6B - LA METAFISICA ORIENTALE - René Guénon
La Metafisica orientale
Ho scelto come argomento di
questa esposizione la metafisica orientale; forse sarebbe stato meglio dire
semplicemente la metafisica senza qualificativi perché, in verità, la
metafisica pura, per sua essenza al di fuori e al di là di tutte le forme e di
tutte le contingenze, non è né orientale né occidentale: è universale. Sono
soltanto le forme esteriori di cui essa è rivestita per necessità di
esposizione, per esprimerne ciò che è esprimibile, sono tali forme che possono
essere o orientali o occidentali; ma, sotto la loro diversità, è un fondo
identico che si ritrova dappertutto e sempre, dovunque, per lo meno, ci sia
metafisica vera, e questo per la semplice ragione che la verità è una.
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La Metafisica orientale
Se le cose stanno così, perché
parlare più particolarmente di metafisica orientale? Il fatto è che nelle
condizioni in cui si trova attualmente il mondo occidentale, la metafisica, in
esso, è cosa dimenticata, in generale ignorata, perduta quasi interamente,
mentre in Oriente essa è sempre oggetto di una conoscenza effettiva. Se si vuol
sapere che cos’è la metafisica è perciò all’Oriente che ci si deve rivolgere; e
anche quando si voglia ritrovare qualcosa delle antiche tradizioni metafisiche
che hanno potuto esistere in Occidente, in un Occidente che, sotto molti
aspetti, era allora singolarmente più vicino all’Oriente di quanto non sia
oggi, è soprattutto con l’aiuto delle dottrine orientali e per confronto con
queste ultime che si potrà riuscire a farlo, giacché tali dottrine sono le sole
che, nel campo della metafisica, possano ancora essere studiate in modo
diretto. Sennonché, a questo fine, è chiaramente evidente che occorre studiarle
come fanno gli Orientali stessi, e non abbandonandosi a interpretazioni più o
meno ipotetiche
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La Metafisica orientale
e talvolta del tutto fantasiose;
troppo spesso si dimentica che le civiltà orientali esistono sempre e hanno
ancora dei rappresentanti qualificati, dai quali sarebbe sufficiente informarsi
per sapere veramente di cosa si tratti.
Ho detto metafisica orientale, e
non unicamente metafisica indù, perché le dottrine di questo tipo, con tutto
quel che implicano, non si incontrano soltanto in India, contrariamente a ciò
che qualcuno sembra credere, qualcuno che del resto non si rende ben conto
della loro vera natura. Il caso dell’India non è affatto eccezionale, sotto
questo riguardo; esso è esattamente quello di tutte le civiltà che possiedano
quella che potrebbe esser detta una base tradizionale. A essere eccezionali e
anormali sono al contrarlo le civiltà che di tale base siano sprovviste; e, a
dire il vero, di simili civiltà noi non ne conosciamo che una, la civiltà
occidentale moderna. Per tenere soltanto conto delle principali civiltà
dell’Oriente, l’equivalente della metafisica indù si trova, in Cina,
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La Metafisica orientale
nel taoismo; esso si trova anche,
d’altro canto, in certe scuole esoteriche dell’Islâm (occorre però
capire chiaramente che tale esoterismo islamico non ha nulla in comune con la
filosofia esteriore degli arabi, la cui ispirazione è greca per la sua maggior
parte). La sola differenza è che, dappertutto all’infuori dell’India, queste
dottrine sono riservate a un’élite più ristretta e più chiusa; è quel
che avvenne anche in Occidente, nel medioevo, di un esoterismo piuttosto simile
a quello dell’Islâm sotto più di un aspetto, esoterismo che era
anch’esso altrettanto puramente metafisico quanto quest’ultimo, ma del quale i
moderni, nella loro maggioranza, non sospettano neppure più l’esistenza. In
India non si può parlare di esoterismo nel senso proprio della parola, perché
in essa non si trova una dottrina a due volti, uno exoterico e uno esoterico;
in India si può solo parlare di un esoterismo naturale, nel senso che ognuno
approfondirà la dottrina di più o di meno, e andrà più o meno lontano secondo
la misura delle sue proprie possibilità
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La Metafisica orientale
intellettuali, giacché per certe
individualità umane esistono limitazioni che sono inerenti alla loro stessa
natura e che è loro impossibile superare.
Naturalmente le forme cambiano da
una civiltà all’altra, poiché esse devono adattarsi a condizioni differenti;
sennonché, pur essendo maggiormente abituato alle forme indù, non provo nessun
scrupolo a servirmi di altre quando ciò sia necessario, se si verifica cioè che
esse possano essere d’aiuto alla comprensione di certi punti; in un fatto come
questo non vediamo inconvenienti, giacché in fondo non si tratta che di
espressioni diverse della stessa cosa. Una volta ancora, la verità è una ed
essa è la stessa per tutti coloro che, per un qualunque cammino, siano
pervenuti alla sua conoscenza.
Detto questo, è opportuno che ci
si intenda sul significato da dare qui alla parola «metafisica», e ciò avrà
tanto maggiore importanza in quanto ho spesso avuto occasione di constatare che
non tutti la comprendono nello stesso modo. Io penso che
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La Metafisica orientale
la miglior cosa da fare, di
fronte a parole che possono dar luogo a qualche equivoco, sia di restituir
loro, per quanto possibile, il loro significato originario ed etimologico. Ora,
stando alla sua composizione, la parola «metafisica» significa letteralmente
«di là dalla fisica», intendendo «fisica» nell’accezione che tale termine aveva
sempre avuto per gli antichi, accezione che è quella di «scienza della natura»
in tutta la sua generalità. La fisica è lo studio di tutto quel che appartiene
all’ambito della natura; ciò che riguarda la metafisica è quel che è di là
dalla natura. Come si spiega, perciò, che alcuni possano sostenere che la
conoscenza metafisica è una conoscenza naturale, sia per quel che riguarda il
suo oggetto, sia per quel che concerne le facoltà per mezzo delle quali essa è
ottenuta? È questo un vero e proprio controsenso, una contraddizione in
termini; e tuttavia ‑ cosa
più stupefacente ancora ‑ capita che simile confusione sia perpetrata da coloro stessi che
dovrebbero aver conservato qualche idea della vera metafisica
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La Metafisica orientale
e dovrebbero saperla distinguere
più chiaramente dalla pseudo-metafisica dei filosofi moderni.
Ma, si dirà forse, se la parola
«metafisica» si presta a confusioni del genere, non sarebbe meglio rinunciare a
servirsene, sostituendola con un’altra che abbia meno inconvenienti? In verità
ciò sarebbe inopportuno, poiché, a motivo della sua formazione, tale parola si
adatta perfettamente a ciò a cui si applica; ed è inoltre pressoché
impossibile, inteso che le lingue occidentali non possiedono nessun altro
termine che si presti così bene a quest’uso. Di servirsi semplicemente della
parola «conoscenza», come si fa in India, trattandosi in effetti della
conoscenza per eccellenza, la sola che sia assolutamente degna di tal nome, non
c’è neppure da pensarci, giacché la cosa sarebbe ancora meno chiara per degli
Occidentali, abituati, in quanto a conoscenza, a non tener conto di nulla che
non rientri nell’ambito scientifico e razionale. E inoltre, è forse necessario
preoccuparsi tanto
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La Metafisica orientale
dell’abuso che di una parola è
stato fatto? Se si dovessero scartare tutte quelle che si trovano in questo
stesso caso, quante ne rimarrebbero ancora a nostra disposizione? Non basta
forse che si prendano le precauzioni necessarie per evitare errori e malintesi?
Non è che noi teniamo alla parola «metafisica» più di quanto non teniamo a
qualsiasi altra parola; sennonché, fino a che non ci venga proposto un termine
migliore per sostituirla, continueremo a servircene come abbiamo fatto finora.
Sfortunatamente c’è gente che ha
la pretesa di «giudicare» quel che non conosce, e poiché costoro assegnano il
nome di «metafisica» a una conoscenza puramente umana e razionale (il che per
noi è soltanto scienza o filosofia), immaginano che la metafisica orientale non
sia niente di più né d’altro se non questo, dal che traggono logicamente la
conclusione che la metafisica non può portare a questi o a quegli altri
risultati. E tuttavia essa a simili risultati effettivamente conduce, ma
proprio perché è cosa del tutto
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La Metafisica orientale
diversa da quel che presumono
loro; tutto quel che essi prendono in considerazione non ha veramente nulla di
metafisico dal momento che si tratta soltanto di una conoscenza d’ordine
naturale, di un sapere profano ed esteriore; non è affatto di questo che noi
intendiamo parlare. Vorremmo dunque intendere «metafisica» come un sinonimo di
«soprannaturale»? Accetteremmo molto volentieri un accostamento simile,
giacché, finché non si oltrepassi la natura, ossia il mondo manifestato in
tutta la sua estensione (e non il solo mondo sensibile che di esso è soltanto
un elemento infinitesimale), si è ancora nell’ambito della fisica; quel che è
metafisico è ‑ come già abbiamo detto ‑ quel che è al di là e al di
sopra della natura, ed è perciò propriamente ciò che è «soprannaturale».
Ma qui si avanzerà indubbiamente
un’obiezione: è quindi possibile andare in tal modo al di là della natura? Non
esiteremo a rispondere in modo nettissimo: non solo ciò è possibile, ma ciò è.
Questa non è però
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La Metafisica orientale
che un’affermazione, si dirà
ancora; quali sono le prove che se ne possono dare? È veramente strano che si
chieda di provare la possibilità di una conoscenza invece di cercare di
rendersene conto da se stessi facendo il lavoro necessario per acquisirla. Per
chi possieda simile conoscenza, quale interesse e quale valore possono avere
tutte queste discussioni? Il fatto di sostituire la conoscenza in sé e per sé
con la «teoria della conoscenza» è forse la più bella ammissione di impotenza
della filosofia moderna.
Del resto c’è in ogni certezza
qualcosa di incomunicabile; nessuno può arrivare realmente a una qualsiasi
conoscenza se non mediante uno sforzo strettamente personale, e tutto quel che
un altro può fare è fornire l’occasione e indicare i mezzi per giungervi. È
questa la ragione per cui sarebbe vano pretendere, in campo puramente
intellettuale, di imporre una convinzione qualsivoglia; l’argomentazione
migliore non potrebbe, a tal riguardo, sostituirsi alla conoscenza diretta ed
effettiva.
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La Metafisica orientale
Ora, la metafisica quale noi
l’intendiamo può essere definita? No, perché definire significa sempre
limitare, e ciò di cui è questione è, in sé, veramente e assolutamente
illimitato e per questa ragione non può lasciarsi rinchiudere in nessuna
formula o in nessun sistema. In certo qual modo la metafisica può essere
caratterizzata, ad esempio dicendo che essa è la conoscenza dei principi
universali; ma non si tratta allora di una vera e propria definizione, e del
resto tale caratterizzazione può darne solo un’idea abbastanza vaga. Vi
aggiungeremo qualcosa se diciamo che l’ambito dei principi è molto più vasto di
quanto non abbiano pensato certi Occidentali che hanno a ogni buon conto fatto
della metafisica, ma in un modo parziale e incompleto. Così, quando Aristotele
vedeva la metafisica come la conoscenza dell’essere in quanto essere, egli la
faceva simile all’ontologia, assumeva, cioè, la parte per il tutto. Per la
metafisica orientale l’essere puro non è né il primo né il più universale dei
principi, poiché è già una determinazione;
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La Metafisica orientale
occorre perciò andare di là
dall’essere e, anzi, è questo quel che più importa. Questa è la ragione per
cui, in ogni concezione veramente metafisica, occorre sempre tener presente il
posto che ha l’inesprimibile; anzi, tutto quel che si può esprimere non è
letteralmente nulla nei confronti di ciò che oltrepassa qualsiasi espressione,
così come il finito, qualunque sia la sua grandezza, è nullo nei riguardi
dell’Infinito. Molto più che esprimere si può suggerire, e di tal tipo è il
ruolo che in questo campo adempiono le forme esteriori; tutte queste forme, si
tratti di parole o si tratti di simboli di qualunque genere, costituiscono
soltanto un supporto, un punto d’appoggio per elevarsi a possibilità di
concezione che le sopravanzano senza paragone; torneremo più avanti
sull’argomento.
Stiamo parlando di concezioni
metafisiche non disponendo, per farci capire, di un termine diverso; ma non si
creda, a causa di ciò, che si tratti di qualcosa di simile a quelle che sono le
concezioni scientifiche o filosofiche;
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La Metafisica orientale
quello di cui si tratta non è di
effettuare «astrazioni» di qualsivoglia genere, bensì di prender diretta
conoscenza della verità com’essa è. La scienza è la conoscenza razionale,
discorsiva, sempre indiretta, una conoscenza di riflesso; la metafisica è la
conoscenza sovrarazionale, intuitiva e immediata. Tale intuizione intellettuale
pura, senza la quale non c’è vera metafisica, non deve però essere confusa con
l’intuizione sensibile; l’una è di là dalla ragione, ma l’altra ne è al di qua;
quest’ultima può soltanto abbracciare il mondo del cambiamento e del divenire,
vale a dire la natura, o meglio un’infima parte della natura. Il campo
dell’intuizione intellettuale, al contrario, è l’ambito dei principi eterni e
immutabili, è il dominio metafisico.
L’intelletto trascendente, per
afferrare direttamente i principi metafisici, dev’essere esso stesso di ordine
universale; non è più una facoltà individuale, e considerarlo tale sarebbe
contraddittorio, poiché non può rientrare nelle possibilità dell’individuo il
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La Metafisica orientale
superare i propri limiti,
l’uscire dalle condizioni che lo definiscono in quanto individuo. La ragione è
una facoltà propriamente e specificamente umana; ma quel che è al di là della
ragione è veramente «non-umano»; è questo che rende possibile la conoscenza
metafisica, e quest’ultima ‑ occorre dirlo ancora una volta ‑ non è una conoscenza umana. In altri termini, non è in quanto uomo che
l’uomo può giungere a essa; ma è in quanto quest’essere, che è umano in uno dei
suoi stati, è nello stesso tempo qualcos’altro e qualcosa di più di un essere
umano; ed è la presa di coscienza effettiva degli stati sovraindividuali che è
l’oggetto reale della metafisica, o, ancor meglio, che è la conoscenza metafisica
vera e propria. Arriviamo perciò qui a uno dei punti più essenziali, ed è
necessario insistervi: se l’individuo fosse un essere completo, se costituisse
un sistema chiuso al modo della monade di Leibniz, la conoscenza metafisica non
sarebbe possibile; irrimediabilmente rinchiuso in se stesso, un tale essere non
avrebbe
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La Metafisica orientale
alcun mezzo per conoscere ciò che
non è contenuto nell’ordine di esistenza al quale esso appartiene. Sennonché le
cose non stanno così: l’individuo in realtà non rappresenta se non una
manifestazione transitoria e contingente dell’essere vero; esso non è che uno
stato particolare fra una moltitudine indefinita di altri stati dello stesso
essere; e tale essere è, in sé, assolutamente indipendente da tutte le sue
manifestazioni, allo stesso modo in cui, per servirsi di un paragone che a ogni
momento ritorna nei testi indù, il sole è assolutamente indipendente dalle
immagini molteplici nelle quali si riflette. È questa la distinzione
fondamentale tra il «Sé» e l’«io», tra la personalità e l’individualità; e come
le immagini sono ricollegate dai raggi luminosi alla fonte solare senza la
quale non avrebbero nessuna esistenza e nessuna realtà, così l’individualità,
si tratti del resto dell’individualità umana o di qualsiasi altro stato analogo
di manifestazione, è ricollegata alla personalità, nel centro principiale
dell’essere, mediante
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La Metafisica orientale
quell’intelletto trascendente del
quale abbiamo appena parlato. Non è possibile, entro i limiti di questa
esposizione, sviluppare in modo più completo queste considerazioni, né dare
un’idea più precisa della teoria degli stati molteplici dell’essere; ma io
credo tuttavia di averne detto abbastanza da farne per lo meno presentire
l’importanza capitale in ogni dottrina veramente metafisica.
Ho detto teoria, ma non è solo di
teoria che si tratta, e questo è un altro punto che richiede una spiegazione.
La conoscenza teorica, la quale ancora non è se non indiretta e in qualche modo
simbolica, è soltanto una preparazione ‑ però indispensabile ‑ della vera conoscenza. Essa è del resto la sola che sia in certo qual modo
comunicabile e, ancora, essa non lo è completamente; è questa la ragione per la
quale qualsiasi esposizione non è se non un mezzo per accostare la conoscenza,
e tale conoscenza, che inizialmente è soltanto virtuale, deve in seguito essere
realizzata effettivamente.
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La Metafisica orientale
Troviamo qui un’altra delle
differenze che ci sono con quella metafisica parziale a cui abbiamo accennato
in precedenza, quella di Aristotele ad esempio, già teoricamente incompleta in
quanto si limita all’essere, e nella quale, inoltre, la teoria sembra di fatto
venir presentata come sufficiente a se stessa, invece di essere concepita
espressamente in vista di una realizzazione corrispondente, com’essa è sempre
in tutte le dottrine orientali. E tuttavia, anche in questa metafisica
imperfetta, saremmo tentati di dire in questa semi-metafisica, si incontrano
talvolta affermazioni che, se fossero state capite bene, avrebbero dovuto
portare a conseguenze ben diverse: non dice infatti Aristotele ‑ chiaramente ‑ che un essere è tutto quel che
conosce? Tale affermazione di un’identificazione attraverso la conoscenza è il
principio stesso della realizzazione metafisica; sennonché, qui tale principio
rimane isolato, ha il solo valore di una dichiarazione meramente teorica, da
esso non si trae nessuna conclusione, e sembra che, dopo averlo posto,
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La Metafisica orientale
non ci si pensi neanche più; come
si spiega che lo stesso Aristotele, e i suoi continuatori, non abbiano
percepito meglio tutto ciò che era in esso implicato? Vero è che la stessa cosa
accade in molti altri casi, e che essi sembrano dimenticare talvolta cose tanto
essenziali quali la distinzione tra l’intelletto puro e la ragione, dopo averle
tuttavia formulate non meno esplicitamente; si tratta di strane lacune. Forse
che bisogna vedere in esse l’effetto di certe limitazioni che sarebbero
connaturate allo spirito occidentale, fatte salve eccezioni più o meno rare, ma
sempre possibili? Ciò può essere vero in una certa misura, tuttavia non bisogna
credere che l’intellettualità occidentale sia stata, in generale, così
ristrettamente limitata, un tempo, quanto essa lo è nell’epoca moderna.
Soltanto che, dottrine come quelle di cui abbiamo appena parlato, dopo tutto
non sono se non dottrine esteriori, ben superiori a molte altre, dal momento
che contengono nonostante tutto una parte di metafisica vera, ma sempre
commista a
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La Metafisica orientale
considerazioni di un altro
ordine, le quali non hanno ‑ esse ‑ nulla di metafisico...
Per quanto ci riguarda, noi abbiamo la certezza che in Occidente ci furono
altre cose, oltre a quelle, nell’antichità e nel medioevo; che ci furono, a uso
di un’élite, dottrine puramente metafisiche e che possiamo dire
complete, compresa quella realizzazione che, per la maggior parte dei moderni,
è senza dubbio cosa appena concepibile; se l’Occidente ne ha così totalmente
perduto il ricordo, è a causa del fatto che esso ha rotto con le proprie
tradizioni, ed è questa la ragione per cui la civiltà moderna è una civiltà
anormale e deviata.
Se la conoscenza puramente
teorica fosse fine a se stessa, se la metafisica dovesse fermarsi qui, si
tratterebbe già di qualcosa, sicuramente, ma di qualcosa di affatto
insufficiente. Nonostante la certezza vera, ancora più forte di una certezza
matematica, che è già connessa con una simile conoscenza, si tratterebbe in
fondo, in un ambito incomparabilmente superiore, soltanto di
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La Metafisica orientale
quel che è nel suo campo
inferiore, terrestre e umano, la speculazione scientifica e filosofica. Non
questo deve essere la metafisica; che altri si interessino a un «gioco mentale»
o a quel che può sembrar tale, sono affari loro; per noi, le cose di questo
genere sono piuttosto indifferenti, e noi pensiamo che le curiosità dello
psicologo debbano essere totalmente estranee al metafisico. Per quest’ultimo
ciò che conta è il conoscere quel che è, e conoscerlo in modo tale da essere,
realmente ed effettivamente, tutto quel che si conosce.
Quanto al mezzi della
realizzazione metafisica, sappiamo perfettamente qual è l’obiezione che possono
opporre, per quanto li riguarda, coloro che credono di dover contestare la
possibilità di simile realizzazione. Tali mezzi, in effetti, devono essere alla
portata dell’uomo; essi devono, almeno per i primi stadi, adattarsi alle
condizioni dello stato umano, giacché è in questo stato che si trova
attualmente l’essere che, partendo da esso, dovrà prendere possesso degli
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La Metafisica orientale
stati superiori. È perciò in
forme che appartengano al mondo in cui si situa la sua presente manifestazione
che l’essere assumerà un punto d’appoggio per elevarsi al di sopra di questo
stesso mondo; parole, segni simbolici, riti o procedimenti preparatori di
qualsivoglia genere, non hanno altra ragion d’essere né altra funzione: come
già abbiamo detto, sono supporti e nulla più. Ma ‑ dirà qualcuno ‑ come può avvenire che simili
mezzi puramente contingenti producano un effetto che li oltrepassa
immensamente, che è di un tipo del tutto diverso da quello a cui essi stessi
appartengono? Faremo subito notare che in realtà si tratta solo di mezzi
accidentali, e che il risultato che essi aiutano a ottenere non è affatto un
effetto loro; essi mettono l’essere nelle disposizioni necessarie per
raggiungerlo più facilmente, ed è tutto. Se l’obiezione che stiamo esaminando
fosse in questo caso valevole, essa sarebbe pure valevole nel caso dei riti
religiosi, nel caso dei sacramenti, ad esempio, nei quali la sproporzione tra
il
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La Metafisica orientale
mezzo e il fine non è minore;
alcuni di coloro che avanzano un’obiezione di questo genere, forse a questo non
hanno pensato. Per quel che ci riguarda, noi non confondiamo un semplice mezzo
con una causa nel senso vero della parola, e non riteniamo la realizzazione
metafisica un effetto di checchessia, perché essa non è la produzione di
qualcosa che non esista ancora, ma la presa di coscienza di ciò che è, in modo
permanente e immutabile, al di fuori di ogni successione di tempo o d’altro
genere, giacché tutti gli stati dell’essere, considerati nel loro principio,
sono in perfetta simultaneità nell’eterno presente.
Non abbiamo perciò nessuna
difficoltà a riconoscere che non c’è comune misura tra la realizzazione
metafisica e i mezzi che portano a essa o, se si preferisce, che la preparano.
È questa del resto la ragione per cui nessuno di questi mezzi è rigorosamente
necessario, d’una necessità assoluta; o per lo meno, non c’è che una sola
preparazione che sia veramente indispensabile, ed è la conoscenza
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La Metafisica orientale
teorica. Quest’ultima, d’altra
parte, non potrebbe spingersi molto lontano senza un mezzo che di conseguenza
dobbiamo ritenere come quello che avrà la funzione più importante e più
costante: tale mezzo è la concentrazione; e si tratta di qualcosa di assolutamente
estraneo, perfino contrario, alle abitudini mentali dell’Occidente moderno, nel
quale tutto tende solo alla dispersione e al cambiamento incessante. Nei
confronti di questo mezzo, tutti gli altri sono soltanto secondari: essi
servono soprattutto a favorire la concentrazione, e inoltre ad armonizzare tra
di loro i diversi elementi dell’individualità umana, allo scopo di preparare la
comunicazione effettiva tra tale individualità e gli stati superiori
dell’essere.
Questi mezzi potranno del resto,
al punto di partenza, variare quasi indefinitamente, giacché, per ciascun
individuo, dovranno essere appropriati alla sua speciale natura, conformi alle
sue attitudini e alle sue disposizioni particolari. In seguito le differenze
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La Metafisica orientale
andranno diminuendo, giacché si
tratta di vie molteplici che tendono tutte verso un medesimo scopo; e a partire
da un determinato stadio sarà scomparsa ogni molteplicità; ma allora i mezzi
contingenti e individuali avranno terminato di avere la loro funzione. Questa
funzione, per far vedere che non è affatto necessaria, certi testi indù la
paragonano a quella di un cavallo, con l’aiuto del quale un uomo arriverà più
velocemente e più facilmente al termine del suo viaggio, ma senza il quale
potrebbe lo stesso pervenirvi. I riti, le procedure diverse indicate in vista
della realizzazione metafisica, si potrebbero trascurare e tuttavia, mediante
la sola fissazione costante dello spirito e di tutte le potenze dell’essere
sullo scopo di tale realizzazione, si potrebbe raggiungere alla fine tale scopo
supremo; sennonché, se ci sono mezzi che rendano lo sforzo meno penoso, perché
trascurarli volontariamente? Forse che significa confondere il contingente con
l’assoluto il tener conto delle condizioni dello stato umano,
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La Metafisica orientale
giacché è da questo stato, esso
stesso contingente, che siamo attualmente obbligati a partire per la conquista
degli stati superiori, e poi dello stato supremo e incondizionato?
Indichiamo adesso, secondo gli
insegnamenti che sono comuni a tutte le dottrine tradizionali dell’Oriente, le
tappe principali della realizzazione metafisica. La prima, che in certo qual
modo è soltanto preliminare, si ottiene nell’ambito umano e non si estende
ancora al di là dei limiti dell’individualità. Essa consiste in un’estensione
indefinita di tale individualità, di cui la modalità corporea, la sola a essere
sviluppata nell’uomo comune, non rappresenta se non una minima porzione; è da
questa modalità corporea che occorre partire di fatto, da cui l’impiego ‑ per incominciare ‑ di mezzi presi nell’ordine
sensibile, i quali però dovranno avere una ripercussione nelle altre modalità
dell’essere umano. La fase di cui parliamo è in fondo la realizzazione o lo
sviluppo di tutte le possibilità che sono virtualmente contenute
nell’individualità umana,
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La Metafisica orientale
le quali di quest’ultima
costituiscono quasi altrettanti prolungamenti molteplici che si estendono in
diversi sensi al di là del dominio corporeo e sensibile; ed è attraverso tali
prolungamenti che si potrà in seguito stabilire la comunicazione con gli altri
stati.
Questa realizzazione
dell’individualità integrale è indicata da tutte le tradizioni come la
restaurazione di quello che esse chiamano lo «stato primordiale», stato che è
considerato lo stato dell’uomo vero, e che già sfugge a certe limitazioni
caratteristiche dello stato ordinario, in particolare alla limitazione dovuta
alla condizione temporale. L’essere che abbia raggiunto tale «stato
primordiale» è ancora soltanto un individuo umano, non è ancora in effettivo
possesso di nessuno stato sovraindividuale; e tuttavia è da allora affrancato
dal tempo, la successione apparente delle cose si è per lui trasmutata in
simultaneità; egli possiede coscientemente una facoltà che è sconosciuta
all’uomo comune e che può essere denominata il «senso dell’eternità». Ciò riveste
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La Metafisica orientale
un’importanza estrema, perché
colui che non può uscire dal punto di vista della successione temporale e
vedere ogni cosa in modo simultaneo, è incapace della minima concezione di
ordine metafisico. La prima cosa da fare per chi voglia pervenire veramente
alla conoscenza metafisica, è di porsi fuori del tempo, diremmo volentieri nel
«non tempo», se una simile espressione non dovesse sembrare troppo strana e
inusitata. Tale coscienza dell’intemporale può del resto essere raggiunta in
certo qual modo, indubbiamente molto incompleto, ma tuttavia già reale, ben
prima che sia ottenuto nella sua pienezza quello «stato primordiale» del quale
abbiamo appena parlato.
Ci si chiederà forse: perché
chiamare in questo modo lo «stato primordiale»? La ragione di ciò consiste nel
fatto che tutte le tradizioni, compresa quella dell’Occidente (giacché la
stessa Bibbia altro non dice), si accordano nell’insegnare che tale stato è
quello che era normale alle origini dell’umanità, mentre lo stato presente non
è che
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La Metafisica orientale
il risultato di una decadenza,
l’effetto di una sorta di materializzazione progressiva prodottasi nel corso
delle età, per la durata di un certo ciclo. Noi non crediamo nell’«evoluzione»,
nel senso che i moderni danno a questa parola; le ipotesi cosiddette
scientifiche immaginate da questi ultimi non corrispondono affatto alla realtà.
Qui non è però possibile fare più di una semplice allusione alla teoria dei
cicli cosmici, teoria che è sviluppata in modo particolare nelle dottrine indù;
ciò equivarrebbe a esorbitare dal nostro argomento, poiché la cosmologia non è
la metafisica, quantunque ne dipenda piuttosto intimamente; essa ne è soltanto
un’applicazione all’ordine fisico, e le vere leggi naturali non sono che
conseguenze, in un ambito relativo e contingente, dei principi universali e
necessari.
Ma ritorniamo alla realizzazione
metafisica: la sua seconda fase si riferisce agli stati sovraindividuali, ma
ancora condizionati, anche se le loro condizioni sono del tutto differenti da
quelle dello stato umano. Qui
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La Metafisica orientale
il mondo dell’uomo, nel quale
eravamo ancora nello stadio precedente, è completamente e definitivamente
superato. Occorre dire di più: quello che è superato è il mondo delle forme
nella sua accezione più generale, mondo che comprende tutti gli stati individuali,
quali essi siano, poiché la forma è la condizione comune a tutti questi stati,
la condizione per cui è definita l’individualità in quanto tale. L’essere, che
non può più venir detto umano, è ormai uscito dalla «corrente delle forme»,
secondo l’espressione estremo-orientale. Ci sarebbero però ancora altre
distinzioni da fare, poiché questa fase può essere suddivisa: essa comporta in
realtà diverse tappe, che vanno dall’ottenimento di stati che ‑ seppure informali ‑ appartengono ancora
all’esistenza manifestata, fino al grado di universalità che è dell’essere
puro.
E tuttavia, per quanto elevati
siano tali stati in rapporto allo stato umano, per quanto lontani essi siano da
quest’ultimo, sono ancora soltanto relativi, e ciò è vero anche
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La Metafisica orientale
del più alto fra di loro, quello
che corrisponde al principio di ogni manifestazione. Il loro possesso non è
perciò se non un risultato transitorio, risultato che non deve venir confuso
con il fine ultimo della realizzazione metafisica; questo fine è situato di là
dall’essere, e in rapporto a esso tutto il resto costituisce soltanto un avvio
e una preparazione. Questo fine supremo è lo stato assolutamente
incondizionato, affrancato da qualsiasi limitazione; proprio per questo motivo
esso è totalmente inesprimibile, e tutto quel che se ne può dire si traduce
soltanto in termini di forma negativa: negazione dei limiti che determinano e
definiscono ogni esistenza nella sua relatività. L’ottenimento di questo stato
corrisponde a quella che la dottrina indù denomina la «Liberazione», quando la
consideri in rapporto agli stati condizionati, oppure l’«Unione», quando la
veda in rapporto al Principio supremo.
In questo stato incondizionato
tutti gli altri stati dell’essere si ritrovano del resto in modo principiale,
ma trasformati, svincolati
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La Metafisica orientale
dalle condizioni specifiche che
li determinavano in quanto stati particolari. Ciò che permane è quel che ha una
realtà positiva, giacché è qui che tutto ha il suo principio; l’essere
«liberato» è veramente in possesso della pienezza delle sue possibilità. Quelle
che sono scomparse sono soltanto le condizioni limitative, la cui realtà è
esclusivamente negativa, dal momento che esse non rappresentano se non una
«privazione» nel senso in cui Aristotele intendeva la parola. Per cui, ben
lungi dall’essere una sorta di annichilimento come qualche occidentale
immagina, questo stato finale è al contrario la pienezza assoluta, la realtà
suprema nei cui confronti tutto il resto è soltanto illusione.
Aggiungiamo inoltre che qualsiasi
risultato, anche parziale, che l’essere ottenga nel corso della realizzazione
metafisica, è ottenuto in modo definitivo. Simile risultato costituisce per
tale essere un’acquisizione permanente, che nulla gli potrà mai far perdere; il
lavoro compiuto in questo dominio, quand’anche venga a interrompersi prima
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La Metafisica orientale
del suo termine finale, è fatto
una volta per tutte, per la buona ragione che è fuori del tempo. Ciò è vero
persino della semplice conoscenza teorica, poiché ogni conoscenza porta i suoi
frutti in se stessa, in questo ben diversa dall’azione, la quale è soltanto una
modificazione momentanea dell’essere ed è sempre separata dai suoi effetti.
Questi ultimi, d’altronde, appartengono allo stesso ambito e sono dello stesso
ordine di esistenza di quel che li ha prodotti; l’azione non può avere come
effetto di liberare dall’azione, e le sue conseguenze non si estendono di là
dai confini dell’individualità, intesa del resto nell’integralità
dell’estensione di cui è capace. L’azione, qualunque essa sia, non essendo
opposta all’ignoranza, che è la radice di ogni limitazione, non ha la virtù di
farla svanire: solo la conoscenza dissipa l’ignoranza, come la luce del sole
dissipa le tenebre, e allora il «Sé», l’immutabile ed eterno principio di tutti
gli stati manifestati e non manifestati appare nella sua suprema realtà.
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La Metafisica orientale
Dopo questo abbozzo molto
imperfetto, il quale non dà sicuramente se non un’idea assai approssimativa di
cosa può essere la realizzazione metafisica, occorre fare un’osservazione del
tutto essenziale al fine di evitare gravi errori di interpretazione: ed è che
tutto ciò di cui abbiamo parlato qui non ha nessun rapporto con cose che siano
fenomeni, più o meno straordinari. Tutto ciò che è fenomeno è di ordine fisico;
la metafisica è di là da questi fenomeni; e noi intendiamo tale parola nella
sua generalità più ampia. Da ciò discende, fra altre conseguenze, che gli stati
dei quali abbiamo trattato non hanno assolutamente nulla di «psicologico»;
questo bisogna dirlo decisamente, perché a tal proposito si sono generate
strane confusioni. La psicologia, per sua stessa definizione, non può aver
presa che su stati umani, e per di più, così come la si intende oggi, essa non
tocca se non una zona molto ristretta fra le possibilità dell’individuo,
possibilità che vanno molto più lontano di quanto gli specialisti di questa
scienza non
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La Metafisica orientale
possano supporre. L’individuo
umano, in effetti, è allo stesso tempo molto di più e molto di meno di quanto
non si pensi in genere in Occidente: esso è molto di più, a motivo delle sue
possibilità di estensione indefinita al di là della modalità corporea, alla
quale si riferisce in fin dei conti tutto quel che se ne studia comunemente; ma
è anche molto di meno. in quanto, ben lungi dal costituire un essere completo e
sufficiente a se stesso, esso è soltanto una manifestazione esteriore,
un’apparenza fuggevole rivestita dall’essere vero, e dalla quale l’essenza di
quest’ultimo non è assolutamente influenzata nella sua immutabilità.
Su questo punto, cioè sul fatto
che l’ambito metafisico è totalmente al di fuori del mondo fenomenico, occorre
insistere, perché i moderni abitualmente conoscono e ricercano soltanto i
fenomeni; essi si interessano quasi esclusivamente a questi ultimi, cosa di cui
testimonia del resto lo sviluppo da essi dato alle scienze sperimentali; e la
loro inettitudine metafisica discende dalla
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La Metafisica orientale
stessa tendenza. Senza dubbio può
accadere che certi fenomeni speciali si producano nel corso del lavoro di
realizzazione metafisica, ma in modo del tutto accidentale: si tratta allora di
un risultato abbastanza increscioso, giacché le cose di questo genere possono
soltanto essere un ostacolo per chi fosse tentato di attribuirvi una qualche
importanza. Colui che si lascia fermare e distogliere dalla sua via a causa dei
fenomeni, colui, soprattutto, che si lascia andare nella ricerca di «poteri»
eccezionali, ha ben poche probabilità di spingere la realizzazione più lontano
del grado al quale è già arrivato quando tale deviazione sopraggiunge.
Questa osservazione ci porta
naturalmente a rettificare alcune interpretazioni errate che si sono diffuse
per quanto riguarda il termine «Yoga»; non si è forse talvolta preteso, in
effetti, che ciò che gli indù denominano con tale parola è lo sviluppo di certi
poteri latenti dell’essere umano? Quanto abbiamo detto è sufficiente a far
vedere che tale definizione deve essere respinta. In
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La Metafisica orientale
realtà la parola «Yoga» è quella
che noi abbiamo tradotto il più letteralmente possibile con «Unione»; quello
che essa indica in modo proprio è perciò lo scopo supremo della realizzazione
metafisica; e lo «Yogi», a volerlo intendere nel suo significato più rigoroso,
è unicamente colui che ha raggiunto questo scopo. È a ogni buon conto vero che,
per estensione, questi stessi termini sono ‑ in certi casi ‑ applicati anche a stadi
preparatori all’«Unione», o anche a semplici mezzi preliminari, e all’essere
che è arrivato a tali stadi o che si serve di simili mezzi per pervenirci. Ma
come si fa a sostenere che una parola il cui significato originario è «Unione»
possa indicare propriamente e prima d’ogni altra cosa degli esercizi di
respirazione o qualche altra cosa di questo genere? Simili esercizi e altri,
fondati generalmente su quella che possiamo chiamare la scienza del ritmo,
figurano effettivamente fra i mezzi più usitati in vista della realizzazione
metafisica; ma non si vada a prendere per il fine ciò che è soltanto un mezzo
contingente e
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La Metafisica orientale
accidentale, e non si prenda –
analogamente – per il significato originario di una parola quella che di essa
non è se non un’accezione secondaria e più o meno deviata.
Parlando di ciò che
originariamente è lo «Yoga», e dicendo che tale parola ha sempre voluto
indicare essenzialmente la stessa cosa, si può pensare di sollevare una
questione della quale non abbiamo finora detto nulla: qual è l’origine delle
dottrine metafisiche tradizionali dalle quali assumiamo tutti i dati che stiamo
esponendo? La risposta è semplicissima, anche se rischia di suscitare le
proteste di coloro che vorrebbero tutto vedere da un punto di vista storico: ed
è che origine non c’è; intendiamo dire con ciò che non esiste origine umana,
tale da essere determinata nel tempo. In altri termini, l’origine della
tradizione, se pure la parola origine in un caso simile ha ancora una ragione
di essere, è «non-umana» come la metafisica stessa. Le dottrine di quest’ordine
non sono apparse in un momento qualsivoglia della storia dell’umanità:
l’allusione da noi fatta
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La Metafisica orientale
allo «stato primordiale», e
inoltre ‑ d’altro canto ‑ quel che abbiamo detto del
carattere intemporale di tutto ciò che è metafisico, dovrebbero permettere di
capirlo senza troppa difficoltà, a condizione che ci si rassegni ad ammettere,
contrariamente a certi pregiudizi, che ci sono cose alle quali il punto di
vista storico non è assolutamente applicabile. La verità metafisica è eterna;
di conseguenza ci sono sempre stati esseri che hanno potuto conoscerla
realmente e totalmente. Quel che può cambiare non sono che forme esteriori,
mezzi contingenti; e questo stesso cambiamento non ha nulla di quel che i
moderni chiamano «evoluzione»; esso è un semplice adattamento a queste o quelle
condizioni particolari, alle condizioni specifiche di una razza o di un’epoca
determinata. Da ciò discende la molteplicità delle forme; ma il fondo della
dottrina non ne risulta minimamente modificato o influenzato, così come l’unità
e l’identità essenziali dell’essere non sono alterate dalla molteplicità dei
suoi stati di manifestazione.
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La Metafisica orientale
La conoscenza metafisica, e la
realizzazione che essa implica per essere veramente tutto ciò che dev’essere,
sono perciò possibili dappertutto e sempre, perlomeno in linea di principio, e
se tale possibilità venga considerata in certo qual modo in maniera assoluta;
ma di fatto, praticamente ‑ se cosi si può dire ‑, e in un senso relativo, sono esse ugualmente possibili in qualsiasi
ambiente e senza tenere il minimo conto delle contingenze? Su questo punto
saremo molto meno affermativi, perlomeno per quanto riguarda la realizzazione;
e ciò ha la sua spiegazione nel fatto che quest’ultima, al suo inizio, deve
assumere il suo punto di appoggio nell’ordine delle contingenze. Possono
esistere condizioni particolarmente sfavorevoli, come quelle che presenta il
mondo occidentale moderno, talmente sfavorevoli che un lavoro simile vi risulta
pressoché impossibile, e potrebbe addirittura essere pericoloso intraprenderlo,
in assenza di qualsiasi appoggio fornito dall’ambiente, e in una situazione
circostante che
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La Metafisica orientale
può solamente contrastare e
addirittura annullare gli sforzi di chi vi si dedicasse. All’opposto, le
civiltà che noi chiamiamo tradizionali sono organizzate in tal modo che vi si
può trovare un aiuto efficace, aiuto che senza dubbio non è rigorosamente indispensabile,
non diversamente da tutto quel che è esteriore, ma senza il quale è tuttavia
assai difficile ottenere risultati effettivi. Si tratta di qualcosa che va al
di là delle forze di un individuo umano isolato, quand’anche tale individuo
possieda le qualificazioni richieste; per cui non vorremmo incoraggiare
nessuno, nelle presenti condizioni, a impegnarsi sconsideratamente in una
simile impresa; e questo ci porterà direttamente alla nostra conclusione.
Secondo noi, la grande differenza
tra l’Oriente e l’Occidente (e qui si tratta esclusivamente dell’Occidente
moderno), la sola differenza, anzi, che sia veramente essenziale, giacché tutte
le altre derivano da essa, è la seguente: dal lato dell’Oriente, conservazione
della tradizione con tutto ciò che essa
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La Metafisica orientale
implica; dal lato dell’Occidente,
oblio e perdita di questa tradizione; dalla parte del primo, conservazione
della conoscenza metafisica; dalla parte del secondo, completa ignoranza di
tutto quel che si riferisce a questo campo. Tra civiltà che aprono alla loro élite
le possibilità che abbiamo cercato di far intravedere, che le danno i mezzi più
appropriati per realizzare effettivamente tali possibilità, e che, per lo meno
a qualcuno, permettono in tal modo di realizzarle nella loro pienezza, tra
queste civiltà tradizionali e una civiltà che si è sviluppata in un senso
puramente materiale, come si potrebbe trovare una comune misura? E chi dunque –
a meno che non sia accecato da non so qual partito preso ‑ oserà sostenere che la
superiorità materiale compensa l’inferiorità intellettuale? Diciamo
intellettuale, ma intendendo con tale parola l’intellettualità vera, quella che
non si limita all’ambito umano né all’ordine naturale; quella che rende
possibile la conoscenza metafisica pura nella sua assoluta trascendenza. Mi
sembra che
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La Metafisica orientale
basti riflettere un istante su
queste domande per non aver dubbi o esitazioni sulla risposta che è il caso di
darvi.
La superiorità materiale
dell’Occidente moderno non è contestabile; né qualcuno la contesta, ma nessuno
neppure gliela invidia. Sennonché occorre dire di più: di questo sviluppo
materiale eccessivo, presto o tardi l’Occidente rischia di perire se non si riprende
in tempo, e se non risolve di prendere seriamente in considerazione il «ritorno
alle origini», secondo un’espressione in uso in certe scuole di esoterismo
islamico. Da diverse parti si parla molto, oggi, di «difesa dell’Occidente»; ma
sfortunatamente si sembra non capire che è soprattutto contro se stesso che
l’Occidente ha bisogno di essere difeso, che è dalle sue proprie tendenze
attuali che provengono i principali e i più temibili di tutti i pericoli che lo
minacciano realmente. Varrebbe la pena di meditare un po’ profondamente su
queste ultime considerazioni, e non sarà mai troppo insistente l’invito a così
fare che sia rivolto a tutti coloro
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La Metafisica orientale
che di riflettere sono ancora
capaci. È quindi su questo che terminerò la mia esposizione, felice se sarò
stato capace, se non di far comprendere pienamente, almeno di aver fatto
presentire qualcosa di quell’intellettualità orientale di cui l’equivalente in
Occidente non si trova più, e di aver offerto una visione d’insieme ‑ per quanto imperfetta ‑ di quella che è la metafisica
vera, la conoscenza per eccellenza, la quale è, come dicono i testi sacri
dell’India, la sola che sia totalmente vera, assoluta, infinita e suprema.
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Indice
La Metafisica orientale 7
LUNI EDITRICE
Titolo originale
La Métaphysique orientale
Traduzione a cura di
Pietro Nutrizio
© 1995 Éditions Traditionnelles
© 1998 Luni Editrice – Milano, Trento
ISBN 88-7984-087-8
Finito di stampare il 7
marzo 1998
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