L’evidenza e la Via e altri scritti - Giovanni Ponte
I
Conoscenza
tradizionale e scienza moderna
Nonostante il
diffondersi di una giustificata diffidenza intorno alla scienza moderna, la
fiducia ingenua nel suo valore conoscitivo permane, almeno nel grosso
pubblico, perché molti scienziati hanno dovuto accorgersi sempre più
chiaramente che tale valore conoscitivo
manca: le loro costruzioni ipotetiche, sempre più convenzionali e
rapidamente mutevoli, non permettono infatti minimamente di avvicinarsi alla ragion
d’essere dei fenomeni e delle cose, e l’apparenza rigorosa di queste
costruzioni sempre nuove resiste soltanto fino al momento, talvolta assai
prossimo, in cui devono essere sostituite da altre.
Se in
particolare consideriamo l’aspetto della realtà più accessibile alla scienza
moderna, che è indubbiamente il mondo corporeo, constatiamo che tale scienza, se considerata attentamente, ne
dà appena un’immagine incerta, sulla quale in verità non si può fare
affidamento. Erwin Schrödinger, colui che pose le basi della meccanica
ondulatoria e che è incontestabilmente uno dei più stimati fisici
contemporanei, in una recente conferenza
dichiarò francamente: «… l’immagine della realtà materiale è oggi vacillante
e malsicura come non lo è stata da molto tempo … scegliere fra le
immagini fondamentali alcune che siano veramente solide e costruire col loro
aiuto qualche cosa che possieda una trama chiara, facilmente comprensibile, di
cui si possa dire: “è proprio così, oggi lo crediamo tutti”, è fra le cose
impossibili. È una massima molto diffusa che non possa esistere in nessun caso
un’immagine oggettiva della realtà in uno dei sensi che le si attribuivano in
passato. Solo gli ottimisti in mezzo a noi (e io mi annovero fra quelli)
pensano che questa sia un’aberrazione filosofica, un atto di disperazione di
fronte a una grande crisi. Speriamo che l’instabilità dei concetti e delle
opinioni sia solo il sintomo di un violento processo di trasformazione, che
finirà per condurci a qualche cosa che non sia più la desolata congerie di
formole irrigidite intorno al nostro oggetto. È veramente spiacevole per me,
ma anche per voi, miei onorati ascoltatori, che l’immagine della materia, che
devo costruire davanti ai vostri occhi, non esista affatto, per il momento, ma
che ne esistano appena dei frammenti, con un
valore di verità più o meno parziale. Da ciò consegue infatti che,
quando se ne parla in un certo momento, non si può fare a meno di essere in
contraddizione con quanto si era detto un momento prima»[1].
La “desolata congerie di formole irrigidite” di
cui parla Schrödinger definisce bene una tendenza tipica della scienza moderna, e
cioè la tendenza a ridursi ad un’espressione puramente matematica e quantitativa,
lasciandosi così sfuggire tutto l’aspetto qualitativo della realtà, e cioè
proprio l’essenziale[2]. Osserviamo che, di conseguenza, l’ottimismo a cui pure accenna lo
stesso Schrödinger è del tutto ingiustificato, a meno che ci si decida e si
abbia la possibilità di prendere una strada completamente diversa.
Se poi dal mondo
corporeo passiamo al mondo psichico, troviamo che il preteso rigore scientifico
è ancora più illusorio, in quanto le constatazioni ed i criteri quantitativi
non possono coglierlo che indirettamente, nelle sue manifestazioni più
esteriori. Già la psicologia ordinaria è meno “esatta” della fisica, e si
possono al massimo trovare ancora nel suo campo abbastanza “uniformità” per
formare dei quadri descrittivi (ma non realmente esplicativi) in cui si fanno
rientrare più o meno completamente tutti i fenomeni presi in considerazione,
tanto più se non si esce dall’ambiente caratterizzato dalla mentalità moderna.
Quando poi entrano in gioco dei fenomeni di un ordine un po’ più lontano da
quello della vita ordinaria, l’inquadramento diventa sempre meno agevole;
d’altra parte lo stesso carattere più inabituale dei fenomeni fa sentire di
più la mancanza di mezzi veramente esplicativi (che pure, come abbiamo visto,
infirma il valore conoscitivo delle stesse scienze fisiche attuali), ed invano
si cerca di rimediarvi con delle ipotesi, inevitabilmente discordanti e
mutevoli, le quali, il più delle volte, non fanno che attribuire al dominio
psichico delle caratteristiche che sono invece proprie del mondo sensibile e
corporeo. Per questo molte forme di “neo-spiritualismo” non rappresentano in
realtà che un materialismo trasposto, dal quale lo “spirito” è non meno
assente che dalle forme più grossolane di “positivismo” scientifico.
In fondo, chi
attraverso la scienza moderna cerca di ottenere una conoscenza reale delle cose
viene così a trovarsi inevitabilmente di fronte a questa alternativa: o una
ricerca che si risolve in “volontà di credere” in determinate ipotesi
“immaginate” e mai dimostrabili (il caso più favorevole è che non si dimostri
il contrario, ma non si dimentichi che fatti identici potrebbero sempre concordare
con ipotesi molteplici e diversissime tra di loro), ovvero una scienza ridotta
a constatare e a catalogare le concomitanze tra le sue constatazioni, senza mai
spiegare veramente nulla.
D’altra parte,
al giorno d’oggi gli scienziati, e particolarmente i fisici, sono ormai
avvezzi ad ammettere che il “metodo scientifico” non lascia alcuna via d’uscita
al di fuori di questa alternativa[3], e ci si può chiedere se siano
ancora capaci di concepire che cosa sarebbe una conoscenza che la superi; in
generale (quelli che come Schrödinger parlano di aberrazione e di una grande
crisi rappresentano delle onorevoli eccezioni) non si dimostrano
particolarmente insoddisfatti di poter soltanto edificare delle costruzioni
sempre più “convenzionali”, adatte esclusivamente a trarne dei risultati “pratici”,
occupazione che generalmente toglie loro il tempo di preoccuparsi della
propria ignoranza della ragion d’essere delle cose. Quasi tutti gli altri, poi,
sono poco o nulla al corrente delle “autocritiche” della scienza moderna ed è
per questo che, come abbiamo già accennato, la credenza nel suo valore
conoscitivo persiste appoggiandosi ad un prestigio diventato piuttosto un
“mito”, alimentato da secoli e consolidato dallo spettacolo delle applicazioni
esteriori: eppure tale spettacolo non solleva affatto il velo della nostra
ignoranza, e, ben lungi dal riportarci ad un ordine di realtà dove si trovi la
ragion d’essere dei fenomeni, agisce semplicemente come un polo di attrazione
dell’attenzione degli uomini, distogliendoli così dalla ricerca di qualche cosa
di più importante per loro e di più serio. Basta pensare allo “choc” provocato
nella mentalità dei nostri contemporanei dal lancio dei primi satelliti
artificiali ed all’amplificazione della psicosi che ne è derivata, ottenuta
utilizzando persino il prodigioso successo delle sciocchezze di “fantascienza”,
per rendersi conto che tutte queste cose sono tutt’altro che innocue[4]!
In definitiva,
alla riconosciuta impotenza della scienza moderna di dare all’uomo una
conoscenza effettiva della ragion d’essere delle cose e di se stesso, è
corrisposto un addormentamento generale delle aspirazioni a tale conoscenza.
Questo permette,
in certo modo, il mantenimento di un equilibrio almeno apparente, benché
alquanto instabile, ma per coloro che, nonostante tutto l’apparato illusorio
che li circonda, mantengono vive le loro esigenze conoscitive, non vi è dunque
nessuna soluzione possibile? E, beninteso, una soluzione non potrebbe, in
questo caso, essere rappresentata dalla semplice credenza in una religione o in
un’opinione filosofica, poiché è proprio di conoscenza che parliamo.
A questo punto,
dobbiamo notare subito che il “metodo scientifico” di cui abbiamo ricordato i limiti non riguarda in realtà che un tipo
molto particolare di scienza, e cioè quello che si è affermato e
sviluppato appieno in Occidente soltanto negli ultimi quattro o cinque secoli.
E sono sicuramente esistiti prima di allora in Europa, ed esistono altrove,
altri modi di “scienza” che solo la
sconfinata presunzione dei moderni potrebbe permettersi di disprezzare
o di ridurre comodamente ai propri limiti.
Questa semplice
constatazione basterebbe da sola a stabilire che il “metodo scientifico”
conosciuto oggi dagli Occidentali non è affatto l’unico possibile per costruire
una scienza, ed è abbastanza facile vedere che esso implica anzi delle
auto-limitazioni che sono scambiate frettolosamente per dei limiti delle stesse
facoltà conoscitive e che precludono delle conoscenze le quali, di per sé, non sarebbero affatto inaccessibili
all’uomo, purché egli riprendesse il pieno possesso delle sue facoltà. In effetti,
è del tutto naturale che il “metodo scientifico”, sorto da una pretesa
autonomia assoluta delle scienze applicate ai fenomeni sensibili (la res
extensa di Cartesio), sia necessariamente incapace di uscire dal piano in cui questi si svolgono, o, per
meglio dire, può uscirne soltanto per discendere al di sotto di esso,
con le sue semplificazioni abusive che tendono verso la quantità pura, ovvero
(come succede nei recenti tentativi di
psicanalisi, metapsichica, parapsicologia) con il volgersi a dei contenuti psichici che rappresentano dei
fattori di disintegrazione delle psiche ordinaria piuttosto che dei veri
principi ordinatori.
Ora, è proprio
sulla conoscenza di questi principi ordinatori che si sono sempre fondate tutte le scienze, ad esclusione appunto della scienza
moderna. Tale è ad esempio la natura delle scienze cosmologiche antiche ed
orientali, ed anche quella dell’aritmetica e della geometria pitagorica, la cui
assimilazione comportava infatti una “trasmutazione” psichica ed intellettuale
che dava accesso agli insegnamenti ed alla realizzazione propriamente
metafisica (appunto per questo si racconta che Platone, sulla porta che
conduceva all’interno della sua scuola, aveva fatto apporre l’iscrizione “Nessuno
entri se non è geometra”, la quale sarebbe stata semplicemente ridicola se la
scienza a cui si riferiva fosse stata ridotta negli angusti limiti di quella
moderna che, come un residuo senz’anima, porta ancora lo stesso nome).
In questo senso,
più in generale, la “fisica” (cioè l’insieme delle scienze della “physis” o
natura) era la preparazione alla “metafisica”, permettendo di passare, in virtù
di una corrispondenza simbolica che offriva una apertura illimitata, dalla
conoscenza e dalla “realizzazione” dei principi ordinatori relativi a quella
del Principio supremo. Ovviamente, non può essere questo il caso delle scienze
fisiche e psichiche conosciute oggi in Occidente: e pertanto, per chi aspiri
effettivamente ad una conoscenza nel senso pieno della parola – che abbracci
cioè la ragion d’essere delle cose e di sé – il presupposto di un lavoro serio
consiste nel ripulire la propria mentalità dall’incredibile carico di
pregiudizi che ha reso praticamente inaccessibile ogni tipo di scienza diverso
da quello moderno. E poiché, in qualsiasi forma si debba realizzare, una
conoscenza effettiva presuppone una conoscenza teorica corrispondente, sia pure
non fine a se stessa (come parve diventare in Occidente a partire dalla
filosofia greca, almeno nel suo aspetto esteriore che in certi casi poteva
nascondere qualcosa di più profondo), si presenterebbe il problema di
accostarsi in qualche modo alla formulazione teorica di queste scienze di tipo
non moderno, cioè delle “scienze tradizionali”. Bisogna però evitare di
trasferirle con ciò stesso nell’ambito della mentalità moderna e dei suoi
metodi; così, per citare un esempio alquanto significativo, è del tutto vano a
questo fine lo studio dell’alchimia sulla base dei contenuti dei sogni degli
psicopatici: non serve ritrovare i riflessi dei simboli alchemici ripetuti
nelle modalità inferiori della psiche, ciò significherebbe anzi procedere nella
direzione opposta a quella dovuta, mentre occorrerebbe comprendere i principi
superiori da cui questi simboli derivano.
In questa breve
nota intendiamo semplicemente accennare a certi aspetti delle prospettive che
si aprono in virtù di questa impostazione, e del resto preferiamo qui
mantenerci volutamente in una certa indeterminatezza, proprio per non limitare
il campo delle applicazioni che se ne potranno trarre. Teniamo ad ogni modo a
notare subito che sarebbe quasi impossibile evitare di perdersi in labirinti
quasi incomprensibili ed anche pericolosi senza un filo d’Arianna che serva di
guida. E questo filo d’Arianna, nella fase che potremmo dire di chiarificazione
teorica, non può essere rappresentato che da una chiara dottrina “metafisica”,
non nel senso abituale che la riduce ad un
ramo della filosofia, ma nel senso suaccennato di enunciazione della
conoscenza del Principio. La ragione di questa opportunità di cominciare la
chiarificazione teorica dalla “metafisica”, da tenere particolarmente presente
a motivo della confusione attuale, è facile da capire se si considera che la
“metafisica”, pur venendo “dopo la fisica” nell’ordine della realizzazione,
viene però necessariamente prima della “fisica”, e prima di qualsiasi altra
cosa, nell’ordine logico, contenendo la ragion d’essere di tutti i “principi
ordinatori” relativi e, quindi, di tutte le scienze.
Naturalmente,
con questa osservazione le difficoltà non sono certo risolte, occorrendo allora
discernere anzitutto una esposizione metafisica che sia veramente tale, nel
senso indicato sopra, e che possa servire efficacemente di base: problema da
considerare attentamente ma non impossibile da risolvere, tanto più che anche
oggi non vi è ragione di credere che le conoscenze di cui parliamo siano
completamente scomparse dal nostro mondo. Per quel che riguarda poi la fase
ulteriore della ricerca, e cioè il passaggio dalla conoscenza teorica a quella
effettiva, la questione non può logicamente porsi che in un secondo tempo; ciò
non toglie che è in funzione di tale passaggio che tutta la ricerca deve essere
impostata, poiché soltanto attraverso di esso può operarsi poi la
“trasmutazione” ed il risveglio della conoscenza dei principi ordinatori
dell’essere umano, fino al Principio che, solo, ordina tutte le cose, ed in
cui la realtà di tutte le cose è riposta in una sintesi assolutamente totale.
E non è forse proprio a questa conoscenza che si riferisce Dante con le
parole[5]:
«Nel suo
profondo, vidi che s’interna
legato con
amore in un volume,
ciò che
per l’universo si squaderna;
Sustanze
ed accidenti e lor costume
tutti
conflati insieme per tal modo
che quel
ch’io dico è un semplice lume»?
Sappiamo bene
che si vorrà vedere in ciò una semplice immagine “poetica” o l’espressione di
una più o meno confusa esperienza “mistica”, ma ciò non fa che riportarci ai
comodi pregiudizi a cui abbiamo già fatto allusione, e del resto tutta la Divina
Commedia, al di là della forma filosofico-religiosa, è evidentemente
ricchissima di elementi di scienze completamente ignorate dai moderni, ancorché
espressi in una maniera che li renderebbe oggi ben difficilmente utilizzabili.
Ad ogni modo, lo ripetiamo, è proprio di conoscenza che si tratta; naturalmente,
alla luce di una conoscenza di tale natura, e indipendentemente dalla via
percorsa per pervenirvi, potrebbe essere illuminato anche quell’“al di là” dei
fenomeni corporei che la scienza moderna è del tutto impotente a raggiungere;
ci riferiamo, in particolare, alla possibilità di una conoscenza effettiva del
mondo psichico, nel quale, inteso nel senso più ampio, risiede appunto la
ragion d’essere immediata delle determinazioni del mondo corporeo; ma anche
l’ottenimento di questa conoscenza non dovrebbe corrispondere che ad una fase
transitoria (gli Indù chiamano appunto “intermedio” tutto il mondo psichico) in
vista della realizzazione di ciò che la metafisica tradizionale chiama “Sorgente
della Riunione” o “Identità Suprema”.
Fuori di ogni
illusione e da ogni scoraggiamento, è chiaro che la via della conoscenza,
restituendo a questo termine il suo significato profondo ed integrale, è sempre
quella che nel Medio Evo era chiamata “longissima via”: ma “anche la via più
lunga comincia con un passo”, e per questo pensiamo che possa essere utile
cominciare a riflettere su questi argomenti.
II
Una parodia
dell’iniziazione: l’antroposofia presentata da un orientalista
Prendere coscienza di certe caratteristiche e deficienze fondamentali
del mondo in cui viviamo può essere una condizione preliminare per la ricerca
di qualcosa che è completamente estraneo alla mentalità generale, benché
rivesta in realtà la massima importanza. Per questo nelle pagine che precedono
si possono trovare parecchi riferimenti critici nei riguardi dell’attuale
civiltà, particolarmente a proposito delle conseguenze della sua impotenza
intellettuale. È questa infatti una delle caratteristiche determinanti che
stanno all’origine del mondo occidentale moderno: essa può riassumersi dicendo
che la conoscenza effettiva del legame tra i principi immutabili ed il mondo
umano, la quale attraverso molteplici adattamenti aveva dato e mantenuto un
ordine normale a tutte le civiltà tradizionali, è stata perduta.
Peraltro, questa caratteristica puramente negativa non è certo sufficiente
a definire il presente stato del mondo occidentale moderno: quest’ultimo non è
soltanto il risultato della perdita del legame cosciente con la Verità, ché
allora sarebbe identico al caos della barbarie pura e semplice, alla caduta in
quello stato selvaggio ed anormale che si suole attribuire, del tutto
abusivamente, ai “primitivi”. In realtà (ed è su questo aspetto che intendiamo
ora soffermare la nostra attenzione) nella formazione del mondo occidentale
moderno hanno agito e agiscono delle forze direttrici che ne hanno allargato
enormemente la potenza, provocando la sua invasione in gran parte del globo e
sforzandosi di costruire, in sostituzione dell’ordine normale, un ordine apparente
e, si potrebbe dire, delle imitazioni dell’ordine vero. Non solo il mondo occidentale
moderno ha perduto i veri principi, ma inoltre questi sono stati sostituiti
dalle loro contraffazioni; e la forza di tali contraffazioni, in fondo, sta
tutta nelle verità che esse imitano, ma la loro debolezza intrinseca fa sì che
esse siano inevitabilmente destinate a svanire con il compimento stesso degli
inganni su vasta scala operati per loro mezzo.
Osservando il mondo che ci circonda, si può constatare, di fatto, che esso è sostenuto da innumerevoli
contraffazioni con le quali si cerca di dare un senso a una vita artificiale e
sradicata dai principi autentici: una morale meramente sentimentale, la
consuetudine o il conformismo puro e
semplice simulano l’ordine tradizionale; le idee sono sostituite da “ideali” che sono frutto di suggestioni mantenute
in mille modi diversi; la scienza è diventata un simulacro della
conoscenza vera; la glorificazione del lavoro e dell’azione è una
superstizione interessata da quando l’azione stessa è stata privata del suo
valore essenzialmente rituale, e i cosiddetti riti laici non sono nient’altro
che deplorevoli parodie.
Ma le cose diventano ancora più gravi quando la contraffazione imita
più direttamente ciò che vi è di più profondo nell’ordine tradizionale: gli
insegnamenti, i simboli, i riti esoterici. Si tratta per il momento di
correnti sovversive che apparentemente non hanno ancora un seguito molto
numeroso, almeno in Italia, ma sarebbe un errore sottovalutarne l’importanza.
Infatti, la pseudo-iniziazione di cui parliamo ha l’effetto di sviare alcuni di
coloro che, in modo più o meno confuso, aspirano ad un insegnamento esoterico
autentico; ovvero in altri casi, a motivo della sua grossolanità, getta
indirettamente il discredito su quest’ultimo. Inoltre, come è stato osservato,
la pseudo-iniziazione è simile ad un ingranaggio utilizzato per muoverne molti
altri, spesso attraverso legami generalmente del tutto insospettati. Dobbiamo limitarci
qui a questa allusione al riguardo e, prima di soffermarci in modo particolare
su un’opera recente di propaganda in favore di una pretesa via iniziatica,
dobbiamo almeno accennare brevemente a un’ultima osservazione di carattere
generale: se la pseudo-iniziazione, nelle sue molteplici forme, serve come
strumento per trasmettere tante suggestioni nell’ambiente, è perché essa si
trova naturalmente più vicina, se non addirittura in contatto diretto, con la
sorgente prima di quelle suggestioni; e ci riferiamo qui a quella forza
direttrice senza la quale la contraffazione di un ordine normale sarebbe stata
indubbiamente impossibile, e che, corrispondendo in senso inverso a ciò che è
l’iniziazione nelle civiltà tradizionali, è stata chiamata
“contro-iniziazione”.
***
L’Avvento dell’Uomo interiore, di Massimo
Scaligero[6], è un bell’esempio di opera pseudo-iniziatica, e pensiamo che
possa essere utile esaminarne alcuni aspetti, al fine di chiarire certi
errori ed inganni, ricordando con l’occasione dei punti importanti delle
dottrine tradizionali.
Come solitamente
succede in questa specie di costruzioni fondamentalmente antitradizionali, la
pretesa iniziatica è associata ad una preoccupazione “evoluzionistica” assai
accentuata. È curioso vedere come l’autore, pur riconoscendo e criticando il
distacco progressivo dell’umanità dalla spiritualità e dalla realtà
sopra-individuale, riesce a scorgere in tutto ciò un senso evolutivo, che si
può riassumere con la seguente formula: «La coscienza si strappa alla
trascendenza per darsi la dimensione individuale e per risuscitare – se così si
può dire – la trascendenza in se stessa»[7]. Ma che cosa sarà mai questa
cosiddetta trascendenza «al livello dell’individuazione», che cosa sarà questo
«Io» che «tanto più si avviva di universalità quanto più è individuale»[8], dotato di una «iniziativa
assoluta», capace di «volere qualcosa che non è prescritto da nulla, né in
cielo né in terra»[9]? Indubbiamente, si tratta di
cose che non stanno né in cielo né in terra, per la semplice ragione che sono
assurde, in realtà, di assoluto non vi è che Ciò che è veramente al di sopra
del cielo e della terra, cioè il Principio che è al di sopra della manifestazione
universale e ne contiene in Sé le possibilità. Questo Principio che, solo, è
assoluto, non può certo essere designato come una “iniziativa”, e nemmeno come
un “Io individuale” diventato maiuscolo per l’occasione.
E, se per
l’individuo non è possibile che una velleità o una parodia di assoluto, non gli è nemmeno possibile
acquisire, in guanto tale, quella pienezza di libertà a cui si è
chiamati dall’autore. È vano cercare una via d’uscita da ciò che appare anche
ad una logica elementare: un essere contingente, quale è appunto un individuo,
dipende per sua stessa natura da ciò che trascende i suoi limiti; e, come è
indicato concordemente dalle dottrine tradizionali, la Liberazione, nel suo
pieno senso, non può essere ottenuta in nessun caso dall’individuo e non può
consistere veramente che nella realizzazione di ciò che è al di là
dell’individualità, risalendo la gerarchia degli stati multipli dell’essere,
fino all’integrazione totale del Principio universale: ed è appunto questo ciò
che è mantenuto effettivamente possibile dalla tradizione.
Vi sono dunque
delle ragioni per affermare a priori che ciò che propone l’autore non è altro
che una pesudo-libertà; e certo non mancano le conferme di fatto a questo
riguardo.
La “tecnica”
suggerita dallo Scaligero per suscitare la libertà di cui parla comincia con l’attuazione
di un «pensiero libero dai sensi» che indubbiamente favorisce un distacco
artificiale dal mondo corporeo, e a questo proposito l’autore raccomanda di
evitare di appoggiarsi a qualsiasi elemento tradizionale. Rotto l’equilibrio
ordinario, ciò che si incontra presenta anzitutto un carattere di «forza
fluente» e molto suggestiva che si accorda assai male con le designazioni di
«spirituale» e di «metafisica»[10] usate talvolta con
disinvoltura, ma che corrisponde esattamente alle modalità psichiche
imprudentemente evocate dai “cercatori” che prenderanno sul serio i consigli
dell’autore. Espressioni come “essere
fluente”, “scorrere”, “forza”, sono tra quelle che si incontrano più
spesso nel testo: ad esempio, il «senso della vita» consiste «nell’accogliere lo spirito che fluisce dal mondo
dei sensi»[11]; bisogna arrivare alla
«percezione dello scorrere del “puro pensare” come forza»[12], il significato dell’opera da compiere è di «assumere una Forza»[13],
e d’altra parte questa «fluente forza», accolta come
«èmpito dell’atto libero», è niente meno che «l’impulso del Cristo»[14]. In virtù dell’accoglimento di
tale forza, «il pensiero si scioglie dall’antico incanto mentale e snoda moto
pensante da moto pensante»: «mentre sembra vanificarsi, rinasce e risboccia più
vivo, sempre nuovo, come il moto dell’Infinito»[15].
Apprendiamo così
che, secondo la fervida immaginazione dell’autore, anche l’Infinito si muove;
come del resto si vede che, per lui, la realtà dello Spirito consiste
interamente nell’azione, dal momento che «lo Spirito non sarebbe nulla se la
sua realtà non sorgesse dal suo autonomo agire»[16]!
Dopo queste
considerazioni generali sulla “metafisica” (o piuttosto antimetafisica)
dell’autore, ritorniamo ora al suo insegnamento pratico, volto alla
realizzazione di quella libertà di cui parla così sovente.
La rottura
dell’equilibrio corporeo ordinario, ottenuta con la tecnica del «pensiero
libero dai sensi» (con una rimozione della «limitazione della coscienza al
sistema cerebrale» che ricorda le “uscite in astrale” di cui i
“neospiritualisti” parlano spesso), provoca uno scatenamento delle facoltà
dell’uomo, le quali «mostreranno una tendenza alla espressione autonoma e
separata del proprio essere»[17]. Secondo l’autore, è
inevitabile che le tre facoltà (pensare, sentire, volere) «manifestino nel
loro iniziale svincolarsi, tendenze insospettate, talora irresistibili come
forze di natura dinnanzi alle quali si possa avere il senso di essere
impreparati»[18]. Ma niente paura: la «capacità
di contemplazione» dello «sperimentatore» saprà neutralizzare ogni pericolo,
purché, quando sarà in difficoltà, si faccia guidare dalla «Scienza dello Spirito»
verso la quale l’autore vuole «orientare il lettore», che stabilirà un
equilibrio nuovo, non più fondato sul corpo, ma sull’«essenza spirituale
dell’Io». Bisognerà mettersi in condizione di aprirsi a una «forza pensiero»,
«nel punto magico in cui sono presenti tutte le possibilità di una fantasia
superiore il cui tessuto è forza formatrice»[19].
Si vede qui che la spiritualità vera non c’entra per nulla. Vi sarà
almeno qualche soddisfazione per gli aspiranti maghi? C’è da temere di no, a
giudicare dall’attitudine del tutto passiva suggerita a più riprese
dall’autore, proprio nei momenti decisivi della «sperimentazione». Ricordiamo
questo passo significativo: «… la Forza non scende in quanto ad essa ci si
rivolge direttamente (che sarebbe un errore metafisico e una impossibilità
nelle condizioni attuali dell’uomo) ma perché si opera indirettamente, rivolti
ad altro oggetto, in modo che simultaneamente si crei un’apertura ad essa:
proprio in quanto a questa apertura non si guardi, … ma con un atto
indiretto la si propizi»[20].
Si tratta dunque non di utilizzare una forza che si possiede, il che
potrebbe avere qualche giustificazione relativa, ma di aprirsi ad una forza che
non si deve e non si può discernere, dalla quale si sarà dunque “posseduti”
senza via d’uscita. Lo stesso concetto si può ritrovare altrove, ad esempio
dove lo Scaligero parla dell’«iniziato» che «si apre liberamente» alle idee, in
modo che agiscano in lui «come ispirazioni, forze formatrici, … volgendosi
per forza propria (sic) al mondo psichico e cercando la via
dell’azione»[21].
Quale sarà mai
la natura di queste «forze formatrici» che agiscono «per forza propria»,
lasciando così all’«iniziato» la sola libertà di un «abbandono incondizionato»
e di un’offerta al «Gran Gioco» che deve essere realizzato[22]? Riconosciamo volentieri allo
Scaligero il merito di aver dato delle indicazioni abbastanza precise su questo
punto, mostrando che tutto ciò che precede non è soltanto il frutto delle sue
elucubrazioni personali, ma si riferisce a qualcosa di assai più concreto.
Egli parla di un
ordine di «gerarchie»[23] dalle quali si giunge a dipendere,
e di un «contenuto preparato dai Maestri della Conoscenza» a cui «si dà vita
nell’anima, così che, chiamate ad alimentarlo, dall’essere istintivo
inavvertitamente si svincolano forze profonde»[24]. Si tratta dunque di forze
suscitate a bella posta da qualcuno che è in grado di manipolarle. E l’autore,
non esita a citare il nome di uno di tali “Maestri”, o, per meglio dire,
«Colui che noi chiamiamo Maestro dei nuovi tempi», per antonomasia, il quale
non è altro che l’austriaco Rudolf Steiner[25]. Quest’ultimo, come è noto, è
colui che diresse per un certo tempo la sezione tedesca della “Società
Teosofica”, per poi staccarsene e costituire in seguito l’“Antroposofia”,
un’altra pseudo-religione che ha ancora un numero considerevole di aderenti,
con preponderanza femminile, nei paesi di lingua tedesca ed anche in Italia,
organizzata con pubblicazioni e centri culturali propri, e persino con una
“Università” presso Basilea.
Tutti gli
argomenti di cui abbiamo parlato in precedenza sono dunque utilizzati da
Massimo Scaligero in vista di un orientamento verso questa corrente, ed egli
proclama così la sua solidarietà entusiastica con gli insegnamenti dello
Steiner; a dire il vero, ciò è abbastanza sorprendente, se si considera che,
nonostante tutto, il nostro autore appare più esperto e più sottile, nella
manipolazione degli elementi tradizionali, che non lo stesso Rudolf Steiner
(quarant’anni di progresso non sono trascorsi invano!); in effetti, la
fantasmagorica «Scienza dello Spirito», enunciata da quest’ultimo, con una
mentalità sistematica e uno stile perentorio tutto tedesco, mescolando con
disarmante disinvoltura affermazioni giudiziose con altre straordinariamente
peregrine, non può che allontanare anche le persone di semplice buon senso che
fossero meglio disposte ad accettarla, sempre che non intervengano davvero le
suggestioni dei cosiddetti «Maestri»! Tanto per fare un esempio, seguendo lo
Scaligero dovremmo credere che, come rivelò Rudolf Steiner, vi furono nello
stesso tempo due Bambini Gesù, nei quali si «reincarnarono» (!) rispettivamente
Adamo e Zoroastro, in preparazione di altre trasformazioni assai complesse,
mentre gli angeli che apparvero allora non erano che una trasfigurazione
speciale manifestata dal Budda per l’occasione[26], e così di seguito.
Di fronte a esempi di questo genere, si potrebbe pensare che lo Steiner
fosse piuttosto un suggestionato che un “Maestro”, nel senso indicato dallo
Scaligero nel brano citato poc’anzi, ma in fondo le due cose non sono affatto
incompatibili; egli fu, in realtà, il “supporto” appropriato per la suggestione
di tutto un ambiente. Quanto allo stesso Scaligero, bisogna riconoscere che il
suo caso lascia piuttosto perplessi. In particolare, trattandosi di un noto
orientalista[27], come può egli ignorare il
vero significato di certi termini orientali di uso corrente in modo così
completo da accettare senza riserve interpretazioni fantastiche come quelle
“lanciate” dalla “Società Teosofica” ed anche dallo Steiner, presentandole nel
suo linguaggio filosofico raffinato? Come può affermare che il karma è
il «fondamento extraterrestre della figura storica»,
l’«insieme delle componenti metafisiche»[28],
mentre un elementare lessico sanscrito basterebbe a
rivelare che questo termine, derivato dalla radice “kr” (la medesima del
latino “creare”), significa “azione”, o, più particolarmente, “azione
rituale”? Come può usare seriamente la bizzarra designazione «Cronaca
dell’Akasha», riferendosi alla fonte a cui attinge la «Scienza dello Spirito»?
È vero che tale «Scienza» si riduce troppo spesso a una cronaca di fantasie,
ma queste ultime non hanno proprio niente a
che vedere con 1’Âkâsha della dottrina indù, che designa, come è
noto, il “quinto elemento” del mondo corporeo, corrispondente alla
“quintessenza” delle scienze tradizionali occidentali.
Ma l’erudizione dell’autore è utilizzata anch’essa, quando se ne
presenta l’occasione, al fine di dare una idea delle dottrine orientali, e
tradizionali in generale, snaturandole in modo che risultano completamente
neutralizzate, in una prospettiva che conduce sempre nella direzione che
abbiamo spiegato.
Lo Yoga è assimilato alla magia a pag. 81, ed alle attitudini
mistiche a pag. 151. Ora, sta di fatto che queste ultime, dato il loro
carattere di passività, sono incompatibili con la magia, la quale, prima di
essere il residuo di una degenerazione più o meno completa, era in fondo una
scienza tradizionale, sia pure applicata a un campo poco elevato come quello
psichico e senza comunque raggiungere il dominio spirituale e
sopra-individuale. Ed è appunto a tale dominio che si riferisce essenzialmente
lo Yoga autentico, che trascende quindi infinitamente gli orizzonti sia
della magia che del misticismo, cosicché le assimilazioni contraddittorie del
nostro autore sono doppiamente false.
In un’altra
occasione, lo Yoga è di nuovo preso in considerazione, unitamente allo Zen,
alla mistica cristiana e al Sufismo. Secondo lo Scaligero, parrebbe che le
«esigenze radicali» di tutte queste vie siano «la concentrazione e la
meditazione, l’apertura e la sottomissione, la pazienza e l’abnegazione» intese
«come fine a se stesse» (!), mentre nella via da lui preconizzata le stesse
esigenze sarebbero comprese in vista di «un assunto ulteriore»: la scoperta che
«l’uomo è libero: non esistono finalità universali che lo condizionino, non si
danno scopi divini che lo astringano: nulla lo obbliga se non ciò a cui egli
stesso si lega … Ma occorre, anzi urge, che egli lo sappia»[29].
Ricordando che cosa, secondo l’autore, dovrebbe sostituirsi alle «finalità
universali» e agli «scopi divini», questo appello urgente alla libertà diventa
singolarmente ironico. E la stessa straordinaria teoria della libertà serve
allo Scaligero come criterio di giudizio, allargando l’orizzonte a tutto il
ciclo della presente umanità, pur prendendo apparentemente per base le
dottrine cosmologiche tradizionali, più o meno brillantemente alterate; in tal
modo queste ultime sembrerebbero persino rientrare nel quadro del sistema
elaborato da lui e dai suoi ispiratori.
In particolare,
egli parla della dottrina dei quattro yuga di cui è composto il ciclo completo del Manvantara,
corrispondente a un allontanamento progressivo dai principi; egli si
riferisce, abbastanza correttamente, a un «tipo umano originario a cui la
comunione con il Divino era immediata e per il quale il mondo psichico era
unicamente funzione mediatrice dello spirituale puro presso il dominio fisico,
che diveniva così partecipe del principio più alto, tuttavia al suo livello ed
entro i limiti che gli erano propri»: «l’anima era ricettiva alle ispirazioni
d’ordine metafisico e accoglieva, in adesione ad esse … un sistema di
certa conoscenza che finiva col tradursi in struttura sociale»[30].
Peraltro, lo
«stato di coscienza» corrispondente è qualificato altrove come «magico» e
«solare»[31]; e, per quel che riguarda la
realizzazione spirituale normale nello stato umano originario, si incontra lo
stesso errore di interpretazione che abbiamo già indicato a proposito dello Yoga,
consistente in un abbassamento di livello e in una duplice assimilazione
contraddittoria, alla magia e alla passività mistica. Infatti, a quanto
immagina il nostro autore, l’uomo primordiale, pur possedendo una coscienza
«magica», si limitava a lasciare «agire il principio più alto … che è dire
la Grazia», senza essere libero[32]: si trattava di una condizione
superiore di cui l’uomo non era padrone, tant’è vero che, altrimenti, «non
sarebbe potuto decadere da essa»[33]. Era, sempre secondo
l’autore, il «Regno del Padre» senza libertà, e la realizzazione spirituale in
tali condizioni non poteva essere altro che la «salvezza», la quale preservava
dalle conseguenze dell’ignoranza senza risolverla.
È il caso di
soffermarsi su delle elucubrazioni del genere? Constatiamo qui nuovamente che
lo Scaligero, con mentalità del tutto “profana”, dimostra di non avere la
minima idea della totalità dell’essere di cui lo stato individuale umano non
rappresenta che un insieme di modalità. Se l’essere che è identificato
effettivamente al principio più elevato (il quale solo è a se stesso la propria
ragion d’essere) in quanto manifestazione individuale umana pare «lasciarlo
agire», è appunto perché è libero della sola libertà vera, dalla quale non può
affatto «decadere», poiché la sua identità è realmente inalterabile di fronte a
qualsiasi vicissitudine. Si può parlare di una decadenza dell’umanità a partire
dall’“età dell’oro” (il satya yuga della dottrina indù); ma confondere
ciò con una perdita della realizzazione spirituale per gli esseri che si
manifestarono nell’“età dell’oro” non è che un sofisma puro e semplice. Quanto
poi ad una condizione in cui soltanto la “salvezza” sia possibile (e non la
“Liberazione”, né un grado qualsiasi della realizzazione iniziatica), si
tratta in realtà di uno stato di decadenza caratteristico di epoche recenti,
che implica l’esistenza di forme tradizionali in cui rimanga accessibile
esclusivamente un exoterismo, più o meno sminuito, come di fatto avviene
nell’Occidente attuale, per quel che riguarda il Cristianesimo. Ma che cos’ha in
comune questa condizione con lo stato umano originario ed il senso integrale
(che è sempre lo stesso) della realizzazione iniziatica autentica a cui Massimo
Scaligero si sforza di contrapporre le sue teorie?
D’altra parte,
per dar più forza a queste ultime, l’autore vorrebbe farle apparire come
giustificate in base alle stesse dottrine tradizionali, ed egli si serve a
questo proposito di un’affermazione non corrispondente al vero, ma soprattutto
assurda: «Sino a ieri la storia dell’uomo si è svolta per virtù di influenze
trascendenti, ricevendo da esse una direzione predeterminata ed acquistando
valore a seconda d’una conformità o meno alla loro legge. Ora tale direzione e
la sua funzione si sono esaurite, come del
resto fu previsto dalla Sapienza tradizionale»[34]. Ci si può domandare che cosa
sia questa «Sapienza» che stabilisce, a un determinato momento della storia,
l’interruzione del funzionamento dei principi metafisici, senza dubbio per
lasciare il posto all’«iniziativa assoluta» dell’autore, o, per meglio dire,
della «sola fraternità occulta» che «conosceva l’autentico retroscena della
storia dell’uomo»[35]; e rieccoci alla
straordinaria «Cronaca dell’Akasha» …
Per di più, sempre secondo il nostro autore, dato che la direzione
delle influenze trascendenti non funziona più, tutte le vie tradizionali senza
eccezione sono già morte, e ridotte quindi a semplici superstizioni dal cui
fascino occorre sbarazzarsi. Quasi fosse preso dal nobile scrupolo di
denunciare l’errore, egli mette in guardia contro la «falsa iniziazione e
contro le discipline spirituali tradizionali»[36]; egli esprime più volte il suo
rincrescimento per la «diligenza degna di migliore oggetto»[37] e per l’attaccamento tenace di
certi gruppi ad insegnamenti tradizionali che soltanto più «una mediazione di
natura psichica» ricollegherebbe al contenuto metafisico, affermando che «non
esiste più alcuna organizzazione tradizionale che possa dirsi tale in senso
autentico»[38]. Ne consegue che le
«operazioni mistiche o rituali» sono «chiuse irrimediabilmente nell’ambito
della “soggettività”»[39], ed anzi esse conducono al
sub-conscio e alimentano l’animalità[40]!
Su questa base, gli avvertimenti dello Scaligero contro il ricollegamento
a qualsiasi via tradizionale si ripetono pressanti: occorre evitare i metodi
tradizionali, occorre evitare di servirsi di mantra[41]; «non si sarà mai abbastanza
insistito» contro i metodi tradizionali[42]; vi è il pericolo che i più
qualificati seguano una «via dei padri» (in questo caso si intende: una via
tradizionale in generale), e ciò, dice l’autore, «può spiegare la nostra
insistenza»[43]. In questi caldi appelli, non
è risparmiata nemmeno la Trinità cristiana, interpretata ancora una volta in
modo abusivo: la «via del Padre», cioè la via conforme alla Legge, è diventata
– dato che l’influenza del Padre stesso non agisce più (!) – «luciferica», e
bisogna opporre ad essa la «via del Figlio», che è quella della «libertà
antroposofica»[44]!
Il nostro autore prende di mira con un accanimento tutto speciale
l’opera di René Guénon, benché eviti costantemente di menzionarne il nome. È
ben comprensibile che un’esposizione delle dottrine tradizionali così chiara
ed appropriata al momento attuale sia particolarmente incomoda per l’autore e
per l’azione dei suoi ispiratori, benché d’altronde egli se ne serva
continuamente (è facile accorgersene) per utilizzarne gli elementi a suo modo,
cioè in senso inverso[45]. È senza dubbio a René Guénon
che si riferisce la definizione «il più convinto fautore della tradizione»[46], contro il quale lo Scaligero
si sforza di mettere insieme degli argomenti demolitori. Ed ancora soprattutto
a René Guénon egli certamente allude parlando di un «semplice pensatore» le
cui «persuasive esposizioni esoteriche» rappresenterebbero una tentazione dalla
quale bisogna guardarsi: «mantenere l’indipendenza» di fronte ad esse sarebbe
una «prova» che, una volta superata, permetterebbe di prendere contatto con
l’opera di un «Maestro dell’Iniziazione» autentico
(Rudolf Steiner, o lo stesso Scaligero?!)[47]. Anche qui, dove non sono certo in gioco soltanto delle questioni di
individualità (ed il nostro autore ci interessa esclusivamente come sintomo e
come punto di riferimento), sarebbe difficile immaginare un rovesciamento più
completo.
***
Ecco dunque, in fondo, a che cosa si riduce la complicata serie di
elucubrazioni che abbiamo esaminato: un’opera di rovesciamento dell’ordine
normale delle cose. Una concezione della libertà che pretende fare
dell’iniziativa individuale qualcosa di assoluto, e assoggetta invece a
suggestioni pazzesche; una prospettiva della tradizione e degli stessi principi
trascendenti che pare inglobarli, ma che in realtà li altera in modo da
subordinarli a quelle suggestioni; una presentazione dell’esoterismo autentico
che vorrebbe farne addirittura l’avversario della spiritualità; una pretesa
iniziatica appoggiata a qualche elemento tratto dalla tradizione, o per meglio
dire alla sua imitazione, che non potrà mai essere altro che una parodia
dell’iniziazione autentica.
Crediamo di aver dato così delle indicazioni su certe idee direttrici
che servono di veicolo alle correnti che tendono a edificare nel proprio seno
qualche cosa che possa venir contrapposto alla tradizione, e persino
sostituirla. Il momento è favorevole, ci avverte l’autore, la tradizione ha
perduto la sua forza, «l’ultima eco di una “direzione” antica si è spenta ora»[48]. Ma, in realtà, l’idea che la
forza della tradizione possa spegnersi è semplicemente assurda, poiché la sua
sorgente è inesauribile, essendo identica alla Verità stessa, e l’opposizione
contro di essa non è che illusoria. Anche le lotte insidiose od aperte
dell’antitradizione, anche le parodie pseudo-iniziatiche e contro-iniziatiche,
non possono che rientrare tutte nei disegni ordinati dalle influenze
spirituali, e ciò per il fatto stesso che fanno parte del compimento della
Possibilità universale, nel cui equilibrio totale si risolvono infine tutti gli
squilibri parziali. Se dunque siamo condotti a ricordare e ad esporre queste
cose, non è certo per un vano desiderio di preponderanza polemica o di altro
genere. È un lavoro da compiere, e che da parte nostra non possiamo che
svolgere secondo le nostre possibilità, i cui effetti dovrebbero prodursi in un
senso opposto a quello degli errori dei quali abbiamo parlato; tuttavia, anche
se tali effetti non si manifestassero esteriormente, anche se le risposte all’errore
diventassero praticamente impossibili, la lotta contro la Verità, in qualunque
modo misconosciuta, sarà sempre infinitamente impari. Le falsificazioni più
complete finiranno sempre con il distruggersi da sole, a causa della loro
stessa natura effimera, lasciando per ciò stesso il posto alla Verità, che del
resto non può essere momentaneamente oscurata che nell’ordine delle apparenze e
che, sempre identica a se stessa, permane, nella sua totalità, illimitata.
III
Il primo lavoro da
compiere
In un nostro
precedente articolo[49] abbiamo parlato della comprensione
teorica come di un presupposto indispensabile per la realizzazione effettiva
dell’essere che parte dallo stato umano, realizzazione che, intesa nella sua
pienezza, comporta l’integrazione totale delle sue possibilità, fino al
Principio di cui ogni cosa non è che una manifestazione limitata e che si
trova nascosto in tutti gli esseri.
Questa presenza
latente, che è sempre possibile ritrovare, a determinate condizioni, poiché si
tratta appunto di una presenza interiore, è affermata concordemente da tutte le
dottrine tradizionali: è, nella tradizione indù, Brahma che risiede
simbolicamente nel più piccolo ventricolo del cuore (hridaya), identico
al “Sé” (Âtmâ) che ugualmente sta nel cuore, «più piccolo di un chicco
di miglio, più piccolo del germe racchiuso nel chicco di miglio», ma anche, in
realtà, «più grande della terra, più grande dell’atmosfera, più grande del
cielo, più grande di tutti questi mondi insieme»[50], dal momento che ne è il
Principio e ne contiene tulle le possibilità. È, nella dottrina
estremo-orientale, il Tao che risiede nell’«Invariabile Mezzo» (Ciung-yung),
il Centro originario di ogni essere, detto anche, considerato sotto diversi
aspetti simbolici, il «Centro del vuoto», lo «Spazio dell’antico cielo», il
«Cuore celeste», il «Castello giallo»[51]. E questo stesso Centro è,
nella tradizione degli Indiani d’America, il «piccolo spazio» in cui abita il
«Grande Spirito» (Wakan-Tanka), chiamato «Occhio del Cuore» (Chante
Ishta) dai Sioux, secondo una terminologia identica a quella che si ritrova
nell’esoterismo islamico (Aynul-Qalb in arabo)[52]. È il «Santo dei Santi» o
«Palazzo interiore» della Qabbalah ebraica, dove risiede il punto
primordiale da cui si origina tutta la manifestazione nell’espansione delle sei
direzioni dello spazio, corrispondenti ai «sei giorni» della creazione, ed a
cui si ritorna nel compimento del «settimo giorno», il Sabbath che
rappresenta la reintegrazione nel Principio[53]. È il «Regnum Dei intra vos»
ed il «granello di senape» della parabola evangelica[54]. Ed a questa medesima presenza
interiore totale, benché solo virtualmente per l’essere che non l’ha ancora
realizzata, si riferiscono infine i detti dell’esoterismo islamico «Chi conosce
se stesso (nafsahu: si potrebbe anche dire “il proprio sé”, Âtmâ
secondo la terminologia indù) conosce il proprio Signore (Rabbahu)» e «Il
Cielo e la Terra non mi contengono, ma mi contiene il Cuore del mio fedele
servitore»[55].
Abbiamo voluto riportare tutte queste citazioni (e se ne potrebbero
trovare molte altre analoghe) per mettere in evidenza l’unanimità della
Tradizione nelle diverse forme che ha rivestito lungo lo sviluppo ciclico
della presente umanità, in due affermazioni essenziali[56], che del resto sono
strettamente connesse l’una all’altra: l’affermazione della presenza interiore
dello stesso Principio universale della manifestazione e l’affermazione della
possibilità di realizzarne la conoscenza effettiva, cioè di identificarsi ad
esso, per l’essere che, come punto di partenza, si trova identificato ad una
manifestazione individuale umana.
Sappiamo bene che queste affermazioni sono diventate addirittura
inconcepibili per la grande maggioranza degli Occidentali moderni, e non
potrebbe essere altrimenti dato l’orizzonte conoscitivo sempre più chiuso
imposto agli uomini che vivono nell’attuale civiltà antitradizionale. Proprio
questo rende più indispensabile un accurato lavoro di preparazione teorica, ad
evitare malintesi ed equivoci che potrebbero avere le più funeste conseguenze
quando si volesse passare ad una fase “operativa”, anche per il pullulare di
contraffazioni che servono troppo bene allo scopo di distogliere da ciò che è
veramente essenziale.
Questo lavoro da
compiere consiste dunque anzitutto in una chiarificazione intellettuale basata
sull’enunciazione dei principi universali e delle loro opportune applicazioni:
enunciazione che non può essere altro che simbolica anche quando rivesta una
forma discorsiva. E questa chiarificazione è volta naturalmente
all’acquisizione di una certezza che permetterà di discernere la vera dalla
falsa dottrina, l’autorità autentica da quella in tutto o in parte priva di
fondamento, e renderà possibile una consapevole determinazione dei mezzi da
mettere in opera per percorrere la via della realizzazione effettiva.
Si comprende quindi che, quando ci riferiamo a
qualche cosa di “teorico” e di “intellettuale”, questi
termini hanno una portata ben più vasta e profonda di quella che abitualmente
hanno assunto. La “teoria”, che
etimologicamente è sinonimo di “contemplazione”, non riguarda qui una
mera costruzione mentale, necessariamente sistematica ed esclusiva nella sua
pretesa di imporre i propri limiti alla realtà, e tale da non rappresentare in
fondo nient’altro che un insieme più o meno coerente di “opinioni”. Dice un detto
orientale che «l’opinione non serve a nulla nei confronti della Verità»; e la
stessa dottrina tradizionale non vale se non in quanto, procedendo più o meno
direttamente dalla Verità, con essa stabilisce un legame per chi ne sa cogliere
lo spirito, analogamente a quanto avviene quando si pone in atto un rito. In
ambedue i casi, è il valore simbolico a creare un legame con la realtà
universale: e la presenza del simbolo dottrinale nella mente dell’uomo può appunto
essere il presupposto per un’efficace assunzione dei “simboli agiti” in cui
consiste tutta la vita rituale, cioè tutta la vita tradizionale.
In pratica, se è
necessario insistere attualmente su una preparazione teorica approfondita, ciò
è dovuto anche al particolare stato delle facoltà mentali dell’Occidentale
moderno: queste facoltà si sono infatti sviluppate enormemente, ma in modo
autonomo e quindi inconsapevole, rispetto a ciò da cui normalmente dovrebbero
dipendere, cioè rispetto a quell’intuizione intellettuale soprarazionale della
quale non si suppone neppure più l’esistenza. È così che il mondo mentale, anziché
servire di base per stabilire un legame con la Verità universale, è diventato
generalmente una barriera quasi insormontabile che impedisce l’accesso al
dominio dell’intellettualità vera.
La
chiarificazione intellettuale di cui parliamo è dunque, sotto questo aspetto,
proprio il contrario di quel compiaciuto “coltivare” indefinitamente
complicazioni mentali e modi artificiali di sensibilità che spesso è ritenuto
prerogativa degli “intellettuali”. La verità è che coloro che potrebbero
avere, in altre condizioni, delle autentiche aspirazioni intellettuali sono
impossibilitati a svilupparle e a soddisfarle proprio con il rimanere anch’essi
vittime di questa “cultura”, idolo dalle mille forme e senza testa, ma
sostenuto dall’organizzazione sempre più formidabile ed ingannevole
dell’“istruzione” profana, tanto che, in mancanza di termini di paragone, è
assai difficile che si giunga semplicemente a constatare questo stato di cose.
Si può dunque
dire che, a questo riguardo, l’ignoranza pura e semplice sia un punto di
partenza migliore dell’ipertrofia mentale propria della cultura moderna. Ma in pratica, almeno in Occidente, il vantaggio
dell’ignorante rimane inefficace: le circostanze esteriori della sua vita sono solitamente le più sfavorevoli a ricevere un insegnamento diverso da quello generalmente impartito, e la mentalità
dominante nell’ambiente in cui vive
gli impone spesso un senso di inferiorità che lo porta a subire ciecamente
i pregiudizi correnti, nel qual caso questi ultimi vengono anzi ad assumere una
forma particolarmente massiccia e grossolana.
Sotto
quest’ultimo aspetto, l’assimilazione di tutti i gradi dell’insegnamento
“profano” può dunque anche diventare utile, se non altro per rendersi conto nel
modo più diretto possibile del vuoto conoscitivo che ne rappresenta in certo
modo il vertice; e, a costo di ripeterci, dobbiamo precisare che parlando qui
di vuoto conoscitivo abbiamo naturalmente in mente l’assenza della sola
conoscenza che valga, in senso assoluto, la conoscenza dapprima teorica dei
principi universali che sola, con le applicazioni appropriate che ne derivano,
può permettere di uscire dal vicolo cieco in cui l’uomo moderno si è
imprigionato e da cui, in certi casi, potrebbe ancora avere la possibilità di
uscire.
Tenendo presente
questa situazione, conforme anch’essa a ciò che deve essere nel quadro delle
possibilità proprie della nostra epoca, ma ben allarmante e forse tragica per
coloro che vi sono coinvolti, appare più evidente la grandiosa sciocchezza di
quelli che imperterriti si accaniscono ad ammassare ed elaborare
indefinitamente nozioni di dettaglio, conoscenze relative e caduche del tutto
inutilizzabili in funzione della Verità; ed altrettanto insensata appare la
pertinacia di coloro che si dedicano ad elaborare i frutti della loro
immaginazione da un mal definibile punto di vista estetico, mentre quelli che
si volgono a soddisfare “realisticamente” le loro esigenze individuali,
singole o collettive, si identificano con ciò stesso al piano dell’azione
senza speranza di superarlo, e sono quindi trascinati ciecamente da bisogni e
da suggestioni fino all’esaurirsi della loro vita animale.
Ma l’aspirazione
alla conoscenza è talmente scomparsa anch’essa che il “vuoto conoscitivo” di
cui abbiamo parlato, anziché indurre a riflettere e a cercare altre vie di
ricerca, diventa spesso un titolo di gloria con il nome di “agnosticismo”, e si
pretende che mai nessuno abbia potuto ottenere quella conoscenza della verità
che ci si è accorti di non possedere più.
Il lavoro
preliminare di chiarificazione intellettuale diventa più arduo quando chi
dovrebbe compierlo è stato abituato a pregiudizi del genere, imposti spesso con
una suggestione tanto più forte quanto più infondata, ma destinata ad una
necessaria autodifesa della “cultura” e della stessa civiltà moderna in
generale: infatti, che valore si potrebbe attribuire a questa cultura e a
questa civiltà se si comprendesse che ambedue si sono sviluppale a scapito o in
sostituzione di qualche cosa che, rigorosamente parlando, vale infinitamente di
più?
Peraltro, questo
“agnosticismo” diventa in certi casi veramente paradossale e sarebbe
insostenibile se molti nostri contemporanei non avessero imparato a
dimenticare, quando è necessario, anche la più elementare coerenza, assumendo
con apparente naturalezza le posizioni più contraddittorie. Ci riferiamo in
particolare a quello che solitamente avviene quando i nostri uomini di cultura
vengono a contatto con le dottrine e i dati tradizionali che sarebbero meno
suscettibili di equivoci, ed è il caso della maggior parte degli orientalisti.
La loro refrattarietà a trarre profitto da quelle dottrine e da quei dati
tradizionali è davvero sorprendente. Il fatto è che un testo, sia pure il più
altamente intellettuale nel suo significato, non è che lettera morta quando
venga separato dallo spirito vivente della tradizione di cui è un’espressione,
e limitarsi ad analizzarlo è come sezionare un cadavere: non se ne troverà mai
l’anima, e magari se ne dedurrà che non esiste. Del resto, nelle civiltà
tradizionali, i testi scritti non hanno mai rappresentato altro che degli
adiuvanti secondari e, di per sé soli, assolutamente insufficienti,
specialmente per quel che riguarda l’aspetto esoterico degli insegnamenti;
sarebbe dunque ben strano se questi testi, essendo insufficienti per coloro
stessi che appartengono alle rispettive civiltà tradizionali ed a cui sono
destinati, fossero sufficienti invece per dei ricercatori carichi della pesante
barriera dei pregiudizi occidentali moderni!
Per quel che
riguarda gli orientalisti, in pratica, quando non ci si accontenti di una
semplice ottusa erudizione, il più delle volte succede che i testi
tradizionali, dopo essere stati ridotti a residui morti, se possibile
attraverso rigorosi metodi “scientifici”, sono poi vivificati artificialmente
dalla mentalità stessa di chi se ne occupa. È un po’ quello che accade degli
“oggetti d’arte” orientali, bovinamente ammirati in Occidente come “tanto
decorativi” ed esposti nei musei – questi monumenti di raffinata stoltezza –
magari dopo essere stati saccheggiati nei luoghi dove adempivano alla loro
funzione spirituale normale.
Ed è forse in
questi tentativi di rivivificazione che si trovano le contraddizioni più
manifeste della cultura occidentale. Ad esempio, nelle esposizioni dottrinali
dell’Oriente tradizionale in forma più chiaramente discorsiva, scambiate per
“filosofie”, gli orientalisti sono soliti vedere una “evoluzione” (nel solito
senso “progressista”) rispetto a testi anteriori che presentano un simbolismo
più immediato ma meno comprensibile nel suo senso profondo[57], ed ammirano il geniale sforzo
di “ricerca” e l’“originalità” dei presunti “filosofi”[58] i quali invece non hanno fatto
altro che adattare consapevolmente sul piano razionale ciò che era e rimane
essenzialmente soprarazionale, e che, beninteso, sfugge completamente agli
interpreti di cui parliamo. Ma il bello è che gli stessi autori orientali
affermano che questi adattamenti valgono esclusivamente come strumento in
funzione della presa di coscienza della fonte tradizionale di cui non sono che
una espressione in una maniera in certo modo più limitata, il che è
semplicemente normale e potrebbe riferirsi in fondo a qualsiasi applicazione
legittima a delle mutate condizioni dell’ambiente.
Come starebbero
dunque le cose se si prendessero sul serio queste interpretazioni più o meno
sottintese degli orientalisti? Gli espositori orientali delle dottrine
tradizionali sarebbero ammirevoli per la loro geniale inventività, di cui
tuttavia non si sarebbero minimamente accorti, avendo essi creduto di spiegare
semplicemente la Verità tradizionale una ed immutabile, che d’altra parte non
esiste in virtù del “principio” dell’agnosticismo. È facile immaginarsi quale
idea potrebbero avere i rappresentanti del pensiero tradizionale di simili
“ammiratori”, dal momento che le dottrine di cui si tratta implicano
inequivocabilmente che le idee direttrici con cui vengono studiate da questi
ultimi sono false, aberranti e negatrici dell’essenziale.
È forse anche
per questo che agli orientalisti di cui parliamo non viene mai in mente di
ricevere gli insegnamenti e le opportune interpretazioni dalle autorità
viventi delle civiltà orientali. Ed è singolarmente ironico che certi
insegnamenti in cui si dice che, per comprenderli, è necessario un Maestro
vivente nel senso del Guru indù e che la cultura profana non serve a
nulla, vengano intrepidamente spiegati senza neppur pensare di ricercare un
Maestro ed appoggiandosi alla sola cultura profana. Eppure, se l’“agnosticismo”
va rispettato, se gli Occidentali moderni (certi Greci avevano aperta la
strada) hanno scoperto che non c’è conoscenza della Verità e che quindi tutti
i modi di conoscenza tradizionali non sono mai esistiti come tali, allora
perché studiarli? Effettivamente, vi sono parecchi orientalisti che
preferiscono non occuparsi troppo di ciò che potrebbe smascherare la
contraddittorietà delle loro posizioni. Ricordiamo a questo proposito una
frase significativa: un allievo che avrebbe voluto occuparsi di una forma di
esoterismo orientale venne seriamente ammonito con queste parole: «Lei
rischierebbe di perdere l’agnosticismo»!
Dopo tutto quello che abbiamo detto sull’argomento si comprenderà
perché, a nostro giudizio, ai fini del lavoro iniziale da compiere per un
adeguata chiarificazione teorica non ci si deve basare sulla cultura
“ufficiale”, neppure quando questa si riferisce a dati autenticamente
intellettuali e tradizionali nella loro origine. In realtà, anche qui l’unica
base sicura è quella della conoscenza; e se, prima di possederla, un
riferimento diretto ad essa è impossibile, occorre in qualche modo appoggiarsi
ad essa indirettamente, attraverso chi la possiede già, ad un’autorità vivente.
È appena il caso di dire che, volendo parlare qui di conoscenza volta
alla realizzazione effettiva ed universale e per così dire allo stato puro,
un’autorità religiosa non corrisponderebbe a ciò che intendiamo, senza che
peraltro questo pregiudichi in qualsiasi modo la sua validità nel campo che le
è proprio.
Sarebbe dunque forse necessario recarsi in Oriente a cercare, come il
primo dei “Rosacroce” dopo la fine del Medio Evo[59], gli insegnamenti che in
Occidente non si possono più trovare? Questa eventualità non è certo priva di
difficoltà e di rischi: difficoltà esteriori per lasciare l’Occidente, e
soprattutto per trovare coloro a cui ci si può utilmente rivolgere, tanto più
che si tratterebbe probabilmente di autorità non rivestite di funzioni
esteriori facilmente riconoscibili; e proprio ora, in Oriente, l’invadenza
dell’“occidentalizzazione”, anche per mezzo del potente strumento della cultura
profana[60], rende ancor meno accessibile
ciò di cui si tratta. E ci sarebbe il rischio di errori gravi e definitivi per
mancanza di discernimento in un ambiente, almeno all’inizio, sconosciuto.
Con questo non vogliamo escludere completamente la possibilità di un contatto utile, diretto ed immediato, con gli
Orientali. René Guénon, che parlava
per esperienza diretta, scriveva in Orient et Occident: «Senza
dubbio, tra gli Europei che sono vissuti in contatto diretto con gli Orientali,
ve ne sono alcuni che hanno potuto comprendere e assimilare certe cose,
appunto perché, non essendo degli “specialisti”, erano più liberi da idee
preconcette; ma, in genere, essi non hanno scritto; ciò che hanno appreso,
l’hanno tenuto per sé, e del resto, se è loro accaduto di parlarne a degli
Occidentali, l’incomprensione dimostrata da questi ultimi era tale da
scoraggiarli e da obbligarli a mantenere lo stesso riserbo degli Orientali»[61]. Ma René Guénon scriveva anche
sulla funzione che erano sempre suscettibili di assumere tali intermediari, a
condizione che vi fossero degli Occidentali i quali, anziché dimostrare
incomprensione, intendessero ricorrere al loro aiuto; nel suo pensiero, la loro
stessa presenza sarebbe il segno che non tutte le speranze di intesa fra gli
Occidentali e l’Oriente tradizionale sono irrimediabilmente perdute.
L’importanza di questa presenza di possibili intermediari con l’Oriente
risulta evidente se si considerano le difficoltà e i rischi che comporta quasi
inevitabilmente l’eventuale ricerca di un contatto più diretto, ed ai quali
abbiamo già accennato. A questo proposito aggiungiamo ancora che
l’insegnamento, per essere efficace, deve sempre tenere conto adeguatamente del
punto di partenza di chi lo deve ricevere, specialmente quando si tratta di un autentico insegnamento tradizionale,
che sotto molti aspetti è proprio l’opposto dell’istruzione
standardizzata e livellatrice affermatasi nell’Occidente contemporaneo. Sotto
questo aspetto, nessuno potrebbe tener conto degli innumerevoli pregiudizi e
deformazioni mentali da cui gli Occidentali devono anzitutto “purificarsi”
meglio e più utilmente di chi abbia vissuto in Occidente e lo conosca a fondo,
a condizione che, d’altra parte, abbia assimilato effettivamente
l’intellettualità orientale[62] da cui si tratta di
apprendere.
Da parte nostra, abbiamo ragione di credere che fosse questo il caso
dello stesso René Guénon, la cui opera non è certo fine a se stessa, ma
pensiamo rappresenti anzi, nelle condizioni attuali, il presupposto quasi
indispensabile per preparare un rivolgimento della mentalità che permetta di
incontrare qualche cosa di valido e che non sia più semplicemente “libresco”,
nel senso sopra spiegato. Crediamo che gli stessi testi tradizionali, per
quanto accuratamente studiati, sarebbero inadatti a dare lo stesso risultato,
data la mancanza di riferimento al punto di partenza del lettore occidentale,
il quale, anche con le migliori intenzioni, ben difficilmente potrebbe uscire
da una prospettiva astratta ed inefficace senza cadere in errori di fondo
analoghi a quelli degli orientalisti.
In conclusione, l’aspirazione a quella realizzazione spirituale, a
quella Liberazione per mezzo della conoscenza effettiva della Verità che è
sempre e dovunque il fine dell’esoterismo autentico e completo, impone un
lavoro preliminare di preparazione teorica che non può basarsi sulla cultura
profana, e che deve anzi risolutamente rimuoverne i limiti. Questo è possibile
soltanto attraverso l’aiuto più o meno diretto proveniente dalla stessa fonte
vivente della conoscenza che si aspira a raggiungere: abbiamo accennato
brevemente, a titolo indicativo, alle modalità che può assumere attualmente
questo aiuto; ma in ogni caso tutto dipende, in fondo, dall’attitudine di
ciascuno, dal suo sforzo di ricerca e dal lavoro che egli stesso deve compiere,
il quale, come la sua aspirazione stessa, è come una prima manifestazione della
capacità essenzialmente “attiva” (nel senso interiore) propria di ogni realizzazione
di ordine veramente esoterico.
IV
Dottrine vere e
uomini finti
Come già abbiamo fatto osservare, il punto di vista tradizionale corrisponde concretamente a
possibilità di realizzazione e di espansione immensamente più valide di quelle
offerte dalla vita “profana”.
Naturalmente,
però, perché ciò accada, occorre che il legame con elementi o dottrine
tradizionali non si limiti ad un’adesione meramente teorica. Abbiamo preso in
considerazione altrove[63] l’importanza di tale adesione
teorica, che rappresenta un punto di
partenza e un presupposto indispensabile; ma deve essere ben chiaro che
essa non conduce proprio a nulla di valido se non è tanto profonda da
implicare la tendenza ad una partecipazione più intima e totale del proprio
essere. E il più brillante sviluppo mentale, anche se si esprima e si
qualifichi con dei termini presi a prestito dalle dottrine tradizionali, non
basterà mai a sostituire quella rispondenza fondamentale che può venire
soltanto dal centro del proprio essere, cioè dalla sede della vera intuizione
intellettuale, rappresentata simbolicamente dal Cuore in tutte le tradizioni:
non c’è dunque rimedio, finché il “Cuore” resti indurito.
Questa relativa
dissociazione tra l’attitudine mentale e una più profonda facoltà
intellettuale è all’origine di un fenomeno abbastanza singolare. Persone che
mostrano di essersi già notevolmente avvicinate al punto di vista tradizionale,
o per lo meno che si considerano persuase da certe enunciazioni tradizionali
dell’ordine più profondo e fondamentale, trovano poi una barriera
difficilmente sormontabile quando si tratti di trarne le conseguenze al di là
di un ambito puramente mentale.
Indubbiamente,
rompere un precedente equilibrio illusorio, andare per così dire contro corrente, costruire qualcosa che sia
qualitativamente del tutto diverso da ciò a cui sospingono le suggestioni
dominanti nella società attuale, comporta difficoltà con l’ambiente e con se
stessi, e, per superarle, un certo tempo e una certa maturazione possono essere
indispensabili. Ma accade talvolta che queste difficoltà vengano enormemente
ingrandite, quasi a giustificare l’assenza di un impegno più serio. Circostanze
secondarie e più o meno insignificanti diventano così pretesti da sfruttare per
difendersi contro l’eventualità di dover cambiare davvero qualcosa di se
stessi, temuta come il più grande dei pericoli, quasi come se il vero
spaventoso pericolo non consistesse nel continuare a seguire alla cieca la gran
corrente della vita “profana”.
In qualche caso,
poi, questo stato di cose è aggravato da un’attitudine di falsa sicurezza che
si rafforza proprio appoggiandosi ad aspetti tra i più elevati delle dottrine
tradizionali, alle stesse enunciazioni metafisiche[64], malamente intese e peggio
applicate. Così, ad esempio, con una strana confusione di piani, l’idea
dell’inalterabilità del “Sé” trascendente viene in qualche modo riferita alla
propria condizione presente, alimentando un’impressione cerebrale di padronanza
e di autosufficienza del tutto illusoria.
In questo modo,
ad una presunta impotenza pratica messa davanti a se stessi a propria
giustificazione si può benissimo associare un certo senso di indifferente
superiorità completamente contraddittorio, ma in effetti utilizzabile anch’esso
al medesimo scopo di esimersi ad ogni costo dallo scomodarsi a ricercare una
realizzazione che porti al di là del mondo tutt’altro che rassicurante nel
quale si è immersi e dal quale si è abituati a subire, con perseverante
incoscienza, ogni sorta di determinazioni. E questa posizione è tanto più
insostenibile se si riflette alla condizione di maggiore responsabilità di chi
ha cominciato a comprendere certe cose, e che non può ritornare ad una
situazione di ignoranza pura e semplice. Questa maggiore responsabilità,
beninteso, non si riduce ad una diversa condizione “morale”, ma soprattutto
rende di fatto il proprio comportamento assai più impegnativo, ed anche l’inazione
non potrebbe certo considerarsi indifferente nel gioco di azioni e reazioni
concordanti che determinano il divenire di un essere, quando essa corrisponda
al rifiuto di possibilità spirituali che sono perseguibili ad un certo momento
e che potrebbero non più esserlo in seguito.
Eppure, l’iniziale partecipazione alla metafisica tradizionale dovrebbe
e può normalmente avere conseguenze ben diverse ed assumere un’importanza
decisiva, anche per persone estranee ad ogni altro legame con la tradizione.
Quando quella partecipazione non rimanga rinchiusa sul piano mentale, quando
sia tanto sincera da toccare veramente il “Cuore” dell’essere umano, essa, ben
lungi dal favorire sofismi di comodo, sbarazza il campo dalle complicazioni
immaginarie, ed allora vi è una questione che non può essere elusa: poiché
nonostante la comprensione teorica della metafisica la propria realtà di fatto
rimane limitata e limitatrice, e ancora non si può fare a meno di identificarsi
ad essa, come raggiungere la sua risoluzione effettiva nella realtà metafisica,
e, anzitutto, come stabilire tra questi due diversi gradi di realtà un legame
cosciente, il quale soltanto, ormai, potrà dare un “senso” alla propria
esistenza?
D’altra parte, il mutamento di prospettiva permette anche di vedere
come il senso profondo della vita tradizionale sia proprio la risposta a quella
fondamentale questione. Anche le determinazioni particolari e limitative insite
inevitabilmente in ogni forma di vita tradizionale appaiono quindi in una
nuova luce, illuminate dalla consapevolezza dello scopo verso il quale
conducono, che è appunto la realizzazione della realtà metafisica: e, secondo
una nota immagine, la zattera può essere indispensabile ad attraversare la
corrente, anche se dopo la traversata sarà un inutile ingombro da lasciare
indietro.
La vita tradizionale è dunque in certo modo la “pietra di paragone”
della sincerità dell’adesione alla dottrina metafisica.
Si può osservare ancora, a questo riguardo, che l’attivazione di un
legame cosciente tra la propria condizione di fatto e la realtà metafisica
implica anche, in un modo o in un altro, la presa di coscienza di uno stato di
subordinazione e di sottomissione: e, finché vi è dualità, vi è anche un
rapporto di dipendenza totale verso il Principio. La vita tradizionale, la
vita rituale, attiva continuamente la consapevolezza di tale rapporto; e
proprio ciò può condurre al di là delle forme molteplici del mondo umano, nella
condizione centrale di chi, appunto perché in rapporto diretto con la realtà
principiale, realizza perfettamente la propria “sottomissione” cosciente al
Principio, base di ogni realizzazione trascendente: è questo, secondo
l’espressione taoista, lo stato dell’“uomo vero”.
Coloro che invece evitano di affrontare le difficoltà che comporta
l’assunzione di una vita tradizionale, restando al di sotto delle sue forme,
rinchiusi in una partecipazione puramente mentale alle dottrine tradizionali,
non possono che realizzare di fatto una “sottomissione” incosciente alle
illusioni della “vita ordinaria”. Finché rimangono in questo stato, è inutile
che cerchino di farsi valere appoggiandosi a dottrine vere: sono degli uomini
finti.
V
Metafisica e
“tradizionalismo”
Alcuni lettori hanno lamentato il fatto che i nostri scritti si mantengano,
a loro giudizio, su di un piano astratto e volutamente indeterminato.
Chi ha seguito la nostra rivista avrà però avuto modo di capire che ciò
che è astratto non rappresenta per noi né un punto d’arrivo né una
soddisfazione qualsiasi di non sappiamo quali tendenze filosofeggianti, che ci
sono in realtà del tutto estranee. Nel nostro precedente articolo[65] abbiamo già insistito
abbastanza sulla sciocchezza di un’esaltazione pseudo-metafisica e
pseudo-tradizionale mantenuta indefinitamente su un piano soltanto mentale,
mettendo in chiaro che quel che conta secondo noi è ben altro.
Se varie questioni sono state trattate qui in termini generali e con
riferimenti a idee di ordine universale, scambiate senza dubbio da molti per
concetti “astratti”, ciò si deve soprattutto al fatto che la considerazione e
la comprensione di quelle idee è del tutto essenziale e indispensabile per
procedere ad un lavoro effettivo in senso tradizionale, secondo il pieno
significato che ha per noi questo termine.
Quando il lavoro da compiere si presenti come dettato da un’autentica
vocazione intellettuale, vocazione a quella conoscenza che coincide con la
realizzazione stessa di ciò che sta al di là delle apparenze illusorie, allora
si può comprendere perché occorra anzitutto riuscire a riferirsi e ad assentire
a quei principi che, soli, stanno appunto al di là dell’illusione, e che sono
al tempo stesso la fonte universale e immutabile della Tradizione, qualunque
forma abbia rivestito quest’ultima nei suoi molteplici adattamenti esteriori,
secondo le diverse condizioni dell’umanità.
Questo preliminare riferimento teorico ai principi metafisici è certo
poco compatibile con la generale fretta di vedere subito dei risultati
esteriori, propria della mentalità occidentale; ma non vi è nessun motivo
legittimo di soddisfare tale impazienza con il rischio di dimenticare le
fondamenta di quello che si tratta di costruire; ed anzi, occupandoci prima di
tutto della natura di tali fondamenta è anche più facile dare a qualcuno la
possibilità di porsi correttamente certi problemi, giungendo egli stesso a
certe conclusioni (il che può essere assai meglio che vedersele presentare per
così dire dall’esterno) e ad applicazioni sue proprie, valide secondo le
circostanze e le possibilità.
Tutto ciò, come è facile capire, non ha niente a che vedere con una
presunta “propaganda” per l’esoterismo, la quale non potrebbe che riguardare
una contraffazione di quest’ultimo, incontrando magari, con l’indulgere alle
debolezze della mentalità corrente, un “successo” immediato assai più vistoso.
D’altra parte, è importante chiarire bene che l’accesso ai principi e
alla dottrina metafisica è possibile soltanto con un’intuizione che vada al di
fuori e al di là di ogni prospettiva particolare, come ad esempio una
prospettiva scientifica od una prospettiva religiosa. Enunciazioni come quella
della “non-dualità” principiale, della Possibilità infinita, della
“totalizzazione” illimitata nello stato incondizionato dell’“Identità
suprema”, degli stati multipli dell’essere e della loro gerarchia, a cui si connette
strettamente il concetto stesso di Tradizione[66], non si possono intendere
nella loro decisiva evidenza se vengano racchiusi e subordinati ad una forma
limitata qualsiasi, anche se si tratti di una forma autenticamente
tradizionale. Per contro, proprio da un’intuizione metafisica, dapprima anche
soltanto teorica, si può discendere alla considerazione di ogni forma
tradizionale particolare, vedendone allora la giustificazione non in virtù di
una semplice credenza, ma per la partecipazione ad una conoscenza vera; e, in
particolare a questo riguardo, la comprensione metafisica teorica, quando sia
sufficientemente ampia e approfondita, può fornire davvero quella “bussola infallibile”
che pensiamo dovrebbe cercare di ottenere chiunque intenda perseguire una via
di realizzazione conoscitiva.
Quanto abbiamo detto, implica che ogni forma particolare in cui si può
concretare la vita tradizionale, ben lungi dall’opporsi alla metafisica vera
ed universale, od all’esoterismo che ne detenga la dottrina, trova in essa il
fondamento più essenziale ed incrollabile[67]. Ma d’altra parte può
accadere che i rappresentanti di una determinata forma tradizionale abbiano
completamente perso di vista la dottrina metafisica di cui abbiamo parlato,
giungendo a considerare la propria dottrina particolare come autonoma e non
subordinata a quella Conoscenza che è indipendente da ogni forma e tutte le
domina ad un tempo.
Esempi caratteristici in questo senso sono quelli che poterono prodursi
nel campo delle scienze tradizionali, allorché sopravvissero forme di magia
senza il persistere di scienze cosmologiche più profonde e nell’ignoranza,
appunto, della metafisica. E là dove, per un necessario adattamento
all’ambiente, si sia operata una distinzione tra “esoterismo” ed “exoterismo” tradizionale, ritroviamo un caso analogo
quando avvenga una frattura tra questi due domini, e l’esoterismo
scompaia o sia comunque generalmente misconosciuto. Una civiltà in cui ciò accada,
venendo a mancare di ogni legame diretto ed effettivo con i principi
superiori, non può che perdere a poco a poco le sue caratteristiche
tradizionali, le quali permarranno ormai quasi come le membra di un organismo
vivente che sia stato abbandonalo dallo spirito.
In queste condizioni, che sono quelle dell’Occidente moderno[68], il ritrovamento preliminare
della dottrina metafisica diventa ancor più indispensabile. Infatti, mentre in
una situazione normale l’approfondimento della vita tradizionale così come la
si trova di fatto in seno alla società può aprire di per sé delle possibilità
illimitate, condizionate soltanto dalle qualificazioni di ciascuno, nel caso di
una frattura tra esoterismo ed exoterismo è chiaro che la semplice assunzione
di quest’ultimo comporta il rinchiudersi nelle sue stesse limitazioni, che
rappresenteranno così una vera e propria barriera. Le migliori intenzioni non
potranno certo ovviare alla deficienza di conoscenza; qualsiasi azione
intenzionalmente tradizionale si svolgerà come alla cieca, senza possibilità di
impedire alla radice l’allargarsi della frattura rispetto a quei principi che
sono stati persi di vista e che sono rimasti esclusi dal proprio orizzonte
intellettuale. Una partecipazione sentimentale a certi elementi tradizionali,
oltre al permanere di qualche vestigia di vita rituale, potrà forse mantenere
per lo meno un legame indiretto ed incosciente con i principi, preservando da
una completa “perdizione”; il resto sono illusioni.
A questo potranno forse riflettere quei “tradizionalisti” i quali pongono,
al primo posto delle loro preoccupazioni, una restaurazione tradizionale nel
campo sociale, che è proprio il più esteriore e presuppone la rivivificazione
degli aspetti più interiori della tradizione: soltanto tale rivivificazione,
del resto, potrebbe determinare anche le modalità particolari di quella
restaurazione, variabili secondo i tempi e i luoghi e del tutto imprevedibili,
specie nel disordine attuale, sulla base di considerazioni necessariamente
estrinseche[69].
Purtroppo, l’attaccamento a simili impostazioni “tradizionalistiche”
può non soltanto essere sterile, ma rappresentare anche un ingombrante
bagaglio interiore che esclude il formarsi di un terreno adatto per un lavoro
di ordine più profondo.
Assai più proficua può essere l’attitudine iniziale di chi abbia la
capacità e il coraggio di cominciare per così dire da zero, evitando in tal
modo di porre da se stesso degli ostacoli all’efficacia di quella presa di
contatto con la metafisica tradizionale sulla quale abbiamo più volte
insistito. È importante notare che anche le circostanze e le possibilità di
fatto offerte al momento attuale in Occidente si possono presentare allora in
una nuova luce, e ci auguriamo di aver modo di esaminare questo argomento
anche sulla presente rivista, nella misura in cui ciò è possibile in una
pubblicazione che, ovviamente, non può tener conto dei diversi casi e delle
diverse caratteristiche personali, le quali hanno una portata variabile e
determinante quando si tratta di questioni che toccano necessariamente il campo
“pratico”.
Ma vi è ancora un altro aspetto dell’efficacia della presa di contatto
con la metafisica tradizionale che non può non riflettersi in un modo decisivo
anche sul piano pratico, benché la sua ragion d’essere sia più nascosta: un
vero assentimento intellettuale implica sempre, nell’essere umano, un
mutamento in profondità delle sue condizioni, e questo mutamento, ancorché
possa sfuggire in gran parte alla coscienza individuale, crea naturalmente dei
rapporti nuovi con le stesse influenze spirituali, dal cui intervento dipende,
in definitiva, qualsiasi realizzazione effettiva.
VI
Per chi scriviamo
II persistere di
certi malintesi ci suggerisce la opportunità di alcuni chiarimenti che speriamo
possano giovare a stabilire un rapporto più proficuo con i nostri lettori.
Come abbiamo già detto, non intendiamo fare dei
nostri scritti un’occasione di dissertazioni
specializzate, più o meno inconcludenti e inefficaci. Il punto d’incontro che
riteniamo indispensabile con i lettori non è un compiacimento culturale di un
genere particolare, ma anzitutto un’aspirazione.
Non è facile
definire tale aspirazione in un modo che non dia luogo ad equivoci. Potremmo parlare dell’aspirazione a ricollegarsi coscientemente
a qualcosa che non sia soggetto alle vicissitudini e alla caducità del mondo
che sta fuori e dentro di noi, cioè del mondo corporeo e del mondo psichico: e
si potrebbe pensare qui alla dottrina indù riguardante la “corrente delle
forme” al di là della quale si tratta di passare.
Con un paragone
tratto da un’espressione popolare (che deriva da un noto simbolismo
tradizionale), diremo che, se la vita è “una ruota che gira”, vi è però un
centro della ruota che non gira, intorno al quale si ordina tutto il suo
movimento. In generale, la situazione dell’uomo contemporaneo è paragonabile a
una posizione del tutto periferica sulla “ruota dell’esistenza”, senza una
possibilità effettiva di ricollegarsi al suo asse; tale situazione, in quanto
permanga, comporta anche, per una logica inevitabile, il destino di rimanere
schiacciati al termine del proprio ristretto ciclo di esistenza, ed infatti la
morte corporea rappresenta comunemente per l’uomo moderno una chiusura
definitiva del proprio orizzonte.
Il nostro
discorso non è per chi si accontenti di questa condizione. E non è neppure per
chi si accontenti di una fiducia passiva in ciò che sta all’origine della vita,
e, mentre si lascia trascinare nella corrente del mondo contemporaneo, ritenga
tuttavia di avere chissà quali “diritti” per l’“aldilà”.
Non intendiamo
negare che la credenza in una sopravvivenza, o in un’ulteriore esistenza, possa
essere giustificata, ma non è questo il punto che importa chiarire qui. Altra
cosa è ricevere e, per così dire, subire un’ulteriore esistenza, altra cosa è
ricollegarsi coscientemente a ciò che sta all’origine delle esistenze, non dopo
una morte ma propriamente al di là e al di sopra di ogni morte[70]. Altra cosa è rimanere chiusi
nell’ambito sempre incerto di inclinazioni, sensazioni ed opinioni soggettive,
altra cosa è raggiungere la certezza che viene dalla partecipazione diretta a
quel Principio originario in cui risiede la spiegazione di ogni cosa.
Il nostro
discorso è con coloro che si pongono la fondamentale questione di come volgersi
a tale scopo finale, e sono o saranno decisi ad affrontarla.
Non importa che
essi siano pochi. Piuttosto temiamo di non essere intesi da loro, anche a
motivo del nostro particolare modo di esprimerci, certo non abituale per
qualcuno, che forse sarà così indotto a sopravvalutare inizialmente gli
impedimenti ad un punto d’incontro e ad una comprensione peraltro suscettibili
di imprevisti sviluppi.
Osserviamo a
questo proposito che le occasioni e le vie che conducono a porsi quella
questione fondamentale, sia pure in forme diverse, sono praticamente
innumerevoli; e, in un certo senso, si può anzi affermare che qualsiasi campo
di esperienza o di ricerca, se venisse sufficientemente approfondito,
condurrebbe inevitabilmente a doverla affrontare.
Di fatto,
sappiamo che vi sono persone che sono giunte a ciò attraverso circostanze
assai diverse. Ad esempio, attraverso l’insoddisfazione di fronte
all’impotenza conoscitiva della scienza ufficiale, sempre più chiaramente
ammessa dagli stessi scienziati[71], o attraverso la
considerazione di aspetti della realtà che, se sfuggono interamente alla
medesima scienza ufficiale, non sfuggivano però ad altri tipi di scienza, che
presuppongono appunto, almeno ad un certo grado, la corretta impostazione della
“questione fondamentale”. Altri sono giunti ad essa proprio mentre dovevano
constatare che la religione, così come si presentava, non dava loro una
risposta adeguata, oppure perché insoddisfatti del carattere relativo e vano
delle costruzioni filosofiche individuali. Altri ancora si trovano di fronte
alla medesima questione avendo cercato un criterio non arbitrario in mezzo al
disordine della vita sociale, o dell’arte contemporanea, mossi talvolta
dall’iniziale constatazione che gli ordinamenti delle altre civiltà si sono
fondati su principi che sfuggono interamente alla mentalità corrente, la quale
se ne fa una rappresentazione così manifestamente deformata da suscitare, in
chi sappia reagire ad essa, almeno il sospetto che le pretese di superiorità
dei contemporanei siano tutt’altro che giustificate. Per altri si pone più
direttamente l’esigenza di trovare un principio ordinatore non arbitrario per
la propria stessa esistenza quotidiana, al di là del convenzionalismo morale e
delle vacuità di un sentimentalismo che sembra alimentato apposta per
intorpidire irrimediabilmente i più. E questa esigenza di mettere ordine nella
propria esistenza può assumere anche un aspetto angoscioso, nella
constatazione della propria fondamentale ignoranza e della propria impotenza
di fronte al “destino” e alla morte: una condizione che qualcuno ha chiamato
impropriamente “angoscia metafisica”, ma che, all’opposto, è invece angoscia
dovuta alla mancanza di metafisica.
In ogni caso, quando si arriva al “nocciolo”, la “questione fondamentale”
è essenzialmente unica, ed è tale da poter suscitare appunto quell’aspirazione
di cui abbiamo parlato in principio.
A chi la riconosca dentro di sé e si trovi ora all’inizio di una possibile
ricerca, vorremmo dire di non lasciarsi scoraggiare dallo scetticismo e
dall’incomprensione quasi generale.
Il punto di vista oggi comunemente diffuso non conta nulla a questo
riguardo, e non è molto difficile constatare che le negazioni che esso
comporta sono in contrasto con le espressioni fondamentali della conoscenza in
ogni civiltà diversa dall’attuale, cioè con gli insegnamenti tradizionali,
concordi ed unanimi[72] benché rivestiti di innumerevoli
forme diverse secondo le condizioni di tempo e di luogo.
Per esprimerci in termini che, pur riflettendo solo certi aspetti della
questione, servono a metterne in evidenza il senso effettivo e non astratto,
diremo che la “conquista dell’immortalità” non è dunque alcunché di fantastico
e di immaginario, ma corrisponde bensì ad una possibilità reale, una
possibilità che in certo modo coincide, in definitiva, con il fine e con la
stessa ragion d’essere di ognuno.
Ma quali saranno i mezzi per attuare tale possibilità? A dire il vero,
a rigore, nessun “mezzo” è necessario in modo assoluto, dal momento che quello
che si tratta di realizzare risiede nell’essenza stessa di ognuno. Però
sussiste uno stato di fatto al quale l’uomo, nelle condizioni attuali, non può
sfuggire: la sua coscienza è condizionata inevitabilmente da fattori
esteriori, e uno sforzo isolato di concentrazione in se stesso, anche qualora
fosse messo in atto in una certa misura, non potrebbe far incontrare altro che
degli stati psicologici speciali, facilmente atti a provocare un ulteriore
squilibrio e delle nuove illusioni.
Dovrebbe così essere abbastanza facile capire che la vera via d’uscita
è data dalla possibilità di incontrare sul proprio piano di realtà presente
qualche cosa che stabilisca il legame tra quest’ultima e quel dominio
dell’“immortalità” che si intende realizzare. A questo riguardo, la cosa
migliore ci sembra essere evidentemente quella di riferirsi a come la questione
viene considerata là dove si trova effettivamente “risolta”, e dove la presenza
vivente di coloro che manifestano di aver realizzato lo scopo finale ha sempre
fatto parte della situazione normale della società, persino dal punto di vista
della mentalità generale: ed è questo il caso di ogni civiltà veramente
tradizionale e completa verso l’alto.
Eppure, questo riferimento che sarebbe quasi ovvio si trova oggi
praticamente ostacolato e talvolta complicato in modo quasi inestricabile non
soltanto per la generale ignoranza delle cose tradizionali, ma anche per
l’influenza di innumerevoli correnti cosiddette “spiritualiste”[73] che presentano una prospettiva
falsa e confusa della questione, pretendendo poi di offrire delle vie che sono
tutt’al più delle imitazioni o delle contraffazioni. È vero che anche certe
enunciazioni utilizzate in queste ultime possono essere un’occasione per
risvegliare l’aspirazione di cui abbiamo parlato; ma occorre subito aggiungere
molto nettamente che il contatto con simili correnti non è mai indifferente, e
riserva anzi dei pericoli assai più gravi di quello che si potrebbe immaginare
a prima vista. Il mondo psichico, scambiato per “spirituale” con estrema
facilità, presenta delle possibilità di illusione e di inganno immensamente
più vaste e incontrollabili del mondo corporeo, fino a poter far smarrire
definitivamente la strada; e in ogni caso la possibilità di procedere utilmente
è preclusa fino a quando non ci si liberi dall’influenza di quelle stesse
correnti, per intraprendere la ricerca dopo aver “ripulito” la propria
mentalità.
Riferendoci dunque a come la questione viene considerata in tutte le
civiltà tradizionali, troviamo anche in senso “operativo” una concordanza
precisa di indicazioni: nella condizione presente dell’umanità, è necessario
ricevere una “influenza spirituale” trasmessa ritualmente attraverso una
“catena” ininterrotta[74] di uomini qualificati a
conservarla e a tramandarla, risalente in definitiva a ciò che si tratta di
raggiungere. In questa trasmissione consiste il rito di “iniziazione”, il
quale è il punto di partenza indispensabile di un lavoro essenzialmente
interiore ma appoggiato su mezzi concreti e tecniche che possono avere il loro
riflesso in ogni grado di realtà: lavoro che permetterà di sviluppare ciò che
dapprima è soltanto virtuale nell’iniziato, per realizzare infine quel grado di
“iniziazione effettiva” che coincide con l’“immortalità”. D’altra parte, ad
evitare interpretazioni semplicistiche in proposito, dobbiamo però insistere
sul fatto che qualsiasi mezzo, anche se praticamente necessario, è di per sé
del tutto inadeguato a tale finalità ultima, che non si può assolutamente
considerare come un “risultato” ottenibile dall’esterno; e osserviamo inoltre
che anche il lavoro di purificazione preliminare, per il quale i mezzi
tradizionali sono oggi massimamente indispensabili, richiede già, per essere
compiuto nel mondo attuale, un coraggio e un impegno costante che non a
sproposito si potrebbe definire eroico.
Naturalmente, comprendiamo che questi accenni non sono sufficientemente
esplicativi, e rimangono ancora molti altri punti che potrebbero essere
chiariti riferendosi a quelle medesime dottrine tradizionali sulle quali
abbiamo sempre inteso basarci. Da parte nostra, per il momento, abbiamo
soltanto cercato di rendere un po’ più concreto il senso di quell’aspirazione
di cui parlavamo all’inizio, la quale, come abbiamo detto, è destinata ad
essere il punto d’incontro fondamentale con i nostri lettori. Si tratta,
coscientemente o no, di un’aspirazione alla realizzazione iniziatica.
VII
Presupposti per un orientamento
operativo
In un precedente
articolo[75] abbiamo cercato di chiarire
per chi scriviamo, spiegando la natura di quell’aspirazione che può
rappresentare il punto d’incontro fondamentale con i nostri lettori:
aspirazione – scrivemmo – a partecipare coscientemente a qualcosa che non sia
soggetto alla caducità e alle vicissitudini del mondo, la quale può concretarsi
attraverso l’iniziazione. E non è difficile capirlo, se si considera che il
dominio iniziatico rappresenta l’aspetto interiore od esoterico della
tradizione, e che la tradizione (come noi la intendiamo) è appunto ciò che
attua una trasmissione ed un legame tra i principi sopra-umani e gli esseri
umani, tra ciò che non è soggetto alla caducità del mondo ed il mondo in cui
viviamo.
Il riferimento
all’iniziazione permetterà forse di intendere meglio quanto dicemmo in altre
occasioni sull’inefficienza di attitudini puramente mentali, o di posizioni
“tradizionaliste”.
Potrà ora essere
opportuno considerare certi equivoci svianti, particolarmente diffusi in
Occidente anche tra coloro stessi che intendono partecipare in qualche modo
all’esoterismo tradizionale.
A questo
proposito, occorrerebbe distinguere anzitutto i casi in cui ogni legame
autenticamente tradizionale fa difetto (come nelle innumerevoli organizzazioni pseudoiniziatiche tanto diffuse ai
giorni nostri), da quelli ben diversi in cui il legame iniziatico
sussiste (come nell’iniziazione massonica), ma persone che ad esso si
ricollegano subiscono inconsapevolmente, nelle loro concezioni, direttive del
tutto profane e spesso incompatibili con il perseguimento effettivo di una via
iniziatica, indicando così che non si rendono conto del valore, immensamente
più grande, del proprio stesso patrimonio tradizionale.
In particolare,
un errore di prospettiva fondamentale consiste nello scambiare scopi
contingenti con il fine dell’iniziazione, che sta per sua natura ben al di là
di tutte le condizioni che limitano le manifestazioni del mondo umano. Tale
errore di prospettiva è assai comprensibile, se si pensa che gli Occidentali
moderni, anche quando eccezionalmente sono ben disposti ad ammettere la realtà
metafisica, sono diventati generalmente incapaci di concepirla altrimenti che
come una semplice astrazione, talché, per dare un senso concreto alle loro
presunte aspirazioni spirituali, le proiettano il più delle volte in
orientamenti ed obiettivi più o meno esigui che con la spiritualità vera hanno
poco o nulla a che vedere: quasi fatalmente, essi finiscono con l’abbracciare,
secondo le loro specifiche caratteristiche di simpatia ed antipatia, qualcuna
delle correnti psichiche predominanti nel mondo “profano”. Ideali sociali,
programmi politici, indirizzi filosofici e culturali assorbono e neutralizzano
così quella che avrebbe potuto essere, in altre circostante, un’autentica
aspirazione iniziatica, anziché essere dei mezzi, sia pure indiretti, per la
sua realizzazione. E lo stesso fenomeno di neutralizzazione, lo stesso effetto
di distogliere dal perseguimento di un orientamento operativo verso il fine
trascendente dell’iniziazione si ritrova ineluttabilmente in coloro che sono
attratti da piani più sottili ma non per questo più spirituali di ricerca: gli
“sperimentatori” del “mondo intermediario”, coloro che amano manipolare (ed
essere manipolati) dalle forze psichiche, coloro che vedono nei riti
iniziatici nient’altro che delle pratiche “magiche” efficaci per suscitare in
sé l’emozione di singolari “esperienze”.
Pensiamo sia
opportuno affermare nettamente che la via iniziatica non può consistere affatto
in una sorta di esplorazione, condotta alla cieca, di “nuovi mondi” o di nuove
facoltà, in uno sviluppo indefinito e senza la consapevolezza di un Centro
ordinatore, che si identifichi alla fonte tradizionale dell’influenza
spirituale ed al fine stesso dell’iniziazione.
Si parla molto
di libertà, ma quasi sempre non si arriva a concepire nient’altro che
l’eliminazione delle costrizioni più esteriori e grossolane, e si dimentica
che la sola libertà non illusoria è una conquista che si ottiene nella misura
in cui si partecipa alla libertà del Principio universale: «Conoscerete la
Verità e la Verità vi farà liberi». Invece, la libertà come indeterminazione e
come arbitrio, per chi si trovi come abbandonato a se stesso in mezzo al gioco
delle forze del mondo umano, significa, in pratica, farsi trascinare dalla
corrente alla quale si è più sensibili, confondendo automaticamente con essa la
propria volontà. Se si è abbastanza ricettivi, si potrà avere la soddisfazione
di sentirsi come “gonfiati” dalle correnti del momento; ma quale ne sarà il
risultato se, come nella nostra epoca, si tratta delle stesse correnti che
stanno plasmando modi di vita sempre più complicati, artificiali e dispersivi?
In questa situazione, ad esempio, il fatto inusitato che si giunga addirittura
a proiettare l’uomo al di fuori del mondo terrestre può considerarsi davvero
come un “segno dei tempi”, uno dei segni di una grandiosa opera in corso, che
è un’opera enormemente impegnativa per gli uomini d’oggi, di allontanamento
progressivo dall’interiore “Regno dei Cieli”, e cioè da ogni possibilità di
efficace concentrazione e da ogni forma di vera spiritualità.
Peraltro,
precisamente perché sono galvanizzati dalle correnti della nostra epoca, e resi
entusiasti dall’ideale del loro prossimo compimento, molti di coloro che
manifestano velleità di realizzazione spirituale sono anche dei convinti
avveniristi ed evoluzionisti[76]. Ed è proprio questo un
marchio di certe influenze che agiscono su di loro, il cui senso sarà
facilmente discernibile quando si sia trovata conferma della vera natura del
momento cosmico che stiamo attraversando, in virtù di un dato formidabilmente
concorde e certo di tutte le dottrine cosmologiche tradizionali[77]: secondo il quale stiamo
vivendo l’ultima fase del ciclo della presente umanità, l’era in cui ci si deve
attendere lo scatenamento delle forze dell’illusione, alle quali verrà dato di
produrre “prodigi” capaci di conquistare sempre più gli uomini, fino alla più
completa parodia possibile della spiritualità originaria. «Sorgeranno infatti
“falsi Cristi” e “falsi profeti”: e produrranno segni grandi e prodigi, in
modo da indurre in errore (se fosse possibile) anche gli eletti»: «Però, chi
persevererà fino alla fine, quegli sarà salvo»[78].
Tutto ciò induce a riflettere, ed a pensare che oggi più che mai, se
seriamente si vuole evitare di smarrirsi e forse di soccombere irrimediabilmente
nella “selva oscura” del “mondo intermediario”, occorre non soltanto ricevere
un’iniziazione autentica ma anche e soprattutto avere in sé un orientamento
fermo verso il fine dell’iniziazione, e quindi anche verso quell’effettiva ed
integrale morte all’individualità che è il presupposto della realizzazione
sopra-individuale e trascendente. A prima vista, quest’affermazione potrà
forse sembrare paradossale: infatti, altrove indicammo l’immortalità come fine
dell’iniziazione, mentre qui diciamo che tale fine comporta proprio una morte
effettiva. Peraltro, non è difficile capire che non vi è in ciò nessuna
contraddizione, in quanto il dominio dell’immortalità si situa al di là del
mondo individuale, e non può essere realizzato senza il presupposto di morire
completamente ad esso, estinguendo così l’intimo vincolo illusorio che
mantiene l’uomo identificato alla propria individualità, sia nella modalità
corporea che in tutta l’estensione delle modalità psichiche[79]. In pratica, a dire il vero,
tra coloro che dicono di aspirare alla realizzazione iniziatica, pochi sono
quelli che si rendono conto di questa contropartita negativa che non può essere
elusa, e pochissimi quelli che, essendosene resi conto, sono decisi ad
assumerla effettivamente per sé.
Queste considerazioni si riferiscono ad un orientamento interiore
veramente fondamentale, il quale, quando sia puro e non deviato da qualsiasi
altro scopo, si tradurrà nella ricerca di un ricollegamento cosciente adeguato
con la fonte dell’influenza spirituale e sopra-individuale, presente
nell’iniziazione. E, in tale ricerca, l’unica base sicura, l’unica “bussola
infallibile” e l’unica “corazza impenetrabile” è come sempre quella
rappresentata dalla conoscenza metafisica. Potremmo ripetere qui quanto già
dicemmo altrove sul “primo lavoro da compiere”[80]: pensiamo che non si insisterà
mai troppo sulla necessità di un preliminare lavoro di chiarificazione e di
risveglio intellettuale; e, poiché una partecipazione immediata alla conoscenza
trascendente ed al “Maestro interiore” è almeno inizialmente impossibile, anche
sulla necessità di una partecipazione indiretta e mediata ad essa, attraverso
un’autorità vivente identificantesi essenzialmente a quella conoscenza.
Ma come si può concepire, in pratica, tale autorità capace di dare una
direzione sicura, in virtù del legame segreto e della via sconosciuta che
ricollega tutti gli aspetti del proprio attuale piano relativo di esistenza alla
realtà trascendente?
All’origine di ogni forma tradizionale, quell’autorità si manifesta nel
modo più pieno ed eminente nell’essere la cui stessa presenza costituisce la
via della discesa dell’influenza trascendente e del ritorno alla realizzazione
del Principio. È questo il caso degli Avatâra indù, il cui nome
significa appunto “discesa”, ed a ciò si possono riferire le parole di Cristo «Io
sono la Via, la Verità e la Vita», come pure il detto islamico secondo cui
nessuno giunge al Principio se non attraverso il Suo Inviato. Un tale essere
determina sempre, in relazione alla ricettività dell’ambiente cosmico, dei modi
specifici di partecipazione e di conformità alla realtà trascendente, secondo
leggi di corrispondenza tra i diversi gradi di esistenza che non hanno nulla
di arbitrario, le quali condizionano naturalmente l’efficacia della ricerca
della realizzazione spirituale.
Ciascuna legislazione tradizionale è appunto l’esteriorizzazione ed il
concretamento di tali leggi di corrispondenza interiore, ed è quindi
indispensabile per vivificare, mantenere organicamente e portare a compimento
la mediazione tra la manifestazione della vita umana ed il Principio
trascendente.
In questo senso, ai fini di tale mediazione, si deve parlare della
necessità di assimilare una “Legge” tradizionale aderendo ad essa pienamente,
e quindi anche (dove si sia verificata una distinzione tra esoterismo ed
exoterismo) di una necessità dell’exoterismo tradizionale; la quale, per
l’iniziato, non sarà certo da intendere come un attaccamento all’exoterismo in
quanto tale, ma sarà dovuta alla consapevolezza decisiva che attraverso
l’exoterismo tradizionale l’iniziato trova il campo d’azione normale per il
proprio esoterismo. La legislazione tradizionale, inclusa la sua forma
esteriore ed exoterica, è dunque, se rettamente intesa, l’aspetto iniziale e
fondamentale con cui si presenta all’uomo l’autorità tradizionale.
Tutto ciò, se applicato agli Occidentali ed alle forme tradizionali ad
essi accessibili, significa che chi aspira alla realizzazione iniziatica
dovrebbe anzitutto praticare una religione appropriata ad esserne la base, la
quale ne sarà un presupposto necessario così come sono necessarie le fondamenta
per costruire validamente un edificio, e così come è necessario che chi
pretende di essere qualificato per il più sappia fare il meno.
Questa è senza dubbio la ragione profonda per cui, ad esempio, negli
antichi statuti della Massoneria si trova appunto la norma secondo cui l’iniziato deve praticare una religione[81]; il che, aggiungiamo subito,
viene a mancare di tutta la sua efficacia operativa se si riduce alla
professione di una vaga religiosità, di genere deista, razionalista o
“filantropico”. E la mancanza dell’elemento ordinatore rappresentato da
un’effettiva ed impegnativa vita religiosa dovrebbe apparire ancor più grave
dal momento che è venuto a mancare quell’aspetto iniziatico operativo che era
rappresentato dall’esercizio quotidiano e rituale del mestiere.
Come non rendersi conto che, in tali condizioni, la quasi totalità
della vita rimane determinata inevitabilmente da fattori e direttive profane,
che ben si comprende abbiano finito con l’invadere largamente gli stessi lavori
iniziatici dei templi?
Sappiamo bene che, in Occidente, la situazione è quanto mai problematica
anche a motivo della frattura e dell’opposizione venutasi a creare tra
organizzazioni iniziatiche ed istituzioni religiose, corrispondenti per loro
natura al dominio dell’exoterismo tradizionale. Questa frattura è un segno di
più del generale decadimento spirituale, ed è tanto più grave in quanto, se da
una parte, nella misura in cui esiste, ostacola la possibilità di prendere
certe forme religiose (come il Cattolicesimo) quale base exoterica per una
realizzazione iniziatica, dall’altra toglie a quelle stesse forme religiose
una possibilità di essere vivificate dal di dentro dall’esoterismo, come
normalmente dovrebbe avvenire. Ma non per questo pensiamo che sia giustificato
ignorare o cercare di eludere una questione fondamentale come quella di
trovare una base normale per una “vita tradizionale”.
Aggiungiamo ancora che, evidentemente, è proprio approfondendo tale
base normale che si può sperare di creare in se stessi le condizioni per
giungere poi ad un contatto proficuo con coloro nei quali si trova per così
dire la presenza vivente dello spirito di cui l’exoterismo tradizionale è
l’espressione immediatamente accessibile, e che sono gli “Eredi” di Chi sta
all’origine della forma tradizionale corrispondente. Del resto, un noto
proverbio indù dice che «dove c’è un cela c’è un Guru»[82]: dove c’è qualcuno qualificato
per essere un discepolo vi è certamente anche un Maestro, così come ciascun
essere non può non incontrare sulla sua via ciò che corrisponde esattamente
alle proprie possibilità interiori.
VIII
Questioni pratiche
I
Accade talvolta che dei nostri lettori ci chiedano spiegazioni precise
che indichino qual è, secondo noi, la via e il comportamento da seguire, e
quali sono, in definitiva, i mezzi da mettere in atto, in funzione di quella
realizzazione spirituale effettiva e non soltanto teorica alla quale abbiamo
fatto più volte riferimento nei nostri scritti.
Se questa rivista fosse lo strumento di qualche “gruppo” settario o di qualche conventicola in cerca di proseliti,
avremmo certamente avuto una risposta
esauriente già bell’e pronta, una ricetta per tutti, adatta a soddisfare
i desideri di conoscenza immediata e di felicità. Le cose si presentano invece in un modo immensamente più serio,
ed anche più complesso, se ci si vuole orientare sulla base sicura di
dati fondamentali che abbiano la loro fonte,
più o meno direttamente, nella
conoscenza vera di ciò che si tratta di realizzare, e che siano nello
stesso tempo applicabili a quello che è, di fatto, il punto di partenza della
nostra umanità.
A questo proposito, possiamo anzitutto
ripetere quanto abbiamo già scritto circa il presupposto
del tutto generale e necessario di avere una vita ordinata da quei principi
sopra-umani ai quali si può partecipare mediante le diverse forme assunte dalla
tradizione, essenzialmente una e universale. Ciò si potrebbe esprimere dicendo
che occorre avere una vita “sacralizzata”, cioè una vita “rituale”, il che
significa anche, in fondo, una vita normale. Infatti, i riti sono ciò che mette
l’essere umano più o meno direttamente in rapporto con ciò che trascende la
sua individualità, e senza di essi, in mancanza di tale rapporto ordinatore,
l’azione umana non può fare a meno di svolgersi in modi arbitrari, più o meno
accentuatamente disordinati, e, in questo senso, anormali. Del resto, lo stesso
termine “rito” deriva dal sanscrito rita,
che esprime precisamente l’idea di “ordine” o di conformità ad esso. E in una
civiltà pienamente tradizionale ogni atto ha un carattere essenzialmente rituale,
mentre l’esistenza stessa di un dominio “profano” non è che un’anomalia, della
quale però è senza dubbio ben difficile accorgersi quando si è abituati ad una
civiltà abnorme come quella in cui viviamo.
La partecipazione ad una vita rituale implica che l’individuo si trovi
integrato, o venga ad integrarsi di sua iniziativa, in una comunità
tradizionale; in pratica, è normale che si tratti anzitutto della partecipazione
a quei riti che sono fondamentali, e quindi obbligatori, per i membri della
comunità tradizionale di cui egli fa parte, e che, quando sussista una
distinzione rispetto a modalità rituali di un ordine meno accessibile e più
profondo, ne costituiscono l’“exoterismo”[83]. Di tale natura sono, in
particolare, i riti religiosi, ed anzi non vi sono altri riti exoterici in
Occidente, dato che i pretesi “riti laici” diffusi in vari modi a sostegno
delle strutture sociali moderne non sono che parodie, evidentemente prive di
qualsiasi fondamento trascendente. La confusione è resa possibile dal fatto che
anche nei riti autentici difficilmente si sa scorgere qualcosa di diverso da
una portata puramente psicologica e di suggestione, il che induce facilmente i
nostri contemporanei a vedere nell’uomo tradizionale, e praticamente in tutti
gli uomini non moderni, delle specie di anormali psichici, con un rovesciamento
di giudizio tra ciò che è normale e ciò che non lo è proprio di chi è egli
stesso affetto da una forma non lieve di alienazione.
Senza soffermarci su questo punto, ricordiamo che, come già osservammo
altrove[84], la pratica dell’exoterismo
tradizionale (sempre là dove vi sia una distinzione tra exoterismo e
esoterismo) rappresenta inoltre la base normale per il ricollegamento
iniziatico, necessario[85] per entrare in una via che
conduca al trascendimento dei limiti individuali, ed a quella realizzazione
spirituale effettiva di cui parlavamo all’inizio. D’altra parte, beninteso,
altra cosa è aver accesso ad una via, altra cosa è percorrerla: si tratta, a
questo fine, di compiere quel “lavoro iniziatico” che è diverso per ciascun
essere ed è essenzialmente interiore, ma che pur si appoggia anche a mezzi e
“tecniche” fondate su una scienza precisa; di questi mezzi e di queste
tecniche, del resto, pensiamo che sarebbe certo fuori luogo parlare, salvo in
termini del tutto generali, anche perché gli equivoci e i malintesi a questo
proposito sarebbero praticamente inevitabili. Resta il fatto che, fin dai
primi stadi di una via di realizzazione, nel percorrerla vi è un apprendimento
dato dalla rispondenza all’insegnamento iniziatico, il quale può assumere le
forme più diverse. Esso presenta un carattere vivente, imprevedibile
dall’esterno, che senza dubbio non ha paragone in un qualsiasi insegnamento
profano. Le stesse circostanze apparentemente fortuite in cui l’iniziato si
viene a trovare possono essere lo strumento attraverso il quale tale
insegnamento si sviluppa, ed anche quando si incontri (come è o dovrebbe essere
ben normale) chi sia qualificato ad adempiere nei propri riguardi ad una
funzione di guida, questa non avrà certo l’aspetto di un’istruzione
razionalmente delimitabile, essendo destinata ad agire ben più in profondità
del dominio discorsivo, purché l’iniziato sia capace di essere ricettivo ad
essa.
***
Abbiamo così
preso in considerazione tre fattori fondamentali per una via di realizzazione
spirituale quale noi l’intendiamo, e cioè: una vita rituale capace di ordinare
la propria esistenza, anche nel suo aspetto esteriore (e a ciò si riconnette
l’esigenza dell’exoterismo tradizionale), un ricollegamento iniziatico
autentico (in virtù del quale anche la stessa pratica dell’exoterismo di base[86] potrà assumere una portata
“esoterica”), ed un insegnamento iniziatico (che si concreta normalmente, ma
non indispensabilmente, attraverso la presenza vivente di un Maestro
spirituale)[87].
Quando si considerino le cose in funzione di una
realizzazione effettiva, questi tre fattori appaiono
naturalmente in stretta correlazione tra di loro; ed è anzi possibile che chi
persegue la ricerca di una via di realizzazione (nel senso a cui abbiamo fatto
riferimento) giunga in pratica a chiarirli insieme, e l’uno in funzione
dell’altro. Ma non ci soffermeremo ora su tale aspetto del nostro argomento:
ci accontenteremo di osservare che, in ogni
caso, in mezzo alle innumerevoli forme di confusione e di
contraffazione che ci circondano, simili questioni richiedono, per ciascuno,
l’impegno di tutto il discernimento possibile; discernimento che può essere
preventivamente acquisito soltanto mediante un assentimento non superficiale
alle dottrine tradizionali, ed una capacità di trarne praticamente le
conseguenze e le applicazioni[88].
Ciò significa
anche che, specialmente in un ambiente sfavorevole come l’attuale, occorre
affrontare una fase preliminare di ricerca più o meno lunga, con eventuali
periodi d’attesa connessi alle circostanze, e con possibili momenti di
scoraggiamento ben comprensibili, benché in fondo non giustificati se si
considera che ogni essere incontra necessariamente tutto ciò che corrisponde
alla sua natura più profonda. In questa fase, in cui l’individuo solo
mentalmente ha cessato d’essere un “profano”, è naturale che egli senta il
bisogno di qualcosa di più, che gli manca; e la sua posizione è certo
estremamente delicata e importante, decisiva quale messa alla prova del
proprio orientamento interiore e quale dimostrazione della propria aspirazione
autentica: infatti, è soltanto allora, quando si esce da un piano puramente
discorsivo e teorico per venire a contatto con cose che possono intaccare
subito decisamente il proprio modo di vita, anche in aspetti apparentemente
secondari ma inesorabilmente concreti, è allora, diciamo, che si vede
chiaramente se l’aspirazione era soltanto immaginaria, o se era invece tanto
autentica e profonda da trascinare con sé una vera e propria “conversione”,
almeno iniziale, della propria individualità.
D’altra parte,
tale “conversione” (nel senso pieno del termine greco metanoia) comporta
una subordinazione di tutti gli elementi dell’individualità stessa, in
funzione della via da perseguire, destinata a condurre alla loro cancellazione
ed estinzione, o, per meglio dire, all’estinzione del loro aspetto illusorio e
“separativo” rispetto alla realtà sopra-individuale che ne è il principio.
Peraltro, fin dai primi passi di una ricerca uscita da un ambito soltanto
teorico ed immaginario, vi sono da attendere delle reazioni dovute al presagio
di quella estinzione, la quale costituisce propriamente la “morte iniziatica”.
In particolare,
le più diverse componenti psichiche, gli impulsi dell’autoaffermazione, i
contenuti sentimentali connessi a determinati legami, le tendenze istintive a
trovar appoggio e sicurezza in forme e modi innumerevoli di adesione
all’ambiente sociale e familiare, inevitabilmente susciteranno dei contrasti
interiori, quasi a neutralizzare in qualche modo la temibile efficacia del
principio ordinatore apparso dapprima sul piano mentale e nel risveglio
dell’aspirazione iniziatica.
A questo
proposito, si possono presentare casi assai diversi, a seconda delle
caratteristiche individuali e delle difficoltà esteriori, che, quantunque
presenti nel loro ordine di realtà, sono anche molto spesso delle specie di
pretesti utilizzati per giustificare, anzitutto di fronte a se stessi, il fatto
di non voler affrontare certe cose.
Così, una paura
istintiva iniziale è bensì del tutto naturale, tanto che in mancanza di essa si
può persino dubitare che l’aspirante alla via di realizzazione si sia reso
conto minimamente di ciò che quella via comporterebbe per lui; ma, in certi
casi, quella paura può diventare tanto smisurata da sbarrare completamente la
strada, manifestandosi addirittura in una sorta di fobia per tutto ciò che
potrebbe forse aiutare ad avanzare nella propria ricerca. In questi casi,
nonostante le giustificazioni più diverse alle quali ci si attacca per
spiegare la propria attitudine, la componente irrazionale di fondo è senza
dubbio predominante. E, se è vero che c’è qualcosa che spaventa
nell’intraprendere una via di realizzazione, dovrebbe pur essere evidente che
lo stato del “profano”, per sua natura estremamente instabile e malsicuro, è
assai più “pauroso” di quello di chi è in qualche modo ricollegato a ciò che
sta al di là del dominio della paura.
Ma quanto può giovare una simile elementare riflessione quando si ha a
che fare con certe pesanti barriere che si frappongono alla necessaria
chiarezza intellettuale?
***
D’altra parte, spesso la reazione individuale contraria ad intraprendere
la via ardua che passa attraverso la “morte iniziatica” si manifesta in modi
assai più subdoli di una paura apertamente riconosciuta.
Esistono, a questo riguardo, delle soluzioni di comodo, più o meno
raffinate a seconda dei gusti e delle doti mentali degli interessati, che tutte
servono ad evitare di dover affrontare e riconoscere la propria situazione
effettiva di partenza, e che bastano a dimostrare quanto poco fosse autentica
l’aspirazione alla “Liberazione”. Un caso tipico di queste soluzioni di comodo
è rappresentato da coloro che credono che basti aver preso per buona una
dottrina, come ad esempio quella della non dualità (o l’idea che soltanto il
“Sé” è reale e che non bisogna attribuirgli falsamente dei limiti), per
esimersi da tutto il lavoro di purificazione e di integrazione delle modalità,
senza dubbio “illusorie”, della propria individualità e della propria
situazione, modalità alle quali essi possono così continuare tranquillamente a
soggiacere[89]. E questa parodia di “via
diretta”, che risparmia anche i primi scomodi passi, offre pure il vantaggio e
il lustro di potersi appoggiare ad enunciazioni di insegnamenti tradizionali
che servono a procurare così una soddisfazione ottenuta a buon mercato, sebbene,
in realtà, quelle enunciazioni non si possano affatto riferire legittimamente
agli stadi iniziali della via di realizzazione.
Il terreno più adatto per simili cose si può trovare forse in un curioso
innesto con la naturale superficialità e faciloneria di certo empirismo
anglosassone. È infatti a partire da tale innesto che le applicazioni
profanatorie, in particolare del buddismo Zen, ed anche del Vêdânta, hanno
incontrato un seguito crescente.
Eppure, a frenare certi troppo facili entusiasmi sarebbe bastato
prendere un po’ sul serio gli stessi insegnamenti delle vie di realizzazione a
cui si pretende di appoggiarsi, anche là dove enunciano le condizioni
indispensabili a cui un aspirante ad esse deve corrispondere.
Così, la via della “Discriminazione” del Sé propria del Vêdânta è
raccomandata a chi sia già pervenuto allo stato di yogârûdha[90], e cioè ormai «non provi più
nessun attaccamento né per gli oggetti dei sensi, né per le azioni, ed abbia realizzato
la rinuncia a qualsiasi desiderio»[91]! Dovrebbe essere evidente che
qui non si tratta affatto di una semplice rinuncia in quanto “repressione” di
desideri, e neppure di un’ipocrita pretesa di “distacco” da desideri che si
continua ad alimentare, ma della definitiva scomparsa di quei bisogni che
rendevano possibile l’attaccamento rappresentato dai desideri stessi. Inoltre,
tra le qualificazioni necessarie espressamente enunciate per poter affrontare
una simile via, vi è quella di aver già distolto il mentale da ciò che non è la
Realtà suprema; vi sono le virtù fondamentali quali vairâgya, che è «la
risoluzione a rinunciare a tutte le gioie passeggere, da quelle che può procurare
un corpo animato fino a quelle che corrispondono allo stato divino di Brahmâ»[92]; e vi è shama, la
“calma dello spirito”, la quale, secondo Shrî Shankarâchârya, comporta di
assumere il samâdhi, o riassorbimento nell’interiorità, quale «unico
mezzo per realizzare l’universo come identico al proprio Sé»[93]. Si tratta, insomma, di una
via che può riguardare esclusivamente chi abbia raggiunto uno stato che va ben
al di là dei vincoli mondani[94], ivi compresi i legami e gli obblighi
familiari[95] e sociali, legittimi e
necessari per il compimento dell’essere umano e per l’integrazione delle sue
possibilità negli stadi anteriori di realizzazione, perseguibili nel quadro di
altre vie. D’altra parte, è noto che ad esempio i testi tradizionali indù sono
particolarmente recisi nell’enunciare la condanna e la maledizione di chi
pretenda di uscire dall’ambito degli obblighi relativi alla sacralizzazione
della propria vita individuale e sociale senza esserne veramente maturo; e
sono ancora gli stessi insegnamenti del Vêdânta ad avvertire: «Se
l’investigatore ha rinunciato al mondo soltanto a parole ed affronta la
traversata del samsâra, lo squalo del desiderio lo afferra alla gola, lo
obbliga a discostarsi dalla buona direzione e lo fa annegare a mezza strada»[96].
In queste condizioni, a quegli Occidentali che pretendono di aver intrapreso
una “via diretta” restando tranquillamente nel loro piccolo mondo si potrebbe
amichevolmente augurare che ciò rappresenti l’illusione più innocentemente
immaginaria e superficiale possibile. Ma le cose sono rese senza dubbio meno
innocue quando intervenga anche una pseudoiniziazione, o la trasmissione di
un’influenza la cui sorgente stia al di fuori dei ristretti limiti del
“mentale” di colui che la riceve, per lo meno se si intende il dominio mentale
nel senso necessariamente soggettivo e psicologico che è in pratica il solo
corrispondente alla sua concreta esperienza. L’esaltazione che ne può derivare
lascerà allora intravedere l’azione di qualcosa di più effettivo di una
semplice e quasi accidentale “trovata” psicologica.
La situazione si presenta ancor più complessa quando simili correnti
si appoggiano a una derivazione di una iniziazione autentica, utilizzata in un
senso ben diverso da quello originario. Tipico è il caso della scuola di
Vivêkânanda[97], il quale, sia pure soltanto
per breve tempo e in assai giovane età, era stato discepolo di un Maestro spirituale
quale Râmakrishna, e che divenne più tardi lo strumento di un movimento in cui
prevalgono tendenze e direttive nettamente moderne ed occidentali,
pseudospirituali e antitradizionali, nonostante il permanere di riferimenti
allo Yoga e al Vêdânta. Del resto, non è poi molto stupefacente constatare che
qualche personaggio considerato come un’autorità della spiritualità orientale
(in verità basta che ve ne sia un piccolissimo numero) si lascia così attrarre
dall’illusorio successo ottenibile, in certe circostanze, e accettando certi
compromessi, con il pubblico americano ed europeo, senza ben rendersi conto
dell’ingranaggio in cui viene a trovarsi in tal modo coinvolto[98]. Ad ogni modo, per chi si sia
posta chiaramente la questione di ricercare una via di realizzazione
spirituale, vi sono pur sempre dei segni abbastanza evidenti per non lasciarsi
trarre in inganno. In effetti, nei movimenti a cui abbiamo accennato non soltanto si trova generalmente la negazione
esplicita o pratica dell’esigenza di una vita rituale, sacralizzata
dall’adesione a una determinata forma tradizionale; ma si trovano anche delle
significative convergenze con correnti d’“avanguardia” del mondo contemporaneo,
si trova spesso un’insensibilità sorprendente di fronte ad aspetti sovversivi
e dissolventi di ambienti ultra-moderni ed estremamente artificiali, si trova
addirittura l’incapacità più completa a riconoscere l’esistenza
dell’“avversario” che, nella presente “età oscura” (l’ultima fase del kali-yuga
della dottrina indù), sta dispiegando massimamente, e inesorabilmente per chi
non sa e non vuole avvedersene, il suo formidabile potere d’illusione. E non
dovrebbe essere difficile intravedere quale genere di influenze intervengono là
dove si vorrebbe far passare per una fastidiosa mania (perché si è giunti anche
a questo) il ricordare che nel dominio individuale e relativo l’“avversario”
esiste, e che, come dice il proverbio, la maggior astuzia del diavolo
(qualunque sia il senso che si saprà dare concretamente a questo termine in
altri tempi abusato) consiste nel far credere che non esiste. Del resto, come
si potrebbe mettere in guardia contro le tendenze più dissolventi chi guarda
ormai con sufficienza tutto ciò che appare “soltanto” di ordine cosmologico, e
pensa di non avere più da compiere quel lavoro di purificazione ed
integrazione che forse non aveva mai neppure iniziato?
***
Ma lasciamo il caso di coloro che si sono incamminati verso simili
soluzioni, che corrispondono del resto in qualche modo alla loro natura intima,
almeno per una certa fase della loro esistenza; e veniamo piuttosto a
considerare ora la situazione di chi vuole cercare e sa di non aver ancora
trovato. Sorgono allora delle questioni pratiche, più o meno immediate, su
alcune delle quali pensiamo sia il caso di soffermare l’attenzione: e appunto
di ciò pensiamo di parlare nel seguito delle presenti considerazioni.
II
Abbiamo già
accennato a certe condizioni decisive per rendere possibile la determinazione
della propria “via di realizzazione”[99], e questa è senza dubbio una
questione pratica fondamentale che non si dovrebbe eludere. Vi sono però anche
altre questioni preliminari che, secondo noi, benché siano in certo modo di
interesse assai più limitato, meritano tuttavia di essere prese in considerazione,
soprattutto perché da esse può dipendere il perseguimento del proprio lavoro di
ricerca e l’apertura di prospettive più o meno valide.
In particolare, in questo campo, chi intende
cercare, e sa di non aver ancora trovato la sua strada, può provare subito l’esigenza di dare intanto un certo ordine alla propria
esperienza, pur mancando ancora di quei mezzi
tradizionali (quali gli strumenti
rituali, e soprattutto l’influenza
spirituale operante in essi) che saranno poi praticamente
indispensabili.
Il lettore che
ha “scoperto”, teoricamente, gli orizzonti illimitati aperti dal punto di vista
tradizionale universale, ben a ragione non si accontenterà esclusivamente delle
sue letture (benché queste siano importantissime per acquisire una preparazione
teorica adeguata per procedere oltre). E, a parte i contatti personali
necessari per approfondire, allargare e dirigere la propria ricerca, vi sarà
normalmente tutto un movimento di sviluppo interiore, appoggiato ad un lavoro
di meditazione o, quanto meno, ad una capacità di attenzione, già analoga,
sotto un certo aspetto, a quell’attitudine di concentrazione che è essenziale
in qualsiasi via di realizzazione spirituale.
A questo
proposito, osserviamo che, in qualche modo, ed anche senza neppure
prefiggersela, una certa opera di meditazione e di concentrazione è senza
dubbio indispensabile per l’assimilazione di quella preparazione teorica
preliminare su cui abbiamo più volte insistito, ed anche per trarne le
applicazioni alla propria situazione. Si tratta di creare le condizioni di un
atto di coscienza del tutto personale che non è più qualcosa di puramente
libresco; a questo scopo, è chiaro che occorre anche sapersi già formare una
barriera di difesa sufficientemente sicura contro l’aspetto dissolvente
dell’ambiente, portandosi su un altro piano, sia pure soltanto mentale. D’altra
parte, la propria attenzione dovrebbe naturalmente essere rivolta ad
utilizzare, con tutto il discernimento necessario, le possibilità che si
presentano, a mano a mano che maturano, ai fini della propria ricerca
fondamentale. E, parlando qui di maturazione, non possiamo dissociare la
maturazione esteriore dei fatti da quella interiore della propria mentalità, la
quale può da sola portare oltre presunte “impossibilità” che non erano tali se
non nel quadro di certi pregiudizi o di un certo modo di sentire ritenuto forse
fino a ieri intangibile.
Evidentemente, tutto ciò implica in qualche modo di rompere un
precedente equilibrio, sia pure relativo; e aggiungiamo subito che occorre
guardarsi dal carattere ambiguo e pericoloso che questa rottura di equilibrio
avrebbe se non fosse fondata su quell’orientamento tradizionale sicuro che ne
è in fondo la sola ragion d’essere valida.
Sappiamo per esperienza che è bene essere estremamente cauti quando si
toccano certi argomenti. Il fatto stesso di parlare di un lavoro di meditazione
e concentrazione può indurre qualcuno in errore, facendo sopravvalutare certi
stati d’animo, nonché gli sforzi eventualmente messi in atto per assecondarli.
Inoltre, specie nei giovani, in mancanza di riferimenti validi concreti (ancora
mai incontrati sulla propria strada), il bisogno di “avere qualcosa” può
condurre facilmente ad avventurarsi in una sorta di empirismo del tutto fuori
luogo. Di fronte alle conseguenze di tante immaginazioni distorte, pensiamo che
si debba essere particolarmente netti a questo riguardo: in qualunque “via di
realizzazione” autentica, in qualunque via iniziatica, le cose si presentano
certo molto diverse; proprio perché, conformemente alle aspirazioni più
profonde, saranno di un altro ordine, con un fondamento che sta ben al di là
del dominio psicologico.
Del resto, non si dovrebbe confondere un’attitudine di difesa dalle
tendenze antitetiche dell’ambiente (attitudine che può essere indispensabile
assumere accortamente e coraggiosamente sin dall’inizio) con un’esasperazione
squilibrante di determinati orientamenti mentali prestabiliti. Così, ad
esempio, chi si foggia un “ideale” di concentrazione e di autocontrollo può
facilmente giungere in realtà a “gonfiare” certe componenti psichiche proprie
della sua individualità, ed a provocare “fissazioni” addirittura patologiche; e
il frutto di un esasperato “distacco” dall’ambiente e dalla propria esperienza
può essere assai più facilmente una deformazione mentale (come quella che gli
psicologi chiamano schizofrenia) che una partecipazione reale al
sopra-individuale.
Senza pensare ai casi più gravi, si può dire che il formarsi di sovrastrutture
e incrostazioni psichiche innaturali è nettamente dannoso ai fini della
possibilità di venire a ricevere ed a partecipare ad un’influenza tradizionale
qualsiasi (tanto più se di ordine iniziatico); ed è dannoso anche in quanto si
oppone all’integrazione dell’insieme delle possibilità d’ordine individuale,
integrazione che del resto non può che essere del tutto frammentaria o illusoria
finché si rimane nel mondo “profano”[100].
Dobbiamo aggiungere a questo riguardo che, di solito, la formazione e
la stessa educazione artificiale subita dagli Occidentali li mette già in
condizioni di difficoltà assai maggiori degli Orientali, producendo barriere ad
un qualunque lavoro di attenuazione dei propri limiti, che può essere
perseguito soltanto con grande pazienza, e che non è certo il caso di rendere
ancora più problematico con un’ulteriore soppressione della spontaneità.
D’altra parte,
ancora di più occorre guardarsi dalla presunzione di poter imitare tecniche o
riti tradizionali, propri di forme alle quali non si è affatto ricollegati[101], sulla base di concezioni
alimentate inevitabilmente da nozioni
puramente libresche, e da fonti alle quali non dovrebbe essere
riconosciuta nessuna autorità. A nostro giudizio, non si sconsiglieranno mai
troppo simili parodie, le cui conseguenze negative vanno ben al di là di ciò
di cui si possono accorgere gli sconsiderati “sperimentatori”. Questo vale, si
noti bene, anche quando si possono vedere dei “risultati” apparentemente
favorevoli nel campo limitato della propria esperienza, come in certe pratiche
di presunto Hatha-Yoga moderno, le quali in realtà mettono in movimento
delle energie incontrollabili senza la base tradizionale appropriata. Che dire
poi di quello pseudo-tantrismo che, tenacemente applicato, ha potuto condurre
qualcuno ad “ottenere” la realizzazione … dell’impotenza sessuale? Un discorso
a parte meriterebbero inoltre le tecniche messe in atto per ottenere la
separazione dal proprio corpo, spesso nell’implicita supposizione, quanto mai
ingenua, che “uscire dal corpo” significhi di per sé “entrare” nel mondo
spirituale. In realtà, la dissociazione dalla modalità corporea del proprio
essere provoca semplicemente una comunicazione anormale con modalità
extra-corporee dell’individualità umana; e queste ultime, se costituiscono un
mondo immensamente più vasto e complesso di quello corporeo, non sono affatto
più “spirituali” per questo, e sono anzi il campo d’azione per eccellenza di
ogni sorta di illusioni, tanto più per quei malcapitati che vi si avventurano
con la più perfetta ignoranza di ciò a cui vanno incontro. Non per nulla le
tecniche volte ad “uscire in astrale” hanno una parte tanto importante nelle
varie forme contemporanee di pseudoiniziazione, dove del resto possono
condurre a subire i prodotti prefabbricati di determinate influenze psichiche,
differenziati in modo tale da dar luogo alla credenza fanatica in “esperienze”
e “teorie” del tutto contraddittorie a seconda degli ambienti di cui si tratta[102]. Ciò riguarda, beninteso, chi
si sia lasciato già “assimilare” in ambienti del genere; però il pericolo
esiste[103] naturalmente anche nel caso
che qui ci interessa, dell’aspirante ad una realizzazione il quale pur sa di
non aver ancora “trovato” ma che potrebbe esser tentato di “provare” le sue
capacità di muoversi da sé verso una malintesa esperienza interiore.
Al contrario, se
il mondo corporeo è la naturale base di partenza per il “profano”, ed è il solo
che corrisponda per lui ad un’esperienza relativamente sicura e controllabile,
è proprio in esso che bisogna cercare i mezzi e gli orientamenti,
indirizzandosi a ciò che, dal punto di vista tradizionale e sempre in funzione
dello scopo trascendente da raggiungere, si presenta con quei caratteri di
“normalità” e di “regolarità” che sono secondo noi indispensabili per dar
luogo ad un impegno sicuro e senza riserve della propria vita.
D’altra parte, questo porre la propria ricerca in termini concreti (una
volta che vi sia un’aspirazione e una comprensione teorica adeguata), se
esclude la tentazione di inseguire per proprio conto immaginazioni più o meno
mirabolanti, è anche agli antipodi del quietismo di certuni che si limitano ad
aspettare che la “via” venga ad essi, quasi per l’attrazione irresistibile
esercitata dalle loro intrinseche qualità. Indubbiamente, vi è in questa
attitudine un grosso equivoco, poiché l’autentico “non agire” può riguardare
effettivamente soltanto chi sia già stabilito nel Centro della “ruota cosmica”,
e non certo un individuo isolato e per così dire sperduto in mezzo alla grande
corrente del mondo moderno. Nelle sue condizioni, il presunto “non agire”
corrisponde piuttosto ad una tendenza misticheggiante, in contrasto con un
possibile orientamento iniziatico; il quale implica che colui che
necessariamente si muove nel dominio relativo dell’azione non si limiti
affatto a subire la propria situazione, ma utilizzi invece attivamente tutte le
sue facoltà, con una volontà e un’attenzione costante, per trovare e
percorrere la sua strada. Ed è solo in questo modo che egli potrà arrivare a
conseguire le condizioni per realizzare infine effettivamente ciò che è davvero
al di là di ogni azione e di ogni sforzo, ciò in relazione a cui la stessa via
di realizzazione non sarà stata e non è che un’illusione provvisoria e di per
sé rigorosamente nulla.
IX
Insegnamento tradizionale e ignavia intellettuale
«Non ho nulla, assolutamente
nulla da obiettare a ciò che René Guénon ha scritto. È irrefutabile».
Questo giudizio di André Gide[104],
autore dotato di un notevole senso critico e animato nello stesso tempo da una
mentalità lontana da quella tradizionale, è certo piuttosto sorprendente.
André Gide fu senza dubbio impressionato dal rigore delle esposizioni
dottrinali di Guénon che, come leggiamo nel suo Journal[105],
un amico gli fece conoscere durante il suo soggiorno in Marocco. In realtà il
suo giudizio, benché senza dubbio significativo, sarebbe eccessivo qualora
venisse riferito letteralmente a tutto ciò che può aver scritto un qualsiasi
autore, certamente fallibile in quanto individuo umano. E, se vi è nell’opera
citata da Gide un carattere irrefutabile, questo non può venire certo
semplicemente dall’individualità del suo autore, ma piuttosto si manifesta
nella misura in cui quest’individualità ha saputo lasciare il posto alla verità
sopraindividuale che attraverso le dottrine tradizionali trova la sua
espressione.
La migliore rettifica a proposito di questa
straordinaria “irrefutabilità” attribuita all’opera di un contemporaneo si può
trovare, forse, in quella stessa opera, là dove René Guénon chiarisce il senso
dell’“infallibilità” tradizionale[106].
«Ciò che è propriamente infallibile, è la dottrina stessa ed essa soltanto, e
non certo gli individui umani in quanto tali, chiunque possano essere. E, se la
dottrina è infallibile, ciò si deve al fatto che essa è una espressione della
verità, la quale, in se stessa, è assolutamente indipendente dagli individui
che la ricevono e la comprendono. La garanzia della dottrina risiede, in
definitiva, nel suo carattere “non umano”; e del resto si può dire che ogni
verità, a qualunque ordine appartenga, se la si considera dal punto di vista
tradizionale, partecipa a questo carattere, poiché essa non è verità se non in
quanto si ricollega ai principi superiori e ne deriva a titolo di conseguenza
più o meno immediata, o di applicazione a un dominio determinato. La verità
non è fatta dall’uomo, come vorrebbero i “relativisti” e i “soggettivisti”
moderni, ma al contrario s’impone a lui: tuttavia non “dal di fuori”, come una
costrizione “fisica”, ma in realtà “dal di dentro”, poiché evidentemente
l’uomo non è obbligato a “riconoscerla” come verità se non quando anzitutto la
“conosca”, e cioè se essa è penetrata in lui ed egli se l’è assimilata
realmente … ma si potrebbe anche dire, inversamente, che egli assimila se
stesso a quella verità … Ne risulta che ogni uomo è infallibile quando
esprime una verità che conosce realmente, cioè alla quale si è identificato; ma
non è infallibile in quanto individuo umano, bensì in quanto, a motivo di
quella identificazione, egli per così dire rappresenta quella stessa verità; a
rigore, in un simile caso non si dovrebbe dire che egli esprime la verità, ma
piuttosto che la verità si esprime attraverso di lui. Da questo punto di vista,
l’infallibilità non appare affatto come qualcosa di straordinario e di
eccezionale, né come tale da costituire un “privilegio” qualsiasi; di fatto,
chiunque la possiede nella misura in cui è “competente”, cioè per tutto quanto
conosce nel vero senso della parola».
Di fronte a questo senso essenziale
dell’“infallibilità”, che è in fondo un attributo implicito della conoscenza,
la “irrefutabilità” della sua espressione è qualcosa di secondario e di
relativamente esteriore. Si può restare senza obiezioni, come scrive André
Gide, si può restare ammirati per la solidità di un insieme di argomentazioni o
per l’edificio di un’esposizione dottrinale; ma quel che conta è comprendere
ciò che rende possibile il carattere “irrefutabile” di quell’esposizione, e
cioè diventare in qualche modo partecipi della conoscenza di cui l’esposizione
è in fondo una manifestazione accidentale e una “scorza” da oltrepassare. In
mancanza di ciò, il contenuto dell’esposizione stessa resta alcunché di
astratto e di non determinante per chi viene a contatto con essa: ed è appunto
ciò che constatiamo nel caso di Gide, il quale si ribella praticamente a
un’adesione effettiva alle dottrine tradizionali esposte da Guénon, pur
riconoscendole “irrefutabili”, con queste parole: «Non accetto di privare la
mia vita del piacere che essa trova nella diversità meravigliosa del mondo, e
poi per che cosa? per sacrificare a un’astrazione: all’Unità …?»[107].
Davvero il vedere come nient’altro che una “astrazione” ciò che si riferisce
all’ordine metafisico rappresenta il segno di una barriera insormontabile alla
comprensione di quel che è essenziale nelle dottrine tradizionali, e in tali
condizioni anche l’espressione logica più rigorosa, compatibilmente con la
limitatezza del dominio discorsivo umano, è da sola impotente a ricondurre
allo spirito, soprarazionale e sopraindividuale, di cui dovrebbe essere
normalmente il “supporto”.
Resta però da chiarire ancora un
altro aspetto della “infallibilità” tradizionale, più indiretto, derivato da
quello connesso immediatamente alla conoscenza effettiva, meno essenziale ma
pure assai importante nell’organizzazione
tradizionale dell’umanità. Si tratta di quell’“infallibilità” che è inerente
alla dottrina trasmessa ed insegnata da chi ne abbia validamente la
funzione, anche senza possederne effettivamente una comprensione integrale.
Questa funzione di trasmissione dell’insegnamento tradizionale è in fondo
strettamente paragonabile alla funzione di trasmissione dei riti. «In effetti,
non è possibile stabilire una distinzione assolutamente netta, e ancor meno
una separazione, tra ciò che riguarda i riti e ciò che riguarda la dottrina, e
quindi tra il compimento dei primi e l’insegnamento di quest’ultima». «Il rito
comporta sempre in se stesso un insegnamento, e la dottrina, a motivo del suo
carattere “non umano” (che si manifesta in particolare nella forma propriamente
simbolica della sua espressione), porta anch’essa in sé l’influenza spirituale,
cosicché si tratta veramente di due aspetti complementari di un’unica e
medesima realtà». «L’influenza spirituale è inerente ai riti che ne sono il
veicolo, e, d’altra parte, è ugualmente inerente alla dottrina per il fatto
stesso che questa è essenzialmente “non umana”; è dunque sempre l’influenza spirituale,
in definitiva, ad agire attraverso gli individui, sia nel compimento dei riti,
sia nell’insegnamento della dottrina, ed essa fa sì che tali individui,
chiunque siano in se stessi, possano esercitare effettivamente la funzione che
è loro affidata»[108].
Occorre aggiungere che
l’“infallibilità” nell’insegnamento tradizionale è per sua natura limitata, di
fatto, secondo i limiti della funzione da cui dipende. «Anzitutto, essa può
applicarsi soltanto all’interno della forma tradizionale a cui si riferisce la
funzione, ed è inesistente nei confronti di qualsiasi altra forma
tradizionale». «Inoltre, se una funzione appartiene a un certo ordine
determinato, essa può implicare l’infallibilità soltanto per quel che si
riferisce ad esso …: così, ad esempio, senza uscire dal dominio exoterico,
si può concepire un’infallibilità che, a motivo del carattere particolare della
funzione da cui dipende, riguardi soltanto un certo ramo della dottrina, e non
la dottrina nel suo insieme; a maggior ragione, una funzione di ordine
exoterico, qualunque essa sia, non può conferire nessuna infallibilità, e
quindi anche nessuna autorità, nei confronti dell’ordine esoterico; ed …
ogni pretesa contraria, la quale implicherebbe del resto un rovesciamento dei
rapporti gerarchici normali, non potrebbe avere che un valore rigorosamente
nullo»[109].
D’altra
parte, «l’interprete autorizzato della dottrina, in quanto
esercita la sua funzione, non può mai parlare a proprio nome, ma unicamente
in nome della tradizione che rappresenta ed in qualche modo “incarna”, la quale
soltanto è realmente infallibile»: «se poi egli parla a proprio nome, per ciò
stesso non è più nell’esercizio della sua funzione, quindi non fa che esprimere
semplici opinioni individuali, e in questo non è affatto infallibile …;
egli non usufruisce dunque per se stesso di nessun “privilegio”, in quanto,
appena la sua individualità ricompare e si afferma, egli cessa immediatamente
di essere il rappresentante della tradizione per rimanere niente di più che un
uomo ordinario … sotto l’aspetto dottrinale, egli varrà soltanto nella
misura della conoscenza che possiede realmente in proprio, e, in ogni caso, non
potrà pretendere di imporre la sua autorità a chicchessia»[110].
Si vede dunque come, da un punto di
vista universale e strettamente disinteressato, in quanto indipendente da
qualsiasi istituzione particolare, l’“infallibilità” tradizionale risulti
spiegata e giustificata ad ogni livello di applicazione, senza lasciar posto
(quando venga correttamente intesa) alla condanna scandalizzata di chi,
incapace di concepire qualsiasi cosa al di fuori dei ristretti orizzonti della
mentalità profana moderna, non sa vedere in essa che una pretesa insensata e
un privilegio del tutto abusivo da distruggere. In particolare, nella
prospettiva indicata nelle citazioni che precedono trova posto, in modo pienamente
legittimo, l’“infallibilità” e “veridicità” di ogni insegnamento religioso
conforme alla tradizione a cui si riferisce e che ne incarni effettivamente
l’influenza spirituale: che sia, cioè, secondo la terminologia cattolica,
manifestato in virtù dell’«assistenza dello Spirito Santo».
Del
resto, la suddetta distinzione fondamentale tra l’interprete autorizzato della dottrina in quanto esercita la sua funzione (ex
cathedra), ed in quanto parla a proprio nome (con tutte le possibilità di
errore e di confusione implicite nel proprio grado di ignoranza individuale), è
«strettamente conforme alla nozione cattolica dell’“infallibilità pontificale”»[111].
Senza minimamente entrare nel merito dell’applicabilità, secondo le modalità
della dogmatica cattolica romana, di tale nozione d’infallibilità, la cui
definizione è del resto assai recente[112],
è importante osservare che essa implica, al di fuori di certe condizioni
speciali, una nozione correlativa di “fallibilità”. E qualsiasi confusione a
questo riguardo, ad esempio allargando il campo dell’infallibilità che la
“Chiesa docente” attribuisce a se stessa, è suscettibile di conseguenze disastrose;
in particolare, per le contraddizioni che si potrebbero rilevare tra prese di
posizione diverse, qualcuno potrebbe voler condurre alla negazione della stessa
dottrina tradizionale, la quale in realtà non può essere minimamente coinvolta.
Così, è appena il caso di ricordare quante speculazioni fuori luogo hanno
abusivamente sfruttato il famoso “processo a Galileo” in un senso
antitradizionale. Così, confrontando enunciazioni espresse a pochi decenni di
distanza, si può trovare ad esempio la condanna recisa della tesi secondo cui
il Pontefice potrebbe «riconciliarsi ed accordarsi con il progresso e la
civiltà moderna»[113]
seguita da direttive innegabilmente antitetiche. O addirittura (sono fatti dei
nostri giorni) nello stesso dominio rituale, particolarmente delicato di fronte
alle possibilità di alterazione, si può trovare l’ingiunzione formale più
netta circa la necessità dell’uso della lingua liturgica latina[114],
seguita a pochi mesi di distanza dall’abbandono della medesima lingua liturgica
in tutto quel che rimane di vita rituale per la grandissima maggioranza dei
cattolici, in Italia e altrove.
Citiamo questi casi semplicemente a
titolo di esempi tra quelli che più facilmente possono venire alla mente; ed a
questo proposito si deve tener presente che secondo la stessa teoria cattolica
romana il Pontefice «non è infallibile nel cosiddetto “magistero ordinario”,
praticato con documenti autentici, ma non infallibili, come le encicliche, le
bolle, le allocuzioni ai vescovi, ecc.»[115];
e tanto meno sono considerati infallibili tutti gli altri membri della “Chiesa
docente”, anche nell’esercizio delle loro funzioni di insegnamento e di guida[116].
Ciò implica praticamente il riconoscimento di fatto e l’avvertimento che, nel
“magistero ordinario” della Chiesa cattolica, vi possono essere, nonostante
l’«assistenza dello Spirito Santo», delle interferenze di natura profana e non
tradizionale suscettibili, a seconda dei casi, di riuscire anche determinanti.
E ne deriva per i fedeli, sempre secondo la teoria cattolica al riguardo, un
obbligo di adesione «disciplinare» quanto all’esecuzione di ciò che viene
comandato, ma soltanto un obbligo di adesione «presuntiva e prudenziale»
«quanto all’interna convinzione» circa la veridicità degli insegnamenti, e ciò salvo
evidenza del contrario[117].
Questa restrizione, indispensabile
per non porsi in contraddizione con i fondamenti stessi della morale religiosa,
è particolarmente importante e merita qualche ulteriore chiarimento. L’“evidenza
del contrario” non può essere rappresentata da una semplice opinione individuale,
che, ad evitare la più completa anarchia, non può prevalere sul giudizio
espresso da chi rappresentasse nei propri riguardi, sia pure anche in modo
alquanto indiretto ed oscuro, un’autorità tradizionale autentica. Invece,
questa “evidenza del contrario”, secondo i commenti dei teologi cattolici,
potrebbe essere data ad esempio da una determinata conoscenza scientifica: e
ciò viene applicato esplicitamente al caso di Galileo, conoscitore, si osserva,
della veridicità del sistema eliocentrico, quando quest’ultimo venne condannato
dal Santo Uffizio. Ma si può osservare che se ciò è riferibile ad una scienza
profana come l’astronomia moderna, tanto più sarebbe applicabile al caso
dell’evidenza di una conoscenza o comprensione nel campo assai più ben fondato
delle scienze tradizionali, o addirittura nel dominio indubitabile della
metafisica tradizionale. E, sempre nei termini della morale cattolica, se il
rifiuto di adesione intellettuale al “magistero ordinario” e fallibile in
forza di un’opinione personale implicherebbe un peccato di “temerarietà” contro
la virtù della prudenza, un rifiuto dell’evidenza conosciuta (anche in
contrasto con il “magistero ordinario”) implica un ben più grave peccato,
qualificandosi in modo inequivocabile come «impugnatio veritatis agnitae»[118].
Naturalmente, poi, quando le affermazioni dei membri stessi della gerarchia
ecclesiastica non fanno parte del “magistero ordinario” (cioè quando manca un
riferimento alla dottrina tradizionale, o quando le affermazioni non vengono
fatte nell’esercizio della funzione tradizionale di insegnamento)[119],
non sussiste neppure quel concetto d’autorità, sia pure fallibile, di cui il
“magistero ordinario” è rivestito.
Le considerazioni che precedono
potranno forse servire a mettere in guardia contro l’errore rovinoso di
considerare la tradizione, o una determinata forma tradizionale (come il
Cristianesimo), solidale con direttive che sono propriamente umane e fallibili
dallo stesso punto di vista di quell’istituzione di derivazione tradizionale
(nel caso indicato, la Chiesa cattolica romana) nel cui ambito agiscono gli
individui che le manifestano.
Un simile grossolano errore è in
realtà doppiamente dannoso. Infatti, mentre da un lato può spingere molti a
distogliersi da qualsiasi orientamento religioso o, più in generale,
tradizionale, è pure pregiudizievole per coloro che sono indotti a intendere
il loro legame tradizionale in un senso di passività ed apatia intellettuale,
lasciando comodamente ad altri (cioè alle persone che si occupano al momento
di determinate incombenze gerarchiche) il presunto privilegio di possedere il
“lume dell’intelletto” ed il compito di usarlo.
In
realtà, le posizioni ufficiali del cattolicesimo non giustificano una simile attitudine, anche se questa viene tanto spesso e generalmente
favorita incontrando di fatto compiacimento ed incoraggiamento, quasi che la
parabola dei talenti non si riferisse anche e soprattutto alla ricerca
conoscitiva[120] ed
alla realizzazione della Verità[121].
Forse che lo «spirito di verità» non
è l’“altissimum donum Dei”, preannunciato da Gesù Cristo ai suoi
discepoli? Forse che la pigrizia intellettuale di chi rifiuta di perseguirlo[122]
non è invece, a ben guardare, la peggior forma di ignavia, implicando quel “peccato
contro lo spirito” che è “irremissibile” per chi in esso persevera? E forse
che chi avesse inteso realmente e sinceramente il senso universale della tradizione
non avrebbe ragione di far tesoro di quegli insegnamenti tradizionali che, pur
non legati alla forma religiosa in cui è nato ed introvabili in essa, fossero
per lui accessibili ed efficaci per illuminare la propria ricerca? Forse che
questo non potrebbe servire precisamente a rendere certa la propria adesione
allo spirito tradizionale, e, si può ben dire, a rendere incrollabile la
propria fede?
E, qualunque fossero poi le
determinazioni che se ne potrebbero trarre per il proprio cammino, a motivo di
una più grande chiarezza e vastità d’orizzonte, già quel risultato sarebbe
tutt’altro che disprezzabile in un mondo dove la confusione intellettuale
aumenta con crescente rapidità, tanto da rendere indispensabile il disporre di
adeguati mezzi di difesa contro di essa.
X
L’evidenza e la via
C’è un’evidenza intellettuale che ha illuminato ed
illumina normalmente l’umanità nella sua multiforme esistenza: l’evidenza
intuitiva della Realtà assoluta, intangibile e indipendente da ogni
vicissitudine. Si è parlato a questo proposito di una «sensazione
dell’eternità»[123]
fondamentale per non perdersi in una prospettiva del tutto illusoria della
condizione umana. Questa “sensazione dell’eternità” è presente, con
manifestazioni diverse, alla radice stessa di tutte le forme di civiltà; manca
soltanto nel mondo occidentale moderno, e questa mancanza si è tanto
generalizzata che solitamente ogni riferimento più o meno diretto alla Realtà
assoluta e a tutto ciò che trascende l’ordine temporale pare ormai astratto,
superfluo o vuoto di senso.
Orizzonti e orientamenti del tutto diversi si presentano
dunque a chi, svincolandosi dalla mentalità comune, abbia ritrovato il senso di
quell’evidenza intellettuale. Essa è tale che, anche quando appare semplicemente
in un modo teorico, per un riflesso nell’intelligenza individuale, può
produrre una polarizzazione nuova delle facoltà umane: una sorta di “tensione”
dalla persistente identificazione ad una condizione relativa dell’esistenza,
verso la Realtà assoluta nella quale risiede, in fondo, il Principio del
proprio stesso essere che si manifesta attualmente in forma individuale umana[124].
Precisamente a questa “tensione” si può riferire la nota espressione delle Upanishad
«Conducimi dall’illusione alla Realtà»; ma per evitare equivoci, è importante
comprendere bene che “illusione” non è affatto semplicemente sinonimo di
“irrealtà”. L’“illusione” è anzi una modalità del reale, e precisamente la sua modalità apparente[125],
che però, quando venga colta separatamente dal Principio eterno da cui trae la
sua possibilità di manifestazione, assume per ciò un aspetto autonomo
ingannevole, ed attrae in una sorta di “gioco”, come suggerisce l’etimologia
latina della parola “illudere”. A ciò si ricollega il duplice aspetto di “mâyâ”
nella dottrina indù, duplice aspetto che si potrebbe pure vedere espresso in
queste due formule coraniche: «La vita del mondo non è altro che gioco e
trastullo»[126]; «E
non abbiamo creato i Cieli e la Terra e ciò che è fra di essi se non con la
Verità»[127].
Vi è dunque sempre un legame che ricollega alla Realtà
assoluta ogni modalità relativa e illusoria dell’esistenza[128],
la quale, altrimenti, non sarebbe assolutamente nulla[129].
D’altra parte, l’evidenza fondamentale di cui abbiamo
parlato non può apparire se non in virtù della Realtà che ne è l’oggetto,
poiché senza di Essa non è neppure possibile un Suo riflesso; ed anche la
“tensione” che ne risulta nell’individuo sarebbe sterile senza un amplificarsi
e un approfondirsi della Sua influenza nella totalità dell’essere che si
manifesta come uomo.
L’individuo, dunque, non
può minimamente soddisfare da sé la “tensione” suscitata dall’evidenza
teorica. Piuttosto, egli può e deve adoprarsi ad
eliminare gli ostacoli che, dal suo punto di vista relativo, si frappongono
all’influenza della Realtà trascendente l’illusione. Ma questo, in pratica, potrà farlo soltanto servendosi di
mezzi che, proprio in quanto tali, devono far parte necessariamente
della realtà apparente, e cioè appartenere al mondo stesso dell’illusione e
della molteplicità[130].
In questo campo di attività, che è proprio
dell’individuo, egli, d’altra parte, non può determinare da solo gli strumenti
e le direttive da seguire: infatti, come potrebbe stabilirne la connessione (la
quale sola le può rendere efficaci) con una Realtà superiore che, per
definizione, egli non conosce ancora effettivamente, e di cui, con la certezza
dell’evidenza teorica, può soltanto avere un presentimento? Né potrebbero
bastare, a questo riguardo, “ispirazioni” puramente “soggettive”, cioè tali da
manifestarsi a livello psicologico, di modo che a determinarle interverrebbero
in realtà le componenti più diverse, quali la coscienza del singolo non è
neppure in grado di supporre.
Ne deriva la necessità del ricorso ad un’“autorità” che
abbia essenzialmente la sua fonte in quella
conoscenza che all’individuo fa difetto. Il fatto che la sua ignoranza
non sia totale, il fatto che egli abbia una comprensione teorica e già un
qualche presentimento di conoscenza effettiva
sarà decisivo per dar luogo ad una rispondenza interiore e ad un
assentimento all’“autorità” valida nei suoi riguardi, la quale peraltro, in un
primo tempo, non potrà che presentarsi a lui come esteriore[131].
È questa una ragion d’essere fondamentale dell’autorità
tradizionale[132],
quale la si ritrova praticamente in ogni forma di civiltà umana, e la cui
esistenza è quindi semplicemente normale, altrettanto quanto anormale è la
straordinaria incomprensione dimostrata al riguardo dal mondo moderno.
Dall’autorità tradizionale possono dunque essere date,
all’uomo singolo, le direttive fondamentali che egli deve seguire, se veramente
intende modificare la propria condizione in modo da eliminare gli ostacoli che,
dal suo punto di vista illusorio, impediscono il compimento dell’influenza del
Principio trascendente in lui.
***
Ci siamo espressi fin qui in termini
estremamente generali, che sono forse i più adatti per chi si ponga la
questione di una via che conduca «dall’illusione alla Realtà», senza ancora
sapere quale forma assumerà e che nome avrà. In questa prospettiva, come
abbiamo visto, si presenta l’esigenza di un’autorità quale mezzo di
insegnamento o, si potrebbe dire, quale strumento di informazione
indispensabile per ovviare alla propria iniziale ignoranza. E ciò corrisponde
effettivamente a un aspetto reale dell’autorità tradizionale; però, il
considerarla così senza tener conto di altri aspetti, non meno fondamentali,
vorrebbe dire fermarsi a una visione molto parziale e falsante, che sarà bene
cercar subito di integrare con altre considerazioni.
Si può osservare anzitutto che
l’aspetto “informativo”, se pure esiste, è il più esteriore dell’insegnamento
tradizionale, il quale è fondamentalmente simbolico, e cioè, nella sua
estrinsecazione, si avvale della connessione che ricollega i contenuti più
esteriori ed apparenti della realtà a quelli più interiori e profondi da cui
dipendono. In questo senso, la funzione di insegnamento tradizionale presenta
un carattere nettamente “operativo”: non solo l’autorità tradizionale “informa”
gli uomini circa una via che conduca «dall’illusione alla Realtà», dal mondo
individuale al Principio che lo trascende, ma inoltre effettivamente
interviene a “formare” quella via, vivificando la connessione armonica che
unisce fra di loro i diversi ordini di esistenza. Per questo l’insegnamento
tradizionale (quando è autentico) può considerarsi come parte integrante
dell’azione rituale, e solo nel quadro di questa è possibile risalire al suo
pieno significato.
Queste osservazioni, che cercheremo
di chiarire, possono forse servire a meglio intendere il senso che si deve
dare all’incontro con l’autorità tradizionale. Il manifestarsi di questa
autorità corrisponde sempre in qualche modo al compiersi di una “discesa”, nel
mondo individuale umano, di un’influenza di origine trascendente, e ciò si
trova espresso costantemente nelle forme tradizionali di tutti i popoli[133],
particolarmente nella storia e nei simboli che si riferiscono alla loro origine.
È noto che ad esempio nella tradizione indù
il nome di Avatâra, applicato alle
manifestazioni del Principio trascendente (in quanto Vishnu) nel
mondo umano, significa precisamente “discesa”, così come nella tradizione
islamica la Rivelazione stessa è designata con il termine tanzîl, che
significa ugualmente “discesa”; ed al senso di questa discesa si ricollega
parimenti l’incarnazione in Mâyâ del Budda, e l’incarnazione in Maria di
Cristo. Persino nel caso dei mestieri tradizionali, in quanto base anch’essi di
una via «dall’illusione alla Realtà», non manca un riferimento simbolico
analogo, là dove si indica l’intervento di “dèi” discesi originariamente ad
insegnarli agli uomini; e lo stesso simbolo massonico fondamentale della
costruzione del Tempio presuppone l’autorità di Salomone, a cui discese la
rivelazione che stabiliva come costruirlo.
Questa “discesa”, così necessaria
all’uomo affinché una via sia aperta dal mondo relativo in cui è nato alla
Realtà eterna, si manifesta dunque, in forme molteplici, con il medesimo
significato essenziale ed universale. A seconda dei casi, quella “discesa” può
dar luogo a modi diversi di partecipazione alla Realtà che ne è la fonte
suprema: si può concepire che l’uomo ne sia illuminato e “salvato” pur
rimanendo identificato al suo livello individuale, trasmutato allora in una
forma “paradisiaca”; così come si può concepire, al di là di ciò, la più profonda
trasmutazione dell’essere al di là dello stato umano, fino alla realizzazione,
non paragonabile a nessun’altra, dell’Identità Suprema e della Liberazione
finale, realizzazione di cui si può parlare solo impropriamente e che in fondo
non è altro che la stessa Realtà al di sopra di ogni distinzione e determinazione.
Ma queste considerazioni, se pure dobbiamo accennare
ad esse, ci porterebbero troppo lontano dal nostro presente discorso, e
non è su di esse che intendiamo qui soffermarci.
Notiamo
piuttosto che la “discesa” di cui abbiamo parlato corrisponde sempre in qualche modo, dal punto di vista della manifestazione
molteplice della realtà, all’attributo “espansivo” del Principio trascendente,
il che stabilisce anche un’analogia notevole tra il processo originario della
manifestazione (o, in termini teologici, della creazione) e quello della
“rivelazione”, da intendere qui nel senso più lato. Questo attributo espansivo è strettamente connesso alla verità metafisica che ogni possibilità di manifestazione deve,
in quanto tale, essere effettivamente manifestata e trovare la via del suo
compimento; ma, dal punto di vista degli esseri manifestati, che ne ricevono
per così dire l’esistenza e la via per la propria realizzazione, appare ed è,
almeno sotto uno dei suoi aspetti fondamentali, un attributo di “misericordia”.
A ciò si può ricollegare senza dubbio la risposta platonica sul perché il
Principio divino ha creato il mondo: «Agathòs en», «era Buono»;
ugualmente, nella rivelazione coranica è
detto che la Misericordia (Rahmah) del Principio divino si
estende in tutta la creazione[134];
così come troviamo ancora lo stesso termine (e questo ci riporta al senso
della “discesa” dell’insegnamento tradizionale) nella frase, riferita all’apportatore
della stessa rivelazione: «e non ti abbiamo inviato se non come Misericordia
per i mondi»[135]. Naturalmente sarebbe facile riscontrare
espressioni analoghe in altre forme
tradizionali, come nella “Compassione” che fece discendere sulla terra
il Budda dal Cielo di Tusita, o nell’attributo d’“Amore” del Verbo divino in
virtù del quale nacque Gesù Cristo. E si dovrebbe comprendere come questa
“Misericordia” (o “Compassione” o “Amore”) sia qualcosa che vale
incommensurabilmente di più di quella caratteristica antropomorfica e
sentimentale attribuita al Principio trascendente, secondo l’abitudine piuttosto
mostruosa generalmente diffusa in Occidente tra le persone ancora “religiose”.
Osserviamo inoltre che, in ciascuna
“discesa” nel mondo umano, vi è una specificazione particolare del Principio
trascendente, che assume nomi e determinazioni proprie di quella “discesa”, e
cioè, in altre parole, di quella forma tradizionale. Tali determinazioni
particolari non valgono soltanto quale insegnamento simbolico (in funzione di
una verità che mentalmente si può anche credere di saper esprimere in termini
più universali); ma esse devono pure venire assunte effettivamente quali sono,
in quanto sono ben reali per coloro che si ricollegano a quella forma
tradizionale, ed occupano il loro posto ai fini dell’efficacia “operativa”
della via in cui si presentano.
***
Partendo dalla constatazione della
necessità di un’autorità che ponga praticamente rimedio all’ignoranza del singolo, vediamo dunque
come, per non intendere in modo troppo parziale e falso questa autorità,
dobbiamo concepirla in modo ben diverso da un semplice coadiuvante
relativamente esteriore. Quell’autorità, per essere autentica, in qualunque
forma tradizionale, presuppone sempre eventi di una portata immensa: una
“discesa” effettiva della “Misericordia” del Principio trascendente nel nostro
mondo fino a noi singoli individui, “discesa” che necessariamente precede ogni
“ascesa” «dall’illusione alla Realtà», e che mette in evidenza come
l’“iniziativa” (se così ci si può esprimere) sta in fondo sempre dalla parte
del Principio.
Ciò dovrebbe bastare, tra l’altro, a
far giustizia degli insegnamenti concordemente falsi di “uomini di scienza”
miscredenti e dei teologi cristiani moderni – propalatori incoscienti della
medesima miscredenza – riguardanti le cosiddette “religioni naturali”. Al dire
di quei teologi, infatti, «le religioni non cristiane», cioè tutte le forme
tradizionali ad esclusione del Cristianesimo, «hanno potuto conoscere» unicamente
«quello che la ragione umana abbandonata a se stessa può raggiungere»[136],
testimoniando così soltanto l’insoddisfatto «movimento dell’uomo verso Dio»[137],
e non mai la “discesa” del divino nel mondo umano; con il che, dato che
l’affermazione di quella “discesa” si ritrova, al contrario, al principio
stesso di ogni forma tradizionale e di ogni civiltà normale, se ne dovrebbe
dedurre che ogni volta si trattò di un colossale inganno in cui sempre ricadde
l’umanità, salvo il caso «radicalmente diverso» di quella tal forma
tradizionale concepita da quei teologi. Tutto ciò, tenendo conto, se non altro,
delle fonti di informazione oggi accessibili, rappresenta davvero una delle
espressioni più impudenti della pseudocristiana “fantateologia della storia”
che si va progressivamente affermando, come ne abbiamo avuto ancora recentissime
conferme[138].
A parte queste considerazioni, oggi
doverose, ma marginali rispetto all’argomento che qui ci interessa, osserviamo
ancora che d’altra parte, nella prospettiva
che abbiamo brevemente indicato, un’importanza speciale e in certo modo
unica può essere assunta, particolarmente in certi casi, da Colui che sta
all’origine della “discesa” o della forma tradizionale a cui si è ricollegati
o della quale si viene a far parte. A questo proposito, potremmo citare questa
formula del canone pâli: «Egli, il Sublime, era lo scopritore della via
non scoperta, l’esploratore della via inesplorata, l’indicatore della via non
indicata, l’edotto della via, l’esperto della via: la via soltanto seguono
adesso i discepoli, procedendo dietro di Lui»[139];
e forse ancor più significativa è l’esplicita identificazione di sé alla
“Via”, da parte del Budda come da parte di Cristo. Parimenti, nella tradizione
islamica un hadîth afferma che nessuno può giungere al Principio divino
«se non attraverso l’Inviato», così come, per il cristiano, nessuno può
giungere al Padre se non attraverso il Figlio. Ma v’è di più: secondo
un’espressione coranica di cui traspare la portata esoterica, l’Inviato «è più
vicino ai credenti delle loro stesse anime»[140].
Ciò può significare che l’Inviato corrisponde all’essenza stessa
dell’individualità del credente; ed infatti, se si tien conto dell’efficacia
mediatrice della rivelazione, risalire dal suo messaggio alla sua fonte più
profonda, che coincide con l’Inviato stesso, non vuol dire forse realizzare la
via dalla realtà esteriore a quella essenziale? Del resto, chi assimila il
messaggio rivelato, conformemente a quanto dicemmo in altri termini, ne è non
solo “informato” ma anche “formato” secondo determinate “vibrazioni
armoniche”, al centro delle quali, trovando l’Inviato, ritroverà in realtà se
stesso; ed è proprio per quella “porta stretta” che egli potrà passare davvero
«dall’illusione alla Realtà», secondo il senso universale di tale espressione.
A questo si ricollega senza dubbio
il significato di certe espressioni evangeliche: «Io sono la vite, voi siete i
tralci: chi resta in me, ed io in lui, porta molto frutto: ché senza di me non
potete realizzare nulla. Se qualcuno non rimarrà in me, sarà gettato via come
un tralcio e seccherà, e sarà raccolto e gettato nel fuoco a bruciare»[141],
mentre ugualmente si può ricordare l’espressione «Non più io vivo, ma Cristo in
me». E d’altra parte anche nell’iniziazione muratoria, benché le cose si presentino
indubbiamente con modalità alquanto diverse, troviamo pur sempre una certa
analogia nel fatto che, dalla morte iniziatica, il Libero Muratore risorge
simbolicamente non con la propria individualità ma in quanto incarna Hiram,
l’edificatore del Tempio originario di Gerusalemme agli ordini di Salomone,
così come, in ogni via iniziatica, il discepolo deve sempre diventare in
qualche modo il “supporto” del Maestro, al quale interiormente tende a
identificarsi[142].
***
Crediamo di aver detto abbastanza
per far comprendere quanto sia impegnativo, per l’uomo, l’incontro con
un’autorità e una forma tradizionale, e quanto sono lontani dalla realtà
coloro che, dopo una preparazione puramente mentale e libresca, possono essere
tentati di cercarla o di sceglierla come si farebbe con un semplice strumento
di informazione o con una ricetta di cui si voglia provare la bontà. È certo
che una simile attitudine non può portare molto lontano e, nel caso che non si
giunga a rettificarla, si può andare incontro a delusioni e conseguenze
piuttosto impreviste. Il fatto è che, come dice ancora il Vangelo, «non si
possono servire due padroni», né si può giocare con certe cose, come può
accadere sia prendendole per quello che non sono, sia fingendo di ignorarle
mentre in realtà si assume verso di esse tutta la responsabilità di un
rifiuto. E, se vi è sempre qualcuno pronto a giustificarsi accusando il
destino, questo ci ricorda la pretesa giustificazione di chi, come racconta un
testo sacro, diceva: «La mano elargitrice di Dio è incatenata»; affermazione
che richiama la risposta: «No, le Sue mani sono aperte», «però i vostri cuori
si sono induriti e sono diventati come rocce o ancora più duri»[143].
Per essi è pur sempre valida l’appropriata espressione applicata già da San
Pietro a coloro che, dopo averlo conosciuto, volgono le spalle all’insegnamento
tradizionale («ciò che è stato loro trasmesso per santo mandato») per
abbandonarsi nuovamente alla vita profana: «È avvenuto di loro ciò che dice
con verità il proverbio: il cane è tornato al suo vomito, e la troia lavata è
tornata a voltolarsi nel fango»[144]!
XI
Dottrina e autorità tradizionali
Vi sono certi argomenti che, al
giorno d’oggi, suscitano in molti una reazione negativa quasi insuperabile, e tale da impedire la prosecuzione di un
discorso logico e proficuo. Ciò avviene, ad esempio, quando si tocca la
questione dell’autorità tradizionale. Il più delle volte è ben difficile far
comprendere ai nostri contemporanei che per l’uomo, in quanto essere individuale, condizionato da un orizzonte relativo e instabile
della realtà, il ricorso all’autorità tradizionale è del tutto normale.
Nel nostro precedente articolo[145]
abbiamo ricordato che, come viene essenzialmente riconosciuto sotto forme
diverse in tutte le civiltà ad eccezione di quella del mondo moderno, ciascuna
autorità tradizionale autentica ha la sua fonte originaria nella Verità e nella
Conoscenza che trascende il mondo relativo e individuale, ed è anzi tale da
costituire una via verso quella fonte trascendente.
Se ci si chiedesse perché la
concezione di una tale autorità, in altri tempi comunemente accettata, è
diventata così poco compatibile con la mentalità generale, si potrebbe dare
questa risposta: oscuratasi l’intuizione di una realtà che trascenda il mondo
relativo e individuale, perdutasi la coscienza dell’esigenza di ricollegarsi
ad essa e scomparsa l’aspirazione di risalirvi, anche il significato
dell’autorità tradizionale, definita nel modo che abbiamo indicato, non può che
risultare del tutto incompreso.
Bisogna
però aggiungere che questo misconoscimento, presente anche là dove l’incomprensione nei riguardi d’una
realtà superiore non sarebbe completa, è favorito dal correlativo decadimento
di quanto rimane dell’autorità tradizionale stessa nell’ambiente occidentale
moderno.
Indubbiamente, nell’Oriente
tradizionale, e fino al nostro secolo, la presenza stessa di esseri nei quali
la manifestazione individuale umana appare come il “supporto” di una realtà e
di una conoscenza di ordine sopra-umano, capace di illuminare l’ambiente in cui
sono presenti, rende assai più facile e quasi ovvio il riferimento all’autorità
tradizionale. Così, ad esempio, persino
quegli indù o quei musulmani che sotto la pressione dell’influenza
moderna diventano praticamente degli “occidentalizzati»,
tuttavia in molti casi non possono
neppure concepire che l’autorità tradizionale sia alcunché di
contestabile, ma semplicemente considerano che il peso delle circostanze e
delle loro stesse inclinazioni impedisce loro di persistere in un orientamento
tradizionale.
In Occidente, invece, da parecchie generazioni vanno
proliferando orientamenti dichiaratamente antitradizionali o semplicemente
profani, tali da invadere e plasmare ormai interamente l’organizzazione della
vita umana e la mentalità generale; parallelamente, vi è stato un moltiplicarsi
di pseudo-autorità, e ciò nei campi più diversi, da quello religioso a quello culturale e politico, ed a quello assai
fertile dello pseudo-esoterismo; infine, là dove si è conservata
esteriormente un’autorità veramente tradizionale, essa si esprime soltanto più
nei termini d’una fede religiosa rivestita di un dogmatismo legato senza dubbio
in modo alquanto indiretto a quella Verità universale e sopraformale la cui conoscenza,
secondo la parola di Cristo, rende “liberi”.
In queste condizioni, è comprensibile che non solo chi è
completamente imbevuto dalla mentalità moderna, ma anche chi aspira a una
realizzazione conoscitiva di ordine universale possa essere indotto a rifiutare
il concetto stesso di autorità tradizionale. Ciò non toglie che un simile
rifiuto sia un pregiudizio ed un’anomalia grave[146],
anche se si presenti con un’etichetta rispettabile come quella della “libertà
di coscienza” o dell’“autonomia dello spirito”. Vera libertà è quella che sta
al di là della condizione umana individuale, caratterizzata dalla relatività e
dall’illusione; e appunto in funzione di tale libertà occorre una direzione che
non sia “di questo mondo”. Quanto poi all’“autonomia”, se si volesse risalire
al suo senso etimologico più profondo, ci si accorgerebbe che essa consiste,
letteralmente, nel seguire la “legge di se stessi” o la “legge del Sé”. Ma,
quando si sia compreso che il proprio vero “Sé” (Âtmâ) non sta sul
piano individuale della relatività; quando si sia inteso che la vera
risoluzione del «Conosci te stesso» è quella che implica (per usare i termini
di un celebre detto tradizionale arabo) la conoscenza del proprio “Signore”;
allora si comprenderà anche che la vera “autorità” è irraggiungibile per chi si
orienti soltanto secondo tendenze individuali ed empiriche, e che d’altra parte
proprio l’assunzione dell’autorità tradizionale ha come scopo supremo, attraverso
la cancellazione di un’autonomia illusoria, la realizzazione di un’“autonomia”
che trascenda il dominio dell’illusione.
Ciò non è senza rapporto con il fatto che, in una via
iniziatica in cui si stabilisca una relazione tra Maestro e discepolo, scopo di
un vero Maestro è quello di mettere il suo discepolo in condizione di non avere
più bisogno di lui: «sia indirizzandolo, quando non possa condurlo oltre, a un
altro Guru (Maestro spirituale) che abbia una competenza più estesa
della propria; sia (se ne è capace) portandolo al punto in cui si stabilirà la
comunicazione cosciente e diretta con il Guru interiore»[147],
che è in fondo la comunicazione diretta del discepolo con il proprio “Sé”,
implicante la sua vera “autonomia”[148].
***
Mentre molti rifiutano a priori il concetto di autorità
tradizionale, sappiamo che altri, pur accettandolo, immaginano il manifestarsi
di tale autorità in un senso piuttosto “miracolistico” e lontano dalla realtà,
come un “Deus ex machina” che si vorrebbe incontrare sulla propria
strada, in mancanza del quale non rimarrebbe che starsene intanto, nel modo
meno incomodo possibile, nel proprio piccolo mondo, seguendo il proprio
orientamento individualistico e profano. E magari un simile punto di vista può
appoggiarsi ad una conoscenza libresca di aneddoti o fatti realmente accaduti,
nei quali l’apparizione del “Maestro” spirituale si verifica improvvisa e
senza alcun legame comprensibile con una ricerca esteriore qualsiasi.
Si dimentica però allora che l’incontro con un Maestro
spirituale, o piuttosto con l’influenza spirituale di cui un’individualità
umana sia il “supporto”, è connesso strettamente alla ricettività del
“discepolo”. Così, il noto proverbio indù «Dove c’è un cela, c’è un Guru»
(«Dove c’è un discepolo c’è un Maestro»), potrebbe essere parafrasato dicendo
che non vi è “Maestro” per chi non sia “discepolo”; e cioè per chi non sia
nelle condizioni di ricettività nei riguardi dell’influenza spirituale.
Orbene, appunto per consentire queste condizioni di
ricettività esistono le diverse forme tradizionali, che rappresentano un mezzo
per attuarle, praticamente necessario, anche se di per sé insufficiente, ed
efficace soltanto a seconda delle qualificazioni di ciascuno. In effetti, le
forme tradizionali (quali le forme di iniziazione e le religioni) sono
stabilite e costantemente vivificate dalle influenze spirituali trascendenti
mediante la presenza di coloro che ne sono il “supporto”, e nello stesso tempo
– grazie alle determinazioni e alle norme d’azione in cui si concretano, sul
piano della realtà individuale di ognuno – sono tali da plasmare la vita di
tutti quelli che ad esse vengono a partecipare.
L’efficacia delle forme tradizionali risiede
precisamente nella loro capacità mediatrice, che si attua plasmando e ordinando
la vita individuale in modo che si operi effettivamente un rapporto armonico
di “simpatia” tra gli individui e le influenze spirituali che stanno alla loro
origine. Per questo è normale che soltanto vivendo profondamente le forme
tradizionali, e incorporando per così dire in esse la propria individualità,
si possa realizzare un rapporto cosciente con le influenze spirituali e ricevere
da esse un insegnamento operativo efficace. In effetti, pure in episodi
eccezionali autentici che si raccontano circa l’apparizione imprevedibile di
un “Maestro”, o lo schiudersi improvviso di una via, o accadimento che hanno
condotto a un’illuminazione spirituale, sempre vi è da tener conto
dell’importanza basilare della forma tradizionale di cui erano impregnati anche
e soprattutto coloro a cui questi episodi si riferiscono, o per una loro
anteriore partecipazione e dedizione profonda, o per la natura stessa del loro
ambiente e dei fattori ereditari che li condizionavano.
Questa situazione di ricettività, questa incorporazione
in una forma tradizionale deve essere in qualche modo ripristinata dall’uomo
occidentale moderno che abbia preso coscienza, nonostante tutto, della propria aspirazione spirituale.
In realtà, solo una condizione estremamente anormale
dell’ambiente ha reso possibile il fatto che una simile aspirazione si ridesti
in parecchi casi senza che appaia evidente la presenza e l’appoggio dei mezzi
tradizionali corrispondenti. E, mentre perdura tale mancanza, la presa di
coscienza di quell’aspirazione può anche giungere a una notevole maturazione
sul piano mentale, ad esempio mediante la lettura di traduzioni più o meno
imperfette di testi tradizionali, e altresì mediante la lettura di un’opera
così fedele allo spirito tradizionale e nello stesso tempo intellettualmente
svincolata da ogni forma particolare come quella di René Guénon. Tutto ciò può
condurre a porre la propria ricerca in termini più precisi; e nel corso di
questa ricerca, anche senza il presupposto dell’adesione a una determinata
forma tradizionale, si può pur dare il caso di un incontro con persone che
potrebbero adempiere nei propri riguardi alla funzione di strumento e
“supporto” di un’influenza spirituale. Ma anche allora non si può stabilire
nessun rapporto “operativo” efficace fino a quando chi ha intrapreso la sua
ricerca non assuma pienamente una forma tradizionale di cui quelle persone
siano validi rappresentanti[149],
investiti della facoltà di operare nel senso di una determinata influenza
spirituale precisamente con lo strumento di quella forma tradizionale.
***
L’adesione effettiva ad una forma
tradizionale presenta dunque sempre un’importanza fondamentale. Si tratta di
una questione veramente “vitale” (e per questo non temiamo di insistere troppo
su tale argomento), da intendere in tutta la sua portata sia interiore che operativa,
senza possibilità di eluderla relegandola in una sfera puramente “ideale” e
“soggettiva”. In altre parole, ai fini di una via di realizzazione, non è
affatto sufficiente che una forma tradizionale venga assunta “idealmente”
dall’individuo, ma al contrario, per tradurne in atto l’efficacia mediatrice,
egli dovrà attuarla in se medesimo e farsene lo strumento in tutta l’ampiezza e
profondità di cui è suscettibile.
La considerazione di queste due
dimensioni, dell’ampiezza e della profondità, merita una particolare
attenzione.
Abbiamo già detto che ogni forma
tradizionale, estrinsecandosi nel dominio iniziatico o in quello religioso e
sociale, giunge a plasmare e a ordinare più o meno completamente la vita
individuale grazie alle norme di azione che trovano applicazione sul piano
della realtà concreta di ognuno. Ogni forma tradizionale presenta così un suo
ordine rituale e, in senso lato, una sua “legge” la quale, se in certo modo ne
è la manifestazione più esteriore, nel senso dell’ampiezza, è anche, per
l’individuo, il punto di partenza che gli è offerto e la base pratica
indispensabile affinché possa risalire all’essenza spirituale della forma
tradizionale e all’autorità che la incarna.
Conformarsi alla “legge”
tradizionale è dunque un presupposto per attivare e vivificare in sé lo spirito
tradizionale, così come un comportamento difforme rispetto alla legge della
propria forma tradizionale non potrà che alimentare gli ostacoli che
impediscono il compimento in sé dell’influenza spirituale. Se poi in molti
casi, specie nel mondo moderno, è difficile evitare che l’attuazione delle
applicazioni delle norme tradizionali rimanga incompleta, a causa dell’ambiente
e delle reazioni circostanti, ciò non toglie che verso una conformità integrale
debba essere fondamentalmente rivolta l’attenzione dell’individuo, il quale si
troverà poi in pratica a dover cercare il comportamento che riduca il più
possibile l’influenza sfavorevole delle circostanze.
Dovrebbe dunque essere evidente
l’errore di chi credesse di giustificare la mancata conformità alle norme ed
alle applicazioni pratiche di una forma tradizionale, con il pretesto di
ricollegarsi direttamente al suo aspetto più interiore; come se proprio in tale
aspetto più interiore non risiedesse la ragion d’essere che ordina appunto
quelle applicazioni esteriori.
Se ci riferiamo, in particolare,
alle forme tradizionali in cui, a motivo di una “solidificazione” connessa
alle condizioni cosmiche della nostra epoca, si è prodotta una distinzione tra
esoterismo ed exoterismo, le considerazioni di cui sopra implicano la
necessità di praticare un exoterismo tradizionale, e cioè la necessità di
praticare una religione nel caso delle correnti tradizionali ricollegate ad
Abramo, a cui si riconnettono il Giudaismo, il Cristianesimo e l’Islam:
necessità che sussiste proprio affinché l’esoterismo abbia una base che gli
permetta di attuarsi effettivamente e pienamente[150]:
in un certo senso, si può dire che l’exoterismo rappresenta propriamente una
modalità di attuazione dell’esoterismo, e che questa modalità è indispensabile
finché il campo di realtà individuale a cui si riferisce è attualmente reale
per l’essere che aspira alla realizzazione spirituale.
Osserviamo che basterebbe seguire il
criterio qui enunciato per discernere gran
parte dei falsi “Maestri” che pullulano in Occidente, e anche per
smascherare le speculazioni antitradizionali di coloro che cercano di gettare
il discredito e le calunnie più infamanti sull’esoterismo, confondendolo nel
modo più inestricabile possibile con manifestazioni degenerescenti del tutto
incompatibili con alcunché di tradizionale, come è accaduto ancora
recentemente ed in forme assai significative[151].
***
L’assunzione pratica di una forma tradizionale nel senso
dell’estensione, mentre da una parte è fondamentale, d’altra parte vale dunque
in funzione della dimensione della profondità. A questo proposito, occorre
comprendere bene che ogni grado di realtà in cui si trova chi sia impegnato in
una via di realizzazione spirituale vale esclusivamente in funzione di ciò che
è più interiore e profondo, che egli non conosce ancora effettivamente, e che
pertanto serba un “segreto” a cui deve assentire se vuole pervenire a
conoscerlo. Soltanto la coscienza costante di un riferimento a ciò che è al di
là del proprio stadio attuale può preservare
dal mutare ogni forma tradizionale in “superstizione”, e cioè in qualche
cosa che sussiste mentre la sua ragion d’essere è stata ormai perduta o dimenticata. Per questo, in una via di
realizzazione spirituale, nessun equilibrio raggiunto e nessuna credenza
dovrebbe essere considerata definitiva; e ad esempio, assumendo una religione
nel suo senso profondo, non potrà essere certamente
accettata la “solidificazione” del «Dio creato nelle credenze», la quale
induce a identificare il Principio metafisico ad una Sua manifestazione, in
modo da “localizzarlo”, negando così, sia pure inconsciamente, la Sua assoluta
trascendenza[152].
Gli errori da evitare per assumere una forma
tradizionale nella sua profondità, dopo averla assunta nella sua estensione,
possono naturalmente presentarsi a livelli diversi, e quindi anche assai
elevati in relazione al livello di partenza. Sotto un certo aspetto, si può
dire persino che il pericolo di errore aumenti con l’elevazione del grado a cui
ci si riferisce, in quanto ciò che è più elevato possa essere confuso più facilmente,
benché sempre del tutto illusoriamente, con la meta definitiva, la quale non è
altro che il Principio stesso della realtà, assoluto e infinito al di là di
ogni determinazione; ma una simile confusione non è possibile quando vi sia il
presupposto di una chiara comprensione della dottrina metafisica tradizionale.
D’altra parte, per l’individuo, l’assunzione della
propria forma tradizionale nel senso della profondità non può essere
rappresentata che da un orientamento e da un’apertura, nella direzione che
indichiamo appunto come quella della profondità; la realizzazione effettiva di
quest’ultima implicherebbe infatti il superamento della condizione individuale
e il compimento della mediazione dallo stato umano alla fonte dell’influenza
spirituale che manifesta la forma tradizionale. Quell’orientamento e quell’apertura
sono invece possibili dovunque e a qualunque livello[153],
indipendentemente dal dominio di realtà contingente in cui ci si trova, il che
significa, in altri termini, che qualunque punto è potenzialmente il punto di
partenza della realizzazione spirituale. In particolare, si può far
corrispondere quell’orientamento al senso essenziale della “buona volontà”
evangelica[154],
che implica l’assentimento alla Verità anche al di là della propria
comprensione attuale, e che ne rende così possibile la “rivelazione”, secondo
le modalità assunte dall’influenza spirituale che essenzialmente alla Verità
stessa si identifica.
***
Aggiungiamo che qualunque autorità
spirituale, qualunque dottrina e forma tradizionale, se è autentica e completa,
implica sempre l’orientamento di cui abbiamo parlato, e cioè comporta
un’apertura illimitata verso il Principio supremo e la sua conoscenza. La
presenza di questa apertura rappresenta anzi un criterio fondamentale per
giudicare l’ortodossia e la completezza delle diverse forme tradizionali, a
cui è d’altronde strettamente connessa la loro efficacia operativa. E tutto
ciò che abbiamo sopra ricordato circa la necessità di attuazione delle forme
tradizionali, sia nel senso dell’estensione che in quello della profondità,
potrebbe anche servire come riferimento per esaminare lo stato presente dei
mezzi tradizionali offerti, in vista di una via di realizzazione spirituale.
Speriamo dunque che queste
considerazioni, che potranno forse apparire di per sé un po’ troppo generiche
ed astratte, servano in qualche modo a suscitare riflessioni utili su argomenti
che sono invece concretamente della massima importanza.
XII
La tradizione e noi stessi
[155]Sulla tradizione si potrebbero dire moltissime cose, svolgere ricerche
ampie ed altamente specializzate, raccoglierne i frutti e compiutamente
esporli in bell’ordine, dandone interpretazioni originali o stantie, acute od
ottuse, ma fornendo in ogni caso ciò che verrebbe chiamato un “notevole
contributo culturale”, e cioè qualcosa di perfettamente inutile – per meglio
dire, tutto ciò sarebbe utile soprattutto a lasciar le cose esattamente come
prima, soddisfacendo le compiacenze di alcuni raffinati custodi di una cultura
che usurpa un posto di autorità il quale spetterebbe invece a un patrimonio
autenticamente “intellettuale” di cui, ahimè, in generale, da troppo tempo
l’Occidente moderno è ormai abituato a fare a meno.
Non intendo dire, con questo, che la cultura sia
necessariamente un male. Ma troppo spesso la cultura moderna è simile a un
mostro dalle innumerevoli forme, capace di digerire nel suo ventre immenso ogni
sorta di temi o di problemi umani, restituendoli poi perfettamente sterilizzati
ed inservibili; di modo che, se non fossimo premuniti conto il suo ben noto
fascino incantatore, rischieremmo assai di uscire dal convegno di studi a cui
siamo stati gentilmente invitati avendo ottenuto soltanto di aumentare il
bagaglio delle nostre illusioni.
Penso dunque che l’argomento in programma (la tradizione e la storia) dovrebbe essere inteso non
quale tema culturale, ma come qualcosa che intimamente tocca ciascuno di noi:
e in verità vi si riconnettono questioni per le quali siamo in gioco e mettiamo
in gioco noi stessi.
Per rendersene conto, basterebbe prender veramente
coscienza di quale sia la condizione dell’uomo “profano”, che è poi la
condizione dell’uomo senza tradizione, a cui sempre più tende a identificarsi
l’uomo moderno in generale. L’intero arco della sua vita è colto esclusivamente
in un orizzonte di fatti e di cose contingenti destinate ad apparire per poi
inesorabilmente scomparire, ivi compresi tutti quegli ideali che
momentaneamente lo sostengono e sembrano dare un significato superiore alla sua
esistenza; tutta la sua attività consiste nel consumare fino all’ultimo le
proprie possibilità, per terminare poi molto presto in una finale completa
impotenza e in un buio irrimediabile.
Qualcuno, di fronte a ciò, ha parlato di angoscia, di
assurdo o di naufragio. Ma, per una naturale difesa dell’incoscienza, ha
largamente prevalso una sorta di istintivo adattamento, codificato e poi
sanzionato dai più insigni persuasori della società, non privi di ingegno nel
mettere a disposizione di tutti svariati idoli, a generale edificazione e
turlupinatura. Così, si decorano con i nomi di evoluzione e di storia i momenti
di un tempo che, inteso senza una partecipazione effettiva ed efficace ad alcun
principio che lo trascenda, è continua distruzione e negazione di sé; mentre si
finge di ignorare che, dal punto di vista della realtà concreta dei fatti,
l’evoluzione e la storia di ciascuno finisce sempre nel modo macabro che tutti
sanno.
In verità, la condizione dell’uomo “profano”, dell’uomo
che non ha accesso a una partecipazione alla realtà sopra-individuale e
universale, è effettivamente una condizione angosciosa e votata al naufragio;
però, è di fondamentale importanza capire che non è necessariamente tale la
condizione umana in generale, ché anzi l’uomo “profano” si trova in una
condizione del tutto anormale, ed anche del tutto eccezionale, se si considera
l’insieme delle civiltà di cui possiamo avere una documentata conoscenza. In effetti,
la consapevolezza e la conoscenza dei principi di ordine universale che manca
all’uomo “profano”, all’uomo propriamente “moderno”, sta invece, quale
fondamento ordinatore, all’origine stessa di tutte le civiltà, ad esclusione
di quella sola in cui viviamo; e non è mancato chi ha preso atto di questo
singolare presunto “privilegio”, dandone le spiegazioni più scientificamente
fantastiche in sede psicologica, etnografica e filosofica[156].
Se però non si vuole pretendere, con un dogmatismo negativo del tutto
gratuito, che quella partecipazione conoscitiva a ciò che è di ordine
universale sia stata e sia una pura finzione, allora bisogna riconoscere che la
vera spiegazione di quel singolare “privilegio” della civiltà contemporanea
sta in un’atrofia intellettuale generalizzatasi nei tempi moderni anzitutto in
Occidente e ora tendente a caratterizzare una parte sempre più grande
dell’umanità, in connessione a un anormale, vertiginoso e disordinato sviluppo
di ordine materiale.
Qual è dunque la situazione di chi oggi, in Occidente,
ha serbato nonostante tutto un barlume di una non cancellata intuizione di una
realtà sopra-individuale e universale?
Se si trattasse non di un barlume, ma di una luce
perfetta, cioè di una conoscenza piena implicante un’assimilazione effettiva,
certamente non vi sarebbe alcun problema: l’individualità umana, ricollegata
ai principi universali dalla luce dell’intelletto, ne sarebbe immediatamente
ed incessantemente ordinata, manifestandoli nel dominio di realtà contingente
che le è proprio.
Ma in pratica, almeno inizialmente, non può che
trattarsi appunto di un barlume, o più esattamente di un riflesso
nell’intelligenza individuale, il quale lascia aperto tutto il problema di
come effettivamente operare la mediazione tra la luce universale presentita e
la propria individualità fatta dei contenuti molteplici dell’anima e del
corpo. A questo fine, occorre trovare sul piano stesso della propria attuale
esperienza contingente qualche cosa che attualizzi e vivifichi il legame con
la realtà e la conoscenza sopra-individuale ed universale; occorre ricevere un
contenuto efficace, che abbia la sua sorgente in quella realtà e in quella
conoscenza. Ebbene, questo contenuto efficace, necessariamente unico nella sua
essenza trascendente e molteplice nelle sue manifestazioni, si trova di fatto
presente sempre nel mondo umano, e precisamente in ciò consiste la
“tradizione”.
La “tradizione”, intesa in questo senso, corrisponde
dunque a una funzione fondamentale per l’essere umano; e appunto tenendo
presente tale sua funzione penso che possa essere opportuno cercare di approfondire
insieme il suo significato e le possibilità ad essa connesse.
***
Parlando del significato della
“tradizione”, è quasi ovvio che non ci possono interessare qui le accezioni
deteriori che ad essa vengono solitamente attribuite, allorché si vogliono
designare semplicemente delle sopravvivenze del passato che non hanno, o non
hanno più, alcun legame effettivo con un principio universale e sopra-umano.
Del resto, il senso di “tradizione” che ho indicato è strettamente connesso al
significato etimologico letterale, e penso sia bene soffermarci brevemente su
questo punto.
Come è noto, il latino “traditio”
(da cui l’italiano “tradizione”) significa propriamente “trasmissione”. Ma
trasmissione di che cosa? Un uso assai ampio del termine si trova ad esempio in
campo giuridico: si tratta allora della trasmissione di un bene da un soggetto
attivo della trasmissione, il “tradens”, ad un altro soggetto che lo
riceve; ed è chiaro che il bene in oggetto è allora tale quale è,
indipendentemente dai soggetti a cui successivamente appartiene.
Ora, il senso superiore di
tradizione a cui intendo riferirmi è precisamente quello di un contenuto che,
per la sua stessa natura, può soltanto essere ricevuto, assimilato e trasmesso
dagli uomini, poiché è indipendente dagli individui che ne sono a volta a
volta, per così dire, i ricettacoli ed i veicoli, dai quali non può essere né
inventato, né costruito, né minimamente modificato nella sua essenza: e ciò
perché tale essenza è in sé perenne ed immutabile, trascendente rispetto alle
vicende del mondo umano, fondata su una Realtà eterna.
Il senso di tradizione come
trasmissione dagli uni agli altri uomini risulta quindi relativamente
secondario in confronto alla trasmissione veramente fondamentale, che è
trasmissione dal sopra-umano all’uomo, o, in altri termini, dal soprannaturale
al mondo in cui si manifesta la natura individuale umana.
La trasmissione da uomo a uomo sarà
poi da prendere sì in considerazione, ma soltanto in quanto prolungamento di
quella trasmissione fondamentale, e soltanto in quanto ciascun individuo
attraverso cui la trasmissione avviene partecipi a quella fonte sopra-umana
senza la quale non vi è propriamente tradizione.
Il punto di partenza è dunque sempre
sopra-umano; operante però nel mondo umano mediante la presenza di chi,
partecipando direttamente al “soprannaturale” e manifestandosi insieme come
individuo fra gli uomini, sia qualificato ad adempiere alla funzione di
Mediatore. Il contenuto di ciò che questi potrà trasmettere agli altri uomini
si può considerare sotto diversi aspetti, quale influenza spirituale, quale messa
in atto di strumenti rituali per renderla operante, quale insegnamento
simbolico e dottrinale, quale mezzo di salvezza e di redenzione da uno stato
anteriore di separazione rispetto al sopra-umano, quale manifestazione del
Verbo o della Parola primordiale. In ogni caso, la tradizione è pienamente
operante quando dia luogo, in coloro che l’hanno ricevuta, ad una realizzazione
diretta del “soprannaturale”, già necessariamente presente in Chi sta al
principio della tradizione di cui si tratta, e attraverso di Lui. Questa
realizzazione diretta può essere rappresentata come una risalita della via costituita
dalla tradizione, fino al superamento dei limiti individuali, ed
all’identificazione di sé con i principi sopra-individuali: questa è la
Conoscenza effettiva della Verità, di quella Verità che, secondo i termini
evangelici, rende liberi; di quella Verità che, sola, offre la Liberazione da
ogni contingenza e da ogni limitazione di fatto e di opinioni.
Mi pare che tutto ciò possa essere
affermato indipendentemente da ogni forma tradizionale specifica e senza alcuna
ombra di dogmatismo. Però questi concetti apparirebbero indubbiamente, da
soli, troppo generici e alquanto insufficienti ad offrire un’idea della portata
e degli aspetti fondamentali della tradizione. È dunque opportuno che facciamo
riferimento a precisi contenuti ed enunciazioni tradizionali a cui si ricollega
quanto abbiamo accennato; tanto più che sarà questa un’occasione per mostrare
ampiamente la concordanza al riguardo delle fonti più diverse, quasi a
confermare una volta di più che qui non si tratta affatto di teorie od opinioni
individuali, ma di verità ben altrimenti fondate[157].
*** […] ***
Gli argomenti toccati conducono a
considerare più da vicino un duplice tema davvero fondamentale ed unanimemente
affermato nelle diverse forme tradizionali: quello della presenza interiore
dello stesso Principio universale, nonché della possibilità di conoscerlo, ed
anzi di identificarsi ad esso, per l’essere che, come punto di partenza, si
trova identificato ad una manifestazione individuale umana. A questo proposito,
mi limiterò ad alcuni riferimenti brevissimi che meriterebbero di essere
meditati e approfonditi. Secondo la tradizione indù, il Principio universale (Brahma)
risiede simbolicamente nel più piccolo ventricolo del cuore (hridaya), e
si identifica al “Sé” (Âtmâ); «più piccolo di un chicco di miglio, più
piccolo del germe racchiuso nel chicco di miglio», ma anche, in realtà, «più
grande della terra, più grande dell’atmosfera, più grande del cielo, più
grande di tutti questi mondi insieme», dal momento che ne è il Principio e ne
contiene tutte le possibilità. Analogamente, secondo la tradizione cinese, il
Tao risiede nell’“Invariabile Mezzo” (Ciung-yung), il Centro originario
di ogni essere, detto anche, considerato sotto diversi aspetti, il “Centro del
Vuoto”, lo “Spazio dell’Antico Cielo”, il “Cuore celeste”. E questo stesso
Centro è, nella tradizione degl’Indiani d’America, il “piccolo spazio” in cui
abita il “Grande Spirito” (Wakan-Tanka), chiamato “Occhio del Cuore” (Chante
Ishta) dai Sioux, secondo una terminologia identica a quella che si ritrova
nell’esoterismo islamico (Aynul-Qalb in arabo). È il “Santo dei Santi” o
“Palazzo interiore” della Qabbalah ebraica, dove risiede il punto
primordiale da cui si origina tutta la manifestazione nell’espansione delle sei
direzioni dello spazio, corrispondenti ai “sei giorni” della creazione, ed a
cui si ritorna nel compimento del “settimo giorno”, il Sabbath che
rappresenta la reintegrazione nel Principio. È il “Regnum Dei intra vos”
ed il “granello di senape” della parabola evangelica. Ed a questa medesima
presenza interiore totale, benché solo virtualmente per l’essere che non l’ha
ancora realizzata, si riferiscono infine i detti dell’esoterismo islamico: «Chi
conosce se stesso (o il proprio sé) conosce il proprio Signore» e «Il Cielo e
la Terra non mi contengono, ma mi contiene il Cuore del mio fedele servitore».
***
Beninteso, ho voluto soltanto
accennare qui ad un insieme di argomenti per indicare certi aspetti della
tradizione, considerata nel modo più indipendente possibile da ogni prospettiva
o preoccupazione particolare. Ritengo che
ciò possa essere utile non solo per avvicinarsi a una comprensione di
quegli aspetti, ma anche e soprattutto per far intravedere la possibilità di
un punto di vista universale, aperto a ciò che costituisce l’essenza
trascendente di ogni forma tradizionale. E dovrebbe essere chiaro che, in
mancanza di un simile punto di vista, ogni forma tradizionale (sia essa il Cristianesimo o qualunque altra) lascia in
ombra e rischia di perdere la sua stessa ragion d’essere, che è appunto
quella di ricondurre a Ciò che è veramente universale e trascendente.
Così, concepire il Cristianesimo
unicamente come un prodigio nella storia; riferirsi alla mediazione di Gesù
Cristo non per elevarsi con Lui ad una partecipazione al Verbo divino, ma
soltanto per abbassare quest’ultimo immaginandoselo come un personaggio
storico; fantasticare su una libertà umana individuale arbitraria e “creativa”
al di fuori dell’ordine universale, anziché essere partecipazione cosciente ad
esso; avanzare addirittura la pretesa che sarebbe merito del Cristianesimo
l’aver progressivamente “dissacrato” il mondo; simili opinioni aberranti che si
vanno sempre più diffondendo sono in realtà profondamente antitradizionali e
profondamente anticristiane.
Senza esagerare affatto si potrebbe
dire che il diavolo, visto che ormai più nessuno si preoccupa di lui (in
qualche paese è stata persino eliminata la menzione dell’inferno dai catechismi
per evitare timori ai ragazzi), sta per realizzare massimamente il senso di un
vecchio proverbio francese: «le diable est très bon théologien».
Sì, il diavolo sa essere un ottimo
teologo e sa far parodiare la teologia autentica. Però, c’è un dominio nel
quale, per il fatto stesso di essere principio di divisione e di separazione,
il diavolo (o la potenza d’illusione che esprimiamo con questo nome) non potrà
mai accedere, un dominio che gli è rigorosamente precluso: quello dei principi
universali e immutabili, il dominio della metafisica, cioè della vera
trascendenza, al di là di ogni idolatria, di ogni opinione e di ogni possibile
errore. Tale è e sempre sarà l’essenza perenne della tradizione. E per
riconoscerla, per operare il discernimento diventato sempre meno agevole, in
mezzo alla mescolanza sempre più fitta della zizzania con il buon grano
(mescolanza che ormai non risparmia neppure i luoghi che dovrebbero esserne più
preservati), occorre anzitutto una chiarificazione per mezzo di quella facoltà
che corrisponde appunto a ciò che è di ordine metafisico, e cioè per mezzo
dell’intuizione intellettuale, che è per sua natura universale e soprarazionale.
Solo in questo modo si potrà assentire alla decisiva evidenza di insegnamenti
tradizionali di ordine universale; e qui dovrò limitarmi a semplici allusioni,
a titolo d’esempio, alle dottrine riguardanti la “non dualità” principiale, la
Possibilità infinita, la “totalizzazione” illimitata nello stato incondizionato
dell’“Identità suprema”, gli stati molteplici dell’essere e la loro gerarchia,
a cui del resto si riconnette strettamente il concetto stesso di tradizione.
Né si pensi che questo fondarsi
anzitutto su di un assentimento intellettuale comporti l’esclusione di alcunché di valido per l’essere umano:
ché anzi la facoltà intellettiva, e solo essa, è tale da poter ordinare e
condurre armonicamente a pieno compimento tutte le possibilità individuali,
comprese quelle di ordine sentimentale e corporeo, solo essa può consentire di
scorgere in ogni forma tradizionale il fondamento più essenziale ed
incrollabile; mentre senza una chiarificazione intellettuale non vi è che
disordine e anarchia, e le stesse forme tradizionali tendono a diventare
residui psichici e materiali, non più vivificati dallo spirito e alterati da
interferenze tutt’altro che tradizionali.
Dove dunque non esista purtroppo più
un’autorità tradizionale che detenga in modo effettivo ed intangibile la
conoscenza di ciò che è universale nella dottrina tradizionale, chi prenda
coscienza di tale situazione profondamente anormale
e drammatica dovrà certamente pensare anzitutto a una ricerca
intellettuale per ritrovare quella conoscenza, almeno in modo teorico e quale
strumento di discernimento per ogni applicazione ulteriore.
A questo potranno forse riflettere
quei “tradizionalisti” i quali pongono, al primo posto delle loro
preoccupazioni, una restaurazione tradizionale nel campo sociale o comunque in
settori più o meno esteriori i quali presuppongono invece la rivivificazione
degli aspetti più interiori della tradizione: soltanto tale rivivificazione,
del resto, potrebbe determinare anche le modalità particolari di qualsiasi
restaurazione, modalità variabili secondo i tempi e i luoghi e (insisto su
questo punto) del tutto imprevedibili, specie nel disordine attuale, sulla base
di considerazioni necessariamente estrinseche.
Purtroppo, l’attaccamento a simili
impostazioni “tradizionalistiche” può non soltanto essere sterile, ma
rappresentare anche un pesante bagaglio psicologico tale da escludere il
formarsi di un terreno adatto per un lavoro di ordine più profondo. Assai più
proficua può essere, mi pare, l’attitudine iniziale di chi abbia la capacità e
il coraggio di cominciare per così dire da zero, evitando in tal modo di porre
da se stesso degli ostacoli all’efficacia di quella presa di contatto con la
metafisica tradizionale che dovrebbe permettere normalmente un assentimento intellettuale
veramente fondamentale; fondamentale sia per la comprensione che ne deriva,
sia perché esso implica sempre, nell’essere umano, un mutamento in profondità,
suscettibile di produrre rapporti nuovi con le stesse influenze spirituali, dal
cui intervento dipende, in definitiva, qualsiasi realizzazione effettiva.
A questo proposito, mi sia
consentito citare queste parole di René Guénon, autore che, penso, più di ogni
altro può aiutare ad affrontare l’arduo compito di un vero ritorno alla
tradizione, nel senso più profondo e più valido, senza dubbio anche perché
egli stesso ha incarnato effettivamente nel nostro tempo la tradizione vivente,
ininterrotta e perenne, come appare tra l’altro in modo straordinario dal
convergere in lui, e fin dalla sua prima giovinezza, di correnti iniziatiche di
diverse forme tradizionali di cui fu così interiormente partecipe, riconoscendone
la più profonda identità essenziale: «… ritorno alla tradizione e ritorno ai
principi è in realtà una stessa ed unica cosa; ma bisogna evidentemente
incominciare a restaurare la conoscenza dei principi, là dove essa è perduta,
prima di pensare ad applicarli … Voler procedere altrimenti
significherebbe introdurre nuova confusione là dove ci si propone di farla
scomparire, e starebbe ad indicare che non si è capito che cos’è la tradizione
nella sua essenza … Se insistiamo su cose tanto evidenti, ciò è dovuto
alla mentalità moderna, in quanto sappiamo fin troppo bene com’è difficile
evitare che essa capovolga i rapporti normali. Anche le persone che hanno le
migliori intenzioni, se partecipano in qualche modo a quella mentalità, sia
pure loro malgrado e dichiarandosene gli avversari, potrebbero benissimo essere
tentate di cominciare dal fondo, non foss’altro che cedendo a quella singolare
vertigine della velocità che si è impadronita di tutto l’Occidente, o per il
desiderio di giungere subito a quei risultati visibili e tangibili che per i
moderni sono tutto, talmente essi, a forza di rivolgere la loro attenzione
verso le cose esteriori, sono diventati incapaci di percepire ogni altra cosa. Per questo ripetiamo così sovente, a
rischio di apparire noiosi, che occorre anzitutto mettersi sul piano dell’intellettualità
pura, e che non si farà mai nulla di valido se non si incomincia in questo
modo; tutto ciò che si riferisce a tale piano, pur non essendo percepito dai
sensi, ha conseguenze ben altrimenti formidabili di ciò che appartiene soltanto
a un ordine contingente; ciò è forse difficile da concepire per chi non vi è
abituato, ma questo non impedisce che la nostra affermazione sia rigorosamente
vera»[158].
Aggiungerò ancora che, prima della
decisiva chiarificazione intellettuale a cui ho fatto allusione, sarebbe vano
chiedersi quali ne potrebbero essere le conseguenze per sé in rapporto alle
forme tradizionali attualmente esistenti ed operanti nel mondo umano. In ogni
caso, per chi abbia compreso i principi che costituiscono l’essenza unica della
tradizione, e qualunque possano essere poi le necessarie applicazioni volte ad
ordinare la propria individualità, non potrà ormai più trattarsi in nessun modo
di una “conversione” dall’una all’altra forma tradizionale, poiché, per lui,
l’unica vera “conversione” sarà stata, definitivamente, quella attraverso la
quale sarà passato dalla condizione di uomo “profano” (se tale egli era) a
quella di uomo orientato verso la tradizione universale e da essa illuminato.
XIII
Cambiare mentalità
La contestazione più radicale ed esauriente del mondo
contemporaneo può venire soltanto da una conoscenza che non sia soggetta alle
sue illusioni, ai suoi inganni e alle sue limitazioni. Tale conoscenza, che di
per sé non ha età, e che non appartiene né al passato né al futuro, consente
anche di situare al loro giusto posto le età e l’epoca in cui viviamo, con il
suo carico di illusioni, di inganni e di limitazioni. Invece, in mancanza del
riferimento a quella conoscenza, ogni contestazione non può essere che
frammentaria, disordinata e, in definitiva, inconcludente.
Così, come è fenomeno ricorrente nel dinamismo
progressivo del mondo moderno, la carica di verità insita nella contestazione
di cose e di istituzioni precostituite (realmente più o meno degenerate o
contraffatte), viene utilizzata non per stabilire un ordine valido, ma per dar
forza alla tendenza dal basso verso un nuovo e più gran disordine, il quale si
manifesta nell’arbitrio e in un rigonfiarsi di correnti, orchestrato anzitutto
con suggestioni che preparano il fondamento psichico adatto per il maturare dei
successivi sviluppi.
Un esempio particolarmente significativo al riguardo è
quello della “dissacrazione”. La contestazione del carattere sacro che era
stato attribuito a determinate concezioni ed istituzioni, decadute o false nel
loro fondamento, tende praticamente ad abbassare il senso di tutta la realtà,
abituando insistentemente a non vederne che l’aspetto più basso, banale,
insignificante o laido.
Al contrario, ci pare importante affermare che, in una
condizione propriamente “normale”, e cioè quando si realizza la conformità alla
verità, tutto è visto, quale è, come ricollegato ai principi; e in questo senso
tutto è sacro, se si può usare questo termine anteriormente ad una
contrapposizione, allora inesistente, tra quello che esso designa e quello che
corrisponde all’anormalità di un punto di vista profano.
Ciò dovrebbe essere evidente, dal punto di vista
teorico. Anche se, in pratica, occorre tener conto, in una condizione
relativamente “anormale” rispetto a quella suaccennata, della parziale
incapacità degli uomini a ricollegare tutte le cose ai principi da cui
derivano, e della correlativa parziale inefficacia delle cose per loro ai fini
della realizzazione di tale legame: la comprensione effettiva del carattere
“sacro” della realtà abbraccia allora solo certi aspetti delle cose e della
vita, ed occorre appoggiarsi all’intervento di norme ed elementi propriamente
sacri, sostenuti da influenze spirituali operanti attraverso determinate forme
tradizionali, per il mantenimento di quel legame.
Soltanto in uno stadio alquanto
inferiore, poi, può essere perduta la consapevolezza della ragion d’essere
profonda di questi elementi e norme sacre, che resteranno infine, per chi non
le comprende, come superstizioni, apparentemente fatte solo per fornire
appoggio ad un certo equilibrio e ad una certa struttura sociale e mentale, che
è quella che si incontra di fatto ed offre resistenza alle “contestazioni”.
Ora, quando ciò che viene così “contestato” non sia più nient’altro che un
residuo o una contraffazione, chi sia animato da uno spirito tradizionale,
quale noi l’intendiamo, non potrà certo “prendere posizione” né per gli uni né
per gli altri; ma anzi riconoscerà che gli uni e gli altri rappresentano
insieme le due fasi ricorrenti, della “solidificazione” e della “dissoluzione”[159],
attraverso le quali procede, nel suo cammino discendente, il mondo moderno e
l’alterazione della mentalità generale degli uomini che vivono in esso.
***
Questa alterazione della mentalità
generale potrebbe naturalmente essere illustrata da esempi innumerevoli ed ha,
in Occidente, radici già abbastanza lontane nel tempo. Così, in particolare, il
ridursi delle scienze sacre a superstizioni (nell’intendimento dei più) permise
quei movimenti di “contestazione” che condussero alla formazione delle scienze
profane[160],
tali che per loro stessa natura escludono la comprensione del carattere sacro
delle cose, cioè la comprensione del loro legame con i principi trascendenti[161],
ovverosia, in fondo, della loro stessa essenza. In queste condizioni, non ci si
rende conto di quanto sia ingannevole l’illusione di “conoscere”, ad esempio,
l’organismo umano per mezzo dell’anatomia, la quale non solo è ristretta alla
sola modalità corporea, ma neppure può render conto della ragion d’essere di
questa; e la constatazione ovvia che, per questa via, non si trova l’“anima”
nel corpo avrebbe dovuto condurre, più che alle ingenue conclusioni
materialistiche, a riflettere sulla ristrettezza di una simile scienza e
sull’esigenza di ritrovare altre forme più adeguate di scienza e di conoscenza.
Considerazioni quasi perfettamente
analoghe potrebbero farsi sulla credenza ugualmente ingenua che la conoscenza,
diciamo, della luna consista in ciò che possono vederne gli “astronauti”
girandole attorno o calpestandola, salvo a trovarla squallida e monotona, e nei
dati che se ne possono “elaborare”; mentre l’aspetto qualitativo reale presente
nella luna e che opera effettivamente nel cosmo attraverso di essa viene
relegato, nella concezione acquisita con simili scoperte, tra le “favole degli
antichi”. Allo stesso modo, il fatto di riuscire a spostare degli uomini
mediante complicatissimi accorgimenti un poco al di fuori dell’atmosfera
terrestre viene considerato come una “conquista dello spazio”, mentre mai come
oggi gli uomini sono stati ignoranti su che cosa sia realmente lo spazio tra le
condizioni determinanti e limitative del mondo umano.
E in certo qual modo troviamo anche
tra i “conquistatori dello spazio” delle espressioni di quel contrasto tra il
persistere di residui di un orientamento intellettuale diverso, e la loro
contestazione: ad esempio, da una parte una “preghiera dell’astronauta”,
dall’altra l’affermazione che nei cieli non era stato trovato nessun Dio[162],
e saremmo tentati di dire che preferiamo di gran lunga la franchezza di
quest’ultima osservazione, purché, ben più che una battuta di spirito,
servisse per riflettere sulla chiusura degli orizzonti intellettuali della
scienza moderna e delle sue applicazioni.
Ma, a parte queste osservazioni che
possono apparire un po’ astratte, si possono considerare anche aspetti che
toccano assai più direttamente l’esperienza di ciascuno. Ne abbiamo un esempio
nella progressiva incapacità di realizzare i fenomeni corporei quali supporti
di modalità più profonde della realtà, che ne sono la ragion d’essere senza la
quale non potrebbero neppure prodursi. Così, si crede di conoscere ciò che è di
ordine sessuale riducendolo ai suoi fenomeni più esteriori, che vengono più o
meno ampiamente analizzati e snaturati, traendone nuove forme di “educazione
sessuale”; e per questa via, quella che sarebbe stata normalmente la base
effettiva di una realizzazione spirituale, e che è ancora per istintiva
resistenza della natura umana almeno la base di una realizzazione psichica
sentimentale, si avvia nei paesi più “progrediti” a non essere spesso neppure
più questo, per diventare alcunché di ordine puramente sensibile[163]
e “fisiologico”; o, più in basso del materialismo, un supporto all’intervento
di influenze propriamente infra-umane, favorite con l’estendersi di forme di
perversione evidentemente anormali, ed anche (benché ciò appaia meno
esteriormente) dalla presenza di gruppi pseudo-esoterici che si servono della
manipolazione delle forze connesse a questi fenomeni. Anche qui, troviamo le
solite tendenze alla “dissacrazione” o, come si dice, alla distruzione dei
“tabù”, senza quel tanto di spirito critico che dovrebbe far pensare
possibilmente a riscoprire, adattare e vivificare il patrimonio di saggezza di
cui ancora rimangono i resti, sia pure spesso in forma di superstizioni
distorte e incomprese, piuttosto che a distruggere tutto quanto ha potuto
persisterne sinora.
In fondo, però, quanto diciamo della
“dissacrazione” investe il modo stesso di intendere la condizione
dell’esistenza umana, sradicando una consapevolezza che dovrebbe essere
fondamentale. Ci riferiamo alla consapevolezza che tutta l’esistenza è in una
situazione ricettiva rispetto al suo Principio, da cui ogni essere trae
interamente e continuamente la sua realtà: la qual cosa si dovrebbe
normalmente riflettere in un rispetto profondo per tutte le cose e per se
stessi; in una conformità e adorazione[164]
verso quello che, dal punto di vista individuale, è il proprio Signore; in una
venerazione dei Suoi intermediari, secondo quell’aspetto in cui adempiono a
tale funzione: e qui il riferimento più immediato riguarderebbe normalmente i
propri genitori, e poi ogni altra autorità valida, in senso tradizionale, a
cui si possa essere ricollegati. Non pensiamo affatto che sia esagerato
parlare qui propriamente di venerazione; e, quando il disordine fosse tale da
non consentire di riconoscere nessuno quale autorità tradizionale ed
intermediario dell’influenza spirituale, dovrebbe pur sempre rimanere
l’attitudine interiore che consiste nel nutrire un senso di venerazione per
l’autorità che attualmente non si conosce, ma che pure si sa essere sempre
presente nel proprio mondo, poiché senza gli intermediari dell’influenza spirituale
l’esistenza stessa del mondo sarebbe impossibile.
Appunto a questo proposito, così si
è espresso un Maestro dell’esoterismo islamico[165]:
«Guardatevi dal dire: sono scomparsi gli Iniziati grandi ed autentici. In
realtà non scompaiono, sono come il Tesoro nascosto sotto il muro[166]:
e Allâh darà a chi verrà nel tempo ultimo[167]
quel che ha nascosto a quelli del tempo primo … Guardati bene, fratello,
dal negare venerazione agli Uomini[168]
del tuo tempo: a chi mi–sconosce gli Uomini del suo tempo è preclusa
l’influenza spirituale[169]
presente nella sua epoca»[170].
***
Tutto ciò è sempre più lontano dalla mentalità generale
degli Occidentali, che spesso hanno ormai perduto persino la nozione delle
attitudini basilari cui abbiamo accennato, ovvero, anche in questo caso, ne
conoscono soltanto aspetti residuali o superstizioni sempre più fragili. Forse
che dei termini che designano alcunché di costantemente fondamentale, come
“adorare” e “venerare”, non suonerebbero oggi in molti ambienti, per non dire
nella maggioranza dei casi in Occidente, come completamente “anacronistici” e
vuoti di significato, salvo a trovare il loro posto nel ben circoscritto
dominio, solitamente esiguo, in cui è confinato un resto di religione, o di
semplice religiosità alquanto innocuo, che qualcuno in paesi più “progrediti”
del nostro studia già con la curiosità che si potrebbe rivolgere ad altri
particolari fenomeni sociologici ed etnografici?
Sta di fatto che, anche per chi giunge mentalmente a una
certa apertura teorica nei riguardi di concezioni tradizionali resta spesso
ancora ben difficile sormontare la deficienza di un’attitudine di base,
fondamentalmente ancora profana: come ci appare anche nel limitato campo della
nostra esperienza diretta, per quel che riguarda vari corrispondenti che hanno
mostrato il desiderio o la velleità di interessarsi di argomenti toccati su
questa rivista.
Così, capita fin troppo facilmente che la considerazione
della propria comprensione e della propria aspirazione (più o meno reali ed autentiche)
induca istintivamente a sentirsi “importanti” e ad avanzare delle pretese, le
quali sono diametralmente contraddittorie rispetto alla consapevolezza basilare
della radicale “povertà” di ogni essere umano individuale, e ciò non può che
chiudere o mantenere ben chiusa la “Porta stretta” dell’accesso alla
realizzazione spirituale; così come, secondo un paragone analogo, i “ricchi”
non potranno mai passare attraverso la “cruna dell’ago”, ovvero dovranno
anzitutto diventare poveri spogliandosi delle loro ricchezze e dei loro
“metalli”.
Se poi ci riferiamo, in particolare, a coloro che hanno
attinto dall’esposizione delle dottrine tradizionali quale si trova nell’opera
di René Guénon, troviamo che ben spesso, pur ricevendone un’influenza per
certi aspetti senza dubbio positiva, in fondo essi sono poi malauguratamente
riusciti ad utilizzarla, sulla base del loro individualismo quasi inguaribile,
per rafforzare proprie posizioni mentali; ed alcuni, traendo così forza da
nozioni ben valide di origine tradizionale, le hanno manipolate mentalmente
snaturandole in modo da adoperarle per costruire proprie teorie, del resto non
sempre disinteressate. Già altre volte abbiamo accennato a simili parassiti
dell’opera di Guénon, magari capaci anche di erigersi poi a suoi giudici e
critici sottili sulla base di ciò che di essa hanno parzialmente inteso e
malamente assimilato[171],
e capaci di discussioni interminabili e inconcludenti, perfettamente adeguate,
peraltro, per impedire a se stessi di rivolgersi ad una seria ed impegnativa
ricerca spirituale. Si direbbe che, in questo modo, con sfumature diverse di
incoscienza o di ipocrisia, più d’uno difenda la propria individualità, con
risorse quasi inesauribili di abilità e di accanimento, contro il rischio di
andare davvero personalmente incontro ad alcunché di effettivo di ordine
tradizionale[172].
Bisogna riconoscere che la mente umana offre delle ben
vaste e complesse possibilità, che sono ahimè troppo spesso possibilità di illusione,
se utilizzando enunciazioni tradizionali che si riferiscono a realtà dell’ordine
più profondo, e deformandone alquanto mostruosamente il senso, si è giunti ad
esempio persino a fabbricare dei punti di vista pseudo-esoterici che implicano
più o meno apertamente il disprezzo del sacro, di ogni autorità e di ogni
sottomissione, come se si trattasse soltanto di pregiudizi bigotti, borghesi o
“lunari”. E fa piuttosto pena vedere quanti hanno subito l’influenza di simili
tendenze, prendendo per capiscuola esponenti mentalmente coriacei quanto
effettivamente impotenti nella loro chiusura individuale.
Ma non pensiamo sia il caso di soffermarci
dettagliatamente (lasciamo ad ognuno di trarre le applicazioni che lo
riguardano più da vicino) sui vari esempi che si potrebbero fare, in cui
l’assunzione troppo superficiale di nozioni tradizionali si combina e viene
subordinata a determinati attaccamenti di ordine individuale, sentimentale o
comunque in connessione a proprie caratteristiche e debolezze.
Tutto questo accresce anche
la necessità della massima prudenza da parte di
organizzazioni iniziatiche che abbiano mantenuto la coscienza del proprio orientamento spirituale, prudenza che, in particolare, dovrebbe far
loro escludere l’ammissione di membri che, con la loro attitudine, non
mostrino d’avere una partecipazione adeguata a quelle modalità fondamentali di
coscienza di cui abbiamo parlato; senza di che esse si esporrebbero a subire
tutte le conseguenze deleterie dell’introduzione nel loro seno di supporti
dell’anti-tradizione. A questo proposito, si può ricordare la frase di René
Guénon secondo cui «chi vuole il “più” deve poter fare il “meno”»: e chi ha
pretese all’esoterismo dovrebbe anzitutto possedere le attitudini interiori
indispensabili a qualsiasi livello per una partecipazione valida allo spirito
tradizionale.
D’altra parte, per un aspirante
all’iniziazione, la situazione può risultare pure praticamente più ardua in
quanto le deviazioni cui abbiamo accennato possono toccare anche chi crede o
pretende di possedere una funzione di guida spirituale ed un’autorità
tradizionale. Ciò implica, beninteso, la necessità di procedere con estrema
cautela prima di impegnarsi in una via iniziatica, e senza nulla trascurare
nella propria preliminare preparazione teorica al fine di raggiungere il
massimo discernimento compatibile con le proprie qualificazioni.
Detto questo, ci sembra opportuno
riaffermare nettamente che, a dispetto di qualsiasi capacità di ricerca
libresca e di assimilazione mentale, proprio nessun passo in senso iniziatico è
possibile senza il presupposto basilare di modificare la propria mentalità
profana; e intendiamo dire qui di cambiarla almeno fino al punto che la propria
coscienza sia aperta[173]
a quel rispetto profondo, a quel senso di giusto timore, a quella
consapevolezza della propria radicale povertà verso l’influenza spirituale e
l’autorità che la detiene, che si ritrovano in qualsiasi uomo tradizionale.
Purtroppo, anche persone per altri aspetti tra le meglio dotate sono diventate
tanto dure di comprendonio da farci sembrare necessario insistere un momento su
questioni tanto elementari[174].
XIV
Un’opera insostituibile e una lotta da proseguire
[175]C’è, nell’opera di Guénon, un carattere insostituibile che è apparso
ancora più chiaramente dopo la sua scomparsa. In realtà, la sua opera non
doveva trovare dei sostituti – essa è stata compiuta, il suo autore ha
adempiuto al suo compito in un modo esemplare, nel vero senso della parola.
Spetta a coloro che restano di adempiere al proprio; e se essi hanno seguito il
lavoro di “rettificazione” e la lotta instancabile condotta da René Guénon
nella sua vita e nella sua opera, lotta per la quale attingeva la forza e
trovava la direzione là dove ogni opposizione è risolta, resta da continuare
quel «combattimento con il caos delle forme», secondo le proprie possibilità e
servendosi della direzione che è stata loro indicata.
«Ed ora, che fare?», fu la domanda che qualcuno si pose,
al momento del comprensibile turbamento suscitato in lui dalla scomparsa di
René Guénon. E c’è sicuramente molto da fare, oggi come allora, cominciando
con il trarre tutte le conseguenze formidabili che derivano dalla sua opera per
chiunque ne abbia penetrato il significato. È vero che, inevitabilmente, trarre
delle conseguenze e realizzarle, implica il pericolo di errori o anche di
deviazioni; ma ciò non fa che manifestare i limiti, dapprima talvolta non
discernibili, della possibilità di comprensione propria di ognuno, talché
tutti svolgeranno il proprio compito, anche se vi sarà una differenza
sostanziale tra chi lo svolgerà in piena coscienza e chi ne resterà illuso.
Ad ogni modo, fino a quando si è soggetti al potere
dell’illusione nel nostro mondo, fino a quando quell’illusione non è vinta ed
esaurita, resta necessariamente il compito di lottare contro di essa e di smascherare
gli errori che servono a sostenerla. Così, un assentimento di principio – con
la ragione e con il sentimento – all’opera di Guénon è certo già molto; ma non
è che uno strumento preliminare in vista del compito che resta da svolgere, e
della realizzazione che il suo svolgimento deve permettere. Evidentemente,
essere d’accordo “in linea di principio” non basta, e d’altra parte impegnarsi
a combattere l’opposizione illusoria alla verità può ben costituire un mezzo
operativo in vista della realizzazione del superamento delle opposizioni.
Non pensiamo di esaminare qui, neppure sommariamente,
l’insieme degli errori che si sono manifestati a proposito dell’opera di René
Guénon, o delle false deduzioni che ne sono state tratte quando l’autore non
era più presente per rispondere, e per utilizzare gli stessi attacchi contro
di lui al fine di chiarire nuovi aspetti della Verità. Lasceremo qui da parte
gli attacchi grossolani, come quelli di cui si è avuto ancora un esempio
recentemente[176]:
per vedere quanto siano miserabili simili montature non è certo necessario
appoggiarsi a una comprensione di ordine esoterico, e, a proposito di cose del
genere (di cui vi sono stati già diversi esempi in passato), basti citare la
conclusione della risposta di René Guénon alle malevoli asserzioni di Études
Carmélitaines sul Simbolismo della Croce: «… bel modo di difendere
il Cristianesimo! Gente simile non può fare a meno di cercare di insozzare
tutto ciò che va al di là dei suoi limiti; ma per quanto facciano, non potranno
mai riuscirci, la Verità è troppo elevata per loro!»[177].
Vorremmo però portare ora la nostra attenzione piuttosto
su errori di interpretazione, forse meno facilmente discernibili a prima vista,
anche per lettori che abbiano una certa conoscenza dell’opera di Guénon.
In effetti, poiché quell’opera va direttamente contro
tendenze fondamentali inerenti alla mentalità dell’ambiente in cui viviamo,
non bisogna stupirsi poi se questo ambiente, che è lo strumento dello spirito
antitradizionale, si sforza, per così dire, di “neutralizzarla”, agendo attraverso
le “fessure” che possono esistere, secondo i casi, nell’individualità di
coloro che si dicono “guénoniani”.
Queste “fessure” possono presentarsi sotto aspetti molto
diversi.
Ad esempio, in Oriente e
Occidente, René Guénon parlava degli «spiriti
timorosi ed inquieti», da cui non vedeva che cosa si potesse trarre di
positivo, aggiungendo fermamente: «Chi non è capace di guardare in faccia ogni verità, chi non si sente la forza
di penetrare nella “grande solitudine”, … non potrebbe andar molto
lontano nel lavoro metafisico di cui abbiamo parlato e da cui tutto il resto
dipende strettamente»[178].
Nella stessa occasione, del resto, egli faceva pure
riferimento a «coloro che hanno una fiducia più o meno eccessiva in se stessi»,
invece di riporla in «qualcosa di più elevato della loro individualità», e cioè
in «quegli stati superiori la cui conquista totale e definitiva può essere
ottenuta mediante la conoscenza metafisica pura»[179].
Si dirà forse che si tratta di questioni di attitudine,
e che esse non hanno un rapporto diretto con le false interpretazioni delle
dottrine tradizionali. Però, non è men vero che difetti di attitudine
generale, come quelli dei due esempi tipici sopra citati, condizionano e talora
determinano le concezioni e le interpretazioni di coloro che ne sono afflitti.
In particolare, non dovrebbe essere difficile vedere la relazione che c’è tra
la fiducia eccessiva in se stessi, uno smoderato attaccamento al proprio “io”,
e un’interpretazione di comodo della dottrina del “Sé”, tale da confondere
praticamente il dominio individuale con quello metafisico, evitando la
sottomissione a mezzi “esteriori” con il pretesto di averne realizzata la
snatura “illusoria”. Non è che René Guénon abbia omesso di mettere in luce
questo genere di errori: ma c’è una risorsa istintiva che riesce sovente a
mettere “tra parentesi”, anche senza accorgersene, ciò che non “quadra” con le
proprie opinioni e il proprio angolo visuale. Non si è forse visto presentare
lo studio di Guénon come tale da condurre a un apprezzamento entusiastico per
degli scritti di una sorta di “Zen” il cui carattere progressista e
“umanitario” è un indice abbastanza chiaro di degenerazione[180]?
Un’altra trappola, forse non meno insidiosa, consiste in
un attaccamento non tanto al proprio orgoglio pseudo-intellettuale e al
proprio “io”, ma a un mondo psichico corrispondente al proprio ambiente d’origine.
Ancora in Oriente e Occidente, René
Guénon denunciava in particolare il pericolo di un «certo
sentimentalismo» che, solo, può spingere a non ricorrere che «a mezzi
esclusivamente occidentali»[181].
Questo sentimentalismo, rafforzato dallo
zelo interessato di certuni, pare rappresentare appunto una delle più
importanti “fessure” attraverso le quali si compie la neutralizzazione della
volontà di una buona parte di coloro che sarebbero decisi a trarre tutte le
dovute conseguenze dell’opera di Guénon; questo punto merita dunque qualche
spiegazione.
Questo sentimentalismo, pro-occidentale d’intenzione, ma
in realtà ben poco profittevole per l’Occidente, ha fatto sì che un certo
numero di “guénoniani” mettesse “tra parentesi” cose che Guénon ha detto e
ripetuto attraverso tutto lo sviluppo della sua opera: che «l’élite
intellettuale … è effettivamente inesistente in Occidente»[182];
che «l’elemento interiore … fa attualmente difetto» alla «tradizione
religiosa dell’Occidente»[183];
che «il vero spirito tradizionale, con tutto ciò che esso implica, non ha più
rappresentanti autentici se non in Oriente»[184];
che «l’élite esiste ancora nelle civiltà orientali, e … sussisterà
fino alla fine … per custodirvi il patrimonio della tradizione che non può
perire», mentre «in Occidente, invece, l’élite attualmente non esiste
più»[185];
che dall’epoca della guerra dei trent’anni (1618-1648), «il patrimonio della
conoscenza iniziatica effettiva non è più custodito realmente da nessuna
organizzazione occidentale: ogni legame stabilito coscientemente con il centro
per mezzo di organizzazioni regolari è attualmente spezzato, ed è così già da
diversi secoli»[186];
che «per il mondo occidentale non c’è più una “Terra santa” da custodire,
poiché la via che conduce ad essa è ormai interamente perduta»[187];
che in Occidente si constata «la decadenza della dottrina religiosa» e «la
perdita totale dell’esoterismo corrispondente»[188];
che, sempre in Occidente, le iniziazioni appartenenti a categorie diverse da
quelle artigianali «sono ormai completamente scomparse da lungo tempo»[189];
che, pur tenendo conto del sussistere di «qualche cosa» di certe forme di
iniziazione cristiana (di cui René Guénon mostra di conoscere l’esistenza), il
Cristianesimo «nel suo stato attuale non è certo nient’altro che una
religione, vale a dire una tradizione d’ordine esclusivamente exoterico, e non
vi sono in esso altre possibilità che quelle comuni ad ogni exoterismo»[190];
che infine, secondo quanto appariva già nel 1948, in certi ambienti cattolici
si andava preparando «la costituzione d’un nuovo pseudo-esoterismo, di genere
un po’ particolare, destinato a dare un’apparenza di soddisfazione a coloro che
non si accontentano più dell’exoterismo, distogliendoli dall’esoterismo vero»[191].
Ci siamo limitati a riportare qui
molto rapidamente queste citazioni “pro memoria”, e i lettori di Guénon
potranno certamente trovarne altre analoghe, dato che tali argomenti sono
legati strettamente alla prospettiva generale di tutto l’insieme della sua
opera. Tutto ciò si presenta in modo talmente chiaro che, pur ammettendo la
possibilità che vengano espresse le interpretazioni più singolari, è ben strano
che certuni siano giunti praticamente a misconoscere del tutto la posizione di
Guénon su questi punti importanti, pretendendo che si tratti di un aspetto
insignificante da dimenticare della sua opera.
Se è vero che, come abbiamo
accennato, questa “dimenticanza” è stata resa possibile per certi “guénoniani”
dalle inclinazioni sentimentali di cui parlava Guénon nei brani citati,
bisogna aggiungere che altre confusioni sono intervenute a questo riguardo, e
pensiamo che sarebbe utile dissiparle.
Una confusione capitale consiste nel
sostituire, al significato vero delle parole usate da Guénon, un altro
significato, accomodato alla mentalità profana, cosa del resto difficile da
evitare. Se ad esempio ci si fa dell’esoterismo un’idea libresca, se si crede
che la sua base necessaria sia costituita da lunghi studi di scienze molto
complesse (beninteso, tradizionali), se si crede che dei poveri illetterati
non potrebbero essere dei veri iniziati[192],
in questo caso bisognerebbe senza dubbio ammettere che l’Occidente non è
affatto inferiore all’Oriente per quanto riguarda la situazione della
tradizione, ed anzi, la contrapposizione stessa dei due termini Oriente e
Occidente (che per Guénon erano quasi sinonimi di tradizionale e di profano)
non avrebbe più ragione di essere. Con i libri di Guénon da una parte, e con
ciò che resta di dati tradizionali occidentali dall’altra, si potrebbe certo
fabbricare una élite tra le più “sapienti” che si possano immaginare[193],
il cui “esoterismo” potrebbe intendersi come un insigne sovrappiù
intellettuale e morale rispetto a quanto può essere comunemente ricevuto dalla
religione.
Una delle cose che resterebbero incomprensibili, in
questa prospettiva, è questa: perché mai René Guénon ha affermato e
riaffermato[194] la
necessità dell’appoggio di intermediari con l’Oriente, fin dalla fase
preliminare della costituzione dell’élite in Occidente per l’assimilazione
del vero spirito tradizionale e per mettersi in condizione di ricevere in seguito
un aiuto più diretto dall’Oriente, aiuto che, solo, potrebbe consentire di
vivificare e di perpetuare, al di là della presente crisi, degli elementi
tradizionali propriamente occidentali?
In realtà, l’élite intellettuale di cui parla
Guénon è quella guidata e vivificata dalla presenza in essa[195]
di esseri che, in virtù della realizzazione metafisica, sono passati al di là
di ogni limitazione individuale; è per loro mezzo che l’influenza sopra-umana,
la quale sola può restituire l’ordine vero al mondo umano – nel macrocosmo
come nel microcosmo –, agisce in modo effettivo, per il fatto stesso che essi
hanno attualizzato in sé gli stati dell’essere superiori allo stato umano. E
non abbiamo ancora parlato qui della cosa più importante, di quella totalizzazione
dell’essere nell’Uomo Universale, che sostiene e ordina tutti i mondi. Tale è
l’élite, senza la quale l’umanità stessa avrebbe già cessato di
esistete, élite che, di fatto, è sempre presente in Oriente, mentre da
tempo non esiste più in Occidente; René Guénon non aveva certo bisogno di
ricorrere ad approssimativi “servizi di informazione” per saperlo; e, nello
stesso tempo, è appunto a questa vera élite che occorre ricollegarsi, più
o meno direttamente, per realizzare un lavoro effettivo nel senso che egli
ha indicato[196].
Questa prospettiva, senza dubbio ben lontana dal punto
di vista profano, ed estranea alla mentalità occidentale[197],
è semplicemente normale per gli Orientali. L’idea che la mediazione tra il
mondo umano e i principi veri non possa compiersi realmente, se non in virtù
della presenza di esseri che hanno realizzato effettivamente gli stati
sopra-umani, o che conoscono direttamente la “Volontà del Cielo”, si può
ritrovare facilmente nelle dottrine indù, estremo-orientali e islamiche; anzi,
si potrebbero citare nomi di esseri che, proprio nel nostro secolo, hanno
mostrato persino esteriormente di adempiere a tale funzione, anche là dove la
forma tradizionale presentava una distinzione tra esoterismo e exoterismo[198].
D’altra parte, la potenza spirituale che si irraggia da tale élite, che
in Occidente viene immaginata talvolta come confinata “sulle nuvole”, dà invece
la possibilità di un ricollegamento cosciente a milioni di persone, la cui
qualificazione è rappresentata perlomeno da quella partecipazione quasi
naturale allo spirito tradizionale che è così difficile da ristabilire negli
Occidentali, anche quando si risveglia in loro un’aspirazione iniziatica[199].
Speriamo che queste indicazioni
aiuteranno a comprendere meglio la portata di affermazioni di René Guénon come
quelle che abbiamo citato in precedenza, ed a capire che ci si esporrebbe a
gravi errori se non se ne tenesse conto: e ciò vale egualmente sia che si tenda
a una rivivificazione di forme tradizionali occidentali, sia che si consideri
la possibilità di un ricorso più diretto[200]
all’Oriente tradizionale[201].
Del resto, non possiamo qui toccare che alcuni punti tra quelli che ci sembrano
tali da far utilmente riflettere. In ogni modo, anche dopo il tempo trascorso
dalla morte di René Guénon, il lavoro per superare la barriera formata da
molteplici equivoci e pregiudizi (lavoro spesso da rifare a motivo
dell’ambiente in cui siamo) è ancora una volta il punto di partenza obbligato
se si vuole cercare di aprire, nella misura delle proprie possibilità, le vie
della Verità.
XV
Misurare René Guénon?
Il problema di René Guénon, o
alcune questioni sollevate dai rapporti tra
la sua vita e la sua opera è il titolo di un lungo articolo di Jean-Pierre Laurant, pubblicato nel
numero di gennaio-marzo 1971 della Revue de l’Histoire
des Religions. Che cosa pensare di questa “consacrazione” dell’opera di
René Guénon a oggetto di studio in una delle pubblicazioni più rappresentative
della Cultura ufficiale universitaria francese? Jean-Pierre Laurant,
riferendosi ai rapporti esistenti tra lo svolgimento della vita e
l’elaborazione del pensiero di Guénon, parla di «relazioni sempre rinnovate
tra un’intuizione assoluta del vero»[202]
e la sua argomentazione, variabile secondo
gli ambienti di cui fu partecipe e secondo le forme di incomprensione
incontrate. Per mettere in evidenza questa corrispondenza, Laurant definisce Guénon «un opportunista
che prende le sue referenze nel dominio del sacro»[203];
e, benché improprio, questo modo di esprimersi potrebbe anche essere
accettabile, a condizione di chiarire in funzione di che cosa René Guénon
realizzò questo “opportunismo”, consistente in fondo nella capacità di
adattamento che è alla base dell’espressione (di per sé relativa) di ogni
insegnamento tradizionale: capacità che, di fatto, si ritrova in sommo grado
nell’opera di Guénon, a motivo dell’eccezionale mediazione che egli seppe
stabilire tra la conoscenza da esprimere ed un ambiente estremamente
disordinato, multiforme e non più sorretto nel quadro di una forma tradizionale
determinata.
A dire il vero, però, non sappiamo
se Laurant intenda le cose in questo modo. Egli allude sì a un’«intuizione
assoluta del vero» da parte di Guénon, al «valore dell’intuizione»
e a una «giustezza» del suo «ragionamento»[204]
(?); ma evita di indicarne il contenuto e la portata. Inoltre, come se temesse
di impegnarsi eccessivamente con i suoi generici apprezzamenti positivi, li
accompagna con ripetuti accenni ad una «argomentazione spesso insufficiente»[205]
ed alle cosiddette «debolezze dell’argomentazione»[206]
di René Guénon, sempre senza indicare in che cosa mai consistessero queste
debolezze. Si tratta forse di espressioni restrittive ritenute indispensabili
per una pubblicazione destinata a una rivista tanto “autorevole”?
Peraltro, ciò che questo articolo
presenta di sostanziale sono le citazioni, precise e puntigliose, di documenti
inediti o poco noti, alcuni dei quali hanno però un valore alquanto sospetto o
si prestano ad interpretazioni piuttosto dubbie
Laurant si sofferma anzitutto sul
periodo iniziale della formazione dell’opera di Guénon (1905-1912, quando egli
aveva un’età tra i 18 e i 26 anni). A quell’epoca, René Guénon frequentò
attivamente ambienti occultisti, ed a ciò si riferì più tardi (nel 1932) con
queste parole, opportunamente ricordate dallo stesso Laurant: «Se in una
certa epoca abbiamo dovuto penetrare in simili ambienti, ciò è dovuto a ragioni
che riguardano soltanto noi stessi»[207].
E in effetti troviamo piuttosto vana la pretesa di coloro che vorrebbero dare
la spiegazione di fatti ed attività conosciuti attraverso dati frammentari su
quel periodo della vita di Guénon, di cui egli stesso non volle fornire la
chiave (la quale del resto sarebbe presumibilmente del tutto incomprensibile
per i curiosi che si interessano a queste questioni).
Sarà inoltre opportuno ricordare
che, parlando dell’epoca in cui firmava con lo pseudonimo di “Palingenius”
(1909-1912), René Guénon scrisse che «Palingenius» era «morto da lungo tempo»:
e questo implica senza dubbio che solo dopo essere uscito da quel periodo egli
portò a compimento la sua identificazione alla funzione di insegnamento
tradizionale che aveva in vista, insegnamento da ricercare soprattutto a
partire dal primo libro, pubblicato nel 1921.
Proprio
per questo è naturale che il primo periodo della vita di Guénon avesse già
attratto l’attenzione di certuni, in cerca di riferimenti limitativi e
contraddittori per aver la soddisfazione di rimpicciolirne l’immagine. In
realtà, però, i contenuti che emergono da quell’epoca lasciano intravedere nel
loro insieme un personaggio assolutamente straordinario che sfugge a qualsiasi
classificazione. E, se non consiglieremmo la lettura dei primi scritti di
Guénon a chi non abbia conosciuto anzitutto le sue opere più fondamentali e
chiarificatrici, troviamo però che la reazione di fronte ai suoi scritti
giovanili può essere un indizio significativo della comprensione al di là
delle parole o di una piuttosto vana “scolastica
guénoniana”. Ad esempio, un indizio di comprensione insufficiente può
consistere nel vedere una contraddizione irriducibile tra la denuncia dell’«errore
metafisico delle religioni a forma sentimentale» (secondo l’espressione
citata da Laurant[208])
e il riconoscimento di un dominio di
validità tradizionale per il Cattolicesimo[209]. Del resto, come Guénon
ebbe occasione di notare, ogni dottrina tradizionale “ortodossa” è nello stesso
tempo “eterodossa” per ciò che esclude o nega della verità.
Venendo alle fonti considerate da Laurant, c’è da
chiedersi che valore si può dare, in particolare, alla «nota d’informazione
anonima» trovata «in un manoscritto inedito di Paul Vulliaud»
conservato nella biblioteca dell’Alleanza israelita universale[210].
In tale “nota anonima”, evidentemente denigratoria verso Guénon (come riconosce
lo stesso Laurant), si afferma fra l’altro che Guénon «diceva di essere un
templare reincarnato» (pag. 47), mentre poche pagine dopo (pag. 52) leggiamo
che uno degli argomenti da lui allora esposti nell’“Ordine del Tempio” che era
stato chiamato a dirigere era proprio la «impossibilità della reincarnazione»!
Un certo interesse può avere appunto l’elenco degli
argomenti presentati da Guénon ai membri
dell’“Ordine del Tempio” il 6 marzo 1908 (aveva allora 21 anni), dove si
riconoscono già praticamente i temi fondamentali della sua futura opera.
Citiamo ad esempio: «… i quattro Pada e il monosillabo sacro AUM, gli Stati
molteplici dell’Essere, la Possibilità universale» … «Indefinito e Infinito, Principi del calcolo
infinitesimale», «Essere e Non Essere», «Brahma e
Para-Brahma», «Azioni e reazioni concordanti, la Liberazione»,
«Simbolismo della Croce», «Rappresentazione elicoidale degli stati
molteplici», «Caino e Abele», «Brano riguardante il nome di Allâh»,
«Pietra nera e pietra cubica», ecc.[211].
Questi riferimenti dimostrano in modo impressionante che a quell’epoca Guénon
aveva già cominciato quel lavoro di adattamento dottrinale, sulla base di una
conoscenza acquisita, che sarebbe proseguito poi quando egli scrisse sulla
rivista La Gnose (1909-1912) una prima redazione di opere capitali come L’uomo
e il suo divenire secondo il Vêdânta e Il Simbolismo della Croce,
nonché articoli ripresi in seguito, particolarmente in Considerazioni sulla
via iniziatica.
Laurant fa notare queste
concordanze. Ma allora dovrebbe essere evidente
che in quell’epoca non si trattava affatto soltanto del «Guénon
delle società occultiste» (secondo l’espressione di Laurant), e che l’influenza
fondamentale e determinante – la quale sfugge interamente alla sua
investigazione – era tutt’altra (e neppure semplicemente quella degli altri
collaboratori de La Gnose).
A questo proposito, ricordiamo che,
in una lettera del 17 agosto 1924, lo stesso Guénon scriveva: «… come voi,
considero il pensiero filosofico come un ostacolo tra i più pericolosi. Molto
fortunatamente per me, ho conosciuto le dottrine dell’Oriente in un’epoca in
cui ignoravo quasi completamente la filosofia, di modo che, quando l’ho studiata,
non poteva avere nessuna presa su di me. Ho fatto allusione a questo alla fine
di Oriente e Occidente, perché desidero che si comprenda bene che non
sono andato dal pensiero occidentale al pensiero orientale, ma che invece io
sono, intellettualmente, del tutto orientale». Del resto è noto che il
giovane Guénon traduceva magistralmente dal sanscrito senza mai averne studiato
la grammatica, e non comprendiamo bene il senso restrittivo dell’affermazione
di Laurant secondo cui sarebbe soltanto «molto probabile» che Guénon
avesse incontrato degli Indù, «quanto meno colui o coloro che gli fornirono
la documentazione sull’azione della Società Teosofica in India (libro
pubblicato nel 1921)»[212].
Né comprendiamo come Laurant possa essere sicuro nell’affermare che Guénon non
praticava una vita rituale, né cattolica né islamica[213],
prima della sua partenza per l’Egitto nel 1930. E come intendere il «contatto»
che egli «prese con l’Islam» ai tempi de La Gnose, dato che poi,
al suo arrivo in Egitto, Guénon si integrò immediatamente nell’ambiente
locale, tanto che (come osservava in una sua lettera) non usava più altra
lingua che l’arabo e, salvo la corrispondenza e rare visite, viveva del tutto
al di fuori dei contatti con gli Occidentali?
In realtà, vi è in tutto ciò
qualcosa che nessuna “analisi critica” potrebbe spiegare. Nel seguito del suo
articolo, Laurant scrive che Guénon «precisò la natura della sua missione»
quando, nel 1933, affermò di intendere le differenze tra organizzazioni
iniziatiche e religiose «in modo estremamente disinteressato, non avendo la
missione di conferire la benché minima iniziazione a chicchessia»[214],
ma anche questo, a dire il vero, non spiega affatto che cosa aveva invece la
sua missione di positivo!
Parlando poi degli ultimi anni della
vita di Guénon, Laurant presenta diversi brani della sua corrispondenza con
alcuni lettori (particolarmente a proposito delle possibilità iniziatiche
offerte dalla Massoneria), e ciò può avere senza dubbio un certo interesse,
confermando quanto si poteva già conoscere da altre fonti, e pur trattandosi
naturalmente di frammenti il cui contenuto era condizionato dalla situazione
delle persone a cui Guénon si rivolgeva.
Quanto a Laurant, trovandosi indotto
a confondere una realtà effettiva immensamente e terribilmente più grande con
l’immagine inevitabilmente ristretta della propria analisi, è ben
comprensibile che egli non si accorga di quanto vi sia di spropositato nella
sua osservazione secondo la quale «in fin dei conti, chi voleva tradurre in
atto l’idea vera tratta dalla dottrina di Guénon, doveva affrontare problemi
simili a quelli che il giovane Guénon aveva incontrato tra il 1906 e il 1912»[215].
Benché possa sembrare superfluo, bisogna pur dire che in realtà i “problemi”
personali di Guénon si ponevano a una profondità, con qualificazioni e con
compiti da adempiere tutt’altro che simili a quelli di un qualunque lettore
che, sulla base della sua opera, sì sforzi di cercare la propria via.
Forse abituato (od obbligato?) ai
metodi e allo stile della ricerca universitaria, Laurant propone uno «studio
critico» per «cogliere la realtà profonda del cammino guénoniano»[216];
e afferma che «l’analisi, nei grandi temi affrontati da Guénon, di ciò che si
riferisce a ciascuno dei suoi aspetti permetterà di ricostruire il suo cammino
e, in questo modo, di misurare un’esemplarità che, quando ci si accontenta di
affermarla al livello delle conclusioni, non fa che porre nuovi problemi e
creare contraddizioni»[217].
Ora, è un fatto che le analisi culturali sono fatte appunto per dare
l’impressione di misurare ed inglobare qualunque oggetto considerato; però,
quando si tratta di René Guénon c’è il rischio che tale impressione sia
particolarmente illusoria. E soprattutto teniamo ad affermare che quello che
conta nell’opera di Guénon non è René Guénon, ma bensì l’insegnamento tradizionale,
fatto per aprire orizzonti illimitati. Questo non significa affatto negare
l’opportunità od anche la necessità di uno studio analitico attento; però il
vero scopo non dovrebbe essere la “misurazione” di un autore da inserire nel
proprio archivio culturale, ma un autentico approfondimento spirituale in se
stessi – ben al di là dei limiti della cultura e di qualsiasi costruzione
mentale – in funzione del quale l’opera di Guénon è un supporto multiforme
eccezionale per coloro che hanno “orecchie per intendere”. E soltanto a
partire da questo approfondimento si potranno trovare anche (se ne sarà il caso
per la propria via di realizzazione) i lumi per comprendere le necessarie
applicazioni, e per risolvere qualunque problema e qualunque contraddizione
esteriore[218].
Detto ciò, ci si può felicitare con
Jean-Pierre Laurant per avere, senza alcun intento falsificatore, rivolto
l’attenzione sua e dei suoi lettori a un argomento tanto “scomodo” per la
cultura ufficiale, quale è l’opera di René Guénon, fornendo così forse
indirettamente l’occasione per risvegliare, in un ambiente particolarmente
sfavorevole[219],
l’aspirazione di qualcuno alla ricerca di qualcosa di veramente essenziale.
XVI
“La dottrina del risveglio” di J. Evola
Tra le numerose pubblicazioni
apparse in italiano sul Buddismo, un posto tutto particolare è occupato dal
libro di Julius Evola, La dottrina del risveglio. Saggio sull’ascesi buddista
(Laterza, 1943).
Benché non si tratti di un’opera
recente, pensiamo che possa essere opportuno prenderla in esame su queste
pagine. Sarà questa un’occasione per toccare qualche aspetto delle dottrine
buddiste, così largamente fraintese in Occidente, e delle dottrine
tradizionali in generale; nello stesso tempo, sarà inoltre possibile esaminare
certe posizioni caratteristiche di uno dei più intelligenti e noti autori
italiani contemporanei tra quelli che hanno inteso affrontare un’esposizione
ed un ripensamento delle dottrine tradizionali, esercitando una forte
influenza anche su lettori che non ne condividono molti punti di vista.
Gli scritti di Julius Evola, che non
sono mai semplici lavori di erudizione, pur appoggiandosi ad un vastissimo
materiale di ricerca, sono infatti concepiti in modo da agire decisamente sulla
mentalità di chi legge, il che li rende particolarmente “impegnativi”.
Ne La Dottrina del risveglio,
l’autore dichiara il suo intento di contribuire alla comprensione della
spiritualità “pre-moderna” e di indicare, a quegli Occidentali che fossero
qualificati per metterla in pratica, le vie di un’ascesi “totale” e tale da
corrispondere ad una «volontà di incondizionato»
divenuta pressoché inimmaginabile in Occidente[220]. Egli spiega come
l’insegnamento del Budda – la “dottrina del risveglio” – costituisca, a suo
giudizio, una base di elezione per il suo scopo, ed inserisce nella sua
esposizione frequenti citazioni dei testi buddisti (specie quelli del canone
pâli).
L’esposizione di Evola trae senza
dubbio una grande forza dai riferimenti al fine della realizzazione
spirituale, che è propriamente al di là di ogni possibile limitazione e che in
generale gli Occidentali sono davvero divenuti da tempo incapaci di concepire.
Certuni potranno dunque forse trovare in quest’opera la scintilla per destare
la consapevolezza di una vocazione spirituale che permetterà loro di uscire da
una potenzialità del tutto inefficace, ricercando una via di realizzazione
effettiva.
L’autore non ha trascurato di premunire il lettore da
varie interpretazioni limitative al riguardo, ed egli denuncia efficacemente
l’insufficienza di punti di vista filosofici o religiosi, morali o mistici o
“psicologistici”, o ancora, a maggior ragione, del genere occultista o teosofista.
Un altro merito che va riconosciuto all’autore consiste nel far presente senza
attenuazioni consolanti la natura del presente momento ciclico dell’umanità e
l’aspetto di mostruosità del mondo moderno; egli si esprime in termini atti a
suscitare una salutare reazione, insistendo su ciò a cui l’uomo si è ridotto,
conducendo una vita «come esteriore a se stessa, semi-sonnambolica, muovendosi
fra riflessi psicologici ed immagini che gli celano la sostanza più profonda e
paurosa dell’esistenza»[221].
Egli invita a difendersi non solo dal materialismo, ma anche dal «falso
supernaturalismo»[222];
e non mancano gli ammonimenti sulle immense difficoltà che attendono chi
intenda avviarsi verso una via di realizzazione.
La presentazione del Buddismo risulta lontana da quella
che ne viene data di solito dagli orientalisti. L’autore esclude che si possa
considerare la “dottrina del risveglio” come qualcosa di “originale”, e
riunisce citazioni del Majjhimanikâyo e del Samyuttanikâyo assai
significative al riguardo[223];
egli precisa che in ogni forma tradizionale sono presenti «elementi di un
sapere che, per essere radicato in una realtà superindividuale, è oggettivo»[224],
benché la formulazione specifica dipenda dall’ambiente al quale è diretta. E,
nella misura in cui l’autore si attiene a un tale punto di vista tradizionale,
è condotto ad un’esposizione conforme all’argomento trattato. In particolare,
egli sbarazza così il terreno da errori caratteristici di varie false
interpretazioni e luoghi comuni che sminuiscono la portata della dottrina
buddista, ad esempio trattando con particolare sensibilità del cosiddetto
“dolore” (dukkha) proprio di ogni stato contingente, della non
identificazione al samsâra fino al distacco dalla stessa estinzione (il
che ricorda l’espressione sufica “fanâ el-fanâ”, estinzione
dell’estinzione), del Nirvâna, del Buddismo Zen.
Tutti questi pregi piuttosto rari dell’opera rendono in
certo modo più gravi le riserve che si impongono. Purtroppo, infatti, anche in
questo caso la tendenza verso la comprensione di dottrine tradizionali appare
ostacolata e sviata da pregiudizi troppo cari all’autore e troppo connaturati
alla sua mentalità per non insinuarsi in tutta l’esposizione, determinandone lo
stile personalissimo, alterando la portata della dottrina esaminata e riuscendo
anzi ad utilizzarla per rafforzarsi. Ed è appunto su tale utilizzazione abusiva
degli elementi tradizionali presi come punti di riferimento che dovremo ora
soffermarci.
Un primo segno dell’alterazione a
cui abbiamo accennato ci appare già nella presentazione delle due sezioni
dell’opera, che dovrebbero corrispondere, in certo modo, agli aspetti
“speculativo” ed “operativo”, e che sono intitolate rispettivamente: «Il
Sapere» e «L’Azione», con evidente preminenza della seconda sul primo; ed il
fatto di designare con il termine di “azione” ciò che si riferisce alla
realizzazione spirituale rischia di per sé di aprire la via ad un’inversione
dei rapporti normali tra i domini
rispettivi dell’azione e della Conoscenza. Non si tratta qui di una semplice
improprietà di linguaggio, così come là dove Julius Evola afferma che
l’azione è l’unico organo dimostrativo dell’Assoluto[225],
che è certo infinitamente al di là del dominio contingente dell’azione,
qualunque estensione si pretenda dare a quest’ultima.
Lo stesso termine “ascesi”, riferito
all’intera via di realizzazione spirituale, dà adito a facili confusioni,
benché l’autore abbia cercato di precisare fin dall’inizio i diversi
significati e i diversi piani a cui quel termine, a suo giudizio, può essere
applicato.
Egli definisce tra l’altro l’ascesi
come metodo di soggezione ad un «principio centrale»[226],
ed aggiunge che il «rafforzamento ascetico della personalità» è la base, di per
sé neutra ed utilizzabile in sensi divergenti ed anche opposti, per qualsiasi
«realizzazione trascendente». Questa affermazione può essere vera sotto un
certo aspetto, ma, poiché l’autore parlando di «personalità» non si riferisce
al dominio sopra-individuale, è bene ricordare che la via di realizzazione
spirituale non ha affatto per scopo il rafforzamento dell’individualità, che
equivarrebbe propriamente al rafforzamento di un’illusione, ma piuttosto la
sua sparizione di fronte al Principio universale in cui risiede la sua stessa
realtà; mentre invece è proprio nel “senso opposto”, cioè nella “magia nera” o
nella “contro-iniziazione”, che ha luogo quel rafforzamento illusorio fino a
rendere l’essere umano radicalmente incapace di reintegrarsi nel Principio. Per questo è della massima importanza escludere
ogni ambiguità fin dall’inizio, mediante un indispensabile processo di
purificazione dell’essere che implica la sottomissione all’influenza
spirituale a cui si ricollega, in particolare con l’iniziazione.
Pensiamo dunque che in un’opera come
questa in cui si parla di «realizzazione trascendente», questo punto non
avrebbe dovuto essere lasciato in ombra; invece l’autore non spiega neppure mai
chiaramente la natura e le condizioni dell’iniziazione – e il Buddismo di cui
parla è essenzialmente una via iniziatica –, non parla dell’influenza
spirituale che, sola, può dare un senso adeguato e un’efficacia di portata
sopra-individuale a tutti gli sforzi dell’«ascesi»; e, in queste condizioni, i
metodi tradizionali di realizzazione, presi
inevitabilmente dall’esterno[227],
assumono un carattere davvero ambiguo.
Questa impressione di ambiguità è
rafforzata dall’affermazione che la «realizzazione individuale» (?) è il tipo
di realizzazione appropriato a condizioni cicliche sfavorevoli (come già quelle
in cui nacque il Buddismo); si tratterebbe del privilegio di una «razza eroica»
per la quale «la spiritualità propria allo stato primordiale» è l’oggetto di
una riconquista «con le proprie forze, secondo uno stile di virilità, la stessa
tradizione offrendo ormai, in se stessa, una base insufficiente»[228].
Ci troviamo qui di fronte a una vera
e propria inversione di termini, dato che l’insufficienza risiede invece negli
individui, e la tradizione intesa nel suo pieno senso, la quale mantiene o
ristabilisce il legame che unisce il mondo individuale umano al Principio, è
proprio il mezzo indispensabile per la “riconquista” della spiritualità.
In
realtà, le indicazioni dell’autore a questo riguardo conducono praticamente a
voler applicare all’individuo umano «ciò che vale per il più che umano», il che, secondo quanto egli stesso scrive in un’altra
opera, rappresenta «la peggiore delle deviazioni e delle incomprensioni»[229].
È vero che l’autore invita a non
farsi illusioni, in quanto soltanto una «minima minoranza» può essere
qualificata a superare le prove della pretesa «realizzazione individuale»; ma
si può immaginare il senso di attrazione che ciò potrà esercitare su qualcuno,
spingendolo a far parte di una simile presunta “élite”.
Julius Evola critica l’affermazione
del Buddismo mahâyânico secondo cui una realtà extra-samsârica è presente in
tutti gli esseri, ognuno dei quali è quindi un bodhisattwa in potenza,
volendo riservare tale privilegio a quella minoranza di cui si è detto; egli
dunque non vede l’evidenza metafisica dell’affermazione mahâyânica, che è in
relazione diretta con la dottrina degli stati multipli dell’Essere. D’altra
parte, egli addita l’esempio del Budda stesso, chiamandolo «il principe
Siddharta», che solo, senza Maestro, basandosi su se stesso, si è aperta la via
fino alla Liberazione[230]:
proprio come se il Budda fosse stato semplicemente un individuo, e senza tenere
nessun conto del fatto che la sua manifestazione umana corrisponde a ciò che è
stato chiamato “realizzazione discendente” e già implica la realizzazione
dell’identità con il Principio stesso della manifestazione[231].
In un altro passo, troviamo
l’affermazione secondo cui «non vi sono, nel buddhismo, maestri nel senso vero
e proprio – guru»[232],
e questa tesi alquanto sorprendente è sostenuta con citazioni di testi in cui
viene piuttosto indicata la realtà unica e non sostituibile del “guru
interiore”, che è certo riconosciuta in qualsiasi via di realizzazione valida.
L’ideale di colui che «guida e non è guidato», posto fin dalle fasi preliminari
della via, rivela, alla base di questi errori, un equivoco nettamente
individualista; nello stesso tempo l’insistenza sul «pragmatismo
anti-intellettualista» che dovrebbe caratterizzare l’attitudine «sperimentale»
dell’asceta, nonché la «veemenza» e la «forza» che dovrebbero perfezionare le
tappe della contemplazione, e molte altre infelici espressioni (benché
accompagnate da spiegazioni che ne attenuano la portata) sono altrettanti
indici di quella preminenza dell’“azione” di cui abbiamo già detto, connessa
del resto ad una incapacità di concepire nel suo vero senso ciò che è di
ordine sopra-individuale, il che non può che alterare fortemente il senso
stesso di “tradizione”.
L’autore pare ignorare (cosa non
eccezionale per gli Occidentali che hanno studiato il Buddismo) che chiunque
persegue una via iniziatica deve appoggiarsi anzitutto su di una forma
tradizionale vivente, assimilando tutta la sua individualità a tale forma.
Sarebbe bene riflettere sul fatto che il discepolo buddista non era tale se
non in quanto si consacrava interamente al Budda, espressione vivente del “guru
interiore”, e “prendeva rifugio” nell’Ordine (Sangha); ed è pure opportuno
ricordare che, se la “dottrina del risveglio” ha continuato ad offrire una
base di realizzazione, ciò non è stato possibile che nel quadro di strutture
tradizionali determinate, e talora anche mediante la sua integrazione in forme
preesistenti, come il Taoismo in Cina.
Sappiamo bene che si potrebbe
obiettare che la realizzazione degli stati sopra-individuali implica il
distacco da tutte le forme, e quindi anche dall’aspetto formale della
tradizione, per volgersi verso un’illuminazione diretta. Sennonché, ciò
potrebbe avere senso, all’inizio di una via di realizzazione spirituale,
unicamente per un essere che si trovasse già in partenza in uno stato di
purificazione tale da metterlo naturalmente in contatto immediato con lo “stato
primordiale” umano, escludendo così ogni dispersione della sua individualità; e
questa condizione è ben lungi dall’essere possibile nell’Occidente moderno,
dove persino un ricollegamento iniziatico regolare sarebbe insufficiente a
compiere il minimo passo sulla via di realizzazione per chi, anziché
appoggiarsi appunto ad una base formale solida e rigorosa, continuasse invece
a vivere una vita “profana”, tutt’al più con un “distacco” che sarebbe in ogni
caso meramente psicologico e immaginario.
Ritornando alla concezione che
Julius Evola si fa delle forme tradizionali, osserviamo che, parlando del
«luogo storico della dottrina del risveglio», egli presenta i testi sacri dal
tempo dei Vêda ai Brâhmana ed alle Upanishad in un modo assai particolare. In
contraddizione con certe affermazioni di principio, che non si comprende quanto
possano valere, egli ne parla come se si trattasse non di adattamenti operati
in virtù di una funzione aderente alla conoscenza del Principio, ma come degli
indizi della variazione dello «spirito indo-ario».
In altre parole, l’autore pare non
vedere ciò che è veramente essenziale ed equivalente in tutte le forme
tradizionali. E quando ad esempio egli dice che la dottrina del Brahman,
cominciata come riferentesi a una «forza magica», è degenerata poi,
riducendosi, negli stessi testi Brâhmana, alla concezione astratta di una forza
cosmica intesa da un punto di vista
teologico e non più magico; quando dice che le Upanishad «non giungono a
risolvere» il problema dell’âtmâ e intrattengono un carattere di «compromesso»
che il Buddismo «virilmente» (!) supererà, di fronte a simili asserzioni si
deve concludere che quello che gli interessa non è ciò che è veramente
essenziale in una dottrina tradizionale, ma invece certi riflessi individuali
i quali sono quanto riesce a coglierne e, di per se stessi, non possono che
assumere un carattere equivoco.
Proprio
a questo proposito ricordiamo che, in un’altra opera[233], Julius Evola mette in evidenza la superiorità irriducibile del «Rishi»
indo-ario, personalità di «alta statura» che realizza attivamente la conoscenza,
sul «Nabî» o Profeta semita, considerato come puramente «passivo ed
estatico». Ora, se nell’individualità manifestata dal “Nabî” vi è indubbiamente
un aspetto di passività, si tratta semplicemente della ricettività rispetto al
Principio; e, come si direbbe in termini estremo-orientali, l’individualità
umana dell’essere pienamente reintegrato nel Principio è perfettamente yin
o ricettiva verso il Cielo[234]
come è perfettamente yang o attiva verso la Terra.
Voler vedere soltanto questo secondo
aspetto disgiunto dal primo è certo molto pericoloso ed illusorio, specialmente
per individualità così poco purificate come quelle degli Occidentali moderni,
ed è forse questa la principale sorgente dei molteplici errori insinuatisi
nell’opera dell’autore.
A questo potrebbe ricollegarsi anche
la sua insistenza a proposito della «razza» ariana che sola, avrebbe una
possibilità di comprensione e di realizzazione integrale. Le conseguenze di
questo esclusivismo potrebbero essere ancora di secondaria importanza se esso
corrispondesse soltanto alla comprensione, benché in qualche modo limitata, di
certe forme tradizionali ad esclusione di altre. Purtroppo però, e sempre per
le stesse ragioni di fondo, la medesima limitatezza si ritrova nel modo di
concepire lo stesso mondo degli “Ariya”, con dei travisamenti
nettamente “sovversivi” là dove viene affermata la supremazia della casta
guerriera, detentrice del potere temporale, su quella sacerdotale, che
rappresenta l’autorità spirituale[235].
Dobbiamo infine osservare che
l’autore usa il termine pâli “ariya” in un modo alquanto abusivo. Questo
aggettivo (in sanscrito “ârya”) in realtà non designa affatto una razza,
ma si riferisce nel suo senso più stretto agli appartenenti alle prime tre
caste indù, oppure, preso in un’altra accezione (come avviene in testi
buddisti), può riferirsi a tutti coloro che hanno raggiunto una realizzazione
spirituale effettiva o sono qualificali per raggiungerla. Evola invece estende
questa attribuzione a tradizioni da lungo tempo estinte di certi popoli
europei, seguendo una moda tutt’altro che giustificata che servì a nobilitare
una «volontà di potenza» la quale non aveva e non ha certo nulla di tradizionale.
Adottando questo accorgimento, egli intende stabilire una specie di parentela
tra l’Europa attuale e il mondo in cui nacque il Buddismo; e questo diventa un
argomento, completamente infondato, per giustificare la presunta applicazione
pratica degli insegnamenti del Budda da parte degli Occidentali, che rivivificherebbero
così un proprio patrimonio tradizionale dimenticato, come se una simile
vivificazione potesse aver luogo con delle prese di posizione puramente individuali.
Tutto ciò si ricollega naturalmente
a quanto abbiamo accennato in precedenza a proposito della «razza eroica», e
non ci soffermiamo oltre su questo punto.
Simili concezioni possono in fondo
ricondursi tutte a quel medesimo difetto di comprensione di cui abbiamo
parlato, che fa apprezzare dovunque in modo unilaterale ciò che appare come
corrispondente all’aspetto attivo e «dominatore»: segno di un’esaltazione
passionale alquanto semplicistica piuttosto che di una chiara intuizione
metafisica tale da riportare al Principio universale, che sarebbe
indispensabile e che è invece fondamentalmente assente; talché, proprio mentre
si può credere di combattere la “sovversione” e le forze della
“contro-iniziazione», si è condotti in realtà sul medesimo piano in cui questa
ha il suo illusorio potere.
XVII
Julius Evola, o il rinoceronte sull’asfalto
I
Riteniamo che sia opportuno
riprendere in considerazione ancora una volta l’opera dello scrittore siciliano
Julius Evola, della quale parlammo già in una recensione abbastanza ampia[236]:
troppi equivoci, infatti, esistono ancora intorno a tale opera, spesso anche
in lettori che seriamente hanno inteso accostarsi al punto di vista
tradizionale.
La parte più nota dell’opera di
Evola è probabilmente rappresentata dai suoi scritti critici sul mondo
contemporaneo: l’autore si è infatti fondato su certi insegnamenti tradizionali
(e in particolare sulla loro esposizione da parte di René Guénon, che ebbe la
funzione di renderli accessibili agli Occidentali contemporanei) per cercare di
mettere a nudo la situazione del mondo moderno in relazione ad altri modi di
civiltà, le sue deficienze di fondo, il suo svolgimento e la sua corsa verso la
fine del ciclo della presente umanità.
Per coloro che non avevano mai
inteso prima tali argomenti (ed è un caso frequente tra i lettori italiani),
l’incontro con questo aspetto dell’opera di Evola ha potuto essere l’occasione
di un mutamento importante di posizioni, e di un’apertura di prospettive
decisiva per ulteriori sviluppi. Le considerazioni critiche del mondo moderno
alla luce del punto di vista tradizionale (che dovrebbe essere inteso qui nel
senso più pieno e più profondo) conducono infatti chi le comprenda in modo non
del tutto superficiale ad un rapporto diverso con l’ambiente contemporaneo, ed
al problema di cercare qualcosa che in Occidente è da tempo completamente
estraneo alla mentalità generale.
Ecco come il nostro autore si esprime, ad esempio,
nell’introduzione del suo libro Rivolta contro il Mondo moderno: «Vi
sono malattie che covano a lungo, ma si palesano alla coscienza solo quando la
loro opera sotterranea è quasi giunta a termine. Così è per la caduta dell’uomo
lungo le vie di quella che egli glorificò come la civiltà per eccellenza. Se
solo oggi i moderni sono giunti alla sensazione di un destino oscuro per
l’Occidente[237],
già da secoli hanno agito cause, che hanno stabilizzato condizioni spirituali e
materiali di intima degenerescenza, tanto da togliere ai più la possibilità non
pure della rivolta e del ritorno alla normalità e alla salute, ma anche, e
soprattutto, quella di comprendere ciò che normalità e salute significhino»[238].
E di fatto, a tale scopo, «occorre uscire dal cerchio fascinatore. Occorre
saper conoscere l’altro … Solo risalendo ai significati e alle
visioni che vissero prima dello stabilirsi delle cause della civilizzazione
presente è possibile avere un punto assoluto di riferimento»[239].
Giungendo a descrivere più precisamente la differenza essenziale tra il mondo
moderno e l’insieme di tutte le civiltà tradizionali, Julius Evola definisce
queste ultime come caratterizzate «dalla sensazione di ciò che sta al di là del
tempo, ossia da un contatto con la realtà metafisica conferente all’esperienza
del tempo una forma assai diversa»; ed aggiunge: «Aver perduto quel contatto,
essersi disciolti nel miraggio di un puro fluire, di un puro fuggire, di un
tendere che sospinge sempre più in là la propria meta, di un processo che non
può e non vuole placarsi più in alcun possesso e che in tutto e per tutto si
consuma in termini di “storia” e di “divenire”, questa è una delle
caratteristiche fondamentali del mondo moderno, questo è il limite che separa
due epoche, dunque non solo e non tanto in senso storico …»[240].
Si tratta di concetti-chiavi che Evola ha il merito di
riesporre – nel suo stile particolare –, e
che gli servono di base per esercitare, con notevole spirito combattivo, una
critica acuta nei riguardi di parecchi aspetti del mondo moderno, ritrovando in analisi diverse le medesime costanti,
le medesime direttive che illustrano e confermano in modo ineluttabile la
stessa generale tendenza: l’allontanamento progressivo da ogni fondamento
trascendente valido, reso più irreparabile dal fatto di essere ormai incapaci
di concepirlo, e il conseguente attuarsi delle varie tappe che portano da un
ordine sopra-umano verso un disordine sub-umano.
L’autore si è particolarmente soffermato, ad esempio,
sulle tracce di tali tappe riconoscibili anche in tempi relativamente recenti,
nel passaggio da certe forme di gerarchia tradizionale alla loro usurpazione,
all’individualismo (che non riconosce più alcun principio sopra-individuale) e
poi al collettivismo (che tende ad abbassare lo stesso individuo ai suoi
aspetti meramente quantitativi e automatizzati)[241];
a questo proposito, egli si è servito largamente del concetto della «regressione
delle caste», applicabile anche a certi aspetti delle fasi sociali che, in
Occidente, vanno dal tramonto del Medio Evo all’epoca attuale[242].
Ne deriva una prospettiva che, mentre esclude
l’accettazione delle tendenze sociali contemporanee, si differenzia però anche
nettamente da ogni “tradizionalismo” di tipo conservatore e “borghese”. In
effetti, siffatto tradizionalismo non farebbe che risalire (o cercare di
fermarsi) ad una tappa un po’ anteriore del medesimo generale movimento discendente[243].
Se, come fa Evola, si pone la questione di riferirsi a ciò che non sia sotto
l’influenza della gigantesca e multiforme corrente che ha condotto alla
situazione dell’Occidente attuale, è evidente che non basta appoggiarsi a forme
di minore disordine che risalgono agli ultimi secoli, né si può trovare
qualcosa di saldo in quel “moralismo” che, in fondo, è come una contropartita
sentimentale e una codificazione di tendenze già prive di qualsiasi fondamento
effettivo nei principi trascendenti. Troviamo in Evola delle pagine notevoli
sulle fasi successive della “dissoluzione della morale”, attraverso la
cosiddetta “morale autonoma” razionalista e l’etica utilitarista, fino alle
varie forme di nichilismo e di esistenzialismo che non fanno che trarre certe
conseguenze e mettere a nudo certe contraddizioni insite in momenti meno
completi di dissoluzione. Infine, oggi «non si tratta più di problemi, ma di
uno stato di fatto per cui il pathos immoralistico dei ribelli di ieri
appare ormai quanto mai anacronistico e stonato. Da un certo tempo una buona
parte dell’umanità occidentale considera come cosa naturale che l’esistenza sia
priva di ogni vero significato e non debba essere ordinata a nessun principio
superiore, per cui si è acconciata a viverla nel modo più sopportabile, meno
spiacevole possibile. Ciò ha tuttavia come controparte e conseguenza
inevitabili una vita interiore sempre più ridotta, informe, labile e sfuggente,
una crescente dissoluzione di ogni drittura e di ogni qualità di carattere.
Sotto un altro riguardo, in questa stessa direzione rientra un regime di
compensazioni e di anestetici che non cessa di esser tale per il suo non esser
avvertito dai più in questa sua qualità»[244].
Non ci dilungheremo sulle analisi critiche spesso
penetranti in cui Evola prende in esame vari autori e correnti culturali
moderne[245],
particolarmente nel campo filosofico, letterario, artistico e scientifico.
Diremo soltanto che, per quel che riguarda la scienza moderna, il nostro
autore non ha difficoltà a mostrare in essa una sorta di progressiva
“dissoluzione della conoscenza”, che diviene chiaramente discernibile nel
passaggio dalla scienza materialista dell’Ottocento a quella post-materialista
e astratta formatasi nel nostro secolo, o che, per meglio dire, nel nostro
secolo è continuamente in via di formazione e di autodistruzione a mano a mano
che nuove costruzioni mentali prendono il posto delle precedenti. Parlando
della nuova fisica “algebrizzata”, il nostro autore scrive: «Nel costruirsi,
essa si è gradatamente liberata da ogni dato immediato dell’esperienza
sensibile e del senso comune, non solo, ma anche di tutto ciò che
l’immaginazione poteva offrire come appoggio. Come si è detto, cadono ad uno ad
uno i concetti correnti di spazio, di tempo, di movimento, di causalità. Tutto
quel che può venire suggerito dalla relazione diretta e vivente di chi osserva
con le cose osservate si fa irreale, irrilevante e trascurabile. È dunque come
una catarsi che consuma ogni residuo di sensibilità, ma per condurre non in un
supermondo, nel “mondo intelligibile” o “mondo delle idee” come nelle antiche
scuole sapienziali, bensì nel regno del puro pensiero matematico, del numero,
della quantità indifferente rispetto al regno della qualità, al regno della forma significativa e delle forze
viventi: un mondo spettrale … dove non si tratta più né delle cose né dei
fenomeni ma quasi delle loro ombre riportate ad un loro comune denominatore grigio
e indifferente. Può dunque ben parlarsi di una contraffazione del processo
dell’elevazione della mente di là dall’esperienza sensibile umana, che nel
mondo tradizionale aveva per effetto non la distruzione ma l’integrazione delle
evidenze di essa, il potenziamento della percezione ordinaria concreta dei
fenomeni della natura mediante quella di un loro aspetto anche simbolico e “intelligibile”»[246].
L’autore accenna qui a uno degli aspetti più insidiosi
del mondo moderno, a quell’aspetto di “contraffazione” dell’intellettualità e
della spiritualità autentica che, secondo i termini evangelici, giungerà infine
a sedurre quasi tutti e «se fosse possibile, anche gli eletti». Ed Evola ha
dedicato un’intera opera[247],
ricca di dati e osservazioni interessanti (nonostante le riserve di carattere
generale che si impongono e di cui parleremo), a quelle anticipazioni di
prevedibili contraffazioni di più vasta portata che costituiscono le varie
tendenze dello “spiritualismo” contemporaneo, prive di qualsiasi fondamento
autenticamente trascendente e tradizionale. L’autore esamina tra l’altro la
natura e i moventi dello spiritismo, delle
“ricerche psichiche”, della psicanalisi, della Società Teosofica, dell’antroposofia, mettendo
opportunamente in guardia contro gli inganni più o meno grossolani che si
celano in queste correnti.
Il nostro autore dimostra
dunque di avere altre esigenze, e manifesta indubbiamente una sensibilità oggi
assai rara per certi aspetti tradizionali, particolarmente nell’ambito della
cosmologia. Egli si è così dedicato, con cura e pazienza assai apprezzabili,
alla raccolta di innumerevoli elementi tradizionali, spesso tratti da fonti di
non comune accesso, ricavandone opere ricche di riferimenti quali La
Tradizione ermetica, Il Mistero del Graal, e la stessa Rivolta
contro il Mondo moderno, nonché i due volumi La Dottrina del Risveglio
e Metafisica del Sesso: e, beninteso, l’autore non si è limitato ad un
lavoro di raccolta, cercando invece costantemente di scegliere e presentare
gli elementi tradizionali a sua disposizione in modo da vivificarli nel quadro
delle sue esposizioni.
II
Abbiamo volutamente parlato fin qui soltanto degli
aspetti che corrispondono più o meno direttamente, nell’opera di Evola, a
dottrine e punti di vista tradizionali.
A questo punto, ci si può chiedere a che cosa abbia
portato una ricerca che si presenta come tanto impegnativa, a quali
conclusioni abbia condotto l’autore e a che cosa egli intenda condurre i suoi
lettori. E, coerentemente, tutto quello che abbiamo visto in precedenza avrebbe
potuto convergere in una seria esigenza di integrarsi nella Tradizione
vivente, la cui presenza efficace (sia detto una volta per tutte) non può
essere scambiata per una mera astrazione se non dai negatori ignoranti di che
cosa sia veramente la Tradizione stessa.
Ma molto spesso, nell’Occidente d’oggi, anche per i più
apparentemente qualificati è ben difficile arrivare semplicemente al punto di
partenza normale di sempre, e può essere istruttivo vedere come anche nel caso
del nostro autore hanno continuato a prevalere influenze ben diverse da quelle
tradizionali, e che del resto si erano manifestate fin dagli inizi della sua
abbondante carriera letteraria.
A questo proposito, sarà utile riferirsi alle opere che
Evola scrisse nel primo dopoguerra, quali i Saggi
sull’Idealismo magico (1925), Teoria dell’Individuo assoluto
(1927) e Fenomenologia dell’Individuo assoluto (1930). In tali scritti
si manifesta indubbiamente una chiara insofferenza per la cultura “ufficiale”,
un rifiuto di accettarne i limiti reso più consapevole delle nozioni
tradizionali che egli aveva già avuto modo di conoscere; si nota una netta
presa di posizione contro la sterilità dei vari sistemi filosofici (in particolare
alcuni di quelli ricollegati alla corrente dell’idealismo) i quali, quasi fine
a se stessi, ignorano la questione praticamente fondamentale di una “realizzazione”
effettiva da parte dell’essere umano.
Questo genere di critica non è certo ingiustificato, ma
si risolve in una tendenza in certo modo analoga a quelle delle “filosofie
dell’azione” che sono state abbastanza in voga negli scorsi decenni. Il nostro
autore si basa anzitutto su certe filosofie “idealistiche” e in particolare
sulle conclusioni, ritenute logicamente ineccepibili, del “solipsismo”,
paradossali nell’affermazione secondo cui il proprio io è l’unica realtà, al di
sopra e al di fuori della quale non vi è nulla. Peraltro, secondo la sua teoria,
una simile affermazione fondamentale non è un’espressione della verità, ma
bensì un enunciato di ciò che si vuole che sia, la cui verità deve e può essere
imposta effettivamente per mezzo dell’azione. Assai significativa a questo
riguardo è l’affermazione secondo cui l’errore «non è che una verità debole»,
e la verità «un errore potente»[248]!
Del resto, secondo lo stesso Evola, «l’intera teoria
dell’Individuo assoluto riposa su una base radicalmente ipotetica»[249]:
al posto di una base conoscitiva, troviamo dunque, come punto di partenza
dell’azione, una posizione mentale essenzialmente arbitraria.
«L’Io si vuole come potenza infinita e sufficiente, come
una dominazione, come qualcosa a cui nulla più sia fuori, sopra o contro – questo
il punto di partenza, l’attitudine
fondamentale che dischiude il mondo dell’opzione affermativa»[250]:
in questo modo si dovrebbe operare la «realizzazione dell’idealismo», «il suo
passare da teoria dell’astratto Io trascendentale a via verso l’Individuo
assoluto»[251]; ed
ecco un’altra colorita espressione di ciò a cui l’autore si riprometteva di
arrivare: «l’Io per il limite va ora di là dall’infinito, è transfinito:
l’infinito egli lo arde, lo “fissa”, nel suo pugno»[252].
E, parlando del «principio centrale», egli giunge a questa enunciazione: «La
sua infinità è: potere di essere assolutamente ciò che vuole … E allora:
il finito è l’influito, il pieno totale, il tutto»[253].
È evidente, nella complicata elaborazione filosofica del
nostro autore, della quale ci siamo accontentati di dare qualche cenno, il
pesante influsso di certo romanticismo tedesco, caratterizzato da un’esaltazione
cerebrale ed ottusa. D’altra parte, già nelle opere suddette Evola riesce ad
utilizzare audacemente certe nozioni tradizionali, interpretate a modo suo, per
alimentare le sue costruzioni filosofiche. Ad esempio, la sua teoria dell’Io
viene avvicinata alla dottrina del “Sé” trascendente (Âtmâ) del quale si
può dire appunto che al di sopra e al di fuori di esso non vi è nulla.
Peraltro, mettendo al posto del “Sé” trascendente un “Io” individuale mosso da
una sfrenata “volontà di potenza”, il nostro autore non può ottenere altro che
un effetto potentemente parodistico, senza dubbio estraneo alle sue
intenzioni.
Nell’applicazione di una
simile teoria, poi, appaiono inevitabilmente tutte le
conseguenze di tale incomprensione di fondo. Il nostro autore parla di «Individuo assoluto», il che è già una
contraddizione in termini, dato che
ciò che è veramente assoluto è infinitamente al di sopra del dominio
individuale, qualunque estensione si voglia dare a quest’ultimo. Egli va
inoltre alla ricerca di una specie di “metodo sperimentale” ai fini della realizzazione di quell’«Individuo assoluto»,
senza rendersi conto che la
“sperimentazione” non può che riguardare un procedere fondamentalmente
alla cieca nel campo relativo e facilmente ingannevole dei fenomeni.
Evidentemente, a dispetto di ogni pretesa contraria, anch’egli è stato
tutt’altro che immune da quell’attrazione irresistibile per i fenomeni
“extranormali” comune a tanti nostri contemporanei, ed in particolare a tutti
i cultori di “magia”; ed appunto in una sorta di “magia”[254]
Evola mostrò di credere di poter concretare i suoi sforzi, concependola quale «scienza dell’io».
Ricorderemo, a tale
riguardo, la pubblicazione da lui diretta delle riviste Ur e Krur
(1927-1929), e i tre volumi
della Introduzione alla magia quale scienza dell’Io a cura del “gruppo di Ur” (1955). Leggendo tali scritti, si può vedere
che l’autore e i suoi collaboratori non si accorgono minimamente che tecniche
psicologiche e “magiche” come quelle proposte non rappresentano neppure
l’inizio di un lavoro in vista di una realizzazione spirituale, e cioè di un
lavoro iniziatico autentico.
Lo scompenso esistente tra le teorie dell’autore e le
dottrine tradizionali a cui egli crede di potersi riferire appare poi piuttosto
nettamente, ad esempio, nell’opera L’Uomo come Potenza (1930, 2a
ed.: Lo Yoga della Potenza, 1949), che si presenta come un saggio sul
tantrismo. Senza dubbio il nostro autore ha studiato con notevole interesse le
traduzioni e le opere di John Woodroffe sull’argomento ed il suo libro
riferisce molti dettagli in merito, combattendo giustamente parecchi errori
d’interpretazione occidentali; ma la costruzione rimane nondimeno tipicamente
quella della sua filosofia, anche se resa meno ingenuamente esaltata, specie
nell’edizione del 1949. Ed è importante notare che egli, in madornale contrasto
con qualsiasi insegnamento tradizionale, tratta i metodi iniziatici del
tantrismo come se egli stesso fosse in grado di adattarli per uso di “profani”
quali gli Occidentali, al di fuori di ogni ricollegamento tradizionale: tra
l’altro, egli giunge così a raccomandare pratiche di “visualizzazione” e di
autosuggestione, consistenti ad esempio nel ripetere «fino ad una completa
saturazione» la formula «Ho la Potenza»[255]!
Nell’insieme delle opere successive, il suo stile si
modifica un poco, gli stessi argomenti trattati gli impongono di ovviare alle
troppo facili obiezioni contro il suo preteso «Individuo assoluto», e certe
esperienze piuttosto disastrose devono aver avuto anch’esse un loro peso
nell’imporre la ricerca di un migliore equilibrio. Egli ha tenuto a distinguere
le sue concezioni da un volgare “luciferismo” o “titanismo”, ed ha presentato
le sue posizioni come assai più profonde e valide di quelle di Nietzsche,
sempre avvalendosi di riferimenti tradizionali che certo facevano difetto al
filosofo tedesco. Ma non è molto difficile accorgersi che le tendenze di fondo
rimangono pur sempre le medesime. E poco gli giova l’aver compreso la necessità
di un intervento trascendente ai finì di una realizzazione sopra-umana, se poi
egli crede seriamente che un tale intervento trascendente operi e manifesti la
sua efficacia là dove non vi è che un’esaltazione psicologica, spesso di natura
più che sospetta.
Così, ad esempio, nell’opera recente Cavalcare la
tigre (1961) egli si compiace di descrivere una «via» per gli «esseri
differenziati» che nell’ambiente contemporaneo e al di fuori di ogni legame
tradizionale dovrebbero riportarsi direttamente alla «trascendenza» dentro di
sé. Si tratterebbe, in particolare, di superare le «prove» dell’«autonomia»
(essere leggi a se stessi) e dell’«anomia» (essere al di fuori di qualsiasi
legge). A un certo punto della presentazione della via da lui proposta,
l’autore precisa: «Qui non si tratta dell’esistenza normale, bensì di quelle
sue possibili forme già differenziate aventi una certa intensità, ma pur sempre
definentisi in un ambiente caotico, nel dominio della pura contingenza: forme,
che nel mondo d’oggi non sono infrequenti e che probabilmente nei tempi che
verranno si moltiplicheranno (?). Lo stato di cui si tratta è quello di
chi, sicuro di sé per aver come centro essenziale della propria persona
l’essere, e non la vita, può andare incontro a tutto, può abbandonarsi a tutto
(!) e a tutto aprirsi senza perdersi»[256]:
il risultato «è, esistenzialmente, un genere del tutto speciale, lucido,
potremmo dire intellettualizzato e magnetico di ebbrezza»[257],
definito anche come un «piacere “eroico”»[258],
il quale «prende il posto di quell’animazione che, in un mondo diverso,
potrebbe venirgli da un ambiente formato dalla Tradizione»[259].
Questa pretesa di ottenere
un sostituto dello spirito tradizionale autentico sarebbe già di per sé un “marchio” abbastanza
significativo di certe tendenze di fondo che si esprimono nello scrittore
siciliano, nonostante una capacità di critica e di autocritica che rende la sua
esposizione, nell’insieme, meno facilmente vulnerabile che quella delle opere
più giovanili. A dispetto di modi di esprimersi presi a prestito dalle
dottrine tradizionali, vi è pur sempre una refrattarietà congenita ad una vera
adesione alla metafisica tradizionale (intendiamo qui semplicemente sul piano
teorico); e l’attrattiva è sempre rappresentata dal presunto «Individuo assoluto»,
anche se l’autore non si è più servito di tale espressione[260]. E questo ci suggerisce
alcune considerazioni di carattere generale le quali, benché di per sé
abbastanza evidenti, saranno forse utili per permettere una rettifica un po’
meno sommaria di certi errori e di certe deviazioni di fondo che hanno
conseguenze incalcolabili su tutti i piani.
III
Nell’opera di Evola, sia pure con
diverse terminologie, la “via” viene immaginata costantemente come un
“rafforzamento” dell’individualità, fino a un preteso “incondizionato”; ed a
ciò si ricollega naturalmente, in particolare, quell’ideale “virile” (in
accentuata contrapposizione a tutto ciò che è “femminile”) che tanto spesso si
esprime nei suoi libri. Una simile concezione è di per sé chiaramente
incompatibile con ogni dottrina tradizionale ortodossa. Come già accennammo
altrove, un presupposto a qualsiasi realizzazione al di là del piano umano
consiste infatti, al contrario, nel raggiungimento di un perfetto equilibrio
tra gli aspetti maschile e femminile, o, per esprimerci in termini più
generali, tra gli aspetti attivo e passivo, tra lo yang e lo yin
della tradizione cinese: non per nulla lo stato primordiale e centrale umano è
simboleggiato dall’androgino, del quale si può dire che egli è pienamente “yang”
verso la Terra in quanto è nel contempo pienamente “yin” verso il Cielo,
e non si può pensare di intraprendere la via “celeste” senza essere prima
ristabiliti in tale stato. Osserviamo che, conformemente a tutti i dati
tradizionali, si tratta di una condizione che comporta già la piena
“dominazione” di tutti gli elementi corporei e psichici del mondo terrestre.
Quando poi alla realizzazione
effettiva di ciò che è al di là dello stato
umano, l’idea di un rafforzamento dell’individualità è ancor meno
applicabile. Come già notammo nell’esaminare La Dottrina del Risveglio,
si tratta allora piuttosto della sparizione dell’individualità (come di
qualsiasi illusione di “separatività”) di fronte al Principio universale in cui
soltanto risiede la sua stessa realtà. Ma senza dubbio in tutto ciò il nostro
autore non ha mai potuto vedere altro che delle “astrazioni”.
Con questo non neghiamo che
l’aspirazione ad essere un «Eroe» possa avere il suo posto legittimo, con una
via in cui l’aspetto “attivo” si manifesti in modo particolarmente accentuato;
ma ciò può avere un senso valido soltanto se vi sia il presupposto di una
“sottomissione” ad un principio autenticamente sopra-individuale, in nome del
quale l’azione sia compiuta.
Insomma, rifiutare l’aspetto
ricettivo e di sottomissione, tendere a una sfrenata affermazione dell’aspetto
“attivo” con la pretesa di giungere in tal modo all’“incondizionato”
presuppone una completa confusione di piani. Seguendo la prospettiva evoliana,
si giunge logicamente alla concezione di una “aristocrazia” di superuomini (ed
anzi super-dèi), ciascuno dei quali “assoluto” e padrone di una libertà
identica ad un completo arbitrio, ciascuno dei quali sarebbe “un” Principio
supremo, quasi che una pluralità di “assoluti” e di “Principi supremi” non
fosse di per sé la cosa più assurda e contraddittoria che si possa escogitare.
Di fronte ad una simile aberrazione, sarà bene mettere in guardia nel modo più
esplicito contro la supposizione che ciò corrisponda a un qualsiasi
insegnamento o idea o punto di vista tradizionale. In realtà, lo ripetiamo, di
assoluto non vi è che il Principio, universale e non duale, e la perfetta
libertà dell’individuo non può consistere che nella perfetta consapevole
adesione al medesimo Principio, o, se si vuole, al suo attributo di “Volontà”
quale si manifesta nei propri confronti: rispetto alla «volontà
d’incondizionato», allo «stare in piedi», allo stile «olimpico» e «virile» che
si incontra nella prosa di Evola, la cancellazione di sé e la “povertà” dei
veri Maestri spirituali si presenta con una qualità completamente diversa,
appartiene davvero a tutto un altro mondo di cui il nostro autore pare non
avere la benché minima idea[261].
L’ideale evoliano di un arbitrio
illimitato nel campo dell’azione si può spiegare soltanto con un’ignoranza di
fondo del Principio, o, per esprimerci altrimenti, della Possibilità infinita,
nell’ambito della quale rientra evidentemente la determinazione senza residuo
di tutta la manifestazione universale, ivi compresa qualsiasi modalità
dell’azione: di modo che ciò che appare come arbitrario a chi agisce non è tale
che dal punto di vista della sua illusione. Questo aspetto della dottrina metafisica
viene appena sfiorato quasi per caso nel corso delle esposizioni del nostro autore,
che non riesce a trarne praticamente alcuna rettifica o diversa apertura per il
suo pensiero, parlandone ad esempio, con significativa disinvoltura, come di
una «supposizione-limite»[262].
L’assenza di un fondamento
propriamente metafisico, palese nella concezione di un arbitrio illimitato, si
manifesta anche in certe espressioni di dualismo irriducibile che sono pure
tipiche del nostro autore. A questo proposito, è in certo modo già
significativo il fatto che il primo capitolo di Rivolta contro il mondo
moderno, intitolato Il Principio, non riguarda affatto, come ci si
potrebbe attendere, il Principio metafisico (per mezzo della concezione del
quale si potrebbero poi ordinare le diverse applicazioni particolari), ma,
quale presupposto basilare e fondamentale punto di partenza, non presenta
altro che un insieme di contrapposizioni: tra «ordine fisico» e «ordine
metafisico», tra «natura mortale» e «natura degli immortali», tra «regione» del
divenire e «regione» dell’essere, tra «razza degli uomini» e «razza degli
dèi»; e naturalmente, in mancanza del riferimento a ciò che sta al di là delle contrapposizioni,
gli stessi termini di queste non possono essere compresi che in modo parziale e
inadeguato.
La medesima prospettiva dualistica
si ritrova espressa altrove da Evola in questi termini: «… è d’uopo assumere,
come termine ultimo di riferimento, uno schema dualistico non dissimile
da quello che si ritrova in più di una antica tradizione … Una simile
veduta è tutt’altro che da rigettare; essa ha un contenuto positivo ogni volta
che sia purificata ed essenzializzata con l’esser ricondotta ai quadri, più
neutri ed oggettivi, meno teologico-religiosi e più metafisici, secondo cui
l’antichità classica già la conobbe: forze del cosmos contro forze del caos,
alle prime corrispondendo tutto ciò che è forma, ordine, legge, tradizione in
senso superiore, gerarchia spirituale, e alle seconde legandosi ogni influenza
che disgreghi, sovverta, degradi, promuova il prevalere dell’inferiore sul
superiore, della materia sullo spirito, della quantità sulla qualità. Ciò,
dunque, quanto agli ultimi punti di riferimento per le varie influenze
che agiscono da dietro la storia nota sull’ordine delle cause tangibili …
a parte tale sfondo metafisico, i contatti con la storia concreta non
vanno mai perduti»[263].
È facile osservare che la
considerazione di un dualismo come «termine ultimo» di riferimento è proprio
il marchio dell’eterodossia di forme tradizionali degenerate; e che, ben lungi
dal costituire uno «sfondo metafisico», è al contrario l’indice dell’assenza
della metafisica, che si situa proprio al di là di ogni opposizione. Ed è
ancora sintomatico che, poche pagine dopo, il nostro autore senta il bisogno
di usare la strana espressione
«contro-sovversione» per caratterizzare un’azione in senso tradizionale[264].
In realtà, è della massima importanza comprendere che, se vi è una lotta della
sovversione contro la tradizione, questa lotta può soltanto riguardare un
campo relativo ed illusorio, senza minimamente toccare la realtà spirituale e
metafisica, in cui rientrano anche tutti gli squilibri apparenti per
concorrere all’equilibrio universale ed inalterabile.
Per questo, osserviamo ancora che
non vi è propriamente nessun “rischio” per ciò che è di ordine spirituale,
mentre esiste sempre un rischio per l’essere che, non avendo conseguito la
conoscenza metafisica effettiva, non può che ricollegarsi in modo indiretto a
ciò che è di ordine spirituale, e per il quale una situazione di “lotta” è
effettivamente reale, sia pure per così dire in modo “provvisorio”. Quanto a
chi rifiuta le possibilità di tale ricollegamento indiretto, in una pretesa
autosufficienza nel condurre una presunta lotta “metafisica”, la sua situazione
(salvo un radicale mutamento d’attitudine) è solo apparentemente “rischiosa”,
essendo in realtà destinata per sua stessa natura alla rovina: e non
mancheranno certo le occasioni di concretare la sua deviazione di fondo con l’accogliere
certe influenze illusorie adatte a far presa sulla sua natura individuale.
IV
Di fatto, tutto è strettamente connesso nelle dottrine
tradizionali, e non è da stupire se anche nel caso di Julius Evola le
incomprensioni di fondo si riflettono in innumerevoli campi diversi, che del
resto non sarà certo il caso di esaminare per esteso.
Accenneremo perciò soltanto brevemente alle polemiche
dell’autore a sostegno di una pretesa supremazia dell’“azione” rispetto alla
“conoscenza”, quasi che potesse essere valida un’azione non subordinata alla
conoscenza, e cioè un’azione ignorante, e quasi che si potesse concepire alcunché al di sopra della Conoscenza per
eccellenza, che è identificazione al Principio universale e che
coincide con la finale “Liberazione”. Ne deriva, sempre secondo Evola, una
corrispondente pretesa supremazia “regale” (o di chi ha la “potenza”) rispetto
all’autorità “sacerdotale” detentrice della conoscenza tradizionale. E, si
noti bene, simili deviazioni e rovesciamenti non hanno soltanto un carattere
accademico e teorico, ma presentano anche conseguenze pratiche incalcolabili,
fino ad una solidarietà più che arrischiata con correnti politiche senza dubbio
attiviste ed “imperialiste” ma ahimè quanto tipicamente moderne, fino
all’esclusione a priori di ogni dipendenza da qualsiasi autorità spirituale
esistente, per appoggiarsi invece alla propria presunta dignità e
“differenziazione” interiore, fino al rifiuto d’ogni legge tradizionale. Come
abbiamo già accennato, il nostro autore ama invece riferirsi a metodi e
tecniche “adattate” sulla base di certe speciali scuole tantriche, capaci di
sviluppare il distacco dalla morale corrente e la già citata «volontà
d’incondizionato», unitamente alla «virilità»[265].
Sarebbe questa, secondo Evola, la «via della mano sinistra», pericolosa sì ma
tanto più efficace per chi sappia percorrerla con successo.
Dall’elucubrazione passiamo così nel
campo della vera e propria contraffazione. La «via della mano sinistra» del
tantrismo è infatti un’autentica via tradizionale, che però viene qui tirata in
ballo soltanto per mascherare il carattere tutt’altro che tradizionale di ciò
che l’autore propugna. In effetti, tale particolare via tradizionale comportava
sì una regola di vita in contrasto con alcune delle norme più comunemente
seguite dall’induismo (le quali del resto presentano una varietà amplissima):
ma anzitutto si rivolgeva di fatto ad individui che non erano dei profani,
avendo precedentemente seguito una vita tradizionale nella quale avevano già
realizzato una purificazione altrimenti impensabile; inoltre, si trattava senza
dubbio di una via iniziatica, fondata sulla trasmissione di un’influenza
spirituale e mantenuta praticamente perseguibile dal rapporto diretto tra il
Maestro che aveva già conseguito un determinato grado di conoscenza e il
discepolo che doveva conseguirlo. Senza contare poi le condizioni ereditarie
ed ancestrali completamente diverse da quelle di un Occidentale moderno.
Evola definisce l’attitudine da
seguire nel mondo attuale con l’espressione estremo-orientale «cavalcare la
tigre», dalla quale egli ha tratto appunto il titolo per la sua opera di cui
abbiamo riportato alcuni estratti: ma anche questa espressione corrisponde a un
metodo da seguire per percorrere una certa via tradizionale, né si vede quale
significato valido possa conservare nel caso in cui qualsiasi via tradizionale
sia stata esplicitamente esclusa. Di fatto, in tali condizioni, quando non
intervenga qualche elemento più “effettivo”, che sarà allora di natura
piuttosto sospetta, tutto si riduce ad “atteggiamenti” come quelli caratterizzati
da «ebbrezza» e «piacere eroico» descritti nelle citazioni che precedono.
Osserviamo ancora che certi
riferimenti evoliani ad una pretesa «via diretta» di realizzazione da applicare
a chi viva in un ambiente profano moderno appaiono assai più fuori della realtà
di quanto l’autore sia disposto ad ammettere. Egli parla, ad esempio,
dell’ideale di solitudine espresso tra l’altro in un testo buddista nei
seguenti termini: «… Simile ad un leone che non trema per qualsivoglia rumore,
simile al vento che nessuna rete afferra, simile a foglia di loto, su cui
l’acqua non ha presa, vada solo come un rinoceronte»[266];
ed afferma che il «distacco» (viveka) in senso interiore «si presenta
forse più facile a realizzare oggi, che non in una civiltà più normale e
tradizionale»: «uno spirito ancora “ario” (!) in una grande città di Europa o
di America, tra grattacieli ed asfalti … può forse sentirsi più solo e
distaccato e nomade, che non al tempo del buddismo, nelle condizioni di un
isolamento fisico e di un reale peregrinare. La maggiore difficoltà, a tale
riguardo, consisterebbe nel dare al senso di interno isolamento, che oggi
dunque può presentarsi a molti quasi spontaneamente, dei caratteri di
positività …»[267].
Ancora una volta, in questo vagheggiato rinoceronte
sull’asfalto, è piuttosto palese la confusione tra situazioni puramente
psicologiche e condizioni spirituali lontanissime dal punto di partenza di
qualunque Occidentale contemporaneo. Ed è anche un’illusione il considerare,
come un fattore eventualmente favorevole, il carattere “disanimato” di un
ambiente determinato dalle manifestazioni “razionali” proprie della scienza e
della tecnica contemporanea: in realtà, nel mondo terrestre non c’è proprio
nulla di “disanimato”, e dietro un’apparenza puramente materiale e “obiettiva”
vi è senza dubbio sempre una controparte “sottile” o, se si vuole, psichica che
la sostiene, la quale anzi, nel crescente squilibrio generale, è destinata ad
aprirsi prima o poi delle “fessure” inaspettate. Ma forse proprio tali
“fessure” verranno considerate, dagli «uomini differenziati» di Evola, felici
occasioni di «speciali situazioni traumatiche» utili per spostare il
proprio limite[268].
E, naturalmente, non è difficile pensare all’attrattiva di provocare da se
stessi simili «situazioni traumatiche», nell’ambito della cosiddetta via della
mano sinistra; di fatto, occorre ricordare a questo punto che il nostro autore
giunge a valutare positivamente anche manifestazioni di ciò che è stato
chiamato “contro-iniziazione”. Pensiamo qui ad esempio a certi ambigui giudizi
di Evola nei riguardi di un Aleister Crawley, o delle pratiche del “Sabba”; e
pensiamo anche ad una via «tenebrosa» (e un tantino ridicola) suggerita a «tipi
speciali di donne», che sarebbe l’unica «via diretta» per la realizzazione (in
quale direzione?) di aspiranti femminili. Crediamo opportuno citare a questo
proposito un passo dell’Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io,
certamente scritto o ispirato da Evola, dove l’accenno alla contro-iniziazione
come possibile base di realizzazione è esplicito: «Si può accennare ancora
alle partecipazioni che alla donna sono possibili in un ordine piuttosto tenebroso,
che è quello dei Misteri tellurici degenerati fino ad essere centri della
contro-iniziazione. Tipi speciali di donne possono raccogliere e far agire le
forze di un’estasi e di un’ebbrezza che operano nel senso d’una distruzione
dell’elemento maschio e veramente sovrannaturale (?!). Anche se estremamente
pericolose, (tecniche del genere) sono le uniche che si offrano alla donna nel
dominio di una via diretta: usare il sesso realizzato nella sua profondità
abissale e demoniaca per il superamento estatico del sesso»[269].
L’esaltazione connessa alla presunta
«dignità» e «differenziazione» spirituale evoliana, che pure talvolta pare
confondersi con una certa adesione a punti di vista tradizionali, rappresenta
dunque in definitiva un’apertura anche a simili influenze estreme.
V
Un altro sintomo che non va
sottovalutato, nella contraddittoria apertura alle tendenze più sovversive, lo
troviamo ancora nel recente volume Cavalcare la Tigre, dove Julius Evola
accoglie benignamente, almeno a titolo ipotetico, la favola della prossima
incipiente «era dell’Acquario», era di rinnovamento spirituale in cui
l’Occidente «sarebbe qualificato per adempiere ad una nuova funzione generale
di guida e di comando»[270].
È un punto d’arrivo piuttosto
inquietante[271],
così come possiamo vedere un “marchio” abbastanza palese nella già accennata
presa di posizione contro la partecipazione a ciò che rimane di effettivamente
tradizionale, che ci ricorda il partito preso ancor più insistente del suo ex seguace
Massimo Scaligero sullo stesso argomento.
Anche secondo Evola, le forme tradizionali attualmente
accessibili hanno perso la loro efficacia, per lo meno ai fini di una
realizzazione iniziatica; nei riguardi della quale peraltro, a suo parere, un
ricollegamento rituale non sarebbe affatto necessario, ed anzi il ritenerlo
tale dipenderebbe soltanto da un punto di vista «burocratico»: peccato che, con
la giustificazione di combattere la “burocrazia”, il nostro autore si metta
così in aperta contraddizione contro i Maestri del Tantrismo (e parliamo qui
naturalmente del Tantrismo autentico)[272],
come pure del Vêdânta[273],
del Taoismo, dello Zen[274]
e dell’Esoterismo islamico[275];
e del resto egli nega così anche un requisito fondamentale di vie assai meno
elevate, dato che il ricollegamento rituale si ritrova pure come una condizione
essenziale per l’efficacia dell’insegnamento trasmesso persino nelle forme di
bassa magia!
E il nostro autore non si limita alla suddetta negazione
di carattere generale. Per citare un caso sul quale egli ritorna con una certa
insistenza nei suoi scritti, ricordiamo che egli nega, ad esempio, la validità
dell’iniziazione massonica, sulla base di considerazioni politiche certamente
estranee all’essenza della questione. A sostegno della sua tesi, egli si
riferisce tra l’altro ad indizi di carattere «sovversivo» presenti in certi
rituali degli alti gradi della Massoneria scozzese. A parte l’osservazione
ovvia che all’autore sarebbe stato più profittevole ricercare nella sua stessa
opera indizi del genere, sarebbe facile rispondere che tali gradi rappresentano
un’aggiunta assai tarda, fissata in modo definitivo nel secolo scorso, ai tre
gradi fondamentali della Massoneria azzurra, talché la loro struttura non
toglie nulla all’ortodossia e, tanto meno, alla validità tradizionale dei primi
tre gradi; in secondo luogo si può benissimo ammettere la presenza di elementi
eterogenei nel testo di determinati rituali[276]
senza per nulla infirmare la validità dei gradi stessi a cui quei rituali
furono a un dato momento applicati in certi paesi. È evidente che la questione
è ben altrimenti complessa, così come sarebbe arduo giudicare adeguatamente il
senso di certi simboli che si incontrano soltanto negli alti gradi della
Massoneria scozzese. Quanto poi a basare le proprie argomentazioni sulla
critica di opinioni largamente diffuse tra i Massoni, ci pare trattarsi
tipicamente di quello «scambiare il principio con i rappresentanti» di
un’istituzione tradizionale, che proprio Evola additò come uno dei mezzi della
subdola azione disgregatrice della «contro-iniziazione»[277].
In realtà, i simboli e i riti massonici fondamentali
conservatisi fino ad oggi non presentano nessun indizio di quel rovesciamento
completo che l’autore vuole vedere nell’attuale iniziazione massonica. Un
simile giudizio negativo non fa che opporsi
ad una possibilità di rivivificazione tradizionale, forse più preziosa di quel
che qualcuno potrebbe essere tentato di pensare, in una situazione generale
così sfavorevole come l’attuale. E, volere o no, il nostro autore si accoda
così alle tenebrose calunnie di certe correnti clericaleggianti, fomentate
efficacemente da attivi servitori della contro-iniziazione, quali il famigerato
Leo Taxil.
D’altra parte, il fatto che qualcuno tenga a mostrare di
non aver saputo vedere nulla di iniziatico in un’iniziazione ci pare
strettamente connesso alle sue personali qualificazioni, e non crediamo che vi
sia nulla di accidentale in tutto ciò.
Anche per quel che riguarda il Cristianesimo, com’è
noto, la presentazione evoliana è fortemente negativa, mettendo in dubbio
persino la validità del Cristianesimo delle origini[278].
Per quanto poi concerne l’Oriente, Julius Evola non vede
in esso che un patrimonio spirituale «residuale» e si attiene ad un punto di
vista alquanto esteriore, fermandosi più che altro alla considerazione di
situazioni politiche e sociali, certo sfavorevoli dal punto di vista
tradizionale, senza preoccuparsi della sola questione praticamente essenziale:
quella della costante presenza, anche se diventata meno palese, dello spirito
tradizionale integrale e dei suoi rappresentanti destinati a mantenerlo vivente
fino alla fine del presente ciclo umano. D’altra parte, Evola afferma che
l’aiuto spirituale dell’Oriente non potrebbe dar luogo che a «contatti
“intellettuali”» ed a «colloqui ad alto livello fra elementi isolati,
fra cultori di sistemi metafisici», dai quali «non si guadagnerebbe molto»[279]:
ci si può stupire che egli si sia lasciato sfuggire un simile giudizio senza
neppure curarsi di dare almeno un’apparenza meno superficiale e profana al suo
pensiero.
Ma non pensiamo che sia il caso di
soffermarci oltre sui diversi punti deboli e sulle diverse deviazioni esistenti
nell’opera dell’autore, della quale non pretendiamo certamente di offrire un
quadro completo, tanto più che il lettore intelligente a cui l’argomento
interessasse non avrebbe troppa difficoltà a
fare egli stesso un simile lavoro di analisi e di applicazione. Del resto,
tutte le deviazioni e gli errori particolari, benché siano praticamente assai
rilevanti, e benché riguardino anche la concezione stessa della Tradizione e
della sua struttura, sono però rigorosamente secondari e subordinati al
suaccennato difetto di comprensione e di adesione di fondo alla Verità
metafisica che in tante forme si manifesta attraverso tutta l’opera di Evola,
a dispetto di qualsiasi eventuale contraddittoria affermazione di principio
tratta dalle dottrine tradizionali.
Nonostante il carattere
inevitabilmente incompleto del nostro esame, su certe conclusioni ci pare
dunque che non vi possa essere alcun dubbio. È vero che i libri di Evola
possono rappresentare un’occasione piuttosto eccezionale per l’approfondimento critico del mondo
contemporaneo, e per venire a conoscere certi elementi tradizionali importanti,
dei quali l’autore è molto spesso un deciso ed efficace assertore. Ma non si
può fare a meno di vedere anche, nell’opera di Evola, l’espressione più o meno
mascherata di tendenze fondamentalmente antitradizionali e sovversive.
Praticamente, anziché cercare di integrare se stesso nella Tradizione, Evola
ha cercato, al contrario, di integrare la Tradizione nel proprio sistema di
pensiero, trovando modo di alimentare così le proprie inclinazioni e quindi
anche le proprie deviazioni individuali. Il fatto stesso che egli utilizzi
elementi veramente tradizionali, inquadrati ed alterati in funzione della sua
prospettiva, può provocare conseguenze particolarmente deleterie,
neutralizzando sul nascere l’efficacia dell’aspirazione spirituale, specie in
chi non sia insensibile al fascino di certe suggestioni, e portando a posizioni
del tutto sterili, se non decisamente opposte a ciò che vi è di più
fondamentale in ogni via tradizionale.
Soprattutto per questo abbiamo
ritenuto necessario riprendere in esame il pensiero di Julius Evola, separando
inoltre nel modo più definitivo la nostra responsabilità da quella, grave che
con la sua opera egli si è assunta.
POST SCRIPTUM
Dopo quanto precede, ci rimane
ancora qualche parola da dire su un articolo scritto da Evola a proposito della
nostra rivista[280].
Siamo davvero spiacenti che il
nostro autore abbia potuto pensare che non apprezziamo la sua opera nel suo
giusto valore, valore al quale è ben comprensibile che egli tenga moltissimo.
Egli ci rimprovera severamente per la nostra pretesa di criticare un suo libro,
poiché abbiamo mancato nei suoi riguardi del dovuto «senso delle distanze».
Teniamo ad assicurare che, al contrario, troviamo l’opera di Evola molto
distante dal punto di vista che intendiamo costantemente mantenere, né
vantiamo o cerchiamo per nulla di avere quell’«alta statura personale» che
egli, non senza ragione, ci contesta. Dice un proverbio orientale che l’uomo
non sarebbe capace di aumentare la sua statura di un pollice, eppure egli non
conosce limiti nelle sue pretese. Noi non sappiamo se, da parte sua, il nostro
autore ha impiegato le sue forze nell’accrescere la propria statura; si sarà
potuto accorgere, ad ogni modo, che «tali forze hanno, in fondo, la catena
misurata»[281].
D’altra parte, riconosciamo
volentieri il suo merito nell’aver fatto conoscere una parte dell’opera di René
Guénon, benché il fatto che egli l’abbia utilizzata a modo suo ci obblighi ad
un pesante e piuttosto noioso lavoro di chiarificazione con i nostri lettori,
parecchi dei quali sono abituati a considerare quasi come sinonimi il punto di
vista tradizionale esposto da Guénon e il punto di vista
ideal-magico-viril-olimpico rivoluzionario escogitato ed elaborato da Julius
Evola[282];
quanto a noi, non vediamo come si possa contestare il diritto di ritenere più
degna di fiducia l’opera di Guénon che quella di Evola.
Con l’occasione, precisiamo anche
che a noi non interessa affatto la personalità di René Guénon, o di chiunque
altro, in quanto tale. Semplicemente, si può constatare che l’opera di Guénon
adempie ad una certa funzione in una certa epoca (la nostra) nell’esposizione
di determinati insegnamenti tradizionali fondamentali verificabili ad esempio
in testi indù, taoisti e dell’esoterismo islamico che erano diventati del tutto
ignoti od incompresi per la generalità degli Occidentali. Con ciò, non
intendiamo minimamente affermare che gli scritti di Guénon siano infallibili
sulle questioni di dettaglio; ma vi sono dei principi che, una volta compresi,
sia pure soltanto teoricamente, non ammettono alcun compromesso, ed a Julius
Evola è capitata la disgrazia di fondare proprio in contrasto con quei
principi il suo edificio mentale: è un vero peccato che così, per difenderlo,
la sua combattività abbia finito col prendere una direzione che lo pone in una
situazione ben poco invidiabile.
Julius Evola giunge a dare
un’interpretazione psicanalitica delle nostre prese di posizione, ed enuncia la
sua diagnosi con un sonante termine
germanico (supponiamo freudiano): «Geltungstrieb». Non comprendiamo
perché egli si sia appoggiato a qualcosa di così tipicamente “sovversivo” come
la psicanalisi per combattere le idee che abbiamo cercato di esporre. E diciamo
questo fermo restando il fatto che peraltro riconosciamo a chiunque il diritto
di non trovare di suo gusto lo stile dei nostri scritti.
È poi singolare che Evola rimproveri
noi, e persino René Guénon, per la carenza di «tutto ciò che riguarda il
campo “esistenziale” e operativo, l’esperienza vissuta, le direttive
realizzative oltre alla semplice dottrina»; singolare, diciamo, da parte
di un autore che si è tanto compiaciuto di scrivere sulla Tradizione da
costruire un gran monumento letterario, sempre conoscendola dall’esterno e
senza mai integrarsi in una sua forma vivente, che, sola, avrebbe potuto rappresentare
il suo «campo esistenziale ed operativo» normale.
Ciò che veramente manca in René
Guénon – e nel “mondo tradizionale” – è l’azione non subordinata alla
conoscenza (evidente mostruosità per chiunque abbia l’“intelletto sano”), che
si trova invece senza dubbio in Evola, ancora pertinacemente affermata ed
esaltata nella recensione di cui parliamo.
A questo proposito, l’autore
pretende avanzare delle prove storiche della supremazia dell’autorità
corrispondente all’azione su quella corrispondente alla conoscenza: ma i casi
da lui citati, quando non siano manifestazioni di un rovesciamento nettamente
eterodosso, corrispondono semplicemente ad autorità che sintetizzavano in sé
le funzioni di conoscenza ed azione, o piuttosto erano anteriori alla loro
differenziazione; la subordinazione dell’azione alla conoscenza veniva così
realizzata nella stessa persona rivestita dell’autorità, secondo il medesimo
rapporto che del resto, come è ovvio, deve esistere sempre tra le facoltà
intellettive e volitive dell’uomo.
Nella sua argomentazione, il nostro
autore crede di potersi appoggiare al detto «post laborem scientia»,
senza capire che questa espressione, sotto forma di successione, pone proprio
l’azione in funzione della “scienza”; ed anzi, osserviamo, il termine “labor”
si riferisce ad un’azione che, per essere veramente efficace, deve essere
guidata ed ordinata da chi già possieda una conoscenza adeguata, e il giusto
rapporto tra conoscenza ed azione si ritrova dunque nella relazione tra Maestro
ed Apprendista, per esprimerci nei termini delle iniziazioni artigianali a cui
il detto citato da Evola si applica esattamente.
Dobbiamo aggiungere che anche il
riferimento dell’autore alla Bhagavad Gîtâ è del tutto estraneo all’argomento:
se esiste una «via dell’azione», essa è valida proprio per chi riconosca
anzitutto la sua totale subordinazione al Supremo Conoscitore; essa è anzi un
modo per realizzare tale subordinazione, fino alla conoscenza effettiva del
legame interiore, che è poi quello di Arjuna con Krishna, secondo il simbolismo
della stessa Bhagavad Gîtâ, dove si cercherebbe invano l’ideale di un Arjuna
che, con l’azione, pretendesse di diventare un autosufficiente «individuo
assoluto»! Del resto, come luminosamente si esprime un testo metafisico quale
il Commento ai Brahma Sûtra di Shankarâchârya, è evidente che «la conoscenza
del Principio (Brahmajnâna) non è il risultato d’una qualsiasi attività
umana, poiché di per se stessa, sola, essa è»[283].
Il fatto che poi in pratica, per
l’uomo occidentale moderno, una via di realizzazione debba essere in gran parte
una «via d’azione» (karma marga) risponde a tutt’altra questione: si
tratta della verità di fatto, sulla quale siamo perfettamente d’accordo, che
l’uomo contemporaneo, incapace per sua natura di una via di conoscenza
diretta, ha bisogno di assumere nel modo più ampio la propria azione come supporto
per la purificazione e la trasmutazione progressiva del proprio essere. E ciò è
possibile, lo ripetiamo, se tale azione sarà subordinata alla conoscenza: sia
alla sua conoscenza teorica, sia alla conoscenza dell’autorità destinata in
qualche modo a guidarlo, indispensabile per dare una portata propriamente
“rituale” alla sua azione; non si dimentichi, a questo proposito, che il
termine karma tradotto sopra con “azione” significa in particolare
l’azione rituale.
Non ci soffermeremo sulla negazione,
da parte di Evola, della necessità di un ricollegamento tradizionale
effettivo: ne abbiamo già parlato, e sarà utile riparlarne piuttosto in altra
sede, considerando altri aspetti della questione. D’altra parte, egli ci fa
notare che «la rottura fra le forme della vita esteriore e i residui
tradizionalistici exoterici da una parte, ogni possibile orientamento
trascendente dall’altra, è ormai da noi profonda e irreversibile», e, non a
torto, vorrebbe evitare che in nome di una «necessità dell’exoterismo
tradizionale» si cada in un «conformismo codino e piccolo borghese». È appena
il caso di dire che quella “necessità”, esclusa dal nostro autore, deve e può
corrispondere precisamente alla base di «ciò che riguarda il campo
esistenziale e operativo, l’esperienza vissuta, le direttive realizzative oltre
la semplice dottrina», secondo le già citate espressioni evoliane,
conducendo immensamente lontano da qualsiasi conformismo di comodo; egli
preferisce invece ribadire la sua «via della mano sinistra», sorta di teurgia
da parte di “profani” che suggerisce di tentare, con una disinvoltura davvero
eccezionale. Ci asterremo qui da ulteriori commenti, anche per evitare
ripetizioni non più necessarie: ricorderemo soltanto che, secondo una
tradizione araba, chi si presenta a una certa porta senza esservi pervenuto in
un modo normale è condannato a ritornare sui suoi passi non più come semplice
profano, ma come sâhir (mago), ed egli sarà così perpetuamente relegato
negli stati inferiori e tenebrosi dell’esistenza. Forse l’insegnamento
racchiuso in questo semplice avvertimento aiuterà qualcuno a riflettere?
Poiché poi, nella sua conclusione,
Evola ci accusa di aver alterato il senso di una sua osservazione sulla vita
sessuale, la citeremo testualmente: «Circa lo stesso adulterio, non bisogna
dimenticarsi, che nell’Oriente ario ogni appartenente ad una casta superiore
aveva più donne a sua disposizione e, propriamente, più come oggetti d’uso che
come “mogli” nel senso occidentale»[284].
Come si noterà, l’autore sostiene che gli Arii di casta elevata vedevano nelle
loro donne più che altro degli «oggetti d’uso», proprio come avevamo scritto.
Il nostro autore termina con un
accenno intenzionalmente ironico, dicendo di aver appreso che l’autore della
recensione della Dottrina del Risveglio svolge nella «vita
professionale» l’attività di giudice di tribunale. Di fronte a questa notizia,
completamente fantastica, si sarebbe portati a pensare che, come fonte di
informazioni, il nostro contraddittore non è più attendibile che come fonte di
interpretazioni dottrinali.
XVIII
La “Storia della Massoneria” di A. C. Ambesi
L’autore di questo libro[285]
avverte, nella sua prefazione, che si tratta di «un volume completo e obiettivo», ed anzi tale «da permettere al lettore di avere un quadro il più ampio e il più
completo possibile dei movimenti esoterici, fin dalle origini».
Leggendo il seguito, ci si può
accorgere presto di ciò che ha reso possibile un’auto-presentazione così
inconsueta. L’autore ha pensato di padroneggiare un argomento di tale
difficoltà ed ampiezza soprattutto a motivo delle nozioni apprese dall’opera
di René Guénon, alla quale si richiama più volte; e, in effetti, non è la prima
volta che un contatto con la potenza intellettuale di quell’opera suscita una
rispondenza che viene poi utilizzata per dar forza a sviluppi altrimenti impensabili,
peraltro condizionati da un punto di vista ancora troppo discosto dallo spirito
tradizionale, a cui sarebbe invece indispensabile riferirsi costantemente per
trattare argomenti del genere.
A questo proposito, non basta
neppure che certi punti dottrinali importanti siano riferiti correttamente,
come talora avviene in questo volume. Essi dovrebbero servire di base per tener
assieme ed interpretare una grande quantità di informazioni, molto eterogenee,
che spaziano dall’antichità caldaica alla situazione odierna nelle logge
massoniche italiane. Ma purtroppo l’autore si è cimentato in un compito che
appare attualmente di gran lunga troppo arduo per lui, talché gli equivoci e
le contraddizioni, rispetto alla presunta base dottrinale tradizionale di
tutta l’esposizione, sono tali da rischiare di produrre non poche confusioni.
In questo quadro, l’inconveniente di gran lunga più
innocuo è rappresentato dai vari errori di storia o di terminologia (così,
l’Imperatore Carlo V che a pagina 99 protegge un personaggio del XIV secolo;
Paracelso che a pagina 114 riceve insegnamenti «dalla bocca» di una alchimista
del secolo XII; i Landmarks che a
pagina 135 parrebbero essere «nuovi
regolamenti» inventati da Desaguliers e Anderson; le Sephirot della tradizione ebraica che diventano «i Sephirot» e poi «i 10 Sephirot»). È senza dubbio peggio allorché l’autore fa delle
precisazioni arbitrarie sulle dottrine e scienze tradizionali, come quando
assicura che il kali yuga della
dottrina indù è iniziato nel 144 dopo Cristo e dovrebbe terminare soltanto
verso il 3390, che segnerebbe dunque la fine dell’attuale umanità[286].
E ancora peggio è quando egli presenta l’esoterismo tradizionale in modo da
darne un’idea inestricabilmente legata a tante manifestazioni periferiche o
deviate o estranee e del tutto insignificanti, tanto da rendere poi più
difficile, per il lettore sprovveduto, giungere a una concezione corretta,
“ripulita” e rivolta veramente all’essenziale (cosa più che mai indispensabile
in un mondo sovrabbondante di illusioni e di trabocchetti come il nostro).
Così, ad esempio, c’è da chiedersi perché nel panorama
dei «movimenti esoterici» si parli tante volte di magia: la magia dei
forgiatori che avrebbe fornito una forma di resistenza dell’esoterismo contro
la «Fede cristiana»[287],
le «esperienze magiche alessandrine»[288],
l’«atto magico di sintonizzazione con i grandi fenomeni
di rinnovamento della natura»[289],
il «magico soccorso» a Horus nella
tradizione egizia[290],
il «completo
sistema del mondo a base magica»
di Cornelio Agrippa che «si direbbe
anzi … anticipi il pampsichismo»[291],
«l’opera del mago John Dee»[292], posta in relazione con la presenza della «Fratellanza della Rosa-Croce» in
Gran Bretagna, dove essa «finì col
trasferire larga parte delle sue idealità nella Libera Muratoria».
Sarà bene ricordare, a questo proposito, che l’autentico
significato tradizionale di Rosa-Croce[293]
si riferisce a una realizzazione iniziatica che corrisponde al Centro dello
stato umano, ben al di là della magia e svincolato da qualsiasi “idealità”.
Aggiungiamo inoltre che, secondo René Guénon, gli ultimi veri Rosacroce si
ritirarono dall’Europa oltre tre secoli or sono[294]:
ma il nostro autore ci assicura invece che i Rosacroce non solo hanno avuto
un’influenza sulla formazione della Massoneria moderna, ma che sarebbe
sbagliato pensare che «la saggezza dei
discepoli di Rosenkreuz» si sia trasferita solo in parte nella Libera
Muratoria, in quanto «noi abbiamo visto
(?) che avvenne una identificazione piena e completa»[295]
(tra la saggezza dei Rosacroce e quella presente nella Massoneria): con il che
molte difficoltà sarebbero certo ben superate! Inoltre, sempre secondo il
nostro autore, pure in connessione a un’influenza dei Rosacroce, «nell’arte musicale il filone esoterico si
può dire che non si sia mai estinto», fino «ai rosacrociani Satie e Debussy» e al «teosofizzante A. Schönberg, passando attraverso Mendelssohn e Wagner,
ambedue affiliati alla Libera Muratoria»[296].
Si direbbe dunque che basti interessarsi all’utilizzazione di qualche elemento
o simbolo che appartenga all’esoterismo per formare un «filone esoterico». E
che cosa pensare quando due libri del 1758 e del 1786 (il Dictìonnaire mytho-hermétique e le
Fables Egyptiennes et Grecques dévoilées) sono definiti addirittura «indispensabili per quanti intendono
incamminarsi sulla via dell’iniziazione»[297]?
Assai sintomatici del punto di vista dell’autore sono
poi le descrizioni di diversi personaggi. Ad esempio, a proposito di Fabre
d’Olivet, l’autore afferma la «validità
esoterica» dell’istituzione da lui costruita per «far rivivere la sapienza degli antichi santuari egizi»; tale
validità esoterica sarebbe confermata dal «posto
di rilievo riservato all’arte musicale, in accordo ai più antichi precetti
iniziatici»: e tutto questo nonostante la «compiacenza per le pratiche medianiche» e la «manomissione dei simboli»[298].
Quanto poi alla signora Blavatsky, il «valore da attribuirsi alle sue rivelazioni»
sarebbe «incerto»: non è che l’Ambesi
sia un fautore della “Società Teosofica”, nei riguardi della quale avanza anzi
parecchie riserve; ma ciò non toglie che egli parli di «maestri della Fratellanza bianca incontrati dalla Blavatsky
sull’Himalaya»[299];
mentre, secondo l’esposizione dell’autore, potrebbe sembrare che «retroscena poco edificanti» del
teosofismo «cominciarono» ad apparire
solo ai tempi di Annie Besant, dopo la morte della Blavatsky: il che è
assolutamente falso, poiché i caratteri tutt’altro che edificanti di
suggestione e di ciarlataneria si ritrovano fin dalle origini e dalla stessa
“preistoria” della “Società Teosofica”[300].
Con tutto ciò, è incontestabile che sia «perfettamente
legittimo che dei Liberi Muratori si siano occupati della Società Teosofica»:
ma altro è “occuparsene”, altro è il caso citato ad esempio dell’«alto grado della Massoneria di Piazza del
Gesù» che ebbe … l’onore di essere «presidente della Società Teosofica (sezione italiana)»[301].
Leggiamo poi che Rudolf Steiner «aveva molte buone ragioni per affrontare il
viscido campo dell’occultismo», dovendo «dirigere e coordinare le sue esperienze parapsichiche»: bel modo
davvero per essere sicuramente ben diretto! E, benché l’autore non condivida «tutti i punti di vista» dello Steiner,
crede di dover attribuire una «pregnanza
iniziatica» ai risultati talora ottenuti dalla Società Antroposofica da lui
fondata[302],
mentre in realtà la Società Antroposofica non ha assolutamente nulla di
autenticamente iniziatico.
Venendo a argomenti più propriamente
massonici, l’autore dimostra una specie di compiacimento nel parlare di cose
che non vediamo perché debbano essere esposte in un libro destinato al pubblico
(ad esempio, spiegazioni di particolarità grafiche in uso nell’interno della
Massoneria, citazioni di discorsi tenuti in loggia e di temi di studio
stabiliti per gli “alti gradi”, illustrazioni, del resto senza possibilità per
il lettore di discernere, in tutto ciò, l’accidentale dall’essenziale). Tuttavia
viene affermata la validità del segreto nell’iniziazione massonica, peraltro
ancora con un’argomentazione grottesca e confusionaria che stranamente fa
riferimento al «Bahaismo»[303].
Non sappiamo, poi, che cosa intende l’autore definendo la Massoneria «ultima porta iniziatica del mondo moderno»[304],
come se non sussistessero oggi altre forme di iniziazione ben più complete,
anche se ben più difficilmente accessibili per gli europei. E che dire
dell’enormità dell’affermazione secondo cui «in Cina, le pochissime Logge istituite dalle comunità occidentali,
andavano raccogliendo l’élite del
Paese»[305]?!
Appare qui evidente la superficialità della concezione che l’autore ha dell’élite, la quale gli permette di parlare
della situazione dell’iniziazione in Cina ignorando il Taoismo. D’altra parte,
che cosa intende poi parlando, con riferimento alla vita dei Massoni moderni,
di «vita esoterica rispettosa delle più
antiche Leggi tradizionali» o di «vita
che si svolga in modo tradizionale»[306]?
Proprio non comprendiamo il significato di un simile accenno “en passant”,
fatto come se fosse sottintesa la soluzione (invero estremamente ardua!)
dell’esigenza di un’adesione vissuta a una Legge tradizionale, per i Massoni
d’oggi.
Quanto alla proposta di usare
l’ebraico nelle «tornate rituali», in quanto lingua sacra[307],
c’è da temere che l’autore si faccia un’idea ben semplicistica (per non dire
profanatrice) dell’uso rituale di una lingua sacra, e dell’autorità che
dovrebbe essere in grado di stabilirne correttamente le modalità.
***
Gli aspetti contrastanti e gli
equivoci di questo autore sono messi in maggior evidenza dal fatto che egli
esprime anche critiche assai pertinenti a proposito di tante forme di
deviazione, di contraffazione e di confusione (in alcune delle quali cade egli
stesso), nei riguardi dell’esoterismo autentico. Egli riassume anche, senza
deformazioni, vari chiarimenti apparsi nella nostra rivista, in particolare a
proposito delle posizioni pseudotradizionali di Evola[308]
e di certe critiche peregrine di parte cattolica[309]
contro René Guénon e l’esoterismo in generale. Presenta poi la stessa figura
di Guénon (benché con varie imprecisioni[310])
attribuendogli una grande importanza. Peraltro, egli esprime anche su di lui
qualche giudizio negativo, secondario nelle sue intenzioni, ma in realtà assai
significativo. René Guénon sarebbe stato troppo severo con l’arte astrattista[311],
con la psicanalisi ed anche con la scienza moderna. Il fatto è che anche negli
sviluppi scientifici degli ultimi secoli l’autore vede una manifestazione
dell’esoterismo, in quanto «le più
rivoluzionarie scoperte scientifiche scaturirono da un atteggiamento
neoplatonico in senso lato»: «la
moderna astronomia, ad esempio, si affermò grazie a uomini … il cui
orientamento spirituale fu idealistico o addirittura esoterico
(significativo accostamento!) nell’accezione
più piena del termine»; e, secondo l’affermazione di uno scienziato
atomico, «Newton aveva speciali poteri di
profezia e di visione». Tutto ciò, osserva l’Ambesi, mentre sta a indicare
che la scienza moderna non è affatto il semplice risultato «Della Dea Ragione», dovrebbe valere «a correzione delle troppo severe prese di
posizione dei tradizionalisti di oggi contro la scienza moderna»[312].
Se per tradizionalisti si intendono
qui coloro che sono animati da uno spirito tradizionale, dobbiamo rispondere
che essi sanno benissimo che dietro allo sviluppo prodigioso riguardante le «scoperte e le invenzioni», in
connessione con un mutamento radicale dello stesso ambiente terrestre, sta una potenza
che è ben al di là della banalità superficiale del positivismo razionalista o
materialista; qualcosa che si avvale di un’“inflazione psichica” animata dai
residui di elementi della tradizione e dell’esoterismo, fino a poter far
parlare di «poteri di profezia e di visione»: ma non è forse proprio questa una
caratteristica della “controiniziazione” destinata, con la sua
pseudo-spiritualità, a prendere l’apparente temporaneo sopravvento nel mondo
moderno? E, per chi intenda questa situazione di fondo, non è dunque ridicolo
che l’autore rimproveri René Guénon di mancare di generosità per non aver
«sorretto» e «incanalato» gli psicanalisti, e per non aver costituito «una sorta di fronte comune contro il
materialismo»[313]?
In realtà, appare qui una delle
fondamentali ragioni d’inganno e di deviazione da cui bisognerebbe sapersi
guardare, e cioè la confusione tra ciò che è di ordine psichico e ciò che è di
ordine spirituale. Da notare che lo stesso Ambesi, a un certo punto, ripetendo
Guénon, accenna al pericolo di rimanere «prigionieri
della sfera psichica senza accedere all’autentica spiritualità»; «distinzione che a volte non è chiara neppure
ai Massoni di orientamento esoterico»[314].
Ed egli, per l’appunto, mette in guardia contro varie manifestazioni di
influenze psichiche, dalla medianità al «superuomismo». Ma poi, come tanti,
evidentemente non è insensibile ad altri contenuti psichici più adatti a far
presa su di lui e ad offrirgli soddisfazioni, tanto che egli pare considerarli
come il frutto dell’aver reso «operative» le nozioni tratte dalle dottrine
tradizionali.
L’equivoco tra contenuti psichici e
spiritualità appare anche dalla denominazione ambigua «l’Invisibile», usata talvolta dall’autore con tanto di lettera
maiuscola, per designare qualcosa da cui egli assicura di aver ricevuto anche
dei suggerimenti giunti subitamente alla sua mente per guidare la stesura del
suo libro e poi confermati dalle sue ricerche, si è già visto con quali
risultati.
Per una coincidenza, l’Ambesi è
anche collaboratore dell’edizione italiana di Planète, e nel corso del suo libro gli capita di citare più di una
volta il Pauwels[315]
come se fosse una fonte degna di fiducia (ed anzi, ora, anche un elemento
attivo per l’espansione della Massoneria[316]).
E, sotto un certo aspetto, si potrebbe notare che il suo libro è anche un
veicolo di un’influenza confusionaria analoga a quella che caratterizzava il
famigerato numero di Planète-Plus
dedicato a René Guénon[317].
Aggiungiamo però subito che ci sono
insieme notevoli differenze. Vi sono pure senza dubbio, nel libro di Ambesi,
indicazioni tratte da nozioni tradizionali mosse anche, pensiamo, da lodevoli
intenzioni, e non ci sono le falsificazioni più grossolane. È poi positivo il
fatto che lo stesso Ambesi non pretenda di conformarsi alle posizioni di Guénon, e questa esplicita differenziazione, quantunque sia fatta talvolta per
mostrare di “saperne di più”, dà al lettore qualche possibilità di fare poi le
dovute distinzioni, risalendo alle fonti onestamente citate (benché la stessa
promiscuità della sua presentazione possa anche compromettere a tal punto le
impressioni del lettore da impedirgli di scorgere l’importanza di un più serio
approfondimento).
Nello stesso tempo, al di là del
caso particolare, questo libro, che la
Rivista Massonica ha apprezzato soprattutto per la «profondità della preparazione» e l’eccezionale «abbondante formazione dottrinaria», può
essere un indice (anche se non dei peggiori) di quella sapienza apparente non
priva di superficialità e di quel discernimento inadeguato (tale da lasciare
indifesi di fronte alle influenze più pericolose) che caratterizzano gran parte
della multiforme tendenza in cui qualcuno crede di vedere oggi una «Massoneria
esoterica» in crescente progresso. In queste condizioni, per chi aspiri
veramente a una realizzazione iniziatica, dovrebbe essere chiaro quanto sia
preliminarmente importante un rifiuto delle tante occasioni di divagazione e di
deviazione, e anzitutto il coraggioso rifiuto di farsi illudere da se stessi,
dalla propria anima e dalle proprie parole.
XIX
Esoterismo, divagazioni e aberrazioni
… ché la diritta vie era smarrita
Indifferenza e ostilità sono le
reazioni più comuni, nel mondo in cui viviamo, quando si parla di dottrine
tradizionali e di loro applicazioni, particolarmente per quel che riguarda il
dominio iniziatico. Accade però anche di incontrare un interesse e un
entusiasmo più o meno superficiali, che peraltro possono rappresentare in
realtà un inconveniente più fastidioso di un netto rifiuto.
Il fatto è che quando nozioni
provenienti da dottrine tradizionali vengono apprese senza averne assimilato lo
spirito e il cambiamento di mentalità che esse comporterebbero, tali nozioni
finiscono spesso con l’esser utilizzate per alimentare tendenze individuali e
profane d’ogni genere. Tali casi di utilizzazione indebita, ai quali ci è
capitato di riferirci già varie volte su questa rivista, si sono andati
moltiplicando sempre più in varietà indefinite e spesso in contrasto tra di
loro, di modo che sarebbe impossibile inseguirli per esaminarli uno per uno.
Notiamo a questo proposito un
aspetto piuttosto caratteristico dell’Occidente moderno, connesso alla
decadenza dell’autorità, ed anzi alla prolungata scomparsa dal mondo
occidentale di un’autorità tale da garantire un valido insegnamento esoterico:
molte volte chi utilizza indebitamente
nozioni di origine tradizionale appare mosso dalle “migliori
intenzioni”, con un’ingenuità quasi disarmante che potrebbe indurre a
un’indulgenza per la confusione, ingiustificata e dannosa per tutti.
Le cose si fanno ancor più
complicate quando si tratti di persone che hanno ricevuto un’iniziazione
autentica, sia pure soltanto virtuale, e che hanno così modo di mescolare
contenuti validi, conosciuti anche attraverso il proprio collegamento
iniziatico, insieme con sviluppi che ne sono come degenerazioni parassitarie,
dotate di una loro potenza fatua ma ben reale nel suo dominio illusorio.
Tutto ciò è stato facilitato dal
carattere, in generale, soltanto più “speculativo” della Libera Muratoria, e
cioè dell’unica forma di iniziazione occidentale autentica rimasta diffusa nel
mondo moderno: tale carattere “speculativo” può infatti indurre sia a costruire
divagazioni cerebrali senza fine, sia a cercare di soddisfare anche l’esigenza
di una realizzazione più effettiva con esperienze che, pur prendendo lo spunto
da nozioni iniziatiche, possono essere di tutt’altra natura.
È ovvio poi che di queste tendenze
individuali cerchino di approfittare i rappresentanti di pseudo-iniziazioni
che da tempo si sono introdotti nelle organizzazioni iniziatiche occidentali,
e che sono a loro volta strumenti più o meno indiretti della
controiniziazione. La molteplicità e gli stessi contrasti tra le correnti
contraffattrici dell’iniziazione possono renderle più insidiose, in quanto
facilmente coloro che scorgono e combattono determinate deviazioni possono
trovare invece soddisfazioni in altre, se il loro punto di vista è rimasto in
fondo determinato più dalla mentalità individuale loro propria (con i suoi penchants
e i suoi pregiudizi) che dallo spirito tradizionale di cui pure possono aver
accettato certe indicazioni. E, in tali condizioni, anche se essi fossero tanto
prudenti da non avventurarsi nelle forme di deviazioni più effettive e
irrimediabili, il loro modo di assumere e di esprimere le nozioni tradizionali
sarà tale da neutralizzarne più o meno totalmente l’efficacia, anzitutto per
loro stessi, con il rischio di rappresentare inoltre un contributo di più alla
generale confusione.
A questo punto, lasciamo a ciascuno
di vedere come e in qual misura le nostre considerazioni si possono applicare
a singoli casi ed ambienti, avvertendo che a qualunque nostro riferimento
particolare attribuiamo un valore del tutto secondario, in funzione di un
chiarimento più generale e per togliere possibilmente qualche ostacolo verso
una realizzazione di tutt’altra natura.
A caccia di ectoplasmi
Un tipo di confusioni nel quale
capita di imbattersi con una certa frequenza è connesso all’attrazione di molti
occidentali per i fenomeni straordinari. Il fatto di uscire in qualche modo
dall’ambito (a dire il vero molto ristretto) dell’esperienza ordinaria
dell’uomo moderno li impressiona talmente che basta a produrre un
soddisfacimento della loro presunta aspirazione iniziatica, mentre si può
trattare di fenomeni altrettanto effettivi quanto inferiori e deleteri.
A una confusione di questo genere si poteva essere
indotti, ad esempio, da un recente articolo che sosteneva l’«identità»
della «materia prima» degli alchimisti con l’«ectoplasma» che si
manifesta nell’«emissione di materie da soggetti caduti in trance»[318].
Quel che è più singolare, è che l’autore di quello scritto non sia uno dei
soliti maniaci di quel genere di fenomeni, ma bensì uno degli scrittori che più
spesso e volentieri si occupano di esoterismo massonico. Egli avanzava anche
l’«ipotesi» che Cagliostro avesse ricevuto questa sostanza («invece
di produrla in laboratorio») precisamente «da Mosé e dagli Angeli che
comparivano nelle sue sedute, ad opera della “colomba” chiusa nel “tabernacolo”
(cioè del medium isolato nel suo gabinetto)»; e si soffermava poi su
descrizioni di ectoplasmi apparsi in sedute spiritiche, corrispondenti appunto
a «quella che potrebbe essere stata la prima materia degli alchimisti e di
Cagliostro: … dal corpo del medium trasuda una sostanza amorfa e
polimorfa la quale assume rappresentazioni diverse, che generalmente sono
rappresentazioni d’organi più o meno completi … talvolta si snoda
lentamente, sale, discende, striscia con movimenti serpeggianti … Inoltre
dimostra … una sorta di istinto il quale ricorda l’istinto di conservazione
che contraddistingue il regno degli invertebrati … Dell’ectoplasma si è
tentata anche l’analisi microscopica … si trovarono globuli rossi in
disfacimento, cristalli di sostanze varie, ecc. … quello che l’ectoplasma
portava via dal corpo fisico del medium». Di fronte a fenomeni così
disgustosi, resi possibili dalla subordinazione di influenze sub-umane
estremamente ripugnanti, il nostro autore commenta: «Riuscì Cagliostro a
impadronirsi di qualche brandello di ectoplasma? Il desiderio è pure oggi comprensibile,
ma la cosa è ancora allo stato di speranza»! Egli aggiunge poi che «la
sagoma abitudinaria dell’organismo non è un dato a priori fisso e immutabile»,
e che mettersi a «scomporre (!) e ricomporre la formula attuale è un
ideale affascinante e terribile»; concludendo, sempre appoggiandosi al
“positivo” riferimento agli ectoplasmi, che «una cosa è comunque sicura: la
materia prima non fu invenzione, non è segreto».
C’è da auspicare che nessuno si dedichi alla
realizzazione dell’“ideale affascinante” proposto dal nostro autore, e che chi
ne fosse tentato si accontenti piuttosto di un lavoro puramente “speculativo”,
anche se in esso possono accadere talvolta altre stranezze, come ad esempio il
fatto di appoggiarsi, per interpretare i simboli massonici, all’autorità poco
muratoria della signora Blavatsky[319].
Del resto, la grossolanità stessa delle eventuali
conseguenze di certe deviazioni può in definitiva impedirne il compimento e,
in generale, ci sembra più opportuno soffermarci piuttosto su tendenze più
sottili che possono trarre in inganno anche chi sia dotato di un certo grado di
discernimento.
Dalla libido al maestro ad libitum
Osserviamo che proprio accanto al testo dell’autore
citato, si può trovare un articolo che caratterizza
nettamente la medianità e le correlative manifestazioni “parapsichiche”
e “parafisiologiche” come espressioni di una «polarità opposta a quella
iniziatica»[320],
e ciò dopo aver mostrato con acute osservazioni che anche l’uomo comune,
profano, si trova in una situazione di continuo condizionamento incosciente,
con una libertà estremamente illusoria. Ma qual è l’alternativa che fa balenare
quest’altro autore? Quella di un Io «libero e incondizionato». E per
l’appunto, secondo lui, «avviene … sulla via iniziatica, un’irradiazione
dell’Io rinnovato sui diversi piani della corporeità – dal meno concreto
(processi psichici preconsci e inconsci) – via via ai più concreti … Al limite, e infine, il “corpo” che
si trova retto da un principio, immateriale e radiante di cui è in tutto
e per tutto lo strumento. Il capovolgimento iniziatico è ora completo. Al
“corpo volgare” è succeduto il “corpo magico” o “corpo di resurrezione”».
Per di più, «l’autonomizzazione e l’incentramento iniziatici dell’Io
dovrebbero portare alla strumentalizzazione ad libitum non soltanto del corpo,
ma anche della cosiddetta materia inerte e da ultimo capovolgere radicalmente
la relazione tra Io e non-Io, tra Principio e fenomeno[321].
Di tali ulteriori estreme possibilità ci fanno testimonianza sia certe
manifestazioni tradizionalmente attribuite a mistici, santi, maghi, ecc., sia,
più recentemente, talune constatazioni … della odierna parapsicologia»[322].
A ciò corrisponderebbe precisamente l’acquisizione del
grado di Maestro in Massoneria. «Il Maestro si è sottratto alla
perpendicolare, come alla pratica orizzontalità dei riquadri. La pietra cubica
è lì, levigata e immobile, da adoperare e collocare secondo i suoi disegni. Il
Compasso non ha più remore, né condizioni. Lo si può impugnare, aprire,
dilatare, restringere, richiudere, puntare con decisione sulla tavola da
disegno … La Squadra è ormai dominata, strumentalizzata, ribaltabile ad
libitum»[323].
In un articolo più recente, poi, lo stesso autore fa
riferimento ad esperienze psichiche al di fuori del dominio della coscienza
ordinaria, in particolare «con l’aiuto di sostanze psicodeliche, quali l’LSD
o la psilocibina»: ed anche in ciò egli trova conferma dell’esistenza di «un
mondo del potere e della libertà»: «e al limite, tale libertà, può
essere talmente incondizionata, da permettere a rari ed eletti individui di “ricondizionarsi”
ad libitum»[324].
Così, senza il minimo riferimento ai Principi
sopraindividuali ed all’esigenza della totale subordinazione ad essi da parte
dell’io dell’iniziato, fino alla sua cancellazione, tale ideale di libertà può
apparire praticamente come la farneticante esaltazione di un arbitrio
illimitato. E ciò, beninteso, è ancora molto più illusorio dell’illusoria
libertà relativa del profano, dato che implicherebbe la supposizione assurda di
poter agire al di fuori della determinazione del “Grande Architetto dell’Universo”,
cioè fuori dall’Esistenza universale! Questo ci ricorda stranamente le teorie
antimetafisiche sull’“Individuo assoluto”[325]
di un noto scrittore pseudotradizionalista. Ma quello scrittore, quanto meno, è
un negatore esplicito dell’iniziazione massonica, mentre l’autore sopra citato
pretende che, per muoversi nel «mondo del potere e della libertà», tra
le «diverse tecniche disponibili» (?!), «quella muratoria appare di
gran lunga la più saggia e la più sicura»[326].
Psicologo quale è, non possiamo fare a meno di pensare che egli, con questa ed
altre affermazioni fin troppo rispettose, abbia tenuto ben conto del pubblico
di lettori a cui si rivolgeva. E troppi segni stanno a significare che, in casi
del genere, può darsi che si tratti molto meno della conversione di uno
psicanalista al punto di vista iniziatico, quanto piuttosto di tentativi per
inglobare contenuti iniziatici ed insegnamenti tradizionali in tendenze
psichiche in cerca di “territorio” al di qua o al di là dello “specchio”
(secondo il modo di esprimersi del suddetto autore) su cui esercitare un po’
del vagheggiato “potere ad libitum”.
Potenze parassitarie
L’attrattiva per il dominio
psichico, immensamente più vasto, multiforme e ingannevole di quello
materiale, è del resto, in una forma o in un’altra, il pericolo più diffuso tra
coloro che si interessano di argomenti di ordine iniziatico.
Già in un’altra occasione accennammo
alla curiosa idea di un autore che avrebbe auspicato un «fronte comune» di
Guénon e degli psicanalisti contro il materialismo[327].
E vedemmo inoltre che lo stesso autore apprezzava assai positivamente il fatto
che la scienza moderna si sia formata non solo in virtù della ragione, ma anche
con intuizioni favorite da ricordi di contenuti provenienti dall’esoterismo.
Ma questo è vero non solo per casi speciali che lo storico debba scoprire: è
vero, ahimè, per tutto il mondo antitradizionale moderno, e se c’è una potenza
che è stata in grado di plasmarlo questa è venuta appunto direttamente o
indirettamente dall’utilizzazione di contenuti di origine tradizionale:
vogliamo dire con questo che le nostre considerazioni iniziali sul carattere
“parassitario” delle potenze della confusione, rispetto al dominio tradizionale
e iniziatico, si applicano in fondo in un senso molto più generale.
Una lettera
Aggiungiamo che l’autore suddetto ha
scritto alla nostra rivista una lettera per rispondere alla nostra recensione,
che ci sembra degna di nota soprattutto dove egli esprime, a proposito della
magia e del dominio psichico, un suo punto di vista che può essere
interessante chiarire, essendo un po’ la chiave di molte forme di errore. Ne
riparleremo dopo aver riferito la lettera in questione, avvertendo che d’altra
parte essa si sofferma anche su molti punti assai secondari, come errori di
storia e sviste (potrebbero accadere anche a noi!) che del resto avevamo definito
innocui data la loro portata meramente “culturale”. Ecco dunque la lettera,
trasmessaci dal direttore della presente rivista:
Caro Direttore,
«È senz’altro buona norma non
replicare a una recensione, quale che sia il
suo contenuto. Tuttavia, quanto scritto da G. Ponte sul n. 35 di Codesta
Pubblicazione, su la mia Storia della Massoneria (De Vecchi Editore, Milano, 1971), dipana una tale varietà di
osservazioni da esigere qualche chiarimento o rettifica, oltre che taluni
assensi. Ma, non prima ch’io abbia ringraziato per l’ampio spazio dedicato alla
discussione del testo in parola. E al mio spietato censore comincio col fare
rilevare che nella sua nota coesistono talune curiose contraddizioni. Per
esempio, vi si asserisce perentoriamente che mi sarei “cimentato in un compito che appare attualmente di gran lunga
troppo arduo”, per le mie possibilità
e che – in definitiva – il mio libro dovrebbe essere riguardato “come un indice (anche se non dei peggiori)” di
una “sapienza apparente non priva di superficialità” e di un
“discernimento inadeguato” compiaciuti delle proprie divagazioni (quali,
verbigrazia?) e delle proprie parole.
Sennonché,
si riconosce anche (quasi a denti stretti): 1) che la prospettiva tradizionale
sarebbe stata da me espressa correttamente … almeno su “certi punti”; 2)
che la critica formale a proposito di “tante forme di deviazione, di
contraffazione e di confusione ‘risultano’ assai pertinenti”; 3) che nulla ho
da spartire con lo scomparso Planète-plus, in quanto le mie “indicazioni tratte da nozioni
tradizionali” sono mosse da “lodevoli intenzioni”, e che le fonti risultano
“onestamente citate”».
(A dire il vero, non riusciamo a
vedere quale contraddizione vi sarebbe nel rilevare insieme aspetti positivi e
negativi; e, anche se ce ne rammarichiamo, non possiamo farci nulla se
frequenti contraddizioni si trovano invece nel libro in esame, obbligando a
dare giudizi tutt’altro che uniformi).
«Il tutto, però, non
m’impedirebbe di voler mostrare di saperne di più di Guénon! Impressione quanto
mai fallace e non capisco proprio da quale passo G. Ponte possa averle ricevuta».
(Questo “saperne di più” sì
riferisce naturalmente, e inevitabilmente, a tutti gli argomenti su cui
l’autore dissente in modo esplicito da Guénon: scienza moderna, arte astratta,
psicanalisi, ecc.).
«Se così fosse peccherei
effettivamente di presunzione, nell’accezione peggiorativa del termine.
Chiarisco, invece, che per me Guénon rimane uno dei pochi, validi maestri della
spiritualità dei nostri tempi, ma che l’adesione all’essenza delle prospezioni
da lui trasmesse non può e non deve impedire la formulazione di particolari
tesi, altrimenti si rischia di cadere nella scolastica, condita o meno di
saccenza. Ma di ciò più avanti».
(Ma è proprio sicuro il nostro
contraddittore che le sue “particolari tesi” non siano in contrasto
precisamente con l’“essenza” a cui mostra di voler aderire?).
«Tre informazioni, ora, d’ordine
preliminare. Informazione prima: la
prefazione del libro così come appare formulata, venne siglata come farina del
mio sacco per errore; purtroppo esigenze di produzione editoriale m’impedirono
di avere le bozze tra le mani per più di un paio d’ore e, come è comprensibile,
molti svarioni mi sfuggirono: per esempio il richiamo, a pag. 35, a una
bibliografia conclusiva che all’ultimo momento non venne inserita per volere
dell’editore. Informazione seconda:
riconosco per giusti i rilievi sulla grafia del nome arabizzato di Guénon e
sull’inesattezza di designare con un numerale il vocabolo Tasawwuf;
confesso che ne avevo in parte confuso il concetto con il termine tariqa.
Informazione terza: sugli “errori di storia e di terminologia” o
presunti tali: a pag. 99 del mio libro intendevo riferirmi a Carlo V, sovrano
di Francia (1373-1380), al quale solo per lapsus diedi la qualifica
d’imperatore; la sostanza dell’affermazione che Remou du Temple godé della
reale protezione di quel sovrano rimane dunque valida. E tanto più ero nel vero
quando scrissi che Salomon Trismosin fu maestro di Paracelso (pag. 114, op.
cit.), in quanto fu solo un errore di stampa ad attribuire la sua esistenza al
secolo XII anziché al secolo XVII. È esatto, invece, che in un passo a pag. 135
sembrerebbe ch’io attribuisca la compilazione dei Landmarks a
Desaguliers e Anderson. Sembrerebbe, ma così non è, poiché
scrissi nella stessa pagina che essi “non si limitarono a un’opera di riforma
più o meno estesa”, bensì alterarono i documenti preesistenti. Nel caso che si
giunga ad una ristampa del testo, come pare probabile, provvederò ad emendarlo
di simili sviste, senz’altro deprecabili e all’individuazione delle quali G.
Ponte mi ha offerto un aiuto che sinceramente apprezzo.
Ma procediamo alla disamina dei
principali punti controversi».
(E qui, ci stupisce che subito dopo
l’autore annoveri tra i «principali punti controversi» un semplice errore di
grammatica che rilevammo en passant!):
«Questione sephirotica: il fatto
che tali entità o attributi dell’Assoluto siano una decade è fuori
discussione. Per quanto attiene al “genere” da attribuirsi al vocabolo deve
osservarsi quanto segue: è vero ch’esso è femminile nella lingua ebraica, sotto
lo stretto aspetto letterario (al singolare sephirah), come d’altronde
per la stragrande maggioranza dei concetti “astratti” di tale lingua. Ma,
poiché il termine ha almeno un triplice correlato significato, sarà bene che ci
si soffermi su di esso. Innanzi tutto, desideriamo sottolineare che Sephirot
vuol dire anche “numeri immateriali”, come
insegna il Sepher Jetzirah,
procedendo da tre forme di numerazione (Sepharim): Sephar (movimento,
armonia e proporzione aritmetica); Sepher (formazione, realizzazione e
scrittura); Sipur (parola e voce). In secondo luogo, si dovrà rammentare
che il lemma qui considerato vale a indicare tanto le emanazioni e i fondamenti
promanati da En-Soph, quanto i gradi con cui l’Uomo giunge alla Gnosi
suprema.
È dunque evidente che la parola Sephirot ha in sé una duplicità che potrebbe essere meglio resa in
italiano dal maschile che dal femminile. Scelta che è legittima anche sotto il
profilo grammaticale, quando si consideri che, in ebraico, i primi dieci numeri
possiedono e la forma maschile e quella femminile, non soltanto nella
costruzione idiomatica, ma altresì in assoluto. Le conclusioni? Tanto la
versione femminile quanto quella maschile sono legittime, a seconda che si
voglia sottolineare la componente passiva o quella attiva dei Sephirot.
E comunque non è un caso che la maggior parte dei testi italiani preferisca la
versione maschile di tale vocabolo».
(Si potrebbe anche osservare che un
frequente motivo di errore di genere, in italiano, è dato semplicemente
dall’errata ritraduzione dal francese o dall’inglese degli articoli les
e the, che facilmente traggono in errore non avendo una forma femminile
diversa dal maschile).
«Questione della datazione del Kaliyuga: premesso che fornii i dati in discussione
adoperando il condizionale, è bene che si sappia ch’essi non provennero da una
personale speculazione, bensì rispecchiano un’interpretazione dei dati
tradizionali che ha tuttora corso in India e che era stata formulata circa un
secolo addietro, in ambienti che (sia detto per inciso) nulla avevano a
spartire con la nascente “Società Teosofica”. Interrogativi pontiani sulla
magia: è questione d’intendersi sui significato dei termini. Forse al mio
interlocutore è sfuggito che, nel contesto, il termine magia indicava quelle
tecniche che consentono all’Uomo di porsi in contatto con le forme e le forze
sottili che stanno dietro al vortice fenomenico. Ciò, naturalmente, non è il
traguardo finale del cammino iniziatico, ma la tappa obbligatoria che consente
di passare in concreto dalle Tenebre alla Luce».
(Su questo argomento torneremo in
seguito).
«Che il grado di Rosa + Croce
rappresenti poi codesta trasformazione non sarò certo io a negarlo, né che
l’augusta confraternita sia a un dato punto entrata “in sonno” o “tornata
all’Oriente” (v. pag. 120 del mio libro). Questo non toglie la possibilità che
qualche Rosa + Croce sia rimasto in Occidente, contribuendo alla nascita della
Massoneria Moderna.
Per cortesia, si rilegga G. Ponte
il testo qui in discussione da pag. 122 a pag. 130 circa, e i documenti che vi
risultano citati … poi si potrà discutere, in concreto, sulla presenza o
meno di ascendenze della Rosa + Croce sulla Libera Muratoria».
(Il fatto è che il nostro autore
sosteneva addirittura una «identità piena e completa» tra «la saggezza del
discepoli di Rosenkreuz» e quella trasfusa nella Massoneria moderna: cfr, pag.
165 del suo libro).
«Lo stesso consiglio vale per ciò
che concerne l’importanza dell’ispirazione misteriosofica su certi compositori
(pag. 35-36) e, soprattutto, per quanto attiene la documentata presenza
dell’arte dei suoni nelle pratiche alchemiche (pagg. 117-118). Se ciò non è
intuito, anzi riconosciuto, da G. Ponte è evidente che ci troveremo di fronte a
una delle poche lacune della sua eccellente preparazione; lacuna, tuttavia
sorprendente, poiché una delle principali correnti del Sufismo (l’ordine Chishti),
da lui ben conosciuto, attribuisce alla musica un ruolo non dissimile da quello
sinteticamente indicato nella mia opera».
(Qui navighiamo in pieno equivoco:
trovammo strano che, secondo il nostro autore, l’utilizzazione di qualche
elemento tratto dall’esoterismo da parte di musicisti come Debussy, Wagner e
Schönberg bastasse a costituire un «filone esoterico mai estinto», ma
questo non c’entra affatto con l’ovvio riconoscimento dell’esistenza di un uso
sacro ed iniziatico della musica tradizionale, quale certo non è quella genialmente
individualista e profana degli autori sopra citati!).
«Sorvolo ora sui due testi di dom
Pernetty il cui valore è misconosciuto da Ponte per ragioni che mi sfuggono».
(Semplicemente, troviamo insensato
che quei due testi siano stati definiti «indispensabili» per chi intenda
incamminarsi sulla via dell’iniziazione).
«Non mi soffermo neppure su Fabre
d’Olivet, poiché il discorso si farebbe troppo complesso. Due parole, invece,
sulla Blavatsky e sul movimento da essa patrocinato. Orbene, si può essere in
pieno disaccordo con gli assunti teosofici, come lo è lo scrivente, ma non si
può non rilevare che tra la fondatrice della “Società Teosofica” e le sue eredi
(Besant e Bailey) vi furono dislivelli che vanno tutti a favore dell’autrice
della Dottrina Segreta sotto il profilo dottrinario. Prova ne sia che
proprio a Torino esiste la sezione italiana della cosiddetta “Loggia Unita dei
Teosofi”, che si richiama a quell’insegnamento e ai correlati precetti di W. Q.
Judge, in aperta polemica con tutte le posteriori elucubrazioni e gli
orientamenti correnti della “Società Teosofica”».
(Simili argomentazioni sono davvero
troppo scoraggianti perché valga la pena di confutarle. Sarà abbondantemente
sufficiente rimandare alla lettura della documentazione raccolta nel libro di R.
Guénon, Le Théosophisme. Histoire d’une pseudo-religion [cit.], e ciò
può valere ugualmente per quel che segue a proposito dell’“antroposofia”, senza
che questo ci impedisca di fare i nostri migliori auguri per il fegato del
nostro corrispondente).
«Steiner e Società Antroposofica: il cosiddetto “Cristianesimo Esoterico” di tale corrente è oltremodo lontano
dal mio orientamento. Ma, anche in questo caso, nel dare conto
dell’opera della “scuola” in parola cercai di astrarre dalla mia “equazione”
personale. Perciò affermai – e lo sostengo tuttora – che Steiner fu figura
degna di rispetto e che i suoi studi sulle facoltà paranormali dell’Uomo furono
un’operazione inevitabile visto che, fin dalla prima giovinezza, egli si era
trovato protagonista di fenomeni che non avrebbe potuto ignorare.
La
maniera con cui G. Ponte ha riferito questa mia presa di posizione è dunque
distorta (?). D’altronde, sta scritto che si riconosceranno dai frutti coloro
che operano nell’Invisibile e poiché, da circa un anno, sono in cura da un
medico steinerìano e con benefici al mio fegato che le medicina allopatica non
riusciva a darmi, debbo pur riconoscere: qualcosa di giusto deve esistere
nell’Antroposofia, visto che nelle applicazioni all’arte della guarigione essa
s’avvale non solo di principi medicali che risalgono a Paracelso, ma altresì di
presupposti psichici e spirituali. E ciò sia detto un po’ per celia, ma non
tanto.
Rigetto poi il rimprovero d’avere
rivelato (sic) particolarità grafiche e temi
d’alti gradi della Massoneria, in quanto è ormai di dominio pubblico che certe
abbreviazioni, per es., si riferiscono al Grande Architetto dell’Universo e
che nelle camere rituali si studiano determinati argomenti. Sul riferimento al
Bahaismo non ci si è capiti: intendevo dire che se un prodotto tanto moderno
quanto quella “chiesa” avverte la necessità di mantenere riservate talune
riunioni e liturgie, a maggior ragione la Libertà Muratoria deve mantenere il
segreto …, quale che sia l’opinione dei profani, sull’inattualità o meno
di tale consuetudine.
Sono informato sull’esistenza di
altre istituzioni esoteriche, in Occidente, ma appunto perché codeste sono
meno accessibili della Massoneria ho riconosciuto ad essa la qualifica di
“ultima porta iniziatica del mondo moderno”. Sia detto come tra parentesi e
senza vanità: può essere curioso notare che proprio da un qualificato
rappresentante di una delle istituzioni sopraddette è giunto allo scrivente un
segno di apprezzamento, per avere richiamato gli immemori alla comprensione
dell’opera prima della Massoneria.
Per passare ad altri argomenti.
Ridicolo è il processo alle intenzioni che il recensore imbastisce facendo
riferimento alla mia proposta di dare all’ebraico il ruolo di “lingua sacra”
nell’ambito massonico. Egli infatti sostiene (veramente
avevamo soltanto espresso un timore al riguardo, lasciando ai lettori di
giudicare quanto potesse essere giustificato!) che mi sarei fatta “un’idea
ben semplicistica (per non dire profanatrice) del suo impiego … e
dell’autorità che dovrebbe essere in grado di stabilirne correttamente le
modalità”. In effetti, nulla lo autorizza a simili supposizioni, tanto più che
nel contesto della proposta (pag. 259) avverto che “… non poche sarebbero le
difficoltà che si frapporrebbero all’introduzione dell’ebraico”».
(A dire il vero, l’unica difficoltà
menzionata dal nostro autore era quella rappresentata «dalle legittime
opposizioni che potrebbero essere avanzate dalle Obbedienze dell’Asia
orientale»).
«Parziale, anzi volutamente
miope, è il modo con cui si riferisce la mia presa di posizione sulla scienza
moderna. Io avevo infatti affermato che “non tutte le scoperte e
invenzioni sarebbero avvenute per grazia della Dea Ragione o giù di lì, e in
virtù di furori antimetafisici” che è altra cosa di una rivendicazione di tutta
la scienza moderna, come G. Ponte ha voluto intendere, dimenticando gli
addentellati pitagorici di Kepler e di Brahe e i collegamenti di Newton con
ambienti esoterici, per nulla controiniziatici!».
(Già ci siamo spiegati; noi andiamo
molto più in là di Ambesi, convinti come siamo che per l’appunto tutta la
scienza moderna nel suo insieme non è solo il frutto della Dea Ragione, ma si
basa proprio sulle ispirazioni provenienti dalle «regioni dell’Invisibile» ed è
impregnata di residui d’origine tradizionale).
«Su Jung è forse inutile che si
discuta. Mi basta, per il momento, che G. Ponte abbia riconosciuto, sia pure in
nota a pie’ pagina, che il contatto con l’opera di Jung “possa essere
l’occasione per rompere determinate chiusure mentali e per prendere poi coscienza
di esigenze di un ordine superiore”. Col tempo ho speranza che si giunga ad
altre ammissioni, magari nuovamente sulla
scorta delle mie “divagazioni”».
(La citazione parziale di una nostra
nota potrebbe dare un’idea errata e riportiamo il seguito: «ma appunto per
essere “incanalati” verso la loro
realizzazione [delle esigenze d’ordine superiore] bisogna sapersi
svincolare dall’occasione psicanalitica, analogamente a quanto varrebbe per
altri accidentali punti di partenza profani che possono aver segnato le tappe della “preistoria” di un aspirante all’iniziazione».
Dobbiamo anche precisare che ci riferivamo qui all’eventualità di un precedente
interesse teorico per la psicanalisi, come spunto di riflessione, dato che
invece il fatto d’aver subito un trattamento psicanalitico potrebbe anche
implicare poi una squalificazione non più rimediabile).
«Siamo alle conclusioni. G. Ponte
mi accusa anche di confondere lo psichico con lo spirituale. Qui posso chiarire
che confusione non credo che vi sia nella mia concezione, poiché ritengo che lo
psichico non sia che la dimensione in cui lo spirituale può manifestarsi».
(Di ciò parleremo tra poco).
«La definizione di Invisibile,
che tanto ha dato fastidio» (?!) «al recensore, serve a indicare, appunto,
quell’insieme di fenomeni che provengono o che sono solo mediati dalla sfera
psichica. Quanto all’ironia sulle mie presunte pretese d’essere stato ispirato
nella stesura del libro dirò che G. Ponte ha nuovamente (o volutamente?)
scambiato la parte per il tutto».
(Non abbiamo mai scritto che si
trattasse del “tutto”!).
«Nel volume ho scritto infatti
che “se non temessimo di voler apparire degli ispirati, potremmo aggiungere
che talune precisazioni si sono presentate alla nostra mente come
suggerimenti dettati dall’Invisibile – o se si preferisce – con la subitaneità
delle intuizioni improvvise…” e ciò vale, possiamo qui aggiungere, per la tesi
delle ascendenze mandee presenti nella Massoneria medievale e per i “famigerati”
passi riguardanti Newton.
Inesatta, la notizia ch’io sia
tra gli attuali collaboratori di Pianeta (edizione
italiana): da più di un anno mi sono staccato da quella pubblicazione, poiché
m’era diventato impossibile svolgere con adeguato rilievo i discorsi che vi
avevo impostato, a causa del progressivo emergere di tendenze e autori
“sinistrorsi”, sotto un profilo spirituale e politico. Come si vede non sono
poi una facile preda per certe forze sottili, a differenza di quanto vorrebbe
far credere l’attivo collaboratore di Codesta Rivista. Al quale comunico,
infine, che, come lui, non credo a una “Massoneria esoterica” in progresso, ma
che ritengo consolante il constatare che in molti Fratelli si sia risvegliata
la coscienza che scopo dell’Istituzione è “La ricerca della parola, perduta”.
Con molte cordialità a Lei e sentimenti di stima per tutti i collaboratori
della Rivista di Studi Tradizionali».
La magia “tappa obbligatoria”?
È degno di nota che il nostro
corrispondente supponga che la magia sia la «tappa obbligatoria» per passare
«in concreto» «dalle Tenebre alla Luce». È vero che egli cerca di
giustificarsi con una nozione piuttosto particolare di magia[328].
Ma per l’appunto la sua definizione al riguardo è tutt’altro che rassicurante.
Egli parla di tecniche rituali per mettersi in contatto con «forme e forze
sottili che stanno dietro al vortice fenomenico», senza accorgersi che, per
loro natura, forme e forze sottili stanno invece dentro al vortice fenomenico;
così come dentro di esso si trova l’io di chi dovrebbe passare «dalle Tenebre
alla Luce», il quale non avrebbe nessun vantaggio spirituale a incontrare
empiricamente forme e forze che non può dominare davvero, dato che per
definizione non ha ancora realizzato ciò che sta al di là di esse.
La distinzione tra psichico e
spirituale, riconosciuta dal nostro autore sulla base di René Guénon, rischia
di non servire a nulla «in concreto», se poi si va alla ricerca di esperienze
psichiche (tanto più se manca il controllo diretto di un’autorità spirituale
qualificata), con la giustificazione che «lo psichismo» è «la
dimensione in cui lo spirituale può manifestarsi». Si può dire che lo
“spirituale” è la realtà essenziale che manifesta e regge tutte le cose, e
quindi tanto il dominio psichico come quello corporeo. Ma, «in concreto», è
proprio nel dominio corporeo[329]
che si devono anzitutto ed eminentemente cercare gli strumenti adatti e sicuri
del lavoro iniziatico, specialmente se si intende passare dallo “speculativo”
all’“operativo”, frenando le divagazioni inevitabili per chi alimenta le
proprie opinioni e si avventura nel “mondo intermedio”, il quale in definitiva
dovrebbe poi cessare completamente di interferire. Vi sono in ciò ragioni
profonde connesse all’“analogia inversa” ed all’operazione del “congiungimento
degli estremi”. Ma anche senza approfondire questi concetti, dobbiamo
insistere sull’errore di immaginare che la via della realizzazione iniziatica
consista in un rafforzamento di qualche modalità della psiche e dell’io, e
cioè, in fondo, in un gonfiamento dell’illusione individuale, mentre invece si
tratta della sua cancellazione!
Per tornare ad Ambesi, desideriamo
soltanto più rilevare una frase del libro che avevamo recensito: parlando di «aspetti
che possono lasciare perplessi» in René Guénon, egli osservava che ciò
avviene «forse perché non se ne conoscono le cause intime, o perché vengono
a urtare certi scherni mentali, inveterati anche negli spiriti più indipendenti».
Tale atteggiamento di onesto riconoscimento dei propri limiti, che dovrebbe
anzi tutto consentire di evitare di rinchiudersi nelle opinioni individuali,
torna a tutto onore di chi lo esprime, e, se non altro, la sua applicazione a
tutto ciò che è di ordine autenticamente tradizionale risparmierebbe
indubbiamente innumerevoli complicazioni ed ostacoli.
XX
Epidemia di occultismo
Occultismo galoppante
Nello scorso numero di questa
rivista, scrivemmo a proposito del moltiplicarsi di divagazioni ed aberrazioni
pseudoesoteriche; non pensavamo però che, nel giro di questi ultimi mesi,
avremmo assistito in Italia a un progresso così dilagante di queste cose, che
rappresentano l’ultimo sottoprodotto parassitario degli insegnamenti
tradizionali. Mai le librerie e le edicole erano state così fornite di simile
merce, e mai si erano formati così numerosi “gruppi” e “centri di ricerca” che,
andando dallo spiritismo all’“ufologia”,
hanno esteso il loro proselitismo fino ai giovanissimi. Segno che il
momento è propizio per preparare il terreno ad un nuovo passo avanti delle
potenze di confusione e di suggestione, delle quali questi strumenti, fino a
non molto tempo fa, incontravano nel nostro paese un pubblico meno facilmente
permeabile.
Naturalmente,
vi è in tutto questo anche un aspetto nettamente commerciale,
che però, quantunque ben reale, rimanda a una spiegazione di ordine meno
superficiale.
Tendenza a coinvolgere Guénon
Per quanto più direttamente ci
interessa, già avevamo notato come uno dei segni inquietanti in questo senso
sia rappresentato da una crescente utilizzazione sviante dell’opera di René
Guénon, considerato persino come un “personaggio” da citare nelle sedi più
impensate, definito ad esempio da un rotocalco femminile come uno dei più grandi
“occultisti” (mentre proprio una delle sue posizioni più esplicite fu
precisamente la lotta contro l’occultismo in tutte le sue forme![330]).
Come i nostri lettori ricorderanno, questo insidioso
“lancio” volgarizzatore ha avuto un momento decisivo per opera delle edizioni
di Planète. Ora, evidentemente, l’ondata si è estesa con parecchi
riflessi anche in Italia. E non è certo un caso se una delle nuove riviste di
pseudoesoterismo, che con il suo stesso nome si rifà alla … “scuola” di
Alice Bailey ed alla “Società Teosofica” (raffigurandone i protagonisti in una
sorta di radiosa immagine sacra), ha avuto cura di “inglobare”, con le notizie
sugli “extraterrestri”, l’“astrologia occulta” e la “parapsicologia”, anche una
presentazione di René Guénon quale «Grande Iniziato» e «fuori della
norma» (?). Già conoscevamo simili forme di “neutralizzazione”, in cui ogni
accostamento ha un suo peso non indifferente, fino alle illustrazioni non
pertinenti con didascalie assurde. Ed anche il fatto che tale rivista
occultista abbia approfittato di un collaboratore orecchiante “guénoniano” ha
senza dubbio un suo peso, per dare a un simile contributo un’apparenza di
rispettabilità; né ci soffermeremo questa volta a rettificare singoli punti,
con il rischio di veder utilizzate le nostre osservazioni per accrescere quelle
apparenze. Piuttosto, riaffermiamo che non può esserci nessuna giustificazione
nel mettersi sul terreno della dilagante impostura[331];
e che adoperare notizie su René Guénon per diffondere l’immagine di un
“personaggio”[332] adatto
a suscitare la curiosità del pubblico, ben lungi dal giovare alla conoscenza
dei principi tradizionali da lui esposti, crea nuove barriere alla possibilità
di accostarsi correttamente ad essi, insieme agli effetti deleteri di tutte le
inevitabili deformazioni più o meno grossolane[333].
Caso esemplare: un “Manuale per diventare maghi”
Del resto, dobbiamo prendere atto
anche di un altro prodotto della medesima fantasia, un’opera in due volumi
significativamente presentata come se fosse basata sull’insegnamento
tradizionale (con frequenti riferimenti a René Guénon, a testi sacri ed anche
alla nostra rivista), mentre si tratta di un “Manuale per diventare maghi”[334]!
È certo triste vedere un così
grottesco risultato di un lavoro di notevole ampiezza, in cui sono stati
rimescolati elementi e brani di sapore tradizionale con tutt’altre cose,
tenendo insieme il discorso attraverso associazioni di idee (o piuttosto dei
loro “residui psichici”) affioranti dalla fatua «fascia luminosa (?) dell’inconscio» …
In ogni caso, ancora una volta precisiamo che non ci interessa qui giudicare un
“autore”; sappiamo che possono ugualmente esistere ingenuità travestite da
astuzie come astuzie travestite da ridicole ingenuità. Piuttosto, questo
esempio ci interessa quale sintomo istruttivo che sta ad indicare fino a che
punto tutto quello che viene scritto anche con molta cautela in senso
tradizionale possa poi essere sempre più utilizzato in direzioni diverse e
talvolta imprevedibili, rendendo per i lettori sempre più problematico
orizzontarsi veramente.
Certo, questa utilizzazione indebita
e parassitaria è uno dei mezzi più insidiosi di cui dispone la generale
impostura per indurre a tacere chi potrebbe contribuire a smascherarla; ma
anche questo fa parte delle condizioni che si devono verificare nella fase che
stiamo attraversando. E tutto ciò, mentre dimostra ancora una volta l’inanità
del proselitismo, non dovrebbe però minimamente scoraggiare, inducendo piuttosto
ad accrescere l’attenzione, fidando sempre meno nelle apparenze.
Satanismo
Del
resto, le vie dell’impostura sono innumerevoli[335], e se alcune consistono nell’“inglobare” apparentemente degli
insegnamenti tradizionali, altre, all’inverso, abituano a combatterli
apertamente anche con modalità sempre più estreme e volutamente impressionanti;
e, quanto più simili tendenze danno luogo a prodotti di consumo corrente, tanto
più riescono ad influire anche indirettamente sulla sensibilità generale.
Ci riferiamo qui soprattutto a forme
di propaganda sempre più frequente a favore del “satanismo” e della “magia
nera”. È vero che i peggiori “diavoli” o il peggiore “avversario” non sono
quelli che si manifestano così superficialmente come tali, e vi è senza dubbio,
in queste manifestazioni, una buona parte di ciarlataneria; ma ciò non toglie
che quest’ultima sia a sua volta il supporto di qualcosa di più profondo e di
assai meno inoffensivo.
Inoltre, è noto che le più pazzesche
calunniose invenzioni sul satanismo, in particolare al tempo di Léo Taxil,
ebbero una parte importante nel danneggiare gravemente la Massoneria, e cioè
l’ultima organizzazione iniziatica occidentale rimasta diffusa nel mondo
contemporaneo.
Ora, però, quello che prima era una
calunnia è diventato un vanto che certuni, sedicenti “sacerdoti di satana” e
“maghi neri”, attribuiscono dichiaratamente a se stessi ed alle proprie sette.
Rivista Massonica e autolesionismo
In mezzo a tanta confusione, questi
fenomeni potrebbero anche apparire come episodi alquanto secondari, con i loro
addentellati commerciali, giornalistici e di esibizionistica morbosità.
Dobbiamo però denunciare un sintomo tutt’altro che rassicurante: una propaganda
abbastanza scoperta a favore del satanismo e della magia nera ha potuto
introdursi persino in scritti della Rivista Massonica, organo del Gran
Oriente d’Italia, beninteso in pieno contrasto con altri scritti della stessa
pubblicazione. Stranamente, hanno cominciato ad apparire recensioni di libri e
riviste in lingua inglese che riguardano non certo l’iniziazione muratoria, ma il famigerato “O.T.O.”
dell’istrionico mago Aleister Crowley, presentato niente meno che come
un Adepto, trattando tranquillamente gli insegnamenti suoi e dei suoi
discepoli come se fossero validi[336],
e precisando nello stesso tempo la loro derivazione da culti diabolici[337].
In un articolo successivo, poi, il discorso si è allargato ad altre sette, con
particolare riguardo ad una californiana “Chiesa di Satana” la cui “dottrina”
rivela in realtà un livello “intellettuale” di una banalità e bassezza estrema[338].
Ed è significativo che, nello stesso tempo, varie manifestazioni
dichiaratamente “sataniche” siano state messe in correlazione con l’avvento
dell’“Età dell’Acquario”, tema su cui ritornano con insistenza questi scritti[339].
Non sappiamo come sia avvenuta la
loro intrusione sulla rivista della principale organizzazione massonica
italiana e, per chi non vedesse le ragioni più profonde e radicali che
dovrebbero rendere impensabile una simile “tolleranza”, vorremmo almeno far
notare che si tratta di un ben strano autolesionismo[340];
dopo tante insidiose calunnie, che trovarono un massiccio sostegno nella mala
fede e stupidità clericale, sarebbe davvero il colmo se le stesse autorità
massoniche appoggiassero con la propria rivista il “rilancio” della fandonia
assurda di una connessione tra l’iniziazione massonica, o l’iniziazione in
generale, e il culto di satana[341]!
XXI
Shankara e il Vêdânta
Capita piuttosto di rado che un libretto di grande
tiratura tratti di argomenti di una profondità veramente fondamentale e, per di
più, non per apportare confusione, ma in modo tale da poter contribuire alla
loro comprensione. È il caso di Çankara et le Vedânta di Paul Martin-Dubost, pubblicato nella collana “Maîtres
Spirituels”[342]
delle Collections Microcosme (Éd. du Seuil, Paris, 1973).
Il volumetto, che include anche la traduzione di
parecchi estratti di testi del grande maestro (il cui nome è più comunemente
trascritto Shankara o Shankarâchârya), e un ampio sommario sui suoi commentatori
indù, offre anzitutto un quadro vivace e denso di notizie sulla sua vita e
sull’ambiente in cui visse, in un’epoca corrispondente all’VIII secolo dopo
Cristo. La sua storia ebbe inizio quando Shiva (il principio divino di cui
Shankara stesso doveva essere un “Avatara”, cioè una “discesa” sulla Terra)
apparve a preannunciarne la nascita ai futuri genitori, brâhmani dell’India
meridionale. All’età di cinque anni, quando suo padre morì, egli aveva già
appreso il sanscrito, e letto i Purâna e i grandi poemi tradizionali indù.
Inviato a compiere lo studio delle scienze dei Vêda, cominciò a manifestare
numerosi prodigi, come quello famoso in cui, quale ringraziamento per
l’elemosina ricevuta da una povera famiglia di brâhmani, ottenne sulla sua
casa una pioggia d’oro improvvisando un canto (di cui il libretto ci offre la
traduzione) intitolato appunto “Inno per ottenere una pioggia d’oro” (Kanakadhâstava)[343].
Ma il prodigio più grande e più importante fu senza
dubbio quello di adempiere alla sua fondamentale funzione di rivivificatore
della tradizione indù. In un momento di decadenza e di divisioni sempre più
contrastanti in seno all’induismo, si trattava di ristabilire la luce della più
profonda dottrina metafisica, nella quale risiede, immutabile, anche la radice
e la giustificazione vera di tutte le applicazioni e di tutti i punti di vista
particolari. È in funzione di questa comprensione che fu da lui utilizzato sia
il riferimento ai testi sacri, sia il più ampio ricorso alla ragione
discorsiva, chiaramente in vista di un’intuizione intellettuale che la
trascende.
Come egli si espresse esemplarmente
a dei brahmani ritualisti (della scuola mîmânsaka) che misconoscevano la
dottrina della non dualità, Shankara, presentatosi come sannyasi
mendicante, era però venuto non per una elemosina di cibo (anna bhiksha),
ma per ciò che potrebbe dirsi “elemosina di conoscenza” (vâda bhiksha):
espressione bellissima nella sua concisione e che dispiace veder abbassata a
“dibattito filosofico” nella traduzione del Martin-Dubost.
È ben vero, peraltro, che proprio di
accanite discussioni[344]
Shankara si serviva per far emergere e trionfare il suo insegnamento, o
piuttosto l’insegnamento sopra-individuale di cui era l’apportatore; e la forma
di dialogo di tante sue opere, che può apparire oggi astratta e talora astrusa,
corrispondeva a una realtà ben viva ed effettiva, al punto da poter lasciare
gli interlocutori sconvolti, o di suscitare in essi un’illuminazione che
mutava radicalmente la loro esistenza.
Peraltro, è essenziale comprendere
che non si trattava affatto di contrapporre una dottrina ad altre dottrine.
Come osserva molto opportunamente Martin-Dubost, lo scopo di Shankara non era
certo quello di convertire al “suo” Advaita con una sorta di proselitismo, ma
di ristabilire una comprensione che era apportatrice di unità e di pace[345].
Egli «interpreta le Upanishad con l’aiuto della ragione pura. La sua logica
implacabile sconcerta ogni argomentazione. L’Advaita Vedânta non è un sistema che viene a rivaleggiare con le altre
scuole ortodosse ed eterodosse. Senza
combatterle espressamente, le illumina, al contrario, dall’interno, e mostra a
tutti che una Verità unica polarizza tutto l’insieme». «Il bisogno di un dio personale è non
solo legittimo, è necessario per l’aspirante
alla Liberazione. Ma, per Çankara, questo dio che possiede nome e forma
non è la concezione più alta»[346].
«L’importante per lui non era il mezzo o il dio d’elezione … Çankara
non fece nulla per dissuadere dal venerare i rispettivi dei[347]
personali: al contrario. Ristabilì le sei vie d’accesso tradizionali
dell’induismo, insegnò ai suoi discepoli che queste vie non erano altro che
mezzi d’accesso al Grande Uno, ma che la loro inclinazione personale e
l’intensità della loro adorazione dovevano condurli, alla fine, alla percezione
del Reale trascendente»[348].
«I punti di vista tradizionali [particolari] sono validi, a
condizione di non perdere mai di vista la Suprema Realtà»[349].
A questo punto, si può rimanere
colpiti da un’analogia con la funzione svolta nella nostra epoca da René
Guénón[350], in
circostanze completamente diverse che mettono ancor più in evidenza la
somiglianza essenziale, che del resto corrisponde al suo effettivo
ricollegamento iniziatico alla medesima influenza spirituale. Ed è curioso
osservare che il nome di Guénon, ora usato sempre più spesso a sproposito, non
compare mai né nel testo né nella bibliografia del libretto, anche se è facile
indovinare che l’autore ha tratto non poco giovamento dalle sue opere (tra le
quali, del resto, L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta si può
considerare in gran parte proprio come un magistrale adattamento per gli
Occidentali degli insegnamenti e delle interpretazioni di Shankara)[351].
Senza dubbio, il ricordo stesso di Guénon
può essere a volte scomodo, a motivo della sua azione di smascheramento e della
sua lotta “implacabile” (per ripetere un’espressione sopra citata dallo
stesso Martin-Dubost) contro tutte le chiusure e deviazioni interessate: basti
pensare al modo con cui Guénon trattava gli orientalisti, per non parlare di
avversari più sottili e pericolosi. E questo aspetto di lotta, fino alla
temerarietà e fino ad esporsi all’estremo sacrificio, è un tratto assai marcato
anche nella breve vita di Shankara. Così, ad esempio, bandito dai brâhmani
ritualisti del suo villaggio, non poté provvedere ai riti funerari per la
propria madre se non trasgredendo alle regole della sua comunità d’origine[352];
mentre in un’altra circostanza un membro di una setta shivaita esclusivista
volle addirittura decapitarlo con la spada sacrificale allorché egli si trovava
in contemplazione; e si racconta che fu soltanto il prodigioso intervento di
un discepolo apparso sotto la forma del quarto Avatara di Vishnu, a sventare il
tentativo di uccisione, riducendo a brandelli il mancato omicida …[353].
***
Alcuni aspetti della dottrina del
Vêdânta quale fu esposta da Shankara, emergono
dal libretto del Martin-Dubost con una chiarezza degna di nota. Dopo
aver osservato che senza dubbio Shankara non “inventò” il “non-dualismo”,
l’autore insiste sul carattere ben effettivo dell’insegnamento, ricordando tra
l’altro questa riflessione dell’Upadeshasâhasrî: «Se il precetto:
non sono altro che esistenza[354],
sono eternamente libero, fosse impossibile da realizzare, perché mai la shruti
la insegnerebbe con lo stesso affetto di una madre?»[355].
D’altra parte è fondamentale comprendere che «dal creato, l’Increato non può
nascere»[356], e
questo ci ricorda la nota espressione dell’esoterismo islamico secondo cui «il Sufi non è creato» (Es-Sûfî
lam yukhlaq): come Martin-Dubost mette giustamente in evidenza, la
formula basilare delle Upanishad «Tattvamasi» significa «Ciò tu Lo
sei», e non «Tu diventerai Ciò»[357];
e la Conoscenza di cui qui si tratta è quella che «penetra il Sé per
mezzo del Sé» (samvishati âtmanâ âtmânam)[358],
(così come è detto che il Sufi è «‘Arif billâh», cioè conosce Allâh per
mezzo di Allâh).
D’altra parte, è lo stesso Shankara
a chiarire le apparenti contraddizioni presenti anche nel modo d’esprimersi
delle Upanishad: Brahma è assoluto e senza qualità, ma è anche
qualificato come causa del mondo empirico. Tuttavia, «non vi sono due
Brahma, ma due modi d’apprendere il Reale.
Sul piano dell’assoluto (pâramârthika), non esiste altro che Lui[359];
dal punto di vista relativo (vyâvahârika), che è il nostro (cioè
quello in cui c’è posto per la nostra esistenza distintiva), egli appare
come il creatore del mondo»[360].
A questo punto, si può osservare che
l’intuizione teorica del primo “punto di vista”, che è poi quello totale, è
assolutamente indispensabile per la sua realizzazione effettiva; ma tale
realizzazione effettiva presuppone uno svincolamento e un distacco veramente
completo dalla nostra propria esistenza determinata, e a ciò si oppone dunque
con tutte le sue modalità e con tutte le sue forze l’anima individuata di
ciascuno. Sarebbe quindi inutile e dannoso sovrapporre, all’illusione di fatto
della nostra esistenza, l’illusione di un distacco immaginario dall’illusione.
E Shankara è particolarmente esplicito nel definire le condizioni preliminari
per affrontare la via del Vêdânta: tra l’altro, oltre a una capacità di
concentrazione inimmaginabile per un Occidentale, ogni sorta di desiderio
individuale, da quelli corporei e sessuali fino a quelli relativi agli stati
paradisiaci, dovrebbe già essere ormai spento alla radice[361].
Ciò implica che sia già avvenuto il compimento integrale al livello umano della
propria casta; e a questo proposito ricordiamo che i dieci ordini iniziatici
fondati dallo stesso Shankara erano riservati originariamente ai soli aspiranti
provenienti dalla casta dei Brâhmani, mentre soltanto nove secoli dopo furono
ammessi anche dei membri provenienti da altre caste, restando comunque esclusi
i fuori-casta, quali sono senza dubbio gli Europei.
Pensiamo dunque che sia importante
intendere il valore essenziale ed universale insito nella dottrina del Vêdânta,
e nello stesso tempo l’esigenza di applicazioni effettive per un lavoro
iniziatico a seconda delle circostanze, in forme appropriate al di fuori di
quelle proprie del mondo indù. Del resto, lo stesso Shankara ha lasciato
innumerevoli insegnamenti che non riguardano la via diretta del Vêdânta, ad
esempio in complessi riadattamenti rituali[362]
ed in innumerevoli Inni traboccanti di partecipazione. Martin-Dubost vede in
ciò un paradosso, ma si dovrebbe capire che è un paradosso soltanto apparente,
in quanto proprio dalla realizzazione totale può venire anche la vivificazione
più piena di tutte le modalità particolari. Restiamo un po’ perplessi quando
Martin-Dubost mostra di vedere negli Inni di Shankara un’espressione di
tolleranza per le «anime semplici che
lentamente si incamminano»[363]:
certamente può trattarsi anche di una “semplicità” in un senso eminente, né
vediamo bene il motivo dell’indicata “lentezza”, dal momento che proprio la Bhakta
può far bruciare le tappe fino all’unione con Ishwara e alla conoscenza
di Brahma, sia pure nell’aspetto “qualificato”. Si potrebbe essere tentati di
vedere, nella frase suddetta, una sfumatura di sufficienza dovuta a una
tendenza a confondere una certa comprensione teorica con la realizzazione
effettiva. E la stessa confusione traspare dall’attribuzione a Shankara di un
altro “paradosso”, almeno se si prendono alla lettera queste affermazioni di
Martin-Dubost: «Paradosso di Çankara: la sua vita ha contraddetto il suo
insegnamento. Il maestro che predicava la rinuncia al mondo, la non
azione, non è stato a rinchiudersi in una grotta himalayana. Ha percorso il
paese senza tregua, istruito i discepoli, diffuso la dottrina»[364].
È ovvio che la contraddizione non esiste quando il principio dell’azione non è
più individuale ma universale, e il vero “non agire” non ha niente a che vedere
con l’inazione e il quietismo di chi si accontentasse di una prospettiva
teorica. Del resto, lo stesso Martin-Dubost pare suggerire indirettamente
questa risposta avvicinando subito dopo l’attività di Shankara all’«azione
trionfante» del saggio delle Upanishad Yajnavalkya e all’azione di Krishna
nella Bhagavad Gîtâ. Tuttavia, la sua presentazione lascia talvolta nuovamente
perplessi, in contrasto con le sue stesse spiegazioni: ad esempio dove afferma
che il vero sannyâsi è colui che, avendo meditato le Upanishad, «possiede
la scienza di un letterato»[365],
o dove dice che «il sistema
advaitico di Çankara … è sempre restato l’appannaggio dei letterati»[366] …
Ed ancor più ci troviamo avvertiti della forza ineluttabile dei suoi
condizionamenti quando, nella sua conclusione, leggiamo che, per conoscere la
situazione attuale dell’Advaita Vêdânta, egli auspica «un lavoro di ampio
respiro che dovrebbe essere effettuato da un’“équipe” di specialisti
dell’etnologia religiosa»[367]!
I detentori autentici dell’eredità
spirituale di Shankara sapranno senza dubbio in qual conto tenere le équipe
di “ampio respiro” che andranno a cercarli, di fronte alle quali potranno
restare all’occorrenza perfettamente invisibili. Ma, a parte le dovute riserve[368],
ciò non toglie che si possa essere grati a Paul Martin-Dubost per aver fornito,
con il suo libretto, molte indicazioni eccezionalmente valide e preziose su uno
degli insegnamenti più universali, essenziali e fondamentali.
XXII
Considerazioni a proposito di un nuovo libro sull’Islam
In mezzo alle confusioni e contraffazioni del mondo
attuale, tutti gli sforzi fatti per superarne gli errori e per tenere aperte le
vie della Verità sono senza dubbio altamente apprezzabili. Peraltro, i giudizi
da formulare diventano più complessi quando – come spesso succede – quelle che
si presentano come prese di posizione chiarificatrici, e che lo sono effettivamente
sotto certi aspetti, racchiudono però anche equivoci tali da suscitare altre
confusioni.
In un libro recentemente
pubblicato nella traduzione italiana[369],
il professore iraniano Seyyed Hossein Nasr
si è proposto di soddisfare la «necessità di far conoscere le
verità dell’Islam, specialmente per quanto riguarda
il loro contenuto intellettuale e spirituale, tramite un linguaggio
accessibile a coloro che sono stati educati secondo i moderni metodi di
insegnamento»: e ciò è inteso anche per quei giovani di origine islamica i
quali, «dove prevale l’orientamento didattico attuale … non hanno una
conoscenza approfondita dell’Islam come manifestazione sia intellettuale che
spirituale … e finiscono col sentirsi alienati rispetto alla loro stessa
tradizione»[370].
Senza dubbio queste osservazioni sono state suggerite da
un’esperienza che ha toccato e tocca personalmente il professor Nasr[371].
Appunto a proposito della deformazione mentale provocata dalla scuola e dalla
cultura moderna, ricordiamo l’affermazione di René Guénon, secondo cui
l’autentica élite intellettuale non ha niente in comune con ciò che
talvolta è così chiamato in Occidente; e, benché ci possano essere alcune «onorevoli
eccezioni» tra gli esponenti della cultura e della scuola moderna, anche «su
queste ultime non è il caso di far troppo affidamento: certi studi non si
possono intraprendere se non quando si sia definitivamente immunizzati contro
ogni deformazione mentale … ma prima di arrivare a questo punto occorrono
spesso lunghi sforzi … e sono allora necessarie le più grandi precauzioni
onde evitare ogni possibile confusione»[372].
Il libro del professor Nasr (rielaborazione di una serie
di lezioni tenute alla cattedra “Aga Khan” presso l’Università di Beirut)
contiene un insieme ragguardevole di dati e spiegazioni sulla tradizione islamica,
tanto mal conosciuta dagli occidentali e dagli occidentalizzati, rettificando
parecchi errori molto diffusi e cercando di risalire alla vera ragion d’essere
dei vari aspetti dell’Islam. Per far questo, l’autore lo presenta nella cornice
dell’affermazione di un più generale punto di vista tradizionale, indicando
nell’Islam una forma (l’ultima del presente ciclo umano) della rivelazione
della Verità trascendente, tale da fornire una legge e una via iniziatica per
ricongiungere ad Essa.
Dalla lettura del libro, appare chiaro che in questa
presentazione e, fino a un certo punto, nella stessa terminologia impiegata vi
è l’influenza dell’opera di René Guénon; filtrata però attraverso autori
occidentali chiaramente individuabili, con il risultato di trovare qui i segni
di deformazioni analoghe, quando si tratta di andare al di là di un certo
ordine di considerazioni e di comprensione.
Così, le spiegazioni e le critiche dell’autore sono
perfettamente pertinenti quando si tratta di rispondere ai più comuni
pregiudizi, e in questo senso si tratta di un libro piuttosto eccezionale, ben
più acuto di quanto solitamente si può leggere in Occidente su tali argomenti.
Nello stesso tempo, però, il fatto di voler esporre il contenuto dell’esoterismo
e della metafisica tradizionale comporta rischi incalcolabili quando non sussista
la base di un insegnamento corretto e una comprensione teorica adeguata, anche
se qualcuno potrebbe essere tentato di vedere in certe cose soltanto delle
sottigliezze.
In particolare, è motivo di grave confusione
l’applicazione di una terminologia teologica occidentale e di una mentalità
religiosa a concetti puramente metafisici. Ad esempio, appare piuttosto
improprio affermare che in essenza «ogni cosa è identica a Dio»[373],
tanto più che proprio il fatto di parlare di “Dio” implica che ci si ponga dal
punto di vista teologico e, quindi, della dualità Creatore-creatura. Per la
stessa ragione, se si intende andare al di là del punto di vista teologico non
si può certamente tradurre con “Dio” il Nome supremo “Allâh”, e non è
ammissibile che la fondamentale formula islamica “Lâ ilâha ill’Allâh”
sia tradotta con la tautologia «Non vi è Dio fuori di Dio»[374]:
traduzione che è anche letteralmente scorretta (la differenza tra “ilâha” e
“Allâh” è evidenziata, secondo la scienza delle lettere, dalla differenza tra i
rispettivi valori numerici, 36 e 66).
D’altra parte, varie spiegazioni dell’autore riguardanti
il Profeta sono certamente opportune e corrispondono a qualcosa di vivamente
sentito; nello stesso tempo, nel trattare della dottrina dell’“Uomo Universale”,
dire che enunciazioni allusive all’Identità Suprema esprimono «non altro che
l’unione interiore del Profeta con Dio»[375]
lascia adito alla possibilità di sminuirne grandemente la portata. E può esser
ancor più sintomatica l’improprietà di un’affermazione come quella secondo cui «metafisicamente,
il rasûl è inviato sulla terra in virtù della carità di Dio, per il bene
del mondo e degli uomini che Egli ama»[376],
mentre è precisamente soltanto da un angolo visuale non metafisico (valido, beninteso,
nel suo ordine) che si può parlare in termini così evidentemente esterni
rispetto al “punto di vista” principiale.
Ugualmente, non è certo un caso se l’autore parla di un «assoluto
bisogno della religione»[377]
chiamando poi “santo” il Walî, “grazia” l’influenza spirituale, e
“preghiera” sia la salâh che il dhikr. In realtà, non ci può
essere comune misura tra la preghiera e l’incantazione, e qui non è certo
soltanto una questione di terminologia[378].
Il carattere piuttosto posticcio del riferimento a certe
nozioni tradizionali appare poi qualche volta scopertamente, come là dove la
concezione degli stati molteplici dell’essere è riassunto dicendo che «Tra
Dio, che trascende l’essere e la cui prima determinazione è Puro Essere, e
questo mondo, che è alla massima distanza (!) da Lui, si situa un certo
numero (!) di altri mondi, ognuno dei quali sovrasta l’altro nella scala
dell’esistenza universale»[379].
Dovrebbe essere chiaro che, al contrario, se si parla di Dio, designandolo poi,
giustamente, con il pronome personale (Lui), ciò significa che ci si riferisce
ad una determinazione personale, che non trascende affatto il “Puro Essere”;
inoltre, se il nostro mondo è alla “massima distanza” da Lui, a quale distanza
si troveranno i mondi inferiori a quello umano? E, se l’autore si immagina
davvero che ci sia un “certo numero” di mondi tra il mondo umano e Lui, non se
ne dovrebbe dedurre che egli si immagina anche, “in fondo”, un Dio dentro la
serie della molteplicità, raggiungibile passando da uno stato all’altro? È
proprio quello che si potrebbe pensare, leggendo altrove questa applicazione,
piuttosto fondamentale perché vuole essere anche una definizione dello scopo
dell’iniziazione: «Passare da uno stato dell’essere a un altro, salendo la
scala della gerarchia universale dell’essere fino alla presenza divina: ecco
lo scopo della Tarìqah»[380].
La confusione, come si vede, rischia di estendersi qui a qualcosa di più
impegnativo, quasi che la realizzazione della Conoscenza potesse confondersi
con il termine di una successione qualsiasi; e viene, di fatto, confusa
dall’autore con una “esperienza”, dal momento che leggiamo che «i
sufi … procedono alla ricerca dell’esperienza spirituale»[381],
mentre il fatto stesso di parlare di esperienza implica propriamente che si
tratti in qualche modo di qualcosa di “fenomenico”; e naturalmente, è invece
ben chiara, negli insegnamenti autentici dei Maestri dell’esoterismo islamico,
la direttiva di non avere per scopo, ai fini della realizzazione spirituale,
nessuno stato e nessuna esperienza determinata. Non meno significativa della
stessa mentalità è l’affermazione secondo cui la realizzazione dell’Uomo
Universale e della “Verità stessa” «può essere resa attuale se una persona
si sottopone alla disciplina spirituale della Tarîqah ed esercita le virtù
spirituali»[382].
Si potrebbe dire che, proprio al contrario, non c’è “realizzazione dell’Uomo
Universale e della Verità stessa” se c’è ancora “una persona” la quale si
sottopone a una qualsiasi disciplina od esercizio; in realtà, la Conoscenza non
è affatto il frutto o il risultato di un qualsiasi tipo di azione, e
l’illusione espressa qui dall’autore è una barriera incompatibile con una
corretta predisposizione alla realizzazione di cui egli parla (e intendiamo qui
una predisposizione teorica del tutto preliminare e indispensabile).
Abbiamo così seguito quello che
potremmo chiamare un filone di incomprensione, che può essere importante
chiarire per evitare confusioni simili suscettibili di conseguenze su tutti i
piani.
In realtà, l’argomento che il
professor Nasr ha voluto abbracciare nel suo libro era estremamente arduo, e
viene da pensare che sarebbe stato preferibile se l’autore non avesse toccato
gli aspetti più profondi dell’esoterismo islamico; o, quanto meno, gli sarebbe
occorsa una base ben diversa da quelle opere[383]
che si trovano citate con i massimi elogi nella sua bibliografia.
XXIII
Importanza della volontà
Vi è comunemente, negli uomini, la coscienza di
possedere una propria volontà che dirige le loro azioni, sia pure entro i
limiti più o meno ristretti delle loro mutevoli possibilità.
La mentalità moderna, poi, ha spesso accentuato il senso
di questa volontà individuale, come se fosse qualcosa di completamente autonomo,
e come se lo scopo degli uomini fosse quello di estrinsecare al massimo tale
autonomia. Ideali di azione e di lotta sono stati fabbricati appunto con questa
mentalità, applicandola a volta a volta, nei modi più diversi ed esteriormente
contrastanti, all’individualismo dei singoli, ai raggruppamenti etnici e
nazionali, alle classi sociali ed economiche. Ed è appunto soltanto per mezzo
di tale mentalità che è stato possibile coinvolgere sempre di più gli uomini
nella costruzione del mondo moderno, dapprima in Occidente, e poi, attraverso
le diverse forme di occidentalizzazione, in una porzione sempre più vasta del
nostro pianeta.
Non è difficile constatare che ideali di questo genere,
propri a diverse fasi del mondo moderno, si
sono rivelati illusori, e sono stati combattuti e sostituiti da altri,
destinati a loro volta ad essere travolti da forme di ideologie nuove e pur
sempre provvisorie. Già questa constatazione potrebbe indurre a riflettere, ed
a considerare se non vi sia un carattere intrinsecamente illusorio in qualunque
ideale di affermazione autonoma della volontà degli individui e delle
collettività umane.
A questo proposito, si può osservare che, sul piano
proprio dell’azione e dei fatti, esistono inevitabilmente limitazioni entro le
quali ci si trova e ci si troverà pur sempre rinchiusi, rimandando
indefinitamente il conseguimento di una più
ampia affermazione. Ma una inadeguatezza e incongruenza più radicale
viene dal fatto che individui e collettività umane non sono affatto “autonomi”
quanto ai contenuti della propria volontà ed
ai fini da raggiungere. Infatti, è ovvio che, oltre alle condizioni poste
dal mondo corporeo, sussistano dei condizionamenti psichici; inoltre, è anche
ovvio che chi subisca inclinazioni e suggestioni possa credere di affermare la
sua volontà proprio nell’atto di essere spinto a seguirle. E l’apparente
autonomia che permette di seguire le inclinazioni e suggestioni più immediate
aventi più forza in un determinato momento è proprio ciò che, con
l’affermazione di certi aspetti a spese di altri, può impedire la crescita e lo
sviluppo delle possibilità di ordine più profondo[384].
Del resto, la mentalità moderna
dimostra ancor più la sua incongruenza quando, accanto ad ideali di completa
autonomia individuale e collettiva, accetta più o meno implicitamente un cieco
determinismo nelle scienze fisiche, e persino nella psicologia, che in effetti
ha potuto giungere a considerare la coscienza individuale (e in essa,
ovviamente, la volontà) come nient’altro che una derivazione dell’“inconscio”,
da cui, peraltro, opererebbe in definitiva quel “principio di distruzione” o “principio
di morte” in virtù del quale ogni coscienza finirebbe con l’annullarsi.
A parte gli aspetti molto
discutibili di tale teoria, restano comunque i fatti a cui si riferisce: resta
la constatazione che l’affermazione della volontà individuale, illusoria nella
sua autonomia, è destinata a concludersi per ciascuno, sul piano dell’azione,
con la morte, in una completa impotenza e in un insuccesso totale.
Questo peso di un destino
ineluttabile può indurre a pensare che allora non esistano alternative alle
momentanee illusioni, e può condurre, al di là di esse, alla disperazione, od
anche a una passiva rassegnazione al destino. Qualcuno può anche pensare che
abbandonarsi così al destino corrisponda, in fondo, all’attitudine degli uomini
prima delle grandi illusioni “prometeiche” della civiltà occidentale: in
effetti, quella rassegnazione passiva corrisponde precisamente a quel
fatalismo che non di rado è stato attribuito agli Orientali; e la
consapevolezza tradizionale di un ordine sopraumano da cui tutto dipende (anche
le azioni e le intenzioni umane) può essere scambiata per una credenza tale da
togliere qualsiasi valore alla propria volontà: dire che ogni nostro atto di
volontà presuppone di essere voluto dal Principio universale può essere
interpretato come una negazione radicale della libertà umana, tale da indurre a
un atteggiamento del tutto passivo verso le circostanze. Ebbene, tale
interpretazione è completamente falsa; anzi, come mostreremo in seguito,
proprio riconoscendo nel Principio universale la fonte vera di ogni atto di
volontà si può giustificare quell’attitudine eminentemente attiva che ciascuno
di noi, anche nelle circostanze più sfavorevoli, può e deve assumere nella sua
vita.
***
Ad evitare facili confusioni su
questo argomento, sarà bene anzitutto distinguere il destino, quale si
presenta all’individuo, dall’ordine universale. In effetti, il destino non
ingloba affatto tutta la realtà, e neppure tutte le possibilità di
manifestazione; per destino si deve intendere piuttosto l’insieme delle determinazioni,
palesi e nascoste, insite nel mondo in cui l’uomo si trova ad operare, con il
peso di tutte le conseguenze che ne derivano.
Il destino non può quindi essere
alcunché di assoluto e, per sua stessa natura, è tutt’altro che un principio metafisico;
ciò non toglie che esso, inteso nel senso che abbiamo indicato, corrisponda a
qualcosa di ben reale nell’ordine relativo
dell’esperienza umana: anzi, sembrerebbe occupare tutto il campo della
sua esistenza, ed effettivamente lo occuperebbe per intero se l’essere umano
non comportasse nient’altro che delle determinazioni psico-somatiche e
ambientali.
Ma in realtà una somma o un
aggregato di determinazioni corporee e psichiche non basterebbe mai, da solo, a
costituire un essere, mancando in tal caso proprio l’essenziale, quel
principio unificante che fa si che quell’essere sia “se stesso”.
Potremo chiarire meglio questo
punto, che è d’importanza capitale, osservando che vi sono, nella natura
individuale di ogni essere, «due elementi di ordine diverso, che conviene
distinguere nettamente, chiarendo i loro rapporti nel modo più preciso
possibile: questa natura individuale, infatti, procede anzitutto da ciò che
l’essere è in se stesso, e che rappresenta il suo lato interiore e attivo, e
poi, secondariamente, dall’insieme delle influenze dell’ambiente in cui si
manifesta, che rappresenta il suo lato passivo»[385].
È ovvio allora che ciò che l’essere è in se stesso, è essenzialmente tale quale
è indipendentemente dalla sua manifestazione in un certo mondo (quale, per
esempio, il mondo umano terrestre).
Nello stesso tempo, è evidente che,
per manifestarsi concretamente nel mondo umano, ogni essere ha bisogno di
assumere dei contenuti appartenenti al mondo umano, sotto determinate
condizioni di tempo e di spazio. «L’essere si manifesterà dunque
rivestendosi, per cosi dire, di elementi presi in prestito all’ambiente, e la
cui “cristallizzazione” sarà determinata dall’azione, su quell’ambiente, della
sua natura interna (che, in se stessa, deve essere considerata come d’ordine
essenzialmente sopra-individuale)»; «nel caso dello stato individuale
umano, questi elementi apparterranno naturalmente alle diverse modalità di
quello stato, cioè sia all’ordine corporeo che all’ordine sottile e psichico».
In ogni caso, «gli elementi che l’essere assume prendendoli dal suo ambiente
immediato, e anche quelli che attira in qualche modo a sé da tutto l’insieme
indefinito del suo campo di manifestazione» (psichico e corporeo) «devono
essere necessariamente in corrispondenza con quella natura, senza di che non
se li potrebbe assimilare effettivamente in modo da fare di essi altrettante
modificazioni secondarie di se stesso. In ciò consiste “l’affinità” in virtù
della quale l’essere, si potrebbe dire, non prende dall’ambiente se non ciò
che è conforme alle possibilità che porta in se stesso, che sono le sue e non
quelle di qualsiasi altro essere: ciò che, a motivo di questa stessa conformità,
deve fornire le condizioni contingenti che permettano alle sue possibilità di
svilupparsi o di “attualizzarsi” nel corso della sua manifestazione
individuale».
Ma allora, se ogni essere realizza
in ogni caso la sua natura in tutta l’ampiezza compatibile con il mondo in cui
si manifesta, si potrebbe concludere che ognuno afferma sempre compiutamente la
sua volontà, che in fondo tutti sono ugualmente liberi e responsabili del
proprio stato? E non sarebbe forse questa una conclusione che irriderebbe alle
differenze tra le condizioni umane, e farebbe apparire vano ogni sforzo per migliorarle
e per migliorarsi?
In realtà, conclusioni del genere
sarebbero del tutto aberranti, e sarebbero dovute a una identificazione
astratta ed infondata tra il principio attivo e determinante del proprio
essere, di natura sopra-individuale, e la volontà attualmente cosciente sul
piano effettivo della propria esperienza individuale. Ebbene, sta di fatto
che, nella presente fase del mondo umano e segnatamente nel mondo occidentale,
tale piano effettivo di esperienza è, almeno inizialmente, caratterizzato dalla
propria identificazione ad aspetti delle proprie possibilità individuali estremamente
frammentari e condizionanti; d’altra parte, per il fatto stesso che ci
riferiamo alla “propria” volontà, si tratta pur sempre di un riflesso o di un
particolare aspetto del principio interiore che determina il proprio essere,
ricollegantesi virtualmente alla sua essenza, che è per sua natura attiva e
intrinsecamente libera.
La nostra volontà individuale, con
tutta la forza del suo attaccamento alla sua attuale “particolarizzazione”, è
un fondamentale ostacolo al riconoscimento del principio determinante di noi
stessi; ma questa stessa volontà individuale, qualora operi rettamente per
svincolarsi dal suo attaccamento e dalla sua particolarizzazione, ecco che
diventa un fattore fondamentale per la realizzazione effettiva della propria
essenza sopra-individuale e, in essa, della propria libertà. È questo, al di là
delle velleità e delle intenzioni immaginarie, uno degli aspetti più importanti
della via iniziatica; e in tale direzione si può operare anche se le
circostanze appaiono, dal punto di vista individuale, come estremamente
sfavorevoli, ché anzi, in un certo senso, proprio le difficoltà esteriori
possono diventare un sostegno vantaggioso per esercitare la propria volontà nel
senso indicato, e servire, secondo un’espressione dell’alchimia, quale “mercurio
di contrasto” per le proprie operazioni.
Abbiamo accennato al fatto che l’esercizio efficace
della volontà per svincolarsi dal suo attaccamento e dalla sua
particolarizzazione presuppone che essa operi “rettamente” in quel senso. A
questo proposito, sarà bene precisare che tale rettitudine presuppone a sua
volta un certo discernimento e una comprensione vera, senza la quale ogni sorta
di errori e di falsificazioni diventa possibile. In altre parole, la giusta
applicazione della volontà può venire solo dalla sua completa subordinazione
alla conoscenza: anzitutto, la conoscenza che l’essere trova in se stesso, e,
in quanto questa sia attualmente inadeguata, la conoscenza di cui trova l’aiuto
in ciò che la rappresenta apparendo provvisoriamente fuori di se stesso[386].
L’attitudine che abbiamo indicato, e sulla quale
pensiamo sia opportuno insistere, corrisponde in fondo a quella descritta
nella tradizione cinese allorché essa afferma che l’uomo deve essere “yin”,
cioè ricettivo, verso il Cielo, e “yang”, cioè attivo, verso la Terra.
Tutto ciò, sul piano effettivo della propria esistenza, è davvero il contrario
di una rassegnazione passiva e di un cieco fatalismo.
Quando tale attitudine fosse compiutamente realizzata,
la propria volontà, rinunciando ad imprigionarsi nelle proprie
auto-limitazioni, si espanderebbe in armonia con la Volontà universale e,
secondo un simbolismo espresso dal Triangolo del Maestro Libero Muratore[387],
verrebbe conseguito un perfetto equilibrio nei riguardi del proprio destino.
Ma particolarmente vorremmo insistere sulla
considerazione che chi operi veramente sulla propria volontà nel senso
indicato, fin dai primi passi introduce nella sua esistenza un fattore
qualitativamente diverso da tutto ciò che era racchiuso nel campo del suo
destino, e imprevedibile nei riflessi che, prima o poi, si ripercuoteranno
sulle circostanze. Vorremmo anche aggiungere che questa attitudine attiva[388],
che è propria della via iniziatica, deve essere costantemente “riattivata”[389],
se non si vuole che l’“ambiente”, sia pure dopo essersi modificato, riprenda
le sue prerogative oscure di chiusura[390]
per la propria volontà troppo debole o distorta.
In ogni caso, si sarà intesa, in
questa prospettiva, l’importanza veramente decisiva della volontà. In fondo,
senza avvedercene, con la nostra volontà individuale ci manteniamo imprigionati
nei nostri attaccamenti e nei nostri limiti; mentre, avendo intravisto quale
sia la nostra situazione, prendendo risolutamente come prezioso strumento
iniziale proprio la nostra attuale volontà frammentaria possiamo sperare di
reintegrarla nella sua natura profonda e sopra-individuale, la quale non è
altro che un aspetto della Volontà universale. Saremmo allora testimoni della
verità che non c’è atto di volontà se non sia fondato sulla Volontà universale[391]:
in fondo, ciò significa che appunto la Volontà universale, e soltanto essa, può
consentire che la volontà individuale umana occupi un suo posto ben reale
nell’universo: un posto che può essere, se così si può dire, una base di
partenza dell’universalizzazione; nella quale universalizzazione, propriamente
parlando, non è più possibile distinguerne e separarne la realtà, cosi come,
senza più alcuna determinazione limitativa, non si può parlare né di volontà,
né di un Principio, né di una manifestazione distinta da Esso.
XXIV
Trappole dei tradizionalismi
Di fronte alla mentalità moderna, frutto delle
suggestioni collettive che si sono
esercitate progressivamente su di essa in questi ultimi secoli, vi è chi pensa
che occorra contrapporre qualche forma di tradizionalismo. In realtà, però,
crediamo sia importante comprendere che, nella situazione attuale, proprio i
tradizionalismi diventano strumenti utilizzati dalle forze antitradizionali per
neutralizzare i tentativi di chi vorrebbe sfuggire ad esse, e per accrescere
ancora la confusione generale.
In effetti, come René Guénon osservava parlando della
suggestione che ha prodotto la mentalità moderna, «per quanto poderosa ed abile
sia questa suggestione, può giungere il momento in cui lo stato di disordine e
di squilibrio che ne consegue diventi talmente appariscente che certuni non
possano più fare a meno di accorgersene, e rischia allora di prodursi una
“reazione” che comprometterebbe lo stesso risultato già acquisito (dalle forze
antitradizionali) … È a questo punto che interviene efficacemente, per
distogliere tale “reazione” dall’obiettivo verso cui tende, la falsificazione
dell’idea tradizionale … l’idea di tradizione è stata a tal punto
distrutta, che coloro i quali aspirano a ritrovarla non sanno più da quale
parte dirigersi … Costoro si sono resi conto, almeno fino a un certo
punto, d’essere stati raggirati dalle suggestioni apertamente
antitradizionali … ma se le cose restano a questo punto, non può
conseguirne nessun risultato effettivo. Di questo ci si rende perfettamente
conto leggendo gli scritti sempre meno rari, in cui si possono trovare le più
giuste critiche nei confronti della “civiltà” attuale, ma nei quali … i
mezzi esaminati per porre rimedio ai mali che si vanno denunciando hanno un
carattere stranamente sproporzionato ed insignificante, in qualche modo
addirittura infantile. È a questo stadio che lo sforzo, per quanto possa essere
lodevole e meritorio, può facilmente lasciarsi sviare verso attività che, a
loro modo e nonostante certe apparenze, non faranno altro che continuare ad
accrescere il disordine e la confusione di quella “civiltà” di cui intendono
operare la rigenerazione. Costoro sono quelli che si possono propriamente chiamare
“tradizionalisti”, … animati da una sorta di tendenza od aspirazione
verso la tradizione, senza che abbiano una conoscenza reale di quest’ultima; da
questo si può misurare tutta la distanza che separa la mentalità
“tradizionalistica” dal vero spirito tradizionale, il quale implica
essenzialmente tale conoscenza, anzi, con questa conoscenza non fa che una sola
cosa»[392].
D’altra parte, «il “tradizionalista” … troverà
sulla sua strada, quali altrettanti trabocchetti, tutte le false idee suscitate
dalle potenze d’illusione che hanno un interesse capitale ad impedirgli di
giungere al vero termine della sua ricerca. È infatti evidente che tali potenze
non possono continuare a sopravvivere e a esercitare la loro azione se non a
condizione che ogni restaurazione dell’idea tradizionale sia resa impossibile,
e ciò è per esse più vitale che mai nel momento in cui si apprestano a procedere
oltre, nella direzione della sovversione … È dunque per esse tanto
importante il far deviare le ricerche che tendono verso la conoscenza
tradizionale, quanto il far fallire quelle che, vertendo sulle origini e le
cause reali della deviazione moderna, sarebbero capaci di svelare qualcosa
della loro natura e dei mezzi d’influenza a loro disposizione».
È un fatto che le applicazioni abusive della parola “tradizione”
possono servire allo scopo indicato. Ma, in particolare, il miglior modo di “neutralizzare”
i tradizionalisti consiste nell’orientarli verso qualcuno degli stadi
precedenti e meno “avanzati” della medesima deviazione moderna.
A questo proposito, c’è ancora un altro aspetto della
questione che è interessante tenere ben presente: «il lavoro che ha per scopo
di impedire ad ogni “ reazione ” di mirare più in là che al ritorno ad un minor
disordine, mascherando il carattere di quest’ultimo e facendolo passare per
“ordine”, si affianca esattamente a quello eseguito, in altri campi, per far
penetrare la mentalità moderna proprio all’interno di quanto in Occidente può
ancora sopravvivere delle organizzazioni tradizionali di ogni natura; in
entrambi i casi, quello che si ottiene è lo stesso effetto di
“neutralizzazione” delle forze di cui si potrebbe temere l’opposizione. E non
è neppure sufficiente parlare di semplice “neutralizzazione”, giacché dalla
lotta che inevitabilmente deve aver luogo tra gli elementi che si trovano
ridotti in tal modo e, per così dire, allo stesso livello e sullo stesso
terreno (la cui ostilità reciproca rappresenta in fondo soltanto quella che può
esistere tra produzioni diverse e apparentemente contrarie della medesima
deviazione moderna), non potrà derivare che un nuovo accrescimento del
disordine e della confusione, e si tratterà in definitiva d un passo di più
verso la dissoluzione finale»[393].
Come in tanti altri casi, troviamo che le osservazioni
esposte da René Guénon appaiono non meno attuali oggi di quando furono scritte.
È fin troppo facile notare un riferimento di attualità
in un tradizionalismo cattolico di cui significativamente molto si parla oggi:
vi si può osservare un attaccamento a modalità religiose che, pur avendo una
loro ragion d’essere e una possibile collocazione legittima, sono di per sé ben
lungi dall’essere sufficienti e ricondurre alla conoscenza dell’essenziale,
tant’è vero che possono venire impunemente utilizzati per sminuire ancora
quello che resta dell’autorità religiosa in Occidente, per suscitare confusioni
interessate e deleterie con orientamenti politici e sociali profani in modo da
meglio colpire le manifestazioni ancora tradizionali cosi coinvolte, per
alimentare la discordia nonché l’ostilità più ottusa verso altre forze
tradizionali: già in altre occasioni ci siamo soffermati, in particolare,
sull’interesse comprensibile e nettamente dimostrato delle correnti
antitradizionali nel suscitare, anche con le invenzioni più inverosimili,
l’avversione generale nei riguardi di quello che in Occidente rimane ancora di
iniziatico, in quanto costituisce pur sempre, almeno virtualmente, il cuore
della tradizione, e quindi contro l’iniziazione massonica, servendosi di
insinuazioni che si sono andate notoriamente aggiornando, ma inducendo ancora
di recente i tradizionalisti cattolici a qualificarla come dispensatrice di
messe nere «abominevoli, sacrileghe, orribili»[394].
Abbiamo citato questo caso in quanto quello che abbiamo
precedentemente indicato in termini generali vi trova un’illustrazione troppo
clamorosa per passare completamente sotto silenzio. Peraltro, ancora più
interessante può essere l’osservazione di come le trappole dei tradizionalismi
siano poste in essere, sotto forme diverse, non solo in campo profano o in
quello dell’exoterismo religioso, ma anche nell’ambito delle organizzazioni
iniziatiche.
Cosi, possiamo ben dire che quanto René Guénon scriveva
oltre trent’anni fa si sta puntualmente verificando in vari settori della Massoneria,
dove in particolare proprio la sua opera, anche quando venga capita in modo più
o meno parziale, impedisce che ci si possa accontentare di orientamenti di
natura chiaramente profana, e suscita più o meno direttamente una maggiore
esigenza di ricerca in senso tradizionale, peraltro con il rischio ben reale
che essa venga soddisfatta e neutralizzata più o meno completamente mediante
forme di tradizionalismo, con tutti gli inconvenienti che ne derivano.
Un esempio abbastanza evidente di ciò lo si può vedere
allorché, volendo giustamente difendere il patrimonio tradizionale dell’iniziazione
muratoria, si tende poi a confonderlo con una “regolarità” la quale consiste,
in definitiva, nel conformarsi alle strutture fissate dalla Gran Loggia
d’Inghilterra quale si costituì a partire dal 1717.
Orbene, da una parte è senza dubbio giusto apprezzare in
tutto il suo valore la serietà e la costanza che hanno consentito la
trasmissione di contenuti iniziatici autentici in mezzo al dilagare delle
influenze antitradizionali; ma certo per risalire all’essenziale non basta
prendere come modello la formazione della Massoneria speculativa, che era già
il frutto di una deviazione relativamente recente su cui gravava il peso
dell’incomprensione di chi l’operò. Non intendiamo qui dilungarci su
riferimenti storici con i quali si potrebbe provare questa affermazione, e
rimandiamo a quanto già pubblicato in proposito[395].
Accenneremo soltanto al fatto che René Guénon fu particolarmente esplicito al
riguardo, ricordando ad esempio le alterazioni e distruzioni fraudolente effettuate
con un orientamento restrittivo ben preciso dai fondatori della Gran Loggia
d’Inghilterra, per i quali questioni riguardanti la “tecnica” iniziatica in
generale erano «evidentemente del tutto inaccessibili»[396]:
come dovrebbe essere noto, questi fatti suscitarono del resto la reazione più
netta da parte degli altri membri della Massoneria britannica, che intervennero
poi parecchi anni più tardi per esercitare una certa influenza rettificatrice
all’interno della Gran Loggia, mentre una parte di essi non la riconobbero mai
ed i loro successori sussistono tuttora, considerandosi eredi dell’iniziazione
muratoria in un senso più valido dei membri della Massoneria “regolare”.
Un punto sul quale è opportuno
attirare l’attenzione è dunque questo: chi scambia il valore tradizionale e
iniziatico dell’iniziazione massonica con una questione di “regolarità” e di
riconoscimenti diplomatici è caduto nella trappola di un tradizionalismo, nel
quale si troverà tanto più imprigionato quanto più ne sarà soddisfatto e
compiaciuto. L’organizzazione in “Grandi Orienti” e “Grandi Logge” presenta
senza dubbio (con degli inconvenienti) vantaggi pratici notevoli, ma è bene
intenderne con chiarezza la portata del tutto relativa: esagerandone il
significato, si aumentano le ragioni di contrasto, con tutto il carico
deplorevole di discordie che abbiamo visto essere facilmente inerente agli
equivoci dei tradizionalismi.
Con questo, intendiamo anche dire
che si può auspicare la massima unione e ci si può felicitare del fatto che l’“Obbedienza”
che raggruppa gran parte delle Logge muratorie in Italia sia stata “riconosciuta”
dall’attuale Gran Loggia d’Inghilterra e, con essa, da molte altre organizzazioni
massoniche; ma i membri di quella stessa Obbedienza fanno certamente torto a
se stessi e sminuiscono stranamente il valore universale della propria
iniziazione allorché asseriscono che tale Obbedienza è la sola e legittima
fonte di autorità massonica entro limiti territoriali determinati del resto da
circostanze estranee a criteri tradizionali, con un falso principio di
esclusività che certo non ha niente a che vedere con le possibilità reali della
presenza delle influenze spirituali iniziatiche. Del resto, qualora si
riconosca una conoscenza vera e una conseguente autorità in campo iniziatico a
René Guénon, si può osservare che egli mostrò di intendere come valida la
trasmissione iniziatica, in particolare, nell’ambito di diverse Obbedienze
esistenti in Francia, nonostante differenze anche rituali notevoli, indicando
ad esempio come la presenza del Libro Sacro e la stessa formula del “Grande
Architetto dell’Universo” non siano elementi assolutamente essenziali; mentre è
invece senza dubbio essenziale l’attuazione dei riti e la presenza dei simboli
propriamente indispensabili per la trasmissione iniziatica.
Osserviamo anche che certamente solo
l’applicazione costante del punto di vista simbolico può consentire la
comprensione, anche soltanto speculativa, degli elementi che costituiscono
l’iniziazione massonica. Ciò vale, ad esempio, per il “Grande Architetto
dell’Universo”, da intendere nel suo significato simbolico e, in quanto tale,
universale; quando invece si voglia negare tale significato tacciando
addirittura di “analfabetismo” chi nel “Grande Architetto dell’Universo”
riconosce appunto un simbolo, ciò sembra far pensare che ci si voglia attenere
a una interpretazione verbale, ad esempio, in un senso teologico o filosofico
deista, e in tal caso ci si troverebbe ancora di fronte a un esempio di
tradizionalismo. Se poi il rifiuto del senso simbolico fosse dovuto al timore
di cadere in un’astrazione arbitraria, allora la rettificazione dell’equivoco
sarebbe ancora più fondamentale, vertendo sulla portata stessa dei simboli
quali mezzi autentici per ricollegare il particolare all’universale e per
oltrepassare le trappole dei tradizionalismi.
A proposito di queste trappole,
notiamo che ad esse non possiamo fare a meno di pensare se consideriamo gli
sviluppi più ampi e “sofisticati” che risultano in Francia da diverse
pubblicazioni massoniche, fondate in buona parte su una sorta di parassitismo
rispetto all’opera di René Guénon; in effetti parecchie nozioni esposte in
essa, quantunque incomprese, sono utilizzate per ridurle appunto a sostegno di
costruzioni tradizionalistiche e, in particolare, a sostegno dell’Obbedienza “regolare”
nella quale la rivivificazione iniziatica in Occidente sarebbe già realizzata.
Già in una recensione recente citavamo gli «indomani brillanti promessi alla
Massoneria» mentre «L’esoterismo comincia a un più alto grado di
coscienza»[397].
Qualcun altro[398],
non meno “autorevole”, mentre si esprime in nome di una pretesa “Tradizione
Occidentale”, mentre manifesta la sua ammirazione un po’ troppo voluta per
teologi e filosofi cristiani, confonde inestricabilmente l’iniziazione con il
misticismo, l’intuizione intellettuale con quella bergsoniana e con quella della “psychologie des profondeurs”;
peraltro, rifiuta la “metafisica orientale” esposta da Guénon (al quale, del resto, attribuisce un’«immaginazione
vagabonda»), e afferma che «l’evidenza si impone. In principio
era l’azione. La finalità resta l’azione»; parla di un «esistenzialismo
vero offerto dalla Tradizione», e invita: «bevete l’Amore, voi che avete
sete dell’infinito, bevete e vivete felici» …
Senza dubbio, questo tipo di
retorica rischia di alimentare deplorevolmente le illusioni proprio quando
occorrerebbe guardarsene maggiormente. E come non notare che questo genere di
Massoni tradizionalisti obbedisce perfettamente a quella funzione che René
Guénon aveva così chiaramente descritto a proposito dei “Segni dei Tempi”?
D’altra parte, abbiamo qui voluto
soltanto accennare ad esempi particolarmente macroscopici di
tradizionalismi-trappola, ma è bene sapere sin d’ora che si avvicinano a grandi
passi i tempi in cui non ci sarà neppure più posto per le illusioni tradizionaliste
di oggi, le quali anzi potranno essere, per un gioco ormai inesorabile, un
motivo di più per schiacciare coloro che ne sono i portatori. Ciò significa
anche che si fa sempre più determinante la differenza fondamentale che separa i
tradizionalismi (ai quali non possiamo affatto identificarci) da ciò che
intendiamo per spirito tradizionale[399],
o spirito tout court, il quale soltanto non può essere soggetto alla
confusione né può venir trascinato nelle vicissitudini che ci attendono.
XXV
Convertirsi a che cosa?
I
In un articolo pubblicato di recente
sulla rivista massonica Renaissance Traditionnelle[400],
Pierre Collard ha inteso combattere contro «l’epidemia di errori e di menzogne»
riguardanti la pretesa «conversione» di René Guénon alla religione musulmana.
Pierre Collard fornisce numerosi
esempi di tali errori, che vanno da un articolo del 1938 definito da Guénon «un
tessuto di falsità e di perfidie», a brani di Paul le Cour, Jean Daniélou,
Roger Peyrefitte, Dénys-Boulet, Laurant, Amadou, Bammate ed altri. Contro le
asserzioni di questi ed altri autori, Pierre Collard ha ragione di mettere in
risalto le affermazioni più nette e inequivocabili dello stesso Guénon: «Non ho
affatto abbracciato la religione musulmana in una data più o meno recente come
certuni vogliono far credere … La verità è che sono ricollegato ad
organizzazioni iniziatiche islamiche fin da una trentina d’anni, il che è
evidentemente tutt’altra cosa»[401].
«I “convertiti” sono poco interessanti, almeno per chi consideri le cose al di
fuori di ogni partito preso d’esclusivismo exoterico e non abbia nessuna
attrattiva per lo studio di certe “curiosità” psicologiche; e, da parte nostra,
certamente preferiamo non vederli troppo da vicino»[402].
Il Collard ha pure ragione di
osservare che l’argomento, benché prenda spunto da una questione riguardante
René Guénon, supera la sua persona, perché «tocca delle nozioni essenziali,
la cui ignoranza è all’origine delle confusioni, delle incomprensioni e delle
sciocchezze che riempiono la letteratura detta spiritualista». Considerando
in modo più specifico le origini delle false supposizioni riguardanti la pretesa
“conversione” di Guénon alla religione musulmana, il Collard indica in
particolare tre ordini diversi di motivazioni: le invenzioni chiaramente in
mala fede[403]; il
giudizio di coloro che «si dicono iniziati», ma sono essi stessi dei
convertiti e «non vogliono che il loro caso sia diverso da quello di René
Guénon»; infine, il caso di quelli che si dicono cristiani e non possono
riconoscere che René Guénon abbia potuto situarsi al di sopra della religione:
«se non è più cristiano» (essi ragionano) «bisogna che sia
musulmano: cioè di una religione paragonabile alla loro, sullo stesso piano e
non al di sopra».
Senza dubbio, tali osservazioni non sono prive di
fondamenti reali. D’altra parte, il fatto stesso che in Egitto René Guénon
praticasse apertamente l’Islam e fosse conosciuto come Shaykh Abdel-Wâhed
Yahya può essere comprensibilmente interpretato, per una mentalità profana e
superficiale, come una dimostrazione della sua “conversione”, essendo assai
comune l’abitudine di attribuire alle azioni altrui quelle motivazioni che
rientrano nell’ambito dei propri ristretti orizzonti.
Senonché René Guénon ebbe cura non soltanto di smentire
tale interpretazione (come già si è visto nelle citazioni precedenti), ma
anche di dimostrarne la completa assurdità, nel caso suo come in qualunque altro caso analogo. In un articolo opportunamente
ricordato dal Collard, egli scriveva infatti: «Talora si parla di
conversioni molto a sproposito … Intendiamo riferirci a coloro che, per
ragioni d’ordine esoterico od iniziatico, sono indotti ad adottare una forma
tradizionale diversa da quella a cui per nascita potevano essere ricollegati».
«Ciò è dovuto soprattutto alle condizioni dell’epoca attuale in cui, da una
parte, certe tradizioni sono diventate di fatto incomplete “verso l’alto”, cioè
sotto l’aspetto esoterico … e dall’altra è molto facile che un essere
nasca in un ambiente che non è in armonia con la sua natura». «Contrariamente a
quanto si verifica per una “conversione”, non vi è nulla che in questo caso
implichi il riconoscimento di una superiorità intrinseca di una forma
tradizionale su di un’altra … Per agire in questo senso in modo legittimo,
ed ammesso che, come abbiamo supposto, esista realmente la capacità di porsi da
un punto di vista esoterico, bisogna aver coscienza, almeno in virtù di una
conoscenza teorica, anche se non effettivamente realizzata, dell’unità
essenziale di tutte le tradizioni; e ciò evidentemente basta perché, per chi
si trovi in tali condizioni, una “conversione” sia una cosa completamente
priva di senso e davvero inconcepibile»[404].
Dopo aver esaminato anche il caso diverso di coloro che
(come Ramakrishna) per lo stato spirituale raggiunto sono già effettivamente al
di là di tutte le forme, e possono adottare successivamente diverse forme
tradizionali non più per trovare in esse un supporto per la propria
realizzazione, ma per ragioni di un altro ordine inerenti alla loro funzione
spirituale, René Guénon insisteva: «In linea generale, si può dire che chiunque
abbia coscienza dell’unità delle tradizioni, sia per semplice comprensione teorica,
sia ed a maggior ragione per realizzazione effettiva, è necessariamente, e per
questo solo fatto, “inconvertibile” a qualsiasi cosa; egli è anzi il solo che
lo sia veramente, poiché gli altri potranno sempre, a questo riguardo, essere
più o meno alla mercé di circostanze contingenti. Non si denuncerà mai
abbastanza energicamente l’equivoco che induce certuni a parlare di “conversione”
quando di esse non c’è la minima traccia; è necessario tagliar corto alle
troppe sciocchezze di questo genere che circolano nel mondo profano, sotto le
quali, molto spesso, non è difficile indovinare intenzioni nettamente ostili a
tutto quanto riguarda l’esoterismo»[405].
II
Questa messa a punto a proposito
della prospettiva dell’esoterismo si
ricollega ad un altro argomento importante toccato da Pierre Collard,
quello dei rapporti tra esoterismo e exoterismo, strettamente connesso a quello
della relazione esistente tra iniziazione e religione. A questo riguardo, René
Guénon scriveva: «Molta gente sembra dubitare della necessità, per chi aspira
all’iniziazione, di riallacciarsi come prima cosa ad una forma tradizionale
exoterica e di osservarne tutte le prescrizioni … ma è inammissibile che
chi ha delle pretese all’esoterismo possa ignorare l’exoterismo, anche solo nei
suoi aspetti pratici, in quanto il “più” deve necessariamente contenere il
“meno”». «Né si deve pensare che tale exoterismo possa essere rigettato una
volta ottenuta l’iniziazione, così come non si possono sopprimere le
fondamenta quando si è ultimato l’edificio … L’exoterismo, ben lungi
dall’essere rigettato, dev’essere “trasformato” in misura corrispondente al
grado raggiunto dall’iniziato, poiché questi diventa vieppiù atto a capirne le
ragioni profonde; di conseguenza, le formule dottrinali e i riti assumono per
lui un significato molto più reale ed importante di quello che possono avere
per un semplice exoterista»[406].
Dopo aver citato queste ultime precisazioni, il Collard
ne trae però delle conclusioni che ci paiono suscettibili di alimentare altri
equivoci, diversi da quelli da lui denunciati, ma non per questo meno
ingiustificati. Secondo il Collard, la comprensione delle nozioni tradizionali
come «espressione simbolica di principi
metafisici» implicherebbe «evidentemente» di «svuotare
tali nozioni del loro contenuto religioso»; del resto la “trasformazione”
dell’exoterismo di cui parlava Guénon (e sulla quale ritorneremo tra poco)
viene intesa dal Collard come un motivo valido per considerare eretico
l’iniziato; sicché «l’esoterista René Guénon, per la sua iniziazione al
Sufismo, era eretico per i Musulmani, così come lo era per i Cattolici a
motivo della sua iniziazione massonica». Sempre secondo il Collard, «numerosi
teologi hanno dichiarato che era impossibile ammettere l’esistenza
dell’esoterismo cristiano, poiché tale esoterismo sarebbe la distruzione del
Cristianesimo e del suo fondamento, la fede. Questa opinione è giustificata
perché l’esoterismo è l’eresia». Allo stesso modo, il Collard parla con
stupefacente disinvoltura dei «movimenti eterodossi come il Sufismo».
A questo proposito,
osserviamo anzitutto che i casi citati dal Collard in cui
i rappresentanti religiosi hanno condannato l’esoterismo e l’iniziazione sono
in realtà esempi che, ben lungi dal confortare le sue tesi, illustrano
piuttosto le caratteristiche di forme di exoterismo più o meno degenerate,
nelle quali si è ormai prodotto, almeno in una certa misura, quello che in
altra occasione[407]
avevamo chiamato il “taglio delle radici” della tradizione. Tale è il caso
della pretesa di condannare l’iniziazione muratoria da parte della Chiesa
Romana a partire dal secolo XVIII; ma non meno significativo è l’esempio di
quella schiera di teologi, da Maritain a Jean Daniélou a Méroz (non “tomisti”
come il Collard definisce Méroz, ma “neo-tomisti” e filosofi più o meno largamente
partecipi della mentalità profana moderna), che hanno reagito alle indicazioni
di René Guénon con una barriera di incomprensione e di rifiuto a tutta prova.
Possibile che quelli che si compiacciono di esaltare i fatti storici al di
sopra dei principi metafisici e autenticamente soprannaturali, che spiegano il
senso del sacro radicato nell’umanità non
ancora intaccata dall’“occidentalizzazione” moderna come il segno di una
«mentalità magica» e di una «immaginazione lunare» ancora
infantile[408],
proprio costoro siano da considerare come i veri rappresentanti
dell’ortodossia religiosa? A dire il vero, sarebbe forse più appropriato (come
osservò giustamente Jean Tourniac[409])
applicare agli esponenti di simili teologie le parole di Gesù: «Guai a voi,
perché avete tolto la chiave della scienza: voi stessi non siete entrati, e
avete impedito di entrare a coloro che volevano!».
Quanto ai riferimenti forniti dal Collard in campo
islamico, per dimostrare l’“eterodossia” del Sufismo, troviamo in particolare
la citazione di Abderrahman Buret secondo cui «i Musulmani evoluti, più o
meno razionalisti, odiano le Confraternite e considerano il sufismo come
un’eresia». Anche qui, pare impossibile che il Collard non si avveda del
poco senso, se non addirittura del senso opposto alla sua tesi, insito in
questa allusione del Buret ad esponenti “evoluti”, modernizzati e
particolarmente lontani dallo spirito tradizionale islamico, dunque tutt’altro
che indicati a fungere da criterio dell’ortodossia tradizionale. Ancora più
sorprendente, poi, la citazione di una frase di Paul Le Cour[410],
quasi come si trattasse di una fonte seria!! Il Collard, inoltre, vorrebbe approfittare di un’affermazione piuttosto
ovvia di Guénon, secondo cui la competenza dei dottori della Sharî’ah
(cioè della legge exoterica) si estende soltanto al dominio exoterico, per
trarne le deduzione insidiosa e falsa che tale affermazione andrebbe contro la
proibizione di «violare i limiti del (sic) Shariyah»: dovrebbe
essere invece evidente che il fatto di occuparsi, come fa Guénon, di ciò che
non riguarda l’exoterismo non implica minimamente di avere un comportamento
che ne violi le regole[411].
È poi del tutto priva di fondamento l’affermazione del Collard secondo cui «la
nozione di iniziazione è completamente estranea alla religione musulmana»:
al contrario, il concetto del “patto” con il Profeta e delle sue implicazioni
si trova in modo assai esplicito nel Corano, ed è nettamente all’origine della “mubay’ah”
iniziatica.
Del resto, per constatare l’infondatezza del preteso
carattere “eretico” dell’esoterismo, o della sua necessaria “eterodossia” dal
punto di vista religioso, basterebbe considerare che l’autorità iniziatica e
quella religiosa si trovavano evidentemente riunite alle origini delle
rispettive tradizioni, in particolare alle origini del Cristianesimo come alle
origini dell’Islam[412].
E, se tale riunione non appare più da molto tempo nell’ambito dell’Occidente
cristiano[413], al
contrario se ne possono riscontrare innumerevoli esempi nella tradizione
islamica, dove molte volte è avvenuto ed avviene che un esoterista conosciuto
come Maestro iniziatico adempia nello stesso tempo alla funzione di autorità
della legge exoterica e di custode dell’ortodossia religiosa: non si potrà
certo pretendere che egli sia allora eretico contro se stesso … Ed è pure
interessante notare che un caso di riunione nella stessa persona dell’autorità
esoterica e di quella exoterica si ebbe proprio nello Shaykh Elish el-Kebîr el
Mâlki el Maghribi[414]
cui René Guénon era ricollegato ed al quale dedicò il Simbolismo della Croce.
III
Dopo queste constatazioni, pensiamo
sia opportuno riconsiderare la logica apparente delle argomentazioni del
Collard indicate in precedenza; i cui termini, a dire il vero, devono essere
quasi esattamente rovesciati. Pur situandosi di per sé al di sopra delle
religioni, l’esoterismo non soltanto non le esclude, ma le include
naturalmente in se stesso, rappresentando il loro vero fondamento ed il
criterio essenziale della loro ortodossia.
Quando René Guénon fa riferimento ad
una “trasformazione” dei riti religiosi, ciò, beninteso, non significa affatto
che i riti debbano essere modificati esteriormente, così come non vi è motivo
di alterare quelle espressioni tradizionali che hanno assunto un aspetto
dogmatico: la “trasformazione” alla quale allude Guénon è il passaggio “al di
là delle forme” nella conoscenza dell’iniziato, è l’acquisizione (inizialmente
teorica, od anche poi realizzata effettivamente) di un punto di vista
universale. E proprio in virtù di tale punto di vista universale potranno
realizzarsi validamente gli adattamenti exoterici, così come potranno essere
vivificate e portate a compimento tutte le possibilità individuali, le quali
troveranno così il loro posto normale nella gerarchia naturale degli stati e
delle facoltà umane: ivi comprese quelle che il Collard parrebbe ritenere
incompatibili con l’esoterismo e riservate invece all’exoterista religioso[415].
Ricordiamo, a questo proposito, che
in una dottrina tradizionale integrale quale il Vêdânta viene affermato che
fino a quando c’è un’individualità, c’è anche un Signore da adorare; e nel
Sufismo è detto, in un senso in certo modo analogo, che «il servitore è
sempre il servitore». Inoltre, ad esempio, solo una concezione del tutto
astratta può far supporre (come parrebbe voglia indicare il Collard) che il
sentimento non abbia un suo posto per l’esoterista: in particolare, non si
dovrebbe certo sottovalutare il nobile sentimento attraverso il quale si
manifesta la fratellanza tra gli iniziati, che è anzi un aspetto ben valido
rimasto, nonostante tutto, ancora spesso vivente nell’ambito dell’iniziazione
massonica, così come si trova anche alla base della via iniziatica islamica[416],
con un alto valore simbolico e rituale che dovrebbe essere evidente. Per di
più, acquisendo una comprensione più profonda e più svincolata dai limiti delle
forme, l’esoterista può diventare anche capace di dominarle e di esprimerle (è
questo il “dono delle lingue”), adattando il suo linguaggio in modo che sia
appropriato ai diversi gradi di comprensione, anche quelli degli exoteristi.
Del resto, come non esiste
propriamente un dominio profano, ma soltanto dei punti di vista profani, così
si può dire che non esista un dominio che sia exoterico in modo esclusivo: in
fondo, vi sono soltanto dei punti di vista exoterici, riguardanti dei
contenuti i quali hanno anch’essi in se stessi un significato “esoterico”, e
fanno parte della prospettiva esoterica per chi la sappia cogliere.
Per questo, in particolare, non solo
l’esoterismo islamico o Sufismo (Tasawwuf) non si oppone alla Legge exoterica
e alla Sunna comunemente riconosciuta, ma le include come proprie modalità di
attuazione. In questo senso, è dunque contraddittorio parlare (come fa il
Collard) di un ricollegamento al Sufismo che escluda l’«exoterismo dell’Islam»,
e cioè quelle modalità dell’Islam che appaiono esteriormente come exoteriche,
ma che l’iniziato è o dovrebbe essere in grado di cogliere nel loro significato
intrinsecamente esoterico.
L’opposizione astratta e radicale tra esoterismo e
exoterismo appare del resto infondata anche volendosi riferire al punto di
vista dell’exoterista. In effetti, è ben vero che chi sia limitato ad un
orizzonte di natura religiosa non può accedere ad una comprensione dell’esoterismo
in cui risiede la ragion d’essere profonda della sua religione, ma non per
questo dovrà negarlo. L’uomo di religione, in una condizione normale[417],
pur non comprendendo ciò che trascende i suoi limiti, è anzi aperto e
ricettivo verso l’influenza spirituale che lo supera, e di cui si trova a
beneficiare secondo le sue possibilità.
IV
A questo punto, se vogliamo prevenire altri equivoci,
dobbiamo almeno accennare a una differenza di applicazioni di cui è
suscettibile l’esoterismo, a seconda che lo si consideri nella sua essenza
centrale (la Haqîqah
dell’esoterismo islamico) o quale via graduale di realizzazione (la Tarîqah). Dal punto di vista centrale[418]
(se si può parlare ancora di “punto di vista”) è evidente che le distinzioni
limitative e le prospettive parziali del mondo umano sono superate. Si può
capire che ciò si esprima quale partecipazione totale non più legata ad alcuna
forma particolare, come nei celebri versi dello Shaykh Muhyiddîn Ibn Arabi: «II mio cuore è diventato capace di qualunque forma: è
una pastura per le gazzelle e un convento per i monaci cristiani, e un tempio
per gli idoli, e la Kaabah del pellegrino, e la tavola della Thoràh e il libro
del Corano». D’altra parte, la fase di superamento delle distinzioni può
esprimersi in termini simbolici di distruzione (una distruzione che
corrisponde ancora a quella “trasformazione” cui alludeva René Guénon) e
all’abolizione delle differenziazioni. Ciò può spiegare, ad esempio,
espressioni paradossali come quelle del poeta persiano Abû Sa’îd Ibn Abî’l-Khayr:
«Fino a quando ogni moschea sotto il sole non cada in rovina, la santa opera
nostra non sarà terminata; e il vero Musulmano non apparirà mai, fino a quando
fede e infedeltà non saranno un’unica cosa».
Prima di trarne false interpretazioni, si potrebbe se
non altro riflettere sul fatto che proprio gli Autori di simili affermazioni
erano in realtà dediti a praticare l’Islam con un’intensità formidabile. Per contro,
l’applicazione indebita di enunciati del genere, agli inizi o lungo il cammino
della via iniziatica, è senza dubbio un modo caratteristico di eterodossia; e,
ancora più a buon mercato, l’utilizzazione di citazioni siffatte in un contesto
profano alimenta fin troppo facilmente le correnti dello pseudo-esoterismo
dilagante. E quando, da parte sua, il Collard parla di un Sufismo che esclude
l’exoterismo dell’IsIam, o di un Sufismo che «ha sempre ricevuto quelli che
erano qualificati, Musulmani o altri», dobbiamo osservare che queste
affermazioni favoriscono proprio questo genere di equivoci e di
contraffazioni. Se è vero che l’esoterismo conduce, come fine ultimo, a
realizzare ciò che è al di là di tutte le forme particolari, ed anzi al di là
di qualsiasi determinazione, occorre però avere ben presente che alla via
esoterica, alla via iniziatica, si può accedere soltanto nell’ambito di una via
tradizionale determinata[419].
A questo proposito, appunto, è giusto parlare in modo specifico di determinate
forme di esoterismo, come l’esoterismo islamico o Tasawwuf o Sufismo;
ed è allora assolutamente illusorio credere che sia possibile ricollegarsi a
un «Sufismo non musulmano», che sarebbe come dire un contraddittorio «esoterismo
islamico non islamico». Evitare di assumere una forma tradizionale significa
essere non certo al di sopra, ma al di sotto di esse[420],
nella condizione del profano, vittima dell’illusione.
Aggiungiamo che, se abbiamo ritenuto
opportuno soffermarci su questo punto, ciò è dovuto al fatto che le asserzioni
del Collard al riguardo vengono proprio a coincidere con una propaganda
abbastanza recente a favore di una pretesa «strada del Sufi» e di un «Sufismo
vertice della piramide esoterica» svincolato appunto da ogni seria base
tradizionale, anzi addirittura precursore della psicoanalisi e nuova ottima
occasione di apertura nel mondo psichico, confuso come al solito con la
spiritualità. Ecco dunque che proprio ciò che si pretende più elevato e
incondizionato è invece maggiormente illusorio e condizionante.
V
L’articolo di Pierre Collard, sia con le sue verità che
con i suoi equivoci, fornisce dunque l’occasione di riconsiderare gran parte
delle questioni che si pongono per chi abbia un’aspirazione a una realizzazione
non illusoria. Ma, a parte qualsiasi aspetto particolare, quel che ci pare
veramente importante è la chiarificazione di quella prospettiva universale e
totalizzante nella quale soltanto risiede la pienezza dell’esoterismo
autentico.
Non si tratta qui di affermare astrattamente
l’interiorità o la metafisica per negare le apparenze[421].
Una vera conoscenza deve coinvolgere tutto, deve coinvolgerci completamente, e
passa attraverso un sacrificio totale, a partire dall’attuale estrema
frammentarietà dell’apparenza del mondo e di noi stessi. A tale frammentarietà
corrisponde la complessità dei problemi e delle esigenze con cui si presenta
(almeno fino a quando la consideriamo analiticamente) la via iniziatica ed i
mezzi tradizionali corrispondenti. Ma è una complessità di esigenze impegnative
che non devono essere eluse, perché solo attraverso di esse si può sperare di
superare la dispersione individuale, o, in termini massonici, di operare in
modo efficace sulla propria «pietra greggia», e di «portare la propria croce»
in modo da procedere in una via di unificazione nella quale la molteplicità si
risolva (così come abbiamo visto che, in particolare, l’exoterismo ha
un’importanza basilare per l’iniziato proprio per risolversi nell’esoterismo).
Volgersi effettivamente a tale risoluzione, con un
orientamento incrollabile che, mentre si compie nella vita tradizionale e
conduce inesorabilmente alla morte iniziatica, implica di non poter accettare
quale fine ultimo nessuna determinazione particolare[422]:
in questi termini, forse, si può alludere al senso profondo di una “conversione”[423]
che vale davvero la pena di perseguire, una conversione consacrata all’universale
da perseguire e da rinnovare costantemente, contro la potenza illusoria e
talvolta apparentemente soverchiante che vorrebbe distogliercene.
XXVI
Che cosa vuol dire realizzazione spirituale?
I
Abbiamo parlato in varie occasioni
della distinzione tra ciò che è di ordine spirituale e ciò che è di ordine
psichico, insistendo talvolta sull’importanza di non confondere questi due
ordini diversi di esistenza, e di intendere chiaramente i rapporti tra di essi,
al fine di evitare pericoli e conseguenze anche assai gravi.
Si tratta, in effetti, di un
argomento che, se non chiarito, dà luogo ad innumerevoli equivoci.
A questo proposito, si può ricordare
anzitutto la ripartizione dell’esistenza nelle modalità spirituali, psichiche
e corporee. Questa tripartizione[424],
che si ritrova nelle dottrine tradizionali più diverse[425],
corrisponde del resto a una visione normale e a una constatazione che dovrebbe
essere abbastanza evidente: è corporeo ciò che fa parte del cosiddetto mondo
materiale, oggetto dell’esperienza dei sensi e soggetto a un determinato
insieme di condizioni come lo spazio e il tempo; è spirituale (per chi lo
sappia ancora concepire) ciò che è di ordine universale ed è, quindi, del
tutto indipendente dalle condizioni individuali; infine, tra la sfera
spirituale e quella corporea, è logico concepire un “mondo intermedio” che, pur
non essendo affatto di ordine universale, comprende tutte le modalità
particolari di esistenza soggette a condizioni limitative e a caratteristiche
diverse da quelle proprie del mondo corporeo.
Nel caso specifico
dell’individualità umana, se al mondo corporeo corrisponde ovviamente il corpo
dell’uomo, al “mondo intermedio” corrisponde propriamente la sua anima o
psiche, e appunto in virtù di tale corrispondenza, più in generale, il mondo
intermedio può essere definito per analogia come mondo psichico o animico,
oltre ad essere designato in certe scienze tradizionali come “sottile” in
contrapposizione al mondo corporeo o “grossolano”.
D’altra parte, se si può parlare in
un certo senso di mondo spirituale, mondo psichico e mondo corporeo, occorre
però tener presente che non si tratta affatto di tre entità separate, e che
esistono anzi tra di loro relazioni e rapporti causali ben definiti: «di fatto
nella realtà il mondo corporeo non può essere considerato come un tutto
sufficiente a se stesso, né come qualcosa di isolato nell’insieme della
manifestazione universale; quali che possano essere le apparenze dovute attualmente
alla “solidificazione”[426],
esso, al contrario, procede interamente dalla sfera sottile, nella quale si può
dire che abbia il suo principio immediato e per il cui tramite si ricollega,
per gradi sempre più prossimi, prima alla manifestazione informale[427]
e poi al non manifestato; se le cose non stessero in questo modo, la sua
esistenza sarebbe un’illusione pura e semplice, una sorta di fantasmagoria
dietro la quale non vi sarebbe nulla, e ciò, tutto sommato, equivale a dire che
non esisterebbe in nessun modo. In queste condizioni non può, nel mondo
corporeo, esserci cosa la cui esistenza non riposi in ultima analisi sopra
elementi di ordine sottile e, oltre questi, su un principio che può essere
detto “spirituale” senza il quale nessuna manifestazione è possibile, a qualunque
livello la si voglia pensare»[428].
Da quanto precede si può anche dedurre che le
determinazioni qualitative del corpo dell’uomo procedono dalla sua anima[429],
della quale sono un’espressione che si estrinseca compatibilmente con le condizioni
limitative e la ricettività propria del mutevole “supporto” corporeo; inoltre,
dato il rapporto esistente tra tutto il mondo corporeo e quello animico,
dovrebbe essere evidente che «non possono esistere oggetti realmente
“inanimati”»[430].
Peraltro, analogamente, si deve considerare che non può
neppure esistere alcunché di “psichico” che non sia a sua volta in qualche modo
la manifestazione di una realtà spirituale.
II
A questo punto (o basandosi su considerazioni analoghe),
si può essere tentati di ragionare nel modo seguente: se ogni manifestazione ed
esperienza, psichica o corporea, esprime in definitiva una realtà di ordine
spirituale, perché voler distinguere determinate modalità privilegiate come
provenienti da un’influenza spirituale, ad esclusione di altre? Non è forse in
fondo tutto spirituale nella sua essenza, e ciò che conta non è forse di
risalire a tale essenza appoggiandosi a qualunque tipo di esperienza, secondo
la propria propensione e senza preclusioni o “pregiudizi” di nessun genere?
Simili ragionamenti, suscettibili di risvolti pratici
tutt’altro che indifferenti, assumono talvolta una parvenza di validità in
quanto, in effetti, gli orientamenti e i campi di ricerca più diversi possono
servire, inizialmente, quali occasioni per il manifestarsi di una tendenza alla
spiritualità, o a ciò che si crede essere spirituale.
La questione diventa però ben diversamente impegnativa
se si tratta davvero di affrontare seriamente una via di realizzazione
spirituale, e basterebbe già una concezione teorica non troppo confusa di ciò
che la realizzazione spirituale significa per escludere gran parte delle pretese
e delle illusioni al riguardo.
È bensì vero che le manifestazioni di carattere psichico
e corporeo derivano in fondo interamente dallo spirituale, ed anzi non ne sono
affatto separate dal punto di vista di quest’ultimo. Però, per l’uomo che si
trova racchiuso in una corrente di manifestazione corporea e psichica, tale
manifestazione presenta un carattere potentemente separativo, del resto
indispensabile affinché le sue possibilità individuali giungano alla loro
necessaria attuazione e consumazione nell’ordine di esistenza che è loro proprio.
Il fatto di cogliere nella propria anima dei riflessi di un ordine e di una
realtà spirituale non basta certo per realizzarla, dal momento che si tratta
per definizione di un’esperienza individuale umana.
Questa considerazione è veramente
fondamentale: non è in quanto uomo che un
essere può identificare se stesso con lo spirituale, e d’altra parte
solo nel suo identificarsi ad esso si può dire che lo conosce effettivamente e
lo realizza. La realizzazione spirituale è possibile soltanto in quanto
l’essere che la persegue, «che è umano in uno dei suoi stati, è in pari
tempo altra cosa e più di un essere umano»[431].
La pretesa dell’individuo alla realizzazione spirituale e sopra-individuale
non è altro che un’assurdità. L’aspirazione alla realizzazione spirituale, nel
senso vero a cui abbiamo fatto allusione, non ha dunque niente a che vedere con un orientamento che abbia una finalità
individuale qualsiasi: ad esempio, non ha niente a che vedere con
qualsivoglia corrente “spiritualista” o “tradizionalista”, né con coloro che
comunque siano alla ricerca di una “esperienza”, mistica, o magica, o di
qualunque altro genere.
L’aspirazione alla realizzazione
spirituale ha invece il suo presupposto nella più o meno chiara consapevolezza
che la propria individualità umana non è altro che uno degli stati dell’essere
totale; la situazione di chiusura nel mondo umano si presenta allora come una
prigione; la limitazione nel proprio ambito individuale, spezzato[432]
dagli stati sopraindividuali e dal Principio in cui ridiede in definitiva il
vero “Sé”, può apparire allora come una sorta di mutilazione paradossale; la
realizzazione spirituale non ha dunque più il senso inconsistente di una meta ambiziosa, ma piuttosto quello di un rimedio
necessario e di un’esigenza indispensabile
per rimettere “finalmente” ogni cosa al suo posto.
Pensiamo che René Guénon si
riferisse appunto ad esseri capaci di intendere tale esigenza e di aspirare
alla realizzazione spirituale quando si esprimeva in questi termini: «Coloro
che hanno possibilità intellettuali abbastanza estese … sono abbastanza
equilibrati da avere, quasi istintivamente, la sicurezza che non correranno
mai il rischio di cedere a nessuna vertigine mentale; bisogna pur dire che
tale sicurezza non è pienamente giustificata finché non abbiano raggiunto un
certo grado di sviluppo effettivo, ma il solo fatto di possederla, senza neppure
rendersene conto molto chiaramente, dà già loro un notevole vantaggio. Non
intendiamo parlar qui di coloro che hanno una fiducia più o meno eccessiva in
se stessi; in realtà, le persone di cui parliamo, anche se non lo sanno
ancora, ripongono la loro fiducia in qualcosa di più alto della loro
individualità, poiché in qualche modo presentono quegli stati superiori la cui
conquista totale e definitiva può essere ottenuta mediante la conoscenza
metafisica pura»[433].
Aggiungiamo che è precisamente
soltanto a chi è capace di avere tale “presentimento” e tale aspirazione alla
conoscenza metafisica pura (la quale, realizzandosi, fa tutt’uno con la
realizzazione spirituale) che René Guénon consacrò tutta la sua opera, e tutto
quanto qui scriviamo non può avere per noi altro valore e altro intento che quello
di costituirne in qualche modo, e senza dubbio molto imperfettamente, un
prolungamento[434].
III
Dopo i chiarimenti che abbiamo
cercato di dare sul significato della realizzazione spirituale, notiamo che i
casi di aspirazione autentica ad essa, e di una qualificazione intellettuale
del tutto preliminare per perseguirla, appaiono ancora assai più rari di quanto
potrebbe sembrare fermandosi ad un punto di vista più superficiale. Peraltro,
come è indicato nel brano sopra citato, anche in quei casi rari ed eccezionali
il senso di sicurezza non è del tutto giustificato, almeno fino a quando non
sia stato raggiunto un certo grado di sviluppo effettivo.
Il fatto è che anche chi abbia in sé la certezza dovuta
a ciò che Guénon chiama presentimento degli “stati superiori”[435]
si appoggia, almeno inizialmente e in quanto individuo umano, a dei riflessi
di natura mentale e, più in generale,
psichica, con tutte le connessioni e i coinvolgimenti individuali che
vi si ricollegano. Tali contenuti mentali e psichici, qualunque essi siano, e
proprio in quanto riflessi dello spirituale, hanno pur sempre un carattere
necessariamente relativo e propriamente ambiguo: sono validi per ciò che di
superiore traducono, illusori però per le condizioni limitative in cui si
manifestano. Anzi, se un’adeguata chiarezza intellettuale fa difetto[436],
proprio quei contenuti psichici (in particolare razionali e immaginativi) che
possono attrarre per il riflettersi in essi di una realtà superiore, appunto in
virtù di tale forza di attrazione sono anche suscettibili di multiformi
sviluppi illusori, soprattutto nella nostra epoca, combinandosi con la duplice
rete quasi inestricabile dell’autoaffermazione individuale, e della confusione
insinuante di un ambiente ormai condotto verso la sovversione.
Chi ha qualche esperienza del mondo in cui viviamo non
dovrebbe avere difficoltà a ricordare innumerevoli esempi che, in direzioni diverse,
illustrano quanto abbiamo indicato. Non c’è dubbio che, se fosse possibile una
storia dei tentativi recenti di operare nel senso della realizzazione
spirituale, si tratterebbe molto spesso di una storia di tentativi deviati e
falliti[437],
quando non si tratti addirittura di correnti ormai attivamente al servizio
delle forze che illusoriamente si oppongono alla spiritualità e si preparano
ad affermare il loro effimero dominio apparente sul nostro mondo.
In queste condizioni, è certamente
più che mai importante evitare di accontentarsi di tutto ciò che, a qualsiasi
livello, rappresenta soltanto dei riflessi ambigui di verità, e, anche quando
si siano trovati degli appoggi e degli strumenti validi, occorre tendere
instancabilmente all’essenziale non suscettibile di falsificazione né di
deviazione perché di ordine universale e inattaccabile dalle contingenze[438].
Per chi nonostante tutto aspiri a percorrere una via che lo conduca alla
realizzazione spirituale, sarà dunque necessaria una chiarezza mentale che mantenga
aperto l’orientamento verso l’intellettualità sopraindividuale di cui essa è il
riflesso, sarà indispensabile una vigilanza costante nei riguardi di se stessi
come nei riguardi dell’interferenza di confusioni di qualsiasi genere, mentre,
per contro, occorrerà un’applicazione rigorosa delle condizioni e delle
tecniche riguardanti l’intervento delle influenze spirituali[439].
Soprattutto, sarà richiesto di attuare (anche se gradualmente e con un punto
di partenza estremamente periferico[440])
l’impegno e il sacrificio più sincero e più totale della propria individualità[441]
nei riguardi del suo Principio e di ciò che lo rappresenta.
Queste considerazioni sono senza
dubbio ancora molto generiche, ma speriamo possano essere intese almeno da
qualcuno per il loro vero significato, che è tutt’altro che una vana
astrazione, cosi come speriamo di aver modo di trarne più precise
applicazioni. Del resto, in ogni caso, tutto dipende da quell’assentimento
essenziale alla verità metafisica e alla presenza spirituale che è
incomunicabile e che, per chi lo riconosce dentro di sé, è immediato nella sua
evidenza. E questo assentimento, che scaturisce dall’intuizione di quel
Principio unico in cui risiede la realtà profonda di tutti gli esseri e che è
il Sé universale, rappresenta anche un inesprimibile e formidabile strumento di
unione fra tutti coloro che vi partecipano[442].
XXVII
Autolimitazioni
Vi è una constatazione sulla quale
può essere utile riflettere: nei casi piuttosto rari di persone che esprimono
un’aspirazione alla realizzazione spirituale (nel senso sopra-individuale che
cercammo di indicare recentemente[443]),
tale aspirazione si accompagna di solito assai strettamente ad attitudini e
mentalità che ne neutralizzano più o meno completamente la portata e le
possibilità di sviluppo, per lo meno fino a quando si giunga a una loro
rettificazione, certo non sempre facile.
Questo genere di difficoltà è, in un certo senso,
naturale, in quanto l’individualità tende per propria natura a conservarsi e a
mantenere le proprie strutture, con una sorta di istinto di autodifesa contro
la possibilità di aprirsi a quella “morte iniziatica” che è precisamente il
presupposto della realizzazione sopra-individuale. Vi sono avvertimenti
tradizionali assai noti che assumono il loro pieno significato a questo
riguardo[444]. È
però bene notare come la contraddizione da risolvere tra l’aspirazione
sopra-individuale e le resistenze individuali si trovi accentuata all’estremo
in un mondo come il nostro, ormai da diversi secoli progressivamente
predisposto ad una mentalità profana dapprima sempre più chiusa nei ristretti
orizzonti della “vita ordinaria”, e poi aprentesi a dilatazioni psichiche
subumane.
Occorre dunque essere coscienti che, ad esempio, una
partecipazione anche sincera ed entusiasta, dovuta alla “scoperta” di
enunciazioni tradizionali dell’ordine più profondo, non è affatto sufficiente,
di per sé, a produrre un cambiamento adeguato di atteggiamento e di mentalità.
In particolare, a motivo del punto di vista esasperatamente individualista che
è di fatto una caratteristica degli Occidentali moderni, è fin troppo facile
che la realizzazione spirituale cui si vorrebbe tendere venga immaginata pur
sempre come un’affermazione o un conseguimento da ottenere per la propria
individualità. E non pensiamo qui a ideologie palesemente aberranti (come
quelle che fanno espressamente riferimento a un assurdo “individuo assoluto”);
ma a forme assai più sottili e mascherate di individualismo, il quale, a
dispetto delle enunciazioni teoriche, tende per così dire ad impadronirsi dei
contenuti dottrinali per volgerli a proprio vantaggio.
Già notammo altrove[445],
ad esempio, come la considerazione della propria comprensione ed aspirazione
(vera o immaginaria) possa alimentare la presunzione e le pretese, anziché far
intendere veramente la radicale “povertà” e “indigenza” di ogni essere umano
individuale nei riguardi dell’influenza spirituale: “povertà” che è per contro
indispensabile cominciare a realizzare fin dai primi passi se ci si deve
avviare verso la “Porta stretta” che sola dà accesso alla spiritualità
autentica. A questo proposito, non si dovrebbe ignorare che i rapporti tra gli
esseri sono regolati secondo azioni e reazioni concordanti tecnicamente ben
definite, e che in particolare, indipendentemente dalle intuizioni superficialmente
espresse, un’attitudine “profana” esclude la possibilità di un rapporto
effettivo e proficuo con ciò che è di ordine sacro. Si potrebbe applicare a
questo proposito quanto René Guénon affermava, sotto un aspetto più generale,
parlando della “solidificazione del mondo”: «le reazioni generali
dell’ambiente cosmico stesso cambiano effettivamente a seconda
dell’atteggiamento che l’uomo assume nei suoi confronti. Si può veramente
affermare che certi aspetti della realtà si nascondono per chiunque li
consideri da profano …; non si tratta soltanto di un modo di dire più o
meno “figurato”, come certuni potrebbero essere tentati di credere, ma
dell’espressione pura e semplice di un fatto, così come gli animali fuggono
spontaneamente di fronte a chi mostra loro un atteggiamento ostile … Beninteso,
non è che certe cose abbiano minimamente cessato di esistere … ma esse si
“trincerano” veramente fuori del campo che è alla portata dell’esperienza degli
studiosi profani, evitando di penetrare in esso in qualsiasi modo che possa
far sospettare la loro azione o la loro stessa esistenza, cosi come … il
deposito delle conoscenze tradizionali sfugge e si rinchiude sempre più
strettamente di fronte all’invadenza della mentalità moderna»[446].
Si noti che tale chiusura si verifica in fondo di fronte
a qualsiasi atteggiamento individualista il
quale, se sul piano delle apparenze comporta un’affermazione
individuale, implica in realtà, per chi ne è affetto, una vera e propria “autolimitazione”
in contraddizione[447]
con l’aspirazione alla spiritualità.
In fondo, già una corretta comprensione teorica conduce
invece a concepire la propria individualità semplicemente come uno «strumento
dell’essere vero» e, se possibile, come un «supporto della realizzazione
iniziatica»[448].
Certo, ciò non significa che la comprensione teorica annulli i propri
attaccamenti individuali; consente però di vederli da un punto di vista del
tutto diverso da quello dell’individualismo profano, situandoli al loro livello
relativo di fenomeni, anche se si tratti di fenomeni che inevitabilmente ci
toccano e su cui vi può essere molto da operare per superarne gradualmente i
condizionamenti e per trarne anzi alcunché di valido in funzione della via di
realizzazione.
***
A questo punto, per evitare che il nostro discorso
rimanga troppo parziale, è necessario osservare che quanto abbiamo detto della
radicale relatività dei contenuti individuali dovrebbe applicarsi non solo
alle tendenze “individualistiche” all’affermazione dell’io, ma in fondo a
qualunque determinazione contingente e limitativa in cui possiamo tendere a
racchiudere e identificare il nostro essere. In altre parole, l’assentimento
(sia pure inizialmente teorico) alla realtà assoluta del Sé dovrebbe trovare
applicazione nel prendere coscienza della relatività di ogni altra cosa, reale
nel suo ordine ma ambigua in quanto potenziale barriera sulla via della
realizzazione conoscitiva. Sotto questo aspetto dell’ambiguità di ogni
determinazione limitativa, non vi è certo differenza tra egoismo e altruismo,
tra disordine e ordine, tra modi di essere antitradizionali e forme
tradizionali: si potrebbe dire che tanto il “miscredente” quanto il “tradizionalista”
sono dei profani rispetto a quell’assentimento alla realtà assoluta del Sé di
cui abbiamo parlato[449];
anche se il passare dall’egoismo all’altruismo, dal disordine all’ordine,
dall’orientamento antitradizionale a una partecipazione vissuta a forme
tradizionali, pur riconosciute nella loro relatività, ha un’importanza decisiva
per procedere nell’arduo cammino della rimozione delle barriere che si
frappongono alla conoscenza effettiva del Sé.
La volontà profonda di rimuovere radicalmente quelle
barriere, volontà fondata su di un assentimento inalienabile del proprio
essere[450],
costituisce già di per sé un principio “operativo” incomparabilmente superiore
al “destino”[451] e
alle vicissitudini individuali, anche se soltanto attraverso di queste, e con
il concretamento di mezzi appropriati, la realizzazione si presenta come
possibile in modo effettivo, o (per esprimerci in certo modo meno
impropriamente dove l’espressione è pur sempre inadeguata) si realizza
effettivamente l’eliminazione degli ostacoli e la spogliazione dell’illusione.
***
È importante notare che il punto di vista al quale
abbiamo cercato di riferirci, da un lato presuppone necessariamente un
assentimento fondamentale alla realtà incondizionata del Sé[452],
e dall’altro lato può essere immediatamente operante, conducendo ad affrontare
i propri condizionamenti ed influendo intimamente su di essi. Osserviamo pure
che ciò vale anche prima di aver avuto eventualmente accesso ad un’iniziazione;
ed è questa una precisazione che ci sembra necessaria per coloro che si
immaginano che un “lavoro” efficace sia destinato ad avvenire come per incanto
solo dopo il rito di iniziazione, quasi che prima di esso non si potesse far
altro che attendere, mentre in realtà il lavoro e il travaglio che lo precede è
spesso assai impegnativo ed importante, anche se soltanto in seguito se ne
troveranno i frutti.
Già un iniziale riconoscimento delle proprie “autolimitazioni”,
cominciando a constatarle per quello che sono e senza lasciarsi ingannare da
false trasposizioni, rappresenta un primo passo che può essere assai rilevante:
ad esempio, accorgendosi di proprie presunzioni o scoraggiamenti, e rendendosi
conto di come siano fuori luogo nei riguardi della propria ricerca. Nello
stesso tempo, si dovrebbe intendere quanto sia relativa e provvisoria anche la
propria capacità di discernimento e, in particolare, quanto sia dannoso cristallizzarsi
in una propria concezione di se stessi e dei propri limiti individuali, tanto
più che la conseguente rassegnazione ad essi è in fondo proprio uno dei mezzi
dell’individualità per difendersi contro il sacrificio iniziatico. Si può dire
che, sul piano relativo della propria individualità, occorrerebbe riconoscere
le proprie limitate possibilità individuali e usufruirne semplicemente a mano a
mano che si manifestano, ma con una costante attenzione per impegnarle in
funzione della via da percorrere, ben sapendo che la loro maturazione è
imprevedibile.
Tale questione delle proprie possibilità individuali
diventa talvolta un falso problema ed uno scoglio considerevole. A certuni che,
con una precipitazione tipicamente occidentale, vorrebbero conoscere in
anticipo i propri limiti e i propri difetti, si potrebbe dire che, in concreto,
sarebbero poco utili indicazioni esteriori e mal comprensibili al riguardo,
mentre sarà già sufficientemente gravoso e difficile, e magari umanamente
orribile, incontrare le proprie limitazioni a mano a mano che si manifesteranno
e che si sarà in grado di vederle. Ma, d’altra parte, proprio in virtù del
punto di vista e del lavoro iniziatico non vi è nulla di assolutamente
negativo; lo sviluppo e la consumazione delle illusioni possono essere
utilizzati per condurre a realtà di ordine più profondo; i difetti stessi si
possono trasmutare in qualità in quanto i loro contenuti siano rimessi al loro
posto e ricondotti al loro principio, ed è proprio dell’influenza spirituale di
esercitare questo potere di trasmutazione al momento dovuto. Quanto a coloro
che si preoccupano di definire le proprie qualificazioni iniziatiche tentando
di misurarle, si può dire che non sta affatto al candidato (o presunto tale) di
determinare le proprie qualificazioni, essendo piuttosto suo compito quello di
operare la propria ricerca in conformità alla sua aspirazione, bussando alle
porte che vi corrispondono ed anche accertandone molto attentamente la natura e
le risposte ottenibili, con tutto il discernimento ricavabile dalla sua
comprensione.
***
Dopo questi accenni esemplificativi ad “autolimitazioni”
di natura prevalentemente psicologica, pensiamo di dover accennare a un pericolo
diverso, nel quale è facile incorrere soprattutto nella delicata fase di
ricerca iniziale. Ci riferiamo ai casi in cui si agisce fissando praticamente
delle determinazioni che incideranno in modo rilevante sulla propria vita e
sulle proprie possibilità future, senza possedere ancora un criterio per farlo
– come si dovrebbe – in funzione della via di realizzazione da perseguire.
Certo, non si tratterà mai di determinazioni accidentali, e sempre
corrisponderanno all’attuazione delle proprie possibilità individuali; ciò non
toglie, però, che sarebbe consigliabile la massima prudenza nel predisporre
legami che potrebbero poi essere degli ostacoli sulla strada da percorrere (e
si può pensare qui, ad esempio, ai condizionamenti dovuti a determinate
attività, a situazioni geografiche, o a vincoli familiari). Ed un rischio di
autolimitazione può essere dovuto proprio a capacità individuali particolari,
allorché si sia indotti a svilupparle al massimo nelle direzioni che consentono
l’ottenimento dei migliori risultati e soddisfazioni esteriori, senza accorgersi
di quali altri ordini di possibilità, forse assai più veramente importanti per
la propria realizzazione, ne rimangono indirettamente escluse. Persino la
partecipazione e l’entusiasmo per i contenuti tradizionali possono essere
l’occasione per distogliere da qualcosa di molto più essenziale: ad esempio,
cercando soddisfazione in manifestazioni d’arte legate a determinate forme
tradizionali, od anche scrivendo su argomenti attinenti a dottrine tradizionali
per iniziativa individuale e senza la base di un’autorità valida; talché in un
ambiente come quello attuale sarà molto probabile che, a dispetto delle buone
intenzioni, qualsiasi cosa finisca con l’essere utilizzata per scopi assai
diversi od anche opposti a quelli ingenuamente immaginati.
Del resto, la stessa partecipazione ad organizzazioni
tradizionali valide può rappresentare, ai fini della ricerca di una via di
realizzazione spirituale, un aspetto limitativo e condizionante, ed anche a
questo proposito appare dunque opportuna la massima attenzione per evitare
determinazioni affrettate. Ad esempio, già in altra occasione[453]
parlammo della delicata questione della pratica della religione cattolica. Ed
un altro caso non meno delicato è quello di coloro che aderiscono ad una forma
tradizionale orientale, quale l’exoterismo islamico, pensando che ciò
rappresenti comunque un passo avanti verso una via iniziatica, senza
considerare che a seconda delle specifiche modalità di tale adesione possono
entrare in gioco anche fattori contrari al successivo concretarsi della loro
ricerca, o contrari, in particolare, alla partecipazione ad una via nel senso
indicato da René Guénon e di cui la sua opera è una testimonianza.
Intervengono, a questo riguardo, elementi assai complessi che richiederebbero
senza dubbio una cautela della cui necessità può essere peraltro difficile
rendersi conto osservando le cose dall’esterno, ed essendo talvolta
condizionati anche da comprensibili motivi sentimentali.
***
Queste nostre considerazioni,
inevitabilmente tutt’altro che esaurienti, non hanno altro intento che quello
di fornire eventuali spunti di riflessione, ed è tutto ciò che ci è possibile
su questo argomento.
Si sarà compreso che quanto andiamo
scrivendo riguarda esclusivamente chi aderisca o chi aderirà alla dottrina
metafisica integrale, nella quale soltanto risiede la ragion d’essere della
ricerca di cui abbiamo parlato. Per chi si fondi su tale premessa, pensiamo
sia necessario insistere fermamente sull’importanza decisiva del combattimento
contro le proprie “autolimitazioni”; un combattimento che, d’altra parte, si
può correttamente affrontare e risolvere soltanto se già si conosce che, in un
senso più profondo e più vero, non c’è nulla che si opponga alla realtà, nulla
da realizzare, nulla che non sia già.
Indice
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I. II. III. IV. V. VI. VII. VIII. IX. X. XI. XII. XIII. XIV. XV. XVI. XVII. XVIII. XIX. XX. XXI. |
Conoscenza tradizionale e scienza
moderna [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 1, 1961] Una parodia dell’iniziazione:
l’antroposofia presentata da un orientalista [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 2, 1962] Il primo lavoro da compiere [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 3, 1962] Dottrine vere e uomini finti [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 5, 1962] Metafisica e “tradizionalismo” [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 6, 1963] Per chi scriviamo [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 9, 1963] Presupposti per un orientamento
operativo [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 11, 1964] Questioni pratiche [Rivista
di Studi Tradizionali, nn. 13, 1964; 15, 1965] Insegnamento tradizionale e ignavia
intellettuale [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 16, 1965] L’evidenza e la via [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 19, 1966] Dottrina e autorità tradizionali [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 20-21, 1966] La tradizione e noi stessi [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 22, 1967] Cambiare mentalità [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 30, 1969] Un’opera insostituibile e una lotta da
proseguire [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 34, 1971] Misurare René Guénon? [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 36, 1972] “La dottrina del risveglio” di J.
Evola [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 4, 1962] Julius Evola, o il rinoceronte
sull’asfalto [Rivista
di Studi Tradizionali, nn. 8, 9, 1963] La “Storia della Massoneria” di A. C.
Ambesi [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 35, 1971] Esoterismo, divagazioni e aberrazioni [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 36, 1972] Epidemia di occultismo [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 37, 1972] Shankara e il Vêdânta [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 40, 1974] |
1 7 19 28 31 36 41 47 60 68 78 86 95 104 112 118 126 149 157 171 177 |
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XXII. XXIII. XXIV. XXV. XXVI. XXVII. |
Considerazioni
a proposito di un nuovo libro sull’Islam [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 41, 1974] Importanza della volontà [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 44, 1976] Trappole dei tradizionalismi [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 46, 1977] Convertirsi a che cosa? [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 47, 1977] Che cosa vuol dire realizzazione
spirituale? [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 48, 1978] Autolimitazioni [Rivista
di Studi Tradizionali, n. 49, 1978] |
184 188 195 201 212 220 |
|
|
Opere di René Guénon
pubblicate nella collana
bilingue “L’Anello d’Oro”
|
|
1.
Studi sulla Massoneria e il Compagnonaggio. I. Articoli II. Recensioni 2.
Considerazioni sull’Iniziazione 3.
Iniziazione e Realizzazione spirituale 4.
La Grande Triade 5.
La Crisi del Mondo moderno 6.
Considerazioni
sull’Esoterismo cristiano San Bernardo La Metafisica orientale 7.
L’Uomo e il suo divenire
secondo il Vêdânta 8.
L’Errore spiritistico 9.
Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi |
Opere
pubblicate nella collana “L’Eredità
Massonica”
|
|
1.
Catechismi Massonici (1696-1750) 2.
“Yorkshire” Old Charges (1600-1810) 3.
Ahiman Rezon (1756) 4.
Rituali Francesi (1740-1825) 5.
Divulgazioni Francesi (1736-1748) 6.
Divulgazioni Inglesi (1754-1766) 7.
Antichi Doveri della Massoneria operativa
(623-1599) |
Stampato a Milano il 21 settembre 2021
[1] Traduzione italiana di A. Verson in Discussione sulla fisica
moderna, Ed. Einaudi, 1959, pagg. 35-36.
[2] Per una più ampia esposizione a
questo riguardo, vedi R. Guénon, Le Règne de la Quantité et
les Signes des Temps, Éditions Gallimard, Paris, 1945.
[3] È appena il caso di osservare che le “ipotesi di lavoro” degli
scienziati non rappresentano affatto una via di uscita dalla alternativa di cui
parliamo, limitandosi a rinviarne indefinitamente la soluzione.
[4] E parliamo qui semplicemente dei riflessi deplorevoli sulla mentalità
generale, senza considerare l’aspetto piuttosto inquietante insito
nell’euforia di provocare conseguenze sempre più vaste nella natura che non si
conosce, sulla sola base di effetti già conosciuti, la quale potrebbe rivelarsi
domani assai più fragile del previsto; tutto
questo assomiglia davvero ad un gioco infantile estremamente
pericoloso.
[5] [Paradiso, XXXIII, 85-90.]
[6] Ed. Sansoni, 1959.
[7] Pag. 15.
[8] Pag. 148.
[9] Pag. 145.
[10] È appena il caso di notare che il termine “metafisico” può essere
riferito in modo legittimo e normale
soltanto a ciò che è veramente al di là della “physis”, cioè al dominio
dei principi immutabili.
[11] Pag. 36.
[12] Pag. 73.
[13] Pag. 108.
[14] Pag. 246.
[15] Pag. 263.
[16] Pag. 108. È facile vedere qui, come pure nelle affermazioni citate in
precedenza, l’influenza di sistemi filosofici recenti, da quelli del
romanticismo tedesco all’“intuizionismo” bergosiano ed all’“idealismo attuale”
di Giovanni Gentile. L’autore si riferisce anzi esplicitamente a quest’ultima
filosofia, sulla base della quale costituisce il suo sofisma del «pensiero
libero dai sensi», corrispondente al «pensiero pesante» che la filosofia
«attualista» contrappone al «pensiero pensato». È curioso notare l’insistenza
con la quale l’autore ritorna su questo punto; eppure è evidente che una
concezione del genere, utilizzata per giungere poi a presentare e a
giustificare l’“antroposofia”, non si riferisce che a qualcosa di puramente
individuale e “profano”; d’altra parte, anche da questo esempio si vede che,
più o meno inconsapevolmente, gli stessi sistemi filosofici moderni obbediscono
in fondo alle medesime “direttive” il cui scopo è l’edificazione del mondo
antitradizionale. Pure l’utilizzazione ingannevole dell’idea di libertà,
abusivamente alterata, è un elemento che, in forme diverse, si ritrova in
innumerevoli correnti che obbediscono più o meno direttamente allo Stesso
impulso. E occorre davvero un rovesciamento completo per vedere in ciò
l’«impulso del Cristo»!
[17] Pag. 86. Questo ci fa ricordare la
“scoperta” dello psicanalista C. G. Jung che, come abbiamo già accennato in un’altra occasione, ha creduto di trovare
i segreti di antiche iniziazioni sulla base di un caso di schizofrenia
da lui studiato.
[18] Pag. 86.
[19] Pag. 116.
[20] Pag. 141.
[21] Pag. 252.
[22] Pag. 270.
[23] Pag. 204.
[24] Pag. 192.
[25] Pag. 193.
[26] Cfr. Rudolf Steiner, L’Evangelo di Luca.
[27] Egli è il direttore responsabile di East and West, la rivista
ufficiale dell’Istituto Italiano per il Medio e l’Estremo Oriente (di essa
abbiamo già avuto occasione di parlare nel primo numero di questa rivista).
Evidentemente tale circostanza non è valsa a consigliare allo Scaligero una
maggiore prudenza, e saremmo curiosi di sapere fino a che punto i suoi colleghi
considerano ammissibili le sue inquietanti prese di posizione.
[28] Pag. 171.
[29] Pag. 142. In un altro passo l’autore non esita a proclamare che
«mistiche», «metodi yoghici», «echeggiamenti di dottrine taoistiche o di
insegnamenti dello Zen» possono rappresentare un «materiale utile» soltanto
per chi già conosca la tecnica del disincantamento da lui suggerita (pag.
173).
[30] Pag. 12.
[31] Pag. 40. Quanto al termine “solare”, si tratta di un simbolismo che
pare essere particolarmente caro a diverse correnti pseudo-iniziatiche, che lo
usano spesso e certo non sempre in modo
appropriato. In questo caso, con riferimento all’inizio del ciclo terrestre, un simbolismo “polare” sarebbe più
adatto, e del resto corrisponderebbe
anche alla situazione geografica della “tradizione iperborea”.
[32] Pag. 118.
[33] Pag. 57.
[34] Pag. 95. Al contrario, ciò che è chiaramente previsto dalle dottrine
tradizionali è che, prima della fine del ciclo della presente umanità, proprio
le influenze spirituali e trascendenti da cui la tradizione trae il suo
carattere imperituro permettano lo scatenarsi delle potenze dell’illusione,
che esauriranno così le loro possibilità con la realizzazione stessa del loro
dominio effimero e puramente apparente. A ciò si riferiscono in particolare le
predizioni riguardanti l’“Anticristo”, noto anche in Oriente come
l’“impostore” (dajjâl), il quale certamente ha già innumerevoli
precursori. E le dottrine tradizionali concordano pure nell’affermazione che,
al di là della “grande parodia” dell’Anticristo, l’ordine tradizionale si
rimanifesterà su tutti i piani.
[35] Pag. 55.
[36] Pag. 214.
[37] Pag. 75.
[38] Pag. 206.
[39] Pag. 185. Una volta di più, l’aggiunta della parola “mistico” serve ad ottenere
la massima confusione possibile.
[40] Pagg. 225-226.
[41] Pag. 72.
[42] Pag. 161.
[43] Pagg. 194-195.
[44] Pagg. 128-130.
[45] Del resto, non si tratta di una novità per lo Scaligero: ricordiamo in
particolare che nella rivista Costume (Aprile 1959, pag. 35) egli ebbe
l’audacia di riportare quasi per intero come sue delle frasi del cap. XXVII del
Règne de la Quantité et les Signes des Temps [cit.] di R. Guénon,
utilizzandole ugualmente in un senso ben diverso dalle intenzioni dell’autore.
[46] Pag. 205.
[47] Pagg. 207-208.
[48] Pag. 195. È difficile pensare che, scrivendo questa frase piuttosto
sibillina, lo Scaligero non abbia pensato alla scomparsa di René Guénon.
[49] I. Conoscenza tradizionale e scienza moderna, pagg. 5-6 del
presente volume.
[50] Chhândogya Upanishad, 3o Prapâthaka, 14o
Khanda, Shruti 3.
[51] Cfr. T’ai-Chin-Hua Tsung Chih (“Il Mistero del Fiore d’Oro”), cap.
I. Possiamo citare ancora questa frase simbolica del “Libro del Castello Giallo”:
«Nel compartimento grande un pollice della casa grande un piede si può organizzare
la vita».
[52] Cfr. Hehaka Sapa, Les Rites Secrets des Indiens Sioux, pag. 14,
dove è pure riportata questa frase significativa: «L’uomo che, in questa
maniera, è puro, contiene l’Universo nella cavità del suo cuore (Chante
Ognaka)», da avvicinare al detto dell’esoterismo islamico che citeremo tra
poco.
[53] Cfr. P. Vulliaud, La Kabbale juive, tomo I, pagg. 215-217 e
pagg. 405-406. Questo simbolismo è
naturalmente applicabile sia al “macrocosmo” che al “microcosmo”, e cioè sia al mondo nel suo insieme che
a ciascun essere. «Secondo la Kabbala, la Shekinah o la “Presenza
divina”, che è identica alla “Luce del Messia”, abita (shakan) sia nel
Tabernacolo, chiamato perciò mishkan, sia nel cuore dei fedeli; e vi è
un legame molto stretto tra questa dottrina e il significato del nome Emmanuel,
applicato al Messia e interpretato come “Dio in noi”» (René Guénon, Le grain
de sénevé, Études Traditionnelles, 1949, pag. 27).
[54] S. Matteo, XIII, 31 e S. Luca, XIII, 19.
[55] Hadîth qudsî, attribuito al Profeta, in cui Allâh si esprime in
prima persona.
[56] Naturalmente, queste affermazioni possono trovare applicazione ed
essere considerate più particolarmente a livelli diversi, il che non toglie
l’identità di fondo, che si può sempre ritrovare restituendo ai simboli il loro
pieno significato metafisico.
[57] Citiamo due esempi tipici: i Veda e il Corano, considerati come espressioni
di modi di conoscenza inferiori rispetto a testi successivi delle rispettive tradizioni.
Occorre davvero non aver capito nulla dello spirito tradizionale per non
rendersi conto minimamente dell’enormità di questo genere di interpretazioni,
che tuttavia sono così generalmente accettate in Occidente!
[58] Dobbiamo pure accennare, almeno di
sfuggita, all’altra assimilazione, completamente abusiva e ingannevole, che
identifica varie dottrine orientali al misticismo.
[59] Ci riferiamo al viaggio compiuto nel XIV secolo, secondo la tradizione
rosacrociana, da colui che viene chiamato simbolicamente Christian Rosenkreuz.
Effettivamente, si può pensare che i Rosacroce servirono a mantenere per un certo
tempo il legame dell’Occidente, la cui tradizione era rimasta incompleta, con
la conoscenza tradizionale integrale sempre presente in Oriente. Ricordiamo
però che, secondo varie fonti concordanti, i veri Rosacroce lasciarono l’Europa
poco dopo la guerra dei trent’anni (XVII secolo), e del resto tutte le pretese
organizzazioni “rosacrociane” che esistono oggi in Europa e in America, talora
di recentissima formazione, non hanno alcun collegamento effettivo con la tradizione autentica che portava lo stesso
nome (cfr. le opere di R. Guénon: Le Roi du Monde, Éditions
Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII; Aperçus sur l’Esotérisme chrétien,
[Éditions Traditionnelles, Paris, 1954;
cfr. Considerazioni sull’Esoterismo cristiano, A. C. Pardes,
Milano, 2021, cap. III, pag. 27]; Le Règne de la Quantité et les Signes des
Temps [cit.], cap. XXXVI).
[60] Questa penetrazione della cultura profana occidentale rende ora possibile
l’esistenza di Orientali d’origine “occidentalizzati” in parte, i quali
espongono delle dottrine tradizionali,
spesso in lingua inglese, con deformazioni che in qualche caso sono assai meno
sensibili di quelle abituali degli orientalisti. Ciò rende talvolta più complessa la situazione attuale, ma
comunque basta dire al riguardo che certamente costoro (e, a maggior
ragione, i loro seguaci) non sono affatto i detentori dell’autorità tradizionale
a cui ci si potrebbe utilmente rivolgere.
[61] René Guénon, Orient
et Occident, [Éditions Véga, Paris, 1948], pag. 135.
[62] Evidentemente, è questo il punto capitale, e senza dubbio non è sempre
facile stabilirlo.
[63] Vedi III. Il primo lavoro da compiere, nel presente volume.
[64] Ci riferiamo qui in particolare ad enunciazioni del Vêdânta, del
Taoismo, del Buddismo Zen e dell’esoterismo islamico, diventate più note in
Occidente in questi ultimi tempi.
[65] IV. Dottrine vere e uomini finti, nel presente volume.
[66] Ci limitiamo qui a questi brevissimi accenni alla metafisica
tradizionale, che verranno intesi da chi già conosca ciò a cui alludiamo e che
potranno servire come riferimento a chi intendesse approfondire l’argomento.
Naturalmente, non possiamo pensare di riesporre qui la dottrina metafisica
tradizionale, la cui comprensione teorica adeguata è possibile solo attraverso
un impegnativo e non affrettato lavoro di studio e di meditazione. Del modo di
perseguire una tale ricerca teorica nelle attuali condizioni abbiamo già
parlato in un precedente articolo (III. Il primo lavoro da compiere, nel
presente volume).
[67] L’adesione alla metafisica
tradizionale comporta naturalmente
l’attitudine meno esclusiva possibile nei riguardi di tutto ciò che è
tradizionale, ed a questa attitudine abbiamo tempre inteso conformarci. Questo
basta a dimostrare l’inconsistenza della critica che ci è stata rivolta, di
limitare «in maniera notevolissima» «la molteplicità dei comportamenti secondo
le vocazioni che ogni tradizione suggerisce per tenersi in ordine con una direzione
verso l’alto». Ed è piuttosto singolare che questa accusa di esclusivismo ci sia
venuta proprio da chi, nella pagina successiva, pretende che «l’utilizzazione
degli insegnamenti tradizionali» sia feconda
soltanto se racchiusa nella «misura»
di una certa forma religiosa (vedi L’Alfiere, dicembre 1962, pagg. 15-16).
Teniamo d’altra parte ad osservare che nella
prima parte della recensione di cui parliamo, scritta da Silvio Vitale, l’autore ha cercato di esporre
fedelmente i concetti espressi nei primi tre numeri di questa rivista senza
travisarli, del che gli siamo grati. Sembrerebbe che la sua critica nei nostri
riguardi sia stata determinata anche da una nostra presunta negazione della
validità di un lavoro di critica storica svolto dal punto di vista tradizionale.
Precisiamo dunque, con l’occasione, che riteniamo invece che anche le ricerche
specifiche in campo storico, volte a raddrizzare le falsificazioni
antitradizionali ed a comprendere il senso di elementi tradizionali del passato,
possano condurre senza dubbio ad utili riflessioni, ma ciò non toglie affatto
che sia preminente anzitutto la ricerca di quelle “chiavi della conoscenza”,
se così si può dire, le quali soltanto rendono veramente sicura anche
l’interpretazione della storia.
[68] Ritorniamo su questo punto, con considerazioni di carattere più
specifico, nella terza parte dell’articolo La
situazione spirituale dell’Occidente (cfr. G. Ponte, La situazione spirituale
dell’Occidente, Harmonia Mundi, Torino, 2019).
[69] È davvero sorprendente che qualcuno abbia creduto di giustificare
questa preminenza della preoccupazione sociale considerando che ciò che è più
interiore e centrale è certo sempre presente, data la sua stessa natura
perenne, talché il lavoro da compiere dovrebbe riguardare proprio l’esteriore.
Ma come si può pensare di compiere un’azione esteriore valida in senso
tradizionale senza preoccuparsi di realizzare prima concretamente il legame con
quel Centro perenne, dal quale soltanto, del resto, potrà venire poi,
eventualmente, una direttiva ai fini di qualsiasi opera esteriore
autenticamente tradizionale? Né vale qualificarsi ad esempio con riferimenti,
ahimè, oggi soltanto letterari e retorici, ai Cavalieri del Graal, dato che non
si tratta affatto di ricollegarsi a centri spirituali e a forme iniziatiche in
modo soltanto “ideale”!
[70] Questo corrisponde alla vera “immortalità” della quale parlano le
dottrine orientali ed a cui alludevano anche, ad esempio, gli antichi Misteri
occidentali. A ciò si può riferire pure uno dei significati simbolici del
termine “Amore” (a-mor = senza morte) usato in certe forme iniziatiche
medioevali.
[71] Cfr. l’articolo I. Conoscenza tradizionale e scienza moderna, nel
presente volume.
[72] Cfr. l’articolo III. Il primo lavoro da compiere, nel presente
volume.
[73] Vi sarebbe anche da considerare, a questo riguardo, l’esistenza di
altre correnti che, pur mostrando un’attitudine nettamente critica nei
confronti delle varie forme di “neospiritualismo” contemporaneo, e pur
pretendendo magari esplicitamente di ricollegarsi allo spirito tradizionale, sono
in fondo non meno pericolose ed ingannevoli, come si vede ad esempio da una
pretesa magia “sperimentale” ed empirica, dalla quale non si possono
legittimamente attendere che conseguenze rovinose ai fini del perseguimento di
una qualsiasi via autenticamente tradizionale.
[74] Questo concetto di “catena”
ininterrotta si ritrova ad esempio nel paramparâ della tradizione
indù, nella shelsheleth della tradizione qabbalistica (cioè dell’esoterismo
ebraico), nella silsilah islamica; e la concezione religiosa della “successione
apostolica” non è altro che la sua trasposizione sul piano exoterico, nel
quale peraltro la portata iniziatica è naturalmente assente.
[75] VI. Per chi scriviamo, nel presente volume.
[76] Ci pare assai significativo il caso estremo di coloro presso i quali
si trovano associati molto strettamente gli
entusiasmi per le ultime “avventure”
della scienza e per le più fantastiche suggestioni neospiritualistiche ed
occultiste, magari a sfondo “interplanetario”. E il recente movimento verso
forme di mentalità e di pensiero “differenti”, che sta ottenendo tanto successo
ad esempio attraverso la nota rivista Planète, non è forse l’espressione
di una vera passione per uno squilibrio sempre più accentuato?
[77] Basterà accennare appena qui alla dottrina indù sul kali-yuga
(l’“età oscura”), a quella classica sull’“età del ferro”, a quella nordica sull’“epoca
del Lupo” succeduta al “crepuscolo degli Asen”, a quella dei Pellirosse sull’attuale
“quarta epoca” destinata a terminare in un grande disastro; nonché ai riferimenti
apocalittici e coranici sullo scatenamento delle forze di “Gog e Magog”,
e alle note predizioni sull’avvento dell’“Anticristo”, chiamato anche in
Oriente il “grande impostore”.
[78] S. Matteo, XXIV, 24 e 13.
[79] A questo concetto si riferisce ad esempio l’espressiva enunciazione
islamica «Morite prima di morire», e cioè: realizzate attivamente la
morte in modo da passare al di là di essa prima di subire passivamente la morte
naturale. Inteso nel suo pieno senso, ciò corrisponde, nella dottrina indù, all’ottenimento
dello stato incondizionato del jîvan-mukta, o della Liberazione
realizzata dall’essere che rimane vivente nel mondo umano.
[80] Cfr. III. Il primo lavoro da compiere, nel presente volume.
[81] Tale norma è naturalmente implicita nelle iniziazioni corrispondenti a
forme tradizionali il cui exoterismo presenti un aspetto religioso, iniziazioni
che sono di fatto inaccessibili a chi non sia integrato in esso. D’altra parte,
per dare una corretta impostazione alle questioni che entrano qui in considerazione,
è indispensabile tener presente che la Massoneria non è strutturalmente legata
ad una forma religiosa determinata, e pertanto può accadere che i suoi membri,
secondo le circostanze personali, ambientali e storiche, si integrino nell’una
o nell’altra forma religiosa quale base exoterica della propria iniziazione.
[82] Alcuni nostri contemporanei, forse perché impotenti a superare certe
barriere, pretendono che questa affermazione abbia cessato di essere valida:
ma non sarebbe preferibile che, invece di emettere o di accettare giudizi del
genere senza alcuna conoscenza reale, si preoccupassero piuttosto di cose meno
lontane dal loro attuale orizzonte?
[83] Osserviamo di sfuggita che preferiamo attenerci a questa grafia, più
conforme all’etimologia greca ed alle traduzioni in altre lingue europee, non
vedendo la necessità di mutare il termine italiano in “essoterismo”.
[84] Vedi VII. Presupposti per un orientamento operativo, pagg.
44-46 del presente volume.
[85] A proposito di tale necessità, per non più ripeterci, rinviamo a
quanto scrivemmo ad esempio in VI. Per chi scriviamo, pagg. 38-40 del
presente volume.
[86] Nel caso speciale delle iniziazioni di origine artigianale rimaste
accessibili in Occidente (come già accennammo altrove), la preliminare
appartenenza ad una comunità tradizionale e la pratica della vita rituale
corrispondente non rappresentano più una condizione per la trasmissione dell’iniziazione,
la quale, beninteso, continua nondimeno a poter essere validamente conferita.
Ciò non toglie affatto, però, l’esigenza di una vita rituale, capace di
integrare praticamente tutta la vita “profana” (e non limitata al brevissimo
ambito di periodiche “tornate rituali” iniziatiche), nel caso che si ponga la
questione del passaggio da un’iniziazione virtuale all’iniziazione effettiva,
intesa nel senso più profondo e generalmente dimenticato.
[87] Naturalmente, parliamo qui del Maestro spirituale in un senso che non
ha niente a che vedere con ciò che è stato descritto con lo stesso nome nelle
fantasticherie dei teosofisti e di tutte le altre correnti pseudoiniziatiche:
ci riferiamo invece al senso tradizionale, che è quello del Guru nella
tradizione indù, o dello Shaykh nell’esoterismo islamico.
[88] È appena il caso di insistere sull’importanza che può avere a questo
riguardo lo studio delle opere di René Guénon, esposte con una chiarezza intellettuale
e un’imparzialità comprovata anche dall’attitudine manifestamente disinteressata
dell’autore, che mai volle avere personalmente dei discepoli.
[89] Cfr. l’articolo IV. Dottrine vere e uomini finti, nel presente
volume.
[90] «Dopo essere pervenuto al termine dello yoga (yogârûdha),
l’aspirante coltivi con zelo la giusta Discriminazione …»: così si
esprime Shrî Shankarâchârya in uno dei testi più noti e importanti del Vêdânta,
il Vivêka-chûdâ-mani (letteralmente: «il Gioiello del Diadema della
Discriminazione»), v. 9.
[91] Citiamo qui testualmente la definizione dello yogârûdha che si
trova nella Bhagavad Gîtâ, VI, 4, ricordata nei commenti al Vivêka-chûdâ-mani.
[92] Vivêka-chûdâ-mani, 21.
[93] Cfr. Vivêka-chûdâ-mani, 341: «Al Sannyâsi, che ha
ricevuto l’iniziazione dalle labbra di un Guru, il passo seguente della Shruti
“Sii calmo e padrone di te stesso” prescrive il samâdhi come unico mezzo
per realizzare l’universo come identico al proprio Sé».
[94] Cfr. Vivêka-chûdâ-mani, 340: «Forse che l’eliminazione del
mondo oggettivo è alla portata dell’uomo che si identifica ancora al corpo, il
cui mentale trae piacere dalla percezione degli oggetti sensibili e che si
dedica ad atti di ogni genere per rinnovare questo piacere? Questa eliminazione
dovrebbe essere perseguita con pazienza dai saggi aspiranti che hanno già
rinunciato, senza eccezione, a tutti gli obblighi, a tutte le azioni, a tutti
gli oggetti». La “rinuncia” agli obblighi implica, in particolare, lo
svincolamento dall’ordine tradizionale preliminarmente indispensabile per il
compimento delle possibilità umane in vista del loro trascendimento. Tale
svincolamento presuppone la conclusione reale dei primi âshrama o stadi
della vita connessi alla società, e si opera tradizionalmente in modo assai
significativo con la celebrazione dei riti funerari del “padre di famiglia” (grihastha)
che abbandona la propria casa. Si comprenderà facilmente che il perseguimento
effettivo di una via iniziatica di tale natura comporti anche tra l’altro il
celibato, secondo le parole di Shrî Râmana Maharshi, come «assolutamente
indispensabile»; ma, beninteso, per ragioni immensamente diverse da quelle del
misticismo occidentale.
[95] Ecco, a questo proposito, la
testimonianza recente di un Maestro del Vêdânta quale Râmana Maharshi,
riferita da Anantachari: «Domandai un giorno a Bhagavân (Râmana Maharshi) se
il celibato è assolutamente indispensabile nella vita spirituale. Egli mi rispose nel modo più categorico che è del
tutto indispensabile» (Études sur Râmana Maharshi, Maisonneuve
Éd., vol. II, pag. 113).
[96] Vivêka-chûdâ-mani, 79.
[97] Altre correnti possono naturalmente presentare un aspetto meno vistoso
e grossolano.
[98] Nel caso citato di Vivêkânanda, ricordiamo però le sue affermazioni in
cui, poco prima di morire, parve praticamente sconfessare l’opera da lui svolta
per dar vita al movimento di cui era stato il fondatore.
[99] Vedi la I parte di questo articolo, pagg. 47-49 del presente volume;
ci riserviamo di ritornare in altre occasioni su tale argomento.
[100] L’“integrazione” della totalità delle possibilità individuali umane,
come è noto, è un “problema” particolarmente sentito nella psicologia
contemporanea, ad esempio nelle correnti che si ricollegano a Carl Gustav Jung.
D’altra parte, non si può che rimanere
colpiti di fronte alla completa inadeguatezza degli orientamenti
proposti per cercare di affrontarlo, in modi empirici tutt’altro che rassicuranti,
escludendo a priori il ricorso ad un ordine sopra-individuale effettivamente
operante, che è il solo capace di far sormontare la confusione del mondo psichico e di ordinarlo. È appena il caso di
ricordare che l’efficacia di tale ricorso ad un ordine sopraindividuale è
ben conosciuta in ogni civiltà tradizionale, dove l’integrazione della totalità
delle possibilità individuali, che si identifica alla realizzazione del centro
del mondo umano, corrisponde a un determinato stadio della via iniziatica (il
termine dei “piccoli misteri”), il quale è a sua volta il punto di partenza per
la realizzazione degli stati sopra-individuali.
[101] Queste osservazioni valgono dunque anche per chi, pur avendo già
ricevuto una iniziazione, pensi di ricorrere a forme rituali (o presunte tali)
di tradizioni a cui in realtà non è ricollegato. Una simile “aberrazione”, nel
senso etimologico della parola, non può che rappresentare anch’essa una
parodia di riti che solo nella migliore delle ipotesi produrrà degli effetti
insignificanti.
[102] Una curiosa documentazione in proposito, particolarmente per quel che
riguarda la credenza o il rifiuto della “reincarnazione” e le descrizioni
degli stati postumi, si può trovare nel libro L’Erreur spirite di René
Guénon.
[103] Sarà bene mettere in guardia anche contro un pericolo analogo che
esiste per quegli iniziati che, in difetto di una realizzazione effettiva,
procedono allo stesso modo empirico; ed il pericolo può esser anzi per loro
tanto maggiore in quanto, come è noto, i tentativi di “assimilazione” da parte
di correnti pseudo-iniziatiche sono particolarmente frequenti tra i membri di
organizzazioni iniziatiche prive (come avviene nell’Occidente moderno) di una
vitalità tradizionale che le protegga da simili intraprese. La stessa
espressione fantastica di “Gran Loggia Bianca”, non è stata forse coniata dalla
“Società Teosofica” appositamente per favorire siffatto nefasto proselitismo?
[104] Cfr. la testimonianza di Henri Bosco nella Nouvelle Revue Française,
numero speciale dedicato a Gide, 1951.
[105] Cfr. Gide, Journal 1942-1949, Éditions Gallimard,
pag. 195.
[106] Cfr. Aperçus sur
l’Initiation, [Éditions
Traditionnelles, Paris, 1946; cfr. Considerazioni
sull’Iniziazione, A. C. Pardes, Milano, 2019, cap. XLV, pagg. 270 e
seguenti].
[107] Cfr. ancora H. Bosco nella Nouvelle Revue Française, 1951,
numero dedicato a Gide.
[108] Aperçus sur l’Initiation [cit.], cap. XLV, pagg. 271-272
[dell’ed. Pardes].
[109] Ibidem, pag. 275 [dell’ed.
Pardes].
[110] Ibidem, pag. 274 [dell’ed.
Pardes].
[111] Ibidem, pag. 274 [dell’ed.
Pardes].
[112] Tale definizione dogmatica si trova precisamente nella Constitutio
Dogmatica I “Pastor Aeternus”, cap. 4, del 18 luglio 1870.
[113] Precisamente, nel Sillabo di Pio IX, pubblicato l’8 dicembre
1864, viene condannata la seguente posizione (propositio reprobanda N. 80):
«Romanus Pontifex potest ac debet cum progressu, cum liberalismo et cum
recenti civilitate sese reconciliare et componere» («Il Pontefice Romano
può e deve riconciliarsi ed accordarsi con il progresso, con il liberalismo e
con la civiltà moderna»). Il medesimo argomento era già stato trattato più
ampiamente nell’Allocuzione “Iamdudum cernimus” del 18 marzo 1861.
[114] Ci riferiamo alla Constitutio Apostolica de latinitatis studio
provehendo di Giovanni XXIII, datata del
22 febbraio 1962, dove si legge tra l’altro: «… Quibus perspectis
atque cogitate propensis rebus, certa Nostri mumeris conscientia et
auctoritate haec, quae sequuntur, statuimus atque praecipimus: Sacrorum
Antistes et Ordinum Religiosorum Summi Magistri … paterna iidem sollecitudine
caveant, ne qui a sua dicione, novarum rerum studiosi, contra linguam Latinam
sive in altioribus sacris disciplinis tradentis, sive in sacris habendis
ritibus usurpandam scribant, neve praeindicata opinione Apostolicae Sedis
voluntatem hoc in re extenuent vel perperam interpretentur» («… Dopo aver
ponderatamente considerato e riflettuto su queste cose, nella piena coscienza
della Nostra funzione ed autorità, stabiliamo e prescriviamo quanto segue: i
Vescovi ed i Superiori maggiori degli Ordini religiosi … essi medesimi,
con paterna sollecitudine provvederanno affinché nessuno sotto la loro giurisdizione,
spinto dal gusto di novità, scriva contro la lingua latina, pretendendo che
essa debba essere usurpata, nell’insegnamento delle discipline sacre più
elevate, oppure nella celebrazione dei riti sacri, e affinché nessuno,
seguendo i propri pregiudizi, minimizzi od interpreti in modo errato la volontà
della Sede Apostolica su questo argomento»).
[115] Cfr. Domenico Grasso, Il primato di Pietro, Ed. Paoline, 1960,
pag. 93.
[116] A proposito di questa nozione cattolica dell’infallibilità, René
Guénon osserva: «Ciò che in essa può sembrare stupefacente, e che in ogni caso
le è peculiare, è soltanto il fatto che l’infallibilità dottrinale è
considerata come concentrata tutta in una funzione esercitata esclusivamente
da un solo individuo, mentre, nelle altre forme tradizionali, si riconosce
generalmente che tutti coloro che esercitano una funzione regolare di
insegnamento partecipano a questa infallibilità in una misura determinata dalla
funzione stessa» (Aperçus sur l’Initiation [cit.], nota a pag. 274 [dell’ed.
Pardes]).
[117] Cfr. Landucci, Problematica
della miscredenza e della fede, pagg. 340-346.
[118] Cfr. S. Tommaso, Summa Theologiae, II, II, Quaestio 14,
Art. 2.
[119] A questo riguardo, osserviamo che non ha rilevanza il fatto che si
tratti di affermazioni ed opinioni esposte in libri con o senza “Imprimatur”.
[120] È ovvio che queste considerazioni non riguardano chi sarebbe in ogni
modo incapace di tale ricerca, da concretare, affinché sia efficace, in un
orientamento essenzialmente “tradizionale” e non certo meramente “profano”.
[121] A questo proposito si potrebbero ricordare i versi danteschi: «Fatti
non foste a viver come bruti | ma per seguir virtute e conoscenza» (Inferno,
XXVI, 119-120) dando pure un senso generale sempre valido all’appello rivolto a
chi è dotato di un “intelletto sano”: «O voi ch’avete l’intelletti sani | mirate
la dottrina che s’asconde …» (Inferno, IX, 61-62).
[122] Si potrebbe dire che tale rifiuto implica «ex corde peccatoris»
quel «contemptum effectus Spiritus
Sancti in nobis» che
qualifica specificamente il «peccato contro lo Spirito» (cfr. S. Tommaso, Summa
Theologiae, II, II, Quaestio XIV, Art. 1, ad tertium).
[123] Tale «sensazione dell’eternità» è
data dalla «coscienza dell’Identità dell’Essere, permanente attraverso
tutte le manifestazioni indefinitamente molteplici dell’Esistenza unica …
superiore a qualsiasi facoltà d’ordine formale, dunque essenzialmente soprarazionale, ed implicante l’assentimento alla legge
di armonia che unisce ogni cosa
nell’Universo» (cfr. R. Guénon, Le Symbolisme de la Croix, Éditions Véga, Paris, 1950, cap. XXX). A rigore,
si dovrebbe osservare che, beninteso, la «sensazione dell’eternità» non
coincide con l’intuizione dell’Assoluto (così come l’Assoluto trascende
infinitamente ogni attributo, anche quello dell’eternità), ma piuttosto è
eminentemente implicita in essa, e può servire quale riferimento per rendere
più comprensibile ciò a cui cerchiamo di alludere. D’altra parte,
bisogna sempre tenere ben presente che, specialmente di fronte a simili temi,
il discorso umano non può avere altro valore che precisamente quello di
semplici allusioni, mentre il suo vero contenuto non può che risiedere nell’inesprimibile.
Purtroppo, questa considerazione basilare è spesso dimenticata, riducendo le
esposizioni tradizionali a delle specie di “sistemi” di pensiero, e perdendone
così il valore essenziale, sia che poi esse vengano osteggiate o criticate,
sia che vengano accettate magari con devoto entusiasmo.
[124] Ci riferiamo qui alla verità
fondamentale, espressa ad esempio in modo particolarmente significativo negli
insegnamenti tradizionali che affermano l’identità essenziale tra il “Sé”
trascendente di ogni essere ed il Principio assoluto: cfr. la dottrina indù che
identifica Âtmâ e Brahma; cfr. anche la dottrina islamica dell’“Identità
Suprema” e il hadîth che afferma: «Chi conosce il proprio sé conosce il
proprio Signore», il cui senso più profondo è spiegato nell’Epistola
dell’Unità di Muhyiddîn Ibn ‘Arabî. Peraltro, naturalmente, le
considerazioni che andiamo esponendo si applicano ugualmente, almeno fino ad un
certo punto, anche a chi, nel tendere così ad una partecipazione della Realtà
assoluta o al suo attributo di eternità, non si basi su simili dottrine dell’Identità,
le quali del resto sono di solito interpretate in Occidente completamente a
sproposito.
[125] Questa modalità corrisponde ad esempio, nella dottrina islamica, al “Nome
divino” Az-Zâhir (l’Apparente, l’Esteriore), correlativo del Nome Al-Bâtin
(il Nascosto, l’Interiore).
[126] «Innamâ-l-hayâtu-d-dunyâ la ’ibun wa lahwun …» (Sura 47,
36).
[127] «Wa-mâ khalaqnâ-s-samâwâti wa-l-arda wa-mâ baynahumâ …
illâ bil-Haqqi» (Sura 44, 38-39).
[128] Quel legame, anzi, è tanto stretto che tutta l’esistenza non si separa
mai veramente dalla Realtà per uscire da essa, poiché ciò comporterebbe una
contrapposizione assurda e limiterebbe l’infinità della Realtà stessa, la
quale, nel suo senso più pieno, non è altro che l’Infinito (questa prospettiva
puramente metafisica si trova esposta sia nell’Adwaita Vêdânta, sia
nella già citata Epistola dell’Unità). Ma qui intendiamo considerare le
cose da un punto di vista che, pur essendo senza dubbio meno universale, è
però, per chi si trova situato nel mondo individuale umano, legittimo ed anzi
indispensabile, sia pure a titolo provvisorio, per risolvere effettivamente la
“tensione” «dall’illusione alla Realtà». È ovvio che invece tutto il nostro
discorso non interesserebbe affatto, sia pure per ragioni immensamente diverse,
sia chi si trovasse che chi credesse di trovarsi in una “via diretta”,
presupponente il radicale trascendimento di ogni attaccamento o identificazione
ad alcunché di diverso dal “Sé” supremo.
[129] Citiamo a questo proposito una significativa espressione usata dai
Kikuyu del Kenya per indicare il Principio divino: «Se non ci fosse, neppure
noi ci saremmo» («Etangere ho, o na ithne totingere ho») (cfr. E. Corpi,
Credenze religiose e moralità Kikuyu, in Filosofia, annata 1953,
pag. 657).
[130] Un aspetto importante di questa
utilizzazione dei mezzi appartenenti al mondo della molteplicità può
essere chiarito pensando a quell’opera di «unificazione di una molteplicità con
i mezzi che appartengono al mondo della molteplicità stessa» in cui consiste
la simbolica “guerra santa” affidata a ciascuno (cfr. R. Guénon, La guerre et la paix, ne Le Symbolisme de la Croix [cit.],
cap. VIII); tale “guerra” è volta a ristabilire, in seno al disordine
apparente della manifestazione individuale, quell’equilibrio, quell’armonia e
quella “pace” nella quale soltanto l’“influenza attrattiva” del Principio
Trascendente si eserciterà appieno, così come in uno specchio d’acqua non più
agitato si riflette perfettamente la luce.
[131] «Se l’essere che è un individuo umano in un certo stato di
manifestazione non fosse veramente nient’altro che questo, egli non avrebbe
nessun mezzo per uscire dalle condizioni di quello stato; e, fino a quando non
ne è uscito effettivamente, cioè fino a quando egli non è ancora nient’altro
che un individuo secondo le apparenze (e non bisogna dimenticare che, per la
sua coscienza attuale, queste apparenze si confondono allora con la realtà
stessa, poiché è tutto ciò che può coglierne), tutto ciò che è necessario per
permettergli di superarle non può che presentarsi a lui come “esteriore”» (R.
Guénon, Initiation et Réalisation
spirituelle, Éditions
Traditionnelles, Paris, 1952; cfr. Iniziazione
e Realizzazione spirituale, A. C. Pardes, Milano, 2021, cap. II, pag. 9).
[132] Parlando di autorità tradizionale, è sempre necessario tener presente
che la tradizione deve essere qui intesa non solo come “trasmissione” in senso “orizzontale”,
dagli uni agli altri individui e lungo lo sviluppo della storia umana, ma
soprattutto in senso “verticale”, dalla Realtà “sopra-umana” e “soprannaturale”
al mondo umano; senza di ciò è chiaro che non si tratterebbe più affatto di un’autorità
tradizionale, qualunque ne siano le pretese, o la sottomissione dimostrata nei
suoi riguardi.
[133] Cfr. le espressioni coraniche: «A ognuno di voi abbiamo assegnato una
regola e una via aperta» (Sura 5, 52); «Stabilimmo per ciascun popolo (cioè per
ciascuna comunità tradizionale) i suoi propri riti» (Sura 22, 35); «Noi ti
abbiamo inviato con la Verità, quale Annunciatore e Ammonitore, e non c’è
nessun popolo in cui non sia stato un Ammonitore» (Sura 35, 22); «Ogni popolo
ha un Inviato; e quando il loro Inviato giunge, ha luogo fra di loro un’equa
decisione» (Sura 10, 48).
[134] Cfr. Sura, 40, 7: «… Rabbanâ, wasiata kulla shay’in Rahmatan …»,
«Signor nostro, abbracci con la Misericordia tutte le cose», ovvero «ti
estendi con la Misericordia in modo da contenere la totalità delle cose
manifestate»; questo “estendersi” della “Misericordia” si ricollega al concetto
della creazione operata in ogni istante dall’espandersi del «respiro del
Misericordioso» («Nafasu-r-Rahmân»).
[135] «Wa-mâ arsalnâka illâ Rahmatan lil-Âlamîn» (Sura 21, 107).
[136] Cfr. il Saggio sul Mistero della Storia, pag. 130 (2a
edizione della traduzione italiana pubblicata nel 1963 dalla “Morcelliana”),
di padre Jean Daniélou, “perito” al Concilio Ecumenico Vaticano II, la cui
opera, secondo quanto avverte la copertina dell’edizione italiana, «ha segnato
una tappa decisiva nell’indagine sulla teologia della storia»!
[137] Cfr. Ibidem, pag. 131.
[138] Cfr. il numero di marzo-aprile 1966 della rivista cattolica Testimonianze,
attraverso la quale, «con approvazione ecclesiastica», il “fantateologo” Padre
Ernesto Balducci ci fa sapere che «sta crescendo ormai la letteratura teologica
impegnata a porre una radicale distinzione – che giunge a toccare la contraddizione
– tra “religione” e “rivelazione cristiana”, la prima messa in crisi dal
progresso della laicità, la seconda del tutto compatibile con quel progresso»
(pag. 155). Rimane da vedere che cosa sta per essere ancora escogitato sotto l’etichetta
di questa «rivelazione cristiana» in contraddizione con la religione e
incompatibile con «l’ingenua interferenza sacrale» (pag. 154)!!
[139] Majjhimanikâyo, XI parte, VIII discorso, pag. 68 del III volume
della traduzione italiana (“I Discorsi di Buddho”, Laterza ed.).
[140] «An-Nabiyyu awlâ bil-mu’minîna min anfusihim» (Sura 33, 6),
cioè appunto, letteralmente, «il Profeta (qualifica implicita in quella di
Inviato divino) è più vicino ai credenti delle loro stesse anime (o anche: di
loro stessi)».
[141] S. Giovanni, 15, 5-6.
[142] Abbiamo inteso soltanto accennare qui ad un insieme di temi il cui
approfondimento, estremamente arduo, non sarebbe certamente possibile
attraverso una semplice analisi esteriore. A questo riguardo, osserveremo
ancora soltanto che, sotto altri aspetti, la funzione mediatrice può apparire
come rappresentata da una pluralità di esseri, il che comporta determinate
relazioni tra di loro: si pensi ad esempio ai dieci Avatâra di Vishnu
nell’induismo, o ai diversi Inviati considerati nella tradizione islamica come
corrispondenti a diversi aspetti della ricettività alla Rivelazione e alla
Presenza divina (cfr. l’opera di Muhyiddîn Ibn ‘Arabî, Fususu-l-Hikâm,
letteralmente I Castoni delle Saggezze, generalmente nota come La
Saggezza dei Profeti). Ciò comporta anche delle conseguenze nella nozione
dei rapporti tra le diverse forme tradizionali della filiazione abramica
(giudaismo, cristianesimo e islam), nonché l’esistenza di “parentele
spirituali” quasi incomprensibili per chi, a questo riguardo, non abbia i mezzi
per andare al di là di un punto di vista puramente teorico: così, ad esempio,
non sarebbe certo facile intendere il significato profondo di affermazioni,
aventi certamente una portata assai “effettiva”, come quella di Maometto
secondo cui nessuno più di lui amò Gesù, o quella di Muhyiddîn Ibn ‘Arabî
secondo cui Gesù fu il primo dei suoi Maestri. Ma non pensiamo di poter
minimamente affrontare qui una spiegazione delle connessioni tra forme
tradizionali diverse, diffidando alquanto della tentazione semplicistica che può
indurre a sconfinare in presentazioni dilettantesche e arbitrarie, come purtroppo
si è visto nei tentativi di qualche interprete dell’«unità trascendente delle
religioni».
[143] Corano, Sura 5, 69, e 2, 69.
[144] Cfr. S. Pietro, Seconda Epistola, 2, 21-22: «Melius
enim erat illis non cognoscere viam justitiae, quam post cognitionem, retrorsum
converti ab eo, quod illis traditum est sancto mandato. Contingit enim eis
illud veri proverbii: canis reversus ad suum vomitum; et: sus lota in volutabro
luti».
[145] X. L’Evidenza e la Via, nel presente volume.
[146] Questa anomalia è ancora più accentuata quando si manifesta in persone
che abbiano avuto accesso ad un’iniziazione, come quella massonica, e si affermi
ad esempio in nome di un ugualitarismo falso che, se portato alle sue logiche
conseguenze, comporterebbe una totale anarchia e l’abolizione di qualsiasi
organizzazione tradizionale, con l’inversione completa del noto motto “Ordo
ab Chao”.
[147] Cfr. R. Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle [cit.],
cap. XXIV: Sur le rôle de Guru, pagg. 117-118 [dell’ed. Pardes].
[148] A ciò corrisponde, almeno fino a un certo grado di realizzazione,
nella Divina Commedia, la nota espressione di Virgilio a Dante: «perch’io
te sovra te corono e mitrio».
[149] Se invece non si tratta di rappresentanti di una determinata forma
tradizionale, ma bensì di persone che non aderiscono praticamente ad alcuna
tradizione, allora è facile concludere che sono semplicemente dei “profani”, e
questo basta a stabilire che le loro eventuali pretese ad una funzione di
“guida” spirituale sono del tutto infondate (cfr. R. Guénon, Initiation et
Réalisation spirituelle [cit.], cap. XXI: Vrais et faux instructeurs
spirituels).
[150] Questa necessità di conformarsi alla legge exoterica religiosa è
affermata esplicitamente nell’esoterismo
islamico, ad esempio in questo testo dello Shaykh Muhyiddîn Ibn ‘Arabî
sulla “Venerazione dei Maestri spirituali”: «… Se essi mostrano di essere in
una condizione che li distoglie dalla legge tradizionale, abbandonali a Allâh,
non seguirli e non camminare sulle loro tracce» (Futuhât, cap. 181).
[151] Ci riferiamo in particolare a un’opera come Les gens du blâme
dei coniugi Camicas, scritta prudentemente sotto forma di romanzo, ma abilmente
presentata in modo che il lettore sprovveduto crederà di farsi un’idea dell’esoterismo
islamico, scambiandolo con le parodistiche concezioni ed intraprese a cui, in
una cornice del tutto moderna, viene indotto un individuo tutt’altro che qualificato
per la guida di se stesso e degli altri, specie in un ambiente siffatto,
indipendentemente dai contatti precedentemente avuti con il Tasawwuf. Il
fatto che l’opera in questione sia stata “lanciata” in grande stile dalle
edizioni di Planète potrebbe bastare a far intravedere gli scopi, sia
commerciali che “ideologici”, per i quali si intende utilizzare una simile
pubblicazione; e ci si può chiedere se non siamo all’inizio di un disegno più
ampio, sotto un certo aspetto analogo a quello che si sviluppò contro l’iniziazione
massonica ai tempi del funesto Léo Taxil, questa volta rivolto contro una forma
di iniziazione orientale la cui presenza è forse giustamente ritenuta incomoda
da certe correnti destinate ad avere un loro rigoglioso ancorché effimero
sviluppo.
[152] Ricordiamo a questo proposito l’osservazione di R. Guénon circa la
necessità di invertire l’enunciazione attribuita a Pascal secondo cui lo spazio
(simbolo dell’universo manifestato) è come «una sfera il cui centro è dovunque
e la cui circonferenza è in nessun luogo»: in realtà, il Centro metafisico vero
non può essere trovato in nessuna modalità dell’universo manifestato, ma
soltanto trascendendo assolutamente
quest’ultimo (cfr. Le Symbolisme de
la Croix [cit.], cap. XXIX).
[153] L’orientamento di cui parliamo è in un certo senso rappresentato
simbolicamente, nelle varie tradizioni, dall’orientazione rituale; e si
potrebbe vedere una corrispondenza tra l’abbandono, alcuni secoli or sono, dell’orientazione
rituale delle chiese e l’affermarsi di una civiltà puramente profana in
Occidente.
[154] Si potrebbe osservare che, secondo il detto evangelico, la “buona
novella” è accolta anzitutto dai “pastori”, i quali, rappresentando tipicamente
i “nomadi”, possono essere considerati in tal caso come il simbolo stesso di
coloro che evitano di porre dei limiti al proprio campo di possibilità; a
questo proposito si potrebbe anche ricordare che il «non porre dei limiti alla
ricerca della Verità» è un noto enunciato massonico.
[155] Dal testo della conferenza tenuta a Ferrara il 21 gennaio 1967, in
occasione del Convegno di studi su “Tradizione e Storia”.
[156] A proposito di questo preteso privilegio, mi permetterò di citare un
brano del noto etnologo Ernesto De Martino (in I problemi di Ulisse, n.
40, aprile 1961), che mi pare significativo, anche perché scopre certi
fondamenti tutt’altro che “scientifici” e obiettivi delle direttive
contemporanee, particolarmente per quel che riguarda lo sforzo di chiudere volutamente
il mondo umano in se stesso, escludendo aprioristicamente ogni possibile
relazione ed apertura verso il sopraumano, e per di più con una volontà
forsennata di egemonia su tutta l’umanità. De Martino partiva da un’osservazione
giudiziosa: «L’immagine di un’unità del genere umano che percorre trionfalmente
e solidalmente fasi successive della sua evoluzione ha certamente fatto il suo
tempo: oggi vale a buon diritto l’altra immagine di un “albero” della cultura
umana, i rami del quale sono le diverse culture; in tal guisa la civiltà
occidentale è appena un ramo di quest’albero». E si affrettava ad aggiungere:
«Ma questo non significa che un ramo vale l’altro, e che la civiltà occidentale … è soltanto una delle tante
possibilità culturali dell’uomo, da enumerare freddamente accanto alle
altre … Occorre che le varie civiltà esistenti avanzino le loro pretese …
La civiltà occidentale … è chiamata (si noti la parodia di una vocazione
di ordine superiore) ad avanzare la sua propria pretesa, che è quella di un
umanesimo integrale, e cioè della origine e della destinazione integralmente
umane di tutti i beni culturali. Tale coscienza include anche la persuasione
che il simbolismo mitico-rituale delle religioni tradizionali, che ha avuto la
sua genesi umana ed ha assunto la sua funzione nell’ambito di determinate
società, è oggi entrato in agonia ed è avviato a morte … Nella misura in
cui la civiltà occidentale riuscirà a dimostrare l’eccellenza storica di questa
sua pretesa di unificazione essa assolverà una funzione egemonica». Si tratta
di una «opzione consapevole che … affronta il rischio della prova, ben
sapendo che il mondo futuro sarà in ogni caso non di chi contempla ma di chi
sceglie». Naturalmente, ci si può chiedere quale possa essere la “consapevolezza”
di chi, essendosi rifiutato di “contemplare”, non può che compiere una scelta
alla cieca, la quale, qualunque siano le apparenze, sarà determinata non da una
luce intellettuale, ma bensì dagli stimoli delle suggestioni che faranno presa
su di lui.
[157] Il seguito della conferenza è stato qui omesso in quanto corrisponde
alla maggior parte degli articoli La situazione spirituale dell’Occidente,
parte I: Platone e gli “Antichi” (cfr. G. Ponte, La situazione spirituale
dell’Occidente, Harmonia Mundi, Torino, 2019); e L’Evidenza e la
Via (cfr. X. nel presente volume). Per ragioni di chiarezza, riportiamo
invece, per intero, nonostante qualche breve ripetizione, la parte conclusiva
dell’esposizione.
[158] Orient et Occident [cit.], parte II, cap. II: L’accord sur
les pricipes.
[159] La considerazione di queste contrastanti tendenze, che abbiamo
designato con i termini di “solidificazione”
e di “dissoluzione” (i quali corrispondono anche alle operazioni di “solve et coagula” dell’alchimia) è senza
dubbio una “chiave” per comprendere i modi attraverso cui si opera il
compimento del mondo moderno. Dobbiamo rimandare, a questo proposito,
alle ampie spiegazioni contenute nell’opera
di R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps [cit.]. In linea generale, si ha “solidificazione” ogni
volta che vengono fissati e cristallizzati determinati
contenuti che tendono a rinchiudersi in se stessi; e la più tipica
manifestazione di ciò si è avuta nel materialismo, però non tanto nel materialismo
quale teoria filosofica, quanto in una sorta di materialismo pratico che è
qualcosa di ben più generale, connesso alla situazione di crescente chiusura
di tutto l’ambiente nella sola modalità di esistenza corporea. D’altra parte,
sono molti gli indizi che la fase di maggior chiusura materialistica, o di massima
“solidificazione”, è ormai da qualche tempo oltrepassata, con l’intervento di
tendenze che fanno emergere contenuti di ordine psichico inferiore destinati ad
attuare, nell’epoca postmaterialistica già cominciata, le possibilità più sovversive
compatibili con l’esistenza del mondo terrestre, fino alle più estreme e
catastrofiche conseguenze. Ci basti citare appena di sfuggita alcune forme di
queste tendenze alla “dissoluzione”, come lo spiritismo, la psicanalisi, la
parapsicologia, le evasioni “psichedeliche”, fino all’attuale generalizzazione
delle suggestioni pornografiche e politiche di massa: tutte manifestazioni che,
se considerate separatamente, hanno certo soltanto una portata episodica da non
sopravvalutare, ma che tutte insieme danno però il loro contributo alla preparazione
della sinistra “Nuova Era” predicata già da tempo dagli pseudo-esoteristi d’Occidente.
Per l’appunto, in questo quadro rientrano anche aspetti caratteristici degli
attuali movimenti giovanili di contestazione, che abbiamo preso come
riferimento nel presente articolo; ed abbiamo trovato recentemente una riprova curiosa e piuttosto significativa al
riguardo: uno studio pseudo-esoterico su Le cause esoteriche della
“contestazione globale”, dove essa è salutata precisamente come un segno
dell’avvento dell’ormai famigerata “Era dell’Acquario”! A questo proposito, si
può certo dire (al di fuori di ogni riferimento personale!) che il “rovesciamento
dei Poli” cui alludiamo in altra nota avrà conseguenze ben più radicali di
quelle reali e presunte connesse al moto di precessione degli equinozi …
[160] Già accennammo recentemente alla natura delle scienze profane e a ciò
che le differenzia dalle scienze tradizionali, fondate sulla conoscenza dei
principi (cfr. G. Ponte, L’iniziazione massonica nel mondo moderno,
Harmonia Mundi, Torino, 2017, pagg. 30-32 e nota 18 di pag. 31). A
questo proposito è particolarmente importante
l’opera di R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps [cit.].
[161] Più precisamente, nel caso della scienza profana moderna non si tratta
soltanto dell’ignoranza del legame con i principi propriamente trascendenti
sopraindividuali, ma anche dell’ignoranza dei principi relativi del “mondo
intermediario”, cioè di quel dominio “sottile” che corrisponde nell’uomo all’ordine
psichico, in cui risiede la ragion d’essere più immediata e prossima di tutto
il mondo corporeo e dei suoi fenomeni. Sotto questo aspetto, si può ben dire
che le scienze fisiche moderne sono qualcosa di ancora più limitato rispetto
alle scienze magiche, che pure già occupano un posto inferiore dal punto di
vista delle scienze tradizionali.
[162] Come è noto, nel primo caso si tratta della preghiera di un americano
membro dell’equipaggio della “nave spaziale” Apollo 8, e nel secondo caso nell’affermazione
di un “cosmonauta” sovietico: ovviamente, tutto ciò non rappresenta che
semplici riflessi di credenze assimilate da ambienti diversi, sotto cui si può
intravedere il comun denominatore di una non molto dissimile assenza di
conoscenza.
[163] Non sarà forse inutile osservare che questo ordine sensibile ridotto a
se stesso, e per così dire troncato dalla sua radice vitale più profonda
(spesso anche con alterazioni artificiose suggerite da ragioni utilitaristiche
cui è sempre più difficile sottrarsi), può dar luogo ad un depotenziamento
sullo stesso piano dei sensi; e ciò contribuisce senza dubbio a creare uno
stato di crescente insoddisfazione su cui più facilmente possono innestarsi le
perversioni e le interferenze post-materialistiche cui accenniamo.
[164] Usiamo questo termine, comunemente inteso in senso religioso, ma che
si può certo riferire al di là del dominio della sola religione. Così, in una
dottrina tradizionale metafisica come il Vêdânta viene pure
esplicitamente affermato che, fino a che permanga l’illusione dell’esistenza
individuale, è indispensabile che l’individuo adori il Signore, che è il suo
Principio sopraindividuale. Citiamo, a questo proposito, gli Inni a Shiva di
Shrî Shankarâchârya, di cui riportiamo a titolo esemplificativo queste parole:
«Davanti a Colui nel quale si svolge il gioco della Shakti, il grande Îshwara
dai cinque volti, che esaudisce tutti i desideri di coloro che hanno preso
rifugio in Lui, Essenza di tutte le cose, Re di tutti i mondi, davanti a questo
Distruttore di ogni povertà e di ogni miseria, davanti a Shiva, io mi
prosterno» (Shiva-nâma-valyashtakam, 9). L’aspetto di adorazione è del
resto ancor più evidente nelle forme tradizionali abramiche, che sono
precisamente quelle che possono riguardare più direttamente gli Occidentali.
[165] Ci riferiamo allo Sciaykh Muhammad Abu al-Mawâhib ash-Shâdilî, vissuto
nel XV secolo dell’era cristiana.
[166] Allusione a un episodio narrato nel Corano (Sura della Caverna:
XVIII, vv. 77 e 82).
[167] Si accenna qui a un punto assai misterioso, relativo alle ultime fasi
del ciclo della presente umanità; anche lo Sciaykh Muhyiddîn ibn ‘Arabî, ad
esempio, nel commento alla Sura 56 del Corano, parla della comparsa, all’epoca
in cui si manifesterà il Mahdî, della “gente dello svelamento e dell’evidenza”
(Ahlu-l-kashf wa-z-zuhûr) che sarà testimone della “Grande Resurrezione”,
e allusioni analoghe si trovano in testi cosmologici di varie forme
tradizionali (così, nel Vishnu-Purana indù): tutto ciò fa pure pensare a
quella preparazione dei “germi del ciclo futuro” di cui René Guénon parla nell’introduzione
de Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi; nonché a quel “raddrizzamento”
che «dovrà essere preparato anche visibilmente prima della fine del ciclo attuale»,
al cui proposito si deve però avvertire che esso sarà «molto diverso da tutto
ciò che si potrebbe immaginare al riguardo» e che «i “misteri del Polo” (el-asrâr
el-qutbâniyah) sono sicuramente ben custoditi» (cfr. R. Guénon, Aperçus
sur l’Initiation [cit.], cap. XL).
[168] I termini “Uomo” e “Uomini” vengono spesso usati, senza altri epiteti,
nell’esoterismo islamico, con riferimento a coloro che hanno conseguito l’iniziazione
effettiva, che implica precisamente la reintegrazione della pienezza dello
stato umano (e ciò sì avvicina evidentemente all’analoga espressione cinese Cen-gen
o “Uomo Vero”). D’altra parte nel brano citato si potrebbe anche considerare
un significato più vasto, di fondamentale rispetto per tutti gli uomini, in
quanto la loro essenza, al di là dei veli di ignoranza e di illusione è pur
sempre quella medesima dell’“Uomo Vero”.
[169] L’autore usa qui il termine Barakah che, tra i suoi
significati, designa in particolare l’influenza spirituale propriamente iniziatica.
[170] Queste affermazioni sono state citate nell’opera At-Tabaqâtu-l-kubrâ
di Sha‘ranî, recentemente tradotta in italiano sotto il titolo Vite e detti
di Santi musulmani (Utet, Torino: cfr. pag. 253).
[171] Un esempio alquanto penoso al riguardo si è potuto vedere ancora recentemente
sulla rivista Études Traditionnelles, dove nel numero di marzo-agosto
1968 venivano riportate tra l’altro ampie elucubrazioni del Pallis facenti seguito
a quelle di cui già si parlò nei numeri 15 e 16 di questa rivista. Nel corso
del nuovo articolo di Pallis è da notare un riferimento a un «accordo di fondo»
con «l’autore dei “Mystères christiques”», il che conferma pienamente la connessione
già rilevata da Giorgio Manara con le divagazioni di un caposcuola che pure
collabora alla citata rivista francese, divagazioni più gravi di conseguenze a
motivo della posizione occupata dal loro autore.
[172] Non ci soffermiamo qui su altre forme di “autodifesa” della propria
individualità profana che non rientrano direttamente nel presente discorso, e
di cui riparleremo forse in altra occasione. Accenniamo appena al caso
abbastanza frequente in cui una male applicata comprensione delle dottrine
metafisiche tradizionali si risolve in una sorta di ingiustificabile attesa
passiva e di “quietismo” incompatibile con l’attitudine attiva richiesta in
una ricerca iniziatica, e tale da facilitare invece la neutralizzazione di ogni
aspirazione valida da parte di un ambiente antitradizionale sempre più
invadente.
[173] Del resto, nel corso stesso della via iniziatica, prima del
conseguimento dello stato primordiale, tale apertura della propria coscienza
potrà sempre essere smarrita, mentre è della massima importanza riuscire a
mantenerla, nonostante l’intervento di ostacoli imprevedibili.
[174] D’altra parte, saremmo ben lieti se queste considerazioni, che
peraltro vorremmo fossero per molti superflue, aiutassero in qualche modo ad
accostarsi, comprendendone l’importanza, a testi tradizionali come quelli che
saranno riportati prossimamente su questa rivista, riguardanti coloro che
aspirano all’iniziazione.
[175] Il presente articolo è la traduzione, riveduta, di uno scritto
pubblicato nel numero di gennaio-febbraio 1961 della rivista Études
Traditionnelles sotto il titolo Dix ans après (Dieci anni dopo).
[176] Ci si riferisce al libro La Gnose èternelle, dei Padri
domenicani H. Cornélis e A. Léonard contenente delle insinuazioni infamanti di
cui si era parlato nel numero di maggio-giugno 1960 di Études
Traditionnelles.
[177] Études Traditionnelles, 1934, pag. 42.
[178] Cfr. Orient
et Occident [cit.], Conclusione.
[179] Ibidem.
[180] Si tratta di temi che si ripetono un po’ troppo insistentemente per
non essere il frutto di una medesima corrente di contraffazione delle idee
tradizionali: si tratta dell’impiego abusivo di enunciazioni metafisiche in
vista di affermazioni come quella di un preteso “avvento dell’uomo interiore”,
finalmente svincolato dagli obblighi tradizionali esteriori, riconosciuti
eventualmente come validi per altre epoche ormai superate. Quel che è più
inquietante, sono i tentativi di precisare dei “metodi” per suscitare questa “venuta”,
costituendo una specie di “esoterismo moderno” che, beninteso, per definizione
stessa non può essere nient’altro che uno pseudo-esoterismo. Considerazioni
analoghe si potrebbero applicare, in fondo, a varie forme di “Vêdânta per gli
Occidentali”, deviato, a partire dalla sua fonte indù, fino alla caricatura.
[181] Oriente e Occidente [cit.], parte II, cap. II.
[182] Oriente e Occidente [cit.], parte II, cap. III.
[183] Oriente e Occidente [cit.], parte II, cap. IV.
[184] La Crise du Monde moderne, [Éditions
Gallimard, Paris, 1946; cfr.
La Crisi del Mondo moderno, A. C. Pardes, Mlano, 2021], cap. II.
[185] Ibidem, cap. IX.
[186] Le Roi du Monde [cit.],
cap. VIII.
[187] Aperçus sur l’Ésotérisme chrétien [cit.], pag. 27 [dell’ed. Pardes], e Symboles fondamentaux de la Science sacrée, Éditions Gallimard, Paris, 1962, cap. XI.
[188] Le Règne de
la Quantité et les Signes des Temps [cit.], cap. XII.
[189] Ibidem, cap. VIII, in nota.
[190] Aperçus sur
l’Ésotérisme chrétien
[cit.], cap. II, pag. 18 [dell’ed.
Pardes].
[191] Initiation et Réalisation spirituelle [cit.], cp. XIV, pag. 72 [dell’ed. Pardes]. Nello stesso capitolo,
troviamo questa osservazione, aggiunta in nota: «L’incorporazione di elementi
realmente tradizionali non impedirebbe ad una cosa del genere, in quanto “costruzione”,
di essere soltanto, nel suo insieme, uno pseudo-esoterismo».
[192] Si tratta di un’argomentazione bizzarra che è stata sostenuta per negare
che Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro dei Templari, facesse parte di un
Ordine iniziatico.
[193] Indicheremo di sfuggita un sintomo poco rassicurante per interpretazioni
del genere: l’idea di questa pretesa élite occidentale non ha mancato di
essere sfruttata con compiacimento in scritti la cui ispirazione sovversiva è
piuttosto scoperta, dove si è giunti ad affermare che «mentre la notte
spirituale sommerge l’Oriente», in Occidente l’«Età dell’Oro» è già cominciata
(fin dal 1877!), dando così ragione alle nefaste fantasie dei fautori dell’“era
dell’Acquario” e della cosiddetta “nuova era”. È appena il caso di ricordare
che nulla è più contrario a quanto venne spiegato da R. Guénon ne Le Règne de la Quantité et les Signes
des Temps [cit.] e altrove; del resto, secondo i dati delle scienze tradizionali, la
fine di un ciclo cosmico come il nostro Manvantara deve necessariamente
essere contrassegnata da una frattura nella continuità temporale, con il
riassorbimento dell’umanità attuale nelle modalità sottili.
[194] Cfr. ad esempio l’Aggiunta della seconda edizione di Orient
et Occident, [cit.].
[195] L’influenza di questi esseri, senza i quali non ci sarebbe élite,
opera naturalmente secondo la ricettività del mondo umano, e in special modo
attraverso tutti i membri dell’élite stessa, compresi quelli che sono
ben lontani dal grado di realizzazione spirituale di tali esseri. Si può quindi
intravedere quale sia l’importanza, in un determinato ambiente, della mancanza
o, al contrario, dell’esistenza di membri anche relativamente esteriori dell’élite,
la quale, beninteso, è di per sé unica ed universale, qualunque siano le forme
tradizionali a cui si appoggia. D’altra parte, la differenziazione delle forme
tradizionali e delle modalità iniziatiche che devono intervenire, in stretta
relazione con le condizioni di spazio e di tempo, è retta da leggi che in
definitiva sfuggono a qualsiasi indagine esteriore.
[196] Tanto più che, come è stato notato, in mancanza di tale ricollegamento,
anche gli elementi tradizionali che rimangono ancora presentano il rischio di
venir utilizzati per il gioco dell’“avversario”, mentre, al contrario, questo
ricollegamento all’élite autentica garantirebbe che lo stesso gioco
dell’“avversario” venga utilizzato sempre per un ordine superiore.
[197] Si direbbe che gli Occidentali abbiano perduto ogni idea di questa
mediazione normale tra il mondo umano e il “soprannaturale”, sostituendola con
la “localizzazione” di questa mediazione nel personaggio storico di Gesù
Cristo. Forse, in generale, è tutto ciò che erano capaci di concepire al
riguardo, e questa specie di “exoterizzazione” esclusiva può essere una via di
salvezza per persone che hanno vissuto in pratica una vita profana. Ma tutto
ciò, beninteso, è lontanissimo dal senso originale e universale del
Cristianesimo. E se si parla di quest’ultimo, è ben derisorio che si sia voluta
affermare una correlazione tra la volontà di Guénon di passare in Oriente gli
ultimi anni della sua vita, fuori dell’Occidente contemporaneo, e una sua
supposta «mancanza di inclinazione» per il Cristianesimo!
[198] Ciò contraddice anche nei fatti più evidenti la tesi secondo cui l’esoterismo,
per esser tale, deve tener nascosta la sua stessa esistenza: tesi che è stata
utilizzata per negare il carattere esoterico della Massoneria attuale. È questa
una trasposizione esteriore ben strana del vero significato del segreto iniziatico,
in rapporto al quale gli altri segreti non possono essere che accidentali;
possiamo anzi aggiungere che, quando delle organizzazioni esoteriche devono
nascondere la loro esistenza per proteggersi contro le reazioni ostili da parte
degli exoteristi, ciò è un ben cattivo segno per questi ultimi.
[199] È ovvio che, specialmente in questi ultimi anni, bisogna anche tener
conto dell’invadenza dell’occidentalizzazione, in tutte le sue forme, che
corrisponde alle condizioni sempre più sfavorevoli della fine del ciclo.
Ricordiamo che già in Orient
et Occident [cit.] R. Guénon indicava che tra gli Orientali (e si trattava degli
Orientali autentici e coscienti del loro compito) stava per prevalere la
tendenza ad accettare in via transitoria i mezzi dell’Occidente per affrettare
la fine della sua dominazione apparente; questo può corrispondere anche all’esaurimento
delle possibilità offerte da simili mezzi tipicamente moderni, e ci riconduce
al concetto dell’utilizzazione dello stesso gioco dell’“avversario” nel quadro di
un ordine superiore (cfr. nota 21 supra).
[200] Naturalmente, anche in tal caso occorre la più grande attenzione e
cautela per chi ricerchi od incontri chi si presenti come investito di un’autorità
tradizionale autentica, dato il pericolo rappresentato dalle contraffazioni,
ed anche dalle deviazioni a partire da correnti di origine effettivamente
tradizionale.
[201] Cfr. Introduction générale à l’étude des Doctrines Hindoues, Éditions
Véga, Paris, 1952, Conclusione.
[202] Cfr. pag. 44.
[203] Pag. 63.
[204] Pag. 70.
[205] Pag. 44.
[206] Pagg. 41 e 70.
[207] Pag. 61; cfr. Études sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage,
vol. I, [Éditions Traditionnelles, Paris, 1964; cfr. Studi sulla Massoneria e il Compagnonaggio,
vol. II, Recensioni, A. C. Pardes, Milano, 2016, pag. 152].
[208] Cfr. pag. 54.
[209] A questo proposito, osserviamo che Laurant pare andare ben al di là di
quello che è stato il riconoscimento dell’autorità tradizionale cattolica da parte
di Guénon, allorché scrive (pag. 54) che Guénon, in Autorità spirituale e Potere
temporale, «assolse il Papato» per quel che riguarda la condanna dei
Templari; la posizione di Guénon, esposta nel cap. VII del libro citato, è in
realtà alquanto diversa, come risulta in particolare dalla seguente citazione:
«Si dirà senza dubbio che il fatto che l’autorità spirituale si lasciò così
soggiogare dimostra che essa non era già più quello che avrebbe dovuto essere,
e che i suoi rappresentanti non avevano più la piena coscienza del suo
carattere trascendete; ciò è vero, e questo spiega e giustifica, in quella
stessa epoca, le invettive a volte violente di Dante nei loro riguardi».
[210] Pag. 46.
[211] Pagg. 50-52.
[212] Pag. 42, in nota.
[213] Pag. 58.
[214] Pag. 62.
[215] Pag.70.
[216] Pag. 41.
[217] Pag. 70.
[218] Compresi, naturalmente, il problema e le contraddizioni prese da
Laurant come oggetto del suo studio. Insomma, c’è un rovesciamento nella
supposizione di poter situare l’essenziale come risultato dei particolari,
anziché viceversa.
[219] Appunto a proposito dell’ambiente degli universitari in generale, di
cui si tratta qui, ricordiamo che Guénon scriveva, il 6 maggio 1936: «… ho
sempre pensato che era l’ambiente dove c’erano meno possibilità, a causa della
deformazione mentale che è loro imposta dall’educazione che hanno ricevuto».
[220] Pag. 15.
[221] Pag. 75.
[222] Pag. 328.
[223] Pagg. 42-43.
[224] Pag. 29.
[225] Pag. 282.
[226] Pag. 6.
[227] I tentativi di applicare questi metodi a situazioni della vita moderna
non mancano di assumere talvolta un aspetto alquanto ingenuo od anche piuttosto
ridicolo. A titolo di curiosità, citeremo il consiglio, a coloro che non sono
abbastanza maturi per essere casti, di trattare le donne soltanto come
strumenti di soddisfazione fisica riportandosi agli Arii di casta elevata che
nelle loro mogli avrebbero visto più che altro degli «oggetti d’uso» (pag.
170)!
[228] Pag. 48.
[229] «Quando quel che vale per il “più che umano”, viene applicato all’individuo
umano, e soprattutto quello d’oggi, si cade nella più pericolosa delle deviazioni
e delle incomprensioni, in una cosa, per la quale noi non intendiamo assumere
alcuna responsabilità» (La Maschera e il Volto dello spiritualismo
contemporaneo, 1948, pag. VIII). Disgraziatamente, nell’ultimo capitolo
della stessa opera, peraltro abbastanza interessante, l’autore, nel voler
presentare le forme più pure di ciò che conduce veramente al di là dell’individualità
umana manifestatesi nel mondo moderno, non trova di meglio che la magia di Kremmerz,
Meyrink, Eliphas Levi (con qualche riserva), e persino Aleister Crawley,
definito «personalità dai tratti vari e complessi»; in realtà vi sono buone
ragioni per credere che quest’ultimo sia stato un esponente della “contro-iniziazione”.
[230] Pag. 122.
[231] Cfr. R. Guénon, Initiation et Réalisation spiritelle [cit.],
cap. XXXII.
[232] Pag. 135.
[233] Lo Yoga della Potenza; cfr. pag. 21.
[234] Nel Buddismo, come del resto nella tradizione indù, questo aspetto
risulta ad esempio dal concetto assai importante della conformità al dharma
(akâliko dhammo in pâli), che è praticamente passato sotto silenzio dall’autore.
[235] Questa affermazioni può avere un’apparenza di giustificazione a motivo
di condizioni proprie della fase finale del presente Manvantara, cioè
del ciclo dell’umanità attuale, in cui la casta guerriera mostra delle
possibilità di manifestazione speciali, in rapporto anche con la decadenza dei
Brâhmana; non si tratta soltanto di casi di deviazione e di rivolta, e
può succedere anche che un ambiente di Kshatriya, cioè della casta
guerriera, serva di base per il compimento di adattamenti ortodossi dal punto
di vista tradizionale universale. Così, non è senza ragione che il Budda
storico ha manifestato la sua individualità dapprima in quanto Kshatriya
(A. K. Coomaraswamy ha notato l’analogia con il fatto che Gesù Cristo sia detto
discendente dalla stirpe regale di Davide), ma dovrebbe pure essere tenuto ben
presente che la sua missione si è compiuta ed ha avuto un senso per i suoi discepoli
solo in quanto sono stati superati tutti i limiti di casta, ritrovando, almeno
virtualmente con l’entrata nell’Ordine del Sublime, lo stato di “Ativarna”.
[236] Vedi XVI. “La dottrina del risveglio” di J. Evola, nel presente
volume.
[237] A questo punto l’autore ricorda opportunamente in nota che le nozioni
«di una discesa, di un progressivo allontanarsi da una più alta vita», e della
venuta di tempi «più duri per le razze umane future» erano invece «temi ben
noti all’antichità tradizionale».
[238] Vedi Rivolta contro il Mondo moderno, pagg. 11-12.
[239] Ibidem, pag. 12.
[240] Ibidem, pagg. 15-16.
[241] Cfr. Rivolta contro il Mondo moderno, Parte Seconda, pagg. 395-444.
[242] Evidentemente, a questo riguardo
Evola si è basato in larga misura sul cap. VII: Les usurpations de la Royauté et ses conséquences dell’opera di R. Guénon, Autorité spirituelle
et pouvoir temporel, Éditions Véga, Paris, 1947, al quale rimandiamo i
lettori a cui interessasse l’argomento. In effetti, si può constatare che le fondamentali
fasi di rottura della Storia europea implicano una serie di “usurpazioni”
concatenate fra di loro, contro ciò che
corrisponde a ciascuna casta, da parte
di ciò che corrisponde alla casta immediatamente inferiore. A questo proposito
non possiamo naturalmente dare qui degli elementi adeguatamente esplicativi.
Ci pare ad ogni modo sintomatico il fatto che il nostro autore dimostri di non
aver ben compreso il senso né del punto di partenza di tale deviazione (insito
in una pretesa autonomia e superiorità della regalità rispetto all’autorità
spirituale, dell’azione rispetto alla conoscenza), né del suo punto
d’arrivo ultimo, che non corrisponde alla rivolta dei Shûdra, ma
piuttosto al successivo avvento di quei
“fuori casta” che pretenderanno simulare l’instaurazione di un “ordine nuovo”
in una contraffazione della spiritualità e della gerarchia originaria.
[243] Cfr. Gli Uomini e le Rovine, cap. I, e inoltre cap. XIII, pagg.
190-191. Si tratta di un concetto che era stato chiaramente espresso da R.
Guénon nel cap. XXXI de Le Règne de la Quantité et les Signes
des Temps [cit.], dove egli giungeva alla
conclusione che, in conseguenza della situazione attuale, «il solo fatto di
“prendere partito” … costituirebbe già, in definitiva, per quanto
inconsciamente ciò accadesse, un’attitudine veramente antitradizionale»;
da parte nostra, non intendiamo soffermarci qui sulle applicazioni che Evola ha
invece creduto di poter trarre nel quadro dei movimenti contemporanei.
[244] Cavalcare la tigre, pag. 31.
[245] Cfr. ad esempio, sull’esistenzialismo, Cavalcare la tigre,
pagg. 112-136; sull’arte contemporanea, ibidem, pagg. 211-237; sui
limiti del “pregiudizio letterario” e del “pregiudizio etnologico”, con
riferimento all’incomprensione del dominio tradizionale, cfr. Il Mistero del
Graal, pagg. 9-14.
[246] Cavalcare la tigre, pagg. 192-193. Il nostro autore dimostra
qui di aver saputo trarre profitto dall’esposizione di tali argomenti che era
stata fatta da René Guénon ne Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps [cit.]: cfr.
particolarmente l’introduzione e i capp. X e XVIII di tale opera.
[247] Maschera e Volto dello
Spiritualismo contemporaneo. II
ed., 1949. In tale volumetto Evola ha ripreso argomenti trattati ampiamente da
R. Guénon, ad es. in L’Erreur spirite, Éditions Traditionnelles,
Paris,
1952, e Le Théosophisme. Histoire d’une pseudo-religion, Éditions Didier et Richard,
Paris/Grenoble, 1930; cfr. inoltre Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps [cit.] (cap. XXIV e seguenti, particolarmente
cap. XXXII, XXXIV, XXXVI) nonché l’articolo Les contrefaçons de
l’idée traditionnelle, in
Études Traditionnelles, nn. 203 e 204, 1936. È curioso notare che, nel libro suddetto di
Julius Evola, R. Guénon viene presentato soprattutto come esponente di una
corrente di «ritorno al cattolicesimo» (pag. 110), limitando così in modo assai
singolare la portata della sua opera.
[248] Teoria dell’individuo assoluto, pag, 308.
[249] Ibidem, pag. 100.
[250] Ibidem, pag. 233.
[251] Ibidem, pag. V.
[252] Ibidem, pag. 110.
[253] Ibidem, pag. 120.
[254] Di fronte ai tanti abusi a cui ha dato luogo il termine “magia”, sarà
bene precisare che il suo significato
originario e legittimo si riferisce propriamente ad una scienza tradizionale e, come tale, non di
carattere empirico, ma subordinata a conoscenze di un ordine più
profondo. Peraltro, si tratta di una scienza limitata ad un dominio inferiore (anche
se immensamente più vasto del mondo corporeo), alla quale rimane
precluso ciò che è di ordine spirituale e sopra-individuale.
[255] Cfr. Lo Yoga della Potenza, pag. 170.
[256] Cavalcare la tigre, pag. 94.
[257] Ibidem, pag. 96.
[258] Ibidem, pag. 101.
[259] lbidem, pag. 110.
[260] Sempre in Cavalcare la tigre, troviamo peraltro un accenno alla
«persona assoluta», che è «la culminazione tipica di un essere
sovrano» (pag. 157).
[261] Non ci si venga a dire che quanto affermiamo corrisponde a un punto di
vista soltanto “sacerdotale-lunare”, secondo una classificazione delle forme
tradizionali in gran parte fantastica ed inventata da interpreti occidentali
dalla troppo fervida immaginazione. E si tenga
presente, a questo proposito, che proprio
la sottomissione e l’adesione cosciente del singolo alla Volontà principiale
è l’unica attitudine che può comportare anche la realizzazione valida e non
illusoria di quell’attributo di Potenza che pare interessare sommamente al
nostro autore, e la cui realtà risiede appunto interamente nel Principio
universale.
[262] Cavalcare la tigre, pag. 325.
[263] Gli Uomini e le Rovine (1953), pag. 178.
[264] Ibidem, pag. 199.
[265] Certe pratiche sessuali, del tutto aberranti per chiunque sia estraneo
a certe specialissime correnti tradizionali indù, e quindi per qualsiasi
lettore di Evola, occupano qui una parte
importante. Il nostro autore parla con una certa frequenza (cfr. Metafisica
del Sesso) di ragazze che vengono
“usate” (sic) in determinate “esperienze”, il che, se può rappresentare
un’attrattiva non indifferente per qualcuno, ci pare un altro indizio
abbastanza significativo di una mentalità completamente esteriore e “profana”.
[266] La Dottrina del Risveglio, pag. 141.
[267] Ibidem, pag. 142.
[268] Cfr. Cavalcare la Tigre, pag. 210, dove si ammette che in
mancanza di tali «situazioni traumatiche» è difficile che per il «tipo
differenziato» «la via della conoscenza
lungo le dimensioni multiple del reale conduca oltre un certo limite».
[269] Introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, vol. II, pagg.
443-444.
[270] Cfr. Cavalcare la Tigre, pag. 22. In tale occasione, l’autore
si avventura persino in una giustificazione fondata sulla natura simbolica del
suddetto segno zodiacale, mettendolo in correlazione con l’acqua e, quindi,
con le possibilità latenti. A quanto pare, le sue nozioni di astrologia sono
dunque piuttosto approssimative, dato che il più elementare manuale avrebbe
potuto rivelargli che si tratta di un segno d’aria e non di un segno d’acqua.
[271] Tanto più per uno scrittore che, se non altro per aver studiato e
utilizzato un’opera come Le Règne de la
Quantité et les Signes des Temps [cit.]: avrebbe potuto
apprendere che vi è, prima di un nuovo ciclo umano (Manvantara), una frattura nella condizione temporale, e
cioè, se così si può dire, una completa “fine del mondo” per tutto ciò che
riguarda la modalità corporea della presente umanità.
[272] Cfr. ad esempio, sull’importanza essenziale del Guru che trasmette
l’iniziazione (diksha), il cap. XIII dei Principi del Tantrismo
(Tantratattwa) di Shrîyukta Shiva Chandra Vidyârnava; cfr. anche i Precetti
di Dvagpo-Lharje, il Maestro tibetano successore di Milarepa, dove la presenza
di un Guru capace di guidare sul Sentiero della Liberazione è
considerata espressamente come una delle «dodici cose indispensabili».
[273] La necessità dell’insegnamento iniziatico, trasmesso esclusivamente di
padre in figlio o da Maestro a discepolo, si
ritrova espressa a più riprese ad esempio
nelle Upanishad: cfr. tra l’altro la Kathôpanishad, II, 8; la Mundakôpanishad,
I, 2; la Chhândogyôpanishad, VI, 14, 1-2. Lo stesso concetto è espresso
nel modo più chiaro e inequivocabile nel Viveka-chûdâ-mani di
Shankaracharya.
[274] Cfr. a questo proposito la precisa affermazione di Suan-Che, discepolo
del Sesto Patriarca Chan, Huei Nêng, riportata nel Fa-Pao-Tan-King,
testo fondamentale del Buddismo Zen cinese: «Prima
dell’epoca di Bhîsmasvararaâja (nome del primo Budda) si poteva fare a meno dell’assistenza di un
Maestro, ma dopo quest’epoca, colui che asserisce di aver raggiunto l’illuminazione
senza l’aiuto e la conferma di un Maestro è naturalmente eterodosso».
[275] Cfr. ad esempio Muhyi-d-dîn Ibn ’Arabi, Tadbîrah, cap. XXII: «Sappi,
o murîd, dov’è la salvezza della tua anima; la prima cosa che ti occorre
soprattutto, anche se tu dovessi andarlo a cercare in capo al mondo, è la
ricerca di un Maestro».
[276] Si può ammettere senz’altro l’esistenza di segni di grave
incomprensione, ad esempio in un rituale citato da Evola, redatto dal Supremo
Consiglio del Belgio.
[277] Cfr. Gli Uomini e le Rovine, pag. 197. Naturalmente, da parte
nostra, non intendiamo affatto contestare la situazione di decadenza e di
incompletezza della Massoneria attuale rispetto a quella che fu la “Massoneria
operativa”: ma questa è tutta un’altra questione, che pone problemi e
prospettive ben diverse da quelle che deriverebbero da una pretesa negazione
della validità stessa dell’iniziazione massonica.
[278] A questo proposito, ci accontenteremo di ricordare un’osservazione
abbastanza significativa: il racconto dell’adorazione dei tre Re Magi, che di
fatto serve a rappresentare il riconoscimento di Cristo come autorità
spirituale da parte dei detentori della Tradizione, viene curiosamente definito
da Evola come un «tentativo» di attribuire un carattere tradizionale al
Cristianesimo! (Il Mistero del Graal, pag. 51).
[279] Cavalcare la Tigre, pagg. 20-21.
[280] René Guénon e la “scolastica” guénoniana, nella rivista Il
Ghibellino, gennaio 1963.
[281] Cfr. Cavalcare la Tigre, pag. 19.
[282] Del resto, non sembrerebbe che tale grosso equivoco gli dispiaccia
molto: così, ad esempio, nella recente edizione del Mistero del Graal
(pag. 9), parlando del senso che egli dà al
termine «mondo tradizionale», ama precisare che «è lo stesso senso che
R. Guénon e il suo gruppo vi hanno dato». Notiamo di sfuggita che l’accenno ad
un presunto «gruppo» di René Guénon, in realtà mai esistito, non si può
spiegare che con un difetto di informazione dell’autore.
[283] Commento al 1o Adhyâya, 1o Pâda, 4o
sûtra.
[284] La Dottrina del Risveglio, pag. 170.
[285] Storia della Massoneria, di
Alberto Cesare Ambesi, De Vecchi, Editore, 1971 (264 pagine).
[286] Cfr. pag. 75. Proprio nella stessa pagina. l’Ambesi parla di R. Guénon
come di un «Maestro dell’intellettualità», e certo in casi come questo non
sarà facile per i lettori rendersi conto che le affermazioni dell’autore non
sono affatto solidali, come qui può sembrare, con l’esposizione fatta da
Guénon delle dottrine tradizionali.
[287] Cfr. p. 34.
[288] Cfr. p. 37.
[289] Cfr. p. 42.
[290] Cfr. p. 53.
[291] Cfr. p. 112: si vedrà in seguito che cosa dice l’autore del pericolo
di restare imprigionati nella sfera psichica, in piena contraddizione con
qualsiasi valutazione positiva del «pampsichismo».
[292] Cfr. p. 123.
[293] Cfr. R. Guénon, Aperçus sur
l’Initiation [cit.], cap. XXXVIII.
[294] Cfr. R. Guénon. Le Roi du Monde
[cit.], cap. VIII.
[295] Cfr., nel libro di Ambesi, a p. 165. È curioso notare che, in questo
caso, a p. 163, lo stesso Ambesi avverte: «noi
dissentiamo in parte dalle più ortodosse posizioni guénoniane»; e per
l’appunto, letteralmente, che cos’è il dissenso dall’ortodossia se non
l’eterodossia?
[296] Cfr. p. 36.
[297] Cfr. p. 223.
[298] Cfr. pp. 218-220.
[299] Cfr. p. 183.
[300] Vedi la sovrabbondante documentazione in R. Guénon, Le Théosophisme. Histoire d’une
pseudo-religion [cit.], (opera del resto ricordata poi dallo stesso
Ambesi).
[301] Cfr. p. 184 del libro dell’Ambesi.
[302] Cfr. pp. 185-189.
[303] Come non definire grottesca un’argomentazione che vorrebbe provare la
validità del segreto iniziatico massonico con la considerazione che «la maggior parte delle cerimonie è
riservata ai fedeli» anche in una pseudotradizione come il Bahaismo?
Quest’ultimo, che è un prodotto di suggestioni dotate di una notevole potenza
d’illusione, non merita comunque il nome piuttosto contraddittorio di «religione moderna» né l’attribuzione di
«spiritualità», contrariamente a
quanto pensa il nostro autore.
[304] Cfr. p. 257.
[305] Cfr. p. 236.
[306] Cfr. pp. 252-253.
[307] Cfr. pp. 258-259.
[308] Cfr. pp. 237-239. A proposito di Evola, osserviamo di sfuggita che chi
conosca quale fu il suo comportamento nei riguardi di Arturo Reghini troverà
quanto meno eufemistico che si parli di «buoni rapporti» tra i due.
[309] Cfr. pp. 257-258.
[310] In particolare, il nome arabo di René Guénon è Abdel-Wahed Yahyâ
(Giovanni), e non Yahiz; il suo viaggio al Cairo non aveva certo per oggetto,
come potrebbe sembrare dal testo, ricerche sugli antichi egizi od altre forme
tradizionali del passato («antiche iniziazioni»); né ha senso dire che egli
divenne «membro di una Tasawwuf»,
termine che designa in arabo l’iniziazione in generale. Soprattutto, non è
ammissibile che si parli di Guénon come di un «convertito» all’Islam, dopo i
nettissimi chiarimenti dati da lui a questo riguardo nell’articolo À propos de “conversion”
(cap. XII di Initiation
et Réalisation spirituelle [cit.]), al quale rimandiamo i nostri lettori.
[311] Cfr. p. 246.
[312] Cfr. pp. 126-128.
[313] Cfr. pp. 244-246.
A proposito di psicanalisi, consiglieremmo l’autore di rileggere quanto scrisse
R. Guénon ne Le Règne de la Quantité et
les Signes des Temps [cit.],
e nell’articolo Tradition et “incoscient”,
pubblicata nel numero di Luglio-Agosto 1949 di Études Traditionnelles, ed anche di
leggere lo studio di A. Préau, La Fleur
d’Or et le Taoïsme sans Tao, in Le
Voile d’Isis (1931). Si dovrebbe capire che le teorie di Jung sono assai
più insidiose di quelle di Freud; e ad esempio, se ci si vuol riferire a Psicologia e Alchimia (citato da
Ambesi), come non trovare mostruosa la continua confusione tra il dominio
dell’intellettualità tradizionale da cui derivano i simboli alchemici, e un inconscio
collettivo in cui quei simboli si ritrovano riflessi in un modo disordinato,
mostrante spesso il sinistro marchio del grottesco? Che cosa pensare della
conclusione di Jung secondo cui «il
processo alchimistico era in sé un’indagine chimica nella quale, per via della
proiezione (psicologica), si
mescolava materiale psichico inconscio», mentre con l’epoca moderna «Faust trasporta la coniunctio dalla proiezione … nella coscienza»?
Si tratterebbe di un «passo decisivo»
che «significa nientemeno che la
risoluzione dell’enigma alchimistico, e quindi la liberazione di una parte
della personalità che era rimasta inconscia», ma lo stesso Jung deve
riconoscere poi il carattere squilibrante o addirittura catastrofico di questa
pretesa risoluzione. No, la risoluzione dell’«enigma alchimistico» è ben altra
cosa, e sta nella sua fonte tradizionale fatta precisamente di Conoscenza, e
non di «inconscio»; ma, se l’alchimia quale via iniziatica non è più
accessibile, è ad altre vie e insegnamenti tradizionali viventi che occorrerà
rivolgersi. Con questo non neghiamo affatto che anche il contatto con un’opera
come quella di Jung possa essere l’occasione per rompere determinate chiusure
mentali e per prendere poi coscienza di esigenze di un ordine superiore; ma
appunto per essere «incanalati» verso la loro realizzazione (per riprendere
un’espressione del nostro autore) bisogna sapersi svincolare dall’occasione
psicanalitica, analogamente a quanto varrebbe per altri
accidentali punti di partenza profani che possono aver segnato le tappe della
“preistoria” di un aspirante all’iniziazione.
[314] Cfr. p. 249.
[315] Cfr. pp. 147, 156, 230, dove Il
Mattino dei Maghi (a proposito del nazismo) viene definito «sempre illuminante». Notiamo di
sfuggita, benché ciò abbia un’importanza molto secondaria, che non è vero che i
bracci della svastica (o piuttosto dello svastica) siano stati invertiti nello
stemma nazista rispetto al simbolo tradizionale, che esiste con ambedue le
direzioni dei bracci stessi.
[316] A questo proposito, l’Ambesi fa riferimento all’ammissione piuttosto
recente del Pauwels in un’Obbedienza massonica francese (p. 156), che del
resto, a quanto ci risulta, seguì all’insuccesso del suo tentativo di entrare
in un’altra Obbedienza.
[317] Cfr. l’articolo di Giorgio Manara, Sempre
più confusione: Planète-Plus e i pretesi discepoli di René Guénon, nel N.
33 della Rivista di Studi Tradizionali.
[318] Cfr. Carlo Gentile, La prima materia dell’alchimia e la caccia
all’ectoplasma, su Rivista Massonica, luglio 1971, pagg. 393-397.
[319] Vedi, in un altro articolo dell’autore di cui sopra, Rivista
Massonica, dicembre 1971, pag. 559.
[320] Cfr. Emilio Servadio, L’io, il corpo e il fenomeno, su Rivista
Massonica, luglio 1971, pagg. 385-392. A rigore, questa definizione della
“polarità” iniziatica come “opposta” a quella della passività medianica,
benché corrisponda a un aspetto della realtà, non è del tutto accettabile e
favorisce l’equivoco di cui parliamo nel seguito. In effetti, alla
realizzazione iniziatica non si può “opporre” nulla (neppure nel senso della
contrapposizione passività-attività), e, se si considera l’individualità dell’iniziato,
essa non è affatto unilateralmente attiva, ma bensì la sua perfetta attività
verso la “Terra” corrisponde alla sua perfetta ricettività verso il “Cielo”.
[321] Molto sintomatica questa implicita
identificazione tra l’“Io” e il “Principio”!
[322] Ibidem, pag. 391.
[323] Cfr. Emilio Servadio, Finalmente …, su Rivista
Massonica, aprile 1971, pagg. 215-216.
[324] Cfr. Emilio Servadio, Libertà psicologica e libertà iniziatica,
su Rivista Massonica, gennaio 1972, pagg. 8-14.
[325] Cfr. l’articolo XVII. Julius Evola, o il rinoceronte sull’asfalto,
nel presente volume; in particolare, pagg. 131-133, dove rilevammo il carattere
parodistico di certi riferimenti a dottrine tradizionali come quella dell’Âtmâ,
che è in realtà l’unico vero “Signore della Norma”, al di fuori del quale non
c’è posto per nessun “Io”, se non in senso illusorio.
[326] Rivista Massonica, gennaio 1972, pag. 13.
[327] Vedi XVIII. La “Storia della Massoneria” di A. C. Ambesi, nel
presente volume.
[328] Questo ci ricorda il caso sotto un certo aspetto analogo di Evola che
giustificava la sua propensione alla magia spiegando che la intendeva in un
senso diverso da René Guénon, il quale osservava in una sua lettera del 1948: «Quanto
alla sua attrazione per i “fenomeni”, la sua ostinazione ad usare la parola
“magia” mi pare ben significativa al riguardo; è vero che pretende di prenderla
in un altro senso, ma in ogni caso, se non avesse questa tendenza, sicuramente
si guarderebbe da tutto ciò che può dar luogo ad equivoci».
[329] Così, è appunto nella modalità corporea dell’esistenza che si può attuare
la sacralizzazione della vita, l’adempimento delle norme tradizionali ed anche
il fondamentale incontro del discepolo con il suo Maestro iniziatico;
beninteso, queste considerazioni valgono anche proprio in funzione del miglior
compimento delle possibilità di ordine psichico dell’iniziato.
[330] Appunto a proposito dell’occultismo, René Guénon scriveva, ad esempio,
in una recensione del gennaio 1933: «Lo pseudo-esoterismo
non è affatto “pseudo-occultismo”; esso è infatti il più
autentico occultismo, poiché quest’ultimo non è mai stato altro che una
contraffazione o una caricatura più o meno grossolana dell’esoterismo»
(cfr. Études sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage, vol. I
[cit.], pag. 331 [del vol. II dell’ed.
Pardes]).
[331] Non a caso, René Guénon scrisse precisamente che non si attribuiva il
diritto di abbandonare il proprio terreno per mettersi su quello dell’avversario
(cfr. Études sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage, vol. I [cit.]).
[332] Secondo un’avvertenza ai lettori dello stesso Guénon, «è inutile
chiederci informazioni “biografiche” su noi stessi, poiché niente di quel che
ci riguarda personalmente appartiene al pubblico, e del resto queste cose non
possono avere per nessuno il benché minimo interesse reale: solo la dottrina
conta, e davanti ad essa le individualità non esistono» (cfr. Le
Théosophisme. Histoire d’une pseudo-religion [cit.]).
[333] Le deformazioni sono ovviamente del tutto inevitabili quando il punto
di vista sia assolutamente inadeguato all’oggetto. Vi sono, del resto,
affermazioni di Guénon che, anche senza ben
comprenderne il significato, dovrebbero quanto meno far riflettere a
questo riguardo, le seguenti, rivolte proprio a chi insisteva ad interessarsi
della sua “personalità”: «… se continuano ad avvelenarci l’esistenza
parlando della “personalità di René Guénon” finiremo un bel momento con il
farla scomparire del tutto! Ma i nostri avversari possono star sicuri che non
ci guadagneranno niente, tutt’altro …». «… La nostra opera è
rigorosamente indipendente da ogni considerazione individuale, e pertanto non
può avere niente a che fare con queste cose» (si tratta della sua vita privata) «che non possono
veramente interessare nessuno; e aggiungiamo anche che non vediamo proprio
perché saremmo obbligati a vivere sempre nella pelle di uno stesso
personaggio, si chiami “René Guénon” o in un altro modo …» (cfr. Études sur la Franc-Maçonnerie et
le Compagnonnage, vol. I [cit.]).
[334] Tale “manuale”, opera di Alberto Cesare Ambesi e Ruggiero Ferrara, è
una conferma davvero fin troppo pesante delle riserve che già dovemmo esprimere
su altri scritti del primo dei suoi coautori, e ne rileviamo qui soltanto
qualche tema a titolo esemplificativo. Dopo aver citato un brano coranico sull’abluzione
rituale, si racconta come deve essere, dopo l’abluzione, il modo di vestire del
“Mago”, come se queste cose fossero strettamente connesse, provvedendo poi a
descrizioni assai particolareggiate delle prescrizioni più o meno fantastiche
della cosiddetta “magia cerimoniale”: qui sì che siamo in pieno occultismo! Si
parla poi tra l’altro di “segnacoli” che indicherebbero le tappe raggiunte
(sarebbe accertato che a chi sta per raggiungere l’Identità Suprema appare un
disco!), e, con un’assenza di discernimento che ha quasi dell’incredibile,
vengono assunte come autorevoli non solo le figure stantie dell’occultismo
ottocentesco (Eliphas Levi, Ragon, ecc.), ma persino contafrottole come l’autore
di un libro “fantainiziatico” quale Il Terzo Occhio, scambiato per un
vero lama tibetano! Ciò nonostante, facendo eco forse anche a nostre osservazioni,
si parla di «superamento dello psichico», e poi molto gravemente si insiste
sul lungo lavoro di “scavo” interiore per trovare a quale lingua sacra affidarsi
(anziché considerare anzitutto ben concreti elementi di fatto per l’adesione a
una forma tradizionale autentica che nulla abbia a che vedere con la magia!).
E, come conclusione a tanto vaniloquio, leggiamo che con il “manuale” in
questione «i mezzi e le tecniche si son dati, dei pericoli si è detto a
sufficienza» …
[335] «Il suo nome è legione» dice appunto il Vangelo a proposito
dell’“avversario” …
[336] Nella recensione in questione si parla precisamente di «antiche
tradizioni occulte» che propongono «prospettive inaspettate congeniali
all’uomo completo (!) che si va preparando», e della «continuità
di queste magiche correnti, come riflesso nel lavoro di Aleister Crowley …»;
«The Magical Revival ne presenta il razionale processo evolutivo. La magica
tradizione segreta, così come è stata rivelata agli Adepti (!!) come
Aleister Crowley, qui è … ricondotta su quella linea delle fasi
dell’occultismo contemporaneo che lentamente è evoluto (?) verso una
nuova gnosi»; «Il contributo che offre questo libro nel suo esame esteso
alle più oscure fasi dell’occultismo, è essenziale (!) per pervenire a
una vasta comprensione dei diversi aspetti della vita e delle vie iniziatiche»,
e dunque anche della via massonica … Mentre apprendiamo che si sta preparando «uno studio sulla Magia di
Aleister Crowley e del suo Hidden God», dove saranno spiegate
«le formule che inizieranno ad avere validità nel nuovo periodo cosmico»:
cfr. Rivista Massonica, settembre 1972, pagg. 446-447. Segnaliamo
inoltre che anche la rivista Le Vie della Tradizione (di cui vengono
recensiti i primi fascicoli in questo stesso numero) ha iniziato la pubblicazione
di una serie di “istruzioni magiche” ispirantisi tra l’altro agli insegnamenti
di Aleister Crowley.
[337] Tra l’altro, si parla espressamente di una pretesa derivazione della
magia del Crowley del «culto di Shaitan», «la diabolica divinità dei
Sumeri»; e tutto questo miscuglio rivoltante sarebbe un «mezzo per
superare molti pregiudizi e limitazioni mentali»: ma ahimè in quale
direzione?!
[338] Citiamo testualmente: «Il primitivo intento di questi gruppi era
d’ingiuriare e beffeggiare la Chiesa Cristiana e rivolgersi al Diavolo come ad
una deità antropomorfa rappresentante l’inverso di Dio. Nella concezione di La
Vey, però, il Diavolo diventa molto di più: Satana rappresenta l’oscura,
misteriosa forza della natura, responsabile di ciò che la scienza e la
religione non hanno sotto controllo, né sono in grado di spiegare» (ma, se
è vero che ci sono dei limiti nel punto di vista religioso, forse che la
spiegazione illuminante che la religione non può dare si trova affondando in
qualcosa di così “oscuro”?!). «Da questo circolo, l’ultima notte di aprile
1966 (la notte di Walpurga, la più importante
celebrazione della Tradizione magico-stregonesca) nacque la Chiesa di
Satana … Nella Chiesa di Satana si combattono le repressioni e le
inibizioni, le ipocrisie e le banalità delle religioni comuni; il Satana Le
Vayano è crudamente realista, egoista, brutale; la vita non è che una
darwiniana lotta per la sopravvivenza del più adattato» (come se questa “dottrina”
non fosse un culmine di banalità …): cfr. Rivista Massonica, ottobre
1972, pagg. 506-507.
[339] L’“età dell’Acquario” è senza dubbio il «nuovo periodo cosmico»
nel quale tra l’altro, secondo le parole già citate, comincerebbero ad avere
validità le formule magiche del preteso “Adepto” satanista Aleister Crowley; ma
un segno del suo inizio sarebbe già la «nuova mentalità che si va formando
con ampie aperture» e il «“risveglio” mistico e spirituale, specie nel
mondo hippie», il che si può anche ricollegare all’osservazione secondo cui
«droghe diverse e vari allucinogeni sono sempre stati usati per facilitare
il contatto con le presenze di altri mondi»: cfr. Rivista Massonica,
settembre 1972, pag. 446. A proposito delle suddette “ampie aperture”,
vorremmo rimandare i lettori ai chiarimenti
forniti da René Guénon ne Le Règne de la
Quantité et les Signes des Temps [cit.] (vedi ad esempio cap. XXV: Les fissures
de la Grande Muraille).
[340] Se tale tendenza dovesse estendersi nelle pubblicazioni massoniche
accessibili ai “profani”, si può facilmente immaginare quali sarebbero, tra l’altro,
le conseguenze nel dar luogo a paradossali selezioni alla rovescia di coloro
che sarebbero indotti a presentarsi come candidati all’iniziazione muratoria!
[341] A proposito di false connessioni stabilite tra l’iniziazione e il “satanismo”,
ricordiamo che René Guénon scriveva: «Che vi siano nel mondo “satanisti” e
“luciferini”, e anche molti di più di quanto generalmente si creda, è incontestabile;
ma queste cose non hanno niente a che vedere con la Massoneria»; «non
siamo certo di quelli che son disposti a negare “l’intervento del demonio nelle
cose di questo mondo”, tutt’altro; ma lo si cerchi dov’è realmente; è vero che
sarebbe più difficile e più pericoloso che seguire semplicemente le false piste
su cui detto demonio, o i suoi rappresentanti, hanno trovato vantaggioso
lanciare i “cercatori” più o meno ingenui, precisamente per impedire di
scoprire la verità …» (cfr. Études sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage, vol. I [cit.], pag. 31 [del vol. II dell’ed.
Pardes]).
[342] Della stessa collana, altri volumetti degni di nota pubblicati in
passato sono ad esempio Mahomet et la tradition islamique di Dermenghem,
Rabbi Siméon bar Yochai et la Cabbale di Casaril e Lao-tseu et
le taoïsme di Kaltenmark.
[343] Vedi pagg. 11-13: l’inno è rivolto a Lakshmî, la Shakti di Vishnu, e,
secondo quanto viene riferito, la casa di cui si tratta, detta Svarnatta mana,
è ancora oggi oggetto di culto nel Kerala.
[344] Questo metodo del dialogo e della discussione ci ricorda il detto
massonico secondo cui «dalla discussione scaturisce la luce»; e ciò, se
conferma la potenzialità positiva insita nel metodo della discussione, potrebbe
anche far riflettere a quanto sarebbe importante riuscire ad abbattere le
barriere che impediscono l’attuazione di tali potenzialità.
[345] “Shan-kara” significa appunto “creatore di pace”.
[346] Pagg. 24-25.
[347] Ovviamente, questo riconoscimento dei Dêva, principi spirituali
subordinati le cui qualità determinano l’universo manifestato, non ha niente a
che vedere con un “politeismo” da contrapporre a un “monoteismo”. Osserviamo di
sfuggita che, in certi adattamenti orientali della tradizione islamica, i Dêva
sono stati considerati nella cosmologia, analogamente agli Angeli, come operanti
al servizio di Allâh.
[348] Pag. 37.
[349] Pag. 25.
[350] Si potrebbe osservare che, sotto un certo aspetto, sul piano
dottrinale la funzione di Guénon appare più estesa e definitiva, nel senso che
la sua opera viene ad illuminare dal di dentro, con la luce della Verità,
universale, non solo le varie forme dell’induismo, ma tutte le forme
tradizionali note nell’ultima fase del presente ciclo di manifestazione dell’umanità.
[351] Dobbiamo pure segnalare un’altra circostanza, ancor più sintomatica:
nella recensione del libro pubblicata su Études Traditionnelles,
leggiamo che «Shankara non è conosciuto in Francia se non attraverso la
celebre opera di Olivier Lacombe» (mentre la connessione tra Shankara e
Guénon viene ricordata esclusivamente per aver quest’ultimo fatto figurare «certi
versi dell’Atma-bodha ne L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta»!).
Questo ci conferma una volta di più l’affermarsi di una “innocua” mentalità accademica
e culturale sulla rivista a cui collaborava René Guénon; salvo lasciare il
posto (come nella nota aggiuntiva della recensione citata) agli insegnamenti
dell’attuale “Direttore Letterario” su sottili questioni a proposito di
Maestria iniziatica, insegnamenti che hanno un sapore veramente ironico se si
pensa che vengono proprio da chi ha ampiamente dimostrato di essere esposto
egli stesso ad illudersi nel modo più completo sull’argomento …
[352] Pag. 24.
[353] P. 31. Un altro episodio significativo è quello in cui erano invece
dei vishnuiti a respingerlo, fino a quando si accorsero che la parte sinistra
della statuetta di Vishnu che veneravano si era prodigiosamente trasmutata
nella figura di Shiva: un incidente miracoloso che aveva un senso simbolico
evidente, e che fu poi all’origine del culto di Hari-Hara con la
rappresentazione di Vishnu-Shiva in un’unica figura.
[354] Traduciamo qui letteralmente dal testo di Martin-Dubost, avvertendo peraltro
l’improprietà di un termine come “esistenza”, riferito qui all’essenza
immutabile o all’Essere puro.
[355] Pag. 97.
[356] Pag. 58.
[357] Pag. 106. Un concetto di questo
eterno presente è veramente fondamentale, e la sua mancanza è di per sé un
criterio evidente di distinzione da punti di vista limitati, come quelli
mistici. Teniamo a ricordare, a questo proposito, la falsa traduzione di comodo
di Massignon, che introduceva un divenire del tutto immaginario nell’affermazione
Ana’l-Haqq («Io sono la Verità») di Al-Hallâg.
[358] Pag. 93.
[359] Nella tradizione islamica, si può trovare un significato analogo nella
formula «Lâ sciarîka lahu» («Non vi è nessuno associato a Lui»), o nel
senso esoterico di «Lâ ilâha ill’Allâh» («Non è dio se non Allâh»),
e forse ancor più chiaramente nel detto di ‘Alî secondo cui Allâh era, e niente
insieme a Lui, ed Egli è sempre tale quale era.
[360] Pag. 102.
[361] Per più ampi riferimenti a questo proposito, rimandiamo a VIII. Questioni
pratiche, pagg. 52-54 del presente volume.
[362] Tra questi riadattamenti viene
ricordata, ad esempio, l’istituzione del “panchayatana pûjâ”,
che comporta congiuntamente il culto alle cinque divinità Sûrya, Durgâ, Vishnu,
Ganesha e Shiva durante lo svolgimento dei riti giornalieri, riti nei quali la
posizione principale spetta all’uno o all’altro di essi a seconda dei casi.
[363] Pag. 122.
[364] Pag. 40.
[365] Pg. 77.
[366] Pag. 172.
[367] Pag. 171.
[368] Osserviamo, a questo proposito, che certe improprietà di linguaggio
(del resto, non facili da evitare) denotano o rendono possibili certi equivoci:
così, dove sat viene tradotto “esistenza”, o dove manas è
identificato allo “spirito”, o dove vengono chiamate filosofie e religione
varie manifestazioni della tradizione indù; o ancora, dove lo Yoga viene
definito «una disciplina psicosomatica» (p. 53), sia pure in vista
della contemplazione pura, e dove la metafisica viene identificata all’ontologia
(p. 54), il che implicherebbe di trascurare l’Infinito che, propriamente al di
là dell’Essere, è assolutamente indeterminato. Nonostante ciò, l’esposizione di
Martin-Dubost presenta una chiarezza piuttosto rara, e vi è soltanto un punto
specifico che dobbiamo ancora indicare. Come René Guénon spiegò in un suo
articolo sui cicli cosmici, «il punto di partenza e la durata del Manvantara
sono sempre stati dissimulati, sia aggiungendo o sottraendo un determinato
numero di anni ai dati reali, sia moltiplicando o dividendo la durata dei
periodi ciclici …» (cfr. Formes traditionnelles et Cycles cosmiques, Éditions Gallimard, Paris, 1970,
cap. I). E proprio perché vittima di tali “dissimulazioni”
il Martin-Dubost afferma categoricamente che il Kali-yuga (ultima fase
della presente umanità) durerà ancora ben «426.926 anni a partire dal 1973»
(p. 48)! Fermiamo l’attenzione su questo equivoco anche perché è già stato
utilizzato da certi avversari dell’opera di Guénon, interessati senza dubbio a
creare confusioni a proposito dell’attuale momento storico e cosmico.
[369] Ideali e Realtà dell’Islam, Rusconi Editore, 1974 (l’edizione
originale inglese è del 1966).
[370] Pagg. 8-9.
[371] Secondo una nota informativa
inserita nel volume, l’autore nacque a Teheran «da un’insigne
famiglia di educatori e medici», e suo padre «fu uno dei fondatori del
moderno metodo didattico in Iran». Seyyed Hossein Nasr studiò al Massachussets
Institute of Technology, studiò poi geologia e fisica a Harvard, quindi si
laureò in filosofia a Oxford, ed è attualmente professore ordinario di storia
della scienza e della filosofia presso l’Università di Teheran.
[372] R. Guénon, Oriente e Occidente [cit.], parte II, cap. III: Constitution et rôle de l’élite.
[373] Pag. 157.
[374] Pag. 18.
[375] Pag. 101. Sempre a proposito del Profeta dell’Islam; notiamo di
sfuggita il brano seguente: «Una volta si domandò al Profeta come sarebbe
stato ricordato e come sarebbe stata conosciuta dalle generazioni future la
natura della sua anima. Egli rispose: “Leggendo il Corano”»; a cui fa
seguito il commento seguente che, stranamente, ne rovescia il senso: «Solo
studiando la vita, gli insegnamenti e il significato del Profeta si può
comprendere il vero significato del messaggio islamico contenuto nel Corano»
(pag. 73).
[376] Pag. 86.
[377] Pag. 25; ciò si accompagna alla significativa tendenza a considerare
come “religioni” tutte le forme tradizionali.
[378] Cfr. R. Guénon, Aperçus sur
l’Initiation [cit.], cap. XXIV.
[379] Pag. 156. Ancora più strana, e addirittura incomprensibile, è la
seguente asserzione: «Il cristianesimo è, essenzialmente, un mistero che
vela il divino all’uomo … Nell’Islam è invece l’uomo ad essere
celato di fronte a Dio: non è l’Essere divino che si nasconde a noi, ma noi a
essergli nascosti (pag. 21).
[380] Pag. 152.
[381] Pag. 151.
[382] P. 158.
[383] Un’indicazione alla prudenza potrebbe venire anche dalla nozione,
ricordata nel libro, di mustaswif, colui che pretende di essere un
Sufi, paragonabile, secondo l’espressione di un Maestro dell’esoterismo
islamico a «una mosca che vola sui dolci» (pag. 150).
[384] È
interessante osservare che a questo sviluppo delle possibilità umane si
richiama il significato autentico di “autorità” (dal latino auctoritas,
che deriva da augēre, “aumentare”, “far crescere”). Ma è ben difficile,
oggi, potersi riferire ad un’autorità vera capace di far crescere fino a
maturità le facoltà degli uomini, con la conseguenza tragica che molti vedano
dell’autorità solo le degenerazioni, e siano così tanto più indotti ad
affidarsi ad una pretesa illusoria di autonomia che li rinchiude negli
orizzonti limitativi e deformanti della loro immaturità.
[385] Questa citazione e
le altre che seguono sono tratte da La Grande Triade [cit.], cap. XIII: L’être
et le milieu, di R. Guénon.
[386] Per più ampi
sviluppi su questo argomento, cfr. ad esempio i nostri articoli: VI. Per chi
scriviamo, X. L’Evidenza e la Via, XI. Dottrina e autorità tradizionali
e XII. La Tradizione e noi stessi, nel presente volume.
[387] Ci riferiamo qui a
un simbolo trasmesso dalla tradizione pitagorica a quella massonica, dove in
particolare il Past Master ha per insegna un triangolo rettangolo i cui
lati stanno nelle proporzioni dei numeri 3, 4 e 5. «Secondo la dottrina
pitagorica, seguita su questo punto, come su tanti altri, da Platone, "la
Volontà animata dalla fede (e quindi per questo stesso fatto associata alla
Provvidenza) poteva soggiogare la stessa Necessità, comandare alla Natura e operare
miracoli". L’equilibrio tra la Volontà e la Provvidenza da una parte e il
Destino dall’altra era simboleggiato geometricamente dal triangolo rettangolo
i cui lati sono rispettivamente proporzionali ai numeri 3, 4 e 5, triangolo al
quale il Pitagorismo dava una grande importanza, e che, per una coincidenza
ancora molto notevole, non ha minore importanza nella tradizione
estremo-orientale. Se la Provvidenza è rappresentata da 3, la Volontà umana da
4 e il Destino da 5, si ha in questo triangolo: 32+ 42 =
52; l’elevazione dei numeri alla seconda potenza indica che ciò si
riferisce al dominio delle forze universali …» (cfr. R. Guénon, La Grande Triade
[cit.], cap. XXI, dove l’autore fa riferimento a dei testi di Fabre d’Olivet).
[388] Ad evitare facili
confusioni, osserviamo che questa attitudine non ha niente a che vedere con l’“attivismo”,
che consiste nel dare un valore preponderante all’azione. In realtà, l’azione
non è che la forma più esteriore di attività, quella che si esercita sul mondo corporeo:
essa corrisponde senza dubbio ad esigenze reali e valide nel loro ordine, ma si
deve anche osservare che «l’attività è tanto più grande e reale quanto più
si esercita in un dominio lontano da quello dell’azione», e vicino
all’essenza delle cose (cfr. R. Guénon, Initiation et
Réalisation spiritelle [cit.], cap. XXVI: Contre le quiétisme). Del resto,
si ricorderà che nella tradizione islamica la “grande guerra santa” è quella
interiore, mentre quella esteriore è soltanto la “piccola guerra santa” (cfr. Le Symbolisme de la Croix [cit.], cap. VIII: La
guerre et la paix).
[389] A questa esigenza di
“riattivazione” costante corrisponde anche, in concreto, una virtù di
attenzione nell’impiego del proprio tempo. Nell’iniziazione massonica, è questo
uno dei significati che si possono attribuire all’uso della riga di 24 pollici,
riferita alla misura delle 24 ore del giorno. Se ne può dedurre inoltre un
senso non banale nel motto dantesco «il perder tempo a chi più sa più spiace»;
ed a ciò si ricollega pure l’avvertimento dello Sceikh Muhammad at-Tâdilî a chi
segue la via iniziatica: «… vegli sui suoi respiri e sul suo tempo,
perché ogni respiro gli domanda di pagare integralmente ciò che gli è dovuto e
ogni istante di utilizzarlo per il dhikr (l’incantazione e il ricordo del
Principio universale), il discernimento ininterrotto della Presenza divina o
la contemplazione cui il faqir è tenuto. Il tempo è una spada, se non lo
si taglia con la Verità taglia con la falsità» (cfr. La vita
tradizionale è la sincerità, Harmonia Mundi, Torino, 2019).
[390] In particolare,
anche per chi sia riuscito a inserire stabilmente dei contenuti rituali
tradizionali nella sua vita quotidiana, c’è poi il rischio che questa si trovi
degradata a “routine”. Contro tale rischio di chiusura può essere estremamente
prezioso l’intervento rettificatore di un Maestro iniziatico autentico; mentre,
per converso, una barriera e un’opposizione nei suoi riguardi può rendere la
chiusura irrimediabile per il discepolo, talora portandolo a volgersi paradossalmente
verso contenuti di origine tradizionale più esteriori proprio per difendere la
propria chiusura. Da ciò anche una nuova sorta di farisaismo, contro il quale
vale pur sempre la condanna evangelica ai “sepolcri imbiancati” di qualsiasi
natura.
[391] Secondo l’espressione coranica, «mâ tashâ’ ûna illâ an yashâ ’Allâhu»,
che può tradursi «non
vorrete se non in quanto voglia Allàh» (la traduzione «non vorrete se non
ciò che vuole Allàh» altera il senso dell’originale). Ciò potrebbe intendersi,
in particolare, nel senso che l’uomo può esercitare effettivamente la sua
volontà, se e quando ciò gli sia dato dal Principio universale, che in effetti,
in quanto tale, è evidentemente anche il Principio della volontà umana.
[392] R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des
Temps [cit.], cap. XXXI.
[393] Ibidem.
[394] Cfr. il discorso tenuto a Lilla da Mgr. Lefebvre il 29
agosto 1976.
[395] Cfr. G. Ponte, L’iniziazione
massonica nel mondo moderno, Harmonia Mundi, Torino, 2017, cap. III: Massoneria e Chiesa Cattolica: antefatti e
misfatti. Cfr. anche R. Guénon, Études sur la
Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage [cit.].
[396] Cfr. R. Guénon, recensione del Symbolisme pubblicata nel numero di dicembre 1937 di Études Traditionnelles.
[397] Cfr. J. Baylot, Oswald Wirth, 1860-1943: rénovateur
et mainteneur de la véritable Franc-Maçonnerie, Dervy, Paris, 1975, pag.
115.
[398] Ci riferiamo qui agli scritti di Paul Naudon.
[399] È appena il caso di precisare che, inteso nel suo vero
senso, lo spirito tradizionale di cui parliamo e di cui parlava René Guénon
non si limita certo alle «secche
speculazioni metafisiche» (secondo un’allusione vagamente polemica di Paul
Naudon), ma è anzi ciò che soltanto può comportare la vera Maestria e
trasformazione integrale dell’esistenza.
[400] Pierre Collard, René
Guénon et la Religion musulmane (gennaio 1977).
[401] Il brano in questione è tratto da una
lettera di Guénon indirizzata a Pierre Collard l’11 ottobre 1938.
[402] Cfr. R. Guénon, Initiation
et Réalisation spirituelle [cit.], cap. XII: À propos de “conversion”.
[403] Si tratta, in particolare, di
giornalisti che, nel 1938 e nel 1948, finsero di aver raccolto le confidenze di
Guénon, propalando notizie inverosimili con intendimenti certamente non
casuali. Del resto, di più recenti invenzioni pazzesche a proposito di René
Guénon si è parlato anche su questa rivista (ad esempio con riferimento alle
pubblicazioni di Pauwels), ed è notevole il fatto che ad intervalli più o meno
lunghi qualcuno senta il bisogno di mettere in circolazione nuove sciocchezze
denigratorie sul suo conto.
[404] Initiation et Réalisation
spirituelle [cit.], cap. XII.
[405] Ibidem.
[406] Ibidem, cap. VII.
[407] Cfr. G. Ponte, La
situazione spirituale dell’Occidente, Harmonia Mundi, Torino, 2019: La Teologia e il “taglio alle radici”.
[408] Cfr. L. Méroz, René Guénon ou la Sagesse initiatique, p. 207, dove si tratta
delle teorie di Maritain.
[409] Cfr. Jean Tourniac, Propos sur René Guénon, pag.14.
[410] Si tratta di una frase pubblicata nei Quaderni Metapsichici del marzo 1951 che dice: «Non sembra che le sue (di Guénon) interpretazioni esoteriche del Corano
siano state approvate negli ambienti (?) musulmani».
[411] Il Collard, con le sue deduzioni, si
sforza visibilmente di stabilire una contraddizione tra René Guénon e un libro
di Maududi. A parte il fatto che un’eventuale contraddizione con tale libro non
dimostrerebbe nulla, vogliamo accennare almeno di sfuggita al fatto che non c’è
nessuna incompatibilità tra il Tasawwuf inteso come iniziazione ed esoterismo, e l’affermazione
di Maududi, citata dal
Collard, secondo cui esso riguarda, tra l’altro, le «disposizioni interiori» e la «concentrazione nella
pratica della devozione». Tanto meno si può vedere una prova dell’“eterodossia” dell’esoterismo
islamico nel fatto che il Maududi accenni ad «assurdità insostenibili innestate al Corano e al Hadith» le quali (non si sa bene in quali
casi) avrebbero «alterato la purezza
del Tasawwuf».
[412] Per quel che riguarda il
Cristianesimo, tale argomento fu già toccato ad esempio in G. Ponte, La situazione spirituale dell’Occidente, Harmonia Mundi, Torino,
2019: Realizzazione spirituale e pratica della religione cattolica. Si può inoltre osservare che la
filiazione di tutte le organizzazioni iniziatiche islamiche si riallaccia
sempre esplicitamente al Profeta.
[413] Si
potrebbe peraltro ricordare, del passato, l’esempio di San Bernardo, autore
della Regola dei Templari ed assai vicino all’autorità pontificia del suo
tempo.
[414] Il
Collard, dopo aver ricordato che lo Shaykh Elish «e il suo gruppo» «cercavano di mettere in evidenza
l’esistenza di concordanze tra l’Islam, il Cristianesimo
e la Massoneria», afferma piuttosto malignamente che tale scopo è
«molto lontano dall’ortodossia, sia essa cristiana o musulmana».
Dovremmo allora pensare che è “lontano dall’ortodossia musulmana” anche il
Corano, quando rivolge un appello a tutte le comunità a cui fu data la
Rivelazione affinché si uniscano nell’affermazione comune di principi
fondamentali della Dottrina dell’Unità (Cfr. Sura III, 64 o 57) …
[415] Il Collard stabilisce una
curiosa serie di contrapposizioni, a quanto pare per lui inconciliabili, tra la
tradizione, l’intuizione, il simbolismo, l’incantazione, la meditazione ecc.
(a cui si appoggerebbe l’esoterista) e, in contrasto con i termini precedenti,
la rivelazione, il sentimento, il dogmatismo, la preghiera, la contemplazione
ecc. (a cui si appoggerebbe l’exoterista): evidentemente, egli ha equivocato il
senso dell’incompatibilità (di cui parla Guénon) tra via iniziatica e
misticismo.
[416] Si veda, a questo proposito,
la prima parte del breve trattato dello Shaykh Tâdilî, La vita tradizionale è la sincerità, Harmonia Mundi, Torino, 2019.
[417] Ciò avviene maggiormente
nelle classi popolari, mentre è significativo che assai più refrattari siano,
in generale, gli appartenenti alle classi medie e alla borghesia più “evoluta”.
Tutto ciò obbedisce in fondo a una logica perfettamente prevedibile (cfr. le
considerazioni di René Guénon in Initiation et Réalisation spirituelle [cit.], cap. XXVIII: La
masque “populaire”).
[418] Parliamo qui di punto di vista
centrale in senso generico, propriamente valido a partire dallo “stato
primordiale” umano, pur non dovendosi dimenticare che non esiste comune misura tra tale grado di realizzazione e quelli
più elevati.
[419] Potremmo ricordare a questo proposito le
parole di Huj-wîrî: «La Legge senza
Haqîqah (verità, o anche
esoterismo) è ostentazione, la
Haqîqah senza Legge
è ipocrisia. La loro relazione si può paragonare a quella tra il corpo e lo
spirito: quando lo spirito si allontana dal corpo, il corpo vivente diventa un
cadavere, e lo spirito svanisce come il vento».
[420] In termini indù, si potrebbe
dire che si tratta della condizione dell’avarna
(fuori-casta) e non dell’ativarna (al di sopra delle
caste). D’altra parte, naturalmente, un occidentale non può avere accesso ad
una casta, e quindi, sotto l’aspetto qui considerato, si potrebbe dire che
l’adesione a una forma tradizionale a lui appropriata adempie appunto per lui
ad una funzione analoga a quella che ha per un indù l’appartenenza a una casta,
eventualmente anche come presupposto in vista di una realizzazione che vada al
di là dei suoi limiti.
[421] In un ambiente tradizionale,
certe astrattezze e certe velleità non sono neppure concepibili, la tradizione
è qualcosa di vivente che ciascuno, secondo le sue aspirazioni e le sue
qualificazioni, si trova naturalmente ad approfondire, ed a conoscere in modo
effettivo nella misura del suo approfondimento. Nell’ambiente occidentale
moderno, invece, insieme ad ogni sorta di aberrazioni, si possono sì trovare
espresse le verità dell’ordine più profondo: ma anche questa può essere una
trappola per chi le utilizzi superficialmente (come i tanti parassiti
dell’opera di René Guénon), anziché allo scopo di volgersi al loro significato
reale.
[422] I Maestri dell’esoterismo
islamico, come Muhyiddîn Ibn Arabi,
insistono particolarmente su questa esigenza fondamentale nella via iniziatica,
di mai attaccarsi a qualsiasi esperienza o risultato, per quanto elevato esso
possa apparire. Questa attitudine sempre aperta all’illimitato è pure
mirabilmente espressa nel breve poema di Shankara Il santo disprezzo
per il non-Sé.
[423] Abbiamo voluto riferirci qui da una “conversione” che può e deve
essere attuata fin da quando si sia cominciato ad assentire al richiamo dell’universale
e degli insegnamenti in cui esso si esprime: naturalmente, si tratta soltanto
di una preparazione e di un presagio di quella più profonda “metanoia”
in cui si realizza effettivamente la metamorfosi dalla coscienza individuale
alla presenza spirituale (cfr. R. Guénon, Initiation et Réalisation
spirituelle, [cit.]).
[424] Accenniamo qui soltanto di sfuggita
(ma si tratta in realtà di un punto di capitale importanza) che questa
tripartizione, appunto perché riguarda soltanto l’esistenza, e pur
comprendendone le modalità spirituali o “angeliche”, non comprende invece il
Principio che trascende l’esistenza, sia come Causa prima dell’esistenza
stessa, sia come Totalità infinita al di là di qualsiasi determinazione e di
qualsiasi rapporto di relazione.
[425] Tra i diversi esempi che si
potrebbero ricordare, citiamo il “Tribhuvana” o “trimundio” indù, che presenta
un’indubbia corrispondenza con i modi di esistenza “ilico”, “psichico” e “pneumatico”,
noti in Occidente soprattutto attraverso le dottrine gnostiche ma il cui
significato non è certo esclusivo di queste ultime; a questo proposito, è
curioso notare che ad esempio anche l’antica cosmologia degli Sciamani della
Siberia si fondava su una tripartizione del genere. Nell’area cristiana, molta
confusione è venuta senza dubbio dalla considerazione dei soli due termini, “corpo”
e “anima” spesso equivocamente identificata allo “spirito” o anche al “pensiero”.
Eppure, una concezione assai più completa era ben presente prima di tali
degenerazioni, e non per nulla San Paolo si riferisce al Verbo che giunge a
separare lo spirito dalla psiche dell’uomo. – Ad evitare un altro equivoco
precisiamo che, secondo una prospettiva ugualmente valida ma differente,
l’esistenza può essere ripartita in tre parti considerando il mondo terrestre
(che comprende allora sia le modalità sottili o psichiche di quest’ultimo che
la modalità corporea), i mondi inferiori o “infernali”, e i mondi superiori,
spirituali e “celesti”.
[426] La “solidificazione” del mondo a cui
qui si allude riguarda quella fase di sviluppo del mondo terrestre in cui la
modalità corporea appare massimamente separata dal resto dell’esistenza, dando
luogo a un campo di percezione quasi completamente chiuso, tanto da far sì che
possa sembrare valido un punto di vista come quello del “materialismo”. Possiamo aggiungere che, secondo quanto
indicano ormai innumerevoli segni, il momento di maggior “solidificazione” è
ormai oltrepassato da parecchi anni, e che ci troviamo propriamente in un’epoca
post-materialista caratterizzata dalla progressiva apertura alle modalità
“sottili” più basse destinate a portare questo mondo umano alla dissoluzione
(cfr. R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps [cit.],
particolarmente cap.
XXIV: Vers la dissolution, e cap. XXV: Les fissures de la Grande Muraille).
[427] Per “manifestazione informale” si
intende qui la manifestazione non condizionata dai limiti di “forme”
particolari di esistenza, il che corrisponde naturalmente agli stati superiori e sopraindividuali, ovverossia spirituali,
dell’esistenza.
[428] Cfr. R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps [cit.],
cap. XXVI: Chamanisme et sorcellerie.
[429] È questo, tra l’altro, un principio
fondamentale della medicina tradizionale.
[430] Cfr. R. Guénon,
ibidem.
[431] Cfr. R. Guénon, La Métaphysique
orientale, [Éditions Traditionnelles, 1951; cfr. La metafisica orientale, A. C. Pardes, Milano, 2021].
[432] Tale condizione in cui l’essere si
trova come spezzato dagli stati superiori e dal Principio universale è
espressivamente simboleggiata, nell’esoterismo islamico della tariqah mawlawiyah, dal flauto di canna che, spezzato dal tronco, modula il suo lamento per
l’innaturale separazione e risveglia il ricordo dell’unione. Quanto a coloro
che sono refrattari a tale ricordo, si può ben dire che sono spiritualmente
morti. Ad essi si potrebbe propriamente applicare l’espressione dantesca:
«Siete quasi entòmata in difetto, si come verme in cui formazion falla» (Purgatorio,
10, 128-129).
[433] Cfr. R. Guénon Orient et Occident
[cit.], Conclusione.
[434] Notiamo di sfuggita che, a dire il
vero, ciò rende del tutto insensate e ridicole le supposizioni con le quali ci
sono state attribuite le intenzioni anche politiche più contrastanti e più
estranee a quanto può veramente contare per noi. Però, anche invenzioni come
queste obbediscono in realtà a una loro logica: in particolare, bisogna pur
riconoscere che è perfettamente naturale che ognuno si immagini ed applichi
agli altri soltanto quelle motivazioni che rientrano nell’ambito delle proprie abitudini mentali e nei
limiti della propria comprensione.
[435] Si potrebbe osservare che il
“notevole vantaggio”, attribuito da Guénon a chi possieda la certezza dovuta al
“presentimento” degli “stati superiori” dell’essere, comporta anche dei
riflessi operativi immediati, in particolare a motivo del distacco con il
quale consente di meglio situare ed affrontare le vicende individuali e la via
da percorrere. Anche sotto questo aspetto è dunque senza dubbio assai
importante saper mantenere “desto” tale presentimento; peraltro, occorre anche
non farsi illusioni eccessive, sia nel senso di non confondere quella capacità
di distacco con una componente psicologica che potrebbe persino essere
negativa nascondendo un’incapacità di partecipare a determinati aspetti della
realtà, sia nel senso che, qualora la via iniziatica proceda davvero in
profondità, riserverà prima o poi all’individualità delle “crisi” ben più
radicali di quanto si può immaginare ai primi passi.
[436] Si dovrebbe parlare qui
anzitutto di qualificazioni intellettuali, e poi di preparazione teorica
adeguata. A proposito di quest’ultima, ricordiamo che «quando la realizzazione
non sia preceduta da una preparazione teorica sufficiente, possono verificarsi
disparate confusioni, ed esiste sempre la possibilità di perdersi in qualcuno
di quei domini intermedi nei quali non si è punto protetti contro l’illusione;
solo nel dominio della metafisica pura si può avere tale garanzia la quale,
acquisita una volta per sempre, permette di affrontare in seguito senza
pericoli qualunque altro dominio» (Cfr. R. Guénon Orient et Occident [cit.], parte II, cap. IV: Entente
et non fusion).
[437] Parlando di tentativi falliti,
pensiamo qui a coloro che, partiti da una posizione in cui era presente
un’aspirazione alla spiritualità, hanno poi preso direttive di tutt’altra
natura e tali da alimentare le illusioni per sé e per gli altri. Naturalmente,
assai diverso è il caso di coloro che, nel corso di una via di realizzazione
autentica, incontrano ostacoli troppo grandi, rispetto alle loro qualificazioni,
per poter procedere speditamente. Beninteso, tale situazione non dovrebbe
scoraggiarli, ma indurli piuttosto a moltiplicare i loro sforzi e a rafforzare
la loro determinazione nella direzione voluta.
[438] In particolare, ciò riguarda anche l’attitudine da mantenere in
relazione alle espressioni in forma razionale che dovrebbero servire di
appoggio per una conoscenza di ordine profondo; come scriveva R. Guénon, «I “concetti”
in se stessi, e soprattutto le “astrazioni”, non ci interessano proprio per
niente (come non interessano tutti coloro che intendono porsi da un punto di
vista strettamente ed integralmente
tradizionale)» (Initiation et
Réalisation spiritelle [cit.], cap. II: Métaphysique et
dialectique). E ciò vale, ad esempio, anche
contro le sia pur involontarie riduzioni della stessa opera di Guénon a delle
specie di sistemi “ghenonisti”, fin troppo facili a prodursi per una sorta di “solidificazione”
mentale contro la quale sarebbe di capitale importanza saper reagire (se se ne
fosse capaci), per trarre l’efficacia propriamente intellettuale che dell’opera
di Guénon è la vera ragion d’essere.
[439] Qui accenniamo soltanto al
tema tanto importante dell’intervento delle influenze spirituali secondo
modalità che non hanno nulla di arbitrario: a ciò si ricollega, in particolare,
l’esigenza dell’adesione effettiva alla tradizione in una delle sue forme specifiche,
l’esigenza del ricollegamento a una catena iniziatica, e la corretta attuazione
delle modalità rituali corrispondenti.
[440] Il fatto che il punto di
partenza individuale sia estremamente periferico rispetto alla meta da
realizzare non deve certo stupire, specialmente se si tratta dell’individualità
“profana” di un occidentale moderno. Quello che conta è piuttosto di prendere
coscienza, senza troppe illusioni, di tale punto di partenza, implicante anche
l’esigenza di sviluppare un preliminare lungo e spesso penoso lavoro di
rettifica della propria individualità, al quale può fornire appoggio, in
particolare, un’iniziazione ai “piccoli misteri”. È questa una delle ragioni
dell’interesse con il quale René Guénon considerò l’iniziazione massonica per
gli Occidentali aspiranti a una realizzazione spirituale, pur restando
imprescindibile la necessità di non perdere mai di vista l’orientamento metafisico
fondamentale se non si vuole che le possibili applicazioni possano diventare
motivo di dispersione o di deviazione.
[441] Accenniamo qui appena di sfuggita
alla questione veramente decisiva del sacrificio e della “morte iniziatica”
dell’individualità, presupposto della realizzazione spirituale autentica.
[442] L’attuazione effettiva di tale
intrinseca unione viene messa duramente alla prova dall’ambiente moderno che,
da parte sua, mette in opera tutti gli strumenti di dispersione e di
separazione. A queste tendenze pensiamo dunque si debba reagire con la massima
determinazione, in modo da attuare le virtualità insite in tale unione: ed è
ciò che intendiamo fare anche con il fatto stesso di affermarla qui per quei
lettori che la possono riconoscere.
[443] Dobbiamo
qui rimandare all’articolo XXVI. Che cosa vuol dire realizzazione spirituale?, nel presente volume. A questo proposito,
desideriamo soltanto precisare che sopra-individuale è qui sinonimo di
universale e trascendente: non ha dunque niente a che vedere con ciò che è di
ordine collettivo (che è una semplice
estensione dell’individuale al suo stesso livello), né con potenze extra-corporee
sottili che si possono imporre alle singole individualità. Quando invece si
vedono sofisticati autori con pretese di carattere tradizionale prendere, ad esempio, libri che si presentano espressamente
quali romanzi di stregoneria (come quelli di Castaneda) per descrizioni di una
via di realizzazione spirituale ed iniziatica, bisogna dire che — salvo
eventuali peggiori giudizi — essi dimostrano con ciò per lo meno un’ingenuità
davvero “disarmante”: disarmante per loro e per chi li segue, nel senso proprio di lasciarli privi dell’armatura di difesa
intellettuale indispensabile per affrontare simili argomenti, e dobbiamo constatare
che essi sono così di fatto tremendamente vulnerabili …
[444] «Chi avrà voluto salvare la sua anima, la perderà;
chi invece avrà
perduto la sua anima a causa di Me, la ritroverà»
(Vangelo
secondo
Matteo, 16, 25); «Se qualcuno vuole
seguire Me, neghi se stesso:
e prenda la sua croce e mi segua. Chi infatti vorrà salvare la sua anima, la perderà:
chi invece avrà perso la sua anima a causa di Me e del Vangelo, la renderà salva» (Vangelo
secondo Marco, 8, 33). «In verità, in verità vi dico: se il grano di
frumento caduto in terra non è morto, esso
rimane solo; se invece è morto, darà molto frutto. Chi ama la sua
anima, la perderà, e chi odia la sua anima in questo mondo, la custodisce per
la vita eterna» (Vangelo secondo Giovanni, 12, 24-25). Dovrebbe
essere lampante il significato iniziatico di questi richiami, il cui carattere impegnativo non può
essere eluso per chi li intende. Possiamo anche ricordare, riferendoci alla
tradizione islamica e con
un significato analogo, il detto del Profeta «Morite prima di
morire».
[445] Cfr. XIII. Cambiare mentalità, pagg. 101-103 del presente volume.
[446] Le Règne de la Quantità et les Signes des Temps [cit.], cap. XVII.
[447] Per evitare un possibile
errore, aggiungiamo subito che all’esistenza di tale contraddizione non deve
neppure essere attribuita un’importanza esagerata o drammatica. Vi può essere,
ad esempio, nella stessa comprensione teorica una fase di compiacimento accompagnata
talvolta da un’impressione illusoria di completezza, destinata peraltro ad
essere superata con una maggiore maturità. E, come accenneremo in seguito, gli
stessi atteggiamenti difettosi o le stesse inclinazioni parziali sono
suscettibili di venire utilizzati in funzione di una via rivolta in definitiva
al sopra-individuale, senza frustrazioni premature e secondo tecniche
iniziatiche presupponenti un’adeguata maestria, sulle quali non è qui possibile
soffermarci.
[448] Cfr. René Guénon,
Aperçus sur l’Initiation [cit.], cap. XIV: Des qualifications
initiatiques.
[449] A proposito del “tradizionalismo”,
da non confondere con lo spirito tradizionale, ricordiamo le considerazioni esposte
nell’articolo XXIV. Trappole
dei tradizionalismi (nel presente
volume), nel quale ci riferimmo al cap. XXXI: Tradition et traditionalisme de Le Règne de la Quantité
et les Signes des Temps [cit.].
[450] È importante esser consapevoli della
portata inalienabile già insita in un assentimento teorico autentico alla
realtà metafisica: «ogni risultato, anche parziale, ottenuto
dall’essere nel corso della realizzazione metafisica, è ottenuto in maniera
definitiva. Tale risultato costituisce per esso un’acquisizione permanente che
nulla potrà mai fargli perdere; il lavoro compiuto in questo ordine, anche se
viene ad essere interrotto prima del termine finale, è fatto una volta per
sempre, proprio perché d’ordine atemporale. Ciò vale anche per la semplice conoscenza
teorica, poiché ogni conoscenza porta il proprio frutto in se stessa …»
(cfr. R. Guénon, La Metafisica
orientale [cit.]).
[451] Cfr. l’articolo XXIII. Importanza della Volontà, nel presente volume.
[452] Che si tratti di una ben consapevole
presupposizione è di fatto particolarmente decisivo in una situazione di
confusione come quella del mondo in cui viviamo; mentre in un ambiente
tradizionale è normale che la stessa chiarificazione teorica possa avvenire
progressivamente, secondo le proprie possibilità, procedendo lungo una via di
realizzazione effettiva.
[453] Su questo argomento, rimandiamo alle
conclusioni del nostro articolo Realizzazione
spirituale e pratica della Religione cattolica (cfr. G. Ponte, La
situazione spirituale dell’Occidente, Harmonia Mundi, Torino, 2019) ed alle citazioni ivi contenute.
L’Anello d’Oro |
|
© 1963, Rivista di Studi Tradizionali Torino
© 2021, A. C. Pardes |
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