di “condensazione” e di “dissoluzione” mediante la loro
analogia con alcuni casi nei quali si mettono in opera forze di un ordine più o
meno differente, come in alchimia, perché esse in ultima analisi si rapportano
a leggi assai generali, ben conosciute dalla scienza antica, più
particolarmente in Oriente, ma, a quanto sembra, totalmente sconosciute dai
moderni.
È nell’intervallo compreso fra queste due fasi
estreme di “condensazione” e di “dissoluzione”, che colui che ha captato le
forze sottili può prestar loro quella sorta di coscienza che dona ad esse una
individualità apparente capace d’indurre in errore l’osservatore fino a
persuaderlo di avere a che fare con degli esseri veri e propri.
La possibilità di “condensare” le forze su
supporti di natura assai diversa, e di ottenerne dei risultati di un’apparenza
eccezionale e sorprendente, dimostra l’errore dei moderni quando essi
sostengono che la presenza di un “medium” umano è indispensabile.
Sottolineiamo che prima dello spiritismo,
l’uso di un essere umano come “condensatore” era prerogativa esclusiva degli
stregoni d’ordine più basso, a causa dei gravi pericoli che questo presenta per
tale essere.
Aggiungeremo a quanto precede che, oltre alla
modalità di azione di cui abbiamo parlato, ne esiste un’altra del tutto
diversa, basantesi sulla condensazione delle forze sottili, non più su esseri o
oggetti esterni all’individuo che compie questo lavoro, bensì su questo stesso
individuo, in modo da permettergli di utilizzarle a volontà e di conferirgli
così una possibilità permanente di produrre certi fenomeni. L’uso di un metodo
simile è diffuso soprattutto in India, ma è necessario dire che coloro che si applicano
a produrre fenomeni straordinari mediante questo procedimento, così come
mediante qualunque altro di quelli che sono stati enumerati qui sopra, non
meritano affatto l’interesse che certuni accordano loro. In realtà, si tratta
di individui il cui sviluppo interiore
148
si è fermato ad un certo stadio per una
qualunque ragione, al punto che non è più loro possibile superarlo, né, di
conseguenza, di applicare la loro attività a cose appartenenti ad un ordine più
elevato.
In realtà, la conoscenza completa delle leggi
che consentono all’essere umano di dirigere le forze sottili è stata sempre
riservata ad un numero assai ristretto di persone, a causa del pericolo che
deriverebbe dal loro impiego generalizzato da parte di individui male
intenzionati.
In Cina esiste un trattato assai diffuso sulle
“influenze erranti” (1). D’altra parte, questo trattato considera solo
un’applicazione assai speciale di tali forze all’origine delle malattie e al
loro trattamento; tutto il resto è stato sempre oggetto di un insegnamento
esclusivamente orale.
D’altronde, coloro che conoscono in modo
completo le leggi delle “influenze erranti” di solito si accontentano di tale
conoscenza e si disinteressano completamente dell’applicazione o
dell’utilizzazione pratica di queste forze sottili. Essi si rifiutano di
suscitare anche il minimo fenomeno per stupire gli altri o soddisfare la loro
curiosità. E se per avventura, essi si vedono costretti a produrre certi
fenomeni – per motivi del tutto diversi da quelli di cui si è parlato qui sopra
e in circostanze speciali – essi lo fanno con l’aiuto di metodi del tutto
diversi e utilizzando a tali fini forze di un altro ordine, anche se i
risultati sembrano esteriormente simili.
In effetti, se esiste analogia tra le forze
sensibili quali l’elettricità e le forze psichiche o sottili, esiste egualmente
un’altra fra queste ultime e le forze spirituali che, per esempio, possono allo
stesso modo agire concentrandosi in certi oggetti o in certi luoghi
determinati. È anche possibile, d’altra parte, che delle forze così diverse
nella loro natura producano effetti in apparenza simili. Queste rassomiglianze
del tutto superficiali sono fonti di errori e di confusioni frequenti, che non
possono evitare coloro i quali si limitano alla mera constatazione dei
fenomeni. È in questo modo che è possibile a dei volgari stregoni, almeno fino
ad un certo punto, d’imitare alcuni fenomeni miracolosi. Nonostante una
rassomiglianza puramente apparente per quanto riguarda i
(1) Si tratta del breve Trattato delle Influenze
erranti di Quang-Dzu tradotto da Matgioi (il Conte Albert de Pouvourville)
e incluso come appendice nella prima edizione della sua Voie Rationnelle,
ma ritirato dalla seconda edizione (Chacornac). Esso è stato riproposto in Études
Traditionnelles, nei numeri di aprile-maggio e del giugno 1956,
rispettivamente p. 128-135 e 159-169 (N.d.C.).
149
risultati, non esiste evidentemente niente di
comune fra le cause che, nei due casi, sono totalmente diverse le une dalle
altre.
Non rientra nel quadro del nostro soggetto
occuparci dell’azione delle forze spirituali. Nondimeno, da quanto precede,
possiamo trarre la seguente conclusione: i soli fenomeni non possono costituire
un criterio o una prova in appoggio di nessuna cosa, né stabilire in nessun
modo la verità di qualunque teoria. D’altronde, gli stessi fenomeni devono
sovente venire spiegati in diversi modi a seconda del caso ed è assai raro che,
per dati fenomeni, ci sia una sola spiegazione possibile.
Per concludere, diremo che una scienza
autentica può essere costituita solo partendo dall’alto, vale a dire dai
principi, per applicarli quindi ai fatti che altro non sono che conseguenze più
o meno lontane di quelli. Tale attitudine è agli antipodi di quella della
scienza occidentale moderna, la quale vuol partire dai fenomeni sensibili per
dedurne delle leggi generali, come se il “più” potesse derivare dal “meno”,
come se l’inferiore potesse contenere il superiore, come se la materia potesse
misurare e limitare lo spirito.
150
INIZIAZIONE E CONTRO-INIZIAZIONE
Abbiamo detto, terminando il nostro precedente
articolo, che esiste qualche cosa che si può chiamare la “contro-iniziazione”,
vale a dire qualcosa che si presenta come un’iniziazione e che può darne
l’illusione, ma che va nel senso contrario della vera iniziazione. Pertanto,
aggiungiamo, questa designazione richiede qualche riserva; in effetti, se la si
prendesse in senso stretto, essa potrebbe far credere ad una sorta di
simmetria, o d’equivalenza per così dire (per quanto in senso inverso), che,
senza dubbio, è ben nelle pretese di coloro che si ricollegano a ciò di cui si
tratta, ma che non esiste e non può in realtà affatto esistere. È su questo
punto che conviene insistere in particolar modo, poiché molti, lasciandosi
ingannare dalle apparenze, s’immaginano che vi siano nel mondo due
organizzazioni opposte disputantesi la supremazia, concezione erronea che
corrisponde a quella che, in linguaggio teologico, mette Satana allo stesso
livello di Dio, e che, a torto o a ragione, si attribuisce comunemente ai Manichei.
Questa concezione, lo rimarchiamo di sfuggita, torna ad affermare una dualità
radicalmente irriducibile, o, in altri termini, a negare l’Unità suprema che è
al di là di tutte le opposizioni e di tutti gli antagonismi; che una tale
negazione sia fatta dagli stessi aderenti alla “contro-iniziazione”, non vi è
motivo di meravigliarsene; ma questo dimostra allo stesso tempo che la verità
metafisica, anche nei suoi principi più elementari, è loro totalmente estranea,
e così la loro pretesa si distrugge da se stessa.
È importante sottolineare, innanzitutto, che
nelle sue stesse origini, la “contro-iniziazione” non può presentarsi come
qualcosa d’indipendente e d’autonomo: se essa si fosse costituita
spontaneamente, non sarebbe altro che un’invenzione umana, e così non si
distinguerebbe per nulla dalla “pseudo-iniziazione” pura e semplice. Per esser
più di questa, com’essa in effetti è, è necessario che, in un certo modo, essa
proceda dalla fonte unica alla quale si ricollega ogni iniziazione, e, più
151
in generale, tutto ciò che manifesta nel
nostro mondo un elemento “non umano”; ed essa ne deriva attraverso una
degenerazione giungente fino a quel “rovesciamento” che costituisce ciò a cui
si può dare propriamente il nome di “satanismo”. Sembra dunque che si tratti,
di fatto, di un’iniziazione deviata e snaturata, e che, per ciò stesso, non ha
più diritto a venire qualificata come una vera iniziazione, poiché essa non
conduce più al fine essenziale di questa, ed anzi ne allontana l’essere invece
di avvicinarlo. Non è dunque sufficiente parlare in questo caso di
un’iniziazione troncata e ridotta alla sua parte inferiore, come può anche
succedere in certi casi; l’alterazione è molto più profonda; ma vi sono,
d’altra parte, come due diversi stadi in uno stesso processo di degenerescenza.
Il punto di partenza è sempre una rivolta contro l’autorità legittima, e la
pretesa d’un’indipendenza che non potrebbe esistere, così come abbiamo avuto
occasione di spiegare altrove (1); da ciò risulta immediatamente la perdita di
ogni contatto effettivo con un centro spirituale autentico, dunque
l’impossibilità di attingere gli stati sovra-umani; e, in ciò che sussiste
ancora, la deviazione non può in seguito che aggravarsi ulteriormente, passando
per diversi gradi, per arrivare, nei casi estremi, fino al “rovesciamento” di
cui ci accingiamo a parlare.
Una prima conseguenza di questo è che la
“contro-iniziazione”, quali che possan essere le sue pretese, non è in verità
che un arresto, poiché è incapace di condurre l’essere al di là dello stato
umano; e, in questo stesso stato, a causa del “rovesciamento” che la
caratterizza, le modalità ch’essa sviluppa sono quelle dell’ordine più
inferiore. Nell’esoterismo islamico, è detto che colui che si presenta ad una
certa “porta”, senza esservi pervenuto attraverso una via normale e legittima,
vede questa porta chiudersi davanti a lui ed è costretto a tornare indietro,
peraltro non più come un semplice profano, il che è ormai impossibile, ma come sâher
(stregone o mago); non sapremmo esprimere più nettamente ciò di cui si tratta.
Un’altra conseguenza a ciò connessa è che,
essendo rotto il legame con il centro, l’“influenza spirituale” è perduta; e
questo sarebbe sufficiente perché non si potesse più realmente parlare
d’iniziazione, perché essa, come abbiamo precedentemente spiegato, è
essenzialmente costituita dalla trasmissione di tale influenza. Vi è tuttavia
ancora qualcosa che si trasmette, senza la quale ci si troverebbe ricondotti al
caso della
(1) Vedi Autorité spirituelle et pouvoir
temporel (tr. it.: Autorità spirituale e potere temporale, Rusconi,
Milano, 1973 – N.d.C.).
152
“pseudo-iniziazione”, sprovvista d’ogni
efficacia; ma non si tratta più che d’un’influenza d’ordine inferiore,
“psichica” e non più “spirituale”, e che, così abbandonata a se stessa, senza
il controllo d’un elemento trascendente, assume in qualche modo inevitabilmente
un carattere “diabolico” (2). È d’altronde facile comprendere che
quest’influenza psichica può imitare l’influenza spirituale nelle sue
manifestazioni esteriori, al punto che coloro che si arrestano alle apparenze
s’ingannano, poiché essa appartiene all’ordine di realtà nel quale si producono
queste manifestazioni (e non si dice proverbialmente, in un senso comparabile a
questo, che “Satana è la scimmia di Dio”?); ma essa l’imita, si potrebbe dire,
così come gli elementi dello stesso ordine evocati dal necromante imitano
l’essere cosciente al quale sono appartenuti (3). Questo fatto, diciamolo di
sfuggita, è di quelli che dimostrano come fenomeni in se stessi identici
possano interamente differire quanto alle loro cause profonde; ed è questa una
delle ragioni per le quali conviene, dal punto di vista iniziatico, non
accordare alcuna importanza ai fenomeni in quanto tali, perché, quali che essi
siano, niente potranno mai provare in rapporto alla pura spiritualità.
Detto questo, possiamo precisare i limiti nei
quali la “contro-iniziazione” è suscettibile d’opporsi alla vera iniziazione: è
evidente che questi limiti sono quelli dello stato umano con le sue molteplici
modalità; in altri termini, l’opposizione non può esistere che nel dominio dei
“piccoli misteri”, mentre quello dei “grandi misteri”, che si riferisce agli
stati sovra-umani, è, per sua stessa natura, aldilà d’una tale opposizione,
dunque completamente inaccessibile a tutto ciò che non è la vera iniziazione
secondo l’ortodossia tradizionale (4). Quanto poi ai “piccoli misteri , vi
sarà, fra l’iniziazione e la “contro-iniziazione”, questa differenza
fondamentale: nell’una, essi non saranno che una preparazione
(2) Secondo la dottrina islamica, è attraverso la nêfs
(l’anima) che Shaytân ha presa sull’uomo, mentre il rûh (lo
spirito), la cui essenza è pura luce, è aldilà dei suoi assalti; d’altronde è
per questo che la “contro-iniziazione” non potrebbe in nessun caso accedere al
dominio metafisico, che le è interdetto per il suo carattere puramente
spirituale.
(3) Si veda a questo proposito la nostra opera su L’Erreur
spirite (tr. it. Errore dello spiritismo, Rusconi, Milano, 1974 –
N.d.C.).
(4) Ci è stato rimproverato di non aver tenuto
conto della distinzione fra “piccoli misteri” e “grandi misteri” allorché
abbiamo parlato delle condizioni dell’iniziazione; il fatto è che questa
distinzione non interveniva in quel caso, perché consideravamo l’iniziazione in
generale, e d’altronde non si tratta che di diversi stadi o gradi d’una sola e
medesima iniziazione.
153
ai “grandi misteri”; nell’altra, saranno
necessariamente presi per un fine in se stessi, l’accesso ai “grandi misteri”
essendo interdetto. Va da sé che vi potranno essere ben altre differenze d’un
carattere più speciale; ma non entreremo qui in simili considerazioni,
d’importanza assai secondaria dal punto di vista dal quale ci poniamo, e che
esigerebbero un esame dettagliato di tutta la varietà di forme che può
rivestire la “contro-iniziazione
Naturalmente, possono costituirsi dei centri
ai quali si ricollegheranno le organizzazioni che appartengono alla
“contro-iniziazione”; ma si tratterrà allora di centri unicamente “psichici”, e
per nulla di centri spirituali, bench’essi possano, in ragione di ciò che
abbiamo indicato più sopra riguardo all’azione delle influenze corrispondenti,
prenderne più o meno completamente le apparenze esteriori. Non vi sarà
d’altronde motivo di meravigliarsi se questi stessi centri, e non solo alcune
delle organizzazioni che son loro subordinate, potranno trovarsi, in molti
casi, in lotta gli uni con gli altri, perché il dominio nel quale essi si
situano è quello nel quale tutte le opposizioni hanno libero corso, allorché
non sono armonizzate e ricondotte all’unità dall’azione diretta d’un principio
d’ordine superiore. Da lì risulta sovente, per quanto concerne le
manifestazioni di questi centri o di ciò che ne emana, un’impressione di
confusione e d’incoerenza che non è affatto illusoria; essi non s’accordano che
negativamente, si potrebbe dire, nella lotta contro i veri centri spirituali,
nella misura in cui questi si tengono ad un livello che permette ad una tale
lotta di svolgersi, vale a dire, secondo quanto abbiamo spiegato,
esclusivamente al dominio dei “piccoli misteri”. Tutto ciò che si rapporta ai
“grandi misteri” è esente da una tale opposizione, e a maggior ragione il
centro spirituale supremo, fonte e principio d’ogni iniziazione, non potrebbe
essere toccato o leso ad alcun grado da una qualunque lotta (ed è per ciò che è
detto essere “inattingibile” o “inaccessibile alla violenza”); questo ci porta
a precisare ancora un altro punto che è d’un’ importanza del tutto particolare.
I rappresentanti della “contro-iniziazione”
hanno l’illusione d’opporsi all’autorità spirituale suprema, alla quale nulla
può in realtà opporsi, perché è del tutto evidente che allora non sarebbe
affatto suprema: la supremazia non ammette alcuna dualità, ed una tale
supposizione è contraddittoria in se stessa; ma la loro illusione viene dal
fatto che non possono conoscerne la vera natura. Possiamo spingerci oltre: loro
malgrado e a loro insaputa, sono in realtà subordinati a quest’autorità, allo
stesso modo che, come dicevamo precedentemente, tutto è, foss’anche
incoscientemente ed involontariamente, sottomesso alla Volontà divina, alla
quale nulla potrebbe sottrarsi. Essi son dunque
154
utilizzati, anche se loro malgrado, alla
realizzazione del piano divino nel mondo umano; essi vi giocano, come tutti gli
altri esseri, il ruolo che conviene alla loro propria natura, ma, in luogo
d’essere coscienti di questo ruolo come lo sono i veri iniziati, ingannano se
stessi, ed in una maniera ch’è per essi peggiore della semplice ignoranza dei
profani, perché, invece di lasciarli in qualche modo allo stesso punto, essa ha
per risultato di rigettarli più lontano dal centro principiale. Ma, se si considerano
le cose, non più in rapporto a questi esseri in se stessi, ma in rapporto
all’insieme del mondo, si deve dire che, così come tutti gli altri, essi sono
necessari nel posto che occupano, in quanto elementi di tale insieme, e come
strumenti “provvidenziali”, si direbbe in linguaggio teologico, del divenire
del mondo nel suo ciclo di manifestazione; essi son dunque, in ultima analisi,
dominati dall’autorità che manifesta la Volontà divina dando a questo mondo la
sua Legge, e che li fa loro malgrado servire ai suoi fini, tutti i disordini
parziali dovendo necessariamente concorrere all’ordine totale (5).
Mesr, 11 ramadân 1351 E. (6)
(5) Per eliminare ogni equivoco su quel che abbiamo
detto precedentemente per quanto concerne lo stato delle organizzazioni
iniziatiche e pseudo-iniziatiche nell’Occidente attuale, teniamo a precisare
che non abbiamo fatto altro che enunciare la constatazione di fatti che non
dipendono da noi, senza nessun’altra intenzione o preoccupazione che quella di
dire la verità a tale riguardo, ed anche nel modo più disinteressato possibile.
Ciascuno è libero di trarne le conseguenze che riterrà; quanto a noi, non siamo
affatto incaricati di condurre o di sottrarre aderenti ad una qualsivoglia
organizzazione, non invitiamo nessuno a chiedere questa o quella iniziazione,
né ad astenersene, ed anzi riteniamo che tutto questo non potrebbe riguardarci
in nessun modo.
(6) Il Cairo, 8 gennaio 1933 (N.d.C.).
155
LA “RELIGIONE” DI UN FILOSOFO
Non abbiamo affatto l’abitudine di prestare
attenzione alle manifestazioni del “pensiero” profano; così senza dubbio non
avremmo affatto letto il recente libro di Bergson, Les deux sources de la
morale et de la religion (1), ed ancor meno avremmo pensato di parlarne, se
non ci fosse stato segnalato che vi erano trattate diverse cose che,
normalmente, non son per nulla di competenza d’un filosofo. Infatti, l’autore
vi tratta di “religione”, di “misticismo”, addirittura di “magia”; e dobbiamo
dire subito che non vi è una sola di queste cose per la quale ci sia possibile
accettare l’idea ch’egli se ne fa; è d’altronde proprio costume dei filosofi
quello di disgiungere così le parole dal loro significato per accordare ad esse
le loro concezioni particolari.
Anzitutto, per quanto riguarda la religione
(2), le origini della tesi che sostiene Bergson non hanno nulla di misterioso e
in fondo sono anche molto semplici; è assai sorprendente che coloro i quali
hanno parlato del suo libro non sembrino essersene accorti. Si sa che tutte le
teorie moderne, a questo riguardo, hanno come caratteristica comune il cercare
di ridurre la religione a qualche cosa di puramente umano, il che equivale a
negarla, coscientemente o incoscientemente, poiché c’è un rifiuto a tener conto
di quel che ne costituisce l’essenza stessa, e che è precisamente l’elemento
“non-umano”. Queste teorie possono, nel loro insieme, ricondursi a due tipi:
l’uno “psicologico”, che pretende di spiegare la religione attraverso la natura
dell’individuo umano, e l’altro “sociologico”, che vuole vedervi un fenomeno
d’ordine esclusivamente
(1) L’unica traduzione italiana disponibile sembra
sia: Le due fonti della morale e della religione, La Scuola, Brescia,
1996 (N.d.C.).
(2) Lasciamo da parte quel che si riferisce alla
morale, che qui non ci interessa affatto; naturalmente, la spiegazione proposta
a questo riguardo è parallela a quella della religione.
156
sociale, il prodotto di una sorta di
“coscienza collettiva” che dominerebbe gli individui e s’imporrebbe ad essi.
L’originalità di Bergson consiste nell’aver cercato di combinare queste due
specie di spiegazioni: invece di considerarle come più o meno escludentisi
l’una con l’altra, così come fanno ordinariamente i loro rispettivi
sostenitori, egli le accetta tutte e due contemporaneamente, riferendole a cose
differenti, ma nondimeno designate entrambe con la stessa parola di
“religione”; le “due fonti” che egli considera non sono altro che questo in
realtà. Ci sono dunque per lui due tipi di religione, uno “statico” e l’altro
“dinamico”, ch’egli chiama così, in modo assai bizzarro, “religione chiusa” e
“religione aperta”; la prima è di natura sociale, la seconda di natura
psicologica; e, naturalmente, è a quest’ultima che vanno le sue preferenze, ed
è quella che egli considera come la forma superiore di religione; naturalmente,
aggiungiamo noi, perché è ben evidente che, in una “filosofia del divenire” come
la sua, non potrebbe essere altrimenti. Una tale filosofia, in effetti, non
ammette alcun principio immutabile, il che è la negazione stessa della
metafisica; ponendo ogni realtà nel cambiamento, essa considera che, sia nelle
dottrine, sia nelle forme esteriori, quel che non cambia affatto non
corrisponde a niente di reale, ed anzi impedisce all’uomo di cogliere il reale
così come essa lo concepisce. Ma, si dirà, se si nega che ci siano dei
“principi immutabili” e delle “verità eterne” (3), si deve logicamente
rifiutare ogni valore, non solo alla metafisica, ma anche alla religione; è
quel che accade infatti, perché la religione nel vero senso della parola, è
quella che Bergson chiama “religione statica”, e nella quale egli non vuol
vedere altro che una “favola” del tutto immaginaria; e, quanto poi alla sua
“religione dinamica”, essa non è affatto una religione.
Questa sedicente “religione dinamica” non
possiede, a dire il vero, nemmeno uno degli elementi caratteristici che
costituiscono la definizione stessa di religione: nessun dogma, perché si
tratta di qualcosa d’immutabile e, come dice Bergson, di “fissato”; niente
riti, beninteso, per la stessa ragione, ed anche a causa del loro carattere
sociale; gli uni e gli altri devono essere lasciati alla “religione statica”;
e, per quanto riguarda la morale, Bergson l’ha messa subito da parte, come
qualcosa che non rientra affatto nella religione così com’egli la intende.
Allora non resta più nulla, o almeno non resta altro che una vaga
“religiosità”, una sorta d’aspirazione confusa verso un “ideale” qualunque,
assai
(3) Bisogna sottolineare che Bergson sembra anche
evitare di usare la parola “verità”, e che la sostituisce pressoché sempre con
quella di “realtà”.
157
simile a quello dei modernisti e dei
protestanti liberali, e che ricorda anche, a guardar bene, l’“esperienza
religiosa” di William James. È questa “religiosità” che Bergson prende per una
religione superiore, credendo così di “sublimare” la religione, mentre in
realtà non fa altro che svuotarla di tutto il suo contenuto, poiché non vi è
nulla, in essa, che sia compatibile con le sue concezioni; e d’altronde è senza
dubbio questo tutto quel che si può far derivare da una teoria psicologica,
perché non abbiamo mai visto che una tale teoria si sia dimostrata capace di
andare più lontano del “sentimento religioso”, che, ancora una volta, non è
affatto la religione.
La “religione dinamica”, agli occhi di
Bergson, trova la sua espressione più alta nel “misticismo”, visto però dal suo
lato peggiore, poiché egli non lo esalta se non per ciò che vi si trova di
“individuale”, vale a dire di vago, d’inconsistente ed in qualche modo di
“anarchico” (4); ciò che a lui piace dei mistici, diciamocelo chiaramente, è la
loro tendenza alla divagazione... Quanto a quel che costituisce la base stessa
del misticismo, cioè, che lo si voglia o no, il suo ricollegamento ad una
“religione statica”, egli lo considera manifestamente come trascurabile; si
sente tuttavia che c’è in ciò qualche cosa che lo disturba, perché le sue
spiegazioni su questo punto sono piuttosto imbarazzate. Quel che può sembrare
curioso da parte di un “non-cristiano”, è che, per lui, il “misticismo
completo” è quello dei mistici cristiani; in verità, egli dimentica un po’
troppo che questi sono cristiani persino prima di essere mistici; o almeno, per
giustificarli d’essere cristiani, egli ha indebitamente posto il misticismo
all’origine stessa del Cristianesimo; e, per stabilire a tale riguardo una
sorta di continuità tra questo e il Giudaismo, egli arriva a trasformare in
“mistici” i profeti ebraici; evidentemente, riguardo al carattere della
missione dei profeti e alla natura della loro ispirazione, egli non ha la
benché minima idea... Ora, se il misticismo cristiano è dunque per lui il
prototipo stesso di ogni misticismo, per quanto deformato sia il concetto che
se ne fa, la ragione è assai facile da comprendersi: fatto è che non c’è altra
sorta di misticismo che quello; e forse persino il misticismo propriamente
detto è, in fondo, qualche cosa di specificamente cristiano. Ma anche questo
sfugge a Bergson, che si sforza di scoprire, anteriormente al Cristianesimo,
(4) È stupefacente che Bergson non citi affatto,
come uno degli esempi più perfetti della sua “religione dinamica”, gli
“insegnamenti” di Krishnamurti; sarebbe tuttavia difficile trovare qualche cosa
che corrisponda più esattamente a quel ch’egli intende in tal senso.
158
degli “abbozzi del misticismo futuro”, mentre
si tratta di cose totalmente diverse; ci sono, in particolare sull’India,
alcune pagine che testimoniano una incomprensione inaudita! Ce ne sono anche
per i misteri greci, e qui il raffronto si riduce a un pessimo gioco di parole;
del resto, Bergson è costretto a riconoscere lui stesso che “la maggior parte
dei misteri non avevano niente di mistico”; ma allora perché ne parla usando
questo vocabolo? Quanto a quel che furono tali misteri, egli se n’è fatto un’idea
la più “profana” che ci possa essere; ignorando tutto quel che riguarda
l’iniziazione, come potrebbe comprendere che vi è stato in essi, così come in
India, qualcosa che all’inizio non era per nulla d’ordine religioso, e che in
seguito arrivava comunque incomparabilmente più lontano del suo “misticismo”, e
persino del misticismo autentico? Ma poi, d’altra parte, come potrebbe un
filosofo comprendere che dovrebbe astenersi, come tutti i comuni mortali, dal
parlare di ciò che non conosce affatto (5)?
Se ritorniamo alla “religione statica”,
vediamo che Bergson accetta con piena fiducia, sulle sue pretese origini, tutte
le chiacchiere della “scuola sociologica”, ivi comprese quelle più soggette a
cautela: “magia”, “totemismo”, “tabù”, “mana”, “culto degli animali”, “culto
degli spiriti”, “mentalità primitiva”, non manca proprio nulla del solito bric-à-brac,
se è permesso esprimersi così... Ciò che forse gli appartiene in proprio, è il
ruolo ch’egli attribuisce in tutto questo a una sedicente “funzione favoleggiante”,
che a noi sembra in verità molto più
(5) Alfred Loisy ha voluto rispondere a Bergson e
sostenere contro di lui che c’è una sola “fonte” della morale e della
religione; in qualità di specialista di “storia delle religioni” egli
preferisce le teorie di Frazer a quelle di Durkheim, ed anche l’idea di una
“evoluzione” continua a quella di una “evoluzione” attraverso brusche
mutazioni; ai nostri occhi tutto ciò si equivale esattamente; ma è nondimeno un
punto sul quale gli dobbiamo dar ragione, e questo si deve sicuramente alla sua
educazione ecclesiastica: grazie ad essa, egli conosce i mistici meglio di
Bergson, e fa notare che non hanno mai avuto il minimo sospetto di qualcosa che
rassomigli allo “slancio vitale”; evidentemente, Bergson ha voluto farne dei
“bergsoniani” ante litteram, il che non è affatto conforme alla pura e semplice
verità storica; e Loisy si stupisce anche e a giusto titolo di veder Giovanna
d’Arco collocata fra i mistici… – Segnaliamo, perché è giusto annotarlo, che il
suo libro si apre con una confessione molto divertente: “L’autore del presente
opuscolo – dichiara lui stesso – non si riconosce affatto particolarmente
incline alle questioni d’ordine puramente speculativo”. Ecco almeno una
franchezza assai lodevole; e, poiché è lui stesso a dirlo, ed in modo del tutto
spontaneo, gli crediamo volentieri sulla parola!
159
“favolosa” di quella ch’essa serve a spiegare;
ma è necessario immaginare una teoria qualsiasi che permetta di negare in
blocco ogni fondamento reale a tutto quanto si è convenuto trattare come
“superstizioni”; un filosofo “civilizzato”, e, che in più è “del XX secolo”,
ritiene evidentemente che qualunque altra attitudine sarebbe indegna di lui!
Ci soffermeremo solamente su di un punto,
quello che concerne la “magia”: si tratta di una grande risorsa per certi
teorici che senza dubbio non sanno affatto molto bene che cosa essa sia, ma che
vogliono farne derivare ad un tempo sia la religione che la scienza. Questa non
è precisamente la posizione di Bergson: cercando per la magia un’“origine
psicologica”, egli ne fa “l’esteriorizzazione di un desiderio di cui il cuore è
pieno”, ed egli pretende che “se si ricostituisce, attraverso uno sforzo d’introspezione,
la reazione naturale dell’uomo alla propria percezione delle cose, si trova che
magia e religione sono collegate, e che non c’è nulla in comune fra la magia e
la scienza”. È vero che egli poi ha qualche incertezza: se ci si pone da un
certo punto di vista, “la magia fa evidentemente parte della religione”; ma, da
un altro punto di vista, “la religione si oppone alla magia”; quel che è più
netto, è l’affermazione che “la magia è l’inverso della scienza”, e che, “ben
lungi dal preparare l’avvento della scienza, come si è preteso, essa è stata il
grande ostacolo contro il quale il sapere metodico ha dovuto combattere”. Tutto
questo è esattamente il contrario della verità: come abbiamo spiegato molto
spesso, la magia non ha assolutamente niente a che vedere con la religione, ed
essa non è affatto l’origine di tutte le scienze, ma semplicemente una
particolare scienza fra le altre, e, più precisamente, una scienza
sperimentale; ma senza alcun dubbio Bergson è ben convinto che non possono
esistere altre scienze se non quelle che sono enumerate dalle “classificazioni”
moderne... Parlando di “operazioni magiche” con la certezza di chi non ne ha
mai viste, egli scrive questa frase stupefacente: “Se l’intelligenza primitiva
avesse cominciato con il concepire dei principi, essa si sarebbe ben presto
arresa di fronte all’esperienza, che ne avrebbe dimostrato la falsità”.
Ammiriamo il coraggio con il quale questo filosofo, chiuso nel suo studio, nega
a priori tutto quello che non rientra nel quadro delle sue teorie! Come può
egli credere che degli uomini siano stati così sciocchi da aver ripetuto
indefinitamente, anche se senza “principi , “operazioni” che non sarebbero mai
riuscite? E che direbbe se scoprisse che, al contrario, “l’esperienza dimostra
la falsità” delle sue stesse affermazioni? Evidentemente, egli non concepisce
nemmeno che una cosa simile sia possibile; tale è la forza delle idee
preconcette, in lui e nei
160
suoi pari, ch’essi non dubitano nemmeno per un
solo istante che il mondo sia strettamente limitato alla misura delle loro
concezioni.
Ora, ecco succedere qualcosa di
particolarmente notevole: è la magia a vendicarsi crudelmente delle negazioni
di Bergson; ricomparendo ai nostri giorni, nella sua forma più bassa e più
rudimentale, sotto il travestimento della “scienza psichica”, essa riesce a
farsi ammettere da lui, senza che egli la riconosca, non solo come reale ma
come se dovesse giocare un ruolo capitale per l’avvenire della sua “religione
dinamica”! Non esageriamo affatto: egli parla di “sopravvivenza” così come un
volgare spiritista, e crede in un “approfondimento sperimentale” che consenta
di “provare la possibilità e financo la probabilità di una sopravvivenza
dell’anima”, senza tuttavia che si possa dire se essa esiste “per un giorno o
per sempre”... Ma questa spiacevole restrizione non gli impedisce di proclamare
in tono ditirambico: “Non sarà necessario convertire in realtà vivente ed
agente una credenza nell’aldilà che sembra ritrovarsi tra la maggior parte
degli uomini, ma che resta il più sovente verbale, astratta, inefficace... In
verità, se noi fossimo sicuri, assolutamente sicuri di sopravvivere, non
potremmo più pensare a nient’altro”. La magia antica era più “scientifica” e
non aveva affatto simile pretese; bisognava attendere, perché qualcuno dei suoi
fenomeni fra i più elementari potesse dar luogo a simili interpretazioni,
l’invenzione dello spiritismo, che solo la deviazione dello spirito moderno
poteva far nascere; ed è in effetti proprio la teoria spiritista, pura e
semplice, che Bergson, come William James prima di lui, accetta così con una
“gioia” che fa “impallidire ogni piacere”... e che ci precisa che il grado di
discernimento di cui è capace in fatto di “superstizione”, non è mai stato
migliore! Ed è così che termina il suo libro; non si potrebbe, sicuramente, addurre
una più bella prova del nulla che sottende tutta questa filosofia!
Mesr, 22
shaabân 1352 E. (6)
(6) Il Cairo, 10 dicembre 1933 (N.d.C.).
161
IL SUFISMO
Con il titolo di Islamic Sufism, Sirdar
Ikbal Ali Shah ha pubblicato recentemente un volume (1) che non è affatto, come
si potrebbe credere, un trattato più o meno completo e metodico sull’argomento,
ma piuttosto una raccolta di studi alcuni dei quali si riferiscono ad argomenti
d’ordine generale, mentre altri trattano dei punti molto più particolari,
specialmente per quanto concerne le turuq attualmente più diffuse in
India, come la Naqshabendiyah e la Chishtiyah. Benché questi
ultimi studi non siano affatto ciò che vi è di meno interessante in
quest’opera, non è nostra intenzione insistervi qui, e pensiamo preferibile
piuttosto esaminare ciò che si riferisce più direttamente ai principi, il che
sarà per noi un’occasione di ricordare e di precisare indicazioni che abbiamo
già dato in diverse altre circostanze (2).
D’altronde lo stesso titolo richiede
un’osservazione: perché Islamic Sufism, non è forse una sorta di
pleonasmo? Sicuramente, in arabo, si deve dire Taçawwuf Islâmi, perché
il termine Taçawwuf designa generalmente ogni dottrina d’ordine
esoterico od iniziatico, a qualunque forma tradizionale essa si riconnetta; ma
la parola “Sufismo”, nelle lingue occidentali, non è veramente una traduzione
di Taçawwuf essa è semplicemente una sorta di termine convenzionale
coniato per designare specificatamente l’esoterismo islamico. È vero che
l’autore spiega la sua intenzione: egli ha voluto, aggiungendo l’aggettivo
“islamico”,
(1) Rider and
Co., Londra.
(2) Faremo subito, per non doverci tornare sopra,
una critica di dettaglio, ma che ha d’altra parte la sua importanza: la
trascrizione delle parole arabe, in questo libro, è molto difettosa, e
soprattutto, nelle citazioni, esse sono pressoché sempre separate in un modo
errato che le rende ben difficilmente comprensibili; è da augurarsi che questo
difetto sia accuratamente corretto in un’ulteriore edizione.
162
evitare ogni confusione con altre cose che
sono talvolta pure qualificate col termine “Sufismo” per ignoranza; ma si deve
tener conto a questo punto dell’abuso che è fatto delle parole, particolarmente
in un epoca disordinata come questa in cui noi viviamo? È certo necessario
mettere in guardia contro le teorie e contro le organizzazioni che si rivestono
abusivamente di titoli che non appartengono loro affatto; ma, presa questa
precauzione, niente impedisce di usare le parole salvaguardando il loro senso
normale e legittimo; e d’altronde, se fosse altrimenti, ci sarebbe senza dubbio
ben poco di cui ci si potrebbe ancora servire.
D’altra parte, quando l’autore dichiara che
“non vi è altra forma di Sufismo che quella islamica”, ci sembra che si tratti
d’un equivoco: s’egli intende parlare propriamente del “Sufismo”, la cosa va da
sé; ma, s’egli vuol dire Taçawwuf nel senso arabo della parola, è
necessario comprendervi le forme iniziatiche che esistono in tutte le dottrine
tradizionali, e non solamente nella dottrina islamica. Pertanto,
quest’affermazione, anche con una tale generalità, è vera in un senso: ogni forma
iniziatica regolare, in effetti, implica essenzialmente, in primo luogo, la
coscienza dell’Unità principiale, e, in secondo luogo, il riconoscimento
dell’identità profonda di tutte le tradizioni, derivate da una fonte unica, e,
di conseguenza, dell’ispirazione di tutti i Libri sacri; ora questo è, in
fondo, lo stretto equivalente dei due articoli della shahâdah. Si può
dunque dire che ogni mutaçawwuf, a qualunque forma egli si ricolleghi, è
realmente moslem almeno in maniera implicita; è sufficiente per questo
intendere la parola Islâm in tutta l’universalità ch’essa comporta; e
nessuno può dire che questa sia un’estensione illegittima del suo significato,
perché allora diverrebbe incomprensibile che lo stesso Qorân applichi
questa parola alle forme tradizionali anteriori a quella che si chiama più
specialmente islamica: insomma, è, nel suo senso primo, uno dei nomi della
Tradizione ortodossa in tutte le sue forme, tutte queste procedendo ugualmente
dall’ispirazione profetica, e le differenze non essendo dovute che al necessario
adattamento alle circostanze di tempo e di luogo. Tale adattamento, d’altronde,
non riguarda in realtà che il lato esteriore, quel che noi possiamo chiamare la
shariyah (o quel che ne costituisce l’equivalente); ma il lato
interiore, ovvero la haqîqah, è indipendente dalle contingenze storiche
e non può essere sottomesso a simili cambiamenti; è così per questo che, al di
sotto della molteplicità delle forme, sussiste effettivamente l’unità
essenziale. Purtroppo, nell’opera di cui si tratta, non troviamo da nessuna
parte una nozione sufficientemente netta dei rapporti fra la .shariyah e
la haqîqah o, se si vuole, fra l’exoterismo e l’esoterismo; e,
163
quando leggiamo, in certi capitoli, dei punti
della dottrina e della pratica appartenenti all’Islamismo più exoterico
presentati come se essi appartenessero propriamente al “Sufismo”, non ci
possiamo impedire di temere che ci sia, nel pensiero dell’autore, qualche
confusione fra due domini che devono sempre restare perfettamente distinti,
così come abbiamo sovente spiegato. L’exoterismo di una certa forma
tradizionale è veramente, per gli aderenti di questa, il supporto
indispensabile dell’esoterismo, e la negazione di un tale legame fra l’uno e
l’altro non è che la prerogativa di qualche scuola più o meno eterodossa; ma
l’esistenza di questo rapporto non impedisce affatto che i due domini siano
radicalmente differenti: religione e legislazione da una parte, iniziazione
dall’altra, non procedono affatto mediante gli stessi mezzi e non mirano per
nulla ad uno stesso fine.
Quanto all’origine del “Sufismo”, nel senso
abituale di questa parola, siamo interamente d’accordo con l’autore nel pensare
che essa è propriamente islamica e che procede direttamente dall’insegnamento
stesso del Profeta, a cui risale in definitiva ogni autentica silsilah.
Significa che chiunque aderisca realmente alla tradizione non potrebbe
accettare i punti di vista degli storici profani che pretendono riportare tale
origine ad un’influenza estranea, sia neoplatonica, sia persiana e indiana; è
questo ancora un punto che abbiamo sufficientemente trattato a diverse riprese
per non doverci ora insistere oltre (3). Anche se alcune turuq hanno
realmente “preso in prestito”, ma sarebbe meglio dire “adattato”, alcuni
dettagli dei loro metodi particolari (per quanto certe similitudini possano
spiegarsi altrettanto bene con il possesso delle stesse conoscenze, in
particolare per quanto riguarda la “scienza del ritmo” nelle sue diverse
branche), questo non ha che un’ importanza del tutto secondaria; il Sufismo
stesso è innanzitutto arabo, e la sua forma d’espressione, in tutto ciò che
essa ha di veramente essenziale, è strettamente legata alla costituzione della
lingua araba, così come quella della Kabbalah ebraica lo è alla
costituzione della lingua ebraica; esso è arabo come lo stesso Qorân,
nel quale esso ha i suoi principi diretti, così come la Kabbalah ha i
suoi nella Thorah; ma, per trovarli è ancora necessario che il Qorân
sia compreso e interpretato secondo gli haqâïq, e non semplicemente
mediante i procedimenti linguistici,
(3) L’autore fa notare giustamente, a questo
proposito, che qualcuno dei Sufi più eminenti, come Moyiddin ibn Arabi, Omar
ibn El-Fârid, e senza dubbio anche Dhûn-Nûn El-Miçri, non avrebbero mai avuto
il benché minimo contatto con la Persia né con l’India.
164
logici e teologici degli ulamâ ez-zâher
(letteralmente “sapienti all’esteriore”, o dottori della shariyah, la
cui competenza non si estende che al dominio exoterico).
D’altronde poco importa, a questo riguardo,
che la stessa parola Sufi e le sue derivate (taçawwuf, mutaçawwuf)
siano esistite nella lingua fin dagli inizi, o che esse siano comparse in
un’epoca più o meno tardiva, argomento che è ancora un grande soggetto di
discussione fra gli storici; la cosa può ben essere esistita prima della
parola, sia con un’altra designazione, sia anche senza che si sia provato
allora il bisogno di dargliene una (4). Per quanto riguarda la provenienza del
termine, la questione è forse insolubile, almeno dal punto di vista in cui ci
si pone più abitualmente: diremo volentieri che ci sono troppe etimologie
ipotetiche, e le une non più plausibili che le altre, perché se ne abbia
veramente una; l’autore ne elenca un certo numero, e ce ne sono ancora altre
più o meno conosciute. Per quanto ci riguarda, vi riconosciamo piuttosto una
denominazione puramente simbolica, una sorta di “cifra”, se si vuole, che, come
tale, non ha bisogno di avere un’origine linguistica propriamente detta; d’altra
parte si possono trovare in altre tradizioni, degli esempi comparabili (nella
misura, beninteso, in cui lo permette la costituzione delle lingue di cui esse
si servono), e, senza cercare molto lontano, il termine di “Rosa-Croce” ne è un
esempio assai caratteristico; è quel che talune iniziazioni definiscono “parole
coperte”. Quanto poi alle sedicenti etimologie, queste non sono in realtà che
similitudini linguistiche che corrispondono del resto a relazioni fra certe
idee che vengono così a raggrupparsi più o meno accessoriamente attorno alla
parola di cui si tratta; coloro che hanno conoscenza di quanto abbiamo detto
altrove riguardo all’esistenza assai generale di un certo simbolismo fonetico
non potranno meravigliarsene. Ma qui, dato il carattere della lingua araba
(carattere ch’essa ha d’altronde in comune con la lingua ebraica), il senso
primo e fondamentale dev’essere basato sui numeri; e, infatti, c’è di
particolarmente rimarchevole, che la parola Sufi ha lo stesso numero di El-Hekmah
el-ilahiyah, vale a dire “la Saggezza divina” (5). Il vero Sufi è
dunque
(4) In ogni caso, qualunque cosa certuni abbiano
detto, non potrebbe esserci equivalenza tra zuhd o “ascetismo” e taçawwuf,
il primo non potendo mai essere niente di più che un semplice mezzo, il quale
peraltro non è sempre utilizzato per dei fini d’ordine iniziatico.
(5) Il numero totale dato dall’addizione dei valori
numerici delle lettere è, sia per l’una che per l’altra, 186.
165
colui che possiede questa Saggezza, o, in
altri termini, egli è el-ârif bi’Llah, vale a dire “colui che conosce
tramite Dio”, perché Egli non può essere conosciuto che da Lui stesso; e
chiunque non ha attinto questo grado supremo non può esser detto realmente Sufi,
ma solamente mutaçawwuf (6).
Queste ultime considerazioni danno la miglior
definizione possibile di et-taçawwuf, per quanto ci sia qui permesso di
parlare di definizione (perché non se ne può avere propriamente che per quel
che è limitato per sua stessa natura, il che non è qui il caso); per
completarla, bisognerebbe ripetere tutto quel che abbiamo detto precedentemente
sull’iniziazione e le sue condizioni, e non possiamo far meglio che rinviarvi i
nostri lettori. Le formule che si trovano nei trattati più conosciuti ed alcuni
dei quali sono citati nell’opera alla quale ci riferiamo, non possono essere
veramente considerate come delle definizioni, anche con la riserva che abbiamo
espresso, perché esse non attingono direttamente l’essenziale; esse sono solo
delle “approssimazioni”, se così si può dire, destinate innanzitutto a fornire
un punto di partenza alla riflessione ed alla meditazione, sia indicando i
mezzi e non lasciando intravedere il fine che in un modo più o meno velato, sia
descrivendo i segni esteriori degli stati interiori raggiunti ad un tale o tal
altro grado della realizzazione iniziatica. S’incontrano inoltre un gran numero
di elenchi o di classificazioni di tali gradi e di tali stati, ma tutti devono
esser presi come aventi in definitiva un valore solo relativo, perché, infatti,
se ne possono avere una moltitudine indefinita; se ne considerano
necessariamente solo gli stadi principali, in qualche modo “tipici”, e che
d’altronde possono differire a seconda dei punti di vista dai quali ci si pone.
In sovrappiù, non bisogna dimenticare che c’è, soprattutto nelle fasi iniziali,
una diversità che risulta da quella stessa delle nature individuali, sicché non
si possono avere due casi che siano rigorosamente simili (7); ed è per questo
che è detto che “le vie verso Dio sono altrettanto numerose quanto le anime
degli uomini” (el-turuqu ila Llahi ka-nufûsi beni
(6) L’estensione abusiva data correntemente al
termine Sufi è del tutto comparabile a quella del termine Yogi,
che, a sua volta, designa propriamente soltanto colui che è pervenuto
all’“Unione”, ma che è d’uso applicare ugualmente anche a coloro che sono
ancora solo ad un qualunque stadio preliminare.
(7) Nello stesso Islâm exoterico, l’impossibilità
dell’esistenza di due esseri o di due cose simili da tutti i punti di vista è
frequentemente addotta come una prova della onnipotenza divina; questa,
effettivamente, è l’espressione in termini teologici dell’infinità della
Possibilità universale.
166
Adam) (8). Queste
differenze scompaiono solamente assieme all’“individualità” (el-inniyah,
da ana, “io”), cioè quando sono raggiunti gli stati superiori, e quando
gli attributi (çifât) di el-abd o della creatura (i quali non
sono propriamente che delle limitazioni) scompaiono (el-fanâ o
l’“estinzione”) per non lasciar sussistere che quelli di Allâh (el-baqâ
ovvero la “permanenza”), l’essere essendo identificato a questi nella sua
“personalità” o nella sua “essenza” (edh-dhât). Per sviluppare ciò più
completamente, converrebbe insistere molto particolarmente sulla distinzione
fondamentale tra l’“anima” (en-nêfs) e lo “spirito” (er-rûh),
che, cosa strana, l’autore del libro in questione sembra ignorare pressoché
interamente, il che apporta molta vaghezza a certe sue esposizioni; senza
questa distinzione, è impossibile comprendere realmente la costituzione
dell’essere umano, e, di conseguenza, i diversi ordini di possibilità ch’egli
porta in sé.
Sotto quest’ultimo rapporto, dobbiamo anche
notare che l’autore sembra illudersi su quanto può raggiungere la “psicologia”;
è vero che egli la considera altrimenti rispetto a quanto fanno gli psicologi
occidentali attuali, e come suscettibile di estendersi molto più lungi di
quanto essi non potrebbero supporlo, nel che ha pienamente ragione; ma,
malgrado questo, la psicologia, secondo l’etimologia del suo nome, non sarà mai
altro che ilm en-nêfs, e, per definizione stessa, tutto ciò che
appartiene al dominio di er-rûh le sfuggirà sempre. Questa illusione, in
fondo, deriva da una tendenza troppo diffusa e di cui ritroviamo purtroppo in
questo libro altri segni ancora: la tendenza, contro la quale ci siamo levati
molto sovente, di voler stabilire una sorta di collegamento o di concordanza
fra le dottrine tradizionali e le concezioni moderne. Non vediamo proprio a
cosa serva citare dei filosofi che, anche quando usano qualche espressione
apparentemente simile, in realtà non parlano affatto delle stesse cose; la testimonianza
dei “profani” non può valere nel dominio iniziatico e la vera “Conoscenza” non
ha nulla da guadagnare da queste assimilazioni erronee o superficiali (9). Ciò
non toglie che, tenendo conto di alcune osservazioni che abbiamo formulato, si
(8) Queste vie particolari si totalizzano
nell’universalità “adamica”, allo stesso modo in cui le anime umane erano,
virtualmente, tutte presenti in Adamo dall’origine di questo mondo.
(9) Quel che è assai curioso è il fatto che
l’autore sembra mettere la “psicologia” al di sopra della “metafisica”; egli
non sembra per nulla dubitare che tutto quel che i filosofi designano con
quest’ultimo nome non ha niente in comune con la vera metafisica, nel senso
etimologico della parola, e che questa non è altra cosa che lo stesso et-taçawwuf.
167
trarrà certamente interesse e profitto nel
leggere questo libro, e soprattutto i capitoli dedicati alle questioni più
speciali delle quali non possiamo cercare di dare neanche il minimo accenno.
D’altronde, dev’essere beninteso che non si deve chiedere ai libri, quali che
essi siano, più di quanto essi non possono dare; anche quelli dei più grandi
Maestri non faranno mai, di per se stessi, che chi non è ancora mutaçawwuf
lo divenga; essi non potranno supplire né alle “qualifiche” naturali né al
ricollegamento ad una silsilah regolare; e, se possono sicuramente
provocare uno sviluppo di certe possibilità in colui che vi è preparato, questo
non è per così dire che a titolo d’“occasione”, perché la vera causa è sempre
altrove, nel “mondo dello spirito”; e non si deve dimenticare che, in
definitiva, tutto dipende interamente dal Principio, dinnanzi al quale tutte le
cose son come se non esistessero:
Lâ ilaha ill’ Allâhu wahdahu, lâ sharîka
lahu, lahu el-mulku wa lahu el-hamdu, wa huwa ala kulli shayin qadîr! (10)
(10) “Non vi è divinità se non Allâh, unicamente
Lui. Egli non ha associati; a Lui (appartiene) il Regno; a Lui la Lode. Egli è
su ogni cosa Potente” (N.d.C.).
168
VI SONO ANCORA DELLE POSSIBILITÀ INIZIATICHE NELLE FORME
TRADIZIONALI OCCIDENTALI?
Si può dire che ogni forma tradizionale
particolare è un adattamento della Tradizione primordiale, da cui tutte sono
derivate più o meno direttamente, in certe circostanze speciali di tempo e di
luogo; così che quel che cambia dall’una all’altra non è affatto l’essenza
stessa della dottrina, che è al di sopra di queste contingenze, ma solo gli
aspetti esteriori di cui essa si riveste ed attraverso i quali si esprime.
Risulta da questo, da una parte, che tutte queste forme sono necessariamente
equivalenti come fondamento, e, dall’altra parte, che vi è generalmente
vantaggio, per gli esseri umani, a ricollegarsi, per quanto possibile, a quella
che è propria all’ambiente nel quale essi vivono, perché è quella che
normalmente deve meglio convenire alla loro natura individuale. È questo che
faceva rimarcare con giusta ragione il nostro collaboratore J.-H.
Probst-Biraben alla fine del suo articolo sul Dhikr; ma l’applicazione
che trae da queste verità incontestabili ci sembra richiedere qualche
precisazione supplementare, al fine d’evitare qualsiasi confusione fra domini
differenti che, per quanto ugualmente appartenenti all’ordine tradizionale,
sono nondimeno profondamente distinti.
È facile comprendere che qui si tratta della
distinzione fondamentale, sulla quale abbiamo già soventemente insistito
altrove, fra i due domini che, se si vuole, si possono designare
rispettivamente come “exoterico” ed “esoterico”, dando a questi termini la loro
più larga accezione. Possiamo anche identificare l’uno col dominio religioso e
l’altro col dominio iniziatico; per il secondo, quest’assimilazione è
rigorosamente esatta in tutti i casi; e, quanto al primo, se esso non prende
l’aspetto propriamente religioso che in determinate forme tradizionali, esse
sono le sole delle quali dobbiamo occuparci presentemente,
169
di modo che questa restrizione non potrà
rappresentare alcun inconveniente per quel che ci proponiamo.
Detto questo, ecco il problema che è il caso
di considerare: allorché una forma tradizionale è completa, sotto il duplice
rapporto exoterico ed esoterico, è evidentemente possibile a tutti di aderirvi
parallelamente, sia che essi intendano limitarsi al solo punto di vista
religioso, sia ch’essi vogliano seguire inoltre la via iniziatica, poiché così
i due domini saranno loro entrambi aperti. D’altronde dev’essere allora bene
inteso che, in un simile caso, l’ordine iniziatico prende sempre il suo appoggio
e il suo supporto nell’ordine religioso, al quale esso si sovrappone senza
opporvisi in nessun modo; e, di conseguenza, non è mai possibile lasciare da
parte le regole pertinenti all’ordine religioso, e questo più specialmente per
quanto riguarda i riti, perché sono questi ad avere la più grande importanza da
questo punto di vista, e che possono stabilire effettivamente il legame fra i
due ordini. Dunque, quando è così non c è alcuna difficoltà a che ciascuno
segua la tradizione che è quella del suo ambiente; non c’è che una riserva da
fare per quanto riguarda le eccezioni, sempre possibili, alle quali faceva
allusione il nostro collaboratore, vale a dire nel caso di un essere che si
trovi accidentalmente in un ambiente rispetto al quale egli è veramente estraneo
per sua natura, e che, in seguito, potrà trovare altrove una forma più adatta
ad essa. Aggiungeremo che tali eccezioni devono, in un’epoca come la nostra, in
cui la confusione è estrema in tutte le cose, incontrarsi più frequentemente
che in altre epoche nelle quali le condizioni erano più normali; ma non diremo
di ciò niente di più, perché un caso simile, in definitiva, può sempre essere
risolto da un ritorno di quest’essere al suo vero ambiente, vale a dire a
quello cui corrispondono di fatto le sue affinità naturali.
Ora, se torniamo al caso più abituale, una
difficoltà si presenta allorché si ha a che fare, in un dato ambiente, con una
forma tradizionale nella quale non esiste più effettivamente che il solo
aspetto religioso. Va da sé che si tratta allora di una sorta di parziale
degenerescenza, perché questa forma ha ben dovuto, così come le altre, essere
completa alla sua origine; ma, in seguito a circostanze che non importa qui
precisare, è avvenuto che, a partire da un certo momento, la sua componente
iniziatica è scomparsa, e talvolta persino a tal punto che non ne resta più
alcun ricordo consapevole fra i suoi aderenti, nonostante le tracce che se ne
possono ritrovare negli scritti o nei monumenti antichi. Ci si trova allora,
per quanto riguarda il punto di vista iniziatico, in un caso esattamente simile
a quello di una tradizione estinta: anche supponendo che si possa arrivare ad
una ricostituzione
170
completa, questa non avrebbe che un interesse
in qualche modo “archeologico”, perché la trasmissione regolare farebbe sempre
difetto, e questa trasmissione è, come abbiamo esposto in altre occasioni, la
condizione assolutamente indispensabile di ogni iniziazione. Naturalmente,
coloro che limitano le loro vedute al dominio religioso, e che saranno sempre
la maggior parte, non hanno per nulla di che preoccuparsi di tale difficoltà,
che per essi non esiste, ma coloro che si propongono un fine d’ordine iniziatico
non potranno, a questo riguardo, raggiungere alcun risultato dal loro
ricollegamento alla forma tradizionale in questione.
Il problema così posto è purtroppo ben lungi
dall’avere un interesse puramente teorico, perché, infatti, è il caso di
considerarlo precisamente per quel che concerne le forme tradizionali che
esistono nel mondo occidentale: allo stato presente delle cose, vi si trovano
ancora organizzazioni che assicurino una trasmissione iniziatica, o, al
contrario, non è tutto ormai irrimediabilmente limitato al solo dominio
religioso? Diciamo subito che bisognerebbe guardarsi bene dal lasciarsi
illudere dalla presenza di cose come il “misticismo”, a proposito del quale si
verificano troppo sovente, e attualmente più che mai, le più strane confusioni.
Non possiamo pensare di ripetere qui tutto quel che abbiamo già avuto occasione
di dire altrove riguardo a questo argomento; ricorderemo solamente che il
misticismo non ha assolutamente niente di iniziatico, che esso appartiene del
tutto interamente all’ordine religioso, del quale esso non oltrepassa in alcun
modo i limiti speciali, e che molte delle sue caratteristiche sono persino
esattamente opposte a quelle dell’iniziazione. L’errore sarebbe più scusabile,
almeno fra coloro che non hanno affatto una nozione netta della distinzione fra
i due domini, se essi considerassero, nella religione, quel che presenta non
tanto un carattere mistico, bensì “ascetico”, perché, in esso almeno, c’è un
metodo di realizzazione attiva come nell’iniziazione, mentre il misticismo
implica sempre la passività e, di conseguenza, l’assenza di metodo, così come
d’altronde anche quella di una qualunque trasmissione. Si potrebbe persino
parlare allo stesso tempo di una “ascesi” religiosa e di una “ascesi’
iniziatica, se tale accostamento non dovesse suggerire niente di più che
quest’idea di un metodo che in effetti costituisce una similitudine reale; ma,
beninteso, l’intenzione ed il fine non sono affatto gli stessi nei due casi.
Se ora ci poniamo il problema in modo preciso
per quanto riguarda le forme tradizionali dell’Occidente, saremo condotti a
considerare il caso che menzionava il nostro collaboratore nelle ultime righe
del suo articolo, vale a dire quello del Giudaismo e quello del Cristianesimo;
171
ma è qui che saremo obbligati a formulare
alcune riserve riguardo al risultato che si può ottenere da certe pratiche. Per
il Giudaismo, le cose, in ogni caso, si presentano più semplicemente che per il
Cristianesimo: esso in effetti possiede una dottrina esoterica ed iniziatica,
che è la Kabbalah, e questa si trasmette sempre in modo regolare, per
quanto senza dubbio più raramente e più difficilmente che un tempo, il che,
d’altronde, non rappresenta certo un esempio unico di questo genere, e che
molto si giustifica a causa delle caratteristiche particolari della nostra
epoca. Solo, per quanto riguarda lo “Hassidismo”, anche se sembra che influenze
kabbalistiche si siano veramente esercitate alle sue origini, non è men vero
che esso costituisca propriamente un raggruppamento religioso, ed anche con
tendenze mistiche; del resto è probabilmente il solo esempio di misticismo che
si possa trovare nel Giudaismo; e, a parte questa eccezione, il misticismo è
soprattutto qualche cosa di specificamente cristiano.
Quanto poi al Cristianesimo, un esoterismo
come quello che esisteva certamente nel medioevo, con le organizzazioni
necessarie alla sua trasmissione, è ancora vivo ai nostri giorni? Per la Chiesa
ortodossa, non possiamo pronunciarci in modo certo, in mancanza del possesso di
indicazioni sufficientemente chiare, e saremo anzi felici se questo problema
potrà provocare qualche chiarimento a tale riguardo; ma, anche se sussiste
veramente una qualunque iniziazione, in ogni caso questa non può essere che
esclusivamente all’interno dei monasteri (1), di modo che, al di fuori di
questi, non c’è alcuna possibilità di accedervi. D’altra parte, per quanto
riguarda il Cattolicesimo, tutto sembra indicare che non vi si trova più nulla
di quest’ordine; e d’altronde, poiché i suoi rappresentanti più autorizzati lo
negano espressamente, dobbiamo creder loro, almeno fintanto che non avremo
delle prove del contrario, ed è inutile parlare del Protestantesimo, perché
esso non è che una deviazione prodotta dallo spirito antitradizionale dei tempi
moderni, il che esclude che esso abbia mai potuto racchiudere il minimo
esoterismo e servire di base ad una qualsiasi iniziazione.
Come che sia, anche riservando la possibilità
della sopravvivenza di qualche organizzazione iniziatica assai nascosta, quel
che possiamo
(1) Anche Julius Evola era di questa opinione,
tant’è vero che negli anni Trenta trascorse brevi periodi in segreto presso
monasteri di ordini religiosi cattolici scrivendo di aver trovato solo presso i
Cistercensi qualcosa di positivo: cfr. J. Evola, Il cammino del cinabro,
Scheiwiller, Milano, 1972, p. 121; e AA.VV., Testimonianze su Evola,
Edizioni Mediterranee, Roma, 1985, p. 351 (N.d.C.).
172
dire in tutta certezza, è che le pratiche
religiose del Cristianesimo, d’altronde non più che quelle di altre forme
tradizionali, non possono sostituirsi alle pratiche iniziatiche e produrre
effetti dello stesso ordine di quelle, poiché non è a questo che esse sono
destinate. Ciò è strettamente vero anche allorché esiste, fra le une e le
altre, qualche similitudine esteriore: così, il rosario cristiano ricorda
manifestamente il wird delle turuq islamiche, e può anche essere
che ci sia in questo qualche parentela storica; ma, di fatto, esso non è
utilizzato che per dei fini unicamente religiosi, e sarebbe vano attendersene
un beneficio di un altro ordine, perché non vi è legata nessuna influenza
spirituale agente nel dominio iniziatico, contrariamente a quanto avviene per
il wird. Quanto poi agli “esercizi spirituali” di Sant’Ignazio de
Loyola, dobbiamo confessare che siamo rimasti un po’ sorpresi di vederli citati
a questo riguardo: essi certo costituiscono una “ascesi” nel senso che abbiamo
indicato più in alto, ma il loro carattere esclusivamente religioso è del tutto
evidente; di più, dobbiamo aggiungere che la loro pratica è lungi dall’essere
senza pericoli, perché abbiamo conosciuto molti casi di squilibrio mentale
provocato da essa; e pensiamo che questo pericolo debba sempre esistere quando
essi sono praticati al di fuori dell’organizzazione religiosa per la quale essi
sono stati formulati e di cui costituiscono in definitiva il metodo speciale;
non si può dunque che sconsigliarli formalmente a chiunque non sia ricollegato
a tale organizzazione.
Dobbiamo ancora insistere specialmente sul
fatto che, le stesse pratiche iniziatiche, per avere una qualche efficacia,
presuppongono necessariamente il ricollegamento ad un’organizzazione dello
stesso ordine; si potranno ripetere indefinitamente delle formule quali quelle
del dhikr o del wird, o i mantra della tradizione indù,
senza ricavarne il minimo risultato, se non le si avranno ricevute tramite una
trasmissione regolare, perché esse non sono allora “vivificate” da alcuna
influenza spirituale. Perciò, il problema di sapere quali formule conviene
scegliere non deve mai essere posto in modo indipendente, perché non è cosa
pertinente alla fantasia individuale; tale questione è subordinata a quella
dell’adesione effettiva ad una organizzazione iniziatica, adesione a seguito
della quale non vi è naturalmente più che da seguire i metodi che sono quelli
di tale organizzazione, a qualunque forma tradizionale essa appartenga.
Infine, aggiungeremo che le sole
organizzazioni iniziatiche che abbiano ancora un’esistenza certa in Occidente
sono, al loro stato attuale, completamente separate dalle forme tradizionali
religiose, il che, a dire il vero, è qualcosa di anormale; e, inoltre, esse son
talmente
173
ridotte, se non addirittura deviate, che non
vi si può sperare, nella maggior parte dei casi, in molto di più che in
un’iniziazione virtuale. Gli Occidentali devono tuttavia prendere forzatamente
atto di tali imperfezioni, oppure rivolgersi ad altre forme tradizionali che
hanno l’inconveniente di non essere fatte per loro; ma resterebbe da sapere se
coloro che hanno la volontà ben ferma di decidersi per quest’ultima soluzione
non dimostrano forse per ciò stesso ch’essi rientrano nel numero di quelle eccezioni
di cui abbiamo parlato.
174
“NOTES AND QUERIES” DA SPECULATIVE MASON
René Guénon ebbe occasione di intervenire
frequentemente con sue importanti precisazioni ed integrazioni a questa nota
rubrica fissa della rivista massonica inglese Speculative Mason negli
anni 1935-1940. Tali suoi interventi, redatti in lingua inglese, sono stati
identificati con certezza oltreché per stile e contenuto, perché siglati
A.W.Y., vale a dire Abdel Wahed Yahya, il suo nome islamico.
***
Dal Vol. XXVII, aprile 1935, p. 77:
H.R.A. – È il doppio triangolo o la stella
a cinque punte (five-pointed star) che è corretto chiamare “Scudo di
Davide”? Ho inteso applicare questo nome ai due simboli senza distinzione, ma
qual è allora il “Sigillo di Salomone”?
A.W.Y. – «Il doppio triangolo è chiamato dai
Kabbalisti indifferentemente “Sigillo di Salomone” e “Scudo di Davide”, ed
anche “Scudo di Michele” (Mikael-Malaki, “il Mio Angelo”, cioè “l’Angelo
in cui si trova il Mio Nome”); ugualmente in arabo esso è designato come “Khâtem
Seyidnâ Suleymân” e “Dir’a Seyidnâ Dawûd”. Nessuno di questi
appellativi può essere correttamente applicato alla stella a cinque punte, il
pentalfa o pentagramma dei pitagorici, che è la stella fiammeggiante massonica.
Quest’ultima, nel suo significato generale, è un simbolo “microcosmico”, mentre
il doppio triangolo è un simbolo “macrocosmico”. Esiste un altro simbolo arabo,
detto “Uqdat Seyidnâ Suleymân” o “Nodo di Salomone”, il cui significato
è assai prossimo a quello di Sigillo di Salomone, in riferimento all’adagio
ermetico: “Quel che è in alto è come quel che è in basso”».
175
Nello stesso numero, p. 78:
Studente. – Le Colonne di Enoch sono in
relazione con le Colonne del Tempio? Nella mia Loggia nessuno sembra sapere
qualcosa riguardo alle Colonne di Enoch.
A.W.Y. – «È detto che le Colonne di Enoch, o di
“Seyidnâ Idris”, com’è chiamato nella tradizione islamica, sono state da lui
costruite con due diversi materiali, l’uno resistente all’acqua e l’altro al
fuoco; su ciascuna era stato inciso l’essenziale di tutte le scienze. È detto
che esse furono poste rispettivamente in Siria e in Etiopia, e che quella che
aveva resistito all’acqua del Diluvio esiste ancora in Siria. Infatti la Siria
è qui messa in rapporto con il Nord, in connessione con l’acqua, e l’Etiopia
col Sud, in connessione col fuoco; ciò giustifica dunque pienamente la
relazione stabilita fra queste Colonne di Enoch e quelle del Tempio. D’altra
parte, ovunque si trovino due colonne, esse avranno in comune un significato
generale “binario”, che si tratti delle Colonne di Salomone, di Enoch,
d’Ercole, etc. Si può ugualmente sottolineare che la Siria e l’Etiopia, nella
tradizione già citata, non s’identificano affatto necessariamente con i Paesi
attualmente conosciuti con questi nomi, perché in realtà esse hanno anche un
significato simbolico e nascosto; in ogni caso, le Colonne di Enoch
rappresentano due centri spirituali ed iniziatici ai quali è stato confidato il
deposito della conoscenza primordiale, alfine di preservarla nel corso delle
epoche successive».
Dal Vol. XXVII, luglio 1935, p. 118-119:
V.C. – Perché per primo il piede sinistro
(left foot)?
A.W.Y. – «Questa preminenza del piede sinistro
non è uniformemente riconosciuta da tutti i riti massonici: laddove essa
esiste, ci si riferisce generalmente al fatto che il lato sinistro è il lato
del cuore, spiegazione data ugualmente, e forse più giustamente, per la
posizione del braccio sinistro sul braccio destro nel grado scozzese di R.C.
Benché il simbolismo del cuore sia in effetti molto importante, e questo in
tutte le tradizioni (ma a dire il vero in modo del tutto differente da come la
pensano i moderni), c’è forse qualcosa di specifico in quel che concerne almeno
il piede sinistro: è evidente che questo è in stretto rapporto con le
circumambulazioni eseguite da sinistra a destra, e così la questione è
ricondotta ad un problema d’un ordine assai più generale. Ci sono molte
differenze a tale riguardo, secondo le diverse tradizioni: in India e in Tibet,
le circumambulazioni si fanno ugualmente da sinistra a destra (vale a dire
avendo il centro alla propria destra, e da questo deriva la denominazione di pradakshina);
nella tradizione islamica è l’inverso; e si può dire che questo è in rapporto
diretto con il senso della
176
scrittura nelle lingue sacre (il sanscrito e
l’arabo) nelle quali le due tradizioni trovano rispettivamente la loro
espressione. Il movimento da destra verso sinistra è ancora conosciuto nella
Massoneria operativa: esso è “polare”, mentre l’inverso è “solare”, e le forme
“polari” sono sempre più antiche delle forme “solari”. Quanto alla preminenza
della destra o della sinistra, si sono avuti in passato, e nella stessa
tradizione, cambiamenti in conformità a determinati periodi, in relazione a
certe leggi dei cicli cosmici; tali cambiamenti si trovano soprattutto nella
Cina antica, ma esaminandoli più da vicino, si vedrà che il lato d’onore, che
lo si consideri da un punto di vista “polare” come la destra o “solare” come la
sinistra, è sempre stato l’Oriente. Cambiamenti dello stesso genere si sono
avuti ugualmente nel passaggio dalla Massoneria Operativa alla Massoneria
Speculativa. Da tutto questo risulta che tale problema è estremamente
complesso, legato com’è all’origine stessa delle Tradizioni».
J.B.V – Mi è stato detto che c’erano in
Egitto, fino a poco tempo fa, delle Gilde di Massoni Operativi. Esistono forse
ancora? Non potrebbe A.W.Y. informarmi su questo?
A.W.Y. – «Non c’è alcun dubbio che ci siano
state, per alcuni secoli, non solamente in Egitto, ma anche in altre parti del
mondo musulmano, delle Gilde di Massoni Operativi o di altri artigiani; questi
Massoni orientali utilizzavano anch’essi dei marchi simili a quelli dei loro
colleghi occidentali del medioevo, e che erano chiamati in arabo Khatî
el-Bannâïn (vale a dire “scrittura dei costruttori”); ma tutto questo
appartiene ad un passato già assai lontano. D’altra parte, nelle turuq
islamiche o confraternite esoteriche (che sono ugualmente “operative” infatti,
ma evidentemente in un altro senso più profondo di quello puramente
“professionale”), sono stati conservati certi elementi che assomigliano
stranamente al Compagnonaggio occidentale, per esempio: l’uso del nastro; l’uso
del bastone che ha esattamente la stessa forma; e per quel che concerne il
simbolismo di questi bastoni ci sarebbe molto da dire in rapporto con le
scienze segrete che sono specialmente attribuite a Seyidnâ Suleymân (perché
ciascuno dei grandi Profeti possiede la sua propria scienza, caratterizzata dal
cielo al quale esso presiede). Ci sono anche degli altri punti d’interesse più
specialmente massonico: per esempio, in alcune delle turuq, il dhikr
non può essere compiuto ritualmente se non si è alla presenza di almeno sette
fratelli; nell’investitura di un naqib c’è qualcosa che potrebbe far
pensare al cable-tow, etc. D’altronde, esiste un’interpretazione
simbolica delle lettere arabe che formano il nome di Allâh e che è
puramente massonica, provenendo probabilmente dalle Gilde in questione: l’alif
è il regolo, le due lâm il
177
compasso e la squadra, lo ha il
triangolo (o il cerchio secondo un’altra spiegazione, la differenza fra le due
corrispondendo a quella fra Square e Arch Masonry); il nome
completo era dunque un simbolo dello Spirito della Costruzione Universale.
Questi fatti non sono altro che dei semplici riferimenti ad un argomento che ci
è noto per esperienza diretta e per tradizione orale».
Nel numero di ottobre 1935, le Notes and
Queries iniziano con l’indicazione di alcuni errori di stampa, soprattutto
nell’ortografia dei nomi arabi. Ne abbiamo tenuto conto nella nostra
traduzione. – La pagina 156 riproduce la seguente risposta:
Studente. – Sono particolarmente
interessato ad una frase della risposta di A.W.Y. alla domanda sul Sigillo di
Salomone. Egli scrive: Lo Ukdat Seyidnâ Suleymân o “Nodo di Salomone”,
il cui significato si avvicina a quello del “Sigillo di Salomone”, etc. Qual è
la forma di questo Ukdat Seyidnâ Suleymân?
A.W.Y. – «Ecco la figura del “Nodo di
Salomone”.
Bene inteso, ne esistono numerose varianti più
o meno complesse, ma questa qui rappresenta simbolicamente l’essenziale.
La frase: “del tutto differente da come la
pensano i moderni” vuol dire che il vero simbolismo del cuore, in tutte le
tradizioni, si riferisce all’intelletto puro (in quanto distinto dalla ragione)
e mai al sentimento o all’emozione. Si dovrebbe sempre tenerne conto allorché
si tratta, non solo del cuore dell’uomo, ma anche del “Cuore del Mondo”».
Il Volume XVIII, gennaio 1936, contiene una
sola risposta di A.W.Y.:
Studente. – Le tre montagne sacre dei
massoni operativi sono il Sinai, il Tabor e il Moriah. Prendendo quest’ultimo
come centro, il Tabor è situato a Nord ed il Sinai a Sud. Perché si sono scelte
specialmente queste tre montagne? Il Tabor, secondo l’Antico Testamento, non è
particolarmente sacro. Gradirei essere informato sul significato di queste tre
montagne.
178
A.W.Y. – «Il Sinai, il Moriah e il Tabor sono
tre altezze favorevoli alla “visione”, benché, per quel che concerne il Sinai
“audizione” sarebbe una designazione più corretta di “visione” (e la forma di
molte delle pietre che vi si trovano assomiglia in modo straordinario
all’orecchio umano); ma quando si tratta di rivelazione, “visione” e
“audizione” sono termini pressoché equivalenti. Così, nella tradizione indù, è
detto che i Rishi (letteralmente “veggenti”, come in ebraico rouh,
il termine antico per nabi o profeta) hanno “inteso” i Vêda. Dal
nostro proprio punto di vista islamico, queste tre montagne sono collegate
rispettivamente alle tre grandi epoche profetiche di Seyidnâ Mûsa (Mosè), di
Seyidnâ Davûd e Seyidnâ Suleymân (Davide e Salomone) e di Seyidnâ Aïssa (Gesù),
e, di conseguenza, ai tre grandi libri della rivelazione divina: Et-Tawrâh
(il Pentateuco), Ez-Zabûr (i Salmi) e El-Injil (il Vangelo).
Riguardo al Sinai è interessante notare che questa regione era molto
anticamente la sede di misteri in relazione con l’arte dei fabbri, cioè i
misteri “Cabirici”. Questi fabbri erano dei “Keniti”, il cui nome si legge
talvolta “Cainiti”, e questo, in ogni caso, è in rapporto molto stretto con il
significato di “Tubalcain”, ben noto in massoneria».
Il Volume XXIX, contiene ugualmente una sola
risposta di A.W.Y., pubblicata nel numero di gennaio 1937, p. 29:
Domanda. – Desidererei sapere qualche cosa
riguardo alla “Casa della saggezza” del Cairo. Maqrizi descrive iniziazioni,
gradi, etc., ed alcuni autori occidentali pensano che ci sia in tutto questo
molto di relativo alla Massoneria, forse persino l’origine stessa della Libera
Muratoria occidentale. Von Hammer cita Maqrizi, ma poiché non so affatto
leggere l’arabo, non ho alcun mezzo per sapere se ci si può fidare di Von
Hammer in questa materia. In occasione di due soggiorni in Egitto, ho cercato,
senza esserci riuscito, di scoprire se esiste attualmente in Egitto un
insegnamento esoterico, massonico o altro. Sarei molto riconoscente a A.W.Y.
s’egli potessi fornirmi una risposta a questa domanda molto seria e molto
sincera.
A.W.Y. – «La “Casa della saggezza” (Dâr
El-Hekmat) era all’epoca dei Fatimidi, un centro ismailita; ma, benché sia
stata chiamata in modo erroneo “gran loggia” da taluni autori occidentali, essa
non ha niente a che vedere con la Massoneria, né con la sua origine (sarebbe
più esatto dire una delle sue origini, perché la Massoneria, in realtà, ha più
di una origine). È vero che gli Ismailiti avevano, ed hanno ancora, delle
iniziazioni e dei gradi, come ne hanno anche molti altri, ad esempio i Duruz
(Drusi) di Siria, che pure usano certi segni molto simili a quelli della
Massoneria; ma di tali somiglianze se ne possono trovare un po’
179
dovunque, e, se in questo vi è un’origine
comune, si dovrebbe cercarla molto lontano... D’altra parte, gli Ismailiti, i
Drusi, i Nosairi, etc., non sono altro che delle “sette” (firâq) nelle
quali c’è sempre una certa confusione fra l’exoterico e l’esoterico; nelle loro
iniziazioni, c’è un certo lato “oscuro” dovuto alla deviazione dall’autentica
tradizione: esse sono delle alterazioni, non la “fonte” dell’iniziazione. Tali
sette non hanno alcun rapporto con le vere turuq, che sono nel numero di
72 (potrebbe essere un numero simbolico, ma, secondo una lista stabilita dal
defunto Seyid Tawfiq El-Bakri, sembra che si tratti proprio del numero esatto).
Questo insegnamento esoterico, a fianco della dottrina superiore, include
numerose scienze sconosciute all’Occidente, almeno all’epoca attuale (perché la
cosa sembra essere stata del tutto differente durante il medioevo), e qualcuna
fra queste non può essere compresa che attraverso la mediazione della lingua
araba, alla quale esse sono intimamente legate (come certe parti della Kabbalah
lo sono alla lingua ebraica). Dal lato copto (dunque cristiano) si dice che
taluni monaci conservino ancora una sorta di conoscenza esoterica, ma è
estremamente difficile per i Musulmani ottenere notizie precise su un simile
argomento».
180
TRADIZIONE E TRADIZIONALISMO
Abbiamo già avuto così spesso l’occasione di
segnalare degli esempi dell’abuso di certe parole, private del loro vero
significato, il che è uno dei sintomi della confusione intellettuale della
nostra epoca, che saremmo quasi tentati di scusarci di dover tornare una volta
di più su di un argomento che si riferisce a considerazioni di quest’ordine.
Tuttavia, ci sono degli equivoci che non si possono chiarire in un sol colpo,
ma solamente a forza d’insistervi; e, per quanto riguarda l’argomento che
abbiamo ora in vista, la cosa è divenuta più necessaria che mai nelle presenti
circostanze, alfine di prevenire qualunque tentativo d’utilizzazione
illegittima dell’idea stessa di “tradizione” da parte di coloro che vorrebbero
assimilare indebitamente quel che essa implica alle loro proprie concezioni in
un qualunque dominio. D’altronde dev’essere beninteso che non si tratta qui
affatto di porre in dubbio la buona fede degli uni o degli altri, perché, in
molti casi, può ben essere un’incomprensione pura e semplice; l’ignoranza della
maggior parte dei nostri contemporanei riguardo a tutto ciò che possiede un
carattere realmente tradizionale è così completa che non è quasi più il caso di
stupirsene; ma, allo stesso tempo, si è anche costretti a riconoscere che
questi errori d’interpretazione e questi fraintendimenti involontari servono
fin troppo bene a certi “piani” perché non sia lecito domandarsi se la loro
crescente diffusione non potrebbe essere dovuta a qualcuna di quelle
“suggestioni” che dominano la mentalità moderna e che, precisamente, tendono in
fondo sempre alla distruzione di tutto ciò che è tradizione nel vero senso di
questa parola.
Spieghiamoci più completamente su quanto
detto: la stessa mentalità moderna, in tutto quel che la caratterizza
specificamente come tale, non è in definitiva altro che il prodotto di una
vasta suggestione collettiva che, esercitandosi continuamente nel corso di
molti secoli, ha determinato la formazione e lo sviluppo progressivo dello
spirito antitradizionale,
181
nel quale si riassume in definitiva tutto
l’insieme dei tratti distintivi di questa mentalità. Non dobbiamo qui chiederci
se quel che appare così come una anomalia, e addirittura come una vera
mostruosità, non si trovi tuttavia al proprio posto secondo un ordine più
generale, o, in altri termini, se, in virtù stessa delle “leggi cicliche”, alle
quali abbiamo fatto sovente allusione, una tale deviazione non dovrebbe
prodursi inevitabilmente in quest’epoca; questo è un aspetto del tutto diverso
del problema; al momento vogliamo considerare solo la “tecnica” mediante la
quale di fatto questa deviazione ha potuto essere ottenuta, e di tale “tecnica”
si può dare un’idea quanto più approssimata possibile definendola come una
sorta di suggestione collettiva. Ma, per quanto potente e abile sia tale
suggestione, può giungere un momento in cui lo stato di disordine e di
squilibrio che ne è il risultato diviene così evidente che alcuni non possono
più fare a meno di accorgersene, ed allora c’è il rischio che si produca una
“reazione” che comprometterebbe questo stesso risultato; sembra che al giorno
d’oggi le cose siano giunte proprio a questo punto, ed è allora che interviene
efficacemente, per sviare tale “reazione” dal fine verso cui tende, quella che
potremmo chiamare la “contraffazione” dell’idea tradizionale.
Se questa “contraffazione” è possibile, è a
causa dell’ignoranza di cui parlavamo in precedenza: l’idea stessa della
tradizione è stata distrutta ad un punto tale che, nel mondo occidentale
moderno, coloro i quali aspirano a ritrovarla non sanno nemmeno da quale parte
rivolgersi, e sono sin troppo pronti ad accettare le idee false che si
presentan loro al suo posto e a suo nome. Costoro si sono resi conto, almeno
fino a un certo punto, di essere stati ingannati dalle suggestioni apertamente
antitradizionali, e che le credenze che erano state così loro imposte non
rappresentavano altro che errore e disinganno; questo è sicuramente già
qualcosa nel senso della “reazione” di cui dicevamo, ma, in definitiva, si
tratta ancora di qualcosa che è solo in negativo. Ci si accorge perfettamente
di ciò leggendo gli scritti, sempre meno rari, in cui si trovano le critiche
più giuste riguardo alla “civiltà” attuale, ma dove i mezzi considerati per
rimediare ai mali così denunciati hanno un carattere stranamente sproporzionato
e insignificante, in qualche modo persino infantile: progetti “scolastici” o
“accademici”, si potrebbe dire, ma nulla di più, e, soprattutto, niente che
testimoni la minima conoscenza d’ordine profondo. È a questo stadio che lo
sforzo, per quanto lodevole e meritorio ch’esso sia, può facilmente farsi
distogliere verso “attività” che, a loro volta e a dispetto di certe apparenze,
non faranno che contribuire
182
alla fine ad accrescere ancor più il disordine
e la confusione di questa “civiltà” di cui sono ritenute dover operare il
raddrizzamento.
Coloro di cui parliamo sono quelli che si
possono definire dei “tradizionalisti”, allorché si prende questa parola nella
sua legittima accezione; in effetti, essa non può propriamente indicare altro
che una semplice tendenza, una sorta di aspirazione verso la tradizione, senza
alcuna conoscenza reale di essa; e si può misurare da ciò tutta la distanza che
separa lo spirito “tradizionalista” dal vero spirito tradizionale, che al
contrario implica essenzialmente una tale conoscenza. In definitiva, il “tradizionalista”
non è e non può essere altro che un “ricercatore”, ed è proprio questo il
motivo per cui è sempre in pericolo di perdersi, non essendo in possesso dei
soli principi che gli potrebbero dare una direzione infallibile; e questo
pericolo sarà naturalmente tanto più grande poiché troverà sul suo cammino,
come altrettante insidie, tutte queste false idee suscitate da quel potere
d’illusione che ha un interesse capitale ad impedirgli di pervenire al vero
fine della sua ricerca. È evidente che, in effetti, tale potere non può
mantenersi e continuare ad esercitare la sua azione se non alla condizione che
ogni restaurazione dell’idea tradizionale sia resa impossibile; è dunque molto
importante per esso far deviare le ricerche che tendono verso la conoscenza
tradizionale poiché, d’altra parte, conducendo alle origini e alle cause reali
della deviazione moderna, esse sarebbero suscettibili di svelare qualcosa della
propria natura e dei suoi mezzi d’influenza; ci sono in questo, per lui, due
necessità in qualche modo complementari l’una dell’altra, e che si potrebbero
persino considerare, in fondo, come i due aspetti, positivo e negativo, d’una
stessa esigenza fondamentale del suo dominio.
Tutti gli impieghi abusivi della parola
“tradizione” possono, a un grado o ad un altro, servire per questo fine, a
cominciare dal più volgare di tutti, quello che la rende sinonimo di “costume”
o di “usanza”, adducendo così una confusione della tradizione con le cose più
bassamente umane e le più completamente prive di ogni senso profondo. Ma ci
sono altre deformazioni più sottili, e per ciò stesso più pericolose; tutte
hanno d’altronde come caratteristica comune quella di far scendere l’idea di
tradizione ad un livello puramente umano, mentre, come abbiamo sovente
spiegato, di veramente tradizionale c’è solo quel che implica un elemento
d’ordine sovra-umano. È questo il punto essenziale, quello che costituisce in
qualche modo la definizione stessa della tradizione e di tutto quanto ad essa
si ricollega; ed è anche, beninteso, quel che si deve a tutti i costi impedire
di riconoscere per mantenere la mentalità moderna nelle sue illusioni.
D’altronde non c’è che da considerare
183
come coloro i quali pretendono di fare gli
“storici” delle religioni e delle altre forme della tradizione, si accaniscano
innanzitutto a spiegarle mediante dei fattori esclusivamente umani; poco
importa che, a seconda delle scuole, tali fattori siano psicologici, sociali o
di altro genere, ed anzi la molteplicità delle spiegazioni così presentate
permette di sedurre più facilmente un numero maggiore di persone; quello che è
costante, è la volontà assai determinata nel ridurre tutto all’umano e nel non
lasciar sussistere nulla che lo superi; e coloro i quali credono al valore di
questa “critica” distruttiva sono da allora completamente disposti a confondere
la tradizione con qualunque cosa, poiché essa non ha più in effetti, nell’idea
che è stata loro inculcata, niente che possa realmente distinguerla da quanto è
privo di qualunque carattere tradizionale.
Dal momento che tutto quel che è d’ordine
puramente umano non potrebbe, per questa stessa ragione, essere legittimamente
qualificato come tradizionale, non ci può essere, per esempio, una “tradizione
filosofica”, né una “tradizione scientifica” nel senso moderno e profano di
tale parola; e, beninteso, non ci può nemmeno essere una “tradizione politica”,
almeno laddove ogni organizzazione sociale veramente tradizionale faccia
difetto, che è poi il caso del mondo occidentale attuale. Ci sono tuttavia alcune
espressioni che sono usate correntemente al giorno d’oggi, e che costituiscono
altrettante snaturazioni dell’idea di tradizione; va da sé che, se gli spiriti
“tradizionalisti” di cui parlavamo precedentemente possono essere condotti a
lasciar distogliere la loro attività verso l’uno o l’altro di questi domini
essenzialmente contingenti e a limitare ad essi tutti i loro sforzi, le loro
aspirazioni si troveranno così “neutralizzate” e rese perfettamente
inoffensive, quando poi addirittura esse non sono talvolta utilizzate, a loro
insaputa, in un senso del tutto opposto alle intenzioni. Infatti, succede che
si arrivi fino ad applicare il nome di “tradizione” a delle cose che, per loro
stessa natura, sono nettamente antitradizionali: è così che si parla di “tradizione
umanista”, o ancora di “tradizione nazionale”, allorquando l’“umanesimo”, come
indica d’altronde il suo stesso nome, non è altro che quella negazione del
sovra-umano che è alla radice dello spirito moderno in tutte le sue forme, e la
costituzione delle “nazionalità” è stata il mezzo utilizzato per distruggere
l’organizzazione sociale tradizionale del medioevo; non sarebbe il caso di
meravigliarsi, in queste condizioni, se un giorno si arrivasse persino a
parlare di una “tradizione protestante”, vuoi anche di “tradizione laica” o di
una “tradizione rivoluzionaria”! Al grado di confusione mentale cui è pervenuta
la stragrande maggioranza dei nostri contemporanei, le associazioni di parole
184
anche più manifestamente contraddittorie non
hanno più nulla che li possa spaventare, e neppure che li possa indurre a
riflettere...
Questo ci conduce ancora direttamente ad
un’altra importante osservazione: allorché certuni, essendosi accorti del
disordine moderno e constatando il grado fin troppo visibile cui esso è
arrivato attualmente, vogliono “reagire”, il mezzo migliore per rendere
inefficace tale bisogno di “reazione” non è forse quello di orientarlo verso
qualcuno degli stadi anteriori e meno “avanzati” della stessa deviazione, in
cui tale disordine non era ancora divenuto così evidente e si presentava, se si
può dire, sotto un aspetto più accettabile per chi non era stato ancora
completamente accecato da certe suggestioni? Non basta dichiararsi sinceramente
“antimoderno”, come ogni “tradizionalista” dovrebbe fare spontaneamente, se si
è ancora condizionati dalle idee moderne in una qualunque forma più o meno
attenuata, e per questo senza dubbio più difficilmente discernibile, ma sempre
corrispondente di fatto all’una o all’altra delle tappe che tali idee hanno
percorso durante il loro sviluppo; nessuna “concessione”, anche se involontaria
o inconscia, è qui possibile perché, dal suo punto di partenza fino al
compimento attuale, tutto si collega e si concatena inesorabilmente. E a questo
proposito, aggiungeremo ancora questo: il lavoro avente per scopo d’impedire
alla “reazione” di guardare più lontano che al semplice ritorno ad un minor
disordine, d’altronde dissimulando il carattere di questo facendolo passare per
l’“ordine”, si congiunge perfettamente a quel che è compiuto, da un’altra
parte, per far penetrare lo spirito moderno all’interno stesso di quanto può
sussistere, in Occidente, delle organizzazioni tradizionali di qualunque
ordine; lo stesso effetto di “neutralizzazione” delle forze di cui si potrebbe
temere l’opposizione è così ugualmente ottenuto in entrambe le occasioni. Non è
neanche tanto il caso di parlare di “neutralizzazione”, perché, dalla lotta che
si produrrà necessariamente fra degli elementi che si trovano in tal modo così
ricondotti per così dire allo stesso livello, e la cui ostilità non rappresenta
dunque più, in fondo, che quella che può esistere fra produzioni diverse ed
apparentemente contrarie della deviazione moderna, non potrà infine derivarne
che un nuovo accrescimento del disordine e della confusione.
Fra tutte le cose più o meno incoerenti che si
agitano e si urtano al momento presente, fra tutti i “movimenti” esteriori di
qualunque genere si tratti, non ce n’è dunque nessuno, dal punto di vista
tradizionale o anche semplicemente “tradizionalista”, per il quale “prendere
partito”, secondo l’espressione comunemente usata, perché questo
significherebbe illudersi, e, esercitandosi in realtà dietro a tutto ciò le
stesse
185
influenze, mescolarsi alle lotte volute e
dirette invisibilmente da esse significherebbe fare propriamente il loro gioco;
il solo fatto di “prender partito” in queste condizioni costituirebbe dunque
già in definitiva, per quanto incoscientemente ciò avvenisse, un’attitudine
veramente antitradizionale. Non vogliamo fare qui nessuna applicazione
particolare, il che in definitiva sarebbe assai poco utile dopo tutto quel che
abbiamo già detto, e d’altronde del tutto fuori luogo; solamente ci sembra
necessario, per tagliar corto con le pretese di qualunque falso
“tradizionalismo”, precisare che, si badi bene, nessuna tendenza politica
esistente nell’Europa attuale può validamente rivendicare un’autorità quanto ad
idee o a dottrine tradizionali, i principi facendo ugualmente difetto ovunque,
benché sicuramente non si sia mai parlato tanto di “principi” quanto lo si fa
al giorno d’oggi da ogni parte, applicando pressoché indistintamente tale
designazione a tutto ciò che la merita di meno, e addirittura persino a quel
che implica al contrario la negazione di ogni vero principio. Dietro a
quest’altro abuso di una parola, ritroviamo d’altronde ancona una volta quel
carattere di “contraffazione” che abbiamo già constatato, in maniera generale,
riguardo all’idea tradizionale, e che ci sembra costituire di per se stesso un
“marchio” assai importante ed assai significativo perché non sia senza
interesse ritornarvi più particolarmente in un prossimo articolo, il che ci
darà allo stesso tempo l’occasione di mettere ancora più esplicitamente in
guardia i “tradizionalisti” contro alcuni dei molteplici pericoli di deviazione
ai quali si trovano esposti i loro sforzi.
Per il momento, ci resta ancora, a causa di
certe persone malevole o malintenzionate che noi conosciamo anche troppo bene,
una precauzione da prendere che, normalmente, dovrebbe essere del tutto
superflua: quella di dichiarare espressamente che quel che abbiamo detto in
ultima istanza non dovrebbe, in alcun modo né ad alcun grado, venir considerata
come costituente, da parte nostra, una sorta d incursione più o meno camuffata
nel dominio della politica; tutto al contrario, essa è l’espressione stessa di
una delle principali ragioni per le quali intendiamo rimanere assolutamente
estranei a tutto ciò che riguarda questo dominio. Non vogliamo dire niente di
più né di diverso di quel che diciamo; quel che vogliamo dire, abbiamo
l’abitudine di dirlo nettamente, forse anche troppo nettamente secondo
qualcuno; e nessuno ha il diritto di pretendere di scorgervi il minimo
“sottinteso”, né di aggiungervi, attribuendocele, le sue proprie
interpretazioni più o meno tendenziose.
186
LE CONTRAFFAZIONI DELL’IDEA TRADIZIONALE
Nel nostro ultimo articolo richiamavamo
l’attenzione sulla “contraffazione” che implica l’abuso che viene fatto, nella
nostra epoca, di certe parole come quelle di “principi”, di “tradizione”, di
“religione”, e molte altre ancora, abuso inconsapevole per i più, sicuramente,
ma che corrisponde perfettamente ai disegni di sovversione di ogni ordine
normale secondo i quali viene diretta tutta la mentalità attuale. Si potrebbe
anche dire che tale caratteristica si ritrova, in modo assai più generale, e
sotto molteplici forme, in tutto l’insieme di quel che costituisce propriamente
la civiltà moderna, dove, quale che sia il punto di vista sotto cui la si
considera, tutto appare come sempre più artificiale, snaturato e falsificato;
molti di coloro che fanno oggi la critica di questa civiltà ne sono d’altronde
colpiti, anche allorché essi non sanno guardare più lontano e non hanno il
minimo sospetto di quanto si nasconde in realtà dietro a tutto questo. Sarebbe
peraltro sufficiente, ci sembra, avere un poco di logica per dirsi che, se
tutto è divenuto così artificiale, anche la mentalità cui corrisponde questo
stato di cose non può esserlo di meno del resto, cioè che anch’essa dev’esser
stata “fabbricata” e non è affatto spontanea; e, quando si sarà fatta questa semplice
riflessione, non si potrà più fare a meno di veder moltiplicarsi da ogni parte
e pressoché indefinitamente gli indizi concordanti in tal senso; ma bisogna
credere che malauguratamente è ben difficile sfuggire così completamente alle
“suggestioni” alle quali abbiamo fatto allusione, e alle quali, in definitiva
il mondo moderno in quanto tale deve la sua esistenza.
Abbiamo detto che questo carattere di
“contraffazione” costituisce, di per se stesso, un “marchio” assai
significativo riguardo all’origine reale di tutto quel che ne è segnato, e, di
conseguenza, della deviazione moderna tutta intera, di cui esso mette ben in
evidenza la natura realmente “satanica”. Ci siamo già sufficientemente
spiegati, in altre occasioni,
187
sul senso che intendiamo dare a quest’ultima
parola, perché ci possa essere qualche equivoco: essa si applica, in
definitiva, a tutto quello che è negazione e rovesciamento dell’ordine, in
qualunque dominio si tratti, ed è proprio questo, senza il minimo dubbio, ciò
di cui possiamo constatare gli effetti attorno a noi. Ma, allo stesso tempo,
non si deve dimenticare che tale spirito di negazione è anche, e in qualche
modo di necessità, spirito di menzogna; esso riveste tutti i travestimenti e
sovente i più inattesi, per non essere riconosciuto per quello che è, per farsi
persino passare per l’esatto contrario, ed è in questo precisamente che si
rende palese la “contraffazione”; non si dice infatti che “Satana è la scimmia
di Dio”, ed anche che esso “si muta in angelo di luce”? Il che equivale a dire
ch’esso imita a suo modo, alterandolo e falsandolo in maniera tale da farlo
sempre servire ai propri fini, ciò stesso cui si vuole opporre: così, farà in
modo che il disordine assuma le apparenze di un falso ordine, dissimulerà la
negazione di ogni principio sotto l’affermazione di falsi principi, e così di
seguito. Naturalmente, tutto questo, in fondo, non può mai essere altro che un
simulacro e persino una caricatura, ma così abilmente presentato che l’immensa
maggioranza degli uomini se ne lascia ingannare; e come meravigliarsene quando
si vede fino a che punto le soperchierie, anche grossolane, riescono facilmente
ad imporsi alla massa, e come, al contrario, sia difficile giungere in seguito
a disilluderla? “Vulgus vult decipi”, dicevano già gli antichi; e senza
dubbio si son sempre trovati degli individui, benché essi non siano mai stati
così numerosi come ai nostri giorni, disposti ad aggiungere: “ergo
decipiatur”!
Malgrado tutto, chi dice contraffazione dice
per ciò stesso parodia; i due termini sono quasi sinonimi; vi è poi
invariabilmente, in tutte le cose di questo genere, un elemento grottesco, che
può essere più o meno evidente, ma che, in ogni caso, non dovrebbe sfuggire ad
osservatori appena un poco perspicaci, se tuttavia le “suggestioni” che essi
subiscono inconsapevolmente non abolissero a tale riguardo la loro perspicacia
naturale. È questo il punto debole a causa del quale la menzogna, per quanto
abile essa sia, non può fare altrimenti che tradirsi; e, beninteso, anche
questo è un “marchio” d’origine, inseparabile dalla contraffazione stessa, e
che normalmente deve permettere di riconoscerla come tale. Se si volesse citare
qui esempi presi fra le diverse manifestazioni dello spirito moderno,
sicuramente non si avrebbe che l’imbarazzo della scelta, dagli pseudo riti
“civili” e “laici” che han preso tanto sviluppo dappertutto in questi ultimi
anni, e che mirano a fornire alla massa un sostituto puramente umano dei veri
riti religiosi, fino alle stravaganze di un sedicente “naturismo” che,
nonostante il suo
188
nome, non è meno artificiale, per non dire
“antinaturale”, delle inutili complicazioni dell’esistenza contro le quali esso
ha la pretesa di reagire con una ridicola commedia, il cui vero proposito è
d’altronde quello di far credere che lo “stato di natura” si confonde con
l’animalità; e non è forse persino il più semplice riposo dell’essere umano ad
essere attualmente minacciato di snaturamento grazie all’idea contraddittoria,
ma conforme all’egualitarismo democratico, di una “organizzazione del tempo libero”!
Noi ricordiamo qui, con intenzione, dei fatti che sono noti a tutti, che
appartengono incontestabilmente a quel che si può chiamare il “dominio
pubblico”, e che ciascuno può dunque constatare senza sforzo; non è incredibile
che coloro i quali ne avvertono, non diciamo tanto il pericolo, ma
semplicemente il ridicolo, siano così rari da rappresentare delle autentiche
eccezioni? “Pseudo-religione”, si dovrebbe dire a questo proposito,
“pseudo-natura”, “pseudo-riposo”, e così pure per tante altre cose; se si
volesse parlar sempre strettamente secondo verità, si dovrebbe porre
costantemente questa parola “pseudo” davanti alla designazione di tutti i
prodotti specifici del mondo moderno, per indicare quel che essi sono in
realtà: delle falsificazioni e nient’altro, e delle falsificazioni il cui scopo
è fin troppo evidente per coloro che sono ancora capaci di riflettere.
Quale che sia d’altronde l’idea più
particolare che ciascuno potrà farsi di quel che è chiamato “Satana”, secondo
certi punti di vista teologici od altri, questo non potrebbe cambiare nulla
riguardo a quanto abbiamo detto, perché è molto chiaro che le “personificazioni”
non hanno qui importanza e non devono affatto intervenire in simili
considerazioni. Ciò che vi si deve riconoscere è, da una parte, questo spirito
di negazione che abbiamo definito e nel quale “Satana” si risolve
metafisicamente, indipendentemente dalle forme speciali ch’egli può rivestire
per manifestarsi in tale o talaltro dominio, e, d’altra parte, quel che lo
rappresenta propriamente e per così dire lo “incarna” nel mondo terrestre in
cui noi consideriamo la sua azione, e che altro non è che quel che abbiamo
chiamato “contro-iniziazione”. È necessario sottolineare che diciamo
“contro-iniziazione” e non “pseudo-iniziazione”; in effetti non si deve
confondere il contraffattore con la contraffazione, di cui la
“pseudo-iniziazione” non è in definitiva che uno dei molteplici esempi, allo
stesso titolo di quelli che indicheremo in diversi ordini, e questo benché essa
forse presenti, in quanto contraffazione dell’iniziazione, un’importanza più
speciale, dal punto di vista in cui ci poniamo, della contraffazione di non
importa quale altra cosa. In definitiva, la “pseudo-iniziazione” non è in
realtà che uno dei prodotti dello stato di disordine e di confusione provocato,
nell’epoca moderna, dall’azione
189
“satanica” che ha il suo punto di partenza
consapevole nella “contro-iniziazione”; essa può anche essere, in modo
inconsapevole, uno strumento di quest’ultima, ma, in fondo, ciò è ugualmente
vero, a diversi gradi, per tutte le altre contraffazioni, nel senso che esse
sono come altrettanti mezzi che aiutano la realizzazione dello stesso piano di
sovversione, benché ciascuna di esse giochi esattamente il ruolo che le è
assegnato in questo insieme, il che, del resto, costituisce ancora una sorta di
contraffazione dell’ordine e dell’armonia stesse contro le quali tutto questo
piano è diretto.
La “contro-iniziazione”, in se stessa, non è
certo una contraffazione, ma al contrario qualcosa di assai reale nel suo
ordine, così come l’azione che effettivamente esercita dimostra fin troppo, ed
è qualcosa che pretende di opporsi alla vera iniziazione, e non di imitarla;
questa pretesa, d’altra parte, è necessariamente illusoria, così come abbiamo
già spiegato, poiché il dominio spirituale le è assolutamente interdetto, ed
essa non può in alcun caso andare al di là del “mondo intermediario”, vale a dire
del dominio psichico, che è del resto, sotto tutti i rapporti, il campo
d’influenza privilegiato di “Satana” nell’ordine umano; ma l’intenzione
nondimeno esiste, assieme al partito preso ch’essa implica di procedere
propriamente in senso contrario a quello dell’iniziazione. Quanto alla
“pseudo-iniziazione”, essa non è che una di queste parodie di cui abbiamo
parlato, il che ribadisce che non è nulla di per se stessa, che è priva di
qualsiasi realtà profonda, o, se si vuole, che il suo valore intrinseco non è
né positivo come quello dell’iniziazione, né negativo come quello della
“contro-iniziazione”, ma semplicemente nullo; se tuttavia essa non si riduce
affatto ad un gioco più o meno inoffensivo come si sarebbe forse tentati di
crederlo in tali condizioni, ciò è a causa di quel che abbiamo esposto, in modo
del tutto generale, sul carattere reale delle contraffazioni e il ruolo al
quale esse sono destinate; e bisogna aggiungere ancora, in questo caso
specifico, che i riti, in virtù della loro natura “sacra” nel senso più stretto
della parola, sono qualcosa che non è mai possibile simulare impunemente. Con
questo torniamo al problema più preciso delle contraffazioni
“pseudo-tradizionali” e di quel che ne determina la gravità del tutto
particolare, gravità che evidentemente raggiunge il suo maximum quando
simili contraffazioni si riferiscono al lato “interiore” della tradizione, a
quel che ne costituisce lo spirito stesso, vale a dire al dominio esoterico o
iniziatico.
Si può notare che la “contro-iniziazione” si
sforza d’introdurre i suoi agenti nelle organizzazioni “pseudo-iniziatiche”,
che essi “ispirano” così all’insaputa dei loro membri ordinari, ed anche il più
sovente, dei loro capi apparenti, che non sono affatto meno inconsapevoli degli
altri
190
di ciò a cui essi realmente servono; ma
conviene dire che, di fatto, essa li introduce anche, in modo del tutto simile,
dovunque essa può farlo, per esempio in quei “movimenti” politici o di altro
genere ai quali abbiamo precedentemente fatto allusione, e persino in
organizzazioni autenticamente iniziatiche o religiose, nelle quali lo spirito
tradizionale è troppo indebolito perché esse siano ancora capaci di resistere
ad una simile insidiosa penetrazione. Tuttavia, a parte quest’ultimo caso che
permette di esercitare direttamente un’azione dissolvente, è senza dubbio
quello delle organizzazioni “pseudo-iniziatiche” che deve attirare soprattutto
l’attenzione della “contro-iniziazione” e costituire l’oggetto di sforzi più
particolari da parte sua, per il fatto stesso che il compito che essa si
propone è innanzitutto antitradizionale, ed anzi che è solo a questo che, in
definitiva, si dedica interamente. Per questa ragione è d’altronde assai
probabile che esistano molteplici legami fra le manifestazioni “pseudo-iniziatiche”
ed ogni sorta di altre cose che, a prima vista, non sembrerebbero dover avere
con esse il minimo rapporto, ma che sono tutte rappresentative dello spirito
moderno sotto uno dei suoi aspetti più accentuati; perché in effetti, se non
fosse proprio così, gli “pseudo-iniziati” giocherebbero costantemente in tutto
questo un ruolo così importante? Si potrebbe dire che, fra gli strumenti o i
mezzi di ogni genere messi in opera per quel di cui si tratta, la
pseudo-iniziazione”, per sua stessa natura, deve logicamente occupare il primo
posto; essa non è che una rotella, beninteso, ma una rotella che può muoverne
molte altre, sulla quale queste altre vengono ad ingranarsi in qualche modo e
da cui ricevono il loro impulso. Qui, la contraffazione si protrae ancora: la
“pseudo-iniziazione” imita in ciò la funzione di motore invisibile che,
nell’ordine normale, appartiene in proprio all’iniziazione; ma si deve stare
bene in guardia: l’iniziazione rappresenta realmente e legittimamente lo
spirito, animatore principiale di tutte le cose, mentre, per quanto riguarda la
“pseudo-iniziazione”, lo spirito è evidentemente assente. Ne risulta
immediatamente che l’azione così esercitata, invece di essere veramente
“organica”, non può aver altro che un carattere puramente “meccanico”, il che
d’altra parte giustifica pienamente la comparazione con gli ingranaggi che
abbiamo utilizzato; e tale caratteristica non è forse anche quella che si
ritrova dappertutto, e nel modo più evidente, nel mondo moderno, in cui la
macchina invade tutto sempre di più, e in cui lo stesso essere umano è ridotto,
in tutta la sua attività, ad assomigliare il più possibile ad un automa, perché
gli si è tolta ogni spiritualità? Ma è proprio questo che rivela tutta
l’inferiorità dei prodotti artificiali, anche se un’abilità “satanica” ha
presieduto alla loro elaborazione: si posson ben fabbricare
191
delle macchine, ma non degli esseri viventi
perché, ancora una volta, è lo spirito stesso che fa e che farà sempre difetto.
Abbiamo parlato di “motore invisibile”, e, a
parte la volontà di imitazione che si manifesta ancora una volta da un simile
punto di vista, c’è in questa sorta di “invisibilità”, per quanto relativa essa
sia d’altronde, un incontestabile vantaggio della “pseudo-iniziazione” per il
ruolo che abbiamo detto, su qualunque altra cosa avente un carattere più
“pubblico”. Non è che le organizzazioni “pseudo-iniziatiche”, per la maggior
parte, abbiano gran cura di dissimulare la loro esistenza; ce n’è addirittura
di quelle che arrivano fino al punto di fare una propaganda del tutto
incompatibile con le loro pretese di esoterismo; ma, malgrado ciò, esse sono
ancora quanto c’è di meno apparente e che meglio si presta all’esercizio di
un’azione “discreta”, di conseguenza ciò con cui la “contro-iniziazione” può
entrare più direttamente in contatto senza aver da temere che il suo intervento
rischi di essere smascherato, tanto più che, in questi ambienti, è sempre
facile trovare qualche mezzo per rimediare alle conseguenze di una
indiscrezione o di una imprudenza. Bisogna anche dire che una gran parte del
pubblico, pur conoscendo più o meno l’esistenza di organizzazioni
“pseudo-iniziatiche”, non sa troppo bene che cosa esse siano ed è poco disposto
ad attribuirvi qualche importanza, non vedendovi altro che delle semplici
“eccentricità” senza troppa importanza; e questa indifferenza serve ancora una
volta agli stessi disegni, benché involontariamente, altrettanto bene di quanto
potrebbe farlo un segreto più rigoroso.
Abbiamo cercato di far comprendere, tanto
esattamente quanto è possibile, il ruolo reale, per quanto inconsapevole, della
“pseudo-iniziazione”, e la vera natura dei suoi rapporti con la
“contro-iniziazione”; bisognerebbe ancora aggiungere che questa può, almeno in
certi casi, trovarvi un ambiente di osservazione e di selezione per il suo
proprio reclutamento, ma non è il caso di insistervi. Ciò di cui non si può
dare un’idea anche approssimativa, è la molteplicità e la complessità
incredibili delle ramificazioni che esistono di fatto fra tutte queste cose, e
di cui solo il loro studio diretto e dettagliato potrebbe permettere di
rendersi conto; ma dev’esser beninteso che qui è soprattutto il “principio”, se
si può dire, che ci interessa. Peraltro, questo non è ancora tutto: finora,
abbiamo insomma visto perché l’idea tradizionale è contraffatta dalla
“pseudo-iniziazione”; ci resta ora da vedere più precisamente come ciò avviene,
ed è quanto esamineremo nella seconda parte di questo studio.
***
192
Uno dei mezzi più semplici che le
organizzazioni “pseudo-iniziatiche” hanno a loro disposizione per fabbricare
una falsa tradizione ad uso dei loro aderenti, è sicuramente il “sincretismo”,
che consiste, così come abbiamo già spiegato in un’altra occasione, nel riunire
alla meno peggio degli elementi presi in prestito un po’ dappertutto, per
giustapporli in qualche modo all’“esteriore”, senza alcuna vera comprensione di
quel che essi rappresentano nelle diverse tradizioni alle quali essi
propriamente appartengono. Tuttavia, siccome è necessario conferire a questo
insieme più o meno informe una certa apparenza di unità, alfine di poterlo
presentare come una “dottrina”, ci si sforzerà di raggruppare simili elementi
attorno ad alcune “idee direttrici” che, non saranno affatto d’origine
tradizionale, ma, tutto al contrario, generalmente saranno delle concezioni
totalmente profane e moderne, dunque propriamente antitradizionali; l’idea di
“evoluzione”, in particolare, gioca pressoché sempre a tale riguardo un ruolo
preponderante. È facile comprendere che, per ciò, le cose si sono singolarmente
aggravate: non si tratta più semplicemente, in queste condizioni, della
costituzione di una sorta di “mosaico” di frammenti tradizionali, che potrebbe,
in definitiva, non essere altro che un gioco totalmente vano, ma pressoché
inoffensivo; si tratta di snaturamento e, si potrebbe dire, di “deviazione”
degli elementi presi a prestito, poiché si sarà così condotti ad attribuir loro
un significato che sarà alterato, per accordarsi all’“idea direttrice”, fino ad
andare in direzione esattamente opposta al senso tradizionale. D’altronde è
chiaro, dopo quanto abbiamo già spiegato, che coloro che agiscono così possono
non esserne affatto pienamente coscienti; in tutto questo, si deve sempre far
posto, all’inizio, all’incomprensione pura e semplice, ed in seguito, dovremmo
anche dire soprattutto, alle “suggestioni” di cui abbiamo parlato, e delle
quali tali “pseudo-iniziati” possono benissimo esser loro stessi le iniziali
vittime, prima di contribuire a loro volta ad inculcarle in altre; ma questa
inconsapevolezza non cambia nulla riguardo al risultato e non attenua affatto
il pericolo di certo genere di cose, che per questo non sono affatto meno
adatte a servire, anche se “a cose fatte”, ai finì che si propone la
“contro-iniziazione”. Non consideriamo qui il caso in cui degli agenti di
quest’ultima potrebbero aver provocato o ispirato, con un intervento più o meno
diretto, la formazione di simili “pseudo-tradizioni”; senza dubbio se ne potrebbe
anche trovare qualche esempio, il che non vuol dire che, anche in tal caso,
tali agenti consapevoli siano stati i creatori palesi e conosciuti delle forme
“pseudo-iniziatiche” di cui si tratta, perché è evidente che la prudenza
comanda loro di nascondersi quanto più possibile dietro semplici strumenti
inconsapevoli.
193
Quando parliamo di inconsapevolezza,
l’intendiamo soprattutto nel senso che coloro i quali elaborano così una
“pseudo-tradizione” sono, il più delle volte, perfettamente ignoranti di ciò a
cui essa serve in realtà; per quanto riguarda il carattere ed il valore di una
simile produzione, è più difficile ammettere che la loro buona fede sia del
tutto tale, eppure, ancora a questo proposito, è possibile ch’essi perfino
s’illudano in una certa misura, o che siano illusi nel caso che abbiamo
menzionato per ultimo. Assai sovente, bisogna anche tener conto di certe
“anomalie” d’ordine psichico che complicano ancor più le cose, e che, del
resto, costituiscono un terreno particolarmente favorevole perché le influenze
e le suggestioni d’ogni genere possano esercitarsi con la massima potenza; a
questo riguardo noteremo solamente, senza insistervi troppo, il ruolo non
trascurabile che dei “chiaroveggenti” ed altri “sensitivi” hanno frequentemente
giocato in ciò. Ma, malgrado tutto, c’è pressoché sempre un punto in cui la frode
cosciente e il ciarlatanismo divengono, per i dirigenti di un’organizzazione
“pseudo-iniziatica”, una sorta di necessità: così, se qualcuno viene ad
accorgersi, il che non è affatto molto difficile in definitiva, di quanto è
stato preso a prestito da tale e talaltra organizzazione, come potrebbe farlo
senza vedersi obbligato a riconoscere per ciò stesso che essi non sono in
realtà altro che dei semplici profani? In un simile caso, essi solitamente non
esitano a rovesciare i rapporti e a dichiarare audacemente che è la loro
propria tradizione a rappresentare la fonte “comune” di quelle che essi hanno
saccheggiate; e, anche se non riescono a convincere tutti, nondimeno si trovan
sempre degli ingenui disposti a credergli sulla parola, in numero sufficiente
perché la loro situazione di “capi scuola”, alla quale tengono in genere più di
qualunque altra cosa, non rischi affatto d’essere seriamente compromessa, tanto
più ch’essi considerano molto poco la qualità dei loro “discepoli”, mentre la
quantità gli sembra assai più importante, il che d’altronde sarebbe sufficiente
a dimostrare quanto essi siano lontani dall’avere persino la più elementare
nozione di quel che sono realmente l’esoterismo e l’iniziazione.
Abbiamo appena bisogno di dire che quanto
descriviamo qui non corrisponde solo a delle possibilità più o meno ipotetiche,
bensì a fatti reali e debitamente constatati; se dovessimo citarli tutti, la
nostra esposizione dovrebbe allungarsi pressoché indefinitamente, e in fondo
con assai poca utilità; è sufficiente qualche esempio caratteristico. Così, è
tramite il procedimento “sincretico” di cui abbiamo parlato che si è visto
costituirsi una pretesa “tradizione orientale”, quella dei teosofisti, non avente
di orientale altro che una terminologia mal compresa e male applicata; e,
siccome questo mondo è sempre “diviso contro se stesso”,
194
secondo la parola evangelica, gli occultisti
francesi, per spirito di opposizione e di “concorrenza”, hanno edificato a loro
volta una sedicente “tradizione occidentale” dello stesso genere, della quale
più di un elemento, in particolare quelli ch’essi hanno tratto dalla Kabbalah,
può difficilmente esser detto occidentale circa la sua origine, se non quanto
al modo speciale in cui essi lo interpretano. I primi presentarono la loro
“tradizione” come l’espressione stessa della “saggezza antica”; i secondi, forse
un po’ più modesti nelle pretese, cercarono soprattutto di far passare il loro
“sincretismo” per una “sintesi”, poiché ce n’è pochi che abbiano altrettanto
abusato come essi di quest’ultima parola. Se i primi si mostravano così più
ambiziosi, è forse perché, di fatto, ci furono all’origine nel “movimento”
delle influenze assai enigmatiche e di cui loro stessi sarebbero stati senza
dubbio del tutto incapaci di determinare la vera natura; per quanto riguarda i
secondi, essi sapevano fin troppo bene che non c’era nulla dietro di essi, che
la loro opera altro non era in realtà che quella di qualche individuo ridotto
ai suoi propri mezzi, e, se tuttavia accadde che “qualcosa” d’altro
s’introducesse anche là, questo certamente non fu che molto più tardi; non
sarebbe troppo difficile applicare a questi due casi, considerati sotto tale
rapporto, quel che abbiamo detto in precedenza, e possiamo lasciare a ciascuno
il compito di trarne lui stesso le conseguenze che gli sembreranno derivarne
logicamente.
Beninteso, non c’è mai stato nulla che si sia
veramente chiamato “tradizione orientale” o “tradizione occidentale”, tali
denominazioni essendo manifestamente davvero troppo vaghe per poter essere
applicate ad una forma tradizionale definita, poiché, a meno che non si risalga
alla Tradizione primordiale che è qui fuori causa, per delle ragioni assai
facili a comprendersi, e che d’altronde non è né orientale né occidentale, ci
sono e ci sono sempre state delle forme tradizionali diverse e molteplici tanto
in Oriente quanto in Occidente. Altri hanno creduto di far meglio e di ispirare
più facilmente fiducia appropriandosi del nome stesso di qualche tradizione che
era realmente esistita in un’epoca più o meno lontana, e facendone l’etichetta
di una costruzione altrettanto eterogenea quanto le precedenti, perché, se essi
naturalmente utilizzano più o meno quel che possono arrivare a sapere di quella
tradizione sulla quale hanno messo gli occhi, sono ben costretti a completare
questi dati sempre assai frammentari, e sovente anche in parte ipotetici,
ricorrendo ad altri elementi presi in prestito altrove o persino del tutto
immaginari. In ogni caso, il minimo esame di tutti questi prodotti è
sufficiente a far risaltare lo spirito specificamente moderno che vi ha presieduto,
e che si traduce invariabilmente con la presenza di qualcuna
195
di quelle stesse “idee direttrici” alle quali
abbiamo fatto allusione in precedenza; non ci sarebbe dunque bisogno di
spingere le ricerche più lontano e di darsi la pena di determinare esattamente
e in dettaglio la provenienza reale di tale e talaltro elemento di un simile
insieme, poiché questa sola constatazione dimostra già assai bene, e senza
lasciar posto al minimo dubbio, che ci si trova in presenza di nient’altro che
una contraffazione pura e semplice.
Uno dei migliori esempi che si possa dare di
quest’ultimo caso, sono le numerose organizzazioni che, nell’epoca attuale, si
definiscono “rosacrociane”, e che, va da sé, non mancano d’essere in
contraddizione le une con le altre, e persino di combattersi più o meno
apertamente, pur pretendendo egualmente di essere i rappresentanti di una sola
ed unica “tradizione”. Infatti, possiamo dare interamente ragione a ciascuna di
esse, senza alcuna eccezione, quando denuncia le sue concorrenti come
illegittime e fraudolente; e capita sovente che, in simili dispute, tanto più
curiose perché si producono in ambienti in cui non si fa che parlare
ininterrottamente di “fraternità universale”, si vedano venire alla luce
documenti davvero molto edificanti sul conto degli uni e degli altri! Come che
sia, non ci furono sicuramente mai altrettanti individui sedicenti
“rosacrociani”, se non persino “Rosa-Croce”, da quando non ce ne sono più di
autentici; aggiungeremo persino che il fenomeno dello “pseudo-rosacrocianesimo”
costituisce in realtà una delle migliori prove che tali denominazioni, così
come la forma speciale alla quale esse erano applicate, non sono più in uso da
parte di alcuna iniziazione che abbia mantenuto fino ai nostri giorni
un’esistenza effettiva. In realtà, se ci fosse ancora qualche organizzazione
veramente rosacrociana, essa avrebbe certamente a sua disposizione i mezzi
necessari per annientare tutte queste contraffazioni, e senza aver bisogno di
ricorrere per ciò a denunce pubbliche; ma è assai meno pericoloso farsi passare
come la continuazione di qualcosa che appartiene interamente al passato,
soprattutto allorché le smentite sono tanto meno da temere per il fatto che
quel di cui si tratta è sempre stato, come in questo caso, avvolto da una certa
oscurità, sicché la sua fine è sicuramente tanto poco conosciuta quanto la sua
origine; e chi dunque, tra il pubblico profano e persino tra gli
“pseudo-iniziati”, può sapere che cosa fu esattamente la tradizione che,
durante un certo periodo, si qualificò come rosacrociana? Osservazioni simili
si potrebbero applicare anche, lo diciamo di sfuggita, all’abuso che viene
attualmente fatto dei nomi designanti certe “personificazioni”, e che furono
anticamente utilizzate da alcune organizzazioni iniziatiche; per il fatto stesso
che tale abuso è possibile, se ne può dedurre che l’uso legittimo è cessato in
196
modo definitivo. Di contro, questo non
riguarda affatto un caso come quello della pretesa “Gran Loggia Bianca”, di
cui, come abbiamo fatto notare a diverse riprese, si argomenta sempre più
sovente dappertutto, perché tale denominazione non ha mai avuto da nessuna
parte il minimo carattere autenticamente tradizionale; se questo nome
convenzionale può servire da “maschera” a qualcosa che abbia una qualunque
realtà, non è certo, in ogni caso, nell’ambito iniziatico che conviene
cercarlo.
Si è assai spesso criticato il modo in cui i
“Maestri” ai quali si affidano vengono relegati in qualche regione pressoché
inaccessibile dell’Asia centrale o di un’altra parte; è questo, in effetti, un
mezzo assai facile di rendere inverificabili le loro affermazioni, ma non è il
solo, ed anche la lontananza temporale può giocare, a questo riguardo, un ruolo
esattamente comparabile a quello della lontananza nello spazio. Così altri non
esitano affatto a pretendere di ricollegarsi a qualche tradizione scomparsa da
secoli, o persino da migliaia d’anni; è vero che, a meno che essi non osino
giungere fino ad affermare che una simile tradizione si è perpetuata durante
tutto questo tempo in modo così segreto e così ben nascosto che nessun altro al
di fuori di essi può scoprirne la minima traccia, questo li priva del vantaggio
apprezzabile di rivendicare una filiazione diretta e continua, che non avrebbe
qui neanche più l’apparenza di verosimiglianza ch’essa può ancora avere
allorché si tratta d’una forma tutto sommato recente com’è la tradizione
rosacrociana; ma tale difetto sembra avere molta poca importanza ai loro occhi,
perché sono talmente ignoranti delle vere condizioni dell’iniziazione ch’essi
s’immaginano volentieri che un semplice ricollegamento “ideale” possa
sostituire un ricollegamento effettivo; abbiamo già sufficientemente spiegato
come stanno le cose, a proposito della tradizione iniziatica, per non dover
nuovamente insistere su questo punto. D’altronde è ben chiaro che una
tradizione si presterà tanto meglio a tutte le “ricostruzioni” fantastiche
quanto più essa è completamente perduta e dimenticata, e quanto meno se ne sa
sul significato reale delle vestigia che ne rimangono, ed alle quali si potrà
così far dire pressoché tutto quel che si vorrà; ciascuno vi metterà
naturalmente quel che sarà conforme alle sue proprie idee; senza dubbio non c’è
altra ragione che questa da ricercare per spiegare il fatto che la tradizione
egizia è così particolarmente “sfruttata” sotto questo aspetto, e che tanti “pseudo-iniziati”
appartenenti a scuole assai diverse le attestino una predilezione che
altrimenti non si comprenderebbe affatto. Dobbiamo precisare, per evitare
qualunque falsa applicazione di quanto diciamo qui, che tali osservazioni non
concernono affatto i riferimenti all’Egitto o altre cose
197
dello stesso genere che talvolta possono
incontrarsi anche in certe organizzazioni iniziatiche, ma che vi hanno
unicamente un carattere di “leggende” simboliche, senza alcuna pretesa a
vantare di fatto simili origini; stiamo prendendo in considerazione quel che si
scambia per una restaurazione, valevole come tale, di una tradizione o di una
iniziazione che non esiste più, restaurazione che d’altronde, anche
nell’ipotesi impossibile in cui essa fosse da ogni punto di vista esatta e
completa, non avrebbe in fondo altro interesse in se stessa che quello di una
semplice curiosità archeologica.
Concluderemo qui tali considerazioni, perché
sono ampiamente sufficienti per far comprendere che cosa sono, in generale,
tutte queste contraffazioni “pseudo-iniziatiche” dell’idea tradizionale: una
miscela più o meno coerente, assai meno che più, di elementi in parte presi a
prestito e in parte inventati, il tutto essendo dominato dalle concezioni
antitradizionali proprie allo spirito moderno, e che di conseguenza non possono
in definitiva servire che a diffondere queste concezioni facendole passare per
tradizionali, vale a dire per l’esatto contrario di quel che esse sono in
realtà, senza parlare dell’imbroglio consistente nello spacciare per
iniziazione quel che in realtà ha un carattere puramente profano, per non dire
“profanatorio”. Se si facesse poi notare, come una sorta di circostanza
attenuante, il fatto che c’è quasi sempre in questo, malgrado tutto, qualche
elemento la cui provenienza è realmente tradizionale, risponderemo così: ogni
imitazione, per essere accettabile, deve naturalmente prendere almeno qualcuno
dei tratti di quanto essa simula, ma è proprio questo che ne aumenta ancor di
più il pericolo; la menzogna più abile ed anche la più funesta, non è forse
precisamente quella che mescola in modo inestricabile il vero con il falso,
sforzandosi così di far servire l’uno al trionfo dell’altro?
198
A PROPOSITO DI “ANIMISMO” E DI “SCIAMANISMO”
L’idea che esistano delle cose puramente
“materiali” è una concezione del tutto moderna, e di cui sarebbe d’altronde
assai difficile precisare esattamente il senso, perché la nozione stessa di
“materia”, così come la s’intende attualmente, è ben lungi dall’essere chiara,
e, come abbiamo fatto notare in diverse occasioni, nelle dottrine tradizionali
non si trova nulla che vi corrisponda realmente. Ma, in fondo, si può
comprendere di che cosa si tratti senza l’imbarazzo di tutte le complicazioni
che vi aggiungono le teorie speciali dei fisici: si tratta infatti, molto
semplicemente, dell’idea che vi siano degli esseri e delle cose che sono
solamente corporei, e la cui esistenza e costituzione non implicano alcun
elemento di un altro ordine diverso da quello. D’altronde, è facile rendersi
conto che questa idea è direttamente legata al punto di vista profano, come
quello che si afferma con le scienze moderne: queste si caratterizzano
essenzialmente per l’assenza di ogni ricollegamento a principi d’ordine superiore;
allo stesso modo, le cose che prendono come oggetto del loro studio sono esse
stesse concepite come prive di un tale ricollegamento, ed è questa, si potrebbe
dire, la condizione affinché la scienza sia adeguata al suo oggetto, poiché, se
ammettesse che le cose stanno diversamente, dovrebbe per ciò stesso riconoscere
che la vera natura di quest’oggetto le sfugge. Forse bisognerebbe cercare
altrove la ragione per la quale gli “scientisti” si sono tanto accaniti a
screditare ogni concezione diversa da questa, presentandola come una
“superstizione” dovuta all’immaginazione dei “primitivi”, i quali, secondo
loro, non possono essere altro che selvaggi o uomini dalla mentalità infantile,
come vogliono le teorie “evoluzionistiche”; e, si tratti da parte loro d’
incomprensione o di partito preso, riescono infatti a darne un’idea
sufficientemente caricaturale perché un tale giudizio sembri del tutto
giustificato a coloro che li credono sulla
199
parola, vale a dire alla grande maggioranza
dei nostri contemporanei. Vogliamo qui fare allusione, in particolare, alle
teorie degli etnologi su quel che hanno convenuto chiamare l’“animismo”; un
simile termine d’altronde potrebbe, a rigore, avere un senso accettabile, ma,
beninteso, a condizione di comprenderlo in modo del tutto diverso da questo e
di vedervi ciò che può significare etimologicamente, ed è il punto che
cercheremo di spiegare il più chiaramente possibile.
Il mondo corporeo, in realtà, non dev’essere
considerato come un tutto sufficiente a se stesso, né come qualcosa d’isolato
nell’insieme della manifestazione universale; al contrario, come abbiamo
esposto ampiamente altre volte, esso deriva interamente dall’ordine sottile, in
cui esso ha, si può dire, il suo principio immediato, e attraverso la
mediazione del quale si ricollega, di grado in grado, alla manifestazione
informale, quindi al non-manifestato; se fosse altrimenti, la sua esistenza non
potrebbe essere che una illusione pura e semplice, una sorta di fantasmagoria
dietro cui non ci sarebbe niente. In tali condizioni, non vi può essere, in
questo mondo corporeo, nulla la cui esistenza non riposi in definitiva su
elementi di ordine sottile, e, al di là di questi, su di un principio che può
essere detto “spirituale”, e senza il quale nessuna manifestazione è possibile,
di qualunque grado essa sia. Se ci atteniamo alla considerazione degli elementi
sottili, che devono essere così presenti in tutte le cose di questo mondo,
possiamo dire che essi corrispondono a quel che costituisce l’ordine “psichico”
nell’essere umano; si può dunque, secondo un’estensione del tutto naturale e
che non implica alcun “antropomorfismo” ma solo un’analogia perfettamente
legittima, chiamarli anche “psichici” in ogni caso o ancora “animici”, perché
queste due parole, se ci si riferisce al significato primario, secondo la loro
derivazione rispettivamente greca e latina, sono in fondo esattamente sinonimi.
Ne risulta che, quali che siano le apparenze, non possono realmente esistere
degli oggetti “inanimati”; d’altronde è una conseguenza del fatto che la “vita”
è una delle condizioni alle quali è sottomessa ogni esistenza corporea senza
eccezioni; ed è questo anche il motivo per cui nessuno è mai potuto giungere a
definire in modo soddisfacente la distinzione fra “vivente” e “non-vivente”,
essendo questo problema, come tanti altri nella filosofia e nella scienza
moderna, insolubile perché non ha veramente nessuna ragione di essere posto,
poiché il “non-vivente” non ha posto nel dominio considerato, e perché in
definitiva tutto si riduce a questo riguardo a semplici differenze di gradi.
Si può dunque, se si vuole, chiamare
“animismo” un tal modo di considerare le cose, intendendo con questo termine né
più né meno che
200
in esse ci sono degli elementi “animici”; ed è
d’altronde evidente che tale concezione è “primitiva”, ma molto semplicemente
perché essa è vera, il che è pressoché esattamente il contrario di quel che gli
“evoluzionisti” vogliono dire quando la qualificano così. Allo stesso tempo, e
per la stessa ragione, tale concezione è necessariamente comune a ogni dottrina
tradizionale; potremmo dunque dire persino che essa è “normale”, tanto più che
l’idea opposta, quella delle cose “inanimate”, rappresenta una vera anomalia,
come accade del resto per tutte le idee specificamente moderne. Ma deve essere
bene inteso che non si tratta affatto, in tutto questo, di una
“personificazione” delle forze naturali, e non più di quanto si tratti di una
loro “adorazione”, come pretendono coloro secondo i quali l’“animismo”
costituisce quel che essi credono di poter definire la “religione primitiva”;
in realtà, ci sono delle considerazioni che sono pertinenti unicamente al
dominio della cosmologia, e che possono trovare la loro applicazione in diverse
scienze tradizionali. Va anche da sé che, quando si tratta di elementi
“psichici” inerenti alle cose, o di forze dello stesso ordine che si esprimono
e si manifestano attraverso di essi, tutto ciò non ha assolutamente nulla di
“spirituale”; la confusione di questi due domini è, ancora una volta, puramente
moderna, e senza dubbio non è affatto estranea all’idea di fare una “religione”
di quello che è una scienza nel senso più esatto della parola; a dispetto della
loro pretesa alle “idee chiare”, i nostri contemporanei mescolano in modo molto
singolare le cose più eterogenee e le più essenzialmente distinte!
Ora, è importante sottolineare che gli
etnologi hanno l’abitudine di considerare come “primitive” forme che, al
contrario, sono a un grado o ad un altro di degenerazione; tuttavia, assai
spesso, esse non sono in realtà di un livello così basso come le loro
interpretazioni fanno supporre; ma, in ogni modo, questo spiega come
l’“animismo”, che in definitiva non costituisce altro che un punto particolare
di una dottrina, abbia potuto essere preso per caratterizzarla completamente.
Infatti, in caso di degenerazione, è naturalmente la parte superiore della
dottrina, vale a dire il suo lato metafisico e “spirituale”, quello che
sparisce sempre più o meno completamente; successivamente, quanto in origine
era secondario, in particolare il lato cosmologico e “psichico”, cui
appartengono l’“animismo” e le sue applicazioni, assume un’importanza
preponderante; il resto, anche se sussiste ancora in una certa misura, può
facilmente sfuggire a chi l’osservi dal di fuori, tanto più che costui,
ignorando il significato profondo dei riti e dei simboli, è incapace di
riconoscervi quel che si riferisce ad un ordine superiore, e
201
crede di poter spiegare tutto indistintamente
in termini di “magia”, talvolta persino di “stregoneria” pura e semplice.
Si può trovare un esempio assai chiaro di ciò
che abbiamo indicato in un caso come quello dello “sciamanismo”, che è
generalmente considerato come una delle forme tipiche dell’“animismo”; questa
denominazione, la cui origine è d’altronde assai incerta, designa propriamente
l’insieme delle dottrine e delle pratiche tradizionali di certe popolazioni
mongole della Siberia; ma certuni lo intendono alla stregua di ciò che, anche
altrove, presenta caratteristiche più o meno simili. Per molti “sciamanismo” è
pressoché sinonimo di stregoneria, cosa che è certamente inesatta, perché in
esso c’è ben altro; questa parola ha così subito una deformazione inversa
rispetto a quella di “feticismo”, che, invece, ha davvero etimologicamente il
significato di stregoneria, ma che è stato applicato a cose nelle quali questa
non è affatto presente. Segnaliamo, a tale proposito, che la distinzione che
taluni hanno voluto stabilire fra “sciamanismo” e “feticismo”, considerati come
due varietà dell’“animismo”, non è forse così netta né così importante come
essi pensano: che si tratti di esseri umani, come nel primo, o di oggetti
qualunque, come nel secondo, a servire principalmente da “supporti” o da
“condensatori”, se si può dire, per certe influenze, questa non è altro che una
semplice differenza di modalità “tecniche”, la quale, in definitiva, non ha
assolutamente nulla di essenziale (1).
Se si considera lo “sciamanismo” propriamente
detto, vi si constata l’esistenza d’una cosmologia assai sviluppata, e che
potrebbe dar luogo ad accostamenti con quelle di altre tradizioni su numerosi
punti, a cominciare dalla divisione in “tre mondi” che sembra costituirne la
base stessa. D’altra parte, vi si trovano ugualmente riti paragonabili ad
alcuni di quelli che appartengono a tradizioni di livello più elevato: certuni,
per esempio, ricordano in modo sorprendente alcuni riti vêdici, e sono persino
simili a quelli che derivano più manifestamente dalla tradizione primordiale,
come quelli in cui i simboli dell’albero e del cigno giocano il ruolo
principale. Non è dunque affatto dubbio che vi sia in esso qualche cosa che,
quanto meno alle sue origini, costituiva una forma tradizionale regolare e
normale; d’altronde vi si è conservata, fino all’epoca attuale, una certa
“trasmissione” dei poteri necessari
(1) Traiamo, per quel che segue, un certo numero
d’informazioni concernenti lo “sciamanismo” da un resoconto intitolato Shamanism
of the Native of Siberia, di I. Casanowicz (estratto dallo Smithsonian
Report for 1924), cortesemente segnalatoci da Ananda K. Coomaraswamy.
202
all’esercizio delle funzioni di “sciamano”; ma,
quando si vede che costui consacra la sua attività soprattutto alle scienze
tradizionali più basse, come la magia e la divinazione, si può per questo
supporre che si abbia avuto in esso una degenerazione assai reale, e persino
chiedersi se talvolta non si sia spinta fino ad una vera e propria deviazione,
alla quale le cose di quest’ordine, allorché prendono uno sviluppo così
eccessivo, possono dar luogo anche troppo facilmente.
Ci sono a tale proposito indizi assai
inquietanti; uno di essi è il legame stabilito fra lo “sciamano” ed un animale,
legame riguardante esclusivamente un individuo, e che, di conseguenza, non è
affatto assimilabile al legame collettivo che costituisce quel che si chiama a
torto o a ragione il “totemismo”. D’altronde, dobbiamo dire che ciò di cui qui
si tratta potrebbe, in se stesso, essere suscettibile d’una interpretazione del
tutto legittima e non avere nulla a che vedere con la stregoneria; ma quel che gli
conferisce un carattere più sospetto è il fatto che, presso alcune popolazioni,
se non tutte, l’animale è considerato in qualche modo come una forma dello
stesso “sciamano”; e da una simile identificazione fino alla “licantropia”,
così come essa sussiste soprattutto presso i popoli di razza nera, forse non ci
corre molto.
Ma c’è ancora dell’altro: gli “sciamani”, tra
le influenze psichiche con le quali essi hanno a che fare, ne distinguono del
tutto naturalmente di due tipi, le une benefiche e le altre malefiche, e,
siccome non c’è evidentemente nulla da temere dalle prime, è delle seconde
ch’essi si occupano pressoché esclusivamente; nondimeno questo sembra essere il
caso più frequente, perché è possibile che lo “sciamanismo” comprenda delle
forme assai varie e fra le quali ci sarebbero da fare delle differenze a questo
riguardo. D’altra parte non si tratta affatto di un “culto” reso a tali
influenze malefiche, e che sarebbe una sorta di “satanismo” cosciente, come si
è talvolta supposto erroneamente; si tratta solamente di impedir loro di
nuocere, di neutralizzare o di deviare la loro azione.
La stessa osservazione si potrebbe applicare
anche ad altri pretesi “adoratori del diavolo” che esistono in diverse regioni;
in generale, non è affatto verosimile che il vero “satanismo” possa essere
praticato da un’intera popolazione. Tuttavia, non è men vero che il contatto
per così dire costante con simili forze psichiche inferiori è fra i più
pericolosi, in primo luogo per lo “sciamano” stesso, questo va da sé, e anche
da un altro punto di vista il cui interesse è assai meno strettamente
“localizzato”. In effetti, può succedere che alcuni, operando in modo più
cosciente e con conoscenze più estese, il che non vuole affatto dire di ordine
più elevato, utilizzino queste stesse forze per tutt’altri fini, all’insaputa
degli “sciamani” o di quelli che agiscono come loro, e che
203
in ciò non giocano altro ruolo che quello di
semplici strumenti per l’accumulazione delle forze in questione in punti
determinati. Sappiamo che vi sono così nel mondo un certo numero di “serbatoi”
d’influenze tenebrose la cui ripartizione non ha sicuramente nulla di casuale,
e che servono fin troppo bene ai disegni della “contro-iniziazione”.
204
L’ERRORE DELLO “PSICOLOGISMO”
Assai sovente abbiamo già segnalato i diversi
travestimenti che, coscientemente o incoscientemente, gli Occidentali fanno
subire alle dottrine orientali ch’essi pretendono di studiare:
incoscientemente, quando si tratta d’una incomprensione del tutto involontaria,
dovuta semplicemente all’influenza di certe idee preconcette delle quali è
impossibile sbarazzarsi; coscientemente, almeno in una certa misura, quando vi
si aggiunge la volontà, sia di disprezzare tali dottrine, sia di utilizzarle in
vista di una qualunque propaganda. In quest’ultimo caso rientra particolarmente
il tentativo fatto, da qualche anno, di trasformare in “misticismo” le dottrine
di cui si tratta, e più specialmente i loro aspetti d’ordine esoterico o
iniziatico, benché, naturalmente, tutti coloro che accettano questa
interpretazione non si rendano affatto conto dei progetti ai quali essa
corrisponde in realtà. In questi ultimi tempi, abbiamo notato la crescente
diffusione di un’altra interpretazione ancora, che, a dire il vero, ci sembra
rientrare piuttosto nella categoria delle deformazioni incoscienti, ma che non
è per questo meno errata né forse meno pericolosa, e che presenta persino degli
aspetti singolarmente inquietanti: vogliamo parlare dell’interpretazione in
termini “psicologici”, soprattutto quando essa è concepita secondo le teorie
delle scuole più recenti, perché allora non si tratta più solamente di una
palese insufficienza, ma di una vera e propria “sovversione”.
Sicuramente, quel che possiamo chiamare
“psicologismo”, cioè la tendenza a ricondurre tutto sistematicamente a
spiegazioni di ordine psicologico, non è affatto una cosa del tutto nuova nel
mondo occidentale; non è, in fondo, che un semplice caso particolare
dell’“umanesimo”, inteso, secondo il senso proprio della parola, come riduzione
di tutte le cose a elementi puramente umani. Sempre questo “psicologismo”
implica una concezione assai ristretta dello stesso individuo umano e delle sue
possibilità, perché la psicologia “classica” si limita a
205
considerare alcune delle manifestazioni più
esteriori e più superficiali del “mentale”, quelle che sono in rapporto più o
meno diretto con la modalità corporea dell’individuo. È, lo diciamo di
sfuggita, la ragione per la quale facciamo sempre una differenza fra i due
termini “psicologico” e “psichico”, mantenendo a quest’ultimo la sua accezione
etimologica, incomparabilmente più estesa, poiché essa può comprendere tutti
gli elementi sottili dell’individualità, mentre vi è solo una porzione
veramente infima di questi che rientra nel dominio “psicologico”. A tali
condizioni, non è più il caso di stupirsi del carattere veramente infantile che
rivestono il più delle volte le spiegazioni tratte dalla psicologia e che si
pretende di applicare a cose che non rientrano per nulla nella sua competenza,
come per esempio la religione; d’altronde c’è da dire che queste cose non sono
mai del tutto inoffensive, perché in ogni modo esse hanno il loro posto tra gli
sforzi fatti dallo spirito antitradizionale per distruggere la nozione di ogni
realtà sovra-umana. Ma, al giorno d’oggi, è il caso di considerare ancora
un’altra cosa: la situazione non è più semplicemente quella che abbiamo
indicato, ma si è sensibilmente aggravata a seguito dell’invasione del
“subcosciente” nella psicologia, che, estendendo il suo dominio in un certo
senso, ma unicamente verso il basso, rischia di mescolare a tutto ciò che essa
tocca le peggiori manifestazioni dello psichismo più inferiore.
A tale proposito, faremo un’osservazione di
portata più generale: dei “tradizionalisti” male avvisati si rallegrano
sconsideratamente nel vedere la scienza moderna, nelle sue differenti branche,
uscire dai limiti ristretti nei quali le sue concezioni si fermavano fino a
questo momento, e prendere un’attitudine meno grossolanamente “materialista” di
quella che essa aveva nel secolo scorso; essi s’immaginano anche volentieri
che, in una certa maniera, la scienza profana finirà così per raggiungere la
scienza tradizionale, il che, per ragioni di principio, è cosa del tutto
impossibile. Quello di cui non si accorgono affatto è che si tratta in realtà
di una nuova tappa nello sviluppo, perfettamente logico, del piano secondo il
quale si compie la deviazione progressiva del mondo moderno; il materialismo vi
ha giocato il suo ruolo, ma attualmente la negazione pura e semplice ch’esso
rappresenta è divenuta insufficiente; essa è servita efficacemente ad interdire
all’uomo l’accesso alle possibilità d’ordine superiore, ma esso non potrà
scatenare quelle forze inferiori che sole possono condurre al suo ultimo stadio
l’opera di disordine e di dissoluzione. L’attitudine materialista, per il suo
stesso limite, non rappresenta che un pericolo ugualmente ristretto; il suo “spessore”,
se si può dire, mette colui che vi si conforma al riparo da certe influenze
sottili, e gli conferisce a questo riguardo una
206
sorta d’immunità del tutto paragonabile a
quella del mollusco che dimora strettamente racchiuso nella sua conchiglia; ma,
se si pratica a questa conchiglia, che qui rappresenta l’insieme delle
concezioni scientifiche convenzionalmente ammesse, un’apertura dal basso, come
diciamo continuamente a proposito delle nuove tendenze della psicologia, tali
influenze distruttive vi penetreranno subito, e tanto più facilmente per il
fatto che, in seguito al lavoro negativo compiuto nella fase precedente, nessun
elemento d’ordine superiore potrà intervenire per opporsi alla loro azione. Si
potrebbe ancora dire che il periodo del materialismo non costituisce che una
sorta di preparazione teorica, mentre quella dello psichismo inferiore che gli
succede comporta una “pseudo-realizzazione”, diretta in senso contrario a
quello di una vera realizzazione spirituale, e che in questo imita, nella
misura in cui glielo permette l’esistenza del mondo profano come tale, la
realizzazione propriamente “infernale” che è quella della “contro-iniziazione”,
costituendo dunque pressappoco quello che è la parte exoterica di una
tradizione in rapporto alla sua parte esoterica. Si potrebbe anche concludere
da ciò, fra le altre cose, che la “contro-iniziazione”, dopo aver preparato il
mondo inculcando in esso mediante suggestione tutte le idee false o illusorie
che formano la mentalità specificamente moderna, stima giunto il momento di
chiamarlo ad una “partecipazione” più diretta, se non più cosciente, e di
costituire così una “contro-tradizione” completa, mediante la quale essa stessa
sarebbe quel che è l’iniziazione per ogni autentica tradizione, colla
differenza che, beninteso, la spiritualità fa qui totalmente difetto; e si può
ben dire che, anche in questo, il diavolo sembra veramente la “scimmia di Dio”.
Va da sé, d’altronde, che le due fasi di cui
abbiamo parlato di fatto non sono sempre rigorosamente separate, e che si può
constatare attualmente la loro coesistenza in parecchi casi; in effetti sarebbe
molto esagerato pretendere che la scienza materialista sia interamente
scomparsa, e, nondimeno, essa potrà senza dubbio sopravvivere ancora a lungo
nei manuali d’insegnamento e nelle opere di divulgazione. È così
particolarmente nel caso della psicologia, da cui queste considerazioni ci
hanno allontanato molto meno di quanto si potrebbe credere, perché è in essa
ch’esse trovano precisamente una delle loro applicazioni più nette e più
stupefacenti; una certa “psicologia da laboratorio”, risultato del processo di
limitazione e di materializzazione di cui la psicologia “filosofico-letteraria”
dell’insegnamento universitario non rappresentava che uno stadio meno avanzato,
e che non è in realtà che una sorta di branca accessoria della fisiologia,
coesiste ancora con le teorie e i nuovi metodi, fra i quali i più “rappresentativi”,
dal punto di vista in cui
207
ci poniamo, sono quelli che si conosce con la
designazione generale di “psicanalisi”; e aggiungeremo anche che uno
“psicanalista” può molto bene essere ancora materialista, per effetto della sua
educazione precedente e per l’ignoranza che ha della vera natura degli elementi
che egli studia o che mette in gioco; una delle caratteristiche più singolari
della scienza moderna non è forse quella di non sapere mai esattamente con che
cosa ha in realtà a che fare?
Vi è certamente molto di più che un semplice
problema di vocabolario nel fatto, assai significativo di per se stesso, che la
psicologia attuale non considera mai altro che il “subconscio”, e non il
“superconscio” che dovrebbe logicamente esserne il correlativo; c’è in questo,
senza dubbio ed anche se coloro che utilizzano una tale terminologia non se ne
rendono affatto conto, l’espressione di una estensione che si opera unicamente
verso il basso. Certuni adottano persino, come sinonimo o equivalente di “subconscio”,
il termine di “inconscio”, che, preso alla lettera, sembrerebbe riferirsi ad un
livello ancora più basso, ma che, a dire il vero, corrisponde meno esattamente
alla realtà; se ciò di cui si tratta fosse veramente inconscio, non vediamo
bene come sarebbe persino possibile parlarne, e soprattutto in termini
psicologici. Come che sia, quel che è ancora degno di nota è la strana
illusione in virtù della quale gli psicologi giungono a considerare tanto più
“profondi” certi stati quanto più essi sono semplicemente inferiori; non vi è
forse già in questo come un indice della tendenza ad andare in senso opposto
alla spiritualità, la sola che può esser detta veramente profonda, poiché
soltanto essa appartiene al principio e al centro stesso dell’essere?
Notiamo anche che, mediante l’appello al
“subconscio”, la psicologia tende sempre più a raggiungere
la metafisica, nella quale, per una coincidenza quanto meno bizzarra, certi
“tradizionalisti” ripongono al giorno d’oggi delle speranze tanto
ingiustificate quanto quelle che ispira loro il nuovo orientamento della
scienza ordinaria; e, nella stessa misura, essa si avvicina inevitabilmente
allo spiritismo e ad altre cose più o meno simili, tutte appoggiantesi, in
definitiva, sugli stessi elementi oscuri dello psichismo inferiore. Se queste
cose, la cui origine e il cui carattere sono più che sospetti, figurano così
come movimenti “precursori” della recente psicologia, e se quest’ultima giunge,
fosse pure per un cammino indiretto, ad introdurre gli elementi in questione
nel dominio corrente di quel che è ammesso come scienza “ufficiale”, è molto
difficile pensare che il vero ruolo di questa psicologia, allo stato presente
del mondo, possa essere diverso da quello che indicavamo precedentemente.
208
Il dominio della psicologia non essendosi
affatto esteso verso l’alto, il “superconscio”, come dicevamo poc’anzi, le
rimane così completamente estraneo e più precluso che mai; e, anche quando le
capita d’incontrare qualcosa che vi si riferisce, invece di riconoscere la
propria ignoranza a tale riguardo, essa pretende di annetterlo puramente e
semplicemente assimilandolo al “subconscio”. Ritroviamo qui quella confusione
fra psichico e spirituale sulla quale abbiamo già attirato l’attenzione, per di
più aggravata ancora dal fatto che essa si verifica con quel che vi è di più
basso nel dominio psichico; è in questo che risiede la “sovversione” alla quale
facevamo allusione all’inizio, ed è quel che ha particolarmente luogo, così
come spiegheremo in modo più completo nel seguito, nel caso
dell’interpretazione psicologica delle dottrine orientali.
***
Abbiamo fatto notare, nelle precedenti
occasioni, che le deformazioni più grossolane, fra quelle che hanno corso in
Occidente, per esempio quelle che vogliono vedere nei metodi dello Yoga
una sorta di “cultura fisica” o di terapia d’ordine semplicemente fisiologico,
sono, per la loro stessa grossolanità, meno pericolose di quelle che si
presentano sotto degli aspetti più sottili. La ragione non è solamente che
quest’ultime rischiano di sedurre degli spiriti sui quali le altre non
potrebbero avere alcuna presa; questa ragione sicuramente esiste, ma ce n’è
un’altra, di una portata molto più generale, che è quella stessa per la quale
le concezioni materialiste, come abbiamo spiegato, sono meno pericolose di
quelle che fanno appello allo psichismo inferiore. Ora non si può contestare
che, fra le deformazioni in cui interviene lo psichismo più basso, è necessario
collocare quelle che pretendono di stabilire una comparazione e persino
un’assimilazione più o meno completa fra gli stessi metodi dello Yoga e
le più recenti tecniche della psicologia occidentale, vogliamo dire quelle che
derivano dalle diverse varietà della “psicanalisi”.
Beninteso, lo scopo puramente spirituale, il
quale solo costituisce essenzialmente lo Yoga come tale, e senza il
quale l’uso stesso di questa parola non è altro che una vera presa in giro, non
è meno totalmente misconosciuto in quest’ultimo caso che in quello in cui non
si tratta che di “cultura fisica”: lo Yoga non è una terapia psichica
più di quanto non sia una terapia corporea; i suoi procedimenti non sono in
alcun modo e a nessun grado un trattamento per squilibri qualsiasi; ben lungi
da ciò, essi si rivolgono al contrario esclusivamente a persone che, per poter
209
realizzare lo sviluppo spirituale che ne è
l’unica ragion d’essere, devono già risultare, per quanto riguarda le loro
disposizioni naturali, quanto più perfettamente equilibrate possibile; ci sono
in questo delle condizioni che, come si comprenderà senza fatica, rientrano
strettamente nel problema delle qualifiche iniziatiche. C’è appena il bisogno
di aggiungere che non si tratta affatto di esercizi “pedagogici”: l’educazione
profana non ha di certo niente a che vedere con l’iniziazione, né con la spiritualità
ch’essa piuttosto tenderebbe proprio a soffocare; e ancora a questo riguardo,
noteremo solo il sorprendente controsenso che consiste nel prendere come una
“scienza della vita” quel che precisamente è destinato a permettere all’essere
di oltrepassare la vita, così come tutte le altre limitazioni dell’esistenza
condizionata. Queste considerazioni basterebbero ampiamente a dimostrare tutto
quel che c’è di sbagliato nella pretesa dello “psicologismo” di annettersi
certe dottrine orientali e i loro metodi propri di “realizzazione”; ma c’è
ancora quel che noi potremmo chiamare il suo lato infantile, d’una ingenuità
che arriva talora fino alla stupidità, ma incomparabilmente meno grave del lato
veramente “satanico” sul quale dobbiamo ora ritornare in modo più preciso.
Questo carattere “satanico” appare con una
nettezza del tutto particolare nelle interpretazioni psicanalitiche del
simbolismo, o di quel che è considerato come tale a torto o a ragione; facciamo
questa restrizione perché su questo come su tanti altri punti ci sarebbero, se
si volesse entrare nei dettagli, molte distinzioni da fare e molte confusioni
da dissipare: così, per fare solamente un esempio tipico, un sogno nel quale si
esprime qualche ispirazione “sovra-umana” è veramente simbolico, mentre un sogno
ordinario non lo è affatto, quali che possano essere le apparenze esteriori. Va
da sé che gli psicologi delle scuole precedenti avevano già tentato molto
spesso di spiegare il simbolismo alla loro maniera e di riportarlo alla misura
delle loro proprie concezioni; in un simile caso, se è veramente di simbolismo
che si tratta, queste spiegazioni mediante elementi puramente umani
misconoscono quel che ne costituisce tutto l’essenziale; se al contrario non si
tratta realmente che di cose umane, non è più altro che un falso simbolismo, ma
il fatto stesso di designarlo con questo nome implica ancora lo stesso errore
sulla natura del vero simbolismo. Questo si applica ugualmente alle
considerazioni alle quali si abbandonano gli psicanalisti, ma con una differenza:
che non è più dell’umano che si deve solamente parlare, ma anche, in gran
parte, dell’“infra-umano”; si ha dunque a che fare questa volta, non più con un
semplice abbassamento, bensì con una totale sovversione; ed ogni sovversione,
anche se essa è dovuta, almeno immediatamente,
210
all’incomprensione e all’ignoranza, è sempre,
in se stessa, propriamente “satanica”. D’altra parte, il carattere generalmente
ignobile e ripugnante delle interpretazioni psicanalitiche costituisce, a tale
riguardo, un “marchio” che non potrebbe ingannare; e quel che è ancora
particolarmente significativo dal punto di vista in cui ci poniamo, è che, come
abbiamo mostrato in una delle nostre opere, questo stesso “marchio” si ritrova
precisamente anche in certe manifestazioni spiritiche (1); ci vorrebbe sicuramente
molta buona volontà per vedere in questo nient’altro che una semplice
“coincidenza”. Gli psicanalisti possono naturalmente essere, nella maggior
parte dei casi, tanto incoscienti quanto lo sono gli spiritisti di quel che
realmente si nasconde dietro a tutto questo; ma sia gli uni che gli altri
appaiono ugualmente come “guidati” da una volontà sovversiva che utilizza in
entrambi i casi degli elementi dello stesso ordine, se non esattamente
identici, una volontà che, quali che siano gli esseri nei quali essa è
incarnata, è certamente ben cosciente almeno in costoro, e corrisponde a
intenzioni senza dubbio molto differenti da tutto ciò che possono immaginare
coloro i quali non sono altro che gli strumenti inconsapevoli per mezzo dei
quali si esercita la loro azione.
In queste condizioni è fin troppo evidente che
l’uso principale della psicanalisi, che è la sua applicazione terapeutica, non
può che essere estremamente pericoloso per coloro che vi si sottopongono, e
persino per coloro che l’esercitano, perché queste cose sono di quelle che non
si possono mai maneggiare impunemente; non sarebbe affatto esagerato vedervi
uno dei mezzi posti in opera per accrescere il più possibile lo squilibrio del
mondo moderno, ed un altro esempio dei quali è fornito dall’uso similare della
“radiestesia” perché, anche qui, ci sono elementi psichici della stessa qualità
che entrano in gioco. Coloro che praticano questi metodi sono, non ne dubitiamo
affatto, al contrario ben persuasi del beneficio dei loro risultati; ma è
proprio grazie a tale illusione che la loro diffusione è stata resa possibile,
ed è in questo che si può vedere tutta la differenza esistente fra le
intenzioni di simili “praticanti” e la volontà che presiede all’opera di cui
essi non sono altro che collaboratori ciechi. In realtà, la psicanalisi non può
avere per effetto che quello di portare in superficie, rendendolo chiaramente
cosciente, tutto il contenuto di questi “bassifondi” dell’essere che formano
ciò che è chiamato “subcosciente”; quest’essere, d’altronde, è già psichicamente
(1) Cfr. L’Erreur spirite del 1923; tr. it.:
Errore dello spiritismo, Rusconi, Milano, 1974 (N.d.C.).
211
debole per ipotesi, poiché, se fosse
altrimenti non proverebbe affatto il bisogno di ricorrere ad un trattamento del
genere; egli è dunque tanto meno capace di resistere a questa “sommersione”, e
rischia fortemente di sprofondare irrimediabilmente in un caos di forze
tenebrose imprudentemente scatenate; se tuttavia egli giunge malgrado tutto a
sfuggirvi, nondimeno manterrà, per tutta la sua vita, un’impronta che sarà
dentro di lui come una “macchia” indelebile.
Sappiamo bene che certuni potrebbero qui
obiettare invocando una similitudine con la “discesa agli Inferi”, così come si
ritrova nelle fasi preliminari del processo iniziatico; ma una tale
assimilazione è completamente falsa, perché il fine non ha nulla in comune, del
resto non più di quanto lo abbiano le condizioni del “soggetto” nei due casi;
si potrebbe parlare solamente di una sorta di parodia profana, e questa stessa
vi conferisce un carattere di “contraffazione” assai inquietante. La verità è
che tale pretesa “discesa agli Inferi”, che non è seguita da nessuna
“risalita”, è semplicemente nient’altro che una “caduta nel pantano”, secondo
il simbolismo in uso in certi antichi misteri; si sa che questo “pantano”
appariva chiaramente sulla strada che portava ad Eleusi, e che coloro i quali
vi cascavano dentro erano dei profani che pretendevano l’iniziazione senza
essere qualificati per riceverla, e che erano dunque vittime della loro stessa
imprudenza. Aggiungeremo solamente che esistono effettivamente dei tali
“pantani” nell’ordine macrocosmico così come in quello microcosmico; questo si
ricollega direttamente alla questione delle “tenebre esteriori”, alla quale
abbiamo fatto recentemente allusione; e si potrebbero ricordare, a questo
riguardo, certi passaggi evangelici il cui senso concorda esattamente con
quello che abbiamo indicato. Nella “discesa agli Inferi”, l’essere esaurisce
definitivamente certe possibilità inferiori per potersi elevare in seguito agli
stati superiori; nella “caduta nel pantano” invece, le possibilità inferiori
s’impossessano di lui, lo dominano e finiscono per sommergerlo interamente.
Abbiamo parlato di “contraffazione”; questa
impressione è rafforzata da altre constatazioni, come quella dello snaturamento
del simbolismo che abbiamo segnalato precedentemente, snaturamento che
d’altronde tende ad estendersi a tutto ciò che comporta essenzialmente degli
elementi “sovra-umani”, così come dimostra l’attitudine presa riguardo alle
dottrine d’ordine metafisico e iniziatico come lo Yoga, attitudine che
ci ha portato precisamente a sviluppare le presenti considerazioni. Non è
ancora tutto, ed anzi c’è un’altra cosa che, sotto questo rapporto, è forse
ancora più degna di nota: è la necessità imposta, a chiunque vuol praticare
professionalmente la psicanalisi, di essere lui
212
stesso preliminarmente “psicanalizzato”.
Questo implica innanzitutto il riconoscimento di fatto che l’essere che ha
subito questa operazione non sarà mai più quel che era prima, o che, come
dicevamo poc’anzi, essa gli lascia un’impronta indelebile, come l’iniziazione,
ma in qualche modo in senso inverso, poiché, invece di uno sviluppo spirituale,
qui si tratta di uno sviluppo dello psichismo inferiore. D’altra parte, c’è in
questo una manifesta imitazione della trasmissione iniziatica; ma, data la
differenza di natura delle influenze che vi intervengono, e siccome questo ha
comunque un risultato effettivo che non permette per nulla di considerare la
cosa come riducentesi ad un semplice simulacro senza alcuna portata, questa
trasmissione sarebbe piuttosto comparabile, in realtà, a quella che si pratica
in un dominio come quello della magia, per non dire più precisamente della
stregoneria. C’è d’altronde un punto molto oscuro, in quel che riguarda
l’origine stessa di una simile trasmissione: l’invenzione della psicanalisi è
un fatto del tutto recente; da dove i primi psicanalisti traggono i “poteri”
che comunicano ai loro discepoli, e da chi essi stessi hanno potuto essere
“psicanalizzati” all’inizio? (2). Questo problema, che è tuttavia logico porre,
è probabilmente assai indiscreto, ed è più che sospetto il fatto che non sia
mai stata data una risposta soddisfacente; ma non ce n’è bisogno per
riconoscere, in una tale trasmissione psichica, un altro “marchio” veramente
sinistro per gli accostamenti ai quali essa dà luogo: la psicanalisi presenta,
da questo lato, una somiglianza piuttosto terrificante con certi “sacramenti
del diavolo”!
(2) Una risposta piuttosto eloquente
all’interrogativo posto da Guénon l’abbiamo riportata nell’introduzione al
trattato inedito dedicato dallo stesso Guénon ad una revisione della moderna
psicologia (v. René Guénon, Psychologie, Arché, Milano, 2001, p. 37-38,
n. 21) (N.d.C.).
213
L’ILLUSIONE DELLA “VITA ORDINARIA”
Quel che si può definire il punto di vista
profano non è nient’altro, come abbiamo già sovente detto, che il prodotto di
una vera degenerazione spirituale, poiché non potrebbe esistere in una civiltà
integralmente tradizionale, nella quale tutte le cose, a qualunque dominio esse
appartengano, partecipano necessariamente al carattere sacro che è quello della
tradizione stessa. Essendo oltretutto la civiltà tradizionale quella che si può
propriamente considerare come normale, c’è qualcosa di veramente anormale in
quel punto di vista, che consiste in definitiva, anche laddove sussistono
taluni elementi tradizionali, non ancora messi del tutto da parte, nel
riservargli uno spazio quanto più ridotto possibile, di modo che essi non
esercitino più alcuna influenza sul resto dell’attività umana, che da quel
momento in poi sarà considerata costituire un dominio profano, benché in
realtà, un tale dominio non possa avere nessuna esistenza legittima; e,
facendosi d’altronde tale preteso dominio profano sempre più invadente, non si
tratta, in definitiva, che di una preparazione alla negazione completa di ogni
tradizione, così come la si può constatare nel mondo occidentale moderno.
Da tale punto di vista profano è nata l’idea
di quel che comunemente si designa come la “vita ordinaria” o la “vita
corrente”; in effetti, quel che s’intende con questo è precisamente,
innanzitutto, qualcosa in cui, mediante l’esclusione di ogni carattere sacro,
rituale o simbolico (che lo si consideri nel senso eminentemente religioso o
secondo qualunque altra modalità tradizionale, poco importa qui), nulla
potrebbe intervenire in alcun modo che non sia puramente umano; e queste stesse
designazioni implicano inoltre che tutto quanto supera una tale concezione è
relegato in un dominio “straordinario”, considerato come eccezionale, strano ed
insolito; c’è dunque in questo, propriamente parlando, un rovesciamento
dell’ordine normale, che non può logicamente condurre che all’ignoranza o alla
negazione del “sovra-umano”. Così certuni
214
arrivano fino ad impiegare ugualmente, nello
stesso senso, l’espressione “vita reale”, il che, in fondo, è d’una singolare
ironia, perché, in verità, quel che essi così definiscono al contrario non è
che la peggiore delle illusioni; non vogliamo dire con questo che le cose di
cui si tratta siano, in se stesse, prive di ogni realtà, ancor che tale realtà,
che in definitiva è quella stessa dell’ordine sensibile, sia al grado più basso
di tutte; ma è il modo in cui esse sono considerate che è interamente falso, e
che, separandole da ogni principio superiore, nega ad esse precisamente quel
che costituisce tutta la loro realtà.
Si vede da questo come, in tale concezione
della “vita ordinaria”, si passi pressoché insensibilmente da uno stadio ad un
altro, la degenerazione andando accentuandosi progressivamente: si comincia con
l’ammettere che certe cose siano sottratte ad ogni influenza tradizionale, sono
quindi tali cose che vengono considerate come normali; da lì, si arriva
facilmente a considerarle come le sole “reali”, il che porta a scartare come
“irreale” tutto il “sovra-umano”, e persino, essendo il dominio dell’umano concepito
in modo sempre più strettamente limitato, fino a ridurre alla sola modalità
corporea tutto quel che è semplicemente d’ordine “soprasensibile”; c’è da
sottolineare come i nostri contemporanei impieghino costantemente, e senza
nemmeno pensarvi, la parola “reale” come sinonimo di “sensibile”, per rendersi
conto ch’essi sono effettivamente a quest’ultimo livello. Si potrebbe anche
dimostrare senza difficoltà che la filosofia moderna, che in definitiva non è
altro che un’espressione “sistematizzata” della mentalità generale, ha seguito
un percorso parallelo: esso è cominciato con l’elogio cartesiano del “buon
senso”, molto caratteristico a questo riguardo, perché la “vita ordinaria” è
sicuramente, per eccellenza, il dominio del cosiddetto “buon senso”, limitato
quanto lo è essa e alla stessa maniera; poi, dal razionalismo, che in
definitiva non è che un aspetto filosofico dell’“umanesimo”, si arriva poco a
poco al materialismo o al positivismo: che si neghi espressamente, come fa il
primo, tutto quello che è al di là del mondo sensibile, o che ci si accontenti,
come fa il secondo, di rifiutare di occuparsene dichiarandolo “inaccessibile” o
“inconoscibile”, il risultato, di fatto, è esattamente lo stesso in entrambi i
casi, ed è proprio quello che noi stiamo descrivendo. Conviene solamente
aggiungere che, nella maggior parte dei casi, si tratta di quel che si può
definire un materialismo o un positivismo “pratico”, indipendente da qualunque
teoria filosofica, e che può perfettamente esistere persino fra coloro che, in
buona fede, si credono ben lontani dal materialismo e dal positivismo, ma che,
in ogni circostanza, non si comportano diversamente dai loro seguaci; e questo
esempio mostra assai bene che la filosofia
215
non ha, in fondo, che ben poca importanza, o
che nondimeno essa ne ha nella misura in cui può essere considerata come
“rappresentativa” di una certa mentalità, piuttosto che come agente di fatto su
questa; una concezione filosofica potrebbe avere il minimo successo se non
corrispondesse a qualcuna delle tendenze predominanti dell’epoca in cui essa è
formulata? D’altronde non vogliamo affatto dire che i filosofi non giochino,
come tutti gli altri, il loro ruolo nella deviazione moderna, il che sarebbe esagerato,
ma solo che tale ruolo è più limitato di quanto si sarebbe portati a supporre,
ed è assai diverso da quel che può sembrare esteriormente; del resto, in modo
del tutto generale, quel che è più evidente è sempre, secondo le stesse leggi
che reggono la manifestazione, una conseguenza piuttosto che una causa, un
risultato piuttosto che un punto di partenza, e, in ogni caso, non è mai in
questo che bisogna cercare ciò che agisce in maniera veramente efficace in un
ordine più profondo, che si tratti d’altronde in questo d’una azione
esercitatasi in un senso normale e legittimo, o del tutto al contrario come nel
caso di cui stiamo parlando.
Non abbiamo la pretesa di prender qui in esame
tutti gli aspetti della questione: così, sarebbe il caso di domandarsi come
l’illusione di cui si tratta si trovi collegata ad un’altra illusione,
specificamente moderna, quella che pretende di ridurre tutto a degli elementi
puramente quantitativi, il che costituisce propriamente il “meccanicismo”. Su
questo punto, noteremo solamente che questa concezione “meccanicistica”, benché
naturalmente anch’essa abbia la sua espressione filosofica che risale al cartesianismo,
si ricolleghi più direttamente al lato “scientifico” della tendenza
materialista (diciamo solo tendenza perché, teoricamente, meccanicismo e
materialismo non coincidono sempre esattamente in tutti i casi), e che questa
certamente ha, per diverse ragioni, molta più influenza sulla mentalità comune
che non le teorie filosofiche, perché in essa c’è sempre una credenza almeno
implicita nella verità di una “scienza” il cui carattere ipotetico le sfugge
inevitabilmente, mentre tutto ciò che si presenta come filosofia la lascia più
o meno indifferente; l’esistenza di applicazioni pratiche e utilitarie in un
caso, e la loro assenza nell’altro, non vi è forse del tutto estranea. Questo
ci riconduce giustamente ancora all’idea della “vita ordinaria”, nella quale
effettivamente entra una dose assai forte di “pragmatismo”; da quando si è
convenuto che la “realtà” consiste esclusivamente in quel che cade sotto i
sensi, è del tutto naturale che il valore di una cosa qualunque abbia per
misura la sua capacità di produrre degli effetti d’ordine sensibile; ora è
evidente che la “scienza”, considerata, alla maniera moderna, come
essenzialmente solidale con l’industria, se non
216
addirittura confusa più o meno completamente
con essa, deve occupare a tale riguardo il primo rango, e con ciò essa si trova
mescolata il più strettamente possibile a questa “vita ordinaria” di cui essa
diviene persino in qualche modo uno dei principali fattori; per contro, le
ipotesi sulle quali essa pretende di fondarsi, beneficeranno esse stesse agli
occhi del volgo di tale situazione privilegiata.
Detto questo, si può comprendere che, quando
parliamo dell’attitudine materialista come di quella propria alla grande
maggioranza dei nostri contemporanei, l’intendiamo nel senso più generale della
parola, e che, di conseguenza, tale attitudine potrà implicare, in proporzioni
assai diverse a seconda degli individui, il materialismo filosofico, il
materialismo scientifico e il materialismo semplicemente pratico; mentre il
primo spesso può persino essere totalmente assente, al contrario, il secondo,
pressoché sempre, esercita un’influenza che si fa sentire, in modo più o meno
cosciente, nello stesso materialismo pratico. D’altronde, va da sé, che tutto
questo in fondo non costituisce altro che altrettanti aspetti diversi di una
sola e medesima tendenza, ed anche che questa tendenza, come tutte quelle che
sono, allo stesso titolo, costitutive dello spirito moderno, non ha certo
potuto svilupparsi spontaneamente; ci siamo sovente spiegati su quest’ultimo
punto per non dovervi insistere nuovamente e ricorderemo solo quel che abbiamo
detto ultimamente sul ruolo preciso che il materialismo occupa nell’insieme del
“piano” secondo il quale si attua la deviazione del mondo moderno, perché si
tratta di una considerazione che svilupperemo anche in seguito. Quel che è davvero
singolare, e che sarebbe persino comico se si trattasse di cose meno gravi,
potremmo persino dire meno sinistre, è che il materialismo, una delle cui
principali pretese è quella di sopprimere ogni mistero, ha anch’esso dei
“retroscena” assai misteriosi; e che, da un altro punto di vista, persino la
nozione stessa di “materia”, di cui esso fa per definizione la sua base, si
trova certamente ad essere la più enigmatica e la meno intelligibile che ci
possa essere. Beninteso, ci sono delle cose delle quali gli stessi materialisti
sono perfettamente incapaci di rendersi conto, accecati com’essi sono dalle
loro idee preconcette, e di cui sarebbero senza dubbio altrettanto stupiti
quanto lo sarebbero di sapere che sono esistiti e che esistono persino adesso
degli uomini per i quali quel che essi chiamano “vita ordinaria” sarebbe la
cosa più straordinaria che si possa immaginare, poiché essa non corrisponde a
nulla di quel che si verifica realmente nella loro esistenza; tuttavia così è,
e, di più ancora, sono questi uomini che devono essere considerati come
veramente “normali”, mentre i materialisti, con tutto il loro tanto vantato
“buon senso” e tutto il loro “progresso” di cui essi si
217
considerano fieramente come il prodotto più
compiuto e i rappresentanti più “avanzati”, non sono, in fondo, che degli
esseri in cui talune facoltà si sono atrofizzate al punto da essere
completamente scomparse. D’altronde è solamente a questa condizione che il
mondo sensibile può loro apparire come un “sistema chiuso”, all’interno del
quale si sentono perfettamente sicuri; resta da vedere come una simile
illusione possa, in un certo senso e in una certa misura, essere “realizzata”
di fatto nel materialismo stesso, ma anche come, malgrado ciò, essa non
rappresenti in qualche modo che uno stato d’equilibrio eminentemente instabile,
e come, nel punto stesso in cui ci troviamo attualmente, questa sicurezza della
“vita ordinaria”, sulla quale riposava fino ad oggi tutta l’organizzazione
esteriore del mondo moderno, rischia fortemente di essere turbata da
“interferenze” inaspettate.
***
Per comprendere come un mondo corrispondente
alla concezione materialista, almeno fino ad un certo punto, possa avere
qualche esistenza effettiva nel periodo stesso in cui regna questa concezione,
si deve considerare che l’ordine umano e l’ordine cosmico non sono affatto
separati come i moderni s’immaginano troppo facilmente, ma che al contrario
essi sono strettamente legati, di modo tale che ciascuno di essi agisce
costantemente sull’altro e che c’è sempre una corrispondenza fra i loro
rispettivi stati. Questa considerazione è essenzialmente implicita in tutta la
dottrina dei cicli, e, senza di essa, i dati tradizionali che si riferiscono ad
essa sarebbero del tutto inintelligibili; la relazione che esiste fra certe
fasi critiche della storia dell’umanità e certi cataclismi che si verificano
secondo determinati periodi astronomici ne è forse l’esempio più evidente, ma
va da sé che questo non è che un caso estremo di tali corrispondenze, che in
realtà esistono in modo continuo, benché esse siano senza dubbio meno evidenti
poiché le cose non si modificano che gradualmente e pressoché
impercettibilmente.
Stando così le cose, possiamo dire che, nel
corso dello sviluppo ciclico, la manifestazione cosmica tutta intera, e di
conseguenza, assieme ad essa, la mentalità umana che vi e inclusa, seguono un
cammino “discendente”, nel senso d’un allontanamento graduale dal principio,
dunque dalla spiritualità principiale. Questo cammino può essere dunque
descritto come una sorta di “materializzazione” progressiva dell’ambiente
cosmico stesso, ed è solo quando tale “materializzazione” ha raggiunto un certo
grado, già assai fortemente accentuato, che può manifestarsi correlativamente,
nell’umanità, la concezione
218
materialista, così come l’attitudine generale
che le corrisponde dal punto di vista pratico e che si conforma, come abbiamo
detto, alla rappresentazione di quel che si chiama “vita ordinaria”;
d’altronde, senza questa “materializzazione”, tutto ciò non avrebbe la benché
minima giustificazione nemmeno apparente, perché la realtà ambientale le
apporterebbe ad ogni istante delle smentite troppo manifeste. L’idea stessa di
“materia”, così come i moderni la intendono, non potrebbe veramente nascere se
non a queste condizioni; quel che essa esprime non è d’altronde che un “limite”
che, nella “discesa” di cui si tratta, non può essere di fatto mai raggiunto,
perché un mondo in cui ci fosse qualcosa di veramente “inerte” cesserebbe
immediatamente d’esistere per ciò stesso; quest’idea è dunque davvero la più
illusoria che ci possa essere, poiché non corrisponde neppure al più basso
grado della realtà, ma solamente a ciò che è, se ci si può esprimere così, al
di sotto di ogni realtà. Si potrebbe ancora dire, in altri termini, che la
“materializzazione” esiste come tendenza, ma che la “materialità”, che sarebbe
il raggiungimento completo di tale tendenza, è uno stato irrealizzabile; da ciò
deriva, fra le altre conseguenze, che le leggi meccaniche formulate
teoricamente dalla scienza moderna non sono mai suscettibili di un’applicazione
esatta e rigorosa alle condizioni dell’esperienza, nella quale sussistono
sempre degli elementi che sfuggono loro necessariamente, persino nella fase in
cui il ruolo di tali elementi si trova in qualche modo ridotto al minimo. In
tutto ciò si tratta dunque sempre di un’approssimazione, che, in questa fase, e
con la riserva dei casi divenuti allora eccezionali, può essere sufficiente per
le necessità pratiche immediate, ma che nondimeno implica una semplificazione
assai grossolana, che le toglie ogni valore di “scienza” nel vero senso della
parola; ed è anche con questa stessa approssimazione che il mondo sensibile può
assumere l’apparenza di un “sistema chiuso”, tanto agli occhi dei fisici che
nel corso degli avvenimenti che costituiscono la “vita ordinaria”.
Per giungere fino a questo, è necessario che
l’uomo abbia perduto, a causa della “materializzazione” di cui abbiamo parlato,
l’uso delle facoltà che normalmente gli permetterebbero di oltrepassare i
limiti del mondo sensibile, perché, anche se quest’ultimo è realmente
circondato da pareti divisorie più spesse, si potrebbe dire, che non lo era nei
suoi stati precedenti, non è meno vero che non si potrà mai avere da nessuna
parte una separazione assoluta fra diversi ordini di esistenza; una tale
separazione avrebbe per effetto di rescindere dalla realtà stessa il dominio
ch’essa così racchiuderebbe, sicché, persino l’esistenza di tale dominio, vale
a dire in questo caso del mondo sensibile, svanirebbe
219
immediatamente. D’altronde ci si potrebbe
chiedere come una atrofia così completa e così generale di certe facoltà abbia
potuto prodursi effettivamente; è stato necessario che l’uomo fosse condotto a
rivolgere tutta la sua attenzione esclusivamente sulle cose sensibili, ed è per
questo che ha necessariamente dovuto cominciare una simile opera di deviazione
che si potrebbe chiamare la “fabbricazione” del mondo moderno, e che,
beninteso, non poteva riuscire se non esattamente in questa fase del ciclo ed utilizzando,
in modo “diabolico”, le condizioni presenti dell’ambiente stesso. Come che sia
riguardo a quest’ultimo punto, non si potrebbe fare a meno di ammirare la
solenne stupidità di certe declamazioni care ai divulgatori scientifici, che si
compiacciono di affermare in ogni occasione che la scienza moderna allarga
senza posa i limiti del mondo conosciuto, il che è esattamente il contrario
della verità: mai questi limiti sono stati così ristretti così come lo sono
nelle concezioni ammesse da questa pretesa scienza profana, e mai il mondo e
l’uomo si sono trovati così ristretti, al punto di essere ridotti a semplici
entità corporee, private, per ipotesi, della minima comunicazione con ogni
altro ordine di realtà!
C’è d’altronde ancora un altro aspetto della
questione, reciproco e complementare di quello che abbiamo considerato fino ad
ora: in tutto questo, l’uomo non è affatto ridotto al ruolo di un semplice
spettatore, che si dovrebbe limitare a farsi un’idea più o meno vera, o più o
meno falsa, di quel che succede attorno a lui; egli stesso è anzi uno dei
fattori che intervengono attivamente nelle modificazioni del mondo in cui vive;
e potremmo aggiungere che ne è addirittura un fattore particolarmente importante,
a causa della posizione “centrale” che si trova ad occupare in questo mondo. Di
conseguenza, la concezione materialista, una volta ch’essa è stata formata e
diffusa in un qualunque modo, non può che concorrere a rafforzare ancor più
questa “solidificazione” del mondo che l’ha inizialmente resa possibile, e
tutte le conseguenze che derivano da una simile concezione non fanno che
tendere a questo scopo; non facciamo allusione solamente con ciò, ai risultati
diretti e fin troppo evidenti dell’attività industriale e meccanica, ma anche
alle reazioni assai più generali dello stesso ambiente cosmico in presenza
dell’atteggiamento assunto dall’uomo nei suoi riguardi. Si può veramente dire
che taluni aspetti della realtà si nascondono a chiunque la guardi in modo
profano e materialista, e si rendono inaccessibili alla sua osservazione; non
si tratta qui di un semplice modo di parlare più o meno “figurato”, come taluni
potrebbero essere tentati di credere, ma dell’espressione pura e semplice d’un
fatto, allo stesso modo che è un fatto che gli animali fuggano davanti a
qualcuno che mostri loro un atteggiamento
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ostile; ed è per questo che ci sono cose che
non potranno mai essere constatate da “scienziati” materialisti o positivisti,
il che, naturalmente, li conferma ulteriormente nel credere alla validità delle
loro concezioni, quando invece non si tratta che di una conseguenza di tali
concezioni. Vi è in ciò, in qualche modo, la “controparte” della limitazione
delle facoltà dell’essere umano a quelle che si riferiscono alla sola modalità
corporea: mediante tale limitazione esso diviene, per così dire, incapace di
uscire dal mondo sensibile; inoltre, a causa di tutto questo, esso perde ogni
occasione di constatare un intervento manifesto di elementi sovrasensibili
nello stesso mondo sensibile; e così per suo tramite si trova completata, per
quanto è possibile, la “chiusura” di questo mondo, all’interno del quale può
sembrare che la “vita ordinaria” non debba più ormai svolgersi che senza
turbamenti né accidenti imprevisti, alla maniera dei movimenti d’un meccanismo
perfettamente regolato; l’uomo moderno, dopo aver “meccanizzato” il mondo che
lo circonda, non mira forse a “meccanizzare” se stesso meglio che può,
attraverso tutte le attività che restano ancora aperte alla sua natura
strettamente limitata?
Tuttavia, la “solidificazione” del mondo, per
quanto lontano essa si sia spinta, non può mai essere completata, e ci sono in
questo dei limiti al di là dei quali essa non potrebbe spingersi, poiché, come
abbiamo detto più sopra, il suo compimento estremo sarebbe incompatibile con
ogni reale esistenza, anche se essa fosse del livello più basso; ed anzi, nella
misura in cui tale “solidificazione” procede, essa diviene sempre più precaria,
perché la realtà più bassa è anche la più instabile; cosa che la velocità
crescente e senza tregua dei cambiamenti del mondo attuale testimonia
d’altronde in un modo fin troppo eloquente. Nulla può impedire che ci siano
delle “fenditure” in questo preteso “sistema chiuso”, che del resto ha, per il
suo carattere “meccanico”, qualche cosa di artificiale che non è di natura tale
da ispirare fiducia nella sua durata; e, anche attualmente, ci sono molteplici
indizi che dimostrano precisamente che il suo equilibrio instabile è sul punto
di essere rotto, sicché quanto abbiamo detto del materialismo e del
“meccanicismo” dell’epoca moderna potrebbe persino doversi riferire già al
passato, sebbene le sue conseguenze pratiche continueranno a svilupparsi ancora
per qualche tempo; e questo è talmente vero che, al momento in cui siamo, la nozione
stessa di “materia” sembra essere sul punto di svanire. Solamente, il peggio è
che, non essendo ancora finita la “discesa” ciclica, le “fenditure” di cui si
tratta non possono che prodursi dal basso; detto in altri termini, quel che
“interferisce” attraverso esse con il mondo sensibile non è altro che lo
psichismo inferiore, in quel che possiede di più
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distruttivo e di più dissolvente; d’altronde,
non è affatto difficile comprendere che tutto quanto tende a favorire e ad
estendere tali “interferenze” corrisponde, coscientemente o incoscientemente,
ad una nuova fase della deviazione di cui il materialismo rappresentava uno
stadio meno “avanzato”, quali che possano essere le apparenze. L’irrisoria
sicurezza della “vita ordinaria” è fortemente minacciata, certamente, e senza
dubbio si vedrà sempre più chiaramente ch’essa non era altro che un’illusione;
ma è davvero il caso di rallegrarsene, se questo significa piombare in
un’illusione anche peggiore, quella di una “spiritualità a rovescio” della
quale i diversi movimenti “neo-spiritualisti” che abbiamo visto nascere e
svilupparsi fino ad oggi non sono altro che dei deboli e mediocri precursori?
Traduzione e cura di Alessandro Grossato
EDIZIONI MEDITERRANEE – ROMA
© 2003 Edizioni Mediterranee – Roma
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